loader
menu
© 2026 Eddyburg

La stagione delle grandi assemblee istituzionali annuali - prima quella di Confindustria, poi quella di Banca d’Italia, a cui seguiranno quella dell’Antitrust e quella della Consob - sta mostrando, come già accadde l’anno scorso, una straordinaria convergenza analitica sui veri problemi dell’economia e della società italiana, lasciati drammaticamente senza risposta dal centro-destra che ha compromesso il risanamento finanziario realizzato dai governi dell’Ulivo e di centrosinistra - i quali portarono il deficit dal 7,7% del Pil nel 1996 allo 0,6% del 2000 - senza nemmeno riuscire a rilanciare l’economia, oggi ferma alla crescita zero.

Alla vigilia del voto di metà giugno tutto ciò è di ulteriore buon auspicio per il clima positivo che si respira nell’aria in favore dell’affermazione delle forze di centrosinistra e di tutte le opposizioni di sinistra.

Esse, infatti, possono rivendicare di aver segnalato sin dal primo momento sia l’illusorietà del «miracolo economico» annunziato dal duo Berlusconi-Tremonti al loro insediamento governativo, sia la fallacia della pretesa di realizzarlo mediante il trinomio a loro caro «meno tasse, meno diritti, meno sindacato».

Dunque, la questione vera che la stagione delle grandi assemblee istituzionali segnala al centrosinistra, e all’opposizione tutta, non è saper raccogliere messaggi incivili - che esso, in realtà, in larga misura aveva anticipato - ma è saper poggiare, e sviluppare, la sua capacità di interlocuzione su più solide basi analitiche, argomentative, propositive, manifestando così concretamente la sua cultura di governo e l’effettività della sua candidatura ad alternativa governativa. Per solidificare e sviluppare la sua capacità d’interlocuzione, però, bisogna che il centrosinistra (ma anche l’opposizione tutta) faccia fino in fondo ciò che finora ha fatto insufficientemente o ha addirittura eluso: un confronto di merito sul merito, ponendo fine a quella scissione tra «contenitori» e «contenuti» che fin qui non ci ha certo aiutato a rafforzare la nostra credibilità come forza di governo.

Superare la scissione tra contenitore e contenuti, e riprendere in ogni caso una discussione ravvicinata sui contenuti, io credo sia la sfida maggiore che le forze di centrosinistra dovranno affrontare nell’immediato futuro, sperabilmente stimolate da un buon esito del voto europeo e amministrativo. Al contrario, penso che conduca nella direzione opposta l’invito formulato da Ranieri: riconoscere l’irriducibile contrasto tra «l’aggregazione dei riformisti e un programma comune di tutte le opposizioni», riconoscimento da cui deriverebbe la necessità di restituire alla lista unitaria il suo carattere originario di volontà di condensazione delle «famiglie politiche del riformismo intorno a una leadership», segnando un netto confine tra tali famiglie e tutto quanto di altro si muove a sinistra.

Tale invito condurrebbe nella direzione opposta a quella auspicabile intanto perché, nell’opinione mia e di tanti altri che lo hanno accolto, non era questo lo spirito che ha animato l’appello iniziale di Prodi, ribadito anche in questi giorni: «Nel grande disegno dell’Ulivo che va avanti» - ricordando che di esso fece parte un duro, tenace, largo, coinvolgente lavoro programmatico che si protrasse per un intero anno - può consentirci di corrispondere al bisogno di unità della gente, la quale «si mette insieme per il futuro e non per il passato, non per le radici ma per i frutti, conservatori con i conservatori, progressisti con i progressisti». E in secondo luogo perché, se fosse questo invece lo spirito, sarebbe uno spirito di divisione e non di unità - quell’unità a cui la lista unitaria si richiama così insistentemente anche nel nome - e il doveroso investimento identitario che il nostro popolo ci chiede sarebbe posto su basi troppo ristrette, quindi anguste. In terzo luogo perché, se con la sinistra antagonista e con Rifondazione non si vuole realizzare solo una fragile intesa elettorale, un accordo programmatico più di fondo bisognerà pur farlo, tanto è vero che sono già stati formalmente costituiti gruppi di lavoro comuni e la questione, semmai, è che la discussione coinvolga tanti e non sia requisita da pochi, i quali potrebbero trovare non motivati accordi sulle teste degli altri.

In quarto e più importante luogo, perché una siffatta identificazione di «campi di competenza» e di «confini tra campi» avverrebbe in totale astrazione da una riflessione sul merito e sui contenuti, mediante l’attribuzione di patenti di riformismo che, prescindendo da una discussione autentica su «cosa è riformismo» e su «quale riformismo», nel migliore dei casi sconfinerebbe nell’ideologismo, nel peggiore si offrirebbe come copertura a operazioni di moderatismo e di trasformismo o di autoperpetuazione di gruppi di potere.

Approntare la sfida consistente nel superare la scissione tra contenitori e contenuti, e concentrare la riflessione sui contenuti, implica a sciogliere, almeno tendenzialmente, i dilemmi relativi a che cosa vuol dire riformismo oggi, nel contesto europeo e della globalizzazione assai poco equa e democratica in atto. La commissione di Progetto dei Democratici di Sinistra e la conferenza programmatica di Milano dell’aprile 2003 hanno dato loro risposte, che alcuni non hanno pienamente accolto (si ricorderà che furono presentati testi di distinguo) e altri hanno preferito considerare «insignificanti» ritenendo prioritario il solo discorso sul contenitore. Gli uni e gli altri esprimevano, tuttavia, una distanza o un dissenso che sarebbe stato meglio allora palesare più chiaramente e discutere più esplicitamente, ma che tutto ci incoraggia a riprendere nel futuro.

Infatti, la commissione di progetto ha proposto analisi e scelte che discriminano destra/sinistra lungo quattro assi fondamentali: - una visione non apologetica della modernizzazione anche se basata sul ruolo fondamentale del mercato (legato, anzi, dalle politiche illiberali del centrodestra); - il primato del paradigma dei diritti; - la centralità delle politiche pubbliche; - l’assunzione del motto «tributi a fronte di servizi» come caratterizzazione di una politica fiscale di sinistra (invece che l’inseguimento della destra sul terreno dell’indiscriminata riduzione delle tasse sempre risolventesi in un vero vantaggio solo per i più ricchi).

È da qui che dobbiamo ripartire per sostanziare di nuove policies concrete l’autocritica che alcuni esponenti del centrosinistra apertamente si fanno sull’eccessiva indulgenza verso il neoliberismo nutrita nel passato. È da qui che dobbiamo ripartire per fornire risposte adeguate alla crisi in cui il governo di centrodestra ha precipitato il paese.

Sono proprio le assemblee istituzionali di quest’anno a confermarci sia la vitalità dell’economia italiana, sia che i suoi problemi si chiamano tradizionalismo nella specializzazione produttiva, nanismo nelle dimensioni, familismo della struttura proprietaria, dequalificazione del capitale umano, incremento delle diseguaglianze reddituali e non solo, declino della produttività dovuto in primo luogo a una carenza degli investimenti, specie di quelli di ricerca e sviluppo, e a un eccesso di flessibilità/precarietà della forza lavoro (ma perché il passaggio in proposito del governatore Fazio è stato così poco commentato?). E quando i problemi si chiamano così, quando essi esibiscono cioè una tale strutturalità, non sarà certo in grado di affrontarli il ricorso ad automatismi quale è anche una detassazione aselettiva, ma occorrono politiche pubbliche altrettanto strutturali, complesse e articolate, servono la messa in campo di più attori e di più protagonisti, una contaminazione feconda di più culture, la fertilizzazione reciproca di interessi e valori, animata da grandi idealità per un progetto a forte valenza anche identitaria.

Chi è Laura Pennacchi

Riemergono dall’emiciclo suonati. I parlamentari di Forza Italia e An devono, in qualche modo, giustificare la sconfitta appena subita. La relazione sulla libertà dei media in Europa e sui rischi di violazione del diritto all’informazione è stata approvata. Dopo una settimana di passione. La relazione passa con l’86 per cento dei votanti. Ottiene 237 “sì” del Pse (con gli italiani Fava, Ghilardotti, Lavarra, Napoletano, Napolitano, Paciotti, Pittella, Ruffolo, Sacconi, Vattimo, Veltroni e Volcic), dei Verdi (con l’italiana Frassoni), del Gue (con gli italiani Cossutta, Di Lello, Manisco e Vinci) dell’Eldr (con gli italiani Calò, Costa, Di Pietro, Formentini, Procacci e Rutelli). I voti contro sono stati soltanto 24 (tra gli italiani, i radicali con Pannella e Bonino) perché i gruppi del Ppe e della destra Uen scelgono la via inedita della non partecipazione per protesta.

Niente voto. Sapevano di perdere e, invece di opporsi pigiando i pulsanti, restano a chiacchierare. Si dissociano dal Ppe tre deputati giscardiani che votano e votano “sì”, tre parlamentari euroscettici danesi, mentre altri 9 deputati del Ppe, tra cui l’ex ministro francese Lamassoure, si astengono. Espressioni significative e di insofferenza in un gruppo che ha cambiato, progressivamente, i propri connotati (dall’ingresso di Forza Italia e dei conservatori britannici). Uno smarrito Scapagnini, medico di Berlusconi fatto rientrare precipitosamente a Strasburgo, si aggira tra i banchi con il senso del vuoto. I deputati di Fi e An trascinano, in una pratica del tutto sconosciuta sinora alla storia del parlamento europeo, i loro gruppi di appartenenza. Non era mai accaduto. Evidentemente, Berlusconi è in grado, ormai, di pretendere anche questo dal tedesco Hans Poettering, il capogruppo. L’unica consolazione: nel rapporto è stato cancellato il nome di Silvio Berlusconi. Non si usa, per eleganza, citare le persone in risoluzioni ufficiali. Accontentati. Così Berlusconi, nella relazione, sarà indicato come l’”attuale presidente del Consiglio italiano”.

Escono dall’aula e si scagliano contro la “sinistra” e contro i “comunisti”. Ma si capisce che ce l’hanno con uno che comunista non è mai stato e non lo sarà mai. Il bersaglio è il presidente del Parlamento europeo, il liberale irlandese Pat Cox, definito, in aula in scomposti interventi, come l’autore di un’impresa “nefasta”. Uomo che ha tradito il “senso della democrazia in questo Parlamento”, sentenzia il forzista Guido Podestà, il quale, peraltro, è uno dei vice di Cox. Curioso destino degli autentici liberali. Cox non è il presidente delle forze progressiste e di sinistra. Due anni e mezzo fa, nel gennaio del 2002, venne eletto alla carica più alta da una maggioranza che fece perno sul Ppe e sulla destra. Il candidato della sinistra, il laburista David Martin, venne sconfitto. Al centro destra, ora, non va proprio giù il fatto che il “suo” presidente abbia utilizzato le prerogative del regolamento per consentire la votazione della relazione sui media contro cui, proprio alla fine dell’iter parlamentare, si è concentrato l’attacco ostruzionistico. Cox resiste sino all’ultimo, non si lascia intimidire e permette, autorizzando la votazione del testo paragrafo per paragrafo. I 338 emendamenti del centro destra decadono automaticamente, essendo stati approvati i paragrafi del documento di base. La destra grida al complotto. Che non esiste. Si scaglia contro Cox e la mite relatrice: un’altra liberale, l’olandese Johanna Boogerd-Quaak che, continuamente, si dice “attonita” per le bordate che le giungono dai forzisti.

È l’ultima tornata di voto del Parlamento prima dello scioglimento. Il verde Cohn Bendit prende in giro Tajani e i suoi colleghi: “Avete fatto persino gravi errori di tattica parlamentare e siete caduti nel ridicolo”. Il fatto è che, per tentare di sabotare la relazione che denuncia, tra gli altri rilievi, il gravissimo e irrisolto conflitto d’interessi del presidente del Consiglio italiano, Fi e An provano l’ultima chance: chiedere il rinvio del rapporto in commissione. Il voto dell’aula li inchioda: raccolgono soltanto 214 voti ma 259 parlamentari respingono la proposta. Un applauso sottolinea l’ultimo, fallito, assalto. L’applauso si ripete dopo la proclamazione dell’avvenuta approvazione della relazione. L’on. Boogerd-Quaak dice: i parlamentari hanno avuto il coraggio di esprimersi contro i rischi per la libertà e il pluralismo dei media. Adesso la Commissione dovrà presentare una proposta di direttiva”.

“È un successo del Parlamento europeo mentre la destra ha rifiutato il confronto e ha pure sbagliato tattica”, dice Pasqualina Napoletano, e aggiunge che il presidente Cox “è stato bravo nel difendere il diritto di voto su una relazione”. Per Francesco Rutelli, che è rimasto come gli altri per tutti i quattro giorni di battaglia (come Walter Veltroni, partito per le celebrazioni del “Natale di Roma”, e rientrato nella notte a Strasburgo), il voto dimostra che “si è meno soli adesso” contro la “monumentale anomalia italiana rappresentata dal conflitto d’interessi del premier”. Di Lello sottolinea la “vittoria europea, non solo italiana”; Mariotto Segni (eletto con An) ricorda d’essere stato tra i promotori dell’iniziativa ma non la conclude con il voto perché assente; Frassoni invita l’Ue ad “attivarsi dopo il voto” e Beppe Giulietti (Articolo 21) da Roma afferma che l’Europa “adesso è pronta per bocciare anche la Gasparri”. Il capogruppo di Fi, Tajani, appare stremato. Consegna questo testamento ai cronisti: “Valuteremo nella prossima legislatura. I liberali ci hanno lasciato molto perplessi, sono sembrati più orientati a schierarsi con la sinistra…”. A fine legislatura, quanto apprezzerà Berlusconi questo risultato del suo capogruppo?

I SONDAGGI sono quel che sono: una fotografia che ferma l’attimo fuggente della pubblica opinione in quel determinato momento. Anche se letti in una serie cronologicamente continuativa non cessano di sottovalutare le dinamiche dei processi sociali. Ma questo diffuso ieri dall’Eurispes resta comunque una sciabolata che rompe il velo della verità ufficiale e che mette in luce uno scenario estremamente preoccupante; scenario di declino economico, incertezza esistenziale, sfiducia politica.

Le cifre più drammatiche riguardano il numero di famiglie collocate al disotto della soglia di povertà: due milioni e quattrocentomila, il 10 per cento delle famiglie italiane, più o meno sei milioni di anime il cui reddito pro capite diminuisce man mano che il nucleo familiare aumenta. Ciò spiega meglio di qualunque ragionamento il crollo delle nascite che vede il nostro Paese in coda a quasi tutti gli altri paesi industriali.

A integrare questo primo blocco di informazioni seguono i dati sulla caduta del potere d’acquisto di alcuni gruppi sociali che costituivano i pilastri della classe media. Nei due anni 2002-2003 gli impiegati hanno perso il 20 per cento del potere d’acquisto, cioè un quinto di quanto disponevano nel 2000-2001, gli operai il 16, i dirigenti il 15,4, i quadri il 13,3. Perdite cospicue e tanto più penalizzanti quando riguardano una base redditizia e patrimoniale già modesta in partenza.

Questa falcidia del potere d’acquisto deriva dalla combinazione di almeno due fattori: l’aumento dei prezzi da un lato, la lenta dinamica delle retribuzioni dall’altro. Presa in mezzo ai due bracci di questa tenaglia la classe media sente sul collo come pericolo incombente e concreto la proletarizzazione del suo status. La mobilità del lavoro, in una società dinamica rappresenta un elemento di dinamismo ulteriore, in una società declinante costituisce un rischio non calcolabile e quindi avvertito come catastrofico.

Alla luce di questi dati si capisce facilmente l’opposizione massiccia sia dei vecchi che dei giovani alle politiche miranti a realizzare un mercato del lavoro flessibile e un Welfare leggero e modellato sulle nuove condizioni dei lavoratori.

Questo tipo di riforma è stato presentato come il tentativo generoso di favorire le nuove generazioni e di includere nel circuito produttivo quanti finora ne erano rimasti esclusi. Perciò ha destato stupore la compattezza dei giovani insieme agli anziani nell’avversare una riforma che proprio da loro avrebbe dovuto essere accolta col massimo favore.

Ma riflettendo sulle cifre dell’impoverimento e della perdita così cospicua e rapida del potere d’acquisto, quello stupore dovrebbe dileguarsi: come potrebbero i giovani assistere allo smantellamento senza altre valide reti protettive delle magre posizioni dei padri senza che dalle evanescenti nebbie d’un futuro sempre più incerto altro non si profili se non una società misurata su tempi brevi e su ritmi sussultori di occupazione-disoccupazione, scanditi dalla nevrosi d’una affannosa ricerca che nulla lascia ai diritti e alla sempre più chimerica qualità della vita?

***

Giustamente Savino Pezzotta, il leader della Cisl, chiama ora a raccolta tutto il sindacato e le forze politiche affinché recuperino il metodo della concertazione tra le parti sociali e il governo che assicurò al paese un periodo di saggezza e di stabilità. È auspicabile che la Cgil risponda positivamente all’appello di Pezzotta e coincide con quello più volte rinnovato dal presidente Ciampi che di quel metodo fu l’autore insieme a Giuliano Amato. Riesce tuttavia difficile sperare che l’attuale governo risponda positivamente a quella chiamata.

Si comincia forse a comprendere che la tenace difesa dell’articolo 18 guidata a suo tempo da Sergio Cofferati non era poi così massimalistica e scriteriata come allora fu da molte parti giudicata; si comincia a valutare da parte della categoria imprenditoriale di aver perso un anno intero per sfiancare e dividere il sindacalismo confederale fu un tragico errore.

Personalmente auspico che lo stesso Pezzotta sia divenuto consapevole del danno provocato dalla spaccatura sindacale e dall’illusione che il "Patto Italia" stipulato con il governo da Cisl e Uil potesse contenere il galoppo socialmente regressivo del blocco elettorale irretito dalle promesse miracolistiche dell’incantatore di serpenti.

In realtà quello scontro, se condotto fino in fondo da parte d’un sindacato compatto, avrebbe segnato un colpo d’arresto alla deriva che oggi ha investito in pieno i ceti produttivi e rischia di cancellare la borghesia e la classe media italiana. Di lì poteva ripartire su basi di maggior forza la stagione del riformismo, contenendo l’antagonismo sindacale e politico.

Un anno fa Pezzotta sbagliò come dimostrano i fatti. Ma oggi ha pienamente ragione quando vuole ricucire l’unità del sindacato e chiama Epifani a riproporre insieme i temi di fondo della società italiana. Non basta il fronte del no: ci vogliono proposte concrete e unitarie per uscire dalla stagnazione e dalla paura dell’impoverimento e dell’imbarbarimento sociale.

***

Nel generale clima di sfiducia ci sono poche ma illuminanti eccezioni: il presidente Ciampi che riscuote il consenso dell’80 per cento degli italiani, una percentuale che tende ad aumentare anche oltre questo picco durevole ormai da tre anni. Insieme a Ciampi riscuotono analogo favore le forze dell’ordine, carabinieri e polizia. Il 58 per cento ha fiducia nell’Europa; il 52 per cento nella magistratura.

Gli italiani insomma puntano sulle istituzionI e l’Europa è vista giustamente come una di queste. Non così il governo né il Parlamento (che sempre più sembra la sua protesi); non così i partiti che sono al livello più basso di tutti.

Nelle ultime ore Berlusconi ha compiuto una clamorosa retromarcia sull’euro. Fino a ieri lo riteneva la causa di tutti i nostri mali scaricando sulla moneta europea le palesi deficienze politiche del suo governo; ma da ieri ha invertito la rotta ed ora benedice l’euro, scudo e salvaguardia della stabilità monetaria. È la piena verità, ma la conseguenza di questo giudizio è che l’impennata dei prezzi e del costo della vita risale alle manovre speculative avvenute a cielo aperto e sotto gli occhi delle pubbliche autorità falcidiando una quota impressionante del risparmio nazionale.

Non a caso (ricavo queste cifre dall’Eurispes ma esse trovano conferma in molti altri sondaggi recenti) la fiducia nel governo è crollata al 33 per cento. Un altro sondaggio commissionato dallo stesso presidente del Consiglio e noto soltanto ai massimi dirigenti della Casa delle Libertà segnala che il consenso elettorale di Forza Italia è passato dal 29 per cento delle ultime elezioni al 20. Cifre paurose per il committente. Certo, una cosa sono i sondaggi e un’altra la campagna elettorale e il voto degli elettori, ma un crollo di otto punti percentuali non è facile da rimontare se il centrosinistra a sua volta non lo aiuterà con i suoi errori e omissioni.

***

L’errore del centrosinistra sarebbe quello di tardare ancora a formulare un programma credibile basato su poche ma essenziali idee forza e su grandi riforme che abbiano la finalità di rilanciare il paese, fugare la paura sociale, proiettarlo in Europa con un ruolo consono a una grande nazione fondatrice della Comunità.

Dopo tante vanterie sui successi di politica estera di questo governo, proprio in questi giorni stiamo assistendo alla formazione d’un triumvirato europeo composto da Francia, Germania, Gran Bretagna dal quale l’Italia è il solo grande paese fondatore escluso. Segno evidente che la politica delle corna, delle barzellette, e delle pacche sulle spalle con il sovrappiù del cuoco Michele e del cantante Apicella serve soltanto a incantare i gonzi e i paparazzi in cerca di foto.

L’omissione dalla quale il centrosinistra deve guardarsi è quella di mettere il silenziatore sul problema politico centrale di questa legislatura che è il conflitto d’interessi del presidente del Consiglio e la sua personale posizione dominante nel campo dell’informazione televisiva.

I tanti grilli parlanti che danno i voti alle forze politiche e suggeriscono comportamenti all’una e all’altra, quando si rivolgono all’attuale opposizione raccomandano o di abbandonare l’antiberlusconismo a favore di programmi concreti oppure, al contrario, di accrescere il radicalismo anti-Berlusconi mettendo in subordine i programmi e le proposte.

Mi permetto di dire che questa scissione mentale rappresenta il peggio del peggio e contiene appunto gli errori e le omissioni che ho prima accennato.

Proposte e programma sono essenziali. L’anomalia berlusconiana è a sua volta un "memento" e non può mai essere sottaciuto. Proprio ieri un tribunale francese ha condannato l’ex presidente del Consiglio Juppé, delfino di Chirac, sindaco di Bordeaux e segretario del partito chiracchiano, perché utilizzò per lavori privati alcuni dipendenti della municipalità di Parigi. Pene detentive, pene pecuniarie e dieci anni di interdizione dagli incarichi pubblici. La classe politica francese ha preso atto della sentenza. Il condannato potrebbe ricorrere in appello come è suo diritto. Nessuno si è permesso di dire che i giudici che l’hanno condannato sono «maledetti comunisti».

Sentite: c’è un paese timoroso e smarrito e un elettorato che cerca una guida più seria e più credibile di quella che tre anni fa ha riscosso la maggioranza dei consensi. Sta all’opposizione di proporsi con proposte, programmi e volontà alternativa alla cialtroneria imperante della quale gran parte degli italiani è ormai consapevole e stufa.

«Sì, ne sono convinto, la lotta per la democrazia è la sfida più importante dei nostri tempi». Amartya Sen, indiano del Bengala, è un premio Nobel per l´economia. L´ha ottenuto nel 1998 - per i suoi studi sul welfare, la povertà e la carestia - quando insegnava a Cambridge (Inghilterra) nel prestigioso Trinity College. Adesso insegna in un´altrettanta prestigiosa università (Harvard), vive in un´altra Cambridge (Massachusetts), e un suo saggio, che di economia non tratta proprio, (Democracy and Its Global Roots) apparso lo scorso ottobre sulla New Republic ha fatto discutere molto il mondo accademico e politico americano. Questo saggio è una parte del libro - La democrazia degli altri - che esce ora in Italia per la Mondadori (pagg. 88, euro 10).

Le radici della democrazia non sono dunque in Occidente?

«Non dico questo, è un fatto che in Grecia la democrazia ha preso forma. Già nel V secolo a.c. quando ad Atene c´era una sorta di democrazia diretta e si tenevano vere e proprie elezioni. Quello che contesto è che la civiltà greca faccia parte solo della cultura occidentale. Le dirò di più: se prendiamo le diverse storie delle diverse parti d´Europa vediamo che quei paesi che sono oggi un esempio di democrazia, la Gran Bretagna, la Francia, la Germania, al tempo dei greci avevano come antenati i goti piuttosto che i visigoti. Ed è sbagliato non riconoscere i legami culturali e intellettuali che i greci avevano con gli antichi egizi, con i persiani e con gli indiani».

Democrazia vuol dire libere elezioni?

«No. Da sole le elezioni non bastano a stabilire una democrazia. Le faccio l´esempio di Stalin, che come è noto otteneva quasi il 100 per cento dei voti, a volte di più. In tutti i regimi dittatoriali si sono svolte elezioni, dove la gente andava a votare per paura, non per scelta o convinzione. La democrazia è una cosa più complessa».

Proviamo a definirla?

«In una frase? Rispetto delle libertà fondamentali e delle diversità, pluralismo. Io la chiamo la "discussione pubblica", la possibilità di manifestare e discutere liberamente le proprie idee. Da questa "discussione" consegue la partecipazione popolare alle discussioni vere e proprie dei problemi di governo, all´agenda politica».

Lei ha preso un Nobel per i suoi studi sulla povertà, è possibile una democrazia completa nei paesi in via di sviluppo?

«La democrazia completa qual è? Prendiamo l´esempio di questo paese, gli Stati Uniti. E´ un paese sicuramente democratico, eppure sono pochi quelli che vanno a votare, soprattutto tra le minoranze etniche come gli afroamericani. Ma sarebbe sbagliato criticare l´America per questo. Quanto alle nazioni povere, le faccio l´esempio dell´India, il paese dove sono nato. Quando negli anni Settanta Indira Gandhi, che non era un´antidemocratica ma forse venne malconsigliata, tentò di ridurre i diritti civili e le libertà politiche, fu sonoramente battuta alle elezioni. Gli elettori "poveri" decisero che anche in un paese in via di sviluppo come l´India le libertà e la democrazia erano fondamentali».

E´ possibile la democrazia nei paesi islamici?

«Certo che sì. Ripeto la democrazia è un valore globale, è profondamente sbagliato pensare che sia un valore solo occidentale».

E se confligge con i principi dell´Islam?

«Non dico che non ci sia un conflitto con la religione, ma se c´è un conflitto c´è una discussione e questo ci riporta al principio di democrazia come "discussione pubblica". Del resto ogni religione entra in conflitto con la democrazia. La religione può essere, e in certi casi è, un problema. Atene non era una città particolarmente religiosa. Però direi che non dobbiamo dare troppa enfasi agli integralisti islamici come non la dobbiamo dare ai "fondamentalisti" cristiani in questo paese».

Si può esportare la democrazia?

«Io posso esportare qualcosa che io ho e tu no. Dire che noi come "Occidente" esportiamo la democrazia è un comportamento arrogante, significa appropriarsi di qualcosa che non è solo nostro, significa "rubare" la democrazia, un valore che è un´eredità mondiale. Nel nono, decimo e undicesimo secolo c´era più democrazia e tolleranza a Cordoba, dominata dai musulmani, che non in "occidente". Nel dodicesimo secolo il filosofo ebreo Maimonide fu costretto a fuggire da un´intollerante Europa e trovò benevola accoglienza alla corte dell´imperatore Saladino, quello stesso Saladino che combatté per l´Islam contro i crociati. E le crociate le hanno "inventate" in Occidente. Quando Giordano Bruno venne messo al rogo a Roma l´imperatore moghul Akbar proclamava in India la necessità della tolleranza e apriva il dialogo tra genti di fedi diverse: indù, musulmani, cristiani, parsi, jainisti e persino atei».

E´ legittimo imporla con la forza?

«Io non credo che sia il modo migliore. Credo che spetti innanzitutto agli "indigeni", trovare il modo di sviluppare e imporre la democrazia. A volte la pressione e le interferenze esterne sono necessarie; mi viene il mente la Birmania, adesso si chiama Myanmar, ma io preferisco continuare a chiamarla Birmania. Lì la pressione esterna è stata importante».

E l´Iraq?

«Per l´Iraq ci sono state le pressioni degli esiliati iracheni a Washington; il loro punto di vista è discutibile e comunque non era l´unico di cui tenere conto. L´Iraq è un problema particolare».

In che senso?

«Perché non c´è dubbio che era un regime tirannico e sanguinario, una terribile dittatura. Però era un regime "secolare" non un paese islamico integralista. Adesso, dopo l´invasione americana, questa società secolare verrà dichiarata, con una "Costituzione", una società islamica. Ci sono molte contraddizioni in tutto ciò».

Però lei era a favore della guerra in Kosovo. Perché?

«Perché ritengo che fosse un intervento più giusto. L´intervento in Iraq è stato deciso non perché quello era un regime sanguinario ma perché Saddam rappresentava un "rischio" per gli Stati Uniti, anche se poi le famose armi di distruzione di massa non sono state trovate. In Kosovo migliaia di persone, in quel caso musulmani, venivano brutalmente uccise. E l´intervento non venne deciso per difendere gli interessi americani o della Gran Bretagna».

Si può usare la violenza "per" la democrazia?

«La violenza in alcuni casi può essere giustificata, Un esempio per tutti quello della seconda guerra mondiale. Però occorre stare molto attenti. E per tornare all´Iraq io trovo che non avere coinvolto le Nazioni Unite sia stato un grave errore».

Le Nazioni Unite non godono di buona salute non crede?

«Allora prima di parlare dell´Onu le devo dire una cosa».

Che cosa?

«Che io sono un consigliere speciale di Kofi Annan. Lo devo precisare per correttezza».

Allora, cosa pensa un consigliere di Kofi Annan dell´Onu?

«Pagato simbolicamente un dollaro all´anno. Lo dico perché non sono un fan delle Nazioni Unite perché mi pagano, ma sono diventato consigliere speciale perché credo nelle Nazioni Unite. Il problema dell´Onu è che dipende dagli Stati, non solo economicamente, ma anche politicamente. In Iraq l´Onu non c´è perché non ce l´hanno voluta gli americani e gli inglesi. Ed è stato un errore».

Lei è anche un esperto di globalizzazione. Quali sono oggi i problemi più gravi?

«La globalizazione per se stessa non è un problema. La globalizzazione in economia, nelle scienze, in matematica, nella musica è qualcosa che arricchisce l´umanità, è un fatto assolutamente positivo. Il problema è l´ineguaglianza nel partecipare nella globalizzazione».

Un programma per la sinistra. Giuliano Amato si rivolge agli opinion leader dalle colonne di "Repubblica". Chiede un aiuto per parole d'ordine efficaci, per temi che possano entrare a far parte della cultura programmatica della sinistra. Ieri il sociologo Domenico De Masi ha risposto con un appello alla creatività e alla felicità. Ha detto che la politica della sinistra deve liberarsi dagli apparati e dalla vecchia idea di una società industriale che non c'è più. Oggi risponde Giorgio Bocca, che in testa ha un'idea continua, martellante, indispensabile. Per lui non ci sono programmi per la sinistra, di nessun tipo, che possano prescindere da una cosa del genere. Che possano dimenticare che siamo in guerra, in una guerra ingiusta, in una guerra pericolosa.

Allora Bocca, da dove partiamo per questo pro-gramma della sinistra?

«Al primo punto, ma proprio al primo, c'è il ritiro immediato delle truppe dall'Iraq».

Perché?

«Perché questa guerra è l'alibi di tutto il malgoverno, di tutte le ipocrisie, di tutte le alleanze ingiuste. Questa guerra è uno strumento terrificante. Sono per una scelta alla Zapatero. Lui cosa ha fatto? Ha detto che per prima cosa avrebbe ritirato le truppe. Ecco cosa dobbiamo fare noi».

Andiamo avanti nel programma. Vediamo il secondo punto per un futuro politico dell'Ulivo.

«Il secondo punto è ancora una volta una dichiarazione di intenti. Bisogna trovare il modo di abolire l'uso dello Stato a fini privati. Io credo che la gente comune ormai abbia compreso bene che siamo in preda a uno sfruttamento del denaro pubblico in mano a interessi privati. Vuoi un esempio?».

Dimmi.

«L'alta velocità. Prova a passare per la tratta ferroviaria Torino-Milano. Passa per quella pianura Padana là. Non esiste più, è stata sventrata con una carica di cemento che l'ha resa irriconoscibile. Quelli sono miliardi spesi, miliardi dello Stato che girano e che tornano indietro attravero giravolte estrose e facilmente comprensibili. E sai per tutto questo cemento, per tutti questi miliardi spesi, quanto è stato risparmiato ai viaggiatori? Te lo dico io: 10 minuti al massimo».

Bocca, sai cosa ti risponderebbe qualcuno: tu vuoi un programma della sinistra che è contro le opere pubbliche, contro il nostro intervento internazionale a fianco degli alleati, vuoi un programma di moralizzazione, il solito moralismo che non porta a nulla.

«E intanto loro, il governo, continuano a fare quello che vogliono. Prendi il ponte sullo stretto di Messina».

Sei contro anche a quello.

«Si tratta di una grande opera che collega due deserti. Solo che in mezzo a quei due deserti c'è una cosa annosa che si chiama mafia. La mafia governa questo paese da 150 anni. E questo antico rapporto è ancora perfettamente valido. Alle ultime elezioni politiche le forze di governo hanno raccolto proprio lì la quasi totalità dei seggi. Chiediti il perché. Ma chiediti soprattutto cosa la sinistra dovrebbe fare per arginare tutto questo».

Vuoi mettere la lotta alla mafia in un programma di governo dell'Ulivo?

«Sì perché questo paese possa tornare a una decente normalità, ed è proprio il compito della sinistra. E del suo programma. E poi bisogna cominciare a smontare le leggi fatte dalla Casa delle libertà».

Francesco Rutelli, leader della Margherita, ha scatenato un putiferio dicendo che non è indispensabile fare come Penelope: loro che legiferano e fanno…

«Loro chi, i berlusconiani?».

Appunto. E l'opposizione che deve ogni volta disfare. Lui, Rutelli, dice che non si deve ricambiare tutto per forza.

«Rutelli è uno di quelli che antepongono la loro carriera personale al bene della sinistra. E siccome vuole fare il capo del governo, si comporta di conseguenza».

Rutelli non la prenderà bene. Lo accusi di essere un opportunista che non vuole il bene di questo paese.

«Non riesco a vederla in un altro modo. Poi sai, le ambizioni di Rutelli all'interno della sinistra mi sembrano poca cosa rispetto a quello che sta accadendo davvero».

Cioè?

«Siamo al capolinea, credimi. Il genere umano ha avviato un processo di autodistruzione, ed è un processo visibile ovunque».

Sei un apocalittico.

«No, sono realista. Quale dovrebbe essere il programma della sinistra? Dovrebbe denunciare che il sistema economico globale è una vera e propria corsa al bottino. Le lobby, i potenti, non stanno facendo altro che riempire le loro casse».

Ci provano tutti da sempre.

«E come no. Ma perché Amato anziché chiedere parole d'ordine, e fare distinguo, non invita i suoi alleati a mettere al centro del programma la ricostruzione dello Stato? Saccheggiato da Berlusconi e dai suoi uomini?».

Sei qui per dirglielo tu.

«Nel frattempo siamo arrivati alla vigilia di una delle crisi petrolifere più gravi che si possano ricordare».

Beh, questa è sempre colpa della guerra.

«E la sinistra traccheggia, no? Guarda, io non sono un pacifista illuso, io sono un pacifista e basta. Chissà perché i pacifisti devono essere sempre "illusi". Quelli che credono ancora nell'Onu».

Finisce che dopo dell'apocalittico ti danno anche dell'ingenuo.

«Sarebbero ingenui tutti quelli che non vogliono credere alle menzogne che ci propinano ogni giorno? Io penso che il ritiro dalla guerra, una politica estera diversa, un'idea dello Stato più rigorosa, sia uno di quegli argmomenti che convincono tutti. Non capisco cosa aspettino».

Magari ci stanno pensando.

«Intanto mi sembra che stiano arrampicandosi sugli specchi. Pensa ai comunisti. La propaganda comunista diceva: noi vogliamo creare una società dove nessun uomo può dominare su un altro uomo. Quel messaggio lo capivano tutti. Cosa si poteva chiedere di più?».

Non è che poi nella realtà si realizzasse...

«Certo ma era un modo per affrontare i temi della storia. Allora ha ragione Francis Fukuyama quando sostiene che siamo alla fine della storia».

E dunque alla fine di un programma plausibile per la sinistra?

«Credimi, è difficile mettere giù un programma nel caso totale. Caos italiano, dove nessuna regola è più rispettata. Caos mondiale, con questa macchina gigantesca del capitalismo che nessuno riesce più a fermare».

Ti daranno del comunista Bocca.

«Che mi dia del comunista Berlusconi o Fini, mi preoccupa poco. Spero che non mi diano del comunista Fassino e Rutelli. E che si ricordino di una parola d'ordine di Enrico Berlinguer…».

Adesso te lo danno sicuro…

«Berlinguer si appellava alla moralità. La moralità che in questo paese manca».

Apocalittico, ingenuo. E ora, con un classico giochetto, pure moralista. Però mi sa che incasserai bene queste critiche. Ma una cosa devi farla, adesso. Regala uno slogan efficace ad Amato, che lo ha chiesto dalle colonne del tuo giornale, uno slogan alla John Edwards. Tipo: "Non più un'America dei ricchi e una dei poveri, ma un'unica, sola America per tutti". Provaci.

«E va bene, ti regalo il più semplice. Ma l'unico possibile: "Torniamo al passato"…».

La fotografia è di Fabrizio Bottini

Quando critichi questa manovrina-stangatina che nel 2005 dovrà inevitabilmente trasformarsi in una manovrona-stangatona, ti senti obiettare: c´era forse una soluzione alternativa? Siete in grado di proporla? Coraggio, fuori la proposta.

In realtà sì, c´era una soluzione alternativa; c´erano molte soluzioni alternative, ma c´era soprattutto una premessa alternativa: non bisognava arrivare a questo punto, non bisognava imboccare tre anni fa questa politica economica e finanziaria dissennata, fondata su presupposti miracolistici inesistenti e ingannevoli. Se una persona è debole di cuore o di polmoni e se la si cura per tre anni con salassi e fanghi caldi riducendola uno straccio, è poi difficile rimetterla in piedi dallo stato di prostrazione in cui è precipitata. Il medico ha sbagliato fin dall´ inizio e invece di guarirlo rischia di ammazzare il suo paziente.

La cura Tremonti è stata esattamente questo: quando l´esperto fiscalista fu insediato sulla poltrona di Quintino Sella, la finanza e l´economia italiane erano state da poco dimesse dall´ospedale. Erano tornate in buona forma e facevano rispettabile figura tra i dodici paesi dell´euro e tra quelli del Gruppo dei Sette. La finanza pubblica era tornata solida, la cura Ciampi aveva risanato il bilancio, le partite correnti registravano un consistente attivo.

L´altissimo debito pubblico ereditato dalla gestione del decennio Forlani-Cossiga-Spadolini-Craxi-Andreotti era stato fermato ed era cominciata una virtuosa tendenza discendente. Inflazione e tassi d´interesse erano tornati alla normalità. La lira infine era stata convertita nella moneta europea comune. A questo punto, per legittima volontà del popolo sovrano, la barra del timone cambiò mano e passò all´accoppiata Berlusconi-Tremonti. Cominciò una fase radicalmente nuova. L´economia italiana e i suoi operatori, risparmiatori, contribuenti, furono lusingati e indotti a comportarsi sconsideratamente: la pace sociale fu stracciata, la concertazione abolita e relegata tra i ferri vecchi, il sindacato umiliato e incattivito. L´asse della politica economica fu spostato di 180 gradi, l´opera di risanamento abbandonata.

La conseguenza fu che le entrate rallentarono il passo, il fabbisogno si accrebbe e con esso aumentò il livello del debito pubblico. Ma poiché l´impegno era stato quello di arrivare ad una generale e radicale diminuzione della pressione fiscale, cominciando soprattutto a liberare gli spiriti animali dei ceti più ricchi, si ebbe come conseguenza che il finanziamento del fabbisogno di cassa e del disavanzo di competenza furono affidati ai condoni, alle vendite dei cespiti di patrimonio, alle anticipazioni bancarie sulle entrate future. In tempi di vacche magre ed anzi magrissime si scommise sul futuro facendo apparire un presente roseo che in realtà aveva colori di tutt´altra natura.

Perciò la domanda: esiste una alternativa alla stangata di oggi, è mal posta. La risposta è l´antico monito che s´impartisce a chi è stato bocciato agli esami: «Oportebat studuisse», bisognava aver studiato.

* * *

Allo stato in cui è arrivata la finanza italiana, con un rapporto deficit/Pil ormai oltre la soglia del 3 per cento, valutato al 3.5 dalle maggiori istituzioni di analisi internazionali e addirittura oltre il 4 nell´anno venturo, è evidente che una manovra sulla spesa e sulle entrate fosse indispensabile.

L´assurdo consiste nel fatto che ancora nel maggio scorso il "premier" negò perfino l´ipotesi di una qualsiasi operazione di bilancio e il suo ministro dell´Economia fu del medesimo avviso. Va bene che gli italiani sono scordarelli, ma c´è un limite. La frase «i nostri conti vanno benissimo» è stata detta addirittura da Berlusconi e dal suo "doppio" Tremonti ancora nel giugno e ancora la sera prima che il ministro dell´Economia si dimettesse.

Quando il nostro "premier" divenuto anche ministro interinale dell´economia è tornato dalla riunione dell´Ecofin di lunedì scorso, sembrò - stando ai resoconti televisivi della Rai e di Mediaset - che tornasse vincitor come il Radames dell´Aida. Marcia trionfale. Accordo completo a Bruxelles. Conti in perfetta regola come avevano sempre predicato e conclamato i Tremonti, i Bondi, i Cicchitto, gli Schifani.

Ma che cosa in realtà era accaduto all´Ecofin e che cosa è stato formalizzato venerdì dal Consiglio dei ministri? Era accaduto che il premier aveva assunto l´impegno in una assise internazionali a realizzare entro dieci giorni una manovra da 7,5 miliardi di tagli di spesa e di aumento di entrate. E questo è stato formalizzato nel decreto di venerdì. Dunque era completamente falso che i nostri conti andassero bene. I conti andavano male anzi malissimo e continuano ad andar male anzi malissimo anche dopo la manovra realizzata in modo insufficiente e sbagliato.

Il benestare dell´Ecofin non entra nel merito ed è motivato semplicemente dal fatto che in ogni caso abbiamo per ora evitato di superare la soglia del 3 per cento.

L´abbiamo evitato attraverso provvedimenti depressivi che frustano un cavallo anemico per indurlo a correre come fosse il destriero di Orlando. Ma non è il destriero di Orlando, è un ronzino sfiatato che avrebbe avuto bisogno di ben altre cure e questa è l´amara verità che tuttora continua a non venir detta al paese da quel raggruppamento politico che, come ha detto salacemente il governatore del Lazio Storace, si è trasformato in un «Casino delle libertà».

* * *

Sono stati tagliati 1 miliardo e 250 milioni di euro di incentivi alle imprese. L´80 per cento di questo taglio riguarda imprese operanti nel Mezzogiorno. Ma quel che è peggio non è soltanto il taglio alla legge 488 e ad altre provvidenze incentivanti, ma il blocco imposto alle erogazioni del ministero delle Attività produttive. Doveva erogare 1 miliardo e 750 milioni ma ora tutto dovrà slittare al 2005 insieme ai bandi di concorso delle imprese e a 45 mila posti di lavoro previsti. Le regioni più colpite sono Campania, Sicilia, Calabria, Basilicata, Puglia.

Un altro dei capitoli della manovra è l´aumento delle imposte su assicurazioni, banche, fondazioni, per 1300 milioni di euro che si riverseranno inevitabilmente sui costi dei servizi (polizze, interessi sui prestiti, etc.).

Infine i 2 miliardi di euro che dovranno venire anche da vendite di immobili dello Stato riaffittati dallo Stato stesso costituiscono un´operazione basata anch´essa su un´assurdità. Si aggravano le spese correnti per pagare i canoni di affitto e le si alleggeriscono vendendo cespiti patrimoniali. Con un debito pubblico ai livelli enormi che conosciamo le vendite di cespiti patrimoniali dovrebbero essere mirate a ridurre lo stock del debito e non le spese correnti. Risulta francamente incomprensibile l´adozione di un criterio di questo genere.

Ciò che tuttavia non è stato chiarito al pubblico consiste nel fatto che le misure strutturali contenute nella manovra riguardano il secondo semestre 2004. Taglio di spese e aumento di imposte si ripeteranno inevitabilmente raddoppiate nel 2005 mentre la parte non strutturale della manovra (vendite di cespiti patrimoniali e rinvio nelle erogazioni dei ministeri) dovranno essere rimpiazzate con altri tagli e altre imposte.

Domenica scorsa scrissi che per mantenere nel 2005 il rapporto deficit-Pil entro la soglia del 3 per cento sarebbe stata necessaria un´altra manovra da due punti di Pil. Quella attuale è di un punto scarso e depurata dai 2 miliardi di una tantum scende a mezzo punto. Ci attende dunque nel 2005 un´altra stangata di oltre 20 miliardi di euro. Ecco i primi esiti d´una gestione che ci ha portato sull´orlo del disastro finanziario.

* * *

C´era, sì, l´alternativa ed era quella di adottare fin dall´inizio misure di sostegno dei redditi familiari e di incentivare i crediti al consumo e alle imprese. Era il solo modo per rilanciare la domanda in una fase congiunturale depressa, migliorando per questa via sia la dinamica del Pil sia, di conseguenza, il rapporto deficit-Pil.

Questa strada non è preclusa anche se il ritardo nell´imboccarla dopo tre anni di dilapidazione delle risorse la rende oggettivamente più difficile.

L´idea di un fondo rotativo finanziato dalla Cassa Depositi e Prestiti è positiva se verrà adottata rapidamente e affidata alla gestione del sistema bancario, senza peraltro che ciò giustifichi ulteriori tagli agli incentivi a fondo perduto.

Non ci sono scorciatoie in politica economica, né miracoli. Sono tre anni che ripetiamo questi suggerimenti di buona amministrazione. Quello che manca oggi non sono le idee né gli esempi. Mancano nella gestione delle pubbliche finanze persone come Ciampi, Andreatta, Visco. Si vede. Eccome se si vede

Nel settembre 2003, durante un vertice dei ministri della giustizia e dell'interno europei, il ministro della giustizia italiano Roberto Castelli aveva promesso che l'Italia avrebbe approvato "entro il 31 dicembre 2003" le disposizioni che gli avrebbero permesso di accogliere formalmente il mandato d'arresto europeo: nel suo semestre di presidenza europea l'Italia voleva dimostrare la sua buona volontà. Ma nove mesi dopo non si è mosso nulla. Il testo elaborato dalla commissione di esperti che il ministro aveva creato non è mai stato esaminato dal consiglio dei ministri, meno che mai al parlamento. È un altro progetto quello che la camera ha discusso e approvat in prima lettura il mese scorso: un testo ispirato da una lobby di avvocato penalisti e presentato dal deputato di Forza Italia Gaetano Pecorella - presidente della commissione giustizia e avvocato di Silvio Berlusconi - che cerca di ppesantire le procedure sulla consegna di condannati e imputati tra i paesi dell'Unione.(Segue il testo integrale in francese)

En septembre 2003, au cours d'un sommet des ministres de la justice et de l'intérieur, le garde des sceaux italien, Roberto Castelli, avait promis que son pays approuverait"avant le 31 décembre 2003" les dispositions lui permettant d'accueillir formellement le mandat d'arrêt européen.OAS_AD('Middle');Alors qu'elle présidait l'Union, l'Italie voulait convaincre de sa bonne volonté : "Les délais parlementaires sont serrés, mais nous pourrons les tenir", avait précisé le ministre.

Neuf mois après, rien n'a bougé. Le texte élaboré par la commission d'experts que le ministre avait créée n'a jamais été soumis au conseil des ministres, encore moins au Parlement. C'est un autre projet que la Chambre des députés a discuté, et finalement adopté, en première lecture au mois de mai. Un texte inspiré par un lobby d'avocats pénalistes et présenté par le député de Forza Italia Gaetano Pecorella, président de la commission justice et avocat de Silvio Berlusconi. Il va à l'encontre du but recherché en alourdissant les procédures au sein de l'espace judiciaire européen.

"C'est une loi absurde, estime Edmondo Bruti Liberati, président de l'Association des magistrats. Elle constitue un pas en arrière par rapport à la convention de Strasbourg de 1957 sur les extraditions. Si elle était adoptée, il serait plus rapide d'obtenir une extradition depuis la Russie que de l'Allemagne ou de la France."

"PROJET ORWELLIEN"

L'opposition de centre-gauche a voté contre, mêlant ses voix à celles de la Ligue du Nord, le parti de la coalition de gouvernement le plus hostile à toute forme de mandat d'arrêt européen. Dès l'origine, la Ligue s'est opposée à ce que Mario Borghezio, avocat et député européen, qualifie de "projet orwellien issu des esprits délirants de la nomenklatura bruxelloise".Aujourd'hui, le mouvement populiste en a fait un de ses principaux thèmes de campagne pour les élections européennes, insistant sur "les dangers d'un texte stalinien pour la liberté d'opinion des citoyens".

En fait, c'est l'extension du projet de mandat à la corruption et aux délits financiers qui avait provoqué la crispation du gouvernement Berlusconi. Selon l'opposition, le nouveau chef de l'exécutif italien redoutait d'être concerné personnellement, ainsi que ses proches, pour des affaires concernant des intérêts de son groupe en Espagne. Au sommet européen de Laeken, en décembre 2001, Silvio Berlusconi n'avait finalement accepté de signer que sous conditions.

La première était une limitation de la rétroactivité, seuls les délits commis après janvier 2002 étant concernés. La seconde tenait à l'adoption par le Parlement italien des modifications constitutionnelles nécessaires à sa transposition dans le droit national. Majoritaire à la Chambre des députés comme au Sénat, la coalition de centre-droite avait, dès lors, toute latitude pour jouer la montre. En attendant, avait expliqué M. Berlusconi, "il y aurait un espace judiciaire commun auquel certains pays n'appartiendraient pas. C'est comme pour la monnaie unique, des pays ayant un fort ancrage européen n'appartiennent pas à la zone euro".

Rien ne presse donc. Personne ne sait quand le Sénat examinera l'étrange proposition de loi votée à l'assemblée. Le cheminement parlementaire sera long. Silvio Berlusconi n'aborde même plus le sujet. Il laisse son ministre de la justice, membre éminent de la Ligue du Nord, faire barrage à toute tentative d'accélération. Roberto Castelli a même mis sa démission dans la balance si une loi était adoptée par le Parlement, peu de semaines après avoir promis à ses collègues européens de faire diligence.

Facendo una ricerca in rete (non difficile, che però mi sembra nessun giornalista si sia preso la briga di fare), si scoprono varie cose interessanti sulla società americana Dts e sulla sua figlia Dts security llc, che e` quella da cui dipendevano Quattrocchi e gli altri tre Italiani rapiti in Irak. prima di tutto, che il nome intero e` Dyncorp Technical Services (e` col nome Dyncorp che viene di solito citata in rete) e che la società in effetti dal 7 marzo 2003 e` stata assorbita (insieme con la Dts Security Llc) dalla Computer Science Corporation (Csc), un gruppo da 90.000 dipendenti e 11,3 miliardi di dollari di fatturato nel 2002. dal sito della csc si evince che le attività aerospaziali e di difesa (a&d) siano solo una piccola parte del loro business (che comprende anche: attività assicurative e bancarie, consulenza alle imprese, manutenzione di aerei ed elicotteri militari, conduzione di ricerche oceanografiche con una flotta di navi di proprietà , gestione di call center dell'amministrazione pubblica). giusto per dare un ordine di grandezza: gli ultimi tre appalti ottenuti nel settore a&d dalla Csc (sono tutti del primo trimestre 2004) valgono 950, 406, e 228 milioni di dollari. csc e Dts erano entrambe fino a prima della fusione fra le prime 25 imprese (per giro d'affari) fornitrici del governo americano nel settore militare. di cosa si occupa la Dts - direttamente, attraverso sue sottoaziende, o nell'ambito di joint venture a cui partecipa la Csc? lo vediamo subito. mi preme sottolineare che le mie fonti sono relativamente istituzionali: per esempio i siti della Federation of American Scientists (Fas) e di corpwatch, che si occupano (tra l'altro) da anni di monitorare le attività militari e di intelligence del governo americano e delle multinazionali.

1) la Dts (o Dyncorp, per il resto del mondo) forniva supporto logistico alle truppe americane di stanza, tra l'altro, a Timor est, a Panama, in Perù.

2) la Dts e` l'impresa con contratti dell'importo maggiore (ca. 600 milioni di dollari) nell'ambito del Plan Colombia , cioe` il piano di distruzione militare delle piantagioni di coca in Colombia (qui qualche dettaglio in più sul Plan Colombia), e in particolare e` la Dyncorp che si occupa di irrorare i campi di defolianti con 88 aerei di sua proprietà , tanto da essere citata in giudizio nel 2001 da un gruppo di contadini ecuadoregni raggiunti in maniera assolutamente illegale dai pesticidi, che avevano causato malattie, malformazioni e morti infantili; i defolianti usati sono in effetti molti simili all'agent orange usato in vietnam.

3) la Dts gestisce per conto dell'amministrazione americana la riorganizzazione dell'attività poliziesca e giudiziaria in Irak.

4) i dipendenti della Dts costituiscono il nucleo centrale della forze armate americane di stanza in Bosnia - per chiarire: l'esercito americano appalta la fornitura di ufficiali per la sua truppa ad un'azienda esterna, in outsourcing.

5) la Dts é stata condannata in tribunale dopo che un'ispettrice dell'Onu aveva accusato i suoi uomini di aver ridotto in schiavitù e costretto alla prostituzione, in Bosnia , donne e ragazzine minorenni: - qui un'inchiesta di Salon sulla vicenda, qui un resoconto della sentenza sfavorevole alla Dyncorp.

6) la Dts si occupa del controllo militare del confine tra Usa e Messico, compreso il tratto di 22 km in cui è stato eretto un muro difensivo alto 3 metri, simile a quello tra Israele e Cisgiordania.

7) la Dts e` fra le imprese che si occupano di sviluppare per conto dell'amministrazione americana il Ballistic Missile Defense System, cioè lo scudo spaziale.

8) la Dts si occupa della manutenzione di aerei (per esempio i B-52) e navi della marina e dell'aviazione americana.

9) la Dts gestisce diversi poligoni di tiro atomici in giro per gli Usa.

Insomma, la questione mi sembra ben spiegata dal Washington Post: "The U.S. government increasingly relies on civilians to perform jobs once reserved for the military, including [...] training Iraq's new armed forces and providing security for foreign leaders". In altre parole: un tempo sarebbero stati soldati reclutati dallo stato americano, ora sono soldati privati che forniscono servizi alle forze armate americane in outsourcing. Mi correggo: sono soldati privati quando sono cittadini americani: se invece si tratta di cittadini stranieri, in particolare cittadini di stati che al momento non hanno dichiarato guerra all'Irak (come l'Italia), si tratta di mercenari secondo la convenzione ONU contro il reclutamento, l'uso, il finanziamento e l'addestramento di mercenari, ratificato dall'Italia attraverso la legge 210/1995. per concludere sugli italiani dipendenti della Dts rapiti in Irak: poveri vigilantes un par di palle.

Se leggete l'articolo in questo sito avete numerosissimi riferimenti collegati alle pagine originarie

Forse il primo ministro Tony Blair pagherà più cara la sua vittoria sulla BBC della sconfitta che temeva. Forse i giorni peggiori del suo premierato non sono stati i due durante i quali ha rischiato di essere sconfitto alla Camera dei Comuni sull’aumento delle tasse universitarie e ha atteso, con comprensibile ansia, la lettura della “sentenza Hutton”. Forse i giorni peggiori devono ancora venire. La nuova dirigenza della Bbc ha dovuto chiedere scusa “incondizionatamente” non per una incursione nella vita privata del primo ministro, ma per un giudizio politico. Non sono cose che si dimenticano e si archiviano. Certo è un brutto giorno, per il giornalismo del mondo, come lo è stato il giorno in cui la Cbs, minacciata da una immensa causa per danni, ha ritirato e distrutto il suo documentario sul Vietnam vent’anni dopo la fine di quella guerra, e lo ha fatto perché troppo onerosa era stata la richiesta di danni da parte del principale interessato, il generale Westmoreland. Forse è un brutto giorno come quando il celebre programma giornalistico di inchieste televisive della stessa Cbs, la leggendaria “Sixty Minutes”, ha rifiutato di mandare in onda la dura denuncia sull’industria del tabacco che è poi stata narrata agli americani dal film “Insiders”. Nel film viene denunciato per nome il direttore del programma, Mike Wallace, a cui si deve la decisione (prudente dal punto di vista delle querele, gravissima per il giornalismo) di non trasmettere la documentatissima inchiesta.

Tony Blair è forte, carismatico, vitale, combattivo. Umanamente e psicologicamente è un leader unico nel grigio panorama mondiale. Tanto più che deve tutto, anche questo successo politico, a se stesso, non al suo controllo o alla sua proprietà dei media o all’assoggettamento del potere giudiziario, che in Inghilterra gode di un’autonomia unica. Ma non sembra proprio che una simile vittoria abbia calmato le acque e abbia reso più mite e silenzioso quel protagonista formidabile della democrazia che è l’opinione pubblica.

Vi sono due ragioni, che tipicamente torneranno a ripresentarsi sul palcoscenico della vita pubblica: la vittoria di Blair è eccessiva. E il collasso, almeno apparente della Bbc, è una umiliazione al di là di ogni limite ragionevole, rispetto a ciò che è accaduto. Rivediamo la storia. Ha tre personaggi: Tony Blair, lo scienziato suicida Kelly e la Bbc, sul fondo della guerra in Iraq e delle ragioni di fare, con urgenza assoluta, quella guerra. In questa storia però la guerra non è in discussione, lo è il ruolo e il senso di ciò che hanno fatto le tre parti in causa.

Il primo ministro ha piegato il suo partito (i laburisti sono molto meno inclini dei conservatori alle soluzioni militari dei conflitti, come dimostra la storia inglese) e persuaso l’opinione pubblica del suo Paese ad accettare la guerra come unica via di scampo da un pericolo “grave, urgente, mortale” (cito le sue parole)con un discorso splendido, trasmesso in diretta dalla Cnn (per questo ho potuto seguirlo), un capolavoro di arte oratoria e di passione politica. Quel discorso era fondato, con frasi limpide ed estreme, su documenti che mostravano inconfutabilmente la minaccia delle armi di distruzione di massa puntate sul mondo. E’ di Blair la efficacissima frase: “sono pronti a distruggerci con un preavviso di soli 45 minuti”. Ho ascoltato attentamente quel discorso. In esso la malvagità umana e politica di Saddam Hussein appariva rivelata dal suo essersi dotato di quelle armi - che sono state evocate con la bravura che affascina e spaventa di un terribile predicatore - e dal conseguente probabile pericolo di uso immediato di quelle armi come proseguimento del terrorismo iniziato con le Torri gemelle di New York.

Dunque c?era una causa, un movente e un colpevole, e mai arringa è stata più serrata e persuasiva. Lo scienziato Kelly si è suicidato a causa di quel discorso e della persuasione di essere stato “usato” dal potere politico per cose che non aveva detto e prove che non aveva provato? L?inchiesta giudiziaria, a suo tempo, non ha raggiunto alcuna soluzione. L?inchiesta giornalistica della Bbc ha legato quel suicidio al discorso e dunque all?azione manipolatrice di Blair.

La controversia scuote il Paese, specialmente dopo due rivelazioni: la prima è che la documentazione usata come prova e fornita anche agli americani, è risultata composta dalla combinazione di due tesi di laurea sul Medio Oriente, una vecchia di dieci anni. La seconda è che le armi, una volta finita la parte ufficialmente combattuta di quella guerra, non sono state mai trovate. Infatti l?esperto americano nominato da Bush si è dimesso con affermazioni non proprio diplomatiche. In che cosa consiste allora l?errore della Bbc? Consiste nell?avere trasformato la persuasione soggettiva del giornalista, pure basata su un bel po? di evidenze, in una affermazione oggettiva. La possibile, probabile causa del suicidio di Kelly - dice la Bbc - è la manipolazione delle evidenze scientifiche e il loro uso alterato da parte del primo ministro e dei suoi collaboratori. E? a questo punto che si dimette l?uomo immagine e portavoce di Blair, Campbell. Si dimette, come accade in altri Paesi, in vicende politiche del genere, per non essere di peso a Tony Blair e alla sua difesa.

Ma la difesa di Tony Blair non funziona nel tribunale dell?opinione pubblica e dei media. Perché non funziona nonostante la straordinaria bravura oratoria di Blair? Non funziona perché c?è quella clamorosa discrepanza, che ormai ha fatto il giro del mondo, e tormenta l?America. Chi ha giurato sulle armi di distruzione di massa deve ammettere che quelle armi non esistono, o almeno non se ne è trovata traccia. Per esempio, Condoleeza Rice, la mitica collaboratrice di Bush, dice alle Tv americane: “Forse i servizi segreti ci hanno ingannati”. E tre dei candidati democratici alle prossime elezioni presidenziali (Kerry, Clark, Dean) chiedono al Congresso - con voce ben più autorevole della Bbc - una inchiesta parlamentare proprio sul punto rovente che ha diviso l?Inghilterra e che Lord Hutton nella sua sentenza sembra avere deciso di non notare: dove, quando, da parte di chi è stata alterata la verità e sono state ritoccate le carte segrete che, come è noto, comprendevano molte fonti inglesi?

Ora Tony Blair ci dice, come giustificazione finale, che l?uomo Saddam era comunque molto cattivo e che meritava comunque di essere spodestato. Ma ce lo dice adesso. L?argomento non è stato usato a suo tempo. Tanto che è rimasta isolata una proposta italiana, quella di Marco Pannella, sostenuta da centinaia di deputati del nostro Paese e del Parlamento europeo, e del mondo arabo, secondo cui il punto era rimuovere Saddam Hussein inducendolo all?esilio. C?è un tormentone in questa preveggente intuizione. Non solo, non tanto, la possibilità di evitare una guerra breve ma spaventosa e un disordine che non accenna a risolversi. Ma l?avere centrato l?obiettivo certo, che era il dittatore, non le sue armi vere o presunte.

Entra in scena Lord Hutton, giudice indipendente che però funziona da arbitro, non da tribunale, e dunque è autorizzato ad esprimere - come ha fatto - un parere soggettivo, non una sentenza motivata. S?intende che le parti hanno accettato la qualità vincolante di quel parere. Lord Hutton non emana condanne, ma il suo parere ha peso.

È naturale che pesi soprattutto sulla parte debole, che anche nei Paesi iperdemocratici come l?Inghilterra sono i media, la stampa e la televisione. Come sempre, la più debole fra tutte è la la televisione pubblica quando si discosta dal potere politico. Lord Hutton ha deciso che è stato un errore grave trasformare la persuasione soggettiva di un giornalista, adatta a un corsivo o a un editoriale, in un risultato di inchiesta, ed è vero. Ha inoltre deciso che Blair non ha manipolato o alterato o fatto alterare le carte dei servizi segreti, dunque non ha mentito ai suoi cittadini. Di fronte a questa autorevole opinione vincolante, la Bbc è crollata, almeno al suo vertice, come un castello di carta e il club di Blair e del nuovo Labour cantano vittoria. Invece il giudizio di Hutton, che segue scrupolosamente il percorso della forma apparente piuttosto che del contenuto verificato dei fatti, apre, piuttosto che chiudere, diverse questioni. È di esse che si parla (con insolita vivacità) e si parlerà in Inghilterra, guastando gradatamente sia la festa blairiana sia quella dei suoi incantati ammiratori italiani di destra e di sinistra, tutti ugualmente contenti dal fatto che la stampa, e dunque l?opinione pubblica e dunque i girotondi e tutti gli impiccioni che senza titolo si immischiano nella politica, sono stati battuti.

Ma prendiamo la parte che riguarda Blair e il suo avere o non avere mentito agli inglesi. Mentire vuol dire affermare una cosa non vera sapendo che è non vera. Dire invece una cosa non vera credendola vera è un errore. Data l?evidenza dei fatti sotto gli occhi del mondo, Blair ha commesso un errore. Infatti non ci sono le armi di distruzione di massa che hanno motivato il celebre e appassionato discorso di Blair e hanno provocato l?emozione e la mobilitazione dei suoi cittadini. Ma quell?errore è stato commesso dal primo ministro di un Paese come l?Inghilterra. Anche la Bbc ha commesso un errore, credendo che fosse vera la versione trasmessa sulla morte di Kelly. È un errore dello stesso tipo (diffondere qualcosa di non vero credendolo vero). Ma mentre la Bbc ha portato discredito al primo ministro, il primo ministro, con il suo errore, ha portato l?Inghilterra in guerra. Quale dei due errori avrebbe dovuto meritare la severa opinione di Lord Hutton?

La questione non muore qui. La soddisfazione di Blair sarà disturbata dal fatto che la falsità delle carte su cui ha basato la sua perorazione e ha messo deliberatamente in gioco la sua credibilità e la sua immagine, è stata oggetto di imbarazzo e di scuse da parte del segretario di Stato americano Powell, che, con i dati inglesi, era stato mandato allo sbaraglio al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Quella soddisfazione sarà disturbata dal fatto che la questione della verità sulla necessità di far guerra subito all?Iraq è diventato il tema centrale della campagna elettorale americana. È l?arma principale anche dei candidati come Kerry che - credendo alla minaccia immediata - avevano votato per la guerra. È un argomento che i media americani continuano a tenere vivo, mentre persino Bush, adesso, vuole un?inchiesta sulle carte dei servizi segreti inglesi e americani che hanno fatto apparire la guerra necessaria e immediata.

Come abbiamo detto, a questo punto non è in discussione la guerra né la necessità di rimuovere dal suo potere dittatoriale Saddam Hussein. È in discussione se - per fare quella guerra - alcuni abbiano mentito, e a quale livello di responsabilità. La Bbc è una istituzione gravemente ferita per una trasmissione sbagliata. Ma per il primo ministro Blair, che ha usato carte false per fare la guerra (non lo sapeva, ci dice Lord Hutton, ma le carte erano false davvero e la guerra c?è stata davvero) gli esami non finiscono qui.

«Che stranezza», «Non capisco» «Commendatore...non so nemmeno che cosa sia». Ma le piace lo stesso. Giovanna Marini, commendatore al merito della Repubblica da un paio di giorni, è sorpresa e vorrebbe tanto ringraziare. Il presidente, soprattutto, e magari la signora Ciampi: «Mi sa che è stata lei». «Giovannamarini.com»: Giovanna scherza, è il suo modo lieve di vivere modeste contraddizioni. Lei è un pezzo della storia d’Italia alla quale le istituzioni sono sempre andate strette, molto strette. Anzi, la sua voce le ha spesso «suonate» al «sistema». Se vogliamo, la vera novità nell’elenco delle onorificienze preparato dal Quirinale in occasione dell’Otto Marzo, è proprio il suo nome. È la traccia di una cultura aliena che Ciampi, con scelta davvero felice, ha riconosciuto come parte positivamente integrante dell’Italia che ci piace di più. Giovanna è testimone di un nucleo di creatività che ha fatto dell’arte e della politica il suo pane quotidiano e non ha mai cercato più opportune neutralità. Anche a noi viene di ringraziare Ciampi: ha fatto proprio una bella cosa.

Giovanna, che effetto ti fa?

Intanto, meglio che “cavaliere”, lo avrei rifiutato, oggi è davvero insostenibile, visto il cavaliere che ci governa. Fammici pensare: è un disastro lo stesso; Bossi è commendatore, che brutta cosa. Mi chiedo come gli sarà venuto in mente di scegliere una come me...

Brava, sei brava: lo dicono tutti, e da molto tempo. Fai un lavoro importante sulla musica. Ma hai ragione: mi sa che non basta, in genere...

Cosa vuoi che ti dica, non faccio che ricevere complimenti per questa cosa che non so cosa voglia dire. Fassino mi ha mandato un telegramma: lui è contento ed è stato gentile a dirmelo. È contento anche Ambrogio Sparagna; mi ha detto: Giovanna, questo è importante per tutto il nostro settore. Gli credo, anzi credo che sia l’unica cosa che conta, è come se il Quirinale avesse premiato tanta gente che lavora come me, con uno stile comune, quasi con una condivisa intelligenza della realtà. Vorrei scrivere “grazie presidente” ma non so come si fa. Mi rendo conto che sono proprio fuori dal mondo: un motivo in più per dubitare di quel mi è successo.

È un bel fatto: dai palchi del ‘68 a uno dei massimi riconoscimenti della Repubblica. Sembra una storia a lieto fine...

Lascia perdere il lieto fine. Ne parliamo dopo che ti ho raccontato una storia. Giorni fa ero a Sassari. Dovevo suonare e cantare in una bella sala dedicata a Pietro Sassu, un importante musicologo al quale dobbiamo molto. Canto. Poi si fa avanti una ragazza vestita di pelle che mi accusa: lei non ha fatto un concerto, ha fatto un comizio. Come sarebbe, obietto, ho cantato un patrimonio comune di tutta l’Italia democratica. No, insiste, lei ha cantato solo cose di sinistra. Provo a spiegare: non è colpa mia se la gente che soffre è quella che poi canta, non è colpa mia se la sinistra si è sempre fatta carico della gente che soffre. Esiste una musica di destra? Esiste una musica di regime, inventata dal fascismo, ma quella - glielo giuro - io non la canto. È servito a niente. Peccato. Sai che cosa ho pensato? Che due anni fa un attacco di questa violenza non sarebbe accaduto. Rifletti, ora, sul lieto fine.

Su Giovanna Marini vedi anche

Un'intervista al Venerdì di Repubblica (14 novembre 2002)

Lamento per Pier Paolo Pasolini

«Luciano Liboni non è la belva che è stata descritta». Nella cappella del cimitero di Montefalco, dove ieri si sono svolti i funerali, è toccato a don Angelo Nizzi, parroco di Trevi, chiedere che si metta la parola fine al passato violento del Lupo. «E' giusto difendere la sua dignità di uomo - ha aggiunto il sacerdote - perché è una creatura di Dio e un uomo che Dio stesso ha voluto». Sono parole che riportano la vita di Liboni dentro i confini dell'umanità, dopo che è stato descritto come pericolo pubblico numero uno, marginale bandito e criminale, malato allo stato terminale, oltre che assassino efferato. La pietas cristiana spinge il sacerdote a parlare di «una montatura» orchestrata ai danni di un uomo che ha visto in faccia il Male e si è lasciato travolgere rovinosamente.

Le spoglie di Liboni arrivano a bordo di un carro funebre al cimitero comunale di Montefalco intorno alle 17,30. A bordo c'è una corona di fiori composta da crisantemi gialli e da gigli, oltre ad un mazzo di rose rosse dei familiari. Ad attendere il feretro nella cappella la madre Giuliana, le sorelle Tiziana e Giovanna e il fratello Giancarlo con la moglie. «Sono dispiaciuto, mortificato per tutto il sangue innocente che è stato versato», fa sapere Giancarlo attraverso il suo legale, Cristina Vinci. «Non ha mai ucciso nessuno, non capisco perché l'ha fatto ora». Un rapporto tormentato, il loro. Sembra infatti che non si parlassero dal 2000 a causa di un violento litigio avvenuto nel carcere di Spoleto durante il quale Giancarlo si era rifiutato di continuare a pagare le spese processuali di Luciano. La distanza tra i due fratelli si allargò a dismisura proprio in quel momento. Giancarlo lo denunciò per minacce e lesioni e non ci fu modo per giungere ad un accomodamento. I due fratelli si sarebbero ritrovati davanti ad un tribunale nel prossimo gennaio.

Al dolore, e all'incredulità della famiglia per un destino maledetto che appariva segnato sin dai primi anni dell'adolescenza di Liboni, partecipa anche un'ottantina di persone che hanno attraversato nel bene e nel male i suoi 47 anni, ad un tempo brutali e lancinanti. Qualcuno di loro prova a ricordarlo, il Lupo. Ricordi che si perdono negli anni, ma tutti concordi nel dire che Luciano ha sbagliato e che il delitto del carabiniere Alessandro Giorgioni rimane ingiustificabile. «Era un uomo come tanti altri - afferma un conoscente - è sempre stato sfortunato che non ha saputo scegliere la strada giusta».

Dice la sua anche Fausto Gentile, il benzinaio di Todi ferito due anni fa da Liboni con un colpo di pistola alla testa: «No, non riesco a dimenticare il male che mi ha fatto - dice -. Presto mi recherò sulla sua tomba per rendermi veramente conto che è tutto finito». Al funerale partecipa simbolicamente anche un sedicente «Comitato anarchico toscano Freccia rosso-nera» che ha affidato un messaggio ad Indymedia: «Liboni è uno degli eroi sacrificati dallo Stato giustizialista che riduce a morte i ribelli».

Nel frattempo, proprio accanto alla porta d'entrata della cappella, qualcuno ha deposto una piantina di fiori gialli con un fiocco viola e un biglietto con la scritta a stampatello: «Per Liboni con sentite condoglianze da Stefania e figli». Una leggera pioggia cade su un nutrito gruppo di giornalisti, con fotografi e teleoperatori al seguito, assiepato dietro le transenne disposte dal sindaco Valentino Valentini. Dall'interno si sente un urlo: «Andate via, vi avevo detto di non venire, lasciate in pace quest'uomo. Siete dei delinquenti». E' Giovanna, la sorella del Lupo, che maledice a perdifiato.

Preoccupa il clima di indifferenza che circonda la legge sull'ordinamento giudiziario approvata il 29 giugno 2004 dalla Camera in contrasto con la Costituzione. Il metodo è stato quello della fiducia. Per i non addetti ai lavori, è bene ricordare che quando viene posta la fiducia, il dibattito si interrompe e si passa al voto del testo indicato dal governo senza discussioni. Il dibattito su un testo di decine di pagine, cruciale per i diritti dei cittadini e il corretto funzionamento delle istituzioni, è durato venti minuti in commissione e zero minuti in aula. Contestato dai magistrati, - che hanno scioperato in maniera compatta per ben due volte, - e dagli avvocati penalisti poiché il Governo ha impedito ai parlamentari di opposizione di dire la loro opinione. Il Governo con un vero e proprio colpo di mano ha approvato una riforma sulla separazione delle funzioni che viola la Costituzione nella parte in cui afferma l'indipendenza del Pubblico Ministero al pari dei Giudici. E in quella in cui disciplina il CSM come organo di autogoverno della Magistratura. E questo obiettivo viene raggiunto con la sottrazione dei poteri al CSM nella selezione delle toghe e nella nomina dei vertici degli uffici direttivi, e la contemporanea dilatazione delle competenze del Ministro Guardasigilli che premia i magistrati che lavorano nel palazzo. Questo avviene con la sapiente regia di esperti che fanno leggi truccate e difficilmente comprensibili. Esse dicono una cosa e ne vogliono un'altra. E sfuggono all'attenzione della pubblica opinione.

In passato non ero contrario alla separazione delle funzioni tra giudici e Pm. Ma oggi essa è fatta contro tutta la magistratura per limitarne l'indipendenza. In ogni caso essa andava fatta con una legge costituzionale e non con una legge ordinaria senza un minimo di discussione. La separazione delle carriere é un sogno lungamente inseguito dal Governo che approfitta del momento più favorevole, essendo la pubblica opinione assorbita da gravi problemi sociali . E per separare Pm e giudici si creano una serie di ostacoli che rendono di fatto impossibile il passaggio dalla funzione requirente a quella giudicante e viceversa. La riforma prevede un solo concorso per l'accesso alle due carriere. Ma evita di indicare quali capacità particolari dovrebbero dimostrare i giudici rispetto ai Pubblici Ministeri. La mancanza di regole consentirà a commissioni addomesticate di selezionare i Procuratori della Repubblica secondo criteri arbitrari adottati dal Ministero della Giustizia. Si sta realizzando l'idea di magistrati graditi al Governo.

L'obiettivo è di vulnerare l'indipendenza del Pubblico Ministero sottoponendolo al controllo dell'esecutivo. Ma l'indipendenza trova la sua consacrazione nell'articolo 112 della Costituzione che stabilisce il principio della obbligatorietà della azione penale.. Principio che si collega a quello che la legge è uguale per tutti. Il Pm deve iniziare il processo ogni volta che viene violata la legge, senza possibilità di discriminazioni o favoritismi a seconda del gradimento del Ministro di turno. La Corte Costituzionale ha sempre ribadito l'indipendenza del Pubblico Ministero soggetto solo alla legge. Sicché non sarebbe possibile, con legge ordinaria, consentire interferenze esterne ed estranee alle sue funzioni come avviene con la legge sull'ordinamento giudiziario.

È stato reintrodotto il concorso per titoli ed esami, per la nomina dei vertici degli uffici direttivi requirenti e giudicanti, con privilegi di carriera per i magistrati ministeriali. Tutto questo intacca l'indipendenza dei magistrati. Basta leggere la relazione alla Costituzione: "Per quanto riguarda la indipendenza del potere giudiziario, occorre predisporre una disciplina tale da distaccare del tutto la carriera degli organi del potere giudiziario - giudici e pubblici ministeri - dal potere esecutivo. Quando si parla di carriera, s'intende riferirsi sia alla assegnazione della sede del magistrato sia alle promozioni". La relazione aggiunge "la nomina della commissione di concorso viene sottratta al potere esecutivo, contribuendosi in tal modo alla ulteriore garanzia di indipendenza della magistratura requirente e giudicante".

Il concorso interno per la promozione dei magistrati, bocciato in passato, è censurabile per tre ragioni. Ingiusto perché favorisce i magistrati meno impegnati e gravati di lavoro. Giudici come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che lavorano 20 ore al giorno nei processi di mafia, sarebbero "sconfitti" da magistrati imboscati presso il Ministero. Il sistema è inadeguato anche perché tiene conto delle nozioni teoriche astratte ma non della capacità concreta, della laboriosità, dell'equilibrio e dell'imparzialità. Ed infine è controproducente, poiché turba la serenità ed il prestigio del magistrato distogliendolo dal lavoro di indagine. Infatti, il giudice sarebbe costretto a trascurare il suo lavoro per impegnarsi a vincere il concorso per titoli ed esami ed aspirare ad un ufficio direttivo.

La riforma tende anche ad un modello di pubblico ministero assoggettato burocraticamente al Procuratore della Repubblica, figura centrale la cui nomina sarà di fatto decisa dal Governo attraverso il controllo dei concorsi interni ed i veti del Ministro. Il Procuratore determina i criteri di organizzazione degli uffici e di assegnazione e revoca dei processi ai singoli magistrati. Qui sta il trucco. Garantita la scelta di Procuratori addomesticati si è creato un meccanismo per cui gli stessi Procuratori avranno la possibilità di manovrare e insabbiare i processi che riguardano fatti che toccano i santuari dei poteri forti.

Di dubbia costituzionalità è anche l’istituzione della "Scuola della Magistratura". Il progetto di legge parte dall'esigenza reale di una maggiore professionalità dei magistrati per raggiungere lo scopo diverso di attribuire il controllo della Magistratura al potere esecutivo. E lo fa con un meccanismo sofisticato che affida la "scuola" ad un comitato in cui prevalgono membri controllati dall'esecutivo. Si tratta di compiti, assegnazioni, nomine, trasferimenti e promozioni che l'art. 105 della Costituzione conferisce al CSM a cui invece verrebbero sottratti.

Altro punto rilevante riguarda il potere del Guardasigilli di opporsi al conferimento di incarichi direttivi assegnati in contrasto con il suo parere. Tale potere di interdizione vanifica le competenze del CSM nella nomina dei capi degli uffici giudiziari.

A tutto questo si aggiunge il fatto che la riforma non produce alcun miglioramento della giustizia poiché il Governo non ha proposto e non intende portare avanti alcuna riforma per accelerare i tempi infiniti dei processi civili e penali.

NON ci voleva molto a prevedere che il voto del Parlamento sulla permanenza in Iraq del corpo di spedizione italiano avrebbe suscitato le prefiche dei fautori dell'"ammucchiata". Infatti così è puntualmente avvenuto. Il centrismo nazionale non è quantitativamente rilevante; operativamente è un fenomeno solo virtuale di fronte alla tenaglia del sistema elettorale maggioritario. Dispone però di molte tribune mediatiche e le usa senza risparmio tutte le volte che può.

A differenza della vecchia Dc, titolare d'un centrismo numericamente imponente che, secondo la definizione di De Gasperi, marciava verso sinistra, quello attuale è striminzito e marcia verso destra. Avrebbe voluto tirarsi appresso la parte "responsabile" dell'Ulivo. Patrocinare il taglio alle ali (ma solo all'ala sinistra) classica aspirazione dei moderati di tutti i tempi.

Isolare la sinistra massimalista.

Convincere i riformisti di Prodi che la svolta in Iraq è già avvenuta e sarà infallibilmente formalizzata e solennizzata tra la fine di maggio e quella di giugno e indurli, di conseguenza, a un voto d'astensione se non addirittura di confluenza sulla mozione del governo e sulle dichiarazioni del presidente del Consiglio.

Poiché tutto quello che avevano immaginato non è avvenuto, i fautori dell'"ammucchiata" hanno dato sfogo alle lamentazioni salmodiando la fine del riformismo, il trionfo di Bertinotti, la resa di Prodi, Fassino, Rutelli al massimalismo girotondista e piazzaiolo, intonando insomma il "Miserere" e il "Parce sepultum".

In questa operazione (che non è affatto sorprendente perché ampiamente prevedibile e prevista), si distinguono i soliti noti. Tralascio di proposito i nomi di quelli che scrivono sui giornali e dicono la loro nei salotti tv. Segnalo invece la posizione del partito di Follini e di Buttiglione, schiacciato come un tappeto sulle tesi militaresche di Forza Italia. E, memorabile tra tutti, la posizione di Berlusconi che ha aperto il dibattito alla Camera con un incipit clamoroso: "M'ero illuso che questa volta l'opposizione si comportasse in modo responsabile".

Pensava veramente che la lista dei riformisti considerasse il suo "spot" propagandistico sulla svolta come un approccio serio di un governo serio a una situazione drammaticamente seria?

I berlusconologhi giurano di sì, che lo pensava veramente. Come spessissimo gli capita, s'era autoconvinto che le sue bugie propagandistiche riflettessero la realtà. Quest'uomo è formidabile. Per lui e per i suoi sodali, politici e giornalistici, vale la pena di usare una classica definizione di Flaiano: "Un gruppo di buoni a nulla, capaci di tutto". Sembra tagliato su misura.

* * *

La svolta. Si discute sulla svolta. Se ci sia stata, se ci sarà, se l'abbia effettuata Bush su pressione di Blair oppure di Powell oppure (udite udite) di Berlusconi. O piuttosto per la pressione dei fatti iracheni e le impellenti necessità ch'essi creano sul terreno.

Mi ha sommamente divertito leggere l'altro ieri sul Corriere della Sera due articoli di prima pagina sul tema, appunto, della suddetta svolta.

Uno è firmato da Angelo Panebianco e ha come titolo "La disfatta del riformismo"; autore dell'altro è Gian Antonio Stella e il titolo recita "La svolta rettilinea del Cavaliere". Mi hanno divertito perché sostengono l'uno l'opposto dell'altro. Secondo il primo i riformisti sono in rotta, succubi di Bertinotti, non avendo capito che Berlusconi era finalmente arrivato sulle posizioni da loro fino a quel momento sostenute e proprio in quel momento da loro stessi abbandonate.

Ma Stella dimostra invece esattamente il contrario e cioè che la predetta svolta è del tutto inesistente e che comunque il nostro presidente del Consiglio, dopo avere per oltre un anno sbeffeggiato all'Onu seguendo pedissequamente gli sberleffi lanciati dai neoconservatori americani, dal Pentagono e dalla stessa Casa Bianca contro il Palazzo di Vetro, ha compiuto "una svolta rettilinea", sempre al seguito dei suoi protettori di Washington, affermando da pochi giorni in qua il contrario di quanto ha per un anno conclamato ai quattro venti.

Ora, la verità è quella descritta da Panebianco o quella motteggiata da Stella? La risposta è nei fatti reali e non in quelli virtuali. Del resto i compromessi si possono fare sulle tasse, sulle pensioni, sul mercato del lavoro, sulla patente a punti, sulle regole societarie e su tante altre cose ancora; ma se c'è una questione che richiede e anzi impone scelte nette e non equivoche, quella è la questione della pace e della guerra.

Lì la bugia non è ammessa, il sotterfugio non è consentito, la tergiversazione non può aver luogo. Lì si sta da una parte o dall'altra. Lì il popolo è e dev'essere davvero sovrano perché "ne va la vita". Il presidente del Consiglio ha insultato l'opposizione accusandola di abbandonare i nostri soldati proprio nel momento in cui sono sotto il fuoco della guerriglia.

Ma chi li ha mandati a prendersi le fucilate della guerriglia e le autobombe del terrorismo? Invece che inviare in Iraq medici, tecnici, operatori di pace? Chi ha manipolato il mandato del capo dello Stato e del Consiglio supremo di Difesa che avevano autorizzato soltanto una missione umanitaria? Chi ha accettato che i militari spediti come presidio degli operatori di pace fossero invece impiegati come forza d'occupazione di un territorio ad essi affidato, sotto il comando angloamericano che non è certo lì per ragioni umanitarie ma politiche e d'ordine pubblico? Infine: chi ha la responsabilità politica di quelle morti e delle altre che possono ancora avvenire?

Un capo di governo serio e responsabile avrebbe dovuto dire al Parlamento e al paese la verità fin dal primo momento e comunque ammetterla l'altro ieri di fronte all'evidenza dei fatti. E la verità è che i 3 mila militari italiani sono nella regione di Nassiriya truppe occupanti, esattamente come gli inglesi e gli americani.

Tanto è che da quelli prendono ordini e come loro hanno una zona di territorio assegnata nella quale inglesi e americani non vanno se non su richiesta del comandante italiano. E non ci vanno per la semplice ragione che lì ci sono gli italiani a svolgere lo stesso ruolo e gli stessi compiti che gli angloamericani svolgono nelle altre zone dell'Iraq.

Queste cose avrebbe dovuto dire il presidente del Consiglio. Ma si sarebbe imbattuto nell'ostacolo costituzionale e quindi ha scelto la bugia. Del resto ci riesce benissimo perché una cosa è certa: come bugiardo non ha rivali in tutto il pianeta. È la cosa che meglio gli riesce. È un guinness. All'estero ce lo invidiano.

* * *

In un certo senso l'Onu è già in Iraq perché il segretario generale Annan ha inviato un suo rappresentante, l'algerino Brahimi, con il compito di suggerire nomi credibili per la formazione di un nuovo governo provvisorio che sarà installato dalla coalizione entro il 30 giugno. Quest'iniziativa rientra nei poteri del segretario generale, infatti non c'è stato bisogno di nessuna apposita risoluzione del Consiglio di sicurezza.

Egualmente rientra nei poteri di Annan di delegare a suoi rappresentanti un ruolo di consulenza per preparare insieme al governo provvisorio le elezioni da tenersi nel prossimo gennaio.

È questa la svolta? No, non è questa. Sarà una presenza importante quella dei delegati del segretario generale dell'Onu? La risposta l'ha data ufficialmente lo stesso Brahimi: "Una presenza e un ruolo molto limitati". Del resto Brahimi lavora al suo progetto da oltre due mesi e da oltre due mesi le date per l'insediamento del governo provvisorio e per le elezioni nel gennaio 2005 sono arcinote.

Le notizie comunicate al Parlamento da Berlusconi come prova della svolta sono sui giornali di tutto il mondo dallo scorso marzo. La sorpresa, il risultato eclatante del viaggio americano del nostro presidente del Consiglio sono sull'Ansa di sessanta giorni fa.

La strombazzata sovranità del governo provvisorio sarà puramente simbolica, anche questo è risaputo. Più interessante sarà invece l'organizzazione della sicurezza sul terreno. Per quanto se ne sa (ma Berlusconi nulla ha detto in proposito nelle sue comunicazioni al Parlamento) essa si articolerà nei seguenti punti.

1. Responsabile della sicurezza e dell'ordine pubblico nelle città saranno la polizia e l'esercito iracheno, coordinati naturalmente dal Comando della coalizione.

2. La seconda linea situata alla cintura esterna delle città sarà affidata a truppe che dovrebbero affluire da paesi non attualmente occupanti. Soprattutto da paesi appartenenti alla Lega araba o da altri Stati musulmani.

3. L'attuale armata d'occupazione dovrebbe acquartierarsi nelle basi già predisposte, pronta tuttavia a interventi d'emergenza - specie con aerei ed elicotteri da combattimento - in casi di emergenza.

4. La lotta al terrorismo proseguirà affidata a intelligence e a corpi speciali.

5. Questo schieramento, basato su tre anelli, entrerà in vigore quando l'attuale guerriglia e le attuali insorgenze saranno state domate e quando polizia ed esercito iracheni saranno in grado d'assolvere ai compiti di cui al numero 1.

Cioè quando? Non si sa, non c'è risposta. Quale sarà il ruolo dell'Onu in tema di sicurezza? Non c'è risposta.

I paesi della Lega araba sono pronti a inviare truppe? Sono già stati consultati? Non c'è risposta.

Altri paesi europei, la Russia, la Cina, l'India, sono disponibili? La Germania ha già detto: grazie, per ora no. La Russia idem. Idem la Cina. La Francia ha detto di più: non manderemo truppe né ora né poi, neppure sotto bandiera Onu. Chi dunque s'unirà all'attuale coalizione e quando? Non c'è risposta. Tutti sono invece pronti a mandare medici, tecnici, operatori di pace. Anche subito. Truppe no. È questa la svolta?

Le nostre vedove centriste e terziste (è quasi la stessa cosa) hanno compianto Prodi, trascinato suo malgrado a fianco di Bertinotti. Ma Prodi ha parlato ieri a Milano agli stati generali del centrosinistra. Ha detto sulla guerra irachena, sul dopoguerra, sull'America, sulle torture, parole ancora più dure di quelle di Bertinotti. Possono essere non condivise o addirittura deplorate ma nessuna persona intellettualmente perbene potrà continuare a sostenere che Prodi è stato "messo in mezzo" suo malgrado.

Resta la questione della nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza. Berlusconi, con l'aria di un Pierino, ha dichiarato che la risoluzione ci sarà entro il mese di giugno. Può darsi, ma lui che ne sa? E che cosa dirà quella risoluzione? L'Italia non fa parte del Consiglio di sicurezza. La Francia ha già specificato la propria posizione: vuole una conferenza internazionale che decida la sorte dell'Iraq nel quadro dell'intero riassetto della regione mesopotamica e mediorientale; vuole una data-limite entro la quale le truppe d'occupazione se ne debbano andare; vuole che il governo iracheno dopo le elezioni sia sovrano e indipendente; vuole che il petrolio sia subito restituito agli iracheni. Non vuole che la Nato sia utilizzata in Iraq. Germania e Russia sono sulla stessa linea.

In compenso Berlusconi, quando li incontra, dà e riceve pacche sulle spalle e qualche bacio da Putin, da Chirac, da Blair, ovviamente da Bush e - con qualche riserbo in più - anche da Schröder e Zapatero.

Questo è lo stato delle cose.

Il riformismo è stato sconfitto? Non sembra. S'è messo al rimorchio dei massimalisti? Non direi perché la sua posizione è sempre la stessa fin dall'aprile del 2003 quando scoppiò la guerra irachena. Per votare la prosecuzione della missione italiana in Iraq voleva e vuole che il Consiglio di sicurezza dell'Onu voti la sostituzione dell'autorità d'occupazione angloamericana con una coalizione agli ordini dell'Onu che abbia autorità insieme politica e militare.

Non è accaduto e ovviamente non accadrà, perciò tutto il centrosinistra ha votato per il ritiro delle truppe. Le quali, naturalmente, restano dove sono poiché il nostro governo segue Bush punto e basta. Buoni a niente ma capaci di tutto. Lapidario.



Cos’è accaduto sui ponti di Nassiriya fra il 5 ed il 6 aprile scorsi?

Secondo la versione più o meno ufficiale fornita dai militari italiani, alcuni reparti che nella notte si erano mossi per riprendere il controllo dei tre ponti che attraversano il fiume Eufrate e dividono la città in due, sono stati accolti dal fuoco di miliziani iracheni appostati nei pressi. Per difendersi i soldati italiani (che hanno avuto dodici feriti nelle loro fila) hanno a loro volta sparato, uccidendo un numero imprecisato di armati e di civili che si trovavano nelle vicinanze. Si è parlato inizialmente di una quindicina di morti fra gli iracheni. Poi, più genericamente di alcune decine. Ma c’è perfino chi in una corrispondenza da Nassiriya, dopo avere interpellato sia le fonti italiane sia i capitribù locali, avanza l’ipotesi che le vittime siano state molte di più: sino a 200. Secondo un sito online specializzato in questioni militari la battaglia è stata preceduta da un crescente clima di tensione che ha portato al ridimensionamento della normale attività operativa dei reparti italiani ed è stata, infine, innescata dall'occupazione militare dei ponti dai ribelli sciiti e dal conseguente ordine del comando britannico di ripristinare la libera circolazione. Lo Stato maggiore della Difesa nazionale ha aderito alla richiesta britannica e il generale Chiarini, comandante del contingente italiano, ha avuto luce verde per l'attacco. Si calcola che in diciotto ore di battaglia siano stati sparati complessivamente centomila proiettili. Uno scenario tipicamente bellico che contraddice le incredibili dichiarazioni del ministro della Difesa Martino: tutto tranquillo, situazione sotto controllo, missione di pace. Le testimonianze degli italiani, militari e civili, rientrati da Nassiriya, concordano nel dire che da quel giorno il rapporto tra la popolazione locale ed il contingente italiano, che era già peggiorato negli ultimi tempi, è diventato ancora più teso, nonostante abbia sinora retto la tregua concordata dal comando italiano e dalla Cpa (Amministrazone provvisoria della coalizione) locale con la mediazione dei notabili locali.

Da dove venivano i miliziani sciiti che hanno combattuto contro gli italiani?

Si è parlato genericamente di «gente venuta da fuori». E sono fiorite illazioni su infiltrazioni dai paesi vicini, in particolare dall’Iran. Avvalorando queste tesi, poi rivelatesi probabilmente infondate, una parte dei media ha dato forza alla edulcorata immagine governativa dei presunti idilliaci rapporti fra truppe italiane e popolazione locale. Solo un disegno destabilizzatore esterno poteva intervenire a turbare la quiete amorosa di Nassiriya, secondo i sostenitori della ingerenza straniera. Ma le informazioni raccolte sul posto nelle settimane successive hanno chiarito che i gruppi legati al leader radicale sciita Moqtada Sadr venivano in gran parte da cittadine e villaggi limitrofi: Ash Shatra, Suq Ash, Shuyukh, Al Fukud, Al Rifai. Sono tutte località della privincia di Dhi Qar, di cui Nassiriya è il capoluogo.

Cos’è veramente accaduto nelle ultime settimane a Falluja?

Gli americani sono avari di notizie sulle operazioni compiute nella città del cosiddetto triangolo sunnita, area in cui il regime di Saddam aveva più consensi, e nella quale più accanita è stata la resistenza contro l’occupazione. Per molti giorni Falluja è rimasta isolata ed inaccessibile a chiunque, con l’eccezione delle forze statunitensi che la circondavano dopo esservi penetrate per vendicare il trattamento inflitto a quattro marines: dopo essere stati uccisi, i loro corpi erano stati fatti a pezzi e esposti al pubblico ludibrio dalla folla inferocita. I particolari della rappresaglia ancora sono quasi ignoti. Porzioni di verità emergono a poco a poco dal racconto di alcuni feriti trasportati in ospedali di Baghdad, e degli sfollati. Si calcola che fra guerriglieri e civili siano state uccise 1500 persone. Molti sono caduti sotto i colpi di cecchini americani appostati sui tetti, in una drammaticamente curiosa inversione di ruoli fra truppe regolari e formazioni ribelli. Le cifre ufficiali di fonte americana sugli iracheni uccisi in tutto il paese, a partire dal primo di aprile, giorno in cui è iniziata la battaglia di Falluja, si aggirano su mille. Gli Usa si rifiutano di dire quanti in quel numero siano civili. Ufficialmente per loro non esistono vittime civili.

Chi sono i terroristi che hanno rapito quattro italiani, ne hanno ucciso uno, e sino a ieri sera non avevano rilasciato gli altri tre?

Sono stati spregiativamente definiti «banditi di strada». L’espressione denota un ovvio giudizio di condanna nei confronti degli autori di un gesto vile, da qualunque punto di vista lo si consideri. Ma rischia di essere fuorviante, perché accredita l’ipotesi di un sequestro compiuto da criminali comuni, o da gente che agisce senza un disegno preciso. Caratteristiche che sembrano invece contraddette dal loro comportamento, sin dall’inizio di questa dolorosa e misteriosa vicenda. Il rapimento fu accompagnato dalla diffusione di un comunicato in cui si rivendicavano le motivazioni politiche dell’impresa e si indicavano gli obiettivi: via le truppe italiane dall’Iraq, scuse ufficiali da parte del primo ministro Berlusconi per l’appoggio dato all’occupazione statunitense. Non solo, un altro comunicato accompagnò la brutale esecuzione di Fabrizio Quattrocchi, nel quale, citando le dichiarazioni rilasciate da Berlusconi dopo il sequetro, le si giudicava il segno di una scelta a favore della permanenza a Nassiriya e di scarsa considerazione per la sorte dei concittadini prigionieri. La tempestività nella diffusione dei messaggi, il loro contenuto politico molto chiaro nella sua spietata schmaticità, la disponibilità di telecamere per filmare prima i rapiti poi l’uccisione, e di canali per far pervenire quei video alla tv Al Jazira, dimostra che di fronte a sé il governo e l’intelligence italiana non hanno affatto un gruppo di sprovveduti.

A che punto è la ricostruzione economica dell’Iraq?

Al di là dei piccoli progetti per la ristrutturazione di edifici scolastici, il ripristino della distribuzione di energia elettrica, la sistemazione di piccole reti fognarie, tutte opere utili, nelle quali si sono prodigati ad esempio i militari italiani a Nassiriya, non è ancora partito alcuno dei grandi interventi necessari a rimettere in sesto un’economia che era già in ginocchio ai tempi di Saddam, ed è crollata al suolo con la guerra. I beneficiari del businness sono in molti casi già stati designati, e sono per lo più grosse aziende americane. Altre gare d’appalto, tutte pilotate da Washington, sono state indette. In Italia il governo ha promosso convegni per spiegare ai nostri imprenditori quanto sia lucroso investire nella ricostruzione dell’Iraq. Ma le persistenti condizioni di caos e insicurezza non hanno sinora consentito il decollo di alcuna grande opera. Strade, ferrovie, ponti danneggiati o distrutti, sono rimasti tali. Le maggiori centrali elettriche restano nello stato di obsolescenza in cui si trovavano prima della guerra. Ma il segno principe dello sconquasso materiale iracheno è la situazione dei pozzi petroliferi e delle raffinerie, sottoposti ad attacchi e sabotaggi continui. Tanto che oggi l’Iraq deve importare persino la benzina per la circolazione delle auto, e i prezzi del carburante sono saliti alle stelle. Il colmo per il secondo produttore mondiale di greggio.

«Il presidente George W. Bush ha accettato di nominare una commissione indipendente e bipartisan che indaghi sull’attività dei servizi segreti statunitensi in relazione alle armi di distruzione di massa irachene».

«E in questo modo ha implicitamente ammesso che alcune delle sue dichiarazioni prebelliche erano sbagliate», scrive Dana Milbank sul Washington Post. Il comportamento della Casa Bianca potrebbe sembrare contraddittorio, ma alla base c’è una strategia molto precisa: «Bush ha imparato che ammettere in pubblico i propri errori rende più vulnerabili. Invece, scegliere di aprire un’inchiesta e posticipare il suo rapporto al 2005 permette a Washington, in vista delle prossime elezioni, di gettare un’ombra d’incertezza sulle affermazioni di David Kay, capo delle ispezioni per le armi illecite di Bagdad».

Secondo William Raspberry le dichiarazioni di Kay dimostrano che gli Stati Uniti hanno intrapreso una guerra sbagliata adducendo false motivazioni: «Ogni volta che qualcuno lo interroga sull’arsenale iracheno – sostiene sul Washington Post – Bush risponde sempre che il mondo è un posto più sicuro senza Saddam Hussein.

Ma questa non è né una risposta né tantomeno una giustificazione a un’azione violenta. E soprattutto – fa notare Raspberry – il presidente Usa ha sempre sostenuto che il raìs violava le risoluzioni Onu e che le sue armi chimiche erano una seria minaccia per il paese».

L’esistenza o meno di un arsenale nucleare iracheno è un problema di cui si devono occupare soltanto i politici. Ma tutta la questione ha danneggiato in maniera consistente la credibilità della politica estera degli Stati Uniti, e un’inchiesta non è certo sufficiente a risolvere le difficoltà del paese: «L’America non è onnipotente», sottolinea sul quotidiano di Washington Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Jimmy Carter.

«È necessario, perciò, che abbia il supporto genuino e sincero degli altri paesi, soprattutto dei suoi più stretti alleati. La fiducia è un ingrediente essenziale del potere e la sua perdita potrebbe incidere a lungo termine sulla sicurezza nazionale».

Per il New York Times una commissione indipendente potrebbe aiutare gli alti funzionari dell’intelligence a superare la crisi: «I servizi segreti – scrive Douglas Jehl – riconoscono che, dopo l’incapacità di prevenire gli attacchi dell’11 settembre e gli errori commessi sulle armi irachene, è necessaria un’indagine più approfondita. L’inchiesta, inoltre, potrebbe avere il vantaggio di sensibilizzare l’attenzione sulla necessità di maggiori finanziamenti».

Oltre che difendere il lavoro dei servizi segreti, il Wall Street Journal sottolinea anche che, all’interno della comunità internazionale, non c’erano disaccordi sul possesso di armi illecite da parte del raìs e la necessità di disarmarlo.

Oltreoceano ci si chiede quali conseguenze avranno le dichiarazioni di Bush in Europa: mentre il Guardian sottolinea l’isolamento di Tony Blair, l’Independent sostiene che per il premier britannico è arrivato il momento di dissociarsi dall’alleato statunitense e cominciare a pensare che, dal prossimo novembre, potrebbe avere a che fare con un presidente democratico.

[Ecco] alcune tra le meravigliose schede di presentazione dei brani musicali del terzo anello.

Le schede sono così, non sono state modificate, quindi dovrete interpretare e tralasciare gli errori di battitura o ignoranza; le note sono degli Amici di Radio 3.

1) Berlioz, Beatrice et Benedict, ouverture.

L'ouverture, in stile opera-comique, scritta per la rappresentazione di tanto rumore per nulla "dii Shakespeare".

NOTA L'ouverture non può essere in stile opera-comique: caso mai, lo è l'opera (priva di recitativi e con i parlati). Non fu scritta per la rappresetnazione della commedia di Shakespeare, ma Berlioz (dal testo di Shakespeare) ricavò il libretto per una SUA opera-comique.

2) Berlioz, Adieu Bessy.

Da "Irlande" op. 2, composta tra il 1892 e il 1830.

NOTA Date insensate (tra l'altro, Berlioz morì nel 1869)

3) Bizet. Suite per orch. da "Jeux d'enfants".

Composta nel 1932... Un innocente galop, nitido e preciso, ispirato alla "musica per l'infanzia" di Fauré e Debussy.

NOTA Bizet è morto nel 1875. Debussy è nato nel 1862 e ha scritto "Children's Corner" nel 1908

4) Biber, Sonata Terza in Fa Mag per vl solo

Esecutori: John Holloway, Aloysia Assenbaum, Ulrik Lars Mortensen

NOTA Se è per violino solo, che suonano i tre musicisti citati?

5) Bernstein, Candide

Di difficile datazione

NOTA La data è il 1956 e, non trattandosi precisamente di musica antica, è abbastanza comico che non si sappia precisare la data di composizione.

6) Brahms, Sonata in La Mag n. 2 per vl e pf op. 100

Composta nel 1836

NOTA Brahms aveva tre anni

7) Brahms, Trio in Do Mag n. 2 per pf, vl e vcl op. 87

Composto tra il 1880 e il 1862

NOTA Modo curioso di datare la composizione. In realtà, fu scritto tra il 1880 e l'82.

8) Brahms, Trio in La min op. 114

Due commenti: 1) La scrittura di Brahms non riesce a creare un amalgama convincente; 2) Un Trio equilibratamente polifonico.

NOTA Si decidessero

9) Chopin, Sonata in Sol Min per vcl e pf.

Composta nel 1865

NOTA Chopin morì nel 1849

10) Milhaud, Catalogue des fleurs, 5 Liriche x voce e pf op. 60

Un ciclo di sette miniature per sette strumenti

NOTA Ma quante sono?

11) Mussorgsky, Quadri di un'esposizione - per pf La grande porta di Kiev Horowitz intarsia l'una dentro l'altra la versione pianistica di Mussorgsky e la versione orchestrale di Ravel e "crea" una pagina perfettamente funzionale al proprio sfrenato, eccessivo, esorbitante virtuosismo esecutivo.

NOTA Non è chiaro in che modo Horowitz possa intarsiare la versione orchestrale dato che è l'unico esecutore del pezzo. Altrettanto, non è chiaro perché il suo virtuosismo sia considerato eccessivo. Si vuol dire che era troppo bravo da un punto di vista tecnico? O che il pezzo di Musorgsky non richiede un eccessivo talento virtuosistico? Boh!

12) Shistakovitch, The panorama of Paris

Tema di valzer in souplesse non rpivo di una tenera ironia (e scusate l'ossimoro)

NOTA Ciò che non viene scusata è la totale assenza di senso logico.

13) Haendel, Suite in Mi Mag n. 5 per cemb, Aria e variazioni

Dalla Suite per clavicembalo in La Mag n. 2

NOTA Non è chiaro di quale Suite si tratti.

14) Bizet, Sinfonia in Do Mag

Composta nel 1885

NOTA Bizet morì nel 1875

15) Mercadante, Concerto in Mi Mag per fl e orch

Il flauto ha un ruolo molto "cantato"

NOTA Cioè?

16) Poulenc, Le Chemin de l'amour

1998. Valser caressante

NOTA Poulenc è morto nel 1963. Sfugge la lingua del commento

17) Rossini, L'italiana in Algeri, Quanta roba! Quanti schiavi! / Cruda sorte!

Cavatina di Isabella, dama italiana nel coro precedente

NOTA Ci si chiede che cosa sia diventata Isabella dopo il coro precedente.

18) Augustin Bardi, Gallo Ciego

Un innovativo pianista argentino nato nel 1916.

NOTA In realtà, nato nel 1884 e morto nel 1941.

19) Pachelbel, Canone

Eseguito secondo la partitura orchestrale originale.

NOTA L'originale è per tre violini e basso continuo.

20) Mozart, Concerto in Sib Mag per pf e orch K39

Mozart usa temi da Schubert.

NOTA Schubert è nato nel 1797, sei anni dopo la morte di Mozart.

L’effetto petrolio sui sogni del Cavaliere

Eugenio Scalfari

Si riteneva fino a poco fa da parte dei maggiori centri mondiali di analisi economica che la ripresa congiunturale Usa avrebbe continuato a tirare energicamente per tutto l´ultimo quadrimestre dell´anno. Reddito nazionale, domanda interna, esportazioni, creazione di nuovi posti di lavoro, plusvalenze provenienti da una Borsa in rialzo, tassi d´interesse in moderato e già metabolizzato aumento: queste le formidabili forze che avrebbero trainato l´economia mondiale definitivamente fuori dal pantano in cui era caduta subito dopo lo sgonfiamento della bolla speculativa del 2000 e le successive drammatiche vicende del 2001. E se qualche vagone o vagoncino non avesse potuto agganciarsi al grande treno in corsa, pazienza: dopo la lunga stagnazione, un capitalismo risanato avrebbe dimostrato la perenne validità del libero mercato e della sua capacità di diffondere insieme benessere e libertà.

Ma per qualche ragione ancora non interamente chiara ma già individuabile nelle sue grandi linee, qualche elemento essenziale del quadro sta marciando storto, qualche meccanismo dev´essersi inceppato. Quasi di sorpresa infatti l´andamento dei consumi Usa ha rallentato e così pure la produzione industriale e la creazione di nuovi posti di lavoro. La Borsa ha invertito la tendenza specie nei settori di alta tecnologia e in quelli manifatturieri.

Intanto il prezzo del petrolio continua a salire e forse è proprio questo l´elemento determinante di quest´inattesa frenata. Se non invertirà rapidamente la tendenza al rialzo ci troveremo in mezzo ad una vera e propria crisi petrolifera capace di modificare profondamente tutte le previsioni fin qui formulate sull´andamento dell´inflazione, dei tassi d´interesse, del finanziamento dei disavanzi, del commercio internazionale.

Mai come in questo momento l´incertezza è dunque al culmine e i mercati sono privi di orientamento. In realtà nessuno aveva immaginato una situazione del genere anche se non mancavano i segnali per avvistarne la gravità.

***

I prezzi del greggio sono ininterrottamente al rialzo da cinque anni. Dai 18 dollari al barile del maggio ´99 per il petrolio quotato sui mercati di New York e di Londra, siamo arrivati nell´agosto 2004 a 44 dollari (41 per il Brent quotato a Londra). L´aumento medio è stato cioè del 60 per cento.

Se si considerano i dodici mesi che vanno dalla fine della guerra in Iraq al giugno 2004, l´andamento del greggio registra un rialzo da 28 a 39 dollari per barile.

Ciò avviene in una fase in cui dal punto di vista congiunturale la tensione della domanda e la disponibilità dell´offerta avrebbero dovuto generare un virtuoso equilibrio intorno al prezzo di 22-24 dollari al barile. Siamo invece ad uno sballo esattamente del doppio che non accenna a diminuire.

Diventa sempre più chiaro dunque che a cause congiunturali si sono sovrapposti mutamenti strutturali sia nella domanda che nell´offerta. La prima è strutturalmente aumentata a causa dell´irrompere dell´Asia (e della Cina in particolare) sul mercato petrolifero e carbonifero. La seconda è strutturalmente diminuita a causa dell´arresto degli investimenti nella ricerca petrolifera e nelle nuove fonti d´energia diverse dal petrolio. La documentazione di questi mutamenti profondi è stata analizzata in questi ultimi mesi da numerosi interventi sulle riviste specializzate del settore (tra i quali segnalo un recente saggio di Alberto Clò) e dai giornali economici più attenti ( Wall Street Journal, Financial Times, Economist).

Sperare che basterebbe un po´ più di buona volontà da parte dei produttori Opec, un rapido ritorno sul mercato del petrolio iracheno, del gas russo, del greggio venezuelano nonché l´utilizzo calmieratore delle riserve Usa, è pura illusione.

La crisi petrolifera è ormai un dato di fatto. Gli effetti possono essere molto pesanti sui mercati globali e in particolare sulle economie degli Stati Uniti e di Eurolandia nonché su quelle dei paesi emergenti non petroliferi.

***

Si comprende meglio in questo contesto quale sia stato il drammatico errore compiuto dal governo italiano nel triennio 2001-2004 durante la gestione Berlusconi-Tremonti della politica economica: per tener fede all´impegno elettorale di «non prender denaro dalle tasche degli italiani» ci si è affidati ai condoni e alla finanza creativa puntando tutte le carte sulla ripresa internazionale.

Gli effetti nefasti di questa politica sono stati quelli di distruggere l´avanzo primario delle partite correnti, di interrompere la diminuzione del debito pubblico, di diminuire le entrate tributarie e di far correre più velocemente il fabbisogno e il rapporto deficit/Pil.

Questa politica è arrivata ai piedi di un invalicabile muro e Tremonti ne ha fatto le spese. Per la stessa ragione il Berlusconi di agosto ha cambiato politica: ora ha bisogno come dell´aria che respira dell´appoggio del sistema bancario, della Confindustria, della Banca d´Italia, dei poteri forti o almeno di quello che ne è rimasto. Farà concessioni, farà promesse.

Circola voce che voglia vendere le sue televisioni a operatori «nazionali». Forse è soltanto un´esca, un modo per distribuire qualche "per cento", un osso da dare ai cani che minacciano di mordergli i polpacci alla ripresa di settembre. Vedremo.

Ai sindacati promette una sorta di scala mobile costruita su misura dei pensionati. Non è farina del suo sacco perché sono anni che i sindacati confederali, le associazioni dei consumatori e i partiti d´opposizione chiedono parametri specifici per le classi di reddito più deboli, non solo pensionati ma tutti i lavoratori e i contribuenti sotto ai 20 mila euro di reddito annuo e, insieme a questo, un sistema di ammortizzatori sociali che dia protezione al lavoro flessibile e la fiscalizzazione degli oneri sociali.

Si parla tanto di riformismo forte. Eccone alcuni esempi. Quanto costerebbe un progetto di riforma fondato su questi elementi? Non si è lontani dal vero azzardando la cifra di 20-25 miliardi, più o meno quanto il costo del tanto strombazzato taglio dell´Irpef ma molto più produttivo ai fini del rilancio dell´economia, dell´industria, dei consumi, dell´occupazione e del potere d´acquisto.

Questo mi sembra il tipo di programma operativo che il centrosinistra dovrebbe far proprio e che del resto è già nella sua linea e nel suo Dna. Bastano due sole parole per presentarlo al paese: protezione sociale e innovazione. E poi articolarle nel concreto.

Ci vuole un grande respiro di efficienza e di equità. I rappezzi, il riformismo delle briciole, le velleità contrapposte del moderatismo e della palingenesi finale sono vecchi arnesi d´un mondo che fu. Innovazione e protezione, creatività individuale e solidarietà comunitaria: questo è il programma che ci si aspetta da Romano Prodi. Sta nel cuore e nella mente di tutti i democratici. Non ci vogliono cento pagine né cinquanta e neppure venti. Ne bastano tre o quattro per indicare e rendere espliciti quegli obiettivi che tutte le persone perbene conoscono da tempo e dei quali il paese ha bisogno.

Caro Silvio,

ti mando alcuni brevi appunti sulle priorità dell'Udc in merito all agenda del Governo e della maggioranza. Credo che essi possano far parte di quella scossa positiva che in tanti riteniamo indispensabile dare alla situazione politica.

Non entro nel merito del tema della struttura di Governo che, come tu ben sai, desta in noi emozioni assai moderate. Mi limito a ribadirti che la scelta indifferibile di un ministro dell'economia di alto profilo e di forte indipendenza che dia un significativo valore aggiunto alla compagine ministeriale, fa parte a pieno titolo della «scossa» di cui sopra. L'Udc non ha mai fatto mancare alla coalizione il suo contributo di idee e di proposte. In più di un'occasione ricorderai ad esempio le nostre iniziative sui progetti dell'immigrazione e sul bonus per i figli siamo riusciti ad imprimere correzioni di rotta che hanno prodotto effetti positivi per tutta la maggioranza.

Anche in queste ore, e a maggior ragione dopo i risultati elettorali delle europee e delle amministrative, il nostro partito intende far valere il proprio punto di vista nell'interesse del successo dell'intera coalizione. In particolare, le nostre proposte (che qui ti sintetizzo) riguardano le istituzioni, l'economia, il sistema delle garanzie.

Istituzioni

Il gruppo Udc alla Camera ha presentato un insieme di proposte per la modifica al progetto di riforma della Costituzione. Tra queste, ti segnalo alcuni emendamenti che riteniamo fondamentali e che riguardano, in tema di federalismo, una significativa correzione della riforma del Titolo V realizzata nella scorsa legislatura, una più rigorosa distinzione delle competenze di Stato e Regioni e una più adeguata formulazione del principio di interesse nazionale e, in tema di forma di governo, una limatura dei poteri del premier tale, da un lato, da ribadire il carattere parlamentare della Repubblica e, dall'altro, da essere compatibile con una legge elettorale che salvaguardi insieme la rappresentanza proporzionale delle forze politiche, il loro vincolo di coalizione e dunque il carattere bipolare del confronto politico. La direzione nazionale del partito ha ribadito, tra le nostre priorità, l'approvazione di una legge elettorale in senso proporzionale e con vincolo di coalizione. Il ministro Buttiglione ha presentato ad inizio legislatura una proposta di legge (n. 378) che per noi è molto più di una semplice base di discussione.

Economia

Rinviando alla stesura del Dpef la definizione di una proposta complessiva, mi limito a segnalarti la nostra posizione sugli argomenti che ci vengono prospettati con maggiore urgenza.

Per quanto riguarda il progetto di riforma fiscale, in attesa di conoscere e approfondire il quadro di sostenibilità finanziaria, e fermo restando l'assoluta necessità per il nostro Paese di mantenere una linea rigorosa di risanamento dei conti pubblici, ti rinnovo le nostre priorità: introduzione del quoziente familiare, eliminazione dell'Irap per i ricercatori e destinazione di una parte dell'aliquota dei redditi più alti a favore delle attività del privato sociale. Per l'Udc si tratta, insomma, di definire un progetto che, salvaguardando il rigore dei conti pubblici, abbia un profilo di profonda equità sociale. Insisto inoltre su alcuni impegni legislativi. Considero una fondamentale priorità per il Paese la sollecita approvazione della riforma previdenziale e della legge a tutela dei risparmiatori. Ricordo che su quest'ultimo punto già il ministro Tremonti si era impegnato personalmente in questo senso proponendo l'inasprimento delle pene per il falso in bilancio (vedi all. 3). Fa parte altresì di questa stessa agenda il nuovo ordinamento delle professioni e la riforma del diritto fallimentare.

Sistema delle garanzie

Siamo convinti che la rapida approvazione della legge sul conflitto d'interesse debba rientrare fra gli obiettivi di tutta la maggioranza. Si tratta peraltro di uno degli impegni dei 100 giorni, già approvato sulla base di un testo redatto dal ministro Frattini che ha ottenuto per 4 volte il voto favorevole in Parlamento da parte della maggioranza. Fa parte infine della nostra tradizione politica e culturale, ribadire che il servizio pubblico radiotelevisivo debba essere, per quanto possibile, espressione del Paese nella sua interezza. So bene che questo tema è controverso anche fra le forze della maggioranza ma credo che in questo caso ci siano logiche istituzionali che prevalgono sulle ragioni di parte. Almeno per noi. Tutti questi ragionamenti, lo sai bene, mirano a rendere la nostra alleanza e il Governo più forti e più capaci di affrontare un periodo difficile. Siamo una forza moderata alternativa alla sinistra e tenacemente legata al bipolarismo, e questa chiara identità dell'Udc segna il nostro percorso politico di oggi e di domani. Tutto questo è ovvio, ma ci tengo a ribadirlo una volta di più. Ti allego (1) gli emendamenti più significativi al disegno di legge di riforma costituzionale e (2) la proposta di legge elettorale presentata da Buttiglione. Spero e credo che tutto questo possa essere un contributo utile alla soluzione dei problemi che abbiamo di fronte.

ROMA Bruno Trentin, ex segretario generale della Fiom e della Cgil, parla con l’Unità del dopo Melfi. Attenti, avverte, tra i giovani cova la rivolta. C’è una nuova generazione di lavoratori che non sopporta condizioni discriminanti. E' uno stato di malessere che serpeggia nell'intero mondo del lavoro. E sulla sinistra ha pesato, negli ultimi anni, l'egemonia delle culture liberali.

La fabbrica Fiat di Melfi era nata sotto l’insegna del cambiamento. Che cosa è successo poi?

«Era un tentativo di creare sul “prato verde” un esperimento nuovo, contrassegnato dal just in time, il rifornimento “sul momento” dei pezzi di ricambio dell’auto, con la creazione di un nuovo rapporto tra l’azienda subfornitrice e l’azienda fornitrice. C’era poi l’ambizione di favorire il lavoro di gruppo. Creavano delle aree di lavorazione affidandone la responsabilità a dei capi. Una piccola minoranza è stata così associata alla linea di direzione della Fiat, mentre la stragrande maggioranza dei lavoratori, ed erano tutti diplomati, rimaneva dopo sei settimane di formazione generica, assolutamente tagliata fuori. E su di loro è piombato un sistema disciplinare intollerabile, una politica salariale che discriminava i nuovi assunti rispetto ai lavoratori delle altre fabbriche Fiat del Nord, un’organizzazione del lavoro in larga misura di tipo tayloristico, con ritmi massacranti».

Come mai gli operai hanno tollerato questa situazione per tanti anni?

«Erano di fronte ad una nuova occasione di lavoro, in un territorio davvero dissestato dal punto di vista dell’occupazione. E poi devo dire che sono prevalse, dentro il mondo della sinistra, culture neoliberiste. Melfi è solo un esempio. Credo che giustamente Massimo D’Alema, in un recente intervento, abbia riconosciuto che c’è stata un’egemonia delle culture neoliberali anche nella sinistra italiana».

Un’egemonia a proposito di che cosa?

«Credo che si riferisse al fatto che per un certo periodo è stata fatta quasi un’apologia della flessibilità del lavoro, anche quando tale flessibilità corrispondeva ad una precarietà delle condizioni di lavoro e delle condizioni d’occupazione. C’erano animate discussioni sul valore del sottosalario per i giovani, come condizione per la creazione di posti di lavoro. I giovani - si diceva con una battuta - sarebbero andati a manifestare contro i sindacati, stracciando i contratti di lavoro, per trovare un’occupazione. Una menzogna. Mai la riduzione del salario per un nuovo assunto ha consentito la realizzazione di un posto di lavoro. Ci vuole ben altro. Rappresenta solo una convenienza dell’azienda che risparmia e rende più facile l’espulsione di lavoratori anziani che costano di più. Era la negazione di un principio costituzionale: a parità di lavoro parità di salario, per età e per sesso».

Melfi rievoca una tale egemonia conservatrice?

«Melfi è la riprova di questi errori. Quel momento di rivolta, avvenuto inizialmente anche senza il sindacato, affermava un grande problema, al di là della parificazione con i trattamenti degli altri lavoratori Fiat, al di là dei turni massacranti. Era un problema di dignità, la volontà di cambiare quello che sembrava essere un dogma persino di natura economica. Hanno buttato a mare i dogmi, hanno dimostrato che coloro che lavorano, tanto più quando sono diplomati, acculturati, intendono essere riconosciuti come delle persone che hanno un contributo insostituibile da recare alle attività produttive e alla vita democratica del Paese».

E’ la spia di un malessere che accomuna gli autoferrotranvieri di Milano con i lavoratori dell’Alitalia, passando per Terni?

«Alcune vicende si devono a situazioni di crisi, come all’Alitalia dove occorre cercare di evitare la catastrofe. A Terni è stata una rivolta popolare contro lo smantellamento di un reparto d’acciai speciali, ad alto contenuto tecnologico. A Milano, invece, la rivolta era proprio contro il sottosalario ai nuovi assunti. Io ricordo le battaglie fatte, quando ero segretario della Cgil, molte volte non capite da anziani lavoratori. Esistono salari dei giovani neo assunti con il 30, il 35 per cento in meno rispetto a mansioni eguali».

Sono situazioni presenti in altre parti del Paese?

«In molte: in nome dell’aiuto ai giovani si toglieva il salario ai giovani, per accelerare la partenza dei vecchi. Sono queste ideologie che ora sono rimesse in questione. E ritorna un grande tema rimosso dalla riflessione della sinistra e del sindacato: il controllo dell’organizzazione del lavoro, il controllo sul tempo di lavoro e sul tempo di vita. E’ una tematica che è stata fondamentale negli anni Sessanta e Settanta».

C’è stato un ritardo anche nel comprendere le novità del mondo del lavoro?

«Non abbiamo capito che la specificità del lavoro richiedeva un nuovo approccio al mercato del lavoro. Chiedeva una battaglia per la formazione continua che impedisse che milioni di giovani fossero rapidamente emarginati non solo dal lavoro, ma dalla conoscenza e si sentissero sempre più handicappati nell’acquisire un altro lavoro».

Torna anche il tema della democrazia, del rapporto tra sindacati e lavoratori...

«Quando prevale nel sindacato la battaglia difensiva allora molto spesso ci si divide tra chi ritiene d’essere più realista e chi ritiene d’essere più intransigente. E poi si perdono i rapporti diretti con i lavoratori interessati. Nuove forme di democrazia vanno ricercate e costruite coinvolgendo i lavoratori. Il referendum può essere una forma utile, così com’è stata usata a Melfi. Nei momenti più alti della lotta sindacale noi siamo ricorsi, però, a consultazioni molto più complesse, ad assemblee che discutevano per due-tre giorni e non si limitavano ad esprimere un sì o un no. Ricordo quando per il contratto nazionale eleggevamo unitariamente i delegati in tutti i luoghi di lavoro e creavamo una consulta dei delegati che giorno per giorno seguiva la trattativa».

Una scelta definita di «grande responsabilità», anzi «l’unica scelta possibile» per smuovere le acque dell’Onu, sollecitare con i fatti la tanto evocata svolta e far scendere a patti gli Usa. L’ala più pacifista del centrosinistra, il Correntone Ds, Verdi, Pdci, Rifondazione, scendono in campo a sostegno di Zapatero e sollecitano l’opposizione tutta ad unirsi per «appoggiarne fino in fondo» la linea. Via subito dall’Iraq, dunque, e parole chiare. Parole che però non vengono pronunciate dai vertici della lista unitaria alla fine di una giornata che si era aperta con espressioni di grande apertura da parte di Prodi nei confronti di Zapatero e che poi è evoluta con le parole del suo portavoce che escludeva il ritiro immediato. Ciò che fa dire ad Achille Occhetto: «Con l’anima Prodi sta con Zapatero ma evidentemente c’è qualche pressione su di lui da parte delle forze che lo sostengono...». Secondo Occhetto «le forze politiche del triciclo», sono «imbarazzate e confuse»: «Il fatto che Fassino, un dirigente dell'Internazionale socialista, invece di spiegare se ha una linea diversa da quella di Zapatero, chieda a Berlusconi di venire in Parlamento a riferire, dice chiaramente che siamo alla frutta». Per Occhetto la «road map» dovrebbe avere le tappe seguenti: conferenza internazionale, annuncio di un giorno preciso in cui la coalizione dei «willings» inizierà il ritiro delle truppe dall'Irak, ritiro immediato delle truppe italiane.

Critiche alla «lista riformista» arrivano anche dai Verdi, dal Pdci e da Rifondazione. Pecoraro Scanio ritiene «un errore» che non si sia «assunta una posizione netta come lasciavano intravedere le prime parole di Prodi». Bertinotti chiede «chiarezza»: «Le opposizioni devono prendere una immediata iniziativa parlamentare. La posizione della lista unica non convince affatto». Il problema è come muoversi nei prossimi giorni, posto che Verdi e Pdci hanno già depositato mozioni per il ritiro e che il Forum dei parlamentari per la pace sta preparando una sua mozione. D’altra parte il Correntone Ds punta, come spiega Fabio Mussi, a lavorare per una mozione unitaria di tutto il centro sinistra: «Il centrosinistra italiano si attesti sulla posizione di Zapatero. Prodi oggi ha fatto un passo in avanti importante, ma ora ne serve un altro». Il passo avanti per Mussi è proprio la consapevolezza che occorre una risoluzione Onu netta e precisa e non acqua fresca a copertura dell’esistente. Il passo ulteriore è quello di chiedere il ritiro come arma di pressione. «Per ottenere un cambiamento radicale della politica degli Usa ed una risoluzione dell'Onu che consegni effettivamente all'Onu il governo della crisi irachena». «Il listone - ribadisce Giovanna Melandri - non può limitarsi ad evocare buone intenzioni ed azioni diplomatiche che il governo Berlusconi, subordinato a Bush e Blair, non assumerà. Occorre un'iniziativa concreta per il ritiro del contingente italiano». E Pietro Folena parla di «titubanze, frammiste a dichiarazioni apertamente contrarie al ritiro del contingente italiano» che prevarrebbero nei vertici della lista riformista.

Ma anche dentro la lista unitaria le bocce sono tutt’altro che ferme. Prodi, fanno rimarcare coloro che si trovano su posizioni di frontiera se non di pieno appoggio alla linea Zapatero, è stato chiaro a proposito dei contenuti di cui la auspicata svolta in Iraq dovrebbe sostanziarsi: passaggio dei poteri politici e militari all’Onu. Il punto è decisivo. Il ds Valdo Spini, capogruppo nella commissione esteri, già da una decina di giorni va sostenendo che non si deve aspettare il 30 giugno per porre il problema del ritiro: «Con la prospettiva dell'uscita della Spagna, il contesto politico della missione in Iraq viene ad essere modificato profondamente. La prospettiva di non avere una nuova risoluzione dell'Onu pone anche al centrosinistra italiano il problema di convergere con la posizione di Zapatero». La posizione di Intini non è analoga a quella di Boselli: «Il 30 giugno è diventato ormai un feticcio - dice il capogruppo Sdi - la questione è restare o andarsene nel momento in cui è chiaro se l' Onu prenderà in mano la situazione o no. Per Zapatero è stato no». Anche dentro la Margherita ci sono posizioni distanti da quelle di Rutelli, Enrico Letta o Dario Franceschini. «Il 30 giugno non è una scadenza vaticinata da Nostradamus - afferma Ermete Realacci - Se non ci sono le premesse perchè entro quella data l'Onu possa assumere pienamente la guida del processo di pace, se non verranno create le condizioni per un pieno coinvolgimento delle altre nazioni europee e dei paesi islamici e arabi moderati, la nostra presenza militare in Iraq non ha senso». Analoghe le valutazioni di Beppe Fioroni: «Ben venga l'elettrochoc Zapatero. L'unico modo per chiudere una fase fallimentare e aprirne un'altra è dare un segnale forte sulla inutilità, in questo contesto, della nostra presenza». Insomma, la parola «ritiro» non è più un tabù. E corre voce che rinviarne la richiesta, a questo punto, sia solo una questione di tatticismo. Mentre le associazioni pacifiste della Tavola della pace consegnano un documento al Parlamento: l’Italia faccia come Zapatero.

“Don't cut Medicare for Bombs and Missiles, non tagliate la Sanità pubblica per pagare bombe e missili. Era uno degli striscioni più in voga durante le manifestazioni contro la guerra, particolarmente affollate in California…. Ai primi di settembre 2003, quando il presidente Bush ha avvisato il paese che gli servivano altri 87 miliardi di dollari per mantenere l'ordine e ricostruire le infrastrutture devastate dalla guerra contro Saddam, molti californiani hanno pensato alle loro scuole a corto di fondi, alle ferrovie a pezzi, alla rete elettrica decrepita, e si sono detti: forse sarebbe stato meglio se Bush avesse dichiarato guerra alla California ed avesse invaso noi”.

Federico Rampini, editorialista e corrispondente di “Repubblica” da S. Francisco, descrive le fragilità del paese più potente al mondo.

E descrive le angosce di milioni di americani in un bel libro “le paure dell'America” edito da Laterza. Il libro ha un duplice merito, si legge come un romanzo pur descrivendo situazioni e dati reali. Le insicurezze che dominano la vita quotidiana degli americani e le debolezze di un'economia che ha perso 3 milioni di posti lavoro accumulando un doppio deficit abissale dei conti pubblici e dei conti con l'estero, dall'ingresso di Bush alla Casa Bianca, sono infatti sempre documentate con evidenza statistica e riferimento alle fonti.

Per capire il cambiamento che l'America ha realizzato negli ultimi venti anni bisogna ripercorrere il cammino vittorioso dei neoconservatori americani in economia ed in politica. Per tutti questi le tasse sono una coercizione dello Stato e la Social Security è uno spreco di ricchezza, per cui entrambi sono da abolire. Il disastroso deficit pubblico, comune alle amministrazioni repubblicane di Reagan e Bush, padre e figlio, è un modo per dissanguare lo Stato sociale. Il movimento dei neoconservatori americani in questo senso è stato rivoluzionario, perché ha ripudiato gran parte delle istituzioni su cui si fondava da oltre mezzo secolo, dal New Deal di Delano Roosvelt in poi, il patto sociale. Oggi il vecchio patto sociale non esiste più, con i sindacati ridotti al lumicino, la Sanità sempre più privata e prerogativa dei ricchi, la scuola sempre più costosa, l'etica dei Managers alla Enron sempre più piegata alla logica del profitto a breve non scevra da comportamenti illegali. Oggi le condizioni di lavoro sono sempre più precarie o flessibili come si dice da noi: le ferie godute dal lavoratore americano di medie e grandi aziende nel 2002 sono state mediamente di 9,5 giornate (dati Ministero del lavoro), la maternità pagata (paid maternity leave) privilegio solo del 2% delle lavoratrici madri, la Social Pension è all'incirca un terzo del salario, molti vecchi continuano a lavorare per non morire di fame, 50 milioni di americani sono senza protezione sanitaria perché non troppo poveri per il Medicare e non abbastanza "ricchi" da pagarsi una assicurazione privata.

La fine dall'America Dream, per cui ogni padre poteva lasciare il figlio in una posizione migliore, si ricava soprattutto dalla dimensione delle diseguaglianze crescenti. Nel trentennio 1970-2000 il salario medio reale è cresciuto solo del 10% mentre la ricchezza reale (Pil) cresceva quasi del 100%. Questo significa che il 90% degli aumenti di produttività sono andati al capitale e solo il 10% al lavoro. "Nello stesso periodo, la retribuzione media annua dei cento amministratori delegati più ricchi è passata da 1,3 milioni di dollari -39 volte il salario del lavoratore medio- a 37,5 milioni, cioè più di mille volte la paga del lavoratore medio".

Oltre l'attacco al Welfare e alla condizione dei lavoratori, il successo dei neoconservatori ha prodotto il declino della società civile. "Di che natura è la società civile in un paese dove vota solo il 38% dei cittadini, ed una percentuale ancora più bassa tra i giovani ed i meno abbienti?" Quest'analisi non viene da frange radicali ma da uno dei più autorevoli studiosi della società civile, Robert Putnam, che vi aggiunge un monito:le tendenze sociali e politiche di lungo periodo che nascono negli USA si trasmettono 10 o 20 anni dopo negli altri paesi industrializzati, Europa in testa. L'allarme di Putnam è in parte alleviato da un'altra considerazione, che Bush figlio alle ultime elezioni ha preso 500mila voti meno di Gore (che non era un fulmine di guerra). L'America non è solo quella di W Bush e dei neoconservatori, ma anche quella di milioni di cittadini che, con i Kerry e gli Edwards, i candidati democratici che hanno buone speranze di contrastare Bush alle prossime elezioni, sono sempre più apertamente critici verso politiche che stanno facendo dell'America all'interno, il paese tra i più difficili da vivere per la generalità dei suoi figli, all'estero il paese tra i più isolati al mondo. Infatti le paure dell'America di cui Rampini parla, non sono solo quelle dei suoi cittadini.

"Le paure dell'America possono sembrare poca cosa rispetto alle paure che l'America suscita negli altri".

L'antiamericanismo non è fenomeno recente post Afganistan e post Irak. Jean Paul Sartre quarant'anni fa, vedeva nell'America la patria del conformismo quando proprio lì, a cominciare dalla California, nasceva con prepotenza una società agitata dall'effervescenza della contestazione, della rimessa in discussione delle regole, di tutte le sue abitudini sociali e dei fondamenti stessi della cultura. Persino quando si addebitano agli USA due infami peccati originali come il genocidio degli indiani d'America e lo schiavismo, molti europei dimenticano che i primi responsabili di quei misfatti avevano ancora nazionalità inglese, francese, spagnola e portoghese. Ma l'antiamericanismo è arma usata regolarmente come clava di lotta politica. La destra americana accusa la sinistra di antiamericanismo dai tempi del senatore Mc Carthy negli anni 50 (la cui caccia alle spie comuniste infiltrate in tutti i settori della società, cinema compreso, avveniva sotto l'egida di una commissione d'inchiesta senatoriale "sulle attività antiamericane") fino ai giorni nostri, quando i neoconservatori accusano di tradimento Howard Dean, Ted Kennedy e tutti i critici sulla guerra in Iraq, persino l'attuale candidato democratico J. F.Kerry, che pur votò a favore al Senato ed oggi è molto critico sul dopoguerra. Se una morale può trarsi dal bel libro di Rampini è che l'americano medio oggi soffre per le politiche dei neoconservatori, che l'America ha gli anticorpi per ribaltare la situazione e che non vi è nulla di più antiamericano che cercare di soffocare il dissenso.

WASHINGTON — La guerra globale apre il suo fronte in Europa con il massacro di Madrid. E la capitale Usa medita la nuova strategia. Eta? Al Qaeda? Militanti Eta rinnegati, in contatto con fondamentalisti islamici? Il primo degli attacchi contro i Paesi che hanno appoggiato il presidente George W. Bush, Italia, Gran Bretagna, Polonia o la faida basca?

Capire la cultura del nemico è il solo modo per prevederne razionalmente i disegni e su questo rompicapo gli esperti americani spenderanno il primo, di tanti week end.

«L'Eta non ha legami conosciuti con Al Qaeda e non ci sono prove credibili di collaborazione tra le reti terroristiche. Nel novembre del 2001 otto agenti Al Qaeda sono stati arrestati in Spagna e uno era vicino a Batasuna, l'ala politica basca. Secondo il giudice Garzon, parte del blitz dell' 11 settembre è stata organizzato in Spagna. Terroristi Eta si sono addestrati in Libia e Algeria. Ma il disegno di Patria Basca e Libertà è laico, il disegno di Al Qaeda, la Base, è religioso» , dice uno dei cervelli incaricati di capire come la mattanza di Madrid cambi la guerra al terrore. «Siamo ancora alle ipotesi. Esplosivo basco, indizi islamici, l'Eta che smentisce a un giornale basco simpatizzante, Gara, la comprensibile prudenza del governo» .

Conversazioni, analisi e nuovi documenti ci anticipano la prima, approssimativa, reazione americana: «Contrariamente a voi europei, noi siamo persuasi, dopo averla combattuta in mezzo mondo, che Al Qaeda non sia un'organizzazione terroristica come le Br, l'Ira o Azione Diretta.

Condensiamo per i nostri uomini l'opera del sociologo spagnolo Manuel Castells, oggi docente a Berkeley, La nascita della società in rete ( tradotto dalla Bocconi). Castells spiega il concetto di “rete”, la società non cresce più a piramide, un mattone dopo l'altro come nell'antico Egitto, ma a nodi, uno dopo l'altro, del tutto estranei ma che insieme rafforzano la ragnatela del presente. Aziende, governi e Al Qaeda funzionano così. Un gruppo basco può avere fatto un patto, magari per soldi, con operativi islamici, senza input diretti da Osama Bin Laden» spiegano a Washington.

Un esercito di lillipuziani che marcia diviso, per colpire unito il nemico.

Per anticiparne le mosse, militari, intelligence e leadership politica prendono atto che non è più possibile operare sull'assunto del professor Samuel Huntington di uno «scontro di civiltà», Islam contro Cristianità (il saggio è tradotto da Garzanti). L'idea di Huntington è smentita dall'ordine di battaglia di Al Qaeda dopo l'11 settembre: i veri nemici di Osama sono i «rinnegati» , arabi che cercano il dialogo con l'Occidente, l'ambasciata giordana a Bagdad, la polizia irachena, i quartieri residenziali in Arabia Saudita.

Combattere la guerra secondo il canone Huntington sarebbe deleterio, malgrado non siano mancate le tentazioni in questo senso al Pentagono e alla Casa Bianca. Alla luce degli attacchi di Madrid, la nuova interpretazione della guerra al terrorismo passa attraverso lo studio di un volume ancora inedito, che gli studiosi Ian Buruma, del Bard College, e Avishai Margalit, della Hebrew University di Gerusalemme, pubblicheranno da Penguin Books. Che un ponderoso tomo accademico possa diventare arma contro il terrorismo e chiave delle stragi in Europa è solo l'ennesimo, misterioso, capitolo della guerra globale. Il saggio s’intitolerà Occidentalism,

Occidentalismo, e prende lo spunto dall' opera del critico di origine palestinese della Columbia University Edward Said, da poco scomparso,

Orientalismo (Feltrinelli). Per Said «orientalismo» è il modo occidentale di guardare all'Oriente, una lente deformata di pregiudizi, paternalismo, colonialismo, proiezione di se stessi sugli altri, inferiori, immaginati languidi, sensuali, violenti e primitivi.

Buruma e Margalit argomentano che esiste però un parallelo «occidentalismo» , la confusa visione del mondo sviluppato da parte degli orientali, che nella visione militante di Al Qaeda diventa offensiva militare e culturale. L'interesse dell'approccio di Buruma e Margalit per gli strateghi militari sta nel loro contrapporsi a Huntington. Non solo non c'è scontro tra le civiltà, ma anzi l'odio che smuove Al Qaeda e le sue ragioni adotta argomenti, temi, idee nati in seno al mondo occidentale. «Gli 'occidentalisti' vedono l'Occidente come disumano, una brutale macchina efficiente ma senza anima, a cui ci si deve opporre con la violenza». Israele, e gli alleati degli Stati Uniti nella guerra all'Iraq, «sono simbolo del male, idolatri, arroganti, immorali, un cancro che solo la morte può estirpare».

«Dall'analisi di Huntington, crociata di odio Oriente contro Occidente, scaturiva un modello militare da trincea, noi contro loro. Ma dall'analisi di Buruma è evidente che i fondamentalisti usano contro di noi un arsenale di ragionamenti che spesso prende in prestito concetti e comportamenti diffusi in Occidente. E allora ecco che Al Qaeda può colpire in Spagna, come a Bali, New York, Bagdad e Riad, odiando i dittatori laici musulmani come lo Scià di Persia o Saddam Hussein al pari di Bush e Aznar» . L'origine dell' «occidentalismo», il risentimento contro la civiltà occidentale, ha ramificazioni, secondo Buruma e Margalit, nelle teorie del nazifascismo, nello stalinismo, nella Conferenza di Kyoto del 1942 che propose «la guerra per battere la modernità». Lo scrittore ungherese Aurel Kolnai, già negli anni Trenta, parlava di «Guerra contro l'Occidente» e l'intellettuale iraniano Jalal al- e Ahmad coniò il neologismo «Ovestossine» , per deprecare la velenosa influenza euroamericana nei paesi in via di sviluppo. Ma al-e Ahmad nutre la sua propaganda di idee occidentali: da Hitler ai romantici tedeschi, perfino Robespierre e Saint Just.

«La strage di Madrid, sia di matrice domestica o internazionale, costringe a rivedere la strategia militare, dalla guerra di posizione a Kabul e Bagdad alla guerra di movimento in tre continenti». Il fronte non passa più tra Ovest ed Est, ma tra tolleranza e intolleranza, tra chi, in Occidente e nei Paesi arabi, accetta il dialogo e chi invece sceglie la violenza come unico strumento politico. «Da questo punto di vista — conclude l'analista che ha accettato di dialogare con il Corriere — l'inchiesta che dirà se si tratta di Eta o di Al Qaeda è importante per la polizia, ma meno per noi dell'antiterrorismo.

Perché la percezione dell'opinione pubblica mondiale, i titoli «Ground zero a Madrid» , inglobano già la strage nei parametri di guerra all'Occidente. L'immagine che scava le coscienze è una Al Qaeda europea, o una nuova Eta che ha scelto la scala terroristica 11 settembre». Se l'analisi di Buruma&Margalit è corretta, e la prima guerra globale diventa anche in Europa guerra civile tra tolleranza e intolleranza, sarà bene non dimenticare un concetto che gli esperti militari non sottolineano: «Se il nemico ci ruba idee e cultura non possiamo assomigliargli... nell'equilibrio tra sicurezza e libertà civili, non bisogna mai sacrificare la libertà... né opporre al loro fondamentalismo il nostro. La sopravvivenza delle nostre libertà dipende dalla volontà di difenderci contro il nemico esterno, resistendo alla tentazione dei nostri leader di usare la paura per distruggere le libertà».

Mi qualifico e lui di rimando: «Ma allora lei non è il Tale giornalista?»

- No, sono Vittorio Emiliani, giornalista, e vorrei alcune delucidazioni...

- No, se è lei e non quell’altro, non le rispondo.

- Come non mi risponde? Sono giornalista, ho diretto il “Messaggero”, se permette.

E sono stato anche membro del Consiglio Nazionale dei Beni culturali. Lei deve rispondermi.

- Ah, dunque lei mi minaccia...

Facciamo un passo indietro. Nel maggio scorso il ministro Giuliano Urbani ha deciso una turbinosa girandola di rimozione (vere), di promozioni (spesso fasulle), di trasferimenti e conferme, che ha suscitato un’ondata di proteste: Francesco Scoppola rimosso dalla Soprintendenza regionale delle Marche (dove operava con alacrità e rigore) senza alcuna destinazione; Elio Garzillo rimosso da analogo incarico in Emilia Romagna per un posto al Ministero, il loro omologo toscano Mario Lolli Ghetti retrocesso da Firenze ad Ancona dopo anni di intensa attività; il bravo Ruggero Martines spedito in promozione da Roma in Molise, e così via. Molti dirigente innalzati al rango di Soprintendenti regionali dai ruoli amministrativi al posto di tecnici esperti. In Piemonte nominato dirigente centrale l’ex segretario politico del ministro, che non è né un tecnico né un amministrativo del ramo Beni culturali. Infine, i direttori centrali moltiplicati da una trentina ad una quarantina “a spesa invariata”. Un miracolo laico. Siccome da settimane non se ne sa più nulla, mi vien voglia di avere qualche notizia di prima mano e così telefono all’ufficio stampa del Ministero. Dove lì per lì si limitano a dirmi che in serata (era martedì scorso) uscirà un comunicato esplicativo, poi mi indicano il dottor Nastasi del Legislativo come colui che ha seguito tutta la vicenda. Ecco come riprende il dialogo.

- Io la minaccio? Io le chiedo soltanto di fare il suo dovere, cioè di darmi le notizie che avrebbe dato ad un altro collega.

- Sì ma lui ha sempre scritto di Spettacoli...

- Scusi, ma questa è una notizia che riguarda soprattutto i Beni Culturali.

- Sì, ma lui scrive articoli corretti, mentre i suoi...

- Cosa vuole dire, scusi?

- Che sono articoli critici.

- E allora? La critica, se documentata, non è più ammessa?

- No, ma...

- Guardi che il Ministero non ha mai rettificato una sola riga dei miei articoli.

- Mi dica cosa vuole sapere.

- Dottor Nastasi, volevo sapere se la Corte dei conti ha sbloccato le nomine dei quaranta...

- Non c'era nulla da sbloccare...

- Scusi, ma aumentare il numero dei dirigenti centrali comportava una variazione nella spesa e quindi...

- Le dico e le ripeto che non c'era nessun problema, i soliti 30 giorni della Corte dei conti. Null'altro.

- Neppure sulla nomina dell'ex segretario politico del ministro Urbani a dirigente centrale in Piemonte?

- Neppure.

- Allora lei mi garantisce che tutto è sbloccato senza tagli di sorta?

- Ripeto: non c'è stato nessun problema checché le abbiano riferito i suoi informatori ministeriali.


Come sempre quando è in difficoltà, Silvio Berlusconi sfodera ottimismo ed efficientismo e il gioco gli pare fatto. Ma è difficile che la non-stop di quarantott'ore e tre tavoli allestita per domenica sera possa davvero ristrutturare la Casa delle libertà e rimettere i suoi abitanti d'amore e d'accordo cosette da nulla come il federalismo, il fisco, il sistema elettorale. Berlusconi ha perso a un tempo l'aura del venditore di miracoli, la rendita dell'imperatore circondato da vassalli obbedienti, la delega dell'azionista di poteri forti conniventi, Fazio e Montezemolo in primis. In sostanza, la bolla si è bucata. Ma la bolla-Berlusconi non era solo un equilibrio di governo. Era un (dis)equilibrio di sistema, l'anomalia impazzita che aveva ricombinato e incollato i cocci dell'esplosione dei primi anni 90, obbligando il bipolarismo forzoso all'italiana a funzionare. Il buco della bolla equivale perciò non a una crisi di governo ma a una crisi di sistema. Follini evidentemente lo sa e per questo non demorde. Non basta più il collante del governo, se nell'aria si sente un cambio di stagione che può portare frutti più copiosi. La ricostituzione del dissolto partito democristiano? Diciamolo con parole di oggi: il trasferimento dall'anomalia impazzita a un più normale comando centrista dei voti usurpati dal partito azzurro sul lato destro, e di quelli incastrati nell'incerto contenitore della Margherita sul lato sinistro. Non sarà la vecchia Dc ma un nuovo centro. Il centro, magari esile numericamente ma imprescindibile strutturalmente e rivendicabile storicamente, del sistema. Di un sistema non a due ma almeno a tre punte.

Fine del bipolarismo? Sarebbe azzardato sostenerlo mentre i più giurano e spergiurano che il bipolarismo non si tocca. Le incognite sono troppe per correre con le previsioni: crisi o no, elezioni anticipate o no, impugnate da chi, con quali argomenti e quali regole. Si vedrà quanto peso avrà la rivendicazione proporzionalista di Follini nella maratona della Casa delle libertà; ma più che ai passi tecnici, conviene guardare ai dati politici. I quali, come s'era capito nell'immediatezza del voto europeo, segnalano una crisi doppia del bipolarismo: nel centrodestra, e nel centrosinistra.

Solo che le due crisi non sono simmetriche, ed è questo che rende la partita più complicata e imprevedibile. Anche nell'Ulivo infatti la posta in gioco principale si chiama centro, ma a differenza che nella Casa delle libertà questa posta per ora non rafforza una delle sigle in campo, ma ne indebolisce due, la Margherita e i Ds. E nulla lascia prevedere che l'unico disegno chiaro in campo - firmato D'Alema e volto a perseverare dal listone al partito unico sotto comando diessino, con la Margherita disintegrata, Prodi imbrigliato e l'accordo con Bertinotti a scadenza - proceda liscio come l'olio.

Intanto perché la Margherita magari preferisce farsi integrare da Follini piuttosto che disintegrare da D'Alema. Ma soprattutto perché se il centro si ricostituisse autonomamente, rompendo i trattini con la destra e con la sinistra, la logica di sistema richiederebbe non più di fare due sinistre, una moderata che governa e l'altra radicale che non nuoce, ma una sinistra e basta che convince. Tutto un altro gioco (e non chiamiamolo vecchio Pci neanche per scherzo), del quale non si vedono né i presupposti né i programmi.

Sarebbe il caso di cominciare a profilarli. Senza aspettarseli da chi si diverte col triciclo, e senza aspettare il prevedibile scenario congressuale Ds per recitare ciascuno la propria prevedibile parte. Nella crisi che espone la maggioranza di governo e logora la maggioranza dell'opposizione, c'è un silenzio assordante sul versante sinistro che non porta nulla di buono, né idee né spostamenti, né grandi né piccoli passi. Dal correntone a Rifondazione riguarda tutti e non ha alibi. Più del 13 per cento dei consensi sono un lusso che nessun altro paese europeo può vantare e che non consente a nessuno di acquattarsi nel ruolo di una minoranza senza voce in capitolo.
© 2026 Eddyburg