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Alberto Viticci,

Mose, il progetto è definitivo

Ma in Commissione di Salvaguardia un mare di polemiche

Il Comitatone lo aveva già approvato il 3 aprile scorso, il premier Berlusconi aveva posato la prima pietra. Ma al Mose mancavano ancora alcuni pareri. Ieri la commissione di Salvaguardia ha dato il via libera al «progetto definitivo» delle dighe mobili tra aspre polemiche.

Un parere approvato con 15 voti favorevoli, mentre i sei rappresentanti degli enti locali sono usciti dall’aula per protesta. «Ci potrebbero essere dei risvolti penali», spiega l’avvocato Gianfranco Perulli, rappresentante del Comune di Venezia, «perché i membri eletti non sono stati messi in condizione di valutare tecnicamente il progetto». Un metro cubo di carte arrivato poco prima di Natale e approvato senza dibattito. Secondo il legale ci potrebbe essere una violazione dell’articolo 97 della Costituzione, che richiede «il buon andamento dell’amministrazione pubblica». Ma la commissione non ha sentito ragioni. Presieduta per la prima volta dal presidente della Ragione Giancarlo Galan, ha espresso il parere favorevole. Per l’occasione si sono visti al gran completo anche i rappresentanti dei ministeri.

Stefano Boato, per il ministero dell’Ambiente, ha elencato una lunga serie di dubbi sull’opera, tra cui gli effetti negativi che questa avrà sul traffico delle navi, l’impatto ambientale provocato dai circa 8 milioni di metri cubi di materiale che sarà scavato, l’irreversibilità dei nuovi fondali, cementati a quote superiori a quelle di oggi. Il ministro Matteoli ha fatto sapere in serata di «non riconoscersi nella posizione del professore».

«Un vero blitz», lo hanno definito i componenti degli enti locali, «per il più grande progetto mai esaminato la commissione ha impiegato un mese e due sedute, meno della metà di quanto occorre per un’altana».

Michele Vianello, deputato veneziano dei Ds, ha depositato ieri una durissima interrogazione al ministro dei Trasporti Lunardi. Ricorda che il Comitatone aveva deliberato il 3 aprile scorso di passare all’esecuzione del Mose «in mancanza della prescritta Valutazione di Impatto ambientale, per cui l’Ue ha chiesto spiegazioni al governo, e in mancanza del parere della Salvaguardia». «Vorrei sapere», scrive Vianello, «se la realizzazione del sistema Mose stia procedendo in prsenza di palesi irregolarità nella procedura».

E un nuovo ricorso al Tar minacciano gli ambientalisti. Stavolta chiedendo anche la «sospensione dei lavori». «Il Comune deve avanzare la sospensiva», dice il presidente della commissione Legge Speciale Flavio Dal Corso. Aprendo formalmente un fronte nella maggioranza di Ca’ Farsetti che nonostante la decisione di un anno fa non ha mai inteso fermare i lavori. «Questa della commissione di Salvaguardia è l’ennesima forzatura nelle procedure», dice l’assessore Paolo Sprocati, «convocheremo i nostri tecnici e poi decideremo il da farsi». «Per Venezia non potevamo aspettarci di peggio», gli fa eco la parlamentare verde Luana Zanella, «il business del Mose ha dirottato su di sè tutte le risorse». Intanto il Mose fa un altro passo avanti. «Per noi il progetto è quello», sorrideva ieri l’ingegnere Alberto Scotti, progettista del Mose, «ora possiamo andare avanti con l’esecutivo come chiesto dal Comitatone».

Tanta rabbia e c’è chi se ne va sbattendo la porta

VENEZIA. Il primo ad andarsene sbattendo la porta è il rappresentante dei comuni della gronda (Chioggia, Mira, Codevigo, Campagna Lupia) Guido Moressa. «Non intendo votare», scandisce, «perché la commissione non è stata messa in grado di valutare il progetto, e soprattutto le conseguenze che avrà sul nostro territorio». «Abbiamo ricevuto le carte pochi giorni prima di Natale e oggi ci costringono a votare. Un atteggiamento che può avere soltanto spiegazioni politiche». Giuseppe Ambrosio, direttore generale del ministero dell’Agricoltura, scalpita e impreca contro chi parla troppo ed «entra nel merito di un progetto di cui si parla da anni» e rischia di fargli perdere l’aereo. «Quando arriveranno le pratiche edilizie dei comuni farò anch’io così, tirerò in lungo», si lascia sfuggire, «il parere l’hanno già dato, è ora di votare». Il Mose non è questione un tantino più compless? «Ne vogliono fare una questione politica», dice. E’ proprio l’accusa che muovono compatti alla maggioranza della commissione i rappresentanti di Comune, Provincia e comuni di gronda. E, a sorpresa, il rappresentante della Regione Ubaldo De Bei. «Non è serio», dice, guardato con diffidenza dai funzionari di palazzo Balbi, «non me la sento proprio di votare per un progetto che non ho fatto in tempo a leggere». Andrea Ballin, a nome della Provincia, esprime «rammarico». «Avevamo chiesto un rinvio per leggere le carte», dice, «non ci hanno ascoltato». Cristiano Gasparetto, rappresentante del Comune, sottolinea che si tratta di «scelta illegittima»: «Quel progetto è stato approvato senza Valutazione di impatto ambientale, come previsto dalla normativa europea e il voto della Salvaguardia arriva a cose fatte, con i dubbi procedurali espressi dagli enti locali. Daremo battaglia». (a.v.)

GALAN «Il Comune come Ponzio Pilato»



VENEZIA. «Forzature? Le uniche forzature le fanno da anni quelli che vogliono bloccare l’opera. Il Comune che ha fatto il Ponzio Pilato, l’assessore Sprocati che con una lettera un po’ vergognosa voleva sollevare i suoi rappresentanti in commissione. Venezia può essere sicura. Da oggi finisce il suo secolare martirio di acque alte». Non si cura delle plemiche il presidente della Regione Giancarlo Galan. E annuncia trionfale l’avvio «definitivo» del Mose.

Il presidente della Regione non si era mai visto in quest’aula.

«Sono venuto per l’insediamento. E oggi per l’importanza dell’argomento trattato e per rispetto nei confronti di chi ha assunto le decisioni precedenti».

Una decisione assunta in contrasto con gli enti locali, i comuni di gronda e la Provincia.

«Avevano già votato a favore, La delibera che dà il via al Mose è stata approvata dal Comitatone del 3 aprile all’unanimità».

Ma il Comune aveva posto 11 condizioni preliminari.

«Nel verbale del Comitatone è scritto con estrema chiarezza che si trattava di una problematica distinta, non ostativa alla realizzazione del progetto. Se qualcuno ha avuto interesse a raccontare verità diverse, mi dispiace per lui, ma le indicazioni del Comitatone sono chiarissime»

Al progetto manca ancora la Valutazione di impatto ambientale.

«La Via l’ha fatta la Regione. Ognuno adesso può fare ricorsi, aprire indagini. Ma l’opera è partita. Il governo ha mantenuto le promesse». (a.v.)

Una storia lunga un quarto di secolo

Una grande opera di cui si discute da un quarto di secolo. Risale infatti ai primi anni Ottanta il progetto di massima del ministero dei Lavori pubblici sulle chiusure alle bocche di porto. Nel 1984 la progettazione è stata affidata al Consorzio Venezia Nuova, concessionario unico per le opere di salvaguardia creato con la seconda Legge Speciale.

Del 1988 è il progetto preliminare, con l’inaugurazione fatta dall’allora vicepresidente del Consiglio Gianni de Michelis del prototipo Mose. Nel 1992 arriva il progetto di massima, nel 2002 quello definitivo. Il sistema Mose prevede la chiusura delle tre bocche di porto con una serie di enormi paratoie (82) cementate sul fondo, che si alzano riempite d’aria in caso di marea superiore ai 110 centimetri. Costo stimato, circa 3 miliardi di euro. Sulla grande opera i pareri anche scientifici sono contrastanti. Promosso dai cinque esperti nominati dal ministero, il Mose è stato bocciato dalla Valutazione di impatto ambientale nel 1999. Nei primi mesi del 2003 è cominciata la costruzione della diga foranea di Malamocco, «opera preliminare» che servirà per proteggere la conca di navigazione. (a.v.)

Un progetto devastante. Perché infrange il duro strato di argilla consolidato da millenni (il “caranto”) che è la base geologica dell’intero sistema delle isole della Laguna. Perché introduce ulteriori pesanti elementi di degrado del lieve paesaggio lagunare. Perché apre la strada a ulteriori speculazioni immobiliari.

E soprattutto, perché è finalizzato a obiettivi in radicale contrasto con i valori di Venezia e del patrimonio universale che essa costituisce: l’accentuazione del turismo di massa (ben più devastante dalle acque alte); l’omologazione a una “modernità” che ai tempi di Marinetti poteva sedurre, oggi è ovunque in crisi profonda; la negazione di una delle qualità essenziali di Venezia, la lentezza dei tempi dei percorsi nella città, condizione per l’atteggiamento contemplativo, e obiettivo (insieme alle bellezza dei percorsi) per una città a misura d’uomo.

Due articoli di Alberto Vitucci, su la Nuova del 23 e del 25 luglio 2003, informano sulla minaccia in atto.

P. S. – Sull’edizione online dello stasso giornale c’è un sondaggio sulla sublagunare. Truccato. Infatti: la domanda è: “La metropolitana sublagunare serve a risolvere i problemi di trasporto tra Venezia e Mestre?”. Se il lettore pensa che la metropolitana colleghi Venezia e Mestre, è facile che risponda si, perché il quesito pone solo il tema del trasporto tra le due città: non pone il problema del turismo, né quelli dell’ambiente. Ma il bello è che la Sublagunare proposta non collega Venezia con Mestre, ma solo con l’aeroporto di Tessera e il sistema autostradale: serve ai turisti, non ai mestrini.

Sublagunare, domani il verdetto

Tre stazioni e un terminal in mezzo alla laguna per il metrò

VENEZIA. Gli esperti esterni hanno bocciato il progetto. Ora il Comune si affida a una commissione interna. Il futuro della sublagunare è affidato a un pool di direttori centrali che si riunisce domani per esprimere il parere sull’opera. Anche tra gli «interni» emergono perplessità.

Riguardano l’aspetto geologico dell’intervento e il suo impatto ambientale (soprattutto per le quattro stazioni in laguna), i suoi costi, le modalità di smaltimento dei milioni di tonnellate di materiale che dovrebbe essere scavati per far posto al tunnel lungo cinque chilometri. E poi i rapporti costi benefici. La sublagunare è un progetto a cui il sindaco Costa tiene molto, inserito tra le priorità della sua amministrazione nonostante l’opposizione manifestata da molte forze ambientaliste e della cultura. Si tratta di un collegamento subacqueo fra Tessera e l’Arsenale, per trasportare «passeggeri e merci», con fermate intermedie a Murano e Fondamente Nuove, e un terminal in mezzo alla laguna per l’interscambio tra treno e vaporetti. Un progetto del costo di circa 300 milioni di euro, presentato in Project financing dall’Actv. I costi dovrebbero essere per il 40 per cento (120 milioni di euro) a carico di Actv, il resto finanziati dal Comune. Secondo i proponenti, la sublagunare consentirà di «rivitalizzare l’area di nord est della città», a cominciare dall’Arsenale. Secondo i critici, a parte gli aspetti di natura culturale e ambientale, è un progetto che non si regge in piedi economicamente. E che porterà nuove masse di turisti.

Qualche mese fa la commissione di esperti incaricata dal sindaco Paolo Costa («Saranno i migliori al mondo», aveva promesso) aveva bocciato il progetto. Era composta da Ennio Cascetta, docente all’Università di Napoli, Virginio Bettini (docente Iuav), Alberto Burghignoli (La Sapienza), Dino Rizzi (Ca’ Foscari), Pier Vettor Grimani, Silvio Pancheri e Antonio Stefanon. Numerose le obiezioni mosse dagli esperti, anche sul piano trasportisico. «Sulla base di quelle la commissione proverà a fornire alla giunta proposte di modifica», dice l’ingegnere Roberto Scibilia, responsabile del procedimento. «E noi sulla base dell’una e dell’altra relazione decideremo se accogliere la proposta del’Actv», dice l’assessore ai Lavori pubblici Marco Corsini. Entro settembre, una decisione dovrà essere presa. Tra l’imbarazzo della componente ambientalista della giunta e di una parte dei Ds da sempre contrari al treno. E tra i dubbi espressi dagli esperti del Comune. Per costruire la sublagunare, che dovrebbe ospitare per la prima volta sotto la laguna il sogno futurista, si dovranno sbancare milioni di metri cubi di laguna. Le stazioni saranno costruite in parte sott’acqua, con una piattaforma e grandi camini di sfiato in superficie. La stazione più grande sarà quella di Murano - dove è previsto anche un interscambio per le merci, e quella di Fondamente Nuove, dove da anni si discute - naturalmente a vuoto - di introdurre un collegamento acqueo frequente con Tessera, magari con motonavi.

Sublagunare, corsa a ostacoli Un tunnel ferroviario sotto la laguna lungo sette chilometri ALBERTO VITUCCI

VENEZIA. Corsa ad ostacoli per la sublagunare. La commissione interna incaricata dalla giunta ha concluso ieri i suoi lavori, consegnando le relazioni dei direttori di settore al responsabile del procedimento Roberto Scibilia. Le perplessità sul progetto aumentano, e vanno ad aggiungersi a quelle degli esperti esterni che avevano bocciato il progetto due mesi fa. Ora toccherà a Scibilia mettere nero su bianco tutte le osservazioni, e consegnarle alla giunta, che dovrà prendere la decisione definitiva.

La riunione finale, presieduta dalla direttrice generale Ilaria Bramezza, ha avuto qualche momento di tensione. Come quando la direttrice ha invitato tutti ad «astenersi dal dare informazioni alla stampa» e a «limitarsi a dare le integrazioni al proponente (l’Actv) perché il progetto possa andare avanti». «Non spetta a noi promuovere o bocciare il progetto», ha detto la Bramezza, «è una decisione politica».

Intanto però le osservazioni tecniche negative si moltiplicano. Ci sono quelle dei trasportisti, che chiedono «approfondimenti» sulle previsioni del movimento di passeggeri. Poi quelle degli economisti, che devono calcolare l’aspetto dei costi benefici e il riflesso sulla struttura socio economica della città. E infine quelle ambientali. Un’opera di grande impatto, anche emotivo, che prevede un tunnel di sette chilometri sotto la laguna, con il treno al di sotto dell’acqua e del caranto. Per fargli posto si dovranno estrarre dai fondali lagunari milioni di metri cubi di materiale. Dove metterli e soprattutto come gestirli, anche in base alla legge nazionale sulle bonifiche? Non basta. Il tracciato del tunnel subacqueo attraversa un’area Sic (Sito di interesse comunitario) e quindi in realtà vincolata dalle norme europee che prevedono soltanto un suo «mantenimento o miglioramento a livello ambientale».

Infine c’è l’impatto ambientale, soprattutto per le stazioni. Saranno quattro, di cui una in mezzo alla laguna per «l’interscambio fra treno e vaporetti». In parte subacquee, ma con gli accessi in superficie. E lunghi camini per gli sfiati ogni seicento metri.

«Il percorso è complicato», ammette l’assessore ai Lavori pubblici Marco Corsini, «ma questa è un’opera di grande impatto, a tutti i livelli, e noi vogliamo fare le cose per bene. Adesso esamineremo la relazione finale che sarà scritta da Scibilia, poi dopo le ferie decideremo». L’intento dell’assessore Corsini e dello staff del sindaco è quello di fornire all’Actv - che ha presentato la proposta di progetto in project financing elementi per modificare il progetto e andare avanti. Un progetto a cui il sindaco Costa tiene molto, avendolo inserito non solo nel suo programma elettorale, ma tra le priorità per il prossimo biennio di governo della città. Una posizione condivisa con imbarazzo dalla componente rossoverde della maggioranza, in testa Rifondazione e Verdi, con dentro buona parte dei Ds. «Si deve approfondire, poi decideremo», hanno detto a più riprese Paolo Cacciari, assessore all’Ambiente di Rifondazione e Gianfranco Bettin, prosindaco dei Verdi. Ma intanto il progetto va avanti. Entro i primi giorni di settembre la giunta deciderà se fare propria la proposta avanzata da Actv, che prevede di realizzare l’opera con un finanziamento di 120 milioni di euro, con 180 milioni di euro di finanziamento pubblico. «Ci affideremo a una commissione di esperti, saranno i migliori del mondo», aveva detto il sindaco Costa. La commissione ha però espresso un giudizio negativo sul progetto, sollevando dubbi di natura economica, ambientale e geologica. Così il Comune ha chiesto auna commissione di interni di formulare nuove osservazioni. «Sulla base delle une e delle altre decideremo», fa sapere l’assessore Corsini. Ma la polemica sul treno sotto la laguna non si placa. Se ne parlerà dopo le ferie estive.

Un mio articolo del 1992:

Vogliono bucare Venezia

“Non so se Massimo Cacciari sia di sinistra nel senso che gli attribuisce il nostro lettore. Personalmente, sono totalmente disinteressato a questa tematica. Essere di sinistra non è un marchio di qualità. Ho conosciuto perfetti imbecilli di sinistra con comodo di presunzione incorporata. Per il resto, ognuno voti come vuole. Una domanda voglio però farle: per lei i partiti non esistono? I partiti ieri “complici” di Cacciari oggi sono “complici” (Costa compreso) di Casson. Come la mettiamo con la discontinuità?”

Non ho mai detto che Massimo Cacciari è di sinistra. Non penso che lo sia, ma neanche a me interessa molto. Ho detto solo che lo sono io, e che anche per questo non voterò per chi cerca voti a destra.

Sono più vecchio del giornalista della Nuova che ha commentato il mio intervento, e perciò ho certamente conosciuto più imbecilli di sinistra di quanti ne ha incontrati lui: non me ne vanto, ma lo so.

Alla sua domanda rispondo: non voterò i partiti che ieri erano ‘complici’ di Cacciari e “oggi sono ‘complici’ (Costa compreso) di Casson”, ma il candidato sindaco Felice Casson. Magari sbaglierò, ma con Cacciari ho già sbagliato, nel 1993.

Il testo della mia lettera, pubblicata anche come eddytoriale n. 69

Il comune boccia il Mose

il manifesto

C'è ora anche il comune di Venezia tra coloro che si oppongono al Mose, il sistema di dighe mobili in corso di realizzazione a Venezia, una delle grandi opere del governo Berlusconi. Il comune ha infatti disposto un'informativa su 19 presunte violazioni alle norme comunali, regionali e comunitarie in materia ambientale, riscontrare nei cantieri alle bocche di porto. Mentre il sindaco Cacciari, sostenuto dai pareri dei primi cittadini di Cavallino e Chioggia, ha inviato una relazione dell'ufficio urbanistica al Magistrato delle acque sulle presunte violazioni, chiedendo di fermare i nuovi progetti esecutivi. Il comune si sarebbe convinto a intervenire dopo due diffide inviate dagli ambientalisti dell'Ecoistituto Alex Langer, da Italia nostra e dalla Lipu. Ma il magistrato avrebbe comunque deciso di dare il via libera a sei progetti, sostenuto dal ministro Lunardi. Mentre gli industriali di Venezia sostengono che il progetto deve andare avanti.

Mose, polemiche sulla Salvaguardia

la Nuova Venezia

Mose, stop ora o mai più: nel senso che o si fermano i lavori da qui all’inverno oppure, a fondamenta posate, saranno arrivati ad uno stadio troppo avanzato per essere bloccati. Così il confronto tra i due schieramenti si fa serrato, con il fronte del «No» che tenta l’ultimo affondo.

Il sindaco Massimo Cacciari - perizia tecnica alla mano, che ha rilevato ben 19 violazioni amministrative ed urbanistiche al mega-progetto - ha invitato il Magistrato alle acque (ma il sapore è quello della diffida) a non procedere con nuove approvazioni in attesa di chiarire i punti dubbi. Ufficialmente la presidente Giovanna Piva ieri non ha replicato, ma in sede di Comitato tecnico ha spiegato che i nuovi progetti esecutivi avranno un iter sufficiente lungo per permettere gli approfondimenti richiesti. Nel frattempo è però stato dato, tra l’altro, il via libera allo scavo di un nuovo canale a San Nicolò. «Solo uno sbuffo di china sul progetto, del quale non si è mai parlato prima: incredibile», commenta l’urbanista Stefano Boato.

Quando al Mose, si sa, la posizione di Magistrato e ministero delle Infrastrutture è sempre stata: il benestare è giunto dalla Commissione di Salvaguardia che, in sede di conferenza di servizio, ha sanato ogni pendenza. Equiparazione contestata da ambientalisti e amministrazione, che ricordano come la Corte Costituzionale abbia chiarito (375/98) che la Commissione non ha i poteri per derogare alle norme urbanistiche.

Di più, ora si apre un nuovo contenzioso, perché l’avvocato Gianfranco Perulli - rappresentante del Comune in seno alla commissione - ha messo nero su bianco come la decisione fu assunta pressoché a scatola chiusa. «Al momento del voto», spiega Perulli, «io e altri 5 commissari, come Stefano Boato e Cristiano Gasparetto, siamo usciti dall’aula, dopo aver fatto verbalizzare che la commissione non aveva potuto completare l’indagine sul progetto e gli allegati, esaminati solo in piccola parte. Un fatto del tutto pacifico, che rende viziato il parere e travolge l’intero procedimento amministrativo».

A spingere il sindaco Cacciari ad intervenire sono state due diffide, presentate dagli ambientalisti dell’Ecoistituto Alex Langer, Italia Nostra e Lipu. Ne è derivata un’indagine amministrativa della Direzione centrale sviluppo del territorio e mobilità, che ha evidenziato 19 presunte violazioni alle norme comunali, regionali e comunitarie in materia ambientale, inviata al ministero delle Infrastrutture e alla Regione Veneto, competenti sui provvedimenti di immediata sospensione delle opere abusive.

Il dibattito impazza. Se il presidente degli industriali di Venezia, Antonio Favrin, chiede che i lavori proseguano - «E’ un’idea che riteniamo valida» - la deputata verde Luana Zanella chiede invece al ministro Lunardi di bloccare i cantieri «assolutamente illegittimi rispetto alle norme di pianificazione dei comuni della laguna e a quelle dell’Ue per i siti Sic». Intanto, a Ca’ Farsetti si aspettano risposte ufficiali del ministro e del Magistrato alle acque. Nell’attesa, ieri, seduta balneare per l’intera giunta, riunita in conclave per tutto il giorno alla Colonia Morosini, con l’unica sosta per il pranzo insieme ai bambini del centro degli Alberoni: risotto di mare e pesce arrosto per tutti. Ogni assessore ha fatto il punto della situazione ed è stata stesa la scaletta del da farsi. Alla fine, sorrisi, ma bocche cucite. (r.d.r.)

Per comprendere perchè il MoSE non va bene si veda, per cominciare, questo articolo

VENEZIA. La Provincia chiede che sia la Corte europea a decidere. Gli ambientalisti che si dichiari «l’illegittimità» delle autorizzazioni date dal Comitatone al Mose per la mancanza della Valutazione di Impatto ambientale. Il Consorzio Venezia Nuova che si respingano tutti i ricorsi perché «infondati». La battaglia sul Mose approda al Tar del Veneto. E ieri mattina nella nuova aula di palazzo Gussoni si è tenuta l’udienza finale dedicata ai ricorsi presentati contro la grande opera.

Il collegio giudicante - presidente Stefano Baccarini, relatore Mario Buricelli - ha ascoltato per oltre tre ore le ultime arringhe degli avvocati e si è ritirato in Camera di Consiglio. Sentenza prevista per i primi giorni della settimana prossima.

A tirar fuori dal cappello l’inaspettato cavillo è stato a fine udienza il legale del Consorzio Alfredo Biagini. «Fin qui ci siamo sbagliati», ha esordito, «perché ci siamo dimenticati di un Dpcm del 1988». Cosa dice quel decreto? Che le opere in concessione sono «esonerate dal rispetto della Direttiva comunitaria. E che spetta al ministro dell’Ambiente decidere la «conclusione della procedura di Via dopo aver esaminato il progetto esecutivo». Le dighe a mare, in ogni caso, ha detto Biagini, «sono opere del tutto distinte dal Mose». Tesi opposta a quanto da sempre sostenuto anche dal governo, che lo scorso anno aveva inaugurato «la pirma pietra del Mose» intesa come diga foranea di Malamocco.

Opposta naturalmente la tesi degli avvocati delle associazioni e della Provincia. Il professor Picozza, legale di Ca’ Corner, ha citato una sentenza del Tar del 2000. Che prescriveva la «necessità di una Valutazione di impatto ambientale nazionale». E non basta, dice l’avvocato, «che il Consiglio dei Ministri (governo Amato) abbia poi considerato chiusa la vicenda»: «La componente tecnica non può cessare ed essere assorbita dalla valutazione politica», ha argomentato il legale, «così come nessuna opera può essere scorporata per sottrarla alla Valutazione». Dunque, quell’istruttoria non c’era. E il progetto non si poteva approvare. Picozzi ha anche ricordato che la Serenissima applicava la pena di morte a chi manometteva il regime delle acque.

La linea del Consorzio e dell’Avvocatiura dello Stato è stata quella di chiedere il rigetto del ricorso perché i ricorrenti (associazioni ambientaliste e Provincia) non avrebbero avuto titolo per farlo.

«Non si può chiedere il contrario di quello che è previsto dalla legge, cioè la salvezza di Venezia», ha argomentato l’Avvocato dello Stato Raffaello Martelli, ex segretario generale della Biennale. Così anche l’avvocato della Regione Lorigiola, che ha sottolineato la diversità tra Mose e opere complementari. Che dunque non andavano soggette alla procedura di Valutazione statale. L’avvocato Alfredo Bianchini (Consorzio) ha ribadito che il discorso sulle responsabilità può essere rovesciato. «Senza il Mose Venezia rischia», ha ripetuto.

Le associazioni ambientaliste hanno diffuso in serata un comunicato. «Si vogliono forzare le procedure per realizzare solo il Mose e non la salvaguardia di Venezia e della laguna, come prescritto dalla Legge Speciale», scrivono Wwf, Lipu, Italia Nostra, Ecoistituto, Codacons, Movimento consumatori, Sinistra ecologista, Vas. E ricordsano come i nodi giuridici «irrisolti» riguardino la mancata Valutazione di impatto ambientale nazionale (l’unica fatta nel 1998 aveva dato esito negativo), e che la commissione di Salvaguardia presieduta da Galan ha approvato «illegittimamente» l’opera esaminando solo 9 dei 63 volumi che costituiscono il progetto. Un progetto che, insistono i ricorrenti, potrebbe causare alla laguna gravi danni irreversibili, con interventi impattanti come la nuova isola in bacàn e la demolizione della diga di Malamocco.

Silvio Testa,

«La composizione dell'Ufficio di Piano non incoraggia…”

«La composizione dell'Ufficio di Piano non incoraggia una visione super partes». Anche per il sindaco, Paolo Costa, l'Ufficio di Piano così come risulta per decisione del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, è troppo fortemente sbilanciato pro Mose, e ieri lo ha detto alla fine della riunione di maggioranza pretesa dai Ds, dai Verdi e da Rifondazione sui temi della Salvaguardia, dopo l'ennesimo schiaffo subìto da Roma.

Che lo pensi davvero, chissà, ma sta di fatto che alla fine di una riunione tesissima, col sindaco messo in stato d'accusa soprattutto da Rifondazione, la presa di distanza ufficiale di Costa è venuta. Il sindaco forse sperava di uscirne indenne, con la notizia che un decreto del Governo consentirà al Comitatone di stornare per la città quota parte dei fondi stanziati per il Mose, come l'anno scorso, ma non è bastato. «Non si svende la Salvaguardia per quattro palanche», lo ha attaccato il capogruppo di Rifondazione, Pietrangelo Pettenò, e dunque sullo sfondo resta sempre in piedi lo spettro di una crisi e l'opzione del referendum sul Mose.Su proposta di Sprocati, un gruppo di lavoro ristretto preparerà un documento da portare in consiglio comunale per ribadire la sperimentabilità di interventi alternativi alle bocche di porto e per rilanciare gli 11 punti, e soprattutto per bollare a fuoco le forzature e i tranelli del Governo nell'anno trascorso. «E la mozione - ha spiegato Pettenò - dovrà essere approvata prima del Bilancio e essere vincolante per il sindaco, quando andrà in Comitatone. Costa dovrà sbugiardare Berlusconi, e dirgli chiaro che ci ha imbrogliati».

Quanto al referendum, «se continuerà a mancare l'interlocutore - ha aggiunto Gianfranco Bettin (Verdi) - più di qualcuno, e non solo tra noi che l'abbiamo proposto, si è espresso per chiedere il giudizio dei cittadini. Anche il sindaco ha detto di non averne paura». Ma il referendum, ha proposto Pettenò, non dovrà essere "Mose sì, Mose no". «Dovrà indirlo la giunta - ha spiegato - e il quesito dovrà riguardare l'approccio sistemico alla Salvaguardia, in modo che sia l'intera città a schierarsi sugli 11 punti».

Per il Comune, che ha voluto l'Ufficio di Piano tanto da inserirne l'istituzione tra i famosi 11 punti, il nuovo organismo doveva diventare la plancia di comando tecnica per la revisione del Piano generale degli interventi in laguna, con tempistica e finanziamenti tali da garantire la visione sistemica che Venezia chiede e l'avvio della sperimentazione di vere e reversibili opere dissipative alle bocche di porto, tali da imporre anche modifiche al progetto esecutivo del Mose.

Secondo il Comune, invece, ciò non è ora più garantito per la presenza nell'ufficio di Piano di persone come Aldo Rinaldo, che ha collaborato alla stesura dello Studio di impatto ambientale del Mose, o di Philippe Bourdeau e Pierre Vellinga, che col collegio dei 5 saggi internazionali rovesciarono la Valutazione di impatto ambientale negativa sul progetto, o del direttore del Ministero dei Beni culturali, Roberto Cecchi, che in Salvaguardia ha "commissariato" sul Mose la Soprintendenza veneziana, per non parlare dei rappresentanti dei ministeri e della Regione.

«L'unico aspetto positivo - ha sottolineato il sindaco - è che l'Ufficio sarà un momento di trasparenza nelle procedure, e proprio per questo il Comune dovrà creare al suo interno una struttura tecnica in grado di interloquire a tutti i livelli». Una sorta di "Contro Ufficio di Piano", ha spiegato Costa, che avrà il compito di predisporre una sorta di "interpretazione autentica" degli 11 punti e costringere il Comitatone a fare i conti su ciò che davvero il Comune vuole.

Sulla presenza nell'Ufficio di Piano, quale rappresentante del Comune, di Ignazio Musu, già tra i saggi internazionali, già consigliere comunale dimessosi in polemica con gli 11 punti, in maggioranza non ci sono stati bracci di ferro. «Non c'è nessun caso Musu - ha almeno detto Costa -. La nomina è avvenuta in base ad accordi tra più enti, e anzi credo che la presenza di Musu sarà assai utile in un organismo così sbilanciato».Nè vi saranno diffide verso il Magistrato alle Acque e il Consorzio a tener le bocce ferme in attesa del Comitatone e della sentenza del Tar sui ricorsi contro il Mose. Pareva che i Ds le pretendessero, «ma nessuno ne ha parlato», ha ricordato Costa. «È ben vero - ha però spiegato l'assessore alla Legge speciale, Giampaolo Sprocati - che se Magistrato & Consorzio avvieranno contratti o opere dimostreranno di non voler ottemperare agli 11 punti, e allora il Comune trarrà le sue conseguenze».

Alberto Vitucci

«Sospendere l’iter del Mose»



La maggioranza propone un Ufficio di Piano «alternativo»

VENEZIA. Un Ufficio di Piano «alternativo» e la richiesta al Comitatone di sospendere l’iter del progetto Mose in attesa dei risultati delle sperimentazioni. E’ questo l’esito della riunione dei capigruppo di maggioranza con il sindaco Paolo Costa sull’emergenza salvaguardia.

Una riunione convulsa, con qualche momento di tensione e urla tra il capogruppo di Rifondazione Pietrangelo Pettenò e il sindaco Costa. «Ci hanno preso in giro per un anno», gridava Pettenò, «i nostri 11 punti non li hanno mai considerati, invece sono andati avanti con il Mose a tutta forza, incassando il sì del Comune. Abbiamo di fronte gente che bara, non ci possiamo più fidare». Se il Comune non prenderà una posizione chiara entro febbraio, annuncia Pettenò, Rifondazione non voterà il bilancio e uscirà dalla giunta. «Non ci stiamo a fare la foglia di fico di scelte che non condividiamo», dice.

Un anno dopo, Rifondazione ammette dunque di essersi sbagliata. Era partita proprio dall’assessore all’Ambiente Paolo Cacciari l’idea di «mischiare le carte della salvaguardia», chiedendo di inserire nel progetto «una struttura di accesso permanente» per le navi e altri undici punti come condizione per dire di «sì» al progetto. Ma i punti non sono mai stati accolti. Nei giorni scorsi il presidente del Consiglio ha nominato l’Ufficio di Piano. Ed è nato un altro putiferio. «Sono tutti tifosi del Mose», avevano protestato Rifondazione, Verdi e Ds. Ieri la maggioranza che governa Ca’ Farsetti ha approvato la proposta di Pettenò, di dar vita a un organismo tecnicio parallelo da affiancare all’Ufficio di Piano. «Mettiamoci dentro D’Alpaos, il rettore di Ca’ Foscari, Umgiesser», dice Pettenò, «studiosi indipendenti che possano dare valutazioni super partes».

Su alcuni dei membri nominati da Berlusconi, secondo il deputato dei Ds Michele Vianello, pende invece il sospetto di conflitto interessi. «Voglio sapere», ha scritto Vianello in una interrogazione al ministro Lunardi, «quanti di quei membri hanno svolto attività di consulenza per il Consorzio Venezia Nuova».

Secondo il Comune l’Ufficio di Piano chiesto da anni come «organismo tecnico di garanzia e indirizzo per gli interventi di salvaguardia» è stata l’ennesima presa in giro. Poco conta che la «terna» proposta dal sindaco Costa in accordo con il sindaco di Chioggia e la Provincia (Ignazio Musu, Maurizio Rispoli e Maurizio Calligaro) sia stata accolta dalla Presidenza del Consiglio. Il problema, hanno detto ieri a una voce i rappresentanti della maggioranza, che il Comune torni a svolgere un ruolo di leader nella salvaguardia, com’era fino a pochi anni fa.

Entro febbraio dunque l Consiglio comunale dovrà approvare un documento da affidare al sindaco Paolo Costa per la prossima riunione del Comitatone. Dove si dovrà richiedere al governo di tener conto delle richieste del Comune (a cominciare dai finanziamenti, dalla sperimentazione per ridurre le acque alte senza Mose) e si esprimerà appoggio al ricorso presentato dalle associazioni ambientaliste. La crisi politica per il momento è rientrata. Resta i piedi la polemica sul futuro della salvaguardia. E soprattutto, il dibattito su come difendersi dalle acque alte senza ricorrere alle dighe.

VENEZIA. Grandi opere avanti tutta. I privati non partecipano alla finanza di progetto per la sublagunare ritenendola poco conveniente? Ci pensa lo Stato. L’annuncio ufficiale dovrebbe arrivare nelle prossime ore, ma il Cipe, il Comitato interministeriale per le grandi opere ha già deciso: finanzierà il discusso treno sotto la laguna.

La riunione si è svolta l’altro ieri a Roma, nella sede del ministero delle Infrastrutture. Si è parlato di rifinanziamento del Mose, e di dirottare una parte di quei fondi per la manutenzione richiesta dal Comune. Ma si è parlato anche di infrastrutture e trasporti. Nella parte relativa ai fondi per i collegamenti con gli aeroporti, il ministro Pietro Lunardi ha proposto sia inserita anche la sublagunare. Un progetto da sempre caldeggiato dal sindaco Paolo Costa, che lo ha inserito nel suo programma elettorale e nel programma delle opere pubbliche votato dal Consiglio comunale. Al ministro Lunardi i tunnel sono sempre piaciuti, anche perché la sua azienda di famiglia è la prima in Italia quanto a costruzione di gallerie. Il 21 dicembre, il giorno dell’inaugurazione della Fenice, il ministro aveva fatto la promessa solenne a Costa: i fondi per la sublagunare li darà il governo. Adesso l’ha mantenuta.

Il progetto del futuristico treno sotto la laguna fa dunque un ulteriore passo avanti, a dispetto della contrarietà espressa - come del resto sull’altro grande progetto, il Mose - da gran parte della maggioranza di centrosinisrea, a cominciare dai rossoverdi. L’iter però non si ferma. Secondo Costa si tratta di una «priorità» dell’amministrazione, un’opera definita di «pubblico interesse». E adesso il finanziamnto sembra assicurato. Per varare il contestato progetto di collegamento Tessera-Arsenale, la giunta aveva lanciato la procedura del project financing, la finanza di progetto per cui una cordata di privati concorre per il 46 per cento alla spesa della nuova infrastruttura, in totale circa 400 milioni di euro. Il gruppo comprende l’Actv (capogruppo), Sacaim e Mantovani, le due imprese che fanno parte del Consorzio Venezia Nuova e hanno ricostruito la Fenice, la Save Engineering, la Banca nazionale del Lavoro, l’Arsenale spa, lo Studio Altieri di Vicenza. L’ipotesi, nata in vista dell’Expo, è quella di collegare sott’acqua Tessera all’Arsenale.

Idea non nuova, quella di unire la laguna alla terraferma con i mezzi tradizionali. Avevano cominciato i futuristi, poi negli anni Sessanta si era pensato di prolungare l’autostrada fino alle Vignole. Infine alla fine degli anni Ottanta il progetto di Gianni De Michelis, in vista dell’Expo Duemila, proposto dalla giunta di centrodestra guidata da Ugo Bergamo ma bocciato sull’onda della protesta internazionale. Adesso la giunta Costa ci riprova. Ieri il sindaco ha insediato l’«Osservatorio tecnico» tra Comune e Camera di commercio che dovrà seguire «le fasi di realizzazione della metropolitana sublagunare, monitorare l’avanzamente e se del caso, avanzare proposte». Ne fanno parte Armando Bettiol, Ilaria Brameza, Ambra Dina, Giorgio Miani, Romano Tiozzo e Salvatore Vento. Il sindaco fa sapere che ora «aprirà il confronto nella maggioranza per coinvolgere poi l’intera città».

IL VIANDANTE, il ciclista, o l’automobilista, che si lasciano alle spalle la Collegiata di San Candido col suo Cristo indifeso, attraversano un paesaggio verdissimo.

Pochi chilometri più in là c’è l’Austria: Sillian, Lienz, il Tirolo orientale. Ma l’Austria è molto meno bella dell’ultimo radioso lembo della Val Pusteria con i suoi piccoli paesi, che Gustav Mahler e Hugo von Hofmannsthal amavano. Tra questi paesi, mi piace soprattutto Obervierschach (Versciago di Sopra), dove forse la grazia e l’eleganza sudtirolese toccano il culmine. Masi secolari, oscuri o improvvisamente luminosi, con finissime ondulazioni e orlature e croci greche: legna tagliata con precisione, per un inverno che forse non verrà mai: discrezione; e su tutti i balconi moltitudini di gerani e di petunie d’ogni colore, come se i balconi e i cimiteri rivaleggiassero con la fecondità della natura. Infine, la chiesa gotica di santa Maddalena, che guarda dall’alto il paese addormentato.

Oggi, questa bellezza è minacciata. In mezzo al paese, sinistre e altissime gru gialle annunciano la costruzione di un grande albergo, che l’anno prossimo vedrà trionfalmente la luce. Non c’è il minimo dubbio che l’albergo distruggerà completamente il fascino di Versciago: adombrando per sempre masi, legnaie, fiori, chiese, stradine. Non capisco perché il comune di san Candido, al quale il paese appartiene, non abbia previsto di far costruire l’albergo cinquecento metri più in là.

Sarebbe bastato. I sudtirolesi, dopo aver salvato valli bellissime, sembrano oggi animati da un’immaginazione suicida. Guardano verso l’Italia e la Francia. Là trovano modelli: l’orribile Misurina, la Liguria occidentale distrutta, la Costa Azzurra distrutta, Deauville, Rouen, Positano, Siracusa, Agrigento distrutti. Farebbero meglio a guardare verso Fermo o Ascoli Piceno, nelle Marche, dove non è scomparsa, o forse è accresciuta, la grazia del tempo di Leopardi.

Questo disastro ha una ragione. Nel Sudtirolo è scomparsa la figura del Sovrintendente ai Beni culturali, ridotto a semplice funzionario.

Qui nessun La Regina e Paolucci possono impedire ai sindaci di Roma e Firenze di sconvolgere città e musei. Qui importa soltanto l’autorità politica e amministrativa, che pochi giorni fa, violando la sentenza di un giudice sudtirolese del Tribunale di Bolzano, ha raso al suolo a Monguelfo, un edificio del sedicesimo secolo.

Un futuro più oscuro si addensa, probabilmente, sulle regioni italiane previste dalla recente riforma. I poteri dei Sovrintendenti diminuiranno o scompariranno, l’ignoranza e l’arroganza delle autorità politico – amministrative cresceranno ogni giorno. A chi importa che un piccolo paese venga abolito? O che Palazzo Barberini abbia il suo museo? Basta costruire alberghi sempre più grandi, o minacciosi palazzi regionali, o musei che sogneranno di imitare gli infernali Beaubourg o Musée d’Orsay.

Un programma per la sinistra. Giuliano Amato si rivolge agli opinion leader dalle colonne di "Repubblica". Chiede un aiuto per parole d'ordine efficaci, per temi che possano entrare a far parte della cultura programmatica della sinistra. Ieri il sociologo Domenico De Masi ha risposto con un appello alla creatività e alla felicità. Ha detto che la politica della sinistra deve liberarsi dagli apparati e dalla vecchia idea di una società industriale che non c'è più. Oggi risponde Giorgio Bocca, che in testa ha un'idea continua, martellante, indispensabile. Per lui non ci sono programmi per la sinistra, di nessun tipo, che possano prescindere da una cosa del genere. Che possano dimenticare che siamo in guerra, in una guerra ingiusta, in una guerra pericolosa.

Allora Bocca, da dove partiamo per questo pro-gramma della sinistra?

«Al primo punto, ma proprio al primo, c'è il ritiro immediato delle truppe dall'Iraq».

Perché?

«Perché questa guerra è l'alibi di tutto il malgoverno, di tutte le ipocrisie, di tutte le alleanze ingiuste. Questa guerra è uno strumento terrificante. Sono per una scelta alla Zapatero. Lui cosa ha fatto? Ha detto che per prima cosa avrebbe ritirato le truppe. Ecco cosa dobbiamo fare noi».

Andiamo avanti nel programma. Vediamo il secondo punto per un futuro politico dell'Ulivo.

«Il secondo punto è ancora una volta una dichiarazione di intenti. Bisogna trovare il modo di abolire l'uso dello Stato a fini privati. Io credo che la gente comune ormai abbia compreso bene che siamo in preda a uno sfruttamento del denaro pubblico in mano a interessi privati. Vuoi un esempio?».

Dimmi.

«L'alta velocità. Prova a passare per la tratta ferroviaria Torino-Milano. Passa per quella pianura Padana là. Non esiste più, è stata sventrata con una carica di cemento che l'ha resa irriconoscibile. Quelli sono miliardi spesi, miliardi dello Stato che girano e che tornano indietro attravero giravolte estrose e facilmente comprensibili. E sai per tutto questo cemento, per tutti questi miliardi spesi, quanto è stato risparmiato ai viaggiatori? Te lo dico io: 10 minuti al massimo».

Bocca, sai cosa ti risponderebbe qualcuno: tu vuoi un programma della sinistra che è contro le opere pubbliche, contro il nostro intervento internazionale a fianco degli alleati, vuoi un programma di moralizzazione, il solito moralismo che non porta a nulla.

«E intanto loro, il governo, continuano a fare quello che vogliono. Prendi il ponte sullo stretto di Messina».

Sei contro anche a quello.

«Si tratta di una grande opera che collega due deserti. Solo che in mezzo a quei due deserti c'è una cosa annosa che si chiama mafia. La mafia governa questo paese da 150 anni. E questo antico rapporto è ancora perfettamente valido. Alle ultime elezioni politiche le forze di governo hanno raccolto proprio lì la quasi totalità dei seggi. Chiediti il perché. Ma chiediti soprattutto cosa la sinistra dovrebbe fare per arginare tutto questo».

Vuoi mettere la lotta alla mafia in un programma di governo dell'Ulivo?

«Sì perché questo paese possa tornare a una decente normalità, ed è proprio il compito della sinistra. E del suo programma. E poi bisogna cominciare a smontare le leggi fatte dalla Casa delle libertà».

Francesco Rutelli, leader della Margherita, ha scatenato un putiferio dicendo che non è indispensabile fare come Penelope: loro che legiferano e fanno…

«Loro chi, i berlusconiani?».

Appunto. E l'opposizione che deve ogni volta disfare. Lui, Rutelli, dice che non si deve ricambiare tutto per forza.

«Rutelli è uno di quelli che antepongono la loro carriera personale al bene della sinistra. E siccome vuole fare il capo del governo, si comporta di conseguenza».

Rutelli non la prenderà bene. Lo accusi di essere un opportunista che non vuole il bene di questo paese.

«Non riesco a vederla in un altro modo. Poi sai, le ambizioni di Rutelli all'interno della sinistra mi sembrano poca cosa rispetto a quello che sta accadendo davvero».

Cioè?

«Siamo al capolinea, credimi. Il genere umano ha avviato un processo di autodistruzione, ed è un processo visibile ovunque».

Sei un apocalittico.

«No, sono realista. Quale dovrebbe essere il programma della sinistra? Dovrebbe denunciare che il sistema economico globale è una vera e propria corsa al bottino. Le lobby, i potenti, non stanno facendo altro che riempire le loro casse».

Ci provano tutti da sempre.

«E come no. Ma perché Amato anziché chiedere parole d'ordine, e fare distinguo, non invita i suoi alleati a mettere al centro del programma la ricostruzione dello Stato? Saccheggiato da Berlusconi e dai suoi uomini?».

Sei qui per dirglielo tu.

«Nel frattempo siamo arrivati alla vigilia di una delle crisi petrolifere più gravi che si possano ricordare».

Beh, questa è sempre colpa della guerra.

«E la sinistra traccheggia, no? Guarda, io non sono un pacifista illuso, io sono un pacifista e basta. Chissà perché i pacifisti devono essere sempre "illusi". Quelli che credono ancora nell'Onu».

Finisce che dopo dell'apocalittico ti danno anche dell'ingenuo.

«Sarebbero ingenui tutti quelli che non vogliono credere alle menzogne che ci propinano ogni giorno? Io penso che il ritiro dalla guerra, una politica estera diversa, un'idea dello Stato più rigorosa, sia uno di quegli argmomenti che convincono tutti. Non capisco cosa aspettino».

Magari ci stanno pensando.

«Intanto mi sembra che stiano arrampicandosi sugli specchi. Pensa ai comunisti. La propaganda comunista diceva: noi vogliamo creare una società dove nessun uomo può dominare su un altro uomo. Quel messaggio lo capivano tutti. Cosa si poteva chiedere di più?».

Non è che poi nella realtà si realizzasse...

«Certo ma era un modo per affrontare i temi della storia. Allora ha ragione Francis Fukuyama quando sostiene che siamo alla fine della storia».

E dunque alla fine di un programma plausibile per la sinistra?

«Credimi, è difficile mettere giù un programma nel caso totale. Caos italiano, dove nessuna regola è più rispettata. Caos mondiale, con questa macchina gigantesca del capitalismo che nessuno riesce più a fermare».

Ti daranno del comunista Bocca.

«Che mi dia del comunista Berlusconi o Fini, mi preoccupa poco. Spero che non mi diano del comunista Fassino e Rutelli. E che si ricordino di una parola d'ordine di Enrico Berlinguer…».

Adesso te lo danno sicuro…

«Berlinguer si appellava alla moralità. La moralità che in questo paese manca».

Apocalittico, ingenuo. E ora, con un classico giochetto, pure moralista. Però mi sa che incasserai bene queste critiche. Ma una cosa devi farla, adesso. Regala uno slogan efficace ad Amato, che lo ha chiesto dalle colonne del tuo giornale, uno slogan alla John Edwards. Tipo: "Non più un'America dei ricchi e una dei poveri, ma un'unica, sola America per tutti". Provaci.

«E va bene, ti regalo il più semplice. Ma l'unico possibile: "Torniamo al passato"…».

La fotografia è di Fabrizio Bottini

Quando critichi questa manovrina-stangatina che nel 2005 dovrà inevitabilmente trasformarsi in una manovrona-stangatona, ti senti obiettare: c´era forse una soluzione alternativa? Siete in grado di proporla? Coraggio, fuori la proposta.

In realtà sì, c´era una soluzione alternativa; c´erano molte soluzioni alternative, ma c´era soprattutto una premessa alternativa: non bisognava arrivare a questo punto, non bisognava imboccare tre anni fa questa politica economica e finanziaria dissennata, fondata su presupposti miracolistici inesistenti e ingannevoli. Se una persona è debole di cuore o di polmoni e se la si cura per tre anni con salassi e fanghi caldi riducendola uno straccio, è poi difficile rimetterla in piedi dallo stato di prostrazione in cui è precipitata. Il medico ha sbagliato fin dall´ inizio e invece di guarirlo rischia di ammazzare il suo paziente.

La cura Tremonti è stata esattamente questo: quando l´esperto fiscalista fu insediato sulla poltrona di Quintino Sella, la finanza e l´economia italiane erano state da poco dimesse dall´ospedale. Erano tornate in buona forma e facevano rispettabile figura tra i dodici paesi dell´euro e tra quelli del Gruppo dei Sette. La finanza pubblica era tornata solida, la cura Ciampi aveva risanato il bilancio, le partite correnti registravano un consistente attivo.

L´altissimo debito pubblico ereditato dalla gestione del decennio Forlani-Cossiga-Spadolini-Craxi-Andreotti era stato fermato ed era cominciata una virtuosa tendenza discendente. Inflazione e tassi d´interesse erano tornati alla normalità. La lira infine era stata convertita nella moneta europea comune. A questo punto, per legittima volontà del popolo sovrano, la barra del timone cambiò mano e passò all´accoppiata Berlusconi-Tremonti. Cominciò una fase radicalmente nuova. L´economia italiana e i suoi operatori, risparmiatori, contribuenti, furono lusingati e indotti a comportarsi sconsideratamente: la pace sociale fu stracciata, la concertazione abolita e relegata tra i ferri vecchi, il sindacato umiliato e incattivito. L´asse della politica economica fu spostato di 180 gradi, l´opera di risanamento abbandonata.

La conseguenza fu che le entrate rallentarono il passo, il fabbisogno si accrebbe e con esso aumentò il livello del debito pubblico. Ma poiché l´impegno era stato quello di arrivare ad una generale e radicale diminuzione della pressione fiscale, cominciando soprattutto a liberare gli spiriti animali dei ceti più ricchi, si ebbe come conseguenza che il finanziamento del fabbisogno di cassa e del disavanzo di competenza furono affidati ai condoni, alle vendite dei cespiti di patrimonio, alle anticipazioni bancarie sulle entrate future. In tempi di vacche magre ed anzi magrissime si scommise sul futuro facendo apparire un presente roseo che in realtà aveva colori di tutt´altra natura.

Perciò la domanda: esiste una alternativa alla stangata di oggi, è mal posta. La risposta è l´antico monito che s´impartisce a chi è stato bocciato agli esami: «Oportebat studuisse», bisognava aver studiato.

* * *

Allo stato in cui è arrivata la finanza italiana, con un rapporto deficit/Pil ormai oltre la soglia del 3 per cento, valutato al 3.5 dalle maggiori istituzioni di analisi internazionali e addirittura oltre il 4 nell´anno venturo, è evidente che una manovra sulla spesa e sulle entrate fosse indispensabile.

L´assurdo consiste nel fatto che ancora nel maggio scorso il "premier" negò perfino l´ipotesi di una qualsiasi operazione di bilancio e il suo ministro dell´Economia fu del medesimo avviso. Va bene che gli italiani sono scordarelli, ma c´è un limite. La frase «i nostri conti vanno benissimo» è stata detta addirittura da Berlusconi e dal suo "doppio" Tremonti ancora nel giugno e ancora la sera prima che il ministro dell´Economia si dimettesse.

Quando il nostro "premier" divenuto anche ministro interinale dell´economia è tornato dalla riunione dell´Ecofin di lunedì scorso, sembrò - stando ai resoconti televisivi della Rai e di Mediaset - che tornasse vincitor come il Radames dell´Aida. Marcia trionfale. Accordo completo a Bruxelles. Conti in perfetta regola come avevano sempre predicato e conclamato i Tremonti, i Bondi, i Cicchitto, gli Schifani.

Ma che cosa in realtà era accaduto all´Ecofin e che cosa è stato formalizzato venerdì dal Consiglio dei ministri? Era accaduto che il premier aveva assunto l´impegno in una assise internazionali a realizzare entro dieci giorni una manovra da 7,5 miliardi di tagli di spesa e di aumento di entrate. E questo è stato formalizzato nel decreto di venerdì. Dunque era completamente falso che i nostri conti andassero bene. I conti andavano male anzi malissimo e continuano ad andar male anzi malissimo anche dopo la manovra realizzata in modo insufficiente e sbagliato.

Il benestare dell´Ecofin non entra nel merito ed è motivato semplicemente dal fatto che in ogni caso abbiamo per ora evitato di superare la soglia del 3 per cento.

L´abbiamo evitato attraverso provvedimenti depressivi che frustano un cavallo anemico per indurlo a correre come fosse il destriero di Orlando. Ma non è il destriero di Orlando, è un ronzino sfiatato che avrebbe avuto bisogno di ben altre cure e questa è l´amara verità che tuttora continua a non venir detta al paese da quel raggruppamento politico che, come ha detto salacemente il governatore del Lazio Storace, si è trasformato in un «Casino delle libertà».

* * *

Sono stati tagliati 1 miliardo e 250 milioni di euro di incentivi alle imprese. L´80 per cento di questo taglio riguarda imprese operanti nel Mezzogiorno. Ma quel che è peggio non è soltanto il taglio alla legge 488 e ad altre provvidenze incentivanti, ma il blocco imposto alle erogazioni del ministero delle Attività produttive. Doveva erogare 1 miliardo e 750 milioni ma ora tutto dovrà slittare al 2005 insieme ai bandi di concorso delle imprese e a 45 mila posti di lavoro previsti. Le regioni più colpite sono Campania, Sicilia, Calabria, Basilicata, Puglia.

Un altro dei capitoli della manovra è l´aumento delle imposte su assicurazioni, banche, fondazioni, per 1300 milioni di euro che si riverseranno inevitabilmente sui costi dei servizi (polizze, interessi sui prestiti, etc.).

Infine i 2 miliardi di euro che dovranno venire anche da vendite di immobili dello Stato riaffittati dallo Stato stesso costituiscono un´operazione basata anch´essa su un´assurdità. Si aggravano le spese correnti per pagare i canoni di affitto e le si alleggeriscono vendendo cespiti patrimoniali. Con un debito pubblico ai livelli enormi che conosciamo le vendite di cespiti patrimoniali dovrebbero essere mirate a ridurre lo stock del debito e non le spese correnti. Risulta francamente incomprensibile l´adozione di un criterio di questo genere.

Ciò che tuttavia non è stato chiarito al pubblico consiste nel fatto che le misure strutturali contenute nella manovra riguardano il secondo semestre 2004. Taglio di spese e aumento di imposte si ripeteranno inevitabilmente raddoppiate nel 2005 mentre la parte non strutturale della manovra (vendite di cespiti patrimoniali e rinvio nelle erogazioni dei ministeri) dovranno essere rimpiazzate con altri tagli e altre imposte.

Domenica scorsa scrissi che per mantenere nel 2005 il rapporto deficit-Pil entro la soglia del 3 per cento sarebbe stata necessaria un´altra manovra da due punti di Pil. Quella attuale è di un punto scarso e depurata dai 2 miliardi di una tantum scende a mezzo punto. Ci attende dunque nel 2005 un´altra stangata di oltre 20 miliardi di euro. Ecco i primi esiti d´una gestione che ci ha portato sull´orlo del disastro finanziario.

* * *

C´era, sì, l´alternativa ed era quella di adottare fin dall´inizio misure di sostegno dei redditi familiari e di incentivare i crediti al consumo e alle imprese. Era il solo modo per rilanciare la domanda in una fase congiunturale depressa, migliorando per questa via sia la dinamica del Pil sia, di conseguenza, il rapporto deficit-Pil.

Questa strada non è preclusa anche se il ritardo nell´imboccarla dopo tre anni di dilapidazione delle risorse la rende oggettivamente più difficile.

L´idea di un fondo rotativo finanziato dalla Cassa Depositi e Prestiti è positiva se verrà adottata rapidamente e affidata alla gestione del sistema bancario, senza peraltro che ciò giustifichi ulteriori tagli agli incentivi a fondo perduto.

Non ci sono scorciatoie in politica economica, né miracoli. Sono tre anni che ripetiamo questi suggerimenti di buona amministrazione. Quello che manca oggi non sono le idee né gli esempi. Mancano nella gestione delle pubbliche finanze persone come Ciampi, Andreatta, Visco. Si vede. Eccome se si vede

Nel settembre 2003, durante un vertice dei ministri della giustizia e dell'interno europei, il ministro della giustizia italiano Roberto Castelli aveva promesso che l'Italia avrebbe approvato "entro il 31 dicembre 2003" le disposizioni che gli avrebbero permesso di accogliere formalmente il mandato d'arresto europeo: nel suo semestre di presidenza europea l'Italia voleva dimostrare la sua buona volontà. Ma nove mesi dopo non si è mosso nulla. Il testo elaborato dalla commissione di esperti che il ministro aveva creato non è mai stato esaminato dal consiglio dei ministri, meno che mai al parlamento. È un altro progetto quello che la camera ha discusso e approvat in prima lettura il mese scorso: un testo ispirato da una lobby di avvocato penalisti e presentato dal deputato di Forza Italia Gaetano Pecorella - presidente della commissione giustizia e avvocato di Silvio Berlusconi - che cerca di ppesantire le procedure sulla consegna di condannati e imputati tra i paesi dell'Unione.(Segue il testo integrale in francese)

En septembre 2003, au cours d'un sommet des ministres de la justice et de l'intérieur, le garde des sceaux italien, Roberto Castelli, avait promis que son pays approuverait"avant le 31 décembre 2003" les dispositions lui permettant d'accueillir formellement le mandat d'arrêt européen.OAS_AD('Middle');Alors qu'elle présidait l'Union, l'Italie voulait convaincre de sa bonne volonté : "Les délais parlementaires sont serrés, mais nous pourrons les tenir", avait précisé le ministre.

Neuf mois après, rien n'a bougé. Le texte élaboré par la commission d'experts que le ministre avait créée n'a jamais été soumis au conseil des ministres, encore moins au Parlement. C'est un autre projet que la Chambre des députés a discuté, et finalement adopté, en première lecture au mois de mai. Un texte inspiré par un lobby d'avocats pénalistes et présenté par le député de Forza Italia Gaetano Pecorella, président de la commission justice et avocat de Silvio Berlusconi. Il va à l'encontre du but recherché en alourdissant les procédures au sein de l'espace judiciaire européen.

"C'est une loi absurde, estime Edmondo Bruti Liberati, président de l'Association des magistrats. Elle constitue un pas en arrière par rapport à la convention de Strasbourg de 1957 sur les extraditions. Si elle était adoptée, il serait plus rapide d'obtenir une extradition depuis la Russie que de l'Allemagne ou de la France."

"PROJET ORWELLIEN"

L'opposition de centre-gauche a voté contre, mêlant ses voix à celles de la Ligue du Nord, le parti de la coalition de gouvernement le plus hostile à toute forme de mandat d'arrêt européen. Dès l'origine, la Ligue s'est opposée à ce que Mario Borghezio, avocat et député européen, qualifie de "projet orwellien issu des esprits délirants de la nomenklatura bruxelloise".Aujourd'hui, le mouvement populiste en a fait un de ses principaux thèmes de campagne pour les élections européennes, insistant sur "les dangers d'un texte stalinien pour la liberté d'opinion des citoyens".

En fait, c'est l'extension du projet de mandat à la corruption et aux délits financiers qui avait provoqué la crispation du gouvernement Berlusconi. Selon l'opposition, le nouveau chef de l'exécutif italien redoutait d'être concerné personnellement, ainsi que ses proches, pour des affaires concernant des intérêts de son groupe en Espagne. Au sommet européen de Laeken, en décembre 2001, Silvio Berlusconi n'avait finalement accepté de signer que sous conditions.

La première était une limitation de la rétroactivité, seuls les délits commis après janvier 2002 étant concernés. La seconde tenait à l'adoption par le Parlement italien des modifications constitutionnelles nécessaires à sa transposition dans le droit national. Majoritaire à la Chambre des députés comme au Sénat, la coalition de centre-droite avait, dès lors, toute latitude pour jouer la montre. En attendant, avait expliqué M. Berlusconi, "il y aurait un espace judiciaire commun auquel certains pays n'appartiendraient pas. C'est comme pour la monnaie unique, des pays ayant un fort ancrage européen n'appartiennent pas à la zone euro".

Rien ne presse donc. Personne ne sait quand le Sénat examinera l'étrange proposition de loi votée à l'assemblée. Le cheminement parlementaire sera long. Silvio Berlusconi n'aborde même plus le sujet. Il laisse son ministre de la justice, membre éminent de la Ligue du Nord, faire barrage à toute tentative d'accélération. Roberto Castelli a même mis sa démission dans la balance si une loi était adoptée par le Parlement, peu de semaines après avoir promis à ses collègues européens de faire diligence.

Facendo una ricerca in rete (non difficile, che però mi sembra nessun giornalista si sia preso la briga di fare), si scoprono varie cose interessanti sulla società americana Dts e sulla sua figlia Dts security llc, che e` quella da cui dipendevano Quattrocchi e gli altri tre Italiani rapiti in Irak. prima di tutto, che il nome intero e` Dyncorp Technical Services (e` col nome Dyncorp che viene di solito citata in rete) e che la società in effetti dal 7 marzo 2003 e` stata assorbita (insieme con la Dts Security Llc) dalla Computer Science Corporation (Csc), un gruppo da 90.000 dipendenti e 11,3 miliardi di dollari di fatturato nel 2002. dal sito della csc si evince che le attività aerospaziali e di difesa (a&d) siano solo una piccola parte del loro business (che comprende anche: attività assicurative e bancarie, consulenza alle imprese, manutenzione di aerei ed elicotteri militari, conduzione di ricerche oceanografiche con una flotta di navi di proprietà , gestione di call center dell'amministrazione pubblica). giusto per dare un ordine di grandezza: gli ultimi tre appalti ottenuti nel settore a&d dalla Csc (sono tutti del primo trimestre 2004) valgono 950, 406, e 228 milioni di dollari. csc e Dts erano entrambe fino a prima della fusione fra le prime 25 imprese (per giro d'affari) fornitrici del governo americano nel settore militare. di cosa si occupa la Dts - direttamente, attraverso sue sottoaziende, o nell'ambito di joint venture a cui partecipa la Csc? lo vediamo subito. mi preme sottolineare che le mie fonti sono relativamente istituzionali: per esempio i siti della Federation of American Scientists (Fas) e di corpwatch, che si occupano (tra l'altro) da anni di monitorare le attività militari e di intelligence del governo americano e delle multinazionali.

1) la Dts (o Dyncorp, per il resto del mondo) forniva supporto logistico alle truppe americane di stanza, tra l'altro, a Timor est, a Panama, in Perù.

2) la Dts e` l'impresa con contratti dell'importo maggiore (ca. 600 milioni di dollari) nell'ambito del Plan Colombia , cioe` il piano di distruzione militare delle piantagioni di coca in Colombia (qui qualche dettaglio in più sul Plan Colombia), e in particolare e` la Dyncorp che si occupa di irrorare i campi di defolianti con 88 aerei di sua proprietà , tanto da essere citata in giudizio nel 2001 da un gruppo di contadini ecuadoregni raggiunti in maniera assolutamente illegale dai pesticidi, che avevano causato malattie, malformazioni e morti infantili; i defolianti usati sono in effetti molti simili all'agent orange usato in vietnam.

3) la Dts gestisce per conto dell'amministrazione americana la riorganizzazione dell'attività poliziesca e giudiziaria in Irak.

4) i dipendenti della Dts costituiscono il nucleo centrale della forze armate americane di stanza in Bosnia - per chiarire: l'esercito americano appalta la fornitura di ufficiali per la sua truppa ad un'azienda esterna, in outsourcing.

5) la Dts é stata condannata in tribunale dopo che un'ispettrice dell'Onu aveva accusato i suoi uomini di aver ridotto in schiavitù e costretto alla prostituzione, in Bosnia , donne e ragazzine minorenni: - qui un'inchiesta di Salon sulla vicenda, qui un resoconto della sentenza sfavorevole alla Dyncorp.

6) la Dts si occupa del controllo militare del confine tra Usa e Messico, compreso il tratto di 22 km in cui è stato eretto un muro difensivo alto 3 metri, simile a quello tra Israele e Cisgiordania.

7) la Dts e` fra le imprese che si occupano di sviluppare per conto dell'amministrazione americana il Ballistic Missile Defense System, cioè lo scudo spaziale.

8) la Dts si occupa della manutenzione di aerei (per esempio i B-52) e navi della marina e dell'aviazione americana.

9) la Dts gestisce diversi poligoni di tiro atomici in giro per gli Usa.

Insomma, la questione mi sembra ben spiegata dal Washington Post: "The U.S. government increasingly relies on civilians to perform jobs once reserved for the military, including [...] training Iraq's new armed forces and providing security for foreign leaders". In altre parole: un tempo sarebbero stati soldati reclutati dallo stato americano, ora sono soldati privati che forniscono servizi alle forze armate americane in outsourcing. Mi correggo: sono soldati privati quando sono cittadini americani: se invece si tratta di cittadini stranieri, in particolare cittadini di stati che al momento non hanno dichiarato guerra all'Irak (come l'Italia), si tratta di mercenari secondo la convenzione ONU contro il reclutamento, l'uso, il finanziamento e l'addestramento di mercenari, ratificato dall'Italia attraverso la legge 210/1995. per concludere sugli italiani dipendenti della Dts rapiti in Irak: poveri vigilantes un par di palle.

Se leggete l'articolo in questo sito avete numerosissimi riferimenti collegati alle pagine originarie

Forse il primo ministro Tony Blair pagherà più cara la sua vittoria sulla BBC della sconfitta che temeva. Forse i giorni peggiori del suo premierato non sono stati i due durante i quali ha rischiato di essere sconfitto alla Camera dei Comuni sull’aumento delle tasse universitarie e ha atteso, con comprensibile ansia, la lettura della “sentenza Hutton”. Forse i giorni peggiori devono ancora venire. La nuova dirigenza della Bbc ha dovuto chiedere scusa “incondizionatamente” non per una incursione nella vita privata del primo ministro, ma per un giudizio politico. Non sono cose che si dimenticano e si archiviano. Certo è un brutto giorno, per il giornalismo del mondo, come lo è stato il giorno in cui la Cbs, minacciata da una immensa causa per danni, ha ritirato e distrutto il suo documentario sul Vietnam vent’anni dopo la fine di quella guerra, e lo ha fatto perché troppo onerosa era stata la richiesta di danni da parte del principale interessato, il generale Westmoreland. Forse è un brutto giorno come quando il celebre programma giornalistico di inchieste televisive della stessa Cbs, la leggendaria “Sixty Minutes”, ha rifiutato di mandare in onda la dura denuncia sull’industria del tabacco che è poi stata narrata agli americani dal film “Insiders”. Nel film viene denunciato per nome il direttore del programma, Mike Wallace, a cui si deve la decisione (prudente dal punto di vista delle querele, gravissima per il giornalismo) di non trasmettere la documentatissima inchiesta.

Tony Blair è forte, carismatico, vitale, combattivo. Umanamente e psicologicamente è un leader unico nel grigio panorama mondiale. Tanto più che deve tutto, anche questo successo politico, a se stesso, non al suo controllo o alla sua proprietà dei media o all’assoggettamento del potere giudiziario, che in Inghilterra gode di un’autonomia unica. Ma non sembra proprio che una simile vittoria abbia calmato le acque e abbia reso più mite e silenzioso quel protagonista formidabile della democrazia che è l’opinione pubblica.

Vi sono due ragioni, che tipicamente torneranno a ripresentarsi sul palcoscenico della vita pubblica: la vittoria di Blair è eccessiva. E il collasso, almeno apparente della Bbc, è una umiliazione al di là di ogni limite ragionevole, rispetto a ciò che è accaduto. Rivediamo la storia. Ha tre personaggi: Tony Blair, lo scienziato suicida Kelly e la Bbc, sul fondo della guerra in Iraq e delle ragioni di fare, con urgenza assoluta, quella guerra. In questa storia però la guerra non è in discussione, lo è il ruolo e il senso di ciò che hanno fatto le tre parti in causa.

Il primo ministro ha piegato il suo partito (i laburisti sono molto meno inclini dei conservatori alle soluzioni militari dei conflitti, come dimostra la storia inglese) e persuaso l’opinione pubblica del suo Paese ad accettare la guerra come unica via di scampo da un pericolo “grave, urgente, mortale” (cito le sue parole)con un discorso splendido, trasmesso in diretta dalla Cnn (per questo ho potuto seguirlo), un capolavoro di arte oratoria e di passione politica. Quel discorso era fondato, con frasi limpide ed estreme, su documenti che mostravano inconfutabilmente la minaccia delle armi di distruzione di massa puntate sul mondo. E’ di Blair la efficacissima frase: “sono pronti a distruggerci con un preavviso di soli 45 minuti”. Ho ascoltato attentamente quel discorso. In esso la malvagità umana e politica di Saddam Hussein appariva rivelata dal suo essersi dotato di quelle armi - che sono state evocate con la bravura che affascina e spaventa di un terribile predicatore - e dal conseguente probabile pericolo di uso immediato di quelle armi come proseguimento del terrorismo iniziato con le Torri gemelle di New York.

Dunque c?era una causa, un movente e un colpevole, e mai arringa è stata più serrata e persuasiva. Lo scienziato Kelly si è suicidato a causa di quel discorso e della persuasione di essere stato “usato” dal potere politico per cose che non aveva detto e prove che non aveva provato? L?inchiesta giudiziaria, a suo tempo, non ha raggiunto alcuna soluzione. L?inchiesta giornalistica della Bbc ha legato quel suicidio al discorso e dunque all?azione manipolatrice di Blair.

La controversia scuote il Paese, specialmente dopo due rivelazioni: la prima è che la documentazione usata come prova e fornita anche agli americani, è risultata composta dalla combinazione di due tesi di laurea sul Medio Oriente, una vecchia di dieci anni. La seconda è che le armi, una volta finita la parte ufficialmente combattuta di quella guerra, non sono state mai trovate. Infatti l?esperto americano nominato da Bush si è dimesso con affermazioni non proprio diplomatiche. In che cosa consiste allora l?errore della Bbc? Consiste nell?avere trasformato la persuasione soggettiva del giornalista, pure basata su un bel po? di evidenze, in una affermazione oggettiva. La possibile, probabile causa del suicidio di Kelly - dice la Bbc - è la manipolazione delle evidenze scientifiche e il loro uso alterato da parte del primo ministro e dei suoi collaboratori. E? a questo punto che si dimette l?uomo immagine e portavoce di Blair, Campbell. Si dimette, come accade in altri Paesi, in vicende politiche del genere, per non essere di peso a Tony Blair e alla sua difesa.

Ma la difesa di Tony Blair non funziona nel tribunale dell?opinione pubblica e dei media. Perché non funziona nonostante la straordinaria bravura oratoria di Blair? Non funziona perché c?è quella clamorosa discrepanza, che ormai ha fatto il giro del mondo, e tormenta l?America. Chi ha giurato sulle armi di distruzione di massa deve ammettere che quelle armi non esistono, o almeno non se ne è trovata traccia. Per esempio, Condoleeza Rice, la mitica collaboratrice di Bush, dice alle Tv americane: “Forse i servizi segreti ci hanno ingannati”. E tre dei candidati democratici alle prossime elezioni presidenziali (Kerry, Clark, Dean) chiedono al Congresso - con voce ben più autorevole della Bbc - una inchiesta parlamentare proprio sul punto rovente che ha diviso l?Inghilterra e che Lord Hutton nella sua sentenza sembra avere deciso di non notare: dove, quando, da parte di chi è stata alterata la verità e sono state ritoccate le carte segrete che, come è noto, comprendevano molte fonti inglesi?

Ora Tony Blair ci dice, come giustificazione finale, che l?uomo Saddam era comunque molto cattivo e che meritava comunque di essere spodestato. Ma ce lo dice adesso. L?argomento non è stato usato a suo tempo. Tanto che è rimasta isolata una proposta italiana, quella di Marco Pannella, sostenuta da centinaia di deputati del nostro Paese e del Parlamento europeo, e del mondo arabo, secondo cui il punto era rimuovere Saddam Hussein inducendolo all?esilio. C?è un tormentone in questa preveggente intuizione. Non solo, non tanto, la possibilità di evitare una guerra breve ma spaventosa e un disordine che non accenna a risolversi. Ma l?avere centrato l?obiettivo certo, che era il dittatore, non le sue armi vere o presunte.

Entra in scena Lord Hutton, giudice indipendente che però funziona da arbitro, non da tribunale, e dunque è autorizzato ad esprimere - come ha fatto - un parere soggettivo, non una sentenza motivata. S?intende che le parti hanno accettato la qualità vincolante di quel parere. Lord Hutton non emana condanne, ma il suo parere ha peso.

È naturale che pesi soprattutto sulla parte debole, che anche nei Paesi iperdemocratici come l?Inghilterra sono i media, la stampa e la televisione. Come sempre, la più debole fra tutte è la la televisione pubblica quando si discosta dal potere politico. Lord Hutton ha deciso che è stato un errore grave trasformare la persuasione soggettiva di un giornalista, adatta a un corsivo o a un editoriale, in un risultato di inchiesta, ed è vero. Ha inoltre deciso che Blair non ha manipolato o alterato o fatto alterare le carte dei servizi segreti, dunque non ha mentito ai suoi cittadini. Di fronte a questa autorevole opinione vincolante, la Bbc è crollata, almeno al suo vertice, come un castello di carta e il club di Blair e del nuovo Labour cantano vittoria. Invece il giudizio di Hutton, che segue scrupolosamente il percorso della forma apparente piuttosto che del contenuto verificato dei fatti, apre, piuttosto che chiudere, diverse questioni. È di esse che si parla (con insolita vivacità) e si parlerà in Inghilterra, guastando gradatamente sia la festa blairiana sia quella dei suoi incantati ammiratori italiani di destra e di sinistra, tutti ugualmente contenti dal fatto che la stampa, e dunque l?opinione pubblica e dunque i girotondi e tutti gli impiccioni che senza titolo si immischiano nella politica, sono stati battuti.

Ma prendiamo la parte che riguarda Blair e il suo avere o non avere mentito agli inglesi. Mentire vuol dire affermare una cosa non vera sapendo che è non vera. Dire invece una cosa non vera credendola vera è un errore. Data l?evidenza dei fatti sotto gli occhi del mondo, Blair ha commesso un errore. Infatti non ci sono le armi di distruzione di massa che hanno motivato il celebre e appassionato discorso di Blair e hanno provocato l?emozione e la mobilitazione dei suoi cittadini. Ma quell?errore è stato commesso dal primo ministro di un Paese come l?Inghilterra. Anche la Bbc ha commesso un errore, credendo che fosse vera la versione trasmessa sulla morte di Kelly. È un errore dello stesso tipo (diffondere qualcosa di non vero credendolo vero). Ma mentre la Bbc ha portato discredito al primo ministro, il primo ministro, con il suo errore, ha portato l?Inghilterra in guerra. Quale dei due errori avrebbe dovuto meritare la severa opinione di Lord Hutton?

La questione non muore qui. La soddisfazione di Blair sarà disturbata dal fatto che la falsità delle carte su cui ha basato la sua perorazione e ha messo deliberatamente in gioco la sua credibilità e la sua immagine, è stata oggetto di imbarazzo e di scuse da parte del segretario di Stato americano Powell, che, con i dati inglesi, era stato mandato allo sbaraglio al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Quella soddisfazione sarà disturbata dal fatto che la questione della verità sulla necessità di far guerra subito all?Iraq è diventato il tema centrale della campagna elettorale americana. È l?arma principale anche dei candidati come Kerry che - credendo alla minaccia immediata - avevano votato per la guerra. È un argomento che i media americani continuano a tenere vivo, mentre persino Bush, adesso, vuole un?inchiesta sulle carte dei servizi segreti inglesi e americani che hanno fatto apparire la guerra necessaria e immediata.

Come abbiamo detto, a questo punto non è in discussione la guerra né la necessità di rimuovere dal suo potere dittatoriale Saddam Hussein. È in discussione se - per fare quella guerra - alcuni abbiano mentito, e a quale livello di responsabilità. La Bbc è una istituzione gravemente ferita per una trasmissione sbagliata. Ma per il primo ministro Blair, che ha usato carte false per fare la guerra (non lo sapeva, ci dice Lord Hutton, ma le carte erano false davvero e la guerra c?è stata davvero) gli esami non finiscono qui.

«Che stranezza», «Non capisco» «Commendatore...non so nemmeno che cosa sia». Ma le piace lo stesso. Giovanna Marini, commendatore al merito della Repubblica da un paio di giorni, è sorpresa e vorrebbe tanto ringraziare. Il presidente, soprattutto, e magari la signora Ciampi: «Mi sa che è stata lei». «Giovannamarini.com»: Giovanna scherza, è il suo modo lieve di vivere modeste contraddizioni. Lei è un pezzo della storia d’Italia alla quale le istituzioni sono sempre andate strette, molto strette. Anzi, la sua voce le ha spesso «suonate» al «sistema». Se vogliamo, la vera novità nell’elenco delle onorificienze preparato dal Quirinale in occasione dell’Otto Marzo, è proprio il suo nome. È la traccia di una cultura aliena che Ciampi, con scelta davvero felice, ha riconosciuto come parte positivamente integrante dell’Italia che ci piace di più. Giovanna è testimone di un nucleo di creatività che ha fatto dell’arte e della politica il suo pane quotidiano e non ha mai cercato più opportune neutralità. Anche a noi viene di ringraziare Ciampi: ha fatto proprio una bella cosa.

Giovanna, che effetto ti fa?

Intanto, meglio che “cavaliere”, lo avrei rifiutato, oggi è davvero insostenibile, visto il cavaliere che ci governa. Fammici pensare: è un disastro lo stesso; Bossi è commendatore, che brutta cosa. Mi chiedo come gli sarà venuto in mente di scegliere una come me...

Brava, sei brava: lo dicono tutti, e da molto tempo. Fai un lavoro importante sulla musica. Ma hai ragione: mi sa che non basta, in genere...

Cosa vuoi che ti dica, non faccio che ricevere complimenti per questa cosa che non so cosa voglia dire. Fassino mi ha mandato un telegramma: lui è contento ed è stato gentile a dirmelo. È contento anche Ambrogio Sparagna; mi ha detto: Giovanna, questo è importante per tutto il nostro settore. Gli credo, anzi credo che sia l’unica cosa che conta, è come se il Quirinale avesse premiato tanta gente che lavora come me, con uno stile comune, quasi con una condivisa intelligenza della realtà. Vorrei scrivere “grazie presidente” ma non so come si fa. Mi rendo conto che sono proprio fuori dal mondo: un motivo in più per dubitare di quel mi è successo.

È un bel fatto: dai palchi del ‘68 a uno dei massimi riconoscimenti della Repubblica. Sembra una storia a lieto fine...

Lascia perdere il lieto fine. Ne parliamo dopo che ti ho raccontato una storia. Giorni fa ero a Sassari. Dovevo suonare e cantare in una bella sala dedicata a Pietro Sassu, un importante musicologo al quale dobbiamo molto. Canto. Poi si fa avanti una ragazza vestita di pelle che mi accusa: lei non ha fatto un concerto, ha fatto un comizio. Come sarebbe, obietto, ho cantato un patrimonio comune di tutta l’Italia democratica. No, insiste, lei ha cantato solo cose di sinistra. Provo a spiegare: non è colpa mia se la gente che soffre è quella che poi canta, non è colpa mia se la sinistra si è sempre fatta carico della gente che soffre. Esiste una musica di destra? Esiste una musica di regime, inventata dal fascismo, ma quella - glielo giuro - io non la canto. È servito a niente. Peccato. Sai che cosa ho pensato? Che due anni fa un attacco di questa violenza non sarebbe accaduto. Rifletti, ora, sul lieto fine.

Su Giovanna Marini vedi anche

Un'intervista al Venerdì di Repubblica (14 novembre 2002)

Lamento per Pier Paolo Pasolini

«Luciano Liboni non è la belva che è stata descritta». Nella cappella del cimitero di Montefalco, dove ieri si sono svolti i funerali, è toccato a don Angelo Nizzi, parroco di Trevi, chiedere che si metta la parola fine al passato violento del Lupo. «E' giusto difendere la sua dignità di uomo - ha aggiunto il sacerdote - perché è una creatura di Dio e un uomo che Dio stesso ha voluto». Sono parole che riportano la vita di Liboni dentro i confini dell'umanità, dopo che è stato descritto come pericolo pubblico numero uno, marginale bandito e criminale, malato allo stato terminale, oltre che assassino efferato. La pietas cristiana spinge il sacerdote a parlare di «una montatura» orchestrata ai danni di un uomo che ha visto in faccia il Male e si è lasciato travolgere rovinosamente.

Le spoglie di Liboni arrivano a bordo di un carro funebre al cimitero comunale di Montefalco intorno alle 17,30. A bordo c'è una corona di fiori composta da crisantemi gialli e da gigli, oltre ad un mazzo di rose rosse dei familiari. Ad attendere il feretro nella cappella la madre Giuliana, le sorelle Tiziana e Giovanna e il fratello Giancarlo con la moglie. «Sono dispiaciuto, mortificato per tutto il sangue innocente che è stato versato», fa sapere Giancarlo attraverso il suo legale, Cristina Vinci. «Non ha mai ucciso nessuno, non capisco perché l'ha fatto ora». Un rapporto tormentato, il loro. Sembra infatti che non si parlassero dal 2000 a causa di un violento litigio avvenuto nel carcere di Spoleto durante il quale Giancarlo si era rifiutato di continuare a pagare le spese processuali di Luciano. La distanza tra i due fratelli si allargò a dismisura proprio in quel momento. Giancarlo lo denunciò per minacce e lesioni e non ci fu modo per giungere ad un accomodamento. I due fratelli si sarebbero ritrovati davanti ad un tribunale nel prossimo gennaio.

Al dolore, e all'incredulità della famiglia per un destino maledetto che appariva segnato sin dai primi anni dell'adolescenza di Liboni, partecipa anche un'ottantina di persone che hanno attraversato nel bene e nel male i suoi 47 anni, ad un tempo brutali e lancinanti. Qualcuno di loro prova a ricordarlo, il Lupo. Ricordi che si perdono negli anni, ma tutti concordi nel dire che Luciano ha sbagliato e che il delitto del carabiniere Alessandro Giorgioni rimane ingiustificabile. «Era un uomo come tanti altri - afferma un conoscente - è sempre stato sfortunato che non ha saputo scegliere la strada giusta».

Dice la sua anche Fausto Gentile, il benzinaio di Todi ferito due anni fa da Liboni con un colpo di pistola alla testa: «No, non riesco a dimenticare il male che mi ha fatto - dice -. Presto mi recherò sulla sua tomba per rendermi veramente conto che è tutto finito». Al funerale partecipa simbolicamente anche un sedicente «Comitato anarchico toscano Freccia rosso-nera» che ha affidato un messaggio ad Indymedia: «Liboni è uno degli eroi sacrificati dallo Stato giustizialista che riduce a morte i ribelli».

Nel frattempo, proprio accanto alla porta d'entrata della cappella, qualcuno ha deposto una piantina di fiori gialli con un fiocco viola e un biglietto con la scritta a stampatello: «Per Liboni con sentite condoglianze da Stefania e figli». Una leggera pioggia cade su un nutrito gruppo di giornalisti, con fotografi e teleoperatori al seguito, assiepato dietro le transenne disposte dal sindaco Valentino Valentini. Dall'interno si sente un urlo: «Andate via, vi avevo detto di non venire, lasciate in pace quest'uomo. Siete dei delinquenti». E' Giovanna, la sorella del Lupo, che maledice a perdifiato.

Preoccupa il clima di indifferenza che circonda la legge sull'ordinamento giudiziario approvata il 29 giugno 2004 dalla Camera in contrasto con la Costituzione. Il metodo è stato quello della fiducia. Per i non addetti ai lavori, è bene ricordare che quando viene posta la fiducia, il dibattito si interrompe e si passa al voto del testo indicato dal governo senza discussioni. Il dibattito su un testo di decine di pagine, cruciale per i diritti dei cittadini e il corretto funzionamento delle istituzioni, è durato venti minuti in commissione e zero minuti in aula. Contestato dai magistrati, - che hanno scioperato in maniera compatta per ben due volte, - e dagli avvocati penalisti poiché il Governo ha impedito ai parlamentari di opposizione di dire la loro opinione. Il Governo con un vero e proprio colpo di mano ha approvato una riforma sulla separazione delle funzioni che viola la Costituzione nella parte in cui afferma l'indipendenza del Pubblico Ministero al pari dei Giudici. E in quella in cui disciplina il CSM come organo di autogoverno della Magistratura. E questo obiettivo viene raggiunto con la sottrazione dei poteri al CSM nella selezione delle toghe e nella nomina dei vertici degli uffici direttivi, e la contemporanea dilatazione delle competenze del Ministro Guardasigilli che premia i magistrati che lavorano nel palazzo. Questo avviene con la sapiente regia di esperti che fanno leggi truccate e difficilmente comprensibili. Esse dicono una cosa e ne vogliono un'altra. E sfuggono all'attenzione della pubblica opinione.

In passato non ero contrario alla separazione delle funzioni tra giudici e Pm. Ma oggi essa è fatta contro tutta la magistratura per limitarne l'indipendenza. In ogni caso essa andava fatta con una legge costituzionale e non con una legge ordinaria senza un minimo di discussione. La separazione delle carriere é un sogno lungamente inseguito dal Governo che approfitta del momento più favorevole, essendo la pubblica opinione assorbita da gravi problemi sociali . E per separare Pm e giudici si creano una serie di ostacoli che rendono di fatto impossibile il passaggio dalla funzione requirente a quella giudicante e viceversa. La riforma prevede un solo concorso per l'accesso alle due carriere. Ma evita di indicare quali capacità particolari dovrebbero dimostrare i giudici rispetto ai Pubblici Ministeri. La mancanza di regole consentirà a commissioni addomesticate di selezionare i Procuratori della Repubblica secondo criteri arbitrari adottati dal Ministero della Giustizia. Si sta realizzando l'idea di magistrati graditi al Governo.

L'obiettivo è di vulnerare l'indipendenza del Pubblico Ministero sottoponendolo al controllo dell'esecutivo. Ma l'indipendenza trova la sua consacrazione nell'articolo 112 della Costituzione che stabilisce il principio della obbligatorietà della azione penale.. Principio che si collega a quello che la legge è uguale per tutti. Il Pm deve iniziare il processo ogni volta che viene violata la legge, senza possibilità di discriminazioni o favoritismi a seconda del gradimento del Ministro di turno. La Corte Costituzionale ha sempre ribadito l'indipendenza del Pubblico Ministero soggetto solo alla legge. Sicché non sarebbe possibile, con legge ordinaria, consentire interferenze esterne ed estranee alle sue funzioni come avviene con la legge sull'ordinamento giudiziario.

È stato reintrodotto il concorso per titoli ed esami, per la nomina dei vertici degli uffici direttivi requirenti e giudicanti, con privilegi di carriera per i magistrati ministeriali. Tutto questo intacca l'indipendenza dei magistrati. Basta leggere la relazione alla Costituzione: "Per quanto riguarda la indipendenza del potere giudiziario, occorre predisporre una disciplina tale da distaccare del tutto la carriera degli organi del potere giudiziario - giudici e pubblici ministeri - dal potere esecutivo. Quando si parla di carriera, s'intende riferirsi sia alla assegnazione della sede del magistrato sia alle promozioni". La relazione aggiunge "la nomina della commissione di concorso viene sottratta al potere esecutivo, contribuendosi in tal modo alla ulteriore garanzia di indipendenza della magistratura requirente e giudicante".

Il concorso interno per la promozione dei magistrati, bocciato in passato, è censurabile per tre ragioni. Ingiusto perché favorisce i magistrati meno impegnati e gravati di lavoro. Giudici come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che lavorano 20 ore al giorno nei processi di mafia, sarebbero "sconfitti" da magistrati imboscati presso il Ministero. Il sistema è inadeguato anche perché tiene conto delle nozioni teoriche astratte ma non della capacità concreta, della laboriosità, dell'equilibrio e dell'imparzialità. Ed infine è controproducente, poiché turba la serenità ed il prestigio del magistrato distogliendolo dal lavoro di indagine. Infatti, il giudice sarebbe costretto a trascurare il suo lavoro per impegnarsi a vincere il concorso per titoli ed esami ed aspirare ad un ufficio direttivo.

La riforma tende anche ad un modello di pubblico ministero assoggettato burocraticamente al Procuratore della Repubblica, figura centrale la cui nomina sarà di fatto decisa dal Governo attraverso il controllo dei concorsi interni ed i veti del Ministro. Il Procuratore determina i criteri di organizzazione degli uffici e di assegnazione e revoca dei processi ai singoli magistrati. Qui sta il trucco. Garantita la scelta di Procuratori addomesticati si è creato un meccanismo per cui gli stessi Procuratori avranno la possibilità di manovrare e insabbiare i processi che riguardano fatti che toccano i santuari dei poteri forti.

Di dubbia costituzionalità è anche l’istituzione della "Scuola della Magistratura". Il progetto di legge parte dall'esigenza reale di una maggiore professionalità dei magistrati per raggiungere lo scopo diverso di attribuire il controllo della Magistratura al potere esecutivo. E lo fa con un meccanismo sofisticato che affida la "scuola" ad un comitato in cui prevalgono membri controllati dall'esecutivo. Si tratta di compiti, assegnazioni, nomine, trasferimenti e promozioni che l'art. 105 della Costituzione conferisce al CSM a cui invece verrebbero sottratti.

Altro punto rilevante riguarda il potere del Guardasigilli di opporsi al conferimento di incarichi direttivi assegnati in contrasto con il suo parere. Tale potere di interdizione vanifica le competenze del CSM nella nomina dei capi degli uffici giudiziari.

A tutto questo si aggiunge il fatto che la riforma non produce alcun miglioramento della giustizia poiché il Governo non ha proposto e non intende portare avanti alcuna riforma per accelerare i tempi infiniti dei processi civili e penali.

NON ci voleva molto a prevedere che il voto del Parlamento sulla permanenza in Iraq del corpo di spedizione italiano avrebbe suscitato le prefiche dei fautori dell'"ammucchiata". Infatti così è puntualmente avvenuto. Il centrismo nazionale non è quantitativamente rilevante; operativamente è un fenomeno solo virtuale di fronte alla tenaglia del sistema elettorale maggioritario. Dispone però di molte tribune mediatiche e le usa senza risparmio tutte le volte che può.

A differenza della vecchia Dc, titolare d'un centrismo numericamente imponente che, secondo la definizione di De Gasperi, marciava verso sinistra, quello attuale è striminzito e marcia verso destra. Avrebbe voluto tirarsi appresso la parte "responsabile" dell'Ulivo. Patrocinare il taglio alle ali (ma solo all'ala sinistra) classica aspirazione dei moderati di tutti i tempi.

Isolare la sinistra massimalista.

Convincere i riformisti di Prodi che la svolta in Iraq è già avvenuta e sarà infallibilmente formalizzata e solennizzata tra la fine di maggio e quella di giugno e indurli, di conseguenza, a un voto d'astensione se non addirittura di confluenza sulla mozione del governo e sulle dichiarazioni del presidente del Consiglio.

Poiché tutto quello che avevano immaginato non è avvenuto, i fautori dell'"ammucchiata" hanno dato sfogo alle lamentazioni salmodiando la fine del riformismo, il trionfo di Bertinotti, la resa di Prodi, Fassino, Rutelli al massimalismo girotondista e piazzaiolo, intonando insomma il "Miserere" e il "Parce sepultum".

In questa operazione (che non è affatto sorprendente perché ampiamente prevedibile e prevista), si distinguono i soliti noti. Tralascio di proposito i nomi di quelli che scrivono sui giornali e dicono la loro nei salotti tv. Segnalo invece la posizione del partito di Follini e di Buttiglione, schiacciato come un tappeto sulle tesi militaresche di Forza Italia. E, memorabile tra tutti, la posizione di Berlusconi che ha aperto il dibattito alla Camera con un incipit clamoroso: "M'ero illuso che questa volta l'opposizione si comportasse in modo responsabile".

Pensava veramente che la lista dei riformisti considerasse il suo "spot" propagandistico sulla svolta come un approccio serio di un governo serio a una situazione drammaticamente seria?

I berlusconologhi giurano di sì, che lo pensava veramente. Come spessissimo gli capita, s'era autoconvinto che le sue bugie propagandistiche riflettessero la realtà. Quest'uomo è formidabile. Per lui e per i suoi sodali, politici e giornalistici, vale la pena di usare una classica definizione di Flaiano: "Un gruppo di buoni a nulla, capaci di tutto". Sembra tagliato su misura.

* * *

La svolta. Si discute sulla svolta. Se ci sia stata, se ci sarà, se l'abbia effettuata Bush su pressione di Blair oppure di Powell oppure (udite udite) di Berlusconi. O piuttosto per la pressione dei fatti iracheni e le impellenti necessità ch'essi creano sul terreno.

Mi ha sommamente divertito leggere l'altro ieri sul Corriere della Sera due articoli di prima pagina sul tema, appunto, della suddetta svolta.

Uno è firmato da Angelo Panebianco e ha come titolo "La disfatta del riformismo"; autore dell'altro è Gian Antonio Stella e il titolo recita "La svolta rettilinea del Cavaliere". Mi hanno divertito perché sostengono l'uno l'opposto dell'altro. Secondo il primo i riformisti sono in rotta, succubi di Bertinotti, non avendo capito che Berlusconi era finalmente arrivato sulle posizioni da loro fino a quel momento sostenute e proprio in quel momento da loro stessi abbandonate.

Ma Stella dimostra invece esattamente il contrario e cioè che la predetta svolta è del tutto inesistente e che comunque il nostro presidente del Consiglio, dopo avere per oltre un anno sbeffeggiato all'Onu seguendo pedissequamente gli sberleffi lanciati dai neoconservatori americani, dal Pentagono e dalla stessa Casa Bianca contro il Palazzo di Vetro, ha compiuto "una svolta rettilinea", sempre al seguito dei suoi protettori di Washington, affermando da pochi giorni in qua il contrario di quanto ha per un anno conclamato ai quattro venti.

Ora, la verità è quella descritta da Panebianco o quella motteggiata da Stella? La risposta è nei fatti reali e non in quelli virtuali. Del resto i compromessi si possono fare sulle tasse, sulle pensioni, sul mercato del lavoro, sulla patente a punti, sulle regole societarie e su tante altre cose ancora; ma se c'è una questione che richiede e anzi impone scelte nette e non equivoche, quella è la questione della pace e della guerra.

Lì la bugia non è ammessa, il sotterfugio non è consentito, la tergiversazione non può aver luogo. Lì si sta da una parte o dall'altra. Lì il popolo è e dev'essere davvero sovrano perché "ne va la vita". Il presidente del Consiglio ha insultato l'opposizione accusandola di abbandonare i nostri soldati proprio nel momento in cui sono sotto il fuoco della guerriglia.

Ma chi li ha mandati a prendersi le fucilate della guerriglia e le autobombe del terrorismo? Invece che inviare in Iraq medici, tecnici, operatori di pace? Chi ha manipolato il mandato del capo dello Stato e del Consiglio supremo di Difesa che avevano autorizzato soltanto una missione umanitaria? Chi ha accettato che i militari spediti come presidio degli operatori di pace fossero invece impiegati come forza d'occupazione di un territorio ad essi affidato, sotto il comando angloamericano che non è certo lì per ragioni umanitarie ma politiche e d'ordine pubblico? Infine: chi ha la responsabilità politica di quelle morti e delle altre che possono ancora avvenire?

Un capo di governo serio e responsabile avrebbe dovuto dire al Parlamento e al paese la verità fin dal primo momento e comunque ammetterla l'altro ieri di fronte all'evidenza dei fatti. E la verità è che i 3 mila militari italiani sono nella regione di Nassiriya truppe occupanti, esattamente come gli inglesi e gli americani.

Tanto è che da quelli prendono ordini e come loro hanno una zona di territorio assegnata nella quale inglesi e americani non vanno se non su richiesta del comandante italiano. E non ci vanno per la semplice ragione che lì ci sono gli italiani a svolgere lo stesso ruolo e gli stessi compiti che gli angloamericani svolgono nelle altre zone dell'Iraq.

Queste cose avrebbe dovuto dire il presidente del Consiglio. Ma si sarebbe imbattuto nell'ostacolo costituzionale e quindi ha scelto la bugia. Del resto ci riesce benissimo perché una cosa è certa: come bugiardo non ha rivali in tutto il pianeta. È la cosa che meglio gli riesce. È un guinness. All'estero ce lo invidiano.

* * *

In un certo senso l'Onu è già in Iraq perché il segretario generale Annan ha inviato un suo rappresentante, l'algerino Brahimi, con il compito di suggerire nomi credibili per la formazione di un nuovo governo provvisorio che sarà installato dalla coalizione entro il 30 giugno. Quest'iniziativa rientra nei poteri del segretario generale, infatti non c'è stato bisogno di nessuna apposita risoluzione del Consiglio di sicurezza.

Egualmente rientra nei poteri di Annan di delegare a suoi rappresentanti un ruolo di consulenza per preparare insieme al governo provvisorio le elezioni da tenersi nel prossimo gennaio.

È questa la svolta? No, non è questa. Sarà una presenza importante quella dei delegati del segretario generale dell'Onu? La risposta l'ha data ufficialmente lo stesso Brahimi: "Una presenza e un ruolo molto limitati". Del resto Brahimi lavora al suo progetto da oltre due mesi e da oltre due mesi le date per l'insediamento del governo provvisorio e per le elezioni nel gennaio 2005 sono arcinote.

Le notizie comunicate al Parlamento da Berlusconi come prova della svolta sono sui giornali di tutto il mondo dallo scorso marzo. La sorpresa, il risultato eclatante del viaggio americano del nostro presidente del Consiglio sono sull'Ansa di sessanta giorni fa.

La strombazzata sovranità del governo provvisorio sarà puramente simbolica, anche questo è risaputo. Più interessante sarà invece l'organizzazione della sicurezza sul terreno. Per quanto se ne sa (ma Berlusconi nulla ha detto in proposito nelle sue comunicazioni al Parlamento) essa si articolerà nei seguenti punti.

1. Responsabile della sicurezza e dell'ordine pubblico nelle città saranno la polizia e l'esercito iracheno, coordinati naturalmente dal Comando della coalizione.

2. La seconda linea situata alla cintura esterna delle città sarà affidata a truppe che dovrebbero affluire da paesi non attualmente occupanti. Soprattutto da paesi appartenenti alla Lega araba o da altri Stati musulmani.

3. L'attuale armata d'occupazione dovrebbe acquartierarsi nelle basi già predisposte, pronta tuttavia a interventi d'emergenza - specie con aerei ed elicotteri da combattimento - in casi di emergenza.

4. La lotta al terrorismo proseguirà affidata a intelligence e a corpi speciali.

5. Questo schieramento, basato su tre anelli, entrerà in vigore quando l'attuale guerriglia e le attuali insorgenze saranno state domate e quando polizia ed esercito iracheni saranno in grado d'assolvere ai compiti di cui al numero 1.

Cioè quando? Non si sa, non c'è risposta. Quale sarà il ruolo dell'Onu in tema di sicurezza? Non c'è risposta.

I paesi della Lega araba sono pronti a inviare truppe? Sono già stati consultati? Non c'è risposta.

Altri paesi europei, la Russia, la Cina, l'India, sono disponibili? La Germania ha già detto: grazie, per ora no. La Russia idem. Idem la Cina. La Francia ha detto di più: non manderemo truppe né ora né poi, neppure sotto bandiera Onu. Chi dunque s'unirà all'attuale coalizione e quando? Non c'è risposta. Tutti sono invece pronti a mandare medici, tecnici, operatori di pace. Anche subito. Truppe no. È questa la svolta?

Le nostre vedove centriste e terziste (è quasi la stessa cosa) hanno compianto Prodi, trascinato suo malgrado a fianco di Bertinotti. Ma Prodi ha parlato ieri a Milano agli stati generali del centrosinistra. Ha detto sulla guerra irachena, sul dopoguerra, sull'America, sulle torture, parole ancora più dure di quelle di Bertinotti. Possono essere non condivise o addirittura deplorate ma nessuna persona intellettualmente perbene potrà continuare a sostenere che Prodi è stato "messo in mezzo" suo malgrado.

Resta la questione della nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza. Berlusconi, con l'aria di un Pierino, ha dichiarato che la risoluzione ci sarà entro il mese di giugno. Può darsi, ma lui che ne sa? E che cosa dirà quella risoluzione? L'Italia non fa parte del Consiglio di sicurezza. La Francia ha già specificato la propria posizione: vuole una conferenza internazionale che decida la sorte dell'Iraq nel quadro dell'intero riassetto della regione mesopotamica e mediorientale; vuole una data-limite entro la quale le truppe d'occupazione se ne debbano andare; vuole che il governo iracheno dopo le elezioni sia sovrano e indipendente; vuole che il petrolio sia subito restituito agli iracheni. Non vuole che la Nato sia utilizzata in Iraq. Germania e Russia sono sulla stessa linea.

In compenso Berlusconi, quando li incontra, dà e riceve pacche sulle spalle e qualche bacio da Putin, da Chirac, da Blair, ovviamente da Bush e - con qualche riserbo in più - anche da Schröder e Zapatero.

Questo è lo stato delle cose.

Il riformismo è stato sconfitto? Non sembra. S'è messo al rimorchio dei massimalisti? Non direi perché la sua posizione è sempre la stessa fin dall'aprile del 2003 quando scoppiò la guerra irachena. Per votare la prosecuzione della missione italiana in Iraq voleva e vuole che il Consiglio di sicurezza dell'Onu voti la sostituzione dell'autorità d'occupazione angloamericana con una coalizione agli ordini dell'Onu che abbia autorità insieme politica e militare.

Non è accaduto e ovviamente non accadrà, perciò tutto il centrosinistra ha votato per il ritiro delle truppe. Le quali, naturalmente, restano dove sono poiché il nostro governo segue Bush punto e basta. Buoni a niente ma capaci di tutto. Lapidario.



Cos’è accaduto sui ponti di Nassiriya fra il 5 ed il 6 aprile scorsi?

Secondo la versione più o meno ufficiale fornita dai militari italiani, alcuni reparti che nella notte si erano mossi per riprendere il controllo dei tre ponti che attraversano il fiume Eufrate e dividono la città in due, sono stati accolti dal fuoco di miliziani iracheni appostati nei pressi. Per difendersi i soldati italiani (che hanno avuto dodici feriti nelle loro fila) hanno a loro volta sparato, uccidendo un numero imprecisato di armati e di civili che si trovavano nelle vicinanze. Si è parlato inizialmente di una quindicina di morti fra gli iracheni. Poi, più genericamente di alcune decine. Ma c’è perfino chi in una corrispondenza da Nassiriya, dopo avere interpellato sia le fonti italiane sia i capitribù locali, avanza l’ipotesi che le vittime siano state molte di più: sino a 200. Secondo un sito online specializzato in questioni militari la battaglia è stata preceduta da un crescente clima di tensione che ha portato al ridimensionamento della normale attività operativa dei reparti italiani ed è stata, infine, innescata dall'occupazione militare dei ponti dai ribelli sciiti e dal conseguente ordine del comando britannico di ripristinare la libera circolazione. Lo Stato maggiore della Difesa nazionale ha aderito alla richiesta britannica e il generale Chiarini, comandante del contingente italiano, ha avuto luce verde per l'attacco. Si calcola che in diciotto ore di battaglia siano stati sparati complessivamente centomila proiettili. Uno scenario tipicamente bellico che contraddice le incredibili dichiarazioni del ministro della Difesa Martino: tutto tranquillo, situazione sotto controllo, missione di pace. Le testimonianze degli italiani, militari e civili, rientrati da Nassiriya, concordano nel dire che da quel giorno il rapporto tra la popolazione locale ed il contingente italiano, che era già peggiorato negli ultimi tempi, è diventato ancora più teso, nonostante abbia sinora retto la tregua concordata dal comando italiano e dalla Cpa (Amministrazone provvisoria della coalizione) locale con la mediazione dei notabili locali.

Da dove venivano i miliziani sciiti che hanno combattuto contro gli italiani?

Si è parlato genericamente di «gente venuta da fuori». E sono fiorite illazioni su infiltrazioni dai paesi vicini, in particolare dall’Iran. Avvalorando queste tesi, poi rivelatesi probabilmente infondate, una parte dei media ha dato forza alla edulcorata immagine governativa dei presunti idilliaci rapporti fra truppe italiane e popolazione locale. Solo un disegno destabilizzatore esterno poteva intervenire a turbare la quiete amorosa di Nassiriya, secondo i sostenitori della ingerenza straniera. Ma le informazioni raccolte sul posto nelle settimane successive hanno chiarito che i gruppi legati al leader radicale sciita Moqtada Sadr venivano in gran parte da cittadine e villaggi limitrofi: Ash Shatra, Suq Ash, Shuyukh, Al Fukud, Al Rifai. Sono tutte località della privincia di Dhi Qar, di cui Nassiriya è il capoluogo.

Cos’è veramente accaduto nelle ultime settimane a Falluja?

Gli americani sono avari di notizie sulle operazioni compiute nella città del cosiddetto triangolo sunnita, area in cui il regime di Saddam aveva più consensi, e nella quale più accanita è stata la resistenza contro l’occupazione. Per molti giorni Falluja è rimasta isolata ed inaccessibile a chiunque, con l’eccezione delle forze statunitensi che la circondavano dopo esservi penetrate per vendicare il trattamento inflitto a quattro marines: dopo essere stati uccisi, i loro corpi erano stati fatti a pezzi e esposti al pubblico ludibrio dalla folla inferocita. I particolari della rappresaglia ancora sono quasi ignoti. Porzioni di verità emergono a poco a poco dal racconto di alcuni feriti trasportati in ospedali di Baghdad, e degli sfollati. Si calcola che fra guerriglieri e civili siano state uccise 1500 persone. Molti sono caduti sotto i colpi di cecchini americani appostati sui tetti, in una drammaticamente curiosa inversione di ruoli fra truppe regolari e formazioni ribelli. Le cifre ufficiali di fonte americana sugli iracheni uccisi in tutto il paese, a partire dal primo di aprile, giorno in cui è iniziata la battaglia di Falluja, si aggirano su mille. Gli Usa si rifiutano di dire quanti in quel numero siano civili. Ufficialmente per loro non esistono vittime civili.

Chi sono i terroristi che hanno rapito quattro italiani, ne hanno ucciso uno, e sino a ieri sera non avevano rilasciato gli altri tre?

Sono stati spregiativamente definiti «banditi di strada». L’espressione denota un ovvio giudizio di condanna nei confronti degli autori di un gesto vile, da qualunque punto di vista lo si consideri. Ma rischia di essere fuorviante, perché accredita l’ipotesi di un sequestro compiuto da criminali comuni, o da gente che agisce senza un disegno preciso. Caratteristiche che sembrano invece contraddette dal loro comportamento, sin dall’inizio di questa dolorosa e misteriosa vicenda. Il rapimento fu accompagnato dalla diffusione di un comunicato in cui si rivendicavano le motivazioni politiche dell’impresa e si indicavano gli obiettivi: via le truppe italiane dall’Iraq, scuse ufficiali da parte del primo ministro Berlusconi per l’appoggio dato all’occupazione statunitense. Non solo, un altro comunicato accompagnò la brutale esecuzione di Fabrizio Quattrocchi, nel quale, citando le dichiarazioni rilasciate da Berlusconi dopo il sequetro, le si giudicava il segno di una scelta a favore della permanenza a Nassiriya e di scarsa considerazione per la sorte dei concittadini prigionieri. La tempestività nella diffusione dei messaggi, il loro contenuto politico molto chiaro nella sua spietata schmaticità, la disponibilità di telecamere per filmare prima i rapiti poi l’uccisione, e di canali per far pervenire quei video alla tv Al Jazira, dimostra che di fronte a sé il governo e l’intelligence italiana non hanno affatto un gruppo di sprovveduti.

A che punto è la ricostruzione economica dell’Iraq?

Al di là dei piccoli progetti per la ristrutturazione di edifici scolastici, il ripristino della distribuzione di energia elettrica, la sistemazione di piccole reti fognarie, tutte opere utili, nelle quali si sono prodigati ad esempio i militari italiani a Nassiriya, non è ancora partito alcuno dei grandi interventi necessari a rimettere in sesto un’economia che era già in ginocchio ai tempi di Saddam, ed è crollata al suolo con la guerra. I beneficiari del businness sono in molti casi già stati designati, e sono per lo più grosse aziende americane. Altre gare d’appalto, tutte pilotate da Washington, sono state indette. In Italia il governo ha promosso convegni per spiegare ai nostri imprenditori quanto sia lucroso investire nella ricostruzione dell’Iraq. Ma le persistenti condizioni di caos e insicurezza non hanno sinora consentito il decollo di alcuna grande opera. Strade, ferrovie, ponti danneggiati o distrutti, sono rimasti tali. Le maggiori centrali elettriche restano nello stato di obsolescenza in cui si trovavano prima della guerra. Ma il segno principe dello sconquasso materiale iracheno è la situazione dei pozzi petroliferi e delle raffinerie, sottoposti ad attacchi e sabotaggi continui. Tanto che oggi l’Iraq deve importare persino la benzina per la circolazione delle auto, e i prezzi del carburante sono saliti alle stelle. Il colmo per il secondo produttore mondiale di greggio.

«Il presidente George W. Bush ha accettato di nominare una commissione indipendente e bipartisan che indaghi sull’attività dei servizi segreti statunitensi in relazione alle armi di distruzione di massa irachene».

«E in questo modo ha implicitamente ammesso che alcune delle sue dichiarazioni prebelliche erano sbagliate», scrive Dana Milbank sul Washington Post. Il comportamento della Casa Bianca potrebbe sembrare contraddittorio, ma alla base c’è una strategia molto precisa: «Bush ha imparato che ammettere in pubblico i propri errori rende più vulnerabili. Invece, scegliere di aprire un’inchiesta e posticipare il suo rapporto al 2005 permette a Washington, in vista delle prossime elezioni, di gettare un’ombra d’incertezza sulle affermazioni di David Kay, capo delle ispezioni per le armi illecite di Bagdad».

Secondo William Raspberry le dichiarazioni di Kay dimostrano che gli Stati Uniti hanno intrapreso una guerra sbagliata adducendo false motivazioni: «Ogni volta che qualcuno lo interroga sull’arsenale iracheno – sostiene sul Washington Post – Bush risponde sempre che il mondo è un posto più sicuro senza Saddam Hussein.

Ma questa non è né una risposta né tantomeno una giustificazione a un’azione violenta. E soprattutto – fa notare Raspberry – il presidente Usa ha sempre sostenuto che il raìs violava le risoluzioni Onu e che le sue armi chimiche erano una seria minaccia per il paese».

L’esistenza o meno di un arsenale nucleare iracheno è un problema di cui si devono occupare soltanto i politici. Ma tutta la questione ha danneggiato in maniera consistente la credibilità della politica estera degli Stati Uniti, e un’inchiesta non è certo sufficiente a risolvere le difficoltà del paese: «L’America non è onnipotente», sottolinea sul quotidiano di Washington Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Jimmy Carter.

«È necessario, perciò, che abbia il supporto genuino e sincero degli altri paesi, soprattutto dei suoi più stretti alleati. La fiducia è un ingrediente essenziale del potere e la sua perdita potrebbe incidere a lungo termine sulla sicurezza nazionale».

Per il New York Times una commissione indipendente potrebbe aiutare gli alti funzionari dell’intelligence a superare la crisi: «I servizi segreti – scrive Douglas Jehl – riconoscono che, dopo l’incapacità di prevenire gli attacchi dell’11 settembre e gli errori commessi sulle armi irachene, è necessaria un’indagine più approfondita. L’inchiesta, inoltre, potrebbe avere il vantaggio di sensibilizzare l’attenzione sulla necessità di maggiori finanziamenti».

Oltre che difendere il lavoro dei servizi segreti, il Wall Street Journal sottolinea anche che, all’interno della comunità internazionale, non c’erano disaccordi sul possesso di armi illecite da parte del raìs e la necessità di disarmarlo.

Oltreoceano ci si chiede quali conseguenze avranno le dichiarazioni di Bush in Europa: mentre il Guardian sottolinea l’isolamento di Tony Blair, l’Independent sostiene che per il premier britannico è arrivato il momento di dissociarsi dall’alleato statunitense e cominciare a pensare che, dal prossimo novembre, potrebbe avere a che fare con un presidente democratico.

[Ecco] alcune tra le meravigliose schede di presentazione dei brani musicali del terzo anello.

Le schede sono così, non sono state modificate, quindi dovrete interpretare e tralasciare gli errori di battitura o ignoranza; le note sono degli Amici di Radio 3.

1) Berlioz, Beatrice et Benedict, ouverture.

L'ouverture, in stile opera-comique, scritta per la rappresentazione di tanto rumore per nulla "dii Shakespeare".

NOTA L'ouverture non può essere in stile opera-comique: caso mai, lo è l'opera (priva di recitativi e con i parlati). Non fu scritta per la rappresetnazione della commedia di Shakespeare, ma Berlioz (dal testo di Shakespeare) ricavò il libretto per una SUA opera-comique.

2) Berlioz, Adieu Bessy.

Da "Irlande" op. 2, composta tra il 1892 e il 1830.

NOTA Date insensate (tra l'altro, Berlioz morì nel 1869)

3) Bizet. Suite per orch. da "Jeux d'enfants".

Composta nel 1932... Un innocente galop, nitido e preciso, ispirato alla "musica per l'infanzia" di Fauré e Debussy.

NOTA Bizet è morto nel 1875. Debussy è nato nel 1862 e ha scritto "Children's Corner" nel 1908

4) Biber, Sonata Terza in Fa Mag per vl solo

Esecutori: John Holloway, Aloysia Assenbaum, Ulrik Lars Mortensen

NOTA Se è per violino solo, che suonano i tre musicisti citati?

5) Bernstein, Candide

Di difficile datazione

NOTA La data è il 1956 e, non trattandosi precisamente di musica antica, è abbastanza comico che non si sappia precisare la data di composizione.

6) Brahms, Sonata in La Mag n. 2 per vl e pf op. 100

Composta nel 1836

NOTA Brahms aveva tre anni

7) Brahms, Trio in Do Mag n. 2 per pf, vl e vcl op. 87

Composto tra il 1880 e il 1862

NOTA Modo curioso di datare la composizione. In realtà, fu scritto tra il 1880 e l'82.

8) Brahms, Trio in La min op. 114

Due commenti: 1) La scrittura di Brahms non riesce a creare un amalgama convincente; 2) Un Trio equilibratamente polifonico.

NOTA Si decidessero

9) Chopin, Sonata in Sol Min per vcl e pf.

Composta nel 1865

NOTA Chopin morì nel 1849

10) Milhaud, Catalogue des fleurs, 5 Liriche x voce e pf op. 60

Un ciclo di sette miniature per sette strumenti

NOTA Ma quante sono?

11) Mussorgsky, Quadri di un'esposizione - per pf La grande porta di Kiev Horowitz intarsia l'una dentro l'altra la versione pianistica di Mussorgsky e la versione orchestrale di Ravel e "crea" una pagina perfettamente funzionale al proprio sfrenato, eccessivo, esorbitante virtuosismo esecutivo.

NOTA Non è chiaro in che modo Horowitz possa intarsiare la versione orchestrale dato che è l'unico esecutore del pezzo. Altrettanto, non è chiaro perché il suo virtuosismo sia considerato eccessivo. Si vuol dire che era troppo bravo da un punto di vista tecnico? O che il pezzo di Musorgsky non richiede un eccessivo talento virtuosistico? Boh!

12) Shistakovitch, The panorama of Paris

Tema di valzer in souplesse non rpivo di una tenera ironia (e scusate l'ossimoro)

NOTA Ciò che non viene scusata è la totale assenza di senso logico.

13) Haendel, Suite in Mi Mag n. 5 per cemb, Aria e variazioni

Dalla Suite per clavicembalo in La Mag n. 2

NOTA Non è chiaro di quale Suite si tratti.

14) Bizet, Sinfonia in Do Mag

Composta nel 1885

NOTA Bizet morì nel 1875

15) Mercadante, Concerto in Mi Mag per fl e orch

Il flauto ha un ruolo molto "cantato"

NOTA Cioè?

16) Poulenc, Le Chemin de l'amour

1998. Valser caressante

NOTA Poulenc è morto nel 1963. Sfugge la lingua del commento

17) Rossini, L'italiana in Algeri, Quanta roba! Quanti schiavi! / Cruda sorte!

Cavatina di Isabella, dama italiana nel coro precedente

NOTA Ci si chiede che cosa sia diventata Isabella dopo il coro precedente.

18) Augustin Bardi, Gallo Ciego

Un innovativo pianista argentino nato nel 1916.

NOTA In realtà, nato nel 1884 e morto nel 1941.

19) Pachelbel, Canone

Eseguito secondo la partitura orchestrale originale.

NOTA L'originale è per tre violini e basso continuo.

20) Mozart, Concerto in Sib Mag per pf e orch K39

Mozart usa temi da Schubert.

NOTA Schubert è nato nel 1797, sei anni dopo la morte di Mozart.

L’effetto petrolio sui sogni del Cavaliere

Eugenio Scalfari

Si riteneva fino a poco fa da parte dei maggiori centri mondiali di analisi economica che la ripresa congiunturale Usa avrebbe continuato a tirare energicamente per tutto l´ultimo quadrimestre dell´anno. Reddito nazionale, domanda interna, esportazioni, creazione di nuovi posti di lavoro, plusvalenze provenienti da una Borsa in rialzo, tassi d´interesse in moderato e già metabolizzato aumento: queste le formidabili forze che avrebbero trainato l´economia mondiale definitivamente fuori dal pantano in cui era caduta subito dopo lo sgonfiamento della bolla speculativa del 2000 e le successive drammatiche vicende del 2001. E se qualche vagone o vagoncino non avesse potuto agganciarsi al grande treno in corsa, pazienza: dopo la lunga stagnazione, un capitalismo risanato avrebbe dimostrato la perenne validità del libero mercato e della sua capacità di diffondere insieme benessere e libertà.

Ma per qualche ragione ancora non interamente chiara ma già individuabile nelle sue grandi linee, qualche elemento essenziale del quadro sta marciando storto, qualche meccanismo dev´essersi inceppato. Quasi di sorpresa infatti l´andamento dei consumi Usa ha rallentato e così pure la produzione industriale e la creazione di nuovi posti di lavoro. La Borsa ha invertito la tendenza specie nei settori di alta tecnologia e in quelli manifatturieri.

Intanto il prezzo del petrolio continua a salire e forse è proprio questo l´elemento determinante di quest´inattesa frenata. Se non invertirà rapidamente la tendenza al rialzo ci troveremo in mezzo ad una vera e propria crisi petrolifera capace di modificare profondamente tutte le previsioni fin qui formulate sull´andamento dell´inflazione, dei tassi d´interesse, del finanziamento dei disavanzi, del commercio internazionale.

Mai come in questo momento l´incertezza è dunque al culmine e i mercati sono privi di orientamento. In realtà nessuno aveva immaginato una situazione del genere anche se non mancavano i segnali per avvistarne la gravità.

***

I prezzi del greggio sono ininterrottamente al rialzo da cinque anni. Dai 18 dollari al barile del maggio ´99 per il petrolio quotato sui mercati di New York e di Londra, siamo arrivati nell´agosto 2004 a 44 dollari (41 per il Brent quotato a Londra). L´aumento medio è stato cioè del 60 per cento.

Se si considerano i dodici mesi che vanno dalla fine della guerra in Iraq al giugno 2004, l´andamento del greggio registra un rialzo da 28 a 39 dollari per barile.

Ciò avviene in una fase in cui dal punto di vista congiunturale la tensione della domanda e la disponibilità dell´offerta avrebbero dovuto generare un virtuoso equilibrio intorno al prezzo di 22-24 dollari al barile. Siamo invece ad uno sballo esattamente del doppio che non accenna a diminuire.

Diventa sempre più chiaro dunque che a cause congiunturali si sono sovrapposti mutamenti strutturali sia nella domanda che nell´offerta. La prima è strutturalmente aumentata a causa dell´irrompere dell´Asia (e della Cina in particolare) sul mercato petrolifero e carbonifero. La seconda è strutturalmente diminuita a causa dell´arresto degli investimenti nella ricerca petrolifera e nelle nuove fonti d´energia diverse dal petrolio. La documentazione di questi mutamenti profondi è stata analizzata in questi ultimi mesi da numerosi interventi sulle riviste specializzate del settore (tra i quali segnalo un recente saggio di Alberto Clò) e dai giornali economici più attenti ( Wall Street Journal, Financial Times, Economist).

Sperare che basterebbe un po´ più di buona volontà da parte dei produttori Opec, un rapido ritorno sul mercato del petrolio iracheno, del gas russo, del greggio venezuelano nonché l´utilizzo calmieratore delle riserve Usa, è pura illusione.

La crisi petrolifera è ormai un dato di fatto. Gli effetti possono essere molto pesanti sui mercati globali e in particolare sulle economie degli Stati Uniti e di Eurolandia nonché su quelle dei paesi emergenti non petroliferi.

***

Si comprende meglio in questo contesto quale sia stato il drammatico errore compiuto dal governo italiano nel triennio 2001-2004 durante la gestione Berlusconi-Tremonti della politica economica: per tener fede all´impegno elettorale di «non prender denaro dalle tasche degli italiani» ci si è affidati ai condoni e alla finanza creativa puntando tutte le carte sulla ripresa internazionale.

Gli effetti nefasti di questa politica sono stati quelli di distruggere l´avanzo primario delle partite correnti, di interrompere la diminuzione del debito pubblico, di diminuire le entrate tributarie e di far correre più velocemente il fabbisogno e il rapporto deficit/Pil.

Questa politica è arrivata ai piedi di un invalicabile muro e Tremonti ne ha fatto le spese. Per la stessa ragione il Berlusconi di agosto ha cambiato politica: ora ha bisogno come dell´aria che respira dell´appoggio del sistema bancario, della Confindustria, della Banca d´Italia, dei poteri forti o almeno di quello che ne è rimasto. Farà concessioni, farà promesse.

Circola voce che voglia vendere le sue televisioni a operatori «nazionali». Forse è soltanto un´esca, un modo per distribuire qualche "per cento", un osso da dare ai cani che minacciano di mordergli i polpacci alla ripresa di settembre. Vedremo.

Ai sindacati promette una sorta di scala mobile costruita su misura dei pensionati. Non è farina del suo sacco perché sono anni che i sindacati confederali, le associazioni dei consumatori e i partiti d´opposizione chiedono parametri specifici per le classi di reddito più deboli, non solo pensionati ma tutti i lavoratori e i contribuenti sotto ai 20 mila euro di reddito annuo e, insieme a questo, un sistema di ammortizzatori sociali che dia protezione al lavoro flessibile e la fiscalizzazione degli oneri sociali.

Si parla tanto di riformismo forte. Eccone alcuni esempi. Quanto costerebbe un progetto di riforma fondato su questi elementi? Non si è lontani dal vero azzardando la cifra di 20-25 miliardi, più o meno quanto il costo del tanto strombazzato taglio dell´Irpef ma molto più produttivo ai fini del rilancio dell´economia, dell´industria, dei consumi, dell´occupazione e del potere d´acquisto.

Questo mi sembra il tipo di programma operativo che il centrosinistra dovrebbe far proprio e che del resto è già nella sua linea e nel suo Dna. Bastano due sole parole per presentarlo al paese: protezione sociale e innovazione. E poi articolarle nel concreto.

Ci vuole un grande respiro di efficienza e di equità. I rappezzi, il riformismo delle briciole, le velleità contrapposte del moderatismo e della palingenesi finale sono vecchi arnesi d´un mondo che fu. Innovazione e protezione, creatività individuale e solidarietà comunitaria: questo è il programma che ci si aspetta da Romano Prodi. Sta nel cuore e nella mente di tutti i democratici. Non ci vogliono cento pagine né cinquanta e neppure venti. Ne bastano tre o quattro per indicare e rendere espliciti quegli obiettivi che tutte le persone perbene conoscono da tempo e dei quali il paese ha bisogno.

Caro Silvio,

ti mando alcuni brevi appunti sulle priorità dell'Udc in merito all agenda del Governo e della maggioranza. Credo che essi possano far parte di quella scossa positiva che in tanti riteniamo indispensabile dare alla situazione politica.

Non entro nel merito del tema della struttura di Governo che, come tu ben sai, desta in noi emozioni assai moderate. Mi limito a ribadirti che la scelta indifferibile di un ministro dell'economia di alto profilo e di forte indipendenza che dia un significativo valore aggiunto alla compagine ministeriale, fa parte a pieno titolo della «scossa» di cui sopra. L'Udc non ha mai fatto mancare alla coalizione il suo contributo di idee e di proposte. In più di un'occasione ricorderai ad esempio le nostre iniziative sui progetti dell'immigrazione e sul bonus per i figli siamo riusciti ad imprimere correzioni di rotta che hanno prodotto effetti positivi per tutta la maggioranza.

Anche in queste ore, e a maggior ragione dopo i risultati elettorali delle europee e delle amministrative, il nostro partito intende far valere il proprio punto di vista nell'interesse del successo dell'intera coalizione. In particolare, le nostre proposte (che qui ti sintetizzo) riguardano le istituzioni, l'economia, il sistema delle garanzie.

Istituzioni

Il gruppo Udc alla Camera ha presentato un insieme di proposte per la modifica al progetto di riforma della Costituzione. Tra queste, ti segnalo alcuni emendamenti che riteniamo fondamentali e che riguardano, in tema di federalismo, una significativa correzione della riforma del Titolo V realizzata nella scorsa legislatura, una più rigorosa distinzione delle competenze di Stato e Regioni e una più adeguata formulazione del principio di interesse nazionale e, in tema di forma di governo, una limatura dei poteri del premier tale, da un lato, da ribadire il carattere parlamentare della Repubblica e, dall'altro, da essere compatibile con una legge elettorale che salvaguardi insieme la rappresentanza proporzionale delle forze politiche, il loro vincolo di coalizione e dunque il carattere bipolare del confronto politico. La direzione nazionale del partito ha ribadito, tra le nostre priorità, l'approvazione di una legge elettorale in senso proporzionale e con vincolo di coalizione. Il ministro Buttiglione ha presentato ad inizio legislatura una proposta di legge (n. 378) che per noi è molto più di una semplice base di discussione.

Economia

Rinviando alla stesura del Dpef la definizione di una proposta complessiva, mi limito a segnalarti la nostra posizione sugli argomenti che ci vengono prospettati con maggiore urgenza.

Per quanto riguarda il progetto di riforma fiscale, in attesa di conoscere e approfondire il quadro di sostenibilità finanziaria, e fermo restando l'assoluta necessità per il nostro Paese di mantenere una linea rigorosa di risanamento dei conti pubblici, ti rinnovo le nostre priorità: introduzione del quoziente familiare, eliminazione dell'Irap per i ricercatori e destinazione di una parte dell'aliquota dei redditi più alti a favore delle attività del privato sociale. Per l'Udc si tratta, insomma, di definire un progetto che, salvaguardando il rigore dei conti pubblici, abbia un profilo di profonda equità sociale. Insisto inoltre su alcuni impegni legislativi. Considero una fondamentale priorità per il Paese la sollecita approvazione della riforma previdenziale e della legge a tutela dei risparmiatori. Ricordo che su quest'ultimo punto già il ministro Tremonti si era impegnato personalmente in questo senso proponendo l'inasprimento delle pene per il falso in bilancio (vedi all. 3). Fa parte altresì di questa stessa agenda il nuovo ordinamento delle professioni e la riforma del diritto fallimentare.

Sistema delle garanzie

Siamo convinti che la rapida approvazione della legge sul conflitto d'interesse debba rientrare fra gli obiettivi di tutta la maggioranza. Si tratta peraltro di uno degli impegni dei 100 giorni, già approvato sulla base di un testo redatto dal ministro Frattini che ha ottenuto per 4 volte il voto favorevole in Parlamento da parte della maggioranza. Fa parte infine della nostra tradizione politica e culturale, ribadire che il servizio pubblico radiotelevisivo debba essere, per quanto possibile, espressione del Paese nella sua interezza. So bene che questo tema è controverso anche fra le forze della maggioranza ma credo che in questo caso ci siano logiche istituzionali che prevalgono sulle ragioni di parte. Almeno per noi. Tutti questi ragionamenti, lo sai bene, mirano a rendere la nostra alleanza e il Governo più forti e più capaci di affrontare un periodo difficile. Siamo una forza moderata alternativa alla sinistra e tenacemente legata al bipolarismo, e questa chiara identità dell'Udc segna il nostro percorso politico di oggi e di domani. Tutto questo è ovvio, ma ci tengo a ribadirlo una volta di più. Ti allego (1) gli emendamenti più significativi al disegno di legge di riforma costituzionale e (2) la proposta di legge elettorale presentata da Buttiglione. Spero e credo che tutto questo possa essere un contributo utile alla soluzione dei problemi che abbiamo di fronte.

ROMA Bruno Trentin, ex segretario generale della Fiom e della Cgil, parla con l’Unità del dopo Melfi. Attenti, avverte, tra i giovani cova la rivolta. C’è una nuova generazione di lavoratori che non sopporta condizioni discriminanti. E' uno stato di malessere che serpeggia nell'intero mondo del lavoro. E sulla sinistra ha pesato, negli ultimi anni, l'egemonia delle culture liberali.

La fabbrica Fiat di Melfi era nata sotto l’insegna del cambiamento. Che cosa è successo poi?

«Era un tentativo di creare sul “prato verde” un esperimento nuovo, contrassegnato dal just in time, il rifornimento “sul momento” dei pezzi di ricambio dell’auto, con la creazione di un nuovo rapporto tra l’azienda subfornitrice e l’azienda fornitrice. C’era poi l’ambizione di favorire il lavoro di gruppo. Creavano delle aree di lavorazione affidandone la responsabilità a dei capi. Una piccola minoranza è stata così associata alla linea di direzione della Fiat, mentre la stragrande maggioranza dei lavoratori, ed erano tutti diplomati, rimaneva dopo sei settimane di formazione generica, assolutamente tagliata fuori. E su di loro è piombato un sistema disciplinare intollerabile, una politica salariale che discriminava i nuovi assunti rispetto ai lavoratori delle altre fabbriche Fiat del Nord, un’organizzazione del lavoro in larga misura di tipo tayloristico, con ritmi massacranti».

Come mai gli operai hanno tollerato questa situazione per tanti anni?

«Erano di fronte ad una nuova occasione di lavoro, in un territorio davvero dissestato dal punto di vista dell’occupazione. E poi devo dire che sono prevalse, dentro il mondo della sinistra, culture neoliberiste. Melfi è solo un esempio. Credo che giustamente Massimo D’Alema, in un recente intervento, abbia riconosciuto che c’è stata un’egemonia delle culture neoliberali anche nella sinistra italiana».

Un’egemonia a proposito di che cosa?

«Credo che si riferisse al fatto che per un certo periodo è stata fatta quasi un’apologia della flessibilità del lavoro, anche quando tale flessibilità corrispondeva ad una precarietà delle condizioni di lavoro e delle condizioni d’occupazione. C’erano animate discussioni sul valore del sottosalario per i giovani, come condizione per la creazione di posti di lavoro. I giovani - si diceva con una battuta - sarebbero andati a manifestare contro i sindacati, stracciando i contratti di lavoro, per trovare un’occupazione. Una menzogna. Mai la riduzione del salario per un nuovo assunto ha consentito la realizzazione di un posto di lavoro. Ci vuole ben altro. Rappresenta solo una convenienza dell’azienda che risparmia e rende più facile l’espulsione di lavoratori anziani che costano di più. Era la negazione di un principio costituzionale: a parità di lavoro parità di salario, per età e per sesso».

Melfi rievoca una tale egemonia conservatrice?

«Melfi è la riprova di questi errori. Quel momento di rivolta, avvenuto inizialmente anche senza il sindacato, affermava un grande problema, al di là della parificazione con i trattamenti degli altri lavoratori Fiat, al di là dei turni massacranti. Era un problema di dignità, la volontà di cambiare quello che sembrava essere un dogma persino di natura economica. Hanno buttato a mare i dogmi, hanno dimostrato che coloro che lavorano, tanto più quando sono diplomati, acculturati, intendono essere riconosciuti come delle persone che hanno un contributo insostituibile da recare alle attività produttive e alla vita democratica del Paese».

E’ la spia di un malessere che accomuna gli autoferrotranvieri di Milano con i lavoratori dell’Alitalia, passando per Terni?

«Alcune vicende si devono a situazioni di crisi, come all’Alitalia dove occorre cercare di evitare la catastrofe. A Terni è stata una rivolta popolare contro lo smantellamento di un reparto d’acciai speciali, ad alto contenuto tecnologico. A Milano, invece, la rivolta era proprio contro il sottosalario ai nuovi assunti. Io ricordo le battaglie fatte, quando ero segretario della Cgil, molte volte non capite da anziani lavoratori. Esistono salari dei giovani neo assunti con il 30, il 35 per cento in meno rispetto a mansioni eguali».

Sono situazioni presenti in altre parti del Paese?

«In molte: in nome dell’aiuto ai giovani si toglieva il salario ai giovani, per accelerare la partenza dei vecchi. Sono queste ideologie che ora sono rimesse in questione. E ritorna un grande tema rimosso dalla riflessione della sinistra e del sindacato: il controllo dell’organizzazione del lavoro, il controllo sul tempo di lavoro e sul tempo di vita. E’ una tematica che è stata fondamentale negli anni Sessanta e Settanta».

C’è stato un ritardo anche nel comprendere le novità del mondo del lavoro?

«Non abbiamo capito che la specificità del lavoro richiedeva un nuovo approccio al mercato del lavoro. Chiedeva una battaglia per la formazione continua che impedisse che milioni di giovani fossero rapidamente emarginati non solo dal lavoro, ma dalla conoscenza e si sentissero sempre più handicappati nell’acquisire un altro lavoro».

Torna anche il tema della democrazia, del rapporto tra sindacati e lavoratori...

«Quando prevale nel sindacato la battaglia difensiva allora molto spesso ci si divide tra chi ritiene d’essere più realista e chi ritiene d’essere più intransigente. E poi si perdono i rapporti diretti con i lavoratori interessati. Nuove forme di democrazia vanno ricercate e costruite coinvolgendo i lavoratori. Il referendum può essere una forma utile, così com’è stata usata a Melfi. Nei momenti più alti della lotta sindacale noi siamo ricorsi, però, a consultazioni molto più complesse, ad assemblee che discutevano per due-tre giorni e non si limitavano ad esprimere un sì o un no. Ricordo quando per il contratto nazionale eleggevamo unitariamente i delegati in tutti i luoghi di lavoro e creavamo una consulta dei delegati che giorno per giorno seguiva la trattativa».

Una scelta definita di «grande responsabilità», anzi «l’unica scelta possibile» per smuovere le acque dell’Onu, sollecitare con i fatti la tanto evocata svolta e far scendere a patti gli Usa. L’ala più pacifista del centrosinistra, il Correntone Ds, Verdi, Pdci, Rifondazione, scendono in campo a sostegno di Zapatero e sollecitano l’opposizione tutta ad unirsi per «appoggiarne fino in fondo» la linea. Via subito dall’Iraq, dunque, e parole chiare. Parole che però non vengono pronunciate dai vertici della lista unitaria alla fine di una giornata che si era aperta con espressioni di grande apertura da parte di Prodi nei confronti di Zapatero e che poi è evoluta con le parole del suo portavoce che escludeva il ritiro immediato. Ciò che fa dire ad Achille Occhetto: «Con l’anima Prodi sta con Zapatero ma evidentemente c’è qualche pressione su di lui da parte delle forze che lo sostengono...». Secondo Occhetto «le forze politiche del triciclo», sono «imbarazzate e confuse»: «Il fatto che Fassino, un dirigente dell'Internazionale socialista, invece di spiegare se ha una linea diversa da quella di Zapatero, chieda a Berlusconi di venire in Parlamento a riferire, dice chiaramente che siamo alla frutta». Per Occhetto la «road map» dovrebbe avere le tappe seguenti: conferenza internazionale, annuncio di un giorno preciso in cui la coalizione dei «willings» inizierà il ritiro delle truppe dall'Irak, ritiro immediato delle truppe italiane.

Critiche alla «lista riformista» arrivano anche dai Verdi, dal Pdci e da Rifondazione. Pecoraro Scanio ritiene «un errore» che non si sia «assunta una posizione netta come lasciavano intravedere le prime parole di Prodi». Bertinotti chiede «chiarezza»: «Le opposizioni devono prendere una immediata iniziativa parlamentare. La posizione della lista unica non convince affatto». Il problema è come muoversi nei prossimi giorni, posto che Verdi e Pdci hanno già depositato mozioni per il ritiro e che il Forum dei parlamentari per la pace sta preparando una sua mozione. D’altra parte il Correntone Ds punta, come spiega Fabio Mussi, a lavorare per una mozione unitaria di tutto il centro sinistra: «Il centrosinistra italiano si attesti sulla posizione di Zapatero. Prodi oggi ha fatto un passo in avanti importante, ma ora ne serve un altro». Il passo avanti per Mussi è proprio la consapevolezza che occorre una risoluzione Onu netta e precisa e non acqua fresca a copertura dell’esistente. Il passo ulteriore è quello di chiedere il ritiro come arma di pressione. «Per ottenere un cambiamento radicale della politica degli Usa ed una risoluzione dell'Onu che consegni effettivamente all'Onu il governo della crisi irachena». «Il listone - ribadisce Giovanna Melandri - non può limitarsi ad evocare buone intenzioni ed azioni diplomatiche che il governo Berlusconi, subordinato a Bush e Blair, non assumerà. Occorre un'iniziativa concreta per il ritiro del contingente italiano». E Pietro Folena parla di «titubanze, frammiste a dichiarazioni apertamente contrarie al ritiro del contingente italiano» che prevarrebbero nei vertici della lista riformista.

Ma anche dentro la lista unitaria le bocce sono tutt’altro che ferme. Prodi, fanno rimarcare coloro che si trovano su posizioni di frontiera se non di pieno appoggio alla linea Zapatero, è stato chiaro a proposito dei contenuti di cui la auspicata svolta in Iraq dovrebbe sostanziarsi: passaggio dei poteri politici e militari all’Onu. Il punto è decisivo. Il ds Valdo Spini, capogruppo nella commissione esteri, già da una decina di giorni va sostenendo che non si deve aspettare il 30 giugno per porre il problema del ritiro: «Con la prospettiva dell'uscita della Spagna, il contesto politico della missione in Iraq viene ad essere modificato profondamente. La prospettiva di non avere una nuova risoluzione dell'Onu pone anche al centrosinistra italiano il problema di convergere con la posizione di Zapatero». La posizione di Intini non è analoga a quella di Boselli: «Il 30 giugno è diventato ormai un feticcio - dice il capogruppo Sdi - la questione è restare o andarsene nel momento in cui è chiaro se l' Onu prenderà in mano la situazione o no. Per Zapatero è stato no». Anche dentro la Margherita ci sono posizioni distanti da quelle di Rutelli, Enrico Letta o Dario Franceschini. «Il 30 giugno non è una scadenza vaticinata da Nostradamus - afferma Ermete Realacci - Se non ci sono le premesse perchè entro quella data l'Onu possa assumere pienamente la guida del processo di pace, se non verranno create le condizioni per un pieno coinvolgimento delle altre nazioni europee e dei paesi islamici e arabi moderati, la nostra presenza militare in Iraq non ha senso». Analoghe le valutazioni di Beppe Fioroni: «Ben venga l'elettrochoc Zapatero. L'unico modo per chiudere una fase fallimentare e aprirne un'altra è dare un segnale forte sulla inutilità, in questo contesto, della nostra presenza». Insomma, la parola «ritiro» non è più un tabù. E corre voce che rinviarne la richiesta, a questo punto, sia solo una questione di tatticismo. Mentre le associazioni pacifiste della Tavola della pace consegnano un documento al Parlamento: l’Italia faccia come Zapatero.

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