Caro Pirani,
quando anche lei ha ritenuto di intervenire sulla questione ‘Auditorium di Ravello’ ho pensato: “Guarda un po’ dove arriva il potere di quella lobby; scomodano persino Pirani, che siamo abituati a considerare serio e dettagliatamente informato”.
Ma adesso lei ritorna sull’argomento, facendosi portavoce delle dichiarazioni del sindaco; ho dovuto pensare che lei ci creda. E ripensando ad altri suoi scritti nei quali – con giustezza, a mio parere – se la prendeva con il conservatorismo assoluto che domina alcune posizioni della realtà ambientalista italiana, ho capito che questa è l’unica affinità tra le sue posizioni e quelle espresse dagli argomenti della lobby suddetta.
E allora elenco ancora una volta gli argomenti e contrario, già da me esposti. Nella penisola sorrentino amalfitana vige un PUT (Piano urbanistico territoriale) che ha individuato precise linee di sviluppo e di compatibilità con le condizioni storiche e geomorfologiche locali. In particolare, ha indicato che strutture di carattere fortemente attrattivo, come l’auditorium in questione, vanno ubicate altrove, in posizione baricentrica rispetto alle utenze e senza generare flussi di movimentazione che la struttura urbanistica degli antichi centri non può reggere. Perciò, quando l’ineffabile sindaco di Ravello sostiene che se avesse approvato la realizzazione di un centro sociale di 409 posti tutto sarebbe stato in regola, si può agevolmente rispondere ‘ni’, sia perché nessun centro sociale di funzione locale avrebbe ragionevolmente potuto raggiungere tale dimensione, sia perché invece una tale struttura avrebbe effettivamente potuto trovare posto ‘legale’ nel luogo prescelto (poco importa, ai fini paesistici, che oggi tale area sia un roveto-immondezzaio, perché la storia del nostro paesaggio dimostra che ogni area preservata è comunque un patrimonio suscettibile di riqualificazione, mentre un’area abusivamente occupata è comunque una disgrazia non più rimediabile).
Nessun lavoro preliminare di studio ambientale è stato condotto da Niemeyer né da altri; con ciò intendo non qualche velleitario schizzo accompagnato da una composizione ‘poetica’, ma un serio e dimostrativo studio prospettico-ambientale che dimostrasse il vantaggio paesistico dell’inserimento proposto. Ciò è in conflitto con tutta la nostra cultura; se Niemeyer è abituato a progettare nel deserto, ciò potrà anche essere, ma a Brasilia, non in Costiera. In questione sono dunque tre punti: 1 – La mancanza di uno studio a livello regionale che dimostri l’opportunità funzionale dell’auditorium a Ravello, quando Napoli non ne ha ancora uno, ed ha appena rischiato di perdere la propria orchestra sinfonica, scaricata dalla RAI. 2 – La mancanza dei presupposti urbanistici di compatibilità col PUT, che consentano di collocare una tale struttura a Ravello, già intasata dal traffico e insuscettibile di vedere ulteriormente incrementati i propri flussi turistici, così com’è invece nei propositi dell’amministrazione e di alcuni privati. 3 – La incompatibilità del progetto di Niemeyer, o di chi per esso, con la struttura del luogo, sia perché risolve con uno sbalzo di alcuni metri la contraddizione con l’area di sedime, che non lo consentirebbe, sia perché propone ancora una volta il gioco della ‘pura forma’, quale evasione dalla difficoltà e problematicità contingente della progettazione, rinnegando valori ed istanze che si sono venuti affermando con sempre maggiore evidenza nella teoria e nella prassi della moderna cultura architettonica. O non è così?
Giulio Pane, Professore di Storia dell’ArchitetturaDipartimento di Storia dell’Architettura e Restauro Facoltà di Architettura - Napoli
Vedi anche la lettera a Eddyburg di LodoMeneghetti
Caro Eddy,
il mio sconcerto per gli articoli di Pirani su "la Repubblica" in accanita difesa del progetto ritenuto opera di Niemeyer (col secondo articolo che si conclude con una lunga citazione del sindaco, quasi che il timbro dell'autorità possa fare definitiva giustizia delle posizioni contrarie a un'operazione illegale) non è stato poi così traumatico. Pirani, da me ammirato soprattutto per gli interventi in pertinace difesa del servizio sanitario nazionale, della scuola pubblica, ecc.ecc., altre volte ha lasciato trapelare la sua nervosa intolleranza verso un presunto radicalismo verde che impedirebbe l'attuazione di certe opere necessarie per lo "sviluppo" (si ride) del paese. Come se il disastro territoriale e paesaggistico gli fosse sconosciuto, o non esistesse appunto grazie all'azione del radicalismo verde i cui risultati vedrebbe lui solo; mentre noi rimpiangiamo che non ci sia stato da nessuna parte, verdi o rossi o azzurri che fossero, effettivo radicalismo nella difesa del Bel Paese, ormai Malpaese (Valentini, con insistenza, sempre su "la Repubblica").
Come sai, su Ravello ho scritto ampiamente, anche discutendo con De Seta. Non è il caso di riprendere argomentazioni da lì, salvo un'autocitazione che corrobora i principi dichiarati alla fine del tuo editoriale 42 / 2 maggio (risarcire le ferite, disegnare con delicatezza un progetto di ricupero del paesaggio, un progetto di restauro): "la miglior soluzione è quella di un'architettura che sia capace di non ergersi, che scelga invece un lavoro di cura, risanamento del corpo malato, di ricostruzione della perduta giovanile bellezza con nuova bellezza senile" (21.1.04). Un principio generale, questo, da applicare in tutti quei pochi luoghi non ancora del tutto massacrati dove premono i mostri per realizzare le loro mostruose dimore. Attenzione, ora. Pirani, a sostegno della propria posizione e dell'attacco a Italia Nostra, rivanga l'occasione persa da Venezia di potersi dotare di opere di Wright e di Le Corbusier. A parte che da una lettera al giornale di Franca Serni, già collaboratrice di Carlo Scarpa, il progetto del maestro americano parrebbe in anticipo di un paio d'anni sulla fondazione di Italia Nostra, la questione allora si poneva in maniera diversa; Pirani non centra il bersaglio. Per limitarmi al caso del Masieri Memorial: mi ricordo che non emerse alcuna questione di legalità. Si trattava di inserire l'edificio di modeste dimensioni in un piccolo tratto della cortina sul canale, quella cortina che mette in mostra architetture di cinque o sei secoli tenute insieme, incatenate direi, appunto dalla forza della continuità, inoltre rafforzata e definitivamente unificata dalla straordinaria e specchiante partecipazione della strada d'acqua. Le istituzioni locali (e no?), il comune soprattutto, bocciarono il progetto (meraviglioso, wrightiano che più non si poteva, se così posso dire, cioè pieno di attenzione alla "natura", alla storia e ai sentimenti) adottando un loro punto di vista meramente estetico, cieco verso un'''architettura moderna" considerata come un generico offensivo apparato lesivo di un presunto, inesistente stile del canale. Insomma, per noi il Memorial si doveva costruire e allora sì, veramente, Venezia avrebbe avuto un dono come i molti ricevuti nei secoli lungo il canale. Nessuna analogia fra il Niemeyer di Ravello e il Wright di Venezia.
Infine, mi sai ricordare almeno un caso importante di rovinoso intervento in Italia per il quale Pirani abbia speso la sua autorità di bravo giornalista?
Condivido totalmente il tuo editoriale, salvo osservare che il confronto con lo sfondamento dovuto a Via della Conciliazione non è forse il meglio calzante, è anche altro a cui oggi voglio dedicare un po' di attenzione: il quotidiano a cui fai, come molti di noi, riferimento, non ha pubblicato le lettere critiche dell'atteggiamento piraniano. Brutta cosa, ma, l'ho capito da tempo, "normale" purtroppo. Ne ho avuto prova quando scrissi ad Augias circa il referendum sull'articolo 18, criticando la sua propaganda per il no all'estensione proprio mentre un bellissimo articolo di Luciano Gallino accanto alla sua rubrica dimostrava l'utilità sociale e, direi, morale del sì. Tu pubblicasti il mio pezzo notando la mancanza di risposta. Penso che i giornalisti non accettino critiche, nemmeno da persone che, riguardo a un dato tema in causa, posseggono credenziali di primo ordine. C'è poi il modo di Scalfari su "Venerdì": quando, talvolta, pubblica una lettera "contro", lo fa per poter dissertare agevolmente in una risposta scritta con l'abilità che gli è propria.
Circa "la Repubblica" dovrei andare oltre e dire del cambiamento sia nei contenuti sia nella grafica, quest'ultima ormai davvero impostata secondo la presunta opportunità, oggigiorno, di tempestare il "cliente" con figure a colori e no in gran parte inutili, contraltate da articoli sempre più brevi, salvo i pochi nelle pagine deputate alla cultura (talvolta poco interessanti o, addirittura, "barbine". Quanto ai contenuti politici, sociali, sindacali e così via forse me ne occuperò in futuro. Per oggi ti chiedo: ti sei accorto del radicale mutamento in ordine alla questione israelo-palestinese? Ultimo atto "culturale" l'intervista di ieri, 6 maggio, allo storico Benny Morris (di Susanna Nirestein), a suo dire "sempre uomo di sinistra" che però sarebbe "secondo" rispetto a un "primo" meno anti-palestinese. Infatti, cosa potrebbe proporre d'altro oltre al "giusto" muro, ai "legittimi" omicidi mirati, all'esclusivo scarico di responsabilità su Arafat? Sono lontani i tempi in cui leggevamo gli equilibrati, sinceri articoli di Sandro Viola; ti sei accorto di quando "l'hanno fatto fuori" perché gli israeliani lo avevano accusato, ingiustamente, di stare dall'altra parte? Poi l'hanno riciclato attraverso varie prove d'incarichi, ripartendo da Mosca per ritornare solo recentemente, e raramente, sul tema per il quale era stato maestro, sempre bravo ma attentissimo a non sgarrare? Pensa a come si potrebbero far leggere a Pirani le lettere inviate a te, la mia compresa.
Ciao, caro. Lodo
Non so proprio come rispondere all'ultima domanda. Ma sono certo che qualche giornalista di Repubblica capita ogni tanto su queste pagine. Del resto, bisogna avere un po' di comprensione verso i giornalisti, che ogni giorno devono scegliere tra mille cose. Se poi uno è un po' fazioso, come Pirani (e come del resto noi stessi)...
Ti ringrazio molto per i risultati che fornisci, e me e ai frequentatori di Eddyburg , delle attentissime letture che fai di Repubblica . Che su questo giornale appaiano cose che non condividiamo è comunque utile: ci ricorda che è bene non affezionarsi troppo a una sola testata, ma ooccorre confrontarne, sempre che si possa, più d'una. E' una tesi che credo che Scalfari condividerebbe.
COMUNICATO
Quale futuro per i Porti dell’Argentario ??
Sul tema dei Porti dell’Argentario sono in corso due iniziative che affrontano il caso in modi completamente diversi.
Da un lato si stanno svolgendo degli incontri pubblici quale prosecuzione dei Laboratori Tematici organizzati dalla Provincia di Grosseto nell’ambito della revisione del PTC.
A questi veri e propri Tavoli di Lavoro, promossi da MAREVIVO, che riguardano un progetto per il porto di Porto Ercole, stanno partecipando attivamente le componenti sociali, economiche e imprenditoriali dell’Argentario e in particolare di Porto Ercole. Sono stati già raggiunti diversi obiettivi che hanno portato alla formulazione di una bozza di progetto condivisa da un’ampia base locale (popolazione, operatori di settore, Associazioni e gruppi di rappresentanze locali) e che prevede la riorganizzazione dell’area portuale nel pieno rispetto delle sue caratteristiche ambientali e paesaggistiche e dell’attuale utilizzo socio-economico del porto.
Inoltre, nel corso degli incontri è stato espresso da più parti un forte “dissenso sulla possibile conclusione di una Convenzione, tra il Comune e la Società Italia Navigando, che escluderebbe dalla gestione del porto la comunità locale”.
Dall’altro lato proseguono delle operazioni che vedono coinvolti una parte dell’Amministrazione Comunale di Monte Argentario e le Società Argentario Approdi e Italia Navigando, per concordare tale Convenzione che, se dovesse concludersi, porterà all’affidamento a Italia Navigando della gestione di tutti e due i Porti dell’Argentario fino al 2084!.
In questa trattativa, che non vede una partecipazione attiva né della cittadinanza nè dei gruppi locali né delle associazioni di tutela ambientale, il ruolo richiesto all’Amministrazione Comunale è solo quello di ratificare la costituzione di due Società tra Argentario Approdi e Italia Navigando per creare due veri e propri Marina Turistici di forte impatto ambientale e paesaggistico e che metteranno fuori gioco le imprenditorie locali e l’autonomia delle attività economiche e commerciali locali (anche l’ultima bozza di convenzione, revisionata in questi ultimi giorni, non cambia la sostanza delle cose).
Ci sentiamo in particolare molto preoccupati per la prospettiva di una trasformazione dell’ambiente “unico” di Porto Ercole in un “Marina a sfruttamento intensivo” (Porto-Garage per mega barche) che comporterà il completo stravolgimento delle caratteristiche ambientali e paesaggistiche attuali e la conseguente perdita di un patrimonio di inestimabile valore!
Riteniamo che l’Amministrazione Comunale debba attivare un’immediata e intensa attività di Concertazione, che non vuol dire “presentare degli accordi a cose fatte”, ma coinvolgere tutta la popolazione e tutti i gruppi interessati prima di approvare atti che mettono in gioco il futuro dei porti del nostro territorio e che causeranno inevitabilmente la perdita di patrimoni di inestimabile valore ambientale, storico e paesaggistico!
Lo scorso 21 gennaio il Consiglio comunale di Palermo, tramite una procedura irrituale e non prevista dalla normativa urbanistica di riferimento, ha votato la «presa d’atto» che recepisce i due decreti regionali di approvazione della variante generale al Prg di Palermo. Con quest’atto amministrativo del tutto anomalo giunge a conclusione, con una perdita complessiva di qualità del piano, (e a un punto di pericolosa involuzione) quel processo di pianificazione elaborato negli anni 1988-2000 sotto le giunte guidate da Leoluca Orlando, con il conferimento di incarichi prima a Leonardo Benevolo, poi a Pierluigi Cervellati.
La variante generale che ora entra in vigore sostituisce il precedente piano regolatore del 1962 e la successiva variante di adeguamento del 1992, ma il recepimento dei due decreti della Regione stravolge profondamente il documento e solleva dubbi tanto di procedura che di contenuto. I due decreti di approvazione della Regione Sicilia, il primo del marzo 2002 (pochi giorni prima della scadenza delle norme di salvaguardia), il secondo del luglio successivo, contengono infatti modifiche al piano di tale entità da tradursi in una vera e propria variante urbanistica generale.
Un intervento confutabile, dal momento che la Regione (ai sensi della l.r. 71/78 e della l. 765/67) ha facoltà di apportare solo modifiche che non comportino sostanziali innovazioni, tali da mutare le caratteristiche del piano stesso, oltre a quelle necessarie per assicurare l’osservanza delle vigenti disposizioni statali e regionali. La stessa «presa d’atto» ora votata dal Consiglio comunale si configura come una procedura fortemente atipica, imposta non dalla legge urbanistica regionale, ma dal primo dei due decreti regionali sopra ricordati, secondo il quale il Comune deve «curare che in breve tempo vengano apportate dall’ufficio redattore del progetto di piano le modifiche e le correzioni agli elaborati di piano che discendono dal presente decreto, affinché per gli uffici e per l’utenza risulti un testo definitivo e completo. Con successiva delibera il consiglio comunale dovrà prendere atto degli elaborati di piano come modificati in conseguenza del presente decreto» (decreto del 13 marzo 2002, Gurs 22/3/2002, n. 13, art. 4).
Le «modifiche e correzioni» contenute nei decreti sono davvero sostanziali (come più avanti specificato) e di fatto tendono a scavalcare ed esautorare il Comune quale unica figura preposta all’elaborazione dello strumento di pianificazione comunale, nonché a eludere quelle forme di partecipazione istituzionalizzata secondo cui le previsioni di piano devono essere sottoposte a regolare verifica culturale e sociale e a pubblicazione. L’operazione, molto grave, si fonda su una convergenza tra gli orientamenti politici della Regione e della maggioranza di centro-destra del Consiglio comunale (sindaco di Palermo è dal 2001 Diego Cammarata, di Forza Italia): solo i gruppi consiliari dei Ds, Margherita, Rifondazione Comunista, Primavera Siciliana, hanno votato contro. Contro le «modifiche e correzioni» è stato presentato ricorso da associazioni e movimenti come l’Inu, Wwf, Salvare Palermo, Primavera Siciliana.
Ciò che è accaduto è l’esito di una strettoia procedurale inconsueta. Essa da un lato anticipa e prefigura una forma di pianificazione «surrettizia» che favorisce processi di consumo di territorio, sostenuti da un generale disinteresse per la questione paesaggistica e ambientale. Dall’altro consente di sanare l’arbitrarietà della Regione: l’entità delle «modifiche e correzioni» contenute nei decreti è tale che il Consiglio comunale, nonostante pareri fortemente critici della stessa Avvocatura comunale (luglio 2002), è stato in un certo senso costretto alla «presa d’atto», anche per evitare di gestire le migliaia di contenziosi che sarebbero stati sollevati da quei soggetti a cui i decreti stessi hanno attribuito nuovi e insperati diritti edificatori.
Queste alcune tra le principali modifiche introdotte dai due decreti regionali nella variante generale al Prg di Palermo:
1. Eliminazione di attrezzature. Viene ulteriormente ridotto quanto già disciplinato dalla precedente stesura del Prg, prefigurano una dotazione di servizi assai inferiore agli standard.
2. Declassamento del cosiddetto «netto storico». Con quest’espressione si intende l’insediamento storico urbano e rurale, cioè le «parti di territorio interessate da agglomerati urbani che rivestono carattere storico, artistico o di particolare pregio ambientale o da porzioni di essi, comprese le aree circostanti che possono considerarsi parte integrante degli agglomerati stessi». Il «netto storico» (zone A del piano, distinte in A1 e A2) era stato delimitato da Pierluigi Cervellati sulla base della cartografia «Omira» del 1939. Ora viene in alcuni casi convertito in zona B, con conseguente aumento di cubatura e modifica delle azioni di trasformazione consentite.
3. Incremento della cubatura nelle zone B. Le zone B (distinte in B0a, B0b, B1, B2, B3, B4, B5) sono le «parti di territorio totalmente o parzialmente edificate diverse dalle zone A». L’aumento di cubatura, che si riflette in un ulteriore fabbisogno di servizi residenziali e urbani, non è giustificato da alcuno studio né dall’estensione delle superfici destinate ad attrezzature. Inoltre, alcune zone B1 («parti di territorio caratterizzate da edilizia residenziale a bassa densità, comunque maggiore o uguale a 1,54 mc/mq») diventano ora zone C.
4. Aumento delle zone C. Le zone C (distinte in zone Ca, e in zone Cb che derivano dalla riclassificazione delle zone B1) sono le «parti di territorio destinate a nuova edificazione per la realizzazione di manufatti ad uso residenziale o direzionale o ricettivo o extralberghiero». Vengono così individuate ancora nuove aree per la realizzazione di residenze, prevedendo un incremento diffuso della cubatura massima ammissibile e aggravando ulteriormente la carenza di standard urbanistici.
5. Riduzione drastica delle pertinenze agricole delle ville storiche e del verde storico. Tale categoria (prima inedificabile) viene ora dai decreti equiparata alle zone agricole E1 («parti anche residuali di territorio prevalentemente pianeggianti, ancorché compromesso da insediamenti residenziali, caratterizzate da colture agricole», con indice di fabbricabilità dello 0.02). Ne deriva un’ulteriore erosione delle aree intercluse ancora non edificate, nonché di un patrimonio identitario, ambientale e culturale già fortemente compromesso dall’attuazione del piano del 1962. Viene cancellato il riconoscimento del valore del verde storico, facendo aumentare il rischio di nuove edificazioni nelle aree in pianura così come nelle zone collinari.
Alcune fasi dell’iter
1988/89. La giunta Dc-Pci guidata da Leoluca Orlando avvia la «variante di adeguamento», affida la revisione del Prg a un gruppo di esperti coordinato da Leonardo Benevolo e istituisce l’Ufficio di piano, potenziato nel 1993
1992. Adozione della «variante di adeguamento»
1993. Incarico a Pierluigi Cervellati per la revisione del Prg.
1994. Elaborazione e consegna degli elaborati finali (1:5000) della variante generale
1997. Adozione della variante generale
1999. Il Consiglio comunale accoglie circa un terzo delle 2719 osservazioni presentate contro la variante generale
2000. Dimissioni di Leoluca Orlando, che si candida alla presidenza della Regione (non eletto)
2000/2001. Gestione commissariale del Comune affidata a Guglielmo Serio, vicino al centro-destra
2001. Novembre: insediamento della giunta di centro-destra, guidata da Diego Cammarata
2002. Invio alla Regione della variante generale. Decreto di approvazione regionale del 13 marzo che prevede «modifiche e correzioni». Ulteriore decreto del 29 luglio, che prevede ulteriori modifiche e delinea la procedura della «presa d’atto»
2004. 21 gennaio: il Consiglio comunale di Palermo «prende atto» dei decreti regionali
Questo nostro racconto megalopolitano, inizia sul tratto più occidentale della Padana Superiore. Per intenderci meglio, siamo verso il chilometro 50, sui 430 totali circa del percorso da Borgo Dora, Torino, a Piazzale Roma, Venezia. Insomma siamo sui margini orientali della conurbazione torinese, più o meno tra Chivasso e Santhià, dove la Padana per chi viene da oriente è appena sbucata dalle infinite piane a risaie del vercellese, che arrivano giù fino alla linea bluastra dei colli del Monferrato, e qui corre ai piedi delle prime alture che fanno da premessa alle Alpi. Si può scegliere fra due strade provinciali: la prima parte dalla periferia di Cigliano e sale regolarmente verso Ivrea, la seconda è più stretta e tortuosa, e inizia al crocicchio chiesa-bar sport di Borgo d’Ale, per caracollare su e giù, più o meno parallela all’altra, fino alle strettoie dell’abitato di Caravino, e poi finalmente scendere verso Albiano, alle porte di Ivrea.
Siamo di fronte a uno degli scenari che fanno capire a chiunque, compreso il sottoscritto, perché mai la regione si chiama Piemonte, ovvero al centro dall’Anfiteatro Morenico del Canavese, con il tipico e netto taglio della Serra, che secondo una linea quasi geometricamente regolare separa le valli di Ivrea e dell’Elvo verso il biellese.
I due percorsi delle strade provinciali entrano paralleli nella piana di Albiano, scavalcando il tracciato dell’autostrada su due ponti, distanti circa un chilometro l’uno dall’altro. Sotto i ponti, su un lato pioppeti, sull’altro un grande prato, che sale lievemente di livello verso nord, fino ad alcune cascine e al tracciato dell’ottocentesco Canale Cavour. In mezzo al prato, un vistoso cartellone colorato recita cubitale, rivolto verso l’Autostrada: MEDIAPOLIS. Nient’altro, per ora.
La Relazione al Piano Territoriale provinciale ci racconta tra l’altro che questo prato, come buona parte delle piane intermoreniche nelle adiacenze di Ivrea, formate dalle alluvioni della Dora Baltea, è un’ottima area agricola grazie alla “risalita capillare di una falda freatica molto prossima al piano campagna”. Sempre dal Piano Provinciale, scopriamo che Albiano d’Ivrea, il cui abitato inizia subito dopo il ponte sul canale e si arrampica in parte sulla collina, occupa una superficie di 1162 ettari, di terreno ottimo per la vite, ci stanno 1696 abitanti al censimento del 2001, suddivisi fra 849 famiglie, e 718 abitazioni occupate (le rimanenti 25 non sono occupate). Questi quasi 1700 abitanti sono serviti da 23 negozi al dettaglio, una scuola materna, una scuola elementare, un ambulatorio. Il territorio di Albiano, il cui centro sta a circa sette chilometri da Ivrea, è tagliato da 7 km di autostrada (la “bretella” A4-A5 che connette la Milano-Torino a quella verso la Francia), da 12 km di strade provinciali, e da 31 km di altre strade varie. Non ci sono ferrovie, o nessun altro tipo di binari. Il casello e relativo svincolo di Albiano della A4-5, stanno in un angolo del nostro prato con cartellone, e sbucano sulla strada per Borgo d’Ale, di fianco a un distributore di benzina dotato di servizio bar, su cui campeggia l’insegna “Freeway”.
Già: Freeway. Un nome abbastanza incongruo su una stradina che inizia a un crocicchio con semaforo, fiancheggiata da case vecchiotte piene di scritte (d’epoca) fasciste, e che dopo il ponte sull’autostrada si infila stretta su per le colline nel centro storico di Caravino. Ma siamo in epoca di realtà virtuali, e anche di quelle bisogna tener conto. E infatti, tornando al cartellone che campeggia in mezzo al prato, basta digitare quella parola su internet per trovare il sito http://www.grupppomediapolis.com, e scoprire che questi posti possono corrispondere anche a descrizioni abbastanza diverse. A partire proprio dal prato, che è quasi esattamente rettangolare: un chilometro lungo l’autostrada, e mezzo in profondità verso nord, ovvero una superficie di 500.000 metri quadri ad “alta visibilità sull’asse autostradale della A4-A5, in posizione baricentrica tra Torino e Milano sulle grandi arterie di comunicazione del Nord-Ovest d’Italia”. Abbiamo così fatto un bel salto concettuale: non siamo più un quarto d’ora di macchina a nord del crocicchio chiesa-bar sport di Borgo d’Ale, ma in un punto strategico della megalopoli padana, e anche in un angolo dove “non sono presenti competitor con le caratteristiche di Mixed-Use development”. Un angolo al centro di un “vasto bacino d’utenza – 4 milioni di persone nell’ora di percorrenza, 12 milioni nelle 2 ore e 20 milioni nelle 3 ore, con una previsione di circa 12 milioni di visitatori/anno”. Ed ecco riassunta un’idea di territorio buona come un’altra. Perché come sappiamo o possiamo immaginare esistono il territorio del pianificatore, quello dell’amministratore, quello dello studioso, e infine quello del mercato: un territorio/contenitore di gonzi da spennare, ordinatamente schierati per reddito, capacità e orientamenti di spesa, linee di isocrona da cui spiccare il volo verso il luogo prescelto di spiumatura. Nel nostro caso, il prato affacciato per un chilometro sulla A4-5. A cui per il momento mancano però le attrezzature adatte alla bisogna. Bisogna provvedere, e occorre farlo al più presto, nell’interesse (e ti pareva) del “territorio”.
Il portatore di questo legittimo punto di vista è, appunto, la spettabile ditta Mediapolis, di cui al già citato cartellone. Sul ricchissimo sito, e come confermato dalla stampa, scopriamo che Mediapolis è un gruppo con sede a Ivrea, posseduto a maggioranza (81%) da una finanziaria lussemburghese, per una quota del 9% dalla holding olandese Breakline, e per il 10% da una vecchissima conoscenza dello sviluppo territoriale locale, la Olivetti, che in questo caso fa di secondo nome “Multiservices S.p.a.”. Il gruppo si costituisce nel 1998 (proprio l’anno successivo a quello della grande crisi di Olivetti e conseguentemente del territorio canavesano), le sue attività “si concentrano sulla promozione e lo sviluppo di iniziative immobiliari che, per il loro contenuto innovativo e per la loro dimensione, richiedano capacità di organizzazione e gestione di competenze multidisciplinari”. Al momento tutte le poderose capacità di organizzazione e gestione “sono essenzialmente focalizzate su un unico progetto (MEDIAPOLIS)”. Ed ecco infine spiegato almeno il cartellone, con tanto di block capitals.
Ma il prato attorno al cartellone, e il paese, e i paesi intorno, e Ivrea ... ? Non a caso si citava Olivetti, e la storia del ruolo dell’impresa per tutto il corso del Novecento, nel determinare (si dice, da parte di quasi tutti, nel bene) la crescita del comprensorio e il suo ruolo di punta in Italia e oltre: industriale, culturale, sociale e politico. Apparentemente, qui Olivetti entra solo come ex proprietaria della striscia di terreno di fianco all’autostrada, ma si sa che la storia non può essere messa da parte troppo facilmente. Così l’antico cenacolo intellettuale interdisciplinare olivettiano degli anni Trenta-Cinquanta, sembra transustanziarsi nella sua versione postmoderna di “Patto territoriale” per lo sviluppo locale, entro cui dovrebbero ricomporsi in un quadro di sussidiarietà gli interessi del grande, del piccolo, dell’impresa, dell’ambiente, del cittadino, del locale, del globale. Almeno, questo è l’auspicio, e a quanto pare anche una necessità, vista la crisi che insieme all’Olivetti sembra far traballare gran parte delle consolidate aspettative di crescita dell’area. Scopo centrale di un patto territoriale, sembra di capire per esempio da un intervento del presidente degli industriali canavesani a questo proposito, è la crescita comprensoriale a partire da quella dei posti di lavoro, e anche un parco giochi come Mediapolis si può inserire in questa logica. Perché di parco divertimenti si tratta, e attorno al suo cuore di giostra postmoderna ruotano le “multidisciplinarità” del commercio, dello sport, del collegamento più o meno virtuoso con altre attività dell’area, di tipo turistico, produttivo, terziario. Ma, per usare le parole del presidente degli industriali, parlare genericamente di sinergie territoriali forse non è sufficiente: Mediapolis è un’idea innovativa, ma è solo una parte di un tutto, “l’iniziativa fa’ emergere una ulteriore possibilità di diversificazione delle nostre attività economiche attuali. Ma tutto il comparto del tempo libero, della cultura e dei servizi proprio perché è sostanzialmente nuovo deve essere seguito con attenzione. Occorre sviluppare in Canavese una più elevata cultura dell’accoglienza, far crescere le competenze linguistiche e quelle tecniche”. Insomma, non basta riempire cinquecentomila metri quadrati di prato con attrazioni turistico-commerciali, per quanto innovative e diversificate, per parlare di sviluppo integrato. E pure, nel quadro del Patto Territoriale del Canavese, Mediapolis è il principale investitore privato, col valore aggiunto del ruolo di “vetrina dell’innovazione” che dichiara di voler svolgere rispetto alle imprese locali, e coi non trascurabili mille posti di lavoro offerti (sulla carta e nei convegni). I due terzi di tutta la popolazione di Albiano.
Mediapolis, discussioni sullo sviluppo “integrato” a parte, è un parco a tema. Proprio tipo Disney, anche se ovviamente declinato a suo modo. In quel mezzo milione di metri quadri del rettangolo lungo l’autostrada dovrebbero entrare attrazioni tematiche di tipo tecnologico e legate al mondo della comunicazione (da cui il nome), attrazioni per il tempo libero anche all’aperto di tipo vario e diversificato, servizi di tipo alberghiero e congressuale, strutture commerciali. Anche se cifre e quantità cambiano nel corso del tempo e nelle correzioni determinate da vari fattori, si può citare dal comunicato dell’ANSA sulla presentazione dell’iniziativa: “L’offerta per il tempo libero sarà molto ampia, con un edificio coperto di 15.000 mq, aperto tutto l’anno, destinato a ospitare eventi e attrazioni basate sulle più moderne tecnologie audiovisive, e un’area esterna stagionale (160.000 mq) con attrazioni più tradizionali, un centro commerciale di 36.000 mq e un albergo di 200 stanze”. Continuando a citare, ma stavolta dai comunicati dell’impresa “l’insieme degli elementi che compongono il progetto, il loro dimensionamento e la logica del loro inserimento in un unico complesso urbanistico fortemente integrato, sono il risultato di due anni di investimenti in ricerca e sviluppo di prodotto”.
“Prodotto”: non lo diciamo noi, ma il sito di Mediapolis. Un prodotto non è un processo, e non è detto che questo prodotto ne inneschi uno, di processo. Eppure, è proprio in termini di processo che si sviluppa tutta la discussione sul Patto Territoriale e relativo Progetto Integrato, che come abbiamo detto vede al centro, come principale investitore privato (oltre che come fatto simbolico e di immagine) proprio il parco a tema. È la crisi industriale e occupazionale della Olivetti a spingere, alla fine degli anni Novanta, l’amministrazione comunale di Ivrea a promuovere il Patto. L’idea è quella di coinvolgere il maggior numero possibile di soggetti in un’azione concertata finalizzata allo sviluppo locale, secondo un’idea che, come leggiamo dalla relazione, ricorda da vicino i programmi complessi di tipo urbanistico: “promuovere la definizione di una “Società di Trasformazioni Territoriale” (parafrasando la “Società di Trasformazioni Urbana” come riferimento procedurale), rendendo il Piano Integrato di Area un “processo di azione integrata” initinere piuttosto che considerarlo un “piano di azione integrata”. Ora forse è più chiaro, il perché della contrapposizione iniziale fra l’idea di processo e quella di prodotto, dopo aver sottolineato che il Parco a Tema è un prodotto, che vende se stesso e solo in seconda o terza battuta “vende”, o “valorizza”, il territorio nel suo insieme. Un prodotto con 170 milioni di Euro investiti, che intende attirare milioni di visitatori l’anno, che si presenta come vetrina dell’innovazione nei campi tecnologicamente più avanzati, che promette di creare direttamente mille posti di lavoro. Ma pur sempre un prodotto “calato” bell’e pronto dal team multidisciplinare, coi disegni irresistibili dello studio di architettura internazionale incaricato, con l’idea di consumo globalizzato che si porta appresso. Leggiamo anche, che “la Regione si impegna nei confronti degli enti locali e di tutti gli altri soggetti coinvolti a promuovere la concertazione necessaria per garantire che la realizzazione del progetto avvenga in maniera del tutto compatibile con il contesto locale, sia per quanto riguarda le necessità di tipo infrastrutturale che le problematiche legate al corretto inserimento ambientale”. Ma basterà, questo, a garantire una replica postmoderna (così si accenna anche esplicitamente nei documenti ufficiali) del modello di intervento che ha reso famoso Adriano Olivetti, con le sue idee di Comunità, le sue citazioni dall’Appalachian Trail di Mackaye, o dalla Tennessee Valley Authority? E poi, Olivetti operava da una posizione di forza, almeno relativa, sul mercato nazionale ed oltre così come sul territorio locale. Si può dire lo stesso, anche solo in potenza, di questa futuribile “Società di Trasformazioni Territoriale”?
Ne sembrano decisamente convinti i Sindaci di un gruppo di comuni, che in un appello ai presidenti di Regione e Province interessate (Torino e Biella) sottoscritto il 21 luglio 2001, e pubblicato sul sito dell’amministrazione di Ivrea, si dicono preoccupati soprattutto – e significativamente, aggiungerei – del rischio che il progetto Mediapolis possa rivelarsi effimero: non per la debolezza della proposta, si badi bene, ma per le possibili carenze o lentezze dell’intervento istituzionale nella predisposizione delle infrastrutture necessarie, e nel coordinamento d’area vasta indispensabile.
“Il Risveglio Popolare”, settimanale canavesano, riferisce di una posizione sostanzialmente favorevole dei Democratici di Sinistra, che vedono positivamente la possibilità di uno sviluppo che ruoti attorno al turismo anziché all’industria, purché nel quadro di un sistema economico locale “integrato”, e di una risposta organizzativa al dilemma: “turismo di qualità o turismo di massa?”. Il riferimento al progetto Mediapolis è chiaro. Un po’ meno, la risposta, che nel documento conclusivo del partito sulla questione, votato a stragrande maggioranza nel dicembre 2002, chiede che “il progetto Mediapolis non solo si inserisca organicamente in un più ampio processo di consolidamento di un nuovo tessuto economico canavesano, ma ne possa rappresentare la vetrina e uno dei più robusti catalizzatori”.
Ma c’è anche chi, in un modo o nell’altro, sembra meno incline a vedere solo la parte mezzo piena del bicchiere. A partire dalla Commissione Tecnica Urbanistica regionale, che chiamata nel 2002 ad esprimere un parere (non vincolante e non obbligatorio) sulla variante al piano regolatore di Albiano, indispensabile primo passo per Mediapolis, dichiara serafica: quell’area non è idonea, perché a rischio di esondazione. A questa asciutta critica, si sommano naturalmente quelle più complesse dell’opposizione ambientalista, che puntano sulla incompatibilità di un oggetto/prodotto tanto ingombrante, con il quadro naturalistico dell’Anfiteatro Morenico, nonché dell’impatto a medio e lungo termine (sempre che ce ne siano, di medi e lunghi termini, verrebbe da dire) delle infrastrutture, anche indotte. Critiche ben riassunte in questo estratto dall’interrogazione presentata dal gruppo Comunisti italiani in Regione nel febbraio 2002: oltre all’impatto negativo sul paesaggio, sulle attività agricole, sui rischi di localizzazione in un’area di esondazione della Dora, “una inevitabile congestione di traffico sia durante la lunga fase di cantierizzazione, sia a maggior ragione durante l’esercizio ... la Regione Piemonte e gli altri Enti Locali saranno costretti a destinare copiose risorse pubbliche per adeguare quantomeno le infrastrutture di viabilità e trasporto ai nuovi flussi e alle nuove esigenze indotte dall’iniziativa”.
L’associazione Pro Natura, dopo che il parere negativo della Commissione regionale è stato di fatto aggirato, osserva come si sia trattato di una forzatura: Mediapolis è stata equiparata ad opera di rilevante pubblica utilità, consentendo l’uso di un’area non idonea dal punto di vista della sicurezza idraulica. Sventolare posti di lavoro e promesse di sviluppo nel dorato modo dei parchi a tema, riesce anche a questo? Le montagne russe, quando si ribattezzano roller coaster, fanno anche questi miracoli? Sul numero di Pro Natura del dicembre 2003, dopo che la variante al piano regolatore di Albiano è stata approvata dalla Regione (26 giugno) si sostiene che lo svolgersi dell’intera vicenda “è la prova efficace di quale è il rapporto di subordinazione degli stessi cittadini, delle comunità e dei territori ai signori del “business”. Sia chiaro che secondo questo principio chi investe pianifica anche i territori. E allora a che servono le istituzioni pubbliche, a pagare i costi delle infrastrutture e i danni quando la natura “matrigna” colpisce?”.
Significativo, il parallelo fra questa osservazione di Pro Natura, l’idea di “Società di Trasformazione Territoriale” sul modello dei programmi urbanistici complessi proposta dal Patto Territoriale, e le critiche di parte della cultura urbanistica proprio a questo modello, in cui sembra perdersi di vista qualunque idea di “sviluppo” diversa da quella proposta dall’ubiquo “mercato”.
Resta, per ora, quel cartellone in mezzo al prato, di fianco alla piazzola di sosta dell’autostrada e di fronte al pioppeto. Restano, per ora e finora, l’insieme delle riflessioni dei vari protagonisti della vicenda, e delle modifiche che via via si sono introdotte nel progetto originario (a partire dal nome, inizialmente di “Millennium Park”). Negli allegati alla delibera che approva il Piano particolareggiato e relativa variante allo strumento urbanistico generale del comune di Albiano d’Ivrea, area Guadolungo, leggiamo l’intenzione di “localizzare attrazioni multimediali, simulatori di situazioni, strumenti di educazione, di approccio divulgativo alle discipline storiche e geografiche” (BUR Piemonte n. 27 del 3 luglio 2003).
Resta, per ora solo su internet, descritta dai comunicatori del sito Mediapolis: “Una cittá del tempo libero, ambientata in un contesto architettonico/paesaggistico di grande suggestione, dove un equilibrato mix di loisir, servizi, ricettivitá e commercio specializzato, contribuiscono ad estendere il target di riferimento di un leisure-park di genere più tradizionale.”.
Resta anche la relativa confusione di chi, soprattutto giovane, abitante nella zona, nei dintorni, o semplicemente interessato ai vari aspetti del problema, è letteralmente bombardato di informazioni, antitetiche nella sostanza se non nella forma. Così sul forum dedicato a Mediapolis si legge di tutto: dalle solite oneste, sempliciotte opinioni positive perchè “sono convinto che questa sia una grande opportunità per tutti noi soprattutto per l’area del Canavese, che è ormai zona depressa per ciò che riguarda il lavoro”, a vere e proprie filippiche contro gli ambientalisti rompicoglioni “che se si facesse un referendum sarebbero al massimo l'uno per cento... perciò li invito a non ostacolare...” ( http://www.damasio,it/forum). Più rari, molto più rari, e forse ha ragione chi li colloca “al massimo l’uno per cento”, i critici.
Del resto la crisi non è acqua fresca. Ma siamo poi sicuri che valga la pena di strappare inopinatamente all’agricoltura quei cinquecentomila metri di terreno esondabile dalla Dora? Non c’è, per esempio, un altro posto, anche se su terreno non ex Olivetti?
Al momento, non mi viene in mente altro. Speriamo che i canavesani siano un po’ più svegli di me. Anzi, ne sono sicuro.
Nota: non ho utilizzato in questo testo altre immagini se non le pochissime foto mie scattate a Albiano e Caravino, e una mappa tratta dal Piano Provinciale. Ci sono una quantità di mappe e disegni - protetti da copyright ma liberamente visibili – sul ricco sito di Mediapolis, insieme a tabelle e altre informazioni che qui ho dovuto schematizzare o escludere.
Altre immagini e informazioni varie sulle fasi del progetto, da Millennium a Mediapolis, su http://digilander.libero.it/idste/millenniumpark.html
Premessa – di Fabrizio Bottini
Essere contrari ai parchi tematici vuol dire essere ciecamente passatisti, oppure ostinatamente antiamericani, tecnofobi, magari sotto sotto un po’ bifolchi? Sono domande che probabilmente ci poniamo anche noi italiani, da qualche anno a questa parte (ma i segnali c’erano da decenni) sempre più immersi nell’ambiente globalizzato di spazi artificiali che ha nel parco a tema il suo più vistoso simbolo. Già: solo un simbolo, e solo il più vistoso, perché se ci guardiamo un attimo attorno questo modello di rapporto fra spazio, società, consumi, immaginario e regole di convivenza, sta tracimando dal ristretto ambito della giostra domenicale alla vita quotidiana di lavoro o tempo “libero” che sia.
La città, nel bene e nel male, continua ad essere la casa della società, ma i suoi spazi di relazione vengono via via ritagliati da nuove entità apparentemente simili, in realtà antitetiche: gli ambiti commerciali privati “semi-pubblici”, che usiamo come fossero pubblici ma non lo sono. E lo si vede, appunto, quando assumono la forma esplicita del parco tematico, magari ridondante di simboli a goffa importazione yankee, magari atterrato brutalmente in un contesto che non lo accetta con facilità, nelle dimensioni e nelle intenzioni.
È la modernità, baby, sembra dirci questo breve estratto di Steve Mills: devi solo abituarti, e gli anticorpi verranno da soli. Visti i cantieri di questa grande trasformazione, che ci circondano da ogni lato, e che su Eddyburg tentiamo in qualche modo di discutere e descrivere, verrebbe voglia di dargli ragione.
Estratti da: “American Theme Parks and the Landscape of Mass Culture”, in American Studies Today online (traduzione di Fabrizio Bottini)
[...]
I parchi Disney nel Mondo
L’inflenza dei parchi della Disney non si limita al parco stesso e all’ambiente circostante. L’impresa di realizzare un nuovo tipo di spazio per il tempo libero ha avuto tanto successo che Disneyland, e ancor più Disneyworld, sono diventati non solo i prodotti più avanzati di questo tipo, ma il metro di paragone per valutare un ambito molto più vasto di strutture che hanno rapporto con lo stesso tipo di pubblico, sia da parte degli operatori che dell’utenza stessa. Strutture che vanno dal centro commerciale, alla nuova generazione di esposizioni internazionali, centri congressi, e via via gallerie d’arte e musei. Anche i nuovi servizi commerciali nelle aree di sosta delle autostrade britanniche, devono qualcosa al modo in cui la Disney ha fissato lo standard per rivolgersi ad un pubblico esigente e sempre più disponibile a spendere. I critici possono anche aborrire l’ubiquità dei prodotti tipo Disney, ma la loro importanza va forse valutata in modo più ampio, in termini di influenza su un vasto ambito. Qualunque costruttore di centro commerciale, e non solo di parchi divertimenti, deve riconoscere che la Disney ha fissato lo standard per i grandi complessi integrati, nello stesso modo in cui Henry Ford aveva a suo tempo fissato quello per la produzione industriale in serie. Insieme a questo standard, importiamo altri valori, codificati all’interno dello stesso spazio. L’utenza di massa richiede comunicazioni di massa. Mentre negli Stati Uniti questo significa automobile, e con essa il sistema di freeways, svincoli e rampe d’accesso, in Francia e Giappone ci si basa di più sul trasporto pubblico, ma ovunque bisogna offrire accessibilità di massa, e dove essa non esiste va realizzata.
Ancora più importante, il fatto che i parchi a tema Disney ignorino il paesaggio esistente, trattando il sito come se si trattasse di uno spazio vuoto e deserto. I paesaggi esistenti a Orange County, Orlando o a Maine La Vallée sono stati completamente cancellati. Costruttori e amministrazioni in genere sperano che le strutture ne attraggano di nuove, simili, complementari, come alberghi o parchi concorrenti, e che questo possa creare posti di lavoro e stimolare la crescita economica locale. Nonostante le idee di partenza della Disney, sia Disneyland che Disney World sono circondate da parchi concorrenti che offrono attrazioni diverse, come Sea World a Orlando, e hanno stimolato oltre ogni aspettativa l’economia locale. Un impatto ambientale sempre più forte viene considerato normale, senza pensare a quando esso potrebbe divenire insostenibile. Disneyland è stata in qualche modo corresponsabile della massiccia espansione suburbana sui bordi di quello che è di fatto un deserto, e Disney World ha generato una crescita anche maggiore in un’area dove si pompa più acqua dolce di quanta la natura possa rimpiazzare, portando all’aumento delle acque salmastre.
Nessuna sorpresa quindi, se le reazioni al progetto Disney’s America per l’area di Washington D.C., in crescita turistica, hanno condotto all’accantonamento dell’impresa, che avrebbe dovuto inaugurare una nuova generazione di parchi tematici, utilizzando le capacità della Disney per raccontare la storia americana. La paura che lo spericolato eclettismo dei parchi a tema potesse banalizzare il passato non giocava certo a favore dell’immagine della Disney agli occhi dei residenti suburbani di Washington.
Centri commerciali come parchi tematici
Una delle caratteristiche principali, che distinguono i parchi a tema Disney è il loro essere grandi, in grado di gestire grandi quantità di persone, per tutto l’anno, col sole o con la pioggia. Il mondo di Walt Disney chiude solo a Natale, e il giorno dopo è il più affollato dell’anno. Localizzato in Florida, deve fare i conti con tempeste elettriche e eventuali uragani, ma non con le nevicate di Chicago o New York. Pochi altri posti possono gestire tante persone d’inverno, eccetto forse i centri sciistici in Colorado. Non sorprende che altri costruttori, impresari e amministrazioni cittadine, in numero crescente abbiano tentato di riprodurne il meccanismo economico offrendo strutture commerciali, terziarie, e per il divertimento disponibili con qualsiasi tempo. I giganteschi stadi che ci sono in quasi tutte le città più importanti stanno a significare che si può giocare la partita anche nel cuore dell’inverno, o nei periodi più caldi e umidi dell’anno, senza badare a che tempo fa fuori. Chi fa acquisti può stare al riparo dal tempo inclemente, visto che tutte le città hanno centri commerciali al chiuso agibili con qualunque tempo, dove gli anziani passeggiano, i giovani si corteggiano, le famiglie visitano mostre d’arte. Ma, nonostante molti visitatori usino questi ambienti chiusi come spazi pubblici, essi sono in definitiva luoghi privati, da cui possono essere esclusi singoli o gruppi considerati potenziali disturbatori dell’atmosfera di pacifici acquisti o divertimenti. Predicatori o rappers, nella stessa misura, raramente sono i benvenuti, perché questa non è la pubblica strada, ma uno spazio privato, anche se pieno delle comuni presenze stradali come cassette postali, fontanelle, vigili urbani o venditori di biscotti. I tribunali sono già stati spinti a decidere sino a che punto spazi del genere possano essere considerati semi-pubblici, e di conseguenza sottoposti ai normali diritti di riunione, o accesso, previsti dalla legge. E, altrettanto importante di questa confusione fra spazi pubblici e privati, c’è la crescente convergenza fra centri commerciali e parchi tematici. Il Mall of America, in Minnesota, sembra aver portato l’esperienza dello Shopping Mall a livelli che avrebbero imbarazzato lo stesso Disney. Siamo di fronte a commercio con annesso divertimento, oppure ad un parco tematico con massicce offerte commerciali? Ma non sono solo i centri commerciali ad aver mescolato diversi tipi di strutture in un solo luogo. Las Vegas non è più solo una serie di case da gioco e sale da spettacolo nel deserto resa possibile da acqua ed energia a buon mercato. Per aumentare l’attrattività e il giro d’affari, gli spettacoli si sono allargati in arene appositamente realizzate, dove i pirati vanno all’arrembaggio dalle sartie di navi completamente attrezzate, e i visitatori possono risparmiarsi il fastidio di andare fino in Egitto a vedere le Piramidi e i tesori dei Faraoni.
Per assicurare la continuità degli affari, sono essenziali nuove aree tematiche ogni anno, nello stesso modo in cui i parchi divertimenti hanno bisogno di giostre sempre più mozzafiato. Per risucchiare affari da Las Vegas, altre località vicine ai grandi centri, come Atlantic City, non hanno solo introdotto i casino, ma anche scimmiottato il successo di Disney World sviluppando un’offerta completa di soggiorno. Le navi da crociera diventano parchi a tema galleggianti, dove gli americani possono visitare i Caraibi senza scendere a terra se non ne hanno il coraggio. Anche le camere di commercio dei distretti centrali terziari attirano i costruttori con sostegni ai centri congressi, o ristrutturazioni di aree storiche o per il tempo libero, come a Boston e Baltimora, attrezzate con televisioni a circuito chiuso e guardie private: aree che tendono ad escludere tanto quanto ad accogliere. È necessaria una certa mobilità per arrivarci, in queste aree piuttosto isolate, ed è necessaria una certa disponibilità di denaro per fare buon uso delle strutture. Centri commerciali e centri congressi nelle aree terziarie urbane sono sempre più isolati dai quartieri adiacenti in degrado, ci si accede in auto da ingressi controllati: solo un identificato tipo di consumatori entrerà in posti come il Detroit Renaissance Center. E, naturalmente, sempre più persone vivono entro comunità chiuse nello stesso modo. A Manhattan chi vive in condominio da molto tempo abita in edifici chiusi e guardati a vista. A Los Angeles si sono costruite intere città chiuse da mura, con cancelli elettronici a regolare gli ingressi, come negli acquartieramenti delle basi militari. Anche nei quartieri poveri si è chiesto che fossero chiuse le strade di attraversamento, per ridurre la quantità di presenze estranee, in particolare di bande giovanili.
Parchi a tema e influenza americana
Il parco tematico è, sempre di più, parte dell’esistenza moderna, di europei e americani, in tempo di lavoro o di vacanza. Ma se Alton Towers ora finalmente chiama sé stessa un parco a tema, nonostante mantenga la propria struttura storica, il giardino e il castello, i parchi Disney in modo del tutto diverso sono luoghi deliberatamente senza tempo e senza spazio. In modo simile, Legoland si diletta a mostrare una bella vista del castello di Windsor nel corridoio di volo del Concorde, inglobando anziché escludere il mondo esterno. E la tradizione dei parchi divertimenti britannica è piuttosto indipendente dal mondo di Disney, visto che risale almeno a Vauxhall Gardens sulle rive del Tamigi, attraverso i lungomare, le luminarie di Blackpool, i campi vacanze. I danesi sono fieri dei loro famosi giardini di Tivoli, o delle vecchie montagne russe in legno. Imprese olandesi realizzano alcune delle più moderne attrazioni dei parchi a tema, e i francesi da tempo hanno trasformato Mont Saint Michel in una occasione di shopping per pullmanate di turisti.
Anche Disneyland Paris è piena di fiabe popolari e personaggi di cartoni animati europei. Può darsi che i parchi Disney siano solo quelli più pubblicizzati, anziché qualcosa di tipicamente Americano. Il pregiudizio comune, che i parchi tematici siano la caratteristica più marcatamente americana del mondo moderno, ha bisogno di un esame più attento anziché di essere accettata di primo acchito. La Blackpool Pleasure Beach, è davvero parte di una invasione americana, oppure è solo una Goose Fair di Nottingham un po’ più grande? Visto che quasi ogni nazione ha i suo parchi a tema, essi possono essere ben considerati parte del mondo moderno, nel bene e nel male, anziché qualcosa di tipicamente americano, qualunque cosa la Disney Corporation voglia farci credere.
Ma questo non spiega comunque come mai la Disney abbia conquistato posizioni di alto livello, chiedendo di essere riconosciuta non solo come capofila, ma come metro di misura col quale tutti i concorrenti si confrontano. Forse questa fama non si costruisce solo sui parchi tematici, ma anche sul lungo e solido legame con la televisione per ragazzi. E questa è una posizione di forza, molto americana, per dominare i mercati mondiali. Forse, la Disney in fondo ha più a che fare con i dividendi azionari e i mercati, che non con la cultura americana.
La versione integrale e originale di questo articolo, completa di una bibliografia di riferimento, al sito di American Studies Today online
Niemeyer: È mio il progetto di Ravello
Pirani risponde (su Repubblica del 3 maggio 2004) ad alcune delle critiche sollevate da alcune delle lettere. Tace sulla questione della legittimità. E tace anche sul merito. Possibile che gli intellettyuli italiani non vedano al di lè della logora querelle “moderno ersus antico”, e viceversa?
Nell´ultima Linea di confine ho spezzato una lancia a favore della costruzione, su progetto gratuitamente offerto al comune di Ravello da uno dei più grandi architetti del mondo, il brasiliano Oscar Niemeyer, di un piccolo auditorium. La discussione che ne è seguita dimostra come la questione vada anche al di là del caso specifico per riproporre l´interrogativo se sia accettabile che un´opera nuova, a prescindere dalla sua valenza estetica, venga inserita in un contesto ambientale considerato di per sé perfettamente «concluso». Obiettavo che un simile convincimento aveva portato a volte a confondere la opposizione a scempi e speculazioni con una ostilità impaurita allo svolgersi della storia stessa dell´architettura e dell´urbanistica. Facevo il caso della opposizione che aveva impedito la costruzione di una piccola casa di Wrigth sul Canal Grande e dell´ospedale progettato da Le Courbusier a Venezia.
Debbo limitarmi a una scelta fra tutti gli scritti ricevuti. Comincio con la presidente d´Italia Nostra, Desideria Pasolini dall´Onda, che rivendica proprio la battaglia condotta contro la casa di Wright e la paragona a quella contro l´auditorium di Ravello, «tipico esempio di paesaggio con una perfezione data dall´equilibrio tra aspetti estetici e funzionali... che può essere solo conservato, curato, preservato.... eppure si vuole costruire un auditorium... di grandi ambizioni e grandi costi, firmato (ma non è proprio così) da un grande architetto.... a dispetto della legge che non lo prevede ed è questo il motivo fondante... del nostro ricorso al Tar... Enfatizziamo il rispetto per la natura nei luoghi in cui si interviene e abbiamo il coraggio dell´opzione zero se le altre ci sembrano sbagliate e illegali».
Analoghe le argomentazioni di Isabella Ripa di Meana («... questo luogo, unico per la sua bellezza, va strenuamente difeso da qualsiasi iniziativa»), della signora Fantin di Venezia, del signor Giuseppe Palermo di Siracusa, di Alda Croce, Mario De Cunzo, Guido Donatone e Carlo Iannello di Napoli che ribadiscono trattarsi di «... un´opera illegittima, in contrasto col piano urbanistico regionale... mentre il sostenere con tanta protervia da parte di pubbliche amministrazioni l´intento di procedere comunque... rappresenta la strada della illegalità generalizzata... Inoltre è stata una sorpresa generale vedere attribuita a Niemeyer la paternità del progetto.... quando il preliminare e il definitivo sono firmati da Rosa Zaccheo, capo dell´ufficio tecnico comunale... e Niemeyer ha donato solo uno schizzo dell´auditorium». Ma, dall´interno stesso del mondo ambientalista mi son pervenuti pareri di tutt´altro tono. Ermete Realacci, presidente onorario di Legambiente scrive: «Non trovo giustificato, utile, comprensibile che settori dell´ambientalismo confondano l´auditorium di Niemeyer con le torri del villaggio Coppola, il mostro del Fuenti o la saracinesca di Bari». Grazia Francescato, portavoce dei Verdi europei aggiunge: «Quando sono andata a Ravello e mi sono studiatale carte mi sono subito resa conto che "il giardino incantato"... non sarebbe stato sfregiato dall´innovativo e delicato progetto di Niemeyer... che sorgerà oltretutto su un roveto-immondezzaio circondato da case abusive, non certo su un frammento intatto del mitico paesaggio. « Le due principali critiche, la legittimità e la paternità dell´opera, che avevano ingenerato anche in me qualche dubbio, vengono contestate dal sindaco, Secondo Amalfitano, che scrive: «L´area prescelta è secondo la legge idonea per realizzare opere di urbanizzazione secondaria che prevedono esplicitamente centri sociali e culturali. Se invece di un auditorium di 409 posti, avessimo proposto un centro sociale di 409 posti firmato dal geometra del Comune saremmo legalmente in regola. Quanto alla paternità il 23 settembre 2000 Niemeyer ci ha regalato un plastico e 10 tavole dettagliate con una nota scritta in cui si elencavano gli obbiettivi, i criteri costruttivi, le esigenze connesse alla realizzazione dell´opera... Per rispettare le leggi vigenti in materia di progettazione il Comune ha accettato il progetto come dono di Niemeyer affidando in via formale le successive operazioni all´ufficio tecnico comunale. Tutte le tappe della progettazione sia esecutiva che definitiva sono state seguite personalmente da Niemeyer, tutti i disegni nelle diverse tappe sono a sua firma. A lavoro ultimato, il 28 maggio 2003 a Rio de Janeiro, egli ha consegnato personalmente il progetto completo in una cerimonia ufficiale alla presenza del presidente Lula al governatore Bassolino e al sottoscritto
Tutto rinviato alla prossima consigliatura: l’ultima riunione del consiglio provinciale di Napoli prima dello scioglimento elettorale ha sancito che ormai non c’è più tempo per approvare un piano che aveva destato molte preoccupazioni e polemiche. Attirando anche l’attenzione – cosa insolita di questi tempi per un oggetto complicato quale è un piano – della stampa nazionale e locale.
Due gli aspetti contestati del piano territoriale di coordinamento della provincia di Napoli. Innanzitutto, il ridimensionamento delle tutele paesistiche in aree di importanza mondiale come la Penisola sorrentina, il Vesuvio, Ischia, Capri, Procida, Posillipo. In secondo luogo, la designazione di 25.000 ettari di territorio rurale, il 40% di quello ancora presente in provincia dopo un quarantennio di scempio, come “aree di riqualificazione urbana” (sic!), nelle quali il piano consentiva la localizzazione di abitazioni (100.000 nuovi vani), attrezzature, servizi, infrastrutture. Aree di riqualificazione che comprendevano i paesaggi rurali più rinomati della provincia di Napoli.
L’opposizione al piano era stata promossa da un cartello di associazioni comprendente WWF, Italia Nostra, Coldiretti ed altre sigle locali, ed era culminata in un convegno nazionale svoltosi lo scorso 4 dicembre presso l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici.
Intanto, il clamore della vicenda aveva condotto alle dimissioni dell’assessore competente ed alla sua sostituzione, nonché al ritiro del piano, con l’impegno pubblicamente sancito dal presidente della giunta provinciale Amato Lamberti di procedere ad una sua approfondita ridiscussione e revisione.
Ma le cose sono andate diversamente, e negli scorsi giorni, dopo aver constatato come l’impianto del piano fosse rimasto sostanzialmente immutato, le associazioni erano ancora intervenute, chiedendo ai partiti di maggioranza di astenersi da una sua approvazione definitiva in extremis, negli ultimi spiccioli di consigliatura. L’invito è stato accolto o, più probabilmente, i partiti hanno autonomamente ritenuto di non riaprire le polemiche proprio alla vigilia delle elezioni. Scampato pericolo dunque, ma quello che è successo non rappresenta una vittoria per nessuno, quanto piuttosto una sconfitta di tutti. Perché la provincia di Napoli ha bisogno di un piano. E perché rimane l’interrogativo su come possa accadere che un’amministrazione di centro-sinistra a guida verde possa esprimere una cultura di governo del territorio tanto inadeguata. La ricerca delle possibili risposte è parte del lavoro che dovrà continuare nei prossimi mesi.
Il dossier sulla vicenda su www.risorsa.info.
Su questo argomento anche:
Eddytoriale n. 31 del 23 novembre 2004
Eddytoriale n. 32 dell'11 dicembre 2003
Illustre dottor Pirani,
seguiamo con grande interesse i Suoi articoli su "La Repubblica", che apprezziamo molto e che forniscono sempre importanti e utili stimoli alla riflessione su rilevanti questioni d’attualità.
Ci permettiamo precisare, con riferiemento al Suo articolo del 26 aprile, che, in contrasto con coloro che hanno appoggiato l'illegittima iniziativa dell'Auditoium, eminenti urbanisti e personalità della cultura, come Salzano, De Lucia, Dal Piaz, Cervellati, Insolera, Craveri, Ronchi, Ripa Di Meana, Sgarbi, Emiliani, assieme alla Fondazione Iannello, hanno più volte ribadito che si tratta non soltanto di un’opera illegittima, in contrasto con un fondamentale Piano Urbanistico regionale, approvato addirittura con legge della Regione Campania anche a tutela del valore paesistico (il quale, è bene precisare, non prevede affatto parcheggi nel sito dove l'accordo di programma localizza l'Auditorium); ma che il sostenere con tanta protervia da parte di pubbliche amministrazioni l'intento di procedere comunque contra legem rappresentava la strada dell'illegalità generalizzata, in quanto costituiva un cattivo esempio ed un incoraggiamento per tutte le violazioni che si sarebbero sentite in tal modo coonestate.
E' stata inoltre una sorpresa generale vedere attribuita a Niemeyer la paternità del progetto, quando il Sindaco di Ravello in un articolo comparso il 15 gennaio 2004 sul Corriere del Mezzogiorno ha candidamente scritto che i progetti, preliminare e definitivo, sono firmati da Rosa Zeccato, capo dell’ufficio tecnico comunale, e che l'arch. Niemeyer ha donato solo uno schizzo dell’Auditorium, senza peraltro mai aver messo piede a Ravello, come ci conferma lo stesso Sindaco.
Ci è grato pertanto inviarLe in allegato l’articolo di Secondo Amalfitano, Sindaco di Ravello, che Le faremo avere anche a mezzo fax.
Con i più deferenti saluti
Alda Croce, Fondazione Benedetto Croce
Mario De Cunzo, Comitato per la difesa del Mezzogiorno
Guido Donatone, Italia Nostra Napoli
Carlo Iannello, Fondazione Antonio Iannello
Leggo con stupore che Mario Pirani, su "Repubblica" di oggi, contesta a "Italia Nostra" di essere "cieca" e ideologizzata perché si oppone "in sede Tar", insieme ad alcuni privati, all'auditorium progettato da un illustre architetto che il Comune di Ravello vorrebbe edificare dove non è consentito.
Vorrei far notare che se si presenta un ricorso al Tar (come lo stesso Pirani ci rammenta) è perché si ritiene sia stato consumato un atto
illegittimo e leso un interesse.
Il giudice naturalmente deciderà, ma dovrebbe essere ovvio che il rispetto della legge deve prescindere, al contrario di quanto Pirani scrive, "da ogni criterio culturale e persino da ogni valutazione estetica", sempre opinabili.
Se così non fosse, chi dovrebbe stabilire volta per volta se i progetti non in regola con le norme sono capolavori e vanno autorizzati in deroga alle leggi oppure no?
Le amministrazioni comunali? L'opinione pubblica? Gli amici del progettista? Le "personalità della cultura" mobilitate per l'occasione?
Ce ne vogliono 150 come nel caso in questione o ne bastano anche meno?
La battaglia di "Italia Nostra" contro questo insidiosissimo precedente è quindi sacrosanta.
Cordialmente,
Giuseppe Palermo
(Via Tagliamento 7, Siracusa)
Non è tanto la sovrabbondanza di vincoli e burocrazia ad ostacolare (come ha lamentato di recente il noto viticoltore Edi Kante) l’attività agricola sull’altopiano carsico, quanto la mancanza di strumenti adeguati per la pianificazione e la tutela del territorio.
Infatti, se l’attività agricola e l’allevamento tradizionali costituiscono un elemento essenziale per la conservazione del paesaggio storico e naturale del Carso, è chiaro che ciò deve avvenire rispettando nel contempo le straordinarie peculiarità naturalistiche di questo territorio (i campi solcati, le doline, gli ecosistemi indispensabili per la vita delle specie vegetali e animali che rendono quest’area unica in Europa dal punto di vista della biodiversità), le quali rappresentano anche un ovvio fattore di richiamo turistico.
Uno degli strumenti per far convivere armonicamente la conservazione di questo straordinario patrimonio con le attività tradizionali (e favorirne la valorizzazione), è rappresentato dal Parco del Carso, che tra l’altro consentirebbe anche di semplificare e ricondurre in capo ad un unico ente (il Parco, appunto) le competenze oggi sparpagliate irrazionalmente tra i Comuni, la Provincia, i vari uffici regionali, ecc.
Sarebbe questa anche l’occasione per eliminare vincoli – come quello idrogeologico – che in Carso (come osserva giustamente Kante) non hanno alcun senso.
Peccato che la proposta del Parco (internazionale, perchè il Carso è uno solo, di qua e di là dal confine : il WWF lo chiede da oltre 15 anni) non abbia finora suscitato alcun interesse reale in chi occupa le istituzioni.
Il perchè lo spiega – involontariamente - l’intervento del vicesindaco di Duino-Aurisina, Romita, il quale nel replicare a Kante (sul PICCOLO del 13 aprile scorso) non trova di meglio che rivendicare a merito della propria amministrazione la variante “agricola” al piano regolatore.
Peccato si tratti di uno strumento che, con il pretesto di favorire l’agricoltura, apre in realtà all’edificazione praticamente ogni area classificata “agricola” sul territorio comunale.
Si vorrebbe infatti diminuire drasticamente la superficie minima di territorio coltivato che da’ diritto ad edificare. Verrebbero ammesse poi nuove edificazioni - anche residenziali - non soltanto per gli agricoltori, ma anche per i parenti di primo grado.
Agli agricoltori “non a titolo principale”, cioè in pratica a chiunque, verrebbe inoltre consentito di edificare 150 metri cubi (destinati a qualsivoglia uso) in qualsiasi punto di qualsiasi zona agricola.
Si ammetterebbe ancora la proliferazione dei “capanni per attrezzi” e la costruzione di serre di grandi dimensioni (fino a 7 metri di altezza).
Non basta : la variante permetterebbe di modificare le destinazioni d’uso di qualsiasi edificio nelle zone agricole (da produttivo a residenziale e viceversa). E così via.
Porte aperte, quindi, alla “villettizzazione” del territorio, alla sua banalizzazione paesaggistica ed al degrado naturalistico. Altro che agricoltura !
Ulteriore prevedibile effetto della variante “agricola” sarebbe quello di innalzare a dismisura i prezzi correnti dei terreni. Una volta rese edificabili anche le aree agricole, infatti, è evidente che il loro costo salirebbe di molto rispetto ad oggi, con evidenti danni per i veri agricoltori, che dovessero trovarsi nella necessità di acquistare terra per ampliare le proprie aziende.
Siccome sul cemento non crescono nè viti, nè altro, sembra evidente che la variante “agricola” in questione rappresenti un esempio di ciò che i veri agricoltori del Carso dovrebbero aborrire con tutte le forze.
E’ anche, purtroppo, evidente, che fino a quando i destini del Carso saranno affidati a culture amministrative e politiche come quelle che ispirato la suddetta variante di Duino-Aurisina, c’è da temere il peggio per questo territorio. La speranza è che questo strumento venga perciò cassato da chi ne ha il potere (la Regione), perchè altrimenti si porrebbe una pesante ipoteca sul futuro di una parte essenziale dell’altopiano, condannandolo probabilmente alla definitiva banalizzazione e quindi al disvalore tanto ambientale, quanto – in definitiva - economico.
Ringraziando per l’ospitalità che spero possa essermi concessa, porgo i più distinti saluti
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Trascorsero una guerra e un quarto di secolo prima che qual sogno si realizzasse. Quella della Pianura pontina fu una operazione di ingegneria territoriale, sociale ed economica (di pianificazione) confrontabile con quelle che, negli stessi anni, avvenivano negli USA, nel regime roosveltiano del New Deal, per reagire alla crisi del sistema capitalistico.
Oggi la terza fase della trasformazione dell'Agro romano avviene con gli interventi causali dell'esplosione metropolitana: una delle forme di "megalopoli"?
La questione è rimasta giovane pur essendo vecchia di secoli.
Roma è cinta di un deserto, che l'avvolge come un sudario, dal quale la sua testa emerge magnifica di una bellezza immortale. Una poesia dolorosa sale da quella campagna calva e squallida, senza paesi e senza case, interrotta da lugubri stagni, solcata da rivoli morti, rigata da stecconati, dentro i quali mandre di buoi e di bufali, dall'occhio selvatico e dal pelo ispido, guardano sospettosi il raro viandante o si voltano fremendo al fischio della vaporiera. Il pensiero si turba e s'interroga attraversando quel deserto, così muto e così pieno di memorie, mentre nella nostra anima moderna si alza alteramente un nuovo problema di conquista e di creazione.
Può Roma, ridivenuta capitale d'Italia, una nazione giovane e ardente al lavoro, profonda d'istinti ed arsa da tutte le febbri della modernità, rimanere così separata dalla patria, che per giungervi si debba ancora attraversare una solitudine quasi preistorica difesa dalle febbri contro ogni imprudente temerità di lavoro? Può ancora la grande metropoli portare stretto sui lombi questo cinto di dolore e di miseria, mentre la sua vita si gonfia a tutti gli aliti di una nuova primavera, e un'altra grandezza si prepara alla sua opera di capitale che può contenere il Papa e il Re, tutto quanto ancora ci resta di universale nello spirito delle genti e di più individuale nel monarca che unificò la sua storia e incarna la sua vita politica?
Qualche giorno fa la Camera discusse il problema dell'Agro.
Il sogno è di ridurlo una campagna florida, ondeggiante di messi e di alberi, sparsa di case e di paesi, solcata da canali e da strade; gli oratori si smarrirono fra le illusioni del passato e quelle dell'avvenire, ricostruendo su scarsi ed incerti frammenti di autori latini la storia agricola dell'Agro, o fantasticando dietro qualche affermazione di autore moderno sulla prossima ubertosità del suo deserto ancora consacrato ai silenzi della morte. Una dialettica monca ed aspra battaglia nel problema, a seconda dei partiti, si accusa tutto e tutti, dai barbari delle invasioni ai pontefici che pur :mantennero a Roma un primato universale, dai feudatari del medioevo ai latifondisti di oggi, dimenticando che il problema ha caratteri ben più originali e difficoltà più profonde.
Qualunque possa essere stata ai tempi belli della repubblica e dell'impero l'ubertosità dell'Agro, questo è ben certo, che i romani non furono mai un popolo agricolo e che intorno a Roma, troppo ingrossata di ricchezze e di vizii, la campagna non poteva avere che una vita riflessa del suo fasto e delle sue dovizie. Non si sa bene che intorno a Roma vi fossero città importanti e viventi di una propria prosperità industriale ed agricola: vi erano forse più ville che paesi, più schiavi che cittadini, più splendore di eleganze che vivacità di prodotti, più letizia di arte e gloria di monumenti che effervescenza di libero lavoro e originalità indigena di produzione.
Infatti bastò che Roma cadesse, perché tutto rovinasse nell'Agro senza speranza di resurrezione. Evidentemente le condizioni naturali di questo erano tristi e difficili, se un contraccolpo di sventura politica poté tutto isterilirvi; e quando, dopo l'invasione dei barbari, assodata la sua lava, ricominciò per tutta Italia, nell'epoca dei Comuni, il nuovo lavoro di fecondazione, l'Agro rimase ancora un deserto. Feudatari potenti e feroci vi si combatterono, ma il Comune non poté, come altrove, assorbirli e digerirli; i Pontefici avvicendarono sul loro trono tutta la varietà dei temperamenti e degli ingegni, dei vizi e delle virtù; ma da Roma non una irradiazione di fecondità arrivò alla campagna, oda questa una originalità di lavoro a Roma. Mancava nell'Agro la vita comunale e quella agricola e l'altra dell'industria e del commercio; il suolo era malato, e i radi paesi vi parevano appena fortezze o ospedali per un popolo d'infermi. L'infallibile istinto della vita lasciò stendersi sui campi la zolla pratile come un tegumento protettore; la popolazione si rarefaceva, e quindi i possedimenti si allargavano; il lavoratore ridiscendeva verso la barbarie della preistoria, non essendo oramai più che un pastore o un mandriano, mentre il padrone a Roma, senza personalità di cittadino nella città dei Papi, non aveva altri legami colla terra che quelli di una sovranità territoriale o di una curiosità di cacciatore.
Così Roma arrivò sino ai nostri giorni. Se lo stato pontificio era un muraglione cinese che impediva il contatto fra il Nord e il Sud d'Italia, e adesso l' inferiorità civile del Mezzogiorno non ha forse spiegazione più vera di questa, a Roma la politica dei Pontefici faceva un cinto d'ignoranza col misoneismo, e intorno a Roma l'Agro raddoppiava quel cinto col proprio deserto di morte.
Come improvvisarvi oggi una campagna ubertosa quanto la Lombardia, o ingegnosa quanto la Toscana? Invece vi manca il personale agricolo e cittadino; mancano le case dei coloni, i loro centri di scambio, i focolari d'interessi e d'idee, l'amore della terra e la fede nel lavoro. I latifondisti, a che accusarli? Non potrebbero improvvisamente mutare se stessi in industriali agricoli, mancando per questa improvvisazione nella medesima misura di capitali intellettivi ed economici; l'acqua e l'aria sono del pari insalubri; la poca gente non vi ha alcuna tradizione di campo o di bottega: Un governo che sappia, e sappia veramente volere ciò che sa, deve adesso guardarsi sopratutto dal sogno di una improvvisazione territoriale, giacchè vita e civiltà non s'improvvisano; non deve accusare nè il passato nè il presente, né i padroni nè gli operai, mentre l'antico problema è maggiore d'ambidue. Nessun provvedimento di legge o esenzione d'imposta o lusinga di premi o minaccia di pene può affrettare l'ora del risveglio: la legge non inventa e non crea, non muta l'animo o l'intelletto della gente, non suscita paesi, non affolla un popolo rado, vagante, muto e livido, per un deserto.
L'illusione legislativa è antica nelle democrazie che rappresentarono sempre piuttosto l'immaginazione e il sentimento che l'intelletto delle nazioni; è antica ed immortale. Come resistere, essendo voi stesso un legislatore improvvisato, all'illusione di potere col proprio pensiero e col proprio voto cangiare la faccia della terra e della gente?
La legge, invece, non è che istinto nel popolo, che la segue prima che sia formulata, od esperienza nel legislatore, che finalmente la formula per regolarizzare un ordine già esistente.
Non lo chiedete al ministro Baccelli; egli è di coloro che bevono da più lungo tempo alla coppa delle illusioni parlamentari; bevono e credono al miracolo della loro parola.
Non diventò forse, e per questo soltanto, ministro di agricoltura?
16 marzo 1903.
Il breve brano che segue, estratto dall’articolo di G. Brooke Taylor, si inserisce in una serie di contributi ospitati dalle riviste britanniche a cavallo fra gli anni ’50-’60, quando nel piano della prima fase di realizzazione dei vari grandi programmi di edilizia residenziale pubblica, iniziano ad emergere problemi in parte inattesi di disadattamento sociale. La questione, che in Italia in modo abbastanza empirico trova una parziale risposta nella logica “familista-cattolica” del piano INA-Casa, soprattutto in Gran Bretagna stimola l’interesse professionale dei sociologi, che premono per essere integrati nei gruppi di lavoro urbanistici con pari dignità e ruolo rispetto ad architetti ed ingegneri. Anche oltre questi scopi contingenti (del resto sostenuti da alcuni programmi formativi e professionali dell’epoca), resta l’attualità di alcune osservazioni, che ben sottolineano come parecchi problemi tipici dei grandi quartieri monoclasse del secondo dopoguerra non nascano solo e semplicemente dai limiti di realizzazione, o dalla parziale realizzazione, di servizi e attrezzature indispensabili alla ricostruzione del sistema identitario che conosciamo come “città”. Brooke Taylor ci indica anche un altro vuoto “a monte”, ovvero quello di una progettazione sociale totalmente improvvisata, in tutto o in parte inconsapevole, da parte di tecnici dello spazio e delle strutture che si improvvisano sociologi, pieni di buone intenzioni tanto quanto potenzialmente pericolosi di fronte alla dimensione quantitativa e novità dei problemi.
Molti architetti, in particolare, vogliono costruire per la gente, e cercano anche di farlo, ma questo desiderio nel loro cervello è inestricabilmente legato ad una visione puramente estetica. Le Corbusier pensava a sé stesso, evidentemente, come ad un sociologo, e il suo sogno, quasi estatico, della Ville Radieuse, comprende una straordinaria miscela di idee architettoniche e sociali. Ma, nella Unité d’Habitation di Marsiglia, i passaggi bui, la spoglia “sala comunitaria”, il gigantesco campo da giochi per bambini sul tetto, i negozi impossibili da affittare, mostrano evidenti i pericoli di un architetto di valore che gioca a fare il sociologo.
Ancora, l’architetto può riuscire in un progetto dove si giungono ad equilibrare desiderabilità sociale ed estetica. Ma lo stesso architetto, sollecitato sul versante economico, sacrificherà la componente sociale per conservare intatta quella estetica. È quello che ci si può aspettare, e la stessa cosa vale per ogni altro tecnico. L’ingegnere, o l’esperto finanziario, non sacrificano i bisogni della gente per indifferenza o disinteresse nei riguardi dei propri simili, ma per la logica inerente le proprie questioni professionali.
C’è il controllo fornito dai rappresentanti popolari, eletti o nominati. Ma nemmeno questo può considerarsi più davvero efficace. Con la migliore buona volontà del mondo, e presupponendo un alto livello di intelligenza e competenza, nessun membro di commissione o comitato può sperare di mantenersi al passo coi dettagli di un progetto di grandi dimensioni, a parte il formulare, o l’approvare, i principi guida delle politiche. Dobbiamo riconoscere che le moderne realizzazioni su larga scala sono immensamente complesse. La creazione di un “vicinato” coinvolge la soddisfazione di una gran numero di bisogni, e l’intreccio di questioni tecniche, costruttive e sociali, le quali richiedono che vengano considerate le implicazioni sociali di ogni frammento del piano e della sua realizzazione in cemento e mattoni. Il personale di gestione dell’edilizia residenziale fa questo, sino ad un certo limite, ovvero sino a quando le questioni concernono strettamente la residenza. Ma essi tendono, inevitabilmente, a preferire soluzioni che replicano cose che hanno funzionato bene in passato, e a considerare i quartieri in un contesto ristretto.
La soluzione ovvia, sembra essere quella di una “consulenza sociale”, posta allo stesso livello tecnico dell’organizzazione preposta al progetto fisico. Come si dovrebbe provvedere, a questa “consulenza sociale”? Nelle condizioni attuali, si verifica una situazione estremamente confusa.
Le autorità pubbliche responsabili per i quartieri residenziali (molte delle quali realizzano un totale di aree di intervento che supera quello delle New Towns) non hanno nessun funzionario competente in questo campo. Solo quattro delle quindici New Towns hanno funzionari nel campo dello sviluppo sociale, e si può tranquillamente dire che essi sono impegnati principalmente su questioni comunitarie diverse da quelle che abbiamo sollevato qui. Nei casi in cui autorità pubbliche o enti di gestione delle New Towns intraprendono politiche sociali in urbanistica, lo stimolo sembra emanare dall’influenza esercitata da rappresentanti eletti o nominati, o da funzionari di altra professionalità che hanno preso l’idea da qualche rivista di sociologia, l’hanno vista applicata da un’altra autorità, o hanno avuto un’improvvisa illuminazione da soli.
I pericoli insiti in questo metodo casuale sono ovvi. La realizzazione di un sub-centro di vicinato nel quadro di un piano adeguatamente studiato può essere di grande valore, soprattutto se è seguita da uno studio sui risultati. La ripetizione dell’idea in un altro contesto di piano può risultare ridicola. L’idea della sala comune per inquilini come parte di un insieme coerente di sviluppo comunitario può essere valida. La sua duplicazione come “moda”, in una grande varietà di schemi insediativi, può essere solo uno spreco di risorse.
Scontiamo le prevaricazioni di urbanisti, politici e pseudoambientalisti
Nel dibattito sulle periferie – che va considerato propedeutico a quello sulle condizioni e le responsabilità che hanno condotto all’abusivismo e ai vari interventi in sanatoria - emergono da un po’ di tempo a questa parte ammissioni che collimano sorprendentemente con quanto andiamo dicendo da anni. Inserendosi in questo dibattito si rende tuttavia opportuno fare riferimento anche alle idee degli altri, com’è il caso di un articolo di questa estate de “La Repubblica” (E alla fine vinse la città di villette), in cui l’architetto Paolo Desideri afferma ad esempio che «dentro il dibattito autoreferenziale degli addetti ai lavori, irrompe talvolta il punto di vista di chi specialista non è, e forse proprio per questo finisce per vedere quello che sfugge agli esperti».
L’argomentazione nasce dalla constatazione dello iato esistente tra la gente comune da una parte, - che da almeno trent’anni si pone la domanda se è possibile o meno vivere nel degradato clima sociale delle periferie - e gli architetti, gli urbanisti e i politici/amministratori dall’altra, che hanno continuato imperterriti a concepire progetti insani come quelli di Corviale, Zen, Tor Bella Monaca, Laurentino 38 etc. Tale iato fornisce la prova inconfutabile che la nostra società «non è più in grado di condividere i valori e la cultura abitativa proposta dalla città pianificata». Per gli architetti e gli urbanisti si possono forse individuare delle scusanti, tutt’uno con la natura di una formazione culturale legata alla ricerca tipologico/abitativa del Movimento Moderno, ma anche coerente con una economia non più attuale, fondata sulla produzione industriale, e con un pensiero modernista troppo inquinato da una visione deterministica della storia e dal mito ormai insostenibile del progresso.
Strettamente collegato, ripeto, al disastro delle periferie è il fenomeno dell’abusivismo; fenomeno alla cui base si può senz’altro individuare il rifiuto del quartiere costituito da case multipiano, o meglio, da un impianto urbanistico con tipologie abitative ad alta densità, oltre al fatto di non aver applicato la lezione dei centri storici, complice l’equivoco funzionalista, cioè la lezione dell’integrazione delle funzioni del vivere (a fronte del moderno, monofunzionale quartiere dormitorio), unitamente all’incapacità degli architetti contemporanei di conferire qualità all’ambiente urbano.
Travisata la funzione del mercato delle aree
Per capire a fondo il fenomeno dell’abusivismo non si può tuttavia non riferirsi alle condizioni del mercato delle aree fabbricabili e alle responsabilità della classe politica nell’inquinare e alterare questo mercato, sia accettando le indicazioni degli urbanisti, tendenti ad intaccare alla base il principio stesso della proprietà fondiaria (fortunatamente tamponate dalla Corte Costituzionale), sia insinuandosi nei meccanismi di mercato con leggi come la 167, sulle aree per l’edilizia economica e popolare, e come l’equo canone, con le disastrose ripercussioni sugli investimenti privati per l’edilizia abitativa che sono all’origine della carenza odierna di nuove abitazioni nelle grandi città.
L’individuazione nel mercato come sede di una delle condizioni fondamentali di prosperità di una società civile moderna è stata assolutamente travisata dalla classe politica italiana a partire dal dopoguerra. La nostra classe politica ha portato avanti una nozione ideologica dell’interesse pubblico in opposizione totale all’interesse privato. Ora, che questa concezione fosse connaturale alla sinistra, allo statalismo dirigista e alla discriminazione delle classi sociali, non vuol dire che dovesse essere ritenuta accettabile anche dal partito allora di maggioranza relativa e dalle formazioni politiche di ispirazione liberale, ideologicamente più inclini a comprendere le ragioni del mercato.
D’altra parte gli urbanisti, applicando un concetto di pianificazione che, cristallizzando il territorio con una destinazione d’uso vincolante delle aree, stabilita secondo presunti criteri di razionalità e funzionalità dell’espansione urbana, escludevano ogni possibilità di un’offerta indifferenziata di aree fabbricabili in libero mercato, laddove peraltro il privato non poteva arrogarsi il diritto di pretendere che i servizi urbani arrivassero fino a lui, comunque e dovunque.
Il segnale incompreso della Bucalossi
Gli urbanisti hanno dunque per certi aspetti avuto ragione, ma soltanto sino a quando un liberale non sancì il sacrosanto principio, con la legge 28 gennaio 1977, n. 10 ( Norme per la edificabilità dei suoli ), che i costi dei servizi di urbanizzazione il privato se li dovesse pagare. La Bucalossi dava infatti, per chi lo volesse intendere, il segnale della crisi della mano pubblica, nonché della necessità di capovolgere le strategie autoritaristiche della pianificazione, ricorrendo al privato e prestando orecchio alle domande che, dal territorio, provenivano dal basso.
E’ da quel momento che la pianificazione urbana e territoriale doveva cambiare, modificando i criteri dirigistici sino allora seguiti e ampliando la nozione di governo del territorio ponendo l’accento sull’unitarietà organica degli interventi, cioè facendo proprie sia le esigenze di difesa del suolo che dei valori ambientali, che invece furono regolate da leggi specifiche, slegate dal contesto generale. Purtroppo l’opportunità offerta dalla svolta “Bucalossi”, che poteva dare luogo ad una positiva riaffermazione del primato della politica anche in questo settore, non venne afferrata da una classe politica in gran parte dedita all’affarismo e alla lottizzazione del potere, quindi incapace di cogliere il cambiamento epocale che si celava, già negli anni ’70, dietro il decentramento industriale e l’esaurimento del fenomeno dell’urbanesimo. Anche molti urbanisti non percepirono il cambiamento, proseguendo sulla strada ormai invalidata di una pianificazione prescrittiva da considerarsi quantomeno illiberale. Altri concepirono invece una via “riformista”, guardando in realtà ai modelli che venivano sperimentati in alcuni paesi europei.
La guerra alla tipologia unifamiliare
Peraltro, il perdurare di una costituzione impositiva della pianificazione urbana, ha comportato il mantenimento di tipologie abitative ad alta densità, individuate in ragione di scelte tecniche sull’uso del suolo, ma in gran parte estranee alla domanda, per di più spesso estremizzate da convinzioni ideologiche contrarie all’abitazione unifamiliare. A parte i formicai di abitazioni popolari già citati, chi ha potuto seguire le vicende del PRG della Capitale, a partire dal piano del ’62, non può non avere rilevato, ad esempio, la progressiva compressione dell’offerta della tipologia unifamiliare G4, una tipologia ormai confinata nell’Agro romano, con un lotto minimo di 100.000 mq!
Tutto questo mentre, per tornare all’articolo di Paolo Desideri, una ricerca Censis dell’83 proponeva un’interpretazione dell’abusivismo edilizio come risposta alla deludente qualità della vita che gli ambienti urbani della città pianificata moderna sapevano garantire ai loro abitanti: «l’alloggio abusivo rappresenta quindi, per la maggioranza degli intervistati, la conquista di un miglioramento sostanziale del comfort abitativo. Accanto all’incremento della superficie abitabile e del numero medio delle stanze si può rilevare un pronunciatissimo incremento delle superfici accessorie dell’alloggio e delle superfici scoperte di pertinenza dell’abitazione, specialmente costituite dai giardini e dalle aree libere».
D’accordo con Desideri anche quando, pur riconoscendo le tipologie autocostruite della città non pianificata, cioè abusiva, «più consone alle attese e alla cultura abitativa dell’uomo contemporaneo» aggiunge opportunamente che queste tipologie, «le casette della città diffusa, rappresentano la mediocre utopia liberista di un soggetto che in quelle architetture senza architetti realizza il suo contraddittorio paradiso individualista…».
Convincente la conclusione a cui perviene Desideri. Vale la pena citarla, anche se non può considerarsi esaustiva delle problematiche in discussione: «Tutto questo mi sembra converga verso un limite: la cultura urbana espressa dal moderno, che è alla base della formazione di noi architetti, che è tuttora la struttura principale dell’insegnamento di architettura, è ampiamente superata nei fatti e dalla cultura materiale della gente comune. Solo partendo da questa definitiva consapevolezza potremo, e dobbiamo con urgenza e passione, rifondare un rapporto accettabile tra urbs (cioè città fisica) e civitas (cioè società civile)».
I nostri tradizionali lettori ricorderanno sicuramente i nostri annosi e reiterati inviti ai “professori” a fare “una passo indietro”, tuttavia, se non li citassimo, faremmo torto a coloro tra questi che hanno sviluppato nel tempo una vigorosa autocritica, specialmente riferita all’autoreferenzialità del dibattito disciplinare, tale da consentire nel tempo l’assunzione reale degli elementi di crisi, come lo stesso articolo di Desideri sta a dimostrare.
Perchè non esaustiva la conclusione di Desideri? Perché fra le altre cose non coinvolge le responsabilità di certo pseudoambientalismo nostrano, che inquina il dibattito limitandosi a valutare la dimensione naturalistica dell’ambiente, dimenticandosi di quella culturale e ignorando le radici antropizzate del paesaggio naturale italiano. Per questa gente ogni ulteriore riduzione delle “volumetrie” abitative rappresenta una vittoria contro la “cementificazione”, laddove il diritto alla casa va considerato quantomeno elemento prioritario nei confronti di chi la casa non ce l’ha. Il fatto che si sia fatto scempio del territorio non può costituire un alibi per alienare questo diritto, né si può accettare l’affermazione, sintomo di ignoranza letale, secondo la quale la costruzione edilizia turba l’ambiente, perché non è la casa dell’uomo che turba l’ambiente naturale come quello urbano, lo turba, certamente, la cattiva architettura.
Paolo Desideri, E alla fine vinse la città di villette
La via principale della nazione
La costa nord-orientale degli Stati Uniti è oggi sede di uno sviluppo notevole - una distesa quasi ininterrotta di aree urbane e suburbane dal New Hampshire del Sud alla Virginia del Nord, e dalla costa atlantica alle colline ai piedi degli Appalachi. I processi di urbanizzazione, che hanno profonde radici nel passato americano, hanno operato qui in modo costante, fornendo alla regione sistemi di vita e di utilizzazione del suolo eccezionali. Nessun’altra regione degli Stati Uniti ha una concentrazione di popolazione altrettanto forte, con una densità media cosi alta, e che si estenda su un’area cosi vasta. E nessun’altra regione ha un ruolo paragonabile all’interno della nazione e un’importanza paragonabile nel mondo. Si è sviluppato qui un genere di supremazia, nel campo politico, economico e forse persino nel campo delle attività culturali, raramente raggiunto prima d’ora da un’area di tale ampiezza.
Una regione eccezionale: Megalopoli.
Questa regione ha quindi una eccezionale Il personalità », che per circa tre secoli ha subito mutamenti ed evoluzioni continue, ha determinato continuamente nuovi problemi per i suoi abitanti ed esercitato un’influenza profonda sulla organizzazione generale della società. Le tendenze attuali del suo sviluppo e il grado odierno di affollamento offrono esempio ed insegnamento ad altre aree meno urbanizzate sia in America che altrove, e richiedono una revisione integrale di molti vecchi concetti, quale la distinzione abitualmente accettata tra città e campagna. Ne consegue che ad alcuni vecchi termini vanno attribuiti nuovi significati e che si devono coniare termini nuovi.
Ma per quanto grande sia l’importanza di questa parte degli Stati Uniti e il valore dei processi operanti al suo interno, è però difficile separare quest’area dalle aree circostanti; sia perché i suoi confini tagliano regioni storiche tradizionalmente riconosciute - come il New England e gli stati del Medio Atlantico -, sia perché essa comprende unità politiche diverse, e alcuni stati per intero ed altri solo in parte. Per definire quest’area geografica particolare è dunque necessario un nome speciale.
Questo particolare tipo di regione è nuovo, ma è il risultato di processi di lungo periodo, quali un imponente sviluppo urbanistico, la divisione del lavoro all’interno di una società civilizzata, la valorizzazione qui delle risorse provenienti da molte parti del mondo. Il nome dato a questa regione dovrebbe pertanto essere nuovo come fattura, ma anche richiamarsI a formule di età molto più lontane, in quanto questa regione può considerarsi un simbolo di una lunga tradizione di aspirazioni e di sforzi umani: sforzi e aspirazioni che qui troviamo, in parte almeno, e con certi particolari orientamenti, realizzati. Di qui la scelta del nome “Megalopoli” usato in questo studio.
Circa duemila anni prima che sulle spiagge del fiume James, della baia del Massachusetts e dell’isola di Manhattan sbarcassero i primi pionieri europei, un gruppo di antiche genti, progettando una nuova città-stato nel Peloponneso, in Grecia, la chiamò Megalopoli, poiché per essa sognava un grande futuro e sperava che sarebbe diventata la più grande delle città greche. La loro speranza non si realizzò. Megalopoli compare ancora sulle carte moderne del Peloponneso, ma è solo una cittadina annidata in un piccolo bacino fluviale. Nel corso dei secoli la parola “Megalopoli” è stata usata in molti sensi da varia gente, ed ha perfino trovato posto nel dizionario Webster, che la definisce “una città molto grande”. Il suo uso, tuttavia, non è divenuto tanto comune da non poter venir applicato con un nuovo senso, come toponimo per l’eccezionale gruppo di aree metropolitane della costa nord-orientale degli Stati Uniti. Qui, ammesso che ai nostri tempi ciò sia possibile, il sogno di quei Greci antichi potrebbe essere divenuto entro certi limiti realtà.
Un’area urbanizzata a struttura nebulare.
Percorrendo le autostrade e le linee ferroviarie principali tra Boston e Washington, è difficile perdere di vista aree costruite, zone residenziali ad alta densità o potenti concentrazioni di impianti industriali. Sorvolando questo medesimo percorso, si scopre, d’altra parte, che oltre le fasce di terreno denso di costruzioni che si stendono lungo le principali arterie del traffico, e tra gli agglomerati dei sobborghi che circondano i vecchi centri urbani, rimangono ancora ampie zone coperte di foreste e boscaglie, alternate a qualche appezzamento di terreno amorosamente coltivato. Tuttavia, anche questi spazi verdi, se osservati a distanza ravvicinata, si presentano popolati da una quantità imponente di edifici, per la maggior parte di carattere residenziale - e alcuni pure di carattere industriale - sparsi qua e là. Infatti, molte di queste zone che sembrano rurali in realtà fungono in gran parte da sobborghi, nell’orbita del centro di qualche città. Perfino nelle fattorie, che occupano i più grandi appezzamenti coltivati e che in realtà forniscono notevoli quantità di prodotti, raramente lavora gente la cui sola occupazione e il cui solo reddito sia esclusivamente agricolo.
Quindi non è più possibile applicare qui la vecchia distinzione tra rurale e urbano. Anche un rapido sguardo alla vasta superficie di Megalopoli rivela una rivoluzione nell’utilizzazione del suolo. La maggior parte della gente che vive nelle cosiddette aree rurali, e che viene ancora definita, dai recenti censimenti,”popolazione rurale” ha ben poco, per non dire niente, a che fare con l’agricoltura. Se si prendono in considerazione i suoi interessi e il suo lavoro essa costituisce quella che un tempo era definita “popolazione urbana”, ma il suo modo di vivere e il paesaggio che circonda le sue abitazioni non si adatta al tradizionale significato di urbano.
Dobbiamo perciò abbandonare in questa zona l’idea di città come unità fittamente costruita ed organizzata, in cui la gente, le sue attività e le sue ricchezze sono condensate in un’area molto piccola, chiaramente distinta dai suoi dintorni non urbani. Ogni città di questa regione si stende in lungo e in largo attorno al suo nucleo originario; cresce in mezzo a un miscuglio irregolarmente colloidale di paesaggi rurali e suburbani; si fonde su ampi fronti con altri miscugli, di struttura per qualche verso simile, anche se paesisticamente diversi, che appartengono ai dintorni suburbani di altre città. Si può osservare questa fusione, per esempio, lungo le principali arterie di comunicazione che uniscono New York a Filadelfia. Vi sono qui molte comunità che potrebbero essere classificate come appartenenti a più di un’orbita. È difficile dire se essi siano sobborghi o città “satelliti”, di Filadelfia o di New York, di Newark o New Brunswick o Trenton. Persino queste ultime tre città si sono ridotte sotto molti punti di vista al ruolo di sobborghi di New York, sebbene Trenton appartenga anche all’orbita di Filadelfia.
Le “aree metropolitane standard”, usate per la prima volta dal Bureau of the Census degli Stati Uniti nel 1950, hanno chiarito in parte, ma non del tutto questa situazione confusa. Per esempio, la classica area metropolitana New York-New Jersey nord-orientale taglia dei confini politici, mettendo in luce i rapporti di questa vasta regione con il cuore di New York. Eppure l’applicazione meccanica del, termine “area metropolitana standard” si è risolta nella creazione di aree separate per Trenton - che è strettamente legata sia a New York sia a Filadelfia - e per Bridgeport - che per molti motivi pratici fa parte dell’area di New York. Possiamo rilevare problemi analoghi in altre parti di Megalopoli.
Cosi è stato creato lungo le coste atlantiche nord-orientali un sistema quasi continuo di aree urbane e suburbane che si intersecano in profondità, con una popolazione totale di circa 37 milioni di abitanti nel 1960. Esso scavalca confini di stato, si stende attraverso ampi estuari e golfi e racchiude caratteristiche regionali molto diverse. In effetti, i paesaggi di Megalopoli offrono una tale varietà che l’osservatore medio può nutrire seri dubbi sull’unità della regione. E potrebbe avere l’impressione che i principali nuclei urbani della costa abbiano scarsa affinità tra di loro. Sei delle sue grandi Città sarebbero altrettante metropoli nettamente caratterizzate, se fossero situate altrove. Questa regione ci richiama le parole di Aristotele, che le città come Babilonia hanno “le dimensioni di una nazione piuttosto che di una città”.
Megalopoli: via principale e incrocio della nazione.
Vi sono molte altre grandi aree metropolitane, e perfino raggruppamenti di esse, in varie parti degli Stati Uniti, ma nessuna tuttavia è paragonabile a Megalopoli per quantità e densità di popolazione o importanza e densità di attività, siano queste espresse in termini di trasporti e nodi di comunicazioni, di operosità finanziaria o istituzioni politiche. Megalopoli fornisce a tutta l’ America una tale quantità di servizi essenziali, di quel tipo che ogni comunità trovava di solito nel proprio centro urbanistico, che ben merita la definizione di “via principale della nazione”. E per tre secoli ha sostenuto questa parte, anche se la marcia compiuta dai colonizzatori attraverso il continente si è svolta lungo un asse est-ovest, perpendicolare a questa regione della costa atlantica.
Negli ultimi tempi Megalopoli ha più che mai concentrato in se un gran numero di grandi funzioni, solitamente assolte da una “via principale”: e si ha l’impressione che non sia disposta ancora a ,rinunciarvi. Ne è prova, ad esempio, la presenza determinante del governo federale a Washington, una presenza che influenza molti aspetti della vita nazionale; e poi la concentrazione permanente di operazioni finanziarie ed amministrative a Manhattan; e poi il predominio esercitato da New York sul mercato nazionale dei mezzi di comunicazione di massa, che resiste ad ogni tentativo di concorrenza; e poi l’influenza preminente delle università e dei centri culturali sul pensiero e sulla politica americana. Megalopoli è anche la facciata principale del paese di fronte al resto del mondo. Da essa, come dalla via principale della città, la popolazione locale parte per viaggi lontani, e ad essa giungono gli stranieri in arrivo. Per gli immigranti essa ha sempre rappresentato un porto di sbarco. E proprio come i viaggiatori di passaggio spesso vedono di una città solo qualche edificio della sua via principale, cosi la maggior parte dei viaggiatori stranieri vedono solo una parte di Megalopoli durante il loro soggiorno negli Stati Uniti.
Proprio come la via principale vive per fornire di servizi l’intera città e si arricchisce per merito di essi, più che per delle sue risorse puramente locali, cosi Megalopoli è legata a tutti gli Stati Uniti e alle loro abbondanti e articolate risorse. Nel complesso Megalopoli non è stata eccessivamente favorita dalla natura. Non ha grandi estensioni di terreni ricchi (vi sono dei buoni terreni, ma quelli poveri sono in maggior numero), nessun particolare vantaggio climatico (il suo clima ciclonico è lontano dall’essere ideale) e nessun grande giacimento minerario (sebbene ve ne sia qualcuno). Sotto questo punto di vista non si può paragonarla alle generose vocazioni o capacità naturali del Middle West o del Texas o della California. Ma primeggia per i vantaggi che le derivano dalla sua ubicazione: porti profondi di una costa ove sono avvenuti fenomeni di ingressione marina, e lungo la quale furono presto fondate - nelle insenature - le sue città principali, e poi la sua posizione di anello di congiunzione tra il ricco cuore del continente e il resto del mondo. Con intensa, dura e continuata operosità l’uomo ha messo a frutto al massimo la maggior parte delle virtualità contenute in quella ubicazione: che sono in effetti le risorse più rimarchevoli di un patrimonio naturale altrimenti mediocre. Come risultato, ben presto Megalopoli divenne un centro dinamico di relazioni internazionali, ed ha mantenuto e costantemente accresciuto questo suo ruolo fino ad oggi. È ora il punto di incrocio più attivo della terra, per la gente, per le idee, per le merci, e la sua influenza si stende molto lontano dai confini della nazione, In realtà solo in quanto è stata valorizzata come punto di incrocio questa regione ha potuto raggiungere la sua attuale preminenza economica.
Megalopoli, laboratorio dello sviluppo umano.
La tecnologia moderna e la evoluzione sociale dei nostri tempi forniscono da una parte un crescente sviluppo di attività urbane, e dall’altra sistemi in continuo miglioramento per produrre quantità maggiori di prodotti agricoli con minor manodopera. Queste tendenze, integrandosi accomunandosi e reagendo con i fenomeni di accrescimento demografico, sono quindi destinate ad incanalare un flusso crescente di popolazione verso occupazioni e sistemi di vita di tipo urbano: A mano a mano che questa marea raggiunge un numero sempre più grande di città, queste ultime traboccheranno oltre i loro vecchi confini per espandersi e disseminarsi su tutto il paesaggio, assumendo nuovi aspetti, come quelli che si possono osservare in tutta Megalopoli. Questa regione serve cosi da laboratorio, nel quale possiamo studiare la nuova evoluzione che va rifoggiando sia il senso del nostro vocabolario, sia tutta la struttura materiale del nostro sistema di vita.
La società di domani sarà diversa da quella nella quale siamo cresciuti, soprattutto perché sarà maggiormente urbanizzata. Modi di vita non agricoli saranno seguiti da una quantità sempre più grande di gente, ed occuperanno più spazio che mai, e simili cambiamenti non potranno prodursi senza modificare profondamente anche la vita e la produzione agricola. Le conseguenze dell’evoluzione generale annunciata dall’attuale crescita e complessità di Megalopoli sono cosi grandi che un’analisi dei problemi di questa regione dà spesso la sensazione di essere spettatori del sorgere di una nuova fase della civiltà umana. L ‘autore ha visitato e studiato molte altre parti del mondo, ma non ha mai provato una simile sensazione in nessun altro luogo. Quest’area può davvero essere considerata la culla di un nuovo ordine dell’organizzazione dello spazio abitato. Questo nuovo ordine tuttavia è ancora lontano dall’essere disciplinato; qui, nella sua culla, ogni cosa è in perenne mutamento e conflitto, e questo non semplifica il lavoro di chi ne intraprende l’analisi. Nonostante ciò, uno studio su Megalopoli può gettar luce su processi che sono di grande importanza ed interesse per tutti.
Uno studio di rapporti complessi.
Man mano che procedeva il lavoro di raccolta dei dati e di analisi, diventava evidente che la possibilità di risolvere la maggior parte dei problemi che questo studio di Megalopoli faceva emergere stava nelle interrelazioni tra le forze e i processi operanti all’interno di quest’area piuttosto che nelle tendenze del suo sviluppo o nel miglioramento delle sue tecniche. Cosi la tendenza dell’incremento demografico, facile da misurare e forse da prevedere approssimativamente, aiuta meno a comprendere la natura di quest’area che non le interrelazioni esistenti tra i processi che provocano la crescita della popolazione locale, quelli che attirano un certo tipo di gente a Megalopoli, e quelli che forniscono a questa popolazione in aumento i mezzi per vivere e per lavorare. Molti di questi processi sono statisticamente misurabili e alcuni possono essere rappresentati su una carta geografica, ma il grado in cui ciascuno di essi deriva dagli altri o li determina è una questione molto più sottile, ed è più importante per la comprensione di come si è formata la regione di Megalopoli e di come la sua vita si svolge.
La maggior parte degli studi regionali restano sul terreno sicuro e superficiale delle descrizioni statistiche e delle classificazioni funzionali. Se il mio lavoro avesse seguito questo schema sarebbe stato principalmente dedicato ad una ricapitolazione degli abbondanti dati che si possono ottenere attraverso i censimenti e da altre fonti di informazioni generali sulle svariate caratteristiche di Megalopoli. Una descrizione delle condizioni naturali, come la topografia, il clima, l’idrografia e la vegetazione, avrebbe preceduto un breve profilo storico, per essere poi seguita da trattazioni sulla popolazione, sulle industrie, sul commercio, sui trasporti e le comunicazioni, sul mercato immobiliare, su altre attività e infine dalla descrizione delle città principali e delle caratteristiche generali delle aree “rurali”. Un lavoro del genere avrebbe messo capo alla illustrazione dei problemi attuali, e con l’aggiunta di qualche previsione per il futuro presentata per mezzo di grafici e basata sul presupposto che le tendenze degli ultimi venti-cinquant’anni si manterranno per i prossimi venti.
La pura compilazione di questo panorama potrebbe essere forse di qualche utilità a qualcuno, ma difficilmente ne trarrebbe giovamento chi chiedesse uno studio in profondità, una penetrazione e una comprensione esaurienti dei problemi fondamentali di quest’area. Cercando di scoprire i processi più profondi e il loro intrecciarsi, si può sperare di addivenire a un tipo di conoscenza più essenziale, ed anche di fondare una metodologia di ricerca che potrebbe essere usata - anche se ciò non pare agevole - per lo studio di altra area analoga o proiettata nel futuro con qualche validità. Questa è la ragione per cui il presente lavoro è organizzato secondo uno schema che in un certo senso non è più quello tradizionale ed antiquato dei geografi, essendo il suo fine una discussione più ragionata ed una analisi obiettiva. Fenomeni cosi complessi, come i processi sociali ed economi ci che si stanno svolgendo in Megalopoli, denunciano un intreccio amplissimo di cause e di componenti numerose: e l’autore si è sforzato di cercare nella integralità queste componenti e di esaminarle in ogni loro forma e interrelazione, con quanta maggior dose ha potuto di spirito critico. (estratto da Vol. I, pp. 3-13)
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Novus ordo seclorum
Lo sviluppo di Megalopoli è un fenomeno estremamente complesso. Molti fattori hanno contribuito a realizzare il suo attuale grado di urbanizzazione e la spettacolare concentrazione di gente, di industrie e di ricchezza. La posizione geografica fu certamente un immenso vantaggio nelle prime fasi dello sviluppo della regione; e le istituzioni ereditate dal passato sostengono vantaggiosamente fino ad oggi la grande struttura moderna che negli ultimi anni ha dominato l’economia e la politica del nostro globo. Eppure non si può attribuire alla sola combinazione di forze materiali il fatto di aver determinato lo sviluppo di Megalopoli fino al suo attuale stato di superiorità. Lo spirito del popolo che si servi delle occasioni materiali che poteva sfruttare deve essere riconosciuto come l’elemento decisivo della storia della regione: questa è la lezione del passato e questo l’ammaestramento per il futuro.
L impeto prometeico.
Le prime città fondate sulla costa nord-orientale americana, dalla baia del Massachusetts al fiume Potomac, formarono un’audace frontiera, la cui popolazione si preoccupava di risolvere il problema delle sventure umane almeno nella stessa misura in cui tentava di sviluppare un continente e di controllare un oceano. Se si considerano le colonie del secolo diciassettesimo e dell’inizio del diciottesimo come costituenti un cardine sulla sponda del continente, questo cardine deve essere riconosciuto come “tridimensionale”: considereremo cioè come suo terzo componente le aspirazioni spirituali che animarono i vari esperimenti: il Massachusetts, Providence, e poi il Connecticut, tutti puritani, la quacchera Filadelfia, i mennoniti e gli amish a Lancaster in Pennsylvania, il Maryland cattolico (a parte gli altri). Ognuno di questi gruppi era guidato da una fede che ardeva viva e che sembrava in condizioni di realizzare le sue migliori imprese nella terra vergine del nuovo mondo.
Le origini di New York furono un poco diverse e sotto molti punti di vista più materiali. Ma New York divenne presto un centro molto tollerante, aperta a molte fedi, e un grande centro di cooperazione tra gente dalle origini più disparate. Tutti i grandi porti marittimi, situati sulla fascia della facciata del continente, erano rivali ma anche esercitarono influenza l’uno sull’altro. Erano tutti figli dell’età delle grandi scoperte geografiche, da cui ereditarono una disposizione prometeica presto stimolata dal fervore religioso e dalla concorrenza tra vicini.
Se si esamina la storia di Megalopoli si trova uno stretto legame tra lo spirito della frontiera e l’impeto dei grandi esperimenti religiosi. La teoria della frontiera nella storia americana esposta da Frederick Jackson Turner si fonde qui con la “missione nelle terre selvagge” di Perry Miller , per produrre uno sforzo continuo a migliorare il destino dell’uomo, attraverso lo sviluppo di risorse nuove e illimitate. L’ardore prometeico rifulge dopo l’indipendenza, come è dimostrato da scritti del genere della dichiarazione di Nicholas Collin, che occupano una posizione di primo piano nelle pubblicazioni dell’ American Philosophical Society.
Molti storici hanno sottolineato il fatto che i programmi redatti e le politiche seguite in questa regione sorsero di giorno in giorno come prodotti della pressione dei tempi, che offrivano possibilità, assieme ad ostacoli e difficoltà. La gente si levava per far fronte a queste sfide successive, facendo del suo meglio, senza grandiosi progetti o piani. Tuttavia vi sono molti modi per far fronte a una particolare sfida o per trarre vantaggio da una data occasione. Gl’Indiani precolombiani lo fecero in un certo modo, i colonizzatori del New England in un altro, mentre i piantatori della Virginia scelsero ancora un terzo sistema. La massa degl’individui che forma una comunità spesso è pienamente cosciente delle forze da cui viene sospinta, ma in genere è troppo occupata per passare il suo tempo a studiarle con cura e lascia perciò questo sforzo ad un’élite che ha più tempo a sua disposizione: e che viene designata d’abitudine col nome di intellettuale. Non c’è dubbio che il gruppo dominante nelle grandi città della costa nord-orientale ponesse attenzione ai fondamenti e ai motivi della originalità della potenza americana.
È significativo che le commissioni che discussero e scelsero il disegno allegorico del Gran Sigillo degli Stati Uniti, immediatamente dopo l’indipendenza, abbiano inciso su una delle facce del sigillo la frase latina Novus ordo seclorum, frase che appare su tutti i biglietti di banca, stampata sotto la piramide incompiuta la cui base porta la data 1776. I capi della nuova repubblica credevano che gli Stati Uniti e il loro modo di vivere dovessero essere e sarebbero stati un “nuovo ordine del tempo”, una grande svolta nella storia. Non c’era un modo più forte per rivendicare un simile ruolo di quello di incidere un motto del genere sul Gran sigillo della Federazione, e più tardi sulle banconote. Un’iscrizione non vale molto in pratica, a meno che non esprima un sentimento profondamente vivo nel cuore di molte persone, e un tale sentimento era caratteristico della classe dirigente delle città di Megalopoli dell’ultima parte del diciottesimo secolo. Una dose notevole di questo stesso spirito è ancora viva nella mente degli Americani e ne ispira ancora le azioni. La vecchia politica del navigatore di Boston, di “tentare tutti i porti”, e la formula più recente dei grandi pianificatori di “non fare progetti ridotti” rappresentano una tradizione di Megalopoli, piena di vigore e di determinazione, basata su un’esigenza di sperimentazione coraggiosa e su una chiara fiducia nel successo finale dello sforzo umano.
Dietro allo sviluppo di questa regione sta un’era di grandi scoperte e di fervidi dibattiti religiosi: essa ha raggiunto la sua supremazia attuale in un tempo in cui il genere umano, soddisfacendo un antico sogno, ha aperto ancora una volta i cancelli della scoperta e dell’esplorazione: questa volta in mondi ancora nuovi come sono gli altri pianeti. Oggi ci viene ricordato costantemente che le idee precedono e foggiano l’aspetto di “fatti” nuovi. Un antico filosofo di Alessandria, il giudeo Filone, c’insegnò che esiste una grande città di idee che predetermina e dirige il mondo materiale in cui viviamo, e questa grande città delle idee fu chiamata da Filone Megalopoli. Perciò sembra particolarmente conveniente applicare lo stesso nome a questa straordinaria regione, il cui aspetto e il cui stile attuale nacquero dalla fede e dai tentativi di coloro che vi si stanziarono per portare un nuovo ordine ai loro fratelli sulla terra.
Risorse senza limiti: una filosofia dell’abbondanza.
Che genere di nuovo ordine era questo? Ogni gruppo certamente se lo raffigurava a modo suo, ma doveva essere un “ordine migliore”, un ordine di abbondanza e di giustizia, nel quale le genti sarebbero state felici, nel quale la ricchezza avrebbe regnato e sarebbe stata equamente distribuita. Nel loro fervore religioso le varie comunità erano perfettamente consapevoli della necessità di un successo materiale che dimostrasse la loro verità a tutto il mondo. L’approvazione divina alla loro condotta si sarebbe manifestata in una prosperità generale. Per raggiungere questa prosperità erano tutti preparati a lavorare duramente, risparmiando fatica quando fosse possibile, perché gli uomini erano pochi e il continente immenso, perché anche il compito era enorme, e tutti i sistemi per accrescere il benessere della comunità e la sua capacità di produzione sarebbero si credeva piaciuti a Dio.
A queste idee iniziali la natura dei tempi aveva dato una grande spinta. La costa nord-orientale fu colonizzata allorché l’era delle grandi scoperte ampliò gli orizzonti in tutte le direzioni, e fece esplodere una vasta espansione commerciale. I primi stanziamenti del diciassettesimo e diciottesimo secolo si svilupparono di fronte alle spiagge orientali dell’Europa, in un’epoca in cui gli abitanti di quest’ultima stavano aprendo in varie direzioni nuove strade del progresso scientifico e tecnico e davano vita all’illuminismo. Le città di Megalopoli iniziarono a svilupparsi con la rivoluzione industriale e con un grande sconvolgimento delle migrazioni e dei consumi di massa.
Megalopoli assorbi avidamente ogni novità di qualunque tipo. Lo sviluppo commerciale, l’industrializzazione, la meccanizzazione, la motorizzazione, e l’automazione, tutto fu messo in opera su larga scala. Il “nuovo ordine” che doveva svilupparsi - precisamente perché fondato sui risultati della rivoluzione industriale - poteva essere soltanto un ordine urbano. La vecchia economia rurale, che predominava nei vecchi paesi e da cui provenivano la maggior parte dei colonizzatori o gli ultimi emigranti, era inadatta a sostenere il genere di vita che la costa nord-orientale aveva incominciato ad assicurare.
Non si possono trovare risorse illimitate in qualsiasi area agricola, e fu l’economia urbana, inizialmente basata su un commercio attivo, a sviluppare in misura quasi illimitata la ricchezza della popolazione. Il continente era colonizzato e sviluppato; ma Megalopoli non poteva solamente servire da base principale per il suo impulso economico. Assetati di maggiori forniture e di maggiori mercati, i commercianti di Megalopoli organizzarono una produzione sempre più grande in patria e fuori. E allorché gli utili di questa attività furono raccolti, essi furono immessi sul mercato e spesso trasformati in necessità, attraverso processi a cui spesso abbiamo fatto riferimento in questo volume. La ridistribuzione degli utili è sempre stata la funzione del mercato e delle economie urbane.
Dall’accumulo di ricchezza e di mezzi di produzione conseguiva un certo sperpero. Il consumo di massa ebbe una grande spinta in avanti dall’organizzazione della pubblicità e del credito su larga scala, dall’obsolescenza incorporata, e da tutto il funzionamento del mercato dei mezzi di diffusione che resta concentrato nei principali centri di Megalopoli. E necessario comprendere che una simile filosofia dell’abbondanza, poteva portare solamente ad uno sviluppo urbano e a una espansione su larga scala. Ma portò anche a una specializzazione costante - e in rapida metamorfosi - di una grande parte della forza lavoro di Megalopoli, verso quelle occupazioni, cioè quei settori dell’attività economica, che pagavano meglio o che stavano allargando la loro richiesta di manodopera. Da un’economia che si basava sull’equilibrio agricoltura-commercio, Megalopoli passò ben presto a dare maggiore importanza a una combinazione d’industria più commercio. Nel ventesimo secolo le industrie terziarie avevano invaso la regione e la maggior parte della forza lavoro era passata alle occupazioni dei white collars. Nel 1960 i maggiori centri erano specializzati in quelle che possono essere dette le forme quaternarie dell’attività economica: le funzioni direttive e artistiche, il governo, l’istruzione, la ricerca e la mediazione di tutti i tipi di merci, servizi e titoli.
Simili attività sono sempre state concentrate nei quartieri degli affari, nelle downtown, nelle piazze di mercato che caratterizzano il centro urbano, nella City. Per un secolo almeno e forse di più, Megalopoli è stata in prima linea per il progresso e la raffinatezza dell’economia urbana. La sua fortunata espansione fa pensare che la sua dinamica abbia aderito esattamente ai principi base di ogni sviluppo urbano.
Vi è nella meccanica di ogni città l’esigenza della produzione di surplus, di una grande mobilità negli equilibri fra necessità e risorse, come pure una fluidità sufficiente nella natura stessa delle risorse che procurano un reddito. L’abbondanza di merci e di denaro è pure un’antica specialità della città. Il confluire di molte correnti di forniture e di traffico è necessario per ottenere una tale abbondanza, che non sarà limitata solo a poche merci prodotte localmente. Tuttavia, le città non hanno sempre raggiunto una equa distribuzione delle loro abbondanti forniture. Gli Stati Uniti possono ritenere di essere la prima grande nazione che ha raggiunto un alto grado di ricchezza generale abbastanza ben distribuita tra la popolazione e non vi è dubbio che questa ricchezza la si dovette non tanto alla estensione e alla fecondità della terra quanto al dinamismo dell’economia urbana sviluppata a Megalopoli e fondata sulla amministrazione della ridistribuzione.
Il grande impeto tecnologico del periodo nel quale Megalopoli si sviluppò fu un fattore importante, e le ricchezze naturali del continente americano furono solo strumentali. Eppure, molte nazioni nello stesso arco di anni vissero la loro storia senza avere uno sviluppo economico simile a questo, anche se talvolta avevano doni naturali altrettanto ricchi di quelli degli Stati Uniti. In effetti sono stati appena scoperti e studiati in parecchi continenti, vasti giacimenti petroliferi, immensi giacimenti minerari e vaste distese di terreno fertile. Ma la ricerca e lo sviluppo di tutte le risorse possibili nei paesi che erano nell’orbita di Megalopoli (e che in parte coincisero durante gli ultimi 150 anni con l’orbita di Londra) non fu compiuta dal resto del mondo. Se ci dovessimo chiedere “perché” e tentare una risposta, dovremmo certamente metterla in relazione non tanto col desiderio di raggiungere una produzione più ampia quanto con la sicurezza di espandere il consumo (persino in un modo rovinoso, se necessario) come fattore costruttivo dello sviluppo economico. Tra uno o due secoli lo storico dell’economia che studiasse un resoconto dettagliato del passato, potrebbe concludere che la ricchezza naturale degli Stati Uniti, specialmente ad est delle Montagne Rocciose, non era nulla di eccezionale; potrebbe persino apparire, allora, al di sotto della media. Ma l’abbondanza di risorse con la quale la sua gente l’ha messa a profitto sotto la guida dei centri megalopolitani, potrà anche allora apparire eccezionale.
Che cosa riserverà il futuro, è un problema a cui si deve rispondere in altra sede. Possiamo tuttavia domandarci quanto sia valido l’insegnamento che Megalopoli, con il suo passato e con il suo presente, offre alla sua popolazione e alla popolazione di altre terre.
Il nuovo ordine: come esportarlo?
Sarebbe certamente piaciuto immensamente ai padri fondatori delle città di Megalopoli scoprire che il modo di vivere e l’organizzazione economica che si sono sviluppati qui servono ora da modello ad alcune altre parti del mondo che stanno vivendo lo stesso processo di urbanizzazione.
Le tendenze attuali non sono tuttavia cosi semplici. Il processo di sviluppo urbano alla nostra epoca è un fenomeno di portata mondiale ed è fonte di preoccupazione per molti governi e comunità. In ogni regione questo sviluppo si manifesta secondo linee specifiche, la maggior parte delle quali differiscono da luogo a luogo; ogni comunità ha una sua propria varietà di problemi abituali, e il suo modo e i suoi mezzi per affrontarli. Queste caratteristiche locali e singolari devono essere rispettate. Ma conoscere i problemi più o meno simili di altri luoghi, e il modo in cui essi sono stati affrontati, è di grande aiuto; e ciò che s’impara in questo modo può servire a risolvere i problemi di un’area qualsiasi nel modo che le è più congeniale.
Naturalmente i paesi che si trovano a fronteggiare i problemi dell’urbanizzazione moderna per prima cosa guardano ai precedenti e agli esperimenti tentati nelle aree che hanno assunto una posizione di guida. Ai tempi nostri Megalopoli viene quindi studiata ed esaminata perché molti dei suoi vari problemi si ripetono e si ripeteranno, con alcune varianti e su scale diverse, nella maggior parte degli altri paesi. Che l’azione da lei intrapresa riguardo ad un qualsiasi problema umano o suburbano dia garanzia o meno di successo, Megalopoli sa che essa verrà anche esaminata da molti a lei estranei, alcuni dei quali la copieranno solo per il prestigio di cui la regione gode al momento attuale, mentre altri ne potranno ottenere suggerimenti per apportare delle migliorie alle tecniche ivi applicate. Qualunque cosa si faccia, qualunque sia il suo valore reale, per le persone interessate, l’esempio di Megalopoli sarà seguito più spesso di quanto si creda. Gli osservatori che viaggiano oggi per il mondo riferiscono di molti esempi, osservati in aree completamente diverse, della evidente influenza esercitata dai metodi americani di trattare i problemi urbani; e poiché Megalopoli resta il più imponente e il più vasto sistema urbano, poiché è la facciata principale degli Stati Uniti verso il mondo esterno, sono soprattutto gli esempi di Megalopoli quelli che caratterizzano tante città e tanti paesi di tutto il globo.
Chi scrive ha ultimamente viaggiato a lungo attraverso il Nord America, l’Europa occidentale e alcuni paesi mediterranei. Dappertutto ha trovato città in espansione. Le aree metropolitane più vaste attirano la parte più grande della massa della popolazione. Le città si estendono l’una verso l’altra. La struttura nebulare delle regioni urbanizzate sta diventando frequente e suggerisce una nuova ridistribuzione delle funzioni all’interno di queste regioni. L’utilizzazione del suolo a scopo residenziale sta guadagnando terreno in tutte le direzioni attorno ai più vecchi nuclei sovrappopolati. I nuclei più densamente popolati non si specializzano più nell’industria e nell’amministrazione come facevano un tempo. Le industrie produttive spesso si spostano verso la periferia della città e oltre. in zone che fino a poco tempo fa erano considerate rurali o interurbane. Le funzioni che continuano a raggrupparsi in quelli che possono essere chiamati i distretti centrali o centri della “nebula " urbana sono gli uffici, i laboratori, e tutte le attività legate alle varie forme di divertimento. Come ai tempi dell’antica Roma, l’arena e il foro nella loro versione moderna, occupano una parte sempre più grande del centro. I divertimenti e gli uffici sono legati gli uni agli altri, e prosperano per questa vicinanza. Essi creano un vasto mercato per il lavoro dei white collars. Tutte queste tendenze ebbero inizio molto presto e si sono già sviluppate su larga scala a Megalopoli. Le forze che producono questa evoluzione sono radicate in una profonda trasformazione dei moderni modi di vita e di habitat.
Queste tendenze danno una grande responsabilità agli attuali abitanti e alla classe dirigente di Megalopoli. Sotto molti punti di vista essi possono essere giustamente orgogliosi di servire da modello. Tuttavia devono ricordarsi delle conseguenze a lunga distanza di queste tendenze. Gli uomini imitano quelli che sono più ricchi, più potenti e che hanno avuto maggior successo di vita nella speranza di raggiungere, attraverso una tale imitazione, uno stato migliore o per lo meno uguale. Il Mahatma Gandhi raccontò che nella sua giovinezza egli tentò di mangiare la carne di bue, nonostante la sua profonda ripugnanza, nella speranza di poter diventare intellettualmente e politicamente uguale agli Inglesi, mangiatori di carne di bue, che allora dominavano l’India. Egli comprese presto che non era quello il modo di risolvere il suo problema. Può darsi che Megalopoli provi una certa ansietà al pensiero che una imitazione istintiva e irragionevole dello stesso genere possa svilupparsi e si svilupperà; ma nel campo dei problemi urbani e metropolitani non si possono impedire tali indesiderabili imitazioni. Ciò nonostante sussiste una certa responsabilità nel fatto di essere in prima linea, perché la condotta di colui che segue è influenzata dal capo.
La prima responsabilità degli abitanti di Megalopoli è, tuttavia, verso loro stessi. Se essi sono soddisfatti di avere fatto tutto quello che era in loro facoltà di fare, e nel modo migliore, per governare la loro regione e risolvere i loro problemi, allora essi possono affrontare coraggiosamente il giudizio del resto del mondo, oggi e domani. Se essi rimangono fedeli alle loro tradizioni, se essi, comunità e individui, continuano con lo stesso entusiasmo egli stessi sforzi del passato, a lottare per costruire nel deserto di questo complicato, duro e mutevole mondo una città migliore, allora si potrà guardare con ottimismo al futuro di Megalopoli. Tuttavia questa fiducia esige dubbi continui, esami di coscienza e autocritica da parte di tutti. Se dovessero instaurarsi autocompiacimento e rassegnazione, il grande esperimento di Megalopoli sarebbe compromesso e l’equilibrio del nostro mondo ne verrebbe alterato. (estratto da Vol II, pp. 943-952)
Il docenti del Dipartimento di urbanistica e pianificazione del territorio dell’Università di Firenze ritengono che il decreto sul condono edilizio, se dovesse diventare operativo, scatenerebbe una serie a catena di disastri sul territorio nazionale e sulle istituzioni preposte a programmarne la tutela e lo sviluppo.
Un disastro urbanistico e ambientale: gli abusi, sia quando riguardano le periferie, sia, soprattutto, quando riguardano le aree demaniali, anche se non protette da vincolo specifico, proprio in quanto illegali aggravano il degrado. La loro convalida non può che rendere più difficile (se non impossibile) un’effettiva opera di recupero. Circa le periferie poi è perlomeno strano che dopo tutto il discorrere che si è fatto di recente sulla necessità di un loro recupero, il primo provvedimento operativo sia il condono degli abusi.
Un disastro istituzionale: vanificando l’azione di enti locali (comuni, provincie e regioni) che tentano di programmare e regolare l’attività edilizia, vietando l’abusivismo, non solo si accentuano i contrasti fra istituzioni centrali e enti locali e si contravviene ad ogni obiettivo federalista; ma si contraddice e si svuota di senso anche la politica dei programmi speciali integrati di origine europea e statale che ormai da molti anni operano nei territori in crisi con ben altri metodi e obiettivi.
Un disastro civile, culturale e di immagine a livello europeo: si perpetua la peggiore tradizione italica della “simonia”, con lo Stato che, come un tempo si vendevano le indulgenze, vende la possibilità di evadere la legge e i cittadini che ne approfittano dopo essersi arrangiati da sé. Una tradizione che pone l’Italia fuori del contesto europeo, dove la pratica del condono è sconosciuta e anche grazie a ciò l’abusivismo è inesistente. Alimentare il culto dell’impunità vuol dire infatti incentivare l’abusivismo.
Infine, un disastro anche dal punto di vista economico: come dimostrano ormai in modo indiscutibile le ricerche e i bilanci sui precedenti condoni le entrate non coprono gli oneri per la regolare urbanizzazione delle aree abusive. A Roma, ad esempio, è stato calcolato che a fronte di 20.000 case da condonare, lo Stato e il comune incasserebbero complessivamente 200 milioni di euro, mentre le spese di urbanizzazione ammonterebbero a 440 milioni. Ci si può facilmente immaginare che a scala nazionale il passivo salirebbe a cifre astronomiche.
Nel nostro paese, il territorio e il paesaggio non sono beni vendibili con cui “fare cassa” in caso di necessità, ma al contrario risorse bisognose di cure, di un’adeguata programmazione e di investimenti perché possano rendere sui tempi lunghi.
I docenti del Dipartimento fanno appello al Governo e al Parlamento perché la proposta di condono non venga approvata, e crisi delle periferie, crisi della programmazione urbanistica e crisi della politica residenziale pubblica non vengano sfruttate da iniziative superficiali e controproducenti del Ministero del Tesoro, ma vengano affrontate nell’ambito dei Ministeri e degli enti locali competenti portando avanti una seria programmazione integrata fra obiettivi di natura sociale, economica e urbanistico-ambientale.
Giandomenico Amendola, Nicola Assini, Michelangelo Caponetto, Carlo Carbone, Gianfranco Censini, Gabriele Corsani, Mario Guido Cusmano, , Gian Franco Di Pietro, Guido Ferrara , Teresa Gobbò, Gianfranco Gorelli, Massimo Grandi, Biagio Guccione, Alberto Magnaghi, Susanna Magnelli, Marco Massa, Manlio Marchetta, Maurizio Morandi, Carlo Natali, Giancarlo Paba, Raffaele Paloscia, Francesco Pardi, Massimo Preite, Giorgio Pizziolo, Francesco Ventura, Paolo Ventura, Alberto Ziparo
NO AL CONDONO EDILIZIO
GLI ARCHITETTI FANNO OBIEZIONE DI COSCIENZA
“L’architettura è espressione culturale essenziale dell’identità storica in ogni paese.
L’architettura si fonda su un insieme di valori etici ed estetici che ne formano la qualità e contribuisce, in larga misura, a determinare le condizioni di vita dell’uomo e non può essere ridotta a mero fatto commerciale regolato solo da criteri quantitativi. L’opera di architettura tende a sopravvivere al suo ideatore, al suo costruttore, al suo proprietario, ai suoi primi utenti. Per questi motivi è di interesse pubblico e costituisce un patrimonio della comunità.
La tutela di questo interesse è uno degli scopi primari dell’opera professionale e costituisce fondamento etico della professione.”
( Dalla premessa alle norme deontologiche dell’Ordine degli Architetti d’Italia.)
L’abusivismo ha prodotto danni irreparabili in tutto il territorio nazionale.
L’annuncio di un provvedimento di condono edilizio alimenta già di per sé nuove forme di abuso.
Non esiste un condono eticamente “leggero” né i suoi effetti sul territorio lo saranno mai:
l’insieme dei piccoli ed innumerevoli abusi al pari dei più clamorosi sono un danno per il proprietario del lotto adiacente così come per l’intera collettività.
Tutto il territorio è antropizzato e tutto il territorio è paesaggio. Difenderlo significa controllare, attraverso il progetto di architettura, la sua trasformazione all’interno di modalità consapevoli e condivise, in cui si incontrino e confrontino interessi collettivi ed individuali.
L’abuso edilizio nega tutto ciò dando ragione unicamente alla speculazione e all’imposizione dell’interesse privatistico.
Tutti i giorni nella nostra pratica professionale ci confrontiamo non solo con l’insieme delle regole che la comunità si è data, ma siamo anche chiamati a fornire gli strumenti per la costruzione di quelle stesse leggi necessarie alla salvaguardia dei singoli e del territorio.
Ignorare o eludere tali leggi significa non solo offendere il nostro lavoro, ma soprattutto gli interessi della collettività.
Per tutto ciò
Gli Architetti si dichiarano contrari a qualsiasi ulteriore condono edilizio e si impegnano a non prestare la propria attività professionale per i provvedimenti di condono edilizio.
Questi condoni edilizi ogni nove anni, che denunciano l’insania dominante in Italia, presentano il loro simbolo più inquietante nella cartolina del Vesuvio superpopolato. Il caso del massimo e più temerario abusivismo, infatti, è quello delle costruzioni tollerate per decenni sulle pendici del vulcano e spinte fino a breve distanza dal cratere. Quali e quante amministrazioni locali furono responsabili d’un simile scempio, a prospettiva disastrosa per 700 mila persone? Tutte o quasi, sotto la pressione della camorra o della densità di popolazione in Campania. Ora i dati raccolti da Gian Antonio Stella, nell’inchiesta pubblicata sul Corriere , segnalano una somma di scandali cronicizzati con fatti e cifre anche recenti. Reiterate sanatorie, solo venti demolizioni dal 1997 in poi, quasi 50 mila domande di condono, imprese abusive della camorra che intimidisce i possibili appaltatori degli abbattimenti. E l’incentivo a sfollare almeno l’area del maggior pericolo, giacché secondo l’Osservatorio Vesuviano «prima o poi dovremo fare i conti con una nuova eruzione», prevede solo buoni casa di 25 mila euro per famiglia.
Eppure si tratta del vulcano più temibile d’Europa, sempre vivo benché da 59 anni dormiente. Negli ultimi due secoli furono sette le maggiori eruzioni, dal 1822 al 1944, quando la colata lavica rovinò su abitati come San Sebastiano e Massa di Somma. Si teme in particolare la calotta calcarea, che può esplodere, anche se dopo macroscopici e prolungati segni premonitori controllabili dai sistemi d’allarme in un’area d’oltre 110 chilometri.
Che fare dinanzi a un’eruzione, sia pure non improvvisa e tuttavia intensa come quella del 1631, che giunse a devastare un’area di 500 chilometri quadrati? Il sonno lungo d’un vulcano a tendenza esplosiva non è affatto un dato rassicurante, come avvertono i vulcanologi rievocando l’esperienza storica dei risvegli più calamitosi dal 79 d.C., l’anno di Ercolano e Pompei, al 1980 del Mount Saint Helens esploso in America.
Nel settembre 1995 fu annunciato un Piano Vesuvio della Protezione Civile, che nel caso d’allarme dovrebbe organizzare l’esodo collettivo da un’area divisa in tre zone, rossa, gialla, blu, in tempi diversi secondo l’intensità immediata del pericolo. Per la zona rossa, tempo massimo una settimana. Anche se la maggioranza degli esperti considera improbabile per i prossimi tempi un’eruzione simile a quella del 1631, ora si vorrebbe sapere se quel progetto per l’emergenza è aggiornato, a distanza di otto anni, secondo i dati più recenti sull’abusivismo. E poi, si tiene conto veramente di tutto? Per esempio, del panico prevedibile dopo il semplice annuncio del primo allarme, delle fughe di massa nel timore d’una paralisi di porti e stazioni ferroviarie, delle conseguenze d’una pioggia di ceneri propagate dai venti su persone, motori, sistemi elettrici o meccanici.
Questo, in brevi termini semplificativi, è il massimo e peggiore scandalo nazionale dell’abusivismo edilizio, benché non se ne discuta quasi mai dalle tribune pubbliche. Ma è anche un esempio delle questioni vitali che dovrebbe trattare la politica seria, ben oltre le schermaglie tra schieramenti politici sui loro interessi e le dispute sulle opere pubbliche spettacolo. Se qualcuno vuole obiettare, come sempre, che il pessimismo allarmista deprime, la risposta è che l’ottimismo lassista deresponsabilizza.
Il condono dell’abusivismo è:
Ingiusto. Perché premia i furbi a scapito degli onesti. Perché vanifica gli sforzi delle amministrazioni più coraggiose, impegnate nella difesa del territorio e nel rispetto delle regole comuni.
Inutile. Perché, a fronte di un guadagno per lo Stato, Comuni e Regioni devono sostenere spese di entità superiore ai ricavi dell’amministrazione centrale.
Dannoso. Per l’ambiente. Per il paesaggio. Per il turismo. Perché favorisce la crescita di città e paesi privi di qualità e senza servizi.
Pericoloso. Perché avvantaggia le imprese disoneste e le mafie, grandi e piccole.
Effimero. Che cosa saremo costretti a fare, nel 2004, per risanare i conti dello Stato, dopo aver svenduto i beni dello Stato e condonato tutto quel che era possibile?
Il condono è deciso dallo Stato centrale senza consultare le Regioni e Comuni, amministratori del territorio, con buona pace del federalismo e della cooperazione fra gli enti. La devolution dei poteri, per ora, è solo un trasferimento dei costi dal centro, alla periferia, senza alcun vantaggio per i cittadini.
Attraverso il condono non si promuove alcuna forma di sviluppo. Nessun beneficio può essere ricavato per l’industria, per il commercio, per l’agricoltura, per il turismo. Nessuna forma di economia stabile può essere promossa o sostenuta attraverso l’edilizia illegale. Al contrario, l’ambiente e il paesaggio, le principali risorse del paese, sono nuovamente saccheggiate.
Il condono farà incassare allo Stato una cifra inferiore a quella che occorre per finanziare il ponte sullo Stretto di Messina. Possiamo rinunciare a entrambi e immaginare un’Italia diversa. Senza ponte, ma onesta.
Un’altra Italia, diversa da quella che ha in mente il Presidente del Consiglio on. Silvio Berlusconi, è possibile.
Per aderire, inviare una e-mail a
scanolu@tin.it
"La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione"
(articolo 9 della Costituzione repubblicana del 1948)
Il nostro paesaggio è la nostra storia, la nostra identità, la nostra anima profonda. Ogni ferita al nostro territorio e alle nostre città è una ferita inferta a noi stessi, alla nostra memoria collettiva, a qualcosa di inestimabile che abbiamo creato nel tempo e con cui abbiamo convissuto di generazione in generazione, attraverso i secoli. Ferire a morte quest’eredità delicata e preziosa non è solo un “cruccio” culturale, ma anche un calcolo economico miope e dissennato. Il ritorno ciclico del condono edilizio non rappresenta solamente un eccellente viatico per ogni illecito ed abuso, non solo favorisce il ritorno della legge della giungla a scapito dello stato di diritto, non solo punisce i cittadini onesti e premia chi costruisce in spregio ai vincoli urbanistici, alle norme ambientali, alle regole antisismiche, ma dimostra soprattutto l’incapacità dei nostri governanti d’imparare dagli errori del passato, di comprendere fino in fondo che preservare il nostro paesaggio è di straordinario significato e valore anche per l’economia del paese.
Questo treno in corsa può ancora essere fermato. I danni creati dal nefasto “effetto annuncio”, protrattosi per più di un anno, sono già stati in parte quantificati. Se lo Stato intende veramente incamerare delle risorse allora la strada maestra non è quella del condono – per ogni euro incassato la collettività ne spenderà tre per l’urbanizzazione del manufatto sanato – ma è piuttosto quella di sanzionare i furbi e i disonesti dell’ultima ora con le multe già previste dalla legge. In attesa di tempi migliori, quando l’ipotesi di una legge ad hoc contro l’abusivismo sarà di nuovo presa seriamente in considerazione, noi esortiamo le autorità ad attivare tutti gli strumenti disponibili per via ordinaria: i Sindaci denuncino senza indugi gli abusi di ogni tipo e grandezza alle autorità giudiziarie (anche nelle more di un condono: i casi già oggetto di procedura giudiziaria non dovrebbero rientrarvi) e procedano con le demolizioni, non limitandosi a quelle simboliche e mediatiche; le Regioni e le Province escano dall’inerzia nella quale si trovano e diano un segnale che, per loro, la lotta all’abusivismo rappresenta una priorità assoluta; il ministero delle Infrastrutture utilizzi i provveditorati alle opere pubbliche per mettere al lavoro imprese esenti dal rischio d’intimidazione da parte del crimine organizzato; lo stesso ministero riprenda l’attività di monitoraggio, da tempo abbandonato, sul fenomeno dell’abusivismo e trasmetta al Parlamento dati e rilevazioni periodiche; il ministero degli Interni dia disposizioni a Prefetti e Forze dell’ordine per intervenire tempestivamente al fine d’impedire nuovi scempi; la magistratura acceleri le pratiche sui ricorsi che si sono accumulate sui loro tavoli; il ministro dell’Economia, con la previsione delle entrate provenienti dagli abusi edilizi di ultima generazione, accantoni sin dalla prossima Legge finanziaria, le risorse necessarie per dotare la lotta all’abusivismo di mezzi e strumenti per intervenire efficacemente.
Ricorrere ai condoni, soprattutto quello edilizio per le sue implicazioni fisiche irrimediabili oltre che morali, non è una “buona politica”. Non è neppure un’azione amministrativa improntata a criteri di efficienza e di efficacia, mentre perseguire obiettivi di bellezza non è in contrasto con il rigore, la funzionalità, il senso di responsabilità individuale. Le ragioni dell’economia non sono opposte a quelle della cultura e della tutela ambientale: per impedire che in Italia queste ragioni rimangano un sogno occorre intervenire con appassionata fermezza.
Il Consiglio di presidenza e il Comitato dei garanti
Disposizioni urgenti per favorire lo sviluppo e per la correzione dell'andamento dei conti pubblici.
(GU n. 229 del 2-10-2003- Suppl. Ordinario n.157)
Stralcio: Condono edilizio
testo in vigore dal: 2-10-2003
IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
Visti gli articoli 77 e 87 della Costituzione;
Ritenuta la straordinaria necessita' ed urgenza di emanare disposizioni per favorire lo sviluppo economico e per la correzione dell'andamento dei conti pubblici;
Vista la deliberazione del Consiglio dei Ministri, adottata nella riunione del 29 settembre 2003;
Sulla proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri e del Ministro dell'economia e delle finanze, di concerto con i Ministri dell'istruzione, dell'universita' e della ricerca, delle infrastrutture e dei trasporti, dell'interno, delle politiche agricole e forestali, del lavoro e delle politiche sociali, delle attivita' produttive, per i beni e le attivita' culturali, dell'ambiente e della tutela del territorio, della salute e per gli affari regionali;
Emana
il seguente decreto-legge:
Artt. 1- 31
(omessi)
Art. 32
Misure per la riqualificazione urbanistica, ambientale e paesaggistica, per l'incentivazione dell'attività di repressione dell'abusivismo edilizio, nonché per la definizione degli illeciti edilizi e delle occupazioni di aree demaniali.
1. Al fine di pervenire alla regolarizzazione del settore è consentito, in conseguenza del condono, il rilascio del titolo abilitativi edilizio in sanatoria delle opere esistenti non conformi ala disciplina vigente.
2. La normativa è disposta nelle more dell'adeguamento della disciplina regionale al testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia, approvato con D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, in conformità al titolo V della Costituzione come modificato dalla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3, e comunque fatte salve le competenze delle autonomie locali sul governo del territorio.
3. Le condizioni, i limiti e le modalità del rilascio del predetto titolo abilitativo sono stabilite dal presente articolo e dalle normative regionali.
4. Sono in ogni caso fatte salve le competenze delle regioni a statuto speciale e delle province autonome di Trento e Bolzano.
5. Il Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti fornisce, d'intesa con le regioni interessate, il supporto alle amministrazioni comunali ai fini dell'applicazione della presente normativa e per il coordinamento con le leggi 28 febbraio 1985, n. 47, e successive modifiche e integrazioni.
6. Al fine di concorrere alla partecipazione alla realizzazione delle politiche di riqualificazione urbanistica dei nuclei interessati dall'abusivismo edilizio, attivate dalle regioni ai sensi del comma 33 è destinata una somma di 10 milioni di euro per l'anno 2004 e di 20 milioni di euro per ciascuno degli anni 2005 e 2006. Con decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, sentita la Conferenza unificata di cui all'articolo 8 del D. Lgs. 28 agosto 1997, n. 281, sono individuati gli interventi da ammettere a finanziamento.
7. Al comma 1 dell'articolo 141 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, è aggiunta, in fine, la seguente lettera:
"c-bis) nelle ipotesi in cui gli enti territoriali al di sopra dei mille abitanti siano provvisti dei relativi strumenti urbanistici generali e non adottino tali strumenti entro diciotto mesi dalla data di elezione degli organi. In questo caso, il decreto di scioglimento del consiglio è adottato di concerto con il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. Le disposizioni di cui alla presente lettera si applicano anche nei confronti degli altri organi tenuti all'adozione di strumenti urbanistici."
8. All'articolo 141 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, è aggiunto il seguente comma:
" 2-bis. Nell'ipotesi di cui alla lettera c-bis) del comma 1, trascorso il termine entro il quale gli strumenti urbanistici devono essere adottati, la regione assegna agli enti che non vi abbiano provveduto un ulteriore termine di tre mesi, alla scadenza del quale, con lettera notificata al Sindaco, diffida il consiglio ad adempiere nei successivi trenta giorni. Trascorso infruttuosamente quest'ultimo termine, a regione ne dà comunicazione al Prefetto. Le disposizioni di cui al presente comma si applicano anche nei confronti degli altri organi tenuti all'adozione di strumenti urbanistici.".
9. Per attivare un programma nazionale di interventi, anche con la partecipazione di risorse private, rivolto alla riqualificazione di ambiti territoriali caratterizzati da consistente degrado economico e sociale, con riguardo ai fenomeni di abusivismo edilizio, da attuare anche attraverso il recupero delle risorse ambientali e culturali, è destinata una somma di 20 milioni di euro per l'anno 2004 e di 40 milioni di euro per ciascuno degli anni 2005 e 2006. Con decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, da adottare entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, sentita la Conferenza unificata di cui all'articolo 8 del D.Lgs. 28 agosto 1997, n. 281, sono individuati gli ambiti di rilevanza e interesse nazionale oggetto di riqualificazione urbanistica, ambientale e culturale. Su tali aree, il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, d'intesa con i soggetti pubblici interessati, predispone un programma di interventi, anche in riferimento a quanto previsto dall'articolo 29, comma 4, della legge 28 febbraio 1985, n. 47, come sostituito dal comma 42.
10. Per la realizzazione di un programma di interventi di messa in sicurezza del territorio nazionale dal dissesto idrogeologico è destinata una somma di 20 milioni di euro per l'anno 2004 e di 40 milioni di euro per ciascuno degli anni 2005 e 2006. Con decreto del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio, da adottare entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, sentita la Conferenza unificata di cui all'articolo 8 del D.Lgs. 28 agosto 1997, n. 281, sono individuate le aree comprese nel programma. Su tali aree, il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio, d'intesa con i soggetti pubblici interessati, predispone un programma operativo di interventi e le relative modalità di attuazione.
11. Allo scopo di attuare un programma di interventi per il ripristino e la riqualificazione delle aree e dei beni soggetti alle disposizioni del titolo II del d.Lgs. 29 ottobre 1999, n. 490, è destinata una somma di 10 milioni di euro per l'anno 2004 e di 20 milioni di euro per ciascuno degli anni 2005 e 2006. Con decreto del Ministro per i bei culturali e le attività culturali, da adottare entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, sentita la Conferenza unificata di cui all'articolo 8 del D.Lgs. 28 agosto 1997, n. 281, tale somma è assegnata alle regioni per l'esecuzione di interventi di ripristino e di riqualificazione paesaggistica delle aree tutelate, dopo aver individuato le aree comprese nel programma.
12. A decorrere dalla data di entrata in vigore del presente decreto la Cassa depositi e prestiti è autorizzata a mettere a disposizione l'importo massimo si 50 milioni di euro per la costituzione, presso la Cassa stessa, di un Fondo di rotazione per la concessione ai comuni e ai soggetti titolari dei poteri di cui all'articolo 27, comma 2, del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, anche avvalendosi delle modalità di cui ai commi 55 e 56 dell'articolo 2 della legge 23 dicembre 1996, n. 662, di anticipazioni, senza interessi, sui costi relativi agli interventi di demolizione delle opere abusive anche disposti dall'autorità giudiziaria e per la spese giudiziarie, tecniche e amministrative connesse. Le anticipazioni, comprensive della corrispondente quota delle spese di gestione del Fondo, sono restituite al Fondo stesso in un periodo massimo di cinque anni, secondo modalità e condizioni stabilite con decreto del Ministro dell'economia e delle finanze, di concerto con il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, utilizzando le somme riscosse a carico degli esecutori degli abusi. In caso di mancato pagamento spontaneo del credito, l'amministrazione comunale provvede alla riscossione mediante ruolo ai sensi del decreto legislativo 26 febbraio 1999, n. 46. Qualora le somme anticipate non siano rimborsate nei tempi e nelle modalità stabilite, il Ministro dell'interno provvede al reintegro alla Cassa depositi e prestiti, trattenendone le relative somme dai fondi del bilancio da trasferire a qualsiasi titolo ai comuni.
13. Le attività di monitoraggio e di raccolta delle informazioni relative al fenomeno dell'abusivismo edilizio di competenza del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, fanno capo all'Osservatorio nazionale dell'abusivismo edilizio. Il Ministero collabora con le regioni al fine di costituire un sistema informativo nazionale necessario anche per la redazione della relazione al Parlamento di cui alla legge 21 giugno 1985, n. 289. Con decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, d'intesa con il Ministro dell'Interno, sono aggiornate le modalità di redazione, trasmissione, archiviazione e restituzione delle informazioni contenute nei rapporti di cui all'articolo 31, comma 7, del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380. Per le suddette attività è destinata una somma di 0,2 milioni di euro per l'anno 2004 e di 0,4 milioni di euro per ciascuno degli anni 2005 e 2006.
14. Per le opere eseguite da terzi su aree di proprietà dello Stato o facenti parte del demanio statale, il rilascio del titolo abilitativo edilizio in sanatoria da parte dell'ente locale competente è subordinato il rilascio della disponibilità da parte dello Stato proprietario per il tramite dell'Agenzia del demanio, rispettivamente, a cedere a titolo oneroso la proprietà dell'are appartenente al patrimonio disponibile dello Stato su cui insiste l'opera ovvero a garantire onerosamente il diritto al mantenimento dell'opera sul suolo appartenente al demanio e al patrimonio indisponibile dello Stato.
15. La domanda del soggetto legittimato volta ad ottenere la disponibilità dello Stato alla cessione dell'area appartenente al patrimonio disponibile ovvero il riconoscimento al diritto al mantenimento dell'opera sul suolo appartenente al demanio o al patrimonio indisponibile dello Stato deve essere presentata, entro il 31 marzo 2004, alla filiale dell'Agenzia del demanio territorialmente competente, corredata dall'attestazione del pagamento all'erario della somma dovuta a titolo di indennità per l'occupazione pregressa delle aree, determinata applicando i parametri di cui alla allegata Tabella A, per anno di occupazione, per un periodo comunque non superiore alla prescrizione quinquennale. A tale domanda deve essere allegata, in copia, la documentazione relativa all'illecito edilizio di cui ai commi 32 e 35. Entro il 30 settembre 2004, inoltre, deve essere allegata copia della denuncia in catasto dell'immobile e del relativo frazionamento.
16. La disponibilità alla cessione dell'area appartenente al patrimonio disponibile ovvero a riconoscere il diritto a mantenere l'opera sul suolo appartenente al demanio o al patrimonio indisponibile dello Stato viene espressa dalla filiale dell'Agenzia del demanio territorialmente competente entro il 31 dicembre 2004.
17. Nel caso di aree soggette ai vincoli di cui all'articolo 32 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, la disponibilità alla cessione dell'area appartenente al patrimonio disponibile ovvero a riconoscere il diritto a mantenere l'opera sul suolo appartenente al demanio o al patrimonio indisponibile dello Stato è subordinata al parere favorevole da parte dell'Autorità preposta alla tutela del vincolo.
18. Le procedure di vendita delle aree appartenenti al patrimonio disponibile dello Stato devono essere perfezionate entro il 31 dicembre 2006, a cura della filiale dell'Agenzia del demanio territorialmente competente previa presentazione da parte dell'interessato del titolo abilitativo edilizio in sanatoria rilasciato dall'ente locale competente, ovvero della documentazione attestante la presentazione della domanda, volta ad ottenere il rilascio del titolo edilizio in sanatoria sulla quale è intervenuto il silenzio assenso con l'attestazione dell'avvenuto pagamento della connessa oblazione, alle condizioni previste dal presente articolo.
19. Il prezzo di acquisto delle aree appartenenti al patrimonio disponibile è determinato applicando i parametri di cui alla Tabella B ed è corrisposto in due rate di pari importo scadenti, rispettivamente, il 30 giugno 2005 e il 31 dicembre 2005.
20. Il provvedimento formale di riconoscimento del diritto al mantenimento dell'opera sulle aree del demanio dello Stato e del patrimonio indisponibile è rilasciato a cura della filiale dell'Agenzia del demanio territorialmente competente entro il 31 dicembre 2006, previa presentazione della documentazione di cui al comma 18. Il diritto è riconosciuto per una durata massima di anni venti, a fronte di un canone commisurato ai valori di mercato.
21. Con decreto del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, di concerto con il Ministro dell'economi e delle finanze, da adottare entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, sono rideterminati i canoni annui di cui all'articolo 03 del decreto-legge 5 ottobre 1993, n. 400, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 dicembre 1993, n. 494.
22. Dal 1° gennaio 2004, i canoni per la concessione d'uso sono rideterminati nella misura prevista dalle tabelle allegate al decreto del Ministero dei trasporti e della navigazione 5 agosto 1998, n. 342, rivalutate del trecento per cento.
23. Resta fermo quanto previsto dall'articolo 6 del citato decreto del Ministro di cui al comma 22, relativo alla classificazione delle aree da parte delle regioni, in base alla valenza turistica delle stesse.
24. Ai fini del miglioramento, della tutela e della valorizzazione delle aree demaniali è autorizzata una spesa fino ad un importo massimo di 20 milioni di euro per l'anno 2004 e di 40 milioni di euro per ciascuno degli anni 2005 e 2006. L'Agenzia del demanio, di concerto con il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti predispone un programma di interventi volti alla riqualificazione delle aree demaniali. Il programma è approvato con decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze.
25. Le disposizioni di cui ai capi IV e V della legge 28 febbraio 1985, n. 47, e successive modificazioni e integrazioni, come ulteriormente modificate dall'articolo 39 della legge 23 dicembre 1994, n. 724, e successive modificazioni e integrazioni, nonché dal presente articolo, si applicano alle opere abusive che risultino ultimate entro il 31 marzo 2003 e che non abbiano comportato ampliamento del manufatto superiore al 30 per cento della volumetria della costruzione originaria o, in alternativa, un ampliamento superiore a 750 mc. Le suddette disposizioni trovano altresì applicazione alle opere abusive realizzate nel termine di cui sopra relative a nuove costruzioni residenziali non superiori a 750 mc per singola richiesta di titolo abilitativi edilizio in sanatoria.
26. Sono suscettibili di sanatoria edilizia le tipologie di illecito di cui all'allegato 1:
a) numeri da 1 a 3, nell'ambito dell'intero territorio nazionale, fermo restando quanto previsto alla lettera e) del comma 27, nonché 4, 5 e 6 nell'ambito degli immobili soggetti a vincolo di cui all'articolo 32 della legge 28 febbraio 1985, n. 47;
b) numeri 4, 5 e 6, nelle aree non soggette ai vincoli di cui all'articolo 32 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, in attuazione di legge regionale, da emanarsi entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, con la quale è determinata la possibilità, le condizioni e le modalità per l'ammissibilità a sanatoria di tali tipologie di abuso edilizio.
27. Fermo restando quanto previsto dagli articoli 32 e 33 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, le opere abusive non sono comunque suscettibili di sanatoria, qualora:
a) siano state eseguite dal proprietario o avente causa condannato con sentenza definitiva, per i delitti di cui all'art. 416 bis, 468 bis e 648 ter del codice penale o da terzi per suo conto;
b) non sia possibile effettuare interventi per l'adeguamento antisismico, rispetto alle categorie previste per i comuni secondo quanto indicato dalla ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri 20 marzo 2003, n. 3274, pubblicata nel supplemento ordinario alla G.U. n. 105 dell'8 maggio 2003;
c) non sia data la disponibilità di concessione onerosa dell'area di proprietà dello Stato o degli enti pubblici territoriali, con le modalità e condizioni di cui all'articolo 32 della legge 28 febbraio 1985, n. 47 ed al presente decreto;
d) siano state realizzate su immobili soggetti a vincoli imposti sulla base di leggi statali e regionali a tutela degli interessi idrogeologici e delle falde acquifere, dei beni ambientali e paesistici, nonché dei parchi e delle aree protette nazionali, regionali e provinciali qualora istituiti prima della esecuzione di dette opere, in assenza o in difformità del titolo abilitativi e non conformi alle norme urbanistiche e alle prescrizioni degli strumenti urbanistici;
e) siano state realizzate su immobili dichiarati monumento nazionale con provvedimenti aventi forza di legge o dichiarati di interesse particolarmente rilevante ai sensi degli articoli 6 e 7 del d. Lgs. 29 ottobre 1999, n. 490;
f) fermo restando quanto previsto dalla legge 21 novembre 2000, n. 353, e indipendentemente dall'approvazione del piano regionale di cui al comma 1 dell'articolo 3 della citata legge n. 353 del 2000, il comune subordina il rilascio del titolo abilitativi edilizio in sanatoria alla verifica che le opere non insistano su aree boscate o su pascolo i cui soprassuoli siano stati percorsi dal fuoco. Agli effetti dell'esclusione della sanatoria è sufficiente l'acquisizione di elementi di prova, desumibili anche dagli atti e dai registri del Ministero dell'interno, che le aree interessate dall'abuso edilizio siano state, nell'ultimo decennio, percorse da uno o più incendi boschivi;
g) siano state realizzate nei porti e nelle aree appartenenti al demanio marittimo, di preminente interesse nazionale in relazione agli interessi della sicurezza dello Stato ed alle esigenze della navigazione marittima, quali identificate ai sensi del secondo comma dell'articolo 59 del d.P.R. 24 luglio 1977, n. 616.
28. I termini previsti dalle disposizioni sopra richiamate e decorrenti dalla data di entrata in vigore dell'articolo 39 della legge 23 dicembre 1994, n. 724, e successive modificazioni e integrazioni, ove non disposto diversamente, sono da intendersi come riferiti alla data di entrata in vigore del presente decreto. Per quanto non previsto dal presente decreto si applicano, ove compatibili, le disposizioni di cui alla legge 28 febbraio 1985, n. 47, e al predetto articolo 39.
29. Il procedimento di sanatoria degli abusi edilizi posti in essere dalla persona imputata di uno dei delitti di cui agli articoli 416-bis, 648-bis e 648 ter del codice penale, o da terzi per suo conto, è sospeso fino alla sentenza definitiva di non luogo a procedere o di proscioglimento o di assoluzione. Non può essere conseguito il titolo abilitativi edilizio in sanatoria degli abusi edilizi se interviene la sentenza definitiva di condanna per i delitti sopra indicati. Fatti salvi gli accertamenti di ufficio in ordine alle condanne riportate nel certificato generale del casellario giudiziale ad opera del comune, il richiedente deve attestare, con dichiarazione sottoscritta nelle forme di cui all'articolo 2 della legge 4 gennaio 1968, n. 15 e successive modificazioni e integrazioni, di non avere carichi pendenti in relazione ai delitti di cui agli articoli 416-bis, 648-bis e 648-ter del codice penale.
30. Qualora l'amministratore di beni immobili oggetto di sequestro o di confisca ai sensi della legge 31 maggio 1965, n. 575, autorizzato dal giudice competente ad alienare taluno di detti beni, può essere autorizzato, altresì, dal medesimo giudice, sentito il pubblico ministero, a riattivare il procedimento di sanatoria sospeso. In tal caso non opera nei confronti dell'amministratore o del terzo acquirente il divieto di rilascio del titolo abilitativo edilizio in sanatoria di cui al comma 28.
31. Il rilascio del titolo abilitativo edilizio in sanatoria non comporta limitazione ai diritti dei terzi.
32. La domanda relativa alla definizione dell'illecito edilizio, con l'attestazione del pagamento dell'oblazione e dell'anticipazione degli oneri concessori, è presentata al comune competente, a pena di decadenza, entro il 31 marzo 2004, unitamente alla dichiarazione di cui al modello allegato e alla documentazione di cui al comma35.
33. Le regioni, entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, emanano norme per la definizione del procedimento amministrativo relativo al rilascio del titolo abilitativo edilizio in sanatoria e possono: prevedere, tra l'altro, un incremento dell'oblazione fino al massimo del 10 per cento della misura determinata nella tabella C allegata, ai fini dell'attivazione di politiche di repressione degli abusi edilizi e per la promozione di interventi di riqualificazione dei nuclei interessati da fenomeni di abusivismo edilizio, nonché per l'attuazione di quanto previsto dall'articolo 23 della legge 28 febbraio 1985, n. 47.
34. Ai fini dell'applicazione del presente articolo non si applica quanto previsto dall'articolo 37, comma 2, della legge 28 febbraio 1985, n. 47. Con legge regionale gli oneri di concessione relativi alle opere abusive oggetto di sanatoria possono essere incrementati fino al massimo del 100 per cento. Le amministrazioni comunali perimetrano gli insediamenti abusivi entro i quali gli oneri concessori sono determinati nella misura dei costi per la realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria necessarie, nonché per gli interventi di riqualificazione igienico-saitaria e ambientale attuati dagli enti locali. Coloro che in proprio o in forme consortili, nell'ambito delle zone perimetrate, intendano eseguire in tutto o in parte le opere id urbanizzazione primaria, nel rispetto dell'articolo 2, comma 5, della legge 11 febbraio 1994, n. 109, e successive modificazioni e integrazioni, secondo le disposizioni tecniche dettate dagli uffici comunali, possono detrarre dall'importo complessivo quanto già versato, a titolo di anticipazione degli oneri concessori, di cui alla tabella D allegata. Con legge regionale, ai sensi dell'art. 29 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, come modificato dal presente articolo, sono disciplinate le relative modalità di attuazione.
35. La domanda di cui al comma 32 deve essere corredata dalla seguente documentazione:
a) dichiarazione del richiedente resa ai sensi dell'art. 4 della legge 4 gennaio 1968, n. 15, e successive modificazioni e integrazioni, con allegata documentazione fotografica, dalla quale risulti la descrizione delle opere per le quali si chiede il titolo abilititavo edilizio in sanatoria e lo stato dei lavori relativo;
b) qualora l'opera abusiva superi i 450 metri cubi, da una perizia giurata sulle dimensioni e sullo stato delle opere e una certificazione redatta da un tecnico abilitato all'esercizio della professione attestante l'idoneità statica delle opere eseguite;
c) ulteriore documentazione eventualmente prescritta con norma regionale.
36. La presentazione nei termini della domanda di definizione dell'illecito edilizio,l'oblazione interamente corrisposta nonché il decorso di trentasei mesi dalla data da cui risulta il suddetto pagamento, produce gli effetti di cui all'articolo 38, comma 2, della legge 28 febbraio 1985, n. 47. Trascorso il suddetto periodo di trentasei mesi si prescrive il diritto al conguaglio o al rimborso spettante.
37. Il pagamento degli oneri di concessione, la presentazione della documentazione di cui al coma 35, della denuncia in catasto, della denuncia ai fini dell'imposta comunale degli immobili di cui al D.lgs. 30 dicembre 1992, n. 504, nonché, ove dovute, delle denuncie ai fini della tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani e per l'occupazione del suolo pubblico, entro il 30 settembre 2004, nonché il decorso del termine di ventiquattro mesi da tale data senza l'adozione di un provvedimento negativo del comune, equivale a titolo abilitativo edilizio in sanatoria. Se nei termini previsti l'oblazione dovuta non è stata interamente corrisposta o è stata determinata in forma dolosamente inesatta, le costruzioni realizzate senza titolo abilitativo edilizio sono assoggettate alle sanzioni richiamate all'articolo 40 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, e all'articolo 48 del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380.
38. La misura dell'oblazione e dell'anticipazione degli oneri concessori, nonché le relative modalità di versamento, sono disciplinate nell'allegato 1.
39. Ai fini della determinazione dell'oblazione non si applica quanto previsto dai commi 13, 14 , 15 e 16 dell'articolo 39 della legge 23 dicembre 1994, n. 724.
40. Ala istruttoria della domanda di sanatoria si applicano i medesimi diritti e oneri previsti per il rilascio dei titoli abilitativi edilizi, come disciplinati dalle Amministrazioni comunali per le medesime fattispecie di opere edilizie. Ai fini della istruttoria delle domande di sanatoria edilizia può essere determinato dall'Amministrazione comunale un incremento dei predetti diritti e oneri fino ad un massimo del 10 per cento da utilizzare con le modalità di cui all'articolo 2, comma 46, della legge 23 dicembre 1996, n. 662.
41. Ai fini di incentivare la definizione delle domande di sanatoria presentate ai sensi del presente articolo, nonché ai sensi del capo IV della legge 28 febbraio 1985, n. 47, e successive modificazioni, e dell'articolo 39 della legge 23 dicembre 1994, n. 724, e successive modificazioni, il trenta per cento delle somme riscosse a titolo di conguaglio dell'oblazione, ai sensi dell'articolo 35, comma 14, della citata legge n. 47 del 1985, e successive modificazioni, è devoluto al comune interessato. Con decreto interdipartimentale del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti e del Ministero dell'economia e delle finanze sono stabilite le modalità di applicazione del presente comma.
42. All'articolo 29 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, il comma 4 è sostituito dal seguente: "4. Le proposte di varianti di recupero urbanistico possono essere presentate da parte di soggetti pubblici e privati, con allegato un piano di fattibilità tecnico, economico, giuridico e amministrativo, finalizzato al finanziamento, alla realizzazione e alla gestione di opere di urbanizzazione primaria e secondaria e per il recupero urbanistico ed edilizio, volto al raggiungimento della sostenibilità ambientale, economica e sociale, alla coesione degli abitanti ei nuclei edilizi inseriti nelle varianti e alla rivitalizzazione delle aree interessate dall'abusivismo edilizio."
43. L'articolo 32 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, è sostituito dal seguente: "32. Opere costruite su aree sottoposte a vincolo.
1. Fatte salve le fattispecie previste dall'articolo 33, il rilascio del titolo abilitativo edilizio in sanatoria per opere eseguite su immobili sottoposti a vincolo e subordinato al parere favorevole delle amministrazioni preposte alla tutela del vincolo stesso. Qualora tale parere non venga formulato dalle suddette amministrazioni entro centottanta giorni dalla data di ricevimento della richiesta di parere, il richiedente può impugnare il silenzio-rifiuto. Il rilascio del titolo abilitativo edilizio estingue anche il reato per la violazione del vincolo. Il parere non è richiesto quando si tratti di violazioni riguardanti l'altezza, i distacchi, la cubatura o la superficie coperta che non eccedano il 2 per cento delle misure prescritte.
2. Sono suscettibili di sanatoria, alle condizioni sottoindicate, le opere insistenti su aree vincolate dopo la loro esecuzione e che risultino:
a) in difformità alla legge 2 febbraio 1974, n. 64, e successive modificazioni, e dal d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, quando possano essere collaudate secondo il disposto del quarto comma dell'articolo 35;
b) in contrasto con le norme urbanistiche che prevedono la destinazione ad edifici pubblici od a spazi pubblici, purchè non in contrasto con le previsioni delle varianti di recupero di cui al capo III;
c) in contrasto con le norme del D.M. 1° aprile 1968, n. 1404, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 96 del 13 aprile 1968, e con gli articoli 16, 17 e 18 della legge 13 giugno 1991, n. 190, e successive modificazioni, sempre che le opere stesse non costituiscano minaccia alla sicurezza del traffico.
3. Qualora non si verifichino le condizioni di cui al comma 2, si applicano le disposizioni dell'articolo 33.
4. Ai fini dell'acquisizione del parere di cui al comma 1 si applica quanto previsto dall'articolo 20, comma 6 , del d. P.R. 6 giugno 2001, n. 380. Il motivato dissenso espresso da una amministrazione preposta alla tutela ambientale, paesaggistico-territoriale, ivi inclusa la soprintendenza competente, alla tutela del patrimonio storico artistico o alla tutela della salute preclude il rilascio del titolo abilitativo edilizio in sanatoria.
5. Per le opere eseguite da terzi su aree di proprietà dello Stato o di enti pubblici territoriali, in assenza di un titolo che abiliti al godimento del suolo, il rilascio della concessione o dell'autorizzazione in sanatoria è subordinato anche alla disponibilità dell'ente proprietario a concedere onerosamente, alle condizioni previste dalle leggi statali o regionali vigenti, l'uso del suolo su cui insiste la costruzione. La disponibilità all'uso del suolo, anche se gravato di usi civici, viene espressa dallo Stato o dagli enti pubblici territoriali proprietari entro il termine di centottanta giorni dalla richiesta. La richiesta di disponibilità all'uso del suolo deve essere limitata alla superficie occupata dalle costruzioni oggetto della sanatoria e alle pertinenze strettamente necessarie, con un massimo di tre volte rispetto all'area coperta dal fabbricato. Salve le condizioni previste da leggi regionali, il valore è stabilito dalla filiale dell'Agenzia del demanio competente per territorio per gli immobili oggetto di sanatoria ai sensi della presente legge e dell'articolo 39 della legge 23 dicembre 1994, n. 724, con riguardo al valore del terreno come risultava all'epoca della costruzione aumentato dell'importo corrispondente alla variazione del costo della vita, così come definito dall'ISTAT, al momento della determinazione di detto valore. L'atto di disponibilità, regolato con convenzione di cessione del diritto di superficie per una durata massima di anni sessanta, è stabilito dall'ente proprietario non oltre sei mesi dal versamento dell'importo come sopra determinato.
6. Per le costruzioni che ricadono in aree comprese fra quelle di cui all'art. 21 della legge 17 agosto 1942, n. 1150, il rilascio della concessione o della autorizzazione in sanatoria è subordinato alla acquisizione della proprietà dell'area stessa previo versamento del prezzo, che è determinato dall'Agenzia del territorio in rapporto al vantaggio derivante dall'incorporamento dell'area.
7. Per le opere non suscettibili di sanatoria ai sensi del presente articolo si applicano le sanzioni previste dal d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380".
44. All'articolo 27 del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, comma 2, dopo le parole: "l'inizio" sono inserite le seguenti: "o l'esecuzione".
45. All'articolo 27 del del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, comma 2, dopo le parole: "18 aprile 1962, n. 167 e successive modificazioni e integrazioni" sono inserite le seguenti: ", nonché in tutti i casi di difformità dalle norme urbanistiche e alle prescrizioni degli strumenti urbanistici".
46. All'articolo 27 del del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, comma 2, è aggiunto, in fine, il seguente periodo: "Per le opere abusivamente realizzate su immobili dichiarati monumento nazionale con provvedimenti aventi forza di legge o dichiarati di interesse particolarmente importante ai sensi degli articoli 6 e 7 del d. Lgs. 29 ottobre 1999, n. 490, o su beni di interesse archeologico, nonché per le opere abusivamente realizzate su immobili soggetti a vincolo di inedificabilità assoluta in applicazione delle disposizioni del titolo II del d.Lgs. 29 ottobre 1999, n. 490, il Soprintendente, su richiesta della Regione, del comune o delle altre autorità preposte alla tutela, ovvero decorso il termine di 180 giorni dall'accertamento dell'illecito, procede alla demolizione, anche avvalendosi delle modalità operative di cui ai commi 55 e 56 dell'articolo 2 della legge 23 dicembre 1996, n. 662".
47. Le sanzioni pecuniarie di cui all'articolo 44 del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, sono incrementate del cento per cento.
48. All'articolo 45 del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, comma 2, le parole: "terzo mese" sono sostituite dalle seguenti: "trenta giorni".
49. All'articolo 46 del d. P.R. 6 giugno 2001, n. 380, comma 1, dopo le parole: "atti tra vivi" sono inserite le seguenti: ", nonché mortis causa".
50. Agli oneri indicati ai commi 6, 9, 10, 11, 13 e 24, si provvede con quota parte delle entrate recate dal presente decreto. Il Ministro dell'economia e delle finanze è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio.
Artt. 33-52
(omessi)
Art. 53
(Entrata in vigore)
1. Il presente decreto entra in vigore il giorno stesso della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana e sara' presentato alle Camere per la conversione in legge.
Il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sara' inserito nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. E' fatto obbligo a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.
Dato a Bruxelles, Ambasciata d'Italia, addi' 30 settembre 2003
CIAMPI
1. Il condono edilizio premia i disonesti ed è un insulto per le persone perbene. Mortifica gli amministratori più coraggiosi, quelli che si sono impegnati nel contrastare gli abusi e nel praticare un'urbanistica rigorosa. Favorisce gli amministratori collusi con gli interessi illegali e insensibili al disordinato sviluppo del territorio. Italia nostra, riprendendo una definizione di Antonio Cederna, propone una lista nera degli "energumeni del cemento armato" che comincia con Bettino Craxi, Franco Nicolazzi, Silvia Berlusconi, Roberto Radice, Giulio Tremonti: i principali responsabili di vecchi e nuovi condoni.
2. L'abusivismo di necessità è finito da un quarto di secolo. L'abusivismo recente è un'attività criminale gestita da imprese collegate alla malavita organizzata. Al mancato rispetto della disciplina edilizia si accompagna sempre l'evasione della normativa sulla sicurezza, sul fisco, sulla previdenza.
3. II condono edilizio è peggio del condono fiscale. Di quest'ultimo, fra vent'anni, con uno sperabile e progressivo recupero della legalità, potrebbe essersi persa la memoria. Non è così per la sanatoria edilizia perché le ferite inferte dagli abusi al territorio e alle città sfidano i secoli. Nel manifestoappello contro il condono dell'associazione Libertà e Giustizia si ricorda che il paesaggio è la nostra storia, la nostra identità, la nostra anima profonda.
4. Non esiste l'ipotesi di un cosiddetto condono leggero. Soprattutto perché l'esclusione degli abusi maggiori non consentirebbe il reperimento delle ingenti risorse sulle quali conta il governo.
5. Il condono edilizio è comunque un disastro per le pubbliche finanze. E' stato calcolato che, fatto 100 l'ammontare delle oblazioni, è pari almeno a 300 la spesa che i poteri locali devono sostenere per urbanizzare adeguatamente i territori infestati in ogni direzione dagli insediamenti abusivi. Come ha scritto l'associazione Polis, il condono farà incassare allo stato una cifra inferiore a quella che occorre per finanziare il ponte sullo stretto di Messina. Possiamo rinunciare a entrambi e immaginare un'Italia diversa. Senza ponte e senza premi per i disonesti.
6. Gli uffici tecnici di molti comuni, di quasi tutti i comuni meridionali, sono ancora ingolfati dalla pratiche inevase dei precedenti condoni del 1985 e del 1994. Norme volutamente contorte favoriscono comportamenti arbitrari e pasticciati, in una spirale di illegalità che il nuovo condono renderà irriducibile.
7. Negli ultimi diciotto anni si sono succeduti tre condoni, uno ogni nove anni. Una frequenza così ravvicinata, unita, è bene ricordarlo, alla inconsistenza dell'azione repressiva, induce a credere che i condoni siano una componente inevitabile del nostro sistema legislativo, e che l'abusivismo sia un'attività fisiologica.
8. Un aspetto inedito e mostruoso del nuovo condono è la sua estensione alle opere abusive su aree demaniali. E' la stessa logica che comanda i provvedimenti relativi alla vendita del patrimonio immobiliare pubblico. Con l'aggravante che, in questo caso, la decisione sui beni da liquidare è affidata al mondo dell'illegalità.
9. Non è vero che l'abusivismo è favorito dal rigore della pianificazione territoriale. E' vero il contrario. L'abusivismo si sviluppa vertiginosamente proprio in quelle regioni dove è più alto il numero dei comuni sforniti di piani regolatori (Campania, Lazio, Sicilia) e dov'è più fragile la tenuta dei poteri locali, mentre è un fenomeno trascurabile in quelle regioni del centronord dove tutti i comuni sono dotati di una strumentazione urbanistica aggiornata e dov'è più efficace il controllo sulle trasformazioni territoriali. Perciò il condono perpetua e accentua il divario fra nord e sud.
10. Il condono edilizio, fenomeno sconosciuto nel resto d'Europa, è organico alla cultura della nostra destra di governo, quella dei "padroni in casa propria", degli interessi privati che prevalgono sistematicamente sugli interessi pubblici. Gli operatori dell'edilizia abusiva e le famiglie che utilizzano i manufatti abusivi appartengono a quegli stati sociali privi di coscienza civile che formano in prevalenza l'elettorato di Berlusconi e soci.
COMUNICATO
Nuova minaccia per Porto Ercole
Tra le ipotesi di intervento per il porto di Porto Ercole, che ultimamente circolano all’Argentario, ce n’è una molto preoccupante: qualcuno vuole creare un Marina “a sfruttamento intensivo” che stravolgerà completamente tutta l’area portuale ed avrà gravi ripercussioni nelle limitrofe aree a terra.
Si vuol fare di Porto Ercole un Porto-Garage occupando quanto più possibile dell’area portuale, dove verranno depositate più di 700 imbarcazioni grandi fino a 30-50 metri (provenienti soprattutto dall’estero) per tutto l’anno, lasciando spazi minimi ai natanti ed alle attività portuali svolte oggi dai residenti. Una presenza locale che si vedrà privata non solo delle caratteristiche paesaggistiche, storiche e ambientali dell’attuale Porto Rifugio e dello storico borgo marinaro, ma che sarà condizionata da una nuova gestione privatistica del porto che imporrà all’abitato, tra l’altro, un incremento dei problemi di traffico veicolare e di inquinamento, soprattutto durante il periodo estivo.
Questo modello di sviluppo è sbagliato: non solo il Piano Regionale dei porti prevede un massimo di 500 posti barca, ma concepire un nuovo marina per imbarcazioni utilizzate solo durante il periodo estivo contrasta con gli stessi principi del Piano Strutturale del Comune e del Piano Territoriale di Coordinamento della Provincia di Grosseto, che indicano tra i principi irrinunciabili la “destagionalizzazione” dell’offerta finalizzata allo sviluppo di un turismo tutto l’anno.
Non viene inoltre considerata la vicina realtà di Cala Galera che ha una vocazione completamente diversa da Porto Ercole: mentre questo è un antico borgo marinaro con un porto dedicato a imbarcazioni medio-piccole e da pesca, l’altro è un moderno Marina privato dedicato a imbarcazioni medio-grandi e inserito in una vasta area cantieristica e di rimessaggio dedicata esclusivamente alla nautica. Non bisogna pertanto creare doppioni ma intervenire in modo diversificato nei due siti, rispettando le attuali e specifiche vocazioni.
Per realizzare tale nefasto progetto si sta per stipulare una convenzione (la cui bozza sta circolando da alcuni giorni) tra due Società a partecipazione pubblica, Italia Navigando e Argentario Approdi con lo scopo di realizzare una nuova Società (con un vincolo di 80 anni!!!) in cui Italia Navigando avrà indiscutibilmente una posizione dominante. Infatti l’Amministratore Delegato di tale nuova Società risponderà direttamente a Italia Navigando, avrà tutti i poteri operativi e gestionali sul porto e su tutte le attività commerciali e artigianali ad esso connesse, sia a terra (bar, ristoranti, rivendita carburanti, cantieristica, rimessaggio, officine, ecc.) che a mare (noleggio imbarcazioni, noleggio posti barca, ecc.) e dovrà seguire “Linee Guida” già fissate e improntate alla massima redditività.
Tutto questo porterà a due cose: da un lato a uno sfruttamento intensivo di tutta l’area portuale, già ampiamente visibile dalla bozza di progetto presentata per il Marina di Porto Ercole, con il conseguente degrado dei valori ambientali e paesaggistici del porto, e dall’altro gli interessi attualmente costituiti intorno al porto verranno sopraffatti, con la messa fuori gioco delle imprenditorie locali e dell’autonomia delle attività economiche e commerciali locali.
Quindi non solo verrà danneggiato il patrimonio ambientale e paesaggistico di Porto Ercole, annullando in tal modo quei presupposti di attrazione turistica sui quali finora si è basata l’attività economica della popolazione portercolese, ma tale trasformazione si accompagnerà anche alla perdita di una libera ed effettiva partecipazione degli imprenditori locali allo sviluppo economico e commerciale del paese.
Tutto questo sconvolgimento si potrebbe verificare molto presto se tale nuova Società (o meglio Italia Navigando) chiederà una concessione unica per il porto, sulla base di questo nefasto progetto, all’Ente competente, che è tuttora il Ministero delle Infrastrutture.
Ci auguriamo tuttavia che il Ministero non vorrà scegliere proprio tale nuova Società, con il suo progetto globale di intervento, ma piuttosto altre alternative, più rispettose dell’ambiente, del paesaggio e delle realtà attuali, che potranno essere la base su cui altri concorrenti potranno, a buon diritto, richiedere le concessioni sul porto.