ROMA Antonello Falomi è seduto sul divanetto nella sua stanza di vicepresidente del gruppo Ds al Senato. Il piccolo ramoscello di Ulivo sul bavero della giacca. Non se lo toglie mai. La sua storia è quella di un ulivista convinto. Quella stanza ora dovrà abbandonarla. La sua è stata una «decisione sofferta». E per il momento si sente «orfano» come confida agli amici che gli telefonano. «Ma spero che il mio non sia un abbandono definitivo. Spero sempre di poter ritrovare un partito diverso da quello che sto lasciando. La lotta politica serve anche a questo». L’amarezza c’è, tuttavia: «In un partito le regole che attengono alla partecipazione della minoranza non possono essere le stesse che ci sono in un consiglio di amministrazione. Bisogna sempre trovare la sintesi che consente di tenere insieme un partito».
Come è arrivato a questa decisione?
«L’ultima riunione della direzione del partito è stata un passaggio chiave. La minoranza ha tentato in tutti i modi di mutare la posizione che ormai sta emergendo nel partito sulla vicenda irachena. Hanno respinto tutto. Quello che più mi ha colpito è l’ambiguità, la doppiezza, il ricorso a marchingegni parlamentari per non affrontare con chiarezza questo nodo».
Quale ambiguità?
«Non si può dire: se otteniamo lo scorporo del decreto si vota contro il finanziamento della missione in Iraq. E poi dire contemporaneamente che è sbagliato chiedere il ritiro delle truppe. È una contraddizione. O si vogliono lasciare lì le truppe senza viveri e armanenti, il che è palesemente assurdo. Oppure, in realtà, si sta cercando di indorare la pillola per far digerire un mutamento di posizione rispetto a pochi mesi fa».
A che cosa attribuisce questo mutamento di posizione?
«Si pensa di poter vincere la battaglia contro Berlusconi spostando verso il centro, in senso moderato, il baricentro della coalizione. La mia contrarietà all’operazione triciclo nasce proprio di qui».
Lei fa parte del correntone che però ha deciso di condurre una battaglia dall’interno contro quella che definisce la deriva moderata del partito.
«Condivido le riflessioni, le analisi, le proposte che in questo momento sta facendo il correntone. La sua battaglia è giusta e sacrosanta. Si deve solo ringraziarlo per la funzione che svolge nel partito. Io ho scelto di condurre la stessa battaglia in forme diverse e nuove».
Su questa scelta ha pesato il rapporto con Occhetto...
«Ho partecipato con impegno al tentativo di Occhetto e Antonio Di Pietro di collocare la loro lista dentro una prospettiva diversa da quella del partito riformista. La loro battaglia aveva portato anche a un risultato politico importante: la sottoscrizione di un documento comune nel quale si affermava che la lista del triciclo non era la premessa di un partito riformista ma il primo passo per il rilancio della costituente di un Ulivo più ampio e attento a movimenti e società civile».
Poi cosa è accaduto?
«Nel giro di quattro giorni ci sono state tre interviste di Rutelli, D’Alema e Fassino che smentivano quanto era stato sottoscritto e ribadivano che l’operazione triciclo era funzionale al motore riformista. Si è data l’impressione che la firma a quel documento fosse stata apposta senza crederci davvero. A quel punto Occhetto e Di Pietro hanno fatto un’altra scelta».
Ora c’è anche la faccenda del simbolo...
«Spero vivamente che ci si metta intorno a un tavolo e si trovi un accordo. Altrimenti sarebbe la riprova che la lista cosiddetta unitaria anziché unire divide. E non si può nemmeno ripetere la favola del lupo e dell’agnello: chi ha deciso di impossessarsi del simbolo di una intera coalizione non sono i partiti minori che giustamente protestano, ma i partiti maggiori. Credo che a Prodi converrebbe fare il leader di tutta la coalizione e non farsi schiacciare su una parte. Per quanto siano ottimistiche le previsioni elettorali del listone manca sempre un 20% dei voti per arrivare al 51%».
Si impegnerà nella lista con Occhetto?
«Condivido la carta di intenti con la quale Occhetto ha aperto un confronto con Di Pietro per definire la lista. E condivido l’idea di aprirsi a personalità collegate ai movimenti. Se il processo si concluderà positivamente è possibile un mio impegno».
Adriano Olivetti è stato un appassionato editore. Quella di disegnare riviste e progettare libri era un’attività che si armonizzava con i suoi interessi in campo industriale, politico, estetico, associativo. Il suo bisogno di diffondere idee e programmi si concretava, spesso, nella nascita di un periodico o di una collana editoriale: non è esagerato sostenere che il suo fervore inventivo si manifestasse, di pari passo, in fabbrica e in tipografia.
Già all’inizio del 1937, poco prima di assumere la presidenza della società d’Ivrea, l’ingegnere Adriano licenziava le bozze di stampa del primo numero della rivista Tecnica e organizzazione. Temi importanti del periodico erano l’analisi della struttura organizzativa delle imprese, lo studio dei perfezionamenti tecnico-produttivi, l’assistenza sociale, l’architettura industriale, l’istruzione professionale. Si delineava già quell’insieme di interessi culturali che avrebbe richiamato l’attenzione dell’imprenditore nei decenni successivi.
E’ del marzo 1946, dopo una gestione iniziata nei mesi della Liberazione, la nascita di Comunità, la rivista in cui le questioni che appassionavano l’imprenditore si sarebbero articolate in un ampio ventaglio interdisciplinare. L’elenco delle rubriche di cui si componeva questo quadrimestrale - politica, economia, urbanistica, architettura, filosofia, narrativa, poesia, arti figurative, cinema - può dare il senso della ricchezza del progetto. Esso era tenuto insieme da un’ispirazione di base, che andava precisandosi nelle opere dello stesso Adriano Olivetti: L’ordine politico delle comunità, che è del 1947, e Società, Stato, Comunità, uscito cinque anni più tardi. Ciò che l’industriale di Ivrea aveva in mente era una politica d’un timbro particolare, che non si riconosceva nei partiti tradizionali e tendeva a collegarsi con i movimenti d’opinione e le realtà associative locali. Al fondo delle sue concezioni, e del Movimento da lui creato, c’era la Comunità come cellula primaria dell’organizzazioine statuale. Essa - per dirlo con Geno Pampaloni, che fu per oltre un decennio un intellettuale «organico» dell’olivettismo - era «l’espressione compiuta del radicamento dell’uomo al paesaggio e al tema della sua vita». Questa ideologia, pur presente, non faceva di Comunità in quanto rivista un veicolo di tesi esclusive, ma piuttosto un punto d’incontro di varie istanzi civili: laiche, cattoliche, socialiste.
Ad animare questo concerto di voci contribuivano da un lato il fascino personale del fondatore, dall’altro la qualità dei collaboratori a lui subentrati nella direzione o nella cura del periodico: da Giorgio Soavi a Renzo Zorzi, un veneto taciturno e pacato, colto e tenace, che l’avrebbe diretto per molti anni anche dopo la morte di Olivetti. La redazione era composta da Pier Carlo Santini, Egidio Bonfante - scomparso appena la settimana scorsa - e L. Di Malta; e i collaboratori andavano da Franco Ferrarotti a Paolo Portoghesi, da Norberto Bobbio a J. K. Galbraith, da Jurgen Habermas a Isaak Singer. L’attenzione all’aspetto grafico della rivista s’accordava con quel nitore estetico che distingueva la "comunicazione" olivettiana, sia nel campo progettuale (il design) che in quello pubblicitario.
Di lì a poco, Comunità diventa una casa editrice. Anche qui, la gestazione è stata lunga e graduale. Fin dal 1943, l’imprenditore canavesano ha dato vita alle Nuove Edizione di Ivrea, un marchio di breve durata che riesce però ad assicurarsi i diritti di importanti testi stranieri. Ora, in vista delle edizioni di Comunità, Olivetti fa ricorso a una suggestiva trama d’ingegni: da Bobi Bazlen a Ernesto Bonaiuti, da Alberto Carocci a Leonardo Sinisgalli, a quel Luciano Foà che vent’anni più tardi fonderà la Adelphi.
Ai testi di urbanistica, di sociologia politica, di filosofia aziendale cominciarono ad affiancarsi, nel catalogo, le opere di spiriti religiosi come Soren Kierkegaard, Simone Weil, Jacques Maritain, Emmanuel Mounier, Martin Buber, Nicolaj Berdiaev. Un apostolo terzomondista come Albert Schweitzer s’inseriva in questo quadro accanto a un pioniere industriale del rango di Frederik Winslow Taylor, a un urbanista come Lewis Mumford, a uno scienziato della politica come Giuseppe Maranini.
Direttore, nel ‘37, del piano regolatore della Val d’Aosta, Adriano Olivetti entrò nel consiglio direttivo dell’Istituto Nazionale di Urbanistica fino a diventarne, nel ‘50, presidente. Ma già da un anno aveva assunto la direzione della rivista dell’Istituto, intitolata appunto Urbanistica. Questa parola e questa disciplina erano intese - citiamo sue parole - a «colmare il "distacco" tra la cultura e lo Stato, tra Paese e Governo». «Cultura e Paese - egli sosteneva - reclamano la fine del disordine, la protezione della salute e dell’incolumità personale, l’eliminazione degli sprechi e dei rumori, il pieno impiego, l’unità armonica della vita».
Intorno alla capofila -perché tale restava Comunità - si andò presto formando una costellazione di periodici delle più varie specializzazioni, dalla Rivista di filosofia, diretta da Norberto Bobbio e poi passata editorialmente alla Einaudi, a Metron Architettura, da Architettura-cronache e storia fino a Selearte, l’agile rivista di informazione artistica diretta a Firenze da Carlo Ludovico Ragghianti. Nel 1955, finanziato da Olivetti, esordiva L’Espresso, frutto di una lunga riflessione: inizialmente, l’ingegnere Adriano, d’accordo con Arrigo Benedetti ed Eugenio Scalfari, pensava a un quotidiano, sorretto dall’alleanza di varie "firme" industriali, ma poi si scelse la periodicità settimanale, economicamente meno impegnativa. Nei tardi anni Cinquanta, Olivetti chiese a Carlo Caracciolo - che dell’Espresso possedeva una piccola quota - di subentrargli nel controllo del settimanale (oltre che della maggiore fra le testate di architettura nate intorno al movimento di Comunità). L’industriale di Ivrea fu dunque il creatore di un gruppo editoriale che si sarebbe, col tempo, ramificato e consolidato.
In un campo assai diverso anche il mensile meridionalista Nord e Sud, diretto da Francesco Compagna, s’era giovato, nascendo a Napoli nel 1954, dell’appoggio finanziario erogato, in varie forme, dalla Olivetti e dal suo capo. A me, proveniente da quella esperienza napoletana, toccò di partecipare, fra il ‘57 e il ‘58, a una delle ultime iniziative editoriali olivettiane: un settimanale, con redazione a Torino, intitolato La via del Piemonte: regione, quest’ultima, nella quale l’ingegnere di Ivrea si presentava candidato al Parlamento (venne eletto, e più tardi gli subentrò, nel seggio, Franco Ferrarotti). Ma, in corrispondenza con lo spirito insieme ideale e pragmatico del suo fondatore e patron, la prospettiva elettorale non esauriva gli interessi del settimanale diretto da Geno Pampaloni. Ricordo, in redazione, Giovanni Giudici, Stefano Petrovich, Giulio Crosti, Carla Perotti, e fra i collaboratori Carlo Fruttero, Luigi Carluccio, Massimo Fichera, Antonio Spinosa, Valerio Castronovo: una piccola rappresentanza di coloro che Adriano Olivetti associò, lungo i decenni, alla sua multiforme avventura, all’interno della quale l’editoria assunse uno spazio privilegiato.
Una lista delle persone che egli chiamava intorno a sé, coinvolgendoli nei suoi progetti, rischia di diventare interminabile o lacunosa, fra letterati, urbanisti, architetti, grafici, designer, esperti di edilizia popolare, giornalisti, analisti della politica, studiosi di problemi meridionali (e qui torna alla memoria Riccardo Musatti, autore di un saggio pieno di intuizioni e speranze, La via del Sud, e poi direttore dell’ufficio pubblicità e stampa della Olivetti). Sull’affluenza degli intellettuali in azienda, sotto Adriano, si è fatta molta letteratura. Non apparirà comunque retorica l’etichetta di «ex olivettiani», di «adrianèi» della quale tanti si sono fregiati o a volte ancora si fregiano, riconoscendosi fra loro. In nome di una remota, contagiosa utopia.
È sempre stata considerata , una preda ambitissima da investitori italiani e stranieri. Tanto che in molti, in passato, avevano provato a darle la caccia ma senza successo. Lo scorso 22 aprile, però, dopo due anni di faticose trattative, l’affare è stato finalmente concluso. Infatti, Aletti Merchant, merchant bank del gruppo Banco Popolare di Verona e Novara, e Investindustrial, la finanziaria di partecipazioni che fa capo alla famiglia Bonomi, hanno annunciato l’acquisizione del 90% del capitale di Gardaland, il maggiore parco divertimenti italiano e uno tra i primi nel mondo. Il valore dell’operazione è di circa 300 milioni di euro e per l’acquisizione è stata utilizzata la società veicolo Cornel, controllata pariteticamente, con il 45% a testa, da Aletti Merchant e Investindustrial. Della la cordata fa parte anche Italian Lifestyle Partners II, società di partecipazioni riconducibile a Gaetano Marzotto e Marco De Benedetti, che detiene il 10% di Cornel. Il rimanente 10% del capitale del parco divertimenti di Castelnuovo del Garda è rimasto nelle mani di alcune tra le famiglie fondatrici della società. A presiedere il nuovo consiglio d’amministrazione di Gardaland, dove entreranno, tra gli altri, Gaetano Marzotto e Ettore Riello, è stato chiamato l’imprenditore dolciario Alberto Bauli (che è stato appena nominato anche vice-presidente della Banca Popolare di Verona). Mentre Sergio Feder, da 7 anni amministratore delegato del Parco, è stato confermato nel suo ruolo. Sulle ragioni dell’appetibilità di Gardaland i numeri parlano da soli: un fatturato di 100 milioni di euro con un margine operativo lordo di 41 milioni; 1700 dipendenti; 3 milioni di visitatori all’anno; oltre un milione di metri quadri di superficie totale, di cui 500 mila adibiti al solo Parco; 130 artisti a contratto provenienti da tutto il mondo.
Oggi, il Parco può contare su più di 40 attrazioni per soddisfare le esigenze dei suoi visitatori, propone 40 show giornalieri, è dotato di 18 negozi e di 20 punti di ristoro, tra cui 5 ristoranti a tema. Inoltre, lo scorso anno, la società ha avviato un progetto di diversificazione estendendo le proprie attività anche al comparto alberghiero dando vita al Gardaland Hotel Resort.
Invece, i motivi del fallimento dei precedenti tentativi di scalata e la laboriosità dell’acquisizione appena conclusa vanno ricercati nell’estrema frammentazione dell’azionariato e in una norma dello statuto che fissava la soglia di controllo all’81% del capitale della società. Gardaland era una specie di public company all’italiana con ben 250 soci, di cui i primi 4 controllavano il 51% dell’azienda. Una situazione che ha comportato momenti difficili di governance, liti giudiziarie, frequenti passaggi di quote e la formazione di fazioni in guerra tra loro che hanno bloccato diversi tentativi di takeover.
Ci avevano provato gli inglesi del Tussauds Group (quelli del famoso museo delle Cere di Londra) prima da soli e, poi, insieme a Investindustrial. Senza contare che, negli anni 90, la svizzera Ubs Capital era entrata con il 20% del capitale ma, in seguito, aveva dovuto rinunciare. “È stata una faticaccia - racconta Andrea Bonomi, presidente di Investindusdtrial - ce l’abbiamo fatta al terzo tentativo grazie all’intervento della Popolare di Verona che è riuscita ad avvicinare e convincere molti piccoli azionisti locali, che per noi erano irraggiungibili, a vendere le proprie quote. Adesso, però, siamo soddisfatti perché quello dei parchi di divertimento è un bellissimo business. E Gardaland vanta indici di redditività e un posizionamento competitivo sul mercato veramente unici”.
E un grande compiacimento per il closing dell’operazione è riscontrabile anche tra il management di Aletti Merchant: “In questa acquisizione - spiega Luca Modonesi, il direttore generale - si riflette la strategia del nostro gruppo bancario di essere sempre più presente nella realtà delle imprese dei territori in cui siamo radicati, un elemento che abbiamo voluto ulteriormente sottolineare con la nomina, a nuovo presidente di Gardaland, di Alberto Bauli”.
Per quanto riguarda gli sviluppi futuri i nuovi azionisti ci tengono a mettere in evidenza che il loro investimento non è di breve termine ma ha un orizzonte di almeno 3-5 anni con un obiettivo finale che potrebbe essere la quotazione in Borsa della società. Per adesso, però, punteranno a un consolidamento dei risultati ottenuti dal Parco con una strategia che prevede maggiori investimenti promozionali, l’espansione del pubblico di riferimento (passare dalla fascia di 4-14 anni a quella di 4-18), l’allungamento della fruibilità dei divertimenti (con più posti letto), l’ampliamento dell’offerta di attrazioni e il prolungamento della stagione (ospitando nuovi eventi). Insomma, Aletti Merchant e Investindustrial sono arrivati per restare e, dopo il grande sforzo fatto per avere partita vinta, vogliono veder fruttare il proprio investimento.
Andrò a firmare per il referendum abrogativo della legge sulla procreazione assistita: quello, proposto dai radicali, che intende abolire la legge del tutto, dall'a alla zeta, dal primo all'ultimo articolo. Non per questo sono d'accordo con il tipo di argomentazioni che i radicali portano a sostegno della loro campagna: troppa fiducia nella libertà di ricerca scientifica, troppa riduzione - vecchia storia, fin dai tempi del referendum sull'aborto - del desiderio e del primato femminile sulla maternità alla rivendicazione di un diritto. Ma non mi convincono neanche alcune reticenze che avverto in campo femminista a usare lo strumento referendario e la sua logica binaria, sì-no, su una materia complessa, delicata e sfaccettata come questa della procreazione assistita. La materia è complessa, delicata e sfaccettata, ma la legge con cui il parlamento ha pensato bene di regolarla non lo è: è linearmente pessima, e va linearmente cancellata con un no tondo. Non solo. In altre circostanze, compresa quella dell'aborto, a portare a una legge compromissoria era stato un circuito misto di mobilitazione, partecipazione e rappresentanza. Nel caso della procreazione assistita, a portare a una legge pessima è stato solo il teatro, ormai farsesco, della rappresentanza. E' vero che sul tema c'è stata poca mobilitazione da parte femminile. Ma è anche vero che non c'è stata, da parte del legislativo, alcuna considerazione del sapere femminista che pure c'era, né alcun ascolto di un'esperienza femminile ridotta a sconsiderata scorribanda da «far west». Insomma, il parlamento da solo se l'è cantata e da solo se l'è suonata. Producendo quell'obbrobrio che ha prodotto. Abrogare quell'obbrobrio, stavolta, non significa a mio avviso correre il rischio di abusare populisticamente dello strumento referendario contro le sedi deputate del potere legislativo e delle sapienti mediazioni che esso richiede. Significa, al contrario, sanzionare una pratica parlamentare chiusa all'ascolto della società, arrotolata su mediazioni di bassissimo profilo, avvolta dall'ignoranza e dalla superstizione, insipiente di diritto: anche a questo bisognerà pur riuscire a trovare il modo di dire un no tondo.
Non mi convincono, per ragioni facilmente deducibili da quanto sopra, i quattro referendum «parziali» che intenderebbero «emendare» la legge sullaprocreazione assistita sui singoli punti del diritto del concepito, della salute della donna, del ripristino della fecondazione eterologa, della libertà di sperimentazione e ricerca. In primo luogo perché uno dei difetti sostanziali della legge è precisamente quello di pretendere di normare pesantemente (e repressivamente) troppe cose assieme, invece di limitarsi a regolare leggermente le prestazioni e il funzionamento dei centri in cui si pratica la fecondazione artificiale: inseguirla sul terreno della prolissità, sia pure per emendarla, significa dunque confermarne l'impianto pesante. In secondo luogo, per le ragioni già sottolineate, sul manifesto del 28 luglio, da Maria Luisa Boccia e Grazia Zuffa, ovvero per la visione corporativa della società e debole dell'azione politica sottesa alla scelta dei quattro quesiti. Un vizio che non mi pare superato dall'impegno, giurato e ribadito giusto ieri, dei Ds a impegnare il partito, i consiglieri comunali e le feste dell' Unità sulla raccolta delle firme. Le strategie emendative dell'impianto della legge già sperimentate dai Ds in parlamento non sono riuscite ad arginare il disastro finale; non si vede perché dovrebbero essere più efficaci sul terreno della pubblica opinione e del senso comune. Che qualche volta ha bisogno, anch'esso, di una bussola che sappia dire, semplicemente, no.
Proteggere una legge storica dall'accetta referendaria», è questo il nobile intento che ha spinto la senatrice azzurra Laura Bianconi e il suo collega Antonio Tomassini a presentare con zelo e sotto il sole d'agosto una proposta di riforma della legge sulla procreazione assistita che ha l'unico scopo di mettere i bastoni fra le ruote alla sua possibile, augurabile e urgente abrogazione. Con una acrobatica capriola d'identità, il partito del populismo di governo si scopre improvvisamente alfiere delle prerogative del parlamento e della democrazia procedurale: bisogna «riportare nella sua sede propria» quel dibattito sulla legge che l'iniziativa referendaria rischia di «fuorviare» sui binari impropri della consultazione popolare. Basterebbe la fotografia dell'aula di palazzo Madama in cui il gran gesto è stato compiuto - al cospetto in tutto di due parlamentari - per misurare la credibilità dell'improvvisa conversione di Forza Italia al credo parlamentarista. Ma c'è di più. C'è che lo strumento referendario, di cui durante la cosiddetta transizione italiana si è allegramente abusato in lungo e in largo fino a fargli partorire perfino il sistema elettorale, evidentemente terrorizza il ceto politico proprio quando lo si impiega correttamente, per abrogare trasversalmente una legge che fa trasversalmente danno e per mostrare la distanza fra paese reale e avanspettacolo politico. E' questo il caso in questione, ed è questo che fa scattare lo zelo degli azzurri e non solo. E' sintomatica infatti la reazione di Pierluigi Castagnetti, presidente dei deputati della Margherita, all'iniziativa del partito del premier: ottima idea, scelta legittima e perfino giusta, se servirà a evitare un referendum «che potrebbe spaccare e dividere il paese». Potrebbe spaccare, in verità, il mondo cattolico, togliere alla Margherita la legittimazione a rappresentarne la parte più aperta, riaprire una sana linea di conflitto fra gerarchie vaticane e laicità dello stato. Tutti fantasmi da scacciare per i rosei petali riformisti che furono determinanti per l'approvazione della legge-mostro sulla procreazione. E tutti fantasmi da temere per la parte più moderata dei riformisti diessini, fra i quali non mancherà chi - come Chiti già adombra - vedrà nella riforma parlamentare della legge una possibilità da praticare, come se fosse convergente con lo spirito dei referendum.
Non lo è, come dimostrano le modifiche proposte dal ddl azzurro. Anche se due di esse - l'ammissione alle Tra delle coppie portatrici di malattie genetiche e la possibilità di crioconservare gli ovociti - mettono una toppa su due dei punti più scandalosi della legge, non bastano a scalzarne l'impianto fondamentalista e repressivo. E non è affatto detto che bastino a rendere trasferibili sul testo riformato i quesiti referendari. Viceversa, il blitz azzurro potrebbe rivoltarsi come un boomerang contro i suoi sostenitori, fungendo di fatto da volano per l'accelerazione della raccolta delle firme per i referendum entro settembre, a contrasto e non a conforto del populismo al potere.
LE CARTE del gioco sono sempre più mischiate, i gomitoli sempre più imbrogliati e dipanarne i fili è diventata un´operazione quanto mai ardua.
Vale per l´Italia, vale per l´Europa, per gli Stati Uniti, per la Russia e per l´Oriente, quello vicino e quello lontano. In un mondo sempre più interdipendente dare un senso a questa congerie di eventi nebulosi è quasi impossibile. Forse un senso non c´è. Siamo costretti a inventarcelo per sopravvivere. Accatastiamo segnali contraddittori, reperti, analogie, metafore del possibile, statistiche del probabile. Ma da dove e da chi cominciare?
* * *
Comincerò da Kerry, l´anti-Bush che sta scrupolosamente attento a nominare il suo antagonista il meno possibile, a volare rasoterra per sfuggire ai radar dell´avversario cercando di convogliare attorno a sé il pacifismo del mondo intero presentandosi con la mano alla visiera da vecchio combattente e con lo slogan "Strong America". Il campione del multilateralismo che dovrà ricucire le ferite inferte dai neo-conservatori agli alleati europei e agli arabi moderati esordisce affermando: «Non permetterò mai a nessun paese e a nessuna istituzione internazionale d´interferire sulle nostre decisioni per quanto riguarda la nostra sicurezza».
Reculer pour mieux sauter? Forse. Ma forse no. Kerry parla ad un paese che è il più potente del mondo e deve ottenerne il consenso. Un paese dove il saluto militare è ormai una sorta di tic nazionale. Un paese geloso della propria democrazia ma assai poco versato al garantismo d´esportazione. Infine: un paese molto generoso con gli altri anche perché gli altri gli forniscono da almeno ottant´anni i mezzi per vivere costantemente al di sopra delle sue risorse.
Può darsi che Kerry vinca la sfida con Bush. Personalmente me lo auguro perché penso che l´America da lui rappresentata sia comunque il meglio che quel grande paese amico possa esprimere. Ma non facciamo l´errore di considerare Kerry come l´erede di George Washington o di Abramo Lincoln.
Troppo tempo è passato e gli Usa, anche se smetteranno di teorizzarlo, sono comunque il centro d´un impero. Ai suoi tempi perfino Marco Aurelio, l´imperatore filosofo, sapeva bene come far rispettare la forza di Roma.
Kerry sa che il suo paese può vincere da solo qualsiasi guerra ma ha bisogno di grandi alleanze e di grande consenso per vincere la pace. Ma questo ormai lo sa perfino Bush. Kerry, se andrà alla Casa Bianca, curerà molto di più lo sconquassatissimo welfare americano, la sanità, la scuola, l´assistenza. Forse vezzeggerà più Chirac di Berlusconi. Gli si può chiedere di più?
Quanto ai nostri Fassino e Rutelli, è perfettamente vero che la loro dichiarazione sulla permanenza del contingente italiano in Iraq nel caso che l´Onu assuma poteri rilevanti in quel paese non rappresenta una novità.
L´hanno sempre detto, perfino con atti parlamentari più volte ripetuti. Perciò non si capisce perché abbiano sentito il bisogno di ripetere il già noto.
Talvolta la sobrietà è meglio della loquela e questo era uno di quei casi.
* * *
Ho cominciato dallo sfidante di Bush ma ora, perdonatemi, debbo parlarvi dei tafferugli avvenuti ieri alla Camera dei deputati riunita per votare il prestito-ponte destinato a far sopravvivere almeno per qualche mese l´Alitalia nella speranza che la compagnia possa risollevarsi dallo stato di prefallimento in cui versa.
Leggerete in cronaca il resoconto di questo episodio disdicevole, attizzato dal diverbio tra socialisti e Lega. Va detto che qui si è giunti molto al di là del folklore.
Dalle parole si è passati ai fatti, la gazzarra leghista ha prodotto molti contusi e addirittura un ferito, condotto nell´infermeria di Montecitorio.
Vittime dell´aggressione leghista sono stati un deputato della Margherita e i socialisti ma non quelli di Boselli bensì quelli di De Michelis, all´interno cioè del centrodestra.
Ora si parla di dimissioni di Bondi, che teme altri e più insidiosi attacchi dall´interno della stessa Forza Italia. L´ex ministro dell´Interno, Scajola, vuole parlare del dopo-Berlusconi e decine di deputati gli fanno coro. Formigoni da Milano sfiducia il rappresentante di Berlusconi che sovrintende al partito in Lombardia. Il presidente della Camera si rifiuta di strozzare il dibattito sulla devolution come vorrebbe la Lega. Fini ha perso la voce e dopo tanto eloquio è diventato muto. Follini aspetta settembre.
Berlusconi spiega che la Finanziaria di Siniscalco non prenderà un solo centesimo dalle tasche degli italiani ma sosterrà lo sviluppo del paese con apposite misure. I 24 miliardi di manovra prevista pioveranno dunque dal cielo per premiare l´uomo della provvidenza. Forse quell´uomo è diventato pazzo e ancora non ce ne siamo accorti. E quand´anche, non bisognerebbe dirlo per poter agganciare i voti dei moderati in trasferimento da destra verso il centro (sinistra?).
Signori, egregi lettori, concittadini: è chiaro che il governo e la coalizione di maggioranza sono usciti dai cardini. Domenica scorsa scrissi che il paese è stato affidato a un gruppo di saltimbanchi imbroglioni. Poi, rileggendomi, mi sono pentito: alla mia età dovrei essere più cauto, più saggio, meno puntuto. Ma oggi, con quello che accade intorno, mi assolvo completamente. Ancora una volta la realtà ha superato l´immaginazione e nemmeno le parole per descrivere l´umiliazione e la vergogna che si provano di fronte allo spettacolo impudico messo quotidianamente in scena da chi rappresenta le nostre istituzioni, sono bastanti.
* * *
Debbo anche parlarvi - e scusatemi ancora - di Siniscalco il nuovo ministro dell´Economia che, seguendo il lessico in uso, si dice sieda sulla poltrona che fu di Quintino Sella.
Dunque Siniscalco. Sta vivendo un suo periodo di grazia. Il predecessore era talmente querulo e al tempo stesso tirannico, talmente creativo e al tempo stesso dissennato, che chiunque fosse stato scelto dopo di lui sarebbe stato accolto con un sincero benvenuto.
Siniscalco ha promesso trasparenza, ascolto, dialogo. Ha snocciolato le cifre del disastro finanziario. Non tutte, perché il disastro è almeno il doppio di quanto annunciato; ma insomma ha certamente sollevato una parte del velo che aveva coperto per tre anni quelle voragini.
Qui però, almeno per ora, si arresta la trasparenza di Siniscalco. Non sappiamo dove prenderà i 24 miliardi della manovra più i 6 necessari per far giocare il Capo con la riduzione dell´Irpef.
Il primo approccio del successore di Quintino Sella sembra quello di poter superare la soglia del 3 per cento deficit/Pil col benestare dell´Europa.
Ammesso e non concesso che quel benestare ci sia, questo significa che il successore di Sella potrà sfondare i limiti di Maastricht aumentando così il disavanzo. Curerà il buco di competenza mandando in passivo la cassa.
Elementare Watson. Stamperà biglietti il nipotino di Quintino Sella.
Accrescerà il fabbisogno. Emetterà titoli pubblici. Quindi aumenterà il debito pubblico. Auguri.
Ma poi, per turare l´ammanco di cassa, venderà patrimonio. Immobili.
Azioni. Diritti. Per cento miliardi di euro (200mila miliardi di lire) in quattro anni. E poi dite se anche lui non è creativo: si muove sul trapezio con sapiente maestria. Avevo detto saltimbanchi ma mi correggo: trapezisti.
Però senza rete. È infatti molto dubbio esitare il patrimonio così rapidamente. Credo che chiameranno in soccorso le banche per anticipare i soldi necessari. Ma per invogliarle dovranno svendere gli asset patrimoniali.
E chi se ne frega: pagheranno i figli e i nipoti.
Questa storia dei figli e dei nipoti sta prendendo una bruttissima piega.
Non dovevano essere i padri a pagare per i giovani? Non era questo lo spunto della riforma del lavoro e di quella delle pensioni? Contrordine: pagheranno tutti. Anzi i figli più ancora dei padri.
Dice il professor Nicola Rossi, deputato riformista Ds: la riforma delle pensioni non è granché, doveva essere più rigorosa, ma se il centrosinistra vincerà dovrà tenersela perché è comunque meglio di niente.
Ho stima per il professor Rossi ma, mi scuserà se dico che non condivido.
La riforma delle pensioni potrebbe certo essere ancora più severa e più rapida nei risultati ma a una tassativa condizione: e cioè che prima o almeno contestualmente al suo varo avrebbe dovuto esser messo in piedi un sistema di ammortamenti sociali che coprisse l´insicurezza del lavoro flessibile e provvedesse alla formazione e alla "buona occupazione" dei lavoratori, come da tempo suggerisce Giorgio Ruffolo.
Se questo fosse il programma del centrosinistra, come mi auguro, la riforma delle pensioni può perfino essere migliorata, ma non un solo centesimo dovrebbe finire nelle casse del Tesoro: saranno gli stessi pensionandi a destinare i loro sacrifici per render possibile il nuovo Welfare. Sennò, no.
Confido che il professor Rossi convenga con me.
* * *
Intanto affiora l´ipotesi di un´imposta patrimoniale perché il buon Siniscalco da qualche parte dovrà pur trovarli quei maledetti quattrini. Hai voglia a tagliare le pensioni d´invalidità, hai voglia a sostituire incentivi con prestiti agevolati, hai voglia ad aumentare le sigarette. Bazzecole. C´è un vasto patrimonio immobiliare privato. Tassiamolo. E infatti hanno cominciato con la seconda casa, ma sono briciole.
Naturalmente la parola "patrimoniale" non può neppure essere pronunciata.
Ma ci stanno pensando. Prelevare con imposta le plusvalenze degli immobili.
Attenti però: se non è uno scherzo può diventare una rivoluzione. Tassare la prima casa? Che lo dica Bertinotti, passi; che lo pensi Siniscalco, membro d´un governo sostenuto dal medio ceto, via, sarebbe solo il sintomo che non c´è più niente da fare.
Onorevole ministro dell´Economia, dica forte e chiaro ciò che finora ha sussurrato: per colmare il buco lei dovrà tassare o accrescere il debito.
Scelga lei a quale corda impiccare i padri oppure i figli o tutti e due. E ringrazi il suo predecessore per la bella eredità che le ha lasciato.
Nel 64 avanti Cristo Marco Tullio Cicerone, già celebre oratore ma tuttavia 'uomo nuovo', estraneo alla nobiltà, decide di candidarsi alla carica consolare. Il fratello Quinto Tullio scrive per suo uso e consumo un manualetto, in cui gli dà consigli per bene riuscire nella sua impresa. A volgerlo in edizione italiana, con testo a fronte ('Manuale del candidato - Istruzioni per vincere le elezioni', editore Manni, 8 euro), è Luca Canali, corredandolo di un commento, in cui si chiariscono le circostanze storiche e personali di quella campagna. Furio Colombo scrive l'introduzione, con una sua polemica riflessione sulla 'prima Repubblica'.
Infatti molto simile alla nostra seconda è questa Repubblica romana, nelle sue virtù (pochissime) e nei suoi difetti. L'esempio di Roma, nel corso di più di due millenni, ha sempre continuato ad avere molta influenza sulle successive visioni dello Stato. Come ricorda Colombo, al modello della più antica Repubblica romana si erano ispirati gli autori dei 'Federalist papers', che avevano delineato le linee fondamentali di quella che sarebbe poi stata la costituzione americana, e che vedevano in Roma, più che in Atene, l'esempio ancora attuale di una democrazia popolare. Con maggiore realismo i 'neo cons' intorno a Bush si ispirano all'immagine di Roma imperiale e, d'altra parte, molta della discussione politica attuale fa ricorso sia all'idea d'Impero che a quella di 'pax americana', con esplicito riferimento alla ideologia della 'pax romana'.
Salvo che l'immagine di competizione elettorale che emerge dalle 20 paginette di Quinto è assai meno virtuosa di quella che aveva ispirato i federalisti del Settecento. Quinto non pensa affatto a un uomo politico che si rivolga al proprio elettorato con un progetto coraggioso, affrontando anche il dissenso, nella speranza di conquistare i propri elettori con la forza trascinatrice di un'utopia. Come nota anche Canali, è totalmente assente da queste pagine ogni dibattito di idee; anzi è sempre presente la raccomandazione a non compromettersi sui problemi politici, in modo da non crearsi nemici. Il candidato vagheggiato da Quinto deve soltanto 'apparire' affascinante, facendo favori, altri promettendone, non dicendo mai di no a nessuno, perché anche a lasciar pensare che qualche cosa si farà, la memoria degli elettori è corta, e più tardi si saranno dimenticati delle antiche promesse.
La lettura di Colombo tende a mettere in luce "incredibili affinità, somiglianze, assonanze che sembrano attraversare i secoli". Quelli che nel testo sono i 'salutatores', che vanno a rendere omaggio a più candidati, sono visti come dei 'terzisti', i 'deductores', la cui presenza continua deve attestare l'autorevolezza del candidato, hanno la funzione di renderlo visibile e (mutatis mutandis) svolgono la funzione che svolge oggi la televisione. La campagna elettorale appare come uno spettacolo di pura forma, in cui non conta che cosa il candidato sia, ma come appaia agli altri. Come dice Quinto, il problema è che, per quanto le doti naturali abbiano un peso, il vero problema è ottenere che la simulazione possa vincere la natura.
D'altra parte "la lusinga è detestabile quando rende qualcuno peggiore ma. è indispensabile a un candidato il cui atteggiamento, il cui volto, il cui modo di esprimersi, devono di volta in volta mutare per adattarsi ai pensieri e ai desideri di chiunque egli incontri". Naturalmente bisogna fare in modo "che l'intera tua campagna elettorale sia solenne, brillante, splendida, e insieme popolare. Appena ti è possibile, fa pure in modo che contro i tuoi avversari sorga qualche sospetto. di scelleratezza, di dissolutezza o di sperperi". Insomma, tutte belle raccomandazioni che sembrano essere state scritte oggi, e viene subito in mente per chi - ovvero il lettore - legge Quinto ma pensa a Silvio.
Alla fine della lettura ci si chiede: ma la democrazia è davvero e soltanto questo, una forma di conquista del favore pubblico, che deve basarsi solo su una regia dell'apparenza e una strategia dell'inganno? È certamente anche questo, né potrebbe essere diversamente se questo sistema (che, come diceva Churchill, è imperfettissimo, salvo che tutti gli altri sono peggio) impone che si arrivi al potere solo attraverso il consenso, e non grazie alla forza e alla violenza. Ma non dimentichiamoci che questi consigli per una campagna elettorale tutta 'virtuale' sono dati nel momento in cui la democrazia romana è già in piena crisi.
Di lì a poco Cesare prenderà definitivamente il potere con l'appoggio delle sue legioni, istituirà di fatto il principato, e Marco Tullio pagherà con la vita il passaggio da un regime fondato sul consenso a un regime fondato sul colpo di Stato. Però non si può evitare di pensare che la democrazia romana avesse iniziato a morire quando i suoi politici hanno capito che non occorreva prendere sul serio i programmi ma occorreva ingegnarsi soltanto di riuscire simpatici ai loro (come
Lasciare l´Iraq per salvare l´Occidente
È UNA tragedia dell´Occidente, quella che va in scena nelle prigioni dell´Iraq e rimbalza come un atto d´accusa nei siti Internet e nelle televisioni in ogni angolo di deserto e in ogni città araba. Quei corpi torturati, ammucchiati, trascinati al guinzaglio e scherniti sono di soldati musulmani: umiliati nella loro impotenza, degradati a irrisione sessuale dei loro codici culturali, profanati in simboli rovesciati delle loro credenze, trasmettono nel loro mondo un´idea terribile del nostro concetto di vittoria e della moralità del nostro potere tecnologico, militare, politico. A noi, al nostro mondo, chiedono ancora una volta, semplicemente, "se questo è un uomo".
Siamo nuovamente protagonisti di un sopruso sul singolo uomo che va al di là della guerra e che nessuna guerra giustifica. Tutto questo, da parte non solo del più grande esercito della terra e dell´unica superpotenza egemone dopo gli anni della guerra fredda. Ma in nome dell´Occidente e dei suoi valori, della democrazia, del diritto, del nostro ordine mondiale. Cioè di tutto ciò che noi siamo, di ciò in cui crediamo.
Non ha molta importanza, a questo punto, sapere se il Pentagono ha ordinato ai suoi soldati di superare ogni limite e ogni codice nei confronti dei prigionieri di Abu Ghraib, o se la violenza è insieme sistematica e "spontanea", dunque legittimata di fatto da un clima e da un metodo di conduzione della guerra. È importante per la giustizia e per la politica. Ma dal punto di vista della moralità pubblica, tutto è già perduto nel fondo di quella prigione, nei flash di quelle fotografie, nell´uso privato di quella tragedia pubblica che adesso tutto il mondo conosce. E anche se c´è stato ritardo, reticenza e imbarazzo (compresa l´Italia, purtroppo) nel denunciare la gravità della tortura, oggi è chiaro che niente è più come prima.
La moralità stessa dell´Occidente è sotto accusa, la sua cultura e i suoi valori. Dunque la sua anima. Per salvarla, non bastano le scuse e non basta nemmeno il sacrificio rituale di Rumsfeld chiesto tre giorni fa dal New York Times. Occorre un´assunzione di responsabilità, per ripetere ancora una volta ciò che diciamo dall´11 settembre: la democrazia ha il diritto-dovere di difendersi, colpendo (per paradosso anche preventivamente) chi minaccia la sua stessa sopravvivenza.
MA - ecco il punto - può farlo solo a patto di restare se stessa, di rimanere dentro le regole che si è data, di sottomettersi ai valori e ai princìpi in cui crede, di confermare la sua identità distintiva.
In Iraq si è superato questo limite, estremo perché snaturante. È infatti il confine oltre il quale la democrazia incomincia a dubitare di se stessa, perché deve nascondere atti e comportamenti di cui si vergogna, e incomincia pericolosamente ad assomigliare in qualche angolo d´ombra al ritratto demoniaco che ne fanno i suoi nemici.
Ecco perché l´Italia oggi deve sentire il dovere di non restare in Iraq.
Deve andarsene, e per l´opposto di una fuga, di un ripiegamento, di una rottura di solidarietà occidentale. Anzi. Si impone un´assunzione di responsabilità, che separi la politica proprio in nome di una comunanza di valori e di cultura, che noi chiamiamo Occidente. Solo così si può far capire all´amministrazione americana, e anche a quell´opinione pubblica, che c´è un modo diverso di dirsi occidentali, che certe pratiche segnano una rottura, che l´Occidente non è mai stato un sistema di deleghe, e che certo non può esserlo per l´ordine di scatenare l´inferno ad Abu Ghraib.
La guerra era sbagliata, perché mancavano sia le armi di distruzione di massa, sia i legami operativi tra Saddam e Bin Laden, cioè le due pseudoragioni del conflitto. Era illegittima perché fuori dalla legalità internazionale, atto fondativo dell´unilateralismo libero e autonomo della superpotenza egemone. Era un errore anche politico perché spaccava l´Europa tra vecchia e nuova e rompeva la lunga alleanza novecentesca tra i due continenti. L´invio italiano di truppe a guerra che si pensava finita era un piccolo, grave gesto che mescolava titanismo e dilettantismo, velleitarismo e ideologismo, nella speranza ridicola di accreditare Berlusconi come miglior amico di Bush e la sua Italia come piccola potenza solitaria e gregaria in Europa.
Tutto questo è andato in frantumi, nella guerra che oggi si è riaccesa a Bassora e Nassiriya, ma prima e soprattutto nel buio del carcere delle torture.
Sono saltate, dopo quel che si è conosciuto, le regole d´ingaggio di una missione che ha promesso al Parlamento di voler "aiutare il popolo iracheno, garantendo la sua sicurezza". Oggi l´Italia deve sentire la responsabilità di rientrare: in Europa innanzitutto, per testimoniare nell´amicizia con gli Usa gli errori di Bush e la nostra concezione del diritto e della legalità internazionale. Solo da qui, da un rinnovato patto occidentale di regole e valori condivisi, può nascere una strategia utile per il dopoguerra iracheno e per la pace in Medio Oriente. Ma soprattutto questo è l´unico modo per salvare l´anima dell´Occidente, perduta nell´orrore di Abu Ghraib.
VERREBBE naturale per chi scrive su un giornale nel giorno della Pasqua cristiana affrontare il tema della passione, della morte e della resurrezione di Gesù di Nazareth, della preghiera nell´orto del Getsemani, della disperazione del Figlio dell´uomo quando si sente abbandonato da Dio, delle parole misteriose che egli rivolge ai suoi discepoli quando li esorta ad armarsi, lui che ha sempre predicato la pace, la non violenza e l´amore anche per chi ti colpisce e ti uccide. Secondo il Vangelo di Luca fu durante l´ultima cena di Gesù con i suoi discepoli: «Ma adesso chi ha una borsa la prenda e così la bisaccia e chi non ha spada venda il suo mantello per comprarla... E quelli dissero: Signore, ecco qui due spade. Ed egli: Basta!».
Verrebbe naturale di scriverne per cercar di capire ancora una volta il senso di quello splendido racconto del Figlio dell´uomo, della sua vita, della sua gioia, del dolore, del suo amore, della sua crocifissione: il Figlio dell´uomo che è il Figlio di Dio fatto carne per salvare il mondo; oppure il Figlio dell´uomo che gli uomini hanno trasfigurato nel Figlio di Dio costruendo un modello per andare oltre se stessi predicando vita e amore contro le ombre dell´odio e della morte.
Ma più naturale ancora viene di trasferire quel racconto nel nostro presente, mentre una sorta di Apocalisse infuria dovunque e il suo epicentro si svolge proprio in quelle regioni che videro il contrastato sorgere dell´Unico Dio nelle terre di mezzo che stanno tra il Tigri e il Giordano, tra il mare Arabico e il Mediterraneo, tra Bagdad e Gerusalemme.
Quelle terre sono sconvolte dall´odio, devastate dalle stragi, disseminate di rovine. Odio chiama odio, sangue chiama sangue, i combattenti uccidono invocando il nome del loro dio, che non è più l´Unico da quando ciascuna delle parti in guerra ha scritto quel nome sulla propria bandiera.
Proprio nei giorni della Pasqua questo scempio è arrivato al culmine, la violenza ha scacciato la pietà e sembra che il Figlio dell´uomo non debba mai più risorgere dal sepolcro dove il suo corpo flagellato fu riposto.
Di questo bisogna scrivere oggi e del perché l´odio ha invaso il mondo e la Bestia ha assunto le sembianza dell´Uomo.
"L´età dell´odio" è un libro appena uscito in Italia. L´ha scritto una cinese che si chiama Amy Chua e insegna alla Law School della Yale University.
Umberto Galimberti l´ha ampiamente recensito su questo giornale, ma ci ritorno su perché la sua lettura è terribilmente attuale. Nell´enorme folla di libri che da tre anni si accatastano per spiegarci con tesi e analisi diverse e contrapposte perché siamo arrivati a questa generale follia, Amy Chua è la sola che, distaccandosi dai fatti che avvengono quotidianamente sotto i nostri occhi, ha saputo entrarvi dentro meglio d´ogni altro arrivando alla loro radice e osservando le cause che li hanno determinati.
Le cause sono chiarissime. Scrive Galimberti: "Il mercato concentra la ricchezza, spesso stratosferica, nelle mani d´una minoranza economicamente dominante, mentre la democrazia accresce il potere politico della maggioranza impoverita. In queste circostanze l´introduzione della democrazia innesca un etno-nazionalismo dalle potenzialità catastrofiche che scaglia la maggioranza autoctona, facilmente istigata da politici opportunisti, contro la minoranza facoltosa e detestata". E scrive Amy Chua: "Negli ultimi vent´anni abbiamo promosso con energia nel mondo intero sia l´apertura liberista al mercato sia la democratizzazione. Così facendo ci siamo tirati addosso l´ira dei dannati".
Questo (e il libro lo dimostra ampiamente con una dovizia di analisi e di esempi che spaziano su quattro continenti) è il fondamento dell´odio antiamericano che stupisce gli americani; questa è la ragione vera della rivolta irachena contro i «liberatori» e delle "intifade" palestinesi contro Israele, ma così avviene dovunque, dalla Cecenia allo Zimbabwe, dall´Indonesia alle Filippine, dal Venezuela alla Sierra Leone, dalla Serbia alla Bolivia e al Ruanda.
Questo è anche il motivo che rende precaria la sorte dei regimi arabi moderati e amici dell´Occidente, gli Emirati, l´Arabia Saudita, l´Egitto e perfino il Marocco e gli altri Paesi del Maghreb. Con una differenza per altro essenziale che rende ancora più drammatico il problema mediorientale: proprio lì, in Iraq, in Iran, in Arabia, negli Emirati, giacciono nel sottosuolo gli otto decimi delle riserve petrolifere mondiali. La maggioranza povera, l´esercito dei dannati, per usare il linguaggio di Amy Chua, ha individuato un capro espiatorio e un tesoro inestimabile che in qualche modo gli appartiene.
Ma è pur vero che lasciarlo in quelle mani equivarrebbe a una rivoluzione planetaria dei rapporti di forza. La trappola irachena è questa: non ci si può né restare impigliati né uscirne. Non è il Vietnam, è molto peggio del Vietnam.
* * *
Una situazione del genere si verificò nel XIX secolo anche in Europa, che deteneva allora il potere mondiale; e nel XX secolo nel Nord America. Cioè in quei Paesi che nel loro complesso costituiscono l´Occidente.
Anche in Occidente la rivoluzione industriale aveva concentrato la ricchezza nelle mani d´una minoranza dominante mentre la democrazia, gradualmente conquistata, accresceva il potere della maggioranza povera, dell´esercito di riserva dei disoccupati, dei lavoratori che soggiacevano alla «legge bronzea» dei salari, infine ai "dannati" di Amy Chua.
Ma in Occidente la rivoluzione industriale aveva suscitato una borghesia vasta, un ceto medio produttivo, un´aristocrazia operaia e anche una cultura laica che aveva creato prima ancora della democrazia lo Stato di diritto, la separazione dei poteri e gli istituti di garanzia che ne costituivano i pilastri. Queste forze capirono che la combinazione tra pauperismo-democrazia-liberismo avrebbe provocato conflitti esplosivi.
Perciò intervennero, moderarono, contribuirono a modificare la natura stessa del capitalismo.
Sotto la pressione dei partiti socialdemocratici, delle leghe contadine, dei sindacati operai e della borghesia liberale nacque un capitalismo sociale che diffuse più rapidamente i benefici derivanti dal profitto e dall´accumulazione della ricchezza.
I "dannati" non sono scomparsi, ma non sono stati abbandonati a se stessi e il loro perimetro si è gradualmente ristretto anche se, proprio dal 1989 in poi, il "pensiero unico" liberista imperversante in tutto l´Occidente ha determinato un´inversione di tendenza molto preoccupante, un aumento degli indici di povertà e un indebolimento pericoloso dello Stato sociale e della redistribuzione della ricchezza.
Questa però è la storia dell´Occidente. Purtroppo questa storia non è stata esportata. L´impero americano ha seguito un modello del tutto diverso. Ha fatto sognare i miracoli del mercato e la democrazia di massa in paesi dove lo Stato di diritto non era mai esistito, dove la religione era totalizzante quanto l´autorità civile era evanescente e dove i tassi di natalità delle masse povere erano elevatissimi.
Per evitare che la conflittualità sociale desse esiti catastrofici, la democrazia è stata manipolata in modo da favorire dittature e gruppi locali resi partecipi della ricchezza. La storia politica ed economica del Sud America, dell´Africa, del Medio Oriente ne fornisce una plastica rappresentazione, iniziata dal colonialismo europeo (anglofrancese soprattutto) e proseguita con fresca irruenza dagli Stati Uniti, a partire da Theodore Roosevelt in poi. Bush Junior ne rappresenta oggi il concentrato insieme alla sua corte di neocon, che ai suoi Cheney, ai suoi Rumsfeld, alla sua Condi Rice, ma è stato soltanto l´ultimo di una lunga serie.
Qualcuno si stupisce di quanto sia accaduto in questi giorni? Qualcuno si scandalizza delle parole di Giovanni Paolo che ricorda continuamente i deboli e gli oppressi della terra? Qualcuno pensa che quelle parole e le parole dei pacifisti di buona fede siano belle utopie spazzate via dall´intelligenza della realpolitik, mentre invece proprio quelle parole contengono una saggezza politica che è la sola a poter portare l´Occidente fuori dalla trappola mediorientale e alleviare la condizione dei "dannati"?
* * *
L´Onu, in queste condizioni da mattatoio, non andrà in Iraq, questo è ben chiaro. Del resto cambiare il colore del casco ai militari Usa non servirebbe a niente.
Molti ormai riconoscono che la guerra contro Saddam Hussein è stata una pura follia, ma raccomandano di pensare non più a ieri ma ad oggi e a domani.
Non vogliono capire che per pensare al domani bisogna essere ben consapevoli degli errori spaventosi commessi ieri: dal governo di Bush e dai governi che l´hanno affiancato condividendo con esso l´errore esiziale d´una guerra pericolosissima nonché la rottura grave della legalità internazionale.
Occorre dunque, come primissima cosa, che cessi il mattatoio, che i soldati americani smettano di sparare nel mucchio come sta accadendo a Falluja e in gran parte delle città irachene. Questo non fermerà il terrorismo di Al Qaeda ma indebolirà la spinta ribellistica delle milizie sciite di Al Sadr e darà respiro agli iracheni meno propensi alla violenza che forse rappresentano la maggioranza d´una popolazione così duramente provata.
Se cessa il mattatoio forse l´Onu tornerà a Bagdad ma ci tornerà alla sola condizione che non solo l´assistenza e la consulenza politico-costituzionale ma anche la gestione della sicurezza e dell´ordine pubblico siano concentrate nelle sue mani e in quelle del costituendo governo provvisorio iracheno (il simulacro di governo insediato da Bremer è in corso di rapida liquefazione e va inevitabilmente rifatto).
L´ordine pubblico deve essere negoziato, come hanno fatto i nostri bravi militari a Nassiriya dopo aver dovuto eseguire l´ordine dissennato del comando inglese di Bassora, a sua volta indirizzato dal comando supremo Usa in Qatar, di sgombrare con la forza i tre ponti sul Tigri. Un episodio del genere non dovrebbe mai più essere ripetuto da un contingente militare che è stato proclamato non belligerante e umanitario.
Negoziare l´ordine pubblico non con i terroristi ma con le fazioni tribali e religiose irachene. Con i terroristi o con chi ne adotta i metodi non si può e non si deve negoziare nulla; personalmente condivido al cento per cento la decisione di non trattare per il rilascio degli ostaggi rapiti. Non c´è altra strada se non si vuole che il caos di oggi si moltiplichi per mille. Ma poi?
* * *
Poi bisogna che l´Occidente fornisca all´Onu i mezzi economici per ricostruire il Paese, sanarne le ferite, rilanciare la produzione e la vendita del petrolio incassandone i proventi e destinandoli alla ricostruzione.
Alla domanda su che cosa debba fare l´America la risposta, nell´interesse dell´America, è una sola, dettata dalla ragione: l´America deve passare la mano mettendo i suoi generali e le sue truppe, insieme a tutte le altre che già sono sul terreno e a quelle che dovrebbero andarvi ora, agli ordini di un comando multinazionale integrato che risponda direttamente al segretario generale delle Nazioni Unite.
Se gli Usa e i loro attuali alleati non capiranno che questa è la sola svolta possibile e auspicabile, allora gli Usa se la sbrighino da soli o con chi sciaguratamente voglia restare.
Questo giornale, nello svolgere la sua attività di voce dell’opposizione a Silvio Berlusconi e al movimento finanziario e mediatico che Berlusconi ha mobilitato e sta mobilitando contro la Repubblica, la Costituzione e il sistema democratico fondato su poteri separati e sulla libertà di informazione del Paese, corre i suoi rischi. Un rischio è certo la nostra sopravvivenza, considerato il rigoroso blocco politico della pubblicità imposto a un giornale che in edicola va bene, che ha una media di settantamila lettori al giorno e un «contatto» (così viene definito dagli esperti il numero di persone che in un giorno prende in mano il giornale) di quasi mezzo milione di persone.
Un rischio è l’isolamento altrettanto rigoroso imposto ai programmi della Rai, alle rassegne stampa, e a ogni programma in cui tutte le testate giornalistiche, tranne la nostra, sono normalmente incluse (vale la pena di ricordare che, in Italia, l’Unità esiste solo nella rassegna stampa di Radio Radicale).
Un rischio è la continua denuncia non solo di «estremismo», che è un giudizio politico, ma anche di terrorismo, che è una accusa criminale. I collaboratori di Berlusconi, e lo stesso presidente del Consiglio, la sollevano continuamente, vedi il libro di Vespa in cui Berlusconi annuncia 37 minacce di morte dovute ai titoli dell’Unità, vedi le frequenti occasioni di insulto e aggressione personale del presidente del Consiglio alla giornalista o al giornalista dell’Unità che si levano a fare domande nelle sue conferenze-stampa.
Ci sono però altri rischi, come quelli di apparire a volte sgraditi a quei punti di riferimento che sono i partiti della opposizione in Parlamento, e in particolare ai Ds. Dov’è il problema, che è bene non nascondere o non pretendere di ignorare? E’ nel fatto che ci sono momenti di non coincidenza fra la visione di opposizione continua ad una aggressione continua, che guida questo giornale (Berlusconi non cambia di giorno in giorno, non inventa perché perde le staffe, piuttosto realizza un disegno ben congegnato, in fasi successive) e le diverse, legittime scelte che i gruppi parlamentari ritengono di fare di volta in volta, tenendo conto, evidentemente, anche di fatti o ragioni o ispirazioni che per noi, da lontano, non si vedono o non si afferrano. Come ho detto, a noi sembrano legittime quelle scelte. Non dubitiamo che siano fondate. Ma se non le condividiamo?
Faccio un esempio. Alcuni di noi, e certamente chi scrive, non riescono a condividere una sola parola di ciò che Umberto Ranieri, vice presidente Ds alla Commissione Esteri della Camera, ha detto all’Unità (e ad altri giornali) sulla questione delle truppe italiane in Iraq. A lui risulta che «la sostanza del pensiero degli italiani sull’Iraq è che il ritiro dei militari coinciderebbe con la linea del tanto peggio». Ranieri sembra non notare che quei soldati sono usati in modo indecoroso dal governo di Berlusconi, esibiti come uno scalpo. Lo ha dimostrato il senatore Schifani che - durante il dibattito sul Decreto per Nassiriya - ha osato leggere in aula il nome dei Caduti del tragico attentato terroristico come se fosse un volantino elettorale per Forza Italia. L’offesa è immensa. Ma Umberto Ranieri, deputato Ds, riassume così la situazione: «Gli italiani non avrebbero capito se avesse vinto la linea: basta, non ce ne frega niente, ci ritiriamo». All’offesa di Schifani si aggiunge in questo modo, sia pure a causa di un linguaggio mal maneggiato, un’altra offesa. Traduce con un «non me ne frega niente» l’angoscia di soldati stipati in un bunker senza la possibilità di svolgere alcuna missione, la assenza radicale di un ruolo umano, militare o politico, e anche l’umiliazione di essere sottoposti (al di fuori di ogni trattato) ai comandi inglesi e americani.
Autorizza l’offerta senza condizioni di soldati italiani ad altri governi che hanno strategie e visioni che l’Italia non ha mai votato. Trova menefreghismo opporsi alla iniziativa personale, narcisistica, estranea al Parlamento ed estranea all’Europa, di Berlusconi, che dona soldati italiani per farsi bello, per ragioni di prestigio personale, soldati vivi e soldati morti, buttati in una missione di guerra mai votata per quello che è.
Eppure il presidente emerito della Repubblica Scalfaro è stato chiaro nel dire: «Sono due momenti distinti. Uno è la gratitudine e l’affetto per i soldati. L’altro è la valutazione totalmente negativa della politica del governo sulla crisi irachena». Eppure il politologo Giovanni Sartori aveva fermamente ammonito sull’imbroglio delle informazioni negate agli italiani: «La triste morale di questa storia è che a Berlusconi è consentito di mentire senza spazio di controprova». Eppure nelle stesse ore in cui si decideva che non si poteva votare «no» al truffaldino decreto Berlusconi, che saldava insieme le due storie distinte degli interventi militari umanitari (Bosnia, Kossovo) e della tragica guerra senza fine in Iraq che sta facendo rivoltare l’America, la rete americana Cnn ha mandato in onda la conferenza stampa settimanale della Casa Bianca. In essa, spinto da domande spietate dei giornalisti che Berlusconi avrebbe definito «mestatori» (come ha fatto con il nostro Solani l’anno scorso) il portavoce di Bush ha detto che «no, in queste condizioni le elezioni non sono possibili; che no, in queste condizioni non si prevede un passaggio delle consegne perché sarebbe difficile dire a chi; che, no non c’è alcuna prospettiva al momento di un possibile intervento delle Nazioni Unite». Venivano smontate, insomma, una per una tutte le presunte ragioni che consigliavano di lasciare le cose come stanno.
Le opinioni pubbliche di Stati Uniti e Inghilterra non hanno alcuna intenzione di lasciare le cose come stanno. Due drammatiche inchieste sulle false ragioni dell’entrata in guerra sono in corso in quei Paesi. E ormai sono in gioco i destini personali ed elettorali dei due leader che quelle guerre hanno voluto e che da quelle guerre non riescono a uscire. Perché dall’opposizione italiana - o da voci autorevoli tra le sue fila - si manda allora il messaggio che discutere quella guerra sarebbe «fregarsene» e che respingere la politica di un governo, sarebbe «abbandonare l’Iraq» come se il valore e la vita di quei soldati potessero lavare le colpe della politica invece che farle vedere in formato gigante? Per fortuna Luciano Violante ha detto con fermezza una frase che tanti, a sinistra e in tutta l’opposizione, si sentono di dire con lui: «Una politica scriteriata ha mandato i soldati a rischiare e a morire».
Naturalmente nessuno mette in dubbio l’onestà o la rettitudine di tutti colore che si sono astenuti senza votare restando sul posto. Ciò che si mette in dubbio - specialmente dopo le spiegazioni autorevoli e non contraddette di Ranieri - è che i cittadini (tra poco elettori) possano capire ciò che sta succedendo. Sarebbe bastato, a coloro che confondono in modo così strano i soldati con il governo che li ha mandati, leggere ciò che un importante collaboratore di Clinton alla Casa Bianca, il prof. Benjamin Barber, ha scritto nel suo libro «L’impero della paura» (Einaudi, 2004): «Le aquile di Bush sono unilateraliste per vocazione perché la loro ira farisaica è profondamente imbevuta di mitologia eccezionalista. Credere che gli Stati Uniti siano unici consente loro di invocare a propria discolpa le virtù dell’America, usare l’innocenza come giustificazione della guerra giusta e avvalersi della indipendenza sovrana per motivare l’unilateralismo strategico». Nessuno ha pensato, negli Usa, che l’ex consigliere di Clinton, in questo suo atto netto e preciso di opposizione alla guerra di Bush, abbia voltato le spalle ai soldati americani o «se ne sia fregato» del loro destino. Nessuno ha pensato che l’ex consigliere della Casa Bianca abbia poca «cultura di governo». Di certo gli americani capiscono bene quali sono le profonde obiezioni alla guerra di Bush. Sanno che Bush, nell’intervista televisiva con Tim Russert si è definito «presidente di guerra», e prendono le distante.
Ma tutto ciò - grave com’è - non è che un esempio. Ci aiuta a capire quanto sia grave e unico il rischio che la nostra Repubblica sta correndo e che le parole di Oscar Luigi Scalfaro e di Giovanni Sartori, due uomini non sospettabili di estremismo, ci raccontano ogni giorno con esemplare chiarezza. Niente è estemporaneo o dovuto a uno scatto di nervi o a una occasionale perdita di controllo, nel comportamento di Silvio Berlusconi.
Il progetto di aggressione ai fondamenti della vita democratica e repubblicana è sistematico, coerente. Oggi si manifesta con un insulto, domani con una legge. La legge può essere per un diretto e sfacciato tornaconto personale (Berlusconi dispone di una maggioranza che vota compatta e senza vergogna la fiducia per salvare una azienda privata del primo ministro, negando una sentenza della Corte Costituzionale), oppure può servire per ferire a morte le istituzioni repubblicane con la cosiddetta «riforma della giustizia» del ministro Castelli, o con la devastante «devolution» di Bossi che vuole rendere ingovernabile un grande Paese. La guerra in Iraq - a cui l’Italia non partecipa e per la quale il Parlamento italiano non ha mai votato - fa parte di questo piano: inchiodare l’opposizione in nome del patriottismo a una impresa che appare clamorosamente sbagliata nei Paesi che l’hanno voluta, e dove però le intimidazioni e le confusioni, pur in presenza di eventi terribili non possono funzionare perché in quei Paesi vi è piena libertà di informazione.
Questo è il punto: se l’azione - diciamo così - del governo di Berlusconi non è estemporanea, non è semplice malgoverno, ma attacco pianificato per scassare un Paese e fare largo a interessi personali e particolari, a un autoritarismo ottuso ma potente, a causa del grandi mezzi mediatici e dell’immenso danaro a disposizione, altrettanto sistematica, punto per punto, momento per momento, bisogna che sia l’opposizione.
Come ho detto all’inizio di questo articolo, con simili affermazioni si corre un rischio: che questa persuasione, certo ossessiva, quanto ossessiva è la tenacia distruttiva di Berlusconi, possa apparire ingrata e ingiusta verso chi le battaglie della opposizione le conduce ogni giorno (anche con duri ostruzionismi notturni) in Parlamento. La nostra appassionata intenzione è di sostenere quell’impegno. Ma anche di non cedere e di non distrarsi, quando, insieme ai cittadini, si perde il filo e il senso di ciò che accade sulla scena politica, almeno agli occhi di chi vede da lontano. Una opposizione non torna a vincere con l’espediente di fregiarsi del titolo di «cultura di governo», che suona bene ma non significa niente. Prima deve diventare cultura di opposizione, finché dura la minaccia e si dispiega il progetto distruttivo di un governante-padrone che agisce brutalmente con tutta la sua ricchezza.
Berlusconi minaccia, ormai si capisce, di comprarsi, in un modo o nell’altro, pezzo per pezzo quel che gli manca per ottenere risultati elettorali che, sulla base di ciò che ha fatto, gli sarebbero negati. Berlusconi non è «la politica», è un evento grave e pericoloso. Ce lo dice la stampa del mondo.
Ce lo dicono i governi europei che non vogliono condividere con lui un summit, a costo di tagliare fuori un Paese importante come l’Italia. Ce lo dice il cupo e ridicolo semestre europeo guidato dalla caricatura di un italiano che sa usare soltanto insulti e barzellette. Ce lo dice lui stesso, ogni giorno, in modo chiaro e sfrontato. Non vedere l’emergenza è impossibile, come è impossibile immaginare che, in Parlamento o fuori, a Nassiriya o in Italia, si stiano vivendo giorni normali.
Tutto ciò noi ci sentiamo di dirlo non per polemica ma per necessità, non per la pretesa di avere ragione ma per un senso grave di allarme che non possiamo rinunciare a comunicare. Non vediamo né spazio né tempo per le riflessioni tranquille dei giorni normali.
Settant’anni fa, quando da queste parti c’erano “sommergibili rapidi ed invisibili”, il sociologo di Chicago Roderick McKenzie studiava qualcosa di altrettanto sommerso e invisibile: la comunità metropolitana. Una comunità ben diversa da quella tradizionale del vicolo, della piazza, del quartiere, e che si riconosceva e articolava su punti di vista e strumenti più complessi: mezzi di trasporto, mezzi di comunicazione, tempi e spazi elastici. Era insomma un primo vagito di adattamento umano ai tempi della macchina e della modernità, oltre gli slanci elitari delle avanguardie di inizio secolo, per una convivenza più pacioccona (ma non per questo retrograda e reazionaria) col nuovo contraddittorio universo costruito dalla tecnologia.
Proprio questa nozione di comunità metropolitana mi è tornata in mente seguendo da vicino e da lontano la “navigazione” in questo agosto 2005 del sommergibile Enrico Toti: dal porto di Cremona al Museo della Scienza di Milano, ma soprattutto da piccola nota di cronaca a spettacolo nazionalpopolare seguito minuto per minuto dalla stampa. È stato detto molto, sulle migliaia di persone che durante le trasferte notturne o le soste diurne si sono affollate attorno al gigante nero che con dannunziana orgogliosa sicurezza risaliva la valle padana verso l’ultima dimora. Forse qualcosa di più si potrebbe dire sugli spazi dove questa nuova e inattesa socialità si è manifestata, e sulla ricerca di nuovi rapporti con questi spazi.
Non a caso il corteo inizialmente tecnico-militarizzato si è rapidamente evoluto in una versione tascabile del Giro d’Italia, con un particolarissimo ruolo delle “tappe”. Era qui, a mio parere, che si registrava uno degli aspetti più interessanti della nuova comunità mediatico-territoriale: la scoperta e tentativo di appropriazione dei nuovi spazi di solito preclusi all’incontro, alla vera frequentazione, alla socialità corrente, e lasciati a poche avanguardie specializzate. Avanguardie specializzate che difficilmente pensiamo come tali, sempre che ci pensiamo, ma che da veri impavidi pionieri iniziano la colonizzazione dei nuovi territori, un po’ come i gabbiani sulle isole sputate in superficie da un vulcano sottomarino: camionisti, puttane, pensionati con la passione dell’orto, qualche operaio delle manutenzioni, e pochi altri. Sono loro ad esplorare per primi l’immensa città proibita che si stende sulle grandi distanze fra un bozzolo privatizzato e l’altro, fatta di piazzole, cigli stradali, guard-rail, macchie di alberi, parcheggi, scarpate sul retro degli scatoloni precompressi artigianali e commerciali. Spazi preclusi ai comuni mortali, intravisti malamente anche da chi dovrebbe “progettarli”, e invece quasi sempre si limita ad applicare norme e regole in modo astratto. Spazi accettati e subiti soprattutto perché ignorati.
Chi ha mai fatto davvero caso a quanto sono inutilmente orribili, scomodi, alieni, questi spazi? Mercato, burocrazia, “tecniche” campate per aria organizzano localizzazioni, densità, arretramenti, miscele funzionali e rapporti con la strada, di questi sparpagliati baracconi, già settant’anni fa temuti come la peste (si veda ad esempio il dibattito sul britannico Restriction of Ribbon Development Act, 1935). E pure tranquillamente realizzati, che anche ora continuano a crescere come funghi, anche lungo il percorso sub-padano del sommergibile Toti. Chissà se qualcuno dei neo appassionati di navigazione padana su ruote se n’è accorto, di quanto un’idea del tutto scema di ruote, mobilità, nodi e tratte, ha finito per mortificare anche il “cuore verde della Megalopoli” (come lo chiama il geografo Turri).
Eppure anche in mezzo a questo neo-casino malpensato per automobili e umani, si sono affollate migliaia di persone, magari inciampando su cordoli superflui che però si studiano nei corsi tecnici, smadonnando per l’ombra che mancava, dagli standard e dai piazzali pieni di buche, per le piazzole di sosta assenti sul ciglio di decine di chilometri di statale, perché tanto prima o poi ci facciamo l’autostrada, a che serve migliorare il tracciato “vecchio”?
Speriamo, appunto, che qualcuno se ne sia accorto. Magari qualcuno che poi partecipa alle decisioni. Magari qualcuno poco propenso a ridurre il tutto a una versione all’amatriciana del new urbanism, con una bella siepe davanti ai capannoni, rotatorie con verde sponsorizzato ... e chilometri di barriere tipo “ new jersey” a tagliare fuori completamente l’ambito stradale dal territorio, e viceversa. Allora sì, che la mobilità diventerebbe davvero e per sempre una navigazione sottomarina, una Lega dopo l’altra, e il territorio una chimera, plasmabile a piacimento dagli schermi televisivi.
Per ora, ringraziamo anche il sommergibile Toti per averci riportati coi piedi per terra.
Nota: alcune delle riflessioni sulla comunità metropolitana di Roderick McKenzie citate all'inizio, sono disponibili tradotte qui su Eddyburg, nella sezione del testi "storici" Urbanistica, Urbanisti, Città ; per una non banale descrizione dell'ambiente stradale si veda anche sul mio sito la traduzione di RoadTown USA . In fondo, anche alcuni articoli sul sommergibile Toti dalle edizioni locali di Repubblica e del Corriere della Sera (
fabrizio bottini)
A chiunque è consentito utilizzare questo articolo alla condizione di citarne l'autore e la fonte
Dalla cronaca locale:
Annachiara Sacchi, Migliaia alla partenza del Toti: Viaggio-show verso Milano, Corriere della Sera 8 agosto 2005
Cinzia Sasso, Comincia al buio il viaggio del Toti, la Repubblica, 9 agosto 2005
Teresa Monestiroli, Un’altra notte di sagra infinita, la Repubblica, 11 agosto 2005
Teresa Monestiroli, Arriva il Toti due km di coda in tangenziale, Repubblica, 12 agosto 2005
Annachiara Sacchi, Il sommergibile a Milano Passerella del Toti per le strade della città, Corriere della Sera, 12 agosto 2005
P ereat mundus, fiant vacationes. Sembra lo slogan delle sinistre. Nel governo ne succedono di tutte, Forza Italia impazza contro la Udc, la Udc contro la Lega, Calderoli contro tutti, Castelli contro la sinistra, ma l'opposizione tace, salvo per unirsi al coro di chi non si darà pace finché il Battisti Cesare, colpevole negli anni `70 e da trent'anni tranquillo cittadino in Francia, non sarà stato consegnato alle patrie galere, notoriamente vaste, fresche e sottopopolate. E pazienza se l'opposizione si prendesse qualche riposo dopo averci fatto conoscere le intenzioni sulle quali chiederà al popolo il voto per sostituire l'attuale governo, del quale esige le dimissioni un giorno sì e un giorno no. Dopo le elezioni europee, c'è una probabilità che quelle legislative avvengano nel 2005, cioè domani. Quali guasti intende sanare dei molti fatti dal Cavaliere? Il conflitto d'interesse? Le misure giudiziarie ad personam? La progettata riforma della magistratura? Le legge Maroni sulla flessibilità del lavoro? La Bossi-Fini? La riforma Moratti? Qualcuno ha ventilato che molte di esse avrebbero alle radici delle buone ragioni. D'altra parte non si rimedierà con semplici misure legislative a disposizione che hanno già modificato la costituzione materiale e formale del paese. Fra tre settimane darà alla Camera una devolution, cui ha aperto le porte la modifica del capitolo 5 votata a spron battuto dal centrosinistra.
Il governo ci lascia un deficit di migliaia di miliardi di euro, che intende coprire detraendoli dalla spesa sociale e vendendo beni pubblici. La sinistra invece che ne farà? Ripreleverà dai grossi redditi, dai patrimoni comprese rendite finanziarie? Sarebbe logico ma andrebbe detto. Inoltre una grande industria italiana non c'è più, Montezemolo invita a «ricostruirla assieme» ma con quali mezzi, priorità e garanzie per il lavoro non glielo chiede nessuno. Non l'opposizione, una cui inviata all'estero fa sapere che buona parte dell'Ulivo lo considera un premier ideale. Non solo i governi europei hanno nominato una commissione in confronto alla quale la Confindustria è un seminario di socialdemocrazia. Qualcuno protesta? E con quali ragionevoli alleanze si propone ragionevolmente di modificare il patto di stabilità?
Infine ma non per ultimo, in queste settimane l'offensiva americana contro l'Iraq è diventata selvaggia e investendo Najaf si è messa contro oltre che i sunniti gli sciiti. Mentre i nostri a Nassirya sono nella zona di fuoco. Che si aspetta per fare una pressione per il ritiro delle truppe, anche a prescindere dal povero Baldoni? Che si aspetti la vittoria di Kerry, il quale non cambierà né molto né subito?
Urge scegliere il che cosa e il come. Un programma non è una lista di buone intenzioni è una tabella di marcia cui si risponde. Ha da essere chiara, fattibile e impegnativa.
Non ce l'hanno ancora né la sinistra moderata né quella radicale. Ambedue ci intrattengono su questioni di metodo: fare o no le primarie per eleggere il leader del centro-sinistra, che è definito da un pezzo? E a che punto è la coalizione, e se è a buon punto prelude o no a una maggioranza di governo? L'Unità non si espone, tanto più che il Congresso dei Ds sarà tutto un fair play. Su Liberazione è invece in corso un dibattito acerbo se si debba andare ad una maggioranza come propone Bertinotti oppure no e chi dovrebbe decidere: la maggioranza del partito, tutto il partito, maggioranza e minoranza o partito e movimenti? E si sprecano accuse reciproche di cedimento o settarismo.
Può darsi che il caldo ci renda nervosi. E che con l'ebbrezza di settembre escano invece le idee chiare dalla sinistra. Nel solleone di agosto abbiamo visto soltanto che la borghesia ha gratificato la memoria del suo De Gasperi mentre la sinistra ha riseppellito l'ex suo Togliatti senza lasciare per un giorno la villeggiatura e mettere sul suo sepolcro un fiore né di ricordo né di elogio né di perdono.
Caro Presidente,
ci rivolgiamo a Lei come supremo custode dei valori e della lettera della Costituzione sapendo quanto essi Le stiano a cuore e quanto già si sia prodigato a sostenerli e promuoverli.
L''ufficio di presidenza di Libertà e Giustizia denuncia il mercimonio che si sta facendo della nostra Carta; accusa il clima di assoluta leggerezza con il quale si stanno trattando questioni fondamentali per l''equilibrio della vita democratica; rileva la superficialità con la quale si affrontano momenti fondamentali delle garanzie tra poteri istituzionali.
Sotto la falsa bandiera della modernizzazione si sta distruggendo l’unità d’Italia, quell’unità nazionale cui Lei ha fatto tante volte riferimento anche in questi ultimi giorni.
Sotto la falsa bandiera della devolution, si sta attentando al ruolo del Parlamento e all’autonomia della Corte Costituzionale, dando vita a una forma di governo che non trova parallelo in nessun altro ordinamento istituzionale. Si vuole portare il Parlamento a votare una nuova Costituzione.
Una situazione così grave non si era mai verificata nella storia della nostra Repubblica. Nella distrazione dei mezzi di comunicazione, nel silenzio quasi totale delle tv, chiediamo che gli italiani siano informati della posta in gioco.
Siamo certi, signor Presidente, che Lei saprà intervenire con la forza che la stessa Carta le garantisce. In questa sua opera di difesa del dettato costituzionale Lei potrà contare non solo sui tanti soci di Libertà e Giustizia ma su tantissima parte della società italiana che non accetta di assistere, giorno dopo giorno, alla demolizione continua della nostra Repubblica.
L’ufficio di presidenza
di Libertà e Giustizia
il sito dell'associazione Libertà e Giustizia| www.libertaegiustizia.it - disclaimer | hosted by dominiando.it | realizzato da marassiweb.com|
Speriamo con tutto il cuore che il secondo turno delle amministrative confermi il primo: tutti i seggi al centro sinistra, perché il centro destra ha governato male, perché Berlusconi deve sapere, come ha saputo nelle elezioni europee e nelle amministrative che si sono concluse al primo turno (come le splendide vittorie di Bologna e di Bari), che non c’è più molta domanda di un prodotto che consiste esclusivamente nelle maniacali esibizioni di un miliardario ossessionato con se stesso.
Ieri, affrontato duramente da Fini e Follini, il miliardario ha detto con rabbia e candore: «Per colpa vostra ho perso le elezioni». La ragione è falsa, perché la colpa è sua. Ma è importante che la frase sia stata pronunciata.
Dunque siamo in ansiosa attesa che l’esito finale del ballottaggio confermi dovunque l’evento storico: Berlusconi ha perso le elezioni. Se questo accadrà, perché i cittadini, dovunque si riuniscano per celebrare, non dovrebbero cantare “Bella ciao”, canzone festosa e identitaria che produce legame e fiducia perché ricorda la grande conquista italiana della libertà per tutti?
Ne parlo perché ieri nella sua lettissima rubrica, un commentatore cauto e misurato come Paolo Mieli ha scritto: «Chi intona “Bella ciao” in riferimento a uno specifico contesto politico - cioè come citazione anche vaga della lotta partigiana contro il regime fascista di Salò - avrebbe poi il dovere di essere conseguente». Un ammonimento grave che vuol dire, come minimo, andare in montagna, clandestini e armati, in attesa di scendere a valle “per conquistare la nostra libertà”.
E conclude: «Ragion per cui mi sento di raccomandare - in vista di probabili vittorie ai secondi turni, domenica prossima - un modo più sorvegliato di esprimere legittima gioia». Curioso Paese quello in cui il proprietario Berlusconi può celebrare ciò che vuole, quando vuole, nel modo che gli piace di più. Ma la sua opposizione deve limitarsi a pacati battimano. Ricordate il costoso trionfo con fondali finti di Pratica di Mare? Non era successo niente, ma per giorni si è celebrato “lo statista Berlusconi” per avere dato una pacca sulla spalla a Putin e una a George Bush, che sono però rimasti esattamente alla stessa distanza (e anzi antagonisti, sulla guerra in Iraq).
In questo stesso Paese viene considerato di cattivo gusto se in una piazza di Bologna, in occasione di una molto attesa e desiderata vittoria per riconquistare il governo della città, la gente in festa intona l’allegra canzone dedicata alla libertà. Francamente non vedo perché si violerebbe il “bon ton” elettorale, cantando “Bella ciao”, e un po’ mi meraviglio che un commentatore ricco di memoria e di esperienze come Mieli non si sia ricordato di “We Shall Overcome” (traduzione alla buona “alla fine ce la faremo”).
È un canto religioso di speranza degli schiavi (dunque si può immaginare quanto drastico e dolente fosse il riferimento alla libertà) divenuto l’inno delle marce per i diritti civili, ma non mi ricordo che qualcuno abbia rimproverato a Martin Luther King di non essere più schiavo, trasformatosi nel 1968 nel canto-bandiera dei giovani dimostranti contro la guerra nel Vietnam, e nessuno a dire a quei ragazzi che non erano né neri né schiavi o che questa volta volevano solo la pace. Ai giorni nostri il canto di “We Shall Overcome” si ascolta in tutte le occasioni (soprattutto in scuole e campus universitari) in cui tanti o pochi, una massa o una minoranza, reclamano qualcosa di importante o celebrano un risultato che conta. Per esempio si canta moltissimo per protestare contro i divieti ottusi (vedi la questione della ricerca sulle cellule staminali) del cristianesimo fondamentalista, nella ricerca e nell’insegnamento.
Sembra chiaro che i ragazzi americani non devono tornare nella capanna dello zio Tom per cantare l’antica e gloriosa canzone della loro libertà. E non c’è bisogno di andare in montagna, domenica sera, in caso di sconfitta di Ombretta Colli e di vittoria del candidato di centrosinistra Penati, mentre tanti si augurano che quel voto locale a Milano sia l’inizio della fine del regime mediatico di Berlusconi. Basterà cantare “Bella ciao” in segno di saluto e di piccola celebrazione, nella piazza del Duomo a Milano e, sperabilmente, nelle piazze di Vercelli, di Piacenza, di Bergamo. Ad alcuni di noi la memoria partigiana sembra perfettamente intonata a una festa. E poi è un canto che porta bene.
GEORGE BUSH is famously loyal to those closest to him. But that loyalty came under perhaps its greatest ever strain this week, as calls mounted for the resignation or dismissal of Donald Rumsfeld, the secretary of defence, over the torture and humiliation of prisoners at the Abu Ghraib prison in Iraq. The president has so far resisted these calls. He scolded Mr Rumsfeld on Wednesday May 5th, saying he should have known more, sooner, about the abuses. But on Thursday he called Mr Rumsfeld “a really good secretary of defence” and said he would remain in the cabinet.
Mr Rumsfeld has many enemies. He won grudging admiration from the press and many Americans for his straight-talking briefings during the Iraq war, even though he was never exactly shy about refusing to answer questions. He looked smart when American-led forces routed the Iraqi army even faster than expected. Since the war’s end, however, he has come under increasing fire for his perceived failure to plan sufficiently for peacekeeping and rebuilding. He had expected to reduce the number of American troops in Iraq to mere tens of thousands by late 2003, anticipating that grateful Iraqis would shoulder the burden of security. This turns out to have been wildly optimistic. Some 135,000 Americans are still stationed in the country.
Within the administration, too, he is a divisive figure. He is one of the closest advisers to Mr Bush (alongside Condoleezza Rice, the national security adviser, and Dick Cheney, the vice-president). But his differences with Colin Powell, the secretary of state, are well known. Mr Powell urged Mr Bush to seek United Nations backing for the Iraq war, while Mr Rumsfeld disdained such a move. When “senior administration officials” criticise the Pentagon anonymously in newspapers, they are believed often to be from the State Department, and occasionally Mr Powell himself.
Rivalries between the diplomats at the State Department and the warriors of the Pentagon are nothing new. And despite setbacks in Iraq, most Americans approved of the Bush administration’s handling of the Iraq war until recently. But during the disasters of April, in which more American soldiers were killed than during the main fighting of the war in 2003, poll numbers slipped. And after pictures of the Abu Ghraib abuses came to light, they slipped further—according to a new Gallup poll, 55% of Americans now disapprove of Mr Bush’s handling of the situation in Iraq, with only 42% approving. What had long seemed the president’s biggest political strength—his role as a war leader—may be becoming a liability. (Meanwhile, strong jobs numbers for April released on Friday, coming on top of good figures for March, may make what had been the president’s biggest liability—the economy—his biggest hope. It will be scant comfort to Mr Rumsfeld, but if he is fired, he will be rejoining a relatively buoyant labour market.)
The decision not to sack Mr Rumsfeld is a gamble. Ditching one of the president’s closest advisers would be a sign of weakness and defeat just six months before an election, something Mr Bush is understandably keen to avoid. But keeping the tainted Mr Rumsfeld could be just as dangerous, both at home and abroad. The media smell blood: the influential New York Times has called for Mr Rumsfeld’s head (as has The Economist—see article).
Moreover, by offering words but not deeds, Mr Bush may appear to the Muslim world to be showing only false contrition. In two interviews with Arabic television stations on Wednesday, he called the goings-on at Abu Ghraib “abhorrent” but did not apologise, a fact not lost on media commentators. The next day, Mr Bush changed tack, telling reporters he had said the magic word, “sorry”, in a meeting with King Abdullah of Jordan.
But in the electrified political atmosphere of an election year, “sorry” alone may not be enough. Predictably, John Kerry, Mr Bush’s Democratic rival in November’s election, has called for Mr Rumsfeld’s resignation, as has the leader of the Democrats in the House of Representatives, Nancy Pelosi. Republican congressmen, naturally, have been more circumspect. But many are said to be furious that they did not learn about Abu Ghraib before the press, given that the first accusations of abuse had been made in January.
When Mr Rumsfeld appeared before a Senate panel on Friday, the legislators’ own wounded pride at being kept in the dark was evident, with the defence secretary being put through some aggressive questioning—most notably from fellow Republican John McCain. Mr Rumsfeld offered a clear apology, as did the military men seated with him. He also accepted full personal responsibility, but gave no indication that he planned to resign. He referred repeatedly to ongoing military investigations into the abuse of prisoners, suggesting that he and his colleagues wanted to get to the bottom of the accusations as much as the committee did.
For opponents of the war and of the United States around the world, the treatment of prisoners at Abu Ghraib fits into a pattern. Just before the revelations of abuse in Iraq, the Bush administration found itself before the Supreme Court defending its stance in other cases involving prisoners. Several hundred men captured in Afghanistan remain in prison at Guantánamo Bay in Cuba, and the administration claims they have no right to a trial. More controversially for Americans, two American citizens, José Padilla (the alleged “dirty bomber”) and Yaser Hamdi, captured in Afghanistan, have been declared enemy combatants and held incommunicado without trial for over a year. The Supreme Court will rule on all of these cases this summer.
Mr Bush insists that the abuses of Abu Ghraib do not represent America’s soul, but for many, both at home and abroad, they are not as isolated as he would like to believe. If the outcry is sustained, or if new lurid details emerge—the chairman of the Joint Chiefs of Staff, General Richard Myers, said at Friday's hearing that there are photos and videos yet unseen—offering up Mr Rumsfeld may be the president’s only choice.
Ci sono uomini di qualità che, messi in certi posti, risultano inadatti proprio per le loro qualità all´occhi di gente che qualità non ne ha, ma in compenso fa politica.
(da "La prima indagine di Montalbano" di Andrea Camilleri ? Mondadori editore, 2004 ? pag. 126)
La citazione riportata qui sopra, tratta dall´ultimo romanzo di Camilleri, si può ben applicare anche alle donne, a certe donne, come il presidente della Rai Lucia Annunziata. Chiamata a svolgere un ruolo di garanzia in nome di un´improbabile formula del "quattro + uno", è riuscita finora a districarsi dalle trappole di un Consiglio di amministrazione ostile senza cadere prigioniera o rimanere ostaggio della maggioranza. Quale che sia l´esito di questa vicenda, Lucia Annunziata ha fatto onore al suo impegno e a quello di tutte le donne che, a volte anche più e meglio degli uomini, di certi uomini, sanno assumersi fino in fondo le proprie responsabilità.
Non possiamo invece dire altrettanto per i "quattro consiglieri dell´Apocalisse" nominati al vertice della Rai né tantomeno per un direttore generale che passerà alla storia ? si fa per dire ? come il commissario liquidatore del servizio pubblico. Con l´ultimo (in ordine di tempo) incidente a "Porta a porta", la gestione Vespa-Cattaneo ha toccato ormai il fondo. E come spesso accade in questi casi, l´eccesso di partigianeria e di servilismo non ha giovato alla fine neppure al beneficiario, se è vero che mercoledì scorso l´esibizione del presidente del Consiglio, il suo ennesimo one man show, ha fatto crollare gli ascolti al 17 per cento.
In questa occasione il conduttore della trasmissione ha sbagliato tre volte. Ha sbagliato innanzitutto sul piano giornalistico andando fuori tema con le divagazioni sulle cosiddette "grandi opere", all´indomani della battaglia di Nassiriya e mentre infuriavano le polemiche sul prolungamento della missione italiana in Iraq. Ha sbagliato sul piano professionale eliminando di fatto il dibattito e rinunciando lui stesso a qualsiasi contraddittorio. Ma ancor più ha sbagliato sul piano istituzionale replicando alle legittime critiche di Claudio Petruccioli, presidente della Commissione parlamentare di Vigilanza, fino a parlare di "aggressione ignobile" e di "squallida iniziativa elettorale".
Quest´ultimo, fra i tre, è senz´altro l´errore più grave e intollerabile. La Vigilanza è un organismo di garanzia, composto da rappresentanti dei due rami del Parlamento, affidato perciò alla guida di un esponente dell´opposizione, come la Commissione di controllo sui servizi segreti. Giuste o sbagliate che fossero nel merito le censure di Petruccioli, e a nostro parere erano più che giuste, un dipendente dell´ente pubblico televisivo non può ribellarsi impunemente all´autorità che per legge ha il dovere di sorvegliare sul funzionamento del servizio medesimo.
Bruno Vespa, come qualunque giornalista della Rai, ha certamente tutto il diritto di difendere il proprio lavoro. Ma ha facoltà di farlo nelle sedi opportune, all´interno o all´esterno dell´azienda, e soprattutto nei modi appropriati. Offendere in questo modo il presidente Petruccioli significa offendere l´intera Commissione e l´intero Parlamento che l´ha eletta.
Non sorprende più di tanto che il direttore generale della Rai - per coprire in realtà il flop televisivo di "Porta a porta" - si sia affrettato a esprimere la propria solidarietà a Vespa, mettendosi così anche lui in una posizione oggettivamente eversiva rispetto alla Vigilanza parlamentare. Né che il giorno dopo abbia fatto altrettanto il ministro delle Comunicazioni, Maurizio Gasparri, artefice di quella "legge di sistema" sulla tv che tende a sistemare in primo luogo gli affari del presidente del Consiglio. Quanto alle reazioni di Forza Italia che ha chiesto addirittura le dimissioni di Petruccioli, evidentemente il partito-azienda non perde occasione per dimostrare di essere una filiale politica di Mediaset, un´agenzia che cura e amministra gli interessi privati del suo leader.
Eppure, proprio alla vigilia dell´ultimo soliloquio di Berlusconi sulla rete ammiraglia della tv pubblica, il centrosinistra era riuscito in Commissione di Vigilanza a far approvare un nuovo regolamento sulla par condicio in campagna elettorale, con il voto determinante dell´Udc di Casini e Follini. È un richiamo per l´attuale gestione della Rai, faziosa e cortigiana. Ma è anche un segnale, un avvertimento per la maggioranza di centrodestra.
Mezza Italia s´è già ribellata mercoledì scorso a questo malcostume televisivo e politico, disertando "Porta a porta", bocciando una trasmissione a senso unico, rifiutando il duetto tra il suo conduttore e il suo ospite d´onore. Adesso, se in campagna elettorale le disposizioni della Vigilanza non saranno rigorosamente rispettate, agli esponenti dell´opposizione non resterà che boicottare il salotto televisivo di Vespa: anzi, Fassino, Rutelli e magari Bertinotti, Diliberto e Pecoraro Scanio, forse farebbero bene ad annunciare che in questo caso non parteciperanno più ai programmi della Rai. E gli elettori del centrosinistra, defraudati di un loro diritto fondamentale al pluralismo dell´informazione e al confronto delle opinioni, potranno anche disdire in massa il canone d´abbonamento a un servizio pubblico che vìola il contratto con lo Stato e con ciascun cittadino telespettatore.
* * *
Tra i libri sui mass media che arrivano a questa rubrica, ne voglio segnalare qui uno scritto in forma di romanzo. S´intitola "Elen nella tempesta", autore Enzo Mangia, edito da Guida. Si tratta in realtà di un pamphlet sul dopo-Tangentopoli che cerca di risalire alle "fonti del terrorismo in Italia", come recita il sottotitolo.
È un dialogo fra due giornalisti, il moderato Victor e la rivoluzionaria Elen, impegnati in un confronto sulle ragioni della "democrazia malata". L´impianto narrativo non toglie forza all´indignazione civile. E alla fine, un´ampia rassegna di citazioni giornalistiche e satiriche completa la lettura.
Vorrei fare alcune osservazioni sull'editoriale di Sergio Romano, nel " Corriere" di sabato 21 febbraio, perché non mi pare vada nel senso dell'approfondimento e della chiarificazione nel dibattito (si fa per dire) economico e politico in corso sulla stampa. Al di là degli insulti e dei dérapages che ci affliggono quotidianamente , vorrei fare alcune riflessioni.
Lo stato dell'economia italiana ha manifestato acute patologie che sono, nell'ordine:
a) un sommerso pari a un quarto del Pil
b) un 'evasione fiscale pari a 160.000 miliardi di lire, che é stata un vero maxi furto ai danni della collettività.
Le carenze dell'imprenditoria in Italia sono soprattutto
a ) la volontà decisa e generalizzata di metabolizzare il rischio , ricorrendo al credito bancario in forma massiccia, a scapito dell'accumulazione degli utili di impresa e dell'autofinanziamento
b) la volontà di evitare scrupolosamente ogni forma di concorrenza (e s. Caso Fiat, caso Mediaset, caso Publitalia) , assumendo , tramite l'organizzazione familiare, le forme più chiuse di Monopolio
c) risparmiare sul costo del lavoro, e delle tutele sociali, scaricando sui l salariati le colpe delle incapacità imprenditoriali
d) e infine la scarsità di trasparenza delle modalità di controllo interne all'impresa , a cominciare dailla struttura dei CDA aziendali , dove si registra la presenza non di controllori esterni ma di familiari e di banchieri finanziatori delle attività.
Questa evoluzione del capitalismo da industriale a finanziario-speculativo si é fatta a detrimento della classe media e dei risparmiatori, usciti distrutti dala dittatura dei managers e degli amministratori delegati.
La Confindustria ha cercato delle risposte non rinnovando il sistema, attraverso la ricerca, l'innovazione, per poter sfidare la concorrenza nazionale e internazionale , ma ricorrendo ai partiti (cfr il caso Mediaset e il P.S.I.), ai sindacati e alle banche, tanto da rendere assolutamente indispensabile oggi un cambio deciso di rotta con una nuova presidenza dell'associazione.
Su chi ha rubato e chi non ha rubato , le constatazioni dell'ambasciatore Romano a proposito del "populismo" del '92 e quello dei nostri giorni sono assolutamente superficiali.
I politici hanno precise responsabilità, non certo quando comprano una seconda casa o una barca, ma quando ricorrono alle tangenti e ai paradisi fiscali per finanziare o i partiti stessi o improbabili riviste "riformiste", veri pasticci politici , che snaturano l'originale mandato loro conferito gli elettori.
Quanto all' esaltazione fatta da Sergio Romano della capacità "riformatrice" della Tatcher, mi limito ad osservare che la privatizzazione di British Railroad, ha portato alla distruzione dell'impresa, specialmente nel settore della manutenzione, abbandono che ha causato sempre più frequenti incidenti ferroviari (cfr. la denuncia del cineasta Ken Loach).
Il riformismo di De Gaulle era fondato invece su basi ben diverse, sulla nazionalizzazione delle grandi imprese , sullo sviluppo della ricerca, con la creazione del CNRS , sulla protezione sociale, su un'autentica politica di aiuto alla famiglia, esattamente il contrario di quanto ha fatto Margareth Tatcher.
Quanto all'incapacità del Presidente del Consiglio di somigliare all'uno o all'altro, e di assicurare le riforme economiche del sistema, prima di tutto sul piano della trasparenza e della correttezza gestionale, rimando l'ambasciatore Romano allo studio delle origini della sua fortuna, le cui caratteristiche affondano ancora oggi nella nebbia più fitta.
Ci sono alcuni processi in corso e dovremmo attendere l'esito del terzo grado di giudizio per poter ricostruire la vera storia del capitalismo italiano, da Mani Pulite ai giorni nostri. Forse anche per questo Berlusconi non é la persona più adatta a fare "le analisi delle crisi aziendali e bancarie", come vorrebbe l'Ambasciatore Romano, analisi che sono oggi su tutti i giornali.
Conosce molto bene i meccanismi per sottrarre i capitali alla leva fiscale: non tutti gli imprenditori sono ladri, ma le cifre vertiginose dell'evasione parlano chiaro, e certo sono furti ai danni della collettività, che vengono dichiarati senza un filo di vergogna, anzi, addirittura legittimati sul piano morale!
* gia' direttrice dell'Istituto italiano di cultura di Marsiglia
by Bollettino Osservatorio
Di questi tempi la stampa quotidiana non attraversa uno dei suoi periodi migliori.
La televisione, regolata secondo gli interessi del principale imprenditore privato del settore che, guarda caso, è nello stesso tempo il capo del governo (secondo la recente legge Gasparri intervenuta dopo vent’anni di duopolio più o meno collusivo) sottrae risorse finanziarie al lettore e ai quotidiani che si contendono accanitamente un mercato fin troppo ristretto.
Il dibattito politico, tuttavia, si svolge necessariamente sui giornali, visto l’assordante conformismo televisivo e l’asservimento dei principali telegiornali al governo Berlusconi.
Di qui conserva un qualche peso la posizione delle grandi testate e in particolare del quotidiano più diffuso, il Corriere della sera, sull’attualità politica e suscita un certo stupore, dopo gli accorti equilibrismi di cui è stato protagonista il direttore Stefano Folli negli ultimi mesi, leggere l’editoriale di domenica scorsa 22 agosto di quel giornale, affidato all’ex direttore Piero Ostellino.
Ostellino rompe tutti gli indugi rispetto alla questione di fondo di oggi, al di là dello scarso spazio che a essa dedicano i mezzi di comunicazione, cioè la riforma costituzionale che sarà discussa nelle prossime settimane e prende una posizione decisa a favore del disegno di legge dei «quattro saggi» cercando, nello stesso tempo, di fornire una spiegazione storica in grado di giustificare il rigore iconoclasta della maggioranza di centrodestra.
Il giornalista, riferendosi alla Costituzione del 1948 e alla storia politica del nostro paese, fornisce per l’ennesima volta una visione semplificata pressoché caricaturale, ripetuta più volte nell’ultimo decennio dell’Italia passata dalla dittatura alla democrazia, dal fascismo alla Repubblica.
A suo avviso, le culture politiche che hanno prodotto quel documento sono profondamente estranee al liberalismo e risentono invece in maniera determinante della cultura fascista e di quella successiva comunista. E, dunque, sostiene Ostellino, non ha senso difendere oggi quella Carta costituzionale ma occorre piuttosto modificarla radicalmente per esaltare le culture dell’individuo rispetto a una sorta di «neocomunitarismo» che avrebbe sostituito nella Costituzione fascismo e comunismo, essendo nient’altro che «la versione edulcorata ma ugualmente antiindividualista di entrambi».
Per dimostrare il singolare assunto che deriva da una lettura profondamente ideologica e antistorica del liberalismo come ideologia che si oppone per principio alla democrazia e al socialismo, oltre che al comunismo, Ostellino propone una lettura francamente ridicola dei princìpi della Costituzione, di quegli articoli fondamentali che occupano la prima parte della Carta e indica i limiti che di volta in volta sulla base dei prevalenti interessi generali si pongono all’esercizio di libertà individuali come vere e proprie contraddizioni rispetto a una cultura che ponga l’individuo al centro della società contemporanea. Ma una simile lettura produrrebbe effetti simili applicata a molte altre Costituzioni giacché il liberalismo individualistico a cui si riferisce Ostellino è profondamente estraneo alla visione di uno Stato moderno quale quello che è andato formandosi ed evolvendo negli ultimi due secoli in Europa e in occidente.
Ancora una volta è una visione idealizzata e astratta del modello statunitense a suggerire la critica della nostra esperienza senza tener conto della grande tradizione democratica di base che in America interviene a limitare l’arbitrio individuale e che in Europa ha bisogno invece per conseguire lo stesso obiettivo, di norme esplicite. In altri termini, nell’attacco di Ostellino alla prima parte della Costituzione repubblicana sull’onda di un preteso liberalismo individualistico di cui non si sa bene chi sarebbero gli alfieri, se non l’attuale maggioranza berlusconiana, l’obiettivo non è più soltanto la sinistra, in qualche modo erede del comunismo e del socialismo, ma anche quella parte della cultura repubblicana che rifiuta quel liberalismo assoluto e ha contribuito alla scrittura della Costituzione repubblicana e oggi la difende.
L’attacco è alla cultura cattolico-democratica, come a quella liberal-socialista e repubblicana, cioè a quelle forze che negli anni della Resistenza e del primo cinquantennio repubblicano, si allearono con le forze della sinistra nella lotta contro il fascismo e i suoi eredi.
Si ritorna, insomma, ancora una volta, a quelli che sono stati in questi anni gli obiettivi di fondo di un tenace quanto superficiale revisionismo storico: criticare a fondo, come contrario all’esperienza del liberalismo individualistico, il compromesso che condusse prima alla lotta contro il fascismo e poi alla costruzione dell’Italia repubblicana come della Costituzione del 1948.
La lotta è dunque non soltanto contro la cultura socialista e comunista ma anche contro tutte quelle culture che hanno avuto una parte più o meno rilevante nel compromesso del 1943-48. La Carta costituzionale costituisce il vero ostacolo da abbattere per l’affermazione di un compromesso diverso legato a un liberalismo estraneo all’esperienza storica europea e italiana ma meglio funzionale alle esigenze politiche attuali, all’interno dell’impero americano.
C’è da chiedersi, a questo punto, che senso abbia la presa di posizione del maggior quotidiano italiano sul dibattito politico che, almeno per ora, sembra riguardare la seconda parte, piuttosto che la prima, della nostra Carta costituzionale e che si è rifatto finora da parte del centrodestra piuttosto a esigenze di funzionalità e di concentrazione dei poteri nelle mani del premier che a visioni della storia italiana come quest’ultima pericolosamente esemplificanti.
Si vuole rafforzare le posizioni della maggioranza e lo si fa per tempo sulla base di una visione della storia come della politica attuale che hanno assai scarso fondamento sul piano scientifico come su quello culturale? O si tratta comunque di indicare fin da ora ai lettori che il compromesso costituzionale del 1948 non è più accettabile? È difficile rispondere a interrogativi come quelli che pure derivano dalla lettura dell’editoriale di Ostellino giacché assai diverso e più oscillante appare il percorso dell’attuale direzione del giornale, preoccupato in maniera addirittura ossessiva di trovare ascolto anche nella parte più moderata della coalizione di governo.
Le prossime settimane ci diranno meglio quale sarà il panorama dello scontro di fronte alla riforma costituzionale destinata a occupare molte sedute parlamentari nel prossimo autunno. Ma cercare di difendere l’attacco violento alla Carta costituzionale in nome del liberalismo, non di quello crociano ma di altri antenati non meglio individuati, può apparire di fronte agli italiani di oggi una sorta di artificio intellettuale che non entra nel merito dei problemi come dei valori messi in discussione.
Non so se alla destra berlusconiana, così povera di ragioni ideali, possa addirsi una simile difficile strategia ideologica.
Dicono che dopo 63 anni di attesa si stia costruendo un nuovo ordinamento per i giudici. Sarà. Costa però un certo sforzo di fantasia credere che sia un ordinamento quello in cui, in ogni direzione regionale del ministero della Giustizia, sia istituito un super-ufficio di sorveglianza sull´"esito di tutti i procedimenti giudiziari in tutte le fasi e gradi del giudizio" alla ricerca di "situazioni inequivocabilmente rivelatrici di carenze professionali" dei magistrati che hanno lavorato a quei processi. Ci vuole anche una forte immaginazione istituzionale per un ordinamento in cui i magistrati posti a capo degli "uffici di diretta collaborazione del ministro della Giustizia" abbiano, in forza di legge, un titolo preferenziale per la promozione alle funzioni superiori.
Ed è quasi incredibile un ordinamento giudiziario in cui il ministro di Giustizia possa ricorrere al Tar contro le decisioni di un organo costituzionale come è il Consiglio superiore della magistratura. È come se si ammettesse che il ministro può ricorrere al giudice amministrativo per il procedimento con cui è stata approvata una legge dal Parlamento. La sostituzione, per legge ordinaria, del processo costituzionale con uno amministrativo è davvero una stravaganza. È, ancora, perniciosa creatività pensare che alla Corte di Cassazione possa essere affidata la funzione di governo e selezione di tutti gli altri magistrati italiani. La Corte si trasformerebbe così, di fatto, da guardiana della intima coerenza della evoluzione giurisprudenziale del diritto - così preziosa in un tempo, come il nostro, di effervescente integrazione degli ordinamenti - a guardiana dei magistrati.
Si potrebbe continuare. Perché queste invenzioni e molte altre ancora, che si ritrovano tutte assieme nei criteri del nuovo ordinamento giudiziario, lo rendono assai poco affidabile perfino nel nome.
Si deve poi aggiungere che, forse per ragioni di serietà interna alla maggioranza (la gravitas che i romani consigliavano ai magistrati) questa legge fa proprio il criterio e principio direttivo a suo tempo determinato dal presidente del Consiglio: i giovani che aspirino ad entrare in magistratura devono perciò essere "positivamente valutati nei test di idoneità psicoattitudinale all´esercizio della professione di magistrato". Si ignora al momento in quale laboratorio scientifico siano in via di elaborazione questi test assai particolari.
È contro questo disegno di legge che i magistrati hanno già protestato e vogliono ancora farlo con uno "sciopero istituzionale" in settembre.
Ora, ci sono molti in Italia che ritengono gli scioperi dei magistrati non compatibili con la loro condizione collettiva di ordine-potere della Repubblica. E ritengono sciagurata, in certi suoi effetti, la vecchia legge Breganze sulle loro promozioni automatiche per anzianità. E assurdo il ritardo per cui non si è ancora rinnovato il loro ordinamento precostituzionale (via via rattoppato, dal 1941, con leggi parziali e con sentenze della Corte costituzionale). E, soprattutto, ritengono vergognoso che né i governi né il Consiglio superiore della magistratura né gli stessi magistrati siano finora riusciti a trovare soluzioni efficaci a quel disservizio della giustizia, evidente a tutti i cittadini a causa della irragionevole durata dei processi civili e di quelli penali.
Senonché nessuna di queste piaghe della giustizia italiana è affrontata dal nuovo disegno. Al contrario, altre se ne aggiungono. Così la Costituzione del 1948 che, alla disposizione VII, consegna un promemoria per il rinnovo dell´ordinamento giudiziario, "in conformità" alle garanzie, ai valori e ai principi da essa indicati, risulta ora tradita non solo da questa o quella norma (e ne abbiamo appena visto alcuni esemplari) ma dall´intero impianto della legge che il governo propone.
Questo impianto si regge, infatti, su un solo pensiero dominante: sostituire all´autogoverno dell´ordine giudiziario un altro governo, il governo del governo, la sostituzione strisciante del Guardasigilli al Consiglio superiore della magistratura. Dal punto di vista della Costituzione il golpe che si profila è assai grossolano. Salta infatti, con la piena autonomia della magistratura, il presupposto principale dello Stato costituzionale.
Il Consiglio superiore ha impiegato 28 pagine per dimostrare, con un´analisi implacabile, tale tentativo di estrometterlo di fatto dalle sue funzioni: dal concorso di ingresso nella magistratura, al meccanismo delle promozioni, alla formazione dei magistrati, ai compiti disciplinari. Ma dal punto di vista del comune cittadino importa di più una sola pagina bianca. Quella che il governo non è stato capace di riempire per far fronte alle piaghe della giustizia italiana.
Contro i guasti della progressione automatica in carriera, non è stato proposto alcuno dei possibili rimedi basati sulla valutazione della produzione giudiziaria dei singoli magistrati. L´opposizione aveva proposto verifiche del loro lavoro ogni quattro anni con la sanzione dell´espulsione dopo una doppia valutazione negativa del rendimento. È stato architettato invece un sistema labirintico di concorsi (diciotto per le qualifiche, quattro per le funzioni) che avrà il prevedibile effetto di favorire un carrierismo per titoli e per esami e non per il lavoro effettivamente svolto nell´interesse pubblico.
D´altra parte, l´ossessione per la carriera e per il posto è instillata, in forma di legge, fin dai primi passi. Appena vinto il concorso di ingresso, i magistrati-ragazzini sono forzati a scegliere "dalla culla alla bara", se faranno i giudici o i pubblici ministeri. Dopo cinque anni, la loro scelta sarà irrevocabile: funzioni separate per sempre. È ignorata, invece, la via indicata dalla Costituzione, di costruire per i pubblici ministeri uno status di garanzie diverse (il che non vuol dire inferiore) a quello dei giudici, per consentirgli di esercitare l´azione penale con autonomia di magistrato e coscienza delle priorità pubbliche.
Queste priorità di politica giudiziaria potrebbero, e forse dovrebbero, essere definite soltanto con un atto di indirizzo dei due terzi dei parlamentari (e non certo della loro maggioranza semplice) rivolto al Consiglio superiore della magistratura (e non certo al ministro). Invece, a leggere il progetto, la politica criminale dovrebbe essere definita, ufficio per ufficio, dai Procuratori della Repubblica "titolari esclusivi dell´azione penale", unici responsabili del suo "corretto e uniforme esercizio". I sostituti procuratori sarebbero, invece, declassati da magistrati soggetti soltanto alla legge a semplici funzionari esecutori di direttive del superiore. Basta una semplice "divergenza" tra procuratore e sostituto-procuratore perché la delega sia revocata senza più possibilità di appello. Con questa sudditanza dei pubblici ministeri ad un titolare gerarchico, le costituzionali "condizioni di parità" - tra un´accusa, diretta dall´alto per gerarchia extra processuale, e una difesa tutta dentro al concreto procedimento - rischiano di essere, quindi, di volta in volta alterate rispetto alla vera realtà processuale.
Quanto alla rapidità dei processi, la Corte di cassazione è distolta dalle sue funzioni di "amica del diritto" per compiti di governatrice della magistratura, proprio quando se ne sarebbe dovuta istituzionalizzare una funzione giurisprudenziale "per principi", allo scopo di semplificare la conclusione dei processi. E anche, e soprattutto, per dare ai cittadini e alle imprese - sulla base di una commistione tra giurisprudenza anglosassone e quella della Corte di giustizia europea sul "vincolo di precedente" - una ragionevole prevedibilità delle conseguenze giuridiche delle proprie azioni. Il bene pubblico della certezza del diritto sulla cui base perfino la Banca Mondiale classifica l´affidabilità degli Stati...
Aspettare 63 anni per ritrovarsi con un niente intitolato "nuovo ordinamento giudiziario" è un po´ troppo. E questo vuoto è perfino ancora più pericoloso dei soprusi alla Costituzione che pure ci sono. Vien fatto di dire - anche da chi non se lo augura - che se i magistrati a settembre sciopereranno, non lo faranno tanto come membri dell´ordine giudiziario quanto come cittadini informati dei fatti: nell´interesse di tutti gli altri cittadini che in questo progetto non hanno trovato nulla di quanto avrebbero voluto come "consumatori" di giustizia. Salvo, come sembra noiosamente evidente, il solito, e questa volta più complicato, regolamento di conti che dall´inizio della legislatura, si trascina tra il governo e chi deve giudicare "in nome del popolo italiano".
«CONSAPEVOLI che l´Europa è un continente portatore di civiltà; che i suoi abitanti giunti in ondate successive fin dagli albori dell´umanità vi hanno progressivamente sviluppato i valori che sono alla base dell´umanesimo: uguaglianza degli esseri umani, libertà, rispetto della ragione. Ispirandosi alle eredità culturali, religiose e umanistiche dell´Europa i cui valori, sempre presenti nel suo patrimonio, hanno ancorato nella vita della società il ruolo centrale della persona, dei suoi diritti inviolabili e inalienabili e il rispetto del diritto. Convinti che l´Europa, ormai riunificata, intende proseguire questo percorso di civiltà, di progresso e di prosperità per il bene di tutti i suoi abitanti, compresi i più deboli e bisognosi. Persuasi che i popoli dell´Europa, pur restando fieri della loro identità e della loro storia nazionale, sono decisi a superare le antiche divisioni e uniti in modo sempre più stretto a forgiare il loro comune destino. Certi che, unita nella diversità, l´Europa offre loro le migliori possibilità di proseguire, nel rispetto dei diritti di ciascuno e nella consapevolezza delle loro responsabilità nei confronti delle generazioni future e della Terra, la grande avventura che fa di essa uno spazio privilegiato della speranza umana».
Leggetele con attenzione queste poche righe. Esse costituiscono il preambolo della Costituzione europea approvata l´altro ieri sera dal Consiglio dei 25 capi di Stato e di governo all´unanimità. Due anni e mezzo di faticoso lavoro per delineare la figura delle istituzioni, i loro poteri e i loro limiti, il difficilissimo equilibrio tra il peso specifico delle singole nazioni e l´ideale di un federalismo con una testa, una voce, una politica estera, una difesa e una moneta: insomma la governance, il tipo di governo della nuova Unione. Ma pochi giorni per redigere quelle poche righe che sintetizzano la storia, l´identità, i comuni valori e insomma la missione in cui si riconoscono le genti del nostro continente.
La governance è piena di difetti, è barocca, sarà inceppata a ogni passo da veti e contro-veti, sarà ancora più lenta nei processi decisionali di quanto finora non lo sia stata, sarà paralizzata dalla regola dell´unanimità che persiste dopo mezzo secolo di vita comunitaria in materie decisive: la politica estera, quella della difesa, quella della tassazione, quella sociale.
Ma, contrariamente al generale pessimismo sparso a piene mani dai commentatori europei, a me non sembra che i pur evidenti e gravi inceppamenti che costellano la struttura operativa e l´architettura complessiva della Costituzione siano tali da autorizzare il rintocco delle campane a morto che ho letto in tanti giornali italiani ed europei nelle ultime 48 ore.
Tra gli innumerevoli difetti del testo emerge un pregio essenziale: si tratta di una Costituzione "aperta", d´una Costituzione "cantiere", che parte a passo lento e guardingo ma non preclude l´alta velocità né impedisce a chi voglia fin d´ora accelerare il passo di aprire ai più lenti la strada.
Non è dunque nella discutibile e perfettibile governance il tallone d´Achille della Carta fondamentale dell´Europa, anche in virtù di quel breve preambolo che ne riassume e ne esplicita lo spirito e ne rappresenta per tanto il canone ermeneutico del superare gli ostacoli, le resistenze, l´egoismo degli interessi territoriali, nazionalisti, lobbistici.
I padri costituenti europei videro fin dall´inizio il nostro continente come uno spazio ideale, culturale, commerciale, sorretto dai principi della libertà, dell´eguaglianza, della tolleranza, della pace, del progresso civile economico sociale. Questa visione, latente da secoli nelle vene dei popoli europei ma contraddetta continuamente dalle guerre, dai massacri, dalla violenza, dalla cupidigia, ha infine preso il sopravvento dopo la carneficina delle due "guerre civili", quella del 1914-´18 e l´ultima del ?39-´45.
Ciò non significa che il cammino sia ineluttabilmente tracciato, se non altro per il fatto che l´Europa non è certo il solo soggetto del pianeta, né il più forte, né il più popoloso. È tuttavia, anche nel suo stato ancora semilarvale, un oggettivo protagonista. Può rappresentare un modello, comunque un punto di riferimento, un alleato indispensabile, un ideale di cosmopolitismo; infine, l´anima stessa di quella globalizzazione tecnologica che rappresenta la grande promessa ma anche la grande minaccia della nostra modernità.
No, l´ostacolo non è la governance imperfetta ma perfettibile. E tuttavia un ostacolo esiste e - quello sì - è temibilissimo. L´ostacolo è politico. Va individuato con chiarezza e va affrontato sapendo che su quel contrafforte (si può dirlo senza retorica) o si fa l´Europa o si muore.
* * *
Allo stato delle cose, e dopo mezzo secolo dal suo inizio, l´Europa è una Comunità per un quarto federata (o magari per un terzo) e per tre quarti (o due terzi) confederata. Gli organi più vicini a potersi definire federali sono la Commissione, la Banca centrale, la Corte di giustizia; gli organi confederali sono il Consiglio dei capi di Stato e di governo e i Consigli dei ministri di settore. Ma gli organi confederali detengono poteri politici, di indirizzo e di legislazione. Senza il loro contributo attivo gli organi federali sono di fatto paralizzati ad eccezione forse della Banca centrale limitatamente alla politica monetaria strettamente intesa ma espropriata dalla politica del cambio.
Il Parlamento, pur dotato di poteri notevolmente accresciuti proprio dalla Costituzione testé approvata (ma tuttavia ancora inoperante poiché soggetta a ratifica da parte dei Parlamenti nazionali o in alcuni casi da parte di referendum popolari), è piuttosto un organo confederale a causa del sistema elettorale con il quale viene formato. Ogni Stato infatti vota soltanto la quota di parlamentari che gli è stata assegnata dal Trattato: i tedeschi votano i parlamentari tedeschi, gli italiani gli italiani e così via. Dunque non è un vero Parlamento dove i cittadini di una comunità votano i loro membri sulla base di suffragio universale e di appartenenze politiche.
La più urgente riforma da introdurre sarebbe dunque, secondo il mio modesto parere, quella di modificare il modo di elezione introducendo liste e campagne elettorali transnazionali. Nascerebbero così (e solo così possono effettivamente nascere) partiti europei veri e propri, con conseguenze importanti anche sulla composizione delle maggioranze parlamentari nei Parlamenti locali (nazionali). Conseguenza non automatica ma di trascinamento, cosa che attualmente non può avvenire.
È evidente che un vero Parlamento europeo su base transnazionale eserciterebbe i poteri che già ha e ancor di più quelli che potrebbe ottenere, con un´incidenza estremamente più netta e assumerebbe un carattere federale che si proietterebbe sull´intero funzionamento dell´Unione. Credo che a questo compito primario dovrebbero dedicarsi i nuovi membri eletti in tutta Europa il 13 giugno. Questa riforma è infatti preliminare ad un altro aspetto della questione, all´altro ostacolo politico che impedisce all´Ue di progredire, molto di più dei difetti della governance dei quali abbiamo già parlato.
* * *
L´altro ostacolo deriva dal fatto che la politica di parecchi paesi membri è, in parte o addirittura in tutto, eterodiretta. Dagli Usa.
Questi paesi subordinano gli interessi europei a quelli americani. Spesso tali interessi coincidono e allora il problema evidentemente non si pone. Ma talvolta non coincidono. Talaltra sono addirittura contrapposti. Questi casi avvengono tanto più spesso quanto più l´Europa tenta di procedere verso il suo sviluppo unitario.
Se gli Usa fossero ancora una confederazione e le nazioni europee fossero ancora punti di forza mondiali, sarebbe come se la Francia avesse come alleato preferenziale lo Stato della Louisiana, la Gran Bretagna il Massachusetts e gli altri Stati della costa orientale, la Spagna il Nuovo Messico e il Texas.
Qualche cosa di simile accade oggi quando Gran Bretagna, Italia, Olanda e le new entry dell´Est europeo si considerano molto più strettamente legate agli Usa di quanto non lo siano alla stessa Comunità europea della quale fanno parte.
È chiaro che il protrarsi e l´aggravarsi di questa spaccatura politica paralizza l´evoluzione dell´Ue. Se n´è avuta una prova nella difesa ad oltranza della regola dell´unanimità da parte della Gran Bretagna su materie essenziali come la politica estera e la difesa comune.
Bisogna essere molto chiari su questa questione. L´ho già scritto in numerose occasioni ma il tema è troppo importante per non riproporlo: la crescita dell´Europa implica un chiarimento di fondo con il governo di Londra.
Nessuno ignora l´importanza della presenza inglese nel contesto europeo, ma nessuno dovrebbe volerla e patrocinarla ad ogni costo, anche quando quella presenza equivale alla paralisi del disegno europeo.
Discutendo due giorni fa del presidente della Commissione di Bruxelles da eleggere al posto di Prodi, Blair ha apostrofato Chirac e Schroeder con la seguente frase: «Non crediate di esser voi due i padroni d´Europa».
Affermazione ineccepibile, che ciascuna delegazione presente a Bruxelles avrebbe potuto far propria, ma che si può e si deve ritorcere ad egual titolo nei confronti di Blair.
Il caso inglese del resto contiene un´anomalia che varrà la pena di esaminare accuratamente nel prossimo futuro. La Gran Bretagna non fa parte dell´eurogruppo, non ha accettato la moneta comune, è rimasta e rimane ferma sulla sua sterlina. La situazione sarebbe accettabile perché fa parte di quelle collaborazioni rafforzate che la nuova Costituzione ha ora formalmente autorizzato e di cui l´euro è stato finora l´esempio più vistoso. Ma l´anomalia consiste nel fatto che la Gran Bretagna partecipa e vota in sede Ecofin su questioni che riguardano esclusivamente o principalmente la moneta comune e l´area e gli interessi dei paesi in cui essa circola. E´ evidente che questa situazione non può durare all´infinito, sicché sembra venuto il momento di porre al governo di Londra una qualche scadenza entro la quale debba ragionevolmente decidere se entrare nell´euro o rinunciarvi definitivamente, ridimensionando di conseguenza la sua partecipazione alle decisioni che riguardano quella moneta.
È lecito prevedere che la regola dell´unanimità sulle questioni di politica estera sarà usata da Londra per impedire qualunque decisione sgradita a Washington. Stessa posizione sarà assunta dal governo italiano, almeno fino a quando sarà guidato dal nostro attuale "premier". Conseguenza: la libera scelta e la libera e unitaria voce dell´Europa hanno come spazio di manovra possibile soltanto quello di consentire con le decisioni di Washington oppure di non esistere.
Riflettano coloro che si disperano per l´assenza dell´Europa dai grandi temi internazionali. Potremmo dire che la stessa assenza si osserva per quanto riguarda i Laender della Renania o della Sassonia oppure la Scozia o il Vermont e la Florida. Nessuna di queste entità ha voce in materia di politica internazionale, così come non ce l´ha l´Europa in quanto tale se non accetta di farsi rappresentare dal dipartimento di Stato americano o dal Pentagono.
Eppure una differenza c´è ed è a svantaggio ulteriore dell´Europa: i cittadini del Vermont e della Florida, come quelli della Renania o del distretto di Amburgo, votano per l´elezione dei rispettivi parlamenti federali e nel caso degli Usa per l´elezione del presidente. L´Europa no, non vota per l´elezione del capo dell´impero. Obbedisce, se vuole; rinuncia ad esistere come voce unitaria se dissente; ma in ogni caso non vota, non può scegliere tra Bush e Kerry.
Questo è l´ostacolo politico che sta di fronte a noi europei e che c´impedisce d´avere un corretto e solido rapporto d´amicizia con la democrazia americana conservando la nostra autonomia e dignità di cittadini europei.
Finché questo ostacolo non sarà rimosso la Costituzione europea, buona, cattiva, perfettibile che sia, resterà un pezzo di carta straccia o poco più.
Il testo della nuova Costituzione europea (in inglese)
Hanno ben ragione le giornaliste e le scrittrici del gruppo di Controparola che hanno firmato un appello di solidarietà a Tina Anselmi insultata con astio antico nella voce a lei dedicata del dizionario «Italiane» edito dalla presidenza del Consiglio e dal ministro per le Pari Opportunità. E hanno ben ragione le partigiane dell’Anpi che hanno duramente criticato le scelte di molti dei 247 ritratti femminili. «A queste donne tutti noi dobbiamo dire comunque grazie», scrive il ministro Stefania Prestigiacomo nella presentazione dei tre volumi. Anche a Rachele Mussolini, alla Petacci e a Luisa Ferida, l’attrice amante di Osvaldo Valenti, l’attore che faceva parte della banda Koch? Con sadico gusto assisteva anch’essa agli interrogatori dei torturati nella villa Triste di via Paolo Uccello a Milano. Mentre gli arrestati subivano atroci torture giocava davanti a loro con un cane lupo, lo faceva rizzare sulle zampe e gli dava per premio delle fette di prosciutto.
L’hanno raccontato le vittime sopravvissute e uno di loro, Mino Micheli, un partigiano socialista, nel ricordare quel passato, scoppiò a piangere durante le riprese di un documentario televisivo della Rai, «La repubblica di Salò», 1973.
Ma è Tina Anselmi, in questo dizionario, il vero test del tempo presente. Vincenzo Vasile ha già analizzato su l’Unità quelle paginette scritte da Pialuisa Bianco. La quale usa tutto il suo odio mascherato per tentare di ferire e di distruggere Tina Anselmi, donna coraggiosa, seria, intelligente.
«Ragazzina della Resistenza», scrive. Che per lei dev’essere un sommo insulto. (Fu una giovanissima staffetta della Brigata autonoma Cesare Battisti e del comandante regionale del Corpo volontario della libertà del Veneto). «Partigiana ciellenistica e consociativa». (Non sa che cosa fu la lotta partigiana. Le pratiche consociative arrivano decenni dopo. Anche il linguaggio è sbagliato).
Ma è sulla P2 - Tina Anselmi è stata dal 1981 al 1984, tra l’ottava e la nona legislatura, presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 - che la scrivente distilla tutto il suo rozzo fiele. Tina Anselmi, nella sua vita politica, non si è occupata soltanto della loggia. Un dizionario dovrebbe essere completo e onesto. Il ministro Prestigiacomo avrà senz’altro letto il saggio di Virginia Wolf sull’arte della biografia. Tina Anselmi ha dedicato tutta la vita ai destini delle donne: nella scuola - laureata in lettere ha insegnato nelle scuole elementari - nel sindacato, nel movimento femminile della Dc, in Parlamento, deputato per sei legislature, ministro della Sanità, ministro del Lavoro, si deve a lei la legge sulle pari opportunità.
Ma quel che conta, per chi scrive la sua voce nel dizionario è soltanto la P2. La colpa incancellabile. I governanti sconnessi della destra che condonano e amnistiano ogni cosa, soprattutto se stessi, e hanno il vizio della dimenticanza, non scordano invece i nodi fondamentali del malaffare nazionale. La P2 è uno di questi. Tina Anselmi, secondo la scrivente, è «la Giovanna d’Arco che avrebbe dovuto trafiggere i mostri degli anni Ottanta». Tina Anselmi è un’espressione del «cattocomunismo», un’altra ossessione. Ecco come la biografia conclude il suo testo: «Era rimasto imprevedibile, e straordinario, che la furbizia contadina della presidente divenisse il controverso modello della futura demonologia politica nazionale, distruttiva e futile. I 120 volumi degli atti della commissione che stroncò Licio Gelli e i suoi amici, gli interminabili fogli della Anselmi’s List (che finezza!, ndr) infatti cacciavano streghe e acchiappavano fantasmi».
Dove sono finite le «coordinate del rigore scientifico» reclamizzate dal ministro? Sarà utile rinverdire qualche notizia sulla P2. Gli allora giudizi istruttori Gherardo Colombo e Giuliano Turone arrivano alle liste di Gelli indagando sulla mafia, sull’assassinio ordinato da Sindona dell’avvocato Giorgio Ambrosoli a Milano, la notte dell’11 luglio 1979 e sulle minacce ricevute da Enrico Cuccia. Sindona, quell’estate, è arrivato nascostamente in Sicilia da New York e si dice vittima di un sequestro. Indagando su quel finto sequestro, Colombo e Turone scoprono un medico, Joseph Miceli Crimi, che ammette di aver ferito Sindona a una gamba dopo avergli praticato l’anestesia locale (per dar credito al finto sequestro). Nell’ottobre 1980 confessa di avere incontrato Gelli più volte durante quell’estate. Il 17 marzo 1980 avviene la famosa perquisizione in quattro posti differenti. Alla Giole, la ditta di Gelli ad Arezzo, i finanzieri di Milano scoprono le carte.
Svelano l’esistenza di un’associazione segreta in cui sono coinvolti tre ministri della Repubblica, il capo di stato maggiore della Difesa, i capi dei servizi segreti, 24 generali e ammiragli, 5 generali della Finanza, compreso il comandante, parlamentari (esclusi i comunisti, i radicali, il Pdup), imprenditori, il direttore del Corriere della Sera, il direttore del Tg1, banchieri, 18 magistrati. Non è il governo Forlani, che si dimetterà, a rendere pubbliche le liste, ma Francesco De Martino, presidente della commissione d’inchiesta sul caso Sindona.
È l’immondezzaio della Repubblica. La P2 ha gestito il caso Sindona con la mafia; è proprietaria del Banco Ambrosiano e controlla il Corriere della Sera; ha rapporti con la banda della Magliana e con i poteri criminali; è responsabile, tramite suoi affiliati, di gravi depistaggi sulla strage di Bologna del 1980 e sulla strage di Peteano. Ha usato influenza sul caso Moro, massicciamente presente nel comitato di crisi del Viminale. Scrive (ahimé) Tina Anselmi nella sua relazione sulla loggia: «Ha costituito motivo di pericolo per la compiuta realizzazione del sistema democratico».
Davvero la Anselmi’s List cacciò «streghe e acchiappò fantasmi?» Davvero «stroncò Licio Gelli e i suoi amici?» Gelli sta benissimo nella sua villa di Arezzo. I suoi amici sono al governo. Il presidente del Consiglio Berlusconi aveva la tessera n. 1816 ed era affiliato alla P2 dal 26 gennaio 1978; il suo assistente Fabrizio Cicchitto aveva la tessera n. 2232 e si era affiliato un po’ più tardi, il 12 dicembre 1980. Le cose vanno a gonfie vele, come risulta da una recente intervista del maestro venerabile a la Repubblica. Riceve i postulanti tre volte alla settimana, a Pistoia, a Montecatini, a Roma. È soddisfatto. Il suo Piano di rinascita democratica ha fatto e fa da linea programmatica al governo.
ROMA - Una trasmissione come quella di stasera con il premier Berlusconi a «Porta a Porta» senza contradditorio sarà illegale in campagna elettorale. E' quanto stabilito oggi dalla Vigilanza Rai: la commissione ha infatti approvato con 16 voti a favore e 15 contro, l'emendamento che inserisce nel regolamento della par condicio l'obbligo del contraddittorio nelle trasmissioni di approfondimento Rai durante la campagna elettorale, vale a dire durante i 45 giorni che precedono il voto. L'emendamento è stato presentato dal presidente della Vigilanza Claudio Petruccioli.
SCONFITTA LA MAGGIORANZA - Assente la Lega, la maggioranza è andata sotto nella votazione di due emendamenti, tra cui quello sull'obbligo del contraddittorio che modificava l'art.5 del regolamento Rai per le prossime campagne elettorali, europee e amministrative.
L'altro emendamento, passato con 17 voti a favore e 12 contro grazie al voto congiunto del centro-sinistra e dell'Udc, riguarda l'art.3 del regolamento. Presentato sempre da Claudio Petruccioli, stabilisce che nelle trasmissioni di comunicazione politica «il tempo disponibile è ripartito tra i soggetti politici con criterio paritario». La parità di trattamento, spiega il capogruppo della Margherita in Vigilanza, diventa valida anche nella prima fase della campagna elettorale, cioè prima della presentazione delle liste, «mentre nel precedente regolamento - spiega Gentiloni -, nella prima fase di campagna elettorale, il tempo era ripartito in proporzione alla consistenza politica dei soggetti».
«Con i voti di oggi, che per due volte hanno messo in minoranza le posizioni di Forza Italia, la par condicio in Rai diventa più garantista ed equilibrata», ha commentato il capogruppo della Margherita in Vigilanza Paolo Gentiloni.
Dopo aver discusso e approvato i primi 5 articoli del regolamento, la Vigilanza tornerà a riunirsi mercoledì per la discussione e la votazione degli altri emendamenti e, probabilmente, per il voto finale al testo.
PENSO proprio che oggi mi debba anch´io occupare del calcio. Lo faccio per tre buone ragioni: è uno dei più grossi affari nazionali, è uno dei più evidenti scandali nazionali, è uno dei principali punti di snodo tra lo spettacolo e la politica. Aggiungo che sono un tifoso del calcio come gran parte degli italiani; tifo per la nostra nazionale e tifo per la Roma fin da quando giocava sul campo di Testaccio e il capitano si chiamava Fulvio Bernardini.
Roba di settant´anni fa.
Da allora, ovviamente, è cambiato tutto. In quell´epoca, tanto per dire, le squadre di serie A si andavano a scegliere i giovani talenti nelle squadrette di quartiere e nelle cittadine della provincia e avevano anche un proprio vivaio che coltivavano con molta cura. Il calciomercato aveva dimensioni casalinghe. L´equilibrio finanziario era facilmente raggiungibile. Le tifoserie erano molto accese e qualche volta volavano i pugni, ma non si conoscevano infiltrazioni teppistiche né minacce all´ordine pubblico.
Giocatori stranieri c´erano anche allora ma assai pochi, per lo più italoargentini.
Gli allenatori preparavano gli atleti con gli allenamenti ma non si conoscevano speciali formule e sofisticate strategie. In difesa della porta, insieme al portiere, si schieravano due terzini ai quali, al bisogno, davano manforte i due mediani laterali. Il perno centrale della squadra si chiamava centrosostegno. Due mezze ali (Meazza-Ferrari l´esempio più famoso) assicuravano il raccordo tra la linea mediana e le punte d´attacco che erano tre, una al centro e due alle ali. E poi, palla fa tu.
Con questo schema, che non era neppure uno schema, vincemmo due campionati del mondo consecutivi nel ´34 e nel ´38. In campionato la Juventus vinse non so quanti scudetti, alternandosi con l´Inter che allora si chiamava Ambrosiana. Comunque e fin da allora gli squadroni erano quelli del Nord: a Torino, a Milano, a Genova, a Bologna. Poi, scendendo verso il Centro, la qualità del gioco degradava; al Sud quasi scompariva. Ma questa situazione dura ancora oggi.
Il grande Gianni Brera attribuiva questo fenomeno alla dieta, alle proteine e ai soldi che al Nord erano tanti e nel Centrosud molto pochi. Vitamine e proteine ormai sono eguali dappertutto e in più dappertutto c´è pure il doping, ma l´allocazione dei soldi è sempre la stessa ed ecco la ragione per cui, salvo qualche saltuaria eccezione, lo scudetto continua a essere semimonopolio delle squadre padane.
Ho ricordato questa lontana stagione perché i giovani forse non la conoscono neppure per sentito dire. Comunque sono in grado - se opportunamente informati - di misurare le differenze con l´oggi.
Settant´anni fa, fino ai primi anni del dopoguerra, i giocatori professionisti erano poco più che dilettanti. Oggi al calciomercato girano migliaia di miliardi, i bilanci sono da grandi imprese, molte società sono quotate in Borsa, i giocatori stranieri riempiono più della metà dei ruoli titolari, le formule di gioco sono ferree e quindi gli allenatori si sono trasformati in strateghi e si attribuiscono un ruolo preponderante, analogo a quello dei registi rispetto agli attori. Infine gli attori, tra i quali alcuni divi con ingaggi da capogiro, debbono giocare in partita almeno due volte alla settimana quando non addirittura tre, con solo sei settimane di vacanza all´anno quando non sono ridotte a quattro. A 30 anni sono già considerati vecchi, a 35 decrepiti.
* * *
I legami del mondo del calcio con la politica, nell´era arcaica si limitavano sostanzialmente alla nazionale che ci rappresentava all´estero. Per il resto durante i vent´anni del fascismo il partito e il suo duce non avevano bisogno di supporti e spot locali. Ma poi, con l´avvento della democrazia di massa e della società dello spettacolo, tutto cambiò: possedere una squadra significava avere uno sbocco importante sulla tifoseria; una grande squadra dava accesso alla televisione, ai giornali, alla pubblicità. Insomma il calcio diventò un potere in tutti i sensi; potere locale, potere nazionale e anche potere internazionale dove si sceglievano i luoghi per le competizioni mondiali e per le Olimpiadi. E quindi «money money money».
Ma in sé il calcio è sempre stato passivo. Strettamente parlando non ci si guadagna, anzi ci si perde. Però assicura vantaggi indiretti talvolta preziosi.
Guardate, tanto per dire, alla Juventus che è stata da sempre di proprietà Fiat al cento per cento. Perché? Perché in una città e in una regione dove ha imperato dagli anni Venti fino a ieri la monocultura Fiat-Agnelli, era indispensabile che la Juventus ne facesse parte integrante. La Juve completava egregiamente il sistema di potere Fiat che disponeva del grande giornale La Stampa, finanziava tutte le attività culturali e ricreative di Torino, aiutava e assisteva le forze deboli della popolazione cittadina, impiegava al Lingotto e poi a Mirafiori e a Rivalta 200 mila operai.
Quegli operai, per molti anni comunisti in altissima percentuale, leggevano però il giornale del padrone e la domenica si spellavano le mani ad applaudire la squadra del padrone. Il quale a sua volta, con il volto di Valletta prima e poi con quello di Gianni Agnelli, favoriva una politica di centrosinistra.
Del resto è sempre stato così in tutti i Paesi democratici maturi: i cosiddetti poteri forti sono aperti al colloquio e «guardano dal centro verso sinistra» come diceva De Gasperi per la sua Democrazia cristiana; i poteri piccoli e timorosi guardano invece a destra, discriminano i più deboli di loro e cercano l´uomo forte che li liberi dalle loro paure. Questa propensione registra vaste eccezioni e l´Italia le ha ben conosciute; tuttavia permane nella sostanza e così opera nel bene e nel male.
Man mano che l´importanza del calcio cresceva e con essa cresceva la propensione ludica della società, i legami tra sport e politica diventavano sempre più forti. Il Coni, la Federcalcio, la presidenza della Lega calcio, il controllo finanziario delle società sportive, sono diventati altrettanti elementi essenziali per sostenere e ampliare il potere dei politici.
Un politico e uomo di spettacolo come Berlusconi lo ha sempre saputo; possiede e presiede il Milan dal 1986 cioè da quando ha raggiunto e consolidato il suo monopolio sulle tv commerciali; da allora tv e Milan sono stati le sue pupille, i suoi strumenti attraverso i quali dispensa alla gente i circenses dei ludi post-moderni. E se li tiene ben stretti a dispetto d´ogni chiacchiera sul conflitto d´interessi perché sa che senza di essi anche il suo potere diventerebbe evanescente e precario.
Ma anche gli altri, su scala ridotta e ridottissima, hanno fatto altrettanto. Con un´aggravante in più: non disponendo delle risorse di Berlusconi né del suo potere politico sono andati avanti con espedienti sempre più truffaldini: debiti, stipendi in nero, sopravvalutazioni degli assets, falsificazione di bilanci. Il buco nero del calcio e le sue dimensioni rapinose erano note a tutti, giocatori allenatori e tifoserie compresi.
Compresa la Lega, compresa la Federcalcio, compreso il Coni, compresa la giustizia sportiva, compresa la Uefa. La novità è che adesso si è mossa la magistratura e la partita è diventata dura, anzi durissima. Con quali vie d´uscita? Assai poche direi.
* * *
La Procura di Roma ha messo sotto osservazione tutto il calcio professionistico italiano, serie A e serie B. Se troverà reati li dovrà perseguire. Purtroppo li troverà, c´è da scommetterci. Probabilmente non nella Juventus, per quanto... Forse ne troverà qualcuno anche nel Milan e nell´Inter, sebbene le dazioni di Berlusconi e di Moratti siano state generose. Il Milan comunque ha un proprietario che «stacca gli assegni» come dice lui; quindi non dovrebbe avere timori.
La Roma, se Sensi riuscirà a concludere la vendita della squadra ai russi, si salverà. Non sarà un bello spettacolo da vedere, un plutocrate di Putin occuparsi di Totti e di Cassano. Ma i tifosi si tureranno il naso e continueranno a tifare. Per altre squadre sarà più difficile. Comunque il mondo del calcio continuerà a bruciare miliardi, la sua influenza sul consenso di massa diminuirà, il giocattolo si sta rompendo, molte squadre scompariranno di fronte all´inevitabile indurimento delle regole.
Ci vorrebbe un risanamento generale: minori stipendi, meno stranieri in squadra, minore partecipazione alle Coppe, quindi meno partite perché risanamento è sinonimo di ridimensionamento. Non più squadre con undici titolari in campo e undici in panchina. Non più sostituzioni in campo a volontà.
Aiuti governativi? Impensabile perché lo vieta la legislazione europea e poi i soldi lo Stato non li ha. Non li ha per i disoccupati, per i malati, per la scuola, per i pensionati, per l´Alitalia; sarebbe enorme se li trovasse per il calcio.
Il calcio non può che salvarsi da solo oppure sarà travolto. Naturalmente le tifoserie diventeranno furibonde se le squadre del cuore dovessero andare a fondo. Questa volta, bisogna onestamente riconoscerlo, il governo non ha particolari colpe. Berlusconi personalmente fa parte, eccome, del mondo del calcio e perciò una parte delle responsabilità è anche sua, ma come presidente del Milan, non come presidente del Consiglio. Certo nella sua qualifica sportiva qualche sbuffata di polvere arriverà anche addosso a lui e in questo caso, una volta tanto, non potrà fare la vittima perché sarà in variegata e numerosa compagnia. L´alibi delle toghe rosse e dei comunisti infiltrati questa volta non funzionerà se risultasse che anche il suo Milan ha gonfiato plusvalenze e trafficato con falsi bilanci.
Si vedrà. Intanto stasera il Milan affronta la Lazio all´Olimpico. Noi romanisti, in via eccezionale, tifiamo tutti per la Lazio. Specie se Ancelotti giocherà con due punte d´attacco in ossequio al diktat del suo presidente. Io non ci spero in una sconfitta del Milan che è comunque una grande squadra. Ma se la Lazio ci riuscisse sarebbe una gran bella soddisfazione.
Vedete? Il tifo è una gran brutta passione e fa perder la ragione perfino a un seguace di Voltaire. Ma che volete? Qualche volta è una valvola di sfogo in questa valle di lacrime, e poi accomuna poveri e ricchi, vecchi e ragazzi e perfino uomini e donne. Se lo si manifesta in modo civile anche uno stadio può diventare luogo di libertà e di eguaglianza. Ulisse eccelleva nei giochi, Pindaro cantò le Olimpiadi, i greci contavano gli anni partendo dal giorno d´inizio di ciascuna Olimpiade. Con i romani e i gladiatori andò a finir male, ma eravamo già in tempi di basso impero o di basso ventre come ho scritto domenica scorsa.
Insomma, lo sport dev´essere snello, pulito, appassionato e leale. Sennò è un immondezzaio, come in gran parte è già diventato.
LO SCHEMA classico della democrazia moderna, quella emersa in tempi diversi in Gran Bretagna, negli Stati Uniti d´America e in Francia, è la contrapposizione tra una destra e una sinistra, tra conservatori e progressisti, tra chi privilegia la tradizione e chi punta sull´innovazione. Socialmente la destra è più sensibile agli interessi dei ceti possidenti, la sinistra ai bisogni dei ceti economicamente più deboli. La destra è attenta a favorire la produzione di ricchezza, la sinistra alla sua equa ripartizione.
La rappresentanza politica in una siffatta democrazia si fonda su due partiti o su due coalizioni di partiti. Il meccanismo elettorale più appropriato è quello maggioritario ma anche un meccanismo proporzionale può essere compatibile col bipolarismo. Ne fa fede la storia italiana degli ultimi cinquant´anni, durante i quali abbiamo avuto un sistema elettorale rigorosamente proporzionale e uno schieramento politico rigorosamente bipolare, con la Democrazia cristiana e i suoi alleati da una parte e il Partito comunista e i suoi compagni di strada dall´altra.
Questo schema prevede che tra i due poli contrapposti s´interponga un territorio più o meno vasto, abitato da elettori che si definiscono di centro: moderatamente conservatori e moderatamente innovatori, moderatamente sensibili alla produzione della ricchezza e moderatamente attenti alla sua equa ripartizione.
Lo sforzo che impegna ciascuna delle due parti contrapposte a ogni scadenza elettorale è di conquistare gli abitanti di quel territorio centrale, o meglio centrista. I voti degli elettori di centro, che sono per definizione voti mobili, decidono di solito chi sia il vincitore della contesa. Vince chi - conservando la propria originaria dotazione di consensi - riesce ad attirare il maggior numero degli elettori centristi. Sicché sia la destra che la sinistra debbono darsi programmi in qualche modo compromissori per ottenere il favore dei moderati.
In vista delle elezioni si apre così la caccia al voto moderato. Tra il bianco e il nero, o se volete tra l´azzurro e il rosso, si interpongono i colori intermedi: tutte le gradazioni del grigio, tutte le gradazioni del rosa e del celeste. E i moderati scelgono sulla base dell´esperienza di quanto fatto o non fatto dal governo precedente e degli impegni elettorali credibilmente assunti dai partiti che sollecitano ora il consenso.
* * *
Questo schema è semplicemente uno schema. Serve a dare un minimo d´ordine ai nostri pensieri e ai nostri giudizi, ma riflette una parte limitata della realtà. In certe situazioni si rivela lontanissimo dalla realtà.
A esser franchi: la democrazia moderna così raffigurata non esiste più in nessuna parte del mondo (ammesso che sia mai esistita). Non esistono i blocchi sociali che dettero qualche sostanza e qualche struttura alla destra e alla sinistra di un tempo.
Esistono, quelli sì, i poveri dislocati sui vari gradini della povertà e i ricchi dislocati sui vari gradini della ricchezza; ma pesano soprattutto le paure dei semi-ricchi di precipitare nell´inferno della povertà e le aspettative dei poveri intraprendenti, fiduciosi di entrare nel paradiso degli agiati. In tempi di ottimismo congiunturale i poveri intraprendenti e fiduciosi delle proprie forze danno il tono di fondo all´intera musica mentre in tempi di pessimismo e di stagnazione sono le paure dei semi-ricchi a prevalere.
Da quando le tradizionali e nette distinzioni di classe sono scomparse sotto l´urto delle nuove tecnologie e della nuova organizzazione del lavoro, la destra e la sinistra hanno mutato fisionomia acquistando connotati nuovi e più aderenti ai tempi e alle condizioni sociali. Ma i moderati sono di fatto scomparsi.
I moderati si interponevano tra i padroni delle ferriere descritti dai romanzi di fine Ottocento e gli anarchici e i socialisti delle leghe contadine e delle case del popolo operaie.
Ma oggi il "parun da le bele braghe bianche" delle canzoni d´epoca lavora al computer per vendere i prodotti della sua azienda interamente informatizzata e i socialisti e comunisti rivoluzionari delle leghe d´un tempo mandano avanti le loro piccole officine, gestiscono l´autopompa e lo snack, aprono agenzie di pulizia, recapitano plichi a domicilio, possiedono automobili da rimessa, fabbricano prodotti d´abbigliamento, indotto d´ogni genere e tipo.
Ceto medio, lavoro a cottimo, partite Iva, immenso esercito del sommerso, artigiani. A volte votano a sinistra, a volte a destra, secondo che prevalga la paura di esser risucchiati all´indietro nella scala dei redditi, o prevalga la speranza e la voglia di progredire; secondo che sentano più bisogno di farsi da sé o di ottenere protezione sociale; secondo che privilegino il sacro egoismo individualistico o la santa solidarietà collettiva.
Chi sono, in una società informe come l´enorme pancia d´una balena, e dove sono i moderati? Gli amanti dei colori pastello, del parlar sottovoce, dei modi urbani, del giusto mezzo, della sobrietà nell´agire e nel pensare, del rigore dei sentimenti e della riga dei pantaloni? Entrate in una trattoria, in un ristorante, in un bar, in un vagone di treno e di metropolitana, in uno stabilimento balneare, in un impianto di sciovie e funivie e cercate tra tanta e varia gente un gruppo di moderati. Non lo troverete perché non c´è. Non c´è perché è stato distrutto dai mutamenti del costume, dell´economia, dei mezzi di comunicazione, della politica.
I moderati sono una specie in estinzione come la foca monaca, i pinguini e le tartarughe giganti. Perciò quel famoso schema secondo il quale tra la destra e la sinistra vince chi riesce a conquistare i voti moderati del centro è fasullo. Il centro è vuoto o tutt´al più semivuoto. Se ti vuoi conquistare il voto disincantato delle partite Iva è inutile promettere sgravi fiscali: stanno perdendo clienti, fatturato e profitti; hanno bisogno che aumenti la domanda altrimenti chiuderanno bottega e molti l´hanno già chiusa. L´indotto di mezz´Italia barcolla senza più grandi e medie industrie che lo sostengano.
La piccola impresa ha il fiato grosso e si delocalizza. La competitività continua a regredire e sta agli ultimi posti della scala mondiale.
Volete, a destra e a sinistra, dare la famosa scossa? Bisognerebbe fiscalizzare gli oneri sociali, avvicinare il più possibile il salario lordo a quello netto e fare spazio a consistenti aumenti delle retribuzioni. Altro che abbattimento dell´Irpef.
Il reddito minimo di sussistenza è stato calcolato in 1700 euro mensili, ma quanti sono i pensionati e i lavoratori che stanno sotto a quel minimo? E quanti coloro che, standone ancora al di sopra, hanno fondate ragioni di temere lo scivolamento all´ingiù?
* * *
Il problema della sinistra, dunque, non è quello di scovare i moderati e conquistarne il consenso, ma di recuperare il consenso attraverso lo sviluppo e di riprendere al tempo stesso un´energica politica di risanamento finanziario.
La destra, se sarà sconfitta, lascerà in eredità un buco enorme, di almeno 60 miliardi di euro. Ve l´ha già detto Siniscalco nel suo Dpef e a lui almeno in questo si può credere. Ma colmare quel buco significa soltanto rimettere in regola la finanza. Se aggiungete i costi necessari a rilanciare lo sviluppo arrivate più o meno a 100 miliardi di euro, 200.000 miliardi di lire.
Certo se la domanda riprende ci saranno maggiori entrate, ma arriveranno gradualmente e per un anno non vedrete un centesimo in più.
Qualcuno dovrà pur pagare almeno una parte di questa rovina. Bisogna spiegarlo agli italiani ma stando attenti a non adottare misure che deprimano la domanda, ma anzi che la rilancino.
Ecco perché ci vuole un patto sociale. Non tra forze politiche ma tra forze sociali. Bisogna orientare tutte le risorse disponibili sul rilancio del potere d´acquisto, della domanda, degli investimenti, della sicurezza sociale, dei servizi pubblici, delle infrastrutture. Bisogna garantire buona e nuova occupazione, come predicano (ma finora inascoltati) Giorgio Ruffolo e Alfredo Reichlin. Bisogna favorire il dialogo tra sindacati, Confindustria, Confcommercio.
E bisogna fermare il federalismo al buio della Lega. Quanto costerebbe all´economia la devolution voluta dai nipotini di Bossi? Nessuna indagine ufficiale è stata ancora compiuta ed è una lacuna incredibile e inammissibile.
Ma alcune analisi fatte a spanne parlano di 100 miliardi di euro come maggior costo burocratico della devolution, gradualizzate in cinque anni. Capite in quale baratro rischia di precipitare lo Stato per far contento Calderoli? La legge rischia di passare entro il prossimo 6 ottobre, ma senza un attento calcolo dei costi è impensabile che possa esser promulgata: aprirebbe la strada alla bancarotta dello Stato.
* * *
La sinistra dispone d´una squadra dirigente notevole, la migliore che ci sia sul mercato politico. Ma finora ha affrontato questo gomitolo di questioni solo di striscio. E´ venuta allora ad affrontarle frontalmente perché l´autunno 2004 sarà molto caldo.
A destra il disincanto dilaga, ma quei consensi che Berlusconi sta perdendo non varcano ancora la soglia. Si rifugeranno nell´astensione.
Attenti però: anche a sinistra c´è disincanto. Anche a sinistra l´astensione, già alta, può aumentare.
Sarebbe sciocco dire a Prodi: facci sognare. Non servono i sogni né bisogna sperare nei miracoli che non esistono. Ma possiamo dire a Prodi: datti da fare. Da subito. I problemi sono quelli. Li conosciamo. Conosciamo anche i bisogni. Perciò datti da fare. Fai un discorso alla nazione. Dì quali sono i pericoli, quali le possibilità, quali gli obiettivi, quali i mezzi e i modi per realizzarli. Insedia la squadra.
È sbagliato pensare che la battaglia cominci nella primavera del 2006 o alle regionali del 2005. La battaglia è in pieno svolgimento. Stanno smontando pezzo a pezzo lo Stato, le istituzioni di garanzia, l´economia pubblica e quella privata, il potere d´acquisto dei cittadini. Ai primi d´ottobre daranno un altro colpo di piccone con una devolution senza sostanziale copertura.
C´è un uomo al Quirinale che rappresenta tutti i cittadini. Riscuote un consenso di massa quasi unanime. Ma è solo, terribilmente solo. Non pensiate che da solo possa sorreggere uno Stato pericolante. Voi di destra, voi di sinistra, che avete egualmente a cuore le sorti del paese e vi entusiasmate quando il tricolore sale sul podio olimpico, aiutate quell´uomo e fate che non sia il solo a combattere per tutti.
Due commissioni d'inchiesta hanno spiegato nelle ultime settimane come si è arrivati alla guerra in Iraq, nel marzo 2003: sulla base di quali informazioni, e soprattutto disinformazioni, fornite a Bush e Blair dai rispettivi servizi segreti. La prima commissione, composta di senatori americani, ha presentato il proprio rapporto il 9 luglio. La seconda, britannica, era presieduta da Lord Butler, un funzionario pubblico che ha servito più governi: dopo aver investigato per sei mesi, egli ha presentato le proprie conclusioni il 14 luglio.
I due verdetti andrebbero studiati con cura, perché con toni più o meno severi essi hanno in comune una cosa essenziale: la convinzione granitica che vi fu errore grave, ma che esso non sia da attribuire ai singoli politici bensì alla struttura di potere, alla meccanica delle decisioni, alla natura delle comunicazioni fra servizi e governanti. Il rapporto Butler è esplicito: non vi furono responsabilità individuali, per le false informazioni date sulle armi di distruzione di massa in Iraq, ma «solo responsabilità collettive».
Sono entità completamente astratte che avrebbero dunque agito al posto dei singoli uomini (entità come la struttura, la meccanica, la natura) e questo toglie all'individuo il libero arbitrio, e di conseguenza la responsabilità e la colpa. Prigionieri com'erano della struttura del potere da loro diretto, Bush e Blair sono presentati come uomini che certo sbagliarono - si lanciarono in una guerra le cui motivazioni ufficiali erano senza fondamento - ma che agirono «in buona fede», senza intenzione alcuna di distorcere i fatti o di mentire ai Parlamenti e all'Onu. Obiettivamente furono disonesti, ma soggettivamente, come scrive l'Economist in copertina, vengon giudicati «ingannatori sinceri» (sincere deceivers). Credevano di agire bene, e per il bene.
Il dubbio non li sfiorava, tanto forte era questo loro credere. Non avevano in fondo bisogno di prove, perché chi crede intensamente non va in cerca di testimonianze o confutazioni fornite dalla realtà. Si crede anche nell'assurdo, come dicono a volte le grandi religioni e come dicono sempre le sette. Questo era il morbo che affliggeva sia Bush sia Blair, a giudizio dei senatori statunitensi e della commissione Butler: un morbo della psiche che li teneva ingabbiati, e che oggi provvidenzialmente li scagiona.
Per questa via la psichiatria fa ingresso nel regno della politica, così come da tempo ha fatto ingresso nei processi per i crimini comuni. È come se valesse, anche per il politico, l'attenuante dell'errore o del crimine commesso «senza capacità d'intendere e volere». L'irresponsabilità cessa di essere una colpa, e diventa una patologia da curare con le dolci medicine dell'empatia.
È singolare che ambedue le commissioni giungano a questo risultato, e che in tutti e due i casi venga dato lo stesso nome alla malattia che tormentò i poveri Bush e Blair al punto di toglier loro la capacità d'intendere e di volere. È un nome usato in psichiatria, e si chiama groupthink: pensiero di gruppo. È un neologismo che echeggia quelli inventati da Orwell per descrivere il fanatismo comunista (il doublethink ovvero pensiero doppio; il newspeak ovvero Neolingua) e fu Irving Janis, esperto in psichiatria, a coniarlo negli Anni 70 per ricostruire i meccanismi che condussero a disastrose decisioni come l'invasione della baia dei Porci nel '61 (Irving Janis, Victims of Groupthink, Boston 1972). Le vittime del pensiero di gruppo sono fideiste, prima ancora di esser fedeli a un'idea condivisa o a un partito che tende a reclutare militanti acritici. Il loro rapporto con la realtà è tenue, visto che vivono nella fede e che non sopportano una conciliazione tra questa fede e il pensiero critico opposto dalla ragione.
Irving Janis spiega come le decisioni prese in questa sorta di estasi collettiva producano risultati catastrofici, e come il gruppo s'impossessi dell'individuo e della sua libertà. Se ne impossessa dando ai singoli un'illusione di invulnerabilità e di moralità unanimemente condivise. Le obiezioni sono sistematicamente messe a tacere, e non solo non vengono richieste ma finiscono col provocare una sorta di vergogna anticipata in chi potrebbe essere indotto a criticare il metodo di decisione o la decisione stessa. Le informazioni che vengono dalla realtà sono accantonate, perché rischiano d'inquinare le buone intenzioni e la moralità del gruppo.
Il groupthink ha sinonimi illustri, nella storia passata e presente. Può prendere il nome di linea di partito, può dissimularsi dietro termini più blandi come «il comune sentire». Sempre, comunque, il pensiero di gruppo è un esercizio in conformismo. E sempre contiene gli ingredienti descritti da Janis: esso «interviene nei gruppi molto coesi, quando l'aspirazione all'unanimità rimpiazza la ricerca realistica di azioni alternative».
L'alternativa all'intervento in Iraq era di attendere che gli ispettori Onu finissero il lavoro cominciato: un lavoro fatto sul terreno, che oggi si rivela ben più efficace di quello dei servizi americani e britannici. Era di riconoscere che la politica di contenimento non aveva fallito, checché ne dicesse Bush nella dottrina sulle guerre preventive, ma che aveva ben funzionato in Iraq, visto che il capo degli ispettori Blix non trovò le armi. Ma Blix era difficilmente compatibile con il settarismo del pensiero di gruppo, come lui stesso fa oggi capire («Era come se credessero nelle streghe - ha dichiarato al Guardian -.
Qualsiasi notizia proveniente dal mondo reale veniva reinterpretata come conferma dell'esistenza delle streghe»). Blix fu messo da parte e ignorato perché rappresentava un'intollerabile intrusione della realtà nell'impermeabile buona fede del gruppo.
La buona fede può generare mostri, come insegna la storia dei totalitarismi di carattere fideistico: specie quando si applica a collettivi chiusi. Ma visto che di fede si tratta, è probabilmente nelle grandi religioni che conviene cercare il rimedio. Lo psichiatra Janis lo trova nell'avvocato del diavolo, una figura che la Chiesa cattolica istituzionalizzò nel '500 per i processi di beatificazione e canonizzazione. E anche Lord Butler consiglia di far ricorso a tale figura nelle decisioni politiche, lamentando il suo presunto venir meno nella preparazione della guerra irachena.
L'advocatus diaboli è incaricato dalla Chiesa stessa di presentare ragioni contrarie alla volontà-decisione prevalente, di fornire le prove di possibili errori, di opporre argomenti razionali a argomenti puramente fideistici, passeggeri. Esso non agisce contro la fede, ma la mette alla prova e in fin dei conti la consolida. L'advocatus diaboli è un'invenzione grandiosa della Chiesa, e non stupisce che sia chiamato, ufficialmente, non avvocato del maligno ma difensore della fede: della fede vera, che si rafforza solo dopo aver messo alla prova le sue presunte verità, senza contrapporre fede e ragione. Di questo avvocato-difensore c'è bisogno nelle decisioni collettive, per evitare i disastri del dogmatismo e del male fatto in nome del bene.
Contrariamente a quel che pretendono le commissioni d'inchiesta, tuttavia, nella guerra in Iraq non mancarono gli avvocati del diavolo, che tentarono di correggere gli eccessi del pensiero di gruppo dietro cui stavan trincerati Bush e Blair. Avvocati del diavolo sono stati Blix, e in America repubblicani come Baker, Scowcroft, in parte Powell. Sono stati la Bbc in Inghilterra, e lo scienziato David Kelly che espose i propri dubbi alla Bbc e finì con l'uccidersi quando il suo nome fu reso pubblico (anche la colpevolizzazione del dissidente è tipica del groupthink, secondo Janis).
Solo che i politici odierni non sembrano aver bisogno di simili avvocati, e le commissioni che li assolvono fingono che avvocati del genere neppure siano esistiti, pur di salvare la tesi - tanto comoda per i governanti - sul pensiero di gruppo. I politici oggi non hanno la statura di Churchill, e tuttavia si sentono più sicuri di lui, nella loro doppia illusione d'impunità e moralità. Più sicuri perfino della Chiesa del '500, che per tema dell'unanimismo e per temprarsi fece spazio addirittura alle più cavillose controargomentazioni del maligno. Non sono stati loro a sentire il dovere di dimettersi, ma la Bbc e un giornalista un po' più preciso di Lord Butler.
Ma forse i politici temono l'advocatus diaboli e lo zittiscono proprio perché sanno di essere abbastanza mediocri. Perché sanno che la loro guerra, come dice Blix, «ha reso forse il mondo un po' migliore, sbarazzandolo d'un dittatore, ma non più sicuro». L'ha reso anzi più insicuro: non solo perché il terrorismo s'è rafforzato, ma perché nessuno crederà più a decisioni prese da politici incapaci d'intendere e volere, e proprio per questo sollevati dall'obbligo di rispondere degli errori commessi.