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Lasciare l´Iraq per salvare l´Occidente

È UNA tragedia dell´Occidente, quella che va in scena nelle prigioni dell´Iraq e rimbalza come un atto d´accusa nei siti Internet e nelle televisioni in ogni angolo di deserto e in ogni città araba. Quei corpi torturati, ammucchiati, trascinati al guinzaglio e scherniti sono di soldati musulmani: umiliati nella loro impotenza, degradati a irrisione sessuale dei loro codici culturali, profanati in simboli rovesciati delle loro credenze, trasmettono nel loro mondo un´idea terribile del nostro concetto di vittoria e della moralità del nostro potere tecnologico, militare, politico. A noi, al nostro mondo, chiedono ancora una volta, semplicemente, "se questo è un uomo".

Siamo nuovamente protagonisti di un sopruso sul singolo uomo che va al di là della guerra e che nessuna guerra giustifica. Tutto questo, da parte non solo del più grande esercito della terra e dell´unica superpotenza egemone dopo gli anni della guerra fredda. Ma in nome dell´Occidente e dei suoi valori, della democrazia, del diritto, del nostro ordine mondiale. Cioè di tutto ciò che noi siamo, di ciò in cui crediamo.

Non ha molta importanza, a questo punto, sapere se il Pentagono ha ordinato ai suoi soldati di superare ogni limite e ogni codice nei confronti dei prigionieri di Abu Ghraib, o se la violenza è insieme sistematica e "spontanea", dunque legittimata di fatto da un clima e da un metodo di conduzione della guerra. È importante per la giustizia e per la politica. Ma dal punto di vista della moralità pubblica, tutto è già perduto nel fondo di quella prigione, nei flash di quelle fotografie, nell´uso privato di quella tragedia pubblica che adesso tutto il mondo conosce. E anche se c´è stato ritardo, reticenza e imbarazzo (compresa l´Italia, purtroppo) nel denunciare la gravità della tortura, oggi è chiaro che niente è più come prima.

La moralità stessa dell´Occidente è sotto accusa, la sua cultura e i suoi valori. Dunque la sua anima. Per salvarla, non bastano le scuse e non basta nemmeno il sacrificio rituale di Rumsfeld chiesto tre giorni fa dal New York Times. Occorre un´assunzione di responsabilità, per ripetere ancora una volta ciò che diciamo dall´11 settembre: la democrazia ha il diritto-dovere di difendersi, colpendo (per paradosso anche preventivamente) chi minaccia la sua stessa sopravvivenza.

MA - ecco il punto - può farlo solo a patto di restare se stessa, di rimanere dentro le regole che si è data, di sottomettersi ai valori e ai princìpi in cui crede, di confermare la sua identità distintiva.

In Iraq si è superato questo limite, estremo perché snaturante. È infatti il confine oltre il quale la democrazia incomincia a dubitare di se stessa, perché deve nascondere atti e comportamenti di cui si vergogna, e incomincia pericolosamente ad assomigliare in qualche angolo d´ombra al ritratto demoniaco che ne fanno i suoi nemici.

Ecco perché l´Italia oggi deve sentire il dovere di non restare in Iraq.

Deve andarsene, e per l´opposto di una fuga, di un ripiegamento, di una rottura di solidarietà occidentale. Anzi. Si impone un´assunzione di responsabilità, che separi la politica proprio in nome di una comunanza di valori e di cultura, che noi chiamiamo Occidente. Solo così si può far capire all´amministrazione americana, e anche a quell´opinione pubblica, che c´è un modo diverso di dirsi occidentali, che certe pratiche segnano una rottura, che l´Occidente non è mai stato un sistema di deleghe, e che certo non può esserlo per l´ordine di scatenare l´inferno ad Abu Ghraib.

La guerra era sbagliata, perché mancavano sia le armi di distruzione di massa, sia i legami operativi tra Saddam e Bin Laden, cioè le due pseudoragioni del conflitto. Era illegittima perché fuori dalla legalità internazionale, atto fondativo dell´unilateralismo libero e autonomo della superpotenza egemone. Era un errore anche politico perché spaccava l´Europa tra vecchia e nuova e rompeva la lunga alleanza novecentesca tra i due continenti. L´invio italiano di truppe a guerra che si pensava finita era un piccolo, grave gesto che mescolava titanismo e dilettantismo, velleitarismo e ideologismo, nella speranza ridicola di accreditare Berlusconi come miglior amico di Bush e la sua Italia come piccola potenza solitaria e gregaria in Europa.

Tutto questo è andato in frantumi, nella guerra che oggi si è riaccesa a Bassora e Nassiriya, ma prima e soprattutto nel buio del carcere delle torture.

Sono saltate, dopo quel che si è conosciuto, le regole d´ingaggio di una missione che ha promesso al Parlamento di voler "aiutare il popolo iracheno, garantendo la sua sicurezza". Oggi l´Italia deve sentire la responsabilità di rientrare: in Europa innanzitutto, per testimoniare nell´amicizia con gli Usa gli errori di Bush e la nostra concezione del diritto e della legalità internazionale. Solo da qui, da un rinnovato patto occidentale di regole e valori condivisi, può nascere una strategia utile per il dopoguerra iracheno e per la pace in Medio Oriente. Ma soprattutto questo è l´unico modo per salvare l´anima dell´Occidente, perduta nell´orrore di Abu Ghraib.

VERREBBE naturale per chi scrive su un giornale nel giorno della Pasqua cristiana affrontare il tema della passione, della morte e della resurrezione di Gesù di Nazareth, della preghiera nell´orto del Getsemani, della disperazione del Figlio dell´uomo quando si sente abbandonato da Dio, delle parole misteriose che egli rivolge ai suoi discepoli quando li esorta ad armarsi, lui che ha sempre predicato la pace, la non violenza e l´amore anche per chi ti colpisce e ti uccide. Secondo il Vangelo di Luca fu durante l´ultima cena di Gesù con i suoi discepoli: «Ma adesso chi ha una borsa la prenda e così la bisaccia e chi non ha spada venda il suo mantello per comprarla... E quelli dissero: Signore, ecco qui due spade. Ed egli: Basta!».

Verrebbe naturale di scriverne per cercar di capire ancora una volta il senso di quello splendido racconto del Figlio dell´uomo, della sua vita, della sua gioia, del dolore, del suo amore, della sua crocifissione: il Figlio dell´uomo che è il Figlio di Dio fatto carne per salvare il mondo; oppure il Figlio dell´uomo che gli uomini hanno trasfigurato nel Figlio di Dio costruendo un modello per andare oltre se stessi predicando vita e amore contro le ombre dell´odio e della morte.

Ma più naturale ancora viene di trasferire quel racconto nel nostro presente, mentre una sorta di Apocalisse infuria dovunque e il suo epicentro si svolge proprio in quelle regioni che videro il contrastato sorgere dell´Unico Dio nelle terre di mezzo che stanno tra il Tigri e il Giordano, tra il mare Arabico e il Mediterraneo, tra Bagdad e Gerusalemme.

Quelle terre sono sconvolte dall´odio, devastate dalle stragi, disseminate di rovine. Odio chiama odio, sangue chiama sangue, i combattenti uccidono invocando il nome del loro dio, che non è più l´Unico da quando ciascuna delle parti in guerra ha scritto quel nome sulla propria bandiera.

Proprio nei giorni della Pasqua questo scempio è arrivato al culmine, la violenza ha scacciato la pietà e sembra che il Figlio dell´uomo non debba mai più risorgere dal sepolcro dove il suo corpo flagellato fu riposto.

Di questo bisogna scrivere oggi e del perché l´odio ha invaso il mondo e la Bestia ha assunto le sembianza dell´Uomo.

"L´età dell´odio" è un libro appena uscito in Italia. L´ha scritto una cinese che si chiama Amy Chua e insegna alla Law School della Yale University.

Umberto Galimberti l´ha ampiamente recensito su questo giornale, ma ci ritorno su perché la sua lettura è terribilmente attuale. Nell´enorme folla di libri che da tre anni si accatastano per spiegarci con tesi e analisi diverse e contrapposte perché siamo arrivati a questa generale follia, Amy Chua è la sola che, distaccandosi dai fatti che avvengono quotidianamente sotto i nostri occhi, ha saputo entrarvi dentro meglio d´ogni altro arrivando alla loro radice e osservando le cause che li hanno determinati.

Le cause sono chiarissime. Scrive Galimberti: "Il mercato concentra la ricchezza, spesso stratosferica, nelle mani d´una minoranza economicamente dominante, mentre la democrazia accresce il potere politico della maggioranza impoverita. In queste circostanze l´introduzione della democrazia innesca un etno-nazionalismo dalle potenzialità catastrofiche che scaglia la maggioranza autoctona, facilmente istigata da politici opportunisti, contro la minoranza facoltosa e detestata". E scrive Amy Chua: "Negli ultimi vent´anni abbiamo promosso con energia nel mondo intero sia l´apertura liberista al mercato sia la democratizzazione. Così facendo ci siamo tirati addosso l´ira dei dannati".

Questo (e il libro lo dimostra ampiamente con una dovizia di analisi e di esempi che spaziano su quattro continenti) è il fondamento dell´odio antiamericano che stupisce gli americani; questa è la ragione vera della rivolta irachena contro i «liberatori» e delle "intifade" palestinesi contro Israele, ma così avviene dovunque, dalla Cecenia allo Zimbabwe, dall´Indonesia alle Filippine, dal Venezuela alla Sierra Leone, dalla Serbia alla Bolivia e al Ruanda.

Questo è anche il motivo che rende precaria la sorte dei regimi arabi moderati e amici dell´Occidente, gli Emirati, l´Arabia Saudita, l´Egitto e perfino il Marocco e gli altri Paesi del Maghreb. Con una differenza per altro essenziale che rende ancora più drammatico il problema mediorientale: proprio lì, in Iraq, in Iran, in Arabia, negli Emirati, giacciono nel sottosuolo gli otto decimi delle riserve petrolifere mondiali. La maggioranza povera, l´esercito dei dannati, per usare il linguaggio di Amy Chua, ha individuato un capro espiatorio e un tesoro inestimabile che in qualche modo gli appartiene.

Ma è pur vero che lasciarlo in quelle mani equivarrebbe a una rivoluzione planetaria dei rapporti di forza. La trappola irachena è questa: non ci si può né restare impigliati né uscirne. Non è il Vietnam, è molto peggio del Vietnam.

* * *

Una situazione del genere si verificò nel XIX secolo anche in Europa, che deteneva allora il potere mondiale; e nel XX secolo nel Nord America. Cioè in quei Paesi che nel loro complesso costituiscono l´Occidente.

Anche in Occidente la rivoluzione industriale aveva concentrato la ricchezza nelle mani d´una minoranza dominante mentre la democrazia, gradualmente conquistata, accresceva il potere della maggioranza povera, dell´esercito di riserva dei disoccupati, dei lavoratori che soggiacevano alla «legge bronzea» dei salari, infine ai "dannati" di Amy Chua.

Ma in Occidente la rivoluzione industriale aveva suscitato una borghesia vasta, un ceto medio produttivo, un´aristocrazia operaia e anche una cultura laica che aveva creato prima ancora della democrazia lo Stato di diritto, la separazione dei poteri e gli istituti di garanzia che ne costituivano i pilastri. Queste forze capirono che la combinazione tra pauperismo-democrazia-liberismo avrebbe provocato conflitti esplosivi.

Perciò intervennero, moderarono, contribuirono a modificare la natura stessa del capitalismo.

Sotto la pressione dei partiti socialdemocratici, delle leghe contadine, dei sindacati operai e della borghesia liberale nacque un capitalismo sociale che diffuse più rapidamente i benefici derivanti dal profitto e dall´accumulazione della ricchezza.

I "dannati" non sono scomparsi, ma non sono stati abbandonati a se stessi e il loro perimetro si è gradualmente ristretto anche se, proprio dal 1989 in poi, il "pensiero unico" liberista imperversante in tutto l´Occidente ha determinato un´inversione di tendenza molto preoccupante, un aumento degli indici di povertà e un indebolimento pericoloso dello Stato sociale e della redistribuzione della ricchezza.

Questa però è la storia dell´Occidente. Purtroppo questa storia non è stata esportata. L´impero americano ha seguito un modello del tutto diverso. Ha fatto sognare i miracoli del mercato e la democrazia di massa in paesi dove lo Stato di diritto non era mai esistito, dove la religione era totalizzante quanto l´autorità civile era evanescente e dove i tassi di natalità delle masse povere erano elevatissimi.

Per evitare che la conflittualità sociale desse esiti catastrofici, la democrazia è stata manipolata in modo da favorire dittature e gruppi locali resi partecipi della ricchezza. La storia politica ed economica del Sud America, dell´Africa, del Medio Oriente ne fornisce una plastica rappresentazione, iniziata dal colonialismo europeo (anglofrancese soprattutto) e proseguita con fresca irruenza dagli Stati Uniti, a partire da Theodore Roosevelt in poi. Bush Junior ne rappresenta oggi il concentrato insieme alla sua corte di neocon, che ai suoi Cheney, ai suoi Rumsfeld, alla sua Condi Rice, ma è stato soltanto l´ultimo di una lunga serie.

Qualcuno si stupisce di quanto sia accaduto in questi giorni? Qualcuno si scandalizza delle parole di Giovanni Paolo che ricorda continuamente i deboli e gli oppressi della terra? Qualcuno pensa che quelle parole e le parole dei pacifisti di buona fede siano belle utopie spazzate via dall´intelligenza della realpolitik, mentre invece proprio quelle parole contengono una saggezza politica che è la sola a poter portare l´Occidente fuori dalla trappola mediorientale e alleviare la condizione dei "dannati"?

* * *

L´Onu, in queste condizioni da mattatoio, non andrà in Iraq, questo è ben chiaro. Del resto cambiare il colore del casco ai militari Usa non servirebbe a niente.

Molti ormai riconoscono che la guerra contro Saddam Hussein è stata una pura follia, ma raccomandano di pensare non più a ieri ma ad oggi e a domani.

Non vogliono capire che per pensare al domani bisogna essere ben consapevoli degli errori spaventosi commessi ieri: dal governo di Bush e dai governi che l´hanno affiancato condividendo con esso l´errore esiziale d´una guerra pericolosissima nonché la rottura grave della legalità internazionale.

Occorre dunque, come primissima cosa, che cessi il mattatoio, che i soldati americani smettano di sparare nel mucchio come sta accadendo a Falluja e in gran parte delle città irachene. Questo non fermerà il terrorismo di Al Qaeda ma indebolirà la spinta ribellistica delle milizie sciite di Al Sadr e darà respiro agli iracheni meno propensi alla violenza che forse rappresentano la maggioranza d´una popolazione così duramente provata.

Se cessa il mattatoio forse l´Onu tornerà a Bagdad ma ci tornerà alla sola condizione che non solo l´assistenza e la consulenza politico-costituzionale ma anche la gestione della sicurezza e dell´ordine pubblico siano concentrate nelle sue mani e in quelle del costituendo governo provvisorio iracheno (il simulacro di governo insediato da Bremer è in corso di rapida liquefazione e va inevitabilmente rifatto).

L´ordine pubblico deve essere negoziato, come hanno fatto i nostri bravi militari a Nassiriya dopo aver dovuto eseguire l´ordine dissennato del comando inglese di Bassora, a sua volta indirizzato dal comando supremo Usa in Qatar, di sgombrare con la forza i tre ponti sul Tigri. Un episodio del genere non dovrebbe mai più essere ripetuto da un contingente militare che è stato proclamato non belligerante e umanitario.

Negoziare l´ordine pubblico non con i terroristi ma con le fazioni tribali e religiose irachene. Con i terroristi o con chi ne adotta i metodi non si può e non si deve negoziare nulla; personalmente condivido al cento per cento la decisione di non trattare per il rilascio degli ostaggi rapiti. Non c´è altra strada se non si vuole che il caos di oggi si moltiplichi per mille. Ma poi?

* * *

Poi bisogna che l´Occidente fornisca all´Onu i mezzi economici per ricostruire il Paese, sanarne le ferite, rilanciare la produzione e la vendita del petrolio incassandone i proventi e destinandoli alla ricostruzione.

Alla domanda su che cosa debba fare l´America la risposta, nell´interesse dell´America, è una sola, dettata dalla ragione: l´America deve passare la mano mettendo i suoi generali e le sue truppe, insieme a tutte le altre che già sono sul terreno e a quelle che dovrebbero andarvi ora, agli ordini di un comando multinazionale integrato che risponda direttamente al segretario generale delle Nazioni Unite.

Se gli Usa e i loro attuali alleati non capiranno che questa è la sola svolta possibile e auspicabile, allora gli Usa se la sbrighino da soli o con chi sciaguratamente voglia restare.

Questo giornale, nello svolgere la sua attività di voce dell’opposizione a Silvio Berlusconi e al movimento finanziario e mediatico che Berlusconi ha mobilitato e sta mobilitando contro la Repubblica, la Costituzione e il sistema democratico fondato su poteri separati e sulla libertà di informazione del Paese, corre i suoi rischi. Un rischio è certo la nostra sopravvivenza, considerato il rigoroso blocco politico della pubblicità imposto a un giornale che in edicola va bene, che ha una media di settantamila lettori al giorno e un «contatto» (così viene definito dagli esperti il numero di persone che in un giorno prende in mano il giornale) di quasi mezzo milione di persone.

Un rischio è l’isolamento altrettanto rigoroso imposto ai programmi della Rai, alle rassegne stampa, e a ogni programma in cui tutte le testate giornalistiche, tranne la nostra, sono normalmente incluse (vale la pena di ricordare che, in Italia, l’Unità esiste solo nella rassegna stampa di Radio Radicale).

Un rischio è la continua denuncia non solo di «estremismo», che è un giudizio politico, ma anche di terrorismo, che è una accusa criminale. I collaboratori di Berlusconi, e lo stesso presidente del Consiglio, la sollevano continuamente, vedi il libro di Vespa in cui Berlusconi annuncia 37 minacce di morte dovute ai titoli dell’Unità, vedi le frequenti occasioni di insulto e aggressione personale del presidente del Consiglio alla giornalista o al giornalista dell’Unità che si levano a fare domande nelle sue conferenze-stampa.

Ci sono però altri rischi, come quelli di apparire a volte sgraditi a quei punti di riferimento che sono i partiti della opposizione in Parlamento, e in particolare ai Ds. Dov’è il problema, che è bene non nascondere o non pretendere di ignorare? E’ nel fatto che ci sono momenti di non coincidenza fra la visione di opposizione continua ad una aggressione continua, che guida questo giornale (Berlusconi non cambia di giorno in giorno, non inventa perché perde le staffe, piuttosto realizza un disegno ben congegnato, in fasi successive) e le diverse, legittime scelte che i gruppi parlamentari ritengono di fare di volta in volta, tenendo conto, evidentemente, anche di fatti o ragioni o ispirazioni che per noi, da lontano, non si vedono o non si afferrano. Come ho detto, a noi sembrano legittime quelle scelte. Non dubitiamo che siano fondate. Ma se non le condividiamo?

Faccio un esempio. Alcuni di noi, e certamente chi scrive, non riescono a condividere una sola parola di ciò che Umberto Ranieri, vice presidente Ds alla Commissione Esteri della Camera, ha detto all’Unità (e ad altri giornali) sulla questione delle truppe italiane in Iraq. A lui risulta che «la sostanza del pensiero degli italiani sull’Iraq è che il ritiro dei militari coinciderebbe con la linea del tanto peggio». Ranieri sembra non notare che quei soldati sono usati in modo indecoroso dal governo di Berlusconi, esibiti come uno scalpo. Lo ha dimostrato il senatore Schifani che - durante il dibattito sul Decreto per Nassiriya - ha osato leggere in aula il nome dei Caduti del tragico attentato terroristico come se fosse un volantino elettorale per Forza Italia. L’offesa è immensa. Ma Umberto Ranieri, deputato Ds, riassume così la situazione: «Gli italiani non avrebbero capito se avesse vinto la linea: basta, non ce ne frega niente, ci ritiriamo». All’offesa di Schifani si aggiunge in questo modo, sia pure a causa di un linguaggio mal maneggiato, un’altra offesa. Traduce con un «non me ne frega niente» l’angoscia di soldati stipati in un bunker senza la possibilità di svolgere alcuna missione, la assenza radicale di un ruolo umano, militare o politico, e anche l’umiliazione di essere sottoposti (al di fuori di ogni trattato) ai comandi inglesi e americani.

Autorizza l’offerta senza condizioni di soldati italiani ad altri governi che hanno strategie e visioni che l’Italia non ha mai votato. Trova menefreghismo opporsi alla iniziativa personale, narcisistica, estranea al Parlamento ed estranea all’Europa, di Berlusconi, che dona soldati italiani per farsi bello, per ragioni di prestigio personale, soldati vivi e soldati morti, buttati in una missione di guerra mai votata per quello che è.

Eppure il presidente emerito della Repubblica Scalfaro è stato chiaro nel dire: «Sono due momenti distinti. Uno è la gratitudine e l’affetto per i soldati. L’altro è la valutazione totalmente negativa della politica del governo sulla crisi irachena». Eppure il politologo Giovanni Sartori aveva fermamente ammonito sull’imbroglio delle informazioni negate agli italiani: «La triste morale di questa storia è che a Berlusconi è consentito di mentire senza spazio di controprova». Eppure nelle stesse ore in cui si decideva che non si poteva votare «no» al truffaldino decreto Berlusconi, che saldava insieme le due storie distinte degli interventi militari umanitari (Bosnia, Kossovo) e della tragica guerra senza fine in Iraq che sta facendo rivoltare l’America, la rete americana Cnn ha mandato in onda la conferenza stampa settimanale della Casa Bianca. In essa, spinto da domande spietate dei giornalisti che Berlusconi avrebbe definito «mestatori» (come ha fatto con il nostro Solani l’anno scorso) il portavoce di Bush ha detto che «no, in queste condizioni le elezioni non sono possibili; che no, in queste condizioni non si prevede un passaggio delle consegne perché sarebbe difficile dire a chi; che, no non c’è alcuna prospettiva al momento di un possibile intervento delle Nazioni Unite». Venivano smontate, insomma, una per una tutte le presunte ragioni che consigliavano di lasciare le cose come stanno.

Le opinioni pubbliche di Stati Uniti e Inghilterra non hanno alcuna intenzione di lasciare le cose come stanno. Due drammatiche inchieste sulle false ragioni dell’entrata in guerra sono in corso in quei Paesi. E ormai sono in gioco i destini personali ed elettorali dei due leader che quelle guerre hanno voluto e che da quelle guerre non riescono a uscire. Perché dall’opposizione italiana - o da voci autorevoli tra le sue fila - si manda allora il messaggio che discutere quella guerra sarebbe «fregarsene» e che respingere la politica di un governo, sarebbe «abbandonare l’Iraq» come se il valore e la vita di quei soldati potessero lavare le colpe della politica invece che farle vedere in formato gigante? Per fortuna Luciano Violante ha detto con fermezza una frase che tanti, a sinistra e in tutta l’opposizione, si sentono di dire con lui: «Una politica scriteriata ha mandato i soldati a rischiare e a morire».

Naturalmente nessuno mette in dubbio l’onestà o la rettitudine di tutti colore che si sono astenuti senza votare restando sul posto. Ciò che si mette in dubbio - specialmente dopo le spiegazioni autorevoli e non contraddette di Ranieri - è che i cittadini (tra poco elettori) possano capire ciò che sta succedendo. Sarebbe bastato, a coloro che confondono in modo così strano i soldati con il governo che li ha mandati, leggere ciò che un importante collaboratore di Clinton alla Casa Bianca, il prof. Benjamin Barber, ha scritto nel suo libro «L’impero della paura» (Einaudi, 2004): «Le aquile di Bush sono unilateraliste per vocazione perché la loro ira farisaica è profondamente imbevuta di mitologia eccezionalista. Credere che gli Stati Uniti siano unici consente loro di invocare a propria discolpa le virtù dell’America, usare l’innocenza come giustificazione della guerra giusta e avvalersi della indipendenza sovrana per motivare l’unilateralismo strategico». Nessuno ha pensato, negli Usa, che l’ex consigliere di Clinton, in questo suo atto netto e preciso di opposizione alla guerra di Bush, abbia voltato le spalle ai soldati americani o «se ne sia fregato» del loro destino. Nessuno ha pensato che l’ex consigliere della Casa Bianca abbia poca «cultura di governo». Di certo gli americani capiscono bene quali sono le profonde obiezioni alla guerra di Bush. Sanno che Bush, nell’intervista televisiva con Tim Russert si è definito «presidente di guerra», e prendono le distante.

Ma tutto ciò - grave com’è - non è che un esempio. Ci aiuta a capire quanto sia grave e unico il rischio che la nostra Repubblica sta correndo e che le parole di Oscar Luigi Scalfaro e di Giovanni Sartori, due uomini non sospettabili di estremismo, ci raccontano ogni giorno con esemplare chiarezza. Niente è estemporaneo o dovuto a uno scatto di nervi o a una occasionale perdita di controllo, nel comportamento di Silvio Berlusconi.

Il progetto di aggressione ai fondamenti della vita democratica e repubblicana è sistematico, coerente. Oggi si manifesta con un insulto, domani con una legge. La legge può essere per un diretto e sfacciato tornaconto personale (Berlusconi dispone di una maggioranza che vota compatta e senza vergogna la fiducia per salvare una azienda privata del primo ministro, negando una sentenza della Corte Costituzionale), oppure può servire per ferire a morte le istituzioni repubblicane con la cosiddetta «riforma della giustizia» del ministro Castelli, o con la devastante «devolution» di Bossi che vuole rendere ingovernabile un grande Paese. La guerra in Iraq - a cui l’Italia non partecipa e per la quale il Parlamento italiano non ha mai votato - fa parte di questo piano: inchiodare l’opposizione in nome del patriottismo a una impresa che appare clamorosamente sbagliata nei Paesi che l’hanno voluta, e dove però le intimidazioni e le confusioni, pur in presenza di eventi terribili non possono funzionare perché in quei Paesi vi è piena libertà di informazione.

Questo è il punto: se l’azione - diciamo così - del governo di Berlusconi non è estemporanea, non è semplice malgoverno, ma attacco pianificato per scassare un Paese e fare largo a interessi personali e particolari, a un autoritarismo ottuso ma potente, a causa del grandi mezzi mediatici e dell’immenso danaro a disposizione, altrettanto sistematica, punto per punto, momento per momento, bisogna che sia l’opposizione.

Come ho detto all’inizio di questo articolo, con simili affermazioni si corre un rischio: che questa persuasione, certo ossessiva, quanto ossessiva è la tenacia distruttiva di Berlusconi, possa apparire ingrata e ingiusta verso chi le battaglie della opposizione le conduce ogni giorno (anche con duri ostruzionismi notturni) in Parlamento. La nostra appassionata intenzione è di sostenere quell’impegno. Ma anche di non cedere e di non distrarsi, quando, insieme ai cittadini, si perde il filo e il senso di ciò che accade sulla scena politica, almeno agli occhi di chi vede da lontano. Una opposizione non torna a vincere con l’espediente di fregiarsi del titolo di «cultura di governo», che suona bene ma non significa niente. Prima deve diventare cultura di opposizione, finché dura la minaccia e si dispiega il progetto distruttivo di un governante-padrone che agisce brutalmente con tutta la sua ricchezza.

Berlusconi minaccia, ormai si capisce, di comprarsi, in un modo o nell’altro, pezzo per pezzo quel che gli manca per ottenere risultati elettorali che, sulla base di ciò che ha fatto, gli sarebbero negati. Berlusconi non è «la politica», è un evento grave e pericoloso. Ce lo dice la stampa del mondo.

Ce lo dicono i governi europei che non vogliono condividere con lui un summit, a costo di tagliare fuori un Paese importante come l’Italia. Ce lo dice il cupo e ridicolo semestre europeo guidato dalla caricatura di un italiano che sa usare soltanto insulti e barzellette. Ce lo dice lui stesso, ogni giorno, in modo chiaro e sfrontato. Non vedere l’emergenza è impossibile, come è impossibile immaginare che, in Parlamento o fuori, a Nassiriya o in Italia, si stiano vivendo giorni normali.

Tutto ciò noi ci sentiamo di dirlo non per polemica ma per necessità, non per la pretesa di avere ragione ma per un senso grave di allarme che non possiamo rinunciare a comunicare. Non vediamo né spazio né tempo per le riflessioni tranquille dei giorni normali.

Settant’anni fa, quando da queste parti c’erano “sommergibili rapidi ed invisibili”, il sociologo di Chicago Roderick McKenzie studiava qualcosa di altrettanto sommerso e invisibile: la comunità metropolitana. Una comunità ben diversa da quella tradizionale del vicolo, della piazza, del quartiere, e che si riconosceva e articolava su punti di vista e strumenti più complessi: mezzi di trasporto, mezzi di comunicazione, tempi e spazi elastici. Era insomma un primo vagito di adattamento umano ai tempi della macchina e della modernità, oltre gli slanci elitari delle avanguardie di inizio secolo, per una convivenza più pacioccona (ma non per questo retrograda e reazionaria) col nuovo contraddittorio universo costruito dalla tecnologia.

Proprio questa nozione di comunità metropolitana mi è tornata in mente seguendo da vicino e da lontano la “navigazione” in questo agosto 2005 del sommergibile Enrico Toti: dal porto di Cremona al Museo della Scienza di Milano, ma soprattutto da piccola nota di cronaca a spettacolo nazionalpopolare seguito minuto per minuto dalla stampa. È stato detto molto, sulle migliaia di persone che durante le trasferte notturne o le soste diurne si sono affollate attorno al gigante nero che con dannunziana orgogliosa sicurezza risaliva la valle padana verso l’ultima dimora. Forse qualcosa di più si potrebbe dire sugli spazi dove questa nuova e inattesa socialità si è manifestata, e sulla ricerca di nuovi rapporti con questi spazi.

Non a caso il corteo inizialmente tecnico-militarizzato si è rapidamente evoluto in una versione tascabile del Giro d’Italia, con un particolarissimo ruolo delle “tappe”. Era qui, a mio parere, che si registrava uno degli aspetti più interessanti della nuova comunità mediatico-territoriale: la scoperta e tentativo di appropriazione dei nuovi spazi di solito preclusi all’incontro, alla vera frequentazione, alla socialità corrente, e lasciati a poche avanguardie specializzate. Avanguardie specializzate che difficilmente pensiamo come tali, sempre che ci pensiamo, ma che da veri impavidi pionieri iniziano la colonizzazione dei nuovi territori, un po’ come i gabbiani sulle isole sputate in superficie da un vulcano sottomarino: camionisti, puttane, pensionati con la passione dell’orto, qualche operaio delle manutenzioni, e pochi altri. Sono loro ad esplorare per primi l’immensa città proibita che si stende sulle grandi distanze fra un bozzolo privatizzato e l’altro, fatta di piazzole, cigli stradali, guard-rail, macchie di alberi, parcheggi, scarpate sul retro degli scatoloni precompressi artigianali e commerciali. Spazi preclusi ai comuni mortali, intravisti malamente anche da chi dovrebbe “progettarli”, e invece quasi sempre si limita ad applicare norme e regole in modo astratto. Spazi accettati e subiti soprattutto perché ignorati.

Chi ha mai fatto davvero caso a quanto sono inutilmente orribili, scomodi, alieni, questi spazi? Mercato, burocrazia, “tecniche” campate per aria organizzano localizzazioni, densità, arretramenti, miscele funzionali e rapporti con la strada, di questi sparpagliati baracconi, già settant’anni fa temuti come la peste (si veda ad esempio il dibattito sul britannico Restriction of Ribbon Development Act, 1935). E pure tranquillamente realizzati, che anche ora continuano a crescere come funghi, anche lungo il percorso sub-padano del sommergibile Toti. Chissà se qualcuno dei neo appassionati di navigazione padana su ruote se n’è accorto, di quanto un’idea del tutto scema di ruote, mobilità, nodi e tratte, ha finito per mortificare anche il “cuore verde della Megalopoli” (come lo chiama il geografo Turri).

Eppure anche in mezzo a questo neo-casino malpensato per automobili e umani, si sono affollate migliaia di persone, magari inciampando su cordoli superflui che però si studiano nei corsi tecnici, smadonnando per l’ombra che mancava, dagli standard e dai piazzali pieni di buche, per le piazzole di sosta assenti sul ciglio di decine di chilometri di statale, perché tanto prima o poi ci facciamo l’autostrada, a che serve migliorare il tracciato “vecchio”?

Speriamo, appunto, che qualcuno se ne sia accorto. Magari qualcuno che poi partecipa alle decisioni. Magari qualcuno poco propenso a ridurre il tutto a una versione all’amatriciana del new urbanism, con una bella siepe davanti ai capannoni, rotatorie con verde sponsorizzato ... e chilometri di barriere tipo “ new jersey” a tagliare fuori completamente l’ambito stradale dal territorio, e viceversa. Allora sì, che la mobilità diventerebbe davvero e per sempre una navigazione sottomarina, una Lega dopo l’altra, e il territorio una chimera, plasmabile a piacimento dagli schermi televisivi.

Per ora, ringraziamo anche il sommergibile Toti per averci riportati coi piedi per terra.

Nota: alcune delle riflessioni sulla comunità metropolitana di Roderick McKenzie citate all'inizio, sono disponibili tradotte qui su Eddyburg, nella sezione del testi "storici" Urbanistica, Urbanisti, Città ; per una non banale descrizione dell'ambiente stradale si veda anche sul mio sito la traduzione di RoadTown USA . In fondo, anche alcuni articoli sul sommergibile Toti dalle edizioni locali di Repubblica e del Corriere della Sera (
fabrizio bottini)

A chiunque è consentito utilizzare questo articolo alla condizione di citarne l'autore e la fonte

Dalla cronaca locale:

Annachiara Sacchi, Migliaia alla partenza del Toti: Viaggio-show verso Milano, Corriere della Sera 8 agosto 2005

Cinzia Sasso, Comincia al buio il viaggio del Toti, la Repubblica, 9 agosto 2005

Teresa Monestiroli, Un’altra notte di sagra infinita, la Repubblica, 11 agosto 2005

Teresa Monestiroli, Arriva il Toti due km di coda in tangenziale, Repubblica, 12 agosto 2005

Annachiara Sacchi, Il sommergibile a Milano Passerella del Toti per le strade della città, Corriere della Sera, 12 agosto 2005

P ereat mundus, fiant vacationes. Sembra lo slogan delle sinistre. Nel governo ne succedono di tutte, Forza Italia impazza contro la Udc, la Udc contro la Lega, Calderoli contro tutti, Castelli contro la sinistra, ma l'opposizione tace, salvo per unirsi al coro di chi non si darà pace finché il Battisti Cesare, colpevole negli anni `70 e da trent'anni tranquillo cittadino in Francia, non sarà stato consegnato alle patrie galere, notoriamente vaste, fresche e sottopopolate. E pazienza se l'opposizione si prendesse qualche riposo dopo averci fatto conoscere le intenzioni sulle quali chiederà al popolo il voto per sostituire l'attuale governo, del quale esige le dimissioni un giorno sì e un giorno no. Dopo le elezioni europee, c'è una probabilità che quelle legislative avvengano nel 2005, cioè domani. Quali guasti intende sanare dei molti fatti dal Cavaliere? Il conflitto d'interesse? Le misure giudiziarie ad personam? La progettata riforma della magistratura? Le legge Maroni sulla flessibilità del lavoro? La Bossi-Fini? La riforma Moratti? Qualcuno ha ventilato che molte di esse avrebbero alle radici delle buone ragioni. D'altra parte non si rimedierà con semplici misure legislative a disposizione che hanno già modificato la costituzione materiale e formale del paese. Fra tre settimane darà alla Camera una devolution, cui ha aperto le porte la modifica del capitolo 5 votata a spron battuto dal centrosinistra.

Il governo ci lascia un deficit di migliaia di miliardi di euro, che intende coprire detraendoli dalla spesa sociale e vendendo beni pubblici. La sinistra invece che ne farà? Ripreleverà dai grossi redditi, dai patrimoni comprese rendite finanziarie? Sarebbe logico ma andrebbe detto. Inoltre una grande industria italiana non c'è più, Montezemolo invita a «ricostruirla assieme» ma con quali mezzi, priorità e garanzie per il lavoro non glielo chiede nessuno. Non l'opposizione, una cui inviata all'estero fa sapere che buona parte dell'Ulivo lo considera un premier ideale. Non solo i governi europei hanno nominato una commissione in confronto alla quale la Confindustria è un seminario di socialdemocrazia. Qualcuno protesta? E con quali ragionevoli alleanze si propone ragionevolmente di modificare il patto di stabilità?

Infine ma non per ultimo, in queste settimane l'offensiva americana contro l'Iraq è diventata selvaggia e investendo Najaf si è messa contro oltre che i sunniti gli sciiti. Mentre i nostri a Nassirya sono nella zona di fuoco. Che si aspetta per fare una pressione per il ritiro delle truppe, anche a prescindere dal povero Baldoni? Che si aspetti la vittoria di Kerry, il quale non cambierà né molto né subito?

Urge scegliere il che cosa e il come. Un programma non è una lista di buone intenzioni è una tabella di marcia cui si risponde. Ha da essere chiara, fattibile e impegnativa.

Non ce l'hanno ancora né la sinistra moderata né quella radicale. Ambedue ci intrattengono su questioni di metodo: fare o no le primarie per eleggere il leader del centro-sinistra, che è definito da un pezzo? E a che punto è la coalizione, e se è a buon punto prelude o no a una maggioranza di governo? L'Unità non si espone, tanto più che il Congresso dei Ds sarà tutto un fair play. Su Liberazione è invece in corso un dibattito acerbo se si debba andare ad una maggioranza come propone Bertinotti oppure no e chi dovrebbe decidere: la maggioranza del partito, tutto il partito, maggioranza e minoranza o partito e movimenti? E si sprecano accuse reciproche di cedimento o settarismo.

Può darsi che il caldo ci renda nervosi. E che con l'ebbrezza di settembre escano invece le idee chiare dalla sinistra. Nel solleone di agosto abbiamo visto soltanto che la borghesia ha gratificato la memoria del suo De Gasperi mentre la sinistra ha riseppellito l'ex suo Togliatti senza lasciare per un giorno la villeggiatura e mettere sul suo sepolcro un fiore né di ricordo né di elogio né di perdono.

Caro Presidente,

ci rivolgiamo a Lei come supremo custode dei valori e della lettera della Costituzione sapendo quanto essi Le stiano a cuore e quanto già si sia prodigato a sostenerli e promuoverli.

L''ufficio di presidenza di Libertà e Giustizia denuncia il mercimonio che si sta facendo della nostra Carta; accusa il clima di assoluta leggerezza con il quale si stanno trattando questioni fondamentali per l''equilibrio della vita democratica; rileva la superficialità con la quale si affrontano momenti fondamentali delle garanzie tra poteri istituzionali.

Sotto la falsa bandiera della modernizzazione si sta distruggendo l’unità d’Italia, quell’unità nazionale cui Lei ha fatto tante volte riferimento anche in questi ultimi giorni.

Sotto la falsa bandiera della devolution, si sta attentando al ruolo del Parlamento e all’autonomia della Corte Costituzionale, dando vita a una forma di governo che non trova parallelo in nessun altro ordinamento istituzionale. Si vuole portare il Parlamento a votare una nuova Costituzione.

Una situazione così grave non si era mai verificata nella storia della nostra Repubblica. Nella distrazione dei mezzi di comunicazione, nel silenzio quasi totale delle tv, chiediamo che gli italiani siano informati della posta in gioco.

Siamo certi, signor Presidente, che Lei saprà intervenire con la forza che la stessa Carta le garantisce. In questa sua opera di difesa del dettato costituzionale Lei potrà contare non solo sui tanti soci di Libertà e Giustizia ma su tantissima parte della società italiana che non accetta di assistere, giorno dopo giorno, alla demolizione continua della nostra Repubblica.

L’ufficio di presidenza

di Libertà e Giustizia

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Speriamo con tutto il cuore che il secondo turno delle amministrative confermi il primo: tutti i seggi al centro sinistra, perché il centro destra ha governato male, perché Berlusconi deve sapere, come ha saputo nelle elezioni europee e nelle amministrative che si sono concluse al primo turno (come le splendide vittorie di Bologna e di Bari), che non c’è più molta domanda di un prodotto che consiste esclusivamente nelle maniacali esibizioni di un miliardario ossessionato con se stesso.

Ieri, affrontato duramente da Fini e Follini, il miliardario ha detto con rabbia e candore: «Per colpa vostra ho perso le elezioni». La ragione è falsa, perché la colpa è sua. Ma è importante che la frase sia stata pronunciata.

Dunque siamo in ansiosa attesa che l’esito finale del ballottaggio confermi dovunque l’evento storico: Berlusconi ha perso le elezioni. Se questo accadrà, perché i cittadini, dovunque si riuniscano per celebrare, non dovrebbero cantare “Bella ciao”, canzone festosa e identitaria che produce legame e fiducia perché ricorda la grande conquista italiana della libertà per tutti?

Ne parlo perché ieri nella sua lettissima rubrica, un commentatore cauto e misurato come Paolo Mieli ha scritto: «Chi intona “Bella ciao” in riferimento a uno specifico contesto politico - cioè come citazione anche vaga della lotta partigiana contro il regime fascista di Salò - avrebbe poi il dovere di essere conseguente». Un ammonimento grave che vuol dire, come minimo, andare in montagna, clandestini e armati, in attesa di scendere a valle “per conquistare la nostra libertà”.

E conclude: «Ragion per cui mi sento di raccomandare - in vista di probabili vittorie ai secondi turni, domenica prossima - un modo più sorvegliato di esprimere legittima gioia». Curioso Paese quello in cui il proprietario Berlusconi può celebrare ciò che vuole, quando vuole, nel modo che gli piace di più. Ma la sua opposizione deve limitarsi a pacati battimano. Ricordate il costoso trionfo con fondali finti di Pratica di Mare? Non era successo niente, ma per giorni si è celebrato “lo statista Berlusconi” per avere dato una pacca sulla spalla a Putin e una a George Bush, che sono però rimasti esattamente alla stessa distanza (e anzi antagonisti, sulla guerra in Iraq).

In questo stesso Paese viene considerato di cattivo gusto se in una piazza di Bologna, in occasione di una molto attesa e desiderata vittoria per riconquistare il governo della città, la gente in festa intona l’allegra canzone dedicata alla libertà. Francamente non vedo perché si violerebbe il “bon ton” elettorale, cantando “Bella ciao”, e un po’ mi meraviglio che un commentatore ricco di memoria e di esperienze come Mieli non si sia ricordato di “We Shall Overcome” (traduzione alla buona “alla fine ce la faremo”).

È un canto religioso di speranza degli schiavi (dunque si può immaginare quanto drastico e dolente fosse il riferimento alla libertà) divenuto l’inno delle marce per i diritti civili, ma non mi ricordo che qualcuno abbia rimproverato a Martin Luther King di non essere più schiavo, trasformatosi nel 1968 nel canto-bandiera dei giovani dimostranti contro la guerra nel Vietnam, e nessuno a dire a quei ragazzi che non erano né neri né schiavi o che questa volta volevano solo la pace. Ai giorni nostri il canto di “We Shall Overcome” si ascolta in tutte le occasioni (soprattutto in scuole e campus universitari) in cui tanti o pochi, una massa o una minoranza, reclamano qualcosa di importante o celebrano un risultato che conta. Per esempio si canta moltissimo per protestare contro i divieti ottusi (vedi la questione della ricerca sulle cellule staminali) del cristianesimo fondamentalista, nella ricerca e nell’insegnamento.

Sembra chiaro che i ragazzi americani non devono tornare nella capanna dello zio Tom per cantare l’antica e gloriosa canzone della loro libertà. E non c’è bisogno di andare in montagna, domenica sera, in caso di sconfitta di Ombretta Colli e di vittoria del candidato di centrosinistra Penati, mentre tanti si augurano che quel voto locale a Milano sia l’inizio della fine del regime mediatico di Berlusconi. Basterà cantare “Bella ciao” in segno di saluto e di piccola celebrazione, nella piazza del Duomo a Milano e, sperabilmente, nelle piazze di Vercelli, di Piacenza, di Bergamo. Ad alcuni di noi la memoria partigiana sembra perfettamente intonata a una festa. E poi è un canto che porta bene.

GEORGE BUSH is famously loyal to those closest to him. But that loyalty came under perhaps its greatest ever strain this week, as calls mounted for the resignation or dismissal of Donald Rumsfeld, the secretary of defence, over the torture and humiliation of prisoners at the Abu Ghraib prison in Iraq. The president has so far resisted these calls. He scolded Mr Rumsfeld on Wednesday May 5th, saying he should have known more, sooner, about the abuses. But on Thursday he called Mr Rumsfeld “a really good secretary of defence” and said he would remain in the cabinet.

Mr Rumsfeld has many enemies. He won grudging admiration from the press and many Americans for his straight-talking briefings during the Iraq war, even though he was never exactly shy about refusing to answer questions. He looked smart when American-led forces routed the Iraqi army even faster than expected. Since the war’s end, however, he has come under increasing fire for his perceived failure to plan sufficiently for peacekeeping and rebuilding. He had expected to reduce the number of American troops in Iraq to mere tens of thousands by late 2003, anticipating that grateful Iraqis would shoulder the burden of security. This turns out to have been wildly optimistic. Some 135,000 Americans are still stationed in the country.

Within the administration, too, he is a divisive figure. He is one of the closest advisers to Mr Bush (alongside Condoleezza Rice, the national security adviser, and Dick Cheney, the vice-president). But his differences with Colin Powell, the secretary of state, are well known. Mr Powell urged Mr Bush to seek United Nations backing for the Iraq war, while Mr Rumsfeld disdained such a move. When “senior administration officials” criticise the Pentagon anonymously in newspapers, they are believed often to be from the State Department, and occasionally Mr Powell himself.

Rivalries between the diplomats at the State Department and the warriors of the Pentagon are nothing new. And despite setbacks in Iraq, most Americans approved of the Bush administration’s handling of the Iraq war until recently. But during the disasters of April, in which more American soldiers were killed than during the main fighting of the war in 2003, poll numbers slipped. And after pictures of the Abu Ghraib abuses came to light, they slipped further—according to a new Gallup poll, 55% of Americans now disapprove of Mr Bush’s handling of the situation in Iraq, with only 42% approving. What had long seemed the president’s biggest political strength—his role as a war leader—may be becoming a liability. (Meanwhile, strong jobs numbers for April released on Friday, coming on top of good figures for March, may make what had been the president’s biggest liability—the economy—his biggest hope. It will be scant comfort to Mr Rumsfeld, but if he is fired, he will be rejoining a relatively buoyant labour market.)

The decision not to sack Mr Rumsfeld is a gamble. Ditching one of the president’s closest advisers would be a sign of weakness and defeat just six months before an election, something Mr Bush is understandably keen to avoid. But keeping the tainted Mr Rumsfeld could be just as dangerous, both at home and abroad. The media smell blood: the influential New York Times has called for Mr Rumsfeld’s head (as has The Economist—see article).

Moreover, by offering words but not deeds, Mr Bush may appear to the Muslim world to be showing only false contrition. In two interviews with Arabic television stations on Wednesday, he called the goings-on at Abu Ghraib “abhorrent” but did not apologise, a fact not lost on media commentators. The next day, Mr Bush changed tack, telling reporters he had said the magic word, “sorry”, in a meeting with King Abdullah of Jordan.

But in the electrified political atmosphere of an election year, “sorry” alone may not be enough. Predictably, John Kerry, Mr Bush’s Democratic rival in November’s election, has called for Mr Rumsfeld’s resignation, as has the leader of the Democrats in the House of Representatives, Nancy Pelosi. Republican congressmen, naturally, have been more circumspect. But many are said to be furious that they did not learn about Abu Ghraib before the press, given that the first accusations of abuse had been made in January.

When Mr Rumsfeld appeared before a Senate panel on Friday, the legislators’ own wounded pride at being kept in the dark was evident, with the defence secretary being put through some aggressive questioning—most notably from fellow Republican John McCain. Mr Rumsfeld offered a clear apology, as did the military men seated with him. He also accepted full personal responsibility, but gave no indication that he planned to resign. He referred repeatedly to ongoing military investigations into the abuse of prisoners, suggesting that he and his colleagues wanted to get to the bottom of the accusations as much as the committee did.

For opponents of the war and of the United States around the world, the treatment of prisoners at Abu Ghraib fits into a pattern. Just before the revelations of abuse in Iraq, the Bush administration found itself before the Supreme Court defending its stance in other cases involving prisoners. Several hundred men captured in Afghanistan remain in prison at Guantánamo Bay in Cuba, and the administration claims they have no right to a trial. More controversially for Americans, two American citizens, José Padilla (the alleged “dirty bomber”) and Yaser Hamdi, captured in Afghanistan, have been declared enemy combatants and held incommunicado without trial for over a year. The Supreme Court will rule on all of these cases this summer.

Mr Bush insists that the abuses of Abu Ghraib do not represent America’s soul, but for many, both at home and abroad, they are not as isolated as he would like to believe. If the outcry is sustained, or if new lurid details emerge—the chairman of the Joint Chiefs of Staff, General Richard Myers, said at Friday's hearing that there are photos and videos yet unseen—offering up Mr Rumsfeld may be the president’s only choice.

Ci sono uomini di qualità che, messi in certi posti, risultano inadatti proprio per le loro qualità all´occhi di gente che qualità non ne ha, ma in compenso fa politica.

(da "La prima indagine di Montalbano" di Andrea Camilleri ? Mondadori editore, 2004 ? pag. 126)

La citazione riportata qui sopra, tratta dall´ultimo romanzo di Camilleri, si può ben applicare anche alle donne, a certe donne, come il presidente della Rai Lucia Annunziata. Chiamata a svolgere un ruolo di garanzia in nome di un´improbabile formula del "quattro + uno", è riuscita finora a districarsi dalle trappole di un Consiglio di amministrazione ostile senza cadere prigioniera o rimanere ostaggio della maggioranza. Quale che sia l´esito di questa vicenda, Lucia Annunziata ha fatto onore al suo impegno e a quello di tutte le donne che, a volte anche più e meglio degli uomini, di certi uomini, sanno assumersi fino in fondo le proprie responsabilità.

Non possiamo invece dire altrettanto per i "quattro consiglieri dell´Apocalisse" nominati al vertice della Rai né tantomeno per un direttore generale che passerà alla storia ? si fa per dire ? come il commissario liquidatore del servizio pubblico. Con l´ultimo (in ordine di tempo) incidente a "Porta a porta", la gestione Vespa-Cattaneo ha toccato ormai il fondo. E come spesso accade in questi casi, l´eccesso di partigianeria e di servilismo non ha giovato alla fine neppure al beneficiario, se è vero che mercoledì scorso l´esibizione del presidente del Consiglio, il suo ennesimo one man show, ha fatto crollare gli ascolti al 17 per cento.

In questa occasione il conduttore della trasmissione ha sbagliato tre volte. Ha sbagliato innanzitutto sul piano giornalistico andando fuori tema con le divagazioni sulle cosiddette "grandi opere", all´indomani della battaglia di Nassiriya e mentre infuriavano le polemiche sul prolungamento della missione italiana in Iraq. Ha sbagliato sul piano professionale eliminando di fatto il dibattito e rinunciando lui stesso a qualsiasi contraddittorio. Ma ancor più ha sbagliato sul piano istituzionale replicando alle legittime critiche di Claudio Petruccioli, presidente della Commissione parlamentare di Vigilanza, fino a parlare di "aggressione ignobile" e di "squallida iniziativa elettorale".

Quest´ultimo, fra i tre, è senz´altro l´errore più grave e intollerabile. La Vigilanza è un organismo di garanzia, composto da rappresentanti dei due rami del Parlamento, affidato perciò alla guida di un esponente dell´opposizione, come la Commissione di controllo sui servizi segreti. Giuste o sbagliate che fossero nel merito le censure di Petruccioli, e a nostro parere erano più che giuste, un dipendente dell´ente pubblico televisivo non può ribellarsi impunemente all´autorità che per legge ha il dovere di sorvegliare sul funzionamento del servizio medesimo.

Bruno Vespa, come qualunque giornalista della Rai, ha certamente tutto il diritto di difendere il proprio lavoro. Ma ha facoltà di farlo nelle sedi opportune, all´interno o all´esterno dell´azienda, e soprattutto nei modi appropriati. Offendere in questo modo il presidente Petruccioli significa offendere l´intera Commissione e l´intero Parlamento che l´ha eletta.

Non sorprende più di tanto che il direttore generale della Rai - per coprire in realtà il flop televisivo di "Porta a porta" - si sia affrettato a esprimere la propria solidarietà a Vespa, mettendosi così anche lui in una posizione oggettivamente eversiva rispetto alla Vigilanza parlamentare. Né che il giorno dopo abbia fatto altrettanto il ministro delle Comunicazioni, Maurizio Gasparri, artefice di quella "legge di sistema" sulla tv che tende a sistemare in primo luogo gli affari del presidente del Consiglio. Quanto alle reazioni di Forza Italia che ha chiesto addirittura le dimissioni di Petruccioli, evidentemente il partito-azienda non perde occasione per dimostrare di essere una filiale politica di Mediaset, un´agenzia che cura e amministra gli interessi privati del suo leader.

Eppure, proprio alla vigilia dell´ultimo soliloquio di Berlusconi sulla rete ammiraglia della tv pubblica, il centrosinistra era riuscito in Commissione di Vigilanza a far approvare un nuovo regolamento sulla par condicio in campagna elettorale, con il voto determinante dell´Udc di Casini e Follini. È un richiamo per l´attuale gestione della Rai, faziosa e cortigiana. Ma è anche un segnale, un avvertimento per la maggioranza di centrodestra.

Mezza Italia s´è già ribellata mercoledì scorso a questo malcostume televisivo e politico, disertando "Porta a porta", bocciando una trasmissione a senso unico, rifiutando il duetto tra il suo conduttore e il suo ospite d´onore. Adesso, se in campagna elettorale le disposizioni della Vigilanza non saranno rigorosamente rispettate, agli esponenti dell´opposizione non resterà che boicottare il salotto televisivo di Vespa: anzi, Fassino, Rutelli e magari Bertinotti, Diliberto e Pecoraro Scanio, forse farebbero bene ad annunciare che in questo caso non parteciperanno più ai programmi della Rai. E gli elettori del centrosinistra, defraudati di un loro diritto fondamentale al pluralismo dell´informazione e al confronto delle opinioni, potranno anche disdire in massa il canone d´abbonamento a un servizio pubblico che vìola il contratto con lo Stato e con ciascun cittadino telespettatore.

* * *

Tra i libri sui mass media che arrivano a questa rubrica, ne voglio segnalare qui uno scritto in forma di romanzo. S´intitola "Elen nella tempesta", autore Enzo Mangia, edito da Guida. Si tratta in realtà di un pamphlet sul dopo-Tangentopoli che cerca di risalire alle "fonti del terrorismo in Italia", come recita il sottotitolo.

È un dialogo fra due giornalisti, il moderato Victor e la rivoluzionaria Elen, impegnati in un confronto sulle ragioni della "democrazia malata". L´impianto narrativo non toglie forza all´indignazione civile. E alla fine, un´ampia rassegna di citazioni giornalistiche e satiriche completa la lettura.

Vorrei fare alcune osservazioni sull'editoriale di Sergio Romano, nel " Corriere" di sabato 21 febbraio, perché non mi pare vada nel senso dell'approfondimento e della chiarificazione nel dibattito (si fa per dire) economico e politico in corso sulla stampa. Al di là degli insulti e dei dérapages che ci affliggono quotidianamente , vorrei fare alcune riflessioni.

Lo stato dell'economia italiana ha manifestato acute patologie che sono, nell'ordine:

a) un sommerso pari a un quarto del Pil

b) un 'evasione fiscale pari a 160.000 miliardi di lire, che é stata un vero maxi furto ai danni della collettività.

Le carenze dell'imprenditoria in Italia sono soprattutto

a ) la volontà decisa e generalizzata di metabolizzare il rischio , ricorrendo al credito bancario in forma massiccia, a scapito dell'accumulazione degli utili di impresa e dell'autofinanziamento

b) la volontà di evitare scrupolosamente ogni forma di concorrenza (e s. Caso Fiat, caso Mediaset, caso Publitalia) , assumendo , tramite l'organizzazione familiare, le forme più chiuse di Monopolio

c) risparmiare sul costo del lavoro, e delle tutele sociali, scaricando sui l salariati le colpe delle incapacità imprenditoriali

d) e infine la scarsità di trasparenza delle modalità di controllo interne all'impresa , a cominciare dailla struttura dei CDA aziendali , dove si registra la presenza non di controllori esterni ma di familiari e di banchieri finanziatori delle attività.

Questa evoluzione del capitalismo da industriale a finanziario-speculativo si é fatta a detrimento della classe media e dei risparmiatori, usciti distrutti dala dittatura dei managers e degli amministratori delegati.

La Confindustria ha cercato delle risposte non rinnovando il sistema, attraverso la ricerca, l'innovazione, per poter sfidare la concorrenza nazionale e internazionale , ma ricorrendo ai partiti (cfr il caso Mediaset e il P.S.I.), ai sindacati e alle banche, tanto da rendere assolutamente indispensabile oggi un cambio deciso di rotta con una nuova presidenza dell'associazione.

Su chi ha rubato e chi non ha rubato , le constatazioni dell'ambasciatore Romano a proposito del "populismo" del '92 e quello dei nostri giorni sono assolutamente superficiali.

I politici hanno precise responsabilità, non certo quando comprano una seconda casa o una barca, ma quando ricorrono alle tangenti e ai paradisi fiscali per finanziare o i partiti stessi o improbabili riviste "riformiste", veri pasticci politici , che snaturano l'originale mandato loro conferito gli elettori.

Quanto all' esaltazione fatta da Sergio Romano della capacità "riformatrice" della Tatcher, mi limito ad osservare che la privatizzazione di British Railroad, ha portato alla distruzione dell'impresa, specialmente nel settore della manutenzione, abbandono che ha causato sempre più frequenti incidenti ferroviari (cfr. la denuncia del cineasta Ken Loach).

Il riformismo di De Gaulle era fondato invece su basi ben diverse, sulla nazionalizzazione delle grandi imprese , sullo sviluppo della ricerca, con la creazione del CNRS , sulla protezione sociale, su un'autentica politica di aiuto alla famiglia, esattamente il contrario di quanto ha fatto Margareth Tatcher.

Quanto all'incapacità del Presidente del Consiglio di somigliare all'uno o all'altro, e di assicurare le riforme economiche del sistema, prima di tutto sul piano della trasparenza e della correttezza gestionale, rimando l'ambasciatore Romano allo studio delle origini della sua fortuna, le cui caratteristiche affondano ancora oggi nella nebbia più fitta.

Ci sono alcuni processi in corso e dovremmo attendere l'esito del terzo grado di giudizio per poter ricostruire la vera storia del capitalismo italiano, da Mani Pulite ai giorni nostri. Forse anche per questo Berlusconi non é la persona più adatta a fare "le analisi delle crisi aziendali e bancarie", come vorrebbe l'Ambasciatore Romano, analisi che sono oggi su tutti i giornali.

Conosce molto bene i meccanismi per sottrarre i capitali alla leva fiscale: non tutti gli imprenditori sono ladri, ma le cifre vertiginose dell'evasione parlano chiaro, e certo sono furti ai danni della collettività, che vengono dichiarati senza un filo di vergogna, anzi, addirittura legittimati sul piano morale!

* gia' direttrice dell'Istituto italiano di cultura di Marsiglia

by Bollettino Osservatorio

ROMA Ci risiamo. Dopo aver santificato Marcello Dell’Utri, aver gridato che la sentenza dei giudici di Palermo è frutto di una persecuzione politica, il Polo si appresta ancora una volta a invadere il terreno della giustizia per ostacolarne il corso con leggi ad hoc, salvare dalla galera gli amici degli amici. Il copione è sempre lo stesso. Dell’Utri è condannato per concorso esterno in associazione mafiosa? Il centro destra ha già iniziato a dire che si tratta di un reato «finto», «da cancellare».

Lo ha detto, subito dopo la sentenza, il capogruppo di An in Commissione Antimafia, Luigi Bobbio. E gli hanno fatto eco due centristi come Carlo Giovanardi («C’è un problema politico e giuridico da risolvere, quello del concorso esterno in associazione mafiosa») e Rocco Buttiglione («Il concorso esterno è reato poco chiaramente definito»). Tutti d’accordo che occorre intervenire sul piano legislativo per abrogare il reato. «Il concorso esterno in associazione mafiosa - sostiene Bobbio - è frutto della creazione della magistratura siciliana, avallata dalla Cassazione. Bisogna assolutamente intervenire sul piano della legislazione per cancellare da un lato una vergogna giuridica e dall’altro una sorta di scatola vuota nella quale si tenta da troppo tempo di infilare chiunque sia sgradito, per le ragioni più varie, a un magistrato inquirente».

Bobbio ha già individuato anche lo strumento: «Una revisione del 416 bis». Che potrebbe essere oggetto di una proposta di legge ad hoc o meglio essere contenuta nel cosiddetto «pacchetto Napoli», le norme anticrimine che si pensa di inserire dentro la pdl sulla recidiva (la cosiddetta Cirielli-Vitali che a sua volta già contiene le norme salva-Previti). Una bella matrioska per levare le castagne dal fuoco a Previti e Dell’Utri in un colpo solo? Quello della matrioska è un gioco in cui il Polo è diventato esperto. Basta presentare emendamenti a un testo già pronto che si raggiunge lo scopo.

Nel caso della Cirielli-Vitali che sarà in aula proprio in questa settimana per essere licenziata prima di Natale (a questo almeno punta Fi) fu un emendamento firmato dal forzista Mario Pepe ad introdurre, nell’estate del 2003, la drastica riduzione dei tempi di prescrizione dei reati. Un emendamento che fu subito ribattezzato salva-Previti (se la legge fosse approvata sarebbe immediatamente applicata anche ai processi in corso per il principio del «favor rei»). E trovò però l’opposizione dell’Udc. L’aennino Cirielli, fra l’altro, si dimise da relatore della legge proprio per le polemiche sollevate dall’introduzione di quell’emendamento. L’Udc (era ancora in corso la fantaverifica di governo)tuonò che si trattava di una «amnistia mascherata». Ed è stato proprio per questo che la legge ridenominata Cirielli-Vitali e che riguarda, ironia della sorte, l’inasprimento delle pene per i recidivi, ha finito per slittare varie volte.

Nel frattempo la maggioranza ha approvato la controriforma dell’ordinamento giudiziario e ha cercato disperatamente di trovare «la quadra» sul pacchetto di norme anticrimine («pacchetto Napoli»). Il ministro della giustizia Castelli avrebbe voluto inserirle nella legge Cirielli-Vitali ma l’ipotesi sembrava essere tramontata perché il ministro dell’Interno Pisanu si era messo di traverso. Così proprio nelle ore in cui la Camera approvava l’ordinamento giudiziario per il pacchetto Napoli sembravano essere rimaste in piedi le due ipotesi alternative di un legge ad hoc (troppo lungo l’iter, però) o di un decreto.

Adesso Bobbio ipotizza la matrioska: una norma salva-Dell’Utri messa dentro il pacchetto Napoli, messo dentro la Cirielli-Vitali che già contiene la norma salva-Previti.

Il rebus è all’attenzione dei cosiddetti «saggi» della Casa. Che però dovranno vagliare anche la percorribilità di un’altra strada, più antica e molto cara al Polo. Quella prospettata ieri dal sottosegretario udiccino alla Giustizia Michele Vietti: ripristinare l’immunità parlamentare, rendere intoccabili deputati e senatori. Strada ardua però. Visto che lo scorso gennaio la Consulta ha già dichiarato illegittimo anche il famoso Lodo Schifani, l’immunità per le alte cariche dello Stato. Per l’opposizione si annuncia un’altra battaglia contro «la scandalosa cultura del privilegio e dell’impunità» (Pecoraro Scanio). Non sarà, come dice il prodiano Franco Monaco, che si dovrebbe rispolverare «la questione morale»? «Ci siamo imposti il dogma del politicamente corretto secondo il quale dovremmo inibirci il giudizio morale e politico sui profili clamorosi e inquietanti delle recenti note sentenze. Neppure dopo sentenze di questa portata che attengono ai rapporti tra corruzione, mafia e politica e che investono i vertici dello Stato, sentiamo il dovere di mettere a tema la questione della qualità etica di una classe dirigente? Una questione morale grossa come una casa?».

Caro direttore,

verso alcuni ho amicizia, verso altri simpatia, verso moltissimi stima ma una domanda mi ossessiona da quando ho aderito all’Udeur e li ho frequentati più da vicino: chi sono? Mi riferisco ai parlamentari europei e per loro ai rispettivi partiti della neonata Grande alleanza democratica (Gad) sperando di essere da molti di loro ricambiato con gli stessi sentimenti. Dunque chi sono? Lo chiedo innanzitutto agli amici della sinistra diessina che non sono più comunisti, non si sentono socialisti ma si definiscono riformisti. Troppo poco per capirvi cari amici. Voi siete alleati ed ho voglia di riempire questa alleanza di contenuti e di convinzioni forti piuttosto che adagiarmi in un accordo di risulta il cui unico cemento finirebbe per essere una sorta di contrarietà viscerale a Berlusconi. Anche questo è troppo poco per costruire un’alternativa di governo. Dunque non siete comunisti. Ne sono lieto e piuttosto che rigirare il coltello nella piaga, come si dice in gergo, cerco di guardare avanti e al percorso che dovremo tentare di fare insieme. Ma qual è questo percorso?

Non voglio, sia chiaro, chiedere le vostre proposizioni programmatiche. Chi sa di politica, e voi sapete di politica, sa anche che il programma è importante ma non è tutto perché un partito politico non è un centro studi. È l’insieme di convinzioni forti su temi fondanti quali, ad esempio, il concetto di democrazia, il rapporto tra economia, finanza e politica, il ruolo del pubblico nell’economia globalizzata, il valore del mercato e la consapevolezza di regolamentarlo per garantire la libertà di intrapresa a tutti ma anche la cancellazione di intollerabili enclave di miseria e di povertà che ancora allignano nel mondo. È vero, questi ed altri sono temi generali sui quali si rischia facilmente di essere d’accordo perché nessuno mai direbbe, quant’anche lo fosse, di essere contro la democrazia o a favore di un mercato senza regole e senza tabù. Eppure questo rischio va corso perché voi non siete più né comunisti né socialisti. Senza voler riesumare antichi steccati ideologici con il loro bagaglio di pregiudizi io so, o credo di sapere, qual è il concetto di democrazia e di libertà che ha il movimento socialista italiano ed europeo. Un concetto, ad esempio, diverso da quello del vecchio partito d’azione che pur non sostenendo mai sistemi autoritari aveva un concetto elitario del governo di un paese fondato prevalentemente sull’accordo tra poteri forti e non sempre chiaramente visibili.

Non so invece quale sia il concetto di democrazia sostanziale che avete voi oggi dal momento che siete riformisti senza aggettivazione e questo termine, esso sì, è troppo generico per farvi riconoscere. In politica le aggettivazioni di un sostantivo come il riformismo hanno dietro di sé quasi sempre una storia riconoscibile fatta di lotte, di successi e di sconfitte, di sacrifici e di entusiasmi. Voi non volete quegli aggettivi e finite per essere poco riconoscibili se non per le singole storie di ciascuno di voi. Non vi sfugge che vi sto chiedendo se vi sentite dentro la storia del movimento socialista italiano ed europeo. Se vi identificate in quella storia perché, allora, non amate chiamarvi socialisti? È possibile che l’ombra della scissione di Livorno sia tanto lunga d’arrivare sino ad oggi? E se invece Livorno e la sua scissione non c’entrano affatto così come le tracce visibili che ha lasciato Bettino Craxi negli ultimi trent’anni di vita del socialismo italiano, quale mai sarà il motivo per cui non volete chiamarvi socialisti? È possibile che riteniate vera la tesi di Michele Salvati secondo cui le grandi culture politiche, a cominciare da quella socialista, abbiano esaurito ogni potenzialità vitale per cui vanno messe in soffitta? Tutto è possibile ma ciò che si pensa politicamente va detto per evitare che vi siano scollamenti o incertezze permanenti che sono i tarli corrosivi di ogni alleanza politica.

Ciò che dico ai dirigenti diessini vale ancora di più per la Margherita, partito nel quale convivono culture profondamente diverse rappresentate da Rutelli e Realacci, da Prodi e Parisi per finire ai popolari di Marini e de Mita. Chi sono, dunque, anch’essi se non si chiamano più verdi, radicali e democristiani? Credetemi, lo sconcerto è davvero grande. La politica italiana sembra destrutturata nelle sue fondamenta senza che ci sia qualcuno capace di ritrovare il bandolo della matassa per ricomporre aree culturali e politiche capaci di essere alleati in una stessa coalizione o contrapporsi nella cosiddetta democrazia dell’alternanza che, peraltro, sembra essere una scoperta di questi anni mentre è in vigore in Italia da oltre 50 anni. L'alternanza a cui ci riferiamo è quella che vive e governa l’Europa dove si confrontano e si alleano le grandi culture politiche del novecento che danno vita a socialisti, popolari, verdi, liberali e comunisti mentre in Italia nelle ultime Europee, le due maggiori liste che si sono confrontate erano solo due slogan: Uniti nell’Ulivo e Forza Italia. Non ho alcuna autorità per chiedervi ciò che vi ho chiesto se non la voglia disperata di concorrere a ricostruire quell’edificio della politica le cui macerie ingombrano la vita e lo sviluppo del nostro Paese e insidiano sempre più da vicino la nostra democrazia con sofisticati meccanismi autoritari spesso poco visibili.Paolo Cirino Pomicino

POVERA Costituzione. L'Ulivo l'aveva "sporcata", con una riforma del titolo V che ha creato il primo cortocircuito tra Stato e regioni. In queste ore il Polo sta facendo molto di peggio. La sta riducendo a un meschino baratto. La sta svilendo a un truce commercio di ricatti incrociati e di vendette trasversali. Il segno tangibile di questa miseria politica e giuridica, che richiede il milionesimo "vertice notturno" a Palazzo Grazioli, è il no con il quale An, ieri pomeriggio, ha respinto l'articolo 24 del pacchetto sulle riforme istituzionali, quello che riscrive i poteri di firma e controfirma del presidente della Repubblica. Secondo la nuova formulazione dell'articolo 89 della nostra Carta del 1948, tutti gli atti del Capo dello Stato devono essere controfirmati dai ministri proponenti.

Ma il nuovo testo prescrive alcune eccezioni. Tra queste, c'è anche il provvedimento di concessione della grazia, che il presidente può concedere indipendentemente dalla proposta e dalla controfirma del Guardasigilli. Il motivo per cui Alleanza nazionale ha votato contro la sua stessa maggioranza, rompendone il già precario equilibrio e facendo infuriare il leghista Calderoli che ora ripete "o si chiude entro la settimana o mi dimetto", l'ha spiegato con brutale candore il ministro delle Comunicazioni Gasparri: "Fa molto male la Lega ad essere irritata: quell'articolo, bocciato, avrebbe consentito a un Capo dello Stato qualunque di concedere la grazia a Sofri senza il parere del governo. Votando contro quest'articolo, lasciamo nelle mani di Castelli il potere di fare rimanere Sofri in carcere".


Il disegno di legge sulle riforme impastrocchiato dal Polo è dannoso per mille aspetti. Tra una devolution disgregativa e niente affatto federativa, e un premierato assoluto che non esiste in nessun Paese del mondo, prefigura quella che Giovanni Sartori ha chiamato la "Costituzione incostituzionale". Ma al di là dei già allarmanti risvolti generali, a risultare agghiacciante è proprio questa disinvolta strumentalizzazione di ogni singolo aspetto delle riforme. È una norma-cardine, quella sulle prerogative del Capo dello Stato, che il progetto dei sedicenti "saggi di Lorenzago" ha già azzerato a tutto vantaggio del potere cesarista del "primo ministro" e ridotto a un livello intollerabile per una repubblica parlamentare. Questa norma, ora, viene usata da un partito della coalizione per due bassi motivi "congiunturali" che, con la dialettica "strutturale" del pluralismo istituzionale e del bilanciamento dei poteri, non c'entrano assolutamente nulla.

Il primo motivo è bieco, ma è nascosto: forse An ha voluto restituire, sulle riforme tanto care al Carroccio, lo stesso sgambetto che la Lega gli aveva fatto, una settimana fa, sulla Finanziaria. È un bel modo per regolare i conti interni a un'alleanza: scaricarne i "costi" sulle istituzioni. Il secondo motivo è forse ancora più bieco, ed è palese: An non vuole che una singola persona esca dal carcere, quindi ritiene normale modificare per questo un sistema di precetti generali che riguardano e devono riguardare tutte le persone. Si può essere o no d'accordo nel merito (se sia giusto o meno che Adriano Sofri torni libero, questione sulla quale nei mesi scorsi il partito di Fini si è esercitato comunque con improprio livore). Quello che stupisce, e francamente preoccupa, è il metodo. Lo stesso già collaudato per le Cirami, e per le leggi sulle rogatorie o sul falso in bilancio.

La Costituzione è la casa di tutti gli italiani. È la Bibbia laica dei diritti individuali e collettivi, dell'uomo e del cives. È il libro delle regole che sovrintendono la democrazia, delle istituzioni che la incarnano, dei poteri che la applicano. È un edificio etico-normativo nel quale devono poter convivere leggi, costumi, culture e identità di un popolo. Questo non significa che una Costituzione sia immutabile. Non lo è neanche la nostra Carta del ?48, che non va difesa a priori, in nome di un conservatorismo istituzionale anacronistico e insensato. Ma una Costituzione deve essere coerente, e deve poter durare nel tempo. Deve poter riflettere i cambiamenti, emendandosi ma non snaturandosi.

Il centrodestra al potere, invece, sta facendo esattamente questo. Sta snaturando il regime costituzionale. Sta trasformando la casa di tutti gli italiani nel "mercato rionale" dei partiti della maggioranza. Forza Italia, partito personale di Silvio Berlusconi, vuole la repubblica presidenziale ritagliata a misura del Cavaliere? Va al mercato delle riforme, e se ne prende un pezzo. La Lega, partito di secessione e di governo, esige la devolution? Va al mercato delle riforme e se ne prende un altro pezzo. An, partito dell'ordine e della disciplina, pretende il premierato e rifiuta la grazia a Sofri? Va al mercato delle riforme, e se ne prende altri due pezzi. L'Udc prova a contenere i danni del mercanteggiamento costituzionale, fa bene dopo la bocciatura dell'articolo 245 a dire "adesso va rivisto anche il premierato", ma non può fare molto di fronte ad appetiti politici così famelici degli alleati.

Dov'è, in tutto questo, l'interesse generale? Dove sono i principi supremi, ai quali i governi di qualunque colore o i Parlamenti di qualunque maggioranza, alternandosi nel corso lungo degli anni, dovrebbero fare riferimento? Dove sono quelle che i padri del grande diritto germanico chiamerebbero le "grund-norm" del sistema, destinate a sopravvivere al continuo avvicendarsi delle legislature? Nel "pacchetto" della Cdl non c'è niente di tutto questo. C'è solo la voglia, insieme bonapartista e peronista, di prendersi le istituzioni come se fossero una merce. Insieme a quei 50 articoli stravolti e riscritti, c'è la convinzione di "comprare" interi scampoli di potere. E l'illusione di "acquistare" una garanzia sulla durata della propria avventura politica. Berlusconi ha ragione quando confessa di non avere "il senso dello Stato". Ma mente quando afferma di avere "il senso dei cittadini". Non ha neanche quello. Ha solo il senso di se stesso. E come conferma la sua gestione al tempo stesso dittatoriale e paternalistica dei dissidi interni al Polo sulle riforme, è ancora convinto che il destino della nazione coincida con il suo. L'unico precedente di una formula costituzionale di "governo del primo ministro" risale al Ventennio di Benito Mussolini. Sicuramente è solo un caso. Ma non è un bel caso.

«Le ragazze avevano ricevuto minacce»

Abu Salam Al Kubaisi

Intervistato da Ugo Cubeddu su il Messaggero del 14 settembre 2004, l’autorevole leader dei sunniti spiega perché è convincente l’ipotesi dello zampino dei servizi segreti nel rapimento delle due Simone. Anche per l’assassinio di Enzo Baldoni ci fu chi avanzo la stessa ipotesi. Terroristi, guerriglieri, resistenti, soldati invasori e adesso anche barbefinte: sono davvero molti i protagonisti del terrore.

BAGDAD - Sono tutti d'accordo: questo delle due Simone è un sequestro ”strano”, ”diverso”: spezza regole non scritte, spezza consuetudini che da cinque mesi qui in Iraq sono diventate norme di comportamento ormai quotidiane. Prima bastava tendere un agguato per strada (magari con qualche soffiata precisa) e poi negoziare, all'interno delle tante organizzazioni - banditi inclusi - il valore degli ostaggi e cominciare il balletto della morte, eseguita o negoziabile. Poi - con le due Simone, ma per ora solo con loro - le regole sono cambiate e proprio i sunniti, che hanno forti legami con la guerriglia in tutte le città irachene, sono i primi a essere incerti. Ecco allora Al Kubaisi, numero due del Consiglio degli Ulema, il massimo organismo sunnita (vuol dire il 45 per cento della popolazione irachena), che racconta la sua valutazione del sequestro, i suoi contatti con le due Simone, la sua “storia” di questo sequestro.

Dottor Al Kubaisi, quando ha incontrato le due ragazze di “Un ponte per Bagdad”?

«Lunedì, il giorno prima del sequestro. Sono venute da me, abbiamo parlato insieme per un'ora e un quarto. Prima mi hanno spiegato quello che stanno facendo per l'Iraq, il loro lavoro per la Ong. In un primo momento non riuscivo a capire perché mi raccontassero queste cose, poi tutto è stato più chiaro. Abbiamo paura, mi hanno detto, c'è chi ci sta spingendo in una direzione diversa da quello che è il nostro lavoro. Abbiamo ricevuto molte telefonate di minacce in questi ultimi tempi e quindi vorremmo andare a Falluja per aiutare la gente di lì, mi hanno spiegato, ma ovviamente abbiamo bisogno del vostro appoggio».

Lei cosa ha risposto?

«Che non c'era nessun problema, che potevano contare su di noi. Anzi, ci siamo messi d'accordo che ci saremmo rivisti mercoledì a pranzo per discutere il programma che avrebbero portato, dopodiché ci siamo salutati. Martedì le hanno sequestrate e mercoledì un iracheno è venuto a portarmi il loro programma. Eccolo, vede? Pensavano di cambiare anche il nome della loro organizzazione chiamandola, per il periodo di permanenza a Falluja, “Un ponte per l'emergenza”. Poi, prima di andare via, mi hanno anche chiesto dove potevano fare qualche corso per donne per imparare meglio la religione islamica. Mi hanno fatto una impressione molto buona, erano anche molto rispettose nel modo di vestirsi e, secondo me, molto brave in quello che facevano».

Lei cosa sa del sequestro?

«Abbiamo raccolto delle testimonianze e ci siamo fatti un quadro di quello che è successo. Il gruppo era costituito da venti persone, vestite in modo quasi uguale, all'occidentale. Avevano tutti quei gilet pieni di tasche che portate voi giornalisti con, sotto, dei giubbotti antiproiettile e tutti erano armati con quelle mitraggliette che usano i ”contractors” che lavorano per gli americani. Dieci sono entrati, altri dieci sono rimasti a sorvegliare la strada. Sono arrivati su 3 pick-up, più una Peugeot station wagon e due Toyota Land Cruiser e hanno fatto tutto con molta calma, come se avessero le spalle coperte. I dieci che sono entrati obbedivano a un uomo con il pizzetto che chiamavano “Stath”, signore, e all'interno non c'è stata agitazione, né fretta. Hanno chiamato le due donne per nome, poi i due collaboratori iracheni, li hanno portati sulle macchine e sono andati via».

Chi pensa possano essere?

«Non ho molti dubbi: direi uomini di qualche servizio segreto straniero. Per la loro organizzazione, per la sicurezza e la tranquillità con cui si sono mossi, per le armi che avevano. Certamente diversi dai vari gruppi che sequestrano gente per strada, stranieri e iracheni».

Crede alla rivendicazione di “Jihad al Islam per l'Iraq” che si dice legata ad Al Zarkawi, il numero due di Al Qaeda secondo gli americani?

«No, francamente no. Anzi, penso che in realtà che il nome di Al Zarkawi sia invece usato dagli americani come copertura per quello che stanno facendo in molte città dell'Iraq e so anche che in suo nome sono usciti su Internet attacchi molto forti contro di noi».

Avete avuto incarichi di mediazione dagli italiani?

«No, nessuno. Il vostro ambasciatore è venuto qui, alla moschea di Umm Al Khura, per una riunione di capi tribù, ma non ci è stato dato alcun incarico. Noi però rivolgeremo un appello per la liberazione degli ostaggi, cercando di fare leva sulla religione dei rapitori e non sui giochi politici. Che sono tanti e molto pericolosi».

«Si ode a destra uno squillo di tromba / a sinistra risponde uno squillo». Oppure: «Se voi suonerete le vostre trombe noi suoneremo le nostre campane». Scegliete voi, cari lettori, quali di questi due celebri motti sia più adatto a rappresentare le due sentenze susseguitesi di poche ore e rispettivamente riguardanti Silvio Berlusconi (tribunale di Milano) e Marcello Dell´Utri (tribunale di Palermo).

A me sembra più adatto il primo: dà conto dei fatti, la magistratura ha parlato, è stata finalmente messa in condizioni di andare a sentenza dopo anni di esame delle carte processuali e (nel caso Berlusconi-Previti) di impedimenti processuali e legislativi pervicacemente frapposti dagli imputati e dai loro difensori per guadagnar tempo e far scorrere il più possibile i termini della prescrizione. Poi ci si lamenta per le lentezze della giustizia quando sono stati proprio due imputati eccellentissimi a farla avanzare col passo del gambero e della lumaca.

Il secondo motto configura piuttosto lo spirito dei commenti alquanto esagitati diffusi dai dirigenti del centrodestra subito dopo la condanna di Dell´Utri: la sentenza di Palermo vista come rappresaglia dei giudici palermitani rispetto a quella parzialmente liberatoria dei giudici milanesi.

Questi ultimi lodati, i primi vilipesi senza eccezioni.

Commenti stonati, di fronte ai quali spicca il riserbo e la prudenza del centrosinistra, dove nessuno si è peritato di buttarla in politica, neppure quelli che hanno espresso rammarico per il mancato rifiuto da parte del presidente del Consiglio di non accettare il proscioglimento per prescrizione, applicato dal tribunale ad uno dei capi d´imputazione, come la carica che ricopre avrebbe dovuto consigliargli.

In realtà le sentenze dei due tribunali rappresentano l´essenza della normale e corretta attività di giurisdizione affidata alla magistratura giudicante in libera dialettica con la pubblica accusa, le parti civili e la difesa degli imputati e, soprattutto, sono il risultato della libera valutazione dei fatti e l´applicazione ad essi delle norme vigenti.

Può darsi che i giudici dell´appello emendino la condanna a Dell´Utri o può darsi che la confermino. Sulla base delle risultanze emerse in processo, per quello che ne è stato ampiamente riferito dai giornali, a noi sembra che il reato di concorso esterno in associazione mafiosa sia stato ampiamente provato. Il collegio giudicante comunque, dopo aver discusso per ben tredici giorni in camera di consiglio e dopo sette anni da quando l´inchiesta della Procura ebbe inizio, ha concluso in modo limpido e netto per la colpevolezza.

Dell´Utri, nella sua dichiarazione successiva alla condanna, ha anche ribadito che proseguirà nella sua attività politica e adempirà all´importante incarico che Berlusconi gli ha affidato di organizzatore della campagna elettorale di Forza Italia. È un suo diritto: innocente presunto fino a sentenza definitiva.

Certo l´accusa per la quale è stato condannato è molto pesante. La sensibilità d´una persona normale opterebbe piuttosto, se non sulle dimissioni dalla carica di senatore, almeno sull´astensione da incarichi di rilievo che hanno come destinatari nientemeno che gli elettori. Ma la sensibilità morale è ormai una merce rarissima. Pensare di trovarla nell´anima di Marcello Dell´Utri equivarrebbe a sognare ad occhi aperti. Infatti nessuno ci ha mai pensato.

E´ stata invece sorprendente la solidarietà "umana" manifestatagli con pubblica dichiarazione dal presidente della Camera alla vigilia della sentenza. Casini ricopre una carica costituzionale molto elevata. L´amicizia personale, se del caso, la si esprime in forme strettamente private. Esternata pubblicamente getta un´ombra di interferenza nei confronti del potere giudiziario che Casini avrebbe potuto e anzi dovuto rigorosamente evitare.

* * *

Più complessa, pur nelle venti righe del suo dispositivo, è stata la sentenza del tribunale di Milano nei confronti di Silvio Berlusconi. I colleghi D´Avanzo e Giannini ne hanno già ampiamente scritto sul nostro giornale di ieri.

Aggiungerò poche osservazioni ai loro commenti.

A me sembra che i giudici milanesi non siano stati pusillanimi né che abbiano scelto una via mediana e indolore usando un eccesso di sottigliezza giuridica.

Dovevano giudicare tre capi d´imputazione che configuravano tutti e tre la corruzione di magistrati. In un caso l´imputato è stato assolto con formula piena (regalo di gioielli nel corso d´un viaggio di vacanza). In un altro caso, che configurava una corruzione connessa ad un processo specifico, l´imputato è stato assolto sulla base dell´articolo 530 del codice di procedura penale che consente l´assoluzione se le prove non sono ritenute sufficienti. Nel terzo caso (denari versati dalla Fininvest al magistrato Squillante) la prova (hanno detto i giudici) è stata raggiunta ma, con la concessione delle attenuanti, il reato risulta prescritto e quindi l´imputato è prosciolto.

Sentenza pusillanime? Ho già detto che a me non sembra. La sola, vera questione sta nella concessione delle attenuanti generiche. Potevano concederle o negarle. E quindi prosciogliere (come hanno fatto) o condannare.

Giuridicamente cambiava molto; politicamente e moralmente non cambia quasi nulla. La sentenza ha infatti accertato che Berlusconi ha versato 500 milioni di lire a Squillante (già condannato nel processo collaterale a otto anni di reclusione) per corromperlo. È uno dei reati più gravi previsti dal nostro codice. Il fatto che il decorso dei termini lo abbia prescritto non cambia nulla nel giudizio morale e politico. Sempre che, naturalmente, i giudici di appello non modifichino e capovolgano la sentenza di primo grado in senso assolutorio per l´imputato.

Qualcuno ha scritto che la sentenza smentisce l´impianto accusatorio della Procura. Non mi pare.

Un´assoluzione per insufficienza di prove e un proscioglimento per decorrenza di termini non distrugge un bel niente, al contrario conferma almeno per la metà l´impianto accusatorio. Allo stesso tempo dimostra l´indipendenza e la terzietà del collegio giudicante rispetto al Pubblico ministero. Che si vuole di meglio e di più? Non dobbiamo essere rispettosi del libero convincimento dei magistrati? Non è su di esso che si basa soprattutto l´indipendenza della giurisdizione? E non è quello il bene da tutelare ad ogni costo e che (sia detto qui incidentalmente) la riforma della giustizia approvata pochi giorni fa dal Parlamento ed ora alla firma del presidente della Repubblica, fa di tutto per condizionare e financo impedire?

* * *

Mi restano ancora da fare poche osservazioni su due questioni importanti: le connessioni politico-morali tra il processo Dell´Utri e Berlusconi; i rapporti, in generale, tra la politica e l´attività di giurisdizione.

Sulla prima questione non c´è che constatare come nell´intero processo Dell´Utri si veda in filigrana l´ombra di un convitato di pietra; nell´opera mozartiana si tratta del Commendatore, qui il convitato di pietra è un Cavaliere.

Tutta l´attività di Dell´Utri nella sua presunta collaborazione esterna con l´associazione mafiosa si svolge, in Sicilia come a Milano, nell´interesse della Fininvest e fa parte integrante della storia della Fininvest ai suoi albori, alle sue prime affermazioni imprenditoriali, alle sue iniziali e consistenti accumulazioni finanziarie. In sede giudiziaria il processo riguarda esclusivamente Dell´Utri; ma in sede politico-morale riguarda direttamente anche Berlusconi. I due sono legati a filo doppio come, su un altro versante, Berlusconi è legato a Cesare Previti.

Fini e Follini (e Bossi e Tremonti) conoscono perfettamente questa realtà.

Il loro silenzio, anzi la copertura blindata che hanno sempre dato al Capo su questo terreno, pesa come un macigno sulla fragilità dei loro piccoli strappi e minime ribellioni. Simul stabunt, simul cadent.

E ora la questione del rapporto tra la politica e la giurisdizione.

«Sarebbe ora ? scrivono molti dei nostri terzisti in servizio permanente effettivo ? che politici e magistrati comprendessero di svolgere due attività separate e distinte nelle quali debbono reciprocamente guardarsi dall´interferire». «In democrazia non è vero che la legge sia eguale per tutti». «I politici non possono esser giudicati dai magistrati, rispondono soltanto ai loro pari e al popolo degli elettori».

Queste affermazioni contengono una verità ovvia e una pericolosa bugia. La verità ovvia sta nel fatto che la giurisdizione non può avere ingresso nell´attività legislativa del Parlamento così come governo e Parlamento non possono avere ingresso nelle attività istruttorie e processuali. Ma ? ecco la nefasta bugia ? il politico che commetta reati comuni, tanto più se li ha commessi prima di ricoprire un qualsivoglia ruolo politico, è soggetto alla legge e alla giurisdizione né più né meno d´ogni altro cittadino. Non può invocare alcuna particolare immunità né alcuna particolare indulgenza né alcun foro speciale. Salvo il caso in cui si tratti non già di reati comuni ma di reati politici, per i quali infatti esistono speciali procedure che culminano nell´impeachment, cioè nello stato d´accusa votato dal Parlamento e rimesso per il giudizio alla Corte costituzionale.

E´ singolare che i nostri terzisti confondano tra loro concetti così elementari e incalzino i magistrati affinché rispettino il ruolo dei politici astenendosi dall´applicare anche a essi quel sindacato di legalità la cui esistenza distingue lo Stato di diritto dai regimi totalitari. O si tratta di ignoranza delle norme ordinamentali e dei principi del diritto, oppure si tratta di malafede partigiana.

BUSH e Blair hanno sintetizzato i contenuti del loro primo incontro dopo la vittoria elettorale (di Bush) con due affermazioni destinate a rassicurare i loro rispettivi popoli e anche il resto del mondo: in Iraq si sono fatti sostanziali progressi verso la pace e la democrazia anche se probabilmente la violenza nei prossimi mesi aumenterà ancora; in Medio Oriente, dopo la morte di Arafat, riprenderà il negoziato tra Israele e i palestinesi con l´obiettivo di far nascere lo Stato di Palestina nel 2008.

La prima affermazione è menzognera, la seconda è possibile ma non probabile. Il nuovo Stato palestinese, stando alla road map varata nel 2002 e arenatasi dopo pochi mesi, avrebbe dovuto veder la luce nel 2005.

L´obiettivo è stato spostato in avanti di tre anni. L´ostacolo Arafat è stato rimosso dalla natura (salvo eventuali risultati dell´autopsia, semmai si farà, che dovessero provare che la natura è stata "aiutata") ma si tratta ora di vedere se la successione alla guida dell´Autorità palestinese sarà sufficientemente flessibile e riuscirà a far cessare l´intifada e gli attentati, come chiede Sharon prima di riaprire le trattative, oppure no. E fino a che punto Bush potrà e vorrà moderare la linea dura del premier israeliano.

Ricordo a questo proposito che subito dopo l´attentato alle Torri gemelle, l´11 settembre del 2001, il presidente americano e il suo fedele alleato britannico posero al primo posto della loro agenda antiterroristica la soluzione del conflitto palestinese. Ma pochi mesi dopo l´agenda era già cambiata: al primo posto balzò la guerra afgana e subito dopo quella irachena mentre la road map finì nel cestino dei rifiuti. Oggi si riparte da zero, con il sollievo dell´assenza forzosa di Arafat, tre anni perduti, un carico innumerevole di vittime, un deposito di odio e di violenza centuplicato. E la guerra irachena ancora e sempre più drammaticamente in corso.

In queste condizioni non c´è alcun rapporto tra le ottimistiche dichiarazioni di Bush e di Blair e la cruda realtà dei fatti.

* * *

La battaglia di Falluja è praticamente finita ieri sera, dopo cinque giorni di furiosi combattimenti preceduti da bombardamenti "mirati" effettuati da bombardieri B52, da cacciabombardieri e da folte squadre di elicotteri, sei dei quali sono stati abbattuti dagli insurgents (il termine è quello usato correttamente dai comandi Usa).

Stando ai predetti comandi i caduti americani sarebbero una trentina, i feriti più di un centinaio, gli insurgents rimasti sul terreno circa mille.

I capi nemici insieme al grosso degli insorti sono sfuggiti per tempo fin dal primo giorno di battaglia.

Di vittime civili non si parla. Nessuna? Centinaia? Migliaia? Non se ne sa nulla perché i comandi Usa su questo delicatissimo tema hanno calato fin dall´inizio una coltre di assoluto silenzio. Giornalisti in campo non ce n´era nessuno. Pochissimi embedded, cioè affidati alle cure degli uffici stampa militari nelle retrovie e strettamente diffidati di inoltrarsi e verificare direttamente i dati e i fatti.

Osservatori dell´Onu totalmente assenti. Altrettanto assenti la Croce Rossa internazionale e Amnesty. Verità sigillata. Eppure il tema è essenziale e dovrà in qualche modo venire alla luce: quante sono state le vittime civili nella battaglia di Falluja e quante in tutto l´Iraq dall´inizio della guerra in poi? È mai possibile che la più grande democrazia del mondo e il suo alleato britannico abbiano sequestrato in modo così totale la verità dei fatti?

Qualche spiraglio è comunque emerso. Lasciamo pure da parte l´inchiesta condotta da due agenzie di analisi demografiche, una americana e l´altra svizzero-inglese, che qualche settimana fa arrivarono alla conclusione di centomila iracheni caduti dall´inizio della guerra. Era frutto di comparazioni statistiche sui dati disponibili dello stato civile del Paese e non di verifiche sul campo.

Ma a Falluja erano rimaste in città da 50 a 80 mila persone, tra cui almeno la metà composta di donne vecchi e bambini. La Mezza Luna Rossa ha lanciato due giorni fa (terzo giorno di battaglia) un appello disperato affermando che cinquantamila civili erano a rischio di vita a causa degli stenti, mancanza d´acqua, di medicine, blocco totale degli ospedali e dei posti di pronto soccorso. Impossibile prestare cura alle centinaia di feriti. Impossibile far affluire cibo, medicine ed équipe mediche poiché i cordoni militari attorno alla città impedivano l´entrata dei soccorsi. La Mezza Luna Rossa, diceva quell´appello, aveva comunque organizzato un convoglio di tre camion guidati da un medico iracheno in partenza da Bagdad e diretto a Falluja, che avrebbe tentato di entrare nella città sperando che i comandi Usa l´avrebbero permesso.

L´appello, rilanciato da alcune agenzie di stampa internazionali e ripreso da pochissimi giornali, è stato completamente ignorato dalle nostre emittenti Rai e Mediaset. Comunque dopo l´altro ieri non se n´è più saputo niente né risulta nulla dagli ospedali di Falluja e dai pochi medici rimasti nella città, la quale per altro è in gran parte ridotta ad un cumulo di macerie.

Fino a quando il popolo americano, quello europeo e i Paesi arabi e musulmani tollereranno un così vergognoso sequestro di informazioni e di verità? Fino a quando l´Onu resterà anch´essa inerte e silente? Intanto Bagdad è un inferno, Mosul (la terza città dell´Iraq dopo la capitale e dopo Bassora, con 2 milioni di abitanti) è caduta sotto il controllo degli insurgents, in tutte le città del triangolo sunnita gli attentati si susseguono e la guerriglia infuria soprattutto contro la polizia e la guardia nazionale irachene. Segni di nuova insorgenza emergono anche a Kerbala e a Najaf, la città santa sotto il controllo sciita dell´ayatollah Al Sistani.

Progressi sostanziali? Elezioni a gennaio? Il premier provvisorio, Allawi, ha decretato il coprifuoco di sessanta giorni in tutto il Paese; dovrebbe dunque scadere ai primi di gennaio. Come si potrà organizzare in regime di coprifuoco e in presenza di una guerra civile che miete vittime in tutto l´Iraq centrale, una campagna elettorale? Almeno un simulacro di campagna elettorale? Le liste degli aventi diritto al voto? I seggi e gli scrutatori? I comizi? Le liste dei candidati? Di tutto ciò nessuno parla, ma il grottesco della situazione sta nel fatto che anche su questa delicatissima questione nessuno pone domande. Non c´è un giornale, un´emittente televisiva, un´organizzazione internazionale, Onu, Unione europea, Lega Araba, nessuno che ponga domanda.

L´Italia è potenza occupante a tutti gli effetti, con tremila uomini sul terreno. Ha quindi titolo per porre queste domande al governo provvisorio iracheno. Ma non lo fa. Se ne guarda bene. Allawi ieri è arrivato di sorpresa a Nassiriya per salutare il nostro contingente. Ha comunicato che la nostra presenza è utilissima e indispensabile e che durerà ancora a lungo anche dopo le elezioni. Saluti e baci e se n´è andato. Domande? Naturalmente nessuna.

Martino, Pera, Casini, lo stesso Berlusconi, a intervalli relativamente frequenti a ridosso di elezioni nostrane, arrivano, mangiano il rancio e ripartono. Domande? Alcuna.

Delle elezioni irachene, delle vittime irachene, delle città irachene bombardate, della ricostruzione nelle zone passabilmente pacifiche, il Sud sciita, il Nord curdo, nessuno sa nulla. È fantastica questa noncuranza.

Questa cinica indifferenza.

Progressi sostanziali. Dunque Bush sa e Blair sa. Ma non vanno al di là del sostantivo "progresso" e dell´aggettivo "sostanziale". Qualche cifra? Qualche cenno geografico? Una specifica dei lavori in corso? Il silenzio è d´oro.

Forse le informazioni sono ammassate a Fort Knox, insieme ai lingotti d´oro della Federal Reserve. Evviva la trasparenza, evviva la democrazia.

* * *

Israele. I palestinesi. Il futuro Stato di Palestina.

Sharon è pronto a riprendere i negoziati di pace. Arafat è morto.

Ricominciamo. Nel frattempo ritirerà (ci riuscirà?) settemila coloni dagli insediamenti ai bordi della Striscia di Gaza. Unilateralmente, cioè senza discuterne con l´Autorità palestinese. Gaza resterà un immenso campo profughi di oltre duecentomila anime (anime si fa per dire) in mezzo al deserto, con Israele a Est e l´Egitto a Ovest.

In Cisgiordania i coloni di Israele sono oltre duecentomila. In via di ulteriore espansione. L´esercito di Israele vigila, ovviamente, sulla loro sicurezza. Il muro la cui costruzione continua li circonda e li include. A zigzag, come le spire d´un gigantesco pitone. Quello che resta fuori dal muro dovrebbe essere il territorio del nascente Stato palestinese. Gaza? Sta laggiù, un po´ più avanti verso destra. Non comunicante.

Bene. Sharon è comunque pronto a riprendere in mano la road map ma, ovviamente, a condizione che l´Autorità palestinese abbia prima disarmato o comunque rese inoffensive la fazioni armate, Hamas, Jihad palestinese e le brigate di Arafat, cioè i terroristi che hanno preso il nome del raìs scomparso, braccio armato di Fatah.

Gli osservatori e i giornalisti embedded (ormai abbondano dovunque e chi non è embedded peste lo colga) sostengono che la transizione da Arafat ai suoi successori è avvenuta con meravigliosa rapidità e generale concordia. Affermano anche che è in crescita Abu Mazen, il moderato che firmò la road map due anni fa ma poi dovette dimettersi per dissensi col raìs ancora vivo e vegeto. Con ogni probabilità sarà lui a guidare il suo popolo, fazioni armate comprese, verso la pace.

Anche noi lo speriamo. Gli israeliani sono stanchi, i palestinesi ancora di più. La pace la vogliono tutti. Forse è la volta buona. Si odiano ancora? Sì, si odiano più che mai. La pancia dei due Paesi odia l´altra. Alcune élite predicano la reciproca fratellanza, ma appunto sono élite.

Certo, se Abu Mazen, Abu Ala, i moderati, i ragionevoli, crescono in prestigio e popolarità, forse ce la faremo. Il primo è il capo dell´Olp, cioè dell´organismo che raccoglie tutti i partiti palestinesi. Il secondo è il primo ministro del governo provvisorio. In teoria hanno già in mano la piena rappresentatività istituzionale; debbono solo vedersela confermata dalle elezioni che si terranno anch´esse - vedi caso - ai primi di gennaio insieme a quelle irachene. Sempre che Sharon consenta che si svolgano, perché adempiere alle procedure pre-elettorali ed elettorali se Israele non lo consentisse è impensabile dato il frazionamento del territorio, i posti di blocco, i coloni, eccetera eccetera. E il terrorismo e la rappresaglia antiterrorista. Se non fosse drammatico anzi tragico, bisognerebbe qui ricordare l´antica filastrocca: dimmi tu chi è nato prima sarà l´uovo o la gallina? Così tra terrorismo e rappresaglia: l´uno si vendica dell´altra e viceversa, in un ciclo infinito, in un eterno ritorno dell´eguale.

Però, oltre ad Abu Mazen capo dell´Olp, nel nuovo triumvirato istituzionale installato dopo la morte di Arafat c´è anche un terzo personaggio. Si chiama Farouk Kaddumi, cui è stata consegnata (o si è preso) la guida di Fatah.

Kaddumi vive da undici anni a Tunisi, non ha mai approvato gli accordi di Oslo e tutto ciò che ne è seguito e non seguito. È intransigente. Non procederà senza l´accordo di Hamas e della Jihad. D´altra parte, allo stato dei fatti, è il solo che possa convincere questi due gruppi non diciamo a deporre le armi ma a farle tacere per consentire il negoziato. A certe condizioni. Quelle di Kaddumi non sono quelle di Abu Mazen.

Al Fatah è il maggior partito palestinese. Diciamo che rappresenta il 95 per cento dell´Olp. L´Olp senza Fatah è una scatola vuota. Se guardiamo alle cariche istituzionali, l´uomo forte non è Abu Mazen ma Farouk Kaddumi. È anche quello che ha in mano i soldi di Arafat, a parte i dollari rimasti alla vedova.

C´è un quarto personaggio, ancora più popolare di Kaddumi tra i palestinesi arrabbiati, ed è Marwan Barghuti, che sta da un anno nelle prigioni di Israele condannato cinque volte all´ergastolo. Potrebbe anche candidarsi al ruolo di presidente dell´Autorità palestinese. Potrebbe essere eletto. Che succederebbe in quel caso? Il successore di Arafat eletto dal popolo in prigione a vita nelle carceri di Israele? È difficile che avvenga perché i palestinesi sono stanchi. Ma vedete bene che il rebus resta un rebus anche dopo la morte del raìs, anzi è più rebus di prima.

Certo, se Bush batterà il pugno... Se imporrà a Sharon... Se inonderà di dollari Gaza e i sindaci della West Bank... Se minaccerà e magari manderà una forza d´interposizione.... Se le Chiese evangeliche lo sproneranno... Se i neo-con gli suggeriranno... Se Blair...

No, Blair no. Blair non conta più niente. Sta con le sue truppe a Bassora e non se ne può andare se non insieme a Bush. Se se ne andasse prima dovrebbe far fagotto il giorno dopo abbandonando Downing Street.

Perciò Blair è il fox-terrier di Bush o poco più.

Blair nella vignetta di Andy Davey

La fotografia di una afghana che alle prime elezioni «libere» del paese inserisce la scheda nell'urna col burqa addosso fa piazza pulita dell'impetuoso fiume di parole che tre anni fa, da destra e da sinistra, accreditò la guerra all'Afghanistan come guerra di liberazione delle donne dal patriarcato islamico, stabilendo fra libertà femminile e procedure democratiche un nesso che non esiste e che oggi la realtà si incarica infatti di smentire. Aveva piuttosto ragione la protagonista di Viaggio a Kandahar di Mohsen Makhmalbaf, quando scetticamente si chiedeva se in Afghanistan siano i governi a imporre la legge del burka o una cultura che sottosta a qualunque alchimia politica a imporla ai governi. Ennesima ferita nella presunzione occidentale dell'onnipotenza democratica esportabile. Eppure non basta mai.

Contro la l'ennesimo e insopportabile orrore dell'altra foto della settimana, quella del massacro all'Hilton di Taba, e contro l'ennesima e insopportabile ripetizione del video dell'orrore, quello della decapitazione di Kenneth Bigley, di nuovo si levano appelli allo scontro di civiltà. Le risposte nazionali al terrorismo internazionale non funzionano, scrive giustamente Paolo Garimberti su Repubblica, ma solo per arrivare alla conclusione che invece quello che funzionerebbe sarebbe l'unità di tutti gli occidentali, unica ciambella di salvataggio dei valori universali. E così siamo al punto di partenza: a contrastare l'attacco fondamentalista all'universalismo occidentale ribadendo che l'unico universalismo possibile è quello occidentale e che l'occidente è l'unico bastione dell'universalismo.

Sotto le guerre delle religioni e dei valori intanto scorre il fiume della comune umanità e dei comuni sentimenti. Sabrina e Jessica Rinaudo erano andate a Taba a riposarsi e divertirsi e ne avevano diritto. A poca distanza da Taba, a Sharmel Sheik, centinaia di turisti italiani, narrano le cronache, continuano a riposarsi e divertirsi scansando quello che è successo poco più in là. Minuscole strategie di sopravvivenza: l'occidente è anche questo, insensate formule di vacanze uguali e seriali, tutti irregimentati nei pacchetti aereo più villaggio più spiaggia più gita folkloristica nel deserto, ma lasciamo perdere. Resta il fatto che il terrorismo non solo colpisce nel mucchio, ma mira diritto all'immaginario. Niente più vacanze spensierate, niente più oasi sul Mar Rosso per staccare dallo stress del nordest e del nordovest. Altro che geopolitica e geostrategia: i giochi si fanno sulla vita quotidiana. A che serve moltiplicare e multilateralizzare le alleanze e le truppe occidentali, contro un gioco così? Il virus terrorista costringerebbe la politica a inventare strategie immunitarie di cui non si vede idea alcuna all'orizzonte.

C'è andata di mezzo ancora una volta una coppia di giovani donne. Saltata in aria, pare, per mezzo di un'altra donna, la kamikaze che avrebbe dato il via all'azione del commando. Ennesima e dolorosa conferma che lo scontro di civiltà si è infiltrato anche nell'immaginazione di un «continuum femminile» capace di vincere sulla distruttività maschile. L'immaginario maschile in compenso continua a fare sulle donne i suoi giochi. Altri appelli si levano prerché la solidarietà e il pubblico cordoglio per Jessica e Sabina siano pari a quelli per le due Simone. Saranno non solo pari ma superiori. Stavolta le due vittime sono vittime davvero, tutte vittime senza residui. Non parleranno, non usciranno dalle righe, non pretenderanno di dire la loro sui governi e sui terroristi. Sono morte e murate più che dietro un burqa, e anche i più cinici benpensanti troveranno le lacrime per piangerle.

Ragioniamo se ci riesce

Sacrosanto invito a un atteggiamento radicalmente diverso da quello corrente, la cui volgarità intellettuale sconcerta e fa dubitare della possibilità di un futuro decente. Da il manifesto del 12 settembre 2004

Fra i disastrosi effetti del terrorismo, è la messa in mora della ragione. La sua propria, perché perde sempre, e quella nostra. In Italia ormai si delira. Farsi domande, come buon senso comanda, sulle differenze dei terrorismi e le loro origini politiche e sociali, sembra che sia bestemmiare. Dubitare che esista una centrale terroristica internazionale e chiedersi perché i terrorismi siano sciamati nel Medio Oriente dopo la guerra del Golfo e si siano moltiplicati con quella dell'Iraq, sembra che sia giustificarli. Osservare che il fondamentalismo armato è indirizzato soprattutto a egemonizzare il mondo musulmano dopo la sconfitta dei nazionalismi laici e parla alla miseria dei diseredati dalle monarchie che chiamiamo «moderate», sarebbe un ignobile diversivo. Scrivere che con il Patriot Act la democrazia americana affonda e che la teoria e la pratica della guerra preventiva di Bush (che oggi Putin tenta di imitare) alimentano i terrorismi invece che distruggerli, sarebbe approvare Osama Bin Laden. Dire che non è terrorismo ma azione di resistenza attaccare un presidio della coalizione occupante o far saltare un pozzo di petrolio, dimostrerebbe un'ambiguità della sinistra. E sussurrare che chi si fodera di esplosivo per far saltare se stesso e altri inermi deve essere orribilmente disperato, e interrogarsi se non ci sia qualche responsabilità anche nostra per essere arrivati a tali abissi, sarebbe imperdonabile.

Ma come mettere in atto delle politiche invece che delle armi verso l'enorme mondo musulmano che abbiamo accanto, senza farsi queste domande? Eppure non se le fanno che alcuni gruppi di volontari e qualche centro religioso - il resto del paese è sommerso da esecrazioni, approssimazioni e una vociferazione razzista come poche altre volte abbiamo conosciuto. Davanti al sequestro e all'omicidio di Enzo Baldoni e al sequestro a Baghdad delle due coraggiose Simone c'è una reazione bellissima della gente normale, generosa come loro; grandi cortei sfilano con le candele dicendo: «ragioniamo, fermiamo le armi, parliamo». Non possono fare altro.

Ma il governo non li ascolta. Non fa che moltiplicare gli errori: non ha saputo difendere i suoi cittadini migliori in Iraq, e riceve con onore il Quisling iracheno. Né esso né la coalizione occupante sanno nulla di chi si agita nel caos di un paese del quale lo stesso Bush ammette di aver perduto il controllo. Nulla sanno i servizi, che sarebbero pagati per saperlo: nessuno si è accorto che un grosso gruppo armato stava bloccato la sede delle ong al centro di Baghdad, né pare in grado di trovare le tracce che pur deve avere lasciato. Signor presidente della Repubblica, come si può dire che stiamo in Iraq per preservare la pace se i nostri uomini non sono in grado neppure di proteggere discretamente gli italiani che lavorano per la pace sul serio?

Sono convinta che davanti a un sequestro bisogna dare priorità al riscatto degli ostaggi. Non penso che si abbia diritto di non trattare quando vi sono di mezzo delle vittime terze: il governo cerchi chi detiene i suoi cittadini e tratti finché questi non sono liberati; almeno servirà per conoscere chi sono. Se c'è un altro mezzo, lo dica. Se no, vuol dire che fa solo parole, come quella disgraziata uscita: «amici del governo iracheno, liberate dalle vostre galere coloro che detenete ingiustamente». Vorrei anche vedere che gli consigliassimo di tenerle dentro innocenti.

Temo che il governo nulla faccia di quel che riteniamo giusto. Ma non mi piace la bassa polemica contro chi nell'opposizione ha ritenuto giusto di far fronte comune per ottenere un riscatto. La diversità del giudizio politico è una cosa, l'acredine e la litigiosità di cui la sinistra radicale dà prova ad ogni occasione sgomenta. E rischia di farci perdere le elezioni del 2005. Senza vincere le quali non ci sarà nessun Zapatero capace di ritirare il nostro contingente dall'Iraq, sola e tardiva via d'uscita dalla impresa sconsiderata e crudele nella quale siamo stati messi.

Hai sentito che cosa ha detto Prodi? Ma ti pare il caso di parlare di mercenari? Mica una sola telefonata ho ricevuto. E nemmeno due. E tutte (per restare in tema) assolutamente «volontarie». Replicherò dunque con un apologo neorealista. Lui si chiamava Gianni ed era un autista d’autobus in pensione. Lei, sua moglie, si chiamava Anna e aveva un’ammirazione appassionata per la gente che rischia per le nobili cause. Si commosse e si sentì importante una volta che le passai al telefono Antonino Caponnetto. Tutti e due, credo, erano iscritti ai Ds.

Mi accompagnarono in lungo e in largo tutti i giorni della campagna elettorale nelle politiche del 2001.

Su e giù con un furgone per le vie del centro di Genova e per la Val Bisagno. Non furono i soli a darsi da fare per me. Si mossero a decine e decine i militanti dell’Ulivo. Tutti i giorni, ciascuno nelle ore che poteva. Ero il loro candidato; un candidato non locale, fra l’altro, ma - così mi parve - ugualmente gradito per il suo prolungato impegno su alcuni temi che molti di loro consideravano cruciali per la democrazia. Alla fine di un mese e mezzo di campagna elettorale cercai di sdebitarmi moralmente per quell’aiuto che, certo, era stato prodigato con tanta generosità per fare vincere l’Ulivo; ma che aveva coinvolto e costruito (e come sarebbe potuto essere diversamente?) relazioni umane profonde. Regalai a quasi tutti i nuovi amici trovati sul campo copie dei miei libri. A Gianni e Anna, che si erano dedicati a me tutti i giorni dall’alba fino a notte, mi sembrò giusto consegnare una busta, per così dire, di rimborso spese. C'era dentro un assegno di un milione. Una cifra simbolica, di fronte a un mese di lavoro in due. Non volevo insomma che lo intendessero come un vero pagamento. Lo rifiutarono lo stesso. Non ne vollero sapere. Lo abbiamo fatto per ideali, mi risposero. Vollero, questo sì, dei libri con una dedica calorosa. Poi non mi chiesero mai un favore. Non cercarono di far valere il loro aiuto per dare origine ad alcuna clientela. Li ho riincontrati spesso. E lo scorso giovedì sera, durante una manifestazione sulla Finanziaria, proprio mentre Berlusconi lanciava l’idea dei suoi Mille, si sono candidati a ripetere la loro fatica nel 2006.

Ho ripensato a questo groviglio di rapporti, di impegni, di affetti che si formano nell’azione politica. Ci ho ripensato appunto leggendo la polemica scoppiata dopo l’annuncio dei mille professionisti azzurri e l’icastica risposta di Prodi sui “mercenari” e sui “volontari”. Ha sbagliato Prodi? Ha superato il limite del “civile confronto”? Ha fatto un autogol clamoroso, come da più parti si recita? Lasciamo perdere i limiti del civile confronto, che non si sa chi possa più invocare, visti i silenzi prudenti con cui si accolgono accuse ben più sanguinose di quella prodiana. La polemica invece, quella, non va fatta per nulla cadere. Piuttosto va sviscerata. Per capire che cosa si può ancora dire in questa temperie politica. Qual è il galateo e chi lo stabilisce. E siccome credo che il centrosinistra non debba perdere un grammo della propria intelligenza e della propria libertà di espressione (visto per di più che gli spazi di libertà si restringono ogni giorno di qualche centimetro), vale la pena ripartire dall'etimologia. Dice il Devoto Oli, a proposito della parola mercenario: «Di chi svolge un’attività al solo scopo di trarne un guadagno». E aggiunge che sono truppe o soldati mercenari quelli «reclutati con contratto per fare la guerra». Specificando che anche una balia può essere mercenaria, nel senso che allatta a pagamento, non per amore. Ma resta inteso che sia la balia sia il soldato possono fare a pagamento cose in cui in certa misura si riconoscono. Che la balia può amare il bimbo che allatta per mestiere. Che il soldato può ammirare il signore che lo paga e sotto le cui bandiere egli si batte.

Questo è il dizionario. Se poi si volesse andare più a fondo e sottilizzare, si potrebbe rilevare che mercenario e soldato hanno in fondo radici uguali: mercede e soldo. Il tempo fa e disfa lentamente le parole, come sappiamo. Ma gli umori, le reattività, gli spiriti e le faziosità, vanno oltre. A comando trasfigurano quei termini che hanno una loro semplicità e potenza descrittiva. E' curiosa la politica. Da un lato inventa parole vacue e untuose per diplomatizzare e stemperare la dialettica delle idee, preoccupata nevroticamente di ogni forma di dissenso. Dall’altro conia insulti e accuse che non stanno né in cielo né in terra tanta ne è l’intenzionale violenza. Sicché, oscillando senza tregua tra questi due estremi, bandisce dal suo lessico le parole chiare e cristalline. Anche per questo essa è lontana dalla gente. Perché rifiuta di parlarne la lingua quotidiana. Quella della gente comune, non della gente da trivio (che invece ogni tanto adotta disinvoltamente).

Berlusconi arruola con regolare contratto mille giovani per la sua «guerra» (parola da lui pronunciata centinaia di volte) contro «la sinistra»? È il tipico caso del Devoto Oli. Bisognerebbe parlare di professionisti, che suonerebbe meglio? Ma qui non di professionisti si tratterebbe. Non si parla infatti di pubblicitari, di addetti stampa, di sondaggisti, che per una campagna elettorale prestano la loro opera al servizio di una parte politica. Ma di persone che svolgerebbero un’attività di propaganda a pagamento, che ora non svolgono. Tant’è che sarebbero selezionate non tra quelle che già ora fanno politica per Berlusconi gratuitamente. Ma - si è detto - sul mercato (giusto?), attraverso una adeguata attività di selezione svolta da appositi e premiati cercatori di talenti. E dietro promessa di una mercede. Nulla di vergognoso, per chi impara ad avere una visione laica della vita e della politica. Ma il cui contrario, nel prezioso «Dizionario dei sinonimi e dei contrari» di quasi mezzo secolo fa (edizione speciale, udite udite, per l’Arma dei Carabinieri), si chiama, alternativamente, «gratuito», «volontario», «disinteressato».

Devo dire la verità. Fa un po’ specie vedere che chi ha fatto del denaro la propria religione, chi ne ha fatto il metro supremo per misurare capacità e qualità delle persone (ricordate il celebre episodio del premier con il ragazzino milanese che gli diceva che il suo papà, diversamente da lui, non poteva mangiare al Savini? «Si vede che non ha lavorato come me», gli rispose) provi poi vergogna o risvegli i suoi furori se gli si osserva che progetta di acquistare con il denaro la altrui disponibilità al lavoro politico.

E fa un po’ specie anche sentire evocare, in questo caso, il professionismo politico. Il quale è tutt’altra cosa e si trova, come è noto, sotto tutte le bandiere. Sono professionisti della politica coloro che vivono di politica (in modo più o meno definitivo) grazie a un’attività istituzionale. E lo sono anche coloro che vengono pagati dai partiti per svolgere le loro mansioni. I quali però - lo si ricordi - non vengono reclutati con un'offerta pubblica sul mercato. Ma in genere ricevono un'offerta di collaborazione dopo un tirocinio fatto in modo assolutamente volontario presso il partito che meglio incarna i loro ideali. Arrivano cioè al professionismo per un cumulo di circostanze, ma avendo all’origine una scelta di “gratuità”. Che si manifesta, a scanso di equivoci, tanto a destra (specie nella Lega e in Alleanza nazionale) quanto a sinistra.

Ogni tanto la politica ha le sue pretese semantiche. Una volta pretese che non si potesse parlare di «lotta alla mafia». Che non potessero usare quell’espressione esecranda né i magistrati, né gli intellettuali, né gli insegnanti, né i preti, né i giornalisti. A cicli alterni mette al bando il termine «società civile», che pure ha radici dense e ben motivate da Hobbes a Gramsci. Sembrano pretese stravaganti, ma dietro queste ambizioni censorie ci sono sempre nervi scoperti, nitide esigenze di potere. Perciò cedere a queste pretese non è un fatto semantico. È un fatto civile e politico. Sull’opportunità di una parola si può discutere all’infinito. Sul suo fondamento logico ed etimologico no. Pena la perdita di un po’ di libertà. Di espressione e d’opinione

L'appel d'Élisabeth Badinter et de douze anciennes ministres du gouvernement Jospin. Pour Jila Izadi, 13 ans, Iranienne, condamnée à mort par lapidation

Le 25 octobre dernier, le magazine « Elle » publiait un appel d'Élisabeth Badinter pour tenter de sauver la jeune Jila condamnée à mort en Iran pour avoir eu des relations sexuelles avec son frère. Aujourd'hui, d'anciennes ministres prennent le relais, dont Élisabeth Guigou, Martine Aubry et Dominique Voynet

L'APPEL D'ÉLISABETH BADINTER

Jila Izadi, 13 ans, vient d'être condamnée à la lapidation par le tribunal de Marivan en Iran. Elle attend en prison la confirmation de sa sentence. La philosophe Elisabeth Badinter appelle à la mobilisation.

Jila Izadi, une enfant de 13 ans, vient d'être condamnée à la peine de mort par lapidation. Son crime : elle aurait eu des relations sexuelles avec son frère âgé de 15 ans. Enceinte, elle a accouché dans sa prison.

Son frère incarcéré aurait déjà subi sa peine, conformément à la loi islamique : 150 ou 180 coups de fouet (les chiffres divergent). De quoi être laissé pour mort. Cette ignominie se passe à Marivan, une ville du Kurdistan iranien, quelques semaines après la pendaison au crochet d'une grue d'une autre jeune fille iranienne de 16 ans, Atefeh Rajabi, accusée d' « actes incompatibles avec la chasteté ». Le tout dans le silence assourdissant de la presse nationale et internationale ainsi que de la plupart des associations féministes, pourtant branchées en permanence sur internet.

Au dernier meeting des altermondialistes qui s'est tenu à Londres la semaine dernière, femmes voilées et féministes soi-disant « historiques » ont craché feu et flammes contre la loi française pour le respect de la laïcité, mais pas un mot n'a été prononcé pour condamner le martyre infligé aux femmes au nom de la charia. À leurs yeux, les vraies martyres sont celles qui vivent dans les démocraties occidentales auxquelles on demande d'ôter leurs signes religieux pour pénétrer dans l'école de la République et non celles qui subissent la loi impitoyable des théocraties totalitaires. Ce que les mieux endoctrinées se gardent bien de dire est sorti spontanément de la bouche des deux soeurs voilées, surmédiatisées, l'année dernière. Devant les caméras de TF1, elles ont approuvé avec une sorte d'ingénuité la lapidation des femmes adultères. Personne n'a relevé, personne n'a condamné. Aucun rappel à l'ordre des droits de l'homme. On risque donc d'attendre longtemps qu'une militante pour le port du voile islamique en Europe se lève enfin pour fustiger ces pratiques atroces. Ce n'est donc pas sur elles qu'il faut compter, pas plus que sur leurs avocates qui osent se dire encore féministes, pour tenter de sauver la petite Jila Izadi qui attend confirmation de son supplice des autorités iraniennes. Nous savons aujourd'hui que seule une très forte mobilisation internationale peut réussir parfois à stopper une exécution capitale. Comme ce fut le cas pour Safia Husseini et Amina Lawal au Nigeria. C'est pourquoi nous supplions les défenseurs du droit des enfants, les militants de l'abolition de la peine de mort et tous les démocrates horrifiés par ces crimes d'écrire cette seule phrase, par lettre au courrier signé de son nom

(*) : « Non à la lapidation de Jila Izadi, une enfant de 13 ans ». De la rapidité et de l'ampleur de nos protestations dépend sa survie.

Elisabeth Badinter

Envoyez vos lettres ou cartes postales directement à l'Ambassade de la République islamique d'Iran (4, avenue d'Iéna, Paris 16e) ou bien à l'association Ni putes ni soumises (190, boulevard de Charonne, Paris 20e).

Ou adressez un courriel : contact@amb-iran.fr ou infos@niputesnisoumises.com

Anciennes ministres signataires a Michèle SABBAN - Martine AUBRY - Elisabeth GUIGOU- Ségolène ROYAL - Florence PARLY - Nicole PERY - Paulette GUINCHARD - KUNSTLER - Marylise LEBRANCHU - Marie-Noëlle LIENEMAN - Catherine TASCA - Dominique VOYNET - Marie-George BUFFET-

CE QUE DIT LA CHARIA

« En Iran, selon la charia, toute femme qui a, ou a eu, une relation sexuelle avec un homme qui n'est pas son mari commet l'adultère.

Seule sentence pour ce « crime », la lapidation, explique Kaveh Mohseni, représentant du SMCCDI (Comité de coordination du mouvement étudiant pour la démocratie en Iran)*.

Dans les cas de viol, les auteurs mais aussi les victimes sont pénalisés et passibles de la lapidation. » En Iran, depuis 1990, dix jeunes mineures ont été exécutées, la plupart accusées d'actes incompatibles avec la chasteté. Entre 2001 et 2003, plus d'une dizaine de condamnations ou d'exécutions par lapidation ont été signalées à Amnesty International. Ainsi, une femme de 35 ans, à l'identité inconnue, a été accusée d'avoir tourné dans un film porno et a été lapidée à mort en mai 2001. Rababeh, reconnue coupable en juin 2001 d'adultère et de complicité du meurtre de son mari, a été condamnée à recevoir 50 coups de fouet, suivis d'une mise à mort par lapidation. On ne sait pas si elle a été exécutée à ce jour. Ou encore Maryam Ayoubi, 31 ans, reconnue coupable du meurtre de son mari, a été lapidée à mort en juillet 2001 après avoir été emprisonnée pendant huit ans.

Caroline Laurent

Alla fine di questa brutta storia è assai probabile che Rocco Buttiglione arrivi comunque a sedersi sulla tanto sospirata poltrona di commissario europeo responsabile per le questioni di Sicurezza, Libertà e Giustizia, nonostante la bocciatura ricevuta ieri dalla commissione per le libertà civili del Parlamento europeo.

Ma sarà un commissario (e vicepresidente) sminuito nella sua credibilità politica. Un´anatra zoppa. Un peso per il presidente della Commissione, Barroso, che dovrà difenderlo di fronte agli eurodeputati. Un motivo di imbarazzo per il governo italiano, che ha mandato a Bruxelles un suo ministro per farlo diventare il primo bocciato nella storia delle audizioni parlamentari. E una palla al piede anche per il Partito popolare europeo, che ora per salvargli il posto dovrà fare concessioni alla controparte socialista.

Del resto questa nomina, voluta per pure ragioni di "teatrino romano", come direbbe Berlusconi, cioè per acquietare le faide interne alla maggioranza di governo, era già stata pagata dall´Italia con la rinuncia alla ricandidatura di Mario Monti che avrebbe avuto ben altro peso e ben altri consensi in Europa. Lo spiacevole incidente di ieri è solo la conferma di quanto la scelta fatta dal Presidente del Consiglio sia stata miope e dannosa in termini di immagine e di autorevolezza del Paese.

A ben guardare, la dinamica che ha portato alla bocciatura di ieri è l´ennesima conferma dell´anomalia italiana in Europa. Un´anomalia antica, ma che questo governo ha esasperato fino al limite dell´incompatibilità. Il professor Buttiglione, e con lui tutti gli esponenti del centrodestra, denunciano una doppia persecuzione europea: contro i cattolici e contro il governo Berlusconi.

Ma come fanno a non vedere che la nomina a responsabile europeo per le questioni di Giustizia e Libertà dell´esponente (tutt´ora in carica) di un governo che si è presentato al mondo con la violenta repressione di Genova, che ha varato una serie di misure legislative volte a togliere il primo ministro dai guai giudiziari, che si è opposto al mandato di cattura europeo, che si dichiara "amico" di Putin, non può non suscitare perplessità in Europa? Probabilmente il professor Buttiglione non ha personalmente condiviso alcune di queste scelte. Ma è rimasto ben saldo al governo. E questo per la logica europea equivale a una piena assunzione di responsabilità. In Europa, un ministro che non condivide la linea politica del governo non predica i distinguo sui giornali o nei convegni: si dimette.

Lo stesso discorso vale per le idee del professor Buttiglione in materia di condizione femminile o di discriminazione sessuale. Essendo la lotta alla discriminazione una delle poche aree nel portafoglio di sua competenza in cui la Commissione ha potere di iniziativa, era legittimo che i deputati volessero conoscere i suoi orientamenti. Invece di spiegarsi con l´umiltà di un "civil servant", Buttiglione ha risposto con una lezioncina filosofica, citando Kant e le distinzioni tra legge morale e legge civile, tra crimine e peccato, tra convinzioni di fede e attività politica. Ma quando gli hanno chiesto conto di un suo emendamento alla Convenzione per la Costituzione in cui proponeva di escludere l´orientamento sessuale dai temi su cui la Carta europea non accetta discriminazioni, non ha saputo cosa replicare. Ha finito col riconoscere che si opporrebbe a qualsiasi norma che dovesse considerare immorale. In questo modo ha dimostrato non solo scarsa coerenza e scarso rispetto per l´intelligenza dei deputati, ma anche scarsa consapevolezza delle responsabilità che incombono sull´esponente di un organo eminentemente esecutivo, chiamato a rispondere non alla propria coscienza, ma ad una serie di poteri democraticamente costituiti. E questi poteri hanno, in materia di diritti e di sessualità, valori diversi da quelli del professor Buttiglione.

La bocciatura di un commissario designato dopo un´audizione parlamentare è un fatto senza precedenti. E apre il campo a scenari ancora difficili da valutare, ma che mettono sicuramente il presidente Barroso in una posizione molto scomoda. Egli non può chiedere a Berlusconi la sostituzione di Buttiglione senza mettersi contro non solo il governo italiano, ma tutti i governi nazionali che vedrebbero calpestato il loro primato a favore del Parlamento europeo. L´ipotesi di un cambio di portafoglio, comunque non facilmente percorribile, è stata scartata con un moto di orgoglio dagli stessi deputati del Ppe.

Del resto la conferma del ministro italiano nel ruolo e con le funzioni per le quali è stato trovato inadeguato mette la Commissione in rotta di collisione con il Parlamento europeo. Equivarrebbe infatti a dire che le audizioni parlamentari, cui tutti i deputati di tutti i gruppi politici attribuiscono un´enorme importanza, sono una pura perdita di tempo.

È vero che il Parlamento potrà pronunciarsi con un voto di fiducia solo sull´insieme del collegio dei commissari, e difficilmente le "gaffes" del professor Buttiglione possono giustificare la bocciatura dell´intera Commissione. E´ vero anche che il Partito popolare resta la forza di maggioranza relativa in seno all´assemblea e pare deciso a difendere ad oltranza la candidatura del filosofo del Papa. Ma un atteggiamento sprezzante da parte di Barroso, un voler totalmente ignorare il voto della Commissione parlamentare di ieri, finirebbe per creare un´irritazione diffusa e bipartisan tra i deputati che si sentirebbero toccati nelle loro prerogative, con conseguenze difficili da valutare.

A cercare di togliere le castagne dal fuoco ci proverà, domani, la riunione dei capi dei gruppi politici parlamentari. Oltre a Buttiglione ci sono altri commissari designati, popolari, socialisti e liberali, che, se pure hanno evitato la bocciatura, non hanno convinto nel corso delle audizioni. Per salvarli è possibile che i partiti trovino un compromesso che consenta a Barroso una dignitosa via di uscita. Ma, comunque vada a finire, per il governo italiano e per il suo unico commissario la strada europea è, ancora una volta, tutta inesorabilmente in salita.

Il testo integrale dell'audizione di Rocco Buttiglione

Il martello americano e il veleno di Al Qaeda

EUGENIO SCALFARI

LA REALTÀ che abbiamo di fronte a tre anni di distanza dall´11 settembre è così tremendamente complessa e intrisa di fatti oggettivi, interpretazioni soggettive, passioni, interessi, che un discorso filato con un suo sviluppo coerente e una sua conclusione valida e non contestabile è diventato difficilissimo se non addirittura impossibile. Tenterò dunque un´altra strada: quella di allineare frammenti di verità e citazioni significative che servano ai elettori come elementi per comporre un loro disegno e un loro giudizio su una situazione che sembra dominata da un vento di generale follia. Usando contemporaneamente gli occhi della mente e quelli del cuore, l´intelletto razionale e l´anima dei sentimenti. Pascal fu il primo ad avvalersi consapevolmente di questo duplice approccio alla conoscenza e all´azione. Non potremmo avere miglior modello.

1. Chi uccide bambini e prima di ucciderli nel corpo imprime nei loro occhi il terrore e l´orrore, non uccide soltanto l´innocenza ma anche il futuro. Uccide perfino il fine che, quale che sia, ha determinato la scelta di mezzi così mostruosi. I massacratori, uomini e donne, di Beslan hanno perso il diritto ad ogni prova d´appello e così i loro capi e ispiratori.

2. Esiste una differenza tra il massacro di bambini progettato ed eseguito in quanto tale e quello che avviene come effetto di un´azione che, perseguendo altri obiettivi, produce tuttavia quel massacro ipocritamente definito «danno collaterale»? Credo che una differenza vi sia quando quelle uccisioni - comunque delittuose - avvengano casualmente e quando il metodo che le ha causate sia abbandonato e non reiterato. È una differenza analoga a quella che corre tra un reato doloso ed uno colposo o preterintenzionale. Ma se il metodo viene reiterato più e più volte fino a diventare prassi abituale o se quel metodo «non può non comportare» il cosiddetto danno collaterale, allora la differenza si cancella, il delitto diventa doloso a tutti gli effetti. In quel caso rimane soltanto una differenza, diciamo così, mediatica tra le uccisioni avvenute in presenza della televisione e quelle avvenute in sua assenza. Differenza importante per la diversa reazione che le prime suscitano nella pubblica opinione ma irrilevante dal punto di vista del giudizio morale.

3. È comunque chiaro - e dovrebbe esserlo - che alle stragi di innocenti non si può in nessun caso rispondere con altre simili stragi senza far precipitare una regione, una nazione o il mondo intero dalla condizione umana, pur così imperfetta, a una condizione bestiale, anzi diabolica perché l´animale non dispone di coscienza mentre l´uomo ne è comunque provvisto.

E così le vittime innocenti della distruzione della città di Coventry furono l´effetto di un inescusabile ed esecrabile delitto nazista così come la distruzione per vendetta della città di Dresda alla fine della guerra fu un esecrabile e inescusabile delitto della democratica Inghilterra. Nell´uno e nell´altro caso perirono migliaia di bimbi e di ragazzi colpevoli soltanto di abitare in quelle città e in quelle case. A maggior ragione va iscritto in questo elenco delittuoso e privo d´ogni giustificazione accettabile il bombardamento atomico di Hiroshima e di Nagasaki e l´annientamento e la napalmizzazione di centinaia di villaggi vietnamiti da parte delle truppe Usa. Non si parla qui né dell´Olocausto né dei lager sovietici che sono le fasi oscene del Novecento occidentale.

4. Due sondaggi effettuati nello scorso giugno e resi pubblici pochi giorni fa, condotti su un vasto campione di cittadini americani ed europei, hanno suscitato una forte scossa nell´opinione pubblica dei due continenti e nei centri di ricerca sociale e politica dei paesi interessati. Il succo di questi sondaggi è che una forte maggioranza di europei e circa la metà dei cittadini Usa è contraria alla guerra in Iraq e alla perdurante presenza delle truppe della coalizione in quel paese. Una forte maggioranza di europei è contraria ad un mondo in cui esista una sola superpotenza come gli Usa, mentre più della metà degli americani auspica che l´Europa diventi un effettivo soggetto politico unitario capace di bilanciare costruttivamente la potenza americana. Infine l´80 per cento degli europei e il 40 per cento degli americani auspica che Bush perda le elezioni del 2 novembre in favore di Kerry.

5. I risultati di questi sondaggi, pur con tutta la cautela che s´impone nell´uso di strumenti conoscitivi virtuali, hanno suscitato sorpresa accendendo un appassionato e appassionante dibattito sia in Usa che in Europa. Dibattito trasversale poiché le opinioni sono divise sia nell´una che nell´altra sponda dell´Atlantico. Da alcune parti politiche si sostiene che lo schiacciante favore europeo per il candidato democratico americano alla presidenza sia comunque irrilevante: Bush resta il favorito degli elettori Usa; quanto a Kerry, se pur vincesse contro il pronostico, la sua politica estera non potrebbe discostarsi molto da quella di Bush. Altre e opposte parti politiche, sia in Usa sia in Europa, sostengono al contrario che Kerry sarebbe profondamente diverso da Bush e che, nel caso di vittoria di quest´ultimo, il vincitore dovrebbe comunque tener conto in qualche modo anche degli umori dell´opinione pubblica europea.

6. Nell´ambito di questo dibattito un autorevole storico di livello europeo che insegna al St. Anthony College di Oxford, Timothy Garton Ash, ha scritto quanto segue sulla "Repubblica" di ieri: «Per vincere insieme - americani ed europei - la battaglia contro il terrorismo dobbiamo essere sia energici sia saggi. Significa ammettere che questa è una guerra e la guerra non può vincere. Ovviamente la forza militare serve ma l´amministrazione Bush sopravvaluta ampiamente la misura in cui la schiacciante superiorità militare degli Usa può contribuire alla vittoria. Dato che ha in mano un martello gigantesco, Washington tende a vedere tutti i problemi sotto forma di un chiodo. Purtroppo il terrorismo non è un chiodo. È più simile ad un fungo sotterraneo che si diffonde invisibile per chilometri per poi rispuntare all´improvviso in un luogo diverso. Riflettere sulle cause politiche del terrorismo (come ad esempio la brutalità e stupidità della politica russa nei confronti della Cecenia nell´ultimo decennio) e su come sia possibile eliminarle non è un atteggiamento debole e conciliante come ribadiscono i demagoghi della destra americana. È semplice buonsenso».

7. Un´altra osservazione che viene bollata dai demagoghi delle due sponde dell´Atlantico come inaccettabile travisamento della realtà riguarda le reciproche posizioni dei capi di Al Qaeda e dell´amministrazione Bush. Ha scritto in proposito Sergio Romano sul "Corriere della Sera" di ieri: «Mentre gli Usa ricordano il terzo anniversario dell´attacco alle Torri, Al Zawahiri, leader vicario di Al Qaeda, ha celebrato a modo suo quella ricorrenza. Colpisce un curioso parallelismo. I due nemici interpretano le due guerre degli ultimi tre anni - Afghanistan e Iraq - come tappe d´uno stesso processo. Per l´America sono momenti necessari e complementari della lotta al terrorismo globale. Per il consigliere di Osama sono momenti altrettanto complementari della lotta dell´Islam contro gli Stati Uniti. I due contendenti si promuovono a vicenda «nemico assoluto» e ciascuno di essi conferisce a se stesso e all´altro una maggiore legittimità. Tra i due beninteso non esiste alcuna complicità. Nei fatti tuttavia Al Qaeda facilita la vittoria di Bush e questi concorre a fare di Osama il califfo dell´Islam militante».

8. Al Zawahiri proclama da un suo video dell´altro ieri che sia in Iraq sia in Afghanistan gli americani hanno ormai perso la guerra. Non gli resta che ostinarsi ancora a combattere inutilmente o andarsene. Gli ha risposto colpo su colpo l´assistente di Bush, Condoleezza Rice, ribattendo che le due guerre le ha perse Osama, sempre più impotente e vagante sulle montagne afgane.

9. Che cosa dicono i fatti? I fatti dicono che una parte dell´Iraq, quella a maggioranza sunnita e quella dove c´è una robusta presenza di sciiti seguaci di Moqtada Al Sadr, non sono più sotto il controllo americano. Dicono che pullulano bande armate di varia estrazione ma di notevole pericolosità in tutto il paese. Dicono che curdi e sunniti difficilmente accetteranno una Costituzione non già federale ma decisamente separatista. Dicono infine che anche la pazienza ormai proverbiale di Al Sistani, riconosciuto capo della maggioranza sciita, si stia esaurendo anche perché incalzata dagli altri tre ayatollah che con lui compongono la Marjaja, che è l´equivalente di un Vaticano sciita iracheno. In questa confusione che ormai è sconfinata in un vero e proprio caos diventa sempre più problematico il rispetto del calendario fissato dagli Usa e dall´Onu che prevede elezioni in Iraq nel gennaio 2005 e lo sgombero delle truppe della coalizione nel gennaio 2006.

10. In Afghanistan, dove tra un mese si terranno le elezioni politiche, il territorio è sotto il controllo armato delle varie fazioni salvo la capitale Kabul dove sono presenti i caschi blu dell´Onu e il territorio ai bordi delle montagne di Tora Bora dove sono presenti le truppe della coalizione guidate dagli Usa. I Talebani dal canto loro si stanno riorganizzando militarmente e politicamente.

11. Il rapimento delle due donne italiane, Simona Torretta e Simona Pari, ha suscitato in Italia grandissima commozione e partecipazione sia perché è la prima volta che i terroristi rapiscono donne sia per la qualità di entrambe, universalmente conosciuta e riconosciuta. Ciò ha determinato anche - cosa di estrema importanza - una solidarietà massiccia della numerosa comunità islamica in Italia.

12. Il fatto che a parecchi giorni da quel rapimento nessuna attendibile notizia sia pervenuta dai rapitori accresce sgomento e preoccupazione tanto più che quel rapimento era stato accuratamente preparato e mirato e che ha seguito di poco l´uccisione di Enzo Baldoni. In questa occasione, come del resto quasi sempre, gli italiani hanno dimostrato una unità e una maturità di sentimenti che ha trovato la sua massima espressione nella dignitosa compostezza delle famiglie delle due ragazze e infine nella commossa e ferma dichiarazione di Ciampi che ha interpretato il comune sentire di tutto il paese.

13. Va lodata la decisione del presidente del Consiglio, di coinvolgere le forze di opposizione nell´obiettivo di ottenere la liberazione delle due Simone, mobilitando tutti gli strumenti di pressione e di negoziato verso il mondo arabo, salvo il principio che deve restare fermissimo di non cedere ad alcun ricatto che possa essere richiesto dagli ancora ignoti rapitori. Va egualmente lodata la risposta di tutti i partiti dell´opposizione che accantonando le differenze che permangono sulle questioni della guerra e della pace, si sono dichiarate disponibili alla risposta unitaria e preliminare contro il terrorismo, che del resto avevano ripetutamente manifestato fin dall´11 settembre di tre anni fa e che - come ha ricordato Piero Fassino - è iscritta nella storia della sinistra italiana.

14. Voci isolate quanto stonate si sono fatte sentire da parte di alcuni settori scalmanati del movimento «no global» e dal partito di Cossutta e Diliberto, che hanno tra l´altro contestato la limpida posizione assunta in quest´occasione da Fausto Bertinotti. Si tratta a nostro avviso di posizioni faziose e prive di peso, così come faziose e prive di peso sono le simmetriche posizioni degli oltranzisti del bellicismo nostrano che fanno il tifo per la guerra di civiltà.

* * * *

I tempi sono tristi e cupi. Non sempre chi dovrebbe contribuire a fare chiarezza è all´altezza del compito. Non sempre sprazzi di intelligenza e di consapevolezza riescono a tradursi in strategie durature ed efficaci.

Speriamo che tra tante ombre che oscurano l´orizzonte, le tenui fiammelle che abbiamo visto a migliaia accendersi in queste sere di commossa e unanime testimonianza possano far luce e guidino i passi di tutte le persone di buona volontà.

È noto da anni che i lavori precari ricadono soprattutto sulle donne. Tempo determinato, co.co.co., stages, part time forzato (che la persona accetta perché non trova un tempo pieno), lavoro intermittente e simili: in complesso circa due terzi dei lavori che prevedono un´occupazione e un reddito discontinui sono svolti da donne. Un recente decreto interministeriale accentua tale forma di discriminazione a loro danno. Esso prevede infatti che in tutte e 20 le regioni italiane, non solo in quelle meno sviluppate, si possano offrire dei contratti di lavoro di durata compresa tra i 9 e i 18 mesi, non rinnovabili, unicamente alle donne di qualsiasi età. A tutte le donne, si noti, per il mero fatto di appartenere a tale genere. Viene così offerta a qualunque datore di lavoro un´altra possibilità di offrire contratti di breve durata alle centinaia di migliaia di donne che ogni anno sono in cerca di occupazione. Quelle che si affacciano per la prima volta sul mercato del lavoro, come quelle che sono state licenziate o che vorrebbero cambiare lavoro.

I passi compiuti dal legislatore per arrivare a peggiorare in tal modo le prospettive lavorative delle donne, quali che fossero le sue intenzioni, sono due. Primo passo: l´art. 54 del decreto legislativo n. 276, emanato oltre un anno fa per dare attuazione alla legge 30 di riforma del mercato del lavoro, prevede un contratto definito "di inserimento". È un erede dei vecchi contratti di formazione e lavoro, diretto a realizzare l´inserimento d´un lavoratore nel mercato del lavoro mediante un progetto individuale di adattamento delle sue competenze professionali. Il decreto precisa che esso è riservato ad alcune categorie di persone. Tra di esse figurano le donne di qualsiasi età residenti in un´area geografica in cui il tasso di occupazione femminile sia inferiore almeno del 20% a quello maschile. Le aree in cui codesto tasso sussiste dovevano essere individuate in un altro decreto del ministro del Lavoro di concerto con il ministro dell´Economia.

Si poteva pensare che tali aree sarebbero state identificate quasi esclusivamente nel Mezzogiorno, dove è pure possibile erogare incentivi economici alle imprese come previsto dalla Commissione Europea. È qui che interviene il secondo passo. Il ministero del Lavoro ha infatti scoperto ora, a distanza di un anno, un dato noto in realtà da decenni: il tasso d´occupazione femminile è inferiore a quello maschile di almeno 20 punti in tutte indistintamente le regioni italiane. Magari di pochi decimi di punto, come in Friuli-Venezia Giulia, dove lo scarto è di appena lo 0,1% (51,7 per le femmine, 71,8 per i maschi), o in Piemonte, dove tocca lo 0,3% (51,6 contro il 71,9). Ma è comunque inferiore di almeno 20 punti. Lo dicono le rilevazioni Istat. Lo sottolinea la Relazione tecnica che accompagna il decreto ministeriale, con tanto di tabella che calcola le aree secondo quanto previsto dal precedente decreto legge attuativo della riforma. Sulla base di tale tabella il ministro del Lavoro, di concerto con il ministro dell´Economia, ha quindi decretato che "le aree territoriali di cui all´articolo 54 ecc. ecc. sono identificate per gli anni 2004, 2005 e 2006 in tutte le Regioni e Province autonome". Decreto e relazione tecnica si possono leggere nel sito del ministero.

Il nuovo decreto ministeriale stabilisce che gli incentivi economici alle imprese previsti dalla legge del 2003 per i contratti di inserimento di lavoratrici si applicano solamente alle regioni del Mezzogiorno e delle Isole, più il Lazio. Ma non esclude l´estensione a tutte le regioni d´un altro dispositivo di sicuro interesse per le imprese. Si tratta della possibilità di inquadrare chi è assunto con un contratto d´inserimento anche a due livelli al disotto della categoria che spetta alle mansioni corrispondenti a quelle cui è finalizzato il progetto di inserimento. In tal modo alle donne di qualsiasi età, che per ora significa legalmente compresa tra i 15 e i 64 anni, si aprono straordinarie opportunità di occupazione in tutte le regioni italiane. Per il mero fatto di essere donne, possono ora venire assunte dovunque con contratti di inserimento della durata massima di diciotto mesi, ed essere inquadrate sotto il profilo professionale e retributivo appena due categorie più in basso di coloro che nell´ufficio o nel reparto di fianco fanno il loro stesso lavoro.

L´obiezione più trita che si possa fare ai suddetti rilievi è che il decreto ministeriale ammette una possibilità, senza imporre nulla. In primo luogo va sottolineato che è l´occasione a rendere il lavoro precario. Si offra per legge agli enti pubblici economici, alle imprese e loro consorzi o gruppi, agli enti di ricerca pubblici e privati, come elenca puntigliosamente il decreto legislativo del 2003, l´occasione di stipulare in 20 regioni dei contratti aventi le caratteristiche sopra indicate, ed essi, anche per le difficoltà che molti attraversano, non mancheranno di approfittarne, a fronte della vastissima platea di donne che sono alla ricerca assillante di un lavoro. Ma soprattutto l´obiezione suddetta ignora l´offesa insita nell´etichettare l´intero universo femminile come uno strato sociale assoggettabile per legge ad ulteriori discriminazioni sul mercato del lavoro.

Buio a Mezzogiorno

Cacace, Nicola

Un’analisi chiara e preoccupata delle tendenze dell’occupazione dei lavoratori in Italia, da l’Unità del 3 novembre 2004

L’occupazione cala ma, grazie a 700mila immigrati regolarizzati fa finta di crescere. L'indagine Istat sull'occupazione nel secondo trimestre del 2004 segnala un aumento “statistico” di occupazione di 163mila unità rispetto all'anno precedente che, considerando la regolarizzazione di alcune centinaia di migliaia di immigrati clandestini, corrisponde ad una crescita zero.

O ad un calo di occupazione dopo 7 anni di crescita costante ed uniformemente distribuita sul territorio. L’indagine mostra anche tre Italie diverse, un Centro che si salva grazie al forte effetto trainante di Roma (il Lazio con 118mila nuovi occupati si appropria di 3/4 dell'aumento nazionale “statistico” di 163mila unità), un Nord stagnante che mostra tutte le rughe dell'invecchiamento ed un Mezzogiorno che, ormai abbandonato a se stesso, affonda inesorabilmente. Dato l'aumento della popolazione residente (+567mila, grazie soprattutto agli immigrati) cala per la prima volta da anni anche il tasso di occupazione (occupati sulla popolazione 15-64 anni) in tutta Italia, nel Nord e nel Mezzogiorno.

Questa rilevazione segnala molti cambiamenti strutturali che val la pena esaminare:

a) Dopo 7 anni di crescita occupazionale a tassi dell'1,3% annuo il processo si ferma malgrado una crescita 2004 del Pil intorno all’1,2%. L'Italia se non è in declino mostra una grossa paura di declino.

b) Dopo sette anni di crescita occupazionale percentualmente uniforme nelle tre aree geografiche, Nord, Centro e Mezzogiorno, nel 2004 l'andamento è assai differenziato, un Centro in crescita occupazionale sostenuta (+3,2%), trainato da un Lazio, che significa Roma semplicemente esplosiva (+6%), un Nord quasi stazionario, un Mezzogiorno in calo (-0,2%).

c) Dopo 50 anni si invertono tendenze storiche di trasformazione strutturale, comuni a tutti i paesi industriali, che duravano dal dopoguerra, con agricoltura in calo continuo e servizi in crescita continua. Nel 2004 sono invece aumentati sia l'occupazione agricola che il peso dell'occupazione agricola (dal 4,0% al 4,2%), mentre si è ridotto il peso dei servizi (dal 65,2% al 65,0%), con un peso dell'industria immutato grazie solo al buon andamento dell'industria delle costruzioni.

d) Gli occupati indipendenti, che nei sette anni precedenti erano cresciuti a tassi nettamente inferiori a quelli dei dipendenti, tra il 2004 ed il 2003 sono addirittura cresciuti a ritmi quasi doppi, 1,1% contro 0,6%. Segno di aumento della precarietà dei lavoratori dipendenti pagati come indipendenti.

e) Per la prima volta il Nord Est non è più la testa del vagone Italia, ma, con una crescita zero dell'occupazione, passa in coda seguito solo dal Mezzogiorno (-0,2%). Il vagone di testa nel 2004 diventa il Centro, il cui tasso di occupazione, ancora inferiore a quello del Nord, è tuttavia l'unico ad aumentare nelle tre aree.

f) Altre considerazioni interessanti possono farsi sui dati regionali, alcuni di conferma di una crisi strutturale, come quella della Liguria, unica regione del Nord in calo occupazionale significativo (-2,2%), altre, come l'Abruzzo, che con un calo occupazionale superiore al 4% ci dice come questa regione stia reagendo male alla fine degli incentivi che la collocava nelle aree depresse.

Premesso che bisogna aspettare la prossima rilevazione Istat per avere conferme di queste tendenze, alcune vere e proprie inversioni di rotta come si può concludere questo breve commento?

La crescita occupazionale che nell'ultimo settennio aveva risentito favorevolmente dei provvedimenti di flessibilizzazione del lavoro avviati bene dal ministro Treu e conclusi male dalla recente Legge 30 sul lavoro, almeno sul piano quantitativo (su quello qualitativo è stato alto il prezzo pagato dai giovani flessibilizzati senza gli ammortizzatori previsti dal prof. Biagi) si è fermata, malgrado una crescita del Pil intorno all1,2%.

Il Nord comincia a risentire pesantemente del dimezzamento delle nascite iniziato nel 1975 ma mentre il N.Est sente il peso negativo oltre che del fattore demografico, di vincoli culturali, ambientali e logistici in conseguenza di radici più deboli ed una crescita più tumultuosa, l'asse Milano-Torino reagisce meglio allo shock della deindustrializzazione con uno sviluppo più equilibrato, una agro pastorizia di qualità, una terziarizzazione avanzata e l'avvio di industrializzazione Hi Tech legata alle Università meglio che nel resto del paese. La Liguria continua nella sua retromarcia, condannata anche dal record negativo di nascite che dura da trent'anni e dalle crisi dell'acciaio e delle ex Partecipazioni Statali.

La Sardegna, dopo l'Abruzzo, è la regione meridionale che, anche grazie al suo record negativo di natalità (che divide con la Liguria), non se la passa bene: nel 2004 ha ancora ridotto l'occupazione e in percentuale superiore alla media del Mezzogiorno.

In questo quadro negativo si salvano le 4 regioni del Centro, Toscana, Umbria, Marche e Lazio che oltre ad aumentare l'occupazione in tutti i settori aumentano anche il tasso di occupazione. Nel 2004, in barba agli obiettivi di Lisbona (l'Italia dovrebbe aumentare di almeno 5 punti il suo tasso di occupazione, addirittura di 10 punti secondo Berlusconi), il tasso di occupazione 15-64 anni si è ridotto in Italia, nel Nord e nel Mezzogiorno, aumentando solo al Centro dal 60,2% al 61,2%. Forse il carattere più terziario delle economie di queste regioni, forse le politiche più attente allo sviluppo delle autorità regionali e soprattutto il grande successo che il Logo Roma sta avendo in molte iniziative a carattere nazionale ed internazionale hanno avuto effetti positivi sull'economia e sull'occupazione, effetti che andrebbero meglio esplorati, anche alla luce delle tendenze mondiali in atto alla “smaterializzazione” delle attività produttive.

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