loader
menu
© 2026 Eddyburg

Il piano contro l’antipiano

Il processo devastante che investe il governo delle istituzioni in tutto il Paese, non risparmia certamente la città, il territorio e l’ambiente. A Milano, dove già negli anni 80 si diffuse la deregulation urbanistica piegando alla speculazione edilizia le vecchie leggi, si sceglie oggi di formalizzare la deregulation. Elevando a sistema amministrativo la contrattazione degli interventi sulla città, con una valutazione caso per caso pudicamente nascosta dietro paraventi culturali. Questo smantellamento delle ultime regole urbanistiche, trova le forze politiche e intellettuali che dovrebbero opporsi al processo devastante, divise nel pensiero e nell’azione; spesso inattive, ma talvolta votate ad atteggiamenti esasperati, che cedono alla seduzione di stimoli irrazionali, rendendo così più debole la necessaria, ferma risposta alla nuova e sistematica deregulation.

In questo quadro indubbiamente negativo, non mancano però i segnali di resistenza e di alternativa, che rappresentano la base su cui costruire una più generale risposta razionale, offrendo così un contributo concreto alla ripresa del riformismo nel Paese. E dal Comune di Roma, che dopo 40 anni ha elaborato un nuovo piano regolatore, viene la risposta forse più significativa alla deregulation e alla passività, all’antipiano e all’estremismo. E’ un piano, quello per Roma, che ha saputo adeguarsi alle condizioni del 2000: un piano che fissa regole semplici, ma che esclude di contrattarle; che persegue la flessibilità, ma in modo uguale per tutti; che coinvolge gli operatori privati, ma in un preciso quadro di interesse pubblico. Un piano riformista, dunque, il solo che può sperare di superare il confronto con la deregulation urbanistica.

Il piano elaborato per Roma dalle Amministrazioni Rutelli e Veltroni è un concentrato delle più innovative scelte disciplinari, rappresentando quanto di più avanzato è stato prodotto in Italia in campo urbanistico. Un piano che, pur in assenza di un quadro territoriale di area vasta, nasce da una esplicita visione metropolitana, da cui deriva lo schema strutturale comunale e la conseguente processualità dello strumento urbanistico; un piano che, per la prima volta in Italia, sceglie la mobilità su ferro come prioritaria rispetto alla gomma; un piano che fa dell’ambiente e del verde un elemento determinante nel disegno territoriale e non un fattore residuale; un piano che fa uscire in modo originale la salvaguardia di valori storici dal chiuso della città antica, per investire l’intero comune; un piano che affronta a Roma per la prima volta lo scontro con la rendita edilizia, operando drastiche riduzioni previsionali ed estese riqualificazioni; un piano che raccoglie l’antica aspirazione al decentramento, spingendo la direzionalità all’estrema periferia, nel cuore dei Nuovi Municipi da realizzare; un piano costruito sulle antiquate leggi vigenti, per superarle con un meccanismo gestionale capace di attuarne realmente le previsioni, che ormai erano irrealizzabili con il vecchio metodo prevalentemente espropriativo.

Una strategia metropolitana e processuale

Il peccato originale di tutti i piani romani è stata sempre la mancanza di una visione metropolitana, resa apparentemente meno necessaria dalla enorme dimensione del territorio comunale; un difetto per la verità abituale dei piani delle maggiori città italiane. Un difetto che ha sempre prodotto piani autoreferenziali, indifferenti alle interrelazioni con le aree circostanti, pensati per una mobilità centripeta e una crescita dimensionale indefinita, estranei al rapporto con le presenze ambientali marginalizzate rispetto alla città. D’altra parte, anche in questo caso, per l’area vasta intorno a Roma non esisteva alcun piano di inquadramento territoriale: era necessario allora che una visione metropolitana nascesse all’interno dello stesso piano comunale, condizionandolo e proiettandolo così verso i futuri rapporti con l’esterno.

E questa visione metropolitana è stata il punto di partenza dal quale il nuovo piano regolatore di Roma ha preso le mosse. Una visione metropolitana basata sulle tre scelte di fondo del piano: il trasporto su ferro, i parchi regionali e il controllo della dimensione insediativa. Infatti lo slogan della “cura del ferro” introduce a Roma una novità per l’Italia: le ferrovie metropolitane che - sul modello tedesco delle S-bahn e su quello francese del R.E.R. - rappresentano un mezzo di trasporto di scala provinciale e regionale, che dà ampio respiro ai tratti urbani della rete e offre una prospettiva ben diversa agli stessi nodi comunali. Mentre i parchi naturali regionali sostenuti e condivisi dal Comune di Roma, penetrano nel territorio municipale a realizzare un rapporto organico fra il cuore stesso della città e tutta l’area metropolitana, con una offerta ambientale che disegnerà il sistema locale come quello di tutta l’area vasta. E infine, aver dato finalmente battaglia alla rendita urbana nel comune di Roma, crea per il futuro una possibilità di relazioni dialettiche tra le trasformazioni proposte per la Capitale e quelle degli altri insediamenti della metropoli. Di fronte alla quale non c’è più l’attesa crescita indefinita di Roma, ma un centro urbano da controllare e qualificare, aprendo la prospettiva delle occasioni da cogliere nel restante territorio metropolitano. Innegabilmente, dunque, una visione metropolitana fino ad oggi mancata.

Questa visione metropolitana, chiara fin dall’inizio, ha permesso anche di formulare rapidamente uno schema direttore, che è stato chiamato “piano manifesto”, traccia esplicita di tutta la futura operazione urbanistica. E ciò ha consentito di adottare un metodo processuale per la costruzione graduale del piano, per non costringere la città ad una lunga apnea amministrativa in attesa degli elaborati finali; ma anche per sperimentare strada facendo le soluzioni innovative che si volevano introdurre nel piano. Questa metodologia, battezzata del “planning by doing”, ha permesso di realizzare in anticipo le prime tre linee di ferrovia metropolitana; di dar vita alle istituzioni gestionali dei parchi; di anticipare le nuove normative previste per l’intero piano, che hanno trasformato radicalmente le vecchie regole, abbassando le densità edilizie e moltiplicando le cessioni gratuite per vede e servizi. Del nuovo piano regolatore esiste, dunque, una parte già programmata, che in taluni casi è in corso di attuazione anticipata e una parte ancora da programmare, con regole comuni messe a punto nella fase processuale. Chi ha parlato di contrattazione è smentito dalla realtà, perché la sistematicità delle regole comuni è, invece, una caratteristica e un vanto del nuovo piano di Roma.

La cura del ferro

Altro difetto, oggi riconosciuto, del vecchio piano regolatore del 1962 era quello di aver basato ostentatamente la strategia della mobilità sulla motorizzazione individuale e non sul trasporto collettivo. Bisogna purtroppo ricordare in proposito la nota “anarchia genetica” delle città italiane, cresciute in ritardo rispetto alle consorelle europee senza il sostegno dei trasporti su ferro; trasporti che offrono una facilità di spostamento dieci volte superiore. Ebbene, il nuovo piano predisposto per Roma, è il primo in Italia basato concettualmente su quella che è stata chiamata la “cura del ferro”, cioè su una vera e propria rivoluzione del sistema di traffico; con un disegno che è l’esatto contrario di quello rappresentato ieri dall’”asse attrezzato” – un’autostrada urbana, cui erano collegati i nuovi centri direzionali – e dalla maglia viaria complementare. Il nuovo obiettivo del piano è quello di costruire il ferro per la città esistente e di non costruire la città nuova senza il ferro.

Nella formazione del piano, il maggiore impegno è stato quello di selezionare le zone edificabili da non cancellare, fra quelle raggiunte dalla rete su ferro esistente o programmata. Arrivando anche a predisporre il trasferimento delle edificabilità non cancellabili e non collegate alla rete del ferro, su altre aree prossime alle stazioni. In pratica l’edificabilità, che per decenni è stata determinata a Roma dalle scelte speculative, nasce oggi invece dalla garanzia dell’accesso al trasporto collettivo: raggiungendo l’obiettivo di nuovi risultati funzionali, ma anche di indiscutibili valori etici.

La nuova rete su ferro è basata su una doppia croce di metropolitane comunali, in prevalenza sotterranee, che attraversano diagonalmente la città; combinate con le ferrovie metropolitane che utilizzano i binari esistenti delle Ferrovie dello Stato, partono dalla cintura ferroviaria che avvolge il centro urbano e si spingono in profondità nell’area provinciale e regionale. A queste linee forti, si aggiungono i corridoi per il trasporto pubblico in sede propria, cioè le moderne linee tranviarie, delle quali è già partita la realizzazione.

Quando la formazione del piano è iniziata nel 1994, esistevano due sole metropolitane comunali (36 chilometri di linea e 49 stazioni); e a queste l’attuazione anticipata del piano regolatore – il planning by doing, che alcuni hanno accolto polemicamente – ha aggiunto tre linee di ferrovia metropolitana (93 chilometri e 39 stazioni), che hanno triplicato l’estensione della rete e raddoppiato il numero delle stazioni. L’obiettivo finale del piano è quello di realizzare quattro linee di metro comunale e sette linee di ferrovia metropolitana, che moltiplicheranno largamente la rete e le stazioni (598 chilometri e 289 stazioni). L’attuazione di questo ambizioso programma garantirà un buon servizio all’interno del Grande Raccordo Anulare, meno capillare all’esterno del GRA: non sarà il livello di Parigi o di Berlino, ma per Roma e per le città italiane sarà una innovazione radicale e un salto qualitativo eccezionale.

La cura del verde

La dotazione romana di verde non è certo la peggiore in Italia, ma la vastità dell’Agro intorno alla città, più che rappresentare una riserva di verde, è piuttosto servita in passato a valorizzare le rendite di attesa per l’edificazione. Il vecchio piano del 1962 riuscì faticosamente a vincolare il parco dell’Appia Antica, inizialmente senza neppure impedirne del tutto l’edificazione. La strategia del nuovo piano regolatore ha rivoluzionato questo approccio miope e antiecologico, ponendo i valori ambientali del verde quale fattore determinante della struttura e della forma territoriale. Cominciando col cancellare ogni formula normativa del passato che consentisse nell’Agro Romano edificazioni non strettamente necessarie alla conduzione dell’agricoltura, intesa come valore produttivo, ma anche quale riserva ambientale. Realizzando finalmente la completa salvaguardia sui 2/3 del territorio comunale.

Sulla base di questa premessa, il disegno dei parchi naturali realizzato nelle anticipazioni del piano d’intesa con la Regione Lazio, incide esplicitamente sulla morfologia dell’insediamento esistente e programmato. Sono i grandi cunei verdi dei parchi di Veio e dell’Insughereta, della Valle del Tevere a nord e della Marcigliana, della Valle dell’Aniene e dell’Appia Antica, del Litorale romano che segue il Tevere da sud e di Castel Porziano, dell’Arrone e Castel di Guido che cinge i rilievi occidentali della città, fino ai più piccoli parchi della Tenuta dei Massimi, della Valle dei Casali e del Pineto. Un disegno complessivo che investe 23.000 ettari, pari a 1/4 del territorio comunale vincolato da 11 parchi: a fronte dell’unico parco dell’Appia Antica di quarant’anni fa. Ricordando nuovamente che dei parchi sono state ormai insediate le istituzioni gestionali, che funzionano egregiamente, con autonomia e aggressività. E ciò mentre la politica del governo nazionale, dei parchi mette in discussione lo spirito naturalistico e l’esistenza stessa.

Un altro aspetto strategico della cura del verde, riguarda il verde pubblico all’interno dei tessuti urbani: il piano raddoppia le dotazioni attuali (12 mq/ab.), raggiungendo l’obiettivo finale di 7.800 ettari e lo standard di 23 meri quadrati per abitante. Una dimensione ragguardevole, concretamente realizzabile proprio perché in larga prevalenza non sarà raggiunta tramite impossibili espropri, ma attraverso compensazioni gratuite. Per avere un’idea dell’ordine di grandezza, si tratta di un’estensione pari ad ottanta volte Villa Borghese; senza dimenticare che il Bois de Boulogne ed il Bois de Vincennes a Parigi non arrivano a 1.800 ettari. E sarà giusto ricordare anche che le diverse previsioni di verde privato ammontano nel piano a oltre 2.300 ettari: il che porta a più di 10.000 ettari complessivi il verde previsto a Roma, pari ad 1/3 di tutti gli insediamenti esistenti e programmati.

E’ indispensabile a questo punto rendere chiaro come e perché si è arrivati a queste previsioni; partendo dai 7.000 ettari di vincoli per verde e servizi del vecchio piano, non utilizzati perché il costo calcolato variava da 4 a 6.000 miliardi di lire e che, comunque, erano scaduti per legge. Per far fronte alla situazione, le destinazioni edificabili non cancellate con il piano, sono state sottoposte a nuove regole; cioè al meccanismo di cessione gratuita di alte percentuali di aree per verde e servizi pubblici, a compensazione della edificabilità privata prevista. Chi, ostile a questa soluzione, continua a sostenere anche a Roma l’attuazione dei piani urbanistici sperando di poter utilizzare il meccanismo espropriativo, è fuori dalla realtà e difende soltanto posizioni ideologiche.

A Roma è stato, invece, rifiutato assolutamente il metodo milanese della contrattazione caso per caso, che baratta elevatissime quote di edificabilità privata, con cessioni compensative di aree per usi pubblici assai modeste e variabili secondo le circostanze, senza nessuna garanzia di equità nei rapporti fra istituzioni e proprietà immobiliari. Le compensazioni vanno, invece, normate preventivamente dal piano, come si è fatto a Roma, garantendo un trattamento “uguale per tutti”, diversificato soltanto per categorie di interventi urbanistici.

Compensazioni gratuite, garanzia dei servizi

Nel piano di Roma le aree da acquisire per compensazione gratuita frutteranno ben 5.300 ettari per usi pubblici e in particolare 3.200 ettari di verde pubblico. Per ogni stanza che sarà costruita, le compensazioni gratuite assicurano circa 100 metri quadrati di servizi e verde, cioè cinque volte di più dello standard obbligatorio per legge. E il meccanismo del piano offre l’assoluta garanzia che gli edifici privati saranno costruiti solo se sarà fornita gratuitamente l’area per verde e servizi pubblici.

Nel piano non c’è, però, alcun rifiuto ideologico dello strumento espropriativo. Saranno espropriati i servizi della Città Storica, dove non si è ritenuta opportuna la compensazione, come avverrà in parte nei programmi di recupero urbano e perfino in alcuni casi negli interventi delle Nuove Centralità direzionali. Il grosso degli espropri che saranno effettuati a Roma riguarda, comunque, i comprensori del vecchio Sistema Direzionale Orientale che sono stati confermati e le aree per l’Edilizia Economica e Popolare. Complessivamente si tratta di circa 860 ettari; e sarà dura, sapendo i prezzi che si stanno pagando per i terreni dello SDO.

Si è, dunque, scartata l’idea di confermare il vincolo espropriativo sui 7.000 ettari destinati nel 1962 a verde e servizi; ma per una parte di questi, oltre 2.100 ettari, si è proposto un doppio regime, espropriativo-compensativo. Si è cioè proposta una edificazione alternativa privata a bassissima densità, contro la cessione gratuita per uso pubblico dell’80% dell’area, pari a poco più di 1.700 ettari. L’edificazione concentrata sul 20% dell’area sarà utilizzata per servizi privati dei settori assistenziale, sanitario, educativo, culturale e associativo. E in cambio di 430 ettari di servizi privati, si otterranno in cessione gratuita oltre 1.700 ettari di aree per verde e servizi pubblici: una superficie pari ad 1/10 del Comune di Milano.

Con queste acquisizioni in larga prevalenza compensative e gratuite, la dotazione media comunale per vede e servizi pubblici supera i 33 metri quadri per abitante. Questo parametro medio ha spinto alcuni critici superficiali a suggerire di ridurre lo standard delle destinazioni pubbliche, credendo di poter parallelamente ridurre le destinazioni private del piano. Per la verità se lo standard medio comunale è buono, quello medio di alcuni municipi è ancor più elevato. Il fatto è che i critici superficiali spesso dimenticano le dimensioni del Comune di Roma; dove due municipi sono più grandi del Comune di Milano e talvolta la distanza fra un capo e l’altro di un municipio arriva a 15 chilometri. Succede allora, che in un municipio a standard medio elevato, gli alti standard offerti dalle edificazioni non cancellate ad una estremità nascondano standard troppo bassi dei tessuti esistenti privi di servizi pubblici alla estremità opposta; e che la soddisfazione di queste carenze può essere affrontata soltanto con le compensazioni gratuite ricavate, in cambio della modesta edificazione a servizi privati, dalle aree destinate al cosiddetto doppio regime. Formula che rappresenta un evidente eufemismo: perché l’alternativa alla cessione compensativa di queste aree è l’esproprio al costo di circa 600 miliardi di vecchie lire, pari a 300 milioni di euro.

Le critiche superficiali trascurano anche l’elevatissima quota di verde pubblico o privato realizzata con queste operazioni, all’interno delle quali la percentuale di terreno piantumato e permeabile va dai 2/3 ai 3/4. Ed è strano che spesso queste obiezioni siano motivate da intenti ambientali: che finiscono così per chiedere la riduzione delle destinazioni a verde pubblico, o l’eliminazione di aree piantumate e permeabili pur di perseguire l’obiettivo ideologico nichilista di cancellare qualunque trasformazione dello statu quo, anche se propone una rilevante qualità urbanistica e ambientale. Il disegno concretamente realizzabile messo a punto per il piano di Roma permetterà, invece, di porre ogni iniziativa immobiliare futura al servizio di una qualificazione in profondità dei tessuti edilizi cresciuti senza attrezzature né forma urbana nella grande periferia romana, che saranno ricomposti spesso utilizzando proprio le aree per verde e servizi acquisite gratuitamente con il meccanismo compensativo.

Una strategia possibile contro la rendita fondiaria

Forse il più clamoroso errore del vecchio piano di Roma – che pure nel 1962 fu accettato positivamente dalla cultura italiana – è costituito dalla enorme ipoteca che la rendita fondiaria urbana poneva con quel piano sul futuro della città. Allora il dimensionamento non fu neppure calcolato con precisione: a conti fatti ci si è accorti che, a 2 milioni di stanze disponibili allora per i 2 milioni di abitanti esistenti, le previsioni consentivano di aggiungere altri 3 milioni di stanze. Bisogna riconoscere che la cultura urbanistica non raccolse le battaglie politiche condotte da Aldo Natoli nel Consiglio comunale di Roma contro la rendita urbana; e nel corso degli anni e dei decenni successivi il sovradimensionamento delle previsioni edilizie del piano vigente non ha ricevuto particolari attenzioni da parte della cultura urbanistica e ambientalista.

Soltanto all’inizio degli anni 90 la questione del dimensionamento edilizio è venuta alla luce, per diventare esplicitamente uno dei nodi fondamentali da affrontare. A quel punto però le condizioni giuridiche per risolvere il problema erano molto pregiudicate. Perché, se sentenze e leggi avevano fortemente penalizzato le destinazioni pubbliche (i vincoli) dei piani urbanistici, nessuno aveva messo in discussione le destinazioni private; e mentre le destinazioni pubbliche avevano ormai una validità perfino inferiore a quella del piano (5 anni invece di 10, decisione francamente stravagante, che obbliga a realizzare le previsioni pubbliche nella metà del periodo previsto per il piano), le previsioni private continuano ad avere validità a tempo indefinito. E nessuno degli attuali nichilisti previsionali ha mai affrontato in termini giuridici, culturali e politici il problema di come mettere in discussione le previsioni edificatorie private del piano di Roma e di una buona parte dei piani italiani.

Così la pesante eredità urbanistica ricevuta dalla nuova amministrazione di centro-sinistra che si era impegnata a dare a Roma un nuovo piano, fu un residuo di destinazioni pubbliche non acquisite e scadute per 7000 ettari; e insieme un residuo di destinazioni private non realizzate, ma sempre vigenti, per 1 milione di stanze. Fintanto che una legge non consentirà di porre una scadenza temporale ai diritti di edificazione privata riconosciuti dai piani, questi diritti possono essere cancellati soltanto espropriandoli; un piano urbanistico che basasse la sua strategia sulla pura e semplice cancellazione dei diritti privati residui, sarebbe impugnato e bloccato agevolmente dai ricorsi alla Magistratura di ogni ordine e grado, a cominciare dalla Corte Costituzionale.

Le interpretazioni giuridiche ripetute anche dalla Corte Costituzionale, attribuiscono ad un solo tipo di vincolo la possibilità di cancellare il diritto di edificazione esistente: il vincolo ambientale, imposto sia da un Piano Paesistico, sia dalla istituzione di un Parco Naturale con legge nazionale o regionale. E a Roma si è deciso di sfruttare proprio questa possibilità offerta dalla giurisprudenza, spingendo la Regione Lazio e collaborando con questa per la adozione dei parchi regionali estesi nel Comune di Roma su molte aree residue edificabili, anche se caratterizzate da alti valori ambientali. In sostanza è con questo accorgimento principale che il piano di Roma ha potuto cancellare il 50% delle previsioni edificabili residue, pari a circa 60 milioni di metri cubi; vale la pena di ricordare che alla cancellazione ha contribuito l’eliminazione della edificabilità residenziale in zona agricola, resa possibile dalla scelta di destinare esclusivamente agli usi produttivi e ambientali il territorio dell’Agro Romano.

Una dimensione equilibrata per il piano

Questa riduzione indubbiamente assai drastica, è per altro il massimo risultato ottenibile con gli strumenti giuridici esistenti. Sul residuo edificabile che non si è mai riusciti a cancellare, si è operato in tre direzioni: favorendo in larga misura gli interventi di riqualificazione dei tessuti esistenti rispetto a quelli nuovi; destinando una percentuale assai consistente alle destinazioni terziarie rispetto a quelle residenziali; e infine trasferendo con appositi meccanismi regolati, la quota peggio ubicata del residuo in aree servite dal trasporto su ferro. Proprio perché la maggior parte del residuo non cancellato era stata già selezionata fra quelle servite dal trasporto su ferro.

I nuovi interventi del piano regolatore sono quelli indicati come tessuti della Città da Ristrutturare e della Città della Trasformazione; i primi sono sempre relativi ad aree già edificate, in modo disordinato e assai incompleto, spesso abusive, che vanno riqualificate completandone il tessuto slabbrato e introducendo inoltre servizi pubblici e privati; ma anche fra i secondi, negli ambiti a pianificazione già definita, sono frequenti i tessuti nati abusivamente da recuperare. Così sul totale dei nuovi interventi previsti dal piano, il 60% della superficie riguarda i tessuti esistenti da recuperare e il 40% i tessuti da realizzare ex-novo. Mentre la quota di edificabilità attribuita al terziario sfiora il 40% del totale e raggiunge il 45% con le destinazioni flessibili, praticamente dimezzando il residuo di edificabilità non cancellato. Il piano formula inoltre la proposta innovativa di trasferire intorno alle stazioni del ferro, la quota del residuo di edificabilità mal localizzata dal punto di vista urbanistico e ambientale; e ciò si realizza aumentando dell’8% l’edificabilità residua.

Il dimensionamento complessivo è, comunque, pari a 500.000 stanze equivalenti – fra residenziali, non residenziali e flessibili -, alle quali si aggiungono circa 40.000 stanze equivalenti degli ambiti di riserva per i trasferimenti volumetrici. E il dimensionamento residenziale, che sembra il principale nodo polemico del piano arriva, calcolando anche gli ambiti di riserva, a 300.000 stanze di abitazione. Queste previsioni, confrontate con lo stock edilizio del comune di Roma che è di 4.700.000 stanze, rappresentano un incremento pari al 6%: una quota di crescita fra le più basse in assoluto mai registrate dal piano regolatore in Italia.

Come è possibile considerare il piano sopradimensionato? Si tratta di una previsione da distribuire nell’arco di 10-15 anni, sperando che entro 15 anni il Comune di Roma sia in grado di darsi un altro piano. Dunque una produzione abitativa di 30.000, o piuttosto di 20.000 stanze di abitazione all’anno, potrebbe realmente danneggiare la Capitale? Gli operatori immobiliari parlano, comprensibilmente, di offerta troppo bassa; la domanda è naturalmente anch’essa più alta, ma non è detto che sia domanda solvibile. Il problema non è, quindi, quello di una “crescita zero” per Roma: il vero problema è quello di una crescita di elevata qualità urbanistica e ambientale – e questo il piano lo garantisce – e insieme quello di una politica pubblica e privata per la casa, che realizzi una riduzione dei costi delle abitazioni, in affitto come in proprietà. Ma quest’ultimo non è un obiettivo realizzabile con un qualsivoglia piano regolatore; né un piano che adotti la strategia della crescita zero, sarebbe in grado di influenzare in alcun modo i prezzi del mercato, che essendo un mercato oligopolistico non è in alcun modo proporzionale alla quantità dell’offerta. Senza dimenticare che queste previsioni hanno già dato, o daranno in cambio, una superficie per verde e servizi di oltre 11.000 ettari, che è pari ai 2/3 dell’intero territorio comunale di Milano.

Dallo SDO ai Nuovi Municipi

Il Sistema Direzionale Orientale nacque con il piano del 1962 allo scopo di realizzare la grande intuizione di Luigi Piccinato, che mirava a decongestionare il centro di Roma e a qualificare la periferia orientale con il decentramento terziario. Purtroppo, aver affidato l’operazione al trasporto su gomma e non a quello su ferro, non ha permesso di realizzare quella intuizione; inoltre l’iniziativa partì concretamente soltanto 25 anni dopo l’adozione del piano, quando le aree dello SDO che distavano 4 o 5 chilometri da Piazza Colonna erano già diventate semicentrali, invece di essere collocate nel cuore delle periferie programmate o abusive nate ai margini del Grande Raccordo Anulare e ben oltre questo. Il nuovo piano raccoglie allora la grande suggestione piccinatiana del decentramento terziario, ma la applica in modo radicalmente diverso. Anche perché nel frattempo ha preso forza la nuova strategia del decentramento istituzionale, che tende a trasformare le Circoscrizioni romane nei Nuovi Municipi, perché la popolazione di questi oscilla da quella di Padova a quella di Pavia.

Il piano, quindi, tende a rafforzare l’identità urbana dei Municipi, moltiplicando in periferia i fattori di centralità usati, anche morfologicamente, per creare numerose alternative decentrate alla monocentralità della zona storica, alla quale fino ad oggi si è aggiunta soltanto l’EUR. L’operazione è, dunque, quella di stimolare la crescita di 19 Nuove Centralità, che avranno un ruolo decisivo per trasformare le vecchie Circoscrizioni nei Nuovi Municipi. E già nella prima fase di programmazione anticipata del piano, è stato definito il disegno urbanistico di 8 fra queste centralità “urbane e metropolitane”, dalla Bufalotta al nord, a Tor Vergata al sud, mentre 11 restano ancora da programmare, da Collatino-Togliatti ad est, a Massimina ad ovest. Le sole due Centralità poste ancora in posizione non periferica sono Pietralata (che riutilizza le aree dello SDO già in corso di attuazione) ed Ostiense, che godono di un eccezionale accesso al ferro ed hanno un ruolo decisivo per la riqualificazione di due settori strategici della città.

Le previsioni insediative delle Nuove Centralità, contribuiscono fra terziario e residenza, ad 1/4 della dimensione complessiva; di queste previsioni, insieme ad una larghissima prevalenza di terziario, si è voluto mantenere nelle Nuove Centralità un 16% di previsioni residenziali, considerate la quota minima per evitare la rigida monofunzionalità degli insediamenti. E a fronte di queste modeste previsioni abitative, che le ingiustificate preoccupazioni sul sovradimensionamento insediativo vorrebbero cancellare, si ricorda il rischio che la monofunzionalità potrebbe produrre su questi interventi; cancellando la residenza, diventerebbero tessuti privi di vita una volta cessato l’orario di lavoro, facile preda del degrado sociale e dell’insicurezza.

Per quanto è stato possibile il piano ha, comunque, ricercato la più stretta integrazione fra i vecchi tessuti periferici disordinati e gli interventi che vi introdurranno nuove funzioni e una vitalità oggi sconosciuta. In ogni caso non si deve mai dimenticare l’ampiezza del comune di Roma, che giustifica e rende necessaria una operazione così decisa e originale. Se confrontate con Milano, le posizioni indicate a Roma per far nascere le Nuove Centralità, corrispondono a quelle di Monza, Abbiategrasso o Legnano. E all’operazione darà forza determinante, aver strettamente collegato alla rete del ferro comunale e metropolitana i nuovi insediamenti; che nasceranno così, non come luoghi direzionali isolati, ma come una rete di terziario nella quale ogni nodo aumenterà la forza di tutti gli altri. Una operazione ambiziosa, indubbiamente, ma basata assai più sulla qualità che sulla quantità. A fronte dei 32 miliardi di metri cubi previsti dai 5 comprensori del vecchio SDO semicentrale, abbiamo oggi appena 16 milioni di metri cubi, distribuiti fra 17 Nuove Centralità fortemente periferiche, oltre alle 2 semicentrali la cui localizzazione necessaria non smentisce però il disegno complessivo.

Dal Centro Storico alla Città Storica

Il ritardato sviluppo industriale italiano, insieme al pesante prezzo negativo economico e sociale pagato dal Paese, ha però offerto alle città una condizione assai rara in Europa; salvandone sostanzialmente l’integrità dei preziosi centri storici, altrove prevalentemente distrutti. E’ certamente questa condizione originale che ha maturato in Italia prima che in altre nazioni europee, la cultura dei centri storici; producendo anche negli anni 60 il primo modello di salvaguardia – quello bolognese – poi diffuso in Italia e in Europa. Le condizioni di partenza hanno spinto il modello bolognese a ricercare i valori della storicità in un periodo che termina appunto con la rivoluzione industriale; e in Italia questo approccio culturale alla storicità si è anche sovrapposto a quello razionalista che considerava gli interventi urbani dell’Ottocento e del primo Novecento come ideologicamente negativi e possibilmente da distruggere. E’ questo l’approccio corbusieriano del Plan Voisin per Parigi che, come Haussmann aveva cancellato la città medievale e rinascimentale, progettò di cancellare la città haussmanniana dell’800, sostituendola con anacronistici grattacieli razionalisti in mezzo al verde.

Una delle innovazioni disciplinari che caratterizzano l’urbanistica del nuovo piano per Roma, è allora quella che fa finalmente i conti con i valori storici nelle città italiane e supera il blocco ideologico che li faceva fermare alla breccia di Porta Pia. Tra l’altro utilizzando fino in fondo le analisi propedeutiche di Muratori e Caniggia sulle tipologie, che il piano bolognese sfrutta per le sole tipologie edilizie, mentre a Roma il percorso culturale avanza verso il pieno utilizzo delle tipologie urbanistiche. Il piano di Roma suggerisce, dunque, l’innovazione disciplinare del passaggio dal Centro Storico, che ha per facili confini territoriali la rivoluzione industriale, alla Città Storica, che non ha più confini temporali e si impegna, dunque, nella difficile ricerca dei valori storici da individuare fino ai giorni nostri.

Così al Centro Storico, tutto compreso all’interno delle Mura (1.500 ettari) anche se manomesso dall’Ottocento fino agli anni 50, il piano sostituisce la Città Storica, che interessa i tessuti dell’Ottocento e del primo Novecento, ma i cui valori arrivano a coinvolgere tessuti più recenti dell’ultimo Novecento e riguardano un’area di circa 6.500 ettari. Si comprende allora come, dall’uso delle tipologie edilizie quale unica matrice delle regole di salvaguardia nel Centro Storico, rigidamente disciplinato edificio per edificio, il nuovo piano di Roma estenda alle tipologie urbanistiche la matrice delle regole di salvaguardia per la Città Storica; con un meccanismo che modella la conservazione dei valori storici da conservare, passando dai tessuti medievali da curare fin nel particolare edilizio, ai tessuti dell’Ottocento e del Novecento, nei quali la conservazione interessa prevalentemente aspetti urbanistici.

E all’analisi statica, elaborata cioè una volta per tutte al fine di identificare le regole necessarie per il Centro Storico, si sostituisce una analisi dinamica, aperta ad ogni nuovo contributo conoscitivo futuro, indispensabile per arricchire nel tempo le regole fin da oggi indicate per i diversi tessuti della Città Storica. Piuttosto che ripetere a Roma un modello statico analisi conoscitiva-sintesi pianificatoria come quello bolognese, si è allora scelto un modello dinamico, che anche per i tessuti più antichi non rinuncia a profittare delle future conoscenze per condizionare i futuri interventi. Una concezione dinamica che, dopo aver individuato i tessuti della Città Storica, aggiunge con la Carta della Qualità, le conoscenze già disponibili per le preesistenze isolate storico-archeologiche di tutto il territorio comunale, allo scopo di condizionare qualunque intervento alla salvaguardia dei valori storici localmente riconosciuti.

Un’altra innovazione disciplinare è quella che ha spinto a individuare cinque grandi ambiti di programmazione strategica, che investono prevalentemente la Città Storica: il Tevere e l’Aniene, le Mura, il Parco archeologico monumentale, l’asse virtuale Flaminio Fori Eur e la Cintura Ferroviaria. Si tratta di grandi segni della forma urbana, sui quali il piano pone l’attenzione per l’importanza degli interventi di conservazione che richiedono, ma anche per le grandi occasioni che offrono. Non è sembrato assolutamente lecito che il piano proponesse per questi ambiti una qualunque, esplicita proposta di trasformazione urbanistica. Che nel quadro della pianificazione processuale già iniziata, potrà maturare per gradi, anche in funzione delle occasioni che la città realizzerà al contorno; a cominciare dall’aumento della mobilità su ferro, che potrà ridurre lo stato di necessità di alcune strade, permettendone un uso meno subalterno al traffico di quello attuale. Un approccio complessivamente nuovo, di alto valore scientifico, con cui i valori storici di importanza decisiva per Roma sono stati affrontati, colmando un vuoto culturale che a Roma durava da troppo tempo e che offre preziosi avanzamenti alla disciplina, validi per tutto il Paese.

Adottare il piano per Roma

Il piano è pronto per l’adozione in Consiglio Comunale, anzi l’iter di adozione è già cominciato, in Giunta, nei Municipi, nelle Commissioni. Le dimissioni anticipate del Sindaco Rutelli, candidato premier per l’Ulivo alle elezioni politiche del 2001, avevano interrotto un iter iniziato due anni fa, che altrimenti avrebbe potuto già essere concluso. La nuova Amministrazione Veltroni ha fatto propria pienamente l’eredità, confermando l'impegno di dare a Roma il nuovo piano; e ha profittato delle circostanze per affinare e perfezionare un progetto che, comunque, nelle sue linee essenziali non è certamente cambiato. Il maggior tempo disponibile, se ha permesso a molti nella società civile e politica, come negli ambienti culturali, di maturare una maggiore consapevolezza del piano, ha anche provocato le ultime polemiche, il più delle volte basate sulla cattiva informazione, ormai difficile da comprendere.

L’obiettivo che il sindaco Veltroni si è dato, di ottenere il voto del Consiglio Comunale entro il 2002, resta probabilmente valido, anche dopo la decisione dalla Regione Lazio di prorogare per dodici mesi il quadro legislativo che fa da sfondo al piano. Non so se tale proroga sarà utilizzata o meno dalle forze politiche presenti in Consiglio; ma se dei dodici mesi sarà utilizzato un breve periodo, non credo ci sia molto da preoccuparsi. Altro sarebbe se i tempi di adozione dovessero slittare ampiamente nel tempo; perché ciò aprirebbe un interrogativo preoccupante sulla reale possibilità di arrivare all’adozione in Consiglio Comunale. Nel quale caso ogni parte politica si prenderà la propria responsabilità.

Ciò che indubbiamente oggi può preoccupare, è la possibilità che la proroga offra l’occasione a forze politiche e ad ambienti culturali, per riaprire la vertenza del Nuovo Piano Regolatore di Roma. Per quanto riguarda quegli ambienti culturali che non hanno mai risparmiato all’operazione urbanistica romana, gli strali più acerbi e il più delle volte oggettivamente ingiustificati, questo è il momento per dimostrare che la polemica era frutto di passione intellettuale e mirava soltanto a migliorare lo strumento urbanistico.

Nessuno può illudersi che il progetto di piano attualmente in corso di adozione non sia ancor oggi perfezionabile; ma la sua redazione con il metodo processuale ha costruito questo progetto passo a passo, sottoponendo ogni fase al vaglio del Consiglio Comunale. E anche se non sempre ciò viene ricordato, ogni tessera del mosaico non è fine a se stessa, ma al contrario rappresenta una parte essenziale della strategia generale; e cambiando quella tessera è l'intera strategia che viene messa in discussione. Ad esempio, eliminando unilateralmente una delle previsioni non cancellate, ma trasformate, non è solo questa scelta che rischia di essere impugnata di fronte alla Magistratura; è l'intero meccanismo selettivo che rischia di saltare giuridicamente, perché questo meccanismo si basa su un trattamento uguale per tutti i soggetti che si trovano nelle stesse condizioni.

Così come è stata ricordata l'impossibilità di ridurre lo standard medio delle dotazioni di verde e servizi, al solo scopo di produrre una modesta riduzione delle non certo alte previsioni residenziali; perché per farlo bisognerebbe ridurre la quota delle cessioni compensative di aree gratuite prevista per tutto il piano, senza poter ridurre l'edificabilità - e perché mai, allora, rinunciare a centinaia o migliaia di ettari gratuiti ? - oppure privare molte zone periferiche carenti di verde e servizi delle dotazioni pubbliche previste per tutte le zone della città. Come mai c'è ancora qualche romano che non conosce l'apologo di Trilussa sul mezzo pollo della media fasulla ?

Bisogna, allora, riconoscere che l’operazione culturale del piano di Roma costituisce l’impegno più ragguardevole messo a punto in questi anni nel campo della disciplina urbanistica. E che, dunque, è giusto e necessario adottarlo. Per l’enorme ritardo che sta alle spalle del nuovo piano, per l’eccezionale dimensione fisica e problematica che il piano ha affrontato, per l’originalità delle numerose innovazioni che il piano presenta, per il valore emblematico culturale e politico che può avere oggi il piano regolatore di Roma. E perché questo, certamente più di altri piani italiani di oggi, si presenta come un piano riformista, senza aggettivi, ma carico di concreta progettualità innovativa. Mi auguro che l'Amministrazione Comunale condivida queste valutazioni e con un atto storico adotti quanto prima il nuovo piano regolatore di Roma.

Pur con un alto numero di anticipazioni che risalgono all’inizio del XIX secolo ed ancora più indietro, la letteratura prima sulla profonda mutazione e poi sul disfacimento della città ha occupato negli ultimi quarant’anni, con progressiva accelerazione, lo spazio più ampio negli scritti di pianificazione, di sociologia urbana e di disegno urbano. Regione metropolitana, città diffusa, dispersione e concentrazione, mobilità, comunicazione immateriale hanno mosso descrizioni e tentativi di interpretazione dell’esistente mescolandosi ad accanite difese dei monumenti e dei tessuti storici, a tentativi di organizzazione dell’espansione o al contrario alla sua completa deregolazione, nell’ideologia dalla restituzione di un automatico (ed illusorio) equilibrio dello sviluppo. Queste preoccupazioni, ben giustificate da molti motivi, si sono in molti casi rovesciate, nonostante la drammaticità delle contraddizioni, in entusiasmo estetico e sociale in mancanza di proposte alternative fondate.

Pietro Rossi nell’introduzione alla sua ricerca sui modelli di città, circa 40 anni or sono ha ipotizzato (ma certo non è stato il solo) la cessazione del fenomeno urbano così come esso si è caratterizzato (soprattutto in Europa) negli ultimi 2000 anni. Eppure noi seguitiamo a muoverci tra città. Prendiamo un aereo, un’autostrada, un treno per andare da una città all’altra, ne riconosciamo la presenza anche se il costruito si è confuso con la campagna. Seguitiamo a nominare città piccole o grandi, Parigi o Orvieto, Monaco e Bath, persino Shanghai o Città del Messico, identificandole senza troppi dubbi. Il numero di abitanti delle città è enormemente aumentato anche se questo ha prodotto intensificazioni e sviluppi abnormi delle città stesse, sino al cambiamento della loro identità ma non della loro natura urbana. La coreografia interpone ancora spazi (forse non più di natura) che permettono di individuare le città pur con tutte le loro deformazioni.

Questo spostamento di interessi e di attenzioni della cultura dell’insediamento non è però senza conseguenza. Da un lato descrive e cerca di conoscere la natura dei nuovi fenomeni di ampliamento e di diffusione ma dall’altro trasferisce più o meno consciamente i risultati di questa sociologia della constatazione nel fatto urbano (più o meno consolidato) cercando di conferirgli, in modo del tutto improprio, i caratteri morfologici provenienti dalla diffusione e dalla deregolazione ma soprattutto abbandona lo studio sulla città e la cultura del suo rinnovamento in termini di proposte appropriate. Proposte appropriate, appunto, e non solo difese (spesso per giustificata paura del peggio) od offese (sovente per imitazioni servili a ciò che si pensa ipermoderno, cioè futuro).

Né i rinnovamenti in corso in Italia promettono di più. A Milano il concorso per la grande centralissima area un tempo occupata dalla Fiera ha visto allinearsi una serie di star internazionali (anche con alcuni ottimi architetti) ma tutti scelti tra coloro che nella loro carriera hanno dimostrato scarsissimo interesse al disegno urbano: anche se la scelta sarà alla fine determinata essenzialmente dall’offerta economica, che a sua volta fisserà difficili condizioni a partire da una alta densità.

Certo la ricostruzione della parte del «Chado» di Lisbona dopo l’incendio è un caso (raro) di rinnovamento architettonico di alto livello civile ma persino la straordinaria tradizione urbana di Amsterdam capace di miracoli come Amsterdam sud, è in gravi incertezze nelle sue decisioni di ampliamento. E l’elenco (almeno per l’Europa) potrebbe continuare. Ciò che sospetto è che non siano tanto le condizioni economiche e funzionali (anche se la speculazione immobiliare gioca un ruolo ancora più importante da quando tra gli speculatori si elencano anche le istituzioni pubbliche) quanto l’assenza di una cultura urbana attiva e di una esigenza collettiva alla ricerca di sé.E’ solo in questo quadro generale che si deve collocare anche il degrado delle periferie: sia quelle interne che quelle esterne, come caso quantitativamente significativo. Di recente sui quotidiani italiani sono comparse molte denunce intorno allo stato sociale delle periferie (ma ci voleva proprio questo orrendo delitto di Rozzano per accorgersene?) ed anche molte accuse direttamente nei confronti dell’ambiente fisico costruito ed anche naturalmente dei progetti degli architetti. Solo l’articolo di Michele Serra pone il problema strutturale della relazione tra bellezza e ragione, o ancora di più tra qualità ambientale e qualità della vita, mettendo in gioco la responsabilità di costruttori, architetti, istituzioni (non si tratta di categorie ma di insiemi internamente molto diseguali) intorno alle questioni che discute. Certo l’ambiente fisico non è tutto ed il modo come esso viene socialmente vissuto, le questioni di sradicamento è radicamento, di povertà, di dissociazione sono assai più ampie: ma cominciamo almeno dal problema architettonico con tutti i suoi limiti.

L’articolo di Serra è comparso sullo stesso numero di Repubblica su cui si annuncia, in una piccola nota, che dopo una trentina di anni di dimenticanza, l’amministrazione di Palermo si è accorta che al quartiere Zen mancano i servizi principali e vorrebbero provvedere.

Poiché il quartiere Zen di Palermo (insieme con il Corviale di quel bravissimo architetto che fu Mario Fiorentino) è ormai da molti anni sotto accusa come luogo esemplare del degrado, è necessario parlarne. La sua storia è esemplare come appunto storia di degrado (rimando per chi volesse conoscere i dettagli al bel libro scritto da Andrea Sciascia sull’argomento). Il concorso vinto nel 1969 restò congelato per contrasti speculativi per qualche anno (sindaco Ciancimino). Poi si cominciò a costruire avendo cura di estromettere i progettisti da ogni possibilità di controllo. Vennero costruite in parte solo alcune «insulae», come erano stati definiti gli isolati di 3-4 piani (niente «grattacieli senza vanità», come si vede) che cercavano di proporre insiemi comunitari di scala inferiore al quartiere. Erano previste in progetto due scuole, un centro di servizi e negozi, un centro sportivo e un gruppo di edifici per attività artigianali o di lavoro organizzato. Niente di tutto questo fu mai eseguito. Gli aventi diritto trovarono gli alloggi già abusivamente occupati e per quasi venti anni non funzionarono né le fognature, né gli altri servizi tecnici indispensabili, per non parlare naturalmente del verde. Ad un certo momento una delle insulae venne incendiata e abbandonata, e così è rimasta. Le uniche due insulae costruite e felicemente abitate sono chiuse da cancelli per difendersi dalla piccola criminalità. Le condizioni abitative offerte dal progetto erano infinitamente migliori di gran parte del costruito a Palermo durante gli ultimi 50 anni, ma niente resiste all’abbandono. Provate ad immaginare una villa palladiana abbandonata, senza servizi ed abusivamente occupata da persone senza mezzi per un ventina d’anni.

Qui a Londra (da dove scrivo) ho visitato ieri, a distanza di più di vent’anni, due quartieri popolari, Roehampton ed il Golden Lane, che hanno avuto fortune sociali molto differenziate. Il primo, costruito dagli architetti del soppresso (dalla signora Thatcher) London County Council nei primi anni Sessanta e nell’oggi odiato stile razionalista, ha avuto una vita felice e ben gestita, il secondo, disegnato dai bravissimi architetti Alison e Peter Smithson alla fine degli stessi anni, è stato abbandonato a sé stesso, non finito, occupato da abusivi e costante teatro di delitti. Oggi, risistemato, completato e razionalizzato, presenta opportunità abitative di una qualità assai superiore alla media della periferia londinese.

Tutto questo non vuole scagionare le colpe degli architetti, che sono molte, proprio nell’ambito delle responsabilità specifiche della costruzione di un ambiente urbano civile: almeno nelle premesse progettuali. Queste questioni, ha ragione Michele Serra, dovrebbero essere pane quotidiano non solo della discussione politica ma delle sue attuazioni perché «quando ci si arrende al brutto si smette di ragionare sulla propria vita quotidiana».

Che la Coppa America sia un'occasione che Napoli non deve perdere è opinione su cui davvero pochi possono dissentire. Altro è il modo con cui arrivarci. L'amministrazione comunale sta provvedendo a rispondere alle 81 domande poste dagli organizzatori della competizione. Tre sembrano essere le carte di Napoli. Il golfo garantisce condizioni di gara che sono simili a quelle di Auckland su cui è stata tarata la barca vincitrice della precedente competizione. In secondo luogo Napoli è fornita di tutti i requisiti sufficienti a reggere le trasmissioni del grande fenomeno medianico che la Coppa America determina. Ultimo, ma non secondario elemento, c'è una grande area disponibile, quella di Bagnoli, come base logistica.

Di quest'area si conoscono gli incresciosi ritardi con cui è proceduta l'opera di risanamento, e come essi potevano essere già iscritti nelle iniziali previsioni, dati i vincoli espliciti ed impliciti con cui fu costituita la società che doveva operare il disinquinamento. Sono stati spesi molti soldi, molti altri debbono essere spesi. C'è stato su ciò un contrasto tra gli enti locali e il governo che pare ora superato in una comune prospettiva di rilancio della città. Il modo con cui sigillare questa sorta di nuovo patto politico per Napoli sarebbe il cosiddetto «accordo di programma». Uno strumento amministrativo che semplifica le procedure, consente di procedere in deroga ai vincoli esistenti, abbrevia i tempi, dovrebbe comportare una maggiore efficacia nell'esecuzione dei progetti.

Sui poteri di deroga che un tale strumento comporta si sono elevate giustificate riserve. Deroga a che? Al piano urbanistico di Bagnoli approvato quattro anni fa dal Consiglio Comunale di Napoli, dopo un serio dibattito che è approdato ad una destinazione di quell'area largamente condivisa? E perché? Il piano urbanistico di Bagnoli contiene in se tutti gli elementi che possono soddisfare i problemi organizzativi della Coppa America.

L'idea, che è serpeggiata anche su qualche giornale, che gli organizzatori della manifestazione sono interessati ai possibili affari edilizi che potrebbero realizzarsi a Bagnoli, fuori da qualsiasi regola, è un'idea molto napoletana, che, per atavica arretratezza, non vede altra forma di profitto che la speculazione edilizia, anche dinnanzi ad un evento che, tra sponsorizzazioni, diritti mediatici e quant'altro, eleva su queste voci cifre a cui nessun guadagno di costruttore edile può sognare di raggiungere.

Il piano urbanistico di Bagnoli, senza essere speculativo, prevede una struttura alberghiera di 1500 posti letto, che non è poco, e un'edilizia abitativa per trecento mila mc, pari a mille alloggi. Il piano particolareggiato, ora all'approvazione del Comune, formalizza questo comparto con una vasta area di case a soli tre piani, che ricorda molto il Villaggio Olimpico di Roma, trasformato, subito dopo le Olimpiadi del 1960, in quartiere residenziale, ora uno dei più ambiti della capitale. Non si vede perché analogamente a Bagnoli non si avvii subito la realizzazione di questo comparto, per destinarlo durante la competizione ai team, alle trouppe televisive, ai servizi organizzativi e giornalistici, etc. Si aggiunga che la struttura alberghiera sempre nel piano, è collocata a ridosso della piattaforma a mare e l'area dell'edilizia abitativa poco distante. Polemiche inutili anche sulla piattaforma, che il piano prevede giustamente di smantellare, ma il termine può essere differito a dopo la competizione, con previe garanzie per tutti. Meglio ancora sarebbe realizzare il porto turistico previsto dal piano urbanistico di Bagnoli e garantire eventualmente la necessità di costruzione delle rimesse delle barche in competizione su di una parte residuale della piattaforma. Come si vede non c'è sostanziale incompatibilità tra il piano urbanistico di Bagnoli e le necessità della Coppa America. Se ritocchi funzionali e provvisori sono necessari, l'accordo di programma può provvedervi con indicazione motivata e specifica degli interventi.

Napoli ha una storia urbanistica che parla chiaro, le poche volte che ci si è mossi su una direttiva urbanistica, come fu il piano delle periferie, per l'azione del Commissariato post terremoto, si è fatto bene. Le molte altre volte che ci si è mossi su esigenze prevalentemente speculative si è determinato il grande disastro urbanistico della città.

Proceda subito il Consiglio Comunale a varare il piano particolareggiato di Bagnoli. L'eventuale accordo di programma potrà così procedere proficuamente con riferimento ad esso. Tutto ciò è possibile, mentre, con questa amministrazione, non dovrebbe essere neppure plausibile ricalcare il più cieco malcostume urbanistico della città.

Le previsioni urbanistiche per Bagnoli

Una immagine del PP di Bagnoli

Allora, da dove cominciare? Rozzano, follie, ammazzamenti, crisi sociali. Come al solito si parte dall'emergenza o meglio ci si accorge duramente della quotidianietà del vivere nelle nostre città brutte e piene di padelle rivolte verso l'infinito alla ricerca della falsa felicità.

Mariangiola è scandalizzata, direi incazzata, per le fesserie partigiane e ignoranti che il bischero di turno spara ad alzo zero: è la moda della fase storica alla quale non ci si deve rassegnare e ben fa Mariangiola ad arrabbiarsi, visto il popò di fonte: Milano 2 e dintorni.

Però Serra e lo scritto di Edoardo ripropongono alcuni dei temi che sono stati e rimangono, in quanto non superati, problemi grossi: la spaventosa inciviltà della qualità degli spazi urbani e della città moderna italiana, la pessima qualità delle progettazioni architettoniche ed edilizie.

Qualità: chiave di volta di ogni discorso sull'urbanistica e sulla città. Bellezza (altra parolaccia di cui spesso si è diffidato e si continua a diffidare) e qualità che non siano il casale in Umbria e in Maremma, dice Serra, ma tratti correnti dell'agire.

Insomma: si può vivere bene nelle nostre città, possiamo tutti aspirare a una qualità che non sia solo lo slogan di un convegno ? Abbiamo o no diritto a vivere bene dentro e fuori la casa dove abitiamo, anche se non c'è la piscina e non c'è la vista sulle colline di Montemerano spruzzate di oliveti e rigate dalle viti? Possiamo aspirare a vivere in spazi cittadini un pò più civili ed europei, in cui forse anche il bello ha un suo ruolo riconosciuto, o dobbiamo rassegnarci al bel vivere all'italiana ? Perchè se è vero che le Milano 2 sono speculazioni e se è vero che sono indirizzate a precise domande abitative espresse dai redditi alti, se è vero che i quartieri sorti negli anni del boom edilizio a Roma e nelle città italiane, quelli dei palazzinari d'assalto, hanno densità indiane e sono rivolte al ceto medio, è anche vero che spesso la qualità urbanistica ed abitativa dei quartieri e dell'edilizia residenziale pubblica sovvenzionata, in Italia è veramente oscena. Rozzol Melara a Trieste, tanto per dire un caso bestiale. Farci un giretto fa inorridire: mi sono sentito in colpa quando l'ho visto.

Colpa dei "comunisti" ? Colpa degli "urbanisti comunisti" ? Colpa dell'urbanistica ? Responsabilità, errori, si non c'è dubbio.

Basta pensare contro quale difficoltà culturale ci si scontra quando si parla di spazi urbani: si va dall'arredo (panchine, segnaletica, lampioni, pavimentazioni, cestini, ecc.) che comincia a vedersi spesso con esiti incerti e cialtroni demandando alla panchina la soluzione facile delle indicibile falle delle nostre città, alle strade residenziali che non sono solo una soluzione viaria dei vigili urbani ma sono vere pianificazioni urbanistiche di dettaglio e progetti di intervento mirati ad elevare ed a recuperare la qualità e anche la bellezza dei quartieri attraverso il restauro ed il riuso dello spazio urbano aperto. A Udine in questi giorni l'Amministrazione comunale ha programmato ben dieci aree urbane cittadine da trattare come le strade residenziali olandesi mediante specifici piani particolareggiati di iniziativa pubblica. Tre sono quasi pronti. Si tratta di un passo culturale significativo nel verso di una ricerca ed attuazione di qualità e di bellezza.

Certo: l'esigenza di dare risposte alla fame di case si è rivelata una facile scorciatoia dove il concetto di bellezza e di qualità apparivano fronzoli, sovrastrutture borghesi. E' storia del nostro Paese, è storia di noi italiani. Ma mi pare così elementare e civile convincersi che il diritto alla bellezza ed alla qualità urbana non ha limiti di censo.

Certo le sentenze sui vincoli si sono rese corrresponsabili dei risultati anche della qualità urbana. La ricerca delle economie di scala (vi ricordate del tunnel ?) nella ERP pure. E il facile falso egualitarismo che è la perequazione non credo che porterà tanto lontano. Però una certa cultura - i falainsteri, per gli altri - dell'architettura e dell'urbanistica ha avuto un peso rilevante, ha in qualche modo legittimato svariati scempi. Rozzol Melara a Trieste, come accennavo prima, e non solo. Certe schifezze a Roma, a Genova, a Napoli, certi quartieri a Bologna, a Palermo, ovunque. Ce li abbiamo davanti agli occhi quotidianamente, purtroppo.

Quante volte la bellezza è tutt'ora oggetto di battaglie perdenti in Italia ?

Forse in fondo noi italiani preferiamo interessarci della bellezza del tavolo nel tinello di casa nostra, ma se sul portone del palazzo dove abbiamo la nostra casa c'è una merda di cane, ce ne freghiamo e la lasciamo lì: il portone mica è nostro.

Concludo questi piccoli ragionamenti. Eccome se c'è della responsabilità nella cultura architettonica e urbansitica italiana, così come c'è nella politica e nell'economia che hanno sancito la costruzione delle città italiane, perlomeno nel secondo dopoguerra. Che poi l'ignorante di turno scarichi le oscenità delle città italiane sulle spalle dell'urbanistica è una provocazione che va rigettata. Come se le amministrazioni locali democristiane in primis, i costruttori, le banche e il capitale, i proprietari fondiari fossero estranei. Il blocco edilizio evidentemente per costui è un mattone forato. Povero strullarello: ma chi vuol prendere per i fondelli. Se ne stia nella sua Milano 2 che in Maremma non lo vogliamo.

Ora difendete Bagnoli dalle speculazioni L’articolo di Pasquale Coppola

La maratona consiliare che ha consentito l´approvazione definitiva del piano regolatore segna un passo consistente di Napoli verso la normalità. Un passo tanto più importante in quanto viene in una fase surriscaldata della vita cittadina, che ha fatto ipotizzare in più di una circostanza una caduta della tensione innovatrice avviata con la prima giunta Bassolino.

L´adozione del documento segna anzitutto un successo di Vezio De Lucia, che ne ha disegnato l´impostazione e si è dovuto sorbire non poche critiche per aver rinunciato a strumenti, come il piano strategico, considerati più agili e moderni, in favore di un saldo e articolato quadro di legalità: la vera grande innovazione in una città che delle regole stracciate o inapplicabili aveva fatto a lungo la sua principale cifra urbanistica. Altro protagonista del successo è Rocco Papa, che ha gestito la ponderosa eredità di De Lucia con diplomatica e tranquilla determinazione. Né va dimenticata la capacità collettiva esibita dall´ufficio urbanistico comunale, che ha svolto con grande cura ed eccellenti risultati un´impressionante mole di lavoro.

Ma, se questi meriti si colorano in parte di tinte professionali, vi è un indubbio merito politico da attribuire al consiglio nel suo insieme. Perché, al di là delle lentezze e degli scontri esibiti, ha finalmente espresso il segno di una volontà di decidere nell´interesse comune della città. Un sussulto di dignità, applicato per di più a un buon documento.

Il piano uscito dal consiglio mostra solo ritocchi marginali rispetto alla stesura originaria. E´ stato opportunamente respinto un tentativo dell´ultima ora di lasciare aperta la porta a un futuro intervento di ristrutturazione di qualche ambito del centro storico; il vecchio edificato potrà invece, grazie alla minuta classificazione tipologica, essere oggetto degli interventi consentiti senza i ritardi e i rischi di ulteriori passaggi. E´ stato, intanto, sollecitato il piano esecutivo già previsto che dovrà concretizzare le condizioni per il risanamento e l´attrattività di Napoli Est.

E sono stati correttamente rinviati alla scala regionale e alla negoziazione con altri protagonisti territoriali la delocalizzazione dello scalo aeroportuale e quella dei depositi petroliferi. Sullo sfondo di queste ultime decisioni, del resto, si muovono alcune apprezzabili iniziative già assunte da Provincia e Regione: studi e documenti ai quali l´area metropolitana fa da spazio pertinente di riferimento.

Il governo cittadino, comunque, non può affatto riposarsi sugli allori delle decisioni appena assunte. Incombe la severa scommessa del progetto esecutivo di Bagnoli, con le quotidiane tentazioni di aprire nell´urbanistica per i cittadini e per la quotidianità qualche breccia speculativa motivata da occasioni più o meno "straordinarie". Del resto, ora che il piano c´è, la sfida più seria è proprio quella di farne una serena normalissima gestione, cogliendone le opportunità e suscitando interlocutori validi per trasformarlo in un efficace strumento di vaglio e promozione. Cominciano già a manifestarsi i segni di interessi rilevanti, anche a livello internazionale, e non ci sono più alibi per non affrontarli, verificandone la compatibilità.

PASQUALE COPPOLA

Mille case in piùLa cronaca di Ottavio Lucarelli

Mille case in più e meno servizi nel Centro direzionale, incentivi per i costruttori che investono in aree degradate del centro storico, una Società di trasformazione urbana (Stu) come a Bagnoli per rilanciare l´economia nell´area Est. Sull´aeroporto di Capodichino deciderà la Regione, che sarà coinvolta anche in un accordo di programma per delocalizzare i depositi petroliferi dalla zona orientale.

«Hanno vinto la città e il Consiglio» urla di gioia il sindaco Rosa Russo Iervolino. Passa alle 8 del mattino in consiglio comunale il nuovo piano regolatore che completa il ridisegno della città (la variante per Bagnoli risale al 1996). Passa il piano in seconda lettura e ora manca solo il visto del presidente della Regione per renderlo efficace. Un piano avviato negli anni '90 dall´ex assessore Vezio De Lucia, condotto in porto dal vicesindaco Rocco Papa («siamo l´unica grande città a varare il Prg») e accompagnato in ogni sua fase da Roberto Giannì, coordinatore del Dipartimento urbanistica. Dopo una maratona di dieci anni e ventuno ore (tanto è durata l´ultima seduta) vota a favore il centrosinistra, dicono no Forza Italia e il consigliere Mario Esposito (unità delle sinistre) mentre An esce dalla Sala dei Baroni. Un piano che si divide in due blocchi: una parte normativa e una mozione di indirizzi (favorevoli centrosinistra e Polo, contrario solo Esposito) che è un concentrato di compromessi.

Capodichino - Nella parte normativa il Comune conferma la delocalizzazione, ma in un emendamento votato assieme da Ulivo e Polo si legge tutt´altro: «Le scelte devono tener conto del piano aeroportuale campano». La scorsa settimana, singolare coincidenza, la giunta della Regione ha presentato assieme a Forza Italia lo studio di fattibilità in cui è previsto un city airport.

Centro storico - Ulteriormente ampliato a 1900 ettari comprendendo quanto edificato fino al '43, il centro storico è sottoposto alla normativa dell´analisi tipologica degli edifici. Una normativa quasi esclusivamente per intervento diretto. Fin qui tutto confermato. Ma segue la mozione che rende felici i costruttori: «Il Comune provvederà alla redazione di piani integrati concentrando nelle aree degradate le risorse disponibili».

Centro direzionale - Un ribaltone. Nell´area da completare era previsto il 70 per cento per i servizi e il 30 per le residenze. Ora il rapporto è fifty-fifty.

Napoli Est - La novità è nella mozione che «impegna il sindaco a presentare un piano esecutivo per l´area Est da portare all´approvazione del Consiglio nel più breve tempo possibile».

Depositi petroliferi - La parte normativa conferma la delocalizzazione. Altro discorso negli indirizzi: «Il trasferimento comporta un piano con la Regione e i Comuni che ospiteranno i nuovi impianti». E ancora: «Saranno definite forme transitorie di prosecuzione delle attività di stoccaggio» accogliendo una richiesta degli industriali.

Ponticelli - Lievitano da 0.1 a 0.5 metri cubi per metro quadrato le cubature per realizzare una megastruttura commerciale. Su questo punto ha votato contro il presidente del Consiglio, il diessino Giovanni Squame. Proprietaria dei suoli è la società Vignale.

I francesi - Un piano che a pieno regime, in uno studio del Politecnico di Milano, prevede sedicimila posti l´anno nell´edilizia. Ieri il vicesindaco Papa ha ricevuto una delegazione dell´ambasciata francese interessata a realizzare alberghi, porti, insediamenti industriali e sistemi di trasporto.

Bagnoli - Il ministro Tremonti ha firmato il decreto che sblocca 75 milioni di euro per completare la bonifica dell´ex Italsider. Ora l´atto passa alle Camere. La Iervolino ha parlato ieri con Pera e Casini e domani sarà in Parlamento.

Le vicende e i materiali sulla pianificazione a Napoli nel sito della Casa della città

Caro Eddy, due o tre veloci considerazioni sulle periferie, cominciando dal tuo giudizio, francamente troppo sbrigativo [vedi link in calce-ndr], sugli "errori" delle Vele, dello Zen, di Corviale. Anche tu cadi nel tranello di attribuire a certe soluzioni architettoniche, o addirittura a certi architetti, responsabilità che appartengono invece al modo in cui quei quartieri sono stati gestiti. Ti ricordi la parola d'ordine che accompagnava le grandi manifestazioni popolari (e le grandi speranze di progresso e di riforma) della fine degli anni Sessanta: "la casa come servizio sociale"? Fummo tutti impegnati nel tentativo di trasformarla in pratica sociale. Ci hanno provato anche alcuni architetti, fra i migliori che hanno operato in questo paese. Le Vele, lo Zen e Corviale sono una generosa configurazione architettonica di quella parola d'ordine. Io sono d'accordo con te che la residenza ordinaria dev'essere tessuto e non monumento, eccetera, eccetera. Ma non credo che questo convincimento possa essere imposto per norma. Finiremmo nell'estetica di stato. In altre società e in altre epoche la "monumentalizzazione" della residenza ordinaria è andata a buon fine. E anche a Napoli, a Palermo e a Roma le cose potevano andare diversamente se non fosse successo che i tre quartieri di cui parliamo sono stati, tutti e tre, oggetto delle più selvagge e criminose occupazioni abusive che si ricordino. Gli edifici furono sistematicamente vandalizzati. Nelle Vele, alte fino a 15 piani, non sono mai entrati in funzione gli ascensori. Per lustri è mancata acqua e luce. Per non parlare di quello che succedeva tutt'intorno, terra di nessuno dove, tra l'altro, non sono mai state realizzate le urbanizzazioni previste. E dove prosperavano delinquenza e malavita. Nell'inerzia, talvolta peggio, dei pubblici poteri. Franco Ferrarotti ha scritto che il "serpentone" di Corviale resta un monumento all'insipienza di chi ha scambiato i valori collettivi con la mancanza di rispetto per i diritti individuali. E' una belle frase, ma è sbagliata. Mi pare che negli ultimi anni a Corviale abbia infine prevalso la ragione e il quartiere è adesso avviato a diventare ordinario. Penso che fra dieci anni possa essere, come pensavano Mario Fiorentino, Gino Petrangeli e altri, un quartiere modello. Non so niente dello Zen. Potrei scrivere a lungo, e in parte l'ho fatto (cfr. Napoli, cronache urbanistiche, Baldini e Castoldi) delle Vele. Lì era stata scelta la strada della demolizione, accompagnata da un'insopportabile retorica sul piccone risanatore. Scampìa, è un mostro istituzionale. E' addirittura una circoscrizione di Napoli, 30 - 40 mila abitanti (le Vele ne sono un frammento), fatta esclusivamente di edilizia pubblica. Non c'è altro che edilizia pubblica, neanche una casa di edilizia privata, un ufficio, un negozio. Solo edilizia pubblica, di basso rango. In un orizzonte di inverosimile povertà, con la disoccupazione al 60 per cento. A che serve demolire le Vele, se non si trasforma radicalmente il contesto? E' quello che abbiamo cercato di fare, portando a Scampìa l'università (nelle Vele), la metropolitana, importanti uffici pubblici e privati, anche residenze di iniziativa privata. Ma nessuno ha saputo sottrarsi, da Bassolino in giù, alla soddisfazione della dinamite. Che sarebbe meglio, a certe latitudini, riservare all'abusivismo. Par non fare un polverone che confonde il brutto (presunto) con l'illegale.

Ancora due parole sulla questione delle periferie. Secondo me, chi si occupa di governo del territorio, deve partire dal fatto che, delle tre funzioni essenziali di un sistema urbano - abitare, lavorare, consumare - le ultime due nelle periferie mancano, o sono assolutamente marginali. Per quantità e qualità. A Firenze, gli abitanti di giorno (popolazione reale o city users) sono il doppio dei residenti ufficiali. Nella periferia di Napoli ci stanno il 45 per cento dei residenti e solo il 32 per cento dei posti di lavoro. Rispetto alla provincia, a Napoli si concentra un terzo della popolazione e il 51 per cento dei posti di lavoro. Nella media delle grandi città italiane, per ogni pendolare che esce dal capoluogo, ne entrano 4,5. Quando esisteva l'urbanistica, si cercava almeno di correggere questi difetti (ti ricordi lo Sdo?). Adesso, con il rito ambrosiano e simili, la polarizzazione centro-periferia sarà sempre più esasperata. Sempre per colpa dei comunisti. Che portano sfiga.

Un'ultima telegrafica osservazione riguardo al disegno di legge del ministro Urbani sull'architettura di qualità. Te ne sei già occupato. Ti immagini che può succedere se si determina una contaminatio con la questione delle periferie. Bisognerebbe ricordare quel che ripeteva Cederna e cioè che la buona architettura nasce solo dalla buona urbanistica.

NAPOLI — Partono i lavori di riqualificazione dei porti campani. In totale saranno 980 i nuovi posti barca mentre ne verranno riqualificati altri 3850 per una spesa complessiva di 165 milioni di euro.

Questa volta però, è certa anche la data di apertura dei cantieri: entro il 2005 anche se già dalla prossima estate iniziano i lavori di messa in sicurezza. Anticipazioni che l’assessore regionale ai trasporti, Ennio Cascetta ha illustrato, ieri mattina, nel corso di una tavola rotonda sulla portualità al “ Nauticsud”. « In particolare — spiega l’esponente di Palazzo Santa Lucia — sono stati approvati otto studi di fattibilità tra quelli presentati alla prima fase di selezione prevista dal nostro bando. Ma oltre a questi, presso i nostri uffici sono sotto esame i progetti presentati entro il dicembre del 2003. Lavori che prevedono un investimento di 165 milioni di euro, di cui 32 provenienti dal Por Campania » .

Per i prossimi mesi però, partiranno i lavori per i porti di Casamicciola, Forio d’Ischia, Piano di Sorrento, Sapri, Serrara Fontana, Torre del Greco, Vico Equense e Salerno. Ma sono previsti ancora, cantieri per l'adeguamento dei porti di Acciaroli, Monte di Procida, Pisciotta, Casalvelino, Montecorice, Cetara, Riva Fiorita, Marechiaro, Gaiola, Serrara Fontana e per la riqualificazione di Capri e Agropoli, e si aprirà la darsena di Marina di Stabia.

« Ma entro la prossima estate — precisa ancora Cascetta — partiranno i lavori di messa in sicurezza dei porti di Palinuro e Sapri, di riqualificazione degli approdi di Positano, Villa Favorita- Ercolano e Pozzuoli- molo caligoliano e dei porti di Sorrento e Procida » .

Ma se la portualità turistica prende il largo si progettano nuove soluzioni anche per Napoli dove si sente la penuria di posti barca per il diporto. « Attualmente la disponibilità — spiega Pietro Capogreco, segretario generale dell'Autorità portuale di Napoli — è di appena 2500 posti barca mentre la richiesta è doppia. Per questo stiamo accelerando i tempi ed abbiamo approvato i progetti di ammodernamento per gli approdi turistici di Riva Fiorita, Gaiola e Marechiaro mentre, a breve, partiranno i lavori per l’area di Vigliena dove contiamo di ormeggiare almeno 800 barche » .

Adolfo Pappalardo

Lo sapevate che delitti come quello commesso a Rozzano, nella cintura milanese, in cui hanno perso la vita quattro persone, fra cui una bambina di due anni, sono conseguenza, fra le altre cose, di "un'urbanistica di stampo sovietico" che ha operato in Italia negli scorsi decenni? Lo sapevate che quei pericolosi urbanisti sovietici hanno avuto l'idea di costruire luoghi pensati "non per viverci, ma per dormirci"? lo sapevate che è stato "il comunismo" a realizzare le grandi periferie operaie destinate col tempo a trasformarsi in ghetti e covi della criminalità? Ebbene sì, i "comunisti" hanno fatto di tutto, per ottenere questo risultato: quando il "mercato" dava la possibilità di realizzare quartieri-giardino a bassa densità e a basso costo, integrati da servizi plurimi e soprattutto gratuiti, questi "comunisti" hanno voltato la faccia da un'altra parte; perché era la "città sovietica" a stare in cima ai loro pensieri, e per nulla al mondo avrebbero accettato i metri quadri di servizi e di verde, di caserme dei carabinieri e di farmacie, che benevolmente ed ingenuamente - e soprattutto gratuitamente - il povero "mercato" offriva loro.

Ciò è quanto rivela ai lettori ignari di tutto questo e sbigottiti Roberto Caputo, presidente del consiglio della Provincia di Milano in quota Forza Italia, mentre propone ora di procedere alla demolizione (non è crollato anche il muro di Berlino?) di simili scempi ("Abbattete quelle periferie", Repubblica, 25 agosto 2003, articolo di Luigi Pastore). Si suppone perciò che la Provincia di Milano abbia qualche idea in merito al come finanziare le demolizioni, al come affrontare il problema inevitabile dell'alloggio temporaneo degli occupanti (abusivi o meno che siano, e posto che non si vive solo per dormire, questi poveracci da qualche parte dovranno pure trovare un letto), e soprattutto in merito al come gestire le ricostruzioni, e sia pronta in questo senso a tendere una robusta mano ai Comuni...

Del resto, se non sapevate tutto questo, potete sempre mettervi in pari, semplicemente riaprendo il "quaderno" che il Presidente del consiglio recapitò a tutte le famiglie italiane prima delle ultime elezioni politiche, là dove è scritto che il suo "vero" mestiere, fra i tanti, è l'urbanista, e si possono ammirare le immagini lussureggianti ed esotiche scattate lungo fiumi e laghetti di Milano 2. Visto?, era così facile! Ma perché non hanno progettato le "periferie" in questo modo, i "comunisti"?

La voragine apertasi a Capodichino sotto il carrello di un Fokker è certo un evento grave, che poteva anche sfociare in tragedia. Speriamo, peraltro, che non sia un´ulteriore occasione per disperdere nei fossi della pista anche il buonsenso e per dare la stura a ulteriori sterili polemiche sulla localizzazione dell´aeroporto. Il sito, infatti, con la manutenzione e la capacità di carico del manto d´asfalto non c´entra niente. O quasi...

Comunque, per prevenire nuovi impellenti bisogni di esternazione e di stravolgimento circa le scelte del piano regolatore, sarà bene proporre una breve messa a punto sulla vicenda aeroportuale.

Un paragrafo del documento di piano approvato in sede municipale riprende la prospettiva di delocalizzazione già assunta dal precedente schema del 1972 e conforme ai vincoli vigenti a livello nazionale circa la sicurezza degli impianti aeroportuali.

Anche se si volesse prescindere dalla legittima domanda di spazi verdi avanzata da questa parte di città, finché la legislazione in materia non cambia, l´indirizzo di abbandonare alla lunga Capodichino appare un´opzione obbligata. Al tempo stesso, il peso dei collegamenti aerei nell´economia è destinato a crescere in modo quasi esponenziale, sicché Napoli e la sua area di gravitazione avranno al più presto bisogno di un nuovo grande scalo, capace di soddisfare un movimento in rapida ascesa, di accogliere aerei di stazza adeguata e d´incentivare una fitta trama di connessioni internazionali. La disponibilità di una tale infrastruttura è premessa essenziale per il desiderio di promozione nella gerarchia delle città, in particolare sotto l´aspetto della funzione turistica. Ed è una condizione che le strutture di Capodichino, per quanto ammodernate, non potranno mai soddisfare. Il futuro allora non può che collocarsi a Grazzanise, come viene indicato in sede regionale: in un aeroporto che disponga di grandi spazi, con piste di adeguata lunghezza e resistenza, sul modello di Caselle, Malpensa e Fiumicino; e che venga raccordato alla città con una linea veloce su ferro.

Solo che l´opzione Grazzanise si misura su tempi tutt´altro che brevi. E´ evidente che nel frattempo non si può lasciare Napoli senza uno scalo aereo decoroso: il che comporta continuare a investire a Capodichino per attrezzature e servizi che saranno del tutto ammortizzati per quando si completeranno le nuove piste tra le bufale dell´Agro Campano. Del resto, la possibilità di compiere gli interventi necessari a Capodichino non è affatto esclusa dal piano adottato e consentirà agli inglesi della società di gestione di trarre, come già avviene, gli attesi ricavi. Tra una decina di anni si verificherà poi se Grazzanise sarà davvero pronto e avviato, se i cambiamenti nella legislazione sulla sicurezza dei city airport apriranno nuove compatibilità, se la sete di verde del quartiere sarà ancora ampiamente insoddisfatta. E si tireranno le somme, scegliendo in via definitiva l´utilizzo socialmente più congruo per l´area di Capodichino. Intanto, amministratori oculati, invece di consumarsi in confronti polemici, non potranno che concordare sul principio della gradualità: mettendo al più presto in cantiere il nuovo scalo ed evitando che quello che c´è già affondi tra buche e disservizi.

1. Premessa: le ragioni di interesse del caso di Rozzano

Rozzano è comune di prima fascia della cintura metropolitana milanese, in direzione di Pavia e cioè nella “Bassa” tradizionalmente agricola. Le singolarità della vicenda della sua urbanizzazione sono motivate da alcune circostanze che, a posteriori, possiamo anche considerare “fortunate”, e cioè:

- la collocazione nella fascia meridionale del milanese, ciò che significa aver subito l’impatto dell’espansione metropolitana solo a partire dalla fine degli anni 50 e dunque quando cominciava a maturare qualche capacità diffusa di apprezzare i problemi politici e urbanistici del controllo delle trasformazioni territoriali, sia da parte dei tecnici che degli amministratori;

- la struttura proprietaria, caratteristica di quest’area di produzione agricola intensiva, e cioè formata soltanto da nove grandi proprietà, ciò che ha reso possibile una gestione dei rapporti tra ente pubblico e proprietà dei suoli estremamente controllata;

- la continuità del governo, rappresentata dall’amministrazione di sinistra dal dopoguerra ad oggi, dalla permanenza dello stesso sindaco dal 1960 al 1985, dalla permanenza dello stesso consulente urbanista dal 1956 al 1977.

Oltre a queste circostanze oggettive ne vanno enumerate almeno altre due, di carattere soggettivo, e cioè:

- la qualità degli amministratori, e in particolare del sindaco, ai quali si devono riconoscere non comuni doti di coerenza, di perseveranza, di onestà;

- la disponibilità di alcuni proprietari, in particolare i primi contattati, che ha consentito di inaugurare una politica di trattative capace di condizionare poi tutti gli altri rapporti in senso positivo.

Queste circostanze hanno formato il quadro favorevole per una vicenda di pianificazione che si è svolta con i caratteri specifici della realizzazione sistematica, concordata e programmata, di politiche predeterminate per il territorio.

Queste politiche, e le singole scelte che le hanno tradotte in pratica, sono senza dubbio valutabili da diversi punti di vista con esiti e giudizi di valore anche diversi e non sempre positivi, ma non vi può essere dubbio sul fatto che si è realizzato sul territorio con notevole approssimazione proprio ciò che si è voluto e scelto. Questa affermazione è tutt’altro che banale, non solo perché avviene raramente nell’esperienza italiana della pianificazione del dopoguerra che vi sia coincidenza sostanziale tra intenzioni dichiarate ed esiti, ma anche perché si è soliti attribuire, nel dibattito teorico, alle politiche di “concertazione” e ai piani convenzionati proprio il limite e il difetto intrinseco di portare ad esiti non controllabili e a processi che si svolgono “a rimorchio” degli interessi privati più estemporanei.

Il caso di Rozzano sta viceversa a testimoniare la possibilità, in condizioni particolari di volontà politica e di disponibilità del campo, di conseguire risultati significativi sotto il profilo della coerenza delle politiche territoriali e urbane. Gli esiti sono stati senza dubbio condizionati dal “contratto”, sia nel dimensionamento che in alcune scelte di merito, talvolta a causa di puri incidenti di percorso, più spesso nella trattativa sul convenzionamento, ma le grandi scelte qualificanti sono state impostate autonomamente dall’ente pubblico e sono state conseguite, come vedremo nel seguito, in modo sostanziale.

2. 1945-1955: il riassetto della conduzione agricola

Il primo decennio del dopoguerra si configura, dal punto di vista dell’evoluzione del territorio, come un periodo di assestamento e di riassetto delle forme di conduzione dell’agricoltura.

A Rozzano non si sono avuti danni nel conflitto, e dunque non vi sono problemi di ricostruzione, ne si registrano fenomeni migratori che provochino domanda di nuove costruzioni, se non a partire dal 1953 e per modeste entità che tuttavia segnalano l’avvio di un fenomeno in rapida progressione e poi dirompente.

La modificazione più rilevante è dunque quella che si registra nella conduzione dell’agricoltura, e che consiste nell’accorpamento aziendale e nella riduzione degli addetti: le aziende più piccole chiudono a causa delle difficoltà economiche e della impossibilità ad affrontare da meccanizzazione spinta che si impone per garantire la produttività, e dalle 213 aziende del 1930 si passa alle 17 del 1955 con una superficie coltivata pressoché identica (1115 ha sui 1230 ha totali del comune).

A Rozzano esistevano dall’inizio del secolo due aziende manifatturiere, ambedue di trasformazione dei prodotti agricoli, e cioè il Risificio e la Filatura (originariamente dei cascami di seta), ambedue collocate lungo il Naviglio per sfruttarne la corrente come fonte di energia.

La Filatura, installata dal 1865, chiude tuttavia la propria attività nel 1953. Ma già nel 1951 si contavano complessivamente 30 aziende con 353 addetti, in seguito in continuo aumento: nel 1953 si costruiscono tre nuovi fabbricati industriali e a partire dal 1955 i nuovi insediamenti produttivi saranno in progressione continua per diversi anni.

Nel 1954 registriamo la triplicazione dei nuovi edifici di abitazione rispetto alla media dei tre anni precedenti (14 contro 5) , anche questi in seguito in continuo e vertiginoso aumento.

Sono le avvisaglie del fenomeno di ripercussione dell’attrazione del capoluogo milanese, e in partico1are delle difficoltà di reperimento di aree edificabili e dall’incremento del loro prezzo a seguito dell’approvazione ed entrata in vigore (1953) del nuovo Piano regolatore generale di Milano. Le attività marginali (l’artigianato, le piccole industrie, magazzini, depositi, alcune attività di servizio) e la residenza più povera (soprattutto l’autocostruzione dei nuovi immigrati) o escono dalla città per fuggire al ricatto dei prezzi, o meglio ancora evitano di entrarvi fermandosi ai suoi confini.

Il “fermarsi ai confini” è da intendere in senso letterale, perché i primi insediamenti del “vorrei ma non posso” si localizzano proprio sul confine dei comuni contermini, che per Rozzano significa Valleambrosia e Quinto Stampi in corrispondenza delle due arterie di uscita (o di entrata) di Milano, la statale dei Giovi e la via dei Missaglia.

Negli anni 1954 e 1955 sorgono qui trenta fabbricati di abitazione e tre industriali.

Il comune, a questa data, non ha ancora adottato alcuna misura di disciplina edilizia ed urbanistica, e le licenze di costruzione vengono rilasciate in base alle domande senza alcun criterio restrittivo. La proprietà di Valleambrosia è della famiglia Visconti di Modrone (Castello di Cassino Scanasio) che non ha, al momento, particolari interessi nel campo immobiliare, ma ritiene di fare cosa socialmente utile cedendo aree a lotti lungo la strada statale a quanti insistentemente li chiedono per costruirsi l’abitazione: degli stessi criteri di insediamento (di urbanizzazione e di lottizzazione) la proprietà si disinteressa. Diversa è la situazione di Quinto Stampi, piccola frazione in riva al Lambro, dove un tempo sorgeva una zecca (donde il toponimo), le cui aree circostanti sono state acquistate dalla società immobiliare Franchi Maggi che promuove commercialmente la vendita a lotti per residenze e industrie propagandandola in Milano, sulla base di una elementare progetto di lottizzazione predisposto a solo uso interno. Ciò comporta che qui almeno si riservano strade di lottizzazione che non misurano mai meno di m. 6 di larghezza (mentre a Valleambrosia le servitù di accesso ai lotti sono quasi sempre di tre o quattro metri).

3. 1956-1963: il primo programma di fabbricazione

L’amministrazione comunale non tarda a rendersi conto che questo modo di procedere rischia di provocare problemi di difficile soluzione a posteriori, e che pertanto si rende necessario disciplinare i nuovi insediamenti con maggiore previdenza e seguendo criteri tecnicamente verificati.

Nel 1956 vengono avviati i primi contatti esplorativi per scegliere la strada più adatta, che sboccano nel 1957 in un incarico per la formazione di un nuovo regolamento edilizio e per la redazione del piano regolatore generale.

La scelta del Prg, rispetto al più economico Programma di fabbricazione, è motivata da due ordini di considerazioni: una strategica, consistente nella più ampia e indiscutibile potestà operativa su tutto il territorio comunale, molto rilevante in un caso in cui i punti critici del territorio erano proprio quelli più periferici; l’altra tattica, consistente nella maggiore autorevolezza ed efficacia derivante anche dalla recente introduzione della normativa di salvaguardia, e quindi nel maggior potere contrattuale che il comune immediatamente acquisiva nei confronti dei privati con la forza di un’elaborazione di Prg in corso. La consapevolezza circa il percorso che si sarebbe dovuto e voluto seguire era dunque ben presente fin dall’inizio dell’operazione.

La scelta di questo percorso, sinteticamente definibile forse col termine “contrattazione guidata”, era a quell’epoca motivata dalla particolare situazione di debolezza della strumentazione urbanistica sul terreno giuridico, a causa della sperimentata inefficacia degli strumenti attuativi in carenza di norme specifiche per l’espropriazione; i tentativi di applicazione dei piani particolareggiati di attuazione a Milano non potevano essere considerati incoraggianti, visto l’estenuante contenzioso che mettevano in moto.

L’obiettivo di una riforma della legislazione urbanistica non era neppure all’orizzonte, anzi non era ancora proposto dato che appena ci si muoveva con impaccio nelle prime esperienze di applicazione della L. 1150/1942, rimasta inapplicata a causa della guerra fino al 1945, e poi sciaguratamente sospesa dalle procedure straordinarie dei piani di ricostruzione per diversi anni.

Per gli urbanisti impegnati nella commissione tecnica della Lega dei comuni democratici della Provincia di Milano, il problema prioritario era quello di rafforzare e aumentare il potere contrattuale dell’ente pubblico rispetto ad una aggressività degli interessi immobiliari che già cominciava a manifestarsi ed era sicuramente destinata ad aumentare. La minaccia del ricorso a un Prg molto vincolante e dotato di misure di salvaguardia è l’arma forte e l’unica, nelle mani della pubblica amministrazione, e viene tenuta in serbo, pronta per l’uso in caso di necessità: nel frattempo si pongono le basi delle scelte territoriali con uno schema-guida per il piano, che subisce gradualmente le specificazioni (ed eventualmente le modifiche compatibili) derivanti dal progressivo perfezionamento di convenzioni con le proprietà intenzionate alla trasformazione urbanistica.

Questo criterio di comportamento è adottato contemporaneamente e uniformemente da tutti i comuni aderenti alla Lega, ma solo a Rozzano perviene a risultati così globali per le ragioni oggettive e soggettive citate al paragrafo precedente.

Quando nel 1957 viene approvato l’incarico per il Prg e l’operazione viene avviata, Rozzano conta 3659 abitanti, dunque ha già subito un incremento del 35% rispetto ai 2712 del 1951, e tra il 1954 (primo anno di attività edilizia sostenuta) e il 1957 si sono costituiti 60 edifici di abitazione e 18 industriali. Oltre a Valleambrosia e Quinto Stampi l’incremento interessa ora anche Cassino Scanasio, primo nucleo preesistente sulla statale dei Giovi uscendo da Milano.

Col sindaco Ambrogio Vidè e con la giunta vengono rapidamente definite le linee strategiche del piano, riassumibili nei seguenti punti:

- sviluppo policentrico, al fine di riassorbire e riorganizzare quanto è stato già costruito nelle frazioni e nei nuovi nuclei, e anche per conseguire l’obiettivo dello scostamento dello sviluppo dalla statale dei Giovi.

- freno allo sviluppo continuo lungo la statale dei Giovi, impedendo il congiungimento dei nuclei di Valleambrosia, Cassino Scanasio, Rozzano capoluogo, e valorizzando un nuovo collegamento con Milano via dei Missaglia;

-verifica delle disponibilità intercomunali alla creazione di un collegamento trasversale, in ipotesi da San Giuliano a Corsico, per incentivare relazioni non esclusivamente col capoluogo e comporre un sistema non appoggiato solo sulle radiali;

- salvaguardia del Naviglio Pavese, delle manifatture storiche, del Castello di Cassino Scanasio;

- salvaguardia delle cascine e delle conduzioni agricole per le proprietà che non manifestino la precisa intenzione di abbandono.

Non viene stabilito alcun limite quantitativo allo sviluppo, l’unica vera preoccupazione in questa fase è quella di riuscire realmente a piegare le tendenze spontanee a un disegno alternativo che riguarda la collocazione dei pesi insediativi e la creazione di nuove direttrici di relazione col centro di Milano, tra i comuni della cintura sud, e tra i nuclei di Rozzano.

La decisione politica intorno a queste linee strategiche incontra un solo punto di difficoltà, peraltro determinante e globale, e riguarda il fatto che la scelta policentrica e di spostamento del baricentro dalla Statale dei Giovi comporta una sicura perdita di primato per il capoluogo originario, collocato appunto sulla statale. La preoccupazione non è infondata, tanto è vero che i fatti successivi si incaricheranno di confermare che addirittura la sede comunale dovrà essere trasferita, e al momento della decisione del trasferimento non si incontrerà alcuna difficoltà tanto la cosa è ovvia. Tuttavia la consapevolezza a priori di questa sorte si può capire che determini perplessità, riserve, e addirittura incredulità.

Queste incertezze vengono comunque superate, mentre rimane invece un grosso ostacolo pratico da superare per mettere in moto il disegno alternativo, rappresentato dal fatto che l’allacciamento del territorio comunale all’asse della via dei Missaglia è condizionato, se si prescinde dalla frazione di Quinto Stampi, alla realizzazione di un ponte sul Lambro, opera costosa, assolutamente al di fuori delle capacità di spesa del piccolo comune agricolo.

La via dei Missaglia, in Milano, è tutto quanto resta di un asse nord-sud (Milano-Pavia) perfettamente orientato, probabile prosecuzione esterna del Cardo romano e tracciato originario della strada per Pavia: sul Lambro sono (erano) ancora visibili le tracce dei piedritti dell’arcata di un ponte di mattoni, mentre le divisioni catastali più a sud denunciano la preesistenza di un elemento fisicamente determinato.

Non si conosce il motivo dell’abbandono di questo tracciato, senza dubbio il più breve e rettilineo tra Milano e Pavia, né se ne conosce traccia nella cartografia storica. A prescindere dal vantaggio locale di questo collegamento ai fini dello spostamento delle direttrici di sviluppo, resta il fatto che lo sgravio della statale dei Giovi, già congestionata, dal traffico locale, è provvedimento che comunque si impone. La Provincia di Milano sta procedendo proprio in questo periodo all’inalveamento e alla rettifica del corso del Lambro meridionale, dunque il momento è propizio per la definizione del posizionamento del ponte.

L’opportunità di risolvere questo problema-chiave per tutto l’impianto del piano è offerta dall’iniziativa della proprietà della Cascina Villalta di Pontesesto. Come spesso accade, la successione ereditaria in comproprietà fra numerosi fratelli mette in crisi la gestione aziendale, e la separazione dei diversi interessi si vede conseguibile solo attraverso una vantaggiosa vendita del terreno come area edificabile. Tuttavia in questo caso la posizione non è certo fortunata: è una delle più marginali del territorio comunale, esclusa da ogni via di comunicazione importante; la vicinanza con la frazione Quinto Stampi è puramente geografica, dato che il Lambro rappresenta un valico insuperabile anche per il singolo privato.

Saranno proprio queste condizioni di marginalità a indurre la proprietà a chiedere l’aiuto del comune: si faccia il comune promotore di un progetto per il ponte e relativa strada, e del coinvolgimento dell’altra proprietà, che potrebbe essere interessata anche se non ha manifestato finora alcun interesse immobiliare, cioè la proprietà Gambarone e Cascina Ferrabue. Unendo le forze e le capacità di investimento delle due proprietà si potrebbe coprire la spesa del ponte e della strada, fino al congiungimento col capoluogo di Rozzano, costruendo così l’asse portante del previsto sviluppo alternativo alla strada dei Giovi.

Non esistono sostanziali difficoltà a riconoscere alle due proprietà una quota di edificabilità, dato che ciò coincide con la previsione dello schema-guida, ma naturalmente il problema sarà quello di mettersi d’accordo sulle quantità e sugli oneri di urbanizzazione.

L’introduzione del concetto degli oneri di urbanizzazione a carico dei privati è naturalmente un elemento di grande rilievo, con ripercussioni di livello nazionale su tutto il modo di concepire la gestione urbanistica e sulla legislazione (L 765/67): rappresenta il primo e più concreto e fertile tentativo di spostare una parte della rendita immobiliare dal privato al pubblico, e di consentire ai dissanguati bilanci dei piccoli comuni dell’area metropolitana di far fronte agli oneri sproporzionati della marea migratoria.

Non è Rozzano il primo comune che applica questi principi, ma San Giuliano milanese nel 1954, sempre nell’ambito dell’attività coordinata dalla Lega dei comuni democratici. Rozzano sarà viceversa il comune dove questa applicazione avrà il carattere più generalizzato e dove il miglioramento progressivo delle condizioni contrattuali realizzerà i risultati più interessanti negli anni tra il 1957 e il 1977, data di adozione del Prg.

La misura degli oneri da mettere a carico dei privati rappresenta logicamente un punto molto delicato e di ardua definizione: siamo ancora lontano dai primi studi validi e convincenti sugli standard urbanistici.

La prima convenzione, relativa come sidiceva ad un area posizionalmente marginale e quindi la meno favorita, si è conclusa con l’attribuzione alla proprietà di tutta l’urbanizzazione primaria (ivi compreso un consistente onere a copertura della metà della spesa del ponte sul Lambro), e con la cessione gratuita al comune di mq. 6 per abitante insediabile per l’urbanizzazione secondaria. Ciò avveniva nel 1958.

Poiché la realizzazione della prima convenzione era subordinata al coinvolgimento dell’altra proprietà interessata al ponte sul Lambro, ben presto veniva conclusa anche questa seconda convenzione con oneri analoghi.

Queste due prime lottizzazioni convenzionate prevedono una capacità insediativa di 18.500 abitanti con mq. 750.000 di area industriale. Con questi accordi alle spalle il comune acquisiva maggiore forza contrattuale anche con le altre proprietà, poiché si profilava con maggiore concretezza l’eventualità dell’adozione di un piano che avrebbe sancito l’urbanizzazione e la lottizzazione a scopo edificatorio di sole aree convenzionate. L’area di Quinto Stampi, per di più, si veniva a trovare in una situazione di mercato modificata dall’apertura del ponte sul Lambro e dalla conseguente offerta di aree edificabili sulla stessa direttrice, di poco più lontano da Milano, e a prezzi ovviamente concorrenziali. In quel momento si era già realizzato più di un terzo delle previsioni sia residenziali che industriali rispetto al programma della società immobiliare, ma senza alcuna previsione di spazi e servizi pubblici.

Non è stato facile costringere questa proprietà a concludere una convenzione, ma alla fine ci si è riusciti nel 1959. Significativamente, in questo caso più difficile e ormai ampiamente compromesso, le cessioni di aree per servizi pubblici ammontavano a soli mq. 3/ab.

A questo punto l’operazione doveva spostarsi e interessare le aree più pregiate lungo la statale dei Giovi (Valleambrosia e Cassino Scanasio), cioè la proprietà Visconti di Modrone, anche queste in buona parte compromesse ma con pessime condizioni di urbanizzazione e pertanto con urgente necessità di recupero urbanistico.

La difficoltà di pervenire a soluzioni accettabili con questa proprietà induceva l’amministrazione comunale ad una manovra di aggiramento e di pressione consistente nell’intavolare trattative con una proprietà confinante (Agricola Alma, tra Valleambrosia e Quinto stampi) senza reali intenzioni di concludere, poiché l’urbanizzazione di quest’area esulava dallo schema di piano, ma solo per ragioni tattiche.

Effettivamente questa manovra otteneva l’effetto di portare a conclusione soddisfacente la trattativa con la proprietà Visconti (aree cedute per urbanizzazione secondaria mq. 2/ab.), ma contro ogni intenzione, a causa di un malinteso con gli uffici del Provveditorato Oo.pp. che avrebbe dovuto respingere la proposta di convenzione con la società Agricola Alma, al termine delle trattative, nel 1960, anche questa convenzione non desiderata si trovava approvata. Questo incidente comportava due effetti negativi, quello di un insediamento in una posizione che espressamente lo schema non prevedeva allo scopo di salvaguardare una penetrazione continua di verde in direzione nord-sud tra l’urbanizzato gravitante sulla statale dei Giovi e quello gravitante sulla direttrice di via dei Missaglia, e quello di rompere l’omogeneità dei criteri di convenzionamento con un contratto nettamente inferiore alla media degli altri.

L’insegnamento che se ne doveva trarre era naturalmente quello di contenere la tendenza ad eccessivi tatticismi nella gestione della concertazione.

Nel 1961 si concludeva anche la convenzione con la proprietà Zanoletti (Rozzano capoluogo e Cascina S. Alberto) portando così a compimento l’intera operazione prevista

Le quantità messe in gioco erano rappresentate da una superficie urbanizzabile di mq. 3.643.900 (30% del territorio comunale) di cui il 50% residenziale e il 50% industriale, da una volumetria residenziale complessiva di mc. 5.838.000 corrispondenti a 58.400 abitanti (valutati allora invece in 45.000 con riferimento ad uno standard di 130 mc./ab.), e da una superficie per usi pubblici (standard urbanistici) ceduta gratuitamente all’amministrazione comunale di mq. 153 mila e 700 pari a mq. 3,4/ab. prev. (mq. 3/ab. per la previsione di 58.400).

Poteva dirsi completamente realizzato l’obiettivo dello spostamento del peso delle nuove espansioni dalla statale dei Giovi verso l’interno del territorio comunale, con realizzazione a carico dei privati di tutti i collegamenti stradali di livello comunale e intercomunale necessari all’intelaiatura dello schema alternativo. Era stato anche conseguito in modo soddisfacente il criterio della salvaguardia delle aziende agricole intenzionate a proseguire l’attività (Ponte Sesto, Bandeggiata, Torriggio e Persichetto interamente; Ferrabue, Cassino Scanasio, S. Alberto in parte sufficiente a garantire la sopravvivenza delle conduzioni).

La salvaguardia del Castello di Cassino Scanasio era pure garantita. Meno integralmente quella del Naviglio pavese e della fascia agricola ad ovest del Naviglio, in parte compromessa da previsioni di insediamento industriale che non si erano potute evitare nella contrattazione. Anche sull’impedimento alla continuità dell’urbanizzazione lungo la statale dei Giovi si era dovuto pagare un pesante scotto (per l’estensione delle lottizzazioni in Valleambrosia, Cassino Soanasio, Rozzano capoluogo), pur riuscendo a salvaguardare alcune importanti pause tra Valleambrosia e Cassino e in corrispondenza della filatura.

L’importanza di questo programma di fabbricazione consiste tuttavia soprattutto nell’aver messo l’amministrazione comunale in una posizione di totale sicurezza nei rapporti con i privati per tutta la fase successiva di realizzazione e di miglioramento del piano. Da tale posizione, da tale base contrattuale consolidata, l’ente pubblico è infatti potuto partire per modificare i patti in senso migliorativo ogni volta che una deliberazione del piano intercomunale o una nuova legge nazionale o regionale hanno potuto creare un motivo o un pretesto per imporre adeguamenti (diminuzione delle capacità insediative, riduzione delle superfici destinate all’industria, aumento delle superfici per usi pubblici, ecc.). Una sola volta si è dovuto in seguito consentire un incremento delle capacità residenziali, ed è avvenuto quando l’intera lottizzazione Ferrabue è stata acquistata dallo Iacp milanese per realizzare un quartiere di edilizia pubblica.

Una singolarità di questo Pdf che vale la pena di segnalare è rappresentata dalla scelta distributiva delle funzioni: se si prescinde dalle localizzazioni industriali a ovest del Naviglio, più subite che volute (e del resto successivamente in gran parte cancellate), il grosso della previsione industriale è tutto concentrato nella fascia verticale centrale del comune in fregio al nuovo asse in prosecuzione della via dei Missaglia e sui due lati di questo asse. Rispetto a questo cuore produttivo, i nuovi quartieri residenziali si distribuiscono al suo contorno con una logica che si può dire rovesciata rispetto all’assetto tradizionale che vede le attività produttive spinte alla periferia (e nei piani dei piccoli comuni quasi sempre ai confini del territorio comunale creando problemi ai comuni confinanti). Tale scelta è conseguenza in parte della necessità di prevedere quartieri residenziali separati (in funzione degli accordi conclusi con diverse proprietà, della necessità di recuperare le iniziative spontanee del dopoguerra, della scelta di spostamento del peso insediativo dalla statale dei Giovi verso l’interno del territorio comunale), in parte della preoccupazione di compattare per quanto possibile le attività produttive per meglio controllare l’impatto morfologico e ambientale, comunque infine conseguenza di un criterio di valutazione delle attività produttive che non le considera più necessariamente come elementi infimi nella costruzione del passaggio urbano.

L’occupazione di territorio è molto alta rispetto allo stato dell’edificazione, nel senso che le previsioni di capacità residenziale e produttiva non hanno alcun riferimento con la dimensione demografica e industriale del comune nel 1963. È ovvio che la logica consiste nel rendersi disponibili per accogliere quote di sviluppo metropolitano e funzioni rilasciate dal capoluogo milanese, e d’altra parte occorre ricordare che la rinuncia da parte di molte aziende agricole alla continuazione dell’attività aveva localmente anche altre motivazioni, diverse da quelle della seducente scelta immobiliare: la redditività negli anni critici tra la fine dei 50 e i primi 60 si era molto ridotta, difficili i rapporti e il reperimento della mano d’opera, costosa la meccanizzazione, ma soprattutto sempre più rara l’acqua utilizzabile per l’irrigazione e l’alimentazione delle marcite, sia per l’abbassamento della falda dovuta agli emungimenti della fittissima urbanizzazione a monte, sia per l’inquinamento dei corsi d’acqua provenienti da nord. Infine, saranno le clausole degli accordi Cee a mettere in crisi la produzione lattiera e gli allevamenti.

È comunque del tutto evidente, alla lettura di oggi, il dimensionamento enfatizzato e l’inadeguatezza degli standard urbanistici previsti nel primo strumento; ma sarebbe ingiusto non rapportarci alla situazione dell’epoca, rispetto alla quale i risultati registrati con quel piano, e ancor più la metodologia intrapresa, rappresentavano una assoluta novità, e una eccezione senza alcun riscontro non solo nell’area milanese ma in tutta 1a nazione.

Occorre infatti ricordare che le preoccupazioni relative al dimensionamento dei piani e all’accorciamento dell’orizzonte di previsione cominciano ad affermarsi solo in seguito ai lavori del Pim (1964) e del Piano intercomunale bolognese (pratica dei piani di minima previsione, 1965), mentre le prime definizioni formalizzate relative agli standard urbanistici sono quelle deliberate dal Pim nel 1967 e quelle del D.l. 2 aprile 1968.

La prima edizione del programma di fabbricazione del Comune di Rozzano corrispondeva viceversa al tentativo, perseguito fino alle estreme conseguenze, di sperimentare e applicare un metodo nuovo di gestione della pianificazione comunale, che facesse i conti fin dall’inizio e in modo aperto e dichiarato con gli interessi privati, affrontandoli sullo stesso terreno delle convenienze e contrapponendovi sistematicamente i conti incontrovertibili delle esigenze della collettività.

4. 1963-1977: dal programma di fabbricazione al piano regolatore

Dal 1960 è subentrato nelle funzioni di sindaco Giovanni Foglia, che manterrà 1a carica fino al 1985 e sarà pertanto il protagonista principale delle trasformazioni e dello sviluppo di Rozzano, peraltro validamente coadiuvato dagli assessori dell’urbanistica (prima Salvatore Anile, poi Francesco Blora) e da un ufficio tecnico che accresce il numero e la qualità dell’organico proporzionalmente all’aumento delle responsabilità.

Le responsabilità sono rilevanti, nonostante la relativa sicurezza rappresentata come sè detto dal piano convenzionato. I principali problemi che si propongono nella fase di gestione del programma di fabbricazione sono i seguenti:

- l’intervento Iacp su tutta la lottizzazione Ferrario di Ferrabue;

- la qualità dei piani esecutivi e della progettazione edilizia;

- il rapporto tra incremento delta popolazione e dell’occupazione.

L’inserimento di un grosso quartiere di edilizia pubblica nel contesto delle trasformazioni urbanistiche di Rozzano ha creato non pochi problemi, ma ha anche rappresentato un banco di prova dal quale le capacità politiche e gestionali dell’amministrazione comunale sono uscite complessivamente confermate attraverso alcuni risultati assolutamente eccezionali.

I problemi sono stati determinati: dall’aumento della popolazione prevista (si è passati dalla capacità iniziale della convenzione di circa 10.000 abitanti ad una popolazione doppia, al termine dell’operazione, sia attraverso ampliamenti dell’area edificabile, sia attraverso le minori altezze di interpiano consentite dall’edilizia pubblica, sia attraverso il maggior tasso di affollamento realizzatosi spontaneamente negli alloggi attribuiti in prevalenza a giovani famiglie immigrate); dalla prolificità nettamente superiore alla media e quindi alle previsioni, a causa della giovane età delle coppie insediate, con conseguenti problemi sulle dotazioni di asili-nido e scuole elementari; dalla rapidità dell’intera operazione (realizzata con prefabbricazione pesante), che non ha lasciato il tempo di registrare i problemi, di adottare le necessarie contromisure, e di metterle in esecuzione prima che i fenomeni si manifestassero in termini acuti e patologici; dal livello sociale ed economico delle famiglie insediate, prevalentemente esonerate dall’imposta di famiglia o addirittura bisognose di assistenza economica, con conseguente indebolimento delle già misere capacità finanziarie del comune.

Questi problemi erano stati almeno in parte previsti o intuiti dall’amministrazione comunale fin da quando (1961) la proprietà Ferrario aveva manifestato l’intenzione di cedere una parte prevalente delle proprie aree edificabili allo Iacp di Milano, e infatti attraverso fitte trattative, prima con la proprietà, poi con lo Iacp, poi con lo stesso comune di Milano, si sono chiesti e ottenuti impegni, assicurazioni e garanzie intorno ai seguenti temi: contemporaneità della esecuzione della parte privata, prevalentemente commerciale, rispetto a quella pubblica; reperimento di aree aggiuntive, rispetto a quelle previste da convenzione, per servizi pubblici, e loro acquisizione da parte dello Iacp; esecuzione a parziale (almeno) carico di Iacp e/o comune di Milano delle opere di urbanizzazione secondaria, e in particolare dell’edilizia scolastica.

Questi impegni sono stati poi, per vari motivi, quasi tutti disattesi, e il comune di Rozzano ha dovuto surrogare col proprio diretto intervento alle carenze sostanziali delle istituzioni responsabili. Ciò ha comportato necessariamente inconvenienti e disagi, soprattutto nella collocazione di alcuni edifici scolastici che hanno dovuto essere sistemati nelle strette maglie del tessuto residenziale, e nel ritardo di approntare delle scuole materne ed elementari rispetto all’impetuoso manifestarsi dei fabbisogni. Ciononostante, lo sforzo compiuto dall’amministrazione comunale per integrare nella comunità locale e nel tessuto urbano questo quartiere monoclasse è stato gigantesco, l’intervento residenziale Iacp è stato letteralmente circondato e integrato al suo interno di interventi pubblici (un parco urbano, un centro polisportivo, la sede comunale collocata al centro del quartiere, per citare solo gli interventi più eccezionali), e alla fine ne è uscito un quartiere certo non privo dei classici caratteri problematici dei quartieri di edilizia pubblica, ma sicuramente il meno ghettizzato tra quelli realizzati nell’area milanese, il più integrato nel contesto urbanistico e sociale.

Il secondo problema, quello della qualità del paesaggio edificato realizzata attraverso la progettazione urbanistica esecutiva ed edilizia, è forse quello che denuncia i risultati più insoddisfacenti. Scontando la pessima qualità degli episodi già compromessi prima dell’intervento di disciplina urbanistica del comune (Valleambrosia e Quinto Stampi), e i limiti oggettivi di un’operazione pur unitariamente progettata come quella del quartiere Iacp (limiti in gran parte insuperabili dati dalla tipologia bloccata del sistema di prefabbricazione adottato), sulle parti restanti l’effetto della pur richiesta progettazione urbanistica a livello di dettaglio (planivolumetrico) è stato sicuramente assai scarso e parziale. Una parte dell’edificazione ha seguito la logica dell’intervento privato sul singolo lotto, gli stessi piani di dettaglio approvati sono stati spesso realizzati solo in parte e poi assoggettati a modificazioni che li hanno privati del necessario senso di organicità dell’insieme, e in definitiva gli episodi di corretta costruzione dell’immagine urbana e di una identità riconoscibile sono dimensionalmente assai limitati tanto da apparire quasi casuali.

Il terzo problema ha rappresentato a lungo una grossa preoccupazione per l’amministrazione comunale, poiché si è potuto ben presto verificare, nel corso dell’attuazione del piano, che all’abbondanza di disponibilità di aree per l’industria e l’artigianato (destinata a contenere il fenomeno della pendolarità nei confronti di Milano) non corrispondeva un adeguata offerta di posti di lavoro, e ciò perché una parte consistente delle superfici disponibili veniva occupata da volumi non direttamente produttivi (magazzini, depositi, stoccaggio di prodotti e merci di provenienza esterna). Nel periodo che stiamo considerando, cioè fino alla fine degli anni ‘70, l’occupazione nell’industria aveva nettamente la prevalenza, l’esplosione del terziario avverrà sostanzialmente negli anni dal 1978 in poi, dunque le preoccupazioni di politica economica locale riguardavano prevalentemente il settore manifatturiero.

Gli addetti all’industria in Rozzano, che erano 374 nel 1951, diventavano 1968 nel 1961 e 4256 nel 1971; con incrementi notevoli che tuttavia rimangono sproporzionati all’incremento degli attivi (rispettivamente a 1007, 2337, 8672). Lo scarto tra addetti e attivi se si considerano insieme tutti i rami occupazionali è di 1088 unità nel 1951, scende a 770 nel 1961, e aumenta a 7690 nel 1971, e di queste ultime 4416 sono unità relative al settore industriale.

Ciò che si verifica a scala metropolitana e nazionale è che ormai la dislocazione delle attività produttive (anche quelle costrette ad abbandonare l’insediamento dentro alle città principali) non segue più la logica del passo più certo possibile (l’uscita dalle città verso la cintura, o la collocazione più vicina possibile alla città), ma si distribuisce indifferentemente nel territorio con preferenza per le zone meno dense e più isolate. Viceversa continuano ad avere interesse alla collocazione esterna, ma vicina, i depositi relativi ad attività commerciali e terziarie che nella città già rappresentano i settori di più intenso sviluppo.

Le possibilità di manovra dell’amministrazione comunale riguardano le eventuali restrizioni nelle destinazioni d’uso della normativa urbanistica del regolamento edilizio, peraltro difficilmente controllabili oltre che giuridicamente fragili a livello di programma di fabbricazione. Qualche risultato si ottiene caso per caso con la trattativa diretta con le proprietà, ancora una volta, mentre si profila nella seconda metà degli anni 70 l’incremento dell’occupazione locale nel terziario, che non risolve il problema della pendolarità passiva ma arricchisce il quadro occupazionale e introduce una valenza di pendolarità attiva che comunque riduce la subordinazione e fa rientrare anche Rozzano (anche i comuni del sud-Milano) nel sistema policentrico metropolitano.

Tutto il periodo che stiamo considerando (1963-1977) è contrassegnato da un continuo, operoso lavorio di miglioramento e di adeguamento della strumentazione urbanistica alle nuove condizioni socioeconomiche e legislative, portando avanti con coerenza la pratica della concertazione.

Che si trattasse di una prassi gestionale e non di una definizione una tantum è dimostrato dall’andamento degli anni successivi all’adozione del Pdf: dal 1963 al 1973, in dieci anni, sono state approvate quattro varianti al Pdf, ognuna delle quali ha portato un sensibile miglioramento al quadro precedente, ognuna rispecchiando sempre non un insieme di intenzioni o di vincoli deliberati dal comune, ma al contrario il risultato già consolidato di accordi perfezionati con le proprietà convenzionate.

L’applicazione sistematica e rigorosa di questa prassi e la progressiva imposizione agli stessi privati convenzionati di convenzioni integrative per il miglioramento dei parametri e l’adeguamento alle nuove disposizioni di legge, hanno permesso di affrontare a Rozzano un incremento di popolazione di undici volte in vent’anni (da 3260 a 36.000 abitanti circa) con pieno controllo delle fasi di urbanizzazione e con permanente soddisfacimento, in tutte le fasi, delle esigenze di incremento dei servizi e delle attrezzature pubbliche essenziali.

Qualche difficoltà si è registrata in alcune fasi nel settore dell’edilizia scolastica, dovuta esclusivamente al fatto che non poteva essere previsto un tasso di popolazione in età scolare così alto come quello che si è registrato negli anni successivi al massiccio insediamento di giovani coppie nel quartiere Iacp, e a questa anomalia si è dovuto far fronte anche con soluzioni di emergenza come l’istituzione di aule in locali d’affitto, e con aule ricavate adattando spazi destinati ad usi speciali nei nuovi edifici scolastici.

[...]

La prima variante (1967) aveva sostanzialmente lo scopo di adeguare lo strumento agli standard urbanistici proposti dal Pim, di inserire l’area commerciale relativa al Centro assistenza Fiat, di inserire il tracciato della tangenziale ovest, e di incrementare l’area residenziale a disposizione dello Iacp.

La seconda variante (1969) aveva lo scopo di adeguare lo strumento alle norme e agli standard della L.765/67 e del D.l. 2 aprile 1968, ottenendo contemporaneamente una riduzione della capacità residenziale e un incremento delle dotazioni di aree pubbliche. Tutte le aree così vincolate, ripetiamo, venivano gratuitamente cedute al comune progressivamente e parallelamente all’incremento insediativo, sulla base di atti di adeguamento delle convenzioni originarie.

Una terza variante (1972) aveva lo scopo di reperire aree adeguate per l’insediamento degli asili-nido in corrispondenza con un piano regionale di finanziamenti destinati a questo tipo di attrezzature. La quarta variante (1973) aveva lo scopo di reperire nuove aree per l’edilizia scolastica per far fronte a necessità imprevedibili, derivanti dall’altissimo tasso di natalità della popolazione insediata nel quartiere Iacp, e per destinare gli spazi necessari al centro scolastico superiore deliberato dall’amministrazione provinciale.

Una quinta variante (1974) aveva lo scopo di declassare dalla destinazione industriale a quella per attrezzature di allevamento intensivo una vasta fascia compresa tra la statale dei Giovi e l’autostrada dei Fiori conformemente ad una raccomandazione Pim relativa all’eccesso di superfici destinate all’industria in tutta la sub-area 7.

Nel 1976 è stato adottato il primo programma pluriennale di attuazione (Ppa).

Una sesta variante è stata proposta nel luglio del 1977 esclusivamente per alcune modificazioni normative, mentre contemporaneamente veniva adottato un piano di applicazione della L. 167/62 e una variante del Ppa.

La coerenza e la chiarezza di obiettivi della politica urbanistica condotta dall’amministrazione comunale di Rozzano, della quale le varianti al Pdf rappresentano solo le tappe formalizzate, ha consentito di controllare un ritmo di urbanizzazione impetuoso con risultati eccezionali per quanto riguarda la struttura urbana e il livello delle dotazioni pubbliche, realizzate e non solo previste nei piani.

Ciò non significa che non vi siano state difficoltà, problemi, sfasamenti tra manifestazione dei bisogni e loro soddisfazione: significa solo che non vi è mai stata carenza di iniziativa da parte dell’amministrazione comunale, né incertezza di comportamento.

5. 1977-1985: la gestione del piano regolatore generale

L’adozione del 1977 del piano regolatore generale rappresenta, come si vede, il coronamento di un lungo periodo di impetuose trasformazioni socio-economiche e di aggiustamento dellla strumentazione urbanistica e dei contratti con le proprietà, ed anche la conclusione di questa fase che raggiunge un grado di assestamento e di consolidamento dei risultati che per l’appunto consente di essere rappresentato e istituzionalizzato in uno strumento di maggiore autorità. Il Prg viene elaborato alla scala 1:2000 (per la prima volta a Rozzano), quindi con un grado di dettaglio e di precisione che non poteva essere raggiunto da precedenti Pdf, tuttavia non rappresenta solo la bella copia e la versione definitiva dei precedenti strumenti, perché contiene anche importanti elementi di novità.

Rispetto alla situazione regolata dal Pdf, ciò che si è voluto ottenere con l’elaborazione del Prg è riassumibile nei seguenti termini:

a. formulazione integralmente nuova della normativa, sia per adeguarla alle nuove disposizioni della legislazione regionale e nazionale, sia per renderla più chiara, più semplice, e più adatta alle mutate esigenze locali, per riflettere cioè una situazione nella quale diviene prevalente il già edificato rispetto alla nuova edificazione;

b. indagine puntuale su tutte le aree e su tutta l’edificazione compresa nelle zone A in modo da pervenire a prescrizioni specifiche per la pianificazione esecutiva e per gli interventi diretti;

c. miglioramento e riorganizzazione urbanistica delle zone edificabili residenziali di espansione onde conseguire un miglioramento complessivo della qualità dell’ambiente urbanizzato;

d. revisione, verifica e riclassificazione di tutte le aree a destinazione pubblica, e recupero di nuove aree pubbliche nell’ambito dell’edificato per una più capillare e articolata distribuzione degli spazi pubblici;

e. revisione del disegno e del calibro delle principali comunicazioni stradali, per renderle funzionali ai principali collegamenti e spostamenti pendolari e capaci di ospitare linee di trasporto pubblico adeguate;

f. revisione delle destinazioni specifiche per quanto attiene il rapporto tra attività produttive e terziarie, adeguandolo alle raccomandazioni Pim e alle verificate esigenze di espansione locale del terziario;

g. riduzione delle capacità insediative per quanto possibile, attraverso l’abbassamento degli indici di edificabilità più alti.

Emerge in particolare in questa fase, e con questo strumento, la preoccupazione per la qualità dell’ambiente, non solo come riflesso della contestuale evoluzione del dibattito culturale, ma anche come comprensibile risultato di un periodo in cui i maggiori sforzi sono stati collocati nel controllo dei fenomeni quantitativi che al momento invece cominciano a lasciare maggiore respiro e spazio per la riflessione.

Il Prg produce a questo proposito una disciplina particolareggiata per le zone A, quasi una normativa da piano esecutivo anticipata, che consentirà agevole applicazione degli interventi di recupero. Oltre a ciò, importanti effetti si otterranno con la progressiva realizzazione e attrezzatura delle aree pubbliche, e in particolare delle grandi superfici per il verde attrezzato, mentre occorre segnalare le modificazioni operate nella configurazione dell’azzonamento dell’area di espansione di Valleambrosia (convenzione Alma) che hanno lo scopo preciso di apportare un sensibile effetto di ricomposizione nell’ambiente e nel tessuto urbano della frazione che sono tra i più deteriorati: la compattazione delle zone destinate agli insediamenti produttivi e alla residenza lungo due fasce contigue all’abitato, e la continuità del verde così ottenuto verso il percorso del Lambro, non possono che determinare una configurazione più ordinata e funzionale.

Si è ormai configurata, negli anni di gestione del Prg, una situazione socioeconomica e urbanistica radicalmente diversa non solo da quella che abbiamo descritto per l’immediato dopoguerra, ma anche da quella degli anni 50 e 60. Non è tanto l’elemento quantitativo (l’edificato, l’occupazione del suolo ormai avviata alla saturazione delle pur abbondanti previsioni, la popolazione stabilizzata intorno alle 38.000 unità) che segna l’entità della trasformazione, quanto quello qualitativo: la rilevanza ormai raggiunta dal settore terziario nel quadro economico-occupazionale (dal 1971 al 1981 l’attività nel terziario passa dal 30% al 50% della popolazione attiva), il passaggio ormai definitivamente compiuto di Rozzano dal ruolo di fornitura di servizi elementari per l’area rurale al ruolo di polo in un sistema metropolitano policentrico, un impianto urbanistico nel quale nuclei già principali sono divenuti periferici e parti già marginali sono divenute centrali, una qualità urbana caratterizzata da una dotazione straordinariamente elevata (rispetto alla media provinciale e nazionale) di servizi e di spazi pubblici, e per la quale i residui problemi sono sostanzialmente rappresentati dalla necessità di continuare a migliorare le qualità ambientali attraverso operazioni progettuali e di recupero edilizio ed urbanistico.

In questo quadro registriamo l’adozione nel 1982 dei piani di recupero di Ponte Sesto, Cassino Scanasio, Rozzano ex capoluogo, il primo con prevalente destinazione pubblica, gli altri due con prevalente destinazione residenziale.

Ancora nel 1982 viene adottata una variante al Prg intesa a correggere alcune operazioni d’ufficio della regione in sede di approvazione risultate infondate, mentre nel 1985 viene introdotta infine una variante alla normativa delle zone industriali al fine di consentire insediamenti commerciali.

Qui sembra conveniente concludere questo capitolo relativo al governo delle trasformazioni territoriali inteso come storia del recente passato, poiché ciò che segue è piuttosto attualità e quindi oggetto di diverse considerazioni che attengono alle prospettive di evoluzione.

Auditorium, critico anche Ripa di Meana

4 gennaio

MARIO AMODIO

«Apprezzo Niemayer, ma Ravello non deve essere toccata». La dichiarazione choc è di Carlo Ripa di Meana, presidente del Comitato Nazionale del Paesaggio, che si inserisce così nella querelle sull'auditorium.

La presa di posizione dell'ex Commissario alla Cultura dell'Ue, in una lettera inviata all'urbanista Vezio De Lucia. «Aderisco alla tua coraggiosa iniziativa nel dire no ad un padre dell'architettura, quando vuole esercitare le sue grandi capacità in un luogo dove non ha mai messo piede in vita sua e che non fa parte della sua storia», scrive Ripa di Meana. E sottolinea la mancanza di senso di un'operazione che non servirebbe a ridare speranze e funzioni ad un luogo come Ravello.

Poi Ripa di Meana aggiunge: «Conosco ed apprezzo le opere di Niemeyer e credo che facendo appello alla sua intelligenza e modernità possa capire che la Costiera e Ravello non sono i luoghi della sovrapposizione e del cambiamento, bensì i luoghi della conservazione e della tutela in nome di tutti i contemporanei e di coloro che seguiranno».

Dichiarazioni forti giunte mentre a Ravello era in atto un incontro (conclusosi a tarda sera) con l’avvocato di Italia Nostra, Oscar Cardillo che si è intrattenuto a lungo col sindaco ha visionato i prospetti planimetrici e il video relativo all'opera di Niemeyer, di fronte a cui pare si sia apparentemente ammorbidita la diffidenza iniziale. «Attendo la decisione del Tar - conclude Carlo Ripa di Meana - e se vi sono stati passaggi non legali mi auguro che i ricorsi siano accolti. Vi sarà poi il tempo per trovare un'altra collocazione dell'Auditorium, badando anche ad adattarne le dimensioni alla reale vivacità musicale italiana: sarebbe triste consegnare un'opera di Niemeyer al destino di sala convegni per odontotecnici o dimostratori di pentole».

La costiera che cambia

6 gennaio

MARIO AMODIO

Nei sogni di molti ravellesi è già disteso sulla collina come un enorme guscio di tartaruga. Un contenitore, simbolo dell’arte moderna dove si potrà ascoltare la musica guardando il mare della Costiera. È l'auditorium studiato per Ravello, e per questo regalato alla «città della musica», da Oscar Niemeyer, il grande architetto brasiliano che progettò ex novo un'intera capitale: Brasilia. «L'auditorium è un'opera strategica di valore regionale», va predicando il sindaco Secondo Amalfitano che nel maggio dello scorso anno volò in Brasile insieme con il governatore Antonio Bassolino per ricevere dalla mani del presiedente Lula il progetto della struttura che cambierà il volto della sua città. «C'è solo il rammarico - aggiunge - che un'operazione di ampio spessore culturale e progettuale debba subire l'onta di una speculazione di infimo ordine». Ma a sostegno del progetto, si sono schierati centosessantadue esponenti del mondo politico, intellettuale e delle professioni a livello nazionale che hanno sottoscritto un appello inviato alle massime istituzioni del Paese.

L’auditorium oggi definito come un segno inconfondibile ma non dissonante con il contesto architettonico di Ravello ha diviso gli ambientalisti: da una parte Legambiente che sostiene l’iniziativa e dall’altra Italia Nostra e Wwf, che hanno impugnato l'accordo di programma siglato da Regione, Comunità Montana e Comune di Ravello per la realizzazione dell'opera. E sul ricorso presentato al Tar di Salerno, i giudici si esprimeranno giovedì.

A difesa dell'opera di Niemeyer scendono in campo tra gli altri il sociologo Domenico De Masi, presidente della fondazione villa Rufolo e gli albergatori di Ravello. Non eseguire il progetto, per molti sarebbe come infliggere un duro colpo al cuore della grande musica che a Ravello troverebbe la sua sede in una struttura futurista e suggestiva al tempo stesso. Ma rinunciare all'auditorium significherebbe far svanire quei progetti di destagionalizzazione dell'offerta turistica con presenze spalmate sull'intero arco dell'anno. «Questo è un paese che ha scelto la musica classica da 50 anni - spiega De Masi - ed è su questa base che si è plaffonato. L'auditorium è un elemento di crescita sociale che servirà a dare lavoro ai giovani evitando che si allontanino dal loro paese d'origine. Un progetto che cambierà il volto della città perché ci consentirà di ospitare eventi tutto l'anno».

E nella polemica sulla realizzazione dell'auditorium sono scesi in campo anche gli albergatori che hanno preso posizione a favore del progetto riconoscendone la validità soprattutto nella direzione di consolidare l’immagine e l’identità culturale della città della musica. «Sarebbe delittuoso fermare questo processo - dice il presidente Gino Caruso - e l’alt all’intervento nuocerebbe in modo irreversibile al percorso intrapreso, vanificando tutti gli sfozi fin qui prodotti».

Oltre cento intellettuali favorevoli all’intervento

Ambientalisti divisi

7 gennaio

MARIO AMODIO

E venne il giorno della mediazione. Per il via libera alla realizzazione dell'auditorium di Ravello si comincia a trattare. Soprattutto all'interno delle associazioni ambientaliste (la discussione del loro ricorso al Tar contro l'accordo di programma è stato rinviato al prossimo 23 gennaio) dove secondo alcune indiscrezioni si vivrebbe un clima di forte conflittualità. Complici le numerose spaccature tra favorevoli e contrari, particolarmente all'interno del Wwf, dopo la decisione di ricorrere alla giustizia amministrativa per fermare la nascita della creatura di Niemeyer.

A confermarlo sarebbe la voce relativa ad una visita a Ravello di Grazia Francescato che, approfittando della prossima tappa salernitana, visiterebbe volentieri la «città della musica» per visionare l'area destinata alla realizzazione dell'opera ed i prospetti planimetrici redatti dall'architetto brasiliano. Tutto questo, all'indomani della presa di posizione dei 162 tra intellettuali e uomini di cultura che hanno firmato il documento a favore dell'auditorium di Niemeyer e indirizzato rispettivamente ad istituzioni e associazioni ambientaliste. «C'è anche una attenzione trasversale di politici di spessore», avverte il sociologo Domenico De Masi che è riuscito a mettere d'accordo anche destra e sinistra. Tra i firmatari del documento figurano infatti il leader di Rifondazione, Fausto Bertinotti, e l'economista forzista, Renato Brunetta, oltre al presidente di Legambiente Ermete Realacci e all'ex sindaco di Salerno Vicenzo De Luca. Musicisti e musicologi hanno apposto la loro firma così come architetti e urbanisti del calibro di Alison e De Seta, che vanno ad aggiungersi a Fuksas che già si pronunziò a favore dell’opera. Non mancano neppure firme autorevoli del giornalismo come Augias, Beha, Ghirelli, Lubrano e Liguoro, o filosofi come Giorello e Cacciari. Tra i tanti, anche top manager e imprenditori, mentre registi e attori completano il parterre (Wertmuller e Danieli) con editori (Avagliano) e fotografi come Jodice e Toscani. E questi soltanto tra gli italiani. Già perché anche dal Brasile è arrivato il sostegno all'opera di Niemeyer. E la firma più rappresentativa è certamente quella del ministro dell’istruzione Buarque. Una mobilitazione imponente per quell’Auditorium che rappresenterà un esempio altissimo di intervento funzionale ed estetico, «un baluardo tangibile contro la speculazione edilizia che ha fin qui insidiato la bellezza della Costiera». Ed in quell'area dove dovrà sorgere la struttura, i vigili urbani di Ravello hanno recentemente sottoposto a sequestro un gazebo ritenuto abusivo e per questo segnalato alla procura della Repubblica di Salerno. «Quando siamo venuti a ispezionare l'area - dice il sindaco Amalfitano - con lo strutturista di Niemeyer, Carlos Sussekind, non c'era assolutamente nulla».

Auditorium, non basta il sì della Francescato

11 gennaio

MARIO AMODIO

Grazia Francescato dice sì all'Auditorium ma fallisce la mediazione con Italia Nostra e Wwf che restano fermi sulle loro posizioni. A nulla è servito l’intervento della portavoce dei Verdi che nei saloni di villa Maria a Ravello ha incontrato ieri per due ore i rappresentanti degli ambientalisti che osteggiano il progetto di Niemeyer nel tentativo di invocare ragionevolezza alla luce della presa visione dei progetti e della visita all’area prevista per la struttura. «È un’opera illegittima che va contro le norme vigenti e se la Regione vuole davvero l’Auditorium deve avere il coraggio di approvare una variante al Put». Lo sostengono Luigi Giuliani e Oscar Cardillo, rappresentanti di Wwf e Italia Nostra. «Abbiamo fatto il possibile - dice la Francescato - e la strada politica è stata percorsa. Il nostro ruolo si può dire concluso. Ora tocca a Comune e ambientalisti andare avanti in maniera autonoma. Anche se, torno a ribadire, che nel rispetto delle norme noi non siamo contrari all’Auditorium».

Di altro parere Italia Nostra e Wwf secondo cui «la realizzazione dell'opera viola il Put». Lo continua a ripetere Luigi Giuliani, che poi aggiunge: «Questa non è una novità, perché già nel 2000 il Tar emise un’ordinanza di sospensione ignorata sia dal Comune che dalla Regione. In quell’area l’Auditorium non è affatto contemplato». Ma non finisce qui. Già, perché poi si punta l’indice anche contro la Regione, rea d'aver aggirato le norme chiamando in causa una legge di ventidue anni fa. «Come ha ricordato anche l’urbanista Vezio De Lucia nella sua perizia giurata - avverte poi Giuliani - è inammissibile che questa prevalga sulla legge successiva». Intanto è proprio quel documento firmato da De Lucia a subire una serie di contestazioni e in particolare al riferimento che egli stesso fa a un decreto interministeriale del 1968. Nel citarlo, all’interno della perizia giurata, pare abbia omesso proprio il passaggio relativo a strutture di interesse sociale e culturale. Le stesse a cui si ispira in un certo senso l’accordo di programma impugnato dagli ambientalisti e dai proprietari dei terreni.

«Non discutiamo la bontà del progetto ma siamo convinti che realizzare l’Auditorium rappresenterebbe un segnale negativo in materia urbanistica», ha commentato invece Oscar Cardillo di Italia Nostra.

E di fronte a tutto ciò, Grazia Francescato, che ieri mattina ha svolto il suo sopralluogo, insieme al sindaco Secondo Amalfitano e al presidente della Fondazione Ravello, Domenico De Masi, ha ribadito che la preoccupa più l'abusivismo che l'Auditorium. «Qui siamo circondati da tanti piccoli omicidi» ha detto guardandosi intorno. E poi ha aggiunto: «Quanto alla conformità della legge sembra che la realizzazione dell'Auditorium sia contemplata, ma ne discuterò con i miei legali. Penso che sulla vicenda ci siano state molte esagerazioni. Ora spero davvero che si trovi una soluzione - ha concluso - e stando qui, sinceramente mi scandalizzano ben altre opere perché i dati dell’auditorium parlano chiaro. La struttura comprende solo 406 posti sedere, ha una larghezza di 30 metri, e di 21 di altezza. L’impatto è davvero quasi inesistente».

Amalfitano replica a Ripa di Meana

«Noi degni eredi di Wagner e Gide»

15 gennaio

MARIO AMODIO

E venne il tempo della ragionevolezza. Già, perché intorno all’auditorium di Oscar Niemeyer sembra che si vada pian piano instaurando un clima di serenità. E questo grazie all’ammorbidimento di alcune posizioni iniziali soprattutto tra gli ambientalisti, che pare abbiano detto no più per partito preso che per reale cognizione di causa. Di tutto ciò è indicativo anche il risultato dell’incontro svoltosi l’altra sera tra il sindaco di Ravello Secondo Amalfitano e l’avvocato di Italia Nostra Oreste Cantillo, per il quale nel progetto esistono caratteristiche positive. «Anche se gli strumenti audiovisivi non rendono merito - precisa il legale - ma ovviamente io mi occupo del ricorso in cui sono individuati i punti carenti sotto il profilo giuridico. Per la perizia giurata ci siamo rifatti a quella che De Lucia ha prodotto per altro ricorso. Comunque sia è auspicabile il dialogo anche perché le porte non sono affatto chiuse».

«Ho trovato un grande desiderio di approfondimento - è la replica del primo cittadino di Ravello - e soprattutto ho colto l’intenzione che ha il mondo della politica, della cultura e degli ambientalisti, di riappropriarsi delle decisioni prima che tutto sia demandato a un tribunale. Non senza aver verificato la correttezza e la legittimità delle scelte».

Intanto però tutti parlano, tutti dicono. Ieri è intervenuto fra gli altri Edo Ronchi, ex ministro dell’Ambiente, a giudizio del quale la costruzione dell’auditorium dovrebbe comportare «una modifica normativa regionale» e non «una semplice deroga amministrativa», contro il rischio di «creare un precedente» e «incoraggiare future deroghe facilitate». Per Amalfitano «anche se a fatica s’intravedono spiragli di ragione». Tutti, continua il sindaco, «hanno convenuto su una regolarità e una legittimità procedurale esemplare» e la bontà dell’intervento «è unanimemente riconosciuta». Così come «in modo sempre più chiaro e palese - continua il sindaco - mi giungono da tutte le parti attestati di apprezzamento per il lavoro che l’amministrazione comunale sta svolgendo. Ovviamente ci sono residui di inesattezze e di attacchi gratuiti».

Il riferimento è alla dichiarazione choc firmata da Carlo Ripa di Meana. «A Ripa di Meana - continua il sindaco - dico che l’auditorium che si farà, in piena legittimità perché conforme a tutte le norme urbanistiche vigenti, verrà consegnato ai cittadini di Ravello. A quei cittadini figli della frequentazione di Boccaccio, Wagner, Gide, Lawrence, che dopo aver custodito e valorizzato patrimoni del calibro delle Ville Rufolo e Cimbrone e dopo aver assorbito a livello quasi cromosomico un raffinato gusto estetico e un elevato patrimonio culturale, sapranno custodire e valorizzare anche questo nuovo gioiello. Ripa di Meana - conclude poi Amalfitano - ignora evidentemente che Ravello oltre all’auditorium sta lavorando a un programma di ampio respiro per la riqualificazione urbana, sociale e ambientale dell’intero territorio».

E mentre per lunedì prossimo sarebbero attesi a Ravello i vertici nazionali del Wwf, sul fronte del no si segnala un’altra presa di posizione. «Né Auditorium, né parcheggio» dicono i Vas, che di quell’area vorrebbero farne «giardini della musica» come quelli di Forio d’Ischia.

Gli spari di Rozzano fanno da innesco, sui giornali, a una faticosa e circospetta discussione sulle condizioni di vita nelle periferie urbane. È una discussione che ci coglie alle spalle, come certe rimozioni di dolori e disagi passati e irrisolti che riemergono da uno strato (inutile) di dimenticanza.

Già "periferia" è un termine anacronistico, da evo dell’industria, da padri e nonni inurbati a affastellati ormai mezzo secolo fa, come pezzi da immagazzinare, in tragici palazzoni che erano e sono grattacieli senza vanità, tristi parodie involontarie del lucente orgoglio dei centri direzionali e delle sedi del potere aziendale. Ma anche «condizioni di vita», o peggio ancora «qualità della vita», è un concetto che ci suona decrepito, e che maneggiamo con imbarazzo: perché ci rimanda diritti a un evo scomparso, quello nel quale i modi del vivere, dell’abitare, del lavorare, vennero tutti radicalmente messi in forse, e rivoltati alla luce critica dell’ideologia e delle utopie sociali.

Finita malamente e amaramente quella stagione, è come se le risposte sbagliate (perché brusche, e presuntuose) avessero condannato all’oblio anche le domande giuste. Tra esse, quella fondamentale era se fosse non solo accettabile, ma perfino possibile vivere nello squallore smemorato degli alveari periferici, deportati dai propri luoghi d’origine, scissi dalle proprie radici e impossibilitati - fuori dalla fabbrica e dalla politica: entrambe quasi estinte - a farsene delle nuove. In quel brutto istituzionalizzato galleggia oramai la seconda o terza generazione postoperaia, che neppure in lustri e lustri di panni appesi, e tanto meno grazie all’addobbo delle antenne paraboliche, è riuscita a trasformare quei depositi umani, quelle rotonde d’asfalto, quegli affacci sul nulla in identità sociale, in spirito di comunità, insomma in solida vita collettiva e in prospettiva di futuro.

C’è una domanda semplice semplice che ogni persona di questo paese, se in regola con la propria coscienza o almeno con la propria intelligenza, dovrebbe porsi: ma io vivrei lì, in quel clima sociale, con quel paesaggio davanti alle finestre? Attenzione: pur essendo una domanda morale, oltre che logica, non è quasi più posta, perché in quanto morale (e in quanto logica) puzza di altruismo, di preoccupazione sociale e di altri vizi oggi molto malvisti, e radunati a mazzo nella malapianta del "buonismo" ipocrita. Cioè: chiedersi se siano tollerabili le condizioni di vita di milioni di italiani, e chiederselo a partire da una strage insieme occasionale e endemica, è diventato un esercizio retorico degno di spregio. Indicare la bruttezza massificata, e la massificazione abbruttita (nelle città, in televisione, nelle vacanze ingorgate, ovunque) come matrice, o almeno una delle matrici, dell’infelicità e della violenza, è diventato un esercizio snobistico, da pensatore satollo e viziato, con casa in Umbria o in Maremma. Viceversa il classismo definitivo e feroce di chi depone la questione tra quelle insolubili (si sa, la società di massa è questa, non tutti possono abitare in Umbria o in Maremma) passa per realistico, e non ipocrita, e politicamente sapiente.

Più sapiente (per fortuna e per disgrazia) è però la realtà delle cose. Che costringe a infilare le telecamere, come in un viaggio a ritroso nella sostanza originaria del nostro vivere, nel dedalo informe dei suburbi della inutilmente ricca Lombardia, che vista dall’alto, dal cielo sopra Milano, è una immensa gettata di stradoni e case, capannoni e villette che si arrampica fino alle Prealpi, con la stessa precaria e misera ostinazione di uno sterminato insediamento post-terremoto.

Il terremoto è quello dell’industrializzazione, che in cambio di un benessere minimo ha devastato l’anima dei luoghi e delle persone. Siamo ancora lì, dopotutto e nonostante tutto, siamo al paese contadino che ha dovuto concentrare in pochi decenni quasi due secoli di trasformazione industriale deportando mezzo Meridione (l’industrializzazione forzata è stato il nostro stalinismo), e lo ha fatto in fretta e malamente, stravolgendo il senso di un abitare antico e coeso, fatto di borghi, di piazze, di trattorie e caffè.

Gli stranieri stanno comperando gli ultimi lembi di Italia centrale, i più intatti e vivibili, perché il censo e la cultura fanno loro da bussola. Da noi è accaduto che il censo, e l’ansia di conquistarlo a passi veloci, abbia reso la cultura (e le radici, e la coscienza di vivere in un paese che fu il più bello del mondo) una zavorra. Piccole élites nazionali condividono con il ceto medio europeo colto e abbiente la ricerca della sobria bellezza italiana, arroccata nelle piccole città e nelle splendide campagne. Per le masse, che pure da quei borghi e da quelle campagne hanno preso l’abbrivio, ci sono, ieri e oggi e sempre, le periferie delle metropoli, quelle che già Pasolini (quarant’anni fa) batteva cercandone inutilmente il cuore, e il nerbo umano.

Ma il discorso su bellezza e bruttezza, in un paese come l’Italia, non dovrebbe essere pane quotidiano, anche in politica, perfino in politica? Anche adesso che la televisione ha finito di demolire per bene il discrimine tra i due concetti, non basta Rozzano, povera Rozzano, a farci capire che, quando ci si arrende al brutto, si smette di ragionare sulla propria vita quotidiana? Mica su Giotto o su Svevo: sulla propria vita quotidiana.

Liberazione 8 agosto 2003

Cassonetti bruciati e rottami gettati in strada. Famiglie intere che bloccano il traffico. Una rabbia sociale che non si contiene. Sono le nuove barricate di periferia. Nuove trincee contro il degrado in cui versano i quartieri "dormitorio" di alcune metropoli italiane. Il tam tam silenzioso della rivolta contagia gli alloggi dello Iacp di Ostia, del Laurentino 38 di Roma o del S. Paolo di Bari. Da quindici giorni gli undici "ponti" del Laurentino 38 a Roma sono messi a ferro e fuoco. Gli abitanti sono scesi in strada, hanno formato barricate per manifestare contro le condizioni precarie nelle quali sono costretti a vivere. Si protesta per gli ascensori fuori uso da anni, per i rifiuti ammassati lungo le strade e nei giardini, per le infiltrazioni dell'acqua causate dagli scarichi a cielo aperto. Ed i cittadini denunciano una situazione sociale diventata insostenibile. Nella realtà i ballatoi dei "ponti" sono stati murati per farne alloggi abusivi. I nuovi poveri che bussano alla porta dell'Occidente ricco vengono a trascorrere qui le loro nottate dopo una giornata di fatica dedicata ad ingrassare qualche "padrone" dalla pelle più bianca della loro. E allora la protesta potrebbe innescare violenze a non finire. «Stiamo contenendo l'occupazione quotidiana di tanti extra-comunitari - ha dichiarato Salvatore Grilletto, residente al X ponte del Laurentino e rappresentante delle Rdb - Finora abbiamo dato un esempio di tolleranza, ma non vorrei che la situazione peggiorasse. Chiediamo maggiore vigilanza a tutela di tutti». E tre giorni, fa proprio al Laurentino, i residenti del IV e V ponte hanno incendiato i cassonetti e bloccato il traffico. I manifestanti chiedono la riparazione di un ascensore, maggiore pulizia, tutele contro la microcriminalità dilagante, la presenza della polizia. Il Laurentino, come lo Zen di Palermo o il S. Paolo di Bari sembra una polveriera sempre pronta ad esplodere. Analogamente a quanto avvenuto a Scampia a Napoli nel mese di giugno, la rivolta investe anche gli "occupanti della notte". La convivenza con gli extra-comunitari avviene in condizioni di completo abbandono da parte delle istituzioni. E la rivolta del Laurentino ha avuto un suo epilogo. Alle 3 del mattino, proprio al X ponte, si è verificato l'ultimo sgombero forzato. Benzina per dare fuoco ai giacigli della disperazione, ed è stato il fuggi-fuggi. Questi sono i quartieri delle nuove periferie. Enormi, densamente popolati, privi di servizi, nell'insieme paurosi. Che fare allora? C'è chi pensa alla demolizione e chi alla riqualificazione. E la mente va alle "Vele" di Napoli che saltano in aria oppure a "Sorridi città", operazione di capitalizzazione delle facciate del patrimonio immobiliare dello Iacp a Bari. A Roma con il piano regolatore del marzo 2003 si è proposto l'abbattimento degli ultimi tre ponti del Laurentino. Un'operazione limitata che non investe il quartiere nel suo complesso. Meglio allora, come sostiene Rifondazione comunista, dare impulso ai progetti di recupero e di integrazione sociale. Lavoro, istruzione e dignità, anzitutto. Il tam tam della rivolta invoca pari diritti nell'accesso alla vita. Per tutti.

Indagine: caro-abitazione al primo posto tra le spese degli italiani

Casa dolce casa. Corsa all'acquisto dell'abitazione nel centro Italia, e nel nord consumi soprattutto per prodotti non alimentari, mentre cresce la spesa alimentare nel Mezzogiorno anche se cala il consumo di olii e grassi. Tiene la carne anche dopo la paura di mucca pazza ma aumenta il consumo di pesce. Spendono così, gli italiani, secondo l'ultima indagine diffusa da Confcommercio che fotografa gli usi delle famiglie italiane nel quinquennio 1997-2002, evidenziandone le differenze geografiche. Dal borsellino delle famiglie italiane escono ogni mese soldi impegnati per il 24% in spese per la casa, 19,4% in alimenti e bevande, 14,3% in trasporti, 11,1% in altri beni e servizi, 6,8% abbigliamento e calzature, 6,4% mobili ed elettrodomestici, 4,9% tempo libero, cultura e giochi, 3,8% sanità. In questi anni la spesa media delle famiglie è cresciuta dell'8,3% con punte del 15% per le regioni del centro. Inferiore, invece, nelle regioni del sud (6,3%) che peggiorano di oltre un punto percentuale il gap che le separa dal livello medio di spesa familiare degli italiani. E se le famiglie del nord hanno incrementato in maniera significativa (7%) la spesa per i consumi non alimentari, nelle regioni meridionali il comportamento delle famiglie resta di tipo tradizionale ed evidenzia una maggiore attenzione alla spesa per la tavola (10%).

Ho letto il testo di Paolo Desideri sulle periferie urbane pubblicato il 18 settembre su Repubblica e vorrei modestamente esporre qualche motivazione a completamento della mia parziale spiegazione dei problemi del quartiere ZEN a Palermo. Le motivazioni che ho addotto delle difficoltà di quel quartiere da me attribuite alla sua realizzazione parziale e senza i servizi previsti non sono poco. Vorrei qui aggiungere anzitutto che a conti fatti, credo, varrebbe ancora la pena di completare il quartiere ZEN, che potrebbe offrire così una condizione abitativa migliore dell´80% di ciò che è stato costruito a Palermo nel dopoguerra.

Belle o brutte poi, le costruzioni delle nostre periferie, nelle attuali condizioni di nessuna politica per le case a basso costo, sono tutte da utilizzare. Personalmente sono contro gli apparenti radicalismi delle demolizioni.

Desideri afferma però che la questione è più « strutturale» (come abbiamo imparato a dire da Karl Marx) e che esiste uno scollamento irreversibile tra i modelli offerti dal moderno per lo sviluppo della città e la cultura abitativa contemporanea. Giusto anzitutto il plurale perché i «modelli» sono molti e diversificati; dalla città giardino all´«unité d´habitation de grandeur conforme» e quindi diversi tra loro come lo ZEN e il Corviale di cui ho il massimo rispetto sia come qualità architettonica che come utopia. Mi pare invece che Desideri individui l´autentico nemico conservatore e passatista, nella pianificazione (flessibile o meno che essa sia) cioè nella costituzione di ipotesi di sviluppo compatibili e di regole da mettere in atto.

Quella che Desideri giustamente definisce «la mediocre utopia liberista» della deregolazione è invece ciò che presiede gli omogenei ed eterodiretti desideri della vastissima classe media. Giusto: anzi forse non ci sono più classi: solo ricchi e poveri, anche se questi ultimi aumentano sempre di più. Forse non si chiamano più proletari ma solo diseredati ma non per questo non necessitano di alloggi, di lavoro, di educazione, di sanità e, per far questo, uno sforzo collettivo, civile va fatto.

No, a me le questioni strutturali non sfuggono affatto; quello che mi sfugge sono le proposte alternative alle tradizioni del moderno; ciò che mi dispiace è che la cultura di architetti ed urbanisti non abbia saputo trovare nuove risposte credibili e durevoli dal punto di vista dell´architettura come da quello del vivere civile.

A meno di considerare una soluzione, una volta rivolto lo sguardo alla città diffusa, la sociologia e l´estetica della constatazione, del dilagare senza regole del costruito, della distruzione del bene finito territorio e della costruzione di un intrico costosissimo di infrastrutture all´inseguimento delle villette.

Dietro gli ideali del movimento moderno vi sono certamente illusioni, utopie e persino ingenuità, ma dietro alla città delle villette vi è solo la resa all´ideologia del soggettivismo postsociale: ci si può sempre arrendere ma penso che sia anche legittimo lottare per la ricostituzione proprio di quella «civitas» che viene invocata alla fine del suo testo.

Erano i marginidella città

Ricordo com’erano le periferie delle nostre città, mezzo secolo fa. Erano luoghi lontani dalla città. Le periferie erano oltre le mura, oltre i sobborghi legati alla città vecchia dalla crescita di poche case, allineate lungo una strada. Erano, prevalentemente, in campagna: la interrompevano con i quartieri popolari di casermoni a molti piani, abitati prevalentemente dagli operai e dai contadini immigrati, o con le casette dei vari stili impiegati dagli architetti del regime (fascista) o da quelli della democrazia, oppure ancora (soprattutto a Roma) nei tuguri e nelle baracche di legno, lamiera e carrozzerie sfasciate.

Del resto l’Italia, fino allora, era ancora prevalentemente costituita da paesi e piccole città. Il fascismo aveva tentato, non senza successi, di frenare quello che veniva definito (e deprecato) come “urbanesimo”, considerato un pericolo anche socialmente: qualcuno si sarà ricordato, allora, il detto “l’aria della città rende liberi”? Nelle stesse terre che aveva bonificato, le Paludi Pontine, non aveva costruito metropoli, ma poche cittadine e una miriade di piccoli borghi.

Gli italiani vivevano ancora prevalentemente dell’agricoltura. Ogni palmo di terra era coltivato: nell’economia, la regola dell’autarchia aveva cancellato tutte le altre: la produttività non contava, contava solo la produzione. Le campagne, le colline, e anche le pendici e le valli delle montagne erano abitate da paesi, borghi, gruppi di case, casolari. Avevano magari la dimensione (ma non la struttura, non la vita) delle città i grandi paesi nelle terre del latifondo, in Calabria, Sicilia, Puglia, Lucania, dove i contadini vivevano a ore di distanza (a piedi o a dorso di mulo) dalla terra che coltivavano.

I quartieri e le borgate, che costituivano la periferia della città, ospitavano abitanti espulsi dai centri (come a Roma, a causa delle operazioni di bonifica edilizia nel centro), oppure contadini immigrati, respinti dalla povertà e attirati dal lavoro nelle fabbriche. Spesso erano paesi trapiantati in città, oppure ne avevano l’aspetto. I loro abitanti erano segregati dalla vita urbana: conoscevano la città attraverso i luoghi di lavoro: le case dei borghesi dove andavano a servizio, le fabbriche dove si inserivano nella catena di montaggio. Quasi come contropartita, le periferie avevano una identità precisa. Erano dei “luoghi”, ciascuno caratterizzato da un evento, da un comune destino, da un nucleo elementare di servizi (è bene ricordare che in quegli anni anche la fontana era un servizio: non serviva per abbellire, ma per gli usi domestici).

La “modernizzazione” del Belpaese

Le cose sono cambiate, violentemente e drammaticamente, proprio a cavallo del 1950. Per una serie di ragioni che sarebbe lungo raccontare, la decisione politica che fu assunta fu quella di affidare lo sviluppo economico e sociale ad alcuni settori portanti, tra cui svolgevano un ruolo di primo piano l’edilizia e la produzione di beni di consumo durevoli, e di inserire questo sviluppo in una cornice in cui, alle regole e alla libertà di una democrazia sempre più dispiegata, si accompagnava la difesa, ideologicamente motivata, della proprietà privata: anzi, la sua promozione, con l’assistenza dell’intervento pubblico.

Fu su queste basi che si raggiunse l’obiettivo di inserire l’economia italiana nel mercato mondiale, di spostare l’asse della vita economica dall’agricoltura all’industria manifatturiera, di accrescere il benessere e di ridurre le sacche di malcontento. Il prezzo più visibile che fu pagato dalle generazioni che sono succedute fu la distruzione della città e del territorio. La modernizzazione del paese fu raggiunta con quello che, dalle denuncie di Antonio Cederna, ricordiamo come lo scempio del Belpaese.

Lo scempio non fu solo costituito dalla distruzione di paesaggi, dalla devastazione di architetture, dalla dispersione di testimonianze della storia, dal saccheggio e dalla degradazione di preziose risorse naturali. Fu costituito anche dalla degradazione della città nel suo insieme. Gli antichi nuclei formati nei secoli che precedettero la cultura del cemento armato e del dominio del privatismo proprietario, accresciute con misura, e in una sostanziale continuità di disegno, nel secolo che precedette la seconda guerra mondiale, sono stati affogati da un’espansione indifferenziate di case e strade, in un caotico insieme di aggregati di alloggi uniti soltanto dalla rete del traffico automobilistico, dove la società si è tendenzialmente dissolta in una massa di individualismi, la complessità si è annullata in monofunzione, la comunicazione si è rovesciata in solitudine. La tendenza è stata insomma quella della distruzione della città da parte della periferia: anzi, delle periferie.

Molte periferie

Esistono in effetti molti tipi di periferie. Come ogni altra parte della città, le caratteristiche sono determinate soprattutto dalla loro nascita. Le periferie della “città pubblica”, nate per un programma socialmente orientato, su aree preventivamente acquisite dalla mano pubblica, secondo un progetto urbanistico definito e chiaro (a volte vittorioso alla prova dei fatti, altre volte sconfitto). Le periferie della speculazione tipica degli anni Sessanta, su un impianto urbanistico simile a quello della città dei decenni precedenti ma con un’estensione cento volte maggiore e densità edilizie decuplicate. Le periferie della speculazione fondiaria più moderna, condizionata dalla regole della lottizzazione convenzionata introdotta dalla “legge ponte”, meno povere di qualità edilizia e urbanistica ma nettamente separate dal resto della città. Le periferie dell’abusivismo urbanistico (attorno a Roma e le città del Mezzogiorno), manifestazione al tempo stesso proterva e miserabile dell’assenza, o del disprezzo, delle regole comuni della civitas. E le periferie della “città diffusa”, pulviscolo periurbano di case, casette, ville, villette e villettine, prevalentemente figlie del permissivismo delle legislazioni regionali, o delle loro applicazioni comunali nell’interpretare e nel piegare a fini di “sviluppo” le normative delle zone agricole.

Queste diverse tipologie si articolano poi e si declinano a seconda del luogo e del tempo. Così, i “quartieri” della città pubblica nati prima della legge 167 del 1962 scontano la segregazione provocata dai provvedimenti di finanziamento, destinati ora a quella categoria sociale, e le difficoltà nell’acquisizione di aree a prezzo sopportabile dai bilanci pubblici: in quelli successivi invece, almeno nelle regioni dove si è affermata una prassi di pianificazione urbanistica e di governo del territorio, l’integrazione tra i diversi ceti sociali, il livello di dotazione di servizi, l’efficienza degli impianti e della gestione urbani, l’integrazione con la città ne fanno degli esempi a livello dei migliori casi europei. E così, ancora, l’abusivismo straccione delle centinaia di casette tirate su dal tramonto all‘alba su lotti di 500 o 1000 mq uguali l’uno all’altro nella periferia romana degli anni Cinquanta è ben diverso da quello che ha impiegato i modelli edilizi e il i target di consumo del mercato legale.

Voglia di città

Un fatto è certo. Le periferie rappresentano oggi la città: è qui che si gioca la scommessa sul futuro della civiltà urbana. Ciò che è stato urbanizzato e costruito fino alla fine della seconda guerra mondiale ha seguito, in un modo o nell’altro, le regole che fino allora avevano determinato le trasformazioni urbane: dopo, le regole sono state travolte. La quantità (si calcola che il territorio urbanizzato è aumentato, nel cinquantennio, di cento volte) è diventata negazione della qualità. Nelle periferie, èla città stessa che si è degradata.

Così come sono state configurate nella grande maggioranza dei casi le periferie sono infatti la non città. Se la città è comunicazione, incontro, condivisione, identità (piazza, viale, passeggiata, centro, municipio, fontana, giardino), la periferia è divenuta “dormire e mangiare”, televisione, parcheggio e automobile, solitudine, anomia e anonimia.

Il fatto è che - come ho accennato - fino ai primi anni del dopoguerra le periferie erano parti della città: vivevano dei suoi servizi, del suo centro, e possedevano esse stesse (i quartieri e le borgate delle periferie) nuclei elementari di vita sociale. Oggi, gli antichi centri, le antiche città sono ricordi affogati nell’indistinta ameba del continuum urbano. La sete di relazioni, di vita sociale, di incontri rimane inappagata. Quanto essa sia intensa lo dimostrano gli episodi di vitalizzazione del centro storico, che richiamano nel luogo della centralità e degli incontri la parte più mobile della popolazione: i giovani.

Il primo episodio fu quello promosso da Renato Nicolini, assessore alla cultura a Roma, Sindaco Giulio Carlo Argan, negli anni Ottanta. Con una serie di iniziative culturali aperte si invitarono i giovani a venire, la sera, nelle piazze del centro. I locali rimanevano aperti fino a tardi, le strade e le vetrine illuminate. Fu un trionfo. In autobus e in motoretta, in automobile e a piedi, centinaia di migliaia di abitanti delle lontane borgate e dei quartieri intensivi delle periferie venivano nel centro, si impossessavano della città che non avevano mai conosciuta. Era voglia di evasione dai luoghi senza vita dove la maggior parte della popolazione era costretta a vivere, ed era voglia d’incontro, di scambio, di condivisione: era voglia di città.

Urbanizzare le periferie,ricostruire la città

È possibile soddisfare questa aspirazione, rispondere in termini non episodici ed eccezionali alla voglia di città? È possibile “urbanizzare” le periferie, renderle città? Questa è la grande scommessa dei prossimi decenni. Vincerla non sarà facile. Occorrerebbe in primo luogo avere chiare le direttrici dell’azione, gli obiettivi da raggiungere, i percorsi da seguire. Bisognerebbe comprendere, in primo luogo, che le periferie non si rinnovano se non si rinnova la città. Occorre una visione strategica, un progetto d’insieme della città, un “piano”: se non c’è , oppure se non è adeguato all‘obiettivo di riqualificare le periferie, occorre farlo. La città è un organismo unitario: non si salva a pezzi se i pezzi non sono tessere d’un mosaico chiaramente definito e condiviso. È solo a livello dell’intero sistema urbano e territoriale, del resto, che si possono risolvere due dei più gravi problemi che affliggono la vita delle periferie: quello del traffico e quello dell’organizzazione dei servizi e dei “luoghi centrali”.

Bisognerebbe poi assumere consapevolezza piena, nelle regioni devastate dall’abusivismo, che il ripristino della legalità violata è la premessa necessaria per qualsiasi operazione di riqualificazione della città e delle sue parti. Il recupero dei quartieri abusivi non può essere la premessa della sanatoria: esso deve essere possibile, invece, solo là dove le condizioni (urbanistiche, amministrative, patrimoniali) hanno consentito la sanatoria e questa è già avvenuta.

Bisognerebbe poi stabilire priorità precise, per rendere attendibile l’esito della riqualificazione. Due mi sembrano i parametri da prendere in considerazione per individuare le situazioni dove maggiori sono i margini di manovra e migliori le possibilità di riuscita: la densità territoriale e la situazione patrimoniale. È evidente, infatti, che il ridisegno dei quartieri, l’arricchimento delle funzioni (la “complessificazione” funzionale), la progettazione degli spazi pubblici sono operazioni praticabili dove la densità è ragionevolmente bassa e dove una configurazione vivibile può essere raggiunta senza riduzione del numero degli abitanti. Ed è altrettanto chiaro che la proprietà indivisa dell’area costituisce un requisito di base difficilmente sostituibile dalle improbabili alchimie delle contrattazioni tra proprietà suddivise.

In molte aree urbane, soprattutto dell’Italia del sud e del centro, i quartieri pubblici sono stati additati come il simbolo del degrado urbano: basta evocare lo Zen a Palermo o le Vele di Scampia a Napoli o Corviale e Laurentino 38 a Roma. Un’analisi attenta farebbe comprendere come le colpe siano più nell’assenza di gestione sociale che negli errori dei progetti. Ma mi sembra che proprio da quei quartieri potrebbe partire una sperimentazione nella quale la bassa densità territoriale e il controllo pubblico degli immobili potrebbero consentire l’introduzione di servizi e di funzioni urbane qualificate (e quindi la “complessificazione”), il miglioramento dell’accessibilità (e quindi dell’appetibilità per le utilizzazioni rare), e dunque la trasformazione dei quartieri dormitorio in parti della città.

Molto più difficile una riqualificazione delle vaste plaghe della periferia a bassa densità dove il modello sociale e urbanistico della casa unifamiliare su lotto recintato. In esse, la bassa densità territoriale consentirebbe, dal punto di vista tecnico, di definire soluzioni soddisfacenti e praticabili. Ma quando l’assetto fisico e sociale è profondamente segnato dall’individualismo proprietario il riscatto urbano apre contraddizioni difficilmente gestibili: occorreranno molto tempo e molta pazienza per far maturare le condizioni (innanzitutto sociali e culturali) che consentano di riqualificare porzioni significative delle fasce perturbane.

Ancora più complessa, e addirittura improbabile, una riqualificazione profonda dei quartieri ad alta densità. Lì ci si dovrà limitare a promuovere la “complessificazione” funzionale, attraverso un impiego rigoroso del controllo pubblico delle destinazioni d’uso, e a ridisegnare l’assetto degli spazi pubblici utilizzando le disponibilità delle abbondanti reti stradali dopo avervi “banalizzato” il traffico, e unificando in un unico disegno i brandelli di aree destinate al consumo sociale.

Recuperare mezzo secolo di errori

La difficoltà che si incontreranno, se si vorrà assumere sul serio l’obiettivo della trasformazione delle periferie in città, danno la misura degli errori che si sono compiuti nel mezzo secolo trascorso. Non è questa la sede in cui interrogarsi sulle responsabilità di quegli errori, nà sulle loro matrici. Vale però la pena di sottolineare un rischio nel quale si può cadere di nuovo, in questi tempi nei quali l’allentamento delle regole, la valorizzazione del “privato”, il consenso dei ceti sociali più forti sembrano gli obiettivi centrali degli amministratori delle città. Il rischio di dimenticare che la città, per la sua stessa natura, richiede l’esercizio di un potere pubblico forte, autorevole, determinato, dotato di una visione lungimirante e capace di far prevalere gli interessi della collettività su quelli dei singoli individui e gruppi, di tutelare gli interessi delle generazioni future a fianco di quelli del presente.

Nelle aree e nelle città in cui si è saputo comportarsi così nel cinquantennio che sta alle nostre spalle, oggi le periferie sono città, non pongono i problemi gravi che inquietano altrove. Non sarebbe male ricordarlo. Altrimenti, l‘impresa di riqualificare le periferie correggendo mezzo secolo di errori non meriterebbe neppure d’essere avviata, perché sarebbe condannata al fallimento.

Dentro il dibattito autoreferenziale degli addetti ai lavori, irrompe talvolta il punto di vista di chi specialista non è, e forse proprio per questo finisce per vedere quello che sfugge agli esperti. È il caso, mi pare, dell´articolo di Michele Serra («Le periferie dimenticate dalla società dei sapienti» uscito su Repubblica il 26 agosto) a commento dei fatti di Rozzano.

Sul tema delle "periferie", dell´assenza di qualità dello spazio fisico e sociale che le caratterizza, Serra propone una elementare domanda che sembra fare piazza pulita dei tanti dibattiti degli addetti ai lavori: «Ma io vivrei lì, in quel clima sociale, con quel paesaggio davanti alle finestre?».

Una domanda a lungo elusa da noi architetti, che sembra porsi tuttavia persino la gente comune. Meglio sarebbe dire che da almeno trent´anni si è posta la gente comune mentre quella che Serra definisce la "società dei sapienti" - cioè gli architetti, gli urbanisti, gli amministratori - continuava a progettare, in cieca buona fede, i Corviale, gli Zen, i Tor Bella Monaca, i Laurentino 38. Uno iato ormai quasi incolmabile, quello tra le attese della gente comune e la cultura architettonica, che è possibile far risalire almeno agli anni Settanta. È a partire dalla seconda metà di quel decennio, infatti, che si segnala una svolta nel fenomeno dell´abusivismo edilizio. La casa abusiva diviene strumento di una società che non è più in grado di condividere i valori e la cultura abitativa proposta nella città pianificata. «Il rifiuto di un quartiere costituito da case multipiano è espressione di un giudizio negativo sulla incongruenza dell´impianto urbanistico con tipologie ad alta densità, che determinano una sindrome da ghetto appartenente alla tradizione dei quartieri popolari di periferia (...). L´indiscussa vincitrice del referendum sulla casa desiderata è risultata la piccola dimensione: il 56,9% degli intervistati ha indicato nella casa di borgata il luogo preferito dove vivere».

Era il 1983 e il Censis (nella Indagine conoscitiva sul fenomeno dell´abusivismo edilizio, realizzata su incarico del Comune di Roma) proponeva un´interpretazione dell´abusivismo edilizio come risposta alla deludente qualità della vita che gli ambienti urbani della città pianificata moderna sapevano garantire ai loro abitanti: «Il trasferimento nell´alloggio costruito illegalmente solo in pochi casi si configura come un evento dettato da una stringente necessità. Nella generalità esso appare invece come l´occasione di un miglioramento voluto e consapevolmente pianificato dagli standards abitativi. L´alloggio abusivo rappresenta quindi, per la maggioranza degli intervistati, la conquista di un miglioramento sostanziale del comfort abitativo. Accanto all´incremento della superficie abitabile e del numero medio di stanze si può rilevare un pronunciatissimo incremento delle superfici accessorie dell´alloggio e delle superfici scoperte di pertinenza dell´abitazione, specialmente costituite dai giardini e dalle aree libere».

Una bella lezione per gli architetti: a fronte della nostra incapacità di garantire qualità all´ambiente urbano, la gente comune cominciava ad autocostruirsi la sua villettopoli. Cominciava a percorrere quella strada che oggi consegna i nostri territori metropolitani a un oggettivo paradosso: da un lato ettari di aree suburbane informi (nelle quali, tuttavia, la gente vive volentieri); dall´altro interventi pianificati per mano pubblica (dove ogni persona in regola con la propria intelligenza non vorrebbe vivere).

Fin da allora dunque ce ne sarebbe stato a sufficienza per allertare "la società dei sapienti", che però ed al contrario, proprio in quegli anni metteva a segno alcuni tra i meno amati interventi edilizi di mano pubblica. Un "fiasco", a cogliere il giudizio pressoché unanime dei non addetti, che non ha nulla a che vedere, si badi bene, con la speculazione edilizia e con i cosiddetti "palazzinari", se è vero che le forze messe in campo per la progettazione provengono in buona parte dalle file giuste. Proprio in quegli anni e di fronte a quelle attese, Vittorio Gregotti e Franco Purini realizzano il quartiere Zen a Palermo (1970); Mario Fiorentino il Corviale a Roma (1974). Mi limito a citare questi due esempi perché in questi due casi, forse più che per i tantissimi altri esempi che si potrebbero citare, la divaricazione tra quello che in campo cinematografico chiameremmo il giudizio della critica ed il giudizio del pubblico, misura la maggiore distanza.

Perché dunque noi architetti abbiamo tanto apprezzato il Corviale e lo Zen che al contrario ogni persona "in regola con la propria intelligenza" ha individuato come manifestazione evidente dell´invivibilità dello spazio urbano contemporaneo?

Mi convince solo parzialmente la spiegazione che fornisce Vittorio Gregotti (Repubblica del 30 agosto): lo Zen non ha funzionato perché mai furono realizzati i servizi previsti, perché il progetto fu compiuto in modo frammentario, perché da subito l´amministrazione Ciancimino tentò di sottrarre ai progettisti ogni possibilità di controllo della realizzazione. Non è poco, certo. Anzi ce n´è a sufficienza per assicurare il fallimento di qualsiasi buon progetto. Ma tutto questo non coglie quello che a me pare il dato essenziale, e cioè lo scollamento irreversibile che con il Corviale e lo Zen noi possiamo misurare tra i modelli urbanistici messi a punto dal Movimento Moderno nel corso del Novecento, ed i modi e le attese e la cultura (o la sub-cultura) abitativa contemporanea nelle società post-capitaliste. Lo Zen e il Corviale rappresentano il punto di arrivo di una ricerca che in campo architettonico parte dal lavoro delle avanguardie degli anni Venti e Trenta, e si alimenta del pensiero dei grandi maestri del Movimento Moderno come Gropius e Le Corbusier. Un modello fondato in quegli "eroici" decenni della prima metà del Novecento, a partire dalle tumultuose esigenze di una società e di un´economia fondata sulla produzione industriale, sulle fabbriche, sulla manodopera, sulle lotte operaie, su un pensiero ancora di stampo modernista-determinista che garantiva un futuro inscindibilmente legato al progresso. Lo Zen e il Corviale sono il punto di arrivo di tutto questo: il che spiega l´apprezzamento degli architetti.

Ma proprio per questo essi rappresentano allo stesso tempo quanto di più distante possa essere percepito dalla società contemporanea. Dentro la quale sembrano scomparsi tutti gli attori che popolavano sino a ieri la società moderna: non più operai con le chiavi a stella; non più fabbriche; non più classe operaia ed anzi definitivamente non più classi sociali in assoluto; non più politica; niente più determinismo; e un futuro che appare non più irreversibilmente legato al progresso ed allo sviluppo.

Più consone alle attese e alla cultura abitativa dell´uomo contemporaneo, le tipologie autocostruite della città non pianificata, le casette della città diffusa, rappresentano la mediocre utopia liberista di un soggetto che in quelle architetture senza architetti realizza il suo contraddittorio paradiso individualista. Basterebbe guardarle con meno disgusto per rileggere, in filigrana, il soggetto metropolitano che le abita, le sue attese, la sua cultura abitativa. Un uomo metropolitano contemporaneo che a differenza di quello moderno si caratterizza subito per il suo fortissimo individualismo. È un soggetto che sembra l´opposto esatto di quello per il quale il moderno aveva efficacemente costruito una precisa cultura abitativa attraverso altrettanto precise tipologie edilizie. Sui Corviale, sugli Zen, sui Tor Bella Monaca, allora, si addensa il confronto, irreale, tra due culture dell´abitare: l´uomo e la cultura urbana moderna per il quale quelle tipologie furono messe a punto nel corso del secolo ormai passato; e l´uomo e la cultura che dovrebbe abitarle oggi, senza avere più nulla da spartire con i valori che quello spazio metteva in figura. Le motivazioni di Gregotti non percepiscono la crisi "strutturale" delle periferie di stampo modernista dentro la metropoli contemporanea. Una crisi che proviene dall´inadeguatezza del modello di città proposto e che ben poco ha a che vedere con la sua completezza.

Ma allora tutto questo mi sembra converga verso un limite: la cultura urbana espressa dal moderno, che è alla base della formazione di noi architetti, che è tuttora la struttura principale dell´insegnamento di architettura, è ampiamente superata nei fatti e dalla cultura materiale della gente comune. Solo partendo da questa definitiva consapevolezza potremo, e dobbiamo con urgenza e con passione, rifondare un rapporto accettabile tra urbs (cioè città fisica) e civitas (cioè società civile).

Mi ha colpito una originale interpretazione musicale della nuova periferia milanese. Il ricorso alla musica nei discorsi sull’architettura e sull’arte che vanta non pochi autorevoli precedenti del Novecento (Ginzburg, Taut, Le Corbusier, Badovici, Ozenfant, Kandinsky…) è sempre più abituale fra architetti e urbanisti. Mi devo adeguare. “Lo spazio periferico e della dispersione” sarebbe ”qualcosa di più importante, di più coerente alla nostra società, al nostro sistema di valori, anche alle nostre aspirazioni, solo che lo si sappia cogliere. […] la periferia è come il passaggio dalla grande musica che tra Rinascimento e secolo scorso [XIX) si assesta nelle grandi forme dello ‘stile classico’ alla musica di Shönberg, Berg, Debussy […]. Dall’abbandono delle grandi forme compositive sono derivati alcuni fondamentali problemi” [1]. L’autore sta scrivendo del “dilagare metropolitano” [2], circa il quale fenomeno altrove mette in guardia da esprimere un giudizio, talora diveniente “esplicito rifiuto” infine impedimento “a cogliere il nuovo che è in marcia” [3]. Allora l’autore giudica, questo “nuovo” è un avanzamento, direi una rivoluzione se lo si paragona alla musica dei due viennesi (Debussy sembra appiccicato lì). Quanto ai problemi: non risolti, si direbbe. Il “passaggio”, mi pare, avviene altrimenti: sull’onda del Romanticismo, accensione del pieno sentimento sulla base della ratio nei secoli verificata. Schönberg secondo la critica condivisibile di Adorno appartiene al filone romantico, in lui la ragione dodecafonica vive nel permanere di quello spirito [4]. Proviene da Wagner e da Brahms; la vocazione rivoluzionaria risale a Bach. La dodecafonia, una piena rifondazione delle strutture musicali, da un lato è costruzione di un nuovo ordinamento, la mirabile rete di sostegno costituita dalla funzione prioritaria delle serie di dodici note; dall’altro, proprio grazie alla chiarezza dei vincoli, è invito, se colti nel loro cuore già pulsante di creatività, a libertà forse sconosciute sia alla musica esclusivamente tonale, sia alle forme dell’espressionismo più coraggiose (egli stesso, qui, precedente protagonista). Vincoli e libertà che riconducono alla potenza della revisione bachiana (l’equabilità nelle ventiquattro paritarie tonalità del Clavicembalo ben temperato). D’altronde i quartetti di Schönberg antecedenti o successivi al manifesto della dodecafonia stanno alla pari dei quartetti di Beethoven. Se per “grandi forme compiute” si intendono le sinfoniche, nemmeno queste mancano, sebbene non possa essere questo il solo punto dirimente.

Cosa c’entrano con tutto ciò quelle periferie se non al contrario quanto a simbiosis fra ragione e sentimento? Chi sa ascoltare l’architettura, lo spazio umanizzato, la composizione urbana, il paesaggio, quando ha cercato di ascoltare anche quei pezzi di “città esplosa […] brutta” [5], non ha udito, sentito (recepito con tutti i sensi) musica. Svagavano nell’aria suoni fessi o muti, cosa ben diversa dal silenzio delle pause, indispensabile deuteragonista della composizione musicale. La musica è forse la suprema delle arti dal momento che raduna a sé tutte le altre, compresa l’architettura [6]. Come accostarvi tale periferia? Né reggerebbe un paragone fra spontaneismo di certi assetti residenziali neo-coreani, all’apparenza, e la musica popolare o la musica improvvisata. La prima è piena di convenzioni molto serie. Le improvvisazioni, sia la più frequente espressione nell’età barocca fino a metà del Settecento, sia un Mozart al clavicembalo (che poi le trascriveva), sia le cadenze (tutte tramandate in scrittura), sia la forma più significativa, il jazz dei due periodi d’oro, non avrebbero potuto sussistere senza le strutture, architettoniche direi, di riferimento. Peraltro questa città esplosa potrebbe essere così “perché qualcuno l’ha pensata” [7]. Quanto ai nuovi mostri del terziario finanziario e/o commerciale sparpagliati nella metropoli, non dovrebbe restare a noi architetti , non alla musica, che un rumoroso silenzio di protesta per tanta protervia. Sempre altrove l’autore attribuisce alle “lottizzazioni della città diffusa” caratteri di “discontinuità, eterogeneità, apertura, assenza di narratività, di una logica narrativa e dispositiva” [8]: un mondo opposto a quello del progettista Schönberg, rigore ed espressione in uno, ma anche a quello di tutti gli altri grandi compositori. Sicché solo per benevolenza, penso, altri concede che la necessaria “educazione [degli studenti] alla dimensione sinfonica, alla complessità del progetto possa corrispondere “l’ascolto della musica schönberghiana che forse si può rintracciare nella periferia” [9]. Diverso dall’impossibile rintracciamento per inesistenza della cosa nella realtà è la possibile scoperta di un incitamento al progetto attraverso difficili percorsi mentali spirituali corporei nell’ascolto. Si dà il caso, davvero interessante sul piano della trasmissione per vie misteriose di messaggi non inviati per vie normali, che parecchi anni prima facessi ascoltare agli studenti il terzo quartetto di Schönberg (1927, dodecafonico) mentre ci si accingeva a progettare “nuovi spazi locali” in comuni dell’hinterland. Cosa ne venne, da Schönberg? Non so nulla di risultati diretti. So di un piccolo deposito di sensazioni in alcuni studenti, so delle discussioni non banali con loro: giovani che forse avrebbero conquistato in seguito la maturità degli allievi del maestro viennese, ai quali egli si rivolge con grande rispetto nella prefazione al corposissimo Manuale di armonia, poche pagine di un grande insegnante ed educatore [10].

Città “diffusa”… Aggettivo insufficiente per indicare sia negatività sia positività. Se si aggiungono le definizioni citate e altre note, per esempio “confusa”, tutte convergono verso l’immagine di uno spappolamento, letteralmente, come in medicina, un processo di alterazione delle strutture di un tessuto prodotto da gravi lesioni, una perdita di consistenza riducentesi a poltiglia, come “il tessuto perduto della coscienza” [11] di urbanisti e architetti. Emerge la realtà del circondario milanese nella mezza corona settentrionale, e di altre agglomerazioni ravvicinate quali la Brianza, Busto Arsizio con Legnano e Gallarate, ecc. [12].Ma una metropoli diffusa potrebbe consistere in tutt’altra organizzazione e forma del territorio. Definendole policentriche vi si attribuisce un titolo di assoluta positività. Esse persistono, dure a morire, anche nel milanese, rappresentate grosso modo dalla semi-corona opposta alla precedente: eredità residuale, modesto e vacillante lascito da un ben più grande patrimonio non gravemente intaccato fino al secondo dopoguerra. Troppi urbanisti italiani, usando l’aggettivo “diffusa” puro e semplice in senso positivo riguardo al “dilagare metropolitano” e nascondendone i risvolti affatto preoccupanti, esprimono la portata della svolta culturale: perdita di ogni legame con la storia sia del territorio lombardo e milanese sia delle teorie e sperimentazioni corse in un secolo e mezzo di sviluppo del pensiero sociale e urbanistico. Quando essi un po’ piegati a sociologi avvisano del pericolo insito in prese di posizioni culturali ritenute elitarie (osare giudicare persino il bello e il brutto) a fronte di fenomeni insediativi metropolitani tipo le lottizzazioni residenziali piccolo-borghesi o i Monte Bianco del terziario e i centri commerciali dell’ultima generazione (i finti paesetti), e dei relativi comportamenti, sanno bene qual è l’oggetto in discussione: quella poltiglia invasiva e pervasiva a flussi e a salti come una lava o come i baccelloni del vecchio film di fantascienza Una cosa dall’altro mondo. Può darsi che le popolazioni residenti o frequentanti siano soddisfatte o, meglio, credano di esserlo. Quanto si sa, fuori da sociologismi e badando ai fatti, di cultura, sentimento e scelte socio-politiche degli attuali ceti maggioritari, quanto soprattutto riguardo ad ambiente, natura, architettura, arte e così via, non ammette inganni. In tanti casi di penosità, vista da fuori, dello stare, lavorare, muoversi, consumare, svagarsi ci sarebbero state rivolte se non si fosse verificato una sorta di mutamento antropologico: adatto ad accondiscendere a un modello sociale e territoriale conveniente non a quei ceti, né ad atri meno favoriti, ma alla classe occupante l’intero fronte della mancata contesa sociale: produzione, distribuzione, consumo, territorio, cultura. Che poi ai meteci vengano sparse appaganti briciole non è una contraddizione, è l’ultimo tornar di conto. Sarebbe dunque sorprendente che l’abitante medio di territori privi delle dotazioni e delle qualità che non troppo tempo fa l’urbanistica e l’architettura italiane ritenevano loro compito progettare e ambivano realizzare (l’esempio proveniva da altri paesi), persona inoltre tutta diversa da “l’uomo della metropoli” del terzo decennio del XX secolo secondo Willy Hellpach [13], non fosse o non pensasse di essere contento della sua debolezza. Fra l’altro gli si è insegnato l’odio contro la città compatta, il cuore a cui è pur costretto a rivolgersi continuamente. Gli abitanti delle Lewittowns, certamente campioni di americano conformismo, secondo il sociologo Herbert Gans, ricercatore né troppo grave né troppo indulgente, espressero consenso, come certi inglesi, allo “stile suburbano” [14]. Lo fecero però dopo aver verificato le dotazioni, la congruenza dell’offerta rispetto non solo o non tanto alle risorse familiari bensì a una serie di istanze, inusuali agli italiani, corrispondenti a linee-desiderio da giudicare sapendo il diverso rapporto fra la città esistente e i nuovi insediamenti nello spazio regionale vuoto. William Lewitt e i suoi specialisti li progettavano con qualche cura, tipi di case a uno a due piani soltanto, giardinetto, servizi della comunità civili e commerciali (non troppo generosi…) [15]. Così l’habitat dei Lewittowners che noi “gente di gusto” [16] non possiamo non criticare se non denigrare (i tre “stili” di case poi… [17]) è migliore dell’habitat dell’hinterland milanese. Dove , incredibile dictu, per trovare un quartiere realizzato in base a un progetto urbanistico e architettonico di qualità si va all’arcaico quartiere Ina-casa di Cesate, non per caso presentato al Ciam di Aix-en-Provence nel 1952: quartiere che i cantori del nuovo che avanza riterranno patetico [18].

Una parte consistente, penso maggioritaria, della cultura urbanistica nazionale considera doverosamente liberista l’accantonare Come in altri campi, ai signori Lewitt nostrani, ai nostri imprenditori di urbanistica e di edilizia non importa nulla dell’urbanistica, dell’architettura, del paesaggio, degli uomini. Si affidano alla comune insipienza o costrizione della domanda. È di nuovo la “ Cacotopia: la dissipazione privatistica” di cui in Patrick Geddes [19] poco meno che un secolo fa. Una parte consistente della cultura urbanistica nazionale considera doverosamente liberista l'accantonare non solo qualsiasi piano ma ogni idea di città. Come in una guardinga tautologia l’urbanistica è la stessa realtà fisica della città e del territorio, quali sono e mutano grazie al mercato e alle forze economiche più dinamiche. È “la mera cultura dell’esistente” [20]. Gli imprenditori privati, ben poco simili agli inassistiti omologhi americani, sono essi gli urbanisti autentici del fare sostenuti dagli urbanisti del dire (tale per esempio la sostanza del documento programmatico fornito alla giunta comunale di Milano l’anno scorso). Gli uni e gli altri ora hanno disponibile un nuovo perfetto manuale, il libro di Massimiliano Fuksas, Caos sublime: una laudatio della deregulation, del magma informe quale unico contesto territoriale ammissibile, delle baraccopoli abusive, della Tokio cresciuta senza piano [21]. Tali atteggiamenti sono del tutto diversi dalla oggettività e serietà della ricerca scientifica. Caratteri che riconosco allo studio citato Il territorio che cambia. Ambienti…, tra l’altro dotato di efficaci foto aeree. Tuttavia s’impone una critica di fondo: è talmente malthusiano nell’evitare valutazioni di merito, consistendo essenzialmente in una “descrizione” benché apprezzata dal commentatore come creativa se la definisce “ricerca fertile del ‘nuovo’ che investe lo spazio urbano dell’area milanese” [22], da sfiorare talvolta soglie pericolose, a mio parere, circa la destinazione alla formazione scientifica e artistica degli studenti: vedo per esempio la pubblicazione di fotografie di quei mostri edilizi, come il Procaccini Center di via Messina o la sede della Bnl in via Lorenteggio, a Milano, senza alcun commento sull’architettura [23]. Se anche quest’ultima la si ritiene sempre oggettiva, fenomeno naturale indiscusso, un “nuovo” derivante inevitabilmente da nuovi processi, rapporti e procedure economici sociali politici (nella sfera del pensiero filosofico una miscellanea di necessità e casualità, una specie di determinismo necessaristico, cioè Stalin che dà la mano al capitale e alla chiesa), si dovrebbe abolire nella scuola ogni ragionamento dialettico sulla costituzione dello spazio e sull’architettura anche nella sua interiorità, oltre che sulle questioni strutturali che la sottendono e le sovrastrutturali che la sovrintendono.

Tanto vale chiuderla, la scuola.

Note

[1] B. Secchi, Progettarela periferia e la città diffusa, in C. Macchi Cassia (a cura di), Il progetto del territorio urbano, Politecnico di Milano, 1993, 1996, Angeli, Milano 1998, p. 194.

2 Ivi.

3 B. Secchi, Un commento ai risultati dello studio, in S. Boeri, A. Lanzani, E. Marini, Il territorio che cambia. Ambienti, paesaggi e immagini della regione milanese, Abitare Segesta Cataloghi, Milano 1993, p.269.

4 Cfr. T. W. Adorno, Filosofia della musica moderna ( Philosophie der neuen Musik, 1949), Einaudi, Torino 1979 (1959), p.24. “Oggi la musica della scuola di Schönberg è il contrario di quella ‘vuotezza di pensiero e di sentimento’ che Hegel temeva”. Vuotezza di pensiero e di sentimento, è questo la nuova periferia.

5 G. Consonni, Urbanistica come medicina e come musica, in C. Macchi Cassia (a cura di), cit., p.196.

6 “La musica prima di tutto”, “tutte le arti tendono alla musica”, così B. Barilli a proposito del pensiero di Kandinsky, in Kandinsky e la smaterializzazione dell’arte, in Aa.Vv., Wassily Kandnisky. Tradizione e astrazione in Russia 1896-1921, catalogo della mostra alla Fondazione Mazzotta , Milano febbraio-giugno 2001, pp.41 e 42.

7 G. Consonni, cit.

8 B. Secchi, cit., p.267.

9 G. Consonni, cit.

10 Cfr. A. Schönberg, Manuale di armonia ( Harmonielehre, 1922), a cura di L. Rognoni, Il Saggiatore, Milano 1963, Prefazione, pp.1-5.

Ho dato rilievo alla musica nel libro Architettura e paesaggio. Memoria e pensieri, Unicopli, Milano 2000, capitolo Intermezzo (così detto anche a causa di non brevi incursioni musicali) sulle sensazioni, in particolar nel sottocapitolo Paesaggi sonori. Architettura musica / Musica architettura, pp. 65-70.

11 H. James, La tigre nella giungla ( The Beast in the Jungle, 1903), Cederna, Milano 1947, p.89, anche in Romanzi brevi, II, Mondadori, Milano 1990, p.986.

12 Circa l’individuazione e descrizione delle aree più fortemente urbanizzare della “regione milanese” vedi la ricerca citata Il territorio che cambia. Ambienti…Sulla conurbazione a nord di Milano e il diverso tipo di espansione nella pianura irrigua a sud vedi anche C. Bianchetti e B. Secchi, Milano, ad esempio, in “Casabella”, n.596, dicembre 1992, pp.44-47. Fra i miei interventi di anni fa si possono consultare: Ambiente e forme del suburbio urbano milanese, in Aa.Vv, Morfologia e progetto per le trasformazioni urbane, (a cura di A. Bazzi e C. Morandi), Clup, Milano 1986, pp.144-149; Introduzione a Aa.Vv., Progetto e contesto: il ruolo della storia, in Aa.Vv. Complessità e progetto: quali politiche per il territorio, (a cura di L. Diappi e S. Tintori), Clup, Milano 1987; Paesaggio agrario e periferia metropolitana (con O. Valli), in Aa.Vv., L’origine, le trasformazioni e l’uso del territorio. Un approccio didattico interdisciplinare: il caso di Rozzano (a cura di C. Capurso), Cieds, Rozzano 1987, pp. 75-83; Ricerca e progetto nella periferia della metropoli, in “qa16. Quaderni del Dipartimento di progettazione dell’architettura del Politecnico di Milano”, n.16, marzo 1994, pp. 154-164.

13 Vedi W. Hellpach, L’uomo della metropoli ( Mensch und Volk der Grosstadt, 1938, 1952) Comunità, Milano 1960.

14 J. M. Richards, in L. Rodwin, Le città nuove inglesi ( The British New Town Policy, 1956), Marsilio, Padova 1964, p. 239.

15 Cfr. H. J. Gans, Indagine su una città satellite Usa., ( The Lewittowners, 1967), Il Saggiatore, Milano 1970, pp. 303-309.

16 J. M. Richards, in L. Rodwin, cit.

17 Cfr. Herbert J.Gans, cit., p.34.

18 Progettisti F. Albini, G. Albricci, Bbpr, E. Castiglioni, I. Gardella. La pubblicazione più esauriente è in “Casabella continuità”, n.216, giugno 1957, pp.452-457.

19 P. Geddes, Città in evoluzione ( Cities in evolution, 1915), Il Saggiatore, Milano 1970, p.93.

20 Documento del Dipartimento di progettazione dell’architettura Quaderni di architettura 23. La nuova periferia, 6 luglio 2001, p. 1.

21 Vedi M. Fuksas con P. Conti, Caos sublime, Rizzoli, Milano 2001. Confesso di non aver letto il libro. Mi fido dei commenti sui quotidiani del 29 e 30 luglio 2001.

22 B. Secchi, Un commento…, cit., p.265.

23 Cfr. S. Boeri, A. Lanzani, E. Marini, cit., figg. a pp. 91 e 90. Quasi tre lustri fa lamentavamo i fenomeni nuovi relativi alla lacerazione del territorio nella fascia meridionale della metropoli: “passaggio diretto e immediato da un’agricoltura altamente qualificata, seminativo irriguo di forte produttività, per esempio ai pretenziosi torvi estranei edifici di Assago”, L. Meneghetti e O.Valli, L’origine…, cit., p.81: Milano fiori, in provocazione botanica; a cui avrei potuto aggiungere fra l’altro, perché altrettanto botanico oltre che berlusconiano anziché cabassiano, Girasole di Lacchiarella. Oggi nella metropoli i manufatti a cui mi riferisco rappresentano una violenza anche maggiore a causa della loro imponenza altezza obesità e del loro “stile”.

[1] B. Secchi, Progettarele periferie la città diffusa, in C. Macchi Cassia (a cura di), Il progetto del territorio urbano, Politecnico di Milano, 1993, 1996, Angeli, Milano 1998, p. 194.

[2] Ivi.

[3] B. Secchi, Un commento ai risultati dello studio, in S. Boeri, A. Lanzani, E. Marini, Il territorio che cambia. Ambienti, paesaggi e immagini della regione milanese, Abitare Segesta Cataloghi, Milano 1993, p.269.

[4] Cfr. T. W. Adorno, Filosofia della musica moderna (Philosophie der neuen Musik, 1949), Einaudi, Torino 1979 (1959), p.24. “Oggi la musica della scuola di Schönberg è il contrario di quella ‘vuotezza di pensiero e di sentimento’ che Hegel temeva”. Vuotezza di pensiero e di sentimento, è questo la nuova periferia.

[5] G. Consonni, Urbanistica come medicina e come musica, in C. Macchi Cassia (a cura di), cit., p.196.

[6] “La musica prima di tutto”, “tutte le arti tendono alla musica”, così B. Barilli a proposito del pensiero di Kandinsky, in Kandinsky e la smaterializzazione dell’arte, in Aa.Vv., Wassily Kandnisky. Tradizione e astrazione in Russia 1896-1921, catalogo della mostra alla Fondazione Mazzotta , Milano febbraio-giugno 2001, pp.41 e 42.

[7] G. Consonni, cit.

[8] B. Secchi, cit., p.267.

[9] G. Consonni, cit.

[10] Cfr. A. Schönberg, Manuale di armonia (Harmonielehre, 1922), a cura di L. Rognoni, Il Saggiatore, Milano 1963, Prefazione, pp.1-5.

Ho dato rilievo alla musica nel libro Architettura e paesaggio. Memoria e pensieri, Unicopli, Milano 2000, capitolo Intermezzo (così detto anche a causa di non brevi incursioni musicali) sulle sensazioni, in particolar nel sottocapitolo Paesaggi sonori. Architettura musica / Musica architettura, pp. 65-70.

[11] H. James, La tigre nella giungla (The Beast in the Jungle, 1903), Cederna, Milano 1947, p.89, anche in Romanzi brevi, II, Mondadori, Milano 1990, p.986.

[12] Circa l’individuazione e descrizione delle aree più fortemente urbanizzare della “regione milanese” vedi la ricerca citata Il territorio che cambia. Ambienti…Sulla conurbazione a nord di Milano e il diverso tipo di espansione nella pianura irrigua a sud vedi anche C. Bianchetti e B. Secchi, Milano, ad esempio, in “Casabella”, n.596, dicembre 1992, pp.44-47. Fra i miei interventi di anni fa si possono consultare: Ambiente e forme del suburbio urbano milanese, in Aa.Vv, Morfologia e progetto per le trasformazioni urbane, (a cura di A. Bazzi e C. Morandi), Clup, Milano 1986, pp.144-149; Introduzione a Aa.Vv., Progetto e contesto: il ruolo della storia, in Aa.Vv. Complessità e progetto: quali politiche per il territorio, (a cura di L. Diappi e S. Tintori), Clup, Milano 1987; Paesaggio agrario e periferia metropolitana (con O. Valli), in Aa.Vv., L’origine, le trasformazioni e l’uso del territorio. Un approccio didattico interdisciplinare: il caso di Rozzano (a cura di C. Capurso), Cieds, Rozzano 1987, pp. 75-83; Ricerca e progetto nellaperiferia della metropoli, in “qa16. Quaderni del Dipartimento di progettazione dell’architettura del Politecnico di Milano”, n.16, marzo 1994, pp. 154-164.

[13] Vedi W. Hellpach, L’uomo della metropoli (Mensch und Volk der Grosstadt, 1938, 1952) Comunità, Milano 1960.

[14] J. M. Richards, in L. Rodwin, Le città nuove inglesi (The British New Town Policy, 1956), Marsilio, Padova 1964, p. 239.

[15] Cfr. H. J. Gans, Indagine su una città satellite Usa., (The Lewittowners, 1967), Il Saggiatore, Milano 1970,pp. 303-309.

[16]J. M. Richards, in L. Rodwin, cit.

[17] Cfr. Herbert J.Gans, cit., p.34.

[18] Progettisti F. Albini, G. Albricci, Bbpr, E. Castiglioni, I. Gardella. La pubblicazione più esauriente è in “Casabella continuità”, n.216, giugno 1957, pp.452-457.

[19] P. Geddes, Città in evoluzione (Cities in evolution, 1915), Il Saggiatore, Milano 1970, p.93.

[20] Documento del Dipartimento di progettazione dell’architettura Quaderni di architettura 23. La nuova periferia, 6 luglio 2001, p. 1.

[21] Vedi M. Fuksas con P. Conti, Caos sublime, Rizzoli, Milano 2001. Confesso di non aver letto il libro. Mi fido dei commenti sui quotidiani del 29 e 30 luglio 2001.

[22] B. Secchi, Un commento…, cit., p.265.

[23] Cfr. S. Boeri, A. Lanzani, E. Marini, cit., figg. a pp. 91 e 90. Quasi tre lustri fa lamentavamo i fenomeni nuovi relativi alla lacerazione del territorio nella fascia meridionale della metropoli: “passaggio diretto e immediato da un’agricoltura altamente qualificata, seminativo irriguo di forte produttività, per esempio ai pretenziosi torvi estranei edifici di Assago”, L. Meneghetti e O.Valli, L’origine…, cit., p.81: Milano fiori, in provocazione botanica; a cui avrei potuto aggiungere fra l’altro, perché altrettanto botanico oltre che berlusconiano anziché cabassiano, Girasole di Lacchiarella. Oggi nella metropoli i manufatti a cui mi riferisco rappresentano una violenza anche maggiore a causa della loro imponenza altezza obesità e del loro “stile”.

Ho letto qualche intervento sulle periferie sul tuo sito. Ho letto anche le sciocchezze sui giornali, di chi, alla ricerca (inconsapevole, naturalmente) di una sorpassata "ecologia sociale", tenta grottescamente di correlare certo sviluppo urbano con la devianza dei cittadini: un semplicismo bigotto che raggela l'animo ma non stupisce, perché cosi va questo mondo "real tv", e questa "politica tg4". Ho pensato, appena ho visto il ritorno del tema "periferia", che si trattasse del solito "tormentone" estivo, ed in parte, credo, lo è stato.

Ma c'è di più. La memoria, per esempio. Che è diventata un problema mantenere ("manutenere") nonostante le capacità archiviative e consultative di cui oggi disponiamo. Quanta ignoranza ruspante c'è nelle righe di chi scrive articoli (anche strumentali) su fatti e luoghi che hanno una storia, profonda e (tra l'altro) assai studiata, e vengono raccontati con argomentazioni funamboliche e anacronistiche? Come se 150 anni di filosofi, sociologi, architetti, urbanisti (ecc.) e quintali di carta stampata - sul tema "periferie" e "cittadini periferici" - non fossero mai esistiti, i moderni "informatori" ci "aggiornano" sulle loro scoperte: come antropologi in una nuova foresta, a contatto con tribù remote e incontaminate, lavorano a reportage strepitosi, per lettori vergini; conviti d'essere originali! Forse questi "peones" dell'informazione sono il veicolo più (pericolosamente) audace per riscrivere la storia. Perché, com'è noto, la storia l'hanno scritta i comunisti.

Ma c'è ancora dell’altro. Che dire della "periferia" che sta in alcuni centri storici, o in alcuni centri e basta, di alcune città italiane. Troviamo bellissimi edifici e paesaggi costruiti da lasciar il fiato sospeso, nei centri storici. Non c'è (molto spesso) l'ombra di casermoni né la mano di architetti post moderni (e vetero comunisti). Eppure, vivendo o passando, in qualche centro storico, mi sembra di vedere "sporcizia", "degrado", "incuria", "assenza di servizi alle famiglie", "insicurezza"; che sono, mi pare, gli attribuiti delle neglette periferie. È vero, c'è la "bellezza" del centro che compensa. Ma può l'uomo vivere di solo pane?

E ancora. Ho rivisto qualche notte fa il film "I piccoli maestri" (di Daniele Lucchetti), dove si tenta (con buon esito) di raccontare la storia (una parte) dell'ultima guerra mondiale dopo l'8 settembre (?); dove i protagonisti (i piccoli maestri) si danno regole per bandire la retorica della loro azioni. La punizione, per chi non rispetta la regola, è "pane e acqua per una settimana". Non mi astengo allora dall'augurare "pane e acqua per una settimana", a chi si spinge sulla fune dell'informazione saldamente legato alla retorica. Molti giornalisti (e politici, e pensatori, e opinionisti, e...) sparirebbero, credo, per la magrezza provocata da questo austero pasto.

L’impegno di Italia Nostra e delle altre associazioni ambientaliste per migliorare il piano regolatore di Roma credo debba essere conosciuto e apprezzato da quanti hanno a cuore il futuro delle nostre città. Com’è noto, infatti, le questioni dell’urbanistica romana assumono sempre un rilievo nazionale e forniscono un modello di riferimento per altre esperienze. Nelle pagine interne si fornisce un primo resoconto dell’attività svolta, al quale spero possa far seguito una pubblicazione più ampia e documentata. I temi trattati sono molti, ma con determinazione particolare sono stati affrontati, soprattutto da Italia Nostra, i criteri assunti dal piano di Roma in materia di governo della proprietà fondiaria. Sto parlando dei cosiddetti “diritti edificatori”, vale a dire delle previsioni del vecchio piano regolatore, che gli amministratori di Roma e gli estensori del nuovo piano hanno equiparato a “diritti acquisiti” e quindi a decisioni non modificabili (se non attraverso l’esproprio dei beni interessati). E’ evidente che non si tratta di astrazioni, ma di questioni assai concrete, dalle quali dipendono le scelte fondamentali del piano, in primo luogo il suo dimensionamento.

Per comprendere la gravità della linea seguita dall’amministrazione capitolina, si deve tener presente, in primo luogo, che il piano regolatore della capitale, quello del 1962-65, decrepito ma tuttora vigente,era stato concepito per una città di cinque milioni di abitanti; in secondo luogo, centinaia di migliaia di alloggi sono stati realizzati abusivamente: sono perciò molto estese le previsioni di piano non attuate. Dette previsioni, una volta promosse al rango di diritti, formano una pesantissima eredità negativa, che condiziona inesorabilmente ogni ipotesi alternativa di assetto del territorio. Secondo il Comune di Roma, per rimuovere i diritti acquisiti, l’unica strada possibile è il ricorso alla “compensazione”e cioè il trasferimento in altra parte del territorio delle edificabilità previste dal vecchio piano. Il che determina, inevitabilmente, la moltiplicazione delle espansioni, che nel nuovo piano di Roma ammontano a molti milioni di metri cubi, spalmati su migliaia di ettari dell’agro romano ormai avviato all’estinzione.

Tutto ciò è stato al centro della contestazione sviluppata da Italia Nostra, grazie anche ai contributi di Vincenzo Cerulli Irelli e di Edoardo Salzano, riportati di seguito, che hanno autorevolmente smentito i principi ispiratori del piano di Roma in tema di diritti edificatori. Tant’è che l’amministrazione capitolina ha in qualche misura accolto il nostro punto di vista, cominciando a mettere in discussione orientamenti assunti da quasi dieci anni. Ma tutto può ancora succedere, siamo solo all’inizio dell’iter di approvazione del piano.

Piaga, bubbone, verruca, metastasi. Non sono lusinghiere le immagini che usiamo per parlare delle nostre periferie. Quando ne parliamo: moltissimo sull’onda emotiva del massacro di Rozzano; pochissimo invece negli ultimi anni e decenni, dopo l’abbuffata ideologica dei Sessanta e dei Settanta, e prevedibilmente anche in quelli che verranno, sparatorie permettendo. È davvero una terra di nessuno quella dei quartieri-dormitorio, espulsa dal dibattito, dimenticata da giornali, libri e cinema, spesso sconosciuta anche ai cittadini delle medesime metropoli che contorna e soffoca. "Non conosco quasi nessuno che c’è stato a Corviale", dice Franco Cordelli che al serpentone romano, monumento all’utopia urbanistica prima e al degrado poi, ha dedicato un romanzo, ‘Un inchino a terra’.

Già. Si può vivere a Roma, a Milano, a Palermo, a Napoli, a Bari, senza neppure vederli, i ‘mostri’: Corviale, Rozzano, lo Zen, le Vele (finché c’erano), San Paolo. Ma dalla ‘zona rimozione’ i malanni urbanistici ineluttabilmente riaffiorano, più insanguinati e febbricitanti, più repellenti e incattiviti di prima. E allora, in attesa del prossimo insabbiamento collettivo, ecco la domanda: che fare? Ed ecco le risposte, paradossali o ragionevoli, opportunistiche o sconsolate, dalla proposta di Renzo Piano di far adottare dall’Unesco le periferie del mondo come patrimonio dell’umanità, a quelle due righette nella bozza del prossimo Dpef, il documento di programmazione economico-finanziaria per il 2004-2007: riqualificare "attraverso interventi di demolizione e ricostruzione sui tessuti urbani degradati".

Tutto giù per terra? E un diluvio di calcinacci che sommerga, infine, la sventata Babele orizzontale dei quartieri-dormitorio? Il germe radicale del distruzionismo si fa vivo in giro per l’Europa (200 mila alloggi popolari saranno demoliti nei prossimi cinque anni in Francia, a Milano destra e sinistra concordano sugli abbattimenti a San Siro, Stadera, Lorenteggio, Ponte Lambro). E riaccende la discussione sulle periferie urbane, sulla metastasi socio-economica prodotta, a partire dalla seconda metà del secolo scorso, dall’inurbamento di massa di milioni di immigrati, prima interni e poi stranieri.

Ma la tentazione distruzionista incontra i favori degli urbanisti e degli architetti, che si schierano, con i distinguo e le sfumature del caso, per un ‘migliorismo’ che tenga in debito conto le ‘tre ecologie’ (sociale, culturale, materiale) indispensabili secondo il maestro belga Lucien Kroll a uno sviluppo urbano a misura umana e non inquinato "dall’ostinazione modernista". Ovvero da quelle "finestre messe di sghimbescio" che secondo Pier Luigi Cervellati, architetto bolognese e docente di Urbanistica a Venezia, sono il segnale altrettanto distorto e malsano di periferie sgangherate dall’incultura, dal degrado, dal luogo comune.

"I distruzionisti sono degli imbecilli", ride Vittorio Gregotti: "Il bisogno di abitazioni è in crescita, i poveri aumentano, occorre semmai costruire di più, rimettere a posto quello che c’è. Demolire è senza senso. È grave, piuttosto, che non ci sia più una lira per le case popolari, che non ci sia più una politica per le case a basso costo". Secondo Gae Aulenti, "è un modo per fare confusione, per continuare a non fare niente. Che gli amministratori facciano il loro dovere, amministrino. Anche se vengono incaricati dei buoni tecnici, con i tempi abnormi imposti dagli enti pubblici tutto si sfascia. All’estero esistono tre fasi: programma, progetto, manutenzione. Da noi il concetto di manutenzione non esiste, e il progetto veleggia sospeso in tempi vaghissimi".

A Parigi, spiega Aulenti, del rifacimento delle vecchie case popolari (le Hlm, habitations à loyer modéré, quattro milioni, costruite fra il 1945 e il 1965) "vengono incaricati i giovani architetti, appena laureati. A Barcellona le periferie sono pensate urbanisticamente come zone dove non si va solo a dormire. Qui no, niente di tutto questo. L’errore delle periferie italiane è strutturale, quartieri-dormitorio è un’espressione che ne fotografa perfettamente i difetti, e non vedo alcun segno di nuove espansioni pensate in un altro modo".

In altre parole, stavolta di Pier Luigi Cervellati, "stiamo allargando la periferia invece di progettare la città del presente". La metafora tumorale si colorisce ulteriormente: crosta cementizia, malattia infettiva. "Per noi urbanisti", dice Cervellati, "il problema dovrebbe essere quello di evitare la crescita della periferia. Il contrario esatto dello spreco edilizio attuale, degli indici di inquinamento sempre più alti, della devastante impermeabilizzazione del territorio con l’asfalto, dello scadimento qualitativo". E il recupero, la riqualificazione? "Bisognerebbe cambiare mentalità, ripensare l’edilizia pubblica. Invece si vende il patrimonio immobiliare pubblico. E continua a esserci, anzi aumenta, la speculazione edilizia". Meglio demolire, allora? "Certo. Le case abusive, però. Altrimenti il distruzionismo è puro, furbesco usa-e-getta: costruisci e poi demolisci per ricostruire. Cioè per continuare a vendere".

Il "volgarissimo mercato", secondo Gregotti, serve però a volte a "rimettere in circolo" energie nel corpaccione bolso e infermo dell’edilizia popolare e periferica. Le case dei ferrovieri d’inizio Novecento oggi sono considerate bellissime (e carissime). Quartieri come Roehampton o Golden Lane, a Londra, sono stati esemplari. A Rozzano c’è la Fondazione Arnaldo Pomodoro, e ci sono magari più balordi intorno alla centralissima Stazione Centrale di Milano. E la Bicocca ridisegnata da Gregotti & associati (slogan: ‘Un centro storico per la periferia’) "non avrà mai un destino di degrado perché oltre ai servizi fondamentali include tante funzioni diverse, non soltanto il dormitorio. È questo che dà vitalità, ed è così che sono fatte le città: non monofunzionali, non monosociali".

Le città, non le periferie. Almeno non quelle di cui si ventila la demolizione, sola igiene del mondo irrecuperabile di hinterland, cinture, sobborghi. Se nella ‘Belle Équipe’ (era il 1936) Jean Gabin prendeva la fisarmonica e scendeva in strada a festeggiare la gioia di vivere nella periferia, la ricetta attuale non è poi così diversa. Che i quartieri emarginati diventino "un luogo pieno, dove si lavora, si vive, si sogna, si lotta" (Alain Bertho, autore di ‘Banlieue, banlieue, banlieue’). Che si studino dei sistemi, anche mediante incentivi fiscali, "che favoriscano l’insediamento nelle periferie di attività vere, lavorative, che mescolino la vita" (Gregotti). Che si recuperi "il senso della città, della comunità, della partecipazione alle vicende del territorio. E non costruendo stadi per olimpiadi demenziali, ma palestre, giardini, spazi pubblici" (Cervellati). C’è un sacrosanto elemento di nostalgia, di confronto con il passato. "Prima avevamo case brutte e città belle, adesso abbiamo case belle e città brutte", sintetizza Cervellati. Appartamenti tirati a lucido e pattume fuori dalla porta, "l’Italia era una meraviglia, la proprietà pubblica era straordinariamente bella: oggi siamo tutti proprietari in città pessime". Nei condomini, popolari o di lusso in stile Milano 2, ma anche in quella che l’architetto e urbanista chiama villettopoli, l’Italia scempiata dalle mono, bi e pluri-familiari, una periferia di nuovo genere, immensa, dilagante, in una parola brutta.

Brutto, bello. Tornano parole semplici e antiche, che nessuno sembra maneggiare più. E invece: "La bellezza è una componente della centralità", dice ancora Cervellati: l’opposto della periferia. "La periferia si produce sempre per incultura e per mercato". E al contrario, Gregotti: "Del lato estetico non me ne frega niente, se non è connesso alla funzionalità".

Bello, brutto. Periferie brutte e quindi anche cattive, sarà per questo che si parla di lifting, di bisturi, di microchirurgia negli interventi di risanamento? La repressione della bellezza è la causa "dei maggiori problemi sociali, politici ed economici del nostro tempo", come predicava James Hillman? Gli architetti concordano che gli architetti servono a poco, almeno a garantire l’etica e l’estetica delle nostre periferie. Per Gregotti "l’architettura non è determinante per il sistema sociale", contano di più le istituzioni, quelle stesse che per vent’anni non hanno costruito fogne e scuole nel suo Zen. Per Cervellati "bisognerebbe chiudere un po’ di facoltà di architettura, ci sono oltre 100 mila iscritti. Che sanno a malapena raccapezzarsi in una mappa topografica, che non sanno disegnare né misurare". È l’estinzione di una specie, di un mestiere? Dall’estero, quell’estero che sempre inseguiamo, proviene il requiescat di Rem Koolhaas: "Dieci anni fa deploravamo l’autoritarismo degli architetti, oggi rimpiangiamo la loro scomparsa". Chissà se le periferie hanno altre lacrime da versare, stavolta per loro.

Mai più casermoni Massimiliano Fuksas spiega come la città può diventare un luogo di felicità

E intanto lui abitava in via Giulia. ‘Lui’ è Mario Fiorentino, l’autore di quel chilometrico emblema delle periferie che è il Corviale a Roma, "bravissimo architetto", secondo Vittorio Gregotti; "cattivello", invece, per Massimiliano Fuksas. Il giudizio parte da elementi concreti, tecnici. "Al Corviale i muri sono di cemento, non era neanche possibile unire due appartamenti. È invece la flessibilità, che permette di impossessarsi di una casa costruita magari in termini anonimi, badando solo alla quantità. Come a Port de Bouc, banlieue difficilissima di Marsiglia: lì era tutto rivolto a nord, per risanarla abbiamo demolito e ricostruito, interrompendo quella inospitale, rigidissima barriera di torri".

Demolirebbe anche in Italia, e che cosa?

"Bisogna fare una graduatoria. I luoghi di vera e propria disperazione vanno abbattuti; sono tanti, forse il 30 per cento delle periferie. Va salvaguardato il patrimonio di qualità: il Tiburtino di Ridolfi e la Garbatella a Roma. Per il resto bisogna studiare, studiare, studiare: valutando caso per caso".

La demolizione suona a volte come un repulisti, una soluzione sommaria per sbarazzarsi di magagne non soltanto architettoniche.

"C’è chi vorrebbe buttar via le case con tutti gli abitanti, certo. È arduo risanare se non esiste un parco abitativo pubblico che faccia da calmiere e da compensazione, mentre demolisci. E questo governo, cosa gravissima, sta vendendo il patrimonio abitativo sociale".

Quale origine hanno i disastri delle nostre periferie?

"Un combinato di cause, dall’industrializzazione al neo-illuminismo che negli anni Sessanta immaginava utopie urbane poi rivelatesi fallimentari. L’architetto-demiurgo ha forti responsabilità. Il quartiere Zen di Palermo è tutto uguale, le ‘insulae’ sembrano campi di deportati. È una visione militare dei problemi umani: una città che rende felici è invece il contrario della rigidità".

CORRIERE DELLA SERA, 20 Marzo 2003

Campidoglio, votazioni-fiume nell’aula Giulio Cesare. Il documento urbanistico ha «tagliato» metà delle previsioni edificatorie

E’ «verde» il nuovo piano regolatore di Roma Su 130 mila ettari di territorio, 89 mila restano all’ambiente. Nuove costruzioni per 60 milioni di metri cubi

È la notte in cui il Campidoglio deve «adottare» il nuovo Piano regolatore, una decisione preparata da anni e attesa forse da decenni. L’ultimo, del 1962, prevedeva un’enorme espansione della Capitale. Tale da mettere in conto ben 120 milioni di metri cubi, un’intera città. Roma in quarant’anni si è fermata, dai cinque milioni previsti i suoi abitanti si sono bloccati a meno di tre milioni. Il nuovo Piano ha dunque «tagliato» la metà delle previsioni edificatorie per privilegiare l’ambiente, il verde tra pubblico e privato. Dei 130 mila ettari del territorio comunale (la superficie delle prime nove città italiane, Capitale esclusa) quasi 89 mila restano destinati al verde. Il nuovo Prg prevede poco più di 60 milioni di metri cubi da costruire, ma i due terzi sono stati già decisi o individuati. Restano «liberi», dunque, poco più di ventimila ettari. L’appuntamento col voto, caduto fatalmente nella nottata della guerra in Iraq, è stato preceduto da un dibattito durato alcuni giorni ma soprattutto da infinite polemiche tra centrodestra e maggioranza veltroniana. La CdL schierata contro il nuovo progetto urbanistico preparato da Rutelli e messo a punto dall’amministrazione Veltroni, la maggioranza impegnata a raccogliere i benefici effetti che derivano dal varo di un nuovo Piano regolatore. Tra questi, anche quelli elettorali: a maggio ci saranno le elezioni provinciali e il nuovo Prg della Capitale sarà un argomento da spendere nella campagna di Enrico Gasbarra. Nella comprensibile soddisfazione delle forze politiche che l’hanno portato al voto si infila una nota distonica: il «padre» del Piano, l’urbanista Giuseppe Campos Venuti, annuncia stamane di «ritirare la firma» del Prg. È una protesta contro la forte compressione dell’uso delle «compensazioni» per attuare gli obiettivi ambientalistici. Si tratta di una delle maggiori novità di questo Piano (il proprietario di un’area cede al Comune quattro quinti da destinare a verde ma può utilizzare il resto «a scopo sociale» con fini di reddito): è stata messa da parte a favore, soprattutto su pressione di Rifondazione, dell’uso dell’esproprio, uno strumento «senza compromessi» ma costosissimo per il Comune. Di qui il gesto di Campos Venuti. Il centrodestra ha rinunciato infine all’ostruzionismo ritirando migliaia di emendamenti. Ne sono stati votati centinaia, quasi tutti respinti. Il voto finale sul Piano era in programma per l’alba di stamane. Il sindaco Veltroni ha seguito fino all’ultimo le votazioni, impegnato a legare il suo nome al varo del nuovo Prg di Roma, il quinto da quando è Capitale (1883, 1909, 1931, 1962). «Abbiamo scritto le regole della futura Capitale - dice Lionello Cosentino, Ds - che punta sulla modernità. È un evento storico, ma il lavoro inizia ora. Nella cornice del Prg, le scelte urbanistiche sono tutte da costruire». Commenta Franco Dalia, della Margherita: «Dopo il voto, i cittadini potranno fare le loro osservazioni: è la prima volta che un Prg vede i romani protagonisti nella politica urbanistica. È straordinario». Aggiunge Silvio Di Francia, dei Verdi: «Di fronte a tanti interessi, l’amministrazione ha tenuto una linea dritta. Forse siamo alla fine delle logiche della rendita fondiaria che ha sempre pesato sulla città». L’opposizione contrattacca. Dice Gianfranco Zambelli, di FI: «Abbiamo rinunciato all’ostruzionismo perché il sindaco si è impegnato ad accogliere alcune mozioni politiche dell’opposizione che cambieranno in parte il Piano. Apprezziamo le scelte sul verde, ma questo Piano non crea occupazione, è sottodimensionato nell’edificazione. Dopo tanta attesa, una delusione». Bruno Prestagiovanni, di An: «Un evento storico non sfruttato a dovere. È un Piano non discusso dalla gente. E poi, quanti "buchi neri", quante domande senza risposta: non viene indicata una nuova discarica per la città e quella di Malagrotta sarà chiusa tra due anni». Infine, Marco Di Stefano, dell’Udc: «Con questo Piano Roma non offre nessun interesse per gli investitori, non porta lavoro. Se vinceremo le future elezioni, lo cambieremo». A mezzanotte, è giunto in aula Mimmo Cecchini, ex assessore all’Urbanistica che ha preparato il Prg per anni: «Questo Piano va bene, ma migliorerà col tempo». Un pizzico di veleno.

G. Pull.

In alto Û

CORRIERE DELLA SERA, 20 Marzo 2003 IL SUPER ESPERTO Samperi: «Servono modifiche - Manca una vera struttura del Piano, che non va oltre i limiti del Comune»

Pietro Samperi, docente di materie urbanistiche alla Sapienza, è stato il responsabile del Piano regolatore dal 1968 al 1980. Da allora segue la città con l’occhio del super-esperto. Si definisce un «tecnico», anche se «cattolico e di centro».

Questo Piano di Veltroni è proprio da buttare? «In un Prg c’è sempre qualcosa da salvare. Questo Piano regolatore va corretto, modificato. Anzi: tutti i Piani andrebbero sempre aggiornati ma non cambiati rispetto a quelli precedenti, a meno che non siano da attuare autentiche rivoluzioni di tendenza. Il Prg del 1962 fu aggiornato con le Varianti del ’67 e del ’74».

Ma il «pianificar facendo» che ha ispirato il nuovo Piano non va in questa direzione? «No. Questa espressione vuol dire "decidere una cosa nuova e poi metterla nel Piano". Ma così non c’è più un Piano bensì una situazione di fatto. Io parlo di "pianificar aggiornando" in coerenza con il disegno del Piano». Cosa salverebbe del nuovo progetto urbanistico? «La manovra sul verde e l’ambiente. È una scelta di salvaguardia che speriamo funzioni. È uno sforzo da apprezzare».

Nient’altro? «Sì: l’analisi dei valori della città consolidata, l’aver individuato questi valori e averli classificati in categorie per epoche. Nel suo complesso, la città è più preparata ad essere difesa da trasformazioni che ne altererebbero un volto da conservare. Tuttavia manca una disciplina che tuteli gli abitanti-proprietari da interventi speculativi di trasformazione».

Quali sono le cose da buttare di questo Prg? «Manca la struttura del Piano, una forte configurazione del progetto urbanistico. Nel ’62 si poteva parlare, ad esempio, dell’Asse Attrezzato poi divenuto Sdo. Oggi cosa c’è al suo posto? Il verde? Ma è solo un complemento, seppure importante. Si parla di policentrismo, ma in cosa consiste? Le nuove "centralità" con quali criteri sono state fissate? Perché è stata decisa lì e non altrove? Quali rapporti hanno con i Municipi? Manca una proiezione su scala metropolitana, il Piano non va oltre i limiti del Comune. Regione e Provincia non hanno neppure provato a dire la loro in proposito. Il futuro urbanistico della città non può prescindere dal rapporto col territorio che la circonda. La "cura del ferro": in cosa consiste? Il Piano disegna lo stesso numero di linee del metrò del precedente, con la sola differenza che la D (ex Bufalotta-Laurentino) è stata sostituita da una linea, parallela alla B, che passerà in pieno centro storico. E le "ferrovie metropolitane", le FM, risalgono a una dozzina d’anni fa. E comunque non servono i romani, ma i pendolari».

Basta così o continua?

«C’è altro. Sono spariti tutti gli autoporti, i centri merci come Bufalotta, Romanina, Ponte Galeria: perché? Con le nuove destinazioni le aree non sono forse divenute più redditizie per i proprietari? E infine, il dimensionamento: ha seguito e non preceduto il Piano. I 60 milioni di m3 che prevede questo Prg sono la somma di interventi già decisi negli anni scorsi col "pianificar facendo", in parte realizzati o in corso di realizzazione. Non rispondono a un calcolo del fabbisogno. Ma non è la quantità di cubature che mi spaventa, ma la mancanza di una programmazione nel tempo poiché è stata rifiutata l’applicazione del III Piano poliennale di attuazione. Comunque, i 150 milioni di m3 decisi nel ’62 quando Roma cresceva di 100 mila abitanti l’anno non erano poi tanti, se oggi se ne prevedono 60 con popolazione in diminuzione e 50 milioni di m3 abusivi già costruiti».

Come giudica le «compensazioni», la novità di questo Piano?

«Sono un’invenzione improvvida, non prevista dalla legge. Le aree destinate all’edificazione ma non inserite nei Piani di attuazione possono tranquillamente cambiare destinazione senza compensazioni o indennizzi».

Insomma, il quinto Prg di Roma è un evento storico o no? «Era un dente da levare e ce lo siamo tolto. Comunque è meglio avere un Piano che...pianificar facendo. Speriamo che ne vengano rispettate le regole».

E cosa pensa dell’assessore Morassut?

«Ha cercato di rimettere a posto molte cose rispetto alla proposta di Piano che ha ereditato. Ma non ha potuto, come nel caso del Centro Congressi dell’Eur, perché erano state irrevocabilmente decise».

Giuseppe Pullara

In alto Û

CORRIERE DELLA SERA, 20 Marzo 2003 IL PROGETTISTA Garano: «Cubature ridotte e qualità della vita migliore» «Contiene gli elementi più innovativi, ora possiamo competere con le altre metropoli»

Stefano Garano, direttore del Dipartimento di Pianificazione del territorio della Sapienza, fa parte del gruppo di urbanisti che, sotto la guida di Giuseppe Campos Venuti, ha «disegnato» il nuovo Piano regolatore.

Perché si è voluto fare un nuovo Prg? Quello del 1962 non andava più bene?

«Ci voleva un progetto coerente per rispondere ai nuovi bisogni della città. Già nel ’74 si fecero i primi tentativi di rinnovare il Piano con le Varianti circoscrizionali. Le città si trasformano, cambiano le esigenze produttive, di mobilità, di servizio. Anni fa fu creato il Poster Plan, un quadro di riferimento per una trentina di interventi specifici con cui riqualificare la periferia. Siamo partiti da lì».

Quando avete cominciato a fare il nuovo Piano?

«Il via è stato dato dal Piano delle Certezze del ’97, che definisce la città consolidata, i territori esterni da tutelare e la città della trasformazione, una zona mediana che viene rimandata alla competenza del nuovo Prg. Fu fissato, sui 130 mila ettari di un territorio comunale grande come la provincia di Milano, l’equilibrio tra verde e cemento. Fu cancellata la metà dei 120 milioni di m3 previsti dal vecchio Piano».

Lei dice: questo è un buon Piano. Perché?

«Perché contiene tutti gli elementi più innovativi dell’urbanistica contemporanea, seppure innestati in una legislazione vecchia, del 1942, che frena ogni progetto urbanistico. E perché risponde alle esigenze di una metropoli che ha bisogno di nuove strutture per dare qualità della vita ai cittadini. Così si espandono anche le opportunità economiche di Roma e si rende la città più competitiva con le altre capitali».

Qual è il modello ispiratore del nuovo Prg?

«Ci sono alcuni punti-base. Il policentrismo, in contrapposizione con l’idea centralistica di prima, che concentrava le funzioni: il direzionale, ad esempio, era fissato sull’Eur e sullo Sdo. Poi abbiamo puntato sulla riqualificazione delle periferie rilocando le funzioni pregiate (università, tempo libero, commercio, ecc.). Un terzo principio riguarda la mobilità su ferro, che è anche anti-inquinamento. Le nuove centralità vengono localizzate presso i nodi della mobilità. Il tutto, ed è il quarto criterio ispiratore del Piano, è immerso in un territorio fortemente tutelato con aree verdi e agricole di alto valore paesistico collegate al sistema dei parchi regionali».

Quali sono le novità di questo Piano?

« Parecchie. Il centro storico diventa "città storica", si passa da mille a settemila ettari tutelati (quartieri Parioli, Trieste, Garbatella, Flaminio, ecc.) nella diversità dei loro tessuti storici, dal Medioevo al Novecento. C’è anche il superamento della monofunzionalità delle destinazioni d’uso nei nuovi poli urbani. Ogni polo viene arricchito con diverse funzioni: servizi, commercio, ricettività, ricerca, case.....». Ma con quale criterio avete individuato le centralità? «Tenendo presenti i problemi della mobilità e il residuo del vecchio Piano. Dove erano previsti forti carichi di cubature, abbiamo ridotto». Continui con le novità. « Ecco: la limitazione degli espropri, costosissimi. Per evitare una spesa che il Comune non può sostenere - gli ettari vincolati sono migliaia - e per difendere il programma di verde e servizi di quartiere, è stata introdotta la "cessione compensativa", un sistema adottato a Torino e Reggio Emilia: al cedente resta un 20% di area su cui può realizzare servizi che danno reddito. Con i soldi risparmiati, il Comune risana le periferie e potenzia il trasporto pubblico. Purtroppo le esigenze della politica hanno ridotto l’uso di questo strumento».

E la storia degli edifici che si possono abbattere?

«Si, è un’altra novità. Al Tuscolano, Tiburtino, Marconi, quartieri ad alta densità abitativa, è previsto il "diradamento": verde e servizi al posto del cemento. I palazzoni abbattuti sono ricostruiti nelle aree di riserva, ma con densità minore».

Il cemento va così nelle aree agricole? Non è peggio?

«Si creano insediamenti più umani nella campagna romana: mettiamola così».

Perché il Prg non è allargato all’hinterland, all’area metropolitana?

« Per sua natura è comunale, non può farlo. Ma è un Prg "aperto" sotto l’aspetto della mobilità, del verde, delle centralità urbane. È perfino possibile una co-pianificazione con i comuni confinanti».

Anche questo Prg durerà 40 anni?

«La città cambia sempre: un Piano dovrebbe essere aggiornato ogni 10 anni».

G. Pull.

In alto Û

CORRIERE DELLA SERA, 20 Marzo 2003 Piano regolatore, il voto arriva all’alba

Ma il «padre» del documento urbanistico, Campos Venuti, ritira la firma

Una maratona notturna per consentire al Campidoglio di «adottare» il nuovo Piano regolatore, una decisione preparata da anni e attesa forse da decenni. L’ultimo piano, del 1962, prevedeva un’enorme espansione della Capitale e disegnava una città da 5 milioni di abitanti. Oggi, che i residenti sono meno di tre milioni, il nuovo Piano ha «tagliato» la metà delle previsioni edificatorie per privilegiare l’ambiente, il verde tra pubblico e privato. Dei 130 mila ettari del territorio comunale, quasi 89 mila restano destinati al verde. Il nuovo Prg prevede poco più di 60 milioni di metri cubi da costruire. Nella comprensibile soddisfazione della maggioranza, una nota polemica: il «padre» del Piano, l’urbanista Giuseppe Campos Venuti, annuncia stamane di «ritirare la firma» del Prg per protestare contro la forte compressione dell’uso delle «compensazioni».

In alto Û

«Espropri troppo cari, meglio»

Legambiente, attraverso una presa di posizione di Maurizio Gubbiotti e di Mauro Veronesi, annuncia fin d’ora una serie di «osservazioni» al nuovo Piano regolatore: «Per ottenere la riduzione dell’obiettivo rischioso dei 32 metri quadri di verde e servizi per abitante». Gli ambientalisti ritengono infatti che questo obiettivo, che comporta l’esproprio di 3 mila ettari, è astratto non avendo il Comune la possibilità di finanziare una tale operazione. Per rendere invece realistico l’obiettivo da raggiungere (25 mq), gli ambientalisti chiedono che le aree destinate a verde e servizi (N) siano riclassificate H2 (aree agricole con valenza ambientale, ad edificabilità quasi nulla). In tal modo per «salvare il verde» non occorrerebbe spendere somme impossibili. La quota dei 32 mq per abitante era possibile, secondo le prime previsioni del Prg, ricorrendo alla manovra «perequativa» (il proprietario di un terreno lo cede restandone però utilizzabile un quinto). Ma nelle ultime settimane la quota di cubature collegata a questo meccanismo, 5 milioni di mc, è scesa a 1,2 milioni di mc con relativo aumento delle aree da espropriare dovendosi mantenere l’obiettivo dei 32 mq. Insomma, Legambiente trova irreale questa quota in quanto fondata su espropri «impossibili» perché troppo cari. Meglio usare lo strumento della «destinazione».

In alto Û

LA STAMPA, 20 Marzo 2003 Luigi Nieri: «Fuksas ha ragione sulle periferie»

In dirittura d’arrivo il nuovo Piano Regolatore. Prosegue la maratona in consiglio comunale. L'approvazione del provvedimento è prevista nella notte. Ieri per tutto il giorno è continuato l'esame degli emendamenti. Udc e Forza Italia hanno ritirato quelli ostruzionistici. Il consiglio ha cominciato i lavori alle 11 e dopo una pausa per il pranzo e la conferenza dei capigruppo, ha ripreso i lavori alle 15,30. Un'ulteriore sospensione dei lavori è stata prevista dalle 19 alle 22.30, per la cena, ma soprattutto per consentire ai consiglieri romanisti di seguire la partita Roma-Ajax. Dopo la mezzanotte è previsto che si voti senza discussione. In stretto collegamento con l’adozione del nuovo Prg, prossime sedute del consiglio sono previste lunedì e martedì prossimi: all'esame saranno le delibere attuative del vecchio piano regolatore, quelle che prevedono numerose edificazioni, tra cui Tor Pagnotta e le compensazioni di Tor Marancia. La rivoluzione è rappresentato dall'idea di città policentrica, caratterizzata da 20 centralità, cioè aree con proprie vocazioni e riqualificate con un mix di uffici, servizi e funzioni moderne. Queste le innovazioni. Il maxi emendamento Presentato dalla maggioranza, prevede la riduzione di nuove edificazioni fino a 61 milioni di metri cubi, dai 64 milioni inizialmente previsti; la possibilità di costruire nelle aree individuate nell'ambito delle compensazioni derivanti dalla Variante delle certezze; maggiore e definitiva tutela per l'agro romano. A 1 km dalla stazione Roma crescerà con le sue infrastrutture su ferro. Niente edifici se si trovano a più di un chilometro da una stazione della metro o di ferrovia. Tutela città storica Dai 1000 ettari del centro storico ai 7mila ettari della città storica, comprendendo anche edifici dell'800 e del '900, con cinque ambiti strategici: Tevere, Mura aureliane, anello ferroviario, direttrice Appia, Eur e Flaminio. Demolizioni La riqualificazione di aree degradate, come ad esempio quelle del quartiere San Lorenzo, avverrà attraverso il sistema della demolizione e ricostruzione. La città si trasformerà senza ricorsi a varianti o espropri, ma con il sistema delle compensazioni. 500.000 stanze in meno Rispetto al piano del '62 che prevedeva 120 milioni di metri cubi, le nuove edificazione saranno per 61 milioni di metri cubi (il 58% servizi), di cui 42 già deliberati e 19 milioni ancora da decidere. Più verde e parcheggi Le aree destinate a verde e servizi: 32 metri quadri per abitante, contro 22 metri quadri del resto d'Italia e i 18 del precedente piano. In particolare, gli standard del nuovo Prg prevedono, in media, 22,5 metri quadri di verde per abitante, 7,3 di servizi e 2,9 di parcheggi. Il verde tutelato aumenta rispetto al cosiddetto Piano delle certezze: da 82mila a 87mila ettari (dal 66 al 68% del territorio). Trasporto su ferro Oggi: 49 stazioni e 36 chilometri di metropolitana. Domani: 57 stazioni e 129 chilometri. Aumentano anche le ferrovie metropolitane: da 430 a 470 chilometri. La maggioranza «Con questo piano - ha osservato il capogruppo dei Ds Lionello Cosentino - finisce l'espansione a macchia d'olio della città». Per il capogruppo della Margherita Franco Dalia, «Importante è la tutela delle aree agricole e la parte normativa che dà certezze sulle procedure». Il capogruppo di Rifondazione Patrizia Sentinelli sottolinea che si mette fine «al pianificar facendo e all'idea che si possa costruire in modo scriteriato in aree agricole». «Il prg pone un limite allo sviluppo indiscriminato della città - ha aggiunto il capogruppo dei Verdi, Silvio Di Francia - tutela le aree agricole e pone il principio che non ci può essere sviluppo senza infrastrutture e servizi». L’opposizione Il centrodestra ha annunciato che voterà contro. Per il capogruppo di An, Bruno Prestagiovanni, «c'è una cementificazione senza criterio, senza infrastrutture di collegamento, e ci sono poi alcuni problemi senza risposta, ad esempio lo smaltimento dei rifiuti solidi della città». Secondo l'eurodeputato, coordinatore regionale e consigliere comunale di Forza Italia Antonio Tajani, «c'è carenza sul fronte della viabilità e degli aspetti sociali e sanitari, anche se abbiamo cercato di presentare emendamenti migliorativi, come quelli per l'impiantistica sportiva. La fermezza non si misura con gli strilli». Infine il capogruppo dell'Udc, Marco Di Stefano: «Il nuovo piano regolatore è sottodimensionato. Prevede solo 10 milioni di metri cubi di nuove edificazioni, il resto sono residui del piano del '62. Ossia le attuazioni del vecchio piano che ci apprestiamo ad approvare: 47 milioni di metri cubi, il grosso delle quali sono Tor Pagnotta e le compensazioni di Tor Marancia». L’iter Dopo la pubblicazione del piano, che avverrà tra 45 giorni, scattano i 60 giorni per le osservazioni dei cittadini. Potranno essere presentate anche su carta semplice. Il piano poi dopo le controdeduzioni del consiglio alle osservazioni dei cittadini, alla fine dell'anno andrà al parere della Regione Lazio.

In alto Û

IL MESSAGGERO, 20 Marzo 2003 Piano regolatore, la lunga notte del Consiglio

Seduta fiume nell’aula Giulio Cesare, ultima tappa per varare la nuova manovra urbanistica - di CLAUDIO MARINCOLA

«Aspetteremo le due di notte, e solo allora, allo scadere dell’ultimatum di George W. Bush, ritireremo i nostri emendamenti». Sembrava uno scherzo, una minaccia buttata lì. Era invece l’ultimo scampolo di “intransigente opposizione" che ha costretto il Consiglio comunale ad una lunga maratona notturna. Nulla a che vedere ovviamente con la guerra, anche se a metà seduta Nunzio D’Erme (Rifondazione) ha esposto la bandiera della pace e Roberto Lovari (FI) gli ha risposto sventolando quella americana. Nulla a che vedere con la guerra ma neanche con l’ostruzionismo ad oltranza agitato nei mesi scorsi. Tutta l’opposizione si è condensata in una notte. Un passaggio obbligato prima di annunciare alla città un evento in un certo senso “storico": l’adozione del nuovo Piano regolatore. Arriverà a 41 anni di distanza dal Piano elaborato dalla commissione di esperti guidata nel 1962 da Luigi Piccinato. Ma rimanda al Prg del 1909, l’unico adottato dall’aula Giulio Cesare al termine di un lungo percorso democratico. Ieri l’ultima tappa, anche se in realtà tutto o quasi era già deciso. Un hortus conclusus al quale mancavano piccoli aggiustamenti definiti in aula, col rischio che comporta un intervento in extremis, l’incremento o la riduzione delle aree di riserva. Dinanzi ad una maggioranza compatta, nonostante le differenze affiorate anche ieri (sul futuro di Corviale e sui Ponti di Laurentino 38, ad esempio) l’opposizione si è divisa. È successo col Bilancio, approvato in anticipo. E una volta spianata la strada, frantumato il fronte, il sindaco Walter Veltroni ha intravisto la possibilità di chiudere entro marzo. Progetto che ora sembra a portata di mano, visto che da lunedì prossimo si tornerà in aula per approvare le delibere attuative. Una coda tutt’altro che irrilevante, il rispetto dei diritti acquisiti durante il vecchio Prg. La lunga notte, in realtà, è cominciata sin dalle 11 del mattino, a mano a mano che i gruppi dell’opposizione cominciavano a ritirare gli emendamenti ostruzionistici. «Questo piano non ci convince - ha comunque ribadito Antonio Tajani, coordinatore regionale di Forza Italia - ma voteremo contro perché non ne condividiamo l’assetto generale. Abbiamo cercato una opposizione costruttiva presentando emendamenti migliorativi, come quelli per l’impiantistica sportiva». Il maxi emendamento della maggioranza prevede la riduzione di nuove edificazioni dai 64 milioni previsti inizialmente a 61. Rispetto al Piano del ’62, il nuovo Prg di Morassut - l’assessore all’Urbanistica che ha continuato il lavoro del suo predecessore Domenico Cecchini, con il concorso di Giuseppe Campos Venuti, di Maurizio Marcelloni e Daniel Modigliani - definisce l’idea della città policentrica. Non rincorre il “ferro", ma si sviluppa quadruplicando la rete dei trasporti. Promette verde, servizi, parcheggi, tutela ed estensione della città storica, la riqualificazione delle aree degradate e della periferia anche attraverso lo strumento della demolizione e ricostruzione. «Non ci può essere sviluppo senza infrastrutture - spiega Silvio Di Francia, l’esponete verde che ha cucito i rapporti tra maggioranza e opposizione - le osservazioni dei cittadini potranno rafforzarlo ulteriormente». Prendono corpo anche le nuove centralità urbane, alcune già pianificate altre nuove. Saxa Rubra, Acilia-Madonnetta; La Storta; Massimina e Santa Maria della Pietà. Ma anche Torre Spaccata, Fiera di Roma, Bufalotta, Ostiense, Sdo Tiburtino, Polo Tecnologico, Lunghezza, Alitalia, Castelluccio, Tor Vergata. Nomi e località tornati a ripetizione anche ieri nella lunga notte del Prg suscitando nuovi contrasti. Su un solo punto i consiglieri si sono trovati d’accordo: la pausa dalle 19.30 alle 22.30. Giocava la Roma.

In alto Û

IL TEMPO, 20 Marzo 2003 Quarant’anni dopo il nuovo Prg

Ora dovrà andare alla Regione per le eventuali modifiche

IL CONSIGLIO comunale ha approvato in tarda notte il nuovo Piano Regolatore. La maggioranza ha votato a favore, la Casa delle Libertà invece contro. «È UN PIANO poco partecipato, che non risponde alle esigenze di una capitale del terzo millennio — ha spiegato il capogruppo di An Bruno Prestagiovanni — C’è una cementificazione senza criterio, senza infrastrutture di collegamento». «Questo Prg non ci convince — ha aggiunto l’eurodeputato di Forza Italia Antonio Tajani — Votiamo contro perché non condividiamo l’assetto generale, c’è carenza sul fronte della viabilità e degli aspetti sociali e sanitari». E anche dal segretario romano dell’Udc Marco Di Stefano arriva una sonora bocciatura: «È un Piano sottodimensionato, che prevede solo 10 milioni di metri cubi di nuove edificazioni, il resto sono residui del piano del ’62». «Quello che volevamo affermare — afferma soddisfatto Silvio Di Francia — è che le regole valgono per tutti, il progetto-città viene prima delle scelte caso per caso. E in più abbiamo messo fine a quel consumo delle aree agricole andato avanti per anni».

In alto Û

MESSAGGERO, 21 marzo 2003 «Nel nuovo Piano le regole per lo sviluppo» - Il Nuovo PRG

Trenta ore di discussione e dodici sedute del Consiglio comunale: entro martedì prossimo, con le attuazioni, si chiuderà la sessione urbanistica.

Dalle 5,20 di ieri Roma ha un nuovo Piano regolatore. Lo ha votato il Consiglio comunale al termine di una seduta fiume con 35 voti favorevoli e 18 contrari. Alla maggioranza è mancato solo il voto di Nunzio D’Erme, consigliere di Rifondazione, nonché leader dei centri sociali, d’accordo, però, sul maxiemendamento presentato dalla giunta. Il sindaco Veltroni è rimasto in aula tutto il tempo, seguendo su un piccolo televisore le prime immagini della guerra. Ci sono volute in totale 30 ore e 12 sedute. Che sembrano tante ma sono meno del previsto. Consentiranno di archiviare la sessione urbanistica al massimo entro martedì prossimo con l’approvazione delle attuazioni del vecchio Prg. «Mi ero impegnato a chiudere la manovra entro il 31 marzo, mi scuso per l’anticipo», ha chiosato Veltroni, annunciando «l’evento storico» nella conferenza stampa tenuta ieri pomeriggio in Protomoteca. Con lui tutta la “squadra": il vicesindaco Enrico Gasbarra, l'assessore all'Urbanistica Roberto Morassut, la giunta, i capigruppo e i consiglieri di maggioranza. «Erano cento anni che l'organo sovrano dei cittadini non adottava un piano regolatore, l' ultimo fu quello ai tempi del sindaco Ernesto Nathan nel 1909», ha puntualizzato il sindaco, rimarcando il carattere democratico del nuovo strumento urbanistico. A seguire i ringraziamenti: «alla maggioranza «che si è dimostrata compatta e non si è sfarinata dinanzi alle prime difficoltà» e «al coordinatore Di Francia e ai capigruppo». Ma anche all’opposizione che, nonostante i 5000 emendamenti inizialmente presentati sul bilancio e gli 8000 sul Prg, «non si è chiusa a testuggine, non è caduta in un ostruzionismo privo di qualsiasi capacità propositiva». Si è corso il rischio di un corto circuito istituzionale. «Lo abbiamo evitato - dice ora Veltroni - perché non siamo mai stati arroganti e non abbiamo perso la capacità di ascolto. Errore che invece ha fatto Milano». La città aspettava questo piano da 41 anni. «Roma è cresciuta per molti anni senza regole urbanistiche, senza relazione fra infrastrutture e nuove edificazioni. Ora queste regole ci sono», ha continuato il sindaco. Il percorso si completerà in consiglio comunale con l'approvazione delle delibere attuative del vecchio piano, con programmi di trasformazione urbana «che porteranno ad investimenti di 5 miliardi di euro nei prossimi 8 anni e 100mila posti di lavoro». Il nuovo Piano riassunto in sintesi punta sulla tutela dell'agro romano, e sulla diminuzione della previsione edificatoria che nel precedente piano nel '62 prevedeva di 120 milioni di metri cubi e che ora passa a 62 milioni. cubi. Aumenta la tutela del verde che passa da 82 a 87 mila ettari e divenuta "sistema" con una rete ecologica. I Prg prevede centralità metropolitane e urbane, programmi integrati, ambiti di trasformazione residenziale e non residenziale e verde attrezzato. Distingue tra la città storica con cinque ambiti strategici (Tevere, Mura Aureliane, Anello Ferroviario, Direttrice Appia, Eur e Flaminio), in tutto 1.500 ettari all’interno delle mura più 6.500 tutelati da una “carta della qualità". E tra una città da ristrutturare (le borgate abusive e le zone 0). L’intero Prg è governato dal piano della Mobilità, legato in modo indissolubile allo sviluppo, definisce il nuovo polo della Stazione Tiburtina. Ma fatto il nuovo piano ora bisogna metterlo in pratica. «Anche per questo, ora è importante chiudere subito la sessione - è l’impegno di Franco Dalia, capogruppo della Margherita - ciò vuol dire attivare sviluppo, posti di lavoro, fare di Roma un grande polo per attrarre investimenti nazionali e internazionali». E l’opposizione? Quelli di An, sfiniti anche loro per la notte insonne, hanno scelto di presentarsi sulla piazza del Campidoglio una carriola carica di mattoni. Nel gesto il senso della loro protesta. Nelle parole del consigliere Luca Malcotti il risentimento per non essere stati "ascoltati": «Sono stati respinti quasi integralmente i 13 punti che il nostro partito aveva indicato come qualificanti».

Claudio Marincola

In alto Û

LA STAMPA, 21 marzo 2003 Questo non è più il mio Piano» - i chiarimenti di Campos Venuti

Notizia che mette in difficoltà il Campidoglio: il professor Giuseppe Campos Venuti, l’anziano urbanista bolognese considerato «padre» del nuovo Prg, disconosce il Piano.

Perché il suo «no», professor Campos Venuti? «Guardi, con gli ultimi emendamenti approvati nella notte, è stato disfatto il meccanismo innovativo del "mio" Piano. In questa maniera, gran parte dell’innovazione diventa irrealizzabile».

Addirittura? «Sì... La posizione dei gruppi che definirei più estremisti, ha inferto un serio danno. Spero che si possa ricucire nella fase delle osservazioni. E mi rendo conto che il sindaco doveva tenere conto di tutte le posizioni. Anche di quelle più ritardatrici, immobiliste, ma che paradossalmente danno spazio a quelle antitetiche, le liberiste a oltranza, di chi dichiara faccio-quello-che-mi-pare. Così gli opposti estremismi finiscono per danneggiare il riformismo. Ma d’altra parte è una vecchia storia in questo Paese».

Si sente in minoranza? «Putroppo sì. Anche qui: una lunga storia. Ho fatto la resistenza. Ero nel partito d’Azione. Poi tante battaglie urbanistiche. E tante sconfitte».

Il punto che lei contesta è sul meccanismo delle compensazioni. La maggioranza in Campidoglio ha preferito la via degli espropri. Ci spieghi la differenza. «Semplice. Con le compensazioni, che stanno funzionando benissimo in tanti piani regolatori, specie al Nord, noi garantivamo migliaia di ettari gratis. Un terreno contro un altro. Con gli espropri, ci vorrebbero migliaia di miliardi. E i soldi non ci sono. Se ci fossero, il Comune costruirebbe le metropolitane che mancano».

E ora? «Gli amministratori romani sono troppo avvertiti per non sapere che si dovrà tornare alle compensazioni. Altrimenti salta tutto. E’ molto bello il meccanismo di far costruire accanto alle future stazioni della metro o della ferrovia. Ma come si fa a convincere i costruttori? A qualcuno fa schifo spostare i diritti edificatori? E allora che resta: la forza? li convinciamo manu militari? oppure a suon di miliardi? La legge parla chiaro: i terreni vanno pagato a prezzo di mercato. Ed è giusto così».

Quelli che lei chiama «immobilisti» la pensano diversamente. «Il Piano ha indubbiamente delle norme innovative a cui io stesso ho dato un contributo. Ma se lo ingessiamo a monte, lo si rende ingestibile. Con la mia lettera, ho voluto testimoniare coerenza. Oltretutto, c’è un aspetto tragicomico che emerge dalla notte del consiglio comunale: a forza di togliere e aggiungere, la somma algebrica dei metri cubi previsti è superiore a quella dell’inizio».

Di qui la sua lettera aperta. «La mia paura è l’ennesima sconfitta. Già ne ho incassata una, ai tempi del governo di centrosinistra, sulla legge urbanistica che poi non ha mai visto la luce. Ora non vorrei assistere al disastro del Piano regolatore che è il più importante d’Italia. E’ anche quello più innovativo e che si erge contro l’altro modello, quello di Milano, dove trionfa il liberismo. Lì il consiglio comunale decide caso per caso, tu sì e tu no, tu mi piaci e tu mi stai antipatico. A Roma doveva essere un’altra cosa».

Francesco Grignetti

In alto Û

MESSAGGERO 21/03/03 L’accusa di Campos Venuti - la lettera al sindaco

È considerato il "padre" del nuovo Piano regolatore di Roma. Per anni ha collaborato con il Campidoglio per definire le linee guida del nuovo strumento urbanistico. Ma ieri, a poche dall’adozione del Prg, ha scritto al sindaco per «separare le sue responsabilità». Il professore bolognese conclude la sua lettera pregando o al sindaco di cancellare il suo nome dai consulenti del nuovo Prg «nella versione adottata dal consiglio comunale, nella speranza spero non illusoria che questo gesto individuale contribuisca in futuro a riproporre il percorso urbanistico che oggi sembra abbandonato». L’accusa che Campos Venuti muove è di aver liquidato le compensazioni a beneficio degli espropri, ovvero stravolto la strategia innovativa del piano per non dividere la coalizione, un «prezzo» pagato alla politica, insomma. «Il meccanismo attuativo - scrive ancora l’urbanista - dimezzava le vecchie previsioni residue del ’62 ma evitava di aprire un contenzioso giuridico sulle previsioni non cancellate». E ancora: «questo meccanismo attuativo, costruito assieme al piano in anni di lavoro è stato sacrificato sbrigativamente in poche settimane». Il professore prende quindi le distanze dal maxiemendamento proposto dalla giunta che «ha provocato una inevitabile turbolenza in tutto il sistema del piano». Secca la risposta di Veltron: «Ho già parlato con lui. Continuerà a lavorare con noi - ha commentato il sindaco - al di là della riserva su un aspetto, resta il suo giudizio assolutamente positivo sugli aspetti innovativi del piano».

Claudio Marincola

In alto Û

LA STAMPA, 21 marzo 2003 Il varo di un nuovo Piano regolatore - l'opinione di Vittorio Vidotto

«L’idea delle venti centralità è bella ma c’è il rischio che ogni municipio si rinserri nel suo piccolo privilegio. Il piano del 1962 nei fatti non è mai stato attuato: prevedeva l’Asse attrezzato a Est, invece è nato all’Eur».

Giornata storica, quella che vede il varo di un nuovo Piano regolatore. Capita in media una volta ogni quarant’anni. E’ il caso, insomma, di parlarne con uno storico. Vittorio Vidotto, ad esempio, insegna Storia contemporanea alla Sapienza. Conosce bene le vicende di Roma avendo da poco licenziato un paio di volumi sulla Capitale.

Professor Vidotto, ci si avvia ad archiviare il Piano Regolatore del 1962. Dobbiamo esserne dispiaciuti? «Non c’è mai stato un Piano meno applicato di quello. Ricordiamo che prevedeva un cosiddetto Asse attrezzato a Est, dove sarebbero dovuti sorgere uffici e ministeri, ma in quarant’anni non s’è mai fatto. Al contrario, non previsto da quel Piano, il centro direzionale è nato all’Eur. Cioè verso Sud e il mare come voleva Mussolini. In pratica, tra urbanistica democratica e urbanistica del fascismo, nonostante la Liberazione, vinse quest’ultima. D’altra parte basta guardare le biografie personali: Virgilio Testa, il dominus dell’Eur, l’uomo che portò a compimento il quartiere, e riuscì a tenere assieme qualità edilizia e verde pubblico, portandosi dietro l’Archivio di Stato e l’edificio della democrazia cristiana, le residenze e gli uffici, era l’ex segretario generale del Campidoglio ai tempi del Governatorato fascista».

Quale fu il tallone d’Achille del Piano regolatore? «La coesione tra politica ed economia. Andarono ciascuno per la sua strada. Ma siccome la domanda di alloggi è incomprimibile, lo sfogo fu l’abusivismo a macchia d’olio. Non tanto quello dei tuguri, quanto interi quartieri di palazzine e di villette. Poi ci si misero i cosiddetti Peep, i Piani di edilizia economica popolare, che nacquero a raggiera un po’ dappertutto, a Est, ma anche a Sud. Nacquero il Laurentino o Spinaceto. Ma così si spostarono irrimediabilmente persone e mezzi. Mettiamoci poi che il Raccordo Anulare è stato snaturato, è diventato sul malgrado il vero Asse attrezzato, trasformandosi da via di scorrimento veloce extraurbana a urbana, ed ecco la città d’oggi».

Da come ne parla, sembra che il primato della politica abbia preso una bella bastonata dall’economia. «No, attenzione, stiamo parlando degli anni democristiani. Fu una scelta politica anche quella di accontentare tutti, accogliere ogni sollecitazione, concedere licenze che pure contraddicevano il Piano regolatore in cambio di consenso. Il primato della politica non ne venne affatto intaccato. Solo che era cambiato il disegno. E gli interessi cacciati dalla porta rientravano dalla finestra».

Fu la speranza (o illusione) della pianificazione, allora, a esserne infranta? «Senza un’idea precisa dei tempi e dei luoghi di dove costruire, senza priorità, insomma senza una volontà politica più che salda, non poteva che essere un’illusione».

E oggi? Cosa dobbiamo attenderci da questo Piano regolatore che il Campidoglio ha appena votato? «Oggi la città è forse ferma quanto a incremento demografico, ma non è ferma tout court. Ha nuovi bisogni. I miei studenti affannosamente cercano di andare via di casa. Proprio in questi giorni, un’allieva mi raccontava che assieme a quattro altri colleghi hanno affittato un appartamento all’Esquilino. Ecco, i giovani hanno dei bisogni a cui si deve dare risposte. E non dimentichiamo quel recente passato in cui la distribuzione delle case pubbliche ha premiato la violenza. Nel complesso s’era dato un senso di incertezza permanente. L’abusivismo è stata una scelta obbligata. Ma i danni sotto gli occhi di tutti».

Cioè? «Quando si permette di costruire senza strade adeguate, o in un budello, interi quartieri saranno invivibili. D’altra parte è solo di recente, con la giunta Rutelli, che si comincia seriamente a mettere al centro della città i trasporti pubblici su ferro. La speculazione edilizia non è un male in sé. A me, a noi, non importa se un costruttore guadagna poco o tanto: importa che che sia ben guidato. Importa che le linee di comunicazione siano veloci. Oggi, spostarsi da Est a Ovest è un dramma. Bisogna mettersi a fare calcoli: quanto tempo ci vuole? Ne va della vivibilità generale della città».

E per il futuro? Ottimista? «Mica tanto. E’ bella questa idea delle venti centralità, di dare orgoglio ai municipi. Ma se deve diventare microcampanilinismo, se poi tutti insorgono contro una via di scorrimento veloce o un parcheggio sotterraneo, se diventa dominante l’idea che non si deve più toccare un mattone e che ognuno sta rinserrato nel suo piccolo privilegio, allora non ci sto. D’altra parte si sente nell’aria quest’idea che il futuro si sia fermato. Un’idea neoconservatrice di città, trasversale a destra e sinistra. S’è rinunciato all’audacia dell’innovare».

Francesco Grignetti

In alto Û

IL TEMPO, 23 marzo 2003 Storace esclude che possa essere discusso prima delle prossime elezioni per la Pisana - Prg, l’esame alla Regione dopo il 2005

IL PIANO Regolatore sarà approvato dalla prossima giunta regionale, non certo da quella attuale. Ne è sicuro Francesco Storace che però gela le speranze del centrosinistra che intravede in questo modo la possibilità di affidarlo a un futuro presidente, possibilmente non di centrodestra: «Se è la loro speranza allora il Comune se lo dovrà tenere per altri 20 anni». STORACE interviene anche sulle polemiche esplose dopo l’approvazione alla Regione della nuova legge sui parchi. «L’OPPOSIZIONE ha presentato 6 mila emendamenti, erano stati chiaramente scritti solo per fare ostruzionismo. E noi avevamo il diritto-dovere di stroncarlo. Se avessero presentato solo 100 emendamenti ci potevamo anche stare, ne avremmo discusso per una settimana, serenamente. Invece hanno perso e non lo accettano».

In alto Û

IL MANIFESTO, 24 marzo 2003 Che forma avrà Roma? Il piano regolatore approvato dal comune è pessimo. Ma almeno è un piano regolatore, e rifiuta la logica della contrattazione con i privati area per area. La città comunque rischia di snaturarsi in modo gravissimo, se non ci saranno modifiche migliorative. Il lavoro è tutto davanti a noi - VEZIO DE LUCIA

Il sindaco Walter Veltroni ha ragione di essere soddisfatto. Non perde occasione di ricordare che solo Ernesto Nathan, nel 1909, era riuscito a far adottare un piano regolatore dal consiglio comunale di Roma. I due successivi strumenti urbanistici furono approvati, con una legge quello del 1931, e da un commissario prefettizio quello del 1962. Veltroni ha il merito di aver condotto con equilibrio e autorevolezza l'ultima fase di formazione del piano, apportando, mi sembra, miglioramenti rilevanti alle elaborazioni ereditate dalla precedente amministrazione. Al nuovo piano regolatore si mise mano all'inizio dell'amministrazione Rutelli, circa dieci anni fa, assumendo subito la parola d'ordine del «pianificar facendo», che è una specie di contraddizione in termini nel senso che, mentre si lavorava alla stesura del piano con vaste risorse, anche propagandistiche, al tempo stesso si «anticipava» il piano, sfornando interventi di ogni genere, di ogni misura, in ogni angolo della città, per un totale di oltre 40 milioni di metri cubi di nuova edificazione (vedi Paolo Berdini, Il Giubileo senza città, Editori Riuniti, 2000).

Così Roma ha continuato a espandersi a macchia d'olio, in tutte le direzioni. Il consumo del suolo, secondo me, è la questione centrale dell'urbanistica romana. Vale la pena di ricordare che, negli ultimi quarant'anni, la capitale ha sacrificato sotto il cemento e l'asfalto 30mila ettari di agro romano. Mille ettari all'anno. In 40 anni, la popolazione è aumentata del 13 per cento e il territorio urbanizzato del 360 per cento. Oggi Roma, come tutte le grandi città, è in forte declino demografico. Secondo i dati, ancora provvisori, del censimento 2001, la popolazione di Roma è diminuita di 270 mila unità rispetto al 1991, si è ridotto anche il numero delle famiglie e addirittura il numero delle abitazioni che, evidentemente, sono state destinate ad altri usi.

Ma il consumo del suolo continua a ritmo frenetico. L'agro romano è la più importante riserva archeologica d'Italia, forse del mondo; è il nucleo originario dell'identità romana, eppure continua a essere considerato buono a tutti gli usi. E' ormai ridotto a brandelli, sopraffatto da periferie in perenne espansione che hanno raggiunto la costa e i confini comunali. E' attraversato da una rete imponente di strade, ferrovie, elettrodotti, e frantumato dalla diffusione, in forma legale e più spesso illegale, di case e casette, impianti sportivi, servizi pubblici, uffici e attività produttive, depositi, esposizioni di ogni genere, vivai, maneggi, discariche, squallide distese di piccoli orti, spazi dismessi o in abbandono. Anche all'interno dei parchi naturali è evidente la disseminazione edilizia. Le uniche residue superfici agricole di consistente ampiezza sono quelle di proprietà pubblica (Castel Porziano, Santo Spirito) e poche altre grandi proprietà private.

La conseguenza di tutto questo è una città dov'è smodato lo spreco del territorio. Più che nelle altre città italiane ed europee. Nel 1961 ogni cittadino romano utilizzava meno di 60 metri quadrati di spazio urbanizzato, 40 anni dopo la superficie pro capite è aumentata a quasi 180 mq. Per completare il quadro, una recentissima legge della regione Lazio conferma l'edificazione nelle aree agricole.

Di fronte a tendenze come queste sommariamente descritte, sarebbe stato necessario un energico provvedimento volto a porre un freno alla rovina della campagna romana. La bassa densità delle periferie avrebbe potuto indurre a scelte di riorganizzazione e di ristrutturazione del territorio urbanizzato prevedendo un'intensificazione del suo uso, evitando un ulteriore consumo del suolo. Così non è stato. Il piano regolatore di Roma adottato mercoledì scorso prevede invece che, entro il 2012, la superficie urbanizzata aumenti di quasi 15 mila ettari e il volume edilizio di oltre 60 milioni di metri cubi.

Non si tratta solo di quantità esorbitanti. Un altro difetto fondamentale del nuovo piano riguarda la forma della città futura. Il decrepito piano regolatore del 1962, un piano indifendibile, immaginato per una città di cinque milioni di abitanti, senza alcun'attenzione per il rapporto con l'ambiente circostante, era però fondato su una suggestiva idea di città: accanto alla Roma storica, nei settori della periferia orientale doveva prendere corpo la città moderna. Lì dovevano trasferirsi i ministeri e le altre attività terziarie, liberando il centro - da riservare alla residenza e alle più pregiate funzioni di rappresentanza istituzionale - dalle oltraggiose condizioni di congestione e di inquinamento in cui viveva, e continua a vivere. Il successivo progetto Fori, ponendo l'archeologia al centro della città, completava un'immagine straordinaria della Roma moderna. Il nuovo piano, ahimè, non prevede niente del genere. Non c'è un'idea, se non quella, modestissima, di una quindicina di cosiddette centralità, più o meno una per ogni municipio (le vecchie circoscrizioni), dove concentrare attività commerciali e poco più. Il requiem al progetto Fori è stato celebrato di recente ponendo sull'area un vincolo monumentale che ne impedisce la trasformazione, inconfessato omaggio al regime fascista. Con tanti saluti al lavoro e alle speranze di Antonio Cederna, Luigi Petroselli e Adriano La Regina.

Se penso così male del nuovo piano di Roma, perché giudico positiva l'azione condotta da Veltroni? In primo luogo, perché è comunque un bene che la capitale non abbia rinunciato, come proponevano tanti portatori di interessi fondiari operanti in tutti gli schieramenti politici, alla pianificazione del territorio, e cioè al primato del- l'azione pubblica. Non va dimenticato che Milano ha, di fatto, rinunciato al piano regolatore generale, avendo assunto come strada maestra la contrattazione con i proprietari immobiliari, e che in larga parte d'Italia gli strumenti urbanistici sono ormai consunti simulacri di altre stagioni, all'ombra dei quali s'infittiscono le pratiche di accordo diretto con i privati, com'è consentito dall'ultima generazione di leggi varate ben prima del governo Berlusconi.

In secondo luogo, l'azione condotta da Walter Veltroni è positiva perché, senza il suo intervento, il piano sarebbe molto peggiore. Mi riferisco alla strumentazione attuativa e, in particolare, alla cosiddetta compensazione, che è il presupposto dell'urbanistica contrattata, un marchingegno perverso, funzionale all'obiettivo di rendere potenzialmente edificabile qualunque suolo, in qualunque circostanza. La possibilità di far ricorso alla compensazione ha indotto, con un madornale errore giuridico, a considerare diritti edificatori le vecchie previsioni urbanistiche. Grazie alla compensazione, si sono moltiplicati gli scambi obbrobriosi fra verde pubblico e nuova edificazione, con esiti paradossali, fino a 80 metri quadrati ad abitante di verde pubblico nel XII municipio, sì da indurre le associazioni ambientaliste a pretendere meno verde. Lo stesso sindaco ha preso le distanze dalla compensazione. A difenderla sono rimasti i costruttori e pochi altri. Alla fine, grazie a una decisiva mobilitazione di associazioni ambientaliste, dei verdi, di Rifondazione comunista, che si sono avvalsi anche di illustri specialisti (il giurista Vincenzo Cerulli Irelli, l'urbanista Edoardo Salzano), la compensazione urbanistica è stata depennata dagli strumenti di governo del territorio in uso nella capitale. Mi sento in obbligo di ricordare l'impegno lucido e convinto di Patrizia Sentinelli, capogruppo di Rifondazione comunista, protagonista delle discussioni negli ultimi mesi. L'esperienza di Roma non è conclusa.

All'adozione del piano farà seguito, nei prossimi mesi, la presentazione di osservazioni consentite agli operatori della materia e a chiunque intenda portare un contributo. La risposta spetta al consiglio comunale. Tutto può ancora succedere, non si possono escludere colpi di coda degli interessi colpiti. Spero che prevalga la ragione e siano possibili altri miglioramenti. Spero soprattutto che la vicenda del piano di Roma fornisca l'occasione per riflettere sull'urbanistica italiana, sui disastri degli ultimi anni, sui comportamenti delle istituzioni e del mondo politico. Anche a proposito di programmi del dopo Berlusconi. E' stato notato che in uno degli ultimi fascicoli di MicroMega, quello che conteneva i programmi della sinistra, erano elencate ventiquattro voci, dalla giustizia alla polizia, al lavoro, all'emigrazione, eccetera, ma niente che riguardasse il territorio, la città, le condizioni urbane. Un tempo l'urbanistica era una voce importante della politica, particolarmente a scala locale; e l'urbanistica romana, nel bene e nel male, era un riferimento per tutti. Si potrebbe ricominciare.

Vezio De Lucia

In alto Û

LA STAMPA, 24 marzo 2003 La rivoluzione di Roma

Appena approvato tra mille polemiche il provvedimento ora passa alla fase attuativa - Dagli inizi con la giunta Rutelli all’allargamento politico della maggioranza - L’assessore all’Urbanistica ripercorre i passaggi salienti ed elenca le priorità di un piano storico Morassut: «Il Nuovo Piano Regolatore è una scommessa delle periferie»

Una rivoluzione copernicana. Si parte dalla concezione stessa della città, politica e culturale, per rinnovarla dalle radici. Si arriva alla forma estetica della metropoli il più possibile equilibrata, bella da vedersi, buona da viversi. Questi gli ambiziosi obiettivi del Nuovo Piano Regolatore, approvato la settimana scorsa a quarant’anni dall’ultimo provvedimento urbanistico, a cento dall’ultimo Piano votato da un’assemblea democraticamente eletta e non per decreto presidenziale. Tanti gli artefici di questo riassetto cittadino, tra loro, in primo piano, l’assessore all’Urbanistica Roberto Morassut che ha raccolto un’eredità fitta di storia che ha voglia di raccontare:

«Il Piano nasce nel `96 con la giunta Rutelli come base di un bilancio urbanistico romano temporalizzato. Con la variante delle certezze, primo rivoluzionario passaggio, si chiudeva con il passato e la sua pesante eredità fatta di abusivismo, degrado generalizzato condizionato da Tangentopoli. Questa Variante completava la Variante di Salvaguardia iniziata da Signorello sulla quale la sinistra impegnò una dura battaglia politica finalizzata e migliorarla. Ci riuscì e poi con Rutelli si completò. A questo punto, 1996-1997, si costituì il gruppo di lavoro del quale fece parte da subito anche Campos Venuti. Nel 2000 ci fu una prima proposta di Giunta accompagnata da atti importanti, articoli 11 mirati al recupero delle periferie, più in generale al recupero urbano e alla salvaguardia dell’ambiente. Su questi punti si è articolato il lavoro di Bettini che diede la barra politica del risanamento».

E siamo ai giorni nostri. La giunta Veltroni a questo punto come si è mossa? «Abbiamo ereditato un Piano che esce, dopo un anno e mezzo di lavoro, arricchito anche nel suo quadro politico. Penso a Rifondazione, alla riorganizzazione del centro. Ci vedo pure una coerenza maggiore un rapporto tra Piano e sistema della Mobilità più fluido. Infrastrutture, senza le quali non c’è edificabilità. Gli architetti Colasante e Maltese, tecnici del Comune, hanno lavorato molto alle previsioni di sviluppo legate all’edilizia residenziale pubblica». [RMINTERV]A questo proposito, il Piano pare pensi poco all’edilizia residenziale pubblica, sembra più un piano di protezione... «È un’offerta che dovremo implementare con scelte che privilegino il recupero di aree dismesse e che non sfruttino il suolo nuovo. Tor Pagnotta, forse lì l’edificabilità è eccessiva (1 milione e mezzo di metri cubi) pur se già ridotta di tre quarti rispetto a prima. Su Tor Marancia avevamo avuto un parere di non edificabilità che adesso ci pone il problema delle compensazioni, la necessità di costituire la riserva di aree pubbliche per onorare questo debito. Trecento ettari di aree di riserva, un esperimento per trovare il giusto equilibrio con le istanze ambientaliste. Dobbiamo mettere a punto una manovra sostenibile per l’edilizia residenziale pubblica in accordo con la Regione che promuova bandi anche per incentivare il riuso del già esistente. Dando premi per chi vuole recuperare edifici dismessi da strappare al degrado».

Ma i costi sono maggiori e gli imprenditori non ci stanno «Costi maggiori, soprattutto una filiera produttiva diversa, competenze, tecniche e rischio imprenditoriale differente, anche la sfida di superare una cultura vecchia. Io ho molta fiducia in una certa ala di imprenditori romani che ha imboccato la strada della consapevolezza e della qualità, costruttori dalla mente aperta, sensibili, che vedo ben guidati. Se fossero aiutati dagli incentivi pubblici andrebbe ancora meglio. La Regione deve dare una mano alle imprese di costruzioni romane».

E i 105 mila immigrati che gravitano su Roma dove andranno a vivere? «Mai in quartieri ghetto. L’edilizia residenziale pubblica è fatta di programmi per l’affitto da destinare i monoreddito, a coloro che comprano casa a costi ridotti con incentivo pubblico e alle fasce del bisogno e all’emergenza. Quest’edilizia deve tendere a forme sparse, inserite in quartieri di alto e medio livello; Massimina, Romanina, La Storta, che sono le centralità del futuro. Così garantiamo un’integrazione e un’articolazione del sistema sociale».

L’opposizione vi accusa di avere messo insieme un Piano poco partecipato, nato e cresciuto nelle segrete stanze. Come ribatte alle accuse? «Con la realtà. Tutti i Municipi hanno votato tre volte gli elaborati del Piano. Abbiamo ascoltato le associazioni e i comitati dei cittadini con grandissimo senso di responsabilità. E ne è venuto fuori un Piano moderno che punta a recuperare il gap infrastrutturale, che valorizza il lascito ambientale, culturale e storico di Roma. L’agro romano, per esempio, perché la capitale non è solo dentro le mura».

Il padre ideologico del Piano, Campos Venuti, ha fortemente criticato una parte del provvedimento, tanto da ritirare la sua firma. La sua riserva era puntata sullo strumento della perequazione. Lei come risponde? «Accolgo le osservazioni di Campos Venuti. Bisogna acquisire aree verdi per i servizi locali senza usare come unica arma l’esproprio. La perequazione è una via percorribile. Si tratta dell’acquisizione gratuita di un terreno in cambio di un 20% da lasciare ai proprietari. Questo 20% deve essere usato per pubblici esercizi, o ambulatori o servizi socio-assistenziali. Uno strumento nuovo che utilizzeremo nella città da ristrutturare. Vorrei approfondire la discussione che deve però essere svincolata dal contrappunto tra urbanisti riformisti e urbanisti massimalisti, altrimenti si rischia di rendere poco chiaro il contorno del problema. I fatti sono che si deve riorganizzare il tessuto delle borgate intermedie, mi riferisco a Torre Maura, Vitinia, Monte Spaccato, Giardinetti, cresciute tra palazzoni di periferia e una vasta proliferazione abusiva della corona esterna. Ecco quel tessuto manca di infrastrutture, intese persino come marciapiedi. Questa situazione può cambiare anche con la perequazione. Accetto le critiche di Campos Venuti. Mi dispiace la sua radicalità, non penso che il "suo Piano" sia stato stravolto. Lui era consapevole delle tante istanze che abbiamo rafforzato. Il passaggio da centro a città storica, il policentrismo, la ricerca di un equilibrio tra periferia e centro ancora lontano dall’essere raggiunto e soprattutto l’importanza dei municipi».

In definitiva, avremo modo di vedere una città architettonicamente omogenea, innovativa, in grado di coniugare passato e presente in modo armonioso? Come si può ottenere questo risultato? «Grazie agli architetti che progetteranno su uno schema preliminare di assetto unitario dell’intera centralità. La qualità urbana è proprio nelle nostre priorità, per questo abbiamo pensato a un comitato per la qualità con la partecipazione di urbanisti di chiara fama che dovranno approvare i progetto con un occhio aperto al nuovo ma compatibile con il già esistente».

I costruttori lamentano che non sia inserito, all’articolo 1 del piano, la parola «sviluppo». Perché è stata omessa? «Perché il Piano Regolatore non è uno strumento per promuovere sviluppo ma è la base per le politiche di crescita. Il Piano è la maglia, agli imprenditori il compito di dotarsi degli strumenti adatti allo sviluppo».

Michela Tamburrino

In alto Û

CORRIERE DELLA SERA, 24 marzo 2003 «Il centro? Ha ragione il sovrintendente» Le associazioni sono d’accordo con le accuse, ma gli amministratori replicano: stiamo facendo molto

Gli abitanti della zona con La Regina, i politici con l’amministrazione. Se, da una parte, l’associazione «Centro storico» e gli ambientalisti di «Scopriroma» concordano in pieno con quanto denunciato ieri sul Corriere dal sovrintendente ai beni archeologici, dall’altra assessorato al Commercio e Primo Municipio, ricordano quanto, fin qui, è stato fatto per salvare la parte pregiata della città dal degrado. «Oggi stesso chiederò un incontro con Adriano La Regina. Voglio parlare con lui per fare il punto su quanto è stato fatto e su quello che c’è da fare». L’assessore al Commercio Daniela Valentini, dopo il j’accuse

Parecchie volte, negli ultimi giorni, leggendo le litanie di proclami e scempiaggini con cui il centrodestra si è gettato a capofitto sulla “emergenza periferie”, mi è tornata in mente un’immagine dimenticata. Un’immagine solo letta, per ovvi motivi anagrafici: il borgomastro di Bruxelles Charles Buls, che all’alba del Novecento, passeggiando nei giardinetti sottobraccio al ministro Luigi Luzzatti, perorava la causa della bellezza anche nelle abitazioni da realizzarsi da parte dei neonati Istituti Case Popolari. Buls, paladino dell’arte di costruire le città, e a modo suo (via Gustavo Giovannoni) fra i “padri” dell’urbanistica italiana, intuiva vagamente come non potesse esistere “città pubblica” senza tutte le caratteristiche della città, incluse riconoscibilità, identità, insomma tutte le cose che poco più tardi iniziarono a sparire, spazzate via soprattutto da un’idea: la macchina per abitare.

In sé l’idea non era male, anche e soprattutto perché si inseriva in pieno nella logica “meccanica” dello sviluppo industriale, e soprattutto all’inizio poteva contare su un notevole slancio di ricerca, riflessione, innovazione. Nell’Italia fascista, però, non poteva nemmeno iniziare a svilupparsi l’apporto critico delle discipline sociali che per esempio, in Inghilterra, avrebbero di lì a poco definito certe idee urbanistiche “un modo per portare la gente da dove non sta a dove non vuole andare”. Gli allora presidenti degli ICP erano certamente più propensi a sottoscrivere il commento del collega Giuseppe Gorla a proposito dell’uso della polizia nell’imporre abitudini igieniche e moderne agli inquilini: “una volta abituati, non c’è più bisogno di costringerli”. Perché, come osservano il più delle volte inascoltati i critici di questo modello di città pubblica, gli oggetti principali della faccenda non sono le più o meno aggraziate scatole di cemento, ma il loro contenuto, che ha la brutta abitudine di camminare, e di farsi opinioni (di solito pessime) sullo spazio che occupa.

Dopo la seconda guerra mondiale, all’inizio della grande modernizzazione e urbanizzazione italiana, una piccola e discutibile eccezione alla regola è quello che Rinascita bolla come “l’incredibile parto della fantasia del professor Fanfani”. Un incredibile parto che, se non altro, dal punto di vista della progettazione fisica degli spazi si pone almeno due obiettivi: ricostruire una atmosfera da villaggio, e usare gli operatori sociali per “alfabetizzare” i contadini neoinurbati alla vita di città e di relazioni umane. Detto terra terra, è un po’ la replica democratica dei metodi spicci di Giuseppe Gorla; qui non si usa la milizia, ma comunque si spiega agli ex contadini che in città non ci si accoltella, al massimo ci si denuncia, che non si usa il bidet per piantare il basilico, e via di questo passo. Ma le critiche della sinistra, come specifica Giuseppe Di Vittorio (relatore di minoranza del progetto di legge Fanfani), vanno un po’ più in là dell’idea di villaggio o di modernizzazione “guidata”, e implicano una diversa idea di società e investimenti per lo sviluppo.

Un’idea diversa che, guarda un po’, sembra poter trovare spazio ancora nelle grandi “macchine per abitare”, tanto gradite agli architetti di sinistra che Piero Bottoni anche nell’ambito dell’INA-Casa ha progettato un enorme candido monolite, che affacciato sul Corso Sempione (un po’ lontano, in effetti, dalle “periferie”), racconta che anche con l’edilizia popolare si fa città moderna a tutti gli effetti. Ma per ogni Bottoni versato alla ricerca e alla riflessione sul piano e il progetto, ci sono (come ovvio e prevedibile), schiere di progettisti che stanno a le Corbusier più o meno come Teo Teocoli sta a Elvis Presley. E saranno soprattutto loro, insieme ai pochi soldi, alla disorganizzazione, alla malafede, a progettare gran parte delle periferie che ora il centrodestra chiama “frutti del comunismo”, o altre sciocchezze del genere.

Frutti del comunismo che, tra l’altro, vengono a maturazione, cioè cominciano a rimpolparsi di contenuto umano, proprio mentre con le prime avvisaglie di crisi del modello di sviluppo la grande fabbrica non è più centro di riferimento, aggregazione, simulacro e surrogato della città.

In cosa si identificheranno, ora, gli abitanti di questi cimiteri sociali? Non certo con le città radiose dei grandi blocchi su vasti spazi aperti, che come ben sanno per esperienza sono labirinti puzzolenti dentro, e campi di battaglia fuori. Forse, con quello che rimane del centro storico, fra la boutique dell’insaccato e la factory del gioiello etnico, ma più probabilmente con l’altra periferia, quella che discende perversamente non da Le Corbusier, ma da Raymond Unwin: la città diffusa di villette, lottizzazioni produttive, centri direzionali e quant’altro. Chi può permetterselo, c’è già andato da parecchio. Qui l’architetto non si può sbizzarrire con diavolerie come l’ existenzminimum o il cottage plan and common sense, ma se vuole essere pagato deve fornire il cliente di tutte le cucine abitabili, tavernette, e giardini con nani richiesti. Con buona pace di tutte le ricerche progettuali astruse, e del piano regolatore che pretende anche di entrare in casa tua a dirti quello che devi o non devi fare. E basta.

La storia raccontata sopra, è ovviamente, anche se non completamente, falsa. I nomi propri citati hanno fatto più o meno le cose descritte, le quali cose descritte sono più o meno tutte così, anche se sono molto di più, e in definitiva qualcos’altro.

La cosa difficile, è spiegare queste cose ai poveretti a cui casca il soffitto del cesso in testa, o ai loro parenti che non li vanno più a trovare per paura di giocarsi l’auto parcheggiata in strada. Ditegli che “qui ci vuole la mano pesante”, e vi seppelliranno di voti. Diteglielo da mezza dozzina di reti televisive, con le immagini giuste, e vi porteranno in trionfo.

Il che non toglie, che della questione periferie anche da sinistra si inizi a dire pane al pane e vino al vino, a partire per esempio da uno slogan simil-berlusconiano: LASCIATECI FINIRE IL LAVORO. Come, è un altro discorso, ma questo per esempio è “partire dal programma”. Una frase già sentita. O no?

E' senz'altro vero che la vigente normativa non pone limiti temporali alle previsioni di edificazione privata, ma questo non vuol dire che l'edificabilità prevista non possa essere modificata da un successivo intervento di pianificazione urbanistica.

La giurisprudenza amministrativa è infatti unanime e costante nell'affermare che "il comune, in sede di adozione di una variante al piano regolatore generale, ha la facoltà ampiamente discrezionale di modificare le precedenti previsioni urbanistiche senza obbligo di motivazione specifica ed analitica per le singole zone innovate, salva peraltro la necessità di una congrua indicazione delle diverse esigenze che si sono dovute conciliare e la coerenza delle soluzioni predisposte con i criteri tecnico-urbanistici stabiliti per la formazione del piano regolatore" (così Cons. Stato, sez. IV, 03-07-2000, n. 3646). Si precisa tuttavia che "è comunque necessario che l’amministrazione dia conto delle ragioni che la inducono a modificare la destinazione di un’area nella quale lo strumento generale prevedeva l’edificazione" (Cons. Stato, sez. IV, 13-05-1998, n. 814).

Sul punto è interessante sottolineare che, secondo un costante orientamento giurisprudenziale, "neppure la preesistenza di un piano di lottizzazione approvato e già convenzionato costituisce - per se sola - un ostacolo alla modifica delle previsioni urbanistiche vigenti su una determinata area, proprio perché il PRG non rappresenta uno strumento immodificabile di pianificazione del territorio, sul quale i privati possano fondare sine die, le proprie aspettative, ma è suscettibile di revisione ogni qual volta sopravvenute esigenze di pubblico interesse, obiettivamente esistenti ed adeguatamente motivate, facciano ritenere superata la disciplina da esso dettata" (T.A.R. Lombardia, sez. Brescia, 12-01-2001, n. 2).

In sostanza, mi sembra che nessun ostacolo giuridico (ma vi possono certamente essere ragioni di carattere politico o comunque di opportunità) escluda che un comune, in sede di variazione degli strumenti urbanistici vigenti ovvero in sede di nuova redazione del piano regolatore, disciplini il regime di trasformazione degli immobili in modo difforme dal precedente atto di pianificazione, ad esempio prevedendo per alcune aree la destinazione a zona agricola.

Resta inteso che tanto maggiore sarà l'affidamento ingenerato nel proprietario, tanto più analitica ed esauriente dovrà essere la motivazione posta alla base del nuovo atto di pianificazione.

Effettuata questa premessa mi preme formulare un ulteriore considerazione.

La nuova destinazione di un'area non deve coincidere necessariamente con l'imposizione di un regime di inedificabilità assoluta (ossia un vincolo di carattere sostanzialmente espropriativo ovvero preordinato all'espropriazione) né di un vincolo di carattere morfologico (caratterizzato cioè dalla particolare natura del bene).

Per quanto attiene alla prima ipotesi, è noto che la Corte costituzionale, con la sentenza 179/99, ha stabilito che si pone un problema di indennizzo per quei vincoli che 1) siano preordinati all'espropriazione, ovvero abbiano carattere sostanzialmente espropriativo, nel senso di comportare come effetto pratico uno svuotamento, di rilevante entità ed incisività, del contenuto della proprietà stessa, mediante imposizione, immediatamente operativa, di vincoli a titolo particolare su beni determinati, comportanti inedificabilità assoluta, qualora non siano stati discrezionalmente delimitati nel tempo dal legislatore dello Stato o delle Regioni; 2) superino la durata che dal legislatore sia stata determinata come limite, non irragionevole e non arbitrario, alla sopportabilità del vincolo urbanistico da parte del singolo soggetto titolare del bene determinato colpito dal vincolo, ove non intervenga l'espropriazione, ovvero non si inizi la procedura attuativa (preordinata all'esproprio) attraverso l'approvazione di piani particolareggiati o di esecuzione, aventi a loro volta termini massimi di attuazione fissati dalla legge.

Orbene, non vi è dubbio che, tra la previsione di una nuova destinazione su un'area, comportante la drastica riduzione degli indici di edificabilità (ad esempio destinazione agricola) e l'imposizione sulla stessa di un regime di inedificabilità assoluta (con tutte le conseguenze con riguardo all'obbligo indennitario, in caso di reiterazione), si collocano una serie di soluzioni pianificatorie intermedie, comunque compatibili con l'attuale disciplina della materia, non rappresentando cioè lo svuotamento, di rilevante entità ed incisività, del contenuto della proprietà.

Ricordo peraltro che la stessa sentenza costituzionale 55/68 ha riconosciuto che non ogni disciplina restrittiva dell'attività edificatoria comporta un obbligo di indennizzo: "rappresenta un punto fermo il concetto che non possono farsi rientrare nelle fattispecie espropriative le limitazioni del genere di quelle ammesse senza indennizzo dall'art. 42, secondo comma, della Costituzione, e, quindi, tra l'altro, quelle che fissano gli indici di fabbricabilità delle singole proprietà immobiliari, anche quando tali indici possono assumere valori particolarmente bassi (come nel caso di edilizia urbana estensiva e persino rada, del tipo di costruzioni circondate da ampi e predominanti spazi verdi). Pur essendo imposte nei confronti di singoli beni, tali limitazioni sono da considerare, infatti, operate sulla base di quel carattere tradizionale e connaturale delle aree urbane, basato su quelle esigenze di ordine ed euritmia nell'edilizia …".

Ed infatti è stato autorevolmente stabilito che "la destinazione a zona agricola contenuta in un piano regolatore generale non concretizza un vincolo a contenuto espropriativo, bensì conformativo del diritto di proprietà; ne consegue che la relativa prescrizione non è indennizzabile, né è soggetta al limite temporale d’efficacia di cui all’art. 2 l. 19 novembre 1968 n. 1187" (C. Stato, sez. IV, 06-03-1998, n. 382); "anche se i vincoli compressivi della proprietà immobiliare soggetti a decadenza quinquennale ai sensi della l. 19 novembre 1968 n. 1187 non sono solo quelli preordinati all’espropriazione ma anche quelli che comportano l’inedificabilità assoluta, o comunque che privano il diritto di proprietà del suo sostanziale valore economico, deve peraltro ritenersi che fra tali vincoli non rientri la destinazione a verde agricolo, atteso che quest’ultima non si configura come una limitazione tale da rendere inutilizzabile l’immobile in relazione alla destinazione inerente alla sua natura, restando al proprietario la possibilità di trarne un utile mediante la coltivazione e, inoltre una possibilità, sia pure contenuta entro parametri prestabiliti, di limitata edificazione" (C. Stato, sez. V, 07-08-1996, n. 881); ancora "è legittima la previsione di un’edificazione estremamente rada e la conservazione di ampi intervalli di verde finalizzata al più conveniente equilibrio delle condizioni di vivibilità della popolazione, in quanto la destinazione agricola può servire per orientare gli insediamenti urbani e produttivi in determinate direzioni, ovvero per salvaguardare precisi equilibri di assetto territoriale" (T.a.r. Lazio, sez. I, 19-07-1999, n. 1652).

In sostanza, l'amministrazione comunale, fermo restando l'obbligo di motivazione, può rivedere le destinazioni urbanistiche vigenti senza dover necessariamente addivenire all'espropriazione delle aree il cui regime intende innovare ovvero integrare una delle fattispecie che, sulla base della citata sentenza costituzionale, impongono un obbligo indennitario.

Quanto ai vincoli cosiddetti morfologici, concordo in pieno con le affermazione del prof. Campos Venuti, essendo indiscutibilmente vero che il regime giuridico preordinato alla tutela di tale tipologia di beni prevale sulle prescrizioni urbanistiche con esso eventualmente incompatibili.

Posso da profana anche io dire la mia? Magari scriverò una raffica di banalità, ma sento una vaga insofferenza nel leggere gli interventi nel tuo sito, uno dopo l'altro. Facile ora, puntare il dito contro l'architettura comunista, i palazzoni Ina casa e Iacp: ma bisogna ricordare quel che era la condizione abitativa prima degli anni '80. Drammatica. Le lotte per la casa sembrano completamente cancellate dalla memoria, eppure sono state una parte importantissima del movimento operaio e, si direbbe oggi, progressista. Si è costruito in emergenza, forse troppo: vero. Ma senza dimenticare verde e servizi che poi nessuno ha fatto. E non è poco.

Ma ha ragione Vezio De Lucia: quando le case non si gestiscono - oppure: se si gestiscono male, se si mettono ad abitare insieme tutte le famiglie dei carcerati, tutti i tossici nell'altra scala, dall'altra parte tutti i meridionali - non si fa che aggiungere esclusione ad esclusione. Se poi si rinuncia del tutto a mantenere quel minimo di legalità che impedisce ai malavitosi di demolire con il piccone la porta di una casa di un'anziana ricoverata all'ospedale, ecco, in questa situazione neppure Le Corbusier sarebbe in grado di rendere vivibile in quartiere. In più, una certa pigrizia giornalistica che parla di Bronx, e il pasticcio è fatto. Tanto per dire, nel Bronx ci sono zone di qualità urbana più che accettabile. Seconda riflessione. Non sempre la bellezza basta. Ricordate le rapine in villa? E i grandi delitti - più o meno risolti - che vi accadono? Non so perché, ma la paura di chi vive in quelle periferie ricche e opulente, doviziosamente dotate di servizi e verde, è la stessa di chi vive nelle periferie. Allora il problema mi sembra un altro: la criminalità fa paura, sia che venga da fuori, sia che abiti nella porta accanto. Non è questione di urbanistica, né di architettura. Come dimostra la bellissima la villetta di Cogne.

Un altro discorso - inutile aprirlo qui, lo cito solo a margine - sarebbe quello dell'ideale tutto italiano della villetta che ha distrutto agro e campagne. La voglia di far dell'Italia, ricca di tanti centri storici, una finta paperopoli di pretesi ricchi ha prodotto mostri, anche se imbellettettati, e assai scarse possibilità di socialità.

Proviamo a eliminare la questione criminalità. Resta nei quartieri popolari la povertà di servizi e di verde, la povertà di funzioni che rende differente un ragazzo che vive con la piscina comunale a 100 metri a quello che deve prendere il treno per arrivarci, e quindi non ci va. Ma quei quartieri, dalle Vele a Corviale, con i servizi erano stati progettati. Che la qualità urbana sia pessima è anche responsabilità di chi non li ha voluti, o se ne è disinteressato, lasciando che i negozi venissero occupati di notte da disperati senza casa, né ha pensato di offrir loro un'alternativa abitativa. Le Vele? Non sono affatto brutte: pensate se su quelle terrazze ci fossero alberi e rampicanti, pensate se ci si potesse vivere senza paura e senza sbarre, e sfruttare al meglio proprio quel che oggi è la debolezza di quegli edifici: la permeabilità. Se la facilità di accesso diventa il canale con cui la camorra controlla i suoi, sarà un ghetto, e punto. Ma pensate se fosse altro, che so, un residence per studenti fuori sede: la facilità di accesso può diventare facilità di rapporto, e forse persino la nascita di una comunità.

Infine un'ultima disordinata nota. Il patrimonio di edilizia pubblica è privato. E' privato nei fatti, visto che nessuno lo gestisce. Mi piacerebbe sapere quante sono le chiavi che tornano in istituto perché un affittuario è morto. Sospetto pochissime: sia perché c'è un racket che se ne occupa con grande efficienza, sia perché implicitamente non è previsto nemmeno dagli uffici. Nella migliore delle ipotesi capita quindi che l'appartamento di ex periferia ormai diventato semicentrale sia stato affidato cinquant'anni fa alla famiglia di un operaio, e che il figliolo dottore ci faccia il suo studio, ed è solo un esempio. Ancora a margine noterei che molti sono gli esempi di edilizia pubblica più che dignitosa, magari costruiti anche in epoca fascista ma con evidente rispetto per chi ci sarebbe andato ad abitare. Non solo alla Garbatella.

Che ci sia ancora una domanda di case è ovvio, ed è però evidente che ciò non possa essere una buona giustificazione per costruire ancora. Sta di fatto che la domanda più drammatica viene da ceti depauperati di qualsiasi potere, dagli immigrati, dagli emarginati… tanto che persino i Cim faticano a trovare case che ospitino le loro residenze protette. In queste condizioni, ammainare la bandiera dell'edilizia pubblica e lasciare senza alcuna gestione il patrimonio che c'è, come mi pare si faccia nell'indifferenza di tutti, mi sembra una sciocchezza. Una sciocchezza politica, figlia della pochezza dei tempi.

© 2026 Eddyburg