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TEMPIO.Gianni Letta, sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio, ha informato ieri con una lettera, il Parlamento della applicazione del segreto di Stato su tutti i lavori compiuti alla Certosa di Porto Rotondo. La comunicazione era già stata trasmessa con plico riservato alla magistratura gallurese. Il procuratore della Repubblica Valerio Cicalò, che coordina le indagini sui presunti abusi edilizi di Punta Volpe, aveva dato un termine più che congruo alla Presidenza del Consiglio dei ministri. La scadenza era stata fissata per il 12 gennaio, termine entro il quale dalla presidenza del Consiglio dovevano comunicare, ufficialmente, l’applicazione del segreto di Stato sui lavori compiuti nei 50 ettari della Certosa.

La comunicazione fa scattare ora la seconda fase giudiziaria. Quella del ricorso alla corte Costituzionale per il conflitto di attribuzione dei poteri, un atto che era stato già annunciato dalla procura della Repubblica gallurese. «Saranno gli avvocati dello Stato a decidere quando inoltrare il ricorso» dicono alla Procura di Tempio i cui magistrati, nei mesi scorsi, avevano inutilmente cercato di compiere due soppralluoghi alla Certosa.

«Il 5 novembre il procuratore della Repubblica di Tempio ha chiesto la conferma del segreto di Stato sull’area di Punta Volpe - dice la lettera di Gianni Letta -. Delicati profili di opportunità, legati alla circostanza che la questione attiene a provvedimenti concernenti misure per la protezione e sicurezza del Presidente del Consiglio dei ministri, hanno indotto lo stesso ad affidare allo scrivente ogni valutazione sulla ricorrenza del segreto di Stato. Confermo il segreto di Stato posto nel corso del procedimento penale n. 2550/04 in relazione a due decreti di “ispezione dei luoghi”.La conferma è motivata dalla inaccessibilità dell’area in esame come previsto dal decreto del ministro dell’interno n. 1004/110-1158 del 6 maggio 2004. Con tale decreto, che si colloca nella fase attuativa della pianificazione nazionale antiterrorismo predisposta dal ministro stesso, è stata individuata l’area in oggetto quale sede alternativa di massima sicurezza».

Il governo ribadisce dunque il segreto di Stato sui lavori alla Certosa, la tenuta di Silvio Berlusconi in Sardegna. La lettera è stata letta nell’aula di Montecitorio dopo la mezzanotte di ieri dal presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini. E le reazioni politiche non si sono fatte attendere. «Che significa individuare la villa sul mare del dottor Berlusconi come “sede alternativa di massima sicurezza per l’incolumità del presidente del Consiglio” - dice Massimo Brutti, vicepresidente dei Ds a Palazzo Madama -, forse, in caso di necessità o di pericolo attuale e concreto, sarebbe questo il luogo destinato ad ospitare il presidente e il suo staff, per proteggere la sua vita e la continuità dell’azione di governo? Se è così, la soluzione è tragicamente inadeguata. Il rischio dovrebbe essere gravissimo, atto a superare le difese normalmente apprestate per palazzo Chigi e per ogni altra sede istituzionale. Ma quale sicurezza può essere garantita se l’ubicazione del rifugio segreto, previsto, per l’esecutivo è in realtà nota a tutti? Villa Certosa è in una zona destinata alle vacanze, nella quale si suppone che la copertura radar e la protezione militare non sia ai massimi livelli. Nonostante la solennità dei proclami, mancano ragioni istituzionali credibili per questo provvedimento, che ha l’effetto concreto di nascondere lavori di interesse privato, realizzati in contrasto con le leggi vigenti. Su questi lavori è lo stesso proprietario della villa che oppone all’autorità giudiziaria il segreto di Stato. Un bell’esempio di rispetto delle regole e dei beni pubblici». Più sarcastico e pesante il giudizio di Ermete Realacci, della Margherita, il quale sostiene che «neanche a fine anno ci viene risparmiato il ridicolo.

Evidentemente il grave pericolo terroristico rappresentato dai magistrati sardi ha reso indispensabile l’imposizione del segreto sui lavori disinvoltamente eseguiti a Villa Certosa». Per il presidente dei Verdi Pecoraro Scanio si tratta «non di un segreto, ma siamo di fronte all’abusivismo di Stato. Berlusconi ricorre al segreto di stato per nascondere il suo abusivismo privato. E’ scandaloso ed è un pessimo esempio per i cittadini». Il segreto di Stato per i lavori a Villa Certosa - dall’approdo a mare con tunnel al laghetto artificiale fino all’anfiteatro - verrà valutato anche dal Comitato parlamentare per i servizi di informazione e sicurezza. Lo dice il presidente Enzo Bianco.

La descrizione illusrtata della Villa del Cactus

WWF Friuli Venezia Giulia - Italia Nostra Trieste

Ill resoconto di una serie di atti e dichiarazioni che rivelano come la legge e il rispetto di norme antichissime (1942-1946) che garantiscono la partecipazione dei cittadini vengano calpestati da amministrazioni democratiche. Allegato il testo integrale del documento del 27 gennaio 2005

[…] Per quanto attiene l’iter della variante n. 21 al PRGC di Duino-Aurisina, la relazione dell’assessore [regionale – ndr] Sonego omette di dire che la sentenza del TAR n. 287/2004 ha annullato le delibere di approvazione sia della variante in questione, sia del successivo piano particolareggiato relativo all’intervento di “valorizzazione turistica” della baia di Sistiana (ambito A 8 secondo il vigente PRGC) . L’annullamento è stato motivato con la clamorosa violazione da parte del Comune di Duino-Aurisina, in entrambi i casi, dell’art. 31, c. 7 della L.R. 52/1991, che prescrive l’esame puntuale - da parte del Consiglio comunale - delle osservazioni presentate dai cittadini.

E’ quanto meno sorprendente che ai competenti uffici regionali, sia “sfuggito” il fatto che nessuna osservazione era stata esaminata dal Consiglio comunale di Duino-Aurisina. Non si comprende perciò come possa essere stata presa per buona l’affermazione palesemente falsa contenuta nella delibera poi annullata dal TAR (affermazione poi incredibilmente ripresa anche nella relazione dell’assessore), secondo cui “Il Consiglio comunale di Duino-Aurisina approvava la variante n. 21 al PRGC con le modifiche conseguenti all’accoglimento di parte delle osservazioni…”. Quale accoglimento, se le osservazioni non erano state esaminate dal Consiglio (e ciò era evidente ictu oculi ad un semplice esame della delibera poi annullata dal TAR) ?

Addirittura la relazione dell’assessore fa propria l’interpretazione riduttiva della sentenza del TAR, sbandierata ai quattro venti dal sindaco di Duino-Aurisina, nell’evidente – ed umanamente comprensibile, ma non per questo giustificabile – tentativo di sminuire la clamorosa illegalità commessa. Scrive infatti l’assessore che “La sentenza di annullamento è stata determinata dall’illegittimità procedurale consistente nel non aver esaminato in sede di Consiglio comunale ciascuna delle osservazioni e opposizioni presentate, in quanto le stesse sono state valutate in modo raggruppato tenuto conto della tipicità ed omogeneità delle richieste.” Come detto, non di “illegittimità procedurale” si tratta (“formalità” ha ripetuto per mesi il sindaco di Duino-Aurisina, sperando che qualcuno ci credesse e almeno uno – l’assessore Sonego – sembra averci creduto…), bensì di esplicita e grave violazione di una disposizione di legge. Chi è il primo custode del rispetto delle leggi regionali, se non la Regione stessa ?

Va rimarcato che la norma in questione rappresenta un’evidente garanzia a tutela del diritto dei cittadini di intervenire nell’iter degli strumenti urbanistici, garanzia brutalmente ignorata dal Consiglio comunale di Duino-Aurisina. Non è certo di consolazione il fatto che la delibera in questione sia stata approvata a larga maggioranza, compresi quindi anche molti esponenti dell’opposizione di centro-sinistra. Semmai questo è un sintomo preoccupante dell’indifferenza “trasversale”, con cui vengono trattati i diritti dei cittadini in certe assemblee elettive…

Inoltre, gli uffici della Direzione regionale della pianificazione territoriale, che tra l’altro avevano ricevuto (com’è facile verificare al protocollo…) copia delle osservazioni di WWF, Italia Nostra e Legambiente, non possono non essersi accorti che nessuna delle dettagliate osservazioni presentate era stata esaminata, né singolarmente, né “raggruppata”. Perché allora avallare la tesi del sindaco di Duino-Aurisina ? Sta di fatto, appunto, che una delibera palesemente illegittima è “passata” impunemente sotto gli occhi degli uffici regionali, che infatti ne hanno predisposto la conferma di esecutività, e soltanto il ricorso al TAR di WWF e Italia Nostra ha permesso di ristabilire la legalità sostanziale.

E’ altresì quanto mai significativo chela Regione si sia guardata bene (come anche il Comune, del resto) dall’impugnare al Consiglio di Stato la sentenza n. 287/04. Appare perciò quanto meno azzardato affermare che rappresenti un “atto dovuto” la conferma di esecutività, da parte della Giunta regionale, sulla delibera del Consiglio comunale di Duino-Aurisina, di riapprovazione della variante n. 21.

[…]

Rimane tuttavia necessario, a giudizio di WWF e Italia Nostra, anche un ripensamento globale da parte della Regione (e ovviamente anche da parte del Comune di Duino-Aurisina) sull’intera questione del progetto di “valorizzazione turistica” della Baia di Sistiana, anche se i più recenti atti della Giunta regionale non vanno certo in questa direzione.

Si è appreso infatti (v. comunicato dell’ufficio stampa della Giunta regionale del 20/1/2005) che :

1) il presidente Illy ha incontrato il sindaco di Duino-Aurisina, con il quale ha esaminato l’ ”ultimo progetto” per il “recupero della Baia”, progetto che ha giudicato “a misura d’ambiente e d’equilibrio sociale, oltre che accettabile dal punto di vista paesistico” ;

2) ciò è avvenuto “dopo essersi adoperato per favorire il dialogo tra la proprietà della baia ed alcune forze politiche di maggioranza che rappresentano le principali associazioni ambientaliste”.

Va osservato che nessuna competenza ha il presidente della Regione, per giudicare in merito alla compatibilità ambientale, sociale e paesistica di progetti di qualsivoglia natura, esistendo norme, procedure ed uffici (regionali e statali) all’uopo preposti. Dichiarazioni del tenore di quelle sopra riportate hanno semmai il sapore di indebite ingerenze e pressioni nei confronti di chi ha il compito di svolgere queste funzioni. Quale funzionario regionale oserà mai esprimere valutazioni negative sul progetto della Baia di Sistiana, dopo le “esternazioni” del presidente Illy ?

Va altresì osservato che l’”ultimo progetto” non è noto ad alcuno, essendo stato presentato al Comune di Duino-Aurisina – a quanto si appreso dalla stampa – già l’anno scorso, venendo subito “secretato” dal sindaco.

[…]

Sempre dagli organi di informazione si è poi appreso (v. comunicato dell’ufficio stampa della Giunta regionale del 22/1/2005) che :

1) il presidente Illy, “dopo aver parlato con alcune forze della maggioranza regionale ed in particolare con il segretario regionale dei Verdi, ha incontrato i rappresentanti della società promotrice del progetto” ;

2) il presidente ha presentato 11 richieste “affinché il progetto possa essere sostenibile sotto l’aspetto sociale, ambientale e paesaggistico”, richieste che “sono state accolte e saranno inserite nel progetto”.

Quelli che viviamo sono i peggiori anni per la cultura e per i suoi beni. Il governo Berlusconi, stavolta per mano del fresco ministro della Funzione pubblica, Mario Baccini, si accinge a stabilire, per regolamento, che, per fare lavori impegnativi anche in un edificio vincolato, basterà la dichiarazione d’inizio attività. Se la Soprintendenza competente non risponderà in tempo, per ragioni anche gravi (perché in quel momento i suoi sparuti funzionari sono in altre faccende immersi), scatterà il silenzio/assenso. Meccanismo che stravolge i criteri stessi della tutela: un vincolo architettonico, storico-artistico o paesistico non viene apposto per sfizio bensì per ragioni che esprimono un interesse generale; per apporlo ci son voluti magari anni e in poco tempo i suoi effetti vengono nullificati.

Diventano “carta straccia”, come ha ben detto su «Repubblica» Salvatore Settis, uno specialista che, da qualche tempo, sta denunciando la politica distruttiva di questo governo e dei suoi ministri, dopo essere stato fra gli esperti e i presentatori del Codice Urbani. Già, e il ministro Urbani? Ha detto subito che la norma Baccini non può venire applicata ai Beni culturali. E a cos’altro, di grazia? La dichiarazione d’inizio attività per gli immobili non soggetti a vincolo è, purtroppo, in vigore da anni. La indignata presidente di «Italia Nostra», Desideria Pasolini dall’Onda ha osservato: «Non ci rassicura la reazione di Urbani: aveva detto di no anche al condono paesaggistico contenuto nella legge-delega sull’ambiente, ma nessuno lo ha ascoltato». In effetti, Urbani è fatto così: protesta, ma poi si adegua.

Con la norma Baccini, siamo di fronte ad una nuova “semplificazione” perfettamente coerente col proposito berlusconiano di consentire a tutti i padroni e padroncini di qualcosa di poter dire: «Ognuno è padrone a casa sua». Per anteporre gli interessi privati all’interesse generale, lui “semplifica” non passando dal Parlamento, “semplifica” eliminando ogni volta che può il potere tecnico-scientifico dei Soprintendenti, diventato, col Codice Urbani, preventivo e soltanto consultivo. Berlusconi ha dato il buon esempio ponendo, per decreto, il segreto di Stato su tutti gli edifici di sua proprietà, su quelli della numerosa famiglia (allargata) e dei collaboratori “non indicati”. Così, a partire dal tombone di famiglia ad Arcore, tutto è al riparo da occhi indiscreti, anche da quelli di un Soprintendente. Misure inaudite.

Questa la logica alla quale s’intona, nell’interesse dei singoli proprietari privati, il regolamento Baccini. Su di esso è intervenuto ieri il direttore generale dei Beni culturali del Lazio, Luciano Marchetti, sostenendo che «la norma in sé non sarebbe un problema» (bravo, anzi bravissimo) e che «la difficoltà nasce dal fatto» che, non essendo stato sostituito il personale tecnico, «gli uffici perdono efficienza e quindi si configura un rischio per il patrimonio culturale». Per la verità, anche prima del mancato turn-over gli uffici delle Soprintendenze competenti erano affollati di pratiche da sbrigare e poveri di personale (architetti, ingegneri, ecc.). In Sardegna, alla fine degli anni ‘90, ogni funzionario doveva sbrigare oltre 1.000 pratiche; in Liguria, 1.871. E così via. Figuriamoci ora con le mancate sostituzioni.

D’altronde, questo governo - per far quadrare la più traballante delle Finanziarie - ha calato la scure sul già esangue Ministero per i Beni e le Attività culturali tagliando del 46 per cento le spese di funzionamento, del 26 quelle di investimento (un altro 10 per cento è saltato in sede di Finanziaria), della metà il fondo derivante dal lotto del mercoledì, e togliendo infine una bella fetta al Fondo Unico per lo Spettacolo. Col risultato di mettere ancor più nei guai musica, balletto, teatro, cinema, e di assestare colpi durissimi alla qualità e alla quantità delle attività culturali. Colpi tanto più pesanti nel momento in cui le imprese investono meno nelle sponsorizzazioni o riservano i loro denari ai “grandi eventi”. Soldi ne ha soltanto la società Arcus, finanziata - una sorta di incesto - col 3 per cento delle Grandi Opere (per le quali non c’è più Valutazione d’Impatto Ambientale, altra “semplificazione”). Ma le scelte dell’Arcus eludono i criteri tecnici essendo fuori dall’ambito ministeriale.

La cultura e i suoi beni sono dunque meno finanziati e meno tutelati. I condoni, ai quali il ministro Urbani sempre s’inchina, hanno concorso ad imbarbarire ancor più le coscienze in un Paese già fortemente vocato all'illegalità. Quello ambientale è fallito quasi ovunque (il governo si è dunque screditato per pochi euro), tranne che nella già devastata Sicilia dove le domande di sanatoria risultano 6.500. Questa è la regola, tutta cementizia, dell’«ognuno è padrone a casa sua». Anche sulle coste più belle, dentro la Valle dei Templi o vicino ai colonnati dorici di Selinunte. Chi protesta, appartiene alla “sinistra barricadera” (così Oscar Giannino sul «Riformista» di ieri) e naturalmente vuol male all’Italia.

Retail Planning Guidelines for Local Authorities, gennaio 2005 – Estratti e traduzione per Eddyburg a cura di Fabrizio Bottini

[...]

Development Plan

Il ruolo delle politiche commerciali nel development plan

Il sistema del development plan, sia a scala urbana che a quella di contea, comprende sia politiche e programmi di tipo strategico, sia azioni più circoscritte e localizzate (come quelle per i centri città). I consigli di contea e municipali devono predisporre politiche commerciali per la propria circoscrizione amministrativa. Comunque, visto che la pianificazione commerciale richiede di prendere in considerazione il bacino di utenza, che di solito non coincide coi confini delle autorità locali, all’allegato 3, paragrafo 8, vengono elencati gli elementi da considerare nel caso di bacini sovracomunali. Anche i piani regionali in formazione devono esaminare la gerarchia dei vari insediamenti e centri urbani, e offrire linee di massima riguardo alle priorità di localizzazione per nuovi complessi commerciali nella regione. Queste linee guida a scala territoriale non devono tener conto del fatto che i bacini di utenza taglino confini amministrativi.

Gli elementi da inserire in tutti i futuri development plans a scala urbana o di contea, sono:

(i) Conferma della gerarchia commerciale, ruolo dei centri e dimensione dei principali centri di città.

(ii) Delimitazione, entro il documento di piano, dei confini dell’area commerciale centrale.

(iii) Valutazione di massima delle necessità di superfici commerciali aggiuntive.

(iv) Linee strategiche di localizzazione, e scala degli insediamenti commerciali.

(v) Predisposizione di politiche e iniziative di sostegno al miglioramento dei centri di città.

(vi) Individuazione di criteri per la valutazione dei progetti di insediamenti commerciali.

Nell’affrontare questi argomenti, le autorità urbanistiche devono tener conto del punto di vista di commercianti, consumatori, proprietari immobiliari, operatori dei trasporti (e nel caso di Dublino, della DTO). Nel valutare il bisogno di nuove realizzazioni per i vari tipi di commercio è importante basarsi su previsioni realistiche sia di spesa che di richieste del mercato. I piani devono poggiare su dati aggiornati riguardo alle superfici commerciali esistenti, e alle tendenze commerciali dell’area. Livelli di dettaglio e complessità di approccio alla pianificazione commerciale variano a seconda del livello di urbanizzazione, densità di popolazione, numero di centri. Nelle aree metropolitane di Dublino, Cork, e negli altri centri urbani principali, esiste un bisogno molto maggiore di politiche insediative di dettaglio, di quanto non avvenga nelle zone principalmente rurali.

Strategie di dettaglio

Di conseguenza sarà necessario, per le contee più urbanizzate, predisporre strategie e politiche commerciali di maggior dettaglio.In più, in alcune zone le contee devono cooperare l’una con l’altra nelle strategie commerciali. Di seguito si elencano Contee e Città che devono predisporre in modo congiunto piani e politiche unificati (sui temi esposti meglio ai paragrafi successivi) da inserire poi nel proprio development plan:


Area

Principali Contee o Città

Grande Dublino (così come definita nelle relative Strategic Planning Guidelines) Dublin City Council e Contee di Fingal, Dun Laoghaire/Rathdown e South Dublin, Kildare, Meath e Wicklow
Grande Cork Contea di Cork e Cork City Council
Grande Waterford Contea di Waterford, Waterford City Council, Contea di Wexford e Contea di Kilkenny
Galway Contea di Galway e Galway City Council
Limerick Contea di Limerick, Contea di Clare e Limerick City Council
Drogheda/Dundalk Contea di Louth e Contea di Meath
Athlone Contea di Westmeath e Contea di Roscommon

Gli studi preliminari da condurre per definire la strategia di urbanistica commerciale devono segnare i confini dell’area interessata.

Per programmare lo sviluppo futuro, le contee devono valutare in linea di massima le necessità di nuove strutture commerciali entro il periodo di validità del piano. Questa valutazione tiene conto sia delle domande emergenti nel mercato commerciale, sia sui bisogni futuri in base a proiezioni riguardo ai cambiamenti nella popolazione e nei livelli di spesa del consumatore. È interesse di tutte le parti che tali stime siano fondate su un approccio comune standard. Le indicazioni per un approccio corretto sono contenute nell’allegato 3. Le valutazioni delle future necessità commerciali hanno lo scopo di offrire indicazioni di massima sulle quantità e proporzioni di offerta di spazi commerciali. Non devono essere considerate in modo eccessivamente prescrittivo, e non devono inibire la concorrenza.

Nel predisporre le linee guida per la localizzazione e dimensioni degli insediamenti futuri, i consigli di contea non devono prendere in considerazione i benefici economici potenziali che si possono trarre (che qualunque amministrazione può trarre) come conseguenza di un previsto insediamento commerciale. Gli effetti sulle finanze locali di un complesso commerciale non costituiscono oggetto della pianificazione urbanistica.

La strategia da inserirsi all’interno del development plan deve fornire orientamenti riguardo alla sommaria localizzazione (nome della cittadina, distretto, villaggio) del nuovo insediamento. Per avere maggiori elementi di certezza sarà necessario dare indicazioni di massima sulle dimensioni dei complessi previsti nei vari luoghi, e insieme i precisi confini della relativa zona commerciale centrale di città.

Per le località indicate, la strategia deve sia indicare specifiche alternative di sito per l’intervento, o quando ciò non sia possibile stabilire criteri per la scelta di tali siti. Nel caso in cui si debbano stabilire criteri, essi devono essere sufficientemente chiari da consentire una precisa valutazione delle domande e progetti.

Le politiche di gestione del traffico da adottarsi per i centri urbani all’interno del development plan devono contenere: le previsioni di comode ed efficienti strutture di trasporto collettivo, con priorità di percorsi per gli autobus, l’offerta e localizzazione di parcheggi per le auto (comprese strutture park and ride, o di rapporti con le zone pedonali), percorsi pedonali e ciclabili, accessibilità senza barriere architettoniche al centro città, misure di contenimento del traffico. Devono essere indicate chiaramente le zone destinate a progetti speciali per migliorare l’accessibilità ai disabili, a frequentatori con carrozzine e passeggini.

I cicli economici sia a livello nazionale che di mercati locali sono soggetti a cambiamenti nel tempo. È quindi inevitabile che qualunque previsione sull’arco di validità del piano possa rivelarsi non del tutto precisa. Questo non mette comunque in discussione l’utilità di predisporre piani strategici di lungo periodo. Contee e Città devono periodicamente monitorare tendenze ed eventi nella propria area, e aggiornare coerentemente le proprie politiche a intervalli non inferiori a sei anni.

Strategie Generali

Nel resto del territorio statale, le contee non indicate in tabella come obbligate a predisporre una strategia di urbanistica commerciale dettagliata, dovranno redigere una dichiarazione generale di intenti strategici e politiche per il futuro. Le questioni sono quelle stabilite ai punti precedenti – da ( i) a ( vi). Nello sviluppo dei punti (iii) e (iv) non sarà necessario stimare in dettaglio i bisogni futuri di ulteriori insediamenti. Per formulare appropriate politiche e criteri relativi alle proposte di nuovi complessi commerciali, sarà sufficiente una valutazione di massima, che rifletta gli interessi di mercato locale e il bisogno di offrire buone opportunità di servizio ai principali centri di popolazione.

Limiti alle superfici dei complessi commerciali

Nel giugno 1998 la Local Government ( Planning and Development) General Policy Directive ( Shopping) ha posto un limite massimo generale alla grande distribuzione alimentare, a livello statale. Nel corso della fase di consultazioni preliminare al presente documento, sono stati presentati molti diversi punti di vista a questo proposito. Il rapporto Goodbody indica che non possono essere assunte economie di scala nel settore alimentare, e comunque esse cessano di operare poco oltre i 2.000 metri quadrati. Di conseguenza l’imposizione di un tetto massimo di superficie oltre questa soglia non avrebbe effetti contrari alla libera concorrenza. Nei fatti, sostenendo a livello locale la concorrenza, uno degli effetti dell’imposizione del tetto massimo potrebbe essere la riduzione del potenziale per monopoli locali.

Sulla base di questa analisi e di altre esperienze in Europa, il principio del limiti alle superfici commerciali è ben fondato. Il tetto fissato esistente è considerato rappresentativo di un accettabile equilibrio fra le varie richieste dei vari gruppi di interesse. È anche stato rilevato che la quantità fissata di 3.000 metri quadrati non riduce la concorrenza. Dunque è corretto proseguire l’applicazione di un principio di tetto dimensionale ai complessi commerciali alimentari.

Ci sono comunque buoni motivi per differenziare i limiti di superficie fra l’area della Grande Dublino e il resto del territorio nazionale. Le maggior dimensioni dell’area e la sua densità di popolazione, la stretta prossimità fra aree residenziali e centri di città, la dimensione demografica dei bacini di riferimento dei centri commerciali, offrono una giustificazione all’aumento del tetto per i complessi commerciali alimentari. In linea di massima, il commercio alimentare nell’area della Grande Dublino è in grado di generare un maggior turnover attraverso il bacino di utenza locale. Come conseguenza di ciò, e del bisogno di rispondere rapidamente ai bisogni crescenti di commercio di Dublino, il limite dimensionale nell’area metropolitana è fissato a 3.500 metri quadrati. Sul resto del territorio nazionale il tetto per i complessi commerciali alimentari è di 3.000 metri quadrati.

Questi limiti alle superfici si applicano ai nuovi complessi o ampliamenti di quelli esistenti con aggiunta di superfici di vendita. Il limite interessa la superficie commerciale netta di superstores e quella alimentare netta degli ipermercati, così come segnata sui progetti approvati.

I consigli di Contea o di Città, nel predisporre le proprie strategie commerciali per l’area devono essere attente a questi limiti di superficie per il commercio alimentare. I casi particolari, i consigli di Contea esterni alla Grande Dublino e alle altre quattro zone, possono introdurre piccole correzioni verso il basso, dove le dimensioni dei centri di città siano piccole rispetto al tetto fissato, e il potenziale di crescita per il settore limitato. In ogni caso, se un’autorità urbanistica desidera proporre una revisione al ribasso del limite, deve motivarla documentatamente con uno studio redatto da esperti, e tenendo conto delle conclusioni del rapporto Goodbody riguardo alla necessità di evitare azioni contrarie al principio di libera concorrenza. In più, occorre tener conto delle conclusioni del rapporto Goodbody sulle dimensioni dell’insediamento a cui si esauriscono le economie di scala, ad esempio quando documentatamente si verifichi che per un negozio alimentare cessino di esistere ad una dimensione di 2.000 metri quadrati. Nessuna riduzione del tetto massimo potrà superare questo limite.

[...]

Valutazione dei nuovi insediamenti – Le singole tipologie

I principi generali di valutazione dei nuovi insediamenti sono stati esposti sopra. Il peso da dare ad alcune considerazioni può variare nei casi di alcuni particolari tipologie. Questa sezione delle Linee Guida si occupa di questi particolari concepts di insediamento commerciale e per il tempo libero.

Centri Commerciali Regionali

I grandi centri commerciali isolati, in località esterne alle città, possono avere effetti significativi sui centri urbani tradizionali. In varie zone d’Europa essi sono stati giustificati sulla base di una consistente crescita nella spesa al consumo entro le grandi conurbazioni con un milione di abitanti ed oltre. Nel contesto irlandese questa forma insediativa non può essere facilmente giustificabile, con l’eccezione possibile dell’area interna alla Grande Dublino. Di conseguenza al di fuori di Dublino non esistono in alcun caso motivi per la realizzazione di grandi centri commerciali regionali.

Entro l’area di Dublino esistono due grandi complessi commerciali progettati come centro di nuove città: Blanchardstown e Tallaght. Un terzo, a Liffey Valley, offre solo comparison shopping. Le Strategic Planning Guidelines per l’area della Grande Dublino indicano che i futuri insediamenti commerciali dovranno comprendere:

• Complessi con un’ampia gamma di negozi di beni di consumo di varie dimensioni, in località accessibili in auto, con priorità a quelle accessibili tramite un buon servizio di trasporti pubblici.

• Un insieme di spazi consolidati e in evoluzione ben serviti dal trasporto pubblico, che insieme al centro di città possano offrire un buon livello di servizio commerciale.

Un numero limitato di insediamenti del tipo retail warehouse in località accessibili in auto.

La realizzazione di ulteriori grandi centri commerciali di scala regionale su aree libere o al di fuori di centri di città consolidati non è considerata sostenibile in relazione agli obiettivi del trasporto. Di conseguenza, esiste una generale posizione contraria al grande insediamento commerciale extraurbano.

Centri Commerciali di Distretto

Di norma all’interno delle aree delle principali conurbazioni o nei sobborghi delle grandi città esistono centro commerciali di scala distrettuale. Sono di solito organizzati attorno a un grosso supermercato e contengono una serie di negozi e punti di servizio di tipo diverso (quali banche, uffici postali, parrucchieri). Svolgono una importante funzione commerciale per la comunità locale, entro un raggio di 15-20 minuti in auto. Non esiste una precisa soglia dimensionale per centri del genere, anche se a seconda della densità di popolazione del bacino di riferimento, sono abitualmente fra i 10.000 metri quadri delle zone adiacenti alle principali città, fino ai 20.000 in alcune parti dell’area di Dublino.

Le previsioni di nuovi centri commerciali di distretto, o ampliamenti di quelli esistenti, sono indicate dai development plans. Di norma, l’offerta di centri addizionali sarà basata sulla crescita di popolazione, o su un chiaramente dimostrato insufficiente livello di servizio. La zona della Grande Dublino rappresenta l’area in cui la popolazione cresce più rapidamente e dove è più probabile che si verifichino carenze di offerta commerciale al momento. I criteri di massima per la localizzazione di questi centri saranno indicati nei piani regionali in formazione. Nonostante sia possibile realizzare centri commerciali di distretto ampliando quelli di scala locale o i centri di villaggio, possono esistere progetti di realizzazione per nuovi complessi a servizio delle nuove zone residenziali. I criteri localizzativi di tali centri devono essere fissati dal development plan.

Grandi magazzini alimentari

I grandi magazzini alimentari, ovvero supermercati, superstores, ipermercati, sono una consolidata componente della gerarchia commerciale. Si rivolgono principalmente ai bisogni di consumo alimentare settimanale delle famiglie. Richiedono grandi superfici libere e adiacenti parcheggi, dato che la maggior parte delle famiglie (ma non tutti) fanno la spesa cumulativa settimanale in macchina.

Ovunque possibile i grandi magazzini alimentari devono essere offerti in città, villaggio o centro di distretto, o ai margini della zona centrale dove è possibile fornire trasporti pubblici a chi non usa l’auto. In casi eccezionali non sarà possibile reperire siti interni o ai margini dei centri urbani a causa delle dimensioni dei negozi, dei vincoli ambientali dei centri storici, o perché la rete stradale non ha la capacità necessaria al traffico aggiuntivo.

Quando un progetto di complesso alimentare comprende anche commercio di significative quote non alimentari (come avviene negli ipermercati) i disegni allegati alla domanda devono indicare chiaramente l’area area da destinare al commercio alimentare. Come indicato in precedenza, si applica un tetto dimensionale di 3.500 metri quadrati per la Grande Dublino, e di 3.000 metri quadrati per il resto del territorio nazionale. Questo limite vale per il totale netto di superficie di vendita dei superstores, e l’area alimentare degli ipermercati così come indicata dai disegni allegati alle domande.

[...]

Factory Outlet Centres

Nella sua forma più semplice questo modello commerciale comporta la vendita di prodotti a prezzo scontato in un negozio di fabbrica, di solito collocato entro o adiacente agli impianti produttivi. Questi negozi, funzioni secondarie dell’attività produttiva principale, non fanno parte della tradizione commerciale irlandese, anche se esistono esempi di negozi del genere legati al turismo per prodotti artigianali (ad esempio i cristalli). I progetti per punti vendita legati a singole fabbriche sono accettabili, se non entrano in conflitto con l’economia dei vicini entri di città, o generano significativi problemi di traffico e trasporti.

Il concetto di factory outlet centre ha la sua origine negli Stati Uniti. Negli anni ’90 ne sono stati realizzati in Europa, a grandi distanze dalle relative fabbriche. Si tratta di raggruppamenti di veri e propri factory outlets e di altri negozi, con particolare riguardo per i prodotti di marca e altri articoli specializzati, e in genere in localizzazioni extraurbane. Presentati in un primo tempo come modo per mettere a disposizione articoli di seconda scelta o fondi di magazzino a fine stagione, essi possono diventare un meccanismo che serve ai produttori per vendere direttamente al consumatore i prodotti correnti, se non vengono esercitati i controlli necessari. Salvo nei casi in cui la vendita possa essere considerata aggiuntiva rispetto al processo di produzione, questi outlets devono essere trattati come comuni insediamenti commerciali, e valutati conseguentemente.

Il successo di questi centri dipende dalla capacità di attirare clienti e visitatori da un vasto bacino di riferimento, compresi turisti, ed essi possono avere effetti su centri turistici esistenti e altri centri di città consolidati, anche a una certa distanza dal sito proposto. In particolare, possono spostare le tendenze di spesa nel comparison shopping, in particolare moda e articoli speciali, che formano una componente chiave delle economie centrali. Al contrario, se un factory outlet centre si localizza in modo da legarsi ad un polo turistico o centro di città, e in tal modo realizzare una sinergia commerciale, può aiutare ad elevare il livello e a migliorare l’offerta generale anche attraverso la concorrenza con le attività commerciali e per il tempo libero.

La popolazione relativamente piccola dell’Irlanda fa pensare che esista un potenziale di mercato solo per un numero limitato di factory outlet centres. Le richieste per la realizzazione di questi centri devono essere prese in considerazione in rapporto alle indicazioni del development plan e dei paragrafi relativi di queste linee guida. Per i benefici potenziali di tipo economico generati dalla prossimità di un factory outlet ai centri urbani, si deve prestare particolare attenzione ai siti sui margini del centro città, o dove sia possibile offrire un rapido trasporto pubblico di alta qualità. Deve comunque essere considerato che questo tipo di centri non ha molte possibilità di successo commerciale nelle vicinanze dei principali centri urbani d’Irlanda, perché i commercianti di norma non scelgono di collocare un’attività discount in diretta concorrenza coni negozi delle vie centrali. Comunque, l’esperienza insegna che questo ostacolo non vale per i centri secondari o quelli più piccoli, specialmente nelle aree di attrazione turistica. Di conseguenza, la localizzazione più appropriata per i factory outlet centres è quella dove si possono realizzare sinergie commerciali fra questi e un centro di città, a beneficio economico dell’area locale. Non si considerano adatte localizzazioni di factory outlet centres in zone libere extraurbane.



Nota: Alcuni commentatori hanno sottolineato come le deroghe al tetto di superficie per l'area metropolitana di Dublino sembrino studiate per favorire la catena IKEA. Il testo integrale, originale e ufficiale messo a disposizione dal governo irlandese, è scaricabile direttamente da Eddyburg qui di seguito (f.b.)

Titolo originale: Amendment to the Retail Planning Guidelines – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Le Retail Planning Guidelines sono state adottate nel dicembre 2000. Il documento comprendeva un limite massimo di 6.000 metri quadrati alla dimensione dei magazzini. Altre indicazioni erano quelle sul contenimento della superficie commerciale negli esercizi alimentari a 3.000 metri quadri, eccetto nell’area metropolitana di Dublino, dove il limite era di 3.500.

Nell’agosto del 2003 il ministro responsabile di Environment, Heritage and Local Government ha iniziato una revisione parziale delle Retail Planning Guidelines. Le modifiche si concentravano sui tetti massimi di superficie commerciale. Si è intrapresa questa iniziativa perché erano state sollevate preoccupazioni per gli effetti dei limiti imposti sulla concorrenza. Sono state invitati a presentare osservazioni i soggetti interessati.

Il 5 gennaio 2005 il Ministro ha annunciato che si era deciso di modificare le Retail Planning Guidelines in modo che il limite di dimensione dei magazzini, per i soli beni durevoli (non alimentari), non si applichi più entro le zone delle quattro amministrazioni che compongono l’area di Dublino, e negli altri territori classificati National Spatial Strategy Gateways. Tali centri Gateway sono: Athlone/Tullamore/Mullingar, Cork, Dublin, Dundalk, Galway, Letterkenny, Limerick/Shannon, Sligo, e Waterford. La deroga si applica solo nelle aree sottoposte a Integrated Area Plans ai sensi dello Urban Renewal Act 1998. Gli emendamenti alle attuali Retail Planning Guidelines entreranno in vigore a partire dal 1 febbraio 2005, data in cui – ci viene detto – sarà resa disponibile una nuova versione del documento.

Il Ministro ha dichiarato che “Gli emendamenti alle Retail Planning Guidelines faciliteranno l’ingresso di nuovi operatori commerciali nel mercato irlandese. Si tratta di una decisione che aumenta le opportunità di scelta per il consumatore e le possibilità di concorrenza. Assicura anche che gli sviluppi di mercato avvengano sulla base di un contributo ai programmi economico-sociali governativi per il rinnovo urbano, e la National Spatial Strategy. Concentrando gli effetti delle modifiche nelle zone soggette a Integrated Area Plan si assicura che le autorità urbanistiche possano controllare meglio i modi in cui si realizzano i principali insediamenti commerciali. Si garantisce la migliore soluzione urbanistica, la più adatta nel contesto complessivo degli obiettivi di rigenerazione fissati dallo Urban Renewal Act”.

È importante notare che le norme correnti continuano ad applicarsi a qualunque progetto di insediamento commerciale oltre i 6.000 metri quadrati nelle zone specificate, e per i complessi destinati a beni non durevoli, come gli alimentari. Qualunque proposta per un singolo negozio che superi i 6.000 metri quadrati, in una zona soggetta a Integrated Area Plan, dovrà dimostrare quanto segue per essere approvabile dal punto di vista urbanistico:

Essere localizzata nei pressi di una rete stradale di capacità sufficiente a servire un insediamento delle dimensioni proposte;

Essere servita da strutture di trasporto pubblico, operanti o in progetto;

Organizzarsi adeguatamente per offrire a chi lo desiderasse la consegna a domicilio, alternativa agli spostamenti in auto privata;

Produrre una valutazione di impatto del traffico che dimostri l’adeguamento ai criteri esposti sopra;

Tener conto dei criteri di vitalità e solidità economica del centro urbano, così come stabiliti nelle Guidelines.

Il limite del 6.000 metri quadri di superficie commerciale continua ad applicarsi a tutte le aree diverse da quelle specificamente esentate.

Gli emendamenti hanno spianato la strada ai grandi magazzini svedesi IKEA per costruire il primo negozio d’Irlanda a Ballymun, Dublino. Ci sono state critiche a queste modifiche da molte parti, che sostengono come esse significhino la morte delle piccole attività a livello nazionale. Altri critici hanno affermato che si porterà altro traffico e congestione nelle aree riclassificate. Ma i sostenitori dell’emendamento credono che farà bene alla concorrenza, e creerà centinaia di posti di lavoro in zone che hanno sofferto disoccupazione e mancanza di investimenti.

Nota: su Eddyburg sono disponibili alcuni estratti delle Retail Guidelines; qui il testo originale al sito della Environmental and Planning Law Newsletter (f.b.)

Villa Certosa è come un blob, che cresce alimentandosi della violazione delle più elementari norme del diritto. Fino a ieri si pensava che solo dentro i confini della dimora berlusconiana di Punta Lada, a Porto Rotondo, valesse il segreto di stato che impedisce ai magistrati della procura della Repubblica di Tempio di oltrepassare i cancelli per verificare il rispetto dei vincoli paesagggistici e delle leggi sull'abusivismo edilizio. Da ieri si sa che tutte le proprietà del premier, in Sardegna e fuori dall'isola, sono obiettivi a rischio di attacco terroristico e sono soggette a segreto di stato. Così è scritto nei due decreti, siglati dal ministro dell'Interno Beppe Pisanu il 6 maggio 2004, ora consegnati al Copaco, l'organismo che dovrà pronunciarsi sulla fondatezza del segreto di stato opposto dalla presidenza del consiglio alla procura di Tempio. In Sardegna Berlusconi non possiede solo la Certosa. C'è anche Villa Stephanie, una grande casa con piscina e parco a poche centinaia di metri dalla dimora principale. E' una dépendance che viene utilizzata solo ad agosto per ospitare le guardie del corpo e gli addetti alla sicurezza dei capi di stato e dei leader che il presidente del consiglio convoca per i summit nella sua residenza estiva. Poco distante c'è la sontuosa villa (seicento metri quadrati di piscina) di Matilde Berlusconi, la sorella di Silvio. E sempre a Punta Lada sorgono il Monastero, la dimora che Paolo Berlusconi ha acquistato qualche anno fa, e Villa Veronica, destinata, invece, alla mamma del Cavaliere.

Ma oltre le case, Berlusconi ha in Sardegna anche molti terreni. E' da almeno quattro anni che la società immobiliare Idra, cassaforte nella quale sono custodite tutte le proprietà del presidente del consiglio (comprese quelle di Arcore e di Macherio), acquista a Punta Lada appezzamenti che confinano con Villa Certosa. Una vera e propria strategia di espansione fondiaria, con un esborso complessivo, ad oggi, di 23,9 milioni di euro. Una zona di rispetto intorno a Villa Certosa la cui esistenza viene giustificata, dai manager di Idra, con esigenze di tutela della privacy di Berlusconi. Alla privacy si sono aggiunti i motivi di sicurezza di cui parlano i decreti del Viminale. Decreti sui quali c'è stato di recente un braccio di ferro tra maggioranza ed opposizione nel Copaco. Per i membri della Casa delle libertà, i documenti già in possesso del Comitato erano sufficienti a giudicare fondato il segreto di stato. L'opposizione aveva invece chiesto di conoscere anche i decreti del ministero dell'interno.

Il presidente del Copaco, Enzo Bianco, si era rivolto al sottosegretario alla presidenza del Consiglio, con delega ai servizi segreti, Gianni Letta, per chiedere la visione dei documenti firmati da Pisanu. In un primo momento, il 5 febbraio, Letta aveva risposto a Bianco con un no secco: «La richiesta è irrituale irricevibile». Poi però un'altra lettera di Letta a Bianco, dopo che i due si era sentiti, aveva annunciato l'accoglimento della richiesta. Il primo dei due decreti contiene l'approvazione del «Piano nazionale per la gestione di eventi di natura terroristica»; all'interno di questo documento c'è anche il «Piano di sicurezza per Villa Certosa», che resta però secretato. L'altro decreto fa riferimento al terzo capitolo del «Piano nazionale» e indica che tutte le residenze private del presidente del Consiglio e le loro pertinenze, nonché quelle dei familiari e dei suoi collaboratori, sono sottoposte a misure di sicurezza. Per tutte è imposta la massima segretezza ed è disposta la totale interdizione all'accesso, salvo autorizzazione del premier. Si sottolinea poi l'urgenza di individuare una «sede alternativa di massima sicurezza per l'incolumità del presidente del consiglio e per la continuità dell'azione di governo» e, su proposta di Pisanu, viene indicata Villa Certosa. Sia la sede di massima sicurezza (Villa Certosa), sia le residenze private del premier e dei suoi familiari, dice il decreto, sono soggette alla legge 801 del 1977. E' la legge che disciplina, tra l'altro, il segreto di stato. Ciò significa che, così com'è stato fatto per la Certosa, anche per le altre residenze del premier e per quelle dei suoi familiari può essere opposto il segreto di stato ad un'eventuale richiesta di ispezione da parte di una procura della Repubblica.

Tra le reazioni, quella del presidente dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio: «Siamo oltre oltre ogni limite di decenza. Si ricorre al segreto di stato per dare una parvenza di legalità ai lavori abusivi eseguiti in una residenza privata. Un atteggiamento che tradisce l'arroganza del premier, ormai abituato a considerare l'Italia una sua proprietà privata».

L'auditorium di Oscar Niemeyer si farà. Lo ha deciso il Consiglio di Stato, che l'altro ieri ha annullato la sentenza 1792 del Tar della Campania che aveva bocciato il progetto. La sentenza non è stata ancora depositata, ma le indiscrezioni sono subito trapelate. Saremmo dunque alla conclusione di una vicenda che ha tenuto col fiato sospeso mezza Italia, divisa sull'opportunità o meno di piazzare la nuova struttura a Ravello, perla della Costiera Amalfitana.

« Provo grande soddisfazione — dice il sindaco di Ravello, Secondo Amalfitano — perché è la vittoria di tutto un paese che ha deciso di investire in cultura e in turismo di qualità. In questa avventura sono stato sostenuto da tutte le realtà sovracomunali, e credo che non ci siano sconfitti, perché ha vinto l'interesse pubblico. Un grande apprezzamento va al lavoro dei miei avvocati: Antonio Brancaccio, Lorenzo Lentini e Ruggerio Musio » .

Al primo posto fra gli enti sovracomunali di cui parla il sindaco c'è ovviamente la Regione Campania, che approvò il finanziamento dell'auditorium. Positivo è dunque il commento del governatore Antonio Bassolino: « La sentenza rappresenta un importante riconoscimento per coloro che si sono battuti affinché Ravello avesse un grande auditorium e un'opera architettonica di grande qualità, adeguata alle bellezze e alle grandi tradizioni culturali e musicali di Ravello. Adesso occorre rimboccarsi le maniche e recuperare il tempo perduto » .

Sul fronte opposto, Italia Nostra annuncia ancora battaglie. « È incredibile quello che è successo al Consiglio di Stato » , dice la presidente Desideria Pisolini, « dopo che si era vinto il ricorso al Tar e che era stata decisa una sospensiva. Resta il fatto che la costruzione dell'auditorium è illegale; cercheremo con ogni strumento di bloccare quest'opera inutile che può soltanto deturpare uno dei più bei paesaggi del mondo senza aggiungere nulla all'amore per la musica. Italia Nostra ha sempre sostenuto che ci sono zone in Campania che hanno bisogno di opere di riqualificazione, ed è lì che bisognerebbe pensare a darsi da fare con l'architettura contemporanea » .

Il fronte ambientalista, com'è noto, è peraltro spaccato. Di tutt'altro tono è infatti la valutazione di Legambiente, che attraverso Ermete Realacci, suo presidente onorario, plaude alla caduta di « ostruzionismi miopi e preconcetti » . « Sapere che l'auditorium ha compiuto un passo decisivo verso la realizzazione » , dice Realacci, « è una cosa che deve far gioire tutti » .

La storia giudiziaria dell'auditorium parte il 4 agosto 2003, quando la conferenza di servizi approva il progetto del celebre architetto brasiliano, che aveva già consegnato uno schizzo al sociologo Domenico De Masi, presidente della Fondazione Ravello, nel settembre 2000. Per l'opera viene previsto un Pit che la finanzia per circa 18,5 miliardi di lire. Ma i proprietari del terreno su cui dovrebbe sorgere l'auditorium presentano un ricorso supportato da una perizia firmata da Vezio De Lucia. Arrivano poi i ricorsi di Italia Nostra e Wwf, mentre Legambiente difende l'opera. Si combatte a colpi di perizie, carte bollate, appelli d'intellettuali. Davanti al Tar di Salerno si ritirano prima il Wwf, poi alcuni dei proprietari dei fondi. Resta solo Italia Nostra, mentre i fratelli Palumbo, proprietari di metà dei terreni interessati, ribadiranno il loro no. Il Tar dà loro ragione perché il piano paesistico che vincola la Costiera non prevederebbe la costruzione di un auditorium in quell'area, bensì attrezzature di quartiere, per cui sarebbe stata necessaria una variante. Quella variante è stata posta al vaglio della Regione; ma nel frattempo è arrivata la sentenza del Consiglio di Stato.

In un recente intervento sulla propria newsletter (n. 9, 2004), il segretario del National Retail Planning Forum britannico, George Nicholson, lamenta come nel quadro delle ampie discussioni sulla riforma del sistema di pianificazione nazionale (che ha portato al Planning and Compulsory Purchase Act dello scorso maggio) si sia in parte sottovalutata “l’importanza del settore commerciale nell’economia”. E come l’evidenza di questa parziale sottovalutazione emerga dal PPS6, Planning for Town Centres, dove l’orientamento dell’ente pubblico sembra essere quello di costruire spazi ad alta qualità generale: obiettivo entro il quale il ruolo del commercio apparirebbe in qualche modo “diluito” rispetto alle precedenti linee guida sui rapporti fra pianificazione spaziale e attività commerciali e per il tempo libero.

Ovviamente lascio che siano i lettori di Eddyburg a giudicare direttamente se e quanto le nuove direttive – di cui abbiamo pubblicato un ampio estratto – diluiscano poco o troppo i problemi specifici del settore sul territorio. Fosse pur vero, oltre le legittime e sacrosante rimostranze di bandiera degli interessati, forse è il caso di chiedersi: e allora? Se saltiamo idealmente dalle isole britanniche alla nostra Sardegna troviamo una possibile ed equilibrata risposta: “il nuovo sistema della pianificazione commerciale è fondato su una visione urbanistica del settore: l'indicazione delle zone urbanistiche nelle quali insediare le varie tipologie di esercizi commerciali [...] attraverso la definizione di una procedura che faccia salvi i principali interessi in gioco: la tutela dei diritti dei consumatore ad avere un'offerta ampia e varia che comprenda l'esercizio di prossimità; la libera concorrenza e la libertà d'impresa”. I brani sono tratti dalle premesse al recentissimo disegno di legge regionale Disposizioni urgenti in materia di commercio, che con obiettivi paragonabili all’altro, “famigerato” atto tampone sulla inedificabilità delle coste, cerca di dare ai poteri pubblici il tempo di fare il proprio mestiere. Tutto qui: fare il proprio mestiere, anche perché un’idea chiara ed equa di spazio, se è tale, quasi automaticamente dovrebbe per esempio promuovere “la libera concorrenza e la libertà di impresa”, offrendo spazi dove tutti (ma proprio tutti) possano proporre di collocare una qualche attività, coerentemente con le altre attività, coerentemente con quanto attività economica non è, ecc. ecc. Quando si è un’entità con fini eminentemente collettivi, non si ha o non si vuole avere una chiara idea di spazio, di ambiente, e si inseguono le idee altrui (legittime, ma necessariamente parziali), non si fa il proprio mestiere, e di solito si combinano guai.

Se ne sono accorti prima di noi gli amici americani (gli amici nostri, non quelli di Berlusconi), soprattutto nei tempi abbastanza recenti di forte concentrazione finanziaria dell’impresa commerciale, e di transizione a tipologie e dimensioni ad impatti via via sempre più insostenibili, per le città, le comunità locali, le infrastrutture, la società nel suo insieme (ivi compresi gli operatori commerciali). Le azioni proposte ed attuate hanno cominciato ad accumularsi e a prendere forma meno episodica e più generalizzabile.

Come la valutazione di impatto ambientale e congiuntamente socioeconomica, via via standardizzata ed uniformata, parte integrante delle procedure autorizzative per esercizi superiori ad una certa dimensione. Come un sistema pure standardizzato e relativamente omogeneo di linee guida (qui in Europa, quelle britanniche sono un buon esempio, articolate alle varie scale territoriali) che in modo non dirigista ed elastico riescano ad inserire i processi di costruzione dello spazio legati ai grandi complessi commerciali, entro la cornice complessa del sistema insediativo e delle altre funzioni: dall’ambiente in senso lato, al rapporto con le infrastrutture, giù giù fino alla concretezza del progetto edilizio e dei suoi interfaccia visivi e operativi col quartiere, la strada, gli spazi aperti. Ci sono poi i limiti alle dimensioni, anche questi eventualmente articolati per contesti, o la necessità/obbligo di accordi fra le amministrazioni, ad evitare le note “guerre tra poveri” dove l’unica e preziosa risorsa, il territorio comunale (e indirettamente quelli limitrofi), è scambiata col piatto di lenticchie di un’occupazione locale spesso effimera, a fronte di un’altra occupazione – quella del territorio – che effimera non è inducendo trasformazioni di carattere permanente.

Ma tutto questo, come hanno imparato sulla loro pelle tutte le comunità attraversate negli anni recenti dalla “modernizzazione commerciale” non è possibile con azioni singole, per quanto drastiche. Anche il commercio, ce lo ricordano ad ogni piè sospinto gli stessi operatori, fa parte della società e della sua vivacità: è “complesso”, e complesso deve essere anche il suo inserimento e coordinamento in un piano. È questo il senso dello STOP momentaneo all’insediamento della grande distribuzione commerciale da parte di alcune regioni. Niente di più e niente di meno. Del resto non si misura certo sulla propensione o meno al “blocco”, la serietà delle politiche territoriali, ma sulla capacità di diluire (per usare in positivo la critica degli operatori britannici) sapientemente questa offerta di merci, servizi e nuovi spazi ai cittadini: nella città ed eventualmente altrove. Per una “tutela dei diritti dei consumatore ad avere un'offerta ampia e varia”, e anche per una tutela di tutto il resto, che conterà pure qualcosa.

Chi avesse trovato in qualche modo criptici i paragrafi precedenti, forse troverà più chiarezza nei documenti riportati di seguito: il disegno di legge della regione Sardegna, e il documento approvato recentemente dal Friuli, entrambi orientati (seppur con toni e metodi diversi) agli obiettivi di un rapporto meno casuale fra territorio e attività commerciali. Ringrazio gli amici Sandro Roggio e Stefano Fatarella che li hanno notati, capiti, e messi a disposizione.

REGIONE AUTONOMA DELLA SARDEGNA

Oggetto: disegno di legge "Disposizioni urgenti In materia di commercio".

La Giunto regionale,

CONSIDERATO che il nuovo sistema della pianificazione commerciale è fondato su una visione urbanistica del settore: l'indicazione delle zone urbanistiche nelle quali insediare le varie tipologie di esercizi commerciali.

PRESO ATTO che si rende necessario procedere ad una programmazione commerciale per le grandi strutture di vendita attraverso la definizione di una procedura che faccia salvi i principali interessi in gioco: la tutela dei diritti dei consumatore ad avere un'offerta ampia e varia che comprenda l'esercizio di prossimità; la libera concorrenza e la libertà d'impresa.

PRESO ATTO che, come esplicitato dalla giurisprudenza costituzionale, la sospensione delle autorizzazioni per le grandi strutture di vendita può essere giustificabile soltanto ai fine di procedere ad una programmazione delle stesse, attraverso un sistema di valutazione della situazione esistente: dei territorio, dei contesta urbanistico (distributivo e produttivo), della popolazione, dei sistema viario, nonché dell'insieme degli esercizi esistenti.

CONSIDERATO che col presente articolo la RAS, facendo salva la giurisprudenza comunitaria e costituzionale, attiva una procedura di valutazione e programmazione che consente un adeguato e bilanciato sviluppo; evitando una liberalizzazione selvaggia.

VISTAla legge regionale 21 maggio 2002, n.9 (pubblicata sui B.U.R.A.S. n. 16 del 31 maggio 2002) che autorizza la concessione dl Incentivi rientranti nella tipologia "de minimis" a favore delle piccole Imprese commerciali che non abbiano più di quindici dipendenti. Le agevolazioni possono essere concesse sotto forma di contributo In conto capitale, conto Interesse e conto canoni di leasing.

CONSIDERATO che il perdurare della fase transitoria di prima attivazione della legge, Iniziata nel 2003, ha finora impedito l'avvio della fase ordinaria e la presentazione di nuove domande da parte degli imprenditori del settore. AI fine di sbloccare tale situazione, la presente proposta di legge stabilisce una delimitazione delle risorse finanziarie che si intendono utilizzare per i diversi obiettivi. Per l’attivazione della fase ordinaria si prevede l'utilizzo delle risorse finanziarie che saranno disponibili nel bilancio regionale a partire dal 2005.

VALUTATOche, per quanto riguarda la conclusione della fase di prima attivazione, è previsto ]'Impiego del fondi impegnati fino al 31 dicembre 2004. Nel caso in cui tali risorse siano Insufficienti, si procederà alla riduzione proporzionale dell'aiuto concedibile, al fine dì consentire il pagamento dei contributi a tutte le imprese per le quali l'istruttoria abbia dato esito positivo.

PRESO ATTO dei parere di legittimità espresso dal Direttore generale dell'Assessorato del Turismo, Artigianato e Commercio.

DELIBERA

DI approvare l'allegato disegno di legge relativo a "Disposizioni urgenti in materia di commercio".

Disegno di Legge

Disposizioni urgenti In materia di commercio

Art. 1-Piano regionale per le grandi strutture dl vendita e definizioni -

1. L'assessorato regionale competente in materia di commercio provvede - nel termine di due anni dall'entrata in vigore della presente legge - all'elaborazione dei Plano regionale per le grandi strutture di vendita. II piano deve essere approvato dalla Giunta regionale nel successivi 180 giorni e pubblicato sul BURAS.

2. Nell'elaborazione del piano l'amministrazione regionale acquisisce, a titolo consultivo, i pareri delle province, delle associazioni del comuni, dei commercianti e del consumatori.

3. L'Individuazione di zone Idonee per l'insediamento di grandi strutture deve tener conto dell'aspetto demografico, dell'equilibrato sviluppo urbanistico-commerciale, della valutazione dell'impatto dei flussi di traffico riferiti alla grande distribuzione, dell'impatto territoriale ambientale, della vocazione del territorio, dell'impatto sugli insediamenti commerciali già esistenti e operanti sul territorio Interessato.

4. Il piano entra In vigore sei mesi dopo la pubblicazione sul BURAS.

5, Il rilascio di nuove autorizzazioni per l'apertura, variazione dei settore merceologico, ampliamento, trasferimento di grandi strutture di vendita è sospeso fino all'entrata in vigore dei piano regionale per le grandi strutture di vendita.

6. II centro commerciale è la grande struttura dl vendita, promossa o progettata o realizzata o gestita con una politica commerciale unitaria, con più esercizi commerciali, inseriti in una o più strutture funzionalmente collegate, anche se separate da strade o spazi pubblici, Indipendentemente dalla loro destinazione urbanistica e dall'eventuale presenza di altre tipologie di attività.

Art. 2 - Disposizioni sulla L.R. 21/05/02, n, 9 -

I fondi di cui alla L.R. 21/05/02, n.9 impegnati sino al 31/12/04 sono destinati alla definizione delle domande già regolarmente pervenute all'Assessorato del Turismo, Artigianato e Commercio. Qualora tali risorse non siano suffIcienti, si procederà alla riduzione proporzionale dell'aiuto concedibile, In misura tale da consentire l'erogazione dei contributi a tutte le imprese per le quali l'istruttoria abbia dato esito positivo. La Giunta regionale stabilisce i necessari atti di Indirizzo.

Le risorse finanziarie disponibili a partire dal bilancio regionale 2005 verranno utilizzate esclusivamente per la gestione ordinaria della legge. La Giunta regionale stabilirà i necessari atti di indirizzo e le direttive e criteri di attuazione.

Art. 3 - Entrata in vigore -

La presente legge entra in vigore il giorno della sua pubblicazione sul Bollettino Ufficiale della Regione.

Friuli Venezia Giulia LEGGE REGIONALE 12/11/2004, N. 027

Modifiche alla legge regionale 8/1999 concernenti il Piano per la grande distribuzione.

Art. 1

(Modifiche alla legge regionale 8/1999 concernenti il Piano per la grande distribuzione)

1. Dopo l’articolo 8 della legge regionale 19 aprile 1999, n. 8 (Normativa organica del commercio in sede fissa), è inserito il seguente:

Art. 8 bis

(Piano per la grande distribuzione)

1. La Giunta regionale approva il Piano per la grande distribuzione, previo parere della competente Commissione consiliare, con il quale vengono individuate le aree potenzialmente idonee all’insediamento di strutture di vendita con superficie coperta complessiva superiore a 15.000 mq., in attuazione alle disposizioni di cui all’articolo 8, comma 1, lettera b), tenuto conto delle esigenze di equilibrato e armonico sviluppo del sistema distributivo regionale, di salvaguardia e buon uso del territorio, nonché dell’interesse dei consumatori.

2. L’insediamento di nuove strutture di vendita con superficie coperta complessiva superiore a 15.000 mq. o l’ampliamento di strutture esistenti comportante una superficie coperta complessiva superiore a 15.000 mq. sono subordinati alla preventiva approvazione del Piano di settore del commercio di cui all’articolo 8, comma 1, lettera b), da parte dei Comuni che intendono allocare sul proprio territorio le suddette strutture.

3. I Piani del settore del commercio di cui al comma 2 devono uniformarsi alle previsioni del Piano per la grande distribuzione..

2. Dopo il comma 15 dell’articolo 13 della legge regionale 8/1999 è aggiunto il seguente:

15 bis. Le autorizzazioni preventive per l’adozione della variante urbanistica Hc per strutture di vendita con superficie coperta complessiva superiore a 15.000 mq., non possono essere rilasciate oltre i limiti individuati dal Piano per la grande distribuzione..

3. Il Piano per la grande distribuzione di cui all’articolo 8 bis della legge regionale 8/1999, come inserito dal comma 1, è approvato dalla Giunta regionale entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge e viene pubblicato sul Bollettino Ufficiale della Regione.

4. Fino alla data di pubblicazione sul Bollettino Ufficiale della Regione del Piano per la grande distribuzione, è sospeso il rilascio delle autorizzazioni preventive per l’adozione della variante urbanistica Hc, previste dall’articolo 13 della legge regionale 8/1999, per l’insediamento di strutture di vendita con superficie coperta complessiva superiore a 15.000 mq, richieste dal Comune alla Regione dopo l’entrata in vigore della presente legge.

5. A seguito dell’approvazione del Piano per la grande distribuzione sono apportate le necessarie modifiche al regolamento di esecuzione degli articoli 7 e 8 della legge regionale 8/1999.

6. Sono fatti salvi gli accordi di programma di cui agli articoli 19 e 20 della legge regionale 20 marzo 2000, n. 7 (Testo unico delle norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso), promossi e in corso alla data di entrata in vigore della presente legge ovvero le iniziative preordinate alla stipula di un accordo di programma per le quali sia stato accertato con deliberazione della Giunta regionale l’interesse regionale alla relativa partecipazione.

Office of Deputy Prime Minister, UK (Bozza, dicembre 2003),Planning Policy Statement 6 (PPS6): Planning for Town Centres

Estratti e traduzione per Eddyburg a cura di Fabrizio Bottini. I capitoli riportati di seguito sono dal numero 2 e 3 del documento originale. È stata omessa per facilitare la lettura la numerazione dei singoli “statements”, e quindi i riferimenti alle indicazioni dei “paragrafi precedenti” possono apparire a volte imprecisi (f.b.)

[...]­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­ Pianificazione in positivo per i centri: un approccio basato sul piano

Per conseguire il fine governativo di promuovere centri urbani vitali ed economicamente solidi, lo sviluppo dovrà concentrarsi negli insediamenti esistenti per rafforzarli e, ove necessario, rigenerarli. Le autorità urbanistiche locali hanno il compito di:

·Promuovere attivamente la trasformazione attraverso una crescita pianificata o, dove necessario, contro il declino dei centri;

·Identificare una rete di centri con una più equa distribuzione di funzioni, e una gerarchia di centri ciascuno a svolgere il proprio ruolo più appropriato a rispondere ai bisogni del bacino territoriale di riferimento;

·Adottare un tipo di approccio attivo e basato sulla pianificazione dei centri, attraverso la scala regionale, sub-regionale e locale dei piani;

·Utilizzare strategie specifiche per i centri urbani, a orientare trasporti, reperimento delle superfici per gli interventi, prevenzione del crimine, pianificazione e disegno urbano, connesse alla crescita e gestione di queste zone;

·Consultare la comunità, gli operatori pubblici e quelli privati, ad assicurare che le varie esigenze vengano recepite e i progetti siano realistici ed economicamente affidabili.

Questi problemi saranno sviluppati con maggior dettaglio più avanti (e nell’Allegato B), insieme ad altre considerazioni rivolte alle autorità urbanistiche locali. Nella pianificazione per lo sviluppo, le amministrazioni locali devono anche tener conto della perdita di potenziali benefici per la comunità, nel caso di progetti non in grado di progredire n sede locale a causa della difficoltà di reperire una sede adatta per l’insediamento.

Promuovere e gestire la crescita nei centri urbani

Le autorità urbanistiche locali devono pianificare propulsivamente la crescita delle attività commerciali, per il tempo libero, degli uffici e di altre funzioni centrali nell’arco di tempo di validità degli strumenti di piano:

·Individuando spazi appropriati per sistemare le funzioni necessarie;

·Individuando gli spazi interni e adiacenti al centro per urbanizzazione o riurbanizzazione;

·Promuovendo la crescita delle zone centrali.

Tale crescita può anche trovar posto individuando edifici già esistenti e favorendo un cambio di destinazione d’uso.

Quando nei centri si prevede una crescita di grosse dimensioni, ciò spesso implica un ampliamento dell’area commerciale esistente. Può anche essere opportuna un’estensione del centro città se si riscontra la necessità di grossi insediamenti. Punti vendita di dimensioni maggior possono portare vantaggi ai consumatori e le autorità urbanistiche locali devono renderli disponibili in questo contesto. In tali casi si dovranno individuare e rendere disponibili vaste superfici adiacenti alla zona commerciale principale (ad esempio localizzati ai margini del centro).

Se la crescita può essere contenuta adeguatamente con un uso più efficiente di aree ed edifici esistenti nel centro, le autorità urbanistiche locali devono mirare in primo luogo all’aumento di densità dell’insediamento attraverso edifici multipiano, funzioni miste (vedi paragrafi successivi), con le funzioni a maggior densità, come quelle per ufficio, collocate nelle parti più accessibili.

Nei casi dove il centro esistente è in fase di declino, le autorità urbanistiche locali devono prendere in considerazione la possibilità di consolidarlo e rafforzarlo concentrandovi una più ampia gamma di servizi. Ove questo non è possibile, si dovrà stabilire che questa area è classificata di rango inferiore nella gerarchia locale, e riflettere questa revisione di status nelle politiche da applicare in zona. Questo può significare il consenso al cambio di destinazione d’uso di alcune unità commerciali verso altre funzioni, anche mantenendo servizi vitali di carattere locale come farmacie o uffici postali.

Reti e gerarchie di centri

Nel quadro di promozione e valorizzazione dei centri esistenti, le autorità urbanistiche devono prendere in considerazione il sistema dei vari nuclei – la loro rete – e i ruoli, raggio di influenza e livello di specializzazione, ad esempio la loro posizione all’interno di una gerarchia. Sia a livello regionale che locale, le autorità dovranno pianificare la distribuzione della crescita, usandola per riequilibrare la rete di centri al fine di evitare il dominio dei più grandi, che esista una maggiore omogeneità nella distribuzione di strutture, e che i bisogni quotidiani degli abitanti trovino risposta a livello locale. Le amministrazioni dovranno dunque tendere a:

·Evitare la super-concentrazione della crescita entro i centri maggiori;

·Usare la crescita per rafforzare quelli sui gradini più bassi della gerarchia, compresi quelli bisognosi di rigenerazione;

·Colmare alcune delle disparità promuovendo i centri ad un rango operativo superiore entro la gerarchia.

Reti e gerarchie sono elementi dinamici, che cambiano nel tempo, ma qualunque significativa modificazione in ruolo e funzione, verso l’alto o verso il basso, deve avvenire nel quadro del piano urbanistico [development plan], anziché attraverso interventi singoli [applications]. Le modifiche ai livelli più alti della gerarchia devono interessare inizialmente la scala regionale e sub-regionale, mentre quelle nei ruoli dei centri più piccoli, nonché le fasi applicative di quelli maggiori, devono svilupparsi entro i piani locali, o i development frameworks. In tutti i casi, si devono prendere in considerazione le principali politiche e strategie riguardo ai trasporti.

[...]

Un sistema propulsivo basato sulla pianificazione

Ruolo dei piani regionali

La Regional Planning Guidance (RPG) e, in futuro, le Regional Spatial Strategies (RSS) – compresa la Spatial Development Strategy (SDS) per Londra – devono offrire una visione strategica per la crescita regionale, che comprenda i centri principali dell’area, e offra una cornice alla pianificazione locale. Ulteriori indicazioni sulla predisposizione delle Regional Spatial Strategies sono contenute nel [bozza] Planning Policy Statement 11 (PPS11): Regional Planning.

Nella revisione della RPG e predisposizione di RSS (o di strategie sub-regionali, dove necessario), l’organismo di pianificazione territoriale dovrà:

·Costruire una visione strategica per lo sviluppo di una rete equilibrata di centri entro la regione e per ciascuna sub-regione, evitando eccessiva concentrazione di strutture nei centri di più alto livello;

·Compiere chiare scelte strategiche su dove debba essere incoraggiata la crescita, inserendo zone di importante crescita pianificata; stabilendo quali centri debbano aver crescita minore e, dove necessario, identificando i centri dove debba essere gestita una fase di declino, rafforzando l’insediamento esistente Nel compiere le proprie scelte strategiche, l’organismo di pianificazione regionale dovrà equilibrare i diversi bisogni delle comunità e dei centri entro il proprio territorio regionale e per ciascuna sub-regione;

·Valutare il bisogno generale di superfici aggiuntive entro il periodo di validità del piano, per le funzioni descritte in questo documento, e in particolare per il commercio, le attività per il tempo libero e gli uffici, per un periodo di cinque anni, e considerare se i bisogni identificati per i centri chiave trovino la miglior risposta, tenendo conto degli obiettivi del Governo;

·Valutare la capacità degli centri esistenti di ospitare insediamenti aggiuntivi;

·Riferirsi agli obiettivi del Governo così come contenuti nella Sezione n. 1;

·Monitorare e sottoporre a periodica revisione l’attuazione delle strategie.

Il Governo non ritiene probabile che esista un bisogno di nuovi shopping centres extraurbani di scala regionale o sub-regionale, né di ampliamento di quelli esistenti. Se comunque tale bisogno fosse individuato, deve essere inserito all’interno della Regional Spatial Strategy. Possono essere approvati progetti per rinnovare o sostituire strutture esistenti, quando questo non comporti aggiunta di superfici per commercio o tempo libero, né ulteriori strutture per parcheggi, se tale necessità è stata riscontrata a livello di Regional Spatial Strategy. Può sorgere il bisogno di migliorare i trasporti pubblici verso strutture extraurbane, ma questo non giustifica il loro ampliamento.

Ruolo dei piani locali

Le autorità urbanistiche locali devono adottare un approccio attivo e propulsivo alla pianificazione per il futuro dei centri entro la propria area, sia che si tratti di pianificarne una crescita, un consolidamento, o una diminuzione. In base alla strategia di scala regionale e alla propria strategia locale, le amministrazioni dovranno esprimere una visione relativa al quadro e gerarchia dei centri, compresi quelli di importanza locale, entro la propria area, stabilendo i modi nei quali i diversi centri possano contribuire alla visione generale

Le autorità urbanistiche locali dovranno operare congiuntamente alle imprese e ad altri soggetti interessati, per:

·Valutare i bisogni di nuove superfici commerciali, per il tempo libero e altri usi chiave di tipo centrale, tenendo conto sia dei fattori quantitativi che di quelli qualitativi;

·Individuare carenze o vuoti nell’offerta, valutare la capacità dei centri esistenti di contenere nuove strutture, inclusa la possibilità di ampliare il centro urbano, e identificare centri che possano necessitare di consolidamento o declino pianificato;

·Individuare i centri a livello di città, centro minore, di distretto e locali entro la propria area dove si concentreranno i nuovi interventi, insieme al bisogno eventuale per nuovi centri in zone di crescita o ristrutturazione, e sviluppare strategie di sviluppo e rafforzamento;

·Individuare e destinare i vari siti secondo le linee esposte nei paragrafi successivi;

·All’interno di tale processo, verificare tutte le destinazioni attuali;

·Sviluppare strategie locali che assicurino equilibrato accesso ai servizi;

·Stabilire criteri, coerenti alle politiche chiave esposte di seguito, per valutare e distribuire proposte di nuovi insediamenti per località non previste dal piano.

Le strategie per i vari centri sono elemento essenziale della pianificazione per la loro futura vitalità e affidabilità economica. Tali strategie devono comprendere e riferirsi a un’ampia gamma di questioni urbanistiche, di progetto e gestione dei centri, ed affiancare gli strumenti urbanistici prescrittivi. Esse devono costituire una parte importante nella preparazione del Local Development Framework [...]

Promuovere alta densità, insediamenti a funzioni miste e differenziazione

Il Governo mira ad assicurare che venga fatto un uso efficiente delle aree, interne ai centri come altrove. Le autorità urbanistiche locali dovranno formulare politiche di piano che riflettano il bisogno di promuovere insediamenti ad alta densità, multipiano, all’interno e nei pressi dei centri esistenti, compreso il sostegno a zone multifunzionali, dove appropriato.

Previe altre considerazioni di carattere urbanistico, si deve incoraggiare l’insediamento di residenze e uffici come funzioni adatte, al di sopra di quelle commerciali o per il tempo libero poste al piano terreno. L’inserimento di residenza negli insediamenti commerciali extraurbani non deve di per sé giustificare aggiunta di superfici commerciali, anche se devono essere presi in considerazione tutti i vantaggi connessi.

La diversificazione degli usi nei centri fornisce un importante contributo alla loro vitalità e solidità economica. Funzioni diverse ma complementari, durante il giorno e la notte, possono rafforzarsi l’una con l’altra, rendendo i centri città più attraenti per gli abitanti, i visitatori e la clientela. Le autorità urbanistiche locali devono promuovere la diversificazione funzionale dei centri città nel loro insieme, e assicurare che turismo, attività per il tempo libero e culturali, che attirano un’ampia gamma di gruppi sociali diversi, siano distribuiti in tutto il centro.

Gestire le “economie della notte”

Nel programmare le economie serali dei centri urbani, le autorità locali devono, dove possibile, prendere in considerazione la necessità di individuare quartieri distinti, come quello dei divertimenti nei centri maggiori, dove le attività connesse possano concentrarsi. In questo, devono considerare dimensioni e quantità degli insediamenti connessi al tempo libero che desiderano incoraggiare, e il loro probabile impatto, compreso quello cumulativo sulle caratteristiche generali del centro, i possibili comportamenti anti-sociali, il benessere degli abitanti della zona. Le amministrazioni devono anche accertarsi che le proprie strategie per l’economia della notte siano coerenti con le politiche delle licenze [...].

Le autorità urbanistiche locali possono distinguere all’interno dei propri development plans tra fronti principali e secondari all’interno dei centri. Gli affacci principali dovranno contenere un’alta percentuale di funzioni commerciali, mentre quelli secondari offrono maggiori flessibilità d’uso. Piani o Local Development Documents corretti, dovranno includere indicazioni che chiariscano quali tipi di edificazione siano consentiti in queste aree.

Mercati

I mercati su strada o coperti (compresi quelli di prodotti agricoli) possono dare un valido contributo alla qualità e diversificazione dell’offerta locale di shopping, e alla vitalità generale dei centri città. All’interno di una visione generale da parte dell’amministrazione, i mercati devono essere mantenuti e ingranditi. Le autorità locali devono assicurarsi che restino attraenti e competitivi, investendo nel loro miglioramento.

Scelta dei siti e acquisizione delle aree

Nella scelta dei siti, all’interno dei piani urbanistici locali o Development Plan Documents, le autorità dovranno tenere in considerazione l’obiettivo di promuovere centri vitali e solidi.

Di conseguenza dovranno:

a) valutare il bisogno di nuove strutture;

b) assicurare una dimensione adeguata agli interventi;

c) applicare alla scelta dei siti l’approccio “sequenziale”;

d) valutare l’impatto degli interventi sulla struttura esistente;

e) assicurare l’accessibilità.

Di seguito sono riportati maggiori particolari su ciascuno di questi punti. Le autorità urbanistiche locali devono tener conto di queste considerazioni nel prendere decisioni riguardo ai siti, o ad altre questioni rilevanti.

Le amministrazioni locali devono operare in stretto rapporto con commercianti e operatori del tempo libero, e con la cittadinanza nel suo insieme, nel prendere in considerazione i siti potenziali.

a) Valutare il bisogno di nuove strutture

La valutazione dei bisogni deve essere sviluppata come parte del processo di redazione o revisione del piano, e aggiornata regolarmente. La valutazione dei bisogni locali deve tener conto della strategia stabilita dalla pianificazione di scala regionale nella regional planning guidance o regional spatial strategy, e dell’insieme dei bacini di utenza dei vari centri, anziché semplicemente della propria circoscrizione di competenza. Queste premesse fanno parte della base conoscitiva dei documenti di Development Plan, in particolare la core strategy (così come definita nel Planning Policy Statement 12). È il punto di partenza per una valutazione più dettagliata del bisogno di insediamento aggiuntivo, e delle dimensioni più adeguate per i centri entro la propria circoscrizione amministrativa, tenendo in mente lo specifico ruolo e funzione di ciascuna località.

Commercio e tempo libero

Nel valutare bisogni e capacità per insediamenti commerciali e per il tempo libero aggiuntivi, le autorità urbanistiche locali devono conferire molta importanza agli aspetti quantitativi, basandosi su dati e altre informazioni oggettive. Ma esse devono tenere conto anche degli aspetti qualitativi. Nei casi in cui a comunità socialmente emarginate è negato l’accesso a tutta una serie di servizi e strutture, ed esistono dunque chiari e dimostrabili benefici nell’individuare siti di intervento nei pressi di tali comunità, deve essere conferito grande peso a considerazioni qualitative.

i) Aspetti quantitativi

Nel valutare all’interno del development plan i bisogni di insediamento aggiuntivo in termini quantitativi, un’autorità urbanistica locale deve quantificare la probabile domanda futura di superfici commerciali e per il tempo libero aggiunte, sulla base della popolazione attuale e prevista, sulla spesa per le varie classi di beni, entro le ampie categorie di beni di consumo più o meno corrente. Questo:

·Fornisce sufficienti informazioni su cui basare scelte strategiche sulla localizzazione della crescita, utilizzandola per rafforzare i centri esistenti e riempire i vuoti nella rete;

·Assicura che, nel caso emergano proposte di insediamento in località non previste dal piano, tali progetti sostengano e non mettano in discussione gli obiettivi generali di pianificazione e altre strategie.

ii) Aspetti qualitativi

Nel valutare all’interno del development plan i bisogni di insediamento aggiuntivo in termini qualitativi, la considerazione centrale di un’autorità urbanistica locale deve essere quella di offrire una maggior possibilità di scelta al consumatore, assicurando che:

·Siano messi a disposizione vari siti per rispondere ai bisogni di una varietà di operatori commerciali e del tempo libero;

·Venga conseguita uno buona distribuzione di localizzazioni, applicando un test sequenziale, a migliorare l’accessibilità per l’intera cittadinanza;

·Sia incrementata la possibilità di scelta del consumatore offrendo un vasto raggio di negozi, strutture per il tempo libero e servizi locali, che consentano reali alternative per rispondere ai bisogni dell’intera comunità, inclusi i gruppi socialmente emarginati.

Benefici ulteriori legati alla rigenerazione degli spazi e alla creazione di posti di lavoro non costituiscono indicatori relativamente al bisogno di superfici aggiuntive, per gli scopi del presente documento. Si tratta comunque di questioni rilevanti in sé (si vedano i paragrafi successivi) che le autorità urbanistiche locali devono prendere in considerazione nella stesura del development plan.

Le linee guida specifiche per la valutazione del bisogno di commercio e tempo libero saranno esposte nel documento di orientamento pratico: Assessing Need and Impact for New Retail and Leisure Development.

Uffici

Quantificare la domanda di nuovi spazi per uffici implica fattori differenti da quelli riguardo al commercio, al tempo libero o ad altre tipologie. Il bisogno di superfici a uso ufficio deve essere considerato come parte del bisogno generale valutato dall’amministrazione per le attività produttive. Anche la capacità fisica dei centri di ospitare nuovi spazi ad uffici e il ruolo del centro città nella scala gerarchica è rilevante nella previsione degli eventuali nuovi interventi.

b) Assicurare una dimensione adeguata agli interventi

La dimensione delle nuove strutture deve correlarsi direttamente a ruolo e funzione del centro e al bacino di riferimento che intendono servire. Funzioni che attirano molte persone, saranno così collocate all’interno di centri che ne riflettano la scala. Per le strutture commerciali, del tempo libero e per uffici, le autorità urbanistiche locali devono stabilire nel development plan la superficie lorda massima di ogni tipo di intervento che sarà consentita nei vari tipi di centro della propria giurisdizione. Le dimensioni di ciascun insediamento saranno connesse a:

·Ruolo e funzione del centro nel quadro gerarchico complessivo e all’interno del proprio bacino di utenza;

·Organizzazione dell’insediamento già esistente nel centro;

·Dimensione degli edifici esistenti.

Lo scopo è di collocare tipi e dimensioni appropriati di interventi nel tipo di centro adatto, e assicurarsi che si inseriscano nel contesto.

I centri di carattere locale in genere sono inadatti per nuovi interventi di grosse dimensioni, anche quando si adotta un approccio flessibile. Corrispondentemente, è forse non appropriato nella maggior parte dei casi includere i centri locali entro l’area di applicazione dell’approccio “sequenziale” degli insediamenti maggiori. Le autorità urbanistiche locali devono prendere in considerazione la possibilità di fissare un limite alla dimensione degli interventi in tali centri, orientando i progetti di maggiori dimensioni verso poli di rango superiore, come centri di distretto o di città.

Per i centri di città o cittadina, una volta identificato un bisogno le amministrazioni devono tentare – ove ciò sia appropriato – di mettere a disposizione siti adiacenti alle aree centrali, che possano contenere i formati più grandi.

c) Applicare alla scelta dei siti l’approccio “sequenziale”

Nella selezione delle località più adatte a contenere i bisogni di nuovi insediamenti deve essere adottato un approccio “sequenziale”. Nel caso di un centro città devono essere attentamente valutate tutte le opzioni (compresa quella di una estensione del centro), prima di esaminare la possibilità di destinare funzioni chiave a siti meno centrali. L’approccio sequenziale richiede che le varie localizzazioni siano considerate nel seguente ordine:

·In primo luogo, collocazione nei centri esistenti, dove esistano o si possano trovare spazi disponibili, o edifici per cambio di destinazione d’uso, tenendo conto di una adeguata dimensione dell’intervento in rapporto al centro;

·Se non si verifica la prima possibilità, si opta per una localizzazione ai margini del centro;

·Se non si verificano né la prima né la seconda possibilità, un sito esterno al centro.

Le soglie di applicazione utilizzate nell’approccio sequenziale, alla ricerca del sito più appropriato, variano per i diversi tipi di intervento, e sono specificate negli allegati.

Le autorità urbanistiche locali devono dimostrare di aver, sentite le imprese di costruzione, pianificato la crescita. Il Governo riconosce che questo implica flessibilità e realismo, sia da parte delle amministrazioni che da parte delle imprese. Le autorità urbanistiche devono recepire i bisogni dei costruttori, e identificare localizzazioni realistiche che consentano di contenere il bisogno identificato, compresi siti in grado di organizzare un’ampia gamma di modelli insediativi e funzionali. A loro volta, nelle loro proposte di siti da includere nel piano, le imprese devono essere flessibili, ed esplorare la possibilità di consentire agli insediamenti di adattarsi a sistemazioni più centrali, riducendo le superfici per piano dei progetti.

Le autorità urbanistiche devono includere nei development plans, se necessario, programmi di attuazione scadenzati nel tempo, per assicurare che i progetti più interni ai centri siano realizzati prima di quelli meno centrali, a sostegno degli obiettivi del Governo.

Ulteriori indicazioni sull’uso dell’approccio sequenziale saranno fornite nella guida pratica: Applying the Sequential Approach.

d) valutare l’impatto degli interventi sulla struttura esistente

Nella scelta dei siti per i nuovi interventi da inserire nel piano, le autorità urbanistiche locali devono costantemente tenere in considerazione l’obiettivo di promuovere centri città vitali ed economicamente solidi. Devono valutare esplicitamente l’impatto degli interventi proposti su tali centri. La messa a disposizione di altri siti disponibili, può avere sia effetti positivi che negativi. Quelli positivi possono essere rafforzati quando i nuovi insediamenti avvengono in centro o con un’espansione del centro, o quando un intervento esterno al centro sia ben collegato ad esso e risulti in un numero significativo di spostamenti tra i due, che ne ripaghino i costi aggiuntivi.

e) Assicurare l’accessibilità

Il Governo mira a ridurre la necessità di spostamenti, la dipendenza dalla sola automobile privata, a facilitare i viaggi multi-scopo, ad assicurare accesso generalizzato a una vasta gamma di servizi. Una buona accessibilità ai centri urbani è essenziale. Posti di lavoro, strutture commerciali e per il tempo libero, servizi, devono di conseguenza essere - ovunque ciò sia possibile e opportuno - localizzati nei centri città. Nella scelta delle collocazioni più appropriate le autorità locali devono considerare attentamente:

i) i bisogni di accessibilità tramite una vasta scelta di mezzi di trasporto, inclusi mezzi pubblici, spostamenti a piedi, in bicicletta, in auto;

ii) l’impatto nell’uso dell’auto, sul traffico e la congestione.

Indicazioni dettagliate sulla valutazione dei mezzi di trasporto, sui problemi di accessibilità e parcheggi, sono contenute nella Planning Policy Guideline 13 (PPG13): Transport.

Nelle aree rurali, le autorità urbanistiche devono concentrare gli interventi all’interno o nei pressi dei centri di servizio locali, come le città-mercato o i villaggi chiave dell’insediamento, dove esiste il potenziale per massimizzare l’accessibilità tramite trasporti pubblici, a piedi o in bicicletta, assicurando contemporaneamente che la mancanza di strutture di trasporto pubblico non impedisca lo sviluppo del piccolo commercio o dei servizi quando questi siano rivolti ai bisogni locali.

Altre questioni rilevanti

Nella scelta dei siti per le localizzazioni commerciali, l’autorità urbanistica locale deve stabilire quali particolari elementi e circostanze tenere in considerazione nonché se e in quale misura questi fattori possano controbilanciare i punti da a) a e) così come esposti sopra. Le considerazioni di cui tener conto nella redazione dei piani comprendono:

·La rigenerazione fisica: si devono considerare i benefici dell’intervento su siti già urbanizzati, che possono richiedere miglioramenti;

·Occupazione: l’incremento nella disponibilità di posti di lavoro determinato in una località a seguito della proposta di un insediamento;

·Crescita economica: l’aumento degli investimenti, diretti e indiretti, in un’area, stimolato dalla proposta di insediamento e dall’incremento di produttività, ad esempio da economie di scala;

·Inclusione sociale: è possibile definirla in termini ampi, e spesso comprende alcuni dei fattori descritti sopra, oltre a considerazioni aggiuntive come l’incremento di accessibilità a un certo numero di servizi da parte di tutti i gruppi.

Acquisizione degli spazi necessari

Nello stimolare la crescita in modo pianificato per i propri centri, le autorità urbanistiche locali devono mettere a disposizione spazi sufficienti per rispondere ai bisogni individuati su un arco di cinque anni. Un’apparente carenza di spazi delle giuste dimensioni non deve essere considerata un ostacolo al reperimento dei siti necessari. Le amministrazioni devono prendere in considerazione l’opportunità di acquisire le superfici utilizzando i propri poteri di esproprio, perché vengano messi a disposizione siti di intervento adeguati, all’interno dei centri o in zone immediatamente adiacenti.

Individuazione di nuovi centri

Ove ne sia stabilito il bisogno, devono essere designati nel processo di formazione del piano dei nuovi centri, come nelle aree urbane di maggiore crescita, in altre dove manchi una appropriata rete di centri, in zone dove è necessaria una ristrutturazione a seguito di un declino economico. Il livello a cui operare dipende dalle dimensioni dei centri proposti, dal loro ruolo nella gerarchia di quelli esistenti, da come intendano completare e integrare le tipologie presenti. La disponibilità attuale o futura di infrastrutture di trasporto e opzioni di scelta modale, deve essere una componente chiave delle decisioni di localizzazione dei nuovi centri.

Tranne nel caso in cui essi siano designati come centri di importanza urbana così come descritti sopra, le autorità non devono prendere in considerazione come tali i punti vendita o centri commerciali extraurbani, poli per il tempo, centri direzionali o altri tipi di insediamento simili.

Offerta di commercio e altri servizi alla scala locale

I centri di dimensioni maggiori in passato sono stati punto di concentrazione per investimenti e realizzazioni, ma le autorità urbanistiche locali devono assicurare lo sviluppo di una rete più equilibrata di centri entro la propria circoscrizione. In particolare dovranno rafforzare quelli di scala locale verificando che esista una certa gamma di strutture, adeguata alla loro dimensione e funzione, per rispondere ai bisogni quotidiani degli abitanti e promuovere l’inclusione sociale.

La necessità di commercio e strutture di servizio locale è egualmente importante per le aree urbane e per quelle rurali. Le autorità locali devono predisporre strategie per correggere le carenze del commercio e altre strutture, per rimediare all’esclusione sociale. Le amministrazioni devono anche pratica un approccio propositivo alla pianificazione commerciale e dei servizi, collaborando coi principali soggetti interessati, ovvero la cittadinanza e gli operatori privati. Questo comprende:

·Valutare dove esistano carenze nell’offerta di commercio e servizi locali orientati ai bisogni quotidiani;

·Coinvolgere la comunità locale e gli operatori nella predisposizione di strategie, perché i nuovi servizi previsti corrispondano davvero ai bisogni;

·Collaborare col settore privato ad assicurare che a bisogni identificati corrisponda davvero l’attivazione delle strutture.

Gli orientamenti su questo punto saranno pubblicati nell’ambito di questo documento: Strategies for Smaller Centres [in corso di redazione].

Centri rurali

I centri rurali sede di mercato, e altre cittadine e villaggi, devono costituire i principali centri di servizio nelle zone di campagna, offrendo una gamma di negozi e strutture di scala appropriata ai bisogni e scala del proprio bacino di utenza. Devono costituire il punto focale per lo sviluppo economico e delle attività a base rurale, compreso il mercato delle produzioni alimentari locali, e per il turismo. Va comunque considerato come vivacità e vitalità di tali centri siano diminuite negli anni recenti, e come molti di essi siano vulnerabili ai cambiamenti economici e negli stili di vita.

Il Governo è impegnato a sostenere le città-mercato a gestire i processi di trasformazione, a incoraggiare la necessarie rigenerazione e rafforzamento del loro ruolo come centri vitali dei servizi rurali. Le autorità urbanistiche locali devono adottare politiche che ne riconoscano il ruolo e sostengano uno sviluppo tale da aumentare vitalità e solidità economica alle città-mercato e agli altri centri di servizio rurali. Le amministrazioni devono tenere in considerazione la quantità di popolazione rurale che dipende da un determinato centro o struttura, come un negozio di villaggio, e agire a tutela dei servizi esistenti e alla promozione di nuovi (vedi i paragrafi precedenti sulla tutela e offerta di servizi alla scala locale).

Nella previsione di negozi e servizi di villaggio, le autorità locali devono adottare politiche che:

·Assicurino la considerazione dell’importanza di negozi e servizi per la comunità locale, nel valutare proposte che possano provocare perdita o trasformazione di funzioni;

·Riflettano un atteggiamento propositivo verso la conversione e ampliamento di negozi pensati per migliorare la qualità.

Anche le vendite dirette dal produttore al consumatore [ farm shops] possono rispondere ai bisogni locali in modo sostenibile e contribuire all’economia rurale. Le autorità locali devono favorire queste funzioni.

Le politiche del Governo sullo sviluppo rurale sono esposte esaurientemente in [versione provvisoria] Planning Policy Statement 7 (PPS7): Sustainable Development in Rural Areas.

Controllo degli insediamenti

Per conseguire gli obiettivi del Governo, di promuovere centri città vitali ed economicamente solidi, lo sviluppo dovrà concentrarsi nei centri già esistenti per rafforzarli e, dove adeguato, rigenerarli. Nei paragrafi precedenti si è descritto come le autorità urbanistiche locali debbano pianificare propositivamente per organizzare la crescita, principalmente entro o agli immediati margini dei centri esistenti, selezionando le localizzazioni nel quadro del proprio development plan. Questa parte del documento contiene le politiche da applicarsi da parte delle stesse amministrazioni rispetto ai progetti proposti:

·Ad attuare una previsione di centro contenuta nel development plan;

·Su siti diversi da quelli previsti all’interno del piano.

Le politiche generali di questo documento devono applicarsi a tutti i progetti, di qualunque dimensione, riguardanti:

·Nuovi interventi;

·Ristrutturazione di complessi esistenti;

·Ampliamenti di complessi esistenti;

·Cambi di destinazione d’uso che comportano interventi edilizi;

·Rinnovo di autorizzazioni non realizzate;

·Richieste di varianti o eliminazione di alcuni vincoli, che comportino creazione di superfici aggiuntive (ad esempio ammezzati) o modifiche del tipo di commercio, tali da cambiare dimensioni e/o caratteristiche dell’insediamento.

Valutazione dei progetti

Le considerazioni principali nell’individuazione dei siti, così come riferite nei paragrafi precedenti, si applicano nello stesso modo anche all’esame delle proposte. La presente sezione indica solo alcuni dettagli rilevanti alla valutazione dei progetti, e deve essere letta sempre con riferimento alla sezione precedente.

Nel contesto della vigilanza urbanistica, le autorità locali devono richiedere ai proponenti di progetti che vengano dimostrati:

a) la necessità dell’intervento;

b) la dimensione appropriata dell’intervento;

c) che non esistano altre localizzazioni centrali per l’intervento;

d) che non si verifichino impatti inaccettabili su centri esistenti;

e) che il sito dell’intervento risulti accessibile.

Le autorità urbanistiche locali devono valutare le richieste sulla base di tali considerazioni e sulla documentazione presentata. Come regola generale, gli interventi devono soddisfare tutti i requisiti. Ci possono essere comunque eccezioni, nei casi in cui una consistente e documentata evidenza comporti un giudizio complessivamente positivo anche se l’insediamento non eccelle riguardo ad alcuni aspetti. Nel prendere la propria decisione, le amministrazioni devono considerare altri problemi locali rilevanti.

Queste indicazioni si applicano a tutte le proposte, ma la quantità di analisi e dati richiesti deve essere proporzionata a dimensioni e tipologie dei progetti, e del ruolo del centro. Maggiori informazioni sugli aspetti localizzativi saranno contenute nella guida pratica: Assessing Need and Impact of New Retail and Leisure Development [in corso di compilazione].

a) Valutare la necessità dell’intervento

Non è necessario valutare il bisogno quando le nuove proposte riguardano centri esistenti, ma bisogna comunque considerare una dimensione appropriata dell’intervento (vedi paragrafi successivi).

Commercio e tempo libero

Si deve determinare la necessità di qualunque proposta di commercio o tempo libero localizzata in località ai margini o esterne al centro urbano, e che non sia contenuta nelle previsioni del development plan.

i)Bisogni quantitativi

Ovunque possibile, la valutazione dei bisogni a sostegno di una proposta di progetto deve essere sulla base di quanto stabilito a questo proposito dal piano, ma specificamente per quanto riguarda il tipo di merci offerte. Il bisogno di superfici commerciali aggiuntive non deve superare i cinque anni, periodo entro il quale possono diventare disponibili i siti centrali. Una valutazione che vada oltre questo periodo, potrebbe lasciare non sfruttate occasioni di investimento nel centro. Il bacino di utenza utilizzato nella valutazione del bisogno deve essere realistico, e ben correlato a dimensioni e funzioni dell’intervento proposto, nonché al ruolo del centro.

ii)Bisogni qualitativi

Oltre a considerare i bisogni quantitativi per l’aggiunta di superfici a commercio o attività di tempo libero, le autorità urbanistiche locali devono aggiungere considerazioni qualitative (come descritto nei paragrafi precedenti), che possano offrire motivazioni ulteriori all’intervento.

Le linee guida per la valutazione dei bisogni di interventi comerciali e per il tempo libero sono stabilite nel documento : Assessing Need and Impact of New Retail and Leisure Development. Ulteriori indicazioni per quanto riguarda gli uffici saranno esposte nelle linee guida allegate al prossimo Planning Policy Statement 4 (PPS4): Planning for Economic Development.

b) Assicurare una dimensione appropriata all’intervento

La dimensione massima dell’insediamento (di solito definita in termini di superficie di pavimento lorda) considerata ammissibile nei particolari centri per le diverse strutture può essere stabilita dal development plan. Se non lo è, o nei casi in cui il piano non sia aggiornato, i fattori da considerarsi nel determinare le dimensioni appropriate degli interventi in un centro sono quelli stabiliti nei paragrafi precedenti ( b) assicurare una dimensione adeguata agli interventi).

Come già ricordato sopra, ci si aspetta che gli operatori siano flessibili riguardo a scala e formati delle proposte.

c) Applicare l’approccio sequenziale alla scelta del sito

L’approccio sequenziale alla scelta del sito si applica a tutte le proposte di intervento riguardanti localizzazioni diverse da un centro esistente che non siano già previste da un development plan aggiornato. I centri più rilevanti entro cui localizzare strutture dipendono dalla strategia generale espressa dal piano, dalla natura e dimensioni dell’intervento, dal bacino di utenza che intende servire,

Nella scelta localizzativa, devono essere attentamente valutate tutte le opzioni centrali, prima di prenderne in considerazione altre meno centrali. L’ordine di importanza è quello stabilito nei paragrafi precedenti sull’approccio sequenziale.

Nell’applicazione dell’approccio sequenziale, e nell’esame delle possibili localizzazioni alternative, costruttori e altri operatori devono essere in grado di dimostrare che nella ricerca di siti interni o agli immediati margini del centro si è operato con atteggiamento flessibile, riguardo a:

·Dimensioni del progetto;

·Formato dell’intervento, compreso l’uso di strutture multipiano, insediamenti a funzioni miste, per ridurre al minimo l’occupazione di spazio;

·Offerta di parcheggi.

Scopo di questa operazione è esplorare la possibilità di adattare gli interventi alle località più centrali riducendone le dimensioni planimetriche. Comunque le autorità urbanistiche locali devono essere realistiche nel considerare quali siano i siti più adatti, disponibili e convenienti (vedi paragrafi successivi). Le autorità devono tener conto delle oggettive difficoltà di gestione dei vari modelli di attività entro i siti scelti in base all’approccio sequenziale, come quando a un operatore viene richiesto di restringere in modo significativo la gamma dei prodotti offerti. Non è comunque sufficiente a giustificare una proposta di localizzazione diversa la sola affermazione che il tipo di prodotti offerti non sia commercializzabile in una localizzazione centrale.

Nella valutazione delle proposte commerciali e per il tempo libero per i siti ai margini o esterni al centro che combinino un certo numero di funzioni distinte (ad esempio un warehouse park commerciale e/o un insieme di negozi o altre strutture per il tempo libero), il richiedente deve considerare quanto le varie unità costitutive il complesso non potrebbero essere localizzate in siti più centrali, secondo gli obiettivi e politiche esposte nel presente documento guida. L’esistenza di localizzazioni più centrali che possano contenere uno o più degli elementi costitutivi, deve essere presa in considerazione nel valutare se concedere o meno l’autorizzazione al progetto. Del resto non ci si può aspettare che un singolo operatore spezzetti il proprio punto vendita su diversi siti. Queste indicazioni non si applicano a funzioni diverse da quelle commerciali e per il tempo libero.

Nei casi in cui si sostenga che i siti diversi da quelli dell’approccio sequenziale non siano adeguati al particolare progetto proposto, i richiedenti devono produrre chiara documentazione sull’assenza di alternative praticabili, in termini di:

·Disponibilità: le localizzazioni non sono disponibili al momento, né è probabile che lo divengano entro un ragionevole periodo di tempo (definito caso per caso). Se i siti si rendessero comunque e imprevedibilmente disponibili dopo l’approvazione del progetto, e l’autorità urbanistica locale fosse soddisfatta della documentazione prodotta dal richiedente, essa dovrebbe inserire anche questi elementi nella valutazione complessiva;

·Adeguatezza: nonostante vengano rispettati i requisiti generali di flessibilità (vedi paragrafi precedenti), i siti non sono adatti al tipo di insediamento proposto;

·Economicità: l’insediamento non sarebbe economicamente conveniente in queste localizzazioni.

Ulteriori orientamenti nell’applicazione dell’approccio sequenziale saranno contenuti nella guida pratica: Applying the Sequential Approach [in corso di redazione].

d) Valutazione di impatto

Nei casi di proposte per insediamenti ai margini o esterne al centro si deve seguire la procedura di valutazione di impatto. Ci sono ad ogni modo circostanze in cui anche i principali interventi entro il centro ne possono aumentare considerevolmente l’attrazione ed avere così impatti sugli altri centri. In questi casi, è pure necessaria una valutazione.

Nella scelta dei siti, le autorità urbanistiche locali devono prendere in considerazione gli effetti delle proposte, sia positivi che negativi, su vitalità e stabilità economica dei centri esistenti, compresi se necessario quelli cumulativi sugli altri progetti di recente approvazione, in corso di realizzazione o completati da poco. L’individuazione di un bisogno non significa di per sé che non possano esserci impatti negativi.

In particolare, le autorità locali dovranno considerare:

·Quanto l’intervento possa mettere a rischio la strategia generale per quel centro o per un gruppo o rete di centri, o alterare la gerarchia;

·I probabili effetti sugli investimenti pubblici e privati che saranno necessari a salvaguardare vitalità e solidità economica del centro o dei centri;

·L’impatto probabile, positivo o negativo, dell’intervento proposto sul turnover commerciale e la vitalità dei centri esistenti, nonché sull’economia rurale (un esempio di impatto positivo può essere quello di riattirare la spesa dall’area circostante);

·Potenziali trasformazioni in positivo o in negativo della qualità del centro, nell’attrattività, nel ruolo per la vita economica e sociale della comunità;

·Trasformazioni nella gamma di servizi offerti dai centri che ne subiscono gli effetti;

·Potenziali trasformazioni nelle condizioni fisiche e ambientali del centro o centri;

·Probabili impatti sugli immobili non utilizzati nella zona commerciale principale;

·Conseguenze delle attività per il tempo libero proposte sull’economia notturna del centro.

Orientamenti sulla valutazione di impatto degli insediamenti commerciali e per il tempo libero, sono contenuti nella guida pratica: Assessing Need and Impact of New Retail and Leisure Development.

e) Assicurare l’accessibilità

Nell’esame delle proposte di nuovi interventi, le autorità urbanistiche locali devono prendere in considerazione:

i) il bisogno di accessibilità tramite diversi mezzi di trasporto

Le zone commerciali devono essere accessibili tramite una scelta di mezzi di trasporto, ovvero trasporti pubblici, a piedi e in bicicletta, in automobile (tenendo pienamente conto delle probabili modalità di spostamento degli utenti). Nel determinare se gli insediamenti siano effettivamente accessibili, le amministrazioni devono valutare la distanza dei progetti proposti dalle strutture di trasporto pubblico (fermate dell’autobus, stazioni, nodi di interscambio), e assicurare che l’accesso sia facile, comodo e sicuro. Le distanze devono essere misurate in termini di percorso reale, e non in linea d’aria.

Le autorità urbanistiche locali devono valutare sino a qual punto i proponenti di strutture commerciali per il tempo libero e per uffici abbiano modellato i propri progetti per raggiungere gli obiettivi generali del Governo, così come emerge dalle analisi di accessibilità, quantificazioni dei trasporti, green transport plans, promozioni per ridurre gli spostamenti in auto, come le consegue a domicilio, altri contributi a migliorare accessibilità, gestione del traffico, parcheggi.

Come principio di buona progettazione e organizzazione spaziale, i costruttori dovrebbero essere incoraggiati a orientare i nuovi complessi verso il fronte stradale, a offrire accessibilità a livello e nei pressi della zona commerciale principale. Questo fornisce facile accessibilità ai pedoni e a chi arriva col trasporto pubblico. Si dovrebbero anche incoraggiare i costruttori a collocare i parcheggi sul retro o nei sotterranei dei nuovi insediamenti.

ii) l’impatto sull’uso dell’auto, il traffico e la congestione

Nel valutare le proposte di nuovi insediamenti, le amministrazioni devono considerare:

·Se la proposta possa avere impatti sugli spostamenti complessivi in auto nella regione;

·L’effetto sul traffico locale e la congestione nel centro città, dopo aver attuato gli interventi sui trasporti pubblici, e le misure sul traffico.

Prendere in considerazione fattori locali ed effetti generali

Come già ricordato nei paragrafi precedenti, occorre considerare nella valutazione dei progetti presentati anche il loro possibile effetto in termini di:

·Rigenerazione fisica;

·Posti di lavoro;

·Crescita economica;

·Inclusione sociale.

Ampliamento di complessi esistenti

Le richieste di ampliamento dei complessi esistenti possono sollevare problemi particolari. Occorre conferire un certo peso agli impatti sul centro città dell’ampliamento proposto, nel caso in cui si pensi a nuove categorie di beni e servizi. In più, quando si tratta di determinare un bisogno, le autorità locali devono verificare che la documentazione presentata per richiesta di ulteriori superfici si riferisca specificamente alla classe di merci proposta. L’approccio sequenziale non rappresenta un elemento rilevante nel caso di ampliamenti, ma le autorità urbanistiche devono comunque considerare l’accessibilità al complesso.

Impatto ambientale

Secondo la Schedule 2 (10)(b) delle Town and Country Planning (Valutazione di Impatto Ambientale) (Inghilterra e Galles) Regulations 1999, i progetti di nuovi insediamenti urbani con superficie che ecceda gli 0,5 ettari, e che possono avere significativi effetti di tipo ambientale, sono soggetti a procedura di VIA. Questa categoria comprende la realizzazione di shopping centres e parcheggi, stadi sportivi, centri per il tempo libero, complessi cinematografici multisala.

[...]

Nota: la versione originale e integrale di questi documenti, insieme ad una notevole mole di materiali anche relativi alla pianificazione urbanistica (e devolution, ambiente, trasporti ecc.) si trova nel ricco sito della Vicepresidenza del Consiglio britannica (f.b.)

Titolo originale: How to stop the urban sprawl – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

La causa della spirale crescente dei prezzi delle abitazioni nel Regno Unito, sostiene l’economista Kate Barker nel suo esame del mercato edilizio, è un classico caso di domanda che supera di parecchio l’offerta. Mentre la domanda cresceva a causa delle tendenze demografiche e dell’incremento del reddito, il numero di abitazioni costruite stagnava.

Sui dieci anni al 2002, la produzione di case era del 12,5% più bassa del decennio precedente, e il 2001 ha visto il livello più basso di realizzazioni dopo la seconda guerra mondiale.

La scelta governativa di soluzione alla carenza di offerta residenziale è l’incremento degli obiettivi di realizzazione. Nel Regno Unito, il tasso di crescita dei prezzi negli ultimi trent’anni, al netto dell’inflazione, è stato del 2,4%.

L’analisi di Barker suggerisce che per ridurre questa tendenza alla media europea dello 1,1% sullo stesso periodo, dovrebbero essere costruire 120.000 case ogni anno da parte del settore privato, oltre quelle che già si realizzano oggi.

Si capisce meglio la dimensione di questo obiettivo se si considera il fatto che nel 2002/03 il numero totale delle abitazioni completate dal settore privato ammonta a 125.000.

Nonostante il governo abbia introdotto l’obiettivo di realizzare il 60% delle nuove case su ex siti industriali, l’annunciata intenzione di costruire altre case a attirato forti critiche da parte dei gruppi ambientalisti e dal mondo rurale.

Uno studio condotto nel 2003 dalla Campaign to Protect Rural England (CPRE) sugli structure plans locali di lungo termine, ha mostrato che c’è bisogno di tre milioni di abitazioni in Inghilterra, e che molte di questa saranno realizzate su zone attualmente aperte.

Lo studio calcola, ad esempio, che circa metà delle 65.000 abitazioni previste in Devon saranno su terreni non urbanizzati, e anche il Lancashire County Council prevede di costruire 11.000 case in greenfield.



Una densità più elevata

La Planning Policy Guidance Note 3: Housing (PPG3), pubblicata nel 2000, descrive in questo modo come le autorità urbanistiche locali debbano evitare un uso inefficiente del suolo: “I nuovi insediamenti residenziali il Inghilterra sono attualmente realizzati con circa 25 alloggi per ettaro, ma più della metà del totale delle nuove case si costruisce a meno di 20 per ettaro. Ciò rappresenta un consumo di suolo storicamente molto alto, e che non può più essere sostenuto” afferma la guida.

“Le autorità urbanistiche locali devono di conseguenza:

* evitare insediamenti che facciano un uso inefficiente del suolo (con meno di 30 alloggi per ettaro)

* incoraggiare insediamenti che ne facciano un uso più efficiente (fra 30 e 50 alloggi per ettaro)

* perseguire una maggiore densità insediativa in luoghi dotati di buona accessibilità col trasporto pubblico, come le città e cittadine, i centri di carattere locale, i principali nodi lungo i corridoi di mobilità”.

Sono poi state intraprese ulteriori azioni orientate a questi insediamenti a maggior densità, nel sud-est.

Nel dicembre 2002, il governo ha approvato una “Density Direction” per la regione, in attuazione della richiesta PPG3 su insediamenti con non meno di 30 case per ettaro.

L’edificazione residenziale e bassa densità non è solo dannosa in termini di utilizzazione del suolo. Pone anche altri problemi, come l’insufficienza della popolazione a sostenere un commercio locale, trasporti e altri servizi in modo economicamente coerente. Ciò a sua volta conduce a un aumento del traffico e dell’inquinamento, con gli abitanti più dipendenti dall’uso dell’auto per piccoli spostamenti locali.

“Abbiamo consentito troppo a lungo un’edificazione a bassa densità sulla nostra preziosa terra”, ha affermato John Prescott in un discorso dell’ottobre 2002 all’Urban Summit.

“Nel sud-est siamo a circa 20 case per ettaro. Paragonatele ad alcune parti di Londra, come Islington, dove ce ne sono più di 50. Nel nuovo Greenwich Millennium Village siamo oltre le 80, a Edinburgo sopra le 250 e a Barcellona circa 400: e stiamo qui a discutere se debbano essere 25 o 30!”.

Henry Oliver, responsabile generale (urbanistica e governo locale) per la Campaign to Protect Rural England (CPRE), dubita che ci sia davvero maggior impegno per nuovi insediamenti a più alta densità. “Trenta alloggi per ettaro non possono essere ragionevolmente descritti come alta densità”, dice.

“Si possono realizzare case con giardino e parcheggio a 80 alloggi ettaro e oltre. Dobbiamo andare oltre il poco ambizioso obiettivo minimo della PPG3. Se avessimo costruito a una densità di 40 alloggi ettaro nel 2001/02, avremmo potuto realizzare un 48% in più di case senza ricoprire un pezzettino in più di terra”.

Il Royal Institution of Chartered Surveyors è favorevole a insediamenti più densi. Nelle sue raccomandazioni finali al documento Barker, all’inizio di quest’anno, l’Istituto ha espresso il suo parere su come questi progetti possano essere benefici per le comunità.

“L’impegno a realizzare insediamenti ad alta densità e qualità, speso mescolando elementi commerciali e residenziali, deve essere utilizzato a fondo” afferma il RICS. “Le potenzialità principali per questo tipo di interventi sono attorno ai nodi di trasporto ... [utilizzando lo strumento] Transport Development Areas”.



Conquistare il favore del pubblico

Il RICS solleva anche la questione dell’importanza di superare una percezione diffusa negativa rispetto agli insediamenti ad alta densità: “Conquistare un più ampio consenso pubblico sui meriti delle costruzioni ad alta densità, come le tipologie in linea, condomini e altre, è cruciale”.

”Occorre da parte del Governo adottare un approccio più propositivo, a comunicare il messaggio secondo cui alta densità può corrispondere ad alta qualità della vita”.

“A ben vedere, la più alta densità abitativa del paese si trova a Kensington e Chelsea, che sono considerate fra le zone residenziali urbane più ambite del Regno Unito, come si riflette nella domanda di abitazioni in quei quartieri e nell’ascesa dei prezzi da molti anni”.

Insediamento ad alta densità non significa un ritorno ai blocchi a torre su moltissimi piani. Molte città, centri minori e villaggi hanno complessi a schiera realizzati su densità di 50 abitazioni ettaro o più. Si può anche utilizzare una miscela di tipologie per conseguire densità più elevate: ad esempio combinando case per famiglie più grandi con edifici ad appartamenti più piccoli.

“Uno dei più ostinati ostacoli alla diffusa accettazione del vivere con densità maggiori nel paese, è la radicata paura di ripetere gli errori del passato”, dice Oliver Foster, funzionario RICS per le questioni politiche e parlamentari.

“Le forme degli insediamenti popolari degli anni ’60 e ’70 erano ampiamente, anche se non universalmente, sbagliate, e nelle città di tutto il paese ancora oggi siamo circondati soprattutto da blocchi di calcestruzzo sviluppati in altezza, con problemi gravi di degrado interno, con poca o nessuna coesione sociale, o senso di appartenenza ad una più ampia comunità”.

“C’è evidente desiderio e volontà di realizzare modi di vita a più alte densità, e ne esistono alcuni ottimi esempi” aggiunge. “La sfida è di trasformare queste eccezioni nella regola”.

Ma se quartieri del genere offrono tanti benefici, come mai la densità dei nuovi interventi continua ad essere tanto bassa in molte zone? Gli insediamenti ad alta densità possono creare problemi se sono progettati male, e la consapevolezza di questi problemi spesso porta al blocco dei progetti da parte dei residenti, e da parte delle commissioni urbanistiche locali.

Le critiche riguardano i volumi di traffico aggiunto indotti, la mancanza di spazi per i parcheggi,una maggiore pressione su servizi locali già sovraccarichi (come scuole e ospedali), e la qualità progettuale dei nuovi quartieri che sarebbe di basso profilo e senza rapporti con le caratteristiche dell’edilizia esistente.

“Molta, se non tutta, l’opposizione si basa sull’assunto che si tratta semplicemente di progetti sbagliati” dice Henry Oliver della Campaign to Protect Rural England. “La densità non è un metro di misura per la qualità dello spazio. Alcuni dei comuni più ricchi del paese sono anche tra i più densamente popolati, mentre tante fra le zone urbane più desolate sono realizzate con blocchi sviluppati in altezza costruiti ad un livello di densità solo medio”.

Per capire meglio questa barriera mentale, la South East of England Regional Assembly (SEERA) ha effettuato un sondaggio e tenuto una serie di laboratori coinvolgendo membri di commissioni urbanistiche della regione, verificando il loro atteggiamento verso l’insediamento ad alta densità (usando i 30-50 alloggi ettaro come definizione di “alta densità”).

il principale risultato di sondaggio e laboratori è stato lo sviluppo di una “scatola degli attrezzi”: un documento ampio che aiuta i componenti le commissioni urbanistiche ad affrontare problemi e perplessità relativi ai progetti residenziali a densità maggiori.

Questa toolbox chiarisce gli ostacoli che si frappongono alla loro realizzazione, elenca le possibili politiche urbanistiche e propone una serie di approcci per affrontare le barriere. Comprende anche esempi di buona pratica, utilizzando i quartieri a densità più elevate già realizzati con successo nella regione sud-est (vedi casi studio).

La toolbox è stata lanciata in luglio, quando si è resa disponibile sul sito web del SEERA e ne sono state inviate copie ai responsabili degli uffici urbanistici delle amministrazioni del sud-est.

“La scatola degli attrezzi non è rivolta ai tecnici professionisti, ma ai consiglieri delle commissioni urbanistiche” dice John Pounder, responsabile per la pianificazione regionale al SEERA, che ha coordinato consultazioni e sviluppo della toolbox.

“Non si concentra strettamente su problemi di progetto e non tenta di dare risposte specifiche. Invece, chiarisce le questioni che devono essere affrontate dai consiglieri, e il percorso che devono compiere se vogliono raggiungere il miglior risultato possibile”.



La traduzione in realtà

Si possono usare molti altri mezzi per incrementare la densità dell’insediamento residenziale, continua Henry Oliver del CPRE: “Anche se alcune autorità locali e costruttori sono brillanti esempi di scarso coraggio e immaginazione, altri stanno facendo qualche passo in avanti”

“La “ Density Direction” dovrebbe essere estesa all’intero territorio nazionale. È proprio in alcuni dei luoghi dove essa non si applica, come il nord-est, che è più tenace il flagello della bassa densità”.

“Costruttori e amministrazioni devono essere spinti a far migliore uso della terra: gli uffici pubblici e i funzionari dovrebbero respingere sempre più gli sprechi di territorio” prosegue. “Le densità minime previste dalla Planning Policy Guideline 3 [sull’ Housing, n.d.T.] dovrebbero essere alzate da 30 ad almeno 40 alloggi ettaro”.

”Quello di cui c’è più bisogno è una maggior comprensione di cosa significa “densità”, come i modi di progetto la possano orientare alla creazione di spazi migliori, e che conseguenze comporta continuare la nostra storia d’amore con lo sprawl a bassa densità”.

Richard Wakeford, funzionario capo della Countryside Agency, afferma che la chiave per migliori insediamenti a maggior densità è un’alta qualità progettuale e la comprensione del contesto entro cui si collocano.

“Le autorità urbanistiche dovrebbero fare di più per promuovere realizzazioni di alta qualità” dice. “Gli strumenti proposti dalla Countryside Agency, come le indicazioni concettuali o quelle per la progettazione urbana e di villaggio, possono aiutare ad innalzare la qualità insediativa e coinvolgere gli abitanti locali nel pianificare il futuro della propria comunità.

“Un tipo di intervento che va bene in una parte della città può non essere appropriato in un’altra” continua Wakeford. “È importante che questi quartieri si traducano in ambienti di vita ad alta qualità, che le persone possano apprezzare: devono rispettare e migliorare il contesto locale”.

Nonostante le statistiche pubblicate dall’Ufficio di Vicepresidenza del Consiglio mostrino che alcune autorità locali, come Oxford e Nottingham, sono riuscite ad innalzare le densità residenziali (raggiungendo rispettivamente 61 e 56 case ettaronel periodo 1999-2002), in molte altre zone, compreso il collegio elettorale del Vicepresidente a Kingston-upon-Hull, si sta lottando per raggiungere l’obiettivo minimo delle 30 case ettaro.

È chiaro come ci sia molta strada da fare, prima che gli interventi a densità più alta possano diventare la norma in tutto il Regno Unito.

“Non possiamo negare le trasformazioni demografiche e nei modi di vita, così come non possiamo negare la quantità di terra disponibile per gli sviluppi futuri” dice Oliver Foster del RICS. “È tempo, allora, che la nostra psicologia nazionale si confronti con la realtà, e accetti come desiderabile un modello di vita a densità più alte”.



Caso studio: Lacuna, West Malling, Kent

Numero di case: 143

Superficie: 2.5ha

Case per ettaro: 57

Il progetto per Lacuna è un’interpretazione moderna della tipologia varia ad alta densità che si può realizzare nel centro di un villaggio. Fa parte dell’intervento a funzioni miste di Kings Hill, che una volta completato comprenderà 2.600 case, 190.000 mq di spazio per attività commerciali e terziarie, uno shopping centre e due scuole.

Chi ottiene la possibilità di realizzare un lotto di edilizia residenziale a Kings Hill è invitato a perfezionare il progetto per migliorare la qualità generale.



Caso studio: North Laine, Brighton

Numero di case: 80

Superficie: 0.29ha

Case per ettaro: 275

L’intervento di North Laine, che ha riutilizzato un sito già occupato da un impianto tipografico per quotidiani, si colloca in una zona urbana di strade strette con edifici a schiera, e pochi parcheggi organizzati.

Dato che la zona è accessibile a piedi e ha buoni collegamenti col trasporto pubblico, l’insediamento è stato concepito “ car-free”, e il costruttore ha anche sostenuto una causa legale avendo proibito ai residenti di ottenere permessi di parcheggio sulla strada.

Nota: qui il link al testo originale al sito della Royal Institution of Chartered Surveyors ; è anche possibile per chi fosse interessato scaricare direttamente da Eddyburg il manuale "scatola degli attrezzi", di oltre 60 pagine illustrate, per i membri di commissione urbanistica, descritto sopra (f.b.)

Rendete la Baia di Sistiana inedificabile. Una ventina di urbanisti e architetti italiani, docenti alla Sapienza di Roma o al Politecnico di Milano, più il capogruppo dei Verdi in consiglio comunale a Milano, più la vicepresidente della Provincia di Roma, in taluni casi vicini al Wwf, hanno scritto una lettera al presidente della Regione, Riccardo Illy, e al sindaco di Duino Aurisina, Giorgio Ret. Contrastano il fatto che in «un luogo di assoluta eccellenza per la bellezza del paesaggio, ai primi posti di una possibile classifica nazionale» si faccia «un pesante insediamento carico di grandi cubature edilizie, non giustificabile con la mistificatoria accezione di ’’sviluppo’’ turistico».

Parole dure per rifiutare insediamenti: «Anni di tentativi dimostrano che non esistono le capacità imprenditive in grado di realizzare un intervento di turismo qualificato e pienamente sostenibile, quale quello prefigurato dal Prg del 1997/2000 - dice il documento - , e che l’unico destino possibile della Baia, se la sua utilizzazione è determinata dagli interessi economici dei proprietari, è la sua distruzione». Secondo gli urbanisti (fra cui vi è Edoardo Salzano dello Iuav di Venezia, autore del Prg di Duino Aurisina), «per evitare che la Baia diventi un quartiere residenziale anonimo o un villaggio turistico squalificato, l’unica possibilità è conservare la Baia così com’è. Siamo veramente allarmati - proseguono -, riteniamo pienamente condivisibili le prese di posizione di Wwf e Italia nostra e, al contrario, sorprendenti e incomprensibili le adesioni delle autorità regionali e comunali al progettato intervento di privati: tanto da volersi opporre in Consiglio di Stato, appunto insieme ai proprietari, contro la sentenza del Tar che accogliendo il ricorso di Wwf e Italia nostra, ha annullato l'autorizzazione paesaggistica e la concessione edilizia regionale per il cosiddetto modellamento nell'ex cava». I firmatari chiedono che si preservi l’uso «naturale» del sito, che si fermino i lavori nella cava, che «si promuovano immediatamente le procedure per stabilire con assoluta chiarezza il vincolo di inedificabilità totale e di intangibilità».

Da tempo seguiamo le vicende relative ai progetti e alle azioni tesi a trasformare un luogo di assoluta eccellenza per la bellezza del paesaggio, vale a dire perfetta compartecipazione di costa e mare nella definizione di un punto geografico ai primi posti di una possibile classifica nazionale, in un pesante insediamento carico di grandi cubature edilizie, certo non giustificabile con la mistificatoria accezione di “sviluppo” turistico.

Anni di tentativi dimostrano che non esistono le capacità imprenditive in grado di realizzare un intervento di turismo qualificato e pienamente sostenibile, quale quello prefigurato dal PRG del 1997/2000, e che l’unico destino possibile della Baia, se la sua utilizzazione è determinata dagli interessi economici dei proprietari, è la sua distruzione. Per evitare questo destino, per evitare che Baia Sistiana diventi un quartiere residenziale anonimo o un villaggio turistico squalificato, l’unica possibilità è quella di conservare la baia così com’è.

Scriviamo a loro, signor presidente e signor sindaco, perché siamo veramente allarmati. Riteniamo che la presa di posizione e il continuo impegno del WWF e di Italia Nostra per difendere “la baia di Rilke” siano condivisibili pienamente e che, al contrario, siano sorprendenti e incomprensibili le pervicaci adesioni delle autorità regionali e comunali al progettato intervento di privati: tanto da volersi opporre in Consiglio di Stato, appunto insieme ai proprietari dei terreni, contro la sentenza del Tar del dicembre 2004 che, accogliendo il ricorso di WWF e Italia Nostra, ha annullato l'autorizzazione paesaggistica e la concessione edilizia regionale per il cosiddetto modellamento nell'ex cava.

A questo punto, per conservare l’ambiente attuale, gli unici provvedimenti che dirigenti politici e amministratori davvero intenzionati a salvaguardare i territori che ricadono sotto la loro pertinenza urbanistica, e in questo caso anche di preservarne l’uso per così dire naturale che da sempre i cittadini e i visitatori ne fanno, devono essere, a nostro giudizio:

- negare ogni ripresa dei lavori relativi alla cava;

- accantonare qualsiasi progetto di intervento nella baia e nel contesto territoriale;

- promuovere immediatamente le procedure per stabilire con assoluta chiarezza il vincolo di inedificabilità totale e di intangibilità della condizione paesaggistica esistente.

Convinti di un Loro ripensamento,

- Lodovico Meneghetti, professore ordinario di Urbanistica, Politecnico di Milano

- Edoardo Salzano, professore ordinario di Urbanistica, Istituto universitario di architettura di Venezia

- Maurizio Baruffi, capogruppo dei Verdi nel Consiglio comunale di Milano

- Irene Berlingò, presidente Assotecnici, Roma

- Lorenzo Berna, professore ordinario di Urbanistica, Università degli studi di Perugia

- Piero Bevilacqua, professore ordinario di Storia contemporanea, Università “La Sapienza”di Roma, coordinatore del bollettino di studi e ricerche di storia ambientale “ I frutti di Demetra”

- Sergio Brenna, professore associato di Fondamenti di urbanistica, Politecnico di Milano

- Giancarlo Consonni, professore ordinario di Urbanistica, Politecnico di Milano

- Vezio De Lucia, urbanista, Roma

- Antonio di Gennaro, agronomo, Napoli

- Maria Pia Guermandi, dirigente istituto Beni culturali della Regione Emilia

Romagna, Bologna

- Fausto Martino, architetto, ex assessore all'urbanistica di Salerno, funzionario del ministero dei Beni artistici e culturali, Roma

- Rosa Rinaldi, vicepresidente della Provincia di Roma, Roma

- Mariarosa Rizzi, architetto, esperto politiche territoriali Regione Umbria, Perugia

- Sergio Rizzi, architetto, consulente del WWF per l’Isola d’Elba, Campo nell’Elba (Livorno)

- Michele Sacerdoti, membro delle Commissioni edilizie e urbanistiche dei Consigli di circoscrizione 1, 2 e 3 di Milano

- Graziella Tonon, professore straordinario di Urbanistica, Politecnico di Milano

Titolo originale: The Relationship Between Retail and Leisure Development – Estratti e traduzione per Eddyburg a cura di Fabrizio Bottini

Introduzione

Il National Retail Planning Forum ha commissionato uno scoping paper che chiarisca gli ambiti di ricerca da intraprendere allo scopo di:

• determinare le modalità operative attuali della miscela fra attività commerciali e per il divertimento, e quali trasformazioni ci si possa aspettare per il futuro;

• attivare politiche orientate a forme di insediamento che sostengano e migliorino economia e attrattività delle strutture urbane e dei centri città.

Nel prendere in considerazione questi problemi, abbiamo tenuto conto dei seguenti obiettivi, così come specificati nelle indicazioni di massima del NRPF:

1 – Valutare i seguenti ambiti di attività commerciale/tempo libero e il loro significato per il programma di ricerca: strutture di ristorazione; giochi per bambini; sale cinematografiche e teatrali, piste di pattinaggio, bowling, palestre e massaggi, altre strutture sportive come stadi di calcio, infine luoghi di attrazione storica.

2 – Passare in rassegna gli ambiti di ricerca intrapresa in relazione agli insediemanti commerciali/per il tempo libero.

3 – Considerare se l’attività del commercio in sé stessa possa essere considerata una attività di tempo libero.

4 – Considerare gli aspetti localizzativi delle attività, dai centri urbani a quelli extraurbani, compresi i centri commerciali.

5 – Tener conto del fatto che i nuovi insediamenti di grosse dimensioni sono soggetti all’approccio “sequenziale” stabilito dalla Planning Policy Guidance note 6 che si applica a tutti i principali complessi generatori di spostamenti.

6 – Considerare l’importanza delle “economie della notte” e i potenziali collegamenti con le attività commerciali.

7 – Considerare il ruolo dei centri minori nell’ambito commerciale/tempo libero, insieme a quello dei centri delle grandi città e delle localizzazioni extraurbane.

Per conseguire gli obiettivi di cui sopra, abbiamo esaminato le principali ricerche condotte in quattro ampi settori:

- comportamenti dei consumatori

- studi e conformazione delle zone centrali

- progettazione e gestione dei centri commerciali

- politiche: urbanistica, insediamenti commerciali per i centri città.

E pensare a queste quattro aree di riflessione rende chiare le varie domande da porre sull’argomento, nonché i vari soggetti che possono avere diversi interessi per le risposte. Ad ogni modo, prima di esaminare la letteratura scientifica disponibile in questi ambiti, è necessario definire il mercato delle attività per il tempo libero e i suoi rapporti con quello commerciale.

IL MERCATO DEL TEMPO LIBERO

L’ambito del Leisure Market

Il mercato è suddiviso fra tempo libero entro le pareti domestiche e al loro esterno [ Leisure in the Home - Leisure Away from Home]. Quello interno all’abitazione comprende quattro ampi sotto-settori: la lettura, i passatempi da casa, i lavori dentro casa e nel giardino, hobbies e passatempi vari. Ciascuno di questi a sua volta si suddivide in mercati più piccoli, come la lettura che si articola in tre sottomercati: libri, giornali e riviste. [...]

Il mercato delle attività per il tempo libero fuori casa comprende tre sottosettori: mangiare e bere; tempo libero di quartiere (che comprende divertimenti e attività sportive di tipo locale); vacanze e turismo. Ancora, ciascuno di essi si articola in parecchi sotto-mercati. Tutte le attività menzionate all’Obiettivo (1) ricadono in questo mercato. Mangiare e bere dominano, nelle attività fuori casa, con il 56% della spesa totale. Al secondo posto il settore vacanze e turismo (29% del totale). È interessante che la maggior parte dell’attenzione, nelle discussioni sul tema commercio/tempo libero, si sia concentrata su quello che è di gran lunga il settore più piccolo in termini di spesa del consumatore, ovvero il divertimento locale che comprende cinema, teatri, palestre e fitness, piste di pattinaggio, bowling e altre attrazioni di tipo urbano.

Caratteristiche della spesa per il tempo libero

Per la maggior parte del dopoguerra la spesa per il tempo libero è cresciuta ad un tasso leggermente più elevato della spesa generale per i consumi, ovvero la spesa per il tempo libero cresce in quanto percentuale della spesa totale. Nel 2000, ammontava al 29% del totale di spesa in consumi. Nonostante la tendenza di lungo termine all’incremento della quota, altra caratteristica della spesa per il tempo libero nel dopoguerra è stata la sua volatilità.

In generale, questa spesa cresce più dell’economia generale quando questa è in forte crescita, ma quando essa declina aumenta anche il declino nella spesa per tempo libero. Questa volatilità ha avuto effetti molto rilevanti nelle modalità di investimento immobiliare per strutture di tempo libero nel passato, dove le oscillazioni fra momenti di crescita e di declino sono state anche più esagerate. Verso la fine degli anni ’80, ad esempio, con una forte crescita nella spesa dei consumatori, era relativamente facile raccogliere capitali per qualunque investimento nel tempo libero. Il crollo di molti di queste programmi nei primi anni ’90, sta a significare che era diventato quasi impossibile trovare risorse per investimenti del genere.

Comunque, a partire dalla metà degli anni ’90 questa tendenza scompare. Dal 1995 l’economia britannica inizia a comportarsi in modo non caratteristico. Si evita un surriscaldamento, e così anche la necessità di reagire spingendo l’economia ad una recessione. La ampie oscillazioni economiche sono state ridimensionate e pare, almeno per il momento, esistere contemporaneamente capacità di crescita costante, bassa inflazione, disoccupazione relativamente bassa (secondo lo standard della storia recente). Si tratta di notizie particolarmente buone per il settore del tempo libero. In circostanze simili, la spesa in questa direzione continua a crescere ad un tasso più alto di quella generale [...] Una riduzione delle oscillazioni cicliche nella spesa per il tempo libero probabilmente ridurrà anche le oscillazioni negli investimenti in questo settore.

[...]

RASSEGNA DELLE RICERCHE DISPONIBILI

Comportamenti del consumatore

È possibile reperire una notevole quantità di ricerche sui comportamenti dei consumatori riguardo al commercio e tempo rispetto a vari temi. Nell’ambito delle ricerche di mercato, esiste un grosso volume di lavori ad orientamento pratico, per identificare e classificare i comportamenti di acquisto e segmentare i consumatori in gruppi. È qui che talvolta vengono affrontate le questioni dello shopping come possibile attività da tempo libero. Al livello più semplice, indagini mirate di vario tipo hanno chiesto ai consumatori se consideravano lo shopping un modo per trascorrere il tempo libero, e se si quale tipo di shopping, quanto tempo gli dedicavano, e così via. Le raccolte di dati su lunghi periodi di tempo e gli studi su larga scala, però, salvo nel caso di quello dello Henley Centre del 1999 sulle tendenze nel tempo libero. Ci si potrebbe aspettare che i lavori sugli stili di vita dei consumatori ci raccontino di più sugli interessi nelle varie attività di tempo libero e su valori e interessi collegati all’uso delle strutture commerciali, o alle possibilità di interesse per il leisure shopping; in realtà, sembra si rivolga poca attenzione a questi aspetti. La maggior parte dei dati è di proprietà privata, e appartiene a imprese come AC-Nielsen o Experian. Le serie di dati estese nel tempo, che tracciano le linee di trasformazione, non sono frequenti.

Di recente si è sviluppato un insieme di lavori antropologici e sociologici di matrice accademica sullo shopping. Affronta l’esperienza degli acquisti, e la natura dei consumi dal punto di vista del loro significato per l’identità personale e le relazioni sociali. (ad esempio Miller 1999, Glennie 1996, Jackson e altri 1995). Questi studi talvolta ci aiutano a comprendere il modo in cui si comportano i consumatori, anche se non è direttamente legato a politiche o a temi gestionali. Quello che qui ci pare più importante è il modo in cui aiutano a capire il vero significato dell’esperienza dello shopping per il singolo individuo.

Diversi studi nel vasto campo della psicologia del consumatore riguardano commercio e tempo libero. Quelli più significativi per i nostri scopi sono quelli che tentano di identificare e quantificare le motivazioni per gli acquisti. È da notare che la maggior parte delle ricerche è connessa alle decisioni di acquisto o a quelle del tipo di negozio, e non al genere di attività che comporta spostamenti verso i negozi, scelte multiple di destinazione, attività e acquisti. Alcuni lavori interessanti hanno sviluppato concetti e metodi di quantificazione riguardo ai valori non-utilitaristici del consumatore: in altri termini il piacere dello shopping anziché i suoi aspetti strettamente economici. (per esempio Babin e altri, 1994). In generale, la maggior parte degli studi consta di costruzione di modelli sulle decisioni individuali, interessanti ma di poco aiuto per noi quando si tratta di mutamenti nell’economia generale dei comportamenti.

Nonostante esistano frequenti riferimenti a questo concetto nella letteratura scientifica, sia di origine commerciale che accademica, (ad esempio McCarthy 1990, Cavanagh 1996, Timworth 1998, Wood 1999), solo alcuni studi just confrontano davvero, in termini empirici, le rispettive nature delle attività di acquisto e tempo libero, e ciò che significano per gli affari e per l’ambito della decisione. Tauber (1972) propone undici motivazioni per lo shopping:

- giocare un ruolo

- distrarsi

- scoprire nuove tendenze

- attività fisica

- auto-gratificazione

- stimolo sensoriale

- esperienza sociale fuori casa

- comunicazione con altre persone dagli interessi simili

- attrazione verso un gruppo di pari

- godere di status e autorità

- piacere della contrattazione.

Una ricerca svolta da Buttle & Coates (1983) ha tentato di confermare queste motivazioni, offrendo alcune prove di come questi concetti sociologici o psicologici vengono tradotti in realtà da chi fa acquisti. Carr (1990) individua un continuum di attività fra lo shopping inteso come tempo libero e quello di tipo funzionale, che sembra un modello utile, e il recente lavoro di Cox è svolto in una prospettiva simile. Un fattore chiave è il rapporto col tempo da parte di diversi consumatori in diverse occasioni, e ci sono diverse ricerche tese ad esplorare questi aspetti (ad esempio Davies 1994, Whysall 1991.)

Esistono quindi alcuni utili schemi concettuali, e strumenti di misurazione. Ciò premesso mancano ancora:

- dati generali e di buona qualità sui comportamenti dei consumatori negli spostamenti per acquisti e nelle spese, distinguendo fra tipi di comportamento più legati al commercio o al tempo libero

- studi su serie temporali, che mostrino come si sono trasformati atteggiamenti e comportamenti, e come stiano cambiando (quindi con la possibilità di effettuare previsioni)

- studi che colleghino l’aspetto psicologico con quello manageriale, per esempio, analizzando come i consumatori con diversi valori e atteggiamenti verso commercio e tempo libero, in differenti occasioni, reagiscano a diverse “offerte” nelle zone urbane o nei centri commerciali.

Studi sui singoli centri

Il filone dei lavori geografici generali sui centri urbani dovrebbe essere utile per prendere in considerazione le modalità di funzionamento della miscela commercio/tempo libero. La zona commerciale al cuore di un insediamento è considerata come elemento che consente di definirne il rango, ma si possono prendere in considerazione molte altre funzioni per valutare il ruolo generale della città. L’essenza di questi studi è di misurare la “centralità” di un luogo, le funzioni offerte e le dimensioni del bacino di riferimento verso cui si rivolgono questi servizi centrali. Si presume esserci una correlazione dimensione-funzione, con i centri più grandi che offrono più servizi e si rivolgono a un bacino più vasto. I centri con funzioni di tempo libero oltre che di commercio possono avere un ruolo diverso nel bacino di riferimento, e in generale in raggio di attrazione più ampio. Sorprendentemente non esistono studi di carattere generale sull’organizzazione spaziale delle aree urbane, o sulla gerarchia dei centri del Regno Unito, successivi a quelli di Smith (1968, 1970, 1978) fino a quello di Hall e altri di quest’anno.

Carruthers (1957) e Thorpe (1968) hanno affrontato le gerarchie dei centri commerciali. I contemporanei rankings di queste strutture of shopping centres, (ad esempio Schiller 1985, Reynolds & Schiller 1992, Management Horizons 1999) devono molto a queste indagini. Esse tuttavia si concentrano solo sul commercio tradizionale, e non sul tempo libero e altre strutture. Le discussioni sull’interazione fra varie funzioni, o la natura multi-funzionale dei centri, sono rare nei recenti studi di tipo accademico sul commercio. Il recente studio di Hall e altri comunque riesamina la gerarchia dei centri urbani, utilizzando indicatori di status che prendono in considerazione un ambito funzionale e di servizi (inclusi teatri, cinema, club sportivi e studi televisivi) e confrontandoli con le nuove gerarchie di status commerciale. Questo studio mostra l’enorme ascesa di rango delle città meridionali centri di mercato, il declino delle cittadine medie industriali e sulla costa, e le trasformazioni relative fra le città più grandi fino al 1998.

È necessario ulteriore lavoro per indagare le vari combinazioni di commercio e tempo libero connesse a questi rivolgimenti di fortuna fra diversi gruppi di centri urbani. Più in particolare, c’è bisogno di ricerche volte a stabilire se l’introduzione di nuove strutture per il tempo libero, e di diversi tipi di commercio e tempo libero nei vari centri, ha di per sé contribuito all’alterazione della gerarchia e alla trasformazione nella vitalità dei centri: e se si, come?

Un’ulteriore questione è: la crescita di tempo libero e commercio nelle città fa da contrappeso a quella del commercio extraurbano, oppure no? Se un terzo del commercio si trova ora fuori città (Verdict; DETR; cifre non ufficiali) quante attività di tempo libero o miste si collocano pure in area extraurbana?



Gestione

Un terzo campo di ricerca che abbiamo identificato riguarda il management. Naturalmente è relativo soprattutto ai centri commerciali. Che tipo di strutture per il tempo libero possono essere incorporate all’interno di un mall? Come devono essere progettate? Quali ne sono gli effetti sui comportamenti del consumatore? Quali le implicazioni finanziarie? Quali le conseguenze per la pratica di gestione in termini di ore di apertura al pubblico, parcheggi, e così via? A questo proposito circolano parecchi aneddoti, e anche i proprietari di centri hanno svolto proprie ricerche di mercato.

La fine degli anni ’80 e i ’90 hanno visto nascere una serie di progetti per grandi insediamenti extraurbani nel Regno Unito, e una parallela ascesa dell’interesse per inserire all’interno dei malls alcune strutture per il tempo libero. Numerosi articoli e comunicati sulla stampa specializzata e da parte di consulenti privati hanno descritto o elencato varie funzioni del genere nelle zone commerciali, e in particolare nei centri commerciali progettati in quanto tali. Potiriadis (1988) e McCarthy (1990) ad esempio, hanno dato orientamenti a progettisti e proprietari per questa nuova combinazione. Lo OXIRM ha sviluppato alcune ricerche sulle tendenze e i motivi di tutto ciò (Howard 1990). Questo studio identifica anche tre modelli di leisure shopping centre:

- un ambiente generale orientato al tempo libero [ ambient leisure]

- elementi di attrattività da tempo libero nei nuovi malls

- elementi di tempo libero nei luoghi di attrattività storica [ heritage-destination leisure]

Lichfleld nello stesso studio identifica tre bisogni del frequentatore a cui un centro può rispondere:

- riposo

- distrazione

- attrazione

Questo insieme di concetti offre una cornice di analisi per quanto è possibile integrare alle funzioni commerciali (distinto da quanto invece non può assumere questo ruolo).

Gli elementi concettuali esistono. Intuitivamente appaiono realistici; queste stesse, o idee riconoscibilmente simili, sono utilizzate nella gestione dei centri commerciali e nel dibattito sulle politiche. Quello che ci manca è:

- applicazione o verifica dei concetti per offrire una differente classificazione o gerarchia dei centri commerciali;

- ricerche “globali” per identificare la vera natura dell’offerta di attività da tempo libero nei centri città, nei centri commerciali, e in altri tipi di insediamento al momento attuale.

Non esistono risultati generalizzabili di studi o valutazioni di macro-livello su cosa funziona e cosa sta succedendo, oppure no, nel Regno Unito. Harrison (1990) ha individuato le strutture per il tempo libero all’interno dei “principali” centri commerciali del Regno Unito, ne ha ricavato alcuni elementi e raccolto gli studi pubblicati disponibili. Lo OXIRM ha esaminato gli effetti sui frequentatori di questa combinazione di funzioni nel caso del Metro Centre e poi del Meadowhall (Howard 1992). Questo studio riassume le ipotesi del mondo dei costruttori e gestori riguardo all’impatto del commercio/tempo libero (o a quello che da parte degli interessati si riteneva avesse) e le verifica nel caso di questi due soli centri. L’ipotesi è che la combinazione dei due aspetti commercio e tempo libero possa:

- ampliare il bacino di attrazione

- incoraggiare i visitatori a fermarsi più a lungo

- incoraggiare i visitatori a spendere di più

- attirare altri clienti

- attirare in modo più efficace il cliente tipo.

Nei casi studio esaminati si conclude che la combinazione leisure/retail offre un’immagine vendibile, e che nel caso specifico dei due centri la proposta sul mercato ha avuto molto successo.

Sfortunatamente c’è poca ricerca successiva a questo lavoro iniziale. La cosa di cui c’è più bisogno è un lavoro di tipo comparativo. Le ipotesi non sono state verificate su diversi tipi di funzioni da tempo libero e su tipi diversi di centri. Ancora, esiste una situazione in cui è disponibile una cornice teorica generale, ma manca la ricerca empirica sul campo. Servono lavori per stabilire, o mettere insieme, i dati da molti singoli centri, così che se ne possa ricavare:

- che risultati hanno i diversi tipi di combinazioni commercio/tempo libero? Che influenze hanno sui risultati le diverse dimensioni e caratteristiche dei vari centri?

- come si relazione questa “offerta” ai rientri degli investimenti, alla vitalità generale del commercio e a quella del singolo centro?

Si noti che una ricerca di buona qualità su questi problemi dovrebbe utilizzare “controlli”, come comparazioni fra i risultati dei centri con o senza alcuni tipi di combinazione leisure-retail. La sola descrizione dei bacini di attrattività o della spesa ecc., per alcuni particolari centri, non sarebbe sufficiente a dare una risposta.

Si potrebbe ipotizzare anche un lavoro parallelo per i centri città tradizionali.

È necessario pure un lavoro di raccolta dati sugli sviluppi finanziari di questa combinazione. La ricerca OXIRM si concentra su mercati e clienti, non su costi e risultati degli investimenti.

Studi sulle politiche

La quarta area di studi riguarda le politiche: organizzazione dei centri città, pianificazione commerciale e per le attività di tempo libero. L’elemento chiave di alcuni importanti studi è quello delle politiche: sulla città viva 24 ore al giorno o sull’economia della notte (per esempio Jones, Hillier, e Turner, 1999); sulla progettazione urbana e le funzioni miste nel centro; sulla vitalità e affidabilità economica delle zone centrali.

Un lavoro fondamentale è quello URBED, Vital and Viable Town Centres (1994). Una serie di altri studi sviluppa queste tematiche, sulla salute del centro, sull’impatto delle forme di gestione degli spazi, e così via. Sull’argomento del tempo libero lo studio URBED commenta: “gli spazi di maggior successo, come i centri storici, hanno creato una sinergia tra il fascino per i visitatori dell’offerta artistica, culturale, per il tempo libero, e l’attività commerciale, che ha consentito di sostenere servizi che la popolazione da sola non avrebbe potuto permettersi”. Le prove a sostegno di questo punto di vista sono di tipo aneddotico, ma sembrano un’opinione ampiamente condivisa. Quello che è meno chiaro, è come questa sinergia possa essere determinata in centri meno dominati dal turismo. È possibile per tutti i tipi di centro creare una sinergia attrattiva? La tesi di URBED è che un centro città vitale dipenda da accessibilità, bellezza, attrazioni. Queste includono arte, cultura, divertimento, con “diversificazione” e “massa critica”. Abbiamo una buona comprensione dei livelli e tipi di attrazioni da commercio (grazie alle ricerche sulla gerarchia urbana) e su come funziona una miscela di attività commerciali. Ma non abbiamo a disposizione una parallela ricerca che ci aiuti a capire la miscela di arte, cultura e tempo libero, ei loro livelli di attrattività rispetto ai centri. Né disponiamo di lavori su quali attività dipendano o meno da un rapporto con l’offerta commerciale, e in quali modi. E infine mancano buoni lavori analitici sul modo in cui alcune attività commerciali traggono beneficio dalla localizzazione comune con alcune funzioni per il tempo libero nelle città.

Ci sono altre domande sull’importanza relativa delle attività per il tempo libero e le nuove offerte comparate col commercio nei centri urbani. La maggior parte del commercio ora è esterna ai centri città. Alcuni centri sono più vitali di altri. Le attività per il tempo libero possono aiutare a mantenere interesse per gli investimenti nel tessuto e nelle attività de centri cittadini, se tanta parte del commercio sta altrove? Ravenscroft e altri (2000) hanno recentemente messo in dubbio questa possibilità: suggerire che il tempo libero semplicemente debba colonizzare zone non più richieste per il commercio, non basta ad assicurare affidabilità economica ai centri, e significa solo poco più di un rallentamento del degrado. Il problemi sollevati dai casi studio necessitano di ulteriori analisi. Le metodologie devono essere ampliate: si basano su un solo studio locale di usi successivi del suolo. Gli investitori e operatori dei centri città hanno bisogno di studi più completi, che mettano nel conto i risultati economici.

Le verifiche di vitalità dei centri urbani hanno cominciato ad essere comuni. Poche hanno a disposizione dati sui cambiamenti nel corso del tempo. Gli studi comparativi sono relativamente pochi e di obiettivi limitati: nessuno fornisce davvero una prospettiva ampia. Ci si concentra poco sulla comprensione del vero ruolo delle attività per il tempo libero nei centri urbani. L’indagine comparativa di maggior significato (Lockwood 1999) si concentra sulle attività di gestione, non sui rapporti leisure/retail o sulla vera natura dei centri. Le priorità delle ricerche sul town centre management sinora non hanno incluso le domande sulle correlazioni fra commercio e tempo libero.

UN PROGRAMMA DI RICERCA

Questa rassegna sulle ricerche disponibili ha individuato una grande varietà di lavori che danno alcune visuali delle correlazioni fra commercio e tempo libero. Ma molta parte di queste ricerche è stata svolta per rispondere a questioni diverse da quelle sollevate dal presente studio. Se ne deve concludere che semplicemente non esistono materiali che possano rispondere ad alcune delle questioni. Abbiamo indicato i vuoti più significativi.

Oltre alle quattro aree di lavoro passate in rassegna sopra, suggeriamo che nuove indagini sui comportamenti dei consumatori possano fornire importanti risultati rispetto all’investimento in ricerca. Il punto di partenza per questo lavoro potrebbe essere l’arco dei comportamenti shopping/leisure sviluppato da Cox (2001) [fa parte dei paragrafi esclusi da questa traduzione: si rinvia al link al sito originale, alla fine del brano, anche per inquadrare in modo chiaro le questioni seguenti n.d.T.]. La ricerca potrebbe essere organizzata per rispondere alle seguenti domande:

• In una settimana media, quanti spostamenti dei quattro tipi si compiono?

• Qual’è il tempo medio impiegato per ciascun tipo di spostamento?

• Qual’è la spesa media associata a ciascun tipo di spostamento?

• Quali tipi di spostamento sono in crescita, quali in declino, quali restano costanti?

• Possiamo identificare la distribuzione dei tipi di spostamento rispetto a particolari raggruppamenti di stili di vita?

• Quali destinazioni (es. Centro città, extraurbana, grandi città, piccoli centri) sono associate a ciascun tipo di spostamento?

• Quale è il rapporto fra un comportamento di “solo acquisti” e uno di “acquisti casuali” con l’attività di tempo libero?

[...]

Nota: al sito del National Retail Planning Forumil testo integrale originale, con i riferimenti bibliografici (f.b.)

Lodi Shopping Center: Environmental Impact Report, 2004, Vol. 1, II: Environmental Settings, Impacts and Mitigation Measures. A: Land Use Planning – Estratti e traduzione per Eddyburg a cura di Fabrizio Bottini

Premessa

Nel corso del 2004, la City of Lodi (Cal), circa 60.000 abitanti qualche decina di chilometri a sud di Sacramento, sviluppa le procedure di approvazione per un nuovo grande insediamento commerciale nella estrema fascia periferica occidentale. Gli elementi di interesse non solo locale sono almeno due, e strettamente correlati: la presenza di Wal-Mart, che fa la parte del leone nel nuovo complesso (chiudendo un altro negozio nei paraggi), e il fatto che, come insinuano i critici a livello nazionale Sprawl-Busters o Reclaim Democracy , la grande distribuzione commerciale sta incassando i dividendi dei suoi finanziamenti alla campagna repubblicana della California che ha eletto governatore Arnold Schwarzenegger.

L’altro elemento di interesse, è il contesto urbanistico niente affatto smart growth , che vede una progressiva occupazione dei corridoi di mobilità da parte di funzioni specializzate come la grande distribuzione commerciale, a spese delle attività agricole (che in questa zona sono di tipo anche piuttosto pregiato), e in forma di massiccia concentrazione monouso. Insomma, nonostante la ricchezza di procedure e strumenti di controllo e revisione, siamo piuttosto lontani dalle intenzioni progressiste per quanto a volte superficiali e di facciata della cultura new urbanism . O almeno dei suoi tentativi di incoraggiare spazi urbani meno frammentati e socialmente stimolanti dei soliti parcheggi, svincoli, contenitori più o meno luccicanti.

Resta l’interesse indubbio per i metodi e l’approccio della procedura di valutazione ambientale richiesta dalle leggi statali della California, di cui propongo di seguito un breve estratto relativamente agli aspetti urbanistici.

(Fabrizio Bottini)

QUADRO GENERALE

L’area dell’intervento

La zona, di circa 20 ettari, è un’ex area agricola a cereali. La maggior parte dei sito è ora tenuta a maggese (anche se falciata per contenere la crescita le erbe selvatiche), con l’eccezione della parte in cui è prevista la vasca temporanea per le acque piovane, piantata a alfalfa. Non esistono strutture edificate, con l’eccezione di due pozzi ad uso agricolo, più le condutture idriche in cemento e allacciamenti elettrici di servizio ai pozzi. I pozzi un tempo alimentavano un canale di irrigazione che scorre attraverso la parte centro-occidentale del terreno, in direzione nord-sud, e lungo i margini settentrionali e meridionali.

Manca in gran parte vegetazione arborea, con l’eccezione di tre imponenti noci della California e due mandorli, collocati a intervalli lungo il confine meridionale, e di due altri noci più piccoli e una giovane quercia, lungo il fronte della Lower Sacramento Road.

L’area circostante

Il sito di progetto si colloca al margine occidentale dell’area urbanizzata di Lodi, ed è circondato da una miscela di usi urbani e rurali. I terreni a est e nord-est sono occupati da due zone commerciali, ovvero quella Target/Safeway all’angolo nord-orientale fra la Kettleman Lane e la Lower Sacramento Road, e la Sunwest Plaza a est, oltre la Lower Sacramento Road rispetto al sito del progetto. A sud della Sunwest Plaza, oltre la parte sud-orientale del progetto, sta una piccola enclave di 10 abitazioni unifamiliari, collocate all’esterno dell’area municipale di Lodi, e sottoposte all’amministrazione della Contea di San Joaquin. Quattro di queste abitazioni si affacciano direttamente sulla Lower Sacramento Road, e le altre sei sulla Olive Avenue, che corre a est di questa. I terreni adiacenti al margine sud del progetto sono occupati da vigneti di proprietà della Van Rujten-Taylor Winery, e con l’edificio più vicino dell’impresa vinicola circa 100 metri a sud del sito. I terreni a ovest sono tenuti a prato per taglio del fieno. La proprietà a nord oltre la West Kettleman Lane è attualmente in corso di costruzione, per realizzare il centro commerciale di Vintner’s Square. Ci sono poi due o tre edifici di residenza rurale più o meno a 200 metri a ovest della zona di progetto, lungo il margine nord della Kettleman Lane. Tutti i terreni a sud e a ovest della zona di progetto sono esterni alla circoscrizione municipale di Lodi.

PIANIFICAZIONE URBANISTICA

Piano Generale

Il General Plan in vigore designa completamente l’area del progetto NCC: Neighborhood/Community Commercial. Si tratta di una definizione che il piano descrive così:

”Questo tipo di destinazione d’uso offre commercio e altri servizi a scala di parte di città e locale, residenza multifamiliare, spazi pubblici e semipubblici, altri usi compatibili coi precedenti. Il rapporto di copertura non deve superare lo 0,4 per gli usi commerciali, e le densità residenziali lorde devono essere comprese fra 15 e 40 unità per ettaro. Questo calcolo presume una media di 2,25 componenti per famiglia nelle parti residenziali”.

I terreni immediatamente a ovest e sud del sito sono classificati PR: Planned Residential, ovvero una miscela di tipologie residenziali, da quella unifamiliare alle densità maggiori, insieme a funzioni compatibili come parchi, spazi aperti, usi pubblici e semipubblici.

I seguenti obiettivi e politiche del General Plan, sono rilevanti per il progetto preso in considerazione:

Sezione 3. Capitolo: Uso del Suolo e Governo della Crescita

Obiettivo E: Offrire terreni e strutture adeguati allo sviluppo delle funzioni commerciali di distribuzione beni e servizi ai residenti di Lodi e del suo bacino di riferimento.

Politica 1: La Città intende promuovere e sostenere mantenimento e crescita del settore commerciale a Lodi, per rispondere ai bisogni di cittadini e visitatori.

Politica 3: La Città incoraggia nuovi centri commerciali di grande scala localizzati lungo le principali arterie urbane e agli incroci fra queste e le freeways.

Politica 6: La Città assicura la disponibilità di adeguati spazi per nuovi sviluppi commerciali.

Politica 7: Nell’approvazione dei nuovi progetti commerciali, la Città dovrà assicurare che tali progetti riflettano il suo impegno per realizzare e mantenere un insediamento di alta qualità.

Sezione 10: Capitolo: Disegno Urbano e Elementi Culturali

Politica 1: La Città sviluppa particolari standards di progetto per aumentare la qualità delle strade quali la Statale 12 e la Statale 99. Tali caratteristiche comprenderanno gli arretramenti, la segnaletica e insegne, l’arredo a verde, i parcheggi, il miglioramento dell’edilizia commerciale lungo queste strade, la schermatura di strutture commerciali e industriali visivamente poco attraenti.


L'area regionale vasta del nuovo centro commerciale di Lodi

Zoning

L’area di progetto è interamente classificata C-S: Commercial Shopping. Come si afferma alla Sezione 17.30.020 del City of Lodi Municipal Code, scopo delle aree C-S è:

“di consentire lo sviluppo di strutture commerciali localizzate all’esterno dei quartieri terziari centrali. Le relative regole sono fissate per guidare l’edificazione secondo i seguenti principi: proteggere le aree residenziali adiacenti da disturbi e influenze negative, minimizzando gli effetti delle strutture commerciali sulla sicurezza e capacità di traffico delle strade circostanti, promuovere il raggruppamento degli edifici commerciali anziché la loro estensione in fasce longitudinali, incoraggiare la localizzazione delle strutture secondo il piano generale e una loro ordinata e rapida realizzazione”.

Le funzioni consentite nelle aree C-S comprendono una varietà di commercio, uffici e servizi di quartiere. Sono consentiti anche grandi magazzini, piccole sale spettacolo, bar connessi a ristoranti. Sono vietati tutti gli usi di tipo residenziale. L’altezza massima degli edifici permessa nella zona C-S è di due piani, o 12 metri, e la copertura massima il 25 per cento della superficie netta.

Standards di Progetto per i Grandi Insediamenti Commerciali

Questo tipo di progetto è sottoposto agli standards per i grandi insediamenti commerciali, adottati dal Consiglio municipale il 7 aprile 2004. Scopo degli standards di progetto è di affiancare i requisiti richiesti dall’ordinanza di zoning e dal regolamento edilizio, a mitigare gli impatti negativi dell’edilizia commerciale di grosse dimensioni. Le questioni affrontate dagli Standards comprendono: progetto generale dell’insediamento, progetto architettonico e dettagli; minimi e massimi di parcheggi; illuminazione e arredo a verde delle aree a parcheggio; schermatura delle zone di carico e scarico merci; accesso e circolazione pedonale e ciclabile. Oltre gli adeguamenti visivi, obiettivo degli standards è migliorare la qualità dell’insediamento promuovendo caratteristiche architettoniche che aumentino l’interesse spaziale a scala di pedone, riducano l’incombenza fisica dell’edificato, si adeguino ad alcune caratteristiche locali. Gli standards vengono applicati in primo luogo dal personale per l’esame dei progetti presentati, e poi attraverso il Site Plan and Architectural Review Committee (SPARC) della città.

CRITERI DI GIUDIZIO

Per gli scopi di questo studio di impatto ambientale, il progetto verrà considerato come avente significativi effetti urbanistici se:

Impatto 1: coerenza col Piano Generale e l’ordinanza di Zoning. Il progetto di insediamento commerciale proposto è coerente con le funzioni stabilite dal piano generale e dallo zoning di Lodi (Impatto meno-che-sigificativo)

Piano Generale

I tipi di offerta commerciale previsti per il progetto comprendono un grande magazzino discount con alimentari e spazi per servizi automobilistici, tre ristoranti fast-food, due ristoranti tradizionali, una drogheria-farmacia, uno sportello finanziario e altre funzioni commerciali varie. È da tempo politica della città di Lodi, quella di permettere per questi tipi di complessi i criteri della zona di piano generale NCC: Neighborhood/Community Commercial. È la stessa zona applicata alle aree commerciali esistenti sul lato est della Lower Sacramento Road, che contengono tipologie e usi molto simili a quelli proposti.

Il rapporto di copertura proposto dal progetto generale di insediamento è di 0,23, ovvero significativamente inferiore allo 0,40 consentito per le zone NCC.

Il progetto corrisponde a scopi e politiche del piano generale per quanto riguarda la collocazione e organizzazione dei grandi spazi commerciali lungo le principali arterie. Il progetto dovrà seguire i recentemente adottati standards, che assicurano ulteriormente la coerenza rispetto a scopi e politiche del piano generale per un’alta qualità insediativa degli spazi commerciali.

Nell’ambito di questo studio di impatto ambientale, gli obiettivi e politiche del piano generale per i vari aspetti sono sempre elencati in dettaglio. Con la messa in pratica delle misure di adeguamento qui identificate, il progetto sarà coerente a tutti gli obiettivi e politiche.

Zoning

Le attività commerciali proposte sono tutte consentite nell’ambito della zona definita C-S: Commercial Shopping, che si applica anche agli insediamenti commerciali esistenti sul lato est di Lower Sacramento Road e a quello recentemente approvato di Vintner’s Square sul lato nord della Kettleman Lane. Gli edifici del nuovo insediamento occuperanno circa il 23 per cento della superficie netta, che rientra nel 25 per cento consentito per le aree C-S. Tutti i fabbricati saranno entro l’altezza massima di 12 metri delle zone C-S. L’intento della categoria C-S è di offrire un insediamento commerciale ordinato, e si realizza attraverso l’applicazione degli Standards di Progetto per i grandi complessi commerciali, e il processo di Site Plan and Architectural Review.

In definitiva, il progetto proposto è coerente al piano generale e alle norme di zoning previste per l’area. NON SI RICHIEDE ALCUN ADEGUAMENTO.


Foto aerea dell'area del nuovo Shopping Center

Impatto 2: Compatibilità con le funzioni insediate. Il progetto costituisce una trasformazione sostanziale nell’uso del suolo; ad ogni modo, non risulterà in significativi conflitti o incompatibilità con altre funzioni adiacenti o vicine (Impatto meno-che-sigificativo)

Il progetto proposto altererà l’uso del suolo, da spazio aperto di tipo agricolo, a centro commerciale, il che rappresenta un cambio sostanziale. Ma, come argomentato sopra, questa trasformazione non si risolverà in conflitti o incompatibilità con le funzioni vicine.

Il sito è circondato su due lati da altri insediamenti commerciali, esistenti o in corso di realizzazione, e sarà compatibile con queste funzioni. L’edificazione qui potrebbe essere considerata come un logico ampliamento dell’insediamento contiguo sui margini urbani, così come ipotizzato dal Piano Generale. In più, il progetto comprenderà fasce di arretramento organizzate a verde e altre zone verdi interne che, combinate con la qualità notevolmente alta della progettazione architettonica generale (come assicurato dall’adeguamento agli standards di progetto commerciale fissati dalla municipalità) offriranno un elemento esteticamente attrattivo per l’accesso occidentale alla città.

L’analisi delle compatibilità nell’uso del suolo è comunque funzione di altri fattori, come l’estetica, i rumori da traffico, e altre potenziali caratteristiche nocive, che saranno esposte di seguito.

L’illuminazione notturna di parcheggi e edifici può produrre riflessi indesiderati, in particolare verso le residenze oltre la Lower Sacramento Road a est. Gli impatti potenziali di illuminazione e riflessi, saranno ridotti da appositi schermi di interposizione che impediscano l’illuminazione diretta oltre i margini dell’insediamento. Combinato con gli effetti di schermo dell’arredo a verde interno e lungo i bordi, questo impedirà impatti negativi.

Come esposto nella sezione dedicata al Rumore, la realizzazione del progetto non produrrà impatti relativi ai rumori sulle funzioni confinanti e adiacenti. Le funzioni che producono rumore sono connesse alle attività di parcheggio, la circolazione di mezzi pesanti per il carico e scarico merci, macchinari, strumenti di trattamento dei rifiuti, mezzi per la pulizia dei piazzali. Per quanto riguarda le aree più sensibili a questo tipo di effetto, ovvero le residenze oltre la Lower Sacramento Road a est, questi rumori in generale non saranno avvertibili oltre il rumore di fondo dell’arteria di traffico. In modo simile, il nuovo traffico generato dall’insediamento non risulterà in significativi incrementi dei livelli di rumore sulle strade circostanti.

Dato che l’area del progetto è adiacente a zone agricole attive a ovest e sud, esiste un potenziale conflitto con queste funzioni. Tale potenziale si riduce parzialmente perché l’uso commerciale è meno sensibile di quanto non siano le funzioni residenziali, rispetto alla polvere, odori, rumori e altri effetti dell’agricoltura. Ad ogni modo, l’aratura potrebbe generare polvere, fino alla zona commerciale, nonostante questo possa accadere solo occasionalmente, in condizioni di forte vento. Questo effetto sarebbe fortemente ridotto dal fatto che la zona sud del sito è occupata dal bacino per le acque piovane, e in quella nord sono previsti una sottostazione elettrica e un serbatoio d’acqua municipale. Queste strutture saranno essenziali nell’offrire una superficie di interposizione larga 150-200 metri lungo la maggior parte del bordo occidentale. In più, la Westgate Drive corre lungo il margine a ovest, e nella parte centrale offre una fascia di separazione con un minimo di 24 metri di larghezza. Nel progetto sono anche incluse pareti di schermatura alte tre metri lungo due terzi del bordo occidentale, che offriranno protezione da qualunque polvere soffiata dal vento.

Nonostante il sito sia adiacente a vigneti coltivati, a sud, i potenziali conflitti sono ridotti dalla parete di 2,5 metri prevista lungo l’intera lunghezza del margine meridionale. Dato che i venti prevalenti spirano da nord-est, il potenziale di invasione da polvere è ridotto, visto che il progetto sta a nord dei vigneti. In più, i terreni a sud e ovest sono destinati a sviluppo residenziale dal Piano Generale, così che qualunque conflitto fra funzioni urbane e rurali sarà risolto al momento dell’edificazione di quei terreni (come esposto nella sezione III, Impatti Cumulativi, gli spazi adiacenti a ovest e sud sono oggetto di una proposta di annessione alla circoscrizione municipale, inoltrata dalla città di Lodi all’inizio del 2004). Alla luce dei fatti e considerazioni sopra esposte, gli impatti potenziali dei conflitti fra funzioni urbane e agricole saranno meno che significativi. NON SI RICHIEDE ALCUN ADEGUAMENTO.


Progetto del nuovo insediamento, Wal-Mart sulla sinistra

Impatto 3: Potenziale degrado a causa degli impatti socioeconomici. Il progetto comprende nuove attività commerciali che entreranno in concorrenza con altre già esistenti nella città di Lodi; comunque, non esistono prove tali da suggerire che questa aumentata concorrenza si risolva in chiusura di esercizi, e di conseguenza essa non avrà effetti indiretti negativi sul deterioramento fisico, o generale degrado, degli immobili (Impatto Meno-che-significativo)

Premessa

Secondo il California Environmental Quality Act (CEQA), devono essere presi in considerazione solo gli effetti fisici diretti e indiretti di un progetto. La sezione 15064(d) delle Linee Guida CEQA prevede:

”Nella valutazione degli effetti ambientali di un progetto, l’ufficio responsabile considererà le trasformazioni fisiche dirette comportate e immediatamente collegate all’inervento”. La sezione 15064(d)(3) afferma inoltre: “Qualunque impatto fisico diretto di una trasformazione deve essere considerato solo se è ragionevolmente prevedibile. Una trasformazione solo ipotizzata, o che sia di difficile attuazione, non è ragionevolmente prevedibile”. In più il CEQA chiede che l’affermazione della possibilità di significativi impatti da parte di un progetto debba essere sostenuta da prove concrete (Linee Guida, sezione 15064(f)).

Rispetto agli effetti secondari socioeconomici dei progetti, la sezione 15131(a) delle Linee Guida CEQA afferma:

”Gli effetti economici e sociali di un progetto non saranno considerati come significativi effetti ambientali. Uno studio di impatto ambientale può rilevare una catena di cause ed effetti da una decisione di progetto alle previste trasformazioni economiche o sociali indotte, ai mutamenti fisici a loro volta causati da quelli economici o sociali. Le trasformazioni economiche e sociali non devono essere analizzate in dettaglio maggiore di quanto necessario per ricostruire la catena di cause ed effetti. Il fulcro dell’analisi sarà la trasformazione fisica”. In altre parole, i mutamenti economici e sociali non sono, di per sé, presi in considerazione dal CEQA come significativi per l’ambiente.

Dato che il CEQA indica di considerare solo gli effetti fisici, quelli economici e sociali vanno analizzati se a loro volta producono cambiamenti nell’ambiente fisico. In questo contesto, l’effetto fisico specifico che ci si può aspettare come risultato di un impatto negativo socioeconomico, è il deterioramento fisico delle strutture, o degrado [ blight]. Il termine “ blight” ha un significato accettato generalmente nella legge della California. Secondo le sezioni da 33030 a 33032 del California Safety and Health Code, un’area degradata è caratterizzata da alcune caratteristiche che:

”causano una riduzione, o l’assenza, di usi appropriati in un’area, al punto che ciò costituisce un grave carico fisico, sociale, economico per la comunità, che non ci si aspetta di risolvere o alleviare attraverso la sola azione dell’impresa privata”. Fra le condizioni descritte di degrado, ci sono edifici e strutture “inadatti o insicuri all’occupazione ... veicoli di scarsa igiene, trasmissione di malattie, mortalità infantile, delinquenza giovanile e criminalità”, a causa di alcuni elencati fattori.

Alla luce di quanto esposto sopra, anche se si potesse mostrare che il progetto dovesse con qualche probabilità risultare nella crisi e fallimento di una o più attività commerciali concorrenti, la risultante inutilizzazione degli edifici, da sola, non significherebbe condizione di degrado. In quanto tale, la sola inutilizzazione di un edificio non costituisce secondo il CEQA una soglia di trasformazione fisica significativa per l’ambiente. Per causare significativi impatti fisici, sarebbero necessari altri elementi complementari, come la chiusura di attività circostanti, combinata con scarsi o nulli sforzi da parte della proprietà immobiliare per mantenere o aumentarne il valore, fino ad una condizione favorevole all’affitto e utilizzo. Per raggiungere una condizione definibile come impatto fisico secondo il CEQA, sarebbe necessaria trascuratezza, o un totale abbandono delle proprietà per un lungo periodo, in modo tale da provocare sostanziale deterioramento fisico e degrado. Come affermato sopra, un impatto fisico indiretto di questo tipo deve essere un risultato ragionevolmente prevedibile del progetto, con dimostrazione di cause ed effetti, con risultati sostenuti da prove concrete.

Nonostante il CEQA non richieda analisi di effetti economici, si espone la seguente indagine di questo tipo a sostegno delle conclusioni sugli impatti potenzialmente negativi del progetto nei riguardi delle attività commerciali di Lodi:

Analisi Socioeconomica

Al fine di determinare il potenziale impatto del progetto e delle attività connesse su quelle esistenti concorrenti di Lodi, sono stati intrapresi due studi socioeconomici dalla Applied Development Economics (ADE). Il primo si concentrava sugli impatti rispetto alle attività di downtown, il secondo considerava gli effetti a scala urbana. Entrambi gli studi (riportati integralmente in allegato) sono riassunti brevemente di seguito.

Nell’analisi degli effetti sulle attività del centro, ADE ha rilevato che l’impatto generale sarà una perdita di vendite annuali dell’uno per cento, a favore del Lodi Shopping Center. Lo studio ha delimitato l’effetto ad alcune categorie commerciali, escludendone la maggior parte, che non saranno toccate, in primo luogo perché i commercianti downtown si sono già adattati alla concorrenza con le catene nazionali, trovandosi una propria nicchia, stabilendo relazioni di qualità con la clientela e mantenendone la fedeltà. È stato rilevato che le uniche categorie che perderanno affari a seguito della realizzazione del progetto saranno le farmacie, i ristoranti tradizionali e quelli fast-food. Le farmacie del centro perderanno circa il 2 per cento di vendite a favore del progetto. I ristoranti tradizionali perderanno il 4 per cento, e i fast-food il 2 per cento, a favore di servizi del genere collocati all’interno del progetto. Queste percentuali di perdita in affari sono relativamente basse, e non si prevede che provochino chiusura di attività.

Nel secondo studio economico, ADE ha rilevato gli effetti probabili delle attività insediate nel progetto su quelle delle stesse categorie a scala dell’intera città. Le categorie prese in esame sono i negozi discount (ad esempio K-Mart, Target), i supermercati alimentari (Safeway, Raley’s, Albertson’s, Food 4 Less, ecc.), famacie/ drugstore, altri tipi di commercio al dettaglio (abbigliamento, negozi specializzati, arredamenti, materiali per l’edilizia), ristoranti fast-food e tradizionali, e funzioni non di vendita come i servizi personali e professionali, o finanziari.

Complessivamente, l’indagine ha rilevato che le attività del progetto toglieranno approssimativamente l’8,5 per cento delle vendite totali ai negozi esistenti di Lodi nel breve termine, il che rappresenta circa il 55 per cento dei nuovi affari dell’insediamento (il rimanente 45 per cento rappresenta spese che sarebbero effettuate fuori dall’area di Lodi, e che le nuove attività catturerebbero). La percentuale di affari persi varia da categoria a categoria, come segue: negozi discount – 6%; supermercati e alimentari – 11%; farmacie/ drugstores – 9%; ristoranti tradizionali – 20%; fast-food – 9%; servizi alla persona, all’impresa, finanziari, - 0%. Vista la bassa pecentuale di perdite per le categorie toccate, ADE ha concluso che poco probabilmente il progetto provocherà chiusure di attività esistenti a Lodi. Rispetto ai supermercati, è stato anche osservato che le perdite saranno temporanee, e che la futura crescita di aree residenziali e popolazione in città consentirà loro di recuperarle.

Viste le conclusioni degli studi socioeconomici, e il fatto che non sono probabili chiusure di attività come effetto della realizzazione del nuovo insediamento, non esiste prova evidente di probabili edifici resi inutilizzati dagli effetti delle nuove attività, o che una catena di effetti possa causare deterioramento fisico o degrado delle proprietà. Dunque il progetto non avrà effetti socioeconomici che possano indirettamente causare impatti fisici o urbanistici negativi.

Chiusura dell’esistente punto vendita Wal-Mart

Quando sarà completato il Superstore Wal-Mart proposto, verrà chiuso il Wal-Mart esistente nel vicino Sunwest Plaza. Questo produrrà edifici inutilizzati per circa 12.000 metri quadrati. Il promotore del nuovo progetto, che è anche proprietario del Sunwest Plaza, si assume responsabilità degli spazi Wal-Mart lasciati inutilizzati. Dato che gli altri occupanti dell’area sarebbero danneggiati da un lungo periodo di inutilizzazione, il proponente ha un forte incentivo finanziario a riaffittare quello spazio. A questo scopo, lo manterrà in buone condizioni per attirare nuove attività commerciali. Secondo ADE, è ragionevole prevedere che il responsabile riuscirà grazie alla sua esperienza consolidata a collocare uno o più negozi di catene nazionali. Da questo punto di vista, è gia stato comunicato alla municipalità che esiste un interessamento da parte di numerosi potenziali occupanti, e ci si aspetta la firma in breve tempo di una Lettera di Intenti. Considerato tutto questo, è poco probabile che la chiusura di Wal-Mart risulti in una prolungata inutilizzazione degli spazi commerciali, o che il proprietario trascuri e abbandoni le strutture al punto da provocare un serio deterioramento fisico e degrado. Dunque, non esistono prove che la chiusura del magazzino Wal-Mart esistente possa causare impatti socioeconomici che risultino in effetti fisici o urbanistici.

In conclusione, né il calo di vendite delle attività esistenti derivante dal progetto, né la chiusura del Wal-Mart esistente, causeranno effetti socioeconomici che possano causare a loro volta significativi impatti di tipo fisico. NON SI RICHIEDE ALCUN ADEGUAMENTO.

Nota: a titolo complementare, allego qui almeno uno dei documenti citati più volte in questa sezione dello studio di impatto ambientale, ovvero le Project Guidelines adottate dalla città di Lodi nel 2004. Si tratta naturalmente della versione originale e integrale, che comprende tutti i tipi di insediamento e non solo quello commerciale. Per la documentazione integrale (di oltre 600 pagine) sul progetto del nuovi Shopping Center, faccio riferimento al sito ufficiale della Città di Lodi (f.b.)

Un conflitto istituzionale su Villa Certosa era già aperto. E' quello tra la procura di Tempio Pausania, che indaga su eventuali abusi edilizi e reati ambientali nella residenza estiva di Berlusconi, e la presidenza del consiglio dei ministri, che per impedire un'ispezione del corpo forestale delegato dal pm ha opposto formalmente il segreto di stato. Dovrà occuparsene la corte costituzionale davanti alla quale, con ricorso depositato il 15 gennaio, la procura di Tempio ha sollevato per l'appunto un conflitto d'attribuzione tra poteri dello stato. Ma ora il segreto raddoppia: il comitato di controllo sui servizi segreti (Copaco), secondo le destre al governo, non può neanche conoscere i decreti firmati il 6 maggio dal ministro dell'interno Giuseppe Pisanu che giustificherebbero l'opposizione del segreto, confermata il 23 dicembre ai magistrati da una notarella di Gianni Letta, sottosegretario alla presidenza del consiglio con delega per i servizi segreti. E' un fatto senza precedenti. Dal `77, anno della legge 801 che riformò i servizi, il segreto di stato è stato opposto soltanto dieci volte e sempre su questioni di rilievo, dalle vicende dell'Eni ai traffici con il Medio Oriente e alle stragi. E il comitato, che comunque non potrebbe togliere il segreto ma solo riferire al parlamento che lo ritiene illegittimo (purché deliberi a maggioranza assoluta, almeno cinque su otto), non ha mai censurato i governi.

Nella documentazione fornita al Copaco, che ieri ha discusso di Villa Certosa, i decreti non ci sono. Gli esponenti dell'opposizione, perciò, l'hanno fatto notare, proponendo una formale richiesta a Palazzo Chigi. I quattro che rappresentano il Polo, però, si erano presentati agguerritissimi: no e poi no, nessuna richiesta di documenti, hanno risposto Pierfrancesco Gamba di An e Pasquale Giuliano di Forza Italia. Insieme a Fabrizio Cicchitto, vicecordinatore di FI, non sembrano riconoscono alcun ruolo al comitato. Ancora ieri sera sostenevano di non capire la polemica: «Il segreto di stato è fondato, altri documenti non aggiungerebbero nulla - ribadivano Cicchitto e soci -Villa Certosa è una dimora abituale del premier e va protetta dal terrorismo. Nessuna procura può far saltare il piano di sicurezza, noi non siamo comandati dalle procure». Massimo Brutti, Ds, non è d'accordo: «Si crea un precedente pericoloso in termini di limitazione dei poteri del comitato, in futuro potrà accadere anche su questioni più delicate. Intendiamo comunque verificare se, come dichiarato dal sottosegretario Letta, la residenza usata per le vacanze dal premier possa essere validamente sede alternativa di governo, idonea a garantirne la continuità nei momenti di pericolo». Gigi Malabarba, capogruppo di Rifondazione in senato e membro del Copaco, aggiunge: «Si vuole garantire in ogni occasione l'impunità del premier, in questo caso attraverso una sorta di extraterritorialità per la sede di vacanze».

Il comitato è paritetico, quattro posti alla maggioranza e quattro all'opposizione, compreso il presidente Enzo Bianco della Margherita, ex ministro dell'interno dell'Ulivo, che in genere si sbilancia poco ma stavolta vuole andare fino in fondo. I documenti li chiederà da solo, ha annunciato: vedremo se Berlusconi e Letta li negheranno di nuovo. In 27 anni il Copaco non si era mai diviso a metà, al massimo c'era stata una spaccatura tre contro cinque nell'85 sul segreto opposto dal Sismi e da Bettino Craxi sull'intrigo tra servizi, P2 e terroristi neri che stava bloccando le indagini sulla strage del treno Italicus (1974): il governo la spuntò anche quella volta, solo dieci anni dopo si potè accedere ai documenti, ma Craxi dovette andare di persona a dare spiegazioni al comitato. Qui, invece, pur trattandosi di lavori in corso in una villa privata, ai parlamentari non arrivano neanche gli atti del governo, peraltro classificati al livello «segreto» (neppure «segretissimo» come tanti altri atti che arrivano al Copaco) e già mostrati, purché non facessero copie, ai pm sardi. La residenza berlusconiana, del resto, compare anche in decine di foto pubblicate in un libro in commercio, Ville esclusive & Resorts (Archideos Milano) dedicato all'opera dell'architetto Gianni Gaimondi, quindi è persino bizzarro che il decreto di Pisanu abbia bloccato i fotografi del corpo forestale «allo scopo di preservare la conoscibilità dei luoghi».

Il ricorso dei magistrati alla corte, sottoscritto dai professori Alessandro Pace e Pietro Ciarlo, solleva anche quest'ultima obiezione. E soprattutto osserva che il segreto di stato può essere opposto a testimonianze e sequestri di atti ma non alle ispezioni, che non può riguardare luoghi realizzando così una sorta di extraterritorialità e di impunità penale in loco, che Villa Certosa non è una sede istituzionale ma un'area privata concessa in affitto al premier e chela legge 801 del `77 tutela le istituzioni costituzionali e non le persone fisiche.

domenica, maggio 16, 2004

Così, un pò inaspettatamente, Ale lunedì scorso (o martedì, non ricordo di preciso) mi chiede se mi va di fare questo weekend fuori. Contento gli dico di sì. Dato che più o meno abbiamo bazzicato tutto il Veneto, il Trentino - Alto Adige e parte dell'Emilia, optiamo su Mantova. Io non c'ero mai stato, lui sì, ma dice che è carina. E poi non è troppo lontana, circa un'oretta da casa sua. Così si cerca un albergo. Mantova centro è un po’ costosa vista la durata del soggiorno e così Ale, bazzicando nella rete, mi trova quest’alberghetto tre stelle alle porte della città, vicino all’uscita di Mantova sud (a dire il vero un pò scomoda da usare - per raggiungerla abbiamo dovuto prendere l’autostrada a Mantova nord e uscire a Mantova sud...vabbè!). Si arriva e si vede che è attaccato ad una zona artigianale/industriale, chiamata il quadrilatero della moda. Chissà che faranno (la risposta è ovvia, ma lasciamo stare le mie elucubrazioni). Prendiamo l’auto e andiamo a Mantova. Bellina, carina (tra parentesi, cara Franci, il negozio di scarpe non l’ho trovato), molto vivibile, bei negozi, ristoranti un pò meno. Certo che dopo un pò la si è vista tutta. Così, anche perchè io ero stanchissimo e Ale pure abbastanza, decidiamo di tornare all’albergo. Ma è presto: perchè non vediamo che cos’è questo quadrante della moda? Ale non è convinto, crede che ci siano solo fabbriche. In realtà ci troviamo di fronte ilFashion District, un mega centro commerciale fatto solo di spacci e di outlet. Praticamente un paradiso terrestre: da Ferrè all’Energie, da Viceversa alla Fornarina. E senza dimenticare il mio piccolo paradiso: lo spaccio di Intimissimi e Calzedonia. Ognuno ha le proprie fisse: l’intimo e i calzini sono le mie fisse. Non che abbia comprato molto. Ho quasi speso più soldi per Nicolò (una tshirt dell’Adidas) e per Giulia (una tshirt della Fornarina), i miei nipoti. Ma comunque poco. Io voglio vivere lì e ogni giorno avere soldi da spendere. Chissà che la Carrà torni con il suo programma Sogni, così le chiedo almeno 100.000 € da spendere in un tour di questo genere di centri commerciali, fatti solo da outlet. Perchè non c’è solo a Mantova. Eh, no! Ma anche vicino Roma, Santhià, Bari. Perchè non uno sotto casa di ognuno di noi. E’ un nostro diritto. E un dovere di chi eleggiamo. Un impegno concreto: più outlet per tutti.

Nota: qui il link al sito Vibelicious, blog di Nicola Zanchetta da cui è tratta la pagina. Per chi volesse invece annoiarsi con le opinioni del sottoscritto, qui su Eddyburg c'è la cronaca del "parto" dell'Outlet di Bagnolo, nel vecchio pezzo sui Cugini di Campagna Riporto doverosamente, di seguito, lo scambio di messaggi chiarificatore col Dott. Zanchetta (f.b.)

Sono l'autore del testo che voi avete pubblicato, prendendolo tale e quale e presentandolo come una guida turistica che si prende sul serio scritta da quella che gli intellettuali italiani più snob considerano per l'italiano medio.

Dopo questa breve precisazione credo che sia utile spiegarle cos'è un blog. I blog, come il mio da cui voi avete attinto, è uno spazio personale che chiunque, dotato di una minima conoscenza informatica, può sfruttare nell'immenso mare del web. I blog di conseguenza possono essere sia un canale alternativo alle solite fonti di stampa, sia uno sfogo per i pensieri del suo autore.

Il mio blog è strettamente personale. Sia chiaro, non nel senso che scrivo cose molto personali che non voglio confidare (altrimenti sarebbe controproducente), ma nel senso che sono i miei pensieri, le mie "cose". Anche le cazzate, come capita a volte di dire. Capita così che a volte si finisca col parlare di cose vacue, sciocche e completamente inutili, come il colpo di fulmine per un outlet center. Perchè credo che a volte ci si debba gustare anche le cose più futili. Non credo in chi dice che la vita va presa unicamente sul serio. Bisogna dotarsi di autoironia e imparare ad alternare i momenti seri con quelli che lo sono molto meno. Il mio blog, proprio perchè io voglio che sia così predilige i momenti meno seri, ma non esclude gli altri. Non so se l'autore dell'articolo ha letto tutto il mio blog, ma si accorgerà che spesso parlavo dei momenti più neri, delle difficoltà per un laureato in sociologia a trovare lavoro e di mille altre cose.

Mi spiace molto che il mio blog sia stato citato in modo improprio. Perchè così è stato fatto. Mantova è una citta bella, non eccezionale come mi aspettavo, ma bella. Tanto che ho insistito perchè i miei genitori la visitassero.

Che poi mi fa strano sapere che vengo citato ad esempio di chi predilige i centri commerciali ai centri storici, proprio io che ho sviluppato tesi e ricerche nel periodo universitario sull'importanza di un turismo nuovo, focalizzato sulla rivalutazione degli ambienti naturali. Se fosse interessato la mia tesi è disponibile presso la biblioteca dell'università di Trento (la comunità locale e la gestione di un'area protetta. Il caso di Valle Vecchia di Caorle).

Infine vorrei precisare che il mio non è un redazionale. Non ho visto nemmeno un soldo (e visto quello che è stato scritto forse dovrei aggiungere un ahimè). Mi spiace che un classico consiglio da "suocera" sia stato scambiato per un redazionale (ne ho scritti tanti prima di trovare l'attuale lavoro e devo essere sincero con lei: quando mi pagano vengono molto meglio): io ho semplicemente trasposto il classico racconto orale agli amici nel mio blog.

Sperando che l'autore o lei possiate capire il dispiacere che mi avete causato, le porgo i miei più cordiali saluti

Dott. Nicola Zanchetta

gentile Dott. Zanchetta,

ricevo dall'amico Salzano la sua lettera di disappunto, dopo aver letto sul sito Eddyburg il suo resoconto della visita a Mantova/Bagnolo, totalmente decontestualizzato ad opera del sottoscritto.

Me ne dispiaccio moltissimo, ovviamente, e vedremo in qualche modo di rimediare anche in altro modo più concreto, magari pubblicando la Sua lettera o altra comunicazione che vorrà inviarci. Come ha giustamente capito, non ho guardato il resto del suo blog, dentro al quale ero capitato via motore di ricerca, parola chiava appunto Outlet. E devo dire che, a parte il linguaggio molto più brillante della media (il motivo che mi ha fatto decidere di prendere a prestito il suo breve resoconto) i contenuti erano in tutto e per tutto paragonabili ad altri, stavolta reperibili su siti di informazione e/o pubblicità, che trattano lo stesso argomento. C'era appunto il suo paragonare (ironicamente, come avrei dovuto capire) gli spazi dell'outlet di Bagnolo con quelli del centro storico mantovano, ovvero la tesi che da un paio d'anni stiamo sostenendo: ci sono questi centri storici finti, fatti di quinte teatrali, che stanno svuotando quelli veri, fatti di persone e complessità sociale e culturale.

Ecco brevemente il motivo per cui non sono andato tanto per il sottile, provocandole inutilmente quanto involontariamente un dispiacere.

Il secondo dispiacere, quello di sospettare che si trattasse di pubblicità redazionale, si deve allo stesso motivo generale: il tono, simile a quello di altre cose già lette sull'argomento, e il link alla sola Fashion District (ci sono altre tre grosse compagnie presenti in Italia, oltre a siti generali con moltissimi links).

Beh: ecco tutto. Rinnovo le scuse, e la disponibilità ad ospitare qualunque suo chiarimento in proposito vorrà farci pervenire, oppure semplicemente la Sua lettera. E la ringrazio anche per averci aiutato, con il suo gentile messagggio, a stare più attenti in futuro all'uso di alcune fonti di informazione.

Cordiali saluti

Fabrizio Bottini

http://xoomer.virgilio.it/fabrizio.bottini

Gent.mo Dott. Bottini,

la ringrazio per la risposta alla mail che avevo inviato al dott. Salzano. Ho scritto a lui in quanto non ho potuto scrivere direttamente a lei.

Non chiedo retifiche o dichiarazioni particolari al suo breve articolo, se non il fatto che venga modificata l'indicazione del redazionale e la contestualizzazione del mio blog. Soprattutto perchè ci tengo che il mio blog (quindi non solo il testo che lei ha citato) venga inteso nel modo più corretto: un modo leggero di affrontare le cose di tutti i giorni.

Colgo l'occasione, comunque, di complimentarmi sia con lei sia con il dott. Salzano per il lavoro che sta alla base del sito eddyburg.it. In fondo se non ci fossero provocazioni come quella che avete lanciato attraverso la presentazione del testo preso dal mio blog, l'urbanistica rimarrebbe confinata nelle università.

Cordialmente, i miei migliori saluti.

Dott. Nicola Zanchetta

La lettera di Domenico De Masi

Egregio Professore,

anche a nome del Sindaco di Ravello e dei Membri del Consiglio di Amministrazione e di Indirizzo della Fondazione da me presieduta, Le invio un dossier con cui vengono chiarite due questioni riguardanti l'auditorium.

1. In piú occasioni Italia Nostra ha dichiarato che tale auditorium andrebbe a inserirsi, sfigurandolo, in un paesaggio "intatto" e "perfetto". Il dossier contiene due fotografie del sito in cui é prevista la costruzione con una simulazione elettronica che ne rispetta scrupolosamente le proporzioni. Come puó vedere, si tratta di un paesaggio che, lungi dall'essere intatto e perfetto, é devastato da pessimi manufatti di speculazione edilizia condonata, che la presenza dell'auditorium potrebbe solo nobilitare. Le avevo giá inviato una di queste fotografie ma, dalle vostre successive esternazioni, mi pare di dedurre che non se ne é tenuto conto. Né se ne trova traccia nel suo sito web, peraltro scrupolosissimo nel riportare informazioni contrarie all'auditorium.

2. In molte occasioni Lei ha dichiarato che il progetto finale dell'auditorium non é opera di Oscar Niemeyer, il quale si sarebbe limitato a eseguire un semplice schizzo iniziale. Il dossier contiene una dichiarazione dell'Architetto e del suo strutturista, nonché una documentazione fotografica che dimostrano come la paternitá architettonica e strutturale dell'opera é totalmente di Niemeyer.

Poiché Lei non ha mai preso personalmente visione dei disegni iniziali e delle numerose tavole del progetto finale, immagino che sia stato male informata. Confidando perció nella Sua onestá intellettuale, La preghiamo di smentire le Sue inesatte affermazioni tramite gli stessi organi e con incisivitá pari a quella con cui le ha diffuse.

La ringrazio anticipatamente e, anche a nome dei Colleghi, Le invio i piú cordiali saluti.

(Domenico De Masi)

P.S. Per darLe un'idea del tipo di attivitá culturali che si svolgono a Ravello, facendone la sede di uno dei piú prestigiosi e raffinati Festival musicali d'Europa, Le accludo il programma dello scorso anno.

La risposta di Edoardo Salzano

Caro prof. De Masi,

la ringrazio molto della interessante documentazione che mi ha inviato. Il fatto che ella mi abbia trasmesso la sua lettera con un pacco postale, giunto in mia assenza e ritirato alla posta centrale giorni dopo, spiega il ritardo con il quale le rispondo. Di ciò mi scuso.

Nella sua lettera ella mi investe a proposito di due questioni.

In primo luogo rileva che, pur avendomi inviato una fotografia che testimonia come il paesaggio nel quale l’auditorium si inserirebbe non è “intatto e perfetto”, di questa fotografia non avrei tenuto conto nelle mie “esternazioni” e “non se ne trova traccia nel [mio] sito web, peraltro scrupolosissimo nel riportare informazioni contrarie all’auditorium”.

Su questo punto devo replicare che evidentemente lei è stato molto distratto, o lo sono stati i suoi collaboratori. Non solo in eddyburg.it ho riportato numerosi documenti a favore dell’auditorium, ma ho pubblicato con evidenza la fotografia che ella mi ha inviato, nella nota editoriale (eddytoriale 42) del 2 maggio 2004, accompagnandola con il seguente commento:

"[…] Voglio invece replicare a una giustificazione dell’intervento che viene spesso sollevata dai suoi difensori. Essa è icasticamente espressa nell’immagine, che riporto nella massima dimensione consentita qui sotto, che mi ha inviato Domenico De Masi (che ringrazio). Il senso di quest’immagine è il seguente: questo luogo è tutt’altro che un “paesaggio perfetto”. È stato già pesantemente scempiato da interventi che l’hanno reso orribile. Un intervento di elevata qualità non può che migliorarlo.

" L’argomento è tutt’altro che sciocco. Esso potrebbe motivare un’iniziativa legislativa regionale che volesse riparare il vulnus di legittimità. Quindi mi sembra utile discuterlo. […] Mi dicono che le costruzioni recenti che appaiono nella fotografia di De Masi sono in grandissima prevalenza abusive o illegittime. Ciò deriva evidentemente dal fatto che la collettività aveva ritenuto che il paesaggio non dovesse essere modificato, e che la sua volontà è stata calpestata. Sostenere il progetto Niemeyer significa quindi consolidare una prassi sbagliata, confermare una devastazione che si riconosce essere tale e darle legittimità; quindi distruggere la speranza che si possa, domani o fra cent’anni, realizzare un progetto diverso."

Ella documenta poi il fatto che il progettista effettivo dell’auditorium sarebbe Oscar Niemeyer, avanza il dubbio che io sia stato male informato, e mi prega, di “smentire le [mie] inesatte affermazioni tramite gli stessi organi e con incisività pari a quella con cui le [ho] diffuse”.

In proposito la rassicuro informandola che non ho atteso la sua sollecitazione per rendere pubblico, sul mio sito, il “riconoscimento di paternità” da parte dell’architetto Niemeyer. L’ho accompagnato con una postilla nella quale precisavo ciò che testualmente riporto, e che naturalmente sarei ben lieto se la stampa pubblicasse:

"Niemeyer rivendica il progetto dell’auditorium di Ravello. Bene. Spiega che ha lavorato molto, e conferma che non è mai andato sul posto. Bene anche questo: ognuno progetta come vuole. Rettifica quindi quello che aveva scritto il sindaco di Ravello nella sua lettera al Corriere del Mezzogiornodel 15 gennaio 2004. In quella sede il sindaco affermava che Niemeyer aveva regalato al comune una “idea progetto”, che su quella base il comune aveva “realizzato il progetto preliminare, della cui redazione è stato incaricato l’ufficio tecnico comunale, che ha poi redatto un regolarissimo, completissimo progetto definitivo, firmato dall’arch. Rosa Zeccato”. Ma a me, francamente, che il progetto l’abbia fatto l’architetto brasiliano o un altro non è mai sembrato un fatto rilevante. Ciò che mi ha scandalizzato è che taluni si siano ammantati sotto il nome del prestigioso architetto per far passare un operazione illegittima. Questo rimane, e gli atti finora prodotti dalla magistratura l’hanno confermato".

Non ho nulla da aggiungere, se non ribadire quanto più volte ho già espresso: la mia amarezza per il fatto che numerose persone che stimo (tra le quali la annovero) siano così superficiali di fronte alla questione della legalità: una questione oggi più centrale e vitale che mai. Per conto mio, non mi sono stancato di ripetere che mentre la mia contrarietà a quell’intervento in quel luogo era un’opinione che fermamente sostenevo, ma solo un’opinione, l’offesa alla legalità – che individuavo nei comportamenti e nelle parole di molti sostenitori del progetto - mi sembrava un grave e colpevole errore.

Per evitarle di cercare in internet (non so che dimestichezza ella abbia con questo strumento) le accludo alcune delle note che ho pubblicato sull’argomento, sul mio sito e, alcune di esse, sulla stampa. Vi troverà le stesse tesi che ho esposto ogni volta che qualcuno ha chiesto il mio parere all’argomento, e potrà constatare quanto sia scarso il peso che ho sempre dato alla paternità del progetto.

Naturalmente la prego di trasmettere questa mia ai membri del Consiglio d’amministrazione e del Consiglio di indirizzo, cui invio, come a lei, i miei più cordiali saluti. Assicurando loro e lei che il mio sito, benché sia assolutamente personale ed esprimendo solo le mie personali opinioni, valutazioni e scelte, si sforza di documentare con attenzione l’espressione delle posizioni diverse da quelle che io sostengo. Sarei lieto se anche quanti non sono d’accordo con me facessero lo stesso, e replicassero nel merito delle questioni che pongo. Molte degli apparenti scontri d’opinione sono ahimé sintetizzabili nell’adagio: “Dove vai? – Son cipolle”

Edoardo Salzano

Più o meno cent’anni fa, l’apprendista falegname Mario Bottini usciva tutte le mattine dalla sua casa di Cappella Picenardi, e dopo aver attraversato i campi in direzione sud incrociava la ferrovia, il relativo sentiero più comodo per “andare a bottega”, e poi se avanzava tempo anche a trovare la morosa Paola, a Torre Picenardi, un paio di chilometri a est. Il giovane Mario voleva fare qualcosa di diverso dalla maggioranza dei suoi compaesani contadini, e ci riuscì anche abbastanza bene, visto che la sua abilità di ebanista lo portò, dopo la

Grande Guerra e la crisi economica nelle campagne, a “riciclarsi” nella nascente industria aeronautica e a trasferirsi di un centinaio di chilometri: dalle campagne cremonesi all’allora selvaggio ovest delle brughiere di Malpensa. Non sapeva, mio nonno Mario, che molti anni dopo non solo la sua nuova casa e i campi attorno si sarebbero chiamati “Hub”, ma anche quella vecchia di Cappella De Picenardi, e il sentiero lungo i binari da Isolello verso Torre, avrebbero preso il nome di chilometro qualcosa di una assai poco futurista autostrada, destinata nientemeno che al futuro popolo “catalaino”, o a piacere “ucralano”: in altre parole quelli che percorreranno il Corridoio 5 Barcellona-Kiev. Forse ne sarebbe stato entusiasta di questa autostrada ucralana, nonno Mario, visto il suo pallino per le innovazioni tecniche, anche se fini a se stesse, ahimé. Un entusiasmo però non universalmente condiviso, come cercherò superficialmente di raccontare.

Veniamo, se non all’oggi, almeno all’altro ieri. Alla legge regionale lombarda n. 9 del 4 maggio 2001, Programmazione e sviluppo della rete viaria di interesse regionale, che recita all’articolo 6: “Si definiscono autostrade regionali le autostrade oggetto di concessione dall’entrata in vigore della presente legge, interamente ricomprese nel territorio regionale, che assolvano prevalentemente ad esigenze di mobilità di scala regionale, e che non siano oggetto di concessione nazionale”. Dunque mobilità regionale, diremmo quasi quasi locale in una prospettiva realistica di osservazione della mobilità e uso quotidiano dello spazio nella “megalopoli padana”. Ancora in altre

parole, comunicazioni viarie rapide ed efficienti, diciamo, fra Orzinuovi e Voghera, o fra Bormio e Casalpusterlengo. E invece, pare che la prima direttrice di tipo autostradale realizzata in questa logica si inserisca, come molti dicono e ripetono, dentro il Corridoio 5 Barcellona-Kiev, scivolato per l’occasione a ridosso del Po, ed esattamente fra Cremona e Mantova. Certo ogni parte si inserisce in un tutto, ma qui la cosa pare assai forzata, come sottolineano i critici.

Come ad esempio la parlamentare europea verde Monica Frassoni, che in una interrogazione alla Commissaria ai Trasporti, cita la delibera n. 7/9865 della giunta regionale lombarda (19 luglio 2002): “Il quadro programmatorio di livello europeo definisce tra gli obiettivi infrastrutturali prioritari la realizzazione del corridoio n. 5, altrimenti definito corridoio “del 45° parallelo” o “Barcellona-Kiev”“, il quale, nel transito italiano, corrisponde ad un attraversamento transpadano che deve verosimilmente essere risolto con passaggio a sud del nodo di Milano” (da: http://www.verdilombardi.org). Si chiedono, la Frassoni e gli altri dubbiosi, non è che questo corridoio si sta allargando un po’ troppo di qua e di là? È coerente con le strategie comunitarie, l’interpretazione lombarda? Macché, risponde nel luglio 2003 l’interessata Commissaria Loyola De Palacio: “il corridoio n. 5 non attraversa la Lombardia” (da: http://www.noautostrade.it). Ma a quanto pare l’opinione politica della Commissaria De Palacio non conta gran che per il puro pensiero scientifico, se all’inizio del 2004 la professoressa Anna Gervasoni, Direttore del Centro Trasporti, Università di Castellanza, afferma ancora perentoria: “un’importante opportunità per la Lombardia e per l’Italia nel suo complesso è


rappresentata dall’autostrada regionale Cremona-Mantova, poiché costituisce un tassello di quello che dovrebbe essere il grande asse di collegamento Barcellona-Kiev” (AL - Mensile di informazione degli architetti lombardi, gen-feb 2004, p. 6). Insomma, corridoio anticamera o tinello questa autostrada s’ha da fare a tutti i costi. Come commenta amaro un rappresentante dei comitati che si oppongono al progetto, non importa molto se la striscia d’asfalto porta a Barcellona, Kiev, oppure semplicemente alle spiagge adriatiche. L’importante è aprire cantieri (“Continuano a chiamarlo Corridoio 5 anche se finirà ad Albarella?”, Lettera di Ezio Corradi su Inprimapagina, settimanale di Crema, del 1 agosto 2003).

Tra l’autunno del 2002 e l’estate 2003, prima della convocazione della Conferenza dei Servizi, secondo l’assessore provinciale cremonese ai trasporti “si sono susseguiti molti incontri con i Comuni -, tra dicembre e gennaio si sono svolte audizioni frontali, sono state raccolte perplessità e osservazioni. Molte delle quali intercettate nel progetto di massima” (Da: http://www.welfarecremona.it). Ma, come di nuovo emerge dalle osservazioni dei critici, pare che il coinvolgimento dei comuni si sia attuato in una logica non correttissima di do ut des, dove i promotori dell’autostrada si impegnavano sostanzialmente a realizzare varie opere, che gli enti locali aspettavano invano da tempo, in cambio dell’assenso generale al progetto. Opere, specie quelle di miglioramento viabilistico, che in buona parte risolverebbero anche il non certo caotico flusso veicolare fra i due capoluoghi della bassa lombarda (Barcellona-Kiev permettendo, naturalmente).

Infine e per ora, la delibera di giunta regionale del 30 dicembre 2003 fa proprie “le determinazioni della Conferenza dei Servizi sul progetto preliminare relativo all’autostrada regionale «Integrazione del sistema traspadano direttrice Cremona-Mantova»”.

Insomma una faccenda contraddittoria a dir poco. E anche vagamente sinistra, a leggere un altro passo, di un’altra lettera spedita dall’animatore di comitati Ezio Corradi, secondo cui l’autostrada, improvvisa come una metastasi, “compare a luglio 2001 con una riga nera tra le due città all’interno del Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale” (da: http://www.noautostrade.it). Ma tant’è: la delibera con cui la giunta regionale lombarda chiude l’anno 2003 approva il progetto preliminare di quei 67 chilometri.

La “riga nera tra le due città” come si può vedere nelle tavole allegate alla delibera, prodotte dalla Società Centropadane (leggibili sulla versione cartacea in vendita a circa 9 €, non certo nel microscopico PDF online), scorre entro un “corridoio” locale già infrastruturato, ma non certo nel nulla, e nemmeno in un ambiente che si possa definire in qualsiasi modo metropolitano.

Il tracciato di quella che, giocando sull’acronimo e citando i cartoni Warner, possiamo chiamare ACME, parte come articolazione della A21 Piacenza-Brescia, nella periferia orientale di Cremona, poco a nord della località San Felice, col casello A21 e l’incrocio della SS10 Padana Inferiore verso Mantova, che si è da poco staccata a sua volta dalla tangenzialina cremonese e relative rotatorie. ACME punta verso sud-est, superando quasi subito la SS10 (che punta invece leggermente a nord-est), e incanalandosi nel corridoio di campagna delimitato a nord dalla stessa Padana Inferiore, e a sud dalla ferrovia Cremona-Mantova, dal canale Offredi, e dalla via Postumia in uscita dalla città verso est.

Scavalcando e facendosi scavalcare, ACME prosegue serpeggiando ampia fino al chilometro 9 e al primo svincolo, in località Borgo san Giacomo, a incrociare una delle direttrici nord-sud, ovvero quella che dalla pianura bresciana dell’Oglio-Mella scende verso il ponte Giuseppe Verdi a San Daniele Po, e la zona del bussetano-parmense. Al km 13, all’altezza del comune di Cappella Picenardi, esattamente fra Vighizzolo e Isolello, ACME scavalca la ferrovia Cremona-Mantova, iniziando a scorrere a sud, anziché a nord del tracciato, più o meno dove camminava cent’anni fa nonno Mario Bottini, e dove ora c’è un passaggio a livello che consente di risalire dal tracciato della Postumia, attraverso il capoluogo di Cappella, fino alla SS10 Padana un paio di chilometri più a nord. L’autostrada prosegue formando quasi un corpo unico col tracciato ferroviario (salvo scostarsi leggermente per questioni tecniche di sovrappasso), fino al km 21, sui margini occidentali dell’abitato di Piadena, quando piega decisamente verso sud,

disegnando una specie di contraltare meridionale alla tangenzialina nord della SS10, e immettendo alle rampe del secondo casello, che incrocia la seconda direttrice nord-sud, ovvero la statale Brescia-Casalmaggiore, serve l’adiacente zona industriale di Piadena a meridione della ferrovia Cremona-Mantova, e al km 25 scavalca un’altra ferrovia: la Brescia-Parma. Dopo questo nodo piuttosto complesso e intricato, ACME geograficamente risale verso nord, mentre fisicamente scende per un tratto in trincea, fino al km 28 dove risale fino a scavalcare di nuovo la ferrovia Cr-Mn e a unificare dopo un altro chilometro il tracciato con quello di un’altra autostrada contestatissima: la Ti.Bre., ovvero Tirreno-Brennero, per cui si rinvia almeno ai materiali del sito dei Verdi già citato (e che affronta la questione Cremona-Mantova in stretto rapporto “sistemico”). Sul Ti.Bre. una sola, piccola e ironica annotazione. Una giornalista della Padania, decantando l’approccio “ambientalista” di entrambe le autostrade al territorio, si riferiva ripetutamente alla Tirreno-Brennero usando l’acronimo TRIBE - che vuol dire, come tutti sanno a partire dai giornalisti: tribù. Non è chiaro se, con il gustoso equivoco-neologismo, si riferisse più agli abitanti dei territori festosamente attraversati, o al gruppo dei promotori dell’infrastruttura ambientalista a due rami (Cfr. Lucia Colli, “Un’autostrada unirà Cremona e Mantova”, La Padania 21 febbraio 2003, p. 11).

Dopo lo svincolo Ti.Bre.-SS10, ACME sale verso nord est parallela alla ferrovia e alla statale, fra i territori comunali di Bozzolo e Marcaria, dove all’altezza del km 264 della Padana Inferiore tutti e tre i tracciati tagliano il Parco Oglio Sud, scavalcano con tre ponti paralleli il fiume a distanza di qualche centinaio di metri, dopodiché il Ti.Bre. si stacca e si invola solitario verso settentrione, il tracciato della Postumia romana e poi il veronese. Sotto tutto questo bendiddio in ferro cemento e asfalto, fra le anse dell’Oglio si deve adattare in qualche modo anche il parco regionale, con “la graduale successione delle specie vegetali mano a mano che ci si allontana dallo specchio d’acqua, indice di un loro sempre maggiore affrancamento da questo elemento: dal canneto, ai salici, agli ontani e pioppi bianchi, al querceto” (http://www.parks.it/parco.oglio.sud ).

Abbiamo superato da un po’ la metà strada dei complessivi 67 chilometri del percorso, e siamo entrati nella provincia di Mantova. Dopo il distacco dal Ti.Bre., al km 6 di questa terza tratta ACME ri-scavalca in corrispondenza di un casello-svincolo sia la SS10 Padana che la ferrovia Cr-Mn, per proseguire una decina di chilometri parallelo a sud dei due tracciati, fino al casello successivo in territorio comunale di Castellucchio. Siamo ormai piuttosto vicini all’area propriamente mantovana, ovvero di rapporto diretto col capoluogo, e per evitare (presumo) l’urbanizzazione più fitta il tracciato inizia da qui a percorrere un ampio arco di circumnavigazione che porterà ACME a incrociare le frazione meridionali del comune di Curtatone, e relative campagne, o la strada secondaria verso il ponte di Borgoforte in località Ponteventuno (curiosamente, siamo anche al km 21 della tratta autostradale: era destino) sul passaggio a livello della ferrovia Mantova-Verona, o infine la statale 62 della Cisa a sud dell’abitato di Virgilio, con relativo svincolo al km 25, e il percorso principale verso Borgoforte-Suzzara. Ancora cinque chilometri verso oriente, e in territorio di Bagnolo San Vito ACME si immette sul tracciato dell’A22 Autobrennero, qualche centinaio di metri a sud dello svincolo di cui si è già detto su eddyburg nel pezzo sui “Cugini di Campagna” dei factory outlet.

Dopo essere risalita lungo il tracciato della A22 fino all’altezza – più o meno – dell’attuale casello di Mantova Nord, ACME se ne stacca poco a sud del tracciato mantovano orientale della SS10 Padana Inferiore, e inizia l’ultima tratta, che in poco più di dieci chilometri arriverà in territorio di Castel d’Ario, capitale del riso alla pilotta e patria di Tazio Nuvolari (un altro che, come il nonno Mario, sarebbe entusiasta dell’autostrada). Ancora un chilometro a oriente, e la linea scura del tracciato si interrompe brusca, perché proprio un attimo prima di incrociare la fatidica linea della Statale 12, a Nogara, ACME perde la sua ragione sociale d’essere, ovvero la regione lombarda. Una troncatura che me ne ricorda un’altra, antichissima, a interrompere il futurista progetto di città lineare dal Duomo di Milano al Ticino, pubblicata dalla rivista Le case popolari e le città giardino nel 1910, che con sistemi di trasporto a rotaia su vari livelli e velocità avrebbe dovuto surclassare o complementare a scala interregionale lo storico asse del Sempione, sostituendo all’insediamento consolidato una versione italica dell’utopia di Arturo Soria y Mata. Anche quel disegno, che oltre ad accattivanti prospettive urbane riportava anche un “tracciato di massima” territoriale, si interrompeva brusco sull’arida sponda del Ticino, come ACME alla periferia di Nogara. Ovviamente ci sono ampie rassicurazioni sul raccordo e proseguimento (e l’ovvia risalita verso la sponda dell’alto Adriatico) del percorso oggi molto imperfettamente servito dalla SS10 e poi dalla Monselice-Mare, ma restano comunque le battute polemiche, di chi si chiede se il Corridoio 5 non finisca a Kiev, ma ad Albarella.

Tutta questa descrizione del tracciato, non aveva comunque come scopo quello di contrapporre l’idilliaca campagna al devastante impatto dell’automobile, dello stridore al cinguettio, ma solo di chiarire un po’ meglio il contesto in cui si colloca questa iniziativa di autostrada regionale, a quanto pare di capire la prima in Italia, e che sempre a parere dei critici non sembra inaugurare una stagione nuova, ma solo (come già indicato in altri settori) sostituire o affiancare al centralismo statale un neo-centralismo regionale, catapultando decisioni sul territorio secondo una logica politica e tecnica vetusta.

Si è ad esempio citato sinora il solo tema del Corridoio 5, e della sua non riconducibilità né al quadro delle comunicazioni interne regionali, né alla lettera della fascia internazionale di relazioni e infrastrutture così denominata, che secondo la massima autorità della Commissione, letteralmente “non tocca la Lombardia”. Ma c’è pure il tema del traffico, con cifre di flussi che secondo i critici sono gonfiate o irrealistiche, e che certo nell’esperienza quotidiana non sembrano toccarsi con mano.

Perché se è vero che il tracciato della Padana Inferiore fra i due capoluoghi (Barcellona-Kiev a parte) ha numerosi intoppi, punti pericolosi, nodi irrisolti, non si vede perché il toccasana dovrebbe essere un sinuoso serpentone che come tutti i suoi simili appoggia un universo a parte sul territorio, i cui rapporti con l’intorno vengono di norma stabiliti e gestiti ex-post.

L’argomento è ovviamente complesso e io non sono né specialista né dilettante. Posso però considerare se non altro coerente la relazione che la senatrice Anna Donati ha redatto sul tema del sistema Ti.Bre.Cremona-Mantova (disponibile integralmente al citato sito dei Verdi), per esempio quando afferma che è proprio la contraddizione fra infrastruttura locale e tratto di infrastruttura continentale a indicare una assenza di progetto, o meglio una assenza di sistema nell’idea di progetto. Da qui, il non pensare in termini di comunicazione, di flussi, di modalità, ma solo in termini di opere, da piazzare dove capita secondo le giustificazioni più varie, e poi in seguito perfezionare e adattare ai contesti a seconda della resistenza che questi via via offrono.

C’è in effetti qualcosa di tragico, e qualcosa di complementarmente comico, nell’immagine del progetto ACME che corre in quello che considera dal proprio punto di vista un deserto, ignorando i propri “simili” (la Padana, la ferrovia) salvo quando se li trova di fronte ed è costretta a saltare in alto, in basso, a destra e a sinistra.

Non potendo offrire ovviamente soluzioni, posso al massimo proporre, per quanto mi compete, alcune letture su temi “stradali”, che ho iniziato a sistemare da qualche giorno sul mio sito a partire da poche cose che già avevo sotto mano.

Spero contribuiscano a far riflettere. Su questo e altri temi connessi.

Come si legge nella cronaca, Illy “di recente si è adoperato anche per favorire il dialogo tra la proprietà della Baia di Sistiana e alcune forze politiche della sua maggioranza che rappresentano le principali associazioni ambientaliste, da sempre scettiche e critiche sul piano di recupero”. Strabiliante

E intanto la Variante 21 supera l’esame

Da Il Piccolo del 21 gennaio 2005.

Variante 21, versione 2, la rivincita. La Giunta regionale ha approvato la nuova versione della Variante 21 al piano regolatore del comune di Duino Aurisina, riveduta e corretta dopo l'annullamento del provvedimento (o meglio, della fase di approvazione da parte del Comune) da parte del Tar per una serie di vizi di forma. Dopo la ripetizione dell'iter, con una serie di modifiche, da parte del consiglio comunale di Duino Aurisina, nei giorni scorsi è toccato alla Giunta regionale – non senza polemiche da parte dei Verdi e di Rifondazione comunista, che avevano chiesto di bloccare l'iter autorizzativo – ratificare il documento urbanistico, che entrerà in vigore con la pubblicazione.

Ambientalisti ed esponenti di Rifondazione comunista avevano chiesto prima di Natale – sulla base della vittoria di un altro ricorso al Tar, relativo alle procedure di autorizzazione dei lavori di ripristino della ex cava – che i provvedimenti della Giunta in merito alla Variante 21 venissero bloccati in via cautelativa. Ma l'assessore Sonego ha spiegato la scelta della Giunta: «Il documento presentato dal Comune di Duino Aurisina risulta a posto dal punto di vista formale, e la ratifica della Giunta regionale si legge come atto dovuto nell'ambito di una regolare procedura».

E' stato dunque riassorbito in circa sei mesi il ritardo dovuto all'annullazione del documento urbanistico, che ha fatto cadere, come in un complesso domino, anche il piano particolareggiato della Baia. Spetta ora proprio alla proprietà della Baia presentare nuovamente il piano particolareggiato, e rendere finalmente noti i nuovi disegni relativi ai lavori in cava. L'ex soprintendente, Giangiacomo Martines, infatti, aveva concordato con il Comune e la proprietà una versione meno impattante sul territorio del grande albergo e del borgo sul mare che dovrebbero sorgere dai resti della cava, ma dopo il blocco della Variante 21 quei disegni erano stati secretati. Intanto si attende di sapere l'esito dei «controricorsi» relativi all'annullamento della concessione edilizia per i lavori nella ex cava: ci vorranno almeno due mesi per capire se le posizioni del Tar saranno confermate o meno dal Consiglio di Stato.

Intanto la proprietà si muoverà sul fronte del piano particolareggiato, e - alla luce delle novità - lo ripresenterà certo fra breve.

fr. c.

Illy dà il placet al progetto della Baia di Sistiana

Il presidente della Regione mediatore tra i «contrari» della sua maggioranza e la proprietà del sito

Cambia, per lo meno politicamente, lo scenario relativo alla intricata questione della Baia di Sistiana, da mesi alle prese con ricorsi al Tar e con un piano particolareggiato ancora fermo, e anzi da ripresentare.

Ieri il presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, Riccardo Illy, ha incontrato il sindaco di Duino Aurisina, Giorgio Ret, e lo ha rassicurato sulla validità dell'ultimo progetto - non ancora reso noto pubblicamente, però - per il recupero della Baia di Sistiana, che ha definito «a misura d'ambiente e d'equilibrio sociale, oltre che accettabile dal punto di vista paesistico».

Illy di recente si è adoperato anche per favorire il dialogo tra la proprietà della Baia di Sistiana e alcune forze politiche della sua maggioranza che rappresentano le principali associazioni ambientaliste, da sempre scettiche e critiche sul piano di recupero. Rifondazione comunista e Verdi in particolare stanno conducendo una serrata battaglia.

Ma Illy ha sottolineato ieri al sindaco l'importanza di provvedere al recupero della Baia e ha notato d'aver riscontrato, da parte della proprietà dell'area, la disponibilità ad accogliere i suggerimenti delle associazioni ambientaliste «sul mantenimento delle caratteristiche del sito».

Illy e Ret hanno infine concordato su un punto importante, che interessa anche molti cittadini, firmatari di petizioni: la necessità di conservare alla comunità il libero utilizzo di tutte le spiagge.

Ret ha confermato al presidente della Regione che la parte della Costa dei Barbari appartenente al momento al proprietario della cava e della Baia di Sistiana sarà ceduta al Comune. E dunque il Comune intende rendere anche questa zona disponibile al pubblico.

Baia: tutti spiazzati dal «sì» di Illy

Da Il Piccolo del 22 gennaio 2005

Intanto anche la giunta ricorre al Consiglio di Stato per i lavori nella cava

E’ sceso in campo a favore del progetto della Baia di Sistiana con un colpo di scena, all'insaputa di tutti: politici, amministratori e tecnici. Il presidente della Giunta regionale, Riccardo Illy, dribbla le polemiche e si esprime in maniera netta a favore della Baia. Convoca in gran segreto il sindaco di Duino Aurisina, Giorgio Ret («Non l'ho detto nemmeno a mia moglie», confida il sindaco), si fa mostrare le carte, svolge verifiche, rimanda a casa Ret con la richiesta del più totale riserbo sull'incontro, e poi, a tarda sera, fa diramare un comunicato nel quale conferma «la validità dell'ultimo progetto», definito «a misura d'ambiente e d'equilibrio sociale, oltre che accettabile dal punto di vista paesistico». Terapia d'urto, insomma, per la Baia di Sistiana, da anni insabbiata nelle polemiche e bloccata da ricorsi al Tar: e proprio in merito al Tar, ieri nuovo importante passaggio in Giunta regionale, dove – fatta eccezione per l'assessore di Rifondazione, Roberto Antonaz – si è votato a favore del ricorso al Consiglio di Stato sull'annullamento della concessione edilizia per i lavori di ripristino della cava. Dopo la proprietà e il Comune (che deve formalizzare l’atto), ora anche la Regione sceglie di tutelare quanto fatto sul piano formale per avviare i lavori.

«Sono rimasto sorpreso dall'immediatezza che Illy ha dimostrato nel prendere posizione a favore del progetto, e sono soddisfatto: un segnale che ci permette di andare avanti più spediti - dice Ret -. Il presidente della Giunta ha visto il nuovo piano, decisamente più vicino alle richieste degli ambientalisti. L'obiettivo ora è marciare uniti». Se Illy ha dato un segnale forte (forse più forte di quanto i sostenitori del progetto potessero sperare), non mancano i distinguo. Ieri il verde Gianni Pizzati e il consigliere di Rifondazione Igor Canciani hanno compilato una lunga lista della spesa: quindici richieste a proprietà e Comune in cambio del loro appoggio al progetto. I temi riguardano libertà di fruizione delle spiagge, gratuità dello shuttle, prezzi modici e controllabili per i parcheggi, meno impatto dell'albergo e del parcheggio stesso, cessione della Costa dei Barbari al Comune, zone filtro per isolare natura da turismo, convenzione chiara e piano del porto, mantenimento dell'attuale ciglione della cava, ovvero niente più scavi. L'incontro con Illy pare aver sbloccato anche la situazione delle società nautiche: la prossima settimana Ret è pronto ad attivarsi sul piano formale per avviare definitivamente il processo.

Una citazione canzonettara anni '80 che mi pare adeguata, un breve commento, un link. Per ora basta così.

Le Louvre (Diana Est)

Fuori dai musei

nuovi amici miei

si distruggerà

la civiltà delle banalità.



Su seguitemi

esibitevi

alta moda va

vincerà

chi si distinguerà.



Per molti secoli

quei nobili

sono rimasti esposti sempre immobili

con una voglia intensa di entrare nei bistrot.



Nuove letture con tecnologia

ce li rivelano

dorata prigionia



Tempi di convenzioni

di provincialità.



Fuori dai musei

nuovi amici miei

si distruggerà

la civiltà delle banalità.



Su seguitemi

esibitevi

alta moda va

vincerà

chi si distinguerà.



Computer dimmi se

di nuovo liberi

con la Gioconda

corrono nei vicoli



Tempi di mutamenti

nuove modernità



Fuori dai musei

nove amici miei

si distruggerà

la civiltà delle banalità.



Su seguitemi

esibitevi

alta moda va

vincerà chi si distinguerà.

Queste a modo loro memorabili strofe, dovevano risuonare potenti nel retropensiero della signora Marta Vicenzi l’altra sera, almeno a quanto risulta dai resoconti della stampa. La signora Vicenzi è il sindaco di Vicolungo, e la sera dello scorso giovedì 7 ottobre inaugurava in grande stile il controverso “Parco Commerciale”.

Ci informa il sito specializzato Parksmania, citando a sua volta un articolo sulla stampa locale, che il Sindaco ha colto l’occasione per annunciare l’avvio dei lavori anche per quanto riguarda un parco a tema, col primo lotto dal titolo “L’Isola che non c’è” ispirato alla nota favola di Peter Pan. Così, col parco a tema, sempre secondo il Sindaco, si “consentirà al paese di uscire dall’oblio”.

Fuori dai musei, appunto: vincerà chi si distinguerà.

In che cosa, non è chiarissimo.

Nota: qui l’articolo di Parksmania con i particolari (e la scheda tecnica, ecc.). Per le opinioni di Eddyburg si vedano gli altri pezzi su Vicolungo, compreso lo scambio di opinioni col progettista del Parco Commerciale, William Taylor (fb)

Seguo con estremo interesse il vivace dibattito che il Corriere del Mezzogiorno porta avanti sull’auditorium di Ravello. Perché parte in causa, per buon gusto, per la levatura della quasi totalità degli interventi, ritenevo di dovermi cimentare nella sola lettura. Ma l’ultimo articolo di Giulio Pane m’impone di rispondere. Prendo in prestito due termini da lui usati: «ogni altra questione è impropria e falsa». Io riporterò i fatti veri, giudichi il lettore se definire le affermazioni di Pane improprie o false e/o false.

La maquette del progetto è stata presentata nel 2000, non nel 2002; come opera d’arte spontaneamente offerta da Niemeyer su sollecitazione di alcuni amici brasiliani che frequentano Ravello, è stata accettata dal Consiglio comunale con regolare delibera. Sulla base di quell’«idea progetto» il comune ha partecipato a un regolare concorso d’idee, ottenendo il cofinanziamento di 100 milioni di lire per lo studio di fattibilità di un «distretto turistico di alta qualità».

Lo studio fu affidato, con regolare avviso pubblico e concorso, alla Izi di Roma. Ha consentito di attingere ai fondi Cipe per il finanziamento della progettazione preliminare (sull’intera annualità 2002, con circa 8 miliardi di lire disponibili per la Regione Campania, solo Ravello è riuscita a presentare uno studio di fattibilità approvato con decreto del Presidente Sassolino, previo licenziamento positivo da parte del nucleo di valutazione regionale). Con i fondi si è realizzato il progetto preliminare, della cui redazione è stato incaricato l’ufficio tecnico comunale, che ha poi redatto un regolarissimo, completissimo progetto definitivo, firmato dall’arch. Rosa Zeccato. A Niemeyer è stata affidata una consulenza per la parte architettonica, al di sotto della cosiddetta soglia Merloni, per un importo di 95.000 euro. Si procederà poi con il sistema dell’appalto integrato, previo bando europeo, all’affidamento della progettazione esecutiva e dei lavori. Di quale «protervia e spregio delle regole» si farnetica? Niente di tutto ciò, prof. Pane; si tratta solo di decidere se considerare le sue affermazioni improprie e/o false. A Ravello c’è uno staff che studia leggi e carte: professionisti seri che mettono l’amministrazione al riparo di qualsiasi illegalità. Inoltre: tutti sanno che in conferenza dei servizi si possono esaminar e solo progetti definitivi compiuti. Di quale futuro progetto «vero» si parla?

Su una sua affermazione, prof. Pane, non ho dubbi: quando afferma che Niemeyer non ha mai visitato Ravello dice il vero; ma quando afferma che «non l’ha studiata» dice non solo il falso e/o l’improprio, ma una grave volgarità. Studi lei piuttosto! Imparerà molte cose che ignora; così come Niemeyer, molto prima di studiare Ravello e conoscerla meglio di tanti altri, ha studiato e imparato che «quel che conta non è l’architettura, ma la vita, gli amici, e questo mondo ingiusto che dobbiamo modificare».

Chiudo ricordando che l’auditorium è il tassello più piccolo di un programma complessivo avviato da cinque anni. In sintesi: 1) Ravello città della musica; 2) Ravello Comune antitransgenico; 3) riqualificazione e pedonalizzazione del centro storico; 4) Pit turistico concorsi di riqualificazione dell’offerta turistica; 5) riconoscimento dell’Unesco come patrimonio immateriale dell’umanità; 6) distretto culturale; 7) progetto «città d’arte»; 8) sistema di controllo della viabilità; 9) fondazione Ravello per la qualificazione dell’offerta culturale e turistica. Per non dire della lotta all’abusivismo.

I cittadini di una delle perle mondiali hanno scelto democraticamente un’amministrazione perché realizzi un protortipo di modello sociale che faccia della tutela ambientale, del senso estetico, della qualità assoluta, della cultura, i suoi strumenti quotidiani per la crescita sociale, culturale, ed economica del paese. Aiutateci a realizzarlo!

Secondo Amalfitano.

Niemeyer su Ravello «L'Auditorium? Idea mia

dal Corriere della sera del 30.12.04

L'architetto brasiliano Oscar Niemeyer ha risposto con un memorandum alle critiche di chi, come Italia Nostra, lo ha accusato di aver disegnato un semplice «schizzo» dell'auditorium da 460 posti destinato a sorgere a Ravello, sulla costiera amalfitana. Nella lunga lettera, pubblicata oggi dal «Corriere del Mezzogiorno» il celebre progettista rivendica in toto la paternità del progetto. «Questo progetto l'ho regalato alla città di Ravello - ha spiegato l'architetto brasiliano a uno dei suoi più stretti collaboratori - ma è scandaloso che ora qualcuno voglia pure rubarmi l'idea». Di qui la decisione di entrare per la prima volta nelle polemiche sulla costruzione dell'auditorium.

Storia di un progetto: Ecco com'è nato il progetto nello studio di Rio.

di Oscar Niemeyer

Per fugare ogni dubbio sulla paternità dell'auditorium da me progettato per Ravello - paternità che decisamente rivendico - ne descrivo qui di seguito le varie tappe.

Nel luglio 2000 i miei amici Roberto D'Avila e Domenico De Masi, anche a nome del sindaco di Ravello Secondo Amalfitano, mi hanno chiesto di progettare un auditorium per Ravello. Ho aderito con entusiasmo e, raccolte tutte le necessarie informazioni storiche, tecniche ed estetiche, ho iniziato il lavoro, posizionando il progetto nell'area indicata dal Comune. Iniziando i disegni del progetto, ho subito sentito che questa non era un'opera facile da progettare. Il terreno irregolare, stretto, con un'inclinazione trasversale molto accentuata. Di qui l'iniziativa di far costruire un plastico, desideroso di definire in condizioni poco favorevoli la conformazione naturale del terreno. Non pensavo a un'opera costosa che implicasse movimenti di terra non necessari, e perciò ho assunto come punto di partenza la decisione di localizzare il parterre esattamente secondo l'inclinazione data. E il progetto ha cominciato a sorgere. L'ingresso dell'auditorium, un grande salone aperto sul paesaggio, un muro curvo e basso che crea il palcoscenico, il parterre, il mezzanino e la cabina di proiezione. Un muro doppio servirà d'accesso, grazie a una scala proiettata in esso, ai servizi sanitari e, a un livello più basso, all'ambiente per le macchine dell'aria condizionata, che utilizzerà per l'inalazione gli spazi vuoti esistenti.

Sono ritornato al plastico e ho constatato che l'entrata dell'auditorium doveva essere più protetta, ampliandone la copertura in forma spettacolare, il che ha conferito al progetto un aspetto nuovo, capace di creare la sorpresa desiderata.

In seguito, analizzando l'insieme, ho verificato che la posizione dell'edificio in rapporto alle strade circostanti non permetteva ai passanti di avere una veduta più completa della sua architettura. E allora ho disegnato la piazza, stretta, che, io credo, arricchita da questo panorama magnifico potrebbe costituire, indipendentemente dall'auditorium, un luogo d'incontro di particolare interesse. Al di sotto di questa sarà costruito il parcheggio.

Per rispettare le norme e l'ambiente, ho contenuto al minimo la capienza dell'auditorium, limitandola a 406 posti, e ho concepito linee e volumi in perfetta sintonia col contesto in cui auditorium e piazza antistante sono destinati a sorgere.

Il 23 settembre 2000, nel mio studio di avenida Atlantica a Rio de Janeiro, ho consegnato a Domenico De Masi il plastico dell'auditorium e della piazza, 10 tavole di disegni e una dettagliata spiegazione necessaria. Il tutto ha rappresentato un mio dono all'amico De Masi e alla città di Ravello.

Dopo che il Comune di Ravello ha accettato ufficialmente il mio dono e ha avviato tutte le pratiche burocratiche per ottenere i relativi permessi e finanziamenti, mi è stato richiesto di proseguire il lavoro fino all'elaborazione del progetto definitivo e dei calcoli strutturali. Quando gli esperti del Comune hanno completato le rilevazioni di carattere geologico, si è recato appositamente a Ravello il mio strutturista José Carlos Sussekind che, nel marzo 2002, ha eseguito sul posto tutti i necessari sopralluoghi, ha accertato la serietà e attendibilità di tutti gli esami e le verifiche eseguite dall'ufficio tecnico del Comune e dei suoi consulenti. In quella occasione l'ingegner Sussekind ha incontrato il dottor Fabio Fassone, direttore del gruppo Adhoc, e i suoi collaboratori, che da vari mesi studiavano, per conto mio e del Comune, le esigenze logistiche relative a tre ambiti: la progettazione architettonica del palcoscenico e delle sue relative tecnologie; la progettazione architettonica degli spazi logistici dedicati agli artisti (camerini, sala prova, spazi orchestra e coro); la progettazione architettonica delle facilities destinate al pubblico quali la biglietteria, il guardaroba, la caffetteria. La collaborazione con il gruppo Adhoc è poi proseguita in più tappe a Rio de Janeiro dal 2 al 15 febbraio 2003 e dal 4 al 20 aprile 2003, e risulta tuttora molto utile per coordinare i vari livelli di analisi: quello > progettuale e architettonico, quello tecnico- logistico, quello organizzativo.

Il progetto definitivo ha richiesto alcuni mesi di ulteriore lavoro, e i contributi di numerose professionalità indispensabili. In ogni caso la paternità architettonica del progetto dell'auditorium «Oscar Niemeyer», così come si è man mano sviluppato e come è stato approvato in conferenza dei servizi a Napoli alla Ragione Campania il 4 agosto 2003, e in ossequio alla legge italiana sottoscritto dal dirigente dell'ufficio tecnico del Comune di Ravello, è totalmente ed esclusivamente mia, avendone io elaborato l'idea iniziale ed eseguito personalmente tutte le fasi e lo sviluppo fino agli elaborati finali, consegnati al Comune in copia autografata.

Nel maggio 2003 ho illustrato personalmente il progetto nella sua versione definitiva al governatore della Campania Antonio Bassolino, al sindaco di Ravello e al professor De Masi, che sono venuti appositamente nel mio studio in avenida Atlantica. La consegna ufficiale del progetto è avvenuta il 28 maggio 2004 alla presenza del presidente Lula.

Per ognuna di queste tappe esiste una puntuale documentazione amministrativa, fotografica e filmografica.

L'architetto novantasettenne si difende

di Adolfo Pappalardo

da Corriere del Mezzogiorno del 30.12.04

NAPOLI - Per la prima volta Oscar Niemeyer rompe il silenzio e dice: «Il progetto dell'auditorium di Ravello è interamente mio». Lo spiega per rispondere alle accuse secondo cui solo lo schizzo - e non il progetto- era suo. «Osservazioni lesive della nostra immagine», dicono dalla Fondazione Ravello. E sono pronti a far partire le querele.

Per la prima volta Oscar Niemeyer rompe il silenzio e decide di ribadire un concetto fondamentale, caro ad ogni artista: «L'idea, lo schizzo e il progetto definitivo dell'auditorium di Ravello sono opera mia». E aggiunge: «Posso documentarlo tappa per tappa».

Due cartelle dattiloscritte - e firmate foglio per foglio - nello studio di Rio De Janeiro da questo maestro dell'architettura, novantasettenne ma indomito, e che mai e poi mai avrebbe immaginato di trovarsi al centro di una disputa così accesa che si trascina da mesi. D'accordo, è nel suo lavoro mettere in conto eventuali voci contrarie; ma Niemeyer non avrebbe mai potuto supporre di essere accusato di aver elaborato un semplice schizzo e di aver affidato ad altri e sconosciuti progettisti il lavoro.

La polemica è nata sulle pagine del Corriere della Sera. Il 15 ottobre scorso, la presidente di Italia Nostra, Desideria Pasolini dall'Onda insisteva nel dire che «il progetto nasce da uno schizzo di Niemeyer, ma porta la firma di un'architetta salernitana». Concetto che la Pasolini ribadì il 9 dicembre scorso sul Magazine del Corriere e, qualche giorno dopo, rilanciò dal Corriere del Mezzogiorno l'urbanista Edoardo Salzano. Di qui l'indignazione del progettista della futuristica Brasilia. «Io questo progetto l'ho regalato al Comune di Ravello - ha confidato Niemeyer ad uno dei suoi più stretti collaboratori - ma è scandaloso che ora qualcuno voglia mettere in dubbio l'idea e tutto il lavoro».

Per questo, qualche giorno prima di Natale, Niemeyer ha preso carta e penna e ha deciso di spiegare come aveva proceduto nel suo progetto. Dallo schizzo iniziale, passando per le fasi intermedie in cui ha approntato le opportune modifiche, fino a quelle dieci tavole che rappresentano il progetto definitivo del contestato auditorium da 406 posti. Ad aiutarlo, il suo fedele strutturista José Carlos Sussekind, che da trent'anni lavora al suo fianco e che, per conto del maestro, si è recato a Ravello per compiere alcuni rilievi.

Insomma, Niemeyer è disposto anche ad accettare le critiche e la battaglia giudiziaria - ancora in corso, e sulla quale si attende la pronuncia definitiva del Consiglio di Stato nella prima quindicina del mese prossimo - di chi non vuole l'auditorium progettato per Ravello; ma si è stancato di chi sta tentando di far credere che l'intero progetto non sia suo.

Le considera vere e proprie illazioni; e il giudizio è condiviso dal Comune di Ravello e dalla Fondazione omonima, che sono pronti a querelare chiunque osasse nuovamente mettere in dubbio la paternità del progetto. «La sola idea è lesiva dell'immagine di Ravello», dice Domenico De Masi, presidente della Fondazione. Mai come in questo caso, aggiunge, esiste una dettagliata documentazione scritta, fotografica e filmografica che illustra tutti i passaggi del lavoro di uno dei più grandi architetti di tutti i tempi che ha lavorato con lo stile di un semplice artigiano. Facendo tutto da sé: schizzi, disegni, plastico e le dieci tavole finali.

CHI E' - E' il maestro delle forme fluide, alternativa poetica agli angoli retti dello stile internazionale. Nato nel 1907 a Rio de Janeiro, si diploma alla Escola Nacional de Belas Artes di Rio de Janeiro nel 1934. Presto si unisce a un gruppo di architetti brasiliani che collabora con Le Corbusier alla costruzione del Ministero dell'Educazione di Rio. Niemeyer proseguirà la collaborazione con Le Corbusier per la realizzazione del Palazzo Onu di New York. Oggi continua a lavorare nel suo ufficio di Copacabana.

Postilla

Niemeyer rivendica il progetto dell’auditorium di Ravello. Bene. Spiega che ha lavorato molto, e conferma che non è mai andato sul posto. Bene anche questo: ognuno progetta come vuole. Rettifica quindi quello che aveva scritto il sindaco di Ravello nella sua lettera al Corriere del Mezzogiorno del 15 gennaio 2004. In quella sede il sindaco affermava che Niemeyer aveva regalato al comune una “idea progetto”, che su quella base il comune aveva “realizzato il progetto preliminare, della cui redazione è stato incaricato l’ufficio tecnico comunale, che ha poi redatto un regolarissimo, completissimo progetto definitivo, firmato dall’arch. Rosa Zeccato”. Ma a me, francamente, che il progetto l’abbia fatto l’architetto brasiliano o un altro non è mai sembrato un fatto rilevante. Ciò che mi ha scandalizzato è che taluni si siano ammantati sotto il nome del prestigioso architetto per far passare un operazione illeggitima. Questo rimane, e gli atti finora prodotti dalla magistratura l’hanno confermato.(es)

È una storia avventurosa quella che Antonio di Gennaro racconta in questo libro. Di Gennaro fa di mestiere l’agronomo, non l’investigatore, ma come un investigatore si è comportato. Ha avuto dei sospetti, si è procurato i documenti e ha letto le cose che molti non avevano letto, perché sepolte sotto una messe apparentemente innocua, ma invece molto nociva, di dati e di riferimenti cartografici. Il protagonista della storia che racconta non ha fattezze umane: è la fatica spesa per convincere gli altri dell’evidenza. Quel Piano territoriale di coordinamento, messo a punto dalla Provincia di Napoli, conteneva micidiali indicazioni che avrebbero prodotto un consumo di suolo una volta realizzato il quale sarebbe rimasto ben poco di un paesaggio e di un’agricoltura, residue quanto si vuole, già umiliate da un cinquantennio di maltrattamenti e abusi, ma ancora fra le più celebrate e produttive dell’intero territorio nazionale.

Il particolare saltato agli occhi di Antonio di Gennaro era quella specie di sfondo fra il bianco e il grigio che nelle cartografie del piano avvolgeva le parti già edificate, densamente o sfrangiatamente urbanizzate. Cosa rappresentava? Perché si era scelto un colore così neutro, sfuggente, che restituiva l’indefinita immagine di un aggregato nuvoloso? Di Gennaro non ha fatto altro che sovrapporre le carte, girarle e rigirarle, scorrere con l’occhio e con il dito da un numeretto all’altro. Cercava nelle “legende” cosa volesse indicare quella tonalità. Ed ecco che si è imbattuto nella più equivoca e seducente delle formule che spesso campeggiano nei documenti urbanistici: “aree di prevalente riqualificazione urbana”.

Riqualificazione non è una parola. E’ un passe-partout. Riqualificare in italiano significa restituire qualità a qualcosa che la qualità l’ha persa. L’ha persa perché qualcuno gliel’ha sottratta o perché il tempo l’ha usurata. In molte parti d’Italia, dentro il tessuto storico delle città, ma soprattutto ai suoi bordi, esistono vaste aree in cui la qualità o non c’è e non c’è mai stata o c’era ed è andata deperendo. Per esempio nelle estese periferie che circondano i centri urbani, dove si sono accumulati gli oggetti di scarto di una crescita sregolata, quelle funzioni, quelle attività e quegli esseri umani che si reputava fastidiosi. Ripristinare la qualità è un’operazione delicata. Per dirla in termini profani - i soli di cui io disponga - va studiata la storia di quel luogo, va analizzato cosa c’è intorno, cosa c’è sotto, di cosa hanno bisogno le persone che vivono nei pressi, se nella zona le parti edificate sono già sufficienti per le abitazioni, per le scuole, gli ambulatori e gli altri servizi, come ci si arriva, se è opportuno realizzare o preservare parti umide. Nella generalità dei casi quel che manca è il senso della collettività, il posto fisico in cui stemperare la dominante individuale: e allora occorre aggiungere verde, spazio pubblico, zona di produzione o di scambio culturale. Ma raramente ci si cimenta, animati da questa indole, con le periferie, che sono dei laboratori nei quali la cultura architettonica può cimentarsi, smentendo la diceria che la vorrebbe incapace di incidere nel moderno e raccogliendo la sfida lanciata da questi luoghi sovente inospitali, nati per accumulo, prodotto di interventi pubblici oppure – quando le cose sono andate peggio – risultato di marchingegni speculativi.

E invece – la constatazione è puramente empirica, ma ha il suffragio dell’alta frequenza – quando si sente parlare di riqualificazione il pensiero corre ad altro cemento. Un prato incolto, ricoperto di sterpi è considerato un oggetto improprio e da riqualificare. Come oggetto da riqualificare è l’edificio diroccato che un tempo ospitava un’industria. Oppure uno spazio vuoto sopravvissuto in una cornice di palazzi. In tutti questi casi la soluzione più immediata è: riqualifichiamo con altro cemento, mettiamoci manufatti, aggiungiamo elementi. Ed è così che la riqualificazione si coniuga con la valorizzazione immobiliare, declinata col verbo di un project financing, e si identifica plasticamente in quei complessi di banalità architettonica composti da una piazza, una fontana, quattro alberelli, un’aiuola, un parcheggio interrato, un ipermercato, alcuni negozi, un centro benessere, una palestra, qualche ufficio e qualche casa.

Io credo che di Gennaro abbia intravisto dietro quel colore biancastro, oltre ad altre cose, un futuro del genere per molte porzioni del territorio provinciale di Napoli, che già si infittisce di questi luoghi simbolici della sciatteria e dell’affarismo. Non che quel Piano territoriale lo auspicasse esplicitamente. Come spiega Edoardo Salzano in un intervento che compare in questo volume, non lo prevede, ma lo consente. Però consentirlo in generale non va mai bene, perché sarebbe più opportuno che una norma scritta contenesse indicazioni ferme ed esplicite, senza lasciare soverchia discrezionalità. Tanto più non va bene in una regione come la Campania già martoriata dalle edificazioni e i cui piani di governo del territorio devono essere improntati, e non lo sono, a criteri molto rigidi di salvaguardia.

Stando ai calcoli di Antonio di Gennaro, il Piano territoriale della Provincia autorizza la trasformazione di 25 mila ettari su 60 mila, il 40 per cento del territorio rurale della provincia di Napoli. E così vanno a bollire nel pentolone della “riqualificazione urbana” i versanti pedemontani settentrionali del monte Epomeo, nell’isola di Ischia; molti aranceti del Piano di Sorrento; le terre murate di Meta; persino le falesie di tufo grigio della marina di Sorrento; i terrazzamenti montani di Agerola; gli uliveti di Massa Lubrense; le aree agricole della pianura flegrea e della pedemontana vesuviana; i noccioleti del nolano; gli orti del Sarno.

Questo libro induce poi a riflettere su un altro versante della questione, quello politicamente più spinoso, che allarga l’orizzonte alla scena nazionale: il ruolo che in materia urbanistica e di governo del territorio si sono assunti la sinistra e il centrosinistra. Il caso della Provincia di Napoli non è isolato, anche se esaltato nella sua singolarità dal fatto che a presiedere la giunta si siano alternati negli ultimi anni due esponenti del partito dei Verdi. Con crescente frequenza le amministrazioni locali di centrosinistra si trovano a fronteggiare il malumore e le proteste di associazioni ambientaliste e di tutela, di esponenti del loro stesso schieramento o di quell’infinito numero di comitati cittadini che spuntano ovunque, nelle grandi come nelle piccole realtà, al Nord come al Sud, e che rappresentano quella che i sociologi chiamano “nuova soggettività territoriale”, sottolineando che di forti elementi di coscienza politica essi si nutrono e non di antipolitica. L’addebito che più spesso viene mosso alle amministrazioni di centrosinistra è quello di inseguire la destra e di aver abbandonato la logica di una corretta pianificazione e l’idea stessa che un territorio vada governato attraverso una visione organica e d’insieme e non per via di una sommatoria di progetti, una via che rende l’autorità pubblica più debole rispetto agli interessi privati, più disposta agli accordi e ai negoziati con proprietari fondiari e immobiliaristi. In molte giunte di centrosinistra prevale una specie di pragmatismo: è questo il nuovo abito indossato dall’antica mitologia dello sviluppo fondata sull’idea che la crescita sia garantita dalle quantità e dal consumo. Le parole come compatibilità e sostenibilità sono spesso esibite, ma appartengono più a una retorica ambientalista, che non alla sostanza di un progetto politico. E così accade che trovano accoglimento le spinte alla deregolamentazione e a contrattare con i possessori delle aree e con i grandi investitori gli interventi di trasformazione dei luoghi.

Dalle regioni italiane dove è storicamente più radicata la presenza della sinistra (l’Emilia Romagna, la Toscana e l’Umbria) a quelle zone dove le maggioranze si alternano con più frequenza (la Sicilia, per esempio) o dove il centrosinistra riesce a prevalere da tempo, ma con scarti di voti non consistenti (bastino i casi delle grandi città: Roma, Napoli, Torino, Venezia), la tensione fra i governi guidati da Ds o da esponenti della Margherita e le associazioni di tutela si moltiplicano. Lo scollamento sui temi della salvaguardia è un dato politico più che evidente e procede parallelamente alla crisi che investe da anni tutti i meccanismi di rappresentanza e di selezione e corrode il radicamento dei partiti di centrosinistra. I segnali di allarme si infittiscono. Ne cito due, su scala diversa. A Firenze, pur possedendo sulla carta una solida maggioranza, il sindaco dei Ds è costretto, nel giugno del 2004, al ballottaggio perché un candidato, espressione di un altro partito della sinistra, ma anche di comitati cittadini sorti qui contro un parcheggio, lì contro l’ennesimo centro commerciale o per bloccare il tracciato sotterraneo della Tav, ha raccolto il 12 per cento dei consensi. E lo stesso è accaduto in un’altra roccaforte di sinistra, Orvieto, dove una lista civica che si qualificava sui temi dell’ambiente, avversaria della giunta di centrosinistra e di alcune sue dissennate decisioni, ha sfiorato il 16 per cento.

I casi di conflitti sono tanti. A Bologna, dopo la sconfitta nel 1999 che portò alla sindacatura di Giorgio Guazzaloca, è emerso un forte movimento di critica alle scelte urbanistiche compiute negli anni precedenti dal centrosinistra, scelte improntate ai meccanismi più collaudati di urbanistica contrattata con i privati (che non sono i pensionati o gli studenti e nemmeno le categorie economiche, ma i proprietari dei suoli e le grandi cooperative). Risultato: un centro storico invivibile per traffico e inquinamento e la distruzione di aree verdi in varie zone della città. Per evitare la strozzatura dell’Aurelia (che si potrebbe sbloccare allargando il tracciato, come prevede l’Anas), la Regione Toscana progetta un’autostrada litoranea in Maremma che, quanto a impatto ambientale, non è tanto meno dannosa del tracciato sotto le colline previsto dal Ministero delle Infrastrutture. A Venezia la giunta è divisa al suo interno e il sindaco è contestato dagli ambientalisti sul progetto di una metropolitana sublagunare che intaccherebbe lo strato di càranto del fondale, senza apportare significativi vantaggi alla città, anzi aumentando il carico di turismo giornaliero che la affligge. A Roma, dove i residenti sono diminuiti di 190 mila unità in dieci anni e dove si costruisce tantissimo (sessanta milioni di metri cubi fra quelli realizzati e quelli previsti dal nuovo Piano regolatore), si consumano migliaia di ettari dell’agro romano e si edificano case per altre 300 mila persone. A Salerno si accantona il già discutibile piano di Oriol Bohigas e si procede a trasformazioni caso per caso, soprattutto allo scopo di valorizzare i proprietari delle aree industriali dismesse. A Prato si vogliono trasformare in miniappartamenti le Cascine di Lorenzo de’ Medici. A Spilamberto, in provincia di Modena, si vorrebbero costruire trecento villette nei sessanta ettari dove c’era una fabbrica d’armi.

Di vicende se ne potrebbero raccontare ancora. Per restare al solo ambito campano ecco la trattativa fra la Regione e la famiglia Coppola sul litorale domiziano affinché siano i Coppola a sanare, guadagnandoci, gli scempi dei Coppola; l’insistenza della stessa Regione e del Comune di Ravello per costruire un auditorium; l’infatuazione ancora della Regione per la Coppa America e per i suoi cascami di cubature su Bagnoli.

Di Gennaro racconta in modo esemplare una vicenda esemplare. Ma quella vicenda, una vicenda di investigazione, di trucchi e di scoperte, ha il sapore del paradosso, perché ancora non se ne conosce il finale. La politica, nella versione cui si è adagiata negli ultimi tempi, preferisce concertare le sue soluzioni al riparo dagli sguardi. Ama il tempo che trascorre, che fa dimenticare e nasconde. Che modifica e camuffa. Questo libro ha lo scopo opposto.

E. Salzano, The challange of Venice

Book review: Luigi Scano, Venice:Terra e acqua (Venice: land and water), Edizioni delle autonomie, Roma 1985

1.

At the end of his journey through “the land and waters” of the Venice city-planning, where he has guided us with the confidence of someone that has very often undergone those itineraries, Luigi Scano leaves us with an awkward question mark: the controversial issue of the “restrictions”.

Are these restrictions borne as ineffective or welcomed as useful? Behind this question mark, behind the role-playing of who is in charge of what and the cunning game of using old measures for new scopes, hidden behind all these tricks lays a more significant and greater problem.

A problem that, among the Venetian debates and polemic discussions, finds its shape in the querelle between “protection” and “development”: between those who – in different ways and modalities – believe that priority must be given to the need of protecting the formal quality of Venice architecture and environment in which the city world-wide distinctiveness and prestige rests, and– on the other hand – those who suppond operate in order to privilege the socio-economic development, as an unavoidable warranty for the city self-sufficiency.

It is not enough to say that the contraposition between these two terms, protection and development, is pointless (even when and if in good will).

In fact, if this contraposition has always accompanied the recent Venice history and political arena and has emerged every time a city crucial issue (i.e. the city urban plans, how to use St. Mark’s Square and the Arsenale, legality and opportunity of new house-building) was put under discussion, it cannot only be because the entire town has ended up wrapped in a cultural misunderstanding.

My opinion is that the reason for this enduring contraposition is that, although a cultural framework able to resolve this contrast has sufficiently clearly emerged, it has not yet been able to provide a system of measures to achieve – concretely – the objectives of protection and development at the same time. Consequently, this cultural position has not managed to wield its leadership. It is also because of this, that various interests have had the chance of ambiguously contrast each other – one at the time – behind the deceptive ideologies of either protection or development, or to find precarious solutions, compromises and mediations.

2.

First, let’s then attempt to express the cultural position that could acquire leadership, being able to provide adequate answers to both the above-mentioned needs and, therefore, to carry out the necessary synthesis between the two platforms.

In a situation like Venice, the qualities gathered in the long, methodical and intelligent work of mastering and transforming the natural elements have become cultural heritage and richness.

In addition, these qualities do not only consists in the materiality of the objects through which they are expressed (the lagoon landscape, the disposition of the historical settlements, its architecture), nor in the incredible formal perfection achieved by the intertwining among the various elements (water and land, built and un-built, the disposition of the walkable spaces and the home structure, the consistency of the building systems and the diachronic and synchronic variation of the architectural solutions).

They also include – most substantially – the still surviving balanced and dynamic relationship between the city environmental physical elements and the real and articulated social and economic tissue (population, productive activities, trade, the entire city-life) that represents a crucial component of the city richness.

Thus, the quality of Venice does not consist in the “monument” that some seem to consider it, nor in the “landscape framework” that some want to reduce it, but in its being a complex environment, made such by a multi-century work aimed at governing and transforming the surrounding nature and at helping it hosting the life, activities and trades of its inhabitants.

A work that can be seen everywhere in its historical accumulation: where it has produced the utmost “artificiality” (but always starting from an attentive evaluation and utilization of natural regulations and rhythms), and where it seems that nature constitutes the prevailing element (but always a man-work controlled and shaped nature).

Venice as continuous mankind intervention on nature, according to natural laws. Venice as steady transformation and maintenance (as continuous government). Venice as creation and conservation of a complex structure, where the stability of the governing laws can be seen in the seconding, exploiting and modifying action that the Serenissima’s government has daily exerted on the lagoon environment: the hydraulic interactions between sea and lagoon and rivers and lagoon, the balance between economic activities and the environment, the urbanization activity in which a strong “material culture” has for centuries dynamically operated according to a system of “unwritten laws” on the relations between building lots and water-ways, on the buildings structural layout and on the building formal elements, materials and technologies. Moreover, where the continuous and constant intertwining between physical and social elements, between the city and the nature use and shape, is expressed in a social complexity (of functions, classes, occupations), which is at the same time product and condition of the city structure complexity and richness.

Thus, protecting the quality of Venice necessarily means protecting both these two aspects (the physical and social structure): the synthesis between the two elements that the city and its environment express with masterly skill. A synthesis that can never be achieved once for all (as it has never been during the whole city history), but must be pursued dynamically, with the aim of developing (and not freezing) the existing qualities.

3.

For those who agree with this cultural position is it clear that the restrictions, if and until they only represent limitations (both substantially and procedurally) to some given activities or transformations, are not very useful at all. They only serve the scope of guaranteeing the material survival of a resource: but of a resource that is not only material and that needs to be transformed (exactly because is an alive resource) in line with the social development dynamics. Restrictions do not work (are not enough) to govern the correct mechanism of this resource. Therefore, they can only be used for defence purposes and for limited lengths of time, and are totally ineffective for the scopes that they officially pursue.

On the other hand, we need to understand what are the changes in the city physical and social structure, that not only are compatible, but also are consistent and sound with its “artificial nature”. We need to identify what are the alterations able to recover and develop the quality of this special and complex urban reality and the quality of the synthesis that it represents. It is also necessary to transfer the results of this understanding in a system of measures for the government of the urban transformation that can make the desiderata transformations true and concrete, by guiding, addressing, supporting and controlling the wide and numerous city players: public and private operators, homeowners and builders, who are the ones in charge of the actual acting.

Luigi Scano informs us, in his meticulous and involved account, of the attempts and experimentations made in the recent years, of the plans and their difficulties, of the achievable objectives and the started work. I will only comment on some points.

Some great options have been chosen. Among them: the method to follow to intervene on the city physical; what transformations in the city social structure should be promoted and supported, and which ones should be discouraged or hindered ; what measures to undertake for the government of these transformations.

4.

The method to follow to intervene on the physical structure (Scano has sufficiently outlined it) basically consists in identifying the “unwritten laws” through which the city has been built and modified over the time, from the early XI Century until the breaking of the “upholding culture” determined by the coming of the concrete technology. After having developed Saverio Muratori’s and his school’s method of analysis, and by generalising its application in the structural reading of historical building unit and experimenting its use under a normative viewpoint (in the coordination urban plans and the detailed plan of Burano) and operationally (in the planning and evaluation of building interventions), a crucial element in the new system of planning measures is now within close reach.

Already, for each building unit of the city historical centre we can define what is the structural category, the “type” that the builder has referred to erect and altered that given building unit. And because for each “type” the characterising structural elements can be sufficiently clearly identified ( and thus, what elements to conserve or restore or recover in order to safeguard the historical message that each building brings with it), it is then possible to create a regulatory frame to direct building operators and indicate the lines to follow for each codified structural “type” of building. What it is that should be preserved ore recovered to safeguard each building unit “message”, and what, on the other hand, can be modified or erected ex novo (within the identified structural web) in order make that building unit adequate to the needs of the modern life-style.

Not all building units can correctly host all the possible utilisations and functions. We can define (through the structural reading) what is for each “type” of building unit the range of the compatible usage destinations: what use will not inflict the building a devastating alteration of its structure. On the other hand, what is the most proper usage destination (or destinations) within this range, and thus what is the trend to follow in developing the city structure and its elements, can only be defined in relation with the transformation proposed for the city social structure.

5.

As we have already mentioned, Venice is a complex city. A city which essential nature is represented by the co-presence, interlacement and mutual interrelation of a great number of classes, professions and activities. Venice is one of the most vivid proof and evidence that urban quality means complexity, and that to recover appropriate urban quality in the devastated towns and suburbs built in our century means to overcome the logic of single-purpose zone division. Under this point of view, Venice is a model.

Nevertheless, Venice is increasingly more exposed to the risk that its social structure deteriorates and that the expansion of tourism and its related activities will reduce its complexity to a single-purpose.

The risk is that the social events, the interests and flows caused by the very same urban quality and the increase in the capacity of expenditure, mobility and leisure time of all industrialised countries will not only determine the expulsion of the inhabitants and the replacement of economic activities with other activities, but the radical transformation of the city social quality: its reduction to a mono-culture.

Such a devastating risk cannot be avoided with a policy made of only restrictions and bans. Tourism cannot be exorcised: it can be governed by conferring it the adequate spaces, the needed facilities and the appropriate organisation. Most of all we can contrast and avoid the tourism monoculture by promoting diversified economic and social activities, in order to let the town being “involved” in other interests. But the question is: what interests? The city debate that for many years had been concentrated on the defence of the residentiality, in the 80ies has opened up on a wider range of issues.

An option seems to stand out with wide consensus. The town is not a generic container that suits any kind of activity. Its space is limited and its appeal enormous. Thus, first we must select and then promote activities that have, or may find, a reason in the history and the special nature of the city. Not only we need to defend the residential capacity for those who live and work in town and to select the economic activities related with the city social classes, but we also have to be aware of the prestigious Venice localisation, in order to support and promote the development of activities that apply research, technological innovation and cultural creativity to the City raw material: the outstanding resource that the city special environment represents.

Thus, new projects and ideas emerge. Along with the plans to defend the city residential capacity and improve the “level” of city services, there are proposals to govern the tourist activity by rationalising the number of accesses (cone-shaping terminals), the identification of specific spaces for tourist accommodation (smaller islands), the organization of tourist itineraries aimed at discovering the city and its environment.

New projects include the development of research and experimentation on smaller shipbuilding industry (one option for the recovery of the ancient Serenissima productive area of Arsenale is to establish a new CNR institute), in order to promote a policy to support this traditional – and still alive – Venetian activity. Another new project is the establishment of a research centre for the development of the glass industry (to place in the Murano island in an old and abandoned industrial building). Projects also include the development of an environmental research institute, through a collaboration between VeniceUniversities and CNR and with the contribution of international experiences and skills, to concur with the public agencies to the monitoring of the unique Venice lagoon, and for the scientific evaluation of the State projects for the protection and recovery of the lagoon ecosystem.

Other projects regard the application, experimentation and dissemination of methodologies, technologies, tools and organisational structures able to make the city restoration and recovery works more successful, stable and cost effective and to contribute to the knowledge-base of the city historical, cultural and artistic heritage.

This would result in the renewal of the city and of its activities, skills and professional structure. It would mean that the Venice architectural and environmental heritage is no longer seen as a mere appealing showy stage to sell to the best buyer on the market, but as a resource for research, culture and material work to graft innovation on the tree of history and on the territory of environment.

This will somehow help the demythicization of the “ magnificent, progressive destinies” that every fin-de-siécle attaches to the technological development. Instead, it will more humbly recognise that applying cultural, research, innovative technical tools to the actual problems of this city and its society has been the consolidated usual procedure of the Venetian “Serenissima” Republic, and that it’s this routine that we must recover.

6.

The measures to govern such transformations of the physical and social structure of the Venice historical city centre are very different from the instrument of the traditional urban culture and theory. It is not a plan that anticipates a possible future disposition of the various city functions, abstractly “outlined” on the territory and integrated with mostly restrictive and quantitative norms and regulations, to be translated into actions through the technical mediation of progressively more detailed operational plans and the political negotiation of a programme made of a selection of priority interventions to carry out in the short term.

Instead, it must be a planning activity, the three phases of which are inseparably inter-connected: plan (that is the overall consistency of the choices on the territory), programme (that is the choice of the actually feasible priority operations) and implementation and management (that is the concrete actions of transformations).

A planning activity in which not analysis, objectives and choices are actually connected, but also are in continuous and methodical interaction. So that the choices are not only the almost automatic consequence of how the political and administrative objectives are applied to a correct analysis of the reality, but also where the planning process can allow - in every given moment – the measurement of the transformation of the reality, the consequent evaluation of the decisions made on the territory and their updating in relation with the change of conditions.

It must be a planning activity in which the three requisites of consistency, flexibility and transparency (that is the evidence and public awareness of why some given objectives in a given reality translate into given choices) are at the same time solidly achieved.

In view of such a planning activity, the numerous necessary technical and operational tools are being arranged. In advanced progress there is the cartographic system, which is not only a crucial knowledge and measurement tool, but also represents the knowledge base of all the territorial information, and thus a fundamental and primary component of the territorial-based urban information system (SIUTE). The latter is in progress and an experimental simulation has started on a limited area. In the meantime, the fundamental analysis has been drafted: a draft that includes the structural typologies, the settled activities, the ownership, and the demand for spaces from those organisations that deal with public services or utilities. Scano gives account of all this in the final pages of his book.

In addition, three kinds of restrictions are compound, heavy and often paralysing and is necessary to remove them in order to establish a new planning system. First, the restriction represented by the personnel, in which the interlacement among salary level, qualification and commitment requires a huge effort (to be made first of all – but not only – by the City Council) in order to promote the growth of those professional skills indispensable to manage, with independence and professionalism, the new urban planning system. Second the budget restrictions: the increasingly greater financial straits make the work of providing the material basis for the new planning more and more precarious, vague and unsure. The supply of hardware material, the dissemination of results, the assistance of independent consultants, the staff training initiatives become increasingly more difficult and uncertain. The third restriction is connected with the competency conflicts and confusions. This tend to represent a factor of paralysis the more the government activity becomes an action that must involve - within a single consistent process – a large number of technical, administrative and political skills, that are now often separated in their own “castling” behind defence lines.

7.

From the issue of the restrictions applied to the territory to the issue of the practical restrictions. It is not only assonance of words.

In order to achieve the conditions that can allow the real establishment of an operational synthesis between conservation and transformation, protection and development, history and innovation, environment and life – I mean, in order to really overcome the territory constraints -, we must, first of all, innovate the culture, organisation, qualification and the very role of the institution in charge of administrating the territory.

Perhaps (to draw up a balance) – this is the most serious limit of the current left-wing coalition City Council. Overcoming this limit is surely not an easy and quick thing to do and requires determination, firmness and the cultural and political commitment needed to cope with issues that do not “reward” on the short run. However, these issues must be dealt in order to bring about a “government culture” that really wants to take care and solve the real problems of the territory.

Actually what we are trying to create in Venice is something more ambitious than what it may look at a first glance.

The attempt is to solve - not only theoretically but with concrete administrative measures and actions – the above-mentioned relationship between conservation and transformation, history and innovation. In fact, this would represent a deeply innovative event within the Italian – and not only Italian – scenario.

In addition, rebuilding the credibility and authority of the public government procedures in the territorial and urban transformations, through the creation and the application of a system of appropriate planning tools, would represent a substantial innovation not only in the current phase of deregulation, “conditional amnesty for building violations and infringements”, and casual operations on the territory, but also as regards the traditional planning altogether.

Most of all, turning the current decision-making system (which is a confused interlacement of too much often occasional and discretional choices and actions) into a systematic and verifiable procedure is something that can radically innovate the entire approach and accountability of the political leadership.

Is it possible, in Venice, to achieve such an ambitious objective? To bring in such deep innovations? The millenary history of this small and great part of the world – reviewed by Luigi Scano in his book – suggests that it is possible and it is necessary. The possibility meaning the motivation and the lesson given by the immanent presence of an environment deeply sodden with the qualities produced by ten centuries of tradition, incredibly rich in fundamental world-wide values and shaped by a material culture that – during the Serenissima’s centuries – has been able to make urban transformation the core of its political and administrative agenda. And where the necessity can be perceived in that interlacement of tensions and falls, attempts and failures, rationality and compromises, intuitions and impotence that has marked – as Scano points out - Venice history in the recent decades.

A recent history that is just about to arrive at the point where clear decisions can no longer be delayed, because the instability and precariousness of the cultural and political equilibrium can no longer be prolonged, the hard price being decadency for stagnation or death for congestion and denaturalization.

Venice, its history and its qualities defy us. To accept the challenge and win it can mean not only to lead the city to “new splendour”, but also to produce, here in this town, administrative and technical examples able to demonstrate that some crucial knots of the current society can be unravelled and that Venice has again something to teach to the world.

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