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Caro direttore,

verso alcuni ho amicizia, verso altri simpatia, verso moltissimi stima ma una domanda mi ossessiona da quando ho aderito all’Udeur e li ho frequentati più da vicino: chi sono? Mi riferisco ai parlamentari europei e per loro ai rispettivi partiti della neonata Grande alleanza democratica (Gad) sperando di essere da molti di loro ricambiato con gli stessi sentimenti. Dunque chi sono? Lo chiedo innanzitutto agli amici della sinistra diessina che non sono più comunisti, non si sentono socialisti ma si definiscono riformisti. Troppo poco per capirvi cari amici. Voi siete alleati ed ho voglia di riempire questa alleanza di contenuti e di convinzioni forti piuttosto che adagiarmi in un accordo di risulta il cui unico cemento finirebbe per essere una sorta di contrarietà viscerale a Berlusconi. Anche questo è troppo poco per costruire un’alternativa di governo. Dunque non siete comunisti. Ne sono lieto e piuttosto che rigirare il coltello nella piaga, come si dice in gergo, cerco di guardare avanti e al percorso che dovremo tentare di fare insieme. Ma qual è questo percorso?

Non voglio, sia chiaro, chiedere le vostre proposizioni programmatiche. Chi sa di politica, e voi sapete di politica, sa anche che il programma è importante ma non è tutto perché un partito politico non è un centro studi. È l’insieme di convinzioni forti su temi fondanti quali, ad esempio, il concetto di democrazia, il rapporto tra economia, finanza e politica, il ruolo del pubblico nell’economia globalizzata, il valore del mercato e la consapevolezza di regolamentarlo per garantire la libertà di intrapresa a tutti ma anche la cancellazione di intollerabili enclave di miseria e di povertà che ancora allignano nel mondo. È vero, questi ed altri sono temi generali sui quali si rischia facilmente di essere d’accordo perché nessuno mai direbbe, quant’anche lo fosse, di essere contro la democrazia o a favore di un mercato senza regole e senza tabù. Eppure questo rischio va corso perché voi non siete più né comunisti né socialisti. Senza voler riesumare antichi steccati ideologici con il loro bagaglio di pregiudizi io so, o credo di sapere, qual è il concetto di democrazia e di libertà che ha il movimento socialista italiano ed europeo. Un concetto, ad esempio, diverso da quello del vecchio partito d’azione che pur non sostenendo mai sistemi autoritari aveva un concetto elitario del governo di un paese fondato prevalentemente sull’accordo tra poteri forti e non sempre chiaramente visibili.

Non so invece quale sia il concetto di democrazia sostanziale che avete voi oggi dal momento che siete riformisti senza aggettivazione e questo termine, esso sì, è troppo generico per farvi riconoscere. In politica le aggettivazioni di un sostantivo come il riformismo hanno dietro di sé quasi sempre una storia riconoscibile fatta di lotte, di successi e di sconfitte, di sacrifici e di entusiasmi. Voi non volete quegli aggettivi e finite per essere poco riconoscibili se non per le singole storie di ciascuno di voi. Non vi sfugge che vi sto chiedendo se vi sentite dentro la storia del movimento socialista italiano ed europeo. Se vi identificate in quella storia perché, allora, non amate chiamarvi socialisti? È possibile che l’ombra della scissione di Livorno sia tanto lunga d’arrivare sino ad oggi? E se invece Livorno e la sua scissione non c’entrano affatto così come le tracce visibili che ha lasciato Bettino Craxi negli ultimi trent’anni di vita del socialismo italiano, quale mai sarà il motivo per cui non volete chiamarvi socialisti? È possibile che riteniate vera la tesi di Michele Salvati secondo cui le grandi culture politiche, a cominciare da quella socialista, abbiano esaurito ogni potenzialità vitale per cui vanno messe in soffitta? Tutto è possibile ma ciò che si pensa politicamente va detto per evitare che vi siano scollamenti o incertezze permanenti che sono i tarli corrosivi di ogni alleanza politica.

Ciò che dico ai dirigenti diessini vale ancora di più per la Margherita, partito nel quale convivono culture profondamente diverse rappresentate da Rutelli e Realacci, da Prodi e Parisi per finire ai popolari di Marini e de Mita. Chi sono, dunque, anch’essi se non si chiamano più verdi, radicali e democristiani? Credetemi, lo sconcerto è davvero grande. La politica italiana sembra destrutturata nelle sue fondamenta senza che ci sia qualcuno capace di ritrovare il bandolo della matassa per ricomporre aree culturali e politiche capaci di essere alleati in una stessa coalizione o contrapporsi nella cosiddetta democrazia dell’alternanza che, peraltro, sembra essere una scoperta di questi anni mentre è in vigore in Italia da oltre 50 anni. L'alternanza a cui ci riferiamo è quella che vive e governa l’Europa dove si confrontano e si alleano le grandi culture politiche del novecento che danno vita a socialisti, popolari, verdi, liberali e comunisti mentre in Italia nelle ultime Europee, le due maggiori liste che si sono confrontate erano solo due slogan: Uniti nell’Ulivo e Forza Italia. Non ho alcuna autorità per chiedervi ciò che vi ho chiesto se non la voglia disperata di concorrere a ricostruire quell’edificio della politica le cui macerie ingombrano la vita e lo sviluppo del nostro Paese e insidiano sempre più da vicino la nostra democrazia con sofisticati meccanismi autoritari spesso poco visibili.Paolo Cirino Pomicino

POVERA Costituzione. L'Ulivo l'aveva "sporcata", con una riforma del titolo V che ha creato il primo cortocircuito tra Stato e regioni. In queste ore il Polo sta facendo molto di peggio. La sta riducendo a un meschino baratto. La sta svilendo a un truce commercio di ricatti incrociati e di vendette trasversali. Il segno tangibile di questa miseria politica e giuridica, che richiede il milionesimo "vertice notturno" a Palazzo Grazioli, è il no con il quale An, ieri pomeriggio, ha respinto l'articolo 24 del pacchetto sulle riforme istituzionali, quello che riscrive i poteri di firma e controfirma del presidente della Repubblica. Secondo la nuova formulazione dell'articolo 89 della nostra Carta del 1948, tutti gli atti del Capo dello Stato devono essere controfirmati dai ministri proponenti.

Ma il nuovo testo prescrive alcune eccezioni. Tra queste, c'è anche il provvedimento di concessione della grazia, che il presidente può concedere indipendentemente dalla proposta e dalla controfirma del Guardasigilli. Il motivo per cui Alleanza nazionale ha votato contro la sua stessa maggioranza, rompendone il già precario equilibrio e facendo infuriare il leghista Calderoli che ora ripete "o si chiude entro la settimana o mi dimetto", l'ha spiegato con brutale candore il ministro delle Comunicazioni Gasparri: "Fa molto male la Lega ad essere irritata: quell'articolo, bocciato, avrebbe consentito a un Capo dello Stato qualunque di concedere la grazia a Sofri senza il parere del governo. Votando contro quest'articolo, lasciamo nelle mani di Castelli il potere di fare rimanere Sofri in carcere".


Il disegno di legge sulle riforme impastrocchiato dal Polo è dannoso per mille aspetti. Tra una devolution disgregativa e niente affatto federativa, e un premierato assoluto che non esiste in nessun Paese del mondo, prefigura quella che Giovanni Sartori ha chiamato la "Costituzione incostituzionale". Ma al di là dei già allarmanti risvolti generali, a risultare agghiacciante è proprio questa disinvolta strumentalizzazione di ogni singolo aspetto delle riforme. È una norma-cardine, quella sulle prerogative del Capo dello Stato, che il progetto dei sedicenti "saggi di Lorenzago" ha già azzerato a tutto vantaggio del potere cesarista del "primo ministro" e ridotto a un livello intollerabile per una repubblica parlamentare. Questa norma, ora, viene usata da un partito della coalizione per due bassi motivi "congiunturali" che, con la dialettica "strutturale" del pluralismo istituzionale e del bilanciamento dei poteri, non c'entrano assolutamente nulla.

Il primo motivo è bieco, ma è nascosto: forse An ha voluto restituire, sulle riforme tanto care al Carroccio, lo stesso sgambetto che la Lega gli aveva fatto, una settimana fa, sulla Finanziaria. È un bel modo per regolare i conti interni a un'alleanza: scaricarne i "costi" sulle istituzioni. Il secondo motivo è forse ancora più bieco, ed è palese: An non vuole che una singola persona esca dal carcere, quindi ritiene normale modificare per questo un sistema di precetti generali che riguardano e devono riguardare tutte le persone. Si può essere o no d'accordo nel merito (se sia giusto o meno che Adriano Sofri torni libero, questione sulla quale nei mesi scorsi il partito di Fini si è esercitato comunque con improprio livore). Quello che stupisce, e francamente preoccupa, è il metodo. Lo stesso già collaudato per le Cirami, e per le leggi sulle rogatorie o sul falso in bilancio.

La Costituzione è la casa di tutti gli italiani. È la Bibbia laica dei diritti individuali e collettivi, dell'uomo e del cives. È il libro delle regole che sovrintendono la democrazia, delle istituzioni che la incarnano, dei poteri che la applicano. È un edificio etico-normativo nel quale devono poter convivere leggi, costumi, culture e identità di un popolo. Questo non significa che una Costituzione sia immutabile. Non lo è neanche la nostra Carta del ?48, che non va difesa a priori, in nome di un conservatorismo istituzionale anacronistico e insensato. Ma una Costituzione deve essere coerente, e deve poter durare nel tempo. Deve poter riflettere i cambiamenti, emendandosi ma non snaturandosi.

Il centrodestra al potere, invece, sta facendo esattamente questo. Sta snaturando il regime costituzionale. Sta trasformando la casa di tutti gli italiani nel "mercato rionale" dei partiti della maggioranza. Forza Italia, partito personale di Silvio Berlusconi, vuole la repubblica presidenziale ritagliata a misura del Cavaliere? Va al mercato delle riforme, e se ne prende un pezzo. La Lega, partito di secessione e di governo, esige la devolution? Va al mercato delle riforme e se ne prende un altro pezzo. An, partito dell'ordine e della disciplina, pretende il premierato e rifiuta la grazia a Sofri? Va al mercato delle riforme, e se ne prende altri due pezzi. L'Udc prova a contenere i danni del mercanteggiamento costituzionale, fa bene dopo la bocciatura dell'articolo 245 a dire "adesso va rivisto anche il premierato", ma non può fare molto di fronte ad appetiti politici così famelici degli alleati.

Dov'è, in tutto questo, l'interesse generale? Dove sono i principi supremi, ai quali i governi di qualunque colore o i Parlamenti di qualunque maggioranza, alternandosi nel corso lungo degli anni, dovrebbero fare riferimento? Dove sono quelle che i padri del grande diritto germanico chiamerebbero le "grund-norm" del sistema, destinate a sopravvivere al continuo avvicendarsi delle legislature? Nel "pacchetto" della Cdl non c'è niente di tutto questo. C'è solo la voglia, insieme bonapartista e peronista, di prendersi le istituzioni come se fossero una merce. Insieme a quei 50 articoli stravolti e riscritti, c'è la convinzione di "comprare" interi scampoli di potere. E l'illusione di "acquistare" una garanzia sulla durata della propria avventura politica. Berlusconi ha ragione quando confessa di non avere "il senso dello Stato". Ma mente quando afferma di avere "il senso dei cittadini". Non ha neanche quello. Ha solo il senso di se stesso. E come conferma la sua gestione al tempo stesso dittatoriale e paternalistica dei dissidi interni al Polo sulle riforme, è ancora convinto che il destino della nazione coincida con il suo. L'unico precedente di una formula costituzionale di "governo del primo ministro" risale al Ventennio di Benito Mussolini. Sicuramente è solo un caso. Ma non è un bel caso.

«Le ragazze avevano ricevuto minacce»

Abu Salam Al Kubaisi

Intervistato da Ugo Cubeddu su il Messaggero del 14 settembre 2004, l’autorevole leader dei sunniti spiega perché è convincente l’ipotesi dello zampino dei servizi segreti nel rapimento delle due Simone. Anche per l’assassinio di Enzo Baldoni ci fu chi avanzo la stessa ipotesi. Terroristi, guerriglieri, resistenti, soldati invasori e adesso anche barbefinte: sono davvero molti i protagonisti del terrore.

BAGDAD - Sono tutti d'accordo: questo delle due Simone è un sequestro ”strano”, ”diverso”: spezza regole non scritte, spezza consuetudini che da cinque mesi qui in Iraq sono diventate norme di comportamento ormai quotidiane. Prima bastava tendere un agguato per strada (magari con qualche soffiata precisa) e poi negoziare, all'interno delle tante organizzazioni - banditi inclusi - il valore degli ostaggi e cominciare il balletto della morte, eseguita o negoziabile. Poi - con le due Simone, ma per ora solo con loro - le regole sono cambiate e proprio i sunniti, che hanno forti legami con la guerriglia in tutte le città irachene, sono i primi a essere incerti. Ecco allora Al Kubaisi, numero due del Consiglio degli Ulema, il massimo organismo sunnita (vuol dire il 45 per cento della popolazione irachena), che racconta la sua valutazione del sequestro, i suoi contatti con le due Simone, la sua “storia” di questo sequestro.

Dottor Al Kubaisi, quando ha incontrato le due ragazze di “Un ponte per Bagdad”?

«Lunedì, il giorno prima del sequestro. Sono venute da me, abbiamo parlato insieme per un'ora e un quarto. Prima mi hanno spiegato quello che stanno facendo per l'Iraq, il loro lavoro per la Ong. In un primo momento non riuscivo a capire perché mi raccontassero queste cose, poi tutto è stato più chiaro. Abbiamo paura, mi hanno detto, c'è chi ci sta spingendo in una direzione diversa da quello che è il nostro lavoro. Abbiamo ricevuto molte telefonate di minacce in questi ultimi tempi e quindi vorremmo andare a Falluja per aiutare la gente di lì, mi hanno spiegato, ma ovviamente abbiamo bisogno del vostro appoggio».

Lei cosa ha risposto?

«Che non c'era nessun problema, che potevano contare su di noi. Anzi, ci siamo messi d'accordo che ci saremmo rivisti mercoledì a pranzo per discutere il programma che avrebbero portato, dopodiché ci siamo salutati. Martedì le hanno sequestrate e mercoledì un iracheno è venuto a portarmi il loro programma. Eccolo, vede? Pensavano di cambiare anche il nome della loro organizzazione chiamandola, per il periodo di permanenza a Falluja, “Un ponte per l'emergenza”. Poi, prima di andare via, mi hanno anche chiesto dove potevano fare qualche corso per donne per imparare meglio la religione islamica. Mi hanno fatto una impressione molto buona, erano anche molto rispettose nel modo di vestirsi e, secondo me, molto brave in quello che facevano».

Lei cosa sa del sequestro?

«Abbiamo raccolto delle testimonianze e ci siamo fatti un quadro di quello che è successo. Il gruppo era costituito da venti persone, vestite in modo quasi uguale, all'occidentale. Avevano tutti quei gilet pieni di tasche che portate voi giornalisti con, sotto, dei giubbotti antiproiettile e tutti erano armati con quelle mitraggliette che usano i ”contractors” che lavorano per gli americani. Dieci sono entrati, altri dieci sono rimasti a sorvegliare la strada. Sono arrivati su 3 pick-up, più una Peugeot station wagon e due Toyota Land Cruiser e hanno fatto tutto con molta calma, come se avessero le spalle coperte. I dieci che sono entrati obbedivano a un uomo con il pizzetto che chiamavano “Stath”, signore, e all'interno non c'è stata agitazione, né fretta. Hanno chiamato le due donne per nome, poi i due collaboratori iracheni, li hanno portati sulle macchine e sono andati via».

Chi pensa possano essere?

«Non ho molti dubbi: direi uomini di qualche servizio segreto straniero. Per la loro organizzazione, per la sicurezza e la tranquillità con cui si sono mossi, per le armi che avevano. Certamente diversi dai vari gruppi che sequestrano gente per strada, stranieri e iracheni».

Crede alla rivendicazione di “Jihad al Islam per l'Iraq” che si dice legata ad Al Zarkawi, il numero due di Al Qaeda secondo gli americani?

«No, francamente no. Anzi, penso che in realtà che il nome di Al Zarkawi sia invece usato dagli americani come copertura per quello che stanno facendo in molte città dell'Iraq e so anche che in suo nome sono usciti su Internet attacchi molto forti contro di noi».

Avete avuto incarichi di mediazione dagli italiani?

«No, nessuno. Il vostro ambasciatore è venuto qui, alla moschea di Umm Al Khura, per una riunione di capi tribù, ma non ci è stato dato alcun incarico. Noi però rivolgeremo un appello per la liberazione degli ostaggi, cercando di fare leva sulla religione dei rapitori e non sui giochi politici. Che sono tanti e molto pericolosi».

«Si ode a destra uno squillo di tromba / a sinistra risponde uno squillo». Oppure: «Se voi suonerete le vostre trombe noi suoneremo le nostre campane». Scegliete voi, cari lettori, quali di questi due celebri motti sia più adatto a rappresentare le due sentenze susseguitesi di poche ore e rispettivamente riguardanti Silvio Berlusconi (tribunale di Milano) e Marcello Dell´Utri (tribunale di Palermo).

A me sembra più adatto il primo: dà conto dei fatti, la magistratura ha parlato, è stata finalmente messa in condizioni di andare a sentenza dopo anni di esame delle carte processuali e (nel caso Berlusconi-Previti) di impedimenti processuali e legislativi pervicacemente frapposti dagli imputati e dai loro difensori per guadagnar tempo e far scorrere il più possibile i termini della prescrizione. Poi ci si lamenta per le lentezze della giustizia quando sono stati proprio due imputati eccellentissimi a farla avanzare col passo del gambero e della lumaca.

Il secondo motto configura piuttosto lo spirito dei commenti alquanto esagitati diffusi dai dirigenti del centrodestra subito dopo la condanna di Dell´Utri: la sentenza di Palermo vista come rappresaglia dei giudici palermitani rispetto a quella parzialmente liberatoria dei giudici milanesi.

Questi ultimi lodati, i primi vilipesi senza eccezioni.

Commenti stonati, di fronte ai quali spicca il riserbo e la prudenza del centrosinistra, dove nessuno si è peritato di buttarla in politica, neppure quelli che hanno espresso rammarico per il mancato rifiuto da parte del presidente del Consiglio di non accettare il proscioglimento per prescrizione, applicato dal tribunale ad uno dei capi d´imputazione, come la carica che ricopre avrebbe dovuto consigliargli.

In realtà le sentenze dei due tribunali rappresentano l´essenza della normale e corretta attività di giurisdizione affidata alla magistratura giudicante in libera dialettica con la pubblica accusa, le parti civili e la difesa degli imputati e, soprattutto, sono il risultato della libera valutazione dei fatti e l´applicazione ad essi delle norme vigenti.

Può darsi che i giudici dell´appello emendino la condanna a Dell´Utri o può darsi che la confermino. Sulla base delle risultanze emerse in processo, per quello che ne è stato ampiamente riferito dai giornali, a noi sembra che il reato di concorso esterno in associazione mafiosa sia stato ampiamente provato. Il collegio giudicante comunque, dopo aver discusso per ben tredici giorni in camera di consiglio e dopo sette anni da quando l´inchiesta della Procura ebbe inizio, ha concluso in modo limpido e netto per la colpevolezza.

Dell´Utri, nella sua dichiarazione successiva alla condanna, ha anche ribadito che proseguirà nella sua attività politica e adempirà all´importante incarico che Berlusconi gli ha affidato di organizzatore della campagna elettorale di Forza Italia. È un suo diritto: innocente presunto fino a sentenza definitiva.

Certo l´accusa per la quale è stato condannato è molto pesante. La sensibilità d´una persona normale opterebbe piuttosto, se non sulle dimissioni dalla carica di senatore, almeno sull´astensione da incarichi di rilievo che hanno come destinatari nientemeno che gli elettori. Ma la sensibilità morale è ormai una merce rarissima. Pensare di trovarla nell´anima di Marcello Dell´Utri equivarrebbe a sognare ad occhi aperti. Infatti nessuno ci ha mai pensato.

E´ stata invece sorprendente la solidarietà "umana" manifestatagli con pubblica dichiarazione dal presidente della Camera alla vigilia della sentenza. Casini ricopre una carica costituzionale molto elevata. L´amicizia personale, se del caso, la si esprime in forme strettamente private. Esternata pubblicamente getta un´ombra di interferenza nei confronti del potere giudiziario che Casini avrebbe potuto e anzi dovuto rigorosamente evitare.

* * *

Più complessa, pur nelle venti righe del suo dispositivo, è stata la sentenza del tribunale di Milano nei confronti di Silvio Berlusconi. I colleghi D´Avanzo e Giannini ne hanno già ampiamente scritto sul nostro giornale di ieri.

Aggiungerò poche osservazioni ai loro commenti.

A me sembra che i giudici milanesi non siano stati pusillanimi né che abbiano scelto una via mediana e indolore usando un eccesso di sottigliezza giuridica.

Dovevano giudicare tre capi d´imputazione che configuravano tutti e tre la corruzione di magistrati. In un caso l´imputato è stato assolto con formula piena (regalo di gioielli nel corso d´un viaggio di vacanza). In un altro caso, che configurava una corruzione connessa ad un processo specifico, l´imputato è stato assolto sulla base dell´articolo 530 del codice di procedura penale che consente l´assoluzione se le prove non sono ritenute sufficienti. Nel terzo caso (denari versati dalla Fininvest al magistrato Squillante) la prova (hanno detto i giudici) è stata raggiunta ma, con la concessione delle attenuanti, il reato risulta prescritto e quindi l´imputato è prosciolto.

Sentenza pusillanime? Ho già detto che a me non sembra. La sola, vera questione sta nella concessione delle attenuanti generiche. Potevano concederle o negarle. E quindi prosciogliere (come hanno fatto) o condannare.

Giuridicamente cambiava molto; politicamente e moralmente non cambia quasi nulla. La sentenza ha infatti accertato che Berlusconi ha versato 500 milioni di lire a Squillante (già condannato nel processo collaterale a otto anni di reclusione) per corromperlo. È uno dei reati più gravi previsti dal nostro codice. Il fatto che il decorso dei termini lo abbia prescritto non cambia nulla nel giudizio morale e politico. Sempre che, naturalmente, i giudici di appello non modifichino e capovolgano la sentenza di primo grado in senso assolutorio per l´imputato.

Qualcuno ha scritto che la sentenza smentisce l´impianto accusatorio della Procura. Non mi pare.

Un´assoluzione per insufficienza di prove e un proscioglimento per decorrenza di termini non distrugge un bel niente, al contrario conferma almeno per la metà l´impianto accusatorio. Allo stesso tempo dimostra l´indipendenza e la terzietà del collegio giudicante rispetto al Pubblico ministero. Che si vuole di meglio e di più? Non dobbiamo essere rispettosi del libero convincimento dei magistrati? Non è su di esso che si basa soprattutto l´indipendenza della giurisdizione? E non è quello il bene da tutelare ad ogni costo e che (sia detto qui incidentalmente) la riforma della giustizia approvata pochi giorni fa dal Parlamento ed ora alla firma del presidente della Repubblica, fa di tutto per condizionare e financo impedire?

* * *

Mi restano ancora da fare poche osservazioni su due questioni importanti: le connessioni politico-morali tra il processo Dell´Utri e Berlusconi; i rapporti, in generale, tra la politica e l´attività di giurisdizione.

Sulla prima questione non c´è che constatare come nell´intero processo Dell´Utri si veda in filigrana l´ombra di un convitato di pietra; nell´opera mozartiana si tratta del Commendatore, qui il convitato di pietra è un Cavaliere.

Tutta l´attività di Dell´Utri nella sua presunta collaborazione esterna con l´associazione mafiosa si svolge, in Sicilia come a Milano, nell´interesse della Fininvest e fa parte integrante della storia della Fininvest ai suoi albori, alle sue prime affermazioni imprenditoriali, alle sue iniziali e consistenti accumulazioni finanziarie. In sede giudiziaria il processo riguarda esclusivamente Dell´Utri; ma in sede politico-morale riguarda direttamente anche Berlusconi. I due sono legati a filo doppio come, su un altro versante, Berlusconi è legato a Cesare Previti.

Fini e Follini (e Bossi e Tremonti) conoscono perfettamente questa realtà.

Il loro silenzio, anzi la copertura blindata che hanno sempre dato al Capo su questo terreno, pesa come un macigno sulla fragilità dei loro piccoli strappi e minime ribellioni. Simul stabunt, simul cadent.

E ora la questione del rapporto tra la politica e la giurisdizione.

«Sarebbe ora ? scrivono molti dei nostri terzisti in servizio permanente effettivo ? che politici e magistrati comprendessero di svolgere due attività separate e distinte nelle quali debbono reciprocamente guardarsi dall´interferire». «In democrazia non è vero che la legge sia eguale per tutti». «I politici non possono esser giudicati dai magistrati, rispondono soltanto ai loro pari e al popolo degli elettori».

Queste affermazioni contengono una verità ovvia e una pericolosa bugia. La verità ovvia sta nel fatto che la giurisdizione non può avere ingresso nell´attività legislativa del Parlamento così come governo e Parlamento non possono avere ingresso nelle attività istruttorie e processuali. Ma ? ecco la nefasta bugia ? il politico che commetta reati comuni, tanto più se li ha commessi prima di ricoprire un qualsivoglia ruolo politico, è soggetto alla legge e alla giurisdizione né più né meno d´ogni altro cittadino. Non può invocare alcuna particolare immunità né alcuna particolare indulgenza né alcun foro speciale. Salvo il caso in cui si tratti non già di reati comuni ma di reati politici, per i quali infatti esistono speciali procedure che culminano nell´impeachment, cioè nello stato d´accusa votato dal Parlamento e rimesso per il giudizio alla Corte costituzionale.

E´ singolare che i nostri terzisti confondano tra loro concetti così elementari e incalzino i magistrati affinché rispettino il ruolo dei politici astenendosi dall´applicare anche a essi quel sindacato di legalità la cui esistenza distingue lo Stato di diritto dai regimi totalitari. O si tratta di ignoranza delle norme ordinamentali e dei principi del diritto, oppure si tratta di malafede partigiana.

BUSH e Blair hanno sintetizzato i contenuti del loro primo incontro dopo la vittoria elettorale (di Bush) con due affermazioni destinate a rassicurare i loro rispettivi popoli e anche il resto del mondo: in Iraq si sono fatti sostanziali progressi verso la pace e la democrazia anche se probabilmente la violenza nei prossimi mesi aumenterà ancora; in Medio Oriente, dopo la morte di Arafat, riprenderà il negoziato tra Israele e i palestinesi con l´obiettivo di far nascere lo Stato di Palestina nel 2008.

La prima affermazione è menzognera, la seconda è possibile ma non probabile. Il nuovo Stato palestinese, stando alla road map varata nel 2002 e arenatasi dopo pochi mesi, avrebbe dovuto veder la luce nel 2005.

L´obiettivo è stato spostato in avanti di tre anni. L´ostacolo Arafat è stato rimosso dalla natura (salvo eventuali risultati dell´autopsia, semmai si farà, che dovessero provare che la natura è stata "aiutata") ma si tratta ora di vedere se la successione alla guida dell´Autorità palestinese sarà sufficientemente flessibile e riuscirà a far cessare l´intifada e gli attentati, come chiede Sharon prima di riaprire le trattative, oppure no. E fino a che punto Bush potrà e vorrà moderare la linea dura del premier israeliano.

Ricordo a questo proposito che subito dopo l´attentato alle Torri gemelle, l´11 settembre del 2001, il presidente americano e il suo fedele alleato britannico posero al primo posto della loro agenda antiterroristica la soluzione del conflitto palestinese. Ma pochi mesi dopo l´agenda era già cambiata: al primo posto balzò la guerra afgana e subito dopo quella irachena mentre la road map finì nel cestino dei rifiuti. Oggi si riparte da zero, con il sollievo dell´assenza forzosa di Arafat, tre anni perduti, un carico innumerevole di vittime, un deposito di odio e di violenza centuplicato. E la guerra irachena ancora e sempre più drammaticamente in corso.

In queste condizioni non c´è alcun rapporto tra le ottimistiche dichiarazioni di Bush e di Blair e la cruda realtà dei fatti.

* * *

La battaglia di Falluja è praticamente finita ieri sera, dopo cinque giorni di furiosi combattimenti preceduti da bombardamenti "mirati" effettuati da bombardieri B52, da cacciabombardieri e da folte squadre di elicotteri, sei dei quali sono stati abbattuti dagli insurgents (il termine è quello usato correttamente dai comandi Usa).

Stando ai predetti comandi i caduti americani sarebbero una trentina, i feriti più di un centinaio, gli insurgents rimasti sul terreno circa mille.

I capi nemici insieme al grosso degli insorti sono sfuggiti per tempo fin dal primo giorno di battaglia.

Di vittime civili non si parla. Nessuna? Centinaia? Migliaia? Non se ne sa nulla perché i comandi Usa su questo delicatissimo tema hanno calato fin dall´inizio una coltre di assoluto silenzio. Giornalisti in campo non ce n´era nessuno. Pochissimi embedded, cioè affidati alle cure degli uffici stampa militari nelle retrovie e strettamente diffidati di inoltrarsi e verificare direttamente i dati e i fatti.

Osservatori dell´Onu totalmente assenti. Altrettanto assenti la Croce Rossa internazionale e Amnesty. Verità sigillata. Eppure il tema è essenziale e dovrà in qualche modo venire alla luce: quante sono state le vittime civili nella battaglia di Falluja e quante in tutto l´Iraq dall´inizio della guerra in poi? È mai possibile che la più grande democrazia del mondo e il suo alleato britannico abbiano sequestrato in modo così totale la verità dei fatti?

Qualche spiraglio è comunque emerso. Lasciamo pure da parte l´inchiesta condotta da due agenzie di analisi demografiche, una americana e l´altra svizzero-inglese, che qualche settimana fa arrivarono alla conclusione di centomila iracheni caduti dall´inizio della guerra. Era frutto di comparazioni statistiche sui dati disponibili dello stato civile del Paese e non di verifiche sul campo.

Ma a Falluja erano rimaste in città da 50 a 80 mila persone, tra cui almeno la metà composta di donne vecchi e bambini. La Mezza Luna Rossa ha lanciato due giorni fa (terzo giorno di battaglia) un appello disperato affermando che cinquantamila civili erano a rischio di vita a causa degli stenti, mancanza d´acqua, di medicine, blocco totale degli ospedali e dei posti di pronto soccorso. Impossibile prestare cura alle centinaia di feriti. Impossibile far affluire cibo, medicine ed équipe mediche poiché i cordoni militari attorno alla città impedivano l´entrata dei soccorsi. La Mezza Luna Rossa, diceva quell´appello, aveva comunque organizzato un convoglio di tre camion guidati da un medico iracheno in partenza da Bagdad e diretto a Falluja, che avrebbe tentato di entrare nella città sperando che i comandi Usa l´avrebbero permesso.

L´appello, rilanciato da alcune agenzie di stampa internazionali e ripreso da pochissimi giornali, è stato completamente ignorato dalle nostre emittenti Rai e Mediaset. Comunque dopo l´altro ieri non se n´è più saputo niente né risulta nulla dagli ospedali di Falluja e dai pochi medici rimasti nella città, la quale per altro è in gran parte ridotta ad un cumulo di macerie.

Fino a quando il popolo americano, quello europeo e i Paesi arabi e musulmani tollereranno un così vergognoso sequestro di informazioni e di verità? Fino a quando l´Onu resterà anch´essa inerte e silente? Intanto Bagdad è un inferno, Mosul (la terza città dell´Iraq dopo la capitale e dopo Bassora, con 2 milioni di abitanti) è caduta sotto il controllo degli insurgents, in tutte le città del triangolo sunnita gli attentati si susseguono e la guerriglia infuria soprattutto contro la polizia e la guardia nazionale irachene. Segni di nuova insorgenza emergono anche a Kerbala e a Najaf, la città santa sotto il controllo sciita dell´ayatollah Al Sistani.

Progressi sostanziali? Elezioni a gennaio? Il premier provvisorio, Allawi, ha decretato il coprifuoco di sessanta giorni in tutto il Paese; dovrebbe dunque scadere ai primi di gennaio. Come si potrà organizzare in regime di coprifuoco e in presenza di una guerra civile che miete vittime in tutto l´Iraq centrale, una campagna elettorale? Almeno un simulacro di campagna elettorale? Le liste degli aventi diritto al voto? I seggi e gli scrutatori? I comizi? Le liste dei candidati? Di tutto ciò nessuno parla, ma il grottesco della situazione sta nel fatto che anche su questa delicatissima questione nessuno pone domande. Non c´è un giornale, un´emittente televisiva, un´organizzazione internazionale, Onu, Unione europea, Lega Araba, nessuno che ponga domanda.

L´Italia è potenza occupante a tutti gli effetti, con tremila uomini sul terreno. Ha quindi titolo per porre queste domande al governo provvisorio iracheno. Ma non lo fa. Se ne guarda bene. Allawi ieri è arrivato di sorpresa a Nassiriya per salutare il nostro contingente. Ha comunicato che la nostra presenza è utilissima e indispensabile e che durerà ancora a lungo anche dopo le elezioni. Saluti e baci e se n´è andato. Domande? Naturalmente nessuna.

Martino, Pera, Casini, lo stesso Berlusconi, a intervalli relativamente frequenti a ridosso di elezioni nostrane, arrivano, mangiano il rancio e ripartono. Domande? Alcuna.

Delle elezioni irachene, delle vittime irachene, delle città irachene bombardate, della ricostruzione nelle zone passabilmente pacifiche, il Sud sciita, il Nord curdo, nessuno sa nulla. È fantastica questa noncuranza.

Questa cinica indifferenza.

Progressi sostanziali. Dunque Bush sa e Blair sa. Ma non vanno al di là del sostantivo "progresso" e dell´aggettivo "sostanziale". Qualche cifra? Qualche cenno geografico? Una specifica dei lavori in corso? Il silenzio è d´oro.

Forse le informazioni sono ammassate a Fort Knox, insieme ai lingotti d´oro della Federal Reserve. Evviva la trasparenza, evviva la democrazia.

* * *

Israele. I palestinesi. Il futuro Stato di Palestina.

Sharon è pronto a riprendere i negoziati di pace. Arafat è morto.

Ricominciamo. Nel frattempo ritirerà (ci riuscirà?) settemila coloni dagli insediamenti ai bordi della Striscia di Gaza. Unilateralmente, cioè senza discuterne con l´Autorità palestinese. Gaza resterà un immenso campo profughi di oltre duecentomila anime (anime si fa per dire) in mezzo al deserto, con Israele a Est e l´Egitto a Ovest.

In Cisgiordania i coloni di Israele sono oltre duecentomila. In via di ulteriore espansione. L´esercito di Israele vigila, ovviamente, sulla loro sicurezza. Il muro la cui costruzione continua li circonda e li include. A zigzag, come le spire d´un gigantesco pitone. Quello che resta fuori dal muro dovrebbe essere il territorio del nascente Stato palestinese. Gaza? Sta laggiù, un po´ più avanti verso destra. Non comunicante.

Bene. Sharon è comunque pronto a riprendere in mano la road map ma, ovviamente, a condizione che l´Autorità palestinese abbia prima disarmato o comunque rese inoffensive la fazioni armate, Hamas, Jihad palestinese e le brigate di Arafat, cioè i terroristi che hanno preso il nome del raìs scomparso, braccio armato di Fatah.

Gli osservatori e i giornalisti embedded (ormai abbondano dovunque e chi non è embedded peste lo colga) sostengono che la transizione da Arafat ai suoi successori è avvenuta con meravigliosa rapidità e generale concordia. Affermano anche che è in crescita Abu Mazen, il moderato che firmò la road map due anni fa ma poi dovette dimettersi per dissensi col raìs ancora vivo e vegeto. Con ogni probabilità sarà lui a guidare il suo popolo, fazioni armate comprese, verso la pace.

Anche noi lo speriamo. Gli israeliani sono stanchi, i palestinesi ancora di più. La pace la vogliono tutti. Forse è la volta buona. Si odiano ancora? Sì, si odiano più che mai. La pancia dei due Paesi odia l´altra. Alcune élite predicano la reciproca fratellanza, ma appunto sono élite.

Certo, se Abu Mazen, Abu Ala, i moderati, i ragionevoli, crescono in prestigio e popolarità, forse ce la faremo. Il primo è il capo dell´Olp, cioè dell´organismo che raccoglie tutti i partiti palestinesi. Il secondo è il primo ministro del governo provvisorio. In teoria hanno già in mano la piena rappresentatività istituzionale; debbono solo vedersela confermata dalle elezioni che si terranno anch´esse - vedi caso - ai primi di gennaio insieme a quelle irachene. Sempre che Sharon consenta che si svolgano, perché adempiere alle procedure pre-elettorali ed elettorali se Israele non lo consentisse è impensabile dato il frazionamento del territorio, i posti di blocco, i coloni, eccetera eccetera. E il terrorismo e la rappresaglia antiterrorista. Se non fosse drammatico anzi tragico, bisognerebbe qui ricordare l´antica filastrocca: dimmi tu chi è nato prima sarà l´uovo o la gallina? Così tra terrorismo e rappresaglia: l´uno si vendica dell´altra e viceversa, in un ciclo infinito, in un eterno ritorno dell´eguale.

Però, oltre ad Abu Mazen capo dell´Olp, nel nuovo triumvirato istituzionale installato dopo la morte di Arafat c´è anche un terzo personaggio. Si chiama Farouk Kaddumi, cui è stata consegnata (o si è preso) la guida di Fatah.

Kaddumi vive da undici anni a Tunisi, non ha mai approvato gli accordi di Oslo e tutto ciò che ne è seguito e non seguito. È intransigente. Non procederà senza l´accordo di Hamas e della Jihad. D´altra parte, allo stato dei fatti, è il solo che possa convincere questi due gruppi non diciamo a deporre le armi ma a farle tacere per consentire il negoziato. A certe condizioni. Quelle di Kaddumi non sono quelle di Abu Mazen.

Al Fatah è il maggior partito palestinese. Diciamo che rappresenta il 95 per cento dell´Olp. L´Olp senza Fatah è una scatola vuota. Se guardiamo alle cariche istituzionali, l´uomo forte non è Abu Mazen ma Farouk Kaddumi. È anche quello che ha in mano i soldi di Arafat, a parte i dollari rimasti alla vedova.

C´è un quarto personaggio, ancora più popolare di Kaddumi tra i palestinesi arrabbiati, ed è Marwan Barghuti, che sta da un anno nelle prigioni di Israele condannato cinque volte all´ergastolo. Potrebbe anche candidarsi al ruolo di presidente dell´Autorità palestinese. Potrebbe essere eletto. Che succederebbe in quel caso? Il successore di Arafat eletto dal popolo in prigione a vita nelle carceri di Israele? È difficile che avvenga perché i palestinesi sono stanchi. Ma vedete bene che il rebus resta un rebus anche dopo la morte del raìs, anzi è più rebus di prima.

Certo, se Bush batterà il pugno... Se imporrà a Sharon... Se inonderà di dollari Gaza e i sindaci della West Bank... Se minaccerà e magari manderà una forza d´interposizione.... Se le Chiese evangeliche lo sproneranno... Se i neo-con gli suggeriranno... Se Blair...

No, Blair no. Blair non conta più niente. Sta con le sue truppe a Bassora e non se ne può andare se non insieme a Bush. Se se ne andasse prima dovrebbe far fagotto il giorno dopo abbandonando Downing Street.

Perciò Blair è il fox-terrier di Bush o poco più.

Blair nella vignetta di Andy Davey

La fotografia di una afghana che alle prime elezioni «libere» del paese inserisce la scheda nell'urna col burqa addosso fa piazza pulita dell'impetuoso fiume di parole che tre anni fa, da destra e da sinistra, accreditò la guerra all'Afghanistan come guerra di liberazione delle donne dal patriarcato islamico, stabilendo fra libertà femminile e procedure democratiche un nesso che non esiste e che oggi la realtà si incarica infatti di smentire. Aveva piuttosto ragione la protagonista di Viaggio a Kandahar di Mohsen Makhmalbaf, quando scetticamente si chiedeva se in Afghanistan siano i governi a imporre la legge del burka o una cultura che sottosta a qualunque alchimia politica a imporla ai governi. Ennesima ferita nella presunzione occidentale dell'onnipotenza democratica esportabile. Eppure non basta mai.

Contro la l'ennesimo e insopportabile orrore dell'altra foto della settimana, quella del massacro all'Hilton di Taba, e contro l'ennesima e insopportabile ripetizione del video dell'orrore, quello della decapitazione di Kenneth Bigley, di nuovo si levano appelli allo scontro di civiltà. Le risposte nazionali al terrorismo internazionale non funzionano, scrive giustamente Paolo Garimberti su Repubblica, ma solo per arrivare alla conclusione che invece quello che funzionerebbe sarebbe l'unità di tutti gli occidentali, unica ciambella di salvataggio dei valori universali. E così siamo al punto di partenza: a contrastare l'attacco fondamentalista all'universalismo occidentale ribadendo che l'unico universalismo possibile è quello occidentale e che l'occidente è l'unico bastione dell'universalismo.

Sotto le guerre delle religioni e dei valori intanto scorre il fiume della comune umanità e dei comuni sentimenti. Sabrina e Jessica Rinaudo erano andate a Taba a riposarsi e divertirsi e ne avevano diritto. A poca distanza da Taba, a Sharmel Sheik, centinaia di turisti italiani, narrano le cronache, continuano a riposarsi e divertirsi scansando quello che è successo poco più in là. Minuscole strategie di sopravvivenza: l'occidente è anche questo, insensate formule di vacanze uguali e seriali, tutti irregimentati nei pacchetti aereo più villaggio più spiaggia più gita folkloristica nel deserto, ma lasciamo perdere. Resta il fatto che il terrorismo non solo colpisce nel mucchio, ma mira diritto all'immaginario. Niente più vacanze spensierate, niente più oasi sul Mar Rosso per staccare dallo stress del nordest e del nordovest. Altro che geopolitica e geostrategia: i giochi si fanno sulla vita quotidiana. A che serve moltiplicare e multilateralizzare le alleanze e le truppe occidentali, contro un gioco così? Il virus terrorista costringerebbe la politica a inventare strategie immunitarie di cui non si vede idea alcuna all'orizzonte.

C'è andata di mezzo ancora una volta una coppia di giovani donne. Saltata in aria, pare, per mezzo di un'altra donna, la kamikaze che avrebbe dato il via all'azione del commando. Ennesima e dolorosa conferma che lo scontro di civiltà si è infiltrato anche nell'immaginazione di un «continuum femminile» capace di vincere sulla distruttività maschile. L'immaginario maschile in compenso continua a fare sulle donne i suoi giochi. Altri appelli si levano prerché la solidarietà e il pubblico cordoglio per Jessica e Sabina siano pari a quelli per le due Simone. Saranno non solo pari ma superiori. Stavolta le due vittime sono vittime davvero, tutte vittime senza residui. Non parleranno, non usciranno dalle righe, non pretenderanno di dire la loro sui governi e sui terroristi. Sono morte e murate più che dietro un burqa, e anche i più cinici benpensanti troveranno le lacrime per piangerle.

Ragioniamo se ci riesce

Sacrosanto invito a un atteggiamento radicalmente diverso da quello corrente, la cui volgarità intellettuale sconcerta e fa dubitare della possibilità di un futuro decente. Da il manifesto del 12 settembre 2004

Fra i disastrosi effetti del terrorismo, è la messa in mora della ragione. La sua propria, perché perde sempre, e quella nostra. In Italia ormai si delira. Farsi domande, come buon senso comanda, sulle differenze dei terrorismi e le loro origini politiche e sociali, sembra che sia bestemmiare. Dubitare che esista una centrale terroristica internazionale e chiedersi perché i terrorismi siano sciamati nel Medio Oriente dopo la guerra del Golfo e si siano moltiplicati con quella dell'Iraq, sembra che sia giustificarli. Osservare che il fondamentalismo armato è indirizzato soprattutto a egemonizzare il mondo musulmano dopo la sconfitta dei nazionalismi laici e parla alla miseria dei diseredati dalle monarchie che chiamiamo «moderate», sarebbe un ignobile diversivo. Scrivere che con il Patriot Act la democrazia americana affonda e che la teoria e la pratica della guerra preventiva di Bush (che oggi Putin tenta di imitare) alimentano i terrorismi invece che distruggerli, sarebbe approvare Osama Bin Laden. Dire che non è terrorismo ma azione di resistenza attaccare un presidio della coalizione occupante o far saltare un pozzo di petrolio, dimostrerebbe un'ambiguità della sinistra. E sussurrare che chi si fodera di esplosivo per far saltare se stesso e altri inermi deve essere orribilmente disperato, e interrogarsi se non ci sia qualche responsabilità anche nostra per essere arrivati a tali abissi, sarebbe imperdonabile.

Ma come mettere in atto delle politiche invece che delle armi verso l'enorme mondo musulmano che abbiamo accanto, senza farsi queste domande? Eppure non se le fanno che alcuni gruppi di volontari e qualche centro religioso - il resto del paese è sommerso da esecrazioni, approssimazioni e una vociferazione razzista come poche altre volte abbiamo conosciuto. Davanti al sequestro e all'omicidio di Enzo Baldoni e al sequestro a Baghdad delle due coraggiose Simone c'è una reazione bellissima della gente normale, generosa come loro; grandi cortei sfilano con le candele dicendo: «ragioniamo, fermiamo le armi, parliamo». Non possono fare altro.

Ma il governo non li ascolta. Non fa che moltiplicare gli errori: non ha saputo difendere i suoi cittadini migliori in Iraq, e riceve con onore il Quisling iracheno. Né esso né la coalizione occupante sanno nulla di chi si agita nel caos di un paese del quale lo stesso Bush ammette di aver perduto il controllo. Nulla sanno i servizi, che sarebbero pagati per saperlo: nessuno si è accorto che un grosso gruppo armato stava bloccato la sede delle ong al centro di Baghdad, né pare in grado di trovare le tracce che pur deve avere lasciato. Signor presidente della Repubblica, come si può dire che stiamo in Iraq per preservare la pace se i nostri uomini non sono in grado neppure di proteggere discretamente gli italiani che lavorano per la pace sul serio?

Sono convinta che davanti a un sequestro bisogna dare priorità al riscatto degli ostaggi. Non penso che si abbia diritto di non trattare quando vi sono di mezzo delle vittime terze: il governo cerchi chi detiene i suoi cittadini e tratti finché questi non sono liberati; almeno servirà per conoscere chi sono. Se c'è un altro mezzo, lo dica. Se no, vuol dire che fa solo parole, come quella disgraziata uscita: «amici del governo iracheno, liberate dalle vostre galere coloro che detenete ingiustamente». Vorrei anche vedere che gli consigliassimo di tenerle dentro innocenti.

Temo che il governo nulla faccia di quel che riteniamo giusto. Ma non mi piace la bassa polemica contro chi nell'opposizione ha ritenuto giusto di far fronte comune per ottenere un riscatto. La diversità del giudizio politico è una cosa, l'acredine e la litigiosità di cui la sinistra radicale dà prova ad ogni occasione sgomenta. E rischia di farci perdere le elezioni del 2005. Senza vincere le quali non ci sarà nessun Zapatero capace di ritirare il nostro contingente dall'Iraq, sola e tardiva via d'uscita dalla impresa sconsiderata e crudele nella quale siamo stati messi.

Hai sentito che cosa ha detto Prodi? Ma ti pare il caso di parlare di mercenari? Mica una sola telefonata ho ricevuto. E nemmeno due. E tutte (per restare in tema) assolutamente «volontarie». Replicherò dunque con un apologo neorealista. Lui si chiamava Gianni ed era un autista d’autobus in pensione. Lei, sua moglie, si chiamava Anna e aveva un’ammirazione appassionata per la gente che rischia per le nobili cause. Si commosse e si sentì importante una volta che le passai al telefono Antonino Caponnetto. Tutti e due, credo, erano iscritti ai Ds.

Mi accompagnarono in lungo e in largo tutti i giorni della campagna elettorale nelle politiche del 2001.

Su e giù con un furgone per le vie del centro di Genova e per la Val Bisagno. Non furono i soli a darsi da fare per me. Si mossero a decine e decine i militanti dell’Ulivo. Tutti i giorni, ciascuno nelle ore che poteva. Ero il loro candidato; un candidato non locale, fra l’altro, ma - così mi parve - ugualmente gradito per il suo prolungato impegno su alcuni temi che molti di loro consideravano cruciali per la democrazia. Alla fine di un mese e mezzo di campagna elettorale cercai di sdebitarmi moralmente per quell’aiuto che, certo, era stato prodigato con tanta generosità per fare vincere l’Ulivo; ma che aveva coinvolto e costruito (e come sarebbe potuto essere diversamente?) relazioni umane profonde. Regalai a quasi tutti i nuovi amici trovati sul campo copie dei miei libri. A Gianni e Anna, che si erano dedicati a me tutti i giorni dall’alba fino a notte, mi sembrò giusto consegnare una busta, per così dire, di rimborso spese. C'era dentro un assegno di un milione. Una cifra simbolica, di fronte a un mese di lavoro in due. Non volevo insomma che lo intendessero come un vero pagamento. Lo rifiutarono lo stesso. Non ne vollero sapere. Lo abbiamo fatto per ideali, mi risposero. Vollero, questo sì, dei libri con una dedica calorosa. Poi non mi chiesero mai un favore. Non cercarono di far valere il loro aiuto per dare origine ad alcuna clientela. Li ho riincontrati spesso. E lo scorso giovedì sera, durante una manifestazione sulla Finanziaria, proprio mentre Berlusconi lanciava l’idea dei suoi Mille, si sono candidati a ripetere la loro fatica nel 2006.

Ho ripensato a questo groviglio di rapporti, di impegni, di affetti che si formano nell’azione politica. Ci ho ripensato appunto leggendo la polemica scoppiata dopo l’annuncio dei mille professionisti azzurri e l’icastica risposta di Prodi sui “mercenari” e sui “volontari”. Ha sbagliato Prodi? Ha superato il limite del “civile confronto”? Ha fatto un autogol clamoroso, come da più parti si recita? Lasciamo perdere i limiti del civile confronto, che non si sa chi possa più invocare, visti i silenzi prudenti con cui si accolgono accuse ben più sanguinose di quella prodiana. La polemica invece, quella, non va fatta per nulla cadere. Piuttosto va sviscerata. Per capire che cosa si può ancora dire in questa temperie politica. Qual è il galateo e chi lo stabilisce. E siccome credo che il centrosinistra non debba perdere un grammo della propria intelligenza e della propria libertà di espressione (visto per di più che gli spazi di libertà si restringono ogni giorno di qualche centimetro), vale la pena ripartire dall'etimologia. Dice il Devoto Oli, a proposito della parola mercenario: «Di chi svolge un’attività al solo scopo di trarne un guadagno». E aggiunge che sono truppe o soldati mercenari quelli «reclutati con contratto per fare la guerra». Specificando che anche una balia può essere mercenaria, nel senso che allatta a pagamento, non per amore. Ma resta inteso che sia la balia sia il soldato possono fare a pagamento cose in cui in certa misura si riconoscono. Che la balia può amare il bimbo che allatta per mestiere. Che il soldato può ammirare il signore che lo paga e sotto le cui bandiere egli si batte.

Questo è il dizionario. Se poi si volesse andare più a fondo e sottilizzare, si potrebbe rilevare che mercenario e soldato hanno in fondo radici uguali: mercede e soldo. Il tempo fa e disfa lentamente le parole, come sappiamo. Ma gli umori, le reattività, gli spiriti e le faziosità, vanno oltre. A comando trasfigurano quei termini che hanno una loro semplicità e potenza descrittiva. E' curiosa la politica. Da un lato inventa parole vacue e untuose per diplomatizzare e stemperare la dialettica delle idee, preoccupata nevroticamente di ogni forma di dissenso. Dall’altro conia insulti e accuse che non stanno né in cielo né in terra tanta ne è l’intenzionale violenza. Sicché, oscillando senza tregua tra questi due estremi, bandisce dal suo lessico le parole chiare e cristalline. Anche per questo essa è lontana dalla gente. Perché rifiuta di parlarne la lingua quotidiana. Quella della gente comune, non della gente da trivio (che invece ogni tanto adotta disinvoltamente).

Berlusconi arruola con regolare contratto mille giovani per la sua «guerra» (parola da lui pronunciata centinaia di volte) contro «la sinistra»? È il tipico caso del Devoto Oli. Bisognerebbe parlare di professionisti, che suonerebbe meglio? Ma qui non di professionisti si tratterebbe. Non si parla infatti di pubblicitari, di addetti stampa, di sondaggisti, che per una campagna elettorale prestano la loro opera al servizio di una parte politica. Ma di persone che svolgerebbero un’attività di propaganda a pagamento, che ora non svolgono. Tant’è che sarebbero selezionate non tra quelle che già ora fanno politica per Berlusconi gratuitamente. Ma - si è detto - sul mercato (giusto?), attraverso una adeguata attività di selezione svolta da appositi e premiati cercatori di talenti. E dietro promessa di una mercede. Nulla di vergognoso, per chi impara ad avere una visione laica della vita e della politica. Ma il cui contrario, nel prezioso «Dizionario dei sinonimi e dei contrari» di quasi mezzo secolo fa (edizione speciale, udite udite, per l’Arma dei Carabinieri), si chiama, alternativamente, «gratuito», «volontario», «disinteressato».

Devo dire la verità. Fa un po’ specie vedere che chi ha fatto del denaro la propria religione, chi ne ha fatto il metro supremo per misurare capacità e qualità delle persone (ricordate il celebre episodio del premier con il ragazzino milanese che gli diceva che il suo papà, diversamente da lui, non poteva mangiare al Savini? «Si vede che non ha lavorato come me», gli rispose) provi poi vergogna o risvegli i suoi furori se gli si osserva che progetta di acquistare con il denaro la altrui disponibilità al lavoro politico.

E fa un po’ specie anche sentire evocare, in questo caso, il professionismo politico. Il quale è tutt’altra cosa e si trova, come è noto, sotto tutte le bandiere. Sono professionisti della politica coloro che vivono di politica (in modo più o meno definitivo) grazie a un’attività istituzionale. E lo sono anche coloro che vengono pagati dai partiti per svolgere le loro mansioni. I quali però - lo si ricordi - non vengono reclutati con un'offerta pubblica sul mercato. Ma in genere ricevono un'offerta di collaborazione dopo un tirocinio fatto in modo assolutamente volontario presso il partito che meglio incarna i loro ideali. Arrivano cioè al professionismo per un cumulo di circostanze, ma avendo all’origine una scelta di “gratuità”. Che si manifesta, a scanso di equivoci, tanto a destra (specie nella Lega e in Alleanza nazionale) quanto a sinistra.

Ogni tanto la politica ha le sue pretese semantiche. Una volta pretese che non si potesse parlare di «lotta alla mafia». Che non potessero usare quell’espressione esecranda né i magistrati, né gli intellettuali, né gli insegnanti, né i preti, né i giornalisti. A cicli alterni mette al bando il termine «società civile», che pure ha radici dense e ben motivate da Hobbes a Gramsci. Sembrano pretese stravaganti, ma dietro queste ambizioni censorie ci sono sempre nervi scoperti, nitide esigenze di potere. Perciò cedere a queste pretese non è un fatto semantico. È un fatto civile e politico. Sull’opportunità di una parola si può discutere all’infinito. Sul suo fondamento logico ed etimologico no. Pena la perdita di un po’ di libertà. Di espressione e d’opinione

L'appel d'Élisabeth Badinter et de douze anciennes ministres du gouvernement Jospin. Pour Jila Izadi, 13 ans, Iranienne, condamnée à mort par lapidation

Le 25 octobre dernier, le magazine « Elle » publiait un appel d'Élisabeth Badinter pour tenter de sauver la jeune Jila condamnée à mort en Iran pour avoir eu des relations sexuelles avec son frère. Aujourd'hui, d'anciennes ministres prennent le relais, dont Élisabeth Guigou, Martine Aubry et Dominique Voynet

L'APPEL D'ÉLISABETH BADINTER

Jila Izadi, 13 ans, vient d'être condamnée à la lapidation par le tribunal de Marivan en Iran. Elle attend en prison la confirmation de sa sentence. La philosophe Elisabeth Badinter appelle à la mobilisation.

Jila Izadi, une enfant de 13 ans, vient d'être condamnée à la peine de mort par lapidation. Son crime : elle aurait eu des relations sexuelles avec son frère âgé de 15 ans. Enceinte, elle a accouché dans sa prison.

Son frère incarcéré aurait déjà subi sa peine, conformément à la loi islamique : 150 ou 180 coups de fouet (les chiffres divergent). De quoi être laissé pour mort. Cette ignominie se passe à Marivan, une ville du Kurdistan iranien, quelques semaines après la pendaison au crochet d'une grue d'une autre jeune fille iranienne de 16 ans, Atefeh Rajabi, accusée d' « actes incompatibles avec la chasteté ». Le tout dans le silence assourdissant de la presse nationale et internationale ainsi que de la plupart des associations féministes, pourtant branchées en permanence sur internet.

Au dernier meeting des altermondialistes qui s'est tenu à Londres la semaine dernière, femmes voilées et féministes soi-disant « historiques » ont craché feu et flammes contre la loi française pour le respect de la laïcité, mais pas un mot n'a été prononcé pour condamner le martyre infligé aux femmes au nom de la charia. À leurs yeux, les vraies martyres sont celles qui vivent dans les démocraties occidentales auxquelles on demande d'ôter leurs signes religieux pour pénétrer dans l'école de la République et non celles qui subissent la loi impitoyable des théocraties totalitaires. Ce que les mieux endoctrinées se gardent bien de dire est sorti spontanément de la bouche des deux soeurs voilées, surmédiatisées, l'année dernière. Devant les caméras de TF1, elles ont approuvé avec une sorte d'ingénuité la lapidation des femmes adultères. Personne n'a relevé, personne n'a condamné. Aucun rappel à l'ordre des droits de l'homme. On risque donc d'attendre longtemps qu'une militante pour le port du voile islamique en Europe se lève enfin pour fustiger ces pratiques atroces. Ce n'est donc pas sur elles qu'il faut compter, pas plus que sur leurs avocates qui osent se dire encore féministes, pour tenter de sauver la petite Jila Izadi qui attend confirmation de son supplice des autorités iraniennes. Nous savons aujourd'hui que seule une très forte mobilisation internationale peut réussir parfois à stopper une exécution capitale. Comme ce fut le cas pour Safia Husseini et Amina Lawal au Nigeria. C'est pourquoi nous supplions les défenseurs du droit des enfants, les militants de l'abolition de la peine de mort et tous les démocrates horrifiés par ces crimes d'écrire cette seule phrase, par lettre au courrier signé de son nom

(*) : « Non à la lapidation de Jila Izadi, une enfant de 13 ans ». De la rapidité et de l'ampleur de nos protestations dépend sa survie.

Elisabeth Badinter

Envoyez vos lettres ou cartes postales directement à l'Ambassade de la République islamique d'Iran (4, avenue d'Iéna, Paris 16e) ou bien à l'association Ni putes ni soumises (190, boulevard de Charonne, Paris 20e).

Ou adressez un courriel : contact@amb-iran.fr ou infos@niputesnisoumises.com

Anciennes ministres signataires a Michèle SABBAN - Martine AUBRY - Elisabeth GUIGOU- Ségolène ROYAL - Florence PARLY - Nicole PERY - Paulette GUINCHARD - KUNSTLER - Marylise LEBRANCHU - Marie-Noëlle LIENEMAN - Catherine TASCA - Dominique VOYNET - Marie-George BUFFET-

CE QUE DIT LA CHARIA

« En Iran, selon la charia, toute femme qui a, ou a eu, une relation sexuelle avec un homme qui n'est pas son mari commet l'adultère.

Seule sentence pour ce « crime », la lapidation, explique Kaveh Mohseni, représentant du SMCCDI (Comité de coordination du mouvement étudiant pour la démocratie en Iran)*.

Dans les cas de viol, les auteurs mais aussi les victimes sont pénalisés et passibles de la lapidation. » En Iran, depuis 1990, dix jeunes mineures ont été exécutées, la plupart accusées d'actes incompatibles avec la chasteté. Entre 2001 et 2003, plus d'une dizaine de condamnations ou d'exécutions par lapidation ont été signalées à Amnesty International. Ainsi, une femme de 35 ans, à l'identité inconnue, a été accusée d'avoir tourné dans un film porno et a été lapidée à mort en mai 2001. Rababeh, reconnue coupable en juin 2001 d'adultère et de complicité du meurtre de son mari, a été condamnée à recevoir 50 coups de fouet, suivis d'une mise à mort par lapidation. On ne sait pas si elle a été exécutée à ce jour. Ou encore Maryam Ayoubi, 31 ans, reconnue coupable du meurtre de son mari, a été lapidée à mort en juillet 2001 après avoir été emprisonnée pendant huit ans.

Caroline Laurent

Alla fine di questa brutta storia è assai probabile che Rocco Buttiglione arrivi comunque a sedersi sulla tanto sospirata poltrona di commissario europeo responsabile per le questioni di Sicurezza, Libertà e Giustizia, nonostante la bocciatura ricevuta ieri dalla commissione per le libertà civili del Parlamento europeo.

Ma sarà un commissario (e vicepresidente) sminuito nella sua credibilità politica. Un´anatra zoppa. Un peso per il presidente della Commissione, Barroso, che dovrà difenderlo di fronte agli eurodeputati. Un motivo di imbarazzo per il governo italiano, che ha mandato a Bruxelles un suo ministro per farlo diventare il primo bocciato nella storia delle audizioni parlamentari. E una palla al piede anche per il Partito popolare europeo, che ora per salvargli il posto dovrà fare concessioni alla controparte socialista.

Del resto questa nomina, voluta per pure ragioni di "teatrino romano", come direbbe Berlusconi, cioè per acquietare le faide interne alla maggioranza di governo, era già stata pagata dall´Italia con la rinuncia alla ricandidatura di Mario Monti che avrebbe avuto ben altro peso e ben altri consensi in Europa. Lo spiacevole incidente di ieri è solo la conferma di quanto la scelta fatta dal Presidente del Consiglio sia stata miope e dannosa in termini di immagine e di autorevolezza del Paese.

A ben guardare, la dinamica che ha portato alla bocciatura di ieri è l´ennesima conferma dell´anomalia italiana in Europa. Un´anomalia antica, ma che questo governo ha esasperato fino al limite dell´incompatibilità. Il professor Buttiglione, e con lui tutti gli esponenti del centrodestra, denunciano una doppia persecuzione europea: contro i cattolici e contro il governo Berlusconi.

Ma come fanno a non vedere che la nomina a responsabile europeo per le questioni di Giustizia e Libertà dell´esponente (tutt´ora in carica) di un governo che si è presentato al mondo con la violenta repressione di Genova, che ha varato una serie di misure legislative volte a togliere il primo ministro dai guai giudiziari, che si è opposto al mandato di cattura europeo, che si dichiara "amico" di Putin, non può non suscitare perplessità in Europa? Probabilmente il professor Buttiglione non ha personalmente condiviso alcune di queste scelte. Ma è rimasto ben saldo al governo. E questo per la logica europea equivale a una piena assunzione di responsabilità. In Europa, un ministro che non condivide la linea politica del governo non predica i distinguo sui giornali o nei convegni: si dimette.

Lo stesso discorso vale per le idee del professor Buttiglione in materia di condizione femminile o di discriminazione sessuale. Essendo la lotta alla discriminazione una delle poche aree nel portafoglio di sua competenza in cui la Commissione ha potere di iniziativa, era legittimo che i deputati volessero conoscere i suoi orientamenti. Invece di spiegarsi con l´umiltà di un "civil servant", Buttiglione ha risposto con una lezioncina filosofica, citando Kant e le distinzioni tra legge morale e legge civile, tra crimine e peccato, tra convinzioni di fede e attività politica. Ma quando gli hanno chiesto conto di un suo emendamento alla Convenzione per la Costituzione in cui proponeva di escludere l´orientamento sessuale dai temi su cui la Carta europea non accetta discriminazioni, non ha saputo cosa replicare. Ha finito col riconoscere che si opporrebbe a qualsiasi norma che dovesse considerare immorale. In questo modo ha dimostrato non solo scarsa coerenza e scarso rispetto per l´intelligenza dei deputati, ma anche scarsa consapevolezza delle responsabilità che incombono sull´esponente di un organo eminentemente esecutivo, chiamato a rispondere non alla propria coscienza, ma ad una serie di poteri democraticamente costituiti. E questi poteri hanno, in materia di diritti e di sessualità, valori diversi da quelli del professor Buttiglione.

La bocciatura di un commissario designato dopo un´audizione parlamentare è un fatto senza precedenti. E apre il campo a scenari ancora difficili da valutare, ma che mettono sicuramente il presidente Barroso in una posizione molto scomoda. Egli non può chiedere a Berlusconi la sostituzione di Buttiglione senza mettersi contro non solo il governo italiano, ma tutti i governi nazionali che vedrebbero calpestato il loro primato a favore del Parlamento europeo. L´ipotesi di un cambio di portafoglio, comunque non facilmente percorribile, è stata scartata con un moto di orgoglio dagli stessi deputati del Ppe.

Del resto la conferma del ministro italiano nel ruolo e con le funzioni per le quali è stato trovato inadeguato mette la Commissione in rotta di collisione con il Parlamento europeo. Equivarrebbe infatti a dire che le audizioni parlamentari, cui tutti i deputati di tutti i gruppi politici attribuiscono un´enorme importanza, sono una pura perdita di tempo.

È vero che il Parlamento potrà pronunciarsi con un voto di fiducia solo sull´insieme del collegio dei commissari, e difficilmente le "gaffes" del professor Buttiglione possono giustificare la bocciatura dell´intera Commissione. E´ vero anche che il Partito popolare resta la forza di maggioranza relativa in seno all´assemblea e pare deciso a difendere ad oltranza la candidatura del filosofo del Papa. Ma un atteggiamento sprezzante da parte di Barroso, un voler totalmente ignorare il voto della Commissione parlamentare di ieri, finirebbe per creare un´irritazione diffusa e bipartisan tra i deputati che si sentirebbero toccati nelle loro prerogative, con conseguenze difficili da valutare.

A cercare di togliere le castagne dal fuoco ci proverà, domani, la riunione dei capi dei gruppi politici parlamentari. Oltre a Buttiglione ci sono altri commissari designati, popolari, socialisti e liberali, che, se pure hanno evitato la bocciatura, non hanno convinto nel corso delle audizioni. Per salvarli è possibile che i partiti trovino un compromesso che consenta a Barroso una dignitosa via di uscita. Ma, comunque vada a finire, per il governo italiano e per il suo unico commissario la strada europea è, ancora una volta, tutta inesorabilmente in salita.

Il testo integrale dell'audizione di Rocco Buttiglione

Il martello americano e il veleno di Al Qaeda

EUGENIO SCALFARI

LA REALTÀ che abbiamo di fronte a tre anni di distanza dall´11 settembre è così tremendamente complessa e intrisa di fatti oggettivi, interpretazioni soggettive, passioni, interessi, che un discorso filato con un suo sviluppo coerente e una sua conclusione valida e non contestabile è diventato difficilissimo se non addirittura impossibile. Tenterò dunque un´altra strada: quella di allineare frammenti di verità e citazioni significative che servano ai elettori come elementi per comporre un loro disegno e un loro giudizio su una situazione che sembra dominata da un vento di generale follia. Usando contemporaneamente gli occhi della mente e quelli del cuore, l´intelletto razionale e l´anima dei sentimenti. Pascal fu il primo ad avvalersi consapevolmente di questo duplice approccio alla conoscenza e all´azione. Non potremmo avere miglior modello.

1. Chi uccide bambini e prima di ucciderli nel corpo imprime nei loro occhi il terrore e l´orrore, non uccide soltanto l´innocenza ma anche il futuro. Uccide perfino il fine che, quale che sia, ha determinato la scelta di mezzi così mostruosi. I massacratori, uomini e donne, di Beslan hanno perso il diritto ad ogni prova d´appello e così i loro capi e ispiratori.

2. Esiste una differenza tra il massacro di bambini progettato ed eseguito in quanto tale e quello che avviene come effetto di un´azione che, perseguendo altri obiettivi, produce tuttavia quel massacro ipocritamente definito «danno collaterale»? Credo che una differenza vi sia quando quelle uccisioni - comunque delittuose - avvengano casualmente e quando il metodo che le ha causate sia abbandonato e non reiterato. È una differenza analoga a quella che corre tra un reato doloso ed uno colposo o preterintenzionale. Ma se il metodo viene reiterato più e più volte fino a diventare prassi abituale o se quel metodo «non può non comportare» il cosiddetto danno collaterale, allora la differenza si cancella, il delitto diventa doloso a tutti gli effetti. In quel caso rimane soltanto una differenza, diciamo così, mediatica tra le uccisioni avvenute in presenza della televisione e quelle avvenute in sua assenza. Differenza importante per la diversa reazione che le prime suscitano nella pubblica opinione ma irrilevante dal punto di vista del giudizio morale.

3. È comunque chiaro - e dovrebbe esserlo - che alle stragi di innocenti non si può in nessun caso rispondere con altre simili stragi senza far precipitare una regione, una nazione o il mondo intero dalla condizione umana, pur così imperfetta, a una condizione bestiale, anzi diabolica perché l´animale non dispone di coscienza mentre l´uomo ne è comunque provvisto.

E così le vittime innocenti della distruzione della città di Coventry furono l´effetto di un inescusabile ed esecrabile delitto nazista così come la distruzione per vendetta della città di Dresda alla fine della guerra fu un esecrabile e inescusabile delitto della democratica Inghilterra. Nell´uno e nell´altro caso perirono migliaia di bimbi e di ragazzi colpevoli soltanto di abitare in quelle città e in quelle case. A maggior ragione va iscritto in questo elenco delittuoso e privo d´ogni giustificazione accettabile il bombardamento atomico di Hiroshima e di Nagasaki e l´annientamento e la napalmizzazione di centinaia di villaggi vietnamiti da parte delle truppe Usa. Non si parla qui né dell´Olocausto né dei lager sovietici che sono le fasi oscene del Novecento occidentale.

4. Due sondaggi effettuati nello scorso giugno e resi pubblici pochi giorni fa, condotti su un vasto campione di cittadini americani ed europei, hanno suscitato una forte scossa nell´opinione pubblica dei due continenti e nei centri di ricerca sociale e politica dei paesi interessati. Il succo di questi sondaggi è che una forte maggioranza di europei e circa la metà dei cittadini Usa è contraria alla guerra in Iraq e alla perdurante presenza delle truppe della coalizione in quel paese. Una forte maggioranza di europei è contraria ad un mondo in cui esista una sola superpotenza come gli Usa, mentre più della metà degli americani auspica che l´Europa diventi un effettivo soggetto politico unitario capace di bilanciare costruttivamente la potenza americana. Infine l´80 per cento degli europei e il 40 per cento degli americani auspica che Bush perda le elezioni del 2 novembre in favore di Kerry.

5. I risultati di questi sondaggi, pur con tutta la cautela che s´impone nell´uso di strumenti conoscitivi virtuali, hanno suscitato sorpresa accendendo un appassionato e appassionante dibattito sia in Usa che in Europa. Dibattito trasversale poiché le opinioni sono divise sia nell´una che nell´altra sponda dell´Atlantico. Da alcune parti politiche si sostiene che lo schiacciante favore europeo per il candidato democratico americano alla presidenza sia comunque irrilevante: Bush resta il favorito degli elettori Usa; quanto a Kerry, se pur vincesse contro il pronostico, la sua politica estera non potrebbe discostarsi molto da quella di Bush. Altre e opposte parti politiche, sia in Usa sia in Europa, sostengono al contrario che Kerry sarebbe profondamente diverso da Bush e che, nel caso di vittoria di quest´ultimo, il vincitore dovrebbe comunque tener conto in qualche modo anche degli umori dell´opinione pubblica europea.

6. Nell´ambito di questo dibattito un autorevole storico di livello europeo che insegna al St. Anthony College di Oxford, Timothy Garton Ash, ha scritto quanto segue sulla "Repubblica" di ieri: «Per vincere insieme - americani ed europei - la battaglia contro il terrorismo dobbiamo essere sia energici sia saggi. Significa ammettere che questa è una guerra e la guerra non può vincere. Ovviamente la forza militare serve ma l´amministrazione Bush sopravvaluta ampiamente la misura in cui la schiacciante superiorità militare degli Usa può contribuire alla vittoria. Dato che ha in mano un martello gigantesco, Washington tende a vedere tutti i problemi sotto forma di un chiodo. Purtroppo il terrorismo non è un chiodo. È più simile ad un fungo sotterraneo che si diffonde invisibile per chilometri per poi rispuntare all´improvviso in un luogo diverso. Riflettere sulle cause politiche del terrorismo (come ad esempio la brutalità e stupidità della politica russa nei confronti della Cecenia nell´ultimo decennio) e su come sia possibile eliminarle non è un atteggiamento debole e conciliante come ribadiscono i demagoghi della destra americana. È semplice buonsenso».

7. Un´altra osservazione che viene bollata dai demagoghi delle due sponde dell´Atlantico come inaccettabile travisamento della realtà riguarda le reciproche posizioni dei capi di Al Qaeda e dell´amministrazione Bush. Ha scritto in proposito Sergio Romano sul "Corriere della Sera" di ieri: «Mentre gli Usa ricordano il terzo anniversario dell´attacco alle Torri, Al Zawahiri, leader vicario di Al Qaeda, ha celebrato a modo suo quella ricorrenza. Colpisce un curioso parallelismo. I due nemici interpretano le due guerre degli ultimi tre anni - Afghanistan e Iraq - come tappe d´uno stesso processo. Per l´America sono momenti necessari e complementari della lotta al terrorismo globale. Per il consigliere di Osama sono momenti altrettanto complementari della lotta dell´Islam contro gli Stati Uniti. I due contendenti si promuovono a vicenda «nemico assoluto» e ciascuno di essi conferisce a se stesso e all´altro una maggiore legittimità. Tra i due beninteso non esiste alcuna complicità. Nei fatti tuttavia Al Qaeda facilita la vittoria di Bush e questi concorre a fare di Osama il califfo dell´Islam militante».

8. Al Zawahiri proclama da un suo video dell´altro ieri che sia in Iraq sia in Afghanistan gli americani hanno ormai perso la guerra. Non gli resta che ostinarsi ancora a combattere inutilmente o andarsene. Gli ha risposto colpo su colpo l´assistente di Bush, Condoleezza Rice, ribattendo che le due guerre le ha perse Osama, sempre più impotente e vagante sulle montagne afgane.

9. Che cosa dicono i fatti? I fatti dicono che una parte dell´Iraq, quella a maggioranza sunnita e quella dove c´è una robusta presenza di sciiti seguaci di Moqtada Al Sadr, non sono più sotto il controllo americano. Dicono che pullulano bande armate di varia estrazione ma di notevole pericolosità in tutto il paese. Dicono che curdi e sunniti difficilmente accetteranno una Costituzione non già federale ma decisamente separatista. Dicono infine che anche la pazienza ormai proverbiale di Al Sistani, riconosciuto capo della maggioranza sciita, si stia esaurendo anche perché incalzata dagli altri tre ayatollah che con lui compongono la Marjaja, che è l´equivalente di un Vaticano sciita iracheno. In questa confusione che ormai è sconfinata in un vero e proprio caos diventa sempre più problematico il rispetto del calendario fissato dagli Usa e dall´Onu che prevede elezioni in Iraq nel gennaio 2005 e lo sgombero delle truppe della coalizione nel gennaio 2006.

10. In Afghanistan, dove tra un mese si terranno le elezioni politiche, il territorio è sotto il controllo armato delle varie fazioni salvo la capitale Kabul dove sono presenti i caschi blu dell´Onu e il territorio ai bordi delle montagne di Tora Bora dove sono presenti le truppe della coalizione guidate dagli Usa. I Talebani dal canto loro si stanno riorganizzando militarmente e politicamente.

11. Il rapimento delle due donne italiane, Simona Torretta e Simona Pari, ha suscitato in Italia grandissima commozione e partecipazione sia perché è la prima volta che i terroristi rapiscono donne sia per la qualità di entrambe, universalmente conosciuta e riconosciuta. Ciò ha determinato anche - cosa di estrema importanza - una solidarietà massiccia della numerosa comunità islamica in Italia.

12. Il fatto che a parecchi giorni da quel rapimento nessuna attendibile notizia sia pervenuta dai rapitori accresce sgomento e preoccupazione tanto più che quel rapimento era stato accuratamente preparato e mirato e che ha seguito di poco l´uccisione di Enzo Baldoni. In questa occasione, come del resto quasi sempre, gli italiani hanno dimostrato una unità e una maturità di sentimenti che ha trovato la sua massima espressione nella dignitosa compostezza delle famiglie delle due ragazze e infine nella commossa e ferma dichiarazione di Ciampi che ha interpretato il comune sentire di tutto il paese.

13. Va lodata la decisione del presidente del Consiglio, di coinvolgere le forze di opposizione nell´obiettivo di ottenere la liberazione delle due Simone, mobilitando tutti gli strumenti di pressione e di negoziato verso il mondo arabo, salvo il principio che deve restare fermissimo di non cedere ad alcun ricatto che possa essere richiesto dagli ancora ignoti rapitori. Va egualmente lodata la risposta di tutti i partiti dell´opposizione che accantonando le differenze che permangono sulle questioni della guerra e della pace, si sono dichiarate disponibili alla risposta unitaria e preliminare contro il terrorismo, che del resto avevano ripetutamente manifestato fin dall´11 settembre di tre anni fa e che - come ha ricordato Piero Fassino - è iscritta nella storia della sinistra italiana.

14. Voci isolate quanto stonate si sono fatte sentire da parte di alcuni settori scalmanati del movimento «no global» e dal partito di Cossutta e Diliberto, che hanno tra l´altro contestato la limpida posizione assunta in quest´occasione da Fausto Bertinotti. Si tratta a nostro avviso di posizioni faziose e prive di peso, così come faziose e prive di peso sono le simmetriche posizioni degli oltranzisti del bellicismo nostrano che fanno il tifo per la guerra di civiltà.

* * * *

I tempi sono tristi e cupi. Non sempre chi dovrebbe contribuire a fare chiarezza è all´altezza del compito. Non sempre sprazzi di intelligenza e di consapevolezza riescono a tradursi in strategie durature ed efficaci.

Speriamo che tra tante ombre che oscurano l´orizzonte, le tenui fiammelle che abbiamo visto a migliaia accendersi in queste sere di commossa e unanime testimonianza possano far luce e guidino i passi di tutte le persone di buona volontà.

Titolo originale: Living Large, by Design, in the Middle of Nowhere – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

WESLEY CHAPEL, Florida - New River Township è, per il momento, ai confini dell’oltre.

I suoi due chilometri quadrati di case strette l’una all’altra stanno sulla fascia più esterna dell’espansione residenziale di Tampa, sette chilometri dal più vicino negozio di alimentari e mezz’ora dal più vicino centro commerciale. Appena altre la strada, oltre i ciuffi di aranci, il bestiame pascola languido tra il ronzio degli insetti di una spianata cotta dal sole, c’è solo qualche piazzola per case mobili e un chiosco che vende ombrelloni di paglia, a interrompere il grande mare di pini e palmizi.

Ma è una vita isolata che durerà poco. Ci sono più di una trentina di centri del genere, alcuni più grossi di New River, in corso di realizzazione nella Pasco County, che promettono 100.000 nuove abitazioni per i prossimi cinque anni. Sta arrivando anche un mega-mall, e il primo big-box, con Home Depot e Sam’s Club, ha tenuto non molto tempo fa la festa inaugurale.

”Prima c’eravamo solo noi e i pensionati”, dice Ruth Parker, occupatissima a sistemare un nuovo asilo sui margini di New River, annesso a Wesley Chapel, dove vive da nove anni. “Tra cinque anni qui ci sarà una città”.

L’America sta crescendo. E cresce più in fretta qui, su strade di campagna ai margini delle aree metropolitane, con centri che spuntano dappertutto e diventano fulcro, quasi feticcio, nelle strategie elettorali di entrambi i partiti.

Posti del genere non nascono per caso. Sospinti da forze economiche inarrestabili, plasmati da complessi mutamenti sociali, sono progettati sin nel più minuto dettaglio da una manciata di grossi costruttori, secondo un gigantesco piano generale per la nuova America. Nel caso di New River, il costruttore è KB Home, uno dei più importanti e attivi del paese, con vendite per 7 miliardi di dollari lo scorso anno, che l’hanno collocato al sesto posto nella classifica Standard & Poor delle 500 imprese con i ricavi più elevati.

La KB Home ha 483 centri in costruzione in 13 stati, e prevede di completare più di 40.000 nuove case entro l’anno. Ma è solo una della ventina di grosse imprese in feroce concorrenza per terreni e clienti, ai confini estremi dell’espansione suburbana d’America.

Osservando elaborate ricerche di mercato, queste corporations estrapolano i bisogni delle famiglie, affrontando questioni come la consistenza della moquette, la posizione della cucina, stabilendo quanti lampioni stradali e strade a fondo cieco possano evocare un gradevole senso di sicurezza.

Sanno quasi al centesimo quanto i consumatori siano disposti a pagare, in termini di ore di pendolarismo, per avere più spazio, un’idea di condizione sociale superiore, un senso di sicurezza.

”Le persone vengono qui, e dicono ehi, guarda quanto spazio aperto!” racconta Marshall Gray, presidente della filiale di Tampa della KB. “Ma vi assicuro che ne vale la pena, in tutti i terreni che potete vedere qui attorno”.

Entro i prossimi dieci anni, New River crescerà di 750 ettari, e 15.000 persone in 4.800 case unifamiliari, condomini, town houses e alloggi in affitto. Ci sarà un centro servizi di cento ettari, con 15.000 metri quadrati di uffici, 50.000 di negozi, e poi scuole, uffici pubblici, e 100 ettari di verde.

Ma al momento è solo un’isola, di 400 case suburbane in mezzo al nulla, un esurbio in fasce.

Il termine “esurbio” fu coniato negli anni ’50 con The Exurbanites di A. C. Spectorsky, storico sociale, a descrivere le zone semirurali molto lontane dalle città, dove i ricchi avevano tenute di campagna. Ma l’esurbio del XXI secolo è un animale del tutto diverso. E non sta nelle medesime fasce del suburbio tradizionale.

Rispetto al suburbio, poi, le case dell’esurbio in genere sono più grandi, e gli spazi tra l’una e l’altra più ristretti. Si tende a girare le spalle alla strada, con le stanze più grandi e usate poste sul retro. Anche la gente che ci vive è diversa. Invece delle énclaves bianche degli anni ’60-70, i nuovi esurbi sono un mélange di colori e culture.

Un esodo di tipo diverso

”In un certo senso, questi esurbi sono semplicemente suburbi dove si impiega più tempo ad arrivare”, dice John Husing, consulente politico-economico della California. “Qui la fuga dei bianchi dalle città non ha niente a che vedere. È solo una questione di prezzi delle case. La composizione di queste comunità rispecchia esattamente il tipo di emigrazione, e si tratta di persone con reddito sufficiente a considerarsi middle class”.

Basta guardare alle vicende di questi nuovi suburbi, per trovare figure imprenditoriali come Beat (si pronuncia BAY-at) Kahli, costruttore di Orlando.

Figlio di un panettiere di un sobborgo di Zurigo, Mr. Kahli ha abbandonato il sogno di correre al Tour de France quando ha scoperto che non sarebbe mai stato abbastanza veloce. Così è andato alla business school di Zurigo ed è diventato banchiere di investimento.

Nel 1989, Flag Development, un consorzio di Fort Myers, Florida, acquitò il terreno destinato a diventare New River da una famiglia di agricoltori, e un appezzamento anche più vasto nell’estrema fascia orientale di Orlando. Chiesero a Mr. Kahli di investire in immobili in Florida, e lui e altri europei entrarono nell’affare.

Ma nel 1993, coi suoi azionisti a chiedere risultati, il quarantunenne Kahli venne in Florida centrale e rimase esterrefatto.

”Ho pensato, oh signore, cos’abbiamo fatto?” dice. “Sulla carta questi posti sembravano non troppo lontani da Disney World o dal Kennedy Space Center, ma mi accorsi che erano molto, molto fuori mano, in mezzo al nulla”.

Nel mezzo della recessione dei primi anni ‘90 era poco realistico pensare di costruire in questi luoghi remoti, ricorda Kahli. Ma alla prima ripresa dell’economia, decise che si potevano trasformare la proprietà fuori da Tampa e l’enorme terreno a est di Orlando in grossi insediamenti.

”La maggior parte delle persone in Florida vengono da altri posti” racconta Mr. Kahli, ometto rotondo e vivace, con un entusiasmo contagioso per quello che ha costruito. “Io semplicemente venivo da un posto un po’ più lontano. Tutti mi accettavano. Non è assolutamente possibile che un americano possa andare dalle mie parti in Svizzera, ed essere accettato in questo modo”.

Mr. Kahli acquistò le quote dei suoi investitori europei, trovò nuovi soci americani, e si trovò con l’82% dell’affare. Nel 1996, si trasferì in Florida, prima a Fort Lauderdale, dove ha conosciuto sua moglie, e poi a Avalon Park, il suo intervento a est di Orlando. Ora vive nella vicina Winter Park in una casa con piscina e garage per cinque auto, milionario e pilastro della comunità, membro dell’ufficio direttivo della Orlando Regional Chamber of Commerce.

“Sono case normali per gente normale” dice Kahli mentre guida la sua brillante BMW nera lungo le strade serpeggianti di Avalon Park come un ammiraglio sulla sua nave.

Indica le scuole e lo stadio, che ha aiutato a realizzare, e il centro civico dove possiede due ristoranti e il settimanale locale, East Orlando Sun, su cui tiene una rubrica. Appena fuori dall’edificato c’è un cementificio, il primo di sette realizzati in tutto lo stato, che fa di lui il co-proprietario del principale fornitore di materiale della Florida.

Qualche volta, insediamenti come Avalon Park nascono in zone non appartenenti ad alcuna municipalità, in contee rurali remote. Qualche volta stanno dentro ai confini di vecchie cittadine, a cui offrono un gettito fiscale obbligandole però a realizzare i servizi. Spesso, quando sono cresciuti abbastanza, diventano essi stessi città.

Avalon Park comprende 14 “villaggi” coordinati attorno al centro civico. Gli abitanti, dice Mr. Kahli, sono soprattutto famiglie giovani, con una media di quasi tre figli a famiglia.

Quando il progetto sarà realizzato completamente, fra cinque anni, ci vivranno 15.000 persone. In centro ci sono già caffè, saloni di bellezza, un distributore di benzina e un enorme supermarket. In periferia spuntano nuove file di condomini.

”Questo è quello che sarà New River tra cinque anni” dice Mr. Kahli.

Ma ora non ne ha per niente l’aspetto. Basta guidare sulla Interstate 275 dalle torri luccicanti del centro di Tampa, oltre i vecchi suburbi con case in legno e il cinodromo, sin quando la striscia commerciale sui lati della strada si assottiglia, e inizia l’infinito canyon di pini e palmizi. Ci sono solo i cartelloni a rompere la monotonia, e almeno la metà pubblicizzano le nuove case: “ Un nuovo standard di lusso”, “ Comprate a partire da 220 dollari”. Giusto prima di entrare nel territorio della contea di Pasco, che sta come un cappello sull’area metropolitana di Tampa Bay, la I-275 incrocia la I-75. La seconda rampa di uscita verso nord immette nella Route 54.

”Una volta si diceva vado a Tampa a trovare i genitori, e vado a Pasco a trovare i nonni” racconta Mr. Gray, della KB Home. “Pasco era il regno dei quasi morti e dei neo sposati”.

Una spessa fascia di paccottiglia commerciale si ammucchia sullo svincolo della Route 54 e gli incroci circostanti, ma andando verso est il ciglio stradale diventa un intrico di cespugli e ghiaia. Si passa davanti a otto chiese, tutte Protestanti.

A circa sei chilometri dall’uscita della Interstate, l’ingresso a New River appare da dietro un gruppo di alberi, un viale con aiuole fiorite fiancheggiato da pareti intonacate e da una fila di case che offrono il retro al clamore della strada.

Mr. Gray, conoscitore di terreni, indica l’erba e i giovani alberi del viale d’ingresso. “Guardi l’erba di quel prato” dice. “Vede com’è sana e folta. Si chiama floratam. Adesso guardi quest’altro. Si chiama Bahia. Costa meno, ha un aspetto un po’ selvatico”.

Quando Kahli iniziò a costruire nel 1999, prima a Avalon Park e poi a New River, firmò un accordo con American Heritage, impresa acquisita dalla KB Home nel 2002. Ora, KB coordina le costruzioni residenziali, che comprendono una miscela di tipo della KB e della Windward, altro costruttore nazionale. Mr. Kahli mantiene il controllo sul centro civico e altri spazi commerciali.

Al centro la ricerca di mercato

Un ambito di cui la KB Home va fiera è quello delle ricerche di mercato. Ci si domandano cose come la posizione desiderata per la cucina, o quanti spostamenti pendolari il residente è disposto a digerire. E si svolgono verifiche sugli acquirenti per avere un’idea generale di chi sono e perché hanno comprato.

I dati della KB raccontano parecchio su New River. Nella prima fase della costruzione, più del 60% dei compratori aveva un reddito familiare di 40.000-80.000 dollari: per Tampa, questo significa solida middle class. Circa la metà era fra i 30 e i 40 anni. Il 38% era ispanico, il 24% bianco, e il 16% nero. Tre quarti dei compratori avevano bambini. Più dell’80% si spostava per lavoro, la gran maggioranza verso Tampa, con tempi in macchina da 20 minuti a un’ora.

Quattro anni fa, le prime case di New River si vendevano a 150.000 dollari. Oggi i modelli più piccoli ne costano 212.000, e l’abitazione media di circa 250 mq tre stanze e un garage per due macchine costa almeno 250.000 dollari.

Nelle ricerche più recenti sugli acquirenti di case a Tampa, la KB ha chiesto alle persone cosa ritenevano più importante nella casa e nel quartiere. Volevano più spazio e un maggior senso di sicurezza. La sicurezza sta sempre al secondo posto, anche in posti dove di fatto non c’è criminalità.

Alla domanda cosa volete in una casa, l’88% ha risposto un sistema di sicurezza, il 93% preferisce quartieri con “più illuminazione stradale” e il 96% insiste su serrature speciali e porte blindate.

E così la KB Home offre tutto quanto. “Sta a noi capire cosa vuole davvero la gente, e tradurlo in architetture” dice Erik Kough, vicepresidente alla KB responsabile per l’architettura. E la compagnia progetta i suoi quartieri con strade curve, marciapiedi, cul-de-sacs per mantenere il traffico lento, dare un senso di contenimento allo spazio, un aspetto diverso dal sistema stradale urbano che le giovani famiglie middle-class istintivamente collegano alla criminalità. “Mi sento decisamente al sicuro, qui. Mi sento protetta” dice Lisa Crawford, che si è trasferita a New River circa un anno fa col marito, Steve, e i loro due bambini.

”E posso dirvi che la gente di Tampa è parecchio diversa dalla gente di qui” aggiunge la signora Crawford. “A Tampa, c’è un ritmo più veloce. Mi piace, qui, c’è più comunità, un ambiente da piccolo centro”.

Gray dice che alla sede di Tampa della KB si parla di “ zona Mendoza” quando si tratta di decidere quali caratteristiche inserire in una casa. È un modo di dire derivato dal baseball e si usa per descrivere qualcuno con una media di battute oltre 0,200. Gray dice che non sa come sia migrato nel linguaggio immobiliare, ma lo usa per descrivere elementi fortemente desiderati da oltre il 70% dei compratori.

Un grande spazio per gli sgabuzzini, una dispensa dove si possa entrare, un patio coperto, sono tutti in zona Mendoza, e così vengono inseriti in tutte le abitazioni di New River. Chi spende più di 220.000 dollari per la propria casa ha lo spazio per uno studio, perché questo sta in zona Mendoza. Oltre i 260.000, ci sono i lavandini doppi nel bagno principale.

Arrivati al cuore della questione, la KB chiede ai compratori di dare un valore in dollari al proprio tempo. Accetterebbero un tempo di spostamento per lavoro più lungo di 15 minuti, in cambio di una casa del 10% più economica? E del 15%? E se lo spostamento fosse di 30 minuti in più?

La risposta, ha deciso la compagnia, è che una casa a New River deve essere di 12.000 dollari più economica di una casa identica nei sobborghi settentrionali di Tampa, 15 minuti più vicini al centro. E a Silverado, quartiere che la KB spera di realizzare 15 minuti più a nord nella Pasco County, la casa deve costare 12.000 dollari in meno che a New River.

Quasi tutte le contee con popolazione in crescita degli Stati Uniti sono aree di esurbio. E questi centri tanto lontani si sono dimostrati, nelle ultime elezioni, fra i più decisi sostenitori del Presidente Bush. I suoi consiglieri principali danno almeno in parte il merito della vittoria nel 2004 a una strategia concentrata su quella che il direttore della campagna, Ken Mehlman, chiamava la “fortezza” repubblicana, lontana dalle città.

Anche se ci sono opinioni diverse sul perché i repubblicani si sono comportati tanto bene in queste zone l’anno scorso, sembra che la ragione sia riconducibile a un fatto demografico. La massa delle persone che sceglie di vivere in comunità esurbane, famiglie proprietarie con bambini piccoli e un desiderio di sicurezza e più spazi per sé, statisticamente votano più probabilmente per i Repubblicani, come i residenti rurali che abitavano qui prima dell’arrivo dell’esurbio.

Nel 2004, i due distretti più vicini a New River – gli elettori alla vicina scuola media e alla Chiesa Battista a qualche chilometro di distanza – hanno dato 1.265 voti, o il 61 per cento, a Mr. Bush, e 782 voti, o il 38 per cento, a John Kerry.

Una comunità di Repubblicani

”La maggior parte delle persone che conosco qui sono repubblicani” dice Yolanda Breuer, 34 anni, che lavora per una compagnia di software a Tampa. “Al lavoro, in città, è più 50-50. Certo ci sono anche alcuni sostenitori di Kerry qui. Ma la maggior parte sono Repubblicani”.

La signora Breuer racconta che lei e suo marito Andrew, 29 anni, che ha cambiato lavoro diventando vigile del fuoco per la Pasco County, non si sono trasferiti nell’esurbio per stare insieme ad altri che condividevano i loro valori. Semplicemente, è successo così.

”Quello che volevamo era una casa più grande, con una camera da letto più grande” dice. E l’hanno trovata, trasferendosi da circa 200 metri quadrati a circa 400, compreso un patio con una schermatura alta due piani. Sanno di aver pagato un prezzo per vivere qui. In un giorno normale, il tempo di pendolarismo della signora Breuer è di 35 minuti, che si possono gonfiare fino a un’ora e più nelle brutte giornate. Le strade di campagna sono intasate all’ora di punta, o quando familiari e furgoncini compiono il quotidiano pellegrinaggio verso scuole o campi di pallone. “Oh, è tremendo” dice la signora Breuer. In una casa modello KB non molto lontana, Piper Bein e suo marito Mike, installatore elettrico, casualmente stanno visitando l’edificio di 300 metri quadrati. Alla domanda cosa vogliono dalla nuova casa i Bein, entrambi 28 anni, rispondono all’unisono “spazio”.

I loro due bambini, Landen, 6 anni, e Cade, 3, scorazzano per le stanze giocando a nascondino nel labirinto di anticamere, dispense, sgabuzzini e bagni.

Il venditore, Ole Pietersen, coglie al volo l’occasione per indicare uno sgabuzzino: “C’è un sacco di posto per nascondersi, eh, ragazzi?” dice, sorridendo ai genitori.

Nota: il testo originale al sito del New York Times ; sulle tendenze demografiche e insediative dell'esurbio, anche un articolo qui su Eddyburg Megalopoli : la KB Homes più volte citata nell'articolo, è il potenziale sponsor della fiction televisiva Casalinghe Disperate (f.b.)

Philadelphia City Planning Commission, Neighborhood Design Guidelines for all of Philadelphia Neighborhoods – Estratti e traduzione per Eddyburg a cura di Fabrizio Bottini

Linee guida per le parti commerciali

L’insediamento commerciale è componente necessaria di una città vitale. Le seguenti definizioni e raccomandazioni vengono esposte in tre parti.

La prima descrive i tipi di funzioni commerciali presenti nei vari quartieri della città.

La seconda sezione offre linee di progettazione applicabili ai nuovi insediamenti commerciali infill nei quartieri residenziali esistenti, e a quei complessi commerciali che abbiano necessità di restauro e ristrutturazione.

L’ultima parte espone le raccomandazioni progettuali da applicarsi ai grandi insediamenti commerciali esterni ai quartieri residenziali.

A. Tipi di insediamento commerciale:

Il commercio del centro città

Il cuore commerciale è diverso da qualunque altro quartiere della città. Caratterizzato da alte densità e attività, il core contiene una miscela di funzioni come commercio, residenza, spazi aperti. Un fenomeno tipico di questa area è la collocazione di spazi commerciali al pianterreno di edifici residenziali o a uffici.

I negozi di strada a gestione familiare

Il negozio d’angolo è una forma commerciale tradizionalmente pedestrian friendly dove le attività si collocano al pianterreno di un edificio posto a un incrocio in un quartiere residenziale.

Il commercio a orientamento stradale / Corridoi commerciali

In molti quartieri di Filadelfia l’organizzazione commerciale tradizionale è lungo corridoi di mobilità, caratterizzata da pianterreno commerciale, e residenza, attività produttive o uffici a quelli superiori. Questo tipo di insediamento mixed-use è quello consigliato nel caso di ristrutturazione delle fasce commerciali esistenti, o di nuova realizzazione lungo i principali “corridoi di trasporto pubblico.”

Il Big Box

Il commercio di tipo Big Box richiede grandi superfici e parcheggi, e può occupare sia spazi entro un centro commerciale a orientamento stradale, sia spazi autonomi. Il commercio Big Box ha poche o nessuna correlazione con il contesto, privo com’è di aperture, con scarsi o nulli dettagli architettonici.

Centri e fasce commerciali

I malls sono insiemi di grandi negozi e punti vendita di catene nazionali su ampie superfici, con grande disponibilità di parcheggi. Centri e fasce commerciali sono caratterizzati da magazzini che fungono da anchor a ciascuna estremità, inframmezzati da negozi più piccoli. I malls tendono ad avere collegamenti al coperto fra i vari negozi, mentre le strisce commerciali li hanno all’esterno.

B. Linee di progettazione per l’insediamento commerciale all’interno dei quartieri residenziali:

Le raccomandazioni che seguono valgono sia per gli interventi su complessi esistenti, sia per le nuove edificazioni interstiziali.

1. Dimensioni e organizzazione

Deve essere definita una dimensione pedonale, con dettagli gradevoli, e facciate aperte e invitanti.

2. Progettazione coordinata e rapporto con la strada

• Il fronte commerciale deve mantenere l’arretramento esistente. Questa “ street line” è molto efficiente per chi fa acquisti, e crea una piacevole composizione di edifici. I progetti che modificano l’allineamento di un particolare fronte rispetto a quelli vicini sulla strada devono avere motivi di qualche significato progettuale o funzionale per farlo.

• Si consiglia che i nuovi edifici commerciali, o le nuove facciate degli edifici esistenti, vengano progettati contemporaneamente, mantenendo la posizione tradizionale relativamente alla linea stradale.

3. Ingressi e percorsi

• Devono essere realizzati per tutti i negozi punti ben identificati di accesso e uscita, per pedoni e veicoli.

• Deve essere considerato che ingressi trasparenti con invitanti legami rispetto all’ambiente pubblico fanno parte integrante di ogni negozio ben riuscito.

4 . Parcheggi

• I negozi hanno bisogno di stare molto vicini a comodi parcheggi.

• I parcheggi devono essere non vistosi, meglio se non collocati davanti ai negozi a lato strada.

5. Illuminazione e vetrine

• Le zone commerciali devono contribuire e promuovere l’attività delle strade nelle ore diurne e serali. Ciò si realizza anche attraverso illuminazione e ampie vetrine che consentano la visuale all’interno dei negozi, aumentando in tal modo la sicurezza.

• I negozi non devono avere pareti cieche prive di aperture lungo pubbliche vie, in particolare lungo quelle principali.

• Parcheggi, percorsi pedonali, zone di servizio, devono essere ben illuminati per tutta la notte. L’illuminazione deve essere sufficiente ad assicurare la sicurezza di pedoni e veicoli, ma non deve invadere le zone residenziali adiacenti, che non richiedono eccessiva luminosità. In più, si deve evitare l’inquinamento luminoso, un problema generale in diffusione. Ciò può essere ottenuto attraverso una progettazione attenta che sappia controllare quantità, qualità e direzioni dell’illuminazione notturna.

• Le saracinesche di sicurezza, se sono necessarie, devono essere trasparenti. Non serrande metalliche compatte.

6. Insegne e tende parasole

• Le insegne dei singoli negozi devono essere chiare, e comunicare l’identità del punto vendita che rappresentano. Insegne progettate in modo inventivo possono anche riflettere identità o “personalità” del quartiere.

• I tendaggi parasole devono essere progettati e realizzati secondo le modalità previste per la via. Conferiscono individualità alla strada.

7. Aree per servizi e rimozione dei rifiuti

• Le gestione dei rifiuti deve avvenire in uno spazio di servizio condiviso da più esercizi commerciali quando possibile, ed efficacemente schermato.

• Questa area schermata deve essere comoda per i negozi, e chiusa.

• Le attività di servizio e consegna devono essere tenute lontane dai percorsi pedonali e dalle zone residenziali adiacenti.

C. Raccomandazioni progettuali per insediamenti commerciali di grande scala:

1. Raccomandazioni per i nuovi centri di quartiere:

a. Posizionare i nuovi insediamenti commerciali nei pressi dei servizi di trasporto collettivo:

• I nuovi insediamenti commerciali devono concentrarsi attorno a nodi di trasporto esistenti o in progetto. I negozi devono essere accessibili con vari mezzi: automobile, autobus, tram, metropolitana, e sempre dai pedoni. [...]

• Inserire spazi aperti: localizzare le aree commerciali presso piccoli e contenuti spazi aperti pubblici dove normalmente la gente possa raccogliersi, far colazione o altre attività tra cui anche lo shopping. Questi spazi possono comprendere verde, acqua, sculture o strutture provvisorie di vendita espansione di quelle esistenti.

b. Architetture “verdi” e arredo a verde

È fortemente consigliato l’uso di architetture “verdi” energeticamente efficienti, e di un arredo a verde con attenzione all’ambiente.[...]

c. Dimensioni e organizzazione generale

• I nuovi insediamenti commerciali devono riflettere scale e organizzazione del sistema stradale esistente. Non devono essere chiuse vie per realizzare sistemi a superblocchi, ma cercato un adattamento al sistema del quartiere circostante.

• I nuovi edifici commerciali si devono comporre o raggruppare secondo i modi degli isolati esistenti nel quartiere. Ciò non significa isolati rigidamente allineati o delle medesime dimensioni di quelli adiacenti.

• Si deve costruire un sistema a scala di pedone, con facciate gradevoli aperte e ricche di dettagli.

2. Raccomandazioni per complessi di grandi dimensioni, come big box e centri commerciali.

a.Ingressi e percorsi

• In tutto l’ambiente commerciale, percorsi pedonali sicuri ed efficienti devono essere connessi l’uno all’altro.

• Gli ingressi ai negozi devono corrispondere ad altre facciate esistenti nel quartiere. I nuovi complessi commerciali non devono avere entrate prospicienti al solo spazio interno, e che lasciano una parete cieca sulla pubblica via.

b.Parcheggi

• Nei nuovi complessi commerciali di grandi dimensioni, quando è economicamente possibile di consiglia che i parcheggi siano collocati a livelli inferiori, o in apposite strutture con gli usi commerciali posti al pianterreno.

• Quando si prevede un parcheggio di superficie, vanno realizzati arredo stradale e a verde così come richiesti nell’ordinanza di zoning [...].

• Nelle progettazione dei garages a parcheggio questi devono essere integrati nel complesso commerciale. Sopraelevazioni degli edifici, e adeguato trattamento generale, possono schermare una struttura a parcheggio anche nel caso in cui la sua massa sia superiore rispetto a quella degli edifici che la circondano.

• Il pianterreno del garage, verso la strada, deve essere ad uso commerciale.

• Le interruzioni nel margine stradale per consentire ingressi e uscite, devono essere ridotte al minimo, o collocate sulle strade secondarie.

Nota: altri documenti (e questo in versione integrale) al sito della Philadelphia Planning Commission ; su Eddyburg della stessa Commissione anche un articolo sulla suburbanizzazione a Philadelphia; di seguito il file PDF scaricabile di questo articolo tradotto (f.b.)

Ezio Mauro ha indicato su questo giornale alcune anomalie della destra italiana, e le ha ribadite e argomentate rispondendo al presidente del Consiglio: cultura populista, monopolio televisivo, conflitto d’interessi e leggi ad personam. Sono le principali anomalie, ma non le sole. Un’altra ne ha rilevato Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera del 5 agosto: "Mentre è la destra che dovunque mira a rappresentare e a difendere i valori e le istituzioni nazionali, in Italia invece no". Solo così si spiega il recente codicillo secondo cui gli archivi della presidenza del Consiglio non verranno più versati all’Archivio centrale dello Stato (come fino a oggi), ma costituiranno un nuovo, apposito archivio storico, con modalità e norme d’accesso stabilite dal presidente del Consiglio in carica. "Esempio - conclude Galli della Loggia - di una frantumazione della memoria storica del Paese e di una sorta di feudalizzazione della stessa, un piccolo-grande segno dei tempi".

Altro segno dei tempi, non meno indicativo, è la tendenza a svendere il nostro patrimonio culturale, come in una stagione di saldi al peggior offerente. Si vede qui come l’anomalia stigmatizzata dal Corriere si sposi con quelle indicate dalla Repubblica: è la moda e la prassi dell’impunità, delle leggi ad personam, della creazione di feudi e riserve di caccia, che si espande a macchia d’olio e autorizza chiunque abbia un amico in Parlamento a pretendere una legge ad hoc per coprire le sue magagne, autorizzare i suoi abusi, promuovere i suoi affari in barba all’interesse nazionale e alla Costituzione. Di tal stoffa è fatto il famigerato "archeocondono", e cioè l’indiscriminata licenza di uccidere per tombaroli e depredatori dei tesori archeologici del Paese, che verrebbero autorizzati a commerciarli liberamente col solo lasciapassare di una dichiarazione che li hanno acquisiti "in buona fede", e pagando il 5% del loro valore (si capisce, da loro stessi stabilito). Primo firmatario di questa proposta di legge è l’on. Gianfranco Conte, prontamente premiato con una poltrona di sottosegretario. La relazione introduttiva (pubblicata negli Atti della Camera) si spinge, senza nemmeno avvertire il lato grottesco, a far nome e cognome di collezionisti e antiquari perseguiti dalla magistratura per reati contro il patrimonio culturale, che da una legge come quella trarrebbero vantaggio.

Dopo un tentativo, fallito anche per merito di membri della maggioranza e del governo, di contrabbandare questa norma perversa come un articolo della Finanziaria, la legge Conte è ancora all’esame del parlamento. Maggior successo ha avuto la proposta avanzata da una lobby di collezionisti di monete (anche qui, nomi e cognomi sono noti a tutti) e fatta propria dal senatore Eufemi (Udc), che è riuscito a cacciarla a viva forza dentro un decreto-legge su tutt’altro ("Mezzogiorno e diritto d’autore").

L’orrido "emendamento Eufemi" esclude da ogni forma di tutela "le monete antiche o moderne di modesto valore o ripetitive, o conosciute in molti esemplari o non considerate rarissime". Norma in apparenza inutile, visto che il Codice dei beni culturali tutela solo le monete di "interesse storico o artistico particolarmente importante": ma è proprio ad azzerare una prassi già permissiva che è volto il codicillo Eufemi, negando la tutela anche alle monete "particolarmente importanti" in nome della loro ripetitività. Si ignora così (lo ha dichiarato l’Istituto italiano di numismatica) "che la moneta è di per sé un prodotto seriale, e che le sue potenzialità come fonte storica prescindono dalla sua unicità o rarità"; che essa, "come ogni altro reperto archeologico, assume valore in rapporto al contesto da cui proviene". La nuova norma "impedisce qualsiasi controllo sui materiali ritrovati, favorendo il commercio delle monete antiche illegalmente acquisite e incentivando gli scavi clandestini", anche perché "il giudizio sulla ripetitività delle monete e quello sull’esenzione dagli obblighi di denuncia è incredibilmente affidato allo stesso detentore delle monete, e non ad un organo competente e responsabile, come il ministero per i beni culturali".

Ci vuol poco a capire che uno sgangherato e incolto principio come questo, secondo cui la serialità esclude la tutela e il collezionista è controllore unico di se stesso, può facilmente essere esteso dalle monete ad ogni altro reperto archeologico, annientando di fatto ogni tutela. Insomma, l’emendamento Eufemi da un lato fa gli interessi dei mercanti di monete, dall’altro è il cavallo di Troia per il più vasto "archeocondono" prefigurato dalla legge Conte. Prevale, in queste ed altre norme (basti pensare a quelle sulla depenalizzazione dei reati contro paesaggio e ambiente, anch’esse concepite ad personam), quella sorta di "amorale familismo" che lontani osservatori d’oltralpe usavano rimproverare agli italiani, e cioè l’idea che provvedere agli affari di amici e parenti è molto più importante di qualsiasi legge o pubblico interesse. Perciò si fanno apertamente, con finta ingenuità e vera protervia, nomi e cognomi dei mandanti e beneficiari delle proposte: quanto più essi sono in vista, tanto più, a quel che sembra, è facile che i loro interessi prevalgano sulla pubblica utilità.

Scade intanto proprio ora il primo accordo quinquennale Italia-Stati Uniti, che vieta l’importazione in America dei nostri beni archeologici; e già l’opinione pubblica americana si sta mobilitando in favore del suo rinnovo (savingantiquities. org). Mobilitazione che avviene, paradossalmente, proprio mentre alcuni parlamentari nostrani fanno di tutto per vanificare quell’accordo, considerando monete e reperti non come documenti storici, ma solo per il loro valore venale. Si calpesta così l’art. 9 della Costituzione, che - lo dice una sentenza della Corte Costituzionale (151/1986) più volte richiamata dal presidente Ciampi - sancisce "la primarietà del valore estetico-culturale, da non subordinarsi a nessun altro, ivi compresi quelli economici".

Risalta dunque anche su questo fronte l’anomalia della destra italiana, la sua tendenza a legiferare su commissione e su misura. Archivi "privati" per la presidenza del Consiglio, monete "personalizzate" per chiunque lo voglia, feudi e satrapie per gli amici degli amici. Ma non era stato questo stesso governo ad approvare, poco più di un anno fa, un Codice dei beni culturali che garantiva, invece, un sufficiente livello di tutela per monete e reperti archeologici? Non dovrebbe, questo stesso governo, cassare l’infelice emendamento Eufemi nel più breve tempo possibile? Non dovrebbe restituire agli archivi dello Stato le carte della presidenza del Consiglio? O si persevererà nel legiferare contro la Costituzione, contro i valori e le istituzioni nazionali, contro gli accordi internazionali, contro un Codice prodotto da questa stessa maggioranza di governo?

Uno Stato, come qualunque altra cosa, vive anche di simboli. Che non sono solo lo stemma, l'inno o la bandiera. Sono pure alcune istituzioni nazionali che con la loro sola esistenza esprimono, simbolicamente appunto, la consapevolezza dei cittadini di avere un retroterra e un destino comuni: un sistema scolastico unitario, per esempio, una radio pubblica, una polizia di Stato. O anche un archivio centrale dello Stato.

Di tutto ciò, però, la destra italiana si direbbe che non gliene potrebbe importare di meno. Mentre è la destra in particolare, infatti, che dovunque mira a rappresentare e a difendere i valori e le istituzioni nazionali, nel nostro Paese invece no. Nel nostro Paese essa li difende solo finché le fa comodo (o, il che fa quasi lo stesso, finché lo permette la Lega). Non si spiega altrimenti l'introduzione, passata fin qui inosservata, di un brevissimo comma all'interno di un lungo ed eterogeneo decreto legislativo approvato qualche mese fa e che sarà pubblicato nei prossimi giorni nella Gazzetta Ufficiale, entrando così in vigore. Un piccolo comma grazie al quale si otterrà un effetto, però, di rilievo: né più né meno che la cancellazione di un ganglio decisivo dell'attuale sistema archivistico nazionale e di documentazione dello Stato unitario.

Il comma di cui sopra prevede, infatti, che d'ora in avanti tutte le carte della Presidenza del Consiglio dei ministri non saranno più versate all'Archivio centrale dello Stato, bensì conservate in un apposito, neocostituito, archivio storico della stessa Presidenza «secondo le determinazioni assunte dal presidente del Consiglio dei ministri con proprio decreto».Con il medesimo decreto, si aggiunge, «sono stabilite le modalità di conservazione, di consultazione e di accesso agli atti presso l'archivio».

Insomma, d'ora in avanti, almeno in teoria, sarà lo stesso Berlusconi, e domani Prodi o chi per lui, a decidere non solo che cosa dovrà o non dovrà essere conservato degli atti che documentano l'azione del proprio governo, ma anche chi come e quando potrà consultare e studiare i documenti in questione.

Per capire la crucialità e l'entità del fondo archivistico di cui si tratta, basterà dire che dagli uffici del presidente del Consiglio passano, come è ovvio, tutte le decisioni più importanti sia del vertice politico del Paese, sia di tutte le amministrazioni centrali e spesso anche periferiche dello Stato. Tanto è vero che attualmente sono ben 9 mila circa i faldoni contenenti tale documentazione versati presso l'Archivio centrale dello Stato, faldoni la cui consultazione è stata resa sempre disponibile con larghezza e professionalità inappuntabili dai funzionari che vi lavorano, in obbedienza alle norme generali che regolano la materia.

D'ora in poi, invece, tali norme non varranno più. Tutto dipenderà dal buonvolere dell'inquilino di Palazzo Chigi o di qualche suo dipendente. E tutto questo semplicemente perché dopo le due Camere, dopo la Corte Costituzionale, dopo la presidenza della Repubblica — che almeno tuttavia possono accampare la ragione di essere organi costituzionali — ora anche la presidenza del Consiglio, che tale non è, ha voluto il suo archivio particolare: esempio di una frantumazione della memoria storica del Paese e di una sorta di feudalizzazione della stessa a cui è difficile non attribuire il significato di un piccolo-grande segno dei tempi.

Premessa

La città è sottoposta alle sole regole di mercato. Il soggetto pubblico (lo Stato) ha ridotto sensibilmente il suo ruolo e si preoccupa solo di rendere più agevole le iniziative dei privati. Investitori con capitali ingenti si costruiscono le regole e determinano l’assetto della città. E’ così che la città cresce secondo una logica tutta privata e in ossequio alle sole regole di mercato. La città è oggetto stesso dello scambio (del negozio). Così non esiste più la città pubblica perché il mercato non produce beni pubblici. Esiste la città privata, quella dei ricchi con quartieri di lusso e dotati di tutti i servizi, una città chiusa e segregata abitata da una popolazione che ha una forte capacità di consumo. Esiste la città dei poveri, anch’essa privata, costruita per soddisfare direttamente le necessità e il bisogno di abitare. Lottizazioni abusive, occupazione dei suoli e autocostruzione definiscono gli insediamenti miserabili dove si insedia la popolazione povera. I servizi, spesso anche quelli essenziali, scarseggiano ma ci si arrangia e se qualcosa non te la danno te la prendi. Due città entrambe con la stessa logica tutta privata che si localizzano vicine perché ci sono sempre delle relazioni tra i ricchi e i poveri, non ultima la possibilità, per i poveri, di “prendersi” quello che non ti danno. Il resto della città, quello che c’è in mezzo è un limbo e non interessa a nessuno. Sparisce la città pubblica quella che con le sue contraddizioni e differenze era la base per l’integrazione sociale. Ognuno vive nel suo mondo e se può si costruisce la propria campana di vetro e la difende con la vigilanza, in mezzo è il territorio di nessuno.

Questa città esiste e sta ormai corrodendo una città che all’inizio del Novecento si era costruita con un lungimirante progetto pubblico: una griglia e i parchi che costituivano la regola per l’edificazione privata: Buenos Aires. La prima città dotata di una rete metropolitana in tutta l’America Latina. A partire dalla politica economica avviata dalla dittatura nella seconda metà degli anni Settanta per concludersi con le sciagurate riforme economiche di Menem è possibile ripercorrere un lucido progetto di privatizzazione del processo di costruzione della città. Il prof. Pedro Pírez dell’Università di San Martín di Buenos Aires, nell’articolo che abbiamo tradotto, e che trovate in fondo a queste righe, ripercorre con estrema sintesi questo processo e ci chiarisce il modo in cui oggi si sta costruendo la città Metropolitana di Buenos Aires.

Nell’articolo “Politiche pubbliche e sviluppo economico: le Green Belt Towns di Rexford G. Tugwell” (pubblicato su Eddyburg il 13 Luglio 2005) avevamo ricostruito l’importanza del soggetto pubblico nel determinare le politiche di sviluppo di un Paese. Il carattere integrato delle decisioni pubbliche era già allora la condizione essenziale per lo sviluppo. La politica agricola non poteva essere disgiunta dalla politica sulla migrazione dalla campagna verso le città.

L’articolo che segue ci mette davanti agli occhi un caso opposto, in cui il soggetto pubblico diventa uno dei soggetti coinvolti nella costruzione della città, riduce così il suo ruolo che diventa marginale sia nell’indirizzare le scelte urbane sia nella distribuzione della ricchezza.

L’Italia non è l’Argentina ma ci somiglia. Per questo leggendo l’articolo si ha come la sensazione di guardare il futuro, di vedere quello che ci aspetta e che oggi stiamo preparando.

Comprendiamo perché molti di noi sono titubanti di fronte alla retorica del mercato che per alcuni è la panacea di tutti i mali, del privato efficiente e innovatore contrapposto ad un pubblico che per principio non funziona, spreca risorse ed è antiquato. Comprendiamo perché vogliamo restare, nonostante tutto, a chiedere più mercato ma anche un nuovo ruolo del soggetto pubblico. Nuovo nel senso di più forte, con più capacità di comprendere i fenomeni, di interpretarne la complessità e di tracciare linee di indirizzo forti che aiutino anche i privati a sviluppare le loro potenzialità di crescita e ad affermare anche l’animal spirits necessario ad ogni imprenditore. Nuovo ruolo vuol dire più capacità di negoziare su posizioni forti e trasparenti per l’affermazione quanto più ampia possibile di principi generali e di benefici collettivi. Vuol dire anche capacità di prefigurare scenari futuri per mitigarne i rischi e cogliere le opportunità, tutto il contrario del giorno per giorno dove ci si limita a misurare gli ettari di verde ottenuti in cambio del prodotto immobiliare imposto dal promotore. Nuovo vuol dire anche saper dire di no. (g.c.)

(*) Pedro Pírez: Investigador del Consejo Nacional de Investigaciones Científicas y Técnicas (CONICET) en el Centro de Estudios Desarrollo y Territorio (CEDeT) de la Escuela de Política y Gobierno de la Universidad Nacional de San Martín, Buenos Aires; Profesor Titular en la Facultad de Ciencias Sociales de la Universidad de Buenos Aires; Profesor de posgrado en la Universidad Torcuato Di Tella (Traduzione per Eddyburg di Giovanni Caudo]

Di che tipo di privatizzazione parliamo?

E’ ormai un luogo comune riferirsi alla privatizzazione delle nostre città a partire dai cambiamenti che negli ultimi dieci anni hanno interessato sia l’ambito internazionale (ristrutturazione economica e globalizzazione) sia ognuno dei paesi dell’America Latina.

Per comprendere di cosa si tratta è utile però ricordare che queste città, in generale, sono state già costruite in prevalenza da logiche private. Queste città sono state costruite fondamentalmente per mezzo di un processo guidato ed attuato da attori privati che l’hanno orientato, da un lato, verso interessi particolari, così da ricavare dei benefici da ogni fase dell’operazione (il suolo, la costruzione di alloggi, la costruzione di terziario o delle infrastrutture e servizi), e dall’altro lato, per perseguire degli interessi generali, dove questo termine è utilizzato per assicurare il funzionamento delle attività economiche e la crescita dell’occupazione.

Lo Stato è intervenuto introducendo tre condizioni allo sviluppo privato: evitare di subordinare la produzione della città agli interessi particolari del singolo imprenditore, in modo da non contraddire quello che chiamiamo interesse generale (la città come oggetto della negoziazione contro la città come ambito della negoziazione). Limitazioni per garantire l’occupazione e la capacità di accesso ai servizi. Limitazioni per affermare il principio di legittimità in senso ampio.

L’intervento statale dipende in ogni caso dagli attori coinvolti, dalle loro relazioni e contraddizioni. Il risultato è una produzione privata che è orientata all’integrazione sociale e territoriale sia delle attività economiche che della popolazione. Quando ci riferiamo alla privatizzazione possiamo riferirci al processo della produzione urbana (trasformazione del suolo e costruzione) e ai prodotti che sono il risultato di questa produzione.

La privatizzazione della produzione urbana comporta la subordinazione di questa alle decisioni degli attori che si muovono in ragione di una logica di accumulazione del capitale e che sono interessati ad ottenere in prima istanza il guadagno, e poi, in un secondo tempo e se ce ne sono le condizioni, legare la propria azione agli interessi generali, come ad esempio, l’interesse verso altri operatori economici o alla forza lavoro o alla popolazione in senso più generale.

La privatizzazione dei prodotti si riferisce alla capacità di perseguire l’inclusione territoriale e sociale e alla tendenza a lasciare fuori dalla possibilità di consumo segmenti importanti della popolazione. Questo effetto si lega, senza dubbio, con i processi di produzione, però è anche legato con le condizioni più generali della popolazione e di alcuni gruppi in particolare. I cambiamenti nella condizione sociale della popolazione dipendono dalle modificazioni nel mercato del lavoro e nella distribuzione sociale che lasciano fuori dalla possibilità di accesso al consumo dei beni urbani settori importanti della popolazione (disoccupati, precari, poveri, ecc…); cambiamenti che dipendono però anche dalle politiche statali che non si sono fatte carico di queste trasformazioni come anche dalla riduzione delle politiche di sostegno alla popolazione.

Tutto questo è parte di una particolare relazione mercato-Stato, dove il crescente predominio privato è associato a tre diverse situazioni:

a) lo stato riduce o indebolisce il suo intervento favorendo la produzione privata dello spazio urbano; b) lo stato modifica il senso del suo intervento che non è più orientato in ragione dell’ ”interesse generale” ma in favore di interessi economici particolari; c) l’emergere di uno squilibrio nella relazione mercato-Stato per la trasformazione degli investitori, come nel caso dei processi economici globali, in soggetti in grado di alterare il peso negoziale sia nei confronti dello Stato sia del resto degli attori sociali interessati.

2- L’espansione metropolitana di Buenos Aires.

2.1 I precedenti

Dall’inizio dell’espansione metropolitana di Buenos Aires, all’inizio del secolo XX, la costruzione della città si è differenziata in modo significativo tra centro e periferia (Pirez, 1994).

Nella capitale federale, Buenos Aires [i], la produzione della città ha seguito alcune politiche definite dal governo municipale [ii], fondamentalmente si trattava di un disegno di piano che stabilì una griglia estesa per tutta la città (1889-1904) e indirizzò, dall’inizio del secolo, una occupazione relativamente omogenea del territorio (Gorelik, 1984:24). Da questa dipendevano anche la localizzazione delle opere pubbliche che determinarono delle forti centralità [iii] e la costruzione da parte dei privati, sulla base dei regolamenti municipali, delle urbanizzazioni, in particolare energia elettrica e trasporti (ferrovie, tramvie e autobus) così come la produzione e la gestione da parte dello Stato della rete idrica e di quella fognaria. Su questa base la città è cresciuta integrando le parti di città prodotte dai privati, lasciando a carico degli occupanti il compito di completare lo spazio urbano tra il costruito (Dupuy, 1987; Pírez, 1994; Pírez, 1999a). Il centro della città ha una qualità urbana relativamente elevata: dotazione di servizi e norme sull’uso del suolo, che, nonostante talune limitazioni, realizzano la base essenziale per una città capace di integrazione sociale.

Dall’altra parte, la periferia metropolitana [iv] che, nella prima metà del secolo XX, è cresciuta a con l’espansione della classe media [v] e, che a partire dagli anni quaranta, cresce grazie ai settori popolari (in gran parte operai dell’industria). Una crescita senza infrastrutture che restano indietro rispetto all’espansione e, quasi, senza norme che ne regolino l’uso del suolo. In tutti i modi, il mercato del suolo, attraverso il cosiddetto “loteo popular” (Clichevsky, 1990) consentì una sistemazione legale alla popolazione che arrivava in città. Negli anni Quaranta, con la statalizzazione del servizio di trasporto pubblico, anche se le aree servite restavano ancora limitate, ma grazie alle tariffe basse e soprattutto al “permissivismo” nei confronti dei viaggiatori senza biglietto, si favorì una relativa integrazione, anche se con una bassa qualità urbana.

Il risultato fu una città che integrava, in modo legale, ma segregato e in modo molto diseguale, la popolazione di basso reddito.

Questo processo negli ultimi anni si è modificato.

La struttura metropolitana negli anni novanta.

In Argentina la politica economica coerente con il processo di ristrutturazione economica [vi] si è avviata con il governo militare che prese il potere con il golpe del 1976. Il modello industriale subì dei profondi cambiamenti che provocarono disoccupazione, e una forte accentuazione delle disparità economiche. Il Governo centrale ridusse il suo ruolo nelle politiche infrastrutturali di base (acqua e fognature, distribuzione elettrica), in quelle sociali come la salute e l’educazione, decentrandole in primo luogo ai governi provinciali e poi ai comuni. Si avviò così un processo generale di riduzione dello Stato [vii] con il conseguente abbassamento della protezione sociale.

Una politica che si è consolidata e ampliata durante il governo del presidente Menem negli anni Novanta, in un processo di ulteriore deregulation e di apertura all’economia globale.

Passiamo ad evidenziare ora l’aspetto più rilevante del nostro ragionamento. In un contesto di riforma e di riduzione dell’apparato statale, con riduzione delle funzioni e di risorse, avviene il trasferimento, decentramento, agli altri livelli dello Stato e verso le imprese private (privatizzazione).

Si è modificata la forma costitutiva dello Stato, con un peso molto minore nelle politiche pubbliche a favore della popolazione a basso reddito e, per contro, un crescente orientamento verso politiche di tipo finanziario in differenti campi (tra questi quello immobiliare). In quegli anni il capitale finanziario internazionale aumentò il proprio peso nell’economia del paese in modo consistente. Così come il predominio economico nel settore terziario (finanza e servizi) e l’aumento delle attività destinate all’esportazione (prodotti agricoli e energia). Le conseguenze sul mercato del lavoro furono: il consolidamento di una piccola quota di posti di lavoro altamente qualificati e con alta remunerazione (generalmente nel settore terziario); la riduzione dell’occupazione industriale; l’aumento delle disoccupazione e delle disuguaglianze nella distribuzione del reddito con una conseguente polarizzazione sociale.

Si ebbe così l’emergere di una classe sociale medio-alta con alti redditi e una forte capacità di consumo e, come controparte, l’aumento di una popolazione a basso reddito sotto la linea della povertà e dell’indigenza. Aumentò il divario tra queste due classi e pian piano sparì la classe media tradizionale [viii].

Nel contesto metropolitano tutto questo comportò dei cambiamenti importanti. I soggetti che costruivano la città cambiarono radicalmente. Da un lato fecero la comparsa nuovi attori economicamente forti e con un vero potere di decisione sull’assetto della metropoli, soggetti con un diritto di “cittadinanza” di tipo speciale che potevano fare a meno di rispettare le regole e di subire il controllo sia dell’utente che dello Stato (Pírez, 2004a), in particolare nei servizi urbani (Pírez, 1994 y 1999a; Pírez et al., 2003) e nella trasformazione del suolo. Lo Stato pertanto si fece promotore degli interessi privati nella costruzione della città [ix]. Dall’altro lato, la popolazione di reddito più basso vide ridotta la capacità di promozione sociale a causa della riduzione dell’intervento dello Stato nella produzione di beni pubblici (case, servizi, aree pubbliche) [x]. La disoccupazione e la povertà spinsero questa parte della popolazione a realizzare direttamente i beni di cui aveva bisogno a testimonianza di una condizione di cittadinanza limitata “subciudadanía” (Kovarik, 2000). Si realizzò anche una trasformazione nella realizzazione di residenze per la classe media e medio-alta con l’avvio di un processo di suburbanizzazione attraverso la realizzazione di residence privati (“urbanizaciones cerradas”).

Nel complesso l’esito di queste trasformazioni fu la privatizzazione della città sia a seguito dell’azione dei ricchi ma anche di quella dei poveri. Per meglio comprendere questo processo possiamo ripercorrere quello che è successo nell’espansione metropolitana.

La privatizzazione dell’espansione metropolitana

In questa analisi ci occuperemo della trasformazione del suolo e della realizzazione delle infrastrutture urbane nelle aree della periferia, senza fare riferimento a quanto è avvenuto nella città centrale.

3.1 La privatizzazione del suolo

Differenzieremo due situazioni: il suolo per le case delle famiglie a basso reddito e quello per le residenze dell’elite.

Il suolo dei poveri.

Nel corso degli anni Quaranta la popolazione con basso reddito si sistemava nei “lotti popolari” e nelle “città d’emergenza” o “ città della miseria” (villas miseria).

Queste ultime erano realizzate con l’occupazione illegale del suolo e con la costruzione di abitazioni precarie senza nessun tipo di urbanizzazione. Si formarono per la prima volta negli anni Trenta ed erano abitate dagli immigranti disoccupati (de la Torre, 1983), già nel 1956 vi abitavano 112.350 persone che rappresentevano l’1,9% della popolazione metropolitana (Yujnovsky, 1984). I “lotti popolari” permisero alla popolazione povera di accedere legalmente [xi] al suolo edificabile nella periferia messo a disposizione da promotori privati. Un suolo generalmente senza infrastrutture, spesso a rischio di inondazione, ma che si poteva pagare con quote mensili e che veniva occupato lentamente attraverso l’autocostruzione (Clichevsky, 1990:5; Prévot y Schneier, 1990:131).

Tutto questo fu possibile per la mancanza di regole e grazie ad un contesto sociale e del mercato del lavoro basato sulla redistribuzione economica.

Con il governo militare del 1976, queste condizioni mutarono. Da lì cominciarono i provvedimenti che diminuirono progressivamente la capacità del pubblico di orientare la costruzione della città. [xii]

Nel 1976 venne sospesa la suddivisione dei lotti e nel 1977 si promulgarono le regole per l’uso, la lottizzazione e l’urbanizzazione del suolo. Furono rese obbligatorie una dimensione minima dei lotti, una dotazione di base delle urbanizzazioni (Decreto legge 8912). L’effetto più importante fu la riduzione dei lotti e, pertanto, un forte incremento del costo del suolo (Clichevsky, 1999).

Queste norme si aggiunsero all’impatto delle politiche economiche che portarono ad un incremento della disoccupazione e ad una riduzione dei salari. La conseguenza fu la crisi e la scomparsa del submercato legale dei lotti popolari. La città cessò di offrisre suolo legale ai poveri e questi furono lasciati soli a risolverel le loro necessità e i loro bisogni. Negli anni Ottanta iniziò l’occupazione illegale del suolo pubblico e privato e la formazione degli “asentamientos” [xiii] (Izaguirre y Aristazabal, 1988; Merklen, 1991 y 2000). La popolazione esclusa dall’accesso alla terra si organizzò per occupare (illegalmente) la terra e lottizzarla in base ad una pianificazione preliminare che definiva le aree private e pubbliche. L’azione statale venne sostituita da una pianificazione popolare orientata al soddisfacimento diretto delle necessità e dei bisogni di chi si organizza, pianifica e costruisce.

Tutto questo incrementò il degrado delle zone popolari sia in termini formali (localizzazione illegale della terra, edifici privati e pubblici, lotti clandestini, …), sia in termini ambientali (aree soggette a inondazione e contaminate, senza infrastrutture e servizi, pessima accessibilità e senza alcuna connessione con le aree centrali, ecc…).

Nel decennio degli anni Ottanta si avviarono alcune politiche orientate fondamentalmente alla regolarizzazione del possesso (Clichevsky, 1999) che diedero delle risposte molto limitate e che non si fecero carico delle condizioni economiche della popolazione che vedeva aumentare i costi a suo carico: costo del suolo, imposte e tasse municipali, costo dei servizi urbani privatizzati.

L’assenza di procedure legali per risolvere il bisogno di suolo favorì il consolidamento di un mondo illegale che promosse l’espansione metropolitana attraverso la ricerca di terre da occupare o a prezzi accessibili alle basse disponibilità pubbliche. Alla fine degli anni Novanta oltre un milione di persone vivevano in condizioni di irregolarità e di precarietà ambientale [xiv] mentre continuava l’invasione di nuovi migranti (Clichevsky, 1999).

La residenza dei ricchi

Negli anni Novanta si è avviato un processo di sub-urbanizzazione della classe medio alta e media, che in un contesto di forte disoccupazione, povertà ed esclusione sociale, si è concretizzata in quelle che sono chiamate le “urbanizaciones cerradas” (urbanizzazione chiuse). In questo testo le analizziamo in quanto parte di una pianificazione privata nella produzione del suolo metropolitano associata con:

Cambiamenti nelle condizioni della domanda.

A seguito delle modifiche economiche e del mercato del lavoro è cresciuta e si è rafforzata una classe medio alta con una forte capacità di consumo [xv]. Un gruppo sociale inserito a più stretto contatto con le attività legate al mercato internazionale (finanza, servizio all’impresa, ecc…) che ha sviluppato uno stile di vita in cui l’ostentazione del consumo si è tradotta in un elemento di identità. Due beni erano essenziali: l’automobile e la residenza. Allo stesso tempo la produzione pubblica della città, ulteriormente ridotta, si è allontanata sempre più dal soddisfare i bisogni.

Cambiamenti nella produzione della città.

Con la fine dei lotti popolari restavano delle riserve di suolo che in un primo momento furono destinati a “countries club”, ai cimiteri giardino (Prévot y Schneier, 1990:124) e a luoghi per la produzione di quartieri chiusi . Tutto questo in assenza di norme di carattere metropolitano e con i municipi che avevano delle limitazioni nell’applicare le poche norme esistenti come quelle della legge 8912 prima richiamata. Cambiano gli attori che producono il suolo, si professionalizzano e si concentrano, intervengono capitali e tecnologie straniere (Mignaqui y Szajnberg, 2003). Si sviluppa una grande campagna di marketing [xvi] che rafforza il prestigio della residenza suburbana chiusa come parte di uno stile accessibile solo a chi possiede un reddito alto. Le trasformazioni della rete viaria di accesso alla città di Buenos Aires, privatizzata agli inizi degli anni novanta, consentirono di collegare rapidamente il centro della città con la periferia più lontana, con il conseguente incremento dell’uso dell’automobile [xvii]. Il risultato sono stati dei quartieri chiusi e sottoposti a vigilanza che introducono una discontinuità nel tessuto urbano, frammentano lo spazio metropolitano, con confini che non possono essere attraversati salvo da chi è autorizzato (i proprietari e i suoi invitati). Questo territorio chiuso offre infrastrutture, servizi urbani (rete di elettricità, gas, telefono, internet, marciapiedi, illuminazione, manutenzione, aree verdi, vigilanza), aree commerciali e ricreative, uffici, scuole, centri di assistenza medica e per attività culturali. Si produce un frammento di città privata di alta qualità con un carattere esclusivo. Alla fine del secolo c’erano tra 300.000 e 500.000 persone che risiedevano in circa 400 interventi di questo tipo, più di 130 solo nel municipio di Pilar, dove ormai il 30% della superficie è ad accesso ristretto (Janoschka, 2003). Sono urbanizzazioni estese tra i 400 e i 1600 ettari che includono molti quartieri, con oltre 2.000 alloggi e con una popolazione potenziale, in quella più grande, di circa 200 mila persone (Janoschka, 2002 y Vidal-Koppmann, 2004) [xviii]. A guardare bene le modalità di produzione di questo territorio si percepisce un processo privato di pianificazione che introduce una razionalità forte all’interno dell’intervento, ma dimentica il resto della città nella quale si inserisce. Bisogna ricordare che manca una pianificazione territoriale di livello metropolitano che riconosca l’unità metropolitana come area unitaria. Si può supporre che la legge provinciale 8912 contenga questo carattere, ma si tratta in verità di una norma astratta fatta per la totalità dei Municipi della provincia per di più, nel corso di quest’anno, la si sta riformando per favorire ulteriormente questi processi (Mignaqui y Szajnberg, 2003). Di conseguenza, i municipi tendono a sciogliere i problemi in relazione ai loro interessi particolari, economici e politici. I municipi metropolitani periferici (come Pilar e Tigre), con una bassa occupazione del suolo, valutano come vantaggiose le proposte degli investitori privati e agevolano la realizzazione di questi progetti. Il risultato è l’allontanamento del ruolo del soggetto pubblico a favore del soggetto privato nella decisione della produzione immobiliare (Janoschka, 2004; Núñez et. al, 1998). Come dice uno di questi “… oggi il capitale privato ti permette di determinare regole e norme” (citato da Jacky e Triegerman, 2000).

Così l’urbanizzazione è il risultato di una pianificazione privata che si sostituisce alla inesistente o molto debole pianificazione pubblica. La città si produce attraverso una razionalizzazione tutta dentro alle regole di mercato e alle azioni dell’individuo. Questo implica una forte pianificazione interna alle singole componenti di ciascun intervento e del sistema di controllo per la sua realizzazione, allo scopo di aumentare la qualità del prodotto e la redditività.

Questa operazione si limita ai territori privati e quindi “… si tratta di pianficare accuratamente una città da zero” (Clarín 30/10/99). Come fa notare il titolare dell’impresa che sta realizzando Nordelta [xix], “la città si disegna tenendo in conto l’equilibrio tra spazio verde, acqua e aree urbane; il paesaggio, la forma delle strade, la localizzazione dei quartieri, delle scuole, delle università, dei club e delle zone commerciali…. Si da a tutto un’armonia estetica e urbanistica, con diverse densità di popolazione e una adeguata distribuzione del traffico”. In questo modo, continua il giornalista che lo intervista, si evitano i problemi della città e quindi le cause di uno sviluppo disordinato, l’aumento della popolazione a livelli impensati che produce inconvenienti come la congestione del traffico (Clarín 30/10/99).

Questo processo mostra un orientamento culturale che produce due discontinuità rispetto alla città tradizionale: a) la produzione di una parte della città è “la città”. Una parte si presenta come il tutto, nascondendo che è solo dentro una città reale che queste parti possono trovare le condizioni (lavoro, infrastrutture, servizi generali) per la loro esistenza, anche se in modo “autonomo”; b) il disordine urbano prodotto dalla produzione pubblica della città, si riduce solo per la vita dei gruppi a più alto reddito. Spariscono ad esempio gli abusi della popolazione di basso reddito per trovare una sistemazione.

Di conseguenza il resto della città, la città reale che sostiene queste forme di urbanizzazione chiusa, può essere ridotta ad una specie di limbo.

Siamo all’inizio di una pianificazione che nega la pianificazione urbana pubblica, che disconosce la possibilità di introdurre una razionalità globale, differente da quella del mercato. La città è pensata sempre più come risultato della somma di operazioni private e degli interstizi tra queste. Le operazioni private che si realizzano in un ambiente “caotico” pieno di contraddizioni e di “svantaggi”. Un ambiente che non si percepisce come luogo di un azione di miglioramento.

Se procediamo un po’ oltre possiamo descrivere le componenti essenziali di questa pianificazione:

un sistema di norme che scaturisce da un documento privato (contratto di compra-vendita) e che si impone come clausola di adesione. Una rigorosa norma urbana: di zonizzazione, uso del suolo e norme di edificazione. Luoghi per la residenza e per le attività. I primi differenziati a seconda delle possibilità economiche hanno differenti dotazioni di terra e, quindi, di prezzo [xx]; i secondi invece differiscono per tipo di attività e di uso. Norme di comportamento sociale, ai quali devono aderire chi accetta di stare in queste urbanizzazioni. Regolamento etico e di convivenza che funziona come una sorta di diritto di ammissione (o di esclusione). Le conseguenze dell’uso di uno strumento di mercato che produce però configuraioni sociali e che tende a consolidare l’identità del progetto.

Ampia offerta di infrastrutture e servizi di alta qualità rapportati alla popolazione che soddisfano tutto il necessario senza bisogno di uscire fuori dal confine, tranne che per andare a lavorare.

Subordinare alla rendita la crescita della città, tanto per l’espansione metropolitana con l’uso sconsiderato del suolo, come anche per l’urbanizzazione arbitraria del suolo occupato a seguito della lottizzazione delle aree senza alcun controllo pubblico né uno studio sugli impatti che si realizzano sulla città esistente.

Incremento della tassazione a carico dei residenti per poter sostenere la realizzazione e la manutenzione delle infrastrutture e dei servizi. Una sorta di imposta privata che funziona anche come strumento per differenziare economicamente il territorio, in prima istanza con il fuori e dopo per realizzare delle differenze anche all’interno.

Le sanzioni per il mancato rispetto delle norme con multe decise dall’amministrazione privata che gestisce l’insediamento.

Un sistema decisionale che suddivide la popolazione e ne configura (amministrativamente) un ruolo marginale mentre favorisce il ruolo del proprietario dell’investimento (governo privato-di impresa).

Insomma si riproduce nella produzione della città la logica del mercato globale: concorrenza disordinata a fronte di una forte razionalità (pianificazione) in ogni singola unità individuale, orientata a raggiungere le migliori condizioni di commercializzazione e la qualità solo per alcuni.

3.2 La privatizzazione delle infrastrutture della città

Fin dagli anni Quaranta i servizi urbani dell’Area metropolitana di Buenos Aires sono a carico di imprese pubbliche del Governo Federale (Pírez, 1999a). Dalla fine degli anni Ottanta, il degrado di queste imprese era tale (in gran parte dovuto alla cattiva gestione del periodo della dittatura) che mostrava una basso livello di servizio, problemi finanziari e impossibilità ad investire, cattiva qualità e, in alcuni casi, corruzione nelle relazioni con i sindacati. Ricordiamo che questa gestione, permissiva con il consumo clandestino della popolazione a basso reddito, evitò in molti casi l’esclusione di questa popolazione dall’accesso ai servizi.

La crisi delle imprese in associazione con il deficit dei conti statali e con l’inflazione furono le cause per l’avvio della privatizzazione. Una privatizzazione realizzata velocemente all’inizio degli anni Novanta, trasferendo [xxi] alle imprese private la gestione del servizio delle infrastrutture (telefono, elettricità e gas naturale, acqua e fogne), i trasporti ferroviari di superficie e la metropolitana (gli autobus già lo erano) e la infrastruttura viaria di accesso alla città. La privatizzazione modificò gli attori e le relazioni, lo Stato si escluse come soggetto redistributore, ridotto ad assicurare il compimento delle relazioni di mercato e delle sue conseguenze inique. Il cittadino diventò un cliente di fronte all’azienda. I diritti del consumatore si ridussero: solo il cliente ha il diritto di usare il prodotto in base al prezzo che paga.

Le conseguenze. I servizi finirono si essere pubblici e di essere considerati dei diritti per diventare delle attività economiche regolate solo sulla base di principi concorrenziali. Si sono trasformati in una relazione commerciale di tipo privato. E’ migliorata la qualità, l’efficienza, ma con l’incremento delle tariffe si è esclusa dall’accesso ai servizi la popolazione di reddito più basso [xxii]. Le imprese di servizi, nella maggior parte di origine internazionale, sono diventati degli attori con un forte peso economico e politico. La carenza di un quadro di regole e di sistemi di controllo ha contribuito a tutto questo. In alcuni casi si sono anche sommate le pressioni dei paesi di origine delle imprese.

I principali effetti di questo processo. L’accentuazione del processo di concentrazione e di esclusione economica e sociale.

Le norme hanno prodotto condizioni di rischio basso o nullo per le imprese e gli hanno consentito di realizzare tassi di redditività esorbitanti (Aspiazu y Schorr, 2003:21). L’indicizzazione basata sull’inflazione degli Stati Uniti, proibita dalla legge di convertibilità, la dollarizzazione e le successive rinegoziazioni hanno reso possibile l’aumento delle tariffe molto al di sopra dell’inflazione [xxiii]. In alcuni servizi, come il gas e l’elettricità, le tariffe residenziali per i singoli proprietari sono uamentate molto di più di quelle dei grandi consumatori industriali (Aspiazu y Schorr, 2003:19). L’incremento delle tariffe, la cancellazione del sussidio, e l’aumento dei controlli sempre più restrittivi rispetto alla gestione statale, sono le concause che hanno messo la popolazione di basso reddito sempre più in difficoltà nell’accesso a questi servizi (Pírez, 2000). Questa condizione non ha riguardato solo gli utenti privati ma ha alterato le condizioni per lo sviluppo delle attività produttive “condizionando negativamente la competitività di numerose imprese –in particolare le piccole e medie imprese impegnate nella elaborazione di beni commerciabili- e la distribuzione del reddito” (Aspiazu y Schorr, 2003:38).

Per le aziende tutto questo si è tradotto in guadagni spropositati [xxiv].

Aspetti importanti della pianificazione urbana diventarono di competenze delle aziende. Si trasferì alle imprese la capacità di definire la politica e soprattutto la pianificazione dei servizi, assumendo un ruolo chiave nella configurazione urbana (Pírez, Gitelman y Bonnafé, 1999). Ogni impresa prende decisioni sulla base delle necessità di mercato: quale territorio occupare, quale processo sviluppare e in che ordine farlo. Si servono popolazione e territorio e si realizzano le operazioni che possono dare una più alta e veloce redditività (per esempio si realizza l’espansione della rete dell’acqua ma non delle fogne o il trattamento dell’acqua sporca). Lo Stato non assolve più il ruolo di pianificatore. La possibilità di ampliare il servizio è data solo dal mercato, dalla relazione tra le imprese concessionarie e l’utente, tutto questo presuppone un potere di decisione tutto privato. La conseguenza è che dipendono da queste decisioni delle imprese tanto il mercato del suolo come la qualità della vita urbana.

La privatizzazione della relazione con l’utente.

Questo processo è evidente nel rapporto negoziale che si stabilisce tra le imprese e l’utente clandestino. Un rapporto che si sviluppa senza alcun intervento da parte dell’autorità di governo e in modo discrezionale potendo convenire soluzioni differenti per situazioni che sono simili (Martínez, Navarro y Pírez, 1998). L’intervento del governo si ha solamente quando emerge un conflitto politico (Pírez, 2002). Questo è il nuovo ruolo dello Stato regolatore: esercitare il potere di polizia sull’impresa aggiudicataria del servizio, realizzando uno scenario in cui il cittadino è diventato cliente ed è sottomesso al potere dell’impresa in una relazione di tipo asimmetrico.

Asimmetria che risulta molto chiara osservando la politica della distribuzione dell’elettricità nella popolazione a basso reddito che non riesce a fare fronte ai costi. Le imprese preferiscono non tagliare il servizio a causa dei costi e poi perchè si suppone che il servizio sarebbe comunque sostituito da una connessione clandestina. Di conseguenza negoziano con l’utente, individuale o collettivo, differenti forme di pagamento, senza l’intervento di nessuna autorità statale. Così le aziende coprono nell’immediato parte del fatturato ma indebitano l’utente che mese dopo mese incrementa il proprio debito, senza che si sappia né come né quando potrà farsi carico di questo debito [xxv].

Qualche conclusione

Il processo di costruzione della periferia metropolitana di Buenos Aires si è modificato a causa delle politiche collegate alla ristrutturazione economica, e a seguito dell’incremento della privatizzazione nel doppio senso che abbiamo sopra richiamato.

Da un lato, come condizione generale, si è ampliata la disuguaglianza economica con un forte aumento della concentrazione del reddito e l’incremento della povertà.

In modo più specifico è aumentata la partecipazione del capitale privato. Questo ampliamento è stato prodotto dalla partecipazione di grandi attori economici con relazioni internazionali (capitale, management, tecnologia, finanziamento) che organizza operazioni ad alta redditività. La produzione urbana (suolo, edifici e servizi) tende ad organizzarsi in modo da favorire il processo economico di ciascuna operazione, contribuendo al processo di concentrazione economica sopra richiamato. La sistemazione della città si è liberata dallo sforzo di ogni famiglia o dei gruppi sociali. Non ci sono più spazi per i poveri. La periferia metropolitana si è segmentata ed è sempre più segregata. Aumentano le differenze tra i diversi ambienti costruiti e si approfondiscono le distanze sociali.

Lo spazio dell’espansione metropolitana risulta segnato dalla presenza dominate di due logiche “non statali”: quella dei settori sociali esclusi dal mercato formale e che si orientano alla soddisfazione diretta dei bisogni; e la produzione privata capitalista per i gruppi di reddito più alto. La conseguenza è una chiara differenziazione in particolare con il resto della periferia. Il territorio prodotto con la logica della necessità, nonostante gli intenti di una organizzazione formale e di una urbanizzazione regolare (lotti, strade, zone per uso pubblico, ecc…) ha una bassa qualità, e si inserisce spesso in contesti residuali dove è anche difficile portare le infrastrutture e i servizi necessari per il suo funzionamento.

Gli ambiti più propri della produzione capitalista, le “urbanizzazioni chiuse” sembrano riprodurre quello che Fishman (1987) chiamò “bourgeois utopias”: alta qualità dell’habitat, segregazione basata sull’identità sociale per proteggere la famiglia separandola dai pericoli della vita urbana e dagli altri, particolarmente dai poveri, e vivendo a contatto con la natura. Della città resta la percezione di una condizione che consente a queste urbanizzazioni di funzionare. Il suo funzionamento si concretizza nelle connessioni per l’accesso ai luoghi del lavoro e di consumo qualificato, connesisoni garantite dalle aziende privatizzate (strade di accesso, ferrovie in particolare). Per il resto la città sembra non esistere. Questa qualificazione implicita di una terra di nessuno è, paradossalmente, coerente con l’occupazione (illegale) del suolo per le famiglie di basso reddito che si costruiscono lì la loro sistemazione di infima qualità.

In entrambe le situazioni il resto della città sembra essere lasciato libero alle conseguenze di uno o dell’altro degli attori sociali ed economici che lo occupano (riproducendo le relazioni del mercato). Le aziende che forniscono i servizi operano e consolidano così la loro capacità di decidere la configurazione metropolitana, rafforzando il loro orientamento privato alla ricerca di sempre maggiori redditività. I settori popolari, tentando di vincere queste ostilità e per superare il loro isolamento, si comportano seguendo la stessa logica della necessità realizzando i servizi in quello che è il “resto” della città. [xxvi]

Tutto questo produce un effetto che è paradossale. Il risultato è un’espansione metropolitana che tende a localizzare in prossimità l’uno con l’altro gli insediamenti precari e quelli chiusi delle classi più agiate. La periferia metropolitana sembra conformarsi come un insieme di insediamenti decentralizzati omogenei al loro interno ed eterogenei all’esterno. Questo presuppone un duplice movimento: perdita dell’eterogeneità della città tradizionale che rendeva possibile il contatto tra gruppi differenti (come conseguenza della segregazione e della chiusura), e l’emergenza di una nuova eterogeneità (forti differenze da un punto di vista sociale ed economico) in una sorta di articolazione per frammenti, quello che possiamo chiamare “microframmentazione” (Pírez, 2004b:123). I due estremi della piramide sociale che occupano la periferia si collocano molto vicini nello spazio. Questo consente che si stabiliscano delle relazioni tra queste: servizi senza qualità, trattamento dei residui solidi e altro, come, perché no, i delitti. Non è l’eterogeneità dell’integrazione, è il contrario, l’eterogeneità dell’esclusione.

Un’ultima riflessione. La capacità di consumo della popolazione dipende dal mercato del lavoro e dalla relazione della distribuzione economica, sono elementi fondamentali per definire il senso dell’inclusione o dell’esclusione del prodotto urbano. L’esclusione presuppone una società che non dà garanzia a nessuno dei suoi membri un equilibrio tra reddito e costo della sua riproduzione. Da qui, ad esempio, l’incremento delle tariffe del servizio privatizzato non ha lo stesso effetto su una città dove tutti hanno un mercato del lavoro che gli assicura un reddito sufficiente, rispetto ad una città (come è il caso di Buenso Aires) dove invece la maggior parte della popolazione non ha queste condizioni. E’ anche per questo che l’obbligo di migliorare la qualità del suolo imposta nel 1977, quando non c’erano le condizioni per affrontare la maggiorazione dei costi, ha avuto come risultato, paradossale, di eliminare il mercato formale del suolo per la popolazione più povera.

Insomma le trasformazioni che hanno interessato la società argentina nell’Area Metropolitana di Buenos Aires, dalla metà degli anni Settanta, hanno incrementato il ruolo del privato, sia nella produzione sia nel prodotto, dando luogo ad una città diseguale, accentratrice e segregata.

Nota: in allegato un file PDF scaricabile con la traduzione completa di note e Bibliografia (g.c.)

Titolo originale: Density is hot, freeways are not, in the new Los Angeles – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Ho ripescato la mia copia del classico Los Angeles: The Architecture of Four Ecologies di Reyner Banham, 1971, l’altro giorno, con l’intenzione di verificare se Banham – straordinario storico dell’architettura, anche se talvolta discutibile – era così ardentemente filo-autostrada come lo ricordavo. Lo era. Banham, morto nel 1988, era una delle personalità più autorevoli riguardo a Los Angeles, e aveva descritto il suo sistema di freeways come la cosa più vicina alla perfezione motoristica a cui la civiltà fosse mai arrivata. Imperturbabile di fronte alle lamentele sulle freeways, insisteva sul fatto che per i pendolari su lunghe distanze “l’autostrada non è un limbo di angst esistenziale, ma il luogo dove si trascorrono le due ore più calme e appaganti della vita quotidiana”.

L’appoggio di Banham al freeway lifestyle ora sembra un reperto storico, simile alla propaganda stradale per la Fiera Mondiale del 1939. Anche se due ore di guida al giorno potevano essere tranquille nel 1971 – cosa che trovo difficile da immaginare – non sono certamente calme e appaganti oggi, con la Los Angeles County stipata da più di tre milioni di abitanti. Dopo essere diventata famosa per le freeways, la California meridionale ha imparato che pianificare una regione esclusivamente attorno all’automobile è la ricetta per la frustrazione.

E così oggi i pedoni della seconda metropoli del paese stanno gradualmente iniziando a ricevere l’attenzione che meritano. L’amministrazione di West Hollywood si è ripresa un tratto di 4 chilometri del Santa Monica Boulevard dal Department of Transportation, e l’ha convertito in una via più orientata a pedoni e ciclisti, con ampi marciapiedi punteggiati da olmi. Pasadena, città di strade spaventosamente larghe, ha fatto grandi cose coi suoi vicoli del centro: costruendo passaggi adatti, talvolta con alberature, dove le persone possono passeggiare fra negozi, punti ristoro e intrattenimenti.

Il trasporto su rotaia – l’equivalente odierno dei tram rossi che attraversavano la regione negli anni ’20 – sta diventando sempre più un’alternativa all’auto privata. Come molte delle altre 1.200 persone che andavano al XIII Congresso del CNU di giugno a Pasadena, ho camminato dal Civic Center fino alla stazione Del Mar a sud di Colorado Boulevard, per salire su un comodo e tranquillo treno della Gold Line. Pochi minuti dopo, scendevo a Mission Street nella zona sud di Pasadena – un nodo commerciale del XIX secolo. Da un tavolino in un curioso locale chiamato Coffee by the Tracks, potevo vedere il Mission Meridian Village, un bell’insieme di lofts, appartamenti affacciati su un cortile, case di città e unifamiliari, con spazi per negozi in parte del pianterreno.

In futuro sta nella densità e nel mixed-use

Il futuro della California meridionale sta, almeno in parte, negli insediamenti densi come il Mission Meridian Village, da cui si possono raggiungere a piedi negozi, mezzi pubblici e altri servizi. La nuova Metro Rail ora ha quattro linee: Blu, Verde, Rossa e Oro, e continua ad espandersi. Anche se non è particolarmente veloce (mi ci è voluta un’ora e tre quarti per andare da Pasadena al Los Angeles International Airport, lungo tratti di tutte e quattro le linee più un bus navetta), il trasporto su rotaia rende possibile per una parte della popolazione spostarsi senza intasare le strade.

“Non esiste centro urbano della Los Angeles County che non stia attraversando qualche processo di rigenerazione” ha raccontato al Congresso Stefanos Polyzoides. Polyzoides vede nel 1990 l’inizio di un “momento di speranza”, un periodo in cui “si possono vedere le forze del cambiamento dappertutto”.

La grande popolazione latino-americana di LA potrebbe giocare un ruolo importante, secondo alcuni leaders locali come James Rojas, tra i fondatori del Latino Urban Forum. I latini vengono da una cultura che tende a usare gli spazi pubblici, dunque esiste il potenziale per quello che Rojas chiama Latino New Urbanism, ovvero strade animate, spazi sul fronte degli edifici, e altri spazi pubblici o semi-pubblici. Quasi a confermare il punto di vista di Rojas, il nuovo sindaco di Los Angeles, Antonio Villaraigosa, ha dichiarato al Congresso che intende nominare nuovo responsabile per l’urbanistica qualcuno che “possa capire e sostenere i tipi di idee di cui parla il New Urbanism”.

Sono tempi di speranze per LA. La regione si sta liberando della propria fissazione per le freeways, alla fine.

Nota: questo e altri articoli al sito di New Urban News (f.b.)

Titolo originale:The super Tuscans – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

La prima generazione di britannici che ha comprato in Chiantishire, sta vendendo.

Quando Betsy e George Newell cercavano una casa sotto il sole toscano, c’era scelta in abbondanza, e qualunque cosa vedevano era a basso prezzo. Andavano e venivano da Londra, tutti i week-end per un paio di mesi, e in una ventosa giornata di febbraio comprarono due case agricole in cima a una collina con un’incredibile vista su sette castelli vicino a Gaiole in Chianti. Il prezzo? Un affare, a poche migliaia di sterline. Perché i Newell erano pionieri, e l’anno era il 1973. Ora la coppia ha deciso di vendere. E non sono soli: c’è un cambio della guardia in Toscana, con tutti i primi trasferiti stranieri, soprattutto da inizio anni ’70, a lasciare proprietà che richiedono troppo tempo e fatica.

Questa tendenza, in una regione dove altrimenti c’è molto poco ancora a disposizione, per gli acquirenti immobiliari ha aperto una possibilità di occasioni che non si vedeva da anni.

Il mercato completamente aperto incontrato da gente come i Newells trent’anni fa, significa che queste case sono spesso grandi, belle, e possono vantare magnifiche viste: il che naturalmente si riflette sul prezzo. La proprietà Newell, con 300 alberi di ulivo, è sul mercato per 2,6 milioni di sterline.

Dalla piscina, si possono vedere sette castelli del Chianti e le montagne a 80 chilometri di distanza. “Entrambe le case coloniche erano quasi dei ruderi, ma decidemmo di dare priorità alla piscina, così che i bambini potessero passare l’estate” ricorda George, banchiere americano in pensione, che all’epoca aveva trent’anni. “L’uomo che l’ha costruita ci credeva pazzi”.

I Newell hanno vissuto in tenda, i primi due anni, mentre si ricostruiva la prima casa, con spazio per sei camere. Con abbondanza di stanze per famiglia e ospiti, poi non è stato toccato il secondo edificio, le cui pareti spesse 50 cm sono abitate solo da un piccione solitario, ma che potrebbe essere trasformato in una casa da quattro camere.

La moglie inglese di George, Betsy, ex insegnante di cucina che ha trasformato la cima di collina intorno alla casa in un giardino a terrazze di lavanda, pruni e peri, dice che la famiglia non ha più tempo, per la Toscana.

“Sono un’appassionata di giardinaggio, e ho appena passato due mesi qui, a badare alle cose. Anche l’uliveto ha bisogno di molta manutenzione: bisogna potere gli alberi, tagliare l’erba sotto, e fare decine di altre cose”, dice. “Cerchiamo qualcuno che abbia l’energia non solo di gestire il posto, ma anche di restaurare la seconda casa”.

I Newell divideranno il proprio tempo fra le loro due altre case, una a Londra e una capanna di tronchi in Nuova Scozia, Canada, dove George ha iniziato un’attività nel campo del salmone affumicato.

Si sta preparando ad abbandonare la Toscana anche Douglas Anderson, un artista che comprò la sua casa vicino a Pisa nel 1972 scambiandola con un ritratto dell’allora proprietario, due grossi paesaggi, e 800 sterline. Ricorda una Toscana più tranquilla di quella di oggi.

A 71 anni, Anderson userà il ricavato dalla vendita della sua casa rosso ruggine – il prezzo richiesto è di circa 800.000 sterline, compreso un fienile che usa come studio, una piscina e 5000 metri quadrati – per pagarsi gli anni della pensione in Irlanda.

L’ironia sta nel fatto che nessuno della Vecchia Guardia pensava di fare un investimento acquistando immobili in Toscana. “Era solo un problema di comprare la cosa migliore che si trovava” dice Bill Thomson di Chianti Estates, associata all’agenzia immobiliare Knight Frank.

“Quando la gente iniziò a comprare negli anni ’70, c’era parecchio tra cui scegliere. At the time those homes were worth £10,000 at most. Ora, chi se ne va scopre che la propria casa vale più di 5 milioni di Euro (3,5 milioni di sterline)” dice Thomson.

È un cambio di generazione, e sta avendo un effetto valanga. Quando gente come i Newell se ne va, anche i loro amici iniziano a pensare seriamente a muoversi. E così vanno sul mercato case senza difetti evidenti: nessun vicino rumoroso, tralicci elettrici, fabbriche in vista, autostrade nei paraggi.

Le case più a buon mercato della Vecchia Guardia sono state vendute da Thomson poco sotto le 700.000 sterline. In catalogo ci sono due case vicine a Radda in Chianti che appartengono a un aristocratico britannico, e che per anni sono state disponibili in affitto. Hanno 40 ettari di terra, soprattutto boschi, e due piscine, a un prezzo di 3,5 milioni di sterline.

Gli agenti italiani in Chianti dicono che una casa di cima collina, restaurata con piscina e vista si può avere per circa un milione di sterline. Aggiungeteci una vigna e il prezzo sale a oltre 1,4.

La maggior parte delle case ora sul mercato hanno bisogno di restauri, o almeno di qualche manutenzione, perché non sono state toccate per molti anni. La classica casa di campagna del XVIII secolo comprata recentemente da Helen Wood, ex giornalista televisiva, e dal marito, da un proprietario di lunga data scozzese vicino al villaggio medievale di Castagnoli in Chianti, non fa eccezione.

Wood è stata la prima a innamorarsi della casa, detta L’Aiaccia, dopo aver cenato in un ristorante da cui si vedono la casa e i boschi e vigna circostanti. Ha pensato che fosse giusto dare al marito un’opportunità di scelta, e così lui è venuto a visitare L’Aiaccia e un’altra casa a Cortona verso sud, da dove era partita la ricerca.

Quando lui l’ha richiamata ha detto: “Beh, mi pare abbastanza ovvio, no?”. La signora Wood ha condotto lavori di rinnovamento che sono durati due anni e costati quanto la casa, a un prezzo di circa 1.000 sterline al metro quadro. Dato che l’edificio era costruito direttamente sul terreno, la coppia ha dovuto scavare e per costruire le fondamenta. È stato installato il riscaldamento centrale, tolte enormi travi di noce devastate dai tarli, trasformato il porcile in cottage per gli ospiti e il granaio in sala giochi, costruita un’elegante piscina, su progetto del noto architetto britannico Anthony Hudson, ravvivata da una passerella sotto il pelo dell’acqua.

“All’inizio venivamo una volta al mese, poi è diventato una volta ogni due settimane, e gli ultimi sei mesi una alla settimana” dice la Wood. Ha rinunciato al lavoro dell’epoca per dedicarsi al progetto, fondando poi “ Casa in Italia”, impresa di restauri e manutenzioni in Chianti.

Non tutti i nuovi arrivati in Toscana sono preparati, o possono permettersi, a ricostruire una casa praticamente da zero. A parere di un agente immobiliare, il Chianti è un campo di gioco per persone ricche, dove i prezzi – raddoppiati negli ultimi quattro anni – stanno lentamente togliendo il monopolio dalle mani britanniche, con nuovi arrivi come un produttore cinematografico di Hollywood, un finanziare di New York consigliere di amministrazione di una grossa banca americana, o un uomo d’affari russo.

“I prezzi in Chianti sono troppo alti per la maggior parte dei britannici, che di solito non spendono più di 600.000 Euro (415.000 sterline) e vogliono stare vicini a Pisa per i voli Ryanair o EasyJet,” dice Gregory Page, di Alfa Immobiliare, che ha sede in Chianti ma sta aprendo una filiale nella città murata di Lucca, a nord di Pisa, dove i compratori britannici chiedono case o appartamenti che non hanno bisogno di nessun lavoro.

“Lucca naturalmente è meno prestigiosa del Chianti, e gli immobili sono più piccoli, ma ha un ambiente molto più autentico del Chianti. Non ci sono olio, o negozi di ceramiche” dice Page.

Hamish Scott-Brown, fotografo dello Ayrshire che ha appena comprato una nuova casa di tre stanze fuori Barga, una cittadine nei pressi di Lucca, a 210.000 sterline, dice che non aveva i soldi per il Chianti, ma aggiunge che si sarebbe sentito un “bianco forestiero” là.

“A Barga mi sento molto più benvenuto che in Chianti. L’ospitalità è straordinaria” dice. “Ero in un bar dentro a un supermarket, ed entra un uomo – aveva appena comprato un’Ape rosso, uno di quei furgoncini a tre ruote. Era così contento di sé che offriva a tutti un caffè o qualsiasi altra cosa. Ha scoperto che ero scozzese e insisteva perché prendessi un whisky. Quand’è l’ultima volta che avete visto una cosa del genere a Waitrose?”

I Newell si preparano a lasciare la loro collina in Toscana, e Betsy dice che la cosa che le mancherà di più sono i tramonti dalla terrazza. “Tutte le sere, indipendentemente da tempo, tutti lasciamo quello che stiamo facendo per guardare il tramonto. I colori, le ombre, sono diversi ogni giorno. C’è profumo di gelsomino nell’aria, e coi boschi tanto vicini si possono sentire le civette, gli usignoli e i cinghiali selvatici. Poi arrivano le lucciole”.

Nota: il testo originale di questa specie di spot pubblicitario per gli immobili in Toscana, al sito del Times online (f.b.)

Titolo originale: Is your council wasting the countryside?– Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

L’Inghilterra ha bisogno di centinaia di migliaia di nuove abitazioni nel prossimo decennio, per venire incontro alla crescita della popolazione e alla caduta di dimensione delle famiglie. Ma queste nuove abitazioni consumano più terreno di qualunque altro tipo di insediamento, diffondendosi su tutta la campagna, e portando con sé nuove strade e traffico aggiunto. Contemporaneamente, esistono enormi aree di terreni abbandonati e edifici degradati nelle nostre città e cittadine, che danneggiano i quartieri vicini.

La soluzione: riusare gli spazi e abbandonare l’uso delle basse densità.

La Campaign to Protect Rural England da tempo sostiene che dovremmo usare questi spazi un tempo urbanizzati, ma ora sottoutilizzati o abbandonati, detti brownfield land, prima di costruire sull’aperta campagna, o greenfield land. I costruttori potrebbero anche riportare alla vita alcuni edifici abbandonati o sottoutilizzati, convertendoli ad abitazioni.

Allo stesso tempo, dovremmo smettere di costruire nuove case a densità dispendiosamente basse, inferiori alle 30 abitazioni ettaro [il “ twelve per acre” manualistico di Raymond Unwin, fissato nel 1902 con la città giardino, n.d.T.] che sono diventate la norma. Costruendo a densità più alte – non alte in senso assoluto – si utilizza il terreno in modo più efficiente e si salva la campagna. Ed esistono altri benefici ambientali, rinunciando alle basse densità. Si creano comunità più compatte, dove abitazioni, luoghi di lavoro, negozi e servizi sono più vicini gli uni agli altri, i trasporti pubblici sono più economicamente efficienti e le persone trovano più comodo camminare o andare in bicicletta, piuttosto che basarsi sull’uso dell’automobile.

Riuso dei terreni e conversioni

Nel 1998 il governo ha iniziato una politica per le abitazioni che aveva l’obiettivo di far realizzare il 60% di tutte le nuove case su terreni già edificati entro il 2008. Si tratta di un obiettivo raggiunto concretamente nel 1999, e questo suggerisce che si potrebbe fissare un obiettivo superiore.

Costruire a densità più elevate

La politica per le abitazioni del governo indica un’oscillazione da 30 a 50 abitazioni ettaro per le nuove costruzioni, e densità più alte per le aree vicine ai centri città, o con buoni collegamenti di trasporto. Le ultime statistiche indicano che le densità ora si stanno avvicinando al centro di questi estremi, con una media densità di 39 abitazioni ettaro nel 2004.

Abbondanza di spazio

Nella sua azione contro le basse densità, la CPRE non sostiene che dovremmo costruire solo case multifamiliari, o che i nuovi insediamenti debbano essere sviluppati in altezza. Niente di tutto questo. Si possono realizzare case unifamiliari spaziose, con un proprio giardino e parcheggi per le auto, con densità di 50 abitazioni per ettaro. Vogliamo nuove case di qualità, articolate per vari tipi: abitazioni di dimensioni generose con giardino per famiglie con bambini, e insieme case più piccole per le famiglie più piccole.

Il vostro comune distrugge la campagna?

Il vostro comune dà i permessi per le nuove costruzioni. La CPRE vuole esercitare pressioni sui costruttori perché facciano il massimo uso dei terreni brownfield, e perché non vengano autorizzate nuovi insediamenti a distruttive basse densità.

Nota: qui il testo originale, insieme alle altre iniziative al sito della Campaign to Protect Rural England (f.b.)

Titolo originale: Disneyland has given us unreal reality – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Non puoi andare a Disneyland, perché sei già lì.

Il parco a tema paradigmatico, che ha raggiunto il cinquantesimo anniversario questo mese, ha avuto una potente influenza sulla cultura americana, e in particolare sulla cultura dei luoghi.

Prima di Disneyland, con qualche eccezione di rilievo, un luogo era quello che era: prodotto della propria storia, geografia, clima, base economica, equilibri sociali e sviluppo tecnologico.

Dopo Disneyland, gli spazi americani sono diventati sempre di più finzioni narrative idealizzate del luogo: non spazi reali, ma meta-luoghi.

Disneyland non era privo di precedenti, in quanto metaluogo.

Più di un secolo fa, venivano progettati grossi sobborghi lungo le linee ferroviarie per pendolari, con pittoreschi centri in stile Olde English, facendo dei loto abitanti personaggi di storie dell’aristocrazia in tweed.

Alcune atmosfere delle sale cinematografiche degli anni ‘20 (come qui a San Antonio il Majestic o l’ Aztec) anticipano Disneyland nelle loro fantasie romantiche di terre esotiche.

I grandi magazzini dei primi tempi, non erano solo luoghi dove si vendevano beni di consumo. Le vetrine, l’organizzazione e programmazione degli stessi negozi, costruivano un racconto del consumo. Le esposizioni mondiali intrecciavano storie sull’idea di progresso e gli ideali degli scambi internazionali.

Ma Disneyland è andata oltre questi precedenti, in molti importanti modi. Non era solo un edificio o un insieme di edifici, ma una città virtuale progettata come insieme narrativo, in cui ogni dettaglio visibile contribuiva alla trama del racconto. A differenza delle esposizioni mondiali, Disneyland era un’installazione permanente, e disseminava il suo racconto su milioni di famiglie ogni settimana, attraverso il proprio spettacolo televisivo.

Al centro della storia, Main Street USA, idealizzazione rosea della via principale nella città natale di Walt Disney, Marceline, Missouri.

Main Street USA ha concretamente modificato le aspettative degli americani rispetto allo spazio urbano in generale, e per le zone storiche in particolare.

Le strade reali avevano tratti utilitari, zone di carico-scarico, uffici prestiti. I veri centri città avevano edifici realizzati in molte epoche, a riflettere il flusso della storia. I veri marciapiedi erano percorsi occasionalmente da qualche ubriaco, scocciatore, o personaggio stravagante. Le vere città avevano depositi merci, e vicoli sul retro.

Nella Main Street di Disney non c’era niente di tutto questo. Era solo facciate, maschera, copione e ordine omogeneo.

Era un ordine paternalistico, involontariamente simbolizzato dalla grandiosa struttura in cui culminava: non un edificio civico a significare valori democratici, ma dal barocco palazzo reale di Cenerentola e del Principe Azzurro.

Gli americani volevano che la vita imitasse l’arte. I distretti storici iniziarono ad essere governati da criteri progettuali a-storici, che richiedevano segnaletica leziosamente di gusto, e architetture “compatibili”. Nacquero nuovi quartieri con le proprie elaborate garanzie di uniformità nel progetto, nel verde, e nelle condizioni economiche.

Il successo commerciale andò agli spazi irreggimentati e privatizzati: il centro commerciale, il quartiere recintato.

I ristoranti che offrivano buon cibo furono eclissati da artefatte e preconfezionate imitazioni di taverne da strada del Texas, baracche di pescatori della Louisiana, fattorie messicane.

Più o meno lo stesso fato si è abbattuto sulla vita politica e intellettuale, dove l’ideologia liofilizzata si è imposta come denaro contraffatto, svalutando il vero pensiero.

Disneyland è cominciata innocuo diversivo, ma ci lascia in eredità una cultura che disprezza e teme l’esperienza autentica.

Nota: qui il testo originale al sito dello Express News ; da confrontare, almeno qui su Eddyburg, al più elegiaco buon compleanno Disneyland diYoshino-McKibben(f.b.)

Non esiste un monopolio della faziosità, ma la lotta è all’ultimo sangue. Come nelle polemiche sulle “periferie”, i cui guai sono stati ascritti dai vari soloni al solito comunismo, alla poca sensibilità dei progettisti (magari pure comunisti) ipnotizzati dal feticcio della modernità, a un’urbanistica rigida e burocratica sostanziata negli standards, o nello zoning monofunzionale.

A girare la boa del mezzo secolo, però, e a mostrare rughe profonde, non sono solo i complessi di residenza popolare del dopoguerra, ma anche quell’ambiente suburbano middle-class che ne ha sempre rappresentato l’immagine speculare: bassa densità, solidi valori familiari, ubique auto private e falciatrici ronzanti nei week-end. Soprattutto, al centro fisico e immaginario di questo ex sogno, il grande centro commerciale suburbano, tempio del consumo e della socialità programmata sui ritmi della grande impresa moderna.

Qui, il socialismo sembra proprio innocente: privatissime le “macchine della crescita” [1] alla base dello sviluppo residenziale per grandi lottizzazioni unifamiliari e reti superstradali, privatissimo (benché garantito dell’ente pubblico) il sistema di rigida separazione dello zoning monouso, che garantiva certezze di investimento, semplicità progettuale, e in fondo una certa aderenza ai modi e tempi della vita nella società industriale. Attorno il mare di casette, sparpagliate qui e là negli svincoli superstradali le grandi piastre dei malls, con ciambella di automobili a contorno.

Paradigma replicato all’infinito (sino a diventare anonimo), il Southdale Mall di Edina, nell’area metropolitana di Minneapolis, aperto nel 1956 su progetto di Victor Gruen, secondo uno schema allora rivoluzionario: una scatola piuttosto anonima, molto arretrata rispetto alla strada e completamente circondata da piazzali a parcheggio, a contenere in un ambiente chiuso e climatizzato tutta l’articolazione commerciale e di servizi. Un successo incredibile, come chiunque può testimoniare semplicemente uscendo di casa e girando l’angolo.

Come gli speculari complessi residenziali di iniziativa pubblica di tutto il mondo, ma (molto spiegabilmente) senza i medesimi clamori sul rapporto fra qualità del territorio e socialismo più o meno strisciante (che, per inciso, non è ancora reato), anche il Southdale Mall alla fine cade a pezzi. Non le strutture edilizie, sottoposte negli anni da proprietà e operatori commerciali a successivi refurbishments, e nemmeno il sistema urbanistico che lo accoglie e sostiene, e che anzi si è arricchito localmente nel tempo di altri complessi simili, lungo la striscia nord-sud fra l’autostrada urbana 62 e la Interstate Highway 494, come i nuovi scatoloni del commercio big-box. Pochi chilometri a est, nel territorio comunale di Bennington a sud della 494, c’è il nipote affetto da orchite: Mall of America, che replica il medesimo modello con la bellezza (?) di oltre mezzo milione di metri quadrati di superficie commerciale.

E anche il Mall of America, come il trisavolo di Southdale, a suo modo cade a pezzi: nell’immagine, nel rapporto con la città, nel suo faticare a mantenere tutte le mirabolanti promesse.

Per farla breve, la municipalità di Edina e gli operatori commerciali hanno preso la loro decisione: dopo i cinquant’anni, qui ci vuole un lifting serio (magari affiancato da psicoterapia). E proprio dai metodi scelti per lo spianamento delle rughe del Southdale Mall, lifting urbanistico e sociale deciso secondo un processo che sembra abbastanza partecipato, è possibile tentare di immaginare una tendenza.

Non è un caso da questo punto di vista che Victor Gruen, famoso soprattutto per i suoi progetti commerciali, abbia collaborato con alcune firme prestigiose (Oskar Stonorov e Louis Kahn, per fare due nomi) anche negli studi di “famigerati” complessi residenziali modernisti ad alta densità. Non è un caso, dicevo, perché forse la crisi di un modello socio-spaziale è identica a quella del suo doppio, e coincide con un mutamento di paradigma più generale.

Quello ad esempio che nella vulgata del nuovo urbanesimo colloca il centro commerciale tra le

Cinque componenti dello Sprawl: “Le lottizzazioni residenziali, dette anche baccelli ... gli Shopping Centers ... posti dove è piuttosto improbabile camminare ... gli Office Parks ... derivati dalla visione architettonica modernista dell’edificio che emerge da un parco ... fatti di solito da scatole e parcheggi ... gli Edifici pubblici .. grossi e rari, di solito spogli per mancanza di fondi, circondati da parcheggi e collocati a caso ... Strade ... chilometri di asfalto necessari a collegare le altre quattro dissociate componenti” [2].

E come osservano gli stessi critici più feroci di questo modello insediativo, non è detto che le sue parti siano di bassa qualità formale o funzionale, anzi. Quello che non funziona, e sempre più rivela debolezze sociali, ambientali, “insostenibilità”, è l’appartenere di questo modello a un immaginario passato, dove si poteva anche prospettare come desiderabile, in assenza di esperienze concrete, un ambiente di vita del genere: lunghi tempi di pendolarismo in auto; luoghi specializzatissmi per fare pochissime cose alla volta; una socialità ben dosata e segregata tra gli ambienti della famiglia, del lavoro, di tempi liberi standardizzati e incomunicanti. A ben vedere, contraddizioni parallele e simili (almeno nel metodo) a quelle dei grandi quartieri modernisti, con le loro relazioni spazio-società studiate a tavolino, per una società più auspicata che reale, e che l’evoluzione concreta di due generazioni ha ridotto a poco più di una caricatura degna al massimo dei serial televisivi o degli spot pubblicitari. Ma anche lo shopping mall, dal punto di vista dell’obsolescenza strisciante del modello generale, non scherza.

Nasce anche da questi presupposti, l’idea del piano Greater Southdale, promosso congiuntamente dall’amministrazione municipale di Edina e dagli operatori commerciali e immobiliari interessati, per la ristrutturazione urbanistica di un’ampia fascia di territorio, e ritentare di costruire mezzo secolo dopo

“aree pedonali di aspetto attraente, con ombra e verde, e sì, anche opere d’arte, perché queste cose attirano più clienti, aumentando gli affari dei negozi ... un buon progetto significa buoni affari” [3].

Un obiettivo dichiarato 50 anni fa, fa ma evidentemente fallito nella segregazione funzionale dello sprawl suburbano, dove il centro commerciale coi suoi originari 64 negozi e due grandi magazzini anchor, le catene Dayton e Donaldson ha attraversato due generazioni di evoluzione sociale e anche insediativa. Il primo tentativo di riorganizzazione risale al 1972, quando si aggiunsero un terzo grande magazzino della catena JCPenney, e nuovi 43 negozi. Poi nel 1990 ci fu un’altra grossa espansione, con un nuovo magazzino Dayton da 35.000 metri quadrati e 50 negozi, che portarono la superficie commerciale complessiva del Southdale Mall a circa 120.000 metri quadrati, esclusi i parcheggi, parte scoperti e parte su tre livelli serviti da rampe. Poi dai primi anni Novanta la concorrenza, a pochi minuti di macchina a est sulla Interstate Highway 494, del Mall of America, con le sue molte centinaia di migliaia di metri quadri di attrazioni varie, e un relativo declino[4].

Ora, la concorrenza col Mall of America la si intende in modo innovativo: non più (solo) aumento di superfici commerciali, ma ripensamento radicale del ruolo dell’area, che non a caso si dilata a una grossa striscia nord-sud assumendo il nome un po’ altisonante di Greater Southdale. Il fatto innovativo è da un lato un recuperato rapporto col resto dell’insediamento,a superare la segregazione funzionale suburbana in una logica di maggior permeabilità e intreccio con le aree residenziali e non circostanti, dall’altro un ribaltamento dell’organizzazione interna. Del resto si tratta di un’idea coerente ai programmi della pianificazione di coordinamento, così come fissati nelle politiche territoriali del Metropolitan Council per l’area regionale delle sette contee di Minneapolis, approvate nel 2004, che per le fasce di alta urbanizzazione ( Developed Communities,con più dell’85% del territorio urbanizzato) a cui appartiene la circoscrizione di Edina, propone un deciso salto verso uno schema insediativo non più suburbano.

Densità maggiori innanzitutto, perseguite attraverso incentivi e incoraggiamento delle iniziative miste pubblico-privato, finalizzate al riuso, rivitalizzazione, edificazione di riempimento, coordinamento nell’uso e modernizzazione delle strutture. Questo dovrà avvenire, definito nei dettagli dalla pianificazione locale, attraverso l’insediamento in queste zone entro il 2030, del 30% delle nuove famiglie e del 50% dei nuovi posti di lavoro. La parola d’ordine, già a livello regionale, sembra essere così mixed-use, ovvero compresenza (da definirsi poi nelle forme concrete in piani e progetti locali) di varie attività entro i medesimi sistemi, utilizzando la medesima gamma di infrastrutture e servizi, seguendo anche una tendenza già manifestata da alcune grandi imprese che

“riconoscono i benefici di legare posti di lavoro e residenze entro la stessa area, attraverso opzioni di trasporto ad alta accessibilità”, e dalle amministrazioni pubbliche che “vedono i vantaggi economici delle ... aree a mixed-use nei propri piani regolatori, adattando le ordinanze locali ... a questi tipi di uso dello spazio” [5].

Un tipo più compatto di insediamento che mira tra l’altro, oltre ad un minor consumo di suolo a scala regionale, ad un più razionale uso delle infrastrutture esistenti e a un rilancio del trasporto pubblico.

E l’amministrazione municipale di Edina, inizia nell’autunno 2004 il processo di costruzione (abbastanza partecipata) del progetto per l’area di Southdale, sotto gli auspici tra l’altro dello Urban Land Institute, approfittando anche di un cambio di proprietà degli immobili del mall. L’idea, pur ancora (e come potrebbe essere diverso?) fortemente centrata su funzioni commerciali, è quella di costruire un sistema altamente pedonalizzato:

“I visitatori che vengono da più lontano sarebbero incoraggiati a lasciare l’auto negli spazi multipiano posti ai margini dell’area, e spostarsi verso i negozi a piedi o con qualche tipo di trasporto collettivo. Gradualmente l’intera zone si evolverebbe da un sistema di negozi posto oltre grandi parcheggi, a un sistema di fronti commerciali con marciapiede, percorsi pedonali trasversali, verde” [6].

Ma c’è di più, della sola razionalizzazione commerciale. Si tratta infatti di una vasta zona, che si intende riorganizzare internamente e fisicamente ricucire al resto della città e della rete metropolitana, ma anche arricchire di funzioni: trasporto pubblico e nodi di interscambio, attività economiche, residenza a varie densità, ruolo di vero e proprio “centro” su cui basare l’intero piano urbanistico cittadino [7].

Salta all’occhio, anche solo ad una osservazione rapida del piano di massima - Greater Southdale Study Concept - attualmente in corso di discussione pubblica, il tentativo di articolare quanto più possibile gli spazi già a grande scala: viali alberati, e un sistema gerarchico di strade che integra il sistema sia all’ex suburbio residenziale, sia alla rete di grandi arterie e autostrade; due stazioni del sistema di trasporto pubblico (impensabili, sino a una decina d’anni fa), a fungere anche da possibili nodi di scambio intermodale; una compresenza e intreccio di funzioni e densità che comprendono la residenza, le attività terziarie con notevoli blocchi per uffici, fronti commerciali ad orientamento pedonale, gruppi di funzioni pubbliche; soprattutto, predominante, la scelta del mixed-use[8]. E si potrebbe sospettare, anche, un uso “ideologico” del termine, se non fosse che anche l’ordinanza di zoning della municipalità di Edina prevede ben quattro gradazioni di aree omogenee così denominate, delle quali tre non includono il commercio ( retail) ma comprendono la residenza mista, e fra gli usi condizionali viene introdotta (fatto nuovo, anche se in diffusione nei regolamenti municipali americani) la possibilità di compresenza di negozi e residenze entro il medesimo edificio [9]. Di particolare rilevanza, infine, il fatto che sia proprio la zona del Southdale Mall di Victor Gruen, a costituire il cuore del sistema mixed-use, definito su un lato da un fronte commerciale a negozi tradizionali, e delimitato a nord da una delle stazioni del trasporto pubblico.

Naturalmente è impossibile, in presenza di un semplice studio di massima per un’area di parecchi ettari e notevole complessità e articolazione, esprimere giudizi sulle potenzialità dei risultati spaziali, sia in termini di rapporti funzionali (ad esempio la pedonalità, o la distribuzione nel tempo delle varie fruizioni), sia in termini di equilibrio fra ambiti effettivamente pubblici, e la sottile privatizzazione che sempre per un verso o l’altro si insinua negli ambienti progettati con un ruolo centrale delle grandi catene e imprese. In mancanza di una articolata serie di linee guida progettuali della municipalità (che auspico comunque in corso di redazione)[10], aiutano a dare meglio un’idea generale le “tipologie”: piccole serie di immagini fotografiche, ciascuna a corredo di una specifica zona omogenea così come segnata nella planimetria. E in effetti, anche solo per restare al mixed-use, gli esempi illustrano né più né meno quanto regolamentato con linguaggio più burocratico alla voce “B. MDD-6. Commercial uses in residential buildings” della citata ordinanza municipale di zoning: spazi da città europea, con arretramenti degli edifici ridotti al minimo, parcheggi anche a lato strada, marciapiedi, e appunto i piani terreni destinati al commercio, e quelli superiori a residenza e uffici[11].

La discussione pubblica del piano è ancora in corso in questi mesi estivi del 2005, e ci si può ragionevolmente aspettare che anche dal punto di vista dei particolari di organizzazione spaziale questo radicale lifting urbanistico dell’ex mall suburbano e dintorni si precisi prima del compleanno ufficiale del 2006. Appare però già chiaro un orientamento: non solo riorganizzazione, per quanto radicale e su vasta scala, di uno spazio commerciale e di servizio immerso nell’ambiente suburbano, ma vera e propria riconversione a spazi decisamente urbani. Sembra, anche e a prima vista, aumentato il ruolo generale dell’ente pubblico, dall’articolata presenza fisica di uffici e servizi nell’ex tempio del consumo familiare, al ruolo di arbitro delle decisioni (ad esempio per il sistema intermodale di trasporti), alla forzatura pianificata del sistema dei tre ambiti: strada, parcheggio, interni. Quella che si prospetta, è una città molto più simile al sistema complesso che sinora la storia ci ha lasciato in eredità, anche se non dovessero necessariamente spuntare i manierismi architettonici neo-tradizionalisti, o se qualche rigidità regolamentare (o interesse commerciale) impedisse l’abolizione dei sistemi auto-oriented e la conseguente piena integrazione fra area suburbana e nuovo centro multifunzionale.

Resta il fatto che, in modo per niente diverso da quanto accaduto ai grandi complessi residenziali modernisti, anche la santa trinità dello sprawl (autostrada, villetta, servizi segregati) sembra entrata definitivamente in crisi anche nella sua icona storica. Il problema è che rischiamo di doverci comunque subire i colpi di coda delle “macchine della crescita”, pronte a spostarsi da un contesto all’altro – come accade ora nel caso della Cina – a riproporre una “modernità” schematica, rozza e stupidotta. Una modernità che certo appariva a tutti un futuro auspicabile a metà Novecento, con la prospettiva di grande mobilità, consumi, specializzazione, socialità taylorizzata. Ma che ora in prospettiva pare attuale come certi capi di abbigliamento scomodissimi indossati in una foto in bianco e nero, o quelle automobili da due tonnellate che consumavano un litro ogni due chilometri. Purtroppo qualcuno continua a ragionare in questi termini.

Nota: i links esterni sono inclusi nelle note bibliografiche di seguito. Per quelli interni, mi limito al solo articolo autocritico di Victor Gruen del 1978. Gli allegati sono: questo testo con note in formato PDF; una foto aerea del Soutdale Mall degli anni Cinquanta; il piano di azzonamento del giugno 2005 ; per inquadrare meglio l'area, qui un link all'immagine dal satellite Google - la fascia di Southdale è visibile al centro (f.b.)

[1] Il termine “growth machine”, complesso di intrecci fra impresa e scelte politico-legislative, nient’affatto orientato da semplici scelte del consumo di massa, è stato ben argomentato da Dolores Hayden, Building Suburbia: Green Fields and Urban Growth, 1820-2000, Pantheon Books, New York 2003, in particolare per il rapporto sprawl/mall pp. 162-172; della stessa Autrice, una definizione più concisa e definitiva, nel glossario illustrato A Field Guide to Sprawl– With aerial photographs by Jim Wark, Norton & Co., New York-London 2004, p. 48.

[2] Andres Duany, Elizabeth Plater-Zyberk, Jeff Speck, Suburban Nation: the rise of Sprawl and the decline of the American Dream, North Point Press, New York 2000, pp. 5-7.

[3] Dichiarazione di Victor Gruen del 1956 a proposito di Southdale, riportata da M. Jeffrey Hardwich, Mall Maker: Victor Gruen architect of the American Dream, University of Pennsylvania Press, Philadelphia 2004, p. 118.

[4]Cfr. Beth Mattson, “The Grand Dame of Twin Cities Retail”,Retail Traffic Magazine, 1 maggio 1999 http://retailtrafficmag.com/mag/retail_grand_dame_twin/

[5] Twin Cities Metropolitan Council, Regional Development Framework 2030, gennaio 2004, Policy Directions and Strategies, p. 13 http://www.metrocouncil.org

[6] David Peterson, Edina’s Southdale area seeks 21st-century look, Star Tribune, 10 febbraio 2005 http://www.startribune.com/stories/462/5232411.html

[7] Cfr. The public is invited to participate in the second public workshop on the future of the Greater Southdale area, comunicato stampa dell’amministrazione municipale di Edina, 28 gennaio 2005 http://www.ci.edina.mn.us/

[8] Cfr. Hoisington Koegler Group Inc., Greater Southdale Area Land Use & Transportation Study, Land Use Concept, City of Edina/Hennepin County, giugno 2005.

[9] Cfr. City of Edina, Zoning Code, 850.14 - Mixed Development District (MDD).

[10] Ad esempio sulla base di quelle di derivazione new urbanism redatte dallo studio Clarion di Denver una decina di anni fa per il caso specifico dei big-box di Fort Collins, Colorado, e poi utilizzate come base da molte città per proprie varianti. Cfr. Chris Duerksen, Robert Blanchard, Belling The Box: Planning For Large-Scale Retail Stores, National Planning Conference, Atti, 1998 http://www.asu.edu/caed/proceedings98/Duerk/duerk.html [trad. it. di Fabrizio Bottini su http://eddyburg.it ]

[11]Cfr. Hoisington Koegler Group Inc., Greater Southdale Area Land Use & Transportation Study, Futures Study – Conceptual Plan – Land Use Typology, gennaio 2005.

COMUNICATO STAMPA

1 agosto 2005 - I Presidenti del Consiglio Regionale dell'Emilia-Romagna e della Sezione di Bologna di Italia Nostra hanno inviato in data 1 agosto la seguente lettera al Sindaco e all'Assessore all'Urbanistica del Comune di Bologna:

Egregio Signor Sindaco, Egregio Signor Assessore,

numerosi cantieri in corso nella collina prossima a Bologna fanno pensare che siano intervenuti negli ultimi tempi dei cambiamenti peggiorativi nelle politiche di difesa del paesaggio e del patrimonio storico-artistico della collina, praticate con coerenza e sostanziale continuità dal Comune di Bologna da ormai quarant'anni.

In questo senso destano forti preoccupazioni tre cantieri (li citiamo ad esempio, ma ce n’é altri) posti l’uno all'inizio della via di Roncrio, un secondo presso la frazione di Roncrio al bivio di via della Trappola, il terzo a poche decine di metri dalla Basilica di San Luca sulla destra per chi sale dal Meloncello.

Il portico e la Basilica di San Luca, in particolare, non sono episodi qualsiasi del paesaggio e della storia culturale, religiosa e artistica di Bologna: meritano più attenzione e rispetto di quelli che si manifestano in quest’ultimo caso.

Le dimensioni e l'invasività dei nuovi edifici in costruzione sembrano a prima vista contrastare con le linee e le normative di tutela poste in essere fin dagli anni '60 da Comune e Soprintendenze. Siamo certi che il Comune, ove non l’abbia già fatto, verificherà la regolarità degli edifici e delle autorizzazioni anche alla luce delle localizzazioni e delle insolite dimensioni degli interventi in questione, e procederà di conseguenza qualora venissero riscontrate anomalie.

Se invece queste costruzioni fossero pienamente autorizzate, riteniamo sia urgente rivedere le parti di norme e regolamenti che si sono appalesate così clamorosamente inefficaci in questi casi, al fine di evitare che episodi simili possano ripetersi. Occorre poi che siano raddoppiati gli sforzi e le attenzioni degli organismi comunali preposti alle valutazioni di merito sui progetti sottoposti all’approvazione.

Confidando nella Loro attenzione e nel Loro efficace impegno e confermando la volontà di Italia Nostra di continuare a contribuire al migliore andamento delle politiche di difesa del patrimonio storico-artistico e paesaggistico della nostra città, porgiamo distinti saluti.

Paolo Pupillo, Presidente della Sezione bolognese di Italia Nostra

Raffaele Mazzanti, Consigliere Nazionale, Presidente del Consiglio Regionale di Italia Nostra

Postilla

Negli anni 60 i migliori nomi dell’urbanistica italiana e le più avvedute amministrazioni si impegnarono nella tutela del paesaggio urbano: a Firenze (Detti), ad Assisi (Astengo), a Bologna (Campos Venuti) le colline, che già la speculazione aggrediva, furono vincolate da varianti ad hoc o da piani urbanistici “innovativi” (allora non si diceva così, ma si faceva). Gli esempi fecero scuola, e le città che si muovevano nella direzione opposta sono oggi additate come esempi degli scempi più inumani (la collina del Vomero a Napoli).

Che cosa è cambiato, da allora a oggi? Molto, se a Bologna succede ciò che Italia Nostra denuncia. E non si tratta di abusivismo, né di colpi di coda della giunta Guazzaloca. Ciò che sta avvenendo è il risultato dell’applicazione del PRG approvato nel 1989 dalla Giunta PCI-PSI. Un piano che fu pesantemente modificato quando il PSI entrò in maggioranza. Tra l’altro, si consenti che potessero essere autorizzate ristrutturazioni edilizia di “edifici esistenti all'interno di zone agricole non destinati o non destinabili all'attività agricola (edifici residenziali accatastati al NCEU, edifici colonici non più funzionali alla produzione agricola, edifici o parti di edifici utilizzati per attività produttiva e/o di servizio)”, cambiandone la destinazione e con un significativo premio di cubatura”. (articolo 58 - Nuclei edilizi esistenti).

Una interpretazione abbastanza allegra della conservazione del paesaggio della collina. I cittadini bolognesi possono già immaginarne gli effetti osservando i numerosi cantieri apert: uno a fianco del Santuario di San Luca. C’è da sperare che l’allarme lanciato da Italia Nostra, e ripreso da Eddyburg, solleciti gli amministratori a tamponare con immediatezza gli effetti di quel perverso dispositivo.

Il traffico di autoveicoli è sempre modesto sulla comoda superstrada tirrenica che porta, lungo l’Aurelia, da Rosignano a Civitavecchia. S’ingolfa e si fa molto pericoloso soltanto in due colli di bottiglia, dove le corsie si riducono a due, cioè in Comune di Capalbio fino alla vecchia Dogana; poi, di nuovo, fra Tarquinia e l’imbocco dell’autostrada di Civitavecchia. Sono, rispettivamente, 13 e 9 maledetti chilometri, con incidenti mortali o gravi. Per curare, subito, le due strozzature, basterebbe portare a quattro, anche lì, le corsie dell'Aurelia. E invece questi due tratti rischiosi, con tanti morti, feriti e infortunati a vita, restano così come sono, in attesa che arrivi una Autostrada della Maremma tanto voluta dall’alto (governo Berlusconi e Regione Toscana, in forme diverse), quanto osteggiata dal basso (Comuni, Associazioni ambientaliste e agricole, comitati locali, ecc.). Autostrada che, secondo un faraonico e contestatissimo, anche da destra, progetto-Storace, sarebbe dovuta proseguire a sud, tranciando intere riserve naturali in Comune di Roma (risolutamente contrario assieme alla Provincia), da Fiumicino a Formia e a Gaeta. Anziché adeguare e mettere in sicurezza, velocemente, la Pontina, ancor più incidentata e rischiosa dell’Aurelia.

Non c’è un euro per questo e per altri maxi-progetti autostradali, ma questo maremmano rispunta con una richiesta di valutazione di impatto ambientale per due tracciati nel tratto fra Toscana e Lazio. Perché? Per ragioni eminentemente elettoralistiche. Per metterci un cappello sopra, così, prima o poi, un qualche governo riuscirà a finanziare l'inutile opera e ad aprire il primo cantiere. I morti sulla strada non interessano. Continueranno per anni. Ma vediamo un po’ il quadro oggettivo della situazione.

Traffico

Tra Rosignano e Civitavecchia, va da 13.000 a 20.000 veicoli al giorno nelle due direzioni. Modesto, quindi. Per giunta, è, al 75 per cento, traffico locale. Il quale continuerebbe a prendere l’Aurelia o la strada statale comunque gratuita che bisognerà assicurare. Il risparmio di tempo con l’autostrada sarebbe, in un tratto di circa 110 Km, di una manciata di minuti. Per il traffico pesante, un’inezia. Da pagare però col pedaggio. Che sarebbe caro: come remunerare altrimenti il capitale privato (che latita)? Va bene, ma i Tir lo pagherebbero? Non credo proprio.

Tracciati

In Maremma sono stati indicati due tracciati. Uno collinare intermedio, proposto dal ministro Lunardi. Uno a costa sostenuto dalla Regione Toscana. I cantieri previsti sarebbero, rispettivamente, 45 e 46, la movimentazione di materiali di cava, calcestruzzi, ecc. sarebbe sugli 8,6-8,8 milioni di metri cubi. Tempo minimo per la costruzione: 5 anni. Tutt’e due con grossissimi problemi da risolvere.

Costi

A nord il Corridoio autostradale costerebbe oltre 2 miliardi di euro, a sud circa 3. Dunque oltre 5. Mentre l’adeguamento e la messa in sicurezza dell’Aurelia, secondo il solo progetto dettagliato esistente (quello Anas del 2000), impegnerebbe, al massimo, circa 1 miliardo. Probabilmente l’adeguamento della Pontina con opere di un certo impegno più a sud, fra Formia e Gaeta, costerebbe di più, ma non molto. È realistico ipotizzare che i due adeguamenti impegnerebbero la metà del costo autostradale, e anche meno.

Impatto ambientale

Ovviamente molto elevato per un’autostrada con pedaggio, che necessita di caselli, svincoli, sovrappassi, oltre che di viadotti e gallerie. Il tracciato costiero prevede una variante di 42 Km. fra Orbetello e Montalto di Castro, molto impattante dal punto di vista ambientale e agricolo. Esso stende fra la collina e il mare due nastri d’asfalto (autostrada e strada statale) più la ferrovia. Quello interno è non meno disastroso in quanto trancia anch’esso zone di agricoltura specializzata e di alto pregio ambientale e paesistico. I siti di interesse comunitario e le zone di protezione speciale coinvolte sono ben 13. Nove le aree naturali protette, nazionali, regionali o locali. Oltre a riserve, oasi Wwf, rifugi faunistici. Ancora non si capisce poi come verrà affrontato, alle spalle di Montalto di Castro (Viterbo), il nodo strategico dello splendido e intatto Parco archeologico e paesistico di Vulci.

A cosa serve

Le relazioni per chiedere la VIA sono decisamente contraddittorie. In un passo si sostiene che il pedaggio scoraggerà il traffico su gomma dovendo lo stesso pagare il costo dell’infrastruttura (ma se soltanto il 25 per cento è transito nazionale, che razza di investimento è?). In un altro invece si afferma che il Corridoio Tirrenico servirà a «ridurre i livello di congestione soprattutto nel tratto appenninico dell’A1 e della E45», quindi a scaricare traffico, inquinamento, rumore, ecc. in Maremma. Bel risultato per questo magnifico territorio.

Schieramenti

Sono per l’autostrada tirrenica a pedaggio la Regione Toscana (sulla costa) e il governo (all’interno). Sono per l’adeguamento dell’Aurelia senza pedaggi: quasi tutti i Comuni (tentenna Tarquinia), le associazioni agricole e quelle ambientaliste (Italia Nostra, Wwf, Comitato per la Bellezza, Legambiente, ecc.), i Verdi della Toscana e il Prc, i Ds della Maremma laziale. Idem per la Pontina, col Comune e la Provincia di Roma da tempo schierate per il suo adeguamento. In Regione, decisamente su questa linea i Ds con il sen.Esterino Montino neo-segretario, i Verdi (loro è l’assessore Angelo Bonelli), e il Prc. Non si è ancora espressa la Margherita. Né, ufficialmente, il presidente Marrazzo. Ma è molto probabile che la Regione Lazio butti a mare il progetto-Storace, facendo così mancare ogni sponda autostradale alla Regione Toscana.

Novità finale

Il maledettissimo imbuto dei 9 Km di Aurelia a due corsie fra Tarquinia e Civitavecchia è stato inserito dall’Anas nell’aggiudicazione della Romea 2. Per risolvere il grosso dei problemi aperti in Maremma, basterebbe dunque aprire i cantieri per portare a quattro le corsie anche in Comune di Capalbio e per eliminare alcuni incroci a raso. «Aurelia sicura subito! Autostrada? No, grazie», è lo slogan della manifestazione che si svolgerà a Capalbio e sull’Aurelia dalle 17 di sabato 30, e che esprime bene lo stato d’animo di quanti vogliono salvaguardare un territorio e un paesaggio fra i più straordinari e ricchi di potenzialità. Anche economiche, se non lo si spreca in cemento e asfalto superflui.

L'immagine è da "il Corriere della sera" del 31.07.2005

Nello stagno di Campana svernano i fenicotteri rosa. E' un'area protetta dalle normative europee (fa parte di un «sito d'interesse comunitario», come si dice nel linguaggio della burocrazia di Bruxelles). Il comune di Domus de Maria ha ottenuto dall'Unione europea un finanziamento di 250.000 euro per tutelarlo, circondandolo di una palizzata di legno. Ora, a ridosso dello stagno, c'è un parcheggio, pieno, a luglio, delle auto di turisti che arrivano da mezza Europa. E' uno dei tanti scempi resi possibili dal piano urbanistico comunale (Puc) approvato all'unanimità a Domus de Maria, senza distinzione di maggioranza e opposizione, il 26 febbraio di quest'anno. In pochi mesi, una colata di cemento si è riversata sulla costa che va dalla laguna di Chia a Capo Spartivento, quarantacinque chilometri ad ovest di Cagliari. Una zona di straordinario pregio paesaggistico e naturalistico è stata devastata da villaggi turistici che si sono divorati intere colline e hanno distrutto ettari di macchia mediterranea, ginepri secolari fatti a pezzi dalle ruspe.

Disastro ambientale

Tutto nel silenzio più assoluto. Almeno sino a quando, lo scorso maggio, non è intervenuto il Wwf, che ha denunciato il saccheggio e che, per bocca dei suoi dirigenti regionali, non esita ora a parlare di disastro ambientale. Nel tentativo di bloccare lo scempio, l'associazione ambientalistica ha presentato un ricorso al Tar, per chiedere l'annullamento del piano urbanistico di Domus de Maria. Intanto, però, le ruspe hanno fatto buona parte del loro lavoro, e riportare Chia e la sua laguna allo stato originario forse non sarà più possibile.

Vedere da vicino che cosa è stato fatto è sconcertante. Il parcheggio delle auto che sorge accanto allo stagno dei fenicotteri è la deturpazione più evidente. Ma basta addentrarsi appena all'interno per capire che la parola disastro non è stata usata a sproposito dal Wwf. Sulla collina che declina verso la laguna sorge l'edificio di un club nautico che doveva essere costruito nella zona del porto. Porto mai realizzato per la sollevazione generale di ambientalisti e opinione pubblica: si dovevano spianare le dune e dragare il fondale dello stagno. A tanto non ci sono arrivati. Dal Puc il porto lo hanno tolto. Il club nautico è rimasto, anche se sulla costruzione la Guardia forestale ha sollevato dubbi di legittimità sulle proroghe della concessione rilasciata dal comune. Per non parlare della differenza tra ciò che era previsto nel progetto autorizzato dall'ufficio paesistico della Regione Sardegna e ciò che è stato costruito. Una relazione della Guardia forestale è stata consegnata alla procura di Cagliari lo scorso dicembre, quando del club nautico esistevano solo le fondamenta. La procura non si è mossa e ora l'edificio è arrivato al tetto. Poco oltre, in un posto che si chiama Tanca Sisca, lo scempio è totale. La collina è stata ricoperta da file e file di villette a schiera, un enorme villaggio turistico con tanto di piscine e di centri commerciali. All'ingresso del cantiere c'è scritto che i lavori sono cominciati il 15 febbraio 2005. In pochi mesi è venuta su una seconda cittadina, a poche decine di metri dal mare. Un sistema delicatissimo, come quello delle dune e della laguna, minacciato nei suoi equilibri, con il rischio di danni irreparabili.

Com'è potuto accadere tutto ciò in una regione in cui lo scorso 11 agosto la giunta guidata da Renato Soru ha approvato, tra i suoi primi atti, una legge che impedisce di costruire qualsiasi cosa, anche una semplice capanna di frasche, dentro una fascia di due chilometri dal mare?

Al comune di Domus de Maria dicono che loro sono in regola perché la legge salvacoste voluta da Soru esclude le opere edilizie già avviate al momento dell'entrata in vigore del provvedimento. Il Wwf replica che le cose, nel caso di Chia, non stanno per niente così. E cita il testo della legge salvacoste: «Restano fuori dalle disposizioni della presente normativa le opere che alla data del 10 agosto 2004 siano già legittimamente avviate, ovvero sia stato realizzato il reticolo stradale e si sia determinato un mutamento consistente ed irreversibile dello stato dei luoghi». «Nel caso specifico _ dicono al Wwf _ le opere edilizie non erano state neppure avviate alla data del 10 agosto 2004. E come se non bastasse, risulta dalla relazione allegata al piano urbanistico di Domus de Maria che buona parte delle convenzioni di lottizzazione cui si riferiscono le costruzioni in questione sono abbondantemente scadute». Il sindaco di Domus de Maria replica che le lottizzazioni erano già previste dal precedente piano urbanistico, bocciato solamente in parte, per irregolarità di legge, dal Comitato regionale di controllo, e quindi di fatto valido una volta che il consiglio lo ha riapprovato tenendo conto delle modifiche richieste. E' uno stratagemma, questo, cui altri amministratori stanno ricorrendo. Nei giorni scorsi è partito il consueto monitoraggio aereo della Guardia di finanza lungo le coste della Sardegna. Dall'elicottero si riesce a vedere che cosa sta accadendo nei territori dei diversi comuni. I casi come quelli di Chia sono molti. «In Gallura _ ha rivelato nei giorni scorsi il delegato regionale del Wwf, Luca Pinna _ sta succedendo di tutto. Ci sono cantieri aperti anche nelle isolette di fronte alla Costa Smeralda. Stiamo chiedendo gli atti a i comuni per capire sulla base di quali supporti legislativi sono state erogate le concessioni. Se sarà necessario, ricorreremo alla magistratura».

Il via libera di Legambiente

Intanto, però, Fulco Pratesi, con una lettera a Soru, chiede un intervento immediato della Regione Sardegna. Finora, però, dal governatore e dall'assessore all'Ambiente, Tonino Dessì, nessuna risposta. Il Wwf, inoltre, polemizza con Legambiente: «Il presidente regionale di Legambiente, Vincenzo Tiana _ spiega Pinna _ prima non ha firmato il ricorsa al Tar e poi ha siglato un accordo con Domus de Maria per un progetto di protezione dei cordoni dunali e dei ginepri, senza tenere conto di quanto sta accadendo». Tiana replica: «Il ricorso al Tar è inutile, perché il Puc, prima di essere adottato, deve passare alla Regione, che può e deve intervenire. Per noi le volumetrie sono eccessive. Perciò abbiamo chiesto alla Regione di ridurle e di spostarle lontano dal mare». «Il fatto è - controbatte il Wwf _ che nelle lottizzazioni dove i cantieri erano aperti il danno è già enorme e solo il ricorso al Tar ha potuto bloccarlo».

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