VENEZIA. Centocinquanta firme di parlamentari in poche ore. Ha riscosso un grande successo l’iniziativa avviata dal deputato veneziano dei Ds Michele Vianello e dalla Sinistra ecologista per impugnare davanti all’Unione europea le «procedure irregolari» del progetto Mose.
Il risultato ha pochi precedenti nella storia della salvaguardia, e anche dell’attività parlamentare. Centocinquanta deputati del centrosinistra hanno sottoscritto l’appello che sarà ora inviato alla commissaria europea all’Ambiente Margot Wallstrom. La richiesta è quella di avviare le opportune verifiche sulla legittimità del percorso seguito. E, soprattutto, di sottoporre a Valutazione di Impatto ambientale la grande opera, le dighe per sbarrare le bocche di porto, nel frattempo già approvata e in parte finanziata dal governo.
Molte le firme illustri, con i Ds quasi al completo (il capogruppo Luciano Violante, il vicepresidente della Camera Fabio Mussi, Anna Finocchiaro, Livia Turco, Giovanna Melandri, Pietro Folena e Vannino Chiti, i veneti Andrea Martella, Bruno Cazzaro e Piero Ruzzante), il capogruppo di Rifondazione Franco Giordano e del Gruppo Misto Marco Boato, Ermete Realacci, Giulio Santagata e il vicecapogruppo Giacchetti per la Margherita, Luana Zanella e Paolo Cento per i Verdi. Una pattuglia folta, che Vianello conta di ingrossare ulteriormente nei prossimi giorni.
«Di fronte alla richiesta di una parte del Parlamento italiano», dice, «l’Europa non potrà non intervenire. L’appello è fatto di due pagine, dove sono riassunti i principali contestati passaggi di approvazione del progetto Mose e vengono sintetizzate le obiezioni.
La prima riguarda la mancanza di una Valutazione di Impatto ambientale. «Gli esperti del ministero avevano depositato il loro lavoro e la Valutazione era stata negativa», dice Vianello, «poi il Tar aveva annullato il decreto del governo per vizio formale, ma non il giudizio tecnico. Da allora l’esame non è stato più fatto. E’ possibile che la più grande opera di ingegneria ambientale d’Europa sia approvata senza la Via, come previsto dalle normative europee?» Altrettanto illegittimi, secondo la petizione firmata dai 150 parlamentari, sono i finanziamenti concessi dal Cipe, il Comitato per la programmazione delle grandi opere che fa capo al ministro Lunardi.
«450 milioni di euro», si legge nella lettera inviata alla Wallstrom, «sono stati stanziati per il Mose senza che l’iter fosse stato completato». «Palesi irregolarità» secondo i deputati, sono da registrare anche nella seduta del Comitatone del 3 aprile 2003, che aveva autorizzato il progetto esecutivo e la realizzazione della grande opera senza che la procedura fosse conclusa.
Una iniziativa che potrebbe rallentare la corsa intrapresa dal progetto Mose, di cui il premier Berlusconi ha già posato nella primavera scorsa, la «prima pietra». «Ma il sistema Mose è un’invenzione, non è contemplato dalle leggi», conclude l’appello dei deputati, «esiste soltanto un sistema laguna, nel quale è inserita una città unica al mondo che va tutelata. E contrariamente a quanto si pensa il problema di Venezia non è riconducibile esclusivamente alla difesa dalle acque alte».
«Com’è possibile pensare», conclude la lettera, «che non si debba valutare la compatibilità ambientale di un’opera da inserire in un ambiente così delicato?».
VENEZIA. Il sindaco Costa forza i tempi sulla sublagunare. Ma trova alleati solo nell’opposizione. La maggioranza di centrosinistra gli ha infatti imposto ieri un clamoroso stop, proprio durante la seduta di commissione che avrebbe dovuto sancire il via libera all’iter della contestata grande opera. «Lei fa il gioco delle tre carte», gli ha gridato senza mezzi termini il capogruppo di Rifondazione Pietrangelo Pettenò prima di abbandonare l’aula. E un brusco altolà è arrivato anche dai Ds.
«C’è un problema politico rilevante su questo progetto», ha scandito il capogruppo Livio Marini, in genere portato alla prudenza, «prima di parlare di sublagunare vanno valutate anche le alternative». A pochi giorni di distanza dalla burrascosa riunione di maggioranza vanno dunque deteriorandosi i rapporti tra il sindaco Costa e i partiti che lo sostengono. «Ho chiesto questa riunione per informare il Consiglio», ha spiegato Costa, «dato che tra qualche giorno la proposta sarà presentata alla città. Il Consiglio comunale ha già autorizzato l’avvio delle procedure di project financing quando ha approvato il bilancio di due anni fa. Nel novembre scorso la giunta utilizzando i suoi poteri ha approvato una delibera che definisce il progetto di pubblica utilità». Procedure a posto, secondo il sindaco. Quanto ai finanziamenti, Costa ha ripetuto di aver chiesto al ministro Lunardi l’inserimento della sublagunare tra le grandi opere della Legge Obiettivo.
Apriti cielo. Sandro Bergantin (Città Nuova, vicepresidente del Consiglio comunale), ha espresso «parere negativo». «E’ una forzatura, si vuole far passare un progetto condizionandolo ai finanziamenti. Non sempre i progetti finanziati sono buoni, basta pensare al Mose». «Con queste procedure la città sarebbe espropriata anche sul Piano regolatore», gli ha fatto eco il diessino Pierluigi Gasparini. Imbarazzato anche il presidenter della commissione, il verde Flavio Dal Corso, che ha ricordato come si debba prima fare la Valutazione di impatto ambientale e considerare le alternative. «Se la sublagunare ci mette 18 minuti, quanto ci metterebbe una motonave?». Una mano al sindaco è arrivata dal centrodestra: «La sublagunare va fatta», ha detto Paolo Bonafè (Udc). Luca Rizzi (Forza Italia) ha chiesto di passare al progetto. «Il resto», ha detto sono problemi della maggioranza. Se li risolvano tra loro». Al coro degli arrabbiati si sono aggiunti anche Danilo Rosan (Gruppo Misto) e Renato Darsiè (Pdci). «Perché non ci dicono quale impatto anche sociale avrà questa grande opera sulla città? Alla fine, l’assessore Marco Corsini ha ammesso che con le procedure della Legge Obiettivo la parte urbanistica non sarebbe più di competenza del Comune. «La città sarà espropriata», protesta Marini. Pettenò annuncia sfracelli: «Non finisce qui», ha detto, abbandonando l’aula per protesta. Ma il sindaco, che cominciato la sua campagna elettorale per l’Europarlamento, è deciso ad andare avanti. E la sua maggioranza scricchiola.
Sullo stesso argomento ho scritto:
Su l'Unità del 21.4.1992
Su Eddyburg il 26.7.2003 (in margine a un articolo di A. Vitucci)
Un appello al voto, o meglio un appello al voto per Cacciari, per scegliere «l’uomo migliore» e non i partiti. Il regalo collettivo per il filosofo è arrivato dagli altri candidati sindaco - tutti tranne Mazzonetto della Lega - rimasti esclusi dal ballottaggio e che già nei giorni scorsi, chi più chi meno, si erano dichiarati a suo favore. Ieri pomeriggio, in una saletta del Sofitel, l’annuncio ufficiale e corale, anche se tutti hanno spiegato prudentemente che parlavano a titolo personale, come cittadini e non come politici, con motivazioni diverse ma legate dallo stesso obiettivo:sostenere Cacciari «non perchè Cacciari sia diventato il candidato del centrodestra ma perchè è il candidato migliore, l’uomo che segna lo stacco netto dalla giunta Costa». L’idea era venuta ieri mattina a Vittorio Salvagno quando si è acceso la prima sigaretta. Uno dopo l’altro ha contattato gli altri ex candidati e li ha riuniti al Sofitel per dare l’annuncio. Cesare Campa di FI, Raffaele Speranzon di An, Maurizio Crovato di Uno di noi, l’autonomista Giampaolo Pighin, Andreina Zitelli per Carlo Ripa di Meana dei Verdi Colomba, bloccato in udienza Augusto Salvadori, atteso (ma mai arrivato) Mario d’Elia, presente anche il senatore Ugo Bergamo. Un potenziale regalo di 58 mila voti perchè, come ha spiegato Salvagno, «al secondo turno non c’entra più la politica, c’entra chi è il migliore». Nessun dubbio, per gli ex candidati sindaco, anche se le spinte sono state diverse. Per Campa «è non votare chi ha l’appoggio dei centri sociali», per Speranzon «Cacciari è la discontinuità dall’amministrazione degli ultimi anni», per Crovato «è la possibilità di scegliere tra un sindaco dei partiti e un sindaco dei cittadini», i Verdi Colomba avevano già deciso ufficialmente da una settimana. E Cacciari? Era a una conferenza a San Vidal e non ne sapeva niente. (m.pi.)
Mose, la mega-opera che salverebbe Venezia dall'acqua alta, affonda ancora. Questa volta affiorano cantieri «fuorilegge», lavori «fantasma», violazioni delle norme ambientali. Insomma, il progetto del Consorzio Venezia Nuova (inaugurato in pompa magna da Silvio Berlusconi e cullato dal ministro Lunardi, insieme al governatore Galan) sta scivolando sul piano inclinato della regolarità urbanistica. E non solo. Sulla graticola, il presidente del Magistrato alle Acque Maria Giovanna Piva che firma i contratti e quindi risponde davanti alla Corte dei conti. All'attacco, i sindaci interessati: Massimo Cacciari a Venezia, Erminio Vanin a Cavallino e Fortunato Guarnirei a Chioggia. In difesa, arroccati all'appalto, gli industriali capitanati dal presidente Antonio Favrin che hanno perso il loro naturale punto di riferimento, l'ex sindaco della Margherita Paolo Costa. Esultano, invece, gli ambientalisti che continuano a spulciare ogni atto, procedura, voto e autorizzazione che riguarda il Mose. «La difesa di Venezia non è di destra né di sinistra. Ma bisogna scegliere la soluzione migliore senza pregiudizi. Finalmente, il Comune fa sentire forte la sua voce. Ci sono contestazioni tecniche, tuttavia la questione Mose resta sostanzialmente politica. E' arrivato il momento di una discussione pubblica. Sulle modifiche che non vogliono solo gli ambientalisti, ma anche sulla difesa della città a prezzi più bassi e sulle sperimentazioni mai avviate come sui progetti alternativi al Mose» spiega Alberto Viticci, cronista della Nuova Venezia che da vent'anni segue la vicenda.
L'ultimo capitolo risale a primavera, quando il Consorzio lavora fra mare e laguna lasciando intravedere dall'alto il disegno delle paratie mobili. A fine giugno, piomba a Venezia in incognito il ministro Lunardi e i Disobbedienti gli danno il benvenuto occupando gli uffici del Magistrato alle Acque. Nessuno lo sa, ma è già cominciato un sotterraneo braccio di ferro sulle verifiche dei cantieri. E ora, a polemica esplosa, spuntano perfino segnalazioni su lavori in corso a Ca' Roman e San Nicolò che rappresenterebbero inquietanti «novità», forse perfino inedite per la burocrazia. Fino a ieri, Maria Giovanna Piva ha preferito abbozzare. Ma il sindaco-filosofo di Venezia non molla: aspetta una risposta ufficiale alla lettera firmata insieme ai due colleghi dei Comuni interessati dai cantieri del Consorzio Venezia Nuova.
Tutto è nato in base ai controlli degli atti amministrativi da parte degli ambientalisti. A Ca' Farsetti, sono in primavera le segnalazioni firmate dall'Ecoistituto Alex Langer, Italia Nostra e Lipu. Una copia era indirizzata, per altro, anche alla Procura, ai Ministeri delle Infrastrutture e dell'Ambiente e al Consorzio Venezia Nuova. Il documento degli ambientalisti evidenziava il mancato rispetto della legge. Ma non c'è stata nessuna risposta. Di qui, la diffida vera e propria che invece ha scosso i sindaci. Racconta Michele Boato, ex assessore regionale dei Verdi e ora responsabile dell'Ecoistituto Langer: «Ci siamo accorti che i cantieri aperti erano tutti non previsti da strumenti urbanistici comunali e regionali. Di conseguenza, non rientrando nel Palav erano tutti fuori legge. Inoltre fuori dalle direttive europee per quanto riguarda i diversi siti di importanza comunitaria dal punto di vista ambientale interessati loro malgrado dai lavori, come la zona di Ca' Roman. Dopo un mese ci siamo resi conto che tutto tardava e siamo partiti con una seconda diffida, visti i danni che rischiavano di essere irreparabili, in particolare alla diga di Malamocco, tutelata da uno specifico vincolo della sopraintendenza, ignorato: ora il Comune di Venezia si è mosso come la città aspettava». Così si è messa in moto la giunta Cacciari: la Direzione centrale sviluppo del territorio e mobilità del Comune ha elencato 19 presunte violazioni alle norme ambientali all'interno dei cantieri nelle bocche di porto. Ma sono Ministero e Regione a decidere sull'immediata sospensione dei lavori. Quindi è scattata l'iniziativa dei sindaci: lettera ufficiale al Magistrato alle Acque con sollecitazione a fermare il Mose per «difformità urbanistica delle opere».
Cacciari, dunque, rilancia la sfida. E fa contenti i Verdi, per altro esclusi dalla nuova giunta dopo il «ballottaggio fratricida» nell'Ulivo. Luana Zanella, deputato del Sole che ride, sottolinea: «Dopo l'intervento del sindaco, il ministro Lunardi non può restare silente: i lavori del Mose devono essere bloccati. Ormai esistono le condizioni per fermare i cantieri che sono illegittimi rispetto alle norme di pianificazione dei comuni della Laguna e a quelle stabilite dall'Ue. La Commissione di Salvaguardia, inoltre, come chiarisce bene la sentenza della Corte Costituzionale 375/98, non ha affatto i poteri per derogare le norme urbanistiche stabilite dai comuni stessi perché non è una conferenza dei servizi». Il cerchio si chiude. La storica approvazione del Mose da parte della Commissione di Salvaguardia non si rivela più così inossidabile. Anzi, c'è chi segnala l'istruttoria tutt'altro che completa. Ma soprattutto quell'approvazione non «cancella» di certo le difformità fra progetto e urbanistica dei tre Comuni. Lo ribadisce l'avvocato Gianfranco Perulli, rappresentante del Comune di Venezia in Commissione: «Al momento del voto sono uscito dall'aula con altri cinque commissari, dopo aver verbalizzato che la commissione non aveva potuto completare l'indagine sul progetto e sugli allegati, esaminati solo in parte. Certo, il numero legale restava. Ma il parere resta viziato».
Il Comune si avvia a dare il proprio stop a Magistrato alle Acque e Consorzio Venezia Nuova: prima la sperimentazione degli 11 punti sulla Salvaguardia, poi i conseguenti adeguamenti del progetto del Mose. «E fintantoché non si fanno queste verifiche - spiega il capogruppo dei Verdi, Flavio Dal Corso, niente sbancamenti e modifiche all'attuale assetto dei moli: i lavori propedeutici al Mose si fermano, si gioca a bocce ferme».
È questo l'esito dell'ennesima riunione di maggioranza sul tema della Salvaguardia, svoltasi ieri a Ca' Farsetti, che ha visto la coalizione di Centrosinistra approvare in linea di massima i contenuti di una mozione che verrà portata al voto del consiglio comunale il 15 giugno, due giorni dopo le elezioni europee.«Non facciamoci del male», è stata la posizione contrapposta dai Ds ai Verdi, che chiedevano una data certa e prossima del consiglio comunale, ponendo al sindaco un aut aut, e a Rifondazione comunista, che premeva per una seduta già al 7 giugno, anche in assenza del sindaco, Paolo Costa.
«Sindaco o non sindaco - spiega il capogruppo di Rifondazione, Pietrangelo Pettenò - l'importante è che il testo sia condiviso da tutti, e che anzi Costa ne sia il primo firmatario, e su questo mi pare che non ci siano problemi». Lo conferma, per la Margherita, anche Giampietro Capogrosso. «C'è un accordo ampio - sottolinea - e anzi l'intesa è di modificare qualcosa del testo già elaborato per renderlo ancora più incisivo».
Visto, dunque, che il sindaco ha garantito la sua presenza per il 15 giugno, la conferenza dei capigruppo fisserà stamane la seduta del consiglio comunale per quella data. Il testo finale della mozione da portare al voto verrà stilato dall'assessore all'Ambiente, Paolo Cacciari, che ieri ha proposto di integrarlo con le critiche alla recente risposta del Magistrato alle Acque sugli 11 punti richiesti dal Comune, e dall'assessore alla Legge speciale, Giampaolo Sprocati, che intende fare dello stesso tema la priorità "politica" dell'Ufficio di Piano.Va ricordato, al riguardo, che il Comune si incontrerà il 28 giugno col nuovo organismo deputato a rivedere il Piano generale degli interventi. «E la revisione - spiega Pettenò - non deve essere general generica, ma partire proprio dagli 11 punti». Del resto, se lo stesso Magistrato alle Acque ipotizza di concentrare tutta la portualità sulla bocca di porto di Malamocco, ciò apre interrogativi e scenari nuovi: tra i primi (lasciando sullo sfondo il tema dell'avamporto in mare), se la navi da crociera possano fermarsi a Fusina, o se debbano arrivare in Marittima attraverso percorsi nuovi; tra i secondi, il senso stesso del Mose alla bocca di Lido, una volta che, liberata dalle navi, la sua profondità possa essere ridotta fino a 6 - 8 metri.
Il Comune sul MoSE: dal SI condizionato al NO
Il parere del Comune di Venezia sulle opere in Laguna - 2 aprile 2003
La Laguna di Venezia e gli interventi proposti
Alberto Viticci,
Mose, il progetto è definitivo
Ma in Commissione di Salvaguardia un mare di polemiche
Il Comitatone lo aveva già approvato il 3 aprile scorso, il premier Berlusconi aveva posato la prima pietra. Ma al Mose mancavano ancora alcuni pareri. Ieri la commissione di Salvaguardia ha dato il via libera al «progetto definitivo» delle dighe mobili tra aspre polemiche.
Un parere approvato con 15 voti favorevoli, mentre i sei rappresentanti degli enti locali sono usciti dall’aula per protesta. «Ci potrebbero essere dei risvolti penali», spiega l’avvocato Gianfranco Perulli, rappresentante del Comune di Venezia, «perché i membri eletti non sono stati messi in condizione di valutare tecnicamente il progetto». Un metro cubo di carte arrivato poco prima di Natale e approvato senza dibattito. Secondo il legale ci potrebbe essere una violazione dell’articolo 97 della Costituzione, che richiede «il buon andamento dell’amministrazione pubblica». Ma la commissione non ha sentito ragioni. Presieduta per la prima volta dal presidente della Ragione Giancarlo Galan, ha espresso il parere favorevole. Per l’occasione si sono visti al gran completo anche i rappresentanti dei ministeri.
Stefano Boato, per il ministero dell’Ambiente, ha elencato una lunga serie di dubbi sull’opera, tra cui gli effetti negativi che questa avrà sul traffico delle navi, l’impatto ambientale provocato dai circa 8 milioni di metri cubi di materiale che sarà scavato, l’irreversibilità dei nuovi fondali, cementati a quote superiori a quelle di oggi. Il ministro Matteoli ha fatto sapere in serata di «non riconoscersi nella posizione del professore».
«Un vero blitz», lo hanno definito i componenti degli enti locali, «per il più grande progetto mai esaminato la commissione ha impiegato un mese e due sedute, meno della metà di quanto occorre per un’altana».
Michele Vianello, deputato veneziano dei Ds, ha depositato ieri una durissima interrogazione al ministro dei Trasporti Lunardi. Ricorda che il Comitatone aveva deliberato il 3 aprile scorso di passare all’esecuzione del Mose «in mancanza della prescritta Valutazione di Impatto ambientale, per cui l’Ue ha chiesto spiegazioni al governo, e in mancanza del parere della Salvaguardia». «Vorrei sapere», scrive Vianello, «se la realizzazione del sistema Mose stia procedendo in prsenza di palesi irregolarità nella procedura».
E un nuovo ricorso al Tar minacciano gli ambientalisti. Stavolta chiedendo anche la «sospensione dei lavori». «Il Comune deve avanzare la sospensiva», dice il presidente della commissione Legge Speciale Flavio Dal Corso. Aprendo formalmente un fronte nella maggioranza di Ca’ Farsetti che nonostante la decisione di un anno fa non ha mai inteso fermare i lavori. «Questa della commissione di Salvaguardia è l’ennesima forzatura nelle procedure», dice l’assessore Paolo Sprocati, «convocheremo i nostri tecnici e poi decideremo il da farsi». «Per Venezia non potevamo aspettarci di peggio», gli fa eco la parlamentare verde Luana Zanella, «il business del Mose ha dirottato su di sè tutte le risorse». Intanto il Mose fa un altro passo avanti. «Per noi il progetto è quello», sorrideva ieri l’ingegnere Alberto Scotti, progettista del Mose, «ora possiamo andare avanti con l’esecutivo come chiesto dal Comitatone».
VENEZIA. Il primo ad andarsene sbattendo la porta è il rappresentante dei comuni della gronda (Chioggia, Mira, Codevigo, Campagna Lupia) Guido Moressa. «Non intendo votare», scandisce, «perché la commissione non è stata messa in grado di valutare il progetto, e soprattutto le conseguenze che avrà sul nostro territorio». «Abbiamo ricevuto le carte pochi giorni prima di Natale e oggi ci costringono a votare. Un atteggiamento che può avere soltanto spiegazioni politiche». Giuseppe Ambrosio, direttore generale del ministero dell’Agricoltura, scalpita e impreca contro chi parla troppo ed «entra nel merito di un progetto di cui si parla da anni» e rischia di fargli perdere l’aereo. «Quando arriveranno le pratiche edilizie dei comuni farò anch’io così, tirerò in lungo», si lascia sfuggire, «il parere l’hanno già dato, è ora di votare». Il Mose non è questione un tantino più compless? «Ne vogliono fare una questione politica», dice. E’ proprio l’accusa che muovono compatti alla maggioranza della commissione i rappresentanti di Comune, Provincia e comuni di gronda. E, a sorpresa, il rappresentante della Regione Ubaldo De Bei. «Non è serio», dice, guardato con diffidenza dai funzionari di palazzo Balbi, «non me la sento proprio di votare per un progetto che non ho fatto in tempo a leggere». Andrea Ballin, a nome della Provincia, esprime «rammarico». «Avevamo chiesto un rinvio per leggere le carte», dice, «non ci hanno ascoltato». Cristiano Gasparetto, rappresentante del Comune, sottolinea che si tratta di «scelta illegittima»: «Quel progetto è stato approvato senza Valutazione di impatto ambientale, come previsto dalla normativa europea e il voto della Salvaguardia arriva a cose fatte, con i dubbi procedurali espressi dagli enti locali. Daremo battaglia». (a.v.)
VENEZIA. «Forzature? Le uniche forzature le fanno da anni quelli che vogliono bloccare l’opera. Il Comune che ha fatto il Ponzio Pilato, l’assessore Sprocati che con una lettera un po’ vergognosa voleva sollevare i suoi rappresentanti in commissione. Venezia può essere sicura. Da oggi finisce il suo secolare martirio di acque alte». Non si cura delle plemiche il presidente della Regione Giancarlo Galan. E annuncia trionfale l’avvio «definitivo» del Mose.
Il presidente della Regione non si era mai visto in quest’aula.
«Sono venuto per l’insediamento. E oggi per l’importanza dell’argomento trattato e per rispetto nei confronti di chi ha assunto le decisioni precedenti».
Una decisione assunta in contrasto con gli enti locali, i comuni di gronda e la Provincia.
«Avevano già votato a favore, La delibera che dà il via al Mose è stata approvata dal Comitatone del 3 aprile all’unanimità».
Ma il Comune aveva posto 11 condizioni preliminari.
«Nel verbale del Comitatone è scritto con estrema chiarezza che si trattava di una problematica distinta, non ostativa alla realizzazione del progetto. Se qualcuno ha avuto interesse a raccontare verità diverse, mi dispiace per lui, ma le indicazioni del Comitatone sono chiarissime»
Al progetto manca ancora la Valutazione di impatto ambientale.
«La Via l’ha fatta la Regione. Ognuno adesso può fare ricorsi, aprire indagini. Ma l’opera è partita. Il governo ha mantenuto le promesse». (a.v.)
Una grande opera di cui si discute da un quarto di secolo. Risale infatti ai primi anni Ottanta il progetto di massima del ministero dei Lavori pubblici sulle chiusure alle bocche di porto. Nel 1984 la progettazione è stata affidata al Consorzio Venezia Nuova, concessionario unico per le opere di salvaguardia creato con la seconda Legge Speciale.
Del 1988 è il progetto preliminare, con l’inaugurazione fatta dall’allora vicepresidente del Consiglio Gianni de Michelis del prototipo Mose. Nel 1992 arriva il progetto di massima, nel 2002 quello definitivo. Il sistema Mose prevede la chiusura delle tre bocche di porto con una serie di enormi paratoie (82) cementate sul fondo, che si alzano riempite d’aria in caso di marea superiore ai 110 centimetri. Costo stimato, circa 3 miliardi di euro. Sulla grande opera i pareri anche scientifici sono contrastanti. Promosso dai cinque esperti nominati dal ministero, il Mose è stato bocciato dalla Valutazione di impatto ambientale nel 1999. Nei primi mesi del 2003 è cominciata la costruzione della diga foranea di Malamocco, «opera preliminare» che servirà per proteggere la conca di navigazione. (a.v.)
Un progetto devastante. Perché infrange il duro strato di argilla consolidato da millenni (il “caranto”) che è la base geologica dell’intero sistema delle isole della Laguna. Perché introduce ulteriori pesanti elementi di degrado del lieve paesaggio lagunare. Perché apre la strada a ulteriori speculazioni immobiliari.
E soprattutto, perché è finalizzato a obiettivi in radicale contrasto con i valori di Venezia e del patrimonio universale che essa costituisce: l’accentuazione del turismo di massa (ben più devastante dalle acque alte); l’omologazione a una “modernità” che ai tempi di Marinetti poteva sedurre, oggi è ovunque in crisi profonda; la negazione di una delle qualità essenziali di Venezia, la lentezza dei tempi dei percorsi nella città, condizione per l’atteggiamento contemplativo, e obiettivo (insieme alle bellezza dei percorsi) per una città a misura d’uomo.
Due articoli di Alberto Vitucci, su la Nuova del 23 e del 25 luglio 2003, informano sulla minaccia in atto.
P. S. – Sull’edizione online dello stasso giornale c’è un sondaggio sulla sublagunare. Truccato. Infatti: la domanda è: “La metropolitana sublagunare serve a risolvere i problemi di trasporto tra Venezia e Mestre?”. Se il lettore pensa che la metropolitana colleghi Venezia e Mestre, è facile che risponda si, perché il quesito pone solo il tema del trasporto tra le due città: non pone il problema del turismo, né quelli dell’ambiente. Ma il bello è che la Sublagunare proposta non collega Venezia con Mestre, ma solo con l’aeroporto di Tessera e il sistema autostradale: serve ai turisti, non ai mestrini.
VENEZIA. Gli esperti esterni hanno bocciato il progetto. Ora il Comune si affida a una commissione interna. Il futuro della sublagunare è affidato a un pool di direttori centrali che si riunisce domani per esprimere il parere sull’opera. Anche tra gli «interni» emergono perplessità.
Riguardano l’aspetto geologico dell’intervento e il suo impatto ambientale (soprattutto per le quattro stazioni in laguna), i suoi costi, le modalità di smaltimento dei milioni di tonnellate di materiale che dovrebbe essere scavati per far posto al tunnel lungo cinque chilometri. E poi i rapporti costi benefici. La sublagunare è un progetto a cui il sindaco Costa tiene molto, inserito tra le priorità della sua amministrazione nonostante l’opposizione manifestata da molte forze ambientaliste e della cultura. Si tratta di un collegamento subacqueo fra Tessera e l’Arsenale, per trasportare «passeggeri e merci», con fermate intermedie a Murano e Fondamente Nuove, e un terminal in mezzo alla laguna per l’interscambio tra treno e vaporetti. Un progetto del costo di circa 300 milioni di euro, presentato in Project financing dall’Actv. I costi dovrebbero essere per il 40 per cento (120 milioni di euro) a carico di Actv, il resto finanziati dal Comune. Secondo i proponenti, la sublagunare consentirà di «rivitalizzare l’area di nord est della città», a cominciare dall’Arsenale. Secondo i critici, a parte gli aspetti di natura culturale e ambientale, è un progetto che non si regge in piedi economicamente. E che porterà nuove masse di turisti.
Qualche mese fa la commissione di esperti incaricata dal sindaco Paolo Costa («Saranno i migliori al mondo», aveva promesso) aveva bocciato il progetto. Era composta da Ennio Cascetta, docente all’Università di Napoli, Virginio Bettini (docente Iuav), Alberto Burghignoli (La Sapienza), Dino Rizzi (Ca’ Foscari), Pier Vettor Grimani, Silvio Pancheri e Antonio Stefanon. Numerose le obiezioni mosse dagli esperti, anche sul piano trasportisico. «Sulla base di quelle la commissione proverà a fornire alla giunta proposte di modifica», dice l’ingegnere Roberto Scibilia, responsabile del procedimento. «E noi sulla base dell’una e dell’altra relazione decideremo se accogliere la proposta del’Actv», dice l’assessore ai Lavori pubblici Marco Corsini. Entro settembre, una decisione dovrà essere presa. Tra l’imbarazzo della componente ambientalista della giunta e di una parte dei Ds da sempre contrari al treno. E tra i dubbi espressi dagli esperti del Comune. Per costruire la sublagunare, che dovrebbe ospitare per la prima volta sotto la laguna il sogno futurista, si dovranno sbancare milioni di metri cubi di laguna. Le stazioni saranno costruite in parte sott’acqua, con una piattaforma e grandi camini di sfiato in superficie. La stazione più grande sarà quella di Murano - dove è previsto anche un interscambio per le merci, e quella di Fondamente Nuove, dove da anni si discute - naturalmente a vuoto - di introdurre un collegamento acqueo frequente con Tessera, magari con motonavi.
VENEZIA. Corsa ad ostacoli per la sublagunare. La commissione interna incaricata dalla giunta ha concluso ieri i suoi lavori, consegnando le relazioni dei direttori di settore al responsabile del procedimento Roberto Scibilia. Le perplessità sul progetto aumentano, e vanno ad aggiungersi a quelle degli esperti esterni che avevano bocciato il progetto due mesi fa. Ora toccherà a Scibilia mettere nero su bianco tutte le osservazioni, e consegnarle alla giunta, che dovrà prendere la decisione definitiva.
La riunione finale, presieduta dalla direttrice generale Ilaria Bramezza, ha avuto qualche momento di tensione. Come quando la direttrice ha invitato tutti ad «astenersi dal dare informazioni alla stampa» e a «limitarsi a dare le integrazioni al proponente (l’Actv) perché il progetto possa andare avanti». «Non spetta a noi promuovere o bocciare il progetto», ha detto la Bramezza, «è una decisione politica».
Intanto però le osservazioni tecniche negative si moltiplicano. Ci sono quelle dei trasportisti, che chiedono «approfondimenti» sulle previsioni del movimento di passeggeri. Poi quelle degli economisti, che devono calcolare l’aspetto dei costi benefici e il riflesso sulla struttura socio economica della città. E infine quelle ambientali. Un’opera di grande impatto, anche emotivo, che prevede un tunnel di sette chilometri sotto la laguna, con il treno al di sotto dell’acqua e del caranto. Per fargli posto si dovranno estrarre dai fondali lagunari milioni di metri cubi di materiale. Dove metterli e soprattutto come gestirli, anche in base alla legge nazionale sulle bonifiche? Non basta. Il tracciato del tunnel subacqueo attraversa un’area Sic (Sito di interesse comunitario) e quindi in realtà vincolata dalle norme europee che prevedono soltanto un suo «mantenimento o miglioramento a livello ambientale».
Infine c’è l’impatto ambientale, soprattutto per le stazioni. Saranno quattro, di cui una in mezzo alla laguna per «l’interscambio fra treno e vaporetti». In parte subacquee, ma con gli accessi in superficie. E lunghi camini per gli sfiati ogni seicento metri.
«Il percorso è complicato», ammette l’assessore ai Lavori pubblici Marco Corsini, «ma questa è un’opera di grande impatto, a tutti i livelli, e noi vogliamo fare le cose per bene. Adesso esamineremo la relazione finale che sarà scritta da Scibilia, poi dopo le ferie decideremo». L’intento dell’assessore Corsini e dello staff del sindaco è quello di fornire all’Actv - che ha presentato la proposta di progetto in project financing elementi per modificare il progetto e andare avanti. Un progetto a cui il sindaco Costa tiene molto, avendolo inserito non solo nel suo programma elettorale, ma tra le priorità per il prossimo biennio di governo della città. Una posizione condivisa con imbarazzo dalla componente rossoverde della maggioranza, in testa Rifondazione e Verdi, con dentro buona parte dei Ds. «Si deve approfondire, poi decideremo», hanno detto a più riprese Paolo Cacciari, assessore all’Ambiente di Rifondazione e Gianfranco Bettin, prosindaco dei Verdi. Ma intanto il progetto va avanti. Entro i primi giorni di settembre la giunta deciderà se fare propria la proposta avanzata da Actv, che prevede di realizzare l’opera con un finanziamento di 120 milioni di euro, con 180 milioni di euro di finanziamento pubblico. «Ci affideremo a una commissione di esperti, saranno i migliori del mondo», aveva detto il sindaco Costa. La commissione ha però espresso un giudizio negativo sul progetto, sollevando dubbi di natura economica, ambientale e geologica. Così il Comune ha chiesto auna commissione di interni di formulare nuove osservazioni. «Sulla base delle une e delle altre decideremo», fa sapere l’assessore Corsini. Ma la polemica sul treno sotto la laguna non si placa. Se ne parlerà dopo le ferie estive.
Un mio articolo del 1992:
Vogliono bucare Venezia
IL VIANDANTE, il ciclista, o l’automobilista, che si lasciano alle spalle la Collegiata di San Candido col suo Cristo indifeso, attraversano un paesaggio verdissimo.
Pochi chilometri più in là c’è l’Austria: Sillian, Lienz, il Tirolo orientale. Ma l’Austria è molto meno bella dell’ultimo radioso lembo della Val Pusteria con i suoi piccoli paesi, che Gustav Mahler e Hugo von Hofmannsthal amavano. Tra questi paesi, mi piace soprattutto Obervierschach (Versciago di Sopra), dove forse la grazia e l’eleganza sudtirolese toccano il culmine. Masi secolari, oscuri o improvvisamente luminosi, con finissime ondulazioni e orlature e croci greche: legna tagliata con precisione, per un inverno che forse non verrà mai: discrezione; e su tutti i balconi moltitudini di gerani e di petunie d’ogni colore, come se i balconi e i cimiteri rivaleggiassero con la fecondità della natura. Infine, la chiesa gotica di santa Maddalena, che guarda dall’alto il paese addormentato.
Oggi, questa bellezza è minacciata. In mezzo al paese, sinistre e altissime gru gialle annunciano la costruzione di un grande albergo, che l’anno prossimo vedrà trionfalmente la luce. Non c’è il minimo dubbio che l’albergo distruggerà completamente il fascino di Versciago: adombrando per sempre masi, legnaie, fiori, chiese, stradine. Non capisco perché il comune di san Candido, al quale il paese appartiene, non abbia previsto di far costruire l’albergo cinquecento metri più in là.
Sarebbe bastato. I sudtirolesi, dopo aver salvato valli bellissime, sembrano oggi animati da un’immaginazione suicida. Guardano verso l’Italia e la Francia. Là trovano modelli: l’orribile Misurina, la Liguria occidentale distrutta, la Costa Azzurra distrutta, Deauville, Rouen, Positano, Siracusa, Agrigento distrutti. Farebbero meglio a guardare verso Fermo o Ascoli Piceno, nelle Marche, dove non è scomparsa, o forse è accresciuta, la grazia del tempo di Leopardi.
Questo disastro ha una ragione. Nel Sudtirolo è scomparsa la figura del Sovrintendente ai Beni culturali, ridotto a semplice funzionario.
Qui nessun La Regina e Paolucci possono impedire ai sindaci di Roma e Firenze di sconvolgere città e musei. Qui importa soltanto l’autorità politica e amministrativa, che pochi giorni fa, violando la sentenza di un giudice sudtirolese del Tribunale di Bolzano, ha raso al suolo a Monguelfo, un edificio del sedicesimo secolo.
Un futuro più oscuro si addensa, probabilmente, sulle regioni italiane previste dalla recente riforma. I poteri dei Sovrintendenti diminuiranno o scompariranno, l’ignoranza e l’arroganza delle autorità politico – amministrative cresceranno ogni giorno. A chi importa che un piccolo paese venga abolito? O che Palazzo Barberini abbia il suo museo? Basta costruire alberghi sempre più grandi, o minacciosi palazzi regionali, o musei che sogneranno di imitare gli infernali Beaubourg o Musée d’Orsay.
Di mercificazione del corpo femminile è lastricata la storia dell'umanità, ma la cultura - chiamiamola così - azzurra made in Italy riesce ancora una volta a scartare la medietà e a eccellere in stupidità e cinismo. Nella brillante proposta di imporre una tassa progressiva sul secondo aborto e sui successivi firmata dal senatore Gentile non c'è solo l'ennesimo attacco al welfare, al principio di uguaglianza, a una legge dello Stato confermata da un referendum popolare, al primato delle donne nella procreazione. C'è un'idea generale dei delitti e delle pene che merita una menzione speciale per la sua volgarità: abortire è un crimine, passi per la prima volta, ma se c'è la recidiva si paga, e si paga ogni volta di più. Partorirai con dolore, abortirai con moneta. La libertà femminile è servita. Non servono argomenti moderati contro questo colpo d'ala di volgarità e non servono cifre ragionevoli. Lo sappiamo noi e lo sanno Gentile e Sirchia: gli aborti calano, la contraccezione funziona, il problema resta soprattutto per le fasce sociali meno istruite e per le immigrate, e dunque non c'è da modificare la 194 ma semmai da migliorarne il funzionamento. Non è questo il punto, perché l'aborto non è una questione di contabilità, né criminologica né sociologica. Non è una piaga sociale e non è un delitto: è una disgrazia e un lutto, rimedio estremo a una gravidanza indesiderata, che a sua volta è un imprevisto e un lapsus. Provate a monetizzare l'inconscio, e dell'alzata d'ingegno di Gentile sentirete subito il suono stridulo e ridicolo.
Non ci sono le condizioni politiche per portarla avanti, dice ora Sirchia dopo essersi a sua volta coperto di ridicolo ammiccandole col suo solito spirito pedagogico militante, che gli fa dimenticare l'obbligo istituzionale di applicare le leggi prima di attaccarle che compete a un ministro. No che non ci sono, le condizioni politiche. Non solo perché nella stessa Casa delle libertà s'è alzato il fuoco di sbarramento, e nell'opposizione la barriera dei no è (quasi) compatta. Non ci sono, perché il ritornante refrain contro la 194 che ogni tanto qualcuno intona come un grammofono sfiatato si infrange ogni volta contro il muro dell'indifferenza femminile. Non passa, perché non allarma. Non allarma, perché un ritorno indietro, sul terreno dell'aborto, è per le donne, italiane e non, semplicemente impensabile. L'aborto non è un diritto acquisito: è una tessera irrinunciabile di quel mosaico interiorizzato di responsabilità che si chiama primato sulla maternità.
Di questo mosaico la soap opera politica attacca ora questo ora quel pezzo. Ci prova e ci riprova da lustri con l'aborto, c'è riuscita di recente con la legge contro la procreazione assistita: per poco, perché il referendum si occuperà di vanificarla, e di mettere in soffitta quell'idea dell'embrione-persona che accomuna i divieti sull'uso della provetta e le tasse sull'interruzione di gravidanza. Non c'è far west procreativo, non c'è far west abortivo, non ci sono donne da sorvegliare e punire. Prima la soap politica ne prende atto meno fiato spreca: e la cosa non riguarda solo gli estremismi azzurri. Riguarda anche gli opportunismi confessionali che ogni volta agitano i petali della Margherita, ora procurando voti alle norme contro la fecondazione artificiale, ora procurando ammiccamenti alla revisione della 194.
Per una strano gioco della sorte, il senatore Gentile (non nuovo a questa e altre boutade, compresa la proposta di conferire il nobel per la pace a Berlusconi) viene da Cosenza, la stessa città che nei giorni scorsi ha visto la sua sindaca rivendicare la propria decisione di mettere al mondo un figlio anche senza sostegno paterno, contro ogni ombra di ipocrisia sociale e politica. Ammettiamo per gioco che volesse rincorrerla sulla scena mediatica e sullo stesso terreno. Solo che da una parte c'è una donna che agisce in libertà per affermare il suo desiderio di diventare madre, dall'altra c'è un uomo che lavora di repressione per punire il desiderio di altre donne di non diventarlo. Scarti della differenza sessuale nella procreazione, scarti della differenza di stile nella politica. Il desiderio non ha prezzo, e monetizzarlo non paga.
Nel caldo pomeriggio romano di ieri la frase ricorrente tra gli esponenti dell'attuale maggioranza era: «Domenica, maledetta domenica». Il vertice a oltranza convocato per oggi non è più sicuro: può essere rinviato o addirittura saltare. Anche da Palazzo Chigi ti dicono che il vertice è stato convocato, ma non è sicuro che la convocazione abbia effetto. La crisi del governo berlusconiano è arrivata al calor bianco e anche aver immolato Tremonti (che dice solo di soffrire di amnesia e, quindi, insiste nel far intendere che avrebbe molte cose da dire) non è servito a nulla. Anche un rappattumamento dell'ultimora sarebbe solo una provvisoria pecetta.
Il dato di fatto è che nella presente situazione di grave crisi economica (il cavaliere è stato anche sfortunato) il berlusconismo gattonesco, un po' populista e un po' autoritario è del tutto finito, non ha più spazio.
Certo Berlusconi, forte della sua maggioranza parlamentare (ma anche questa non più sicura come una volta), può decidere di andare avanti sulla via dell'autoritarismo e della demagogia, di una drastica riduzione delle imposte (ma avrà qualche problema di bilancio) e di limitazione delle libertà costituzionali e tentare di durare fino alla scadenza della legislatura, ma sarebbe egualmente cotto. Nella, per lui, migliore delle ipotesi marcirebbe fino al 2006.
Potrebbe, e ci ha sicuramente pensato, mettere in moto la sua potente macchina mediatica, drammatizzare la situazione: o me o il diluvio, più precisamente o me o i comunisti e andare alle elezioni anticipate. Ma questa ipotesi gli fa, fondatamente, piuttosto paura. Non è più possibile una replica del 18 aprile del 1948 e lui non è più «l'uomo nuovo» che libera il paese dai «professionisti della politica». E vale aggiungere che Berlusconi non è solo un uomo politico che può andare in minoranza, è anche un imprenditore assai importante e ove perdesse il potere politico il trascurato «conflitto di interesse» potrebbe cadergli malamente addosso. Quindi quello delle elezioni anticipate forse è un rischio da evitare. Forse è condannato a farsi cucinare a fuoco lento.
Follini, fino a ieri fedele alleato del Cavaliere e che si muove solo per ragioni di potere, ha capito che il tempo è cambiato, ha capito che nella situazione italiana ed europea Berlusconi non ce la può fare a governare e ha scelto la linea del cucinarlo a fuoco lento: con la maggioranza esterna continuerà a dare i suoi voti a Berlusconi aspettando fiduciosamente che si scuocia fino a diventare immangiabile e nel frattempo offrire ai cosiddetti poteri forti una sostanza di governo meno decisionista e più malleabile.
Per ultimo c'è, almeno per noi, una considerazione poco consolante e cioè che la partita se la giocano tra loro, in famiglia, nella stessa famiglia. Una vola, da veterocomunista, mettevo (e mettevamo) l'accento sulle contraddizioni interne dell'avversario, ma perché avevamo la presunzione di essere noi un soggetto attivo, capace di egemonia prima che di potere. Allo stato dei fatti il centro-sinistra non è questo soggetto alternativo, pensa ancora che la strada del successo sia quella dell'attenzione al centro, e non ai ceti medi di togliattiana memoria ma al centro politicante. E soprattutto non si capisce che cosa veramente voglia nella situazione data. Dopo la fine della seconda guerra i comunisti sottoscrissero anche un prestito per la ricostruzione, ma contemporaneamente avevano fatto passare una Costituzione certamente non liberista e avevano cominciato lotte, anche per la riforma agraria che non era proprio la nazionalizzazione delle industrie.
Francamente se dovessimo arrivare a considerare il pur rispettabile Marco Follini, l'uomo che ci potrà liberare dal Cavaliere saremmo messi molto male.
La stagione delle grandi assemblee istituzionali annuali - prima quella di Confindustria, poi quella di Banca d’Italia, a cui seguiranno quella dell’Antitrust e quella della Consob - sta mostrando, come già accadde l’anno scorso, una straordinaria convergenza analitica sui veri problemi dell’economia e della società italiana, lasciati drammaticamente senza risposta dal centro-destra che ha compromesso il risanamento finanziario realizzato dai governi dell’Ulivo e di centrosinistra - i quali portarono il deficit dal 7,7% del Pil nel 1996 allo 0,6% del 2000 - senza nemmeno riuscire a rilanciare l’economia, oggi ferma alla crescita zero.
Alla vigilia del voto di metà giugno tutto ciò è di ulteriore buon auspicio per il clima positivo che si respira nell’aria in favore dell’affermazione delle forze di centrosinistra e di tutte le opposizioni di sinistra.
Esse, infatti, possono rivendicare di aver segnalato sin dal primo momento sia l’illusorietà del «miracolo economico» annunziato dal duo Berlusconi-Tremonti al loro insediamento governativo, sia la fallacia della pretesa di realizzarlo mediante il trinomio a loro caro «meno tasse, meno diritti, meno sindacato».
Dunque, la questione vera che la stagione delle grandi assemblee istituzionali segnala al centrosinistra, e all’opposizione tutta, non è saper raccogliere messaggi incivili - che esso, in realtà, in larga misura aveva anticipato - ma è saper poggiare, e sviluppare, la sua capacità di interlocuzione su più solide basi analitiche, argomentative, propositive, manifestando così concretamente la sua cultura di governo e l’effettività della sua candidatura ad alternativa governativa. Per solidificare e sviluppare la sua capacità d’interlocuzione, però, bisogna che il centrosinistra (ma anche l’opposizione tutta) faccia fino in fondo ciò che finora ha fatto insufficientemente o ha addirittura eluso: un confronto di merito sul merito, ponendo fine a quella scissione tra «contenitori» e «contenuti» che fin qui non ci ha certo aiutato a rafforzare la nostra credibilità come forza di governo.
Superare la scissione tra contenitore e contenuti, e riprendere in ogni caso una discussione ravvicinata sui contenuti, io credo sia la sfida maggiore che le forze di centrosinistra dovranno affrontare nell’immediato futuro, sperabilmente stimolate da un buon esito del voto europeo e amministrativo. Al contrario, penso che conduca nella direzione opposta l’invito formulato da Ranieri: riconoscere l’irriducibile contrasto tra «l’aggregazione dei riformisti e un programma comune di tutte le opposizioni», riconoscimento da cui deriverebbe la necessità di restituire alla lista unitaria il suo carattere originario di volontà di condensazione delle «famiglie politiche del riformismo intorno a una leadership», segnando un netto confine tra tali famiglie e tutto quanto di altro si muove a sinistra.
Tale invito condurrebbe nella direzione opposta a quella auspicabile intanto perché, nell’opinione mia e di tanti altri che lo hanno accolto, non era questo lo spirito che ha animato l’appello iniziale di Prodi, ribadito anche in questi giorni: «Nel grande disegno dell’Ulivo che va avanti» - ricordando che di esso fece parte un duro, tenace, largo, coinvolgente lavoro programmatico che si protrasse per un intero anno - può consentirci di corrispondere al bisogno di unità della gente, la quale «si mette insieme per il futuro e non per il passato, non per le radici ma per i frutti, conservatori con i conservatori, progressisti con i progressisti». E in secondo luogo perché, se fosse questo invece lo spirito, sarebbe uno spirito di divisione e non di unità - quell’unità a cui la lista unitaria si richiama così insistentemente anche nel nome - e il doveroso investimento identitario che il nostro popolo ci chiede sarebbe posto su basi troppo ristrette, quindi anguste. In terzo luogo perché, se con la sinistra antagonista e con Rifondazione non si vuole realizzare solo una fragile intesa elettorale, un accordo programmatico più di fondo bisognerà pur farlo, tanto è vero che sono già stati formalmente costituiti gruppi di lavoro comuni e la questione, semmai, è che la discussione coinvolga tanti e non sia requisita da pochi, i quali potrebbero trovare non motivati accordi sulle teste degli altri.
In quarto e più importante luogo, perché una siffatta identificazione di «campi di competenza» e di «confini tra campi» avverrebbe in totale astrazione da una riflessione sul merito e sui contenuti, mediante l’attribuzione di patenti di riformismo che, prescindendo da una discussione autentica su «cosa è riformismo» e su «quale riformismo», nel migliore dei casi sconfinerebbe nell’ideologismo, nel peggiore si offrirebbe come copertura a operazioni di moderatismo e di trasformismo o di autoperpetuazione di gruppi di potere.
Approntare la sfida consistente nel superare la scissione tra contenitori e contenuti, e concentrare la riflessione sui contenuti, implica a sciogliere, almeno tendenzialmente, i dilemmi relativi a che cosa vuol dire riformismo oggi, nel contesto europeo e della globalizzazione assai poco equa e democratica in atto. La commissione di Progetto dei Democratici di Sinistra e la conferenza programmatica di Milano dell’aprile 2003 hanno dato loro risposte, che alcuni non hanno pienamente accolto (si ricorderà che furono presentati testi di distinguo) e altri hanno preferito considerare «insignificanti» ritenendo prioritario il solo discorso sul contenitore. Gli uni e gli altri esprimevano, tuttavia, una distanza o un dissenso che sarebbe stato meglio allora palesare più chiaramente e discutere più esplicitamente, ma che tutto ci incoraggia a riprendere nel futuro.
Infatti, la commissione di progetto ha proposto analisi e scelte che discriminano destra/sinistra lungo quattro assi fondamentali: - una visione non apologetica della modernizzazione anche se basata sul ruolo fondamentale del mercato (legato, anzi, dalle politiche illiberali del centrodestra); - il primato del paradigma dei diritti; - la centralità delle politiche pubbliche; - l’assunzione del motto «tributi a fronte di servizi» come caratterizzazione di una politica fiscale di sinistra (invece che l’inseguimento della destra sul terreno dell’indiscriminata riduzione delle tasse sempre risolventesi in un vero vantaggio solo per i più ricchi).
È da qui che dobbiamo ripartire per sostanziare di nuove policies concrete l’autocritica che alcuni esponenti del centrosinistra apertamente si fanno sull’eccessiva indulgenza verso il neoliberismo nutrita nel passato. È da qui che dobbiamo ripartire per fornire risposte adeguate alla crisi in cui il governo di centrodestra ha precipitato il paese.
Sono proprio le assemblee istituzionali di quest’anno a confermarci sia la vitalità dell’economia italiana, sia che i suoi problemi si chiamano tradizionalismo nella specializzazione produttiva, nanismo nelle dimensioni, familismo della struttura proprietaria, dequalificazione del capitale umano, incremento delle diseguaglianze reddituali e non solo, declino della produttività dovuto in primo luogo a una carenza degli investimenti, specie di quelli di ricerca e sviluppo, e a un eccesso di flessibilità/precarietà della forza lavoro (ma perché il passaggio in proposito del governatore Fazio è stato così poco commentato?). E quando i problemi si chiamano così, quando essi esibiscono cioè una tale strutturalità, non sarà certo in grado di affrontarli il ricorso ad automatismi quale è anche una detassazione aselettiva, ma occorrono politiche pubbliche altrettanto strutturali, complesse e articolate, servono la messa in campo di più attori e di più protagonisti, una contaminazione feconda di più culture, la fertilizzazione reciproca di interessi e valori, animata da grandi idealità per un progetto a forte valenza anche identitaria.
Riemergono dall’emiciclo suonati. I parlamentari di Forza Italia e An devono, in qualche modo, giustificare la sconfitta appena subita. La relazione sulla libertà dei media in Europa e sui rischi di violazione del diritto all’informazione è stata approvata. Dopo una settimana di passione. La relazione passa con l’86 per cento dei votanti. Ottiene 237 “sì” del Pse (con gli italiani Fava, Ghilardotti, Lavarra, Napoletano, Napolitano, Paciotti, Pittella, Ruffolo, Sacconi, Vattimo, Veltroni e Volcic), dei Verdi (con l’italiana Frassoni), del Gue (con gli italiani Cossutta, Di Lello, Manisco e Vinci) dell’Eldr (con gli italiani Calò, Costa, Di Pietro, Formentini, Procacci e Rutelli). I voti contro sono stati soltanto 24 (tra gli italiani, i radicali con Pannella e Bonino) perché i gruppi del Ppe e della destra Uen scelgono la via inedita della non partecipazione per protesta.
Niente voto. Sapevano di perdere e, invece di opporsi pigiando i pulsanti, restano a chiacchierare. Si dissociano dal Ppe tre deputati giscardiani che votano e votano “sì”, tre parlamentari euroscettici danesi, mentre altri 9 deputati del Ppe, tra cui l’ex ministro francese Lamassoure, si astengono. Espressioni significative e di insofferenza in un gruppo che ha cambiato, progressivamente, i propri connotati (dall’ingresso di Forza Italia e dei conservatori britannici). Uno smarrito Scapagnini, medico di Berlusconi fatto rientrare precipitosamente a Strasburgo, si aggira tra i banchi con il senso del vuoto. I deputati di Fi e An trascinano, in una pratica del tutto sconosciuta sinora alla storia del parlamento europeo, i loro gruppi di appartenenza. Non era mai accaduto. Evidentemente, Berlusconi è in grado, ormai, di pretendere anche questo dal tedesco Hans Poettering, il capogruppo. L’unica consolazione: nel rapporto è stato cancellato il nome di Silvio Berlusconi. Non si usa, per eleganza, citare le persone in risoluzioni ufficiali. Accontentati. Così Berlusconi, nella relazione, sarà indicato come l’”attuale presidente del Consiglio italiano”.
Escono dall’aula e si scagliano contro la “sinistra” e contro i “comunisti”. Ma si capisce che ce l’hanno con uno che comunista non è mai stato e non lo sarà mai. Il bersaglio è il presidente del Parlamento europeo, il liberale irlandese Pat Cox, definito, in aula in scomposti interventi, come l’autore di un’impresa “nefasta”. Uomo che ha tradito il “senso della democrazia in questo Parlamento”, sentenzia il forzista Guido Podestà, il quale, peraltro, è uno dei vice di Cox. Curioso destino degli autentici liberali. Cox non è il presidente delle forze progressiste e di sinistra. Due anni e mezzo fa, nel gennaio del 2002, venne eletto alla carica più alta da una maggioranza che fece perno sul Ppe e sulla destra. Il candidato della sinistra, il laburista David Martin, venne sconfitto. Al centro destra, ora, non va proprio giù il fatto che il “suo” presidente abbia utilizzato le prerogative del regolamento per consentire la votazione della relazione sui media contro cui, proprio alla fine dell’iter parlamentare, si è concentrato l’attacco ostruzionistico. Cox resiste sino all’ultimo, non si lascia intimidire e permette, autorizzando la votazione del testo paragrafo per paragrafo. I 338 emendamenti del centro destra decadono automaticamente, essendo stati approvati i paragrafi del documento di base. La destra grida al complotto. Che non esiste. Si scaglia contro Cox e la mite relatrice: un’altra liberale, l’olandese Johanna Boogerd-Quaak che, continuamente, si dice “attonita” per le bordate che le giungono dai forzisti.
È l’ultima tornata di voto del Parlamento prima dello scioglimento. Il verde Cohn Bendit prende in giro Tajani e i suoi colleghi: “Avete fatto persino gravi errori di tattica parlamentare e siete caduti nel ridicolo”. Il fatto è che, per tentare di sabotare la relazione che denuncia, tra gli altri rilievi, il gravissimo e irrisolto conflitto d’interessi del presidente del Consiglio italiano, Fi e An provano l’ultima chance: chiedere il rinvio del rapporto in commissione. Il voto dell’aula li inchioda: raccolgono soltanto 214 voti ma 259 parlamentari respingono la proposta. Un applauso sottolinea l’ultimo, fallito, assalto. L’applauso si ripete dopo la proclamazione dell’avvenuta approvazione della relazione. L’on. Boogerd-Quaak dice: i parlamentari hanno avuto il coraggio di esprimersi contro i rischi per la libertà e il pluralismo dei media. Adesso la Commissione dovrà presentare una proposta di direttiva”.
“È un successo del Parlamento europeo mentre la destra ha rifiutato il confronto e ha pure sbagliato tattica”, dice Pasqualina Napoletano, e aggiunge che il presidente Cox “è stato bravo nel difendere il diritto di voto su una relazione”. Per Francesco Rutelli, che è rimasto come gli altri per tutti i quattro giorni di battaglia (come Walter Veltroni, partito per le celebrazioni del “Natale di Roma”, e rientrato nella notte a Strasburgo), il voto dimostra che “si è meno soli adesso” contro la “monumentale anomalia italiana rappresentata dal conflitto d’interessi del premier”. Di Lello sottolinea la “vittoria europea, non solo italiana”; Mariotto Segni (eletto con An) ricorda d’essere stato tra i promotori dell’iniziativa ma non la conclude con il voto perché assente; Frassoni invita l’Ue ad “attivarsi dopo il voto” e Beppe Giulietti (Articolo 21) da Roma afferma che l’Europa “adesso è pronta per bocciare anche la Gasparri”. Il capogruppo di Fi, Tajani, appare stremato. Consegna questo testamento ai cronisti: “Valuteremo nella prossima legislatura. I liberali ci hanno lasciato molto perplessi, sono sembrati più orientati a schierarsi con la sinistra…”. A fine legislatura, quanto apprezzerà Berlusconi questo risultato del suo capogruppo?
I SONDAGGI sono quel che sono: una fotografia che ferma l’attimo fuggente della pubblica opinione in quel determinato momento. Anche se letti in una serie cronologicamente continuativa non cessano di sottovalutare le dinamiche dei processi sociali. Ma questo diffuso ieri dall’Eurispes resta comunque una sciabolata che rompe il velo della verità ufficiale e che mette in luce uno scenario estremamente preoccupante; scenario di declino economico, incertezza esistenziale, sfiducia politica.
Le cifre più drammatiche riguardano il numero di famiglie collocate al disotto della soglia di povertà: due milioni e quattrocentomila, il 10 per cento delle famiglie italiane, più o meno sei milioni di anime il cui reddito pro capite diminuisce man mano che il nucleo familiare aumenta. Ciò spiega meglio di qualunque ragionamento il crollo delle nascite che vede il nostro Paese in coda a quasi tutti gli altri paesi industriali.
A integrare questo primo blocco di informazioni seguono i dati sulla caduta del potere d’acquisto di alcuni gruppi sociali che costituivano i pilastri della classe media. Nei due anni 2002-2003 gli impiegati hanno perso il 20 per cento del potere d’acquisto, cioè un quinto di quanto disponevano nel 2000-2001, gli operai il 16, i dirigenti il 15,4, i quadri il 13,3. Perdite cospicue e tanto più penalizzanti quando riguardano una base redditizia e patrimoniale già modesta in partenza.
Questa falcidia del potere d’acquisto deriva dalla combinazione di almeno due fattori: l’aumento dei prezzi da un lato, la lenta dinamica delle retribuzioni dall’altro. Presa in mezzo ai due bracci di questa tenaglia la classe media sente sul collo come pericolo incombente e concreto la proletarizzazione del suo status. La mobilità del lavoro, in una società dinamica rappresenta un elemento di dinamismo ulteriore, in una società declinante costituisce un rischio non calcolabile e quindi avvertito come catastrofico.
Alla luce di questi dati si capisce facilmente l’opposizione massiccia sia dei vecchi che dei giovani alle politiche miranti a realizzare un mercato del lavoro flessibile e un Welfare leggero e modellato sulle nuove condizioni dei lavoratori.
Questo tipo di riforma è stato presentato come il tentativo generoso di favorire le nuove generazioni e di includere nel circuito produttivo quanti finora ne erano rimasti esclusi. Perciò ha destato stupore la compattezza dei giovani insieme agli anziani nell’avversare una riforma che proprio da loro avrebbe dovuto essere accolta col massimo favore.
Ma riflettendo sulle cifre dell’impoverimento e della perdita così cospicua e rapida del potere d’acquisto, quello stupore dovrebbe dileguarsi: come potrebbero i giovani assistere allo smantellamento senza altre valide reti protettive delle magre posizioni dei padri senza che dalle evanescenti nebbie d’un futuro sempre più incerto altro non si profili se non una società misurata su tempi brevi e su ritmi sussultori di occupazione-disoccupazione, scanditi dalla nevrosi d’una affannosa ricerca che nulla lascia ai diritti e alla sempre più chimerica qualità della vita?
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Giustamente Savino Pezzotta, il leader della Cisl, chiama ora a raccolta tutto il sindacato e le forze politiche affinché recuperino il metodo della concertazione tra le parti sociali e il governo che assicurò al paese un periodo di saggezza e di stabilità. È auspicabile che la Cgil risponda positivamente all’appello di Pezzotta e coincide con quello più volte rinnovato dal presidente Ciampi che di quel metodo fu l’autore insieme a Giuliano Amato. Riesce tuttavia difficile sperare che l’attuale governo risponda positivamente a quella chiamata.
Si comincia forse a comprendere che la tenace difesa dell’articolo 18 guidata a suo tempo da Sergio Cofferati non era poi così massimalistica e scriteriata come allora fu da molte parti giudicata; si comincia a valutare da parte della categoria imprenditoriale di aver perso un anno intero per sfiancare e dividere il sindacalismo confederale fu un tragico errore.
Personalmente auspico che lo stesso Pezzotta sia divenuto consapevole del danno provocato dalla spaccatura sindacale e dall’illusione che il "Patto Italia" stipulato con il governo da Cisl e Uil potesse contenere il galoppo socialmente regressivo del blocco elettorale irretito dalle promesse miracolistiche dell’incantatore di serpenti.
In realtà quello scontro, se condotto fino in fondo da parte d’un sindacato compatto, avrebbe segnato un colpo d’arresto alla deriva che oggi ha investito in pieno i ceti produttivi e rischia di cancellare la borghesia e la classe media italiana. Di lì poteva ripartire su basi di maggior forza la stagione del riformismo, contenendo l’antagonismo sindacale e politico.
Un anno fa Pezzotta sbagliò come dimostrano i fatti. Ma oggi ha pienamente ragione quando vuole ricucire l’unità del sindacato e chiama Epifani a riproporre insieme i temi di fondo della società italiana. Non basta il fronte del no: ci vogliono proposte concrete e unitarie per uscire dalla stagnazione e dalla paura dell’impoverimento e dell’imbarbarimento sociale.
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Nel generale clima di sfiducia ci sono poche ma illuminanti eccezioni: il presidente Ciampi che riscuote il consenso dell’80 per cento degli italiani, una percentuale che tende ad aumentare anche oltre questo picco durevole ormai da tre anni. Insieme a Ciampi riscuotono analogo favore le forze dell’ordine, carabinieri e polizia. Il 58 per cento ha fiducia nell’Europa; il 52 per cento nella magistratura.
Gli italiani insomma puntano sulle istituzionI e l’Europa è vista giustamente come una di queste. Non così il governo né il Parlamento (che sempre più sembra la sua protesi); non così i partiti che sono al livello più basso di tutti.
Nelle ultime ore Berlusconi ha compiuto una clamorosa retromarcia sull’euro. Fino a ieri lo riteneva la causa di tutti i nostri mali scaricando sulla moneta europea le palesi deficienze politiche del suo governo; ma da ieri ha invertito la rotta ed ora benedice l’euro, scudo e salvaguardia della stabilità monetaria. È la piena verità, ma la conseguenza di questo giudizio è che l’impennata dei prezzi e del costo della vita risale alle manovre speculative avvenute a cielo aperto e sotto gli occhi delle pubbliche autorità falcidiando una quota impressionante del risparmio nazionale.
Non a caso (ricavo queste cifre dall’Eurispes ma esse trovano conferma in molti altri sondaggi recenti) la fiducia nel governo è crollata al 33 per cento. Un altro sondaggio commissionato dallo stesso presidente del Consiglio e noto soltanto ai massimi dirigenti della Casa delle Libertà segnala che il consenso elettorale di Forza Italia è passato dal 29 per cento delle ultime elezioni al 20. Cifre paurose per il committente. Certo, una cosa sono i sondaggi e un’altra la campagna elettorale e il voto degli elettori, ma un crollo di otto punti percentuali non è facile da rimontare se il centrosinistra a sua volta non lo aiuterà con i suoi errori e omissioni.
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L’errore del centrosinistra sarebbe quello di tardare ancora a formulare un programma credibile basato su poche ma essenziali idee forza e su grandi riforme che abbiano la finalità di rilanciare il paese, fugare la paura sociale, proiettarlo in Europa con un ruolo consono a una grande nazione fondatrice della Comunità.
Dopo tante vanterie sui successi di politica estera di questo governo, proprio in questi giorni stiamo assistendo alla formazione d’un triumvirato europeo composto da Francia, Germania, Gran Bretagna dal quale l’Italia è il solo grande paese fondatore escluso. Segno evidente che la politica delle corna, delle barzellette, e delle pacche sulle spalle con il sovrappiù del cuoco Michele e del cantante Apicella serve soltanto a incantare i gonzi e i paparazzi in cerca di foto.
L’omissione dalla quale il centrosinistra deve guardarsi è quella di mettere il silenziatore sul problema politico centrale di questa legislatura che è il conflitto d’interessi del presidente del Consiglio e la sua personale posizione dominante nel campo dell’informazione televisiva.
I tanti grilli parlanti che danno i voti alle forze politiche e suggeriscono comportamenti all’una e all’altra, quando si rivolgono all’attuale opposizione raccomandano o di abbandonare l’antiberlusconismo a favore di programmi concreti oppure, al contrario, di accrescere il radicalismo anti-Berlusconi mettendo in subordine i programmi e le proposte.
Mi permetto di dire che questa scissione mentale rappresenta il peggio del peggio e contiene appunto gli errori e le omissioni che ho prima accennato.
Proposte e programma sono essenziali. L’anomalia berlusconiana è a sua volta un "memento" e non può mai essere sottaciuto. Proprio ieri un tribunale francese ha condannato l’ex presidente del Consiglio Juppé, delfino di Chirac, sindaco di Bordeaux e segretario del partito chiracchiano, perché utilizzò per lavori privati alcuni dipendenti della municipalità di Parigi. Pene detentive, pene pecuniarie e dieci anni di interdizione dagli incarichi pubblici. La classe politica francese ha preso atto della sentenza. Il condannato potrebbe ricorrere in appello come è suo diritto. Nessuno si è permesso di dire che i giudici che l’hanno condannato sono «maledetti comunisti».
Sentite: c’è un paese timoroso e smarrito e un elettorato che cerca una guida più seria e più credibile di quella che tre anni fa ha riscosso la maggioranza dei consensi. Sta all’opposizione di proporsi con proposte, programmi e volontà alternativa alla cialtroneria imperante della quale gran parte degli italiani è ormai consapevole e stufa.
«Sì, ne sono convinto, la lotta per la democrazia è la sfida più importante dei nostri tempi». Amartya Sen, indiano del Bengala, è un premio Nobel per l´economia. L´ha ottenuto nel 1998 - per i suoi studi sul welfare, la povertà e la carestia - quando insegnava a Cambridge (Inghilterra) nel prestigioso Trinity College. Adesso insegna in un´altrettanta prestigiosa università (Harvard), vive in un´altra Cambridge (Massachusetts), e un suo saggio, che di economia non tratta proprio, (Democracy and Its Global Roots) apparso lo scorso ottobre sulla New Republic ha fatto discutere molto il mondo accademico e politico americano. Questo saggio è una parte del libro - La democrazia degli altri - che esce ora in Italia per la Mondadori (pagg. 88, euro 10).
Le radici della democrazia non sono dunque in Occidente?
«Non dico questo, è un fatto che in Grecia la democrazia ha preso forma. Già nel V secolo a.c. quando ad Atene c´era una sorta di democrazia diretta e si tenevano vere e proprie elezioni. Quello che contesto è che la civiltà greca faccia parte solo della cultura occidentale. Le dirò di più: se prendiamo le diverse storie delle diverse parti d´Europa vediamo che quei paesi che sono oggi un esempio di democrazia, la Gran Bretagna, la Francia, la Germania, al tempo dei greci avevano come antenati i goti piuttosto che i visigoti. Ed è sbagliato non riconoscere i legami culturali e intellettuali che i greci avevano con gli antichi egizi, con i persiani e con gli indiani».
Democrazia vuol dire libere elezioni?
«No. Da sole le elezioni non bastano a stabilire una democrazia. Le faccio l´esempio di Stalin, che come è noto otteneva quasi il 100 per cento dei voti, a volte di più. In tutti i regimi dittatoriali si sono svolte elezioni, dove la gente andava a votare per paura, non per scelta o convinzione. La democrazia è una cosa più complessa».
Proviamo a definirla?
«In una frase? Rispetto delle libertà fondamentali e delle diversità, pluralismo. Io la chiamo la "discussione pubblica", la possibilità di manifestare e discutere liberamente le proprie idee. Da questa "discussione" consegue la partecipazione popolare alle discussioni vere e proprie dei problemi di governo, all´agenda politica».
Lei ha preso un Nobel per i suoi studi sulla povertà, è possibile una democrazia completa nei paesi in via di sviluppo?
«La democrazia completa qual è? Prendiamo l´esempio di questo paese, gli Stati Uniti. E´ un paese sicuramente democratico, eppure sono pochi quelli che vanno a votare, soprattutto tra le minoranze etniche come gli afroamericani. Ma sarebbe sbagliato criticare l´America per questo. Quanto alle nazioni povere, le faccio l´esempio dell´India, il paese dove sono nato. Quando negli anni Settanta Indira Gandhi, che non era un´antidemocratica ma forse venne malconsigliata, tentò di ridurre i diritti civili e le libertà politiche, fu sonoramente battuta alle elezioni. Gli elettori "poveri" decisero che anche in un paese in via di sviluppo come l´India le libertà e la democrazia erano fondamentali».
E´ possibile la democrazia nei paesi islamici?
«Certo che sì. Ripeto la democrazia è un valore globale, è profondamente sbagliato pensare che sia un valore solo occidentale».
E se confligge con i principi dell´Islam?
«Non dico che non ci sia un conflitto con la religione, ma se c´è un conflitto c´è una discussione e questo ci riporta al principio di democrazia come "discussione pubblica". Del resto ogni religione entra in conflitto con la democrazia. La religione può essere, e in certi casi è, un problema. Atene non era una città particolarmente religiosa. Però direi che non dobbiamo dare troppa enfasi agli integralisti islamici come non la dobbiamo dare ai "fondamentalisti" cristiani in questo paese».
Si può esportare la democrazia?
«Io posso esportare qualcosa che io ho e tu no. Dire che noi come "Occidente" esportiamo la democrazia è un comportamento arrogante, significa appropriarsi di qualcosa che non è solo nostro, significa "rubare" la democrazia, un valore che è un´eredità mondiale. Nel nono, decimo e undicesimo secolo c´era più democrazia e tolleranza a Cordoba, dominata dai musulmani, che non in "occidente". Nel dodicesimo secolo il filosofo ebreo Maimonide fu costretto a fuggire da un´intollerante Europa e trovò benevola accoglienza alla corte dell´imperatore Saladino, quello stesso Saladino che combatté per l´Islam contro i crociati. E le crociate le hanno "inventate" in Occidente. Quando Giordano Bruno venne messo al rogo a Roma l´imperatore moghul Akbar proclamava in India la necessità della tolleranza e apriva il dialogo tra genti di fedi diverse: indù, musulmani, cristiani, parsi, jainisti e persino atei».
E´ legittimo imporla con la forza?
«Io non credo che sia il modo migliore. Credo che spetti innanzitutto agli "indigeni", trovare il modo di sviluppare e imporre la democrazia. A volte la pressione e le interferenze esterne sono necessarie; mi viene il mente la Birmania, adesso si chiama Myanmar, ma io preferisco continuare a chiamarla Birmania. Lì la pressione esterna è stata importante».
E l´Iraq?
«Per l´Iraq ci sono state le pressioni degli esiliati iracheni a Washington; il loro punto di vista è discutibile e comunque non era l´unico di cui tenere conto. L´Iraq è un problema particolare».
In che senso?
«Perché non c´è dubbio che era un regime tirannico e sanguinario, una terribile dittatura. Però era un regime "secolare" non un paese islamico integralista. Adesso, dopo l´invasione americana, questa società secolare verrà dichiarata, con una "Costituzione", una società islamica. Ci sono molte contraddizioni in tutto ciò».
Però lei era a favore della guerra in Kosovo. Perché?
«Perché ritengo che fosse un intervento più giusto. L´intervento in Iraq è stato deciso non perché quello era un regime sanguinario ma perché Saddam rappresentava un "rischio" per gli Stati Uniti, anche se poi le famose armi di distruzione di massa non sono state trovate. In Kosovo migliaia di persone, in quel caso musulmani, venivano brutalmente uccise. E l´intervento non venne deciso per difendere gli interessi americani o della Gran Bretagna».
Si può usare la violenza "per" la democrazia?
«La violenza in alcuni casi può essere giustificata, Un esempio per tutti quello della seconda guerra mondiale. Però occorre stare molto attenti. E per tornare all´Iraq io trovo che non avere coinvolto le Nazioni Unite sia stato un grave errore».
Le Nazioni Unite non godono di buona salute non crede?
«Allora prima di parlare dell´Onu le devo dire una cosa».
Che cosa?
«Che io sono un consigliere speciale di Kofi Annan. Lo devo precisare per correttezza».
Allora, cosa pensa un consigliere di Kofi Annan dell´Onu?
«Pagato simbolicamente un dollaro all´anno. Lo dico perché non sono un fan delle Nazioni Unite perché mi pagano, ma sono diventato consigliere speciale perché credo nelle Nazioni Unite. Il problema dell´Onu è che dipende dagli Stati, non solo economicamente, ma anche politicamente. In Iraq l´Onu non c´è perché non ce l´hanno voluta gli americani e gli inglesi. Ed è stato un errore».
Lei è anche un esperto di globalizzazione. Quali sono oggi i problemi più gravi?
«La globalizazione per se stessa non è un problema. La globalizzazione in economia, nelle scienze, in matematica, nella musica è qualcosa che arricchisce l´umanità, è un fatto assolutamente positivo. Il problema è l´ineguaglianza nel partecipare nella globalizzazione».
Un programma per la sinistra. Giuliano Amato si rivolge agli opinion leader dalle colonne di "Repubblica". Chiede un aiuto per parole d'ordine efficaci, per temi che possano entrare a far parte della cultura programmatica della sinistra. Ieri il sociologo Domenico De Masi ha risposto con un appello alla creatività e alla felicità. Ha detto che la politica della sinistra deve liberarsi dagli apparati e dalla vecchia idea di una società industriale che non c'è più. Oggi risponde Giorgio Bocca, che in testa ha un'idea continua, martellante, indispensabile. Per lui non ci sono programmi per la sinistra, di nessun tipo, che possano prescindere da una cosa del genere. Che possano dimenticare che siamo in guerra, in una guerra ingiusta, in una guerra pericolosa.
Allora Bocca, da dove partiamo per questo pro-gramma della sinistra?
«Al primo punto, ma proprio al primo, c'è il ritiro immediato delle truppe dall'Iraq».
Perché?
«Perché questa guerra è l'alibi di tutto il malgoverno, di tutte le ipocrisie, di tutte le alleanze ingiuste. Questa guerra è uno strumento terrificante. Sono per una scelta alla Zapatero. Lui cosa ha fatto? Ha detto che per prima cosa avrebbe ritirato le truppe. Ecco cosa dobbiamo fare noi».
Andiamo avanti nel programma. Vediamo il secondo punto per un futuro politico dell'Ulivo.
«Il secondo punto è ancora una volta una dichiarazione di intenti. Bisogna trovare il modo di abolire l'uso dello Stato a fini privati. Io credo che la gente comune ormai abbia compreso bene che siamo in preda a uno sfruttamento del denaro pubblico in mano a interessi privati. Vuoi un esempio?».
Dimmi.
«L'alta velocità. Prova a passare per la tratta ferroviaria Torino-Milano. Passa per quella pianura Padana là. Non esiste più, è stata sventrata con una carica di cemento che l'ha resa irriconoscibile. Quelli sono miliardi spesi, miliardi dello Stato che girano e che tornano indietro attravero giravolte estrose e facilmente comprensibili. E sai per tutto questo cemento, per tutti questi miliardi spesi, quanto è stato risparmiato ai viaggiatori? Te lo dico io: 10 minuti al massimo».
Bocca, sai cosa ti risponderebbe qualcuno: tu vuoi un programma della sinistra che è contro le opere pubbliche, contro il nostro intervento internazionale a fianco degli alleati, vuoi un programma di moralizzazione, il solito moralismo che non porta a nulla.
«E intanto loro, il governo, continuano a fare quello che vogliono. Prendi il ponte sullo stretto di Messina».
Sei contro anche a quello.
«Si tratta di una grande opera che collega due deserti. Solo che in mezzo a quei due deserti c'è una cosa annosa che si chiama mafia. La mafia governa questo paese da 150 anni. E questo antico rapporto è ancora perfettamente valido. Alle ultime elezioni politiche le forze di governo hanno raccolto proprio lì la quasi totalità dei seggi. Chiediti il perché. Ma chiediti soprattutto cosa la sinistra dovrebbe fare per arginare tutto questo».
Vuoi mettere la lotta alla mafia in un programma di governo dell'Ulivo?
«Sì perché questo paese possa tornare a una decente normalità, ed è proprio il compito della sinistra. E del suo programma. E poi bisogna cominciare a smontare le leggi fatte dalla Casa delle libertà».
Francesco Rutelli, leader della Margherita, ha scatenato un putiferio dicendo che non è indispensabile fare come Penelope: loro che legiferano e fanno…
«Loro chi, i berlusconiani?».
Appunto. E l'opposizione che deve ogni volta disfare. Lui, Rutelli, dice che non si deve ricambiare tutto per forza.
«Rutelli è uno di quelli che antepongono la loro carriera personale al bene della sinistra. E siccome vuole fare il capo del governo, si comporta di conseguenza».
Rutelli non la prenderà bene. Lo accusi di essere un opportunista che non vuole il bene di questo paese.
«Non riesco a vederla in un altro modo. Poi sai, le ambizioni di Rutelli all'interno della sinistra mi sembrano poca cosa rispetto a quello che sta accadendo davvero».
Cioè?
«Siamo al capolinea, credimi. Il genere umano ha avviato un processo di autodistruzione, ed è un processo visibile ovunque».
Sei un apocalittico.
«No, sono realista. Quale dovrebbe essere il programma della sinistra? Dovrebbe denunciare che il sistema economico globale è una vera e propria corsa al bottino. Le lobby, i potenti, non stanno facendo altro che riempire le loro casse».
Ci provano tutti da sempre.
«E come no. Ma perché Amato anziché chiedere parole d'ordine, e fare distinguo, non invita i suoi alleati a mettere al centro del programma la ricostruzione dello Stato? Saccheggiato da Berlusconi e dai suoi uomini?».
Sei qui per dirglielo tu.
«Nel frattempo siamo arrivati alla vigilia di una delle crisi petrolifere più gravi che si possano ricordare».
Beh, questa è sempre colpa della guerra.
«E la sinistra traccheggia, no? Guarda, io non sono un pacifista illuso, io sono un pacifista e basta. Chissà perché i pacifisti devono essere sempre "illusi". Quelli che credono ancora nell'Onu».
Finisce che dopo dell'apocalittico ti danno anche dell'ingenuo.
«Sarebbero ingenui tutti quelli che non vogliono credere alle menzogne che ci propinano ogni giorno? Io penso che il ritiro dalla guerra, una politica estera diversa, un'idea dello Stato più rigorosa, sia uno di quegli argmomenti che convincono tutti. Non capisco cosa aspettino».
Magari ci stanno pensando.
«Intanto mi sembra che stiano arrampicandosi sugli specchi. Pensa ai comunisti. La propaganda comunista diceva: noi vogliamo creare una società dove nessun uomo può dominare su un altro uomo. Quel messaggio lo capivano tutti. Cosa si poteva chiedere di più?».
Non è che poi nella realtà si realizzasse...
«Certo ma era un modo per affrontare i temi della storia. Allora ha ragione Francis Fukuyama quando sostiene che siamo alla fine della storia».
E dunque alla fine di un programma plausibile per la sinistra?
«Credimi, è difficile mettere giù un programma nel caso totale. Caos italiano, dove nessuna regola è più rispettata. Caos mondiale, con questa macchina gigantesca del capitalismo che nessuno riesce più a fermare».
Ti daranno del comunista Bocca.
«Che mi dia del comunista Berlusconi o Fini, mi preoccupa poco. Spero che non mi diano del comunista Fassino e Rutelli. E che si ricordino di una parola d'ordine di Enrico Berlinguer…».
Adesso te lo danno sicuro…
«Berlinguer si appellava alla moralità. La moralità che in questo paese manca».
Apocalittico, ingenuo. E ora, con un classico giochetto, pure moralista. Però mi sa che incasserai bene queste critiche. Ma una cosa devi farla, adesso. Regala uno slogan efficace ad Amato, che lo ha chiesto dalle colonne del tuo giornale, uno slogan alla John Edwards. Tipo: "Non più un'America dei ricchi e una dei poveri, ma un'unica, sola America per tutti". Provaci.
«E va bene, ti regalo il più semplice. Ma l'unico possibile: "Torniamo al passato"…».
La fotografia è di Fabrizio Bottini
Quando critichi questa manovrina-stangatina che nel 2005 dovrà inevitabilmente trasformarsi in una manovrona-stangatona, ti senti obiettare: c´era forse una soluzione alternativa? Siete in grado di proporla? Coraggio, fuori la proposta.
In realtà sì, c´era una soluzione alternativa; c´erano molte soluzioni alternative, ma c´era soprattutto una premessa alternativa: non bisognava arrivare a questo punto, non bisognava imboccare tre anni fa questa politica economica e finanziaria dissennata, fondata su presupposti miracolistici inesistenti e ingannevoli. Se una persona è debole di cuore o di polmoni e se la si cura per tre anni con salassi e fanghi caldi riducendola uno straccio, è poi difficile rimetterla in piedi dallo stato di prostrazione in cui è precipitata. Il medico ha sbagliato fin dall´ inizio e invece di guarirlo rischia di ammazzare il suo paziente.
La cura Tremonti è stata esattamente questo: quando l´esperto fiscalista fu insediato sulla poltrona di Quintino Sella, la finanza e l´economia italiane erano state da poco dimesse dall´ospedale. Erano tornate in buona forma e facevano rispettabile figura tra i dodici paesi dell´euro e tra quelli del Gruppo dei Sette. La finanza pubblica era tornata solida, la cura Ciampi aveva risanato il bilancio, le partite correnti registravano un consistente attivo.
L´altissimo debito pubblico ereditato dalla gestione del decennio Forlani-Cossiga-Spadolini-Craxi-Andreotti era stato fermato ed era cominciata una virtuosa tendenza discendente. Inflazione e tassi d´interesse erano tornati alla normalità. La lira infine era stata convertita nella moneta europea comune. A questo punto, per legittima volontà del popolo sovrano, la barra del timone cambiò mano e passò all´accoppiata Berlusconi-Tremonti. Cominciò una fase radicalmente nuova. L´economia italiana e i suoi operatori, risparmiatori, contribuenti, furono lusingati e indotti a comportarsi sconsideratamente: la pace sociale fu stracciata, la concertazione abolita e relegata tra i ferri vecchi, il sindacato umiliato e incattivito. L´asse della politica economica fu spostato di 180 gradi, l´opera di risanamento abbandonata.
La conseguenza fu che le entrate rallentarono il passo, il fabbisogno si accrebbe e con esso aumentò il livello del debito pubblico. Ma poiché l´impegno era stato quello di arrivare ad una generale e radicale diminuzione della pressione fiscale, cominciando soprattutto a liberare gli spiriti animali dei ceti più ricchi, si ebbe come conseguenza che il finanziamento del fabbisogno di cassa e del disavanzo di competenza furono affidati ai condoni, alle vendite dei cespiti di patrimonio, alle anticipazioni bancarie sulle entrate future. In tempi di vacche magre ed anzi magrissime si scommise sul futuro facendo apparire un presente roseo che in realtà aveva colori di tutt´altra natura.
Perciò la domanda: esiste una alternativa alla stangata di oggi, è mal posta. La risposta è l´antico monito che s´impartisce a chi è stato bocciato agli esami: «Oportebat studuisse», bisognava aver studiato.
* * *
Allo stato in cui è arrivata la finanza italiana, con un rapporto deficit/Pil ormai oltre la soglia del 3 per cento, valutato al 3.5 dalle maggiori istituzioni di analisi internazionali e addirittura oltre il 4 nell´anno venturo, è evidente che una manovra sulla spesa e sulle entrate fosse indispensabile.
L´assurdo consiste nel fatto che ancora nel maggio scorso il "premier" negò perfino l´ipotesi di una qualsiasi operazione di bilancio e il suo ministro dell´Economia fu del medesimo avviso. Va bene che gli italiani sono scordarelli, ma c´è un limite. La frase «i nostri conti vanno benissimo» è stata detta addirittura da Berlusconi e dal suo "doppio" Tremonti ancora nel giugno e ancora la sera prima che il ministro dell´Economia si dimettesse.
Quando il nostro "premier" divenuto anche ministro interinale dell´economia è tornato dalla riunione dell´Ecofin di lunedì scorso, sembrò - stando ai resoconti televisivi della Rai e di Mediaset - che tornasse vincitor come il Radames dell´Aida. Marcia trionfale. Accordo completo a Bruxelles. Conti in perfetta regola come avevano sempre predicato e conclamato i Tremonti, i Bondi, i Cicchitto, gli Schifani.
Ma che cosa in realtà era accaduto all´Ecofin e che cosa è stato formalizzato venerdì dal Consiglio dei ministri? Era accaduto che il premier aveva assunto l´impegno in una assise internazionali a realizzare entro dieci giorni una manovra da 7,5 miliardi di tagli di spesa e di aumento di entrate. E questo è stato formalizzato nel decreto di venerdì. Dunque era completamente falso che i nostri conti andassero bene. I conti andavano male anzi malissimo e continuano ad andar male anzi malissimo anche dopo la manovra realizzata in modo insufficiente e sbagliato.
Il benestare dell´Ecofin non entra nel merito ed è motivato semplicemente dal fatto che in ogni caso abbiamo per ora evitato di superare la soglia del 3 per cento.
L´abbiamo evitato attraverso provvedimenti depressivi che frustano un cavallo anemico per indurlo a correre come fosse il destriero di Orlando. Ma non è il destriero di Orlando, è un ronzino sfiatato che avrebbe avuto bisogno di ben altre cure e questa è l´amara verità che tuttora continua a non venir detta al paese da quel raggruppamento politico che, come ha detto salacemente il governatore del Lazio Storace, si è trasformato in un «Casino delle libertà».
* * *
Sono stati tagliati 1 miliardo e 250 milioni di euro di incentivi alle imprese. L´80 per cento di questo taglio riguarda imprese operanti nel Mezzogiorno. Ma quel che è peggio non è soltanto il taglio alla legge 488 e ad altre provvidenze incentivanti, ma il blocco imposto alle erogazioni del ministero delle Attività produttive. Doveva erogare 1 miliardo e 750 milioni ma ora tutto dovrà slittare al 2005 insieme ai bandi di concorso delle imprese e a 45 mila posti di lavoro previsti. Le regioni più colpite sono Campania, Sicilia, Calabria, Basilicata, Puglia.
Un altro dei capitoli della manovra è l´aumento delle imposte su assicurazioni, banche, fondazioni, per 1300 milioni di euro che si riverseranno inevitabilmente sui costi dei servizi (polizze, interessi sui prestiti, etc.).
Infine i 2 miliardi di euro che dovranno venire anche da vendite di immobili dello Stato riaffittati dallo Stato stesso costituiscono un´operazione basata anch´essa su un´assurdità. Si aggravano le spese correnti per pagare i canoni di affitto e le si alleggeriscono vendendo cespiti patrimoniali. Con un debito pubblico ai livelli enormi che conosciamo le vendite di cespiti patrimoniali dovrebbero essere mirate a ridurre lo stock del debito e non le spese correnti. Risulta francamente incomprensibile l´adozione di un criterio di questo genere.
Ciò che tuttavia non è stato chiarito al pubblico consiste nel fatto che le misure strutturali contenute nella manovra riguardano il secondo semestre 2004. Taglio di spese e aumento di imposte si ripeteranno inevitabilmente raddoppiate nel 2005 mentre la parte non strutturale della manovra (vendite di cespiti patrimoniali e rinvio nelle erogazioni dei ministeri) dovranno essere rimpiazzate con altri tagli e altre imposte.
Domenica scorsa scrissi che per mantenere nel 2005 il rapporto deficit-Pil entro la soglia del 3 per cento sarebbe stata necessaria un´altra manovra da due punti di Pil. Quella attuale è di un punto scarso e depurata dai 2 miliardi di una tantum scende a mezzo punto. Ci attende dunque nel 2005 un´altra stangata di oltre 20 miliardi di euro. Ecco i primi esiti d´una gestione che ci ha portato sull´orlo del disastro finanziario.
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C´era, sì, l´alternativa ed era quella di adottare fin dall´inizio misure di sostegno dei redditi familiari e di incentivare i crediti al consumo e alle imprese. Era il solo modo per rilanciare la domanda in una fase congiunturale depressa, migliorando per questa via sia la dinamica del Pil sia, di conseguenza, il rapporto deficit-Pil.
Questa strada non è preclusa anche se il ritardo nell´imboccarla dopo tre anni di dilapidazione delle risorse la rende oggettivamente più difficile.
L´idea di un fondo rotativo finanziato dalla Cassa Depositi e Prestiti è positiva se verrà adottata rapidamente e affidata alla gestione del sistema bancario, senza peraltro che ciò giustifichi ulteriori tagli agli incentivi a fondo perduto.
Non ci sono scorciatoie in politica economica, né miracoli. Sono tre anni che ripetiamo questi suggerimenti di buona amministrazione. Quello che manca oggi non sono le idee né gli esempi. Mancano nella gestione delle pubbliche finanze persone come Ciampi, Andreatta, Visco. Si vede. Eccome se si vede
Nel settembre 2003, durante un vertice dei ministri della giustizia e dell'interno europei, il ministro della giustizia italiano Roberto Castelli aveva promesso che l'Italia avrebbe approvato "entro il 31 dicembre 2003" le disposizioni che gli avrebbero permesso di accogliere formalmente il mandato d'arresto europeo: nel suo semestre di presidenza europea l'Italia voleva dimostrare la sua buona volontà. Ma nove mesi dopo non si è mosso nulla. Il testo elaborato dalla commissione di esperti che il ministro aveva creato non è mai stato esaminato dal consiglio dei ministri, meno che mai al parlamento. È un altro progetto quello che la camera ha discusso e approvat in prima lettura il mese scorso: un testo ispirato da una lobby di avvocato penalisti e presentato dal deputato di Forza Italia Gaetano Pecorella - presidente della commissione giustizia e avvocato di Silvio Berlusconi - che cerca di ppesantire le procedure sulla consegna di condannati e imputati tra i paesi dell'Unione.(Segue il testo integrale in francese)
En septembre 2003, au cours d'un sommet des ministres de la justice et de l'intérieur, le garde des sceaux italien, Roberto Castelli, avait promis que son pays approuverait"avant le 31 décembre 2003" les dispositions lui permettant d'accueillir formellement le mandat d'arrêt européen.OAS_AD('Middle');Alors qu'elle présidait l'Union, l'Italie voulait convaincre de sa bonne volonté : "Les délais parlementaires sont serrés, mais nous pourrons les tenir", avait précisé le ministre.
Neuf mois après, rien n'a bougé. Le texte élaboré par la commission d'experts que le ministre avait créée n'a jamais été soumis au conseil des ministres, encore moins au Parlement. C'est un autre projet que la Chambre des députés a discuté, et finalement adopté, en première lecture au mois de mai. Un texte inspiré par un lobby d'avocats pénalistes et présenté par le député de Forza Italia Gaetano Pecorella, président de la commission justice et avocat de Silvio Berlusconi. Il va à l'encontre du but recherché en alourdissant les procédures au sein de l'espace judiciaire européen.
"C'est une loi absurde, estime Edmondo Bruti Liberati, président de l'Association des magistrats. Elle constitue un pas en arrière par rapport à la convention de Strasbourg de 1957 sur les extraditions. Si elle était adoptée, il serait plus rapide d'obtenir une extradition depuis la Russie que de l'Allemagne ou de la France."
"PROJET ORWELLIEN"
L'opposition de centre-gauche a voté contre, mêlant ses voix à celles de la Ligue du Nord, le parti de la coalition de gouvernement le plus hostile à toute forme de mandat d'arrêt européen. Dès l'origine, la Ligue s'est opposée à ce que Mario Borghezio, avocat et député européen, qualifie de "projet orwellien issu des esprits délirants de la nomenklatura bruxelloise".Aujourd'hui, le mouvement populiste en a fait un de ses principaux thèmes de campagne pour les élections européennes, insistant sur "les dangers d'un texte stalinien pour la liberté d'opinion des citoyens".
En fait, c'est l'extension du projet de mandat à la corruption et aux délits financiers qui avait provoqué la crispation du gouvernement Berlusconi. Selon l'opposition, le nouveau chef de l'exécutif italien redoutait d'être concerné personnellement, ainsi que ses proches, pour des affaires concernant des intérêts de son groupe en Espagne. Au sommet européen de Laeken, en décembre 2001, Silvio Berlusconi n'avait finalement accepté de signer que sous conditions.
La première était une limitation de la rétroactivité, seuls les délits commis après janvier 2002 étant concernés. La seconde tenait à l'adoption par le Parlement italien des modifications constitutionnelles nécessaires à sa transposition dans le droit national. Majoritaire à la Chambre des députés comme au Sénat, la coalition de centre-droite avait, dès lors, toute latitude pour jouer la montre. En attendant, avait expliqué M. Berlusconi, "il y aurait un espace judiciaire commun auquel certains pays n'appartiendraient pas. C'est comme pour la monnaie unique, des pays ayant un fort ancrage européen n'appartiennent pas à la zone euro".
Rien ne presse donc. Personne ne sait quand le Sénat examinera l'étrange proposition de loi votée à l'assemblée. Le cheminement parlementaire sera long. Silvio Berlusconi n'aborde même plus le sujet. Il laisse son ministre de la justice, membre éminent de la Ligue du Nord, faire barrage à toute tentative d'accélération. Roberto Castelli a même mis sa démission dans la balance si une loi était adoptée par le Parlement, peu de semaines après avoir promis à ses collègues européens de faire diligence.
Facendo una ricerca in rete (non difficile, che però mi sembra nessun giornalista si sia preso la briga di fare), si scoprono varie cose interessanti sulla società americana Dts e sulla sua figlia Dts security llc, che e` quella da cui dipendevano Quattrocchi e gli altri tre Italiani rapiti in Irak. prima di tutto, che il nome intero e` Dyncorp Technical Services (e` col nome Dyncorp che viene di solito citata in rete) e che la società in effetti dal 7 marzo 2003 e` stata assorbita (insieme con la Dts Security Llc) dalla Computer Science Corporation (Csc), un gruppo da 90.000 dipendenti e 11,3 miliardi di dollari di fatturato nel 2002. dal sito della csc si evince che le attività aerospaziali e di difesa (a&d) siano solo una piccola parte del loro business (che comprende anche: attività assicurative e bancarie, consulenza alle imprese, manutenzione di aerei ed elicotteri militari, conduzione di ricerche oceanografiche con una flotta di navi di proprietà , gestione di call center dell'amministrazione pubblica). giusto per dare un ordine di grandezza: gli ultimi tre appalti ottenuti nel settore a&d dalla Csc (sono tutti del primo trimestre 2004) valgono 950, 406, e 228 milioni di dollari. csc e Dts erano entrambe fino a prima della fusione fra le prime 25 imprese (per giro d'affari) fornitrici del governo americano nel settore militare. di cosa si occupa la Dts - direttamente, attraverso sue sottoaziende, o nell'ambito di joint venture a cui partecipa la Csc? lo vediamo subito. mi preme sottolineare che le mie fonti sono relativamente istituzionali: per esempio i siti della Federation of American Scientists (Fas) e di corpwatch, che si occupano (tra l'altro) da anni di monitorare le attività militari e di intelligence del governo americano e delle multinazionali.
1) la Dts (o Dyncorp, per il resto del mondo) forniva supporto logistico alle truppe americane di stanza, tra l'altro, a Timor est, a Panama, in Perù.
2) la Dts e` l'impresa con contratti dell'importo maggiore (ca. 600 milioni di dollari) nell'ambito del Plan Colombia , cioe` il piano di distruzione militare delle piantagioni di coca in Colombia (qui qualche dettaglio in più sul Plan Colombia), e in particolare e` la Dyncorp che si occupa di irrorare i campi di defolianti con 88 aerei di sua proprietà , tanto da essere citata in giudizio nel 2001 da un gruppo di contadini ecuadoregni raggiunti in maniera assolutamente illegale dai pesticidi, che avevano causato malattie, malformazioni e morti infantili; i defolianti usati sono in effetti molti simili all'agent orange usato in vietnam.
3) la Dts gestisce per conto dell'amministrazione americana la riorganizzazione dell'attività poliziesca e giudiziaria in Irak.
4) i dipendenti della Dts costituiscono il nucleo centrale della forze armate americane di stanza in Bosnia - per chiarire: l'esercito americano appalta la fornitura di ufficiali per la sua truppa ad un'azienda esterna, in outsourcing.
5) la Dts é stata condannata in tribunale dopo che un'ispettrice dell'Onu aveva accusato i suoi uomini di aver ridotto in schiavitù e costretto alla prostituzione, in Bosnia , donne e ragazzine minorenni: - qui un'inchiesta di Salon sulla vicenda, qui un resoconto della sentenza sfavorevole alla Dyncorp.
6) la Dts si occupa del controllo militare del confine tra Usa e Messico, compreso il tratto di 22 km in cui è stato eretto un muro difensivo alto 3 metri, simile a quello tra Israele e Cisgiordania.
7) la Dts e` fra le imprese che si occupano di sviluppare per conto dell'amministrazione americana il Ballistic Missile Defense System, cioè lo scudo spaziale.
8) la Dts si occupa della manutenzione di aerei (per esempio i B-52) e navi della marina e dell'aviazione americana.
9) la Dts gestisce diversi poligoni di tiro atomici in giro per gli Usa.
Insomma, la questione mi sembra ben spiegata dal Washington Post: "The U.S. government increasingly relies on civilians to perform jobs once reserved for the military, including [...] training Iraq's new armed forces and providing security for foreign leaders". In altre parole: un tempo sarebbero stati soldati reclutati dallo stato americano, ora sono soldati privati che forniscono servizi alle forze armate americane in outsourcing. Mi correggo: sono soldati privati quando sono cittadini americani: se invece si tratta di cittadini stranieri, in particolare cittadini di stati che al momento non hanno dichiarato guerra all'Irak (come l'Italia), si tratta di mercenari secondo la convenzione ONU contro il reclutamento, l'uso, il finanziamento e l'addestramento di mercenari, ratificato dall'Italia attraverso la legge 210/1995. per concludere sugli italiani dipendenti della Dts rapiti in Irak: poveri vigilantes un par di palle.
Se leggete l'articolo in questo sito avete numerosissimi riferimenti collegati alle pagine originarie
Forse il primo ministro Tony Blair pagherà più cara la sua vittoria sulla BBC della sconfitta che temeva. Forse i giorni peggiori del suo premierato non sono stati i due durante i quali ha rischiato di essere sconfitto alla Camera dei Comuni sull’aumento delle tasse universitarie e ha atteso, con comprensibile ansia, la lettura della “sentenza Hutton”. Forse i giorni peggiori devono ancora venire. La nuova dirigenza della Bbc ha dovuto chiedere scusa “incondizionatamente” non per una incursione nella vita privata del primo ministro, ma per un giudizio politico. Non sono cose che si dimenticano e si archiviano. Certo è un brutto giorno, per il giornalismo del mondo, come lo è stato il giorno in cui la Cbs, minacciata da una immensa causa per danni, ha ritirato e distrutto il suo documentario sul Vietnam vent’anni dopo la fine di quella guerra, e lo ha fatto perché troppo onerosa era stata la richiesta di danni da parte del principale interessato, il generale Westmoreland. Forse è un brutto giorno come quando il celebre programma giornalistico di inchieste televisive della stessa Cbs, la leggendaria “Sixty Minutes”, ha rifiutato di mandare in onda la dura denuncia sull’industria del tabacco che è poi stata narrata agli americani dal film “Insiders”. Nel film viene denunciato per nome il direttore del programma, Mike Wallace, a cui si deve la decisione (prudente dal punto di vista delle querele, gravissima per il giornalismo) di non trasmettere la documentatissima inchiesta.
Tony Blair è forte, carismatico, vitale, combattivo. Umanamente e psicologicamente è un leader unico nel grigio panorama mondiale. Tanto più che deve tutto, anche questo successo politico, a se stesso, non al suo controllo o alla sua proprietà dei media o all’assoggettamento del potere giudiziario, che in Inghilterra gode di un’autonomia unica. Ma non sembra proprio che una simile vittoria abbia calmato le acque e abbia reso più mite e silenzioso quel protagonista formidabile della democrazia che è l’opinione pubblica.
Vi sono due ragioni, che tipicamente torneranno a ripresentarsi sul palcoscenico della vita pubblica: la vittoria di Blair è eccessiva. E il collasso, almeno apparente della Bbc, è una umiliazione al di là di ogni limite ragionevole, rispetto a ciò che è accaduto. Rivediamo la storia. Ha tre personaggi: Tony Blair, lo scienziato suicida Kelly e la Bbc, sul fondo della guerra in Iraq e delle ragioni di fare, con urgenza assoluta, quella guerra. In questa storia però la guerra non è in discussione, lo è il ruolo e il senso di ciò che hanno fatto le tre parti in causa.
Il primo ministro ha piegato il suo partito (i laburisti sono molto meno inclini dei conservatori alle soluzioni militari dei conflitti, come dimostra la storia inglese) e persuaso l’opinione pubblica del suo Paese ad accettare la guerra come unica via di scampo da un pericolo “grave, urgente, mortale” (cito le sue parole)con un discorso splendido, trasmesso in diretta dalla Cnn (per questo ho potuto seguirlo), un capolavoro di arte oratoria e di passione politica. Quel discorso era fondato, con frasi limpide ed estreme, su documenti che mostravano inconfutabilmente la minaccia delle armi di distruzione di massa puntate sul mondo. E’ di Blair la efficacissima frase: “sono pronti a distruggerci con un preavviso di soli 45 minuti”. Ho ascoltato attentamente quel discorso. In esso la malvagità umana e politica di Saddam Hussein appariva rivelata dal suo essersi dotato di quelle armi - che sono state evocate con la bravura che affascina e spaventa di un terribile predicatore - e dal conseguente probabile pericolo di uso immediato di quelle armi come proseguimento del terrorismo iniziato con le Torri gemelle di New York.
Dunque c?era una causa, un movente e un colpevole, e mai arringa è stata più serrata e persuasiva. Lo scienziato Kelly si è suicidato a causa di quel discorso e della persuasione di essere stato “usato” dal potere politico per cose che non aveva detto e prove che non aveva provato? L?inchiesta giudiziaria, a suo tempo, non ha raggiunto alcuna soluzione. L?inchiesta giornalistica della Bbc ha legato quel suicidio al discorso e dunque all?azione manipolatrice di Blair.
La controversia scuote il Paese, specialmente dopo due rivelazioni: la prima è che la documentazione usata come prova e fornita anche agli americani, è risultata composta dalla combinazione di due tesi di laurea sul Medio Oriente, una vecchia di dieci anni. La seconda è che le armi, una volta finita la parte ufficialmente combattuta di quella guerra, non sono state mai trovate. Infatti l?esperto americano nominato da Bush si è dimesso con affermazioni non proprio diplomatiche. In che cosa consiste allora l?errore della Bbc? Consiste nell?avere trasformato la persuasione soggettiva del giornalista, pure basata su un bel po? di evidenze, in una affermazione oggettiva. La possibile, probabile causa del suicidio di Kelly - dice la Bbc - è la manipolazione delle evidenze scientifiche e il loro uso alterato da parte del primo ministro e dei suoi collaboratori. E? a questo punto che si dimette l?uomo immagine e portavoce di Blair, Campbell. Si dimette, come accade in altri Paesi, in vicende politiche del genere, per non essere di peso a Tony Blair e alla sua difesa.
Ma la difesa di Tony Blair non funziona nel tribunale dell?opinione pubblica e dei media. Perché non funziona nonostante la straordinaria bravura oratoria di Blair? Non funziona perché c?è quella clamorosa discrepanza, che ormai ha fatto il giro del mondo, e tormenta l?America. Chi ha giurato sulle armi di distruzione di massa deve ammettere che quelle armi non esistono, o almeno non se ne è trovata traccia. Per esempio, Condoleeza Rice, la mitica collaboratrice di Bush, dice alle Tv americane: “Forse i servizi segreti ci hanno ingannati”. E tre dei candidati democratici alle prossime elezioni presidenziali (Kerry, Clark, Dean) chiedono al Congresso - con voce ben più autorevole della Bbc - una inchiesta parlamentare proprio sul punto rovente che ha diviso l?Inghilterra e che Lord Hutton nella sua sentenza sembra avere deciso di non notare: dove, quando, da parte di chi è stata alterata la verità e sono state ritoccate le carte segrete che, come è noto, comprendevano molte fonti inglesi?
Ora Tony Blair ci dice, come giustificazione finale, che l?uomo Saddam era comunque molto cattivo e che meritava comunque di essere spodestato. Ma ce lo dice adesso. L?argomento non è stato usato a suo tempo. Tanto che è rimasta isolata una proposta italiana, quella di Marco Pannella, sostenuta da centinaia di deputati del nostro Paese e del Parlamento europeo, e del mondo arabo, secondo cui il punto era rimuovere Saddam Hussein inducendolo all?esilio. C?è un tormentone in questa preveggente intuizione. Non solo, non tanto, la possibilità di evitare una guerra breve ma spaventosa e un disordine che non accenna a risolversi. Ma l?avere centrato l?obiettivo certo, che era il dittatore, non le sue armi vere o presunte.
Entra in scena Lord Hutton, giudice indipendente che però funziona da arbitro, non da tribunale, e dunque è autorizzato ad esprimere - come ha fatto - un parere soggettivo, non una sentenza motivata. S?intende che le parti hanno accettato la qualità vincolante di quel parere. Lord Hutton non emana condanne, ma il suo parere ha peso.
È naturale che pesi soprattutto sulla parte debole, che anche nei Paesi iperdemocratici come l?Inghilterra sono i media, la stampa e la televisione. Come sempre, la più debole fra tutte è la la televisione pubblica quando si discosta dal potere politico. Lord Hutton ha deciso che è stato un errore grave trasformare la persuasione soggettiva di un giornalista, adatta a un corsivo o a un editoriale, in un risultato di inchiesta, ed è vero. Ha inoltre deciso che Blair non ha manipolato o alterato o fatto alterare le carte dei servizi segreti, dunque non ha mentito ai suoi cittadini. Di fronte a questa autorevole opinione vincolante, la Bbc è crollata, almeno al suo vertice, come un castello di carta e il club di Blair e del nuovo Labour cantano vittoria. Invece il giudizio di Hutton, che segue scrupolosamente il percorso della forma apparente piuttosto che del contenuto verificato dei fatti, apre, piuttosto che chiudere, diverse questioni. È di esse che si parla (con insolita vivacità) e si parlerà in Inghilterra, guastando gradatamente sia la festa blairiana sia quella dei suoi incantati ammiratori italiani di destra e di sinistra, tutti ugualmente contenti dal fatto che la stampa, e dunque l?opinione pubblica e dunque i girotondi e tutti gli impiccioni che senza titolo si immischiano nella politica, sono stati battuti.
Ma prendiamo la parte che riguarda Blair e il suo avere o non avere mentito agli inglesi. Mentire vuol dire affermare una cosa non vera sapendo che è non vera. Dire invece una cosa non vera credendola vera è un errore. Data l?evidenza dei fatti sotto gli occhi del mondo, Blair ha commesso un errore. Infatti non ci sono le armi di distruzione di massa che hanno motivato il celebre e appassionato discorso di Blair e hanno provocato l?emozione e la mobilitazione dei suoi cittadini. Ma quell?errore è stato commesso dal primo ministro di un Paese come l?Inghilterra. Anche la Bbc ha commesso un errore, credendo che fosse vera la versione trasmessa sulla morte di Kelly. È un errore dello stesso tipo (diffondere qualcosa di non vero credendolo vero). Ma mentre la Bbc ha portato discredito al primo ministro, il primo ministro, con il suo errore, ha portato l?Inghilterra in guerra. Quale dei due errori avrebbe dovuto meritare la severa opinione di Lord Hutton?
La questione non muore qui. La soddisfazione di Blair sarà disturbata dal fatto che la falsità delle carte su cui ha basato la sua perorazione e ha messo deliberatamente in gioco la sua credibilità e la sua immagine, è stata oggetto di imbarazzo e di scuse da parte del segretario di Stato americano Powell, che, con i dati inglesi, era stato mandato allo sbaraglio al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Quella soddisfazione sarà disturbata dal fatto che la questione della verità sulla necessità di far guerra subito all?Iraq è diventato il tema centrale della campagna elettorale americana. È l?arma principale anche dei candidati come Kerry che - credendo alla minaccia immediata - avevano votato per la guerra. È un argomento che i media americani continuano a tenere vivo, mentre persino Bush, adesso, vuole un?inchiesta sulle carte dei servizi segreti inglesi e americani che hanno fatto apparire la guerra necessaria e immediata.
Come abbiamo detto, a questo punto non è in discussione la guerra né la necessità di rimuovere dal suo potere dittatoriale Saddam Hussein. È in discussione se - per fare quella guerra - alcuni abbiano mentito, e a quale livello di responsabilità. La Bbc è una istituzione gravemente ferita per una trasmissione sbagliata. Ma per il primo ministro Blair, che ha usato carte false per fare la guerra (non lo sapeva, ci dice Lord Hutton, ma le carte erano false davvero e la guerra c?è stata davvero) gli esami non finiscono qui.
«Che stranezza», «Non capisco» «Commendatore...non so nemmeno che cosa sia». Ma le piace lo stesso. Giovanna Marini, commendatore al merito della Repubblica da un paio di giorni, è sorpresa e vorrebbe tanto ringraziare. Il presidente, soprattutto, e magari la signora Ciampi: «Mi sa che è stata lei». «Giovannamarini.com»: Giovanna scherza, è il suo modo lieve di vivere modeste contraddizioni. Lei è un pezzo della storia d’Italia alla quale le istituzioni sono sempre andate strette, molto strette. Anzi, la sua voce le ha spesso «suonate» al «sistema». Se vogliamo, la vera novità nell’elenco delle onorificienze preparato dal Quirinale in occasione dell’Otto Marzo, è proprio il suo nome. È la traccia di una cultura aliena che Ciampi, con scelta davvero felice, ha riconosciuto come parte positivamente integrante dell’Italia che ci piace di più. Giovanna è testimone di un nucleo di creatività che ha fatto dell’arte e della politica il suo pane quotidiano e non ha mai cercato più opportune neutralità. Anche a noi viene di ringraziare Ciampi: ha fatto proprio una bella cosa.
Giovanna, che effetto ti fa?
Intanto, meglio che “cavaliere”, lo avrei rifiutato, oggi è davvero insostenibile, visto il cavaliere che ci governa. Fammici pensare: è un disastro lo stesso; Bossi è commendatore, che brutta cosa. Mi chiedo come gli sarà venuto in mente di scegliere una come me...
Brava, sei brava: lo dicono tutti, e da molto tempo. Fai un lavoro importante sulla musica. Ma hai ragione: mi sa che non basta, in genere...
Cosa vuoi che ti dica, non faccio che ricevere complimenti per questa cosa che non so cosa voglia dire. Fassino mi ha mandato un telegramma: lui è contento ed è stato gentile a dirmelo. È contento anche Ambrogio Sparagna; mi ha detto: Giovanna, questo è importante per tutto il nostro settore. Gli credo, anzi credo che sia l’unica cosa che conta, è come se il Quirinale avesse premiato tanta gente che lavora come me, con uno stile comune, quasi con una condivisa intelligenza della realtà. Vorrei scrivere “grazie presidente” ma non so come si fa. Mi rendo conto che sono proprio fuori dal mondo: un motivo in più per dubitare di quel mi è successo.
È un bel fatto: dai palchi del ‘68 a uno dei massimi riconoscimenti della Repubblica. Sembra una storia a lieto fine...
Lascia perdere il lieto fine. Ne parliamo dopo che ti ho raccontato una storia. Giorni fa ero a Sassari. Dovevo suonare e cantare in una bella sala dedicata a Pietro Sassu, un importante musicologo al quale dobbiamo molto. Canto. Poi si fa avanti una ragazza vestita di pelle che mi accusa: lei non ha fatto un concerto, ha fatto un comizio. Come sarebbe, obietto, ho cantato un patrimonio comune di tutta l’Italia democratica. No, insiste, lei ha cantato solo cose di sinistra. Provo a spiegare: non è colpa mia se la gente che soffre è quella che poi canta, non è colpa mia se la sinistra si è sempre fatta carico della gente che soffre. Esiste una musica di destra? Esiste una musica di regime, inventata dal fascismo, ma quella - glielo giuro - io non la canto. È servito a niente. Peccato. Sai che cosa ho pensato? Che due anni fa un attacco di questa violenza non sarebbe accaduto. Rifletti, ora, sul lieto fine.
Su Giovanna Marini vedi anche
Un'intervista al Venerdì di Repubblica (14 novembre 2002)
Lamento per Pier Paolo Pasolini
«Luciano Liboni non è la belva che è stata descritta». Nella cappella del cimitero di Montefalco, dove ieri si sono svolti i funerali, è toccato a don Angelo Nizzi, parroco di Trevi, chiedere che si metta la parola fine al passato violento del Lupo. «E' giusto difendere la sua dignità di uomo - ha aggiunto il sacerdote - perché è una creatura di Dio e un uomo che Dio stesso ha voluto». Sono parole che riportano la vita di Liboni dentro i confini dell'umanità, dopo che è stato descritto come pericolo pubblico numero uno, marginale bandito e criminale, malato allo stato terminale, oltre che assassino efferato. La pietas cristiana spinge il sacerdote a parlare di «una montatura» orchestrata ai danni di un uomo che ha visto in faccia il Male e si è lasciato travolgere rovinosamente.
Le spoglie di Liboni arrivano a bordo di un carro funebre al cimitero comunale di Montefalco intorno alle 17,30. A bordo c'è una corona di fiori composta da crisantemi gialli e da gigli, oltre ad un mazzo di rose rosse dei familiari. Ad attendere il feretro nella cappella la madre Giuliana, le sorelle Tiziana e Giovanna e il fratello Giancarlo con la moglie. «Sono dispiaciuto, mortificato per tutto il sangue innocente che è stato versato», fa sapere Giancarlo attraverso il suo legale, Cristina Vinci. «Non ha mai ucciso nessuno, non capisco perché l'ha fatto ora». Un rapporto tormentato, il loro. Sembra infatti che non si parlassero dal 2000 a causa di un violento litigio avvenuto nel carcere di Spoleto durante il quale Giancarlo si era rifiutato di continuare a pagare le spese processuali di Luciano. La distanza tra i due fratelli si allargò a dismisura proprio in quel momento. Giancarlo lo denunciò per minacce e lesioni e non ci fu modo per giungere ad un accomodamento. I due fratelli si sarebbero ritrovati davanti ad un tribunale nel prossimo gennaio.
Al dolore, e all'incredulità della famiglia per un destino maledetto che appariva segnato sin dai primi anni dell'adolescenza di Liboni, partecipa anche un'ottantina di persone che hanno attraversato nel bene e nel male i suoi 47 anni, ad un tempo brutali e lancinanti. Qualcuno di loro prova a ricordarlo, il Lupo. Ricordi che si perdono negli anni, ma tutti concordi nel dire che Luciano ha sbagliato e che il delitto del carabiniere Alessandro Giorgioni rimane ingiustificabile. «Era un uomo come tanti altri - afferma un conoscente - è sempre stato sfortunato che non ha saputo scegliere la strada giusta».
Dice la sua anche Fausto Gentile, il benzinaio di Todi ferito due anni fa da Liboni con un colpo di pistola alla testa: «No, non riesco a dimenticare il male che mi ha fatto - dice -. Presto mi recherò sulla sua tomba per rendermi veramente conto che è tutto finito». Al funerale partecipa simbolicamente anche un sedicente «Comitato anarchico toscano Freccia rosso-nera» che ha affidato un messaggio ad Indymedia: «Liboni è uno degli eroi sacrificati dallo Stato giustizialista che riduce a morte i ribelli».
Nel frattempo, proprio accanto alla porta d'entrata della cappella, qualcuno ha deposto una piantina di fiori gialli con un fiocco viola e un biglietto con la scritta a stampatello: «Per Liboni con sentite condoglianze da Stefania e figli». Una leggera pioggia cade su un nutrito gruppo di giornalisti, con fotografi e teleoperatori al seguito, assiepato dietro le transenne disposte dal sindaco Valentino Valentini. Dall'interno si sente un urlo: «Andate via, vi avevo detto di non venire, lasciate in pace quest'uomo. Siete dei delinquenti». E' Giovanna, la sorella del Lupo, che maledice a perdifiato.
Preoccupa il clima di indifferenza che circonda la legge sull'ordinamento giudiziario approvata il 29 giugno 2004 dalla Camera in contrasto con la Costituzione. Il metodo è stato quello della fiducia. Per i non addetti ai lavori, è bene ricordare che quando viene posta la fiducia, il dibattito si interrompe e si passa al voto del testo indicato dal governo senza discussioni. Il dibattito su un testo di decine di pagine, cruciale per i diritti dei cittadini e il corretto funzionamento delle istituzioni, è durato venti minuti in commissione e zero minuti in aula. Contestato dai magistrati, - che hanno scioperato in maniera compatta per ben due volte, - e dagli avvocati penalisti poiché il Governo ha impedito ai parlamentari di opposizione di dire la loro opinione. Il Governo con un vero e proprio colpo di mano ha approvato una riforma sulla separazione delle funzioni che viola la Costituzione nella parte in cui afferma l'indipendenza del Pubblico Ministero al pari dei Giudici. E in quella in cui disciplina il CSM come organo di autogoverno della Magistratura. E questo obiettivo viene raggiunto con la sottrazione dei poteri al CSM nella selezione delle toghe e nella nomina dei vertici degli uffici direttivi, e la contemporanea dilatazione delle competenze del Ministro Guardasigilli che premia i magistrati che lavorano nel palazzo. Questo avviene con la sapiente regia di esperti che fanno leggi truccate e difficilmente comprensibili. Esse dicono una cosa e ne vogliono un'altra. E sfuggono all'attenzione della pubblica opinione.
In passato non ero contrario alla separazione delle funzioni tra giudici e Pm. Ma oggi essa è fatta contro tutta la magistratura per limitarne l'indipendenza. In ogni caso essa andava fatta con una legge costituzionale e non con una legge ordinaria senza un minimo di discussione. La separazione delle carriere é un sogno lungamente inseguito dal Governo che approfitta del momento più favorevole, essendo la pubblica opinione assorbita da gravi problemi sociali . E per separare Pm e giudici si creano una serie di ostacoli che rendono di fatto impossibile il passaggio dalla funzione requirente a quella giudicante e viceversa. La riforma prevede un solo concorso per l'accesso alle due carriere. Ma evita di indicare quali capacità particolari dovrebbero dimostrare i giudici rispetto ai Pubblici Ministeri. La mancanza di regole consentirà a commissioni addomesticate di selezionare i Procuratori della Repubblica secondo criteri arbitrari adottati dal Ministero della Giustizia. Si sta realizzando l'idea di magistrati graditi al Governo.
L'obiettivo è di vulnerare l'indipendenza del Pubblico Ministero sottoponendolo al controllo dell'esecutivo. Ma l'indipendenza trova la sua consacrazione nell'articolo 112 della Costituzione che stabilisce il principio della obbligatorietà della azione penale.. Principio che si collega a quello che la legge è uguale per tutti. Il Pm deve iniziare il processo ogni volta che viene violata la legge, senza possibilità di discriminazioni o favoritismi a seconda del gradimento del Ministro di turno. La Corte Costituzionale ha sempre ribadito l'indipendenza del Pubblico Ministero soggetto solo alla legge. Sicché non sarebbe possibile, con legge ordinaria, consentire interferenze esterne ed estranee alle sue funzioni come avviene con la legge sull'ordinamento giudiziario.
È stato reintrodotto il concorso per titoli ed esami, per la nomina dei vertici degli uffici direttivi requirenti e giudicanti, con privilegi di carriera per i magistrati ministeriali. Tutto questo intacca l'indipendenza dei magistrati. Basta leggere la relazione alla Costituzione: "Per quanto riguarda la indipendenza del potere giudiziario, occorre predisporre una disciplina tale da distaccare del tutto la carriera degli organi del potere giudiziario - giudici e pubblici ministeri - dal potere esecutivo. Quando si parla di carriera, s'intende riferirsi sia alla assegnazione della sede del magistrato sia alle promozioni". La relazione aggiunge "la nomina della commissione di concorso viene sottratta al potere esecutivo, contribuendosi in tal modo alla ulteriore garanzia di indipendenza della magistratura requirente e giudicante".
Il concorso interno per la promozione dei magistrati, bocciato in passato, è censurabile per tre ragioni. Ingiusto perché favorisce i magistrati meno impegnati e gravati di lavoro. Giudici come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che lavorano 20 ore al giorno nei processi di mafia, sarebbero "sconfitti" da magistrati imboscati presso il Ministero. Il sistema è inadeguato anche perché tiene conto delle nozioni teoriche astratte ma non della capacità concreta, della laboriosità, dell'equilibrio e dell'imparzialità. Ed infine è controproducente, poiché turba la serenità ed il prestigio del magistrato distogliendolo dal lavoro di indagine. Infatti, il giudice sarebbe costretto a trascurare il suo lavoro per impegnarsi a vincere il concorso per titoli ed esami ed aspirare ad un ufficio direttivo.
La riforma tende anche ad un modello di pubblico ministero assoggettato burocraticamente al Procuratore della Repubblica, figura centrale la cui nomina sarà di fatto decisa dal Governo attraverso il controllo dei concorsi interni ed i veti del Ministro. Il Procuratore determina i criteri di organizzazione degli uffici e di assegnazione e revoca dei processi ai singoli magistrati. Qui sta il trucco. Garantita la scelta di Procuratori addomesticati si è creato un meccanismo per cui gli stessi Procuratori avranno la possibilità di manovrare e insabbiare i processi che riguardano fatti che toccano i santuari dei poteri forti.
Di dubbia costituzionalità è anche l’istituzione della "Scuola della Magistratura". Il progetto di legge parte dall'esigenza reale di una maggiore professionalità dei magistrati per raggiungere lo scopo diverso di attribuire il controllo della Magistratura al potere esecutivo. E lo fa con un meccanismo sofisticato che affida la "scuola" ad un comitato in cui prevalgono membri controllati dall'esecutivo. Si tratta di compiti, assegnazioni, nomine, trasferimenti e promozioni che l'art. 105 della Costituzione conferisce al CSM a cui invece verrebbero sottratti.
Altro punto rilevante riguarda il potere del Guardasigilli di opporsi al conferimento di incarichi direttivi assegnati in contrasto con il suo parere. Tale potere di interdizione vanifica le competenze del CSM nella nomina dei capi degli uffici giudiziari.
A tutto questo si aggiunge il fatto che la riforma non produce alcun miglioramento della giustizia poiché il Governo non ha proposto e non intende portare avanti alcuna riforma per accelerare i tempi infiniti dei processi civili e penali.
NON ci voleva molto a prevedere che il voto del Parlamento sulla permanenza in Iraq del corpo di spedizione italiano avrebbe suscitato le prefiche dei fautori dell'"ammucchiata". Infatti così è puntualmente avvenuto. Il centrismo nazionale non è quantitativamente rilevante; operativamente è un fenomeno solo virtuale di fronte alla tenaglia del sistema elettorale maggioritario. Dispone però di molte tribune mediatiche e le usa senza risparmio tutte le volte che può.
A differenza della vecchia Dc, titolare d'un centrismo numericamente imponente che, secondo la definizione di De Gasperi, marciava verso sinistra, quello attuale è striminzito e marcia verso destra. Avrebbe voluto tirarsi appresso la parte "responsabile" dell'Ulivo. Patrocinare il taglio alle ali (ma solo all'ala sinistra) classica aspirazione dei moderati di tutti i tempi.
Isolare la sinistra massimalista.
Convincere i riformisti di Prodi che la svolta in Iraq è già avvenuta e sarà infallibilmente formalizzata e solennizzata tra la fine di maggio e quella di giugno e indurli, di conseguenza, a un voto d'astensione se non addirittura di confluenza sulla mozione del governo e sulle dichiarazioni del presidente del Consiglio.
Poiché tutto quello che avevano immaginato non è avvenuto, i fautori dell'"ammucchiata" hanno dato sfogo alle lamentazioni salmodiando la fine del riformismo, il trionfo di Bertinotti, la resa di Prodi, Fassino, Rutelli al massimalismo girotondista e piazzaiolo, intonando insomma il "Miserere" e il "Parce sepultum".
In questa operazione (che non è affatto sorprendente perché ampiamente prevedibile e prevista), si distinguono i soliti noti. Tralascio di proposito i nomi di quelli che scrivono sui giornali e dicono la loro nei salotti tv. Segnalo invece la posizione del partito di Follini e di Buttiglione, schiacciato come un tappeto sulle tesi militaresche di Forza Italia. E, memorabile tra tutti, la posizione di Berlusconi che ha aperto il dibattito alla Camera con un incipit clamoroso: "M'ero illuso che questa volta l'opposizione si comportasse in modo responsabile".
Pensava veramente che la lista dei riformisti considerasse il suo "spot" propagandistico sulla svolta come un approccio serio di un governo serio a una situazione drammaticamente seria?
I berlusconologhi giurano di sì, che lo pensava veramente. Come spessissimo gli capita, s'era autoconvinto che le sue bugie propagandistiche riflettessero la realtà. Quest'uomo è formidabile. Per lui e per i suoi sodali, politici e giornalistici, vale la pena di usare una classica definizione di Flaiano: "Un gruppo di buoni a nulla, capaci di tutto". Sembra tagliato su misura.
* * *
La svolta. Si discute sulla svolta. Se ci sia stata, se ci sarà, se l'abbia effettuata Bush su pressione di Blair oppure di Powell oppure (udite udite) di Berlusconi. O piuttosto per la pressione dei fatti iracheni e le impellenti necessità ch'essi creano sul terreno.
Mi ha sommamente divertito leggere l'altro ieri sul Corriere della Sera due articoli di prima pagina sul tema, appunto, della suddetta svolta.
Uno è firmato da Angelo Panebianco e ha come titolo "La disfatta del riformismo"; autore dell'altro è Gian Antonio Stella e il titolo recita "La svolta rettilinea del Cavaliere". Mi hanno divertito perché sostengono l'uno l'opposto dell'altro. Secondo il primo i riformisti sono in rotta, succubi di Bertinotti, non avendo capito che Berlusconi era finalmente arrivato sulle posizioni da loro fino a quel momento sostenute e proprio in quel momento da loro stessi abbandonate.
Ma Stella dimostra invece esattamente il contrario e cioè che la predetta svolta è del tutto inesistente e che comunque il nostro presidente del Consiglio, dopo avere per oltre un anno sbeffeggiato all'Onu seguendo pedissequamente gli sberleffi lanciati dai neoconservatori americani, dal Pentagono e dalla stessa Casa Bianca contro il Palazzo di Vetro, ha compiuto "una svolta rettilinea", sempre al seguito dei suoi protettori di Washington, affermando da pochi giorni in qua il contrario di quanto ha per un anno conclamato ai quattro venti.
Ora, la verità è quella descritta da Panebianco o quella motteggiata da Stella? La risposta è nei fatti reali e non in quelli virtuali. Del resto i compromessi si possono fare sulle tasse, sulle pensioni, sul mercato del lavoro, sulla patente a punti, sulle regole societarie e su tante altre cose ancora; ma se c'è una questione che richiede e anzi impone scelte nette e non equivoche, quella è la questione della pace e della guerra.
Lì la bugia non è ammessa, il sotterfugio non è consentito, la tergiversazione non può aver luogo. Lì si sta da una parte o dall'altra. Lì il popolo è e dev'essere davvero sovrano perché "ne va la vita". Il presidente del Consiglio ha insultato l'opposizione accusandola di abbandonare i nostri soldati proprio nel momento in cui sono sotto il fuoco della guerriglia.
Ma chi li ha mandati a prendersi le fucilate della guerriglia e le autobombe del terrorismo? Invece che inviare in Iraq medici, tecnici, operatori di pace? Chi ha manipolato il mandato del capo dello Stato e del Consiglio supremo di Difesa che avevano autorizzato soltanto una missione umanitaria? Chi ha accettato che i militari spediti come presidio degli operatori di pace fossero invece impiegati come forza d'occupazione di un territorio ad essi affidato, sotto il comando angloamericano che non è certo lì per ragioni umanitarie ma politiche e d'ordine pubblico? Infine: chi ha la responsabilità politica di quelle morti e delle altre che possono ancora avvenire?
Un capo di governo serio e responsabile avrebbe dovuto dire al Parlamento e al paese la verità fin dal primo momento e comunque ammetterla l'altro ieri di fronte all'evidenza dei fatti. E la verità è che i 3 mila militari italiani sono nella regione di Nassiriya truppe occupanti, esattamente come gli inglesi e gli americani.
Tanto è che da quelli prendono ordini e come loro hanno una zona di territorio assegnata nella quale inglesi e americani non vanno se non su richiesta del comandante italiano. E non ci vanno per la semplice ragione che lì ci sono gli italiani a svolgere lo stesso ruolo e gli stessi compiti che gli angloamericani svolgono nelle altre zone dell'Iraq.
Queste cose avrebbe dovuto dire il presidente del Consiglio. Ma si sarebbe imbattuto nell'ostacolo costituzionale e quindi ha scelto la bugia. Del resto ci riesce benissimo perché una cosa è certa: come bugiardo non ha rivali in tutto il pianeta. È la cosa che meglio gli riesce. È un guinness. All'estero ce lo invidiano.
* * *
In un certo senso l'Onu è già in Iraq perché il segretario generale Annan ha inviato un suo rappresentante, l'algerino Brahimi, con il compito di suggerire nomi credibili per la formazione di un nuovo governo provvisorio che sarà installato dalla coalizione entro il 30 giugno. Quest'iniziativa rientra nei poteri del segretario generale, infatti non c'è stato bisogno di nessuna apposita risoluzione del Consiglio di sicurezza.
Egualmente rientra nei poteri di Annan di delegare a suoi rappresentanti un ruolo di consulenza per preparare insieme al governo provvisorio le elezioni da tenersi nel prossimo gennaio.
È questa la svolta? No, non è questa. Sarà una presenza importante quella dei delegati del segretario generale dell'Onu? La risposta l'ha data ufficialmente lo stesso Brahimi: "Una presenza e un ruolo molto limitati". Del resto Brahimi lavora al suo progetto da oltre due mesi e da oltre due mesi le date per l'insediamento del governo provvisorio e per le elezioni nel gennaio 2005 sono arcinote.
Le notizie comunicate al Parlamento da Berlusconi come prova della svolta sono sui giornali di tutto il mondo dallo scorso marzo. La sorpresa, il risultato eclatante del viaggio americano del nostro presidente del Consiglio sono sull'Ansa di sessanta giorni fa.
La strombazzata sovranità del governo provvisorio sarà puramente simbolica, anche questo è risaputo. Più interessante sarà invece l'organizzazione della sicurezza sul terreno. Per quanto se ne sa (ma Berlusconi nulla ha detto in proposito nelle sue comunicazioni al Parlamento) essa si articolerà nei seguenti punti.
1. Responsabile della sicurezza e dell'ordine pubblico nelle città saranno la polizia e l'esercito iracheno, coordinati naturalmente dal Comando della coalizione.
2. La seconda linea situata alla cintura esterna delle città sarà affidata a truppe che dovrebbero affluire da paesi non attualmente occupanti. Soprattutto da paesi appartenenti alla Lega araba o da altri Stati musulmani.
3. L'attuale armata d'occupazione dovrebbe acquartierarsi nelle basi già predisposte, pronta tuttavia a interventi d'emergenza - specie con aerei ed elicotteri da combattimento - in casi di emergenza.
4. La lotta al terrorismo proseguirà affidata a intelligence e a corpi speciali.
5. Questo schieramento, basato su tre anelli, entrerà in vigore quando l'attuale guerriglia e le attuali insorgenze saranno state domate e quando polizia ed esercito iracheni saranno in grado d'assolvere ai compiti di cui al numero 1.
Cioè quando? Non si sa, non c'è risposta. Quale sarà il ruolo dell'Onu in tema di sicurezza? Non c'è risposta.
I paesi della Lega araba sono pronti a inviare truppe? Sono già stati consultati? Non c'è risposta.
Altri paesi europei, la Russia, la Cina, l'India, sono disponibili? La Germania ha già detto: grazie, per ora no. La Russia idem. Idem la Cina. La Francia ha detto di più: non manderemo truppe né ora né poi, neppure sotto bandiera Onu. Chi dunque s'unirà all'attuale coalizione e quando? Non c'è risposta. Tutti sono invece pronti a mandare medici, tecnici, operatori di pace. Anche subito. Truppe no. È questa la svolta?
Le nostre vedove centriste e terziste (è quasi la stessa cosa) hanno compianto Prodi, trascinato suo malgrado a fianco di Bertinotti. Ma Prodi ha parlato ieri a Milano agli stati generali del centrosinistra. Ha detto sulla guerra irachena, sul dopoguerra, sull'America, sulle torture, parole ancora più dure di quelle di Bertinotti. Possono essere non condivise o addirittura deplorate ma nessuna persona intellettualmente perbene potrà continuare a sostenere che Prodi è stato "messo in mezzo" suo malgrado.
Resta la questione della nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza. Berlusconi, con l'aria di un Pierino, ha dichiarato che la risoluzione ci sarà entro il mese di giugno. Può darsi, ma lui che ne sa? E che cosa dirà quella risoluzione? L'Italia non fa parte del Consiglio di sicurezza. La Francia ha già specificato la propria posizione: vuole una conferenza internazionale che decida la sorte dell'Iraq nel quadro dell'intero riassetto della regione mesopotamica e mediorientale; vuole una data-limite entro la quale le truppe d'occupazione se ne debbano andare; vuole che il governo iracheno dopo le elezioni sia sovrano e indipendente; vuole che il petrolio sia subito restituito agli iracheni. Non vuole che la Nato sia utilizzata in Iraq. Germania e Russia sono sulla stessa linea.
In compenso Berlusconi, quando li incontra, dà e riceve pacche sulle spalle e qualche bacio da Putin, da Chirac, da Blair, ovviamente da Bush e - con qualche riserbo in più - anche da Schröder e Zapatero.
Questo è lo stato delle cose.
Il riformismo è stato sconfitto? Non sembra. S'è messo al rimorchio dei massimalisti? Non direi perché la sua posizione è sempre la stessa fin dall'aprile del 2003 quando scoppiò la guerra irachena. Per votare la prosecuzione della missione italiana in Iraq voleva e vuole che il Consiglio di sicurezza dell'Onu voti la sostituzione dell'autorità d'occupazione angloamericana con una coalizione agli ordini dell'Onu che abbia autorità insieme politica e militare.
Non è accaduto e ovviamente non accadrà, perciò tutto il centrosinistra ha votato per il ritiro delle truppe. Le quali, naturalmente, restano dove sono poiché il nostro governo segue Bush punto e basta. Buoni a niente ma capaci di tutto. Lapidario.
Cos’è accaduto sui ponti di Nassiriya fra il 5 ed il 6 aprile scorsi?
Secondo la versione più o meno ufficiale fornita dai militari italiani, alcuni reparti che nella notte si erano mossi per riprendere il controllo dei tre ponti che attraversano il fiume Eufrate e dividono la città in due, sono stati accolti dal fuoco di miliziani iracheni appostati nei pressi. Per difendersi i soldati italiani (che hanno avuto dodici feriti nelle loro fila) hanno a loro volta sparato, uccidendo un numero imprecisato di armati e di civili che si trovavano nelle vicinanze. Si è parlato inizialmente di una quindicina di morti fra gli iracheni. Poi, più genericamente di alcune decine. Ma c’è perfino chi in una corrispondenza da Nassiriya, dopo avere interpellato sia le fonti italiane sia i capitribù locali, avanza l’ipotesi che le vittime siano state molte di più: sino a 200. Secondo un sito online specializzato in questioni militari la battaglia è stata preceduta da un crescente clima di tensione che ha portato al ridimensionamento della normale attività operativa dei reparti italiani ed è stata, infine, innescata dall'occupazione militare dei ponti dai ribelli sciiti e dal conseguente ordine del comando britannico di ripristinare la libera circolazione. Lo Stato maggiore della Difesa nazionale ha aderito alla richiesta britannica e il generale Chiarini, comandante del contingente italiano, ha avuto luce verde per l'attacco. Si calcola che in diciotto ore di battaglia siano stati sparati complessivamente centomila proiettili. Uno scenario tipicamente bellico che contraddice le incredibili dichiarazioni del ministro della Difesa Martino: tutto tranquillo, situazione sotto controllo, missione di pace. Le testimonianze degli italiani, militari e civili, rientrati da Nassiriya, concordano nel dire che da quel giorno il rapporto tra la popolazione locale ed il contingente italiano, che era già peggiorato negli ultimi tempi, è diventato ancora più teso, nonostante abbia sinora retto la tregua concordata dal comando italiano e dalla Cpa (Amministrazone provvisoria della coalizione) locale con la mediazione dei notabili locali.
Da dove venivano i miliziani sciiti che hanno combattuto contro gli italiani?
Si è parlato genericamente di «gente venuta da fuori». E sono fiorite illazioni su infiltrazioni dai paesi vicini, in particolare dall’Iran. Avvalorando queste tesi, poi rivelatesi probabilmente infondate, una parte dei media ha dato forza alla edulcorata immagine governativa dei presunti idilliaci rapporti fra truppe italiane e popolazione locale. Solo un disegno destabilizzatore esterno poteva intervenire a turbare la quiete amorosa di Nassiriya, secondo i sostenitori della ingerenza straniera. Ma le informazioni raccolte sul posto nelle settimane successive hanno chiarito che i gruppi legati al leader radicale sciita Moqtada Sadr venivano in gran parte da cittadine e villaggi limitrofi: Ash Shatra, Suq Ash, Shuyukh, Al Fukud, Al Rifai. Sono tutte località della privincia di Dhi Qar, di cui Nassiriya è il capoluogo.
Cos’è veramente accaduto nelle ultime settimane a Falluja?
Gli americani sono avari di notizie sulle operazioni compiute nella città del cosiddetto triangolo sunnita, area in cui il regime di Saddam aveva più consensi, e nella quale più accanita è stata la resistenza contro l’occupazione. Per molti giorni Falluja è rimasta isolata ed inaccessibile a chiunque, con l’eccezione delle forze statunitensi che la circondavano dopo esservi penetrate per vendicare il trattamento inflitto a quattro marines: dopo essere stati uccisi, i loro corpi erano stati fatti a pezzi e esposti al pubblico ludibrio dalla folla inferocita. I particolari della rappresaglia ancora sono quasi ignoti. Porzioni di verità emergono a poco a poco dal racconto di alcuni feriti trasportati in ospedali di Baghdad, e degli sfollati. Si calcola che fra guerriglieri e civili siano state uccise 1500 persone. Molti sono caduti sotto i colpi di cecchini americani appostati sui tetti, in una drammaticamente curiosa inversione di ruoli fra truppe regolari e formazioni ribelli. Le cifre ufficiali di fonte americana sugli iracheni uccisi in tutto il paese, a partire dal primo di aprile, giorno in cui è iniziata la battaglia di Falluja, si aggirano su mille. Gli Usa si rifiutano di dire quanti in quel numero siano civili. Ufficialmente per loro non esistono vittime civili.
Chi sono i terroristi che hanno rapito quattro italiani, ne hanno ucciso uno, e sino a ieri sera non avevano rilasciato gli altri tre?
Sono stati spregiativamente definiti «banditi di strada». L’espressione denota un ovvio giudizio di condanna nei confronti degli autori di un gesto vile, da qualunque punto di vista lo si consideri. Ma rischia di essere fuorviante, perché accredita l’ipotesi di un sequestro compiuto da criminali comuni, o da gente che agisce senza un disegno preciso. Caratteristiche che sembrano invece contraddette dal loro comportamento, sin dall’inizio di questa dolorosa e misteriosa vicenda. Il rapimento fu accompagnato dalla diffusione di un comunicato in cui si rivendicavano le motivazioni politiche dell’impresa e si indicavano gli obiettivi: via le truppe italiane dall’Iraq, scuse ufficiali da parte del primo ministro Berlusconi per l’appoggio dato all’occupazione statunitense. Non solo, un altro comunicato accompagnò la brutale esecuzione di Fabrizio Quattrocchi, nel quale, citando le dichiarazioni rilasciate da Berlusconi dopo il sequetro, le si giudicava il segno di una scelta a favore della permanenza a Nassiriya e di scarsa considerazione per la sorte dei concittadini prigionieri. La tempestività nella diffusione dei messaggi, il loro contenuto politico molto chiaro nella sua spietata schmaticità, la disponibilità di telecamere per filmare prima i rapiti poi l’uccisione, e di canali per far pervenire quei video alla tv Al Jazira, dimostra che di fronte a sé il governo e l’intelligence italiana non hanno affatto un gruppo di sprovveduti.
A che punto è la ricostruzione economica dell’Iraq?
Al di là dei piccoli progetti per la ristrutturazione di edifici scolastici, il ripristino della distribuzione di energia elettrica, la sistemazione di piccole reti fognarie, tutte opere utili, nelle quali si sono prodigati ad esempio i militari italiani a Nassiriya, non è ancora partito alcuno dei grandi interventi necessari a rimettere in sesto un’economia che era già in ginocchio ai tempi di Saddam, ed è crollata al suolo con la guerra. I beneficiari del businness sono in molti casi già stati designati, e sono per lo più grosse aziende americane. Altre gare d’appalto, tutte pilotate da Washington, sono state indette. In Italia il governo ha promosso convegni per spiegare ai nostri imprenditori quanto sia lucroso investire nella ricostruzione dell’Iraq. Ma le persistenti condizioni di caos e insicurezza non hanno sinora consentito il decollo di alcuna grande opera. Strade, ferrovie, ponti danneggiati o distrutti, sono rimasti tali. Le maggiori centrali elettriche restano nello stato di obsolescenza in cui si trovavano prima della guerra. Ma il segno principe dello sconquasso materiale iracheno è la situazione dei pozzi petroliferi e delle raffinerie, sottoposti ad attacchi e sabotaggi continui. Tanto che oggi l’Iraq deve importare persino la benzina per la circolazione delle auto, e i prezzi del carburante sono saliti alle stelle. Il colmo per il secondo produttore mondiale di greggio.