MARINES che entrano nella moschea crivellata di colpi. Poi uomini a terra: guerriglieri feriti nei combattimenti del giorno prima. In attesa di soccorsi mai arrivati. Infine un marine che punta il fucile e spara alla testa di uno di loro: un uomo che giace immobile sul pavimento.
Queste drammatiche sequenze, fissate da Kevin Sites della Nbc, hanno fatto il giro del mondo. Nemmeno la complicità che inevitabilmente si stabilisce tra i giornalisti embedded e i reparti che li incorporano e proteggono poteva censurare una simile violenza.
Sono immagini destinate a sollevare aspre polemiche. E non solo in Occidente. Anche se l´autore dell´esecuzione a freddo è stato arrestato, quel gesto aumenta a dismisura la percezione, già assai negativa, che i musulmani hanno dell´America. Come in precedenza Abu Ghraib, quel colpo di fucile nega nella sua essenza il progetto americano di esportare la democrazia nel mondo islamico. Se la democrazia non è solo procedura elettorale ma insieme di regole e di istituti di garanzia che permettono di evitare abusi di ogni genere, il volto con cui si manifesta nelle piane mesopotamiche non è certo dei migliori. E non basteranno le elezioni di gennaio a rifargli la cosmesi.
L´America afferma di aver invaso l´Iraq per liberarlo dagli innegabili soprusi di Saddam e trasformarlo in un paese democratico. Condivisibili o meno, tali premesse impongono agli Usa un preciso dovere: quello di comportarsi coerentemente con quei propositi. In una situazione in cui i jihadisti, nel tentativo di aizzare i musulmani, dipingono la guerra come prova provata della volontà occidentale di "distruggere l´islam", gli Stati Uniti devono attenersi il più strettamente possibile alle regole di guerra condivise dalla comunità internazionale. Niente, nemmeno una teologia politica niente affatto secolarizzata che la rappresenta come l´alfiere del Bene contro il Male, può permette all´America di varcare quel confine. Nonostante, o forse proprio per l´11 settembre, all´America di Bush spetta una paradossale, ma non per questo meno prescrittiva, "condotta morale della guerra".
Immagini come quelle di Falluja, già serialmente riprodotte in tv come al Jazeera o nei siti dell´islam on line, alimentano quel conflitto di civiltà che, a parole, tutti dicono di voler evitare. Nella circostanza non valgono nemmeno le giustificazioni secondo cui non sono meno feroci, da parte jihadista, gli sgozzamenti, le decapitazioni rituali, le esecuzioni con colpi di pistola a bruciapelo degli ostaggi. Non ultima quella di Margaret Hassan. Perché, semmai esiste una superiorità occidentale nei confronti di altre civilizzazioni, questa consiste proprio nella capacità di evitare la tentazione della reciprocità negativa. Non è l´universalizzazione dell´orrore che ci fa sentire orgogliosi di appartenere all´Occidente. Fortunatamente abbiamo o superato da tempo il "complesso di Kurtz", il personaggio conradiano che si spinge sino in fondo al baratro dell´orrore per svelare i limiti della "dialettica dell´illuminismo".
Combattere in Iraq secondo le regole significa non solo impartire alla catena di comando severe disposizioni perché non avvengano fatti come quelli di Falluja. Ma anche permettere che la Mezzaluna Rossa o i servizi sanitari locali soccorrano i feriti, siano combattenti o popolazione civile. A Falluja non sono solo gli iracheni a parlare di "catastrofe umanitaria". A detta degli stessi militari americani la distruzione della città, provocata da bombardamenti aerei, dai tiri dei tank, dagli scontri strada per strada, è impressionante. Il rifiuto Usa di lasciare entrare un convoglio umanitario in città, almeno nelle aree sotto controllo, va a violare quelle regole minimali che tentano di mettere in forma il dramma della guerra. Un atteggiamento che non aiuta né l´America, né l´intero Occidente, che dalla radicalizzazione dell´odio nel mondo islamico non traggono certo vantaggi.
Dal condono di villa Certosa alla riscrittura della Costituzione repubblicana. Una coalizione che impone al parlamento in sole 24 ore una doppietta del genere - passando con disinvoltura dal maneggio sulle illegalità private alle materie dei padri costituenti - è capace di tutto. Anche di risorgere imprevedibilmente dalle ceneri in cui essa stessa si era immersa e sprofondava a colpi di verifiche, smottamenti politici e dissesti finanziari. Con il colpo di ieri Berlusconi, da molti dato prematuramente per già sconfitto, ha ricompattato la sua maggioranza «del nord», messo a tacere quella «del sud» e accelerato lo sconquasso del nostro stato sociale e della nostra convivenza civile. Un'opera già sostanzialmente avviata dalla politica economica Tremonti-Siniscalco, e che culminerà con la famosa, sbandierata, tante volte rinviata e ormai imminente riforma fiscale. Il lungo cammino parlamentare, i tanti tira-e-molla della Lega, i compromessi a cui persino i bossiani si sono dovuti piegare, le parti fumose e pasticciate di ingegneria istituzionale, il caos che contraddistingue una serie di disposizioni, potrebbero trarre in inganno circa la portata della riforma approvata ieri. Se la doppia lettura parlamentare confermerà quest'impostazione, di qui a pochi mesi avremo non una revisione della Costituzione, ma una nuova Costituzione fondata su princìpi opposti a quelli del '48. La riforma approvata ieri, ridotta all'osso, si riassume in due punti essenziali: poteri molto più forti all'esecutivo e quasi assoluti al premier; poteri dirompenti alle regioni sui settori essenziali dello stato sociale, a partire da scuola e sanità. Da un lato, il rafforzamento del governo in senso leaderistico - il premier è un padrone, ha poteri da presidente di un consiglio di amministrazione -; dall'altro, uno svuotamento delle sue responsabilità e dei suoi poteri sulla politica economica e sociale - sulle quali ogni regione avrà i suoi princìpi e i suoi criteri. E soprattutto, le sue risorse: «i nostri soldi restano a casa nostra», la Lega traduce il suo slogan in realtà, con tanti saluti al Sud che i Fini e i Follini cercheranno di tenere elettoralmente in qualche altro modo.
Un governo forte, uno stato minimo. Con il passaggio di ieri, è una politica che si fa Costituzione. E che paradossalmente, mentre passa a livello di princìpi, fatica di più ad affermarsi nel concreto. Infatti la stessa filosofia è alla base del caso che agita la cronaca politica, il gran miraggio della riduzione delle tasse. Solo che in questo caso il «principio» si applica su scala nazionale: «i miei soldi restano a casa mia». Il calcolo politico di Berlusconi ormai è evidente: portare nelle tasche dei contribuenti-elettori, con le dichiarazioni dei redditi del 2005 e del 2006, un po' di spiccioli. Farli sentire più ricchi. Un calcolo forse miope: per far sentire più ricchi gli italiani, dopo anni di depauperamento, servirebbe una cascata d'oro, e ormai in giro si comincia a percepire il fatto che «meno tasse» vuol dire anche «meno servizi». Ciononostante, Berlusconi e i suoi puntano tutto sul «meno tasse», dividendosi all'apparenza solo sul «per chi»: per i ceti più bassi? I medi? I ricchissimi? Un dibattito fuorviante, che si sta già incamminando verso la soluzione ovvia fin dall'inizio, l'ultima citata: è più facile dare tanto ai pochi più ricchi, magari aggiungendo un'elemosina per i poverissimi, che un po' ciascuno a tutta la garnde fascia del ceto medio-basso.
Non sono questi i principali ostacoli che finora hanno bloccato la «rivoluzione fiscale» del fu Tremonti, ma l'assenza delle risorse: il bottino da spartirsi è già finito, dilapidato tra condoni e manovre finte, sulle quali peraltro arrivano una dopo l'altra le censure europee. Per questo l'ultima manovra spericolata che Berlusconi tenta per risollevarsi è davvero senza rete: la copertura finanziaria che la Banca d'Italia, la Confindustria, l'Europa insistentemente chiedono, non c'è. Ci sarà, e consisterà in altri tagli alle spese. Come far passare questa evidentissima manovra senza svelarla è il problema che Berlusconi, Siniscalco e gli altri del gruppo hanno di fronte di qui a pochi giorni. Se l'acrobazia riuscisse l'autunno del 2004 potrebbe segnare, contro ogni previsione, l'inizio dell'ennesima vita politica di Berlusconi, all'insegna della «nuova Costituzione» e delle «nuove tasse». Speriamo di essere smentiti.
Il primo kamikaze che la storia ricordi è un ebreo di nome Sansone che si suicidò esclamando «Muoia Sansone con tutti i filistei!» e fece crollare il tempio dove era riunito il popolo dei suoi nemici ( Giudici, 13 -19). Morirono in tremila: tanti quante le vittime delle Twin Towers. I filistei abitavano il paese che da loro prende il nome di Palestina e già allora erano in guerra con le tribù di Israele che avevano invaso il loro territorio: una guerra costellata di massacri benedetti da Yahweh, un dio tutt'altro che misericordioso, a cui peraltro si rifanno anche cristianesimo e islam. E' però semplicistico identificare gli antichi filistei con gli attuali palestinesi, che erano, per lo meno fino all'esplosione del conflitto arabo-israeliano, solo una delle tante componenti di una più ampia comunità araba mediorientale; o identificare le tribù dell'Israele biblica con gli attuali cittadini dell'omonimo stato; o addirittura con la comunità ebraica, che, nella sua componente askenazita, discende, secondo Arthur Koestler, dalla popolazione caucasica dei kazari, che, a differenza degli arabi e degli ebrei sefarditi, non ha nemmeno radici semitiche (pur essendo stata la vittima principale dell'antisemitismo). Come sarebbe arbitrario - lo aveva fatto notare Gregory Bateson - identificare gli italiani con i cittadini dell'antico impero romano, il cui governatore della Palestina mise a morte Gesù Cristo nell'anno 33 dell'omonima era. Invocare gesta di improbabili antenati di due o tremila anni fa per legittimare scelte dell'oggi è una manomissione: ogni essere umano che nasce è una pagina bianca che non può portare il fardello di scelte fatte o subite dai suoi predecessori. Per questo gli insediamenti ebraici in Palestina non sono una riedizione dell'esodo mosaico verso la «Terra promessa», ma la fuga da un'Europa che aveva sterminato o non aveva difeso la componente più vitale della propria civiltà; la resistenza palestinese non è la riedizione della guerra scatenata millequattrocento anni fa da Maometto, ma una lotta per la sopravvivenza di un popolo di cui si è negata l'esistenza per lavare, a spese degli arabi, colpe europee. E la presenza del Vaticano in Italia non è un castigo per il supplizio inflitto a Cristo dai romani, ma un accidente della storia umana, come l'Himalaya è un accidente della tettonica terrestre. La storia non è che quell'immenso cumulo dei detriti contemplato dall'angelo di Benjamin; e l'unica parte con cui identificarci e cercare di riscattare è quella dei vinti, a qualsiasi popolo appartengano. Tra le guerre e le opzioni morali o le appartenenze etniche, religiose o culturali con cui si cerca di legittimarle occorre sempre interporre il lavorìo della ragione: il dialogo e la mediazione tra posizioni contrapposte. Una raccomandazione d'obbligo, in particolare, di fronte a un fenomeno apparentemente nuovo (in realtà assai antico: prima ancora degli aviatori giapponesi che hanno dato il nome al ruolo, annovera, tra gli altri, il nostro Pietro Micca, cui sono dedicati vie e monumenti) come i «kamikaze»: combattenti che si suicidano per sterminare il maggior numero di «nemici» o presunti tali: oggi per lo più - perché è più facile, o più efficace nel seminare terrore - tra la popolazione civile. Da un punto di vista morale il kamikaze e chi lo recluta non sono né più né meno odiosi del pilota che sgancia una bomba atomica, o una bomba a frammentazione, o una bomba intelligente (il più infame degli ossimori) sulla popolazione civile; o di chi le produce, progetta, «legittima» o ci fa su dei profitti.
Certo: la scelta del primo richiede un contatto diretto con le proprie vittime, la possibilità di incrociarne lo sguardo, e lascia dietro di sé un panorama di membra disperse, pozze di sangue e corpi straziati che il kamikaze non vede - ma certamente immagina - perché scompare con la loro comparsa. Mentre gli «operai» della bomba atomica e delle altre armi di sterminio a molti di noi fanno meno orrore perché il contatto diretto con le vittime non c'è. Si uccide a distanza: non solo quella dei chilometri che separano il velivolo o la base di lancio dal bersaglio, ma anche quella interposta dalla divisione del lavoro tra chi progetta o specula sulle bombe e chi fa il lavoro sporco di lanciarle. Tuttavia dal punto di vista militare le posizioni di chi utilizza kamikaze e di chi sgancia bombe si sono avvicinate parecchio: con il kamikaze ha fatto la sua comparsa una nuova arma, contro cui gli strumenti tradizionali della polizia e della guerra sono tanto più inefficaci quanto più sono potenti. Non si tratta infatti di gesti isolati, ma di veri e propri arsenali comparsi sì in Palestina, ma ormai diffusi a livello mondiale: migliaia di adepti che le avventure belliche di Bush e Putin e le rappresaglie di Tsahal non fanno che moltiplicare.
Ci manca in realtà un approccio meno superficiale alle «ragioni» dei contendenti: non riusciamo a capire - a fare nostre, a con-prendere: che non vuol certo dire approvare - i pensieri, le pulsioni o i ricatti che spingono un uomo o una donna nel pieno della loro esistenza - ancorché, ma non sempre, misera - a sacrificare se stessi per seminare morte e sterminio a caso; e per questo non abbiamo strumenti per combattere queste armi sul loro terreno. Aveva ragione Ida Dominjanni ( il manifesto, 20.01.04) che vedeva nell'attenzione per le biografie individuali dei «martiri» l'unica strada percorribile (ed è questo, tra l'altro, ciò che aveva probabilmente spinto Enzo Baldoni in Iraq). Ma quell'attenzione, per suonare autentica, dovrebbe essere estesa alle biografie di tutta la popolazione che costituisce il milieu dove una scelta del genere è ormai diventata normalità (compresa la componente di coercizione, plagio e infamia presente nel mandare al «martirio» in «conto terzi» bambini, «donne compromesse» e disabili mentali). Un'attenzione per i recessi dell'anima per esplorare i quali la cultura ebraica è forse attrezzata più di ogni altra, ma di cui la politica dello stato di Israele rappresenta invece la negazione più radicale. Viceversa, capiamo fin troppo bene (perché, in fondo, le con-dividiamo) le ragioni che spingono uomini e donne con la nostra stessa cultura a costruire, usare o minacciare di usare armi nucleari, bombardamenti tutto fuorché «intelligenti», o forme vecchie e nuove di apartheid. E' la «banalità del male» - cioè la de-responsabilizzazione morale sul lavoro, nel consumo, in famiglia - che abbiamo interiorizzata e fatta nostra in tutti i momenti della vita quotidiana. Conviviamo serenamente con istituzioni come Los Alamos (bomba atomica) o Fort Bragg (terrorismo di stato) e le loro infinite repliche nel pianeta; che sono anch'esse «madrasse» dove si fabbrica buona parte dell'orrore in cui siamo immersi; e di cui la prigione di Abu Ghraib (non a caso condivisa, nei locali e nei metodi, dagli opposti contendenti) è una non casuale manifestazione. Se tutte le volte che sentiamo giustificare il possesso di armi di sterminio - quale che sia il governo che le detiene: non solo Iran o Corea del Nord; ma anche Stati Uniti, Francia, Cina, Israele, ecc - o la segregazione di un popolo; o il suo silenzioso sterminio; o la cacciata e l'affondamento di profughi ammassati su una «carretta del mare», ci indignassimo, anche e soprattutto contro noi stessi, con altrettanto vigore di quello che proviamo di fronte ai kamikaze e ai loro mandanti, forse non saremmo arrivati a questo punto. Ma possiamo sempre provarci.
ROMA Ci risiamo. Dopo aver santificato Marcello Dell’Utri, aver gridato che la sentenza dei giudici di Palermo è frutto di una persecuzione politica, il Polo si appresta ancora una volta a invadere il terreno della giustizia per ostacolarne il corso con leggi ad hoc, salvare dalla galera gli amici degli amici. Il copione è sempre lo stesso. Dell’Utri è condannato per concorso esterno in associazione mafiosa? Il centro destra ha già iniziato a dire che si tratta di un reato «finto», «da cancellare».
Lo ha detto, subito dopo la sentenza, il capogruppo di An in Commissione Antimafia, Luigi Bobbio. E gli hanno fatto eco due centristi come Carlo Giovanardi («C’è un problema politico e giuridico da risolvere, quello del concorso esterno in associazione mafiosa») e Rocco Buttiglione («Il concorso esterno è reato poco chiaramente definito»). Tutti d’accordo che occorre intervenire sul piano legislativo per abrogare il reato. «Il concorso esterno in associazione mafiosa - sostiene Bobbio - è frutto della creazione della magistratura siciliana, avallata dalla Cassazione. Bisogna assolutamente intervenire sul piano della legislazione per cancellare da un lato una vergogna giuridica e dall’altro una sorta di scatola vuota nella quale si tenta da troppo tempo di infilare chiunque sia sgradito, per le ragioni più varie, a un magistrato inquirente».
Bobbio ha già individuato anche lo strumento: «Una revisione del 416 bis». Che potrebbe essere oggetto di una proposta di legge ad hoc o meglio essere contenuta nel cosiddetto «pacchetto Napoli», le norme anticrimine che si pensa di inserire dentro la pdl sulla recidiva (la cosiddetta Cirielli-Vitali che a sua volta già contiene le norme salva-Previti). Una bella matrioska per levare le castagne dal fuoco a Previti e Dell’Utri in un colpo solo? Quello della matrioska è un gioco in cui il Polo è diventato esperto. Basta presentare emendamenti a un testo già pronto che si raggiunge lo scopo.
Nel caso della Cirielli-Vitali che sarà in aula proprio in questa settimana per essere licenziata prima di Natale (a questo almeno punta Fi) fu un emendamento firmato dal forzista Mario Pepe ad introdurre, nell’estate del 2003, la drastica riduzione dei tempi di prescrizione dei reati. Un emendamento che fu subito ribattezzato salva-Previti (se la legge fosse approvata sarebbe immediatamente applicata anche ai processi in corso per il principio del «favor rei»). E trovò però l’opposizione dell’Udc. L’aennino Cirielli, fra l’altro, si dimise da relatore della legge proprio per le polemiche sollevate dall’introduzione di quell’emendamento. L’Udc (era ancora in corso la fantaverifica di governo)tuonò che si trattava di una «amnistia mascherata». Ed è stato proprio per questo che la legge ridenominata Cirielli-Vitali e che riguarda, ironia della sorte, l’inasprimento delle pene per i recidivi, ha finito per slittare varie volte.
Nel frattempo la maggioranza ha approvato la controriforma dell’ordinamento giudiziario e ha cercato disperatamente di trovare «la quadra» sul pacchetto di norme anticrimine («pacchetto Napoli»). Il ministro della giustizia Castelli avrebbe voluto inserirle nella legge Cirielli-Vitali ma l’ipotesi sembrava essere tramontata perché il ministro dell’Interno Pisanu si era messo di traverso. Così proprio nelle ore in cui la Camera approvava l’ordinamento giudiziario per il pacchetto Napoli sembravano essere rimaste in piedi le due ipotesi alternative di un legge ad hoc (troppo lungo l’iter, però) o di un decreto.
Adesso Bobbio ipotizza la matrioska: una norma salva-Dell’Utri messa dentro il pacchetto Napoli, messo dentro la Cirielli-Vitali che già contiene la norma salva-Previti.
Il rebus è all’attenzione dei cosiddetti «saggi» della Casa. Che però dovranno vagliare anche la percorribilità di un’altra strada, più antica e molto cara al Polo. Quella prospettata ieri dal sottosegretario udiccino alla Giustizia Michele Vietti: ripristinare l’immunità parlamentare, rendere intoccabili deputati e senatori. Strada ardua però. Visto che lo scorso gennaio la Consulta ha già dichiarato illegittimo anche il famoso Lodo Schifani, l’immunità per le alte cariche dello Stato. Per l’opposizione si annuncia un’altra battaglia contro «la scandalosa cultura del privilegio e dell’impunità» (Pecoraro Scanio). Non sarà, come dice il prodiano Franco Monaco, che si dovrebbe rispolverare «la questione morale»? «Ci siamo imposti il dogma del politicamente corretto secondo il quale dovremmo inibirci il giudizio morale e politico sui profili clamorosi e inquietanti delle recenti note sentenze. Neppure dopo sentenze di questa portata che attengono ai rapporti tra corruzione, mafia e politica e che investono i vertici dello Stato, sentiamo il dovere di mettere a tema la questione della qualità etica di una classe dirigente? Una questione morale grossa come una casa?».
Caro direttore,
verso alcuni ho amicizia, verso altri simpatia, verso moltissimi stima ma una domanda mi ossessiona da quando ho aderito all’Udeur e li ho frequentati più da vicino: chi sono? Mi riferisco ai parlamentari europei e per loro ai rispettivi partiti della neonata Grande alleanza democratica (Gad) sperando di essere da molti di loro ricambiato con gli stessi sentimenti. Dunque chi sono? Lo chiedo innanzitutto agli amici della sinistra diessina che non sono più comunisti, non si sentono socialisti ma si definiscono riformisti. Troppo poco per capirvi cari amici. Voi siete alleati ed ho voglia di riempire questa alleanza di contenuti e di convinzioni forti piuttosto che adagiarmi in un accordo di risulta il cui unico cemento finirebbe per essere una sorta di contrarietà viscerale a Berlusconi. Anche questo è troppo poco per costruire un’alternativa di governo. Dunque non siete comunisti. Ne sono lieto e piuttosto che rigirare il coltello nella piaga, come si dice in gergo, cerco di guardare avanti e al percorso che dovremo tentare di fare insieme. Ma qual è questo percorso?
Non voglio, sia chiaro, chiedere le vostre proposizioni programmatiche. Chi sa di politica, e voi sapete di politica, sa anche che il programma è importante ma non è tutto perché un partito politico non è un centro studi. È l’insieme di convinzioni forti su temi fondanti quali, ad esempio, il concetto di democrazia, il rapporto tra economia, finanza e politica, il ruolo del pubblico nell’economia globalizzata, il valore del mercato e la consapevolezza di regolamentarlo per garantire la libertà di intrapresa a tutti ma anche la cancellazione di intollerabili enclave di miseria e di povertà che ancora allignano nel mondo. È vero, questi ed altri sono temi generali sui quali si rischia facilmente di essere d’accordo perché nessuno mai direbbe, quant’anche lo fosse, di essere contro la democrazia o a favore di un mercato senza regole e senza tabù. Eppure questo rischio va corso perché voi non siete più né comunisti né socialisti. Senza voler riesumare antichi steccati ideologici con il loro bagaglio di pregiudizi io so, o credo di sapere, qual è il concetto di democrazia e di libertà che ha il movimento socialista italiano ed europeo. Un concetto, ad esempio, diverso da quello del vecchio partito d’azione che pur non sostenendo mai sistemi autoritari aveva un concetto elitario del governo di un paese fondato prevalentemente sull’accordo tra poteri forti e non sempre chiaramente visibili.
Non so invece quale sia il concetto di democrazia sostanziale che avete voi oggi dal momento che siete riformisti senza aggettivazione e questo termine, esso sì, è troppo generico per farvi riconoscere. In politica le aggettivazioni di un sostantivo come il riformismo hanno dietro di sé quasi sempre una storia riconoscibile fatta di lotte, di successi e di sconfitte, di sacrifici e di entusiasmi. Voi non volete quegli aggettivi e finite per essere poco riconoscibili se non per le singole storie di ciascuno di voi. Non vi sfugge che vi sto chiedendo se vi sentite dentro la storia del movimento socialista italiano ed europeo. Se vi identificate in quella storia perché, allora, non amate chiamarvi socialisti? È possibile che l’ombra della scissione di Livorno sia tanto lunga d’arrivare sino ad oggi? E se invece Livorno e la sua scissione non c’entrano affatto così come le tracce visibili che ha lasciato Bettino Craxi negli ultimi trent’anni di vita del socialismo italiano, quale mai sarà il motivo per cui non volete chiamarvi socialisti? È possibile che riteniate vera la tesi di Michele Salvati secondo cui le grandi culture politiche, a cominciare da quella socialista, abbiano esaurito ogni potenzialità vitale per cui vanno messe in soffitta? Tutto è possibile ma ciò che si pensa politicamente va detto per evitare che vi siano scollamenti o incertezze permanenti che sono i tarli corrosivi di ogni alleanza politica.
Ciò che dico ai dirigenti diessini vale ancora di più per la Margherita, partito nel quale convivono culture profondamente diverse rappresentate da Rutelli e Realacci, da Prodi e Parisi per finire ai popolari di Marini e de Mita. Chi sono, dunque, anch’essi se non si chiamano più verdi, radicali e democristiani? Credetemi, lo sconcerto è davvero grande. La politica italiana sembra destrutturata nelle sue fondamenta senza che ci sia qualcuno capace di ritrovare il bandolo della matassa per ricomporre aree culturali e politiche capaci di essere alleati in una stessa coalizione o contrapporsi nella cosiddetta democrazia dell’alternanza che, peraltro, sembra essere una scoperta di questi anni mentre è in vigore in Italia da oltre 50 anni. L'alternanza a cui ci riferiamo è quella che vive e governa l’Europa dove si confrontano e si alleano le grandi culture politiche del novecento che danno vita a socialisti, popolari, verdi, liberali e comunisti mentre in Italia nelle ultime Europee, le due maggiori liste che si sono confrontate erano solo due slogan: Uniti nell’Ulivo e Forza Italia. Non ho alcuna autorità per chiedervi ciò che vi ho chiesto se non la voglia disperata di concorrere a ricostruire quell’edificio della politica le cui macerie ingombrano la vita e lo sviluppo del nostro Paese e insidiano sempre più da vicino la nostra democrazia con sofisticati meccanismi autoritari spesso poco visibili.Paolo Cirino Pomicino
POVERA Costituzione. L'Ulivo l'aveva "sporcata", con una riforma del titolo V che ha creato il primo cortocircuito tra Stato e regioni. In queste ore il Polo sta facendo molto di peggio. La sta riducendo a un meschino baratto. La sta svilendo a un truce commercio di ricatti incrociati e di vendette trasversali. Il segno tangibile di questa miseria politica e giuridica, che richiede il milionesimo "vertice notturno" a Palazzo Grazioli, è il no con il quale An, ieri pomeriggio, ha respinto l'articolo 24 del pacchetto sulle riforme istituzionali, quello che riscrive i poteri di firma e controfirma del presidente della Repubblica. Secondo la nuova formulazione dell'articolo 89 della nostra Carta del 1948, tutti gli atti del Capo dello Stato devono essere controfirmati dai ministri proponenti.
Ma il nuovo testo prescrive alcune eccezioni. Tra queste, c'è anche il provvedimento di concessione della grazia, che il presidente può concedere indipendentemente dalla proposta e dalla controfirma del Guardasigilli. Il motivo per cui Alleanza nazionale ha votato contro la sua stessa maggioranza, rompendone il già precario equilibrio e facendo infuriare il leghista Calderoli che ora ripete "o si chiude entro la settimana o mi dimetto", l'ha spiegato con brutale candore il ministro delle Comunicazioni Gasparri: "Fa molto male la Lega ad essere irritata: quell'articolo, bocciato, avrebbe consentito a un Capo dello Stato qualunque di concedere la grazia a Sofri senza il parere del governo. Votando contro quest'articolo, lasciamo nelle mani di Castelli il potere di fare rimanere Sofri in carcere".
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Il disegno di legge sulle riforme impastrocchiato dal Polo è dannoso per mille aspetti. Tra una devolution disgregativa e niente affatto federativa, e un premierato assoluto che non esiste in nessun Paese del mondo, prefigura quella che Giovanni Sartori ha chiamato la "Costituzione incostituzionale". Ma al di là dei già allarmanti risvolti generali, a risultare agghiacciante è proprio questa disinvolta strumentalizzazione di ogni singolo aspetto delle riforme. È una norma-cardine, quella sulle prerogative del Capo dello Stato, che il progetto dei sedicenti "saggi di Lorenzago" ha già azzerato a tutto vantaggio del potere cesarista del "primo ministro" e ridotto a un livello intollerabile per una repubblica parlamentare. Questa norma, ora, viene usata da un partito della coalizione per due bassi motivi "congiunturali" che, con la dialettica "strutturale" del pluralismo istituzionale e del bilanciamento dei poteri, non c'entrano assolutamente nulla.
Il primo motivo è bieco, ma è nascosto: forse An ha voluto restituire, sulle riforme tanto care al Carroccio, lo stesso sgambetto che la Lega gli aveva fatto, una settimana fa, sulla Finanziaria. È un bel modo per regolare i conti interni a un'alleanza: scaricarne i "costi" sulle istituzioni. Il secondo motivo è forse ancora più bieco, ed è palese: An non vuole che una singola persona esca dal carcere, quindi ritiene normale modificare per questo un sistema di precetti generali che riguardano e devono riguardare tutte le persone. Si può essere o no d'accordo nel merito (se sia giusto o meno che Adriano Sofri torni libero, questione sulla quale nei mesi scorsi il partito di Fini si è esercitato comunque con improprio livore). Quello che stupisce, e francamente preoccupa, è il metodo. Lo stesso già collaudato per le Cirami, e per le leggi sulle rogatorie o sul falso in bilancio.
La Costituzione è la casa di tutti gli italiani. È la Bibbia laica dei diritti individuali e collettivi, dell'uomo e del cives. È il libro delle regole che sovrintendono la democrazia, delle istituzioni che la incarnano, dei poteri che la applicano. È un edificio etico-normativo nel quale devono poter convivere leggi, costumi, culture e identità di un popolo. Questo non significa che una Costituzione sia immutabile. Non lo è neanche la nostra Carta del ?48, che non va difesa a priori, in nome di un conservatorismo istituzionale anacronistico e insensato. Ma una Costituzione deve essere coerente, e deve poter durare nel tempo. Deve poter riflettere i cambiamenti, emendandosi ma non snaturandosi.
Il centrodestra al potere, invece, sta facendo esattamente questo. Sta snaturando il regime costituzionale. Sta trasformando la casa di tutti gli italiani nel "mercato rionale" dei partiti della maggioranza. Forza Italia, partito personale di Silvio Berlusconi, vuole la repubblica presidenziale ritagliata a misura del Cavaliere? Va al mercato delle riforme, e se ne prende un pezzo. La Lega, partito di secessione e di governo, esige la devolution? Va al mercato delle riforme e se ne prende un altro pezzo. An, partito dell'ordine e della disciplina, pretende il premierato e rifiuta la grazia a Sofri? Va al mercato delle riforme, e se ne prende altri due pezzi. L'Udc prova a contenere i danni del mercanteggiamento costituzionale, fa bene dopo la bocciatura dell'articolo 245 a dire "adesso va rivisto anche il premierato", ma non può fare molto di fronte ad appetiti politici così famelici degli alleati.
Dov'è, in tutto questo, l'interesse generale? Dove sono i principi supremi, ai quali i governi di qualunque colore o i Parlamenti di qualunque maggioranza, alternandosi nel corso lungo degli anni, dovrebbero fare riferimento? Dove sono quelle che i padri del grande diritto germanico chiamerebbero le "grund-norm" del sistema, destinate a sopravvivere al continuo avvicendarsi delle legislature? Nel "pacchetto" della Cdl non c'è niente di tutto questo. C'è solo la voglia, insieme bonapartista e peronista, di prendersi le istituzioni come se fossero una merce. Insieme a quei 50 articoli stravolti e riscritti, c'è la convinzione di "comprare" interi scampoli di potere. E l'illusione di "acquistare" una garanzia sulla durata della propria avventura politica. Berlusconi ha ragione quando confessa di non avere "il senso dello Stato". Ma mente quando afferma di avere "il senso dei cittadini". Non ha neanche quello. Ha solo il senso di se stesso. E come conferma la sua gestione al tempo stesso dittatoriale e paternalistica dei dissidi interni al Polo sulle riforme, è ancora convinto che il destino della nazione coincida con il suo. L'unico precedente di una formula costituzionale di "governo del primo ministro" risale al Ventennio di Benito Mussolini. Sicuramente è solo un caso. Ma non è un bel caso.
«Le ragazze avevano ricevuto minacce»
Abu Salam Al Kubaisi
Intervistato da Ugo Cubeddu su il Messaggero del 14 settembre 2004, l’autorevole leader dei sunniti spiega perché è convincente l’ipotesi dello zampino dei servizi segreti nel rapimento delle due Simone. Anche per l’assassinio di Enzo Baldoni ci fu chi avanzo la stessa ipotesi. Terroristi, guerriglieri, resistenti, soldati invasori e adesso anche barbefinte: sono davvero molti i protagonisti del terrore.
BAGDAD - Sono tutti d'accordo: questo delle due Simone è un sequestro ”strano”, ”diverso”: spezza regole non scritte, spezza consuetudini che da cinque mesi qui in Iraq sono diventate norme di comportamento ormai quotidiane. Prima bastava tendere un agguato per strada (magari con qualche soffiata precisa) e poi negoziare, all'interno delle tante organizzazioni - banditi inclusi - il valore degli ostaggi e cominciare il balletto della morte, eseguita o negoziabile. Poi - con le due Simone, ma per ora solo con loro - le regole sono cambiate e proprio i sunniti, che hanno forti legami con la guerriglia in tutte le città irachene, sono i primi a essere incerti. Ecco allora Al Kubaisi, numero due del Consiglio degli Ulema, il massimo organismo sunnita (vuol dire il 45 per cento della popolazione irachena), che racconta la sua valutazione del sequestro, i suoi contatti con le due Simone, la sua “storia” di questo sequestro.
Dottor Al Kubaisi, quando ha incontrato le due ragazze di “Un ponte per Bagdad”?
«Lunedì, il giorno prima del sequestro. Sono venute da me, abbiamo parlato insieme per un'ora e un quarto. Prima mi hanno spiegato quello che stanno facendo per l'Iraq, il loro lavoro per la Ong. In un primo momento non riuscivo a capire perché mi raccontassero queste cose, poi tutto è stato più chiaro. Abbiamo paura, mi hanno detto, c'è chi ci sta spingendo in una direzione diversa da quello che è il nostro lavoro. Abbiamo ricevuto molte telefonate di minacce in questi ultimi tempi e quindi vorremmo andare a Falluja per aiutare la gente di lì, mi hanno spiegato, ma ovviamente abbiamo bisogno del vostro appoggio».
Lei cosa ha risposto?
«Che non c'era nessun problema, che potevano contare su di noi. Anzi, ci siamo messi d'accordo che ci saremmo rivisti mercoledì a pranzo per discutere il programma che avrebbero portato, dopodiché ci siamo salutati. Martedì le hanno sequestrate e mercoledì un iracheno è venuto a portarmi il loro programma. Eccolo, vede? Pensavano di cambiare anche il nome della loro organizzazione chiamandola, per il periodo di permanenza a Falluja, “Un ponte per l'emergenza”. Poi, prima di andare via, mi hanno anche chiesto dove potevano fare qualche corso per donne per imparare meglio la religione islamica. Mi hanno fatto una impressione molto buona, erano anche molto rispettose nel modo di vestirsi e, secondo me, molto brave in quello che facevano».
Lei cosa sa del sequestro?
«Abbiamo raccolto delle testimonianze e ci siamo fatti un quadro di quello che è successo. Il gruppo era costituito da venti persone, vestite in modo quasi uguale, all'occidentale. Avevano tutti quei gilet pieni di tasche che portate voi giornalisti con, sotto, dei giubbotti antiproiettile e tutti erano armati con quelle mitraggliette che usano i ”contractors” che lavorano per gli americani. Dieci sono entrati, altri dieci sono rimasti a sorvegliare la strada. Sono arrivati su 3 pick-up, più una Peugeot station wagon e due Toyota Land Cruiser e hanno fatto tutto con molta calma, come se avessero le spalle coperte. I dieci che sono entrati obbedivano a un uomo con il pizzetto che chiamavano “Stath”, signore, e all'interno non c'è stata agitazione, né fretta. Hanno chiamato le due donne per nome, poi i due collaboratori iracheni, li hanno portati sulle macchine e sono andati via».
Chi pensa possano essere?
«Non ho molti dubbi: direi uomini di qualche servizio segreto straniero. Per la loro organizzazione, per la sicurezza e la tranquillità con cui si sono mossi, per le armi che avevano. Certamente diversi dai vari gruppi che sequestrano gente per strada, stranieri e iracheni».
Crede alla rivendicazione di “Jihad al Islam per l'Iraq” che si dice legata ad Al Zarkawi, il numero due di Al Qaeda secondo gli americani?
«No, francamente no. Anzi, penso che in realtà che il nome di Al Zarkawi sia invece usato dagli americani come copertura per quello che stanno facendo in molte città dell'Iraq e so anche che in suo nome sono usciti su Internet attacchi molto forti contro di noi».
Avete avuto incarichi di mediazione dagli italiani?
«No, nessuno. Il vostro ambasciatore è venuto qui, alla moschea di Umm Al Khura, per una riunione di capi tribù, ma non ci è stato dato alcun incarico. Noi però rivolgeremo un appello per la liberazione degli ostaggi, cercando di fare leva sulla religione dei rapitori e non sui giochi politici. Che sono tanti e molto pericolosi».
«Si ode a destra uno squillo di tromba / a sinistra risponde uno squillo». Oppure: «Se voi suonerete le vostre trombe noi suoneremo le nostre campane». Scegliete voi, cari lettori, quali di questi due celebri motti sia più adatto a rappresentare le due sentenze susseguitesi di poche ore e rispettivamente riguardanti Silvio Berlusconi (tribunale di Milano) e Marcello Dell´Utri (tribunale di Palermo).
A me sembra più adatto il primo: dà conto dei fatti, la magistratura ha parlato, è stata finalmente messa in condizioni di andare a sentenza dopo anni di esame delle carte processuali e (nel caso Berlusconi-Previti) di impedimenti processuali e legislativi pervicacemente frapposti dagli imputati e dai loro difensori per guadagnar tempo e far scorrere il più possibile i termini della prescrizione. Poi ci si lamenta per le lentezze della giustizia quando sono stati proprio due imputati eccellentissimi a farla avanzare col passo del gambero e della lumaca.
Il secondo motto configura piuttosto lo spirito dei commenti alquanto esagitati diffusi dai dirigenti del centrodestra subito dopo la condanna di Dell´Utri: la sentenza di Palermo vista come rappresaglia dei giudici palermitani rispetto a quella parzialmente liberatoria dei giudici milanesi.
Questi ultimi lodati, i primi vilipesi senza eccezioni.
Commenti stonati, di fronte ai quali spicca il riserbo e la prudenza del centrosinistra, dove nessuno si è peritato di buttarla in politica, neppure quelli che hanno espresso rammarico per il mancato rifiuto da parte del presidente del Consiglio di non accettare il proscioglimento per prescrizione, applicato dal tribunale ad uno dei capi d´imputazione, come la carica che ricopre avrebbe dovuto consigliargli.
In realtà le sentenze dei due tribunali rappresentano l´essenza della normale e corretta attività di giurisdizione affidata alla magistratura giudicante in libera dialettica con la pubblica accusa, le parti civili e la difesa degli imputati e, soprattutto, sono il risultato della libera valutazione dei fatti e l´applicazione ad essi delle norme vigenti.
Può darsi che i giudici dell´appello emendino la condanna a Dell´Utri o può darsi che la confermino. Sulla base delle risultanze emerse in processo, per quello che ne è stato ampiamente riferito dai giornali, a noi sembra che il reato di concorso esterno in associazione mafiosa sia stato ampiamente provato. Il collegio giudicante comunque, dopo aver discusso per ben tredici giorni in camera di consiglio e dopo sette anni da quando l´inchiesta della Procura ebbe inizio, ha concluso in modo limpido e netto per la colpevolezza.
Dell´Utri, nella sua dichiarazione successiva alla condanna, ha anche ribadito che proseguirà nella sua attività politica e adempirà all´importante incarico che Berlusconi gli ha affidato di organizzatore della campagna elettorale di Forza Italia. È un suo diritto: innocente presunto fino a sentenza definitiva.
Certo l´accusa per la quale è stato condannato è molto pesante. La sensibilità d´una persona normale opterebbe piuttosto, se non sulle dimissioni dalla carica di senatore, almeno sull´astensione da incarichi di rilievo che hanno come destinatari nientemeno che gli elettori. Ma la sensibilità morale è ormai una merce rarissima. Pensare di trovarla nell´anima di Marcello Dell´Utri equivarrebbe a sognare ad occhi aperti. Infatti nessuno ci ha mai pensato.
E´ stata invece sorprendente la solidarietà "umana" manifestatagli con pubblica dichiarazione dal presidente della Camera alla vigilia della sentenza. Casini ricopre una carica costituzionale molto elevata. L´amicizia personale, se del caso, la si esprime in forme strettamente private. Esternata pubblicamente getta un´ombra di interferenza nei confronti del potere giudiziario che Casini avrebbe potuto e anzi dovuto rigorosamente evitare.
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Più complessa, pur nelle venti righe del suo dispositivo, è stata la sentenza del tribunale di Milano nei confronti di Silvio Berlusconi. I colleghi D´Avanzo e Giannini ne hanno già ampiamente scritto sul nostro giornale di ieri.
Aggiungerò poche osservazioni ai loro commenti.
A me sembra che i giudici milanesi non siano stati pusillanimi né che abbiano scelto una via mediana e indolore usando un eccesso di sottigliezza giuridica.
Dovevano giudicare tre capi d´imputazione che configuravano tutti e tre la corruzione di magistrati. In un caso l´imputato è stato assolto con formula piena (regalo di gioielli nel corso d´un viaggio di vacanza). In un altro caso, che configurava una corruzione connessa ad un processo specifico, l´imputato è stato assolto sulla base dell´articolo 530 del codice di procedura penale che consente l´assoluzione se le prove non sono ritenute sufficienti. Nel terzo caso (denari versati dalla Fininvest al magistrato Squillante) la prova (hanno detto i giudici) è stata raggiunta ma, con la concessione delle attenuanti, il reato risulta prescritto e quindi l´imputato è prosciolto.
Sentenza pusillanime? Ho già detto che a me non sembra. La sola, vera questione sta nella concessione delle attenuanti generiche. Potevano concederle o negarle. E quindi prosciogliere (come hanno fatto) o condannare.
Giuridicamente cambiava molto; politicamente e moralmente non cambia quasi nulla. La sentenza ha infatti accertato che Berlusconi ha versato 500 milioni di lire a Squillante (già condannato nel processo collaterale a otto anni di reclusione) per corromperlo. È uno dei reati più gravi previsti dal nostro codice. Il fatto che il decorso dei termini lo abbia prescritto non cambia nulla nel giudizio morale e politico. Sempre che, naturalmente, i giudici di appello non modifichino e capovolgano la sentenza di primo grado in senso assolutorio per l´imputato.
Qualcuno ha scritto che la sentenza smentisce l´impianto accusatorio della Procura. Non mi pare.
Un´assoluzione per insufficienza di prove e un proscioglimento per decorrenza di termini non distrugge un bel niente, al contrario conferma almeno per la metà l´impianto accusatorio. Allo stesso tempo dimostra l´indipendenza e la terzietà del collegio giudicante rispetto al Pubblico ministero. Che si vuole di meglio e di più? Non dobbiamo essere rispettosi del libero convincimento dei magistrati? Non è su di esso che si basa soprattutto l´indipendenza della giurisdizione? E non è quello il bene da tutelare ad ogni costo e che (sia detto qui incidentalmente) la riforma della giustizia approvata pochi giorni fa dal Parlamento ed ora alla firma del presidente della Repubblica, fa di tutto per condizionare e financo impedire?
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Mi restano ancora da fare poche osservazioni su due questioni importanti: le connessioni politico-morali tra il processo Dell´Utri e Berlusconi; i rapporti, in generale, tra la politica e l´attività di giurisdizione.
Sulla prima questione non c´è che constatare come nell´intero processo Dell´Utri si veda in filigrana l´ombra di un convitato di pietra; nell´opera mozartiana si tratta del Commendatore, qui il convitato di pietra è un Cavaliere.
Tutta l´attività di Dell´Utri nella sua presunta collaborazione esterna con l´associazione mafiosa si svolge, in Sicilia come a Milano, nell´interesse della Fininvest e fa parte integrante della storia della Fininvest ai suoi albori, alle sue prime affermazioni imprenditoriali, alle sue iniziali e consistenti accumulazioni finanziarie. In sede giudiziaria il processo riguarda esclusivamente Dell´Utri; ma in sede politico-morale riguarda direttamente anche Berlusconi. I due sono legati a filo doppio come, su un altro versante, Berlusconi è legato a Cesare Previti.
Fini e Follini (e Bossi e Tremonti) conoscono perfettamente questa realtà.
Il loro silenzio, anzi la copertura blindata che hanno sempre dato al Capo su questo terreno, pesa come un macigno sulla fragilità dei loro piccoli strappi e minime ribellioni. Simul stabunt, simul cadent.
E ora la questione del rapporto tra la politica e la giurisdizione.
«Sarebbe ora ? scrivono molti dei nostri terzisti in servizio permanente effettivo ? che politici e magistrati comprendessero di svolgere due attività separate e distinte nelle quali debbono reciprocamente guardarsi dall´interferire». «In democrazia non è vero che la legge sia eguale per tutti». «I politici non possono esser giudicati dai magistrati, rispondono soltanto ai loro pari e al popolo degli elettori».
Queste affermazioni contengono una verità ovvia e una pericolosa bugia. La verità ovvia sta nel fatto che la giurisdizione non può avere ingresso nell´attività legislativa del Parlamento così come governo e Parlamento non possono avere ingresso nelle attività istruttorie e processuali. Ma ? ecco la nefasta bugia ? il politico che commetta reati comuni, tanto più se li ha commessi prima di ricoprire un qualsivoglia ruolo politico, è soggetto alla legge e alla giurisdizione né più né meno d´ogni altro cittadino. Non può invocare alcuna particolare immunità né alcuna particolare indulgenza né alcun foro speciale. Salvo il caso in cui si tratti non già di reati comuni ma di reati politici, per i quali infatti esistono speciali procedure che culminano nell´impeachment, cioè nello stato d´accusa votato dal Parlamento e rimesso per il giudizio alla Corte costituzionale.
E´ singolare che i nostri terzisti confondano tra loro concetti così elementari e incalzino i magistrati affinché rispettino il ruolo dei politici astenendosi dall´applicare anche a essi quel sindacato di legalità la cui esistenza distingue lo Stato di diritto dai regimi totalitari. O si tratta di ignoranza delle norme ordinamentali e dei principi del diritto, oppure si tratta di malafede partigiana.
BUSH e Blair hanno sintetizzato i contenuti del loro primo incontro dopo la vittoria elettorale (di Bush) con due affermazioni destinate a rassicurare i loro rispettivi popoli e anche il resto del mondo: in Iraq si sono fatti sostanziali progressi verso la pace e la democrazia anche se probabilmente la violenza nei prossimi mesi aumenterà ancora; in Medio Oriente, dopo la morte di Arafat, riprenderà il negoziato tra Israele e i palestinesi con l´obiettivo di far nascere lo Stato di Palestina nel 2008.
La prima affermazione è menzognera, la seconda è possibile ma non probabile. Il nuovo Stato palestinese, stando alla road map varata nel 2002 e arenatasi dopo pochi mesi, avrebbe dovuto veder la luce nel 2005.
L´obiettivo è stato spostato in avanti di tre anni. L´ostacolo Arafat è stato rimosso dalla natura (salvo eventuali risultati dell´autopsia, semmai si farà, che dovessero provare che la natura è stata "aiutata") ma si tratta ora di vedere se la successione alla guida dell´Autorità palestinese sarà sufficientemente flessibile e riuscirà a far cessare l´intifada e gli attentati, come chiede Sharon prima di riaprire le trattative, oppure no. E fino a che punto Bush potrà e vorrà moderare la linea dura del premier israeliano.
Ricordo a questo proposito che subito dopo l´attentato alle Torri gemelle, l´11 settembre del 2001, il presidente americano e il suo fedele alleato britannico posero al primo posto della loro agenda antiterroristica la soluzione del conflitto palestinese. Ma pochi mesi dopo l´agenda era già cambiata: al primo posto balzò la guerra afgana e subito dopo quella irachena mentre la road map finì nel cestino dei rifiuti. Oggi si riparte da zero, con il sollievo dell´assenza forzosa di Arafat, tre anni perduti, un carico innumerevole di vittime, un deposito di odio e di violenza centuplicato. E la guerra irachena ancora e sempre più drammaticamente in corso.
In queste condizioni non c´è alcun rapporto tra le ottimistiche dichiarazioni di Bush e di Blair e la cruda realtà dei fatti.
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La battaglia di Falluja è praticamente finita ieri sera, dopo cinque giorni di furiosi combattimenti preceduti da bombardamenti "mirati" effettuati da bombardieri B52, da cacciabombardieri e da folte squadre di elicotteri, sei dei quali sono stati abbattuti dagli insurgents (il termine è quello usato correttamente dai comandi Usa).
Stando ai predetti comandi i caduti americani sarebbero una trentina, i feriti più di un centinaio, gli insurgents rimasti sul terreno circa mille.
I capi nemici insieme al grosso degli insorti sono sfuggiti per tempo fin dal primo giorno di battaglia.
Di vittime civili non si parla. Nessuna? Centinaia? Migliaia? Non se ne sa nulla perché i comandi Usa su questo delicatissimo tema hanno calato fin dall´inizio una coltre di assoluto silenzio. Giornalisti in campo non ce n´era nessuno. Pochissimi embedded, cioè affidati alle cure degli uffici stampa militari nelle retrovie e strettamente diffidati di inoltrarsi e verificare direttamente i dati e i fatti.
Osservatori dell´Onu totalmente assenti. Altrettanto assenti la Croce Rossa internazionale e Amnesty. Verità sigillata. Eppure il tema è essenziale e dovrà in qualche modo venire alla luce: quante sono state le vittime civili nella battaglia di Falluja e quante in tutto l´Iraq dall´inizio della guerra in poi? È mai possibile che la più grande democrazia del mondo e il suo alleato britannico abbiano sequestrato in modo così totale la verità dei fatti?
Qualche spiraglio è comunque emerso. Lasciamo pure da parte l´inchiesta condotta da due agenzie di analisi demografiche, una americana e l´altra svizzero-inglese, che qualche settimana fa arrivarono alla conclusione di centomila iracheni caduti dall´inizio della guerra. Era frutto di comparazioni statistiche sui dati disponibili dello stato civile del Paese e non di verifiche sul campo.
Ma a Falluja erano rimaste in città da 50 a 80 mila persone, tra cui almeno la metà composta di donne vecchi e bambini. La Mezza Luna Rossa ha lanciato due giorni fa (terzo giorno di battaglia) un appello disperato affermando che cinquantamila civili erano a rischio di vita a causa degli stenti, mancanza d´acqua, di medicine, blocco totale degli ospedali e dei posti di pronto soccorso. Impossibile prestare cura alle centinaia di feriti. Impossibile far affluire cibo, medicine ed équipe mediche poiché i cordoni militari attorno alla città impedivano l´entrata dei soccorsi. La Mezza Luna Rossa, diceva quell´appello, aveva comunque organizzato un convoglio di tre camion guidati da un medico iracheno in partenza da Bagdad e diretto a Falluja, che avrebbe tentato di entrare nella città sperando che i comandi Usa l´avrebbero permesso.
L´appello, rilanciato da alcune agenzie di stampa internazionali e ripreso da pochissimi giornali, è stato completamente ignorato dalle nostre emittenti Rai e Mediaset. Comunque dopo l´altro ieri non se n´è più saputo niente né risulta nulla dagli ospedali di Falluja e dai pochi medici rimasti nella città, la quale per altro è in gran parte ridotta ad un cumulo di macerie.
Fino a quando il popolo americano, quello europeo e i Paesi arabi e musulmani tollereranno un così vergognoso sequestro di informazioni e di verità? Fino a quando l´Onu resterà anch´essa inerte e silente? Intanto Bagdad è un inferno, Mosul (la terza città dell´Iraq dopo la capitale e dopo Bassora, con 2 milioni di abitanti) è caduta sotto il controllo degli insurgents, in tutte le città del triangolo sunnita gli attentati si susseguono e la guerriglia infuria soprattutto contro la polizia e la guardia nazionale irachene. Segni di nuova insorgenza emergono anche a Kerbala e a Najaf, la città santa sotto il controllo sciita dell´ayatollah Al Sistani.
Progressi sostanziali? Elezioni a gennaio? Il premier provvisorio, Allawi, ha decretato il coprifuoco di sessanta giorni in tutto il Paese; dovrebbe dunque scadere ai primi di gennaio. Come si potrà organizzare in regime di coprifuoco e in presenza di una guerra civile che miete vittime in tutto l´Iraq centrale, una campagna elettorale? Almeno un simulacro di campagna elettorale? Le liste degli aventi diritto al voto? I seggi e gli scrutatori? I comizi? Le liste dei candidati? Di tutto ciò nessuno parla, ma il grottesco della situazione sta nel fatto che anche su questa delicatissima questione nessuno pone domande. Non c´è un giornale, un´emittente televisiva, un´organizzazione internazionale, Onu, Unione europea, Lega Araba, nessuno che ponga domanda.
L´Italia è potenza occupante a tutti gli effetti, con tremila uomini sul terreno. Ha quindi titolo per porre queste domande al governo provvisorio iracheno. Ma non lo fa. Se ne guarda bene. Allawi ieri è arrivato di sorpresa a Nassiriya per salutare il nostro contingente. Ha comunicato che la nostra presenza è utilissima e indispensabile e che durerà ancora a lungo anche dopo le elezioni. Saluti e baci e se n´è andato. Domande? Naturalmente nessuna.
Martino, Pera, Casini, lo stesso Berlusconi, a intervalli relativamente frequenti a ridosso di elezioni nostrane, arrivano, mangiano il rancio e ripartono. Domande? Alcuna.
Delle elezioni irachene, delle vittime irachene, delle città irachene bombardate, della ricostruzione nelle zone passabilmente pacifiche, il Sud sciita, il Nord curdo, nessuno sa nulla. È fantastica questa noncuranza.
Questa cinica indifferenza.
Progressi sostanziali. Dunque Bush sa e Blair sa. Ma non vanno al di là del sostantivo "progresso" e dell´aggettivo "sostanziale". Qualche cifra? Qualche cenno geografico? Una specifica dei lavori in corso? Il silenzio è d´oro.
Forse le informazioni sono ammassate a Fort Knox, insieme ai lingotti d´oro della Federal Reserve. Evviva la trasparenza, evviva la democrazia.
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Israele. I palestinesi. Il futuro Stato di Palestina.
Sharon è pronto a riprendere i negoziati di pace. Arafat è morto.
Ricominciamo. Nel frattempo ritirerà (ci riuscirà?) settemila coloni dagli insediamenti ai bordi della Striscia di Gaza. Unilateralmente, cioè senza discuterne con l´Autorità palestinese. Gaza resterà un immenso campo profughi di oltre duecentomila anime (anime si fa per dire) in mezzo al deserto, con Israele a Est e l´Egitto a Ovest.
In Cisgiordania i coloni di Israele sono oltre duecentomila. In via di ulteriore espansione. L´esercito di Israele vigila, ovviamente, sulla loro sicurezza. Il muro la cui costruzione continua li circonda e li include. A zigzag, come le spire d´un gigantesco pitone. Quello che resta fuori dal muro dovrebbe essere il territorio del nascente Stato palestinese. Gaza? Sta laggiù, un po´ più avanti verso destra. Non comunicante.
Bene. Sharon è comunque pronto a riprendere in mano la road map ma, ovviamente, a condizione che l´Autorità palestinese abbia prima disarmato o comunque rese inoffensive la fazioni armate, Hamas, Jihad palestinese e le brigate di Arafat, cioè i terroristi che hanno preso il nome del raìs scomparso, braccio armato di Fatah.
Gli osservatori e i giornalisti embedded (ormai abbondano dovunque e chi non è embedded peste lo colga) sostengono che la transizione da Arafat ai suoi successori è avvenuta con meravigliosa rapidità e generale concordia. Affermano anche che è in crescita Abu Mazen, il moderato che firmò la road map due anni fa ma poi dovette dimettersi per dissensi col raìs ancora vivo e vegeto. Con ogni probabilità sarà lui a guidare il suo popolo, fazioni armate comprese, verso la pace.
Anche noi lo speriamo. Gli israeliani sono stanchi, i palestinesi ancora di più. La pace la vogliono tutti. Forse è la volta buona. Si odiano ancora? Sì, si odiano più che mai. La pancia dei due Paesi odia l´altra. Alcune élite predicano la reciproca fratellanza, ma appunto sono élite.
Certo, se Abu Mazen, Abu Ala, i moderati, i ragionevoli, crescono in prestigio e popolarità, forse ce la faremo. Il primo è il capo dell´Olp, cioè dell´organismo che raccoglie tutti i partiti palestinesi. Il secondo è il primo ministro del governo provvisorio. In teoria hanno già in mano la piena rappresentatività istituzionale; debbono solo vedersela confermata dalle elezioni che si terranno anch´esse - vedi caso - ai primi di gennaio insieme a quelle irachene. Sempre che Sharon consenta che si svolgano, perché adempiere alle procedure pre-elettorali ed elettorali se Israele non lo consentisse è impensabile dato il frazionamento del territorio, i posti di blocco, i coloni, eccetera eccetera. E il terrorismo e la rappresaglia antiterrorista. Se non fosse drammatico anzi tragico, bisognerebbe qui ricordare l´antica filastrocca: dimmi tu chi è nato prima sarà l´uovo o la gallina? Così tra terrorismo e rappresaglia: l´uno si vendica dell´altra e viceversa, in un ciclo infinito, in un eterno ritorno dell´eguale.
Però, oltre ad Abu Mazen capo dell´Olp, nel nuovo triumvirato istituzionale installato dopo la morte di Arafat c´è anche un terzo personaggio. Si chiama Farouk Kaddumi, cui è stata consegnata (o si è preso) la guida di Fatah.
Kaddumi vive da undici anni a Tunisi, non ha mai approvato gli accordi di Oslo e tutto ciò che ne è seguito e non seguito. È intransigente. Non procederà senza l´accordo di Hamas e della Jihad. D´altra parte, allo stato dei fatti, è il solo che possa convincere questi due gruppi non diciamo a deporre le armi ma a farle tacere per consentire il negoziato. A certe condizioni. Quelle di Kaddumi non sono quelle di Abu Mazen.
Al Fatah è il maggior partito palestinese. Diciamo che rappresenta il 95 per cento dell´Olp. L´Olp senza Fatah è una scatola vuota. Se guardiamo alle cariche istituzionali, l´uomo forte non è Abu Mazen ma Farouk Kaddumi. È anche quello che ha in mano i soldi di Arafat, a parte i dollari rimasti alla vedova.
C´è un quarto personaggio, ancora più popolare di Kaddumi tra i palestinesi arrabbiati, ed è Marwan Barghuti, che sta da un anno nelle prigioni di Israele condannato cinque volte all´ergastolo. Potrebbe anche candidarsi al ruolo di presidente dell´Autorità palestinese. Potrebbe essere eletto. Che succederebbe in quel caso? Il successore di Arafat eletto dal popolo in prigione a vita nelle carceri di Israele? È difficile che avvenga perché i palestinesi sono stanchi. Ma vedete bene che il rebus resta un rebus anche dopo la morte del raìs, anzi è più rebus di prima.
Certo, se Bush batterà il pugno... Se imporrà a Sharon... Se inonderà di dollari Gaza e i sindaci della West Bank... Se minaccerà e magari manderà una forza d´interposizione.... Se le Chiese evangeliche lo sproneranno... Se i neo-con gli suggeriranno... Se Blair...
No, Blair no. Blair non conta più niente. Sta con le sue truppe a Bassora e non se ne può andare se non insieme a Bush. Se se ne andasse prima dovrebbe far fagotto il giorno dopo abbandonando Downing Street.
Perciò Blair è il fox-terrier di Bush o poco più.
Blair nella vignetta di Andy Davey
La fotografia di una afghana che alle prime elezioni «libere» del paese inserisce la scheda nell'urna col burqa addosso fa piazza pulita dell'impetuoso fiume di parole che tre anni fa, da destra e da sinistra, accreditò la guerra all'Afghanistan come guerra di liberazione delle donne dal patriarcato islamico, stabilendo fra libertà femminile e procedure democratiche un nesso che non esiste e che oggi la realtà si incarica infatti di smentire. Aveva piuttosto ragione la protagonista di Viaggio a Kandahar di Mohsen Makhmalbaf, quando scetticamente si chiedeva se in Afghanistan siano i governi a imporre la legge del burka o una cultura che sottosta a qualunque alchimia politica a imporla ai governi. Ennesima ferita nella presunzione occidentale dell'onnipotenza democratica esportabile. Eppure non basta mai.
Contro la l'ennesimo e insopportabile orrore dell'altra foto della settimana, quella del massacro all'Hilton di Taba, e contro l'ennesima e insopportabile ripetizione del video dell'orrore, quello della decapitazione di Kenneth Bigley, di nuovo si levano appelli allo scontro di civiltà. Le risposte nazionali al terrorismo internazionale non funzionano, scrive giustamente Paolo Garimberti su Repubblica, ma solo per arrivare alla conclusione che invece quello che funzionerebbe sarebbe l'unità di tutti gli occidentali, unica ciambella di salvataggio dei valori universali. E così siamo al punto di partenza: a contrastare l'attacco fondamentalista all'universalismo occidentale ribadendo che l'unico universalismo possibile è quello occidentale e che l'occidente è l'unico bastione dell'universalismo.
Sotto le guerre delle religioni e dei valori intanto scorre il fiume della comune umanità e dei comuni sentimenti. Sabrina e Jessica Rinaudo erano andate a Taba a riposarsi e divertirsi e ne avevano diritto. A poca distanza da Taba, a Sharmel Sheik, centinaia di turisti italiani, narrano le cronache, continuano a riposarsi e divertirsi scansando quello che è successo poco più in là. Minuscole strategie di sopravvivenza: l'occidente è anche questo, insensate formule di vacanze uguali e seriali, tutti irregimentati nei pacchetti aereo più villaggio più spiaggia più gita folkloristica nel deserto, ma lasciamo perdere. Resta il fatto che il terrorismo non solo colpisce nel mucchio, ma mira diritto all'immaginario. Niente più vacanze spensierate, niente più oasi sul Mar Rosso per staccare dallo stress del nordest e del nordovest. Altro che geopolitica e geostrategia: i giochi si fanno sulla vita quotidiana. A che serve moltiplicare e multilateralizzare le alleanze e le truppe occidentali, contro un gioco così? Il virus terrorista costringerebbe la politica a inventare strategie immunitarie di cui non si vede idea alcuna all'orizzonte.
C'è andata di mezzo ancora una volta una coppia di giovani donne. Saltata in aria, pare, per mezzo di un'altra donna, la kamikaze che avrebbe dato il via all'azione del commando. Ennesima e dolorosa conferma che lo scontro di civiltà si è infiltrato anche nell'immaginazione di un «continuum femminile» capace di vincere sulla distruttività maschile. L'immaginario maschile in compenso continua a fare sulle donne i suoi giochi. Altri appelli si levano prerché la solidarietà e il pubblico cordoglio per Jessica e Sabina siano pari a quelli per le due Simone. Saranno non solo pari ma superiori. Stavolta le due vittime sono vittime davvero, tutte vittime senza residui. Non parleranno, non usciranno dalle righe, non pretenderanno di dire la loro sui governi e sui terroristi. Sono morte e murate più che dietro un burqa, e anche i più cinici benpensanti troveranno le lacrime per piangerle.
Ragioniamo se ci riesce
Sacrosanto invito a un atteggiamento radicalmente diverso da quello corrente, la cui volgarità intellettuale sconcerta e fa dubitare della possibilità di un futuro decente. Da il manifesto del 12 settembre 2004
Fra i disastrosi effetti del terrorismo, è la messa in mora della ragione. La sua propria, perché perde sempre, e quella nostra. In Italia ormai si delira. Farsi domande, come buon senso comanda, sulle differenze dei terrorismi e le loro origini politiche e sociali, sembra che sia bestemmiare. Dubitare che esista una centrale terroristica internazionale e chiedersi perché i terrorismi siano sciamati nel Medio Oriente dopo la guerra del Golfo e si siano moltiplicati con quella dell'Iraq, sembra che sia giustificarli. Osservare che il fondamentalismo armato è indirizzato soprattutto a egemonizzare il mondo musulmano dopo la sconfitta dei nazionalismi laici e parla alla miseria dei diseredati dalle monarchie che chiamiamo «moderate», sarebbe un ignobile diversivo. Scrivere che con il Patriot Act la democrazia americana affonda e che la teoria e la pratica della guerra preventiva di Bush (che oggi Putin tenta di imitare) alimentano i terrorismi invece che distruggerli, sarebbe approvare Osama Bin Laden. Dire che non è terrorismo ma azione di resistenza attaccare un presidio della coalizione occupante o far saltare un pozzo di petrolio, dimostrerebbe un'ambiguità della sinistra. E sussurrare che chi si fodera di esplosivo per far saltare se stesso e altri inermi deve essere orribilmente disperato, e interrogarsi se non ci sia qualche responsabilità anche nostra per essere arrivati a tali abissi, sarebbe imperdonabile.
Ma come mettere in atto delle politiche invece che delle armi verso l'enorme mondo musulmano che abbiamo accanto, senza farsi queste domande? Eppure non se le fanno che alcuni gruppi di volontari e qualche centro religioso - il resto del paese è sommerso da esecrazioni, approssimazioni e una vociferazione razzista come poche altre volte abbiamo conosciuto. Davanti al sequestro e all'omicidio di Enzo Baldoni e al sequestro a Baghdad delle due coraggiose Simone c'è una reazione bellissima della gente normale, generosa come loro; grandi cortei sfilano con le candele dicendo: «ragioniamo, fermiamo le armi, parliamo». Non possono fare altro.
Ma il governo non li ascolta. Non fa che moltiplicare gli errori: non ha saputo difendere i suoi cittadini migliori in Iraq, e riceve con onore il Quisling iracheno. Né esso né la coalizione occupante sanno nulla di chi si agita nel caos di un paese del quale lo stesso Bush ammette di aver perduto il controllo. Nulla sanno i servizi, che sarebbero pagati per saperlo: nessuno si è accorto che un grosso gruppo armato stava bloccato la sede delle ong al centro di Baghdad, né pare in grado di trovare le tracce che pur deve avere lasciato. Signor presidente della Repubblica, come si può dire che stiamo in Iraq per preservare la pace se i nostri uomini non sono in grado neppure di proteggere discretamente gli italiani che lavorano per la pace sul serio?
Sono convinta che davanti a un sequestro bisogna dare priorità al riscatto degli ostaggi. Non penso che si abbia diritto di non trattare quando vi sono di mezzo delle vittime terze: il governo cerchi chi detiene i suoi cittadini e tratti finché questi non sono liberati; almeno servirà per conoscere chi sono. Se c'è un altro mezzo, lo dica. Se no, vuol dire che fa solo parole, come quella disgraziata uscita: «amici del governo iracheno, liberate dalle vostre galere coloro che detenete ingiustamente». Vorrei anche vedere che gli consigliassimo di tenerle dentro innocenti.
Temo che il governo nulla faccia di quel che riteniamo giusto. Ma non mi piace la bassa polemica contro chi nell'opposizione ha ritenuto giusto di far fronte comune per ottenere un riscatto. La diversità del giudizio politico è una cosa, l'acredine e la litigiosità di cui la sinistra radicale dà prova ad ogni occasione sgomenta. E rischia di farci perdere le elezioni del 2005. Senza vincere le quali non ci sarà nessun Zapatero capace di ritirare il nostro contingente dall'Iraq, sola e tardiva via d'uscita dalla impresa sconsiderata e crudele nella quale siamo stati messi.
Hai sentito che cosa ha detto Prodi? Ma ti pare il caso di parlare di mercenari? Mica una sola telefonata ho ricevuto. E nemmeno due. E tutte (per restare in tema) assolutamente «volontarie». Replicherò dunque con un apologo neorealista. Lui si chiamava Gianni ed era un autista d’autobus in pensione. Lei, sua moglie, si chiamava Anna e aveva un’ammirazione appassionata per la gente che rischia per le nobili cause. Si commosse e si sentì importante una volta che le passai al telefono Antonino Caponnetto. Tutti e due, credo, erano iscritti ai Ds.
Mi accompagnarono in lungo e in largo tutti i giorni della campagna elettorale nelle politiche del 2001.
Su e giù con un furgone per le vie del centro di Genova e per la Val Bisagno. Non furono i soli a darsi da fare per me. Si mossero a decine e decine i militanti dell’Ulivo. Tutti i giorni, ciascuno nelle ore che poteva. Ero il loro candidato; un candidato non locale, fra l’altro, ma - così mi parve - ugualmente gradito per il suo prolungato impegno su alcuni temi che molti di loro consideravano cruciali per la democrazia. Alla fine di un mese e mezzo di campagna elettorale cercai di sdebitarmi moralmente per quell’aiuto che, certo, era stato prodigato con tanta generosità per fare vincere l’Ulivo; ma che aveva coinvolto e costruito (e come sarebbe potuto essere diversamente?) relazioni umane profonde. Regalai a quasi tutti i nuovi amici trovati sul campo copie dei miei libri. A Gianni e Anna, che si erano dedicati a me tutti i giorni dall’alba fino a notte, mi sembrò giusto consegnare una busta, per così dire, di rimborso spese. C'era dentro un assegno di un milione. Una cifra simbolica, di fronte a un mese di lavoro in due. Non volevo insomma che lo intendessero come un vero pagamento. Lo rifiutarono lo stesso. Non ne vollero sapere. Lo abbiamo fatto per ideali, mi risposero. Vollero, questo sì, dei libri con una dedica calorosa. Poi non mi chiesero mai un favore. Non cercarono di far valere il loro aiuto per dare origine ad alcuna clientela. Li ho riincontrati spesso. E lo scorso giovedì sera, durante una manifestazione sulla Finanziaria, proprio mentre Berlusconi lanciava l’idea dei suoi Mille, si sono candidati a ripetere la loro fatica nel 2006.
Ho ripensato a questo groviglio di rapporti, di impegni, di affetti che si formano nell’azione politica. Ci ho ripensato appunto leggendo la polemica scoppiata dopo l’annuncio dei mille professionisti azzurri e l’icastica risposta di Prodi sui “mercenari” e sui “volontari”. Ha sbagliato Prodi? Ha superato il limite del “civile confronto”? Ha fatto un autogol clamoroso, come da più parti si recita? Lasciamo perdere i limiti del civile confronto, che non si sa chi possa più invocare, visti i silenzi prudenti con cui si accolgono accuse ben più sanguinose di quella prodiana. La polemica invece, quella, non va fatta per nulla cadere. Piuttosto va sviscerata. Per capire che cosa si può ancora dire in questa temperie politica. Qual è il galateo e chi lo stabilisce. E siccome credo che il centrosinistra non debba perdere un grammo della propria intelligenza e della propria libertà di espressione (visto per di più che gli spazi di libertà si restringono ogni giorno di qualche centimetro), vale la pena ripartire dall'etimologia. Dice il Devoto Oli, a proposito della parola mercenario: «Di chi svolge un’attività al solo scopo di trarne un guadagno». E aggiunge che sono truppe o soldati mercenari quelli «reclutati con contratto per fare la guerra». Specificando che anche una balia può essere mercenaria, nel senso che allatta a pagamento, non per amore. Ma resta inteso che sia la balia sia il soldato possono fare a pagamento cose in cui in certa misura si riconoscono. Che la balia può amare il bimbo che allatta per mestiere. Che il soldato può ammirare il signore che lo paga e sotto le cui bandiere egli si batte.
Questo è il dizionario. Se poi si volesse andare più a fondo e sottilizzare, si potrebbe rilevare che mercenario e soldato hanno in fondo radici uguali: mercede e soldo. Il tempo fa e disfa lentamente le parole, come sappiamo. Ma gli umori, le reattività, gli spiriti e le faziosità, vanno oltre. A comando trasfigurano quei termini che hanno una loro semplicità e potenza descrittiva. E' curiosa la politica. Da un lato inventa parole vacue e untuose per diplomatizzare e stemperare la dialettica delle idee, preoccupata nevroticamente di ogni forma di dissenso. Dall’altro conia insulti e accuse che non stanno né in cielo né in terra tanta ne è l’intenzionale violenza. Sicché, oscillando senza tregua tra questi due estremi, bandisce dal suo lessico le parole chiare e cristalline. Anche per questo essa è lontana dalla gente. Perché rifiuta di parlarne la lingua quotidiana. Quella della gente comune, non della gente da trivio (che invece ogni tanto adotta disinvoltamente).
Berlusconi arruola con regolare contratto mille giovani per la sua «guerra» (parola da lui pronunciata centinaia di volte) contro «la sinistra»? È il tipico caso del Devoto Oli. Bisognerebbe parlare di professionisti, che suonerebbe meglio? Ma qui non di professionisti si tratterebbe. Non si parla infatti di pubblicitari, di addetti stampa, di sondaggisti, che per una campagna elettorale prestano la loro opera al servizio di una parte politica. Ma di persone che svolgerebbero un’attività di propaganda a pagamento, che ora non svolgono. Tant’è che sarebbero selezionate non tra quelle che già ora fanno politica per Berlusconi gratuitamente. Ma - si è detto - sul mercato (giusto?), attraverso una adeguata attività di selezione svolta da appositi e premiati cercatori di talenti. E dietro promessa di una mercede. Nulla di vergognoso, per chi impara ad avere una visione laica della vita e della politica. Ma il cui contrario, nel prezioso «Dizionario dei sinonimi e dei contrari» di quasi mezzo secolo fa (edizione speciale, udite udite, per l’Arma dei Carabinieri), si chiama, alternativamente, «gratuito», «volontario», «disinteressato».
Devo dire la verità. Fa un po’ specie vedere che chi ha fatto del denaro la propria religione, chi ne ha fatto il metro supremo per misurare capacità e qualità delle persone (ricordate il celebre episodio del premier con il ragazzino milanese che gli diceva che il suo papà, diversamente da lui, non poteva mangiare al Savini? «Si vede che non ha lavorato come me», gli rispose) provi poi vergogna o risvegli i suoi furori se gli si osserva che progetta di acquistare con il denaro la altrui disponibilità al lavoro politico.
E fa un po’ specie anche sentire evocare, in questo caso, il professionismo politico. Il quale è tutt’altra cosa e si trova, come è noto, sotto tutte le bandiere. Sono professionisti della politica coloro che vivono di politica (in modo più o meno definitivo) grazie a un’attività istituzionale. E lo sono anche coloro che vengono pagati dai partiti per svolgere le loro mansioni. I quali però - lo si ricordi - non vengono reclutati con un'offerta pubblica sul mercato. Ma in genere ricevono un'offerta di collaborazione dopo un tirocinio fatto in modo assolutamente volontario presso il partito che meglio incarna i loro ideali. Arrivano cioè al professionismo per un cumulo di circostanze, ma avendo all’origine una scelta di “gratuità”. Che si manifesta, a scanso di equivoci, tanto a destra (specie nella Lega e in Alleanza nazionale) quanto a sinistra.
Ogni tanto la politica ha le sue pretese semantiche. Una volta pretese che non si potesse parlare di «lotta alla mafia». Che non potessero usare quell’espressione esecranda né i magistrati, né gli intellettuali, né gli insegnanti, né i preti, né i giornalisti. A cicli alterni mette al bando il termine «società civile», che pure ha radici dense e ben motivate da Hobbes a Gramsci. Sembrano pretese stravaganti, ma dietro queste ambizioni censorie ci sono sempre nervi scoperti, nitide esigenze di potere. Perciò cedere a queste pretese non è un fatto semantico. È un fatto civile e politico. Sull’opportunità di una parola si può discutere all’infinito. Sul suo fondamento logico ed etimologico no. Pena la perdita di un po’ di libertà. Di espressione e d’opinione
L'appel d'Élisabeth Badinter et de douze anciennes ministres du gouvernement Jospin. Pour Jila Izadi, 13 ans, Iranienne, condamnée à mort par lapidation
Le 25 octobre dernier, le magazine « Elle » publiait un appel d'Élisabeth Badinter pour tenter de sauver la jeune Jila condamnée à mort en Iran pour avoir eu des relations sexuelles avec son frère. Aujourd'hui, d'anciennes ministres prennent le relais, dont Élisabeth Guigou, Martine Aubry et Dominique Voynet
L'APPEL D'ÉLISABETH BADINTER
Jila Izadi, 13 ans, vient d'être condamnée à la lapidation par le tribunal de Marivan en Iran. Elle attend en prison la confirmation de sa sentence. La philosophe Elisabeth Badinter appelle à la mobilisation.
Jila Izadi, une enfant de 13 ans, vient d'être condamnée à la peine de mort par lapidation. Son crime : elle aurait eu des relations sexuelles avec son frère âgé de 15 ans. Enceinte, elle a accouché dans sa prison.
Son frère incarcéré aurait déjà subi sa peine, conformément à la loi islamique : 150 ou 180 coups de fouet (les chiffres divergent). De quoi être laissé pour mort. Cette ignominie se passe à Marivan, une ville du Kurdistan iranien, quelques semaines après la pendaison au crochet d'une grue d'une autre jeune fille iranienne de 16 ans, Atefeh Rajabi, accusée d' « actes incompatibles avec la chasteté ». Le tout dans le silence assourdissant de la presse nationale et internationale ainsi que de la plupart des associations féministes, pourtant branchées en permanence sur internet.
Au dernier meeting des altermondialistes qui s'est tenu à Londres la semaine dernière, femmes voilées et féministes soi-disant « historiques » ont craché feu et flammes contre la loi française pour le respect de la laïcité, mais pas un mot n'a été prononcé pour condamner le martyre infligé aux femmes au nom de la charia. À leurs yeux, les vraies martyres sont celles qui vivent dans les démocraties occidentales auxquelles on demande d'ôter leurs signes religieux pour pénétrer dans l'école de la République et non celles qui subissent la loi impitoyable des théocraties totalitaires. Ce que les mieux endoctrinées se gardent bien de dire est sorti spontanément de la bouche des deux soeurs voilées, surmédiatisées, l'année dernière. Devant les caméras de TF1, elles ont approuvé avec une sorte d'ingénuité la lapidation des femmes adultères. Personne n'a relevé, personne n'a condamné. Aucun rappel à l'ordre des droits de l'homme. On risque donc d'attendre longtemps qu'une militante pour le port du voile islamique en Europe se lève enfin pour fustiger ces pratiques atroces. Ce n'est donc pas sur elles qu'il faut compter, pas plus que sur leurs avocates qui osent se dire encore féministes, pour tenter de sauver la petite Jila Izadi qui attend confirmation de son supplice des autorités iraniennes. Nous savons aujourd'hui que seule une très forte mobilisation internationale peut réussir parfois à stopper une exécution capitale. Comme ce fut le cas pour Safia Husseini et Amina Lawal au Nigeria. C'est pourquoi nous supplions les défenseurs du droit des enfants, les militants de l'abolition de la peine de mort et tous les démocrates horrifiés par ces crimes d'écrire cette seule phrase, par lettre au courrier signé de son nom
(*) : « Non à la lapidation de Jila Izadi, une enfant de 13 ans ». De la rapidité et de l'ampleur de nos protestations dépend sa survie.
Elisabeth Badinter
Envoyez vos lettres ou cartes postales directement à l'Ambassade de la République islamique d'Iran (4, avenue d'Iéna, Paris 16e) ou bien à l'association Ni putes ni soumises (190, boulevard de Charonne, Paris 20e).
Ou adressez un courriel : contact@amb-iran.fr ou infos@niputesnisoumises.com
Anciennes ministres signataires a Michèle SABBAN - Martine AUBRY - Elisabeth GUIGOU- Ségolène ROYAL - Florence PARLY - Nicole PERY - Paulette GUINCHARD - KUNSTLER - Marylise LEBRANCHU - Marie-Noëlle LIENEMAN - Catherine TASCA - Dominique VOYNET - Marie-George BUFFET-
CE QUE DIT LA CHARIA
« En Iran, selon la charia, toute femme qui a, ou a eu, une relation sexuelle avec un homme qui n'est pas son mari commet l'adultère.
Seule sentence pour ce « crime », la lapidation, explique Kaveh Mohseni, représentant du SMCCDI (Comité de coordination du mouvement étudiant pour la démocratie en Iran)*.
Dans les cas de viol, les auteurs mais aussi les victimes sont pénalisés et passibles de la lapidation. » En Iran, depuis 1990, dix jeunes mineures ont été exécutées, la plupart accusées d'actes incompatibles avec la chasteté. Entre 2001 et 2003, plus d'une dizaine de condamnations ou d'exécutions par lapidation ont été signalées à Amnesty International. Ainsi, une femme de 35 ans, à l'identité inconnue, a été accusée d'avoir tourné dans un film porno et a été lapidée à mort en mai 2001. Rababeh, reconnue coupable en juin 2001 d'adultère et de complicité du meurtre de son mari, a été condamnée à recevoir 50 coups de fouet, suivis d'une mise à mort par lapidation. On ne sait pas si elle a été exécutée à ce jour. Ou encore Maryam Ayoubi, 31 ans, reconnue coupable du meurtre de son mari, a été lapidée à mort en juillet 2001 après avoir été emprisonnée pendant huit ans.
Caroline Laurent
Alla fine di questa brutta storia è assai probabile che Rocco Buttiglione arrivi comunque a sedersi sulla tanto sospirata poltrona di commissario europeo responsabile per le questioni di Sicurezza, Libertà e Giustizia, nonostante la bocciatura ricevuta ieri dalla commissione per le libertà civili del Parlamento europeo.
Ma sarà un commissario (e vicepresidente) sminuito nella sua credibilità politica. Un´anatra zoppa. Un peso per il presidente della Commissione, Barroso, che dovrà difenderlo di fronte agli eurodeputati. Un motivo di imbarazzo per il governo italiano, che ha mandato a Bruxelles un suo ministro per farlo diventare il primo bocciato nella storia delle audizioni parlamentari. E una palla al piede anche per il Partito popolare europeo, che ora per salvargli il posto dovrà fare concessioni alla controparte socialista.
Del resto questa nomina, voluta per pure ragioni di "teatrino romano", come direbbe Berlusconi, cioè per acquietare le faide interne alla maggioranza di governo, era già stata pagata dall´Italia con la rinuncia alla ricandidatura di Mario Monti che avrebbe avuto ben altro peso e ben altri consensi in Europa. Lo spiacevole incidente di ieri è solo la conferma di quanto la scelta fatta dal Presidente del Consiglio sia stata miope e dannosa in termini di immagine e di autorevolezza del Paese.
A ben guardare, la dinamica che ha portato alla bocciatura di ieri è l´ennesima conferma dell´anomalia italiana in Europa. Un´anomalia antica, ma che questo governo ha esasperato fino al limite dell´incompatibilità. Il professor Buttiglione, e con lui tutti gli esponenti del centrodestra, denunciano una doppia persecuzione europea: contro i cattolici e contro il governo Berlusconi.
Ma come fanno a non vedere che la nomina a responsabile europeo per le questioni di Giustizia e Libertà dell´esponente (tutt´ora in carica) di un governo che si è presentato al mondo con la violenta repressione di Genova, che ha varato una serie di misure legislative volte a togliere il primo ministro dai guai giudiziari, che si è opposto al mandato di cattura europeo, che si dichiara "amico" di Putin, non può non suscitare perplessità in Europa? Probabilmente il professor Buttiglione non ha personalmente condiviso alcune di queste scelte. Ma è rimasto ben saldo al governo. E questo per la logica europea equivale a una piena assunzione di responsabilità. In Europa, un ministro che non condivide la linea politica del governo non predica i distinguo sui giornali o nei convegni: si dimette.
Lo stesso discorso vale per le idee del professor Buttiglione in materia di condizione femminile o di discriminazione sessuale. Essendo la lotta alla discriminazione una delle poche aree nel portafoglio di sua competenza in cui la Commissione ha potere di iniziativa, era legittimo che i deputati volessero conoscere i suoi orientamenti. Invece di spiegarsi con l´umiltà di un "civil servant", Buttiglione ha risposto con una lezioncina filosofica, citando Kant e le distinzioni tra legge morale e legge civile, tra crimine e peccato, tra convinzioni di fede e attività politica. Ma quando gli hanno chiesto conto di un suo emendamento alla Convenzione per la Costituzione in cui proponeva di escludere l´orientamento sessuale dai temi su cui la Carta europea non accetta discriminazioni, non ha saputo cosa replicare. Ha finito col riconoscere che si opporrebbe a qualsiasi norma che dovesse considerare immorale. In questo modo ha dimostrato non solo scarsa coerenza e scarso rispetto per l´intelligenza dei deputati, ma anche scarsa consapevolezza delle responsabilità che incombono sull´esponente di un organo eminentemente esecutivo, chiamato a rispondere non alla propria coscienza, ma ad una serie di poteri democraticamente costituiti. E questi poteri hanno, in materia di diritti e di sessualità, valori diversi da quelli del professor Buttiglione.
La bocciatura di un commissario designato dopo un´audizione parlamentare è un fatto senza precedenti. E apre il campo a scenari ancora difficili da valutare, ma che mettono sicuramente il presidente Barroso in una posizione molto scomoda. Egli non può chiedere a Berlusconi la sostituzione di Buttiglione senza mettersi contro non solo il governo italiano, ma tutti i governi nazionali che vedrebbero calpestato il loro primato a favore del Parlamento europeo. L´ipotesi di un cambio di portafoglio, comunque non facilmente percorribile, è stata scartata con un moto di orgoglio dagli stessi deputati del Ppe.
Del resto la conferma del ministro italiano nel ruolo e con le funzioni per le quali è stato trovato inadeguato mette la Commissione in rotta di collisione con il Parlamento europeo. Equivarrebbe infatti a dire che le audizioni parlamentari, cui tutti i deputati di tutti i gruppi politici attribuiscono un´enorme importanza, sono una pura perdita di tempo.
È vero che il Parlamento potrà pronunciarsi con un voto di fiducia solo sull´insieme del collegio dei commissari, e difficilmente le "gaffes" del professor Buttiglione possono giustificare la bocciatura dell´intera Commissione. E´ vero anche che il Partito popolare resta la forza di maggioranza relativa in seno all´assemblea e pare deciso a difendere ad oltranza la candidatura del filosofo del Papa. Ma un atteggiamento sprezzante da parte di Barroso, un voler totalmente ignorare il voto della Commissione parlamentare di ieri, finirebbe per creare un´irritazione diffusa e bipartisan tra i deputati che si sentirebbero toccati nelle loro prerogative, con conseguenze difficili da valutare.
A cercare di togliere le castagne dal fuoco ci proverà, domani, la riunione dei capi dei gruppi politici parlamentari. Oltre a Buttiglione ci sono altri commissari designati, popolari, socialisti e liberali, che, se pure hanno evitato la bocciatura, non hanno convinto nel corso delle audizioni. Per salvarli è possibile che i partiti trovino un compromesso che consenta a Barroso una dignitosa via di uscita. Ma, comunque vada a finire, per il governo italiano e per il suo unico commissario la strada europea è, ancora una volta, tutta inesorabilmente in salita.
Il testo integrale dell'audizione di Rocco Buttiglione
Il martello americano e il veleno di Al Qaeda
EUGENIO SCALFARI
LA REALTÀ che abbiamo di fronte a tre anni di distanza dall´11 settembre è così tremendamente complessa e intrisa di fatti oggettivi, interpretazioni soggettive, passioni, interessi, che un discorso filato con un suo sviluppo coerente e una sua conclusione valida e non contestabile è diventato difficilissimo se non addirittura impossibile. Tenterò dunque un´altra strada: quella di allineare frammenti di verità e citazioni significative che servano ai elettori come elementi per comporre un loro disegno e un loro giudizio su una situazione che sembra dominata da un vento di generale follia. Usando contemporaneamente gli occhi della mente e quelli del cuore, l´intelletto razionale e l´anima dei sentimenti. Pascal fu il primo ad avvalersi consapevolmente di questo duplice approccio alla conoscenza e all´azione. Non potremmo avere miglior modello.
1. Chi uccide bambini e prima di ucciderli nel corpo imprime nei loro occhi il terrore e l´orrore, non uccide soltanto l´innocenza ma anche il futuro. Uccide perfino il fine che, quale che sia, ha determinato la scelta di mezzi così mostruosi. I massacratori, uomini e donne, di Beslan hanno perso il diritto ad ogni prova d´appello e così i loro capi e ispiratori.
2. Esiste una differenza tra il massacro di bambini progettato ed eseguito in quanto tale e quello che avviene come effetto di un´azione che, perseguendo altri obiettivi, produce tuttavia quel massacro ipocritamente definito «danno collaterale»? Credo che una differenza vi sia quando quelle uccisioni - comunque delittuose - avvengano casualmente e quando il metodo che le ha causate sia abbandonato e non reiterato. È una differenza analoga a quella che corre tra un reato doloso ed uno colposo o preterintenzionale. Ma se il metodo viene reiterato più e più volte fino a diventare prassi abituale o se quel metodo «non può non comportare» il cosiddetto danno collaterale, allora la differenza si cancella, il delitto diventa doloso a tutti gli effetti. In quel caso rimane soltanto una differenza, diciamo così, mediatica tra le uccisioni avvenute in presenza della televisione e quelle avvenute in sua assenza. Differenza importante per la diversa reazione che le prime suscitano nella pubblica opinione ma irrilevante dal punto di vista del giudizio morale.
3. È comunque chiaro - e dovrebbe esserlo - che alle stragi di innocenti non si può in nessun caso rispondere con altre simili stragi senza far precipitare una regione, una nazione o il mondo intero dalla condizione umana, pur così imperfetta, a una condizione bestiale, anzi diabolica perché l´animale non dispone di coscienza mentre l´uomo ne è comunque provvisto.
E così le vittime innocenti della distruzione della città di Coventry furono l´effetto di un inescusabile ed esecrabile delitto nazista così come la distruzione per vendetta della città di Dresda alla fine della guerra fu un esecrabile e inescusabile delitto della democratica Inghilterra. Nell´uno e nell´altro caso perirono migliaia di bimbi e di ragazzi colpevoli soltanto di abitare in quelle città e in quelle case. A maggior ragione va iscritto in questo elenco delittuoso e privo d´ogni giustificazione accettabile il bombardamento atomico di Hiroshima e di Nagasaki e l´annientamento e la napalmizzazione di centinaia di villaggi vietnamiti da parte delle truppe Usa. Non si parla qui né dell´Olocausto né dei lager sovietici che sono le fasi oscene del Novecento occidentale.
4. Due sondaggi effettuati nello scorso giugno e resi pubblici pochi giorni fa, condotti su un vasto campione di cittadini americani ed europei, hanno suscitato una forte scossa nell´opinione pubblica dei due continenti e nei centri di ricerca sociale e politica dei paesi interessati. Il succo di questi sondaggi è che una forte maggioranza di europei e circa la metà dei cittadini Usa è contraria alla guerra in Iraq e alla perdurante presenza delle truppe della coalizione in quel paese. Una forte maggioranza di europei è contraria ad un mondo in cui esista una sola superpotenza come gli Usa, mentre più della metà degli americani auspica che l´Europa diventi un effettivo soggetto politico unitario capace di bilanciare costruttivamente la potenza americana. Infine l´80 per cento degli europei e il 40 per cento degli americani auspica che Bush perda le elezioni del 2 novembre in favore di Kerry.
5. I risultati di questi sondaggi, pur con tutta la cautela che s´impone nell´uso di strumenti conoscitivi virtuali, hanno suscitato sorpresa accendendo un appassionato e appassionante dibattito sia in Usa che in Europa. Dibattito trasversale poiché le opinioni sono divise sia nell´una che nell´altra sponda dell´Atlantico. Da alcune parti politiche si sostiene che lo schiacciante favore europeo per il candidato democratico americano alla presidenza sia comunque irrilevante: Bush resta il favorito degli elettori Usa; quanto a Kerry, se pur vincesse contro il pronostico, la sua politica estera non potrebbe discostarsi molto da quella di Bush. Altre e opposte parti politiche, sia in Usa sia in Europa, sostengono al contrario che Kerry sarebbe profondamente diverso da Bush e che, nel caso di vittoria di quest´ultimo, il vincitore dovrebbe comunque tener conto in qualche modo anche degli umori dell´opinione pubblica europea.
6. Nell´ambito di questo dibattito un autorevole storico di livello europeo che insegna al St. Anthony College di Oxford, Timothy Garton Ash, ha scritto quanto segue sulla "Repubblica" di ieri: «Per vincere insieme - americani ed europei - la battaglia contro il terrorismo dobbiamo essere sia energici sia saggi. Significa ammettere che questa è una guerra e la guerra non può vincere. Ovviamente la forza militare serve ma l´amministrazione Bush sopravvaluta ampiamente la misura in cui la schiacciante superiorità militare degli Usa può contribuire alla vittoria. Dato che ha in mano un martello gigantesco, Washington tende a vedere tutti i problemi sotto forma di un chiodo. Purtroppo il terrorismo non è un chiodo. È più simile ad un fungo sotterraneo che si diffonde invisibile per chilometri per poi rispuntare all´improvviso in un luogo diverso. Riflettere sulle cause politiche del terrorismo (come ad esempio la brutalità e stupidità della politica russa nei confronti della Cecenia nell´ultimo decennio) e su come sia possibile eliminarle non è un atteggiamento debole e conciliante come ribadiscono i demagoghi della destra americana. È semplice buonsenso».
7. Un´altra osservazione che viene bollata dai demagoghi delle due sponde dell´Atlantico come inaccettabile travisamento della realtà riguarda le reciproche posizioni dei capi di Al Qaeda e dell´amministrazione Bush. Ha scritto in proposito Sergio Romano sul "Corriere della Sera" di ieri: «Mentre gli Usa ricordano il terzo anniversario dell´attacco alle Torri, Al Zawahiri, leader vicario di Al Qaeda, ha celebrato a modo suo quella ricorrenza. Colpisce un curioso parallelismo. I due nemici interpretano le due guerre degli ultimi tre anni - Afghanistan e Iraq - come tappe d´uno stesso processo. Per l´America sono momenti necessari e complementari della lotta al terrorismo globale. Per il consigliere di Osama sono momenti altrettanto complementari della lotta dell´Islam contro gli Stati Uniti. I due contendenti si promuovono a vicenda «nemico assoluto» e ciascuno di essi conferisce a se stesso e all´altro una maggiore legittimità. Tra i due beninteso non esiste alcuna complicità. Nei fatti tuttavia Al Qaeda facilita la vittoria di Bush e questi concorre a fare di Osama il califfo dell´Islam militante».
8. Al Zawahiri proclama da un suo video dell´altro ieri che sia in Iraq sia in Afghanistan gli americani hanno ormai perso la guerra. Non gli resta che ostinarsi ancora a combattere inutilmente o andarsene. Gli ha risposto colpo su colpo l´assistente di Bush, Condoleezza Rice, ribattendo che le due guerre le ha perse Osama, sempre più impotente e vagante sulle montagne afgane.
9. Che cosa dicono i fatti? I fatti dicono che una parte dell´Iraq, quella a maggioranza sunnita e quella dove c´è una robusta presenza di sciiti seguaci di Moqtada Al Sadr, non sono più sotto il controllo americano. Dicono che pullulano bande armate di varia estrazione ma di notevole pericolosità in tutto il paese. Dicono che curdi e sunniti difficilmente accetteranno una Costituzione non già federale ma decisamente separatista. Dicono infine che anche la pazienza ormai proverbiale di Al Sistani, riconosciuto capo della maggioranza sciita, si stia esaurendo anche perché incalzata dagli altri tre ayatollah che con lui compongono la Marjaja, che è l´equivalente di un Vaticano sciita iracheno. In questa confusione che ormai è sconfinata in un vero e proprio caos diventa sempre più problematico il rispetto del calendario fissato dagli Usa e dall´Onu che prevede elezioni in Iraq nel gennaio 2005 e lo sgombero delle truppe della coalizione nel gennaio 2006.
10. In Afghanistan, dove tra un mese si terranno le elezioni politiche, il territorio è sotto il controllo armato delle varie fazioni salvo la capitale Kabul dove sono presenti i caschi blu dell´Onu e il territorio ai bordi delle montagne di Tora Bora dove sono presenti le truppe della coalizione guidate dagli Usa. I Talebani dal canto loro si stanno riorganizzando militarmente e politicamente.
11. Il rapimento delle due donne italiane, Simona Torretta e Simona Pari, ha suscitato in Italia grandissima commozione e partecipazione sia perché è la prima volta che i terroristi rapiscono donne sia per la qualità di entrambe, universalmente conosciuta e riconosciuta. Ciò ha determinato anche - cosa di estrema importanza - una solidarietà massiccia della numerosa comunità islamica in Italia.
12. Il fatto che a parecchi giorni da quel rapimento nessuna attendibile notizia sia pervenuta dai rapitori accresce sgomento e preoccupazione tanto più che quel rapimento era stato accuratamente preparato e mirato e che ha seguito di poco l´uccisione di Enzo Baldoni. In questa occasione, come del resto quasi sempre, gli italiani hanno dimostrato una unità e una maturità di sentimenti che ha trovato la sua massima espressione nella dignitosa compostezza delle famiglie delle due ragazze e infine nella commossa e ferma dichiarazione di Ciampi che ha interpretato il comune sentire di tutto il paese.
13. Va lodata la decisione del presidente del Consiglio, di coinvolgere le forze di opposizione nell´obiettivo di ottenere la liberazione delle due Simone, mobilitando tutti gli strumenti di pressione e di negoziato verso il mondo arabo, salvo il principio che deve restare fermissimo di non cedere ad alcun ricatto che possa essere richiesto dagli ancora ignoti rapitori. Va egualmente lodata la risposta di tutti i partiti dell´opposizione che accantonando le differenze che permangono sulle questioni della guerra e della pace, si sono dichiarate disponibili alla risposta unitaria e preliminare contro il terrorismo, che del resto avevano ripetutamente manifestato fin dall´11 settembre di tre anni fa e che - come ha ricordato Piero Fassino - è iscritta nella storia della sinistra italiana.
14. Voci isolate quanto stonate si sono fatte sentire da parte di alcuni settori scalmanati del movimento «no global» e dal partito di Cossutta e Diliberto, che hanno tra l´altro contestato la limpida posizione assunta in quest´occasione da Fausto Bertinotti. Si tratta a nostro avviso di posizioni faziose e prive di peso, così come faziose e prive di peso sono le simmetriche posizioni degli oltranzisti del bellicismo nostrano che fanno il tifo per la guerra di civiltà.
* * * *
I tempi sono tristi e cupi. Non sempre chi dovrebbe contribuire a fare chiarezza è all´altezza del compito. Non sempre sprazzi di intelligenza e di consapevolezza riescono a tradursi in strategie durature ed efficaci.
Speriamo che tra tante ombre che oscurano l´orizzonte, le tenui fiammelle che abbiamo visto a migliaia accendersi in queste sere di commossa e unanime testimonianza possano far luce e guidino i passi di tutte le persone di buona volontà.
È noto da anni che i lavori precari ricadono soprattutto sulle donne. Tempo determinato, co.co.co., stages, part time forzato (che la persona accetta perché non trova un tempo pieno), lavoro intermittente e simili: in complesso circa due terzi dei lavori che prevedono un´occupazione e un reddito discontinui sono svolti da donne. Un recente decreto interministeriale accentua tale forma di discriminazione a loro danno. Esso prevede infatti che in tutte e 20 le regioni italiane, non solo in quelle meno sviluppate, si possano offrire dei contratti di lavoro di durata compresa tra i 9 e i 18 mesi, non rinnovabili, unicamente alle donne di qualsiasi età. A tutte le donne, si noti, per il mero fatto di appartenere a tale genere. Viene così offerta a qualunque datore di lavoro un´altra possibilità di offrire contratti di breve durata alle centinaia di migliaia di donne che ogni anno sono in cerca di occupazione. Quelle che si affacciano per la prima volta sul mercato del lavoro, come quelle che sono state licenziate o che vorrebbero cambiare lavoro.
I passi compiuti dal legislatore per arrivare a peggiorare in tal modo le prospettive lavorative delle donne, quali che fossero le sue intenzioni, sono due. Primo passo: l´art. 54 del decreto legislativo n. 276, emanato oltre un anno fa per dare attuazione alla legge 30 di riforma del mercato del lavoro, prevede un contratto definito "di inserimento". È un erede dei vecchi contratti di formazione e lavoro, diretto a realizzare l´inserimento d´un lavoratore nel mercato del lavoro mediante un progetto individuale di adattamento delle sue competenze professionali. Il decreto precisa che esso è riservato ad alcune categorie di persone. Tra di esse figurano le donne di qualsiasi età residenti in un´area geografica in cui il tasso di occupazione femminile sia inferiore almeno del 20% a quello maschile. Le aree in cui codesto tasso sussiste dovevano essere individuate in un altro decreto del ministro del Lavoro di concerto con il ministro dell´Economia.
Si poteva pensare che tali aree sarebbero state identificate quasi esclusivamente nel Mezzogiorno, dove è pure possibile erogare incentivi economici alle imprese come previsto dalla Commissione Europea. È qui che interviene il secondo passo. Il ministero del Lavoro ha infatti scoperto ora, a distanza di un anno, un dato noto in realtà da decenni: il tasso d´occupazione femminile è inferiore a quello maschile di almeno 20 punti in tutte indistintamente le regioni italiane. Magari di pochi decimi di punto, come in Friuli-Venezia Giulia, dove lo scarto è di appena lo 0,1% (51,7 per le femmine, 71,8 per i maschi), o in Piemonte, dove tocca lo 0,3% (51,6 contro il 71,9). Ma è comunque inferiore di almeno 20 punti. Lo dicono le rilevazioni Istat. Lo sottolinea la Relazione tecnica che accompagna il decreto ministeriale, con tanto di tabella che calcola le aree secondo quanto previsto dal precedente decreto legge attuativo della riforma. Sulla base di tale tabella il ministro del Lavoro, di concerto con il ministro dell´Economia, ha quindi decretato che "le aree territoriali di cui all´articolo 54 ecc. ecc. sono identificate per gli anni 2004, 2005 e 2006 in tutte le Regioni e Province autonome". Decreto e relazione tecnica si possono leggere nel sito del ministero.
Il nuovo decreto ministeriale stabilisce che gli incentivi economici alle imprese previsti dalla legge del 2003 per i contratti di inserimento di lavoratrici si applicano solamente alle regioni del Mezzogiorno e delle Isole, più il Lazio. Ma non esclude l´estensione a tutte le regioni d´un altro dispositivo di sicuro interesse per le imprese. Si tratta della possibilità di inquadrare chi è assunto con un contratto d´inserimento anche a due livelli al disotto della categoria che spetta alle mansioni corrispondenti a quelle cui è finalizzato il progetto di inserimento. In tal modo alle donne di qualsiasi età, che per ora significa legalmente compresa tra i 15 e i 64 anni, si aprono straordinarie opportunità di occupazione in tutte le regioni italiane. Per il mero fatto di essere donne, possono ora venire assunte dovunque con contratti di inserimento della durata massima di diciotto mesi, ed essere inquadrate sotto il profilo professionale e retributivo appena due categorie più in basso di coloro che nell´ufficio o nel reparto di fianco fanno il loro stesso lavoro.
L´obiezione più trita che si possa fare ai suddetti rilievi è che il decreto ministeriale ammette una possibilità, senza imporre nulla. In primo luogo va sottolineato che è l´occasione a rendere il lavoro precario. Si offra per legge agli enti pubblici economici, alle imprese e loro consorzi o gruppi, agli enti di ricerca pubblici e privati, come elenca puntigliosamente il decreto legislativo del 2003, l´occasione di stipulare in 20 regioni dei contratti aventi le caratteristiche sopra indicate, ed essi, anche per le difficoltà che molti attraversano, non mancheranno di approfittarne, a fronte della vastissima platea di donne che sono alla ricerca assillante di un lavoro. Ma soprattutto l´obiezione suddetta ignora l´offesa insita nell´etichettare l´intero universo femminile come uno strato sociale assoggettabile per legge ad ulteriori discriminazioni sul mercato del lavoro.
Buio a Mezzogiorno
Cacace, Nicola
Un’analisi chiara e preoccupata delle tendenze dell’occupazione dei lavoratori in Italia, da l’Unità del 3 novembre 2004
L’occupazione cala ma, grazie a 700mila immigrati regolarizzati fa finta di crescere. L'indagine Istat sull'occupazione nel secondo trimestre del 2004 segnala un aumento “statistico” di occupazione di 163mila unità rispetto all'anno precedente che, considerando la regolarizzazione di alcune centinaia di migliaia di immigrati clandestini, corrisponde ad una crescita zero.
O ad un calo di occupazione dopo 7 anni di crescita costante ed uniformemente distribuita sul territorio. L’indagine mostra anche tre Italie diverse, un Centro che si salva grazie al forte effetto trainante di Roma (il Lazio con 118mila nuovi occupati si appropria di 3/4 dell'aumento nazionale “statistico” di 163mila unità), un Nord stagnante che mostra tutte le rughe dell'invecchiamento ed un Mezzogiorno che, ormai abbandonato a se stesso, affonda inesorabilmente. Dato l'aumento della popolazione residente (+567mila, grazie soprattutto agli immigrati) cala per la prima volta da anni anche il tasso di occupazione (occupati sulla popolazione 15-64 anni) in tutta Italia, nel Nord e nel Mezzogiorno.
Questa rilevazione segnala molti cambiamenti strutturali che val la pena esaminare:
a) Dopo 7 anni di crescita occupazionale a tassi dell'1,3% annuo il processo si ferma malgrado una crescita 2004 del Pil intorno all’1,2%. L'Italia se non è in declino mostra una grossa paura di declino.
b) Dopo sette anni di crescita occupazionale percentualmente uniforme nelle tre aree geografiche, Nord, Centro e Mezzogiorno, nel 2004 l'andamento è assai differenziato, un Centro in crescita occupazionale sostenuta (+3,2%), trainato da un Lazio, che significa Roma semplicemente esplosiva (+6%), un Nord quasi stazionario, un Mezzogiorno in calo (-0,2%).
c) Dopo 50 anni si invertono tendenze storiche di trasformazione strutturale, comuni a tutti i paesi industriali, che duravano dal dopoguerra, con agricoltura in calo continuo e servizi in crescita continua. Nel 2004 sono invece aumentati sia l'occupazione agricola che il peso dell'occupazione agricola (dal 4,0% al 4,2%), mentre si è ridotto il peso dei servizi (dal 65,2% al 65,0%), con un peso dell'industria immutato grazie solo al buon andamento dell'industria delle costruzioni.
d) Gli occupati indipendenti, che nei sette anni precedenti erano cresciuti a tassi nettamente inferiori a quelli dei dipendenti, tra il 2004 ed il 2003 sono addirittura cresciuti a ritmi quasi doppi, 1,1% contro 0,6%. Segno di aumento della precarietà dei lavoratori dipendenti pagati come indipendenti.
e) Per la prima volta il Nord Est non è più la testa del vagone Italia, ma, con una crescita zero dell'occupazione, passa in coda seguito solo dal Mezzogiorno (-0,2%). Il vagone di testa nel 2004 diventa il Centro, il cui tasso di occupazione, ancora inferiore a quello del Nord, è tuttavia l'unico ad aumentare nelle tre aree.
f) Altre considerazioni interessanti possono farsi sui dati regionali, alcuni di conferma di una crisi strutturale, come quella della Liguria, unica regione del Nord in calo occupazionale significativo (-2,2%), altre, come l'Abruzzo, che con un calo occupazionale superiore al 4% ci dice come questa regione stia reagendo male alla fine degli incentivi che la collocava nelle aree depresse.
Premesso che bisogna aspettare la prossima rilevazione Istat per avere conferme di queste tendenze, alcune vere e proprie inversioni di rotta come si può concludere questo breve commento?
La crescita occupazionale che nell'ultimo settennio aveva risentito favorevolmente dei provvedimenti di flessibilizzazione del lavoro avviati bene dal ministro Treu e conclusi male dalla recente Legge 30 sul lavoro, almeno sul piano quantitativo (su quello qualitativo è stato alto il prezzo pagato dai giovani flessibilizzati senza gli ammortizzatori previsti dal prof. Biagi) si è fermata, malgrado una crescita del Pil intorno all1,2%.
Il Nord comincia a risentire pesantemente del dimezzamento delle nascite iniziato nel 1975 ma mentre il N.Est sente il peso negativo oltre che del fattore demografico, di vincoli culturali, ambientali e logistici in conseguenza di radici più deboli ed una crescita più tumultuosa, l'asse Milano-Torino reagisce meglio allo shock della deindustrializzazione con uno sviluppo più equilibrato, una agro pastorizia di qualità, una terziarizzazione avanzata e l'avvio di industrializzazione Hi Tech legata alle Università meglio che nel resto del paese. La Liguria continua nella sua retromarcia, condannata anche dal record negativo di nascite che dura da trent'anni e dalle crisi dell'acciaio e delle ex Partecipazioni Statali.
La Sardegna, dopo l'Abruzzo, è la regione meridionale che, anche grazie al suo record negativo di natalità (che divide con la Liguria), non se la passa bene: nel 2004 ha ancora ridotto l'occupazione e in percentuale superiore alla media del Mezzogiorno.
In questo quadro negativo si salvano le 4 regioni del Centro, Toscana, Umbria, Marche e Lazio che oltre ad aumentare l'occupazione in tutti i settori aumentano anche il tasso di occupazione. Nel 2004, in barba agli obiettivi di Lisbona (l'Italia dovrebbe aumentare di almeno 5 punti il suo tasso di occupazione, addirittura di 10 punti secondo Berlusconi), il tasso di occupazione 15-64 anni si è ridotto in Italia, nel Nord e nel Mezzogiorno, aumentando solo al Centro dal 60,2% al 61,2%. Forse il carattere più terziario delle economie di queste regioni, forse le politiche più attente allo sviluppo delle autorità regionali e soprattutto il grande successo che il Logo Roma sta avendo in molte iniziative a carattere nazionale ed internazionale hanno avuto effetti positivi sull'economia e sull'occupazione, effetti che andrebbero meglio esplorati, anche alla luce delle tendenze mondiali in atto alla “smaterializzazione” delle attività produttive.
Le cataste di morti a Taba e a Ras Sultan che seguono le cataste di morti nella Striscia di Gaza e ne precedono altre di segno contrapposto; il mattatoio iracheno che lavora a pieno ritmo alimentato dalle autobombe dei terroristi, dai mortai della guerriglia sciita e sunnita, dai cacciabombardieri dell´Invincibile Armata americana; le elezioni afgane contestate da quattordici candidati su diciotto che si dicono vittime di brogli e si appellano agli osservatori dell´Onu; Bush e Kerry avvinghiati in una rissa elettorale che sarà vinta sul filo di lana il 2 novembre; i Fratelli Musulmani che covano l´insurrezione contro Mubarak; sunniti e sciiti che si scannano a vicenda mettendo a ferro e fuoco le moschee pachistane; l´Ossezia che ancora piange i suoi bimbi trucidati a Beslan e minaccia la rappresaglia contro i ceceni: ha ragione Sandro Viola quando scrive (ieri su questo giornale) che la sciagurata guerra irachena ha avuto l´effetto d´un calcio ad un termitaio che ha sparso dovunque la sua famelica e inarrestabile popolazione.
Purtroppo quel calcio è stato dato due anni fa e non si possono rimettere indietro le lancette dell´orologio. Ma i pareri sono discordi sulla gravità e l´irreparabilità di quell´errore e sulla terapia da applicare oggi per sconfiggere o almeno contenere la peste del terrorismo islamista che si diffonde con un crescendo spaventoso dalle montagne del Caucaso al Golfo arabico e al Mar Rosso, guadagnando consensi tra le moltitudini arabe fino alle porte di casa dell´Occidente.
I capi di Stato cercano di rassicurarsi a vicenda con un flusso continuo quanto inutile di messaggi di condoglianza. Gli osservatori, anche i più intelligenti e obiettivi, non sanno proporre e auspicare altro all´infuori d´una «maggior compattezza e più forte determinazione di tutte le nazioni sotto schiaffo». Serrare le file, dar vita a difese comuni, inviare truppe, aiuti economici sui teatri delle operazioni, trattare con l´Islam moderato isolando il fanatismo della guerra santa e il terrorismo apocalittico che cavalca sui suoi cavalli seminando sangue e rovine.
È questa la ricetta? Non si capisce quale ne sia il reale contenuto.
Probabilmente esso è ignoto anche a quelli che la propongono. Maggiore compattezza. Firmiamo tutti un appello di comune solidarietà. E poi? Spingiamo i nostri Paesi, anche quelli finora più restii, a inviare alcune migliaia di militari sui teatri delle operazioni.
E poi? Venti o trentamila soldati in più in Iraq risolveranno il problema? Altrettanti in più in Afghanistan risolveranno il problema? Rispondendo con sempre maggior violenza alla violenza terrorista?
Il terrorismo vuole che il livello di violenza aumenti, non che si attenui.
Perché la violenza è il cibo che lo nutre, ne alimenta la diffusione, ne allarga il consenso. Le bombe americane su Falluja e Samarra sono la manna per i terroristi, servono a fabbricare schiere di kamikaze a getto continuo, così come i missili israeliani sui campi profughi di Gaza o sulle città palestinesi di Cisgiordania fortificano Hamas e le altre formazioni radicali. Allo stesso modo i soprusi efferati della sgangherata armata di Putin in Cecenia hanno innescato l´orrore della scuola di Beslan senza che neppure quella carneficina d´innocenti riuscisse a separare il popolo ceceno dalle bande di assassini che dicono di agire in suo nome.
Dunque che cosa vuol dire maggior compattezza e più ferma determinazione contro il terrorismo? Qual è l´esatto e concreto significato di questa genericissima giaculatoria?
L´ala militarista dell´opinione pubblica occidentale fa coincidere la suddetta giaculatoria con l´impiego di più forti mezzi di repressione militare. L´ala diplomatica e moderata invoca invece dialogo interreligioso, scambio di informazioni tra le varie intelligence, impiego di truppe speciali, risorse per lo sviluppo economico di quelle regioni. Propositi ragionevoli. Forse bisognava pensarci prima. Prima di prendere a calci quel suddetto termitaio, perché adesso tutto è maledettamente più difficile. Si dovrebbero andare a scovare termite per termite schiacciandole una ad una, distruggendone le uova che hanno deposto chissà dove. Bisognerebbe fare il deserto intorno a loro, isolarle, prenderle per fame. Cambiando metafora bisognerebbe prosciugare l´acqua e lasciare a secco i pesci del terrorismo.
Si può prosciugare l´acqua con le bombe e i carri armati? Usare i marines come pompieri?
In uno dei suoi rari momenti di lucidità George W. Bush si è lasciato sfuggire questa frase: «Dobbiamo sapere che è molto difficile sradicare completamente il terrorismo». Certo, è molto difficile. In un mondo dove esiste una sola superpotenza militare e tecnologica, chi le si oppone ha solo l´arma del terrorismo. Infatti quando le superpotenze erano due il terrorismo non c´era. In compenso c´era il terrorismo perpetrato dagli Stati totalitari.
Ma questo è un altro discorso.
* * * *
Finora il terrorismo palestinese non è stato inquinato dalle termiti che si richiamano ad Al Qaeda. Dopo l´autobomba contro l´Hilton di Taba, Hamas si è dissociata da quell´attentato ribadendo che il suo raggio d´azione è esclusivamente limitato al territorio d´Israele.
Di solito i terroristi hanno tutto l´interesse a rivendicare gli attentati da loro compiuti; talvolta ne rivendicano perfino alcuni non organizzati da loro, allo scopo di acquistare maggiore visibilità estendendo le loro campagne di reclutamento. Se negano d´esserne gli autori c´è dunque da crederci.
Questa dissociazione di Hamas non consolerà certo Israele ma è tuttavia di notevole importanza. Significa che l´obiettivo di Hamas è per ora limitato alla nascita d´uno Stato palestinese vero, legato al ritiro non già dei settecento coloni da Gaza ma di tutti o quasi tutti gli insediamenti israeliani in Cisgiordania.
Se le cose stanno così, la via per riassorbire il terrorismo contro Israele è quella di operare in concreto per la nascita d´uno Stato palestinese vero.
Questa sì, sarebbe una prima e importante vittoria dell´Occidente nella guerra contro il terrorismo, connessa ovviamente con la sicurezza d´Israele e il suo pieno riconoscimento da parte degli Stati della regione.
Per sconfiggere il terrorismo bisogna sfogliarlo foglia per foglia. La prima foglia da togliere è la Palestina, per evitare che vi attecchisca la malapianta del terrorismo globale e islamista.
Queste cose le sappiamo tutti da un pezzo. Le sa anche almeno metà del popolo d´Israele e più della metà del popolo americano. Le sanno almeno il 60 per cento dei popoli europei. Lo sa l´Onu che ha votato in proposito almeno una decina di risoluzioni rimaste tuttavia lettera morta.
Perché non si comincia da qui? Perché, invece di scambiarsi telegrammi di condoglianze, i capi di Stato non dicono e non proclamano queste verità e non indicano questo percorso?
Un problema non meno cruciale è quello della Cecenia. Più complicato perché quella regione lambisce le terre petrolifere e musulmane del Caucaso e il suo assetto può scatenare un effetto «domino» su tutte le Repubbliche ex sovietiche dell´area. Tuttavia anche la sua mancata soluzione può esercitare (sta già esercitando) un effetto «domino» altamente preoccupante, oltre a influire sulle deformazioni della fragilissima democrazia russa, piegandola a nuove forme di autoritarismo.
La lotta globale al terrorismo globale indetta da Bush dopo l´11 settembre ha avuto, tra i vari suoi aspetti positivi e negativi, anche quello di funzionare come copertura alla feroce repressione russa in Cecenia. Feroce ma inutile come tutte le repressioni. Ecco un altro grave errore e un altro calcio al termitaio ceceno, i cui effetti l´amicizia Bush-Putin non giova certo a mitigare.
E´ su questi temi che s´invoca la compattezza dell´Occidente? Bisognerebbe allora dirlo con chiarezza e dedurne iniziative strategicamente efficaci.
Bisognerebbe interrompere i circuiti perversi di bombe contro bombe, stragi contro stragi, condoglianze a senso unico. Quando muore sotto le bombe un bambino palestinese o un bambino iracheno con chi ci si conduole (ammesso che condolersi senza operare abbia qualche utilità)? Con Abu Ala? Con al Sistani? Insomma con chi?
Giungono le prime notizie sul rapimento di Simona Torretta e di Simona Pari, le due giovani donne italiane che svolgevano rischiosa e coraggiosa opera di volontariato in Iraq, per l’organizzazione “Un ponte per...” e che sono state prelevate come si usa dove regna il banditismo: nel loro ufficio di Baghdad, in pieno giorno, in pieno centro. Qui al giornale abbiamo ricevuto telefonate della Bbc, di giornali e televisioni americane, di colleghi di tutta Europa. Sapevano che sono state sequestrate due giovani donne portatrici di pace. Da giornalisti volevano sapere che cosa farà adesso il governo italiano.
Abbiamo detto che non lo sappiamo, che alle sei di sera non avevamo ancora ascoltato o letto parole che siano almeno di incoraggiamento e conforto per le ragazze rapite e per le loro famiglie. Abbiamo però evitato di citare Sandro Bondi, che invita a stringerci comunque intorno al governo, senza avere ascoltato dal governo una sola voce, senza che ci sia stato detto nulla di ciò che il governo intende fare. Con preoccupazione abbiamo letto le parole, certo non adatte al tremendo momento, del Presidente Casini che sceglie di entrare nelle tensioni interne della politica italiana, con la domanda: «E questa la chiamano resistenza?». Decide dunque, in ore come queste, di chiamare in causa eventuali sostenitori italiani dei rapimenti e del terrorismo (ma allora perché non indicarli per nome?) invece che includere coloro che sono impegnati in ogni sforzo per liberare la Torretta e la Pari, ma si uniscono anche alla richiesta appassionata di porre fine a una guerra sempre più feroce e insensata.
Il Presidente Casini ci ha anche detto che con un simile terrorismo non si verrà mai a patti. Lo ha detto al buio, mentre non sappiamo di chi e di che cosa si parla. Non sarebbe stato meglio rassicurare i cittadini e promettere che - quando si tratta di salvare vite - l’Italia non sarà seconda alla Francia, che - sia pure fra i sarcasmi della nostra destra (ma non della destra americana) - ha mobilitato tutto il mondo arabo per i suoi due giornalisti, mostrando che due vite valgono di più di tutte le più nobili dichiarazioni?
Tutto ciò avviene nell’ostinazione immensamente pericolosa del non capire che cosa sta veramente accadendo in Iraq. Eppure Paul Krugman, l’editorialista del New York Times, lo spiega su quel giornale il giorno 5 settembre. Spiega ciò che esperti militari statunitensi e gruppi autorevoli (e conservatori) come il Center for Strategic Studies di Washington, hanno fatto sapere da tempo: «Le truppe americane stanno cedendo ogni giorno terreno ai rivoltosi nelle zone urbane. Mentre l’attenzione del mondo intero è puntata su Najaf, tutto l’Iraq occidentale è caduto saldamente sotto il controllo dei ribelli. I rappresentanti del governo installato dagli Stati Uniti sono assassinati o giustiziati. Altre città (come Samarra) sono anch’esse cadute in mano degli insorti, gli attacchi agli oleodotti si vanno moltiplicando e l’esercito del Mhadi resta saldamente al comando di Sadr City, periferia di Baghdad, e dei suoi due milioni di abitanti». Spiega ancora il docente di Economia della Princeton University divenuto editorialista del New York Times per dire alcune verità su questa spaventosa guerra: «Per molto tempo chiunque avesse avanzato una analogia con il Vietnam è stato oggetto di derisione. Adesso i più seri analisti che si occupano di sicurezza hanno iniziato ad ammettere che l’obiettivo di un Iraq democratico filo-americano è ormai fuori portata».
Ieri abbiamo letto su una nota dell’agenzia AdnKronos che il direttore del Sismi, nella stessa giornata del sequestro di Torretta e Pari avrebbe detto che c’era il pericolo di rapimento di donne in Iraq. Se lo ha detto prima del tremendo evento di oggi, perché non ha agito e subito? E come mai nessuno, nel governo attorno al quale oggi dovremmo unirci, ha fatto caso alle richieste insistenti e ripetute da tutta l’opposizione in aprile di ritirare al più presto i civili dall’Iraq? Lo ha detto Angius il 15 aprile, lo ha ripetuto Intini il 26 aprile, lo hanno chiesto ancora e ancora Fassino, Bertinotti, Pecoraro Scanio, tra aprile e maggio. La risposta è stata scherno o silenzio o distrazione. Naturalmente i civili possono decidere di restare, ma fa differenza sapere dal proprio governo che c’è una guerra in corso. E non sarebbe toccato al governo difendere volontarie che cercano di portare pace e fanno onore al Paese? Eppure c’era il tempo per capire che cosa stava davvero accadendo, per smetterla con la finzione della vittoria, della svolta, del governo iracheno che controlla il Paese.
Adesso si susseguono dichiarazioni come «dobbiamo unirci contro il terrorismo». Ma poi si dichiarano nemici coloro che si oppongono alla guerra perché la guerra moltiplica il terrorismo. Si ammonisce «nessuno strumentalizzi questa vicenda». Significa approvare tutto, anche prima di sapere che cosa. Eppure noi non chiediamo di meglio che dover scrivere, nei prossimi giorni, che il governo è stato tempestivo, efficace, esemplare. Perché vogliamo rivedere in Italia sane e salve Simona Torretta e Simona Pari, e vogliamo poter dire che si è fatto bene e si è fatto di tutto, e saremo felici di dirlo.
Senza carri armati, anzi circondato da uno stuolo di giornalisti benevoli e molto pazienti, ieri Silvio Berlusconi ha occupato la prima rete e il primo telegiornale della Rai per tutto il tempo che ha voluto, facendo saltare programmi e Tg, fedele solo a se stesso, alla sua immagine, al suo interesse, alla sua voce, al suo essere dove sta, in posizione arbitraria e incontrastata di potere. Lo vedete guardarsi intorno, mentre il nastro di parole scorre nel vuoto in automatico, e sembra colto da un secondo pensiero: possibile che sia così bravo da sottomettere tutto un Paese, i suoi intellettuali, i suoi commentatori, i suoi critici naturali, i giornalisti, senza poter esibire alcun merito, senza poter vantare alcun risultato, senza avere portato al Paese - o almeno a un’area o un ceto del Paese - qualche sia pur limitato miglioramento e di vantaggio?
O forse lo stimola un’altra domanda meno vanagloriosa e più umana: possibile che sia così facile? Gli sarà venuto in mente nel momento in cui uno dei partecipanti ha posto senza imbarazzo questa domanda che dovrebbe essere studiata - d’ora in poi - nelle scuole di giornalismo: «Presidente ci dica qual è la notizia del nuovo anno». È una domanda esemplare perché completa la delega dei poteri in questa Repubblica che Luciano Violante, nella sua dichiarazione alla Camera, ha chiamato la “Repubblica maggioritaria”. Ovvero tutto il potere alla maggioranza che - attraverso il meccanismo del voto di fiducia che vieta ogni discussione - delega tutto il potere al governo. E il governo - si è già visto e si vede in ogni Consiglio dei ministri - ha già delegato tutto il potere al capo.
Adesso un giornalista con posizione televisiva autorevole gli offre anche l’ultimo privilegio: definire che cosa è una notizia. Non più. Adesso è stato chiesto al capo di scegliere. È a questo punto che Berlusconi, nonostante l’immensa stima che ha per se stesso, deve essersi chiesto: possibile che sia così facile?
È inevitabile pensare a un libro di recente pubblicazione “La notte della democrazia italiana. Dal regime fascista al governo Berlusconi” a cura di Giampasquale Santomassimo. È la raccolta di una serie di interventi di una giornata di studio all’Università di Firenze cui hanno partecipato, fra altri, con Enzo Collotti, Giovanni De Luna, Giovanni Gozzini, Paul Ginsborg, Percy Allum, Stuart Woolf, Michele Battini, Gabriele Turi.
Scrive di quell’evento Simonetta Fiori (la Repubblica, 26 novembre): «Tutti trovano lecito chiedersi se in Italia non stia nascendo un regime di natura politico-mediatico-videocratico. Gli studiosi dell’Italia tendono a convergere su una risposta affermativa. Dicono: “Sì, oggi in Italia vige una democrazia atipica, guardata con allarme dall’opinione pubblica europea e con sostanziale indifferenza da quella italiana perché col tempo (come scrive il curatore del libro) ci si abitua a tutto, anche a considerare normale ciò che non è e non può esserlo”».
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Non è normale, infatti, che nel corso del lungo monologo detto “conferenza stampa” soltanto cinque giornalisti osino porre domande sul costo della vita, sul finto taglio delle tasse, sulla evidente necessità di una ulteriore manovra correttiva, sulla “par condicio” che sarà abolita col voto di fiducia. E che la inviata de l’Unità, per aver osato riferirsi alla misteriosa scomparsa del premier per 32 giorni, dopo il Natale del 2003 (una scomparsa senza spiegazioni che nessun capo di governo democratico potrebbe permettersi in Paesi normali) si è sentita rispondere che sarà lieto di fornirle l’indirizzo di un buon chirurgo plastico. E ha precisato, per l’Italia e per il mondo, con una di quelle frasi con cui certi anziani imbarazzano tutti in famiglia: «Io mi sento 40 anni, corro, faccio i cento metri con ottimo tempo. Dunque devo rappresentare fisicamente me stesso meglio degli altri perché posso permettermelo. È una forma di rispetto verso chi si aspetta da te una certa rappresentazione sul piano nazionale e internazionale. E credo che il mio comportamento (rivolgersi al chirurgo plastico, ndr) debba essere portato ad esempio».
La parola chiave è “rappresentazione”. Con essa il presidente del Consiglio, trascinato dal suo “One man show” (lo spettacolo di un attore che tiene la scena da solo) svela un suo pensiero ossessivo, la chiave del suo comportamento che ha tre punti d’appoggio: giovare a se stesso, vantare il bene fatto agli altri (tutto è merito suo, anche gli aiuti dopo l’immane tragedia asiatica) ed essere ammirato per come appare. Con la profonda persuasione di fare accadere - o di aver già fatto accadere - ciò che racconta e di cui si vanta da solo, sospeso nella aura magica che si è costruita sulla certezza dell’unico successo che gli importa e che conta: il successo mediatico. Dice a se stesso e a noi che ciò che dice è accaduto perché lui non può fallire.
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Un filo di patologia lega queste immagini di se stesso che entrano in televisione, la occupano, scacciano tutte le altre immagini con la persuasione che lui governa lì, in quel momento, con quello che dice e quello che si vede. Ma perché l’ossessione che Berlusconi ha di se stesso possa continuare intatta e anzi rafforzata occorre una situazione di culto. La storia conosce bene situazioni come questa. Sentite Angelo Panebianco sul Corriere della Sera del 28 dicembre, in un editoriale ingannevolmente intitolato “La vera forza di Romano Prodi”. «Già molto tempo prima che Berlusconi pubblicizzasse il suo famoso contratto con gli italiani, il centrodestra aveva, presso l’elettorato, una immagine netta e riconoscibile. Le sue idee forti erano conosciute ed erano quelle del capo. Erano le idee di Berlusconi (...) il centrodestra si propone (dalla devoluzione al fisco, dalla Giustizia al Welfare alla Costituzione) come forza di cambiamento e di rottura con il passato».
Berlusconi - occorre dirlo - trae dal cerchio di adulazione che si è prontamente creato intorno a lui e dal cerchio di intimidazione che ha saputo creare, regalando orologi e rovinando carriere, tutto il frutto possibile. Per aumentare l’adulazione si elogia da solo, si compiace da solo, si esibisce fino a quando - come i colleghi compiacenti o pazienti o ansiosi di Palazzo Madama durante l’occupazione di due ore televisive il 30 dicembre - la sua folla ride. Ride, come i bambini a scuola, una risata umiliante e liberatoria. Tutti sanno che con lui non si ride sempre. Fin dal principio ha messo in chiaro un concetto mussoliniano: «Questa è una opposizione fatta di anti italiani che tramano per impedirmi di ottenere la revisione del patto di stabilità». Ci dice l’agenzia Ansa che il premier assicura: «Porterò le prove». Non le porterà, non le ha mai portate. Ricordate le accuse spaventose della Commissione-killer detta Telekom Serbia che aveva per scopo di incriminare Prodi e Fassino? Ricordate le sanguigne minacce della Commissione Mithrokin? Tutto svuotato dalla magistratura, non da chi, in Parlamento, si è prestato al servizio-calunnia. Ma non importa. Fra coloro che ricevono dal premier orologi e orecchini e coloro che traggono insegnamento dai licenziamenti di colleghi illustri, nessuno ha voglia di verificare, di denunciare l’omissione, la bugia, il puro spettacolo a vuoto, l’inganno.
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Una volta zittiti i critici, una volta stabilito, nelle sue file e nelle file degli altri, che non è accettabile parlare male di lui, Berlusconi non ha esitazioni ad affermare: «Come Bush si batte contro il terrorismo, anch’io continuerò a battermi contro il male di questa sinistra. Ma Bush non ha un problema interno, perché le radici liberali dei democratici e dei repubblicani sono le stesse. Invece noi abbiamo una preoccupazione maggiore. C’è una base religiosa, nel nostro partito, per evitare che prevalga il male, cioè una ideologia che dovunque è stata dannosa per i cittadini». Una dichiarazione arretrata di molti decenni nella storia, che si situa tra Francisco Franco e Pinochet. Possiamo dire che Berlusconi è un Francisco Franco buono perché non usa la garrota? O che è un Pinochet virtuale perché, poi, alle parole - che chiunque in Europa considererebbe gravissime - non segue il sangue?
Proviamo a riassumere i tratti fondamentali di un giorno con Berlusconi, il 30 dicembre, il monologo televisivo senza fine detto benevolmente “conferenza stampa”.
1 - Berlusconi occupa la Tv quando vuole, parla per il tempo che vuole, improvvisa quello che vuole sapendo che nessuno intercetterà cifre finte o affermazioni irreali.
2 - Berlusconi occupa la Tv all’ora del telegiornale mentre centinaia di famiglie italiane attendono con angoscia di sentire un nome, un luogo, una rassicurazione sui figli e genitori dispersi. A lui non importa. Interrompe il servizio pubblico perché deve parlare di se stesso.
3 - Berlusconi accusa come vuole, sicuro del suo controllo sui media. Ogni risposta, se ferma e adeguata, sarà definita “odio”. Il riferimento all’opposizione come antitaliana e come simile ai nemici di Bush (dunque il terrorismo) viene accettata e diffusa perché, nella grande stampa indipendente e nei talk show televisivi, nessun commentatore vorrà raccogliere la questione. I più miti fingeranno di non averla sentita, i più militanti la rilanceranno come se si trattasse di cose vere, fondate, provate.
4 - Governare è difficile e rischioso. Perché Berlusconi dovrebbe farlo quando può comprare ciò che gli serve, contentare i suoi con le nomine, liquidare o promuovere giudici in posizioni cruciali come vuole lui, a dispetto del Csm (lo ha appena fatto nel caso della Procura antimafia), mandare i suoi amici negli organi di controllo (lo ha appena fatto con Guazzaloca nominato all’Antitrust), nominando sottosegretario chiunque, purché fedele o zitto?
Berlusconi, con il suo controllo totale dei media, è libero di recitare per gli italiani la parte del Mandrake della politica nazionale e mondiale (mentre nel mondo perdiamo vertiginosamente immagine e reputazione), conta sul silenzio o su domande benevole e storie che non saranno mai scritte. Ci fa sapere che senza libertà di comunicazione e di informazione si vive benissimo perché a comunicare ci pensa lui. Ci propone - lui e tanti altri - di smetterla e di stare al gioco. Tanti ci stanno e si trovano bene, in ottimi studi tv con ruoli di spalla. Insistono (non sempre con le buone): «Non siamo fanatici»
Eppure noi ci sentiamo moderati. Con quel che succede, diciamo appena il minimo.
Un anno fa scrisse il Censis, alias Giuseppe De Rita, che l'Italia era diventata un paese senza rappresentanza e senza rappresentazione: senza sintesi politica, e senza un'immagine di sé dotata di senso. Una condizione di miseria simbolica preoccupante, cui tuttavia il Rapporto 2003 trovava - e insieme, come sempre si fa in sociologia, indicava - la via d'uscita del «vivere nell'altrimenti»: «altrimenti che nello sviluppo, altrimenti che nel declino», gli italiani avevano trovato e potevano trovare la strada per galleggiare nella «qualità localistica della vita» fatta di antichi borghi, buona convivialità e buon vicinato, ed evitare la morsa dell'angoscia e la china della depressione. Quest'anno il Censis, alias Giuseppe De Rita, nel buco della rappresentazione c'è cascato esso stesso: il Rapporto 2004 non fornisce un'immagine dotata di senso dell'Italia neanche a rammendarla pagina per pagina, e galleggia come l'oggetto di cui si occupa. Ovviamente De Rita può sempre rifugiarsi, come lui stesso ammette, nello heri dicebamus: aveva detto fin dal `71 che il sommerso è importante, aveva puntato sul locale e sul «piccolo è bello» e i fatti gli hanno dato ragione. Diagnosi profetiche; tanto vale riprovarci. E infatti è con spirito profetico che prevede, per il prossimo futuro, «una dura dialettica fra chi approccia la realtà con strumenti valoriali e chi invece ritiene primaria la libertà da ogni condizionamento valoriale». O il sacro o il profano; o la religione o le libertà soggettive; o il fondamento del Vero, o il «fondamentalismo statale» delle leggi e quello scientista della sperimentazione. Più che da De Rita, lo heri dicebamus sarà a buon diritto rivendicato fra qualche anno, in questo caso, dal Foglio, che questo scenario lo sta allestendo diligentemente da settimane e mesi.
C'è da crederci? Chi può dirlo. De Rita stesso mette le mani avanti, consapevole che l'irrappresentabile società italiana sembra vivere più di mediazioni basse che di drammatici conflitti ideologici: può darsi dunque, scrive, che sarà la «lunga deriva di tolleranza» ad avere la meglio sulla «dura dialettica» di cui sopra. Sulla quale peraltro grava fin d'ora, secondo il presidente del Censis, la cappa della rimozione. Perché, a onta dei dibattiti a mezzo stampa e tv su Fede e Ragione, la società italiana pare aver reagito fin qui al ritorno della coppia violenza- sacro, che bussa dalla porta del cosiddetto scontro di civiltà, con il rifugio nel fatalismo individuale, con la delega alla politica di potenza, con la derubricazione del fondamentalismo islamico a «normale» terrorismo politico. Ma allora dove stanno gli annunci della «dura dialettica»? E' vero, e qui De Rita ha ragione, che la questione del ritorno del sacro, dopo decenni di cancellazione di questa dimensione dal discorso pubblico, è una faccenda serissima. Ma nella stessa lettura del Censis sembra tutt'altro che seria la sua percezione sociale. E se la «dura dialettica» fosse allora fra la rimozione sociale del problema e la sua drammatizzazione in termini apocalittici da parte di opinion makers alla ricerca di immagini forti e conflitti decisivi per un tessuto sociale sempre più rarefatto e apatico?
Da tutto il seguito del Rapporto la società italiana infatti così appare, rarefatta e apatica. Acquattata nell'«altrimenti» e nella convivialità; disincantata rispetto non alla cattiva politica ma alla politica tout court; immemore di sé e inceppata nella trasmissione generazionale; monca di investimenti sulla formazione e la ricerca cioè sul futuro; protetta dalle grandi sfide della globalizzazione, dello sradicamento, dell'incontro con l'altro nelle mura domestiche che perimetrano la proprietà e il proprio. La dimensione spaziale al posto di quella temporale, così il Censis si sforza di nobilitare la situazione. Ma una società di proprietari di case, che solo in case investe e solo case scambia, più che di spazio sembra vivere e voler vivere di tane, che né il sacro né il secolare riescono a sfondare.
E'almeno da vent'anni che si nota un'esaurimento della sinistra europea in termini di idee e di strategie, e la sua conseguente incapacità di mobilitare larghi strati di una società in rapido mutamento, o di suscitare vero entusiasmo per i suoi progetti. Da un lato, il riformismo moderato europeo è rimasto in gran parte succube dell'ondata neoliberista e ha governato nella sua ombra. Solo ora, e non in tutti i paesi, comincia a rivedere timidamente le sue posizioni su certi punti chiavi - come, per esempio, di riconoscere l'incombente necessità di preservare e di reinventare i servizi e lo spazio pubblici - quei doni della storia europea perennemente a rischio.
Dall'altro lato, la sinistra radicale si è in gran parte persa nel suo solito settarismo, divisa fra ex-comunisti, troskisti e altri elementi, ognuno con la sua nostalgia storica particolare e con la sua forma-partitino. Ed è un gran peccato, perché proprio ora, in un momento così drammatico, abbiamo bisogno di inventività e generosità da parte di tutti i partiti della sinistra europea, non della loro fossilizzazione.
In questo quadro deprimente, l'Italia occupa una posizione del tutto particolare. Sembra, a prima vista, uno dei casi europei più disperato. E' una società demograficamente sempre più vecchia, un paese stanco e cinico che soffre, come ha detto Doris Lessing in uno dei suoi romanzi, da troppo sole e troppa storia. Ed è un paese che ha consegnato il potere politico a un governo di destra molto pericoloso, proprio per conto della sua profonda consocenza del potere della pubblicità e dei mass-media.
Nondimeno, l'Italia stranamente non è un paese rassegnato, ma un paese dove le passioni civili sono spesso presenti e dove la politica ancora conta molto al livello quotidiano, molto di più che nel freddo e sonnolente Nord e, almeno per il momento, nell'Est disastrato e astensionista. L'Italia è un luogo di possibilità politiche reali, come la Spagna, ed è largamente riconosciuta come tale da coloro che si intendono della politica europea.
Se qualcuno nutre dei dubbi su ciò, dovrebbe riflettere un attimo sull'anno 2002. Era un anno che ha visto delle mobilitazioni - quella enorme della Cgil in marzo ma anche quella auto-organizzata dai movimenti a Piazza San Giovanni in settembre - del tutto inusuali dal punto di vista sia numerica che di composizione sociale. Sindacalisti, ragazzi dei Social Forum, ma anche molti elementi dei sempre più numerosi ceti medi urbani, esprimevano non solo la loro opposizione al governo Berlusconi ma anche il desiderio di nuove forme di politica e di rappresentatività.
Le loro aspirazioni - non solo di difendere la democrazia ma anche di rinnovarla profondamente - sono state in grandissima parte deluse. Le ragioni sono molte. Una, certamente, era l'incapacità delle forze moderate del centro-sinistra di recepire o perfino di capire la necessità di un nuovo rapporto fra politica e società civile. Ma un'altra, ugualmente grave, risiedeva nell'immobilismo dei piccoli partiti collocati alla sinistra del centro-sinistra, la loro incapacità di intercettare se non in piccola parte la grande ondata, la loro riluttanza ad aprirsi a orizzonti nuovi, a un cammino unitario.
La gente che si mobilitava nel 2002 non è scomparsa. Sta a casa o a lavoro, va al cinema o in pizzeria, parla con scetticismo o amarezza della politica. Ma non rimane, questa è la mia fortissima impressione, del tutto rassegnata. Capisce benissimo che non si può continuare così - né con la guerra in Iraq, né con la politica economica neo-liberista (che sia in salsa azzurra o rosa), né con gli attuali rapporti fra Nord e Sud del mondo, né nel modo spensierato e del tutto irresponsabile del nostro consumo quotidiano, né con una società sempre più dominata dall'antico ma ringiovanito rapporto fra patrono e cliente. Vorrebbe ripartire, legare la sua quotidianità a un progetto politico nuovo, cercare soprattutto di incidere. Ma non sa da che parte rivolgersi.
L'idea di Romano Prodi di una grande alleanza democratica è un'idea felice. Ma l'alleanza non deve rimanere la proprietà solo dei politici di professione e di carriera. Riempiamola dunque di contenuto, di dibattito, di movimento, che ne favorisce una dimensione innovativa e non solo gestionale. Mi sembra che i punti programmatici della Cgil, mandati recentemente a Prodi, sono un buon punto di partenza.
Condivido dunque in senso pieno sia l'urgenza che la frustrazione di Alberto Asor Rosa. Se una sinistra critica non parte oggi in Italia mancheremo a un appuntamento storico. E se i vertici non riescono a partire, partiamo noi dal basso, al livello cittadino. Troppo sole, troppa storia, cara Doris, ma anche tante città. Dopotutto l'Italia è il paese delle cento città, che hanno prodotto nella lunga durata della loro storia tanta cultura, anche quella politica.
Sono sempre più numerose le persone estremamente preoccupate per la situazione politica e si stanno moltiplicando le iniziative e i convegni per lanciare allarmi. Partecipano attivamente uomini e donne di sinistra e di destra: mi riferisco ad una destra genuina, non a quella di Berlusconi, che non è destra. In breve, non è affatto esagerato affermare che, sul piano civile, stanno emergendo le premesse di un nuovo Comitato di Liberazione Nazionale: quello degli anni Quaranta includeva tanti gruppi politici, dai monarchici ai comunisti, oggi le ideologie sono assai diverse, ma la sostanza è la stessa, giacchè si sta diffondendo la convizione che, come paese, siamo entrati in uno stato preagonico: possiamo ancora salvarci, ma è sempre più difficile e il tempo stringe in modo implacabile. Io sono intervenuto in due di questi dibattiti, il primo organizzato a Firenze a Palazzo Vecchio il 1° ottobre dalla Fondazione Pertini sul tema “Libertà e democrazia”, il secondo promosso dall'Associazione Libertà e Giustizia a Roma il 3 ottobre al Teatro di Tor di Quinto sul tema “Salviamo la Costituzione” - l'allarme del titolo è pienamente giustificato: in entrambi i dibattiti erano numerose le personalità del nuovo CLN, in entrambi è intervenuto l'instancabile ex Presidente Oscar Luigi Scalfaro, che ha due anni più di me - ne ha 86! In entrambi i dibattiti ho riecheggiato l'urlo di Munch. Ecco alcuni temi che ho svolti.
Com'è venuta a Berlusconi l'idea di riformare l'intero sistema di governo previsto dalla nostra Costituzione? Per realizzare il suo vero programma (difendere ed accrescere la “roba” e le televisioni, evitare la galera) non gli bastavano le leggi-vergogna?
Berlusconi ha ottenuto quello che voleva con una facilità che credo abbia meravigliato lui stesso. Ma si è reso conto - o glie lo hanno spiegato i consiglieri, primo fra tutti Marcello Dell'Utri che si è giustamente paragonato a Socrate - che la sua vittoria era effimera e poteva perdere tutto se non “blindava” il suo potere. Di qui il raptus riformistico ed il progetto di riformare - devastare - anche il sistema di governo; di qui il “progetto Frankenstein”, che, se approvato, darebbe il colpo di grazia ad ogni speranza, per l'Italia, di diventare un paese civile in un futuro prevedibile.
Quali sono le probabilità che un tale progetto, che potenzialmente darebbe poteri illimitati a Berlusconi, venga approvato?
Purtroppo sono elevate. Un pezzo della “devolution”, che serve a mantenere il sostegno di Bossi e dei suoi padani e che, lo garantiscono Berlusconi e i celtici, ha un costo vicino allo zero, è già passato, pur essendo un progetto abominevole; può passare anche la riforma del sistema di governo. Sono state avanzate critiche fortissime alle due atrocità - “devolution” e Frankenstein. Sono critiche semplici: possono essere capite anche da chi è corto di cervello e scarso a cultura. Ma possono convincere le persone in buona fede, non chi si è fatto comprare: ho già ricordato che una bella fetta di parlamentari è stata comprata a peso vivo, scarpe comprese. Per costoro l'unico argomento valido sarebbe: quanto ti dà Berlusconi: un miliardo? Bene, io ti do un miliardo e cento milioni. E non si compra una persona solo coi soldi. Tutti comprati, come nel Parlamento inglese di Walpole, almeno nella “Casa delle libertà”? Credo di no, ma il numero dei comprati è grande. Per questo molte persone serie pensano che probabilmente, come estrema soluzione, resta il referendum, il cui esito però non è sicuro.
Ma allora è sempre valido il terribile giudizio di Calamandrei - “la tragedia dell'Italia è la sua putrefazione morale, la sua indifferenza, la sua sistematica vigliaccheria”? Se così fosse non ci sarebbero speranze. Ma Calamandrei scriveva subito dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale. Poi c'è stata la Resistenza. C'è stato - per brevità parlo per simboli - il massacro della famiglia Cervi. Dopo la guerra si è svolto quello straordinario processo civile che ha visto collaborare tutte le forze politiche, di destra e di sinistra, che avevano dato vita alla Resistenza, un processo in cui ha operato come protagonista lo stesso Calamandrei e che ha generato “la nostra bella Costituzione”, oggi in pericolo di morte. In seguito, a poco a poco hanno ripreso il sopravvento i vecchi vizi; io credo però che le tragiche esperienze del fascismo, della guerra e della Resistenza sotto la superficie hanno lasciato in molti segni indelebili: questo spiega perché nel dopoguerra ha avuto luogo un sia pur lento e tormentato progresso civile, oggi brutalmente interrotto. L'eredità che proviene da quelle esperienze ci consente di sperare, nonostante tutto; e sperare significa operare.
Se riflettiamo sui motivi dell'interruzione del progresso civile e poi dell'ascesa e della permanenza al potere di Berlusconi dobbiamo riconoscere che le responsabilità dell'opposizione sono grandi. Non pochi esponenti dell'opposizione hanno fatto robusti favori a Berlusconi, alcuni se ne sono perfino vantati con lui, anche se erano contro la legge, forse, chi sa, illudendosi di ottenere la sua gratitudine politica. Altri sono arrivati ad esaltare Craxi, che era certo un abile politico ma che era anche un grande corruttore - è lui che ci ha regalato Berlusconi e lui stesso aveva ammesso, con spavalderia e senza pudore, le sue malefatte. Quegli esponenti sono giunti ad irridere Enrico Berlinguer, un passatista, che aveva sostenuto, come già Carlo Cattaneo, come già Gaetano Salvemini, come già Ernesto Rossi, come già Piero Calandrei, che la morale non può essere separata dalla politica pena la putrefazione e il regresso economico oltre che civile dell'intera società.
Di recente alcuni leader dell'opposizione in varie circostanze hanno riconosciuto di aver fatto gravi errori - zig zag. Ma per convincere tutti che intendono veramente cambiare strategia alle parole debbono far seguire i fatti: smettendo di litigare ed abbandonando la difesa a oltranza delle loro meschine posizioni di potere personale, una difesa che porta all'esclusione dei “non addetti ai lavori”: la politica non deve essere né monopolistica, che allora è dittatura, né triopolistica: è democratica solo se è aperta a tutti. Le formule sono diverse, una è quella del grande Ulivo, un'altra è la Federazione - i nomi contano poco. Se l'opposizione non fa sul serio, la conclusione bisogna ribadirlo, è una nausea e quindi un astensionismo dilaganti, col conseguente trionfo del berlusconismo, ossia dell'Italia descritta con angoscia da Calamandrei.
GEORGE W. Bush pensa che quel che accade oggi in Iraq sia il frutto di «un catastrofico successo». Chi lo ha visto alla Nbc sa che il presidente Usa ammette di «non credere che questa guerra contro il terrorismo possa essere vinta». Chi ha letto ieri, su queste pagine, Paul Krugman sa che i più seri analisti che si occupano di sicurezza hanno iniziato ad ammettere che «l´obiettivo di un Iraq democratico è ormai fuori portata» perché bisogna prendere in considerazione la possibilità che «potrebbe non esserci soluzione alcuna per il problema iracheno», a meno che (e «sarebbe un successo al 50%») non si faccia salire sul carro del nuovo Iraq il vecchio Iraq saddamita del Baath, i religiosi dalla linea dura, i movimenti etnici e le rancorose sette...
Se si stringe l´obiettivo soltanto sul sequestro di Simona Torretta e Simona Pari e non si allarga lo sguardo a quel paese e a quel popolo che, con coraggio e generosità, le due volontarie di "Un ponte per..." volevano aiutare, non si può comprendere che cosa è accaduto e perché. Soprattutto non si potranno, da oggi, muovere le cose per interrompere l´incubo in cui le due "cooperanti" sono state precipitate.
Del sequestro si sa poco o nulla. Né le modalità della cattura aiutano, per il momento, a capire. Dieci o dodici uomini, camuffati - pare - con uniformi dell´esercito regolare. Negli uffici dell´ong entrano in cinque. Azione rapida e mirata: i rapitori sapevano dove andare e chi aggredire. Chiedono i nomi dei presenti. Discutono tra loro. Scelgono le vittime. Chi ha organizzato il sequestro le conosce. Il luogo del sequestro «non dice nulla». E´ il centro di Bagdad, piazza Andalus, non il territorio di questa o quella fazione religiosa, di questo o quel gruppo terroristico. Con questi elementi, nessuno - in Italia - azzarda al momento una risposta alla domanda: è un azione del terrorismo politico o l´impresa di predoni a caccia di soldi facili? Allo stato delle cose - ti spiegano - può essere l´una o l´altra cosa e anche, insieme, l´una e l´altra. I predoni possono aver sequestrato obiettivi indifesi per venderli al miglior offerente, sia esso ambasciata o un gruppo terroristico.
Fonti arabe, pur con cautela, temono invece il peggio. Perché - ragionano - non ti imbatti per caso in donne che lavorano per un´organizzazione non governativa presente a Bagdad da dieci anni. Se vai a rapirle, hai un piano lucido. L´obiettivo è naturalmente il governo italiano, "anello debole" della coalizione anglo-americana. Ma, con l´Italia, anche il popolo iracheno e il capo del governo provvisorio Iyad Allawi, che le squadre del terrore islamico vogliono isolato, sempre più nelle braccia degli Stati Uniti, quindi del "nemico".
Il ragionamento è chiaro, anche se orribile: i terroristi, sequestrando "cooperanti" conosciuti e apprezzati a Bagdad, vogliono dire agli iracheni che nessun occidentale - nessuno, anche il migliore e più antico amico del popolo iracheno - sarà risparmiato dalla minaccia di una furia assassina. Chi collabora a qualsiasi titolo per il nuovo Iraq, per la sua ricostruzione - sia camionista, imprenditore, giornalista, cameriere, volontario in un impegno umanitario - rischia la morte. È questo il terribile messaggio del sequestro di Simona Torretta e Simona Pari. E´ un messaggio che già si poteva leggere nell´esecuzione dei dodici, umilissimi lavoratori nepalesi uccisi alla fine di un sequestro che non ha registrato nessuna richiesta, nessun proclama, nessun abbozzo di trattativa. Nulla. Morte e basta. Orrore e basta.
E´ con questo cieco, feroce, caotico, assoluto terrorismo che dobbiamo fare i conti. Qualcuno in Italia se ne meraviglia, a uso delle mediocri chiacchiere del cortile nazionale. Sono gli stessi che hanno voluto e appoggiato l´intervento italiano per combattere il terrorismo. Ora scoprono che in Iraq c´è il terrorismo e noi ne possiamo essere vittime. Urlano dunque di sdegno dimenticando di aver sostenuto che, se il terrorismo era il problema, l´invasione dell´Iraq sarebbe stata la soluzione.
Purtroppo, il calcolo era sbagliato e l´Iraq è oggi un problema che potenzia e incrudelisce, ogni oltre cupa previsione, il problema che si voleva risolvere per sempre. Se si sottrae il sequestro di Simona Torretta e Simona Pari dalla cornice in cui è avvenuto non si comprende il loro dramma, non ci si prepara a risolverlo, non ci si attrezza per evitare che quel che accade oggi a loro - e ieri a Quattrocchi, Stefio, Cupertino, Agliana e Baldoni - si ripeta.
Oggi l´Iraq, come sempre accade negli "Stati falliti", è un buco nero che si allarga attraversato da terroristi, trafficanti, criminali, mercenari, predoni che vi trovano quel che serve. Armi, basi operative, reclute, occasioni di arricchimento, opportunità di azione e visibilità politica. Bush lo ha ammesso al termine di una guerra sbagliata e irragionevole: non ho pianificato a dovere la pacificazione. Nessuno può rimediare facilmente a questo catastrofico errore senza mutare radicalmente uomini e strategie. Purtroppo, non c´è nessun segno concreto e volontà credibile di un´azione che possa far fronte al fallimento dell´Iraq. L´idea stessa di una ricostruzione del Paese è macerie. Sono fallite le operazioni per creare condizioni di sicurezza necessarie a negoziare la risoluzione del conflitto (funzione militare). Non si soccorre la popolazione (funzione umanitaria). Non si promuove la riconciliazione nazionale (funzione sociale). Appare destinata sempre più al fallimento la nascita di un governo legittimo in grado di funzionare (funzione politica). Sotto queste macerie sono finite ieri Simona Torretta e Simona Pari. Per estrarle incolumi da laggiù, bisognerà chiedersi per quale ragione noi italiani siamo in Iraq. La convocazione dell´opposizione a Palazzo Chigi, quindi una maggiore coesione del quadro politico nazionale, inedita fino a oggi e quasi fotografia di quel che è accaduto in una Francia incupita dal sequestro dei suoi giornalisti, sembra una buona, prima iniziativa.