Nelle elezioni di ieri c’è uno sconfitto ed è Berlusconi. Si dirà che queste sono elezioni europee. Ma queste europee, per gli italiani, sono due volte politiche. Perché eleggono il primo Parlamento dell’Europa allargata, e perché il voto contro Berlusconi annulla il fitto lavorìo di Berlusconi contro l’Europa, riattiva una dignitosa presenza dell’Italia nell’Unione Europea. Dunque elezioni che cambiano le carte in tavola. E tagliano nettamente la dimensione e la rilevanza di Berlusconi-padrone.
Questa non è una vicenda normale, non è l’oscillazione del pendolo di cui parla Arthur Schlesinger nella sua teoria dell’alternanza. Questo è un Paese esasperato da tre anni di finzioni, disastro, teatro e bugie. Il Paese è stato lacerato, la Costituzione offesa, ogni punto di raccordo tra cittadini - la nazione, la Patria, i soldati, la pace ma anche la scuola, il sentimento religioso, la scienza - tutto è stato spaccato per mettere italiani contro italiani, per creare sospetto, sfiducia, caccia all’avversario, pregiudizio, la più grande campagna di cinismo e di cattiveria mai lanciata nell’Italia dopo la Resistenza. Inclusa la negazione della Resistenza e la evocazione di un mostro comunista da buttare addosso ad ogni avversario. Forse è stata educativa ed esemplare la vicenda degli ostaggi. L’Italia avrebbe voluto unirsi alle famiglie degli scampati e al dolore del giovane ucciso. Ma lo spazio era occupato dalla cascata di bugie, vanagloria e contraddizioni di un presidente del Consiglio e dei due suoi principali ministri.
Essi, con versioni diverse e sviste clamorose di luogo, tempo e personaggi, hanno voluto occupare tutto lo spazio, tutti i media, hanno reclamato tutto il merito e si sono voluti vantare di aver guidato magistralmente l’azione a distanza, ore dopo il rilascio.
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Questa non è una vicenda normale in cui ciascuno dice la sua e poi il Paese decide. Il tema era l’Europa, ma l’Europa è la bestia nera di questo governo. Il rapporto Berlusconi-Europa è immortalato per sempre da quel primo giorno del semestre italiano in cui Berlusconi insulta il deputato tedesco Schultz. Il rapporto Berlusconi-Europa è nel comportamento da pessimo attore senza copione con cui Berlusconi ha condotto l’umiliante semestre italiano che - purtroppo - ha divertito il resto del mondo, e ridato vita ai peggiori cliché di tante barzellette anti italiane. Il rapporto Berlusconi-Europa è nella festosa definizione della Unione Europea come Forcolandia (Bossi) e nel tenace rifiuto a ogni cooperazione col sistema europeo della Giustizia «perché se no ci arrestano tutti» (il ministro Castelli).
Il rapporto Berlusconi-Europa è nell’avere prontamente schierato l’Italia in una guerra rifiutata da grandi maggioranze sia in Italia che in Europa, impedendo, insieme a quell’Aznar ormai scomparso dall’orizzonte politico, un vero rispettoso dialogo fra Europa e Stati Uniti. E mettendo l’Italia - adesso percepita come nemica - nelle condizioni di non poter partecipare in modo credibile a un progetto di pace in Iraq.
Intanto lui ha trasformato quel che resta della libera stampa italiana in regime, occupa i media fino a renderli ciechi, impone sulla vicenda guerra una censura e una invenzione di notizie che non si ricordava dal 1940. Nega persino ai soldati italiani, che in ogni istante rischiano la vita in combattimento, la definizione di “guerra” per la loro tremenda avventura, impedendo che tale possa risultare nel loro curriculum militare, dal quale si desumerà - invece - che stavano a Nassiriya in tranquille condizioni di pace.
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L’Ulivo - faticosamente e laboriosamente - ha fatto la cosa giusta: ha lavorato nelle città, grandi e piccole, nelle piazze, nel vero porta a porta che è il contatto quotidiano, dal Sud al Nord, da un capo all’altro della penisola, con i cittadini. Ha coinvolto i cittadini e i movimenti, ha individuato persone come Cofferati per conquistare Bologna, Lilli Gruber per andare in Europa (con l’esperienza europeista nuova di Bersani e Berlinguer e quella collaudata e solida di Pasqualina Napoletano). Ha fatto spazio alle candidate donne, ha votato in modo chiaro e semplice (tre righe di mozione) contro la guerra. Quella mozione è l’atto costitutivo e il simbolo di una azione politica nuova e più vasta: tutta l’opposizione per la pace.
Tutta l’opposizione per l’Europa e dunque per una politica estera che torni a dare dignità al Paese, fiducia agli italiani verso il nostro ruolo e il nostro futuro. Fiducia di tutti verso di noi cominciando dal nostro stare in Europa. Non siamo più il Paese del miliardario umorale che ormai l’opinione pubblica del mondo stenta a distinguere dal sultano del Brunei (i due ammassi di ricchezza sono vicinissimi).
Si traccia oggi un percorso politico i cui punti fondamentali sono il ritorno alla Costituzione nata dalla Resistenza, il rispetto per i diritti, lo sviluppo nella pace e che fa riferimento al nome e alla garanzia di Prodi, e prefigura un governo.
A Hollywood intitolerebbero “L’alba del nuovo giorno”. Noi preferiamo dire, guardando agli altri europei con un po’ di orgoglio: «Abbiamo scaricato Berlusconi».
GUARDATE con attenzione questi due spezzoni di cro naca, o forse di storia, che si svolgono da tre anni sotto i nostri partecipi occhi: lo spezzone America-Medio Oriente-terrorismo e lo spezzone Europa-Medio Oriente-terrorismo. Si svolgono su linee parallele, destinate probabilmente a convergere, ma il come e il quando non si conoscono. Secondo i canoni della geometria due parallele si incontrano all´infinito il che, secondo i canoni della politica, significa mai. Ciò ha sviluppato un terzo e un quarto spezzone: quello intra-europeo e quello Usa-Europa. Dalle diverse combinazioni di questi quattro elementi uscirà la storia dei prossimi mesi e dei prossimi anni.
Molti altri ufficiali dell´ex esercito saddamita sono stati reintegrati nelle loro funzioni e molti soldati sono stati richiamati alle armi. A Falluja e in tutta la zona sunnita dell´Iraq centrale questi provvedimenti sono stati accolti con favore dalla popolazione. Almeno per ora.
6. Gli ostaggi italiani nelle mani d´una sedicente Brigata verde di Maometto non sono stati ancora rilasciati. Nuove condizioni, di fatto irricevibili, sono state poste per la loro liberazione.
7. Le milizie sciite che fanno capo ad al Sadr sono ancora sul piede di guerra (insieme ai guerriglieri sunniti), a Najaf, a Kerbala, a Kufa, a Falluja, a Nassiriya, a Bassora. In quest´ultima città operano anche cellule di Al Qaeda. La situazione in molti quartieri di Bagdad è confusa. Vige il coprifuoco, lo stillicidio dei morti prosegue da ambo le parti.
8. Durante il mese d´aprile sono caduti sul teatro di guerra iracheno 131 militari americani. I feriti sono alcune centinaia. Numerosi anche i morti nella polizia irachena e tra uomini d´affari, executives e civili americani e occidentali. Le perdite di vite umane tra la popolazione di Falluja sono state fin qui oltre 1.200, i feriti alcune migliaia. La percentuale di bambini e ragazzi sotto i 14 anni è stimata al 20% del totale, cioè non meno di 250 per quanto se ne sa. Al di là di queste notizie non ufficiali, il fronte di Falluja è blindato. Di quanto sia veramente accaduto in quella città di 200mila abitanti, quanta parte di essa sia stata distrutta dai bombardamenti, quale sia lo stato sanitario e alimentare della popolazione è ignoto dopo due settimane e mezzo d´assedio e di battaglia.
9. Notizie e fotografie orripilanti sulle torture inflitte da soldati e ufficiali Usa (ai comandi di una generalessa) a prigionieri iracheni nel carcere di Abu Ghraib alla periferia di Bagdad, sono state diffuse dalle tv americane e pubblicate dai giornali di tutto il mondo. Analoghi comportamenti sembrerebbero riguardare anche militari inglesi, ma su questo punto non ci sono ancora prove. Il Pentagono era a conoscenza dell´accaduto dallo scorso gennaio. I media Usa hanno esitato a rivelare quanto sapevano tenendo nascosta la vicenda per tre giorni, alla faccia della famosa indipendenza e libertà della stampa americana.
10. Gli ultimi sondaggi che riguardano il consenso dell´opinione pubblica americana al presidente Bush circa la condotta del dopoguerra iracheno sono scesi al 46% e il trend è al ribasso. Ma il consenso per lo sfidante Kerry si mantiene tuttavia intorno al 32%. Bush s´indebolisce ma Kerry non intercetta i voti in uscita.
11. Sono in corso contatti intensi tra Zapatero, Chirac, Schröder e Blair sulla risoluzione da sottoporre al Consiglio di sicurezza dell´Onu.
12. Nel frattempo il contingente militare spagnolo in Iraq è rientrato in patria tempo di record.
13. Sono in corso anche contatti tra il dipartimento di Stato americano, Annan e Brahimi sul medesimo argomento d´una auspicata nuova risoluzione dell´Onu, nella quale - secondo quanto dichiarato dal segretario generale delle Nazioni Unite - si autorizzerà una forza multinazionale a restare in Iraq.
14. Sullo stesso tema Berlusconi ha parlato con Putin e Blair. Frattini con Powell e Annan.
15. Il 1? maggio 10 paesi europei sono entrati ufficialmente a far parte dell´Unione che conta ora 25 membri.
16. Altri morti e altri attentati e raid aerei nelle strade di Gaza. Scene di "ordinario" mattatoio, mentre il Likud boccia il piano di ritiro di Sharon.
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Che cosa si deduce da questo oggettivo elenco di fatti? La prima deduzione è che il recupero della sicurezza in Iraq resterà saldamente nelle mani del Comando americano e del nominando ambasciatore Negroponte se la sua nomina sarà approvata dal Congresso.
Di qui nasce una prima domanda: il Consiglio di sicurezza approverà dunque una nuova risoluzione che prenda atto di questa circostanza e accetterà comunque il coinvolgimento dell´Onu suggerito da Brahimi? Nel caso in cui il Consiglio accetti la risoluzione a maggioranza, la Francia e la Russia s´allineeranno o bloccheranno la delibera con il loro veto? La risposta dovrebbe arrivare entro il corrente mese di maggio. Da essa dipenderà anche l´atteggiamento, operativamente ininfluente ma politicamente d´un certo rilievo, dell´opposizione parlamentare italiana e in particolare delle forze riformiste che hanno dato vita alla lista Prodi.
Nel frattempo tuttavia è accaduta qualcosa che merita riflessione. In occasione della dolorosa vicenda degli ostaggi, rimasta ancora senza conclusione, il movimento pacifista è stato utilizzato come un "asset" positivo sia dalla maggioranza di governo che dai partiti d´opposizione. Allo stato delle cose questo "asset" s´è rivelato l´unico strumento efficace di pressione sui sequestratori, sebbene non ancora risolutivo. La tanto invocata politica estera "bipartisan" s´è finora materializzata solo sul punto che fin qui era stato il più controverso tra centrodestra e centrosinistra e all´interno dello stesso centrosinistra: le organizzazioni che si battono per la pace e per il ritiro delle truppe d´occupazione dall´Iraq sono state incoraggiate a scendere in piazza per favorire la liberazione dei tre italiani.
In tutto ciò c´è evidentemente un elevato tasso d´ipocrisia, ma il fatto politico resta: gli anatemi di Berlusconi e dei suoi sodali contro la piazza pacifista e "comunista" hanno dovuto cedere il posto a una sorta di riconoscimento forzoso ma non per questo meno significativo. A fronte di ciò il movimento pacifista, con l´eccezione della sciocca frangia dei "disobbedienti", ha rinunciato all´irruente vilipendio del presidente del Consiglio.
La mezza benedizione forzosa del centrodestra alle bandiere arcobaleno che seguivano il corteo promosso dalle famiglie degli ostaggi non cambia la sostanza delle cose ma indica però quale sia la forza dei fatti. La forza dei fatti dimostra eloquentemente che l´opzione militare non serve a nulla per sconfiggere la guerriglia d´un paese liberato e allo stesso tempo occupato.
Probabilmente l´opzione militare non serve granché neanche per portare avanti la sacrosanta lotta contro il terrorismo, che è tuttavia questione del tutto diversa dalla guerriglia anche se gran parte dell´establishment politico e mediatico fa di tutto per confondere insieme questi due differenti fenomeni.
La forza dei fatti e l´inutilità dell´opzione militare serve anche a rispondere a un´altra obiezione, sbandierata di continuo da quanti restano aggrappati all´opzione militare costi quel che costi in termini di vite umane.
L´obiezione è quella che prevede l´esplosione immediata della guerra civile in Iraq nel caso di ritiro delle truppe di occupazione. Contro questa obiezione si possono formulare i seguenti rilievi.
1. Perché mai e tra chi dovrebbe scoppiare la guerra civile? I curdi sono fuori dal quadro, il loro autonomo potere nel Kurdistan iracheno è già ben consolidato. I sunniti vogliono garantirsi libertà e autonomia nei territori dove sono da sempre maggioritari. Gli sciiti reclamano la guida della politica nazionale in forza della loro preponderanza numerica. Questi principi sono ragionevoli e largamente accettati da gran parte della società irachena.
2. La guerra civile è un´ipotesi mentre la guerriglia contro le truppe occupanti è una sanguinosa realtà. Bisogna mantenere questa sanguinosa realtà per paura che s´avveri un´ipotesi possibile ma non probabile? 3. Un´eventuale guerra civile non potrebbe essere evitata dalla presenza di forze militari che non abbiano partecipato alla guerra? 4. Qualora infine l´ipotesi della guerra civile risultasse così probabile e terrifica da imporre la permanenza delle truppe Usa e dei "volenterosi" alleati, quanto tempo dovrebbe durare la loro presenza? Se quel fantasma è ritenuto probabile oggi, lo sarà ancora tra un anno e anche tra 2 o 5 o 10. Nei Balcani i focolai di guerra civile si perpetuano dai tempi dell´invasione turca, mezzo millennio fa. Chi si ripara dietro lo schermo della guerra civile deve dunque dire la verità fino in fondo: l´Iraq non potrà essere restituito agli iracheni almeno per i prossimi dieci anni se basteranno. Dovrà essere affidato a un uomo forte, amico dell´America e puntellato dalla presenza d´una adeguata forza militare americana.
Questa è la verità di chi sbandiera il timore d´una (improbabile) guerra civile: un protettorato Usa a Bagdad. E allora diamoglielo. Noi europei, noi italiani, che ci stiamo a fare?
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Se verrà effettivamente incaricato, sarà interessante seguire le gesta del generale saddamita Saleh a Falluja. Quell´uomo, che in foto sembra un Saddam pacioso, sarà osservato con molta attenzione dalla Casa Bianca, dal Pentagono e anche a Londra al numero 10 di Downing Street. Con la dittatura di Saddam non c´erano in Iraq né la guerra civile né i terroristi di Al Qaeda. In compenso c´era il terrore per chi s´opponeva al dittatore.
Non si può dire che gli americani ci facessero gran caso. Infatti lo armarono con le famose armi di distruzione di massa affinché sconfiggesse l´Iran khomeinista e facesse funzione di gendarme del Golfo.
Saddam per fortuna non c´è più e questo è il solo tangibile risultato che però non compensa l´orribile sconquasso che ne è derivato. Ma ora la Casa Bianca coltiva l´unica vera ipotesi che la farebbe uscire dalla trappola irachena: una dittatura militare a Bagdad gestita da un dittatore fantoccio, capace tuttavia di tenere in riga i suoi sudditi con l´ausilio coranico dei mullah sciiti e degli ulema sunniti.
Questa mistura sarebbe l´esito finale della guerra irachena e della teoria sulla democrazia esportabile. Barbara Spinelli, in un bell´articolo sulla Stampa di 9 giorni fa ha scritto "Termidoro a Bagdad". Peggio cara Barbara, molto peggio del termidoro e del terrore bianco che seguì a quello robespierrista nella Parigi del 1795. Militari saddamiti e ayatollah coranici al potere con il puntello dei marines ricordano piuttosto una cupa Vandea.
L´Europa non c´entra e non ci deve entrare. Del resto valga il detto "chi rompe paga e i cocci sono suoi". Parole sante con questi chiari di luna.
IL CAPO dello Stato, con una lettera irritualmente resa pubblica, chiede al ministro di Giustizia che gli siano inviati "i fascicoli" per la concessione della grazia a Ovidio Bompressi e Adriano Sofri. Con quest´iniziativa, Carlo Azeglio Ciampi sembra voler liquidare finalmente le due anomalie che hanno finora impedito la soluzione del "caso Sofri". Anche se oggi la questione ? soprattutto per il coraggio e la determinazione di Marco Pannella ? va ben oltre il destino di un detenuto e interpella, come ha scritto il leader radicale, «l´esercizio di un potere costituzionale» e «lo stesso principio di legalità».
Occorre ricordare quali sono le due anomalie che affliggono l´affare. La prima anomalia si chiama Roberto Castelli. Il ministro di Giustizia ritiene di avere «un potere di concerto» nell´atto di clemenza, «una responsabilità politica» nel provvedimento. Addirittura «un potere d´interdizione». La grazia, in realtà, non è stata mai riconducibile al potere di indirizzo politico di un governo. Al ministro, la Costituzione assegna soltanto il compito dell´istruzione del provvedimento, quindi «un ruolo servente rispetto al Quirinale» (Michele Ainis). Il Guardasigilli istruisce "il fascicolo". Lo invia al capo dello Stato con una proposta favorevole o sfavorevole alla concessione. La sua controfirma al provvedimento di clemenza «è un atto dovuto» (Andrea Manzella, Francesco Paolo Casavola, Giuliano Amato). È la prima anomalia.
La seconda anomalia chiama in causa lo stesso capo dello Stato. Già in luglio Ciampi era pronto a concedere la grazia ad Adriano Sofri. Dinanzi al rifiuto del ministro, decide di non firmarla. La rinuncia rafforza l´infondata convinzione che la grazia sia un provvedimento duale, nella disponibilità di due soggetti: il capo dello Stato e il ministro di Giustizia. E in effetti è stata questa, finora, la prassi. La prassi ha avuto, però, sempre un principio sotteso, ineliminabile e decisivo: lo spirito di collaborazione tra le istituzioni. Sorprendentemente il ministro Castelli nega ogni collaborazione al presidente della Repubblica. Pronto a concedere la clemenza, Ciampi pubblicamente dice di avere già la penna in mano. Castelli decide di lasciarlo con la penna a mezz´aria. Per molti, questa è già la mossa ostile, e abusiva, che impone di modificare la prassi per ritornare alla lettura autentica del dettato costituzionale, quindi alla riappropriazione da parte del presidente della Repubblica di un potere che oggi gli appartiene in modo esclusivo, come ieri era esclusivo potere del sovrano.
Ciampi non ama gli strappi istituzionali e decide di aggirare l´ostacolo chiedendo al Parlamento di approvare una legge che gli assegni ciò che è già suo per la Carta e che glielo assegni anche se il detenuto non avanzi una domanda di clemenza. Quindi con una modalità già ora presente nella legge («La grazia può essere concessa anche in assenza di domanda o proposta», codice di procedura penale, art. 681). Anche questo tentativo di sminare il terreno evitando un conflitto istituzionale va a vuoto. La maggioranza boccia la proposta avanzata da Marco Boato: gli uomini di An pensano ancora che per avere un atto di clemenza bisogna abiurare; i leghisti sono in perenne campagna elettorale; Berlusconi tace e s´eclissa. Non è un male che le Camere affondino il pasticcio.
Ostinato a evitare ogni conflitto, Ciampi in queste settimane, con discrezione, chiede al ministro attraverso i suoi "ambasciatori" di inviargli «le istruttorie in materia di grazia». Castelli fa finta di nulla. Ciampi decide allora di pubblicizzare la sua iniziativa e Castelli, dopo aver negato al mattino di aver ricevuto una lettera dal Quirinale, ammette a sera di aver letto «solo oggi» la missiva spedita due giorni fa per concludere che «per cortesia istituzionale» invierà le carte anche se questo «non implica un´adesione alla richiesta di grazia». L´espressione è ambigua. Castelli maneggia male il glossario e non si comprende se questa precisazione annuncia che egli invierà la documentazione con il suo parere negativo. O, al contrario, che rifiuterà di "controfirmare" il provvedimento di clemenza.
Quali che siano alla fine le decisioni del Guardasigilli, la lettera del capo di Stato comincia a fare un po´ di luce in un affare che, limpido nella lettura della Carta, è stato oscurato da interpretazioni quietiste e mosse illegittime (o forse soltanto ignoranti).
Con la sua iniziativa, Ciampi ribadisce che il potere di grazia è una assoluta, esclusiva prerogativa del suo ufficio. Ricorda che la collaborazione del ministro si limita all´istruzione e all´invio del fascicolo al Quirinale e non può trasformarsi in potere di interdizione. Sono mosse chiare, inequivoche e necessarie, che tuttavia avviano un percorso istituzionale, ma non sollecitano all´ottimismo. La conclusione di questo affare potrebbe ancora non essere rapida né priva di conflitti. Al contrario, se si ha a mente il comportamento distruttivo del «principio di legalità», per dirla con Pannella, tenuto dal Guardasigilli, chi può essere autorizzato a credere che Roberto Castelli si sia convinto a rispettare le regole (direi, il decoro) del suo ruolo? Ha fatto orecchie da mercante in queste settimane dinanzi agli inviti del Quirinale. Ha negato l´esistenza della lettera di Ciampi. Quando ne ha ammesso l´esistenza, provocatoriamente s´è appellato alla sola «cortesia», non al dovere istituzionale, lasciando scivolare una obliqua minaccia: boccerò la richiesta o non la controfirmerò.
Da qui a qualche settimana (Castelli già parla di mesi), il confronto tra Governo e Quirinale potrebbe dunque riproporsi. In queste forme. Ciampi riceve i fascicoli, non tiene conto del parere negativo del ministro (obbligatorio, ma non vincolante) e firma un provvedimento di clemenza per Bompressi e Sofri. Castelli non lo controfirma. La firma di Castelli è un atto dovuto, abbiamo già detto, perché il ministro «non ha nessuna responsabilità di merito» (Augusto Cerri), ma soltanto il dovere del consueto controllo di legittimità. Senza quella firma, però, i detenuti restano in prigione (le chiavi delle celle sono nella tasca del ministro). È vero, la grazia potrebbe essere controfirmata dal presidente del Consiglio. «È controfirmatore idoneo o meglio eccellente» (Franco Cordero). Ma avrà voglia Silvio Berlusconi di farlo alla vigilia delle elezioni e in contrasto con il suo miglior alleato nel governo? Senza una controfirma quell´atto di clemenza è monco e sterilizzato. Al capo dello Stato si presenterebbe soltanto una strada, la più dolorosa: sollevare il conflitto di attribuzione dinanzi alla Corte Costituzionale.
Ha ragione Marco Pannella. In questa storia, c´è ancora spazio per altri trabocchetti. Ha torto, però, il leader radicale a non vedere, nella lettera firmata da Ciampi, il «gesto che inequivocabilmente dimostra che il presidente è tornato libero di fare quello che la Costituzione gli chiede e gli consente di fare».
Rinunci oggi allo sciopero della sete. La difesa della Costituzione da illegittimi poteri d´interdizione o di indirizzo politico potrebbe richiedere il suo coraggio domani.
Tu sindacato porti per le strade di Roma ottanta, centomila persone per una forte, motivata manifestazione contro la de-forma Moratti? E io ti organizzo un convegno “azzurro” pro-Moratti con trecento persone e i “miei” telegiornali nazionali – che ormai sono cinque su sei – gli dànno un minutaggio praticamente uguale a quello del tuo bel corteo sindacale riducendone di molto l’effetto mediatico. Per carità, i convegni meritano rispetto, soprattutto se a fare da relatore c’è un genio della politica come Sandro Bondi.
Però qui siamo ad un passo dalla Stefani, dall’agenzia unica del regime la quale forniva ai giornali del ventennio le “veline” dicendo loro cosa non dare, cosa dare e come darlo (eventualmente) ai lettori. Quanto è successo nella informazione televisiva di sabato rispetto al grande, vitale, generoso corteo di Cgil, Cisl e Uil a tutela di un bene fondamentale qual è, nonostante tutti i suoi acciacchi, la scuola pubblica non ha forse precedenti : ovviamente né i Tg della Rai né quelli di Mediaset potevano ignorarlo. Però, con l’ormai isolata eccezione del Tg3, gli hanno subito appiccicato e contrapposto il convegno di Forza Italia sulla “riforma” Moratti tanto cara al premier. E così sono stati in buona parte oscurati nella comunicazione radiotelevisiva gli sforzi degli organizzatori sindacali, l’abnegazione dei tanti partecipanti arrivati da tutta Italia con un tempo da lupi, i loro argomenti così netti e competenti a salvaguardia del tempo pieno e di altre conquiste maturate in Italia dalla fine degli anni ’60.
La sproporzione fra quel corteo di massa e quel convegno al chiuso di una sala era oggettivamente enorme. In termini giornalistici il primo era un fatto costruito da decine di migliaia di persone, di famiglie, di operatori e da tre sigle sindacali nazionali che un bel peso ce l’hanno ancora. Un fatto che meritava un ampio servizio, un racconto a più voci. Com‘è poi avvenuto su molti giornali domenica mattina.
Mentre il secondo era una notizia da registrare, certamente da dare, come si dà un convegno significativo sul tema della scuola. Capisco che questo della scuola pubblica – al pari di quello della sanità pubblica e magari della casa e dell’affitto che non ci sono più – stia diventando per il governo un autentico ginepraio in cui Berlusconi ha creduto di potersi ficcare con la banale formuletta finto-moderna delle tre I e nel quale non sa più come districarsi. Un po’ per l’evidente inadeguatezza del ministro Moratti. Un po’ perché il suo progetto va a separare, ad un certo punto, educazione e formazione in modo vecchio e classista, perché scarica altri pesi sulle famiglie che già ne portano troppi, perché non garantisce alcuna delle vere modernizzazioni di cui questa scuola ha bisogno da tempo, e poi perché, alla fine, è fin troppo evidente lo scopo di favorire l’istruzione privata. La quale, almeno a livello di scuole confessionali, è come avvitata in una crisi senza fondo (soltanto a Roma le mancano migliaia di insegnanti e stanno ansimando anche vecchi Licei di tradizione dove si pagano da tempo rette più che salate).
Quindi anche questo modo di neutralizzare in sede di comunicazione di massa, nel sommario stesso di radio e telegiornali, i fatti concreti prodotti dalla contestazione di massa della de-riforma Moratti (discorso analogo potremmo fare per la sanità pubblica, per il caro-prezzi imputato all’euro, per la politica ambientale e così via) diventa alla fine un gesto disperato. Volto, come tanti altri, ad occultare la realtà vera del Paese, cosa si muove effettivamente dentro di esso.
Gioco disperato condotto con la solita carica di cinismo: Berlusconi sa benissimo che una larghissima fetta di elettorato, in specie le fasce più anziane e quelle più giovani, leggono poco i giornali e si formano davanti al video un’opinione sui fatti del giorno. Secondo il Censis, il 62 per cento e oltre delle italiane e degli italiani, contro un 21-22 per cento che s’informa sui quotidiani. Lui ci prova. Però la scuola pubblica minacciata coinvolge milioni di persone, la sanità pubblica pericolante pure, l’inflazione più alta di tutta l’Europa che ha adottato l’euro non parliamone. E il catalogo negativo potrebbe continuare.
Tutto ciò conta e conterà al momento del voto, alla prima scadenza di giugno. Ma sottolineare quel gioco cinico, quel comportamento da bari dell’informazione si deve. Con più forza. E insieme si devono costruire dal basso, da queste esperienze di lotta in corso, programmi condivisi di “ricostruzione” democratica del Paese, i quali trovino domani un’ampia e convinta maggioranza di consensi. In questa “ricostruzione” democratica il tema dei Media, dopo quasi tre anni, ormai, di omologazione teleguidata, di falsificazione, di omissione, quindi di inquinamento profondo delle coscienze e delle conoscenze, ha un ruolo più che mai strategico. Sul quale è indispensabile lavorare unitariamente, giorno dopo giorno.
Secondo una dichiarazione riportata da Repubblica poco dopo la sua nomina, il ministro dell´Economia Domenico Siniscalco ha detto di non credere al declino dell´industria italiana. Quel che ad alcuni sembra un declino sarebbe in realtà l´esito di una profonda trasformazione della nostra struttura industriale.
Il parere del ministro merita un commento per due ragioni. Anzitutto nella elaborazione di interventi eventualmente diretti a contrastare il declino dell´industria, meglio ancora a rilanciarla, il ministero dell´Economia conta assai più dell´evanescente ministero per le Attività produttive. Anche perché esso controlla tramite il Tesoro alcuni degli ultimi pezzi pregiati dell´industria italiana, Eni e Finmeccanica, per i quali sono in vista novità importanti, tra cui la creazione di Finmeccanica 2. Se il suo titolare per primo crede che il declino non esista, tali interventi non vi saranno, o avranno un indirizzo molto diverso. In secondo luogo un parere analogo nella sostanza a quello del ministro è stato espresso di recente da autorevoli esponenti del centro sinistra. In questo caso esso si rifletterebbe nel programma di quest´ultimo per le prossime elezioni politiche, supponendo che prima o poi esso veda la luce.
Affermare che l´industria italiana non soffre di declino, bensì si è trasformata, può significare almeno tre cose diverse. Che certi settori dell´industria sono sì scomparsi, ma ne sono emersi altri che prima non esistevano o erano di modesto peso. Oppure che uno stesso settore si è differenziato al suo interno, e sebbene continui a venir designato con il medesimo nome produce beni e servizi differenti. Infine la stessa affermazione può voler dire che un intero settore, caratterizzato un tempo da poche grandi imprese, si è frazionato in gran numero di imprese piccole e medie. Come settore nel suo complesso continua a prosperare, ma le dimensioni ridotte di ciascuna impresa fanno sì che il settore sia diventato invisibile o quasi ai tradizionali metodi di misurazione delle attività economiche.
Riguardo ai primi due modi di concepire le trasformazioni dell´industria, le statistiche internazionali non offrono in verità molti appigli per sostenere che l´industria italiana, indossate nuove vesti, gode tuttora di buona salute. Si prenda ad esempio l´elenco delle Global 1000, le prime mille società del mondo classificate in base al loro valore di mercato, pubblicato ai primi di agosto da "Business Week". La prima cosa che salta all´occhio in tale elenco è che tra le prime 50 ben 36 sono società o gruppi industriali, e industriali sono le prime quattro: General Electric, Microsoft, Exxon e Pfizer. Il primo gruppo italiano in classifica è l´Eni, al 37? posto, con un buon avanzamento rispetto al 2003 quando era 50?. Tra l´86? e il 105? posto si collocano Enel, Tim e Telecom Italia. Dopodiché per trovare altre imprese industriali italiane occorre scendere verso il 750? posto, dove stanno fianco a fianco Edison e Luxottica. Saltando un altro centinaio di scalini verso il basso si incontrano finalmente il gruppo Fiat (841?) e Finmeccanica (850?, con un forte balzo all´ingiù perché nel 2003 l´analogo rapporto la poneva al 669?), strette tra un folto gruppo di corporations non appartenenti, parrebbe, ai primi paesi industriali del mondo. Sono infatti spagnole, canadesi, taiwanesi, tailandesi, messicane.
Che cosa si può trarre da tale elenco a favore dell´ipotesi che l´industria italiana non declina bensì va trasformandosi? Piuttosto poco. La sola novità - per quanto significativa - è rappresentata dal gruppo Luxottica, diventato il primo produttore mondiale di occhiali. Il cui valore di mercato è più elevato del gruppo Fiat - 7,3 miliardi di dollari rispetto a 6,4 - ma le cui vendite sono diciassette volte minori: 3,4 miliardi di dollari contro 57,7 nel 2003 secondo il dossier di "Business Week". In altre parole ci vorrebbero in Italia altre diciassette novità come Luxottica per pareggiare i volumi di vendita, e quelli correlati di produzione e di occupazione diretta e indiretta, dell´ultimo grande gruppo manifatturiero esistente in Italia.
Per il resto dall´elenco in parola il quadro che si ricava dell´industria italiana appare così connotato: tolte le prime quattro (Eni, Enel, Tim e Telecom Italia), le altre cinque si collocano verso il fondo della classifica, dietro a centinaia di società appartenenti a paesi più piccoli o meno sviluppati dell´Italia. Per di più una prospettiva comparata le imprese industriali italiane sono scarse: appena 9 sulle 23 società incluse nell´elenco, una minoranza, mentre quelle britanniche sono 40 o più su 73, le francesi 32-33 su 44, le tedesche 23 su 35. Infine le nove imprese industriali italiane producono precisamente i beni ed i servizi descritti dalla loro ragione sociale, come più o meno fanno sin dalla nascita. Ossia non si sono trasformate affatto, nel senso di avere costituito entro di sé sottosettori che a fronte di una crisi di lungo periodo delle produzioni tradizionali assicurerebbero comunque la sopravvivenza e la crescita del gruppo. Salvo voler considerare rivoluzionario il fatto che l´Enel abbia una consociata telefonica, o salvifico per il gruppo Fiat avere acquisito delle partecipazioni in campo energetico.
Resterebbe, dalla parte dell´ipotesi "non declino ma mi trasformo", che stando alle dichiarazioni ricordate all´inizio apparirebbe curiosamente bipartisan, l´obiezione che le imprese industriali italiane sono ormai quasi tutte delle piccole-medie imprese, nessuna delle quali ha una stazza sufficiente per entrare nell´elenco delle Global 1000 di "Business Week", o in quelle simili redatte annualmente da "Fortune", "Financial Times", o Standard & Poor´s. Come a dire che l´industria italiana c´è, ed è solida, ma le sue unità hanno - volutamente e felicemente - dimensioni troppo limitate per poter essere captate dalle grezze lenti delle classifiche internazionali. Con l´implicazione che l´Italia sarebbe l´unico paese al mondo che insiste a definirsi industriale non avendo più imprese industriali capaci di far ricerca e sviluppo su larga scala, di reggere alla concorrenza internazionale grazie alla novità ed alla qualità dei suoi prodotti più che alla compressione del costo del lavoro, e di avere in mano propria, piuttosto che nelle mani di gruppi economici di altri paesi, i centri di governo della propria attività.
Nell´iconografia tardomedievale una nave dei matti scioglie le vele al vento. Tale l´Italia berlusconiana. Basta dire i nudi fatti e viene fuori una versione italiana delle arringhe contro Filippo il Barbaro (Demostene, Atene 349-340 a.C.): l´aspetto originale sta nell´impasto d´ilare e macabro; cose da ridere se fosse una pantomima, ma è reality show dove un paese tira le cuoia. Nel salotto televisivo l´affarista conquistatore mugolava meraviglie cum figuris: imposte lievi, al diavolo l´austerità, opere pubbliche quali non sognavano i Faraoni, difendere i deboli, largo ai giovani; ciarle da fiera. Il destino baro vuole che 3 italiani su 10 le bevano: seguono 38 mesi d´inedia; aspettavano vacche grasse, le vedono fameliche, pell´e ossa. L´unico che s´arricchisca ancora, vertiginosamente, è lui, signore dell´illusione televisiva. Le urne lo puniscono. Due alleati su tre, usciti più o meno bene dalla prova, gli saltano addosso intavolando l´odiosa questione del debito pubblico. Venerdì 2 luglio presenta sul piatto la testa del Gran Visir d´economia virtuale; i soliti cantori intonano salmi: viva il nuovo corso aperto al pensiero collegiale. Domenica 4 riesplode l´egomania: prende lui il ministero vacante, un mostro a 5 teste; lo terrà fino a quando abbia riassestato i conti tagliando le imposte, due obiettivi assai poco compatibili. Nella nuova veste l´indomani vola a Parigi, annuncia che raschierà 7.5 miliardi, ottiene l´ovvio rinvio dell´early warning e torna vincitore, applaudito dai musicanti. Lunedì batte il pugno sul tavolo quando uno dei due alleati obliqui, mite democristiano in servizio permanente effettivo, ventila l´uscita dal governo: un ultimatum?; attento, così perde mezzo partito (id est, lui se lo compra). Ventiquattr´ore dopo appare remissivo: starà solo qualche giorno al ministero Moloch; ma l´ira traspare dalla minaccia d´andare alle urne sterminando i ribelli; e convoca un summit non stop da domenica sera, come nelle crudeli gare di ballo d´una volta, finché i meno resistenti cadano esanimi.
Giovedì 8 il governatore della Banca d´Italia nota quale suicidio sia ridurre le imposte gonfiando il debito pubblico, e lui non fiata. L´avvenimento interessante va in scena alla Camera. Bisognava discutere un ddl votato da Palazzo Madama sul conflitto d´interessi. Questione capitale. L´ammettono persino i finti ragionatori neutrali: è molto abnorme avere al governo, con poteri ignoti alla storia parlamentare, il padrone delle televisioni commerciali, egemone della Rai, arcieditore, banchiere, mercante, assicuratore, mani in pasta dovunque corrano soldi; classica situazione da óstracon, il coccio sul quale gli ateniesi scrivevano il nome della persona che fosse prudente escludere dalla contesa politica; l´unico antidoto sono le incompatibilità, ma il Centrosinistra al governo, traviato da cabale stupido-furbesche, non se n´è occupato. Questione insoluta, né era pensabile che la risolvesse lui, reinsediato una seconda volta dalle reti Mediaset: ha mascelle da caimano; e non è ragionevole aspettarsi una signorile astinenza dai caimani. Il ddl n. 1707D, infatti, modula l´idea sbalorditiva che il dominus d´un impero economico, quasi monopolista dei media, sia idoneo agl´incarichi governativi, purché non figuri negli organigrammi societari: quattro letture (28 febbraio e 4 luglio 2002, 22 luglio 2003, 10 marzo u.s.) apportano varianti cosmetiche; e arriva a Montecitorio l´8 luglio. La Cdl l´ha sempre votato militarmente. Stavolta coup de scène: è deserto il banco del governo; nemmeno un sottosegretario, tutti irreperibili; e trattandosi d´un disegno governativo, i regolamenti impongono il rinvio. Perché l´augusto interessato non vuole che diventi legge? Gliel´avevano cucito addosso, uno dei tanti doppiopetti. La risposta discende dall´art. 6: l´Antitrust sorveglia; accerta effetti distorsivi; applica pene pecuniarie; riferisce al Parlamento. Funzioni innocue se, qual è ora, non avesse un difetto. Lo dicono insensibile al vento d´Arcore: B. non se ne fida; e siccome il mandato scade tra sei mesi, la creatura resti nell´utero fino ad allora. L´art. 7 attribuisce analoghi poteri al garante delle comunicazioni. Qui Re Sole, anzi Lanterna (magica), corre minori rischi. Nel rapporto annuale, 9 luglio, il presidente diverte l´uditorio: Mediaset e Rai rastrellano l´86.5% della pubblicità; inutile dire chi sia il leone, ed era notorio che la soglia massima (30% rispetto al singolo operatore) fosse allegramente superata da sei anni; insomma, ventila ipotetiche sanzioni verso la fine del corrente mese; quali, non sappiamo, dall´innocuo biasimo in su; dipende dalle «precedenti istruttorie», al lume delle nove norme, essendo ormai in vigore la malfamata l. Gasparri, talmente fuori del quadro costituzionale da essere rinviata alle Camere, il cui secondo voto l´ha ritoccata pro forma. I vecchi oratori usavano dire «risum teneatis».
Domenica sera una cena chic apre il torneo a Palazzo Chigi. L´ormai insopportabile alleato democristiano chiede anche che il conflitto d´interessi sia presto risolto (rectius nascosto). L´anfitrione l´accoglie schiumando: sia meno ipocrita; sa benissimo perché gli elettori hanno risposto male; bisognava abrogare l´infausta l. 22 febbraio 2000 n. 28 che impone alle emittenti televisive una relativa par condicio nelle campagne elettorali; chi l´ha impedito?; lui; continui e subirà vendette Mediaset («le mie televisioni»). Invano quel mellifluo ciambellano venuto dalla più profonda seconda Repubblica, Talleyrand italiota, s´affanna a diluire l´effetto funesto. Nelle cronache del dialogo dietro le quinte («Corriere della Sera») l´epilogo è ancora più edificante. Non era una minaccia politica, spiega Sua Maestà, ridiventato affabile: sei milioni d´elettori democristiani guardano la tv, possibili clienti delle imprese che fanno pubblicità «sulle mie reti»; come può pensare che se li alieni? L´argomento interessa Antitrust e garante delle comunicazioni. Nell´uditorio del predetto rapporto sedeva l´ex-filosofo della scienza già fautore della ghigliottina Mani pulite, poi folgorato dal sole d´Arcore, furioso antigiustizialista, ora presidente del Senato, e in sorridente chiave dottorale rileva quanto poco influiscano gli schermi sulle scelte elettorali; col suo permesso, preferiamo l´analisi berlusconiana: ha influito la maledetta par condicio. Meno politico del macedone, l´odierno Filippo ha un punto debole nei fiotti verbali: governa l´Italia sull´ipotesi d´un virtuoso disinteresse negli affari Mediaset (ipotesi assurda, come se postulassimo Attila convertito in san Francesco: esistono limiti alle metamorfosi che Freud chiama Reaktionsbildungen); e davanti a testimoni afferma d´essere l´autentico imprenditore. Manca poco che salti il tavolo. Nella seconda seduta, lunedì 13, riazzanna Biancofiore: «gli spacco il partito»; «vuol distruggermi ma lo distruggo prima io». L´alleato infìdo post-Msi rifiuta inorridito il ministero dell´economia. Sua Maestà guarda torvo: troverà qualcuno; e medita stanziamenti monstre, se no «sarebbe una flebo al cadaverino» (riconosciamogli l´estro verbale), più i tagli Irpef senza i quali sarebbe infallibilmente sconfitto (diagnosi sua); non sa che anche i re taumaturghi soggiacciono al 2+2=4? Martedì 13 persiste lo stallo nel negoziato: diventa norma lo schernevole pastiche sul conflitto d´interessi; l´Istat segnala l´ennesimo scatto del debito pubblico. La nave dei folli imbarca acqua.
Quando una quindicina d´anni fa, prima ancora che fosse smantellato il muro di Berlino, le ideologie caddero e si infransero, le tanto evocate classi e le tanto celebrate masse uscirono di scena lasciando libero campo all´emergere dell´individuo e alla teorizzazione dell´individualismo, qualcuno si preoccupò. Si preoccupò dell´avvento del pensiero unico. Si preoccupò delle sorti del liberalismo e della democrazia. Si preoccupò della volubilità della folla, una summa occasionale di individui, privi di rapporti consapevoli tra loro e tenuti insieme da un "transfert" che avvince ciascuno di loro ad un punto di riferimento esterno, ad un capo, ad una stella filante che ne suscita le emotività e le guida laddove i suoi interessi e/o le sue visioni lo portano.
La folla e il capo. Quasi sempre anche il capo soggiace ad un transfert di natura narcisistica, si invaghisce di se stesso, sviluppa un rapporto ipertrofico con il proprio io. Fenomeni del genere si sono più volte ripetuti nel corso dei secoli. Anche nel Novecento tutte le volte che, al di sotto della crosta ideologica, si è materializzata l´immagine del capo carismatico e l´auctoritas ha ceduto il posto al culto della personalità.
L´esistenza di solide democrazie liberali ha impedito che le aberrazioni ideologiche e il totalitarismo del capo dilagassero; ha fatto argine, contrastando e infine sconfiggendo quella collettiva rinuncia alla libertà, all´eguaglianza, alla critica del giudizio.
Ma poi il male scacciato dalla porta è in parte rientrato dalla finestra, sia pure come farsa al posto della tragedia. Ed ora è con questa farsa che siamo alle prese. Democrazie guidate da opinioni pubbliche fragilissime, soggette all´impatto con tecnologie estremamente sofisticate e possedute da poche mani, usate con spregiudicata e spesso feroce determinazione.
Il terrorismo è nato in questo contesto. L´antiterrorismo crociato e fanatizzato idem. Si somigliano e si alimentano vicendevolmente. La democrazia è il loro comune nemico.
Per fortuna la cultura della libertà e le istituzioni della democrazia sono ancora largamente vigilanti e operanti. Dobbiamo, tutti quelli che sentono la loro appartenenza a questi ideali, essere consapevoli che siamo ad un punto importante di questo confronto planetario. Dobbiamo investire tutte le energie intellettuali delle quali disponiamo con razionalità e impegno civile. Non dobbiamo cedere allo sconforto che spesso ci prende, alla tentazione di assentarci di fronte alla stupidità montante e di isolarci nella solitaria testimonianza.
Questo è il momento dell´impegno e della passione civile, non dello sberleffo e del motteggio ai bordi del campo. Questo è il momento delle scelte, ponderate ma nell´interesse della società in cui viviamo, europea e italiana.
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Il quadro dei rapporti interatlantici tra Usa ed Europa ha registrato in questi giorni una serie di modifiche e di importanti accelerazioni. La celebrazione dello sbarco in Normandia del 6 giugno del ?44, presenti su quelle spiagge tutti coloro che parteciparono a quella battaglia epocale di sessant´anni fa, da una parte e dall´altra del fronte di allora. La risoluzione unanime del Consiglio di sicurezza dell´Onu sulla situazione del dopoguerra iracheno. La riunione quasi simultanea del Gruppo degli Otto a Sea Island.
Si tratta di eventi complessi che si prestano a essere variamente interpretati e difformemente raccontati. Sicuramente sono eventi strettamente interdipendenti. Sicuramente i rapporti interatlantici ne sono usciti migliorati. Una parvenza di autorità dell´Onu è stata recuperata. Il peso del tandem francotedesco come punto di gravità dell´Europa è stato rafforzato ed esplicitamente riconosciuto da Bush e dal governo Usa.
Direi che su questi esiti non c´è discussione: sono comunemente riconosciuti da tutti. Resta la domanda su chi abbia mutato atteggiamento, domanda non oziosa poiché può fornire indicazioni sull´evolversi della situazione nel prossimo futuro.
Bush doveva preparare una credibile strategia per uscire dalla trappola irachena: strategia indispensabile se vuole riguadagnare il consenso necessario per il suo secondo mandato presidenziale (prossimo novembre). Aveva bisogno dell´avallo del Consiglio di sicurezza, cioè di quelle potenze che si erano opposte alla guerra preventiva e solitaria degli angloamericani contro l´Iraq e alle non previste (da loro) conseguenze che ne sarebbero derivate.
A questo scopo Bush ha partecipato alla celebrazione del D-day in Normandia. Citerò il giudizio di un osservatore lucido e non partigiano che sintetizza icasticamente quanto è accaduto in quell´occasione (Sergio Romano sul Corriere della Sera del 7): «Dietro il sipario della retorica si sono svolti due eventi diversi: uno spettacolo sul proscenio in cui l´Europa ringraziava l´America per la sua generosità, e un altro nelle quinte in cui l´America chiedeva un prezioso aiuto politico ai rappresentanti di quei paesi che sessant´anni fa ha combattuto o liberato: Francia, Germania, Russia (all´Italia non aveva da chiedere nulla se non la continuazione di una presenza militare che Berlusconi non è comunque in grado di negargli)».
Così Sergio Romano, con il giudizio del quale interamente concordo.
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Che cosa ha concesso Bush e che cosa ha ottenuto dalle potenze sopracitate? Bush ha concesso la rinuncia alle guerre preventive e solitarie; il riconoscimento del ruolo del Consiglio di sicurezza dell´Onu come luogo di mediazione e di legalizzazione dei conflitti internazionali; un calendario di scadenze per il trasferimento di sovranità ai «poteri forti» iracheni; una data limite nella permanenza delle truppe della Coalizione in Iraq (dicembre 2005); una conferenza internazionale sul riassetto dell´intera regione mesopotamica.
Bush ha ottenuto: la risoluzione unanime del Consiglio di sicurezza che legalizza il governo transitorio di Bagdad; la presenza dell´Onu come consulente del predetto governo per la redazione di una legge elettorale e per l´effettuazione delle elezioni politiche da tenersi entro il gennaio 2005; il potere della Coalizione di gestire - d´accordo col governo transitorio iracheno - la sicurezza del Paese.
Inutile aggiungere che il manto dell´Onu legalizza un governo transitorio i cui componenti sono stati indicati e/o risultano graditi all´Amministrazione Usa e ai "poteri forti" iracheni che si riassumono nel nome dell´ayatollah Al Sistani, capo religioso dei moderati sciiti, ispirati a loro volta dalle autorità religiose iraniane.
Al lato di queste reciproche concessioni la Germania ha ottenuto l´appoggio Usa alla sua richiesta di un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza, dove entrerà anche il Giappone.
È stata una svolta? Per certi versi sicuramente sì. Per chi aveva subordinato la presenza militare in Iraq a un ruolo dirigente politico e militare dell´Onu, sicuramente no. Ciascuno si regoli come crederà opportuno, ma i fatti e i dossier dicono questo e non altro.
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In aggiunta a queste vicende di portata internazionale la vigilia elettorale italiana ne ha registrata una più domestica ma carica di emotività in parte reale e in parte artificialmente eccitata: il rientro in patria dei tre ostaggi sequestrati nei sobborghi di Bagdad dopo cinquantasei giorni di prigionia.
Tralascio le modalità di quella liberazione, ancora largamente ignote. Il senso di sollievo e di gioia per essa è stato comunque unanime né poteva essere altrimenti.
Due circostanze comunque risultano chiare: sono tornati sani e salvi e il come importa poco; il loro ritorno ha avuto come effetto consequenziale la totale occupazione del sistema mediatico da parte di Berlusconi e, in misura minore ma significativa, di Gianfranco Fini.
Non sappiamo (lo sapremo domenica sera) se questa occupazione totalitaria avrà ripercussioni rilevanti sul voto di domani. Certo da parte di chi detiene il potere, tutto è stato fatto affinché quel rientro interferisse sul voto. In un´opinione pubblica volatile è possibile che qualche effetto vi sia.
Del resto Berlusconi sa che sta giocando una decisiva partita e perciò non bada ai mezzi. Vale sempre di più la massima che il mezzo è il messaggio.
Quando ci furono diciannove nostri militari uccisi a Nassiriya e quando, poco dopo, ancora un altro militare italiano morì nello scontro con le milizie di Al Sadr, il sistema mediatico cavalcò quei luttuosi avvenimenti per trarne vantaggio per il governo. Ora che gli ostaggi sono rientrati vivi e indenni l´uso in favore del governo è stato ancor più impudico. Che tornino morti o che tornino vivi, il mezzo mediatico piega il messaggio alle sue esigenze.
Questo è accaduto e continuerà ad accadere. Resta da capire quanti siano gli italiani consapevoli di questa realtà e quale sarà nelle urne la loro risposta.
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Una risposta importante è intanto venuta dalla Gran Bretagna dove, insieme alle europee, si sono svolte elezioni amministrative in tutto il paese i cui risultati sono già noti. Il partito di Tony Blair ha subìto una cocente sconfitta che lo ha fatto scendere non solo al di sotto dei conservatori ma perfino dei liberali, da sempre partito di minoranza largamente indietro rispetto alle due formazioni maggiori.
Nel complesso dei venticinque paesi che voteranno domani sembra delinearsi una maggioranza di centrodestra che in parte accentua il peso degli Stati nazionali sulla visione federale dell´Europa e in parte esprime pulsioni reazionarie e populiste anti-europee.
Gli elettori italiani hanno dunque una doppia responsabilità: esprimere un voto utile sia per l´assetto federale dell´Europa sia per arginare la deriva della democrazia verso approdi dilettanteschi e avventurosi.
Auguri a tutti coloro che prenderanno su di sé questa doppia responsabilità.
«Le opere sono la prova reale del buon discorso. Politica vana quella che si risolve tutta in fantastiche sottigliezze». Spagna, 1640, Baltasar Graciàn, a proposito di El politico don Fernando el Catòlico. Forse è troppo pensare che il modello Zapatero tenga in corpo questa agudezas o arte de ingenio. E a vederlo, il fragile Bambi, non sembra avere la stoffa del lider maximo . E probabilmente è vero che ha vinto per caso, per una di quelle occasioni che la politica a volte, purtroppo anche tragicamente, ti regala. Tuttavia, a sentire quelle poche semplici parole - vedi Blob la sera ! - «oggi ho dato ordine alle truppe spagnole di tornare a casa al più presto e col minor danno possibile», capisci che possiede una dote rara nei dirigenti della sinistra, il senno politico. Che cos'è il senno politico? Ma intanto è questa cosa qui. Il giorno dopo dell'investitura, a poche ore dal giuramento, devi dire una cosa, una sola, che ti definisce, ti qualifica, ti fa riconoscere. Tanto meglio, anzi ottimo, se questo dire corrisponde a un agire, se la parola è una decisione. Se poi quel dire e quell'agire si riveste di un alto valore simbolico, ci vivi di rendita per i mesi e per gli anni seguenti. Niente di sensazionale, ma, sì, qualcosa che mostra come stai dando attuazione a un mandato ricevuto.
L'occasionale vittoria socialista non ci sarebbe stata senza l'impegno a ritirare il contingente spagnolo entro il trenta giugno, in assenza di vistose modifiche della situazione. La decisione del premier eletto ha buttato sul tavolo il valore aggiunto di un'accelerazione, che senz'altro corrispondeva al sentire diffuso del proprio popolo. Ecco uno scambio virtuoso tra chi fa la politica e chi la chiede. Non devi correre dietro alla domanda della tua parte, né collocarti semplicemente al suo livello, devi stare più avanti, guidarla, se ne sei capace. Solo così eviti esasperazioni estremistiche e posizioni avventate che possono nascere nel campo del tuo consenso. E ti puoi conquistare un'unità più vasta del tuo schieramento.
Oggi il problema non è pace-guerra in generale, partiti realisti da una parte movimenti pacifisti dall'altra. Oggi il problema specifico è quello della guerra americana. Esso è dato da questo preteso governo-mondo, che si è riconosciuto intorno a questo impianto ideologico che dire neoconservatore è poco. E' poco, perché non siamo di fronte a una tradizionale manifestazione di «rivoluzione conservatrice», come poteva ancora definirsi il passaggio thatcheriano-reaganiano. Qui c'è una deriva di chiara impronta reazionaria, con quel tanto di tragico avventurismo che c'è sempre in queste posizioni, con la novità di una santa alleanza tra puritanismo evangelico ed estremismo sionista, che fa veramente paura. Altro che la «nobile bugia» di Leo Strauss ( e di Platone), qui c'è guerra per imporre la verità assoluta di un fondamentalismo democratico!
Non è che gli americani abbiano sbagliato qualche mossa nell'attuale vicenda irachena, come sono disposti ad ammettere anche alcuni dei loro leccapiedi. E' che conducono quella guerra con l'arroganza dei padroni del mondo. Nessuna potenza cobelligerante, nemmeno la Gran Bretagna, fa altrettanto. Perfino qui si mostra una differenza di civiltà tra l'Europa e gli attuali Usa. E l'asse Bush-Sharon non è la lotta al terrorismo, è l'altro terrorismo esercitato dall'alto di una volontà di potenza tecnologicamente superarmata.
Allora. Di fronte a una situazione storica così chiara non c'è che da mettere in campo una risposta politica altrettanto chiara. Il no alla guerra americana va pronunciato in modo netto, senza «fantastiche sottigliezze». E se «le opere sono la prova reale del buon discorso», il ritiro delle truppe cobelligeranti, anche quelle in improbabili missioni di pace, è il primo urgente e necessario passo. E' quello che chiede il popolo della sinistra e non saperlo, o far finta di non saperlo, è la prova reale di un cattivo discorso. Non ho capito perché si sia detto che la mossa di Zapatero divideva l'Europa. Secondo me, l'ha di più unificata. L'ha di più divisa dall'attuale leadership statunitense. Ma questa divisione, non dall'America o dall'Occidente, ma da Bush e dal suo staff di apprendisti stregoni, la sinistra europea la vuole o no? Vorremmo saperlo, anche qui con parole e con azioni semplici e nette.
Alla vigilia delle elezioni europee, guardando intorno con la migliore buona volontà, non riusciamo a scorgere una sinistra in campo, identificabile, riconoscibile, punto di riferimento negli interessi e nei valori per milioni e milioni di lavoratori, o anche solo di cittadini. Abbiamo in comune le monete nelle nostre tasche, ma che cos'altro nella nostra testa? Possibile che un partito del socialismo europeo non si ponga il compito di creare comunità europea, non genericamente di tutti - a questo ci pensano i mercati - ma della propria parte. Evidente che qui non ci sono all'opera libere forze spontanee, ma ci vuole la buona politica per cercare e per trovare.
Adesso l'ultima trovata è di esportare l'idea e la pratica delle due sinistre in Europa. Ha un inconveniente. Quando dici «due sinistre», l'immagine simbolica della sinistra, la sua idea-forza, è già crollata. E' un discorso che in qualche luogo bisognerà approfondire. Il concetto storico di «sinistra» ha un'identità più debole rispetto a quello di «movimento operaio». Questo poteva permettersi la distinzione e la contrapposizione di riformisti e rivoluzionari, socialisti e comunisti. Una ripetizione analoga per la sinistra di oggi è in principio perdente. La conseguenza è sotto i nostri occhi: una sinistra europea, magari con molti elettori, ma senza popolo. Sarà che veniamo dalla forma Pci, che più o meno bene conciliava le due anime. Per cui la strada impervia di una sinistra plurale in qualche modo unita sembra ancora quella con ostinazione da praticare. Le forme di organizzazione tutte da inventare.
Questo esperimento, o si tenta a livello europeo o in nessun luogo. Presupposto del tentativo è un'autocritica da parte della sinistra europea di governo. L'occasione perduta di tredici paesi su quindici in Europa con governi orientati a sinistra è lì che aspetta ancora di essere elaborata per il mezzo di una cultura politica: condizione per costruire quello che allora non ci fu, una pratica comune di governo, capace di intrecciare a livello sovranazionale, o meglio internazionale, le decisioni che contano. Perché non si ripeta quanto dopo quella stagione è puntualmente avvenuto. Il nostro Baltasar Graciàn, per i suoi tempi, lo descriveva così: «Dopo di avere la smodata ambizione dei prìncipi cristiani consumato alternativamente le proprie forze, esaurito i propri tesori, sciupato i propri eserciti, rispuntarono i turchi, e si impadronirono di tutto senza incontrare resistenza» . Noi, qui in Italia, siamo abbastanza sensibili alla narrazione di questa storia. Dopo i governi di centro-sinistra, è sulla nostra pelle che abbiamo sentito come e quando «rispuntarono i turchi». I nostri prìncipi cristiani, uniti nell'Ulivo, non hanno peccato per smodata ambizione, ma quanto a consumare alternativamente le proprie forze, a esaurire i propri tesori, a sciupare i propri eserciti, ce l'hanno messa tutta. Però, «le storie sono più piene di accidenti che di esempi di esperienze».
Con la proposta di sopprimere alcune festività al fine di rilanciare la produzione il presidente del Consiglio dimostra di essere un fine economista; ovvero di essere, in tema di economia, ben consigliato. Un ponte in meno, ha detto, produce un incremento sensibile sul prodotto nazionale. Non c´è dubbio che le cifre gli diano ragione. Il Pil viene prodotto con poco più di 200 giornate lavorative, corrispondenti a 1620 ore effettivamente lavorate in media per occupato.
Una media che combina gli orari più lunghi dell´industria e quelli un po´ più brevi del pubblico impiego, gli impieghi a tempo pieno e quelli a tempo parziale. In una giornata di lavoro si produce dunque un mezzo punto percentuale di Pil. Basterebbe allora sopprimere, per dire, sei giornate festive l´anno per incrementare di colpo la crescita del Pil del 3 per cento annuo. Ci avessimo soltanto pensato prima, l´economia del paese non si troverebbe nella situazione critica che molti lamentano.
O forse no. Perché nel ragionamento che suggerisce di lavorare di più per arricchirsi tutti c´è una piccola crepa. Esso implica infatti che l´intera produzione addizionale di beni e servizi eventualmente ottenuta con alcune giornate lavorative in più sia interamente venduta. Il che non sembra davvero realistico. Moltissime imprese faticano oggi a vendere le quantità di beni che producono con le giornate di lavoro attualmente effettuate. È la radice della crisi che le minaccia. In molti settori industriali esiste un eccesso di capacità produttiva: le aziende potrebbero produrre cento, ma dato che riescono sì e no a vendere settanta, quello producono. È proprio per questo motivo che hanno chiesto, e prontamente ottenuto dal governo con la legge 30 e il relativo decreto attuativo dell´ottobre scorso, nuovi tipi di contratto che permettono di occupare forza lavoro in maniera discontinua, come il lavoro in affitto (detto anche, pudicamente, "in somministrazione") e il lavoro intermittente. In modo da adattare l´occupazione in azienda all´andamento del proprio mercato. A fronte di queste situazioni, l´aggiunta di alcuni giorni lavorativi al calendario annuo genererebbe presumibilmente più disoccupazione, e più precarietà.
D´altra parte la discussione sulla necessità di provare ad accrescere l´occupazione non già aumentando, bensì diminuendo gli orari di lavoro, va avanti da decenni in tutti i Paesi europei, dal Portogallo alla Finlandia, dall´Irlanda alla Grecia. Da essa sono scaturiti contratti collettivi e interventi legislativi che hanno portato a ridurre le ore annue effettivamente lavorate pro capite dalle 1800-2000 del 1970 alle 1330-1700 di inizio del XXI secolo, con un parallelo e sostanziale incremento di produttività. Il limite inferiore, nel cennato rango delle ore lavorate pro capite nel 2001, è segnato dall´Olanda, a causa della grande diffusione in tale paese del tempo parziale; mentre quello superiore tocca al Regno Unito. Con le sue 1620 ore l´anno l´Italia supera di circa 50 ore la Francia - nonostante le riduzioni d´orario realizzate in essa con la legge sulle 35 ore, che ha avuto indubbi effetti positivi sull´occupazione - di 100 ore il Belgio, di 170 ore la Germania. Non siamo insomma i più pigri tra gli europei. Ancora, è la riduzione degli orari di lavoro, non già il loro aumento, che ha permesso di superare crisi aziendali gravissime, come quella della Volkswagen alcuni anni fa.
Per tacere di altri dati che possono lasciare indifferenti i fini economisti, ma ai quali i milioni di persone che svolgono altri ordinari mestieri attribuiscono una certa importanza. Nel 1970, quando in Italia si lavorava 1900 ore l´anno, si viveva quasi 10 anni di meno. Più precisamente, la età mediana dei morti era inferiore a quella odierna di circa 10 anni. Altri fattori hanno sicuramente contribuito a questo straordinario risultato, in primo luogo il sistema sanitario nazionale. Ma un fattore determinante sono stati l´aumento delle giornate di vacanza, degli svaghi, del riposo, delle cure per la persona, delle attività culturali, delle relazioni sociali, del tempo dedicato ai figli, reso possibile dalla riduzione di oltre 250 ore dell´orario annuo di lavoro. Proporre oggi di ricominciare a lavorare di più, significa quindi prospettare la possibilità ? quali che siano le buone intenzioni del proponente ? di ricominciare a vivere peggio, e forse anche meno a lungo.
È possibile che il presidente del Consiglio, buttando lì l´idea di lavorare qualche giorno in più l´anno, avesse in mente il caso di qualche altro paese. Ad esempio il caso della Corea del Sud, dove si lavora tuttora 2.500 ore l´anno. Ma non sembra questo un Paese adatto da prendere a modello per l´Italia, quando si pensi alle condizioni di lavoro, di ambiente, di tutele legislative, di rappresentanza sindacale in esso predominanti. Oppure quello degli Stati Uniti, dove in effetti le ore annue realmente lavorate superano le 1800, con un considerevole aumento rispetto a un decennio fa. Ma gli americani non lavorano di più per amore del Pil. Lo fanno perché vi sono costretti dai bassi salari. In Usa il salario medio dei lavoratori dipendenti, al di sotto del livello di quadro o capo intermedio (foreman), è infatti tuttora inferiore, in termini reali, a quello del 1973, dopo una forte discesa durata quasi vent´anni, e un parziale ricupero da metà degli Anni ´90. Il salario basso obbliga a fare gli straordinari, a cercarsi due lavori, a lavorare in due in famiglia anche se l´onere per la famiglia è grave. Spinge anche, ovviamente, a fare meno giorni di vacanza e di riposo. Anche questo modello di lavoro e di vita non sembra, in verità, particolarmente attraente.
Lo studente universitario italiano medio si laurea a 27 anni impiegando 2-3 anni in più rispetto a quanto previsto
ROMA - Il tempo medio per laurearsi in Italia è di sette anni e mezzo e ciò determina un costo per il Paese di 7,6 miliardi di euro all'anno. L'universitario italiano medio si laurea, infatti, a 27 anni, e impiega sette anni e mezzo per terminare gli studi, due-tre anni in più rispetto a quanto previsto dalla facoltà. È quanto emerge dal secondo rapporto sullo stato di salute dell'istruzione universitaria in Italia, curato dal Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario (Cnvsu), organismo istituzionale del ministero dell'Istruzione e dell'università e presentato lunedì alla Camera.
LA «MIGRAZIONE» VERSO IL NORD - Lo studio ha preso a campione gli studenti immatricolati nell'anno accademico 2002/03. Al centro dell'analisi, oltre all'eccessiva durata del corso degli studi, anche il fenomeno della «migrazione» universitaria degli studenti meridionali verso gli atenei del centro-nord. A ogni singolo studente che non riesce a conseguire nei tempi previsti il titolo universitario corrisponde un costo sociale che varia tra 15 e 20 mila euro annui. Ciò, tradotto, vuol dire che ciascuno dei fuori corso ancora iscritti negli atenei italiani potrebbe guadagnare fino a 20 mila euro all'anno. Una cifra che, se moltiplicata per tutti i fuori corso produrrebbe un incremento medio del pil italiano di 7,6 miliardi di euro all'anno.
OGNI STUDENTE FUORI SEDE COSTA 9.545 EURO - Secondo il Cnvsu la spesa per ogni studente fuori sede sfiora i 6 mila euro. Una cifra che considera, però, soltanto le spese direttamente collegate al regolare svolgimento degli studi: l'alloggio, il vitto, i trasporti e il materiale di studio. Se a tali uscite si aggiungono le attività ricreative, la formazione, Internet, i costi lievitano fino a 8.300 euro per ogni studente fuori sede. Ma il calcolo, fanno notare dal Cnvsu, è stato effettuato in lire. «Ai valori rilevati - dicono i relatori dell'analisi - bisogna aggiungere un 10-15% (corrispondente all'inflazione degli ultimi due anni e mezzo)», e così i costi salgono verosimilmente a 9.545 euro.
Si mantiene stabile il dato sulla mobilità universitaria tra le regioni: si immatricola nella stessa regione di residenza l'80% degli studenti e circa il 50% si immatricola nella stessa provincia. Ma si registra ancora un fortissimo saldo migratorio dei giovani del Mezzogiorno verso gli atenei del centro e del nord, nonostante la crescente offerta di atenei meridionali, non si è andata attenuando l'accentuata propensione verso il settentrione d'Italia. Alcune università spiccano per l'elevato indice di attrazione: sono quelle di Emilia Romagna, Umbria, Toscana, Lazio e Marche. A quest'ultime fanno da contraltare alcuna università con indice di attrazione molto basso: sono gli atenei di Basilicata, Calabria, Puglia, Liguria e Veneto.
L’Italia non è un Paese normale. Chi ci ripete, anche all'interno del centrosinistra, che un programma di governo deve ragionare in positivo e non in negativo, dimentica che il governo del centrodestra ha mirato a demolire lo stato sociale e a scardinare la Costituzione. Perciò ragionare in positivo oggi comporta anche la necessità di annullare gli effetti disastrosi del governo precedente. Un atteggiamento punitivo potrebbe pensare solo all'abrogazione delle sue leggi, ma uno spirito riformatore deve soprattutto indicare un suo punto di vista, una sua idea di società.
Giusto così, ma in Italia è impossibile ragionare sul destino della nostra società fingendo che essa si trovi ora in una condizione di vita normale. Basti pensare alla disparità di mezzi di cui dispongono maggioranza e opposizione in una qualsiasi campagna elettorale. Può darsi che il centrosinistra possa vincere, come nelle recenti amministrative, ma dovrà fare una fatica assai superiore a quella dell'avversario. Quindi è impossibile delineare una nostra idea di società senza porsi la necessità di cancellare l'anomalia italiana.
Bisogna prima di tutto ricostruire la salute istituzionale del paese. Sarà dunque necessario abrogare le leggi ad personam, come la Cirami sul legittimo sospetto e la Maccanico-Schifani sull'immunità-impunità, ma non è sufficiente. Occorre anche affermare principi fondativi. La nostra Costituzione assicura una precisa separazione dei poteri: esecutivo, legislativo e giudiziario godono tutti di una reciproca indipendenza. Ma il governo e la maggioranza di centrodestra puntano a un predominio assoluto dell'esecutivo. Bisogna dunque battersi con tutti i mezzi leciti per la salvaguardia delle garanzie costituzionali. Su questo tornerò in fondo. Il potere politico deve essere separato dal controllo sui mezzi di comunicazione, perché non può avere il dominio sugli strumenti che concorrono alla formazione del potere politico stesso. Dunque chi ha la proprietà o il controllo di mezzi di comunicazione non può essere eletto, e viceversa. Principio integrativo è il pluralismo: bisogna garantire la maggiore varietà di opinioni e di voci, perciò si dovrà sciogliere il duopolio televisivo (oggi monopolio sostanziale) e stabilire il massimo di una rete a testa per gli operatori privati, in modo da garantire la maggiore pluralità possibile delle fonti. Si dovrà stabilire un tetto alla raccolta pubblicitaria delle reti televisive per lasciare alla carta stampata una quota significativa, molto superiore a quella attuale.
Un'idea di società promossa da un governo di centrosinistra dovrebbe essere basata sull'eguaglianza dei diritti, la prevalenza dell'interesse pubblico sul privato, la partecipazione dei cittadini.
Il principio egualitario non vuole l'appiattimento delle singolarità personali, cerca anzi il rafforzamento delle libertà individuali. Ma poiché gli individui non godono tutti delle stesse condizioni e opportunità, va delineato un accordo tra la libertà dal bisogno e la libertà di scelta. Occorre alleggerire gli individui dal peso spesso opprimente della disuguaglianza e fornire loro i mezzi materiali e intellettuali per realizzare i loro propositi e se possibile assecondare le loro vocazioni.
In tutti i settori essenziali per l'utilità collettiva (sopra a tutti gli altri il fisco, la scuola e la sanità) il criterio guida dev'essere il soddisfacimento dei bisogni pubblici. L'economicità è importante, ma a che cosa serve un ospedale in pareggio se non cura gli ammalati? Anche l'iniziativa privata in questo campo deve essere sottoposta all'utilità pubblica.
La partecipazione non può essere imposta per legge ma nemmeno negata di fatto. La separazione tra rappresentati e rappresentanti può produrre un vero e proprio deficit di democrazia. Ma il protagonismo civile può introdurre elementi di conflitto positivo e fronteggiare la tendenza all'autoriproduzione del ceto politico.
Che fare nel concreto di questi principi? Ricostruire lo stato sociale. È necessario prima di tutto basare di nuovo il fisco sulla progressività dell'imposizione. Nessuno è autore da solo delle proprie fortune ed è giusto che chi ha di più restituisca alla società una parte di ciò che la società gli ha permesso di accumulare. Individuare l'evasione e l'elusione fiscale incoraggiate fino all'impensabile dai condoni governativi.
Rifondare la scuola pubblica, impoverita a vantaggio della privata. Scuola dell'obbligo fino alle superiori senza distinzione tra avviamento al lavoro e destinazione allo studio. Classi meno affollate, mai al di sopra dei venti alunni (oggi possono superare i trenta). Non impartire competenze tecniche presto invecchiate ma rafforzare l'apprendimento critico.
Ricostruire la sanità pubblica sconciata a favore di quella privata (per sapere basta parlare con i medici ospedalieri).
Rafforzare la normativa antitrust e salvaguardare la concorrenza, che esiste solo nei manuali della Bocconi, e nei settori più importanti è sostituita da cartelli oligopolistici. L'unica concorrenza ricercata in Italia (tramite la legge 30) è quella tra lavoratori costretti a misurarsi ognuno da solo con la classe degli imprenditori. Quindi sostituire la legge 30 con un dispositivo che permetta ai lavoratori di contrattare il prezzo e le condizioni normative del proprio impiego.
Proteggere i risparmiatori dagli specialisti del falso in bilancio.
Sostituire la Bossi-Fini con una legge degna di un paese civile.
Dedicare risorse ingenti alla ricerca scientifica e alla salvaguardia dell'ambiente, sottoposto dalle leggi del centrodestra a processi di crescente dissipazione. Favorire l'impiego delle fonti energetiche rinnovabili. Abrogare la Patrimonio Spa e tutto il suo melmoso corredo di vendite a basso prezzo al peggior offerente.
Risanare il bilancio dissestato dal centrodestra e rilanciare l'economia con misure a favore dell'equità sociale. Sostituire la legge sulla procreazione assistita con una affine ai principi laici della legislazione europea. Distinguere con fermezza la lotta al terrorismo dall'esercizio della guerra preventiva ai popoli e alle nazioni.
Ma gli esercizi di riformismo possibile debbono essere inscritti nel quadro della difesa più rigorosa della Costituzione. Se alla classe di governo più cialtrona di tutta la storia repubblicana permettiamo di smantellare la nostra Carta fondamentale, tutti i possibili buoni propositi sono destinati a svanire.
Prepariamoci quindi a una ripresa d'iniziativa di massa nel prossimo autunno. Non possiamo permetterci il lusso di aspettare il referendum confermativo. Bisogna muoverci subito.
altri articoli sul programma della sinistra nella cartella Scritti su cui riflettere
Nessuno poteva ragionevolmente pretendere che Silvio Berlusconi, da capo della maggioranza e del governo, facesse "motu proprio" quello che il centrosinistra non era riuscito a imporgli quando lui era all´opposizione. E cioè, scegliere tra gli affari e la politica, cedere la sua azienda o quantomeno separarne effettivamente la proprietà dalla gestione. Ma era lecito sperare che il presidente del Consiglio, mantenendo l´impegno assunto in campagna elettorale di risolvere il conflitto di interessi entro i «primi cento giorni», evitasse di favorire nel frattempo le sue reti televisive consolidando e ampliando il suo strapotere mediatico per arricchirsi ulteriormente, a danno di tutti i concorrenti e ancor più del pluralismo dell´informazione.
Oggi, dopo ben 1153 giorni di governo o di malgoverno, il centrodestra si ricorda finalmente di chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati. Anzi, quando sono stati lasciati volontariamente scappare. Basti dire che il nostro beneamato premier, se questa legge-burla fosse stata approvata prima, non avrebbe potuto firmare il cosiddetto "decreto salva-reti" che gli ha consentito di sottrarre Retequattro al trasferimento sul satellite, disposto dalla legge antitrust e avallato dalla Corte costituzionale. Per quanto inadeguata e insufficiente, la burla in forma legislativa che porta il nome del ministro Frattini non avrebbe permesso al presidente del Consiglio e al suo governo neppure di presentare quell´altra legge-vergogna che reca la firma del ministro Gasparri.
Più che risolvere il conflitto di interessi, in realtà questo tardivo provvedimento lo legalizza: nel senso che conferisce una legittimità di facciata a una macroscopica e insanabile anomalia. Qui non si tratta, infatti, di proprietà private in senso stretto; né soltanto di beni materiali o immateriali, imprese, patrimoni immobiliari o finanziari. Nel caso specifico di Berlusconi, si parla di concessioni pubbliche, rilasciate temporaneamente dallo Stato su un bene collettivo come l´etere. E dunque, il presidente del Consiglio si ritrova nell´assurda situazione di essere controparte di se stesso, concedente e concessionario, locatore e locatario, padrone di casa (pro tempore, s´intende) e inquilino: tant´è che l´anno prossimo, quando scadranno le concessioni televisive assegnate nel ´99, lui o comunque il suo ministro delle Comunicazioni dovrà trattare le condizioni del rinnovo con i dirigenti in carica di Mediaset, dipendenti a tempo pieno del medesimo Berlusconi.
Sì, adesso legge-beffa di Frattini proibisce ai membri del governo di fare alcunché per favorire le proprie aziende. Ma che altro mai potrebbe fare il presidente del Consiglio in questo senso? Chiudere definitivamente la Rai? Impossessarsi di tutte le frequenze, analogiche e digitali, a disposizione? Il problema, piuttosto, è un altro: quello di impedire alle sue reti televisive di favorire lui, la sua maggioranza e il suo governo, com´è avvenuto finora. E magari, di evitare che il premier continui ad agitare il "manganello mediatico" contro l´opposizione e anche contro i partners riottosi, come ha fatto ancora nei giorni scorsi con il povero Follini.
Perfino la proprietà e la presidenza del Milan potrà tenersi ora Berlusconi, in forza di questo raggiro parlamentare che farà ridere il mondo del calcio e non solo quello. Una legge-barzelletta che non gioverà certamente alla sua immagine né tantomeno alla credibilità internazionale dell´Italia, sul piano politico ed economico prima che sul piano sportivo. Il vicepresidente rossonero continuerà tranquillamente a fare il presidente della Lega calcio. E il presidente del Consiglio nominerà il presidente dell´Authority che deve controllare i suoi atti e, direttamente o indirettamente, sceglierà anche il presidente della Rai che è la principale concorrente della sua azienda televisiva. Ciascuno può giudicare liberamente e magari ricordarsene alle prossime elezioni.
ROMA - Gino Strada, con la sua Emergency, è stato uno dei canali di trattativa "in chiaro" per la liberazione degli ostaggi. Nelle prime tre settimane di maggio, Strada, con sua figlia Cecilia e Tommaso Notarianni, ha negoziato a Bagdad con quattro fonti irachene. Ripartendone con una certezza. Che Agliana, Cupertino e Stefio sarebbero stati liberati "senza condizioni". Oggi dice: "Ci è stato detto che quando la vicenda era ormai risolta, qualcuno ha pagato 9 milioni di dollari... Che gli ostaggi sono stati di fatto consegnati agli americani".
Chi ha pagato?
"Non so chi ha tirato fuori i soldi. So i nomi dei mediatori che, mi viene detto, li hanno maneggiati. Non ho difficoltà a farli, perché Emergency non è un servizio segreto e quel che ha fatto lo ha fatto in modo trasparente. Abbiamo lavorato per la liberazione degli ostaggi con la stessa logica con cui lavoriamo nei nostri ospedali. Siamo stati testimoni diretti di una storia che ha incrociato il nostro cammino. E ora che gli ostaggi sono sani e salvi posso raccontarla".
Chi ha maneggiato i 9 milioni?
"Un uomo di nome Salih Mutlak. Personaggio noto a Bagdad per essersi arricchito con il contrabbando nei dieci anni di embargo. Un nome che ho sentito la prima volta ad Amman, in Giordania".
Cosa seppe ad Amman?
"Incontrai Jabbar Al Kubaissi, un ex esiliato con cui Emergency aveva avuto rapporti in passato. Gli spiegai che Emergency non era disposta a trattare il rilascio degli ostaggi, ma lo riteneva un atto dovuto come gesto di riconoscenza umanitario per aver curato 300 mila iracheni negli anni dell'embargo. Kubaissi convenne sulle mie richieste. Mi fece capire che la testa "politica" del gruppo dei sequestratori sarebbe stata disposta ad un rilascio senza condizioni nelle mani di pacifisti italiani. Ma aggiunse che c'era un problema. Qualcuno tra i carcerieri era sensibile alle sirene del denaro. E che questo canale di trattativa era nelle mani di tale Salih Mutlak. Sapemmo, una volta a Bagdad, che Mutlak aveva rapporti con Abdulsalam Kubaissi, religioso del Consiglio degli Ulema, e che con lui aveva lavorato alla liberazione degli ostaggi giapponesi".
A Bagdad avete incontrato questo Mutlak?
"Ovviamente no. La nostra linea era opposta. Nessuna trattativa economica. Cercammo interlocutori in grado di parlare alla componente politica di chi gestiva il sequestro. Per tutte e tre le settimane della nostra permanenza a Bagdad, i nostri contatti furono un imam di Bagdad, l'imam di Falluja, il fratello di Jabbar Kubaissi, Ibraim, medico di Abu Ghraib, e un terzo uomo, di cui non faccio il nome perché oggi rischia la sua vita".
Erano in contatto diretto con i sequestratori?
"Questo è quello che capimmo. E ritengo di non essermi sbagliato".
Vi diedero delle prove dell'esistenza in vita degli ostaggi?
"No. All'inizio ci proposero di utilizzare dei video da mandare ad Al Jazeera come canale di comunicazione. Ma rifiutammo".
Dunque non è vostro il biglietto che Stefio mostrava nel video del 31 maggio e mai mandato in onda da Al Jazeera.
"Non mi risulta fosse nostro".
Torniamo alle vostre fonti a Bagdad.
"L'ultima settimana di maggio, dopo aver ricevuto assicurazioni che i sequestratori avevano deciso il rilascio degli ostaggi, con tempi e modi che non ci furono indicati, decisi di rientrare in Italia. Vivevo da tre settimane in un residence e l'aria si era fatta pesante. Per dodici giorni, fino a sabato scorso, 5 giugno, non seppi più nulla. Poi, quel sabato, ricevetti una telefonata dal nostro rappresentante a Bagdad".
Cosa le disse?
"L'imam di Falluja aveva comunicato che la questione era risolta. Di attendere una liberazione imminente".
Cosa che è avvenuta.
"Certo. Ma non nei tempi ipotizzati dall'Imam. Martedì 8, nelle stesse ore in cui il nostro rappresentante a Bagdad parlava con l'imam per aver qualche notizia sugli ostaggi, Agliana, Cupertino e Stefio venivano liberati. Cademmo dal pero. Chiedemmo spiegazioni. Cosa era successo?".
Già, cosa era successo?
"Ci è stato detto che i 9 milioni incassati da Mutlak avevano convinto una parte del gruppo a trasferire gli ostaggi dalla prigione di Ramadi ad Abu Ghraib e a consegnarli agli americani con un finto blitz inscenato in una casa di Zaitun street. La strada dove ha provato ad avvicinarsi ieri il vostro cronista prima che provassero a sequestrarlo. Un testimone che abbiamo raggiunto, tale Fahad, ci ha confermato di aver visto la presa in consegna di Agliana, Cupertino, Stefio e del polacco la mattina dell'8 giugno".
Il polacco sostiene di essere stato liberato a Ramadi. E gli ostaggi italiani di non essere stati trasferiti di prigione negli ultimi giorni precedenti il blitz. Sono circostanze che non tornano.
"Io ho appena raccontato quel che so...".
(c. b. - g. d'av.)
(11 giugno 2004)
http://www.archiviostampa.it/default.asp?cat_id=659
«L´UN dopo l´altro i messi di sventura / piovon come dal ciel» scriveva il poeta del Ça Ira e così avviene da un anno per i fronti iracheno e mediorientale. Nel mese di aprile i messi di sventura si sono moltiplicati. In Iraq lo stillicidio degli ammazzamenti è diventato guerriglia con aspetti di vera e propria insorgenza popolare; la radicalità sunnita si è congiunta con la radicalità sciita, le bare avvolte nella bandiera a stelle e strisce sono state centinaia, migliaia le vittime cadute sotto i cannoni e le bombe americane; è cominciata la presa di ostaggi occidentali e tra questi quattro italiani, uno dei quali barbaramente assassinato, gli altri ancora nelle mani dei sequestratori dei quali non si conosce l´identità ma si crede di sapere che chiedano per rilasciarli uno scambio di prigionieri e un riconoscimento politico; lo sceicco Sadr dalla città santa di Najaf minaccia di scatenare centinaia di kamikaze se le truppe d´occupazione lo attaccheranno; l´ayatollah Sistani, massima autorità religiosa degli sciiti iracheni, minaccia a sua volta l´insorgenza generale se le città sante saranno prese d´assalto dagli angloamericani. Nel frattempo la Spagna, l´Honduras e Santo Domingo hanno deciso il ritiro delle loro truppe dal teatro iracheno dove sarebbero state disposte a rimanere solo sotto bandiera e comando dell´Onu.
Essendo ormai manifestamente impossibile il verificarsi di questa condizione, hanno deciso di andarsene.
Dal fronte palestinese le notizie sono altrettanto cupe. Dopo lo sceicco Yassin, guida religiosa e politica di Hamas, i soldati di Israele hanno ucciso con missili mirati anche il suo successore Abdul Rantisi; Sharon minaccia Arafat della stessa fine o dell´espatrio forzoso; la road map è ormai non più che un ricordo; i morti da una parte e dall´altra continuano ad ammucchiarsi; ogni speranza di pace sembra caduta.
In questa paurosa situazione il terrorismo di marca Al Qaeda prospera come il pesce nell´acqua. Dopo aver insanguinato Madrid l´11 marzo, si concentra ora sull´Arabia Saudita. Le linee di frattura non passano soltanto tra crociati musulmani e crociati cristiani ma anche, secondo la strategia di Osama bin Laden, tra sunniti, sciiti moderati e wahabiti. Dopo la sconsiderata guerra irachena che ha scoperchiato il vaso di Pandora, l´epicentro terroristico opera indisturbato dalle sue basi pachistane, irachene, marocchine, saudite e con le sue propaggini logistiche in Europa e in Usa.
Questo è lo stato dei fatti. Irrisolvibile in Palestina. Con due ipotesi di soluzione in Iraq: un coinvolgimento di pura facciata dell´Onu lasciando di fatto tutti i poteri alle truppe d´occupazione, oppure il trasferimento dei poteri effettivi all´Onu, in conformità a quanto chiesto da Francia, Germania e Russia e dal nuovo premier spagnolo Fernando Zapatero. Ma l´Onu che cos´è? Che cosa può e sa fare? È in grado di farlo oppure è soltanto un alibi per mascherare il disimpegno europeo dalla crisi irachena?
* * *
Europa zapatera è una definizione lessicalmente cantabile che suona bene all´orecchio con una sonorità quasi zingaresca. Ci vedi un´Europa gaucha o gitana, col sombrero di traverso e magari un coltello nello stivale e il gambo d´una rosa tra i denti.
Invece no. Nei titoli di alcuni giornali e nel lessico di alcuni politici nostrani quella definizione è usata per descrivere un´Europa traditora, vile, fuggitiva; un cuneo che rischia di disgregare l´unità politica del continente riducendolo ad un corpaccione ripiegato su se stesso, senza una missione da compiere, vassallo dei propri egoismi nazionali. L´alternativa a tale sfacelo è di stringersi attorno all´America coadiuvandone gli emeriti sforzi di assicurare la stabilità e la democrazia alla società irachena finalmente liberata dalla cupa tirannide di Saddam.
In questa così delineata alternativa è da qualche giorno entrato anche un auspicato ruolo «centrale» dell´Onu, caldeggiato ora perfino dalla Casa Bianca e naturalmente dal ministro degli Esteri italiano, ben lieto di poter annunciare la buona novella che sarebbe maturata anche per le pressioni del nostro governo su Bush. Risum teneatis.
Zapatero avrebbe dunque sbagliato tutto? C´era ancora tempo e spazio per ottenere dagli Usa un´inversione di rotta dopo un anno di dissennatezze costate migliaia di vittime innocenti e il dilagare di un sentimento antiamericano tra l´Eufrate, il Caspio, il Golfo arabico e il Mediterraneo? La risposta a queste sciocchezze è venuta da una dichiarazione fatta il 23 aprile dal sottosegretario di Stato, Marc Grossman di fronte al Congresso degli Stati Uniti. «Fino al 31 gennaio 2005 - ha detto Grossman - in Iraq rimarranno in vigore le norme stabilite da Paul Bremer, il governo provvisorio iracheno che sarà insediato il 30 giugno prossimo non potrà emettere leggi né decreti senza l´accordo del comando americano né avere il controllo della sicurezza. Non pensiamo che il periodo dal primo luglio fino al gennaio 2005 sia il migliore per cambiare radicalmente le cose».
Naturalmente, ha aggiunto Grossman rispondendo alle preoccupate osservazioni dei rappresentanti democratici «l´Onu avrà un ruolo importante sebbene limitato, il passaggio dei poteri agli iracheni sarà tangibile». E questo al momento è tutto.
Ho definito la scorsa settimana questo ruolo previsto dagli Usa per le Nazioni Unite una soluzione «vivandiera» nel senso che, come le vivandiere negli eserciti ottocenteschi, le Nazioni Unite avrebbero compiti ausiliari di consulenza e di copertura legittimante, cioè sarebbero portatrici d´acqua al servizio dei veri detentori del potere.
È facile prevedere che in queste condizioni il Consiglio di sicurezza non darà il disco verde ad una nuova risoluzione né ci potrà essere la disponibilità della Nato all´invio di contingenti militari. Zapatero ovviamente era già al corrente della linea americana visto che la Spagna fa parte in questi mesi del Consiglio di sicurezza dell´Onu. Perciò se n´è andato prima del 30 giugno avendo la certezza che quel giorno non cambierà nulla se non l´eventuale inasprimento della guerriglia irachena, già fin troppo accesa in tutto il paese.
* * *
Si domanda da chi si oppone al ritiro delle truppe: possiamo noi abbandonare l´Iraq alla guerra civile? Risposta: la guerra infuria già in tutto l´Iraq; è guerra contro gli americani, contro i loro alleati e contro gli iracheni «collaborazionisti». Nella sola giornata di ieri sono morti un´altra decina di soldati Usa e un numero imprecisato di iracheni. A Falluja negli ultimi venti giorni i morti sono centinaia tra i quali la percentuale di donne e bambini è di circa il 20 per cento; a Bassora in un solo giorno le vittime innocenti sono state almeno cinquanta. Può andare peggio di così? Sì. Se il piano Usa è quello di attaccare Najaf e Kerbala per uccidere o catturare Sadr può andare molto peggio di così. Dunque lo spauracchio d´una guerra civile tra sunniti e sciiti nel caso di un ritiro delle truppe d´occupazione non è una motivazione valida.
In realtà il ritiro delle truppe americane, se non dall´Iraq almeno nelle basi trincerate già predisposte, non aggraverebbe una situazione già gravissima; semmai la migliorerebbe. L´arrivo dell´Onu senza gli americani raffredderebbe il clima e fornirebbe al governo provvisorio una sponda preziosa di consulenza e di legalità internazionale.
Si dice ancora: ritirarsi sarebbe una vittoria del terrorismo. Sbagliato.
Il terrorismo, quello di Al Qaeda, centra poco o niente con l´attuale guerriglia irachena. E quest´ultima c´entra nulla affatto con i morti di Madrid e con quelli di Riad. Certo se la guerriglia antiamericana si cronicizzasse il terrorismo di Al Qaeda avrebbe ampio spazio per tessere un´alleanza con il radicalismo iracheno ed ecco un´altra valida ragione per disinnescare questo latente ma gravissimo pericolo.
Il solo vero motivo che spinge l´amministrazione Usa e il governo britannico a rimanere immobili sulla loro linea è di tutt´altra natura. E´ in gioco la rielezione di Bush e quella di Blair, questa è la sola ragione che impedisce ai pragmatisti per eccellenza di mettere in opera la loro flessibilità e di scoprirsi invece dogmatici. Dobbiamo seguirli fino in fondo? Dobbiamo accompagnarli tra le fiamme dell´inferno iracheno senza porre una sola condizione, una data di scadenza, un piano alternativo? L´Europa zapatera è in realtà la sola alternativa possibile: disinnescare la miccia irachena ed intraprendere con serietà e intelligenza la guerra contro il vero terrorismo e nel contempo imporre a israeliani e palestinesi un percorso di pace che da soli non sono mai stati in grado di costruire.
* * *
Il centrosinistra italiano non è al governo; il suo voto contro la permanenza della nostra missione militare a Nassiriya non avrà dunque effetti concreti se Berlusconi continuerà a preferire la condizione di vassallo di Bush a quella di membro dell´Unione europea.
Tuttavia un voto compatto del centrosinistra sulla questione irachena avrà un valore politico tutt´altro che trascurabile, soprattutto se servirà a potenziare la presenza di veri operatori di pace in quel tormentato paese. È curioso che i religiosi sunniti che cercano un contatto con i sequestratori dei nostri ostaggi usino tra gli altri argomenti di persuasione quello di sottolineare l´esistenza in Italia d´un forte movimento popolare contrario alla presenza di truppe d´occupazione. Il pacifismo italiano così vilipeso in patria è diventato uno dei pochi strumenti per riportare a casa quei tre ragazzi minacciati di morte. Non c´è da riflettere su questa evidente contraddizione?
Ancora una volta essa dipende da un errore lessicale che maschera un interesse politico. L´errore lessicale è quello di confondere e chiamare con lo stesso nome il terrorismo di Bin Laden e la guerriglia irachena.
L´interesse politico è quello di far vincere a Berlusconi le elezioni europee o almeno salvarlo da una cocente disfatta.
Viene in mente l´entrata in guerra di Mussolini contro una Francia già sconfitta, il 10 giugno del 1940, per potersi sedere al tavolo della pace con poco rischio e poche perdite umane. Finì come sappiamo. I paragoni non sono mai possibili, ma le analogie possono essere talvolta istruttive e questa lo è. Berlusconi, l´ho già scritto ma lo ripeto, avrebbe oggi una grande chance: quella di utilizzare lo sganciamento dall´avventura irachena come leva per ottenere da Bush un radicale mutamento di strategia. Non la soluzione dell´Onu «vivandiera» e portatrice d´acqua, ma il passaggio integrale dei poteri all´Onu e al governo provvisorio purché riformato da cima a fondo e l´acquartieramento delle truppe d´occupazione.
Se fosse politicamente intelligente e capace di valutare gli interessi dell´Italia, dell´Europa, dell´Occidente e dello stesso popolo iracheno lo farebbe e forse passerebbe alla storia. Ma purtroppo non lo farà. La sua natura glielo impedisce. La sua corta vista politica lo impedisce. Il dogma dell´alleanza con la destra americana lo impedisce.
Tanto più il centrosinistra dev´essere chiaro e netto. Il tempo è scaduto, ogni giorno che passa è perduto. Perciò muovetevi prima che sia tardi.
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DOPO Tremonti anche Gianfranco Fini invoca il dialogo con l’opposizione e con i sindacati. Del resto non è una novità perché già da alcuni mesi il leader di An insieme al Follini dell’Udc cercano di smarcarsi dal blocco oltranzista guidato da Bossi e dallo stesso Berlusconi, anche se alle tante dichiarazioni non sono mai seguiti i fatti. Ma la posizione assunta dal ministro del Tesoro e resa esplicita nell’intervista data l’altro ieri al nostro direttore, quella sì, è una novità perché Tremonti è stato finora l’anello forte del blocco oltranzista che si può anche definire populista, demagogico, nordista, autoritario, plebiscitario o come altro si voglia ma che in realtà merita un solo appropriato aggettivo: incapace. Incapace di governare.
Dopo 32 mesi di esperienza governativa quest’incapacità è sotto gli occhi di tutti: gli avversari lo avevano previsto da tempo, i sostenitori hanno cominciato ad accorgersene fin dagli inizi di quest’anno come dimostrano i sondaggi da gennaio a oggi; ma ora l’hanno capito anche gli alleati di governo e settori consistenti dello stesso partito creato dieci anni or sono dal "patron" di Fininvest.
La maggioranza si sfarina: questo è il fatto nuovo. Si sfarina malgrado disponga di cento voti parlamentari in più dell’opposizione, malgrado abbia il monopolio della televisione e della pubblicità, malgrado le risorse finanziarie private del suo leader che se ne vale in tutti i modi, nessuno escluso ed eccettuato.
La maggioranza si sfarina perché il blocco sociale che finora ha sostenuto il progetto berlusconiano di rivoltare l’Italia come un calzino cominciando dalla diminuzione della pressione fiscale, dalla pace sociale, dall’aumento del reddito e dell’occupazione, dalla maggiore sicurezza, da una nuova efficienza della pubblica amministrazione; quel blocco sociale ha visto cadere uno a uno tutti i petali del fiore vagheggiato da Berlusconi e scritto sulle pagine del suo contratto con gli italiani firmato ? ovviamente ? in televisione dinanzi al compiacente ed entusiasta Bruno Vespa in veste di notaio.
Il colpo di grazia è arrivato appena sei giorni fa quando non Fassino o Bersani o Rutelli o altri visi pallidi di comunisti più o meno infiltrati, ma addirittura lo stesso ministro del Tesoro ha dovuto diffondere i dati sul reddito, sul disavanzo del bilancio, sul debito pubblico e - udite udite - sulla pressione fiscale. Dati di un disastro inutilmente annunciato dall’opposizione e da quel poco che resta di libera stampa in questo Paese di tartufi, ma che ormai gli italiani percepiscono sulla loro pelle di consumatori, di contribuenti e di lavoratori e che comunque ormai non possono più esser nascosti neppure dalla finanza creativa del ministro del Tesoro.
Le cifre sono chiarissime. Dopo circa tre anni di governo del centrodestra la pressione fiscale del 2003 è al livello più alto rispetto a tutti i tre anni precedenti, l’avanzo primario del bilancio è stato dimezzato, il rapporto tra deficit e Prodotto interno lordo, ufficialmente contenuto al 2.4, senza i condoni sarebbe già al 4, cioè ben oltre i parametri di Maastricht. Il tutto in presenza di un’inflazione reale che è almeno il doppio di quella apparente, un crollo delle esportazioni verso gli altri Paesi dell’Unione europea (dunque indipendentemente dal rapporto di cambio tra euro e dollaro), un crollo degli investimenti, una stasi prolungata e perdurante dei consumi, una diminuzione drastica della quota di reddito risparmiato.
Il ceto medio è impoverito e impaurito. Dal fondo del paese sale un crescente brontolio, un disagio, un malcontento che ormai risuona dovunque. Ecco perché il blocco sociale si sfarina e di conseguenza si sfarina la maggioranza parlamentare, i partiti alleati, perfino Forza Italia. Ed ecco perché Tremonti cambia passo e invoca il metodo repubblicano, cioè il senso dello Stato che dovrebbe prevalere in certe occasioni e su certi problemi sopra gli interessi particolari di gruppo, di partito, di persona.
Guarda guarda, senti senti.
* * *
L’onorevole Tremonti ha una percezione molto personale e assai singolare di quello che lui chiama - chissà perché - metodo repubblicano e che tutti noi comuni mortali chiamiamo senso dello Stato. Per quanto mi riguarda io continuerò a chiamarlo così.
Il senso dello Stato, degli interessi permanenti dello Stato, infine del bene comune rappresenta (dovrebbe rappresentare) il contenuto stesso di ogni politica. E’ strano che Tremonti ne ravvisi la necessità soltanto con riguardo alla riforma delle pensioni e alla tutela del risparmio. E tutto il resto? La politica estera la vogliamo escludere dal senso dello Stato? La politica fiscale, quella economica, quella ambientale, la sanità, la parità di accesso ai mezzi di comunicazione, la politica dei redditi, il conflitto degli interessi, l’ordinamento della giustizia, il federalismo: tutte queste materie e altre ancora sono dunque da considerare carne di porco, "terrain vague" dove chiunque abbia in mano le redini del potere può fare i suoi porci comodi, far approvare leggi "ad personam", infischiarsene delle autorità di garanzia, dare spallate alla Costituzione, usare le Commissioni parlamentari d’inchiesta come strumenti di amplificazione per calunniare e infangare gli avversari politici?
Il ministro del Tesoro ha avuto un ruolo di protagonista nel calpestare con sovrana indifferenza il senso dello Stato. Cominciò fin dal suo esordio ministeriale mentendo spudoratamente al Parlamento e al Paese sulle cifre essenziali del bilancio, del reddito e delle prospettive dell’economia. Non solo errori macroscopici, ma menzogne, occultamento di dati reali. In altri paesi mentire al Parlamento è un comportamento analogo al disprezzo della Corte: entrambi vengono durissimamente sanzionati. Qui da noi sono considerati comportamenti innocui o tutt’al più peccati veniali dai quali ci si può riscattare biascicando cinque «Pater Ave e Gloria».
Poi, galleggiando sulle menzogne che rischiavano di diventare manifeste, si imbarcò nella vendita del patrimonio pubblico inventando strumenti che alleggerivano il disavanzo e il debito con anticipi ottenuti dalle banche alle quali i beni pubblici e/o l’incasso di pubbliche entrate venivano dati in garanzia con cospicui sconti sui valori di mercato. Così faceva ai tempi del Re Sole il sovrintendente generale Fouquet, che alla fine il Re fece arrestare dai moschettieri e che passò il resto dei suoi giorni nei tristi carceri di Antibes e di Pinerolo.
Infine il Tremonti ha utilizzato i condoni non già come provvedimenti saltuari ma come pratica costante della sua politica finanziaria, condonando il condonabile: evasione fiscale, evasione contributiva, abusivismo edilizio, imposte su redditi futuri forfettizzati oggi per domani, contravvenzioni sulle patenti di guida a punti, condoni tombali. Insomma tutto perdonato contro un po’ di soldi maledetti e subito, addestrando i contribuenti a infischiarsene del fisco con il magnifico risultato di avere abbassato le entrate tributarie ordinarie e vanificato la lotta all’evasione. Ritrovandosi nonostante ciò (l’ho già detto ma lo ripeto perché il fatto è enorme) con un aumento della pressione fiscale.
A me dispiace dirlo perché quel ministro sta seduto dietro alla scrivania che fu di Quintino Sella, di Marco Minghetti e per venire a tempi a noi più vicini di Luigi Einaudi, di Ezio Vanoni, di Ugo La Malfa, di Bruno Visentini e di Nino Andreatta. Perciò mi spiace dirlo, ma un ministro dell’Economia come questo, che per di più assomma nelle sue mani il Tesoro, il Bilancio e le Finanze non si era mai visto nella storia d’Italia, quella monarchica e quella repubblicana.
Comunque sulla via di Damasco il fulmine della rivelazione lo colpisce e gli rivela il metodo repubblicano. Limitatamente a pensioni e risparmio, s’intende.
Lo vogliamo prendere per buono?
* * *
Il collega Massimo Giannini ha scritto ieri a quali condizioni, secondo lui, possiamo prenderlo per buono. Concordo pienamente con la fitta elencazione da lui redatta anche se su alcuni punti mi sembra fin troppo generosa.
Ma sono anch’io del parere di prenderlo per buono, il Tremonti fulminato sulla via di Damasco perché stretto tra l’ostilità di Fini-Follini, il «pressing» di Bruxelles e dell’Ecofin, le cifre della Ragioneria e dell’Istat, l’opposizione parlamentare e quella sindacale. Il tutto mentre la sedia su cui sta seduto poggia su un basamento politico che, come abbiamo visto, si sfarina ogni giorno di più. E lasciamo pure da parte i settori dai quali lui in quanto lui si chiama fuori per ragioni di competenza.
Dove non si può chiamar fuori è però l’insieme della politica economica che non si può circoscrivere alle pensioni e al risparmio, altrimenti non si tratta più di invocare il senso dello Stato o metodo repubblicano che dir si voglia, ma di cercarsi degli ascari nell’opposizione parlamentare (o parte di essa) e nell’opposizione sindacale (o parte di essa). Perché se di questo si trattasse, allora all’ottimo Tremonti non bisognerebbe lasciare alcuno spazio né bisognerebbe cedere a nessun incantamento.
Dunque la politica economica. E’ molto semplice e non c’è bisogno di lunghi discorsi. 1) Basta con provvedimenti «una tantum», condoni e «swap» bancari in particolare. 2) Basta con l’idea di usare la riforma delle pensioni per fare cassa: quei risparmi - ottenuti possibilmente senza tagliare le gambe né ai padri né ai figli - debbono andare contestualmente e interamente al finanziamento del nuovo Welfare che, se non vuol essere una barzelletta, in tempi di lavoro flessibile è molto più costoso del vecchio e logoro Welfare tuttora esistente. 3) La tutela del risparmio avviene anzitutto sul terreno degli amministratori delle società (quotate o non quotate, onorevole ministro del Tesoro, questo lei lo sa benissimo perché le grandi holding di gruppo a cominciare da Fininvest non sono quotate in Borsa), sul terreno dei sindaci, dei revisori dei conti e delle agenzie di rating. Non mi pare che il suo disegno di legge dica granché su questi punti. Perciò si concentri meglio e riscriva, onorevole ministro, riscriva. 4) Divida pure le competenze sul sistema bancario tra Antitrust (tutela del risparmio) e Bankitalia (stabilità) e fissi pure, se il Parlamento è d’accordo opposizione compresa, un termine di durata nella carica di governatore della Banca centrale. Il termine, quale che sia, deve decorrere da oggi e probabilmente non deve coincidere con la fine della legislatura parlamentare. Credo inutile spiegarne il perché.
La politica economica non si esaurisce certo in queste poche cose, ma già questi quattro punti sarebbero sufficienti. Rispettandoli, tanto per dire, le risulterebbe impossibile continuare a parlare di riduzione della pressione fiscale (peraltro auspicabilissima) senza indicare quale taglio di quali spese si dovrebbe effettuare. Altrimenti si resta nel libro dei sogni e dei miracoli, cioè in quel tipo di cose che lei e i suoi compagni di governo debbono ormai togliersi dalla mente perché nessuno ci crede più.
Auguri, signor ministro del Tesoro. Ne ha di cose da fare. Tra l’altro le dovrà pur discutere con Berlusconi. O no?
Post scriptum. Penso anch’io, come il collega Giannini, che Francesco Rutelli farebbe bene a consultarsi con gli altri suoi alleati della lista Prodi prima di formulare proposte da lanciare verso la maggioranza. Se tutti i componenti di quella lista imitassero il presidente della Margherita, invece che lista Prodi converrebbe chiamarla lista Babele e non sarebbe una gran trovata elettorale. Questo è solo il modesto consiglio di un elettore, dopodiché ciascuno è libero di scegliere la corda con la quale impiccarsi.
L’egemonia culturale di Ponzio Pilato
Ezio Mauro
12 agosto 2004
NON so nulla delle lettere di Italo Calvino a Elsa de´ Giorgi e il tema non mi affascina. La questione mi sembra chiusa: il Corriere della Sera ha pubblicato un ampio servizio su quel carteggio (già rivelato anni fa da Epoca), ne ha ricavato qualche ipotesi romanzesca e qualche suggestione letteraria, come se quelle lettere contenessero la svolta intellettuale di tutta l´opera di Calvino. È sembrato troppo ad Alberto Asor Rosa, è sembrato ridicolo a Chichita Calvino, che hanno risposto su Repubblica. Il caso può finir qui. Aggiungo soltanto che a mio parere i giornali ovunque pubblicano le carte di personaggi pubblici, quando le giudicano di interesse generale, perché i giornali rispondono a quell´interesse. Con l´avvertenza, magari, di non presentare per inedito ciò che inedito non è, e con la licenza di romanzare un po´: soprattutto d´estate.
Qui potrebbe finire la storia, in sé minima. Ma se ne apre un´altra, formidabile. Perché Ernesto Galli Della Loggia è saltato a piedi giunti sul caso Calvino, ha ignorato la lunga intervista di Chichita e ha immediatamente imbastito un processo a Repubblica custode del sigillo sacro della sinistra e alla sinistra che detiene dagli anni Cinquanta ad oggi l´egemonia culturale e decide ciò che può essere detto e ciò che deve essere taciuto. Gli ha risposto Eugenio Scalfari, denunciando l´"ossessione" di Galli nei confronti della sinistra, che vede agire sotterraneamente e dovunque per subornare la pubblica opinione, e ricordando che nel lungo dopoguerra italiano i giornali, la radio e la televisione sono stati sempre nelle mani dei partiti di governo e dei poteri cosiddetti forti (allora lo erano davvero) che quei partiti fiancheggiavano con vigore.
Sono rimasto anch´io stupefatto per l´ideologismo ormai quasi meccanico che ha innescato questa discussione. Si parla delle lettere d´amore di Calvino ed ecco una scomunica integrale alla sinistra, detentrice ? secondo l´accusa ? perenne e immobile delle chiavi del politicamente corretto, ora e sempre: solo un automatismo ideologico può far discendere da quella causa questo effetto. Ma voglio provare a discutere sul serio con Galli Della Loggia, lasciando perdere l´occasione polemica per prendere il merito dei suoi argomenti.
E aggiungere un controargomento, per me di importanza capitale. In un paese democratico, come il nostro, l´egemonia culturale è in gioco tra i diversi poli di pensiero e i diversi gruppi di riferimento. Voglio dire che è contendibile, per fortuna. E può cambiare di segno, come a mio parere è avvenuto nell´ultimo decennio.
Galli ha ragione quando dice che un´egemonia culturale di sinistra ha contato nel nostro Paese, più o meno fino al collasso della Prima Repubblica, o a guardar meglio fino all´avvento del craxismo. Ma Galli ha torto, secondo me, quando traduce tutto questo nella categoria del "comunismo", come un perfetto fatturato politico della strategia togliattiana. Ha torto per due motivi, che accenno soltanto: prima di tutto quell´egemonia, come ha spiegato Scalfari, nasceva nella cultura, non nella politica, ma nell´opera individuale di registi, scrittori, intellettuali, orientati ? questo sì ? a sinistra, ma non longa manus di un partito; e poi, quell´egemonia ha travalicato il mondo della creazione artistica e dell´opera intellettuale ed è diventato politica diffusa dopo il Sessantotto, con la spinta e il nuovo linguaggio dei movimenti e delle forze extraparlamentari, che come è noto portavano in sé una forte carica di contestazione proprio nei confronti del Pci e del suo mondo.
Tuttavia su questo punto storico specifico Galli ha a mio parere più ragione che torto. Perché se la cultura orienta una società nei suoi valori e disvalori pre-politici, non c´è dubbio che la cultura del dopoguerra guardava a sinistra in un Paese politicamente moderato. E non c´è dubbio, nemmeno, che a sinistra chi più si è giovato di questo clima intellettuale è stato il Pci, gramscianamente (prima e più di Togliatti) educato a cogliere quei frutti.
Poiché non tutto è ideologismo, però, bisogna aggiungere che la cultura di sinistra (ripeto: in gran parte una libera cultura di sinistra, da Bobbio a Pasolini) in un´Italia democristiana è stata uno degli ingredienti della modernizzazione e della crescita di questo Paese, una sorta di correzione laica, di bipartitismo culturale in un Paese che non poteva portare il suo sistema politico a compimento per la presenza del più forte Partito comunista occidentale in anni di guerra fredda. Questo è un dato di fatto: così come è un dato di fatto che l´egemonia culturale di sinistra ha perpetuato alcuni "blocchi" nel dibattito italiano, come la lettura di una Resistenza incentrata sui comunisti, un´ipocrisia o peggio una mistificazione nei confronti dei crimini del comunismo, in Urss e negli altri Paesi dov´era andato al potere. Nella convinzione colpevole che «la verità ? come dice Martin Amis ? poteva sempre essere posticipata».
Ma oggi che il Pci non c´è più, è finito il comunismo, e si è dissolta l´Urss e con il sovietismo anche la divisione in blocchi e la guerra fredda, ha senso riprodurre quello schema, sostituendo al termine "comunista" il termine "sinistra", come se nel 2004 e in Italia fossero la stessa cosa? Non si può non vedere che una delle caratteristiche della sinistra italiana contemporanea è la debolezza identitaria, non la sua forza. Di quale egemonia culturale terribile sarà mai capace una sinistra che non sa da quali culture è lei stessa composta, quali sono le sue radici culturali spendibili oggi, chi sono i suoi ilari e i suoi penati superstiti dopo che - in ritardo, in gravissimo ritardo - ha scoperto che il tabernacolo comunista era vuoto?
Per il resto, l´Einaudi fa parte dell´universo berlusconiano, nel cinema italiano i Visconti hanno lasciato il posto a Vanzina, i giornali - ad eccezione di pochissimi - sono concretamente omogenei alla destra, tanto da essere ogni volta sorpresi e surclassati dalle reazioni della grande stampa europea davanti ad ogni nuova anomalia berlusconiana.
Tutto ciò mentre l´establishment in questo Paese che ha smarrito ogni sua missione è ormai fatto da pseudo-imprenditori che in realtà sono concessionari di lusso, post-imprenditori che devono gestire il loro declino, smart-imprenditori, indifferenti ad ogni idea civile del Paese, pur di spartirselo, visto che è facile, incapaci di qualsiasi opzione politica, perché costa e divide il fascio indistinto di popolarità conquistata nel grande rotocalco italiano e scambiata per consenso. Resta la tv, vera falciatrice di quel substrato materiale di egemonia culturale che è il senso comune. E la tv - tutte le tv, in Italia - è di destra ancor prima d´accenderla, è intrinsecamente berlusconiana con il catalogo modernissimo e regressivo di idee che veicola ogni giorno ad ogni ora.
Dunque, cerchiamo di essere intellettualmente onesti anche qui, davanti a questa evidenza. Che senso ha, che scopo ha, parlare oggi di egemonia (culturale?) della sinistra in Italia? È solo un riflesso condizionato? Credo di no. Penso anzi che si tratti di un´operazione tutta ideologica e politica - nient´affatto culturale - che punta a tenere la sinistra in condizioni di minorità perenne, a pronunciare nei suoi confronti (qualunque sia la sinistra, e in qualunque epoca) un interdetto perenne, che rende artificialmente vivo il comunismo: se non come organizzazione (il che per fortuna è impossibile) almeno come fantasma zdanoviano in servizio permanente effettivo, naturalmente occulto.
In questo modo, sta andando a compimento un lavoro politico avviato dieci anni fa, certo più importante della capacità egemonica presunta di Fassino o di Prodi: si tratta della destrutturazione di alcuni valori fondanti di questa democrazia repubblicana che il furore anticomunista dei revisionisti italiani ha colpito, delegittimato e gettato al mare perché troppo contigui e funzionali alla storia del comunismo italiano. Penso all´antifascimo, all´azionismo, al costituzionalismo, allo stesso laicismo, demonizzati ideologicamente come strumento ideologico di parte.
In un Paese meno sventurato del nostro, si tratterebbe semplicemente di valori civili, anzi, civici, nemmeno "democratici" se il termine sembra giacobino, ma certo "repubblicani" frutto di un riconoscimento condiviso di una nazione che dopo la sconfitta della dittatura sente di avere una storia patria comune a cui fare riferimento al di là delle divisioni tra destra e sinistra.
No: noi non abbiamo valori repubblicani comuni. Come ha denunciato Bobbio, lo sforzo per equiparare l´anticomunismo all´antifascismo ha portato ad un abominio che sta diventando anch´esso senso comune: l´equiparazione tra fascismo e antifascismo. Aggiungiamo l´aggressione politica e intellettuale agli ultimi azionisti, l´irrisione a quella religione civile che sia pure in fortissima minoranza hanno testimoniato per sessant´anni. Pensiamo ad un Presidente del Consiglio che non ha mai sentito il dovere di essere presente alla festa della Liberazione (Fini, almeno, ha partecipato alla celebrazione di Matteotti) mentre il suo partito ha proposto addirittura l´abolizione del 25 aprile come se quella data non celebrasse la fine della dittatura fascista, cioè un accadimento storico, come se la storia italiana cominciasse nel 1994 con Berlusconi.
Ecco il contro-argomento per Galli Della Loggia. Nel nostro Paese c´è stato un cambio di egemonia culturale che è sotto gli occhi di chi non è ideologicamente accecato. E l´avvento di questa pseudocultura "rivoluzionaria" di una destra populista e moderna insieme, è stato possibile per l´opera costante di destrutturazione dei valori civili, repubblicani, costituzionali che il revisionismo ha fatto in questi anni.
Sia chiaro: il revisionismo storico ha operato per fini propri, liberamente, senza alcun legame con questa destra berlusconiana. Ma è un fatto che la polemica sull´egemonia della sinistra arriva fin qui, è la cornice che ha fatto saltare il quadro repubblicano precedente e che oggi inquadra coerentemente - ecco il punto - il paesaggio berlusconiano. Solo così si spiega come la nuova destra si senta culturalmente legittimata, anzi revanscista, anche perché il pedagogismo che i revisionisti hanno esercitato (con fondate ragioni) ed esercitano a sinistra è completamente muto e paralizzato a destra.
Come se la destra italiana ? con il postfascismo appena sdoganato, la Lega che fatica a trattenere pulsioni o almeno espressioni razziste, Forza Italia ancora aliena alle istituzioni che guida e allo Stato che governa ? avesse già compiuto tutto il suo cammino con l´apparizione di Berlusconi agli italiani nel ´94. Questo strabismo, in realtà, è ideologismo. È un´operazione politica, quell´"ossessione" contro la sinistra denunciata da Scalfari. Perché se è giusto che la sinistra faccia i conti con la storia tragica del comunismo (visto che in Italia ne è fuoriuscita dopo la caduta del Muro, non prima) non si capisce come mai per certi intellettuali la destra operi invece nel secolo, fuori dalla storia e dai suoi rendiconti, come il ´900 che in Italia finisce da una parte sola, e si chiude zoppicando.
Eppure ci sarebbero molte domande da fare a questa destra anomala d´Italia, oggi che comanda, detiene il potere e costruisce una nuova egemonia di valori e di disvalori, e soprattutto di interessi. Ma i revisionisti se ne lavano le mani. Come Ponzio Pilato: non a caso duemila anni fa lo chiamavano proprio così: l´Egemone.
Lettera al Direttore
Eugenio Scalfari
11 agosto 2004
C aro direttore, la staffetta organizzata dal Corriere della Sera sul tema dell'epistolario Calvino-de' Giorgi e sull'egemonia culturale della sinistra, al suo terzo passaggio del testimone peggiora visibilmente di qualità. Paolo Di Stefano aveva dato conto di quell'epistolario intravisto dal buco della serratura con rischiosa destrezza di cronista condendolo di considerazioni più o meno appropriate; Ernesto Galli della Loggia ne aveva tratto spunto per riproporre l'ennesima puntata sul soffocante monopolio della sinistra sulla cultura italiana durante il primo cinquantennio repubblicano. Ieri è toccato ad Angelo Panebianco di rispondere ad alcune osservazioni da me sollevate, adottando la tecnica di mandare la palla in tribuna, cioè di trarsi d'impaccio parlando d'altro senza rispondere nel merito.
Avevo contestato al della Loggia una circostanza non oppugnabile in punto di fatto: nel cinquantennio repubblicano (che in realtà è ormai quasi un sessantennio) tutti gli strumenti e le infrastrutture culturali sono state possedute e controllate da gruppi e persone fieramente avversari della sinistra. Il sistema televisivo e radiofonico, la stampa d'informazione e quella d'intrattenimento, le case editrici, la produzione e distribuzione cinematografica, hanno avuto proprietari e gestori di marca democristiana e/o moderata con qualche rara eccezione di ispirazione liberale che conduceva vita grama e pressoché solitaria. La sinistra propriamente detta disponeva d'un paio di giornali di partito diffusi tra i suoi militanti e ovviamente privi di pubblicità.
L'egemonia culturale può essere di due tipi: c'è quella imposta o indotta dal possesso dell'"hardware", cioè delle infrastrutture e dei mezzi finanziari a disposizione; e c'è quella guadagnata con l'inventiva e le qualità del "software" cioè delle idee e della libera creazione di prodotti competitivi.
Ne consegue - dicevo contestando le tesi del della Loggia - che non possedendo né controllando gli strumenti culturali e le relative infrastrutture, l'eventuale egemonia della sinistra da altro non sarebbe derivata che dalla qualità dei prodotti culturali dovuti alla libera creatività di artisti, letterati, registi, giornalisti, che hanno lavorato in piena libertà conquistando e affezionando lettori e ascoltatori liberissimi a loro volta di dirigere altrove le loro scelte quando quelle effettuate non avessero più appagato i loro gusti.
A queste mie osservazioni di ovvio buonsenso e di non oppugnabile verità di fatto, il Panebianco non ha dato risposta alcuna, limitandosi a ribadire che quella famigerata e soffocante egemonia c'è invece stata ed ha strozzato le libere scelte del pubblico. Con una digressione finale di cui non so se ringraziarlo o riderne, ha poi sostenuto che Repubblica ha guidato di fatto la sinistra italiana e io personalmente ho preso il posto nel ruolo di Palmiro Togliatti e di Enrico Berlinguer.
Quale sia il legame tra questi farnetichi e l'epistolario Calvino-de' Giorgi lascio ai lettori di giudicare e mi accomiato da un tema sul quale non mi pare ci sia altro da aggiungere. Se non questo: con contraddittori della forza di Panebianco e di della Loggia qualunque imbrattacarte può aspirare a scalare le vette dell'egemonia culturale senza soverchi meriti né bisogno di guardie rosse al proprio servizio.
Sui quotidiani italiani, ieri mattina, il numero degli ospiti annunciati alla solenne Notte delle Tre Tavole variava, e non di poco: da un minimo di trentatré a un massimo di quarantatré, a conferma di quanto sia complicato, dopo anni di monocrazia assoluta, imparare di nuovo a fare i conti con la piccola e festosa folla della politica "collegiale". Prima bastava saper contare fino a uno?
L´unico elemento di continuità tra passato, presente e futuro era la presenza di una sola donna, la socialista Chiara Moroni, spersa in mezzo a una foresta di cravatte, copertura involontaria di un maschilismo ottuso e irriducibile, vero elemento anti-europeo, anzi extra-europeo, dell´Italia politica. Per il resto, quantità e qualità degli invitati (tra i quali spiccava, ovviamente, il trionfante De Michelis, riassunto al Tavolo dei Tavoli, quello dei leader) facevano intendere che, effettivamente, il famoso teatrino della politica aveva ufficialmente incorporato il famoso Berlusconi, venuto a Roma per spazzarlo via e divenuto il primo nome in cartellone.
Leggendo quella lista di segretari e sottosegretari, di esperti e consulenti, e il mormorio su tattiche e pretattiche, e le possibili mosse e contromosse, veniva spontaneo pensare, con sbalordimento, alla scena politica italiana di appena poche settimane fa, con Lui ritratto e replicato fino allo sfinimento, e tutti gli altri, amici e nemici, ridotti a commentarne le gesta non avendone di proprie. E viene da chiedersi perché mai questo paese debba sempre passare, come si dice classicamente, da un estremo all´altro: dall´ascesa travolgente e paurosa, a furor di popolo, di un miliardario demagogo che proclama di schifare la politica, e intende rimpiazzarla tutta quanta con il suo sorriso facilone, alla vendetta tardiva ma feroce, quasi sadica, della politica che lo costringe a piegarsi alle sue regole peggiori, quelle di una contrattazione mai limpida, di trattative mai chiuse, di patti sempre spergiurabili.
Possibile che, in mezzo, nell´immenso spazio vuoto che separa il Berlusconi semiduce, ossesso mediatico, padrone di tutto, dal Berlusconi di adesso, ostaggio dei suoi alleati, il centrodestra non abbia trovato un decente metodo per riconoscergli la leadership, però senza consegnarglisi mani e piedi? Perché, per esempio, i partiti di Follini e Fini hanno sempre votato (sapendo di votarli) leggi e decreti platealmente cuciti sulla silhouette personale del premier, sottoscrivendone gli atti più arroganti (come l´assoggettamento della Rai, che solo oggi, a cose ormai fatte, Follini pone come questione di principio), salvo poi denunciare un eccesso di potere personale che essi per primi hanno alimentato? Se dei paletti dovevano essere piazzati, e non in nome delle poltrone ma della democrazia, o perlomeno della decenza istituzionale di fronte al paese, perché non piazzarne neanche mezzo quando si era ancora in tempo, quando la vittoria elettorale (collegiale) della Casa delle Libertà era ancora fresca, e quando già si cominciava a capire che l´immodestia e l´estremismo del premier cominciavano a disgustare non solo gli elettori del centro moderato, ma perfino una parte consistente del suo stesso elettorato? E se questo, come si dice, è un paese moderato, come è possibile che sia riuscito a inscenare, in poco più di un decennio, prima la decapitazione simbolica (non del tutto) di un´intera classe dirigente, con Mani Pulite, poi la svendita all´ingrosso dell´intera scena politica all´uomo più ricco del paese, infine, storia di adesso, la minacciata restaurazione della prima Repubblica forse non tal quale ? ci mancherebbe ? ma comunque simile, con partitini di pochi etti che riescono a ribaltare la bilancia, decisioni di ogni ordine e grado impossibili da prendere, intere politiche economiche che franano sulla prima clientela ostile?
Che strano paese moderato, quello dove nemmeno i moderati sono moderati? Non lo sono stati quando hanno accettato di fare solo da codazzo plaudente a Berlusconi (a meno che "pavido" sia un accettabile sinonimo di moderato), si dubita che possano esserlo adesso, nel momento fatale in cui la crisi del Re mette a dura prova la moderazione e la lungimiranza dei cortigiani, finalmente con le mani libere.
DALLA VIVA voce di Bush, nella sua conferenza stampa di ieri mattina a Villa Madama, abbiamo appreso che il suo ricorso all´Onu e soprattutto il conferimento al nuovo governo provvisorio dell´Iraq di una sostanziosa sovranità sugli affari civili, economici e militari iracheni è dovuto alle pressanti richieste avanzate da Berlusconi che il presidente americano ha accolto per il riguardo dovuto all´amico e all´alleato. Berlusconi l´aveva già anticipato quando, pochi giorni fa, andò a riferire in Parlamento gli esiti del suo viaggio a Washington e a New York, ma pochi gli avevano creduto. Ora i molti che gli avevano dato dello sbruffone e del bugiardo sono serviti, a meno di non concedere a Bush la stessa patente di bugiarderia che qui siamo soliti attribuire al nostro presidente del Consiglio.
Con tutta la migliore buona volontà, questa tentazione tuttavia si affaccia alla nostra mente e ne porta con sé un´altra assai più seria: se Bush mente con tanta disinvoltura quando lascia all´alleato italiano il merito d´averlo convinto a cambiare rotta nell´enorme pasticcio iracheno e d´esser riuscito a convincerlo là dove avevano fallito Powell, Putin, Schroeder, Chirac, la Cina e Giovanni Paolo II, come possiamo prestar fede alle dichiarazioni del leader della superpotenza mondiale quando afferma che a Bagdad si è voltata pagina, che la Coalizione multinazionale è ormai il docile braccio armato del governo iracheno, che la spinosissima questione delle torture va ridotta alla responsabilità di pochi soldati in vena di goliardia un po´ troppo spregiudicata, che avremo tra breve uno Stato palestinese libero e indipendente e che, infine, l´Onu sta per assumere quel ruolo vitale, centrale, essenziale (scegliete voi l´aggettivo che più vi aggrada e Bush lo ripeterà) che da un anno e mezzo la vecchia Europa e la Russia e l´India e la Cina e i Paesi arabi chiedevano ad una voce? Ci voleva un miracolo. Ma il miracolo c´è stato. Possiamo battezzarlo ? perché no ? il miracolo di San Silvio. E se quel vecchio testardo e sfiatato di Giovanni Paolo II ancora ne dubita, peggio per lui. Rischia di doverne render prima o poi conto all´Onnipotente, che come tutti ormai sappiamo ricopre la sua luminosa essenza con una tunica a stelle e strisce alla testa della sua falange di angeli dalle trombe d´argento che alternano le note dell´inno americano a quelle di "Tipperary".
Tra un po´ inseriranno forse anche il nostro Mameli in quello spartito celeste destinato a sgominare i diavoli e a riportare la pace nel mondo in attesa della prossima guerra.
* * *
Naturalmente in Iraq stanno accadendo molte cose e sarebbe un grave errore non considerarne la portata. La vera portata, che solo in piccola parte coincide con quella propagandata dal coro angelico guidato con esperta e duttile maestria dal Condoleezza Rice.
Chi ha scelto i 26 membri del governo provvisorio iracheno? Stando alla versione Bush li ha reclutati Brahimi, l´inviato di Kofi Annan a Bagdad, dopo aver girato il paese da cima a fondo e aver tastato il polso di tutte le persone che contano, di tutte le etnie, religioni, tribù e ceti sociali.
La versione Brahimi differisce: il vero reclutatore è stato Bremer, il proconsole americano che tra venti giorni cederà il posto a Negroponte. «Bremer - ha detto Brahimi in una sua stizzita dichiarazione - si è comportato come un dittatore. I miei suggerimenti non erano questi». Esiste anche una versione Bremer che attribuisce il maggior peso della selezione reclutatoria al Consiglio provvisorio tuttora in carica fino al 30 giugno. Difatti buona parte del personale ministeriale proviene dal medesimo Consiglio, mentre Brahimi aveva inizialmente suggerito un´incompatibilità assoluta, necessaria proprio per marcare la famosa discontinuità tra l´ieri e l´oggi.
Il premier iracheno è emerso da un´indicazione del Consiglio provvisorio. Idem il presidente provvisorio. Tutti e due graditi a Bremer e al dipartimento di Stato (non da Rumsfeld).
Difficile dire se si tratta di una svolta, d´un compromesso a mezza strada o d´una piroetta. La versione di Al Sistani è che sia un compromesso a mezza strada; lui prima di pronunciarsi aspetta le elezioni dove pensa di vincere se non addirittura di stravincere. Intanto non disarma le sue agguerrite milizie che finora sono state, come si dice, con le armi al piede.
Del resto nessuno dei capi che contano, delle tribù che contano, ha disarmato le proprie milizie. Ce ne sono a decine, ogni milizia presidia le sorti d´una tribù, d´un sottogruppo, d´un partito, d´una fazione. Alcune - poche - con presenza nazionale; altre in sostegno di ras locali.
Neppure la milizia di Al Sadr ha deposto le armi nonostante le forti perdite subite in combattimento e le intimazioni di Sistani. Sadr tratta ma armato. I vecchi baathisti trattano. Il modello che viene avanti sembra quello d´assegnare a ogni milizia la guardiania dell´ordine pubblico facendogli indossare la divisa della polizia irachena: tante milizie, tanti spezzoni di polizia. Così è stata pacificata Falluja. Così regge la tregua inquieta di Nassiriya e quella di Kerbala. A Najaf ancora alle milizie di Sadr non sono state date le giubbe della polizia di Stato, perciò si sparacchia. A Bagdad c´è Al Qaeda e la questione è più complicata perché Al Qaeda non la vorrebbe in casa nessuno, né gli americani né le fazioni irachene. All´epoca di Saddam non c´era. Ma adesso c´è e questa è una tristissima novità.
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La nuova risoluzione dell´Onu è arrivata alla sua terza bozza e, con qualche ulteriore limatura, sembra ormai matura per esser messa in votazione e approvata dal Consiglio di sicurezza. Anche Chirac sembra disposto a votarla avendo ottenuto (per merito di Berlusconi, ma lui - ingrato - fa finta di non saperlo) che se il futuro governo iracheno dovesse invitare la Coalizione a sgombrare il campo, la Coalizione obbedirebbe.
Comunque, in assenza di quell´invito, la Coalizione se ne andrebbe entro il dicembre 2005 sempre che il lavoro di normalizzazione sia compiuto.
Questo calendario è chiaro nelle date ma oscuro nelle condizioni permissive. Non si sa a chi spetti il giudizio sull´avvenuta o non avvenuta normalizzazione, se al governo eletto o al Consiglio di sicurezza o alla Coalizione stessa e ai governi che ne rispondono.
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Nelle conferenze stampa di Bush a Roma e a Parigi l´argomento sostanzialmente ignorato è stato quello dell´eterno conflitto palestinese-israeliano. Solo il vecchio Papa ha battuto su quel tasto. Era quasi senza voce, le mani che reggevano i fogli del suo discorso gli tremavano visibilmente, respirava con grande fatica, ma le parole scendevano come colpi di martello e l´indice sottolineava i passaggi cruciali alzandosi verso l´alto quasi a chiamare la testimonianza dell´Onnipotente specificando che quelle parole era Lui dall´alto a dettarle al suo Vicario.
Salvo quella voce, la piaga purulenta del Medio Oriente è stata di fatto sorvolata. Credo perché il nostro Berlusconi non ha avuto il tempo materiale di occuparsene e di convincere Bush e Blair, con le buone o con le cattive, a darsene veramente carico. Ma vedrete, troverà il tempo anche per questo e allora anche su quel fronte vi saranno risultati.
Nel frattempo il Nostro ha promesso truppe fresche per l´Afganistan perché anche lì c´è ancora molto da fare: il governo Karzai non può mettere il naso fuori da Kabul senza esser preso a fucilate. Anche lì le milizie sono tante quanti sono i feudi, i vassalli e i valvassori che dominano, ciascuno, un pezzo o pezzetto di paese. Perfino gli studenti Taliban hanno rialzato un po´ la testa anche se acciaccati ma tuttavia vivaci e pieni di voglie.
Il governo Karzai, o meglio il comando americano, non hanno ancora avuto la brillante idea di far indossare alle milizie dei signori della guerra le uniformi della polizia di Stato afgana. In compenso molti di quei signori fanno parte del governo nazionale. L´Onu fa peacekeeping nella capitale.
Fuori di essa le milizie fanno peace enforcing a modo loro. I soldati Usa, insieme a qualche reparto di "volenterosi", cercano sempre Bin Laden sulle montagne di confine col Pakistan.
Questa storia sembrava finita all´inizio del 2002, ma a metà del 2004 è sempre lì. La maggior parte delle donne continua a nascondere la faccia dietro il burqa per non far arrabbiare i mariti. Emma Bonino se ne dispera e a ragione. Bisognerebbe stabilire per legge il nubilato? E se non bastasse? Se anche i fidanzati preferissero il burqa quando portano a spasso le fidanzatine?
Valli a capire. Forse Schifani potrebbe suggerire qualche cosa d´intelligente. Forse anche Calderoli. Di talenti noi ne abbiamo a dovizia. Se andassero all´estero per informarsi meglio sarebbe un gran vantaggio per tutti, a cominciare naturalmente dal popolo italiano.
Per la maggioranza torturare è lecito, basta non insistere
di Maria Zegarelli
Giovedì alla Camera c’è stato un altro durissimo regolamento di conti nella Cdl. Ha vinto la Lega, facendo votare a sorpresa un - incivile - emendamento alla legge sull’introduzione del reato di tortura nel codice penale in base al quale le violenze o le minacce devono essere «reiterate». Ripetute più volte, altrimenti no, non è tortura. L’emendamento è passato con 201 sì, 176 no e due astensioni, Bobo Craxi del nuovo Psi e Giuseppe Naro dell’Udc. È successo tutto nel giro di pochi minuti, mandando all’aria un lavoro che andava avanti da due anni. Il testo - primi firmatari Piero Ruzzante, Anna Finocchiaro e Luciano Violante, oltre a 100 parlamentari di centro destra - in Commissione Giustizia era stato condiviso da tutti gli schieramenti politici, tranne la Lega. Il Parlamento stava, finalmente, per votare la legge che dava corpo agli impegni presi dall’Italia con la ratifica della Convenzione dell’Onu contro la tortura. Invece adesso si riparte da zero.
Fuori c’è il sole. Dentro il parlamento, invece, il clima è plumbeo. La bagarre scoppia quando il relatore del provvedimento Nino Mormino alza il pollice verde dando indicazioni di voto a tutta la Cdl. L’opposizione insorge. Anna Finocchiaro, responsabile giustizia dei Ds urla verso i banchi della maggioranza «vergogna». Racconta la testimonianza «di una donna del Salvador che venne sottoposta per giorni e giorni a torture fisiche. Lei mi disse che la cosa più grave che le fecero fu una sola minaccia. Fatta una volta sola: le promisero che avrebbero fatto assistere alle torture il figlio di 3 anni e mezzo... Dovreste vergognarvi perché con il voto di oggi mancate di rispetto alle migliaia di persone che ogni giorno vengono torturate». Il presidente di turno, Alfredo Biondi sospende la seduta, mentre il responsabile Giustizia della Margherita, Giuseppe Fanfani, chiede di far tornare in commissione il testo di legge. Il verde Paolo Cento accusa: «Voi state dalla parte dei torturatori. Non potevamo aspettarci di meglio da questi leghisti che esprimono i ministro Castelli che era a Bolzaneto e ha coperto le torture del G8». Volano diversi «fascisti», gridati da Russo Spena, di Rifondazione. Antonio Di Pietro azzarda: «Dietro questo emendamento c’è la volontà di rendere non punibile il comportamento di mafiosi veri...».
La maggioranza rumoreggia e poi esplode il leghista Guido Rossi: «Oggi è stata fatta una grave offesa all’aula che è sovrana». Detta così, proprio da un leghista, sembra quasi comica, la frase. La Lega ci mette in mezzo l’ex ministro Oliviero Diliberto, Cuba, i comunisti e altro ancora. Luciano Dussin butta lì: «La proposta di legge non ha nulla a che vedere con la tortura, è nata per contrastare l’attività investigativa delle forze dell’ordine». Anna Finocchiaro, che è uscita dall’aula, non ci pensa nemmeno a rientrare, perché «non c’è niente da discutere con questi». Dice: «Con questo emendamento prendere un ragazzo o un immigrato, portarlo in caserma e torturarlo per una volta soltanto non è reato».
Un «sorpreso» presidente della commissione Gaetano Pecorella, invece, chiede il rinvio del testo al comitato dei nove. Richiesta accolta. La confusione è al massimo: sia il relatore che Pecorella avevano espresso parere negativo all’emendamento, ma poi in cinque minuti è tutto cambiato. L’esponente di Forza Italia, in affanno, butta giù una spiegazione e peggiora tutto. Fa insorgere anche l’Udc. Dice: «Devo dare atto che la scelta della commissione era esattamente nel senso opposto e cioè di un parere contrario all’emendamento della Lega. Poi c’è stata una decisione politica all’interno della Cdl, che purtroppo è intervenuta secondo me tardivamente, ma di cui non abbiamo potuto non prendere atto perché una coalizione di maggioranza deve avere, o dovrebbe avere, caratteristiche di compattezza...». Il capogruppo dell’Udc Luca Volontè ribatte: «Non c’è stato alcun accordo. Forza Italia non ha parlato di questo con noi, forse l’ha fatto con la Lega. Se questo è l’ennesimo prezzo che qualche luminare della Cdl vuole pagare alla Lega lo paghi, ma noi non cederemo. O si torna al testo originario, concordato sia all’interno della coalizione sia con l’opposizione oppure il nostro sarà un voto contrario». A nome suo e del gruppo che rappresenta promette battaglia. Di più: «Farò scudo con il mio corpo affinché o si tolga l’emendamento della Lega o la legge non trovi il voto favorevole dell’intero parlamento».
In tarda serata arriva un’altra versione dei fatti: c’è stata confusione con un emendamento antecedente a quello in esame, presentato dalla Lega. Così Udc, An e Fi hanno votato a caso. La Lega gongola: «Il nostro emendamento non sconvolge lo spirito della legge, ma determina meglio che cosa si debba intendere per tortura. La minaccia è già sanzionata - sostiene Carolina Lussana - ma perché diventi tortura c’è bisogno di qualcosa di più». Fuori dall’Aula, intanto, cresce la protesta.
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Caro direttore, tredici mesi fa, il 15 febbraio, le capitali di tutto il mondo furono attraversate dal popolo della pace. Milioni di donne e di uomini dissero no alla guerra in Iraq.
Un mese dopo è iniziata questa guerra al di fuori dell´Onu e del diritto internazionale, una guerra che non doveva cominciare, che saggezza e lungimiranza politica consigliavano di evitare e che oggi non è ancora conclusa, lasciando l´Iraq dentro un guado, il cui passaggio può avere esiti imprevedibili e pericolosi.
Il popolo europeo nella sua interezza è stato parte integrante del movimento della pace, anzi ha posto la pace nell´identità stessa della nuova Europa. A distanza di un anno, alla vigilia di una nuova giornata mondiale per la pace e contro la guerra, c´è una domanda che il popolo della pace pone alla politica, anche in Europa, e che non può essere evitata.
Queste sono le questioni all´ordine del giorno:
1) Di fronte al fallimento della guerra come strumento per risolvere i conflitti, è necessario riflettere con più coraggio sul ruolo dell´Onu e sulla sua riforma, perché non si può permettere in nessun modo la delegittimazione di questo insostituibile strumento, per prevenire e risolvere i conflitti e per salvaguardare un ordine internazionale pacifico.
2) La lotta al terrorismo. L´assoluta consapevolezza del pericolo rappresentato oggi dal terrorismo e la necessità di moltiplicare tutti i nostri sforzi per combatterlo, non può giustificare la guerra. È necessario trovare nuove strategie efficaci da affiancare alle indispensabili azioni a tutela della sicurezza dei cittadini.
Il terrore punta alla paura, per catturare e fare prigionieri del proprio disegno i popoli e le istituzioni. Per sconfiggere la paura e la cattura del terrore sono necessarie un´intelligence costante e puntuale, istituzioni forti e credibili e una politica, che sappia guardare lontano alle grandi ferite aperte in tante parti del mondo, a cominciare dal Medio Oriente, e sappia sanarle con coraggio. 3) Il drammatico e crescente divario tra il nord e il sud del mondo. C´è un nuovo muro, che divide il mondo. C´è uno sterminio per fame, per sete, per malattia, che travolge interi continenti e che interpella la coscienza di tutte le persone. Dobbiamo combattere questo sterminio con la stessa intransigenza con cui pensiamo di combattere il terrorismo, impegnando più risorse di quelle che spendiamo per le armi. Solo così e non altrimenti si costruisce il futuro. 4) Il nuovo ruolo dell´Europa. Un´Europa che sappia costruire la pace, in alleanza con pari dignità con gli Usa e in un dialogo efficace e lungimirante con le leadership africane, latino-americane e asiatiche, operando per un nuovo multilateralismo, dove possano contare davvero tutte le grandi aree del mondo. La stessa forza di difesa europea è al servizio di questo disegno e ne è strumento. La forza dell´Europa non sta principalmente nelle sue armi e nel suo esercito, ma nella sua politica, nella sua costituzione e nelle sue istituzioni.
Se questi sono i problemi sul tappeto, è giusto anche riconoscere che il movimento per la pace sta faticosamente costruendo una nuova cultura della pace, che la politica non può sottovalutare: anzi è un patrimonio di valori, a cui attingere.
Queste sono le sfide:
A) Costruire la pace con mezzi pacifici. Di fronte al fallimento della guerra, che oggi in tantissimi condividono, questa è una intuizione di straordinario valore, sui cui lavorare con pazienza, con intelligenza, senza arrendersi alla cultura della forza e delle armi.
B) Vedere la guerra dalla parte della vittime. Non è umanitarismo compassionevole, è uno sguardo nuovo e grande, che rivela la follia della guerra, pagata sempre dagli innocenti e dai civili.
C) Un nuovo senso della giustizia. Per secoli si è campato sull´equazione guerra/giustizia, ma, come ha scritto Gustavo Zagrebelsky, "nessuna politica è conforme a giustizia se il perseguimento del suo fine comporta il prezzo dell´ingiustizia, del male causato all´innocente".
D) Il tramonto della cultura del nemico. Il movimento della pace rifiuta alla radice l´odio, l´inimicizia, il disprezzo dell´altro, e critica la guerra con lucidità perché cerca incessantemente la pace. Anche l´antiamericanismo, che è presente in alcune frange, non fa parte della cultura del movimento della pace, come non fa parte di questa cultura la logica della scomunica, della delegittimazione con un linguaggio violento di chi non la pensa esattamente come noi. Queste sono scorie che appartengono ad altri recinti e che sono molto pericolose, perché possono portare a derive imprevedibili. La nuova cultura della pace domanda stili di mitezza e di dialogo.
E) La riconciliazione. Sembra una parola debole e non politica. Al contrario ha una grande forza anche politica. Il problema ultimo nei conflitti non è vincere, ma riconciliare, perché solo riconciliando si vince e si costruisce futuro nella vita di un paese, come l´Iraq o nel confronto drammatico israelo/palestinese e in tante altre parti del mondo.
Questi sono i motivi per cui vale la pena di guardare con grande speranza alla giornata di oggi. Essa sarà importante perché la pace avvenga in Iraq, ma anche per il futuro dell´Europa. Non c´è Europa senza la pace.
Cher Comité pour la paix,
Merci pour le «prix de la Paix» ! Comme vous, je crois en la paix. Et nous qui croyons en la paix pensons que c’est la plus noble des tâches de faire que chacun d’entre nous dans le monde pense de même.
Mais tout le monde ne le veut pas. Le monde est composé de deux tribus vivant dans le désert. Une tribu vit dans le pays qui possède le puits. Les autres vivent autour. La tribu qui a le puits veut la paix. La tribu qui vit dans le pays autour ne veut pas la paix — elle veut de l’eau !
La tribu qui vit dans le pays autour est sans doute un peu moins civilisée et n’a même pas un mot pour «paix». Mais elle en a un pour «soif», ce qui, vu les circonstances, veut plus ou moins dire la même chose.
Le «Comité pour la paix» qu’on trouve dans le pays qui a le puits, est composé de gens honnêtes, sages, beaux, riches, qui n’ont pas soif. C’est pour cela qu’ils ont le temps et l’énergie de se dévouer pour le Comité. Les gens du pays qui ont le puits parlent beaucoup du «prix de la paix» attribué par le Comité aux autres personnes qui vivent dans le pays qui a le puits.
Les gens du pays autour ne parlent pas beaucoup du «prix de la Paix».
Merci pour mon «prix de la Paix»
Lars von Trier
grazie per il Premio per la pace! Come voi, anch’io credo nella pace. E noi che crediamo nella pace pensiamo che il compito più nobile è quello di far sì che che ciascuno di noi nel mondo la pensi così
Ma non tutto il mondo lo vuole. Il mondo è composto da due tribù che vivono nel deserto. Una tribù vive nel paese che possiede i pozzi: Gli altri vivono attorno. La tribù che ha i pozzi vuole la pace. La tribù che vive nei paesi attorno non vuole la pace – vuole l’acqua!
La tribù che vive attorno è indubbiamente un po’ meno civilizzata e non ha neppure un nome per “pace”. Ma ne ha uno per “sete”, ciò che, date le circostanze, significa più o meno la stessa cosa.
IL “comitato per la Pace” che si trova nel paese che ha i pozzi è composto da persone oneste, sagge, belle, ricche, che non hanno sete. E’ per questo che hanno il tempo e l’energia per dedicarsi al Comitato: Le persone del paese dei pozzi parla molto del “premio della Pace” attribuito dal Comitato alle altre persone che vivono nel paese che ha i pozzi.
Le persone del paese attorno non parlano molto del “premio della Pace”.
Grazie per il mio “premio della Pace”
Lars Von Trier
Di mercificazione del corpo femminile è lastricata la storia dell'umanità, ma la cultura - chiamiamola così - azzurra made in Italy riesce ancora una volta a scartare la medietà e a eccellere in stupidità e cinismo. Nella brillante proposta di imporre una tassa progressiva sul secondo aborto e sui successivi firmata dal senatore Gentile non c'è solo l'ennesimo attacco al welfare, al principio di uguaglianza, a una legge dello Stato confermata da un referendum popolare, al primato delle donne nella procreazione. C'è un'idea generale dei delitti e delle pene che merita una menzione speciale per la sua volgarità: abortire è un crimine, passi per la prima volta, ma se c'è la recidiva si paga, e si paga ogni volta di più. Partorirai con dolore, abortirai con moneta. La libertà femminile è servita. Non servono argomenti moderati contro questo colpo d'ala di volgarità e non servono cifre ragionevoli. Lo sappiamo noi e lo sanno Gentile e Sirchia: gli aborti calano, la contraccezione funziona, il problema resta soprattutto per le fasce sociali meno istruite e per le immigrate, e dunque non c'è da modificare la 194 ma semmai da migliorarne il funzionamento. Non è questo il punto, perché l'aborto non è una questione di contabilità, né criminologica né sociologica. Non è una piaga sociale e non è un delitto: è una disgrazia e un lutto, rimedio estremo a una gravidanza indesiderata, che a sua volta è un imprevisto e un lapsus. Provate a monetizzare l'inconscio, e dell'alzata d'ingegno di Gentile sentirete subito il suono stridulo e ridicolo.
Non ci sono le condizioni politiche per portarla avanti, dice ora Sirchia dopo essersi a sua volta coperto di ridicolo ammiccandole col suo solito spirito pedagogico militante, che gli fa dimenticare l'obbligo istituzionale di applicare le leggi prima di attaccarle che compete a un ministro. No che non ci sono, le condizioni politiche. Non solo perché nella stessa Casa delle libertà s'è alzato il fuoco di sbarramento, e nell'opposizione la barriera dei no è (quasi) compatta. Non ci sono, perché il ritornante refrain contro la 194 che ogni tanto qualcuno intona come un grammofono sfiatato si infrange ogni volta contro il muro dell'indifferenza femminile. Non passa, perché non allarma. Non allarma, perché un ritorno indietro, sul terreno dell'aborto, è per le donne, italiane e non, semplicemente impensabile. L'aborto non è un diritto acquisito: è una tessera irrinunciabile di quel mosaico interiorizzato di responsabilità che si chiama primato sulla maternità.
Di questo mosaico la soap opera politica attacca ora questo ora quel pezzo. Ci prova e ci riprova da lustri con l'aborto, c'è riuscita di recente con la legge contro la procreazione assistita: per poco, perché il referendum si occuperà di vanificarla, e di mettere in soffitta quell'idea dell'embrione-persona che accomuna i divieti sull'uso della provetta e le tasse sull'interruzione di gravidanza. Non c'è far west procreativo, non c'è far west abortivo, non ci sono donne da sorvegliare e punire. Prima la soap politica ne prende atto meno fiato spreca: e la cosa non riguarda solo gli estremismi azzurri. Riguarda anche gli opportunismi confessionali che ogni volta agitano i petali della Margherita, ora procurando voti alle norme contro la fecondazione artificiale, ora procurando ammiccamenti alla revisione della 194.
Per una strano gioco della sorte, il senatore Gentile (non nuovo a questa e altre boutade, compresa la proposta di conferire il nobel per la pace a Berlusconi) viene da Cosenza, la stessa città che nei giorni scorsi ha visto la sua sindaca rivendicare la propria decisione di mettere al mondo un figlio anche senza sostegno paterno, contro ogni ombra di ipocrisia sociale e politica. Ammettiamo per gioco che volesse rincorrerla sulla scena mediatica e sullo stesso terreno. Solo che da una parte c'è una donna che agisce in libertà per affermare il suo desiderio di diventare madre, dall'altra c'è un uomo che lavora di repressione per punire il desiderio di altre donne di non diventarlo. Scarti della differenza sessuale nella procreazione, scarti della differenza di stile nella politica. Il desiderio non ha prezzo, e monetizzarlo non paga.
Nel caldo pomeriggio romano di ieri la frase ricorrente tra gli esponenti dell'attuale maggioranza era: «Domenica, maledetta domenica». Il vertice a oltranza convocato per oggi non è più sicuro: può essere rinviato o addirittura saltare. Anche da Palazzo Chigi ti dicono che il vertice è stato convocato, ma non è sicuro che la convocazione abbia effetto. La crisi del governo berlusconiano è arrivata al calor bianco e anche aver immolato Tremonti (che dice solo di soffrire di amnesia e, quindi, insiste nel far intendere che avrebbe molte cose da dire) non è servito a nulla. Anche un rappattumamento dell'ultimora sarebbe solo una provvisoria pecetta.
Il dato di fatto è che nella presente situazione di grave crisi economica (il cavaliere è stato anche sfortunato) il berlusconismo gattonesco, un po' populista e un po' autoritario è del tutto finito, non ha più spazio.
Certo Berlusconi, forte della sua maggioranza parlamentare (ma anche questa non più sicura come una volta), può decidere di andare avanti sulla via dell'autoritarismo e della demagogia, di una drastica riduzione delle imposte (ma avrà qualche problema di bilancio) e di limitazione delle libertà costituzionali e tentare di durare fino alla scadenza della legislatura, ma sarebbe egualmente cotto. Nella, per lui, migliore delle ipotesi marcirebbe fino al 2006.
Potrebbe, e ci ha sicuramente pensato, mettere in moto la sua potente macchina mediatica, drammatizzare la situazione: o me o il diluvio, più precisamente o me o i comunisti e andare alle elezioni anticipate. Ma questa ipotesi gli fa, fondatamente, piuttosto paura. Non è più possibile una replica del 18 aprile del 1948 e lui non è più «l'uomo nuovo» che libera il paese dai «professionisti della politica». E vale aggiungere che Berlusconi non è solo un uomo politico che può andare in minoranza, è anche un imprenditore assai importante e ove perdesse il potere politico il trascurato «conflitto di interesse» potrebbe cadergli malamente addosso. Quindi quello delle elezioni anticipate forse è un rischio da evitare. Forse è condannato a farsi cucinare a fuoco lento.
Follini, fino a ieri fedele alleato del Cavaliere e che si muove solo per ragioni di potere, ha capito che il tempo è cambiato, ha capito che nella situazione italiana ed europea Berlusconi non ce la può fare a governare e ha scelto la linea del cucinarlo a fuoco lento: con la maggioranza esterna continuerà a dare i suoi voti a Berlusconi aspettando fiduciosamente che si scuocia fino a diventare immangiabile e nel frattempo offrire ai cosiddetti poteri forti una sostanza di governo meno decisionista e più malleabile.
Per ultimo c'è, almeno per noi, una considerazione poco consolante e cioè che la partita se la giocano tra loro, in famiglia, nella stessa famiglia. Una vola, da veterocomunista, mettevo (e mettevamo) l'accento sulle contraddizioni interne dell'avversario, ma perché avevamo la presunzione di essere noi un soggetto attivo, capace di egemonia prima che di potere. Allo stato dei fatti il centro-sinistra non è questo soggetto alternativo, pensa ancora che la strada del successo sia quella dell'attenzione al centro, e non ai ceti medi di togliattiana memoria ma al centro politicante. E soprattutto non si capisce che cosa veramente voglia nella situazione data. Dopo la fine della seconda guerra i comunisti sottoscrissero anche un prestito per la ricostruzione, ma contemporaneamente avevano fatto passare una Costituzione certamente non liberista e avevano cominciato lotte, anche per la riforma agraria che non era proprio la nazionalizzazione delle industrie.
Francamente se dovessimo arrivare a considerare il pur rispettabile Marco Follini, l'uomo che ci potrà liberare dal Cavaliere saremmo messi molto male.