Sui destini di Simona Pari e Simona Torretta Silvio Berlusconi invoca cautela, «è terrorismo mediatico» e bisogna valutare il vero, il falso e il virtuale di messaggi e rivendicazioni. Certo, bisogna valutare e con cautela. Ma nessuno meglio di Silvio Berlusconi sa che tra il reale, il televisivo e il virtuale i confini, oggi come oggi, sono assai labili, perché il televisivo e il virtuale fanno la realtà e non viceversa. Che vuol dire, in tempi come questi, «terrorismo mediatico», e che c'è da fare per contrastarlo? Diagnosi e ricetta per alcuni sono semplici. L'obiettivo primo dei terroristi essendo proprio l'effetto mediatico, la produzione di terrore tramite immagini del terrore, la messa in scena della violenza come quintessenza della violenza, occorre staccare la spina, deflazionare quelle immagini, sottrarsi al ruolo impotente e voyeur dello spettatore. In una parola, spegnere le tv. Ha cominciato l'altro ieri La Stampa, hanno continuato ieri Avvenire e altre testate: ci vuole un codice deontologico internazionale, un accordo fra tutti i network europei; black out su quei coltelli che tagliano la testa agli ostaggi e a tutti noi, prigionieri a nostra volta del video e delle sue inconsce e capziose seduzioni. Se la decapitazione diventa uno spot, almeno evitiamo di mandarlo in onda: salveremo le nostre teste, depotenzieremo il gioco del boia. E pazienza se di rincalzo alle tv c'è Internet che non si può spegnere: il comando politico si eserciti almeno laddove ancora può, e sulla tv ancora può.
Si può fare, è utile farlo? La domanda corre nelle redazioni televisive, e le risposte, salvo lo zelo di Porta a porta che promette «mai più quei video», si appellano alla misura del buon senso e del buon gusto: informare senza indulgere, far vedere senza compiacere. Fermarsi sulla soglia del giusto limite, un attimo prima che il coltello si infili nella carne; un attimo prima che la tragedia si trasformi in spettacolo. Giusto, saggio: è il minimo di sensibilità, umana e professionale, che i tempi richiedono. Ma è troppo poco rispetto alle strategie di contrasto che i tempi richiedono.
Nella civiltà del visuale, il terrorismo, come già la guerra, usa il visuale: chi se ne stupisce era fuori dal mondo fino a un attimo fa. Nel visuale, per giunta, i giochi si moltiplicano e le strategie si complicano molto velocemente. Poco più di un decennio fa, nella prima guerra del Golfo, le telecamere servivano a edulcorare la guerra, a smaterializzarla, a nascondere il massacro dei corpi sotto lo spettacolo dei bombardamenti. Tre anni fa l'atroce volo di cadaveri nudi dalle Torri gemelle in fiamme fu rapidamente cassato dalle immagini - anch'esse ridotte a spot -degli attentati dell'11 settembre. E tutt'ora la legittimazione della guerra di Bush si avvale della stessa tecnica di cancellazione delle bare dei soldati americani, mentre Putin prende a sua volta le sue misure antiterrorismo di oscuramento televisivo. Senonché, nello scenario iracheno, il corpo si è preso la sua amara rivincita: con ogni mezzo, dalle tv alle fotografie di Abu Ghraib ai video sui sequestri che viaggiano in rete, la materialità delle ferite, delle amputazioni, delle sevizie, delle esecuzioni buca la virtualità che pareva deputata a preservarcene, a farci vedere senza toccare, a farci sapere senza traumatizzarci. Il gioco si è fatto più complesso, e al suo interno il terrorismo mediatico fa il suo gioco.
Qual è il nostro? Oscurare, limitare, codificare dall'alto il limite del visibile e dell'invisibile, della scena e dell'osceno, non serve a niente, perché per fortuna non è solo dall'alto che il gioco si decide: né dall'alto dei governi, né dall'alto dei gruppi del terrore organizzato. Vedere non vuol dire solo subire, vuol dire anche prendere atto e reagire. Internet non è l'ennesima diavoleria al servizio del terrorismo, è anche e soprattutto una grande arena su cui i governi possono poco o nulla e in cui le strategie di controinformazione, discussione, ribellione, autoorganizzazione possono invece molto. In ciò che resta delle democrazie, non è mai con un meno ma con un più di informazione, di immagini, di parole che si spezzano i tentativi di distruggere la sfera pubblica. Non è distogliendo lo sguardo dal gioco del boia che impareremo a dire no.
Silenzio adesso. Enzo Baldoni, l'italiano simpatico, il viaggiatore spericolato, il pacifista è morto. Ucciso in mezzo a un mare d'inchiostro versato da chi lo ha usato per attaccare i suoi compagni, la gente che come lui è contro la guerra. Lo hanno fatto diventare una caricatura, il rovescio comico di Fabrizio Quattrocchi, tanto per dire che non ci sono ostaggi «buoni» o «cattivi». Che tutti gli italiani sono uguali. Ora sì. Ma Enzo Baldoni ha sacrificato la sua vita per aiutare le vittime di una selvaggia crociata integralista contro integralisti, di un conflitto che ha moltiplicato il terrore. Era lì armato soltanto della sua fantasia, creatore di interferenze estetico-politiche, capace di far sorridere i bambini all'ospedale, di riconsegnare i caduti senza nome alla grande platea della pietà, di immettere su Internet la flagranza della morte che non è fatta di numeri, ma di persone. Omaggio a Enzo Baldoni, vittima due volte, della barbarie di militanti di un Iraq che nelle loro mani non sarà mai pacificato, e di coloro lo ha indicato come «amico» dei suoi assassini. Non era un italiano come gli altri, aveva più coraggio di noi che ce ne stiamo qui a parlare della sua fine straziante e di chi ha irriso il suo magnifico slancio, di chi non vede mentre lui ha visto che cos'è la guerra.
Perché siamo in Iraq - ostaggi tutti di un mezzo presidente dalla tortura facile - ora lo sappiamo. E sappiamo anche perché dobbiamo andarcene. L'ultimatum è scaduto sulla linea della fermezza. Non è troppo tardi per farlo, si dirà. E invece sì, è troppo tardi perché Enzo non c'è più e non ci resta che la sua rondinella liquida a volare sulle macerie di un mondo più triste, più buio e sconfitto.
Il rinvio alle Camere, da parte del capo dello Stato, della legge sulla riforma giudiziaria conferma la preoccupazione generale dinanzi a tale legge o almeno ad alcuni suoi aspetti. Forse oggi sarebbe necessario un nuovo appello come quello che nel 1919, in un altro momento difficilissimo della storia italiana, Don Sturzo rivolgeva «agli uomini liberi e forti». Sarebbe opportuno rivolgerlo a tutti e in particolare, fra gli uomini liberi e forti, a quelli tra essi che militano nella destra o nel centrodestra, giacché persone oneste e coraggiose si trovano in ogni formazione politica rispettosa delle regole democratiche, a sinistra, al centro e a destra. Fra coloro che fanno parte dell’attuale coalizione di governo o l’appoggiano, vi sono certamente molti galantuomini di animo non servile. Essi non sono meno indignati, turbati e umiliati di quanto non lo siano gli avversari del governo dalla recentissima approvazione dell’indecente legge che abbrevia i termini di prescrizione. Qui non si tratta più di destra o di sinistra, di statalismo o di liberismo, di consenso o dissenso sulla guerra in Iraq, di separazione o no delle carriere dei magistrati e così via, legittimi temi della consueta lotta politica che vede legittimamente affrontarsi e scontrarsi forze e opinioni diverse. Qui si tratta di una degradazione civile che declassa a manfrina di interessi nemmeno di parte, ma personali la legge, che è «uguale per tutti» e fondamento dello Stato e di ogni comunità umana, come sottolineava il cardinale Ratzinger ricevendo la laurea honoris causa in diritto.
È un pervertimento scandaloso, che svilisce lo Stato, la cosa pubblica, la Patria. Spetta agli uomini onesti d’ogni parte ribellarsi a questa indegnità politica, egualmente pericolosa e lesiva per tutti, che disonora l’Italia. Naturalmente qualcuno potrà dire che non è con la morale o col moralismo che si fa politica. È vero, ma non la si fa nemmeno con l’immoralità. Non basta essere onesti per essere buoni politici, ma non basta nemmeno non esserlo. Nessuno auspica al timone del Paese una virtù fanatica e astratta, pericolosa e autoritaria come quella dell’incorruttibile Robespierre. Ma neppure l’opposto è auspicabile.
La politica è l’arte del compromesso, che implica - fino a un certo punto - pure la morale. Ma la dignità o l’indegnità di una politica si misurano sulla qualità e sul grado di tale compromesso. Al di sotto di un certo livello di decenza, la questione non è più solo morale, ma diviene politica, perché mina le istituzioni, l’ordine della società, tutti gli aspetti della vita associata; è una vera e propria sovversione.
Lo sapeva bene Benedetto Croce, così duramente critico di ogni moralismo astratto, quando diceva - contestando il famoso e cinico detto di Enrico IV, secondo il quale Parigi vale una Messa - che una Messa vale più di Parigi, perché è un fatto spirituale e come tale costituisce un nerbo, una sostanza della vita umana, individuale e collettiva. Salvare l’anima non vuol dire essere colombelle pudibonde, ma salvare l’integrità della propria persona; essere liberi cioè forti, anziché eunuchi. Essere succubi della mutilazione subìta dal Paese con l’approvazione di quella legge è un’onta per tutti; gli onesti uomini di destra, cui le sorti dell’Italia stanno certo a cuore non meno che agli onesti uomini di sinistra, non dovrebbero permettere che la destra sia identificata con questo eversivo attentato alla civiltà della nostra Patria comune. Un grande scandalo può certo provocare una crisi salutare: «E’ necessario che avvengano scandali», dice il Vangelo, ma aggiunge: «Guai a quell’uomo per cui avviene lo scandalo».
Il presidente del Consiglio ha cambiato idea. Non è la prima volta che accade e non sarà certamente l'ultima. Di fronte alla forza dei numeri aveva accettato di ridurre l'Irap (di poco, ma comunque un po', tanto per la scena) e di alleviare il bilancio delle famiglie del ceto medio che non ce la fa più ad arrivare alla fine del mese (di pochissimo, 8 euro al mese, un buffetto sulla guancia per comprarsi un gelato "una tantum") rinviando al 2006 il famoso taglio dell'Irpef per 6 miliardi e mezzo (anche in questo caso un altro buffetto che non avrebbe dato alcuna salutare scossa all'economia ma sarebbe comunque servito come spot elettorale).
Ma in tre giorni si è accorto che questo stentato calendario aveva provocato uno scossone alla sua immagine e al consenso dei suoi più fedeli elettori. I sondaggi, quelli che stanno rilevando settimana per settimana lo smottamento dei consensi, registravano una caduta del 6-8 per cento; lo stato maggiore di Forza Italia si agitava come non mai; perfino i giornali a lui più fedeli lo criticavano con titoli a tutta pagina.
Così ha fatto un'inversione di rotta totale: ha riportato al 2005 il taglio dell'Irpef spalmato su tre scaglioni e ha cercato d'imporre agli alleati e al ministro del Tesoro la prescrizione necessaria al suo spot elettorale.
Naturalmente mancava (e manca tuttora) la copertura finanziaria, ma che importanza ha la copertura? Chi cerca trova. Siniscalco è lì per questo.
Perciò si sbrighi.
Agli alleati riottosi ha promesso carote e bastonate. A Fini la Farnesina, a Follini la vicepresidenza del Consiglio, a tutti e due un ulteriore rimpastone a rate con almeno un nuovo ministro per ciascuno, alla Lega il governatorato della Lombardia, Formigoni permettendo.
In alternativa la bastonata suprema: se non ci state mi dimetto e andiamo alle elezioni anticipate. Niente lista unica e nessun collegamento: ci vado da solo con Forza Italia e muoia Sansone e tutti voi insieme, oppure vinco da solo e di voi resteranno soltanto cenere e vento.
Fini intanto ha accettato la carota; la Farnesina lo attrae da tempo e d'altra parte metà se non addirittura tre quarti dei suoi colonnelli sono già conquistati dal Cavaliere. Follini finora resiste, ma è stretto tra una metà del suo partito e Casini.
Naturalmente tutto dipende dalla famosa copertura finanziaria che Siniscalco deve trovare. E dipende anche dalla credibilità della predetta copertura che, qualora fosse risibile, indurrebbe Ciampi a respingere la legge.
Per ora si aspetta. Nei primi giorni della settimana si conoscerà la ricetta del ministro del Tesoro e si saprà qual è il finale di questa lunghissima telenovela che ha realizzato la sintesi tra l'opera buffa e il dramma; un genere teatrale finora sconosciuto nella storia del teatro anche se ben noto alle cronache politiche italiane.
Mancano, si dice, un paio di miliardi per chiudere la partita delle tasse. In realtà, come sa bene il ministro dell'Economia, ne mancano parecchi di più.
Due miliardi di ammanco li ereditiamo dai conti del 2004 e sono soltanto una piccola parte del lascito avvelenato di Tremonti (diventato garrulo dopo un breve silenzio) al suo ingrato successore. Tra poche settimane sapremo, a consuntivo, se in quell'esercizio sia stato superato il deficit del 3 per cento imposto dai patti di Maastricht.
Quasi certamente sì.
Tre miliardi derivano dal minor gettito del condono edilizio, prorogato più volte e reso ancor più indecente di quanto non fosse fin dall'inizio.
La stretta sulle finanze dei Comuni e sulla Sanità e l'indebitamento degli Enti locali si scaricheranno sui conti generali della pubblica amministrazione oltre che sulle prestazioni dovute ai cittadini. Gli incentivi alle imprese sono stati pressoché azzerati; per tutto il 2005 non vedranno un soldo neppure sotto forma di prestiti agevolati.
La scuola è senza fondi e gliene vogliono togliere ancora.
La riforma Moratti, per pessima che sia, ha comunque un suo costo ma non si sa come farvi fronte.
La domanda finora inevasa non è dunque dove e come trovare i 2 miliardi dei quali Siniscalco è in affannosa ricerca, ma dove e come trovarne almeno 6 e forse di più, come già preconizzato dagli ispettori del Fondo monetario.
Aggiungete a tutto ciò la stasi dei consumi, il crollo delle esportazioni dovuto all'apprezzamento dell'euro, il taglio degli investimenti, i contratti del pubblico impiego, e dite se c'è spazio e se c'è senso alla riduzione dell'Irpef nel 2005 (e anche nel 2006).
I consensi di Berlusconi calano? Ma questo, lasciatecelo dire, è un problema suo e non dei cittadini di questo paese.
Si sa (lo afferma Berlusconi) che il maxi-emendamento che il governo presenterà in Senato è già pronto. Si mormora che gli aumenti già promessi agli statali saranno ridotti dal 5 e mezzo al 3,7 per cento e il blocco del turnover esteso a due anni. Si mormora che le "finestre" per i pensionati in uscita saranno diminuite nel 2005 da tre a una soltanto, che i tagli all'Irap saranno rinviati di un anno, il condono edilizio ancora una volta prorogato tanto per metterci accanto una cifra qualsiasi in entrata. Infine il blocco delle sovraimposte ai Comuni e ritocchi vari alle accise, al Lotto, allo spicciolame della spesa.
Accetterà Fini il bastone sugli statali dopo la vistosa carota personale ricevuta con la feluca degli Esteri? Si piegherà Follini o deciderà invece di "vedere" il bluff berlusconiano tra Irpef ed elezioni anticipate? Che si tratti di un bluff è di tutta evidenza, ma decidere di andarlo a vedere implica comunque coraggio. E definitiva rottura. Questo è il punto: o giocare ancora a padrone e sottopadrone o alzarsi dal tavolo e sceglierne un altro.
Francamente mi sembra improbabile.
I critici del centrosinistra gli rimproverano di crogiolarsi con i guai della coalizione avversaria senza però esporre le sue proposte per ridare slancio all'economia italiana avviando nel contempo il risanamento della pubblica finanza dilapidata dai tre anni del malgoverno Berlusconi-Tremonti.
Mi sembra che sia una critica giusta, tanto più che, se il centrosinistra vincerà le elezioni del 2006, riceverà in eredità una finanza pubblica ridotta in macerie sicché risanarla sarà pesantissimo.
Secondo me i termini del problema sono molto chiari.
Viviamo una fase di sostanziale stagnazione dei redditi, degli investimenti, della domanda. La congiuntura mondiale ha robustamente influito nel determinare questa situazione.
La ripresa in Usa c'è stata a partire dal 2003 e continua sia pure a ritmo ridotto. La brusca discesa del dollaro serve a sostenere le esportazioni Usa e a contenere l'enorme disavanzo commerciale col resto del mondo. Non incoraggia tuttavia il resto del mondo - e segnatamente le Banche centrali e gli investitori istituzionali - a mantenere le loro riserve di liquidità in buoni del tesoro Usa.
Se le Banche centrali e gli investitori istituzionali del Medio Oriente e del Far Est (Cina, Giappone, Singapore) decidessero di convertire in euro almeno una parte delle riserve collocate in Treasury Bonds, il mercato valutario segnerebbe tempesta e la Federal Reserve dovrebbe correre ai ripari uscendo dal suo olimpico "benign neglect". Ma è un'ipotesi remota e non so neppure augurabile.
L'Europa deve dunque provvedere da sola a rimettersi in moto e l'Italia, vagone di coda, deve contribuire al rilancio e al buon governo proprio ed europeo inevitabilmente agganciati.
Ho già ricordato che stiamo attraversando una lunga fase di redditi e di domanda stagnanti. Aggiungo che la struttura dei nostri redditi è una delle più squilibrate, forse la più squilibrata in Europa; da noi le differenze tra le varie fasce sono le più alte e generano malessere, insicurezza, invidia sociale. Il risanamento della finanza pubblica e il rilancio della domanda non possono cioè prescindere da una politica di incentivi alla domanda e all'offerta e da un'azione perequativa non cosmetica ma sostanziale.
Per finanziare entrambi questi obiettivi di sostegno e di perequazione dei redditi, la principale fonte disponibile è quella dei patrimoni e delle rendite.
Abbinata a riforme di liberalizzazione efficaci.
I patrimoni in Italia sono cospicui perché i redditi più elevati, le plusvalenze, i guadagni accumulati nel tempo con l'inflazione quando viaggiava a due cifre, i profitti enormi derivanti dall'urbanizzazione e dalla valorizzazione delle aree destinate all'edilizia, hanno determinato un ammontare di ricchezza molto rilevante e in larga misura improduttiva.
Bisogna rimettere in circolo quella ricchezza.
Incoraggiare con opportune misure chi la detiene ad investirla produttivamente e/o prelevarne una quota per finanziare la politica di sostegno dei redditi, della domanda e dell'offerta.
So bene che la sola parola "patrimoniale" è tabù. I partiti fanno di tutto per non pronunciarla come si trattasse di una pestilenza maligna. Ma un osservatore oggettivo non può esimersi dal constatare che viviamo in un'economia dove si è ormai formata una palese contraddizione tra formazione dinamica dei redditi da un lato e statica consistenza dei patrimoni dall'altro. A cominciare dalle rendite mobiliari che in Italia sono fiscalmente colpite la metà di quanto avvenga negli altri paesi di Eurolandia.
Del resto il governo attuale ha già messo mano a questo deposito di ricchezza con la rivalutazione degli estimi catastali. Non è forse un'imposta sul patrimonio quella che accresce l'imponibile riferendo ad esso una serie di imposte dall'Ici alle tasse sui rifiuti urbani ? Il passo successivo dovrebbe riguardare le rendite e la ritenuta secca sulle cedole che è del 12,5 per cento da noi e oltre il 20 in Europa.
Liberalizzare i mercati, sostenere i redditi e perequarne la struttura, rilanciare consumi e investimenti, fiscalizzare per le fasce deboli la contribuzione sociale diminuendo in questo modo il costo del lavoro e quindi migliorando la competitività, incoraggiare la progettualità e le priorità degli investimenti, mettere a contributo i patrimoni inerti: non sono questi altrettanti elementi d'una politica economica attiva e - se le si vuole dare una denominazione - di stampo moderno e liberal-socialista? O uno slogan sempre verde: giustizia e libertà?
Anche altri avevano proposto la patrimoniale: ecco Epifani
Ci sono questioni che, ogni qualvolta irrompono nel dibattito politico, assumono valore sintomatico, scompaginano schieramenti, portano a galla l'incoffessabile. Una di queste è la sessualità, in specie nelle sue manifestazioni ritenute «anormali» o perverse o pericolosamente libere rispetto a una «regola» fallocratica e machista. Che si tratti di autorizzare il desiderio femminile di diventare o di non diventare madre, di sanzionare il potere maschile di esercitare violenza su una donna, di tutelare giuridicamente le coppie omosessuali, ogni qualvolta il territorio della sessualità entra a contatto con quello della politica e della normazione giuridica le reazioni idiosincratiche si sprecano - e in Italia lo sappiamo bene dall'iter tortuoso delle leggi sull'aborto, sulla procreazione assistita, sulla violenza sessuale. Col caso Buttiglione però s'è passato il segno. E la rapidità con cui, nel giro di pochi giorni, sono stati creati i neologismi di teo-con, rad-con, laico-clericali per dare nome al vasto fronte dei suoi sostenitori, la dice lunga sul fatto che siamo di fronte a una novità: a differenza della politica, la lingua non mente. Il vasto fronte di sostenitori di Buttiglione, che va dal Foglio ai cosiddetti «terzisti» di fede liberale del Corsera e della Stampa , ha creduto di ravvisare nella sua bocciatura a commissario per la giustizia, le libertà e la sicureza della Ue un episodio «contrario a una visione laica e liberale delle istituzioni». Non è laico né liberale, sostengono nell'appello pubblicato giorni fa sul Foglio, «giudicare un politico cattolico o di qualsiasi altra confessione o formazione culturale in base alle sue idee e al suo credo». E in base a che cosa se non alle sue idee e ai suoi atti, di grazia, dovrebbe essere giudicato un politico in democrazia? In base alle sue promesse, obiettano i radcon-teocon: Buttiglione ha detto come la pensa sui gay, la famiglia, le madri-single, la procreazione assistita, promettendosi però fedele al comandamento kantiano della separazione fra diritto e morale. Bene, i parlamentari che lo esaminavano non gli hanno creduto; e giustamente, non potendo il candidato estrarre dal suo curriculum politico italiano ed europeo alcuna prova del suo credo kantiano. Siamo nell'ambito di una normale, normalissima dialettica politica democratica, come ha riconosciuto Massimo Teodori rompendo il fronte sul Giornale di ieri. Una dialettica, per una volta, sgombra dall'urgenza della mediazione giuridica: non si votava su una legge ma su un candidato, che per giunta sbandierava le sue idee in contrasto con quella Carta dei diritti che nell'Unione, ai teo-con piacendo, fa già norma, come ha ricordato Miriam Mafai.
Ma in Europa c'è una pericolosa deriva laicista, sostengono i teo-con impugnando il rifiuto di inserire in Costituzione il richiamo alle radici ebraico-cristiane dell'Unione. Per la verità avrebbero a disposizione altri e più convincenti argomenti, che però si guardano bene dall'usare. La legge francese contro il velo, per dirne una, è un pessimo esempio di uso della laicità a fini di assimilazione. Ma di quella non si parla, anzi molti dei teo-con ne parlano solitamente benissimo, perché giova allo scopo. Quale? Quello di fare barriera contro l'invasione islamica che turba i loro sonni.
Con il che siamo al movente numero uno della campagna sul caso Buttiglione, che è - dichiaratamente - solo un capitolo di una più vasta offensiva squisitamente reazionaria a favore di una identità europea, anzi occidentale, arroccata sui valori tradizionali e contro la minaccia del multiculturalismo, del pluralismo etico, del politically correct. L'offensiva, sia chiaro, marcia su un campo di crisi: ovunque in Occidente il multiculturalismo è in difficoltà, il pluralismo etico rischia di soccombere sotto i colpi dello scontro di civiltà, il politically correct non è esente da risvolti di ipocrisia sociale. Ma i teo-con non vanno per il sottile e usano argomenti stupefacenti per rozzezza e isteria. Si va dal timore di Galli della Loggia per la minacce dell'omosessualità all'antropologia monoteista ai rimpianti di Panebianco per l'Europa pre-secolarizzata, dalla facciatosta di Gaetano Quagliariello che vede nei cattolici una minoranza oppressa alle libere associazioni di Giuliano Ferrara fra la bocciatura di Buttiglione, il nullismo di Zapatero e il nichilismo di Almodovar.
Un armamentario da nuovi crociati, cattolici integralisti in guerra di religione e di civiltà contro l'attacco integralista all'Occidente, osserva giustamente Ritanna Armeni su Liberazione ipotizzando che questo strumentale ancoraggio al sacro sia necessario a una politica liberista che da sola non ce la fa più a governare il mondo globale, e che in Italia, annota Ezio Mauro su Repubblica, non ce l'ha fatta a produrre la cultura lib-lab che aveva millantato. Tutto vero, a patto di ricordare due cose. La prima è che tutto questo s'è già visto dall'altra parte dell'Atlantico, e non è solo una larga fetta della posta in gioco di oggi fra Bush e Kerry, ma è già stata la posta in gioco di quattro anni fa fra Bush e Gore e, prima ancora, di un drammatico conflitto che correva sotto le vene dell'America clintoniana e l'ha sconfitta. La seconda è che a questa offensiva scatenata sul terreno caldo dei valori la sinistra non può rispondere solo sul terreno freddo dei programmi. Quando c'è in gioco l'emotività, ancorché isterica, bisogna giocare, e disertare il tavolo significa solo condannarsi a perdere.
Caro Direttore, questa è una lettera che non avrei voluto e non avrei creduto di dover scrivere.
Viviamo momenti difficili e, spesso, terribili. Dall´Iraq all´Ossezia, dalla Cecenia all´Afghanistan, dal Darfour al Medio Oriente al Mediterraneo il mondo è scosso da guerre, terrorismi, violenze e emigrazioni di massa. Abbiamo negli occhi le immagini dei bambini di Beslan e nel cuore l´angoscia per le nostre due Simone.
Se osservate nella prospettiva di queste tragedie, l´Europa appare come un´isola relativamente felice.
I sessant´anni di benessere seguiti alla fine della Seconda guerra mondiale hanno trasformato il volto stesso delle nostre società e la vita di ciascuno di noi. Abbiamo una moneta comune, l´euro. E con l´allargamento non abbiamo soltanto esteso a tutto il continente un´area di pace: abbiamo anche creato un gigante dell´economia mondiale.
Ma non sono solo rose e fiori. L´Europa, che sino a tutti gli anni Sessanta aveva conosciuto una stagione di crescita impetuosa, ha rallentato il proprio ritmo di sviluppo e da tre decenni non riesce a ridurre il divario che la separa dagli Stati Uniti.
E, in quest´Europa, l´Italia è tra i paesi che soffrono di più. Le Ferrari dominano le corse di Formula Uno, ma in tutte le altre gare perdiamo drammaticamente terreno. All´Onu, specchio fedele delle gerarchie internazionali, siamo caduti in una serie inferiore, irrimediabilmente staccati da Francia e Germania che, per decenni, sono state nostre pari.
E le cose non vanno meglio nell´economia. Siamo entrati nell´euro ma, mentre gli spagnoli confermano il loro ritmo veloce e francesi e tedeschi riprendono a correre, noi arranchiamo in ultima fila. Il turismo soffre sotto i colpi di una concorrenza sempre più forte. Le nostre esportazioni non tirano più. Siamo quasi spariti nelle classifiche delle grandi imprese. Non produciamo più ricerca d´avanguardia. Stiamo tenendo un´intera generazione di giovani in una situazione di precarietà destinata a portare ad un futuro di insicurezza. Assistiamo all´impoverimento di quella classe media che è la spina dorsale e vitale di ogni società. Leggiamo di oltraggiose retribuzioni a grandi dirigenti mentre schiere infinite di lavoratori sono costretti a vivere con stipendi che non permettono di coprire la quarta settimana del mese.
Il dissesto della finanza pubblica certificato dalle dimensioni, tuttora vaghe ma in ogni caso imponenti, della manovra annunciata dal governo, non è che il sintomo della necessità di una vera e propria ricostruzione del paese. Scuola, università, giustizia civile, protezione degli anziani e dei più deboli, sistema dell´informazione: non c´è campo della vita e della società italiana che non richieda un intervento profondo.
C´è chi ha sparso l´illusione che bastasse lasciare la briglia sciolta perché l´Italia riprendesse a correre. Che bastasse promettere meno tasse per creare un entusiasmo capace di generare investimenti, lavoro, ricchezza. Che, in sostanza, il paese meno lo si governava meglio era.
Ma non era che un´illusione. Una perfida illusione che lascia e lascerà un´eredità pesante e imporrà un lavoro duro e di lunga durata a chi sarà chiamato a reggere il paese.
Con la consapevolezza della dimensione della sfida che sta di fronte all´Italia, una consapevolezza resa ancora più acuta dagli anni trascorsi guardando al nostro paese dall´osservatorio della Commissione Europea, nel luglio dello scorso anno, in previsione delle elezioni europee e in preparazione delle elezioni politiche, ho lanciato la proposta di una lista unitaria delle forze riformatrici.
L´idea era semplice: bisognava costruire una forza capace di operare come motore e timone di una grande coalizione di tutte le forze riformatrici in modo da guadagnare la fiducia degli elettori e garantire successivamente la stabilità del governo.
A questo invito hanno risposto, per primi, i Democratici di Sinistra, i Socialisti Democratici italiani, i Repubblicani Europei e la Margherita, i partiti che più direttamente rappresentano le grandi tradizioni culturali e politiche alla base della Costituzione della nostra Repubblica e lo spirito di novità e di unità all´origine dell´esperienza dell´Ulivo. Uniti nell´Ulivo: questo è il nome che scegliemmo per la nostra lista. Un nome che testimonia la volontà di operare e di presentarci uniti di fronte ai cittadini e, allo stesso tempo, propone un legame diretto con il marchio della coalizione che aveva già vinto contro la destra nel 1996 e del governo che aveva saputo portare l´Italia al traguardo dell´euro.
Al momento del voto europeo, più di dieci milioni di donne e di uomini, quasi un elettore su tre, hanno premiato questo sforzo di innovazione e di coraggio, facendo della Lista Uniti nell´Ulivo di gran lunga la prima forza politica italiana con una consistenza pari ai due terzi dell´intero centrosinistra e ad una volta e mezzo la maggiore forza del centrodestra.
A questi milioni di italiane e di italiani era giusto, era doveroso rispondere, dopo il voto, lavorando per consolidare ciò che essi con tanta evidenza avevano mostrato di apprezzare. Di qui la proposta di creare, sulla base e sull´esperienza della lista unitaria , la Federazione dell´Ulivo. Una federazione inizialmente formata dai quattro partiti promotori della lista ma aperta a tutte le forze pronte a condividerne l´ispirazione. Non un partito unico, ma un soggetto politico attrezzato ad avvalersi e, anzi, ad esaltare le tradizioni, le culture, il radicamento sociale, gli spazi di azione dei partiti, protagonisti insostituibili della vita politica del paese e, allo stesso tempo, in grado di decidere in modo unitario e, dunque, di operare con tutta l´autorità del proprio peso politico.
Un soggetto politico, la Federazione dell´Ulivo, al centro e al servizio della più ampia coalizione del centrosinistra, di quella grande alleanza democratica necessaria per mobilitare, anche attraverso le primarie, le straordinarie energie dei movimenti, delle associazioni e dell´intera società nazionale, per vincere le elezioni e, soprattutto, per governare l´Italia sulla base di un comune progetto riformatore.
La Federazione dell´Ulivo, la Grande Alleanza Democratica. Questi sono i due strumenti, semplici e comprensibili, di un grande progetto di innovazione per uno schieramento riformatore.
Mi permetto di aggiungere che questa è anche la mia identità politica, l´unica per me possibile. Nel senso che questi elementi, insieme e in coerenza tra loro, riassumono e danno un significato ad una storia personale e ad un impegno politico vissuti nel segno e con gli obiettivi, tra loro indissolubilmente collegati, del definitivo superamento della divisione tra laici e cattolici, del pieno consolidamento della democrazia dell´alternanza e, dunque, dell´unità tra tutte le forze riformatrici.
L´affermazione della Lista Uniti nell´Ulivo alle elezioni europee, il contemporaneo successo delle altre forze dell´opposizione riformatrice, la ormai lunga scia di vittorie in tutte le consultazioni amministrative degli ultimi tre anni, dalle province di Roma e Milano ai comuni di Bologna e Bari alla Regione Friuli Venezia Giulia, sono la prova che siamo stati e siamo capaci di interpretare le aspirazioni e le domande dei cittadini italiani. Un recentissimo sondaggio realizzato dalla società Ispo di Milano ci dice che se ci fossero domani le elezioni politiche, tra il 33 e il 35,5 per cento degli elettori voterebbe i partiti della Lista Uniti nell´Ulivo, il 52,5 per cento voterebbe per la coalizione di centrosinistra mentre soltanto il 37,7 per cento sarebbe disponibile a votare in favore del centrodestra.
Insomma: gli italiani ci chiedono unità per cambiare il paese e affrontare i gravissimi problemi della loro vita di ogni giorno e ci premiano vistosamente quando rispondiamo positivamente a questa loro domanda.
Del tutto incomprensibili sono, dunque, le resistenze a questo progetto e a questa prospettiva di successo, di vittoria, di governo. Eppure, queste resistenze ci sono. E si concentrano, tutte, sul cuore, sul nocciolo duro del meccanismo che ho appena riassunto e ricordato, cioè sulla Federazione dell´Ulivo.
Non do´ di tutto questo un´interpretazione personale. Quello che vedo non è un contrasto tra persone. Si tratta di un contrasto politico. E, come tale, deve essere trattato e chiarito una volta per tutte.
Per spiegarmi meglio, mi riferisco alla mia esperienza in questi cinque anni e mezzo alla guida della Commissione Europea, perché il confronto e la composizione tra i ruoli e gli interessi dell´Unione Europea e degli Stati nazionali è un modello quasi perfetto del rapporto tra i partiti e la nascente Federazione dell´Ulivo.
Così come gli Stati nazionali, anche i partiti sono gelosi, e giustamente gelosi, della loro storia, delle loro tradizioni, delle loro identità. Così come gli Stati nazionali, anche i partiti hanno interessi concreti da difendere. Così come gli Stati nazionali, anche i partiti hanno radicamento sociale e legami col territorio.
Ma, così come, nel mondo globalizzato di oggi, ci sono compiti ed interessi che solo l´Europa, grazie alle sue dimensioni e al suo peso, può svolgere e difendere, così, nella politica nazionale, c´è un ruolo che solo un soggetto politico di prima grandezza come una Federazione dell´Ulivo in grado di rappresentare oltre un terzo dell´elettorato, può giocare.
La dimensione, tuttavia, da sola non basta. E´ sempre l´esperienza europea che ci mostra come l´Unione sia pienamente efficiente, capace di dialogare da pari a pari con le grandi potenze del mondo e di difendere con forza gli interessi dei propri cittadini, solo e soltanto quando è dotata degli strumenti per agire e delle regole per decidere.
Questo, dunque, è il terreno sul quale ci dobbiamo misurare. Siamo pronti a rispondere alla domanda di unità che viene dagli elettori? Abbiamo l´ambizione di concorrere per il governo del paese? Sentiamo la responsabilità di creare un soggetto politico all´altezza delle sfide e dei problemi che ci stanno davanti e che i cittadini ci chiedono di affrontare? Siamo pronti, per questo, a dare vita e autorità ad una Federazione dell´Ulivo che, pur promossa e costituita dai partiti, non si esaurisca nella semplice sommatoria dei partiti stessi e riceva, dunque, l´autorità, i poteri e gli strumenti operativi per rappresentare l´interesse comune e decidere per esso? O preferiamo chiuderci nella difesa di un piccolo interesse di parte, indifferenti al più grande esito della battaglia per il futuro dell´Italia? Queste sono le domande alle quali dobbiamo dare risposte chiare e concrete.
Se c´è un progetto alternativo e qualcuno che pensa di incarnarlo, si vada ad un confronto aperto e comprensibile ai cittadini. Se, come testimoniano le dichiarazioni dei segretari dei partiti della Lista Uniti nell´Ulivo, un progetto alternativo non esiste, allora siamo coerenti e conseguenti. Perché solo una cosa non possiamo permetterci: di non essere, in questo momento della storia, all´altezza delle nostre responsabilità.
Si dicano i sì ed i no. E si spazzino via tutte le ambiguità, tutte le riserve mentali. Il punto d´arrivo devono essere atti credibili, decisioni e attribuzioni di responsabilità impegnative.
Solo quando e se questi impegni saranno stati assunti potremo credibilmente andare avanti nella costruzione del nostro progetto.
Solo quando saremo certi di potere contare su una Federazione capace di operare con efficacia e con autorità potremo credibilmente aprire il confronto con le altre forze riformatrici per la costruzione della grande alleanza democratica. Anche le riunioni che abbiamo tanto atteso, come quella fissata per il 4 ottobre, rischiano altrimenti di essere inutili. Ed è inutile fare cose inutili.
È in gioco il futuro del paese. È in gioco la possibilità di porre fine all´avventura di una maggioranza, di un governo, di un presidente del Consiglio che hanno devastato i conti pubblici, che hanno inferto un colpo gravissimo al prestigio internazionale dell´Italia, che lavorano per una società costruita non sulle opportunità, sulle libertà e sui diritti di tutti ma sui privilegi di pochi, che non conoscono il confine tra pubblico e privato, che mancano di senso dello Stato.
È in gioco la speranza, la possibilità di preparare una società più giusta, più prospera, più dinamica, più serena e ricca di gioia di vivere, per le nostre famiglie, per i giovani, per gli anziani, per le donne e per gli uomini d´Italia.
Questo è il tempo delle scelte.
Che arrivi o no a concludere questa legislatura, e perfino che perda o torni sciaguratamente a vincere le prossime elezioni, la filosofia di governo di Silvio Berlusconi si trova finalmente costretta a fare i conti con un limite invalicabile. Essa consta a ben vedere di pochi e scellerati punti, i primi dei quali sono un'idea post-costituzionale della democrazia, e la convinzione che il rito inaugurale della seconda Repubblica consista nella Grande Vendetta contro quei magistrati che hanno messo le grinfie sulla corruzione della prima. L'uno e l'altro punto trovavano nella riforma dell'ordinamento giudiziario firmata dall'ingegner Castelli la loro apoteosi. Non solo perché si tratta di una legge incostituzionale. Ma perché spalanca le porte a una architettura istituzionale privata di alcuni capisaldi del costituzionalismo, quali la divisione dei poteri, l'autonomia della giurisdizione, il controllo di legalità sul potere politico. Il rinvio alle camere della riforma da parte di Ciampi è dunque un doppio schiaffo alla filosofia di governo di Silvio Berlusconi: non solo perché boccia nel merito la riforma, ma perché ribadisce di per sé il funzionamento fisiologico di una democrazia costituzionale, in cui le pretese di onnipotenza della maggioranza e dell'esecutivo possono e devono essere bloccate dagli organi preposti alla custodia della legge fondamentale, il presidente della Repubblica in primo luogo.
C'è dunque ben poco da minimizzare in generale, come fa Berlusconi tirando fuori l'ennesimo coniglio dal cappello della vittima per sospirare quant'è difficile il mestiere del riformatore. E c'è poco da minimizzare anche in particolare, come fa il guardasigilli assicurando che i rilievi di Ciampi intaccano i rami ma non il tronco della sua riforma, qualche dettaglio ma non la sostanza. Non è così, perché anche se le sette cartelle del presidente non fanno menzione di due dei punti della riforma più controversi e più contestati dalla magistratura - la separazione delle funzioni e la riorganizzazione gerarchica delle procure - , bastano tuttavia a mandare all'aria l'intero impianto della legge. Ribadiscono che l'obbligatorietà dell'azione penale non può essere subordinata alle linee di politica giudiziaria emesse annualmente dal guardasigilli. Che l'attività dei magistrati non può essere condizionata dai monitoraggi ministeriali. Che il Csm non è un organo amministrativo ma un potere dello stato; e soprattutto che le sue competenze non possono essere vincolate dal sistema concorsuale previsto dalla riforma. Con il che salta non qualche quisquilia ma l'ispirazione generale della creatura di Castelli (oltretutto tecnicamente malfatta, manda a dire il Colle, come tutte le leggi italiane da troppo tempo in qua).
Non salta invece ma viene sciaguratamente confermata, con la stessa giornata di ieri, l'ispirazione generale dei ritocchi - chiamiamoli così - al sistema penale introdotti dalla legge Cirielli votata alla camera. Nella quale non si tratta «solo» dell'indecente dispositivo salvapreviti, ennesima replica della legiferazione ad personam in cui filosofia e prassi berlusconiane eccellono senza tema di confronti nazionali e internazionali. Si tratta, attraverso il combinato disposto delle prescrizioni, delle recidive e delle attenuanti, di un ben più grave passaggio da un diritto penale incentrato sulla punibilità del reato a uno incentrato sulla punibilità della persona. Nella scia della tradizione americana, di una giustizia sempre più forte con i deboli e sempre più debole con i forti, che produce devianza nelle fasce basse della popolazione e riempie le carceri di immigrati e piccoli spacciatori. Proprio per questo c'è bisogno di una magistratura autonoma: non a difesa di un potere corporativo, ma a garanzia dei diritti fondamentali scritti in Costituzione.
I teorici della globalizzazione assicurano che tra i suoi effetti benefici vanno incluse l´interdipendenza che si è realizzata tra i sistemi economici, e la possibilità di poter produrre ogni cosa in qualsiasi luogo. Nonchè il fatto che è diventato indifferente se la proprietà formale di un´impresa abbia sede in un dato paese mentre le sue unità produttive sono localizzate altrove. Il caso della Embraco di Chieri, presso Torino, che ha chiesto di aprire la procedura di mobilità per oltre 800 dipendenti, mettendo a rischio anche altri 400 posti di lavoro nell´indotto, suggerisce di annoverare tra gli effetti della globalizzazione anche la irresponsabilità, sottratta a ogni forma di tracciabilità, di imprese e dirigenti.
In verità se uno chiede chi mai sia responsabile del destino di queste 1.200 persone, molte delle quali sono troppo giovani per poter andare in pensione quando la mobilità avrà termine, si trova dinanzi a una serie di risposte affatto razionali. Ma esse, nell´insieme, portano a concludere che abbiamo costruito un sistema economico irrazionale, in primo luogo perché nei suoi meandri è impossibile risalire a chi dovrebbe rispondere di quel che succede.
La fabbrica di Chieri una volta si chiamava Aspera. Non andava troppo bene, e la proprietà la cedette alla multinazionale brasiliana Embraco. L´importante, fu detto, non era la collocazione della proprietà, bensì il mantenimento della produzione e dei posti di lavoro. Risultato: i dipendenti Embraco erano 2.150 nel 1999, 1.640 nel 2001, 1.000 tondi l´estate scorsa e 940 oggi. Di cui quattro quinti in mobilità, il che significa chiusura prossima della fabbrica. Chi è responsabile di simile caduta dell´occupazione, e prima ancora del calo di produzione che l´ha causata? L´Embraco produce compressori per frigoriferi che vengono acquistati soprattutto dalle consociate di Whirlpool Europa, colosso degli elettrodomestici trapiantato dagli Usa, le quali stanno in Italia, Austria, Belgio, Bulgaria, con stabilimenti in vari altri paesi. Per essere redditizia l´Embraco dovrebbe produrre almeno 6 milioni di pezzi l´anno, ma le imprese di Whirlpool Europa gliene comprano soltanto 4. Il prodotto italiano di marca brasiliana è forse di qualità non eccelsa? Costa troppo? Non è adatto alle produzioni degli stabilimenti austriaci, bulgari o slovacchi? E se tutto ciò fosse vero, qualcuno nell´azienda di Chieri non poteva accorgersene anni fa, e introdurre i mutamenti opportuni? I dirigenti di Chieri potrebbero naturalmente rispondere che loro debbono sottostare alle superiori prescrizioni di costi e di specifiche tecniche della multinazionale da cui dipendono. Se gli stabilimenti austriaci o belgi o bulgari non gradiscono i compressori della Embraco, è al Brasile che bisogna domandare spiegazioni, non a Chieri. Ed è presumibilmente dal Brasile che è giunto l´ordine di chiudere la fabbrica del torinese per portare la produzione nell´Europa orientale. A loro volta i dirigenti Whirlpool dei relativi paesi potrebbero difendersi dall´accusa di snobbare il prodotto made in Ue, seppur con marchio brasiliano, ricordando che loro hanno sul capo la Whirlpool Corporation of America, che verifica con estrema severità l´andamento delle vendite come dei costi di produzione.
Il caso Embraco è dunque emblematico. Vuoi perchè di casi simili ve ne sono ormai centinaia solo in Piemonte, e migliaia in Italia, con centinaia di migliaia di lavoratori coinvolti. Vuoi per il fatto che al fondo della maggior parte di essi si ritrovano circostanze analoghe: l´interdipendenza globale che diventa una forma patologica di dipendenza locale dalle bizzarrie di processi economici incomprensibili ai più; la proprietà straniera che preferisce ovviamente licenziare i dipendenti d´un paese lontano che non quelli del suo vicinato; intrecci produttivi e finanziari di cui è quasi impossibile venire a capo, al fine di trovare qualcuno che renda conto di decisioni aventi ricadute negative su intere regioni. Per il momento possiamo solo sperare che enti territoriali e sindacati trovino modo quanto meno di alleviare la grave situazione determinatasi in quel di Chieri. Ma i casi simili continueranno a moltiplicarsi, fino a quando non si inventeranno e si adotteranno mezzi appropriati per governare localmente la globalizzazione.
Di fronte a questo disegno di legge che riscrive 43 articoli della nostra Costituzione e che è stato approvato in prima lettura venerdì 15 ottobre dalla Camera dei Deputati, non si sa se aggregarsi ai brindisi di gioia della Lega e di tutto il Polo (Follini e Udc compresi, con la sola eccezione del roccioso Tabacci che si è astenuto) oppure condividere la definizione di Piero Fassino e di Ciriaco De Mita («indigeribile pastrocchione») e le parole di Francesco Rutelli («un venerdì nero per la Repubblica»). Non si sa se vederlo come una tragedia o come una farsa costituzionale.
Personalmente sarei incline più alla farsa che alla tragedia, ma mi rendo ben conto che una farsa costituzionale è al tempo stesso una tragedia: non si può infatti scherzare impunemente con la Carta che sancisce il patto fondamentale tra i cittadini e le istituzioni definendo i diritti, i doveri, lo statuto di cittadinanza, le forme della rappresentanza, l´equilibrio dei poteri, le modalità del controllo sul loro operato, gli istituti di garanzia.
Con questo complesso di problemi la maggioranza ha arruffato soluzioni improbabili con una leggerezza che rasenta l´irresponsabilità. Di qui il dilemma tra farsa o tragedia, che a ben guardare sono le due facce d´uno stesso spettacolo messo in scena da Berlusconi Bossi e Fini sotto gli occhi rassegnati e conniventi di Follini sulla pelle della democrazia repubblicana.
Trattandosi d´un disegno di legge di riforma costituzionale, per di più sottoposto a referendum poiché manca la maggioranza qualificata prevista dalla Costituzione, il Capo dello Stato non ha in questo caso alcun potere di interdizione. Non resta dunque che l´appello referendario al popolo sovrano che però non potrà essere indetto che a conclusione delle quattro votazioni previste dall´articolo 138 della vigente Costituzione.
Credo e spero che la votazione popolare cancellerà questo pastrocchione, dico meglio questo obbrobrio che, allo stato dei fatti, lascia dietro di sé una veduta di rovine. Il testo approvato l´altro ieri dalla maggioranza plaudente ha infatti abbattuto in un colpo solo i poteri del Parlamento, quelli del presidente della Repubblica, l´unità nazionale. Per di più ha messo in moto un meccanismo del quale si ignora il costo ma non l´ampiezza della sua oscillazione che va da zero a 100 miliardi di euro.
Sull´ipotesi di costo zero non scommetterebbe nessuna persona dotata di normale buonsenso: essa infatti si può verificare soltanto nel caso in cui le Regioni italiane, per gestire i nuovi poteri che otterranno dalla devoluzione, possano utilizzare i pubblici impiegati già in forza nelle attuali strutture amministrative dello Stato.
L´ipotesi più probabile si colloca invece in prossimità del tratto di oscillazione massimo, tra gli 80 e i 100 miliardi di euro, con possibilità di superare perfino quella cifra-limite. Il che significa che l´intero impianto della devoluzione può portare lo Stato federale alla bancarotta finanziaria.
Ma questo lo sapremo soltanto quando si dovranno emettere le leggi attuative del nuovo dettato costituzionale. A quel punto il faccione grottesco e comico della farsa tornerà a far capolino dietro le cupe nuvole della tragedia, ma allora sarà troppo tardi per riderne.
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Andrea Manzella ha già individuato ieri su questo giornale con chiarezza e dottrina gli aspetti sostanziali e sostanzialmente incongrui di questa legge.
Ero tentato di chiamarla legge di controriforma, ma mi sono poi reso conto che il termine non sarebbe appropriato. La controriforma è una cosa molto seria con la quale si può dissentire o consentire, ma che è comunque animata da una sua coerenza, da una sua cultura, da una sua dignità intellettuale. La Controriforma con la quale la Chiesa si oppose, tra la fine del XVI e l´inizio del XVII secolo, allo scisma luterano fu una profonda scossa riformatrice che alimentò per almeno cent´anni un rinnovamento profondo del clero, della catechesi, delle opere missionarie; ebbe una sua coerenza non esclusivamente oscurantistica; produsse la cultura del barocco in architettura, nella «maniera» pittorica, nella musica.
Applicare il termine di controriforma all´obbrobrio farsesco che sta sotto i nostri occhi sarebbe quindi blasfemo. Qui c´è soltanto una furbizia di avvocaticchi che hanno cercato di accontentare i disomogenei partiti della coalizione preparando una sorta di «fricandò» messo in cottura a fuoco lentissimo; talmente lento che quasi nessuno degli attuali protagonisti sarà in grado di assaporarne il gusto.
Provo ad elencare i vari elementi che lo compongono aggiungendovi poche note di chiarimento e di osservazione.
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1. Il Parlamento, come rappresentanza del popolo dotata del potere di fare leggi, controllare l´operato del potere esecutivo, dargli e togliergli la fiducia, non esiste più. Il governo assume in proprio anche il potere legislativo poiché decide quali provvedimenti ritiene indispensabili alla propria azione e su di essi chiede la fiducia. Ove mai non l´ottenesse scioglie la Camera.
Essa, la Camera, può in teoria votare la sfiducia al governo a patto però di aver già individuato - rigorosamente nell´ambito della maggioranza parlamentare - un nuovo premier in grado di ereditare il consenso della maggioranza stessa senza che vi sia alcun apporto da parte dell´opposizione.
2. Il «premier» è eletto direttamente dal popolo in collegamento con i deputati candidati nei collegi. Il Capo dello Stato gli deve affidare automaticamente la formazione del governo. Il premier presenta al Parlamento il ministero senza bisogno di chiedere alla Camera il voto di fiducia. Dello scioglimento della legislatura abbiamo già detto: rientra nei poteri del premier.
Osservo che non esiste in nessun Paese europeo l´elezione diretta del primo ministro né esiste la sfiducia costruttiva limitata all´ambito della maggioranza parlamentare.
3. Il Capo dello Stato è semplicemente un notaio. Serve a certificare come autentici gli atti che il «premier» sottopone alla sua firma. Ogni controllo di legalità e di costituzionalità di tali atti gli è precluso. La sua firma di certificazione è un atto dovuto. Sta scritto nella legge che egli è il garante dell´unità federale dello Stato. Ma i modi e i poteri attraverso i quali possa esercitare quella garanzia non sono previsti. Il solo modo possibile che ha è di dimettersi dalla carica che ricopre. Chi sta al Quirinale avrà dunque soltanto diritto al picchetto d´onore e poteri di tagliar nastri, portare corone d´alloro al Milite ignoto e inviare telegrammi d´auguri o di condoglianze a seconda dei casi.
4. Il Senato federale non si sa che cosa sia e non lo sanno, credo, nemmeno coloro che ne hanno proposto l´istituzione. Esamina solo le leggi regionali e quelle che interessino le regioni. Qualora vi sia conflitto di competenza tra Senato e Camera, la decisione viene presa da una Commissione paritetica che configura una sorta di terza Camera.
5. Sulla devoluzione di poteri alle Regioni non mi diffonderò, è materia già spiegata fino alla noia. Il fatto che, ciò nonostante, nessuno ci capisca niente vuol dire semplicemente che si tratta di materia non comprensibile.
Esempio: l´organizzazione delle istituzioni sanitarie è di esclusiva competenza regionale ma la tutela della salute è di competenza dello Stato.
Così per la scuola e per i suoi programmi. Lo Stato comunque ha il potere di avocare a sé in qualunque momento poteri devoluti qualora la situazione lo richieda. Si tratta insomma d´una devoluzione-fisarmonica che si allarga o si restringe a capriccio e secondo gli umori.
6. I Comuni sono in coda alla gerarchia amministrativa, fiscale e politica.
Sopra di loro non c´è più soltanto il bieco Stato centralista, ma anche l´amorevole regione neo-centralista. E le province? Nebbia e mistero.
7. Le regioni possono accorparsi fondendosi tra loro. Ma possono anche cambiare confini. Se i piacentini volessero uscire dall´Emilia e aggregarsi alla Lombardia o al Piemonte potrebbero farlo senza che l´Emilia abbia potere di opporsi. E viceversa se il lodigiano volesse trasmigrare in Emilia. Anche qui fisarmonica, che si porta dietro ospedali, imprese, gettito tributario, risorse bancarie e professionali.
Tralascio il resto. Sembra un «puzzle» costruito da un pazzo.
8. Il «puzzle del pazzo» (scusate la cacofonia) andrà in vigore nel 2011 nel caso migliore, oppure nel 2016. Il motivo di questa lunghissima dilazione è il seguente: la legge prevede di andare in vigore nella legislatura successiva a quella nella quale avviene l´approvazione. Se il referendum confermativo avverrà entro il 2006 la legge di cui qui si discute entrerà a regime nella legislatura che inizia nel 2011; ma se il referendum avverrà dopo il 2006 (e sempre che approvi il «puzzle del pazzo») la legge sarà a regime nel 2016.
Non esiste nel mondo intero un solo caso d´una nuova Costituzione (perché di questo si tratta) che entri in vigore sei o undici anni dopo la sua prima approvazione. Motivo? Forse segretamente sperano che qualcuno negli anni a venire butti per aria il «puzzle del pazzo».
9. C´è un´altra possibilità. Che la Corte costituzionale, messa in moto da un magistrato ordinario o da un ricorso di Regioni, stabilisca che la procedura adottata modificando con un´unica legge 43 articoli della Costituzione violi quanto previsto dall´articolo 138, che esclude riforme «a sacco». In tal caso la legge in parola sarebbe cassata. Questo però potrebbe avvenire solo dopo la sua approvazione finale.
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Ci sarebbe ancora molto da scrivere e da spigolare ma ne faccio grazia. Alla mia età ne ho già viste tante e tante ne ho lette o sentite raccontare. Una storia come questa però supera l´immaginazione. Perciò sono anche contento d´averla vissuta in presa diretta. Ungaretti parlava di allegria di naufragi e Montale di come si cammina sul ciglio d´un muro dove sono infissi i vetri acuminati d´una bottiglia rotta. Qui è diverso. Qui un gruppo di buontemponi giocano a palletta con lo Stato e si battono le mani da soli sperando che gli spettatori facciano altrettanto.
Non era mai accaduto un fatto simile. Speriamo che non accada mai più.
L´AUTUNNO meteorologico comincerà secondo il calendario il 21 settembre. L´autunno economico comincerà secondo il calendario parlamentare con la sessione di bilancio l´11 ottobre. Il previsto autunno caldo più o meno entrerà in scena in contemporanea alla legge finanziaria della quale, allo stato dei fatti, si conoscono soltanto le cifre di copertina. Che sono assai controverse: 30 miliardi di euro tra tagli e maggiori imposte, con l´obiettivo di riportare l´indebitamento rispetto al Pil dal 4,4 al 2,7%, aumentare il potere d´acquisto degli italiani del 2,2% bloccare la crescita del debito pubblico all´attuale livello del 106% rispetto al Pil e infine introdurre uno sgravio fiscale di 5 miliardi sull´Irpef e di 1 miliardo sull´Irap.
Questa gragnola di cifre è di difficile comprensione per gran parte dei consumatori, dei contribuenti e dei lavoratori. Debbo dire che la trasparenza tanto invocata e propagandata dal ministro Siniscalco dopo i bilanci creativi e fumogeni del triennio Tremonti, si è alquanto offuscata dopo pochi mesi.
Parlare di trasparenza in una legge finanziaria dove, stando a quel che sostiene Berlusconi, non ci saranno né tagli né maggiori imposte ma uscirà dal cilindro del prestigiatore uno sgravio fiscale di 6 miliardi, un aumento del potere d´acquisto e un abbattimento dell´indebitamento, sembra ancora una volta un miracolo, un articolo di fede più che una manovra finanziaria lucidamente pensata. Per chi quella fede non ce l´ha la parola giusta è piuttosto quella di un trucco, esattamente come accadde nei tre anni del consolato Tremonti, durante i quali sembrò che tutto filasse alla perfezione e che la finanza pubblica e l´economia marciassero col vento in poppa, alla faccia delle Cassandre che ? inascoltate ? preannunciavano vento e tempesta.
Siniscalco, che per quei tre anni aveva condiviso il metodo creativo di tremontiana memoria, elevato ai fastigi del potere certificò che le Cassandre avevano ragione, mise in cantiere una finanziaria riparatrice ma poi, al momento di vararla, ha rispolverato i metodi del predecessore.
Trenta miliardi di manovra (sessantamila miliardi di vecchie lire) dove trovi sgravi fiscali, incentivi, diminuzione dell´indebitamento, aumento del potere d´acquisto, senza né lacrime né sangue, così, con la bacchetta magica del mago Merlino o della Fata dai capelli turchini di Pinocchio o dei poteri di intercessione presso il buon Dio posseduti da Padre Pio. Da Tremonti per legittima eredità trasferiti a Siniscalco.
Nel Polo tutti fanno finta di crederci, anche Fini e perfino Follini. Del resto che possono fare? Rivelare che anche Siniscalco imbroglia le carte del bilancio né più né meno del suo predecessore? E che la famosa scrivania che fu di Quintino Sella continua ad assistere al gioco delle tre carte con grave disdoro per la memoria del suo primo titolare?
«Zitti zitti piano piano / senza fare confusione / per la scala del balcone / presto andiamo via di qua», cantavano i protagonisti dell´opera buffa di rossiniana memoria. Così i nostri ministri dell´Economia, sperando che i gonzi credano alle loro cifre miracolistiche.
Noi apparteniamo a quel gruppetto di irriducibili che non ci stanno ad esser presi platealmente in giro. Speravamo che Siniscalco avesse imparato la lezione della realtà, ma non è stato così. Il tremontismo, finché a Palazzo Chigi ci sarà Berlusconi, rinasce ogni volta dalle ceneri. Quindi non sperate che a via XX Settembre, sede del ministero Tesoro-Bilancio-Finanze-Mezzogiorno-Partecipazioni Statali, la musica sia cambiata. È cambiato il direttore dell´orchestra che era poi il primo violino del direttore precedente; ma suona lo stesso spartito con gli stessi orchestrali.
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Per far quadrare i conti il coniglio uscito dal cilindro di Siniscalco è il tetto del 2% della spesa. Significa che il 2% d´aumento rispetto alla spesa dell´esercizio 2004 è il limite imposto a ciascun dicastero, salvo la Difesa e la ricerca scientifica. Poiché l´inflazione è ufficialmente del 2%, il tetto sta a dire che in termini reali la pubblica amministrazione non dovrebbe spendere un solo centesimo in più dell´anno scorso.
Naturalmente nessuno ci crede. Le spese della Sanità sono già fuori di almeno tre volte (se basta); quelle per la Scuola (ricerca a parte) del doppio. Trasporti e poste, per starci dentro, dovranno stringere gli organici che già hanno subìto consistenti salassi. Gli incentivi alle imprese saranno ridotti alla metà (da un miliardo a 500 milioni) in una fase in cui avrebbero dovuto essere a dir poco triplicati. Non parliamo dei lavori pubblici ordinari, sebbene la spesa per investimenti abbia un moltiplicatore maggiore. Giustizia, sicurezza, personale della pubblica amministrazione, dentro a quei tetti non ci stanno nemmeno a randellate.
In tutto sono 8mila i capitoli di spesa che dovrebbero osservare il tetto del 2%. La Ragioneria dello Stato, malgrado un certo grado di modernizzazione effettuata, avrà i risultati al più presto sei mesi dopo per quanto riguarda le spese effettuate in conto competenza. In termini di cassa li ha dopo tre mesi, ma lì si verifica da almeno cinque anni un miracolo di segno inverso: più si cerca di limitare la spesa di competenza e più cresce quella di cassa, cioè il cosiddetto fabbisogno.
State attenti, cari lettori, alla terminologia truffaldina che usano i "clerici" delle finanze pubbliche: il fabbisogno sono i soldi realmente spesi dai vari sportelli della pubblica amministrazione; per finanziare il fabbisogno lo Stato contrae debiti sul mercato emettendo titoli; questi titoli vanno ad aumentare lo stock del debito pubblico; viceversa quello che viene chiamato indebitamento non è né debito pubblico né fabbisogno ma il rapporto tra la spesa di competenza e il profitto interno lordo (Pil) ed è quel rapporto che secondo il patto europeo di stabilità non deve superare la soglia del 3%.
Il tetto imposto da Siniscalco sulle spese correnti dovrebbe appunto incidere sull´indebitamento ma non c´è nessun tetto al fabbisogno nei confronti del quale si potrebbe imporre soltanto uno slittamento di quelle uscite di cassa, come Tremonti tentò in varie circostanze di fare ma con risultati assai modesti perché il "tagliaspese" non è che un metodo di rinvio a due tre mesi scaricando poi tutte insieme le spese rinviate e quelle correnti.
Ebbene, la differenza in termini di Pil tra indebitamento e fabbisogno è salita dallo 0,8 del ?96 all´1,7 del 2001 e addirittura al 2,4 dell´esercizio in corso. Si manterrà più o meno su questo livello negli anni prossimi fino ad un´impennata del 2,6 nel 2008 che vuol dire più o meno 70 miliardi di euro, 140.000 miliardi di vecchie lire. Oggi come oggi il fabbisogno supera l´indebitamento per 60 miliardi di euro e questo è il buco creato dal governo nella nostra pubblica finanza.
Per colmarlo Siniscalco pensa a 100 miliardi di privatizzazione nei prossimi quattro anni con l´obiettivo di bloccare il debito pubblico al livello attuale. Qualcuno può credere a questa fandonia?
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Berlusconi (e Siniscalco con lui) pensano di far aumentare nel 2005 il potere d´acquisto degli italiani perché si sono finalmente accorti che la popolazione in tutte le sue classi di reddito ma soprattutto in quelle con redditi più bassi si è effettivamente impoverita. Finora il presidente del Consiglio aveva negato ostinatamente l´evidenza, ma adesso ha dovuto ammetterla e correre ai ripari.
Poteva scegliere varie strade per ottenere quel risultato. Per esempio poteva restituire il fiscal drag ai lavoratori, cioè la differenza tra l´inflazione programmata e quella certificata dall´Istat. Ma seguire quella strada significava tirar fuori soldi veri. E soldi veri non ci sono. Allora si è inventato un giochino. Ha detto che i consumatori otterranno uno 0,7% di vantaggio dal blocco dei prezzi cui si sono impegnati alcuni settori della grande distribuzione; un altro 0,7% lo otterranno dal contenimento dell´inflazione (contando due volte lo stesso parametro come ha rilevato ieri su questo giornale Massimo Riva) infine un altro 0,8 dalla diminuzione dell´Irpef. Il totale fa appunto 2,2. Da questo incremento, frutto d´una simulazione nella quale il solo dato certo è lo sgravio dell´Irpef, dovrebbe venire la famosa scossa e il rilancio dei consumi e della domanda interna.
Numeri e ipotesi scritti sull´acqua. Il blocco dei prezzi non darà alcun incremento al potere d´acquisto, tutt´al più non lo farà diminuire ulteriormente. Lo sgravio dell´Irpef di 5 miliardi rappresenta un rivolo quasi inavvertibile sulla platea dei redditi fino a 30.000 euro annui; non darà alcuna scossa ai consumi, tant´è che il pacifico e pacioso Billè, presidente della Confcommercio, minaccia scioperi a catena se non ci saranno provvedimenti seri di sostegno della domanda. I famosi sgravi fiscali effettuati da Ronald Reagan e tanto celebrati dalle destre di mezzo mondo non scossero minimamente l´economia americana e questo è un altro caso di falsità che va infine messo a nudo: il rilancio della congiuntura Usa cominciò con Clinton e con la sua politica di riduzione dei tassi d´interesse. Questa è la verità. Gli sgravi delle imposte sul reddito non servirono assolutamente a niente e furono soldi buttati dalla finestra.
Perciò la scossa tanto attesa e auspicata non ci sarà. Ci sarà invece un aumento delle imposte comunali provinciali regionali anche per finanziare gli sgravi dell´Irpef, sicché il governo si riprenderà con una mano quel poco che avrà dato con l´altra. Quando si dice il gioco delle tre carte non si parla a vanvera ma con i dati di fatto in mano.
A questa finanza imbrogliona mancano tuttavia alcuni capitoli tutt´altro che marginali. Manca la costruzione della rete di infrastrutture moderne e adeguate. Manca un sistema di ammortizzatori sociali il cui costo minimo s´aggira sui 5-6 miliardi. Manca il potenziamento della ricerca, sulla quale bisognerebbe investire almeno 1,5 miliardi. Mancano infine l´aggiornamento dei contratti scaduti e la necessità da tutti avvertita che il monte salari cresca adeguatamente. Questa sì, sarebbe una scossa salutare, ma le nostre imprese non sono in grado di sopportare oneri aggiuntivi sul costo del lavoro in mercati dove la concorrenza internazionale è durissima.
* * *
Un modo c´è e consiste nella fiscalizzazione degli oneri sociali trasformando la contribuzione in imposte di scopo a carico della fiscalità generale. Non per tute le retribuzioni poiché il peso per le casse pubbliche sarebbe insopportabile, ma certamente per le categorie di lavoratori a basso reddito.
In questo modo si alleggerirebbe il costo del lavoro di almeno il 40%, facendo coincidere il salario netto con quello lordo e creando uno spazio importante per migliorare i conti delle imprese e il salario netto dei dipendenti.
Questa sì, sarebbe una scossa salutare. Per completare la riforma fiscale voluta da Berlusconi ci vogliono 22 miliardi. Se questa cifra venisse intanto impiegata nell´operazione che definirei del "salario netto" gli effetti sulla domanda interna sarebbero certamente sensibili e con essi i recuperi per le finanze pubbliche. Mi domando perché, invece di litigare sul nulla, i partiti del centrosinistra non portino avanti proposte di questa natura facendone il nucleo propulsivo del loro programma elettorale. Credo che sarebbero seguiti da molti consensi a destra al centro e a sinistra.
Post Scriptum. Domani scade il termine per la raccolta delle firme per il referendum abrogativo della legge sulla fecondazione artificiale. Una pessima legge che merita d´esser cancellata. Personalmente non ho più firmato documenti referendari dai tempi dell´aborto e del divorzio, ma questa volta sento il bisogno e il dovere democratico di farlo. Così pure quando sarà approvata la legge di riforma della Costituzione attualmente in discussione in Parlamento, che meglio sarebbe chiamare controriforma. A titolo personale mi permetto perciò di rivolgere ai nostri lettori un pressante appello a firmare la richiesta referendaria che tutela imprescrittibili diritti di libertà.
C´È un´emergenza crimine nel Paese che preoccupa i cittadini, e che dovrebbe impegnare in prima linea il governo, con la sua cultura propagandistica da "tolleranza zero". No. In piena emergenza, Forza Italia si trasforma ancora una volta in un manipolo aziendale per la tutela degli interessi personali di Cesare Previti, che incatena ai suoi destini la decenza di un partito, di una maggioranza parlamentare, di una coalizione, del governo: e purtroppo dell´Italia.
La Casa delle Libertà oggi prova in Parlamento a liberare ad ogni costo Cesare Previti, già condannato due volte per corruzione. Non potendo più fermare i suoi giudici né camuffare il reato, si tenta di renderlo impunibile. Come? Semplice. Si costruisce un fittizio "pacchetto anticrimine" per fingere di legiferare nell´interesse del Paese, e nel pacchetto si inserisce una norma che abbatte i tempi di prescrizione per molti reati pesanti come l´usura, il furto aggravato, l´incendio doloso, ma soprattutto la corruzione. Consentendo a Previti di trovare la strada su misura per evitare il suo giudice, a Berlusconi e a Dell´Utri di non ricorrere nemmeno in appello.
Che dire? Due cose soltanto. Queste vicende possono compiersi solo in un Paese pronto a tutto, dove una vera e propria complicità intellettuale permette che il reato criminale riduca la politica a servaggio, per cambiare in Parlamento la sua natura. Un processo alchemico scellerato, che deforma lo Stato di diritto e dimostra la falsità del teorema che voleva Berlusconi "costretto" alle leggi ad personam. Ora che è stato prosciolto, le leggi ad personam continuano, per quei soci-padroni capaci di tenere in ostaggio il lato più oscuro di un uomo che dovrebbe governare l´Italia, e la umilia con un Parlamento asservito.
MARINES che entrano nella moschea crivellata di colpi. Poi uomini a terra: guerriglieri feriti nei combattimenti del giorno prima. In attesa di soccorsi mai arrivati. Infine un marine che punta il fucile e spara alla testa di uno di loro: un uomo che giace immobile sul pavimento.
Queste drammatiche sequenze, fissate da Kevin Sites della Nbc, hanno fatto il giro del mondo. Nemmeno la complicità che inevitabilmente si stabilisce tra i giornalisti embedded e i reparti che li incorporano e proteggono poteva censurare una simile violenza.
Sono immagini destinate a sollevare aspre polemiche. E non solo in Occidente. Anche se l´autore dell´esecuzione a freddo è stato arrestato, quel gesto aumenta a dismisura la percezione, già assai negativa, che i musulmani hanno dell´America. Come in precedenza Abu Ghraib, quel colpo di fucile nega nella sua essenza il progetto americano di esportare la democrazia nel mondo islamico. Se la democrazia non è solo procedura elettorale ma insieme di regole e di istituti di garanzia che permettono di evitare abusi di ogni genere, il volto con cui si manifesta nelle piane mesopotamiche non è certo dei migliori. E non basteranno le elezioni di gennaio a rifargli la cosmesi.
L´America afferma di aver invaso l´Iraq per liberarlo dagli innegabili soprusi di Saddam e trasformarlo in un paese democratico. Condivisibili o meno, tali premesse impongono agli Usa un preciso dovere: quello di comportarsi coerentemente con quei propositi. In una situazione in cui i jihadisti, nel tentativo di aizzare i musulmani, dipingono la guerra come prova provata della volontà occidentale di "distruggere l´islam", gli Stati Uniti devono attenersi il più strettamente possibile alle regole di guerra condivise dalla comunità internazionale. Niente, nemmeno una teologia politica niente affatto secolarizzata che la rappresenta come l´alfiere del Bene contro il Male, può permette all´America di varcare quel confine. Nonostante, o forse proprio per l´11 settembre, all´America di Bush spetta una paradossale, ma non per questo meno prescrittiva, "condotta morale della guerra".
Immagini come quelle di Falluja, già serialmente riprodotte in tv come al Jazeera o nei siti dell´islam on line, alimentano quel conflitto di civiltà che, a parole, tutti dicono di voler evitare. Nella circostanza non valgono nemmeno le giustificazioni secondo cui non sono meno feroci, da parte jihadista, gli sgozzamenti, le decapitazioni rituali, le esecuzioni con colpi di pistola a bruciapelo degli ostaggi. Non ultima quella di Margaret Hassan. Perché, semmai esiste una superiorità occidentale nei confronti di altre civilizzazioni, questa consiste proprio nella capacità di evitare la tentazione della reciprocità negativa. Non è l´universalizzazione dell´orrore che ci fa sentire orgogliosi di appartenere all´Occidente. Fortunatamente abbiamo o superato da tempo il "complesso di Kurtz", il personaggio conradiano che si spinge sino in fondo al baratro dell´orrore per svelare i limiti della "dialettica dell´illuminismo".
Combattere in Iraq secondo le regole significa non solo impartire alla catena di comando severe disposizioni perché non avvengano fatti come quelli di Falluja. Ma anche permettere che la Mezzaluna Rossa o i servizi sanitari locali soccorrano i feriti, siano combattenti o popolazione civile. A Falluja non sono solo gli iracheni a parlare di "catastrofe umanitaria". A detta degli stessi militari americani la distruzione della città, provocata da bombardamenti aerei, dai tiri dei tank, dagli scontri strada per strada, è impressionante. Il rifiuto Usa di lasciare entrare un convoglio umanitario in città, almeno nelle aree sotto controllo, va a violare quelle regole minimali che tentano di mettere in forma il dramma della guerra. Un atteggiamento che non aiuta né l´America, né l´intero Occidente, che dalla radicalizzazione dell´odio nel mondo islamico non traggono certo vantaggi.
Dal condono di villa Certosa alla riscrittura della Costituzione repubblicana. Una coalizione che impone al parlamento in sole 24 ore una doppietta del genere - passando con disinvoltura dal maneggio sulle illegalità private alle materie dei padri costituenti - è capace di tutto. Anche di risorgere imprevedibilmente dalle ceneri in cui essa stessa si era immersa e sprofondava a colpi di verifiche, smottamenti politici e dissesti finanziari. Con il colpo di ieri Berlusconi, da molti dato prematuramente per già sconfitto, ha ricompattato la sua maggioranza «del nord», messo a tacere quella «del sud» e accelerato lo sconquasso del nostro stato sociale e della nostra convivenza civile. Un'opera già sostanzialmente avviata dalla politica economica Tremonti-Siniscalco, e che culminerà con la famosa, sbandierata, tante volte rinviata e ormai imminente riforma fiscale. Il lungo cammino parlamentare, i tanti tira-e-molla della Lega, i compromessi a cui persino i bossiani si sono dovuti piegare, le parti fumose e pasticciate di ingegneria istituzionale, il caos che contraddistingue una serie di disposizioni, potrebbero trarre in inganno circa la portata della riforma approvata ieri. Se la doppia lettura parlamentare confermerà quest'impostazione, di qui a pochi mesi avremo non una revisione della Costituzione, ma una nuova Costituzione fondata su princìpi opposti a quelli del '48. La riforma approvata ieri, ridotta all'osso, si riassume in due punti essenziali: poteri molto più forti all'esecutivo e quasi assoluti al premier; poteri dirompenti alle regioni sui settori essenziali dello stato sociale, a partire da scuola e sanità. Da un lato, il rafforzamento del governo in senso leaderistico - il premier è un padrone, ha poteri da presidente di un consiglio di amministrazione -; dall'altro, uno svuotamento delle sue responsabilità e dei suoi poteri sulla politica economica e sociale - sulle quali ogni regione avrà i suoi princìpi e i suoi criteri. E soprattutto, le sue risorse: «i nostri soldi restano a casa nostra», la Lega traduce il suo slogan in realtà, con tanti saluti al Sud che i Fini e i Follini cercheranno di tenere elettoralmente in qualche altro modo.
Un governo forte, uno stato minimo. Con il passaggio di ieri, è una politica che si fa Costituzione. E che paradossalmente, mentre passa a livello di princìpi, fatica di più ad affermarsi nel concreto. Infatti la stessa filosofia è alla base del caso che agita la cronaca politica, il gran miraggio della riduzione delle tasse. Solo che in questo caso il «principio» si applica su scala nazionale: «i miei soldi restano a casa mia». Il calcolo politico di Berlusconi ormai è evidente: portare nelle tasche dei contribuenti-elettori, con le dichiarazioni dei redditi del 2005 e del 2006, un po' di spiccioli. Farli sentire più ricchi. Un calcolo forse miope: per far sentire più ricchi gli italiani, dopo anni di depauperamento, servirebbe una cascata d'oro, e ormai in giro si comincia a percepire il fatto che «meno tasse» vuol dire anche «meno servizi». Ciononostante, Berlusconi e i suoi puntano tutto sul «meno tasse», dividendosi all'apparenza solo sul «per chi»: per i ceti più bassi? I medi? I ricchissimi? Un dibattito fuorviante, che si sta già incamminando verso la soluzione ovvia fin dall'inizio, l'ultima citata: è più facile dare tanto ai pochi più ricchi, magari aggiungendo un'elemosina per i poverissimi, che un po' ciascuno a tutta la garnde fascia del ceto medio-basso.
Non sono questi i principali ostacoli che finora hanno bloccato la «rivoluzione fiscale» del fu Tremonti, ma l'assenza delle risorse: il bottino da spartirsi è già finito, dilapidato tra condoni e manovre finte, sulle quali peraltro arrivano una dopo l'altra le censure europee. Per questo l'ultima manovra spericolata che Berlusconi tenta per risollevarsi è davvero senza rete: la copertura finanziaria che la Banca d'Italia, la Confindustria, l'Europa insistentemente chiedono, non c'è. Ci sarà, e consisterà in altri tagli alle spese. Come far passare questa evidentissima manovra senza svelarla è il problema che Berlusconi, Siniscalco e gli altri del gruppo hanno di fronte di qui a pochi giorni. Se l'acrobazia riuscisse l'autunno del 2004 potrebbe segnare, contro ogni previsione, l'inizio dell'ennesima vita politica di Berlusconi, all'insegna della «nuova Costituzione» e delle «nuove tasse». Speriamo di essere smentiti.
Il primo kamikaze che la storia ricordi è un ebreo di nome Sansone che si suicidò esclamando «Muoia Sansone con tutti i filistei!» e fece crollare il tempio dove era riunito il popolo dei suoi nemici ( Giudici, 13 -19). Morirono in tremila: tanti quante le vittime delle Twin Towers. I filistei abitavano il paese che da loro prende il nome di Palestina e già allora erano in guerra con le tribù di Israele che avevano invaso il loro territorio: una guerra costellata di massacri benedetti da Yahweh, un dio tutt'altro che misericordioso, a cui peraltro si rifanno anche cristianesimo e islam. E' però semplicistico identificare gli antichi filistei con gli attuali palestinesi, che erano, per lo meno fino all'esplosione del conflitto arabo-israeliano, solo una delle tante componenti di una più ampia comunità araba mediorientale; o identificare le tribù dell'Israele biblica con gli attuali cittadini dell'omonimo stato; o addirittura con la comunità ebraica, che, nella sua componente askenazita, discende, secondo Arthur Koestler, dalla popolazione caucasica dei kazari, che, a differenza degli arabi e degli ebrei sefarditi, non ha nemmeno radici semitiche (pur essendo stata la vittima principale dell'antisemitismo). Come sarebbe arbitrario - lo aveva fatto notare Gregory Bateson - identificare gli italiani con i cittadini dell'antico impero romano, il cui governatore della Palestina mise a morte Gesù Cristo nell'anno 33 dell'omonima era. Invocare gesta di improbabili antenati di due o tremila anni fa per legittimare scelte dell'oggi è una manomissione: ogni essere umano che nasce è una pagina bianca che non può portare il fardello di scelte fatte o subite dai suoi predecessori. Per questo gli insediamenti ebraici in Palestina non sono una riedizione dell'esodo mosaico verso la «Terra promessa», ma la fuga da un'Europa che aveva sterminato o non aveva difeso la componente più vitale della propria civiltà; la resistenza palestinese non è la riedizione della guerra scatenata millequattrocento anni fa da Maometto, ma una lotta per la sopravvivenza di un popolo di cui si è negata l'esistenza per lavare, a spese degli arabi, colpe europee. E la presenza del Vaticano in Italia non è un castigo per il supplizio inflitto a Cristo dai romani, ma un accidente della storia umana, come l'Himalaya è un accidente della tettonica terrestre. La storia non è che quell'immenso cumulo dei detriti contemplato dall'angelo di Benjamin; e l'unica parte con cui identificarci e cercare di riscattare è quella dei vinti, a qualsiasi popolo appartengano. Tra le guerre e le opzioni morali o le appartenenze etniche, religiose o culturali con cui si cerca di legittimarle occorre sempre interporre il lavorìo della ragione: il dialogo e la mediazione tra posizioni contrapposte. Una raccomandazione d'obbligo, in particolare, di fronte a un fenomeno apparentemente nuovo (in realtà assai antico: prima ancora degli aviatori giapponesi che hanno dato il nome al ruolo, annovera, tra gli altri, il nostro Pietro Micca, cui sono dedicati vie e monumenti) come i «kamikaze»: combattenti che si suicidano per sterminare il maggior numero di «nemici» o presunti tali: oggi per lo più - perché è più facile, o più efficace nel seminare terrore - tra la popolazione civile. Da un punto di vista morale il kamikaze e chi lo recluta non sono né più né meno odiosi del pilota che sgancia una bomba atomica, o una bomba a frammentazione, o una bomba intelligente (il più infame degli ossimori) sulla popolazione civile; o di chi le produce, progetta, «legittima» o ci fa su dei profitti.
Certo: la scelta del primo richiede un contatto diretto con le proprie vittime, la possibilità di incrociarne lo sguardo, e lascia dietro di sé un panorama di membra disperse, pozze di sangue e corpi straziati che il kamikaze non vede - ma certamente immagina - perché scompare con la loro comparsa. Mentre gli «operai» della bomba atomica e delle altre armi di sterminio a molti di noi fanno meno orrore perché il contatto diretto con le vittime non c'è. Si uccide a distanza: non solo quella dei chilometri che separano il velivolo o la base di lancio dal bersaglio, ma anche quella interposta dalla divisione del lavoro tra chi progetta o specula sulle bombe e chi fa il lavoro sporco di lanciarle. Tuttavia dal punto di vista militare le posizioni di chi utilizza kamikaze e di chi sgancia bombe si sono avvicinate parecchio: con il kamikaze ha fatto la sua comparsa una nuova arma, contro cui gli strumenti tradizionali della polizia e della guerra sono tanto più inefficaci quanto più sono potenti. Non si tratta infatti di gesti isolati, ma di veri e propri arsenali comparsi sì in Palestina, ma ormai diffusi a livello mondiale: migliaia di adepti che le avventure belliche di Bush e Putin e le rappresaglie di Tsahal non fanno che moltiplicare.
Ci manca in realtà un approccio meno superficiale alle «ragioni» dei contendenti: non riusciamo a capire - a fare nostre, a con-prendere: che non vuol certo dire approvare - i pensieri, le pulsioni o i ricatti che spingono un uomo o una donna nel pieno della loro esistenza - ancorché, ma non sempre, misera - a sacrificare se stessi per seminare morte e sterminio a caso; e per questo non abbiamo strumenti per combattere queste armi sul loro terreno. Aveva ragione Ida Dominjanni ( il manifesto, 20.01.04) che vedeva nell'attenzione per le biografie individuali dei «martiri» l'unica strada percorribile (ed è questo, tra l'altro, ciò che aveva probabilmente spinto Enzo Baldoni in Iraq). Ma quell'attenzione, per suonare autentica, dovrebbe essere estesa alle biografie di tutta la popolazione che costituisce il milieu dove una scelta del genere è ormai diventata normalità (compresa la componente di coercizione, plagio e infamia presente nel mandare al «martirio» in «conto terzi» bambini, «donne compromesse» e disabili mentali). Un'attenzione per i recessi dell'anima per esplorare i quali la cultura ebraica è forse attrezzata più di ogni altra, ma di cui la politica dello stato di Israele rappresenta invece la negazione più radicale. Viceversa, capiamo fin troppo bene (perché, in fondo, le con-dividiamo) le ragioni che spingono uomini e donne con la nostra stessa cultura a costruire, usare o minacciare di usare armi nucleari, bombardamenti tutto fuorché «intelligenti», o forme vecchie e nuove di apartheid. E' la «banalità del male» - cioè la de-responsabilizzazione morale sul lavoro, nel consumo, in famiglia - che abbiamo interiorizzata e fatta nostra in tutti i momenti della vita quotidiana. Conviviamo serenamente con istituzioni come Los Alamos (bomba atomica) o Fort Bragg (terrorismo di stato) e le loro infinite repliche nel pianeta; che sono anch'esse «madrasse» dove si fabbrica buona parte dell'orrore in cui siamo immersi; e di cui la prigione di Abu Ghraib (non a caso condivisa, nei locali e nei metodi, dagli opposti contendenti) è una non casuale manifestazione. Se tutte le volte che sentiamo giustificare il possesso di armi di sterminio - quale che sia il governo che le detiene: non solo Iran o Corea del Nord; ma anche Stati Uniti, Francia, Cina, Israele, ecc - o la segregazione di un popolo; o il suo silenzioso sterminio; o la cacciata e l'affondamento di profughi ammassati su una «carretta del mare», ci indignassimo, anche e soprattutto contro noi stessi, con altrettanto vigore di quello che proviamo di fronte ai kamikaze e ai loro mandanti, forse non saremmo arrivati a questo punto. Ma possiamo sempre provarci.
ROMA Ci risiamo. Dopo aver santificato Marcello Dell’Utri, aver gridato che la sentenza dei giudici di Palermo è frutto di una persecuzione politica, il Polo si appresta ancora una volta a invadere il terreno della giustizia per ostacolarne il corso con leggi ad hoc, salvare dalla galera gli amici degli amici. Il copione è sempre lo stesso. Dell’Utri è condannato per concorso esterno in associazione mafiosa? Il centro destra ha già iniziato a dire che si tratta di un reato «finto», «da cancellare».
Lo ha detto, subito dopo la sentenza, il capogruppo di An in Commissione Antimafia, Luigi Bobbio. E gli hanno fatto eco due centristi come Carlo Giovanardi («C’è un problema politico e giuridico da risolvere, quello del concorso esterno in associazione mafiosa») e Rocco Buttiglione («Il concorso esterno è reato poco chiaramente definito»). Tutti d’accordo che occorre intervenire sul piano legislativo per abrogare il reato. «Il concorso esterno in associazione mafiosa - sostiene Bobbio - è frutto della creazione della magistratura siciliana, avallata dalla Cassazione. Bisogna assolutamente intervenire sul piano della legislazione per cancellare da un lato una vergogna giuridica e dall’altro una sorta di scatola vuota nella quale si tenta da troppo tempo di infilare chiunque sia sgradito, per le ragioni più varie, a un magistrato inquirente».
Bobbio ha già individuato anche lo strumento: «Una revisione del 416 bis». Che potrebbe essere oggetto di una proposta di legge ad hoc o meglio essere contenuta nel cosiddetto «pacchetto Napoli», le norme anticrimine che si pensa di inserire dentro la pdl sulla recidiva (la cosiddetta Cirielli-Vitali che a sua volta già contiene le norme salva-Previti). Una bella matrioska per levare le castagne dal fuoco a Previti e Dell’Utri in un colpo solo? Quello della matrioska è un gioco in cui il Polo è diventato esperto. Basta presentare emendamenti a un testo già pronto che si raggiunge lo scopo.
Nel caso della Cirielli-Vitali che sarà in aula proprio in questa settimana per essere licenziata prima di Natale (a questo almeno punta Fi) fu un emendamento firmato dal forzista Mario Pepe ad introdurre, nell’estate del 2003, la drastica riduzione dei tempi di prescrizione dei reati. Un emendamento che fu subito ribattezzato salva-Previti (se la legge fosse approvata sarebbe immediatamente applicata anche ai processi in corso per il principio del «favor rei»). E trovò però l’opposizione dell’Udc. L’aennino Cirielli, fra l’altro, si dimise da relatore della legge proprio per le polemiche sollevate dall’introduzione di quell’emendamento. L’Udc (era ancora in corso la fantaverifica di governo)tuonò che si trattava di una «amnistia mascherata». Ed è stato proprio per questo che la legge ridenominata Cirielli-Vitali e che riguarda, ironia della sorte, l’inasprimento delle pene per i recidivi, ha finito per slittare varie volte.
Nel frattempo la maggioranza ha approvato la controriforma dell’ordinamento giudiziario e ha cercato disperatamente di trovare «la quadra» sul pacchetto di norme anticrimine («pacchetto Napoli»). Il ministro della giustizia Castelli avrebbe voluto inserirle nella legge Cirielli-Vitali ma l’ipotesi sembrava essere tramontata perché il ministro dell’Interno Pisanu si era messo di traverso. Così proprio nelle ore in cui la Camera approvava l’ordinamento giudiziario per il pacchetto Napoli sembravano essere rimaste in piedi le due ipotesi alternative di un legge ad hoc (troppo lungo l’iter, però) o di un decreto.
Adesso Bobbio ipotizza la matrioska: una norma salva-Dell’Utri messa dentro il pacchetto Napoli, messo dentro la Cirielli-Vitali che già contiene la norma salva-Previti.
Il rebus è all’attenzione dei cosiddetti «saggi» della Casa. Che però dovranno vagliare anche la percorribilità di un’altra strada, più antica e molto cara al Polo. Quella prospettata ieri dal sottosegretario udiccino alla Giustizia Michele Vietti: ripristinare l’immunità parlamentare, rendere intoccabili deputati e senatori. Strada ardua però. Visto che lo scorso gennaio la Consulta ha già dichiarato illegittimo anche il famoso Lodo Schifani, l’immunità per le alte cariche dello Stato. Per l’opposizione si annuncia un’altra battaglia contro «la scandalosa cultura del privilegio e dell’impunità» (Pecoraro Scanio). Non sarà, come dice il prodiano Franco Monaco, che si dovrebbe rispolverare «la questione morale»? «Ci siamo imposti il dogma del politicamente corretto secondo il quale dovremmo inibirci il giudizio morale e politico sui profili clamorosi e inquietanti delle recenti note sentenze. Neppure dopo sentenze di questa portata che attengono ai rapporti tra corruzione, mafia e politica e che investono i vertici dello Stato, sentiamo il dovere di mettere a tema la questione della qualità etica di una classe dirigente? Una questione morale grossa come una casa?».
Caro direttore,
verso alcuni ho amicizia, verso altri simpatia, verso moltissimi stima ma una domanda mi ossessiona da quando ho aderito all’Udeur e li ho frequentati più da vicino: chi sono? Mi riferisco ai parlamentari europei e per loro ai rispettivi partiti della neonata Grande alleanza democratica (Gad) sperando di essere da molti di loro ricambiato con gli stessi sentimenti. Dunque chi sono? Lo chiedo innanzitutto agli amici della sinistra diessina che non sono più comunisti, non si sentono socialisti ma si definiscono riformisti. Troppo poco per capirvi cari amici. Voi siete alleati ed ho voglia di riempire questa alleanza di contenuti e di convinzioni forti piuttosto che adagiarmi in un accordo di risulta il cui unico cemento finirebbe per essere una sorta di contrarietà viscerale a Berlusconi. Anche questo è troppo poco per costruire un’alternativa di governo. Dunque non siete comunisti. Ne sono lieto e piuttosto che rigirare il coltello nella piaga, come si dice in gergo, cerco di guardare avanti e al percorso che dovremo tentare di fare insieme. Ma qual è questo percorso?
Non voglio, sia chiaro, chiedere le vostre proposizioni programmatiche. Chi sa di politica, e voi sapete di politica, sa anche che il programma è importante ma non è tutto perché un partito politico non è un centro studi. È l’insieme di convinzioni forti su temi fondanti quali, ad esempio, il concetto di democrazia, il rapporto tra economia, finanza e politica, il ruolo del pubblico nell’economia globalizzata, il valore del mercato e la consapevolezza di regolamentarlo per garantire la libertà di intrapresa a tutti ma anche la cancellazione di intollerabili enclave di miseria e di povertà che ancora allignano nel mondo. È vero, questi ed altri sono temi generali sui quali si rischia facilmente di essere d’accordo perché nessuno mai direbbe, quant’anche lo fosse, di essere contro la democrazia o a favore di un mercato senza regole e senza tabù. Eppure questo rischio va corso perché voi non siete più né comunisti né socialisti. Senza voler riesumare antichi steccati ideologici con il loro bagaglio di pregiudizi io so, o credo di sapere, qual è il concetto di democrazia e di libertà che ha il movimento socialista italiano ed europeo. Un concetto, ad esempio, diverso da quello del vecchio partito d’azione che pur non sostenendo mai sistemi autoritari aveva un concetto elitario del governo di un paese fondato prevalentemente sull’accordo tra poteri forti e non sempre chiaramente visibili.
Non so invece quale sia il concetto di democrazia sostanziale che avete voi oggi dal momento che siete riformisti senza aggettivazione e questo termine, esso sì, è troppo generico per farvi riconoscere. In politica le aggettivazioni di un sostantivo come il riformismo hanno dietro di sé quasi sempre una storia riconoscibile fatta di lotte, di successi e di sconfitte, di sacrifici e di entusiasmi. Voi non volete quegli aggettivi e finite per essere poco riconoscibili se non per le singole storie di ciascuno di voi. Non vi sfugge che vi sto chiedendo se vi sentite dentro la storia del movimento socialista italiano ed europeo. Se vi identificate in quella storia perché, allora, non amate chiamarvi socialisti? È possibile che l’ombra della scissione di Livorno sia tanto lunga d’arrivare sino ad oggi? E se invece Livorno e la sua scissione non c’entrano affatto così come le tracce visibili che ha lasciato Bettino Craxi negli ultimi trent’anni di vita del socialismo italiano, quale mai sarà il motivo per cui non volete chiamarvi socialisti? È possibile che riteniate vera la tesi di Michele Salvati secondo cui le grandi culture politiche, a cominciare da quella socialista, abbiano esaurito ogni potenzialità vitale per cui vanno messe in soffitta? Tutto è possibile ma ciò che si pensa politicamente va detto per evitare che vi siano scollamenti o incertezze permanenti che sono i tarli corrosivi di ogni alleanza politica.
Ciò che dico ai dirigenti diessini vale ancora di più per la Margherita, partito nel quale convivono culture profondamente diverse rappresentate da Rutelli e Realacci, da Prodi e Parisi per finire ai popolari di Marini e de Mita. Chi sono, dunque, anch’essi se non si chiamano più verdi, radicali e democristiani? Credetemi, lo sconcerto è davvero grande. La politica italiana sembra destrutturata nelle sue fondamenta senza che ci sia qualcuno capace di ritrovare il bandolo della matassa per ricomporre aree culturali e politiche capaci di essere alleati in una stessa coalizione o contrapporsi nella cosiddetta democrazia dell’alternanza che, peraltro, sembra essere una scoperta di questi anni mentre è in vigore in Italia da oltre 50 anni. L'alternanza a cui ci riferiamo è quella che vive e governa l’Europa dove si confrontano e si alleano le grandi culture politiche del novecento che danno vita a socialisti, popolari, verdi, liberali e comunisti mentre in Italia nelle ultime Europee, le due maggiori liste che si sono confrontate erano solo due slogan: Uniti nell’Ulivo e Forza Italia. Non ho alcuna autorità per chiedervi ciò che vi ho chiesto se non la voglia disperata di concorrere a ricostruire quell’edificio della politica le cui macerie ingombrano la vita e lo sviluppo del nostro Paese e insidiano sempre più da vicino la nostra democrazia con sofisticati meccanismi autoritari spesso poco visibili.Paolo Cirino Pomicino
POVERA Costituzione. L'Ulivo l'aveva "sporcata", con una riforma del titolo V che ha creato il primo cortocircuito tra Stato e regioni. In queste ore il Polo sta facendo molto di peggio. La sta riducendo a un meschino baratto. La sta svilendo a un truce commercio di ricatti incrociati e di vendette trasversali. Il segno tangibile di questa miseria politica e giuridica, che richiede il milionesimo "vertice notturno" a Palazzo Grazioli, è il no con il quale An, ieri pomeriggio, ha respinto l'articolo 24 del pacchetto sulle riforme istituzionali, quello che riscrive i poteri di firma e controfirma del presidente della Repubblica. Secondo la nuova formulazione dell'articolo 89 della nostra Carta del 1948, tutti gli atti del Capo dello Stato devono essere controfirmati dai ministri proponenti.
Ma il nuovo testo prescrive alcune eccezioni. Tra queste, c'è anche il provvedimento di concessione della grazia, che il presidente può concedere indipendentemente dalla proposta e dalla controfirma del Guardasigilli. Il motivo per cui Alleanza nazionale ha votato contro la sua stessa maggioranza, rompendone il già precario equilibrio e facendo infuriare il leghista Calderoli che ora ripete "o si chiude entro la settimana o mi dimetto", l'ha spiegato con brutale candore il ministro delle Comunicazioni Gasparri: "Fa molto male la Lega ad essere irritata: quell'articolo, bocciato, avrebbe consentito a un Capo dello Stato qualunque di concedere la grazia a Sofri senza il parere del governo. Votando contro quest'articolo, lasciamo nelle mani di Castelli il potere di fare rimanere Sofri in carcere".
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Il disegno di legge sulle riforme impastrocchiato dal Polo è dannoso per mille aspetti. Tra una devolution disgregativa e niente affatto federativa, e un premierato assoluto che non esiste in nessun Paese del mondo, prefigura quella che Giovanni Sartori ha chiamato la "Costituzione incostituzionale". Ma al di là dei già allarmanti risvolti generali, a risultare agghiacciante è proprio questa disinvolta strumentalizzazione di ogni singolo aspetto delle riforme. È una norma-cardine, quella sulle prerogative del Capo dello Stato, che il progetto dei sedicenti "saggi di Lorenzago" ha già azzerato a tutto vantaggio del potere cesarista del "primo ministro" e ridotto a un livello intollerabile per una repubblica parlamentare. Questa norma, ora, viene usata da un partito della coalizione per due bassi motivi "congiunturali" che, con la dialettica "strutturale" del pluralismo istituzionale e del bilanciamento dei poteri, non c'entrano assolutamente nulla.
Il primo motivo è bieco, ma è nascosto: forse An ha voluto restituire, sulle riforme tanto care al Carroccio, lo stesso sgambetto che la Lega gli aveva fatto, una settimana fa, sulla Finanziaria. È un bel modo per regolare i conti interni a un'alleanza: scaricarne i "costi" sulle istituzioni. Il secondo motivo è forse ancora più bieco, ed è palese: An non vuole che una singola persona esca dal carcere, quindi ritiene normale modificare per questo un sistema di precetti generali che riguardano e devono riguardare tutte le persone. Si può essere o no d'accordo nel merito (se sia giusto o meno che Adriano Sofri torni libero, questione sulla quale nei mesi scorsi il partito di Fini si è esercitato comunque con improprio livore). Quello che stupisce, e francamente preoccupa, è il metodo. Lo stesso già collaudato per le Cirami, e per le leggi sulle rogatorie o sul falso in bilancio.
La Costituzione è la casa di tutti gli italiani. È la Bibbia laica dei diritti individuali e collettivi, dell'uomo e del cives. È il libro delle regole che sovrintendono la democrazia, delle istituzioni che la incarnano, dei poteri che la applicano. È un edificio etico-normativo nel quale devono poter convivere leggi, costumi, culture e identità di un popolo. Questo non significa che una Costituzione sia immutabile. Non lo è neanche la nostra Carta del ?48, che non va difesa a priori, in nome di un conservatorismo istituzionale anacronistico e insensato. Ma una Costituzione deve essere coerente, e deve poter durare nel tempo. Deve poter riflettere i cambiamenti, emendandosi ma non snaturandosi.
Il centrodestra al potere, invece, sta facendo esattamente questo. Sta snaturando il regime costituzionale. Sta trasformando la casa di tutti gli italiani nel "mercato rionale" dei partiti della maggioranza. Forza Italia, partito personale di Silvio Berlusconi, vuole la repubblica presidenziale ritagliata a misura del Cavaliere? Va al mercato delle riforme, e se ne prende un pezzo. La Lega, partito di secessione e di governo, esige la devolution? Va al mercato delle riforme e se ne prende un altro pezzo. An, partito dell'ordine e della disciplina, pretende il premierato e rifiuta la grazia a Sofri? Va al mercato delle riforme, e se ne prende altri due pezzi. L'Udc prova a contenere i danni del mercanteggiamento costituzionale, fa bene dopo la bocciatura dell'articolo 245 a dire "adesso va rivisto anche il premierato", ma non può fare molto di fronte ad appetiti politici così famelici degli alleati.
Dov'è, in tutto questo, l'interesse generale? Dove sono i principi supremi, ai quali i governi di qualunque colore o i Parlamenti di qualunque maggioranza, alternandosi nel corso lungo degli anni, dovrebbero fare riferimento? Dove sono quelle che i padri del grande diritto germanico chiamerebbero le "grund-norm" del sistema, destinate a sopravvivere al continuo avvicendarsi delle legislature? Nel "pacchetto" della Cdl non c'è niente di tutto questo. C'è solo la voglia, insieme bonapartista e peronista, di prendersi le istituzioni come se fossero una merce. Insieme a quei 50 articoli stravolti e riscritti, c'è la convinzione di "comprare" interi scampoli di potere. E l'illusione di "acquistare" una garanzia sulla durata della propria avventura politica. Berlusconi ha ragione quando confessa di non avere "il senso dello Stato". Ma mente quando afferma di avere "il senso dei cittadini". Non ha neanche quello. Ha solo il senso di se stesso. E come conferma la sua gestione al tempo stesso dittatoriale e paternalistica dei dissidi interni al Polo sulle riforme, è ancora convinto che il destino della nazione coincida con il suo. L'unico precedente di una formula costituzionale di "governo del primo ministro" risale al Ventennio di Benito Mussolini. Sicuramente è solo un caso. Ma non è un bel caso.
«Le ragazze avevano ricevuto minacce»
Abu Salam Al Kubaisi
Intervistato da Ugo Cubeddu su il Messaggero del 14 settembre 2004, l’autorevole leader dei sunniti spiega perché è convincente l’ipotesi dello zampino dei servizi segreti nel rapimento delle due Simone. Anche per l’assassinio di Enzo Baldoni ci fu chi avanzo la stessa ipotesi. Terroristi, guerriglieri, resistenti, soldati invasori e adesso anche barbefinte: sono davvero molti i protagonisti del terrore.
BAGDAD - Sono tutti d'accordo: questo delle due Simone è un sequestro ”strano”, ”diverso”: spezza regole non scritte, spezza consuetudini che da cinque mesi qui in Iraq sono diventate norme di comportamento ormai quotidiane. Prima bastava tendere un agguato per strada (magari con qualche soffiata precisa) e poi negoziare, all'interno delle tante organizzazioni - banditi inclusi - il valore degli ostaggi e cominciare il balletto della morte, eseguita o negoziabile. Poi - con le due Simone, ma per ora solo con loro - le regole sono cambiate e proprio i sunniti, che hanno forti legami con la guerriglia in tutte le città irachene, sono i primi a essere incerti. Ecco allora Al Kubaisi, numero due del Consiglio degli Ulema, il massimo organismo sunnita (vuol dire il 45 per cento della popolazione irachena), che racconta la sua valutazione del sequestro, i suoi contatti con le due Simone, la sua “storia” di questo sequestro.
Dottor Al Kubaisi, quando ha incontrato le due ragazze di “Un ponte per Bagdad”?
«Lunedì, il giorno prima del sequestro. Sono venute da me, abbiamo parlato insieme per un'ora e un quarto. Prima mi hanno spiegato quello che stanno facendo per l'Iraq, il loro lavoro per la Ong. In un primo momento non riuscivo a capire perché mi raccontassero queste cose, poi tutto è stato più chiaro. Abbiamo paura, mi hanno detto, c'è chi ci sta spingendo in una direzione diversa da quello che è il nostro lavoro. Abbiamo ricevuto molte telefonate di minacce in questi ultimi tempi e quindi vorremmo andare a Falluja per aiutare la gente di lì, mi hanno spiegato, ma ovviamente abbiamo bisogno del vostro appoggio».
Lei cosa ha risposto?
«Che non c'era nessun problema, che potevano contare su di noi. Anzi, ci siamo messi d'accordo che ci saremmo rivisti mercoledì a pranzo per discutere il programma che avrebbero portato, dopodiché ci siamo salutati. Martedì le hanno sequestrate e mercoledì un iracheno è venuto a portarmi il loro programma. Eccolo, vede? Pensavano di cambiare anche il nome della loro organizzazione chiamandola, per il periodo di permanenza a Falluja, “Un ponte per l'emergenza”. Poi, prima di andare via, mi hanno anche chiesto dove potevano fare qualche corso per donne per imparare meglio la religione islamica. Mi hanno fatto una impressione molto buona, erano anche molto rispettose nel modo di vestirsi e, secondo me, molto brave in quello che facevano».
Lei cosa sa del sequestro?
«Abbiamo raccolto delle testimonianze e ci siamo fatti un quadro di quello che è successo. Il gruppo era costituito da venti persone, vestite in modo quasi uguale, all'occidentale. Avevano tutti quei gilet pieni di tasche che portate voi giornalisti con, sotto, dei giubbotti antiproiettile e tutti erano armati con quelle mitraggliette che usano i ”contractors” che lavorano per gli americani. Dieci sono entrati, altri dieci sono rimasti a sorvegliare la strada. Sono arrivati su 3 pick-up, più una Peugeot station wagon e due Toyota Land Cruiser e hanno fatto tutto con molta calma, come se avessero le spalle coperte. I dieci che sono entrati obbedivano a un uomo con il pizzetto che chiamavano “Stath”, signore, e all'interno non c'è stata agitazione, né fretta. Hanno chiamato le due donne per nome, poi i due collaboratori iracheni, li hanno portati sulle macchine e sono andati via».
Chi pensa possano essere?
«Non ho molti dubbi: direi uomini di qualche servizio segreto straniero. Per la loro organizzazione, per la sicurezza e la tranquillità con cui si sono mossi, per le armi che avevano. Certamente diversi dai vari gruppi che sequestrano gente per strada, stranieri e iracheni».
Crede alla rivendicazione di “Jihad al Islam per l'Iraq” che si dice legata ad Al Zarkawi, il numero due di Al Qaeda secondo gli americani?
«No, francamente no. Anzi, penso che in realtà che il nome di Al Zarkawi sia invece usato dagli americani come copertura per quello che stanno facendo in molte città dell'Iraq e so anche che in suo nome sono usciti su Internet attacchi molto forti contro di noi».
Avete avuto incarichi di mediazione dagli italiani?
«No, nessuno. Il vostro ambasciatore è venuto qui, alla moschea di Umm Al Khura, per una riunione di capi tribù, ma non ci è stato dato alcun incarico. Noi però rivolgeremo un appello per la liberazione degli ostaggi, cercando di fare leva sulla religione dei rapitori e non sui giochi politici. Che sono tanti e molto pericolosi».
«Si ode a destra uno squillo di tromba / a sinistra risponde uno squillo». Oppure: «Se voi suonerete le vostre trombe noi suoneremo le nostre campane». Scegliete voi, cari lettori, quali di questi due celebri motti sia più adatto a rappresentare le due sentenze susseguitesi di poche ore e rispettivamente riguardanti Silvio Berlusconi (tribunale di Milano) e Marcello Dell´Utri (tribunale di Palermo).
A me sembra più adatto il primo: dà conto dei fatti, la magistratura ha parlato, è stata finalmente messa in condizioni di andare a sentenza dopo anni di esame delle carte processuali e (nel caso Berlusconi-Previti) di impedimenti processuali e legislativi pervicacemente frapposti dagli imputati e dai loro difensori per guadagnar tempo e far scorrere il più possibile i termini della prescrizione. Poi ci si lamenta per le lentezze della giustizia quando sono stati proprio due imputati eccellentissimi a farla avanzare col passo del gambero e della lumaca.
Il secondo motto configura piuttosto lo spirito dei commenti alquanto esagitati diffusi dai dirigenti del centrodestra subito dopo la condanna di Dell´Utri: la sentenza di Palermo vista come rappresaglia dei giudici palermitani rispetto a quella parzialmente liberatoria dei giudici milanesi.
Questi ultimi lodati, i primi vilipesi senza eccezioni.
Commenti stonati, di fronte ai quali spicca il riserbo e la prudenza del centrosinistra, dove nessuno si è peritato di buttarla in politica, neppure quelli che hanno espresso rammarico per il mancato rifiuto da parte del presidente del Consiglio di non accettare il proscioglimento per prescrizione, applicato dal tribunale ad uno dei capi d´imputazione, come la carica che ricopre avrebbe dovuto consigliargli.
In realtà le sentenze dei due tribunali rappresentano l´essenza della normale e corretta attività di giurisdizione affidata alla magistratura giudicante in libera dialettica con la pubblica accusa, le parti civili e la difesa degli imputati e, soprattutto, sono il risultato della libera valutazione dei fatti e l´applicazione ad essi delle norme vigenti.
Può darsi che i giudici dell´appello emendino la condanna a Dell´Utri o può darsi che la confermino. Sulla base delle risultanze emerse in processo, per quello che ne è stato ampiamente riferito dai giornali, a noi sembra che il reato di concorso esterno in associazione mafiosa sia stato ampiamente provato. Il collegio giudicante comunque, dopo aver discusso per ben tredici giorni in camera di consiglio e dopo sette anni da quando l´inchiesta della Procura ebbe inizio, ha concluso in modo limpido e netto per la colpevolezza.
Dell´Utri, nella sua dichiarazione successiva alla condanna, ha anche ribadito che proseguirà nella sua attività politica e adempirà all´importante incarico che Berlusconi gli ha affidato di organizzatore della campagna elettorale di Forza Italia. È un suo diritto: innocente presunto fino a sentenza definitiva.
Certo l´accusa per la quale è stato condannato è molto pesante. La sensibilità d´una persona normale opterebbe piuttosto, se non sulle dimissioni dalla carica di senatore, almeno sull´astensione da incarichi di rilievo che hanno come destinatari nientemeno che gli elettori. Ma la sensibilità morale è ormai una merce rarissima. Pensare di trovarla nell´anima di Marcello Dell´Utri equivarrebbe a sognare ad occhi aperti. Infatti nessuno ci ha mai pensato.
E´ stata invece sorprendente la solidarietà "umana" manifestatagli con pubblica dichiarazione dal presidente della Camera alla vigilia della sentenza. Casini ricopre una carica costituzionale molto elevata. L´amicizia personale, se del caso, la si esprime in forme strettamente private. Esternata pubblicamente getta un´ombra di interferenza nei confronti del potere giudiziario che Casini avrebbe potuto e anzi dovuto rigorosamente evitare.
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Più complessa, pur nelle venti righe del suo dispositivo, è stata la sentenza del tribunale di Milano nei confronti di Silvio Berlusconi. I colleghi D´Avanzo e Giannini ne hanno già ampiamente scritto sul nostro giornale di ieri.
Aggiungerò poche osservazioni ai loro commenti.
A me sembra che i giudici milanesi non siano stati pusillanimi né che abbiano scelto una via mediana e indolore usando un eccesso di sottigliezza giuridica.
Dovevano giudicare tre capi d´imputazione che configuravano tutti e tre la corruzione di magistrati. In un caso l´imputato è stato assolto con formula piena (regalo di gioielli nel corso d´un viaggio di vacanza). In un altro caso, che configurava una corruzione connessa ad un processo specifico, l´imputato è stato assolto sulla base dell´articolo 530 del codice di procedura penale che consente l´assoluzione se le prove non sono ritenute sufficienti. Nel terzo caso (denari versati dalla Fininvest al magistrato Squillante) la prova (hanno detto i giudici) è stata raggiunta ma, con la concessione delle attenuanti, il reato risulta prescritto e quindi l´imputato è prosciolto.
Sentenza pusillanime? Ho già detto che a me non sembra. La sola, vera questione sta nella concessione delle attenuanti generiche. Potevano concederle o negarle. E quindi prosciogliere (come hanno fatto) o condannare.
Giuridicamente cambiava molto; politicamente e moralmente non cambia quasi nulla. La sentenza ha infatti accertato che Berlusconi ha versato 500 milioni di lire a Squillante (già condannato nel processo collaterale a otto anni di reclusione) per corromperlo. È uno dei reati più gravi previsti dal nostro codice. Il fatto che il decorso dei termini lo abbia prescritto non cambia nulla nel giudizio morale e politico. Sempre che, naturalmente, i giudici di appello non modifichino e capovolgano la sentenza di primo grado in senso assolutorio per l´imputato.
Qualcuno ha scritto che la sentenza smentisce l´impianto accusatorio della Procura. Non mi pare.
Un´assoluzione per insufficienza di prove e un proscioglimento per decorrenza di termini non distrugge un bel niente, al contrario conferma almeno per la metà l´impianto accusatorio. Allo stesso tempo dimostra l´indipendenza e la terzietà del collegio giudicante rispetto al Pubblico ministero. Che si vuole di meglio e di più? Non dobbiamo essere rispettosi del libero convincimento dei magistrati? Non è su di esso che si basa soprattutto l´indipendenza della giurisdizione? E non è quello il bene da tutelare ad ogni costo e che (sia detto qui incidentalmente) la riforma della giustizia approvata pochi giorni fa dal Parlamento ed ora alla firma del presidente della Repubblica, fa di tutto per condizionare e financo impedire?
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Mi restano ancora da fare poche osservazioni su due questioni importanti: le connessioni politico-morali tra il processo Dell´Utri e Berlusconi; i rapporti, in generale, tra la politica e l´attività di giurisdizione.
Sulla prima questione non c´è che constatare come nell´intero processo Dell´Utri si veda in filigrana l´ombra di un convitato di pietra; nell´opera mozartiana si tratta del Commendatore, qui il convitato di pietra è un Cavaliere.
Tutta l´attività di Dell´Utri nella sua presunta collaborazione esterna con l´associazione mafiosa si svolge, in Sicilia come a Milano, nell´interesse della Fininvest e fa parte integrante della storia della Fininvest ai suoi albori, alle sue prime affermazioni imprenditoriali, alle sue iniziali e consistenti accumulazioni finanziarie. In sede giudiziaria il processo riguarda esclusivamente Dell´Utri; ma in sede politico-morale riguarda direttamente anche Berlusconi. I due sono legati a filo doppio come, su un altro versante, Berlusconi è legato a Cesare Previti.
Fini e Follini (e Bossi e Tremonti) conoscono perfettamente questa realtà.
Il loro silenzio, anzi la copertura blindata che hanno sempre dato al Capo su questo terreno, pesa come un macigno sulla fragilità dei loro piccoli strappi e minime ribellioni. Simul stabunt, simul cadent.
E ora la questione del rapporto tra la politica e la giurisdizione.
«Sarebbe ora ? scrivono molti dei nostri terzisti in servizio permanente effettivo ? che politici e magistrati comprendessero di svolgere due attività separate e distinte nelle quali debbono reciprocamente guardarsi dall´interferire». «In democrazia non è vero che la legge sia eguale per tutti». «I politici non possono esser giudicati dai magistrati, rispondono soltanto ai loro pari e al popolo degli elettori».
Queste affermazioni contengono una verità ovvia e una pericolosa bugia. La verità ovvia sta nel fatto che la giurisdizione non può avere ingresso nell´attività legislativa del Parlamento così come governo e Parlamento non possono avere ingresso nelle attività istruttorie e processuali. Ma ? ecco la nefasta bugia ? il politico che commetta reati comuni, tanto più se li ha commessi prima di ricoprire un qualsivoglia ruolo politico, è soggetto alla legge e alla giurisdizione né più né meno d´ogni altro cittadino. Non può invocare alcuna particolare immunità né alcuna particolare indulgenza né alcun foro speciale. Salvo il caso in cui si tratti non già di reati comuni ma di reati politici, per i quali infatti esistono speciali procedure che culminano nell´impeachment, cioè nello stato d´accusa votato dal Parlamento e rimesso per il giudizio alla Corte costituzionale.
E´ singolare che i nostri terzisti confondano tra loro concetti così elementari e incalzino i magistrati affinché rispettino il ruolo dei politici astenendosi dall´applicare anche a essi quel sindacato di legalità la cui esistenza distingue lo Stato di diritto dai regimi totalitari. O si tratta di ignoranza delle norme ordinamentali e dei principi del diritto, oppure si tratta di malafede partigiana.
BUSH e Blair hanno sintetizzato i contenuti del loro primo incontro dopo la vittoria elettorale (di Bush) con due affermazioni destinate a rassicurare i loro rispettivi popoli e anche il resto del mondo: in Iraq si sono fatti sostanziali progressi verso la pace e la democrazia anche se probabilmente la violenza nei prossimi mesi aumenterà ancora; in Medio Oriente, dopo la morte di Arafat, riprenderà il negoziato tra Israele e i palestinesi con l´obiettivo di far nascere lo Stato di Palestina nel 2008.
La prima affermazione è menzognera, la seconda è possibile ma non probabile. Il nuovo Stato palestinese, stando alla road map varata nel 2002 e arenatasi dopo pochi mesi, avrebbe dovuto veder la luce nel 2005.
L´obiettivo è stato spostato in avanti di tre anni. L´ostacolo Arafat è stato rimosso dalla natura (salvo eventuali risultati dell´autopsia, semmai si farà, che dovessero provare che la natura è stata "aiutata") ma si tratta ora di vedere se la successione alla guida dell´Autorità palestinese sarà sufficientemente flessibile e riuscirà a far cessare l´intifada e gli attentati, come chiede Sharon prima di riaprire le trattative, oppure no. E fino a che punto Bush potrà e vorrà moderare la linea dura del premier israeliano.
Ricordo a questo proposito che subito dopo l´attentato alle Torri gemelle, l´11 settembre del 2001, il presidente americano e il suo fedele alleato britannico posero al primo posto della loro agenda antiterroristica la soluzione del conflitto palestinese. Ma pochi mesi dopo l´agenda era già cambiata: al primo posto balzò la guerra afgana e subito dopo quella irachena mentre la road map finì nel cestino dei rifiuti. Oggi si riparte da zero, con il sollievo dell´assenza forzosa di Arafat, tre anni perduti, un carico innumerevole di vittime, un deposito di odio e di violenza centuplicato. E la guerra irachena ancora e sempre più drammaticamente in corso.
In queste condizioni non c´è alcun rapporto tra le ottimistiche dichiarazioni di Bush e di Blair e la cruda realtà dei fatti.
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La battaglia di Falluja è praticamente finita ieri sera, dopo cinque giorni di furiosi combattimenti preceduti da bombardamenti "mirati" effettuati da bombardieri B52, da cacciabombardieri e da folte squadre di elicotteri, sei dei quali sono stati abbattuti dagli insurgents (il termine è quello usato correttamente dai comandi Usa).
Stando ai predetti comandi i caduti americani sarebbero una trentina, i feriti più di un centinaio, gli insurgents rimasti sul terreno circa mille.
I capi nemici insieme al grosso degli insorti sono sfuggiti per tempo fin dal primo giorno di battaglia.
Di vittime civili non si parla. Nessuna? Centinaia? Migliaia? Non se ne sa nulla perché i comandi Usa su questo delicatissimo tema hanno calato fin dall´inizio una coltre di assoluto silenzio. Giornalisti in campo non ce n´era nessuno. Pochissimi embedded, cioè affidati alle cure degli uffici stampa militari nelle retrovie e strettamente diffidati di inoltrarsi e verificare direttamente i dati e i fatti.
Osservatori dell´Onu totalmente assenti. Altrettanto assenti la Croce Rossa internazionale e Amnesty. Verità sigillata. Eppure il tema è essenziale e dovrà in qualche modo venire alla luce: quante sono state le vittime civili nella battaglia di Falluja e quante in tutto l´Iraq dall´inizio della guerra in poi? È mai possibile che la più grande democrazia del mondo e il suo alleato britannico abbiano sequestrato in modo così totale la verità dei fatti?
Qualche spiraglio è comunque emerso. Lasciamo pure da parte l´inchiesta condotta da due agenzie di analisi demografiche, una americana e l´altra svizzero-inglese, che qualche settimana fa arrivarono alla conclusione di centomila iracheni caduti dall´inizio della guerra. Era frutto di comparazioni statistiche sui dati disponibili dello stato civile del Paese e non di verifiche sul campo.
Ma a Falluja erano rimaste in città da 50 a 80 mila persone, tra cui almeno la metà composta di donne vecchi e bambini. La Mezza Luna Rossa ha lanciato due giorni fa (terzo giorno di battaglia) un appello disperato affermando che cinquantamila civili erano a rischio di vita a causa degli stenti, mancanza d´acqua, di medicine, blocco totale degli ospedali e dei posti di pronto soccorso. Impossibile prestare cura alle centinaia di feriti. Impossibile far affluire cibo, medicine ed équipe mediche poiché i cordoni militari attorno alla città impedivano l´entrata dei soccorsi. La Mezza Luna Rossa, diceva quell´appello, aveva comunque organizzato un convoglio di tre camion guidati da un medico iracheno in partenza da Bagdad e diretto a Falluja, che avrebbe tentato di entrare nella città sperando che i comandi Usa l´avrebbero permesso.
L´appello, rilanciato da alcune agenzie di stampa internazionali e ripreso da pochissimi giornali, è stato completamente ignorato dalle nostre emittenti Rai e Mediaset. Comunque dopo l´altro ieri non se n´è più saputo niente né risulta nulla dagli ospedali di Falluja e dai pochi medici rimasti nella città, la quale per altro è in gran parte ridotta ad un cumulo di macerie.
Fino a quando il popolo americano, quello europeo e i Paesi arabi e musulmani tollereranno un così vergognoso sequestro di informazioni e di verità? Fino a quando l´Onu resterà anch´essa inerte e silente? Intanto Bagdad è un inferno, Mosul (la terza città dell´Iraq dopo la capitale e dopo Bassora, con 2 milioni di abitanti) è caduta sotto il controllo degli insurgents, in tutte le città del triangolo sunnita gli attentati si susseguono e la guerriglia infuria soprattutto contro la polizia e la guardia nazionale irachene. Segni di nuova insorgenza emergono anche a Kerbala e a Najaf, la città santa sotto il controllo sciita dell´ayatollah Al Sistani.
Progressi sostanziali? Elezioni a gennaio? Il premier provvisorio, Allawi, ha decretato il coprifuoco di sessanta giorni in tutto il Paese; dovrebbe dunque scadere ai primi di gennaio. Come si potrà organizzare in regime di coprifuoco e in presenza di una guerra civile che miete vittime in tutto l´Iraq centrale, una campagna elettorale? Almeno un simulacro di campagna elettorale? Le liste degli aventi diritto al voto? I seggi e gli scrutatori? I comizi? Le liste dei candidati? Di tutto ciò nessuno parla, ma il grottesco della situazione sta nel fatto che anche su questa delicatissima questione nessuno pone domande. Non c´è un giornale, un´emittente televisiva, un´organizzazione internazionale, Onu, Unione europea, Lega Araba, nessuno che ponga domanda.
L´Italia è potenza occupante a tutti gli effetti, con tremila uomini sul terreno. Ha quindi titolo per porre queste domande al governo provvisorio iracheno. Ma non lo fa. Se ne guarda bene. Allawi ieri è arrivato di sorpresa a Nassiriya per salutare il nostro contingente. Ha comunicato che la nostra presenza è utilissima e indispensabile e che durerà ancora a lungo anche dopo le elezioni. Saluti e baci e se n´è andato. Domande? Naturalmente nessuna.
Martino, Pera, Casini, lo stesso Berlusconi, a intervalli relativamente frequenti a ridosso di elezioni nostrane, arrivano, mangiano il rancio e ripartono. Domande? Alcuna.
Delle elezioni irachene, delle vittime irachene, delle città irachene bombardate, della ricostruzione nelle zone passabilmente pacifiche, il Sud sciita, il Nord curdo, nessuno sa nulla. È fantastica questa noncuranza.
Questa cinica indifferenza.
Progressi sostanziali. Dunque Bush sa e Blair sa. Ma non vanno al di là del sostantivo "progresso" e dell´aggettivo "sostanziale". Qualche cifra? Qualche cenno geografico? Una specifica dei lavori in corso? Il silenzio è d´oro.
Forse le informazioni sono ammassate a Fort Knox, insieme ai lingotti d´oro della Federal Reserve. Evviva la trasparenza, evviva la democrazia.
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Israele. I palestinesi. Il futuro Stato di Palestina.
Sharon è pronto a riprendere i negoziati di pace. Arafat è morto.
Ricominciamo. Nel frattempo ritirerà (ci riuscirà?) settemila coloni dagli insediamenti ai bordi della Striscia di Gaza. Unilateralmente, cioè senza discuterne con l´Autorità palestinese. Gaza resterà un immenso campo profughi di oltre duecentomila anime (anime si fa per dire) in mezzo al deserto, con Israele a Est e l´Egitto a Ovest.
In Cisgiordania i coloni di Israele sono oltre duecentomila. In via di ulteriore espansione. L´esercito di Israele vigila, ovviamente, sulla loro sicurezza. Il muro la cui costruzione continua li circonda e li include. A zigzag, come le spire d´un gigantesco pitone. Quello che resta fuori dal muro dovrebbe essere il territorio del nascente Stato palestinese. Gaza? Sta laggiù, un po´ più avanti verso destra. Non comunicante.
Bene. Sharon è comunque pronto a riprendere in mano la road map ma, ovviamente, a condizione che l´Autorità palestinese abbia prima disarmato o comunque rese inoffensive la fazioni armate, Hamas, Jihad palestinese e le brigate di Arafat, cioè i terroristi che hanno preso il nome del raìs scomparso, braccio armato di Fatah.
Gli osservatori e i giornalisti embedded (ormai abbondano dovunque e chi non è embedded peste lo colga) sostengono che la transizione da Arafat ai suoi successori è avvenuta con meravigliosa rapidità e generale concordia. Affermano anche che è in crescita Abu Mazen, il moderato che firmò la road map due anni fa ma poi dovette dimettersi per dissensi col raìs ancora vivo e vegeto. Con ogni probabilità sarà lui a guidare il suo popolo, fazioni armate comprese, verso la pace.
Anche noi lo speriamo. Gli israeliani sono stanchi, i palestinesi ancora di più. La pace la vogliono tutti. Forse è la volta buona. Si odiano ancora? Sì, si odiano più che mai. La pancia dei due Paesi odia l´altra. Alcune élite predicano la reciproca fratellanza, ma appunto sono élite.
Certo, se Abu Mazen, Abu Ala, i moderati, i ragionevoli, crescono in prestigio e popolarità, forse ce la faremo. Il primo è il capo dell´Olp, cioè dell´organismo che raccoglie tutti i partiti palestinesi. Il secondo è il primo ministro del governo provvisorio. In teoria hanno già in mano la piena rappresentatività istituzionale; debbono solo vedersela confermata dalle elezioni che si terranno anch´esse - vedi caso - ai primi di gennaio insieme a quelle irachene. Sempre che Sharon consenta che si svolgano, perché adempiere alle procedure pre-elettorali ed elettorali se Israele non lo consentisse è impensabile dato il frazionamento del territorio, i posti di blocco, i coloni, eccetera eccetera. E il terrorismo e la rappresaglia antiterrorista. Se non fosse drammatico anzi tragico, bisognerebbe qui ricordare l´antica filastrocca: dimmi tu chi è nato prima sarà l´uovo o la gallina? Così tra terrorismo e rappresaglia: l´uno si vendica dell´altra e viceversa, in un ciclo infinito, in un eterno ritorno dell´eguale.
Però, oltre ad Abu Mazen capo dell´Olp, nel nuovo triumvirato istituzionale installato dopo la morte di Arafat c´è anche un terzo personaggio. Si chiama Farouk Kaddumi, cui è stata consegnata (o si è preso) la guida di Fatah.
Kaddumi vive da undici anni a Tunisi, non ha mai approvato gli accordi di Oslo e tutto ciò che ne è seguito e non seguito. È intransigente. Non procederà senza l´accordo di Hamas e della Jihad. D´altra parte, allo stato dei fatti, è il solo che possa convincere questi due gruppi non diciamo a deporre le armi ma a farle tacere per consentire il negoziato. A certe condizioni. Quelle di Kaddumi non sono quelle di Abu Mazen.
Al Fatah è il maggior partito palestinese. Diciamo che rappresenta il 95 per cento dell´Olp. L´Olp senza Fatah è una scatola vuota. Se guardiamo alle cariche istituzionali, l´uomo forte non è Abu Mazen ma Farouk Kaddumi. È anche quello che ha in mano i soldi di Arafat, a parte i dollari rimasti alla vedova.
C´è un quarto personaggio, ancora più popolare di Kaddumi tra i palestinesi arrabbiati, ed è Marwan Barghuti, che sta da un anno nelle prigioni di Israele condannato cinque volte all´ergastolo. Potrebbe anche candidarsi al ruolo di presidente dell´Autorità palestinese. Potrebbe essere eletto. Che succederebbe in quel caso? Il successore di Arafat eletto dal popolo in prigione a vita nelle carceri di Israele? È difficile che avvenga perché i palestinesi sono stanchi. Ma vedete bene che il rebus resta un rebus anche dopo la morte del raìs, anzi è più rebus di prima.
Certo, se Bush batterà il pugno... Se imporrà a Sharon... Se inonderà di dollari Gaza e i sindaci della West Bank... Se minaccerà e magari manderà una forza d´interposizione.... Se le Chiese evangeliche lo sproneranno... Se i neo-con gli suggeriranno... Se Blair...
No, Blair no. Blair non conta più niente. Sta con le sue truppe a Bassora e non se ne può andare se non insieme a Bush. Se se ne andasse prima dovrebbe far fagotto il giorno dopo abbandonando Downing Street.
Perciò Blair è il fox-terrier di Bush o poco più.
Blair nella vignetta di Andy Davey
La fotografia di una afghana che alle prime elezioni «libere» del paese inserisce la scheda nell'urna col burqa addosso fa piazza pulita dell'impetuoso fiume di parole che tre anni fa, da destra e da sinistra, accreditò la guerra all'Afghanistan come guerra di liberazione delle donne dal patriarcato islamico, stabilendo fra libertà femminile e procedure democratiche un nesso che non esiste e che oggi la realtà si incarica infatti di smentire. Aveva piuttosto ragione la protagonista di Viaggio a Kandahar di Mohsen Makhmalbaf, quando scetticamente si chiedeva se in Afghanistan siano i governi a imporre la legge del burka o una cultura che sottosta a qualunque alchimia politica a imporla ai governi. Ennesima ferita nella presunzione occidentale dell'onnipotenza democratica esportabile. Eppure non basta mai.
Contro la l'ennesimo e insopportabile orrore dell'altra foto della settimana, quella del massacro all'Hilton di Taba, e contro l'ennesima e insopportabile ripetizione del video dell'orrore, quello della decapitazione di Kenneth Bigley, di nuovo si levano appelli allo scontro di civiltà. Le risposte nazionali al terrorismo internazionale non funzionano, scrive giustamente Paolo Garimberti su Repubblica, ma solo per arrivare alla conclusione che invece quello che funzionerebbe sarebbe l'unità di tutti gli occidentali, unica ciambella di salvataggio dei valori universali. E così siamo al punto di partenza: a contrastare l'attacco fondamentalista all'universalismo occidentale ribadendo che l'unico universalismo possibile è quello occidentale e che l'occidente è l'unico bastione dell'universalismo.
Sotto le guerre delle religioni e dei valori intanto scorre il fiume della comune umanità e dei comuni sentimenti. Sabrina e Jessica Rinaudo erano andate a Taba a riposarsi e divertirsi e ne avevano diritto. A poca distanza da Taba, a Sharmel Sheik, centinaia di turisti italiani, narrano le cronache, continuano a riposarsi e divertirsi scansando quello che è successo poco più in là. Minuscole strategie di sopravvivenza: l'occidente è anche questo, insensate formule di vacanze uguali e seriali, tutti irregimentati nei pacchetti aereo più villaggio più spiaggia più gita folkloristica nel deserto, ma lasciamo perdere. Resta il fatto che il terrorismo non solo colpisce nel mucchio, ma mira diritto all'immaginario. Niente più vacanze spensierate, niente più oasi sul Mar Rosso per staccare dallo stress del nordest e del nordovest. Altro che geopolitica e geostrategia: i giochi si fanno sulla vita quotidiana. A che serve moltiplicare e multilateralizzare le alleanze e le truppe occidentali, contro un gioco così? Il virus terrorista costringerebbe la politica a inventare strategie immunitarie di cui non si vede idea alcuna all'orizzonte.
C'è andata di mezzo ancora una volta una coppia di giovani donne. Saltata in aria, pare, per mezzo di un'altra donna, la kamikaze che avrebbe dato il via all'azione del commando. Ennesima e dolorosa conferma che lo scontro di civiltà si è infiltrato anche nell'immaginazione di un «continuum femminile» capace di vincere sulla distruttività maschile. L'immaginario maschile in compenso continua a fare sulle donne i suoi giochi. Altri appelli si levano prerché la solidarietà e il pubblico cordoglio per Jessica e Sabina siano pari a quelli per le due Simone. Saranno non solo pari ma superiori. Stavolta le due vittime sono vittime davvero, tutte vittime senza residui. Non parleranno, non usciranno dalle righe, non pretenderanno di dire la loro sui governi e sui terroristi. Sono morte e murate più che dietro un burqa, e anche i più cinici benpensanti troveranno le lacrime per piangerle.
Ragioniamo se ci riesce
Sacrosanto invito a un atteggiamento radicalmente diverso da quello corrente, la cui volgarità intellettuale sconcerta e fa dubitare della possibilità di un futuro decente. Da il manifesto del 12 settembre 2004
Fra i disastrosi effetti del terrorismo, è la messa in mora della ragione. La sua propria, perché perde sempre, e quella nostra. In Italia ormai si delira. Farsi domande, come buon senso comanda, sulle differenze dei terrorismi e le loro origini politiche e sociali, sembra che sia bestemmiare. Dubitare che esista una centrale terroristica internazionale e chiedersi perché i terrorismi siano sciamati nel Medio Oriente dopo la guerra del Golfo e si siano moltiplicati con quella dell'Iraq, sembra che sia giustificarli. Osservare che il fondamentalismo armato è indirizzato soprattutto a egemonizzare il mondo musulmano dopo la sconfitta dei nazionalismi laici e parla alla miseria dei diseredati dalle monarchie che chiamiamo «moderate», sarebbe un ignobile diversivo. Scrivere che con il Patriot Act la democrazia americana affonda e che la teoria e la pratica della guerra preventiva di Bush (che oggi Putin tenta di imitare) alimentano i terrorismi invece che distruggerli, sarebbe approvare Osama Bin Laden. Dire che non è terrorismo ma azione di resistenza attaccare un presidio della coalizione occupante o far saltare un pozzo di petrolio, dimostrerebbe un'ambiguità della sinistra. E sussurrare che chi si fodera di esplosivo per far saltare se stesso e altri inermi deve essere orribilmente disperato, e interrogarsi se non ci sia qualche responsabilità anche nostra per essere arrivati a tali abissi, sarebbe imperdonabile.
Ma come mettere in atto delle politiche invece che delle armi verso l'enorme mondo musulmano che abbiamo accanto, senza farsi queste domande? Eppure non se le fanno che alcuni gruppi di volontari e qualche centro religioso - il resto del paese è sommerso da esecrazioni, approssimazioni e una vociferazione razzista come poche altre volte abbiamo conosciuto. Davanti al sequestro e all'omicidio di Enzo Baldoni e al sequestro a Baghdad delle due coraggiose Simone c'è una reazione bellissima della gente normale, generosa come loro; grandi cortei sfilano con le candele dicendo: «ragioniamo, fermiamo le armi, parliamo». Non possono fare altro.
Ma il governo non li ascolta. Non fa che moltiplicare gli errori: non ha saputo difendere i suoi cittadini migliori in Iraq, e riceve con onore il Quisling iracheno. Né esso né la coalizione occupante sanno nulla di chi si agita nel caos di un paese del quale lo stesso Bush ammette di aver perduto il controllo. Nulla sanno i servizi, che sarebbero pagati per saperlo: nessuno si è accorto che un grosso gruppo armato stava bloccato la sede delle ong al centro di Baghdad, né pare in grado di trovare le tracce che pur deve avere lasciato. Signor presidente della Repubblica, come si può dire che stiamo in Iraq per preservare la pace se i nostri uomini non sono in grado neppure di proteggere discretamente gli italiani che lavorano per la pace sul serio?
Sono convinta che davanti a un sequestro bisogna dare priorità al riscatto degli ostaggi. Non penso che si abbia diritto di non trattare quando vi sono di mezzo delle vittime terze: il governo cerchi chi detiene i suoi cittadini e tratti finché questi non sono liberati; almeno servirà per conoscere chi sono. Se c'è un altro mezzo, lo dica. Se no, vuol dire che fa solo parole, come quella disgraziata uscita: «amici del governo iracheno, liberate dalle vostre galere coloro che detenete ingiustamente». Vorrei anche vedere che gli consigliassimo di tenerle dentro innocenti.
Temo che il governo nulla faccia di quel che riteniamo giusto. Ma non mi piace la bassa polemica contro chi nell'opposizione ha ritenuto giusto di far fronte comune per ottenere un riscatto. La diversità del giudizio politico è una cosa, l'acredine e la litigiosità di cui la sinistra radicale dà prova ad ogni occasione sgomenta. E rischia di farci perdere le elezioni del 2005. Senza vincere le quali non ci sarà nessun Zapatero capace di ritirare il nostro contingente dall'Iraq, sola e tardiva via d'uscita dalla impresa sconsiderata e crudele nella quale siamo stati messi.
Hai sentito che cosa ha detto Prodi? Ma ti pare il caso di parlare di mercenari? Mica una sola telefonata ho ricevuto. E nemmeno due. E tutte (per restare in tema) assolutamente «volontarie». Replicherò dunque con un apologo neorealista. Lui si chiamava Gianni ed era un autista d’autobus in pensione. Lei, sua moglie, si chiamava Anna e aveva un’ammirazione appassionata per la gente che rischia per le nobili cause. Si commosse e si sentì importante una volta che le passai al telefono Antonino Caponnetto. Tutti e due, credo, erano iscritti ai Ds.
Mi accompagnarono in lungo e in largo tutti i giorni della campagna elettorale nelle politiche del 2001.
Su e giù con un furgone per le vie del centro di Genova e per la Val Bisagno. Non furono i soli a darsi da fare per me. Si mossero a decine e decine i militanti dell’Ulivo. Tutti i giorni, ciascuno nelle ore che poteva. Ero il loro candidato; un candidato non locale, fra l’altro, ma - così mi parve - ugualmente gradito per il suo prolungato impegno su alcuni temi che molti di loro consideravano cruciali per la democrazia. Alla fine di un mese e mezzo di campagna elettorale cercai di sdebitarmi moralmente per quell’aiuto che, certo, era stato prodigato con tanta generosità per fare vincere l’Ulivo; ma che aveva coinvolto e costruito (e come sarebbe potuto essere diversamente?) relazioni umane profonde. Regalai a quasi tutti i nuovi amici trovati sul campo copie dei miei libri. A Gianni e Anna, che si erano dedicati a me tutti i giorni dall’alba fino a notte, mi sembrò giusto consegnare una busta, per così dire, di rimborso spese. C'era dentro un assegno di un milione. Una cifra simbolica, di fronte a un mese di lavoro in due. Non volevo insomma che lo intendessero come un vero pagamento. Lo rifiutarono lo stesso. Non ne vollero sapere. Lo abbiamo fatto per ideali, mi risposero. Vollero, questo sì, dei libri con una dedica calorosa. Poi non mi chiesero mai un favore. Non cercarono di far valere il loro aiuto per dare origine ad alcuna clientela. Li ho riincontrati spesso. E lo scorso giovedì sera, durante una manifestazione sulla Finanziaria, proprio mentre Berlusconi lanciava l’idea dei suoi Mille, si sono candidati a ripetere la loro fatica nel 2006.
Ho ripensato a questo groviglio di rapporti, di impegni, di affetti che si formano nell’azione politica. Ci ho ripensato appunto leggendo la polemica scoppiata dopo l’annuncio dei mille professionisti azzurri e l’icastica risposta di Prodi sui “mercenari” e sui “volontari”. Ha sbagliato Prodi? Ha superato il limite del “civile confronto”? Ha fatto un autogol clamoroso, come da più parti si recita? Lasciamo perdere i limiti del civile confronto, che non si sa chi possa più invocare, visti i silenzi prudenti con cui si accolgono accuse ben più sanguinose di quella prodiana. La polemica invece, quella, non va fatta per nulla cadere. Piuttosto va sviscerata. Per capire che cosa si può ancora dire in questa temperie politica. Qual è il galateo e chi lo stabilisce. E siccome credo che il centrosinistra non debba perdere un grammo della propria intelligenza e della propria libertà di espressione (visto per di più che gli spazi di libertà si restringono ogni giorno di qualche centimetro), vale la pena ripartire dall'etimologia. Dice il Devoto Oli, a proposito della parola mercenario: «Di chi svolge un’attività al solo scopo di trarne un guadagno». E aggiunge che sono truppe o soldati mercenari quelli «reclutati con contratto per fare la guerra». Specificando che anche una balia può essere mercenaria, nel senso che allatta a pagamento, non per amore. Ma resta inteso che sia la balia sia il soldato possono fare a pagamento cose in cui in certa misura si riconoscono. Che la balia può amare il bimbo che allatta per mestiere. Che il soldato può ammirare il signore che lo paga e sotto le cui bandiere egli si batte.
Questo è il dizionario. Se poi si volesse andare più a fondo e sottilizzare, si potrebbe rilevare che mercenario e soldato hanno in fondo radici uguali: mercede e soldo. Il tempo fa e disfa lentamente le parole, come sappiamo. Ma gli umori, le reattività, gli spiriti e le faziosità, vanno oltre. A comando trasfigurano quei termini che hanno una loro semplicità e potenza descrittiva. E' curiosa la politica. Da un lato inventa parole vacue e untuose per diplomatizzare e stemperare la dialettica delle idee, preoccupata nevroticamente di ogni forma di dissenso. Dall’altro conia insulti e accuse che non stanno né in cielo né in terra tanta ne è l’intenzionale violenza. Sicché, oscillando senza tregua tra questi due estremi, bandisce dal suo lessico le parole chiare e cristalline. Anche per questo essa è lontana dalla gente. Perché rifiuta di parlarne la lingua quotidiana. Quella della gente comune, non della gente da trivio (che invece ogni tanto adotta disinvoltamente).
Berlusconi arruola con regolare contratto mille giovani per la sua «guerra» (parola da lui pronunciata centinaia di volte) contro «la sinistra»? È il tipico caso del Devoto Oli. Bisognerebbe parlare di professionisti, che suonerebbe meglio? Ma qui non di professionisti si tratterebbe. Non si parla infatti di pubblicitari, di addetti stampa, di sondaggisti, che per una campagna elettorale prestano la loro opera al servizio di una parte politica. Ma di persone che svolgerebbero un’attività di propaganda a pagamento, che ora non svolgono. Tant’è che sarebbero selezionate non tra quelle che già ora fanno politica per Berlusconi gratuitamente. Ma - si è detto - sul mercato (giusto?), attraverso una adeguata attività di selezione svolta da appositi e premiati cercatori di talenti. E dietro promessa di una mercede. Nulla di vergognoso, per chi impara ad avere una visione laica della vita e della politica. Ma il cui contrario, nel prezioso «Dizionario dei sinonimi e dei contrari» di quasi mezzo secolo fa (edizione speciale, udite udite, per l’Arma dei Carabinieri), si chiama, alternativamente, «gratuito», «volontario», «disinteressato».
Devo dire la verità. Fa un po’ specie vedere che chi ha fatto del denaro la propria religione, chi ne ha fatto il metro supremo per misurare capacità e qualità delle persone (ricordate il celebre episodio del premier con il ragazzino milanese che gli diceva che il suo papà, diversamente da lui, non poteva mangiare al Savini? «Si vede che non ha lavorato come me», gli rispose) provi poi vergogna o risvegli i suoi furori se gli si osserva che progetta di acquistare con il denaro la altrui disponibilità al lavoro politico.
E fa un po’ specie anche sentire evocare, in questo caso, il professionismo politico. Il quale è tutt’altra cosa e si trova, come è noto, sotto tutte le bandiere. Sono professionisti della politica coloro che vivono di politica (in modo più o meno definitivo) grazie a un’attività istituzionale. E lo sono anche coloro che vengono pagati dai partiti per svolgere le loro mansioni. I quali però - lo si ricordi - non vengono reclutati con un'offerta pubblica sul mercato. Ma in genere ricevono un'offerta di collaborazione dopo un tirocinio fatto in modo assolutamente volontario presso il partito che meglio incarna i loro ideali. Arrivano cioè al professionismo per un cumulo di circostanze, ma avendo all’origine una scelta di “gratuità”. Che si manifesta, a scanso di equivoci, tanto a destra (specie nella Lega e in Alleanza nazionale) quanto a sinistra.
Ogni tanto la politica ha le sue pretese semantiche. Una volta pretese che non si potesse parlare di «lotta alla mafia». Che non potessero usare quell’espressione esecranda né i magistrati, né gli intellettuali, né gli insegnanti, né i preti, né i giornalisti. A cicli alterni mette al bando il termine «società civile», che pure ha radici dense e ben motivate da Hobbes a Gramsci. Sembrano pretese stravaganti, ma dietro queste ambizioni censorie ci sono sempre nervi scoperti, nitide esigenze di potere. Perciò cedere a queste pretese non è un fatto semantico. È un fatto civile e politico. Sull’opportunità di una parola si può discutere all’infinito. Sul suo fondamento logico ed etimologico no. Pena la perdita di un po’ di libertà. Di espressione e d’opinione
L'appel d'Élisabeth Badinter et de douze anciennes ministres du gouvernement Jospin. Pour Jila Izadi, 13 ans, Iranienne, condamnée à mort par lapidation
Le 25 octobre dernier, le magazine « Elle » publiait un appel d'Élisabeth Badinter pour tenter de sauver la jeune Jila condamnée à mort en Iran pour avoir eu des relations sexuelles avec son frère. Aujourd'hui, d'anciennes ministres prennent le relais, dont Élisabeth Guigou, Martine Aubry et Dominique Voynet
L'APPEL D'ÉLISABETH BADINTER
Jila Izadi, 13 ans, vient d'être condamnée à la lapidation par le tribunal de Marivan en Iran. Elle attend en prison la confirmation de sa sentence. La philosophe Elisabeth Badinter appelle à la mobilisation.
Jila Izadi, une enfant de 13 ans, vient d'être condamnée à la peine de mort par lapidation. Son crime : elle aurait eu des relations sexuelles avec son frère âgé de 15 ans. Enceinte, elle a accouché dans sa prison.
Son frère incarcéré aurait déjà subi sa peine, conformément à la loi islamique : 150 ou 180 coups de fouet (les chiffres divergent). De quoi être laissé pour mort. Cette ignominie se passe à Marivan, une ville du Kurdistan iranien, quelques semaines après la pendaison au crochet d'une grue d'une autre jeune fille iranienne de 16 ans, Atefeh Rajabi, accusée d' « actes incompatibles avec la chasteté ». Le tout dans le silence assourdissant de la presse nationale et internationale ainsi que de la plupart des associations féministes, pourtant branchées en permanence sur internet.
Au dernier meeting des altermondialistes qui s'est tenu à Londres la semaine dernière, femmes voilées et féministes soi-disant « historiques » ont craché feu et flammes contre la loi française pour le respect de la laïcité, mais pas un mot n'a été prononcé pour condamner le martyre infligé aux femmes au nom de la charia. À leurs yeux, les vraies martyres sont celles qui vivent dans les démocraties occidentales auxquelles on demande d'ôter leurs signes religieux pour pénétrer dans l'école de la République et non celles qui subissent la loi impitoyable des théocraties totalitaires. Ce que les mieux endoctrinées se gardent bien de dire est sorti spontanément de la bouche des deux soeurs voilées, surmédiatisées, l'année dernière. Devant les caméras de TF1, elles ont approuvé avec une sorte d'ingénuité la lapidation des femmes adultères. Personne n'a relevé, personne n'a condamné. Aucun rappel à l'ordre des droits de l'homme. On risque donc d'attendre longtemps qu'une militante pour le port du voile islamique en Europe se lève enfin pour fustiger ces pratiques atroces. Ce n'est donc pas sur elles qu'il faut compter, pas plus que sur leurs avocates qui osent se dire encore féministes, pour tenter de sauver la petite Jila Izadi qui attend confirmation de son supplice des autorités iraniennes. Nous savons aujourd'hui que seule une très forte mobilisation internationale peut réussir parfois à stopper une exécution capitale. Comme ce fut le cas pour Safia Husseini et Amina Lawal au Nigeria. C'est pourquoi nous supplions les défenseurs du droit des enfants, les militants de l'abolition de la peine de mort et tous les démocrates horrifiés par ces crimes d'écrire cette seule phrase, par lettre au courrier signé de son nom
(*) : « Non à la lapidation de Jila Izadi, une enfant de 13 ans ». De la rapidité et de l'ampleur de nos protestations dépend sa survie.
Elisabeth Badinter
Envoyez vos lettres ou cartes postales directement à l'Ambassade de la République islamique d'Iran (4, avenue d'Iéna, Paris 16e) ou bien à l'association Ni putes ni soumises (190, boulevard de Charonne, Paris 20e).
Ou adressez un courriel : contact@amb-iran.fr ou infos@niputesnisoumises.com
Anciennes ministres signataires a Michèle SABBAN - Martine AUBRY - Elisabeth GUIGOU- Ségolène ROYAL - Florence PARLY - Nicole PERY - Paulette GUINCHARD - KUNSTLER - Marylise LEBRANCHU - Marie-Noëlle LIENEMAN - Catherine TASCA - Dominique VOYNET - Marie-George BUFFET-
CE QUE DIT LA CHARIA
« En Iran, selon la charia, toute femme qui a, ou a eu, une relation sexuelle avec un homme qui n'est pas son mari commet l'adultère.
Seule sentence pour ce « crime », la lapidation, explique Kaveh Mohseni, représentant du SMCCDI (Comité de coordination du mouvement étudiant pour la démocratie en Iran)*.
Dans les cas de viol, les auteurs mais aussi les victimes sont pénalisés et passibles de la lapidation. » En Iran, depuis 1990, dix jeunes mineures ont été exécutées, la plupart accusées d'actes incompatibles avec la chasteté. Entre 2001 et 2003, plus d'une dizaine de condamnations ou d'exécutions par lapidation ont été signalées à Amnesty International. Ainsi, une femme de 35 ans, à l'identité inconnue, a été accusée d'avoir tourné dans un film porno et a été lapidée à mort en mai 2001. Rababeh, reconnue coupable en juin 2001 d'adultère et de complicité du meurtre de son mari, a été condamnée à recevoir 50 coups de fouet, suivis d'une mise à mort par lapidation. On ne sait pas si elle a été exécutée à ce jour. Ou encore Maryam Ayoubi, 31 ans, reconnue coupable du meurtre de son mari, a été lapidée à mort en juillet 2001 après avoir été emprisonnée pendant huit ans.
Caroline Laurent