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ROMA - «Dico: ' sti poveri romeni! Quello che mi dispiace è per questi poveri romeni senza casa!». Per loro, gorgheggia al telefono Annapia Greco, fece costruire la villa abusiva sull' Appia Antica denunciata ieri mattina dal Corriere e abbattuta ieri sera dalle ruspe sotto gli occhi del sindaco di Roma, Walter Veltroni, tornato apposta da un viaggio: «Che me ne facevo, io, di una villa laggiù?»

«Ho una casa tanto bella in piazza del Colosseo e ci vivo tanto felice! Tanto serena! Tutta questa pubblicità! Tutte queste cattiverie sulla mia famiglia! E che ho fatto mai? Ci ho provato, d' accordo, è andata male, pazienza. Me volete crocefigge' ? Chiedo: me volete crocefigge' ? Che ho fatto mai: ho solo cercato di fare del bene a ' sti romeni. Di dar loro una casa. Vedesse i loro occhi.... Poverini».

Romana, 57 anni, soave rappresentante dei troppi italiani indifferenti alle leggi di tutela, sorella di quel Roberto Greco che a metà degli anni Settanta intuì per primo l'affarone di importare camicie e magliette dalla Cina e creò con gli altri fratelli il marchio con la mongolfiera «Balloon», Annapia giura che proprio non riesce a capacitarsi di tutto questo fracasso intorno alla lussuosa residenza fuorilegge tirata su a settanta metri dalla tomba di Cecilia Metella: «Io l' avevo venduta, l' avevo...».

E quando?

«Da tantissimo tempo.... Tantissimo...».

Quando?

«Ma come posso ricordarlo? Tantissimo...».

Eppure fu lei un anno fa a metter giù le fondamenta, lei a essere denunciata, lei a essere nominata custode giudiziario...

«Sì, ma... Insomma... Guardi: io tenevo quel terreno per fare la contadina...».

La contadina.

«Sì. Volevo fare l' orto... La frutta... Siccome che poi ho ospitato dei rumeni che non sapevano dove andare a dormire... Mi facevano pena. Vedesse la moglie, il figlio... Li potevo lasciare senza una casa? Mi dica: li avrebbe lasciati lei, senza una casa?».

Non mi dirà che ha fatto costruire una villa sull' Appia Antica per...

«Certo! Per questa povera gente. Erano i miei protetti. Comunque, per essere precisi, io non ho costruito niente».

Solo perché l' hanno beccata...

«D' accordo: ma non ho costruito io».

Sperava nel condono?

«Casomai ci speravano quelli che l' hanno costruita».

Insiste? L' ha comprata lei o no, quella casa? Ha fatto scavare lei o no le fondamenta?

«Fondamenta? Due buchi, erano. Profondi come un vaso di fiori».

Fatto sta...

«Va bene, gliel' ho detto: ci ho provato ed è andata male. Pazienza. Capita...Ho detto: vabbè, allora la vendo...».

Ma pensava davvero di farla franca?

«Senta, io capisco le sue osservazioni. Sono d' accordo. Sa, ho fatto l'istituto d' arte... La battaglia contro gli abusi è nobilissima. Ma perché tutto questo parlare di me? Della mia famiglia? Vi rendete conto del danno fatto con questa pubblicità negativa all' azienda dei miei fratelli? Perché ce l' avete con noi?»

No, signora: anche suo fratello Roberto ha una villa sull' Appia ma di lui le autorità del Parco parlano solo bene. È lei la discola... Ma si rende conto? Una villa abusiva a due passi da Cecilia Metella...

«Lo so: me lo sono posto il problema. Sa dove sono, in questo momento? Nelle Marche. Con il Fai, il Fondo ambiente italiano...».

Scherza?

«No, davvero. Quando hanno visto il Corriere mi volevano buttar giù dal pullman: "Traditrice! Sei peggio di Giuda"».

Ammetterà che...

«Ma che ammetto? La casa l' hanno costruita quelli che hanno comprato il terreno... Che c' entro io? Capisco, voi fate il vostro dovere ma mi state rovinando i rapporti con i miei fratelli. Metta che poi fanno un infarto...».

Andiamo, signora: l' infarto!

«Non capisco... Ce l' avete coi ricchi? Tutto questo guardare le cose nostre...Perché ci fate del male?»

Senta: fu lei a far tirar su la barriera di canne, lei a far stendere la rete verde per nascondere i lavori agli ispettori del Parco...

«Ma no, ma no... L' hanno fatto dopo che l' avevo venduta...».

Aveva l' ordine del magistrato di rimuovere i pannelli e tutto il materiale comprato per costruire la villa: perché l' avrebbe lasciato lì se non per aspettare il momento giusto per fare i lavori?

«Con tutto quello che mi era costata! Dovevo pure fare un' altra spesa? Che ne sapevo che poi quelli che hanno comprato...».

Ma davvero non ricorda quando ha venduto?

«Tanto tempo fa. All' inizio dell' estate, forse...».

No: da quel che risulta lei ha fatto il preliminare il 22 agosto.

«Ma no, ma no...».

Esattamente il giorno prima di far montare la villa...

«Ma no, c' è un errore...».

...E il passaggio di proprietà l' ha fatto davanti al notaio Renato Caraffa addirittura il 5 settembre, quando la villa era già lì: quindi l' ha fatta montare lei, prima di vendere.

«Ma no, c' è un errore»....

L'atto ufficiale è lì: 5 settembre.

«L'avrà registrato allora... Che ne so, io? Faccio come Berlusconi: giuro sulle mie figlie che non sapevo niente, dell' abuso».

La visura camerale è chiara.

«Ma per carità! Per carità! Io non so neanche cos' è una visura camerale! Ripeto: io avevo venduto».

Per curiosità: a quanto?

«Due lire. Giuro. Per colpa proprio del sequestro e di tutte quelle storie. Due lire. O se vuole diciamo due euro».

Quanto?

«Poco! Pochissimo! Davvero! Guardi: quando l' ho vista in fotografia sul Corriere mi sono detta: quant' è bella... Che peccato averla venduta...».

Mica tanto: l' hanno buttata giù...

«Non potevano, è proprietà privata».

Signora: una casa abusiva sull' Appia!

«Non hanno avuto pietà, poveri rumeni».

Ancora? E su: mica l' ha venduta ai rumeni, la villa. L' ha ceduta a una signora quasi ottantenne, Adele Gattoni Celli, che contestualmente ha girato la nuda proprietà a una certa Albertina Marinelli.

«Ma non guardi le carte, non creda alle carte... Le dico che l' ho data ai rumeni».

E sa dove abita questa signora che ha comprato?

«Mi dica».

Guarda caso, proprio al suo indirizzo: piazza del Colosseo 9.

«Ma davvero? Ah, le coincidenze della vita...».

Che cosa significa "condono edilizio"? Per capirlo, occorrerebbe subito, adesso, una grande fotografia dell’Italia scattata dal satellite, così vedremmo quanti piccoli e grandi cantieri si sono aperti dal giorno in cui è stato annunciato il condono. Sono, credo, centinaia di migliaia: si è aperto in Italia un grandioso laboratorio di "formazione civile" perché alla quantità di frodi edilizie, già evidenti, viene dato oggi il potere di appestare ed esprimersi completamente.

La pratica del condono - abitudine tutta italiana, che all’estero si stenta a comprendere - è doppiamente da condannare: primo, perché incoraggia comportamenti illeciti; secondo, perché penalizza i comportamenti corretti, offendendo i cittadini che rispettano le regole. Il condono perdona ai furbi e dà uno schiaffo agli onesti. Inoltre, ferisce profondamente coloro che da anni - magari in solitudine, nel silenzio - si battono e consumano energie per difendere le nostre coste, l’aria, il paesaggio.

Quanto all’ambiente intorno a noi, sarà un altro colpo durissimo. Lungo le coste italiane tutti abbiamo visto case di un piano con pilastri sul tetto, con i tondini di ferro che escono di un metro già pronti ad accogliere i pilastri per il piano superiore. Quindi, case più alte (ma anche più lunghe, perché accostare una stanza a un’altra è facilissimo). Gli ecomostri stanno lì ad aspettare sereni: anche per loro, chissà, alla fine ci sarà qualche bugia o salterà fuori un sotterfugio legale.

Lo scempio, lungo le nostre coste, è cosa fatta. Nelle città, i tetti dei palazzi mostrano già una quantità rilevante di abbaini: quest’attività continuerà, con una crescita degli abitanti che renderà ancora più caotico e ingestibile il tessuto cittadino, aumenterà i volumi di traffico e i veleni nell’aria. Le periferie sornione, anche loro fremono di innumerevoli attività edilizie che confermeranno ancora di più il loro disastro originale. Mentre si cerca di sgombrare le falde del Vesuvio per creare vie di fuga in caso di eruzione si fa un bel condono, lasciando quasi tutti fatalisticamente tranquilli. E le zone archeologiche accerchiate da veri paesi abusivi assenti di opere di urbanizzazione? E i parchi nazionali, vere zone di equilibrio ambientale, penetrati da costruzioni improvvise e patologiche?

Pagherà la collettività. Gli esperti hanno già fatto i calcoli economici di quanto perderanno i cittadini - attraverso le tasse comunali - per le demolizioni; ma poi si sa che la parola demolizione non è così consueta in Italia né l’abbattimento del costruito è un’esperienza così diffusa. I Comuni dovranno pensare a portare fogne, strade, servizi nei quartieri sorti senza regole e oggi avviati a beneficiare di questo magnanimo perdono. Ancora una volta, le spese per demolizioni e urbanizzazione saranno equamente ripartite: gli onesti pagheranno tante tasse quante ne pagheranno - a meno di evasione fiscale - coloro che hanno compiuto gli illeciti.

C’è un’altra questione da affrontare. Quali saranno i criteri di questa ennesima sanatoria: quali e quante case, cioè, saranno legalizzate? Bisognerà capire quale sarà la superficie massima "illegale" che potrà essere sanata: cento metri quadrati? Duecentocinquanta?

Dicono, per giustificarsi, che sarà un condono "leggero". Allora, con leggerezza, si perdoneranno con il timbro dello Stato mille piccole mostruosità, balconi e gazebo spuntati dal nulla, sopraelevazioni e cantine adattate a "taverne"; ma è il momento di domandarsi se, invece, non assisteremo a un autentico scempio ambientale, magari grazie alle tante aree provvidenzialmente rese libere dal fuoco in estate.

Domandiamoci: che cosa è la "buona politica"? Io penso a Barcellona, al modo in cui l’amministrazione di questa città, negli ultimi anni, si è condotta: perseguendo un obiettivo di bellezza, dove bellezza significa anche rigore, funzionalità, efficienza. Per l’Italia, solo un sogno. Ma per impedire che anche questa sanatoria abbia corso bisogna intervenire. Un "manifesto anticondono" - promosso da urbanisti, architetti e intellettuali - mi vedrebbe come prima firmataria.

Neanche ad "Abusopoli" ci credono troppo, alla tesi che il condono servirebbe a tirar su un po' di soldi chiudendo col passato per poi dare vita a un grande progetto di risanamento delle coste e delle aree protette e delle periferie urbane. Lo dice un sondaggio dell' Abacus condotto per Legambiente. Dal quale emerge non solo la netta contrarietà di fondo della maggioranza degli italiani all' ipotesi di mettere una pietra sopra, scusate il bisticcio, agli abusi. Ma anche degli stessi abitanti di quel profondo Sud che ospita gran parte di questi abusi e i due terzi di quelli così osceni da essere destinati all' abbattimento.

Dice infatti l' inchiesta, condotta su un campione di 1.001 persone rappresentativo della popolazione nazionale (età, scolarità, regioni di residenza, dimensione del comune e così via) che anche nel Mezzogiorno più estremo e nelle isole soltanto il 34% ritiene che la sanatoria «consentirebbe di recuperare denaro per lo Stato senza aumentare le tasse». Mentre la fetta più larga della popolazione, pari a quasi il 54% (poi c' è un 11% che non sa o non risponde) è convinta che i danni sarebbero superiori ai vantaggi. Chi perché il condono «favorirebbe ulteriormente l' abusivismo edilizio nella speranza di un futuro condono» (27%) e chi perché «favorirebbe la criminalità organizzata che nell' abusivismo edilizio ha grandi interessi».

Ermete Realacci, che come presidente dell' organizzazione ambientalista aveva commissionato il sondaggio, attacca: «I numeri non lasciano spazio ad equivoci. Nessuno può far più finta di non sapere: gli italiani conoscono benissimo quali sono i rischi di una scelta come quella che pare abbia in mente il governo. E lo stesso elettorato di centrodestra offre una serie di risposte sulle quali penso che i partiti della Casa della libertà debbano riflettere. C' è da augurarsi che adesso tutti coloro che, dentro il governo e la maggioranza, hanno usato parole di perplessità e di critica sull' idea balzana di una sanatoria, si sentano più forti. E che la loro voce, una voce di buonsenso, venga finalmente ascoltata».

Che i numeri siano secchi, in effetti, è difficilmente contestabile. Apertamente a favore del condono senza perplessità sui risvolti morali e finanziari ma solo interessati a un' operazione che eviterebbe a Giulio Tremonti di dover recuperare denaro con i sistemi tradizionali spezzando l' illusione dello slogan «meno tasse per tutti», infatti, sono il 24% degli italiani. Contrari perché alimenterebbe una nuova ondata di edilizia fuorilegge il 40%, timorosi di una stagione d' oro della mafia, della camorra e delle altre organizzazioni che in certe regioni controllano spesso il settore il 25%. Percentuali che, tra gli elettori di sinistra, si accentuano vistosamente.

Contro l' ipotesi della sanatoria, per l' una o l' altra delle motivazioni enunciate dal sondaggio, si dichiarano il 77% degli elettori di Rifondazione e dei Comunisti italiani (contro un 12% scarso di favorevoli o non ostili), il 75% dei simpatizzanti della Margherita e addirittura l' 88% di chi vota per la Quercia. Una posizione così netta e radicale sotto il profilo ideologico (domandina: che c' entri qualcosa anche l' opposizione a tutto ciò che fa il governo?) da fare risaltare una qualche contraddizione con le scelte pratiche quotidiane di una miriade di regioni, città e paesi amministrati dalla sinistra dove questo scrupolo legalitario non è poi così forte. Basti pensare, per fare un solo esempio, a Giugliano, che è diventata la terza città della Campania dopo Napoli e Salerno dilagando nella campagna circostante con uno sviluppo edilizio vorticoso e largamente fuorilegge. Le più interessanti, però, sono le risposte di chi dice di riconoscersi nei partiti di governo.

Certo, tra gli elettori di Forza Italia, evidentemente i più sensibili alle promesse berlusconiane di una riduzione della pressione fiscale, l' ipotesi che il governo usi anche l' arma del condono sugli abusi pur di non «mettere le mani nelle tasche degli italiani» raccoglie meno ostilità che altrove: il 37% è d' accordo.

La percentuale di chi è consapevole degli inconvenienti, però resta sostenuta: il 30% pensa che la sanatoria invoglierebbe a nuove illegalità di massa intorno al mattone, il 21% che finirebbe per dare spazio alla criminalità che opera nel settore. Due dubbi che crescono (57% complessivo) tra gli elettori di Alleanza Nazionale, che pure ha spesso difeso in passato, come nella borgata romana della Storta, gli «abusivi per necessità», al punto che Tommaso Luzzi, dopo che s' era dato fuoco per proteggere i borgatari fuorilegge, fu premiato alle «regionali» da 7.718 preferenze.

Ma che più ancora sembrano animare la diffidenza dei leghisti. I quali, tra coloro che guardano al condono come a un incentivo per i furbi che hanno in programma nuove ondate di abusi, sono in assoluto i più ostili (quasi il 54%) dopo i diessini. Una percentuale quasi analoga a quella degli abitanti del Nordest dove i favorevoli senza riserve alla sanatoria, dice l' Abacus, sono solo il 18%. Due punti in meno che nel Nordovest.

Certo, le domande poste non erano così dirette da spingere a dire sì o no. Ma forse, oltre a quell' Italia che tira su ville abusive sull' Appia Antica o devasta le spiagge costruendo fin sulla spiaggia o lascia orrendi scheletri sulle Dolomiti, ce n' è un' altra che comincia a pensare che il Bel Paese occorre anche meritarselo...

SELINUNTE (Trapani) - Se vi piacciono i tondini di ferro ruggine ficcati su nel cielo, se adorate il calcestruzzo sgretolato dalla salsedine, se andate pazzi per i selciati sconnessi, se vi commuovono le scalinate di cemento armato che digradano sulla spiaggia demaniale fino al mare e le necropoli riciclate in discariche, c'è il posto che fa per voi. Si chiama Triscina, sta a due passi da Selinunte (l’ideale per farci fare un figurone), è completamente abusiva e detiene probabilmente il record mondiale di impunità: su circa 5 mila case nate fuorilegge (tutte), oltre 800 sono così al di là di ogni limite di illegalità da non aver potuto approfittare neppure del condono del 1985. Non hanno potuto approfittare neppure del condono del 1994, né delle ammiccanti leggine via via tentate dalla Regione Sicilia.

Colpite dalla ordinanza di demolizione (obbligatoria) non hanno mai visto però una ruspa, un piccone, uno scalpello. Sapete quante ne hanno abbattute, in questi anni? Zero: zero carbonella.

Eppure qui, di quegli «abusivi per necessità» che vengono difesi a spada tratta dai legalisti di bocca buona, non ce n’è uno in giro.

Basta vagabondare tra le stradine che scendono a pettine verso il mare: cancelli sbarrati, finestre sbarrate, porte sbarrate. Non un’auto parcheggiata, un bambino che giochi, un ciclista che pedali, un panno steso al sole. «La Florida d’Italia! La Florida d’Italia!», strilla ogni tanto qualcuno vagheggiando di una regione aperta tutto l’anno grazie al sole, al mare, alle ginestre, alle ricchezze archeologiche. E sarebbe questa? Una Florida sgangherata che poco dopo la metà di settembre ha già chiuso tutto, ritirato le sdraio, smontato il campeggio, serrato le baracche-bar sulla spiaggia? Li conti sulle dita gli abitanti di questa scheletrica e bruttissima città fantasma che restano a vivere quaggiù anche dopo la fine dell’estate. E se da altre parti della penisola, in certe periferie delle grandi città, potresti avere lo scrupolo di buttar giù una schifezza perché c’è dentro qualcuno, qui no: nessun alibi. Tranne, s’intende, quello politico che tutti, dai sindaci agli assessori, ti ripetono qui in Sicilia: un abusivo è un abusivo, 5 mila abusivi sono un partito.

Spiega un rapporto di Legambiente che la Sicilia, con 63.089 case abusive costruite dal 1994 ad oggi, rappresenta un sesto dell’intero panorama (362.676) dell’edilizia illegale italiana. Spiega anche che 305 case su mille, nell’isola, «non sono occupate e quindi rientrano tra le cosiddette "seconde case"». Conclusione: visto che nella stragrande maggioranza questi edifici fuorilegge costruiti negli ultimi anni in attesa di un nuovo condono sono proprio case per le vacanze, si potrebbero buttare giù.

Sì, ciao. «Il problema è che i sindaci le ordinanze le firmano perché lo vuole la legge - racconta il dirigente generale dell’urbanistica regionale, Nino Scimemi -. Ma poi difficilmente fanno partire gli appalti per affidare i lavori di abbattimento».

Basti ricordare la testimonianza di Enzo Bianco: «Ero sindaco di Catania da poche settimane quando, una mattina, un impiegato mi porta alla firma un faldone con due o trecento ordini di demolizione... Comincio a firmare e gli chiedo: "Qual è il calendario delle demolizioni?" Quello sbianca, chiude il faldone, gira i tacchi e se ne va. Dopo un po’ entra il capo di gabinetto: "Ma signor sindaco, le firme servono solo a non farla incriminare per omissione di atti d’ufficio... Non penserà mica..."».

Molti anni dopo, non è cambiato niente. Incapace di raccogliere informazioni precise in un panorama così sgangherato, la Regione ha distribuito un questionario per un sondaggio a campione. Risultato: nonostante lo sbracamento dello Stato con la raffica di condoni, gli abusi edilizi accertati come in-sa-na-bi-li in Sicilia e quindi colpiti da una obbligatoria ordinanza di abbattimento sono oggi 21 mila. E quelle eseguite negli ultimi anni? Boh... Nessuno ne ha la più pallida idea. Forse 200, dicono in Regione. Delle quali 130 (in larga misura baracche) a Siracusa grazie a un protocollo d’intesa del sindaco Titti Bufardeci con la Procura e il resto nelle altre province, che ospitano il 93% degli abusi isolani.

Il che fa ipotizzare agli ambientalisti una percentuale di demolizioni effettive intorno allo 0,3 di quelle firmate. Umiliante.

Chi ha governato l’isola in questi anni, destra e sinistra, non è riuscito a fare il suo mestiere tra gli «abusivi del superfluo» (chi aveva una casa sequestrata e acquisita per abusivismo se l’è tenuta ed è «ospite» del Comune) come a Triscina, che con Marinella stringe Selinunte in una morsa di calcestruzzo e scarica dove può, compresa la necropoli di Timpone Nero dove i sepolcri vuotati dai tombaroli vengono usati come depositi d’immondizia. Non ci è riuscito con i grandi palazzinari e le aziendine edili che hanno tirato su alla periferia della sola Palermo un agglomerato di condomini e casette abusive dove vivono almeno 80 mila persone. Non ci è riuscito a Pizzo Sella, la «collina del disonore» palermitana dove tre grosse imprese (una delle quali controllata dalla sorella di Michele Greco, detto «Il Papa») edificarono 170 ville: 64 subito abitate, 55 finite ma mai occupate, 51 mai finite. Hanno perso tutti i processi, i costruttori. Tutti. Fino in Cassazione. Eppure, di quelle 170 ville, ne hanno tirata giù (nel lontano 1998: poi basta) solo una. Meglio: uno scheletro.

Il tribunale ha stabilito, al di là di ogni ragionevole dubbio, che si trattò di un tipo di abusivismo assai consueto, in una regione in cui solo il 18,4 per cento dei comuni si è dotato di un piano regolatore: le licenze c’erano, ma erano state comperate. Come siano stati puniti quei funzionari infedeli, quei costruttori e quei progettisti che devastarono la collina ce lo dice la sentenza. Totale imputati: dieci. Totale condanne: 36 mesi di carcere.

Una settimana per ogni villa. Con la condizionale, si capisce...

( 6 - continua.

Le precedenti puntate sono state pubblicate il 13, 16, 17, 18 e 19 settembre)

Gian Antonio Stella

ROMA - «Una cosa del genere non l’ho mai vista». Braccio Oddi Baglioni, vicepresidente dell’Oice, l’associazione degli ingegneri, architetti e progettisti italiani, si dice letteralmente sbalordito. Eppure, nell’Italia scossa dalla febbre del condono edilizio, è successo davvero. Un giudice ha deciso di mettere all’asta tre appartamenti totalmente abusivi. Ignaro? Tutt’altro: consapevole a tal punto della situazione da specificare, nel bando, che gli immobili «non possono essere nemmeno sanati con l’articolo 40 entro 120 giorni dalla data del trasferimento» di proprietà. L’incredibile vicenda è accaduta a Livorno. Sul Tirreno del 20 settembre è apparso un avviso d’asta del tribunale relativo a tre appartamenti di 45 metri quadri al prezzo di circa 130 mila euro ciascuno. Tutti e tre costruiti all’isola d’Elba, località Capoliveri. Tutti e tre totalmente abusivi.

Lo stato di totale illegalità viene candidamente ammesso nella specifica del bando, che avverrà il 25 novembre alle ore 11 presso il tribunale di Livorno, precisando che le unità immobiliari sono «prive di concessione edilizia e della doppia conformità» e pertanto non è possibile alcuna sanatoria.

Dall’ufficio del notaio Bianca Corrias - che si occupa dell’asta - fanno sapere che l’abusività non compromette il meccanismo d’asta e che, in ogni caso, stanno eseguendo l’incarico conferito loro dal giudice Carlo Cardi sull’esecuzione immobiliare numero 251/01 promossa dalla Cassa di Risparmio di Livorno Spa.

«Una vicenda paradossale - continua Oddi Baglioni - sempre che non ci siano cavilli particolari legati alle procedure fallimentari, mi sembra una storia fuori dal mondo: un tribunale che mette all’asta, al prezzi di 3 mila euro al metro quadro, immobili che secondo la legge andrebbero demoliti». A meno che il giudice, con singolare senso della notizia, non avesse già fatto affidamento sull’arrivo della sanatoria.

Infatti la prima data dell’annuncio, apparso sul sito Internet delle aste giudiziali, risale al 27 giugno scorso, quando di condono, fra le rituali smentite, si parlava già come ipotesi. Diverso il caso dell’ultima pubblicità, quando il condono era ormai sulla pista di decollo. L’Oice sottolinea, inoltre, i «danni devastanti dell’effetto annuncio». «La cosa peggiore - sottolinea in un comunicato - è lo slittamento del termine per fare domanda al 31 marzo prossimo: è come dare la licenza di costruire abusivamente per altri sei mesi».

L’Oice contesta anche l’ambiguità del decreto del governo. «Il testo infatti non chiarisce - spiega ancora Oddi Baglioni - il confine di insanabilità, se e in che misura esso riguarda i piani paesaggistici, solo le aree protette o il demanio».

Il docenti del Dipartimento di urbanistica e pianificazione del territorio dell’Università di Firenze ritengono che il decreto sul condono edilizio, se dovesse diventare operativo, scatenerebbe una serie a catena di disastri sul territorio nazionale e sulle istituzioni preposte a programmarne la tutela e lo sviluppo.

Un disastro urbanistico e ambientale: gli abusi, sia quando riguardano le periferie, sia, soprattutto, quando riguardano le aree demaniali, anche se non protette da vincolo specifico, proprio in quanto illegali aggravano il degrado. La loro convalida non può che rendere più difficile (se non impossibile) un’effettiva opera di recupero. Circa le periferie poi è perlomeno strano che dopo tutto il discorrere che si è fatto di recente sulla necessità di un loro recupero, il primo provvedimento operativo sia il condono degli abusi.

Un disastro istituzionale: vanificando l’azione di enti locali (comuni, provincie e regioni) che tentano di programmare e regolare l’attività edilizia, vietando l’abusivismo, non solo si accentuano i contrasti fra istituzioni centrali e enti locali e si contravviene ad ogni obiettivo federalista; ma si contraddice e si svuota di senso anche la politica dei programmi speciali integrati di origine europea e statale che ormai da molti anni operano nei territori in crisi con ben altri metodi e obiettivi.

Un disastro civile, culturale e di immagine a livello europeo: si perpetua la peggiore tradizione italica della “simonia”, con lo Stato che, come un tempo si vendevano le indulgenze, vende la possibilità di evadere la legge e i cittadini che ne approfittano dopo essersi arrangiati da sé. Una tradizione che pone l’Italia fuori del contesto europeo, dove la pratica del condono è sconosciuta e anche grazie a ciò l’abusivismo è inesistente. Alimentare il culto dell’impunità vuol dire infatti incentivare l’abusivismo.

Infine, un disastro anche dal punto di vista economico: come dimostrano ormai in modo indiscutibile le ricerche e i bilanci sui precedenti condoni le entrate non coprono gli oneri per la regolare urbanizzazione delle aree abusive. A Roma, ad esempio, è stato calcolato che a fronte di 20.000 case da condonare, lo Stato e il comune incasserebbero complessivamente 200 milioni di euro, mentre le spese di urbanizzazione ammonterebbero a 440 milioni. Ci si può facilmente immaginare che a scala nazionale il passivo salirebbe a cifre astronomiche.

Nel nostro paese, il territorio e il paesaggio non sono beni vendibili con cui “fare cassa” in caso di necessità, ma al contrario risorse bisognose di cure, di un’adeguata programmazione e di investimenti perché possano rendere sui tempi lunghi.

I docenti del Dipartimento fanno appello al Governo e al Parlamento perché la proposta di condono non venga approvata, e crisi delle periferie, crisi della programmazione urbanistica e crisi della politica residenziale pubblica non vengano sfruttate da iniziative superficiali e controproducenti del Ministero del Tesoro, ma vengano affrontate nell’ambito dei Ministeri e degli enti locali competenti portando avanti una seria programmazione integrata fra obiettivi di natura sociale, economica e urbanistico-ambientale.

Giandomenico Amendola, Nicola Assini, Michelangelo Caponetto, Carlo Carbone, Gianfranco Censini, Gabriele Corsani, Mario Guido Cusmano, , Gian Franco Di Pietro, Guido Ferrara , Teresa Gobbò, Gianfranco Gorelli, Massimo Grandi, Biagio Guccione, Alberto Magnaghi, Susanna Magnelli, Marco Massa, Manlio Marchetta, Maurizio Morandi, Carlo Natali, Giancarlo Paba, Raffaele Paloscia, Francesco Pardi, Massimo Preite, Giorgio Pizziolo, Francesco Ventura, Paolo Ventura, Alberto Ziparo

NO AL CONDONO EDILIZIO

GLI ARCHITETTI FANNO OBIEZIONE DI COSCIENZA

“L’architettura è espressione culturale essenziale dell’identità storica in ogni paese.

L’architettura si fonda su un insieme di valori etici ed estetici che ne formano la qualità e contribuisce, in larga misura, a determinare le condizioni di vita dell’uomo e non può essere ridotta a mero fatto commerciale regolato solo da criteri quantitativi. L’opera di architettura tende a sopravvivere al suo ideatore, al suo costruttore, al suo proprietario, ai suoi primi utenti. Per questi motivi è di interesse pubblico e costituisce un patrimonio della comunità.

La tutela di questo interesse è uno degli scopi primari dell’opera professionale e costituisce fondamento etico della professione.”

( Dalla premessa alle norme deontologiche dell’Ordine degli Architetti d’Italia.)

L’abusivismo ha prodotto danni irreparabili in tutto il territorio nazionale.

L’annuncio di un provvedimento di condono edilizio alimenta già di per sé nuove forme di abuso.

Non esiste un condono eticamente “leggero” né i suoi effetti sul territorio lo saranno mai:

l’insieme dei piccoli ed innumerevoli abusi al pari dei più clamorosi sono un danno per il proprietario del lotto adiacente così come per l’intera collettività.

Tutto il territorio è antropizzato e tutto il territorio è paesaggio. Difenderlo significa controllare, attraverso il progetto di architettura, la sua trasformazione all’interno di modalità consapevoli e condivise, in cui si incontrino e confrontino interessi collettivi ed individuali.

L’abuso edilizio nega tutto ciò dando ragione unicamente alla speculazione e all’imposizione dell’interesse privatistico.

Tutti i giorni nella nostra pratica professionale ci confrontiamo non solo con l’insieme delle regole che la comunità si è data, ma siamo anche chiamati a fornire gli strumenti per la costruzione di quelle stesse leggi necessarie alla salvaguardia dei singoli e del territorio.

Ignorare o eludere tali leggi significa non solo offendere il nostro lavoro, ma soprattutto gli interessi della collettività.

Per tutto ciò

Gli Architetti si dichiarano contrari a qualsiasi ulteriore condono edilizio e si impegnano a non prestare la propria attività professionale per i provvedimenti di condono edilizio.

Questi condoni edilizi ogni nove anni, che denunciano l’insania dominante in Italia, presentano il loro simbolo più inquietante nella cartolina del Vesuvio superpopolato. Il caso del massimo e più temerario abusivismo, infatti, è quello delle costruzioni tollerate per decenni sulle pendici del vulcano e spinte fino a breve distanza dal cratere. Quali e quante amministrazioni locali furono responsabili d’un simile scempio, a prospettiva disastrosa per 700 mila persone? Tutte o quasi, sotto la pressione della camorra o della densità di popolazione in Campania. Ora i dati raccolti da Gian Antonio Stella, nell’inchiesta pubblicata sul Corriere , segnalano una somma di scandali cronicizzati con fatti e cifre anche recenti. Reiterate sanatorie, solo venti demolizioni dal 1997 in poi, quasi 50 mila domande di condono, imprese abusive della camorra che intimidisce i possibili appaltatori degli abbattimenti. E l’incentivo a sfollare almeno l’area del maggior pericolo, giacché secondo l’Osservatorio Vesuviano «prima o poi dovremo fare i conti con una nuova eruzione», prevede solo buoni casa di 25 mila euro per famiglia.

Eppure si tratta del vulcano più temibile d’Europa, sempre vivo benché da 59 anni dormiente. Negli ultimi due secoli furono sette le maggiori eruzioni, dal 1822 al 1944, quando la colata lavica rovinò su abitati come San Sebastiano e Massa di Somma. Si teme in particolare la calotta calcarea, che può esplodere, anche se dopo macroscopici e prolungati segni premonitori controllabili dai sistemi d’allarme in un’area d’oltre 110 chilometri.

Che fare dinanzi a un’eruzione, sia pure non improvvisa e tuttavia intensa come quella del 1631, che giunse a devastare un’area di 500 chilometri quadrati? Il sonno lungo d’un vulcano a tendenza esplosiva non è affatto un dato rassicurante, come avvertono i vulcanologi rievocando l’esperienza storica dei risvegli più calamitosi dal 79 d.C., l’anno di Ercolano e Pompei, al 1980 del Mount Saint Helens esploso in America.

Nel settembre 1995 fu annunciato un Piano Vesuvio della Protezione Civile, che nel caso d’allarme dovrebbe organizzare l’esodo collettivo da un’area divisa in tre zone, rossa, gialla, blu, in tempi diversi secondo l’intensità immediata del pericolo. Per la zona rossa, tempo massimo una settimana. Anche se la maggioranza degli esperti considera improbabile per i prossimi tempi un’eruzione simile a quella del 1631, ora si vorrebbe sapere se quel progetto per l’emergenza è aggiornato, a distanza di otto anni, secondo i dati più recenti sull’abusivismo. E poi, si tiene conto veramente di tutto? Per esempio, del panico prevedibile dopo il semplice annuncio del primo allarme, delle fughe di massa nel timore d’una paralisi di porti e stazioni ferroviarie, delle conseguenze d’una pioggia di ceneri propagate dai venti su persone, motori, sistemi elettrici o meccanici.

Questo, in brevi termini semplificativi, è il massimo e peggiore scandalo nazionale dell’abusivismo edilizio, benché non se ne discuta quasi mai dalle tribune pubbliche. Ma è anche un esempio delle questioni vitali che dovrebbe trattare la politica seria, ben oltre le schermaglie tra schieramenti politici sui loro interessi e le dispute sulle opere pubbliche spettacolo. Se qualcuno vuole obiettare, come sempre, che il pessimismo allarmista deprime, la risposta è che l’ottimismo lassista deresponsabilizza.

Il condono dell’abusivismo è:

Ingiusto. Perché premia i furbi a scapito degli onesti. Perché vanifica gli sforzi delle amministrazioni più coraggiose, impegnate nella difesa del territorio e nel rispetto delle regole comuni.

Inutile. Perché, a fronte di un guadagno per lo Stato, Comuni e Regioni devono sostenere spese di entità superiore ai ricavi dell’amministrazione centrale.

Dannoso. Per l’ambiente. Per il paesaggio. Per il turismo. Perché favorisce la crescita di città e paesi privi di qualità e senza servizi.

Pericoloso. Perché avvantaggia le imprese disoneste e le mafie, grandi e piccole.

Effimero. Che cosa saremo costretti a fare, nel 2004, per risanare i conti dello Stato, dopo aver svenduto i beni dello Stato e condonato tutto quel che era possibile?

Il condono è deciso dallo Stato centrale senza consultare le Regioni e Comuni, amministratori del territorio, con buona pace del federalismo e della cooperazione fra gli enti. La devolution dei poteri, per ora, è solo un trasferimento dei costi dal centro, alla periferia, senza alcun vantaggio per i cittadini.

Attraverso il condono non si promuove alcuna forma di sviluppo. Nessun beneficio può essere ricavato per l’industria, per il commercio, per l’agricoltura, per il turismo. Nessuna forma di economia stabile può essere promossa o sostenuta attraverso l’edilizia illegale. Al contrario, l’ambiente e il paesaggio, le principali risorse del paese, sono nuovamente saccheggiate.

Il condono farà incassare allo Stato una cifra inferiore a quella che occorre per finanziare il ponte sullo Stretto di Messina. Possiamo rinunciare a entrambi e immaginare un’Italia diversa. Senza ponte, ma onesta.

Un’altra Italia, diversa da quella che ha in mente il Presidente del Consiglio on. Silvio Berlusconi, è possibile.

Per aderire, inviare una e-mail a
scanolu@tin.it

"La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione"

(articolo 9 della Costituzione repubblicana del 1948)

Il nostro paesaggio è la nostra storia, la nostra identità, la nostra anima profonda. Ogni ferita al nostro territorio e alle nostre città è una ferita inferta a noi stessi, alla nostra memoria collettiva, a qualcosa di inestimabile che abbiamo creato nel tempo e con cui abbiamo convissuto di generazione in generazione, attraverso i secoli. Ferire a morte quest’eredità delicata e preziosa non è solo un “cruccio” culturale, ma anche un calcolo economico miope e dissennato. Il ritorno ciclico del condono edilizio non rappresenta solamente un eccellente viatico per ogni illecito ed abuso, non solo favorisce il ritorno della legge della giungla a scapito dello stato di diritto, non solo punisce i cittadini onesti e premia chi costruisce in spregio ai vincoli urbanistici, alle norme ambientali, alle regole antisismiche, ma dimostra soprattutto l’incapacità dei nostri governanti d’imparare dagli errori del passato, di comprendere fino in fondo che preservare il nostro paesaggio è di straordinario significato e valore anche per l’economia del paese.

Questo treno in corsa può ancora essere fermato. I danni creati dal nefasto “effetto annuncio”, protrattosi per più di un anno, sono già stati in parte quantificati. Se lo Stato intende veramente incamerare delle risorse allora la strada maestra non è quella del condono – per ogni euro incassato la collettività ne spenderà tre per l’urbanizzazione del manufatto sanato – ma è piuttosto quella di sanzionare i furbi e i disonesti dell’ultima ora con le multe già previste dalla legge. In attesa di tempi migliori, quando l’ipotesi di una legge ad hoc contro l’abusivismo sarà di nuovo presa seriamente in considerazione, noi esortiamo le autorità ad attivare tutti gli strumenti disponibili per via ordinaria: i Sindaci denuncino senza indugi gli abusi di ogni tipo e grandezza alle autorità giudiziarie (anche nelle more di un condono: i casi già oggetto di procedura giudiziaria non dovrebbero rientrarvi) e procedano con le demolizioni, non limitandosi a quelle simboliche e mediatiche; le Regioni e le Province escano dall’inerzia nella quale si trovano e diano un segnale che, per loro, la lotta all’abusivismo rappresenta una priorità assoluta; il ministero delle Infrastrutture utilizzi i provveditorati alle opere pubbliche per mettere al lavoro imprese esenti dal rischio d’intimidazione da parte del crimine organizzato; lo stesso ministero riprenda l’attività di monitoraggio, da tempo abbandonato, sul fenomeno dell’abusivismo e trasmetta al Parlamento dati e rilevazioni periodiche; il ministero degli Interni dia disposizioni a Prefetti e Forze dell’ordine per intervenire tempestivamente al fine d’impedire nuovi scempi; la magistratura acceleri le pratiche sui ricorsi che si sono accumulate sui loro tavoli; il ministro dell’Economia, con la previsione delle entrate provenienti dagli abusi edilizi di ultima generazione, accantoni sin dalla prossima Legge finanziaria, le risorse necessarie per dotare la lotta all’abusivismo di mezzi e strumenti per intervenire efficacemente.

Ricorrere ai condoni, soprattutto quello edilizio per le sue implicazioni fisiche irrimediabili oltre che morali, non è una “buona politica”. Non è neppure un’azione amministrativa improntata a criteri di efficienza e di efficacia, mentre perseguire obiettivi di bellezza non è in contrasto con il rigore, la funzionalità, il senso di responsabilità individuale. Le ragioni dell’economia non sono opposte a quelle della cultura e della tutela ambientale: per impedire che in Italia queste ragioni rimangano un sogno occorre intervenire con appassionata fermezza.

Il Consiglio di presidenza e il Comitato dei garanti

Disposizioni urgenti per favorire lo sviluppo e per la correzione dell'andamento dei conti pubblici.

(GU n. 229 del 2-10-2003- Suppl. Ordinario n.157)

Stralcio: Condono edilizio

testo in vigore dal: 2-10-2003

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Visti gli articoli 77 e 87 della Costituzione;

Ritenuta la straordinaria necessita' ed urgenza di emanare disposizioni per favorire lo sviluppo economico e per la correzione dell'andamento dei conti pubblici;

Vista la deliberazione del Consiglio dei Ministri, adottata nella riunione del 29 settembre 2003;

Sulla proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri e del Ministro dell'economia e delle finanze, di concerto con i Ministri dell'istruzione, dell'universita' e della ricerca, delle infrastrutture e dei trasporti, dell'interno, delle politiche agricole e forestali, del lavoro e delle politiche sociali, delle attivita' produttive, per i beni e le attivita' culturali, dell'ambiente e della tutela del territorio, della salute e per gli affari regionali;

Emana

il seguente decreto-legge:

Artt. 1- 31

(omessi)

Art. 32

Misure per la riqualificazione urbanistica, ambientale e paesaggistica, per l'incentivazione dell'attività di repressione dell'abusivismo edilizio, nonché per la definizione degli illeciti edilizi e delle occupazioni di aree demaniali.

1. Al fine di pervenire alla regolarizzazione del settore è consentito, in conseguenza del condono, il rilascio del titolo abilitativi edilizio in sanatoria delle opere esistenti non conformi ala disciplina vigente.

2. La normativa è disposta nelle more dell'adeguamento della disciplina regionale al testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia, approvato con D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, in conformità al titolo V della Costituzione come modificato dalla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3, e comunque fatte salve le competenze delle autonomie locali sul governo del territorio.

3. Le condizioni, i limiti e le modalità del rilascio del predetto titolo abilitativo sono stabilite dal presente articolo e dalle normative regionali.

4. Sono in ogni caso fatte salve le competenze delle regioni a statuto speciale e delle province autonome di Trento e Bolzano.

5. Il Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti fornisce, d'intesa con le regioni interessate, il supporto alle amministrazioni comunali ai fini dell'applicazione della presente normativa e per il coordinamento con le leggi 28 febbraio 1985, n. 47, e successive modifiche e integrazioni.

6. Al fine di concorrere alla partecipazione alla realizzazione delle politiche di riqualificazione urbanistica dei nuclei interessati dall'abusivismo edilizio, attivate dalle regioni ai sensi del comma 33 è destinata una somma di 10 milioni di euro per l'anno 2004 e di 20 milioni di euro per ciascuno degli anni 2005 e 2006. Con decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, sentita la Conferenza unificata di cui all'articolo 8 del D. Lgs. 28 agosto 1997, n. 281, sono individuati gli interventi da ammettere a finanziamento.

7. Al comma 1 dell'articolo 141 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, è aggiunta, in fine, la seguente lettera:

"c-bis) nelle ipotesi in cui gli enti territoriali al di sopra dei mille abitanti siano provvisti dei relativi strumenti urbanistici generali e non adottino tali strumenti entro diciotto mesi dalla data di elezione degli organi. In questo caso, il decreto di scioglimento del consiglio è adottato di concerto con il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. Le disposizioni di cui alla presente lettera si applicano anche nei confronti degli altri organi tenuti all'adozione di strumenti urbanistici."

8. All'articolo 141 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, è aggiunto il seguente comma:

" 2-bis. Nell'ipotesi di cui alla lettera c-bis) del comma 1, trascorso il termine entro il quale gli strumenti urbanistici devono essere adottati, la regione assegna agli enti che non vi abbiano provveduto un ulteriore termine di tre mesi, alla scadenza del quale, con lettera notificata al Sindaco, diffida il consiglio ad adempiere nei successivi trenta giorni. Trascorso infruttuosamente quest'ultimo termine, a regione ne dà comunicazione al Prefetto. Le disposizioni di cui al presente comma si applicano anche nei confronti degli altri organi tenuti all'adozione di strumenti urbanistici.".

9. Per attivare un programma nazionale di interventi, anche con la partecipazione di risorse private, rivolto alla riqualificazione di ambiti territoriali caratterizzati da consistente degrado economico e sociale, con riguardo ai fenomeni di abusivismo edilizio, da attuare anche attraverso il recupero delle risorse ambientali e culturali, è destinata una somma di 20 milioni di euro per l'anno 2004 e di 40 milioni di euro per ciascuno degli anni 2005 e 2006. Con decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, da adottare entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, sentita la Conferenza unificata di cui all'articolo 8 del D.Lgs. 28 agosto 1997, n. 281, sono individuati gli ambiti di rilevanza e interesse nazionale oggetto di riqualificazione urbanistica, ambientale e culturale. Su tali aree, il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, d'intesa con i soggetti pubblici interessati, predispone un programma di interventi, anche in riferimento a quanto previsto dall'articolo 29, comma 4, della legge 28 febbraio 1985, n. 47, come sostituito dal comma 42.

10. Per la realizzazione di un programma di interventi di messa in sicurezza del territorio nazionale dal dissesto idrogeologico è destinata una somma di 20 milioni di euro per l'anno 2004 e di 40 milioni di euro per ciascuno degli anni 2005 e 2006. Con decreto del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio, da adottare entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, sentita la Conferenza unificata di cui all'articolo 8 del D.Lgs. 28 agosto 1997, n. 281, sono individuate le aree comprese nel programma. Su tali aree, il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio, d'intesa con i soggetti pubblici interessati, predispone un programma operativo di interventi e le relative modalità di attuazione.

11. Allo scopo di attuare un programma di interventi per il ripristino e la riqualificazione delle aree e dei beni soggetti alle disposizioni del titolo II del d.Lgs. 29 ottobre 1999, n. 490, è destinata una somma di 10 milioni di euro per l'anno 2004 e di 20 milioni di euro per ciascuno degli anni 2005 e 2006. Con decreto del Ministro per i bei culturali e le attività culturali, da adottare entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, sentita la Conferenza unificata di cui all'articolo 8 del D.Lgs. 28 agosto 1997, n. 281, tale somma è assegnata alle regioni per l'esecuzione di interventi di ripristino e di riqualificazione paesaggistica delle aree tutelate, dopo aver individuato le aree comprese nel programma.

12. A decorrere dalla data di entrata in vigore del presente decreto la Cassa depositi e prestiti è autorizzata a mettere a disposizione l'importo massimo si 50 milioni di euro per la costituzione, presso la Cassa stessa, di un Fondo di rotazione per la concessione ai comuni e ai soggetti titolari dei poteri di cui all'articolo 27, comma 2, del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, anche avvalendosi delle modalità di cui ai commi 55 e 56 dell'articolo 2 della legge 23 dicembre 1996, n. 662, di anticipazioni, senza interessi, sui costi relativi agli interventi di demolizione delle opere abusive anche disposti dall'autorità giudiziaria e per la spese giudiziarie, tecniche e amministrative connesse. Le anticipazioni, comprensive della corrispondente quota delle spese di gestione del Fondo, sono restituite al Fondo stesso in un periodo massimo di cinque anni, secondo modalità e condizioni stabilite con decreto del Ministro dell'economia e delle finanze, di concerto con il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, utilizzando le somme riscosse a carico degli esecutori degli abusi. In caso di mancato pagamento spontaneo del credito, l'amministrazione comunale provvede alla riscossione mediante ruolo ai sensi del decreto legislativo 26 febbraio 1999, n. 46. Qualora le somme anticipate non siano rimborsate nei tempi e nelle modalità stabilite, il Ministro dell'interno provvede al reintegro alla Cassa depositi e prestiti, trattenendone le relative somme dai fondi del bilancio da trasferire a qualsiasi titolo ai comuni.

13. Le attività di monitoraggio e di raccolta delle informazioni relative al fenomeno dell'abusivismo edilizio di competenza del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, fanno capo all'Osservatorio nazionale dell'abusivismo edilizio. Il Ministero collabora con le regioni al fine di costituire un sistema informativo nazionale necessario anche per la redazione della relazione al Parlamento di cui alla legge 21 giugno 1985, n. 289. Con decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, d'intesa con il Ministro dell'Interno, sono aggiornate le modalità di redazione, trasmissione, archiviazione e restituzione delle informazioni contenute nei rapporti di cui all'articolo 31, comma 7, del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380. Per le suddette attività è destinata una somma di 0,2 milioni di euro per l'anno 2004 e di 0,4 milioni di euro per ciascuno degli anni 2005 e 2006.

14. Per le opere eseguite da terzi su aree di proprietà dello Stato o facenti parte del demanio statale, il rilascio del titolo abilitativo edilizio in sanatoria da parte dell'ente locale competente è subordinato il rilascio della disponibilità da parte dello Stato proprietario per il tramite dell'Agenzia del demanio, rispettivamente, a cedere a titolo oneroso la proprietà dell'are appartenente al patrimonio disponibile dello Stato su cui insiste l'opera ovvero a garantire onerosamente il diritto al mantenimento dell'opera sul suolo appartenente al demanio e al patrimonio indisponibile dello Stato.

15. La domanda del soggetto legittimato volta ad ottenere la disponibilità dello Stato alla cessione dell'area appartenente al patrimonio disponibile ovvero il riconoscimento al diritto al mantenimento dell'opera sul suolo appartenente al demanio o al patrimonio indisponibile dello Stato deve essere presentata, entro il 31 marzo 2004, alla filiale dell'Agenzia del demanio territorialmente competente, corredata dall'attestazione del pagamento all'erario della somma dovuta a titolo di indennità per l'occupazione pregressa delle aree, determinata applicando i parametri di cui alla allegata Tabella A, per anno di occupazione, per un periodo comunque non superiore alla prescrizione quinquennale. A tale domanda deve essere allegata, in copia, la documentazione relativa all'illecito edilizio di cui ai commi 32 e 35. Entro il 30 settembre 2004, inoltre, deve essere allegata copia della denuncia in catasto dell'immobile e del relativo frazionamento.

16. La disponibilità alla cessione dell'area appartenente al patrimonio disponibile ovvero a riconoscere il diritto a mantenere l'opera sul suolo appartenente al demanio o al patrimonio indisponibile dello Stato viene espressa dalla filiale dell'Agenzia del demanio territorialmente competente entro il 31 dicembre 2004.

17. Nel caso di aree soggette ai vincoli di cui all'articolo 32 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, la disponibilità alla cessione dell'area appartenente al patrimonio disponibile ovvero a riconoscere il diritto a mantenere l'opera sul suolo appartenente al demanio o al patrimonio indisponibile dello Stato è subordinata al parere favorevole da parte dell'Autorità preposta alla tutela del vincolo.

18. Le procedure di vendita delle aree appartenenti al patrimonio disponibile dello Stato devono essere perfezionate entro il 31 dicembre 2006, a cura della filiale dell'Agenzia del demanio territorialmente competente previa presentazione da parte dell'interessato del titolo abilitativo edilizio in sanatoria rilasciato dall'ente locale competente, ovvero della documentazione attestante la presentazione della domanda, volta ad ottenere il rilascio del titolo edilizio in sanatoria sulla quale è intervenuto il silenzio assenso con l'attestazione dell'avvenuto pagamento della connessa oblazione, alle condizioni previste dal presente articolo.

19. Il prezzo di acquisto delle aree appartenenti al patrimonio disponibile è determinato applicando i parametri di cui alla Tabella B ed è corrisposto in due rate di pari importo scadenti, rispettivamente, il 30 giugno 2005 e il 31 dicembre 2005.

20. Il provvedimento formale di riconoscimento del diritto al mantenimento dell'opera sulle aree del demanio dello Stato e del patrimonio indisponibile è rilasciato a cura della filiale dell'Agenzia del demanio territorialmente competente entro il 31 dicembre 2006, previa presentazione della documentazione di cui al comma 18. Il diritto è riconosciuto per una durata massima di anni venti, a fronte di un canone commisurato ai valori di mercato.

21. Con decreto del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, di concerto con il Ministro dell'economi e delle finanze, da adottare entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, sono rideterminati i canoni annui di cui all'articolo 03 del decreto-legge 5 ottobre 1993, n. 400, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 dicembre 1993, n. 494.

22. Dal 1° gennaio 2004, i canoni per la concessione d'uso sono rideterminati nella misura prevista dalle tabelle allegate al decreto del Ministero dei trasporti e della navigazione 5 agosto 1998, n. 342, rivalutate del trecento per cento.

23. Resta fermo quanto previsto dall'articolo 6 del citato decreto del Ministro di cui al comma 22, relativo alla classificazione delle aree da parte delle regioni, in base alla valenza turistica delle stesse.

24. Ai fini del miglioramento, della tutela e della valorizzazione delle aree demaniali è autorizzata una spesa fino ad un importo massimo di 20 milioni di euro per l'anno 2004 e di 40 milioni di euro per ciascuno degli anni 2005 e 2006. L'Agenzia del demanio, di concerto con il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti predispone un programma di interventi volti alla riqualificazione delle aree demaniali. Il programma è approvato con decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze.

25. Le disposizioni di cui ai capi IV e V della legge 28 febbraio 1985, n. 47, e successive modificazioni e integrazioni, come ulteriormente modificate dall'articolo 39 della legge 23 dicembre 1994, n. 724, e successive modificazioni e integrazioni, nonché dal presente articolo, si applicano alle opere abusive che risultino ultimate entro il 31 marzo 2003 e che non abbiano comportato ampliamento del manufatto superiore al 30 per cento della volumetria della costruzione originaria o, in alternativa, un ampliamento superiore a 750 mc. Le suddette disposizioni trovano altresì applicazione alle opere abusive realizzate nel termine di cui sopra relative a nuove costruzioni residenziali non superiori a 750 mc per singola richiesta di titolo abilitativi edilizio in sanatoria.

26. Sono suscettibili di sanatoria edilizia le tipologie di illecito di cui all'allegato 1:

a) numeri da 1 a 3, nell'ambito dell'intero territorio nazionale, fermo restando quanto previsto alla lettera e) del comma 27, nonché 4, 5 e 6 nell'ambito degli immobili soggetti a vincolo di cui all'articolo 32 della legge 28 febbraio 1985, n. 47;

b) numeri 4, 5 e 6, nelle aree non soggette ai vincoli di cui all'articolo 32 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, in attuazione di legge regionale, da emanarsi entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, con la quale è determinata la possibilità, le condizioni e le modalità per l'ammissibilità a sanatoria di tali tipologie di abuso edilizio.

27. Fermo restando quanto previsto dagli articoli 32 e 33 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, le opere abusive non sono comunque suscettibili di sanatoria, qualora:

a) siano state eseguite dal proprietario o avente causa condannato con sentenza definitiva, per i delitti di cui all'art. 416 bis, 468 bis e 648 ter del codice penale o da terzi per suo conto;

b) non sia possibile effettuare interventi per l'adeguamento antisismico, rispetto alle categorie previste per i comuni secondo quanto indicato dalla ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri 20 marzo 2003, n. 3274, pubblicata nel supplemento ordinario alla G.U. n. 105 dell'8 maggio 2003;

c) non sia data la disponibilità di concessione onerosa dell'area di proprietà dello Stato o degli enti pubblici territoriali, con le modalità e condizioni di cui all'articolo 32 della legge 28 febbraio 1985, n. 47 ed al presente decreto;

d) siano state realizzate su immobili soggetti a vincoli imposti sulla base di leggi statali e regionali a tutela degli interessi idrogeologici e delle falde acquifere, dei beni ambientali e paesistici, nonché dei parchi e delle aree protette nazionali, regionali e provinciali qualora istituiti prima della esecuzione di dette opere, in assenza o in difformità del titolo abilitativi e non conformi alle norme urbanistiche e alle prescrizioni degli strumenti urbanistici;

e) siano state realizzate su immobili dichiarati monumento nazionale con provvedimenti aventi forza di legge o dichiarati di interesse particolarmente rilevante ai sensi degli articoli 6 e 7 del d. Lgs. 29 ottobre 1999, n. 490;

f) fermo restando quanto previsto dalla legge 21 novembre 2000, n. 353, e indipendentemente dall'approvazione del piano regionale di cui al comma 1 dell'articolo 3 della citata legge n. 353 del 2000, il comune subordina il rilascio del titolo abilitativi edilizio in sanatoria alla verifica che le opere non insistano su aree boscate o su pascolo i cui soprassuoli siano stati percorsi dal fuoco. Agli effetti dell'esclusione della sanatoria è sufficiente l'acquisizione di elementi di prova, desumibili anche dagli atti e dai registri del Ministero dell'interno, che le aree interessate dall'abuso edilizio siano state, nell'ultimo decennio, percorse da uno o più incendi boschivi;

g) siano state realizzate nei porti e nelle aree appartenenti al demanio marittimo, di preminente interesse nazionale in relazione agli interessi della sicurezza dello Stato ed alle esigenze della navigazione marittima, quali identificate ai sensi del secondo comma dell'articolo 59 del d.P.R. 24 luglio 1977, n. 616.

28. I termini previsti dalle disposizioni sopra richiamate e decorrenti dalla data di entrata in vigore dell'articolo 39 della legge 23 dicembre 1994, n. 724, e successive modificazioni e integrazioni, ove non disposto diversamente, sono da intendersi come riferiti alla data di entrata in vigore del presente decreto. Per quanto non previsto dal presente decreto si applicano, ove compatibili, le disposizioni di cui alla legge 28 febbraio 1985, n. 47, e al predetto articolo 39.

29. Il procedimento di sanatoria degli abusi edilizi posti in essere dalla persona imputata di uno dei delitti di cui agli articoli 416-bis, 648-bis e 648 ter del codice penale, o da terzi per suo conto, è sospeso fino alla sentenza definitiva di non luogo a procedere o di proscioglimento o di assoluzione. Non può essere conseguito il titolo abilitativi edilizio in sanatoria degli abusi edilizi se interviene la sentenza definitiva di condanna per i delitti sopra indicati. Fatti salvi gli accertamenti di ufficio in ordine alle condanne riportate nel certificato generale del casellario giudiziale ad opera del comune, il richiedente deve attestare, con dichiarazione sottoscritta nelle forme di cui all'articolo 2 della legge 4 gennaio 1968, n. 15 e successive modificazioni e integrazioni, di non avere carichi pendenti in relazione ai delitti di cui agli articoli 416-bis, 648-bis e 648-ter del codice penale.

30. Qualora l'amministratore di beni immobili oggetto di sequestro o di confisca ai sensi della legge 31 maggio 1965, n. 575, autorizzato dal giudice competente ad alienare taluno di detti beni, può essere autorizzato, altresì, dal medesimo giudice, sentito il pubblico ministero, a riattivare il procedimento di sanatoria sospeso. In tal caso non opera nei confronti dell'amministratore o del terzo acquirente il divieto di rilascio del titolo abilitativo edilizio in sanatoria di cui al comma 28.

31. Il rilascio del titolo abilitativo edilizio in sanatoria non comporta limitazione ai diritti dei terzi.

32. La domanda relativa alla definizione dell'illecito edilizio, con l'attestazione del pagamento dell'oblazione e dell'anticipazione degli oneri concessori, è presentata al comune competente, a pena di decadenza, entro il 31 marzo 2004, unitamente alla dichiarazione di cui al modello allegato e alla documentazione di cui al comma35.

33. Le regioni, entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, emanano norme per la definizione del procedimento amministrativo relativo al rilascio del titolo abilitativo edilizio in sanatoria e possono: prevedere, tra l'altro, un incremento dell'oblazione fino al massimo del 10 per cento della misura determinata nella tabella C allegata, ai fini dell'attivazione di politiche di repressione degli abusi edilizi e per la promozione di interventi di riqualificazione dei nuclei interessati da fenomeni di abusivismo edilizio, nonché per l'attuazione di quanto previsto dall'articolo 23 della legge 28 febbraio 1985, n. 47.

34. Ai fini dell'applicazione del presente articolo non si applica quanto previsto dall'articolo 37, comma 2, della legge 28 febbraio 1985, n. 47. Con legge regionale gli oneri di concessione relativi alle opere abusive oggetto di sanatoria possono essere incrementati fino al massimo del 100 per cento. Le amministrazioni comunali perimetrano gli insediamenti abusivi entro i quali gli oneri concessori sono determinati nella misura dei costi per la realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria necessarie, nonché per gli interventi di riqualificazione igienico-saitaria e ambientale attuati dagli enti locali. Coloro che in proprio o in forme consortili, nell'ambito delle zone perimetrate, intendano eseguire in tutto o in parte le opere id urbanizzazione primaria, nel rispetto dell'articolo 2, comma 5, della legge 11 febbraio 1994, n. 109, e successive modificazioni e integrazioni, secondo le disposizioni tecniche dettate dagli uffici comunali, possono detrarre dall'importo complessivo quanto già versato, a titolo di anticipazione degli oneri concessori, di cui alla tabella D allegata. Con legge regionale, ai sensi dell'art. 29 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, come modificato dal presente articolo, sono disciplinate le relative modalità di attuazione.

35. La domanda di cui al comma 32 deve essere corredata dalla seguente documentazione:

a) dichiarazione del richiedente resa ai sensi dell'art. 4 della legge 4 gennaio 1968, n. 15, e successive modificazioni e integrazioni, con allegata documentazione fotografica, dalla quale risulti la descrizione delle opere per le quali si chiede il titolo abilititavo edilizio in sanatoria e lo stato dei lavori relativo;

b) qualora l'opera abusiva superi i 450 metri cubi, da una perizia giurata sulle dimensioni e sullo stato delle opere e una certificazione redatta da un tecnico abilitato all'esercizio della professione attestante l'idoneità statica delle opere eseguite;

c) ulteriore documentazione eventualmente prescritta con norma regionale.

36. La presentazione nei termini della domanda di definizione dell'illecito edilizio,l'oblazione interamente corrisposta nonché il decorso di trentasei mesi dalla data da cui risulta il suddetto pagamento, produce gli effetti di cui all'articolo 38, comma 2, della legge 28 febbraio 1985, n. 47. Trascorso il suddetto periodo di trentasei mesi si prescrive il diritto al conguaglio o al rimborso spettante.

37. Il pagamento degli oneri di concessione, la presentazione della documentazione di cui al coma 35, della denuncia in catasto, della denuncia ai fini dell'imposta comunale degli immobili di cui al D.lgs. 30 dicembre 1992, n. 504, nonché, ove dovute, delle denuncie ai fini della tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani e per l'occupazione del suolo pubblico, entro il 30 settembre 2004, nonché il decorso del termine di ventiquattro mesi da tale data senza l'adozione di un provvedimento negativo del comune, equivale a titolo abilitativo edilizio in sanatoria. Se nei termini previsti l'oblazione dovuta non è stata interamente corrisposta o è stata determinata in forma dolosamente inesatta, le costruzioni realizzate senza titolo abilitativo edilizio sono assoggettate alle sanzioni richiamate all'articolo 40 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, e all'articolo 48 del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380.

38. La misura dell'oblazione e dell'anticipazione degli oneri concessori, nonché le relative modalità di versamento, sono disciplinate nell'allegato 1.

39. Ai fini della determinazione dell'oblazione non si applica quanto previsto dai commi 13, 14 , 15 e 16 dell'articolo 39 della legge 23 dicembre 1994, n. 724.

40. Ala istruttoria della domanda di sanatoria si applicano i medesimi diritti e oneri previsti per il rilascio dei titoli abilitativi edilizi, come disciplinati dalle Amministrazioni comunali per le medesime fattispecie di opere edilizie. Ai fini della istruttoria delle domande di sanatoria edilizia può essere determinato dall'Amministrazione comunale un incremento dei predetti diritti e oneri fino ad un massimo del 10 per cento da utilizzare con le modalità di cui all'articolo 2, comma 46, della legge 23 dicembre 1996, n. 662.

41. Ai fini di incentivare la definizione delle domande di sanatoria presentate ai sensi del presente articolo, nonché ai sensi del capo IV della legge 28 febbraio 1985, n. 47, e successive modificazioni, e dell'articolo 39 della legge 23 dicembre 1994, n. 724, e successive modificazioni, il trenta per cento delle somme riscosse a titolo di conguaglio dell'oblazione, ai sensi dell'articolo 35, comma 14, della citata legge n. 47 del 1985, e successive modificazioni, è devoluto al comune interessato. Con decreto interdipartimentale del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti e del Ministero dell'economia e delle finanze sono stabilite le modalità di applicazione del presente comma.

42. All'articolo 29 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, il comma 4 è sostituito dal seguente: "4. Le proposte di varianti di recupero urbanistico possono essere presentate da parte di soggetti pubblici e privati, con allegato un piano di fattibilità tecnico, economico, giuridico e amministrativo, finalizzato al finanziamento, alla realizzazione e alla gestione di opere di urbanizzazione primaria e secondaria e per il recupero urbanistico ed edilizio, volto al raggiungimento della sostenibilità ambientale, economica e sociale, alla coesione degli abitanti ei nuclei edilizi inseriti nelle varianti e alla rivitalizzazione delle aree interessate dall'abusivismo edilizio."

43. L'articolo 32 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, è sostituito dal seguente: "32. Opere costruite su aree sottoposte a vincolo.

1. Fatte salve le fattispecie previste dall'articolo 33, il rilascio del titolo abilitativo edilizio in sanatoria per opere eseguite su immobili sottoposti a vincolo e subordinato al parere favorevole delle amministrazioni preposte alla tutela del vincolo stesso. Qualora tale parere non venga formulato dalle suddette amministrazioni entro centottanta giorni dalla data di ricevimento della richiesta di parere, il richiedente può impugnare il silenzio-rifiuto. Il rilascio del titolo abilitativo edilizio estingue anche il reato per la violazione del vincolo. Il parere non è richiesto quando si tratti di violazioni riguardanti l'altezza, i distacchi, la cubatura o la superficie coperta che non eccedano il 2 per cento delle misure prescritte.

2. Sono suscettibili di sanatoria, alle condizioni sottoindicate, le opere insistenti su aree vincolate dopo la loro esecuzione e che risultino:

a) in difformità alla legge 2 febbraio 1974, n. 64, e successive modificazioni, e dal d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, quando possano essere collaudate secondo il disposto del quarto comma dell'articolo 35;

b) in contrasto con le norme urbanistiche che prevedono la destinazione ad edifici pubblici od a spazi pubblici, purchè non in contrasto con le previsioni delle varianti di recupero di cui al capo III;

c) in contrasto con le norme del D.M. 1° aprile 1968, n. 1404, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 96 del 13 aprile 1968, e con gli articoli 16, 17 e 18 della legge 13 giugno 1991, n. 190, e successive modificazioni, sempre che le opere stesse non costituiscano minaccia alla sicurezza del traffico.

3. Qualora non si verifichino le condizioni di cui al comma 2, si applicano le disposizioni dell'articolo 33.

4. Ai fini dell'acquisizione del parere di cui al comma 1 si applica quanto previsto dall'articolo 20, comma 6 , del d. P.R. 6 giugno 2001, n. 380. Il motivato dissenso espresso da una amministrazione preposta alla tutela ambientale, paesaggistico-territoriale, ivi inclusa la soprintendenza competente, alla tutela del patrimonio storico artistico o alla tutela della salute preclude il rilascio del titolo abilitativo edilizio in sanatoria.

5. Per le opere eseguite da terzi su aree di proprietà dello Stato o di enti pubblici territoriali, in assenza di un titolo che abiliti al godimento del suolo, il rilascio della concessione o dell'autorizzazione in sanatoria è subordinato anche alla disponibilità dell'ente proprietario a concedere onerosamente, alle condizioni previste dalle leggi statali o regionali vigenti, l'uso del suolo su cui insiste la costruzione. La disponibilità all'uso del suolo, anche se gravato di usi civici, viene espressa dallo Stato o dagli enti pubblici territoriali proprietari entro il termine di centottanta giorni dalla richiesta. La richiesta di disponibilità all'uso del suolo deve essere limitata alla superficie occupata dalle costruzioni oggetto della sanatoria e alle pertinenze strettamente necessarie, con un massimo di tre volte rispetto all'area coperta dal fabbricato. Salve le condizioni previste da leggi regionali, il valore è stabilito dalla filiale dell'Agenzia del demanio competente per territorio per gli immobili oggetto di sanatoria ai sensi della presente legge e dell'articolo 39 della legge 23 dicembre 1994, n. 724, con riguardo al valore del terreno come risultava all'epoca della costruzione aumentato dell'importo corrispondente alla variazione del costo della vita, così come definito dall'ISTAT, al momento della determinazione di detto valore. L'atto di disponibilità, regolato con convenzione di cessione del diritto di superficie per una durata massima di anni sessanta, è stabilito dall'ente proprietario non oltre sei mesi dal versamento dell'importo come sopra determinato.

6. Per le costruzioni che ricadono in aree comprese fra quelle di cui all'art. 21 della legge 17 agosto 1942, n. 1150, il rilascio della concessione o della autorizzazione in sanatoria è subordinato alla acquisizione della proprietà dell'area stessa previo versamento del prezzo, che è determinato dall'Agenzia del territorio in rapporto al vantaggio derivante dall'incorporamento dell'area.

7. Per le opere non suscettibili di sanatoria ai sensi del presente articolo si applicano le sanzioni previste dal d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380".

44. All'articolo 27 del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, comma 2, dopo le parole: "l'inizio" sono inserite le seguenti: "o l'esecuzione".

45. All'articolo 27 del del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, comma 2, dopo le parole: "18 aprile 1962, n. 167 e successive modificazioni e integrazioni" sono inserite le seguenti: ", nonché in tutti i casi di difformità dalle norme urbanistiche e alle prescrizioni degli strumenti urbanistici".

46. All'articolo 27 del del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, comma 2, è aggiunto, in fine, il seguente periodo: "Per le opere abusivamente realizzate su immobili dichiarati monumento nazionale con provvedimenti aventi forza di legge o dichiarati di interesse particolarmente importante ai sensi degli articoli 6 e 7 del d. Lgs. 29 ottobre 1999, n. 490, o su beni di interesse archeologico, nonché per le opere abusivamente realizzate su immobili soggetti a vincolo di inedificabilità assoluta in applicazione delle disposizioni del titolo II del d.Lgs. 29 ottobre 1999, n. 490, il Soprintendente, su richiesta della Regione, del comune o delle altre autorità preposte alla tutela, ovvero decorso il termine di 180 giorni dall'accertamento dell'illecito, procede alla demolizione, anche avvalendosi delle modalità operative di cui ai commi 55 e 56 dell'articolo 2 della legge 23 dicembre 1996, n. 662".

47. Le sanzioni pecuniarie di cui all'articolo 44 del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, sono incrementate del cento per cento.

48. All'articolo 45 del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, comma 2, le parole: "terzo mese" sono sostituite dalle seguenti: "trenta giorni".

49. All'articolo 46 del d. P.R. 6 giugno 2001, n. 380, comma 1, dopo le parole: "atti tra vivi" sono inserite le seguenti: ", nonché mortis causa".

50. Agli oneri indicati ai commi 6, 9, 10, 11, 13 e 24, si provvede con quota parte delle entrate recate dal presente decreto. Il Ministro dell'economia e delle finanze è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio.

Artt. 33-52

(omessi)

Art. 53

(Entrata in vigore)

1. Il presente decreto entra in vigore il giorno stesso della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana e sara' presentato alle Camere per la conversione in legge.

Il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sara' inserito nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. E' fatto obbligo a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.

Dato a Bruxelles, Ambasciata d'Italia, addi' 30 settembre 2003



CIAMPI

1. Il condono edilizio premia i disonesti ed è un insulto per le persone perbene. Mortifica gli amministratori più coraggiosi, quelli che si sono impegnati nel contrastare gli abusi e nel praticare un'urbanistica rigorosa. Favorisce gli amministratori collusi con gli interessi illegali e insensibili al disordinato sviluppo del territorio. Italia nostra, riprendendo una definizione di Antonio Cederna, propone una lista nera degli "energumeni del cemento armato" che comincia con Bettino Craxi, Franco Nicolazzi, Silvia Berlusconi, Roberto Radice, Giulio Tremonti: i principali responsabili di vecchi e nuovi condoni.

2. L'abusivismo di necessità è finito da un quarto di secolo. L'abusivismo recente è un'attività criminale gestita da imprese collegate alla malavita organizzata. Al mancato rispetto della disciplina edilizia si accompagna sempre l'evasione della normativa sulla sicurezza, sul fisco, sulla previdenza.

3. II condono edilizio è peggio del condono fiscale. Di quest'ultimo, fra vent'anni, con uno sperabile e progressivo recupero della legalità, potrebbe essersi persa la memoria. Non è così per la sanatoria edilizia perché le ferite inferte dagli abusi al territorio e alle città sfidano i secoli. Nel manifestoappello contro il condono dell'associazione Libertà e Giustizia si ricorda che il paesaggio è la nostra storia, la nostra identità, la nostra anima profonda.

4. Non esiste l'ipotesi di un cosiddetto condono leggero. Soprattutto perché l'esclusione degli abusi maggiori non consentirebbe il reperimento delle ingenti risorse sulle quali conta il governo.

5. Il condono edilizio è comunque un disastro per le pubbliche finanze. E' stato calcolato che, fatto 100 l'ammontare delle oblazioni, è pari almeno a 300 la spesa che i poteri locali devono sostenere per urbanizzare adeguatamente i territori infestati in ogni direzione dagli insediamenti abusivi. Come ha scritto l'associazione Polis, il condono farà incassare allo stato una cifra inferiore a quella che occorre per finanziare il ponte sullo stretto di Messina. Possiamo rinunciare a entrambi e immaginare un'Italia diversa. Senza ponte e senza premi per i disonesti.

6. Gli uffici tecnici di molti comuni, di quasi tutti i comuni meridionali, sono ancora ingolfati dalla pratiche inevase dei precedenti condoni del 1985 e del 1994. Norme volutamente contorte favoriscono comportamenti arbitrari e pasticciati, in una spirale di illegalità che il nuovo condono renderà irriducibile.

7. Negli ultimi diciotto anni si sono succeduti tre condoni, uno ogni nove anni. Una frequenza così ravvicinata, unita, è bene ricordarlo, alla inconsistenza dell'azione repressiva, induce a credere che i condoni siano una componente inevitabile del nostro sistema legislativo, e che l'abusivismo sia un'attività fisiologica.

8. Un aspetto inedito e mostruoso del nuovo condono è la sua estensione alle opere abusive su aree demaniali. E' la stessa logica che comanda i provvedimenti relativi alla vendita del patrimonio immobiliare pubblico. Con l'aggravante che, in questo caso, la decisione sui beni da liquidare è affidata al mondo dell'illegalità.

9. Non è vero che l'abusivismo è favorito dal rigore della pianificazione territoriale. E' vero il contrario. L'abusivismo si sviluppa vertiginosamente proprio in quelle regioni dove è più alto il numero dei comuni sforniti di piani regolatori (Campania, Lazio, Sicilia) e dov'è più fragile la tenuta dei poteri locali, mentre è un fenomeno trascurabile in quelle regioni del centronord dove tutti i comuni sono dotati di una strumentazione urbanistica aggiornata e dov'è più efficace il controllo sulle trasformazioni territoriali. Perciò il condono perpetua e accentua il divario fra nord e sud.

10. Il condono edilizio, fenomeno sconosciuto nel resto d'Europa, è organico alla cultura della nostra destra di governo, quella dei "padroni in casa propria", degli interessi privati che prevalgono sistematicamente sugli interessi pubblici. Gli operatori dell'edilizia abusiva e le famiglie che utilizzano i manufatti abusivi appartengono a quegli stati sociali privi di coscienza civile che formano in prevalenza l'elettorato di Berlusconi e soci.

COMUNICATO

Nuova minaccia per Porto Ercole

Tra le ipotesi di intervento per il porto di Porto Ercole, che ultimamente circolano all’Argentario, ce n’è una molto preoccupante: qualcuno vuole creare un Marina “a sfruttamento intensivo” che stravolgerà completamente tutta l’area portuale ed avrà gravi ripercussioni nelle limitrofe aree a terra.

Si vuol fare di Porto Ercole un Porto-Garage occupando quanto più possibile dell’area portuale, dove verranno depositate più di 700 imbarcazioni grandi fino a 30-50 metri (provenienti soprattutto dall’estero) per tutto l’anno, lasciando spazi minimi ai natanti ed alle attività portuali svolte oggi dai residenti. Una presenza locale che si vedrà privata non solo delle caratteristiche paesaggistiche, storiche e ambientali dell’attuale Porto Rifugio e dello storico borgo marinaro, ma che sarà condizionata da una nuova gestione privatistica del porto che imporrà all’abitato, tra l’altro, un incremento dei problemi di traffico veicolare e di inquinamento, soprattutto durante il periodo estivo.

Questo modello di sviluppo è sbagliato: non solo il Piano Regionale dei porti prevede un massimo di 500 posti barca, ma concepire un nuovo marina per imbarcazioni utilizzate solo durante il periodo estivo contrasta con gli stessi principi del Piano Strutturale del Comune e del Piano Territoriale di Coordinamento della Provincia di Grosseto, che indicano tra i principi irrinunciabili la “destagionalizzazione” dell’offerta finalizzata allo sviluppo di un turismo tutto l’anno.

Non viene inoltre considerata la vicina realtà di Cala Galera che ha una vocazione completamente diversa da Porto Ercole: mentre questo è un antico borgo marinaro con un porto dedicato a imbarcazioni medio-piccole e da pesca, l’altro è un moderno Marina privato dedicato a imbarcazioni medio-grandi e inserito in una vasta area cantieristica e di rimessaggio dedicata esclusivamente alla nautica. Non bisogna pertanto creare doppioni ma intervenire in modo diversificato nei due siti, rispettando le attuali e specifiche vocazioni.

Per realizzare tale nefasto progetto si sta per stipulare una convenzione (la cui bozza sta circolando da alcuni giorni) tra due Società a partecipazione pubblica, Italia Navigando e Argentario Approdi con lo scopo di realizzare una nuova Società (con un vincolo di 80 anni!!!) in cui Italia Navigando avrà indiscutibilmente una posizione dominante. Infatti l’Amministratore Delegato di tale nuova Società risponderà direttamente a Italia Navigando, avrà tutti i poteri operativi e gestionali sul porto e su tutte le attività commerciali e artigianali ad esso connesse, sia a terra (bar, ristoranti, rivendita carburanti, cantieristica, rimessaggio, officine, ecc.) che a mare (noleggio imbarcazioni, noleggio posti barca, ecc.) e dovrà seguire “Linee Guida” già fissate e improntate alla massima redditività.

Tutto questo porterà a due cose: da un lato a uno sfruttamento intensivo di tutta l’area portuale, già ampiamente visibile dalla bozza di progetto presentata per il Marina di Porto Ercole, con il conseguente degrado dei valori ambientali e paesaggistici del porto, e dall’altro gli interessi attualmente costituiti intorno al porto verranno sopraffatti, con la messa fuori gioco delle imprenditorie locali e dell’autonomia delle attività economiche e commerciali locali.

Quindi non solo verrà danneggiato il patrimonio ambientale e paesaggistico di Porto Ercole, annullando in tal modo quei presupposti di attrazione turistica sui quali finora si è basata l’attività economica della popolazione portercolese, ma tale trasformazione si accompagnerà anche alla perdita di una libera ed effettiva partecipazione degli imprenditori locali allo sviluppo economico e commerciale del paese.

Tutto questo sconvolgimento si potrebbe verificare molto presto se tale nuova Società (o meglio Italia Navigando) chiederà una concessione unica per il porto, sulla base di questo nefasto progetto, all’Ente competente, che è tuttora il Ministero delle Infrastrutture.

Ci auguriamo tuttavia che il Ministero non vorrà scegliere proprio tale nuova Società, con il suo progetto globale di intervento, ma piuttosto altre alternative, più rispettose dell’ambiente, del paesaggio e delle realtà attuali, che potranno essere la base su cui altri concorrenti potranno, a buon diritto, richiedere le concessioni sul porto.

Illegal Buildings Get Reprieve in Italy

Culture of Impunity Is Back in Force as Government Grants Scofflaws Immunity

By Daniel Williams

Washington Post Foreign Service

Sunday, September 28, 2003; Page A31 ERCOLANO, Italy -- Just a few hundred yards from the lip of Vesuvius, the sleeping yet menacing volcano that overlooks Naples, there's a new tourist attraction that looks wildly out of place on the green-black mountain slope. Called Ercolandia, it is a small amusement park that features a carousel, a fright ride, a swimming pool and an ersatz Eiffel Tower. Ercolandia is also illegal. Not only does it stand inside a zone that is supposed to be off-limits to construction because Vesuvius is likely to spew oceans of lava over the area one day, it is also technically in a national park, local officials say.

No matter. Ercolandia and thousands of what are known as abusive structures across Italy will soon benefit from an amnesty granted by Prime Minister Silvio Berlusconi's government. Luxurious villas as well as modest homes and additions, newly created windows and staircases to rooftops, big and small hotels and offices buildings -- all built without permits in defiance of construction laws -- will suddenly, for a fee, be legalized.

It is the latest episode in contemporary Italy's public culture of impunity, in which bribe taking, tax evasion and all manner of scofflaws go unpunished or are forgiven. The culture was supposed to have evaporated in the early 1990s, when massive corruption investigations known as the Clean Hands campaign upended Italy's dominant Christian Democratic party and brought an end to the First Republic. An outraged public demanded reform and an end to governmental bribery, favor-seeking and officially condoned lawlessness.

More than a decade later, elements of First Republic impunity have returned in force, many Italians say. Berlusconi has moved to protect himself against old charges of corruption by passing legislation that decriminalizes falsified bookkeeping and restricts the use of evidence gathered abroad. Parliament has also granted him immunity from prosecution while in office. Now, some of the benefits of impunity are being passed to the larger public with a proposed amnesty on illegal construction.

Government officials offer two rationales. By taking in money to regularize the illicit structures, the government predicts it can close a budget gap of $2 billion to $4 billion next year. Moreover, legalization would reflect reality: Such structures have been going up for years, and no one has been able or willing to stop them.

The view, however, is rather different at the harried local-official level here in Ercolano, a shabby mixture of tenements and decayed 18th-century palaces on the Mediterranean coast south of Naples. Functionaries in charge of enforcing building codes regard the amnesty as encouragement for Italians to break the law.

"The amnesty makes our work impossible," said Franco Leone, who works in the city's office of abusive construction, which tries to identify and prevent illegal building. "Lawbreakers know that if they can tangle up a case in court long enough, the government will come through and grant an amnesty. Italians are clever. They can see that the odds are in their favor."

"This amnesty may be convenient for the government," added Salvatore Catalado, Leone's colleague. "But it is certainly an insult to people who stick by the rules. They must think, 'What an idiot I am to follow the law.' "

The proposed amnesty would be the third in 20 years. Berlusconi granted the most recent one, in 1994, when he headed a short-lived right-wing government. The one before that was granted in 1985 by Prime Minister Bettino Craxi, a friend and mentor of Berlusconi's who later fled into exile ahead of corruption charges. Craxi died in 2000.

Dossiers on illegal construction fill a pair of cabinets in Leone's and Catalado's office. Over the years, only a handful of buildings and annexes have been demolished. Leone said his office lacks the financial resources to tear down many structures and in any case, appeals to government offices and courts take so long that far more illegal buildings go up than are brought down.

"We have to give what we call necessary time to tear down a building," he said. "It can be years, if ever. Sometimes owners put old people to live inside the illegal place. In Italy, it's hard to evict old people."

Word of Berlusconi's amnesty, which has been circulating for more than a year, spurred an increase in illicit activity, Leone added. His office has identified more than 200 structures, mostly additions to houses, built without permits in 2002, more than twice as many as the year before. Some, like Ercolandia, intrude on the national park, "green preserves" and agricultural areas, while others are potentially dangerous top-floor additions to existing houses.

Last year, 28 percent of 5,000 houses built in Campania, the region that includes Ercolano, were illegal, according to government statistics. The government has counted more than 300,000 abusivi constructed nationwide since the 1994 amnesty.

Recently, Rome's city government expressed shock when it discovered that a prefabricated house had sprung up overnight on land adjacent to the Appian Way, the famed Roman Empire road that is now an archaeological zone where building is meant to be restricted. The owner had planned to apply for an amnesty, city officials said. Thus sanitized, the prefab house would have been worth hundreds of thousands of dollars because the shell could have formed the basis of a legal, permanent villa.

Last Saturday, the city government, which is controlled by opposition political parties, sent bulldozers to raze the building. The owner pleaded unsuccessfully that the construction was an act of altruism: He intended to turn it over to Romanian refugees.

Many pre-amnesty abuses in Rome are subtler, but equally lucrative, forms of speculation. A rooftop terrace adds tens of thousands of dollars to the value of a residence, but it is difficult to get a terrace approved unless there was a preexisting entrance from the floor below. A cursory glance at central Rome's skyline reveals numerous new holes in the roof, railings around the edges and new shacks built as entrances to staircases.

A downtown resident explained how some people planned to cash in. "They will go to city hall and ask for an amnesty for some abuse that has not been committed. Then they can build later, at their leisure," he said.

Sicily has produced some of the most imaginative pre-amnesty building schemes. In Agrigento, builders have taken out dozens of permits for cisterns, in theory to capture scarce rainfall to irrigate crops. Over the past year, the cisterns have gradually grown higher, and began to include rooms and plumbing.

Then they were turned into houses. In order to hide the work from the prying eyes of environmental activists, the builders covered what are known as cistern villas with dirt and debris.

Up at Vesuvius, a mangy, friendly dog silently greets visitors to Ercolandia. The owner has been absent for several days, neighbors say, and the front gate is locked. Leone and Catalado survey the remains of other old buildings -- without permits -- and ponder whether they, too, will fall under the coming amnesty. A few hundred yards away is the skeleton of a large house, whose construction the government succeeded in stopping a few years ago. Above, near a bend in the road, there's a failed restaurant, also illegal in Leone's view.

"All these will probably be condoned," Leone said. "Only Vesuvius can sweep them away."

Puntuale e capriccioso come le grandi calamità naturali (uragani, alluvioni, trombe d´aria) incombe sul Bel Paese un nuovo, devastante condono edilizio. Cifre da capogiro occupano i titoli dei giornali: il Fisco ne ricaverà due miliardi e mezzo di euro, o addirittura quattro miliardi e mezzo? Si insinua così la tentazione (che diventa in alcuni sbandierata e spensierata certezza) di credere che, in tempi di vacche magre, tanto più s´incassa tanto meglio è per lo Stato e per i cittadini.

Rischiamo così di dimenticare che condono edilizio vuol dire legittimare l´abuso col sigillo della legge, premiare chi ha violato le regole a scapito di chi le ha rispettate. Vengono in tal modo sanciti e anzi incoraggiati e promossi, innescando una reazione a catena senza fine, gli scempi che deturpano, e (se questa è l´aria che tira) sempre più deturperanno le nostre città, i nostri paesaggi. Interesse primario dei cittadini e dello Stato è, al contrario, la rigorosa difesa della legge e delle regole, la tutela dei valori architettonici, urbanistici, paesaggistici che possono valere anche poco se presi uno per uno, ma hanno valore inestimabile nel loro insieme e nel loro contesto. Fanno dell´Italia quello che è, il Paese al mondo con la più alta intensità di conservazione del patrimonio (pubblico e privato), con la più ricca tradizione di tutela. Ciò a cui abusi edilizi e norme colpevolmente permissive infliggono sanguinose ferite non è un corpo estraneo, non è la vecchia carcassa impagliata di una bestia esotica: siamo noi stessi, qualcosa che noi italiani abbiamo creato nel tempo e con cui abbiamo convissuto per generazioni, per secoli. E´ la nostra memoria, la nostra identità, la nostra anima.

Dai tempi del condono di Craxi (1985) a quello del primo governo Berlusconi (1994) a questo che ora ci minaccia si ripete invece l´identico teatrino: le regole restano, anzi vengono riaffermate, ma stante la situazione di emergenza, le necessità del Paese eccetera, in deroga (e in barba) a tutto e a tutti, per una volta e una sola si condonano gli abusi per incrementare il gettito fiscale. Questa favoletta non convince nemmeno i più ingenui: la vera ratio del condono edilizio non è la sua conclamata eccezionalità, ma al contrario il suo prevedibilissimo ritorno ciclico, che può dare a chiunque la certezza di perpetrare qualsiasi nefandezza, tanto fra uno, due, tre anni verrà immancabilmente condonata. In tal modo le regole non solo vengono violate (da alcuni cittadini), ma spregiate, vilipese e distrutte (dal governo). All´universo della legge e del pubblico interesse si sostituisce la giungla delle prevaricazioni.

L´impellente necessità di far cassa viene invocata come unica e sola ragione del condono: quasi che non fosse, il nostro, il Paese col più alto tasso di evasione fiscale in Europa; un Paese in cui, come ha scritto Il Sole-24 ore, almeno il 18.7% del Pil sfugge completamente al fisco e l´evasione supera i 200 miliardi di euro, una cifra di fronte a cui ciò che si può ricavare dal condono impallidisce in un istante. Eppure, si continua a pianger miseria senza nulla fare per ridurre l´evasione fiscale; si esalta e vagheggia il modello americano in tutto e per tutto, salvo che per il rigore e la funzionalità del sistema fiscale; anzi, si incoraggia il falso in bilancio proprio mentre negli Stati Uniti, in conseguenza del caso Enron, le regole del gioco si fanno, per legge federale, più garantite e severe. Come è chiaro, condono edilizio e condono fiscale rispondono a una sola e unica logica: proteggere l´evasione fiscale sotto l´ombrello delle misure eccezionali per rastrellare nuove entrate, premiare chi viola la legge e non chi la rispetta, chi attenta alla società civile e non chi mostra senso civico. Anziché fare il suo mestiere (far pagare le tasse ai cittadini) il ministro dell´Economia invade il campo degli altri ministeri (Infrastrutture, Beni Culturali, Ambiente), svende il demanio e condona abusi.

La dimenticanza (interessata) del problema di questa gigantesca evasione fiscale non è, ahimé, monopolio del centrodestra: i voti degli evasori fiscali, a quel che pare, premono anche al centrosinistra. Ma dimenticare l´evasione e puntare sui condoni edilizi ha un´altra conseguenza deleteria: finisce per accreditare la menzogna che le ragioni dell´economia siano opposte a quelle della cultura. Che da un lato ci siano i polverosi laudatores temporis acti affezionati ai valori architettonici e ambientali, dall´altro i dinamici sacerdoti dell´economia che sanno quel che vogliono (qualche miliardo val bene qualche scempio). È vero il contrario: il nostro bene più prezioso non sono i singoli monumenti (nemmeno il Colosseo, nemmeno San Pietro), ma il contesto urbano e paesaggistico, il tessuto connettivo che lega monumenti e case, strade e città in un inestimabile continuum non solo sul fronte dell´immagine, ma su quello della valorizzazione del Paese. Preservare questa eredità delicata e preziosa non è solo cultura, ha anche per l´economia del Paese uno straordinario significato e valore che è colpevole ignorare.

L´imminente condono sarà tanto più grave in quanto verrà a incidere su un tessuto già compromesso dal passaggio di molte competenze a Regioni e Comuni, con la prevedibile conseguenza di una visione dei vincoli marcatamente localistica e strutturalmente incapace di resistere a pressioni interessate, incline dunque a un drammatico allentarsi dei controlli. Basti ricordare quello che M.C. Giambruno (sulla rivista di architettura Ananke) ha chiamato «il proliferare dei sottotetti in Lombardia», sopraelevazioni e aumenti di volumetrie perpetrati sulla base di leggi regionali degli ultimi anni: la skyline di Milano e delle altre città ne esce già ora (e più ancora nei prossimi anni) falsificata e offesa. Alle sopraelevazioni approvate dalla Regione si aggiungeranno ora, a valanga, quelle «da condono»: perché dopo ogni condono la certezza del successivo genera nuovo abusivismo.

A questi e simili scempi intendeva porre riparo, avviando finalmente un processo virtuoso, la proposta di legge Urbani sulla qualità architettonica.

Può di per sé essere una buona legge, a meno che non faccia la fine ingloriosa del disegno di legge sulle città storiche (ddl 4015/1997), proposto dal ministro Veltroni per poi metterlo a dormire sino alla fine della legislatura.

Ma che senso ha legiferare sulla qualità architettonica, e pochi mesi dopo legittimare e incoraggiare gli abusi edilizi mediante il perverso meccanismo del condono? Quale è la politica del governo, promuovere la qualità architettonica o danneggiarla con abusi irrimediabili? Domanda che merita di essere estesa al futuro destino del nuovo Codice per i Beni Culturali, ormai in dirittura d´arrivo. Le correzioni e gli sviluppi degli ultimi mesi (in genere migliorativi) ne stanno facendo un testo in buona misura accettabile.

Ma a che cosa mai servirà, se altre leggi (tutte, si capisce, sotto la pressione di pretese necessità di cassa, di urgenze incontrollabili) dovessero, in deroga anzi in spregio alle regole fissate dallo stesso Codice, insistere nella dissennata politica di dismissioni del patrimonio culturale, nell´attacco alla qualità urbana, nella continua mortificazione dell´amministrazione dei Beni Culturali per mancanza di risorse e di progetto? Verrà mai il giorno in cui anche un ministro dell´Economia e un presidente del Consiglio riusciranno a capire che il rispetto del patrimonio culturale e della qualità urbana (e anzi l´investimento produttivo su questi fronti) può e deve essere una carta vincente per questo Paese? Bagarre su condono edilizio

di Enzo CirilloROMA - «Contro il condono fino alla Consulta». A lanciare la parola d´ordine della mobilitazione contro l´ipotesi di sanatoria edilizia che il governo intende blindare nella Finanziara 2004, è stato il presidente della Regione Campania Antonio Bassolino. «Qualora passasse in Parlamento un simile provvedimento di legge - spiega l´ex ministro del Lavoro in un´intervista all´Unità - faremo ricorso alla Corte Costituzionale». A sostegno della strada del ricorso, il parere di giuristi, come ad esempio Alessandro Pace, che ipotizzano una «illegittimità costituzionale con possibilità di impugnazione in via principale» da parte delle Regioni. Secondo i costituzionalisti il governo starebbe correndo il rischio di scatenare un pericoloso conflitto tra poteri dello Stato, in quanto con la riforma del Titolo V tutte le competenze in materia urbanistica sarebbero ormai passate alle Regioni. Intanto l´opposizione fa quadrato insieme a Confindustria, ambientalisti e sindacati che ieri con il segretario generale della Cisl Savino Pezzotta ed il vice segretario generale della Uil Adriano Musi si sono dichiarati «decisamente contrari» al provvedimento. Sulla «sanatoria dei furbi» come è stata giudicata dall´ex ministro dell´economia Vincenzo Visco, e contro quello che il presidente dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio ha definito «uno scempio istituzionale», l´ex ministro dei Beni culturali Giovanna Melandri si appella a Lunardi e Matteoli affinchè «nell´ambito delle proprie competenze evitino l´irreparabile».

Intanto Bassolino, governatore di una delle regioni più penalizzate dall´abusivismo è pronto a guidare la rivolta. «Faremo un´opposizione strenua al condono edilizio, è un incentivo alla illegalità, un modo concreto per invitare i furbi a continuare su questa strada, a fare altri abusi, per prepararsi poi nei prossimi anni a fare altri condoni...».

Il coordinatore di Forza Italia, Sandro Bondi, replica che «il condono edilizio non finirà per premiare i furbi. Non si tratta di una sanatoria - sostiene - che ha come obiettivo e come conseguenza quella di giustificare e di coprire e di rendere possibili scempi edilizi, ambientali e urbanistici. E´ uno strumento, una misura volta piuttosto a chiudere contenziosi che riguardano piccole infrazioni che per lo più nascono dalla complessità e dall´astruseria di molte leggi». Una sanatoria che a giudizio di Armani (An) , presidente della Commissione Lavori Pubblici della Camera, «consentirà entrate per 1-3 miliardi di euro». Una necessità di cassa che il coordinatore di FI Bondi spiega così: «I condoni non piacciono a nessuno, tanto meno piacciono quelli edilizi, ma in questa situazione credo che sia un provvedimento necessario ed indispensabile».

In meno di venti anni arriverà nei prossimi giorni il terzo condono edilizio. Dopo i governi Craxi e Berlusconi I anche il governoBerlusconi II lega il suo nome alla cultura dell’illegalità e allo scempio dell’ambiente.

Si parla di oltre 360 mila edifici illegali realizzati a partire dal 1994, senza contare gli abusi più piccoli o quelli che il solo annuncio del condono ha già messo in moto. Ricordiamo che oltre agli "ecomostri" tristemente famosi (ad esempio: Fuenti e Punta Perotti) sono soprattutto i piccoli cambiamenti a modificare senza ritorno il paesaggio e ad incidere sul rischio idrogeologico del nostro Paese. Si parla di piccoli abusi ma resta da domandarsi, dopo l’approvazione della superDia, se esiste ancora nel nostro Paese il piccolo abuso, che a rigore di logica dovrebbe riguardare solo le opere interne ed è quindi già “legale” con la superDia. Rimane il fatto che "piccolo" o "grande", l’abuso rimane sempre un abuso ed il condono edilizio è ormai una prassi consolidata nel nostro Paese, mentre è sconosciuto nel resto d’Europa: mediamente possiamo contare in Italia su un condono ogni nove anni.

Purtroppo anche negli abusi edilizi il nostro Paese non è tutto uguale: è, infatti, il Mezzogiorno che sarà devastato da questo insensato provvedimento (mentre ad esempio la Valle d’Aosta non sarà neanche sfiorata), che ancora una volta non sarà accompagnato da misure che garantiscano dal ripetersi del fenomeno abusivo. Il condono non è solo la negazione della pianificazione, della moralità e della legalità, ma è anche l'ennesimo segnale del deterioramento della cultura del territorio che avanza con i provvedimenti contro l’ambiente che hanno caratterizzato gli ultimi anni (dalla superDia, alla modifica della Via, alle gradni opere). Questo deterioramento ha fatto dire Sindaco di Eboli: oggi non potrebbe più abbattere i 400 edifici abusivi come feci solo tre anni fa.

Il ripetersi del condono comporta tre quesiti:

1. Chi ha fatto i conti? Oggi i comuni e il catasto sono ancora impegnati nello svolgimento delle pratiche dei condono precedenti (si parla di oltre 400.000 pratiche arretrate). Quale è il senso di fare cassa nell’immediato a livello nazionale per scaricare gli oneri e i costi a breve termine sugli enti locali (urbanizzazioni e servizi oltre che lo smaltimento delle pratiche) e a lungo termine sullo stesso Stato centrale per porre rimedio alle devastazioni del territorio?

2. Ma l’urbanistica e il territorio non sono già di competenza regionale? Quali poteri si vogliono dare con le riforme della Costituzione ai poteri locali e regionali se oggi gli si toglie perfino la possibilità di governare e pianificare quello che è già di loro competenza: il proprio territorio.

3. Dove è l’urgenza? Il decreto d’urgenza è incostituzionale perché dovrebbe essere utilizzato solo in casi particolari e imprevisti, mentre di condono il governo Berlusconi parla da tre anni, in occasione di ogni finanziaria.

Il gioco delle parti tra ministri caldi, tiepidi e freddi davanti al condono non riesce a nascondere le responsabilità di tutto il governo e in particolare del ministro Tremonti che si iscrive di diritto tra quelli che Antonio Cederna chiamava "energumeni del cemento armato" in compagnia di Craxi, Nicolazzi, Radice, Lunardi e Berlusconi.

Come per altre prassi introdotte dal nostro Paese nell’ambito della finanza creativa, ricordiamo la vendita degli immobili pubblici e dei beni di pregio artistico, anche sul territorio si mira a fare cassa dimenticando tutto il resto: in questo caso le tante frane, alluvioni e terremoti che interessano il nostro territorio con preoccupante frequenza. Tra qualche giorno cade l’anniversario del crollo di San Giuliano che commosse tutto il Paese e fece gridare a tutti i giornali, gli intellettuali, i sindaci e i ministri: mai più condoni nel Paese del dissesto idrogeologico e dei terremoti. Acqua passata?

1. Lo stato del territorio in cui si inserisce il condono

1.1. La fine della città

Requiem e fine della città italiana: è questa la conclusione cui perviene chiunque analizzi le vicende dei tredici comuni maggiori in relazione ai dati del Censimento 2001.

Le ragioni di questa affermazione risiedono anzitutto nel dato complessivo: Torino, Milano, Venezia, Verona, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Palermo, Messina e Catania hanno perso complessivamente dal 1991 al 2001 un quasi 700 mila persone. Per intenderci è come se, a titolo di esempio, da Torino (dove la popolazione è scesa del 10.1%) si fosse staccata una città della dimensione di Terni o di Alessandria; da Milano (-8.3%) una città come Bergamo; da Genova (-10.1%), Napoli (-5.9%) e Firenze (-11.7%) una città come Foligno; e da Roma (-6.8%) una città come Verona o una volta e mezzo la Valle D’Aosta.

La grande città italiana del dopoguerra, di cui parliamo, è la città, come l’abbiamo conosciuta sino ad oggi: dopo la città antica, quella medievale, rinascimentale e ottocentesca anche la città industriale, che taluni nelle sue ultime espressioni hanno chiamato post-industriale, è giunta al suo termine. Applicando lo stesso tasso di riduzione del decennio 1991-2001, è possibile supporre che Venezia, Milano, alla metà di questo nuovo secolo avranno diminuito della metà la loro popolazione del 1991. Già oggi Verona, Bari e Roma hanno meno popolazione del 1971; Torino, Bologna, Messina e Catania del 1961; Milano, Venezia, Genova, Napoli e Firenze del 1951. I grandi numeri sono dovuti al saldo naturale negativo, che si manifesta in misura maggiore nelle grandi città, ma cresce in modo sostanziale anche il saldo migratorio di segno negativo.

In queste constatazioni non vi è alcuna nostalgia per l’espansione senza regole che ha caratterizzato questo modello urbano. E’ bene ricordare quanto affermato da Vezio De Lucia:

(…), sono gli anni-dice riferendosi a questo secondo Dopoguerra - nei quali si è scatenata una devastazione senza confronti con il passato ... Fino al fascismo città e paesi erano ancora separati dalla campagna, il paesaggio rappresentato dalle foto aeree della Raf del 1943 non era tanto diverso da quello attraversato da Guidoriccio da Fogliano. Fino al 1951, era stato costruito circa un decimo del volume edilizio esistente ai nostri giorni … Negli ultimi cinquant’anni, lo spazio urbanizzato è aumentato almeno di dieci volte, cioè del 1.000 per cento, mentre a Roma, che fra le grandi città è quella cresciuta di più, l’incremento di popolazione non ha superato il 60 per cento.

Le grandi città italiane hanno assunto un modello metropolitano “maturo” che si andrà sempre più consolidando, un fenomeno iniziato dagli anni Settanta e divenuto consistente negli anni Ottanta e Novanta, in linea con quanto già avvenuto in USA e nelle grandi metropoli europee. La novità, per quanto riguarda l’Italia di questo ultimo decennio (1991-2001), è nell’arresto dell’incremento di popolazione nella provincia dei tredici grandi comuni, che non riescono più, in numerosi casi, ad attrarre dei nuovi abitanti in numero maggiore di quelli che perdono. Il fenomeno noto in altri Paesi europei e americani, anticipato dal caso Milano in Italia, è ormai giunto anche da noi: la contro-urbanizzazione. Un’analisi più attenta dimostra, come è evidente dall'esperienza quotidiana di ognuno di noi sull’aumento del caos urbano, che le popolazioni che usufruiscono della città sono aumentate. Le popolazioni residenti "espulse" dalla città continuano a riversarsi nella città per svolgere le attività o “consumare” il tempo libero. Le città in cui si va attestando la popolazione italiana sono quelle tra 65.000 e 80.000 abitanti che, con una tendenza in rallentamento, hanno acquistato circa il 70 % di abitanti negli ultimi 20 anni e le città sotto i 50.000 e sopra i 10.000 abitanti che nello stesso periodo hanno acquistato circa 2,5 milioni di persone.

La trasformazione della città ha prodotto, come è noto, due reazioni: il tentativo di avviare politiche di governo alla scala metropolitana e una nuova stagione di politiche per la città avviate dagli anni Novanta. In quegli anni si iniziò a parlare, anche in Italia, di trasformazione metropolitana e di politiche per il rilancio della città. La legge 142 del 1990 sulle aree metropolitane aveva previsto l'istituzione della città metropolitana individuando nove aree del territorio nazionale interessate: le province di Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari. La legge doveva entrare in fase attuativa nel 1992, ma successive proroghe ne hanno ritardato sino ad oggi l’attuazione. Le politiche urbane sono state avviate attraverso strumenti definiti da una babele imponente di sigle i cui risultati, oltre quello indiretto di aver scardinato la pianificazione urbanistica, stentano a vedersi.

1.2. Un bilancio fallimentare

Queste prime sommarie considerazioni hanno un corollario: il giudizio fallimentare delle politiche urbane attuate in Italia in questo decennio. Di quelle operate dallo Stato; di quelle operate dai grandi comuni; di quelle teorizzate e sostenute dall’Istituto nazionale di urbanistica: il fallimento di queste politiche ha prodotto un peggioramento della qualità della vita nelle città italiane e una scarsa incidenza sulla qualità urbana.

La qualità della vita è una definizione assai labile, ma alcuni indicatori ne sono un esempio. L’inquinamento, il rumore e le aree verdi:

· per quanto riguarda il primo indicatore, l’inquinamento, nell’inverno 2002 in Lombardia ha bloccato le auto nell’attesa di vento e pioggia il 13 gennaio in 96 comuni e poi il 20 gennaio in 88 comuni; L’Istat ci ricorda che le giornate nel 1999 di stop alle auto sono state 90 tra le tredici maggiori città italiane, ma è bene ricordare che le armi per controllare l’inquinamento sono spuntate: Roma e Napoli avevano nel 1999 una centralina per 200.000 abitanti, Torino una per 100.000 abitanti, Firenze una per 50.000 abitanti.

· per quanto riguarda il secondo indicatore, il rumore, a Napoli è ritenuto rilevante dal 93% delle famiglie. Mediamente il 90% è attribuito dagli intervistati al traffico, l’Istat afferma che nel 1998 nei tredici grandi comuni sono presenti complessivamente solo 20 centraline fisse di rilevamento. Questi risultati sono conseguenti a politiche della mobilità il cui risultato è che muoversi attraversando una città comporta dei tempi di spostamento in macchina o con i mezzi pubblici simile a quelli di accesso alla città da nuclei e abitati esterni ad essa anche assai distanti. Sul gran numero di macchine e bene intendersi: a Roma abbiamo un’autovettura ogni 1,2 persone e le macchine immatricolate hanno superato i bimbi nati.

· infine, il verde urbano, che stando al Dm 1444 del 1968 dovrebbe dotare le nostre città nella misura di 9 mq per “spazi pubblici attrezzati a parco e per il gioco e per lo sport” e di 15 mq per “parchi pubblici urbani e territoriali”, vede solo Bologna in regola con 28,9 mq ad abitante, mentre tre città (Napoli, Bari e Catania) non raggiungono i 9 mq. Alla carenza in termini di quantità si deve aggiungere nel bilancio dei grandi comuni anche il deficit di qualità che rileva sempre l’Istat. A Palermo un unico parco rappresenta l’86% del verde urbano, mentre a Genova due parchi coprono l’84 % del verde comunale. Le aree verdi coprono mediamente il 3% dei territori comunali.

Non ci stupisca quindi che, sempre secondo l’Istat (2000), la percezione di problemi ambientali su 100 famiglie vede al primo posto il traffico (47), la difficoltà di parcheggio (39), il rumore (38), la sporcizia delle strade (32) e solo per 30 italiani il rischio di criminalità. D’altra parte è forse inevitabile in un Paese in cui il 64% del trasporto merci avviene su gomma e 92.1% del traffico interno di passeggeri avviene su strada (di cui l’82 % in automobile) e contestualmente il già basso uso di trasporto pubblico ha visto un calo percentuale del 4,6 tra il 1990 e il 1998 (Ministero dell’Ambiente, Rapporto sull’Ambiente 2001), mentre il solo autobus è calato del 16%. Accanto a questi dati di natura ambientale è bene ricordare il costo della casa e il fallimento delle politiche residenziali pubbliche, mentre il 20% del patrimonio edilizio in Italia è inutilizzato. Infatti i dati del Censimento del 2001 indicano un calo di abitazioni, rispetto ai dati del 1991 in tutte le grandi realtà italiane, particolarmente significativo nel caso di Milano (-47.371 abitazioni) e di Roma (-56.703) che può trovare una spiegazione con la trasformazione di questi alloggi in strutture per il terziario e per il commercio (Fonte: Istat, 14 Censimento della popolazione del 2001. Dati provvisori dell’aprile 2002).

D’altro canto l’assenza di efficaci politiche per la casa negli ultimi anni, come si accennava sopra, ha determinato, complici anche gli eventi dell’11 settembre, uno sviluppo incontrollato del settore immobiliare, il quale vive una stagione irrazionale simile a quella degli anni Ottanta e degli inizi degli anni Novanta. I prezzi degli immobili residenziali sono ormai tornati ai valori del 1995, quasi al picco storico del 1990. Nel 2001, secondo Il sole 24 ore, sono state scambiate 800.000 abitazioni con un progresso rispetto l’anno precedente del 10 %. In un anno l’1,5% delle famiglie italiane ha acquistato un immobile ed i prezzi sono saliti del 10% a Milano e del 9% a Roma. Nel 2000 circa 2,5 milioni di famiglie avevano difficoltà, secondo Il sole 24 ore, ad affrontare le scadenze dell’affitto.

Altrettanto poco definita è la qualità urbana. Centocelle vecchia o l’Alessandrino a Roma, il panorama dalla tangenziale verso Napoli orientale, le periferie di Sarno o quelle di Crotone sono pezzi del terzo mondo in Italia. In questi “inferni” urbani gli interventi sono stati scarsi o inefficaci. Guardando all’esperienza dei programmi di riqualificazione urbana è possibile affermare che essi costituiscono un episodio di una politica urbana che stenta a raggiungere gli obiettivi e ad incidere nelle città italiane in calo di popolazione e in trasformazione terziaria. Il rischio più grande, infatti, è rappresentato dal fatto che questi programmi, in quanto strumentazione straordinaria legata ad un finanziamento pubblico, permettendo l’attuazione in variante “automatica” del piano generale, non siano inseriti in un quadro di insieme controllabile e che i criteri di selezione dei progetti fossero di tipo contingente e non strategico. Non è un caso che i migliori programmi siano stati quei pochi inseriti nella tradizione e stratificazione di piani che, di fatto, li prevedevano da tempo ed ai quali mancava solo “l’opportunità di renderli operativi”. Questa è l’eccezione. Nella maggior parte dei casi si è intervenuti in mancanza di regole e procedure certe di trasformazione della città attuate solo attraverso i Priu, Pru, Pii, Pic Urban, i Contratti di quartiere, Prusst, l’Intesa istituzionale di programma, l’Accordo di programma quadro, il Contratto di programma, il Contratto d’area e, infine, il Patto territoriale, che a sua volata si divide in Pto e Pit, in deroga agli strumenti urbanistici generali. In alcuni casi questi strumenti si sono trasformati in lavatrici nella cui centrifuga si sono riciclati progetti di ogni genere, di vaste aree geografiche, senza logica, con il risultato di essere una “sommatoria” di progetti più che progetti “integrati” con una moltiplicazione di effetti. Come nel caso del Prusst degli etruschi (Civitavecchia) che interessa la Maremma, l’Umbria, l’alto Lazio e Olbia.

I cosiddetti istituti derogatori utilizzano l’Accordo di programma come procedura di variante agli strumenti di pianificazione: sono questi i “programmi complessi”, dettagliatamente illustrati in una recente pubblicazione del ministero dei Lavori pubblici (Rapporto sullo stato della pianificazione del territorio, Roma, 2001), che consentono agevolmente di derogare (talvolta con finanziamento pubblico) alle prescrizioni degli strumenti urbanistici. Con l’aggravante che, molto spesso, gli istituti della deregulation sono approvati al riparo dalle osservazioni dei cittadini (garanzia prevista fin dalla legge del 1942) e spesso non sono nemmeno discussi nei consigli comunali, cui spetta solo la ratifica della firma del sindaco. Ha scritto Edoardo Salzano

“Ciò che accomuna la quasi totalità di questi piani anomali è che enfatizzano il circoscritto e trascurano il complessivo, celebrano il contingente e sacrificano il permanente, assumono come motore l’interesse particolare e subordinano ad esso l’interesse generale, scelgono il salotto discreto della contrattazione e disertano la piazza della valutazione corale. Abbandonando le metafore, caratteristica comune di (quasi) tutti gli strumenti di pianificazione anomali è quella di consentire a qualunque intervento promosso da attori privati di derogare alle regole comuni della pianificazione ordinaria. Di derogare cioè dalle regole della coerenza (ossia della subordinazione del progetto al quadro complessivo determinato dal piano) e della trasparenza (ossia della pubblicità delle decisioni prima che divengano efficaci e della possibilità del contraddittorio con i cittadini)”.

Il rapporto tra urbanistica e questi strumenti è quasi sempre conflittuale, mentre l’assenza di regole sulle procedure comporta l’assenza di rappresentanza delle istanze delle associazioni e dei cittadini. E’ il caso di chiarire che la critica si appunta sull’Accordo di programma inteso come strumento ordinario di governo del territorio. Guardando al passato, alla ricerca delle motivazioni che portarono alla nascita di questi strumenti legate principalmente alla riduzione dei tempi di decisione e realizzazione, e al presente, con riferimento sullo stato di attuazione di questi programmi e sui risultati, non può che sorgere un dubbio sull’efficacia dell’utilizzo della deroga come regola e una profonda amarezza per la disarticolazione, e non per la riforma, delle norme per il governo del territorio.

Questi strumenti sono figli degli anni Novanta ed una delle tappe della “controriforma” urbanistica con il silenzio-assenso e le leggi sul condono. Le politiche per la città degli anni Novanta hanno mirato più a costruire delle città competitive verso l’esterno, riuscendovi solo in parte, che città solidali al loro interno. Si è cercato di semplificare riuscendo solo a banalizzare.

Forse la risposta alla trasformazione della città non era nella ricerca di meno regole, ma in una maggiore pianificazione.

E’ bene ricordare la mancata redazione delle Linee fondamentali di assetto del territorio previste dalla L. 394/91 e smi, quale strumento per la previsione dei parchi ed estesa dal d.lgs. n. 112/97 alle previsioni inerenti anche la difesa del suolo, l'articolazione delle reti infrastrutturali, il sistema delle città e delle aree metropolitane. E’ da sottolineare anche la mancata piena attuazione della legislazione di tutela dell’ambiente fisico e culturale. I Piani paesistici (L. 431/85) a 17 anni dall’entra in vigore tutelano in 4 regioni solo specifiche aree (Molise, Campania, Basilicata, Sardegna) (AA.VV. , Un Paese spaesato: Rapporto sullo stato del paesaggio italiano, Roma 2001). Per quanto riguarda la difesa del suolo (L. 183/1989) le Autorità di bacino nazionale sono sei ognuna ha adempiuto ed è stato approvato il Piano straordinario per le aree a rischio idrogeologico molto elevato, per quanto riguarda i Piani stralcio per l’assetto idrogeologico (PAI) sono in corso di elaborazione e approvazione. Per quanto riguarda le Autorità di bacino interregionali il Piano straordinario per le aree a rischio idrogeologico molto elevato risultano tutti approvati, mentre alla fine del 2000 risultavano adottati solo 2 PAI su 13. La pianificazione provinciale introdotta con la L. n. 142 del 1990, e dettagliata dalle legislazioni regionali caso per caso, è il grande assente nel quadro normativo italiano. L’area vasta dovrebbe essere il luogo in cui si salvaguarda il territorio sotto gli aspetti ambientali e dove si governano le aree urbane e le dinamiche della popolazione. E’ epoca di bilanci per questi strumenti che per una stagione hanno infiammato il dibattito scientifico e lo scontro istituzionali. Al 2001, ad 11 anni dall’entrata in vigore della legge, solo 19 piani provinciali sono stati approvati e 21 adottati nelle 103 province che compongono l’Italia. Anche in questo caso si devono fare i necessari distinguo: nell’Italia meridionale solo il 14% delle province ha un piano approvato o adottato (escludendo l’Abruzzo solo il 4%). Al Centro-Nord l’Umbria, il Trentino e le Marche hanno il 100% di piani approvati. La Lombardia e il Friuli, in questo panorama, si distinguono per percentuali “meridionali” (0%), come la Campania, il Molise, la Basilicata, la Calabria, la Puglia e la Sardegna.

I Prg a 60 anni dall’emanazione della Legge quadro ancora non coprono tutto il territorio nazionale. Solo otto regioni hanno una copertura del 100% della pianificazione urbanistica comunale sul territorio, mentre il Lazio con solo il 78% dei comuni in regola è il fanalino di coda. Nel complesso circa 290 comuni sono senza Prg (Ministero dei Lavori Pubblici, INU - Rapporto sullo stato della pianificazione del territorio 2000). Il dato negativo dello stato d’attuazione sull’attuazione dei Prg in Italia non è solo quantitativo ma anche qualitativo. E’ il caso di soffermarsi su alcuni esempi: Roma e Milano, anche se la note de doleance è lunga e non può essere esaurita in queste poche righe. A Roma con lo slogan planning by doing, si è deciso di avviare contemporaneamente l’attuazione degli interventi sulla città e il Prg, circa sessanta milioni di mc sono stati localizzati e in alcuni casi avviati con l’alibi del piano. I nove anni di elaborazione del Prg della giunta Rutelli e della giunta Veltroni, sono serviti a coprire una continua trattativa per lo spostamento dei pesi e dei mattoni. Il fronte del confronto è oggi sul riconoscimento del diritto edificatorio per le previsioni edilizie del 1965. Per fortuna la battaglia di Italia Nostra con il parere pro veritate del prof Vincenzo Cerulli Irelli e il convegno L’urbanistica della leggerezza, a cui oltre a Cerulli Irelli a preso parte anche il prof. Edoardo Salzano, hanno convinto parte della maggioranza capitolina a rifiutare questa “bruttura” giuridica. Altro discorso è Milano, dove si è deciso di rinunciare al Prg. Infatti se pur con delle critiche e dubbi su alcune scelte fatte deve essere riconosciuto che a Roma è stato fatto un Prg. Di questo deve essere dato atto al Sindaco Veltroni e all’assessore Morassut, di aver optato una scelta non scontata. A Milano con l’adozione del documento Ricostruire la grande Milano. Documento di inquadramento delle politiche urbanistiche comunali che di fatto sostituisce i progetti al piano, il quale diventa il notaio di quanto si è deciso altrove. Parlando di piani si devono ricordare altri casi come il piano strutturale dell’Argentario, dove per l’azione di Italia Nostra: sono stati fermati sia 735.000 mc (ridotti di un terzo), sia lo sviluppo delle aree urbane in una situazione in cui non è certo l’approvvigionamento idrico per i nuovi insediamenti e i criteri per il recupero degli insediamenti abusivi; Salerno dove il piano è composto da progetti piegati alle logiche economiche e finanziarie che dimenticano il rispetto dei contesti locali; Verona dove il piano in vigore, vecchio di trenta anni, è stato piegato da oltre 400 varianti e la nuova variante generale in continuo e costante procinto di essere attuata prevede di estendere il consumo di suolo alle colline, mentre le aree dismesse abbandonate a loro stesse e 9.000 alloggi sono inutilizzati.

1.3. I rischi d’oggi

Questi ragionamenti già fatti nel passato sono oggi confortati dalla statistica, ma non sono stati forieri della necessaria riflessione. Dopo gli anni Novanta anche in questo scorcio del nuovo secolo, l’azione del governo è indirizzata a incidere profondamente in senso negativo sulle politiche urbane e del territorio. Negli anni Novanta sono stati messi a rischio i principi generali della disciplina urbanistica e quelli della tutela dei beni paesistici e storico culturali, oggi quei rischi sono diventati realtà e ad essi si aggiungono anche i pericoli per la sicurezza del nostro territorio e la vita delle persone che vi abitano.

Dopo i dolorosi fatti del Maggio 1998 a Sarno, fu emanato DL n. 180/1998 per il finanziamento dei Piani di bacino stralcio delle zone a rischio idrogeologico. Le risorse previste con questa legge per il 2002 non sono stati confermati nelle ultime due legge finanziarie, ma diminuite. Altrettanto pericoloso sempre da un punto di vista idrogeologico è la vendita dei corsi d’acqua ai privati previsto con l’art. 34 del collegato alla finanziaria 2002. Davanti alla tutela della vita delle persone la sanatoria degli abusi edilizi in Sicilia, sembra un fatto meno importante, così come la modifica della Conferenza dei servizi (L. 444/01, D.L. 166/02), quella della Valutazione di impatto ambientale (L. 443/01, D.Lgs 190/02), e sulla sanatoria per chi in “buona fede” ha costruito sulla proprietà pubblica e potrà con il decreto 102/03 riscattare il suolo pubblico a 10 euro al metro quadro.

Il territorio e le valenze storico culturali delle nostre città sono beni non riproducibili una volta depauperati. Certo, come è detto, la città e il paesaggio sono “esseri viventi” che si modificano, ma queste trasformazioni devono essere il prodotto delle trasformazioni della società e del confronto tra tutti i portatori di interessi. In questo senso la Conferenza di Servizio, nata come strumento per far dialogare le amministrazioni diventa una valanga che travolge ogni cosa. E’ previsto infatti che in essa: la presenza dei privati sia a pari dignità con il pubblico, non sia possibile modificare la localizzazione, la natura e le caratteristiche essenziali delle opere, ma solo "apportare varianti migliorative". Ora un nuovo disegno di legge (n. 1281) lascia alla amministrazione procedente l’ultima parola: non disturbate il “manovratore”. Al tempo stesso le grandi opere della legge obiettivo non saranno più sottoposte al vaglio del Ministero dell’Ambiente per le considerazioni in merito alle Valutazioni di impatto ambientale, che darà solo un parere, ma a quelle del Comitato interministeriale programmazione economica (CIPE). La legislazione “creativa” in questo ambito ha determinato che non si ha nessuna certezza sulle procedure da seguire (basta vedere i casi della Torino Lione, del Ponte sullo Stretto e del Mose) e che una commissione di 20 “professionisti” può esprimere parere su 150 centrali elettriche e oltre 100 opere della legge obiettivo.

Inoltre con la parola d’ordine “padroni a casa nostra” questo governo nella L. n. 443/01 ha anticipato e reso maggiormente “liberale” quanto previsto dal precedente governo, con il testo unico sull’edilizia, e da alcune legislazione regionali come ad esempio la Lombardia, la Toscana e la Campania. Di fatto si prevede che si possa realizzare, in base a semplice denuncia di inizio di attività (DIA), oltre agli interventi edilizi cosiddetti “minori” anche le ristrutturazioni edilizie, le demolizioni e ricostruzioni che non modifichino l’ingombro volumetrico dell’esistente edificio e la nuova edificazione. Non sono previste particolari accortezze per i manufatti di rilevante interesse pubblico, e quindi vincolati, per i centri storici dove le amministrazioni si sono “dimenticate” di apporre vincoli o per la stabilità dei manufatti edilizi. Il silenzio assenso travolgerà ogni cosa. Ricordo anche che all’emergenza non c’è limite. L. n. 401 del 2001 consente deroghe alle leggi vigenti in caso di eventi catastrofici di straordinaria intensità e consente di estendere lo “stato di emergenza” anche ai “grandi eventi” (ad es. un summit di politica internazionale o la presidenza italiana del semestre UE) equiparati a calamità naturali per giustificare i poteri speciali.

Tra i temi all’ordine del giorno della discussione c’è una conferma della grande insensibilità che di questi tempi si ha del territorio e all’ambiente nel nostro Paese. La legge delega in campo ambientale fa parte di questa ampia famiglia di leggi che stravolgono il nostro territorio. Sulla base di una delega troppo vaga e ampia, c’è l'affidamento a una Commissione esterna al Parlamento di 24 membri, della riscrittura di tutto il diritto ambientale: tutela dell’acqua, dell’aria, difesa suolo, gestione dei rifiuti, parchi, danno ambientale e valutazione di impatto ambientale. Oltre a questo sono previste anche norme immediatamente attuative (rottami ferrosi, concessioni in sanatoria in area vincolate, compensazione edilizia per sopraggiunti vincoli ambientali).

A preoccupare le associazioni ambientaliste, ma dovrebbe preoccupare tutti, è il grande disegno complessivo. Il territorio come nei primi anni Cinquanta è visto come un bene da depredare e usare, una proprietà pubblica e quindi di nessuno, da sacrificare allo sviluppo economico di oggi senza avere l’orizzonte di domani: negli anni Cinquanta si scelse come motore per lo sviluppo economico, l’edilizia, oggi lo sono le infrastrutture e il condono edilizio.

EBOLI (Salerno) - Una pugnalata alle spalle: ecco cos'è il condono per me e quelli che hanno dato l’anima per far passare il principio che la legge legge. Una pugnalata. C’era quasi riuscito, Gerardo Rosania, a portare lo Stato a Eboli. Ce l’aveva quasi fatta stringendo lui, sindaco di Rifondazione, un patto di ferro con il prefetto, i magistrati, i vigili, i carabinieri, i pompieri, i forestali e tanta altra gente perbene compatta nella volontà di mostrare che l’amministrazione pubblica anche qui può essere seria.. Hanno buttato gi 437 case abusive, per affermare questa idea di uno Stato serio. La pi radicale operazione di bonifica mai fatta in Italia. Condotta tra insulti, ricorsi, lamenti, tentati suicidi, minacce, svenimenti, eccezioni legali e lacrime di prefiche...

Adesso Rosania ha il morale a pezzi: Da quando emersa la certezza del condono sono spuntati cantieri abusivi dappertutto. Sono sommerso da decine di rapporti. I vigili vanno, sequestrano, mettono i sigilli. Quelli li rompono e riprendono. I vigili tornano e rimettono i sigilli.. Quelli li rompono e riprendono. I vigili li rimettono e si sentono dire: "Perché scassate? Tanto c’è ‘o condono!”. Per non parlare degli abusivi ai quali abbiamo demolito la casa: "Ecco! Tutta l’Italia la fa franca! Tutta l’Italia! Pure quelli che hanno costruito sul demanio! Bastava che ci lasciaste in pace ancora un poco...".

Non era stato facile, portare lo Stato a Eboli. Paese simbolo, anche grazie al libro di Carlo Levi, del Mezzogiorno povero, sgarrupato, passivo. Via via pi rassegnato alla convivenza con le mille illegalità diffuse. Cuore di quella Campania che ospita il 19% degli edifici abusivi costruiti ogni anno in Italia. Teatro di quella farsa offensiva e tragica in cui le autorità fingono di avere la faccia feroce e firmano, per evitare l’imputazione di omissione di atti d’ufficio, ordini di demolizione per le case illegali non sanabili che poi applicano soltanto nello 0,97% dei casi. La camorra era sicura che, nonostante qualche strepito, nessuno avrebbe mai avuto il fegato di mandare le ruspe. E lungo otto chilometri del litorale ebolitano, a ridosso del mare e della bellissima pineta, le famiglie cutoliane degli Scarponi e dei Garibaldi si erano spartite la terra demaniale dividendola in centinaia di lotti come fosse terra loro. E per tutti gli anni Settanta e gli Ottanta, mentre i sindaci e i vigili e i pretori guardavano altrove, avevano tirato su villini su villini fino a occupare tutta la fascia tra la strada litoranea e il bosco.

Tutto tra complicità indecenti. Chiedevano la corrente elettrica dicendo di dovere azionare un pozzo artesiano e l’Enel gliela dava fingendo di non sapere a cosa serviva davvero, chiedevano il telefono e la Sip glielo portava, compravano e vendevano come fosse roba legale, freme di rabbia Donato Santinone, il segretario dei comunisti italiani che come assessore all’Urbanistica coordina le ruspe. Trovammo contratti stipulati dal notaio che parlavano di "trasferimento di possesso". Notai che, chiamati a far da garanti davanti alla legge, se ne infischiavano. E che non ci risulta siano mai stati espulsi.

Uno schifo. Aggravato dai problemi di ordine pubblico causati dalla presenza di alcuni spacciatori. E dalla scelta di qualche proprietario di arrotondare le entrate affittando d’inverno la propria casa al mare a gruppi di prostitute. Tutta la strada, dall’autunno alla primavera, era piena per otto chilometri di ragazze che facevano la vita. Perlopiù straniere. Erano cos tante che certe sere fummo costretti a organizzare pattugliamenti coi vigili, ricorda il sindaco. A casa d’una nigeriana, il giorno in cui la buttammo giù, fotografai un mucchio di preservativi buttati sul pavimento. Un metro quadro di preservativi. Forse più.

Per anni, in Comune avevano teorizzato la necessità d’abbattere Camorropoli. Ma pareva non ci fosse niente da fare. Firmavi gli ordini di demolizione e quelli se ne fregavano. Gli ordinavi di andarsene e ridevano. Facevi le gare per affidare gli appalti degli abbattimenti e andavano deserte. Una sola vide un vincitore: una ditta che in realtà voleva solo farsi bella sperando d’incassare altri lavori. O contando sul fatto che non avremmo avuto le palle per demolire davvero. Cosa che le avrebbe permesso di farci causa. Appena capì che facevamo sul serio, sparì.

Alla fine ci fu chiaro che avevamo una sola carta da giocare: andare ad abbattere con il genio militare.

Fu l che, miracolo, apparve lo Stato. L che si sald l’alleanza ebolitana tra la sinistra perbene e la destra perbene, tra la giunta rossa e un giovane magistrato di nome Angelo Frattini e il prefetto salernitano Natale D’Agostino, che si tir dietro la polizia e i carabinieri e la Forestale e la Finanza... Un uomo straordinario, ricorda Rosania. Quando arrivammo al punto di svolta disse: "Allora: ci stiamo tutti’ Tutti convinti? Attenzione, perch da questo momento nessuno può pi tirarsi indietro". Non me lo scordo, quel giorno. Chi non del Sud non può capire fino in fondo: lo Stato! A Eboli c’era lo Stato!.

Cinque anni esatti sono passati, dal primo abbattimento. Era il 29 settembre 1998 (Grazie Tremonti: bel regalo di compleanno...) quando la pala meccanica attaccò la villetta di Anna Pagano. Lei e gli altri abusivi delle prime 72 case abbattute non ci credevano, che finisse davvero cos. E investivano i cronisti con il loro stupore: Non ci hanno dato manco il tempo di svuotare gli armadi! . Avevano avuto anni, per svuotarli. Ma chi l’immaginava che quel giorno le ruspe militari sarebbero arrivate? Là, nel cuore di un mondo tutto illegale. Là, col sindaco confinante di Battipaglia, Fernando Zara, che si batteva al contrario per sdemanializzare il litorale suo e giurava di non avere nel suo comune neanche una casa abusiva e sbruffoneggiava: Vediamo se Rosania ce la fa, ad abbatterle tutte! Vediamo!. E gli abusivi che assalivano i vigili: Perché noi sì e quelli di Battipaglia no? Chi lo d il diritto al comune di Eboli di fare quello che Battipaglia non fa, ah?

Quattrocentotrentasette villini, han tirato giù. Una cosa costosa, lunga, complicata: prima devi far sequestrare la casa, poi devi acquisirla e votare un progetto di demolizione e svuotarla di tutti i mobili e far staccare tutti i servizi dai vigili del fuoco e dai tecnici del gas e dell’Enel e mille altri impicci. La ruspa arriva solo alla fine. Un lavoro duro. Senza un lira da Roma.

Tra minacce, inquilini che si davano fuoco, mamme che si asserragliavano coi figlioletti, lettere stizzite di incazzatissimi avvocaticchi... Eppure, anche grazie al nuovo prefetto Efisio Orrù succeduto a D’Agostino mettendoci la stessa passione e la stessa severità, ce l’avevano fatta. Là dove c’era l’orrendo caos di Camorropoli oggi tornata l’erba, sono tornate le piante, tornato il panorama della pineta cos come lo videro Johann Wolfgang Goethe o Percy B. Shelley in viaggio verso Paestum. Gerardo Rosania guarda e sospira. Ce l’aveva quasi fatta, a portare lo Stato a Eboli. Quasi.

Hanno dato ragione a lui, a Enzo Poli. Sono anni che se ne fotte delle regole e tira su palazzi e piscine e gazebo e tutto ciò che gli garba accanto al suo albergo sull' Appia Antica proprio sopra le catacombe di San Callisto, anni che gli sequestrano i cantieri e che lui va avanti rompendo i sigilli, anni che gli buttano giù i manufatti con le ruspe e che lui riparte facendo spallucce: uffa, la legge! Lo sapeva, che una volta o l' altra glielo mollavano, un nuovo condono edilizio. E cento, mille, diecimila altri come lui sparsi per tutta la penisola, da Vipiteno a Lampedusa, si davano di gomito da mesi: lo fanno, lo fanno... Ti pare che dopo aver fatto sanatorie a raffica, non ne fanno una edilizia? Adesso il timbro, quello inventato dal Cavaliere per segnare i trionfi del primo governo, c' è: "fatto!" Cosa significhi, per il nostro "Bel Paese", ormai defunto in molti dei suoi paesaggi più struggenti, ce lo dicono gli ultimi dati del Cresme.

Dal 1994 al 2002, con una robusta accelerazione negli ultimi tempi via via che si delineava la magnanimità governativa nei confronti di ogni tipo di figliol prodigo (l' evasore, l' esportatore di capitali, il falsificatore di bilanci...) sarebbero stati costruiti almeno 362.676 edifici abusivi dalla superficie media di 138 metri quadrati per un totale di 50 milioni e 185 mila metri quadri. Tanto per capirci: come un condominio largo venti metri, alto quindici e lungo 502 chilometri. Valore stimato: 23,470 miliardi di euro, pari ad almeno 45.444 miliardi di vecchie lire.

Una somma enorme, fatta ruotare tutta o quasi tutta dentro l'illegalità: niente Iva (solo qui un risparmio medio dell' 8%), niente imposte varie, niente contributi sulle paghe dei lavoratori in nero... Quanto basta per ipotizzare un' evasione complessiva, per non parlare del prezzo pagato in termini di morti e infortuni dentro questa cornice totalmente fuorilegge, pari al valore dell' intero complesso abusivo. Vogliamo stare bassi? Teniamoci per difetto (difetto) sui 15 miliardi di euro, cioè sui 30 mila miliardi di evasione. Bene: se dal condono dovessero essere recuperati come auspica il governo 3.000 miliardi delle vecchie lire, accusano gli ambientalisti e quanti si oppongono alla sanatoria per una questione di decenza, si tratterebbe comunque di un obolo: 4.272 euro per ogni edificio abusivo stimata dal Cresme. Un obolo che, tappato un buco oggi, spalancherebbe una voragine nei conti di domani. Basti ricordare, come scriveva ieri il "Corriere", che il comune di Roma spende in media 22 mila euro (ma la somma può sfondare i 30 mila nel caso debbano essere risanate certe borgate nate nel caos) per ogni abitazione sanata e fornita di tutti i servizi di base, a partire dalle fognature. Fate voi i conti.

Quanto all' aspetto morale, lasciamo il commento al professor Giulio Tremonti, l' antico rigorista rimpiazzato dal ministro attuale, che aveva idee chiarissime sulla necessità che uno stato serio faccia rispettare le leggi. E bacchettava ogni genere di condono ("in Sudamerica si fanno dopo il golpe") spiegando: "Non è neppure il caso di avviare una discussione sulla morale fiscale di un governo che fa ora ciò che appena ieri ha fermamente escluso perché immorale. E' piuttosto il caso di passare oltre, per vedere se un condono fatto in questo modo e in questo momento sia soltanto una scelta di cinismo fiscale per tirare a campare o qualcosa di più e di peggio: una scelta di suicidio fiscale". Insomma, avanti così non c' è più "certezza di tassazione con saltuari condoni ma certezza di condoni con saltuaria tassazione". Parole d' oro. Sottoscritte poco più di un anno fa dal ministro degli esteri Franco Frattini, allora alla funzione pubblica: "Va estirpata ogni forma di illegalità perché la questione morale è alla base di qualsiasi programma di governo". Ribadite dal suo collega alle Attività produttive Antonio Marzano: "L' ipotesi di un condono edilizio in finanziaria non mi piace molto perché amo l' Italia e non mi piace vederla guastata".

Rilanciate dal responsabile dell' Ambiente Altero Matteoli: "Dal rapporto ' Ecomafia' di Legambiente emerge una preoccupante crescita dell' abusivismo edilizio. Io sono nettamente contrario al condono edilizio non tanto per non voler perdonare chi costruisce una casa illegale, ma per non ridicolizzare il cittadino onesto che ha costruito secondo le regole. Del resto io avevo detto no anche all' ipotesi di un condono minimale, perché se apriamo alla sanatoria dei mini-abusi, si sa dove si inizia, ma non dove si finisce".

"Fiscooggi.it", la rivista on line dell' Agenzia delle Entrate, ha calcolato che dal 1973 ad oggi è stata offerta una quindicina di condoni tributari, previdenziali, assicurativi, valutari ed edilizi che hanno portato a un incasso complessivo di 26 miliardi di euro, cioè 50 mila miliardi di vecchie lire. Una somma che spalmata sui tre decenni ha portato molto meno di un miliardo di euro l' anno e spalmata sugli abitanti rappresenta un esborso di 15 euro l' anno per ogni italiano. Onestamente, se sono buoni questi dati ufficiali delle Finanze, valeva la pena di sgretolare per 15 euro pro capite l' anno la dignità impositiva dello Stato, il sentimento comune della legalità, la certezza della pena, l' immagine di una macchina pubblica che sa garantire le persone oneste e perbene e colpire i furbi, i ladri, gli evasori? Ne valeva la pena? La risposta, più di ogni altro, avrebbero oggi il diritto di darla quei sindaci di sinistra come il rifondarolo Gerardo Rosania o di destra come l' aennino Orazio Longo che ad Eboli e a Rossano di Calabria hanno sfidato le ire, gli insulti e forse qualcosa di più dei loro concittadini indifferenti alle regole abbattendo centinaia e centinaia di case abusive per applicare la legge.

Una legge che la stessa amministrazione pubblica, come dimostrano le condanne confermate in Cassazione per il gigantesco acquedotto costruito dentro il parco dei Nebrodi senza neppure una delle licenze necessarie, non si cura troppo spesso di applicare. Chi glielo spiega adesso, agli abusivi che hanno già visto la "loro" casa abbattuta, che le ruspe agirono perché così voleva la legge?

Un milione di metri cubi di cemento, dei quali 200.000 abusivi. Villini, parcheggi e complessi alberghieri stanno stravolgendo le coste dell'Argentario, in Toscana. A Monte Argentario la situazione è in assoluto la più grave. Il nuovo «Piano Strutturale», pervicacemente voluto dall'amministrazione comunale (nonostante l'opposizione di Marevivo, WWF e Italia Nostra), apre in prospettiva all'edificazione gran parte della fascia costiera, sia lato Laguna che lato mare, e sacrifica in particolare le aree oggi scarsamente edificate(Cala Grande, Cala Piccola, Cala Moresca, Cannelle, Sbarcatello, ecc.). Parcheggi e servizi commerciali lungo le coste della laguna di Orbetello, in zone finora intoccabili.

LA SANATORIA - Oltre a tutto questo, l'esplicita previsione nel Piano Strutturale di una sanatoria delle centinaia di abusi edilizi avvenuti tra gli anni '70 e oggi (oltre 200.000 mc, nelle zone più delicate e in violazione di ogni vincolo) sanatoria che potrebbe presto diventare possibile grazie all'annunciato condono edilizio. Una vera e propria valanga di cemento, che in parte anticipa (indebitamente) le previsioni di un Piano Strutturale non ancora esecutivo, in parte le viola (non ci sono misure di salvaguardia) ed in buona parte è realizzata grazie a opinabili «varianti» al vecchio Prg.

CAPANNONI A CALA GALERA - Ma l'invasione edilizia dell'Argentario è già in atto. Con una serie di varianti al vecchio Prg, delibere, ecc. il Comune sta già realizzando il 50% di quanto previsto dal «futuro» Piano. L'elenco è terribile: 130.000 metri cubi di capannoni "industriali" a Cala Galera (per lo più rimessaggi per barche, le associazioni chiedevano di adottare tipologie architettoniche più adeguate al contesto!), un Peep - Piano Edilizia Economica e Popolare - (in progetto) a Porto Ercole per 34.000 mc., un complesso sportivo (stadio, campi di gioco, parcheggi, ecc.) a Le Piane, sul margine della Laguna, un complesso alberghiero di 15.000 mc sempre a Le Piane, un "centro multifunzionale" di 53.750 metri cubi nello storico giardino Iacovacci a Porto S. Stefano, un centro polisportivo di 16.000 mc in Val di Prato (in avanzata realizzazione), altri 6.500 mc di edilizia residenziale al Pozzarello. E poi 26.000 metri cubi a Cava Legni di Porto S. Stefano, 26 villini per 10.000 metri cubi a Terrarossa, a ridosso di un'area archeologica (in parte già realizzati, vedi foto), ulteriori zone Peep (Piano Edilizia Economica e Popolare) al Pozzarello e a Porto S. Stefano (in totale quasi 120.000 mc), 30 appartamenti per 9.000 m.c. a Poggio del Valle, Porto S. Stefano.

A COSA SERVE LA TUTELA PAESAGGISTICA? - «In questo panorama c'è da chiedersia cosa serva mai la tutela paesaggistica - insorgono le associazioni ambientaliste -, debolmente esercitata dalla Sopraintendenza di Siena. E sarebbe forse il caso di riflettere seriamente sulla politica della Regione Toscana negli ultimi 20 anni». Mentre Vittorio Emiliani, del «Comitato per la Bellezza», accusa il «partito dei geometri» che spadroneggia in Maremma.

Riflessione sui progetti presentati sino ad oggi nel territorio nel Comune di Monte Argentario.

Molti pensano che le nostre reazioni alle aggressioni ambientali e paesaggistiche dell’Argentario siano le solite esternazioni di pochi, contrari ad ogni progresso.

Molti lettori rimangono radicati nella loro convinzione che i piani e progetti, che suscitano tanto allarme e richieste di modifiche da parte degli ambientalisti, siano invece quanto di meglio si possa volere e non si chiedono affatto se certe scelte strategiche, progettuali o tecniche possano invece essere migliorate nell'interesse di tutti.

Troppo spesso la popolazione argentarina non viene informata correttamente sulle vere cause dei ritardi, malcontenti, insoddisfazioni e danni creati dagli studi, dai piani e dalle progettazioni di molti interventi. Questo è ancor più grave dal momento che non vengono applicate le normative europee sulla concertazione e partecipazione di tutte le componenti sociali per assicurare uno sviluppo veramente sostenibile del territorio.

Sono le scelte sbagliate che non fanno andare avanti i piani e i progetti, che danneggiano la collettività e che fanno insorgere quanti vogliono tutelare un patrimonio comune. Questo non accadrebbe se i progetti fossero correttamente elaborati ovvero non causassero danni ambientali o non creassero uno stravolgimento del paesaggio.

Purtroppo la lista dei Piani e Progetti che vorremmo non aver mai visto a Monte Argentario è sempre più lunga ma per fortuna sta crescendo anche il numero di quanti si stanno accorgendo del degrado in atto e vogliono opporsi a tutto questo.

Da vari anni le Associazioni Ambientaliste hanno accompagnato le loro osservazioni e commenti con delle proposte e soluzioni tecniche alternative in grado di conciliare le esigenze di tutela e salvaguardia dell'ambiente e del paesaggio con i reali fabbisogni della popolazione locale. In molte occasioni si è offerta la massima collaborazione agli Amministratori locali per contribuire allo sviluppo del patrimonio territoriale. Tali aperture sono state sempre vane e spesso causa di insofferenze.

E' molto importante che la cittadinanza sappia come stanno le cose e noi non ci stancheremo mai di richiamare gli "addetti ai lavori" ed anche la pubblica opinione a svolgere più responsabilmente i loro compiti.

Si auspica quindi che ogni soggetto coinvolto nel processo di studio, elaborazione, valutazione, approvazione e realizzazione di un Piano o Progetto sul territorio dell’Argentario voglia rivedere con maggiore attenzione e considerazione gli aspetti legati all’ambiente ed il paesaggio specie dove tali realtà sono più rilevanti e già sottoposte a vincoli di tutela.

E' un' isola collegata alla terra da due sottili lingue di terra, i tomboli della Feniglia e della Giannella, emersi solo alla fine dell'età preistorica. Il centro più antico è PORTO ERCOLE, che lega la sua origine al mitico viaggio dell'eroe greco diventato dio. Ma il centro principale dell' isola è oggi PORTO SANTO STEFANO, che aveva nel XVIII secolo, sotto il dominio di Orbetello, solo 60 abitanti. In breve tempo si popolò di genti provenienti da Napoli, dalla Liguria, dal resto della Toscana, che desideravano navigare, commerciare o coltivare la terra.

Le numerose fortezze che costellano il promontorio testimoniano la posizione strategica che il Monte Argentario aveva nella difesa dello Stato dei Presidi. Le più imponenti, tra le quali quella di Porto Ercole, il Forte Stella e la Fortezza di Porto S.Stefano, sono rimaste nei secoli simbolo di potere ed oggi, ben conservate, sono a disposizione per eventi di natura culturale, convegni e congressi internazionali.

Monte Argentario è ora mèta turistica ambita ed attrezzata per un turismo di alto livello, tra le località più note della costa grossetana, pur conservando ancora buona parte della sua flotta peschereccia che era, un secolo fà, la più grande d'Italia.

Dall' Argentario è facile raggiungere le due splendide isole dell' Arcipelago Toscano, il Giglio e Giannutri.

da

E' un' isola collegata alla terra da due sottili lingue di terra, i tomboli della Feniglia e della Giannella, emersi solo alla fine dell'età preistorica. Il centro più antico è PORTO ERCOLE, che lega la sua origine al mitico viaggio dell'eroe greco diventato dio. Ma il centro principale dell' isola è oggi PORTO SANTO STEFANO, che aveva nel XVIII secolo, sotto il dominio di Orbetello, solo 60 abitanti. In breve tempo si popolò di genti provenienti da Napoli, dalla Liguria, dal resto della Toscana, che desideravano navigare, commerciare o coltivare la terra.

Le numerose fortezze che costellano il promontorio testimoniano la posizione strategica che il Monte Argentario aveva nella difesa dello Stato dei Presidi. Le più imponenti, tra le quali quella di Porto Ercole, il Forte Stella e la Fortezza di Porto S.Stefano, sono rimaste nei secoli simbolo di potere ed oggi, ben conservate, sono a disposizione per eventi di natura culturale, convegni e congressi internazionali.

Monte Argentario è ora mèta turistica ambita ed attrezzata per un turismo di alto livello, tra le località più note della costa grossetana, pur conservando ancora buona parte della sua flotta peschereccia che era, un secolo fà, la più grande d'Italia.

Dall' Argentario è facile raggiungere le due splendide isole dell' Arcipelago Toscano, il Giglio e Giannutri.

Dal sito

E' un' isola collegata alla terra da due sottili lingue di terra, i tomboli della Feniglia e della Giannella, emersi solo alla fine dell'età preistorica. Il centro più antico è PORTO ERCOLE, che lega la sua origine al mitico viaggio dell'eroe greco diventato dio. Ma il centro principale dell' isola è oggi PORTO SANTO STEFANO, che aveva nel XVIII secolo, sotto il dominio di Orbetello, solo 60 abitanti. In breve tempo si popolò di genti provenienti da Napoli, dalla Liguria, dal resto della Toscana, che desideravano navigare, commerciare o coltivare la terra.

Le numerose fortezze che costellano il promontorio testimoniano la posizione strategica che il Monte Argentario aveva nella difesa dello Stato dei Presidi. Le più imponenti, tra le quali quella di Porto Ercole, il Forte Stella e la Fortezza di Porto S.Stefano, sono rimaste nei secoli simbolo di potere ed oggi, ben conservate, sono a disposizione per eventi di natura culturale, convegni e congressi internazionali.

Monte Argentario è ora mèta turistica ambita ed attrezzata per un turismo di alto livello, tra le località più note della costa grossetana, pur conservando ancora buona parte della sua flotta peschereccia che era, un secolo fà, la più grande d'Italia.

Dall' Argentario è facile raggiungere le due splendide isole dell' Arcipelago Toscano, il Giglio e Giannutri.

Dal sito ouverture.it

DENTRO LA MEGALOPOLI

Scendiamo a terra dallo spazio per vedere come è dal di dentro la megalopoli, per capire come funziona. Anzitutto la disomogeneità è solo un aspetto della diversità. La quale si ritrova anche nei suoi riflessi visivi, cioè nel paesaggio, con varie manifestazioni. Una delle più evidenti è quella che induce ad una discriminazione tra il tessuto delle permanenze, assai variegato, ed il tessuto formato dagli sviluppi più recenti, cioè della seconda metà del Novecento.

La descrizione delle preesistenze può essere sintetizzata da una bella pagina dedicata alla terra lombarda di Carlo Emilio Gadda:

La pianura lavorata persiste, nelle parvenze della natura e dell’opere, ad essere madre cara e necessaria, la base di nostra vita. Dai secoli, ormai remoti al pensiero, quando i Cistercensi di Chiaravalle sotto al Bagnòlo di Rovegnano ebbero ad intraprendere le prime livellazioni del terreno, i primi escavi dei canali adacquatori che captavano le polle di risorgiva della cosiddetta “zona del fontanili” per distribuirne la portata nei prativi ad irriguo, ad aumentarne il numero e la copia delle fienature: su su fino alle opere maggiori del comune e della munificenza viscontea, e ai consorzi e comprensorii irrigui delle età più vicine e addirittura della nostra; quale assiduità paziente, che amorosa tenacia! La derivazione del Naviglio Grande dal Ticino, il Naviglio di Pavia: poi la Martesana, il Villoresi. Il tipo della nostra terra è schiettamente rappresentato in queste vedute colte dall’aereo: della terra esse dicono la bontà verso gli uomini, la forma silente. Le opere allineate per il pane.



Una caratteristica fondamentale della megalopoli padana è quindi la sua immagine fortemente legata ancora al suo passato rurale. Di fatto, quando si parla di megalopoli si pensa subito a qualcosa di avveniristico, a paesaggi urbani di grattacieli, autostrade a più corsie, palazzi di vetrocemento, col cielo rombante di aerei ed elicotteri, cioè agli aspetti propri della modernità più avanzata, a forme urbane nuove, spregiudicate. Il pensiero va alle megalopoli americane. Niente di tutto questo nella megalopoli padana, ancora segnata dagli elementi del passato rurale, che si direbbero incancellabili, con i campanili e le torri medievali che dominano i centri urbani, le belle cattedrali di mattoni, antichi e pregevoli monumenti, che hanno fatto la storia dell’arte, case basse di periferia, con gli orti all’ombra di vecchi alberi, magari il gelso secolare sopravvissuto, vicoli e stradine che si inoltrano nei campi.

Le permanenze del passato sono rappresentate in primo luogo dai centri urbani storici, i nuclei di edifici che sorgono intorno alle piazze e alle antiche cattedrali, con i nobili palazzi della borghesia che spesso ha fatto la storia delle antiche città. Le quali, rispetto all’alluvione edilizia che ha portato alla formazione della megalopoli, appaiono come isole, nuclei fondativi di un arcipelago che ha disseminato intorno a se elementi minori ma importanti e rintracciabili nelle campagne più vicine alle città, dove sorgono, umiliate magari da nuove edificazioni, vecchie residenze della borghesia cittadina, tracce di giardini, di parchi, con le corti ora abbandonate del mondo contadino del passato: immagini spesso desolanti, monumenti alla caducità del tempo e dei successi sociali, alla mutabilità dei giochi economici.

Superata questa cintura intorno alle città, isole del passato, l’alluvione ha sommerso paesaggi agrari da cui affiorano vecchie case e corti contadine, qualche residuo lembo di campagna, alberate che fiancheggiavano un tempo strade e viali, le chiese e i campanili dei paesi, emergenze antropiche nei paesaggi padani avvolti dalle nebbie invernali. Tutto questo in generale: richiami ad un passato sommerso dai capannoni industriali, dalle nuove edificazioni, nuove case, condomini, residences ecc., per cui anche se lo spazio non è edificato dappertutto, esso ormai dappertutto ha perso le valenze, le qualità che per le vecchie generazioni avevano gli spazi esterni ai centri abitati, divisi e diversificati per storia, paesaggi, condizioni ambientali, organizzazione produttiva ecc. Differenze che l’alluvionamento economico ed insediativo ha eliminato, lasciando solo dei lacerti.

La profondità storica degli elementi sopravvissuti all’alluvione è però ancora richiamata, all’occhio dell’osservatore attento, da particolari che un tempo segnalavano in maniera. omogenea la varietà delle situazioni territoriali, per cui passando, ad esempio, dal Piemonte all’Emilia e al Veneto si vedeva cambiare il volto della terra e rivelarsi luci, colori, linguaggi diversi.

Ad esempio, semplicemente passando dalla Lombardia all’Emilia, cioè scavalcando il Po, subito si coglievano e ancora in parte si colgono, sotto l’ondata di piena dei capannoni industriali e dei quartieri d’abitazione nuovi fatti di banali architetture, differenze riconducibili a tradizioni diverse e a particolari umori della terra, talora quasi inavvertibili eppure significative: ad esempio, il diverso colore dei laterizi di cui sono fatte le case, le torri, i castelli, i coppi dei tetti. Scuro, ferrigno il rosso dei laterizi della Lombardia, chiaro, rosa pallido che sfuma nel giallo la tinta dei laterizi dell’Emilia. Diversità che dipende dalle argille con cui sono fatti i laterizi, a loro volta dipendenti dai diversi apporti alluvionali delle Alpi e degli Appennini. Una differenza che rimanda a quei rapporti diretti fra attività umane e ambiente naturale che gli sviluppi recenti hanno obliterato, anche se non del tutto. Ma poi, superato il Po, ecco ancora la diversità delle architetture, delle case coloniche, delle campagne con gli usi diversi degli alberi, le diverse alberate, la maggior tendenza a creare scenografie sul lato dell’Emilia piuttosto che su quello lombardo, il fascino diverso delle strade cittadine porticate, delle piazze e degli antichi monumenti, insomma di tutti quegli elementi che oggi ci appaiono come relitti del passato, in qualche caso assunti e riconvertiti dalla modernità megalopolitana, in qualche altro emarginati o eccezionalmente mantenuti come sacre testimonianze, nei contesti urbani o rurali della megalopoli.

Ma poi, oltre questi elementi ricordati che rimandano al passato, emergenze non ancora sommerse dall’alluvione edificatoria più recente, quella che ha conferito una struttura megalopolitana allo spazio padano, che cosa si ritrova nel paesaggio? Per rispondere, percorriamo qualcuna delle strade su cui si impernia la struttura urbana della megalopoli: prendiamo ad esempio il percorso da Treviso a Vicenza, da Vicenza a Verona, da Verona a Brescia e a Milano, percorrendo non le autostrade, ma le storiche strade nazionali che seguono le più antiche direttrici di collegamento tra una città e l’altra, le quali sono state brutalmente utilizzate come direttrici di espansione urbana, non come “corridoi urbani”, “vie di città” capaci di attrarre vita urbana e dispensarla intorno a se, tenendo lontane le infrastrutture più oppressive e funzionali (autostrade, industrie ecc.). Il richiamo, in proposito, può andare alla ciudad lineal di Soria y Mata, o alla “città continua” di C.A. Doxiadis, ma con una funzione più di asse urbano che di via di traffico.

Oggi invece si presentano come arterie malate del corpo megalopolitano. Esse anzitutto sono sempre intasate di automezzi, invischiate dai traffici locali oltre che da quelli di raggio maggiore: ciò, perché tutto si concentra intorno a queste arterie, attività industriali, aree residenziali, servizi ecc. Ed ecco a riprova di ciò quartieri di villini, sempre di architettura banale, residences condominiali, capannoni industriali, negozi per l’automobilista (gommisti, meccanici, carrozzieri, elettrauti), supermercati e ipermercati, edifici in vetro cemento di una modernità dozzinale dove si esibiscono i prodotti delle industrie locali, dai mobilifici ai piastrellifici e ai calzaturifici, dai magazzini dove si esibiscono prodotti dell’industria nazionale (dagli elettrodomestici alle motociclette ecc.) ai grandi negozi di abbigliamento, dagli autosaloni alle industrie dolciarie, e così via. Ma i modelli di urbanizzazione sono diversi, soprattutto passando dal Veneto alla Lombardia dove si trova, a nord di Milano ad esempio, il complesso residenziale concepito come blocco abitativo (copie di Milano Due) ai margini dei nuclei storici ancora centrati sulla chiesa parrocchiale e la vecchia piazza, il quartiere di villette tipo città-giardino, oltre ai vecchi assembramenti di condomini che rimandano agli anni sessanta e settanta. I rapporti delle aree residenziali con le piazze, i supermercati, gli impianti sportivi, la stazione ferroviaria o la linea del trasporto urbano sono vari.

Le tipologie urbanistiche che formano il tessuto insediativo della città diffusa nell’alta pianura lombarda sono state studiate nella ricerca sugli sviluppi urbani recenti dell’area metropolitana milanese da S. Boeri, A. Lanzani e E. Marini, che ne hanno riconosciute diverse e tutte in generale con una loro logica che sintetizza persistenze tradizionali e nuove esigenze. A parte stanno le realizzazioni che recuperano le aree industriali dismesse, come nel territorio di Sesto San Giovanni, che sta diventando uno dei centri più nuovi dell’area metropolitana milanese, con i suoi slarghi, le sue architetture avveniristiche, il suo paesaggio che ha in larga parte cancellato le tracce della grigia e rugginosa città-fabbrica del passato. Da Company Town a New Town che guarda al futuro, anche se tutt’intorno alle nuove realtà succedono uno dopo l’altro i capannoni delle più diverse industrie.

Anche se si decide di lasciare le intasate vie nazionali per imboccare, sulle stesse direttrici, l’autostrada, si resterà affranti dall’impossibilità di vedere il paesaggio, perché i capannoni industriali si moltiplicano lungo le maggiori arterie autostradali, come accade in una misura che ha qualcosa di ributtante e angoscioso, tra Brescia e Milano, dove i varchi in cui lo sguardo può infilarsi per rimirare l’incredibile Bergamo alta e i profili dei non lontani massicci prealpini (le Grigne, il Resegone, la Presolana ecc.) che avevano affascinato Leonardo da Vinci, sono rari e brevissimi, come ha mostrato uno studio della Regione Lombardia, peraltro colpevole per non aver provveduto ad impedire un simile disastro paesistico. Certo, in tutto questo c’è una logica, ma è di puro interesse economico e se questa è l’immagine che la Lombardia ambisce dare di se, industriale, vitalistica, laboriosa e cementificata, si può anche lasciarle questo primato; ma i conti presto o tardi dovrà farli con altre istanze che finiscono sempre per esplodere nel giro di pochi decenni, tanta è la rapidità dei processi oggi.

D’altra parte l’automobilista in viaggio su quelle stesse autostrade non avrebbe certo il modo di guardarsi intorno, perché il traffico che le percorre non consente disattenzione tra sfilate di autocarri Tir che riempiono le due corsie, il correre indisciplinato degli automobilisti dalle macchine potenti o dalle macchine troppo lente, come se andare sull’autostrada fosse una corsa alla morte, una gimkana infernale, incredibile, eppure manifestazione stessa della vitalità della megalopoli, corpo sanguigno che ha bisogno, oggi, di queste vene portanti che, data la diversa funzione delle autostrade e delle ferrovie, collegano una città all’altra, un assembramento di capannoni alla città, una città alla cittadina, questa ai più piccoli paesi e alle case sparse, la rete delle strade interconnessa alle grandi direttrici del corpo megalopolitano.

Intanto su questo fremente vivere della megalopoli, che non ha momenti di sosta, che non ha respiro, che non allenta a nessun’ora il traffico di autocarri, di autovetture, questo fiume ininterrotto di fragori, vi è poi lo sfondo, quando è percepibile, della campagna e delle montagne lontane. L’eternità da una parte, l’accadimento dall’altra, la vita con i suoi mille effimeri episodi, avvenimenti. E allora si pensa che andando verso questi paesaggi appartati si possa trovare la quiete perduta. Ma è un’illusione, anche tra le campagne e nelle vallate si ritrovano i capannoni e il traffico lungo le strade che congiungono le direttrici pedemontane ai paesi e ai quartieri residenziali proliferati dappertutto. La tranquillità e il silenzio (un certo silenzio) si possono trovare soltanto nei giardinetti delle case isolate, le ville della ricca o media borghesia che hanno realizzato il sogno di vivere in campagna, nei paesi lontani dagli inferni urbani ma attrezzati come le città, con gli ipermercati, la piscina comunale, la palestra, i campi sportivi, il giardino pubblico per i quattro passi pomeridiani, i giochi dei bambini.

Ma questa è la città diffusa che ha dilatato lo spazio urbano, ha riempito la pianura di edificazioni, con sprechi enormi di spazio, di verde, di silenzi. E che comporta il moltiplicarsi del traffico con la reticolarità degli insediamenti, la loro diffusione particolare che distanzia l’abitare dal lavorare, lo spazio pubblico dallo spazio privato. E crea veri e propri labirinti data la complessità delle reti stradali, delle loro confluenze molteplici prima di arrivare alla centralità che interessa. Spesso vengono meno i riferimenti per muoversi nel labirinto: un tempo essi potevano essere rappresentati dai campanili dei paesi, ora invisibili dentro le quinte dei capannoni. I quali sorgono in aree industriali che si raggiungono lungo viali asfaltati che, per la loro stessa dimensione, si pensa che portino in un paese o in un centro urbano; si resta delusi poi quando si vede che il viale costituisce l’accesso all’area industriale; oltre la quale non c’è ancora il paese ma un’altra area industriale oppure un’area residenziale sorta tra i campi, assurda geografia della campagna urbanizzata, in realtà del territorio massacrato, dilacerato, che suscita scoramenti, delusioni in chi un tempo trovava nella campagna una sorpresa dopo l’altra, piccoli ma significativi episodi, come un’alberata, un fossato, una chiesuola o un’edicola votiva, riferimenti che diventavano elementi inscindibili di una geografia sentimentale. La domenica e nei giorni festivi questo paesaggio dei capannoni intristisce nella solitudine, nell’abbandono, nel silenzio metafisico, irreale, come fossse l’immagine di un mondo vivo sino al giorno prima ed ora abbandonato dagli uomini fuggiti via per paura o per non vivere nell’angoscia che quei luoghi di lavoro suscitano appena si smette di lavorare.

Spesso a sostituire il riferimento territoriale in passato costituito dal paese c’è oggi il supermercato o la città mercato, coagulo di vita nuova, non più all’ombra delle vecchie chiese, dei vecchi palazzi signorili, del vecchiume che, si dice, non serve più alle nuove generazioni. Ma gli urbanisti spesso guardano poco dentro l’animo della gente, ai suoi vuoti, ai suoi smarrimenti, che sicuramente non si possono escludere in una fase di trasformazione come quella a cui stiamo assistendo. n riferimento storico,’ d’ altra parte, il sentimento del vivere in un humus lievitato attraverso il tempo costituirà sempre un’esigenza profonda dell’uomo, al di là di tutte le possibili libertà di scelta ubicative e residenziali che la città diffusa consente e che, secondo alcuni urbanisti, rappresenta la sua qualità migliore (P. Rigamonti).

Così intanto appare la megalopoli dal di dentro, risultato spontaneo, non ordinato secondo un disegno funzionale, un uso più efficiente dello spazio che la natura ha fornito alla Padania tra le Alpi e gli Appennini. Eppure, nonostante gli errori e gli orrori, la mancanza di stile, gli aspetti confusi di una società industriale che non ha saputo funzionalizzare per il meglio lo spazio in cui abita, la megalopoli funziona, vive, produce. Funziona perché nonostante le inefficienze del sistema stradale, autostradale e ferroviario la circolazione arteriosa non si ferma, ma soprattutto perché gli abitanti della megalopoli si sono adattati alle disfunzioni, alle brutture, alla mancanza di grazia e di ordine della megalopoli, alla morte sulle autostrade, ai sacrifici, alle angosce e ai vuoti imposti dalla città diffusa. Con pazienza o perché quello che ricevono dalla megalopoli è più di quanto potrebbero ricevere tornando indietro ad una vita diversa, al lavoro nei campi o nella fabbrica esigentissima, condizione che le vecchie generazioni ricordano ancora, data la rapidità con cui si è affermata la condizione megalopolitana. Le certezze di oggi sembrano più solide di quelle di ieri e questo fa loro accettare i disagi di una vita che non ha più niente di rurale anche se non ha ancora realizzato l’urbanità a cui forse aspirerebbero.

L’ARTICOLAZIONE MEGALOPOLITANA

La megalopoli non è nata per caso o semplicemente per un moto disordinato e illogico; esso al contrario ha obbedito a precisi interessi, il cui difetto più vistoso era quello di avere un significato puramente locale e immediato. Ciò vuol dire che sono stati trascurati altri e non meno importanti interessi, ritenuti secondari e rimandabili rispetto ai primi, più urgenti.

La prima logica che ha dato forma alla megalopoli è stata quella di soddisfare le richieste di avere lavoro e residenza. Esigenza a cui è stata data una risposta bruta, immediata, che va considerata come il primo fattore che ha fatto quantitativamente crescere l’urbanesimo padano. In un secondo tempo però vi è stata, da parte dei nuovi cittadini, la richiesta di servizi urbani, di un livello di vita via via più elevato con lo stabilizzarsi della situazione e il comporsi della condizione urbana. Passaggi successivi segnati da storie diverse, da ribellioni o adattamenti che in diverso modo ogni abitante padano delle generazioni oggi anziane ha vissuto.

Vi sono state sofferenze, situazioni penose, lunghi calvari da parte dei cittadini (specie nelle città più cresciute, nelle loro periferie) sulla via che doveva portare ad un tipo di vita urbana migliore, la quale aveva i suoi modelli irraggiungibili nei cuori aristocratici delle belle città padane, riservati a pochi o fruibili solo occasionalmente o illusoriamente, dato che stare nella periferia di Bologna o di Milano non voleva dire stare in belle e ricche città come erano, nell’immaginario provinciale, Bologna e Milano. L’espansione progressiva e inarrestabile dell’urbanesimo intorno ai cuori storici non ha potuto evitare che il cittadino di periferia fosse costretto a diuturni spostamenti per lavorare e vivere nella città. Ed ecco la condizione che la nuova vita urbana ha imposto e che gli sviluppi megalopolitani non sono riusciti a risolvere sino ad ora, come dimostra il gigantesco traffico che intasa le sue strade, il pendolarismo quotidiano che scarica sulle tangenziali milanesi, come sulle circonvallazioni di tutte più o meno le maggiori città, file ininterrotte di autovetture, come migliaia di pendolari alle stazioni ferroviarie.

La dipendenza spaziale non è stata risolta dall’organizzazione attuale della megalopoli, anche se forse non potrà mai essere risolta sinchè non si avrà la moltiplicazione delle centralità autonome secondarie, allentando il peso gravitazionale sulle grandi centralità che per prime hanno dato origine alla megalopoli. D’altra parte l’eccessiva frammentazione delle centralità toglierebbe ad esse la forza propulsiva e generatrice di nuova cultura e di nuova vita economica che può essere sola delle grandi polarità urbane. E anche questa un’ impasse che pesa sugli sviluppi della megalopoli padana.

Queste osservazioni pongono una domanda importante, se cioè la megalopoli, nella sua essenza di grande e unitaria costruzione urbana, debba essere considerata come manifestazione di un momento, di una fase transitoria dell’urbanesimo o come una sua tendenza irrinunciabile e irreversibile. Si può rispondere osservando che la megalopoli nei suoi attuali sviluppi è forse principalmente una risposta al bisogno di moltiplicazione delle polarità urbane, alla distribuzione dei servizi urbani più avanzati in più centri che possano integrarsi tra loro funzionalmente grazie alla contiguità spaziale, consentendo in tal modo risparmi di tempo e di spazio. In rapporto a questi assetti tendenziali ecco non solo il moltiplicarsi delle funzioni urbane in più città (anche in tal senso R. Guiducci parlava di “pluricittà”) ma anche la popolazione distribuirsi intorno alle centralità più attrattive, formando come degli aloni, destinati a loro volta a produrre alloro interno nuove centralità che, pur di grado inferiore, riducano il peso gravitazionale, centripeto, verso poche centralità. I miracoli della comunicazione, così come si prospetta per il prossimo futuro, consentiranno forse nuove ristrutturazioni della megalopoli.

Sulla base dell’attuale polinuclearità urbana intanto la megalopoli padana si struttura su pochi centri che assolvono a funzioni diverse nei confronti di spazi limitati, anche se gerarchicamente si riconosce un ruolo prioritario a Milano e a poche altre città. Essa quindi non è un tutto continuo ma risente delle preesistenti centralità urbane, la cui evoluzione oggi tende non ad eguagliarle ma a mantenerle differenziate. Da ciò il suo sezionamento, la sua articolazione geografica in base alla quale si riconoscono settori megalopolitani diversi, ognuno facente capo ad una delle città che si snodano linearmente lungo,le grandi direttrici pedemontane.

Il sezionamento megalopolitano comporta differenziazioni che trovano nella città locale la loro espressione, nel senso che città come Modena o Verona o Asti svolgono il ruolo richiesto dalle specificità dei rispettivi territori. Così a Modena, a Verona o a Asti si trovano cose e servizi diversi, che non hanno nulla in comune; ciò che richiedono allo stesso modo però dovranno cercarlo in una città di rango superiore, come Milano, dove di fatto si svolgono manifestazioni e attività che non possono trovare sede ad Asti o a Modena. Inversamente certe altre attività e manifestazioni possono benissimo svolgersi a Modena o a Verona o a Asti, che da ciò trarranno una loro qualificazione.

Alle spalle di Asti, di Modena e Verona del resto stanno territori complessi, estesi tra la pianura e la montagna, che alle loro città si legano economicamente e culturalmente, cosicché la megalopoli deriva la sua forma da questa articolazione legata ad un urbanesimo che ha nelle città capoluoghi di provincia una forza gravitativa capace di plasmare i territori particolari che la compongono. La loro varietà è di pochi altri spazi regionali in Europa e non solo in Europa. Un territorio come quello astigiano non ha nulla che lo fa assomigliare al Varesotto o questo al Bellunese o al Forlivese. Tessere diversissime tra loro sia per ciò che riguarda il paesaggio, sia le caratteristiche dell’urbanizzazione passata e recente, sia il rapporto tra pianura e rilievi, oltre naturalmente le condizioni naturali, le tradizioni, il sentimento di se ecc.

La diversità d’altra parte è la forza stessa della megalopoli padana, la sua bellezza, il fattore primo del suo dinamismo. Ma è anche la causa della sua complessità, la quale se è vero che genera flessibilità, autonomia nei confronti dei sistemi esterni, pone non indifferenti problemi di gestione al suo interno. Come deve essere governata perché al suo interno siano armonicamente combinati gli interessi e le istanze dell’abitante di Asti, con quelli dell’abitante del Forlivese o delle valli bergamasche?

La cronaca

ROMA - Solo Ernesto Nathan era riuscito a farlo approvare, all´inizio del Novecento. Anche se, allora, c´era una Roma piccola piccola, che non arrivava oltre le Mura Aureliane. Il consiglio comunale della capitale, dopo cento anni, vota il nuovo piano regolatore alla fine di una maratona d´aula durata tutta la notte. Il sindaco Veltroni parla di «giornata storica» per la città più grande d´Italia che, dopo quasi dieci anni di lavoro e una larga consultazione dei municipi, disegna le linee del proprio futuro urbanistico.

Tutela integrale dell´agro, riduzione delle previsioni di nuovi edifici da 120 a 61 milioni di metri cubi, vincolo definitivo di 87mila ettari di territorio verde, istituzione di venti "centralità". Insediamenti, questi, che mescolano residenza, uffici, e commercio. E che dovrebbero ricucire, con buone architetture, zone periferiche sfilacciate e prive di servizi. E infine, la "cura del ferro", col permesso di costruire case solo se la più vicina fermata del metrò è a non più di un chilometro di distanza.

Il nuovo piano (il Polo ha votato contro) è una sfida ai costruttori e una scommessa sul futuro di Roma. Smentite le previsioni espansive (la capitale ha perso 300 mila abitanti negli ultimi dieci anni), il Prg sancisce la fine della rendita fondiaria e chiede agli imprenditori progetti per la demolizione e la ricostruzione di interi quartieri.

A seguire il lungo cammino del progetto, iniziato con l´amministrazione Rutelli, sono stati un giovane assessore, Roberto Morassut, e un vecchio urbanista, il bolognese Giuseppe Campos Venuti, punto di riferimento di generazioni di tecnici. Che però, a sorpresa, ha annunciato al sindaco Veltroni di voler ritirare la propria firma in calce al documento. Il motivo? L´abbandono dello strumento delle compensazioni, una delle novità del testo. In pratica un meccanismo per cui il proprietario di un´area verde cede al Comune l´80 per cento del terreno, in cambio del permesso di costruire sul restante 20.

L´innovazione non è piaciuta a Rifondazione, che ha scelto il più costoso strumento dell´esproprio. Non si tratta, però, di uno strappo definitivo. Campos Venuti loda il piano, giudicato «un disegno che innova radicalmente l´urbanistica italiana». E non esclude di riappropriarsi della paternità del Prg nel caso, in fase di osservazioni, venissero reintrodotte le compensazioni.

L’intervista a Walter Veltroni

ROMA - Sindaco Veltroni, perchè ci sono voluti decenni per approvare il nuovo piano regolatore?

«Per la prima volta dai tempi di Nathan, il consiglio comunale, l´organismo eletto dai romani, decide il proprio destino. Con il voto sul piano abbiamo assistito a una pagina confortante di democrazia».

Roma, però, ha già avuto altri piani regolatori.

«Sì, ma non sono mai stati approvati dal consiglio. Ce ne furono vari, tra cui quello del '62, ma fu adottato dal commissario prefettizio. Per effetto di questo non governo del territorio Roma, la città più bella del mondo, ha subito ferite profonde. Ancora oggi investiamo molto per portare acqua e fogne nelle borgate cresciute senza regole e infrastrutture».

Milano, invece, non adottando il piano ha deciso di non darsi queste regole.

«Roma ha scelto di ridisegnare la città lungo alcune direttrici di moderna cultura urbanistica: non crescerà più alcun insediamento lontano da una stazione. La città storica viene allargata e ingloba quartieri come Eur e Garbatella. Mettiamo in campo investimenti per le infrastrutture, che serviranno per dotare la città di 600 chilometri di binari ferroviari e del metrò. Gli ettari vincolati diventano 87mila e Roma si riorganizza intorno a venti "centralità" con servizi dislocati nelle periferie. Tutto questo è un segnale per il Paese».

Perché?

«Il piano è il contrario della logica dei condoni. Ed è la dimostrazione che si possono fare regole leggere e flessibili. Noi crediamo che possano convivere la difesa della qualità ambientale e lo sviluppo economico. Grazie a una maggioranza unita, abbiamo approvato il bilancio e la più grande una manovra urbanistica fatta da decenni a questa parte. E che porterà investimenti per 5 miliardi di euro e 100 mila unità lavorative».

Storace aveva proposto di rimandare il voto del Prg a dopo le Provinciali.

«Storace, legittimamente, non voleva che si approvasse né il piano né le successive attuazioni. La destra ha annunciato ostruzionismo, ma la maggioranza ha avuto la forza e la determinazione di aprirsi al dialogo. Non si approva un testo così importante ignorando l´opposizione. Che, con senso di responsabilità, ha abbandonato il muro contro muro».

Campos Venuti, però, non si riconosce più nel "suo" piano.

«È naturale che in un organismo democratico come il consiglio il testo sia stato modificato. I cambiamenti sono frutto di un´ampia consultazione in città, e sono contento che il piano sia stato apprezzato dal mondo ambientalista e dai settori più moderni dell´imprenditoria».

Da parte dell´urbanista restano le critiche sulle compensazioni.

«Gran parte di quell´ispirazione è stata confermata, e lo stesso Campo Venuti loda il piano. La sua è una critica seria, su un punto particolare, e sarà un tema di discussione dei prossimi passaggi del piano. A cui Campos Venuti parteciperà con quell´affetto e quell´amicizia per Roma e la sua giunta che mi ha confermato al telefono».

Ho letto qualche intervento sulle periferie sul tuo sito. Ho letto anche le sciocchezze sui giornali, di chi, alla ricerca (inconsapevole, naturalmente) di una sorpassata "ecologia sociale", tenta grottescamente di correlare certo sviluppo urbano con la devianza dei cittadini: un semplicismo bigotto che raggela l'animo ma non stupisce, perché cosi va questo mondo "real tv", e questa "politica tg4". Ho pensato, appena ho visto il ritorno del tema "periferia", che si trattasse del solito "tormentone" estivo, ed in parte, credo, lo è stato.

Ma c'è di più. La memoria, per esempio. Che è diventata un problema mantenere ("manutenere") nonostante le capacità archiviative e consultative di cui oggi disponiamo. Quanta ignoranza ruspante c'è nelle righe di chi scrive articoli (anche strumentali) su fatti e luoghi che hanno una storia, profonda e (tra l'altro) assai studiata, e vengono raccontati con argomentazioni funamboliche e anacronistiche? Come se 150 anni di filosofi, sociologi, architetti, urbanisti (ecc.) e quintali di carta stampata - sul tema "periferie" e "cittadini periferici" - non fossero mai esistiti, i moderni "informatori" ci "aggiornano" sulle loro scoperte: come antropologi in una nuova foresta, a contatto con tribù remote e incontaminate, lavorano a reportage strepitosi, per lettori vergini; conviti d'essere originali! Forse questi "peones" dell'informazione sono il veicolo più (pericolosamente) audace per riscrivere la storia. Perché, com'è noto, la storia l'hanno scritta i comunisti.

Ma c'è ancora dell’altro. Che dire della "periferia" che sta in alcuni centri storici, o in alcuni centri e basta, di alcune città italiane. Troviamo bellissimi edifici e paesaggi costruiti da lasciar il fiato sospeso, nei centri storici. Non c'è (molto spesso) l'ombra di casermoni né la mano di architetti post moderni (e vetero comunisti). Eppure, vivendo o passando, in qualche centro storico, mi sembra di vedere "sporcizia", "degrado", "incuria", "assenza di servizi alle famiglie", "insicurezza"; che sono, mi pare, gli attribuiti delle neglette periferie. È vero, c'è la "bellezza" del centro che compensa. Ma può l'uomo vivere di solo pane?

E ancora. Ho rivisto qualche notte fa il film "I piccoli maestri" (di Daniele Lucchetti), dove si tenta (con buon esito) di raccontare la storia (una parte) dell'ultima guerra mondiale dopo l'8 settembre (?); dove i protagonisti (i piccoli maestri) si danno regole per bandire la retorica della loro azioni. La punizione, per chi non rispetta la regola, è "pane e acqua per una settimana". Non mi astengo allora dall'augurare "pane e acqua per una settimana", a chi si spinge sulla fune dell'informazione saldamente legato alla retorica. Molti giornalisti (e politici, e pensatori, e opinionisti, e...) sparirebbero, credo, per la magrezza provocata da questo austero pasto.

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