loader
menu
© 2026 Eddyburg

Le cataste di morti a Taba e a Ras Sultan che seguono le cataste di morti nella Striscia di Gaza e ne precedono altre di segno contrapposto; il mattatoio iracheno che lavora a pieno ritmo alimentato dalle autobombe dei terroristi, dai mortai della guerriglia sciita e sunnita, dai cacciabombardieri dell´Invincibile Armata americana; le elezioni afgane contestate da quattordici candidati su diciotto che si dicono vittime di brogli e si appellano agli osservatori dell´Onu; Bush e Kerry avvinghiati in una rissa elettorale che sarà vinta sul filo di lana il 2 novembre; i Fratelli Musulmani che covano l´insurrezione contro Mubarak; sunniti e sciiti che si scannano a vicenda mettendo a ferro e fuoco le moschee pachistane; l´Ossezia che ancora piange i suoi bimbi trucidati a Beslan e minaccia la rappresaglia contro i ceceni: ha ragione Sandro Viola quando scrive (ieri su questo giornale) che la sciagurata guerra irachena ha avuto l´effetto d´un calcio ad un termitaio che ha sparso dovunque la sua famelica e inarrestabile popolazione.

Purtroppo quel calcio è stato dato due anni fa e non si possono rimettere indietro le lancette dell´orologio. Ma i pareri sono discordi sulla gravità e l´irreparabilità di quell´errore e sulla terapia da applicare oggi per sconfiggere o almeno contenere la peste del terrorismo islamista che si diffonde con un crescendo spaventoso dalle montagne del Caucaso al Golfo arabico e al Mar Rosso, guadagnando consensi tra le moltitudini arabe fino alle porte di casa dell´Occidente.

I capi di Stato cercano di rassicurarsi a vicenda con un flusso continuo quanto inutile di messaggi di condoglianza. Gli osservatori, anche i più intelligenti e obiettivi, non sanno proporre e auspicare altro all´infuori d´una «maggior compattezza e più forte determinazione di tutte le nazioni sotto schiaffo». Serrare le file, dar vita a difese comuni, inviare truppe, aiuti economici sui teatri delle operazioni, trattare con l´Islam moderato isolando il fanatismo della guerra santa e il terrorismo apocalittico che cavalca sui suoi cavalli seminando sangue e rovine.

È questa la ricetta? Non si capisce quale ne sia il reale contenuto.

Probabilmente esso è ignoto anche a quelli che la propongono. Maggiore compattezza. Firmiamo tutti un appello di comune solidarietà. E poi? Spingiamo i nostri Paesi, anche quelli finora più restii, a inviare alcune migliaia di militari sui teatri delle operazioni.

E poi? Venti o trentamila soldati in più in Iraq risolveranno il problema? Altrettanti in più in Afghanistan risolveranno il problema? Rispondendo con sempre maggior violenza alla violenza terrorista?

Il terrorismo vuole che il livello di violenza aumenti, non che si attenui.

Perché la violenza è il cibo che lo nutre, ne alimenta la diffusione, ne allarga il consenso. Le bombe americane su Falluja e Samarra sono la manna per i terroristi, servono a fabbricare schiere di kamikaze a getto continuo, così come i missili israeliani sui campi profughi di Gaza o sulle città palestinesi di Cisgiordania fortificano Hamas e le altre formazioni radicali. Allo stesso modo i soprusi efferati della sgangherata armata di Putin in Cecenia hanno innescato l´orrore della scuola di Beslan senza che neppure quella carneficina d´innocenti riuscisse a separare il popolo ceceno dalle bande di assassini che dicono di agire in suo nome.

Dunque che cosa vuol dire maggior compattezza e più ferma determinazione contro il terrorismo? Qual è l´esatto e concreto significato di questa genericissima giaculatoria?

L´ala militarista dell´opinione pubblica occidentale fa coincidere la suddetta giaculatoria con l´impiego di più forti mezzi di repressione militare. L´ala diplomatica e moderata invoca invece dialogo interreligioso, scambio di informazioni tra le varie intelligence, impiego di truppe speciali, risorse per lo sviluppo economico di quelle regioni. Propositi ragionevoli. Forse bisognava pensarci prima. Prima di prendere a calci quel suddetto termitaio, perché adesso tutto è maledettamente più difficile. Si dovrebbero andare a scovare termite per termite schiacciandole una ad una, distruggendone le uova che hanno deposto chissà dove. Bisognerebbe fare il deserto intorno a loro, isolarle, prenderle per fame. Cambiando metafora bisognerebbe prosciugare l´acqua e lasciare a secco i pesci del terrorismo.

Si può prosciugare l´acqua con le bombe e i carri armati? Usare i marines come pompieri?

In uno dei suoi rari momenti di lucidità George W. Bush si è lasciato sfuggire questa frase: «Dobbiamo sapere che è molto difficile sradicare completamente il terrorismo». Certo, è molto difficile. In un mondo dove esiste una sola superpotenza militare e tecnologica, chi le si oppone ha solo l´arma del terrorismo. Infatti quando le superpotenze erano due il terrorismo non c´era. In compenso c´era il terrorismo perpetrato dagli Stati totalitari.

Ma questo è un altro discorso.

* * * *

Finora il terrorismo palestinese non è stato inquinato dalle termiti che si richiamano ad Al Qaeda. Dopo l´autobomba contro l´Hilton di Taba, Hamas si è dissociata da quell´attentato ribadendo che il suo raggio d´azione è esclusivamente limitato al territorio d´Israele.

Di solito i terroristi hanno tutto l´interesse a rivendicare gli attentati da loro compiuti; talvolta ne rivendicano perfino alcuni non organizzati da loro, allo scopo di acquistare maggiore visibilità estendendo le loro campagne di reclutamento. Se negano d´esserne gli autori c´è dunque da crederci.

Questa dissociazione di Hamas non consolerà certo Israele ma è tuttavia di notevole importanza. Significa che l´obiettivo di Hamas è per ora limitato alla nascita d´uno Stato palestinese vero, legato al ritiro non già dei settecento coloni da Gaza ma di tutti o quasi tutti gli insediamenti israeliani in Cisgiordania.

Se le cose stanno così, la via per riassorbire il terrorismo contro Israele è quella di operare in concreto per la nascita d´uno Stato palestinese vero.

Questa sì, sarebbe una prima e importante vittoria dell´Occidente nella guerra contro il terrorismo, connessa ovviamente con la sicurezza d´Israele e il suo pieno riconoscimento da parte degli Stati della regione.

Per sconfiggere il terrorismo bisogna sfogliarlo foglia per foglia. La prima foglia da togliere è la Palestina, per evitare che vi attecchisca la malapianta del terrorismo globale e islamista.

Queste cose le sappiamo tutti da un pezzo. Le sa anche almeno metà del popolo d´Israele e più della metà del popolo americano. Le sanno almeno il 60 per cento dei popoli europei. Lo sa l´Onu che ha votato in proposito almeno una decina di risoluzioni rimaste tuttavia lettera morta.

Perché non si comincia da qui? Perché, invece di scambiarsi telegrammi di condoglianze, i capi di Stato non dicono e non proclamano queste verità e non indicano questo percorso?

Un problema non meno cruciale è quello della Cecenia. Più complicato perché quella regione lambisce le terre petrolifere e musulmane del Caucaso e il suo assetto può scatenare un effetto «domino» su tutte le Repubbliche ex sovietiche dell´area. Tuttavia anche la sua mancata soluzione può esercitare (sta già esercitando) un effetto «domino» altamente preoccupante, oltre a influire sulle deformazioni della fragilissima democrazia russa, piegandola a nuove forme di autoritarismo.

La lotta globale al terrorismo globale indetta da Bush dopo l´11 settembre ha avuto, tra i vari suoi aspetti positivi e negativi, anche quello di funzionare come copertura alla feroce repressione russa in Cecenia. Feroce ma inutile come tutte le repressioni. Ecco un altro grave errore e un altro calcio al termitaio ceceno, i cui effetti l´amicizia Bush-Putin non giova certo a mitigare.

E´ su questi temi che s´invoca la compattezza dell´Occidente? Bisognerebbe allora dirlo con chiarezza e dedurne iniziative strategicamente efficaci.

Bisognerebbe interrompere i circuiti perversi di bombe contro bombe, stragi contro stragi, condoglianze a senso unico. Quando muore sotto le bombe un bambino palestinese o un bambino iracheno con chi ci si conduole (ammesso che condolersi senza operare abbia qualche utilità)? Con Abu Ala? Con al Sistani? Insomma con chi?

Giungono le prime notizie sul rapimento di Simona Torretta e di Simona Pari, le due giovani donne italiane che svolgevano rischiosa e coraggiosa opera di volontariato in Iraq, per l’organizzazione “Un ponte per...” e che sono state prelevate come si usa dove regna il banditismo: nel loro ufficio di Baghdad, in pieno giorno, in pieno centro. Qui al giornale abbiamo ricevuto telefonate della Bbc, di giornali e televisioni americane, di colleghi di tutta Europa. Sapevano che sono state sequestrate due giovani donne portatrici di pace. Da giornalisti volevano sapere che cosa farà adesso il governo italiano.

Abbiamo detto che non lo sappiamo, che alle sei di sera non avevamo ancora ascoltato o letto parole che siano almeno di incoraggiamento e conforto per le ragazze rapite e per le loro famiglie. Abbiamo però evitato di citare Sandro Bondi, che invita a stringerci comunque intorno al governo, senza avere ascoltato dal governo una sola voce, senza che ci sia stato detto nulla di ciò che il governo intende fare. Con preoccupazione abbiamo letto le parole, certo non adatte al tremendo momento, del Presidente Casini che sceglie di entrare nelle tensioni interne della politica italiana, con la domanda: «E questa la chiamano resistenza?». Decide dunque, in ore come queste, di chiamare in causa eventuali sostenitori italiani dei rapimenti e del terrorismo (ma allora perché non indicarli per nome?) invece che includere coloro che sono impegnati in ogni sforzo per liberare la Torretta e la Pari, ma si uniscono anche alla richiesta appassionata di porre fine a una guerra sempre più feroce e insensata.

Il Presidente Casini ci ha anche detto che con un simile terrorismo non si verrà mai a patti. Lo ha detto al buio, mentre non sappiamo di chi e di che cosa si parla. Non sarebbe stato meglio rassicurare i cittadini e promettere che - quando si tratta di salvare vite - l’Italia non sarà seconda alla Francia, che - sia pure fra i sarcasmi della nostra destra (ma non della destra americana) - ha mobilitato tutto il mondo arabo per i suoi due giornalisti, mostrando che due vite valgono di più di tutte le più nobili dichiarazioni?

Tutto ciò avviene nell’ostinazione immensamente pericolosa del non capire che cosa sta veramente accadendo in Iraq. Eppure Paul Krugman, l’editorialista del New York Times, lo spiega su quel giornale il giorno 5 settembre. Spiega ciò che esperti militari statunitensi e gruppi autorevoli (e conservatori) come il Center for Strategic Studies di Washington, hanno fatto sapere da tempo: «Le truppe americane stanno cedendo ogni giorno terreno ai rivoltosi nelle zone urbane. Mentre l’attenzione del mondo intero è puntata su Najaf, tutto l’Iraq occidentale è caduto saldamente sotto il controllo dei ribelli. I rappresentanti del governo installato dagli Stati Uniti sono assassinati o giustiziati. Altre città (come Samarra) sono anch’esse cadute in mano degli insorti, gli attacchi agli oleodotti si vanno moltiplicando e l’esercito del Mhadi resta saldamente al comando di Sadr City, periferia di Baghdad, e dei suoi due milioni di abitanti». Spiega ancora il docente di Economia della Princeton University divenuto editorialista del New York Times per dire alcune verità su questa spaventosa guerra: «Per molto tempo chiunque avesse avanzato una analogia con il Vietnam è stato oggetto di derisione. Adesso i più seri analisti che si occupano di sicurezza hanno iniziato ad ammettere che l’obiettivo di un Iraq democratico filo-americano è ormai fuori portata».

Ieri abbiamo letto su una nota dell’agenzia AdnKronos che il direttore del Sismi, nella stessa giornata del sequestro di Torretta e Pari avrebbe detto che c’era il pericolo di rapimento di donne in Iraq. Se lo ha detto prima del tremendo evento di oggi, perché non ha agito e subito? E come mai nessuno, nel governo attorno al quale oggi dovremmo unirci, ha fatto caso alle richieste insistenti e ripetute da tutta l’opposizione in aprile di ritirare al più presto i civili dall’Iraq? Lo ha detto Angius il 15 aprile, lo ha ripetuto Intini il 26 aprile, lo hanno chiesto ancora e ancora Fassino, Bertinotti, Pecoraro Scanio, tra aprile e maggio. La risposta è stata scherno o silenzio o distrazione. Naturalmente i civili possono decidere di restare, ma fa differenza sapere dal proprio governo che c’è una guerra in corso. E non sarebbe toccato al governo difendere volontarie che cercano di portare pace e fanno onore al Paese? Eppure c’era il tempo per capire che cosa stava davvero accadendo, per smetterla con la finzione della vittoria, della svolta, del governo iracheno che controlla il Paese.

Adesso si susseguono dichiarazioni come «dobbiamo unirci contro il terrorismo». Ma poi si dichiarano nemici coloro che si oppongono alla guerra perché la guerra moltiplica il terrorismo. Si ammonisce «nessuno strumentalizzi questa vicenda». Significa approvare tutto, anche prima di sapere che cosa. Eppure noi non chiediamo di meglio che dover scrivere, nei prossimi giorni, che il governo è stato tempestivo, efficace, esemplare. Perché vogliamo rivedere in Italia sane e salve Simona Torretta e Simona Pari, e vogliamo poter dire che si è fatto bene e si è fatto di tutto, e saremo felici di dirlo.

Senza carri armati, anzi circondato da uno stuolo di giornalisti benevoli e molto pazienti, ieri Silvio Berlusconi ha occupato la prima rete e il primo telegiornale della Rai per tutto il tempo che ha voluto, facendo saltare programmi e Tg, fedele solo a se stesso, alla sua immagine, al suo interesse, alla sua voce, al suo essere dove sta, in posizione arbitraria e incontrastata di potere. Lo vedete guardarsi intorno, mentre il nastro di parole scorre nel vuoto in automatico, e sembra colto da un secondo pensiero: possibile che sia così bravo da sottomettere tutto un Paese, i suoi intellettuali, i suoi commentatori, i suoi critici naturali, i giornalisti, senza poter esibire alcun merito, senza poter vantare alcun risultato, senza avere portato al Paese - o almeno a un’area o un ceto del Paese - qualche sia pur limitato miglioramento e di vantaggio?

O forse lo stimola un’altra domanda meno vanagloriosa e più umana: possibile che sia così facile? Gli sarà venuto in mente nel momento in cui uno dei partecipanti ha posto senza imbarazzo questa domanda che dovrebbe essere studiata - d’ora in poi - nelle scuole di giornalismo: «Presidente ci dica qual è la notizia del nuovo anno». È una domanda esemplare perché completa la delega dei poteri in questa Repubblica che Luciano Violante, nella sua dichiarazione alla Camera, ha chiamato la “Repubblica maggioritaria”. Ovvero tutto il potere alla maggioranza che - attraverso il meccanismo del voto di fiducia che vieta ogni discussione - delega tutto il potere al governo. E il governo - si è già visto e si vede in ogni Consiglio dei ministri - ha già delegato tutto il potere al capo.

Adesso un giornalista con posizione televisiva autorevole gli offre anche l’ultimo privilegio: definire che cosa è una notizia. Non più. Adesso è stato chiesto al capo di scegliere. È a questo punto che Berlusconi, nonostante l’immensa stima che ha per se stesso, deve essersi chiesto: possibile che sia così facile?

È inevitabile pensare a un libro di recente pubblicazione “La notte della democrazia italiana. Dal regime fascista al governo Berlusconi” a cura di Giampasquale Santomassimo. È la raccolta di una serie di interventi di una giornata di studio all’Università di Firenze cui hanno partecipato, fra altri, con Enzo Collotti, Giovanni De Luna, Giovanni Gozzini, Paul Ginsborg, Percy Allum, Stuart Woolf, Michele Battini, Gabriele Turi.

Scrive di quell’evento Simonetta Fiori (la Repubblica, 26 novembre): «Tutti trovano lecito chiedersi se in Italia non stia nascendo un regime di natura politico-mediatico-videocratico. Gli studiosi dell’Italia tendono a convergere su una risposta affermativa. Dicono: “Sì, oggi in Italia vige una democrazia atipica, guardata con allarme dall’opinione pubblica europea e con sostanziale indifferenza da quella italiana perché col tempo (come scrive il curatore del libro) ci si abitua a tutto, anche a considerare normale ciò che non è e non può esserlo”».

***

Non è normale, infatti, che nel corso del lungo monologo detto “conferenza stampa” soltanto cinque giornalisti osino porre domande sul costo della vita, sul finto taglio delle tasse, sulla evidente necessità di una ulteriore manovra correttiva, sulla “par condicio” che sarà abolita col voto di fiducia. E che la inviata de l’Unità, per aver osato riferirsi alla misteriosa scomparsa del premier per 32 giorni, dopo il Natale del 2003 (una scomparsa senza spiegazioni che nessun capo di governo democratico potrebbe permettersi in Paesi normali) si è sentita rispondere che sarà lieto di fornirle l’indirizzo di un buon chirurgo plastico. E ha precisato, per l’Italia e per il mondo, con una di quelle frasi con cui certi anziani imbarazzano tutti in famiglia: «Io mi sento 40 anni, corro, faccio i cento metri con ottimo tempo. Dunque devo rappresentare fisicamente me stesso meglio degli altri perché posso permettermelo. È una forma di rispetto verso chi si aspetta da te una certa rappresentazione sul piano nazionale e internazionale. E credo che il mio comportamento (rivolgersi al chirurgo plastico, ndr) debba essere portato ad esempio».

La parola chiave è “rappresentazione”. Con essa il presidente del Consiglio, trascinato dal suo “One man show” (lo spettacolo di un attore che tiene la scena da solo) svela un suo pensiero ossessivo, la chiave del suo comportamento che ha tre punti d’appoggio: giovare a se stesso, vantare il bene fatto agli altri (tutto è merito suo, anche gli aiuti dopo l’immane tragedia asiatica) ed essere ammirato per come appare. Con la profonda persuasione di fare accadere - o di aver già fatto accadere - ciò che racconta e di cui si vanta da solo, sospeso nella aura magica che si è costruita sulla certezza dell’unico successo che gli importa e che conta: il successo mediatico. Dice a se stesso e a noi che ciò che dice è accaduto perché lui non può fallire.

***

Un filo di patologia lega queste immagini di se stesso che entrano in televisione, la occupano, scacciano tutte le altre immagini con la persuasione che lui governa lì, in quel momento, con quello che dice e quello che si vede. Ma perché l’ossessione che Berlusconi ha di se stesso possa continuare intatta e anzi rafforzata occorre una situazione di culto. La storia conosce bene situazioni come questa. Sentite Angelo Panebianco sul Corriere della Sera del 28 dicembre, in un editoriale ingannevolmente intitolato “La vera forza di Romano Prodi”. «Già molto tempo prima che Berlusconi pubblicizzasse il suo famoso contratto con gli italiani, il centrodestra aveva, presso l’elettorato, una immagine netta e riconoscibile. Le sue idee forti erano conosciute ed erano quelle del capo. Erano le idee di Berlusconi (...) il centrodestra si propone (dalla devoluzione al fisco, dalla Giustizia al Welfare alla Costituzione) come forza di cambiamento e di rottura con il passato».

Berlusconi - occorre dirlo - trae dal cerchio di adulazione che si è prontamente creato intorno a lui e dal cerchio di intimidazione che ha saputo creare, regalando orologi e rovinando carriere, tutto il frutto possibile. Per aumentare l’adulazione si elogia da solo, si compiace da solo, si esibisce fino a quando - come i colleghi compiacenti o pazienti o ansiosi di Palazzo Madama durante l’occupazione di due ore televisive il 30 dicembre - la sua folla ride. Ride, come i bambini a scuola, una risata umiliante e liberatoria. Tutti sanno che con lui non si ride sempre. Fin dal principio ha messo in chiaro un concetto mussoliniano: «Questa è una opposizione fatta di anti italiani che tramano per impedirmi di ottenere la revisione del patto di stabilità». Ci dice l’agenzia Ansa che il premier assicura: «Porterò le prove». Non le porterà, non le ha mai portate. Ricordate le accuse spaventose della Commissione-killer detta Telekom Serbia che aveva per scopo di incriminare Prodi e Fassino? Ricordate le sanguigne minacce della Commissione Mithrokin? Tutto svuotato dalla magistratura, non da chi, in Parlamento, si è prestato al servizio-calunnia. Ma non importa. Fra coloro che ricevono dal premier orologi e orecchini e coloro che traggono insegnamento dai licenziamenti di colleghi illustri, nessuno ha voglia di verificare, di denunciare l’omissione, la bugia, il puro spettacolo a vuoto, l’inganno.

***

Una volta zittiti i critici, una volta stabilito, nelle sue file e nelle file degli altri, che non è accettabile parlare male di lui, Berlusconi non ha esitazioni ad affermare: «Come Bush si batte contro il terrorismo, anch’io continuerò a battermi contro il male di questa sinistra. Ma Bush non ha un problema interno, perché le radici liberali dei democratici e dei repubblicani sono le stesse. Invece noi abbiamo una preoccupazione maggiore. C’è una base religiosa, nel nostro partito, per evitare che prevalga il male, cioè una ideologia che dovunque è stata dannosa per i cittadini». Una dichiarazione arretrata di molti decenni nella storia, che si situa tra Francisco Franco e Pinochet. Possiamo dire che Berlusconi è un Francisco Franco buono perché non usa la garrota? O che è un Pinochet virtuale perché, poi, alle parole - che chiunque in Europa considererebbe gravissime - non segue il sangue?

Proviamo a riassumere i tratti fondamentali di un giorno con Berlusconi, il 30 dicembre, il monologo televisivo senza fine detto benevolmente “conferenza stampa”.

1 - Berlusconi occupa la Tv quando vuole, parla per il tempo che vuole, improvvisa quello che vuole sapendo che nessuno intercetterà cifre finte o affermazioni irreali.

2 - Berlusconi occupa la Tv all’ora del telegiornale mentre centinaia di famiglie italiane attendono con angoscia di sentire un nome, un luogo, una rassicurazione sui figli e genitori dispersi. A lui non importa. Interrompe il servizio pubblico perché deve parlare di se stesso.

3 - Berlusconi accusa come vuole, sicuro del suo controllo sui media. Ogni risposta, se ferma e adeguata, sarà definita “odio”. Il riferimento all’opposizione come antitaliana e come simile ai nemici di Bush (dunque il terrorismo) viene accettata e diffusa perché, nella grande stampa indipendente e nei talk show televisivi, nessun commentatore vorrà raccogliere la questione. I più miti fingeranno di non averla sentita, i più militanti la rilanceranno come se si trattasse di cose vere, fondate, provate.

4 - Governare è difficile e rischioso. Perché Berlusconi dovrebbe farlo quando può comprare ciò che gli serve, contentare i suoi con le nomine, liquidare o promuovere giudici in posizioni cruciali come vuole lui, a dispetto del Csm (lo ha appena fatto nel caso della Procura antimafia), mandare i suoi amici negli organi di controllo (lo ha appena fatto con Guazzaloca nominato all’Antitrust), nominando sottosegretario chiunque, purché fedele o zitto?

Berlusconi, con il suo controllo totale dei media, è libero di recitare per gli italiani la parte del Mandrake della politica nazionale e mondiale (mentre nel mondo perdiamo vertiginosamente immagine e reputazione), conta sul silenzio o su domande benevole e storie che non saranno mai scritte. Ci fa sapere che senza libertà di comunicazione e di informazione si vive benissimo perché a comunicare ci pensa lui. Ci propone - lui e tanti altri - di smetterla e di stare al gioco. Tanti ci stanno e si trovano bene, in ottimi studi tv con ruoli di spalla. Insistono (non sempre con le buone): «Non siamo fanatici»

Eppure noi ci sentiamo moderati. Con quel che succede, diciamo appena il minimo.

Un anno fa scrisse il Censis, alias Giuseppe De Rita, che l'Italia era diventata un paese senza rappresentanza e senza rappresentazione: senza sintesi politica, e senza un'immagine di sé dotata di senso. Una condizione di miseria simbolica preoccupante, cui tuttavia il Rapporto 2003 trovava - e insieme, come sempre si fa in sociologia, indicava - la via d'uscita del «vivere nell'altrimenti»: «altrimenti che nello sviluppo, altrimenti che nel declino», gli italiani avevano trovato e potevano trovare la strada per galleggiare nella «qualità localistica della vita» fatta di antichi borghi, buona convivialità e buon vicinato, ed evitare la morsa dell'angoscia e la china della depressione. Quest'anno il Censis, alias Giuseppe De Rita, nel buco della rappresentazione c'è cascato esso stesso: il Rapporto 2004 non fornisce un'immagine dotata di senso dell'Italia neanche a rammendarla pagina per pagina, e galleggia come l'oggetto di cui si occupa. Ovviamente De Rita può sempre rifugiarsi, come lui stesso ammette, nello heri dicebamus: aveva detto fin dal `71 che il sommerso è importante, aveva puntato sul locale e sul «piccolo è bello» e i fatti gli hanno dato ragione. Diagnosi profetiche; tanto vale riprovarci. E infatti è con spirito profetico che prevede, per il prossimo futuro, «una dura dialettica fra chi approccia la realtà con strumenti valoriali e chi invece ritiene primaria la libertà da ogni condizionamento valoriale». O il sacro o il profano; o la religione o le libertà soggettive; o il fondamento del Vero, o il «fondamentalismo statale» delle leggi e quello scientista della sperimentazione. Più che da De Rita, lo heri dicebamus sarà a buon diritto rivendicato fra qualche anno, in questo caso, dal Foglio, che questo scenario lo sta allestendo diligentemente da settimane e mesi.

C'è da crederci? Chi può dirlo. De Rita stesso mette le mani avanti, consapevole che l'irrappresentabile società italiana sembra vivere più di mediazioni basse che di drammatici conflitti ideologici: può darsi dunque, scrive, che sarà la «lunga deriva di tolleranza» ad avere la meglio sulla «dura dialettica» di cui sopra. Sulla quale peraltro grava fin d'ora, secondo il presidente del Censis, la cappa della rimozione. Perché, a onta dei dibattiti a mezzo stampa e tv su Fede e Ragione, la società italiana pare aver reagito fin qui al ritorno della coppia violenza- sacro, che bussa dalla porta del cosiddetto scontro di civiltà, con il rifugio nel fatalismo individuale, con la delega alla politica di potenza, con la derubricazione del fondamentalismo islamico a «normale» terrorismo politico. Ma allora dove stanno gli annunci della «dura dialettica»? E' vero, e qui De Rita ha ragione, che la questione del ritorno del sacro, dopo decenni di cancellazione di questa dimensione dal discorso pubblico, è una faccenda serissima. Ma nella stessa lettura del Censis sembra tutt'altro che seria la sua percezione sociale. E se la «dura dialettica» fosse allora fra la rimozione sociale del problema e la sua drammatizzazione in termini apocalittici da parte di opinion makers alla ricerca di immagini forti e conflitti decisivi per un tessuto sociale sempre più rarefatto e apatico?

Da tutto il seguito del Rapporto la società italiana infatti così appare, rarefatta e apatica. Acquattata nell'«altrimenti» e nella convivialità; disincantata rispetto non alla cattiva politica ma alla politica tout court; immemore di sé e inceppata nella trasmissione generazionale; monca di investimenti sulla formazione e la ricerca cioè sul futuro; protetta dalle grandi sfide della globalizzazione, dello sradicamento, dell'incontro con l'altro nelle mura domestiche che perimetrano la proprietà e il proprio. La dimensione spaziale al posto di quella temporale, così il Censis si sforza di nobilitare la situazione. Ma una società di proprietari di case, che solo in case investe e solo case scambia, più che di spazio sembra vivere e voler vivere di tane, che né il sacro né il secolare riescono a sfondare.

E'almeno da vent'anni che si nota un'esaurimento della sinistra europea in termini di idee e di strategie, e la sua conseguente incapacità di mobilitare larghi strati di una società in rapido mutamento, o di suscitare vero entusiasmo per i suoi progetti. Da un lato, il riformismo moderato europeo è rimasto in gran parte succube dell'ondata neoliberista e ha governato nella sua ombra. Solo ora, e non in tutti i paesi, comincia a rivedere timidamente le sue posizioni su certi punti chiavi - come, per esempio, di riconoscere l'incombente necessità di preservare e di reinventare i servizi e lo spazio pubblici - quei doni della storia europea perennemente a rischio.

Dall'altro lato, la sinistra radicale si è in gran parte persa nel suo solito settarismo, divisa fra ex-comunisti, troskisti e altri elementi, ognuno con la sua nostalgia storica particolare e con la sua forma-partitino. Ed è un gran peccato, perché proprio ora, in un momento così drammatico, abbiamo bisogno di inventività e generosità da parte di tutti i partiti della sinistra europea, non della loro fossilizzazione.

In questo quadro deprimente, l'Italia occupa una posizione del tutto particolare. Sembra, a prima vista, uno dei casi europei più disperato. E' una società demograficamente sempre più vecchia, un paese stanco e cinico che soffre, come ha detto Doris Lessing in uno dei suoi romanzi, da troppo sole e troppa storia. Ed è un paese che ha consegnato il potere politico a un governo di destra molto pericoloso, proprio per conto della sua profonda consocenza del potere della pubblicità e dei mass-media.

Nondimeno, l'Italia stranamente non è un paese rassegnato, ma un paese dove le passioni civili sono spesso presenti e dove la politica ancora conta molto al livello quotidiano, molto di più che nel freddo e sonnolente Nord e, almeno per il momento, nell'Est disastrato e astensionista. L'Italia è un luogo di possibilità politiche reali, come la Spagna, ed è largamente riconosciuta come tale da coloro che si intendono della politica europea.

Se qualcuno nutre dei dubbi su ciò, dovrebbe riflettere un attimo sull'anno 2002. Era un anno che ha visto delle mobilitazioni - quella enorme della Cgil in marzo ma anche quella auto-organizzata dai movimenti a Piazza San Giovanni in settembre - del tutto inusuali dal punto di vista sia numerica che di composizione sociale. Sindacalisti, ragazzi dei Social Forum, ma anche molti elementi dei sempre più numerosi ceti medi urbani, esprimevano non solo la loro opposizione al governo Berlusconi ma anche il desiderio di nuove forme di politica e di rappresentatività.

Le loro aspirazioni - non solo di difendere la democrazia ma anche di rinnovarla profondamente - sono state in grandissima parte deluse. Le ragioni sono molte. Una, certamente, era l'incapacità delle forze moderate del centro-sinistra di recepire o perfino di capire la necessità di un nuovo rapporto fra politica e società civile. Ma un'altra, ugualmente grave, risiedeva nell'immobilismo dei piccoli partiti collocati alla sinistra del centro-sinistra, la loro incapacità di intercettare se non in piccola parte la grande ondata, la loro riluttanza ad aprirsi a orizzonti nuovi, a un cammino unitario.

La gente che si mobilitava nel 2002 non è scomparsa. Sta a casa o a lavoro, va al cinema o in pizzeria, parla con scetticismo o amarezza della politica. Ma non rimane, questa è la mia fortissima impressione, del tutto rassegnata. Capisce benissimo che non si può continuare così - né con la guerra in Iraq, né con la politica economica neo-liberista (che sia in salsa azzurra o rosa), né con gli attuali rapporti fra Nord e Sud del mondo, né nel modo spensierato e del tutto irresponsabile del nostro consumo quotidiano, né con una società sempre più dominata dall'antico ma ringiovanito rapporto fra patrono e cliente. Vorrebbe ripartire, legare la sua quotidianità a un progetto politico nuovo, cercare soprattutto di incidere. Ma non sa da che parte rivolgersi.

L'idea di Romano Prodi di una grande alleanza democratica è un'idea felice. Ma l'alleanza non deve rimanere la proprietà solo dei politici di professione e di carriera. Riempiamola dunque di contenuto, di dibattito, di movimento, che ne favorisce una dimensione innovativa e non solo gestionale. Mi sembra che i punti programmatici della Cgil, mandati recentemente a Prodi, sono un buon punto di partenza.

Condivido dunque in senso pieno sia l'urgenza che la frustrazione di Alberto Asor Rosa. Se una sinistra critica non parte oggi in Italia mancheremo a un appuntamento storico. E se i vertici non riescono a partire, partiamo noi dal basso, al livello cittadino. Troppo sole, troppa storia, cara Doris, ma anche tante città. Dopotutto l'Italia è il paese delle cento città, che hanno prodotto nella lunga durata della loro storia tanta cultura, anche quella politica.

Sono sempre più numerose le persone estremamente preoccupate per la situazione politica e si stanno moltiplicando le iniziative e i convegni per lanciare allarmi. Partecipano attivamente uomini e donne di sinistra e di destra: mi riferisco ad una destra genuina, non a quella di Berlusconi, che non è destra. In breve, non è affatto esagerato affermare che, sul piano civile, stanno emergendo le premesse di un nuovo Comitato di Liberazione Nazionale: quello degli anni Quaranta includeva tanti gruppi politici, dai monarchici ai comunisti, oggi le ideologie sono assai diverse, ma la sostanza è la stessa, giacchè si sta diffondendo la convizione che, come paese, siamo entrati in uno stato preagonico: possiamo ancora salvarci, ma è sempre più difficile e il tempo stringe in modo implacabile. Io sono intervenuto in due di questi dibattiti, il primo organizzato a Firenze a Palazzo Vecchio il 1° ottobre dalla Fondazione Pertini sul tema “Libertà e democrazia”, il secondo promosso dall'Associazione Libertà e Giustizia a Roma il 3 ottobre al Teatro di Tor di Quinto sul tema “Salviamo la Costituzione” - l'allarme del titolo è pienamente giustificato: in entrambi i dibattiti erano numerose le personalità del nuovo CLN, in entrambi è intervenuto l'instancabile ex Presidente Oscar Luigi Scalfaro, che ha due anni più di me - ne ha 86! In entrambi i dibattiti ho riecheggiato l'urlo di Munch. Ecco alcuni temi che ho svolti.

Com'è venuta a Berlusconi l'idea di riformare l'intero sistema di governo previsto dalla nostra Costituzione? Per realizzare il suo vero programma (difendere ed accrescere la “roba” e le televisioni, evitare la galera) non gli bastavano le leggi-vergogna?

Berlusconi ha ottenuto quello che voleva con una facilità che credo abbia meravigliato lui stesso. Ma si è reso conto - o glie lo hanno spiegato i consiglieri, primo fra tutti Marcello Dell'Utri che si è giustamente paragonato a Socrate - che la sua vittoria era effimera e poteva perdere tutto se non “blindava” il suo potere. Di qui il raptus riformistico ed il progetto di riformare - devastare - anche il sistema di governo; di qui il “progetto Frankenstein”, che, se approvato, darebbe il colpo di grazia ad ogni speranza, per l'Italia, di diventare un paese civile in un futuro prevedibile.

Quali sono le probabilità che un tale progetto, che potenzialmente darebbe poteri illimitati a Berlusconi, venga approvato?

Purtroppo sono elevate. Un pezzo della “devolution”, che serve a mantenere il sostegno di Bossi e dei suoi padani e che, lo garantiscono Berlusconi e i celtici, ha un costo vicino allo zero, è già passato, pur essendo un progetto abominevole; può passare anche la riforma del sistema di governo. Sono state avanzate critiche fortissime alle due atrocità - “devolution” e Frankenstein. Sono critiche semplici: possono essere capite anche da chi è corto di cervello e scarso a cultura. Ma possono convincere le persone in buona fede, non chi si è fatto comprare: ho già ricordato che una bella fetta di parlamentari è stata comprata a peso vivo, scarpe comprese. Per costoro l'unico argomento valido sarebbe: quanto ti dà Berlusconi: un miliardo? Bene, io ti do un miliardo e cento milioni. E non si compra una persona solo coi soldi. Tutti comprati, come nel Parlamento inglese di Walpole, almeno nella “Casa delle libertà”? Credo di no, ma il numero dei comprati è grande. Per questo molte persone serie pensano che probabilmente, come estrema soluzione, resta il referendum, il cui esito però non è sicuro.

Ma allora è sempre valido il terribile giudizio di Calamandrei - “la tragedia dell'Italia è la sua putrefazione morale, la sua indifferenza, la sua sistematica vigliaccheria”? Se così fosse non ci sarebbero speranze. Ma Calamandrei scriveva subito dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale. Poi c'è stata la Resistenza. C'è stato - per brevità parlo per simboli - il massacro della famiglia Cervi. Dopo la guerra si è svolto quello straordinario processo civile che ha visto collaborare tutte le forze politiche, di destra e di sinistra, che avevano dato vita alla Resistenza, un processo in cui ha operato come protagonista lo stesso Calamandrei e che ha generato “la nostra bella Costituzione”, oggi in pericolo di morte. In seguito, a poco a poco hanno ripreso il sopravvento i vecchi vizi; io credo però che le tragiche esperienze del fascismo, della guerra e della Resistenza sotto la superficie hanno lasciato in molti segni indelebili: questo spiega perché nel dopoguerra ha avuto luogo un sia pur lento e tormentato progresso civile, oggi brutalmente interrotto. L'eredità che proviene da quelle esperienze ci consente di sperare, nonostante tutto; e sperare significa operare.

Se riflettiamo sui motivi dell'interruzione del progresso civile e poi dell'ascesa e della permanenza al potere di Berlusconi dobbiamo riconoscere che le responsabilità dell'opposizione sono grandi. Non pochi esponenti dell'opposizione hanno fatto robusti favori a Berlusconi, alcuni se ne sono perfino vantati con lui, anche se erano contro la legge, forse, chi sa, illudendosi di ottenere la sua gratitudine politica. Altri sono arrivati ad esaltare Craxi, che era certo un abile politico ma che era anche un grande corruttore - è lui che ci ha regalato Berlusconi e lui stesso aveva ammesso, con spavalderia e senza pudore, le sue malefatte. Quegli esponenti sono giunti ad irridere Enrico Berlinguer, un passatista, che aveva sostenuto, come già Carlo Cattaneo, come già Gaetano Salvemini, come già Ernesto Rossi, come già Piero Calandrei, che la morale non può essere separata dalla politica pena la putrefazione e il regresso economico oltre che civile dell'intera società.

Di recente alcuni leader dell'opposizione in varie circostanze hanno riconosciuto di aver fatto gravi errori - zig zag. Ma per convincere tutti che intendono veramente cambiare strategia alle parole debbono far seguire i fatti: smettendo di litigare ed abbandonando la difesa a oltranza delle loro meschine posizioni di potere personale, una difesa che porta all'esclusione dei “non addetti ai lavori”: la politica non deve essere né monopolistica, che allora è dittatura, né triopolistica: è democratica solo se è aperta a tutti. Le formule sono diverse, una è quella del grande Ulivo, un'altra è la Federazione - i nomi contano poco. Se l'opposizione non fa sul serio, la conclusione bisogna ribadirlo, è una nausea e quindi un astensionismo dilaganti, col conseguente trionfo del berlusconismo, ossia dell'Italia descritta con angoscia da Calamandrei.

Che cos'era il CLN

GEORGE W. Bush pensa che quel che accade oggi in Iraq sia il frutto di «un catastrofico successo». Chi lo ha visto alla Nbc sa che il presidente Usa ammette di «non credere che questa guerra contro il terrorismo possa essere vinta». Chi ha letto ieri, su queste pagine, Paul Krugman sa che i più seri analisti che si occupano di sicurezza hanno iniziato ad ammettere che «l´obiettivo di un Iraq democratico è ormai fuori portata» perché bisogna prendere in considerazione la possibilità che «potrebbe non esserci soluzione alcuna per il problema iracheno», a meno che (e «sarebbe un successo al 50%») non si faccia salire sul carro del nuovo Iraq il vecchio Iraq saddamita del Baath, i religiosi dalla linea dura, i movimenti etnici e le rancorose sette...

Se si stringe l´obiettivo soltanto sul sequestro di Simona Torretta e Simona Pari e non si allarga lo sguardo a quel paese e a quel popolo che, con coraggio e generosità, le due volontarie di "Un ponte per..." volevano aiutare, non si può comprendere che cosa è accaduto e perché. Soprattutto non si potranno, da oggi, muovere le cose per interrompere l´incubo in cui le due "cooperanti" sono state precipitate.

Del sequestro si sa poco o nulla. Né le modalità della cattura aiutano, per il momento, a capire. Dieci o dodici uomini, camuffati - pare - con uniformi dell´esercito regolare. Negli uffici dell´ong entrano in cinque. Azione rapida e mirata: i rapitori sapevano dove andare e chi aggredire. Chiedono i nomi dei presenti. Discutono tra loro. Scelgono le vittime. Chi ha organizzato il sequestro le conosce. Il luogo del sequestro «non dice nulla». E´ il centro di Bagdad, piazza Andalus, non il territorio di questa o quella fazione religiosa, di questo o quel gruppo terroristico. Con questi elementi, nessuno - in Italia - azzarda al momento una risposta alla domanda: è un azione del terrorismo politico o l´impresa di predoni a caccia di soldi facili? Allo stato delle cose - ti spiegano - può essere l´una o l´altra cosa e anche, insieme, l´una e l´altra. I predoni possono aver sequestrato obiettivi indifesi per venderli al miglior offerente, sia esso ambasciata o un gruppo terroristico.

Fonti arabe, pur con cautela, temono invece il peggio. Perché - ragionano - non ti imbatti per caso in donne che lavorano per un´organizzazione non governativa presente a Bagdad da dieci anni. Se vai a rapirle, hai un piano lucido. L´obiettivo è naturalmente il governo italiano, "anello debole" della coalizione anglo-americana. Ma, con l´Italia, anche il popolo iracheno e il capo del governo provvisorio Iyad Allawi, che le squadre del terrore islamico vogliono isolato, sempre più nelle braccia degli Stati Uniti, quindi del "nemico".

Il ragionamento è chiaro, anche se orribile: i terroristi, sequestrando "cooperanti" conosciuti e apprezzati a Bagdad, vogliono dire agli iracheni che nessun occidentale - nessuno, anche il migliore e più antico amico del popolo iracheno - sarà risparmiato dalla minaccia di una furia assassina. Chi collabora a qualsiasi titolo per il nuovo Iraq, per la sua ricostruzione - sia camionista, imprenditore, giornalista, cameriere, volontario in un impegno umanitario - rischia la morte. È questo il terribile messaggio del sequestro di Simona Torretta e Simona Pari. E´ un messaggio che già si poteva leggere nell´esecuzione dei dodici, umilissimi lavoratori nepalesi uccisi alla fine di un sequestro che non ha registrato nessuna richiesta, nessun proclama, nessun abbozzo di trattativa. Nulla. Morte e basta. Orrore e basta.

E´ con questo cieco, feroce, caotico, assoluto terrorismo che dobbiamo fare i conti. Qualcuno in Italia se ne meraviglia, a uso delle mediocri chiacchiere del cortile nazionale. Sono gli stessi che hanno voluto e appoggiato l´intervento italiano per combattere il terrorismo. Ora scoprono che in Iraq c´è il terrorismo e noi ne possiamo essere vittime. Urlano dunque di sdegno dimenticando di aver sostenuto che, se il terrorismo era il problema, l´invasione dell´Iraq sarebbe stata la soluzione.

Purtroppo, il calcolo era sbagliato e l´Iraq è oggi un problema che potenzia e incrudelisce, ogni oltre cupa previsione, il problema che si voleva risolvere per sempre. Se si sottrae il sequestro di Simona Torretta e Simona Pari dalla cornice in cui è avvenuto non si comprende il loro dramma, non ci si prepara a risolverlo, non ci si attrezza per evitare che quel che accade oggi a loro - e ieri a Quattrocchi, Stefio, Cupertino, Agliana e Baldoni - si ripeta.

Oggi l´Iraq, come sempre accade negli "Stati falliti", è un buco nero che si allarga attraversato da terroristi, trafficanti, criminali, mercenari, predoni che vi trovano quel che serve. Armi, basi operative, reclute, occasioni di arricchimento, opportunità di azione e visibilità politica. Bush lo ha ammesso al termine di una guerra sbagliata e irragionevole: non ho pianificato a dovere la pacificazione. Nessuno può rimediare facilmente a questo catastrofico errore senza mutare radicalmente uomini e strategie. Purtroppo, non c´è nessun segno concreto e volontà credibile di un´azione che possa far fronte al fallimento dell´Iraq. L´idea stessa di una ricostruzione del Paese è macerie. Sono fallite le operazioni per creare condizioni di sicurezza necessarie a negoziare la risoluzione del conflitto (funzione militare). Non si soccorre la popolazione (funzione umanitaria). Non si promuove la riconciliazione nazionale (funzione sociale). Appare destinata sempre più al fallimento la nascita di un governo legittimo in grado di funzionare (funzione politica). Sotto queste macerie sono finite ieri Simona Torretta e Simona Pari. Per estrarle incolumi da laggiù, bisognerà chiedersi per quale ragione noi italiani siamo in Iraq. La convocazione dell´opposizione a Palazzo Chigi, quindi una maggiore coesione del quadro politico nazionale, inedita fino a oggi e quasi fotografia di quel che è accaduto in una Francia incupita dal sequestro dei suoi giornalisti, sembra una buona, prima iniziativa.

ROMA Professore Fisichella, lei sostiene che è sempre più il governo, invece dei Parlamento, a fare le leggi. È così?

È una tendenza che si manifesta da tempo non solo in Italia ma che in Italia ha raggiunto un livello molto alto.

Da quando e perché?

La tendenza rinvia anche a legislature precedenti ma in questa mi pare ci sia stata una certa accelerazione. Questo apre la strada verso una caduta dell'equilibrio tra esecutivo e legislativo. La letteratura scientifica attribuisce ai parlamenti due funzioni fondamentali: produzione legislativa e controllo politico. Della legislazione ho già detto. I parlamenti cercano semmai di inserirsi nella iniziativa governativa con piccole modifiche e senza grande capacità di promuovere leggi sistemiche. Sul controllo politico gli spazi si stanno obiettivamente restringendo.

Dove porta tutto questo?

Verso la contrazione degli spazi per le classi di estrazione squisitamente politica rispetto a quelle di estrazione economica, tecnocratica, finanziaria, mediatica. Se si restringe lo spazio delle istituzioni rappresentative, in un quadro che registra la crisi dei partiti e per molti aspetti anche dei sindacati, è evidente che gli spazi resi vuoti dalle difficoltà crescenti del Parlamento e dal rattrappimento di partiti e sindacati, vengono riempiti da altri soggetti che non hanno legittimazione democratica.

Andiamo verso una società sempre più autoritaria?

È un rischio, non c'è nulla di ineluttabile anche se ci sono forti tendenze, verso una società dove il criterio di selezione democratica viene per vari aspetti superato da criteri di selezione oligarchici. Per Augusto Comte ci sono due grandi poteri: la forza concentrata e quella dispersa. La prima, è quella delle risorse economiche e finanziarie; la seconda, quella dei grandi numeri e può controbilanciare la prima. Ma se partiti e sindacati sono in crisi, il potere mediatico finisce con l'assolvere un ruolo di indirizzo o di elusione, di sviamento dai grandi problemi reali della società.

Lei parla della crisi della democrazia italiana e in controluce si vede Berlusconi proprietario delle tv. Ho capito male?

Il fenomeno negli Usa s'è manifestato da tempo. I politologi parlano di sistema senza partiti. Il partito è stato sostituito essenzialmente dal potere mediatico, dalle televisioni.

Insomma, da Berlusconi. Ma come possiamo difenderci in Italia? Quali garanzie possiamo darci?

In un sistema bipolare è necessario che i due poli possano competere ad armi pari. Questo, per un verso, esige che siano rispettate certe regole che riguardano anche il sistema mediatico…

…Par condicio…

…Appunto. Per un altro esige che se c'è una opposizione che ritiene che la situazione deve essere corretta, questa opposizione deve comportarsi seriamente, senza dare gli spettacoli che sta dando in questo periodo.

Professore è polemico col centro destra e critico col centro sinistra?

(ride) Veda lei, veda lei.

L'opposizione sottovaluta?

Siamo di fronte a una generale carenza di classi dirigenti in Italia. Una classe dirigente seria, consapevole del fatto che questi sono i problemi, non li ridurrebbe ai particolarismi su cui indulge con troppo frequenza, ad atteggiamenti di antipolitica o di politicantismo partigiano. Sì, direi che non ci si rende conto che in Italia, ma non solo, viviamo un processo di svuotamento per linee interne della democrazia attraverso un indebolimento delle regole e soggetti (partiti, sindacati, istituzioni rappresentative). Questa crisi libera spazi che vengono occupati da soggetti che non hanno legittimazione democratica.

La mancata soluzione del conflitto d'interessi aggrava la situazione italiana?

È uno dei problemi di cui su cui ha ragionato anche il centro destra che però non s'è dato una soluzione soddisfacente. Ma lo svuotamento della democrazia dovrebbe essere affrontato soprattutto dall'opposizione e da quella parte della maggioranza consapevole dei rischi.

Invece l'opposizione non se ne occupa?

Non lo so. L'opposizione mi appare incomprensibile in questa fase.Non riesco a cogliere in essa il senso della consapevolezza della sfida che sta vivendo il sistema democratico italiano.

Il bipolarismo come si colloca nella sua analisi?

Può essere del tutto coerente con una Italia che funziona bene. Non c'è contrapposizione tra bipolarismo e una funzione alta della politica.

E la concentrazione dei media?

Sempre la concentrazione eccessiva è stata una controindicazione per la democrazia. La storia della democrazia europea, l'unica che conosciamo, da 2500 anni a questa parte raccomanda di evitare gli eccessi di concentrazione, quello che gli antichi chiamavano il dispotismo orientale. Il potere deve essere distribuito in modo che non ci sia tutto il potere su un unico capo, su una unica testa.

Voterà l'eventuale legge sulla cancellazione della par condicio?

Alcune leggi che riguardano le regole non le ho votate quando mi è sembrato costituissero un vulnus per la democrazia.

Le statistiche, si sa, vanno interpretate e così i numeri che le compongono e che per loro natura dovrebbero rappresentare realtà oggettive si trasformano invece in soggettive aspettative. In una società esposta all’influenza dei "media" questa soggettività dei numeri diventa dominante e accresce l’instabilità e l’insicurezza dell’insieme.

Il rapporto del Censis diffuso l’altro ieri documenta questa condizione di fragilità e di mutevolezza del paese: una condizione peraltro analoga a quella riscontrabile in tutta Europa, società ricche ma stagnanti, immemori del passato, immerse nel presente, timorose del futuro. E anche profondamente contraddittorie. Per certi aspetti addirittura schizofreniche.

Ricordate uno degli slogan che nel Sessantotto ebbe maggiore eco e popolarità? Tutto e subito, reclamavano i giovani di allora. Ma a chi indirizzavano questa imperativa richiesta? Non allo Stato che volevano abbattere, non ai partiti che disprezzavano, non alla famiglia di cui svelavano le antiche ipocrisie, non alla scuola alla quale avevano tolto fiducia. Neppure alla religione cui avevano cessato di credere.

In realtà non era neppure una richiesta. Era un sogno che, come la maggior parte dei sogni, non si avverò per la semplice ragione che non poteva avverarsi. Il "tutto e subito" è una solenne e infantile sciocchezza che tuttavia si tramanda di generazione in generazione. La differenza dell’oggi sta nel fatto che quel sogno non è più soltanto appannaggio della gioventù ma è diventato un sentimento che pervade la società intera. Nei giovani poteva rappresentare una spinta per conquistare il futuro, ma diffusa a tutti i livelli di età e di condizione sociale si trasforma in emotiva e globale fragilità. In predisposizione a essere manipolati dalla demagogia. In passiva e inerte attesa del miracolo, del santo protettore, del principe azzurro sul bianco cavallo, del giustiziere che vendicherà i torti e instaurerà la vera giustizia. Insomma del messia che anticipi nel mondo di qua l’oltremondo delle beatitudini.

***

Mi venivano questi pensieri, alquanto sconfortanti lo confesso, mentre sfogliavo le tante pagine e scorrevo le molte tabelle del rapporto Censis e il commento-sintesi che ne fa Giuseppe De Rita, interprete autentico dei numeri che gremiscono quelle pagine.

De Rita lamenta che gli italiani abbiano cessato di sognare. Indica anche la data di questo brusco risveglio: il 1993. Da allora, secondo il segretario generale del Censis, gli italiani ormai privi di sogni si sarebbero ripiegati su loro stessi e il declino sarebbe incominciato.

Ma perché proprio nel 1993? Che cosa accadde di particolare in quell’anno, a parte la soppressione della Cassa del Mezzogiorno? Credo sia evidente a quali eventi si riferisca De Rita: il ciclone di Mani pulite, la denuncia della corruzione diventata sistema, il crollo delle forze politiche più compromesse nella generale corruttela. Infine la nascita del berlusconismo politico dopo i fasti del berlusconismo mediatico. Furono queste la cause della fine del sogno?

Secondo me De Rita si sbaglia di grosso. Ammesso che negli anni precedenti, i "favolosi" anni Ottanta del craxismo e del forlanismo, ci fosse un qualsiasi sogno degno di questo nome, nei Novanta prese forma un sogno ancor più illusionistico e ancor più demagogico e populista. Ancora più denso di contraddizioni, di scorciatoie, di piccole e grandi furberie, di enormi egoismi, di attese miracolistiche. Dopo i giustizieri che parlavano con le carte bollate e in nome della legge (che furono tripudiati per un anno e poi rapidamente ripudiati) arrivava finalmente il giustiziere vero, quello che avrebbe ridotto lo Stato in mutande, tagliato le tasse con falce affilata, abolita la burocrazia parassitaria, messi fuori causa i partiti, reso inutile il Parlamento, arricchito il paese come aveva già arricchito se stesso. Infine instaurato il regno della felicità o perlomeno dato a tutti lo strumento per arrivarci: una libertà senza impedimenti, senza regole, senza steccati da superare o almeno da rispettare.

Non è stato un sogno anche questo, amico De Rita? Gli italiani sono passati da un sogno all’altro. E del resto il principale protagonista nei sogni degli anni Ottanta non era il padre putativo e perfino il consocio del protagonista dei sogni negli anni Novanta? Tutto si tiene a questo mondo.

Dovessi scegliere tra quei due sogni, francamente rifiuterei entrambi. Per mia fortuna faccio parte di quel vasto numero di concittadini rimasti svegli e privi di sogni, che cercarono allora e cercano oggi di testimoniare la verità dei fatti, le menzogne demagogiche di allora e di oggi, la dilapidazione delle risorse nazionali, la corruttela di oggi e di ieri.

No. Noi non abbiamo fatto parte di quelle compagnie.

Non abbiamo nulla da rimpiangere e nulla da condividere né con i sogni di ieri né con quelli di oggi.

Noi, per dirla tutta, alla virtù dei sogni non crediamo anzi ne diffidiamo. Preferiamo tenerci stretti ai fatti e alla fermezza delle convinzioni.

* * *

Vediamo qualche cifra tra le tante del rapporto Censis e cerchiamo di capire se abbiano un senso e indichino una direzione.

Il futuro è sempre più nero? Gli ottimisti erano il 54 per cento nel 2001 e sono scesi (di 9 punti) al 45 per cento nel 2004. Dunque aumenta il pessimismo. Ma non di molto, con tutto quello che accade intorno. Infatti i pessimisti sono appena il 14 per cento. Sono aumentati rispetto al 2001 (di 8 punti) ma non più di tanto.

È più intrigante la domanda sul "welfare" e le tasse.

Il 53,5 per cento preferisce meno tasse anche se peggiorano i servizi pubblici. Quindi hanno fiducia nelle proprie capacità individuali. Meglio soldi oggi che più assistenza e più previdenza domani. Ma contemporaneamente si contraddicono: il 49,4 afferma che i servizi sanitari e previdenziali sono fonte di serenità e lo 0,9 addirittura preferisce più tasse ma migliori servizi. Il totale di questi due numeri fa 50,3. A chi dobbiamo credere?

Ancora: il 60,7 non ha fiducia nella politica ma il 60,2 ritiene che il voto è determinante per il futuro del paese. Il voto non è un fatto politico? Ancora qualche numero. Il 90 per cento chiede che le istituzioni pubbliche tutelino i più anziani. L’88 per cento è soddisfatto degli ospedali pubblici. Un plebiscito. O no?

Fin qui orientarsi è quantomeno arduo perché gli interpellati dicono tutto e il contrario di tutto. Ma ci sono poi cifre più eloquenti quando si passa dai sentimenti e dalle aspettative a questioni più concrete.

Evasione e sommerso. Secondo il Censis (e secondo l’Agenzia delle Entrate che ne sa ancora di più) 200 miliardi di euro sono la cifra sottratta agli occhi del fisco. Ciò significa che per ogni 100 euro accertati ce ne sono 46 occulti.

Che fine fanno le ricchezze del paese? Immobili, beni rifugio, rendite finanziarie. In una parola, patrimonio.

Poiché il reddito ristagna, i rischi delle iniziative sono troppi, meglio rifugiarsi in beni patrimoniali solidi. Nel 2004 sono state comprate 870 mila nuove abitazioni per una cifra giornaliera di 550 mila euro. Giornaliera. Scrissi qualche giorno fa che l’attenzione si sta spostando dal reddito al patrimonio, dalla dinamica alla staticità. Il Censis lo conferma. Per stanare il sommerso e farlo contribuire alle risorse comuni la strada di abbassare (di pochissimo) le aliquote sul reddito non serve a niente.

Bisogna tassare la ricchezza sui grandi patrimoni perché è lì che si nasconde il sommerso, il riciclato, il mafioso o più semplicemente il professionista, l’artigiano e l’oste che non rilasciano fattura. Pesci piccoli ma tanti, ma soprattutto pesci grossi e grossissimi anche se meno numerosi. Pochi alla luce del sole, ma tanti che si sono resi invisibili.

***

l centrodestra ha accolto con favore il documento di De Rita; il centrosinistra anche. Hanno ragione tutti e due perché in quel documento ce n’è per tutti. Ma una verità emerge comunque: il miracolo atteso nel 2001 non si è verificato.

I delusi sono molti. Ma oggi, dicembre 2004, gli stessi che li hanno fin qui delusi gli promettono che l’appuntamento col miracolo non è stato annullato ma soltanto spostato d’un paio d’anni in avanti: avverrà senza fallo nel 2005 e soprattutto nel 2006.

Ora si tratta di vedere quanti italiani saranno disposti a chiudere gli occhi e sognare ancora oppure se resteranno ben svegli senza farsi ipnotizzare.

Si risolve un problema e da quella soluzione nasce un grappolo di altre questioni, si chiude una guerra e comincia un dopoguerra spesso altrettanto drammatico, si firma una nuova Costituzione e ci si trova di fronte alla sua applicazione. Perché la vita continua, continua la storia e la quiete estatica non è cosa di questo mondo.

Tanto più quando il mercato è globale, dove ogni fatto si incontra istantaneamente con altri, interferisce ed è a sua volta interferito, perché la modernità ha cancellato il concetto stesso di autarchia anche se il rimpianto autarchico permane negli individui e nelle società che stentano a uscire dalle loro arcaiche pigrizie e dalla nostalgia del «bel tempo che fu».

Così, dopo che le 25 firme dei capi di Stato apposte l´altro ieri al trattato costituzionale europeo hanno chiuso una fase, subito se n´è aperta un´altra: quale sarà la dinamica che animerà le nuove istituzioni dell´Europa unita dall´Atlantico alle steppe di Minsk e dal Baltico a Costantinopoli. Sarà mai una federazione dove le antiche nazionalità avranno lo stesso peso degli Stati americani rispetto al potere unificante del presidente degli Stati Uniti? Sarà l´Europa dei governi o quella dei popoli? Parlerà finalmente con una sola voce? Avrà un suo esercito e una sua politica estera come ha già una sua moneta e una sua banca centrale?

Ma queste domande non sono le sole (e già basterebbero a impegnare a fondo gli sforzi di due generazioni). Altre e di altrettanto rilievo s´intrecciano e interagiscono con esse: il rapporto tra le due sponde dell´Atlantico, quello tra le due sponde del Mediterraneo; infine l´evoluzione dei valori sui quali è fondata la civiltà occidentale, più che mai messi alla prova con le sfide della convivenza multietnica e multireligiosa.

I 25 capi di Stato che l´altro ieri hanno firmato il trattato costituzionale e gli altri presenti nella sala degli Orazi e dei Curiazi che già hanno chiesto di entrare a farne parte, sono sicuramente consapevoli di questi nodi che dovranno esser sciolti in un futuro ancora lontano ma ai quali bisognerà applicarsi da subito. Sicuramente consapevoli, ma altrettanto sicuramente discordi: le idee di Ciampi non sono quelle di Blair, le idee di Chirac differiscono da quelle di Berlusconi, i paesi dell´Est appena entrati nell´Unione hanno riferimenti e interessi diversi da quelli di Zapatero e di Schroeder.

Forse c´è più omogeneità tra i popoli che tra le cancellerie. Ma qual è il peso reale dell´opinione pubblica europea sui meccanismi che governano l´Unione?

Una domanda tira l´altra ma difettano le risposte. Qualche segnale tuttavia si è già percepito. Il caso Buttiglione è stato uno di essi anche se finora ridotto a un episodio di intolleranza laicista e di pregiudizio anti-italiano.

* * *

Non è mai esistito a Bruxelles un pregiudizio anti-cattolico e anti-italiano.

Cattolici militanti furono i padri fondatori della Comunità nel 1957: Adenauer, Schuman, De Gasperi. Cattolici in sequenza sono stati gli ultimi tre presidenti della Commissione, da Jacques Delors a Romano Prodi. E per restare alla Commissione ancora in carica dopo la battuta d´arresto imposta a Barroso, cattolico praticante è Mario Monti, forse il più apprezzato dei commissari, con otto anni di servizio alle spalle. Del resto non è stato soltanto Buttiglione a esser bocciato dall´Europarlamento: insieme con lui sono stati respinti altri quattro commissari di varia nazionalità e varie appartenenze religiose.

Chi ha perso in questa vicenda è stato Buttiglione e con lui il governo italiano, ma le ragioni sono molto diverse da quelle fin qui indicate. Il Parlamento era alla sua prima uscita politica alla vigilia della firma della nuova Costituzione. Barroso aveva accettato supinamente le indicazioni dei governi riguardo ai nomi dei candidati commissari. Il voto parlamentare di Strasburgo ha voluto al tempo stesso dimostrare che il Parlamento non è più un semplice organo di consulenza ma un organo politico dotato di poteri penetranti. Con quel voto ha richiamato Barroso a esercitare senza timidezze i suoi poteri verso i governi e ha segnalato a questi ultimi che non potranno da soli gestire l´Unione.

Buttiglione ci ha aggiunto del suo, ma le vere cause di questa vicenda sono molto più serie dei casi personali.

Quanto al governo italiano, esso ha misurato in questa ed in altre recenti occasioni non già un pregiudizio negativo anti-italiano ma gli errori compiuti dalla nostra politica estera. L´Italia ha puntato tutte le sue carte sull´alleanza con Bush, considerando con un «benign neglect» neppure troppo benigno, l´approccio all´Europa. Non ha considerato che siamo tra i fondatori dell´Unione e ormai indissolubilmente legati ad essa, mentre con gli Usa possiamo tutt´al più dar vita ad una sorta di pasticcio tra un cavallo e un´allodola, per di più di precaria cottura. E infine: alla vita, alle scelte, alle decisioni dell´Unione europea noi partecipiamo direttamente e dall´interno dei suoi organi di indirizzo e di gestione, mentre è pressoché nulla la nostra partecipazione alle decisioni degli Stati Uniti.

Tra queste due divaricate linee di politica estera noi abbiamo scelto quella senza sbocco e ne paghiamo oggi le conseguenze. Né può consolarci l´apparente identità con la linea di Tony Blair, anch´essa peraltro in serie difficoltà. La Gran Bretagna ha fatto della speciale relazione con gli Usa la base della sua politica estera fin dai tempi di Churchill, coerentemente sta soltanto con un piede dentro l´Unione europea. Nessun paragone è dunque possibile tra Londra e Roma.

Il caso Buttiglione ha dunque rappresentato l´affermazione del Parlamento di Strasburgo nei confronti delle Cancellerie dei governi membri. Forse non è ancora possibile identificare il Parlamento con l´opinione pubblica europea.

Bisognerebbe (bisognerà) arrivare ad un´Assemblea direttamente eletta dal popolo europeo e non, come ora, dalle singole nazioni. Ma fin d´ora il Parlamento è l´organo dell´Unione con maggior contenuto e sensibilità popolare. E dunque la vicenda Buttiglione rappresenta un segnale importante nell´evoluzione auspicabile verso un´Europa federale, quella voluta fin dall´inizio dai padri fondatori della Comunità.

* * *

Avremo, sulla base del trattato costituzionale testé firmato, un presidente del Consiglio dei ministri che durerà in carica due anni e mezzo (rinnovabili) anziché l´attuale rotazione semestrale, ed avremo un ministro degli Esteri che dovrebbe essere la voce dell´Unione nelle questioni di sua competenza.

Credo che la prima carica ? sulla quale non si è finora enfatizzato ? sia di gran lunga più importante della seconda. Il presidente del Consiglio dei ministri ha solo poteri di coordinamento e di programmazione dei vari dossier, è vero. Ma in una Comunità di 25 paesi (tra poco più di 30) il coordinamento e il metodo di lavoro sono d´importanza notevolissima per un soggetto politico in costante evoluzione. La novità rispetto al passato non è soltanto nella durata dell´incarico, di cinque volte più lunga di prima o addirittura di dieci, ma anche nel fatto che quell´incarico è incompatibile con qualsiasi altro.

Attualmente il presidente a rotazione è nello stesso tempo capo del governo nel proprio paese. Non sarà più così: il presidente del Consiglio europeo si occuperà soltanto di Europa, per conseguenza il suo interesse e i suoi legami col paese di origine tenderanno a diventare più deboli come già accade oggi per i membri della Commissione. E questo sì, è un passo di estremo rilievo.

Il ministro degli Esteri, pur importante nel quadro dei nuovi organi comunitari, è tuttavia limitato dal fatto che in materia di politica estera ciascun paese membro dispone d´un diritto di veto. Il ministro degli Esteri, per poter parlare efficacemente a nome dell´Unione, dovrebbe quindi avere dietro di sé l´unanimità dei consensi, condizione che allo stato dei fatti è del tutto irrealizzabile. Passare dunque dalla regola dell´unanimità a quella della maggioranza qualificata in politica estera rappresenta un requisito indispensabile. Ma esso, ancora una volta, pone il problema dell´esistenza e del peso del popolo europeo nel funzionamento dell´Unione. E quello del Parlamento eletto unitariamente rispetto ai governi nazionali.

Come si vede, le interdipendenze tra le varie questioni sono continue e strettissime e vanno seguite con continuità e attenzione.

Una parola per quanto riguarda il seggio all´Onu, del quale tanto si discute in Europa e soprattutto in Italia a causa della candidatura tedesca nel Consiglio di sicurezza. Ad essa l´Italia contropropone un seggio da attribuire all´Unione europea, assegnato per cinque anni a rotazione ad uno dei paesi che ne fanno parte.

In un´Europa dove gli Stati nazionali abbiano conferito all´Unione la sovranità in politica estera, la proposta italiana sarebbe del tutto logica e condivisibile. Ma poiché siamo ancora ben lontani da quel traguardo, l´attribuzione di un seggio Onu all´Unione europea in quanto tale è un proposito privo di senso concreto. A causa delle profonde divergenze tra gli Stati membri, il rappresentante dell´Europa nel Consiglio di sicurezza dovrebbe restare il più delle volte muto e astenuto dal voto.

Avrebbe invece un senso stabilire che quei paesi europei che siedono nel Consiglio di sicurezza dell´Onu a titolo permanente o transitorio, debbano preventivamente consultarsi sulle grandi questione con il Consiglio dei ministri dell´Unione e tener conto delle indicazioni che in quella sede emergeranno. E´ un vincolo debole allo stato dei fatti ma è comunque un presagio di futuro non privo di importanza.

* * *

Quel che conta oggi, come con commossa autorevolezza ha ricordato Ciampi nel suo brindisi al pranzo ufficiale dopo la firma del trattato, è la strada percorsa dal ´57 ad oggi. Anzi dal ´44, quando l´Europa uscì distrutta dalla guerra mondiale da lei per due volte provocata nel breve spazio di venticinque anni.

Oggi una guerra in Europa è impensabile. Gli antichi odî, rivalità, rivincite, sono stati spenti; vincoli profondi si sono creati. Il cantiere è ancora aperto e lo sarà a lungo, ma si lavora e si procede. Personalmente ho sempre pensato che spetti al popolo europeo di imprimere il suo segno in questa architettura, premendo sui suoi rappresentanti nazionali e puntando sulla loro graduale trasformazione in rappresentanti dell´Europa federata. I giovani, come Ciampi ha ricordato, già vivono in questo clima europeo, nei comportamenti quotidiani più ancora che nelle idee consapevoli. Questa è la forza dell´idea d´Europa: e ormai nessuno potrà più fermarla poiché vive nei fatti di tutti i giorni, dalla scuola alle vacanze, dalla vita delle imprese e del lavoro alla spesa delle massaie al mercato.

I giovani d´oggi vedranno l´Europa compiuta. Ciampi aveva il brillio delle lacrime negli occhi quando ha levato il calice a questo obiettivo che è già in parte diventato realtà. Quella è la via da percorrere per costruire il futuro.

Sinceramente non saprei dire se il Mahatma Gandhi fa vendere più cellulari, schede telefoniche, connessioni a internet e altri utilissimi aggeggi moderni che sono oggi il core-business del mercato globale. Se sì, spero che gli eredi prendano qualche royalty, ma non mi faccio illusioni: il grande nonviolento, il simbolo mondiale del pacifismo, è sicuramente «fuori-diritti». Dunque, stiamo ai fatti: nel mercato globale si paga tutto, ma Gandhi è gratis. Davanti a questa innegabile evidenza, il mondo si divide in due: chi si indigna come un crotalo e scrive al manifesto, e chi invece mette mano alla calcolatrice per vedere quanto ci si guadagna. Eppure, mi preme di più un'altra domanda, partendo dalla pubblicità che tanto ha sconvolto certi compagni: cosa voleva dirci l'artista? Partiamo dal cosa. Cosa vende quello spot (o pagina) con il Mahatma? Non vende il telefono, né l'abbonamento, e nemmeno una tariffa, o una suoneria con la canzoncina. Vende l'idea che tutto questo si possa fare. Allo stesso modo, la filosofia Nike non vende scarpe da tennis, ma un'idea di sport, un'ideologia. Si vende dunque una cosa che non è in vendita: l'immateriale ottimismo che oggi un altro mondo è possibile (grazie alla comunicazione globale e a Telecom), venato dal rimpianto che tutto questo ben di dio non fosse disponibile prima. Il disegno è bellissimo, il messaggio è forte, l'artista è stato proprio bravo.

Ma c'è un salto logico. Si lascia infatti intendere che la possibilità tecnica di fare una cosa sia sufficiente per farla. Certo, si può ( tecnicamente) comunicare a tutto il mondo su maxischermi. Si può ( tecnicamente) vedere un filmato in rete con tecnologia wi-fi sul computer portatile dal deserto. Ma chi può davvero farlo? chi ha il potere per farlo? Qualcosa mi dice che Gandhi non avrebbe potuto, anche se fosse stato tecnicamente in grado. State certi che lo trovavano in un fosso prima. Qualcos'altro mi dice che nei deserti oggi è più facile crepare di fame o sbudellati che collegarsi a Internet.

Del resto gli esempi di cose che si possono fare in teoria ma non in pratica è infinito. E per scendere sulla terra dopo tanti discorsi globali, guarda un po', nemmeno Telecom ha potuto fare il terzo polo televisivo italiano come aveva desiderato e progettato e addirittura avviato alla grande. Era possibile (tecnicamente), ma non lo è stato (politicamente), stante la situazione di monopolio italiana, di nome Silvio. Chi si indigna, a sinistra, per l'uso di un simbolo forte come Gandhi a fini commerciali vede soltanto una parte del problema. Certo, c'è una sorta di esproprio ideologico. Lo spot è pacifista, è schierato, punta a un pubblico che ci assomiglia, a quelli che un Gandhi lo vorrebbero in mondovisione anche subito. Ma del resto, la stessa azienda continua a irrorare i media di spot con figone mozzafiato, tette, culi, scempiaggini ammiccanti e cretinate sparse. Si tratta di un'azienda globale, di un mercato globale, che vende una comunicazione globale e che quindi ha molti pubblici diversi, praticamente tutti, dai dodici a novant'anni. E noi (quelli come noi, pacifisti, nonviolenti, anche soltanto genericamente contro le guerre) facciamo parte del pacchetto. Siamo mercato anche noi, gente. Non mettiamo le scarpe di cocomero, non ci cibiamo di bacche e radici, ogni tanto - perfino! - usiamo il telefonino.

Dunque mi coglie questo dubbio: che l'indignazione per l'uso commerciale di un simbolo «nostro» (più o meno) nasconda il disagio di essere anche noi target, anche noi clienti, anche noi obiettivo della propaganda del mercato. C'è da stupirsi? Non lo so. Certo credo che si dovrebbe avere di fronte al mercato e alla sua propaganda (detta pubblicità) un atteggiamento un po' più laico o se volete anche soltanto un po' più furbo. Non è un mistero che la pubblicità sia specializzata nel prevedere tendenze. Dovremmo dunque rallegrarci se dalle moine sexy della figona di turno si passa al primo piano del Mahatma. Il disagio però resta. Come mai? Semplice: ci si mostra il futuro nel passato (come sarebbe il mondo?). E intanto si tace sul fatto un futuro così non ce l'abbiamo nemmeno nel presente. Perché non ci mancano certo i telefoni, né i cavi, né le suonerie, né tutte le diavolerie elettroniche che Telecom può inventare e vendere. Quel che ci manca è un leader mondiale che parli a tutti e dica: basta ammazzarsi come polli, basta scannarsi come maiali. Ecco, questo - anche con tutte le tecnologie del mondo - non ce lo abbiamo. Peccato, eh?

Vale sempre quello che diceva il vecchio Vonnegut: non c'è niente di intelligente da dire a proposito di un massacro. Solo, forse, che il concetto di scontro di civiltà tanto in voga tra i crociati di entrambe le parti andrebbe rivisto. Non ci sono due civiltà che si ammazzano barbaramente a vicenda (noi contro loro) come piacerebbe a Oriana & Osama, ma i vertici, le élites politiche ed economiche di due schieramenti che ammazzano la gente che sta in mezzo. I ragazzini di Beslan sono la fotografia della situazione: presi in trappola tra due follie contrapposte, tirassegno d'allenamento tra due eserciti stupidi e rozzi come soltanto gli eserciti sanno essere. Di qui l'indipendentista aspirante martire e di là lo zar che non cede e mostra i muscoli: in mezzo rimane il ragazzino osseto, stritolato, innocente, effetto collaterale, briciola inevitabile. Questa volta. Le altre volte erano i pendolari madrileni, gli impiegati di New York, i civili di Falluja, i passeggeri degli autobus di Gerusalemme o degli aeroplani russi, i bambini palestinesi bombardati e chiusi dietro un muro, i ragazzini di Kabul. Ecc. ecc, aggiungete a piacere, riempite qualche riga pure voi di gente innocente che ci lascia la pelle, l'elenco della barbarie è infinito. Dalla Cecenia a Guantanamo, è uno scontro di civiltà? Se ammettiamo questa ipotesi bisogna subito aggiungere un corollario: civiltà comandate da teste di cazzo.

Il (debolissimo) pensiero emergente vorrebbe questo: che si considerasse il mattatoio quotidiano come uno scontro tra occidente e islam, tra buoni che devono difendersi (noi, ovviamente) e cattivi che attaccano (loro). Mentre se si fa la conta dei morti e dei feriti, delle sofferenze e dei traumi, si scopre che ci sono due leadership di pazzi (loro Bush, loro Osama, loro Putin, loro terroristi) contro circa sei miliardi di persone che non c'entrano niente e che temono di finirci in mezzo (noi). Noi che andiamo a scuola o a prendere il treno, o che finiamo per sbaglio sulla traiettoria di un missile o con gli elettrodi attaccati alle palle in una prigione. E' solo un piccolo cambio di prospettiva, uno spostamento della visuale, ma credo che in questo senso sì, sia possibile vedere una reale contrapposizione tra «noi» e «loro»: noi le vittime e loro quelli che sparano, da una parte o dall'altra, circondati da ideologi e consiglieri e affaristi e strateghi della forza furbi come faine, che abitino in una grotta sperduta o in una casa bianca a Washington.

Tanto per piccolo esercizio, basta un'occhiata ai manifesti ideologici: i siti più trucidi della Jihad non hanno nulla da insegnare quanto a desiderio di dominio, alle patinate home page dei pensatoi Usa che spiegano e spingono il New American Century. C'è una specularità tra queste due follie, una somiglianza ideologica: da entrambe le parti il pallino è in mano ai falchi, la prevalenza dello stronzo è conclamata in ognuna delle fazioni in lotta. Sei miliardi di moderati guardano attoniti e stanno nel mezzo. Intendo in questo caso per "moderati" tutti quelli che rivendicano come un diritto di non essere ammazzati né da un falco né dall'altro e né da tutti e due come nella scuola di Beslan.

Anche altre letture convincono poco. Le democrazie sono sotto attacco, ci dice Mauro su Repubblica. Vero, ma non ci dice quanto virtuali siano queste democrazie. Che se ci fosse stata una vera democrazia in Spagna, in Iraq non ci sarebbero andati, e non avrebbero raccolto duecento cadaveri (nostri!) alla stazione di Atocha. Uguale per l'Italia. Uguale per il Regno Unito di mr. Blair. Se gli americani fossero informati come tutti pensiamo dovremmo essere in una democrazia, saprebbero che Saddam non era Osama e forse si sarebbero opposti alla guerra, chissà, non si sa mai cosa può combinarti la democrazia se per caso ti metti ad applicarla. L'esercizio di cercare chi ha cominciato, che è stato il primo, indagare su chi è stato più stronzo con chi negli ultimi duecento anni, può spiegare molte cose, ma non allontana il mirino da quelli che stanno in mezzo, che siamo noi, parecchi miliardi di scudi umani. Sinceramente, credo che dovremmo cominciare a prenderla proprio come una questione personale, dopotutto è a noi - a noi sei miliardi di ragazzini di Beslan - che queste due bande di stronzi sparano addosso.

LO SCONTRO,sicuramente drammatico, tra Romano Prodi e la Margherita sembra per ora sopito. Sopito ma non spento.

Sicché, prima ancora di deplorare l´accaduto e segnalarne i danni che ha prodotto e che debbono ora esser rapidamente sanati, si pone la domanda del perché. È importante infatti individuare la causa di quello scontro se si vogliono apprestare efficaci rimedi. Un incidente di percorso? Uno scatto di nervi di Prodi? La pertinace decisione di Rutelli di anteporre gli interessi del suo partito (e quindi del proprio ruolo personale) a quelli della costituenda federazione riformista? Una rivalità gelosa e addirittura ontologica del secondo partito dell´alleanza nei confronti del primo? E di conseguenza un contrasto programmatico sfociato inevitabilmente in contrasto politico?

Comprendere la causa (o le cause) dell´accaduto è essenziale ma per ovvie ragioni non saranno i protagonisti ad aiutarci, presi come sono a nascondere la polvere sotto il tappeto. Del resto che altro potrebbero fare? La grande platea dei 10 e più milioni d´elettori che alle europee votarono per la lista unitaria e tutti gli altri milioni raccolti dalle liste alleate reclamano l´unità di tutta l´opposizione e hanno considerato deplorevole quanto accaduto il 21 dicembre. Un senso di sfiducia si è diffuso tra loro, quale che fosse l´area politica di appartenenza.

La parte avversa, già rafforzata da una compattezza recuperata dopo i vivaci contrasti estivi e autunnali, ne ha tratto nuovi motivi di ottimismo confortati da sondaggi finalmente positivi. Era dunque imperativo sopire. Ma, dicevamo, i motivi di scontro non sono ancora sopiti.

Tra di essi ce n´è uno, preliminare, sul quale vale la pena di spendere qualche parola ed è l´atteggiamento da tenere nei confronti di Berlusconi. Viene a gran voce raccomandato il buonismo, quand´anche unilaterale. Il dialogo costruttivo, anche se accettato dal Polo a parole ma impedito costantemente nei fatti.

Comunque si sostiene che il collante dell´anti-berlusconismo può essere tutt´al più utile a tenere insieme un´alleanza molto lunga che va da Mastella a Bertinotti e forse a sconfiggerlo nelle urne, ma non servirà certo a governare un paese disastrato e bisognoso di cure profonde quanto difficili.

Per quanto riguarda il problema del governare e la necessità (urgente) di un programma adeguato e articolato su pochi punti, non si può che esser d´accordo. Come pure sul fatto che quei pochi punti siano inquadrati in un messaggio significativo di idee capaci di delineare la fisionomia d´un paese che deve ripresentarsi a se stesso, all´Europa e a tutta la comunità internazionale con nuovi compiti all´altezza delle ardue sfide che il presente ci propone. Ma sul tema dell´anti-berlusconismo bisogna intendersi.

Anzitutto sul fatto che esso sia il collante principale delle forze di opposizione: questa non è una scelta ma un dato e con i dati non si discute.

Ma c´è un´altra considerazione da fare: non è affatto vero che la sconfitta di Berlusconi sia un obiettivo necessario sì, ma privo di implicazioni costruttive. Non è affatto così. Come bene ha scritto Furio Colombo, la caduta di Berlusconi porta con sé numerosi risultati. Anzitutto la scomparsa del conflitto d´interessi dovuto alla circostanza che il capo del governo è anche il titolare di una delle più grandi imprese private italiane ed europee. Il venir meno d´una maggioranza parlamentare clonata a misura del leader e quindi compattamente disponibile a votare leggi ad personam che tutelino le sue sorti giudiziarie e le sue fortune di imprenditore. Infine il ritorno alla normalità del sistema informativo e televisivo.

Sono risultati preliminari a una governance democratica che il centrosinistra non riuscì a realizzare legislativamente nel quinquennio 1996-2000 e che ora si realizzerebbero automaticamente per mezzo di un voto che rimandi a casa, carico di miliardi (del che ci rallegriamo con lui) il concittadino Silvio Berlusconi. È bene tener presente questi mutamenti implicati dalla sconfitta elettorale della persona che guida l´attuale governo poiché essi danno all´opposizione attuale una marcia in più. Dio sa se ne ha bisogno.

Resta da capire perché il centrosinistra, proprio alla vigilia del confronto decisivo con l´avversario, sia percorso da una sorta di cupio dissolvi che ne paralizza sia la tattica sia la strategia. Giustamente Ezio Mauro ha indicato come prima causa quella dell´identità, che non può certo ridursi all´identità dei post-democristiani, post - comunisti, post-socialisti e tutti gli altri possibili e immaginabili.

Senza un´identità riconoscibile non c´è partita.

Quella dei berluscones è nota a tutti gli italiani; per molti è rivoltante, per molti altri accattivante. I suoi alleati detengono identità diverse ma di gran lunga minori; sono oggettivamente schiacciati da quella maggiore sicché, dopo molti contorcimenti e complotti, il cemento del potere li ha alla fine rimessi in riga. Berlusconi forever per loro è una condizione di sopravvivenza con la sola alternativa del "rompete le righe".

Perciò le loro differenze non possono essere che marginali; quando si sono prefissi obiettivi più ambiziosi li hanno mancati rischiando lo sfascio generale della Casa delle libertà.

Il centrosinistra si trova in condizioni diverse.

Anzitutto perché non ha un padre-padrone come Berlusconi, il che è senza dubbio un aspetto democraticamente positivo ma operativamente un handicap di notevole peso. Ciò crea il problema del numero e della compatibilità dei galli presenti nel pollaio. A parte Prodi se ne possono contare almeno sei, passibili di accrescimento, non certo di diminuzione. Si dice: è una ricchezza. Certo, se facessero squadra sarebbe una ricchezza, ma se non la fanno e passano il tempo a beccarsi tra loro, allora è un disastro. Stando a quanto finora abbiamo visto è esattamente ciò che sta accadendo.

Prodi conosce questa situazione di ricchezza-disastro.

Perciò si è ripresentato, dopo il quinquennio di Bruxelles, come il federatore. Questo è il nome che si è dato e ciò che vuol fare.

Per federare occorre che i federati vogliano federarsi.

Scusate il bisticcio, ma esso descrive lo stato dei fatti che è il seguente: i Ds vogliono federarsi, così pure i socialisti, i repubblicani e gli amici di Prodi che militano nella Margherita. Ma il gruppo dirigente di quel partito no. Avrà pure le sue ragioni, ma comunque non vuole. Accetta la federazione come sigla ma non come soggetto politico dotato di poteri effettivi.

Secondo il gruppo dirigente della Margherita che fa capo a Rutelli, Marini e Franceschini, la federazione potrà occuparsi a pieno titolo soltanto di politica estera, ma la politica sociale, quella economica, quella fiscale, quella istituzionale e giudiziaria nonché la strategia da adottare nei confronti della parte avversa debbono restare nel dominio dei singoli partiti.

Per di più l´organo dirigente della federazione dovrà essere composto dai segretari dei partiti stessi, presieduto da Prodi in funzione di chairman senza poteri che non siano quelli della moral suasion. Ora tutti sappiamo che la moral suasion funziona quando è usata da chi possieda strumenti talmente forti da obbligare gli altri a seguire i suoi consigli.

Dev´essere cioè un consigliere armato; se è inerme i suoi consigli sono scritti sull´acqua.

In queste condizioni Prodi ha due sole possibilità. La prima è quella di minacciare il suo ritiro, come fece Achille quando Agamennone gli portò via Briseide. Achille faceva sul serio e da solo valeva quanto metà dell´intero esercito acheo. Stava già per reimbarcarsi e tornarsene a casa; se l´avesse fatto la guerra di Troia avrebbe avuto probabilmente un esito diverso. Ma intervenne Era, Zeus e la madre Teti. Ci volle un intervento divino e la morte di Patroclo per farlo tornare in battaglia.

Penso che l´eventuale minaccia di Prodi di ritirarsi non porterebbe a gran risultati. Dopo averlo supplicato di desistere da quel proposito tanto per salvare le forme, i federati riottosi finirebbero con l´accettare. A quel punto l´alleanza resterebbe in piedi come semplice cartello elettorale, la federazione riformista scomparirebbe.

Qualcuno pensa che questo cambiamento strutturale sarebbe un regalo del cielo. Io no. Non lo penso. Per la semplice ragione che la base elettorale ne sarebbe sconvolta e frustrata, molti elettori tornerebbero a rifugiarsi nell´astensione e Berlusconi vincerebbe a piene mani.

La seconda possibilità di Prodi è quella di perseverare cercando di ottenere per la federazione i maggiori poteri possibili, ivi compreso un organo direttivo dove entrassero anche i rappresentanti della società civile e delle sue associazioni. Imponendo anche a tutto il centrosinistra un´identità riconoscibile che non può essere altra cosa che un riformismo semplice e forte: eguaglianza dei diritti e dei punti di partenza, nuovo welfare inclusivo, salario minimo, piena occupazione, politica fiscale di vantaggio per le imprese, il Mezzogiorno, i giovani, fiscalizzazione degli oneri contributivi per le fasce di reddito inferiori, restituzione del fiscal drag dovuto e non pagato. E rilancio dell´Europa come soggetto e potenza politica oltre che economica.

Quest´identità è certamente all´altezza della sfida ma ha un posto. Gli elettori debbono conoscerlo per essere in grado di giudicare.

Gli elettori debbono essere informati anzitutto che il governo che uscirà dalle elezioni del 2006, qualunque esso sia, di destra o di sinistra, erediterà una situazione economica disastrosa. La più grande colpa del governo attuale sta infatti nell´aver spogliato il paese mistificando d´averlo reso più prospero e più felice.

Questa enorme bugia, sostenuta da uno spiegamento mediatico impressionante, emerge ormai con la chiarezza delle cifre ufficiali dalle quali risulta che la pressione fiscale è aumentata nel 2004 e continuerà ad aumentare nel 2005 e 2006. Il micro-rimborso dell´Irpef sarà infatti più che pareggiato dalle nuove e maggiori imposte nazionali e locali. Negli stessi anni l´avanzo delle partite correnti, che era arrivato a superare il 5 per cento del Pil, è sceso di 4 punti percentuali, essendo stato dissipato anche per colmare il fabbisogno del Tesoro che è costantemente in disavanzo.

Eppure le maggiori entrate (condoni compresi) e il prosciugamento dell´avanzo delle partite correnti non sono stati sufficienti a pareggiare la crescita irruente della spesa. La quale tuttavia non è servita né a finanziare adeguatamente i grandi servizi pubblici a cominciare dalla sanità e dai trasporti, né la scuola, le Università, la ricerca, né gli investimenti, né a dare sostegno alla competitività del sistema.

Conclusione: in tre anni la pressione fiscale è aumentata anziché diminuire, l´avanzo primario delle partite correnti è stato ridotto ad un quarto di quello che era nel 2001, i servizi pubblici sono in deficit, il rapporto deficit/Pil è sul crinale della soglia europea di stabilità, il debito pubblico è aumentato. I consumi sono in caduta libera. Le esportazioni, anche a causa del cambio col dollaro, non tirano più. Da questo punto di vista i consigli non richiesti che Berlusconi ha dato a Bush il 15 dicembre hanno avuto come tutto risultato che l´euro da 1,32 ha superato in pochi giorni l´1,35 e proseguirà ancora ad apprezzarsi.

Chi presenta un bilancio così disastroso dovrebbe essere rispedito a casa d´urgenza. Perché ciò non sia ancora avvenuto resta un mistero. Che la colpa sia di quei galli che continuano imperterriti a beccarsi tra loro?

Post Scriptum. Debbo una risposta ai gentili critici che mi hanno rimproverato di aver accennato in precedenti miei scritti all´opportunità di spostare una parte del peso fiscale dai redditi di lavoro e di impresa al patrimonio dei più abbienti. Misure del genere - si dice - provocherebbero una fuga imponente di capitali verso l´estero e comunque si adottano soltanto quando le finanze di un paese siano gravemente compromesse.

Ebbene, le finanze del paese sono gravissimamente compromesse. Non basta la cosmesi mediatica di Berlusconi a nasconderlo; le sue micro-regalie sui redditi Irpef (soprattutto dei più abbienti) non fanno che aggravare il disastro. Quanto alla fuga all´estero per il solo fatto che sia pronunciata la parola «patrimonio», faccio osservare che dagli immobili non si può fuggire; quanto alle rendite mobiliari, esse sono tassate mediamente in Europa tra il 20 e il 22 per cento, qui da noi soltanto il 12,5. Non vedo in queste condizioni verso quale direzione possa avvenire questa fuga che poi si risolverebbe ad un puro e semplice cambio di intestazione.

I redditi ma soprattutto il loro potere d´acquisto ristagnano.

L´evasione alimenta la crescita dei patrimoni, sia provenienti dal sommerso non criminale sia dal riciclaggio dei profitti malavitosi.

Faccio infine osservare che il governo in carica ha già introdotto una tassazione sul patrimonio accrescendo le imposte sugli immobili attraverso la rivalutazione degli estimi sui quali si basa l´Ici e perfino la sempre più salata imposta sui rifiuti urbani. L´abilità del suddetto governo è stata quella di non pronunciare mai la parola "patrimonio", che anzi scarica sul centrosinistra non si sa in base a che cosa. È vero che di quel tipo di tassazione, limitata alle grandi fortune, parla esplicitamente Bertinotti, ma tenerne responsabile l´intera alleanza sarebbe come sostenere, utilizzando le cervellotiche pensate di Calderoli e della Lega, che il governo attuale voglia istituire i cacciatori di taglie al posto dei carabinieri e dichiarare guerra alla Turchia. La verità è che bugiardi si nasce. L´errore è di affidare ai bugiardi il governo di un paese.

Per spiegare a me stesso e ai lettori il tormento che ha investito questo giornale e il suo direttore come un tifone filippino dopo l’articolo “Con chi parlo?” della scorsa settimana, cerco una metafora semplice che mi salva dal tornare indietro, e ci fa fare, forse, un piccolo passo avanti. Parlo della mia capacità di chiarire e di farmi capire, restando, se ci riesco, un po’ fuori dalla inondazione.

In cerca della metafora, ricorrerò ai film americani di guerra. Che sorpresa è stata per noi, ragazzini al tempo della Liberazione, scoprire dai film democratici americani, che, di fronte al pericolo, i soldati americani, quei soldati che alla fine avevano vinto e ci avevano liberato, avevano paura. In quei film esemplari veniva detto loro di non nascondere la paura. Veniva ripetuto che avere paura è umano, è giusto e che la finzione di fredda ed estranea pacatezza mentre intorno a te succede quel che succede è una finzione dannosa, rischiosa, inutile.

Ecco, questa è la faglia misteriosa che sembra essersi formata nel terreno su cui poggia i piedi il popolo della sinistra e della opposizione. Tutti vedono la spaventosa (ripeto: spaventosa) sequenza di eventi che stanno travolgendo il nostro Paese. La completa paralisi della economia non colpisce più solo i portafogli, ma i sentimenti dei cittadini, fino a creare un clima di depressione e di panico. La Giustizia è soggetta a un tentativo di massacro. Se quel tentativo riesce, semplicemente non ci saranno più resti di garanzia democratica per i giudici e per i cittadini, in Italia. L’informazione è controllata al punto da disporre anche di giornali “di sinistra”, rigorosamente in linea con i loro omologhi di destra nel martellare solo dentro le linee della opposizione. E questa è certo l'ultima conquista, dopo il controllo completo, ripetutamente denunciato in tutta Europa, della Tv di Stato e di quella privata in Italia.

Ogni impressione di sicurezza si è polverizzata in una Italia travolta dalle guerre di mafia e camorra, mentre le norme del ministro Castelli impediscono ai procuratori di indagare, ai giudici di intervenire. E le Forze dell’ordine non hanno auto e benzina perché il bizzarro primo ministro che fa ridere il mondo (ma per l’Italia è la minaccia più grave dal 1945) vuole annunciare il finto taglio delle tasse come monumento in onore di se stesso.

La faglia, di origine così misteriosa che a volte produce sussulti e tumulti senza che a prima vista se ne possa cogliere la ragione, divide alcuni di noi che vedono il pericolo e lo denunciano perché non si vergognano di avere paura per la democrazia italiana. E altri di noi che assistono infastiditi dal disturbo. Non tanto il disturbo delle leggi vergogna e della distruzione della Giustizia (certo, pacatamente descritte come cattive decisioni) quanto il fastidio verso coloro che si agitano e denunciano e hanno davvero paura di vivere in un contenitore senza finestre in cui la circolazione della libera informazione è quasi completamente impedita.

Personalmente vengo sempre colto di sorpresa dalla serenità distaccata di coloro che non condividono l’allarme e respingono con sdegno parole comuni per descriverlo. Tanto più che la maggior parte degli argomenti e prove della nostra paura non vengono da elucubrazioni solitarie. Sono tratte dalla stampa europea, dal parlamento europeo e da ciò che pensano e dicono dell’Italia la maggior parte dei politologi del mondo libero.

Giudizi identici a quelli che a questo giornale vengono rimproverati come eccessivi, e frutto di scarso giudizio e di un dannoso modo di fare politica, appaiono regolarmente su El Paìs, su The Economist, sulla principale stampa inglese e americana. Sono regolare motivo di derisione e di allarme nei convegni internazionali. Dobbiamo prendere atto di questa faglia. Noi non diciamo che chi non prova paura, vera paura verso questo stato di cose è peggiore o indegno o non è politicamente impegnato nel modo che il momento richiede. Non ne abbiamo né il titolo né il diritto. Diciamo, in modo sincero, che non riusciamo a capire. Sosteniamo di non avere visto mai niente di peggio nella vita pubblica italiana o di alcun altro Paese democratico. Temiamo che il danno sia gravissimo, ci domandiamo se sia reversibile. Siamo talmente convinti della gravità di quel che sta succedendo e di ciò che sta per succedere, mentre Berlusconi si accinge ad abolire ogni traccia di “par condicio” e a cambiare la legge elettorale (tipici atti di progressivo soffocamento delle residue libertà, si ricordino le “leggi speciali” di Mussolini) che ci dichiariamo pronti a sostenere qualunque forma utile di unione e di aggregazione, siamo pronti a dimenticare qualunque insulto senza alcuna pretesa che ci sia data ragione. Purché si agisca insieme per arginare e poi per rigettare questo stato di cose. Che cosa hanno gli ucraini più di noi per essere capaci di tanto sdegno e di tanta mobilitazione quando vedono e denunciano l’imbroglio che li sta privando della libertà?

***

Non ci si spiega mai abbastanza. E allora proviamo a rivisitare alcuni luoghi dolorosi e paurosi della nostra vita italiana sotto Berlusconi. Non per persuadere, ma per ripetere a noi stessi le ragioni di paura, di angoscia e di allarme. E’ impossibile che non siano gravemente allarmanti le condizioni di un Paese normale, civile, democratico, in cui i cittadini, tutti, rifiutano di fare acquisti, una collettività è colta da uno stato di stupore, rischio e panico. Mentre il governo saltella fra i suoi rimpasti e la sua carnevalesca riduzione delle tasse, sostenuto però da continue e clamorose falsificazioni mediatiche, c’è da domandarsi se ci si trovi di fronte a un fallimento (”soltanto” un fallimento, verrebbe voglia di dire) di un governo incapace. O a una trama di impossessamento di un Paese stordito e stremato. «Agli italiani il futuro fa paura» dice il Censis nella sua ultima relazione. Ammoniva Ilvo Diamanti, nella sua periodica valutazione delle condizioni italiane, sula Repubblica di domenica scorsa: «In un sistema maggioritario personalizzato come il nostro, le lezioni tendono a riassumersi in un referendum pro o contro chi governa. E allora chi, nel centro destra, sarà disposto a farsi giudicare in base allo stato dell’economia, dei servizi, del costo e della qualità della vita?». Per questo, spiega Diamanti, Berlusconi passa all’opposizione. Paradossalmente opposizione a se stesso. Con il suo attivismo e il suo controllo totale della comunicazione, si mostra anti-sistema. Lo fa con un taglio finto ma celebrato delle tasse, con scosse furibonde di attacco, di disprezzo, di antagonismo verso le istituzioni del Paese che governa. E’ un espediente populista che ha già dato i suoi frutti nei momenti peggiori della storia contemporanea.

E’ impossibile che si considerino normali le condizioni di un Paese in cui viene descritta come “riforma della Giustizia” una serie di misure umilianti e vendicative contro i magistrati, per la evidente unica colpa di cui si sono macchiati di fronte a questo governo e alla sua maggioranza da Bielorussia: non si sono piegati e - come dimostra il processo di Milano - hanno continuato a fare i giudici. E’ impossibile non vedere la gogna delle “prove psicologiche di attitudine” previste dalla legge Castelli. Chi, come, in che modo, con quali modalità scientifiche, con quale attendibilità, potrà svolgere la funzione di “giudice dei giudici” senza cadere in un ruolo paleo-sovietico o nella penosa irrisione del lavoro e della dignità dei magistrati? Sarà difficile per molti elettori del centro destra, capire perché un uomo di apparente moralità e buon senso come Follini abbia entusiasticamente votato, con tutti i suoi, una simile legge. A meno che lo abbia fatto in cambio del vice-premierato. O meglio sarebbe impossibile se non si ritornasse - secondo il suggerimento di Diamanti - al progetto di “rivoluzione” dentro il proprio schieramento, la propria area, il proprio governo, che Berlusconi sta iniziando con foga e furore , gettando in aria ogni rispettabile convenzione fra governanti e istituzioni. Non c’è dubbio, una marcia è iniziata, con bravura strategica, dopo avere consolidato il potere burocratico (come dimostra l’obbedienza del ministro tecnico Siniscalco), quello delle comunicazioni (dopo la legge Gasparri) quello di auto-celebrazione, che è ormai pratica costante ossequiosamente osservata a tutti i livelli e in tutti i campi. Dopo i continui tentativi di frattura con l’Europa che mira ad allontanarci, con il pretesto di Maastricht e della distruzione delle sue regole, dalla restante garanzia di diritti civili che l’Unione Europea estende ancora ai cittadini italiani.

Nel paese della illegalità di governo era fatale che tutte le forme di criminalità avessero un trasalimento di attività e di efficienza.

Ma se da un lato getta allarme nel Paese la sequenza napoletana di dieci morti in dieci giorni dall’altro la storia della “taglia” richiesta dal ministro leghista Calderoli per catturare due assassini del Nord non racconta solo la storia della barbara rozzezza leghista (si pensi all’immagine dell’Italia nel mondo provocata dalla frase «nessuno tocchi un padano»). Racconta anche di un nuovo fenomeno di omertà al Nord. Racconta di gente che non parla, in regioni in cui il problema dell’omertà non era mai esistito. Racconta di isolamento e solitudine in zone senza tradizione criminale. Ci racconta di gente del posto che protegge gente del posto, mentre persone per bene vengono uccise e la nuova omertà rende impossibili le indagini. Altra brutta storia, altro segnale di allarme, altra ragione di panico. Perché ognuna di queste tetre immagini italiane è legata all’altra. E’ il mondo di Berlusconi che richiede una vigorosa rivolta politica. E’ la rivolta annunciata dei berlusconiani contro l’Italia. Per questo il premier ha riunito e salutato alla Camera la sua nuova falange di giovani, la “guardia azzurra”, “a cui non mancheranno risorse finanziarie”, assicura il capo. Sberleffo al Parlamento e aperta sfida del premier che dice: «Noi tireremo diritto».

Nel momento in cui si tenta di sigillare l’opposizione nell’acquario di Tg costantemente drogati, in continua esaltazione del premier, in trasmissioni con le tabelle false e truccate e di parte, come nel Porta a Porta dedicato al falso taglio delle tasse, è ragionevole, è utile, a chi, perché, fare esercizi di indifferenza e montare il salotto del finto anglosassone?

Nella sua intervista di sabato a questo giornale, il segretario Ds Fassino ci dice, a me sembra con chiarezza, che ci sono situazioni in cui è giusto avere paura. E dichiarare che ciò che accade adesso in Italia nel Parlamento, nelle piazze, alla televisione, è inaccettabile. Soltanto se si ha il senso della gravità di ciò che sta accadendo si può avere il coraggio di non rinunciare. E si può raccogliere forza intorno al progetto (sono parole di Prodi) di “resuscitare l’Italia”.

In queste ore di incertezza e dolore per la sorte di Yasser Arafat, in terra di Palestina - che è assai più grande di quella i cui confini vengono disegnati dai piani sempre più riduttivi via via elaborati dagli americani con o senza gli europei e comprende una immensa diaspora cui ogni ritorno a casa è stato precluso - c'è angoscia e infinita tristezza. In ognuno e nonostante tutto. E per tutto si intende la progressiva involuzione istituzionale-autoritaria del vecchio combattente che non ha saputo adeguarsi alla nuova fase storica; che è rimasto incapace di fronte alla corruzione del suo stesso establishment - che si è allargata più la pace veniva cancellata dai carri armati israeliani per diventare promessa sotto ricatto e senza più interlocutori veri, dopo l'uccisione di Rabin da parte dell'ultradestra ebraica; e che non ha saputo alla fine colmare il solco fra la vecchia guardia rientrata da 27 anni di esilio e le generazioni cresciute nei territori occupati - l'alternativa vera, Marwan Barghuti, sta da due anni e mezzo nelle prigioni israeliane. Sì, angoscia e infinita tristezza. Perché Arafat non è un simbolo vuoto come vorrebbero tanti interessati denigratori del presidente palestinese, è la testimonianza di una fase decisiva della storia di questo popolo che grazie alla sua rottura, operata quasi 40 anni fa con l'ambigua tutela di regimi arabi complici e conservatori, ha saputo costruire la propria autonoma soggettività nazionale. Non so se qui da noi i più giovani avvertano in queste ore il nostro stesso turbamento. Per noi Arafat ha rappresentato la scoperta di un'ingiustizia che ignoravamo, venuta prepotentemente alla ribalta grazie a una coraggiosissima guerriglia popolare, intrecciata a una spregiudicata iniziativa diplomatica, a una politicizzazione di massa che ha consentito di evitare i gesti esemplari ed isolati (si pensi alla condanna da parte di Al Fatah del dirottamento degli aerei operato a suo tempo dal Fronte popolare) perché non rendevano partecipi la collettività. Un movimento nato da una costola del nazionalismo ma che rapidamente si era imbevuto della cultura del movimento operaio internazionale col quale si trovò subito consonante. Da quell'esordio sono passati molti anni e la tragica immagine di Arafat prigioniero da due anni e mezzo in un edificio diroccato di Ramallah, costretto a ricevere da Sharon la pelosa libertà di uscirne per entrare in un ospedale di Francia da cui non si sa se potrà mai rientrare nel suo paese, mentre case e uliveti della sua gente vengono divelti dai bulldozer israeliani e i corpi di fratelli e sorelle dilaniati dalle bombe di Sharon che passa per un «eroe» perché ha imposto il ritiro di qualche colono dalla Striscia di Gaza, tacendo su cosa vorrà fare della Cisgiordania - tutto questo rischia di farci morire la speranza nel cuore, di indurci a pensare che i feddayn, che il presidente dell'Olp aveva portato alla ribalta della storia sono stati, anch'essi, un mito del `68. Da seppellire con tutti i sogni del `900.

Ma che razza di mondo sarebbe quello che dovremmo accettare, dove si deve chinare la testa allo sterminio di un popolo che rivendica il diritto di tornare sovrano su un pezzo almeno della propria terra? Non ha nulla da dire, e da fare, quell'Europa che ieri si è «costituita»? Quelli non erano miti, ma obiettivi che restano sacrosanti. Non possiamo, non dobbiamo abbandonare le speranze anche se i tempi in cui viviamo sono così terribili. Oggi manifestiamo perché il martoriato Medio Oriente dei Grandi Territori occupati, la Palestina e l'Iraq, conosca la pace, chiediamo che gli italiani non siano complici del massacro. E piangendo i 100mila iracheni morti ammazzati dai raid Usa, richiamiamo l'attenzione del mondo sulla moltitudine di vittime palestinesi che, paradossalmente, solo la malattia di Arafat ha riportato sulle pagine di qualche giornale. Con un messaggio di solidarietà ad Arafat, un interlocutore prezioso che gli israeliani non hanno saputo cogliere, il primo e purtroppo raro artefice di una versione non religiosa e non fanatica dell'identificazione nazionale.

«Sono donne e dovrebbero stare zitte. Sono pacifiste e dovrebbero vergognarsi. Sono vive e avrebbero dovuto tornare solo come salme per una bella cerimonia di unità nazionale, come prova evidente che la guerra di civiltà è scoppiata davvero». Non c'è molto da aggiungere alle parole con cui il direttore dell'Unità Furio Colombo ha commentato domenica il linciaggio a cui Simona Pari e Simona Torretta sono state sottoposte sui giornali della destra (codiuvati, sia pure con toni più moderati, da alcune firme dei grandi giornali indipendenti) per avere osato sostenere, dopo il loro rilascio, che l'invasione dell'Iraq deve cessare, che le truppe willing vanno ritirate, che i sequestratori le hanno trattate con rispetto; per avere osato affermare che vogliono tornare ancora in Iraq; per avere osato ringraziare, oltre al governo, l'opposizione e le manifestazioni pacifiste. Il linciaggio, da cui lo stesso Silvio Berlusconi ha sentito il bisogno di prendere a un certo punto le distanze, ha avuto nei giorni scorsi - e ancora ieri, nell'editoriale del Tempo - toni di una volgarità insopportabile, di quella che di tanto in tanto spunta dalle viscere dell'Italia in transizione e dovrebbe farci interrogare sull'inciviltà che abita le nostre democrazie prima che sullo scontro di civiltà fra Occidente e Islam. Frasi come «se vogliono tornare in Iraq rispediamocele con due calci nel sedere», «la prossima volta si paghino da sole il ricatto», «tacciano e intanto ritiriamogli il passaporto» non depongono a favore né di chi le pronuncia né della sfera pubblica in cui circolano. Sono diventate pronunciabili nella sfera pubblica italiana anche o in primo luogo perché erano indirizzate a due donne? Credo di sì e non lo dico per alimentare il vittimismo femminile ma in senso esattamente contrario: tanta foga si è scatenata proprio perché le due Simone hanno smentito lo stereotipo della donna vittima. Se fossero state vittime e basta, vittime e morte, vittime e perse, vittime e vinte, vittime e piegate, vittime e stuprate, chiunque, compresi i direttori di Libero, del Giornale e della Padania nonché gli zelanti deputati leghisti che ne hanno seguito i suggerimenti, le avrebbero invece piante e compiante, commiserate e santificate. Ma così non è stato. Molti lati restano e resteranno oscuri del loro sequestro e del loro rilascio, motivi e modalità, ma un punto è chiaro ed è che le prime ad aver creato le condizioni per la propria liberazione sono state loro stesse, Simona e Simona: parlando con i sequestratori in una lingua che li ha saputi raggiungere, convincendoli che avevano preso un abbaglio, posizionandosi politicamente laddove stavano e stanno, cioè con e non contro la popolazione irachena. Il primo spazio di trattativa, senza nulla togliere a Berlusconi Frattini e Letta e Scelli, lo devono a se stesse, alla pratica politica che a Baghdad avevano costruito e all'esperienza e alla conoscenza dell'altro che avevano accumulato. Due donne libere, non due donne vittime. Due donne che fanno politica in prima persona, non o non solo due donne posta in gioco della politica istituzionale. Due donne amiche, non due donne in competizione fra loro. E' quanto basta per spiazzare tutti gli stereotipi che mezza Italia del terzo millennio - e non solo, ci si può giurare, il suo lato destro - non solo mantiene nelle sue viscere ma alimenta e rinverdisce.

Si aggiunge a questo la loro resistenza a diventare, come ha osservato Ilvo Diamanti su Repubblica, l'icona vivente dell'unità nazionale sperimentata durante il loro sequestro. Ma qui siamo già nel regno della ragion politica; l'essenziale viene prima, su quel piano prepolitico, o forse postpolitico, su cui tutto l'essenziale della guerra in Iraq si sta giocando mettendo in scacco la ragion politica. Lo spiazzamento dei ruoli sessuali - in questo caso come in altri, compreso quello dolente e di segno opposto delle torturatrici di Abu Ghraib - continua a essere un segmento decisivo di questa guerra, combattuto senza esclusione di colpi.

Le 15 août dernier, une jeune femme de 16 ans a été pendue en haut d'une grue dans une rue de la province de Mazandaran, au nord de l'Iran. Son crime : «Actes incompatibles avec la chasteté». Amnesty International USA, qui rapporte son cas, ne précise pas les conditions de son arrestation. Flagrant délit de prostitution ou acte d'amour avec son petit ami ?

Finalement, cela importe peu. En revanche, il importe de savoir les conditions de son procès et de son exécution. Trop pauvre pour être assistée d'un avocat, Atefeh Rajabi, tel est son nom, s'est défendue seule (en dépit de la loi iranienne qui exige la présence d'un avocat) et avec une audace inouïe qui allait la mener encore plus vite au pied de la grue. Non seulement elle a insulté son juge, le mollah Haji Reza, mais elle a mis en accusation le régime des corrompus et, pour finir, elle a ôté certains de ses vêtements (on ne dit pas lesquels) en pleine cour. Ivre de rage, son juge l'a décrétée folle et, par voie de conséquence, l'a condamnée à la pendaison dans les plus brefs délais. En moins de trois mois, l'affaire fut réglée. Il obtint le double feu vert de la Cour suprême de la République islamique et du ministre de la Justice. Mais sa colère n'était pas encore retombée. Il fallut au juge mettre lui-même la corde autour du cou de Atefeh Rajabi et donner l'ordre de mort.

Enterré le jour même de son exécution, son corps a été déterré par des inconnus et a disparu. Il ne reste donc rien de cette adolescente suppliciée par des barbares au nom de la charia. Rien, sinon son nom qu'il faut ajouter à la longue liste des martyrs des religions totalitaires. C'est peu de chose, je le concède, mais c'est la moindre des choses. Une dernière précision : son compagnon, arrêté en même temps qu'elle, a été condamné à cent coups de fouet. La punition exécutée, il a été relâché. C'est aujourd'hui un homme libre.

ROMA - Il governo contro cinque regioni, accusate di «aver sabotato» la legge sul condono edilizio che rischia così di far fallire la raccolta di 2 miliardi di euro messi in bilancio nella Finanziaria per finanziare il taglio delle tasse. Il Consiglio dei ministri, su proposta del ministro degli Affari regionali, Enrico La Loggia, ha deciso di impugnare davanti alla Corte costituzionale le norme relative ai condoni edilizi di cinque regioni: Lombardia e Veneto (governate da una maggioranza di centrodestra), Marche, Umbria e Campania (governate dal centrosinistra).

PRONUNCIA DEL 28 GIUGNO - La Consulta si era già pronunciata il 28 giugno affermando che la collaborazione degli enti locali è «obbligatoria e doverosa» nei confronti dello Stato considerati i motivi prevalenti della finanza pubblica, ma il testo di legge andava reso compatibile con le competenze di Regioni e Comuni in materia urbanistica e reso più rispettoso della tutela del paesaggio e dell'equilibrato sviluppo urbanistico: lo Stato non può escludere il potere delle Regioni di articolare e specificare la legislazione statale mediante proprie leggi.

LA LOGGIA: «SVUOTATO IL SENSO DELLA LEGGE» - «Aver ridotto al minimo la possibilità di sanare eventuali irregolarità ha svuotato di significato la legge nazionale», ha accusato il ministro per gli Affari regionali, Enrico La Loggia. «Si configura un' interferenza rispetto all'orientamento emerso dallo Stato. Le altre regioni hanno fatto le loro valutazioni, ma non sino al punto da quasi annullare la legge statale. Se la legge dello Stato stabilisce che si possono sanare 100 metri cubi e la regione ne prevede solo dieci, si svuota di significato la norma. Altro è prevedere di poterne sanare 60-80».

LEGAMBIENTE: « ATTACCO AD AUTONOMIA REGIONI» - Per Roberto Della Seta, presidente di Legambiente, la maggioranza «straparla di federalismo, quando poi alcune regioni tentano di limitare i danni prodotti dal condono edilizio, il Consiglio dei ministri decide di impugnare i provvedimenti. È molto grave che il governo, dopo aver varato il condono edilizio più vasto di sempre, insista nel trasmettere agli italiani il messaggio che la legalità è un optional. La sanatoria ha già fatto ripartire alla grande l'abusivismo».

«Mi auguro che la Consulta non accolga il ricorso e sventi così una proroga mascherata che si avrebbe con la riapertura dei termini del condono edilizio», ha affermato Fabrizio Vigni (Ds), capogruppo nella commissione Ambiente alla Camera.

«L'esecutivo non si rassegna al flop degli incassi, e tenta il ricorso alla Corte costituzionale per arrivare a una proroga», ha detto Sauro Turroni (Verdi), vice presidente della commissione Ambiente del Senato.



ESPOSTO ALLA PROCURA - Il capogruppo dei Verdi alla Regione Lazio, Angelo Bonelli, ha presentato un esposto alla procura di Roma per chiedere l'apertura di un'indagine sulle domande di condono edilizio a Roma, circa 90 mila, più o meno la metà di quelle presentate in tutta Italia.

Non era previsto, proprio no, che alla festa per il quarantesimo compleanno di Magistratura democratica arrivasse fresca fresca, ospite ingrata e sgradita, la riforma dell'ordinamento giudiziario del governo Berlusconi. Ma al tempo non si comanda, come al cuore, e così è andata: si festeggia il compleanno all'Ambra Jovinelli con un convegno che si trova a dover commentare il testo di una controriforma incostituzionale sospeso al filo della firma o del gran rifiuto di Ciampi. Non per questo la festa si trasforma in un funerale: al contrario. Magistratura democratica approfitta del compleanno per rilanciare le sue ragioni originarie nella sfida di oggi, come di fronte a un cerchio che si chiude. Sembra proprio uno scherzo del tempo infatti ritrovare, nella mozione istitutiva di Md del `64, quella «completa estromissione dal sistema giudiziario del concetto di carriera» mentre passa una riforma che lo reintroduce a piene mani, con l'intento, come dice il presidente dell'Anm Edmondo Bruti Liberati, di riportare ordine e disciplina in un corpo di magistrati che la Costituzione vuole sottoposto solo alla legge, e di fare regredire l'ordinamento giudiziario a quello che era negli anni Cinquanta, quando la magistratura agiva non con ma contro la Costituzione, a fare giurisprudenza era solo la Cassazione e la carriera dei magistrati era del tutto avulsa dalle esigenze di giustizia di una società in trasformazione. E non è il solo punto di regressione: perché alla visione berlusconiana dell'ordinamento giudiziario corrisponde, com'è noto, una precisa visione della democrazia. Si attacca l'autonomia dei magistrati, per attaccare il controllo di legalità sul potere politico; si tenta di ridefinire la magistratura come potere del popolo, cioè come braccio esecutivo della maggioranza, per farne un anello della catena che dal popolo sovrano porta all'onnipotenza del capo. Una visione della democrazia, spiega Luigi Ferrajoli, contrapposta alla democrazia costituzionale, che ha per scopo la tutela non del potere della maggioranza, ma dei suoi limiti. Nella controriforma della giustizia non c'è in gioco solo la Costituzione del `48, sulla cui difesa si attesta il segretario di Md Claudio Castelli: c'è in gioco, sottolinea Franco Ippolito, il costituzionalismo in quanto tale.

Dice Ferrajoli che per affrontare la sfida di oggi Md non deve far altro che ritrovare e rilanciare le ragioni dei suoi inizi. La scoperta della Costituzione come legge vincolante, da far vivere nel processo e nella giurisprudenza; il combattimento contro i poteri illegittimi, dalla polizia ai padroni agli stessi magistrati se del caso (non per caso uno dei primi atti di Md fu nel `69 quell'ordine del giorno Tolin che denunciava le minacce alla libertà di manifestazione del pensiero emerse con l'ordine di cattura per reati di opinione del direttore di Potere Operaio). E ancora, la scelta di campo a favore dei soggetti deboli, titolari di diritti fondamentali violati, e l'assunzione delle loro ragioni come «punto di vista esterno» al diritto. Certo, ritrovare e riconfermare quelle ragioni oggi è più difficile di allora: e non solo perché il potere politico, e altri poteri al seguito, s'è fatto più illeggittimo, ma perché, come osserva Giovanni Palombarini, i soggetti deboli - dai precari agli immigrati - si sono fatti più deboli.

La tendenza regressiva non riguarda infatti solo l'ordinamento giudiziario ma la società e il sistema politico italiano nel loro complesso. E ripercorrere i quarant'anni di Md, il pezzo della magistratura italiana più coinvolto nelle vicende del mutamento sociale e politico, è anche un'occasione per riflettere su quarant'anni di storia della Repubblica, fuori dai refrain più consolidati e più ottusi. Ad esempio, fuori dal refrain che data la fine della Prima Repubblica al crollo di Tangentopoli, alla «rivoluzione giudiziaria» dei primi anni 90, alla riforma in senso maggioritario del sistema elettorale. Alberto Asor Rosa, fra gli invitati al convegno, giustamente retrodata l'intera dinamica alla fine degli anni Settanta, quando si chiude il ciclo delle grandi rotture (e della stagione di crescita dei diritti) inaugurato dal '68-'69, e fallisce ogni tentativo della Prima Repubblica di autoriformarsi lasciando inalterato il sistema elettorale e proporzionale e il ruolo dei grandi partiti. La crisi della rappresentanza politica, aggiunge Peppino Cotturri, e più in generale le contraddizioni emerse nel movimento del Settantasette, domandavano già allora risposte e riforme che la politica non seppe dare allora e non ha saputo dare mai più. E la crisi della giustizia, si può aggiungere, era anch'essa tutta dispiegata nelle inchieste sul terrorismo e nei teoremi sui sovversivi, come ancora testimonia la vicenda del processo 7 aprile, quando anche Md dovette dividersi per trovare la bussola garantista.

Roma, 29 ott. (Adnkronos) - ''Le immagini che avete visto della firma della Costituzione europea non sono immagini Rai. Le riprese sono state effettuate da una società incaricata dalla Presidenza del Consiglio''. E' il comunicato di cui l'Usigrai, a norma del contratto di lavoro giornalistico, ha chiesto la lettura nelle due principali edizioni odierne dei telegiornali Rai.

''Le telecamere Rai -prosegue il comunicato- non sono state ammesse e la Rai non ha potuto scegliere in autonomia come documentare l'avvenimento. Il servizio pubblico, che come voi spettatori sapete ha le capacità tecniche e professionali per raccontare gli eventi istituzionali, i fatti della cronaca o i grandi appuntamenti sportivi, oggi è stato tenuto fuori dalla porta. Per un giorno un'attività del servizio pubblico è stata privatizzata. E' un attacco alla Rai, ma anche al diritto di voi cittadini ad avere un'informazione corretta e affidabile''.

La replica di viale Mazzini non si è fatta attendere. ''L'informazione sulla firma della Costituzione Europea è stata realizzata dai giornalisti della Rai che con grande professionalità hanno raccontato l'evento e ne hanno approfondito il significato storico e politico'' dice l'azienda che ''esprime apprezzamento per il loro lavoro e giudica quindi offensivo per i giornalisti della Rai il comunicato dell'Usigrai che li accusa di non aver fornito un'informazione corretta e affidabile, solo perché le immagini ufficiali della cerimonia sono state fornite dalla società incaricata dalla Presidenza del Consiglio di documentare visivamente l'evento''.

Ma i cdr di Tg1, Tg2, Tg3 hanno smentito di sentirsi ''offesi dalla nota dell'Usigrai, emessa a tutela del loro lavoro'' e si dicono ''invece offesi per il comportamento dei vertici aziendali''.

Ritiene altresì offensiva la replica della Rai il segretario della Fnsi, Paolo Serventi Longhi: ''Rappresenta un'offesa non solo nei confronti dei giornalisti della Rai ma della stessa storia della più grande azienda di informazione e di cultura d'Italia''.

In tempi di superspecializzazione, la politica è in netta controtendenza: minaccia di diventare l´unico lavoro non professionale di questo paese. "Professionisti della politica", del resto, è diventato poco meno di un insulto, una specie di tara genetica addebitata a una casta di avidi e stracchi notabili dal linguaggio oscuro. Strada spianata, dunque, per gli outsider di ogni genere e grado, con un canale di preferenza per le star mediatiche, che hanno il vantaggio di non dover stipendiare maghi dell´immagine e altri facitori e rifacitori di faccia, perché una faccia già la possiedono, e ben collaudata.

Confermano questa tendenza la candidatura, del valoroso giornalista Marrazzo (centrosinistra) alla Regione Lazio, e l´ipotesi di far correre il plenipotenziario della Croce Rossa nel Vicino Oriente, Scelli (centrodestra) in Abruzzo. Si tratta indubbiamente, in entrambi i casi, di ottime persone, ma é fuor di dubbio che sarebbero meno ottime, elettoralmente parlando, se non avessero già guadagnato le vette della popolarità comparendo in televisione dieci o cento volte più spesso di professori, scienziati, costituzionalisti e perfino ministri il cui talento politico può essere magari comprovato, ma il cui volto non è conosciuto dalla casalinga di Rieti o dell´Aquila. Lo Scelli, in particolare, ha avuto grazie a recenti meriti diplomatici una specie di rubrica fissa su Al Jazeera, messo in onda a raffica, in tutto il mondo, mentre dava il bentornato alle due brave e coraggiose ragazze italiane che non ci riesce più, per sopraggiunta overdose, di definire le due Simone.

Illustri precedenti, nell´uno e nell´altro schieramento (Zanicchi, Badaloni, Gruber, una Carlucci, nonché la strepitosa assunzione della fatina Maria Giovanna Elmi alla presidenza del prestigioso Stabile di Trieste), indicano che la tv è una magnifica scorciatoia per piacere al popolo, e che talk show, tg e ogni altra nicchia di palinsesto hanno preso il posto delle gloriose scuole di partito, dalle famigerate Frattocchie dove i virgulti comunisti si rompevano le balle commentando Lenin, agli altri tradizionali luoghi dell´apprendistato politico come il sindacato, la Coldiretti, le municipalizzate, gli assessorati di questo e di quello.

Finito tutto o quasi, se è vero che la campagna acquisti del personale politico si fa oramai negli antistudi televisivi, badando a non inciampare nel groviglio di cavi e a non irritare il candidato papabile parlandogli troppo di ideologia o di programmi o di schieramenti, perché lui, per definizione, risponde solo al suo pubblico.

Naturalmente, da tutto questo, verrà pur fuori qualche ottimo politico, come si dice della sgobbona Gruber. Ma resta qualche dubbio a proposito della questione (modernissima, e molto di moda) della formazione professionale. È o non è un lavoro chiosare leggi, spulciare regolamenti, amministrare città e paeselli, incontrare delegazioni non sempre concise, farsi venire i calli al sedere e la scoliosi in diecimila riunioni lunghissime e noiosissime? E se lo fosse (e temo proprio che lo sia) perché mai tutti lo possono fare limitandosi a presentare nel curriculum il numero di ore televisive, e i ceroni fatti e disfatti?

Poco amabile per indole e per contratto, ma a volte, nella poca amabilità, anche poco stupido, Massimo D´Alema ha spesso manifestato il suo sarcasmo nei confronti degli antipolitici di professione, rivendicando alla gente del mestiere qualche talento in più, diciamo, nella noble art di fregare l´avversario (e farsi fregare, naturalmente). In questo momento storico l´opinione di D´Alema è perdente. Ma si sa che la storia oscilla e inganna, e tra la Carlucci (un nome a caso) e il più vizzo dei funzionari di partito, sono tra quelli che preferirebbe pur sempre affidare un progetto di legge al secondo. Se non altro, per protestare la scadente qualità della legge potrei rivolgermi all´Albo professionale, come si fa per i dentisti e i carrozzieri. Se mi delude la Carlucci, invece, che faccio, telefono al Servizio opinioni della Rai, per giunta abolito da anni?

Notte e nebbia

L’editoriale de l’Unità, 4 settembre 2004, raccoglie i dubbi che da più parti si sono levati per il terrificante incontro tra terrorismo ceceno e intervento statale russo e per le menzogne dell’informazione ufficiale

È uno spaventoso massacro ed è la sola cosa che sappiamo con certezza. Tutto il resto non si deve vedere, non si deve sapere, non si deve capire, nascosto oltre il sipario di polvere densa e cattiva che si alza dalle macerie della scuola di Beslan dove il terrorismo ceceno ha impiantato la propria macelleria. Non si conosce nemmeno il numero dei morti: 150 secondo le autorità dell’Ossezia, molti di più secondo Mosca, non meno di 250 secondo i giornalisti che hanno assistito al blitz, molte centinaia secondo la Cnn. Blitz che prima viene negato dal Dipartimento osseto dei servizi segreti russi che, però, poi ammette: «siamo stati costretti all’azione». Oltre la sequenza Cnn dei bianchi sudari allineati sull’erba, dei bambini nudi scampati, delle barelle inutili, del tetto crollato sotto i colpi non si sa di chi, dell’autoblindo che corre intorno come un giocattolo senza molla, s’intuisce il problema di Putin. Allontanare da sè e dai suoi famosi reparti speciali l’onta della carneficina frutto dell’improvvisazione, dell’inettitudine e forse anche del disprezzo per gli ostaggi. Che prima erano 300 e poi si sono moltiplicati, come la anime morte di Gogol, fino a gonfiarsi nella statistica più aggiornata a «oltre 1200». Oltre 1200 tenuti a bada da trenta o quaranta terroristi? Facendo pensare che, qualcuno, nelle stanze del Cremlino non sapendo come sottrarsi alla lugubre forza dei numeri abbia escogitato un’apposita contabilità. Perché 150 morti su 350 ostaggi è ancora un rapporto, per così dire, presentabile davanti al mondo civile. In fondo ne abbiamo salvati più di uno su due, potrebbe dire il nuovo zar giustificando il devastante assalto delle sue teste di cuoio. Ma se i morti diventano 250, e i feriti 400, gli ostaggi dovevano essere per forza molti di più. «Oltre 1200» appare perciò una cifra abbastanza equilibrata nel contesto di un bagno di sangue. E forse anche un risultato spendibile nel consesso internazionale desideroso di conoscere i nuovi concreti progressi nella lotta al terrorismo.

Dispiace soffermarsi sui conti che non tornano, trattandosi di conti che riguardano il dolore incommensurabile delle povere famiglie di Beslan. E neppure si può lontanamente paragonare la ferocia disumana di chi ha attaccato con violenza cieca di chi ha reagito. Ma se tutto ci viene impedito di sapere sulla cause, reali, autentiche, che quel dolore hanno scatenato, sarà sempre più difficile difendersi da altro dolore, altro orrore, altri massacri. Esiste come una perversa simmetria tra terrorismo e menzogna.

Si direbbe quasi che l’uno e l’altra si sostengano a vicenda nel provocare infinite sofferenza e nell’impedire al resto dell’umanità di sapere perché. Il combinato disposto tra Al Qaeda e la manipolazione delle notizie ci sta precipitando in una cupa notte della ragione. E della informazione. A tutt’oggi nessuno sa cosa ha veramente scatenato l’11 settembre. E perché Bin Laden? E dov’è Bin Laden? E perché la guerra a Saddam? E dove sono le armi di distruzione di massa? E cosa sta succedendo, davvero, in Iraq? E come è possibile che trenta o quaranta ceceni possano entrare indisturbati nella misteriosa Ossezia e possano tranquillamente prendere in ostaggio 1200 (milleduecento) persone? Eppure, mentre il terrorismo s’impadronisce delle nostre menti, in attesa di farlo con le nostre vite, alla Convention di New York George W. Bush viene osannato quando dichiara che, oggi, con lui il mondo è più sicuro. Una frase insensata, ma che può passare indenne nel sonno della conoscenza. Una frase dal suono amichevole e patriottico se il presidente degli Stati Uniti intende, invece, comunicarci che siamo già entrati nella Terza o Quarta guerra mondiale. E che dunque è molto più conveniente per tutti stare dalla sua parte. Nella Terza o Quarta guerra mondiale non c’è posto per gli indecisi e i codardi. E non c’è posto per la politica, e non c’è posto per la diplomazia, e non c’è posto per l’Onu. O sei contro il terrorismo o sei con il terrorismo ammonisce il governatore della California “Conan” Schwarzenegger, quello che deride i democratici di Kerry chiamandoli «girlie men», femminucce. E quanto agli ostaggi, peggio per loro. Se in Francia un governo sovrano e responsabile cerca di fare il possibile per salvare la vita dei cittadini Chesnot e Malbrunot, quel governo «bacia il culo del nemico» («Il Foglio»). Ma poiché in Italia non esiste un governo del genere, da noi si dirà semplicemente che il cittadino Baldoni «se l’è cercata».

In una guerra mondiale, nello scontro di civiltà evocato dal pensatore Pera, i fatti devono adeguarsi per forza alle opinioni. Nessuno sa cosa è successo a Beslan, ma Bush dichiara lo stesso: ecco cosa fanno i terroristi. Berlusconi segue a ruota. Terrorismo e menzogne. Per arrivare dove? Chi taglia la gola dei prigionieri, chi massacra i bambini non ha nessuna civiltà da imporre. Sono criminali che ci faranno ancora soffrire molto, ma che hanno già perso. Norman Mailer ha un’altra risposta ancora. Cita il pensiero di un tipo che in vita sua è diventato obiettivo un po’ troppo tardi: «Ovviamente la gente comune non vuole la guerra, ma in fin dei conti sono i leader di un paese a fare la politica, ed è sempre semplice trascinare un popolo - che si tratti di una democrazia, di un regime fascista, di un regime parlamentare o di una dittatura comunista. Che faccia o no sentire la sua voce, il popolo può sempre essere piegato agli ordini dei capi. E facile. Basta dirgli che è sotto attacco e accusare i pacifisti di non essere patriottici e di mettere la patria in pericolo. Funziona nello stesso modo in tutti i paesi». Queste parole, spiega Mailer,le pronunciò Hermann Goering nella sua deposizione al processo di Norimberga. Ma forse, con l‘aria che tira, era una citazione da dimenticare.

A me piace fare regali. A Natale e sempre nel corso dell'anno e degli anni, alle stesse persone e alle nuove, again and again; e non capisco quell'ansia che prende tante e tanti, per quel dovere che scatta intorno al 15 dicembre, con gran pompa di pubblicità e luccichii, liste di nomi e di oggetti, corse in centro e frustrazione da prezzi impossibili. E se invece fosse un piacere? Se fosse non un tempo perso ma un tempo guadagnato; un tempo dedicato non all'acquisto delle cose ma alla seduzione delle persone? Non mi capita mai di non sapere che cosa regalare e di solito non sbaglio. C'è sempre una frase, un'occhiata, un ricordo dell'altro o dell'altra che mi mette sulla pista dei suoi desideri; basta non sovrapporre all'incertezza di quella pista la certezza senza rischio di un'etichetta, di un logo, di una hit parade. Fare un regalo non è altro che mettersi sulle tracce dell'altro, scoprirne una voglia e soddisfarne un piacere, riportare a presenza quella frase, quell'occhiata o quel ricordo che ce l'hanno segnalato.

Piacere di ritorno, direte, perché c'è del narcisismo in questa gioia del dare che viene ricambiato dalla gioia del ricevere; una gratificazione di sé pari alla gratificazione dell'altro. Sostiene chi ne sa, del resto, che nella radice do del dono c'è un'ambivalenza semantica che intreccia il dare con il prendere, e rinvia a un circolo virtuoso fra il donare, il ricevere, il restituire, che può diventare circolo vizioso se si dona per ricevere o per avere restituzione. Circolo vizioso o addirittura velenoso, se è vero che la stessa parola, gift, sta per dono ma anche per veleno: come un'esca d'amore, che nell'offrirsi obbliga l'altro a ridare a sua volta, imprigionandolo nella rete dell'indebitamento. Jacques Derrida (in Perdonare, appena uscito da Cortina) da questo metteva in guardia, quando invitava a chiedere perdono anche del dono, se questo diventa «una richiesta di riconoscimento, un veleno, un'arma, un'affermazione di sovranità, un desiderio di dominio». E Bataille infatti diceva che c'è dono solo quando c'è dépense, dispendio, senza recupero: senza niente in cambio. Dono a perdere: perché implica la rinuncia alla restituzione dall'altro, e anche la rinuncia all'affermazione di sé nascosta nell'atto generoso del dare.

Ma basterebbe meno. Si può volentieri condonare e perdonare, per restare al lessico di Derrida, quella piccola affermazione narcisistica di sé che nel gesto del donare è contenuta, se essa sa mettersi come dicevo sulle tracce dell'altro e accendere la scintilla del contatto e della condivisione. Il regalo allora non è un oggetto ma un medium, non riempie un bisogno ma allude al desiderio di altro e dell'altro; non è una merce ma un legame, il tramite di una relazione, la testimonianza di uno scambio, non nel registro dell'avere ma in quello dell'essere. Per questo mi sono sempre sembrati tristi quei propositi anticonsumisti di non farsi regali sotto l'albero: una resa al carattere alienato dello scambio di merci a mezzo merci, come se non fosse possibile né oggi né mai rivoltarne il segno e scambiare di tutto, e prima di tutti noi stessi, nel regime del lusso che il desiderio consente e domanda.

Volendo riassumere in una battuta la situazione del paese che emerge dal rapporto del Censis, si potrebbe dire che esso è afflitto da una crescente insicurezza socio-economica. Discutere se questa sia autentica oppure illusoria non ha molto senso. Se le persone sono giunte a sentirsi insicure, guardano con pessimismo al futuro prossimo, non hanno fiducia nella classe politica che in quel futuro dovrebbe guidarle, si ha un bel sventolare sotto i loro occhi tutte le statistiche disponibili per dimostrare che stanno meglio come non mai in passato - un caso che forse non si attaglia al nostro paese - ma il loro senso d’insicurezza non si ridurrà d’una virgola. Gli stati d’animo collettivi hanno la stessa durezza della materia; se si vuole modificarli, non conviene ignorare questa loro proprietà.

Bisogna provare a trasformarli, a lavorarli, con utensili politici adeguati. Di certo non nasce dal nulla, l’insicurezza socio-economica. Vi contribuiscono fattori particolari e condizioni storiche. I primi sono avvertiti da tutti, e a mano a mano che si concatenano destano inquietudini crescenti. Ci sono i figli che non trovano lavoro, o trovano soltanto occupazioni saltuarie e malpagate. La fabbrica che da mezzo secolo dava lavoro in città e che improvvisamente chiude, licenziando qualche centinaio di lavoratori, perché qualcuno che sta a Trömso o a Boca Raton così ha deciso. I piccoli negozi che spariscono, inghiottiti dai supermercati, che però dopo qualche tempo chiudono anche loro perché il volume d’affari non regge: lasciando nel paese un deserto. Gli amici Rossi che avevano investito i loro risparmi in obbligazioni ed hanno perso tutto. L’innovazione tecnologica in fabbrica o in ufficio che da un giorno all’altro ti mette davanti alla necessità di cercare un altro lavoro o di passare le notti per aggiornarti. Gli immigrati che certo sono utili però non si sa mai. La famiglia dove tutti i membri sono stressati, a cominciare dalla donna che fa tre lavori in uno, col risultato che a forza di discutere ad un certo punto ciascuno se ne va per conto suo e da una famiglia di quattro persone vengono fuori altrettante famiglie con un solo membro. Ciascuno più libero, ma di certo più insicuro. Si moltiplichino per alcuni milioni simili esperienze, che molti fanno di persona, altri sentono raccontare da parenti e amici, altri ancora vedono in tv, e l’insicurezza diffusa degli italiani comincia a trovare qualche spiegazione.

A determinare la quale concorrono peraltro nel profondo anche fattori storici. Coloro che hanno oggi trent’anni o più sono vissuti in un’epoca, l’hanno respirata, nella quale coesistevano due grandi sistemi di sicurezza sociale, anche se non si poteva godere dei benefici di entrambi. Uno era quello inventato dai conservatori inglesi durante la guerra, quindi perfezionato e sviluppato sul continente dal capitalismo renano, dai nostri governi a maggioranza democristiana, dal dirigismo dei francesi che supera indenne ogni cambio di orientamento politico. L’altro sistema era quello offerto a est dai paesi del socialismo reale, sperimentato direttamente da pochissimi, mitizzato e vagheggiato da molti perché lo si credeva più esteso, più protettivo, in una parola erogatore di maggiori sicurezze alle classi sociali che in precedenza ne avevano avute ben poche.

Da una dozzina d’anni e più il sistema di sicurezze che prometteva il socialismo reale è scomparso, insieme con i regimi che lo sostenevano. Il sistema europeo, il modello europeo di sicurezza socio-economica, è palesemente sotto attacco da parte di quasi tutti i governi Ue. Con metodo, con rigorosa perseveranza, in ciascun paese della Ue un giorno se ne smonta un pezzo, l’indomani si riduce il perimetro delle sue prestazioni, quindi si privatizzano le sue funzioni adducendo cause ora reali ora pretestuose. A volte per motivi legittimi, altre volte per motivi che è bene il pubblico ignori. Come poteva mai illudersi, la politica, che la repentina scomparsa di un sistema di sicurezza sociale pur solo immaginato, ma concretamente esistente per oltre quarant’anni appena al di là dei confini dell’Europa disegnati dalla guerra, e il correlativo sgretolamento - per ora parziale, ma nelle intenzioni totale - del sistema occidentale, non incidesse in profondità nell’animo delle persone, stratificando in esso ispidi sedimenti d’insicurezza sociale ed economica?

Naturalmente tutto ciò, i fattori storici e quelli contingenti e quotidiani, significa che non siamo soli. L’insicurezza socio-economica che il Censis ha rilevato in Italia attanaglia anche i tedeschi come i francesi, i britannici come gli olandesi o gli svizzeri. La letteratura sulla globalizzazione dell’insicurezza socio-economica è amplissima. Peraltro sulla politica questo tema non pare aver avuto finora alcuna presa, in nessun paese. Non senza ragione, poiché una politica che ponesse al proprio centro il compito di produrre più sicurezza socio-economica in tempi che di giorno in giorno sembrano alla maggior parte delle persone sempre meno sicuri, dovrebbe fare i conti con il fatto che essendo globale il problema, anche i tentativi di soluzione dovrebbero essere faticosamente cercati a livello globale. Al minimo a livello europeo. Magari prima che tale forma di insicurezza ricominci a svolgere il ruolo cui ha sempre adempiuto da un secolo e passa a questa parte. Quello di cattiva consigliera.

© 2026 Eddyburg