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ROMA Professore Fisichella, lei sostiene che è sempre più il governo, invece dei Parlamento, a fare le leggi. È così?

È una tendenza che si manifesta da tempo non solo in Italia ma che in Italia ha raggiunto un livello molto alto.

Da quando e perché?

La tendenza rinvia anche a legislature precedenti ma in questa mi pare ci sia stata una certa accelerazione. Questo apre la strada verso una caduta dell'equilibrio tra esecutivo e legislativo. La letteratura scientifica attribuisce ai parlamenti due funzioni fondamentali: produzione legislativa e controllo politico. Della legislazione ho già detto. I parlamenti cercano semmai di inserirsi nella iniziativa governativa con piccole modifiche e senza grande capacità di promuovere leggi sistemiche. Sul controllo politico gli spazi si stanno obiettivamente restringendo.

Dove porta tutto questo?

Verso la contrazione degli spazi per le classi di estrazione squisitamente politica rispetto a quelle di estrazione economica, tecnocratica, finanziaria, mediatica. Se si restringe lo spazio delle istituzioni rappresentative, in un quadro che registra la crisi dei partiti e per molti aspetti anche dei sindacati, è evidente che gli spazi resi vuoti dalle difficoltà crescenti del Parlamento e dal rattrappimento di partiti e sindacati, vengono riempiti da altri soggetti che non hanno legittimazione democratica.

Andiamo verso una società sempre più autoritaria?

È un rischio, non c'è nulla di ineluttabile anche se ci sono forti tendenze, verso una società dove il criterio di selezione democratica viene per vari aspetti superato da criteri di selezione oligarchici. Per Augusto Comte ci sono due grandi poteri: la forza concentrata e quella dispersa. La prima, è quella delle risorse economiche e finanziarie; la seconda, quella dei grandi numeri e può controbilanciare la prima. Ma se partiti e sindacati sono in crisi, il potere mediatico finisce con l'assolvere un ruolo di indirizzo o di elusione, di sviamento dai grandi problemi reali della società.

Lei parla della crisi della democrazia italiana e in controluce si vede Berlusconi proprietario delle tv. Ho capito male?

Il fenomeno negli Usa s'è manifestato da tempo. I politologi parlano di sistema senza partiti. Il partito è stato sostituito essenzialmente dal potere mediatico, dalle televisioni.

Insomma, da Berlusconi. Ma come possiamo difenderci in Italia? Quali garanzie possiamo darci?

In un sistema bipolare è necessario che i due poli possano competere ad armi pari. Questo, per un verso, esige che siano rispettate certe regole che riguardano anche il sistema mediatico…

…Par condicio…

…Appunto. Per un altro esige che se c'è una opposizione che ritiene che la situazione deve essere corretta, questa opposizione deve comportarsi seriamente, senza dare gli spettacoli che sta dando in questo periodo.

Professore è polemico col centro destra e critico col centro sinistra?

(ride) Veda lei, veda lei.

L'opposizione sottovaluta?

Siamo di fronte a una generale carenza di classi dirigenti in Italia. Una classe dirigente seria, consapevole del fatto che questi sono i problemi, non li ridurrebbe ai particolarismi su cui indulge con troppo frequenza, ad atteggiamenti di antipolitica o di politicantismo partigiano. Sì, direi che non ci si rende conto che in Italia, ma non solo, viviamo un processo di svuotamento per linee interne della democrazia attraverso un indebolimento delle regole e soggetti (partiti, sindacati, istituzioni rappresentative). Questa crisi libera spazi che vengono occupati da soggetti che non hanno legittimazione democratica.

La mancata soluzione del conflitto d'interessi aggrava la situazione italiana?

È uno dei problemi di cui su cui ha ragionato anche il centro destra che però non s'è dato una soluzione soddisfacente. Ma lo svuotamento della democrazia dovrebbe essere affrontato soprattutto dall'opposizione e da quella parte della maggioranza consapevole dei rischi.

Invece l'opposizione non se ne occupa?

Non lo so. L'opposizione mi appare incomprensibile in questa fase.Non riesco a cogliere in essa il senso della consapevolezza della sfida che sta vivendo il sistema democratico italiano.

Il bipolarismo come si colloca nella sua analisi?

Può essere del tutto coerente con una Italia che funziona bene. Non c'è contrapposizione tra bipolarismo e una funzione alta della politica.

E la concentrazione dei media?

Sempre la concentrazione eccessiva è stata una controindicazione per la democrazia. La storia della democrazia europea, l'unica che conosciamo, da 2500 anni a questa parte raccomanda di evitare gli eccessi di concentrazione, quello che gli antichi chiamavano il dispotismo orientale. Il potere deve essere distribuito in modo che non ci sia tutto il potere su un unico capo, su una unica testa.

Voterà l'eventuale legge sulla cancellazione della par condicio?

Alcune leggi che riguardano le regole non le ho votate quando mi è sembrato costituissero un vulnus per la democrazia.

Le statistiche, si sa, vanno interpretate e così i numeri che le compongono e che per loro natura dovrebbero rappresentare realtà oggettive si trasformano invece in soggettive aspettative. In una società esposta all’influenza dei "media" questa soggettività dei numeri diventa dominante e accresce l’instabilità e l’insicurezza dell’insieme.

Il rapporto del Censis diffuso l’altro ieri documenta questa condizione di fragilità e di mutevolezza del paese: una condizione peraltro analoga a quella riscontrabile in tutta Europa, società ricche ma stagnanti, immemori del passato, immerse nel presente, timorose del futuro. E anche profondamente contraddittorie. Per certi aspetti addirittura schizofreniche.

Ricordate uno degli slogan che nel Sessantotto ebbe maggiore eco e popolarità? Tutto e subito, reclamavano i giovani di allora. Ma a chi indirizzavano questa imperativa richiesta? Non allo Stato che volevano abbattere, non ai partiti che disprezzavano, non alla famiglia di cui svelavano le antiche ipocrisie, non alla scuola alla quale avevano tolto fiducia. Neppure alla religione cui avevano cessato di credere.

In realtà non era neppure una richiesta. Era un sogno che, come la maggior parte dei sogni, non si avverò per la semplice ragione che non poteva avverarsi. Il "tutto e subito" è una solenne e infantile sciocchezza che tuttavia si tramanda di generazione in generazione. La differenza dell’oggi sta nel fatto che quel sogno non è più soltanto appannaggio della gioventù ma è diventato un sentimento che pervade la società intera. Nei giovani poteva rappresentare una spinta per conquistare il futuro, ma diffusa a tutti i livelli di età e di condizione sociale si trasforma in emotiva e globale fragilità. In predisposizione a essere manipolati dalla demagogia. In passiva e inerte attesa del miracolo, del santo protettore, del principe azzurro sul bianco cavallo, del giustiziere che vendicherà i torti e instaurerà la vera giustizia. Insomma del messia che anticipi nel mondo di qua l’oltremondo delle beatitudini.

***

Mi venivano questi pensieri, alquanto sconfortanti lo confesso, mentre sfogliavo le tante pagine e scorrevo le molte tabelle del rapporto Censis e il commento-sintesi che ne fa Giuseppe De Rita, interprete autentico dei numeri che gremiscono quelle pagine.

De Rita lamenta che gli italiani abbiano cessato di sognare. Indica anche la data di questo brusco risveglio: il 1993. Da allora, secondo il segretario generale del Censis, gli italiani ormai privi di sogni si sarebbero ripiegati su loro stessi e il declino sarebbe incominciato.

Ma perché proprio nel 1993? Che cosa accadde di particolare in quell’anno, a parte la soppressione della Cassa del Mezzogiorno? Credo sia evidente a quali eventi si riferisca De Rita: il ciclone di Mani pulite, la denuncia della corruzione diventata sistema, il crollo delle forze politiche più compromesse nella generale corruttela. Infine la nascita del berlusconismo politico dopo i fasti del berlusconismo mediatico. Furono queste la cause della fine del sogno?

Secondo me De Rita si sbaglia di grosso. Ammesso che negli anni precedenti, i "favolosi" anni Ottanta del craxismo e del forlanismo, ci fosse un qualsiasi sogno degno di questo nome, nei Novanta prese forma un sogno ancor più illusionistico e ancor più demagogico e populista. Ancora più denso di contraddizioni, di scorciatoie, di piccole e grandi furberie, di enormi egoismi, di attese miracolistiche. Dopo i giustizieri che parlavano con le carte bollate e in nome della legge (che furono tripudiati per un anno e poi rapidamente ripudiati) arrivava finalmente il giustiziere vero, quello che avrebbe ridotto lo Stato in mutande, tagliato le tasse con falce affilata, abolita la burocrazia parassitaria, messi fuori causa i partiti, reso inutile il Parlamento, arricchito il paese come aveva già arricchito se stesso. Infine instaurato il regno della felicità o perlomeno dato a tutti lo strumento per arrivarci: una libertà senza impedimenti, senza regole, senza steccati da superare o almeno da rispettare.

Non è stato un sogno anche questo, amico De Rita? Gli italiani sono passati da un sogno all’altro. E del resto il principale protagonista nei sogni degli anni Ottanta non era il padre putativo e perfino il consocio del protagonista dei sogni negli anni Novanta? Tutto si tiene a questo mondo.

Dovessi scegliere tra quei due sogni, francamente rifiuterei entrambi. Per mia fortuna faccio parte di quel vasto numero di concittadini rimasti svegli e privi di sogni, che cercarono allora e cercano oggi di testimoniare la verità dei fatti, le menzogne demagogiche di allora e di oggi, la dilapidazione delle risorse nazionali, la corruttela di oggi e di ieri.

No. Noi non abbiamo fatto parte di quelle compagnie.

Non abbiamo nulla da rimpiangere e nulla da condividere né con i sogni di ieri né con quelli di oggi.

Noi, per dirla tutta, alla virtù dei sogni non crediamo anzi ne diffidiamo. Preferiamo tenerci stretti ai fatti e alla fermezza delle convinzioni.

* * *

Vediamo qualche cifra tra le tante del rapporto Censis e cerchiamo di capire se abbiano un senso e indichino una direzione.

Il futuro è sempre più nero? Gli ottimisti erano il 54 per cento nel 2001 e sono scesi (di 9 punti) al 45 per cento nel 2004. Dunque aumenta il pessimismo. Ma non di molto, con tutto quello che accade intorno. Infatti i pessimisti sono appena il 14 per cento. Sono aumentati rispetto al 2001 (di 8 punti) ma non più di tanto.

È più intrigante la domanda sul "welfare" e le tasse.

Il 53,5 per cento preferisce meno tasse anche se peggiorano i servizi pubblici. Quindi hanno fiducia nelle proprie capacità individuali. Meglio soldi oggi che più assistenza e più previdenza domani. Ma contemporaneamente si contraddicono: il 49,4 afferma che i servizi sanitari e previdenziali sono fonte di serenità e lo 0,9 addirittura preferisce più tasse ma migliori servizi. Il totale di questi due numeri fa 50,3. A chi dobbiamo credere?

Ancora: il 60,7 non ha fiducia nella politica ma il 60,2 ritiene che il voto è determinante per il futuro del paese. Il voto non è un fatto politico? Ancora qualche numero. Il 90 per cento chiede che le istituzioni pubbliche tutelino i più anziani. L’88 per cento è soddisfatto degli ospedali pubblici. Un plebiscito. O no?

Fin qui orientarsi è quantomeno arduo perché gli interpellati dicono tutto e il contrario di tutto. Ma ci sono poi cifre più eloquenti quando si passa dai sentimenti e dalle aspettative a questioni più concrete.

Evasione e sommerso. Secondo il Censis (e secondo l’Agenzia delle Entrate che ne sa ancora di più) 200 miliardi di euro sono la cifra sottratta agli occhi del fisco. Ciò significa che per ogni 100 euro accertati ce ne sono 46 occulti.

Che fine fanno le ricchezze del paese? Immobili, beni rifugio, rendite finanziarie. In una parola, patrimonio.

Poiché il reddito ristagna, i rischi delle iniziative sono troppi, meglio rifugiarsi in beni patrimoniali solidi. Nel 2004 sono state comprate 870 mila nuove abitazioni per una cifra giornaliera di 550 mila euro. Giornaliera. Scrissi qualche giorno fa che l’attenzione si sta spostando dal reddito al patrimonio, dalla dinamica alla staticità. Il Censis lo conferma. Per stanare il sommerso e farlo contribuire alle risorse comuni la strada di abbassare (di pochissimo) le aliquote sul reddito non serve a niente.

Bisogna tassare la ricchezza sui grandi patrimoni perché è lì che si nasconde il sommerso, il riciclato, il mafioso o più semplicemente il professionista, l’artigiano e l’oste che non rilasciano fattura. Pesci piccoli ma tanti, ma soprattutto pesci grossi e grossissimi anche se meno numerosi. Pochi alla luce del sole, ma tanti che si sono resi invisibili.

***

l centrodestra ha accolto con favore il documento di De Rita; il centrosinistra anche. Hanno ragione tutti e due perché in quel documento ce n’è per tutti. Ma una verità emerge comunque: il miracolo atteso nel 2001 non si è verificato.

I delusi sono molti. Ma oggi, dicembre 2004, gli stessi che li hanno fin qui delusi gli promettono che l’appuntamento col miracolo non è stato annullato ma soltanto spostato d’un paio d’anni in avanti: avverrà senza fallo nel 2005 e soprattutto nel 2006.

Ora si tratta di vedere quanti italiani saranno disposti a chiudere gli occhi e sognare ancora oppure se resteranno ben svegli senza farsi ipnotizzare.

Si risolve un problema e da quella soluzione nasce un grappolo di altre questioni, si chiude una guerra e comincia un dopoguerra spesso altrettanto drammatico, si firma una nuova Costituzione e ci si trova di fronte alla sua applicazione. Perché la vita continua, continua la storia e la quiete estatica non è cosa di questo mondo.

Tanto più quando il mercato è globale, dove ogni fatto si incontra istantaneamente con altri, interferisce ed è a sua volta interferito, perché la modernità ha cancellato il concetto stesso di autarchia anche se il rimpianto autarchico permane negli individui e nelle società che stentano a uscire dalle loro arcaiche pigrizie e dalla nostalgia del «bel tempo che fu».

Così, dopo che le 25 firme dei capi di Stato apposte l´altro ieri al trattato costituzionale europeo hanno chiuso una fase, subito se n´è aperta un´altra: quale sarà la dinamica che animerà le nuove istituzioni dell´Europa unita dall´Atlantico alle steppe di Minsk e dal Baltico a Costantinopoli. Sarà mai una federazione dove le antiche nazionalità avranno lo stesso peso degli Stati americani rispetto al potere unificante del presidente degli Stati Uniti? Sarà l´Europa dei governi o quella dei popoli? Parlerà finalmente con una sola voce? Avrà un suo esercito e una sua politica estera come ha già una sua moneta e una sua banca centrale?

Ma queste domande non sono le sole (e già basterebbero a impegnare a fondo gli sforzi di due generazioni). Altre e di altrettanto rilievo s´intrecciano e interagiscono con esse: il rapporto tra le due sponde dell´Atlantico, quello tra le due sponde del Mediterraneo; infine l´evoluzione dei valori sui quali è fondata la civiltà occidentale, più che mai messi alla prova con le sfide della convivenza multietnica e multireligiosa.

I 25 capi di Stato che l´altro ieri hanno firmato il trattato costituzionale e gli altri presenti nella sala degli Orazi e dei Curiazi che già hanno chiesto di entrare a farne parte, sono sicuramente consapevoli di questi nodi che dovranno esser sciolti in un futuro ancora lontano ma ai quali bisognerà applicarsi da subito. Sicuramente consapevoli, ma altrettanto sicuramente discordi: le idee di Ciampi non sono quelle di Blair, le idee di Chirac differiscono da quelle di Berlusconi, i paesi dell´Est appena entrati nell´Unione hanno riferimenti e interessi diversi da quelli di Zapatero e di Schroeder.

Forse c´è più omogeneità tra i popoli che tra le cancellerie. Ma qual è il peso reale dell´opinione pubblica europea sui meccanismi che governano l´Unione?

Una domanda tira l´altra ma difettano le risposte. Qualche segnale tuttavia si è già percepito. Il caso Buttiglione è stato uno di essi anche se finora ridotto a un episodio di intolleranza laicista e di pregiudizio anti-italiano.

* * *

Non è mai esistito a Bruxelles un pregiudizio anti-cattolico e anti-italiano.

Cattolici militanti furono i padri fondatori della Comunità nel 1957: Adenauer, Schuman, De Gasperi. Cattolici in sequenza sono stati gli ultimi tre presidenti della Commissione, da Jacques Delors a Romano Prodi. E per restare alla Commissione ancora in carica dopo la battuta d´arresto imposta a Barroso, cattolico praticante è Mario Monti, forse il più apprezzato dei commissari, con otto anni di servizio alle spalle. Del resto non è stato soltanto Buttiglione a esser bocciato dall´Europarlamento: insieme con lui sono stati respinti altri quattro commissari di varia nazionalità e varie appartenenze religiose.

Chi ha perso in questa vicenda è stato Buttiglione e con lui il governo italiano, ma le ragioni sono molto diverse da quelle fin qui indicate. Il Parlamento era alla sua prima uscita politica alla vigilia della firma della nuova Costituzione. Barroso aveva accettato supinamente le indicazioni dei governi riguardo ai nomi dei candidati commissari. Il voto parlamentare di Strasburgo ha voluto al tempo stesso dimostrare che il Parlamento non è più un semplice organo di consulenza ma un organo politico dotato di poteri penetranti. Con quel voto ha richiamato Barroso a esercitare senza timidezze i suoi poteri verso i governi e ha segnalato a questi ultimi che non potranno da soli gestire l´Unione.

Buttiglione ci ha aggiunto del suo, ma le vere cause di questa vicenda sono molto più serie dei casi personali.

Quanto al governo italiano, esso ha misurato in questa ed in altre recenti occasioni non già un pregiudizio negativo anti-italiano ma gli errori compiuti dalla nostra politica estera. L´Italia ha puntato tutte le sue carte sull´alleanza con Bush, considerando con un «benign neglect» neppure troppo benigno, l´approccio all´Europa. Non ha considerato che siamo tra i fondatori dell´Unione e ormai indissolubilmente legati ad essa, mentre con gli Usa possiamo tutt´al più dar vita ad una sorta di pasticcio tra un cavallo e un´allodola, per di più di precaria cottura. E infine: alla vita, alle scelte, alle decisioni dell´Unione europea noi partecipiamo direttamente e dall´interno dei suoi organi di indirizzo e di gestione, mentre è pressoché nulla la nostra partecipazione alle decisioni degli Stati Uniti.

Tra queste due divaricate linee di politica estera noi abbiamo scelto quella senza sbocco e ne paghiamo oggi le conseguenze. Né può consolarci l´apparente identità con la linea di Tony Blair, anch´essa peraltro in serie difficoltà. La Gran Bretagna ha fatto della speciale relazione con gli Usa la base della sua politica estera fin dai tempi di Churchill, coerentemente sta soltanto con un piede dentro l´Unione europea. Nessun paragone è dunque possibile tra Londra e Roma.

Il caso Buttiglione ha dunque rappresentato l´affermazione del Parlamento di Strasburgo nei confronti delle Cancellerie dei governi membri. Forse non è ancora possibile identificare il Parlamento con l´opinione pubblica europea.

Bisognerebbe (bisognerà) arrivare ad un´Assemblea direttamente eletta dal popolo europeo e non, come ora, dalle singole nazioni. Ma fin d´ora il Parlamento è l´organo dell´Unione con maggior contenuto e sensibilità popolare. E dunque la vicenda Buttiglione rappresenta un segnale importante nell´evoluzione auspicabile verso un´Europa federale, quella voluta fin dall´inizio dai padri fondatori della Comunità.

* * *

Avremo, sulla base del trattato costituzionale testé firmato, un presidente del Consiglio dei ministri che durerà in carica due anni e mezzo (rinnovabili) anziché l´attuale rotazione semestrale, ed avremo un ministro degli Esteri che dovrebbe essere la voce dell´Unione nelle questioni di sua competenza.

Credo che la prima carica ? sulla quale non si è finora enfatizzato ? sia di gran lunga più importante della seconda. Il presidente del Consiglio dei ministri ha solo poteri di coordinamento e di programmazione dei vari dossier, è vero. Ma in una Comunità di 25 paesi (tra poco più di 30) il coordinamento e il metodo di lavoro sono d´importanza notevolissima per un soggetto politico in costante evoluzione. La novità rispetto al passato non è soltanto nella durata dell´incarico, di cinque volte più lunga di prima o addirittura di dieci, ma anche nel fatto che quell´incarico è incompatibile con qualsiasi altro.

Attualmente il presidente a rotazione è nello stesso tempo capo del governo nel proprio paese. Non sarà più così: il presidente del Consiglio europeo si occuperà soltanto di Europa, per conseguenza il suo interesse e i suoi legami col paese di origine tenderanno a diventare più deboli come già accade oggi per i membri della Commissione. E questo sì, è un passo di estremo rilievo.

Il ministro degli Esteri, pur importante nel quadro dei nuovi organi comunitari, è tuttavia limitato dal fatto che in materia di politica estera ciascun paese membro dispone d´un diritto di veto. Il ministro degli Esteri, per poter parlare efficacemente a nome dell´Unione, dovrebbe quindi avere dietro di sé l´unanimità dei consensi, condizione che allo stato dei fatti è del tutto irrealizzabile. Passare dunque dalla regola dell´unanimità a quella della maggioranza qualificata in politica estera rappresenta un requisito indispensabile. Ma esso, ancora una volta, pone il problema dell´esistenza e del peso del popolo europeo nel funzionamento dell´Unione. E quello del Parlamento eletto unitariamente rispetto ai governi nazionali.

Come si vede, le interdipendenze tra le varie questioni sono continue e strettissime e vanno seguite con continuità e attenzione.

Una parola per quanto riguarda il seggio all´Onu, del quale tanto si discute in Europa e soprattutto in Italia a causa della candidatura tedesca nel Consiglio di sicurezza. Ad essa l´Italia contropropone un seggio da attribuire all´Unione europea, assegnato per cinque anni a rotazione ad uno dei paesi che ne fanno parte.

In un´Europa dove gli Stati nazionali abbiano conferito all´Unione la sovranità in politica estera, la proposta italiana sarebbe del tutto logica e condivisibile. Ma poiché siamo ancora ben lontani da quel traguardo, l´attribuzione di un seggio Onu all´Unione europea in quanto tale è un proposito privo di senso concreto. A causa delle profonde divergenze tra gli Stati membri, il rappresentante dell´Europa nel Consiglio di sicurezza dovrebbe restare il più delle volte muto e astenuto dal voto.

Avrebbe invece un senso stabilire che quei paesi europei che siedono nel Consiglio di sicurezza dell´Onu a titolo permanente o transitorio, debbano preventivamente consultarsi sulle grandi questione con il Consiglio dei ministri dell´Unione e tener conto delle indicazioni che in quella sede emergeranno. E´ un vincolo debole allo stato dei fatti ma è comunque un presagio di futuro non privo di importanza.

* * *

Quel che conta oggi, come con commossa autorevolezza ha ricordato Ciampi nel suo brindisi al pranzo ufficiale dopo la firma del trattato, è la strada percorsa dal ´57 ad oggi. Anzi dal ´44, quando l´Europa uscì distrutta dalla guerra mondiale da lei per due volte provocata nel breve spazio di venticinque anni.

Oggi una guerra in Europa è impensabile. Gli antichi odî, rivalità, rivincite, sono stati spenti; vincoli profondi si sono creati. Il cantiere è ancora aperto e lo sarà a lungo, ma si lavora e si procede. Personalmente ho sempre pensato che spetti al popolo europeo di imprimere il suo segno in questa architettura, premendo sui suoi rappresentanti nazionali e puntando sulla loro graduale trasformazione in rappresentanti dell´Europa federata. I giovani, come Ciampi ha ricordato, già vivono in questo clima europeo, nei comportamenti quotidiani più ancora che nelle idee consapevoli. Questa è la forza dell´idea d´Europa: e ormai nessuno potrà più fermarla poiché vive nei fatti di tutti i giorni, dalla scuola alle vacanze, dalla vita delle imprese e del lavoro alla spesa delle massaie al mercato.

I giovani d´oggi vedranno l´Europa compiuta. Ciampi aveva il brillio delle lacrime negli occhi quando ha levato il calice a questo obiettivo che è già in parte diventato realtà. Quella è la via da percorrere per costruire il futuro.

Sinceramente non saprei dire se il Mahatma Gandhi fa vendere più cellulari, schede telefoniche, connessioni a internet e altri utilissimi aggeggi moderni che sono oggi il core-business del mercato globale. Se sì, spero che gli eredi prendano qualche royalty, ma non mi faccio illusioni: il grande nonviolento, il simbolo mondiale del pacifismo, è sicuramente «fuori-diritti». Dunque, stiamo ai fatti: nel mercato globale si paga tutto, ma Gandhi è gratis. Davanti a questa innegabile evidenza, il mondo si divide in due: chi si indigna come un crotalo e scrive al manifesto, e chi invece mette mano alla calcolatrice per vedere quanto ci si guadagna. Eppure, mi preme di più un'altra domanda, partendo dalla pubblicità che tanto ha sconvolto certi compagni: cosa voleva dirci l'artista? Partiamo dal cosa. Cosa vende quello spot (o pagina) con il Mahatma? Non vende il telefono, né l'abbonamento, e nemmeno una tariffa, o una suoneria con la canzoncina. Vende l'idea che tutto questo si possa fare. Allo stesso modo, la filosofia Nike non vende scarpe da tennis, ma un'idea di sport, un'ideologia. Si vende dunque una cosa che non è in vendita: l'immateriale ottimismo che oggi un altro mondo è possibile (grazie alla comunicazione globale e a Telecom), venato dal rimpianto che tutto questo ben di dio non fosse disponibile prima. Il disegno è bellissimo, il messaggio è forte, l'artista è stato proprio bravo.

Ma c'è un salto logico. Si lascia infatti intendere che la possibilità tecnica di fare una cosa sia sufficiente per farla. Certo, si può ( tecnicamente) comunicare a tutto il mondo su maxischermi. Si può ( tecnicamente) vedere un filmato in rete con tecnologia wi-fi sul computer portatile dal deserto. Ma chi può davvero farlo? chi ha il potere per farlo? Qualcosa mi dice che Gandhi non avrebbe potuto, anche se fosse stato tecnicamente in grado. State certi che lo trovavano in un fosso prima. Qualcos'altro mi dice che nei deserti oggi è più facile crepare di fame o sbudellati che collegarsi a Internet.

Del resto gli esempi di cose che si possono fare in teoria ma non in pratica è infinito. E per scendere sulla terra dopo tanti discorsi globali, guarda un po', nemmeno Telecom ha potuto fare il terzo polo televisivo italiano come aveva desiderato e progettato e addirittura avviato alla grande. Era possibile (tecnicamente), ma non lo è stato (politicamente), stante la situazione di monopolio italiana, di nome Silvio. Chi si indigna, a sinistra, per l'uso di un simbolo forte come Gandhi a fini commerciali vede soltanto una parte del problema. Certo, c'è una sorta di esproprio ideologico. Lo spot è pacifista, è schierato, punta a un pubblico che ci assomiglia, a quelli che un Gandhi lo vorrebbero in mondovisione anche subito. Ma del resto, la stessa azienda continua a irrorare i media di spot con figone mozzafiato, tette, culi, scempiaggini ammiccanti e cretinate sparse. Si tratta di un'azienda globale, di un mercato globale, che vende una comunicazione globale e che quindi ha molti pubblici diversi, praticamente tutti, dai dodici a novant'anni. E noi (quelli come noi, pacifisti, nonviolenti, anche soltanto genericamente contro le guerre) facciamo parte del pacchetto. Siamo mercato anche noi, gente. Non mettiamo le scarpe di cocomero, non ci cibiamo di bacche e radici, ogni tanto - perfino! - usiamo il telefonino.

Dunque mi coglie questo dubbio: che l'indignazione per l'uso commerciale di un simbolo «nostro» (più o meno) nasconda il disagio di essere anche noi target, anche noi clienti, anche noi obiettivo della propaganda del mercato. C'è da stupirsi? Non lo so. Certo credo che si dovrebbe avere di fronte al mercato e alla sua propaganda (detta pubblicità) un atteggiamento un po' più laico o se volete anche soltanto un po' più furbo. Non è un mistero che la pubblicità sia specializzata nel prevedere tendenze. Dovremmo dunque rallegrarci se dalle moine sexy della figona di turno si passa al primo piano del Mahatma. Il disagio però resta. Come mai? Semplice: ci si mostra il futuro nel passato (come sarebbe il mondo?). E intanto si tace sul fatto un futuro così non ce l'abbiamo nemmeno nel presente. Perché non ci mancano certo i telefoni, né i cavi, né le suonerie, né tutte le diavolerie elettroniche che Telecom può inventare e vendere. Quel che ci manca è un leader mondiale che parli a tutti e dica: basta ammazzarsi come polli, basta scannarsi come maiali. Ecco, questo - anche con tutte le tecnologie del mondo - non ce lo abbiamo. Peccato, eh?

Vale sempre quello che diceva il vecchio Vonnegut: non c'è niente di intelligente da dire a proposito di un massacro. Solo, forse, che il concetto di scontro di civiltà tanto in voga tra i crociati di entrambe le parti andrebbe rivisto. Non ci sono due civiltà che si ammazzano barbaramente a vicenda (noi contro loro) come piacerebbe a Oriana & Osama, ma i vertici, le élites politiche ed economiche di due schieramenti che ammazzano la gente che sta in mezzo. I ragazzini di Beslan sono la fotografia della situazione: presi in trappola tra due follie contrapposte, tirassegno d'allenamento tra due eserciti stupidi e rozzi come soltanto gli eserciti sanno essere. Di qui l'indipendentista aspirante martire e di là lo zar che non cede e mostra i muscoli: in mezzo rimane il ragazzino osseto, stritolato, innocente, effetto collaterale, briciola inevitabile. Questa volta. Le altre volte erano i pendolari madrileni, gli impiegati di New York, i civili di Falluja, i passeggeri degli autobus di Gerusalemme o degli aeroplani russi, i bambini palestinesi bombardati e chiusi dietro un muro, i ragazzini di Kabul. Ecc. ecc, aggiungete a piacere, riempite qualche riga pure voi di gente innocente che ci lascia la pelle, l'elenco della barbarie è infinito. Dalla Cecenia a Guantanamo, è uno scontro di civiltà? Se ammettiamo questa ipotesi bisogna subito aggiungere un corollario: civiltà comandate da teste di cazzo.

Il (debolissimo) pensiero emergente vorrebbe questo: che si considerasse il mattatoio quotidiano come uno scontro tra occidente e islam, tra buoni che devono difendersi (noi, ovviamente) e cattivi che attaccano (loro). Mentre se si fa la conta dei morti e dei feriti, delle sofferenze e dei traumi, si scopre che ci sono due leadership di pazzi (loro Bush, loro Osama, loro Putin, loro terroristi) contro circa sei miliardi di persone che non c'entrano niente e che temono di finirci in mezzo (noi). Noi che andiamo a scuola o a prendere il treno, o che finiamo per sbaglio sulla traiettoria di un missile o con gli elettrodi attaccati alle palle in una prigione. E' solo un piccolo cambio di prospettiva, uno spostamento della visuale, ma credo che in questo senso sì, sia possibile vedere una reale contrapposizione tra «noi» e «loro»: noi le vittime e loro quelli che sparano, da una parte o dall'altra, circondati da ideologi e consiglieri e affaristi e strateghi della forza furbi come faine, che abitino in una grotta sperduta o in una casa bianca a Washington.

Tanto per piccolo esercizio, basta un'occhiata ai manifesti ideologici: i siti più trucidi della Jihad non hanno nulla da insegnare quanto a desiderio di dominio, alle patinate home page dei pensatoi Usa che spiegano e spingono il New American Century. C'è una specularità tra queste due follie, una somiglianza ideologica: da entrambe le parti il pallino è in mano ai falchi, la prevalenza dello stronzo è conclamata in ognuna delle fazioni in lotta. Sei miliardi di moderati guardano attoniti e stanno nel mezzo. Intendo in questo caso per "moderati" tutti quelli che rivendicano come un diritto di non essere ammazzati né da un falco né dall'altro e né da tutti e due come nella scuola di Beslan.

Anche altre letture convincono poco. Le democrazie sono sotto attacco, ci dice Mauro su Repubblica. Vero, ma non ci dice quanto virtuali siano queste democrazie. Che se ci fosse stata una vera democrazia in Spagna, in Iraq non ci sarebbero andati, e non avrebbero raccolto duecento cadaveri (nostri!) alla stazione di Atocha. Uguale per l'Italia. Uguale per il Regno Unito di mr. Blair. Se gli americani fossero informati come tutti pensiamo dovremmo essere in una democrazia, saprebbero che Saddam non era Osama e forse si sarebbero opposti alla guerra, chissà, non si sa mai cosa può combinarti la democrazia se per caso ti metti ad applicarla. L'esercizio di cercare chi ha cominciato, che è stato il primo, indagare su chi è stato più stronzo con chi negli ultimi duecento anni, può spiegare molte cose, ma non allontana il mirino da quelli che stanno in mezzo, che siamo noi, parecchi miliardi di scudi umani. Sinceramente, credo che dovremmo cominciare a prenderla proprio come una questione personale, dopotutto è a noi - a noi sei miliardi di ragazzini di Beslan - che queste due bande di stronzi sparano addosso.

LO SCONTRO,sicuramente drammatico, tra Romano Prodi e la Margherita sembra per ora sopito. Sopito ma non spento.

Sicché, prima ancora di deplorare l´accaduto e segnalarne i danni che ha prodotto e che debbono ora esser rapidamente sanati, si pone la domanda del perché. È importante infatti individuare la causa di quello scontro se si vogliono apprestare efficaci rimedi. Un incidente di percorso? Uno scatto di nervi di Prodi? La pertinace decisione di Rutelli di anteporre gli interessi del suo partito (e quindi del proprio ruolo personale) a quelli della costituenda federazione riformista? Una rivalità gelosa e addirittura ontologica del secondo partito dell´alleanza nei confronti del primo? E di conseguenza un contrasto programmatico sfociato inevitabilmente in contrasto politico?

Comprendere la causa (o le cause) dell´accaduto è essenziale ma per ovvie ragioni non saranno i protagonisti ad aiutarci, presi come sono a nascondere la polvere sotto il tappeto. Del resto che altro potrebbero fare? La grande platea dei 10 e più milioni d´elettori che alle europee votarono per la lista unitaria e tutti gli altri milioni raccolti dalle liste alleate reclamano l´unità di tutta l´opposizione e hanno considerato deplorevole quanto accaduto il 21 dicembre. Un senso di sfiducia si è diffuso tra loro, quale che fosse l´area politica di appartenenza.

La parte avversa, già rafforzata da una compattezza recuperata dopo i vivaci contrasti estivi e autunnali, ne ha tratto nuovi motivi di ottimismo confortati da sondaggi finalmente positivi. Era dunque imperativo sopire. Ma, dicevamo, i motivi di scontro non sono ancora sopiti.

Tra di essi ce n´è uno, preliminare, sul quale vale la pena di spendere qualche parola ed è l´atteggiamento da tenere nei confronti di Berlusconi. Viene a gran voce raccomandato il buonismo, quand´anche unilaterale. Il dialogo costruttivo, anche se accettato dal Polo a parole ma impedito costantemente nei fatti.

Comunque si sostiene che il collante dell´anti-berlusconismo può essere tutt´al più utile a tenere insieme un´alleanza molto lunga che va da Mastella a Bertinotti e forse a sconfiggerlo nelle urne, ma non servirà certo a governare un paese disastrato e bisognoso di cure profonde quanto difficili.

Per quanto riguarda il problema del governare e la necessità (urgente) di un programma adeguato e articolato su pochi punti, non si può che esser d´accordo. Come pure sul fatto che quei pochi punti siano inquadrati in un messaggio significativo di idee capaci di delineare la fisionomia d´un paese che deve ripresentarsi a se stesso, all´Europa e a tutta la comunità internazionale con nuovi compiti all´altezza delle ardue sfide che il presente ci propone. Ma sul tema dell´anti-berlusconismo bisogna intendersi.

Anzitutto sul fatto che esso sia il collante principale delle forze di opposizione: questa non è una scelta ma un dato e con i dati non si discute.

Ma c´è un´altra considerazione da fare: non è affatto vero che la sconfitta di Berlusconi sia un obiettivo necessario sì, ma privo di implicazioni costruttive. Non è affatto così. Come bene ha scritto Furio Colombo, la caduta di Berlusconi porta con sé numerosi risultati. Anzitutto la scomparsa del conflitto d´interessi dovuto alla circostanza che il capo del governo è anche il titolare di una delle più grandi imprese private italiane ed europee. Il venir meno d´una maggioranza parlamentare clonata a misura del leader e quindi compattamente disponibile a votare leggi ad personam che tutelino le sue sorti giudiziarie e le sue fortune di imprenditore. Infine il ritorno alla normalità del sistema informativo e televisivo.

Sono risultati preliminari a una governance democratica che il centrosinistra non riuscì a realizzare legislativamente nel quinquennio 1996-2000 e che ora si realizzerebbero automaticamente per mezzo di un voto che rimandi a casa, carico di miliardi (del che ci rallegriamo con lui) il concittadino Silvio Berlusconi. È bene tener presente questi mutamenti implicati dalla sconfitta elettorale della persona che guida l´attuale governo poiché essi danno all´opposizione attuale una marcia in più. Dio sa se ne ha bisogno.

Resta da capire perché il centrosinistra, proprio alla vigilia del confronto decisivo con l´avversario, sia percorso da una sorta di cupio dissolvi che ne paralizza sia la tattica sia la strategia. Giustamente Ezio Mauro ha indicato come prima causa quella dell´identità, che non può certo ridursi all´identità dei post-democristiani, post - comunisti, post-socialisti e tutti gli altri possibili e immaginabili.

Senza un´identità riconoscibile non c´è partita.

Quella dei berluscones è nota a tutti gli italiani; per molti è rivoltante, per molti altri accattivante. I suoi alleati detengono identità diverse ma di gran lunga minori; sono oggettivamente schiacciati da quella maggiore sicché, dopo molti contorcimenti e complotti, il cemento del potere li ha alla fine rimessi in riga. Berlusconi forever per loro è una condizione di sopravvivenza con la sola alternativa del "rompete le righe".

Perciò le loro differenze non possono essere che marginali; quando si sono prefissi obiettivi più ambiziosi li hanno mancati rischiando lo sfascio generale della Casa delle libertà.

Il centrosinistra si trova in condizioni diverse.

Anzitutto perché non ha un padre-padrone come Berlusconi, il che è senza dubbio un aspetto democraticamente positivo ma operativamente un handicap di notevole peso. Ciò crea il problema del numero e della compatibilità dei galli presenti nel pollaio. A parte Prodi se ne possono contare almeno sei, passibili di accrescimento, non certo di diminuzione. Si dice: è una ricchezza. Certo, se facessero squadra sarebbe una ricchezza, ma se non la fanno e passano il tempo a beccarsi tra loro, allora è un disastro. Stando a quanto finora abbiamo visto è esattamente ciò che sta accadendo.

Prodi conosce questa situazione di ricchezza-disastro.

Perciò si è ripresentato, dopo il quinquennio di Bruxelles, come il federatore. Questo è il nome che si è dato e ciò che vuol fare.

Per federare occorre che i federati vogliano federarsi.

Scusate il bisticcio, ma esso descrive lo stato dei fatti che è il seguente: i Ds vogliono federarsi, così pure i socialisti, i repubblicani e gli amici di Prodi che militano nella Margherita. Ma il gruppo dirigente di quel partito no. Avrà pure le sue ragioni, ma comunque non vuole. Accetta la federazione come sigla ma non come soggetto politico dotato di poteri effettivi.

Secondo il gruppo dirigente della Margherita che fa capo a Rutelli, Marini e Franceschini, la federazione potrà occuparsi a pieno titolo soltanto di politica estera, ma la politica sociale, quella economica, quella fiscale, quella istituzionale e giudiziaria nonché la strategia da adottare nei confronti della parte avversa debbono restare nel dominio dei singoli partiti.

Per di più l´organo dirigente della federazione dovrà essere composto dai segretari dei partiti stessi, presieduto da Prodi in funzione di chairman senza poteri che non siano quelli della moral suasion. Ora tutti sappiamo che la moral suasion funziona quando è usata da chi possieda strumenti talmente forti da obbligare gli altri a seguire i suoi consigli.

Dev´essere cioè un consigliere armato; se è inerme i suoi consigli sono scritti sull´acqua.

In queste condizioni Prodi ha due sole possibilità. La prima è quella di minacciare il suo ritiro, come fece Achille quando Agamennone gli portò via Briseide. Achille faceva sul serio e da solo valeva quanto metà dell´intero esercito acheo. Stava già per reimbarcarsi e tornarsene a casa; se l´avesse fatto la guerra di Troia avrebbe avuto probabilmente un esito diverso. Ma intervenne Era, Zeus e la madre Teti. Ci volle un intervento divino e la morte di Patroclo per farlo tornare in battaglia.

Penso che l´eventuale minaccia di Prodi di ritirarsi non porterebbe a gran risultati. Dopo averlo supplicato di desistere da quel proposito tanto per salvare le forme, i federati riottosi finirebbero con l´accettare. A quel punto l´alleanza resterebbe in piedi come semplice cartello elettorale, la federazione riformista scomparirebbe.

Qualcuno pensa che questo cambiamento strutturale sarebbe un regalo del cielo. Io no. Non lo penso. Per la semplice ragione che la base elettorale ne sarebbe sconvolta e frustrata, molti elettori tornerebbero a rifugiarsi nell´astensione e Berlusconi vincerebbe a piene mani.

La seconda possibilità di Prodi è quella di perseverare cercando di ottenere per la federazione i maggiori poteri possibili, ivi compreso un organo direttivo dove entrassero anche i rappresentanti della società civile e delle sue associazioni. Imponendo anche a tutto il centrosinistra un´identità riconoscibile che non può essere altra cosa che un riformismo semplice e forte: eguaglianza dei diritti e dei punti di partenza, nuovo welfare inclusivo, salario minimo, piena occupazione, politica fiscale di vantaggio per le imprese, il Mezzogiorno, i giovani, fiscalizzazione degli oneri contributivi per le fasce di reddito inferiori, restituzione del fiscal drag dovuto e non pagato. E rilancio dell´Europa come soggetto e potenza politica oltre che economica.

Quest´identità è certamente all´altezza della sfida ma ha un posto. Gli elettori debbono conoscerlo per essere in grado di giudicare.

Gli elettori debbono essere informati anzitutto che il governo che uscirà dalle elezioni del 2006, qualunque esso sia, di destra o di sinistra, erediterà una situazione economica disastrosa. La più grande colpa del governo attuale sta infatti nell´aver spogliato il paese mistificando d´averlo reso più prospero e più felice.

Questa enorme bugia, sostenuta da uno spiegamento mediatico impressionante, emerge ormai con la chiarezza delle cifre ufficiali dalle quali risulta che la pressione fiscale è aumentata nel 2004 e continuerà ad aumentare nel 2005 e 2006. Il micro-rimborso dell´Irpef sarà infatti più che pareggiato dalle nuove e maggiori imposte nazionali e locali. Negli stessi anni l´avanzo delle partite correnti, che era arrivato a superare il 5 per cento del Pil, è sceso di 4 punti percentuali, essendo stato dissipato anche per colmare il fabbisogno del Tesoro che è costantemente in disavanzo.

Eppure le maggiori entrate (condoni compresi) e il prosciugamento dell´avanzo delle partite correnti non sono stati sufficienti a pareggiare la crescita irruente della spesa. La quale tuttavia non è servita né a finanziare adeguatamente i grandi servizi pubblici a cominciare dalla sanità e dai trasporti, né la scuola, le Università, la ricerca, né gli investimenti, né a dare sostegno alla competitività del sistema.

Conclusione: in tre anni la pressione fiscale è aumentata anziché diminuire, l´avanzo primario delle partite correnti è stato ridotto ad un quarto di quello che era nel 2001, i servizi pubblici sono in deficit, il rapporto deficit/Pil è sul crinale della soglia europea di stabilità, il debito pubblico è aumentato. I consumi sono in caduta libera. Le esportazioni, anche a causa del cambio col dollaro, non tirano più. Da questo punto di vista i consigli non richiesti che Berlusconi ha dato a Bush il 15 dicembre hanno avuto come tutto risultato che l´euro da 1,32 ha superato in pochi giorni l´1,35 e proseguirà ancora ad apprezzarsi.

Chi presenta un bilancio così disastroso dovrebbe essere rispedito a casa d´urgenza. Perché ciò non sia ancora avvenuto resta un mistero. Che la colpa sia di quei galli che continuano imperterriti a beccarsi tra loro?

Post Scriptum. Debbo una risposta ai gentili critici che mi hanno rimproverato di aver accennato in precedenti miei scritti all´opportunità di spostare una parte del peso fiscale dai redditi di lavoro e di impresa al patrimonio dei più abbienti. Misure del genere - si dice - provocherebbero una fuga imponente di capitali verso l´estero e comunque si adottano soltanto quando le finanze di un paese siano gravemente compromesse.

Ebbene, le finanze del paese sono gravissimamente compromesse. Non basta la cosmesi mediatica di Berlusconi a nasconderlo; le sue micro-regalie sui redditi Irpef (soprattutto dei più abbienti) non fanno che aggravare il disastro. Quanto alla fuga all´estero per il solo fatto che sia pronunciata la parola «patrimonio», faccio osservare che dagli immobili non si può fuggire; quanto alle rendite mobiliari, esse sono tassate mediamente in Europa tra il 20 e il 22 per cento, qui da noi soltanto il 12,5. Non vedo in queste condizioni verso quale direzione possa avvenire questa fuga che poi si risolverebbe ad un puro e semplice cambio di intestazione.

I redditi ma soprattutto il loro potere d´acquisto ristagnano.

L´evasione alimenta la crescita dei patrimoni, sia provenienti dal sommerso non criminale sia dal riciclaggio dei profitti malavitosi.

Faccio infine osservare che il governo in carica ha già introdotto una tassazione sul patrimonio accrescendo le imposte sugli immobili attraverso la rivalutazione degli estimi sui quali si basa l´Ici e perfino la sempre più salata imposta sui rifiuti urbani. L´abilità del suddetto governo è stata quella di non pronunciare mai la parola "patrimonio", che anzi scarica sul centrosinistra non si sa in base a che cosa. È vero che di quel tipo di tassazione, limitata alle grandi fortune, parla esplicitamente Bertinotti, ma tenerne responsabile l´intera alleanza sarebbe come sostenere, utilizzando le cervellotiche pensate di Calderoli e della Lega, che il governo attuale voglia istituire i cacciatori di taglie al posto dei carabinieri e dichiarare guerra alla Turchia. La verità è che bugiardi si nasce. L´errore è di affidare ai bugiardi il governo di un paese.

Per spiegare a me stesso e ai lettori il tormento che ha investito questo giornale e il suo direttore come un tifone filippino dopo l’articolo “Con chi parlo?” della scorsa settimana, cerco una metafora semplice che mi salva dal tornare indietro, e ci fa fare, forse, un piccolo passo avanti. Parlo della mia capacità di chiarire e di farmi capire, restando, se ci riesco, un po’ fuori dalla inondazione.

In cerca della metafora, ricorrerò ai film americani di guerra. Che sorpresa è stata per noi, ragazzini al tempo della Liberazione, scoprire dai film democratici americani, che, di fronte al pericolo, i soldati americani, quei soldati che alla fine avevano vinto e ci avevano liberato, avevano paura. In quei film esemplari veniva detto loro di non nascondere la paura. Veniva ripetuto che avere paura è umano, è giusto e che la finzione di fredda ed estranea pacatezza mentre intorno a te succede quel che succede è una finzione dannosa, rischiosa, inutile.

Ecco, questa è la faglia misteriosa che sembra essersi formata nel terreno su cui poggia i piedi il popolo della sinistra e della opposizione. Tutti vedono la spaventosa (ripeto: spaventosa) sequenza di eventi che stanno travolgendo il nostro Paese. La completa paralisi della economia non colpisce più solo i portafogli, ma i sentimenti dei cittadini, fino a creare un clima di depressione e di panico. La Giustizia è soggetta a un tentativo di massacro. Se quel tentativo riesce, semplicemente non ci saranno più resti di garanzia democratica per i giudici e per i cittadini, in Italia. L’informazione è controllata al punto da disporre anche di giornali “di sinistra”, rigorosamente in linea con i loro omologhi di destra nel martellare solo dentro le linee della opposizione. E questa è certo l'ultima conquista, dopo il controllo completo, ripetutamente denunciato in tutta Europa, della Tv di Stato e di quella privata in Italia.

Ogni impressione di sicurezza si è polverizzata in una Italia travolta dalle guerre di mafia e camorra, mentre le norme del ministro Castelli impediscono ai procuratori di indagare, ai giudici di intervenire. E le Forze dell’ordine non hanno auto e benzina perché il bizzarro primo ministro che fa ridere il mondo (ma per l’Italia è la minaccia più grave dal 1945) vuole annunciare il finto taglio delle tasse come monumento in onore di se stesso.

La faglia, di origine così misteriosa che a volte produce sussulti e tumulti senza che a prima vista se ne possa cogliere la ragione, divide alcuni di noi che vedono il pericolo e lo denunciano perché non si vergognano di avere paura per la democrazia italiana. E altri di noi che assistono infastiditi dal disturbo. Non tanto il disturbo delle leggi vergogna e della distruzione della Giustizia (certo, pacatamente descritte come cattive decisioni) quanto il fastidio verso coloro che si agitano e denunciano e hanno davvero paura di vivere in un contenitore senza finestre in cui la circolazione della libera informazione è quasi completamente impedita.

Personalmente vengo sempre colto di sorpresa dalla serenità distaccata di coloro che non condividono l’allarme e respingono con sdegno parole comuni per descriverlo. Tanto più che la maggior parte degli argomenti e prove della nostra paura non vengono da elucubrazioni solitarie. Sono tratte dalla stampa europea, dal parlamento europeo e da ciò che pensano e dicono dell’Italia la maggior parte dei politologi del mondo libero.

Giudizi identici a quelli che a questo giornale vengono rimproverati come eccessivi, e frutto di scarso giudizio e di un dannoso modo di fare politica, appaiono regolarmente su El Paìs, su The Economist, sulla principale stampa inglese e americana. Sono regolare motivo di derisione e di allarme nei convegni internazionali. Dobbiamo prendere atto di questa faglia. Noi non diciamo che chi non prova paura, vera paura verso questo stato di cose è peggiore o indegno o non è politicamente impegnato nel modo che il momento richiede. Non ne abbiamo né il titolo né il diritto. Diciamo, in modo sincero, che non riusciamo a capire. Sosteniamo di non avere visto mai niente di peggio nella vita pubblica italiana o di alcun altro Paese democratico. Temiamo che il danno sia gravissimo, ci domandiamo se sia reversibile. Siamo talmente convinti della gravità di quel che sta succedendo e di ciò che sta per succedere, mentre Berlusconi si accinge ad abolire ogni traccia di “par condicio” e a cambiare la legge elettorale (tipici atti di progressivo soffocamento delle residue libertà, si ricordino le “leggi speciali” di Mussolini) che ci dichiariamo pronti a sostenere qualunque forma utile di unione e di aggregazione, siamo pronti a dimenticare qualunque insulto senza alcuna pretesa che ci sia data ragione. Purché si agisca insieme per arginare e poi per rigettare questo stato di cose. Che cosa hanno gli ucraini più di noi per essere capaci di tanto sdegno e di tanta mobilitazione quando vedono e denunciano l’imbroglio che li sta privando della libertà?

***

Non ci si spiega mai abbastanza. E allora proviamo a rivisitare alcuni luoghi dolorosi e paurosi della nostra vita italiana sotto Berlusconi. Non per persuadere, ma per ripetere a noi stessi le ragioni di paura, di angoscia e di allarme. E’ impossibile che non siano gravemente allarmanti le condizioni di un Paese normale, civile, democratico, in cui i cittadini, tutti, rifiutano di fare acquisti, una collettività è colta da uno stato di stupore, rischio e panico. Mentre il governo saltella fra i suoi rimpasti e la sua carnevalesca riduzione delle tasse, sostenuto però da continue e clamorose falsificazioni mediatiche, c’è da domandarsi se ci si trovi di fronte a un fallimento (”soltanto” un fallimento, verrebbe voglia di dire) di un governo incapace. O a una trama di impossessamento di un Paese stordito e stremato. «Agli italiani il futuro fa paura» dice il Censis nella sua ultima relazione. Ammoniva Ilvo Diamanti, nella sua periodica valutazione delle condizioni italiane, sula Repubblica di domenica scorsa: «In un sistema maggioritario personalizzato come il nostro, le lezioni tendono a riassumersi in un referendum pro o contro chi governa. E allora chi, nel centro destra, sarà disposto a farsi giudicare in base allo stato dell’economia, dei servizi, del costo e della qualità della vita?». Per questo, spiega Diamanti, Berlusconi passa all’opposizione. Paradossalmente opposizione a se stesso. Con il suo attivismo e il suo controllo totale della comunicazione, si mostra anti-sistema. Lo fa con un taglio finto ma celebrato delle tasse, con scosse furibonde di attacco, di disprezzo, di antagonismo verso le istituzioni del Paese che governa. E’ un espediente populista che ha già dato i suoi frutti nei momenti peggiori della storia contemporanea.

E’ impossibile che si considerino normali le condizioni di un Paese in cui viene descritta come “riforma della Giustizia” una serie di misure umilianti e vendicative contro i magistrati, per la evidente unica colpa di cui si sono macchiati di fronte a questo governo e alla sua maggioranza da Bielorussia: non si sono piegati e - come dimostra il processo di Milano - hanno continuato a fare i giudici. E’ impossibile non vedere la gogna delle “prove psicologiche di attitudine” previste dalla legge Castelli. Chi, come, in che modo, con quali modalità scientifiche, con quale attendibilità, potrà svolgere la funzione di “giudice dei giudici” senza cadere in un ruolo paleo-sovietico o nella penosa irrisione del lavoro e della dignità dei magistrati? Sarà difficile per molti elettori del centro destra, capire perché un uomo di apparente moralità e buon senso come Follini abbia entusiasticamente votato, con tutti i suoi, una simile legge. A meno che lo abbia fatto in cambio del vice-premierato. O meglio sarebbe impossibile se non si ritornasse - secondo il suggerimento di Diamanti - al progetto di “rivoluzione” dentro il proprio schieramento, la propria area, il proprio governo, che Berlusconi sta iniziando con foga e furore , gettando in aria ogni rispettabile convenzione fra governanti e istituzioni. Non c’è dubbio, una marcia è iniziata, con bravura strategica, dopo avere consolidato il potere burocratico (come dimostra l’obbedienza del ministro tecnico Siniscalco), quello delle comunicazioni (dopo la legge Gasparri) quello di auto-celebrazione, che è ormai pratica costante ossequiosamente osservata a tutti i livelli e in tutti i campi. Dopo i continui tentativi di frattura con l’Europa che mira ad allontanarci, con il pretesto di Maastricht e della distruzione delle sue regole, dalla restante garanzia di diritti civili che l’Unione Europea estende ancora ai cittadini italiani.

Nel paese della illegalità di governo era fatale che tutte le forme di criminalità avessero un trasalimento di attività e di efficienza.

Ma se da un lato getta allarme nel Paese la sequenza napoletana di dieci morti in dieci giorni dall’altro la storia della “taglia” richiesta dal ministro leghista Calderoli per catturare due assassini del Nord non racconta solo la storia della barbara rozzezza leghista (si pensi all’immagine dell’Italia nel mondo provocata dalla frase «nessuno tocchi un padano»). Racconta anche di un nuovo fenomeno di omertà al Nord. Racconta di gente che non parla, in regioni in cui il problema dell’omertà non era mai esistito. Racconta di isolamento e solitudine in zone senza tradizione criminale. Ci racconta di gente del posto che protegge gente del posto, mentre persone per bene vengono uccise e la nuova omertà rende impossibili le indagini. Altra brutta storia, altro segnale di allarme, altra ragione di panico. Perché ognuna di queste tetre immagini italiane è legata all’altra. E’ il mondo di Berlusconi che richiede una vigorosa rivolta politica. E’ la rivolta annunciata dei berlusconiani contro l’Italia. Per questo il premier ha riunito e salutato alla Camera la sua nuova falange di giovani, la “guardia azzurra”, “a cui non mancheranno risorse finanziarie”, assicura il capo. Sberleffo al Parlamento e aperta sfida del premier che dice: «Noi tireremo diritto».

Nel momento in cui si tenta di sigillare l’opposizione nell’acquario di Tg costantemente drogati, in continua esaltazione del premier, in trasmissioni con le tabelle false e truccate e di parte, come nel Porta a Porta dedicato al falso taglio delle tasse, è ragionevole, è utile, a chi, perché, fare esercizi di indifferenza e montare il salotto del finto anglosassone?

Nella sua intervista di sabato a questo giornale, il segretario Ds Fassino ci dice, a me sembra con chiarezza, che ci sono situazioni in cui è giusto avere paura. E dichiarare che ciò che accade adesso in Italia nel Parlamento, nelle piazze, alla televisione, è inaccettabile. Soltanto se si ha il senso della gravità di ciò che sta accadendo si può avere il coraggio di non rinunciare. E si può raccogliere forza intorno al progetto (sono parole di Prodi) di “resuscitare l’Italia”.

In queste ore di incertezza e dolore per la sorte di Yasser Arafat, in terra di Palestina - che è assai più grande di quella i cui confini vengono disegnati dai piani sempre più riduttivi via via elaborati dagli americani con o senza gli europei e comprende una immensa diaspora cui ogni ritorno a casa è stato precluso - c'è angoscia e infinita tristezza. In ognuno e nonostante tutto. E per tutto si intende la progressiva involuzione istituzionale-autoritaria del vecchio combattente che non ha saputo adeguarsi alla nuova fase storica; che è rimasto incapace di fronte alla corruzione del suo stesso establishment - che si è allargata più la pace veniva cancellata dai carri armati israeliani per diventare promessa sotto ricatto e senza più interlocutori veri, dopo l'uccisione di Rabin da parte dell'ultradestra ebraica; e che non ha saputo alla fine colmare il solco fra la vecchia guardia rientrata da 27 anni di esilio e le generazioni cresciute nei territori occupati - l'alternativa vera, Marwan Barghuti, sta da due anni e mezzo nelle prigioni israeliane. Sì, angoscia e infinita tristezza. Perché Arafat non è un simbolo vuoto come vorrebbero tanti interessati denigratori del presidente palestinese, è la testimonianza di una fase decisiva della storia di questo popolo che grazie alla sua rottura, operata quasi 40 anni fa con l'ambigua tutela di regimi arabi complici e conservatori, ha saputo costruire la propria autonoma soggettività nazionale. Non so se qui da noi i più giovani avvertano in queste ore il nostro stesso turbamento. Per noi Arafat ha rappresentato la scoperta di un'ingiustizia che ignoravamo, venuta prepotentemente alla ribalta grazie a una coraggiosissima guerriglia popolare, intrecciata a una spregiudicata iniziativa diplomatica, a una politicizzazione di massa che ha consentito di evitare i gesti esemplari ed isolati (si pensi alla condanna da parte di Al Fatah del dirottamento degli aerei operato a suo tempo dal Fronte popolare) perché non rendevano partecipi la collettività. Un movimento nato da una costola del nazionalismo ma che rapidamente si era imbevuto della cultura del movimento operaio internazionale col quale si trovò subito consonante. Da quell'esordio sono passati molti anni e la tragica immagine di Arafat prigioniero da due anni e mezzo in un edificio diroccato di Ramallah, costretto a ricevere da Sharon la pelosa libertà di uscirne per entrare in un ospedale di Francia da cui non si sa se potrà mai rientrare nel suo paese, mentre case e uliveti della sua gente vengono divelti dai bulldozer israeliani e i corpi di fratelli e sorelle dilaniati dalle bombe di Sharon che passa per un «eroe» perché ha imposto il ritiro di qualche colono dalla Striscia di Gaza, tacendo su cosa vorrà fare della Cisgiordania - tutto questo rischia di farci morire la speranza nel cuore, di indurci a pensare che i feddayn, che il presidente dell'Olp aveva portato alla ribalta della storia sono stati, anch'essi, un mito del `68. Da seppellire con tutti i sogni del `900.

Ma che razza di mondo sarebbe quello che dovremmo accettare, dove si deve chinare la testa allo sterminio di un popolo che rivendica il diritto di tornare sovrano su un pezzo almeno della propria terra? Non ha nulla da dire, e da fare, quell'Europa che ieri si è «costituita»? Quelli non erano miti, ma obiettivi che restano sacrosanti. Non possiamo, non dobbiamo abbandonare le speranze anche se i tempi in cui viviamo sono così terribili. Oggi manifestiamo perché il martoriato Medio Oriente dei Grandi Territori occupati, la Palestina e l'Iraq, conosca la pace, chiediamo che gli italiani non siano complici del massacro. E piangendo i 100mila iracheni morti ammazzati dai raid Usa, richiamiamo l'attenzione del mondo sulla moltitudine di vittime palestinesi che, paradossalmente, solo la malattia di Arafat ha riportato sulle pagine di qualche giornale. Con un messaggio di solidarietà ad Arafat, un interlocutore prezioso che gli israeliani non hanno saputo cogliere, il primo e purtroppo raro artefice di una versione non religiosa e non fanatica dell'identificazione nazionale.

«Sono donne e dovrebbero stare zitte. Sono pacifiste e dovrebbero vergognarsi. Sono vive e avrebbero dovuto tornare solo come salme per una bella cerimonia di unità nazionale, come prova evidente che la guerra di civiltà è scoppiata davvero». Non c'è molto da aggiungere alle parole con cui il direttore dell'Unità Furio Colombo ha commentato domenica il linciaggio a cui Simona Pari e Simona Torretta sono state sottoposte sui giornali della destra (codiuvati, sia pure con toni più moderati, da alcune firme dei grandi giornali indipendenti) per avere osato sostenere, dopo il loro rilascio, che l'invasione dell'Iraq deve cessare, che le truppe willing vanno ritirate, che i sequestratori le hanno trattate con rispetto; per avere osato affermare che vogliono tornare ancora in Iraq; per avere osato ringraziare, oltre al governo, l'opposizione e le manifestazioni pacifiste. Il linciaggio, da cui lo stesso Silvio Berlusconi ha sentito il bisogno di prendere a un certo punto le distanze, ha avuto nei giorni scorsi - e ancora ieri, nell'editoriale del Tempo - toni di una volgarità insopportabile, di quella che di tanto in tanto spunta dalle viscere dell'Italia in transizione e dovrebbe farci interrogare sull'inciviltà che abita le nostre democrazie prima che sullo scontro di civiltà fra Occidente e Islam. Frasi come «se vogliono tornare in Iraq rispediamocele con due calci nel sedere», «la prossima volta si paghino da sole il ricatto», «tacciano e intanto ritiriamogli il passaporto» non depongono a favore né di chi le pronuncia né della sfera pubblica in cui circolano. Sono diventate pronunciabili nella sfera pubblica italiana anche o in primo luogo perché erano indirizzate a due donne? Credo di sì e non lo dico per alimentare il vittimismo femminile ma in senso esattamente contrario: tanta foga si è scatenata proprio perché le due Simone hanno smentito lo stereotipo della donna vittima. Se fossero state vittime e basta, vittime e morte, vittime e perse, vittime e vinte, vittime e piegate, vittime e stuprate, chiunque, compresi i direttori di Libero, del Giornale e della Padania nonché gli zelanti deputati leghisti che ne hanno seguito i suggerimenti, le avrebbero invece piante e compiante, commiserate e santificate. Ma così non è stato. Molti lati restano e resteranno oscuri del loro sequestro e del loro rilascio, motivi e modalità, ma un punto è chiaro ed è che le prime ad aver creato le condizioni per la propria liberazione sono state loro stesse, Simona e Simona: parlando con i sequestratori in una lingua che li ha saputi raggiungere, convincendoli che avevano preso un abbaglio, posizionandosi politicamente laddove stavano e stanno, cioè con e non contro la popolazione irachena. Il primo spazio di trattativa, senza nulla togliere a Berlusconi Frattini e Letta e Scelli, lo devono a se stesse, alla pratica politica che a Baghdad avevano costruito e all'esperienza e alla conoscenza dell'altro che avevano accumulato. Due donne libere, non due donne vittime. Due donne che fanno politica in prima persona, non o non solo due donne posta in gioco della politica istituzionale. Due donne amiche, non due donne in competizione fra loro. E' quanto basta per spiazzare tutti gli stereotipi che mezza Italia del terzo millennio - e non solo, ci si può giurare, il suo lato destro - non solo mantiene nelle sue viscere ma alimenta e rinverdisce.

Si aggiunge a questo la loro resistenza a diventare, come ha osservato Ilvo Diamanti su Repubblica, l'icona vivente dell'unità nazionale sperimentata durante il loro sequestro. Ma qui siamo già nel regno della ragion politica; l'essenziale viene prima, su quel piano prepolitico, o forse postpolitico, su cui tutto l'essenziale della guerra in Iraq si sta giocando mettendo in scacco la ragion politica. Lo spiazzamento dei ruoli sessuali - in questo caso come in altri, compreso quello dolente e di segno opposto delle torturatrici di Abu Ghraib - continua a essere un segmento decisivo di questa guerra, combattuto senza esclusione di colpi.

Le 15 août dernier, une jeune femme de 16 ans a été pendue en haut d'une grue dans une rue de la province de Mazandaran, au nord de l'Iran. Son crime : «Actes incompatibles avec la chasteté». Amnesty International USA, qui rapporte son cas, ne précise pas les conditions de son arrestation. Flagrant délit de prostitution ou acte d'amour avec son petit ami ?

Finalement, cela importe peu. En revanche, il importe de savoir les conditions de son procès et de son exécution. Trop pauvre pour être assistée d'un avocat, Atefeh Rajabi, tel est son nom, s'est défendue seule (en dépit de la loi iranienne qui exige la présence d'un avocat) et avec une audace inouïe qui allait la mener encore plus vite au pied de la grue. Non seulement elle a insulté son juge, le mollah Haji Reza, mais elle a mis en accusation le régime des corrompus et, pour finir, elle a ôté certains de ses vêtements (on ne dit pas lesquels) en pleine cour. Ivre de rage, son juge l'a décrétée folle et, par voie de conséquence, l'a condamnée à la pendaison dans les plus brefs délais. En moins de trois mois, l'affaire fut réglée. Il obtint le double feu vert de la Cour suprême de la République islamique et du ministre de la Justice. Mais sa colère n'était pas encore retombée. Il fallut au juge mettre lui-même la corde autour du cou de Atefeh Rajabi et donner l'ordre de mort.

Enterré le jour même de son exécution, son corps a été déterré par des inconnus et a disparu. Il ne reste donc rien de cette adolescente suppliciée par des barbares au nom de la charia. Rien, sinon son nom qu'il faut ajouter à la longue liste des martyrs des religions totalitaires. C'est peu de chose, je le concède, mais c'est la moindre des choses. Une dernière précision : son compagnon, arrêté en même temps qu'elle, a été condamné à cent coups de fouet. La punition exécutée, il a été relâché. C'est aujourd'hui un homme libre.

ROMA - Il governo contro cinque regioni, accusate di «aver sabotato» la legge sul condono edilizio che rischia così di far fallire la raccolta di 2 miliardi di euro messi in bilancio nella Finanziaria per finanziare il taglio delle tasse. Il Consiglio dei ministri, su proposta del ministro degli Affari regionali, Enrico La Loggia, ha deciso di impugnare davanti alla Corte costituzionale le norme relative ai condoni edilizi di cinque regioni: Lombardia e Veneto (governate da una maggioranza di centrodestra), Marche, Umbria e Campania (governate dal centrosinistra).

PRONUNCIA DEL 28 GIUGNO - La Consulta si era già pronunciata il 28 giugno affermando che la collaborazione degli enti locali è «obbligatoria e doverosa» nei confronti dello Stato considerati i motivi prevalenti della finanza pubblica, ma il testo di legge andava reso compatibile con le competenze di Regioni e Comuni in materia urbanistica e reso più rispettoso della tutela del paesaggio e dell'equilibrato sviluppo urbanistico: lo Stato non può escludere il potere delle Regioni di articolare e specificare la legislazione statale mediante proprie leggi.

LA LOGGIA: «SVUOTATO IL SENSO DELLA LEGGE» - «Aver ridotto al minimo la possibilità di sanare eventuali irregolarità ha svuotato di significato la legge nazionale», ha accusato il ministro per gli Affari regionali, Enrico La Loggia. «Si configura un' interferenza rispetto all'orientamento emerso dallo Stato. Le altre regioni hanno fatto le loro valutazioni, ma non sino al punto da quasi annullare la legge statale. Se la legge dello Stato stabilisce che si possono sanare 100 metri cubi e la regione ne prevede solo dieci, si svuota di significato la norma. Altro è prevedere di poterne sanare 60-80».

LEGAMBIENTE: « ATTACCO AD AUTONOMIA REGIONI» - Per Roberto Della Seta, presidente di Legambiente, la maggioranza «straparla di federalismo, quando poi alcune regioni tentano di limitare i danni prodotti dal condono edilizio, il Consiglio dei ministri decide di impugnare i provvedimenti. È molto grave che il governo, dopo aver varato il condono edilizio più vasto di sempre, insista nel trasmettere agli italiani il messaggio che la legalità è un optional. La sanatoria ha già fatto ripartire alla grande l'abusivismo».

«Mi auguro che la Consulta non accolga il ricorso e sventi così una proroga mascherata che si avrebbe con la riapertura dei termini del condono edilizio», ha affermato Fabrizio Vigni (Ds), capogruppo nella commissione Ambiente alla Camera.

«L'esecutivo non si rassegna al flop degli incassi, e tenta il ricorso alla Corte costituzionale per arrivare a una proroga», ha detto Sauro Turroni (Verdi), vice presidente della commissione Ambiente del Senato.



ESPOSTO ALLA PROCURA - Il capogruppo dei Verdi alla Regione Lazio, Angelo Bonelli, ha presentato un esposto alla procura di Roma per chiedere l'apertura di un'indagine sulle domande di condono edilizio a Roma, circa 90 mila, più o meno la metà di quelle presentate in tutta Italia.

Non era previsto, proprio no, che alla festa per il quarantesimo compleanno di Magistratura democratica arrivasse fresca fresca, ospite ingrata e sgradita, la riforma dell'ordinamento giudiziario del governo Berlusconi. Ma al tempo non si comanda, come al cuore, e così è andata: si festeggia il compleanno all'Ambra Jovinelli con un convegno che si trova a dover commentare il testo di una controriforma incostituzionale sospeso al filo della firma o del gran rifiuto di Ciampi. Non per questo la festa si trasforma in un funerale: al contrario. Magistratura democratica approfitta del compleanno per rilanciare le sue ragioni originarie nella sfida di oggi, come di fronte a un cerchio che si chiude. Sembra proprio uno scherzo del tempo infatti ritrovare, nella mozione istitutiva di Md del `64, quella «completa estromissione dal sistema giudiziario del concetto di carriera» mentre passa una riforma che lo reintroduce a piene mani, con l'intento, come dice il presidente dell'Anm Edmondo Bruti Liberati, di riportare ordine e disciplina in un corpo di magistrati che la Costituzione vuole sottoposto solo alla legge, e di fare regredire l'ordinamento giudiziario a quello che era negli anni Cinquanta, quando la magistratura agiva non con ma contro la Costituzione, a fare giurisprudenza era solo la Cassazione e la carriera dei magistrati era del tutto avulsa dalle esigenze di giustizia di una società in trasformazione. E non è il solo punto di regressione: perché alla visione berlusconiana dell'ordinamento giudiziario corrisponde, com'è noto, una precisa visione della democrazia. Si attacca l'autonomia dei magistrati, per attaccare il controllo di legalità sul potere politico; si tenta di ridefinire la magistratura come potere del popolo, cioè come braccio esecutivo della maggioranza, per farne un anello della catena che dal popolo sovrano porta all'onnipotenza del capo. Una visione della democrazia, spiega Luigi Ferrajoli, contrapposta alla democrazia costituzionale, che ha per scopo la tutela non del potere della maggioranza, ma dei suoi limiti. Nella controriforma della giustizia non c'è in gioco solo la Costituzione del `48, sulla cui difesa si attesta il segretario di Md Claudio Castelli: c'è in gioco, sottolinea Franco Ippolito, il costituzionalismo in quanto tale.

Dice Ferrajoli che per affrontare la sfida di oggi Md non deve far altro che ritrovare e rilanciare le ragioni dei suoi inizi. La scoperta della Costituzione come legge vincolante, da far vivere nel processo e nella giurisprudenza; il combattimento contro i poteri illegittimi, dalla polizia ai padroni agli stessi magistrati se del caso (non per caso uno dei primi atti di Md fu nel `69 quell'ordine del giorno Tolin che denunciava le minacce alla libertà di manifestazione del pensiero emerse con l'ordine di cattura per reati di opinione del direttore di Potere Operaio). E ancora, la scelta di campo a favore dei soggetti deboli, titolari di diritti fondamentali violati, e l'assunzione delle loro ragioni come «punto di vista esterno» al diritto. Certo, ritrovare e riconfermare quelle ragioni oggi è più difficile di allora: e non solo perché il potere politico, e altri poteri al seguito, s'è fatto più illeggittimo, ma perché, come osserva Giovanni Palombarini, i soggetti deboli - dai precari agli immigrati - si sono fatti più deboli.

La tendenza regressiva non riguarda infatti solo l'ordinamento giudiziario ma la società e il sistema politico italiano nel loro complesso. E ripercorrere i quarant'anni di Md, il pezzo della magistratura italiana più coinvolto nelle vicende del mutamento sociale e politico, è anche un'occasione per riflettere su quarant'anni di storia della Repubblica, fuori dai refrain più consolidati e più ottusi. Ad esempio, fuori dal refrain che data la fine della Prima Repubblica al crollo di Tangentopoli, alla «rivoluzione giudiziaria» dei primi anni 90, alla riforma in senso maggioritario del sistema elettorale. Alberto Asor Rosa, fra gli invitati al convegno, giustamente retrodata l'intera dinamica alla fine degli anni Settanta, quando si chiude il ciclo delle grandi rotture (e della stagione di crescita dei diritti) inaugurato dal '68-'69, e fallisce ogni tentativo della Prima Repubblica di autoriformarsi lasciando inalterato il sistema elettorale e proporzionale e il ruolo dei grandi partiti. La crisi della rappresentanza politica, aggiunge Peppino Cotturri, e più in generale le contraddizioni emerse nel movimento del Settantasette, domandavano già allora risposte e riforme che la politica non seppe dare allora e non ha saputo dare mai più. E la crisi della giustizia, si può aggiungere, era anch'essa tutta dispiegata nelle inchieste sul terrorismo e nei teoremi sui sovversivi, come ancora testimonia la vicenda del processo 7 aprile, quando anche Md dovette dividersi per trovare la bussola garantista.

Roma, 29 ott. (Adnkronos) - ''Le immagini che avete visto della firma della Costituzione europea non sono immagini Rai. Le riprese sono state effettuate da una società incaricata dalla Presidenza del Consiglio''. E' il comunicato di cui l'Usigrai, a norma del contratto di lavoro giornalistico, ha chiesto la lettura nelle due principali edizioni odierne dei telegiornali Rai.

''Le telecamere Rai -prosegue il comunicato- non sono state ammesse e la Rai non ha potuto scegliere in autonomia come documentare l'avvenimento. Il servizio pubblico, che come voi spettatori sapete ha le capacità tecniche e professionali per raccontare gli eventi istituzionali, i fatti della cronaca o i grandi appuntamenti sportivi, oggi è stato tenuto fuori dalla porta. Per un giorno un'attività del servizio pubblico è stata privatizzata. E' un attacco alla Rai, ma anche al diritto di voi cittadini ad avere un'informazione corretta e affidabile''.

La replica di viale Mazzini non si è fatta attendere. ''L'informazione sulla firma della Costituzione Europea è stata realizzata dai giornalisti della Rai che con grande professionalità hanno raccontato l'evento e ne hanno approfondito il significato storico e politico'' dice l'azienda che ''esprime apprezzamento per il loro lavoro e giudica quindi offensivo per i giornalisti della Rai il comunicato dell'Usigrai che li accusa di non aver fornito un'informazione corretta e affidabile, solo perché le immagini ufficiali della cerimonia sono state fornite dalla società incaricata dalla Presidenza del Consiglio di documentare visivamente l'evento''.

Ma i cdr di Tg1, Tg2, Tg3 hanno smentito di sentirsi ''offesi dalla nota dell'Usigrai, emessa a tutela del loro lavoro'' e si dicono ''invece offesi per il comportamento dei vertici aziendali''.

Ritiene altresì offensiva la replica della Rai il segretario della Fnsi, Paolo Serventi Longhi: ''Rappresenta un'offesa non solo nei confronti dei giornalisti della Rai ma della stessa storia della più grande azienda di informazione e di cultura d'Italia''.

In tempi di superspecializzazione, la politica è in netta controtendenza: minaccia di diventare l´unico lavoro non professionale di questo paese. "Professionisti della politica", del resto, è diventato poco meno di un insulto, una specie di tara genetica addebitata a una casta di avidi e stracchi notabili dal linguaggio oscuro. Strada spianata, dunque, per gli outsider di ogni genere e grado, con un canale di preferenza per le star mediatiche, che hanno il vantaggio di non dover stipendiare maghi dell´immagine e altri facitori e rifacitori di faccia, perché una faccia già la possiedono, e ben collaudata.

Confermano questa tendenza la candidatura, del valoroso giornalista Marrazzo (centrosinistra) alla Regione Lazio, e l´ipotesi di far correre il plenipotenziario della Croce Rossa nel Vicino Oriente, Scelli (centrodestra) in Abruzzo. Si tratta indubbiamente, in entrambi i casi, di ottime persone, ma é fuor di dubbio che sarebbero meno ottime, elettoralmente parlando, se non avessero già guadagnato le vette della popolarità comparendo in televisione dieci o cento volte più spesso di professori, scienziati, costituzionalisti e perfino ministri il cui talento politico può essere magari comprovato, ma il cui volto non è conosciuto dalla casalinga di Rieti o dell´Aquila. Lo Scelli, in particolare, ha avuto grazie a recenti meriti diplomatici una specie di rubrica fissa su Al Jazeera, messo in onda a raffica, in tutto il mondo, mentre dava il bentornato alle due brave e coraggiose ragazze italiane che non ci riesce più, per sopraggiunta overdose, di definire le due Simone.

Illustri precedenti, nell´uno e nell´altro schieramento (Zanicchi, Badaloni, Gruber, una Carlucci, nonché la strepitosa assunzione della fatina Maria Giovanna Elmi alla presidenza del prestigioso Stabile di Trieste), indicano che la tv è una magnifica scorciatoia per piacere al popolo, e che talk show, tg e ogni altra nicchia di palinsesto hanno preso il posto delle gloriose scuole di partito, dalle famigerate Frattocchie dove i virgulti comunisti si rompevano le balle commentando Lenin, agli altri tradizionali luoghi dell´apprendistato politico come il sindacato, la Coldiretti, le municipalizzate, gli assessorati di questo e di quello.

Finito tutto o quasi, se è vero che la campagna acquisti del personale politico si fa oramai negli antistudi televisivi, badando a non inciampare nel groviglio di cavi e a non irritare il candidato papabile parlandogli troppo di ideologia o di programmi o di schieramenti, perché lui, per definizione, risponde solo al suo pubblico.

Naturalmente, da tutto questo, verrà pur fuori qualche ottimo politico, come si dice della sgobbona Gruber. Ma resta qualche dubbio a proposito della questione (modernissima, e molto di moda) della formazione professionale. È o non è un lavoro chiosare leggi, spulciare regolamenti, amministrare città e paeselli, incontrare delegazioni non sempre concise, farsi venire i calli al sedere e la scoliosi in diecimila riunioni lunghissime e noiosissime? E se lo fosse (e temo proprio che lo sia) perché mai tutti lo possono fare limitandosi a presentare nel curriculum il numero di ore televisive, e i ceroni fatti e disfatti?

Poco amabile per indole e per contratto, ma a volte, nella poca amabilità, anche poco stupido, Massimo D´Alema ha spesso manifestato il suo sarcasmo nei confronti degli antipolitici di professione, rivendicando alla gente del mestiere qualche talento in più, diciamo, nella noble art di fregare l´avversario (e farsi fregare, naturalmente). In questo momento storico l´opinione di D´Alema è perdente. Ma si sa che la storia oscilla e inganna, e tra la Carlucci (un nome a caso) e il più vizzo dei funzionari di partito, sono tra quelli che preferirebbe pur sempre affidare un progetto di legge al secondo. Se non altro, per protestare la scadente qualità della legge potrei rivolgermi all´Albo professionale, come si fa per i dentisti e i carrozzieri. Se mi delude la Carlucci, invece, che faccio, telefono al Servizio opinioni della Rai, per giunta abolito da anni?

Notte e nebbia

L’editoriale de l’Unità, 4 settembre 2004, raccoglie i dubbi che da più parti si sono levati per il terrificante incontro tra terrorismo ceceno e intervento statale russo e per le menzogne dell’informazione ufficiale

È uno spaventoso massacro ed è la sola cosa che sappiamo con certezza. Tutto il resto non si deve vedere, non si deve sapere, non si deve capire, nascosto oltre il sipario di polvere densa e cattiva che si alza dalle macerie della scuola di Beslan dove il terrorismo ceceno ha impiantato la propria macelleria. Non si conosce nemmeno il numero dei morti: 150 secondo le autorità dell’Ossezia, molti di più secondo Mosca, non meno di 250 secondo i giornalisti che hanno assistito al blitz, molte centinaia secondo la Cnn. Blitz che prima viene negato dal Dipartimento osseto dei servizi segreti russi che, però, poi ammette: «siamo stati costretti all’azione». Oltre la sequenza Cnn dei bianchi sudari allineati sull’erba, dei bambini nudi scampati, delle barelle inutili, del tetto crollato sotto i colpi non si sa di chi, dell’autoblindo che corre intorno come un giocattolo senza molla, s’intuisce il problema di Putin. Allontanare da sè e dai suoi famosi reparti speciali l’onta della carneficina frutto dell’improvvisazione, dell’inettitudine e forse anche del disprezzo per gli ostaggi. Che prima erano 300 e poi si sono moltiplicati, come la anime morte di Gogol, fino a gonfiarsi nella statistica più aggiornata a «oltre 1200». Oltre 1200 tenuti a bada da trenta o quaranta terroristi? Facendo pensare che, qualcuno, nelle stanze del Cremlino non sapendo come sottrarsi alla lugubre forza dei numeri abbia escogitato un’apposita contabilità. Perché 150 morti su 350 ostaggi è ancora un rapporto, per così dire, presentabile davanti al mondo civile. In fondo ne abbiamo salvati più di uno su due, potrebbe dire il nuovo zar giustificando il devastante assalto delle sue teste di cuoio. Ma se i morti diventano 250, e i feriti 400, gli ostaggi dovevano essere per forza molti di più. «Oltre 1200» appare perciò una cifra abbastanza equilibrata nel contesto di un bagno di sangue. E forse anche un risultato spendibile nel consesso internazionale desideroso di conoscere i nuovi concreti progressi nella lotta al terrorismo.

Dispiace soffermarsi sui conti che non tornano, trattandosi di conti che riguardano il dolore incommensurabile delle povere famiglie di Beslan. E neppure si può lontanamente paragonare la ferocia disumana di chi ha attaccato con violenza cieca di chi ha reagito. Ma se tutto ci viene impedito di sapere sulla cause, reali, autentiche, che quel dolore hanno scatenato, sarà sempre più difficile difendersi da altro dolore, altro orrore, altri massacri. Esiste come una perversa simmetria tra terrorismo e menzogna.

Si direbbe quasi che l’uno e l’altra si sostengano a vicenda nel provocare infinite sofferenza e nell’impedire al resto dell’umanità di sapere perché. Il combinato disposto tra Al Qaeda e la manipolazione delle notizie ci sta precipitando in una cupa notte della ragione. E della informazione. A tutt’oggi nessuno sa cosa ha veramente scatenato l’11 settembre. E perché Bin Laden? E dov’è Bin Laden? E perché la guerra a Saddam? E dove sono le armi di distruzione di massa? E cosa sta succedendo, davvero, in Iraq? E come è possibile che trenta o quaranta ceceni possano entrare indisturbati nella misteriosa Ossezia e possano tranquillamente prendere in ostaggio 1200 (milleduecento) persone? Eppure, mentre il terrorismo s’impadronisce delle nostre menti, in attesa di farlo con le nostre vite, alla Convention di New York George W. Bush viene osannato quando dichiara che, oggi, con lui il mondo è più sicuro. Una frase insensata, ma che può passare indenne nel sonno della conoscenza. Una frase dal suono amichevole e patriottico se il presidente degli Stati Uniti intende, invece, comunicarci che siamo già entrati nella Terza o Quarta guerra mondiale. E che dunque è molto più conveniente per tutti stare dalla sua parte. Nella Terza o Quarta guerra mondiale non c’è posto per gli indecisi e i codardi. E non c’è posto per la politica, e non c’è posto per la diplomazia, e non c’è posto per l’Onu. O sei contro il terrorismo o sei con il terrorismo ammonisce il governatore della California “Conan” Schwarzenegger, quello che deride i democratici di Kerry chiamandoli «girlie men», femminucce. E quanto agli ostaggi, peggio per loro. Se in Francia un governo sovrano e responsabile cerca di fare il possibile per salvare la vita dei cittadini Chesnot e Malbrunot, quel governo «bacia il culo del nemico» («Il Foglio»). Ma poiché in Italia non esiste un governo del genere, da noi si dirà semplicemente che il cittadino Baldoni «se l’è cercata».

In una guerra mondiale, nello scontro di civiltà evocato dal pensatore Pera, i fatti devono adeguarsi per forza alle opinioni. Nessuno sa cosa è successo a Beslan, ma Bush dichiara lo stesso: ecco cosa fanno i terroristi. Berlusconi segue a ruota. Terrorismo e menzogne. Per arrivare dove? Chi taglia la gola dei prigionieri, chi massacra i bambini non ha nessuna civiltà da imporre. Sono criminali che ci faranno ancora soffrire molto, ma che hanno già perso. Norman Mailer ha un’altra risposta ancora. Cita il pensiero di un tipo che in vita sua è diventato obiettivo un po’ troppo tardi: «Ovviamente la gente comune non vuole la guerra, ma in fin dei conti sono i leader di un paese a fare la politica, ed è sempre semplice trascinare un popolo - che si tratti di una democrazia, di un regime fascista, di un regime parlamentare o di una dittatura comunista. Che faccia o no sentire la sua voce, il popolo può sempre essere piegato agli ordini dei capi. E facile. Basta dirgli che è sotto attacco e accusare i pacifisti di non essere patriottici e di mettere la patria in pericolo. Funziona nello stesso modo in tutti i paesi». Queste parole, spiega Mailer,le pronunciò Hermann Goering nella sua deposizione al processo di Norimberga. Ma forse, con l‘aria che tira, era una citazione da dimenticare.

A me piace fare regali. A Natale e sempre nel corso dell'anno e degli anni, alle stesse persone e alle nuove, again and again; e non capisco quell'ansia che prende tante e tanti, per quel dovere che scatta intorno al 15 dicembre, con gran pompa di pubblicità e luccichii, liste di nomi e di oggetti, corse in centro e frustrazione da prezzi impossibili. E se invece fosse un piacere? Se fosse non un tempo perso ma un tempo guadagnato; un tempo dedicato non all'acquisto delle cose ma alla seduzione delle persone? Non mi capita mai di non sapere che cosa regalare e di solito non sbaglio. C'è sempre una frase, un'occhiata, un ricordo dell'altro o dell'altra che mi mette sulla pista dei suoi desideri; basta non sovrapporre all'incertezza di quella pista la certezza senza rischio di un'etichetta, di un logo, di una hit parade. Fare un regalo non è altro che mettersi sulle tracce dell'altro, scoprirne una voglia e soddisfarne un piacere, riportare a presenza quella frase, quell'occhiata o quel ricordo che ce l'hanno segnalato.

Piacere di ritorno, direte, perché c'è del narcisismo in questa gioia del dare che viene ricambiato dalla gioia del ricevere; una gratificazione di sé pari alla gratificazione dell'altro. Sostiene chi ne sa, del resto, che nella radice do del dono c'è un'ambivalenza semantica che intreccia il dare con il prendere, e rinvia a un circolo virtuoso fra il donare, il ricevere, il restituire, che può diventare circolo vizioso se si dona per ricevere o per avere restituzione. Circolo vizioso o addirittura velenoso, se è vero che la stessa parola, gift, sta per dono ma anche per veleno: come un'esca d'amore, che nell'offrirsi obbliga l'altro a ridare a sua volta, imprigionandolo nella rete dell'indebitamento. Jacques Derrida (in Perdonare, appena uscito da Cortina) da questo metteva in guardia, quando invitava a chiedere perdono anche del dono, se questo diventa «una richiesta di riconoscimento, un veleno, un'arma, un'affermazione di sovranità, un desiderio di dominio». E Bataille infatti diceva che c'è dono solo quando c'è dépense, dispendio, senza recupero: senza niente in cambio. Dono a perdere: perché implica la rinuncia alla restituzione dall'altro, e anche la rinuncia all'affermazione di sé nascosta nell'atto generoso del dare.

Ma basterebbe meno. Si può volentieri condonare e perdonare, per restare al lessico di Derrida, quella piccola affermazione narcisistica di sé che nel gesto del donare è contenuta, se essa sa mettersi come dicevo sulle tracce dell'altro e accendere la scintilla del contatto e della condivisione. Il regalo allora non è un oggetto ma un medium, non riempie un bisogno ma allude al desiderio di altro e dell'altro; non è una merce ma un legame, il tramite di una relazione, la testimonianza di uno scambio, non nel registro dell'avere ma in quello dell'essere. Per questo mi sono sempre sembrati tristi quei propositi anticonsumisti di non farsi regali sotto l'albero: una resa al carattere alienato dello scambio di merci a mezzo merci, come se non fosse possibile né oggi né mai rivoltarne il segno e scambiare di tutto, e prima di tutti noi stessi, nel regime del lusso che il desiderio consente e domanda.

Volendo riassumere in una battuta la situazione del paese che emerge dal rapporto del Censis, si potrebbe dire che esso è afflitto da una crescente insicurezza socio-economica. Discutere se questa sia autentica oppure illusoria non ha molto senso. Se le persone sono giunte a sentirsi insicure, guardano con pessimismo al futuro prossimo, non hanno fiducia nella classe politica che in quel futuro dovrebbe guidarle, si ha un bel sventolare sotto i loro occhi tutte le statistiche disponibili per dimostrare che stanno meglio come non mai in passato - un caso che forse non si attaglia al nostro paese - ma il loro senso d’insicurezza non si ridurrà d’una virgola. Gli stati d’animo collettivi hanno la stessa durezza della materia; se si vuole modificarli, non conviene ignorare questa loro proprietà.

Bisogna provare a trasformarli, a lavorarli, con utensili politici adeguati. Di certo non nasce dal nulla, l’insicurezza socio-economica. Vi contribuiscono fattori particolari e condizioni storiche. I primi sono avvertiti da tutti, e a mano a mano che si concatenano destano inquietudini crescenti. Ci sono i figli che non trovano lavoro, o trovano soltanto occupazioni saltuarie e malpagate. La fabbrica che da mezzo secolo dava lavoro in città e che improvvisamente chiude, licenziando qualche centinaio di lavoratori, perché qualcuno che sta a Trömso o a Boca Raton così ha deciso. I piccoli negozi che spariscono, inghiottiti dai supermercati, che però dopo qualche tempo chiudono anche loro perché il volume d’affari non regge: lasciando nel paese un deserto. Gli amici Rossi che avevano investito i loro risparmi in obbligazioni ed hanno perso tutto. L’innovazione tecnologica in fabbrica o in ufficio che da un giorno all’altro ti mette davanti alla necessità di cercare un altro lavoro o di passare le notti per aggiornarti. Gli immigrati che certo sono utili però non si sa mai. La famiglia dove tutti i membri sono stressati, a cominciare dalla donna che fa tre lavori in uno, col risultato che a forza di discutere ad un certo punto ciascuno se ne va per conto suo e da una famiglia di quattro persone vengono fuori altrettante famiglie con un solo membro. Ciascuno più libero, ma di certo più insicuro. Si moltiplichino per alcuni milioni simili esperienze, che molti fanno di persona, altri sentono raccontare da parenti e amici, altri ancora vedono in tv, e l’insicurezza diffusa degli italiani comincia a trovare qualche spiegazione.

A determinare la quale concorrono peraltro nel profondo anche fattori storici. Coloro che hanno oggi trent’anni o più sono vissuti in un’epoca, l’hanno respirata, nella quale coesistevano due grandi sistemi di sicurezza sociale, anche se non si poteva godere dei benefici di entrambi. Uno era quello inventato dai conservatori inglesi durante la guerra, quindi perfezionato e sviluppato sul continente dal capitalismo renano, dai nostri governi a maggioranza democristiana, dal dirigismo dei francesi che supera indenne ogni cambio di orientamento politico. L’altro sistema era quello offerto a est dai paesi del socialismo reale, sperimentato direttamente da pochissimi, mitizzato e vagheggiato da molti perché lo si credeva più esteso, più protettivo, in una parola erogatore di maggiori sicurezze alle classi sociali che in precedenza ne avevano avute ben poche.

Da una dozzina d’anni e più il sistema di sicurezze che prometteva il socialismo reale è scomparso, insieme con i regimi che lo sostenevano. Il sistema europeo, il modello europeo di sicurezza socio-economica, è palesemente sotto attacco da parte di quasi tutti i governi Ue. Con metodo, con rigorosa perseveranza, in ciascun paese della Ue un giorno se ne smonta un pezzo, l’indomani si riduce il perimetro delle sue prestazioni, quindi si privatizzano le sue funzioni adducendo cause ora reali ora pretestuose. A volte per motivi legittimi, altre volte per motivi che è bene il pubblico ignori. Come poteva mai illudersi, la politica, che la repentina scomparsa di un sistema di sicurezza sociale pur solo immaginato, ma concretamente esistente per oltre quarant’anni appena al di là dei confini dell’Europa disegnati dalla guerra, e il correlativo sgretolamento - per ora parziale, ma nelle intenzioni totale - del sistema occidentale, non incidesse in profondità nell’animo delle persone, stratificando in esso ispidi sedimenti d’insicurezza sociale ed economica?

Naturalmente tutto ciò, i fattori storici e quelli contingenti e quotidiani, significa che non siamo soli. L’insicurezza socio-economica che il Censis ha rilevato in Italia attanaglia anche i tedeschi come i francesi, i britannici come gli olandesi o gli svizzeri. La letteratura sulla globalizzazione dell’insicurezza socio-economica è amplissima. Peraltro sulla politica questo tema non pare aver avuto finora alcuna presa, in nessun paese. Non senza ragione, poiché una politica che ponesse al proprio centro il compito di produrre più sicurezza socio-economica in tempi che di giorno in giorno sembrano alla maggior parte delle persone sempre meno sicuri, dovrebbe fare i conti con il fatto che essendo globale il problema, anche i tentativi di soluzione dovrebbero essere faticosamente cercati a livello globale. Al minimo a livello europeo. Magari prima che tale forma di insicurezza ricominci a svolgere il ruolo cui ha sempre adempiuto da un secolo e passa a questa parte. Quello di cattiva consigliera.

Come il candidato imparò a vendersi

IDA DOMINIJANNI

«Condurre una campagna elettorale ormai è solo un modo politico per fare della pubblicità»: parola del New York Times, non di oggi ma di un secolo fa. Elezioni americane del 1904, quelle vinte da Theodore Roosvelt, il quale a sua volta, otto anni prima, aveva commentato la vittoria del suo compagno di partito Mc Kinley osservando che era stato «pubblicizzato come un medicinale». Destino e successo del marketing politico erano dunque già scritti ai tempi della belle époque?

Che cosa è cambiato da allora a oggi, lungo il secolo della democrazia di massa, e in che rapporto stanno le vicissitudini di quest'ultima e quelle della comunicazione commerciale? Se lo chiede Ferdinando Fasce nel suo contributo al numero - Fahrenheit America - che la rivista di studi nordamericani Acoma dedica alle elezioni presidenziali e al panorama politico, sociale e culturale in cui esse cadono. La risposta non è facile, scrive Fasce, perché la questione, che pure è considerata centrale da tutti gli osservatori della politica americana (e ormai anche di quella europea e italiana soprattutto), resta ancora «largamente inesplorata» negli Stati uniti stessi. Senza riandare all'epoca del New Deal, quando l'agenzia pubblicitaria Barton tentò invano di combattere il peso dei «discorsi dal caminetto» radiofonici di Franklin Delano Roosevelt con una intensa attività di pubblicità istituzionale per le grandi imprese, o al salto provocato dall'avvento della tv nel fare accettare la comunicazione commerciale in sede politica, bastano gli ultimi decenni a fornire i materiali per una storia della democrazia del marketing politico ormai imprescindibile per chiunque si interroghi sulle della democrazia tout-court.

1960, confronto Nixon-Kennedy: si tocca un punto dinon ritorno nelle strategie comunicative della campagna elettorale. I dibattiti politici risultano già «un esempio clinico di pseudo-evento, di come lo si costruisce, del perché ha successo»; gli spot a pagamento assumono un peso dirimente nella vittoria di Kennedy; e per la prima volta la strategia dello stesso Kennedy, che si serviva non di una ma di due agenzie pubblicitarie, punta non più sulla conquista di un pubblico di massa indifferenziato, ma sulla segmentazione dell'audience politica su base etnica e religiosa. 1968, vittoria di Nixon: per la prima volta compare l'ufficio comunicazione per i rapporti fra la presidenza e i media, e un comunicatore commerciale, H. R. Hadelman, entra nello staff presidenziale; comincia l'epoca dei political consultants e conseguenti campagne negative sull'avversario, polemiche costruite ad personam, chiacchiericci scandalistici montati per condizionare e depistare l'agenda politica. E' certo comunque che dagli anni Venti e soprattutto dagli anni Cinquanta in poi, l'affermarsi di una comunicazione politica «sempre più indirizzata alle viscere dei cittadini-spettatori e sempre più lontana dalle questioni sostanziali della gestione e distribuzione del potere» va di pari passo con la crisi dei partiti di massa e di una sfera pubblica intesa come sede di elaborazione e discussione delle opinioni.

La trasformazione dei cittadini in audience segmentata si completa, negli ultimi trent'anni, con le strategie di targeting non più solo nella «vendita», ma nella stessa definizione della linea politica dei candidati. E infine con la sempre più forte sovrapposizione fra politica e intrattenimento nei talk-show televisivi, frequentati con particolare abilità da Bill Clinton. Conclusione: rivisitato lungo le vicissitudini del secolo, il marketing politico si rivela non solo un'industria potente e pervasiva, ma una vera e propria alternativa, elitaria e manipoatrice, alla democrazia di massa, sì che risulta oggi difficile, se non impossibile, pensare a un rilancio di quest'ultima senza fare i conti con il modo in cui lo sponsorship l'ha ormai contaminata e forse definitivamente snaturata, su una e forse anche su quest'altra sponda dell'Atlantico.Non è questa, del resto, l'unica via attraverso cui gli Stati uniti di oggi ci rimandano la centralità decisiva della dimensione linguistico-comunicativa della politica. Nello stesso numero di Acoma, Marilyn B. Young conduce un'analisi sottile del modo in cui la lingua dell'imperialismo - «immediata, diretta, monosillabica, imperativa»- e la lingua dell'impero -«benevola, materna, polisillabica, condizionale»- si stiano intrecciando nel costruire «la ricreazione nostalgica di un passato angloamericano colonizzatore e guerriero» e nell'imporre «una visione di guerra permanente, perseguita in nome di una pace permanente». Ed è ancora il linguaggio a rivelarsi centrale nella costruzione dello «stile paranoico» che ha antiche radici nella società americana, ma ha peculiarmente caratterizzato il primo mandato di George W. Bush. Ne scrive Bruno Cartosio: costruzione e imitazione speculare del nemico, negazione al nemico medesimo di ogni qualità degna di rispetto, ossessione per il suo sadismo, ritorsione di pari misura, secondo un gioco proiettivo in cui all'altro vengono attribuiti i peggiori aspetti di sé. Un gioco che altro non è se non la storia degli ultimi quattro anni: dalla «confrontation» fra Bush e bin Laden alla costruzione bugiarda delle «prove» contro Saddam Hussein alla specularità degli orrori e delle torture in Iraq.

Nelle elezioni del 2 novembre è in gioco anche e soprattutto questo: non la terapia definitiva, ma quantomeno la cura sintomatica della deriva paranoica della politica e della società americane.

I GIOVANI della Confindustria hanno definito nel loro convegno di Capri di tre giorni fa la legge finanziaria come una scatola vuota. Hanno perfettamente ragione; infatti in essa c´è soltanto la speranza (ma senza alcuna certezza) d´un aggiustamento della contabilità pubblica che Tremonti ha lasciato pochi mesi fa al suo successore in condizioni comatose e non più oltre nascondibili: il deficit al 4,5 del Pil, l´avanzo primario delle spese correnti a poco più del 2 per cento della vetta del 5 toccata nella fase Ciampi-Visco; il debito pubblico al 106 per cento; il fabbisogno di cassa a 60 miliardi di euro.

La finanziaria del 2005 che tra pochi giorni sarà discussa e poi votata dal Parlamento dovrebbe servire soltanto a riportare queste cifre sulla linea di galleggiamento. Viceversa i provvedimenti di politica economica destinati a rilanciare la domanda stagnante e a stimolare la competitività sono rinviati al 31 ottobre (ma più probabilmente alla fine dell´anno) senza che ancora si sappia come saranno formulati e quale forma legislativa avranno, decreto legge o disegno di legge o emendamenti da introdurre nella finanziaria.

Ha dunque ragione la giovane confindustriale Artoni: una scatola vuota che costa però al paese una manovra di 24 miliardi che, aggiunti ai 4 già votati per raddrizzare in corsa le gambe dell´esercizio 2004, fanno un totale di 28, pari a 56 mila miliardi di vecchie lire.

Aggiungo che se l´aggiustamento fosse un obiettivo sicuramente raggiungibile, averlo raggiunto sarebbe comunque un successo oltre che la conferma del buco che il triennio di Tremonti ha lasciato in eredità.

Rappresenterebbe un primo voto positivo sulla pagella di Siniscalco. Il guaio è che l´operazione di raddrizzamento finanziario ha anch´essa le gambe storte, anzi stortissime; sicché rischiamo di restare per un anno ancora sul crinale del dissesto finanziario e della stasi economica mentre la stessa ripresa americana manifesta segnali di rallentamento e di incerta fiducia.

Il nerbo (si fa per dire) della manovra si basa su 9,5 miliardi di minori spese. Dico minori spese adottando la impropria terminologia del presidente del Consiglio e del ministro dell´Economia che hanno bandito dal loro vocabolario la parola "tagli". Mi adeguo, ma non senza avvertire che di veri e propri tagli si tratta, visto che fissare a quasi tutte le spese della pubblica amministrazione, investimenti compresi, un tetto nominale di aumento del 2 per cento a fronte di un´inflazione che progredisce con la stessa velocità, significa di fatto congelare a incremento zero la totalità della spesa.

Il ministro ha anche comunicato che per mantenere gli obiettivi del triennio 2005-2007 il congelamento della spesa dovrà proseguire per lo stesso arco di anni, il che rende l´obiettivo non soltanto poco credibile ma mancato in partenza oppure raggiungibile soltanto a prezzo di una politica di vera e propria macelleria sociale.

Le spese correnti del nostro bilancio si compongono infatti per oltre l´80 per cento di stipendi, pensioni, costi fissi e interessi sul debito pubblico.

Poi ci sono quelle in conto capitale, anch´esse assoggettate al congelamento per lo stesso triennio.

Mi domando con quale faccia ci si venga a raccontare che questo è un obiettivo perseguibile e per di più attraverso una manovra triennale definita morbida. E mi domando anche quale sarebbe, per il nostro "premier" e per il suo ministro, una manovra severa: forse quella che prevedesse l´eliminazione fisica di almeno un terzo dei pubblici dipendenti, dei pensionati, dei percettori di interessi e di cedole di titoli pubblici? Mi domando infine come mai la giovane confindustriale Artoni e i suoi associati abbiano definito «scatola vuota» la finanziaria in questione (con un termine che secondo me pecca di notevole indulgenza) mentre il presidente della Confindustria Luca Montezemolo e il suo vicepresidente Marco Tronchetti Provera abbiano dato pieni voti di lode a quel medesimo documento. Avevano forse gli occhi e le orecchie foderati di prosciutto gli adulti della Confindustria, laddove i loro giovani e soprattutto i sindacati ne scorgevano tutte le magagne?

I 9 miliardi e mezzo previsti da Siniscalco non ci saranno. Se ne porterà a casa 7 sarà grasso che cola, tanto più che ha già cominciato a ceder terreno sul contratto con gli statali e altro ancora dovrà cederne sulla scuola, sulla difesa, sugli investimenti. Qualora poi - come è possibile se non addirittura probabile - si dovesse trovare di fronte ad un aumento dei tassi d´interesse, l´intero castello da lui costruito sul congelamento della spesa crollerebbe miseramente.

Né le prospettive sono migliori quando si passi a esaminare la voce di 7 miliardi attesi dalle maggiori entrate fiscali. Quest´introito è basato per quattro quinti su un nuovo concordato che Siniscalco si propone di stipulare con le associazioni dei commercianti, degli artigiani e dei professionisti; insomma con quelle categorie di lavoratori e imprenditori autonomi che sono poco o nulla soggetti alla concorrenza internazionale.

Secondo le previsioni di Siniscalco dovrebbero pagare circa 5 miliardi in più rispetto all´esercizio precedente, sempre che (ha aggiunto) le associazioni che li rappresentano siano d´accordo.

Non scommetterei un soldo bucato sulla probabilità di quell´accordo. Perché dovrebbero sottoscriverlo, cioè autotassarsi, gli interessati? Si dice: evadono, si tratta di accettare una riduzione dell´evasione.

E´ probabile che evadano. Ma se il ministro ne è così certo perché non procede d´ufficio e senza bisogno d´un compromesso fondato sull´accettazione da parte dello Stato dell´evasione di una parte ragguardevole di contribuenti? La verità è che quei contribuenti, tutti titolari di partite Iva, evadono largamente ma hanno anche buone ragioni per farlo che hanno tante volte illustrato al pubblico. Gli studi di settore sono un modo escogitato dal fisco per tener conto delle loro ragioni senza abdicare alle proprie esigenze; ma è un modo fondato sull´accordo e quindi sul compromesso. Difficile rompere il compromesso in una fase di ristagno della domanda, senza offrire qualche cosa in cambio. È evidente che quel qualcosa, per chi vive sulla domanda del mercato, non può essere lo sgravio dell´Irpef, bensì una forte spinta ai consumi almeno per quanto riguarda gli esercizi commerciali di ogni dimensione, specie se gli si richiede una politica di prezzi contenuti. È ragionevole cumulare nello stesso tempo tassazione più elevata, prezzi scontati e domanda calante?

Bisogna dunque puntare sul rifinanziamento del potere d´acquisto non per la domanda di beni di lusso ma per quella di beni diretti di larghissimo consumo.

In mancanza di che è molto ardua una acconcia spremitura fiscale del terziario commerciale. Difatti anche su questa voce d´introito tributario è stato lo stesso ministro ad affannarsi per rassicurare le categorie in rivolta e gli alleati politici che già minacciano una pioggia di emendamenti. Il rischio è che quei preziosi 7 miliardi di maggiori entrate tributarie si riducano al lumicino.

Della manovra da 24 miliardi non resta di sicuro che la parte ancora una volta affidata alle una tantum, salvo che la Commissione di Bruxelles non abbia a bocciare l´eterna creatività del "mordi e fuggi" italiano. Scatola vuota o scatola sfondata?

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Si leggono in questi giorni dotti articoli che mettono nel mirino un presunto partito delle tasse capace di averla vinta su chi vorrebbe dare le ali alla domanda riducendo drasticamente le imposte e la spesa pubblica. Meno Stato e più mercato. E si ricorda per l´ennesima volta il circuito virtuoso messo in moto da Ronald Reagan che procurò forza e diffuso benessere all´economia americana.

Ma per l´ennesima volta occorre ricordare che la politica di massicci sgravi fiscali praticata da Reagan non procurò alcun sollievo all´economia Usa. Bisognò aspettare parecchi anni per vedere un´espansione consistente di quell´economia durante i due mandati della presidenza Clinton. Le cifre sono lì per chiunque abbia lo scrupolo di volersi documentare.

Del resto uno sconto fiscale fa piacere a tutti, così pure l´eliminazione degli sprechi e del malgoverno purché non metta a rischio i fondamentali del bilancio. Puntare su quell´obiettivo partendo da un bilancio appesantito da un debito pubblico che è tra i più alti del mondo in rapporto al Pil o azzardare una politica di deficit spending sarebbe pura follia. Ma perché uso il condizionale futuro? Quella politica è stata la base del triennio di Tremonti, a stento compensata dai condoni e dalla vendita del patrimonio per decine di miliardi senza arrestare l´aumento del debito. Se siamo nelle condizioni in cui siamo lo si deve a quella politica che Siniscalco, contrariamente a quanto sostengono i suoi estimatori, sta continuando come l´analisi della sua finanziaria largamente dimostra.

Intanto il fabbisogno continua ad aumentare e con esso il debito. Per guadagnar tempo - secondo gli insegnamenti tremontiani, si cerca di spostare sul sistema bancario una parte del finanziamento del Tesoro attraverso la cartolarizzazione dei crediti e il camuffamento della Cassa Depositi e Prestiti in una banca generale sottratta alla contabilità dello Stato.

Mezzucci cosmetici che non cambiano in nulla la realtà finanziaria e l´incapacità del governo di intercettare il debole vento di ripresa che ancora spira tra le due sponde dell´Atlantico.

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Coloro che si inventano l´esistenza di un partito delle tasse e gli addossano la colpa d´aver impedito a Berlusconi di imitare Ronald Reagan, ripongono ora timide ma fervide speranze in "un nuovo gruppo che sia al di fuori di tutti gli schieramenti politici e possa in futuro prendere la guida del paese".

Sarei curioso di saperne di più. Sono tentato di dire anch´io «fuori i nomi». Ma sarebbe indiscreto.

Indiscreto ma interessante. Un nuovo gruppo di persone al di fuori degli attuali schieramenti: è un´invocazione retorica allo stellone italiano? Agli uomini della provvidenza? Ma non era Berlusconi l´Unto del Signore? Un altro come lui? Dunque un impresario anzi, scusate, un imprenditore? Cui sia venuto il prurito di far politica? Qualcuno che forse è rimasto in panchina e che adesso ha cominciato a scaldare i muscoli e che non sta né con la destra né con la sinistra ma con se stesso?

Ancora una volta dico che mi ricorda un Berlusconi giovane. Il nome, anzi i nomi, francamente non mi vengono in mente ma avverto un certo rumore di fondo. "Quod Deus avertat".

Ma è vero che si tratta di scegliere fra un Iraq normalizzato dagli Stati uniti e un Iraq liberato dai tagliatori di teste? Fra una Cecenia normalizzata da Putin e una Cecenia dominata dai sequestratori di bambini? Che per una volta realismo e morale consigliano il primo corno del dilemma?

Non è vero. L'Iraq non tornerà normale finché dura l'occupazione americana. E' questa che lo ha gettato dalla dittatura nel caos e imponendo un governo Quisling sollecita una resistenza che, non avendo un foro minimo di elaborazione consentita, suscita anche frange fondamentaliste o semplicemente criminali. Ma non sono queste che tengono l'Iraq fra le mani: esso è o sarà nelle mani delle gerarchie sciite e sunnite, che sono in grado di far desistere anche Al Sadr - una repubblica islamica, bel risultato dell'idiozia del Pentagono e dei suoi sostenitori europei. Né la Cecenia è in mano ai sequestratori di bambini: se Putin la lasciasse sarebbe una repubblica islamica diretta da Mashkadov. Riportiamo le cose al loro livello reale che è già abbastanza costernante. E va da sé che siamo perché gli stati trattino per la vita dei cittadini che non hanno saputo difendere dalle frange estremiste, ma soprattutto ritirino gli eserciti di occupazione, che non rappresentano il minor male come si va cianciando ma l'origine del disastro.

La verità è che nel Medio Oriente una partita si sta giocando fra due destre estreme e con mezzi e categorie che credevamo di avere alle spalle. Quando le Nazioni unite interdicevano la guerra come mezzo per risolvere ogni contenzioso internazionale, non si limitavano a predicare la mitezza, ma temevano con ragione che ogni nuova guerra, anche in presenza di mezzi distruttivi sempre più potenti, avrebbe suscitato incendi catastrofici. Cessato l'equilibrio degli armamenti che fungeva da deterrente, incombeva alla sola superpotenza rimasta in campo di vigilare su questo principio per garantire un ordine mondiale nel quale dipanare politicamente conflitti di interesse e risarcire ferite, che forse anch'essa avrebbe subito. Gli Usa di Bush ne hanno derivato invece che ormai erano padroni del mondo, e l'Europa delle sinistre li confermava in questa persuasione chiamandoli a intervenire contro la Jugoslavia nel pessimo contenzioso etnico, che essa non sapeva, né forse voleva risolvere con mezzi politici.

Da allora la scena mondiale non ha più né ordine né principi. Gli Usa hanno risposto ad un brutale attentato covato da potentati arabi che essi stessi avevano addestrato e usato, invadendo due paesi, uno dei quali non c'entrava niente ma del quale il giro di Bush da tempo ambiva il petrolio. E per questo fine hanno rotto le ossa alle Nazioni unite. Hanno mentito e attaccato. Ignoranti e razzisti pensavano di cavarsela con poco mentre hanno messo in fiamme il Medio Oriente moltiplicato i focolai di terrorismo e suscitato in Iraq una reazione diversa, incontrollabili e con estremismi incontrollati.

In vent'anni il mondo è arretrato di tre secoli, siamo tornati alle guerre di religione: Bush sventola il vessillo della trinità, Sharon quello di Jahvè, gli iracheni, i palestinesi, i ceceni quello di Allah. Sono le religioni del libro dietro le quali si coprono corposi interessi e fragili identità. L'occidente invade, massacra, privatizza guerre, soldati e mezzi di morte, cattura e tortura in nome di Cristo. Nel Medio Oriente e in Cecenia giovani e donne disperati si fanno esplodere in nome di Allah pur di trascinare il nemico nella morte.

Dal crollo dell'Urss siamo in un disordine mondiale mai immaginato. Lucio Colletti era da un pezzo polemico col comunismo quando si chiedeva a quali mostruosità però avrebbe dato luogo la caduta di una speranza di riscatto terreno, come erano state le lotte socialiste e comuniste. Se non sarebbe riemerso il furioso ciarpame nazionalista, etnico, religioso a coprire affari e giochi di potere nella confusione dei poveri e dei perdenti. Chi aveva scritto nella prima metà del `900 «Socialismo o barbarie» aveva ragione. E l'avevamo anche noi, Manifesto, quando siamo nati su due punti cardine: la critica al socialismo reale, che allora nessuno faceva, e il tener ferma quella bussola laica e marxista che aveva elevato il livello dello scontro e lo aveva civilizzato. Erano e siamo minoranze fin troppo lucide.

Certo non è comodo essere soli, è più confortevole cantare nel coro dolcificante dei media e dei dubbi della gente per bene. Si è accolti con entusiasmo. Ma affilare la ragione invece che le spade resta il nostro mestiere. Il resto lo lasciamo a Hungtinton, Fukujama e, ahimé, Calderoli.

IL TRENO parte dal binario 8 alle 9.30 del mattino. Porta via Romano Prodi, sua moglie, qualche centinaio di pendolari e le illusioni di una sinistra unita. Via dai palazzi del potere, dai vicoli della Capitale, via dalle riunioni di partito a porte chiuse i cui resoconti, sui giornali del mattino, vanno letti due volte come le versioni difficili a scuola: due volte per capirne almeno il senso.

Al binario, una moglie al marito: "Guarda, c'è Prodi". Lui: "Macché Prodi, gli somiglia. Non vedi che porta le valigie?". Prodi porta le valigie, due borsoni di cuoio, il malcontento in faccia e un telefono che squilla a vuoto in tasca.

La moglie Flavia prova a parlare dei giorni che verranno: il Natale, le vacanze quest'anno così brevi, i figli. Il treno è un po' in ritardo, il telefono squilla ancora. Allora professore, è davvero finita? "Viaggiamo insieme? Bene. Leggiamo prima i giornali, poi ne parliamo". Sorriso: "Mi dia un momento. Mi faccia elaborare il lutto".

Il lutto per elaborarlo ci vogliono due ore, non molto. A Orte il rincrescimento, a Chiusi l'amarezza, a Firenze il fastidio.

Siamo a San Benedetto Val di Sambro quando è il momento del congedo "da chi divide anziché unire". Da quella parte della coalizione che ha decretato la fine delle liste unitarie e - per il momento almeno - di Uniti nell'Ulivo. "Hanno un'alternativa? Vadano avanti. C'è un altro candidato? Ottimo. Sono disposto ad appoggiare chiunque porti avanti il progetto unitario. Faccio un passo indietro, l'avevo già detto a Rimini: non resterò un minuto in più di quel che serve. Non ho un problema di leadership, davvero. Ho avuto tutto, in questo senso, dalla vita: sono stato presidente dell'Iri, del Consiglio dei ministri, della Comunità europea. Mi posso ben permettere di dire: o va avanti il disegno unitario o niente. E' un disegno storico: creare una solida base riformista che tenga insieme, in questo paese di clericali e anticlericali, i cattolici e i laici di centro e di sinistra. Un disegno grande, io credo un percorso inevitabile che prescinde dalle persone e dai loro interessi particolari. Se non sarò io, se non saremo noi a portarlo avanti verrà qualcun altro. Quando penso al futuro non vedo altre strade per un'opposizione che voglia tornare a governare, e per il Paese. Posso perciò puntare i piedi, è per qualcosa in cui credo fermamente. Non starò lì a vegliare sullo stillicidio delle piccole battaglie fra vicini di stanza. Sono nelle condizioni di tirarmi indietro di fronte a quel che non capisco o che non condivido, ed è quello che intendo fare".

Passano con il caffè, "buongiorno presidente", siamo a mezz'ora da casa, Roma già lontana. I giornali del mattino carta vecchia, piegati storti e infilati fra le poltrone. Nel pomeriggio il professore ha appuntamento con il presidente di Confindustria Luca di Montezemolo, poi la sera un dibattito alla Casa del popolo di Corticella. "Vede qual è la questione? Ero la settimana scorsa alla parrocchia di Dozza, sono stasera alla Casa del popolo: uso le stesse parole, dico le stesse cose e la gente delle parrocchie e delle sezioni risponde con lo stesso entusiasmo. Questo vorrei che si facesse, anziché disfare la notte la tela che si è tessuta di giorno: ascoltare la gente. Ho detto alla Margherita: se volete io posso essere un valore aggiunto, posso lavorare ad aggregare quel che è separato". Invece non vogliono, ma a chi giova? "Non lo so, non lo capisco. Tornano sempre sul risultato elettorale delle europee: c'è da stabilire se il 31,1 è molto o è poco. Io dico che è molto, per cominciare. Loro non la pensano così".

"Loro" intende Rutelli? Pensa di ottenere un risultato elettorale migliore correndo da solo? "Guardi, io non voglio parlare delle persone perché fa il male della coalizione. Se mi chiede quale sia il loro progetto, posso fare due ipotesi. Una è che pensino sia meglio avere un ruolo forte in un posto piccolo piuttosto che un ruolo paritario in un posto grande. L'altra è che non credano nel bipolarismo, e che pensino piuttosto di affrancarsi dalla sinistra per creare un grande centro, aspettando che i centristi di destra vadano da loro". Aspettando Casini e Follini? "Ecco appunto, non suona bene neanche a sentirla. Con alcuni dei centristi del Polo siamo stati giovani assieme: tutti quelli che ora sono a destra da ragazzi erano alla mia sinistra. Io ho tenuto ferma la barra, ho un percorso di coerenza. La Margherita è la mia casa, anche se non ho la tessera, e il padrone di quella casa è Rutelli. E' lui che decide, io ho sempre e solo detto: mi auguro che lo faccia per il meglio". Si diceva del risultato elettorale. "Ecco, sì. Non credo neppure che lo scopo delle liste separate sia fare uno o due punti in più per partito. Naturalmente auguro alla Margherita il massimo successo elettorale, ma credo che ci sia soprattutto un problema di ruoli. La Margherita, è noto, ha il timore che nel giorno in cui si arrivasse alla Federazione i Ds farebbero la parte dei padroni".

Dicono che sembra più un indipendente di sinistra, ormai. "Se è per questo mi hanno anche indicato come quello che faceva alleanze segrete con Bertinotti. Ma domando, ed è questo il punto, questa la svolta storica: i Ds di oggi sono il Pci di vent'anni fa? Sono forse una forza radicale, o sono approdati a un riformismo del tutto omogeneo alle ragioni delle forze centriste? E allora, cosa c'è ancora da temere, al netto delle visibilità personale? La questione alla fine è una: bisogna decidere, come si direbbe nel linguaggio accademico, se ottimizzare il risultato generale o quello particolare". Se vincere uniti o se perdere vincendo sull'alleato.

"Le scelte per le regionali sono andate così, ormai. Va bene. Adesso bisogna far decantare la questione, riflettere. Lavorare per vincerle coi candidati comuni, è ovvio. Ma dopo? Credo che ci sia ancora un piccolo margine, se però ci si lavora da subito: la federazione. Muoviamoci svelti, dopo le elezioni, in quella direzione. Nessuno assorbirà nessun altro, sarà una casa comune di identità diverse. Quanto a Bertinotti: starà fuori da alleato, non dentro da federato. C'è un accordo chiaro, guardi come è finita per la Puglia". Con le primarie per scegliere il candidato, se Vendola o Boccia. "Appunto, benissimo. Le primarie sono una sferzata vitale, per la politica. La politica è questo: andare fra la gente ed ascoltarla, poi tornare nelle stanze e decidere. Non il contrario, per favore". Stazione di Bologna. La città dove si vive meglio in Italia, dicono i giornali di stamani. Sarebbe quasi da restarci. "Ho tanti amici, qui, tanta gente che ci crede e spera. Bisogna essere realisti, ma anche stare attenti a non deludere queste persone". Sotto casa lo aspetta un gruppo di cittadini con uno striscione che dice "Forza Romano, siamo i tuoi Prodi". Sorride con la moglie, nei loro discorsi privati torna tante volte il nome di Andreatta: l'amico, il maestro. "Alla scuola di Nino si sono formati tanti giovani capaci, una risorsa della coalizione. C'è un grande problema di rinnovamento delle classi dirigenti, ci sarebbe tanto bisogno di una generazione nuova. A Roma e nelle periferie, fra i quadri locali e nazionali".

Dice che bisogna passare la mano, professore? "Prepararsi, certo. Io, per il progetto in cui credo, mi do ancora un piccolo margine e una speranza. Quando poi dovesse essere chiaro, come dicevo a Rimini, che non c'è più bisogno... Ho provato a parlare di programmi, a Montecatini e a Milano". L'hanno applaudita dal pubblico e sul palco. "Sì, poi però quando si tratta di prendere delle decisioni sembra che dei programmi non importi più niente. Spero ancora che ci sia il tempo per ragionare insieme: sul programma e sul disegno unitario. Per qualcosa, non contro. Se poi qualcuno ha un'idea migliore, l'ho detto e sottoscrivo: mi faccio da parte, non sarò io il problema".

In quarantamila hanno sfilato ieri a Roma nonostante la pioggia che non ha dato tregua. Si sono visti più ombrelli che striscioni e bandiere, pochi anche gli slogan, «piove governo ladro», ovviamente. Ma quel «contratto, contratto», scandito da una parte all’altra del corteo e le bordate di fischi che si sono levate sotto il ministero della Funzione pubblica erano firmati dai lavoratori pubblici che ieri hanno scioperato per 8 ore unendo alle critiche alla politica economica di Berlusconi la protesta per la forte penalizzazione della categoria.

Al loro fianco c’era l’intero stato maggiore del centrosinistra. Anzi, era alla testa del corteo dietro lo striscione di apertura di Cgil, Cisl e Uil. La presenza di Fassino, Bertinotti, Parisi, Diliberto, Pecoraro Scanio, Boselli, del candidato alla presidenza del Lazio, Marrazzo, è stata qualcosa di più di un’adesione scontata o, peggio, rituale. Soprattutto la presenza di Romano Prodi che ha scelto l’occasione dello sciopero generale e un corteo di lavoratori per il ritorno attivo alla politica. «È l’inizio di un’azione unitaria per la ripresa del Paese. Perché questo Paese è da rifare», ha detto. Un messaggio diretto, una scelta di campo dell’opposizione e del suo leader che mostrano di avere un progetto comune con i sindacati e il mondo del lavoro. Una posizione accolta da commenti al curaro degli esponenti della destra.

Romano Prodi ha parlato dello «stato di disagio» vissuto contro la politica del governo, nello sciopero e nelle manifestazioni c’è questo, ma c’è anche «la volontà unitaria per superarlo», «non è una manifestazione contro - ha continuato Prodi - questa è una manifestazione perché tutti siano uniti per preparare qualcosa di meglio per il futuro». C’erano molti giovani ieri a Roma, di ogni categoria, dagli edili, ai metalmeccanici, dal commercio alla ricerca e alle comunicazioni. Prodi si è rivolto a loro «non possiamo rifare il Paese senza una valorizzazione delle nuove generazioni». Poi la corsa al Quirinale, per l’incontro con Ciampi.

L’opposizione vuole «resuscitare» il Paese, riprenderselo, sottrarlo al modo in cui è governato che Piero Fassino definisce «sciagurato». «La manifestazione di oggi rappresenta bene l’opposizione ampia che c'è nel Paese contro la politica economica di questo governo. D'altra parte dopo tre anni di cura Berlusconi-Tremonti la condizione economica è disastrosa», ha detto il leader dei Ds sfilando anche lui sotto la pioggia. «L'Italia - aggiunge - da tre anni è a crescita zero, nella Ue abbiamo il più basso tasso di incremento dell’economia. I conti pubblici sono stati dissestati. Gli italiani devono farsi carico di pagare un buco di 50mila miliardi che gli ha lasciato Tremonti e viene proposta una Finanziaria che va sicuramente nella stessa direzione». «Inoltre - dichiara ancora Fassino - si propone una riduzione fiscale che si tradurrà in una mancia data agli italiani con una mano e tolta con l'altra. Dalle tasche degli italiani infatti si toglierà molto di più di quello che viene dato». «Mi pare - conclude - che ci siano tutte le condizioni per dire no a questa Finanziaria e d'altra parte non lo diciamo solo noi: lo dicono le organizzazioni sindacali, la Confindustria, il mondo del commercio. Non c'è un settore della società italiana che sia soddisfatto di questa Finanziaria».

Il governo è isolato, la protesta di ieri è stata «una mozione di sfiducia», sintetizza Fausto Bertinotti che ha messo l’accento sulle «convergenze» tra le critiche dell’opposizione e le critiche di Cgil, Cisl e Uil e di tutte le organizzazioni sindacali «anche di destra». Chiudono le fabbriche e i salari, gli stipendi, le pensioni hanno preso una botta tremenda dall’aumento dei prezzi. «Si capisce che c’è una furia nel mondo del lavoro contro la politica del governo». Altro che il partito, o il sindacato «delle tasse» come accusa la destra. Non si possono trattare le persone che protestano come «stupidi» che non capiscono il taglio delle tasse, osserva Pierluigi Bersani. Un'operazione, aggiunge Enrico Boselli, che non servirà a vincere le elezioni perché gli italiani sanno che si tratta di uno «spot». Se non di «balle», come dice Francesco Rutelli. Per Oliviero Diliberto, Pdci, lo sciopero è «sacrosanto» di fronte alla «porcata» di un governo che colpisce le fasce più deboli. Mentre per i Verdi, Alfonso Pecoraro Scanio la sintonia fra la Gad e sindacati prova che l’opposizione è dalla parte della gente, mentre la Cdl è «rinchiusa nei palazzi». Per Cesare Salvi, leader della Sinistra Ds per il Socialismo, «l’adesione massiccia allo sciopero dimostra come le bugie del governo hanno le gambe corte» ma, osserva, «parla anche a noi del centro-sinistra: il Paese ha bisogno di proposte chiare, stabilite da un programma di governo che porti la nostra alleanza a mettere al centro il tema

Un cannoneggiamento sistematico, un fuoco di batterie campali cui seguono raffiche di mitraglia in attesa che entrino in campo le truppe corazzate. Questa è l´impressione che si ricava dall´esame di alcuni importanti mezzi di comunicazione che da molte settimane hanno lanciato una vera e propria offensiva mediatica con un duplice e molto evidente obiettivo: delegittimare la sinistra italiana, anche quella riformista e anzi soprattutto quella riformista; spostare al centro la linea del centrosinistra martellando lo slogan che al centro si vince, nella prospettiva di farlo diventare senso comune (o luogo comune che dir si voglia).

A condurre questa operazione mediatica e politica si sono mobilitati Bruno Vespa, Giuliano Ferrara, Panorama, Il Giornale, Il riformista, e soprattutto il Corriere della Sera e 24 Ore. La sequenza del quotidiano milanese è addirittura impressionante: coinvolge Della Loggia, Ostellino e Panebianco (ai quali fa eco Battista dalle colonne della Stampa) ma poi lo stesso direttore Stefano Folli con un duplice intervento domenicale. Infine, tra tanta ressa, si fa luce Giovanni Sartori che assume in proprio lo slogan «al centro si vince» confortandolo e rafforzandolo con la sua indiscussa dottrina, sicché quelle che erano fino a quel momento legittime quanto discutibili opinioni diventano assiomi scientificamente provati. Renato Mannheimer ? valoroso esperto in sondaggi ? ci mette sopra il bollo della statistica e il cerchio è completo. La fanteria, cioè i cronisti e gli intervistatori, seguono a schiere compatte. I titolisti fanno il resto.

Personalmente non credo affatto che i direttori delle testate alle quali qui si accenna e gli articolisti delle medesime si consultino tra loro. Sono ormai nell´albo dei decani di questa professione e ne conosco bene gli usi e i costumi. Consultarsi non è d´uso, ciascuno è libero nelle proprie scelte all´interno di limiti liberamente accettati e segue quindi le proprie convinzioni in (quasi) perfetta autonomia.

Se dunque un fronte mediatico così vasto e composito batte e ribatte sullo stesso tema da giorni e suona la stessa musica, una ragione ci deve pur essere. E la ragione sta nel fatto che gli interessi di riferimento di questo settore mediatico sono largamente comuni. Il loro Dna ideologico è comune.

Neanche il sequestro delle due Simone ci ha privato della perpetua rissosità nell'opposizione. Della quale un solo punto è chiaro, che il «come battere» il cavaliere importa meno del «che cosa fare dopo» il cavaliere. Da che Follini ha rinverdito la speranza di una centralità democristiana, una parte della Margherita e dei Ds, oltre che lo Sdi, sono tentati da un governo che tagli le ali: a sinistra - Rifondazione, il correntone, il Pdci e forse altri -, a destra - la Lega, forse An, ma solo parte di Forza Italia. Sembra un sogno, ma è così. Non basta, la tregua concessa al governo per riscattare i quattro di «Un ponte per» diventerebbe volentieri per molti un metodo costante e assai dialogico di accordi e separazioni su singoli punti fra maggioranza e opposizione, destinato a mischiar le carte per il governo successivo quale che sia. Sarà per questo che l'opposizione strilla contro la Casa delle libertà, ma su quel che farebbe una volta al governo resta sibillina? Ds e Rutelli hanno laconicamente detto che «non tutto va cambiato», si sono astenuti sul primo articolo della devolution, Fassino è svolazzato alla convention di Kerry come da giovane svolazzava a Mosca. Non si rendono conto quanta credibilità hanno perduto dal 13 maggio a oggi. E discutono sulla pelle di un orso che ogni giorno di più rischiano di non catturare affatto.

Questa reticenza è stupefacente. Anche la diatriba su chi dovrebbe decidere il programma - Bertinotti insiste che non siano soltanto i partiti - finisce col suonare come un rinvio, perché intanto nessuno si espone. Lo ha fatto soltanto la Fiom che, essendo un sindacato, elenca le urgenze dei lavoratori: finirla con la precarietà, tener fermo il contratto nazionale, basta con la legge 30. Questione bruciante non solo perché va contro l'ondata liberista che ci sta scrosciando addosso, ma perché precarietà, flessibilità, competitività sono state la grande scoperta del primo governo di centrosinistra e costituiscono il cuore della Carta europea. Non che non potrebbero essere discusse, perché oggi si vede che non sono soltanto i lavoratori a essere penalizzati ma che la priorità data al mercato globale ha reso l'economia ingovernabile, introducendo il massimo dell'incertezza e del disordine in tutte le nazioni. La libera circolazione dei capitali e delle merci terremota ogni previsione di crescita, mentre la circolazione delle persone è resa più urgente dalla miserie di posizione e più repressa dalla parte del mondo verso la quale gli infelici convergono. Come invertire queste tendenze? Viene il dubbio che i moderati dell'Ulivo non ci pensano neanche, mentre metà della sinistra sta ancora pentendosi di aver difeso il lavoro e lo chiama statalismo e rigidità. Se ne preoccupano di più le confindustrie, visto che l'allargamento - fortemente voluto dagli Usa - dell'Europa all'Est sta dando luogo a un colossale sistema di dumping. Mettere un freno a questi processi, come ha proposto Zapatero, implica che i governi rivedano i parametri dei trattati europei e che i sindacati cessino di credere che in un'economia globale il lavoro possa essere organizzato nazionalmente. E che dice la nostra opposizione sulle tasse? Si propone di redistribuire il reddito colpendo le ormai enormi rendite per alleviare le fasce più deboli e garantire i servizi collettivi invece che affidarli al mercato e se li compri chi può?

E poi. La Casa della libertà ha fatto dell'Italia il miglior amico di Bush. Romano Prodi ripete che l'Europa deve parlare con una sola voce. Quale, prego? Germania, Francia e Spagna dicono no a Bush e chiedono il ritiro americano dall'Iraq, il Regno Unito, l'Italia, l'Est e altri restano avvinghiati al Pentagono. La stessa divisione entra fin nella Margherita e nei Ds. La sola voce europea che direbbe? E, attenzione, nessuna delle due scelte è indolore e asettica, come non è semplice né asettico invertire l'ondata liberista. Proprio per questo evitar di parlarne rende l'opposizione poco credibile.

Sono solo due esempi di questioni decisive, che la destra cavalca ma senza che chi chiede il voto contro Berlusconi dica quale progetto ha, sempre che l'abbia. Viene il dubbio che chi non si sforza di convincere ha già smesso di puntare a vincere.

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