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Il presidente del Consiglio ha cambiato idea. Non è la prima volta che accade e non sarà certamente l'ultima. Di fronte alla forza dei numeri aveva accettato di ridurre l'Irap (di poco, ma comunque un po', tanto per la scena) e di alleviare il bilancio delle famiglie del ceto medio che non ce la fa più ad arrivare alla fine del mese (di pochissimo, 8 euro al mese, un buffetto sulla guancia per comprarsi un gelato "una tantum") rinviando al 2006 il famoso taglio dell'Irpef per 6 miliardi e mezzo (anche in questo caso un altro buffetto che non avrebbe dato alcuna salutare scossa all'economia ma sarebbe comunque servito come spot elettorale).

Ma in tre giorni si è accorto che questo stentato calendario aveva provocato uno scossone alla sua immagine e al consenso dei suoi più fedeli elettori. I sondaggi, quelli che stanno rilevando settimana per settimana lo smottamento dei consensi, registravano una caduta del 6-8 per cento; lo stato maggiore di Forza Italia si agitava come non mai; perfino i giornali a lui più fedeli lo criticavano con titoli a tutta pagina.

Così ha fatto un'inversione di rotta totale: ha riportato al 2005 il taglio dell'Irpef spalmato su tre scaglioni e ha cercato d'imporre agli alleati e al ministro del Tesoro la prescrizione necessaria al suo spot elettorale.

Naturalmente mancava (e manca tuttora) la copertura finanziaria, ma che importanza ha la copertura? Chi cerca trova. Siniscalco è lì per questo.

Perciò si sbrighi.

Agli alleati riottosi ha promesso carote e bastonate. A Fini la Farnesina, a Follini la vicepresidenza del Consiglio, a tutti e due un ulteriore rimpastone a rate con almeno un nuovo ministro per ciascuno, alla Lega il governatorato della Lombardia, Formigoni permettendo.

In alternativa la bastonata suprema: se non ci state mi dimetto e andiamo alle elezioni anticipate. Niente lista unica e nessun collegamento: ci vado da solo con Forza Italia e muoia Sansone e tutti voi insieme, oppure vinco da solo e di voi resteranno soltanto cenere e vento.

Fini intanto ha accettato la carota; la Farnesina lo attrae da tempo e d'altra parte metà se non addirittura tre quarti dei suoi colonnelli sono già conquistati dal Cavaliere. Follini finora resiste, ma è stretto tra una metà del suo partito e Casini.

Naturalmente tutto dipende dalla famosa copertura finanziaria che Siniscalco deve trovare. E dipende anche dalla credibilità della predetta copertura che, qualora fosse risibile, indurrebbe Ciampi a respingere la legge.

Per ora si aspetta. Nei primi giorni della settimana si conoscerà la ricetta del ministro del Tesoro e si saprà qual è il finale di questa lunghissima telenovela che ha realizzato la sintesi tra l'opera buffa e il dramma; un genere teatrale finora sconosciuto nella storia del teatro anche se ben noto alle cronache politiche italiane.

Mancano, si dice, un paio di miliardi per chiudere la partita delle tasse. In realtà, come sa bene il ministro dell'Economia, ne mancano parecchi di più.

Due miliardi di ammanco li ereditiamo dai conti del 2004 e sono soltanto una piccola parte del lascito avvelenato di Tremonti (diventato garrulo dopo un breve silenzio) al suo ingrato successore. Tra poche settimane sapremo, a consuntivo, se in quell'esercizio sia stato superato il deficit del 3 per cento imposto dai patti di Maastricht.

Quasi certamente sì.

Tre miliardi derivano dal minor gettito del condono edilizio, prorogato più volte e reso ancor più indecente di quanto non fosse fin dall'inizio.

La stretta sulle finanze dei Comuni e sulla Sanità e l'indebitamento degli Enti locali si scaricheranno sui conti generali della pubblica amministrazione oltre che sulle prestazioni dovute ai cittadini. Gli incentivi alle imprese sono stati pressoché azzerati; per tutto il 2005 non vedranno un soldo neppure sotto forma di prestiti agevolati.

La scuola è senza fondi e gliene vogliono togliere ancora.

La riforma Moratti, per pessima che sia, ha comunque un suo costo ma non si sa come farvi fronte.

La domanda finora inevasa non è dunque dove e come trovare i 2 miliardi dei quali Siniscalco è in affannosa ricerca, ma dove e come trovarne almeno 6 e forse di più, come già preconizzato dagli ispettori del Fondo monetario.

Aggiungete a tutto ciò la stasi dei consumi, il crollo delle esportazioni dovuto all'apprezzamento dell'euro, il taglio degli investimenti, i contratti del pubblico impiego, e dite se c'è spazio e se c'è senso alla riduzione dell'Irpef nel 2005 (e anche nel 2006).

I consensi di Berlusconi calano? Ma questo, lasciatecelo dire, è un problema suo e non dei cittadini di questo paese.

Si sa (lo afferma Berlusconi) che il maxi-emendamento che il governo presenterà in Senato è già pronto. Si mormora che gli aumenti già promessi agli statali saranno ridotti dal 5 e mezzo al 3,7 per cento e il blocco del turnover esteso a due anni. Si mormora che le "finestre" per i pensionati in uscita saranno diminuite nel 2005 da tre a una soltanto, che i tagli all'Irap saranno rinviati di un anno, il condono edilizio ancora una volta prorogato tanto per metterci accanto una cifra qualsiasi in entrata. Infine il blocco delle sovraimposte ai Comuni e ritocchi vari alle accise, al Lotto, allo spicciolame della spesa.

Accetterà Fini il bastone sugli statali dopo la vistosa carota personale ricevuta con la feluca degli Esteri? Si piegherà Follini o deciderà invece di "vedere" il bluff berlusconiano tra Irpef ed elezioni anticipate? Che si tratti di un bluff è di tutta evidenza, ma decidere di andarlo a vedere implica comunque coraggio. E definitiva rottura. Questo è il punto: o giocare ancora a padrone e sottopadrone o alzarsi dal tavolo e sceglierne un altro.

Francamente mi sembra improbabile.

I critici del centrosinistra gli rimproverano di crogiolarsi con i guai della coalizione avversaria senza però esporre le sue proposte per ridare slancio all'economia italiana avviando nel contempo il risanamento della pubblica finanza dilapidata dai tre anni del malgoverno Berlusconi-Tremonti.

Mi sembra che sia una critica giusta, tanto più che, se il centrosinistra vincerà le elezioni del 2006, riceverà in eredità una finanza pubblica ridotta in macerie sicché risanarla sarà pesantissimo.

Secondo me i termini del problema sono molto chiari.

Viviamo una fase di sostanziale stagnazione dei redditi, degli investimenti, della domanda. La congiuntura mondiale ha robustamente influito nel determinare questa situazione.

La ripresa in Usa c'è stata a partire dal 2003 e continua sia pure a ritmo ridotto. La brusca discesa del dollaro serve a sostenere le esportazioni Usa e a contenere l'enorme disavanzo commerciale col resto del mondo. Non incoraggia tuttavia il resto del mondo - e segnatamente le Banche centrali e gli investitori istituzionali - a mantenere le loro riserve di liquidità in buoni del tesoro Usa.

Se le Banche centrali e gli investitori istituzionali del Medio Oriente e del Far Est (Cina, Giappone, Singapore) decidessero di convertire in euro almeno una parte delle riserve collocate in Treasury Bonds, il mercato valutario segnerebbe tempesta e la Federal Reserve dovrebbe correre ai ripari uscendo dal suo olimpico "benign neglect". Ma è un'ipotesi remota e non so neppure augurabile.

L'Europa deve dunque provvedere da sola a rimettersi in moto e l'Italia, vagone di coda, deve contribuire al rilancio e al buon governo proprio ed europeo inevitabilmente agganciati.

Ho già ricordato che stiamo attraversando una lunga fase di redditi e di domanda stagnanti. Aggiungo che la struttura dei nostri redditi è una delle più squilibrate, forse la più squilibrata in Europa; da noi le differenze tra le varie fasce sono le più alte e generano malessere, insicurezza, invidia sociale. Il risanamento della finanza pubblica e il rilancio della domanda non possono cioè prescindere da una politica di incentivi alla domanda e all'offerta e da un'azione perequativa non cosmetica ma sostanziale.

Per finanziare entrambi questi obiettivi di sostegno e di perequazione dei redditi, la principale fonte disponibile è quella dei patrimoni e delle rendite.

Abbinata a riforme di liberalizzazione efficaci.

I patrimoni in Italia sono cospicui perché i redditi più elevati, le plusvalenze, i guadagni accumulati nel tempo con l'inflazione quando viaggiava a due cifre, i profitti enormi derivanti dall'urbanizzazione e dalla valorizzazione delle aree destinate all'edilizia, hanno determinato un ammontare di ricchezza molto rilevante e in larga misura improduttiva.



Bisogna rimettere in circolo quella ricchezza.

Incoraggiare con opportune misure chi la detiene ad investirla produttivamente e/o prelevarne una quota per finanziare la politica di sostegno dei redditi, della domanda e dell'offerta.

So bene che la sola parola "patrimoniale" è tabù. I partiti fanno di tutto per non pronunciarla come si trattasse di una pestilenza maligna. Ma un osservatore oggettivo non può esimersi dal constatare che viviamo in un'economia dove si è ormai formata una palese contraddizione tra formazione dinamica dei redditi da un lato e statica consistenza dei patrimoni dall'altro. A cominciare dalle rendite mobiliari che in Italia sono fiscalmente colpite la metà di quanto avvenga negli altri paesi di Eurolandia.



Del resto il governo attuale ha già messo mano a questo deposito di ricchezza con la rivalutazione degli estimi catastali. Non è forse un'imposta sul patrimonio quella che accresce l'imponibile riferendo ad esso una serie di imposte dall'Ici alle tasse sui rifiuti urbani ? Il passo successivo dovrebbe riguardare le rendite e la ritenuta secca sulle cedole che è del 12,5 per cento da noi e oltre il 20 in Europa.



Liberalizzare i mercati, sostenere i redditi e perequarne la struttura, rilanciare consumi e investimenti, fiscalizzare per le fasce deboli la contribuzione sociale diminuendo in questo modo il costo del lavoro e quindi migliorando la competitività, incoraggiare la progettualità e le priorità degli investimenti, mettere a contributo i patrimoni inerti: non sono questi altrettanti elementi d'una politica economica attiva e - se le si vuole dare una denominazione - di stampo moderno e liberal-socialista? O uno slogan sempre verde: giustizia e libertà?

Anche altri avevano proposto la patrimoniale: ecco Epifani

Ci sono questioni che, ogni qualvolta irrompono nel dibattito politico, assumono valore sintomatico, scompaginano schieramenti, portano a galla l'incoffessabile. Una di queste è la sessualità, in specie nelle sue manifestazioni ritenute «anormali» o perverse o pericolosamente libere rispetto a una «regola» fallocratica e machista. Che si tratti di autorizzare il desiderio femminile di diventare o di non diventare madre, di sanzionare il potere maschile di esercitare violenza su una donna, di tutelare giuridicamente le coppie omosessuali, ogni qualvolta il territorio della sessualità entra a contatto con quello della politica e della normazione giuridica le reazioni idiosincratiche si sprecano - e in Italia lo sappiamo bene dall'iter tortuoso delle leggi sull'aborto, sulla procreazione assistita, sulla violenza sessuale. Col caso Buttiglione però s'è passato il segno. E la rapidità con cui, nel giro di pochi giorni, sono stati creati i neologismi di teo-con, rad-con, laico-clericali per dare nome al vasto fronte dei suoi sostenitori, la dice lunga sul fatto che siamo di fronte a una novità: a differenza della politica, la lingua non mente. Il vasto fronte di sostenitori di Buttiglione, che va dal Foglio ai cosiddetti «terzisti» di fede liberale del Corsera e della Stampa , ha creduto di ravvisare nella sua bocciatura a commissario per la giustizia, le libertà e la sicureza della Ue un episodio «contrario a una visione laica e liberale delle istituzioni». Non è laico né liberale, sostengono nell'appello pubblicato giorni fa sul Foglio, «giudicare un politico cattolico o di qualsiasi altra confessione o formazione culturale in base alle sue idee e al suo credo». E in base a che cosa se non alle sue idee e ai suoi atti, di grazia, dovrebbe essere giudicato un politico in democrazia? In base alle sue promesse, obiettano i radcon-teocon: Buttiglione ha detto come la pensa sui gay, la famiglia, le madri-single, la procreazione assistita, promettendosi però fedele al comandamento kantiano della separazione fra diritto e morale. Bene, i parlamentari che lo esaminavano non gli hanno creduto; e giustamente, non potendo il candidato estrarre dal suo curriculum politico italiano ed europeo alcuna prova del suo credo kantiano. Siamo nell'ambito di una normale, normalissima dialettica politica democratica, come ha riconosciuto Massimo Teodori rompendo il fronte sul Giornale di ieri. Una dialettica, per una volta, sgombra dall'urgenza della mediazione giuridica: non si votava su una legge ma su un candidato, che per giunta sbandierava le sue idee in contrasto con quella Carta dei diritti che nell'Unione, ai teo-con piacendo, fa già norma, come ha ricordato Miriam Mafai.

Ma in Europa c'è una pericolosa deriva laicista, sostengono i teo-con impugnando il rifiuto di inserire in Costituzione il richiamo alle radici ebraico-cristiane dell'Unione. Per la verità avrebbero a disposizione altri e più convincenti argomenti, che però si guardano bene dall'usare. La legge francese contro il velo, per dirne una, è un pessimo esempio di uso della laicità a fini di assimilazione. Ma di quella non si parla, anzi molti dei teo-con ne parlano solitamente benissimo, perché giova allo scopo. Quale? Quello di fare barriera contro l'invasione islamica che turba i loro sonni.

Con il che siamo al movente numero uno della campagna sul caso Buttiglione, che è - dichiaratamente - solo un capitolo di una più vasta offensiva squisitamente reazionaria a favore di una identità europea, anzi occidentale, arroccata sui valori tradizionali e contro la minaccia del multiculturalismo, del pluralismo etico, del politically correct. L'offensiva, sia chiaro, marcia su un campo di crisi: ovunque in Occidente il multiculturalismo è in difficoltà, il pluralismo etico rischia di soccombere sotto i colpi dello scontro di civiltà, il politically correct non è esente da risvolti di ipocrisia sociale. Ma i teo-con non vanno per il sottile e usano argomenti stupefacenti per rozzezza e isteria. Si va dal timore di Galli della Loggia per la minacce dell'omosessualità all'antropologia monoteista ai rimpianti di Panebianco per l'Europa pre-secolarizzata, dalla facciatosta di Gaetano Quagliariello che vede nei cattolici una minoranza oppressa alle libere associazioni di Giuliano Ferrara fra la bocciatura di Buttiglione, il nullismo di Zapatero e il nichilismo di Almodovar.

Un armamentario da nuovi crociati, cattolici integralisti in guerra di religione e di civiltà contro l'attacco integralista all'Occidente, osserva giustamente Ritanna Armeni su Liberazione ipotizzando che questo strumentale ancoraggio al sacro sia necessario a una politica liberista che da sola non ce la fa più a governare il mondo globale, e che in Italia, annota Ezio Mauro su Repubblica, non ce l'ha fatta a produrre la cultura lib-lab che aveva millantato. Tutto vero, a patto di ricordare due cose. La prima è che tutto questo s'è già visto dall'altra parte dell'Atlantico, e non è solo una larga fetta della posta in gioco di oggi fra Bush e Kerry, ma è già stata la posta in gioco di quattro anni fa fra Bush e Gore e, prima ancora, di un drammatico conflitto che correva sotto le vene dell'America clintoniana e l'ha sconfitta. La seconda è che a questa offensiva scatenata sul terreno caldo dei valori la sinistra non può rispondere solo sul terreno freddo dei programmi. Quando c'è in gioco l'emotività, ancorché isterica, bisogna giocare, e disertare il tavolo significa solo condannarsi a perdere.

Caro Direttore, questa è una lettera che non avrei voluto e non avrei creduto di dover scrivere.

Viviamo momenti difficili e, spesso, terribili. Dall´Iraq all´Ossezia, dalla Cecenia all´Afghanistan, dal Darfour al Medio Oriente al Mediterraneo il mondo è scosso da guerre, terrorismi, violenze e emigrazioni di massa. Abbiamo negli occhi le immagini dei bambini di Beslan e nel cuore l´angoscia per le nostre due Simone.

Se osservate nella prospettiva di queste tragedie, l´Europa appare come un´isola relativamente felice.

I sessant´anni di benessere seguiti alla fine della Seconda guerra mondiale hanno trasformato il volto stesso delle nostre società e la vita di ciascuno di noi. Abbiamo una moneta comune, l´euro. E con l´allargamento non abbiamo soltanto esteso a tutto il continente un´area di pace: abbiamo anche creato un gigante dell´economia mondiale.

Ma non sono solo rose e fiori. L´Europa, che sino a tutti gli anni Sessanta aveva conosciuto una stagione di crescita impetuosa, ha rallentato il proprio ritmo di sviluppo e da tre decenni non riesce a ridurre il divario che la separa dagli Stati Uniti.

E, in quest´Europa, l´Italia è tra i paesi che soffrono di più. Le Ferrari dominano le corse di Formula Uno, ma in tutte le altre gare perdiamo drammaticamente terreno. All´Onu, specchio fedele delle gerarchie internazionali, siamo caduti in una serie inferiore, irrimediabilmente staccati da Francia e Germania che, per decenni, sono state nostre pari.

E le cose non vanno meglio nell´economia. Siamo entrati nell´euro ma, mentre gli spagnoli confermano il loro ritmo veloce e francesi e tedeschi riprendono a correre, noi arranchiamo in ultima fila. Il turismo soffre sotto i colpi di una concorrenza sempre più forte. Le nostre esportazioni non tirano più. Siamo quasi spariti nelle classifiche delle grandi imprese. Non produciamo più ricerca d´avanguardia. Stiamo tenendo un´intera generazione di giovani in una situazione di precarietà destinata a portare ad un futuro di insicurezza. Assistiamo all´impoverimento di quella classe media che è la spina dorsale e vitale di ogni società. Leggiamo di oltraggiose retribuzioni a grandi dirigenti mentre schiere infinite di lavoratori sono costretti a vivere con stipendi che non permettono di coprire la quarta settimana del mese.

Il dissesto della finanza pubblica certificato dalle dimensioni, tuttora vaghe ma in ogni caso imponenti, della manovra annunciata dal governo, non è che il sintomo della necessità di una vera e propria ricostruzione del paese. Scuola, università, giustizia civile, protezione degli anziani e dei più deboli, sistema dell´informazione: non c´è campo della vita e della società italiana che non richieda un intervento profondo.

C´è chi ha sparso l´illusione che bastasse lasciare la briglia sciolta perché l´Italia riprendesse a correre. Che bastasse promettere meno tasse per creare un entusiasmo capace di generare investimenti, lavoro, ricchezza. Che, in sostanza, il paese meno lo si governava meglio era.

Ma non era che un´illusione. Una perfida illusione che lascia e lascerà un´eredità pesante e imporrà un lavoro duro e di lunga durata a chi sarà chiamato a reggere il paese.

Con la consapevolezza della dimensione della sfida che sta di fronte all´Italia, una consapevolezza resa ancora più acuta dagli anni trascorsi guardando al nostro paese dall´osservatorio della Commissione Europea, nel luglio dello scorso anno, in previsione delle elezioni europee e in preparazione delle elezioni politiche, ho lanciato la proposta di una lista unitaria delle forze riformatrici.

L´idea era semplice: bisognava costruire una forza capace di operare come motore e timone di una grande coalizione di tutte le forze riformatrici in modo da guadagnare la fiducia degli elettori e garantire successivamente la stabilità del governo.

A questo invito hanno risposto, per primi, i Democratici di Sinistra, i Socialisti Democratici italiani, i Repubblicani Europei e la Margherita, i partiti che più direttamente rappresentano le grandi tradizioni culturali e politiche alla base della Costituzione della nostra Repubblica e lo spirito di novità e di unità all´origine dell´esperienza dell´Ulivo. Uniti nell´Ulivo: questo è il nome che scegliemmo per la nostra lista. Un nome che testimonia la volontà di operare e di presentarci uniti di fronte ai cittadini e, allo stesso tempo, propone un legame diretto con il marchio della coalizione che aveva già vinto contro la destra nel 1996 e del governo che aveva saputo portare l´Italia al traguardo dell´euro.

Al momento del voto europeo, più di dieci milioni di donne e di uomini, quasi un elettore su tre, hanno premiato questo sforzo di innovazione e di coraggio, facendo della Lista Uniti nell´Ulivo di gran lunga la prima forza politica italiana con una consistenza pari ai due terzi dell´intero centrosinistra e ad una volta e mezzo la maggiore forza del centrodestra.

A questi milioni di italiane e di italiani era giusto, era doveroso rispondere, dopo il voto, lavorando per consolidare ciò che essi con tanta evidenza avevano mostrato di apprezzare. Di qui la proposta di creare, sulla base e sull´esperienza della lista unitaria , la Federazione dell´Ulivo. Una federazione inizialmente formata dai quattro partiti promotori della lista ma aperta a tutte le forze pronte a condividerne l´ispirazione. Non un partito unico, ma un soggetto politico attrezzato ad avvalersi e, anzi, ad esaltare le tradizioni, le culture, il radicamento sociale, gli spazi di azione dei partiti, protagonisti insostituibili della vita politica del paese e, allo stesso tempo, in grado di decidere in modo unitario e, dunque, di operare con tutta l´autorità del proprio peso politico.

Un soggetto politico, la Federazione dell´Ulivo, al centro e al servizio della più ampia coalizione del centrosinistra, di quella grande alleanza democratica necessaria per mobilitare, anche attraverso le primarie, le straordinarie energie dei movimenti, delle associazioni e dell´intera società nazionale, per vincere le elezioni e, soprattutto, per governare l´Italia sulla base di un comune progetto riformatore.

La Federazione dell´Ulivo, la Grande Alleanza Democratica. Questi sono i due strumenti, semplici e comprensibili, di un grande progetto di innovazione per uno schieramento riformatore.

Mi permetto di aggiungere che questa è anche la mia identità politica, l´unica per me possibile. Nel senso che questi elementi, insieme e in coerenza tra loro, riassumono e danno un significato ad una storia personale e ad un impegno politico vissuti nel segno e con gli obiettivi, tra loro indissolubilmente collegati, del definitivo superamento della divisione tra laici e cattolici, del pieno consolidamento della democrazia dell´alternanza e, dunque, dell´unità tra tutte le forze riformatrici.

L´affermazione della Lista Uniti nell´Ulivo alle elezioni europee, il contemporaneo successo delle altre forze dell´opposizione riformatrice, la ormai lunga scia di vittorie in tutte le consultazioni amministrative degli ultimi tre anni, dalle province di Roma e Milano ai comuni di Bologna e Bari alla Regione Friuli Venezia Giulia, sono la prova che siamo stati e siamo capaci di interpretare le aspirazioni e le domande dei cittadini italiani. Un recentissimo sondaggio realizzato dalla società Ispo di Milano ci dice che se ci fossero domani le elezioni politiche, tra il 33 e il 35,5 per cento degli elettori voterebbe i partiti della Lista Uniti nell´Ulivo, il 52,5 per cento voterebbe per la coalizione di centrosinistra mentre soltanto il 37,7 per cento sarebbe disponibile a votare in favore del centrodestra.

Insomma: gli italiani ci chiedono unità per cambiare il paese e affrontare i gravissimi problemi della loro vita di ogni giorno e ci premiano vistosamente quando rispondiamo positivamente a questa loro domanda.

Del tutto incomprensibili sono, dunque, le resistenze a questo progetto e a questa prospettiva di successo, di vittoria, di governo. Eppure, queste resistenze ci sono. E si concentrano, tutte, sul cuore, sul nocciolo duro del meccanismo che ho appena riassunto e ricordato, cioè sulla Federazione dell´Ulivo.

Non do´ di tutto questo un´interpretazione personale. Quello che vedo non è un contrasto tra persone. Si tratta di un contrasto politico. E, come tale, deve essere trattato e chiarito una volta per tutte.

Per spiegarmi meglio, mi riferisco alla mia esperienza in questi cinque anni e mezzo alla guida della Commissione Europea, perché il confronto e la composizione tra i ruoli e gli interessi dell´Unione Europea e degli Stati nazionali è un modello quasi perfetto del rapporto tra i partiti e la nascente Federazione dell´Ulivo.

Così come gli Stati nazionali, anche i partiti sono gelosi, e giustamente gelosi, della loro storia, delle loro tradizioni, delle loro identità. Così come gli Stati nazionali, anche i partiti hanno interessi concreti da difendere. Così come gli Stati nazionali, anche i partiti hanno radicamento sociale e legami col territorio.

Ma, così come, nel mondo globalizzato di oggi, ci sono compiti ed interessi che solo l´Europa, grazie alle sue dimensioni e al suo peso, può svolgere e difendere, così, nella politica nazionale, c´è un ruolo che solo un soggetto politico di prima grandezza come una Federazione dell´Ulivo in grado di rappresentare oltre un terzo dell´elettorato, può giocare.

La dimensione, tuttavia, da sola non basta. E´ sempre l´esperienza europea che ci mostra come l´Unione sia pienamente efficiente, capace di dialogare da pari a pari con le grandi potenze del mondo e di difendere con forza gli interessi dei propri cittadini, solo e soltanto quando è dotata degli strumenti per agire e delle regole per decidere.

Questo, dunque, è il terreno sul quale ci dobbiamo misurare. Siamo pronti a rispondere alla domanda di unità che viene dagli elettori? Abbiamo l´ambizione di concorrere per il governo del paese? Sentiamo la responsabilità di creare un soggetto politico all´altezza delle sfide e dei problemi che ci stanno davanti e che i cittadini ci chiedono di affrontare? Siamo pronti, per questo, a dare vita e autorità ad una Federazione dell´Ulivo che, pur promossa e costituita dai partiti, non si esaurisca nella semplice sommatoria dei partiti stessi e riceva, dunque, l´autorità, i poteri e gli strumenti operativi per rappresentare l´interesse comune e decidere per esso? O preferiamo chiuderci nella difesa di un piccolo interesse di parte, indifferenti al più grande esito della battaglia per il futuro dell´Italia? Queste sono le domande alle quali dobbiamo dare risposte chiare e concrete.

Se c´è un progetto alternativo e qualcuno che pensa di incarnarlo, si vada ad un confronto aperto e comprensibile ai cittadini. Se, come testimoniano le dichiarazioni dei segretari dei partiti della Lista Uniti nell´Ulivo, un progetto alternativo non esiste, allora siamo coerenti e conseguenti. Perché solo una cosa non possiamo permetterci: di non essere, in questo momento della storia, all´altezza delle nostre responsabilità.

Si dicano i sì ed i no. E si spazzino via tutte le ambiguità, tutte le riserve mentali. Il punto d´arrivo devono essere atti credibili, decisioni e attribuzioni di responsabilità impegnative.

Solo quando e se questi impegni saranno stati assunti potremo credibilmente andare avanti nella costruzione del nostro progetto.

Solo quando saremo certi di potere contare su una Federazione capace di operare con efficacia e con autorità potremo credibilmente aprire il confronto con le altre forze riformatrici per la costruzione della grande alleanza democratica. Anche le riunioni che abbiamo tanto atteso, come quella fissata per il 4 ottobre, rischiano altrimenti di essere inutili. Ed è inutile fare cose inutili.

È in gioco il futuro del paese. È in gioco la possibilità di porre fine all´avventura di una maggioranza, di un governo, di un presidente del Consiglio che hanno devastato i conti pubblici, che hanno inferto un colpo gravissimo al prestigio internazionale dell´Italia, che lavorano per una società costruita non sulle opportunità, sulle libertà e sui diritti di tutti ma sui privilegi di pochi, che non conoscono il confine tra pubblico e privato, che mancano di senso dello Stato.

È in gioco la speranza, la possibilità di preparare una società più giusta, più prospera, più dinamica, più serena e ricca di gioia di vivere, per le nostre famiglie, per i giovani, per gli anziani, per le donne e per gli uomini d´Italia.

Questo è il tempo delle scelte.

Che arrivi o no a concludere questa legislatura, e perfino che perda o torni sciaguratamente a vincere le prossime elezioni, la filosofia di governo di Silvio Berlusconi si trova finalmente costretta a fare i conti con un limite invalicabile. Essa consta a ben vedere di pochi e scellerati punti, i primi dei quali sono un'idea post-costituzionale della democrazia, e la convinzione che il rito inaugurale della seconda Repubblica consista nella Grande Vendetta contro quei magistrati che hanno messo le grinfie sulla corruzione della prima. L'uno e l'altro punto trovavano nella riforma dell'ordinamento giudiziario firmata dall'ingegner Castelli la loro apoteosi. Non solo perché si tratta di una legge incostituzionale. Ma perché spalanca le porte a una architettura istituzionale privata di alcuni capisaldi del costituzionalismo, quali la divisione dei poteri, l'autonomia della giurisdizione, il controllo di legalità sul potere politico. Il rinvio alle camere della riforma da parte di Ciampi è dunque un doppio schiaffo alla filosofia di governo di Silvio Berlusconi: non solo perché boccia nel merito la riforma, ma perché ribadisce di per sé il funzionamento fisiologico di una democrazia costituzionale, in cui le pretese di onnipotenza della maggioranza e dell'esecutivo possono e devono essere bloccate dagli organi preposti alla custodia della legge fondamentale, il presidente della Repubblica in primo luogo.

C'è dunque ben poco da minimizzare in generale, come fa Berlusconi tirando fuori l'ennesimo coniglio dal cappello della vittima per sospirare quant'è difficile il mestiere del riformatore. E c'è poco da minimizzare anche in particolare, come fa il guardasigilli assicurando che i rilievi di Ciampi intaccano i rami ma non il tronco della sua riforma, qualche dettaglio ma non la sostanza. Non è così, perché anche se le sette cartelle del presidente non fanno menzione di due dei punti della riforma più controversi e più contestati dalla magistratura - la separazione delle funzioni e la riorganizzazione gerarchica delle procure - , bastano tuttavia a mandare all'aria l'intero impianto della legge. Ribadiscono che l'obbligatorietà dell'azione penale non può essere subordinata alle linee di politica giudiziaria emesse annualmente dal guardasigilli. Che l'attività dei magistrati non può essere condizionata dai monitoraggi ministeriali. Che il Csm non è un organo amministrativo ma un potere dello stato; e soprattutto che le sue competenze non possono essere vincolate dal sistema concorsuale previsto dalla riforma. Con il che salta non qualche quisquilia ma l'ispirazione generale della creatura di Castelli (oltretutto tecnicamente malfatta, manda a dire il Colle, come tutte le leggi italiane da troppo tempo in qua).

Non salta invece ma viene sciaguratamente confermata, con la stessa giornata di ieri, l'ispirazione generale dei ritocchi - chiamiamoli così - al sistema penale introdotti dalla legge Cirielli votata alla camera. Nella quale non si tratta «solo» dell'indecente dispositivo salvapreviti, ennesima replica della legiferazione ad personam in cui filosofia e prassi berlusconiane eccellono senza tema di confronti nazionali e internazionali. Si tratta, attraverso il combinato disposto delle prescrizioni, delle recidive e delle attenuanti, di un ben più grave passaggio da un diritto penale incentrato sulla punibilità del reato a uno incentrato sulla punibilità della persona. Nella scia della tradizione americana, di una giustizia sempre più forte con i deboli e sempre più debole con i forti, che produce devianza nelle fasce basse della popolazione e riempie le carceri di immigrati e piccoli spacciatori. Proprio per questo c'è bisogno di una magistratura autonoma: non a difesa di un potere corporativo, ma a garanzia dei diritti fondamentali scritti in Costituzione.

I teorici della globalizzazione assicurano che tra i suoi effetti benefici vanno incluse l´interdipendenza che si è realizzata tra i sistemi economici, e la possibilità di poter produrre ogni cosa in qualsiasi luogo. Nonchè il fatto che è diventato indifferente se la proprietà formale di un´impresa abbia sede in un dato paese mentre le sue unità produttive sono localizzate altrove. Il caso della Embraco di Chieri, presso Torino, che ha chiesto di aprire la procedura di mobilità per oltre 800 dipendenti, mettendo a rischio anche altri 400 posti di lavoro nell´indotto, suggerisce di annoverare tra gli effetti della globalizzazione anche la irresponsabilità, sottratta a ogni forma di tracciabilità, di imprese e dirigenti.

In verità se uno chiede chi mai sia responsabile del destino di queste 1.200 persone, molte delle quali sono troppo giovani per poter andare in pensione quando la mobilità avrà termine, si trova dinanzi a una serie di risposte affatto razionali. Ma esse, nell´insieme, portano a concludere che abbiamo costruito un sistema economico irrazionale, in primo luogo perché nei suoi meandri è impossibile risalire a chi dovrebbe rispondere di quel che succede.

La fabbrica di Chieri una volta si chiamava Aspera. Non andava troppo bene, e la proprietà la cedette alla multinazionale brasiliana Embraco. L´importante, fu detto, non era la collocazione della proprietà, bensì il mantenimento della produzione e dei posti di lavoro. Risultato: i dipendenti Embraco erano 2.150 nel 1999, 1.640 nel 2001, 1.000 tondi l´estate scorsa e 940 oggi. Di cui quattro quinti in mobilità, il che significa chiusura prossima della fabbrica. Chi è responsabile di simile caduta dell´occupazione, e prima ancora del calo di produzione che l´ha causata? L´Embraco produce compressori per frigoriferi che vengono acquistati soprattutto dalle consociate di Whirlpool Europa, colosso degli elettrodomestici trapiantato dagli Usa, le quali stanno in Italia, Austria, Belgio, Bulgaria, con stabilimenti in vari altri paesi. Per essere redditizia l´Embraco dovrebbe produrre almeno 6 milioni di pezzi l´anno, ma le imprese di Whirlpool Europa gliene comprano soltanto 4. Il prodotto italiano di marca brasiliana è forse di qualità non eccelsa? Costa troppo? Non è adatto alle produzioni degli stabilimenti austriaci, bulgari o slovacchi? E se tutto ciò fosse vero, qualcuno nell´azienda di Chieri non poteva accorgersene anni fa, e introdurre i mutamenti opportuni? I dirigenti di Chieri potrebbero naturalmente rispondere che loro debbono sottostare alle superiori prescrizioni di costi e di specifiche tecniche della multinazionale da cui dipendono. Se gli stabilimenti austriaci o belgi o bulgari non gradiscono i compressori della Embraco, è al Brasile che bisogna domandare spiegazioni, non a Chieri. Ed è presumibilmente dal Brasile che è giunto l´ordine di chiudere la fabbrica del torinese per portare la produzione nell´Europa orientale. A loro volta i dirigenti Whirlpool dei relativi paesi potrebbero difendersi dall´accusa di snobbare il prodotto made in Ue, seppur con marchio brasiliano, ricordando che loro hanno sul capo la Whirlpool Corporation of America, che verifica con estrema severità l´andamento delle vendite come dei costi di produzione.

Il caso Embraco è dunque emblematico. Vuoi perchè di casi simili ve ne sono ormai centinaia solo in Piemonte, e migliaia in Italia, con centinaia di migliaia di lavoratori coinvolti. Vuoi per il fatto che al fondo della maggior parte di essi si ritrovano circostanze analoghe: l´interdipendenza globale che diventa una forma patologica di dipendenza locale dalle bizzarrie di processi economici incomprensibili ai più; la proprietà straniera che preferisce ovviamente licenziare i dipendenti d´un paese lontano che non quelli del suo vicinato; intrecci produttivi e finanziari di cui è quasi impossibile venire a capo, al fine di trovare qualcuno che renda conto di decisioni aventi ricadute negative su intere regioni. Per il momento possiamo solo sperare che enti territoriali e sindacati trovino modo quanto meno di alleviare la grave situazione determinatasi in quel di Chieri. Ma i casi simili continueranno a moltiplicarsi, fino a quando non si inventeranno e si adotteranno mezzi appropriati per governare localmente la globalizzazione.

Di fronte a questo disegno di legge che riscrive 43 articoli della nostra Costituzione e che è stato approvato in prima lettura venerdì 15 ottobre dalla Camera dei Deputati, non si sa se aggregarsi ai brindisi di gioia della Lega e di tutto il Polo (Follini e Udc compresi, con la sola eccezione del roccioso Tabacci che si è astenuto) oppure condividere la definizione di Piero Fassino e di Ciriaco De Mita («indigeribile pastrocchione») e le parole di Francesco Rutelli («un venerdì nero per la Repubblica»). Non si sa se vederlo come una tragedia o come una farsa costituzionale.

Personalmente sarei incline più alla farsa che alla tragedia, ma mi rendo ben conto che una farsa costituzionale è al tempo stesso una tragedia: non si può infatti scherzare impunemente con la Carta che sancisce il patto fondamentale tra i cittadini e le istituzioni definendo i diritti, i doveri, lo statuto di cittadinanza, le forme della rappresentanza, l´equilibrio dei poteri, le modalità del controllo sul loro operato, gli istituti di garanzia.

Con questo complesso di problemi la maggioranza ha arruffato soluzioni improbabili con una leggerezza che rasenta l´irresponsabilità. Di qui il dilemma tra farsa o tragedia, che a ben guardare sono le due facce d´uno stesso spettacolo messo in scena da Berlusconi Bossi e Fini sotto gli occhi rassegnati e conniventi di Follini sulla pelle della democrazia repubblicana.

Trattandosi d´un disegno di legge di riforma costituzionale, per di più sottoposto a referendum poiché manca la maggioranza qualificata prevista dalla Costituzione, il Capo dello Stato non ha in questo caso alcun potere di interdizione. Non resta dunque che l´appello referendario al popolo sovrano che però non potrà essere indetto che a conclusione delle quattro votazioni previste dall´articolo 138 della vigente Costituzione.

Credo e spero che la votazione popolare cancellerà questo pastrocchione, dico meglio questo obbrobrio che, allo stato dei fatti, lascia dietro di sé una veduta di rovine. Il testo approvato l´altro ieri dalla maggioranza plaudente ha infatti abbattuto in un colpo solo i poteri del Parlamento, quelli del presidente della Repubblica, l´unità nazionale. Per di più ha messo in moto un meccanismo del quale si ignora il costo ma non l´ampiezza della sua oscillazione che va da zero a 100 miliardi di euro.

Sull´ipotesi di costo zero non scommetterebbe nessuna persona dotata di normale buonsenso: essa infatti si può verificare soltanto nel caso in cui le Regioni italiane, per gestire i nuovi poteri che otterranno dalla devoluzione, possano utilizzare i pubblici impiegati già in forza nelle attuali strutture amministrative dello Stato.

L´ipotesi più probabile si colloca invece in prossimità del tratto di oscillazione massimo, tra gli 80 e i 100 miliardi di euro, con possibilità di superare perfino quella cifra-limite. Il che significa che l´intero impianto della devoluzione può portare lo Stato federale alla bancarotta finanziaria.

Ma questo lo sapremo soltanto quando si dovranno emettere le leggi attuative del nuovo dettato costituzionale. A quel punto il faccione grottesco e comico della farsa tornerà a far capolino dietro le cupe nuvole della tragedia, ma allora sarà troppo tardi per riderne.

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Andrea Manzella ha già individuato ieri su questo giornale con chiarezza e dottrina gli aspetti sostanziali e sostanzialmente incongrui di questa legge.

Ero tentato di chiamarla legge di controriforma, ma mi sono poi reso conto che il termine non sarebbe appropriato. La controriforma è una cosa molto seria con la quale si può dissentire o consentire, ma che è comunque animata da una sua coerenza, da una sua cultura, da una sua dignità intellettuale. La Controriforma con la quale la Chiesa si oppose, tra la fine del XVI e l´inizio del XVII secolo, allo scisma luterano fu una profonda scossa riformatrice che alimentò per almeno cent´anni un rinnovamento profondo del clero, della catechesi, delle opere missionarie; ebbe una sua coerenza non esclusivamente oscurantistica; produsse la cultura del barocco in architettura, nella «maniera» pittorica, nella musica.

Applicare il termine di controriforma all´obbrobrio farsesco che sta sotto i nostri occhi sarebbe quindi blasfemo. Qui c´è soltanto una furbizia di avvocaticchi che hanno cercato di accontentare i disomogenei partiti della coalizione preparando una sorta di «fricandò» messo in cottura a fuoco lentissimo; talmente lento che quasi nessuno degli attuali protagonisti sarà in grado di assaporarne il gusto.

Provo ad elencare i vari elementi che lo compongono aggiungendovi poche note di chiarimento e di osservazione.

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1. Il Parlamento, come rappresentanza del popolo dotata del potere di fare leggi, controllare l´operato del potere esecutivo, dargli e togliergli la fiducia, non esiste più. Il governo assume in proprio anche il potere legislativo poiché decide quali provvedimenti ritiene indispensabili alla propria azione e su di essi chiede la fiducia. Ove mai non l´ottenesse scioglie la Camera.

Essa, la Camera, può in teoria votare la sfiducia al governo a patto però di aver già individuato - rigorosamente nell´ambito della maggioranza parlamentare - un nuovo premier in grado di ereditare il consenso della maggioranza stessa senza che vi sia alcun apporto da parte dell´opposizione.

2. Il «premier» è eletto direttamente dal popolo in collegamento con i deputati candidati nei collegi. Il Capo dello Stato gli deve affidare automaticamente la formazione del governo. Il premier presenta al Parlamento il ministero senza bisogno di chiedere alla Camera il voto di fiducia. Dello scioglimento della legislatura abbiamo già detto: rientra nei poteri del premier.

Osservo che non esiste in nessun Paese europeo l´elezione diretta del primo ministro né esiste la sfiducia costruttiva limitata all´ambito della maggioranza parlamentare.

3. Il Capo dello Stato è semplicemente un notaio. Serve a certificare come autentici gli atti che il «premier» sottopone alla sua firma. Ogni controllo di legalità e di costituzionalità di tali atti gli è precluso. La sua firma di certificazione è un atto dovuto. Sta scritto nella legge che egli è il garante dell´unità federale dello Stato. Ma i modi e i poteri attraverso i quali possa esercitare quella garanzia non sono previsti. Il solo modo possibile che ha è di dimettersi dalla carica che ricopre. Chi sta al Quirinale avrà dunque soltanto diritto al picchetto d´onore e poteri di tagliar nastri, portare corone d´alloro al Milite ignoto e inviare telegrammi d´auguri o di condoglianze a seconda dei casi.

4. Il Senato federale non si sa che cosa sia e non lo sanno, credo, nemmeno coloro che ne hanno proposto l´istituzione. Esamina solo le leggi regionali e quelle che interessino le regioni. Qualora vi sia conflitto di competenza tra Senato e Camera, la decisione viene presa da una Commissione paritetica che configura una sorta di terza Camera.

5. Sulla devoluzione di poteri alle Regioni non mi diffonderò, è materia già spiegata fino alla noia. Il fatto che, ciò nonostante, nessuno ci capisca niente vuol dire semplicemente che si tratta di materia non comprensibile.

Esempio: l´organizzazione delle istituzioni sanitarie è di esclusiva competenza regionale ma la tutela della salute è di competenza dello Stato.

Così per la scuola e per i suoi programmi. Lo Stato comunque ha il potere di avocare a sé in qualunque momento poteri devoluti qualora la situazione lo richieda. Si tratta insomma d´una devoluzione-fisarmonica che si allarga o si restringe a capriccio e secondo gli umori.

6. I Comuni sono in coda alla gerarchia amministrativa, fiscale e politica.

Sopra di loro non c´è più soltanto il bieco Stato centralista, ma anche l´amorevole regione neo-centralista. E le province? Nebbia e mistero.

7. Le regioni possono accorparsi fondendosi tra loro. Ma possono anche cambiare confini. Se i piacentini volessero uscire dall´Emilia e aggregarsi alla Lombardia o al Piemonte potrebbero farlo senza che l´Emilia abbia potere di opporsi. E viceversa se il lodigiano volesse trasmigrare in Emilia. Anche qui fisarmonica, che si porta dietro ospedali, imprese, gettito tributario, risorse bancarie e professionali.

Tralascio il resto. Sembra un «puzzle» costruito da un pazzo.

8. Il «puzzle del pazzo» (scusate la cacofonia) andrà in vigore nel 2011 nel caso migliore, oppure nel 2016. Il motivo di questa lunghissima dilazione è il seguente: la legge prevede di andare in vigore nella legislatura successiva a quella nella quale avviene l´approvazione. Se il referendum confermativo avverrà entro il 2006 la legge di cui qui si discute entrerà a regime nella legislatura che inizia nel 2011; ma se il referendum avverrà dopo il 2006 (e sempre che approvi il «puzzle del pazzo») la legge sarà a regime nel 2016.

Non esiste nel mondo intero un solo caso d´una nuova Costituzione (perché di questo si tratta) che entri in vigore sei o undici anni dopo la sua prima approvazione. Motivo? Forse segretamente sperano che qualcuno negli anni a venire butti per aria il «puzzle del pazzo».

9. C´è un´altra possibilità. Che la Corte costituzionale, messa in moto da un magistrato ordinario o da un ricorso di Regioni, stabilisca che la procedura adottata modificando con un´unica legge 43 articoli della Costituzione violi quanto previsto dall´articolo 138, che esclude riforme «a sacco». In tal caso la legge in parola sarebbe cassata. Questo però potrebbe avvenire solo dopo la sua approvazione finale.

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Ci sarebbe ancora molto da scrivere e da spigolare ma ne faccio grazia. Alla mia età ne ho già viste tante e tante ne ho lette o sentite raccontare. Una storia come questa però supera l´immaginazione. Perciò sono anche contento d´averla vissuta in presa diretta. Ungaretti parlava di allegria di naufragi e Montale di come si cammina sul ciglio d´un muro dove sono infissi i vetri acuminati d´una bottiglia rotta. Qui è diverso. Qui un gruppo di buontemponi giocano a palletta con lo Stato e si battono le mani da soli sperando che gli spettatori facciano altrettanto.

Non era mai accaduto un fatto simile. Speriamo che non accada mai più.

L´AUTUNNO meteorologico comincerà secondo il calendario il 21 settembre. L´autunno economico comincerà secondo il calendario parlamentare con la sessione di bilancio l´11 ottobre. Il previsto autunno caldo più o meno entrerà in scena in contemporanea alla legge finanziaria della quale, allo stato dei fatti, si conoscono soltanto le cifre di copertina. Che sono assai controverse: 30 miliardi di euro tra tagli e maggiori imposte, con l´obiettivo di riportare l´indebitamento rispetto al Pil dal 4,4 al 2,7%, aumentare il potere d´acquisto degli italiani del 2,2% bloccare la crescita del debito pubblico all´attuale livello del 106% rispetto al Pil e infine introdurre uno sgravio fiscale di 5 miliardi sull´Irpef e di 1 miliardo sull´Irap.

Questa gragnola di cifre è di difficile comprensione per gran parte dei consumatori, dei contribuenti e dei lavoratori. Debbo dire che la trasparenza tanto invocata e propagandata dal ministro Siniscalco dopo i bilanci creativi e fumogeni del triennio Tremonti, si è alquanto offuscata dopo pochi mesi.

Parlare di trasparenza in una legge finanziaria dove, stando a quel che sostiene Berlusconi, non ci saranno né tagli né maggiori imposte ma uscirà dal cilindro del prestigiatore uno sgravio fiscale di 6 miliardi, un aumento del potere d´acquisto e un abbattimento dell´indebitamento, sembra ancora una volta un miracolo, un articolo di fede più che una manovra finanziaria lucidamente pensata. Per chi quella fede non ce l´ha la parola giusta è piuttosto quella di un trucco, esattamente come accadde nei tre anni del consolato Tremonti, durante i quali sembrò che tutto filasse alla perfezione e che la finanza pubblica e l´economia marciassero col vento in poppa, alla faccia delle Cassandre che ? inascoltate ? preannunciavano vento e tempesta.

Siniscalco, che per quei tre anni aveva condiviso il metodo creativo di tremontiana memoria, elevato ai fastigi del potere certificò che le Cassandre avevano ragione, mise in cantiere una finanziaria riparatrice ma poi, al momento di vararla, ha rispolverato i metodi del predecessore.

Trenta miliardi di manovra (sessantamila miliardi di vecchie lire) dove trovi sgravi fiscali, incentivi, diminuzione dell´indebitamento, aumento del potere d´acquisto, senza né lacrime né sangue, così, con la bacchetta magica del mago Merlino o della Fata dai capelli turchini di Pinocchio o dei poteri di intercessione presso il buon Dio posseduti da Padre Pio. Da Tremonti per legittima eredità trasferiti a Siniscalco.

Nel Polo tutti fanno finta di crederci, anche Fini e perfino Follini. Del resto che possono fare? Rivelare che anche Siniscalco imbroglia le carte del bilancio né più né meno del suo predecessore? E che la famosa scrivania che fu di Quintino Sella continua ad assistere al gioco delle tre carte con grave disdoro per la memoria del suo primo titolare?

«Zitti zitti piano piano / senza fare confusione / per la scala del balcone / presto andiamo via di qua», cantavano i protagonisti dell´opera buffa di rossiniana memoria. Così i nostri ministri dell´Economia, sperando che i gonzi credano alle loro cifre miracolistiche.

Noi apparteniamo a quel gruppetto di irriducibili che non ci stanno ad esser presi platealmente in giro. Speravamo che Siniscalco avesse imparato la lezione della realtà, ma non è stato così. Il tremontismo, finché a Palazzo Chigi ci sarà Berlusconi, rinasce ogni volta dalle ceneri. Quindi non sperate che a via XX Settembre, sede del ministero Tesoro-Bilancio-Finanze-Mezzogiorno-Partecipazioni Statali, la musica sia cambiata. È cambiato il direttore dell´orchestra che era poi il primo violino del direttore precedente; ma suona lo stesso spartito con gli stessi orchestrali.

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Per far quadrare i conti il coniglio uscito dal cilindro di Siniscalco è il tetto del 2% della spesa. Significa che il 2% d´aumento rispetto alla spesa dell´esercizio 2004 è il limite imposto a ciascun dicastero, salvo la Difesa e la ricerca scientifica. Poiché l´inflazione è ufficialmente del 2%, il tetto sta a dire che in termini reali la pubblica amministrazione non dovrebbe spendere un solo centesimo in più dell´anno scorso.

Naturalmente nessuno ci crede. Le spese della Sanità sono già fuori di almeno tre volte (se basta); quelle per la Scuola (ricerca a parte) del doppio. Trasporti e poste, per starci dentro, dovranno stringere gli organici che già hanno subìto consistenti salassi. Gli incentivi alle imprese saranno ridotti alla metà (da un miliardo a 500 milioni) in una fase in cui avrebbero dovuto essere a dir poco triplicati. Non parliamo dei lavori pubblici ordinari, sebbene la spesa per investimenti abbia un moltiplicatore maggiore. Giustizia, sicurezza, personale della pubblica amministrazione, dentro a quei tetti non ci stanno nemmeno a randellate.

In tutto sono 8mila i capitoli di spesa che dovrebbero osservare il tetto del 2%. La Ragioneria dello Stato, malgrado un certo grado di modernizzazione effettuata, avrà i risultati al più presto sei mesi dopo per quanto riguarda le spese effettuate in conto competenza. In termini di cassa li ha dopo tre mesi, ma lì si verifica da almeno cinque anni un miracolo di segno inverso: più si cerca di limitare la spesa di competenza e più cresce quella di cassa, cioè il cosiddetto fabbisogno.

State attenti, cari lettori, alla terminologia truffaldina che usano i "clerici" delle finanze pubbliche: il fabbisogno sono i soldi realmente spesi dai vari sportelli della pubblica amministrazione; per finanziare il fabbisogno lo Stato contrae debiti sul mercato emettendo titoli; questi titoli vanno ad aumentare lo stock del debito pubblico; viceversa quello che viene chiamato indebitamento non è né debito pubblico né fabbisogno ma il rapporto tra la spesa di competenza e il profitto interno lordo (Pil) ed è quel rapporto che secondo il patto europeo di stabilità non deve superare la soglia del 3%.

Il tetto imposto da Siniscalco sulle spese correnti dovrebbe appunto incidere sull´indebitamento ma non c´è nessun tetto al fabbisogno nei confronti del quale si potrebbe imporre soltanto uno slittamento di quelle uscite di cassa, come Tremonti tentò in varie circostanze di fare ma con risultati assai modesti perché il "tagliaspese" non è che un metodo di rinvio a due tre mesi scaricando poi tutte insieme le spese rinviate e quelle correnti.

Ebbene, la differenza in termini di Pil tra indebitamento e fabbisogno è salita dallo 0,8 del ?96 all´1,7 del 2001 e addirittura al 2,4 dell´esercizio in corso. Si manterrà più o meno su questo livello negli anni prossimi fino ad un´impennata del 2,6 nel 2008 che vuol dire più o meno 70 miliardi di euro, 140.000 miliardi di vecchie lire. Oggi come oggi il fabbisogno supera l´indebitamento per 60 miliardi di euro e questo è il buco creato dal governo nella nostra pubblica finanza.

Per colmarlo Siniscalco pensa a 100 miliardi di privatizzazione nei prossimi quattro anni con l´obiettivo di bloccare il debito pubblico al livello attuale. Qualcuno può credere a questa fandonia?

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Berlusconi (e Siniscalco con lui) pensano di far aumentare nel 2005 il potere d´acquisto degli italiani perché si sono finalmente accorti che la popolazione in tutte le sue classi di reddito ma soprattutto in quelle con redditi più bassi si è effettivamente impoverita. Finora il presidente del Consiglio aveva negato ostinatamente l´evidenza, ma adesso ha dovuto ammetterla e correre ai ripari.

Poteva scegliere varie strade per ottenere quel risultato. Per esempio poteva restituire il fiscal drag ai lavoratori, cioè la differenza tra l´inflazione programmata e quella certificata dall´Istat. Ma seguire quella strada significava tirar fuori soldi veri. E soldi veri non ci sono. Allora si è inventato un giochino. Ha detto che i consumatori otterranno uno 0,7% di vantaggio dal blocco dei prezzi cui si sono impegnati alcuni settori della grande distribuzione; un altro 0,7% lo otterranno dal contenimento dell´inflazione (contando due volte lo stesso parametro come ha rilevato ieri su questo giornale Massimo Riva) infine un altro 0,8 dalla diminuzione dell´Irpef. Il totale fa appunto 2,2. Da questo incremento, frutto d´una simulazione nella quale il solo dato certo è lo sgravio dell´Irpef, dovrebbe venire la famosa scossa e il rilancio dei consumi e della domanda interna.

Numeri e ipotesi scritti sull´acqua. Il blocco dei prezzi non darà alcun incremento al potere d´acquisto, tutt´al più non lo farà diminuire ulteriormente. Lo sgravio dell´Irpef di 5 miliardi rappresenta un rivolo quasi inavvertibile sulla platea dei redditi fino a 30.000 euro annui; non darà alcuna scossa ai consumi, tant´è che il pacifico e pacioso Billè, presidente della Confcommercio, minaccia scioperi a catena se non ci saranno provvedimenti seri di sostegno della domanda. I famosi sgravi fiscali effettuati da Ronald Reagan e tanto celebrati dalle destre di mezzo mondo non scossero minimamente l´economia americana e questo è un altro caso di falsità che va infine messo a nudo: il rilancio della congiuntura Usa cominciò con Clinton e con la sua politica di riduzione dei tassi d´interesse. Questa è la verità. Gli sgravi delle imposte sul reddito non servirono assolutamente a niente e furono soldi buttati dalla finestra.

Perciò la scossa tanto attesa e auspicata non ci sarà. Ci sarà invece un aumento delle imposte comunali provinciali regionali anche per finanziare gli sgravi dell´Irpef, sicché il governo si riprenderà con una mano quel poco che avrà dato con l´altra. Quando si dice il gioco delle tre carte non si parla a vanvera ma con i dati di fatto in mano.

A questa finanza imbrogliona mancano tuttavia alcuni capitoli tutt´altro che marginali. Manca la costruzione della rete di infrastrutture moderne e adeguate. Manca un sistema di ammortizzatori sociali il cui costo minimo s´aggira sui 5-6 miliardi. Manca il potenziamento della ricerca, sulla quale bisognerebbe investire almeno 1,5 miliardi. Mancano infine l´aggiornamento dei contratti scaduti e la necessità da tutti avvertita che il monte salari cresca adeguatamente. Questa sì, sarebbe una scossa salutare, ma le nostre imprese non sono in grado di sopportare oneri aggiuntivi sul costo del lavoro in mercati dove la concorrenza internazionale è durissima.

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Un modo c´è e consiste nella fiscalizzazione degli oneri sociali trasformando la contribuzione in imposte di scopo a carico della fiscalità generale. Non per tute le retribuzioni poiché il peso per le casse pubbliche sarebbe insopportabile, ma certamente per le categorie di lavoratori a basso reddito.

In questo modo si alleggerirebbe il costo del lavoro di almeno il 40%, facendo coincidere il salario netto con quello lordo e creando uno spazio importante per migliorare i conti delle imprese e il salario netto dei dipendenti.

Questa sì, sarebbe una scossa salutare. Per completare la riforma fiscale voluta da Berlusconi ci vogliono 22 miliardi. Se questa cifra venisse intanto impiegata nell´operazione che definirei del "salario netto" gli effetti sulla domanda interna sarebbero certamente sensibili e con essi i recuperi per le finanze pubbliche. Mi domando perché, invece di litigare sul nulla, i partiti del centrosinistra non portino avanti proposte di questa natura facendone il nucleo propulsivo del loro programma elettorale. Credo che sarebbero seguiti da molti consensi a destra al centro e a sinistra.

Post Scriptum. Domani scade il termine per la raccolta delle firme per il referendum abrogativo della legge sulla fecondazione artificiale. Una pessima legge che merita d´esser cancellata. Personalmente non ho più firmato documenti referendari dai tempi dell´aborto e del divorzio, ma questa volta sento il bisogno e il dovere democratico di farlo. Così pure quando sarà approvata la legge di riforma della Costituzione attualmente in discussione in Parlamento, che meglio sarebbe chiamare controriforma. A titolo personale mi permetto perciò di rivolgere ai nostri lettori un pressante appello a firmare la richiesta referendaria che tutela imprescrittibili diritti di libertà.

C´È un´emergenza crimine nel Paese che preoccupa i cittadini, e che dovrebbe impegnare in prima linea il governo, con la sua cultura propagandistica da "tolleranza zero". No. In piena emergenza, Forza Italia si trasforma ancora una volta in un manipolo aziendale per la tutela degli interessi personali di Cesare Previti, che incatena ai suoi destini la decenza di un partito, di una maggioranza parlamentare, di una coalizione, del governo: e purtroppo dell´Italia.

La Casa delle Libertà oggi prova in Parlamento a liberare ad ogni costo Cesare Previti, già condannato due volte per corruzione. Non potendo più fermare i suoi giudici né camuffare il reato, si tenta di renderlo impunibile. Come? Semplice. Si costruisce un fittizio "pacchetto anticrimine" per fingere di legiferare nell´interesse del Paese, e nel pacchetto si inserisce una norma che abbatte i tempi di prescrizione per molti reati pesanti come l´usura, il furto aggravato, l´incendio doloso, ma soprattutto la corruzione. Consentendo a Previti di trovare la strada su misura per evitare il suo giudice, a Berlusconi e a Dell´Utri di non ricorrere nemmeno in appello.

Che dire? Due cose soltanto. Queste vicende possono compiersi solo in un Paese pronto a tutto, dove una vera e propria complicità intellettuale permette che il reato criminale riduca la politica a servaggio, per cambiare in Parlamento la sua natura. Un processo alchemico scellerato, che deforma lo Stato di diritto e dimostra la falsità del teorema che voleva Berlusconi "costretto" alle leggi ad personam. Ora che è stato prosciolto, le leggi ad personam continuano, per quei soci-padroni capaci di tenere in ostaggio il lato più oscuro di un uomo che dovrebbe governare l´Italia, e la umilia con un Parlamento asservito.

MARINES che entrano nella moschea crivellata di colpi. Poi uomini a terra: guerriglieri feriti nei combattimenti del giorno prima. In attesa di soccorsi mai arrivati. Infine un marine che punta il fucile e spara alla testa di uno di loro: un uomo che giace immobile sul pavimento.

Queste drammatiche sequenze, fissate da Kevin Sites della Nbc, hanno fatto il giro del mondo. Nemmeno la complicità che inevitabilmente si stabilisce tra i giornalisti embedded e i reparti che li incorporano e proteggono poteva censurare una simile violenza.

Sono immagini destinate a sollevare aspre polemiche. E non solo in Occidente. Anche se l´autore dell´esecuzione a freddo è stato arrestato, quel gesto aumenta a dismisura la percezione, già assai negativa, che i musulmani hanno dell´America. Come in precedenza Abu Ghraib, quel colpo di fucile nega nella sua essenza il progetto americano di esportare la democrazia nel mondo islamico. Se la democrazia non è solo procedura elettorale ma insieme di regole e di istituti di garanzia che permettono di evitare abusi di ogni genere, il volto con cui si manifesta nelle piane mesopotamiche non è certo dei migliori. E non basteranno le elezioni di gennaio a rifargli la cosmesi.

L´America afferma di aver invaso l´Iraq per liberarlo dagli innegabili soprusi di Saddam e trasformarlo in un paese democratico. Condivisibili o meno, tali premesse impongono agli Usa un preciso dovere: quello di comportarsi coerentemente con quei propositi. In una situazione in cui i jihadisti, nel tentativo di aizzare i musulmani, dipingono la guerra come prova provata della volontà occidentale di "distruggere l´islam", gli Stati Uniti devono attenersi il più strettamente possibile alle regole di guerra condivise dalla comunità internazionale. Niente, nemmeno una teologia politica niente affatto secolarizzata che la rappresenta come l´alfiere del Bene contro il Male, può permette all´America di varcare quel confine. Nonostante, o forse proprio per l´11 settembre, all´America di Bush spetta una paradossale, ma non per questo meno prescrittiva, "condotta morale della guerra".

Immagini come quelle di Falluja, già serialmente riprodotte in tv come al Jazeera o nei siti dell´islam on line, alimentano quel conflitto di civiltà che, a parole, tutti dicono di voler evitare. Nella circostanza non valgono nemmeno le giustificazioni secondo cui non sono meno feroci, da parte jihadista, gli sgozzamenti, le decapitazioni rituali, le esecuzioni con colpi di pistola a bruciapelo degli ostaggi. Non ultima quella di Margaret Hassan. Perché, semmai esiste una superiorità occidentale nei confronti di altre civilizzazioni, questa consiste proprio nella capacità di evitare la tentazione della reciprocità negativa. Non è l´universalizzazione dell´orrore che ci fa sentire orgogliosi di appartenere all´Occidente. Fortunatamente abbiamo o superato da tempo il "complesso di Kurtz", il personaggio conradiano che si spinge sino in fondo al baratro dell´orrore per svelare i limiti della "dialettica dell´illuminismo".

Combattere in Iraq secondo le regole significa non solo impartire alla catena di comando severe disposizioni perché non avvengano fatti come quelli di Falluja. Ma anche permettere che la Mezzaluna Rossa o i servizi sanitari locali soccorrano i feriti, siano combattenti o popolazione civile. A Falluja non sono solo gli iracheni a parlare di "catastrofe umanitaria". A detta degli stessi militari americani la distruzione della città, provocata da bombardamenti aerei, dai tiri dei tank, dagli scontri strada per strada, è impressionante. Il rifiuto Usa di lasciare entrare un convoglio umanitario in città, almeno nelle aree sotto controllo, va a violare quelle regole minimali che tentano di mettere in forma il dramma della guerra. Un atteggiamento che non aiuta né l´America, né l´intero Occidente, che dalla radicalizzazione dell´odio nel mondo islamico non traggono certo vantaggi.

Dal condono di villa Certosa alla riscrittura della Costituzione repubblicana. Una coalizione che impone al parlamento in sole 24 ore una doppietta del genere - passando con disinvoltura dal maneggio sulle illegalità private alle materie dei padri costituenti - è capace di tutto. Anche di risorgere imprevedibilmente dalle ceneri in cui essa stessa si era immersa e sprofondava a colpi di verifiche, smottamenti politici e dissesti finanziari. Con il colpo di ieri Berlusconi, da molti dato prematuramente per già sconfitto, ha ricompattato la sua maggioranza «del nord», messo a tacere quella «del sud» e accelerato lo sconquasso del nostro stato sociale e della nostra convivenza civile. Un'opera già sostanzialmente avviata dalla politica economica Tremonti-Siniscalco, e che culminerà con la famosa, sbandierata, tante volte rinviata e ormai imminente riforma fiscale. Il lungo cammino parlamentare, i tanti tira-e-molla della Lega, i compromessi a cui persino i bossiani si sono dovuti piegare, le parti fumose e pasticciate di ingegneria istituzionale, il caos che contraddistingue una serie di disposizioni, potrebbero trarre in inganno circa la portata della riforma approvata ieri. Se la doppia lettura parlamentare confermerà quest'impostazione, di qui a pochi mesi avremo non una revisione della Costituzione, ma una nuova Costituzione fondata su princìpi opposti a quelli del '48. La riforma approvata ieri, ridotta all'osso, si riassume in due punti essenziali: poteri molto più forti all'esecutivo e quasi assoluti al premier; poteri dirompenti alle regioni sui settori essenziali dello stato sociale, a partire da scuola e sanità. Da un lato, il rafforzamento del governo in senso leaderistico - il premier è un padrone, ha poteri da presidente di un consiglio di amministrazione -; dall'altro, uno svuotamento delle sue responsabilità e dei suoi poteri sulla politica economica e sociale - sulle quali ogni regione avrà i suoi princìpi e i suoi criteri. E soprattutto, le sue risorse: «i nostri soldi restano a casa nostra», la Lega traduce il suo slogan in realtà, con tanti saluti al Sud che i Fini e i Follini cercheranno di tenere elettoralmente in qualche altro modo.

Un governo forte, uno stato minimo. Con il passaggio di ieri, è una politica che si fa Costituzione. E che paradossalmente, mentre passa a livello di princìpi, fatica di più ad affermarsi nel concreto. Infatti la stessa filosofia è alla base del caso che agita la cronaca politica, il gran miraggio della riduzione delle tasse. Solo che in questo caso il «principio» si applica su scala nazionale: «i miei soldi restano a casa mia». Il calcolo politico di Berlusconi ormai è evidente: portare nelle tasche dei contribuenti-elettori, con le dichiarazioni dei redditi del 2005 e del 2006, un po' di spiccioli. Farli sentire più ricchi. Un calcolo forse miope: per far sentire più ricchi gli italiani, dopo anni di depauperamento, servirebbe una cascata d'oro, e ormai in giro si comincia a percepire il fatto che «meno tasse» vuol dire anche «meno servizi». Ciononostante, Berlusconi e i suoi puntano tutto sul «meno tasse», dividendosi all'apparenza solo sul «per chi»: per i ceti più bassi? I medi? I ricchissimi? Un dibattito fuorviante, che si sta già incamminando verso la soluzione ovvia fin dall'inizio, l'ultima citata: è più facile dare tanto ai pochi più ricchi, magari aggiungendo un'elemosina per i poverissimi, che un po' ciascuno a tutta la garnde fascia del ceto medio-basso.

Non sono questi i principali ostacoli che finora hanno bloccato la «rivoluzione fiscale» del fu Tremonti, ma l'assenza delle risorse: il bottino da spartirsi è già finito, dilapidato tra condoni e manovre finte, sulle quali peraltro arrivano una dopo l'altra le censure europee. Per questo l'ultima manovra spericolata che Berlusconi tenta per risollevarsi è davvero senza rete: la copertura finanziaria che la Banca d'Italia, la Confindustria, l'Europa insistentemente chiedono, non c'è. Ci sarà, e consisterà in altri tagli alle spese. Come far passare questa evidentissima manovra senza svelarla è il problema che Berlusconi, Siniscalco e gli altri del gruppo hanno di fronte di qui a pochi giorni. Se l'acrobazia riuscisse l'autunno del 2004 potrebbe segnare, contro ogni previsione, l'inizio dell'ennesima vita politica di Berlusconi, all'insegna della «nuova Costituzione» e delle «nuove tasse». Speriamo di essere smentiti.

Il primo kamikaze che la storia ricordi è un ebreo di nome Sansone che si suicidò esclamando «Muoia Sansone con tutti i filistei!» e fece crollare il tempio dove era riunito il popolo dei suoi nemici ( Giudici, 13 -19). Morirono in tremila: tanti quante le vittime delle Twin Towers. I filistei abitavano il paese che da loro prende il nome di Palestina e già allora erano in guerra con le tribù di Israele che avevano invaso il loro territorio: una guerra costellata di massacri benedetti da Yahweh, un dio tutt'altro che misericordioso, a cui peraltro si rifanno anche cristianesimo e islam. E' però semplicistico identificare gli antichi filistei con gli attuali palestinesi, che erano, per lo meno fino all'esplosione del conflitto arabo-israeliano, solo una delle tante componenti di una più ampia comunità araba mediorientale; o identificare le tribù dell'Israele biblica con gli attuali cittadini dell'omonimo stato; o addirittura con la comunità ebraica, che, nella sua componente askenazita, discende, secondo Arthur Koestler, dalla popolazione caucasica dei kazari, che, a differenza degli arabi e degli ebrei sefarditi, non ha nemmeno radici semitiche (pur essendo stata la vittima principale dell'antisemitismo). Come sarebbe arbitrario - lo aveva fatto notare Gregory Bateson - identificare gli italiani con i cittadini dell'antico impero romano, il cui governatore della Palestina mise a morte Gesù Cristo nell'anno 33 dell'omonima era. Invocare gesta di improbabili antenati di due o tremila anni fa per legittimare scelte dell'oggi è una manomissione: ogni essere umano che nasce è una pagina bianca che non può portare il fardello di scelte fatte o subite dai suoi predecessori. Per questo gli insediamenti ebraici in Palestina non sono una riedizione dell'esodo mosaico verso la «Terra promessa», ma la fuga da un'Europa che aveva sterminato o non aveva difeso la componente più vitale della propria civiltà; la resistenza palestinese non è la riedizione della guerra scatenata millequattrocento anni fa da Maometto, ma una lotta per la sopravvivenza di un popolo di cui si è negata l'esistenza per lavare, a spese degli arabi, colpe europee. E la presenza del Vaticano in Italia non è un castigo per il supplizio inflitto a Cristo dai romani, ma un accidente della storia umana, come l'Himalaya è un accidente della tettonica terrestre. La storia non è che quell'immenso cumulo dei detriti contemplato dall'angelo di Benjamin; e l'unica parte con cui identificarci e cercare di riscattare è quella dei vinti, a qualsiasi popolo appartengano. Tra le guerre e le opzioni morali o le appartenenze etniche, religiose o culturali con cui si cerca di legittimarle occorre sempre interporre il lavorìo della ragione: il dialogo e la mediazione tra posizioni contrapposte. Una raccomandazione d'obbligo, in particolare, di fronte a un fenomeno apparentemente nuovo (in realtà assai antico: prima ancora degli aviatori giapponesi che hanno dato il nome al ruolo, annovera, tra gli altri, il nostro Pietro Micca, cui sono dedicati vie e monumenti) come i «kamikaze»: combattenti che si suicidano per sterminare il maggior numero di «nemici» o presunti tali: oggi per lo più - perché è più facile, o più efficace nel seminare terrore - tra la popolazione civile. Da un punto di vista morale il kamikaze e chi lo recluta non sono né più né meno odiosi del pilota che sgancia una bomba atomica, o una bomba a frammentazione, o una bomba intelligente (il più infame degli ossimori) sulla popolazione civile; o di chi le produce, progetta, «legittima» o ci fa su dei profitti.

Certo: la scelta del primo richiede un contatto diretto con le proprie vittime, la possibilità di incrociarne lo sguardo, e lascia dietro di sé un panorama di membra disperse, pozze di sangue e corpi straziati che il kamikaze non vede - ma certamente immagina - perché scompare con la loro comparsa. Mentre gli «operai» della bomba atomica e delle altre armi di sterminio a molti di noi fanno meno orrore perché il contatto diretto con le vittime non c'è. Si uccide a distanza: non solo quella dei chilometri che separano il velivolo o la base di lancio dal bersaglio, ma anche quella interposta dalla divisione del lavoro tra chi progetta o specula sulle bombe e chi fa il lavoro sporco di lanciarle. Tuttavia dal punto di vista militare le posizioni di chi utilizza kamikaze e di chi sgancia bombe si sono avvicinate parecchio: con il kamikaze ha fatto la sua comparsa una nuova arma, contro cui gli strumenti tradizionali della polizia e della guerra sono tanto più inefficaci quanto più sono potenti. Non si tratta infatti di gesti isolati, ma di veri e propri arsenali comparsi sì in Palestina, ma ormai diffusi a livello mondiale: migliaia di adepti che le avventure belliche di Bush e Putin e le rappresaglie di Tsahal non fanno che moltiplicare.

Ci manca in realtà un approccio meno superficiale alle «ragioni» dei contendenti: non riusciamo a capire - a fare nostre, a con-prendere: che non vuol certo dire approvare - i pensieri, le pulsioni o i ricatti che spingono un uomo o una donna nel pieno della loro esistenza - ancorché, ma non sempre, misera - a sacrificare se stessi per seminare morte e sterminio a caso; e per questo non abbiamo strumenti per combattere queste armi sul loro terreno. Aveva ragione Ida Dominjanni ( il manifesto, 20.01.04) che vedeva nell'attenzione per le biografie individuali dei «martiri» l'unica strada percorribile (ed è questo, tra l'altro, ciò che aveva probabilmente spinto Enzo Baldoni in Iraq). Ma quell'attenzione, per suonare autentica, dovrebbe essere estesa alle biografie di tutta la popolazione che costituisce il milieu dove una scelta del genere è ormai diventata normalità (compresa la componente di coercizione, plagio e infamia presente nel mandare al «martirio» in «conto terzi» bambini, «donne compromesse» e disabili mentali). Un'attenzione per i recessi dell'anima per esplorare i quali la cultura ebraica è forse attrezzata più di ogni altra, ma di cui la politica dello stato di Israele rappresenta invece la negazione più radicale. Viceversa, capiamo fin troppo bene (perché, in fondo, le con-dividiamo) le ragioni che spingono uomini e donne con la nostra stessa cultura a costruire, usare o minacciare di usare armi nucleari, bombardamenti tutto fuorché «intelligenti», o forme vecchie e nuove di apartheid. E' la «banalità del male» - cioè la de-responsabilizzazione morale sul lavoro, nel consumo, in famiglia - che abbiamo interiorizzata e fatta nostra in tutti i momenti della vita quotidiana. Conviviamo serenamente con istituzioni come Los Alamos (bomba atomica) o Fort Bragg (terrorismo di stato) e le loro infinite repliche nel pianeta; che sono anch'esse «madrasse» dove si fabbrica buona parte dell'orrore in cui siamo immersi; e di cui la prigione di Abu Ghraib (non a caso condivisa, nei locali e nei metodi, dagli opposti contendenti) è una non casuale manifestazione. Se tutte le volte che sentiamo giustificare il possesso di armi di sterminio - quale che sia il governo che le detiene: non solo Iran o Corea del Nord; ma anche Stati Uniti, Francia, Cina, Israele, ecc - o la segregazione di un popolo; o il suo silenzioso sterminio; o la cacciata e l'affondamento di profughi ammassati su una «carretta del mare», ci indignassimo, anche e soprattutto contro noi stessi, con altrettanto vigore di quello che proviamo di fronte ai kamikaze e ai loro mandanti, forse non saremmo arrivati a questo punto. Ma possiamo sempre provarci.

Titolo originale: Living Large, by Design, in the Middle of Nowhere – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

WESLEY CHAPEL, Florida - New River Township è, per il momento, ai confini dell’oltre.

I suoi due chilometri quadrati di case strette l’una all’altra stanno sulla fascia più esterna dell’espansione residenziale di Tampa, sette chilometri dal più vicino negozio di alimentari e mezz’ora dal più vicino centro commerciale. Appena altre la strada, oltre i ciuffi di aranci, il bestiame pascola languido tra il ronzio degli insetti di una spianata cotta dal sole, c’è solo qualche piazzola per case mobili e un chiosco che vende ombrelloni di paglia, a interrompere il grande mare di pini e palmizi.

Ma è una vita isolata che durerà poco. Ci sono più di una trentina di centri del genere, alcuni più grossi di New River, in corso di realizzazione nella Pasco County, che promettono 100.000 nuove abitazioni per i prossimi cinque anni. Sta arrivando anche un mega-mall, e il primo big-box, con Home Depot e Sam’s Club, ha tenuto non molto tempo fa la festa inaugurale.

”Prima c’eravamo solo noi e i pensionati”, dice Ruth Parker, occupatissima a sistemare un nuovo asilo sui margini di New River, annesso a Wesley Chapel, dove vive da nove anni. “Tra cinque anni qui ci sarà una città”.

L’America sta crescendo. E cresce più in fretta qui, su strade di campagna ai margini delle aree metropolitane, con centri che spuntano dappertutto e diventano fulcro, quasi feticcio, nelle strategie elettorali di entrambi i partiti.

Posti del genere non nascono per caso. Sospinti da forze economiche inarrestabili, plasmati da complessi mutamenti sociali, sono progettati sin nel più minuto dettaglio da una manciata di grossi costruttori, secondo un gigantesco piano generale per la nuova America. Nel caso di New River, il costruttore è KB Home, uno dei più importanti e attivi del paese, con vendite per 7 miliardi di dollari lo scorso anno, che l’hanno collocato al sesto posto nella classifica Standard & Poor delle 500 imprese con i ricavi più elevati.

La KB Home ha 483 centri in costruzione in 13 stati, e prevede di completare più di 40.000 nuove case entro l’anno. Ma è solo una della ventina di grosse imprese in feroce concorrenza per terreni e clienti, ai confini estremi dell’espansione suburbana d’America.

Osservando elaborate ricerche di mercato, queste corporations estrapolano i bisogni delle famiglie, affrontando questioni come la consistenza della moquette, la posizione della cucina, stabilendo quanti lampioni stradali e strade a fondo cieco possano evocare un gradevole senso di sicurezza.

Sanno quasi al centesimo quanto i consumatori siano disposti a pagare, in termini di ore di pendolarismo, per avere più spazio, un’idea di condizione sociale superiore, un senso di sicurezza.

”Le persone vengono qui, e dicono ehi, guarda quanto spazio aperto!” racconta Marshall Gray, presidente della filiale di Tampa della KB. “Ma vi assicuro che ne vale la pena, in tutti i terreni che potete vedere qui attorno”.

Entro i prossimi dieci anni, New River crescerà di 750 ettari, e 15.000 persone in 4.800 case unifamiliari, condomini, town houses e alloggi in affitto. Ci sarà un centro servizi di cento ettari, con 15.000 metri quadrati di uffici, 50.000 di negozi, e poi scuole, uffici pubblici, e 100 ettari di verde.

Ma al momento è solo un’isola, di 400 case suburbane in mezzo al nulla, un esurbio in fasce.

Il termine “esurbio” fu coniato negli anni ’50 con The Exurbanites di A. C. Spectorsky, storico sociale, a descrivere le zone semirurali molto lontane dalle città, dove i ricchi avevano tenute di campagna. Ma l’esurbio del XXI secolo è un animale del tutto diverso. E non sta nelle medesime fasce del suburbio tradizionale.

Rispetto al suburbio, poi, le case dell’esurbio in genere sono più grandi, e gli spazi tra l’una e l’altra più ristretti. Si tende a girare le spalle alla strada, con le stanze più grandi e usate poste sul retro. Anche la gente che ci vive è diversa. Invece delle énclaves bianche degli anni ’60-70, i nuovi esurbi sono un mélange di colori e culture.

Un esodo di tipo diverso

”In un certo senso, questi esurbi sono semplicemente suburbi dove si impiega più tempo ad arrivare”, dice John Husing, consulente politico-economico della California. “Qui la fuga dei bianchi dalle città non ha niente a che vedere. È solo una questione di prezzi delle case. La composizione di queste comunità rispecchia esattamente il tipo di emigrazione, e si tratta di persone con reddito sufficiente a considerarsi middle class”.

Basta guardare alle vicende di questi nuovi suburbi, per trovare figure imprenditoriali come Beat (si pronuncia BAY-at) Kahli, costruttore di Orlando.

Figlio di un panettiere di un sobborgo di Zurigo, Mr. Kahli ha abbandonato il sogno di correre al Tour de France quando ha scoperto che non sarebbe mai stato abbastanza veloce. Così è andato alla business school di Zurigo ed è diventato banchiere di investimento.

Nel 1989, Flag Development, un consorzio di Fort Myers, Florida, acquitò il terreno destinato a diventare New River da una famiglia di agricoltori, e un appezzamento anche più vasto nell’estrema fascia orientale di Orlando. Chiesero a Mr. Kahli di investire in immobili in Florida, e lui e altri europei entrarono nell’affare.

Ma nel 1993, coi suoi azionisti a chiedere risultati, il quarantunenne Kahli venne in Florida centrale e rimase esterrefatto.

”Ho pensato, oh signore, cos’abbiamo fatto?” dice. “Sulla carta questi posti sembravano non troppo lontani da Disney World o dal Kennedy Space Center, ma mi accorsi che erano molto, molto fuori mano, in mezzo al nulla”.

Nel mezzo della recessione dei primi anni ‘90 era poco realistico pensare di costruire in questi luoghi remoti, ricorda Kahli. Ma alla prima ripresa dell’economia, decise che si potevano trasformare la proprietà fuori da Tampa e l’enorme terreno a est di Orlando in grossi insediamenti.

”La maggior parte delle persone in Florida vengono da altri posti” racconta Mr. Kahli, ometto rotondo e vivace, con un entusiasmo contagioso per quello che ha costruito. “Io semplicemente venivo da un posto un po’ più lontano. Tutti mi accettavano. Non è assolutamente possibile che un americano possa andare dalle mie parti in Svizzera, ed essere accettato in questo modo”.

Mr. Kahli acquistò le quote dei suoi investitori europei, trovò nuovi soci americani, e si trovò con l’82% dell’affare. Nel 1996, si trasferì in Florida, prima a Fort Lauderdale, dove ha conosciuto sua moglie, e poi a Avalon Park, il suo intervento a est di Orlando. Ora vive nella vicina Winter Park in una casa con piscina e garage per cinque auto, milionario e pilastro della comunità, membro dell’ufficio direttivo della Orlando Regional Chamber of Commerce.

“Sono case normali per gente normale” dice Kahli mentre guida la sua brillante BMW nera lungo le strade serpeggianti di Avalon Park come un ammiraglio sulla sua nave.

Indica le scuole e lo stadio, che ha aiutato a realizzare, e il centro civico dove possiede due ristoranti e il settimanale locale, East Orlando Sun, su cui tiene una rubrica. Appena fuori dall’edificato c’è un cementificio, il primo di sette realizzati in tutto lo stato, che fa di lui il co-proprietario del principale fornitore di materiale della Florida.

Qualche volta, insediamenti come Avalon Park nascono in zone non appartenenti ad alcuna municipalità, in contee rurali remote. Qualche volta stanno dentro ai confini di vecchie cittadine, a cui offrono un gettito fiscale obbligandole però a realizzare i servizi. Spesso, quando sono cresciuti abbastanza, diventano essi stessi città.

Avalon Park comprende 14 “villaggi” coordinati attorno al centro civico. Gli abitanti, dice Mr. Kahli, sono soprattutto famiglie giovani, con una media di quasi tre figli a famiglia.

Quando il progetto sarà realizzato completamente, fra cinque anni, ci vivranno 15.000 persone. In centro ci sono già caffè, saloni di bellezza, un distributore di benzina e un enorme supermarket. In periferia spuntano nuove file di condomini.

”Questo è quello che sarà New River tra cinque anni” dice Mr. Kahli.

Ma ora non ne ha per niente l’aspetto. Basta guidare sulla Interstate 275 dalle torri luccicanti del centro di Tampa, oltre i vecchi suburbi con case in legno e il cinodromo, sin quando la striscia commerciale sui lati della strada si assottiglia, e inizia l’infinito canyon di pini e palmizi. Ci sono solo i cartelloni a rompere la monotonia, e almeno la metà pubblicizzano le nuove case: “ Un nuovo standard di lusso”, “ Comprate a partire da 220 dollari”. Giusto prima di entrare nel territorio della contea di Pasco, che sta come un cappello sull’area metropolitana di Tampa Bay, la I-275 incrocia la I-75. La seconda rampa di uscita verso nord immette nella Route 54.

”Una volta si diceva vado a Tampa a trovare i genitori, e vado a Pasco a trovare i nonni” racconta Mr. Gray, della KB Home. “Pasco era il regno dei quasi morti e dei neo sposati”.

Una spessa fascia di paccottiglia commerciale si ammucchia sullo svincolo della Route 54 e gli incroci circostanti, ma andando verso est il ciglio stradale diventa un intrico di cespugli e ghiaia. Si passa davanti a otto chiese, tutte Protestanti.

A circa sei chilometri dall’uscita della Interstate, l’ingresso a New River appare da dietro un gruppo di alberi, un viale con aiuole fiorite fiancheggiato da pareti intonacate e da una fila di case che offrono il retro al clamore della strada.

Mr. Gray, conoscitore di terreni, indica l’erba e i giovani alberi del viale d’ingresso. “Guardi l’erba di quel prato” dice. “Vede com’è sana e folta. Si chiama floratam. Adesso guardi quest’altro. Si chiama Bahia. Costa meno, ha un aspetto un po’ selvatico”.

Quando Kahli iniziò a costruire nel 1999, prima a Avalon Park e poi a New River, firmò un accordo con American Heritage, impresa acquisita dalla KB Home nel 2002. Ora, KB coordina le costruzioni residenziali, che comprendono una miscela di tipo della KB e della Windward, altro costruttore nazionale. Mr. Kahli mantiene il controllo sul centro civico e altri spazi commerciali.

Al centro la ricerca di mercato

Un ambito di cui la KB Home va fiera è quello delle ricerche di mercato. Ci si domandano cose come la posizione desiderata per la cucina, o quanti spostamenti pendolari il residente è disposto a digerire. E si svolgono verifiche sugli acquirenti per avere un’idea generale di chi sono e perché hanno comprato.

I dati della KB raccontano parecchio su New River. Nella prima fase della costruzione, più del 60% dei compratori aveva un reddito familiare di 40.000-80.000 dollari: per Tampa, questo significa solida middle class. Circa la metà era fra i 30 e i 40 anni. Il 38% era ispanico, il 24% bianco, e il 16% nero. Tre quarti dei compratori avevano bambini. Più dell’80% si spostava per lavoro, la gran maggioranza verso Tampa, con tempi in macchina da 20 minuti a un’ora.

Quattro anni fa, le prime case di New River si vendevano a 150.000 dollari. Oggi i modelli più piccoli ne costano 212.000, e l’abitazione media di circa 250 mq tre stanze e un garage per due macchine costa almeno 250.000 dollari.

Nelle ricerche più recenti sugli acquirenti di case a Tampa, la KB ha chiesto alle persone cosa ritenevano più importante nella casa e nel quartiere. Volevano più spazio e un maggior senso di sicurezza. La sicurezza sta sempre al secondo posto, anche in posti dove di fatto non c’è criminalità.

Alla domanda cosa volete in una casa, l’88% ha risposto un sistema di sicurezza, il 93% preferisce quartieri con “più illuminazione stradale” e il 96% insiste su serrature speciali e porte blindate.

E così la KB Home offre tutto quanto. “Sta a noi capire cosa vuole davvero la gente, e tradurlo in architetture” dice Erik Kough, vicepresidente alla KB responsabile per l’architettura. E la compagnia progetta i suoi quartieri con strade curve, marciapiedi, cul-de-sacs per mantenere il traffico lento, dare un senso di contenimento allo spazio, un aspetto diverso dal sistema stradale urbano che le giovani famiglie middle-class istintivamente collegano alla criminalità. “Mi sento decisamente al sicuro, qui. Mi sento protetta” dice Lisa Crawford, che si è trasferita a New River circa un anno fa col marito, Steve, e i loro due bambini.

”E posso dirvi che la gente di Tampa è parecchio diversa dalla gente di qui” aggiunge la signora Crawford. “A Tampa, c’è un ritmo più veloce. Mi piace, qui, c’è più comunità, un ambiente da piccolo centro”.

Gray dice che alla sede di Tampa della KB si parla di “ zona Mendoza” quando si tratta di decidere quali caratteristiche inserire in una casa. È un modo di dire derivato dal baseball e si usa per descrivere qualcuno con una media di battute oltre 0,200. Gray dice che non sa come sia migrato nel linguaggio immobiliare, ma lo usa per descrivere elementi fortemente desiderati da oltre il 70% dei compratori.

Un grande spazio per gli sgabuzzini, una dispensa dove si possa entrare, un patio coperto, sono tutti in zona Mendoza, e così vengono inseriti in tutte le abitazioni di New River. Chi spende più di 220.000 dollari per la propria casa ha lo spazio per uno studio, perché questo sta in zona Mendoza. Oltre i 260.000, ci sono i lavandini doppi nel bagno principale.

Arrivati al cuore della questione, la KB chiede ai compratori di dare un valore in dollari al proprio tempo. Accetterebbero un tempo di spostamento per lavoro più lungo di 15 minuti, in cambio di una casa del 10% più economica? E del 15%? E se lo spostamento fosse di 30 minuti in più?

La risposta, ha deciso la compagnia, è che una casa a New River deve essere di 12.000 dollari più economica di una casa identica nei sobborghi settentrionali di Tampa, 15 minuti più vicini al centro. E a Silverado, quartiere che la KB spera di realizzare 15 minuti più a nord nella Pasco County, la casa deve costare 12.000 dollari in meno che a New River.

Quasi tutte le contee con popolazione in crescita degli Stati Uniti sono aree di esurbio. E questi centri tanto lontani si sono dimostrati, nelle ultime elezioni, fra i più decisi sostenitori del Presidente Bush. I suoi consiglieri principali danno almeno in parte il merito della vittoria nel 2004 a una strategia concentrata su quella che il direttore della campagna, Ken Mehlman, chiamava la “fortezza” repubblicana, lontana dalle città.

Anche se ci sono opinioni diverse sul perché i repubblicani si sono comportati tanto bene in queste zone l’anno scorso, sembra che la ragione sia riconducibile a un fatto demografico. La massa delle persone che sceglie di vivere in comunità esurbane, famiglie proprietarie con bambini piccoli e un desiderio di sicurezza e più spazi per sé, statisticamente votano più probabilmente per i Repubblicani, come i residenti rurali che abitavano qui prima dell’arrivo dell’esurbio.

Nel 2004, i due distretti più vicini a New River – gli elettori alla vicina scuola media e alla Chiesa Battista a qualche chilometro di distanza – hanno dato 1.265 voti, o il 61 per cento, a Mr. Bush, e 782 voti, o il 38 per cento, a John Kerry.

Una comunità di Repubblicani

”La maggior parte delle persone che conosco qui sono repubblicani” dice Yolanda Breuer, 34 anni, che lavora per una compagnia di software a Tampa. “Al lavoro, in città, è più 50-50. Certo ci sono anche alcuni sostenitori di Kerry qui. Ma la maggior parte sono Repubblicani”.

La signora Breuer racconta che lei e suo marito Andrew, 29 anni, che ha cambiato lavoro diventando vigile del fuoco per la Pasco County, non si sono trasferiti nell’esurbio per stare insieme ad altri che condividevano i loro valori. Semplicemente, è successo così.

”Quello che volevamo era una casa più grande, con una camera da letto più grande” dice. E l’hanno trovata, trasferendosi da circa 200 metri quadrati a circa 400, compreso un patio con una schermatura alta due piani. Sanno di aver pagato un prezzo per vivere qui. In un giorno normale, il tempo di pendolarismo della signora Breuer è di 35 minuti, che si possono gonfiare fino a un’ora e più nelle brutte giornate. Le strade di campagna sono intasate all’ora di punta, o quando familiari e furgoncini compiono il quotidiano pellegrinaggio verso scuole o campi di pallone. “Oh, è tremendo” dice la signora Breuer. In una casa modello KB non molto lontana, Piper Bein e suo marito Mike, installatore elettrico, casualmente stanno visitando l’edificio di 300 metri quadrati. Alla domanda cosa vogliono dalla nuova casa i Bein, entrambi 28 anni, rispondono all’unisono “spazio”.

I loro due bambini, Landen, 6 anni, e Cade, 3, scorazzano per le stanze giocando a nascondino nel labirinto di anticamere, dispense, sgabuzzini e bagni.

Il venditore, Ole Pietersen, coglie al volo l’occasione per indicare uno sgabuzzino: “C’è un sacco di posto per nascondersi, eh, ragazzi?” dice, sorridendo ai genitori.

Nota: il testo originale al sito del New York Times ; sulle tendenze demografiche e insediative dell'esurbio, anche un articolo qui su Eddyburg Megalopoli : la KB Homes più volte citata nell'articolo, è il potenziale sponsor della fiction televisiva Casalinghe Disperate (f.b.)

Philadelphia City Planning Commission, Neighborhood Design Guidelines for all of Philadelphia Neighborhoods – Estratti e traduzione per Eddyburg a cura di Fabrizio Bottini

Linee guida per le parti commerciali

L’insediamento commerciale è componente necessaria di una città vitale. Le seguenti definizioni e raccomandazioni vengono esposte in tre parti.

La prima descrive i tipi di funzioni commerciali presenti nei vari quartieri della città.

La seconda sezione offre linee di progettazione applicabili ai nuovi insediamenti commerciali infill nei quartieri residenziali esistenti, e a quei complessi commerciali che abbiano necessità di restauro e ristrutturazione.

L’ultima parte espone le raccomandazioni progettuali da applicarsi ai grandi insediamenti commerciali esterni ai quartieri residenziali.

A. Tipi di insediamento commerciale:

Il commercio del centro città

Il cuore commerciale è diverso da qualunque altro quartiere della città. Caratterizzato da alte densità e attività, il core contiene una miscela di funzioni come commercio, residenza, spazi aperti. Un fenomeno tipico di questa area è la collocazione di spazi commerciali al pianterreno di edifici residenziali o a uffici.

I negozi di strada a gestione familiare

Il negozio d’angolo è una forma commerciale tradizionalmente pedestrian friendly dove le attività si collocano al pianterreno di un edificio posto a un incrocio in un quartiere residenziale.

Il commercio a orientamento stradale / Corridoi commerciali

In molti quartieri di Filadelfia l’organizzazione commerciale tradizionale è lungo corridoi di mobilità, caratterizzata da pianterreno commerciale, e residenza, attività produttive o uffici a quelli superiori. Questo tipo di insediamento mixed-use è quello consigliato nel caso di ristrutturazione delle fasce commerciali esistenti, o di nuova realizzazione lungo i principali “corridoi di trasporto pubblico.”

Il Big Box

Il commercio di tipo Big Box richiede grandi superfici e parcheggi, e può occupare sia spazi entro un centro commerciale a orientamento stradale, sia spazi autonomi. Il commercio Big Box ha poche o nessuna correlazione con il contesto, privo com’è di aperture, con scarsi o nulli dettagli architettonici.

Centri e fasce commerciali

I malls sono insiemi di grandi negozi e punti vendita di catene nazionali su ampie superfici, con grande disponibilità di parcheggi. Centri e fasce commerciali sono caratterizzati da magazzini che fungono da anchor a ciascuna estremità, inframmezzati da negozi più piccoli. I malls tendono ad avere collegamenti al coperto fra i vari negozi, mentre le strisce commerciali li hanno all’esterno.

B. Linee di progettazione per l’insediamento commerciale all’interno dei quartieri residenziali:

Le raccomandazioni che seguono valgono sia per gli interventi su complessi esistenti, sia per le nuove edificazioni interstiziali.

1. Dimensioni e organizzazione

Deve essere definita una dimensione pedonale, con dettagli gradevoli, e facciate aperte e invitanti.

2. Progettazione coordinata e rapporto con la strada

• Il fronte commerciale deve mantenere l’arretramento esistente. Questa “ street line” è molto efficiente per chi fa acquisti, e crea una piacevole composizione di edifici. I progetti che modificano l’allineamento di un particolare fronte rispetto a quelli vicini sulla strada devono avere motivi di qualche significato progettuale o funzionale per farlo.

• Si consiglia che i nuovi edifici commerciali, o le nuove facciate degli edifici esistenti, vengano progettati contemporaneamente, mantenendo la posizione tradizionale relativamente alla linea stradale.

3. Ingressi e percorsi

• Devono essere realizzati per tutti i negozi punti ben identificati di accesso e uscita, per pedoni e veicoli.

• Deve essere considerato che ingressi trasparenti con invitanti legami rispetto all’ambiente pubblico fanno parte integrante di ogni negozio ben riuscito.

4 . Parcheggi

• I negozi hanno bisogno di stare molto vicini a comodi parcheggi.

• I parcheggi devono essere non vistosi, meglio se non collocati davanti ai negozi a lato strada.

5. Illuminazione e vetrine

• Le zone commerciali devono contribuire e promuovere l’attività delle strade nelle ore diurne e serali. Ciò si realizza anche attraverso illuminazione e ampie vetrine che consentano la visuale all’interno dei negozi, aumentando in tal modo la sicurezza.

• I negozi non devono avere pareti cieche prive di aperture lungo pubbliche vie, in particolare lungo quelle principali.

• Parcheggi, percorsi pedonali, zone di servizio, devono essere ben illuminati per tutta la notte. L’illuminazione deve essere sufficiente ad assicurare la sicurezza di pedoni e veicoli, ma non deve invadere le zone residenziali adiacenti, che non richiedono eccessiva luminosità. In più, si deve evitare l’inquinamento luminoso, un problema generale in diffusione. Ciò può essere ottenuto attraverso una progettazione attenta che sappia controllare quantità, qualità e direzioni dell’illuminazione notturna.

• Le saracinesche di sicurezza, se sono necessarie, devono essere trasparenti. Non serrande metalliche compatte.

6. Insegne e tende parasole

• Le insegne dei singoli negozi devono essere chiare, e comunicare l’identità del punto vendita che rappresentano. Insegne progettate in modo inventivo possono anche riflettere identità o “personalità” del quartiere.

• I tendaggi parasole devono essere progettati e realizzati secondo le modalità previste per la via. Conferiscono individualità alla strada.

7. Aree per servizi e rimozione dei rifiuti

• Le gestione dei rifiuti deve avvenire in uno spazio di servizio condiviso da più esercizi commerciali quando possibile, ed efficacemente schermato.

• Questa area schermata deve essere comoda per i negozi, e chiusa.

• Le attività di servizio e consegna devono essere tenute lontane dai percorsi pedonali e dalle zone residenziali adiacenti.

C. Raccomandazioni progettuali per insediamenti commerciali di grande scala:

1. Raccomandazioni per i nuovi centri di quartiere:

a. Posizionare i nuovi insediamenti commerciali nei pressi dei servizi di trasporto collettivo:

• I nuovi insediamenti commerciali devono concentrarsi attorno a nodi di trasporto esistenti o in progetto. I negozi devono essere accessibili con vari mezzi: automobile, autobus, tram, metropolitana, e sempre dai pedoni. [...]

• Inserire spazi aperti: localizzare le aree commerciali presso piccoli e contenuti spazi aperti pubblici dove normalmente la gente possa raccogliersi, far colazione o altre attività tra cui anche lo shopping. Questi spazi possono comprendere verde, acqua, sculture o strutture provvisorie di vendita espansione di quelle esistenti.

b. Architetture “verdi” e arredo a verde

È fortemente consigliato l’uso di architetture “verdi” energeticamente efficienti, e di un arredo a verde con attenzione all’ambiente.[...]

c. Dimensioni e organizzazione generale

• I nuovi insediamenti commerciali devono riflettere scale e organizzazione del sistema stradale esistente. Non devono essere chiuse vie per realizzare sistemi a superblocchi, ma cercato un adattamento al sistema del quartiere circostante.

• I nuovi edifici commerciali si devono comporre o raggruppare secondo i modi degli isolati esistenti nel quartiere. Ciò non significa isolati rigidamente allineati o delle medesime dimensioni di quelli adiacenti.

• Si deve costruire un sistema a scala di pedone, con facciate gradevoli aperte e ricche di dettagli.

2. Raccomandazioni per complessi di grandi dimensioni, come big box e centri commerciali.

a.Ingressi e percorsi

• In tutto l’ambiente commerciale, percorsi pedonali sicuri ed efficienti devono essere connessi l’uno all’altro.

• Gli ingressi ai negozi devono corrispondere ad altre facciate esistenti nel quartiere. I nuovi complessi commerciali non devono avere entrate prospicienti al solo spazio interno, e che lasciano una parete cieca sulla pubblica via.

b.Parcheggi

• Nei nuovi complessi commerciali di grandi dimensioni, quando è economicamente possibile di consiglia che i parcheggi siano collocati a livelli inferiori, o in apposite strutture con gli usi commerciali posti al pianterreno.

• Quando si prevede un parcheggio di superficie, vanno realizzati arredo stradale e a verde così come richiesti nell’ordinanza di zoning [...].

• Nelle progettazione dei garages a parcheggio questi devono essere integrati nel complesso commerciale. Sopraelevazioni degli edifici, e adeguato trattamento generale, possono schermare una struttura a parcheggio anche nel caso in cui la sua massa sia superiore rispetto a quella degli edifici che la circondano.

• Il pianterreno del garage, verso la strada, deve essere ad uso commerciale.

• Le interruzioni nel margine stradale per consentire ingressi e uscite, devono essere ridotte al minimo, o collocate sulle strade secondarie.

Nota: altri documenti (e questo in versione integrale) al sito della Philadelphia Planning Commission ; su Eddyburg della stessa Commissione anche un articolo sulla suburbanizzazione a Philadelphia; di seguito il file PDF scaricabile di questo articolo tradotto (f.b.)

Ezio Mauro ha indicato su questo giornale alcune anomalie della destra italiana, e le ha ribadite e argomentate rispondendo al presidente del Consiglio: cultura populista, monopolio televisivo, conflitto d’interessi e leggi ad personam. Sono le principali anomalie, ma non le sole. Un’altra ne ha rilevato Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera del 5 agosto: "Mentre è la destra che dovunque mira a rappresentare e a difendere i valori e le istituzioni nazionali, in Italia invece no". Solo così si spiega il recente codicillo secondo cui gli archivi della presidenza del Consiglio non verranno più versati all’Archivio centrale dello Stato (come fino a oggi), ma costituiranno un nuovo, apposito archivio storico, con modalità e norme d’accesso stabilite dal presidente del Consiglio in carica. "Esempio - conclude Galli della Loggia - di una frantumazione della memoria storica del Paese e di una sorta di feudalizzazione della stessa, un piccolo-grande segno dei tempi".

Altro segno dei tempi, non meno indicativo, è la tendenza a svendere il nostro patrimonio culturale, come in una stagione di saldi al peggior offerente. Si vede qui come l’anomalia stigmatizzata dal Corriere si sposi con quelle indicate dalla Repubblica: è la moda e la prassi dell’impunità, delle leggi ad personam, della creazione di feudi e riserve di caccia, che si espande a macchia d’olio e autorizza chiunque abbia un amico in Parlamento a pretendere una legge ad hoc per coprire le sue magagne, autorizzare i suoi abusi, promuovere i suoi affari in barba all’interesse nazionale e alla Costituzione. Di tal stoffa è fatto il famigerato "archeocondono", e cioè l’indiscriminata licenza di uccidere per tombaroli e depredatori dei tesori archeologici del Paese, che verrebbero autorizzati a commerciarli liberamente col solo lasciapassare di una dichiarazione che li hanno acquisiti "in buona fede", e pagando il 5% del loro valore (si capisce, da loro stessi stabilito). Primo firmatario di questa proposta di legge è l’on. Gianfranco Conte, prontamente premiato con una poltrona di sottosegretario. La relazione introduttiva (pubblicata negli Atti della Camera) si spinge, senza nemmeno avvertire il lato grottesco, a far nome e cognome di collezionisti e antiquari perseguiti dalla magistratura per reati contro il patrimonio culturale, che da una legge come quella trarrebbero vantaggio.

Dopo un tentativo, fallito anche per merito di membri della maggioranza e del governo, di contrabbandare questa norma perversa come un articolo della Finanziaria, la legge Conte è ancora all’esame del parlamento. Maggior successo ha avuto la proposta avanzata da una lobby di collezionisti di monete (anche qui, nomi e cognomi sono noti a tutti) e fatta propria dal senatore Eufemi (Udc), che è riuscito a cacciarla a viva forza dentro un decreto-legge su tutt’altro ("Mezzogiorno e diritto d’autore").

L’orrido "emendamento Eufemi" esclude da ogni forma di tutela "le monete antiche o moderne di modesto valore o ripetitive, o conosciute in molti esemplari o non considerate rarissime". Norma in apparenza inutile, visto che il Codice dei beni culturali tutela solo le monete di "interesse storico o artistico particolarmente importante": ma è proprio ad azzerare una prassi già permissiva che è volto il codicillo Eufemi, negando la tutela anche alle monete "particolarmente importanti" in nome della loro ripetitività. Si ignora così (lo ha dichiarato l’Istituto italiano di numismatica) "che la moneta è di per sé un prodotto seriale, e che le sue potenzialità come fonte storica prescindono dalla sua unicità o rarità"; che essa, "come ogni altro reperto archeologico, assume valore in rapporto al contesto da cui proviene". La nuova norma "impedisce qualsiasi controllo sui materiali ritrovati, favorendo il commercio delle monete antiche illegalmente acquisite e incentivando gli scavi clandestini", anche perché "il giudizio sulla ripetitività delle monete e quello sull’esenzione dagli obblighi di denuncia è incredibilmente affidato allo stesso detentore delle monete, e non ad un organo competente e responsabile, come il ministero per i beni culturali".

Ci vuol poco a capire che uno sgangherato e incolto principio come questo, secondo cui la serialità esclude la tutela e il collezionista è controllore unico di se stesso, può facilmente essere esteso dalle monete ad ogni altro reperto archeologico, annientando di fatto ogni tutela. Insomma, l’emendamento Eufemi da un lato fa gli interessi dei mercanti di monete, dall’altro è il cavallo di Troia per il più vasto "archeocondono" prefigurato dalla legge Conte. Prevale, in queste ed altre norme (basti pensare a quelle sulla depenalizzazione dei reati contro paesaggio e ambiente, anch’esse concepite ad personam), quella sorta di "amorale familismo" che lontani osservatori d’oltralpe usavano rimproverare agli italiani, e cioè l’idea che provvedere agli affari di amici e parenti è molto più importante di qualsiasi legge o pubblico interesse. Perciò si fanno apertamente, con finta ingenuità e vera protervia, nomi e cognomi dei mandanti e beneficiari delle proposte: quanto più essi sono in vista, tanto più, a quel che sembra, è facile che i loro interessi prevalgano sulla pubblica utilità.

Scade intanto proprio ora il primo accordo quinquennale Italia-Stati Uniti, che vieta l’importazione in America dei nostri beni archeologici; e già l’opinione pubblica americana si sta mobilitando in favore del suo rinnovo (savingantiquities. org). Mobilitazione che avviene, paradossalmente, proprio mentre alcuni parlamentari nostrani fanno di tutto per vanificare quell’accordo, considerando monete e reperti non come documenti storici, ma solo per il loro valore venale. Si calpesta così l’art. 9 della Costituzione, che - lo dice una sentenza della Corte Costituzionale (151/1986) più volte richiamata dal presidente Ciampi - sancisce "la primarietà del valore estetico-culturale, da non subordinarsi a nessun altro, ivi compresi quelli economici".

Risalta dunque anche su questo fronte l’anomalia della destra italiana, la sua tendenza a legiferare su commissione e su misura. Archivi "privati" per la presidenza del Consiglio, monete "personalizzate" per chiunque lo voglia, feudi e satrapie per gli amici degli amici. Ma non era stato questo stesso governo ad approvare, poco più di un anno fa, un Codice dei beni culturali che garantiva, invece, un sufficiente livello di tutela per monete e reperti archeologici? Non dovrebbe, questo stesso governo, cassare l’infelice emendamento Eufemi nel più breve tempo possibile? Non dovrebbe restituire agli archivi dello Stato le carte della presidenza del Consiglio? O si persevererà nel legiferare contro la Costituzione, contro i valori e le istituzioni nazionali, contro gli accordi internazionali, contro un Codice prodotto da questa stessa maggioranza di governo?

Uno Stato, come qualunque altra cosa, vive anche di simboli. Che non sono solo lo stemma, l'inno o la bandiera. Sono pure alcune istituzioni nazionali che con la loro sola esistenza esprimono, simbolicamente appunto, la consapevolezza dei cittadini di avere un retroterra e un destino comuni: un sistema scolastico unitario, per esempio, una radio pubblica, una polizia di Stato. O anche un archivio centrale dello Stato.

Di tutto ciò, però, la destra italiana si direbbe che non gliene potrebbe importare di meno. Mentre è la destra in particolare, infatti, che dovunque mira a rappresentare e a difendere i valori e le istituzioni nazionali, nel nostro Paese invece no. Nel nostro Paese essa li difende solo finché le fa comodo (o, il che fa quasi lo stesso, finché lo permette la Lega). Non si spiega altrimenti l'introduzione, passata fin qui inosservata, di un brevissimo comma all'interno di un lungo ed eterogeneo decreto legislativo approvato qualche mese fa e che sarà pubblicato nei prossimi giorni nella Gazzetta Ufficiale, entrando così in vigore. Un piccolo comma grazie al quale si otterrà un effetto, però, di rilievo: né più né meno che la cancellazione di un ganglio decisivo dell'attuale sistema archivistico nazionale e di documentazione dello Stato unitario.

Il comma di cui sopra prevede, infatti, che d'ora in avanti tutte le carte della Presidenza del Consiglio dei ministri non saranno più versate all'Archivio centrale dello Stato, bensì conservate in un apposito, neocostituito, archivio storico della stessa Presidenza «secondo le determinazioni assunte dal presidente del Consiglio dei ministri con proprio decreto».Con il medesimo decreto, si aggiunge, «sono stabilite le modalità di conservazione, di consultazione e di accesso agli atti presso l'archivio».

Insomma, d'ora in avanti, almeno in teoria, sarà lo stesso Berlusconi, e domani Prodi o chi per lui, a decidere non solo che cosa dovrà o non dovrà essere conservato degli atti che documentano l'azione del proprio governo, ma anche chi come e quando potrà consultare e studiare i documenti in questione.

Per capire la crucialità e l'entità del fondo archivistico di cui si tratta, basterà dire che dagli uffici del presidente del Consiglio passano, come è ovvio, tutte le decisioni più importanti sia del vertice politico del Paese, sia di tutte le amministrazioni centrali e spesso anche periferiche dello Stato. Tanto è vero che attualmente sono ben 9 mila circa i faldoni contenenti tale documentazione versati presso l'Archivio centrale dello Stato, faldoni la cui consultazione è stata resa sempre disponibile con larghezza e professionalità inappuntabili dai funzionari che vi lavorano, in obbedienza alle norme generali che regolano la materia.

D'ora in poi, invece, tali norme non varranno più. Tutto dipenderà dal buonvolere dell'inquilino di Palazzo Chigi o di qualche suo dipendente. E tutto questo semplicemente perché dopo le due Camere, dopo la Corte Costituzionale, dopo la presidenza della Repubblica — che almeno tuttavia possono accampare la ragione di essere organi costituzionali — ora anche la presidenza del Consiglio, che tale non è, ha voluto il suo archivio particolare: esempio di una frantumazione della memoria storica del Paese e di una sorta di feudalizzazione della stessa a cui è difficile non attribuire il significato di un piccolo-grande segno dei tempi.

Premessa

La città è sottoposta alle sole regole di mercato. Il soggetto pubblico (lo Stato) ha ridotto sensibilmente il suo ruolo e si preoccupa solo di rendere più agevole le iniziative dei privati. Investitori con capitali ingenti si costruiscono le regole e determinano l’assetto della città. E’ così che la città cresce secondo una logica tutta privata e in ossequio alle sole regole di mercato. La città è oggetto stesso dello scambio (del negozio). Così non esiste più la città pubblica perché il mercato non produce beni pubblici. Esiste la città privata, quella dei ricchi con quartieri di lusso e dotati di tutti i servizi, una città chiusa e segregata abitata da una popolazione che ha una forte capacità di consumo. Esiste la città dei poveri, anch’essa privata, costruita per soddisfare direttamente le necessità e il bisogno di abitare. Lottizazioni abusive, occupazione dei suoli e autocostruzione definiscono gli insediamenti miserabili dove si insedia la popolazione povera. I servizi, spesso anche quelli essenziali, scarseggiano ma ci si arrangia e se qualcosa non te la danno te la prendi. Due città entrambe con la stessa logica tutta privata che si localizzano vicine perché ci sono sempre delle relazioni tra i ricchi e i poveri, non ultima la possibilità, per i poveri, di “prendersi” quello che non ti danno. Il resto della città, quello che c’è in mezzo è un limbo e non interessa a nessuno. Sparisce la città pubblica quella che con le sue contraddizioni e differenze era la base per l’integrazione sociale. Ognuno vive nel suo mondo e se può si costruisce la propria campana di vetro e la difende con la vigilanza, in mezzo è il territorio di nessuno.

Questa città esiste e sta ormai corrodendo una città che all’inizio del Novecento si era costruita con un lungimirante progetto pubblico: una griglia e i parchi che costituivano la regola per l’edificazione privata: Buenos Aires. La prima città dotata di una rete metropolitana in tutta l’America Latina. A partire dalla politica economica avviata dalla dittatura nella seconda metà degli anni Settanta per concludersi con le sciagurate riforme economiche di Menem è possibile ripercorrere un lucido progetto di privatizzazione del processo di costruzione della città. Il prof. Pedro Pírez dell’Università di San Martín di Buenos Aires, nell’articolo che abbiamo tradotto, e che trovate in fondo a queste righe, ripercorre con estrema sintesi questo processo e ci chiarisce il modo in cui oggi si sta costruendo la città Metropolitana di Buenos Aires.

Nell’articolo “Politiche pubbliche e sviluppo economico: le Green Belt Towns di Rexford G. Tugwell” (pubblicato su Eddyburg il 13 Luglio 2005) avevamo ricostruito l’importanza del soggetto pubblico nel determinare le politiche di sviluppo di un Paese. Il carattere integrato delle decisioni pubbliche era già allora la condizione essenziale per lo sviluppo. La politica agricola non poteva essere disgiunta dalla politica sulla migrazione dalla campagna verso le città.

L’articolo che segue ci mette davanti agli occhi un caso opposto, in cui il soggetto pubblico diventa uno dei soggetti coinvolti nella costruzione della città, riduce così il suo ruolo che diventa marginale sia nell’indirizzare le scelte urbane sia nella distribuzione della ricchezza.

L’Italia non è l’Argentina ma ci somiglia. Per questo leggendo l’articolo si ha come la sensazione di guardare il futuro, di vedere quello che ci aspetta e che oggi stiamo preparando.

Comprendiamo perché molti di noi sono titubanti di fronte alla retorica del mercato che per alcuni è la panacea di tutti i mali, del privato efficiente e innovatore contrapposto ad un pubblico che per principio non funziona, spreca risorse ed è antiquato. Comprendiamo perché vogliamo restare, nonostante tutto, a chiedere più mercato ma anche un nuovo ruolo del soggetto pubblico. Nuovo nel senso di più forte, con più capacità di comprendere i fenomeni, di interpretarne la complessità e di tracciare linee di indirizzo forti che aiutino anche i privati a sviluppare le loro potenzialità di crescita e ad affermare anche l’animal spirits necessario ad ogni imprenditore. Nuovo ruolo vuol dire più capacità di negoziare su posizioni forti e trasparenti per l’affermazione quanto più ampia possibile di principi generali e di benefici collettivi. Vuol dire anche capacità di prefigurare scenari futuri per mitigarne i rischi e cogliere le opportunità, tutto il contrario del giorno per giorno dove ci si limita a misurare gli ettari di verde ottenuti in cambio del prodotto immobiliare imposto dal promotore. Nuovo vuol dire anche saper dire di no. (g.c.)

(*) Pedro Pírez: Investigador del Consejo Nacional de Investigaciones Científicas y Técnicas (CONICET) en el Centro de Estudios Desarrollo y Territorio (CEDeT) de la Escuela de Política y Gobierno de la Universidad Nacional de San Martín, Buenos Aires; Profesor Titular en la Facultad de Ciencias Sociales de la Universidad de Buenos Aires; Profesor de posgrado en la Universidad Torcuato Di Tella (Traduzione per Eddyburg di Giovanni Caudo]

Di che tipo di privatizzazione parliamo?

E’ ormai un luogo comune riferirsi alla privatizzazione delle nostre città a partire dai cambiamenti che negli ultimi dieci anni hanno interessato sia l’ambito internazionale (ristrutturazione economica e globalizzazione) sia ognuno dei paesi dell’America Latina.

Per comprendere di cosa si tratta è utile però ricordare che queste città, in generale, sono state già costruite in prevalenza da logiche private. Queste città sono state costruite fondamentalmente per mezzo di un processo guidato ed attuato da attori privati che l’hanno orientato, da un lato, verso interessi particolari, così da ricavare dei benefici da ogni fase dell’operazione (il suolo, la costruzione di alloggi, la costruzione di terziario o delle infrastrutture e servizi), e dall’altro lato, per perseguire degli interessi generali, dove questo termine è utilizzato per assicurare il funzionamento delle attività economiche e la crescita dell’occupazione.

Lo Stato è intervenuto introducendo tre condizioni allo sviluppo privato: evitare di subordinare la produzione della città agli interessi particolari del singolo imprenditore, in modo da non contraddire quello che chiamiamo interesse generale (la città come oggetto della negoziazione contro la città come ambito della negoziazione). Limitazioni per garantire l’occupazione e la capacità di accesso ai servizi. Limitazioni per affermare il principio di legittimità in senso ampio.

L’intervento statale dipende in ogni caso dagli attori coinvolti, dalle loro relazioni e contraddizioni. Il risultato è una produzione privata che è orientata all’integrazione sociale e territoriale sia delle attività economiche che della popolazione. Quando ci riferiamo alla privatizzazione possiamo riferirci al processo della produzione urbana (trasformazione del suolo e costruzione) e ai prodotti che sono il risultato di questa produzione.

La privatizzazione della produzione urbana comporta la subordinazione di questa alle decisioni degli attori che si muovono in ragione di una logica di accumulazione del capitale e che sono interessati ad ottenere in prima istanza il guadagno, e poi, in un secondo tempo e se ce ne sono le condizioni, legare la propria azione agli interessi generali, come ad esempio, l’interesse verso altri operatori economici o alla forza lavoro o alla popolazione in senso più generale.

La privatizzazione dei prodotti si riferisce alla capacità di perseguire l’inclusione territoriale e sociale e alla tendenza a lasciare fuori dalla possibilità di consumo segmenti importanti della popolazione. Questo effetto si lega, senza dubbio, con i processi di produzione, però è anche legato con le condizioni più generali della popolazione e di alcuni gruppi in particolare. I cambiamenti nella condizione sociale della popolazione dipendono dalle modificazioni nel mercato del lavoro e nella distribuzione sociale che lasciano fuori dalla possibilità di accesso al consumo dei beni urbani settori importanti della popolazione (disoccupati, precari, poveri, ecc…); cambiamenti che dipendono però anche dalle politiche statali che non si sono fatte carico di queste trasformazioni come anche dalla riduzione delle politiche di sostegno alla popolazione.

Tutto questo è parte di una particolare relazione mercato-Stato, dove il crescente predominio privato è associato a tre diverse situazioni:

a) lo stato riduce o indebolisce il suo intervento favorendo la produzione privata dello spazio urbano; b) lo stato modifica il senso del suo intervento che non è più orientato in ragione dell’ ”interesse generale” ma in favore di interessi economici particolari; c) l’emergere di uno squilibrio nella relazione mercato-Stato per la trasformazione degli investitori, come nel caso dei processi economici globali, in soggetti in grado di alterare il peso negoziale sia nei confronti dello Stato sia del resto degli attori sociali interessati.

2- L’espansione metropolitana di Buenos Aires.

2.1 I precedenti

Dall’inizio dell’espansione metropolitana di Buenos Aires, all’inizio del secolo XX, la costruzione della città si è differenziata in modo significativo tra centro e periferia (Pirez, 1994).

Nella capitale federale, Buenos Aires [i], la produzione della città ha seguito alcune politiche definite dal governo municipale [ii], fondamentalmente si trattava di un disegno di piano che stabilì una griglia estesa per tutta la città (1889-1904) e indirizzò, dall’inizio del secolo, una occupazione relativamente omogenea del territorio (Gorelik, 1984:24). Da questa dipendevano anche la localizzazione delle opere pubbliche che determinarono delle forti centralità [iii] e la costruzione da parte dei privati, sulla base dei regolamenti municipali, delle urbanizzazioni, in particolare energia elettrica e trasporti (ferrovie, tramvie e autobus) così come la produzione e la gestione da parte dello Stato della rete idrica e di quella fognaria. Su questa base la città è cresciuta integrando le parti di città prodotte dai privati, lasciando a carico degli occupanti il compito di completare lo spazio urbano tra il costruito (Dupuy, 1987; Pírez, 1994; Pírez, 1999a). Il centro della città ha una qualità urbana relativamente elevata: dotazione di servizi e norme sull’uso del suolo, che, nonostante talune limitazioni, realizzano la base essenziale per una città capace di integrazione sociale.

Dall’altra parte, la periferia metropolitana [iv] che, nella prima metà del secolo XX, è cresciuta a con l’espansione della classe media [v] e, che a partire dagli anni quaranta, cresce grazie ai settori popolari (in gran parte operai dell’industria). Una crescita senza infrastrutture che restano indietro rispetto all’espansione e, quasi, senza norme che ne regolino l’uso del suolo. In tutti i modi, il mercato del suolo, attraverso il cosiddetto “loteo popular” (Clichevsky, 1990) consentì una sistemazione legale alla popolazione che arrivava in città. Negli anni Quaranta, con la statalizzazione del servizio di trasporto pubblico, anche se le aree servite restavano ancora limitate, ma grazie alle tariffe basse e soprattutto al “permissivismo” nei confronti dei viaggiatori senza biglietto, si favorì una relativa integrazione, anche se con una bassa qualità urbana.

Il risultato fu una città che integrava, in modo legale, ma segregato e in modo molto diseguale, la popolazione di basso reddito.

Questo processo negli ultimi anni si è modificato.

La struttura metropolitana negli anni novanta.

In Argentina la politica economica coerente con il processo di ristrutturazione economica [vi] si è avviata con il governo militare che prese il potere con il golpe del 1976. Il modello industriale subì dei profondi cambiamenti che provocarono disoccupazione, e una forte accentuazione delle disparità economiche. Il Governo centrale ridusse il suo ruolo nelle politiche infrastrutturali di base (acqua e fognature, distribuzione elettrica), in quelle sociali come la salute e l’educazione, decentrandole in primo luogo ai governi provinciali e poi ai comuni. Si avviò così un processo generale di riduzione dello Stato [vii] con il conseguente abbassamento della protezione sociale.

Una politica che si è consolidata e ampliata durante il governo del presidente Menem negli anni Novanta, in un processo di ulteriore deregulation e di apertura all’economia globale.

Passiamo ad evidenziare ora l’aspetto più rilevante del nostro ragionamento. In un contesto di riforma e di riduzione dell’apparato statale, con riduzione delle funzioni e di risorse, avviene il trasferimento, decentramento, agli altri livelli dello Stato e verso le imprese private (privatizzazione).

Si è modificata la forma costitutiva dello Stato, con un peso molto minore nelle politiche pubbliche a favore della popolazione a basso reddito e, per contro, un crescente orientamento verso politiche di tipo finanziario in differenti campi (tra questi quello immobiliare). In quegli anni il capitale finanziario internazionale aumentò il proprio peso nell’economia del paese in modo consistente. Così come il predominio economico nel settore terziario (finanza e servizi) e l’aumento delle attività destinate all’esportazione (prodotti agricoli e energia). Le conseguenze sul mercato del lavoro furono: il consolidamento di una piccola quota di posti di lavoro altamente qualificati e con alta remunerazione (generalmente nel settore terziario); la riduzione dell’occupazione industriale; l’aumento delle disoccupazione e delle disuguaglianze nella distribuzione del reddito con una conseguente polarizzazione sociale.

Si ebbe così l’emergere di una classe sociale medio-alta con alti redditi e una forte capacità di consumo e, come controparte, l’aumento di una popolazione a basso reddito sotto la linea della povertà e dell’indigenza. Aumentò il divario tra queste due classi e pian piano sparì la classe media tradizionale [viii].

Nel contesto metropolitano tutto questo comportò dei cambiamenti importanti. I soggetti che costruivano la città cambiarono radicalmente. Da un lato fecero la comparsa nuovi attori economicamente forti e con un vero potere di decisione sull’assetto della metropoli, soggetti con un diritto di “cittadinanza” di tipo speciale che potevano fare a meno di rispettare le regole e di subire il controllo sia dell’utente che dello Stato (Pírez, 2004a), in particolare nei servizi urbani (Pírez, 1994 y 1999a; Pírez et al., 2003) e nella trasformazione del suolo. Lo Stato pertanto si fece promotore degli interessi privati nella costruzione della città [ix]. Dall’altro lato, la popolazione di reddito più basso vide ridotta la capacità di promozione sociale a causa della riduzione dell’intervento dello Stato nella produzione di beni pubblici (case, servizi, aree pubbliche) [x]. La disoccupazione e la povertà spinsero questa parte della popolazione a realizzare direttamente i beni di cui aveva bisogno a testimonianza di una condizione di cittadinanza limitata “subciudadanía” (Kovarik, 2000). Si realizzò anche una trasformazione nella realizzazione di residenze per la classe media e medio-alta con l’avvio di un processo di suburbanizzazione attraverso la realizzazione di residence privati (“urbanizaciones cerradas”).

Nel complesso l’esito di queste trasformazioni fu la privatizzazione della città sia a seguito dell’azione dei ricchi ma anche di quella dei poveri. Per meglio comprendere questo processo possiamo ripercorrere quello che è successo nell’espansione metropolitana.

La privatizzazione dell’espansione metropolitana

In questa analisi ci occuperemo della trasformazione del suolo e della realizzazione delle infrastrutture urbane nelle aree della periferia, senza fare riferimento a quanto è avvenuto nella città centrale.

3.1 La privatizzazione del suolo

Differenzieremo due situazioni: il suolo per le case delle famiglie a basso reddito e quello per le residenze dell’elite.

Il suolo dei poveri.

Nel corso degli anni Quaranta la popolazione con basso reddito si sistemava nei “lotti popolari” e nelle “città d’emergenza” o “ città della miseria” (villas miseria).

Queste ultime erano realizzate con l’occupazione illegale del suolo e con la costruzione di abitazioni precarie senza nessun tipo di urbanizzazione. Si formarono per la prima volta negli anni Trenta ed erano abitate dagli immigranti disoccupati (de la Torre, 1983), già nel 1956 vi abitavano 112.350 persone che rappresentevano l’1,9% della popolazione metropolitana (Yujnovsky, 1984). I “lotti popolari” permisero alla popolazione povera di accedere legalmente [xi] al suolo edificabile nella periferia messo a disposizione da promotori privati. Un suolo generalmente senza infrastrutture, spesso a rischio di inondazione, ma che si poteva pagare con quote mensili e che veniva occupato lentamente attraverso l’autocostruzione (Clichevsky, 1990:5; Prévot y Schneier, 1990:131).

Tutto questo fu possibile per la mancanza di regole e grazie ad un contesto sociale e del mercato del lavoro basato sulla redistribuzione economica.

Con il governo militare del 1976, queste condizioni mutarono. Da lì cominciarono i provvedimenti che diminuirono progressivamente la capacità del pubblico di orientare la costruzione della città. [xii]

Nel 1976 venne sospesa la suddivisione dei lotti e nel 1977 si promulgarono le regole per l’uso, la lottizzazione e l’urbanizzazione del suolo. Furono rese obbligatorie una dimensione minima dei lotti, una dotazione di base delle urbanizzazioni (Decreto legge 8912). L’effetto più importante fu la riduzione dei lotti e, pertanto, un forte incremento del costo del suolo (Clichevsky, 1999).

Queste norme si aggiunsero all’impatto delle politiche economiche che portarono ad un incremento della disoccupazione e ad una riduzione dei salari. La conseguenza fu la crisi e la scomparsa del submercato legale dei lotti popolari. La città cessò di offrisre suolo legale ai poveri e questi furono lasciati soli a risolverel le loro necessità e i loro bisogni. Negli anni Ottanta iniziò l’occupazione illegale del suolo pubblico e privato e la formazione degli “asentamientos” [xiii] (Izaguirre y Aristazabal, 1988; Merklen, 1991 y 2000). La popolazione esclusa dall’accesso alla terra si organizzò per occupare (illegalmente) la terra e lottizzarla in base ad una pianificazione preliminare che definiva le aree private e pubbliche. L’azione statale venne sostituita da una pianificazione popolare orientata al soddisfacimento diretto delle necessità e dei bisogni di chi si organizza, pianifica e costruisce.

Tutto questo incrementò il degrado delle zone popolari sia in termini formali (localizzazione illegale della terra, edifici privati e pubblici, lotti clandestini, …), sia in termini ambientali (aree soggette a inondazione e contaminate, senza infrastrutture e servizi, pessima accessibilità e senza alcuna connessione con le aree centrali, ecc…).

Nel decennio degli anni Ottanta si avviarono alcune politiche orientate fondamentalmente alla regolarizzazione del possesso (Clichevsky, 1999) che diedero delle risposte molto limitate e che non si fecero carico delle condizioni economiche della popolazione che vedeva aumentare i costi a suo carico: costo del suolo, imposte e tasse municipali, costo dei servizi urbani privatizzati.

L’assenza di procedure legali per risolvere il bisogno di suolo favorì il consolidamento di un mondo illegale che promosse l’espansione metropolitana attraverso la ricerca di terre da occupare o a prezzi accessibili alle basse disponibilità pubbliche. Alla fine degli anni Novanta oltre un milione di persone vivevano in condizioni di irregolarità e di precarietà ambientale [xiv] mentre continuava l’invasione di nuovi migranti (Clichevsky, 1999).

La residenza dei ricchi

Negli anni Novanta si è avviato un processo di sub-urbanizzazione della classe medio alta e media, che in un contesto di forte disoccupazione, povertà ed esclusione sociale, si è concretizzata in quelle che sono chiamate le “urbanizaciones cerradas” (urbanizzazione chiuse). In questo testo le analizziamo in quanto parte di una pianificazione privata nella produzione del suolo metropolitano associata con:

Cambiamenti nelle condizioni della domanda.

A seguito delle modifiche economiche e del mercato del lavoro è cresciuta e si è rafforzata una classe medio alta con una forte capacità di consumo [xv]. Un gruppo sociale inserito a più stretto contatto con le attività legate al mercato internazionale (finanza, servizio all’impresa, ecc…) che ha sviluppato uno stile di vita in cui l’ostentazione del consumo si è tradotta in un elemento di identità. Due beni erano essenziali: l’automobile e la residenza. Allo stesso tempo la produzione pubblica della città, ulteriormente ridotta, si è allontanata sempre più dal soddisfare i bisogni.

Cambiamenti nella produzione della città.

Con la fine dei lotti popolari restavano delle riserve di suolo che in un primo momento furono destinati a “countries club”, ai cimiteri giardino (Prévot y Schneier, 1990:124) e a luoghi per la produzione di quartieri chiusi . Tutto questo in assenza di norme di carattere metropolitano e con i municipi che avevano delle limitazioni nell’applicare le poche norme esistenti come quelle della legge 8912 prima richiamata. Cambiano gli attori che producono il suolo, si professionalizzano e si concentrano, intervengono capitali e tecnologie straniere (Mignaqui y Szajnberg, 2003). Si sviluppa una grande campagna di marketing [xvi] che rafforza il prestigio della residenza suburbana chiusa come parte di uno stile accessibile solo a chi possiede un reddito alto. Le trasformazioni della rete viaria di accesso alla città di Buenos Aires, privatizzata agli inizi degli anni novanta, consentirono di collegare rapidamente il centro della città con la periferia più lontana, con il conseguente incremento dell’uso dell’automobile [xvii]. Il risultato sono stati dei quartieri chiusi e sottoposti a vigilanza che introducono una discontinuità nel tessuto urbano, frammentano lo spazio metropolitano, con confini che non possono essere attraversati salvo da chi è autorizzato (i proprietari e i suoi invitati). Questo territorio chiuso offre infrastrutture, servizi urbani (rete di elettricità, gas, telefono, internet, marciapiedi, illuminazione, manutenzione, aree verdi, vigilanza), aree commerciali e ricreative, uffici, scuole, centri di assistenza medica e per attività culturali. Si produce un frammento di città privata di alta qualità con un carattere esclusivo. Alla fine del secolo c’erano tra 300.000 e 500.000 persone che risiedevano in circa 400 interventi di questo tipo, più di 130 solo nel municipio di Pilar, dove ormai il 30% della superficie è ad accesso ristretto (Janoschka, 2003). Sono urbanizzazioni estese tra i 400 e i 1600 ettari che includono molti quartieri, con oltre 2.000 alloggi e con una popolazione potenziale, in quella più grande, di circa 200 mila persone (Janoschka, 2002 y Vidal-Koppmann, 2004) [xviii]. A guardare bene le modalità di produzione di questo territorio si percepisce un processo privato di pianificazione che introduce una razionalità forte all’interno dell’intervento, ma dimentica il resto della città nella quale si inserisce. Bisogna ricordare che manca una pianificazione territoriale di livello metropolitano che riconosca l’unità metropolitana come area unitaria. Si può supporre che la legge provinciale 8912 contenga questo carattere, ma si tratta in verità di una norma astratta fatta per la totalità dei Municipi della provincia per di più, nel corso di quest’anno, la si sta riformando per favorire ulteriormente questi processi (Mignaqui y Szajnberg, 2003). Di conseguenza, i municipi tendono a sciogliere i problemi in relazione ai loro interessi particolari, economici e politici. I municipi metropolitani periferici (come Pilar e Tigre), con una bassa occupazione del suolo, valutano come vantaggiose le proposte degli investitori privati e agevolano la realizzazione di questi progetti. Il risultato è l’allontanamento del ruolo del soggetto pubblico a favore del soggetto privato nella decisione della produzione immobiliare (Janoschka, 2004; Núñez et. al, 1998). Come dice uno di questi “… oggi il capitale privato ti permette di determinare regole e norme” (citato da Jacky e Triegerman, 2000).

Così l’urbanizzazione è il risultato di una pianificazione privata che si sostituisce alla inesistente o molto debole pianificazione pubblica. La città si produce attraverso una razionalizzazione tutta dentro alle regole di mercato e alle azioni dell’individuo. Questo implica una forte pianificazione interna alle singole componenti di ciascun intervento e del sistema di controllo per la sua realizzazione, allo scopo di aumentare la qualità del prodotto e la redditività.

Questa operazione si limita ai territori privati e quindi “… si tratta di pianficare accuratamente una città da zero” (Clarín 30/10/99). Come fa notare il titolare dell’impresa che sta realizzando Nordelta [xix], “la città si disegna tenendo in conto l’equilibrio tra spazio verde, acqua e aree urbane; il paesaggio, la forma delle strade, la localizzazione dei quartieri, delle scuole, delle università, dei club e delle zone commerciali…. Si da a tutto un’armonia estetica e urbanistica, con diverse densità di popolazione e una adeguata distribuzione del traffico”. In questo modo, continua il giornalista che lo intervista, si evitano i problemi della città e quindi le cause di uno sviluppo disordinato, l’aumento della popolazione a livelli impensati che produce inconvenienti come la congestione del traffico (Clarín 30/10/99).

Questo processo mostra un orientamento culturale che produce due discontinuità rispetto alla città tradizionale: a) la produzione di una parte della città è “la città”. Una parte si presenta come il tutto, nascondendo che è solo dentro una città reale che queste parti possono trovare le condizioni (lavoro, infrastrutture, servizi generali) per la loro esistenza, anche se in modo “autonomo”; b) il disordine urbano prodotto dalla produzione pubblica della città, si riduce solo per la vita dei gruppi a più alto reddito. Spariscono ad esempio gli abusi della popolazione di basso reddito per trovare una sistemazione.

Di conseguenza il resto della città, la città reale che sostiene queste forme di urbanizzazione chiusa, può essere ridotta ad una specie di limbo.

Siamo all’inizio di una pianificazione che nega la pianificazione urbana pubblica, che disconosce la possibilità di introdurre una razionalità globale, differente da quella del mercato. La città è pensata sempre più come risultato della somma di operazioni private e degli interstizi tra queste. Le operazioni private che si realizzano in un ambiente “caotico” pieno di contraddizioni e di “svantaggi”. Un ambiente che non si percepisce come luogo di un azione di miglioramento.

Se procediamo un po’ oltre possiamo descrivere le componenti essenziali di questa pianificazione:

un sistema di norme che scaturisce da un documento privato (contratto di compra-vendita) e che si impone come clausola di adesione. Una rigorosa norma urbana: di zonizzazione, uso del suolo e norme di edificazione. Luoghi per la residenza e per le attività. I primi differenziati a seconda delle possibilità economiche hanno differenti dotazioni di terra e, quindi, di prezzo [xx]; i secondi invece differiscono per tipo di attività e di uso. Norme di comportamento sociale, ai quali devono aderire chi accetta di stare in queste urbanizzazioni. Regolamento etico e di convivenza che funziona come una sorta di diritto di ammissione (o di esclusione). Le conseguenze dell’uso di uno strumento di mercato che produce però configuraioni sociali e che tende a consolidare l’identità del progetto.

Ampia offerta di infrastrutture e servizi di alta qualità rapportati alla popolazione che soddisfano tutto il necessario senza bisogno di uscire fuori dal confine, tranne che per andare a lavorare.

Subordinare alla rendita la crescita della città, tanto per l’espansione metropolitana con l’uso sconsiderato del suolo, come anche per l’urbanizzazione arbitraria del suolo occupato a seguito della lottizzazione delle aree senza alcun controllo pubblico né uno studio sugli impatti che si realizzano sulla città esistente.

Incremento della tassazione a carico dei residenti per poter sostenere la realizzazione e la manutenzione delle infrastrutture e dei servizi. Una sorta di imposta privata che funziona anche come strumento per differenziare economicamente il territorio, in prima istanza con il fuori e dopo per realizzare delle differenze anche all’interno.

Le sanzioni per il mancato rispetto delle norme con multe decise dall’amministrazione privata che gestisce l’insediamento.

Un sistema decisionale che suddivide la popolazione e ne configura (amministrativamente) un ruolo marginale mentre favorisce il ruolo del proprietario dell’investimento (governo privato-di impresa).

Insomma si riproduce nella produzione della città la logica del mercato globale: concorrenza disordinata a fronte di una forte razionalità (pianificazione) in ogni singola unità individuale, orientata a raggiungere le migliori condizioni di commercializzazione e la qualità solo per alcuni.

3.2 La privatizzazione delle infrastrutture della città

Fin dagli anni Quaranta i servizi urbani dell’Area metropolitana di Buenos Aires sono a carico di imprese pubbliche del Governo Federale (Pírez, 1999a). Dalla fine degli anni Ottanta, il degrado di queste imprese era tale (in gran parte dovuto alla cattiva gestione del periodo della dittatura) che mostrava una basso livello di servizio, problemi finanziari e impossibilità ad investire, cattiva qualità e, in alcuni casi, corruzione nelle relazioni con i sindacati. Ricordiamo che questa gestione, permissiva con il consumo clandestino della popolazione a basso reddito, evitò in molti casi l’esclusione di questa popolazione dall’accesso ai servizi.

La crisi delle imprese in associazione con il deficit dei conti statali e con l’inflazione furono le cause per l’avvio della privatizzazione. Una privatizzazione realizzata velocemente all’inizio degli anni Novanta, trasferendo [xxi] alle imprese private la gestione del servizio delle infrastrutture (telefono, elettricità e gas naturale, acqua e fogne), i trasporti ferroviari di superficie e la metropolitana (gli autobus già lo erano) e la infrastruttura viaria di accesso alla città. La privatizzazione modificò gli attori e le relazioni, lo Stato si escluse come soggetto redistributore, ridotto ad assicurare il compimento delle relazioni di mercato e delle sue conseguenze inique. Il cittadino diventò un cliente di fronte all’azienda. I diritti del consumatore si ridussero: solo il cliente ha il diritto di usare il prodotto in base al prezzo che paga.

Le conseguenze. I servizi finirono si essere pubblici e di essere considerati dei diritti per diventare delle attività economiche regolate solo sulla base di principi concorrenziali. Si sono trasformati in una relazione commerciale di tipo privato. E’ migliorata la qualità, l’efficienza, ma con l’incremento delle tariffe si è esclusa dall’accesso ai servizi la popolazione di reddito più basso [xxii]. Le imprese di servizi, nella maggior parte di origine internazionale, sono diventati degli attori con un forte peso economico e politico. La carenza di un quadro di regole e di sistemi di controllo ha contribuito a tutto questo. In alcuni casi si sono anche sommate le pressioni dei paesi di origine delle imprese.

I principali effetti di questo processo. L’accentuazione del processo di concentrazione e di esclusione economica e sociale.

Le norme hanno prodotto condizioni di rischio basso o nullo per le imprese e gli hanno consentito di realizzare tassi di redditività esorbitanti (Aspiazu y Schorr, 2003:21). L’indicizzazione basata sull’inflazione degli Stati Uniti, proibita dalla legge di convertibilità, la dollarizzazione e le successive rinegoziazioni hanno reso possibile l’aumento delle tariffe molto al di sopra dell’inflazione [xxiii]. In alcuni servizi, come il gas e l’elettricità, le tariffe residenziali per i singoli proprietari sono uamentate molto di più di quelle dei grandi consumatori industriali (Aspiazu y Schorr, 2003:19). L’incremento delle tariffe, la cancellazione del sussidio, e l’aumento dei controlli sempre più restrittivi rispetto alla gestione statale, sono le concause che hanno messo la popolazione di basso reddito sempre più in difficoltà nell’accesso a questi servizi (Pírez, 2000). Questa condizione non ha riguardato solo gli utenti privati ma ha alterato le condizioni per lo sviluppo delle attività produttive “condizionando negativamente la competitività di numerose imprese –in particolare le piccole e medie imprese impegnate nella elaborazione di beni commerciabili- e la distribuzione del reddito” (Aspiazu y Schorr, 2003:38).

Per le aziende tutto questo si è tradotto in guadagni spropositati [xxiv].

Aspetti importanti della pianificazione urbana diventarono di competenze delle aziende. Si trasferì alle imprese la capacità di definire la politica e soprattutto la pianificazione dei servizi, assumendo un ruolo chiave nella configurazione urbana (Pírez, Gitelman y Bonnafé, 1999). Ogni impresa prende decisioni sulla base delle necessità di mercato: quale territorio occupare, quale processo sviluppare e in che ordine farlo. Si servono popolazione e territorio e si realizzano le operazioni che possono dare una più alta e veloce redditività (per esempio si realizza l’espansione della rete dell’acqua ma non delle fogne o il trattamento dell’acqua sporca). Lo Stato non assolve più il ruolo di pianificatore. La possibilità di ampliare il servizio è data solo dal mercato, dalla relazione tra le imprese concessionarie e l’utente, tutto questo presuppone un potere di decisione tutto privato. La conseguenza è che dipendono da queste decisioni delle imprese tanto il mercato del suolo come la qualità della vita urbana.

La privatizzazione della relazione con l’utente.

Questo processo è evidente nel rapporto negoziale che si stabilisce tra le imprese e l’utente clandestino. Un rapporto che si sviluppa senza alcun intervento da parte dell’autorità di governo e in modo discrezionale potendo convenire soluzioni differenti per situazioni che sono simili (Martínez, Navarro y Pírez, 1998). L’intervento del governo si ha solamente quando emerge un conflitto politico (Pírez, 2002). Questo è il nuovo ruolo dello Stato regolatore: esercitare il potere di polizia sull’impresa aggiudicataria del servizio, realizzando uno scenario in cui il cittadino è diventato cliente ed è sottomesso al potere dell’impresa in una relazione di tipo asimmetrico.

Asimmetria che risulta molto chiara osservando la politica della distribuzione dell’elettricità nella popolazione a basso reddito che non riesce a fare fronte ai costi. Le imprese preferiscono non tagliare il servizio a causa dei costi e poi perchè si suppone che il servizio sarebbe comunque sostituito da una connessione clandestina. Di conseguenza negoziano con l’utente, individuale o collettivo, differenti forme di pagamento, senza l’intervento di nessuna autorità statale. Così le aziende coprono nell’immediato parte del fatturato ma indebitano l’utente che mese dopo mese incrementa il proprio debito, senza che si sappia né come né quando potrà farsi carico di questo debito [xxv].

Qualche conclusione

Il processo di costruzione della periferia metropolitana di Buenos Aires si è modificato a causa delle politiche collegate alla ristrutturazione economica, e a seguito dell’incremento della privatizzazione nel doppio senso che abbiamo sopra richiamato.

Da un lato, come condizione generale, si è ampliata la disuguaglianza economica con un forte aumento della concentrazione del reddito e l’incremento della povertà.

In modo più specifico è aumentata la partecipazione del capitale privato. Questo ampliamento è stato prodotto dalla partecipazione di grandi attori economici con relazioni internazionali (capitale, management, tecnologia, finanziamento) che organizza operazioni ad alta redditività. La produzione urbana (suolo, edifici e servizi) tende ad organizzarsi in modo da favorire il processo economico di ciascuna operazione, contribuendo al processo di concentrazione economica sopra richiamato. La sistemazione della città si è liberata dallo sforzo di ogni famiglia o dei gruppi sociali. Non ci sono più spazi per i poveri. La periferia metropolitana si è segmentata ed è sempre più segregata. Aumentano le differenze tra i diversi ambienti costruiti e si approfondiscono le distanze sociali.

Lo spazio dell’espansione metropolitana risulta segnato dalla presenza dominate di due logiche “non statali”: quella dei settori sociali esclusi dal mercato formale e che si orientano alla soddisfazione diretta dei bisogni; e la produzione privata capitalista per i gruppi di reddito più alto. La conseguenza è una chiara differenziazione in particolare con il resto della periferia. Il territorio prodotto con la logica della necessità, nonostante gli intenti di una organizzazione formale e di una urbanizzazione regolare (lotti, strade, zone per uso pubblico, ecc…) ha una bassa qualità, e si inserisce spesso in contesti residuali dove è anche difficile portare le infrastrutture e i servizi necessari per il suo funzionamento.

Gli ambiti più propri della produzione capitalista, le “urbanizzazioni chiuse” sembrano riprodurre quello che Fishman (1987) chiamò “bourgeois utopias”: alta qualità dell’habitat, segregazione basata sull’identità sociale per proteggere la famiglia separandola dai pericoli della vita urbana e dagli altri, particolarmente dai poveri, e vivendo a contatto con la natura. Della città resta la percezione di una condizione che consente a queste urbanizzazioni di funzionare. Il suo funzionamento si concretizza nelle connessioni per l’accesso ai luoghi del lavoro e di consumo qualificato, connesisoni garantite dalle aziende privatizzate (strade di accesso, ferrovie in particolare). Per il resto la città sembra non esistere. Questa qualificazione implicita di una terra di nessuno è, paradossalmente, coerente con l’occupazione (illegale) del suolo per le famiglie di basso reddito che si costruiscono lì la loro sistemazione di infima qualità.

In entrambe le situazioni il resto della città sembra essere lasciato libero alle conseguenze di uno o dell’altro degli attori sociali ed economici che lo occupano (riproducendo le relazioni del mercato). Le aziende che forniscono i servizi operano e consolidano così la loro capacità di decidere la configurazione metropolitana, rafforzando il loro orientamento privato alla ricerca di sempre maggiori redditività. I settori popolari, tentando di vincere queste ostilità e per superare il loro isolamento, si comportano seguendo la stessa logica della necessità realizzando i servizi in quello che è il “resto” della città. [xxvi]

Tutto questo produce un effetto che è paradossale. Il risultato è un’espansione metropolitana che tende a localizzare in prossimità l’uno con l’altro gli insediamenti precari e quelli chiusi delle classi più agiate. La periferia metropolitana sembra conformarsi come un insieme di insediamenti decentralizzati omogenei al loro interno ed eterogenei all’esterno. Questo presuppone un duplice movimento: perdita dell’eterogeneità della città tradizionale che rendeva possibile il contatto tra gruppi differenti (come conseguenza della segregazione e della chiusura), e l’emergenza di una nuova eterogeneità (forti differenze da un punto di vista sociale ed economico) in una sorta di articolazione per frammenti, quello che possiamo chiamare “microframmentazione” (Pírez, 2004b:123). I due estremi della piramide sociale che occupano la periferia si collocano molto vicini nello spazio. Questo consente che si stabiliscano delle relazioni tra queste: servizi senza qualità, trattamento dei residui solidi e altro, come, perché no, i delitti. Non è l’eterogeneità dell’integrazione, è il contrario, l’eterogeneità dell’esclusione.

Un’ultima riflessione. La capacità di consumo della popolazione dipende dal mercato del lavoro e dalla relazione della distribuzione economica, sono elementi fondamentali per definire il senso dell’inclusione o dell’esclusione del prodotto urbano. L’esclusione presuppone una società che non dà garanzia a nessuno dei suoi membri un equilibrio tra reddito e costo della sua riproduzione. Da qui, ad esempio, l’incremento delle tariffe del servizio privatizzato non ha lo stesso effetto su una città dove tutti hanno un mercato del lavoro che gli assicura un reddito sufficiente, rispetto ad una città (come è il caso di Buenso Aires) dove invece la maggior parte della popolazione non ha queste condizioni. E’ anche per questo che l’obbligo di migliorare la qualità del suolo imposta nel 1977, quando non c’erano le condizioni per affrontare la maggiorazione dei costi, ha avuto come risultato, paradossale, di eliminare il mercato formale del suolo per la popolazione più povera.

Insomma le trasformazioni che hanno interessato la società argentina nell’Area Metropolitana di Buenos Aires, dalla metà degli anni Settanta, hanno incrementato il ruolo del privato, sia nella produzione sia nel prodotto, dando luogo ad una città diseguale, accentratrice e segregata.

Nota: in allegato un file PDF scaricabile con la traduzione completa di note e Bibliografia (g.c.)

Titolo originale: Density is hot, freeways are not, in the new Los Angeles Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Ho ripescato la mia copia del classico Los Angeles: The Architecture of Four Ecologies di Reyner Banham, 1971, l’altro giorno, con l’intenzione di verificare se Banham – straordinario storico dell’architettura, anche se talvolta discutibile – era così ardentemente filo-autostrada come lo ricordavo. Lo era. Banham, morto nel 1988, era una delle personalità più autorevoli riguardo a Los Angeles, e aveva descritto il suo sistema di freeways come la cosa più vicina alla perfezione motoristica a cui la civiltà fosse mai arrivata. Imperturbabile di fronte alle lamentele sulle freeways, insisteva sul fatto che per i pendolari su lunghe distanze “l’autostrada non è un limbo di angst esistenziale, ma il luogo dove si trascorrono le due ore più calme e appaganti della vita quotidiana”.

L’appoggio di Banham al freeway lifestyle ora sembra un reperto storico, simile alla propaganda stradale per la Fiera Mondiale del 1939. Anche se due ore di guida al giorno potevano essere tranquille nel 1971 – cosa che trovo difficile da immaginare – non sono certamente calme e appaganti oggi, con la Los Angeles County stipata da più di tre milioni di abitanti. Dopo essere diventata famosa per le freeways, la California meridionale ha imparato che pianificare una regione esclusivamente attorno all’automobile è la ricetta per la frustrazione.

E così oggi i pedoni della seconda metropoli del paese stanno gradualmente iniziando a ricevere l’attenzione che meritano. L’amministrazione di West Hollywood si è ripresa un tratto di 4 chilometri del Santa Monica Boulevard dal Department of Transportation, e l’ha convertito in una via più orientata a pedoni e ciclisti, con ampi marciapiedi punteggiati da olmi. Pasadena, città di strade spaventosamente larghe, ha fatto grandi cose coi suoi vicoli del centro: costruendo passaggi adatti, talvolta con alberature, dove le persone possono passeggiare fra negozi, punti ristoro e intrattenimenti.

Il trasporto su rotaia – l’equivalente odierno dei tram rossi che attraversavano la regione negli anni ’20 – sta diventando sempre più un’alternativa all’auto privata. Come molte delle altre 1.200 persone che andavano al XIII Congresso del CNU di giugno a Pasadena, ho camminato dal Civic Center fino alla stazione Del Mar a sud di Colorado Boulevard, per salire su un comodo e tranquillo treno della Gold Line. Pochi minuti dopo, scendevo a Mission Street nella zona sud di Pasadena – un nodo commerciale del XIX secolo. Da un tavolino in un curioso locale chiamato Coffee by the Tracks, potevo vedere il Mission Meridian Village, un bell’insieme di lofts, appartamenti affacciati su un cortile, case di città e unifamiliari, con spazi per negozi in parte del pianterreno.

In futuro sta nella densità e nel mixed-use

Il futuro della California meridionale sta, almeno in parte, negli insediamenti densi come il Mission Meridian Village, da cui si possono raggiungere a piedi negozi, mezzi pubblici e altri servizi. La nuova Metro Rail ora ha quattro linee: Blu, Verde, Rossa e Oro, e continua ad espandersi. Anche se non è particolarmente veloce (mi ci è voluta un’ora e tre quarti per andare da Pasadena al Los Angeles International Airport, lungo tratti di tutte e quattro le linee più un bus navetta), il trasporto su rotaia rende possibile per una parte della popolazione spostarsi senza intasare le strade.

“Non esiste centro urbano della Los Angeles County che non stia attraversando qualche processo di rigenerazione” ha raccontato al Congresso Stefanos Polyzoides. Polyzoides vede nel 1990 l’inizio di un “momento di speranza”, un periodo in cui “si possono vedere le forze del cambiamento dappertutto”.

La grande popolazione latino-americana di LA potrebbe giocare un ruolo importante, secondo alcuni leaders locali come James Rojas, tra i fondatori del Latino Urban Forum. I latini vengono da una cultura che tende a usare gli spazi pubblici, dunque esiste il potenziale per quello che Rojas chiama Latino New Urbanism, ovvero strade animate, spazi sul fronte degli edifici, e altri spazi pubblici o semi-pubblici. Quasi a confermare il punto di vista di Rojas, il nuovo sindaco di Los Angeles, Antonio Villaraigosa, ha dichiarato al Congresso che intende nominare nuovo responsabile per l’urbanistica qualcuno che “possa capire e sostenere i tipi di idee di cui parla il New Urbanism”.

Sono tempi di speranze per LA. La regione si sta liberando della propria fissazione per le freeways, alla fine.

Nota: questo e altri articoli al sito di New Urban News (f.b.)

Titolo originale:The super Tuscans – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

La prima generazione di britannici che ha comprato in Chiantishire, sta vendendo.

Quando Betsy e George Newell cercavano una casa sotto il sole toscano, c’era scelta in abbondanza, e qualunque cosa vedevano era a basso prezzo. Andavano e venivano da Londra, tutti i week-end per un paio di mesi, e in una ventosa giornata di febbraio comprarono due case agricole in cima a una collina con un’incredibile vista su sette castelli vicino a Gaiole in Chianti. Il prezzo? Un affare, a poche migliaia di sterline. Perché i Newell erano pionieri, e l’anno era il 1973. Ora la coppia ha deciso di vendere. E non sono soli: c’è un cambio della guardia in Toscana, con tutti i primi trasferiti stranieri, soprattutto da inizio anni ’70, a lasciare proprietà che richiedono troppo tempo e fatica.

Questa tendenza, in una regione dove altrimenti c’è molto poco ancora a disposizione, per gli acquirenti immobiliari ha aperto una possibilità di occasioni che non si vedeva da anni.

Il mercato completamente aperto incontrato da gente come i Newells trent’anni fa, significa che queste case sono spesso grandi, belle, e possono vantare magnifiche viste: il che naturalmente si riflette sul prezzo. La proprietà Newell, con 300 alberi di ulivo, è sul mercato per 2,6 milioni di sterline.

Dalla piscina, si possono vedere sette castelli del Chianti e le montagne a 80 chilometri di distanza. “Entrambe le case coloniche erano quasi dei ruderi, ma decidemmo di dare priorità alla piscina, così che i bambini potessero passare l’estate” ricorda George, banchiere americano in pensione, che all’epoca aveva trent’anni. “L’uomo che l’ha costruita ci credeva pazzi”.

I Newell hanno vissuto in tenda, i primi due anni, mentre si ricostruiva la prima casa, con spazio per sei camere. Con abbondanza di stanze per famiglia e ospiti, poi non è stato toccato il secondo edificio, le cui pareti spesse 50 cm sono abitate solo da un piccione solitario, ma che potrebbe essere trasformato in una casa da quattro camere.

La moglie inglese di George, Betsy, ex insegnante di cucina che ha trasformato la cima di collina intorno alla casa in un giardino a terrazze di lavanda, pruni e peri, dice che la famiglia non ha più tempo, per la Toscana.

“Sono un’appassionata di giardinaggio, e ho appena passato due mesi qui, a badare alle cose. Anche l’uliveto ha bisogno di molta manutenzione: bisogna potere gli alberi, tagliare l’erba sotto, e fare decine di altre cose”, dice. “Cerchiamo qualcuno che abbia l’energia non solo di gestire il posto, ma anche di restaurare la seconda casa”.

I Newell divideranno il proprio tempo fra le loro due altre case, una a Londra e una capanna di tronchi in Nuova Scozia, Canada, dove George ha iniziato un’attività nel campo del salmone affumicato.

Si sta preparando ad abbandonare la Toscana anche Douglas Anderson, un artista che comprò la sua casa vicino a Pisa nel 1972 scambiandola con un ritratto dell’allora proprietario, due grossi paesaggi, e 800 sterline. Ricorda una Toscana più tranquilla di quella di oggi.

A 71 anni, Anderson userà il ricavato dalla vendita della sua casa rosso ruggine – il prezzo richiesto è di circa 800.000 sterline, compreso un fienile che usa come studio, una piscina e 5000 metri quadrati – per pagarsi gli anni della pensione in Irlanda.

L’ironia sta nel fatto che nessuno della Vecchia Guardia pensava di fare un investimento acquistando immobili in Toscana. “Era solo un problema di comprare la cosa migliore che si trovava” dice Bill Thomson di Chianti Estates, associata all’agenzia immobiliare Knight Frank.

“Quando la gente iniziò a comprare negli anni ’70, c’era parecchio tra cui scegliere. At the time those homes were worth £10,000 at most. Ora, chi se ne va scopre che la propria casa vale più di 5 milioni di Euro (3,5 milioni di sterline)” dice Thomson.

È un cambio di generazione, e sta avendo un effetto valanga. Quando gente come i Newell se ne va, anche i loro amici iniziano a pensare seriamente a muoversi. E così vanno sul mercato case senza difetti evidenti: nessun vicino rumoroso, tralicci elettrici, fabbriche in vista, autostrade nei paraggi.

Le case più a buon mercato della Vecchia Guardia sono state vendute da Thomson poco sotto le 700.000 sterline. In catalogo ci sono due case vicine a Radda in Chianti che appartengono a un aristocratico britannico, e che per anni sono state disponibili in affitto. Hanno 40 ettari di terra, soprattutto boschi, e due piscine, a un prezzo di 3,5 milioni di sterline.

Gli agenti italiani in Chianti dicono che una casa di cima collina, restaurata con piscina e vista si può avere per circa un milione di sterline. Aggiungeteci una vigna e il prezzo sale a oltre 1,4.

La maggior parte delle case ora sul mercato hanno bisogno di restauri, o almeno di qualche manutenzione, perché non sono state toccate per molti anni. La classica casa di campagna del XVIII secolo comprata recentemente da Helen Wood, ex giornalista televisiva, e dal marito, da un proprietario di lunga data scozzese vicino al villaggio medievale di Castagnoli in Chianti, non fa eccezione.

Wood è stata la prima a innamorarsi della casa, detta L’Aiaccia, dopo aver cenato in un ristorante da cui si vedono la casa e i boschi e vigna circostanti. Ha pensato che fosse giusto dare al marito un’opportunità di scelta, e così lui è venuto a visitare L’Aiaccia e un’altra casa a Cortona verso sud, da dove era partita la ricerca.

Quando lui l’ha richiamata ha detto: “Beh, mi pare abbastanza ovvio, no?”. La signora Wood ha condotto lavori di rinnovamento che sono durati due anni e costati quanto la casa, a un prezzo di circa 1.000 sterline al metro quadro. Dato che l’edificio era costruito direttamente sul terreno, la coppia ha dovuto scavare e per costruire le fondamenta. È stato installato il riscaldamento centrale, tolte enormi travi di noce devastate dai tarli, trasformato il porcile in cottage per gli ospiti e il granaio in sala giochi, costruita un’elegante piscina, su progetto del noto architetto britannico Anthony Hudson, ravvivata da una passerella sotto il pelo dell’acqua.

“All’inizio venivamo una volta al mese, poi è diventato una volta ogni due settimane, e gli ultimi sei mesi una alla settimana” dice la Wood. Ha rinunciato al lavoro dell’epoca per dedicarsi al progetto, fondando poi “ Casa in Italia”, impresa di restauri e manutenzioni in Chianti.

Non tutti i nuovi arrivati in Toscana sono preparati, o possono permettersi, a ricostruire una casa praticamente da zero. A parere di un agente immobiliare, il Chianti è un campo di gioco per persone ricche, dove i prezzi – raddoppiati negli ultimi quattro anni – stanno lentamente togliendo il monopolio dalle mani britanniche, con nuovi arrivi come un produttore cinematografico di Hollywood, un finanziare di New York consigliere di amministrazione di una grossa banca americana, o un uomo d’affari russo.

“I prezzi in Chianti sono troppo alti per la maggior parte dei britannici, che di solito non spendono più di 600.000 Euro (415.000 sterline) e vogliono stare vicini a Pisa per i voli Ryanair o EasyJet,” dice Gregory Page, di Alfa Immobiliare, che ha sede in Chianti ma sta aprendo una filiale nella città murata di Lucca, a nord di Pisa, dove i compratori britannici chiedono case o appartamenti che non hanno bisogno di nessun lavoro.

“Lucca naturalmente è meno prestigiosa del Chianti, e gli immobili sono più piccoli, ma ha un ambiente molto più autentico del Chianti. Non ci sono olio, o negozi di ceramiche” dice Page.

Hamish Scott-Brown, fotografo dello Ayrshire che ha appena comprato una nuova casa di tre stanze fuori Barga, una cittadine nei pressi di Lucca, a 210.000 sterline, dice che non aveva i soldi per il Chianti, ma aggiunge che si sarebbe sentito un “bianco forestiero” là.

“A Barga mi sento molto più benvenuto che in Chianti. L’ospitalità è straordinaria” dice. “Ero in un bar dentro a un supermarket, ed entra un uomo – aveva appena comprato un’Ape rosso, uno di quei furgoncini a tre ruote. Era così contento di sé che offriva a tutti un caffè o qualsiasi altra cosa. Ha scoperto che ero scozzese e insisteva perché prendessi un whisky. Quand’è l’ultima volta che avete visto una cosa del genere a Waitrose?”

I Newell si preparano a lasciare la loro collina in Toscana, e Betsy dice che la cosa che le mancherà di più sono i tramonti dalla terrazza. “Tutte le sere, indipendentemente da tempo, tutti lasciamo quello che stiamo facendo per guardare il tramonto. I colori, le ombre, sono diversi ogni giorno. C’è profumo di gelsomino nell’aria, e coi boschi tanto vicini si possono sentire le civette, gli usignoli e i cinghiali selvatici. Poi arrivano le lucciole”.

Nota: il testo originale di questa specie di spot pubblicitario per gli immobili in Toscana, al sito del Times online (f.b.)

Titolo originale: Is your council wasting the countryside?– Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

L’Inghilterra ha bisogno di centinaia di migliaia di nuove abitazioni nel prossimo decennio, per venire incontro alla crescita della popolazione e alla caduta di dimensione delle famiglie. Ma queste nuove abitazioni consumano più terreno di qualunque altro tipo di insediamento, diffondendosi su tutta la campagna, e portando con sé nuove strade e traffico aggiunto. Contemporaneamente, esistono enormi aree di terreni abbandonati e edifici degradati nelle nostre città e cittadine, che danneggiano i quartieri vicini.

La soluzione: riusare gli spazi e abbandonare l’uso delle basse densità.

La Campaign to Protect Rural England da tempo sostiene che dovremmo usare questi spazi un tempo urbanizzati, ma ora sottoutilizzati o abbandonati, detti brownfield land, prima di costruire sull’aperta campagna, o greenfield land. I costruttori potrebbero anche riportare alla vita alcuni edifici abbandonati o sottoutilizzati, convertendoli ad abitazioni.

Allo stesso tempo, dovremmo smettere di costruire nuove case a densità dispendiosamente basse, inferiori alle 30 abitazioni ettaro [il “ twelve per acre” manualistico di Raymond Unwin, fissato nel 1902 con la città giardino, n.d.T.] che sono diventate la norma. Costruendo a densità più alte – non alte in senso assoluto – si utilizza il terreno in modo più efficiente e si salva la campagna. Ed esistono altri benefici ambientali, rinunciando alle basse densità. Si creano comunità più compatte, dove abitazioni, luoghi di lavoro, negozi e servizi sono più vicini gli uni agli altri, i trasporti pubblici sono più economicamente efficienti e le persone trovano più comodo camminare o andare in bicicletta, piuttosto che basarsi sull’uso dell’automobile.

Riuso dei terreni e conversioni

Nel 1998 il governo ha iniziato una politica per le abitazioni che aveva l’obiettivo di far realizzare il 60% di tutte le nuove case su terreni già edificati entro il 2008. Si tratta di un obiettivo raggiunto concretamente nel 1999, e questo suggerisce che si potrebbe fissare un obiettivo superiore.

Costruire a densità più elevate

La politica per le abitazioni del governo indica un’oscillazione da 30 a 50 abitazioni ettaro per le nuove costruzioni, e densità più alte per le aree vicine ai centri città, o con buoni collegamenti di trasporto. Le ultime statistiche indicano che le densità ora si stanno avvicinando al centro di questi estremi, con una media densità di 39 abitazioni ettaro nel 2004.

Abbondanza di spazio

Nella sua azione contro le basse densità, la CPRE non sostiene che dovremmo costruire solo case multifamiliari, o che i nuovi insediamenti debbano essere sviluppati in altezza. Niente di tutto questo. Si possono realizzare case unifamiliari spaziose, con un proprio giardino e parcheggi per le auto, con densità di 50 abitazioni per ettaro. Vogliamo nuove case di qualità, articolate per vari tipi: abitazioni di dimensioni generose con giardino per famiglie con bambini, e insieme case più piccole per le famiglie più piccole.

Il vostro comune distrugge la campagna?

Il vostro comune dà i permessi per le nuove costruzioni. La CPRE vuole esercitare pressioni sui costruttori perché facciano il massimo uso dei terreni brownfield, e perché non vengano autorizzate nuovi insediamenti a distruttive basse densità.

Nota: qui il testo originale, insieme alle altre iniziative al sito della Campaign to Protect Rural England (f.b.)

Titolo originale: Disneyland has given us unreal reality – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Non puoi andare a Disneyland, perché sei già lì.

Il parco a tema paradigmatico, che ha raggiunto il cinquantesimo anniversario questo mese, ha avuto una potente influenza sulla cultura americana, e in particolare sulla cultura dei luoghi.

Prima di Disneyland, con qualche eccezione di rilievo, un luogo era quello che era: prodotto della propria storia, geografia, clima, base economica, equilibri sociali e sviluppo tecnologico.

Dopo Disneyland, gli spazi americani sono diventati sempre di più finzioni narrative idealizzate del luogo: non spazi reali, ma meta-luoghi.

Disneyland non era privo di precedenti, in quanto metaluogo.

Più di un secolo fa, venivano progettati grossi sobborghi lungo le linee ferroviarie per pendolari, con pittoreschi centri in stile Olde English, facendo dei loto abitanti personaggi di storie dell’aristocrazia in tweed.

Alcune atmosfere delle sale cinematografiche degli anni ‘20 (come qui a San Antonio il Majestic o l’ Aztec) anticipano Disneyland nelle loro fantasie romantiche di terre esotiche.

I grandi magazzini dei primi tempi, non erano solo luoghi dove si vendevano beni di consumo. Le vetrine, l’organizzazione e programmazione degli stessi negozi, costruivano un racconto del consumo. Le esposizioni mondiali intrecciavano storie sull’idea di progresso e gli ideali degli scambi internazionali.

Ma Disneyland è andata oltre questi precedenti, in molti importanti modi. Non era solo un edificio o un insieme di edifici, ma una città virtuale progettata come insieme narrativo, in cui ogni dettaglio visibile contribuiva alla trama del racconto. A differenza delle esposizioni mondiali, Disneyland era un’installazione permanente, e disseminava il suo racconto su milioni di famiglie ogni settimana, attraverso il proprio spettacolo televisivo.

Al centro della storia, Main Street USA, idealizzazione rosea della via principale nella città natale di Walt Disney, Marceline, Missouri.

Main Street USA ha concretamente modificato le aspettative degli americani rispetto allo spazio urbano in generale, e per le zone storiche in particolare.

Le strade reali avevano tratti utilitari, zone di carico-scarico, uffici prestiti. I veri centri città avevano edifici realizzati in molte epoche, a riflettere il flusso della storia. I veri marciapiedi erano percorsi occasionalmente da qualche ubriaco, scocciatore, o personaggio stravagante. Le vere città avevano depositi merci, e vicoli sul retro.

Nella Main Street di Disney non c’era niente di tutto questo. Era solo facciate, maschera, copione e ordine omogeneo.

Era un ordine paternalistico, involontariamente simbolizzato dalla grandiosa struttura in cui culminava: non un edificio civico a significare valori democratici, ma dal barocco palazzo reale di Cenerentola e del Principe Azzurro.

Gli americani volevano che la vita imitasse l’arte. I distretti storici iniziarono ad essere governati da criteri progettuali a-storici, che richiedevano segnaletica leziosamente di gusto, e architetture “compatibili”. Nacquero nuovi quartieri con le proprie elaborate garanzie di uniformità nel progetto, nel verde, e nelle condizioni economiche.

Il successo commerciale andò agli spazi irreggimentati e privatizzati: il centro commerciale, il quartiere recintato.

I ristoranti che offrivano buon cibo furono eclissati da artefatte e preconfezionate imitazioni di taverne da strada del Texas, baracche di pescatori della Louisiana, fattorie messicane.

Più o meno lo stesso fato si è abbattuto sulla vita politica e intellettuale, dove l’ideologia liofilizzata si è imposta come denaro contraffatto, svalutando il vero pensiero.

Disneyland è cominciata innocuo diversivo, ma ci lascia in eredità una cultura che disprezza e teme l’esperienza autentica.

Nota: qui il testo originale al sito dello Express News ; da confrontare, almeno qui su Eddyburg, al più elegiaco buon compleanno Disneyland diYoshino-McKibben(f.b.)

Non esiste un monopolio della faziosità, ma la lotta è all’ultimo sangue. Come nelle polemiche sulle “periferie”, i cui guai sono stati ascritti dai vari soloni al solito comunismo, alla poca sensibilità dei progettisti (magari pure comunisti) ipnotizzati dal feticcio della modernità, a un’urbanistica rigida e burocratica sostanziata negli standards, o nello zoning monofunzionale.

A girare la boa del mezzo secolo, però, e a mostrare rughe profonde, non sono solo i complessi di residenza popolare del dopoguerra, ma anche quell’ambiente suburbano middle-class che ne ha sempre rappresentato l’immagine speculare: bassa densità, solidi valori familiari, ubique auto private e falciatrici ronzanti nei week-end. Soprattutto, al centro fisico e immaginario di questo ex sogno, il grande centro commerciale suburbano, tempio del consumo e della socialità programmata sui ritmi della grande impresa moderna.

Qui, il socialismo sembra proprio innocente: privatissime le “macchine della crescita” [1] alla base dello sviluppo residenziale per grandi lottizzazioni unifamiliari e reti superstradali, privatissimo (benché garantito dell’ente pubblico) il sistema di rigida separazione dello zoning monouso, che garantiva certezze di investimento, semplicità progettuale, e in fondo una certa aderenza ai modi e tempi della vita nella società industriale. Attorno il mare di casette, sparpagliate qui e là negli svincoli superstradali le grandi piastre dei malls, con ciambella di automobili a contorno.

Paradigma replicato all’infinito (sino a diventare anonimo), il Southdale Mall di Edina, nell’area metropolitana di Minneapolis, aperto nel 1956 su progetto di Victor Gruen, secondo uno schema allora rivoluzionario: una scatola piuttosto anonima, molto arretrata rispetto alla strada e completamente circondata da piazzali a parcheggio, a contenere in un ambiente chiuso e climatizzato tutta l’articolazione commerciale e di servizi. Un successo incredibile, come chiunque può testimoniare semplicemente uscendo di casa e girando l’angolo.

Come gli speculari complessi residenziali di iniziativa pubblica di tutto il mondo, ma (molto spiegabilmente) senza i medesimi clamori sul rapporto fra qualità del territorio e socialismo più o meno strisciante (che, per inciso, non è ancora reato), anche il Southdale Mall alla fine cade a pezzi. Non le strutture edilizie, sottoposte negli anni da proprietà e operatori commerciali a successivi refurbishments, e nemmeno il sistema urbanistico che lo accoglie e sostiene, e che anzi si è arricchito localmente nel tempo di altri complessi simili, lungo la striscia nord-sud fra l’autostrada urbana 62 e la Interstate Highway 494, come i nuovi scatoloni del commercio big-box. Pochi chilometri a est, nel territorio comunale di Bennington a sud della 494, c’è il nipote affetto da orchite: Mall of America, che replica il medesimo modello con la bellezza (?) di oltre mezzo milione di metri quadrati di superficie commerciale.

E anche il Mall of America, come il trisavolo di Southdale, a suo modo cade a pezzi: nell’immagine, nel rapporto con la città, nel suo faticare a mantenere tutte le mirabolanti promesse.

Per farla breve, la municipalità di Edina e gli operatori commerciali hanno preso la loro decisione: dopo i cinquant’anni, qui ci vuole un lifting serio (magari affiancato da psicoterapia). E proprio dai metodi scelti per lo spianamento delle rughe del Southdale Mall, lifting urbanistico e sociale deciso secondo un processo che sembra abbastanza partecipato, è possibile tentare di immaginare una tendenza.

Non è un caso da questo punto di vista che Victor Gruen, famoso soprattutto per i suoi progetti commerciali, abbia collaborato con alcune firme prestigiose (Oskar Stonorov e Louis Kahn, per fare due nomi) anche negli studi di “famigerati” complessi residenziali modernisti ad alta densità. Non è un caso, dicevo, perché forse la crisi di un modello socio-spaziale è identica a quella del suo doppio, e coincide con un mutamento di paradigma più generale.

Quello ad esempio che nella vulgata del nuovo urbanesimo colloca il centro commerciale tra le

Cinque componenti dello Sprawl: “Le lottizzazioni residenziali, dette anche baccelli ... gli Shopping Centers ... posti dove è piuttosto improbabile camminare ... gli Office Parks ... derivati dalla visione architettonica modernista dell’edificio che emerge da un parco ... fatti di solito da scatole e parcheggi ... gli Edifici pubblici .. grossi e rari, di solito spogli per mancanza di fondi, circondati da parcheggi e collocati a caso ... Strade ... chilometri di asfalto necessari a collegare le altre quattro dissociate componenti” [2].

E come osservano gli stessi critici più feroci di questo modello insediativo, non è detto che le sue parti siano di bassa qualità formale o funzionale, anzi. Quello che non funziona, e sempre più rivela debolezze sociali, ambientali, “insostenibilità”, è l’appartenere di questo modello a un immaginario passato, dove si poteva anche prospettare come desiderabile, in assenza di esperienze concrete, un ambiente di vita del genere: lunghi tempi di pendolarismo in auto; luoghi specializzatissmi per fare pochissime cose alla volta; una socialità ben dosata e segregata tra gli ambienti della famiglia, del lavoro, di tempi liberi standardizzati e incomunicanti. A ben vedere, contraddizioni parallele e simili (almeno nel metodo) a quelle dei grandi quartieri modernisti, con le loro relazioni spazio-società studiate a tavolino, per una società più auspicata che reale, e che l’evoluzione concreta di due generazioni ha ridotto a poco più di una caricatura degna al massimo dei serial televisivi o degli spot pubblicitari. Ma anche lo shopping mall, dal punto di vista dell’obsolescenza strisciante del modello generale, non scherza.

Nasce anche da questi presupposti, l’idea del piano Greater Southdale, promosso congiuntamente dall’amministrazione municipale di Edina e dagli operatori commerciali e immobiliari interessati, per la ristrutturazione urbanistica di un’ampia fascia di territorio, e ritentare di costruire mezzo secolo dopo

“aree pedonali di aspetto attraente, con ombra e verde, e sì, anche opere d’arte, perché queste cose attirano più clienti, aumentando gli affari dei negozi ... un buon progetto significa buoni affari” [3].

Un obiettivo dichiarato 50 anni fa, fa ma evidentemente fallito nella segregazione funzionale dello sprawl suburbano, dove il centro commerciale coi suoi originari 64 negozi e due grandi magazzini anchor, le catene Dayton e Donaldson ha attraversato due generazioni di evoluzione sociale e anche insediativa. Il primo tentativo di riorganizzazione risale al 1972, quando si aggiunsero un terzo grande magazzino della catena JCPenney, e nuovi 43 negozi. Poi nel 1990 ci fu un’altra grossa espansione, con un nuovo magazzino Dayton da 35.000 metri quadrati e 50 negozi, che portarono la superficie commerciale complessiva del Southdale Mall a circa 120.000 metri quadrati, esclusi i parcheggi, parte scoperti e parte su tre livelli serviti da rampe. Poi dai primi anni Novanta la concorrenza, a pochi minuti di macchina a est sulla Interstate Highway 494, del Mall of America, con le sue molte centinaia di migliaia di metri quadri di attrazioni varie, e un relativo declino[4].

Ora, la concorrenza col Mall of America la si intende in modo innovativo: non più (solo) aumento di superfici commerciali, ma ripensamento radicale del ruolo dell’area, che non a caso si dilata a una grossa striscia nord-sud assumendo il nome un po’ altisonante di Greater Southdale. Il fatto innovativo è da un lato un recuperato rapporto col resto dell’insediamento,a superare la segregazione funzionale suburbana in una logica di maggior permeabilità e intreccio con le aree residenziali e non circostanti, dall’altro un ribaltamento dell’organizzazione interna. Del resto si tratta di un’idea coerente ai programmi della pianificazione di coordinamento, così come fissati nelle politiche territoriali del Metropolitan Council per l’area regionale delle sette contee di Minneapolis, approvate nel 2004, che per le fasce di alta urbanizzazione ( Developed Communities,con più dell’85% del territorio urbanizzato) a cui appartiene la circoscrizione di Edina, propone un deciso salto verso uno schema insediativo non più suburbano.

Densità maggiori innanzitutto, perseguite attraverso incentivi e incoraggiamento delle iniziative miste pubblico-privato, finalizzate al riuso, rivitalizzazione, edificazione di riempimento, coordinamento nell’uso e modernizzazione delle strutture. Questo dovrà avvenire, definito nei dettagli dalla pianificazione locale, attraverso l’insediamento in queste zone entro il 2030, del 30% delle nuove famiglie e del 50% dei nuovi posti di lavoro. La parola d’ordine, già a livello regionale, sembra essere così mixed-use, ovvero compresenza (da definirsi poi nelle forme concrete in piani e progetti locali) di varie attività entro i medesimi sistemi, utilizzando la medesima gamma di infrastrutture e servizi, seguendo anche una tendenza già manifestata da alcune grandi imprese che

“riconoscono i benefici di legare posti di lavoro e residenze entro la stessa area, attraverso opzioni di trasporto ad alta accessibilità”, e dalle amministrazioni pubbliche che “vedono i vantaggi economici delle ... aree a mixed-use nei propri piani regolatori, adattando le ordinanze locali ... a questi tipi di uso dello spazio” [5].

Un tipo più compatto di insediamento che mira tra l’altro, oltre ad un minor consumo di suolo a scala regionale, ad un più razionale uso delle infrastrutture esistenti e a un rilancio del trasporto pubblico.

E l’amministrazione municipale di Edina, inizia nell’autunno 2004 il processo di costruzione (abbastanza partecipata) del progetto per l’area di Southdale, sotto gli auspici tra l’altro dello Urban Land Institute, approfittando anche di un cambio di proprietà degli immobili del mall. L’idea, pur ancora (e come potrebbe essere diverso?) fortemente centrata su funzioni commerciali, è quella di costruire un sistema altamente pedonalizzato:

I visitatori che vengono da più lontano sarebbero incoraggiati a lasciare l’auto negli spazi multipiano posti ai margini dell’area, e spostarsi verso i negozi a piedi o con qualche tipo di trasporto collettivo. Gradualmente l’intera zone si evolverebbe da un sistema di negozi posto oltre grandi parcheggi, a un sistema di fronti commerciali con marciapiede, percorsi pedonali trasversali, verde” [6].

Ma c’è di più, della sola razionalizzazione commerciale. Si tratta infatti di una vasta zona, che si intende riorganizzare internamente e fisicamente ricucire al resto della città e della rete metropolitana, ma anche arricchire di funzioni: trasporto pubblico e nodi di interscambio, attività economiche, residenza a varie densità, ruolo di vero e proprio “centro” su cui basare l’intero piano urbanistico cittadino [7].

Salta all’occhio, anche solo ad una osservazione rapida del piano di massima - Greater Southdale Study Concept - attualmente in corso di discussione pubblica, il tentativo di articolare quanto più possibile gli spazi già a grande scala: viali alberati, e un sistema gerarchico di strade che integra il sistema sia all’ex suburbio residenziale, sia alla rete di grandi arterie e autostrade; due stazioni del sistema di trasporto pubblico (impensabili, sino a una decina d’anni fa), a fungere anche da possibili nodi di scambio intermodale; una compresenza e intreccio di funzioni e densità che comprendono la residenza, le attività terziarie con notevoli blocchi per uffici, fronti commerciali ad orientamento pedonale, gruppi di funzioni pubbliche; soprattutto, predominante, la scelta del mixed-use[8]. E si potrebbe sospettare, anche, un uso “ideologico” del termine, se non fosse che anche l’ordinanza di zoning della municipalità di Edina prevede ben quattro gradazioni di aree omogenee così denominate, delle quali tre non includono il commercio ( retail) ma comprendono la residenza mista, e fra gli usi condizionali viene introdotta (fatto nuovo, anche se in diffusione nei regolamenti municipali americani) la possibilità di compresenza di negozi e residenze entro il medesimo edificio [9]. Di particolare rilevanza, infine, il fatto che sia proprio la zona del Southdale Mall di Victor Gruen, a costituire il cuore del sistema mixed-use, definito su un lato da un fronte commerciale a negozi tradizionali, e delimitato a nord da una delle stazioni del trasporto pubblico.

Naturalmente è impossibile, in presenza di un semplice studio di massima per un’area di parecchi ettari e notevole complessità e articolazione, esprimere giudizi sulle potenzialità dei risultati spaziali, sia in termini di rapporti funzionali (ad esempio la pedonalità, o la distribuzione nel tempo delle varie fruizioni), sia in termini di equilibrio fra ambiti effettivamente pubblici, e la sottile privatizzazione che sempre per un verso o l’altro si insinua negli ambienti progettati con un ruolo centrale delle grandi catene e imprese. In mancanza di una articolata serie di linee guida progettuali della municipalità (che auspico comunque in corso di redazione)[10], aiutano a dare meglio un’idea generale le “tipologie”: piccole serie di immagini fotografiche, ciascuna a corredo di una specifica zona omogenea così come segnata nella planimetria. E in effetti, anche solo per restare al mixed-use, gli esempi illustrano né più né meno quanto regolamentato con linguaggio più burocratico alla voce “B. MDD-6. Commercial uses in residential buildings” della citata ordinanza municipale di zoning: spazi da città europea, con arretramenti degli edifici ridotti al minimo, parcheggi anche a lato strada, marciapiedi, e appunto i piani terreni destinati al commercio, e quelli superiori a residenza e uffici[11].

La discussione pubblica del piano è ancora in corso in questi mesi estivi del 2005, e ci si può ragionevolmente aspettare che anche dal punto di vista dei particolari di organizzazione spaziale questo radicale lifting urbanistico dell’ex mall suburbano e dintorni si precisi prima del compleanno ufficiale del 2006. Appare però già chiaro un orientamento: non solo riorganizzazione, per quanto radicale e su vasta scala, di uno spazio commerciale e di servizio immerso nell’ambiente suburbano, ma vera e propria riconversione a spazi decisamente urbani. Sembra, anche e a prima vista, aumentato il ruolo generale dell’ente pubblico, dall’articolata presenza fisica di uffici e servizi nell’ex tempio del consumo familiare, al ruolo di arbitro delle decisioni (ad esempio per il sistema intermodale di trasporti), alla forzatura pianificata del sistema dei tre ambiti: strada, parcheggio, interni. Quella che si prospetta, è una città molto più simile al sistema complesso che sinora la storia ci ha lasciato in eredità, anche se non dovessero necessariamente spuntare i manierismi architettonici neo-tradizionalisti, o se qualche rigidità regolamentare (o interesse commerciale) impedisse l’abolizione dei sistemi auto-oriented e la conseguente piena integrazione fra area suburbana e nuovo centro multifunzionale.

Resta il fatto che, in modo per niente diverso da quanto accaduto ai grandi complessi residenziali modernisti, anche la santa trinità dello sprawl (autostrada, villetta, servizi segregati) sembra entrata definitivamente in crisi anche nella sua icona storica. Il problema è che rischiamo di doverci comunque subire i colpi di coda delle “macchine della crescita”, pronte a spostarsi da un contesto all’altro – come accade ora nel caso della Cina – a riproporre una “modernità” schematica, rozza e stupidotta. Una modernità che certo appariva a tutti un futuro auspicabile a metà Novecento, con la prospettiva di grande mobilità, consumi, specializzazione, socialità taylorizzata. Ma che ora in prospettiva pare attuale come certi capi di abbigliamento scomodissimi indossati in una foto in bianco e nero, o quelle automobili da due tonnellate che consumavano un litro ogni due chilometri. Purtroppo qualcuno continua a ragionare in questi termini.

Nota: i links esterni sono inclusi nelle note bibliografiche di seguito. Per quelli interni, mi limito al solo articolo autocritico di Victor Gruen del 1978. Gli allegati sono: questo testo con note in formato PDF; una foto aerea del Soutdale Mall degli anni Cinquanta; il piano di azzonamento del giugno 2005 ; per inquadrare meglio l'area, qui un link all'immagine dal satellite Google - la fascia di Southdale è visibile al centro (f.b.)

[1] Il termine “growth machine”, complesso di intrecci fra impresa e scelte politico-legislative, nient’affatto orientato da semplici scelte del consumo di massa, è stato ben argomentato da Dolores Hayden, Building Suburbia: Green Fields and Urban Growth, 1820-2000, Pantheon Books, New York 2003, in particolare per il rapporto sprawl/mall pp. 162-172; della stessa Autrice, una definizione più concisa e definitiva, nel glossario illustrato A Field Guide to Sprawl– With aerial photographs by Jim Wark, Norton & Co., New York-London 2004, p. 48.

[2] Andres Duany, Elizabeth Plater-Zyberk, Jeff Speck, Suburban Nation: the rise of Sprawl and the decline of the American Dream, North Point Press, New York 2000, pp. 5-7.

[3] Dichiarazione di Victor Gruen del 1956 a proposito di Southdale, riportata da M. Jeffrey Hardwich, Mall Maker: Victor Gruen architect of the American Dream, University of Pennsylvania Press, Philadelphia 2004, p. 118.

[4]Cfr. Beth Mattson, “The Grand Dame of Twin Cities Retail”,Retail Traffic Magazine, 1 maggio 1999 http://retailtrafficmag.com/mag/retail_grand_dame_twin/

[5] Twin Cities Metropolitan Council, Regional Development Framework 2030, gennaio 2004, Policy Directions and Strategies, p. 13 http://www.metrocouncil.org

[6] David Peterson, Edina’s Southdale area seeks 21st-century look, Star Tribune, 10 febbraio 2005 http://www.startribune.com/stories/462/5232411.html

[7] Cfr. The public is invited to participate in the second public workshop on the future of the Greater Southdale area, comunicato stampa dell’amministrazione municipale di Edina, 28 gennaio 2005 http://www.ci.edina.mn.us/

[8] Cfr. Hoisington Koegler Group Inc., Greater Southdale Area Land Use & Transportation Study, Land Use Concept, City of Edina/Hennepin County, giugno 2005.

[9] Cfr. City of Edina, Zoning Code, 850.14 - Mixed Development District (MDD).

[10] Ad esempio sulla base di quelle di derivazione new urbanism redatte dallo studio Clarion di Denver una decina di anni fa per il caso specifico dei big-box di Fort Collins, Colorado, e poi utilizzate come base da molte città per proprie varianti. Cfr. Chris Duerksen, Robert Blanchard, Belling The Box: Planning For Large-Scale Retail Stores, National Planning Conference, Atti, 1998 http://www.asu.edu/caed/proceedings98/Duerk/duerk.html [trad. it. di Fabrizio Bottini su http://eddyburg.it ]

[11]Cfr. Hoisington Koegler Group Inc., Greater Southdale Area Land Use & Transportation Study, Futures Study – Conceptual Plan – Land Use Typology, gennaio 2005.

COMUNICATO STAMPA

1 agosto 2005 - I Presidenti del Consiglio Regionale dell'Emilia-Romagna e della Sezione di Bologna di Italia Nostra hanno inviato in data 1 agosto la seguente lettera al Sindaco e all'Assessore all'Urbanistica del Comune di Bologna:

Egregio Signor Sindaco, Egregio Signor Assessore,

numerosi cantieri in corso nella collina prossima a Bologna fanno pensare che siano intervenuti negli ultimi tempi dei cambiamenti peggiorativi nelle politiche di difesa del paesaggio e del patrimonio storico-artistico della collina, praticate con coerenza e sostanziale continuità dal Comune di Bologna da ormai quarant'anni.

In questo senso destano forti preoccupazioni tre cantieri (li citiamo ad esempio, ma ce n’é altri) posti l’uno all'inizio della via di Roncrio, un secondo presso la frazione di Roncrio al bivio di via della Trappola, il terzo a poche decine di metri dalla Basilica di San Luca sulla destra per chi sale dal Meloncello.

Il portico e la Basilica di San Luca, in particolare, non sono episodi qualsiasi del paesaggio e della storia culturale, religiosa e artistica di Bologna: meritano più attenzione e rispetto di quelli che si manifestano in quest’ultimo caso.

Le dimensioni e l'invasività dei nuovi edifici in costruzione sembrano a prima vista contrastare con le linee e le normative di tutela poste in essere fin dagli anni '60 da Comune e Soprintendenze. Siamo certi che il Comune, ove non l’abbia già fatto, verificherà la regolarità degli edifici e delle autorizzazioni anche alla luce delle localizzazioni e delle insolite dimensioni degli interventi in questione, e procederà di conseguenza qualora venissero riscontrate anomalie.

Se invece queste costruzioni fossero pienamente autorizzate, riteniamo sia urgente rivedere le parti di norme e regolamenti che si sono appalesate così clamorosamente inefficaci in questi casi, al fine di evitare che episodi simili possano ripetersi. Occorre poi che siano raddoppiati gli sforzi e le attenzioni degli organismi comunali preposti alle valutazioni di merito sui progetti sottoposti all’approvazione.

Confidando nella Loro attenzione e nel Loro efficace impegno e confermando la volontà di Italia Nostra di continuare a contribuire al migliore andamento delle politiche di difesa del patrimonio storico-artistico e paesaggistico della nostra città, porgiamo distinti saluti.

Paolo Pupillo, Presidente della Sezione bolognese di Italia Nostra

Raffaele Mazzanti, Consigliere Nazionale, Presidente del Consiglio Regionale di Italia Nostra

Postilla

Negli anni 60 i migliori nomi dell’urbanistica italiana e le più avvedute amministrazioni si impegnarono nella tutela del paesaggio urbano: a Firenze (Detti), ad Assisi (Astengo), a Bologna (Campos Venuti) le colline, che già la speculazione aggrediva, furono vincolate da varianti ad hoc o da piani urbanistici “innovativi” (allora non si diceva così, ma si faceva). Gli esempi fecero scuola, e le città che si muovevano nella direzione opposta sono oggi additate come esempi degli scempi più inumani (la collina del Vomero a Napoli).

Che cosa è cambiato, da allora a oggi? Molto, se a Bologna succede ciò che Italia Nostra denuncia. E non si tratta di abusivismo, né di colpi di coda della giunta Guazzaloca. Ciò che sta avvenendo è il risultato dell’applicazione del PRG approvato nel 1989 dalla Giunta PCI-PSI. Un piano che fu pesantemente modificato quando il PSI entrò in maggioranza. Tra l’altro, si consenti che potessero essere autorizzate ristrutturazioni edilizia di “edifici esistenti all'interno di zone agricole non destinati o non destinabili all'attività agricola (edifici residenziali accatastati al NCEU, edifici colonici non più funzionali alla produzione agricola, edifici o parti di edifici utilizzati per attività produttiva e/o di servizio)”, cambiandone la destinazione e con un significativo premio di cubatura”. (articolo 58 - Nuclei edilizi esistenti).

Una interpretazione abbastanza allegra della conservazione del paesaggio della collina. I cittadini bolognesi possono già immaginarne gli effetti osservando i numerosi cantieri apert: uno a fianco del Santuario di San Luca. C’è da sperare che l’allarme lanciato da Italia Nostra, e ripreso da Eddyburg, solleciti gli amministratori a tamponare con immediatezza gli effetti di quel perverso dispositivo.

Il traffico di autoveicoli è sempre modesto sulla comoda superstrada tirrenica che porta, lungo l’Aurelia, da Rosignano a Civitavecchia. S’ingolfa e si fa molto pericoloso soltanto in due colli di bottiglia, dove le corsie si riducono a due, cioè in Comune di Capalbio fino alla vecchia Dogana; poi, di nuovo, fra Tarquinia e l’imbocco dell’autostrada di Civitavecchia. Sono, rispettivamente, 13 e 9 maledetti chilometri, con incidenti mortali o gravi. Per curare, subito, le due strozzature, basterebbe portare a quattro, anche lì, le corsie dell'Aurelia. E invece questi due tratti rischiosi, con tanti morti, feriti e infortunati a vita, restano così come sono, in attesa che arrivi una Autostrada della Maremma tanto voluta dall’alto (governo Berlusconi e Regione Toscana, in forme diverse), quanto osteggiata dal basso (Comuni, Associazioni ambientaliste e agricole, comitati locali, ecc.). Autostrada che, secondo un faraonico e contestatissimo, anche da destra, progetto-Storace, sarebbe dovuta proseguire a sud, tranciando intere riserve naturali in Comune di Roma (risolutamente contrario assieme alla Provincia), da Fiumicino a Formia e a Gaeta. Anziché adeguare e mettere in sicurezza, velocemente, la Pontina, ancor più incidentata e rischiosa dell’Aurelia.

Non c’è un euro per questo e per altri maxi-progetti autostradali, ma questo maremmano rispunta con una richiesta di valutazione di impatto ambientale per due tracciati nel tratto fra Toscana e Lazio. Perché? Per ragioni eminentemente elettoralistiche. Per metterci un cappello sopra, così, prima o poi, un qualche governo riuscirà a finanziare l'inutile opera e ad aprire il primo cantiere. I morti sulla strada non interessano. Continueranno per anni. Ma vediamo un po’ il quadro oggettivo della situazione.

Traffico

Tra Rosignano e Civitavecchia, va da 13.000 a 20.000 veicoli al giorno nelle due direzioni. Modesto, quindi. Per giunta, è, al 75 per cento, traffico locale. Il quale continuerebbe a prendere l’Aurelia o la strada statale comunque gratuita che bisognerà assicurare. Il risparmio di tempo con l’autostrada sarebbe, in un tratto di circa 110 Km, di una manciata di minuti. Per il traffico pesante, un’inezia. Da pagare però col pedaggio. Che sarebbe caro: come remunerare altrimenti il capitale privato (che latita)? Va bene, ma i Tir lo pagherebbero? Non credo proprio.

Tracciati

In Maremma sono stati indicati due tracciati. Uno collinare intermedio, proposto dal ministro Lunardi. Uno a costa sostenuto dalla Regione Toscana. I cantieri previsti sarebbero, rispettivamente, 45 e 46, la movimentazione di materiali di cava, calcestruzzi, ecc. sarebbe sugli 8,6-8,8 milioni di metri cubi. Tempo minimo per la costruzione: 5 anni. Tutt’e due con grossissimi problemi da risolvere.

Costi

A nord il Corridoio autostradale costerebbe oltre 2 miliardi di euro, a sud circa 3. Dunque oltre 5. Mentre l’adeguamento e la messa in sicurezza dell’Aurelia, secondo il solo progetto dettagliato esistente (quello Anas del 2000), impegnerebbe, al massimo, circa 1 miliardo. Probabilmente l’adeguamento della Pontina con opere di un certo impegno più a sud, fra Formia e Gaeta, costerebbe di più, ma non molto. È realistico ipotizzare che i due adeguamenti impegnerebbero la metà del costo autostradale, e anche meno.

Impatto ambientale

Ovviamente molto elevato per un’autostrada con pedaggio, che necessita di caselli, svincoli, sovrappassi, oltre che di viadotti e gallerie. Il tracciato costiero prevede una variante di 42 Km. fra Orbetello e Montalto di Castro, molto impattante dal punto di vista ambientale e agricolo. Esso stende fra la collina e il mare due nastri d’asfalto (autostrada e strada statale) più la ferrovia. Quello interno è non meno disastroso in quanto trancia anch’esso zone di agricoltura specializzata e di alto pregio ambientale e paesistico. I siti di interesse comunitario e le zone di protezione speciale coinvolte sono ben 13. Nove le aree naturali protette, nazionali, regionali o locali. Oltre a riserve, oasi Wwf, rifugi faunistici. Ancora non si capisce poi come verrà affrontato, alle spalle di Montalto di Castro (Viterbo), il nodo strategico dello splendido e intatto Parco archeologico e paesistico di Vulci.

A cosa serve

Le relazioni per chiedere la VIA sono decisamente contraddittorie. In un passo si sostiene che il pedaggio scoraggerà il traffico su gomma dovendo lo stesso pagare il costo dell’infrastruttura (ma se soltanto il 25 per cento è transito nazionale, che razza di investimento è?). In un altro invece si afferma che il Corridoio Tirrenico servirà a «ridurre i livello di congestione soprattutto nel tratto appenninico dell’A1 e della E45», quindi a scaricare traffico, inquinamento, rumore, ecc. in Maremma. Bel risultato per questo magnifico territorio.

Schieramenti

Sono per l’autostrada tirrenica a pedaggio la Regione Toscana (sulla costa) e il governo (all’interno). Sono per l’adeguamento dell’Aurelia senza pedaggi: quasi tutti i Comuni (tentenna Tarquinia), le associazioni agricole e quelle ambientaliste (Italia Nostra, Wwf, Comitato per la Bellezza, Legambiente, ecc.), i Verdi della Toscana e il Prc, i Ds della Maremma laziale. Idem per la Pontina, col Comune e la Provincia di Roma da tempo schierate per il suo adeguamento. In Regione, decisamente su questa linea i Ds con il sen.Esterino Montino neo-segretario, i Verdi (loro è l’assessore Angelo Bonelli), e il Prc. Non si è ancora espressa la Margherita. Né, ufficialmente, il presidente Marrazzo. Ma è molto probabile che la Regione Lazio butti a mare il progetto-Storace, facendo così mancare ogni sponda autostradale alla Regione Toscana.

Novità finale

Il maledettissimo imbuto dei 9 Km di Aurelia a due corsie fra Tarquinia e Civitavecchia è stato inserito dall’Anas nell’aggiudicazione della Romea 2. Per risolvere il grosso dei problemi aperti in Maremma, basterebbe dunque aprire i cantieri per portare a quattro le corsie anche in Comune di Capalbio e per eliminare alcuni incroci a raso. «Aurelia sicura subito! Autostrada? No, grazie», è lo slogan della manifestazione che si svolgerà a Capalbio e sull’Aurelia dalle 17 di sabato 30, e che esprime bene lo stato d’animo di quanti vogliono salvaguardare un territorio e un paesaggio fra i più straordinari e ricchi di potenzialità. Anche economiche, se non lo si spreca in cemento e asfalto superflui.

L'immagine è da "il Corriere della sera" del 31.07.2005

Nello stagno di Campana svernano i fenicotteri rosa. E' un'area protetta dalle normative europee (fa parte di un «sito d'interesse comunitario», come si dice nel linguaggio della burocrazia di Bruxelles). Il comune di Domus de Maria ha ottenuto dall'Unione europea un finanziamento di 250.000 euro per tutelarlo, circondandolo di una palizzata di legno. Ora, a ridosso dello stagno, c'è un parcheggio, pieno, a luglio, delle auto di turisti che arrivano da mezza Europa. E' uno dei tanti scempi resi possibili dal piano urbanistico comunale (Puc) approvato all'unanimità a Domus de Maria, senza distinzione di maggioranza e opposizione, il 26 febbraio di quest'anno. In pochi mesi, una colata di cemento si è riversata sulla costa che va dalla laguna di Chia a Capo Spartivento, quarantacinque chilometri ad ovest di Cagliari. Una zona di straordinario pregio paesaggistico e naturalistico è stata devastata da villaggi turistici che si sono divorati intere colline e hanno distrutto ettari di macchia mediterranea, ginepri secolari fatti a pezzi dalle ruspe.

Disastro ambientale

Tutto nel silenzio più assoluto. Almeno sino a quando, lo scorso maggio, non è intervenuto il Wwf, che ha denunciato il saccheggio e che, per bocca dei suoi dirigenti regionali, non esita ora a parlare di disastro ambientale. Nel tentativo di bloccare lo scempio, l'associazione ambientalistica ha presentato un ricorso al Tar, per chiedere l'annullamento del piano urbanistico di Domus de Maria. Intanto, però, le ruspe hanno fatto buona parte del loro lavoro, e riportare Chia e la sua laguna allo stato originario forse non sarà più possibile.

Vedere da vicino che cosa è stato fatto è sconcertante. Il parcheggio delle auto che sorge accanto allo stagno dei fenicotteri è la deturpazione più evidente. Ma basta addentrarsi appena all'interno per capire che la parola disastro non è stata usata a sproposito dal Wwf. Sulla collina che declina verso la laguna sorge l'edificio di un club nautico che doveva essere costruito nella zona del porto. Porto mai realizzato per la sollevazione generale di ambientalisti e opinione pubblica: si dovevano spianare le dune e dragare il fondale dello stagno. A tanto non ci sono arrivati. Dal Puc il porto lo hanno tolto. Il club nautico è rimasto, anche se sulla costruzione la Guardia forestale ha sollevato dubbi di legittimità sulle proroghe della concessione rilasciata dal comune. Per non parlare della differenza tra ciò che era previsto nel progetto autorizzato dall'ufficio paesistico della Regione Sardegna e ciò che è stato costruito. Una relazione della Guardia forestale è stata consegnata alla procura di Cagliari lo scorso dicembre, quando del club nautico esistevano solo le fondamenta. La procura non si è mossa e ora l'edificio è arrivato al tetto. Poco oltre, in un posto che si chiama Tanca Sisca, lo scempio è totale. La collina è stata ricoperta da file e file di villette a schiera, un enorme villaggio turistico con tanto di piscine e di centri commerciali. All'ingresso del cantiere c'è scritto che i lavori sono cominciati il 15 febbraio 2005. In pochi mesi è venuta su una seconda cittadina, a poche decine di metri dal mare. Un sistema delicatissimo, come quello delle dune e della laguna, minacciato nei suoi equilibri, con il rischio di danni irreparabili.

Com'è potuto accadere tutto ciò in una regione in cui lo scorso 11 agosto la giunta guidata da Renato Soru ha approvato, tra i suoi primi atti, una legge che impedisce di costruire qualsiasi cosa, anche una semplice capanna di frasche, dentro una fascia di due chilometri dal mare?

Al comune di Domus de Maria dicono che loro sono in regola perché la legge salvacoste voluta da Soru esclude le opere edilizie già avviate al momento dell'entrata in vigore del provvedimento. Il Wwf replica che le cose, nel caso di Chia, non stanno per niente così. E cita il testo della legge salvacoste: «Restano fuori dalle disposizioni della presente normativa le opere che alla data del 10 agosto 2004 siano già legittimamente avviate, ovvero sia stato realizzato il reticolo stradale e si sia determinato un mutamento consistente ed irreversibile dello stato dei luoghi». «Nel caso specifico _ dicono al Wwf _ le opere edilizie non erano state neppure avviate alla data del 10 agosto 2004. E come se non bastasse, risulta dalla relazione allegata al piano urbanistico di Domus de Maria che buona parte delle convenzioni di lottizzazione cui si riferiscono le costruzioni in questione sono abbondantemente scadute». Il sindaco di Domus de Maria replica che le lottizzazioni erano già previste dal precedente piano urbanistico, bocciato solamente in parte, per irregolarità di legge, dal Comitato regionale di controllo, e quindi di fatto valido una volta che il consiglio lo ha riapprovato tenendo conto delle modifiche richieste. E' uno stratagemma, questo, cui altri amministratori stanno ricorrendo. Nei giorni scorsi è partito il consueto monitoraggio aereo della Guardia di finanza lungo le coste della Sardegna. Dall'elicottero si riesce a vedere che cosa sta accadendo nei territori dei diversi comuni. I casi come quelli di Chia sono molti. «In Gallura _ ha rivelato nei giorni scorsi il delegato regionale del Wwf, Luca Pinna _ sta succedendo di tutto. Ci sono cantieri aperti anche nelle isolette di fronte alla Costa Smeralda. Stiamo chiedendo gli atti a i comuni per capire sulla base di quali supporti legislativi sono state erogate le concessioni. Se sarà necessario, ricorreremo alla magistratura».

Il via libera di Legambiente

Intanto, però, Fulco Pratesi, con una lettera a Soru, chiede un intervento immediato della Regione Sardegna. Finora, però, dal governatore e dall'assessore all'Ambiente, Tonino Dessì, nessuna risposta. Il Wwf, inoltre, polemizza con Legambiente: «Il presidente regionale di Legambiente, Vincenzo Tiana _ spiega Pinna _ prima non ha firmato il ricorsa al Tar e poi ha siglato un accordo con Domus de Maria per un progetto di protezione dei cordoni dunali e dei ginepri, senza tenere conto di quanto sta accadendo». Tiana replica: «Il ricorso al Tar è inutile, perché il Puc, prima di essere adottato, deve passare alla Regione, che può e deve intervenire. Per noi le volumetrie sono eccessive. Perciò abbiamo chiesto alla Regione di ridurle e di spostarle lontano dal mare». «Il fatto è - controbatte il Wwf _ che nelle lottizzazioni dove i cantieri erano aperti il danno è già enorme e solo il ricorso al Tar ha potuto bloccarlo».

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