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Levata di scudi contro le «forzature» della giunta per la sublagunare. «Una scelta già fatta e votata dal Consiglio comunale», ha detto l’assessore ai Lavori pubblici Marco Corsini in una intervista alla Nuova. «Non è affatto vero», lo smentisce la presidente del Consiglo Mara Rumiz, «è ora di smetterla con il gioco delle tre carte. La città non vuole essere espropriata come per la Biennale, il Mose e la Cini».



«Non ho preclusioni a discutere sui nuovi progetti», dice la Rumiz, «ma non si possono forzare le procedure. Quando nel Piano Triennale abbiamo votato il collegamento veloce Tessera-Arsenale era per attivare i fondi statali. E la giunta aveva garantito che non si trattava di un via libera al progetto. Occorrono procedure chiare e trasparenti». Di «forzature evidenti» parla anche il deputato dei Ds Michele Vianello, che annuncia un ricorso alla Corte dei Conti. «Vorrei sapere», attacca, «come mai se l’opera è a carico dello Stato i soci del promotore Actv non siano stati scelti con una gara. Com’è possibile che il pubblico metta i soldi e il privato compartecipi? E’ un regalo per pochi». «In genere io credo nella politica, non mi piace chiedere l’intervento della magistratura. Ma viste le forzature evidenti dell’assessore Corsini, che mi auguro abbia parlato a titolo personale, non resta altra strada che chiedere l’intervento della magistratura».

Dure critiche a Corsini e alla politica della giunta arrivano anche dai Verdi. «Invitiamo l’assessore a portare subito in Consiglio comunale il progetto e soprattutto la comparazione tra il collegamento veloce sublagunare e quello per via acquea», dice il capogruppo Flavio Dal Corso, «non è affatto vero che il Consiglio comunale abia deciso, e non basta attivare procedure per dire che una città ha deciso cambiamenti epocali». Polemico anche Sandro Bergantin, vicepresidente del Consiglio comunale, autore insieme a Dal Corso, Gianfranco Bettin e Pierluigi Gasparini (Ds) di una interrogazione sull’argomento. «Non si può considerare un’opera già approvata con una furbizia procedurale», dice. E a pochi mesi dalle elezioni il dibattitito si infiamma. Il sindaco Paolo Costa e i suoi fedelissimi (tra cui l’assessore Corsini) sono determinati ad accelerare le procedure per portare avanti il progetto di sublagunare. «E’ stato approvato, e poi era nel programma del sindaco», ripete Corsini, Avvocato dello Stato portato a Venezia da Paolo Costa nel 2000. Il tubo da Tessera all’Arsenale (prolungabile al Lido) prevede 7 fermate e 11 grandi piazzole di emergenza in mezzo alla laguna, e un tram che porterebbe dall’aeroporto all’Arsenale 2400 persone l’ora in 14 minuti, la metà di quanto si impiega per via acquea. Costo, 360 milioni di euro, di cui il 60 per cento a carico dello Stato. Un progetto contestato, già bocciato 15 anni fa sull’onda della protesta internazionale.

VENEZIA - Alle sei di sera, quando la marea scende al minimo, solo il Canal Grande resta navigabile. Fantasmi di vaporetti fischiano nella nebbia, il resto è deserto. Nelle altre grandi arterie traffico zero, rumori zero. Rio Cannaregio vuoto, rio de la Scomenzera vuoto. Sei di sera, bassa marea di tutto, anche di turisti, prima dell'onda di piena del carnevale. E' il quinto giorno di fila che, per un gioco di lune, maree e pressione atmosferica, Venezia va in secca.

Succede quasi ogni anno di questa stagione, dopo i mari gonfi di novembre, quando lo scirocco imbottiglia la Laguna. Ma stavolta sembra durare di più, la navigazione è semiparalizzata, stranieri aspettano alle fermate vuote dei vaporetti senza capire, sull'orlo di un mare che non c'è, inghiottito dal fango nero come la pece.

Riva de l'Oio: la Cà d'Oro, dicono, è di fronte. Ma non si vede niente. Tutta la riva Nord è inghiottita dalla nebbia viola della sera. Ti appare a pochi metri solo il fango tra le palizzate, pieno di copertoni abbandonati. Un pezzo di Canal Grande in secca. Non c'è solo l'acqua alta, a Venezia. Non c'è solo la sirena che urla come per annunciar bombardamenti, San Marco allagata, le passerelle piene di giapponesi, i vaporetti che non passano sotto i ponti.

C'è anche l'acqua bassa. Solo che questa arriva felpata, in silenzio, in bassa stagione, senza vento e senza far notizia. Non la annunciano con le sirene, ma con un ronzìo di Sms sui telefonini. E le bastano settanta centimetri - settanta sotto il livello medio - per trasformare in un'ombra la Vecchia Signora.


Con l'acqua alta, almeno, Venezia si culla nel suo elemento, si veste del suo mito. Venezia in secca, invece, è una città nuda, una gran dama coperta di cerone che svela le sue magagne. Emergono come dopo l'onda di ritorno di un maremoto. Lo sprofondamento - ventitré centimetri in un secolo - disegnato nella linea umida coperta di alghe che passa le fondamenta in pietra d'Istria e infradicia le rosse mura in mattoni. Le palizzate corrose dai vermi d'acqua. I canali minori non dragati. Le fogne che sboccano nei rii. Decenni di immondizie gettate in mare dalle case, la rugginosa carie che si mangia i palazzi antichi sotto il bagnasciuga. Nessuno fotografa Venezia con l'acqua bassa.

Basta uscire dal Canal Grande e comincia un viaggio all'inseguimento di ombre, come in una storia illustrata di Hugo Pratt. Pochi passanti frettolosi, un labirinto silenzioso di canali immobili. Il canale di San Nicolò dei Mendìcoli è un paesaggio da day after. Arsenali di barche in secca tra un ponte e l'altro. "Gozzi" di traverso, "sampierote" col timone schizzato dai cardini, "topi" incollati al fango nero del fondale come sulla plastilina.

In Rio Marin, nel sestiere di San Polo, una grossa "topa" è letteralmente appesa nel vuoto sulle sue gomene. In fondamenta Rimpeto Mocenigo, sotto il ponte de la Rioda una scialuppa piatta penzola di tre quarti, sgocciolando nell'acqua verdegrigia. "S'ciopòn si chiama" mi spiegano, "perché ci si andava con lo schioppo a caccia di anatre".

"Sono solo pochi anni che si è ripreso a dragare il fondo dei canali dopo decenni di incuria - spiega Pierpaolo Campestrini, direttore del Consorzio ricerche sulla laguna - e quest'opera non deve assolutamente fermarsi. Là dove si è dragato a dovere la piccola navigazione non si ferma con la bassa marea. Purtroppo sono due anni che nella Finanziaria non c'è un euro per questa manutenzione, e il rischio è che Venezia si impaludi di nuovo".

E se a Venezia non si naviga, la vita si ferma. Scarico merci, ambulanze, vigili del fuoco. La Fenice è andata a fuoco perché un canale, bloccato per lavori, sbarrava la strada ai pompieri. Due giorni fa una donna, che si era rotta il femore all'inaugurazione di una mostra, ha dovuto aspettare i soccorsi quasi un'ora perché i motoscafi non passavano.

A Campo San Polo scaricano fusti di birra da un "topo" da mercanzia, ma le rive son troppo alte, e per giunta coperte di limo. Alzare a braccia le botti è una fatica bestia, volano le bestemmie, i "va remengo", le maledizioni ai morti e al sindaco che non scava i canali. Entrare e uscire dalle barche più piccole richiede fenomenali equilibrismi. Funzionano bene solo le gondole-traghetto, con i loro pontili di legno a scalinata. Mezzo euro e sei oltre, ma poi ti accorgi che anche i pontili sono insicuri, hanno alcuni pali corrosi o ridotti a moncherini. Mandibole devastate dalla piorrea che filtrano il limo del fondale.

Nel rio de la Tana, a due passi dai gloriosi leoni marmorei dell'Arsenale, una delle ultime sacche della Venezia proletaria, solo la nebbia impedisce di vedere il riemergere di cessi, lavatrici, cestelli di plastica, ferraglia contorta. Dai boccaporti degli scoli sbucano rivoli color inchiostro, ricordano che Venezia, città inondata dai miliardi del turismo, è anche l'unica in Europa senza un sistema fognario. Con l'acqua bassa vien fuori tutto. La puzza, e meno male che non è estate. Le "pantegane", i ratti da fondamenta. Con l'alta marea, almeno, li trovi morti. Ma con quella bassa eccoli che trottano, vivissimi.

Molti pendolari protestano per la "vergogna" della paralisi del traffico. Ma molti indigeni sembrano godersi l'emergenza come una benedizione, una tregua prima della "catastrofe" del carnevale. I bambini invadono Campo San Giacomo dell'Orio per giocare a pallone sotto i lampioni. "Ocio, piera bianca culo nero!", grida uno di loro, per avvertirti che con l'umidità il lastricato in pietra d'Istria diventa scivoloso.

Anche l'acqua rivela le sue dinamiche arcane. "Basta guardare la direzione della corrente e trovi i punti cardinali", spiega Cristina Giussani, velista e titolare di una libreria di cose di mare. E' facile, con la marea che sale l'acqua va a Nord, con la marea che scende il flusso si inverte e va a Sud. Lo vedi dai "bòvoli", i piccoli vortici sotto i punti, attorno ai pali o dove i canali cambiano direzione.

Che silenzio. "Varda che bea Venezia" gode Alberto Fiorin, indigeno purosangue, e in mezzo ai colonnati deserti del mercato di Rialto, racconta delle voci dei venditori e del colpo secco con cui i pescivendoli decapitavano le anguille già alle cinque del mattino. "Lotrega, meciato, verzelata", una lapide parla di pesci dai nomi quasi estinti, definendone la lunghezza minima per lo smercio. Palizzate corrose, fondamenta fradicie, fogne a cielo aperto, tutto dimenticato.

Oltre il Canal Grande e le luminarie di Strada Nova col popolo che va e viene dalla stazione, il buio ci inghiotte di nuovo nei sotoporteghi del ghetto nuovo. La secca è al massimo, il deflusso in rio Cannaregio, deserto di vaporetti, è velocissimo come quello di un fiume. Venezia ce l'ha fatta ancora una volta.

Mose, il Consiglio di Stato conferma la sentenza del Tar

Il Consiglio di Stato ha dato ragione al Consorzio Venezia Nuova (un consorzio di imprese di costruzione cui lo Stato ha delegato lo studio, la sperimentazione, la progettazione e l’esecuzione di tutte le opere per la salvaguardia della Laguna di Venezia): il vero Potere che, nell’assenza o nella complicità di quelli istituzionali, governa la città più bella del mondo. Le informazioni sono da la Nuova Venezia del 21 e 22 dicembre 2004

(21 dicembre) Il Consiglio di Stato conferma la sentenza del Tar Veneto sul Mose. L’iter delle apporvazioni, secondo i giudici romani, sarebbe stato regolare. Ma il Codacons, l’associazione in difesa dei Consumetori, annuncia un nuovo ricorso all’Europa. «E’ un’opera inutile, che non risolverà il problema delle acque alte, stravolgerà l’ambiente e peserà sulle casse dello Stato», dice il presidente nazionale del Codacons, avvocato Carlo Rienzi.

Una storia che non è finita, quella della grande opera. Sabato il congresso provinciale dei Ds ha approvato all’unanimità un ordine del giorno che invita il Comune a fare marcia indietro sulla salvaguardia, e a recuperare un ruolo da protagonista nella vicenda. E i dubbi sulla grande opera aumentano. Intanto però i cantieri proseguono spediti, A Punta Sabbioni è nato un nuovo comitato («I danni del Mose») che chiede di sapere cosa succederà al loro territorio. A Ca’ Roman gli ambientalisti della Lipu protestano perché l’oasi naturalistica sarà presto invasa dai cantieri. A Santa Maria del Mare è previsto il taglio della diga ottocentesca per realizzare l’enorme conca di navigazione. A Sant’Erasmo già si lavora ai fondali dell’isola artificiale da 7 ettari e mezzo che sorgerà davanti al bacàn. I progetti già in parte approvati prevedono lavori per 4 miliardi di euro e alle tre bocche una colata di milioni di metri cubi di cemento. Così il Codacons, come già le associazioni ambientaliste, hanno fatto ricorso all’Europa. (a.v.)

«Sul Mose ricorso alla Corte europea»

(22 dicembre) «Siamo stupefatti da questa sentenza che dà il via libera al Consorzio Venezia Nuova senza nemmeno considerare le normative europee e le alternative possibili». All’indomani della sentenza del Consiglio di Stato, che ha respinto in blocco i ricorsi contro le procedure di approvazione del progetto Mose, ambientalisti e Codacons annunciano un ricorso alla Corte europea. «Rischiano di stravolgere l’intero ecosistema lagunare senza risolvere il problema delle acque alte», protesta il responsabile nazionale del Wwf Stefano Lenzi, «c’erano soluzioni più economiche e reversibili che avrebbero permesso di affrontare il problema senza distruggere la laguna».

Di segno opposto il commento del presidente del Veneto Giancarlo Galan. «Il sindaco Costa ora dovrebbe chiedere i danni ai suoi assessori che lo hanno costretto a fare un ricorso assurdo», dice Galan, «la grande opera è partita e Venezia tra qualche anno sarà al riparo dalle acque alte eccezionali».

Una battaglia che continua in sede politica. I Ds hanno approvato al loro congresso un ordine del giorno che impegna la prossima amministrazione a «cambiare registro sulla salvaguardIa». «Il Mose è la madre di tutti gli sprechi», commenta la deputata dei Verdi Luana Zanella, «non risolverà il problema delle acque alte ma in compneso comprometterà l’attività del porto e provocherà seri problemi alla laguna».

Intanto l’iter del grande progetto va avanti. Sono decine i Grandi cantieri approvati in questi giorni dal Comitato tecnico di magistratura e dalla commissione di Impatto ambientale della Regione. Saranno installati dal Consorzio Venezia alle tre bocche di porto di Lido, Malamocco e Alberoni. Si comincia con le dighe foranee (già ultimate a Malamocco) e con i porti rifugio, in costruzione a Chioggia e a Punta Sabbioni. Nel litorale intanto si è costituito un nuovo comitato che si chiama «I danni del Mose», ed è intenzionato a battersi per cercare di ridurre al minimo il devastante impatto delle opere sul territorio. Un’opera che il governo ha inserito nella Legge Obiettivo, saltando così le procedure previste dalla Legge Speciale e affidando la Valutazione di Impatto alla Regione. (a.v.)

Raccolta firme in Parlamento per chiedere l’intervento dell’Ue

VENEZIA. Due cannonate contro il Mose. Un appello all’Europa e la richiesta - senza precedenti - di annullare una delibera del Comitatone. Il deputato veneziano dei Ds Michele Vianello alza il tiro. E annuncia iniziative clamorose per fermare una procedura definita «illegittima».

Vianello, ex vicesindaco silurato dal sindaco Paolo Costa - con la «non opposizione» del suo partito - ora si prende la rivincita. E vuole dimostrare che gli allarmi lanciati erano fondati. La scelta del luogo, il Municipio, ha anche un valore simbolico, dal momento che il Comune un anno fa aveva votato a favore della delibera che dava il via libera al Mose. Ieri Vianello si è presentato con il portavoce nazionale della Sinistra ecologista Sergio Gentili e con il responsabile nazionale Infrastrutture dei Ds, capogruppo in commissione Ambiente, Fabrizio Vigni.

La clamorosa novità consiste nell’intenzione, annunciata ieri da Vianello e appoggiata da Vigni e Gentili, di presentare un ricorso per impugnare la delibera del Comitatone del 3 aprile 2003. «Sono state commesse tre pesanti violazioni di legge», accusa il parlamentare. La prima, quella di aver autorizzato quel giorno il passaggio alla fase esecutiva del Mose e la sua realizzazione senza che ci fossero tutti i pareri di legge. La dimostrazione, secondo il deputato Ds, è che l’ultimo, contestato via libera, è arrivato pochi giorni fa dalla Salvaguardia. «Adesso chiederò di acquisire i verbali del Cipe», spiega, «il Comitato per la programmazione economica presieduto dal ministro Lunardi che ha autorizzato i finanziamenti al Mose. Come ha potuto se il Cipe delibera solo a procedura conclusa?» La seconda violazione, spiega Vianello, riguarda l’articolo 3 della legge 139 del 1992. Quello inserito con emendamento del veneziano Sergio Vazzoler che subordinava l’uso dei fondi per il progetto Mose a «un adeguato avanzamento degli altri interventi di riequilibrio». «Anche questo non è stato fatto», accusa Vianello, «hanno guardato solo quanti soldi sono stati spesi, ed è un precedente gravissimo». Terza violazione di legge, la Valutazione di Impatto ambientale. «La più importante opera di ingegneria ambientale d’Europa viene approvata senza la Via, è una forzatura inaccettabile». Per questo Vianello intende ora con l’appoggio delle associazioni «invalidare» la seduta del Comitatone. Non basta. «Abbiamo raccolto già molte firme di colleghi parlamentari di tutti i partiti», dice Vianello, «e chiederemo ufficialmente alla commissaria europea Walstrom di aprire una procedura, e di approfondire le questioni già sollevate dal Wwf».

«Questo governo gioca la sua immagine sulle grandi opere», dice Fabrizio Vigni, responsabile nazionale dei Ds per le Infrastrutture «ma con questo flusso di finanziamenti le 276 opere promesse saranno concluse nel 2079. dei 126 miliardi di euro necessari ne sono stati stanziati solo 5,3. Non si possono aprire cantieri senza avere i soldi per finire l’opera. Questa è una politica improntata all’affarismo e non al rispetto dell’ambiente». Un concetto ripreso da Sergio Gentili, portavoce della Sinistra ecologista. «Per noi il Mose è un’opera sbagliata, che non risolve i problemi dell’acqua alta», dice, «per risolvere il problema non si può intervenire solo in ternmini idraulici, bisogna affrontare le cause del dissesto lagunare. Ma questo non fa parte della cultura di questo governo che usa il patrimonio ambientale in termini mercantili, come il condono e la svendita del patrimonio culturale». Nei prossimi giorni, gli avvocati della Sinistra ecologista metteranno a punto il ricorso. E la richiesta dei parlamentari di bloccare l’iter sarà inviata in Europa.

ALBERTO VITUCCI

«Una procedura irregolare»

VENEZIA. «La procedura adottata per dare il via libera al Mose è illegittima». La prima segnalazione, scritta, era arrivata al Magistrato alle Acque dal direttore generale del ministero per l’Ambiente Bruno Agricola. Alla fine del 2002, alla vigilia del Comitatone che avrebbe approvato il progetto Mose, Agricola aveva inviato una lettera che certificava l’obbligo, previsto dalla legge, di concludere la Valutazione di Impatto ambientale nazionale. Il Comitatone aveva deciso diversamente, affidando per la prima volta la Via alla Regione. Anche all’Ambiente c’erano state valutazioni differenti. Il ministro Altero Matteoli, che pure aveva criticato il progetto, aveva poi votato il via libera al Mose e dichiarato di «non riconoscersi» nelle posizioni espresse in Salvaguardia dal suo rappresentante, il docente Iuav Stefano Boato. «Ho fatto il mio dovere», ha risposto Boato, «sottoponendo alla commissione documenti che dovevano essere valutati per dare un giudizio di merito. Ma si è deciso di passare subito al voto, senza neanche una proposta di parere. Anche il presidente Galan mi ha dato atto della mia correttezza». (a.v.)

«Il Consiglio comunale ha già deciso. La sublagunare si deve fare, e io ho il dovere di portare avanti tutte le procedure di legge». E’ un assessore «tecnico», ma di politica se ne intende. Marco Corsini, avvocato dello Stato da quattro anni assessore ai Lavori pubblici chiamato da Paolo Costa, non lascia spazio a dubbi: «Non capisco questo allarme, non ci sono forzature, né viene espropriato il Comune». Due anni dopo, riesplode la polemica sulla grande opera sotto la laguna. La novità è che in questi giorni in Provincia è stato depositato lo Studio di Impatto ambientale, cioè il progetto dettagliato di quello che succederà con i lavori. Un passaggio imprevisto, perché in origine la sublagunare doveva essere finanziata tutta dalle imprese.

Poco importa che siano sempre di più i dubbi e le riserve sulla grande opera, già proposta da Gianni De Michelis 15 anni fa e bocciata sull’onda della protesta internazionale. Non conta che molti consiglieri abbiano chiesto un dibattito urgente. L’iter va avanti, e Corsini lo difende. Il suo obiettivo, dice, «è quello di mantenere le promesse e realizzare le opere ferme da anni».

Dunque hanno torto i consiglieri che denunciano la mancanza di un dibattito in Consiglio comunale?

«La programmazione dei lavori pubblici è di competenza del Consiglio comunale, e questa è stata esercitata nel 2002, quando è stato apprrvato l’inserimento nei programmi della sublagunare, che peraltro era già un punto del programma elettorale del sindaco».

Una righetta in un documento basta per decidere una trasformazione epocale?

«Non è una righetta, è il passaggio previsto dalla legge. Non posso accettare che si riduca a cavillo una procedura di legge. Se qualcuno per convenienza politica ha fatto finta di non vedere non so che farci. Si fanno dibattiti di ore per un marciapiedi...»

Forse la sublagunare è opera un po’ più complessa.

«Il principio non cambia. Se il Consiglio comunale vota sì, io ho il dovere di portarla avanti. Ma ora il Consiglio comunale ha esaurito il suo compito. Chi decide deve assumersi la responsabilità, non si può sempre tornare indietro: ci sono impegni presi e contratti firmati».

Una procedura forzata che ricorda un po’ quella del Mose. I lavori sono cominciati, eppure la città aveva espresso forti dubbi, il Consiglio comunale aveva addirittura votato no al progetto definitivo.

«Qui è più semplice, perché quest’opera non è stata concepita a Roma, ma a Venezia»

Lei è sicuro che Venezia la voglia, questa sublagunare?

«Ammetto che il dibattito finora non c’è stato, in una città dove si passano mesi a dibattere sulle opere finite, come la scala della torre di Mestre. Ma si farà, la procedura di Via lo prevede».

Non sarà tardi, magari con i contratti già firmati?

«Se il Consiglio comunale viuole può fare una mozione e chiedere che tutto si fermi. Ma è una scelta politica».

I saggi nominati dal Comune avevano bocciato il progetto, due anni fa.

«Avevano dato un parere articolato e molte prescrizioni. Il nostro responsabile del procedimento Roberto Scibilia ha ritenuto accolte tutte le prescrizioni».

Secondo lei il tram sott’acqua è una priorità per questa città e ne risolve i problemi?

«Da solo non basta, è evidente. Ma comunque se si va sotto è meglio. Si riduce anche il moto ondoso, e si rivitalizza l’Arsenale».

Val la pena fare tutto questo lavoro per risparmiare un quarto d’ora? Perché non provate con un vaporetto, magari studiato per correre di più e fare meno onde?

«Perché la scelta è già stata fatta. E io ho l’incarico di portarla a termine».

I soldi ci sono tutti?

«Il 60 per cento li metterà a disposizione lo Stato, i privati da soli non ce la facevano».

Come mai le imprese in corsa sono le stesse del Mose, della Fenice, di Insula, del Parco di San Giuliano?

«Questo non lo so. Io faccio sempre le gare e chi vince vince. Anche per il progetto si farà una gara, e vincerà il migliore. In ogni caso sono imprese che i lavori li finiscono. La Holzmann e la Ferrovial le abbiamo dovute cacciare».

Sulla Sublagunare si veda anche:

Salzano, Vogliono bucare Venezia

Vitucci, Sublagunare, domani il verdetto

Erbani, Se la Laguna si trasforma in un Club Mediterannée

Vitucci, La politica degli annunci

«Fino al '97 le norme hanno funzionato benissimo, poi Roberto D'Agostino ha sbracato fuori tutto». Il tema della frenetica trasformazione del patrimonio edilizio cittadino da residenziale a ricettivo - turistico è ritornato alla ribalta con la lettera che la Commissione di Salvaguardia ha inviato al sindaco, Massimo Cacciari, chiedendogli di intervenire sul Piano regolatore per mettere dei freni. E ispiratore della lettera è stato Stefano Boato, già assessore all'Urbanistica della giunta Casellati, che ieri è tornato personalmente sulla questione attaccando senza mezzi termini l'assessore uscente, alla guida dell'Urbanistica per le due giunte Cacciari e poi con Costa alla Pianificazione strategica.

«Non vorrei - ha polemizzato Boato - che il problema dei Bed & Breakfast, che tutto sommato è marginale, oscurasse il problema vero». Limitare i "B&B", ha spiegato Boato, è difficile, perché in apparenza, se non si tratta di affittacamere camuffati, l'appartamento interessato rimane residenziale. «Ma il vero problema - ha accusato - sono gli alberghi, che si stanno mangiando d'un colpo interi palazzi e poi gli appartamenti singoli vicini, che vengono inglobati nell'attività, e gli affittacamere, che sottraggono case alla residenza».

E ciò, ha accusato Boato, è perché D'Agostino ha stravolto la variante urbanistica della città antica, varata dalla giunta Casellati e conclusa dalla giunta Bergamo con assessore Vittorio Salvagno, rendendo possibili i cambi d'uso. «Prima - ha sostenuto Boato - erano difficilissimi». L'accusa non è nuova, e D'agostino se ne è sempre difeso sostenendo che la legge regionale consente l'attività di affittacamere dietro semplice denuncia al Comune e senza cambi d'uso, ma Luigi Scano, che è stato uno dei padri del Piano di Boato, è sempre stato di tutt'altro avviso. «La denuncia di inizio attività - ha sostenuto - si fonda sull'attestazione del pieno rispetto della normativa, compresi gli strumenti di pianificazione. E nella legge regionale - ha aggiunto - non c'è una riga che autorizzi a derogare il divieto di mutare l'uso abitativo ordinario».

Il fenomeno è comunque in costante espansione, come dimostrano i dati più recenti dell'Osservatorio Casa, elaborati su informazioni del Settore Turismo della Regione ma probabilmente sottostimati rispetto alla realtà. La ricettività "ufficiale" extra alberghiera ("B&B", affittacamere, ricettività sociale) ha raggiunto nel comune a fine 2004 i 6500 posti letto (6240 a Venezia): praticamente la metà dei 13.088 letti d'albergo in città. Questo fenomeno assorbe a Venezia il 5 per cento delle abitazioni in affitto e l'8,4 delle abitazioni in affitto del solo mercato privato (575 abitazioni, che salgono a 737 considerando anche i "B&B"), e ormai si pone in diretta concorrenzialità con la residenza.

Ultimamente (assessori all'Urbanistica Giampaolo Sprocati e Guido Zordan), il Comune ha cercato di intervenire, ponendo limiti di almeno 200 metri quadrati per piano per gli affittacamere o di almeno 60 metri quadrati per i "B&B" che presuppongono la residenza in casa del gestore (45 metri quadri per lui, che è la misura minima di un appartamento, più 15 metri quadri che è la misura minima per una stanza da letto), ma sono facilmente aggirabili. «I vigili - ha sostenuto Sprocati - hanno fatto molti controlli, e tanti verbali di violazione, ma finiscono nel nulla: è difficile mettere le mutande di ferro al mondo».

Più che piangere sul latte versato, dunque, ora si tratta di trovare forme nuove di difesa. «E la via maestra - ha sostenuto l'assessore all'Urbanistica, Gianfranco Vecchiato - è una trattativa con la Regione, perché modifichi la legge sul Turismo o riconoscendo la specificità di Venezia o consentendo alla città di autoregolamentarsi, come ha fatto la Regione Toscana per Firenze». Posizione, questa, condivisa anche dal capogruppo di Rifondazione, Sebastiano Bonzio, che ha chiesto con un'interrogazione di intervenire sulla Regione per una modifica restrittiva delle norme. «In attesa - ha aggiunto - si sospendano immediatamente tutte le pratiche di cambi d'uso e si introducano criteri più rigorosi nel Regolamento edilizio del Comune».

Manca ancora da limare qualcosa e da articolare i contenuti in un testo omogeneo, ma il programma elettorale del centrosinistra, riassunto per ora in sette schede, è praticamente pronto e mercoledì prossimo verrà sottoscritto dai partiti della coalizione dopo che lo scorso 4 gennaio i suoi contenuti erano già stati approvati al tavolo delle trattative.

Sulla carta, sono stati sciolti anche i tre nodi più grossi: Chimica, Salvaguardia, Sublagunare. Su Porto Marghera, il Centrosinistra punta alla riqualificazione, della quale l'Accordo sulla Chimica e il Master Plan per le bonifiche sono due pilastri, che devono rappresentare però non un punto d'arrivo ma un punto di partenza per nuove politiche. La sperimentazione in corso per la sostituzione del fosgene nelle produzioni di Tdi va rapidamente conclusa, per perseguire una nuova chimica, compatibile, mentre i nuovi scenari normativi dovranno permettere di completare le bomifiche, insediare nuove industrie, rafforzare la cantieristica, la portualità, la logistica, integrare Università, Ricerca, Produzione.

Il criterio guida per la Salvaguardia è la visione sistemica dei problemi e degli interventi, rovesciata invece dal Governo che concentra tutte le risorse sul Mose, un'opera che non convince né in vista di futuri scenari di innalzamento del livello marino, né in rapporto all'attività portuale (sia a regime che durante la sua costruzione), e che resta scollegata dal riassetto morfologico della laguna lasciando del tutto indifesa la città nei lunghi anni dei lavori. Prima di fare altri passi verso la realizzazione del Mose, il Centrosinistra chiede di ripristinare l'unitarietà delle opere di salvaguardia (bonifiche, disinquinamento, risanamento morfologico), puntando da subito per le acque alte a sperimentare vere opere dissipative, ridefinendo la soluzione per le maree eccezionali senza dimenticare il vincolo ineludibile dell'attività portuale.

La Sublagunare, infine, viene inquadrata nel contesto dell'attuazione degli interventi previsti dal Piano urbano della mobilità, che prevedono la valorizzazione del trasporto via acqua, l'incremento del trasporto ferroviario, l'estensione delle aree pedonali in terraferma, il rafforzamento del trasporto pubblico e del sistema dei parcheggi. L'eventuale realizzazione del metrò, comunque, va subordinata a un confronto con tutta la città e a una decisione definitiva da parte del consiglio comunale, in vista dei quali vanno condotti tutti i necessari approfondimenti ambientali, socio - economici, urbanistici, comparando la sublagunare a soluzioni alternative, anche di navigazione, e verificando l'effettiva esistenza di finanziamenti pubblici, per evitare ricadute negative sui bilanci comunali.

Al di là del tema della Salvaguardia e fatte salve le diverse accentuazioni sulla Chimica, la bozza di programma sembra presentarsi con una linea di sostanziale continuità con l'amministrazione uscente, sottolineando la necessità della riorganizzazione istituzionale incentrata sulle Municipalità ma dando nel contempo un colpo di freno alla privatizzazione delle aziende, che dovranno continuare a rispondere a logiche e regie pubbliche. I livelli di welfare raggiunti vanno garantiti seppure ripensati e razionalizzati, offrendo in più opportunità e diritti ai migranti (voto amministrativo) e autonomia ai soggetti in crisi o precarizzati, con particolare attenzione ai minori (più nidi e materne). Il programma affronta poi i problemi della Salute, della Casa, della Cultura (sostenendo la produzione locale), dell'Istruzione (Venezia luogo della ricerca e dell'innovazione), del Turismo (passare dal "mordi e fuggi" all'ospite - cittadino attore di promozione di nuove attività e di nuovi servizi).

La giunta ha deciso contro il parere del sindaco. E’ la prima volta in cinque anni, e su una questione non proprio secondaria come il progetto Mose. Il ricorso al Consiglio di Stato si farà, anche se Paolo Costa non avrebbe voluto. Uno schiaffo che non modifica la rotta del primo cittadino. «Il siluro si è infranto sulla corazzata», scherza Costa, «il ricorso è un atto irrilevante, e anche inutile. Non sposta di un ette la politica del Comune sulla salvaguardia e la coerenza di quanto abbiamo fatto finora».

Una sicurezza che però non modifica la situazione di grande tensione all’interno del centrosinistra sulla questone Mose. I prossimi giorni saranno decisivi. Perché il governo Berlusconi ha convocato per il 22 ottobre il Comitatone a Roma. E venerdì il Consiglio comunale dovrà dare il suo parere sulla questione dei cantieri per la costruzione dei cassoni del Mose, che il Consorzio Venezia Nuova vuole aprire a Santa Maria del Mare e Ca’ Roman. Ma due anni dopo il Comitatone che diede il via libera al Mose (nonostante il parere contrario del Consiglio comunale) gli unici interventi che procedono spediti sono quelli delle grandi dighe. Per il resto non ci sono progetti né finanziamenti. Ma sulla prossima riunione del 22 ottobre Costa ripone buone speranze.

«Mi aspetto che il governo dimostri la stessa leale collabotrazione che abbiamo dimostrato noi», dice. Basteranno un po’ di soldi tolti al progetto Mose (che ha avuto 709 milioni di euro dal Cipe, mentre la Finanziaria non ha stanziato nemmeno una lira per la città) ad accontentare il Comune?

Costa prende fiato. «Ci aspettiamo anche risposte sulle sperimentazioni promesse sui fondali. Ma è bene chiarire che quelle sperimentazioni sono inserite nel Mose. Nessuno può pensare che siano alternative. Sono interventi complementari che ridurranno l’impiego del Mose. Quello è il patto che abbiamo sottoscritto». Eccola la divisione, sempre più profonda, tra Costa e la sua maggioranza. Mentre sono sempre di più coloro che nel centrosinistra chiedono la «revisione del progetto Mose», il sindaco non nasconde di essere a favore delle grandi dighe. Una posizione che a dispetto degli alleati porta avanti con coerenza, da quando era ministro dei Lavori pubblici con il governo Prodi. Ecco il motivo della resistenza a presentare il ricorso al Tar, e della soddisfazione con cui lo stesso Costa aveva accolto la discussa bocciatura da parte dei giudici amministrativi veneti di tutti i ricorsi presentati dalle associazioni, dalla Provincia e dallo stesso Comune. Così il Comune ha tirato in lungo. Mentre Ca’ Corner, Italia Nostra e Wwf hanno depositato da tempo il loro ricorso, la giunta comunale è arrivata a discuterne l’altro ieri, a tre giorni dalla scadenza dei termini. Decisione presa a maggioranza, su proposta dell’assessore alla Legge Speciale Paolo Sprocati, del viccesindaco Mognato e dell’assessore all’Ambiente Paolo Cacciari. Il sindaco ha dichiarato il suo parere contrario, poi si è astenuto, insieme a Ugo Campaner e Loredana Celegato, assenti Marco Corsini e Giorgio Orsoni.

«Decisione inutile», ripete, «invece di perdere tutto questo tempo a mettere ostacoli si facciano proposte. Non vedo proposte che non siano per ritardare l’avvio del Mose». Una tesi che pochi, nella sua maggioranza condividono. C’è anche chi (Ds, Verdi, Rifondazione, Gruppo Misto), propone la linea dura. Cioè di rimettere in discussione la delibera del 3 aprile. perché attuata «senza rispettare le condizioni poste dal Comune». Un atto già impugnato alla Corte dell’Aja da 150 parlamentari del centrosinistra, su iniziativa del deputato Ds Michele Vianello. Clima che si riscalda, mentre la legittimità del Mose torna sotto i riflettori. Poteva un’opera così enorme essere approvata prima di ottenere il via libera della Salvaguardia, senza la Valutazione di impatto ambientale nazionale? Lo decideranno adesso i giudici del Consiglio di Stato.

A proposito di quest’ultima notizia, pochi sanno che esiste un progetto, più volte presentato al Consorzio Venezia Nuova e al Magistrato alle acque, molto più morbido del MoSE e capace di raggiungere i medesimi risultati, in grado di soddisfare, a differenza del MoSE, i tre prescritti requisiti di “gradualità, flessibilità e reversibilità”, e infine molto meno costoso sia in fase di costruzione (si parla di risparmi di opere e di materiali tra il 50% e il 70%) sia, e ancor di più, in fase di gestione.

«Ricorsi? Non è il momento»

Il sindaco Costa gela le richieste degli alleati: «Le procedure vanno bene». Ma adesso potrebbe muoversi la Provincia - Bettin: «Per la Variante al Prg non sono stati così rapidi»

VENEZIA. «Il ricorso? E’ un’arma che abbiamo, la useremo nel momento più opportuno. Ma sulle procedure di questi giorni non ho niente da dire, l’accordo che abbiamo firmato a Roma è quello». E’ una vera doccia fredda quella che il sindaco Paolo Costa apre sugli alleati - in testa Ds e Verdi - che avevano chiesto di «bloccare la procedura del progetto Mose». «Io la verifica la chiederò al Comitatone», dice.

Lo «schiaffo» della Regione, che ha provocato l’uscita dall’aula al momento del voto dei rappresentanti di tutti i comuni di gronda e della Provincia, minacce di ricorsi e accuse di illegittimità, non scandalizza il sindaco. «Non ne voglio fare un uso strumentale», dice, «se qualcuno ha dubbi fondati, li avanzi». Quanto all’accordo tradito, Costa ammette che in un anno nulla si è mosso. E che i finanziamenti - a parte quelli del Mose - sono stati tagliati. «Ma la verifica si fa nell’unica sede titolata, il Comitatone», insiste Costa, «lì voglio arrivare con delle proposte». E precisa: «Non sta scritto da nessuna parte che le nostre erano condizioni vincolanti. Noi abbiamo approvato una strategia complessiva. Quel poco che abbiamo ottenuto lo porteremo a casa. Ma il progetto Mose deve andare avanti, era questo l’accordo».

Una linea che stride con le richieste pressanti da parte degli alleati di «assumere un’iniziativa per bloccare le ennesime forzature attuate sul progetto Mose da parte del presidente della Regione Giancarlo Galan. Il prosindaco Gianfranco Bettin ha presentato una interrogazione a Galan in cui chiede quali siano i motivi di una «evidente disparità di trattamento nell’esame di due pratiche in Salvaguardia». Se il Mose è stato approvato in tempo di record, senza nemmeno il tempo di esaminare il metro cubo di carte dei progetti, la Variante al Prg di Mestre ci ha messo un mese per essere trasmessa, un altro mese per fare un piano di scale ed essere protocollata. «Vorrei sapere», dice Bettin, «se Galan non ritenga di avviare un’inchiesta per verificare se vi siano state pressioni, violazioni di leggi o regolamenti e se si sia violato il principio di buona amministrazione, dato che la Variante interessa migliaia di cittadini». Una polemica per niente placata, quella sull’approvazione del progetto del Mose. Restano in piedi le minacce di ricorsi (anche sul «difetto di istruttoria» segnalato dall’avvocato Perulli, rappresentante del Comune). E ora potrebbe arrivare la richiesta di sospendere i lavori. Se non la farà il Comune, potrebbe farla la Provincia, che rappresenta tutti gli enti locali eslcusi dal voto. «Ne parleremo in giunta», dice l’assessore Ezio Da Villa. «Venezia è stata vittima di una forzatura politica», dice il vicepresidente Zoggia, «e di vendetta di chi non è riuscito a trovare ascolto in città. Ci attiveremo perché siano assunte tutte le iniziative a tutela del bene laguna».

ITALIA NOSTRA, «Cerchiamo alternative»

«Perché insistere sulle dighe mobili senza valutare in modo approfondito soluzioni alternative al Mose?» Italia Nostra, l’associazione per la tutela del territorio, ha scritto un appello a Comune e Provincia, invitandoli a riflettere bene prima di dare il via a un progetto di quella portata. Il presidente della sezione veneziana Alvise Benedetti si dice «sempre più preoccupato per le decisioni assunte in questi giorni sul cosiddetto sistema Mose». Ricorda che esistono interventi alternativi (come i rialzi dei fondali, i pennelli, l’apertura delle valli, che possono proteggere per i prossimi venti-trent’anni la città dal 95 per cento delle acque medio alte.

Ma anche in tema di acque alte eccezionali - quelle sopra i 110 centimetri mai viste nel 2003 per cui il Mose è stato progettato - esistono soluzioni diverse da quelle proposte dal Consozio Venezia Nuova. Italia Nostra precisa che «non si tratta di sponsorizzare un progetto o l’altro», ma è dovere dell’associazione quello di sottoporre a chi ha la responsabilità di decisioni «il massimo delle conoscenze tecnico scientifiche, fino ad oggi puntate su un unico progetto».

Il progetto da esaminare con attenzione, secondo Italia Nostra, è quello illustrato qualche tempo fa dall’ingegner Vincenzo Di Tella, esperto di costruzioni marine. Che prevede in sostanza una chiusura parziale (ma reversibile, a differenza del Mose) delle bocche di porto, e il rialzo dei fondali nella parte rimanente della bocca. Vi sono anche altri progetti alternativi sul tavolo, fino ad oggi mai esaminati. «Questo», conclude Benedetti, «risponde alle condizioni di legge che prevedono opere sperimentali, graduali e reversibili». (a.v.)

Incarico del Consorzio Venezia Nuova E lo Iuav progetta gli edifici in mezzo alla laguna

VENEZIA. Non solo dighe. Il Mose prevede anche spalle in cemento e sbancamenti di milioni di metri cubi di materiale, tagli ai moli foranei ottocenteschi, grandi isole artificiali ed edifici costruiti in mezzo alle bocche di porto. Un impatto ambientale notevole, tra le osservazioni negative fatte dalla commissione Via che aveva bocciato il progetto nel 1999. Ma adesso il Mose va avanti. E l’unica osservazione di tipo «ambientale» arrivata dal ministero dei Beni culturali è stata quella di «porre attenzione nella tipologia dei nuovi edifici».

Per questo il Consorzio Venezia Nuova ha già dato incarico all’Iuav, la facoltà di architettura, di progettare gli edifici che dovranno sorgere in mezzo alla laguna. «Un incarico che abbiamo accettato», spiega il rettore dell’Iuav Marino Folin, «perché io sono convinto che se il Mose si farà almeno conviene farlo nel modo migliore possibile». L’Ufficio studi e progetti dell’Iuav ha già messo al lavoro i suoi esperti, ingegneri e architetti, per poter dare una risposta afeguata.

Nel progetto definitivo approvato in tempo di record dalla commissione di Salvaguardia sono previsti tra l’altro gli interventi di supporto alle paratoie. E’ il caso della grande isola artificiale davanti al bacàn di Sant’Erasmo, alta quattro metri, che dovrà agganciare le due file di paratoie da una parte e dall’altra della bocca di Lido. E ospitare i nuovi «edifici di controllo», le torrette di regia da dove dovrebbero in futuro essere azionate e controllate le paratoie. Ci sono anche i cantieri a terra, con le costruzioni «provvisorie» (dureranno però per i circa dieci anni di lavori) e gli altri edifici. Costruzioni che modificheranno radicalmente lo sky-line delle bocche di porto. E che il Consorzio Venezia Nuova vuole ora «mitigare» affidando il progetto alla facoltà di architettura. (a.v.)

È una polemica tutta interna ai Ds quella sulla sublagunare e sui finanziamenti (veri o presunti, a seconda dei punti di vista) che il governo ha annunciato per l'opera nel Documento di programmazione economica e finanziaria: 290 milioni di euro, anziché i 220 previsti. Una "pioggia" di soldi che ha dato il "la" al sindaco Paolo Costa e al presidente Actv, Walter Vanni, per annunciare il prolungamento fino al Lido. Ma è proprio su Vanni, ex consigliere regionale diessino e uomo del partito di lungo corso, che calano le critiche di Michele Vianello, deputato della Quercia che invece è molto scettico sulla possibilità che i soldi inseriti dal governo nel Dpef ci siano veramente.

Vianello attacca Vanni sul piano politico dopo che il presidente di Actv, a capo della cordata di imprese che deve realizzare la sublagunare, aveva definito indispensabile una intesa tra la maggioranza del centrodestra e la maggioranza del centrosinistra per realizzare le grandi opere.

«Eh no - sbotta Vianello rivolto al "compagno" Vanni - non ci siamo proprio, niente trucchi. È diseducativo verso una città continuare a illuderla, costringerla a una spasmodica ricerca di denaro pubblico anche quando non c'è. Per la costruzione della sublagunare non c'è un euro pubblico stanziato e non sono disponibile a litigare per realizzate opere non finanziate. Così si fa del male al centrosinistra».

«No, caro Vanni - scrive il deputato veneziano - non sono disponibile ad andare a pietire da Lunardi, come da Galan. A questo si riduce il rapporto con l'Italia berlusconiana. Il rapporto con il centrodestra, seguendo le procedure e la filosofia della legge obiettivo, vuol dire meno mercato, meno trasparenza, meno risorse per l'imprenditoria sana veneziana, meno rispetto per la città e il suo ambiente lagunare. Quanto alla sublagunare, ha senso la richiesta di attivazione di finanziamenti pubblici e privati, a una condizione: che l'oggetto dell'investimento sia la riqualificazione di un'area che comprenda l'Arsenale, l'Idroscalo, Sant'Andrea e una parte del Lido. In questo contesto è necessario un trasporto veloce, anche sublagunare. Così si mantiene la gestione di una qualsiasi linea di trasporto, viceversa pagherebbero le già esigue casse dell'Actv».

«Infine, caro Vanni - conclude Vianello - ti dice niente il fatto che Lunardi per poter proseguire la realizzazione delle "grandi opere" sia costretto ad annunciare l'introduzione del pedaggio, che graverà sulle tasche di milioni di famiglie italiane, di 4.200 chilometri di strade Anas?».

Ma sulla sublagunare il confronto non è solo politico. Anche il mondo economico non resta a guardare. Il presidente della Camera di commercio, Massimo Albonetti, ricorda come il progetto di cui si sta discutendo sia nato proprio sotto l'egida dell'ente camerale. «A partire dal 1998 - spiega - la Camera di commercio si è impegnata nella realizzazione di infrastrutture con gli studi di fattibilità della Romea commerciale e del Passante e il progetto preliminare della Sublagunare, con un investimento di 4 miliardi di vecchie lire. Questo ci ha permesso, senza protagonismi, di cedere al Comune lo strumento necessario per il project financing, così che l'opera potesse diventare realtà». Un percorso che parallelamente ha dato risultati anche sul piano della mediazione fra categorie e politica. «Con anni di anticipo sulla legge Merloni, che solo nel 2000 riconosce alla Camera di commercio un ruolo nelle infrastrutture - aggiunge Albonetti - abbiamo cercato di costruire intorno ai progetti il consenso di tutti, con l'obiettivo di mettere in rete coloro che possono decidere per portare risorse a Venezia. Così come va riconosciuto alla Camera di commercio di Venezia l'impegno nel facilitare i rapporti sia con il ministero, sia con la Regione».

Venezia, 30 aprile 2005. Le ferite aperte dal lacerante dibattito sull'Expo bruciano ancora. Parlare di grandi eventi per cambiare volto e mentalità alla città è come parlare di corda in casa dell'impiccato: un tabù. Eppure una quindicina di anni fa il professor Edoardo Salzano, urbanista dello Iuav, sembrava facile profeta salutando il fallimento del progetto Expo in laguna. «...Adesso, dopo aver perso cinque anni a contrastare una proposta sbagliata - scriveva Salzano nel 1990 - si può ricominciare a lavorare per risolvere i problemi, ma nella direzione opposta: per governare il turismo, anziché per esaltarlo, per difendere le attività ordinarie della città, per costruire le ragioni e le occasioni di uno sviluppo economico e e sociale non effimero».

La profezia non si è avverata. Il declino culturale e sociale di Venezia è stato inesorabile, il turismo non è stato governato, le attività ordinarie della città sono via via sparite. A cambiare le cose, ora, ci prova il Piano strategico, il cui obiettivo è proiettare la città e i suoi protagonisti nel futuro, con una mentalità e un metodo di pianificazione diversi. Nel 2003 la Datar (Delegation à l'Amenagement de Territoire ed à l'Action Regionale, organismo dello Stato francese) rese nota una classifica in base alla quale, su 180 città Europee, Venezia si piazzava al 51. posto alla pari di città come Bilbao, Rotterdam e Porto. Datar misurava la competitività internazionale di Venezia, la sua capacità di attrarre investimenti. E la cultura è una delle calamite per i grandi investitori internazionali. Tra i punti di eccellenza di Venezia la Datar citava proprio la presenza di beni culturali, ma senza progetti e attrattive gli investitori vanno altrove, la sola presenza di tesori dell'arte non basta. In uno degli incontri della commissione cultura del Piano strategico, Monica Da Cortà Fumei, in rappresentanza dei Musei civici, aveva messo in evidenza un dato allarmamante: Venezia è ormai fuori dal circuito internazionale delle grandi mostre, perchè soffocata dal turismo di massa. Dunque mentre esperti e politici discutevano, la città-museo si chiudeva su se stessa e perdeva terreno: solo il 10 per cento, dei 12 milioni di turisti che ogni anno arrivano a Venezia, visitano i musei; l'altro 90 si disperde per calli, osterie e ristorantini. Venezia, negli ultimi anni, si è lasciata scappare ad esempio l'occasione di inserirsi nel progetto Capitali europee della cultura.

Ora, dopo Genova (che anche grazie a quel "marchio" ha completato il rinnovamento iniziato con le Colombiadi) la lista delle città che aspirano al ruolo di capitale culturale è piena fino al 2020. Un treno perso, come tanti, per convogliare tutte le forze presenti in città su un obiettivo, su un progetto che portasse a Venezia capitali e idee. Un problema non solo veneziano, ma anche Veneto: l'ultimo grande evento che ha dato risalto mondiale alla Regione, sono state le Olimpiadi invernali di Cortina del 1956... Oggi che il fantasma dell'Expo aleggia ancora in maniera pesante, c'è la paura (forse anche la convinzione) che soldi e progetti vengano in realtà destinati a fare solo gli interessi di pochi, che la città non sia in grado di sopportare il peso di un avvenimento di rilevanza mondiale. La città è sospesa tra conservazione del passato e paura di voltare pagina. Aree come l'Arsenale o la Marittima, con i suoi "docks", farebbero la gioia di urbanisti e progettisti. Invece restano là, in un percorso di rinnovamento (?) lento e prudente. Per attuare le linee del Piano strategico ci vogliono anni e buona volontà di collaborare da parte dei tanti soggetti interessati. E forse ci vogliono menti giovani, fantasia e coraggio, che possono anche non contrastare con il rispetto della storia della Serenissima. Il simbolo del nuovo Rinascimento di Venezia non può essere il ponte di Calatrava.

Da www.aidanews.it

Povero Costa, nessuno più di lui può capire quante amarezze riserva la politica. Marcato a vista dalle componenti più a sinistra della sua coalizione, è assillato dal pericolo di aprire bocca per non essere clamorosamente smentito. Deve essere duro per il sindaco sapere di non poter decidere e doversi guardare alle spalle ogni volta che parla, ma è molto più triste per i veneziani sapere che la propria città è guidata da un gruppo di litigiosi cittadini di Babele divisi su tutto: su quello che c’è da fare, su cosa si deve fare e come farlo, chi deve decidere di fare.

E’ ciò che sta accadendo clamorosamente per la sublagunare: un progetto utilissimo a Venezia per velocizzare i trasporti penalizzati dai mezzi acquei e combattere il noto ondoso. Il cuore del centro storico verrebbe collegato non solo con la terraferma, ma con l’alta velocità europea. Il ministro Lunardi ha creduto di fare un grande regalo ai veneziani, mettendo a disposizione del sindaco questa opportunità.

Costa come avrebbe potuto dire di no al Governo? Ha fatto l’accordo, ne sono sicuro, con il terrore di dover poi guardare in faccia gli alleati. Qualche ora di tempo e la bomba è esplosa. «Il sindaco dice bugie», «Ha superato il segno. Un comitato contro la sublagunare», «Una presa per i fondelli», «Costa perde la maggioranza». Gli autori di queste frecciate fanno parte della maggioranza di giunta. Perché meravigliarci, non è successa la stessa cosa per il Mose? Costa non è a capo di una coalizione, ma di un gruppo di animatori di un «teatrino della politica» che da troppo tempo mette in scena le imprese di un sorta di samurai a tre teste, una riformista, l’altra postcomunista, la terza verde e comunista, che combatte tutto e tutti, in particolar modo contro la difesa della città e il suo progresso. Di fronte a qualsiasi progetto, inconsciamente il samurai, come fosse caricato a molla, lancia fendenti verso ogni direzione, senza risparmiare la testa di Costa, che è il sindaco di Venezia e il capo della maggioranza per cui dovrebbe governare la città e risolvere i suoi annosi problemi, come l’aveva promesso quando ha chiesto il consenso elettorale.

Il samurai non si pone problemi politici, né morali di dover onorare il voto dato imprudentemente dai veneziani al centro sinistra. Non si rispetta certo la volontà popolare negando ogni prospettiva, ogni richiesta, ogni speranza. Non è forse così che opera l’Amministrazione comunale sotto gli occhi di tutti? Il mondo vive trasformazioni straordinarie: la Cina sta diventando una potenza, l’India la segue, la Spagna ci sta sorpassando, la Grecia compie passi da gigante, alcuni Paesi della sfera sovietica hanno assunto trend di crescita eccezionali, l’Oriente rischia di mettere in crisi il nostro sistema produttivo anemico di tecnologia, e tutto questo perché hanno deciso di guardare avanti e di porsi come obiettivo lo sviluppo, di agganciarsi alla formidabile forza trainante della modernizzazione.

Per Venezia cosa sta facendo il centrosinistra? Chiude gli occhi, si tappa naso e orecchie e sventola la bandiera del populismo, esalta la politica che rifiuta le idee, combatte ogni energia e sforzo innovativo. Gli anni del centrosinistra hanno lasciato dietro di loro una strada lastricata di lapidi: sotto ognuna di esse riposa non in pace un’occasione persa, un «no» categorico e violento, un rifiuto a metabolizzare l’aria impetuosa del rinnovamento che spira da ogni lato e abbatte chi osa contrastarlo.

Ricordate quando hanno bocciato l’Expo che dissero i rosso verdi? «Faremo quello che avrebbero voluto realizzare con l’Esposizione Universale». Risultato: Siviglia e Hannover hanno intanto goduto uno sviluppo sorprendente dai loro Expo, noi a Venezia, rimasta senza, cosa abbiamo realizzato? Il gruppo consiliare della Casa delle Libertà ha chiesto la convocazione di un consiglio straordinario e le dimissioni del sindaco. Una volta si faceva così: quando il capo dell’amministrazione era clamorosamente sfiduciato se ne andava a casa. Costa che fa? Si appella alla città!

Siamo a un nuovo atto del «Teatrino della politica», non decoroso per un primo cittadino che deve difendete il prestigio di suo alto incarico istituzionale, perché sul palcoscenico dei teatri popolari sono soliti esibirsi i saltimbanchi. La città ha sbagliato a legittimare questa giunta, ma ora sembra troppo. I veneziani, anche i più pazienti, si ricorderanno di tutto questo e sapranno valutare l’attaccamento che la Casa delle Libertà ha per Venezia, che dimostra difendendo il progetto della sublagunare e dando il via, con un’iniziativa della Regione, al Passante di Mestre, anche questo fortemente contestato dai rosso-verdi.

Noi ci siamo assunti l’impegno di governo il Paese puntando sulle grandi opere e le stiamo realizzando, come lo si può constatare a Venezia con il Mose e il Passante. Ma non ci fermeremo qui: in alternativa al «fronte del no» rappresentato tenacemente dalla sinistra, ci proporremo alla guida di Venezia con un pacchetto di grandi interventi e di importanti innovazioni, che riguarderanno anche la sublagunare. Una risposta concreta alle necessità dei cittadini, e delle attività artigianali e commerciali

In laguna arriveranno 38 cassoni

Una specie di Lego di ferro e cemento da montare sott’acqua

Alberto Vitucci, 28 agosto

Trentotto enormi cassoni in ferro e cemento da costruire in mezzo alla laguna. Il progetto Mose va avanti, e ieri il Consorzio Venezia Nuova ha spiegato cosa succederà nei prossimi anni al litorale, destinato a diventare un grande cantiere a cielo aperto. Primo atto della procedura di Impatto ambientale sui lavori della grande opera. «Sarà una specie di Lego», spiega soddisfatto il progettista del Mose Alberto Scotti, «i pezzi li faremo a fianco delle bocche di porto poi li monteremo sott’acqua». Le aree che saranno trasformate in cantiere sono Santa Maria del Mare a Malamocco (dove saranno costruite le grandi basi in cemento anche per San Nicolò), Chioggia e Treporti. Tutto per venire incontro, ha spiegato Scotti, «alla richiesta della commissione di Salvaguardia che ha voluto la produzione in loco, per incentivare l’occupazione e alla Regione che ci ha chiesto di delimitare le aree di lavoro». I cassoni saranno costruiti all’interno del porto rifugio, previsto al Lido e a Chioggia, mentre a Malamocco i lavori saranno compiuti su una collina artificiale a fianco della conca. Conseguenza sarà lo sbancamento di molte zone anche pregiate. «Vorrei sapere quali sono le misure di compensazione previste dal punto di vista ambientale», ha chiesto Federico Antinori, responsabile dell’oasi Lipu di Ca’ Roman, destinata in parte a scomparire, «e se avete avvisato l’Unione europea, secondo le procedure previste dalla direttiva Habitat». «No», è stata la secca risposta di Andrea Rinaldo, docente a Padova e consulente del Consorzio Venezia Nuova per lo Studio di Impatto ambientale. «La Valutazione di impatto ambientale ha superato queste analisi», ha precisato Scotti. «Ma quale Valutazione, se non è nemmeno stata fatta», sbotta Stefano Boato, che da anni segue la questione per il ministero dell’Ambiente. Anche per il nuovo progetto la procedura di Via sarà inviata alla Regione e non al ministero. Presenti in sala numerosi componenti dei comitati antiMose, che annunciano nuove manifestazioni di protesta dopo lo sbarco in bacàn di domenica scorsa. Il Wwf ha pronto il ricorso al Consiglio di Stato contro le sentenze del Tar Veneto che ha respinto in blocco tutti i ricorsi presentati sulle procedure, accogliendo completamente le tesi degli avvocati del Magistrato alle Acque e del Consorzio Venezia Nuova. Una battaglia destinata a infiammarsi a settembre, alla ripresa dell’attività politica. In Comune sono tante le forze politiche che chiedono alla giunta un «atto forte» dopo che l’ordine del giorno del Consiglio comunale che chiedeva di sospendere i lavori non è stato nemmeno preso in considerazione. Ma la procedura delle grandi opere va avanti spedita, e mentre il governo taglia anche le spese della carta igienica ai comuni, i fondi per le grandi opere non sono in discussione. Il ministro per le Infrastrutture Pietro Lunardi ha infatti ribadito che non ci saranno problemi, e la programmazione può proseguire. Il Mose è stato inserito tra le opere «intoccabili», insieme al ponte sullo Stretto, Frejus, Salerno-Reggio Calabria e passante di Mestre. Ma le perplessità in città sono molte. L’opposizione alla grande opera passa trasversalmente ai partiti, e interessa molti semplici cittadini che hanno aderito ai comitati. «Daremo battaglia», promette Salvatore Lihard, della Cgil, «e ci dovranno ascoltare». Intanto il progetto dei megacantieri è partito. Per le osservazioni ci sono 50 giorni di tempo.

Dopo lo sbarco in bacàn ricomincia la battaglia

Mose, pronti nuovi ricorsi,

28 agosto 2004

LIDO. Ricorso al Consiglio di Stato contro le procedure adottate per approvare il Mose. Il Comune tentenna, e l’iniziativa la prendono gli ambientalisti. Sinistra ecologista, il movimento fondato da Edo Ronchi e Fulvia Bandoli, ha già pronto il ricorso che sarà presentato nei prossimi giorni. Le associazioni contestano la decisione del Tar del Veneto (presidente Stefano Baccarini) che ha respinto in blocco i ricorsi presentati. Molte delle osservazioni riportate nelle motivazioni della sentenza, osservano gli ambientalisti, sono discutibili. Dunque gli estremi per un ricorso in secondo grado esistono. Ne sembra convinta anche la Provincia, che ha presentato due mesi fa un ricorso alla Corte europea dell’Aja. Il presidente Davide Zoggia ha annunciato la presentazione del ricorso al Consiglio di Stato. Diverso il caso del Comune, dove com’è noto il sindaco Costa è un sostenitore della grande opera fin dai tempi in cui era ministro dei Lavori pubblici. Costa ha annunciato di non voler presentare ricorsi, proprio mentre gran parte della sua maggioranza (Ds, Verdi, Rifondazione, Gruppo Misto) si sono espressi in modo esplicito contro i lavori alle bocche. Una manifestazione molto partecipata si è svolta domenica scorsa sulla spiaggia del bacàn di Sant’Erasmo, destinato a scomparire per far posto alla grande isola artificiale di sette ettari. Dopo la pausa estiva riprende dunque la battaglia contro il Mose. I comitati annunciano iniziative a raffica. «Per far capire alla gente», dicono, «quali saranno le conseguenze della costruzione delle dighe». Solo al Lido saranno scavati cinque milioni di metri cubi di fondali, sostituiti con il cemento, piantati migliaia di pali in ferro lunghi trenta metri. Un cantiere che durerà dieci anni e cambierà per sempre il volto della laguna, fissando i fondali alla quota di dieci metri per ospitare gli enormi cassoni. Molti, non soltanto tra gli ambientalisti, si chiedono se sia proprio necessario. E la campagna di autunno, anche in vista dell’elezione del nuovo sindaco, è già cominciata. (a.v.)

Gasparetto (Salvaguardia) polemizza con il sindaco Costa

GRANDI OPERE «Io voto seguendo la mia coscienza»

19 agosto 2004

Una bacchettata respinta al mittente. Con gli interessi. Una lettera durissima, quella inviata ieri dal rappresentante del Comune in commissione di Salvaguardia, l’architetto Cristiano Gasparetto, al sindaco Paolo Costa. Che qualche giorno fa aveva invitato i rappresentanti eletti dal Comune a «collaborare di più per far apoprovare i progetti presentati dalla giunta». «Non è concepibile», aveva scritto tra l’altro il sindaco, «che i rappresentanti del Comune non partecipino ai lavori o se vi partecipano non tengano in nessuna considerazione la volontà degli organi di governo della città». Un atteggiamento reiterato che secondo Costa avrebbe addirittura «danneggiato l’imagine dell’amministrazione, ritenendo poco credibili i progetti presentati». Ma secondo Gasparetto quelli del sindaco sono «rilievi errati e pretestuosi». «Per quanto riguarda le presenze basta guardare i verbali», scrive l’architetto, «il sottoscritto è tra i più presenti». «Per quanto riguarda l’allineamento alle scelte politiche dell’amministrazione», continua Gasparetto, «ella non può ignorare le leggi che costituiscono la commissione, né tantomeno il pronunciamento della Corte costituzionale del 1998». Secondo Gasparetto insomma, la commissione non è certo parificabile a una conferenza di servizi tra i vari enti, come sostenuto dal sindaco. E dunque ogni membro eletto (due dalla maggioranza e uno dalla minoranza in Consiglio comunale) ha «l’obbligo e il diritto ad agire in piena autonomia, secondo scienza e conoscenza». Gasparetto continua invitando il Comune ad adeguare invece tutti gli strumenti urbanistici alle norme del Palav (la legge speciale lo prevede da nove anni, e in quel caso la commissione sarebbe abolita, ndr), e citando due grandi progetti su cui lui stesso - e buona parte della maggioranza - non la pensano come Costa: Mose e sublagunare. «Il primo è inutile, pericoloso e costosissimo, la seconda un pericolo anche sociale per la città». «Mi pare che queste posizioni di Costa», conclude Gasparetto, «siano infondate, pretestuose e strumentali, «e forse la reprimenda scaturisce dall’impossibilità di accettare, su nodi di così grande rilievo, diversità non riducibili al solo piano politico, ma che rappresentano strutture culturali profonde. Ognuno, fortunatamente, ha la sua cultura». (a.v.)

Il sindaco bacchetta i consiglieri

8 agosto 2004

I consiglieri della Commissione di Salvaguardia nominati dal Comune di Venezia devono avere un occhio di riguardo per i progetti sottoposti al suo esame da Ca’ Farsetti. Non è una preghiera, ma una richiesta formale del sindaco Paolo Costa inviato agli architetti Cristiano Gasparetto e Antonio Gatto e all’avvocato Gianfranco Perulli, rappresentanti del Comune in Salvaguardia. «In più di un’occasione in merito a questioni le più diverse, ma tutte di grande interesse della città - scrive il sindaco ai tre consiglieri”tirando” loro le orecchie - ho dovuto, mio malgrado, rilevare come i componenti della Commissione per la Salvaguardia di Venezia espressi dall’Amministrazione Comunale abbiano brillato per le loro assenze nelle sedute della Commissione stessa e, se presenti, per la scarsa collaborazione rispetto ai progetti presentati dal Comune. Tale atteggiamento, reiterato, ha danneggiato l’immagine dell’Amministrazione Comunale nei confronti delle altre Amministrazioni rendendo poco credibili i progetti e i piani presentati nel Comune di Venezia». Costa ricorda che - se formalmente i tre consiglieri non sono legati a un esplicito vincolo di mandato - nello spirito della Legge Speciale che ha costrituito la Commissione di Salvaguardia, essi sono comunque tenuti a rappresentare la posizione del Comune e a tenere in considerazione la volontà di Giunta e Consiglio comunale. Visto che «nelle prossime settimane la Commissione di Salvaguardia sarà chiamata ad esaminare degli importantissimi provvedimenti di grande interesse per l’Amministrazione comunale - scrive ancora Costa - i tre consiglieri si regolino di conseguenza e non facciano scherzi. (e.t.)

La necessità istituzionale di dare un parere su una delle opere del Sistema MoSE (la “lunata”, una gigantesca diga in pietrame, lunga un chilometro e alta 4 metri sul livello del medio mare, da realizzare davanti alla Bocca di Lido) ha indotto il Consiglio comunale di Venezia a riesaminare la sua posizione sul MoSE. Nonostante i compromessi dovuti alla presenza, nella stessa maggioranza di centro-sinistra, di esponenti non contrari al MoSE, il documento votato dal Consiglio testimonia la volontà di prendere atto della debolezza della posizione assunta in precedenza (vedi i documenti dell’aprile 2003, in questa stessa cartella). E di passare da un “si condizionato” al MoSE a un netto No.

Il Gazzettino, 5 dicembre 2003

La nuova lunata è arrivata all'esame di Ca' Farsetti

Il progettista, Alberto Scotti, e i tecnici del Consorzio Venezia Nuova hanno illustrato ieri a Ca' Farsetti, in Commissione Ambiente (presidente il verde Flavio Dal Corso), la seconda versione dell'intervento di dissipazione della marea alla bocca di porto del Lido, nell'ambito del processo di Valutazione di impatto ambientale nel quale anche il Comune è tenuto a dare il suo parere.

Si tratta, come si ricorderà, di una grande "lunata ", di una diga in pietrame davanti alla bocca di San Nicolò, che la Commissione Via della Regione l'anno scorso aveva bocciato, e che il Consorzio ha recentemente ripresentato, modificando le prime ipotesi. La diga, inizialmente progettata di 1400 metri e con una particolare inclinazione rispetto alla costa, è stata ridotta a 1000 metri, e diversamente orientata, senza che ne vengano mutati gli effetti di riduzione della marea.«Il nodo - ha spiegato Scotti indicando il manufatto in pianta - è tutto nella testata Ovest». Quella è rimasta esattamente come era nel progetto originario, e non la si è spostata neppure di pochi metri, a differenza del resto della diga che attorno a questo caposaldo è ruotata come un compasso, e i modelli avrebbero dimostrato che così, anche accorciando la lunata , i risultati di dissipazione di marea non cambiavano.

La diga verrà eretta su un fondale tra gli 8 e i 10 metri, e sarà alta sull'acqua 4 metri. Costerà oltre 25 milioni di euro. Ridotto, secondo i tecnici del Consorzio, il possibile danno sulla qualità delle acque lungo i litorali, anche grazie a due interventi di fitodepurazione nel canale Silone e in aree barenose della laguna, che dovrebbero ciascuno ridurre l'apporto di fosforo di 80 tonnellate l'anno.

Andreina Zitelli, già componente della Commissione Via nazionale, ha ricordato che la delibera del Comitatone sugli 11 punti del Comune imponesse lo sviluppo progettuale di "tutti" gli interventi chiesti alla bocca di Lido dal consiglio comunale. «Questo è solo lo sviluppo di un progetto avvenuto prima - ha detto -. Dov'è il resto»? «Non ci sono altri interventi», hanno replicato i tecnici del Consorzio, rimandando ad altre trattative col Comune.

A Ca' Farsetti sono poi rimasti sì e no una ventina di giorni per dare un parere sul progetto di terminale petrolifero in mare, di cui Magistrato alle Acque & Consorzio hanno avviato la procedura di Via nazionale, visto che Venezia è stata considerata come un qualsiasi altro interlocutore non istituzionale. Al riguardo, il parlamentare diessino Michele Vianello ha chiesto al ministro Pietro Lunardi come intenda coinvolgere il Comune nella procedura, e con quali fondi intenda realizzare il terminale, dato che per la Salvaguardia la Finanziaria non prevede poste di bilancio.

Da ultimo, il Governo con un decreto sta cercando di porre rimedio alla bocciatura, subita al Tar, per il siluramento dei vecchi componenti della Commissione Via nazionale, tra cui le veneziane Zitelli e Maria Rosa Vittadini, ma al Senato è già battaglia.



Il Gazzettino, 5 dicembre 2003

«Si torni in Comitatone». È questo il grido di dolore

«Si torni in Comitatone». È questo il grido di dolore lanciato ieri dal consiglio comunale con un ordine del giorno, votato ovviamente a maggioranza, in cui si sottolinea «il perdurante inadempimento dello Stato agli impegni asssunti in sede di Comitatone, per il mancato assolvimento delle richieste già dettate dal consiglio comunale nell'ordine del giorno del 1. aprile 2003 come condizioni preliminari alla realizzazione delle opere mobili».

Tradotto: il consiglio comunale ha "scoperto" che dei famosi 11 punti con i quali il suo no al Mose si era magicamente tramutato ad aprile in un sì, 11 sono stati finora disattesi, mentre la "lunata " davanti a Malamocco sta ormai affiorando dal mare e il ricorso del Comune al Tar contro la Valutazione di impatto ambientale della Regione sul progetto della diga, non accompagnato a suo tempo da una richiesta di sospensiva, dorme da qualche parte.

«Si torni dunque in Comitatone», ha votato ieri il consiglio, dopo che la mozione stesa originariamente dall'assessore alla Legge speciale, Giampaolo Sprocati, aveva subìto limature e modifiche a più mani, e soprattutto una sostanziale cancellatura, proposta dall'assessore ai Lavori pubblici, Marco Corsini, e accettata dalla maggioranza. La versione originale, infatti, sosteneva che poiché degli 11 punti il Governo se n'era fatto un baffo, il sì al Mose tornava no, e si chiedeva che non venisse più autorizzato il passaggio alla progettazione esecutiva.

«Questo - ha poi spiegato il presidente della commissione Legge speciale, Flavio Dal Corso (Verdi) - lo faremo appunto in Comitatone». Per questa ragione, il Comune stilerà ora un corposo documento col quale, forte anche dei pareri e delle relazioni del consulenti del gruppo di lavoro, verrà dimostrato come e qualmente gli 11 punti siano stati disattesi. Il tema degli 11 punti è stato introdotto nell'articolata mozione con la quale il consiglio comunale ha bocciato, nell'ambito della procedura di Via regionale, il progetto della "lunata " a mare davanti alla bocca di porto del Lido che il Consorzio ha recentemente ripresentato in sostituzione di quello già respinto anche dalla Regione l'anno scorso. Si tratta di un'opera che dovrebbe dare effetti dissipativi della marea, cioé abbatterne i picchi, «ma il risultato - ha polemizzato Sprocati - è ridicolo, calcolabile in pochi millimetricon grande spreco di risorse pubbliche per un intervento che, così com'è, non ha senso di essere realizzato».

Sprocati, e con lui tutta la maggioranza, ha rilanciato invece l'approccio sistemico ai problemi della laguna. «Bisogna sperimentare le opere removibili, mobili» ha sostenuto Sandro Bergantin (Città nuova) rilanciando il principale degli 11 punti. «Qui ci prendono in giro», ha concluso Gianni Gusso (Ds), e la maggioranza ha votato compatta (24 sì, 12 no) anche se Saverio Centenaro (Fi) aveva irriso ai consulenti del Comune, arrivando a parlare di spese illegittime. Renato Darsié (Ci) ha duramente polemizzato per l'assenza del sindaco al momento del voto. Con 23 sì, 1 astenuto e soli 3 no (l'opposizione non ha votato) è stato bocciato anche il progetto del terminale petroli davanti a Malamocco, poi tutti a casa perché il Gruppo Misto ha lasciato l'aula, polemizzando per come era finito il voto sulla cartolarizzazione (vedi sopra), e la minoranza ha fatto saltare il numero legale.



La Nuova Venezia, 23 dicembre 2003

Bocciata la diga al largo del Lido

VENEZIA. Lo Stato è inadempiente sulla salvaguardia e non ha mantenuto gli impegni. La diga al Lido è inutile, e potrà provocare danni ambientali. Il Consiglio comunale rompe gli indugi e boccia a larga maggioranza i progetti delle nuove dighe al largo del Lido.

Un messaggio chiaro al governo, dopo quasi un anno di indugi. E una presa di posizione che potrebbe cambiare il corso della salvaguardia. Il via libera al progetto esecutivo del Mose era stato dato, nel dicembre 2002, con 11 condizioni «preliminari». Invece le richieste non sono state accolte. Così il Comune chiede ora di riconvocare il Comitatone per «verificare lo stato di attuazione delle attività del Magistrato alle Acque rispetto agli adempimenti fissati dal Comitatone in base alle richieste del Consiglio». Parere negativo anche sulla soluzione proposta dal Consorzio Venezia Nuova per le dighe al largo del Lido. Un chilometro di massi e una barriera alta quattro metri che avrebbe dovuto ostacolare l’ingresso dell’acqua in laguna. Ma il Consiglio ha ieri fatto proprio il giudizio espresso dalla commissione tecnica di Ca’ Farsetti. «Risulta totalmente insufficiente», si legge nel documento apoprovato ieri sera dall’assemblea, «e inoltre non risolve adeguatamente le problematiche ambientali».

Un documento duro, anche se la versione originale redatta dall’assessore alla Legge Speciale Paolo Sprocati è stata in parte limata. L’assessore Marco Corsini ha voluto aggiungere un passaggio che ricordava il ricorso al Tar sulle procedure dell’anno scorso (peraltro mai esaminato dal Tar perché il Comune non ha mai presentato la sospensiva). Ma ha modificato la parte che chiedeva di fermare la progettazione esecutiva fino alla messa in atto delle sperimentazioni chieste dal Comune. Cioè il «restringimento delle bocche con opere rimovibili e l’innalzamento dei fondali, senza creare problemi alla navigazione». Interventi di cui, secondo il Comune, bisognerebbe verificare i risultati prima di passare alla progettazione del Mose. «Il concetto è lo stesso», hanno garantito Ds e rossoverdi. Un ulteriore attacco al governo è stato votato sulla parte finanziaria, dopo il taglio dei fondi per la manutenzione ordinaria attuato - per la prima volta - dalla legge Finanziaria 2003.

Approvata ieri sera dal Consiglio comunale anche la delibera sulla cartolarizzazione. 25 milioni di euro di incassi previsti, a fronte della vendita di case, magazzini e palazzi di pregio (Ca’ Zaguri, Ca’ Nani, palazzo Costa) da affidare a una agenzia olandese che li metta sul mercato.

Proteste in aula da parte dei genitori dei bambini in attesa di un posto agli asili nido. E da parte di Zona bandita, un centro sociale che ha sede nella palestra della scuola. Il presidente del Consiglio di quartiere 1 Enzo Castelli ha preso la parola per esprimere «preoccupazione su una scelta sbagliata». «Prendo atto», dice, «che si è deciso di sottrarre spazi alle scuole». Qualche protesta anche da Rifondazione, che poi si è accontentata di un ordine del giorno che promette nuovi spazi. Pietrangelo Pettenò e Andreina Corso non hanno votato la delibera. «Un disguido tecnico» ha detto Pettenò. Alla fine, il provvedimento è passato con 22 voti a favore, 7 no e un astenuto (Bonafé).

«Per la sublagunare non c’è una lira» Da Roma Michele Vianello nega l’esistenza di un finanziamento

I soldi non ci sono. Il deputato Ds Michele Vianello ha in mano il Documento di programmazione economica e finanziaria varato dal governo e gela chi afferma che il governo ha trovato 290 milioni di euro per la metropolitana lagunare. E l’esponente diessino non risparmia battute polemiche nei confronti del sindaco e del presidente dell’Actv, che hanno diffuso la notizia ed espresso soddisfazione.

«Mi spiace che il sindaco Paolo Costa e Valter Vanni si siano lasciati trarre in inganno dal ministro Pietro Lunardi, bastava fare una verifica con i parlamentari dell’Ulivo per comprendere come la metropolitana lagunare di Venezia non sia finanziata» afferma Vianello. Sfoglia l’atto governativo tanto discusso e spiega: «Innanzitutto il Documento di programmazione economica e finanziaria detta solo gli indirizzi, non è un documento contabile, in secondo luogo non c’è traccia di metropolitana lagunare».

Ci sono però gli allegati e nel documento presentato dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, dal titolo «Programmare il territorio, le infrastrutture, le risorse», si trova traccia della infrastruttura veneziana: «A pagina 126-127 - legge Vianello - c’è una tabella, la 2.1 intitolata Aggiornamenti e proposte, con la voce metropolitana lagunare dove si nominano altre grandi opere, a fianco due colonne, nella prima sono segnalati i costi degli interventi, nella seconda le disponibilità finanziaria. Orbene, per la metropolitana di Venezia il costo segnalato è di 290 milioni di euro e sotto la voce disponibilità si legge: verifica-ricorso a forme di partnerariato pubblico e privato».

A questo punto il deputato diessino trae le sue considerazioni: «Il centro-sinistra oggi (ieri per chi legge: ndr) ha votato contro il Dpef anche perchè proprio tra le promesse e le cifre esiste una differenza sostanziale. Vorrei ricordare al duo Costa-Vanni che il ministro Lunardi, per grattare il fondo del barile, è costretto a far pagare ai cittadini italiani il pedaggio su 420 chilometri di strade dell’Anas». Insomma i soldi non ci sono e non solo per la metropolitana lagnare, «e allora perchè litigare su cose inesistenti?» chiede polemicamente Vianello.

E’ noto che il deputato veneziano è critico non tanto sulla necessità della metropolitana, ma sulle procedure scelte dal Comune per arrivarci. Sostiene che con il sistema previsto ogni decisione verrebbe sottratta alla città passando in mano allo Stato

Costa: «Opera fondamentale» Vanni: «Collegamento col Lido»

296 milioni di euro per la sublagunare. E’ questa la cifra stanziata nel Dpef secondo le informazioni in possesso del presidente di Actv Valter Vanni. Che spiega: «Con altri 50 milioni di euro reperiti dal raggruppamento di imprese, si puo’ prevedere grazie ai 70 milioni di euro in più concessi dallo Stato alla sublagunare di realizzare anche il collegamento da Arsenale al Lido, che costerà 120 milioni euro in più dei 340 milioni già stabiliti per il primo tratto di sublagunare. E’ una opportunità straordinaria da cogliere, nell’interesse di 17 mila persone che vivono nell’isola ma lavorano in centro storico o in terraferma». L’annuncio del finanziamento per la sublagunare insomma riapre immancabilmente la discussione sul prolungamento fino al Lido della linea veloce di collegamento. Vanni invita la giunta comunale a decidere e sostenere la necessità di allungare la tratta finora ipotizzata da Tessera alla Fondamenta Nuove. Ma nella maggioranza di centrosinistra sulla Sublagunare non c’è ancora un consenso dichiarato. Anzi, i Verdi continuano a dire di No. «Siamo contrari, l’abbiamo ribadito anche nel documento di discussione nella maggioranza in vista delle prossime elezioni e chiediamo prima di tutto una valutazione di impatto ambientale ma anche una analisi socio-economica e sulle alternative», spiega il prosindaco Gianfranco Bettin. E la parlamentera Luana Zanella: «L’impegno del governo sulla Sublagunare è frutto di un accordo che ha travalicato le sedi istituzionali, in particolare il Consiglio comunale». Valter Vanni assicura che la valutazione di impatto ambientale si farà. «Per avere i finanziamenti serve la valutazione di impatto ambientale. Bisognerà ora produrre uno studio di impatto ambientale e poi ottenere la valutazione dalla Provincia». Stessa conferma arriva dall’assessore ai Lavori Pubblici Marco Corsini. «La legge obiettivo non cancella la valutazione di impatto ambientale ma la anticipa alla progettazione preliminare», spiega l’assessore.

«La sublagunare è una opera fondamentale: lo certifica anche l’impegno economico del Governo» dice invece il sindaco di Venezia Paolo Costa. «I fondi stanziati nel Dpef per la sublagunare e la dimensione dell’intervento economico - spiega Paolo Costa - non devono sorprendere. Anzi: il fatto che l’impegno dello Stato sia superiore a quello atteso, pur in un periodo non facile, certifica l’importanza del progetto. Si dimostra che la sublagunare è un’opera fondamentale. Se già oggi la sublagunare risponde all’assoluta necessità di collegamento tra Venezia e l’aeroporto, domani costituirà l’indispensabile collegamento tra Venezia e l’alta velocità della rete europea, che avrà un suo snodo - come il casello di un’autostrada - proprio nella zona di Tessera. Anche gli stanziamenti del Governo, quindi, confermano la validità e l’utilità di un progetto che affronta il problema dell’adduzione a Tessera nel rispetto dell’ambiente lagunare, su cui risulta non impattante». L’iter comunque non cambia. «Andiamo avanti con l’iter stabilito, che prevede da una parte lo Studio di Impatto ambientale, e dall’altra un’ampia consultazione, perché la città sia pienamente consapevole della validità e della centralità del progetto». (m.ch.)

«I rossoverdi fuori dalla giunta, almeno per ora. Bisogna ricostruire l’Unione sul piano politico, senza inciuci e senza pasticci. La frattura c’è stata e non l’abbiamo voluta noi. Ma la giunta non c’entra. In caso contrario, i nostri elettori non capirebbero».

Alessio Vianello, ex candidato sindaco della Margherita, rompe il silenzio e lancia la sua proposta politica. Alle ultime elezioni è stato il più votato del suo partito, con oltre 600 preferenze, e ora si prepara a svolgere un ruolo politico di primo piano nella nuova amministrazione guidata da Cacciari.

Alessio Vianello farà l’assessore?

«Sarò in prima linea al fianco di Massimo Cacciari, ma non credo che assumerò ruoli gestionali, mi sentirei in profondo imbarazzo. Sono un professionista con uno studio di avvocato che dà lavoro a 30 persone, ci occupiamo anche di temi molto delicati e vicini all’amministrazione, tra i nostri clienti ci sono industrie chimiche, dei telefonini, aziende del Comune. Il problema esiste, sarei un facile bersaglio e non voglio assumere incarichi che mettano in imbarazzo Cacciari».

Se avesse fatto il sindaco c’era lo stesso problema.

«In quel caso, lo aveva detto chiaro, avrei dovuto rinunciare per cinque anni alla mia attività. Come si fa nei Paesi anglosassoni. Dal 3 marzo qualcosa è cambiato. Ma non c’è assolutamente nulla di politico, come qualcuno vuol far credere».

Un’altra ipotesi era quella di fare il vicesindaco. Non sarà che rinuncia perché il vicesindaco lo potrebbe fare Michele Vianello?

«A parte che nulla è deciso, e si tratta ancora di ipotesi, avrei detto di no anche se mi chiedevano di fare il vicesindaco. Ma è un rifiuto dettato da ragioni personali. C’è il rischio di un conflitto di interessi».

Altri suoi colleghi avvocati, ma anche architetti e commercialisti sono stati al governo pur continuando a lavorare nei loro studi.

«Quello che fanno gli altri non mi interessa, io credo che non sia giusto».

Che ruolo avrà nella prossima amministrazione?

«Lo ripeto, io metto a disposizione tutte le mie forze per aiutare il sindaco Cacciari, per aiutarlo soprattutto nei temi che conosco bene».

Si parla di Lei come capogruppo della Margherita. C’è da lavorare con 26 consiglieri, il gruppo più numeroso mai visto in Consiglio.

«E’ probabile che vada così».

«Non c’è lo stesso problema del conflitto di interessi?

«No, perché non si gestisce nulla. Se ci sono delibere che mi riguardano, posso sempre astenermi».

Otto anni fa lo studio lo aveva tenuto, quando da assessore lavorava per risolvere il problema degli sgravi a Bruxelles.

«Allora eravamo in due una piccola realtà. Oggi è diverso».

Niente giunta, allora.

«Credo di no, ma non è che il mondo finisce in giunta. Ci sono tanti modi per lavorare per la città.

Cosa succederà nelle prossime ore?

«Voglio dire a Massimo che è ora di rompere gli indugi. Deve scegliere gli uomini migliori e fare la squadra. I veneziani si aspettano grandi cose da lui. Ha i numeri per governare e deve farlo, distinguendo il mandato degli elettori veneziani dalle dinamiche politiche nazionali. Ed evitando pasticci con i rossoverdi. I veneziani non capirebbero».

Postilla

Qualcuno (compreso Michele Serra, su la Repubblica del 20 aprile 2005) sosteneva che Casson non poteva essere candidato perché, come magistrato che conosceva i segreti della città, c’era una incompatibilità sostanziale. Il candidato tenacemente proposto da Cacciari aveava e ha uno studio legale che lavora per le aziende chimiche (a Venezia, Porto Marghera).

Il film di Manuela Pellarin è giocato sul contrappunto di tre serie d’immagini: le interviste con operai che hanno vissuto l’ultimo mezzo secolo di vita di Porto Marghera; brani di filmati d’epoca, generalmente in bianco e nero, che narrano la storia dello sfruttamento del lavoro e della resistenza degli operai (e della città); le sequenze che esprimono la realtà d’oggi, abbandono e smantellamento.

Il leit motiv sono gli uomini: le interviste sono la parte più profonda e “costruita” del film, la sua storia. Ma indubbia è la forza delle immagini dei luoghi e degli eventi, sia nella loro sequenza e nel loro intreccio con le vicende degli uomini e del grande impianto produttivo, sia nella bellezza del paesaggio (allucinante, disfatto e pieno di tensione) che rappresentano.

Ho raggruppato le immagini tratte dal film in due serie: “ persone” raccoglie alcuni fotogrammi tratte dalle interviste, di cui le brevi didascalie danno i tratti essenziali; “ luoghi ed eventi” offre rapide sequenze di alcune porzioni del film. Le didascalie dei fotogrammi mi sono state suggerite da Manuela.

Non so se con questo sarò riuscito a dare un’dea del lavoro di Pellarin; sarà comunque, nel migliore dei casi, un’immagine molto esile e sfocata, approssimativa.

L'immagine qui sopra rappresenta e ricorda Giobatta Gianquinto, l'amato sindaco di Venezia (ma era nato a Trapani) la cui vita fu intrecciata a quella della classe operaia di Porto Marghera nei suoi momenti più significativi; è al centro della foto

Le immagini degli operai intervistati

Le immagini di alcuni dei luoghi e degli eventi

Non ci sono i soldi, ma i lavori del Mose accelerano. Il giorno dopo l’avvio ufficiale del cantiere, con l’occupazione da parte della ditta Mantovani (Consorzio Venezia Nuova) dello spazio acqueo davanti a Punta Sabbioni, la polemica non si placa.

«Si fanno forzature proprio quando il Comune chiede con un ordine del giorno di sospendere i lavori e il Cipe taglia i finanziamenti statali», accusa il deputato dei Ds Michele Vianello. Intanto il Magistrato alle Acque ha stanziato un milione di euro per una polizza che garantisca le future dighe da «attacchi terroristici». Da innocuo braccio di laguna, le tre bocche di porto potrebbero diventare una centrale appetibile per azioni terroristiche con macchinari, edifici e cabine di regia per il sollevamento delle paratoie. Un cantiere che durerà dieci anni e bloccherà in buona parte la navigazione e gli spostamenti dei mezzi in laguna.

Intanto da ieri l’area vicina a Punta Sabbioni è stata consegnata (per tre anni) alle imprese del Consorzio. Che la occuperanno con una trentina di draghe, motopontoni, rimorchiatori. Secondo il progetto dovranno costruire nel canale di Treporti, a ridosso della diga di Punta Sabbioni, due porti rifugio per consentire alle imbarcazioni di entrare in caso di maltempo con le paratoie sollevate. Un’opera che non era prevista nel progetto definitivo, aggiunta al Comitatone dello scorso anno. Perché cominciare dalla fine? «E’ chiaro che è partita una corsa per vedere chi fa prima», dice Pietrangelo Pettenò, capogruppo di Rifondazione, «credo che sia il momento di fare qualcosa. Il sindaco adesso deve andare a Roma e non muoversi di là finché il governo non convoca il Comitatone e accoglie le richieste del Comune». Richieste inascoltate da un anno e mezzo, che secondo il Consiglio comunale dovevano costituire «condizioni vincolanti per l’approvazione del progetto». Il Comitatone (con il voto favorevole del sindaco Costa) ha approvato non soltanto il progetto ma anche l’avvio dei lavori di costruzione del Mose, nonostante la progettazione non sia ancora ultimata, siano pendenti ricorsi sulla mancanza di Valutazione di impatto ambientale, e non siano certi i finanziamenti. «Il pre-Cipe ha bloccato una serie di grandi opere», spiega Vianello, «perché il governo di centrodestra non è in grado di garantire i flussi finanziari. Alcune opere potrebbero essere sbloccate, se arrivano finanziamenti privati. Ma non è il caso del Mose. Rischiamo di trovarci con i cantieri aperti di un’opera che non sarà mai ultimata».

Mentre il Magistrato alle Acque accelera, le perplessità aumentano. Uno studio dell’Università di Padova ha messo in luce le difficoltà per i basamenti in calcestruzzo di sostenere il peso delle enormi paratoie, dubbi espressi anche da Vincenzo Di Tella, ingegnere della Tecnomare che aveva collaborato con il Consorzio e che ha presentato un progetto alternativo di chiusure. Un’altra alternativa è quella del progetto Arca, per sperimentare con cassoni autoaffondanti la riduzione della sezione delle bocche che dovrebbe ridurre le acque alte senza opere fisse. Infine, il progetto De Piccoli, per portare il porto fuori della laguna. La grande opera è partita, gli appalti assegnati (al Lido lavorerà l’impresa Mantovani, capofila dal Consorzio e titolare di buona parte dei grandi lavori lavori in area veneziana).

«Non si può dare la colpa di tutto al Comune», dice il prosindaco Gianfranco Bettin, «adesso dobbiamo sperare che questo governo che ci ha portato la guerra, i tagli al sociale e le grandi opere cada al più presto. Il Mose distruggerà l’ecosistema lagunare e colpirà a morte la stessa economia portuale e risorse fondamentali della città. Il Comune di Venezia deve reagire a questo atto di prepotenza impugnando ogni strumento a sua disposizione. Intorno a questo nodo va costruita la nuova coalizione che si candiderà a guidare Venezia nei prossimi 5 anni».

Chi è serio si dimetta,

Ufficio di piano sotto tiro

VENEZIA. Un Ufficio di piano alternativo. Una sorta di governo ombra, composto di tecnici indipendenti, che possano fornire indicazioni tecniche sui progetti della salvaguardia. E’ la proposta provocatoria, avanzata dal capogruppo di Rifondazione a Ca’ Farsetti Pietrangelo Pettenò. «Hanno tradito i patti, quello è un gruppo di tifosi del Mose, in larga parte consulenti del Consorzio Venezia Nuova», accusa Pettenò. Che invita «le persone serie» nominate dal governo nell’Ufficio di Piano a dimettersi. «Hanno lasciato fuori il rettore di Ca’ Foscari», tuona Pettenò, «per mettere quello che è stato sconfitto nella corsa al rettorato, hanno messo i consulenti del Consorzio e non gli esperti di idraulica come D’Alpaos».

Monta la polemica sul fronte della salvaguardia. Oggi pomeriggio a Ca’ Farsetti si svolgerà l’atteso vertice di maggioranza con il sindaco Costa. Rifondazione, ma anche Ds, verdi, Gruppo Misto e Sdi, chiedono al sindaco di chiarire gli aspetti «poco chiari» della vicenda. Una delle richieste avanzate al Comitatone dell’anno scorso era quello di istituire l’Ufficio di Piano. «Adesso aspettiamo che siano mantenuti gli altri due punti», dice il sindaco, «cioè i finanziamenti alla città e l’avvio delle sperimentazioni alle bocche di porto. Solo così potremo vedere se è sono stati mantenuti i patti. Noi abbiamo sempre dato al governo una leale collaborazione».

Ma il problema sembra sempre più complicato. Mentre gli ambientalisti attendono l’esito del ricorso al Tar contro il progetto Mose (udienza fissata per il 6 maggio) in Parlamento il deputato Michele Vianello ha presentato un’interrogazione di fuoco denunciando un probabile «conflitto di interessi» tra tutti gli studiosi nominati nell’Ufficio di Piano che hanno svolto «attività di consulenza per il Consorzio progettista delle opere».

Una battaglia aperta su più fronti. E oggi la commissione Legge Speciale presieduta da Flavio Dal Corso ha in programma l’audizione dei rappresentanti del omune in seno alla commissione di Salvaguardia. L’architetto Cristiano Gasparetto e l’avvocato Gianfranco Perulli dovranno illustrare alla commissione l’andamento della seduta della commissione di Salvaguardia che aveva approvato il progetto definitivo del Mose tra accese polemiche. (a.v.)

MOSE Comune in fibrillazione

La maggioranza "convoca" Costa

I Ds pretendono un chiarimento

(S.T.) Il deputato diessino Michele Vianello ha mandato ieri un'interrogazione ai ministri Lunardi (Infrastrutture) e Matteoli (Ambiente) sulla costituzione dell'Ufficio di Piano, ricordando l'assoluta necessità della sua neutralità, dato che tra le sue funzioni c'è la verifica tra gli indirizzi del Comitatone e l'operato del Consorzio Venezia Nuova, e dunque chiedendo «se i singoli membri dell'Ufficio di Piano abbiano svolto attività, retribuite o non retribuite, direttamente o tramite società, Istituti universitari o altri Enti, per conto del concessionario Venezia Nuova o di società appartenenti al succitato Consorzio».

Una domanda retorica, perché tra i 13 componenti dell'Ufficio nominati da Berlusconi vi è certamente chi ha avuto rapporti anche professionali col Consorzio, e comunque destinata ad avere effetti non solo a Roma, ma anche a Venezia. «Eh sì - ammette Vianello -, ho fatto l'interrogazione anche perché ora i miei devono venire allo scoperto». I Ds, infatti, sul tema generale della Salvaguardia sono stati finora tra il timido e il diviso, ma l'ultimo schiaffo dell'Ufficio di Piano - un ufficio che Gianfranco Bettin (Verdi) non ha esitato a chiamare"Del Mose" per la sua composizione - sembra avere provocato una scossa. La Quercia alla fine si è data una linea unitaria incentrata su alcuni capisaldi: sostegno ai ricorsi al Tar contro il Mose; battaglia anche nazionale a favore degli 11 punti; accelerazione sugli interventi alternativi alle bocche di porto.

E ieri il capogruppo della Quercia in consiglio comunale, Livio Marini, ha convocato al volo una riunione di maggioranza, che si è conclusa con un documento che sarà la base di un incontro a 360 gradi col sindaco sulla Salvaguardia. «L'intento - ha spiegato Sandro Bergantin (Città nuova) - è mettere Costa alle strette». Nel mirino, infatti, c'è anche il sindaco, accusato senza mezzi termini di slealtà da Rifondazione, anche per la presenza di Ignazio Musu nell'Ufficio di Piano. Una candidatura sostenuta da Costa anche dopo che il professore s'era dimesso da consigliere comunale in polemica col il documento degli 11 punti, e nonostante il no sul suo nome di Ds e Polo rossoverde per l'incompatibilità che così si era creata.

Il documenro siglato ieri avverte che l'Ufficio di Piano, anche se richiesto da sempre dal Comune, «non può prescindere da regole di rigore istituzionale», a afferma che se i suoi componenti saranno quelli anticipati dalla stampa (il decreto, infatti, non è ancora pubblicato) «ci troveremmo in presenza di soggetti che avendo svolto compiti di consulenza per enti privati sulle opere, sarebbero ora chiamati a controllare le medesime e il proprio operato». Su Musu c'è un accenno senza far nomi, e il documento si conclude indicando che il chiarimento col sindaco dovrà comprendere, in vista del Comitatone, i temi dell'integrale applicazione degli 11 punti del Comune «a partire dall'indispensabile criterio della sperimentazione alle bocche di porto».

Troppa grazia, Sant'Antonio! Nel Dpf 2005 - 2008 approvato l'altra sera dal consiglio dei ministri sono previsti interventi infrastrutturali per 5 mila 387 miliardi di euro, tra i quali 290 milioni per il metrò sublagunare. La cordata capitanata dall'Actv che ha presentato il progetto Tessera - Arsenale, però, aveva chiesto un finanziamento pubblico di "soli" 220 milioni di euro, e dunque ora si apre uno scenario nuovo. «Certo - afferma il presidente dell'Actv, Valter Vanni -: si può andare fino al Lido»!

Come si ricorderà, il ministro delle Infrastrutture, Pietro Lunardi, all'inaugurazione della Fenice aveva promesso di portare a Venezia gran parte dei contributi statali necessari per la costruzione del metrò, ma è andato oltre ogni aspettativa, assegnando a Venezia perfino più di quanto richiesto. Molto probabilmente, Lunardi ha stanziato per la sublagunare l'intero budget veneto per i collegamenti aeroportuali, sui quali anche Verona aveva delle aspettative.

Il progetto presentato dall'Actv e dai suoi partner in finanza di progetto costerà 350 milioni di euro, di cui, si diceva, 220 di contributo pubblico e 130 sborsati direttamente dai proponenti, ma ora Venezia si trova ad avere 70 milioni di euro in più del previsto. «Se con 220 milioni di euro - osserva Vanni - lo Stato cofinanziava la tratta Tessera - Arsenale, ora, con questo stanziamento in più, e con altri 48 - 50 milioni di euro che dovremmo stanziare noi mantenendo la stessa proporzione, potremmo arrivare al Lido». Per la cordata, aggiunge Vanni, si tratta di un bel tema di riflessione. «Con la prosecuzione al Lido del metrò il miglioramento qualitativo e funzionale del progetto è alto - sottolinea il presidente dell'Actv - e tutto l'equilibrio economico e finanziario dell'operazione si regge meglio».

Ad ogni buon conto, ora il progetto del metrò sublagunare entra in una fase veramente operativa. «Noi - dice Vanni - abbiamo tutte le carte che ci servono, e siccome ci sono i soldi andiamo a prenderceli». L'Actv, insomma, non si ferma per le polemiche politiche che circondano il progetto del metrò sublagunare, e che da oggi sono immancabilmente destinate a rinfocolarsi, specie dopo che il Polo Rossoverde ha deciso di fare di Mose, Chimica e appunto sublagunare le discriminanti per rinnovare la coalizione di Centrosinistra in vista delle amministrative dell'anno prossimo.

Anche i Ds, cioé il partito di Vanni, sono molto critici verso il progetto, e il segretario regionale della Quercia, Cesare De Piccoli, ha già anticipato che i temi posti dal Polo Rossoverde meritano una riflessione forte. «Ma noi siamo un'azienda - replica il presidente dell'Actv - mentre il resto del mondo è altro. Certo - aggiunge - ora il Comune può rinunciare al finanziamento, ma voglio vedere»!

Sullo stesso argomento:

un mio articolo su l'Unità (1992)

due articoli di Alberto Vitucci su la Nuova Venezia (2003)

Cacciari e le nomine, ora è spuntato l'asse con An

Pagamento per merce non richiesta? La notizia è da il Coriere della sera del 23 aprile 2005

Il neosindaco di Venezia affiderebbe una municipalizzata a un uomo di Alleanza nazionale? « È prematuro dare indicazioni, ma non escludo nulla, non ho pregiudizi » . Massimo Cacciari sembra dare corpo alle proposte di collaborazione di Raffaele Speranzon, giovane leader veneziano di An, che escludeva un impegno diretto degli uomini del centrodestra nella nuova giunta, ma prospettava la possibilità di « contributi di altro genere, qualche incarico di secondo grado » . Potrebbe essere un riconoscimento del ruolo svolto dagli elettori della Casa delle Libertà nella sfida che al ballottaggio ha visto prevalere Cacciari su Felice Casson.

Prove tecniche di alleanze incrociate per l'Amministrazione laboratorio. Massimo Cacciari, ormai con la fascia tricolore di sindaco della Serenissima, ha in mano il boccino. Ora deve lanciarlo, per cominciare la partita.

« Mi muoverò senza pregiudizi » , avverte, consapevole però che il gioco non è facile, neppure per un tipo abile come lui. Va ricordato, infatti, che tra i suoi sostenitori al ballottaggio c'è una nutrita schiera di veneziani che, a bocce ferme, si sarebbero riconosciuti nella Casa delle libertà. Poi, rimasti orfani del candidato di riferimento, scartato l'ex pm Felice Casson, hanno premiato il filosofo. Allora? « Siamo solo agli inizi dell'avventura, comunque non escludo nulla, che sia esplorabile — dice Cacciari — . Ma è ovvio che farò una giunta di centrosinistra, sperando che il centrosinistra si riconosca in me » aggiunge. Anche l'altro giorno, quando Romano Prodi l'aveva tirato per la giacca, era stato sarcastico: « Chiedermi di varare una giunta di centrosinistra è scoprire l'acqua calda » . Ieri Francesco Rutelli, leader della Margherita e sodale del neosindaco, è tornato sull'argomento: « A Venezia, certo, non faremo una giunta monocolore della Margherita, anche se, con 26 consiglieri acquisiti, sarebbe possibile » .

Dunque, amministrazione di centrosinistra. Eppure, questi proclami non combaciano con le trame sotterranee, che si compongono e scompongono e che sembrano innervosi re il doge dal ciuffo corvino, pur essendo lui il fulcro della ragnatela. Da una parte ci sono i Ds spaccati, che tentano ricuciture e fanno avances esplorative. Perfino Gianfranco Bettin, capo del cosiddetto polo rosso verde destinato all'opposizione ( sarà davvero così?) è uscito allo scoperto, rilanciando l'invito di Prodi per una giunta unitaria del centrosinistra.

A una condizione: « Non far entrare nessuno della Casa delle libertà » . Per Cacciari il nodo cruciale è proprio qui: come « dialogare » , in concreto, con il centrodestra? Come ricambiare per l'appoggio ottenuto da quell'area politica diversa dalla sua? Non è un mistero, per esempio, che tra Raffaele Speranzon, giovane leader di Alleanza nazionale, e il filosofo c'è feeling. E che i due, in questi giorni, si sono parlati. Tema delle conversazioni? « La collaborazione possibile — ammette Speranzon — . Sia chiaro, per An un posto in giunta è assolutamente da escludere.

Non mischiamo le carte. Cac ciari sta facendo la rivoluzione, anche se resta di centrosinistra » . Però... « Però, non escludo contributi di altro genere. Qualche incarico di secondo grado. Per esempio nelle aziende municipalizzate.

Non per me, che mi autoesclu do da qualsiasi carica amministrativa e neppure per i candidati che erano nella mia lista.

Mi riferisco piuttosto a personaggi di qualità e capacità della mia area politica. Se Cacciari riterrà di avvalersi della collaborazione di qualcuno di lo ro, sarei onorato » . Del resto, Raffaele Speranzon non teme i rimbrotti del suoi capi nazionali. « Vado avanti per la mia strada — confida — . An è una forza che può giocare a tutto campo, non la ruota di scorta di Forza Italia » . Insomma, quella freddezza che Maurizio Gasparri ha dimostrato di fronte alla vittoria del filosofo cade nel vuoto. Per contro, Gianni Alemanno sta con il giovane leader veneziano.

Cacciari affiderebbe una municipalizzata a un uomo di Alleanza nazionale? « È prematuro dare indicazioni, ma non escludo nulla, non ho pregiudizi » risponde. Le voci, in Laguna, si rincorrono. C'è in ballo la presidenza del consiglio comunale. « È normale che vada a un eletto dell'opposizione » dice il sindaco. I nomi più gettonati: lo stesso Speranzon e forse, con maggiori chance, Michele Zuin di Forza Italia, vice di Cesare Campa, il candidato che si piazzò terzo al primo turno, dopo Casson e Cacciari.

VENEZIA — Spetta al ministro Lunardi abbattere il Mose fuorilegge. A sostenerlo è il Comune di Venezia, secondo il quale rompete al ministro delle Infrastrutture ordinare la sospensione dei lavori del sistema di barriere mobili contro l'acqua alta che lui stesso ha fatto iniziare, e disporre la demolizione delle opere costruite finora perché «difformi» rispetto a tutti gli strumenti di pianificazione urbanistica e territoriale, comunali e regionali, oggi vigenti.

La «diffida» a Pietro Lunardi è contenuta nel dossier che il Sindaco di Venezia Massimo Cacciari ha inviato al ministro e al governatore della Regione Veneto Giancarlo Galan, sulla base di una relazione dell'architetto Giovanni Tornato, dirigente dell'ufficio comunale «Controllo del territorio». In essa si sostiene che, secondo la legge, l'articolo 28 del titolo IV del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia (il Dpr 6-6-2001 n. 380), impone al Comune che riscontra degli abusi edilizi nelle opere realizzate da amministrazioni statali, come nel caso del Mose, di informare «immediatamente» il ministro delle infrastrutture e il presidente della Regione. A questi, dice la legge, rompete la «adozione dei provvedimenti previsti». In caso di abusi commessi da privati tocca invece ai Comuni intervenire. E i «provvedi-

menti previsti», in questi casi, sono drastici: sospensione «immediata» dei lavori, e demolizione delle opere abusive con «ripristino dello stato dei luoghi» entro 45 giorni dalla sospensione. Le violazioni alle leggi in vigore riscontrate dai tecnici comunali nei cantieri del Mo-

se, dove verranno installate le barriere mobili, sono 17: sette sulla «bocca di porto» di Malamocco, sei su quella di Chioggia, quattro su quella del lido. Sono le «bocche» che mettono in comunicazione il mare con la laguna.

Sulla «bocca» di Malamocco sarebbero abusive, secondo il Comune, la costruzione di una conca di . navigazione per le grandi navi e della relativa «spalla» di sostegno, i rinforzi al molo nord, l'eliminazione di una parte del molo sud, la realizzazione di un sostegno alle barriere mobili, il rafforzamento del muro del forte di San Pietro, e lo scavo di un canale per le opere di cantiere. Su quella di Chioggia sarebbero fuorilegge la realizzazione di un porto-rifugio peri pescherecci e dei relativi moli di sponda, la demolizione di parte del molo esistente, lo scavo di una porzione della battigia, la costruzione di un nuovo molo di contenimento dell'isola di Pellestrina e la formazione di una nuova isola vicino al forte Barbarigo. Sulla «bocca» del Lido, gli abusi riguarderebbero la realizzazione di un porto-rifugio per le barche, la costruzione di una nuova isola davanti a Sant'Erasmo, il rafforzamento del molo sud e lo scavo di un canale per il cantiere.

Se ministero e Regione non interverranno, il Comune di Venezia, insieme a quelli di Chioggia e Cavallino, si rivolgerà alla magistratura. E la battaglia del Mose si trasferirà nelle aule giudiziarie. Anche perché il Sindaco di Cavallino, Erminio Vanin, intende chiedere il risarcimento dei danni subiti per i lavori del Mose sia da privati cittadini che da aziende che dalla stessa amministrazione. «Chi ha deturpato una delle aree più belle • del nostro litorale — dice — dovrà anche farsi carico della sua ricomposizione complessiva».

«Noi non possiamo intimare nulla allo Stato — spiega Cacciari — però abbiamo segnalato le violazioni che abbiamo riscontrato, e abbiamo chiesto al ministero e alla Regione che cosa hanno intenzione di fare a questo punto». Maria Giovanna Piva, presidente del Magistrato alle acque, che è il braccio operativo del ministero delle infrastrutture, da cui dipende la costruzione del Mose, sostiene invece che tutti i lavori in corso sono «pienamente legittimi», perché l'approvazione del progetto Mose da parte della commissione perla salvaguardia di Venezia avrebbe «sanato» le violazioni urbanistiche riscontrate dal Comune. Le associazioni ambientaliste contrarie alla grande opera si sono costituite in una «Assemblea permanente No Mose». Simbolo uno squalo e lo slogan: «II Mose fa bene solo a chi lo fa».

Come era di facile previsione il Sindaco Costa, non ha avuto difficoltà a firmare il documento della maggioranza del Consiglio Comunale che negli auspici dovrebbe fermare i lavori del Mose. Un documento di carattere puramente ordinatorio dei lavori, nel quale avremmo auspicato una premessa di impegno politico.

Timeo Danaos et dona ferentes: può essere la più pura delle speranze a guidare questa maggioranza e nel caso di Costa dobbiamo essere anche disposti a pensare ad una conversione sulla via di Damasco di Strasburgo!

Spieghiamoci:

1. In tutti i ruoli che ha rivestito da ministro dei LL.PP.( Presidente del Consiglio Prodi), a Sindaco, a europarlamentare, Costa (demiurgo anche in Europa del Ponte di Messina!) è stato ed è, del Mose, il massimo propugnatore pubblico.

2. Ne fa fede lo stesso Prodi, leader degli Uniti nell'Ulivo, (candidato alla prossima Presidenza del Consiglio), che venuto pochi giorni fa qui in laguna, non si è trattenuto dall'auspicare, coerente con le azioni e convinzioni comuni, che i lavori del Mose procedano spediti!

3. Le deliberazioni di cui, infatti, entrambi si sono fatti promotori, dal 1998, sono state all'origine del più colossale pasticcio di procedura amministrativa per un' opera pubblica. Tutti i Governi, che da allora si sono succeduti, sono rimasti più o meno consapevolmente invischiati e ne hanno vieppiù complicato la macchinosità: dai cosiddetti Esperti Internazionali, all'accettazione inusuale dell'annullamento del Tar del Veneto del Decreto di VIA negativa, all'annientamento di un autentico controllo scientifico, alla negazione di una interdisciplinarietà nelle decisioni, all'inserimento del Mose tra le infrastrutture della Legge Obiettivo, al susseguirsi di mere approvazioni burocratiche delle sostanziali modifiche inserite sul Progetto originario, da parte di Uffici periferici regionali e statali, normalmente coinvolti nelle fasi sub-procedimentali.

4. L' Ufficio di Piano, istituzione sussidiaria alla VIA (!) che doveva presiedere all'aggiornamento del Progetto ed alla sua revisione è rimasto fantomatico per anni, coinvolto in un defadigante quanto inutilelavoro preparatorio

5. L'Ufficio di Piano vede solo ora la luce, a decisioni prese, e sua la composizione, seppure di nomina del Governo Berlusconi, è di netta impronta "costiana",con qualche rara eccezzione.

6. Nel frattempo spropositate proposizioni e contraddittorie decisioni sono state assunte.

7. Ben oltre 1 anno fa, il 1 aprile del 2003, la maggioranza vota del Consiglio Comunale di Venezia votò quell'odg di 11 punti che, il 3 aprile 2003, il Comitatone, presente il Sindaco, ha tempestivamente assunto quale viatico per deliberare "di passare alla progettazione esecutiva ed alla realizzazione delle opere di regolazione delle maree alle bocche di porto ('progetto Mo.S.E.') e contemporaneamente alla realizzazione della struttura di accesso permanente alla bocca di Malamocco".

8. Comunque vada l'elezione in Europa, per l'anno che gli resterebbe da governare a Venezia, Costa, risulta già ora e risulterà più che mai completamente svincolato da qualsiasi rapporto fiduciario sia con la sua maggioranza e con il proprio gruppo politico, la Margherita ("con cui farò i conti al momento opportuno",si legge!) .

Oggi il Sindaco e la sua maggioranza ritornano a firmare un ordine del giorno (una paginetta) da esibire ad un prossimo, peraltro, non previsto Comitatone. È vero che Davide fermò Golia con un sasso: ma la mano di Davide era armata dalla purezza! Davvero questo è un atto sincero? Davvero il Sindaco e la sua maggioranza credono che si fermeranno i cantieri, davvero vi crede il verde Bettin?

Non si vuole precludere ogni via alla provvidenza, ma in nome del realismo politico e per conto della Lista Verde Boato Zitelli si chiede che:

- La maggioranza ulivista e rosso verde del Consiglio Comunale di Venezia, con un nuovo ordine del giorno, inviti Prodi, Presidente della Commissione Europea e leader dell'Ulivo di vincolarsi a fermare il Mose e a iniziare un diverso progetto di interventi. - in questo senso Prodi si obblighi già ora a vigilare sulla procedura di infrazione intentata dalla Commissione all'Italia, e riattivi l'azione della Commissione Europea sulla procedura di infrazione riprendendo le indagini, qualunque sia stata la risposta dello Stato italiano,

- il leader dell' Ulivo si vincoli da subito con dichiarazione esplicita, che qualora rinominato Presidente del Consiglio, Egli e i suoi Ministri riconosceranno le conseguenze legittime della Valutazione di Impatto Ambientale negativa sul Mose, quella valutazione che fu tanto avversata, ma che deve essere ripresa e aggiornata in sede nazionale,

- che si impegni a dare esecutività alle sentenze che reinseriscono nelle funzioni la Commissione per le Valutazioni dell'Impatto Ambientale che il Governo Berlusconi, con il Ministro Matteoli, ha dimesso. Solo così potranno essere dissipate le naturali perplessità sulla buona fede dei nostri rappresentanti politici.

Intanto ancora ieri si sono potute osservare attività di un consistente scavo all'interno del Canale di Malamocco, lato di Pellestrina a ridosso del piede della diga di Santa Maria del Mare: non erano "gusci di conchiglie", come pare abbia dichiarato il Consorzio Venezia Nuova, ma parecchie tonnellate di sabbia, nulla poi a che vedere "con il miglioramento della navigazione" come sembra abbia dichiarato il presidente dell'Autorità portuale, dal momento che le navi tengono rotta al centro del canale e non a ridosso del molo.

Intanto, i membri della Commissione di salvaguardia di obbedienza politica Forza Italia dichiarano che, per vincere le resistenze degli ambientalisti, voteranno con la maggioranza tutti gli interventi vavorevole al MoSE e alle altre opere di impatto devastante per la città storica, come la metropolitana sublagunare (da La Nuova Venezia del 22 giugno 2004)

VENEZIA. «Il Mose è tecnicamente superato e culturalmente datato. Il Comune lo deve dire forte, e rilanciare il suo ruolo di guida nella salvaguardia. Altrimenti le grandi scelte sul futuro di questa città saranno prese in sedi esterne alla politica e all’interesse dei cittadini».

Cesare De Piccoli, ex vicesindaco e segretario regionale dei Ds, raccoglie la sfida lanciata da Michele Vianello. E rilancia.

Autore di una proposta alternativa al Mose per la difesa delle acque alte, De Piccoli punzecchia il presidente Galan e invita il centrosinistra a «riprendere la politica». «Il trionfalismo di Galan è fuori luogo», attacca, «non c’è stato nulla di storico nella decisione della Salvaguardia. Semmai una forzatura delle procedure, in un meccanismo farraginoso sempre più separato dall’opinione pubblica. Puntano a prendere la gente per stanchezza»

Un deputato del suo partito, l’ex vicesindaco Michele Vianello, ha lanciato accuse gravi. Invitando i Ds a «non far finta di nulla».

«Non ne farei una questione interna a un partito. Vianello ha posto degli interrogativi di merito, che non possono essere liquidati con la solita polemica. Sono quesiti posti da un parlamentare nell’esercizio delle sue funzioni.

Esempio?

«Non è pensabile che la più grande opera europea sia realizzata senza la Via».

Questione di procedure e di diverse interpretazioni.

«Eh no. Non è un problema solo di cavilli giuridici ma di sostanza progettuale, se si possa realizzare un’opera così impattante per l’ambiente quando la Valutazione di impatto ambientale è stata negativa. E’ ovvio che restando questi gravi punti interrogativi si legittimano tutti i dubbi possibili e si dà la stura a contenziosi infiniti. Non è accettabile, perché non si tratta solo di dubbi ambientalisti, ma del futuro di questa città».

Secondo i progettisti sarà il Mose a salvare Venezia.

«Invece si è persa un’occasione irripetibile per voltar pagina e perseguire un’idea di modernità di Venezia senza rotture con la sua storia com’è invece avvenuto nel secolo scorso».

Insomma il Mose è già vecchio?

«Sì, perché rimane all’interno del vecchio paradigma industrialista. Non è vetusto il funzionamento delle paratoie, che possono anche funzionare, ma la logica progettuale. Oltre al fatto che si tratta di un progetto rigido. Nel 2003 non sarebbe mai servito, nel 2002, alzando troppe volte, si sarebbe paralizzato il porto».

Allora è un progetto da buttare?

«Avevamo proposto al Consorzio Venezia Nuova di avviare una revisione progettuale. Purtroppo dobbiamo prendere atto che sono prevalse le logiche aziendali».

Il progetto definitivo è stato approvato anche dal Comune.

«Negli anni scorsi, anche quando in Regione e al governo vi erano amministrazioni politicamente ostili, il Comune aveva una funzione di dominus dei processi di salvaguardia. Oggi questo ruolo si è offuscato, Galan e Lunardi possono usare il bastone e la carota a loro piacimento».

Vuol dire che il Comune non conta più nulla?

«Dico che anche il punto di equilibrio trovato dal sindaco Costa e dal Consiglio doveva rappresentare una condizione per approvare il Mose. Così non è stato. E il rischio è che la città ora sia fuori gioco e le scelte siano fatte altrove.

Non a Venezia?

«Se si continua con questo balletto di tatticismi e di forzature puntando sulla stanchezza dei cittadini, della politica resta poco. Forse dovremo affidarci a Beppe Grillo».

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