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Caro Pirani,

quando anche lei ha ritenuto di intervenire sulla questione ‘Auditorium di Ravello’ ho pensato: “Guarda un po’ dove arriva il potere di quella lobby; scomodano persino Pirani, che siamo abituati a considerare serio e dettagliatamente informato”.

Ma adesso lei ritorna sull’argomento, facendosi portavoce delle dichiarazioni del sindaco; ho dovuto pensare che lei ci creda. E ripensando ad altri suoi scritti nei quali – con giustezza, a mio parere – se la prendeva con il conservatorismo assoluto che domina alcune posizioni della realtà ambientalista italiana, ho capito che questa è l’unica affinità tra le sue posizioni e quelle espresse dagli argomenti della lobby suddetta.

E allora elenco ancora una volta gli argomenti e contrario, già da me esposti. Nella penisola sorrentino amalfitana vige un PUT (Piano urbanistico territoriale) che ha individuato precise linee di sviluppo e di compatibilità con le condizioni storiche e geomorfologiche locali. In particolare, ha indicato che strutture di carattere fortemente attrattivo, come l’auditorium in questione, vanno ubicate altrove, in posizione baricentrica rispetto alle utenze e senza generare flussi di movimentazione che la struttura urbanistica degli antichi centri non può reggere. Perciò, quando l’ineffabile sindaco di Ravello sostiene che se avesse approvato la realizzazione di un centro sociale di 409 posti tutto sarebbe stato in regola, si può agevolmente rispondere ‘ni’, sia perché nessun centro sociale di funzione locale avrebbe ragionevolmente potuto raggiungere tale dimensione, sia perché invece una tale struttura avrebbe effettivamente potuto trovare posto ‘legale’ nel luogo prescelto (poco importa, ai fini paesistici, che oggi tale area sia un roveto-immondezzaio, perché la storia del nostro paesaggio dimostra che ogni area preservata è comunque un patrimonio suscettibile di riqualificazione, mentre un’area abusivamente occupata è comunque una disgrazia non più rimediabile).

Nessun lavoro preliminare di studio ambientale è stato condotto da Niemeyer né da altri; con ciò intendo non qualche velleitario schizzo accompagnato da una composizione ‘poetica’, ma un serio e dimostrativo studio prospettico-ambientale che dimostrasse il vantaggio paesistico dell’inserimento proposto. Ciò è in conflitto con tutta la nostra cultura; se Niemeyer è abituato a progettare nel deserto, ciò potrà anche essere, ma a Brasilia, non in Costiera. In questione sono dunque tre punti: 1 – La mancanza di uno studio a livello regionale che dimostri l’opportunità funzionale dell’auditorium a Ravello, quando Napoli non ne ha ancora uno, ed ha appena rischiato di perdere la propria orchestra sinfonica, scaricata dalla RAI. 2 – La mancanza dei presupposti urbanistici di compatibilità col PUT, che consentano di collocare una tale struttura a Ravello, già intasata dal traffico e insuscettibile di vedere ulteriormente incrementati i propri flussi turistici, così com’è invece nei propositi dell’amministrazione e di alcuni privati. 3 – La incompatibilità del progetto di Niemeyer, o di chi per esso, con la struttura del luogo, sia perché risolve con uno sbalzo di alcuni metri la contraddizione con l’area di sedime, che non lo consentirebbe, sia perché propone ancora una volta il gioco della ‘pura forma’, quale evasione dalla difficoltà e problematicità contingente della progettazione, rinnegando valori ed istanze che si sono venuti affermando con sempre maggiore evidenza nella teoria e nella prassi della moderna cultura architettonica. O non è così?

Giulio Pane, Professore di Storia dell’ArchitetturaDipartimento di Storia dell’Architettura e Restauro Facoltà di Architettura - Napoli

Vedi anche la lettera a Eddyburg di LodoMeneghetti

Caro Eddy,

il mio sconcerto per gli articoli di Pirani su "la Repubblica" in accanita difesa del progetto ritenuto opera di Niemeyer (col secondo articolo che si conclude con una lunga citazione del sindaco, quasi che il timbro dell'autorità possa fare definitiva giustizia delle posizioni contrarie a un'operazione illegale) non è stato poi così traumatico. Pirani, da me ammirato soprattutto per gli interventi in pertinace difesa del servizio sanitario nazionale, della scuola pubblica, ecc.ecc., altre volte ha lasciato trapelare la sua nervosa intolleranza verso un presunto radicalismo verde che impedirebbe l'attuazione di certe opere necessarie per lo "sviluppo" (si ride) del paese. Come se il disastro territoriale e paesaggistico gli fosse sconosciuto, o non esistesse appunto grazie all'azione del radicalismo verde i cui risultati vedrebbe lui solo; mentre noi rimpiangiamo che non ci sia stato da nessuna parte, verdi o rossi o azzurri che fossero, effettivo radicalismo nella difesa del Bel Paese, ormai Malpaese (Valentini, con insistenza, sempre su "la Repubblica").

Come sai, su Ravello ho scritto ampiamente, anche discutendo con De Seta. Non è il caso di riprendere argomentazioni da lì, salvo un'autocitazione che corrobora i principi dichiarati alla fine del tuo editoriale 42 / 2 maggio (risarcire le ferite, disegnare con delicatezza un progetto di ricupero del paesaggio, un progetto di restauro): "la miglior soluzione è quella di un'architettura che sia capace di non ergersi, che scelga invece un lavoro di cura, risanamento del corpo malato, di ricostruzione della perduta giovanile bellezza con nuova bellezza senile" (21.1.04). Un principio generale, questo, da applicare in tutti quei pochi luoghi non ancora del tutto massacrati dove premono i mostri per realizzare le loro mostruose dimore. Attenzione, ora. Pirani, a sostegno della propria posizione e dell'attacco a Italia Nostra, rivanga l'occasione persa da Venezia di potersi dotare di opere di Wright e di Le Corbusier. A parte che da una lettera al giornale di Franca Serni, già collaboratrice di Carlo Scarpa, il progetto del maestro americano parrebbe in anticipo di un paio d'anni sulla fondazione di Italia Nostra, la questione allora si poneva in maniera diversa; Pirani non centra il bersaglio. Per limitarmi al caso del Masieri Memorial: mi ricordo che non emerse alcuna questione di legalità. Si trattava di inserire l'edificio di modeste dimensioni in un piccolo tratto della cortina sul canale, quella cortina che mette in mostra architetture di cinque o sei secoli tenute insieme, incatenate direi, appunto dalla forza della continuità, inoltre rafforzata e definitivamente unificata dalla straordinaria e specchiante partecipazione della strada d'acqua. Le istituzioni locali (e no?), il comune soprattutto, bocciarono il progetto (meraviglioso, wrightiano che più non si poteva, se così posso dire, cioè pieno di attenzione alla "natura", alla storia e ai sentimenti) adottando un loro punto di vista meramente estetico, cieco verso un'''architettura moderna" considerata come un generico offensivo apparato lesivo di un presunto, inesistente stile del canale. Insomma, per noi il Memorial si doveva costruire e allora sì, veramente, Venezia avrebbe avuto un dono come i molti ricevuti nei secoli lungo il canale. Nessuna analogia fra il Niemeyer di Ravello e il Wright di Venezia.

Infine, mi sai ricordare almeno un caso importante di rovinoso intervento in Italia per il quale Pirani abbia speso la sua autorità di bravo giornalista?

Condivido totalmente il tuo editoriale, salvo osservare che il confronto con lo sfondamento dovuto a Via della Conciliazione non è forse il meglio calzante, è anche altro a cui oggi voglio dedicare un po' di attenzione: il quotidiano a cui fai, come molti di noi, riferimento, non ha pubblicato le lettere critiche dell'atteggiamento piraniano. Brutta cosa, ma, l'ho capito da tempo, "normale" purtroppo. Ne ho avuto prova quando scrissi ad Augias circa il referendum sull'articolo 18, criticando la sua propaganda per il no all'estensione proprio mentre un bellissimo articolo di Luciano Gallino accanto alla sua rubrica dimostrava l'utilità sociale e, direi, morale del sì. Tu pubblicasti il mio pezzo notando la mancanza di risposta. Penso che i giornalisti non accettino critiche, nemmeno da persone che, riguardo a un dato tema in causa, posseggono credenziali di primo ordine. C'è poi il modo di Scalfari su "Venerdì": quando, talvolta, pubblica una lettera "contro", lo fa per poter dissertare agevolmente in una risposta scritta con l'abilità che gli è propria.

Circa "la Repubblica" dovrei andare oltre e dire del cambiamento sia nei contenuti sia nella grafica, quest'ultima ormai davvero impostata secondo la presunta opportunità, oggigiorno, di tempestare il "cliente" con figure a colori e no in gran parte inutili, contraltate da articoli sempre più brevi, salvo i pochi nelle pagine deputate alla cultura (talvolta poco interessanti o, addirittura, "barbine". Quanto ai contenuti politici, sociali, sindacali e così via forse me ne occuperò in futuro. Per oggi ti chiedo: ti sei accorto del radicale mutamento in ordine alla questione israelo-palestinese? Ultimo atto "culturale" l'intervista di ieri, 6 maggio, allo storico Benny Morris (di Susanna Nirestein), a suo dire "sempre uomo di sinistra" che però sarebbe "secondo" rispetto a un "primo" meno anti-palestinese. Infatti, cosa potrebbe proporre d'altro oltre al "giusto" muro, ai "legittimi" omicidi mirati, all'esclusivo scarico di responsabilità su Arafat? Sono lontani i tempi in cui leggevamo gli equilibrati, sinceri articoli di Sandro Viola; ti sei accorto di quando "l'hanno fatto fuori" perché gli israeliani lo avevano accusato, ingiustamente, di stare dall'altra parte? Poi l'hanno riciclato attraverso varie prove d'incarichi, ripartendo da Mosca per ritornare solo recentemente, e raramente, sul tema per il quale era stato maestro, sempre bravo ma attentissimo a non sgarrare? Pensa a come si potrebbero far leggere a Pirani le lettere inviate a te, la mia compresa.

Ciao, caro. Lodo

Non so proprio come rispondere all'ultima domanda. Ma sono certo che qualche giornalista di Repubblica capita ogni tanto su queste pagine. Del resto, bisogna avere un po' di comprensione verso i giornalisti, che ogni giorno devono scegliere tra mille cose. Se poi uno è un po' fazioso, come Pirani (e come del resto noi stessi)...

Ti ringrazio molto per i risultati che fornisci, e me e ai frequentatori di Eddyburg , delle attentissime letture che fai di Repubblica . Che su questo giornale appaiano cose che non condividiamo è comunque utile: ci ricorda che è bene non affezionarsi troppo a una sola testata, ma ooccorre confrontarne, sempre che si possa, più d'una. E' una tesi che credo che Scalfari condividerebbe.

COMUNICATO

Quale futuro per i Porti dell’Argentario ??

Sul tema dei Porti dell’Argentario sono in corso due iniziative che affrontano il caso in modi completamente diversi.

Da un lato si stanno svolgendo degli incontri pubblici quale prosecuzione dei Laboratori Tematici organizzati dalla Provincia di Grosseto nell’ambito della revisione del PTC.

A questi veri e propri Tavoli di Lavoro, promossi da MAREVIVO, che riguardano un progetto per il porto di Porto Ercole, stanno partecipando attivamente le componenti sociali, economiche e imprenditoriali dell’Argentario e in particolare di Porto Ercole. Sono stati già raggiunti diversi obiettivi che hanno portato alla formulazione di una bozza di progetto condivisa da un’ampia base locale (popolazione, operatori di settore, Associazioni e gruppi di rappresentanze locali) e che prevede la riorganizzazione dell’area portuale nel pieno rispetto delle sue caratteristiche ambientali e paesaggistiche e dell’attuale utilizzo socio-economico del porto.

Inoltre, nel corso degli incontri è stato espresso da più parti un fortedissenso sulla possibile conclusione di una Convenzione, tra il Comune e la Società Italia Navigando, che escluderebbe dalla gestione del porto la comunità locale”.

Dall’altro lato proseguono delle operazioni che vedono coinvolti una parte dell’Amministrazione Comunale di Monte Argentario e le Società Argentario Approdi e Italia Navigando, per concordare tale Convenzione che, se dovesse concludersi, porterà all’affidamento a Italia Navigando della gestione di tutti e due i Porti dell’Argentario fino al 2084!.

In questa trattativa, che non vede una partecipazione attiva né della cittadinanza nè dei gruppi locali né delle associazioni di tutela ambientale, il ruolo richiesto all’Amministrazione Comunale è solo quello di ratificare la costituzione di due Società tra Argentario Approdi e Italia Navigando per creare due veri e propri Marina Turistici di forte impatto ambientale e paesaggistico e che metteranno fuori gioco le imprenditorie locali e l’autonomia delle attività economiche e commerciali locali (anche l’ultima bozza di convenzione, revisionata in questi ultimi giorni, non cambia la sostanza delle cose).

Ci sentiamo in particolare molto preoccupati per la prospettiva di una trasformazione dell’ambiente “unico” di Porto Ercole in un “Marina a sfruttamento intensivo” (Porto-Garage per mega barche) che comporterà il completo stravolgimento delle caratteristiche ambientali e paesaggistiche attuali e la conseguente perdita di un patrimonio di inestimabile valore!

Riteniamo che l’Amministrazione Comunale debba attivare un’immediata e intensa attività di Concertazione, che non vuol dire “presentare degli accordi a cose fatte”, ma coinvolgere tutta la popolazione e tutti i gruppi interessati prima di approvare atti che mettono in gioco il futuro dei porti del nostro territorio e che causeranno inevitabilmente la perdita di patrimoni di inestimabile valore ambientale, storico e paesaggistico!

Lo scorso 21 gennaio il Consiglio comunale di Palermo, tramite una procedura irrituale e non prevista dalla normativa urbanistica di riferimento, ha votato la «presa d’atto» che recepisce i due decreti regionali di approvazione della variante generale al Prg di Palermo. Con quest’atto amministrativo del tutto anomalo giunge a conclusione, con una perdita complessiva di qualità del piano, (e a un punto di pericolosa involuzione) quel processo di pianificazione elaborato negli anni 1988-2000 sotto le giunte guidate da Leoluca Orlando, con il conferimento di incarichi prima a Leonardo Benevolo, poi a Pierluigi Cervellati.

La variante generale che ora entra in vigore sostituisce il precedente piano regolatore del 1962 e la successiva variante di adeguamento del 1992, ma il recepimento dei due decreti della Regione stravolge profondamente il documento e solleva dubbi tanto di procedura che di contenuto. I due decreti di approvazione della Regione Sicilia, il primo del marzo 2002 (pochi giorni prima della scadenza delle norme di salvaguardia), il secondo del luglio successivo, contengono infatti modifiche al piano di tale entità da tradursi in una vera e propria variante urbanistica generale.

Un intervento confutabile, dal momento che la Regione (ai sensi della l.r. 71/78 e della l. 765/67) ha facoltà di apportare solo modifiche che non comportino sostanziali innovazioni, tali da mutare le caratteristiche del piano stesso, oltre a quelle necessarie per assicurare l’osservanza delle vigenti disposizioni statali e regionali. La stessa «presa d’atto» ora votata dal Consiglio comunale si configura come una procedura fortemente atipica, imposta non dalla legge urbanistica regionale, ma dal primo dei due decreti regionali sopra ricordati, secondo il quale il Comune deve «curare che in breve tempo vengano apportate dall’ufficio redattore del progetto di piano le modifiche e le correzioni agli elaborati di piano che discendono dal presente decreto, affinché per gli uffici e per l’utenza risulti un testo definitivo e completo. Con successiva delibera il consiglio comunale dovrà prendere atto degli elaborati di piano come modificati in conseguenza del presente decreto» (decreto del 13 marzo 2002, Gurs 22/3/2002, n. 13, art. 4).

Le «modifiche e correzioni» contenute nei decreti sono davvero sostanziali (come più avanti specificato) e di fatto tendono a scavalcare ed esautorare il Comune quale unica figura preposta all’elaborazione dello strumento di pianificazione comunale, nonché a eludere quelle forme di partecipazione istituzionalizzata secondo cui le previsioni di piano devono essere sottoposte a regolare verifica culturale e sociale e a pubblicazione. L’operazione, molto grave, si fonda su una convergenza tra gli orientamenti politici della Regione e della maggioranza di centro-destra del Consiglio comunale (sindaco di Palermo è dal 2001 Diego Cammarata, di Forza Italia): solo i gruppi consiliari dei Ds, Margherita, Rifondazione Comunista, Primavera Siciliana, hanno votato contro. Contro le «modifiche e correzioni» è stato presentato ricorso da associazioni e movimenti come l’Inu, Wwf, Salvare Palermo, Primavera Siciliana.

Ciò che è accaduto è l’esito di una strettoia procedurale inconsueta. Essa da un lato anticipa e prefigura una forma di pianificazione «surrettizia» che favorisce processi di consumo di territorio, sostenuti da un generale disinteresse per la questione paesaggistica e ambientale. Dall’altro consente di sanare l’arbitrarietà della Regione: l’entità delle «modifiche e correzioni» contenute nei decreti è tale che il Consiglio comunale, nonostante pareri fortemente critici della stessa Avvocatura comunale (luglio 2002), è stato in un certo senso costretto alla «presa d’atto», anche per evitare di gestire le migliaia di contenziosi che sarebbero stati sollevati da quei soggetti a cui i decreti stessi hanno attribuito nuovi e insperati diritti edificatori.

Queste alcune tra le principali modifiche introdotte dai due decreti regionali nella variante generale al Prg di Palermo:

1. Eliminazione di attrezzature. Viene ulteriormente ridotto quanto già disciplinato dalla precedente stesura del Prg, prefigurano una dotazione di servizi assai inferiore agli standard.

2. Declassamento del cosiddetto «netto storico». Con quest’espressione si intende l’insediamento storico urbano e rurale, cioè le «parti di territorio interessate da agglomerati urbani che rivestono carattere storico, artistico o di particolare pregio ambientale o da porzioni di essi, comprese le aree circostanti che possono considerarsi parte integrante degli agglomerati stessi». Il «netto storico» (zone A del piano, distinte in A1 e A2) era stato delimitato da Pierluigi Cervellati sulla base della cartografia «Omira» del 1939. Ora viene in alcuni casi convertito in zona B, con conseguente aumento di cubatura e modifica delle azioni di trasformazione consentite.

3. Incremento della cubatura nelle zone B. Le zone B (distinte in B0a, B0b, B1, B2, B3, B4, B5) sono le «parti di territorio totalmente o parzialmente edificate diverse dalle zone A». L’aumento di cubatura, che si riflette in un ulteriore fabbisogno di servizi residenziali e urbani, non è giustificato da alcuno studio né dall’estensione delle superfici destinate ad attrezzature. Inoltre, alcune zone B1 («parti di territorio caratterizzate da edilizia residenziale a bassa densità, comunque maggiore o uguale a 1,54 mc/mq») diventano ora zone C.

4. Aumento delle zone C. Le zone C (distinte in zone Ca, e in zone Cb che derivano dalla riclassificazione delle zone B1) sono le «parti di territorio destinate a nuova edificazione per la realizzazione di manufatti ad uso residenziale o direzionale o ricettivo o extralberghiero». Vengono così individuate ancora nuove aree per la realizzazione di residenze, prevedendo un incremento diffuso della cubatura massima ammissibile e aggravando ulteriormente la carenza di standard urbanistici.

5. Riduzione drastica delle pertinenze agricole delle ville storiche e del verde storico. Tale categoria (prima inedificabile) viene ora dai decreti equiparata alle zone agricole E1 («parti anche residuali di territorio prevalentemente pianeggianti, ancorché compromesso da insediamenti residenziali, caratterizzate da colture agricole», con indice di fabbricabilità dello 0.02). Ne deriva un’ulteriore erosione delle aree intercluse ancora non edificate, nonché di un patrimonio identitario, ambientale e culturale già fortemente compromesso dall’attuazione del piano del 1962. Viene cancellato il riconoscimento del valore del verde storico, facendo aumentare il rischio di nuove edificazioni nelle aree in pianura così come nelle zone collinari.

Alcune fasi dell’iter

1988/89. La giunta Dc-Pci guidata da Leoluca Orlando avvia la «variante di adeguamento», affida la revisione del Prg a un gruppo di esperti coordinato da Leonardo Benevolo e istituisce l’Ufficio di piano, potenziato nel 1993

1992. Adozione della «variante di adeguamento»

1993. Incarico a Pierluigi Cervellati per la revisione del Prg.

1994. Elaborazione e consegna degli elaborati finali (1:5000) della variante generale

1997. Adozione della variante generale

1999. Il Consiglio comunale accoglie circa un terzo delle 2719 osservazioni presentate contro la variante generale

2000. Dimissioni di Leoluca Orlando, che si candida alla presidenza della Regione (non eletto)

2000/2001. Gestione commissariale del Comune affidata a Guglielmo Serio, vicino al centro-destra

2001. Novembre: insediamento della giunta di centro-destra, guidata da Diego Cammarata

2002. Invio alla Regione della variante generale. Decreto di approvazione regionale del 13 marzo che prevede «modifiche e correzioni». Ulteriore decreto del 29 luglio, che prevede ulteriori modifiche e delinea la procedura della «presa d’atto»

2004. 21 gennaio: il Consiglio comunale di Palermo «prende atto» dei decreti regionali

Questo nostro racconto megalopolitano, inizia sul tratto più occidentale della Padana Superiore. Per intenderci meglio, siamo verso il chilometro 50, sui 430 totali circa del percorso da Borgo Dora, Torino, a Piazzale Roma, Venezia. Insomma siamo sui margini orientali della conurbazione torinese, più o meno tra Chivasso e Santhià, dove la Padana per chi viene da oriente è appena sbucata dalle infinite piane a risaie del vercellese, che arrivano giù fino alla linea bluastra dei colli del Monferrato, e qui corre ai piedi delle prime alture che fanno da premessa alle Alpi. Si può scegliere fra due strade provinciali: la prima parte dalla periferia di Cigliano e sale regolarmente verso Ivrea, la seconda è più stretta e tortuosa, e inizia al crocicchio chiesa-bar sport di Borgo d’Ale, per caracollare su e giù, più o meno parallela all’altra, fino alle strettoie dell’abitato di Caravino, e poi finalmente scendere verso Albiano, alle porte di Ivrea.

Siamo di fronte a uno degli scenari che fanno capire a chiunque, compreso il sottoscritto, perché mai la regione si chiama Piemonte, ovvero al centro dall’Anfiteatro Morenico del Canavese, con il tipico e netto taglio della Serra, che secondo una linea quasi geometricamente regolare separa le valli di Ivrea e dell’Elvo verso il biellese.

I due percorsi delle strade provinciali entrano paralleli nella piana di Albiano, scavalcando il tracciato dell’autostrada su due ponti, distanti circa un chilometro l’uno dall’altro. Sotto i ponti, su un lato pioppeti, sull’altro un grande prato, che sale lievemente di livello verso nord, fino ad alcune cascine e al tracciato dell’ottocentesco Canale Cavour. In mezzo al prato, un vistoso cartellone colorato recita cubitale, rivolto verso l’Autostrada: MEDIAPOLIS. Nient’altro, per ora.

La Relazione al Piano Territoriale provinciale ci racconta tra l’altro che questo prato, come buona parte delle piane intermoreniche nelle adiacenze di Ivrea, formate dalle alluvioni della Dora Baltea, è un’ottima area agricola grazie alla “risalita capillare di una falda freatica molto prossima al piano campagna”. Sempre dal Piano Provinciale, scopriamo che Albiano d’Ivrea, il cui abitato inizia subito dopo il ponte sul canale e si arrampica in parte sulla collina, occupa una superficie di 1162 ettari, di terreno ottimo per la vite, ci stanno 1696 abitanti al censimento del 2001, suddivisi fra 849 famiglie, e 718 abitazioni occupate (le rimanenti 25 non sono occupate). Questi quasi 1700 abitanti sono serviti da 23 negozi al dettaglio, una scuola materna, una scuola elementare, un ambulatorio. Il territorio di Albiano, il cui centro sta a circa sette chilometri da Ivrea, è tagliato da 7 km di autostrada (la “bretella” A4-A5 che connette la Milano-Torino a quella verso la Francia), da 12 km di strade provinciali, e da 31 km di altre strade varie. Non ci sono ferrovie, o nessun altro tipo di binari. Il casello e relativo svincolo di Albiano della A4-5, stanno in un angolo del nostro prato con cartellone, e sbucano sulla strada per Borgo d’Ale, di fianco a un distributore di benzina dotato di servizio bar, su cui campeggia l’insegna “Freeway”.

Già: Freeway. Un nome abbastanza incongruo su una stradina che inizia a un crocicchio con semaforo, fiancheggiata da case vecchiotte piene di scritte (d’epoca) fasciste, e che dopo il ponte sull’autostrada si infila stretta su per le colline nel centro storico di Caravino. Ma siamo in epoca di realtà virtuali, e anche di quelle bisogna tener conto. E infatti, tornando al cartellone che campeggia in mezzo al prato, basta digitare quella parola su internet per trovare il sito http://www.grupppomediapolis.com, e scoprire che questi posti possono corrispondere anche a descrizioni abbastanza diverse. A partire proprio dal prato, che è quasi esattamente rettangolare: un chilometro lungo l’autostrada, e mezzo in profondità verso nord, ovvero una superficie di 500.000 metri quadri ad “alta visibilità sull’asse autostradale della A4-A5, in posizione baricentrica tra Torino e Milano sulle grandi arterie di comunicazione del Nord-Ovest d’Italia”. Abbiamo così fatto un bel salto concettuale: non siamo più un quarto d’ora di macchina a nord del crocicchio chiesa-bar sport di Borgo d’Ale, ma in un punto strategico della megalopoli padana, e anche in un angolo dove “non sono presenti competitor con le caratteristiche di Mixed-Use development”. Un angolo al centro di un “vasto bacino d’utenza – 4 milioni di persone nell’ora di percorrenza, 12 milioni nelle 2 ore e 20 milioni nelle 3 ore, con una previsione di circa 12 milioni di visitatori/anno”. Ed ecco riassunta un’idea di territorio buona come un’altra. Perché come sappiamo o possiamo immaginare esistono il territorio del pianificatore, quello dell’amministratore, quello dello studioso, e infine quello del mercato: un territorio/contenitore di gonzi da spennare, ordinatamente schierati per reddito, capacità e orientamenti di spesa, linee di isocrona da cui spiccare il volo verso il luogo prescelto di spiumatura. Nel nostro caso, il prato affacciato per un chilometro sulla A4-5. A cui per il momento mancano però le attrezzature adatte alla bisogna. Bisogna provvedere, e occorre farlo al più presto, nell’interesse (e ti pareva) del “territorio”.

Il portatore di questo legittimo punto di vista è, appunto, la spettabile ditta Mediapolis, di cui al già citato cartellone. Sul ricchissimo sito, e come confermato dalla stampa, scopriamo che Mediapolis è un gruppo con sede a Ivrea, posseduto a maggioranza (81%) da una finanziaria lussemburghese, per una quota del 9% dalla holding olandese Breakline, e per il 10% da una vecchissima conoscenza dello sviluppo territoriale locale, la Olivetti, che in questo caso fa di secondo nome “Multiservices S.p.a.”. Il gruppo si costituisce nel 1998 (proprio l’anno successivo a quello della grande crisi di Olivetti e conseguentemente del territorio canavesano), le sue attività “si concentrano sulla promozione e lo sviluppo di iniziative immobiliari che, per il loro contenuto innovativo e per la loro dimensione, richiedano capacità di organizzazione e gestione di competenze multidisciplinari”. Al momento tutte le poderose capacità di organizzazione e gestione “sono essenzialmente focalizzate su un unico progetto (MEDIAPOLIS)”. Ed ecco infine spiegato almeno il cartellone, con tanto di block capitals.

Ma il prato attorno al cartellone, e il paese, e i paesi intorno, e Ivrea ... ? Non a caso si citava Olivetti, e la storia del ruolo dell’impresa per tutto il corso del Novecento, nel determinare (si dice, da parte di quasi tutti, nel bene) la crescita del comprensorio e il suo ruolo di punta in Italia e oltre: industriale, culturale, sociale e politico. Apparentemente, qui Olivetti entra solo come ex proprietaria della striscia di terreno di fianco all’autostrada, ma si sa che la storia non può essere messa da parte troppo facilmente. Così l’antico cenacolo intellettuale interdisciplinare olivettiano degli anni Trenta-Cinquanta, sembra transustanziarsi nella sua versione postmoderna di “Patto territoriale” per lo sviluppo locale, entro cui dovrebbero ricomporsi in un quadro di sussidiarietà gli interessi del grande, del piccolo, dell’impresa, dell’ambiente, del cittadino, del locale, del globale. Almeno, questo è l’auspicio, e a quanto pare anche una necessità, vista la crisi che insieme all’Olivetti sembra far traballare gran parte delle consolidate aspettative di crescita dell’area. Scopo centrale di un patto territoriale, sembra di capire per esempio da un intervento del presidente degli industriali canavesani a questo proposito, è la crescita comprensoriale a partire da quella dei posti di lavoro, e anche un parco giochi come Mediapolis si può inserire in questa logica. Perché di parco divertimenti si tratta, e attorno al suo cuore di giostra postmoderna ruotano le “multidisciplinarità” del commercio, dello sport, del collegamento più o meno virtuoso con altre attività dell’area, di tipo turistico, produttivo, terziario. Ma, per usare le parole del presidente degli industriali, parlare genericamente di sinergie territoriali forse non è sufficiente: Mediapolis è un’idea innovativa, ma è solo una parte di un tutto, “l’iniziativa fa’ emergere una ulteriore possibilità di diversificazione delle nostre attività economiche attuali. Ma tutto il comparto del tempo libero, della cultura e dei servizi proprio perché è sostanzialmente nuovo deve essere seguito con attenzione. Occorre sviluppare in Canavese una più elevata cultura dell’accoglienza, far crescere le competenze linguistiche e quelle tecniche”. Insomma, non basta riempire cinquecentomila metri quadrati di prato con attrazioni turistico-commerciali, per quanto innovative e diversificate, per parlare di sviluppo integrato. E pure, nel quadro del Patto Territoriale del Canavese, Mediapolis è il principale investitore privato, col valore aggiunto del ruolo di “vetrina dell’innovazione” che dichiara di voler svolgere rispetto alle imprese locali, e coi non trascurabili mille posti di lavoro offerti (sulla carta e nei convegni). I due terzi di tutta la popolazione di Albiano.

Mediapolis, discussioni sullo sviluppo “integrato” a parte, è un parco a tema. Proprio tipo Disney, anche se ovviamente declinato a suo modo. In quel mezzo milione di metri quadri del rettangolo lungo l’autostrada dovrebbero entrare attrazioni tematiche di tipo tecnologico e legate al mondo della comunicazione (da cui il nome), attrazioni per il tempo libero anche all’aperto di tipo vario e diversificato, servizi di tipo alberghiero e congressuale, strutture commerciali. Anche se cifre e quantità cambiano nel corso del tempo e nelle correzioni determinate da vari fattori, si può citare dal comunicato dell’ANSA sulla presentazione dell’iniziativa: “L’offerta per il tempo libero sarà molto ampia, con un edificio coperto di 15.000 mq, aperto tutto l’anno, destinato a ospitare eventi e attrazioni basate sulle più moderne tecnologie audiovisive, e un’area esterna stagionale (160.000 mq) con attrazioni più tradizionali, un centro commerciale di 36.000 mq e un albergo di 200 stanze”. Continuando a citare, ma stavolta dai comunicati dell’impresa “l’insieme degli elementi che compongono il progetto, il loro dimensionamento e la logica del loro inserimento in un unico complesso urbanistico fortemente integrato, sono il risultato di due anni di investimenti in ricerca e sviluppo di prodotto”.

“Prodotto”: non lo diciamo noi, ma il sito di Mediapolis. Un prodotto non è un processo, e non è detto che questo prodotto ne inneschi uno, di processo. Eppure, è proprio in termini di processo che si sviluppa tutta la discussione sul Patto Territoriale e relativo Progetto Integrato, che come abbiamo detto vede al centro, come principale investitore privato (oltre che come fatto simbolico e di immagine) proprio il parco a tema. È la crisi industriale e occupazionale della Olivetti a spingere, alla fine degli anni Novanta, l’amministrazione comunale di Ivrea a promuovere il Patto. L’idea è quella di coinvolgere il maggior numero possibile di soggetti in un’azione concertata finalizzata allo sviluppo locale, secondo un’idea che, come leggiamo dalla relazione, ricorda da vicino i programmi complessi di tipo urbanistico: “promuovere la definizione di una “Società di Trasformazioni Territoriale” (parafrasando la “Società di Trasformazioni Urbana” come riferimento procedurale), rendendo il Piano Integrato di Area un “processo di azione integrata” initinere piuttosto che considerarlo un “piano di azione integrata”. Ora forse è più chiaro, il perché della contrapposizione iniziale fra l’idea di processo e quella di prodotto, dopo aver sottolineato che il Parco a Tema è un prodotto, che vende se stesso e solo in seconda o terza battuta “vende”, o “valorizza”, il territorio nel suo insieme. Un prodotto con 170 milioni di Euro investiti, che intende attirare milioni di visitatori l’anno, che si presenta come vetrina dell’innovazione nei campi tecnologicamente più avanzati, che promette di creare direttamente mille posti di lavoro. Ma pur sempre un prodotto “calato” bell’e pronto dal team multidisciplinare, coi disegni irresistibili dello studio di architettura internazionale incaricato, con l’idea di consumo globalizzato che si porta appresso. Leggiamo anche, che “la Regione si impegna nei confronti degli enti locali e di tutti gli altri soggetti coinvolti a promuovere la concertazione necessaria per garantire che la realizzazione del progetto avvenga in maniera del tutto compatibile con il contesto locale, sia per quanto riguarda le necessità di tipo infrastrutturale che le problematiche legate al corretto inserimento ambientale”. Ma basterà, questo, a garantire una replica postmoderna (così si accenna anche esplicitamente nei documenti ufficiali) del modello di intervento che ha reso famoso Adriano Olivetti, con le sue idee di Comunità, le sue citazioni dall’Appalachian Trail di Mackaye, o dalla Tennessee Valley Authority? E poi, Olivetti operava da una posizione di forza, almeno relativa, sul mercato nazionale ed oltre così come sul territorio locale. Si può dire lo stesso, anche solo in potenza, di questa futuribile “Società di Trasformazioni Territoriale”?

Ne sembrano decisamente convinti i Sindaci di un gruppo di comuni, che in un appello ai presidenti di Regione e Province interessate (Torino e Biella) sottoscritto il 21 luglio 2001, e pubblicato sul sito dell’amministrazione di Ivrea, si dicono preoccupati soprattutto – e significativamente, aggiungerei – del rischio che il progetto Mediapolis possa rivelarsi effimero: non per la debolezza della proposta, si badi bene, ma per le possibili carenze o lentezze dell’intervento istituzionale nella predisposizione delle infrastrutture necessarie, e nel coordinamento d’area vasta indispensabile.

“Il Risveglio Popolare”, settimanale canavesano, riferisce di una posizione sostanzialmente favorevole dei Democratici di Sinistra, che vedono positivamente la possibilità di uno sviluppo che ruoti attorno al turismo anziché all’industria, purché nel quadro di un sistema economico locale “integrato”, e di una risposta organizzativa al dilemma: “turismo di qualità o turismo di massa?”. Il riferimento al progetto Mediapolis è chiaro. Un po’ meno, la risposta, che nel documento conclusivo del partito sulla questione, votato a stragrande maggioranza nel dicembre 2002, chiede che “il progetto Mediapolis non solo si inserisca organicamente in un più ampio processo di consolidamento di un nuovo tessuto economico canavesano, ma ne possa rappresentare la vetrina e uno dei più robusti catalizzatori”.

Ma c’è anche chi, in un modo o nell’altro, sembra meno incline a vedere solo la parte mezzo piena del bicchiere. A partire dalla Commissione Tecnica Urbanistica regionale, che chiamata nel 2002 ad esprimere un parere (non vincolante e non obbligatorio) sulla variante al piano regolatore di Albiano, indispensabile primo passo per Mediapolis, dichiara serafica: quell’area non è idonea, perché a rischio di esondazione. A questa asciutta critica, si sommano naturalmente quelle più complesse dell’opposizione ambientalista, che puntano sulla incompatibilità di un oggetto/prodotto tanto ingombrante, con il quadro naturalistico dell’Anfiteatro Morenico, nonché dell’impatto a medio e lungo termine (sempre che ce ne siano, di medi e lunghi termini, verrebbe da dire) delle infrastrutture, anche indotte. Critiche ben riassunte in questo estratto dall’interrogazione presentata dal gruppo Comunisti italiani in Regione nel febbraio 2002: oltre all’impatto negativo sul paesaggio, sulle attività agricole, sui rischi di localizzazione in un’area di esondazione della Dora, “una inevitabile congestione di traffico sia durante la lunga fase di cantierizzazione, sia a maggior ragione durante l’esercizio ... la Regione Piemonte e gli altri Enti Locali saranno costretti a destinare copiose risorse pubbliche per adeguare quantomeno le infrastrutture di viabilità e trasporto ai nuovi flussi e alle nuove esigenze indotte dall’iniziativa”.

L’associazione Pro Natura, dopo che il parere negativo della Commissione regionale è stato di fatto aggirato, osserva come si sia trattato di una forzatura: Mediapolis è stata equiparata ad opera di rilevante pubblica utilità, consentendo l’uso di un’area non idonea dal punto di vista della sicurezza idraulica. Sventolare posti di lavoro e promesse di sviluppo nel dorato modo dei parchi a tema, riesce anche a questo? Le montagne russe, quando si ribattezzano roller coaster, fanno anche questi miracoli? Sul numero di Pro Natura del dicembre 2003, dopo che la variante al piano regolatore di Albiano è stata approvata dalla Regione (26 giugno) si sostiene che lo svolgersi dell’intera vicenda “è la prova efficace di quale è il rapporto di subordinazione degli stessi cittadini, delle comunità e dei territori ai signori del “business”. Sia chiaro che secondo questo principio chi investe pianifica anche i territori. E allora a che servono le istituzioni pubbliche, a pagare i costi delle infrastrutture e i danni quando la natura “matrigna” colpisce?”.

Significativo, il parallelo fra questa osservazione di Pro Natura, l’idea di “Società di Trasformazione Territoriale” sul modello dei programmi urbanistici complessi proposta dal Patto Territoriale, e le critiche di parte della cultura urbanistica proprio a questo modello, in cui sembra perdersi di vista qualunque idea di “sviluppo” diversa da quella proposta dall’ubiquo “mercato”.

Resta, per ora, quel cartellone in mezzo al prato, di fianco alla piazzola di sosta dell’autostrada e di fronte al pioppeto. Restano, per ora e finora, l’insieme delle riflessioni dei vari protagonisti della vicenda, e delle modifiche che via via si sono introdotte nel progetto originario (a partire dal nome, inizialmente di “Millennium Park”). Negli allegati alla delibera che approva il Piano particolareggiato e relativa variante allo strumento urbanistico generale del comune di Albiano d’Ivrea, area Guadolungo, leggiamo l’intenzione di “localizzare attrazioni multimediali, simulatori di situazioni, strumenti di educazione, di approccio divulgativo alle discipline storiche e geografiche” (BUR Piemonte n. 27 del 3 luglio 2003).

Resta, per ora solo su internet, descritta dai comunicatori del sito Mediapolis: “Una cittá del tempo libero, ambientata in un contesto architettonico/paesaggistico di grande suggestione, dove un equilibrato mix di loisir, servizi, ricettivitá e commercio specializzato, contribuiscono ad estendere il target di riferimento di un leisure-park di genere più tradizionale.”.

Resta anche la relativa confusione di chi, soprattutto giovane, abitante nella zona, nei dintorni, o semplicemente interessato ai vari aspetti del problema, è letteralmente bombardato di informazioni, antitetiche nella sostanza se non nella forma. Così sul forum dedicato a Mediapolis si legge di tutto: dalle solite oneste, sempliciotte opinioni positive perchè “sono convinto che questa sia una grande opportunità per tutti noi soprattutto per l’area del Canavese, che è ormai zona depressa per ciò che riguarda il lavoro”, a vere e proprie filippiche contro gli ambientalisti rompicoglioni “che se si facesse un referendum sarebbero al massimo l'uno per cento... perciò li invito a non ostacolare...” ( http://www.damasio,it/forum). Più rari, molto più rari, e forse ha ragione chi li colloca “al massimo l’uno per cento”, i critici.

Del resto la crisi non è acqua fresca. Ma siamo poi sicuri che valga la pena di strappare inopinatamente all’agricoltura quei cinquecentomila metri di terreno esondabile dalla Dora? Non c’è, per esempio, un altro posto, anche se su terreno non ex Olivetti?

Al momento, non mi viene in mente altro. Speriamo che i canavesani siano un po’ più svegli di me. Anzi, ne sono sicuro.

Nota: non ho utilizzato in questo testo altre immagini se non le pochissime foto mie scattate a Albiano e Caravino, e una mappa tratta dal Piano Provinciale. Ci sono una quantità di mappe e disegni - protetti da copyright ma liberamente visibili – sul ricco sito di Mediapolis, insieme a tabelle e altre informazioni che qui ho dovuto schematizzare o escludere.

Altre immagini e informazioni varie sulle fasi del progetto, da Millennium a Mediapolis, su http://digilander.libero.it/idste/millenniumpark.html

Premessa – di Fabrizio Bottini



Essere contrari ai parchi tematici vuol dire essere ciecamente passatisti, oppure ostinatamente antiamericani, tecnofobi, magari sotto sotto un po’ bifolchi? Sono domande che probabilmente ci poniamo anche noi italiani, da qualche anno a questa parte (ma i segnali c’erano da decenni) sempre più immersi nell’ambiente globalizzato di spazi artificiali che ha nel parco a tema il suo più vistoso simbolo. Già: solo un simbolo, e solo il più vistoso, perché se ci guardiamo un attimo attorno questo modello di rapporto fra spazio, società, consumi, immaginario e regole di convivenza, sta tracimando dal ristretto ambito della giostra domenicale alla vita quotidiana di lavoro o tempo “libero” che sia.

La città, nel bene e nel male, continua ad essere la casa della società, ma i suoi spazi di relazione vengono via via ritagliati da nuove entità apparentemente simili, in realtà antitetiche: gli ambiti commerciali privati “semi-pubblici”, che usiamo come fossero pubblici ma non lo sono. E lo si vede, appunto, quando assumono la forma esplicita del parco tematico, magari ridondante di simboli a goffa importazione yankee, magari atterrato brutalmente in un contesto che non lo accetta con facilità, nelle dimensioni e nelle intenzioni.

È la modernità, baby, sembra dirci questo breve estratto di Steve Mills: devi solo abituarti, e gli anticorpi verranno da soli. Visti i cantieri di questa grande trasformazione, che ci circondano da ogni lato, e che su Eddyburg tentiamo in qualche modo di discutere e descrivere, verrebbe voglia di dargli ragione.

Estratti da: American Theme Parks and the Landscape of Mass Culture”, in American Studies Today online (traduzione di Fabrizio Bottini)

[...]

I parchi Disney nel Mondo

L’inflenza dei parchi della Disney non si limita al parco stesso e all’ambiente circostante. L’impresa di realizzare un nuovo tipo di spazio per il tempo libero ha avuto tanto successo che Disneyland, e ancor più Disneyworld, sono diventati non solo i prodotti più avanzati di questo tipo, ma il metro di paragone per valutare un ambito molto più vasto di strutture che hanno rapporto con lo stesso tipo di pubblico, sia da parte degli operatori che dell’utenza stessa. Strutture che vanno dal centro commerciale, alla nuova generazione di esposizioni internazionali, centri congressi, e via via gallerie d’arte e musei. Anche i nuovi servizi commerciali nelle aree di sosta delle autostrade britanniche, devono qualcosa al modo in cui la Disney ha fissato lo standard per rivolgersi ad un pubblico esigente e sempre più disponibile a spendere. I critici possono anche aborrire l’ubiquità dei prodotti tipo Disney, ma la loro importanza va forse valutata in modo più ampio, in termini di influenza su un vasto ambito. Qualunque costruttore di centro commerciale, e non solo di parchi divertimenti, deve riconoscere che la Disney ha fissato lo standard per i grandi complessi integrati, nello stesso modo in cui Henry Ford aveva a suo tempo fissato quello per la produzione industriale in serie. Insieme a questo standard, importiamo altri valori, codificati all’interno dello stesso spazio. L’utenza di massa richiede comunicazioni di massa. Mentre negli Stati Uniti questo significa automobile, e con essa il sistema di freeways, svincoli e rampe d’accesso, in Francia e Giappone ci si basa di più sul trasporto pubblico, ma ovunque bisogna offrire accessibilità di massa, e dove essa non esiste va realizzata.

Ancora più importante, il fatto che i parchi a tema Disney ignorino il paesaggio esistente, trattando il sito come se si trattasse di uno spazio vuoto e deserto. I paesaggi esistenti a Orange County, Orlando o a Maine La Vallée sono stati completamente cancellati. Costruttori e amministrazioni in genere sperano che le strutture ne attraggano di nuove, simili, complementari, come alberghi o parchi concorrenti, e che questo possa creare posti di lavoro e stimolare la crescita economica locale. Nonostante le idee di partenza della Disney, sia Disneyland che Disney World sono circondate da parchi concorrenti che offrono attrazioni diverse, come Sea World a Orlando, e hanno stimolato oltre ogni aspettativa l’economia locale. Un impatto ambientale sempre più forte viene considerato normale, senza pensare a quando esso potrebbe divenire insostenibile. Disneyland è stata in qualche modo corresponsabile della massiccia espansione suburbana sui bordi di quello che è di fatto un deserto, e Disney World ha generato una crescita anche maggiore in un’area dove si pompa più acqua dolce di quanta la natura possa rimpiazzare, portando all’aumento delle acque salmastre.

Nessuna sorpresa quindi, se le reazioni al progetto Disney’s America per l’area di Washington D.C., in crescita turistica, hanno condotto all’accantonamento dell’impresa, che avrebbe dovuto inaugurare una nuova generazione di parchi tematici, utilizzando le capacità della Disney per raccontare la storia americana. La paura che lo spericolato eclettismo dei parchi a tema potesse banalizzare il passato non giocava certo a favore dell’immagine della Disney agli occhi dei residenti suburbani di Washington.

Centri commerciali come parchi tematici

Una delle caratteristiche principali, che distinguono i parchi a tema Disney è il loro essere grandi, in grado di gestire grandi quantità di persone, per tutto l’anno, col sole o con la pioggia. Il mondo di Walt Disney chiude solo a Natale, e il giorno dopo è il più affollato dell’anno. Localizzato in Florida, deve fare i conti con tempeste elettriche e eventuali uragani, ma non con le nevicate di Chicago o New York. Pochi altri posti possono gestire tante persone d’inverno, eccetto forse i centri sciistici in Colorado. Non sorprende che altri costruttori, impresari e amministrazioni cittadine, in numero crescente abbiano tentato di riprodurne il meccanismo economico offrendo strutture commerciali, terziarie, e per il divertimento disponibili con qualsiasi tempo. I giganteschi stadi che ci sono in quasi tutte le città più importanti stanno a significare che si può giocare la partita anche nel cuore dell’inverno, o nei periodi più caldi e umidi dell’anno, senza badare a che tempo fa fuori. Chi fa acquisti può stare al riparo dal tempo inclemente, visto che tutte le città hanno centri commerciali al chiuso agibili con qualunque tempo, dove gli anziani passeggiano, i giovani si corteggiano, le famiglie visitano mostre d’arte. Ma, nonostante molti visitatori usino questi ambienti chiusi come spazi pubblici, essi sono in definitiva luoghi privati, da cui possono essere esclusi singoli o gruppi considerati potenziali disturbatori dell’atmosfera di pacifici acquisti o divertimenti. Predicatori o rappers, nella stessa misura, raramente sono i benvenuti, perché questa non è la pubblica strada, ma uno spazio privato, anche se pieno delle comuni presenze stradali come cassette postali, fontanelle, vigili urbani o venditori di biscotti. I tribunali sono già stati spinti a decidere sino a che punto spazi del genere possano essere considerati semi-pubblici, e di conseguenza sottoposti ai normali diritti di riunione, o accesso, previsti dalla legge. E, altrettanto importante di questa confusione fra spazi pubblici e privati, c’è la crescente convergenza fra centri commerciali e parchi tematici. Il Mall of America, in Minnesota, sembra aver portato l’esperienza dello Shopping Mall a livelli che avrebbero imbarazzato lo stesso Disney. Siamo di fronte a commercio con annesso divertimento, oppure ad un parco tematico con massicce offerte commerciali? Ma non sono solo i centri commerciali ad aver mescolato diversi tipi di strutture in un solo luogo. Las Vegas non è più solo una serie di case da gioco e sale da spettacolo nel deserto resa possibile da acqua ed energia a buon mercato. Per aumentare l’attrattività e il giro d’affari, gli spettacoli si sono allargati in arene appositamente realizzate, dove i pirati vanno all’arrembaggio dalle sartie di navi completamente attrezzate, e i visitatori possono risparmiarsi il fastidio di andare fino in Egitto a vedere le Piramidi e i tesori dei Faraoni.

Per assicurare la continuità degli affari, sono essenziali nuove aree tematiche ogni anno, nello stesso modo in cui i parchi divertimenti hanno bisogno di giostre sempre più mozzafiato. Per risucchiare affari da Las Vegas, altre località vicine ai grandi centri, come Atlantic City, non hanno solo introdotto i casino, ma anche scimmiottato il successo di Disney World sviluppando un’offerta completa di soggiorno. Le navi da crociera diventano parchi a tema galleggianti, dove gli americani possono visitare i Caraibi senza scendere a terra se non ne hanno il coraggio. Anche le camere di commercio dei distretti centrali terziari attirano i costruttori con sostegni ai centri congressi, o ristrutturazioni di aree storiche o per il tempo libero, come a Boston e Baltimora, attrezzate con televisioni a circuito chiuso e guardie private: aree che tendono ad escludere tanto quanto ad accogliere. È necessaria una certa mobilità per arrivarci, in queste aree piuttosto isolate, ed è necessaria una certa disponibilità di denaro per fare buon uso delle strutture. Centri commerciali e centri congressi nelle aree terziarie urbane sono sempre più isolati dai quartieri adiacenti in degrado, ci si accede in auto da ingressi controllati: solo un identificato tipo di consumatori entrerà in posti come il Detroit Renaissance Center. E, naturalmente, sempre più persone vivono entro comunità chiuse nello stesso modo. A Manhattan chi vive in condominio da molto tempo abita in edifici chiusi e guardati a vista. A Los Angeles si sono costruite intere città chiuse da mura, con cancelli elettronici a regolare gli ingressi, come negli acquartieramenti delle basi militari. Anche nei quartieri poveri si è chiesto che fossero chiuse le strade di attraversamento, per ridurre la quantità di presenze estranee, in particolare di bande giovanili.

Parchi a tema e influenza americana

Il parco tematico è, sempre di più, parte dell’esistenza moderna, di europei e americani, in tempo di lavoro o di vacanza. Ma se Alton Towers ora finalmente chiama sé stessa un parco a tema, nonostante mantenga la propria struttura storica, il giardino e il castello, i parchi Disney in modo del tutto diverso sono luoghi deliberatamente senza tempo e senza spazio. In modo simile, Legoland si diletta a mostrare una bella vista del castello di Windsor nel corridoio di volo del Concorde, inglobando anziché escludere il mondo esterno. E la tradizione dei parchi divertimenti britannica è piuttosto indipendente dal mondo di Disney, visto che risale almeno a Vauxhall Gardens sulle rive del Tamigi, attraverso i lungomare, le luminarie di Blackpool, i campi vacanze. I danesi sono fieri dei loro famosi giardini di Tivoli, o delle vecchie montagne russe in legno. Imprese olandesi realizzano alcune delle più moderne attrazioni dei parchi a tema, e i francesi da tempo hanno trasformato Mont Saint Michel in una occasione di shopping per pullmanate di turisti.

Anche Disneyland Paris è piena di fiabe popolari e personaggi di cartoni animati europei. Può darsi che i parchi Disney siano solo quelli più pubblicizzati, anziché qualcosa di tipicamente Americano. Il pregiudizio comune, che i parchi tematici siano la caratteristica più marcatamente americana del mondo moderno, ha bisogno di un esame più attento anziché di essere accettata di primo acchito. La Blackpool Pleasure Beach, è davvero parte di una invasione americana, oppure è solo una Goose Fair di Nottingham un po’ più grande? Visto che quasi ogni nazione ha i suo parchi a tema, essi possono essere ben considerati parte del mondo moderno, nel bene e nel male, anziché qualcosa di tipicamente americano, qualunque cosa la Disney Corporation voglia farci credere.

Ma questo non spiega comunque come mai la Disney abbia conquistato posizioni di alto livello, chiedendo di essere riconosciuta non solo come capofila, ma come metro di misura col quale tutti i concorrenti si confrontano. Forse questa fama non si costruisce solo sui parchi tematici, ma anche sul lungo e solido legame con la televisione per ragazzi. E questa è una posizione di forza, molto americana, per dominare i mercati mondiali. Forse, la Disney in fondo ha più a che fare con i dividendi azionari e i mercati, che non con la cultura americana.

La versione integrale e originale di questo articolo, completa di una bibliografia di riferimento, al sito di American Studies Today online

Niemeyer: È mio il progetto di Ravello

Pirani risponde (su Repubblica del 3 maggio 2004) ad alcune delle critiche sollevate da alcune delle lettere. Tace sulla questione della legittimità. E tace anche sul merito. Possibile che gli intellettyuli italiani non vedano al di lè della logora querelle “moderno ersus antico”, e viceversa?

Nell´ultima Linea di confine ho spezzato una lancia a favore della costruzione, su progetto gratuitamente offerto al comune di Ravello da uno dei più grandi architetti del mondo, il brasiliano Oscar Niemeyer, di un piccolo auditorium. La discussione che ne è seguita dimostra come la questione vada anche al di là del caso specifico per riproporre l´interrogativo se sia accettabile che un´opera nuova, a prescindere dalla sua valenza estetica, venga inserita in un contesto ambientale considerato di per sé perfettamente «concluso». Obiettavo che un simile convincimento aveva portato a volte a confondere la opposizione a scempi e speculazioni con una ostilità impaurita allo svolgersi della storia stessa dell´architettura e dell´urbanistica. Facevo il caso della opposizione che aveva impedito la costruzione di una piccola casa di Wrigth sul Canal Grande e dell´ospedale progettato da Le Courbusier a Venezia.

Debbo limitarmi a una scelta fra tutti gli scritti ricevuti. Comincio con la presidente d´Italia Nostra, Desideria Pasolini dall´Onda, che rivendica proprio la battaglia condotta contro la casa di Wright e la paragona a quella contro l´auditorium di Ravello, «tipico esempio di paesaggio con una perfezione data dall´equilibrio tra aspetti estetici e funzionali... che può essere solo conservato, curato, preservato.... eppure si vuole costruire un auditorium... di grandi ambizioni e grandi costi, firmato (ma non è proprio così) da un grande architetto.... a dispetto della legge che non lo prevede ed è questo il motivo fondante... del nostro ricorso al Tar... Enfatizziamo il rispetto per la natura nei luoghi in cui si interviene e abbiamo il coraggio dell´opzione zero se le altre ci sembrano sbagliate e illegali».

Analoghe le argomentazioni di Isabella Ripa di Meana («... questo luogo, unico per la sua bellezza, va strenuamente difeso da qualsiasi iniziativa»), della signora Fantin di Venezia, del signor Giuseppe Palermo di Siracusa, di Alda Croce, Mario De Cunzo, Guido Donatone e Carlo Iannello di Napoli che ribadiscono trattarsi di «... un´opera illegittima, in contrasto col piano urbanistico regionale... mentre il sostenere con tanta protervia da parte di pubbliche amministrazioni l´intento di procedere comunque... rappresenta la strada della illegalità generalizzata... Inoltre è stata una sorpresa generale vedere attribuita a Niemeyer la paternità del progetto.... quando il preliminare e il definitivo sono firmati da Rosa Zaccheo, capo dell´ufficio tecnico comunale... e Niemeyer ha donato solo uno schizzo dell´auditorium». Ma, dall´interno stesso del mondo ambientalista mi son pervenuti pareri di tutt´altro tono. Ermete Realacci, presidente onorario di Legambiente scrive: «Non trovo giustificato, utile, comprensibile che settori dell´ambientalismo confondano l´auditorium di Niemeyer con le torri del villaggio Coppola, il mostro del Fuenti o la saracinesca di Bari». Grazia Francescato, portavoce dei Verdi europei aggiunge: «Quando sono andata a Ravello e mi sono studiatale carte mi sono subito resa conto che "il giardino incantato"... non sarebbe stato sfregiato dall´innovativo e delicato progetto di Niemeyer... che sorgerà oltretutto su un roveto-immondezzaio circondato da case abusive, non certo su un frammento intatto del mitico paesaggio. « Le due principali critiche, la legittimità e la paternità dell´opera, che avevano ingenerato anche in me qualche dubbio, vengono contestate dal sindaco, Secondo Amalfitano, che scrive: «L´area prescelta è secondo la legge idonea per realizzare opere di urbanizzazione secondaria che prevedono esplicitamente centri sociali e culturali. Se invece di un auditorium di 409 posti, avessimo proposto un centro sociale di 409 posti firmato dal geometra del Comune saremmo legalmente in regola. Quanto alla paternità il 23 settembre 2000 Niemeyer ci ha regalato un plastico e 10 tavole dettagliate con una nota scritta in cui si elencavano gli obbiettivi, i criteri costruttivi, le esigenze connesse alla realizzazione dell´opera... Per rispettare le leggi vigenti in materia di progettazione il Comune ha accettato il progetto come dono di Niemeyer affidando in via formale le successive operazioni all´ufficio tecnico comunale. Tutte le tappe della progettazione sia esecutiva che definitiva sono state seguite personalmente da Niemeyer, tutti i disegni nelle diverse tappe sono a sua firma. A lavoro ultimato, il 28 maggio 2003 a Rio de Janeiro, egli ha consegnato personalmente il progetto completo in una cerimonia ufficiale alla presenza del presidente Lula al governatore Bassolino e al sottoscritto

Tutto rinviato alla prossima consigliatura: l’ultima riunione del consiglio provinciale di Napoli prima dello scioglimento elettorale ha sancito che ormai non c’è più tempo per approvare un piano che aveva destato molte preoccupazioni e polemiche. Attirando anche l’attenzione – cosa insolita di questi tempi per un oggetto complicato quale è un piano – della stampa nazionale e locale.

Due gli aspetti contestati del piano territoriale di coordinamento della provincia di Napoli. Innanzitutto, il ridimensionamento delle tutele paesistiche in aree di importanza mondiale come la Penisola sorrentina, il Vesuvio, Ischia, Capri, Procida, Posillipo. In secondo luogo, la designazione di 25.000 ettari di territorio rurale, il 40% di quello ancora presente in provincia dopo un quarantennio di scempio, come “aree di riqualificazione urbana” (sic!), nelle quali il piano consentiva la localizzazione di abitazioni (100.000 nuovi vani), attrezzature, servizi, infrastrutture. Aree di riqualificazione che comprendevano i paesaggi rurali più rinomati della provincia di Napoli.

L’opposizione al piano era stata promossa da un cartello di associazioni comprendente WWF, Italia Nostra, Coldiretti ed altre sigle locali, ed era culminata in un convegno nazionale svoltosi lo scorso 4 dicembre presso l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici.

Intanto, il clamore della vicenda aveva condotto alle dimissioni dell’assessore competente ed alla sua sostituzione, nonché al ritiro del piano, con l’impegno pubblicamente sancito dal presidente della giunta provinciale Amato Lamberti di procedere ad una sua approfondita ridiscussione e revisione.

Ma le cose sono andate diversamente, e negli scorsi giorni, dopo aver constatato come l’impianto del piano fosse rimasto sostanzialmente immutato, le associazioni erano ancora intervenute, chiedendo ai partiti di maggioranza di astenersi da una sua approvazione definitiva in extremis, negli ultimi spiccioli di consigliatura. L’invito è stato accolto o, più probabilmente, i partiti hanno autonomamente ritenuto di non riaprire le polemiche proprio alla vigilia delle elezioni. Scampato pericolo dunque, ma quello che è successo non rappresenta una vittoria per nessuno, quanto piuttosto una sconfitta di tutti. Perché la provincia di Napoli ha bisogno di un piano. E perché rimane l’interrogativo su come possa accadere che un’amministrazione di centro-sinistra a guida verde possa esprimere una cultura di governo del territorio tanto inadeguata. La ricerca delle possibili risposte è parte del lavoro che dovrà continuare nei prossimi mesi.

Il dossier sulla vicenda su www.risorsa.info.

Su questo argomento anche:

Eddytoriale n. 31 del 23 novembre 2004

Eddytoriale n. 32 dell'11 dicembre 2003

Illustre dottor Pirani,

seguiamo con grande interesse i Suoi articoli su "La Repubblica", che apprezziamo molto e che forniscono sempre importanti e utili stimoli alla riflessione su rilevanti questioni d’attualità.

Ci permettiamo precisare, con riferiemento al Suo articolo del 26 aprile, che, in contrasto con coloro che hanno appoggiato l'illegittima iniziativa dell'Auditoium, eminenti urbanisti e personalità della cultura, come Salzano, De Lucia, Dal Piaz, Cervellati, Insolera, Craveri, Ronchi, Ripa Di Meana, Sgarbi, Emiliani, assieme alla Fondazione Iannello, hanno più volte ribadito che si tratta non soltanto di un’opera illegittima, in contrasto con un fondamentale Piano Urbanistico regionale, approvato addirittura con legge della Regione Campania anche a tutela del valore paesistico (il quale, è bene precisare, non prevede affatto parcheggi nel sito dove l'accordo di programma localizza l'Auditorium); ma che il sostenere con tanta protervia da parte di pubbliche amministrazioni l'intento di procedere comunque contra legem rappresentava la strada dell'illegalità generalizzata, in quanto costituiva un cattivo esempio ed un incoraggiamento per tutte le violazioni che si sarebbero sentite in tal modo coonestate.

E' stata inoltre una sorpresa generale vedere attribuita a Niemeyer la paternità del progetto, quando il Sindaco di Ravello in un articolo comparso il 15 gennaio 2004 sul Corriere del Mezzogiorno ha candidamente scritto che i progetti, preliminare e definitivo, sono firmati da Rosa Zeccato, capo dell’ufficio tecnico comunale, e che l'arch. Niemeyer ha donato solo uno schizzo dell’Auditorium, senza peraltro mai aver messo piede a Ravello, come ci conferma lo stesso Sindaco.

Ci è grato pertanto inviarLe in allegato l’articolo di Secondo Amalfitano, Sindaco di Ravello, che Le faremo avere anche a mezzo fax.

Con i più deferenti saluti

Alda Croce, Fondazione Benedetto Croce

Mario De Cunzo, Comitato per la difesa del Mezzogiorno

Guido Donatone, Italia Nostra Napoli

Carlo Iannello, Fondazione Antonio Iannello

Leggo con stupore che Mario Pirani, su "Repubblica" di oggi, contesta a "Italia Nostra" di essere "cieca" e ideologizzata perché si oppone "in sede Tar", insieme ad alcuni privati, all'auditorium progettato da un illustre architetto che il Comune di Ravello vorrebbe edificare dove non è consentito.

Vorrei far notare che se si presenta un ricorso al Tar (come lo stesso Pirani ci rammenta) è perché si ritiene sia stato consumato un atto

illegittimo e leso un interesse.

Il giudice naturalmente deciderà, ma dovrebbe essere ovvio che il rispetto della legge deve prescindere, al contrario di quanto Pirani scrive, "da ogni criterio culturale e persino da ogni valutazione estetica", sempre opinabili.

Se così non fosse, chi dovrebbe stabilire volta per volta se i progetti non in regola con le norme sono capolavori e vanno autorizzati in deroga alle leggi oppure no?

Le amministrazioni comunali? L'opinione pubblica? Gli amici del progettista? Le "personalità della cultura" mobilitate per l'occasione?

Ce ne vogliono 150 come nel caso in questione o ne bastano anche meno?

La battaglia di "Italia Nostra" contro questo insidiosissimo precedente è quindi sacrosanta.

Cordialmente,

Giuseppe Palermo

(Via Tagliamento 7, Siracusa)

sul sito di patrimonioSOS

Non è tanto la sovrabbondanza di vincoli e burocrazia ad ostacolare (come ha lamentato di recente il noto viticoltore Edi Kante) l’attività agricola sull’altopiano carsico, quanto la mancanza di strumenti adeguati per la pianificazione e la tutela del territorio.

Infatti, se l’attività agricola e l’allevamento tradizionali costituiscono un elemento essenziale per la conservazione del paesaggio storico e naturale del Carso, è chiaro che ciò deve avvenire rispettando nel contempo le straordinarie peculiarità naturalistiche di questo territorio (i campi solcati, le doline, gli ecosistemi indispensabili per la vita delle specie vegetali e animali che rendono quest’area unica in Europa dal punto di vista della biodiversità), le quali rappresentano anche un ovvio fattore di richiamo turistico.

Uno degli strumenti per far convivere armonicamente la conservazione di questo straordinario patrimonio con le attività tradizionali (e favorirne la valorizzazione), è rappresentato dal Parco del Carso, che tra l’altro consentirebbe anche di semplificare e ricondurre in capo ad un unico ente (il Parco, appunto) le competenze oggi sparpagliate irrazionalmente tra i Comuni, la Provincia, i vari uffici regionali, ecc.

Sarebbe questa anche l’occasione per eliminare vincoli – come quello idrogeologico – che in Carso (come osserva giustamente Kante) non hanno alcun senso.

Peccato che la proposta del Parco (internazionale, perchè il Carso è uno solo, di qua e di là dal confine : il WWF lo chiede da oltre 15 anni) non abbia finora suscitato alcun interesse reale in chi occupa le istituzioni.

Il perchè lo spiega – involontariamente - l’intervento del vicesindaco di Duino-Aurisina, Romita, il quale nel replicare a Kante (sul PICCOLO del 13 aprile scorso) non trova di meglio che rivendicare a merito della propria amministrazione la variante “agricola” al piano regolatore.

Peccato si tratti di uno strumento che, con il pretesto di favorire l’agricoltura, apre in realtà all’edificazione praticamente ogni area classificata “agricola” sul territorio comunale.

Si vorrebbe infatti diminuire drasticamente la superficie minima di territorio coltivato che da’ diritto ad edificare. Verrebbero ammesse poi nuove edificazioni - anche residenziali - non soltanto per gli agricoltori, ma anche per i parenti di primo grado.

Agli agricoltori “non a titolo principale”, cioè in pratica a chiunque, verrebbe inoltre consentito di edificare 150 metri cubi (destinati a qualsivoglia uso) in qualsiasi punto di qualsiasi zona agricola.

Si ammetterebbe ancora la proliferazione dei “capanni per attrezzi” e la costruzione di serre di grandi dimensioni (fino a 7 metri di altezza).

Non basta : la variante permetterebbe di modificare le destinazioni d’uso di qualsiasi edificio nelle zone agricole (da produttivo a residenziale e viceversa). E così via.

Porte aperte, quindi, alla “villettizzazione” del territorio, alla sua banalizzazione paesaggistica ed al degrado naturalistico. Altro che agricoltura !

Ulteriore prevedibile effetto della variante “agricola” sarebbe quello di innalzare a dismisura i prezzi correnti dei terreni. Una volta rese edificabili anche le aree agricole, infatti, è evidente che il loro costo salirebbe di molto rispetto ad oggi, con evidenti danni per i veri agricoltori, che dovessero trovarsi nella necessità di acquistare terra per ampliare le proprie aziende.

Siccome sul cemento non crescono nè viti, nè altro, sembra evidente che la variante “agricola” in questione rappresenti un esempio di ciò che i veri agricoltori del Carso dovrebbero aborrire con tutte le forze.

E’ anche, purtroppo, evidente, che fino a quando i destini del Carso saranno affidati a culture amministrative e politiche come quelle che ispirato la suddetta variante di Duino-Aurisina, c’è da temere il peggio per questo territorio. La speranza è che questo strumento venga perciò cassato da chi ne ha il potere (la Regione), perchè altrimenti si porrebbe una pesante ipoteca sul futuro di una parte essenziale dell’altopiano, condannandolo probabilmente alla definitiva banalizzazione e quindi al disvalore tanto ambientale, quanto – in definitiva - economico.

Ringraziando per l’ospitalità che spero possa essermi concessa, porgo i più distinti saluti


Si farà davvero il ponte sullo stretto di Messina? Sembrerebbe di sì. Il governo ha appena varato il bando per cercare il general contractor dell´immensa opera, in pratica il regista di tutti i lavori, che saranno poi necessariamente subappaltati a varie imprese. Insomma, ci siamo. L´opera più colossale mai pensata in Italia, e probabilmente la seconda in Europa, sta per partire sul serio? Sì e no.

Sì, nel, senso che le cose andranno avanti e forse si arriverà persino a sradicare qualche albero, a spianare un po´ di terreno e a mettere giù un paio di prime pietre in tempo per le elezioni del 2006, con ministri e presidenti con in testa il casco giallo da muratori. No, nel senso che secondo me non vedremo mai le auto e i camion sfrecciare sullo stretto di Messina. In compenso molti soldi saranno spesi comunque. Forse addirittura moltissimi.

Ma cerchiamo di capire perché, nonostante tutto, la ciclopica opera non vedrà la luce.

Intanto c´è il problema del senso dello Stato. Che c´entra con il cemento, il tondino di ferro e i mattoni? C´entra. Un´opera del genere richiede almeno una decina d´anni di lavoro e quindi richiede che ci sia o una classe politica totalmente convinta sulla necessità di fare questa cosa oppure una classe burocratica (nello Stato) molto solida, molto sicura, molto determinata.

Ebbene, i politici italiani non mi sembrano proprio convinti come un sol uomo che questo ponte va fatto. Anzi, circolano parecchi dubbi, soprattutto a sinistra, dove l´idea di gettare nove miliardi di euro (quasi venti mila miliardi di vecchie lire) in un manufatto di dubbia utilità e necessità non trova molti consensi.

Nel caso (probabile) di un cambio di governo nel 2006, quindi, il ponte di Messina dovrebbe essere una della prima cose che verranno gettate a mare. Ma anche nel caso in cui dovesse rivincere il Polo non è detto che ci sia più la stessa determinazione di oggi nel proseguire i lavori. Gli anni che ci attendono non sono certo molto brillanti. Verranno a galla nuovi conflitti sociali e arriveranno in primo piano parecchie altre emergenze. Ad esempio, visto che siamo da quelle parti, la questione degli acquedotti siciliani.

Rimarrebbe la classe burocratica, eventualmente decisa a portare avanti un mandato ricevuto da questo governo («fare il ponte»). Ma non direi che in Italia abbiamo questo tipo di burocrazia. Anzi, qui da noi, magari, già adesso i solerti burocrati sono lì che cercano di tirare tardi per evitare di doversi misurare con un problema che rimane comunque grosso e quindi potenzialmente pericoloso.

Ma, anche ammettendo che in un modo o nell´altro l´impresa vada avanti, è assai difficile che qualcuno di noi possa mai sfrecciare sul quel ponte. Infatti, se non lo faranno i politici e la burocrazia, il ponte si affonderà da solo, come un dinosauro troppo stanco per andare in giro a cercare foglioline tenere.

Nel caso del ponte, le foglioline tenere sono i soldi, miliardi di soldi. Si è detto che l´immane opera costerà nove miliardi di euro. Si tratta di una cifra colossale (un decimo basterebbe per salvare l´Alitalia e per sistemare non so quanti acquedotti siciliani). Ma, come l´esperienza ci insegna, questo è solo il costo «adesso», in fase di progetto. Poi, nell´arco di tempo dedicato all´eventuale realizzazione del manufatto, è evidente che tutti i costi saliranno (l´acciaio, ad esempio, è già aumentato in misura enorme). E quindi anche il costo complessivo dell´opera lieviterà. Impossibile immaginare uno scenario diverso. Non è mai successo. Alla fine, ben che vada, verrà a costare il doppio.

E da dove salteranno fuori tutti questi soldi? Ma, si dice, dal project financing. L´opera cioè in parte (forse per il 50 per cento, si dice) si finanzierà da sé. Sarà una specie di miracolo. Una moderna moltiplicazione dei pani e dei pesci. Si finanzierà, si dice, attraverso i futuri incassi dei pedaggi per i transiti sul ponte. Fantastico. Le banche anticipano i soldi, e poi questi verranno restituiti, anno dopo anno, grazie agli incassi.

Mi sembra di sentire la storia dell´Eurotunnel sotto la Manica. Anche quello, nell´idea dei promotori, doveva finanziarsi da sé, attraverso i pedaggi per i transiti fra il Continente e la Gran Bretagna. Sulla carta tutto era chiaro e semplice. Tot pedaggi per tot anni e l´Eurotunnel è pagato. Peccato che tot per tot non sia successo o che sia successo in misura molto inferiore al previsto. L´Eurotunnel è già fallito un paio di volte e non so quanto è costato alla fine ai governi interessati.

Insomma, quando si ha molta voglia di fare queste opere ciclopiche si trovano sempre ingegneri che spiegano che farle costa poco. E finanzieri che spiegano che con un buon project financing tutto va a posto senza che lo Stato debba tirar fuori una lira. Peccato che poi, come da tradizione, nelle grandi opere ci sia sempre qualcosa che va storto. I preventivi saltano, i viaggiatori che nei progetti iniziali dovevano pagare il tutto non si fanno vedere e migliaia di tonnellate di cemento rimangono a carico dello Stato, delle Regioni, delle province e dei comuni interessati. Quindi non ci sarà la corsa a finanziare il ponte. Dopo l´Eurotunnel tutti si sono fatti un po´ più svegli.

Insomma, il ponte (se mai si arriverà a tentare di farlo davvero) andrà giù da solo, ancora prima di essere costruito. A noi spettatori, pro quota, toccherà pagare il conto del cemento, del tondino di ferro e dei mattoni, per quel poco o tanto che si sarà fatto prima di dire «Basta».

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Trascorsero una guerra e un quarto di secolo prima che qual sogno si realizzasse. Quella della Pianura pontina fu una operazione di ingegneria territoriale, sociale ed economica (di pianificazione) confrontabile con quelle che, negli stessi anni, avvenivano negli USA, nel regime roosveltiano del New Deal, per reagire alla crisi del sistema capitalistico.

Oggi la terza fase della trasformazione dell'Agro romano avviene con gli interventi causali dell'esplosione metropolitana: una delle forme di "megalopoli"?

v. Illusioni.

La questione è rimasta giovane pur essendo vecchia di secoli.

Roma è cinta di un deserto, che l'avvolge come un sudario, dal quale la sua testa emerge magnifica di una bellezza immortale. Una poesia dolorosa sale da quella campagna calva e squallida, senza paesi e senza case, interrotta da lugubri stagni, solcata da rivoli morti, rigata da stecconati, dentro i quali mandre di buoi e di bufali, dall'occhio selvatico e dal pelo ispido, guardano sospettosi il raro viandante o si voltano fremendo al fischio della vaporiera. Il pensiero si turba e s'interroga attraversando quel deserto, così muto e così pieno di memorie, mentre nella nostra anima moderna si alza alteramente un nuovo problema di conquista e di creazione.

Può Roma, ridivenuta capitale d'Italia, una nazione giovane e ardente al lavoro, profonda d'istinti ed arsa da tutte le febbri della modernità, rimanere così separata dalla patria, che per giungervi si debba ancora attraversare una solitudine quasi preistorica difesa dalle febbri contro ogni imprudente temerità di lavoro? Può ancora la grande metropoli portare stretto sui lombi questo cinto di dolore e di miseria, mentre la sua vita si gonfia a tutti gli aliti di una nuova primavera, e un'altra grandezza si prepara alla sua opera di capitale che può contenere il Papa e il Re, tutto quanto ancora ci resta di universale nello spirito delle genti e di più individuale nel monarca che unificò la sua storia e incarna la sua vita politica?

Qualche giorno fa la Camera discusse il problema dell'Agro.

Il sogno è di ridurlo una campagna florida, ondeggiante di messi e di alberi, sparsa di case e di paesi, solcata da canali e da strade; gli oratori si smarrirono fra le illusioni del passato e quelle dell'avvenire, ricostruendo su scarsi ed incerti frammenti di autori latini la storia agricola dell'Agro, o fantasticando dietro qualche affermazione di autore moderno sulla prossima ubertosità del suo deserto ancora consacrato ai silenzi della morte. Una dialettica monca ed aspra battaglia nel problema, a seconda dei partiti, si accusa tutto e tutti, dai barbari delle invasioni ai pontefici che pur :mantennero a Roma un primato universale, dai feudatari del medioevo ai latifondisti di oggi, dimenticando che il problema ha caratteri ben più originali e difficoltà più profonde.

Qualunque possa essere stata ai tempi belli della repubblica e dell'impero l'ubertosità dell'Agro, questo è ben certo, che i romani non furono mai un popolo agricolo e che intorno a Roma, troppo ingrossata di ricchezze e di vizii, la campagna non poteva avere che una vita riflessa del suo fasto e delle sue dovizie. Non si sa bene che intorno a Roma vi fossero città importanti e viventi di una propria prosperità industriale ed agricola: vi erano forse più ville che paesi, più schiavi che cittadini, più splendore di eleganze che vivacità di prodotti, più letizia di arte e gloria di monumenti che effervescenza di libero lavoro e originalità indigena di produzione.

Infatti bastò che Roma cadesse, perché tutto rovinasse nell'Agro senza speranza di resurrezione. Evidentemente le condizioni naturali di questo erano tristi e difficili, se un contraccolpo di sventura politica poté tutto isterilirvi; e quando, dopo l'invasione dei barbari, assodata la sua lava, ricominciò per tutta Italia, nell'epoca dei Comuni, il nuovo lavoro di fecondazione, l'Agro rimase ancora un deserto. Feudatari potenti e feroci vi si combatterono, ma il Comune non poté, come altrove, assorbirli e digerirli; i Pontefici avvicendarono sul loro trono tutta la varietà dei temperamenti e degli ingegni, dei vizi e delle virtù; ma da Roma non una irradiazione di fecondità arrivò alla campagna, oda questa una originalità di lavoro a Roma. Mancava nell'Agro la vita comunale e quella agricola e l'altra dell'industria e del commercio; il suolo era malato, e i radi paesi vi parevano appena fortezze o ospedali per un popolo d'infermi. L'infallibile istinto della vita lasciò stendersi sui campi la zolla pratile come un tegumento protettore; la popolazione si rarefaceva, e quindi i possedimenti si allargavano; il lavoratore ridiscendeva verso la barbarie della preistoria, non essendo oramai più che un pastore o un mandriano, mentre il padrone a Roma, senza personalità di cittadino nella città dei Papi, non aveva altri legami colla terra che quelli di una sovranità territoriale o di una curiosità di cacciatore.

Così Roma arrivò sino ai nostri giorni. Se lo stato pontificio era un muraglione cinese che impediva il contatto fra il Nord e il Sud d'Italia, e adesso l' inferiorità civile del Mezzogiorno non ha forse spiegazione più vera di questa, a Roma la politica dei Pontefici faceva un cinto d'ignoranza col misoneismo, e intorno a Roma l'Agro raddoppiava quel cinto col proprio deserto di morte.

Come improvvisarvi oggi una campagna ubertosa quanto la Lombardia, o ingegnosa quanto la Toscana? Invece vi manca il personale agricolo e cittadino; mancano le case dei coloni, i loro centri di scambio, i focolari d'interessi e d'idee, l'amore della terra e la fede nel lavoro. I latifondisti, a che accusarli? Non potrebbero improvvisamente mutare se stessi in industriali agricoli, mancando per questa improvvisazione nella medesima misura di capitali intellettivi ed economici; l'acqua e l'aria sono del pari insalubri; la poca gente non vi ha alcuna tradizione di campo o di bottega: Un governo che sappia, e sappia veramente volere ciò che sa, deve adesso guardarsi sopratutto dal sogno di una improvvisazione territoriale, giacchè vita e civiltà non s'improvvisano; non deve accusare nè il passato nè il presente, né i padroni nè gli operai, mentre l'antico problema è maggiore d'ambidue. Nessun provvedimento di legge o esenzione d'imposta o lusinga di premi o minaccia di pene può affrettare l'ora del risveglio: la legge non inventa e non crea, non muta l'animo o l'intelletto della gente, non suscita paesi, non affolla un popolo rado, vagante, muto e livido, per un deserto.

L'illusione legislativa è antica nelle democrazie che rappresentarono sempre piuttosto l'immaginazione e il sentimento che l'intelletto delle nazioni; è antica ed immortale. Come resistere, essendo voi stesso un legislatore improvvisato, all'illusione di potere col proprio pensiero e col proprio voto cangiare la faccia della terra e della gente?

La legge, invece, non è che istinto nel popolo, che la segue prima che sia formulata, od esperienza nel legislatore, che finalmente la formula per regolarizzare un ordine già esistente.

Non lo chiedete al ministro Baccelli; egli è di coloro che bevono da più lungo tempo alla coppa delle illusioni parlamentari; bevono e credono al miracolo della loro parola.

Non diventò forse, e per questo soltanto, ministro di agricoltura?

16 marzo 1903.


Premessa

Il breve brano che segue, estratto dall’articolo di G. Brooke Taylor, si inserisce in una serie di contributi ospitati dalle riviste britanniche a cavallo fra gli anni ’50-’60, quando nel piano della prima fase di realizzazione dei vari grandi programmi di edilizia residenziale pubblica, iniziano ad emergere problemi in parte inattesi di disadattamento sociale. La questione, che in Italia in modo abbastanza empirico trova una parziale risposta nella logica “familista-cattolica” del piano INA-Casa, soprattutto in Gran Bretagna stimola l’interesse professionale dei sociologi, che premono per essere integrati nei gruppi di lavoro urbanistici con pari dignità e ruolo rispetto ad architetti ed ingegneri. Anche oltre questi scopi contingenti (del resto sostenuti da alcuni programmi formativi e professionali dell’epoca), resta l’attualità di alcune osservazioni, che ben sottolineano come parecchi problemi tipici dei grandi quartieri monoclasse del secondo dopoguerra non nascano solo e semplicemente dai limiti di realizzazione, o dalla parziale realizzazione, di servizi e attrezzature indispensabili alla ricostruzione del sistema identitario che conosciamo come “città”. Brooke Taylor ci indica anche un altro vuoto “a monte”, ovvero quello di una progettazione sociale totalmente improvvisata, in tutto o in parte inconsapevole, da parte di tecnici dello spazio e delle strutture che si improvvisano sociologi, pieni di buone intenzioni tanto quanto potenzialmente pericolosi di fronte alla dimensione quantitativa e novità dei problemi.

Il sogno estatico di Le Corbusier

Molti architetti, in particolare, vogliono costruire per la gente, e cercano anche di farlo, ma questo desiderio nel loro cervello è inestricabilmente legato ad una visione puramente estetica. Le Corbusier pensava a sé stesso, evidentemente, come ad un sociologo, e il suo sogno, quasi estatico, della Ville Radieuse, comprende una straordinaria miscela di idee architettoniche e sociali. Ma, nella Unité d’Habitation di Marsiglia, i passaggi bui, la spoglia “sala comunitaria”, il gigantesco campo da giochi per bambini sul tetto, i negozi impossibili da affittare, mostrano evidenti i pericoli di un architetto di valore che gioca a fare il sociologo.

Ancora, l’architetto può riuscire in un progetto dove si giungono ad equilibrare desiderabilità sociale ed estetica. Ma lo stesso architetto, sollecitato sul versante economico, sacrificherà la componente sociale per conservare intatta quella estetica. È quello che ci si può aspettare, e la stessa cosa vale per ogni altro tecnico. L’ingegnere, o l’esperto finanziario, non sacrificano i bisogni della gente per indifferenza o disinteresse nei riguardi dei propri simili, ma per la logica inerente le proprie questioni professionali.

Debolezza del controllo democratico

C’è il controllo fornito dai rappresentanti popolari, eletti o nominati. Ma nemmeno questo può considerarsi più davvero efficace. Con la migliore buona volontà del mondo, e presupponendo un alto livello di intelligenza e competenza, nessun membro di commissione o comitato può sperare di mantenersi al passo coi dettagli di un progetto di grandi dimensioni, a parte il formulare, o l’approvare, i principi guida delle politiche. Dobbiamo riconoscere che le moderne realizzazioni su larga scala sono immensamente complesse. La creazione di un “vicinato” coinvolge la soddisfazione di una gran numero di bisogni, e l’intreccio di questioni tecniche, costruttive e sociali, le quali richiedono che vengano considerate le implicazioni sociali di ogni frammento del piano e della sua realizzazione in cemento e mattoni. Il personale di gestione dell’edilizia residenziale fa questo, sino ad un certo limite, ovvero sino a quando le questioni concernono strettamente la residenza. Ma essi tendono, inevitabilmente, a preferire soluzioni che replicano cose che hanno funzionato bene in passato, e a considerare i quartieri in un contesto ristretto.

La soluzione ovvia, sembra essere quella di una “consulenza sociale”, posta allo stesso livello tecnico dell’organizzazione preposta al progetto fisico. Come si dovrebbe provvedere, a questa “consulenza sociale”? Nelle condizioni attuali, si verifica una situazione estremamente confusa.

Le autorità pubbliche responsabili per i quartieri residenziali (molte delle quali realizzano un totale di aree di intervento che supera quello delle New Towns) non hanno nessun funzionario competente in questo campo. Solo quattro delle quindici New Towns hanno funzionari nel campo dello sviluppo sociale, e si può tranquillamente dire che essi sono impegnati principalmente su questioni comunitarie diverse da quelle che abbiamo sollevato qui. Nei casi in cui autorità pubbliche o enti di gestione delle New Towns intraprendono politiche sociali in urbanistica, lo stimolo sembra emanare dall’influenza esercitata da rappresentanti eletti o nominati, o da funzionari di altra professionalità che hanno preso l’idea da qualche rivista di sociologia, l’hanno vista applicata da un’altra autorità, o hanno avuto un’improvvisa illuminazione da soli.

I pericoli insiti in questo metodo casuale sono ovvi. La realizzazione di un sub-centro di vicinato nel quadro di un piano adeguatamente studiato può essere di grande valore, soprattutto se è seguita da uno studio sui risultati. La ripetizione dell’idea in un altro contesto di piano può risultare ridicola. L’idea della sala comune per inquilini come parte di un insieme coerente di sviluppo comunitario può essere valida. La sua duplicazione come “moda”, in una grande varietà di schemi insediativi, può essere solo uno spreco di risorse.

Scontiamo le prevaricazioni di urbanisti, politici e pseudoambientalisti

Nel dibattito sulle periferie – che va considerato propedeutico a quello sulle condizioni e le responsabilità che hanno condotto all’abusivismo e ai vari interventi in sanatoria - emergono da un po’ di tempo a questa parte ammissioni che collimano sorprendentemente con quanto andiamo dicendo da anni. Inserendosi in questo dibattito si rende tuttavia opportuno fare riferimento anche alle idee degli altri, com’è il caso di un articolo di questa estate de “La Repubblica” (E alla fine vinse la città di villette), in cui l’architetto Paolo Desideri afferma ad esempio che «dentro il dibattito autoreferenziale degli addetti ai lavori, irrompe talvolta il punto di vista di chi specialista non è, e forse proprio per questo finisce per vedere quello che sfugge agli esperti».

Gli errori della città pianificata

L’argomentazione nasce dalla constatazione dello iato esistente tra la gente comune da una parte, - che da almeno trent’anni si pone la domanda se è possibile o meno vivere nel degradato clima sociale delle periferie - e gli architetti, gli urbanisti e i politici/amministratori dall’altra, che hanno continuato imperterriti a concepire progetti insani come quelli di Corviale, Zen, Tor Bella Monaca, Laurentino 38 etc. Tale iato fornisce la prova inconfutabile che la nostra società «non è più in grado di condividere i valori e la cultura abitativa proposta dalla città pianificata». Per gli architetti e gli urbanisti si possono forse individuare delle scusanti, tutt’uno con la natura di una formazione culturale legata alla ricerca tipologico/abitativa del Movimento Moderno, ma anche coerente con una economia non più attuale, fondata sulla produzione industriale, e con un pensiero modernista troppo inquinato da una visione deterministica della storia e dal mito ormai insostenibile del progresso.

Strettamente collegato, ripeto, al disastro delle periferie è il fenomeno dell’abusivismo; fenomeno alla cui base si può senz’altro individuare il rifiuto del quartiere costituito da case multipiano, o meglio, da un impianto urbanistico con tipologie abitative ad alta densità, oltre al fatto di non aver applicato la lezione dei centri storici, complice l’equivoco funzionalista, cioè la lezione dell’integrazione delle funzioni del vivere (a fronte del moderno, monofunzionale quartiere dormitorio), unitamente all’incapacità degli architetti contemporanei di conferire qualità all’ambiente urbano.

Travisata la funzione del mercato delle aree

Per capire a fondo il fenomeno dell’abusivismo non si può tuttavia non riferirsi alle condizioni del mercato delle aree fabbricabili e alle responsabilità della classe politica nell’inquinare e alterare questo mercato, sia accettando le indicazioni degli urbanisti, tendenti ad intaccare alla base il principio stesso della proprietà fondiaria (fortunatamente tamponate dalla Corte Costituzionale), sia insinuandosi nei meccanismi di mercato con leggi come la 167, sulle aree per l’edilizia economica e popolare, e come l’equo canone, con le disastrose ripercussioni sugli investimenti privati per l’edilizia abitativa che sono all’origine della carenza odierna di nuove abitazioni nelle grandi città.

L’individuazione nel mercato come sede di una delle condizioni fondamentali di prosperità di una società civile moderna è stata assolutamente travisata dalla classe politica italiana a partire dal dopoguerra. La nostra classe politica ha portato avanti una nozione ideologica dell’interesse pubblico in opposizione totale all’interesse privato. Ora, che questa concezione fosse connaturale alla sinistra, allo statalismo dirigista e alla discriminazione delle classi sociali, non vuol dire che dovesse essere ritenuta accettabile anche dal partito allora di maggioranza relativa e dalle formazioni politiche di ispirazione liberale, ideologicamente più inclini a comprendere le ragioni del mercato.

D’altra parte gli urbanisti, applicando un concetto di pianificazione che, cristallizzando il territorio con una destinazione d’uso vincolante delle aree, stabilita secondo presunti criteri di razionalità e funzionalità dell’espansione urbana, escludevano ogni possibilità di un’offerta indifferenziata di aree fabbricabili in libero mercato, laddove peraltro il privato non poteva arrogarsi il diritto di pretendere che i servizi urbani arrivassero fino a lui, comunque e dovunque.

Il segnale incompreso della Bucalossi

Gli urbanisti hanno dunque per certi aspetti avuto ragione, ma soltanto sino a quando un liberale non sancì il sacrosanto principio, con la legge 28 gennaio 1977, n. 10 ( Norme per la edificabilità dei suoli ), che i costi dei servizi di urbanizzazione il privato se li dovesse pagare. La Bucalossi dava infatti, per chi lo volesse intendere, il segnale della crisi della mano pubblica, nonché della necessità di capovolgere le strategie autoritaristiche della pianificazione, ricorrendo al privato e prestando orecchio alle domande che, dal territorio, provenivano dal basso.

E’ da quel momento che la pianificazione urbana e territoriale doveva cambiare, modificando i criteri dirigistici sino allora seguiti e ampliando la nozione di governo del territorio ponendo l’accento sull’unitarietà organica degli interventi, cioè facendo proprie sia le esigenze di difesa del suolo che dei valori ambientali, che invece furono regolate da leggi specifiche, slegate dal contesto generale. Purtroppo l’opportunità offerta dalla svolta “Bucalossi”, che poteva dare luogo ad una positiva riaffermazione del primato della politica anche in questo settore, non venne afferrata da una classe politica in gran parte dedita all’affarismo e alla lottizzazione del potere, quindi incapace di cogliere il cambiamento epocale che si celava, già negli anni ’70, dietro il decentramento industriale e l’esaurimento del fenomeno dell’urbanesimo. Anche molti urbanisti non percepirono il cambiamento, proseguendo sulla strada ormai invalidata di una pianificazione prescrittiva da considerarsi quantomeno illiberale. Altri concepirono invece una via “riformista”, guardando in realtà ai modelli che venivano sperimentati in alcuni paesi europei.

La guerra alla tipologia unifamiliare

Peraltro, il perdurare di una costituzione impositiva della pianificazione urbana, ha comportato il mantenimento di tipologie abitative ad alta densità, individuate in ragione di scelte tecniche sull’uso del suolo, ma in gran parte estranee alla domanda, per di più spesso estremizzate da convinzioni ideologiche contrarie all’abitazione unifamiliare. A parte i formicai di abitazioni popolari già citati, chi ha potuto seguire le vicende del PRG della Capitale, a partire dal piano del ’62, non può non avere rilevato, ad esempio, la progressiva compressione dell’offerta della tipologia unifamiliare G4, una tipologia ormai confinata nell’Agro romano, con un lotto minimo di 100.000 mq!

Tutto questo mentre, per tornare all’articolo di Paolo Desideri, una ricerca Censis dell’83 proponeva un’interpretazione dell’abusivismo edilizio come risposta alla deludente qualità della vita che gli ambienti urbani della città pianificata moderna sapevano garantire ai loro abitanti: «l’alloggio abusivo rappresenta quindi, per la maggioranza degli intervistati, la conquista di un miglioramento sostanziale del comfort abitativo. Accanto all’incremento della superficie abitabile e del numero medio delle stanze si può rilevare un pronunciatissimo incremento delle superfici accessorie dell’alloggio e delle superfici scoperte di pertinenza dell’abitazione, specialmente costituite dai giardini e dalle aree libere».

D’accordo con Desideri anche quando, pur riconoscendo le tipologie autocostruite della città non pianificata, cioè abusiva, «più consone alle attese e alla cultura abitativa dell’uomo contemporaneo» aggiunge opportunamente che queste tipologie, «le casette della città diffusa, rappresentano la mediocre utopia liberista di un soggetto che in quelle architetture senza architetti realizza il suo contraddittorio paradiso individualista…».

Il “passo indietro” dei professori

Convincente la conclusione a cui perviene Desideri. Vale la pena citarla, anche se non può considerarsi esaustiva delle problematiche in discussione: «Tutto questo mi sembra converga verso un limite: la cultura urbana espressa dal moderno, che è alla base della formazione di noi architetti, che è tuttora la struttura principale dell’insegnamento di architettura, è ampiamente superata nei fatti e dalla cultura materiale della gente comune. Solo partendo da questa definitiva consapevolezza potremo, e dobbiamo con urgenza e passione, rifondare un rapporto accettabile tra urbs (cioè città fisica) e civitas (cioè società civile)».

I nostri tradizionali lettori ricorderanno sicuramente i nostri annosi e reiterati inviti ai “professori” a fare “una passo indietro”, tuttavia, se non li citassimo, faremmo torto a coloro tra questi che hanno sviluppato nel tempo una vigorosa autocritica, specialmente riferita all’autoreferenzialità del dibattito disciplinare, tale da consentire nel tempo l’assunzione reale degli elementi di crisi, come lo stesso articolo di Desideri sta a dimostrare.

Perchè non esaustiva la conclusione di Desideri? Perché fra le altre cose non coinvolge le responsabilità di certo pseudoambientalismo nostrano, che inquina il dibattito limitandosi a valutare la dimensione naturalistica dell’ambiente, dimenticandosi di quella culturale e ignorando le radici antropizzate del paesaggio naturale italiano. Per questa gente ogni ulteriore riduzione delle “volumetrie” abitative rappresenta una vittoria contro la “cementificazione”, laddove il diritto alla casa va considerato quantomeno elemento prioritario nei confronti di chi la casa non ce l’ha. Il fatto che si sia fatto scempio del territorio non può costituire un alibi per alienare questo diritto, né si può accettare l’affermazione, sintomo di ignoranza letale, secondo la quale la costruzione edilizia turba l’ambiente, perché non è la casa dell’uomo che turba l’ambiente naturale come quello urbano, lo turba, certamente, la cattiva architettura.

Paolo Desideri, E alla fine vinse la città di villette

La via principale della nazione

La costa nord-orientale degli Stati Uniti è oggi sede di uno sviluppo notevole - una distesa quasi ininterrotta di aree urbane e suburbane dal New Hampshire del Sud alla Virginia del Nord, e dalla costa atlantica alle colline ai piedi degli Appalachi. I processi di urbanizzazione, che hanno profonde radici nel passato americano, hanno operato qui in modo costante, fornendo alla regione sistemi di vita e di utilizzazione del suolo eccezionali. Nessun’altra regione degli Stati Uniti ha una concentrazione di popolazione altrettanto forte, con una densità media cosi alta, e che si estenda su un’area cosi vasta. E nessun’altra regione ha un ruolo paragonabile all’interno della nazione e un’importanza paragonabile nel mondo. Si è sviluppato qui un genere di supremazia, nel campo politico, economico e forse persino nel campo delle attività culturali, raramente raggiunto prima d’ora da un’area di tale ampiezza.



Una regione eccezionale: Megalopoli.

Questa regione ha quindi una eccezionale Il personalità », che per circa tre secoli ha subito mutamenti ed evoluzioni continue, ha determinato continuamente nuovi problemi per i suoi abitanti ed esercitato un’influenza profonda sulla organizzazione generale della società. Le tendenze attuali del suo sviluppo e il grado odierno di affollamento offrono esempio ed insegnamento ad altre aree meno urbanizzate sia in America che altrove, e richiedono una revisione integrale di molti vecchi concetti, quale la distinzione abitualmente accettata tra città e campagna. Ne consegue che ad alcuni vecchi termini vanno attribuiti nuovi significati e che si devono coniare termini nuovi.

Ma per quanto grande sia l’importanza di questa parte degli Stati Uniti e il valore dei processi operanti al suo interno, è però difficile separare quest’area dalle aree circostanti; sia perché i suoi confini tagliano regioni storiche tradizionalmente riconosciute - come il New England e gli stati del Medio Atlantico -, sia perché essa comprende unità politiche diverse, e alcuni stati per intero ed altri solo in parte. Per definire quest’area geografica particolare è dunque necessario un nome speciale.

Questo particolare tipo di regione è nuovo, ma è il risultato di processi di lungo periodo, quali un imponente sviluppo urbanistico, la divisione del lavoro all’interno di una società civilizzata, la valorizzazione qui delle risorse provenienti da molte parti del mondo. Il nome dato a questa regione dovrebbe pertanto essere nuovo come fattura, ma anche richiamarsI a formule di età molto più lontane, in quanto questa regione può considerarsi un simbolo di una lunga tradizione di aspirazioni e di sforzi umani: sforzi e aspirazioni che qui troviamo, in parte almeno, e con certi particolari orientamenti, realizzati. Di qui la scelta del nome “Megalopoli” usato in questo studio.

Circa duemila anni prima che sulle spiagge del fiume James, della baia del Massachusetts e dell’isola di Manhattan sbarcassero i primi pionieri europei, un gruppo di antiche genti, progettando una nuova città-stato nel Peloponneso, in Grecia, la chiamò Megalopoli, poiché per essa sognava un grande futuro e sperava che sarebbe diventata la più grande delle città greche. La loro speranza non si realizzò. Megalopoli compare ancora sulle carte moderne del Peloponneso, ma è solo una cittadina annidata in un piccolo bacino fluviale. Nel corso dei secoli la parola “Megalopoli” è stata usata in molti sensi da varia gente, ed ha perfino trovato posto nel dizionario Webster, che la definisce “una città molto grande”. Il suo uso, tuttavia, non è divenuto tanto comune da non poter venir applicato con un nuovo senso, come toponimo per l’eccezionale gruppo di aree metropolitane della costa nord-orientale degli Stati Uniti. Qui, ammesso che ai nostri tempi ciò sia possibile, il sogno di quei Greci antichi potrebbe essere divenuto entro certi limiti realtà.

Un’area urbanizzata a struttura nebulare.

Percorrendo le autostrade e le linee ferroviarie principali tra Boston e Washington, è difficile perdere di vista aree costruite, zone residenziali ad alta densità o potenti concentrazioni di impianti industriali. Sorvolando questo medesimo percorso, si scopre, d’altra parte, che oltre le fasce di terreno denso di costruzioni che si stendono lungo le principali arterie del traffico, e tra gli agglomerati dei sobborghi che circondano i vecchi centri urbani, rimangono ancora ampie zone coperte di foreste e boscaglie, alternate a qualche appezzamento di terreno amorosamente coltivato. Tuttavia, anche questi spazi verdi, se osservati a distanza ravvicinata, si presentano popolati da una quantità imponente di edifici, per la maggior parte di carattere residenziale - e alcuni pure di carattere industriale - sparsi qua e là. Infatti, molte di queste zone che sembrano rurali in realtà fungono in gran parte da sobborghi, nell’orbita del centro di qualche città. Perfino nelle fattorie, che occupano i più grandi appezzamenti coltivati e che in realtà forniscono notevoli quantità di prodotti, raramente lavora gente la cui sola occupazione e il cui solo reddito sia esclusivamente agricolo.

Quindi non è più possibile applicare qui la vecchia distinzione tra rurale e urbano. Anche un rapido sguardo alla vasta superficie di Megalopoli rivela una rivoluzione nell’utilizzazione del suolo. La maggior parte della gente che vive nelle cosiddette aree rurali, e che viene ancora definita, dai recenti censimenti,”popolazione rurale” ha ben poco, per non dire niente, a che fare con l’agricoltura. Se si prendono in considerazione i suoi interessi e il suo lavoro essa costituisce quella che un tempo era definita “popolazione urbana”, ma il suo modo di vivere e il paesaggio che circonda le sue abitazioni non si adatta al tradizionale significato di urbano.

Dobbiamo perciò abbandonare in questa zona l’idea di città come unità fittamente costruita ed organizzata, in cui la gente, le sue attività e le sue ricchezze sono condensate in un’area molto piccola, chiaramente distinta dai suoi dintorni non urbani. Ogni città di questa regione si stende in lungo e in largo attorno al suo nucleo originario; cresce in mezzo a un miscuglio irregolarmente colloidale di paesaggi rurali e suburbani; si fonde su ampi fronti con altri miscugli, di struttura per qualche verso simile, anche se paesisticamente diversi, che appartengono ai dintorni suburbani di altre città. Si può osservare questa fusione, per esempio, lungo le principali arterie di comunicazione che uniscono New York a Filadelfia. Vi sono qui molte comunità che potrebbero essere classificate come appartenenti a più di un’orbita. È difficile dire se essi siano sobborghi o città “satelliti”, di Filadelfia o di New York, di Newark o New Brunswick o Trenton. Persino queste ultime tre città si sono ridotte sotto molti punti di vista al ruolo di sobborghi di New York, sebbene Trenton appartenga anche all’orbita di Filadelfia.

Le “aree metropolitane standard”, usate per la prima volta dal Bureau of the Census degli Stati Uniti nel 1950, hanno chiarito in parte, ma non del tutto questa situazione confusa. Per esempio, la classica area metropolitana New York-New Jersey nord-orientale taglia dei confini politici, mettendo in luce i rapporti di questa vasta regione con il cuore di New York. Eppure l’applicazione meccanica del, termine “area metropolitana standard” si è risolta nella creazione di aree separate per Trenton - che è strettamente legata sia a New York sia a Filadelfia - e per Bridgeport - che per molti motivi pratici fa parte dell’area di New York. Possiamo rilevare problemi analoghi in altre parti di Megalopoli.

Cosi è stato creato lungo le coste atlantiche nord-orientali un sistema quasi continuo di aree urbane e suburbane che si intersecano in profondità, con una popolazione totale di circa 37 milioni di abitanti nel 1960. Esso scavalca confini di stato, si stende attraverso ampi estuari e golfi e racchiude caratteristiche regionali molto diverse. In effetti, i paesaggi di Megalopoli offrono una tale varietà che l’osservatore medio può nutrire seri dubbi sull’unità della regione. E potrebbe avere l’impressione che i principali nuclei urbani della costa abbiano scarsa affinità tra di loro. Sei delle sue grandi Città sarebbero altrettante metropoli nettamente caratterizzate, se fossero situate altrove. Questa regione ci richiama le parole di Aristotele, che le città come Babilonia hanno “le dimensioni di una nazione piuttosto che di una città”.



Megalopoli: via principale e incrocio della nazione.

Vi sono molte altre grandi aree metropolitane, e perfino raggruppamenti di esse, in varie parti degli Stati Uniti, ma nessuna tuttavia è paragonabile a Megalopoli per quantità e densità di popolazione o importanza e densità di attività, siano queste espresse in termini di trasporti e nodi di comunicazioni, di operosità finanziaria o istituzioni politiche. Megalopoli fornisce a tutta l’ America una tale quantità di servizi essenziali, di quel tipo che ogni comunità trovava di solito nel proprio centro urbanistico, che ben merita la definizione di “via principale della nazione”. E per tre secoli ha sostenuto questa parte, anche se la marcia compiuta dai colonizzatori attraverso il continente si è svolta lungo un asse est-ovest, perpendicolare a questa regione della costa atlantica.

Negli ultimi tempi Megalopoli ha più che mai concentrato in se un gran numero di grandi funzioni, solitamente assolte da una “via principale”: e si ha l’impressione che non sia disposta ancora a ,rinunciarvi. Ne è prova, ad esempio, la presenza determinante del governo federale a Washington, una presenza che influenza molti aspetti della vita nazionale; e poi la concentrazione permanente di operazioni finanziarie ed amministrative a Manhattan; e poi il predominio esercitato da New York sul mercato nazionale dei mezzi di comunicazione di massa, che resiste ad ogni tentativo di concorrenza; e poi l’influenza preminente delle università e dei centri culturali sul pensiero e sulla politica americana. Megalopoli è anche la facciata principale del paese di fronte al resto del mondo. Da essa, come dalla via principale della città, la popolazione locale parte per viaggi lontani, e ad essa giungono gli stranieri in arrivo. Per gli immigranti essa ha sempre rappresentato un porto di sbarco. E proprio come i viaggiatori di passaggio spesso vedono di una città solo qualche edificio della sua via principale, cosi la maggior parte dei viaggiatori stranieri vedono solo una parte di Megalopoli durante il loro soggiorno negli Stati Uniti.

Proprio come la via principale vive per fornire di servizi l’intera città e si arricchisce per merito di essi, più che per delle sue risorse puramente locali, cosi Megalopoli è legata a tutti gli Stati Uniti e alle loro abbondanti e articolate risorse. Nel complesso Megalopoli non è stata eccessivamente favorita dalla natura. Non ha grandi estensioni di terreni ricchi (vi sono dei buoni terreni, ma quelli poveri sono in maggior numero), nessun particolare vantaggio climatico (il suo clima ciclonico è lontano dall’essere ideale) e nessun grande giacimento minerario (sebbene ve ne sia qualcuno). Sotto questo punto di vista non si può paragonarla alle generose vocazioni o capacità naturali del Middle West o del Texas o della California. Ma primeggia per i vantaggi che le derivano dalla sua ubicazione: porti profondi di una costa ove sono avvenuti fenomeni di ingressione marina, e lungo la quale furono presto fondate - nelle insenature - le sue città principali, e poi la sua posizione di anello di congiunzione tra il ricco cuore del continente e il resto del mondo. Con intensa, dura e continuata operosità l’uomo ha messo a frutto al massimo la maggior parte delle virtualità contenute in quella ubicazione: che sono in effetti le risorse più rimarchevoli di un patrimonio naturale altrimenti mediocre. Come risultato, ben presto Megalopoli divenne un centro dinamico di relazioni internazionali, ed ha mantenuto e costantemente accresciuto questo suo ruolo fino ad oggi. È ora il punto di incrocio più attivo della terra, per la gente, per le idee, per le merci, e la sua influenza si stende molto lontano dai confini della nazione, In realtà solo in quanto è stata valorizzata come punto di incrocio questa regione ha potuto raggiungere la sua attuale preminenza economica.

Megalopoli, laboratorio dello sviluppo umano.

La tecnologia moderna e la evoluzione sociale dei nostri tempi forniscono da una parte un crescente sviluppo di attività urbane, e dall’altra sistemi in continuo miglioramento per produrre quantità maggiori di prodotti agricoli con minor manodopera. Queste tendenze, integrandosi accomunandosi e reagendo con i fenomeni di accrescimento demografico, sono quindi destinate ad incanalare un flusso crescente di popolazione verso occupazioni e sistemi di vita di tipo urbano: A mano a mano che questa marea raggiunge un numero sempre più grande di città, queste ultime traboccheranno oltre i loro vecchi confini per espandersi e disseminarsi su tutto il paesaggio, assumendo nuovi aspetti, come quelli che si possono osservare in tutta Megalopoli. Questa regione serve cosi da laboratorio, nel quale possiamo studiare la nuova evoluzione che va rifoggiando sia il senso del nostro vocabolario, sia tutta la struttura materiale del nostro sistema di vita.

La società di domani sarà diversa da quella nella quale siamo cresciuti, soprattutto perché sarà maggiormente urbanizzata. Modi di vita non agricoli saranno seguiti da una quantità sempre più grande di gente, ed occuperanno più spazio che mai, e simili cambiamenti non potranno prodursi senza modificare profondamente anche la vita e la produzione agricola. Le conseguenze dell’evoluzione generale annunciata dall’attuale crescita e complessità di Megalopoli sono cosi grandi che un’analisi dei problemi di questa regione dà spesso la sensazione di essere spettatori del sorgere di una nuova fase della civiltà umana. L ‘autore ha visitato e studiato molte altre parti del mondo, ma non ha mai provato una simile sensazione in nessun altro luogo. Quest’area può davvero essere considerata la culla di un nuovo ordine dell’organizzazione dello spazio abitato. Questo nuovo ordine tuttavia è ancora lontano dall’essere disciplinato; qui, nella sua culla, ogni cosa è in perenne mutamento e conflitto, e questo non semplifica il lavoro di chi ne intraprende l’analisi. Nonostante ciò, uno studio su Megalopoli può gettar luce su processi che sono di grande importanza ed interesse per tutti.

Uno studio di rapporti complessi.

Man mano che procedeva il lavoro di raccolta dei dati e di analisi, diventava evidente che la possibilità di risolvere la maggior parte dei problemi che questo studio di Megalopoli faceva emergere stava nelle interrelazioni tra le forze e i processi operanti all’interno di quest’area piuttosto che nelle tendenze del suo sviluppo o nel miglioramento delle sue tecniche. Cosi la tendenza dell’incremento demografico, facile da misurare e forse da prevedere approssimativamente, aiuta meno a comprendere la natura di quest’area che non le interrelazioni esistenti tra i processi che provocano la crescita della popolazione locale, quelli che attirano un certo tipo di gente a Megalopoli, e quelli che forniscono a questa popolazione in aumento i mezzi per vivere e per lavorare. Molti di questi processi sono statisticamente misurabili e alcuni possono essere rappresentati su una carta geografica, ma il grado in cui ciascuno di essi deriva dagli altri o li determina è una questione molto più sottile, ed è più importante per la comprensione di come si è formata la regione di Megalopoli e di come la sua vita si svolge.

La maggior parte degli studi regionali restano sul terreno sicuro e superficiale delle descrizioni statistiche e delle classificazioni funzionali. Se il mio lavoro avesse seguito questo schema sarebbe stato principalmente dedicato ad una ricapitolazione degli abbondanti dati che si possono ottenere attraverso i censimenti e da altre fonti di informazioni generali sulle svariate caratteristiche di Megalopoli. Una descrizione delle condizioni naturali, come la topografia, il clima, l’idrografia e la vegetazione, avrebbe preceduto un breve profilo storico, per essere poi seguita da trattazioni sulla popolazione, sulle industrie, sul commercio, sui trasporti e le comunicazioni, sul mercato immobiliare, su altre attività e infine dalla descrizione delle città principali e delle caratteristiche generali delle aree “rurali”. Un lavoro del genere avrebbe messo capo alla illustrazione dei problemi attuali, e con l’aggiunta di qualche previsione per il futuro presentata per mezzo di grafici e basata sul presupposto che le tendenze degli ultimi venti-cinquant’anni si manterranno per i prossimi venti.

La pura compilazione di questo panorama potrebbe essere forse di qualche utilità a qualcuno, ma difficilmente ne trarrebbe giovamento chi chiedesse uno studio in profondità, una penetrazione e una comprensione esaurienti dei problemi fondamentali di quest’area. Cercando di scoprire i processi più profondi e il loro intrecciarsi, si può sperare di addivenire a un tipo di conoscenza più essenziale, ed anche di fondare una metodologia di ricerca che potrebbe essere usata - anche se ciò non pare agevole - per lo studio di altra area analoga o proiettata nel futuro con qualche validità. Questa è la ragione per cui il presente lavoro è organizzato secondo uno schema che in un certo senso non è più quello tradizionale ed antiquato dei geografi, essendo il suo fine una discussione più ragionata ed una analisi obiettiva. Fenomeni cosi complessi, come i processi sociali ed economi ci che si stanno svolgendo in Megalopoli, denunciano un intreccio amplissimo di cause e di componenti numerose: e l’autore si è sforzato di cercare nella integralità queste componenti e di esaminarle in ogni loro forma e interrelazione, con quanta maggior dose ha potuto di spirito critico. (estratto da Vol. I, pp. 3-13)

(...)

Novus ordo seclorum

Lo sviluppo di Megalopoli è un fenomeno estremamente complesso. Molti fattori hanno contribuito a realizzare il suo attuale grado di urbanizzazione e la spettacolare concentrazione di gente, di industrie e di ricchezza. La posizione geografica fu certamente un immenso vantaggio nelle prime fasi dello sviluppo della regione; e le istituzioni ereditate dal passato sostengono vantaggiosamente fino ad oggi la grande struttura moderna che negli ultimi anni ha dominato l’economia e la politica del nostro globo. Eppure non si può attribuire alla sola combinazione di forze materiali il fatto di aver determinato lo sviluppo di Megalopoli fino al suo attuale stato di superiorità. Lo spirito del popolo che si servi delle occasioni materiali che poteva sfruttare deve essere riconosciuto come l’elemento decisivo della storia della regione: questa è la lezione del passato e questo l’ammaestramento per il futuro.

L impeto prometeico.

Le prime città fondate sulla costa nord-orientale americana, dalla baia del Massachusetts al fiume Potomac, formarono un’audace frontiera, la cui popolazione si preoccupava di risolvere il problema delle sventure umane almeno nella stessa misura in cui tentava di sviluppare un continente e di controllare un oceano. Se si considerano le colonie del secolo diciassettesimo e dell’inizio del diciottesimo come costituenti un cardine sulla sponda del continente, questo cardine deve essere riconosciuto come “tridimensionale”: considereremo cioè come suo terzo componente le aspirazioni spirituali che animarono i vari esperimenti: il Massachusetts, Providence, e poi il Connecticut, tutti puritani, la quacchera Filadelfia, i mennoniti e gli amish a Lancaster in Pennsylvania, il Maryland cattolico (a parte gli altri). Ognuno di questi gruppi era guidato da una fede che ardeva viva e che sembrava in condizioni di realizzare le sue migliori imprese nella terra vergine del nuovo mondo.

Le origini di New York furono un poco diverse e sotto molti punti di vista più materiali. Ma New York divenne presto un centro molto tollerante, aperta a molte fedi, e un grande centro di cooperazione tra gente dalle origini più disparate. Tutti i grandi porti marittimi, situati sulla fascia della facciata del continente, erano rivali ma anche esercitarono influenza l’uno sull’altro. Erano tutti figli dell’età delle grandi scoperte geografiche, da cui ereditarono una disposizione prometeica presto stimolata dal fervore religioso e dalla concorrenza tra vicini.

Se si esamina la storia di Megalopoli si trova uno stretto legame tra lo spirito della frontiera e l’impeto dei grandi esperimenti religiosi. La teoria della frontiera nella storia americana esposta da Frederick Jackson Turner si fonde qui con la “missione nelle terre selvagge” di Perry Miller , per produrre uno sforzo continuo a migliorare il destino dell’uomo, attraverso lo sviluppo di risorse nuove e illimitate. L’ardore prometeico rifulge dopo l’indipendenza, come è dimostrato da scritti del genere della dichiarazione di Nicholas Collin, che occupano una posizione di primo piano nelle pubblicazioni dell’ American Philosophical Society.

Molti storici hanno sottolineato il fatto che i programmi redatti e le politiche seguite in questa regione sorsero di giorno in giorno come prodotti della pressione dei tempi, che offrivano possibilità, assieme ad ostacoli e difficoltà. La gente si levava per far fronte a queste sfide successive, facendo del suo meglio, senza grandiosi progetti o piani. Tuttavia vi sono molti modi per far fronte a una particolare sfida o per trarre vantaggio da una data occasione. Gl’Indiani precolombiani lo fecero in un certo modo, i colonizzatori del New England in un altro, mentre i piantatori della Virginia scelsero ancora un terzo sistema. La massa degl’individui che forma una comunità spesso è pienamente cosciente delle forze da cui viene sospinta, ma in genere è troppo occupata per passare il suo tempo a studiarle con cura e lascia perciò questo sforzo ad un’élite che ha più tempo a sua disposizione: e che viene designata d’abitudine col nome di intellettuale. Non c’è dubbio che il gruppo dominante nelle grandi città della costa nord-orientale ponesse attenzione ai fondamenti e ai motivi della originalità della potenza americana.

È significativo che le commissioni che discussero e scelsero il disegno allegorico del Gran Sigillo degli Stati Uniti, immediatamente dopo l’indipendenza, abbiano inciso su una delle facce del sigillo la frase latina Novus ordo seclorum, frase che appare su tutti i biglietti di banca, stampata sotto la piramide incompiuta la cui base porta la data 1776. I capi della nuova repubblica credevano che gli Stati Uniti e il loro modo di vivere dovessero essere e sarebbero stati un “nuovo ordine del tempo”, una grande svolta nella storia. Non c’era un modo più forte per rivendicare un simile ruolo di quello di incidere un motto del genere sul Gran sigillo della Federazione, e più tardi sulle banconote. Un’iscrizione non vale molto in pratica, a meno che non esprima un sentimento profondamente vivo nel cuore di molte persone, e un tale sentimento era caratteristico della classe dirigente delle città di Megalopoli dell’ultima parte del diciottesimo secolo. Una dose notevole di questo stesso spirito è ancora viva nella mente degli Americani e ne ispira ancora le azioni. La vecchia politica del navigatore di Boston, di “tentare tutti i porti”, e la formula più recente dei grandi pianificatori di “non fare progetti ridotti” rappresentano una tradizione di Megalopoli, piena di vigore e di determinazione, basata su un’esigenza di sperimentazione coraggiosa e su una chiara fiducia nel successo finale dello sforzo umano.

Dietro allo sviluppo di questa regione sta un’era di grandi scoperte e di fervidi dibattiti religiosi: essa ha raggiunto la sua supremazia attuale in un tempo in cui il genere umano, soddisfacendo un antico sogno, ha aperto ancora una volta i cancelli della scoperta e dell’esplorazione: questa volta in mondi ancora nuovi come sono gli altri pianeti. Oggi ci viene ricordato costantemente che le idee precedono e foggiano l’aspetto di “fatti” nuovi. Un antico filosofo di Alessandria, il giudeo Filone, c’insegnò che esiste una grande città di idee che predetermina e dirige il mondo materiale in cui viviamo, e questa grande città delle idee fu chiamata da Filone Megalopoli. Perciò sembra particolarmente conveniente applicare lo stesso nome a questa straordinaria regione, il cui aspetto e il cui stile attuale nacquero dalla fede e dai tentativi di coloro che vi si stanziarono per portare un nuovo ordine ai loro fratelli sulla terra.

Risorse senza limiti: una filosofia dell’abbondanza.

Che genere di nuovo ordine era questo? Ogni gruppo certamente se lo raffigurava a modo suo, ma doveva essere un “ordine migliore”, un ordine di abbondanza e di giustizia, nel quale le genti sarebbero state felici, nel quale la ricchezza avrebbe regnato e sarebbe stata equamente distribuita. Nel loro fervore religioso le varie comunità erano perfettamente consapevoli della necessità di un successo materiale che dimostrasse la loro verità a tutto il mondo. L’approvazione divina alla loro condotta si sarebbe manifestata in una prosperità generale. Per raggiungere questa prosperità erano tutti preparati a lavorare duramente, risparmiando fatica quando fosse possibile, perché gli uomini erano pochi e il continente immenso, perché anche il compito era enorme, e tutti i sistemi per accrescere il benessere della comunità e la sua capacità di produzione sarebbero si credeva piaciuti a Dio.

A queste idee iniziali la natura dei tempi aveva dato una grande spinta. La costa nord-orientale fu colonizzata allorché l’era delle grandi scoperte ampliò gli orizzonti in tutte le direzioni, e fece esplodere una vasta espansione commerciale. I primi stanziamenti del diciassettesimo e diciottesimo secolo si svilupparono di fronte alle spiagge orientali dell’Europa, in un’epoca in cui gli abitanti di quest’ultima stavano aprendo in varie direzioni nuove strade del progresso scientifico e tecnico e davano vita all’illuminismo. Le città di Megalopoli iniziarono a svilupparsi con la rivoluzione industriale e con un grande sconvolgimento delle migrazioni e dei consumi di massa.

Megalopoli assorbi avidamente ogni novità di qualunque tipo. Lo sviluppo commerciale, l’industrializzazione, la meccanizzazione, la motorizzazione, e l’automazione, tutto fu messo in opera su larga scala. Il “nuovo ordine” che doveva svilupparsi - precisamente perché fondato sui risultati della rivoluzione industriale - poteva essere soltanto un ordine urbano. La vecchia economia rurale, che predominava nei vecchi paesi e da cui provenivano la maggior parte dei colonizzatori o gli ultimi emigranti, era inadatta a sostenere il genere di vita che la costa nord-orientale aveva incominciato ad assicurare.

Non si possono trovare risorse illimitate in qualsiasi area agricola, e fu l’economia urbana, inizialmente basata su un commercio attivo, a sviluppare in misura quasi illimitata la ricchezza della popolazione. Il continente era colonizzato e sviluppato; ma Megalopoli non poteva solamente servire da base principale per il suo impulso economico. Assetati di maggiori forniture e di maggiori mercati, i commercianti di Megalopoli organizzarono una produzione sempre più grande in patria e fuori. E allorché gli utili di questa attività furono raccolti, essi furono immessi sul mercato e spesso trasformati in necessità, attraverso processi a cui spesso abbiamo fatto riferimento in questo volume. La ridistribuzione degli utili è sempre stata la funzione del mercato e delle economie urbane.

Dall’accumulo di ricchezza e di mezzi di produzione conseguiva un certo sperpero. Il consumo di massa ebbe una grande spinta in avanti dall’organizzazione della pubblicità e del credito su larga scala, dall’obsolescenza incorporata, e da tutto il funzionamento del mercato dei mezzi di diffusione che resta concentrato nei principali centri di Megalopoli. E necessario comprendere che una simile filosofia dell’abbondanza, poteva portare solamente ad uno sviluppo urbano e a una espansione su larga scala. Ma portò anche a una specializzazione costante - e in rapida metamorfosi - di una grande parte della forza lavoro di Megalopoli, verso quelle occupazioni, cioè quei settori dell’attività economica, che pagavano meglio o che stavano allargando la loro richiesta di manodopera. Da un’economia che si basava sull’equilibrio agricoltura-commercio, Megalopoli passò ben presto a dare maggiore importanza a una combinazione d’industria più commercio. Nel ventesimo secolo le industrie terziarie avevano invaso la regione e la maggior parte della forza lavoro era passata alle occupazioni dei white collars. Nel 1960 i maggiori centri erano specializzati in quelle che possono essere dette le forme quaternarie dell’attività economica: le funzioni direttive e artistiche, il governo, l’istruzione, la ricerca e la mediazione di tutti i tipi di merci, servizi e titoli.

Simili attività sono sempre state concentrate nei quartieri degli affari, nelle downtown, nelle piazze di mercato che caratterizzano il centro urbano, nella City. Per un secolo almeno e forse di più, Megalopoli è stata in prima linea per il progresso e la raffinatezza dell’economia urbana. La sua fortunata espansione fa pensare che la sua dinamica abbia aderito esattamente ai principi base di ogni sviluppo urbano.

Vi è nella meccanica di ogni città l’esigenza della produzione di surplus, di una grande mobilità negli equilibri fra necessità e risorse, come pure una fluidità sufficiente nella natura stessa delle risorse che procurano un reddito. L’abbondanza di merci e di denaro è pure un’antica specialità della città. Il confluire di molte correnti di forniture e di traffico è necessario per ottenere una tale abbondanza, che non sarà limitata solo a poche merci prodotte localmente. Tuttavia, le città non hanno sempre raggiunto una equa distribuzione delle loro abbondanti forniture. Gli Stati Uniti possono ritenere di essere la prima grande nazione che ha raggiunto un alto grado di ricchezza generale abbastanza ben distribuita tra la popolazione e non vi è dubbio che questa ricchezza la si dovette non tanto alla estensione e alla fecondità della terra quanto al dinamismo dell’economia urbana sviluppata a Megalopoli e fondata sulla amministrazione della ridistribuzione.

Il grande impeto tecnologico del periodo nel quale Megalopoli si sviluppò fu un fattore importante, e le ricchezze naturali del continente americano furono solo strumentali. Eppure, molte nazioni nello stesso arco di anni vissero la loro storia senza avere uno sviluppo economico simile a questo, anche se talvolta avevano doni naturali altrettanto ricchi di quelli degli Stati Uniti. In effetti sono stati appena scoperti e studiati in parecchi continenti, vasti giacimenti petroliferi, immensi giacimenti minerari e vaste distese di terreno fertile. Ma la ricerca e lo sviluppo di tutte le risorse possibili nei paesi che erano nell’orbita di Megalopoli (e che in parte coincisero durante gli ultimi 150 anni con l’orbita di Londra) non fu compiuta dal resto del mondo. Se ci dovessimo chiedere “perché” e tentare una risposta, dovremmo certamente metterla in relazione non tanto col desiderio di raggiungere una produzione più ampia quanto con la sicurezza di espandere il consumo (persino in un modo rovinoso, se necessario) come fattore costruttivo dello sviluppo economico. Tra uno o due secoli lo storico dell’economia che studiasse un resoconto dettagliato del passato, potrebbe concludere che la ricchezza naturale degli Stati Uniti, specialmente ad est delle Montagne Rocciose, non era nulla di eccezionale; potrebbe persino apparire, allora, al di sotto della media. Ma l’abbondanza di risorse con la quale la sua gente l’ha messa a profitto sotto la guida dei centri megalopolitani, potrà anche allora apparire eccezionale.

Che cosa riserverà il futuro, è un problema a cui si deve rispondere in altra sede. Possiamo tuttavia domandarci quanto sia valido l’insegnamento che Megalopoli, con il suo passato e con il suo presente, offre alla sua popolazione e alla popolazione di altre terre.

Il nuovo ordine: come esportarlo?

Sarebbe certamente piaciuto immensamente ai padri fondatori delle città di Megalopoli scoprire che il modo di vivere e l’organizzazione economica che si sono sviluppati qui servono ora da modello ad alcune altre parti del mondo che stanno vivendo lo stesso processo di urbanizzazione.

Le tendenze attuali non sono tuttavia cosi semplici. Il processo di sviluppo urbano alla nostra epoca è un fenomeno di portata mondiale ed è fonte di preoccupazione per molti governi e comunità. In ogni regione questo sviluppo si manifesta secondo linee specifiche, la maggior parte delle quali differiscono da luogo a luogo; ogni comunità ha una sua propria varietà di problemi abituali, e il suo modo e i suoi mezzi per affrontarli. Queste caratteristiche locali e singolari devono essere rispettate. Ma conoscere i problemi più o meno simili di altri luoghi, e il modo in cui essi sono stati affrontati, è di grande aiuto; e ciò che s’impara in questo modo può servire a risolvere i problemi di un’area qualsiasi nel modo che le è più congeniale.

Naturalmente i paesi che si trovano a fronteggiare i problemi dell’urbanizzazione moderna per prima cosa guardano ai precedenti e agli esperimenti tentati nelle aree che hanno assunto una posizione di guida. Ai tempi nostri Megalopoli viene quindi studiata ed esaminata perché molti dei suoi vari problemi si ripetono e si ripeteranno, con alcune varianti e su scale diverse, nella maggior parte degli altri paesi. Che l’azione da lei intrapresa riguardo ad un qualsiasi problema umano o suburbano dia garanzia o meno di successo, Megalopoli sa che essa verrà anche esaminata da molti a lei estranei, alcuni dei quali la copieranno solo per il prestigio di cui la regione gode al momento attuale, mentre altri ne potranno ottenere suggerimenti per apportare delle migliorie alle tecniche ivi applicate. Qualunque cosa si faccia, qualunque sia il suo valore reale, per le persone interessate, l’esempio di Megalopoli sarà seguito più spesso di quanto si creda. Gli osservatori che viaggiano oggi per il mondo riferiscono di molti esempi, osservati in aree completamente diverse, della evidente influenza esercitata dai metodi americani di trattare i problemi urbani; e poiché Megalopoli resta il più imponente e il più vasto sistema urbano, poiché è la facciata principale degli Stati Uniti verso il mondo esterno, sono soprattutto gli esempi di Megalopoli quelli che caratterizzano tante città e tanti paesi di tutto il globo.

Chi scrive ha ultimamente viaggiato a lungo attraverso il Nord America, l’Europa occidentale e alcuni paesi mediterranei. Dappertutto ha trovato città in espansione. Le aree metropolitane più vaste attirano la parte più grande della massa della popolazione. Le città si estendono l’una verso l’altra. La struttura nebulare delle regioni urbanizzate sta diventando frequente e suggerisce una nuova ridistribuzione delle funzioni all’interno di queste regioni. L’utilizzazione del suolo a scopo residenziale sta guadagnando terreno in tutte le direzioni attorno ai più vecchi nuclei sovrappopolati. I nuclei più densamente popolati non si specializzano più nell’industria e nell’amministrazione come facevano un tempo. Le industrie produttive spesso si spostano verso la periferia della città e oltre. in zone che fino a poco tempo fa erano considerate rurali o interurbane. Le funzioni che continuano a raggrupparsi in quelli che possono essere chiamati i distretti centrali o centri della “nebula " urbana sono gli uffici, i laboratori, e tutte le attività legate alle varie forme di divertimento. Come ai tempi dell’antica Roma, l’arena e il foro nella loro versione moderna, occupano una parte sempre più grande del centro. I divertimenti e gli uffici sono legati gli uni agli altri, e prosperano per questa vicinanza. Essi creano un vasto mercato per il lavoro dei white collars. Tutte queste tendenze ebbero inizio molto presto e si sono già sviluppate su larga scala a Megalopoli. Le forze che producono questa evoluzione sono radicate in una profonda trasformazione dei moderni modi di vita e di habitat.

Queste tendenze danno una grande responsabilità agli attuali abitanti e alla classe dirigente di Megalopoli. Sotto molti punti di vista essi possono essere giustamente orgogliosi di servire da modello. Tuttavia devono ricordarsi delle conseguenze a lunga distanza di queste tendenze. Gli uomini imitano quelli che sono più ricchi, più potenti e che hanno avuto maggior successo di vita nella speranza di raggiungere, attraverso una tale imitazione, uno stato migliore o per lo meno uguale. Il Mahatma Gandhi raccontò che nella sua giovinezza egli tentò di mangiare la carne di bue, nonostante la sua profonda ripugnanza, nella speranza di poter diventare intellettualmente e politicamente uguale agli Inglesi, mangiatori di carne di bue, che allora dominavano l’India. Egli comprese presto che non era quello il modo di risolvere il suo problema. Può darsi che Megalopoli provi una certa ansietà al pensiero che una imitazione istintiva e irragionevole dello stesso genere possa svilupparsi e si svilupperà; ma nel campo dei problemi urbani e metropolitani non si possono impedire tali indesiderabili imitazioni. Ciò nonostante sussiste una certa responsabilità nel fatto di essere in prima linea, perché la condotta di colui che segue è influenzata dal capo.

La prima responsabilità degli abitanti di Megalopoli è, tuttavia, verso loro stessi. Se essi sono soddisfatti di avere fatto tutto quello che era in loro facoltà di fare, e nel modo migliore, per governare la loro regione e risolvere i loro problemi, allora essi possono affrontare coraggiosamente il giudizio del resto del mondo, oggi e domani. Se essi rimangono fedeli alle loro tradizioni, se essi, comunità e individui, continuano con lo stesso entusiasmo egli stessi sforzi del passato, a lottare per costruire nel deserto di questo complicato, duro e mutevole mondo una città migliore, allora si potrà guardare con ottimismo al futuro di Megalopoli. Tuttavia questa fiducia esige dubbi continui, esami di coscienza e autocritica da parte di tutti. Se dovessero instaurarsi autocompiacimento e rassegnazione, il grande esperimento di Megalopoli sarebbe compromesso e l’equilibrio del nostro mondo ne verrebbe alterato. (estratto da Vol II, pp. 943-952)

NAPOLI - Non gli bastava 'o sole, non gli bastava 'o mare, non gli bastava 'o Vesuvio. E così il proprietario di «Hercolandia», un parco giochi abusivo sul fianco del vulcano, ben dentro il vincolatissimo parco naturale, ha tirato su una torre Eiffel. Enorme. Luccicante. 'Na bellezza. Intonatissima a questa Disneyland sgarrupata e fuorilegge che sulla carta figura così: spettacolo viaggiante. Da rimuovere ogni anno, a fine stagione. Solo che, avuta la licenza, il padrone non si è mai ricordato di portarsi via la roba. E anche quest'anno si è dimenticato lì il muro di recinzione, la cancellata, il bar, il capannone dei giochi, la pavimentazione, la piscina, le giostre e pure la Tour, che svetta possente e ridicola sul golfo più bello del mondo.

Quando un amico gli chiede se non teme che un giorno, metti caso, chissà, possano demolirgli quel pezzo di grandeur français e svettante su Torre del Greco, fa spallucce. I numeri gli danno ragione. Dice uno studio di Legambiente che le domande di condono per abusi edilizi nei soli 13 comuni che hanno un pezzo del territorio dentro il Parco nazionale del Vesuvio, sommando la sanatoria del 1985 e quella del 1994, furono 49.087. Una enormità. Che sommandosi con i quartieri popolari progettati da una mano pubblica non troppo scrupolosa (valga ad esempio il caso dell'ospedale di Torre del Greco che il primo presidente del Parco, Ugo Leone, scoprì essere stato tirato su in mezzo a un'antica conca lavica) e le contrade di case e fabbriche e laboratori più o meno legali dilagate alle pendici del monte Somma con devastante spontaneismo, hanno dato vita a una periferia ad altissimo rischio.

Certo, dall'ultima eruzione del 1944 sono passati 59 anni e la statua di San Gennaro, che nel 1906 riuscì a fermare la lava a un passo da Trecase, può fare miracoli. Tutti sanno però che un giorno o l'altro il Vesuvio si sveglierà. E anche chi non vuole prendere sul serio le ipotesi pessimistiche di Alfonsa Milia, una ricercatrice che sul Journal of Geological Society di Londra ha previsto un gigantesco maremoto, concorda tuttavia con il vulcanologo Franco Barberi: «Non esiste al mondo una località a più alto rischio vulcanico considerando l'abnorme concentrazione edilizia spintasi fino a poche centinaia di metri dal cratere». Dice Giovanni Macedonio, direttore dell'Osservatorio Vesuviano, che il vulcano è «tranquillissimo» ma che «prima o poi dovremo fare i conti con una nuova eruzione». Il materiale incandescente sta pressato a una profondità di otto chilometri. Un bene e un male: quando verrà su, dice, dovrebbe dare un po' di tempo per l'evacuazione. Dovrebbe. Ma poi quello strato di lava «salterebbe come un tappo di champagne».

Dal 1631 ad oggi il Vesuvio ha brontolato, più o meno rovinosamente, 42 volte. In media una ogni otto anni. E lo sapevano i bisnonni e lo sapevano i nonni e lo sapevano i padri di chi ha ammucchiato tutte quelle migliaia di case. Niente. E il governo regionale di Antonio Bassolino si trova oggi, senza avere i soldi necessari come non ce li ha il governo Berlusconi, a dover trovare una nuova casa a 700 mila persone a rischio. Incentivate ad andarsene, fino all'esaurimento dei fondi, con buoni-casa di 25 mila euro a famiglia.

E' da pazzi costruire lì, sotto il vulcano. Eppure hanno continuato a farlo. E via via che si faceva certezza l'ipotesi del nuovo condono berlusconiano, dicono a Legambiente, si sono risentiti i rumori dei martelli pneumatici e dei camion delle imprese abusive che sono al servizio, se non direttamente possedute dai clan camorristi che controllano il ciclo del cemento: Apicella a Casal del Principe, Bardellino a Caserta, Polverino a Marano... Ditte fantasma che fanno tutto in nero e che si vantano, secondo il sostituto procuratore della Repubblica di Nola, Federico Bisceglie, il quale con due colleghi è oberato da 33 mila procedimenti, di costruire un villino, dalle fondamenta al tetto in 288 ore: dodici giorni e dodici notti.

Quanti sono gli edifici abusivi costruiti all'interno del parco? Boh. Per Legambiente, che accusa una larga parte degli uffici pubblici di non avere la più pallida idea della situazione, «almeno 5.000». L'Ente Parco, che però ammette di potersi muovere solo quando c'è una denuncia e quindi di avere dei numeri ufficiali inferiori a quelli reali, dice di averne censiti, soltanto dal '97 ad oggi, 418. Abbattuti? Una ventina. Per una spesa complessiva di 757 mila euro. Un miliardo e mezzo di lire: 70 milioni a demolizione. Ma le ultime due, uniche del 2003, ne sono costati insieme quattrocento.

«E' molto, molto, molto costoso - spiega il direttore del parco, Carlo Bifulco -. Un 10% se ne va in spese legali per respingere ricorsi, un 40% nelle demolizioni, un 50% nelle discariche: non è che noi possiamo buttare le macerie nelle discariche abusive».

«Dall'ordinanza di abbattimento alla sua esecuzione passano in media quattro anni: troppi», spiega il presidente Amilcare Troiano, di An. Dice che adesso, un po' dalla giunta regionale di sinistra e un po' dal governo di destra, arriveranno due milioni e mezzo di euro, per l'operazione ruspe. Dopo di che resterà il problema principale: nessuno vuole vincere gli appalti per abbattere le case abusive. L'ultima gara è andata deserta. Troppi rischi. E quando finalmente i caterpillar sono entrati in azione, la sede dell'Ente Parco ha dovuto chiedere la protezione di quattro guardie armate. Con gli impiegati, il cuore in gola, barricati negli uffici.

Figuratevi come va nel resto della regione, dove secondo il procuratore generale della corte d'Appello di Napoli, Vincenzo Gargano, è in corso una «aggressione al territorio» con la sistematica violazione di ogni legge, urbanistica e penale, dato che tutte le volte che vengono sequestrati cantieri si assiste a «reiterate violazioni dei sigilli». Nel tentativo di capire le dimensioni di questa Caporetto dello Stato, Legambiente ha chiesto a tutti i comuni come si regolavano con gli abusivi. Qualcuno, come Vico Equense, dove sorge un mostro non diverso dal famigerato «Fuenti» e dove nessuno deve aver mai messo le mani nei faldoni , ha risposto che andassero loro, gli ambientalisti, «nei giorni di accesso al pubblico», a cercarsi i dati: «l'estrapolazione manuale di tali dati dai fascicoli richiede un impegno lavorativo non indifferente».

Altri hanno dato risposte da far cadere le braccia. Le demolizioni eseguite rispetto a quelle firmate a partire dal 1988 (non rispetto agli abusi: alle demolizioni già decise) sono state 22 su 2.922 a Ischia, 10 su 3.204 a Torre del Greco, zero su 900 a Grumo, zero su 1.093 a Marano, zero su 1.617 a Casamicciola. Una resa.

Alla quale brindano, tra gli altri, i ristorantoni hollywoodiani con colonne corinzie e porticati finta-Pompei costruiti alla faccia di ogni vincolo sulla strada che sale al cratere da Trecase. Roba per palati fini. In un trionfo di statue: dalla Venere di Milo al Discobolo, dal Davide a Capitan Fracassa. Tutti insieme a far compagnia a Brontolo, Eolo, Mammolo, Cucciolo... Poveri nani. (2 – continua)

Cinque anni fa nel mese di settembre a Eboli avviammo un intervento di bonifica contro l'abusivismo edilizio che era presente sulla nostra fascia costiera. La camorra negli anni sessanta e settanta lungo gli otto chilometri della nostra costa aveva lottizzato il territorio. In una villa appartenuta al clan Galasso, che il nostro comune ha confiscato utilizzando la Rognoni-LaTorre, vennero trovate le bozze del piano regolatore di Eboli.

Il fenomeno abusivo aveva assunto le caratteristiche di un affare di miliardi. In quattro anni riuscimmo ad abbattere 450 costruzioni abusive, spendendo 2 miliardi di vecchie lire. Per il primo intervento che riguardò 72 costruzioni abusive, in quell'ormai lontanissimo settembre del 1998, ricorremmo al genio militare. Le nostre gare di appalto andavano puntualmente deserte, le imprese avevano paura di parteciparvi. Fu vicino a noi, per fortuna, lo Stato. Avemmo al fianco Prefetti come: Natale D'Agostino, oggi scomparso ed Efisio Orrù oggi Prefetto di Cagliari che ci accompagnarono passo dopo passo, insieme al magistrato Angelo Frattini della procura di Salerno.

Tutti insieme riuscimmo in quei mesi straordinari a costruire una formidabile sinergia tra tanti pezzi dello Stato e anche aziende private. Prefettura, Procura di Salerno, Provincia di Salerno, Comune di Eboli, Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza, Corpo Forestale, ASL SA/2, Telecom, Enel, Vigili del Fuoco, fu particolarmente entusiasmante vederci intorno ad un tavolo per risolvere in maniera definitiva un problema di illegalità quotidiana. La favola durò sino al 2001!

Vezio De Lucia nella intervista all' Unità sostiene che oggi questo non sarebbe più riproponibile. Ritengo che abbia pienamente ragione. Oggi il Comune di Eboli è denunciati dagli abusivi, ed è sotto inchiesta. Il clima è profondamente cambiato. Sembra passato un secolo non cinque anni. La proposta di condono edilizio è la conferma ufficiale che si va in altra direzione. Lo stato deve fare cassa. Il metodo più semplice è sanare l'illegalità.

L'abusivismo edilizio è un fenomeno fortemente diffuso nel mezzogiorno. Il Cresme ci dice periodicamente che la grande parte di mattone selvaggio è controllato dalla criminalità organizzata. Non si cancelleranno solo anni di lotta alla devastazione del territorio, ma si dirà a tutti che è inutile rispettare leggi a regolamenti perché poi vinceranno sempre i criminali. S'inviano in questo modo, segnali estremamente negativi. Gli enti locali diventeranno ancora più deboli costretti come già lo sono, a correre dietro gli effetti devastanti dell'annuncio, eppure dal 1998 al 2000, a seguito delle demolizioni ad Eboli, del Fuenti, il villaggio Coppola il numero di costruzione abusive si era ridotto. Sappiamo che dal 2001: il fenomeno è di nuovo in ripresa figlio del clima che è cambiato, mattone selvaggio vola di nuovo.

C'è rabbia per la mancata approvazione di quella proposta di legge scritta insieme ai sindaci di Pomigliano D'Arco di Montecorice, insieme allo stesso prefetto di Salerno, con gli ambientalisti. La proposta di tre ministri: Lavori Pubblici, Ambiente e Cultura, insabbiatasi colpevolmente al Senato, conteneva un principio di base: mai più il condono edilizio. Oggi siamo di fronte ad una nuova sanatoria. Non esistono condoni piccoli o grandi. E' già ripreso l'assalto al territorio, e i comuni già preparano i bilanci pensando quanto costerà alla collettività urbanizzare le costruzioni abusive. Il nostro territorio ha bisogno di cure e non sanatorie. Rosa Iervolino Sindaco di Napoli ricordava che basta ormai un temporale più intenso per avere problemi, senza che lo stato investa un centesimo. Noi stessi a Eboli nel settembre scorso anno ne siamo stati vittime, lo Stato, quello di oggi, non è intervenuto. Ci hanno detto che avendo tutto risolto, anche l'emergenza, coi fondi del comune, non si riteneva di dover intervenire. Troppo bravi. Avremmo dovuto lasciare isolati per mesi decine di famiglie. Da noi si dice "cornuti e mazziati".

Non si può essere osservatori, bisogna rialzare la testa. Vezio de Lucia propone una grande manifestazione nazionale. Io dico a Eboli. Siamo pronti ad ospitarla, nel cuore del mezzogiorno, dove si concentra circa l'80% del fenomeno dell'abusivismo. Noi lanciamo una proposta convinti che saranno tanti, Sindaci, Parlamentari, Sindacalisti, Associazioni Ambientaliste e semplici cittadini che non tollerano più queste illegalità, e che vorranno far sentire la propria voce. Potremo ritrovarci nel nostro Palasport dopo il congresso nazionale dell'Anci. Spero, anzi sono certo, che anche lì la voce degli enti locali sarà forte. La data potrebbe essere il 25 ottobre. Italia Nostra già ha comunicato la propria adesione. Vediamoci qui, ricominciamo dal Sud, dove, lo Stato nel 1998 ha dimostrato che l'illegalità si vince, basta che ognuno faccia la sua parte fino in fondo.

Gerardo Rosania, Sindaco di Eboli

DAL NOSTRO INVIATO PORTOFERRAIO (Isola d' Elba) - Il giorno che un go-kart approdò sulla spiaggia di Pianosa fu davvero un giorno speciale. Certo, nell' arcipelago toscano la gente vive da secoli nel mito dello sbarco degli argonauti sulla spiaggia delle Ghiaie, dove si asciugarono i sudori macchiando per sempre i candidi sassi. L' arrivo di un go-kart dal mare, però, spalancò a tutti la bocca per lo stupore: «Ooooh!». Gli unici a non stupirsi più di tanto furono Umberto Mazzantini e i suoi amici di Legambiente. I quali già non s' erano meravigliati quando le acque di un insignificante torrentello, rovesciandosi furiose a valle, si erano portate via il 4 settembre 2002 la pista e i capannoni e i go-kart e tutto ciò che avevano trovato sul loro cammino nella piana di Marmi, tra Procchio e Marina di Campo. Tutti lo sanno, da sempre, che i torrenti dell' Elba certe volte possono gonfiarsi di colpo e venir giù con la violenza di un fiume in piena. Tutti, meno quegli scriteriati che da qualche anno, indifferenti ai racconti dei nonni e agli studi degli scienziati, cercano di occupare sistematicamente le aree umide di fondovalle. Come la combriccola di costruttori edili e funzionari comunali e giudici e prefetti travolta dall' inchiesta giudiziaria sul complesso di Procchio, sulla costa nord, a una manciata di chilometri da Portoferraio. Al centro della vicenda c' è una vasta area nel cuore del centro balneare, a pochi metri dal mare. Posizione strategica ma infelice: ci passano in mezzo il Fosso di Procchio e un altro torrente, che con qualche approssimazione sono stati imprigionati in una condotta che alla prima pioggia battente salta. Come successe appunto l' anno scorso, quando tutta la zona andò di nuovo sotto dando vita a un bacino che Sergio Rossi, il corrosivo direttore del sito internet «elbareport.it», bollò col toponimo irridente di Lago Papera. Nome da allora usato da tutti coloro che si oppongono al progetto. Il quale prevede la costruzione di un palazzone di 7.500 metri quadri con decine e decine di appartamenti e appartamentini. Un progetto sventurato. Che nonostante la mancanza di alcuni requisiti essenziali e la fierissima opposizione degli ambientalisti, era riuscito a ottenere (miracolo!) un permesso d' iniziare i lavori. Infatti il cantiere è lì. Orrendo. Enorme. Immensamente sproporzionato rispetto al paese, alla strada, alle colline alle spalle. Bloccato. L' inchiesta condotta dai magistrati di Genova ha scovato un sacco di cose che non tornano. Prima fra tutte la sentenza con cui il dirigente dell' ufficio dei gip di Livorno Germano Lamberti, cugino del sindaco della città toscana, Gianfranco Lamberti, decise di bocciare la richiesta di sequestro del cantiere che gli aveva passato il pm di Livorno Antonio Giaconi. No, rispose il giudice: richiesta respinta, tutto in regola, avanti coi lavori. Non sapeva che, la notte dopo aver ricevuto il fascicolo, era stato intercettato mentre consigliava, lui, al protagonista principale della speculazione edilizia, il costruttore Uberto Coppetelli, quali carte procurarsi per avere un verdetto favorevole. Una telefonata galeotta. Come tante altre registrate dagli investigatori tra i vari personaggi coinvolti: il giudice, il costruttore, il prefetto di Livorno Vincenzo Gallitto, il suo ex vice, Giuseppe Pesce ora prefetto di Isernia, un paio di costruttori pistoiesi e il dirigente dell' ufficio tecnico del comune di Marciana Gabriele Mazzarri. Chiacchierate in cui, dice l' Ansa, c' è chi parla di «distruzione delle prove», chi chiede in cambio dei piacerini un appartamento «non sulla strada, ma in una posizione migliore, sul dietro, dalla parte del giardino», chi rassicura gli amici che «no, non c' è alcuna inchiesta della magistratura in corso». Insomma: un pasticciaccio. Esploso col blocco del cantiere, l' arresto dei costruttori, del funzionario e del giudice e la richiesta di manette anche per i due prefetti. Giusto ciò che mancava per rendere immortale questa estate elbana. Che ne già aveva viste di tutti i colori. L' arresto di agenti di polizia generosissimi nei permessi di soggiorno a quelle signorine che accettavano di mostrarsi carnalmente riconoscenti. La catena di incendi dolosi, uno dei quali finito in tragedia con la morte di una turista. Lo scandalo del viaggio a Montecarlo della Comunità Montana da allora ribattezzata Comunità Mondana: un giretto da 80 mila euro con mogli e amici finito dopo mille polemiche con le irate dimissioni («Vergogna! E' una congiura!») del presidente forzista Mauro Febbo il quale, a conferma della statura morale, ha confessato giusto l' altro ieri di essersi pure messo in tasca «otto o novecentomila euro» che gli erano stati affidati da piccoli risparmiatori. Mai vista un' estate così. Come mai si era visto, dal tempo in cui cessarono gli sbarchi di etruschi, greci, pisani, saraceni, inglesi, francesi, tanti tentativi di conquistare questo o quel pezzo delle pregiatissime spiagge dell' arcipelago. Basti dire che, sulla base dei soli «piani strutturali» dei suoi otto comuni, l' Elba dovrebbe essere arricchita (dicono i sindaci) o infestata (dicono gli ambientalisti) da altri 1.462.714 metri cubi di villaggi turistici e palazzi e attività commerciali. Per capirci: l' equivalente di un condominio largo 15 metri, alto 20 (sette piani) e lungo 4 chilometri e 875 metri. Il tutto, dicono, per venire incontro alle «esigenze abitative» di una popolazione che pure, dal 1951, è calata da 29 a 28 mila abitanti. Tutto regolare? Sì e no. Certo, l' Elba resta bellissima, non vedi qui come in tutta la Toscana e il Centro-nord, i quartieri interamente abusivi come a Giugliano, le coste devastate dal cemento selvaggio come in Calabria, le case perennemente in costruzione con i piloni nudi come in Sicilia. Ma anche qui, in questo gioiello che è l' arcipelago toscano, puoi vedere mille esempi d' un abusivismo più subdolo e nascosto ma non meno pernicioso. Come il rudere di 40 metri a Porto Azzurro trasformato dal senatore della Margherita Andrea Rigoni (condannato a otto mesi col costruttore, il solito Uberto Coppetelli) in una villa di 300 metri quadri. O l' osceno complesso abusivo abbandonato e mai abbattuto che sfregia lo Spalmatoio di Giannutri. O ancora il mostro di cemento armato di 32 mila metri quadri che avrebbe dovuto storpiare per sempre la collina di Pontecchio se Legambiente non fosse riuscita a dimostrare che sarebbe sorto proprio dentro il territorio del parco naturale. O ancora le manovre intorno alla vendita, decisa da Tremonti, di Pianosa, che fa gola a tutti con quel vecchio carcere e quel paesino da ristrutturare. O intorno all' isoletta di Cerboli. Un coriandolo perso nel Tirreno. Ma un coriandolo che, con un gioco di società anonime incastrate l' una nell' altra come scatole cinesi, è finito al centro di un complesso gioco sui tavoli della City a Londra. Business is business. E chi se ne frega del picchio muraiolo... Gian Antonio Stella (3-continua. Le precedenti puntate sono state pubblicate il 13 e il 16 settembre

FONDI (Latina) - Raccolta la cicoria, parcheggiato il trattore e mondata la cicerchia, il presidente del Consiglio Regionale del Lazio Claudio Fazzone avrà un angoletto dove sfilarsi stremato gli stivali infangati: la casupola contadina che sta costruendo per realizzare il suo sogno agreste prevede infatti un salotto di 130 metri quadrati. La metratura di un campo di beach-volley.

Direte: è uno scherzo? No: è un abuso edilizio, accusano gli ambientalisti. Lui, amareggiato, nega: «La mia famiglia come ogni altra ha il diritto di pensare all' avvenire dei propri figli». Tutto in ordine, dice. Mai visto un «fabbricato rurale» con otto camere e cinque bagni grandi come quelli di Caterina di Russia e cucine e garage e rispostigli per un totale di tremila metri cubi? Sulla faccenda, a Fondi, 30 mila abitanti, ai confini tra il Lazio e la Campania, si è accesa una polemica rovente. L' ultima di un' interminabile litania che vede da una parte gli amministratori pubblici che accusano WWF e Legambiente d' essere trinariciuti nemici del progresso che intralciano con le loro irritanti perplessità il luminoso avvenire turistico, dall' altra i guardiani della natura che inondano da anni i giornali e le televisioni denunciando abusi su abusi così volgari, sfrontati e indecenti da strappare, oltre l' indignazione e la rabbia, perfino qualche risata. Prima fra tutti il prodigioso "effetto serra" di Marina di Fondi: unico esempio mondiale di casa coltivata. Tirato su un enorme scheletro di tubi e fasciato tutto col cellophane, gli ingegnosi contadini devono avere annaffiato certi semi di calcestruzzo transgenico con dell' acqua miracolosa. Certo è che, d' incanto, sotto la serra è sbocciata una casa col tetto, le finestre, l' antenna tivù, il camino. E' ricca, Fondi. Abissalmente più ricca di quella conosciuta dai viaggiatori del Gran Tour che scendevano verso Napoli e restavano impressionati dall' estrema povertà della gente, descritta da Charles Dickens a metà dell' 800 senza pietà: «Tutto è miserabile e sordido. Un immondo canale di fango e di rifiuti serpeggia lungo il mezzo della squallida via, alimentato da sconci rivoletti che colano da povere case. Non esiste porta o finestra o imposta in tutto l' abitato; non un tetto, un muro, un palo, un pilastro che non sia rovinato, sgangherato e fradicio. (...) I paesani son facce torve, scavate! Tutti mendicanti. (...) Ti vengono addosso a branchi, facendo ressa e dandosi impedimento a vicenda. Chiedono con insistenza la carità per amor di Dio, per amor della Vergine, per amor di tutti i Santi".

Gli aranci prima, le primizie di serra poi, ne hanno fatto uno dei più importanti mercati ortofrutticoli della penisola. Merito di una piana riparata alle spalle dai monti, del clima, del sudore dei contadini rinforzati qualche decennio fa dall' arrivo di braccianti veneti. La sciatteria urbanistica descritta dall' autore de «Il Circolo Pickwick», però, si è trascinata fin dentro il secolo scorso ed è esplosa tra gli anni Sessanta e i Settanta devastando via via la costa.

Basta leggere la relazione del commissario di governo Angelo Di Caprio che fu mandato a gestire il comune nel 2001. Dove si ricorda come le domande presentate per usufruire prima del condono craxiano dell' 85 e poi di quello berlusconiano del ' 94, fossero un' enormità in proporzione alla popolazione di Fondi: 7.215. Delle quali 5.825 (81%) ancora da esaminare sette anni dopo l' ultima sanatoria. Ma più ancora basta guardare cosa stavano facendo di una basilica romanica sopra le cui volte, prima del provvidenziale intervento giudiziario, avevano cominciato a costruire una «pittoresca» pizzeria. O ancora basta farsi un giretto lungo la spiaggia.

Di qua, la generosa campagna bagnata dal lago di Fondi è coperta dagli scheletri di cemento armato dell' «Isola dei Ciurli», un' oscena lottizzazione bloccata dai giudici convinti che non fosse cristallino il modo in cui erano stato concesse tutte le 21 licenze edilizie necessarie, una separatamente dall' altra per non dare nell' occhio. Trucco usato più volte. E in particolare una notte leggendaria in cui l' allora assessore all' urbanistica, un attimo prima di dimettersi, aveva firmato in poche ore 700 «via libera» ai cantieri. Una generosità scriteriata che, insieme con una sfilza di complicità, cecità, errori in buonafede e altri meno, ha permesso la costruzione «quasi in regola" (quasi) di decine di ville platealmente abusive e stabilimenti balneari che, fottendosene della legge regionale che vietava di toccare le dune, non solo le hanno distrutte ma anche violentate e umiliate. Come nel caso dei bagni «Tucano» il cui padrone ha terrazzato le magnifiche onde di sabbia coperte dalla macchia mediterranea per piazzare meglio gli sdrai. Una volgarità da papponi. Fatta sotto gli occhi dei vigili. Denunciata e mai colpita. Offensiva verso la natura quanto le mèches a un leone ingentilito da bigodini.

Per non parlare del muraglione tirato su, ognuno il suo pezzo, dai padroni delle ville costruite a pochi passi dal mare e servite tutte da grandi scalinate che degradano fino in acqua e portano cartelli con scritto: «proprietà privata». Ci credo: è proprietà nostra. Demaniale. Pubblica. Proprietà di tutti gli italiani, derubati da una banda di furboni che adesso pretenderebbe anche qualche intervento pubblico (coi soldi nostri) per erigere una barriera contro il mare che avanza. Mare che, supplendo alla latitanza decennale degli amministratori, si sta facendo carico di metter fifa agli abusivi minacciando d' abbattere i manufatti cementizi. Operazione che non passa neppure per la testa del sindaco, il geometra forzista Luigi Parisella, passato alla storia (minima) italiana per aver dichiarato davanti alle telecamere di Report, testuale, che «il diritto di tutti i cittadini è sacrosanto come sono sacrosanti i diritti di chi ha costruito abusivamente e ha diritto alla sanatoria perché è una legge dello Stato» La legge, si sa, è legge. E le migliori sono le leggine. Come quella che consentiva fino a qualche tempo fa, a chi aveva almeno 10 mila metri di terra, di tirar su un «fabbricato rurale» di una certa cubatura. Era una misura per i contadini: è finita, stando alle denunce di Luigi Di Biasio, il responsabile locale di Legambiente, con un' alluvione di case che, al posto delle «attrezzature necessarie alla conduzione del fondo agricolo (stalle, rimesse, fienili, silos etc...)» pretese dal piano regolatore, erano piene di salotti e salottini, verande e mansardine. Belle case, ma mai come quella che si sta costruendo Claudio Fazzone, il poliziotto salito da capo-scorta di Nicola Mancino a presidente forzista del consiglio regionale del Lazio: una villa intestata alla moglie Stefania Peppe e a una sua cugina, Giulia Iodice, di tremila metri cubi. Con due salotti per un totale di 213 metri quadrati. Certo, per arrivare a quella cubatura l' area dietro il paese non bastava. Così hanno sommato «ulteriori appezzamenti di terreno»che stanno sul costone di un monte spelacchiato a cinque o sei chilometri. Povero Fazzone, chissà che fatica andare su e giù col trattore blu...

ROMA - Una calda notte di agosto, a pochi passi dalla celeberrima tomba di Cecilia Metella, nel cuore dell'Appia Antica, è spuntata una villa abusiva. E' venuta su così, come un fungo. In poche ore tra il sabato e la domenica, mentre l'Italia era distratta dalla strage di Rozzano e dalla catena di anziani uccisi dall'afa. Villa prefabbricata, ma villa vera, con le camere e il salone e i bagni e la veranda e un bel tetto verde per un totale di oltre 150 metri quadri. Degno suggello alla notizia che il governo aveva ormai praticamente deciso di varare un nuovo condono edilizio. Direte: ma come è possibile costruire una villa fuorilegge lì, dentro uno dei parchi archeologici più famosi del mondo, protetto da regole di salvaguardia rigidissime, sorvegliato da un manipolo piccolo ma appassionato di guardiaparco? E' possibile.

Basta seguire le regole che tutti gli abusivi di questa zona, una delle più prestigiose di Roma, abitata da nomi illustri che vanno da Franco Zeffirelli al sarto Valentino Garavani, da Gina Lollobrigida a Marta Marzotto a grandi protagonisti dell’imprenditoria e della finanza, hanno ormai mandato a mente.

Uno: si piantano fitti fitti un po’ di alberi per una prima barriera che impedisca la vista ai curiosi. Due: si fa stendere una parete di canne, la più alta possibile, ma comunque oltre i due metri. Tre: si rafforza la barriera di alberi e di canne con un telo verde da cantiere. E via così. Ormai il comandante Guido Cubeddu e i suoi uomini capiscono al volo. E anche lì, in via del Pago Tropio, alle spalle dei magnifici resti della basilica di San Nicola e del Castello dei Caetani, a non più di settanta metri dalla tomba della figlia del console Quinto Metello che costituisce uno dei punti di maggior richiamo di questo parco fortissimamente voluto e imposto con le sue battaglie giornalistiche dal grande Antonio Cederna, avevano capito da tempo che era in preparazione un progetto edilizio.

Un anno fa, più o meno di questi tempi, avevano sorpreso una ditta specializzata a scavare le fondamenta di una villa. Certo, non una villa in muratura. Quella avrebbe dovuto arrivare dopo, di condono in condono.

Ma una casa comunque molto bella. In legno di primissima qualità. Dalle rifiniture di pregio e dallo stile vagamente orientale. Progettata e costruita pezzo per pezzo da una società romana specializzata. Immediata denuncia, intervento della magistratura, sequestro del cantiere, ordine perentorio di rimuovere immediatamente i pannelli e le travi e i tramezzi già pronti per essere montati.

Un ordine mai rispettato dalla proprietaria, Annapia Greco, della famiglia romana diventata immensamente ricca scoprendo per prima verso la metà degli anni Settanta il businness dell’importazione di prodotti di abbigliamento cinesi di buona qualità e bassissimo prezzo. Prodotti venduti in Italia con il marchio oggi famoso di Balloon. La donna non è l’unica della famiglia, in zona. La madre vive in una antica e splendida villa in via della Caffarella e il fratello Roberto, l’amministratore delegato e l’anima del gruppo, abita in un’altra dimora straordinariamente bella nel cuore del Parco. Mai un abuso, mai una forzatura, mai un problema.

Rispettosissimo.

Per mesi e mesi i guardiaparco hanno tenuto d’occhio il posto, arrampicandosi sul tetto della camionetta per dare ogni giorno un’occhiata al di là della impenetrabile cortina di alberi, canne e teli. E per mesi e mesi il cantiere è rimasto bloccato.

Deserto. Finché la mattina del lunedì 25 agosto dietro la barriera, in plastica coincidenza coi titoli dei giornali che la settimana prima avevano dato ormai per scontato il condono per bocca di vari membri del governo, hanno finalmente visto qualcosa.

Allungato il collo, hanno intravisto un tetto: la casa, come avrebbero poi dimostrato le foto scattate dall’elicottero, era spuntata.

Stupore? Zero. I dati elaborati per Legambiente da Mauro Veronesi sull’abusivismo edilizio non lasciano dubbi: dal 1994 ad oggi si sono edificate mediamente nel territorio del comune di Roma 23.145 case abusive: sette al giorno. Anche nelle zone più sorvegliate, anche nelle zone soggette ai vincoli più stretti. Certo, è un fenomeno che riguarda tutta l’Italia. E ce lo dice un rapporto del 1998 dei carabinieri del Nucleo Ecologico, che avevano censito allora (e da allora le cose sono peggiorate) 3.309 abusi edilizi nei parchi naturali, 12.899 nelle aree protette, 2.194 in quelle demaniali. Cifre preoccupanti, ma mai quanto la percentuale delle demolizioni effettivamente eseguite di edifici destinati dalla legge, con sentenza, all’abbattimento: 2,4%.

Figuratevi la situazione in un parco urbano, collocato proprio dentro la capitale, ricco di un patrimonio edilizio accumulatosi dal medioevo al novecento e creato solo nel 1988 come quello dell’Appia Antica. A far la lista degli abusi censiti non si finisce più: 40 campi da tennis, 7 piscine, 35 case, 4 campi da calcetto, 44 capannoni industriali, un campo da baseball, una pista di pattinaggio... Un disastro. Testimoniato dalla indifferenza che mostrano in troppi davanti alle regole.

Prendete la società Tosinvest, di proprietà della famiglia di Antonio Angelucci, l’ex portantino diventato uno degli uomini più ricchi d’Italia, editore prima dell’«Unità» e oggi di «Libero». Possiede da un po’ di anni quattro ettari e mezzo a pochi metri dalla porta San Sebastiano. Una volta, stando ai rapporti, alle fotografie e ai rilievi aerofotogrammetrici, c’erano due baracche. Oggi, nonostante il divieto assoluto di edificare, ci sono una villa a un piano di 292 metri quadri, una «casa custode» di 106, un «magazzino attrezzi agricoli» di 120, un «recinto cavalli»...

E il Centro Motoristico Appia Antica, anche questo a pochi passi da Porta San Sebastiano? Spiega la direzione del parco che nell’ottobre 1988 i vigili urbani denunciarono l’esistenza di «un laboratorio di autofficina con annesso deposito di materiali di ricambio sprovvisto di autorizzazione comunale». Bene: oggi «l’attività si svolge su immobile di proprietà pubblica regionale in affidamento al Comune, occupato senza titolo da ex affittuari in quanto il Comune di Roma aveva dato formale disdetta del contratto già dal 1992, e su un’area privata occupata abusivamente di circa 10.000 metri quadri destinata alla pubblica fruizione nell’ambito del piano del parco della Caffarella». Area trasformata «con sbancamenti e risistemazioni in un grande parcheggio (per almeno 200 auto) all’aperto». Salvatore Bonanno, il titolare della concessionaria, presenta nel gennaio 1999 una dichiarazione d’inizio attività. Per perfezionare la pratica gli serve il parere favorevole del Parco, della Sovrintendenza, di vari uffici comunali: non ne avrà neanche uno. Eppure, accusa la direzione del Parco, è ancora lì. E, come dimostrano le foto scattate in anni diversi, ha pure «trasformato in un villino» un vecchio rudere.

Poche centinaia di metri più in là, l’«effetto serra» ha dato lo stesso frutto di tante altre finte serre lungo l’antica Appia fino ai confini della Campania: sotto il cellophane tirato su per coltivare zucchine e pomodori, giorno dopo giorno è spuntata una casa abusiva. Col comignolo. E lo chiamano «parco»...

ROMA - «Dico: ' sti poveri romeni! Quello che mi dispiace è per questi poveri romeni senza casa!». Per loro, gorgheggia al telefono Annapia Greco, fece costruire la villa abusiva sull' Appia Antica denunciata ieri mattina dal Corriere e abbattuta ieri sera dalle ruspe sotto gli occhi del sindaco di Roma, Walter Veltroni, tornato apposta da un viaggio: «Che me ne facevo, io, di una villa laggiù?»

«Ho una casa tanto bella in piazza del Colosseo e ci vivo tanto felice! Tanto serena! Tutta questa pubblicità! Tutte queste cattiverie sulla mia famiglia! E che ho fatto mai? Ci ho provato, d' accordo, è andata male, pazienza. Me volete crocefigge' ? Chiedo: me volete crocefigge' ? Che ho fatto mai: ho solo cercato di fare del bene a ' sti romeni. Di dar loro una casa. Vedesse i loro occhi.... Poverini».

Romana, 57 anni, soave rappresentante dei troppi italiani indifferenti alle leggi di tutela, sorella di quel Roberto Greco che a metà degli anni Settanta intuì per primo l'affarone di importare camicie e magliette dalla Cina e creò con gli altri fratelli il marchio con la mongolfiera «Balloon», Annapia giura che proprio non riesce a capacitarsi di tutto questo fracasso intorno alla lussuosa residenza fuorilegge tirata su a settanta metri dalla tomba di Cecilia Metella: «Io l' avevo venduta, l' avevo...».

E quando?

«Da tantissimo tempo.... Tantissimo...».

Quando?

«Ma come posso ricordarlo? Tantissimo...».

Eppure fu lei un anno fa a metter giù le fondamenta, lei a essere denunciata, lei a essere nominata custode giudiziario...

«Sì, ma... Insomma... Guardi: io tenevo quel terreno per fare la contadina...».

La contadina.

«Sì. Volevo fare l' orto... La frutta... Siccome che poi ho ospitato dei rumeni che non sapevano dove andare a dormire... Mi facevano pena. Vedesse la moglie, il figlio... Li potevo lasciare senza una casa? Mi dica: li avrebbe lasciati lei, senza una casa?».

Non mi dirà che ha fatto costruire una villa sull' Appia Antica per...

«Certo! Per questa povera gente. Erano i miei protetti. Comunque, per essere precisi, io non ho costruito niente».

Solo perché l' hanno beccata...

«D' accordo: ma non ho costruito io».

Sperava nel condono?

«Casomai ci speravano quelli che l' hanno costruita».

Insiste? L' ha comprata lei o no, quella casa? Ha fatto scavare lei o no le fondamenta?

«Fondamenta? Due buchi, erano. Profondi come un vaso di fiori».

Fatto sta...

«Va bene, gliel' ho detto: ci ho provato ed è andata male. Pazienza. Capita...Ho detto: vabbè, allora la vendo...».

Ma pensava davvero di farla franca?

«Senta, io capisco le sue osservazioni. Sono d' accordo. Sa, ho fatto l'istituto d' arte... La battaglia contro gli abusi è nobilissima. Ma perché tutto questo parlare di me? Della mia famiglia? Vi rendete conto del danno fatto con questa pubblicità negativa all' azienda dei miei fratelli? Perché ce l' avete con noi?»

No, signora: anche suo fratello Roberto ha una villa sull' Appia ma di lui le autorità del Parco parlano solo bene. È lei la discola... Ma si rende conto? Una villa abusiva a due passi da Cecilia Metella...

«Lo so: me lo sono posto il problema. Sa dove sono, in questo momento? Nelle Marche. Con il Fai, il Fondo ambiente italiano...».

Scherza?

«No, davvero. Quando hanno visto il Corriere mi volevano buttar giù dal pullman: "Traditrice! Sei peggio di Giuda"».

Ammetterà che...

«Ma che ammetto? La casa l' hanno costruita quelli che hanno comprato il terreno... Che c' entro io? Capisco, voi fate il vostro dovere ma mi state rovinando i rapporti con i miei fratelli. Metta che poi fanno un infarto...».

Andiamo, signora: l' infarto!

«Non capisco... Ce l' avete coi ricchi? Tutto questo guardare le cose nostre...Perché ci fate del male?»

Senta: fu lei a far tirar su la barriera di canne, lei a far stendere la rete verde per nascondere i lavori agli ispettori del Parco...

«Ma no, ma no... L' hanno fatto dopo che l' avevo venduta...».

Aveva l' ordine del magistrato di rimuovere i pannelli e tutto il materiale comprato per costruire la villa: perché l' avrebbe lasciato lì se non per aspettare il momento giusto per fare i lavori?

«Con tutto quello che mi era costata! Dovevo pure fare un' altra spesa? Che ne sapevo che poi quelli che hanno comprato...».

Ma davvero non ricorda quando ha venduto?

«Tanto tempo fa. All' inizio dell' estate, forse...».

No: da quel che risulta lei ha fatto il preliminare il 22 agosto.

«Ma no, ma no...».

Esattamente il giorno prima di far montare la villa...

«Ma no, c' è un errore...».

...E il passaggio di proprietà l' ha fatto davanti al notaio Renato Caraffa addirittura il 5 settembre, quando la villa era già lì: quindi l' ha fatta montare lei, prima di vendere.

«Ma no, c' è un errore»....

L'atto ufficiale è lì: 5 settembre.

«L'avrà registrato allora... Che ne so, io? Faccio come Berlusconi: giuro sulle mie figlie che non sapevo niente, dell' abuso».

La visura camerale è chiara.

«Ma per carità! Per carità! Io non so neanche cos' è una visura camerale! Ripeto: io avevo venduto».

Per curiosità: a quanto?

«Due lire. Giuro. Per colpa proprio del sequestro e di tutte quelle storie. Due lire. O se vuole diciamo due euro».

Quanto?

«Poco! Pochissimo! Davvero! Guardi: quando l' ho vista in fotografia sul Corriere mi sono detta: quant' è bella... Che peccato averla venduta...».

Mica tanto: l' hanno buttata giù...

«Non potevano, è proprietà privata».

Signora: una casa abusiva sull' Appia!

«Non hanno avuto pietà, poveri rumeni».

Ancora? E su: mica l' ha venduta ai rumeni, la villa. L' ha ceduta a una signora quasi ottantenne, Adele Gattoni Celli, che contestualmente ha girato la nuda proprietà a una certa Albertina Marinelli.

«Ma non guardi le carte, non creda alle carte... Le dico che l' ho data ai rumeni».

E sa dove abita questa signora che ha comprato?

«Mi dica».

Guarda caso, proprio al suo indirizzo: piazza del Colosseo 9.

«Ma davvero? Ah, le coincidenze della vita...».

Che cosa significa "condono edilizio"? Per capirlo, occorrerebbe subito, adesso, una grande fotografia dell’Italia scattata dal satellite, così vedremmo quanti piccoli e grandi cantieri si sono aperti dal giorno in cui è stato annunciato il condono. Sono, credo, centinaia di migliaia: si è aperto in Italia un grandioso laboratorio di "formazione civile" perché alla quantità di frodi edilizie, già evidenti, viene dato oggi il potere di appestare ed esprimersi completamente.

La pratica del condono - abitudine tutta italiana, che all’estero si stenta a comprendere - è doppiamente da condannare: primo, perché incoraggia comportamenti illeciti; secondo, perché penalizza i comportamenti corretti, offendendo i cittadini che rispettano le regole. Il condono perdona ai furbi e dà uno schiaffo agli onesti. Inoltre, ferisce profondamente coloro che da anni - magari in solitudine, nel silenzio - si battono e consumano energie per difendere le nostre coste, l’aria, il paesaggio.

Quanto all’ambiente intorno a noi, sarà un altro colpo durissimo. Lungo le coste italiane tutti abbiamo visto case di un piano con pilastri sul tetto, con i tondini di ferro che escono di un metro già pronti ad accogliere i pilastri per il piano superiore. Quindi, case più alte (ma anche più lunghe, perché accostare una stanza a un’altra è facilissimo). Gli ecomostri stanno lì ad aspettare sereni: anche per loro, chissà, alla fine ci sarà qualche bugia o salterà fuori un sotterfugio legale.

Lo scempio, lungo le nostre coste, è cosa fatta. Nelle città, i tetti dei palazzi mostrano già una quantità rilevante di abbaini: quest’attività continuerà, con una crescita degli abitanti che renderà ancora più caotico e ingestibile il tessuto cittadino, aumenterà i volumi di traffico e i veleni nell’aria. Le periferie sornione, anche loro fremono di innumerevoli attività edilizie che confermeranno ancora di più il loro disastro originale. Mentre si cerca di sgombrare le falde del Vesuvio per creare vie di fuga in caso di eruzione si fa un bel condono, lasciando quasi tutti fatalisticamente tranquilli. E le zone archeologiche accerchiate da veri paesi abusivi assenti di opere di urbanizzazione? E i parchi nazionali, vere zone di equilibrio ambientale, penetrati da costruzioni improvvise e patologiche?

Pagherà la collettività. Gli esperti hanno già fatto i calcoli economici di quanto perderanno i cittadini - attraverso le tasse comunali - per le demolizioni; ma poi si sa che la parola demolizione non è così consueta in Italia né l’abbattimento del costruito è un’esperienza così diffusa. I Comuni dovranno pensare a portare fogne, strade, servizi nei quartieri sorti senza regole e oggi avviati a beneficiare di questo magnanimo perdono. Ancora una volta, le spese per demolizioni e urbanizzazione saranno equamente ripartite: gli onesti pagheranno tante tasse quante ne pagheranno - a meno di evasione fiscale - coloro che hanno compiuto gli illeciti.

C’è un’altra questione da affrontare. Quali saranno i criteri di questa ennesima sanatoria: quali e quante case, cioè, saranno legalizzate? Bisognerà capire quale sarà la superficie massima "illegale" che potrà essere sanata: cento metri quadrati? Duecentocinquanta?

Dicono, per giustificarsi, che sarà un condono "leggero". Allora, con leggerezza, si perdoneranno con il timbro dello Stato mille piccole mostruosità, balconi e gazebo spuntati dal nulla, sopraelevazioni e cantine adattate a "taverne"; ma è il momento di domandarsi se, invece, non assisteremo a un autentico scempio ambientale, magari grazie alle tante aree provvidenzialmente rese libere dal fuoco in estate.

Domandiamoci: che cosa è la "buona politica"? Io penso a Barcellona, al modo in cui l’amministrazione di questa città, negli ultimi anni, si è condotta: perseguendo un obiettivo di bellezza, dove bellezza significa anche rigore, funzionalità, efficienza. Per l’Italia, solo un sogno. Ma per impedire che anche questa sanatoria abbia corso bisogna intervenire. Un "manifesto anticondono" - promosso da urbanisti, architetti e intellettuali - mi vedrebbe come prima firmataria.

Neanche ad "Abusopoli" ci credono troppo, alla tesi che il condono servirebbe a tirar su un po' di soldi chiudendo col passato per poi dare vita a un grande progetto di risanamento delle coste e delle aree protette e delle periferie urbane. Lo dice un sondaggio dell' Abacus condotto per Legambiente. Dal quale emerge non solo la netta contrarietà di fondo della maggioranza degli italiani all' ipotesi di mettere una pietra sopra, scusate il bisticcio, agli abusi. Ma anche degli stessi abitanti di quel profondo Sud che ospita gran parte di questi abusi e i due terzi di quelli così osceni da essere destinati all' abbattimento.

Dice infatti l' inchiesta, condotta su un campione di 1.001 persone rappresentativo della popolazione nazionale (età, scolarità, regioni di residenza, dimensione del comune e così via) che anche nel Mezzogiorno più estremo e nelle isole soltanto il 34% ritiene che la sanatoria «consentirebbe di recuperare denaro per lo Stato senza aumentare le tasse». Mentre la fetta più larga della popolazione, pari a quasi il 54% (poi c' è un 11% che non sa o non risponde) è convinta che i danni sarebbero superiori ai vantaggi. Chi perché il condono «favorirebbe ulteriormente l' abusivismo edilizio nella speranza di un futuro condono» (27%) e chi perché «favorirebbe la criminalità organizzata che nell' abusivismo edilizio ha grandi interessi».

Ermete Realacci, che come presidente dell' organizzazione ambientalista aveva commissionato il sondaggio, attacca: «I numeri non lasciano spazio ad equivoci. Nessuno può far più finta di non sapere: gli italiani conoscono benissimo quali sono i rischi di una scelta come quella che pare abbia in mente il governo. E lo stesso elettorato di centrodestra offre una serie di risposte sulle quali penso che i partiti della Casa della libertà debbano riflettere. C' è da augurarsi che adesso tutti coloro che, dentro il governo e la maggioranza, hanno usato parole di perplessità e di critica sull' idea balzana di una sanatoria, si sentano più forti. E che la loro voce, una voce di buonsenso, venga finalmente ascoltata».

Che i numeri siano secchi, in effetti, è difficilmente contestabile. Apertamente a favore del condono senza perplessità sui risvolti morali e finanziari ma solo interessati a un' operazione che eviterebbe a Giulio Tremonti di dover recuperare denaro con i sistemi tradizionali spezzando l' illusione dello slogan «meno tasse per tutti», infatti, sono il 24% degli italiani. Contrari perché alimenterebbe una nuova ondata di edilizia fuorilegge il 40%, timorosi di una stagione d' oro della mafia, della camorra e delle altre organizzazioni che in certe regioni controllano spesso il settore il 25%. Percentuali che, tra gli elettori di sinistra, si accentuano vistosamente.

Contro l' ipotesi della sanatoria, per l' una o l' altra delle motivazioni enunciate dal sondaggio, si dichiarano il 77% degli elettori di Rifondazione e dei Comunisti italiani (contro un 12% scarso di favorevoli o non ostili), il 75% dei simpatizzanti della Margherita e addirittura l' 88% di chi vota per la Quercia. Una posizione così netta e radicale sotto il profilo ideologico (domandina: che c' entri qualcosa anche l' opposizione a tutto ciò che fa il governo?) da fare risaltare una qualche contraddizione con le scelte pratiche quotidiane di una miriade di regioni, città e paesi amministrati dalla sinistra dove questo scrupolo legalitario non è poi così forte. Basti pensare, per fare un solo esempio, a Giugliano, che è diventata la terza città della Campania dopo Napoli e Salerno dilagando nella campagna circostante con uno sviluppo edilizio vorticoso e largamente fuorilegge. Le più interessanti, però, sono le risposte di chi dice di riconoscersi nei partiti di governo.

Certo, tra gli elettori di Forza Italia, evidentemente i più sensibili alle promesse berlusconiane di una riduzione della pressione fiscale, l' ipotesi che il governo usi anche l' arma del condono sugli abusi pur di non «mettere le mani nelle tasche degli italiani» raccoglie meno ostilità che altrove: il 37% è d' accordo.

La percentuale di chi è consapevole degli inconvenienti, però resta sostenuta: il 30% pensa che la sanatoria invoglierebbe a nuove illegalità di massa intorno al mattone, il 21% che finirebbe per dare spazio alla criminalità che opera nel settore. Due dubbi che crescono (57% complessivo) tra gli elettori di Alleanza Nazionale, che pure ha spesso difeso in passato, come nella borgata romana della Storta, gli «abusivi per necessità», al punto che Tommaso Luzzi, dopo che s' era dato fuoco per proteggere i borgatari fuorilegge, fu premiato alle «regionali» da 7.718 preferenze.

Ma che più ancora sembrano animare la diffidenza dei leghisti. I quali, tra coloro che guardano al condono come a un incentivo per i furbi che hanno in programma nuove ondate di abusi, sono in assoluto i più ostili (quasi il 54%) dopo i diessini. Una percentuale quasi analoga a quella degli abitanti del Nordest dove i favorevoli senza riserve alla sanatoria, dice l' Abacus, sono solo il 18%. Due punti in meno che nel Nordovest.

Certo, le domande poste non erano così dirette da spingere a dire sì o no. Ma forse, oltre a quell' Italia che tira su ville abusive sull' Appia Antica o devasta le spiagge costruendo fin sulla spiaggia o lascia orrendi scheletri sulle Dolomiti, ce n' è un' altra che comincia a pensare che il Bel Paese occorre anche meritarselo...

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