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STA accadendo un fatto molto strano sul quale invito i nostri lettori a riflettere con attenzione: in questi giorni si è accesa in Italia una discussione di infimo livello sulla contabilità dell´orrore. Per iniziativa di alcuni giornali di parte la barbara decapitazione d´un giovane americano è stata utilizzata con dovizia di fotografie per controbattere la rivelazione delle disgustose sevizie perpetrate da soldati americani su prigionieri iracheni. È più orrenda quella decapitazione o quelle sevizie? Chi sta dalla parte di chi? Con la chiosa già ampiamente collaudata che almeno le democrazie con l´America in testa hanno immediatamente fatto atto di contrizione per il sadismo emerso in pochi «casi isolati» e stanno procedendo alla punizione dei colpevoli, mentre gli assassini del giovane americano si gloriano della loro truculenta impresa tra gli applausi della loro gente.

La cupa stranezza di questa contabilità dell´orrore sta nel fatto che il libro mastro in cui vengono annotate le due opposte partite del dare e dell´avere, dell´attivo e del passivo, è gestito da giornali e televisioni italiane. Negli Stati Uniti d´America le foto e le riprese televisive della duplice barbarie sono state ampiamente diffuse, così come nei "media" del resto del mondo; ma a nessuno è venuto in mente di usare una delle due barbarie come lavacro dell´altra. In America ? e nel resto del mondo ? l´orrenda sequenza della decapitazione del giovane americano ha suscitato sentimenti di reazione e di emozione profondissimi, ma la riprovazione verso la politica di guerra coloniale in corso in Iraq, con il suo strascico di brutalità verso quel popolo sventurato, non è stata affatto scalfita anzi continua a montare giorno dopo giorno. Al punto che l´ultimo sondaggio (Zogby Poll) diffuso ieri dalla stampa americana registra il crollo della politica irachena di George Bush che ottiene soltanto il 36 per cento dei consensi. Il 64 per cento degli americani "do not think it was worth going to war", pensano che non valesse la pena di farla, questa guerra. Si tratta di un livello di consenso ancora più basso di quello raggiunto per la guerra in Vietnam che obbligò l´Amministrazione a ritirare dal Sudest asiatico il mezzo milione di soldati che vi erano stati sbarcati e combatterono contro Ho Chi Minh e contro i vietcong per otto anni.

Segnalo dunque il fatto che alcuni (pochi ma significativi) giornali italiani e alcune emittenti televisive abbiano sfoderato un argomento che ritenevano decisivo per l´esito d´una disputa politica insensata e moralmente squalificante.Mentre quel medesimo tema non ha trovato accoglienza nel paese protagonista di quella disputa, la cui opinione pubblica si sta semmai mobilitando contro il proprio governo, chiamato alla sbarra per cambiare rotta ed emendarsi dagli errori che hanno ferito nel profondo non già la forza dell´America ma la sua credibilità e il sentimento morale della nazione.

Questo è il vero patriottismo americano che fa onore all´Occidente e del quale ci sentiamo interamente partecipi.

* * *

Due notizie ci hanno colpito ieri mentre il caos iracheno continua ad infuriare: a Nassiriya la guerriglia sciita ha attaccato i reparti del corpo di spedizione italiano; il segretario di Stato Colin Powell ha dichiarato che se il nuovo governo iracheno dirà alla coalizione dei "volenterosi" di lasciare il paese, le truppe Usa se ne andranno. Gli hanno fatto eco immediatamente Blair e Berlusconi.

Esaminiamo queste due prominenti notizie cominciando dalla seconda. È improbabile che il nuovo - costituendo - governo iracheno inviti gli americani e i loro alleati a togliere il disturbo. Quando (e se) sarà costituito, i suoi componenti saranno stati scelti da Brahimi, delegato dell´Onu a Bagdad, previa consultazione con Kofi Annan e soprattutto con il governo di Washington. Sarà dunque e in ogni caso un governo amico, non certo ostile. Licenzierà la coalizione anche se essa non volesse essere licenziata, come una colf i cui servizi non sono più graditi? Sarebbe enorme. Il paese più potente del mondo, dopo aver messo a ferro e fuoco la Mesopotamia, avere abbattuto un tiranno sanguinario, aver risvegliato gli animal spirits d´un terrorismo che non s´era mai visto prima in territorio iracheno, rispedito a casa su due piedi dopo aver perso un migliaio di uomini e aver già speso cinquanta miliardi di dollari? Impensabile. Dunque non può accadere. Allora perché è stata affacciata questa assurda ipotesi?

Per due ragioni. La prima è per dare la sensazione al resto del mondo che il futuro governo iracheno nascerà veramente come autorità indipendente e nel pieno dei suoi poteri. Volevate una svolta? Una fottutissima svolta, per usare il linguaggio americano corrente? Eccovela servita.

Seconda ragione (più improbabile): il governo Usa non sa più come uscire dalla trappola irachena; la sola via di sbocco è di farsi dare il benservito dagli stessi iracheni. Naturalmente a certe condizioni che possono riguardare il petrolio e i rapporti con gli altri paesi dell´area a cominciare da Israele e dall´Iran. Insomma una finta ritirata, ma comunque un disimpegno militare sul terreno.

Si vedrà. Ma un punto resta fin d´ora acquisito. Il timore che il ritiro dell´armata occupante scateni una mortale guerra civile risulta inesistente poiché se fosse così serio e grave come finora ci è stato ripetuto in tutti i modi e da tutti i cantoni, non è comprensibile che l´armata liberatrice faccia i fagotti. Immaginate un´ipotesi del genere nell´Italia di sessant´anni fa, con un Ivanoe Bonomi o un Ferruccio Parri che invitano gli angloamericani a sgombrare le tende dopo la cacciata dei nazisti? O i giapponesi che rispediscono a casa MacArthur e le sue truppe?

Un altro timore, questo in realtà assai più serio dell´eventuale guerra civile, risulta anch´esso spazzato via dalle dichiarazioni di Colin Powell: il timore che, nel momento in cui gli yankees ripassassero l´Atlantico in senso inverso, il terrorismo di Al Qaeda resti padrone del territorio iracheno.

Questo rischio, evocato da Giovanni Sartori sul Corriere della Sera, ha una sua consistenza ma a Washington evidentemente non vi danno gran peso se già parlano di possibile reimbarco.

In realtà se la tesi di Sartori fosse valida le truppe americane dovrebbero restare in Iraq a dir poco altri cinque anni se non dieci o più. Personalmente penso che contro Al Qaeda non sia utile e tantomeno necessario mantenere di stanza 150 mila uomini di truppa con relativi carri armati e bombardieri pesanti. Per tenere a bada Al Qaeda ci vogliono intelligence, corpi speciali, abilità politica. Non si combatte il terrorismo con i marines né suscitando nel paese guerriglia, insorgenza e guerre sante.

Dunque resta assodato: per il dipartimento di Stato americano e anche per gli alleati "volenterosi" le questioni guerra civile e terrorismo non sono di ostacolo al ritiro delle truppe, solo che lo vogliano i notabili dell´Iraq liberato. Prendiamone atto ed escludiamo dunque questi «pretesti» dalla discussione sul "che fare" che durerà ancora un bel pezzo.

* * *

Ieri a Nassiriya è avvenuto un fatto nuovo. Prevedibile, preannunciato, ma comunque nuovo: le milizie sciite di Sadr hanno preso possesso della città e hanno attaccato la sede dell´Autorità provvisoria presidiata dagli italiani.

Mentre scriviamo l´assedio è stato tolto ma la città resta di fatto sotto il controllo della guerriglia. Per ristabilire l´ordine il nostro contingente militare dovrà negoziare con i guerriglieri o rintuzzarli con le armi o chiedere soccorso ai marines.

Quale che sia lo sbocco di questa tristissima storia resta che la nostra missione ha da tempo cambiato natura; come ha detto tre giorni fa Romano Prodi, ha perso le caratteristiche di missione di pace acquistando quelle di missione d´occupazione. In realtà questa mutazione era già avvenuta da tempo ma ormai è palese agli occhi di tutti. Soprattutto è palese agli occhi degli iracheni, guerriglia o non guerriglia. Loro la vedono e la vivono così: truppe d´occupazione, punto e basta. Hai un bel dire che non è vero perché i primi a doverti giudicare sono quelli in mezzo ai quali sei andato a portare la tua offerta umanitaria. Se proprio i beneficiari di quell´offerta ti giudicano un intruso e per di più un sopraffattore, questa diventa la tua essenza e non c´è niente da fare.

Quando Berlusconi decise l´invio dei nostri militari al fronte iracheno (a guerra che sembrava già conclusa) il presidente Ciampi, prima di dare il suo indispensabile assenso a quella sciagurata iniziativa, convocò il Consiglio supremo di Difesa, da lui presieduto.

Era molto tempo che quell´organo, di cui fanno parte molti ministri, tutti i capi delle Forze armate e naturalmente il presidente del Consiglio dei ministri, non si riuniva. E non si era mai riunito per decidere l´invio all´estero di nostri reparti militari per la semplice ragione che le nostre missioni erano sempre avvenute nel quadro di decisioni prese da organismi internazionali dei quali l´Italia fa parte. Il caso iracheno era invece profondamente diverso perché privo di ogni legalità. Quindi si scontrava contro la norma costituzionale che vieta di partecipare ad azioni di guerra che non siano difensive o debitamente autorizzate.

Per queste ragioni Ciampi riunì il Consiglio supremo di Difesa. E chiese che la missione fosse strettamente umanitaria. Che cosa significava questa espressione? È del tutto chiaro: significava l´invio di tecnici capaci di riattivare le reti di comunicazione e di trasporto, riattivare gli impianti petroliferi, aprire e gestire ospedali, ricostruire installazioni distrutte e strade, portare cibo e medicinali. Poiché il paese era ancora in stato di turbolenza, era pure necessario che la missione fosse affiancata da un contingente militare nei limiti e con lo scopo di difendere gli operatori di pace nei loro specifici siti.

Per meglio sottolineare la natura della nostra missione, Ciampi chiese anche che fosse dichiarato a chiare lettere che essa era «non belligerante». E per evidenziare ancora di più la posizione complessiva dell´Italia chiese anche che gli aerei militari Usa in missione di guerra in Iraq non potessero volare nello spazio aereo italiano.

Per quanto si sa, il Consiglio supremo di Difesa, Berlusconi incluso, approvò tutte le richieste di Ciampi. Non è dato sapere quale sarebbe stato il comportamento del presidente se l´approvazione non ci fosse stata. Che cosa poteva fare? Inviare un messaggio alle Camere? Rifiutare la firma della legge di finanziamento della missione? E´ probabile che avrebbe marcato in tutti i modi costituzionalmente previsti il suo dissenso, ma non fu necessario: Berlusconi accettò tutte le cautele raccomandate, la maggioranza parlamentare idem. In teoria. Nella pratica no, tant´è che l´ospedale italiano fu aperto a Bagdad con un piccolo reparto di carabinieri a sua salvaguardia, mentre 2.700 militari delle quattro forze armate furono destinati nel distretto di Nassiriya sotto comando inglese. Vai a capire perché e a fare che cosa.

Questa è la deplorevole storia della nostra missione. Onore a quei soldati che compiono un loro faticoso e assai pericoloso dovere. Opposizione contro chi ce li ha mandati in condizioni tali da non poter neppure impedire maltrattamenti contro i prigionieri soggetti al dominio non contrastabile di una polizia irachena brutale e autonoma da chi dovrebbe curarne la formazione professionale ma non può sanzionarne le azioni anche se delittuose.

Adesso i nostri soldati stanno lì a prendersi la fucileria dell´insorgenza sciita o a trincerarsi nei loro malcerti casermaggi senza mettere il naso fuor dalla porta.

* * *

All´ultim´ora giunge notizia di un discorso di Bush che contraddice Colin Powell continuando a confermare che non se ne andrà dall´Iraq se non «a lavoro compiuto». Nel frattempo un giornale americano pubblica un lungo articolo per dimostrare come dietro le torture ci fossero precise indicazioni date da Rumsfeld nell´estate del 2003. Puniranno i colpevoli? Ma certo, quattro soldati e un paio di sergenti.

Bush ha ringraziato Rumsfeld perché ha svolto un «lavoro superbo». Rumsfeld ha volato per undici ore fino a Bagdad, ha ringraziato i soldati perché anche loro hanno svolto un «lavoro superbo», ha consumato il rancio insieme a tutti loro e si è fatto altre undici ore di volo per tornare nel suo Pentagono. Il 64 per cento degli americani vuole che le truppe lascino l´Iraq. Le commissioni del Senato e del Congresso indagano. Il petrolio ha superato i 41 dollari al barile. L´Europa non concorda, ma Blair e Berlusconi sì, fino alla fine.

Come e quando ci sarà questa fine non lo sanno, ma va bene lo stesso.

Perciò avanti così. Perinde ac cadaver. No, non è Loyola che aveva un altro spessore, ma sono Schifani, Bondi e Bonaiuti.

Così il presidente George Bush straccia il piano di pace israelo-palestinese e tutto va bene. Insediamenti israeliani per gli ebrei e solo per gli ebrei in Cisgiordania. Tutto bene. Si strappa ai palestinesi la terra che hanno posseduto per generazioni; tutto bene. La Risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu dice che di quella terra non ci si può impadronire a seguito di una guerra. Lasciamo perdere. Tutto bene. Per caso il presidente George Bush lavora per Al Qaeda? Che vorrebbe dire? Che a George Bush sta più a cuore la sua rielezione che il Medio Oriente? O che George Bush ha più paura della lobby ebraica che del suo elettorato?

Il suo linguaggio, la sua vulgata, i suoi discorsi sulla storia sono stati una tale menzogna nelle ultime tre settimane che mi chiedo per quale ragione ci prendiamo la briga di ascoltare le sue noiose conferenze stampa. Ariel Sharon, responsabile del massacro di Sabra e Chatila (1.700 civili palestinesi morti) è un “uomo di pace”.

Un “uomo di pace” anche se il rapporto ufficiale israeliano del 1993 sul massacro lo indicava come “personalmente responsabile” dell’accaduto. Ora Bush loda come “un atto storico e coraggioso” il piano di Sharon di rubare altra terra ai palestinesi.

Che Dio ci aiuti! Basta abbandonare gli sparuti insediamenti ebrei illegali a Gaza e tutto va bene: il furto di terre ad opera dei coloni, il rifiuto del diritto di fare ritorno in Israele per i palestinesi che abitano lì: tutto bene. Bush, che affermava di aver cambiato il Medio Oriente invadendo l’Iraq, ora afferma che invadendo l’Iraq sta cambiando il mondo! Tutto bene! Non c’è nessuno pronto a gridare “Fermi! Ne abbiamo abbastanza!”?

Due sere fa quest’uomo pericolosissimo, George Bush, ha parlato di “libertà in Iraq”. Non di “democrazia” in Iraq. No, alla “democrazia” non ha nemmeno accennato. La “democrazia” è ormai semplicemente fuori dall’equazione. Ora si parla solo di libertà – libertà da Saddam piuttosto che libertà di avere le elezioni. E cosa dovrebbe comportare questa “libertà”? Un gruppo di iracheni nominati dagli americani cederà il potere ad un altro gruppo di iracheni nominati dagli americani. Questa sarà la “storica cessione della sovranita’” irachena. Ebbene sì, non mi riesce difficile capire perché George Bush vuole assistere ad una “cessione” di sovranità. I “nostri ragazzi” debbono essere tolti dalla linea del fuoco – che siano gli iracheni a fare da sacchetti di sabbia.

La storia irachena è già stata scritta. A titolo di vendetta per il brutale assassinio di quattro mercenari americani – perché questo di fatto erano - i Marines americani si sono resi responsabili del massacro di centinaia di donne, bambini e guerriglieri nella città sunnita di Falluja. I militari americani sostengono che la maggior parte dei morti erano militanti. Non è vero, replicano i medici. Ma le centinaia di morti, molti dei quali civili, sono stati un vergognoso riflesso sulla marmaglia della soldatesca americana che ha condotto questi attacchi indisciplinati contro Falluja. Molti sunniti di Baghdad dicono che Falluja dovrebbe essere la capitale del “Nuovo Iraq”, nuovo, naturalmente, secondo la versione irachena non secondo quella di Paul Bremer.

E il risultato? Grazie al presidente Bush, vaste zone della Cisgiordania palestinese diventeranno Israele. Terre che appartengono a persone non israeliane debbono essere rubate dagli israeliani perché è “irrealistico” accettare una soluzione diversa. Bush è per caso un ladro? È un criminale? Può essere accusato di complicità in un atto criminale? L’Iraq può dire al Kuwait che è “irrealistico” modificare i confini Ottomani? Un tempo la terra di Palestina abbracciava tutto l’attuale territorio israeliano. È apparentemente “realistico” modificare tutto questo sia pure nella misura del due per cento? Tutto quello che il governo degli Usa ha fatto per conservare la sua reputazione di “mediatore” in Medio Oriente è stato vanificato da questo codardo, vigliacco presidente americano, George W. Bush. Il fatto che potrebbero aumentare i rischi per i suoi soldati non lo preoccupa – in ogni caso lui non partecipa ai funerali. Il fatto di violare il diritto naturale non lo preoccupa. Il fatto che le sue dichiarazioni siano in palese violazione del diritto internazionale non ha alcuna conseguenza.

E tuttavia dobbiamo continuare ad andare al traino di quest’uomo. Se veniamo colpiti da Al Qaeda è colpa nostra. E se il 90% della popolazione spagnola ha chiaramente indicato di essere contraria alla guerra, vuol dire che sono filo-terroristi nel momento in cui piangono 200 civili spagnoli uccisi da Al Qaeda. Gli spagnoli prima hanno condannato la guerra, poi ne hanno dovuto subire le conseguenze – ed infine sono condannati come colpevoli di “appeasement” con il terrorismo dal regime di Bush e dai suoi vigliacchi giornalisti nel momento in cui dicono che i loro mariti, le loro mogli, i loro figli non meritavano di morire.

Se questo deve essere il loro destino allora, scusatemi, vorrei avere un passaporto spagnolo per poter condividere la “vigliaccheria” del popolo spagnolo! Se Sharon è “storico” e “coraggioso”, allora gli assassini di Hamas e della Jihad islamica potranno rivendicare il medesimo riconoscimento. Bush questa settimana ha legittimato il “terrorismo” – e chiunque dovesse perdere un arto o la vita può ringraziarlo per la sua inclinazione alla vigliaccheria. E temo che possano ringraziare anche Blair per la sua vigliaccheria.

© The Independent

Traduzione di Carlo Antonio Biscotto

Oggi si discute in Senato il rifinanziamento della nostra missione in Iraq e quindi la permenenza o meno delle truppe italiane in quel Paese. È probabile, per non dire sicuro, che il decreto del governo, favorevole alla permanenza, sarà approvato per passare poi al vaglio della Camera.

Ci sia concesso finché si è ancora in tempo, di dissentire. La situazione è radicalmente cambiata da quando un anno fa mandammo i nostri soldati. Gli Stati Uniti, con la presa di Bagdad e la fuga di Saddam Hussein, avevano dichiarato finita la guerra e chiesto l'intervento dei nostri soldati per coadiuvare l'attività di ricostruzione dell'Iraq. Ma si erano sbagliati. La guerra era tutt'altro che finita, in un certo senso si può dire che era appena cominciata. Quando cinquanta uomini armati di tutto punto e ben organizzati assaltano ed espugnano una stazione di polizia, e questo segue una infinita serie di attacchi alle forze occupanti e alle loro basi militari e di attentati condotti in modo sistematico, non si può più parlare di terrorismo. È guerra, sia pure guerra di guerriglia, com'è sempre quella di una resistenza contro un esercito occupante e militarmente molto superiore. Oltretutto, non si può nemmeno dire che si tratti di azioni di residuali seguaci di Saddam destinate a spegnersi con la cattura o la morte del rais, perché Hussein è stato preso, e nelle condizioni per lui più umilianti e delegittimanti, ma la guerriglia è continuata con maggiore intensità di prima. Saddam e il vecchio regime dittatoriale non c'entrano se non molto marginalmente, il fatto è che una parte molto consistente della popolazione irachena non considera gli americani come dei liberatori ma come degli invasori e gli fa la guerra.

Ora, l'anno passato, al momento dell'invasione dell'Iraq, l'Italia, pur appoggiando politicamente gli americani, aveva deciso, a differenza di altri alleati, come la Gran Bretagna, la Spagna e la Polonia, di non partecipare alla guerra.

Non si vede perché debba rimanervi coinvolta adesso, con truppe che sono state mandate in Iraq con altre intenzioni, con altre regole di ingaggio e con un altro tipo di preparazione che non la partecipazione, diretta o indiretta di combattimenti (si pensi alla massiccia presenza dei carabinieri).

A chiudere il discorso ci dovrebbe essere poi la Costituzione che all'articolo II, vieta in modo esplicito all'Italia di partecipare a guerre se non difensive. E non si capisce assolutamente che tipo di offesa ci abbia portato l'Iraq, che non possedeva "armi di distruzione di massa" e non poteva non dico attaccare ma nemmeno minacciare né noi né i nostri alleati.

Dividere unendo, o unire dividendo: ancora una volta Silvio Berlusconi ha invaso lo spazio politico, con un´operazione che mira a essere formalmente impeccabile, ma che in realtà è insidiosa e strumentalizzatrice. Perché è vero che contro Bin Laden e il radicalismo islamico l´unione rapresenta un valore: se l´attacco terroristico globale è un´aggressione alla democrazia, allo stile di vita occidentale, alla cultura che tutti respiriamo, alla nostra stessa civiltà, allora ogni manifestazione unitaria o bipartisan è benvenuta. Anche, s´intende, la manifestazione contro il terrorismo lanciata da Leonardo Domenici, presidente dell´Anci e sindaco di Firenze.

Naturalmente occorre avere chiaro che manifestazioni di questo genere non servono a unire dal basso il popolo della sinistra e della destra: certi eventi accadono soltanto nella terribile condizione in cui si è trovata la Spagna dopo gli apocalittici attentati di Madrid. Servono piuttosto a unire le rappresentanze, i partiti, le élite, le leadership. A dimostrare pubblicamente l´unità di un paese minacciato, e a trasmettere un´immagine di reciproca solidarietà a tutta l´opinione pubblica.

Con l´intervista che esce oggi sul Foglio, il quotidiano diretto da Giuliano Ferrara, Berlusconi conduce una spericolata acrobazia in parte sui territori dell´ovvio, e in parte sui terreni scivolosi della manipolazione politica. Dire che è necessario un «patto democratico» per impedire «l´uso politico di parte» del terrorismo significa rivendicare con enfasi un´ovvietà. Si ha notizia in Italia di qualcuno, partito o uomo politico, che usa politicamente il terrorismo? C´è qualche soggetto nella politica italiana che scherza col fuoco? No, evidentemente. E allora che cosa vuole dire il premier quando sostiene che bisogna «escludere con una dichiarazione comune il terrorismo dall´ambito delle questioni su cui si svolge il conflitto ordinario della democrazia italiana»?

Non si capisce bene, a meno che non voglia dire che sul terrorismo occorre essere sempre d´accordo con il governo. Oppure, peggio, che c´è qualcuno, si immagini in quale settore politico, che la tentazione di sfruttare politicamente il terrorismo ce l´ha. Difatti Berlusconi aggiunge subito dopo che «la sinistra deve decidersi, uscire dall´ambiguità». Ora, che la sinistra abbia un atteggiamento variegato rispetto all´intervento unilaterale in Iraq, e che al suo interno le posizioni sulla missione "Antica Babilonia" siano le più diverse è un fatto: ma sostenere che esista e si manifesti un´ambiguità rispetto al fenomeno terroristico non è nemmeno un insulto. È una torsione tanto velenosa della realtà da risultare insostenibile per tutti coloro a cui è rivolta.

In realtà la posizione di Berlusconi, apparentemente brillante sul piano polemico (in sintesi: «non si può essere contro il terrorismo a giorni alterni») sembra fatta apposta per incenerire ogni idea bipartisan, sulle prossime manifestazioni pubbliche ma soprattutto sulla linea politica del nostro paese. Perché da un lato il capo del governo invita all´unità nazionale, alla solidarietà di tutto il Paese, e dall´altro attacca gli «equivoci» del centrosinistra, la «contraddizione profonda» che segna il campo a lui avverso. A suo dire c´è un´Italia della pace vera, quella «che scese in piazza il 10 novembre 2001 per solidarietà con gli americani colpiti da Bin Laden, quella che il 19 aprile del 2002 manifestò il proprio amore per Israele colpito dalle stragi di civili dell´Intifada del terrorismo suicida».

Questa eccellente prova linguistica di Berlusconi si riferisce alle iniziative pubbliche promosse dal Foglio. Ma a osservare da vicino le sue espressioni, il senso del discorso è che esistono due Italie, l´una affidabile, vicina agli amici americani, cosciente della sfida terroristica di Al Qaeda e serenamente decisa a reagire; e un´altra Italia inaffidabile, caratterizzata da un pacifismo talmente ideologico o rinunciatario da non essere credibile perfino sul piano della sua lealtà democratica.

L´ossimoro di Berlusconi, dividere per unire, o viceversa, sembra incomprensibile ma è comprensibilissimo. Oggi i governi che hanno sostenuto l´intervento in Iraq sembrano i prossimi destinatari dell´ondata di rancore che si riverserà su di loro, sulle «destre delle bugie», come è appena avvenuto alle elezioni spagnole. Per questa ragione il capo del governo ha bisogno di distinguere, di separare, di identificare con un sigillo interlocutori e nemici. Per suddividere le responsabilità, per alleggerire la scelta tragicamente futile del sostegno alla politica angloamericana, per attribuire alle pattuglie della cattiva sinistra il perdurare dell´opposizione alla presenza italiana sul suolo iracheno.

A occhio, l´intervista di Berlusconi è il frutto di una stagione precedente, inavvertitamente passata. È una volontà assertiva che si presenta con le caratteristiche affascinanti e bizzarre del fuori moda. In realtà, non stiamo giocando alla politica. In realtà siamo sotto tiro, l´ha detto proprio Berlusconi. In realtà, proprio per tutto questo ci vorrebbe una consapevolezza diversa, anziché il disincanto cinico e la manipolazione contro gli avversari politici. Ma la consapevolezza, cioè lo spirito bipartisan o repubblicano, una generosità politica di fondo, non la possiede Berlusconi come non l´hanno avuta Aznar e i suoi ministri. Questa volta è possibile che il calcolo di Berlusconi, la croce gettata addosso ai suoi oppositori, sia stato un azzardo. Se è così, gli rimbalzerà addosso molto presto, e potrebbe fargli molto più male del male che ha voluto infliggere ai suoi avversari

La lettera inviata ad alcuni giornali dal ministro Castelli - nella quale viene insolentito il direttore di "Le Monde" - assomiglia moltissimo all'aggressione verbale (e quasi fisica) compiuta la settimana scorsa da alcuni parlamentari della Lega Nord contro la giovane Chiara Moroni, deputata socialista. E assomiglia alle invettive contro gli immigrati, i non-sposati e i mendicati, lanciate dal ministro Calderoli e dal consigliere lombardo Boni. Castelli, Calderoli, Boni sono tutti dirigenti della Lega. Questi episodi sono l'espressione di una cultura politico-ideale basata sulla difesa arcigna del proprio branco, e sull'odio per lo straniero, o per il diverso, o per il dissidente, o per l'ospite. E' una cultura politica che trae origine dagli istinti primordiali dell'essere vivente, che nell’epoca moderna, in gran parte, sono stati superati dallo sviluppo della civiltà umana, dal diffondersi delle sue grandi religioni, dei sistemi filosofici, dalla modifica del senso comune. Le due scuole di pensiero che più hanno contribuito, in occidente, al superamento di quegli istinti feroci e un po' animaleschi, sono state la scuola cristiana e l'illuminismo francese. Chissà che tanto odio anti-francese, che in questi ultimi anni sta dilagando nella destra internazionale, non sia in qualche modo legato al rabbioso rifiuto dell'illuminismo.

La lettera di Castelli non ha una struttura molto complessa. Una volta rimesse in ordine le frasi, trovato un accordo tra verbi plurali e sostantivi singolari, intuite a senso alcune proposizioni anacolute o incompiute (se Castelli rileggesse la sua lettera attentamente, con l'aiuto di un buon insegnante delle elementari, capirebbe forse il perché di quel senso di inferiorità culturale che ha riscontrato con disappunto in ampi settori della destra italiana…) ci si accorge che i concetti espressi dal ministro sono solo tre. Piuttosto chiari. Primo, il signor Colombani (cioè il direttore di "Le Monde") mente quando sostiene che suo figlio - di origine indiana e di carnagione scura - è stato varie volte maltrattato all'aeroporto di Venezia, dalla polizia di frontiera, per motivi probabilmente razzisti e xenofobi. Secondo, se anche non mentisse, poco male, visto che "Le Monde" ha sostenuto una campagna contro l'estradizione dello scrittore Cesare Battisti accusato (e condannato) dai tribunali italiani per omicidio. Le accuse di scarso garantismo contro i tribunali italiani sono ben più gravi e razziste delle perquisizioni della polizia, decise in base al colore della pelle. Terzo concetto, in Europa prevale una cultura islamica, anticristiana, antiebraica e massonica che va rovesciata. E quindi non bisogna chiedere scusa per eventuali vessazioni razziste, è bene invece pretendere che siano i vessati a chiedere scusa a noi per averci sospettato di razzismo, mentre noi razzisti non siamo (tutt'al più ce l'abbiamo con le razze inferiori o con gli islamici, o con i sospetti islamici: tutto qui).

Questo terzo concetto, esposto con molta veemenza, contiene una fortissima polemica con il ministro dell'Interno Beppe Pisanu, che invece - con la sua usuale beneducazione - aveva chiesto scusa al direttore di "Le Monde" per il comportamento della polizia italiana.

A questo punto archiviamo la lettera del ministro Castelli e la sua polemica un po' scombiccherata? Facciamolo pure. Però prendiamo atto del fatto che la Lega costituisce un problema politico serio in questo paese. Le Lega ha una cultura che assomiglia molto, nelle sue ragioni e nelle sue pulsioni essenziali, alla vecchia cultura fascista. Il fascismo fu la soluzione reazionaria e incivile scelta da una parte della borghesia europea, negli anni venti e trenta, per rinsaldare il proprio potere in una fase della storia caratterizzata dal dilagare dell'industria fordista e dal crescere dell'influenza del movimento operaio e delle classi subalterne. Il leghismo è qualcosa di analogo. E’ un'idea di reazione al nuovo, alla globalizzazione, alle grandi migrazioni e alle rivendicazioni di milioni di persone, ed è un'idea che si realizza mettendo al primo posto la difesa di un diritto collettivo specialissimo: il privilegio di gruppo. Il privilegio dell'occidente, il privilegio del nord, il privilegio del ceto medio alto, il privilegio del commerciante o dell'industriale, il privilegio del padano. Per difendere questo privilegio, e impedire una dispersione delle ricchezze, occorre respingere il diverso, il povero, lo straniero, il migrante, il non-cittadino. Chiudersi nel fortino del benessere e resistere all'assedio, facendosi forti dei più radicati sentimenti anti-solidaristi che sonnecchiano sempre in alcuni angoli della società. Perché questi sentimenti possano vivere e svilupparsi, occorre un ambiente dove non entri la cultura moderna (bollata come massonica, illuminista o addirittura aperta all'islam e all'Africa). Perché quella cultura rischia di uccidere l’egoismo sociale.

Questo tipo di fascismo del 2000 non è solo italiano. C'è in tutti i grandi paesi occidentali. In alcuni si maschera da cristianesimo tradizionalista (ma francamente ha pochissimo a che fare col cristianesimo), per esempio in America; in altri no, non si dice cristiano anzi esalta le proprie radici pagane e talvolta naziste. Qual è la differenza tra noi e gli altri grandi paesi dell'Occidente? Da noi questo fascismo moderno è al governo. Solo da noi. Le grandi destre europee (al potere o all’opposizione) si sono collocate a distanza di sicurezza, non accettano di mischiarsi in nessun modo (vedi Chirac). Da noi invece la destra liberale ha accettato il patto con la Lega e su quel patto ha costruito la casa delle libertà. E' un problema immenso. La destra crede di poterlo aggirare con un po' di diplomazia e un po' di furbizia. Sbaglia. I nodi stanno venendo al pettine, come si vede in questi giorni, e sono sempre più intrecciati, sempre più dolorosi da sciogliere. Lo vedremo a settembre, quando si discuterà di federalismo e verrà messo in discussione il patto di unità e di solidarietà nazionale. Vanno tagliati via con le forbici, questi nodi. Bisogna scegliere: Pisanu o Castelli? Costa tagliarli con le forbici, costa soprattutto a breve, in termine di voti. Ma rende. Fa acquistare un patrimonio di credibilità, e alla lunga la credibilità vale più di un fardello di voti.

Caro Romano,

manifestare soddisfazione per i risultati elettorali e ottimismo per le prospettive che schiudono rientra nei rituali consolidati e in apparenza ineludibili della politica. Ma è davvero segno di realismo, oggi, non sottrarsi alle liturgie d’ordinanza, cioè ai vincoli di un orizzonte del “fare politica” evidentemente in crisi? Non sarà invece sintomo di saggezza - di Realpolitik! - e di fiducia nel futuro abbandonare abitudini che inchiodano i partiti a restare parte del problema anziché possibili veicoli della soluzione?

Il compito di ogni democratico, infatti, non è forse oggi di “reinventare” le pratiche della democrazia rappresentativa, proprio per “salvarla” dalle sirene della deriva populista che la sta minacciosamente svuotando in finzione?

(...) La coalizione di governo e la somma delle opposizioni raggiungono la stessa cifra, 46,1 (inglobando tra queste ultime Svp e Uv, come è giusto, e tra i sostenitori di Berlusconi, come è ancor più doveroso, i socialisti di De Michelis e le bellezze di Sgarbi e altri La Malfa. Il restante e disperso 7,8 non è affatto rassicurante, tra nostalgici e ultranostalgici di Salò, o vagamente qualunquisti partiti dei pensionati. Si divideranno gli elettori radicali (non i loro schieratissimi dirigenti), ma per il resto al centro-sinistra è attribuibile poco o nulla.

Hic rebus stantibus, dunque, se si votasse per le politiche domani, gli astragali del moderno calcolo delle probabilità vaticinerebbero Berlusconi, e sulla conferma del regime ai Lloyd di Londra la posta scenderebbe sotto l’1 a 1. Non mi sembra che siano in vista i “domani che cantano”, insomma. Certo, ci sono due anni. Ma anche per “loro”. In cui faranno carne di porco di quel poco che resta di istituzioni e pratiche democratiche. (...) E soprattutto, Romano, questa prospettiva minacciosa per la democrazia (e deprimente per lo schieramento di cui sarai il candidato) si annuncia dopo che il governo - in tre anni - ha fatto tutto quanto poteva per perdere consensi.

Andiamo però un poco oltre l'angusto angolo di visuale della politologia da establishment. Andiamo alla "cosa" che tale politologia non solo trascura ma anzi contribuisce a rimuovere: lo scollamento tra cittadini e rappresentanti, anche quando i primi non si astengono dal voto.

Prendiamo il tema che ha dominato vita politica e mass media negli ultimi mesi: la guerra di Bush. Non vi è nessun rapporto tra le opinioni contro la guerra, certificate da ogni sondaggio come schiaccianti nel paese, e l'esito elettorale. Ma analogo risultato si avrebbe confrontando ogni "issue" programmaticamente rilevante. In altri termini: si torna a votare secondo la logica tradizionale destra/sinistra in accezione partitica, senza che i temi che hanno diviso trasversalmente l'opinione pubblica spostino davvero dei voti. Siamo tornati al prevalere del voto di appartenenza, benché le "appartenenze" appartengano al passato.

Sembra il trionfo dei partiti e di un rapporto tradizionale con gli elettori, da Prima Repubblica ancora in rigogliosa salute, come se le lancette tornassero a trent'anni addietro. Ma è pura illusione. Nella rappresentabilità (e non solo nella rappresentanza) tutto torna nell'alveo di una geometria lineare tradizionale, anche se la società, il "sentire" politico e la (in)fedeltà ideologica sono definitivamente cambiati, solo perché le nuove istanze non trovano possibilità di rappresentazione. E sono dunque costrette a scegliere tra non-voto e camicia di forza della geometria tradizionale, che si traduce in disaffezione nel momento stesso in cui si vota.

Per capirsi: chi ha (ri)scoperto la passione civile con i no global o con i girotondi (o con le nuove lotte operaie), al Circo Massimo o a San Giovanni, non trova possibilità di traduzione elettorale per la politica che ha "agito" nelle piazze. Nemmeno parziale, se non in quantità marginali. Con l'ovvia conseguenza che le opposizioni non intercettano, trasformandoli in voti (e anzi si precludono la possibilità di farlo anche in futuro) i motivi di critica al regime, fondati sia su valori che su interessi.

(...) Collocare le diverse opinioni lungo una linea ininterrotta che da destra a sinistra vede: reazionari, conservatori, moderati, riformatori, rivoluzionari, oggi non rende conto della realtà neppure approssimativamente, schematicamente. La occulta, anzi. Un tempo destra voleva dire "law and order", oggi la "destra" realmente esistente (e malgovernante) si è fatta crociata di illegalità, tanto per citare un tema che da oltre dodici anni domina la vita politica italiana. E chi sarebbero poi i moderati? La difesa intransigente dei valori costituzionali è massimalismo? E non saranno invece proprio i moderati a diventare degli "enragé" quando i valori "moderati" (l'abc liberale, insomma) vengono calpestati da un regime populista?

Aver riportato le possibilità di scelta elettorale dentro gli schemi di appartenenza della Prima Repubblica costituisce in realtà il regalo più grande che le opposizioni potevano fare a Berlusconi, che punta tutto sulla vecchia dicotomia precaduta del Muro, e anzi guerra fredda anni Cinquanta (di nuovo c'è solo lo strumento del partito aziendal-videocratico): i "comunisti" (vale a dire tutti i suoi oppositori) e gli anticomunisti, in quanto tali paladini delle libertà, cioè lui medesimo e quanti a lui obbedienti. Le opposizioni regalano così a Berlusconi una vittoria strategica esattamente quando gli elettori gli tolgono lo scettro del comando assoluto in seno alla sua stessa coalizione.

Eppure, caro Romano, ricordo assai bene quando ci incontrammo la prima volta, nella primavera del ‘94, ancora nella sede dell’Iri, da cui stavi traslocando. (...) Il tuo interesse era tutto concentrato nell'illustrarmi la tua tesi di fondo, che circolò poi nella famosa espressione sul "valore aggiunto" delle energie della società civile rispetto alla somma dei partiti, e si manifestò nel sottolineare la necessità di suscitare forze ed entusiasmi potenziali, proprio perché eccedenti la logica degli schieramenti tradizionali. Proprio perché, appunto, quegli schieramenti non "rappresentavano" più, neppure a grandissime linee, il paese. Quegli schieramenti, e i dirigenti e gli apparati che ne materializzavano la logica. E del resto cosa è stato l'Ulivo (e perfino l'Asinello e la Margherita) se non il tentativo (a tentoni, ma non brancolando nel buio), per dare corpo a questa linea? Cioè alla consapevolezza che solo frantumando la logica degli schieramenti tradizionali, e ricomponendo alleanze su valori e interessi radicati nella società civile, anziché su "appartenenze" obsolete e ormai ingannevoli, si vinceva contro Berlusconi e si rinnovava il paese? Anche con la tua proposta della scorsa estate non hai fatto che restare fedele a quella analisi di fondo. Ma ormai, dopo ripetute "incarnazioni" sempre più distanti dall'idea, il rischio è l'incistarsi di un deficit di coerenza tra l'ipotesi analitica e il veicolo organizzativo.

Guardiamo alla vicenda del Triciclo, esemplare nella sua negatività.

Quando la scorsa estate lanciasti l'idea di una lista unitaria, dissi subito che costituiva "l'unico tentativo politico fin qui partorito dall'Ulivo in due anni di opposizione". Ma non fui certo il solo a mettere in luce come il punto cruciale, da cui dipendeva la riuscita o meno dell'operazione, stesse in questi termini (Eugenio Scalfari, molto più autorevolmente di me, lo ribadì e sintetizzò su Repubblica): la proposta sarebbe stata vitale e straordinariamente innovativa solo se non si fosse limitata a evocare l'unità tra i partiti, bensì l'unità di tutte le opposizioni, quelle dei partiti e quelle manifestatesi nella società civile.

Proprio di questo, invece, si finì per non discutere. I sì, i no, i forse, che rimbalzarono fra gli apparati evitarono proprio di prendere in considerazione tale questione cruciale e dirimente. Ovvio il risultato: eluso il problema la cui soluzione poteva fare da catalizzatore unitario, si scatenò l'uso strumentale dei sì, dei no e dei forse: privilegiando ragioni di schieramento e di bottega.

(...) Oggi si può dire, naturalmente, che Di Pietro-Occhetto valevano solo il 2,1 per cento. Verissimo. Da soli, però (e non bisognerebbe trascurare che lo Sdi di Boselli ha contribuito non già con lo 0,00 ma con una grandezza negativa, come conferma l'analisi del voto di Bologna). Quale sarebbe stato il "valore aggiunto" legato non a Di Pietro-Occhetto ma al dispiegarsi della spirale virtuosa, e relativa passione civile/entusiasmo elettorale, a seguito del venir meno dei veti e della partecipazione dei "movimenti e girotondi" del teatro Vittoria, non lo sapremo mai, ovviamente.

Ma qualche indizio lo abbiamo: a Bari la lista civica di un candidato sindaco voluto dalla società civile (il magistrato anticosche Michele Emiliano) prende da sola il 18 per cento, superando tutti i partiti (e costituisce il "valore aggiuntissimo" che strappa la città al berlusconismo). Ad Ascoli Piceno, per le provinciali, Massimo Rossi, "imposto" dai movimenti stravince, prendendo circa il 10 per cento in più della somma dei partiti. A Bologna vince in modo travolgente il "massimalista" Cofferati, mandando ai robivecchi tutta la solfa politologica sulle elezioni che si vincono al centro (forse si vincono "al centro", inteso come luogo sociologico degli incerti e "moderati": non certo con candidati più "di centro"). Infine, anche le preferenze dentro il Triciclo dicono qualcosa: inviso agli apparati (e da questi esplicitamente boicottato) Giuseppe Fava prende in Sicilia un mare di voti. E due neopolitici estranei alle gerarchie, Lilli Gruber e Santoro, mandano il pallottoliere in tilt.

Insomma: ovunque si è presentato uno spiraglio, l'elettorato democratico (dunque antiberlusconiano) ma "incerto", che rifiuta la logica delle appartenenze, ha "aggiunto" il suo "gruzzolo": se ci fosse stata la lista davvero unitaria che proponemmo al teatro Vittoria (a parole accettata dai partiti, e qualche ora dopo buttata al macero), quel gruzzolo avrebbe inclinato verso l'esondazione: sarebbe divenuto, almeno e certamente, investimento massiccio.

(...) Ora, caro Romano, con sacrosanta tempestività rilanci l'idea di una Costituente dell'Ulivo. Lemma drasticamente impegnativo nella sua vincolante onerosità in vista di un radicalmente nuovo. Ma vocabolo malinconicamente esautorato, a forza di "nuovi inizi" troppo spesso tramontati non appena vista la luce. Eppure tutto si gioca qui, se la parola "Costituente" starà a significare un "patto fondamentale" tra partiti già esistenti (dunque tra i loro apparati dirigenti) o tra i cittadini che con "pari dignità" rispetto ai partiti (come recita una giaculatoria partitocratica mai onorata) trovino ancora la passione per fondare il famoso e più che mai necessario "oltre". Fondare, non essere cooptati, cioè trifolati e digeriti da nomenklature che strutturalmente resteranno le medesime.

Che sia ancora possibile, non mi azzarderei a scommetterci. Che sia necessario, resta più vero che mai.

Ma è una verità ormai gravosamente scomoda, che non si lascerà aggirare o annacquare: quei famosi cittadini attivi, disponibili all'impegno politico ma non al professionismo politico, senza i quali non ci sarà Costituente ma solo aria fritta e rigovernatura di apparati, sono sempre di meno e sempre più scettici. Per trovarne in numero tale da renderli "massa critica" dovrai essere convincente davvero: non sulle tue intenzioni, ma sulla tua capacità di convincere davvero i potentati di partito a rimettersi radicalmente in gioco, a ridimensionare radicalmente il loro potere in un "gioco" nuovo, a fare molto ma molto di più (cioè molti ma molti più passi indietro) di quanto non fossero disposti a fare neppure nei giorni del pullman. Su questo si deciderà se avrai voluto essere il leader dell'altra Italia o semplicemente il candidato dell'attuale centro-sinistra.

Alcune settimane fa si è intrecciata una fitta discussione sui media italiani, e non soltanto italiani, sulla natura e la deontologia di due emittenti televisive arabe che si sono guadagnate una grande popolarità nelle regioni del Medio Oriente: Al Jazeera e Al Arabia. L'occasione di questo dibattito è stata fornita dal fatto che una delle due emittenti era in possesso della videocassetta con il filmato della barbara esecuzione di Fabrizio Quattrocchi, uno dei quattro ostaggi italiani sequestrati da una banda irachena; Quattrocchi fu ucciso il giorno dopo il sequestro, gli altri tre, ancora vivi e in buona salute, sono tuttora tenuti prigionieri. Al Jazeera dette la notizia dell'avvenuta esecuzione di Quattrocchi ma decise di non mettere in rete il filmato di quell'assassinio: una scena troppo brutale e macabra che avrebbe provocato emozione e reazioni da parte degli ascoltatori. Il contenuto della videocassetta fu mostrato solo all'ambasciatore italiano convocato per il riconoscimento dell'ostaggio ucciso. Di qui la polemica. Perché Al Jazeera non ha reso pubblico il filmato in questione? È accettabile la motivazione fornita dal direttore sul contenuto troppo crudele del filmato?

La motivazione non regge, hanno dichiarato all'unisono i giornalisti italiani chiamati a commentare quella sorta di autocensura televisiva. La verità, hanno aggiunto, è piuttosto che il filmato avrebbe profondamente e sfavorevolmente impressionato tutta l'opinione pacifista occidentale e almeno una parte dell'opinione pubblica araba, indebolendo la causa della resistenza irachena. I giornalisti italiani che intervennero nel dibattito sul 'Corriere della Sera', sulla 'Stampa', sul 'Messaggero' e su altre testate non furono teneri nei confronti dell'emittente araba, così come non lo furono alcuni conduttori e partecipanti ai consueti talk show, da 'Porta a Porta' a 'Otto e mezzo'. L'accusarono di manipolare le notizie e di pilotarle, per eccitare i militanti della guerriglia evitando al contempo di isolarli e imprimere su di loro il marchio della barbarie e dell'infamità. Poi sono venuti altri fatti, sempre in tema di autocensura e censura delle notizie dagli epicentri di guerra, ma questa volta gli attori erano cambiati: sul banco degli accusati sono saliti i media occidentali o almeno gran parte di essi, nonché le principali fonti dalle quali le informazioni dovrebbero provenire. A titolo preliminare cade qui opportuno ricordare che la guerra irachena, ufficialmente durata 20 giorni e iniziata con un apparato informativo e tecnologico imponente, è stata di fatto blindata proprio per quanto riguarda le notizie dal fronte.

I giornalisti furono accreditati soltanto se accettavano le regole e i limiti imposti dagli uffici stampa creati presso i reparti militari. Furono assegnati ai vari settori, presi in forza dai suddetti uffici stampa, la loro libertà di movimento fu ridotta al minimo, la loro dipendenza dalle fonti autorizzate fu totale. Chi non accettò questo regime di libertà vigilata fu di fatto tagliato fuori dalle fonti e dovette muoversi a proprio rischio e pericolo con scarse probabilità di fornire notizie complete e oggettive. La conseguenza è stata che, al di là dei boati e delle fiamme dei bombardamenti, nonché delle cifre sulle perdite delle forze armate americane, si è saputo ben poco sulle perdite della popolazione civile, sulle condizioni di vita nelle città, sulle distruzioni effettivamente avvenute. Scavalchiamo un anno e veniamo ai fatti di più stretta attualità cominciando dall'assedio di Falluja. Su quest'assedio non si è saputo assolutamente nulla perché i giornalisti e i fotoreporter non hanno potuto neppure avvicinarsi alle linee. Una sola volta sono stati accolti sui camion della Croce rossa italiana che trasportavano viveri e medicinali.

Il convoglio, organizzato come prova di umanità volta a facilitare la liberazione dei nostri ostaggi, ha percorso un tragitto preordinato fino a una moschea dove il materiale è stato scaricato. Poi è tornato indietro. I giornalisti hanno potuto vedere ben poco. Sull'assedio di Falluja si sa soltanto che è durato tre settimane, che i combattimenti sono stati furiosi e intervallati da brevi tregue, che i bombardamenti sono stati effettuati con caccia-bombardieri a volo radente, che la fanteria di Marina è stata preceduta da carri armati che sparavano cannonate sulle case occupate dai guerriglieri, che le vittime civili sono state molto numerose tanto che gli ospedali non sono stati più in grado di accogliere i feriti, che i bambini uccisi si valutano al 20 per cento dei morti, ma mancano cifre certe alle quali applicare questa stima percentuale. A tutt'oggi le notizie sono a questo punto. Situazione analoga riguarda l'intero territorio iracheno, il che ci porta a concludere che sul dopoguerra si conoscono tante notizie quanto se ne ebbero durante i 20 giorni della guerra, cioè poco più di nulla.

Parliamo ora delle torture nella cupa prigione di Abu Ghriab, nella periferia di Baghdad. Erano rinchiusi in essa circa 2 mila prigionieri iracheni sospetti di attività terroristiche e di connivenze con la guerriglia. Tra di essi 600 donne. Le donne riuscirono - non si sa come - a mandar fuori alcuni appunti e informazioni scritte sulle sevizie che subivano ad opera dei loro carcerieri. Questi appunti furono stampati alla macchia e qualche copia fu affissa nei pressi della prigione. Quindici giorni fa la notizia di quelle sevizie e di quelle efferate torture cominciò a circolare tra i giornalisti accreditati a Baghdad. Ne chiesero conto alle autorità militari americane che smentirono o minimizzarono. Poco dopo una rete televisiva Usa entrò in possesso di foto che documentavano i fatti. Ne informò il Pentagono per averne le reazioni. Fu invitata a non diffondere le foto per evitare reazioni eccessive e drammatizzanti della pubblica opinione. Attese tre giorni, poi, nel timore che il materiale arrivasse alla concorrenza, decise di mandarlo in onda.

Le prime reazioni dei giornali americani furono molto caute: nulla o quasi nelle prime pagine, titoli e spazi modesti nelle pagine interne, nessun commento. Analoghe furono le reazioni dei media italiani. I nostri quotidiani confinarono l'avvenimento nelle pagine interne; tra i grandi giornali d'informazione soltanto 'Repubblica' dette la notizia delle torture nell'apertura di prima pagina. Canale 5, che diffuse ampiamente le informazioni, decise però di non mandare in rete le fotografie e lo fece soltanto dopo che erano uscite sui giornali di mezzo mondo. Il Pentagono ha messo sotto processo sei militari e una generalessa, ammettendo che le informazioni erano in suo possesso fin dallo scorso gennaio. Questi i fasti e i nefasti dell'informazione in Occidente, terra della libertà di stampa e della trasparenza. Perciò stiamo molto attenti a intrecciare polemiche perché su questi argomenti chi è senza peccato scagli la prima pietra, come disse 2 mila anni fa il Maestro.

IN UNA guerra anomala come quella contro il terrorismo e nell´altra che s´incrocia e s´accavalla con la prima, com´è la guerra contro la guerriglia irachena, c´è un assioma preliminare che per chiarezza va ripetuto: con i terroristi e con quanti ne assumano i metodi non si tratta. Non ci si fa condizionare dai loro ultimatum, non si cede alle loro richieste anche se in gioco ci sono vite umane, ostaggi in pericolo, ricatti di qualsiasi genere che mettono in discussione la linea politica d´uno Stato.

Quest´assioma è chiarissimo e accettato da tutti: dal governo americano a Chirac, dal governo inglese a Zapatero, da Berlusconi a Schröder, da Prodi ad Annan, da Fini a Bertinotti. Perfino il Papa e tutta la Chiesa condividono questa posizione intransigente e pregano affinché i terroristi si ravvedano, nel qual caso potranno contare sulla misericordia divina.

Ma se si scende dal generale al particolare e dall´astratto al concreto, ecco che l´assioma della fermezza diventa inevitabilmente meno chiaro perché è evidente (e accettato da tutti) che bisogna fare il possibile e perfino l´impossibile per salvare le vite in pericolo; tanto più vero nel caso d´ostaggi minacciati di morte. Non si tratta ma si cercano intermediari in grado di trattare. Con chi? Offrendo e minacciando che cosa? I mediatori possono offrire ai terroristi che usano gli ostaggi come arma di pressione un salvacondotto d´impunità, o denaro, o tregua nella guerra di guerriglia. Al limite possono perfino offrire, oltre al perdono, un riconoscimento nella struttura politica che prima o poi dovrà governare l´Iraq, ammesso che si riesca a far uscire quello sventurato Paese dal marasma in cui è precipitato a causa della tragica catena d´errori del tandem Bush-Blair. Del resto non sarebbe una novità: uno dei più grandi errori commesso in Kosovo ? anche lì per pressione e volontà americana ? è stato quello d´aver riconosciuto un ruolo dominante all´organizzazione politico-militare dei combattenti antiserbi; un´organizzazione cui è stata appaltata la "sicurezza" e il governo del territorio e che si è rapidamente trasformata in una centrale di contrabbando e di traffico di droga in combutta con le mafie turca, bulgara, ucraina, russa, greca.

L´Occidente purtroppo non è nuovo a errori di questa natura, quando entra in contatto con popolazioni tribali, signori della guerra, boss mafiosi, che alternano l´efferatezza del crimine con la doppiezza politica e con l´uso spregiudicato del nazionalismo etnico e del fanatismo religioso. Misture esplosive quando si combinano con vecchi e nuovi imperialismi camuffati da portatori di doni democratici e di benessere economico.

I mediatori dunque hanno ampio campo per mediare, ma rimane il rebus degli interlocutori, volti e sigle ignoti, molteplici, mutanti. Nel caso specifico non si sa se siano sunniti o sciiti, se riconoscono come capo lo sceicco al Sadr o lo sceicco al Sistani o il Consiglio degli sciiti iracheni o il Consiglio degli Ulema sunniti o bin Laden e i suoi luogotenenti o addirittura nessuno salvo se stessi e i loro capetti barbuti e mascherati che si passano gli ostaggi tra loro come fa la ?ndrangheta con i rapiti per depistare la polizia. Un giorno uccidono, il giorno dopo rapiscono ancora, poi liberano e infine di nuovo uccidono. È un truce e mortale gioco di gente usa al mestiere della morte altrui e della propria? Dove sono? Chi può convincerli o costringerli alla ragione? Questo, anche questo, ma non solo questo è l´Iraq di oggi. Poi trovi di tanto in tanto l´imbecille che ti domanda: stavano meglio con Saddam o stanno meglio oggi? L´imbecille è convinto con questa domanda di stringerti in angolo, ma la sola risposta che può ottenere è racchiusa in una sola parola: dipende. A Falluja stavano meglio. A Sadr City stavano meglio. A Ramadi stavano meglio. Forse anche a Nassiriya stavano meglio. In cento altri siti alcuni stavano meglio e altri molto peggio. Con quali prospettive per il futuro?

* * * * *

Ma prima d´affrontare per l´ennesima volta questa domanda cruciale torniamo ancora sui nostri ostaggi, i tre ostaggi italiani sospesi tra vita e morte mentre il quarto ha già pagato il suo debito agli assassini schiaffeggiandoli con la frase che ormai sta incisa nella coscienza nazionale insieme a tante altre frasi analoghe: «Vi farò vedere come muore un italiano».

Si è aperta una discussione se quel povero ragazzo, arrivato in Iraq a cercar fortuna, sia un eroe oppure no, se gli italiani debbano assumerlo tra i simboli della storia patria come Sciesa, Enrico Toti, Cesare Battisti, Luciano Manara, i fratelli Cairoli, i soldati della Folgore a El Alamein, Leone Ginzburg e le vittime delle Fosse Ardeatine, oppure no.

Discussione oziosa perché prima bisognerebbe definire che cosa si voglia significare con la parola eroe nei tempi moderni. Nei tempi dell´epica antica il senso di quella parola era chiaro: l´eroe era un uomo prescelto dagli dei per condurre eccezionali imprese, protetto da un dio e suo intermediario in terra. Era meno d´un dio ma più di un uomo. Spesso era il frutto d´un congiungimento tra un mortale e un immortale. Odisseo fu l´ultimo e chiuse la serie. Ma molto dopo fecero la loro comparsa gli eroi moderni. Fu il romanticismo a tenerli a battesimo, ma il senso di quella parola non era più lo stesso e l´intera questione diventò terribilmente complicata.

L´eroe moderno è qualcuno che, arrivato ad un certo punto della vita, abbandona le comodità, le abitudini mentali e i piccoli egoistici obiettivi dell´esistenza quotidiana e si vota ad una causa che lo sovrasta andando consapevolmente incontro a privazioni, pericoli, sofferenze per sostenere quella causa. Spesso anche se non necessariamente vi perde la vita. Nel concetto moderno dell´eroe entra cioè un contenuto e una scelta morale che ne diventa l´aspetto fondamentale. Si può dar prova di coraggio senza alcun contenuto morale. Per esempio chi gioca alla roulette russa. Chi sfida il destino correndo a rompicollo in automobile su strade accidentate. Chi sceglie il mestiere e l´avventura delle armi per dar prova d´essere un coraggioso. Ma nessuno di questi entra nel Pantheon degli eroi nazionali.

Infine tra l´eroe che muore per una causa e il coraggioso che muore per gli incerti della scelta fatta, esiste una terza categoria, quella degli eroi per caso.

L´altra sera, in una melensa quanto breve trasmissione televisiva il regista Mario Monicelli è stato interrogato sulla frase certamente eroica del povero Quattrocchi. Monicelli è stato il regista di quel bellissimo film sulla "Grande Guerra", quella del ?15-18, nel quale i due protagonisti, Vittorio Gassman e Alberto Sordi, interpretano le vicende di due soldati presi prigionieri dagli austriaci che chiedono notizie militari su movimenti di truppe. I due conoscono quei movimenti e dopo alcune esitazioni decidono di rivelarli per aver salva la vita. Mentre l´interrogatorio è in corso e i due stanno per confessare il segreto che rischia di compromettere la sorte dell´offensiva italiana insieme a migliaia di vite, l´ufficiale austriaco si lascia andare ad una frase insultante rivolta ai due soldati i quali se ne sentono sanguinosamente feriti. Uno dei due reagisce, dichiara che non rivelerà un bel niente e insulta a sua volta l´ufficiale chiamandolo «faccia di merda». Viene immediatamente fucilato e l´armata italiana sarà salva.

È stato un eroe? Ha chiesto più volte a Monicelli il conduttore della trasmissione. E ogni volta Monicelli ha risposto ostinatamente: eroe per caso.

«Gli italiani - ha aggiunto - non hanno la stoffa degli eroi perché difficilmente sacrificano la propria vita per una causa che sovrasti il loro particolare. Ma se vengono feriti nell´individuale personalità, allora reagiscono come leoni».

La trasmissione si è chiusa lì, il regista si era intestardito nella sua visione dell´eroe per caso mentre ciascuno di noi aveva dinanzi agli occhi la terribile immagine di quel giovane costretto in ginocchio dinanzi al suo carnefice con la canna fredda della pistola già puntata sulla sua tempia, che cerca di liberarsi dal cappuccio che gli copre il volto e grida la frase eroica della sua irata disperazione.

Questo è quanto è accaduto ed è terribile. Ci dice a che punto è arrivato il mattatoio. Nelle stesse ore, a pochi chilometri di distanza, centinaia di donne bambini vecchi e innocenti cadevano sotto i bombardamenti degli F15 e sotto il cannoneggiamento dei tank americani tra le rovine d´una città spettrale ammorbata dal puzzo dei cadaveri insepolti.

Questo è il mattatoio e questo l´eroismo per caso dei tempi del ferro e del fuoco.

* * * *

Prospettive? Speriamo migliori, se è vero che la speranza è l´ultima a morire.

Ma le previsioni non sono esaltanti. L´America si è convinta d´aver bisogno dell´Onu per impedire che la coalizione dei volenterosi si sfarini e il suo isolamento politico si accresca mentre il mattatoio iracheno e quello israeliano-palestinese continuano a macinare cadaveri.

L´America ha bisogno dell´Onu come di una vivandiera portatrice d´acqua gregaria. Ma è fin troppo chiaro che a queste condizioni non l´avrà e perfino se il Consiglio di sicurezza fosse unanime su una seconda risoluzione "vivandiera" l´arrivo dell´Onu risulterebbe del tutto inutile. Del resto che Bush e Blair perseverino su questa linea risulta evidente dopo il via libera data al piano Sharon per la Palestina. La scelta è stata ancora una volta quella della forza e dell´unilateralismo, come dimostra l´uccisione del nuovo leader di Hamas, appena succeduto allo sceicco Yassin, e colpito come lui a morte dai missili israeliani. Il "domino" virtuoso che doveva intrecciare i destini di Gerusalemme con quelli di Bagdad si è trasformato in un "domino" perverso di cui tutti - colpevoli e non colpevoli - pagheremo le conseguenze.

Un´altra opzione esiste: ristabilire l´ordine con le armi e arrivare ad un accordo con gli sciiti di al Sistani, sempre che lo sceicco moderato sia in grado di sopportare ancora per molto la mattanza in corso, il che sembra altamente improbabile.

Se comunque l´accordo con Sistani sarà infine raggiunto, avremo un Iraq guidato dalle tribù sciite, dai mullah coranici addestrati a Teheran, dalla fine del riformismo iraniano, dall´ammaina-bandiera dei famosi valori democratici da far vivere anche in Medio Oriente e nelle terre mesopotamiche.

La politica è regno di compromessi. Questo comunque sarebbe di bassissimo livello, tanto più che non arresterebbe affatto il terrorismo e la guerra per bande. Il governo italiano in questa situazione potrebbe avere, sol che lo volesse, un ruolo di rilievo, quello al quale lo spinge quasi quotidianamente il presidente Ciampi con i suoi continui e incalzanti richiami ad un ruolo non subalterno dell´Onu. Potrebbe (dovrebbe) il nostro governo dire chiaramente all´alleato americano che la soluzione di un´Onu portatrice d´acqua non soddisfa e non risolve e che, se questa sarà la scelta, dovremmo andarcene anche noi insieme agli spagnoli e ai portoghesi. In una coalizione che dà segni evidenti di sfaldamento l´influenza italiana può essere determinante. Ma questa ipotesi purtroppo non vale un soldo. Un "bookmaker" avveduto la darebbe a uno contro centomila. Non avverrà.

Purtroppo i carabinieri di Nassiriya sono morti invano e il grido patriottico di Quattrocchi è stato inutile. Poteva servire per far chiudere le porte del mattatoio. Se resteranno aperte questi morti saranno stati soltanto un tristissimo e dolorosissimo incidente di percorso, un sangue inutilmente sparso da un giovane eroe per caso e da diciannove soldati «usi a morir tacendo» sui quali è stata spalmata retorica a piene mani.

Caro Augias, l'uso del tu confidenziale va sempre più diffondendosi. Fino a poco tempo fa quasi tutti si davano del lei. Ora si danno del tu i colleghi di lavoro e i coetanei, anche se vecchi, anche se si conoscono appena. Si danno del tu gli occasionali compagni di viaggio, i vicini di casa, i compagni di partito e i compagni di briscola, talora i clienti e i camerieri (più spesso il cliente al cameriere). Gli extracomunitari poi danno del tu a tutti, e non mi pare affatto offensivo perché così la lingua diventa più semplice e meno difficile da apprendere. Credo che succeda un po' per tutti gli idiomi in tutto il mondo e non ci trovo nulla di riprovevole. Ben vengano le semplificazioni. Non le scrivo per questo. L'altro giorno, in una triste occasione, ho rivisto alcuni vecchi amici d'infanzia. Mi hanno detto solo: «Ciao, tu come stai?». Una frase banale, ma ho sentito che il loro «tu» era diverso da quello degli altri: era carico di affetto. Dunque è proprio vero che si può dare del tu a tutti (i Romani lo davano all'imperatore, gli uomini lo danno ai santi). Noi potremmo tranquillamente darlo - faccio per dire - a un eventuale giudice imparruccato che ci sta giudicando. Tanto non tutti i «tu» sono uguali: alcuni possono portare con sé un distacco più severo di un compassatissimo «lei».

Giovanni Sessa

Magenta g.sessa@tin.it

È vero che ci si dà del tu con molta più facilità e frequenza d'una volta. Del resto si è sempre dato del tu non solo ai santi ma anche a Dio, unico modo possibile di rivolgersi alla divinità. Restano però le diversità tra le lingue. In francese il passaggio al tu offre resistenze psicologiche più forti che in italiano. In inglese l'unico pronome "you" assume connotato familiare solo quando è accompagnato dal nome proprio della persona cui ci si rivolge oppure da un'intonazione dalla quale si capisca che si è passati a un ipotetico tu. Un paragone vicino è con lo spagnolo dove il ricorso al tu è frequente come da noi. Del resto noi siamo gli unici a poter scegliere fra tre pronomi, se vogliamo considerare anche l'antiquato voi che il fascismo cercò invano di imporre e che oggi sopravvive in particolari rapporti e in poche zone soprattutto al Sud. I giovani il tu se lo sono sempre dato. Cassola: «E smettetela di darvi del lei esclamò Ilio. Mi fate ridere, con questo lei. Tra i giovani il lei non usa». Il lei può denotare affettazione, ma un tu precoce può creare imbarazzo dal momento che passare al tu dev'essere decisione che sgorghi da un sentimento di reciproca familiarità. Giosuè Carducci: «Ve n'ha, ve n'ha di questi lustrissimi novelli/sbicati su dà cenci, sorti da' caratelli,/ che la passano liscia co' poveri plebei:/ gente a la buona e semplice che non sa dar di Lei/ a quelli con cui prima andavano a braccetto,/ scherzando, cicalando fumando il sigaretto». Del lei ha fatto uso altezzoso e spesso ridicolo la piccola borghesia rimpannucciata che lo esigeva da coloro che riteneva "inferiori". Non so francamente se dobbiamo dolerci del dilagare del tu, ennesimo mutamento del nostro costume relazionale. Denota certo un ulteriore abbandono delle forme. Ma rispetto a quello che succede, in quanto ad abbandono delle forme, mi sembra con tutta franchezza il minore dei mali, ammesso che un male sia.

Eddyburg ©

L’articolo di Gianni Vattimo “Rifare la DC, capisco. E la sinistra?”, comparso sull’ Unità del 5 marzo 2004 mette sul tappeto un tema centrale dell’attuale strategia nel centro sinistra nel nostro paese, sia in vista sia delle elezioni europee, sia per quel che riguarda una candidatura forte e rappresentativa al governo del paese, da sancire con la vittoria alle prossime elezioni politiche. Indipendentemente dall’ipotesi ammaliante (ma politicamente un tantino sfocata) della ricostituzione di una “nuova DC”, è indubbio che la lista unitaria per le europee che raggruppa DS, Margherita, SDI e Repubblicani “progressisti”, sancisca la nascita di una forza di centro sinistra moderata. Una forza le cui opzioni politiche – benché ancora non chiarite nella loro articolazione programmatica – paiono puntare sulla classica “conquista del centro”, presentando una serie di istanze e proposte che, se certo si differenziano da quelle del Polo delle Libertà, rinunciano, almeno per ora, ad ogni presa di posizione chiaramente progressista su principali temi dell’agenda politica e sociale di questi anni.

Si considerino a tal proposito le prese di posizione del “triciclo” sui seguenti temi: 1) i rapporti tra economia, mercato e regole statuali e sovrastatali relative al governo di tale mercato (significativa ad esempio la sostanziale convergenza delle proposte di legge Fassino e Tremonti, relative alla regolamentazione dei bilanci aziendali, della raccolta del risparmio e del governo del credito); 2) la perdita di potere d’acquisto dei salari dei lavoratori dipendenti, dovuta anche ad una precisa scelta economica del governo Berlusconi (sintomatica la sostanziale indifferenza della maggioranza diessina e della Margherita verso le recenti le lotte salariali degli autoferrotranvieri); 3) lo smantellamento delle garanzie normative nell’ambito del mercato del lavoro, soprattutto per coloro che sono alla ricerca di una prima occupazione (prevale ancora tra i dirigenti moderati del centro sinistra una visione “darwinista” del mercato del lavoro); 4) la questione della riforma delle pensioni (si consideri ad esempio l’apertura di credito al progetto Maroni-Tremonti, espressa in questi giorni da Rutelli), 5) le linee guida della politica estera italiana (l’astensione sul “pacchetto” legislativo che prolunga la missione militare in Irak sembra essere del tutto organica alle scelte di fondo del “triciclo” in merito alle grandi questioni sul “governo del mondo”).

Ne consegue che, dal punto di vista del programma elettorale della lista moderata dell’Ulivo (di cui è responsabile Giuliano Amato, personaggio che incarna in maniera inquietante taluni aspetti di continuismo con le scelte economiche e sociali del craxismo) non sia stato sino ad oggi formalizzato alcun chiaro impegno sulla necessità di una serie di future iniziative legislative che sanino in modo virtuoso e progressista la sciagurata attività parlamentare del Polo in merito al governo dell’economia, al mercato del lavoro, alla scuola e alla ricerca, alla giustizia, alle riforme istituzionali, all’”aziendalizzazione integrale” della sanità, alla politica estera, al governo del territorio e alla difesa dell’ambiente.

Di questa situazione la “sinistra-sinistra”, come la definisce Vattimo, deve prendere atto con chiarezza e proporsi di costruire una proposta politica alternativa non solo a quelle del governo Berlusconi, ma anche alle scelte politiche oggi in statu nascendi nei settori più moderati della nuova formazione ulivista. E’ chiaro che le cose sono in tal senso rese più difficili dall’abbandono da parte di Sergio Cofferati del suo ruolo di protagonista della scena politica nazionale, abbandono che ha di fatto lasciato privo di leadership quel vasto agglomerato politico che va dai settori dei Democratici di Sinistra meno proni al “dalemismo”, a una vasta area dei lavoratori sindacalizzati, all’arcipelago dei movimenti, all’area del progressismo cattolico non allineato, sino a settori giovanili che sentono gravemente minacciati i loro diritti nel campo del mercato del lavoro, della scolarizzazione e della formazione professionale.

Oggi a rappresentare tale area in modo organizzato vi è solo Rifondazione Comunista, che - nonostante alcuni interessanti mutamenti della propria linea politica intervenuti negli ultimi tempi - rimane una forza a mio avviso insufficientemente attrezzata per rappresentare da sola con nuovo slancio la “sinistra-sinistra”, nella prospettiva di un’azione politica su più livelli volta a condizionare in modo virtuoso la formazione ulivista moderata in vista delle prossime scadenze. Vi è invece bisogno di una più larga intesa a sinistra del “triciclo” finalizzata alla verifica di un comune programma elettorale, al rilancio di iniziative di lotte di massa contro l’attuale governo, soprattutto sulle questioni della perdita del potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti e della controriforma delle pensioni, e infine al contenimento delle spinte “neoconsociative” che tornano a far capolino soprattutto tra i leader della Margherita e di alcuni settori dei DS.

E’ quindi di cruciale importanza rilanciare scelte politiche che, anche a livello organizzativo, puntino alla creazione di un “altra gamba” dello schieramento progressista, capace di confrontarsi efficacemente con la componente moderata, e ne condizioni con spirito unitario le scelte programmatiche e la definizione delle issues di governo. Tale nuovo slancio politico della “sinistra-sinistra” non può aver sostanziarsi solo in ambiti angustamente partitici (Rifondazione Comunista, il “correntone” diessino, i Verdi, il rassemblement Di Pietro-Occhetto), ne guardare con rassegnazione alla grave perdita propulsiva delle iniziative “movimentiste”, ma deve sforzarsi una volta ancora – come nella grande tradizione storica della sinistra europea – di costruire alcune linee guida che tengano unite entrambe le realtà, articolazioni partitiche e movimenti, e dia nuovo impulso all’ iniziativa politica della sinistra, bruscamente inceppatasi dopo la straordinaria prova di “energia sociale” culminata nella grande manifestazione indetta lo scorso anno dalla CGIL a Roma.

Solo così sarà possibile condizionare l’attività dell’ala moderata dell’Ulivo e far si che essa venga realmente a patti con la componente di sinistra dello schieramento progressista per candidarsi al governo del paese, rinunciando ad ogni integralismo “neodirigista” e a nuove iniziative che - sfruttando impropriamente il termine “bipartisan” – inaugurino una stagione prelettorale di compromesssi con il Polo e di forsennata (e perdente ) “corsa al centro”.

Come dimostrano le vicende delle tre elezioni politiche svoltesi con il nuovo sistema maggioritario, per essere vincente lo schieramento progressista deve reggersi per l'appunto su due “gambe” – una riformista moderata, una di sinistra – alleate e tra loro in rapporti di forza non eccessivamente sbilanciati. Nel 1994 nell’Ulivo mancava di un settore moderato, e andò incontro ad una secca sconfitta; nel 2001 si presentò agli elettori senza alcun accordo con Rifondazione Comunista, ripropose l’esperienza di governo moderato-consociativa del tandem D’Alema/Amato. e perse nuovamente. Vinse invece nel 1996 quando riuscì a far convivere dialetticamente - pur fra mille difficoltà - le “due gambe” del proprio “corpo sociale”.Oggi il problema si ripresenta in una prospettiva gravemente sbilanciata: l’opposizione progressista moderata si è organizzata, mentre la componente di sinistra della coalizione appare dispersa e confusa. E’ tempo invece di trovare nuovo slancio e di porre sul tappeto - con il giusto melange di unitarietà e di conflittualità “virtuosa” – istanze programmatiche e scelte politiche di “sinistra-sinistra”, che non rifiutino la radicalità quando essa sia politicamente necessaria, e persegua con spirito unitario una scelta politica di alto profilo, che contrasti ogni “riformismo” a senso unico e ogni integralismo economicistico. Un Ulivo che cammini solo con la “gamba moderata” sarà certamente votato ad un’altra sconfitta - elettorale, politica e culturale - a tutto vantaggio della destra oggi al governo.

È stato uno schiaffo o un carezzevole buffetto alle guance il rinvio alle Camere della legge sull´ordinamento giudiziario, deciso dal presidente Ciampi il 16 dicembre?

Uno schiocco di frusta per bloccare un provvedimento eversivo emanato da un governo eversivo o una mano tesa per aiutarlo a formulare emendamenti tecnici che potrebbero evitargli la bocciatura da parte della Corte costituzionale? Infine, una sfida tra due coabitanti (Ciampi e Berlusconi) per vedere quali dei due rappresenti meglio e di più gli italiani, le loro speranze, i loro umori, i loro interessi e i loro ideali?

Per quel tanto che so di lui, io non credo che Ciampi si sia posto il problema in questi termini. Non credo che gli sia neppure lontanamente passata per la testa l´idea di schiaffeggiare, intimidire, sfidare due istituzioni di massimo livello e centralità come quelle che rappresentano il potere esecutivo e il potere legislativo; ma neppure di facilitarle a passare un guado difficile, affrontato con somma imperizia, superficiale approfondimento e sostanziale disprezzo degli argomenti contrari formulati meditatamente dall´Associazione dei magistrati, dall´opposizione parlamentare e dalla dottrina quasi unanime dei costituzionalisti italiani.

Credo che Ciampi, come è suo diritto e dovere, abbia accuratamente esaminato il testo della legge, l´abbia confrontato con il testo della Costituzione laddove si occupa dei medesimi problemi che sono oggetto della legge in questione e ne abbia tratto le conclusioni arrivando alla sofferta decisione del rinvio. Lo fa capire lui stesso nell´«incipit» della lettera-messaggio recapitata il 16 dicembre ai presidenti delle Camere, Pera e Casini, con una frase per lui insolita e proprio per questo tanto più significativa d´una tensione morale e intellettuale, d´un dolore dell´anima e del rigore di una mente che non ama la rissa, non indulge all´ipocrisia, privilegia il dialogo, ma aborre quanti utilizzano le istituzioni come cosa propria anziché come luoghi di servizio per i cittadini e per lo Stato.

Ciampi è stato ed è l´immagine suprema del servitore dello Stato, come forse non lo fu neppure Luigi Einaudi, al cui insegnamento intellettuale e morale spesso si riconduce. All´immagine del «civil servent» Einaudi accoppiava anche quella dello studioso, dello scienziato delle discipline economiche, del filosofo morale. E quindi una certa sprezzatura nel tratto e nei rapporti che intrattenne per molti anni con i suoi interlocutori politici.

In Ciampi quella sprezzatura non c´è; ciò rende ancor più visibile, compatto, senza appigli né alternativi disegni né pregiudizi, il suo servizio istituzionale. Il suo buonsenso. La sua onestà intellettuale. La sua sincera e aperta cordialità. Il suo desiderio genuino di fare squadra e sistema. La sua durezza contro ogni lusinga.

Infine la sua determinata e attiva solitudine nel momento delle decisioni.

Voglio citare letteralmente il preambolo della sua lettera. Vi si legge: «La legge in esame rappresenta un atto normativo di grande rilievo costituzionale e di notevole complessità, come è confermato anche dall´ampiezza del dibattito cui ha dato luogo. La riforma tocca punti cruciali e nevralgici dell´ordinamento giurisdizionale, il che mi ha imposto un attento confronto con i parametri fissati dalle norme e dai principi costituzionali che lo disciplinano. Ciò premesso espongo qui di seguito quanto da me rilevato».

E si alza il sipario.

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Dapprima incontriamo i nuovi poteri che il testo attribuisce al ministro della Giustizia: poteri estesi, interferenti e pervasivi.

Il potere di rendere comunicazione annuale alle Camere sull´amministrazione della giustizia e sulle linee di politica giudiziaria dell´anno in corso. Ciò contrasta - rileva il Presidente - con gli articoli 101, 104 e 110 della Costituzione che definiscono l´autonomia dei giudici «soggetti soltanto alla legge», la magistratura come «un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere», il ministro della Giustizia «responsabile soltanto dell´organizzazione e del funzionamento dei servizi relativi alla giurisdizione».

«La norma approvata dalle Camere - commenta il Presidente - configura un potere di indirizzo in capo al ministro della Giustizia che non trova cittadinanza nel titolo IV della Costituzione». E aggiunge che l´indicazione delle linee di politica giudiziaria che il ministro dovrebbe esprimere in Parlamento e far attuare dai magistrati viola l´articolo 112 della Costituzione in base al quale «il Pubblico ministero ha l´obbligo di esercitare l´azione penale». «Ciò crea - commenta il Presidente - uno spazio di discrezionalità politica destinato ad incidere sulla giurisdizione».

Rilievi tecnici e marginali? Una sconfessione così netta lascia alle Camere una sola via di uscita: abolire, semplicemente abolire, l´articolo 2, comma 31, lettera a) della legge.

Stessa sorte tocca all´articolo 2, comma 14, lettera c), dove è prevista presso ogni direzione regionale dell´organizzazione giudiziaria la creazione dell´ufficio per il monitoraggio dell´esito dei procedimenti «al fine di verificare l´eventuale sussistenza di rilevanti livelli di infondatezza giuridicamente accertata del potere punitivo manifestato con l´esercizio dell´azione penale e altre manifestazioni inequivocabilmente rivelatrici di carenze professionali».

Anche qui il Presidente torna a ricordare gli articoli 101, 104, 110 della Costituzione, che oppongono un muro invalicabile all´interferenza politica del ministro nel merito della giurisdizione e anche qui le Camere - se vorranno accogliere i rilievi presidenziali - non avranno altra via che la cancellazione totale della norma.

Infine, di eguale importanza, l´articolo 1, comma 1, lettera m) che attribuisce al ministro la facoltà di ricorso al Tar contro le delibere del Csm concernenti il conferimento degli incarichi direttivi, trasferimenti ecc.

Qui il contrasto è con l´articolo 134 della Costituzione dove si stabilisce che solo la Corte costituzionale è titolata a dirimere i conflitti tra il Csm e il ministro della Giustizia. E dunque altra bocciatura ed altra doverosa soppressione della norma incostituzionale.

Dopo questi tre giudizi negativi, il ministro dovrà dunque ritornare al suo ufficio, il solo previsto in Costituzione, di organizzatore dei servizi inerenti all´esercizio della giurisdizione. Il tentativo di invadere con la politica il merito dell´attività giudiziaria ha trovato una diga che può essere superata soltanto da un voto del Parlamento che disconosca esplicitamente il messaggio di rinvio del Presidente. Questa sì, sarebbe una vera e propria sfida della maggioranza parlamentare e del governo contro il Capo dello Stato. Vorranno farlo?

Arriveranno a farlo?

Molti osservatori dicono di no, che non lo faranno.

Non hanno l´autorità morale e il consenso del paese per tentare una via così impervia.

E´ probabile che questa previsione si riveli giusta, ma allora perché ci hanno provato? Non sono poi così sprovveduti a Palazzo Chigi e al ministero della Giustizia da ignorare la Costituzione e il rigore del Presidente.

Come mai si sono lasciati andare fino al punto di voler scalzare uno dei cardini essenziali dello stato di diritto?

Vedremo i seguiti di questa vicenda, che si svolge in contemporanea con l´altra del «salva-Previti», anch´essa approvata in tutta fretta per sottrarre un imputato eccellente ai rigori della legge, dimezzando i termini di scadenza della prescrizione: una sorta di amnistia per una quantità di soggetti, corrotti, corruttori, truffatori, scippatori, con la differenza che un´amnistia opera per una volta sola mentre il «salva-Previti» resterà una norma stabile senza aver dotato il sistema giudiziario dei mezzi necessari a snellire rapidamente i processi. E´ come spezzare il termometro credendo con ciò di aver debellato la malattia.

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Gli altri rilievi di Ciampi riguardano il Csm e sono simmetrici a quelli relativi ai poteri indebiti attribuiti al ministro della Giustizia. Tanto si è tentato di estendere questi e di altrettanto debbono essere ripristinati quelli.

Ciò vale soprattutto a proposito della Scuola creata per la preparazione dei magistrati e dei concorsi previsti per l´ingresso e la carriera nella magistratura. Scuola e concorsi sono istituzioni collocate al di fuori del Csm, le cui valutazioni il Csm dovrebbe supinamente accettare per l´assegnazione degli incarichi mentre la Costituzione glieli riserva in via autonoma ed esclusiva.

L´incostituzionalità di tali norme è palese e il Presidente la denuncia al Parlamento.

Voglio chiudere questa rassegna del messaggio presidenziale riportandone la conclusione che fa da suggello e da sigillo a tutto il documento.

«Per i motivi di palese incostituzionalità innanzi illustrati chiedo alle Camere una nuova deliberazione. Con l´occasione ritengo opportuno rilevare quanto l´analisi del testo sia resa difficile dal fatto che le disposizione in esso contenute sono condensate in due soli articoli, il secondo dei quali consta di 49 commi ed occupa 38 delle 40 pagine di cui si compone il testo legislativo. A tale proposito richiamo l´attenzione del Parlamento su un modo di legiferare che non appare coerente con la «ratio» delle norme costituzionali che disciplinano il procedimento legislativo e segnatamente con l´articolo 72 della Costituzione secondo il quale ogni legge «deve essere approvata articolo per articolo e con votazione finale».

Se si pensa al fatto che la legge finanziaria prossimamente all´esame anch´essa del Quirinale, consiste di un solo «maxi-emendamento» articolato in 591 commi e per di più approvato in Senato con voto di fiducia e senza possibilità di esame degli emendamenti proposti, si capisce meglio quale fase legislativamente eversiva sia in corso e quale arduo compito di arginarla sia quello assunto doverosamente dal Presidente della Repubblica.

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Ho già accennato alla legge «salva-Previti», approvata dalle Camere nei giorni scorsi a tambur battente e inserita con un colpo di mano in un testo di norme che tendono a rafforzare le pene di una serie di crimini di stampo mafioso, oggi nuovamente aumentati.

Il dimezzamento dei tempi previsti per la prescrizione dei reati è scandaloso. Non solo perché è ritagliato su misura con l´obiettivo pubblicamente ammesso dalla maggioranza parlamentare di ottenere il proscioglimento di Previti e di Dell´Utri, ma anche perché instaura una sorta di amnistia permanente e modulata non soltanto sui reati ma soprattutto sulla biografia penale degli imputati. Per gli incensurati i termini di prescrizione sono dimezzati, per i recidivi sono diminuiti di un quarto e ancor meno per i recidivi abituali. Queste disposizioni premiano soprattutto i colpevoli di reati di corruzione, laddove si tratta nella generalità dei casi di persone incensurate fino a quel momento insospettabili, dotate di solito di ampi mezzi finanziari e quindi provvisti di robusti collegi di difesa per i quali è un gioco da bambini tirare in lungo i processi e raggiungere l´impunità profittando della raccorciata prescrizione.

E´ avvenuto così che in una legge di inasprimento delle pene contro il crimine organizzato sia stata inserita un´amnistia permanente per i corrotti e i corruttori, che chiuderà tutte le vertenze ancora in corso a carico del ristretto clan dei «berluscones» e assicurerà per il futuro la semi-impunità per chi vorrà ricalcarne le orme.

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Concludo. Nell´ultimo anno e mezzo della legislatura il governo e la maggioranza che lo sostiene hanno evidentemente deciso di smantellare le strutture fondamentali della Costituzione e dello stato di diritto trasformando l´impianto liberal-democratico della separazione dei poteri e del loro reciproco equilibrarsi in un sistema di potere che riposa unicamente sulla dittatura di una maggioranza clonata e riprodotta in fotocopia come pura proiezione numerica di una autocrazia in avanzato stato di costruzione.

Era prevedibile che ciò accadesse date le caratteristiche del gruppo che si è formato nel ?93 e che nel 2001 ha legittimamente conquistato il potere con la chiara e dichiarata intenzione di stravolgere le regole e rendere irreversibile quella conquista.

Se c´è un momento in cui si può dire senza tema di drammatizzare spinte emotive e moralistiche che la democrazia e lo stato di diritto sono in pericolo; se c´è un momento in cui tutte le convenienze di gruppo e di partito debbono cedere alla tutela del bene comune, sia a destra che al centro e a sinistra, per impedire che la devastazione istituzionale e morale in corso arrivi a compimento; se c´è infine un momento in cui, come ha scritto ieri Claudio Magris sul «Corriere della Sera» tutti gli uomini liberi si debbono unire contro uno scandalo e un´avventura di questa gravità; ebbene quel momento è venuto.

Il nostro comune punto di riferimento non può che essere il presidente della Repubblica. Da solo e con la sola forza che gli deriva dalla Costituzione egli sta adempiendo al suo compito. Ancora pochi giorni fa l´ho udito dire che i suoi doveri sono quelli che la Costituzione e la sua coscienza gli impongono e che ad essi non verrà meno in nessun caso.

Non è mai stato un uomo di parte, il nostro Presidente, e mai lo sarà. Per questo il consenso che lo circonda è così vasto ed è questa la sua forza e la forza della nostra Repubblica.

PRIMA ancora che si calassero in un provvedimento approvato dal Consiglio dei ministri, sono stati diffusi i dati sul finanziamento dei previsti sgravi fiscali. Non si tratta di coperture fittizie: poiché il ministro, in questo, ha mantenuto il suo impegno, il Ragioniere generale dello Stato, a cui non spettano valutazioni di merito, può certificare in coscienza la compatibilità contabile delle proposte annunciate. Il ricavo del condono edilizio rinviato al 2005 è sostituito negli anni successivi dall´entrata a regime di nuove misure sulle entrate, e soprattutto sulle spese; non figurano come copertura le risorse accantonate per il contratto dei dipendenti statali. Probabilmente il 3% di indebitamento sarà superato l´anno prossimo: ma a motivo dei tanti buchi, vecchi e nuovi, della Legge finanziaria da 24 miliardi.

Non dunque di correttezza della copertura degli sgravi tributari dovrebbe occuparsi il dibattito politico, ma dell´accettabilità e delle conseguenze delle scelte compiute per consentirne il finanziamento. Si insegnava un tempo sui libri di testo che non si può avere più burro senza avere meno cannoni. La scelta fra l´uno e gli altri è, appunto, una vera scelta politica, salvo che qualcuno voglia vendere l´illusione che si può avere più dell´uno e più degli altri: come si è tentato di fare in questi anni, fin quando la dura realtà dei numeri non ha imposto le sue ragioni.

Quali sono i cannoni a cui si vuole rinunciare per offrire il burro della riduzione di imposte? Vi è anzitutto un rigido e durissimo blocco dei rimpiazzi (turnover) nel personale delle pubbliche amministrazioni e delle università. Nel complesso del settore pubblico esiste un problema di qualità e di efficienza, più che un problema di numeri, che non sono certo superiori a quelli degli altri paesi. Come ha ben scritto Fabrizio Galimberti su il Sole-24Ore, tagliare i numeri senza preoccuparsi di efficienza e qualità può solo peggiorare la situazione. Tra tre anni, vi sarà qualche decina di migliaia di dipendenti in meno: certo meno persone improduttive, senza tuttavia che ve ne siano di più produttive; e, comunque, meno poliziotti e carabinieri, meno addetti alla protezione civile, meno magistrati. Nelle università e nei centri di ricerca il passaggio improvviso dal passato eccesso di generosità al blocco totale impedirà l´accesso di giovani e aumenterà l´invecchiamento: meno cattedre date senza merito, certo, ma anche sancito divieto di accesso ai meritevoli e, dopo tanta retorica, al ritorno in Italia di giovani studiosi oggi all´estero.

Vi è poi un ulteriore e drastico taglio dei cosiddetti consumi intermedi, ovvero dell´acquisto di beni e servizi da parte delle pubbliche amministrazioni (600 milioni l´anno prossimo, 1,2 miliardi negli anni successivi). In questo caso si tratta in parte veramente di cannoni, poiché gli acquisti sono elevati soprattutto nella difesa. Ma in parte si tratta di altro, e non solo di arredi per gli uffici: ad esempio di minori mezzi per le forze dell´ordine (vecchie macchine della polizia vanamente impegnate nell´inseguimento dei veloci mezzi usati dai delinquenti); di meno attrezzature per la sanità pubblica, con un incentivo al ricorso delle cliniche private.

Dunque di questo soprattutto si tratta, né di altro potrebbe trattarsi, poiché con una spesa del settore pubblico costituita per il 46 per cento da prestazioni sociali (ossia pensioni, su cui non si vuole intervenire) e da interessi, di grasso sui cui incidere ve n´è poco o nulla. Il governo ha finalmente compiuto una scelta politica: meno tasse e meno servizi. Smetta l´opposizione di sollevare questioni tecniche, che non esistono: renda chiaro il costo della scelta e spieghi perché ad essa ci si debba opporre.

Il dottor Dulcamara, che nell´opera buffa affascinava le piazze di paese declamando le virtù del suo elisir e promettendo agli ingenui villici eterna giovinezza, ricchezza e felicità, si è ormai trasferito a Palazzo Chigi e imbonisce con la voce del presidente del Consiglio: per uscire dal ristagno economico e dalle acque morte d´una crescita che da tre anni non si allontana dallo zero, non c´è altra ricetta che la riduzione dell´Irpef e in particolare dell´aliquota massima che colpisce i redditi più elevati, quelli degli imprenditori e dei manager. Basterebbe ridurre quell´aliquota dal 43 al 39 per cento per imprimere all´economia italiana la salutare scossa di cui il nostro Dulcamara cominciò a parlarci fin dall´aprile del 2001.

Come mai un elisir così miracoloso non sia stato ancora propinato e quindi non abbia ancora prodotto i suoi magici effetti, è cosa inspiegabile. Ma ancor più inspiegabile sono le certezze che animano il Dulcamara in questione e il coro dei suoi sodali a dispetto d´ogni senso della realtà.

La realtà è infatti che il numero dei contribuenti che hanno dichiarato un reddito superiore ad un milione di euro è di appena 1.081 (dati della dichiarazione relativa al 2001); nello stesso anno hanno dichiarato redditi superiori ai 300.000 euro annui soltanto 17.000 contribuenti. Riducendo l´aliquota Irpef dal 43 al 39 questi scaglioni di reddito avrebbero un beneficio complessivo di 500 milioni di euro. Sarebbe questa la chiave di innesco della scossa tanto attesa? Chi può prestar fede ad una fandonia di simili dimensioni? Bondi? Schifani? La gentile e graziosa ragazza che fa da qualche giorno la portavoce del nostro beneamato Berlusconi, della quale purtroppo non ricordo il nome?

Noto di passata che la Confindustria, cui presumibilmente sono iscritti i percettori dei suddetti redditi, non ha mai chiesto un provvedimento del genere, anzi si è dichiarata perplessa e addirittura contraria a sperperare risorse pubbliche nella direzione d´uno sgravio fiscale sui redditi personali e in particolare d´un abbattimento dell´aliquota più elevata dell´Irpef.

Non è strana questa resistenza di Confindustria verso una strategia economica di cui i suoi maggiori associati sarebbero i principali beneficiari? Non sarà che non sono tanto allocchi da scambiare per oro fino una patacca di ottone?

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Personalmente non sarei affatto contrario all´aumento dell´imposta sugli autonomi che il ministro del Tesoro chiama pudicamente manutenzione fiscale.

Quel gruppo di contribuenti beneficia già ora d´una sorta di concordato che in realtà configura un permanente condono rispetto al suo effettivo reddito. Il fatto che in tempi di ristrettezze il buon Siniscalco voglia ridurre il livello di quel condono mi sembra del tutto plausibile. Ma vedrete che alla fine da tanto fumo resterà pochissimo arrosto; in tempi elettorali valgono solo gli spot e questa «manutenzione» è assai poco spendibile sul mercato pubblicitario.

Resta come solo e vero perno della manovra il famigerato tetto del 2 per cento che dovrebbe niente meno durare per l´intero triennio 2005-2007. Per tutto questo arco di tempo la spesa corrente complessiva, sia di competenza che di cassa, dovrebbe restar congelata, in termini reali, al livello di spesa del 2003.

Quest´ipotesi non è minimamente credibile. Qualora fosse effettivamente realizzata avrebbe effetti deflazionistici imponenti e indiscriminati. Siamo dunque in presenza d´una strategia dissennata sia nell´ipotesi di mancata realizzazione (nel qual caso salterebbero tutti i parametri e gli obiettivi della manovra) sia nel caso di efficace applicazione (nel qual caso passeremmo dalla stagnazione alla recessione vera e propria).

Aggiungo un´osservazione che non mi pare sia stata ancora fatta. Per l´esercizio 2005 Siniscalco prevede che il tetto del 2 per cento produca minori spese per 7-8 miliardi di euro, necessari a contenere il deficit al di sotto della soglia del 3 per cento fissato dal patto europeo di stabilità.

Nel medesimo esercizio 2005 quello stesso tetto servirebbe a coprire la riduzione dell´Irpef e dell´Irap.

Ma Siniscalco non spiega con quali risorse manterrà il deficit sotto la soglia del 3 per cento. Il tetto che produce 7 miliardi di minori spese non può infatti essere utilizzato contemporaneamente per finanziare due diversi obiettivi: contenimento del deficit e riduzione di entrate. Ho la sensazione che in questo caso Dulcamara, oltre che a vendere falsi elisir, si dedichi anche al gioco delle tre carte; nell´opera buffa questo non è previsto. Caro ministro, qui siamo fuori dal copione.

Tralascio il discorso sul pubblico impiego che ci porterebbe lontano, ma una parola la voglio pur dire. Contrariamente ai propositi della Lega, che se potesse imbarcherebbe i pubblici dipendenti con destinazione Libia insieme agli immigrati clandestini, Siniscalco ha aperto un confronto. Propone aumenti contrattuali agli statali del 5 per cento anziché rispettare il tetto del 2, ma in contropartita vuole il blocco del turn over e anche un accordo di mobilità per trasferire dallo Stato alle Regioni gli impiegati necessari a causa della devoluzione dei poteri. Posso dire che questo è un sogno, una pia illusione che non avrà alcun riscontro nella realtà? Anzitutto il 5 per cento di aumento contrattuale: ci vorrà almeno il 6 per convincere i sindacati, con il che il tetto sarà stato superato tre volte.

Recuperarlo col blocco del turn over? Mi pare un´ipotesi di terzo grado. Quanti sono i pubblici dipendenti che escono ogni anno dal servizio attivo? Il ministro del Tesoro dovrebbe dircelo per poter calcolare l´entità del risparmio, ma dovrebbe anche dedurre da questo ammontare le nuove pensioni da pagare ai dipendenti in uscita. Il risparmio generato dal blocco sta infatti nella differenza tra lo stipendio e la pensione più liquidazione.

Tutto ciò senza introdurre il discorso connesso con la devoluzione. Lo Stato cioè dovrebbe non solo bloccare il turn over ma anche, con una massa di impiegati decrescente, trasferirne alcune decine di migliaia alle amministrazioni regionali. Il ministro Maroni ha dichiarato che lui non ci è mai riuscito e lo dice uno che la devoluzione l´ha voluta a ogni costo e a ogni prezzo.

Allora, direbbe Bossi, dov´è la quadra? Un 6 per cento in più agli statali, recuperato congelando le assunzioni; un blocco che non tiene conto che non tutti i comparti della pubblica amministrazione sono in identiche condizioni, in alcuni ci sono esuberi, in altri invece scarsità, né è pensabile di trasferire un insegnante di lettere a insegnare l´inglese o addirittura a rimpiazzare un impiegato dell´Agenzia delle entrate. Contemporaneamente bisognerebbe trasferire un considerevole gruppo di impiegati dalla Calabria al Veneto, dalla Campania al Piemonte, con tutti i problemi di impianto connessi a mobilità del genere. A chi la racconta, signor ministro del Tesoro?

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La verità è che l´intera struttura della manovra e dei suoi collegati non regge. Ci saranno effetti recessivi, il bilancio non sarà affatto riassestato anche perché il tetto non è un taglio. Dulcamara lo ha ripetuto infinite volte e noi, critici, abbiamo risposto di no, abbiamo sostenuto che tetto e taglio in questo caso erano sinonimi.

Ebbene, abbiamo sbagliato per fervor di polemica. Non sono la stessa cosa.

Se si taglia una determinata spesa si produce un effetto strutturale: quella spesa non c´è più. Ma se si mette un tetto al suo lievitare la spesa continua a esistere. Non cresce ma non scompare; scaduto il tempo del tetto, riprenderà a crescere con raddoppiata irruenza per riguadagnare il tempo perduto. E per produrre gli stessi risultati costerà di più perché nel frattempo i prezzi saranno aumentati.

In realtà il tetto fa parte dei famosi provvedimenti "una tantum" che Siniscalco voleva abolire o per lo meno ridurre drasticamente e che l´Europa, giustamente, vede come il fumo negli occhi.

Diciamolo con franchezza, onorevole ministro del Tesoro: l´intera sua manovra di 24 miliardi, più i 7 necessari a finanziare la riduzione delle tasse, si basa interamente su provvedimenti una tantum salvo le micro-tasse e le micro-economie che in totale non arrivano a 2 miliardi. Quando il tetto verrà tolto il suo successore si troverà di fronte a un baratro. La Commissione europea ha accettato, sia pure con sordi brontolii, le sue spiegazioni sul tetto visto come intervento strutturale. Non credo che a Bruxelles siano rimbecilliti. In realtà le hanno fatto un favore, hanno chiuso un occhio. Ma continuano a rognare sulle una tantum. E se tra qualche mese, con la nuova Commissione, apriranno l´occhio socchiuso e le chiederanno conto della panzana che lei ha raccontato a loro e a noi, lei che cosa farà?

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Bisognava iniettare potere d´acquisto prontamente spendibile nelle tasche della massa dei consumatori, quelli che stanno a metà della trottola dei redditi, non i 18 mila che stanno al vertice. Questo bisognava e bisogna fare.

Restituendo il "fiscal drag". Fiscalizzando gli oneri sociali entro una fascia di retribuzioni. Abolendo l´Irap o riducendola drasticamente. Razionalizzando ma non annullando gli incentivi e i crediti d´imposta alle imprese. Trovando la copertura con interventi mirati sugli immobili, sulle rendite, sulle plusvalenze finanziarie.

Il reddito ristagna ma i patrimoni in termini nominali sono molto cospicui in Italia e dunque bisogna mettere a contribuzione i patrimoni per rilanciare i redditi.

La parola patrimonio fa paura? Ma è già colpito il patrimonio. La chiamano Ici ma non è forse un´imposta patrimoniale? Certo, come spot pre-elettorale, funziona poco. Perciò continuiamo così. Stiamo andando dritti verso la bancarotta, caro Follini.

Lei mi dirà: perché si dirige proprio a me? E a chi mi dovrei dirigere? Lei è un moderato. Un centrista. Ha a cuore gli interessi del paese e non quelli del partito. Si è arrabbiato di brutto contro chi lo definiva cane da pagliaio o tigre di carta. Ha fatto la faccia feroce verso i suoi alleati che (se ne era accorto anche lei) dilapidavano le finanze dello Stato. Ha applaudito insieme a Fini al siluramento di Tremonti. E non si accorge che Siniscalco è la fotocopia del predecessore e forse anche peggio? E vota con tranquilla coscienza una legge di riforma costituzionale che ci porterà alla bancarotta; un premierato che sopprime di fatto il regime parlamentare e la presidenza della Repubblica. Ora infine voterà una vergognosa legge finanziaria interamente basata su provvedimenti provvisori.

Ma quando si guarda allo specchio (della coscienza) che sentimenti prova?

P. S. Mentre scrivevo questo articolo mi è arrivata la notizia che il nostro presidente della Repubblica ha dovuto subire un intervento chirurgico per fortuna di leggera entità, felicemente concluso. Mi permetto di utilizzare questo spazio per inviargli gli auguri più affettuosi. Un uomo come lui, se non ci fosse stato, avremmo dovuto inventarcelo: così si dice quando si vuole significare una presenza indispensabile. Tanto più indispensabile in un´epoca che abbonda di Dulcamara e di Tartufi. Lunga vita e buona salute a nome di tutti quelli che vedono in lei l´usbergo delle nostre istituzioni democratiche e dei nostri sentimenti morali di libertà e di giustizia.

Sui destini di Simona Pari e Simona Torretta Silvio Berlusconi invoca cautela, «è terrorismo mediatico» e bisogna valutare il vero, il falso e il virtuale di messaggi e rivendicazioni. Certo, bisogna valutare e con cautela. Ma nessuno meglio di Silvio Berlusconi sa che tra il reale, il televisivo e il virtuale i confini, oggi come oggi, sono assai labili, perché il televisivo e il virtuale fanno la realtà e non viceversa. Che vuol dire, in tempi come questi, «terrorismo mediatico», e che c'è da fare per contrastarlo? Diagnosi e ricetta per alcuni sono semplici. L'obiettivo primo dei terroristi essendo proprio l'effetto mediatico, la produzione di terrore tramite immagini del terrore, la messa in scena della violenza come quintessenza della violenza, occorre staccare la spina, deflazionare quelle immagini, sottrarsi al ruolo impotente e voyeur dello spettatore. In una parola, spegnere le tv. Ha cominciato l'altro ieri La Stampa, hanno continuato ieri Avvenire e altre testate: ci vuole un codice deontologico internazionale, un accordo fra tutti i network europei; black out su quei coltelli che tagliano la testa agli ostaggi e a tutti noi, prigionieri a nostra volta del video e delle sue inconsce e capziose seduzioni. Se la decapitazione diventa uno spot, almeno evitiamo di mandarlo in onda: salveremo le nostre teste, depotenzieremo il gioco del boia. E pazienza se di rincalzo alle tv c'è Internet che non si può spegnere: il comando politico si eserciti almeno laddove ancora può, e sulla tv ancora può.

Si può fare, è utile farlo? La domanda corre nelle redazioni televisive, e le risposte, salvo lo zelo di Porta a porta che promette «mai più quei video», si appellano alla misura del buon senso e del buon gusto: informare senza indulgere, far vedere senza compiacere. Fermarsi sulla soglia del giusto limite, un attimo prima che il coltello si infili nella carne; un attimo prima che la tragedia si trasformi in spettacolo. Giusto, saggio: è il minimo di sensibilità, umana e professionale, che i tempi richiedono. Ma è troppo poco rispetto alle strategie di contrasto che i tempi richiedono.

Nella civiltà del visuale, il terrorismo, come già la guerra, usa il visuale: chi se ne stupisce era fuori dal mondo fino a un attimo fa. Nel visuale, per giunta, i giochi si moltiplicano e le strategie si complicano molto velocemente. Poco più di un decennio fa, nella prima guerra del Golfo, le telecamere servivano a edulcorare la guerra, a smaterializzarla, a nascondere il massacro dei corpi sotto lo spettacolo dei bombardamenti. Tre anni fa l'atroce volo di cadaveri nudi dalle Torri gemelle in fiamme fu rapidamente cassato dalle immagini - anch'esse ridotte a spot -degli attentati dell'11 settembre. E tutt'ora la legittimazione della guerra di Bush si avvale della stessa tecnica di cancellazione delle bare dei soldati americani, mentre Putin prende a sua volta le sue misure antiterrorismo di oscuramento televisivo. Senonché, nello scenario iracheno, il corpo si è preso la sua amara rivincita: con ogni mezzo, dalle tv alle fotografie di Abu Ghraib ai video sui sequestri che viaggiano in rete, la materialità delle ferite, delle amputazioni, delle sevizie, delle esecuzioni buca la virtualità che pareva deputata a preservarcene, a farci vedere senza toccare, a farci sapere senza traumatizzarci. Il gioco si è fatto più complesso, e al suo interno il terrorismo mediatico fa il suo gioco.

Qual è il nostro? Oscurare, limitare, codificare dall'alto il limite del visibile e dell'invisibile, della scena e dell'osceno, non serve a niente, perché per fortuna non è solo dall'alto che il gioco si decide: né dall'alto dei governi, né dall'alto dei gruppi del terrore organizzato. Vedere non vuol dire solo subire, vuol dire anche prendere atto e reagire. Internet non è l'ennesima diavoleria al servizio del terrorismo, è anche e soprattutto una grande arena su cui i governi possono poco o nulla e in cui le strategie di controinformazione, discussione, ribellione, autoorganizzazione possono invece molto. In ciò che resta delle democrazie, non è mai con un meno ma con un più di informazione, di immagini, di parole che si spezzano i tentativi di distruggere la sfera pubblica. Non è distogliendo lo sguardo dal gioco del boia che impareremo a dire no.

Silenzio adesso. Enzo Baldoni, l'italiano simpatico, il viaggiatore spericolato, il pacifista è morto. Ucciso in mezzo a un mare d'inchiostro versato da chi lo ha usato per attaccare i suoi compagni, la gente che come lui è contro la guerra. Lo hanno fatto diventare una caricatura, il rovescio comico di Fabrizio Quattrocchi, tanto per dire che non ci sono ostaggi «buoni» o «cattivi». Che tutti gli italiani sono uguali. Ora sì. Ma Enzo Baldoni ha sacrificato la sua vita per aiutare le vittime di una selvaggia crociata integralista contro integralisti, di un conflitto che ha moltiplicato il terrore. Era lì armato soltanto della sua fantasia, creatore di interferenze estetico-politiche, capace di far sorridere i bambini all'ospedale, di riconsegnare i caduti senza nome alla grande platea della pietà, di immettere su Internet la flagranza della morte che non è fatta di numeri, ma di persone. Omaggio a Enzo Baldoni, vittima due volte, della barbarie di militanti di un Iraq che nelle loro mani non sarà mai pacificato, e di coloro lo ha indicato come «amico» dei suoi assassini. Non era un italiano come gli altri, aveva più coraggio di noi che ce ne stiamo qui a parlare della sua fine straziante e di chi ha irriso il suo magnifico slancio, di chi non vede mentre lui ha visto che cos'è la guerra.

Perché siamo in Iraq - ostaggi tutti di un mezzo presidente dalla tortura facile - ora lo sappiamo. E sappiamo anche perché dobbiamo andarcene. L'ultimatum è scaduto sulla linea della fermezza. Non è troppo tardi per farlo, si dirà. E invece sì, è troppo tardi perché Enzo non c'è più e non ci resta che la sua rondinella liquida a volare sulle macerie di un mondo più triste, più buio e sconfitto.

Il rinvio alle Camere, da parte del capo dello Stato, della legge sulla riforma giudiziaria conferma la preoccupazione generale dinanzi a tale legge o almeno ad alcuni suoi aspetti. Forse oggi sarebbe necessario un nuovo appello come quello che nel 1919, in un altro momento difficilissimo della storia italiana, Don Sturzo rivolgeva «agli uomini liberi e forti». Sarebbe opportuno rivolgerlo a tutti e in particolare, fra gli uomini liberi e forti, a quelli tra essi che militano nella destra o nel centrodestra, giacché persone oneste e coraggiose si trovano in ogni formazione politica rispettosa delle regole democratiche, a sinistra, al centro e a destra. Fra coloro che fanno parte dell’attuale coalizione di governo o l’appoggiano, vi sono certamente molti galantuomini di animo non servile. Essi non sono meno indignati, turbati e umiliati di quanto non lo siano gli avversari del governo dalla recentissima approvazione dell’indecente legge che abbrevia i termini di prescrizione. Qui non si tratta più di destra o di sinistra, di statalismo o di liberismo, di consenso o dissenso sulla guerra in Iraq, di separazione o no delle carriere dei magistrati e così via, legittimi temi della consueta lotta politica che vede legittimamente affrontarsi e scontrarsi forze e opinioni diverse. Qui si tratta di una degradazione civile che declassa a manfrina di interessi nemmeno di parte, ma personali la legge, che è «uguale per tutti» e fondamento dello Stato e di ogni comunità umana, come sottolineava il cardinale Ratzinger ricevendo la laurea honoris causa in diritto.

È un pervertimento scandaloso, che svilisce lo Stato, la cosa pubblica, la Patria. Spetta agli uomini onesti d’ogni parte ribellarsi a questa indegnità politica, egualmente pericolosa e lesiva per tutti, che disonora l’Italia. Naturalmente qualcuno potrà dire che non è con la morale o col moralismo che si fa politica. È vero, ma non la si fa nemmeno con l’immoralità. Non basta essere onesti per essere buoni politici, ma non basta nemmeno non esserlo. Nessuno auspica al timone del Paese una virtù fanatica e astratta, pericolosa e autoritaria come quella dell’incorruttibile Robespierre. Ma neppure l’opposto è auspicabile.

La politica è l’arte del compromesso, che implica - fino a un certo punto - pure la morale. Ma la dignità o l’indegnità di una politica si misurano sulla qualità e sul grado di tale compromesso. Al di sotto di un certo livello di decenza, la questione non è più solo morale, ma diviene politica, perché mina le istituzioni, l’ordine della società, tutti gli aspetti della vita associata; è una vera e propria sovversione.

Lo sapeva bene Benedetto Croce, così duramente critico di ogni moralismo astratto, quando diceva - contestando il famoso e cinico detto di Enrico IV, secondo il quale Parigi vale una Messa - che una Messa vale più di Parigi, perché è un fatto spirituale e come tale costituisce un nerbo, una sostanza della vita umana, individuale e collettiva. Salvare l’anima non vuol dire essere colombelle pudibonde, ma salvare l’integrità della propria persona; essere liberi cioè forti, anziché eunuchi. Essere succubi della mutilazione subìta dal Paese con l’approvazione di quella legge è un’onta per tutti; gli onesti uomini di destra, cui le sorti dell’Italia stanno certo a cuore non meno che agli onesti uomini di sinistra, non dovrebbero permettere che la destra sia identificata con questo eversivo attentato alla civiltà della nostra Patria comune. Un grande scandalo può certo provocare una crisi salutare: «E’ necessario che avvengano scandali», dice il Vangelo, ma aggiunge: «Guai a quell’uomo per cui avviene lo scandalo».

Il presidente del Consiglio ha cambiato idea. Non è la prima volta che accade e non sarà certamente l'ultima. Di fronte alla forza dei numeri aveva accettato di ridurre l'Irap (di poco, ma comunque un po', tanto per la scena) e di alleviare il bilancio delle famiglie del ceto medio che non ce la fa più ad arrivare alla fine del mese (di pochissimo, 8 euro al mese, un buffetto sulla guancia per comprarsi un gelato "una tantum") rinviando al 2006 il famoso taglio dell'Irpef per 6 miliardi e mezzo (anche in questo caso un altro buffetto che non avrebbe dato alcuna salutare scossa all'economia ma sarebbe comunque servito come spot elettorale).

Ma in tre giorni si è accorto che questo stentato calendario aveva provocato uno scossone alla sua immagine e al consenso dei suoi più fedeli elettori. I sondaggi, quelli che stanno rilevando settimana per settimana lo smottamento dei consensi, registravano una caduta del 6-8 per cento; lo stato maggiore di Forza Italia si agitava come non mai; perfino i giornali a lui più fedeli lo criticavano con titoli a tutta pagina.

Così ha fatto un'inversione di rotta totale: ha riportato al 2005 il taglio dell'Irpef spalmato su tre scaglioni e ha cercato d'imporre agli alleati e al ministro del Tesoro la prescrizione necessaria al suo spot elettorale.

Naturalmente mancava (e manca tuttora) la copertura finanziaria, ma che importanza ha la copertura? Chi cerca trova. Siniscalco è lì per questo.

Perciò si sbrighi.

Agli alleati riottosi ha promesso carote e bastonate. A Fini la Farnesina, a Follini la vicepresidenza del Consiglio, a tutti e due un ulteriore rimpastone a rate con almeno un nuovo ministro per ciascuno, alla Lega il governatorato della Lombardia, Formigoni permettendo.

In alternativa la bastonata suprema: se non ci state mi dimetto e andiamo alle elezioni anticipate. Niente lista unica e nessun collegamento: ci vado da solo con Forza Italia e muoia Sansone e tutti voi insieme, oppure vinco da solo e di voi resteranno soltanto cenere e vento.

Fini intanto ha accettato la carota; la Farnesina lo attrae da tempo e d'altra parte metà se non addirittura tre quarti dei suoi colonnelli sono già conquistati dal Cavaliere. Follini finora resiste, ma è stretto tra una metà del suo partito e Casini.

Naturalmente tutto dipende dalla famosa copertura finanziaria che Siniscalco deve trovare. E dipende anche dalla credibilità della predetta copertura che, qualora fosse risibile, indurrebbe Ciampi a respingere la legge.

Per ora si aspetta. Nei primi giorni della settimana si conoscerà la ricetta del ministro del Tesoro e si saprà qual è il finale di questa lunghissima telenovela che ha realizzato la sintesi tra l'opera buffa e il dramma; un genere teatrale finora sconosciuto nella storia del teatro anche se ben noto alle cronache politiche italiane.

Mancano, si dice, un paio di miliardi per chiudere la partita delle tasse. In realtà, come sa bene il ministro dell'Economia, ne mancano parecchi di più.

Due miliardi di ammanco li ereditiamo dai conti del 2004 e sono soltanto una piccola parte del lascito avvelenato di Tremonti (diventato garrulo dopo un breve silenzio) al suo ingrato successore. Tra poche settimane sapremo, a consuntivo, se in quell'esercizio sia stato superato il deficit del 3 per cento imposto dai patti di Maastricht.

Quasi certamente sì.

Tre miliardi derivano dal minor gettito del condono edilizio, prorogato più volte e reso ancor più indecente di quanto non fosse fin dall'inizio.

La stretta sulle finanze dei Comuni e sulla Sanità e l'indebitamento degli Enti locali si scaricheranno sui conti generali della pubblica amministrazione oltre che sulle prestazioni dovute ai cittadini. Gli incentivi alle imprese sono stati pressoché azzerati; per tutto il 2005 non vedranno un soldo neppure sotto forma di prestiti agevolati.

La scuola è senza fondi e gliene vogliono togliere ancora.

La riforma Moratti, per pessima che sia, ha comunque un suo costo ma non si sa come farvi fronte.

La domanda finora inevasa non è dunque dove e come trovare i 2 miliardi dei quali Siniscalco è in affannosa ricerca, ma dove e come trovarne almeno 6 e forse di più, come già preconizzato dagli ispettori del Fondo monetario.

Aggiungete a tutto ciò la stasi dei consumi, il crollo delle esportazioni dovuto all'apprezzamento dell'euro, il taglio degli investimenti, i contratti del pubblico impiego, e dite se c'è spazio e se c'è senso alla riduzione dell'Irpef nel 2005 (e anche nel 2006).

I consensi di Berlusconi calano? Ma questo, lasciatecelo dire, è un problema suo e non dei cittadini di questo paese.

Si sa (lo afferma Berlusconi) che il maxi-emendamento che il governo presenterà in Senato è già pronto. Si mormora che gli aumenti già promessi agli statali saranno ridotti dal 5 e mezzo al 3,7 per cento e il blocco del turnover esteso a due anni. Si mormora che le "finestre" per i pensionati in uscita saranno diminuite nel 2005 da tre a una soltanto, che i tagli all'Irap saranno rinviati di un anno, il condono edilizio ancora una volta prorogato tanto per metterci accanto una cifra qualsiasi in entrata. Infine il blocco delle sovraimposte ai Comuni e ritocchi vari alle accise, al Lotto, allo spicciolame della spesa.

Accetterà Fini il bastone sugli statali dopo la vistosa carota personale ricevuta con la feluca degli Esteri? Si piegherà Follini o deciderà invece di "vedere" il bluff berlusconiano tra Irpef ed elezioni anticipate? Che si tratti di un bluff è di tutta evidenza, ma decidere di andarlo a vedere implica comunque coraggio. E definitiva rottura. Questo è il punto: o giocare ancora a padrone e sottopadrone o alzarsi dal tavolo e sceglierne un altro.

Francamente mi sembra improbabile.

I critici del centrosinistra gli rimproverano di crogiolarsi con i guai della coalizione avversaria senza però esporre le sue proposte per ridare slancio all'economia italiana avviando nel contempo il risanamento della pubblica finanza dilapidata dai tre anni del malgoverno Berlusconi-Tremonti.

Mi sembra che sia una critica giusta, tanto più che, se il centrosinistra vincerà le elezioni del 2006, riceverà in eredità una finanza pubblica ridotta in macerie sicché risanarla sarà pesantissimo.

Secondo me i termini del problema sono molto chiari.

Viviamo una fase di sostanziale stagnazione dei redditi, degli investimenti, della domanda. La congiuntura mondiale ha robustamente influito nel determinare questa situazione.

La ripresa in Usa c'è stata a partire dal 2003 e continua sia pure a ritmo ridotto. La brusca discesa del dollaro serve a sostenere le esportazioni Usa e a contenere l'enorme disavanzo commerciale col resto del mondo. Non incoraggia tuttavia il resto del mondo - e segnatamente le Banche centrali e gli investitori istituzionali - a mantenere le loro riserve di liquidità in buoni del tesoro Usa.

Se le Banche centrali e gli investitori istituzionali del Medio Oriente e del Far Est (Cina, Giappone, Singapore) decidessero di convertire in euro almeno una parte delle riserve collocate in Treasury Bonds, il mercato valutario segnerebbe tempesta e la Federal Reserve dovrebbe correre ai ripari uscendo dal suo olimpico "benign neglect". Ma è un'ipotesi remota e non so neppure augurabile.

L'Europa deve dunque provvedere da sola a rimettersi in moto e l'Italia, vagone di coda, deve contribuire al rilancio e al buon governo proprio ed europeo inevitabilmente agganciati.

Ho già ricordato che stiamo attraversando una lunga fase di redditi e di domanda stagnanti. Aggiungo che la struttura dei nostri redditi è una delle più squilibrate, forse la più squilibrata in Europa; da noi le differenze tra le varie fasce sono le più alte e generano malessere, insicurezza, invidia sociale. Il risanamento della finanza pubblica e il rilancio della domanda non possono cioè prescindere da una politica di incentivi alla domanda e all'offerta e da un'azione perequativa non cosmetica ma sostanziale.

Per finanziare entrambi questi obiettivi di sostegno e di perequazione dei redditi, la principale fonte disponibile è quella dei patrimoni e delle rendite.

Abbinata a riforme di liberalizzazione efficaci.

I patrimoni in Italia sono cospicui perché i redditi più elevati, le plusvalenze, i guadagni accumulati nel tempo con l'inflazione quando viaggiava a due cifre, i profitti enormi derivanti dall'urbanizzazione e dalla valorizzazione delle aree destinate all'edilizia, hanno determinato un ammontare di ricchezza molto rilevante e in larga misura improduttiva.



Bisogna rimettere in circolo quella ricchezza.

Incoraggiare con opportune misure chi la detiene ad investirla produttivamente e/o prelevarne una quota per finanziare la politica di sostegno dei redditi, della domanda e dell'offerta.

So bene che la sola parola "patrimoniale" è tabù. I partiti fanno di tutto per non pronunciarla come si trattasse di una pestilenza maligna. Ma un osservatore oggettivo non può esimersi dal constatare che viviamo in un'economia dove si è ormai formata una palese contraddizione tra formazione dinamica dei redditi da un lato e statica consistenza dei patrimoni dall'altro. A cominciare dalle rendite mobiliari che in Italia sono fiscalmente colpite la metà di quanto avvenga negli altri paesi di Eurolandia.



Del resto il governo attuale ha già messo mano a questo deposito di ricchezza con la rivalutazione degli estimi catastali. Non è forse un'imposta sul patrimonio quella che accresce l'imponibile riferendo ad esso una serie di imposte dall'Ici alle tasse sui rifiuti urbani ? Il passo successivo dovrebbe riguardare le rendite e la ritenuta secca sulle cedole che è del 12,5 per cento da noi e oltre il 20 in Europa.



Liberalizzare i mercati, sostenere i redditi e perequarne la struttura, rilanciare consumi e investimenti, fiscalizzare per le fasce deboli la contribuzione sociale diminuendo in questo modo il costo del lavoro e quindi migliorando la competitività, incoraggiare la progettualità e le priorità degli investimenti, mettere a contributo i patrimoni inerti: non sono questi altrettanti elementi d'una politica economica attiva e - se le si vuole dare una denominazione - di stampo moderno e liberal-socialista? O uno slogan sempre verde: giustizia e libertà?

Anche altri avevano proposto la patrimoniale: ecco Epifani

Ci sono questioni che, ogni qualvolta irrompono nel dibattito politico, assumono valore sintomatico, scompaginano schieramenti, portano a galla l'incoffessabile. Una di queste è la sessualità, in specie nelle sue manifestazioni ritenute «anormali» o perverse o pericolosamente libere rispetto a una «regola» fallocratica e machista. Che si tratti di autorizzare il desiderio femminile di diventare o di non diventare madre, di sanzionare il potere maschile di esercitare violenza su una donna, di tutelare giuridicamente le coppie omosessuali, ogni qualvolta il territorio della sessualità entra a contatto con quello della politica e della normazione giuridica le reazioni idiosincratiche si sprecano - e in Italia lo sappiamo bene dall'iter tortuoso delle leggi sull'aborto, sulla procreazione assistita, sulla violenza sessuale. Col caso Buttiglione però s'è passato il segno. E la rapidità con cui, nel giro di pochi giorni, sono stati creati i neologismi di teo-con, rad-con, laico-clericali per dare nome al vasto fronte dei suoi sostenitori, la dice lunga sul fatto che siamo di fronte a una novità: a differenza della politica, la lingua non mente. Il vasto fronte di sostenitori di Buttiglione, che va dal Foglio ai cosiddetti «terzisti» di fede liberale del Corsera e della Stampa , ha creduto di ravvisare nella sua bocciatura a commissario per la giustizia, le libertà e la sicureza della Ue un episodio «contrario a una visione laica e liberale delle istituzioni». Non è laico né liberale, sostengono nell'appello pubblicato giorni fa sul Foglio, «giudicare un politico cattolico o di qualsiasi altra confessione o formazione culturale in base alle sue idee e al suo credo». E in base a che cosa se non alle sue idee e ai suoi atti, di grazia, dovrebbe essere giudicato un politico in democrazia? In base alle sue promesse, obiettano i radcon-teocon: Buttiglione ha detto come la pensa sui gay, la famiglia, le madri-single, la procreazione assistita, promettendosi però fedele al comandamento kantiano della separazione fra diritto e morale. Bene, i parlamentari che lo esaminavano non gli hanno creduto; e giustamente, non potendo il candidato estrarre dal suo curriculum politico italiano ed europeo alcuna prova del suo credo kantiano. Siamo nell'ambito di una normale, normalissima dialettica politica democratica, come ha riconosciuto Massimo Teodori rompendo il fronte sul Giornale di ieri. Una dialettica, per una volta, sgombra dall'urgenza della mediazione giuridica: non si votava su una legge ma su un candidato, che per giunta sbandierava le sue idee in contrasto con quella Carta dei diritti che nell'Unione, ai teo-con piacendo, fa già norma, come ha ricordato Miriam Mafai.

Ma in Europa c'è una pericolosa deriva laicista, sostengono i teo-con impugnando il rifiuto di inserire in Costituzione il richiamo alle radici ebraico-cristiane dell'Unione. Per la verità avrebbero a disposizione altri e più convincenti argomenti, che però si guardano bene dall'usare. La legge francese contro il velo, per dirne una, è un pessimo esempio di uso della laicità a fini di assimilazione. Ma di quella non si parla, anzi molti dei teo-con ne parlano solitamente benissimo, perché giova allo scopo. Quale? Quello di fare barriera contro l'invasione islamica che turba i loro sonni.

Con il che siamo al movente numero uno della campagna sul caso Buttiglione, che è - dichiaratamente - solo un capitolo di una più vasta offensiva squisitamente reazionaria a favore di una identità europea, anzi occidentale, arroccata sui valori tradizionali e contro la minaccia del multiculturalismo, del pluralismo etico, del politically correct. L'offensiva, sia chiaro, marcia su un campo di crisi: ovunque in Occidente il multiculturalismo è in difficoltà, il pluralismo etico rischia di soccombere sotto i colpi dello scontro di civiltà, il politically correct non è esente da risvolti di ipocrisia sociale. Ma i teo-con non vanno per il sottile e usano argomenti stupefacenti per rozzezza e isteria. Si va dal timore di Galli della Loggia per la minacce dell'omosessualità all'antropologia monoteista ai rimpianti di Panebianco per l'Europa pre-secolarizzata, dalla facciatosta di Gaetano Quagliariello che vede nei cattolici una minoranza oppressa alle libere associazioni di Giuliano Ferrara fra la bocciatura di Buttiglione, il nullismo di Zapatero e il nichilismo di Almodovar.

Un armamentario da nuovi crociati, cattolici integralisti in guerra di religione e di civiltà contro l'attacco integralista all'Occidente, osserva giustamente Ritanna Armeni su Liberazione ipotizzando che questo strumentale ancoraggio al sacro sia necessario a una politica liberista che da sola non ce la fa più a governare il mondo globale, e che in Italia, annota Ezio Mauro su Repubblica, non ce l'ha fatta a produrre la cultura lib-lab che aveva millantato. Tutto vero, a patto di ricordare due cose. La prima è che tutto questo s'è già visto dall'altra parte dell'Atlantico, e non è solo una larga fetta della posta in gioco di oggi fra Bush e Kerry, ma è già stata la posta in gioco di quattro anni fa fra Bush e Gore e, prima ancora, di un drammatico conflitto che correva sotto le vene dell'America clintoniana e l'ha sconfitta. La seconda è che a questa offensiva scatenata sul terreno caldo dei valori la sinistra non può rispondere solo sul terreno freddo dei programmi. Quando c'è in gioco l'emotività, ancorché isterica, bisogna giocare, e disertare il tavolo significa solo condannarsi a perdere.

Caro Direttore, questa è una lettera che non avrei voluto e non avrei creduto di dover scrivere.

Viviamo momenti difficili e, spesso, terribili. Dall´Iraq all´Ossezia, dalla Cecenia all´Afghanistan, dal Darfour al Medio Oriente al Mediterraneo il mondo è scosso da guerre, terrorismi, violenze e emigrazioni di massa. Abbiamo negli occhi le immagini dei bambini di Beslan e nel cuore l´angoscia per le nostre due Simone.

Se osservate nella prospettiva di queste tragedie, l´Europa appare come un´isola relativamente felice.

I sessant´anni di benessere seguiti alla fine della Seconda guerra mondiale hanno trasformato il volto stesso delle nostre società e la vita di ciascuno di noi. Abbiamo una moneta comune, l´euro. E con l´allargamento non abbiamo soltanto esteso a tutto il continente un´area di pace: abbiamo anche creato un gigante dell´economia mondiale.

Ma non sono solo rose e fiori. L´Europa, che sino a tutti gli anni Sessanta aveva conosciuto una stagione di crescita impetuosa, ha rallentato il proprio ritmo di sviluppo e da tre decenni non riesce a ridurre il divario che la separa dagli Stati Uniti.

E, in quest´Europa, l´Italia è tra i paesi che soffrono di più. Le Ferrari dominano le corse di Formula Uno, ma in tutte le altre gare perdiamo drammaticamente terreno. All´Onu, specchio fedele delle gerarchie internazionali, siamo caduti in una serie inferiore, irrimediabilmente staccati da Francia e Germania che, per decenni, sono state nostre pari.

E le cose non vanno meglio nell´economia. Siamo entrati nell´euro ma, mentre gli spagnoli confermano il loro ritmo veloce e francesi e tedeschi riprendono a correre, noi arranchiamo in ultima fila. Il turismo soffre sotto i colpi di una concorrenza sempre più forte. Le nostre esportazioni non tirano più. Siamo quasi spariti nelle classifiche delle grandi imprese. Non produciamo più ricerca d´avanguardia. Stiamo tenendo un´intera generazione di giovani in una situazione di precarietà destinata a portare ad un futuro di insicurezza. Assistiamo all´impoverimento di quella classe media che è la spina dorsale e vitale di ogni società. Leggiamo di oltraggiose retribuzioni a grandi dirigenti mentre schiere infinite di lavoratori sono costretti a vivere con stipendi che non permettono di coprire la quarta settimana del mese.

Il dissesto della finanza pubblica certificato dalle dimensioni, tuttora vaghe ma in ogni caso imponenti, della manovra annunciata dal governo, non è che il sintomo della necessità di una vera e propria ricostruzione del paese. Scuola, università, giustizia civile, protezione degli anziani e dei più deboli, sistema dell´informazione: non c´è campo della vita e della società italiana che non richieda un intervento profondo.

C´è chi ha sparso l´illusione che bastasse lasciare la briglia sciolta perché l´Italia riprendesse a correre. Che bastasse promettere meno tasse per creare un entusiasmo capace di generare investimenti, lavoro, ricchezza. Che, in sostanza, il paese meno lo si governava meglio era.

Ma non era che un´illusione. Una perfida illusione che lascia e lascerà un´eredità pesante e imporrà un lavoro duro e di lunga durata a chi sarà chiamato a reggere il paese.

Con la consapevolezza della dimensione della sfida che sta di fronte all´Italia, una consapevolezza resa ancora più acuta dagli anni trascorsi guardando al nostro paese dall´osservatorio della Commissione Europea, nel luglio dello scorso anno, in previsione delle elezioni europee e in preparazione delle elezioni politiche, ho lanciato la proposta di una lista unitaria delle forze riformatrici.

L´idea era semplice: bisognava costruire una forza capace di operare come motore e timone di una grande coalizione di tutte le forze riformatrici in modo da guadagnare la fiducia degli elettori e garantire successivamente la stabilità del governo.

A questo invito hanno risposto, per primi, i Democratici di Sinistra, i Socialisti Democratici italiani, i Repubblicani Europei e la Margherita, i partiti che più direttamente rappresentano le grandi tradizioni culturali e politiche alla base della Costituzione della nostra Repubblica e lo spirito di novità e di unità all´origine dell´esperienza dell´Ulivo. Uniti nell´Ulivo: questo è il nome che scegliemmo per la nostra lista. Un nome che testimonia la volontà di operare e di presentarci uniti di fronte ai cittadini e, allo stesso tempo, propone un legame diretto con il marchio della coalizione che aveva già vinto contro la destra nel 1996 e del governo che aveva saputo portare l´Italia al traguardo dell´euro.

Al momento del voto europeo, più di dieci milioni di donne e di uomini, quasi un elettore su tre, hanno premiato questo sforzo di innovazione e di coraggio, facendo della Lista Uniti nell´Ulivo di gran lunga la prima forza politica italiana con una consistenza pari ai due terzi dell´intero centrosinistra e ad una volta e mezzo la maggiore forza del centrodestra.

A questi milioni di italiane e di italiani era giusto, era doveroso rispondere, dopo il voto, lavorando per consolidare ciò che essi con tanta evidenza avevano mostrato di apprezzare. Di qui la proposta di creare, sulla base e sull´esperienza della lista unitaria , la Federazione dell´Ulivo. Una federazione inizialmente formata dai quattro partiti promotori della lista ma aperta a tutte le forze pronte a condividerne l´ispirazione. Non un partito unico, ma un soggetto politico attrezzato ad avvalersi e, anzi, ad esaltare le tradizioni, le culture, il radicamento sociale, gli spazi di azione dei partiti, protagonisti insostituibili della vita politica del paese e, allo stesso tempo, in grado di decidere in modo unitario e, dunque, di operare con tutta l´autorità del proprio peso politico.

Un soggetto politico, la Federazione dell´Ulivo, al centro e al servizio della più ampia coalizione del centrosinistra, di quella grande alleanza democratica necessaria per mobilitare, anche attraverso le primarie, le straordinarie energie dei movimenti, delle associazioni e dell´intera società nazionale, per vincere le elezioni e, soprattutto, per governare l´Italia sulla base di un comune progetto riformatore.

La Federazione dell´Ulivo, la Grande Alleanza Democratica. Questi sono i due strumenti, semplici e comprensibili, di un grande progetto di innovazione per uno schieramento riformatore.

Mi permetto di aggiungere che questa è anche la mia identità politica, l´unica per me possibile. Nel senso che questi elementi, insieme e in coerenza tra loro, riassumono e danno un significato ad una storia personale e ad un impegno politico vissuti nel segno e con gli obiettivi, tra loro indissolubilmente collegati, del definitivo superamento della divisione tra laici e cattolici, del pieno consolidamento della democrazia dell´alternanza e, dunque, dell´unità tra tutte le forze riformatrici.

L´affermazione della Lista Uniti nell´Ulivo alle elezioni europee, il contemporaneo successo delle altre forze dell´opposizione riformatrice, la ormai lunga scia di vittorie in tutte le consultazioni amministrative degli ultimi tre anni, dalle province di Roma e Milano ai comuni di Bologna e Bari alla Regione Friuli Venezia Giulia, sono la prova che siamo stati e siamo capaci di interpretare le aspirazioni e le domande dei cittadini italiani. Un recentissimo sondaggio realizzato dalla società Ispo di Milano ci dice che se ci fossero domani le elezioni politiche, tra il 33 e il 35,5 per cento degli elettori voterebbe i partiti della Lista Uniti nell´Ulivo, il 52,5 per cento voterebbe per la coalizione di centrosinistra mentre soltanto il 37,7 per cento sarebbe disponibile a votare in favore del centrodestra.

Insomma: gli italiani ci chiedono unità per cambiare il paese e affrontare i gravissimi problemi della loro vita di ogni giorno e ci premiano vistosamente quando rispondiamo positivamente a questa loro domanda.

Del tutto incomprensibili sono, dunque, le resistenze a questo progetto e a questa prospettiva di successo, di vittoria, di governo. Eppure, queste resistenze ci sono. E si concentrano, tutte, sul cuore, sul nocciolo duro del meccanismo che ho appena riassunto e ricordato, cioè sulla Federazione dell´Ulivo.

Non do´ di tutto questo un´interpretazione personale. Quello che vedo non è un contrasto tra persone. Si tratta di un contrasto politico. E, come tale, deve essere trattato e chiarito una volta per tutte.

Per spiegarmi meglio, mi riferisco alla mia esperienza in questi cinque anni e mezzo alla guida della Commissione Europea, perché il confronto e la composizione tra i ruoli e gli interessi dell´Unione Europea e degli Stati nazionali è un modello quasi perfetto del rapporto tra i partiti e la nascente Federazione dell´Ulivo.

Così come gli Stati nazionali, anche i partiti sono gelosi, e giustamente gelosi, della loro storia, delle loro tradizioni, delle loro identità. Così come gli Stati nazionali, anche i partiti hanno interessi concreti da difendere. Così come gli Stati nazionali, anche i partiti hanno radicamento sociale e legami col territorio.

Ma, così come, nel mondo globalizzato di oggi, ci sono compiti ed interessi che solo l´Europa, grazie alle sue dimensioni e al suo peso, può svolgere e difendere, così, nella politica nazionale, c´è un ruolo che solo un soggetto politico di prima grandezza come una Federazione dell´Ulivo in grado di rappresentare oltre un terzo dell´elettorato, può giocare.

La dimensione, tuttavia, da sola non basta. E´ sempre l´esperienza europea che ci mostra come l´Unione sia pienamente efficiente, capace di dialogare da pari a pari con le grandi potenze del mondo e di difendere con forza gli interessi dei propri cittadini, solo e soltanto quando è dotata degli strumenti per agire e delle regole per decidere.

Questo, dunque, è il terreno sul quale ci dobbiamo misurare. Siamo pronti a rispondere alla domanda di unità che viene dagli elettori? Abbiamo l´ambizione di concorrere per il governo del paese? Sentiamo la responsabilità di creare un soggetto politico all´altezza delle sfide e dei problemi che ci stanno davanti e che i cittadini ci chiedono di affrontare? Siamo pronti, per questo, a dare vita e autorità ad una Federazione dell´Ulivo che, pur promossa e costituita dai partiti, non si esaurisca nella semplice sommatoria dei partiti stessi e riceva, dunque, l´autorità, i poteri e gli strumenti operativi per rappresentare l´interesse comune e decidere per esso? O preferiamo chiuderci nella difesa di un piccolo interesse di parte, indifferenti al più grande esito della battaglia per il futuro dell´Italia? Queste sono le domande alle quali dobbiamo dare risposte chiare e concrete.

Se c´è un progetto alternativo e qualcuno che pensa di incarnarlo, si vada ad un confronto aperto e comprensibile ai cittadini. Se, come testimoniano le dichiarazioni dei segretari dei partiti della Lista Uniti nell´Ulivo, un progetto alternativo non esiste, allora siamo coerenti e conseguenti. Perché solo una cosa non possiamo permetterci: di non essere, in questo momento della storia, all´altezza delle nostre responsabilità.

Si dicano i sì ed i no. E si spazzino via tutte le ambiguità, tutte le riserve mentali. Il punto d´arrivo devono essere atti credibili, decisioni e attribuzioni di responsabilità impegnative.

Solo quando e se questi impegni saranno stati assunti potremo credibilmente andare avanti nella costruzione del nostro progetto.

Solo quando saremo certi di potere contare su una Federazione capace di operare con efficacia e con autorità potremo credibilmente aprire il confronto con le altre forze riformatrici per la costruzione della grande alleanza democratica. Anche le riunioni che abbiamo tanto atteso, come quella fissata per il 4 ottobre, rischiano altrimenti di essere inutili. Ed è inutile fare cose inutili.

È in gioco il futuro del paese. È in gioco la possibilità di porre fine all´avventura di una maggioranza, di un governo, di un presidente del Consiglio che hanno devastato i conti pubblici, che hanno inferto un colpo gravissimo al prestigio internazionale dell´Italia, che lavorano per una società costruita non sulle opportunità, sulle libertà e sui diritti di tutti ma sui privilegi di pochi, che non conoscono il confine tra pubblico e privato, che mancano di senso dello Stato.

È in gioco la speranza, la possibilità di preparare una società più giusta, più prospera, più dinamica, più serena e ricca di gioia di vivere, per le nostre famiglie, per i giovani, per gli anziani, per le donne e per gli uomini d´Italia.

Questo è il tempo delle scelte.

Che arrivi o no a concludere questa legislatura, e perfino che perda o torni sciaguratamente a vincere le prossime elezioni, la filosofia di governo di Silvio Berlusconi si trova finalmente costretta a fare i conti con un limite invalicabile. Essa consta a ben vedere di pochi e scellerati punti, i primi dei quali sono un'idea post-costituzionale della democrazia, e la convinzione che il rito inaugurale della seconda Repubblica consista nella Grande Vendetta contro quei magistrati che hanno messo le grinfie sulla corruzione della prima. L'uno e l'altro punto trovavano nella riforma dell'ordinamento giudiziario firmata dall'ingegner Castelli la loro apoteosi. Non solo perché si tratta di una legge incostituzionale. Ma perché spalanca le porte a una architettura istituzionale privata di alcuni capisaldi del costituzionalismo, quali la divisione dei poteri, l'autonomia della giurisdizione, il controllo di legalità sul potere politico. Il rinvio alle camere della riforma da parte di Ciampi è dunque un doppio schiaffo alla filosofia di governo di Silvio Berlusconi: non solo perché boccia nel merito la riforma, ma perché ribadisce di per sé il funzionamento fisiologico di una democrazia costituzionale, in cui le pretese di onnipotenza della maggioranza e dell'esecutivo possono e devono essere bloccate dagli organi preposti alla custodia della legge fondamentale, il presidente della Repubblica in primo luogo.

C'è dunque ben poco da minimizzare in generale, come fa Berlusconi tirando fuori l'ennesimo coniglio dal cappello della vittima per sospirare quant'è difficile il mestiere del riformatore. E c'è poco da minimizzare anche in particolare, come fa il guardasigilli assicurando che i rilievi di Ciampi intaccano i rami ma non il tronco della sua riforma, qualche dettaglio ma non la sostanza. Non è così, perché anche se le sette cartelle del presidente non fanno menzione di due dei punti della riforma più controversi e più contestati dalla magistratura - la separazione delle funzioni e la riorganizzazione gerarchica delle procure - , bastano tuttavia a mandare all'aria l'intero impianto della legge. Ribadiscono che l'obbligatorietà dell'azione penale non può essere subordinata alle linee di politica giudiziaria emesse annualmente dal guardasigilli. Che l'attività dei magistrati non può essere condizionata dai monitoraggi ministeriali. Che il Csm non è un organo amministrativo ma un potere dello stato; e soprattutto che le sue competenze non possono essere vincolate dal sistema concorsuale previsto dalla riforma. Con il che salta non qualche quisquilia ma l'ispirazione generale della creatura di Castelli (oltretutto tecnicamente malfatta, manda a dire il Colle, come tutte le leggi italiane da troppo tempo in qua).

Non salta invece ma viene sciaguratamente confermata, con la stessa giornata di ieri, l'ispirazione generale dei ritocchi - chiamiamoli così - al sistema penale introdotti dalla legge Cirielli votata alla camera. Nella quale non si tratta «solo» dell'indecente dispositivo salvapreviti, ennesima replica della legiferazione ad personam in cui filosofia e prassi berlusconiane eccellono senza tema di confronti nazionali e internazionali. Si tratta, attraverso il combinato disposto delle prescrizioni, delle recidive e delle attenuanti, di un ben più grave passaggio da un diritto penale incentrato sulla punibilità del reato a uno incentrato sulla punibilità della persona. Nella scia della tradizione americana, di una giustizia sempre più forte con i deboli e sempre più debole con i forti, che produce devianza nelle fasce basse della popolazione e riempie le carceri di immigrati e piccoli spacciatori. Proprio per questo c'è bisogno di una magistratura autonoma: non a difesa di un potere corporativo, ma a garanzia dei diritti fondamentali scritti in Costituzione.

I teorici della globalizzazione assicurano che tra i suoi effetti benefici vanno incluse l´interdipendenza che si è realizzata tra i sistemi economici, e la possibilità di poter produrre ogni cosa in qualsiasi luogo. Nonchè il fatto che è diventato indifferente se la proprietà formale di un´impresa abbia sede in un dato paese mentre le sue unità produttive sono localizzate altrove. Il caso della Embraco di Chieri, presso Torino, che ha chiesto di aprire la procedura di mobilità per oltre 800 dipendenti, mettendo a rischio anche altri 400 posti di lavoro nell´indotto, suggerisce di annoverare tra gli effetti della globalizzazione anche la irresponsabilità, sottratta a ogni forma di tracciabilità, di imprese e dirigenti.

In verità se uno chiede chi mai sia responsabile del destino di queste 1.200 persone, molte delle quali sono troppo giovani per poter andare in pensione quando la mobilità avrà termine, si trova dinanzi a una serie di risposte affatto razionali. Ma esse, nell´insieme, portano a concludere che abbiamo costruito un sistema economico irrazionale, in primo luogo perché nei suoi meandri è impossibile risalire a chi dovrebbe rispondere di quel che succede.

La fabbrica di Chieri una volta si chiamava Aspera. Non andava troppo bene, e la proprietà la cedette alla multinazionale brasiliana Embraco. L´importante, fu detto, non era la collocazione della proprietà, bensì il mantenimento della produzione e dei posti di lavoro. Risultato: i dipendenti Embraco erano 2.150 nel 1999, 1.640 nel 2001, 1.000 tondi l´estate scorsa e 940 oggi. Di cui quattro quinti in mobilità, il che significa chiusura prossima della fabbrica. Chi è responsabile di simile caduta dell´occupazione, e prima ancora del calo di produzione che l´ha causata? L´Embraco produce compressori per frigoriferi che vengono acquistati soprattutto dalle consociate di Whirlpool Europa, colosso degli elettrodomestici trapiantato dagli Usa, le quali stanno in Italia, Austria, Belgio, Bulgaria, con stabilimenti in vari altri paesi. Per essere redditizia l´Embraco dovrebbe produrre almeno 6 milioni di pezzi l´anno, ma le imprese di Whirlpool Europa gliene comprano soltanto 4. Il prodotto italiano di marca brasiliana è forse di qualità non eccelsa? Costa troppo? Non è adatto alle produzioni degli stabilimenti austriaci, bulgari o slovacchi? E se tutto ciò fosse vero, qualcuno nell´azienda di Chieri non poteva accorgersene anni fa, e introdurre i mutamenti opportuni? I dirigenti di Chieri potrebbero naturalmente rispondere che loro debbono sottostare alle superiori prescrizioni di costi e di specifiche tecniche della multinazionale da cui dipendono. Se gli stabilimenti austriaci o belgi o bulgari non gradiscono i compressori della Embraco, è al Brasile che bisogna domandare spiegazioni, non a Chieri. Ed è presumibilmente dal Brasile che è giunto l´ordine di chiudere la fabbrica del torinese per portare la produzione nell´Europa orientale. A loro volta i dirigenti Whirlpool dei relativi paesi potrebbero difendersi dall´accusa di snobbare il prodotto made in Ue, seppur con marchio brasiliano, ricordando che loro hanno sul capo la Whirlpool Corporation of America, che verifica con estrema severità l´andamento delle vendite come dei costi di produzione.

Il caso Embraco è dunque emblematico. Vuoi perchè di casi simili ve ne sono ormai centinaia solo in Piemonte, e migliaia in Italia, con centinaia di migliaia di lavoratori coinvolti. Vuoi per il fatto che al fondo della maggior parte di essi si ritrovano circostanze analoghe: l´interdipendenza globale che diventa una forma patologica di dipendenza locale dalle bizzarrie di processi economici incomprensibili ai più; la proprietà straniera che preferisce ovviamente licenziare i dipendenti d´un paese lontano che non quelli del suo vicinato; intrecci produttivi e finanziari di cui è quasi impossibile venire a capo, al fine di trovare qualcuno che renda conto di decisioni aventi ricadute negative su intere regioni. Per il momento possiamo solo sperare che enti territoriali e sindacati trovino modo quanto meno di alleviare la grave situazione determinatasi in quel di Chieri. Ma i casi simili continueranno a moltiplicarsi, fino a quando non si inventeranno e si adotteranno mezzi appropriati per governare localmente la globalizzazione.

Di fronte a questo disegno di legge che riscrive 43 articoli della nostra Costituzione e che è stato approvato in prima lettura venerdì 15 ottobre dalla Camera dei Deputati, non si sa se aggregarsi ai brindisi di gioia della Lega e di tutto il Polo (Follini e Udc compresi, con la sola eccezione del roccioso Tabacci che si è astenuto) oppure condividere la definizione di Piero Fassino e di Ciriaco De Mita («indigeribile pastrocchione») e le parole di Francesco Rutelli («un venerdì nero per la Repubblica»). Non si sa se vederlo come una tragedia o come una farsa costituzionale.

Personalmente sarei incline più alla farsa che alla tragedia, ma mi rendo ben conto che una farsa costituzionale è al tempo stesso una tragedia: non si può infatti scherzare impunemente con la Carta che sancisce il patto fondamentale tra i cittadini e le istituzioni definendo i diritti, i doveri, lo statuto di cittadinanza, le forme della rappresentanza, l´equilibrio dei poteri, le modalità del controllo sul loro operato, gli istituti di garanzia.

Con questo complesso di problemi la maggioranza ha arruffato soluzioni improbabili con una leggerezza che rasenta l´irresponsabilità. Di qui il dilemma tra farsa o tragedia, che a ben guardare sono le due facce d´uno stesso spettacolo messo in scena da Berlusconi Bossi e Fini sotto gli occhi rassegnati e conniventi di Follini sulla pelle della democrazia repubblicana.

Trattandosi d´un disegno di legge di riforma costituzionale, per di più sottoposto a referendum poiché manca la maggioranza qualificata prevista dalla Costituzione, il Capo dello Stato non ha in questo caso alcun potere di interdizione. Non resta dunque che l´appello referendario al popolo sovrano che però non potrà essere indetto che a conclusione delle quattro votazioni previste dall´articolo 138 della vigente Costituzione.

Credo e spero che la votazione popolare cancellerà questo pastrocchione, dico meglio questo obbrobrio che, allo stato dei fatti, lascia dietro di sé una veduta di rovine. Il testo approvato l´altro ieri dalla maggioranza plaudente ha infatti abbattuto in un colpo solo i poteri del Parlamento, quelli del presidente della Repubblica, l´unità nazionale. Per di più ha messo in moto un meccanismo del quale si ignora il costo ma non l´ampiezza della sua oscillazione che va da zero a 100 miliardi di euro.

Sull´ipotesi di costo zero non scommetterebbe nessuna persona dotata di normale buonsenso: essa infatti si può verificare soltanto nel caso in cui le Regioni italiane, per gestire i nuovi poteri che otterranno dalla devoluzione, possano utilizzare i pubblici impiegati già in forza nelle attuali strutture amministrative dello Stato.

L´ipotesi più probabile si colloca invece in prossimità del tratto di oscillazione massimo, tra gli 80 e i 100 miliardi di euro, con possibilità di superare perfino quella cifra-limite. Il che significa che l´intero impianto della devoluzione può portare lo Stato federale alla bancarotta finanziaria.

Ma questo lo sapremo soltanto quando si dovranno emettere le leggi attuative del nuovo dettato costituzionale. A quel punto il faccione grottesco e comico della farsa tornerà a far capolino dietro le cupe nuvole della tragedia, ma allora sarà troppo tardi per riderne.

* * *

Andrea Manzella ha già individuato ieri su questo giornale con chiarezza e dottrina gli aspetti sostanziali e sostanzialmente incongrui di questa legge.

Ero tentato di chiamarla legge di controriforma, ma mi sono poi reso conto che il termine non sarebbe appropriato. La controriforma è una cosa molto seria con la quale si può dissentire o consentire, ma che è comunque animata da una sua coerenza, da una sua cultura, da una sua dignità intellettuale. La Controriforma con la quale la Chiesa si oppose, tra la fine del XVI e l´inizio del XVII secolo, allo scisma luterano fu una profonda scossa riformatrice che alimentò per almeno cent´anni un rinnovamento profondo del clero, della catechesi, delle opere missionarie; ebbe una sua coerenza non esclusivamente oscurantistica; produsse la cultura del barocco in architettura, nella «maniera» pittorica, nella musica.

Applicare il termine di controriforma all´obbrobrio farsesco che sta sotto i nostri occhi sarebbe quindi blasfemo. Qui c´è soltanto una furbizia di avvocaticchi che hanno cercato di accontentare i disomogenei partiti della coalizione preparando una sorta di «fricandò» messo in cottura a fuoco lentissimo; talmente lento che quasi nessuno degli attuali protagonisti sarà in grado di assaporarne il gusto.

Provo ad elencare i vari elementi che lo compongono aggiungendovi poche note di chiarimento e di osservazione.

* * *

1. Il Parlamento, come rappresentanza del popolo dotata del potere di fare leggi, controllare l´operato del potere esecutivo, dargli e togliergli la fiducia, non esiste più. Il governo assume in proprio anche il potere legislativo poiché decide quali provvedimenti ritiene indispensabili alla propria azione e su di essi chiede la fiducia. Ove mai non l´ottenesse scioglie la Camera.

Essa, la Camera, può in teoria votare la sfiducia al governo a patto però di aver già individuato - rigorosamente nell´ambito della maggioranza parlamentare - un nuovo premier in grado di ereditare il consenso della maggioranza stessa senza che vi sia alcun apporto da parte dell´opposizione.

2. Il «premier» è eletto direttamente dal popolo in collegamento con i deputati candidati nei collegi. Il Capo dello Stato gli deve affidare automaticamente la formazione del governo. Il premier presenta al Parlamento il ministero senza bisogno di chiedere alla Camera il voto di fiducia. Dello scioglimento della legislatura abbiamo già detto: rientra nei poteri del premier.

Osservo che non esiste in nessun Paese europeo l´elezione diretta del primo ministro né esiste la sfiducia costruttiva limitata all´ambito della maggioranza parlamentare.

3. Il Capo dello Stato è semplicemente un notaio. Serve a certificare come autentici gli atti che il «premier» sottopone alla sua firma. Ogni controllo di legalità e di costituzionalità di tali atti gli è precluso. La sua firma di certificazione è un atto dovuto. Sta scritto nella legge che egli è il garante dell´unità federale dello Stato. Ma i modi e i poteri attraverso i quali possa esercitare quella garanzia non sono previsti. Il solo modo possibile che ha è di dimettersi dalla carica che ricopre. Chi sta al Quirinale avrà dunque soltanto diritto al picchetto d´onore e poteri di tagliar nastri, portare corone d´alloro al Milite ignoto e inviare telegrammi d´auguri o di condoglianze a seconda dei casi.

4. Il Senato federale non si sa che cosa sia e non lo sanno, credo, nemmeno coloro che ne hanno proposto l´istituzione. Esamina solo le leggi regionali e quelle che interessino le regioni. Qualora vi sia conflitto di competenza tra Senato e Camera, la decisione viene presa da una Commissione paritetica che configura una sorta di terza Camera.

5. Sulla devoluzione di poteri alle Regioni non mi diffonderò, è materia già spiegata fino alla noia. Il fatto che, ciò nonostante, nessuno ci capisca niente vuol dire semplicemente che si tratta di materia non comprensibile.

Esempio: l´organizzazione delle istituzioni sanitarie è di esclusiva competenza regionale ma la tutela della salute è di competenza dello Stato.

Così per la scuola e per i suoi programmi. Lo Stato comunque ha il potere di avocare a sé in qualunque momento poteri devoluti qualora la situazione lo richieda. Si tratta insomma d´una devoluzione-fisarmonica che si allarga o si restringe a capriccio e secondo gli umori.

6. I Comuni sono in coda alla gerarchia amministrativa, fiscale e politica.

Sopra di loro non c´è più soltanto il bieco Stato centralista, ma anche l´amorevole regione neo-centralista. E le province? Nebbia e mistero.

7. Le regioni possono accorparsi fondendosi tra loro. Ma possono anche cambiare confini. Se i piacentini volessero uscire dall´Emilia e aggregarsi alla Lombardia o al Piemonte potrebbero farlo senza che l´Emilia abbia potere di opporsi. E viceversa se il lodigiano volesse trasmigrare in Emilia. Anche qui fisarmonica, che si porta dietro ospedali, imprese, gettito tributario, risorse bancarie e professionali.

Tralascio il resto. Sembra un «puzzle» costruito da un pazzo.

8. Il «puzzle del pazzo» (scusate la cacofonia) andrà in vigore nel 2011 nel caso migliore, oppure nel 2016. Il motivo di questa lunghissima dilazione è il seguente: la legge prevede di andare in vigore nella legislatura successiva a quella nella quale avviene l´approvazione. Se il referendum confermativo avverrà entro il 2006 la legge di cui qui si discute entrerà a regime nella legislatura che inizia nel 2011; ma se il referendum avverrà dopo il 2006 (e sempre che approvi il «puzzle del pazzo») la legge sarà a regime nel 2016.

Non esiste nel mondo intero un solo caso d´una nuova Costituzione (perché di questo si tratta) che entri in vigore sei o undici anni dopo la sua prima approvazione. Motivo? Forse segretamente sperano che qualcuno negli anni a venire butti per aria il «puzzle del pazzo».

9. C´è un´altra possibilità. Che la Corte costituzionale, messa in moto da un magistrato ordinario o da un ricorso di Regioni, stabilisca che la procedura adottata modificando con un´unica legge 43 articoli della Costituzione violi quanto previsto dall´articolo 138, che esclude riforme «a sacco». In tal caso la legge in parola sarebbe cassata. Questo però potrebbe avvenire solo dopo la sua approvazione finale.

* * *

Ci sarebbe ancora molto da scrivere e da spigolare ma ne faccio grazia. Alla mia età ne ho già viste tante e tante ne ho lette o sentite raccontare. Una storia come questa però supera l´immaginazione. Perciò sono anche contento d´averla vissuta in presa diretta. Ungaretti parlava di allegria di naufragi e Montale di come si cammina sul ciglio d´un muro dove sono infissi i vetri acuminati d´una bottiglia rotta. Qui è diverso. Qui un gruppo di buontemponi giocano a palletta con lo Stato e si battono le mani da soli sperando che gli spettatori facciano altrettanto.

Non era mai accaduto un fatto simile. Speriamo che non accada mai più.

L´AUTUNNO meteorologico comincerà secondo il calendario il 21 settembre. L´autunno economico comincerà secondo il calendario parlamentare con la sessione di bilancio l´11 ottobre. Il previsto autunno caldo più o meno entrerà in scena in contemporanea alla legge finanziaria della quale, allo stato dei fatti, si conoscono soltanto le cifre di copertina. Che sono assai controverse: 30 miliardi di euro tra tagli e maggiori imposte, con l´obiettivo di riportare l´indebitamento rispetto al Pil dal 4,4 al 2,7%, aumentare il potere d´acquisto degli italiani del 2,2% bloccare la crescita del debito pubblico all´attuale livello del 106% rispetto al Pil e infine introdurre uno sgravio fiscale di 5 miliardi sull´Irpef e di 1 miliardo sull´Irap.

Questa gragnola di cifre è di difficile comprensione per gran parte dei consumatori, dei contribuenti e dei lavoratori. Debbo dire che la trasparenza tanto invocata e propagandata dal ministro Siniscalco dopo i bilanci creativi e fumogeni del triennio Tremonti, si è alquanto offuscata dopo pochi mesi.

Parlare di trasparenza in una legge finanziaria dove, stando a quel che sostiene Berlusconi, non ci saranno né tagli né maggiori imposte ma uscirà dal cilindro del prestigiatore uno sgravio fiscale di 6 miliardi, un aumento del potere d´acquisto e un abbattimento dell´indebitamento, sembra ancora una volta un miracolo, un articolo di fede più che una manovra finanziaria lucidamente pensata. Per chi quella fede non ce l´ha la parola giusta è piuttosto quella di un trucco, esattamente come accadde nei tre anni del consolato Tremonti, durante i quali sembrò che tutto filasse alla perfezione e che la finanza pubblica e l´economia marciassero col vento in poppa, alla faccia delle Cassandre che ? inascoltate ? preannunciavano vento e tempesta.

Siniscalco, che per quei tre anni aveva condiviso il metodo creativo di tremontiana memoria, elevato ai fastigi del potere certificò che le Cassandre avevano ragione, mise in cantiere una finanziaria riparatrice ma poi, al momento di vararla, ha rispolverato i metodi del predecessore.

Trenta miliardi di manovra (sessantamila miliardi di vecchie lire) dove trovi sgravi fiscali, incentivi, diminuzione dell´indebitamento, aumento del potere d´acquisto, senza né lacrime né sangue, così, con la bacchetta magica del mago Merlino o della Fata dai capelli turchini di Pinocchio o dei poteri di intercessione presso il buon Dio posseduti da Padre Pio. Da Tremonti per legittima eredità trasferiti a Siniscalco.

Nel Polo tutti fanno finta di crederci, anche Fini e perfino Follini. Del resto che possono fare? Rivelare che anche Siniscalco imbroglia le carte del bilancio né più né meno del suo predecessore? E che la famosa scrivania che fu di Quintino Sella continua ad assistere al gioco delle tre carte con grave disdoro per la memoria del suo primo titolare?

«Zitti zitti piano piano / senza fare confusione / per la scala del balcone / presto andiamo via di qua», cantavano i protagonisti dell´opera buffa di rossiniana memoria. Così i nostri ministri dell´Economia, sperando che i gonzi credano alle loro cifre miracolistiche.

Noi apparteniamo a quel gruppetto di irriducibili che non ci stanno ad esser presi platealmente in giro. Speravamo che Siniscalco avesse imparato la lezione della realtà, ma non è stato così. Il tremontismo, finché a Palazzo Chigi ci sarà Berlusconi, rinasce ogni volta dalle ceneri. Quindi non sperate che a via XX Settembre, sede del ministero Tesoro-Bilancio-Finanze-Mezzogiorno-Partecipazioni Statali, la musica sia cambiata. È cambiato il direttore dell´orchestra che era poi il primo violino del direttore precedente; ma suona lo stesso spartito con gli stessi orchestrali.

* * *

Per far quadrare i conti il coniglio uscito dal cilindro di Siniscalco è il tetto del 2% della spesa. Significa che il 2% d´aumento rispetto alla spesa dell´esercizio 2004 è il limite imposto a ciascun dicastero, salvo la Difesa e la ricerca scientifica. Poiché l´inflazione è ufficialmente del 2%, il tetto sta a dire che in termini reali la pubblica amministrazione non dovrebbe spendere un solo centesimo in più dell´anno scorso.

Naturalmente nessuno ci crede. Le spese della Sanità sono già fuori di almeno tre volte (se basta); quelle per la Scuola (ricerca a parte) del doppio. Trasporti e poste, per starci dentro, dovranno stringere gli organici che già hanno subìto consistenti salassi. Gli incentivi alle imprese saranno ridotti alla metà (da un miliardo a 500 milioni) in una fase in cui avrebbero dovuto essere a dir poco triplicati. Non parliamo dei lavori pubblici ordinari, sebbene la spesa per investimenti abbia un moltiplicatore maggiore. Giustizia, sicurezza, personale della pubblica amministrazione, dentro a quei tetti non ci stanno nemmeno a randellate.

In tutto sono 8mila i capitoli di spesa che dovrebbero osservare il tetto del 2%. La Ragioneria dello Stato, malgrado un certo grado di modernizzazione effettuata, avrà i risultati al più presto sei mesi dopo per quanto riguarda le spese effettuate in conto competenza. In termini di cassa li ha dopo tre mesi, ma lì si verifica da almeno cinque anni un miracolo di segno inverso: più si cerca di limitare la spesa di competenza e più cresce quella di cassa, cioè il cosiddetto fabbisogno.

State attenti, cari lettori, alla terminologia truffaldina che usano i "clerici" delle finanze pubbliche: il fabbisogno sono i soldi realmente spesi dai vari sportelli della pubblica amministrazione; per finanziare il fabbisogno lo Stato contrae debiti sul mercato emettendo titoli; questi titoli vanno ad aumentare lo stock del debito pubblico; viceversa quello che viene chiamato indebitamento non è né debito pubblico né fabbisogno ma il rapporto tra la spesa di competenza e il profitto interno lordo (Pil) ed è quel rapporto che secondo il patto europeo di stabilità non deve superare la soglia del 3%.

Il tetto imposto da Siniscalco sulle spese correnti dovrebbe appunto incidere sull´indebitamento ma non c´è nessun tetto al fabbisogno nei confronti del quale si potrebbe imporre soltanto uno slittamento di quelle uscite di cassa, come Tremonti tentò in varie circostanze di fare ma con risultati assai modesti perché il "tagliaspese" non è che un metodo di rinvio a due tre mesi scaricando poi tutte insieme le spese rinviate e quelle correnti.

Ebbene, la differenza in termini di Pil tra indebitamento e fabbisogno è salita dallo 0,8 del ?96 all´1,7 del 2001 e addirittura al 2,4 dell´esercizio in corso. Si manterrà più o meno su questo livello negli anni prossimi fino ad un´impennata del 2,6 nel 2008 che vuol dire più o meno 70 miliardi di euro, 140.000 miliardi di vecchie lire. Oggi come oggi il fabbisogno supera l´indebitamento per 60 miliardi di euro e questo è il buco creato dal governo nella nostra pubblica finanza.

Per colmarlo Siniscalco pensa a 100 miliardi di privatizzazione nei prossimi quattro anni con l´obiettivo di bloccare il debito pubblico al livello attuale. Qualcuno può credere a questa fandonia?

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Berlusconi (e Siniscalco con lui) pensano di far aumentare nel 2005 il potere d´acquisto degli italiani perché si sono finalmente accorti che la popolazione in tutte le sue classi di reddito ma soprattutto in quelle con redditi più bassi si è effettivamente impoverita. Finora il presidente del Consiglio aveva negato ostinatamente l´evidenza, ma adesso ha dovuto ammetterla e correre ai ripari.

Poteva scegliere varie strade per ottenere quel risultato. Per esempio poteva restituire il fiscal drag ai lavoratori, cioè la differenza tra l´inflazione programmata e quella certificata dall´Istat. Ma seguire quella strada significava tirar fuori soldi veri. E soldi veri non ci sono. Allora si è inventato un giochino. Ha detto che i consumatori otterranno uno 0,7% di vantaggio dal blocco dei prezzi cui si sono impegnati alcuni settori della grande distribuzione; un altro 0,7% lo otterranno dal contenimento dell´inflazione (contando due volte lo stesso parametro come ha rilevato ieri su questo giornale Massimo Riva) infine un altro 0,8 dalla diminuzione dell´Irpef. Il totale fa appunto 2,2. Da questo incremento, frutto d´una simulazione nella quale il solo dato certo è lo sgravio dell´Irpef, dovrebbe venire la famosa scossa e il rilancio dei consumi e della domanda interna.

Numeri e ipotesi scritti sull´acqua. Il blocco dei prezzi non darà alcun incremento al potere d´acquisto, tutt´al più non lo farà diminuire ulteriormente. Lo sgravio dell´Irpef di 5 miliardi rappresenta un rivolo quasi inavvertibile sulla platea dei redditi fino a 30.000 euro annui; non darà alcuna scossa ai consumi, tant´è che il pacifico e pacioso Billè, presidente della Confcommercio, minaccia scioperi a catena se non ci saranno provvedimenti seri di sostegno della domanda. I famosi sgravi fiscali effettuati da Ronald Reagan e tanto celebrati dalle destre di mezzo mondo non scossero minimamente l´economia americana e questo è un altro caso di falsità che va infine messo a nudo: il rilancio della congiuntura Usa cominciò con Clinton e con la sua politica di riduzione dei tassi d´interesse. Questa è la verità. Gli sgravi delle imposte sul reddito non servirono assolutamente a niente e furono soldi buttati dalla finestra.

Perciò la scossa tanto attesa e auspicata non ci sarà. Ci sarà invece un aumento delle imposte comunali provinciali regionali anche per finanziare gli sgravi dell´Irpef, sicché il governo si riprenderà con una mano quel poco che avrà dato con l´altra. Quando si dice il gioco delle tre carte non si parla a vanvera ma con i dati di fatto in mano.

A questa finanza imbrogliona mancano tuttavia alcuni capitoli tutt´altro che marginali. Manca la costruzione della rete di infrastrutture moderne e adeguate. Manca un sistema di ammortizzatori sociali il cui costo minimo s´aggira sui 5-6 miliardi. Manca il potenziamento della ricerca, sulla quale bisognerebbe investire almeno 1,5 miliardi. Mancano infine l´aggiornamento dei contratti scaduti e la necessità da tutti avvertita che il monte salari cresca adeguatamente. Questa sì, sarebbe una scossa salutare, ma le nostre imprese non sono in grado di sopportare oneri aggiuntivi sul costo del lavoro in mercati dove la concorrenza internazionale è durissima.

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Un modo c´è e consiste nella fiscalizzazione degli oneri sociali trasformando la contribuzione in imposte di scopo a carico della fiscalità generale. Non per tute le retribuzioni poiché il peso per le casse pubbliche sarebbe insopportabile, ma certamente per le categorie di lavoratori a basso reddito.

In questo modo si alleggerirebbe il costo del lavoro di almeno il 40%, facendo coincidere il salario netto con quello lordo e creando uno spazio importante per migliorare i conti delle imprese e il salario netto dei dipendenti.

Questa sì, sarebbe una scossa salutare. Per completare la riforma fiscale voluta da Berlusconi ci vogliono 22 miliardi. Se questa cifra venisse intanto impiegata nell´operazione che definirei del "salario netto" gli effetti sulla domanda interna sarebbero certamente sensibili e con essi i recuperi per le finanze pubbliche. Mi domando perché, invece di litigare sul nulla, i partiti del centrosinistra non portino avanti proposte di questa natura facendone il nucleo propulsivo del loro programma elettorale. Credo che sarebbero seguiti da molti consensi a destra al centro e a sinistra.

Post Scriptum. Domani scade il termine per la raccolta delle firme per il referendum abrogativo della legge sulla fecondazione artificiale. Una pessima legge che merita d´esser cancellata. Personalmente non ho più firmato documenti referendari dai tempi dell´aborto e del divorzio, ma questa volta sento il bisogno e il dovere democratico di farlo. Così pure quando sarà approvata la legge di riforma della Costituzione attualmente in discussione in Parlamento, che meglio sarebbe chiamare controriforma. A titolo personale mi permetto perciò di rivolgere ai nostri lettori un pressante appello a firmare la richiesta referendaria che tutela imprescrittibili diritti di libertà.

C´È un´emergenza crimine nel Paese che preoccupa i cittadini, e che dovrebbe impegnare in prima linea il governo, con la sua cultura propagandistica da "tolleranza zero". No. In piena emergenza, Forza Italia si trasforma ancora una volta in un manipolo aziendale per la tutela degli interessi personali di Cesare Previti, che incatena ai suoi destini la decenza di un partito, di una maggioranza parlamentare, di una coalizione, del governo: e purtroppo dell´Italia.

La Casa delle Libertà oggi prova in Parlamento a liberare ad ogni costo Cesare Previti, già condannato due volte per corruzione. Non potendo più fermare i suoi giudici né camuffare il reato, si tenta di renderlo impunibile. Come? Semplice. Si costruisce un fittizio "pacchetto anticrimine" per fingere di legiferare nell´interesse del Paese, e nel pacchetto si inserisce una norma che abbatte i tempi di prescrizione per molti reati pesanti come l´usura, il furto aggravato, l´incendio doloso, ma soprattutto la corruzione. Consentendo a Previti di trovare la strada su misura per evitare il suo giudice, a Berlusconi e a Dell´Utri di non ricorrere nemmeno in appello.

Che dire? Due cose soltanto. Queste vicende possono compiersi solo in un Paese pronto a tutto, dove una vera e propria complicità intellettuale permette che il reato criminale riduca la politica a servaggio, per cambiare in Parlamento la sua natura. Un processo alchemico scellerato, che deforma lo Stato di diritto e dimostra la falsità del teorema che voleva Berlusconi "costretto" alle leggi ad personam. Ora che è stato prosciolto, le leggi ad personam continuano, per quei soci-padroni capaci di tenere in ostaggio il lato più oscuro di un uomo che dovrebbe governare l´Italia, e la umilia con un Parlamento asservito.

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