«Se avessimo dovuto farlo ora, non avremmo abbattuto niente, nessuna villetta, nessun abuso». Lo sguardo di Gerardo Rosanìa, sindaco di Eboli, si spegne nel vuoto, vaga sulle pareti del suo ufficio, poi torna a fissare un punto. «Quella stagione si è esaurita. E poi oggi chi me li darebbe i soldi per le ruspe e per alloggiare i militari?».’
Non è passato tanto tempo da quando i Caterpillar si avviarono verso la pineta di Eboli per demolire le prime 72 villette abusive che deturpavano il litorale. Ma sembra un secolo. La pineta è lunga otto chilometri e in alcuni punti è profonda anche 250 metri. Alle spalle corre la strada, davanti ha una spiaggia bianchissima e poi luccica il mare. Era il settembre del 1998. Ci vollero tre giorni per sbriciolare il cemento e il ferro. Le altre 328 casette vennero giù nel volgere di due anni. Fu girato un video che la sera venne proiettato sulla piazza di Eboli davanti a trecento persone. Molti applaudivano, si levò qualche fischio, forse indirizzato alle ruspe, forse a chi aveva violato con il cemento la quiete di quei pini, che erano di tutti. Altri stettero zitti e covarono i rancori nelle viscere.’
Eboli è un paese conosciuto dappertutto, nonostante il fatto che Carlo Levi, nel suo libro, non si sia occupato di Eboli, estremo lembo del mondo moderno, bensì di quello che c’era dopo. Rosanìa ha 45 anni, è alto, agita le lunghe braccia e si aggiusta il ciuffo che i capelli arruffati fanno scendere sugli occhi. E’ iscritto a Rifondazione comunista e guida un centrosinistra travagliato - e travagliate sono tutte le storie della sinistra qui nella piana del Sele, zona di bonifica, di agricoltura ricca e di miseria contadina, di boschi e di aree umide, di speranze industriali che si infrangevano, di lotte e di rivolte.’
Dopo aver abbattuto le quattrocento villette abusive è lui il custode della pineta. L’ha ripulita dai calcinacci, ha divelto le ultime palizzate, e ora sta avviando il risanamento. Hanno sistemato i pali della luce e attrezzato una pista ciclabile che dalla foce del Sele, dieci chilometri più a sud, porta fino a Salerno. In alcuni angoli sorgeranno oasi naturali, fazzoletti umidi dove ricondurre la fauna - uccelli, anfibi e persino pesci. Dopo una estenuante trattativa con la Regione Campania sono arrivati 18 miliardi di vecchie lire (ma Rosanìa ne aveva chiesti 40), e con questi si potrà ripascere la pineta, piantare nuovi alberi, attrezzare piccole strutture sportive.’
La pineta segna il limite tra il mare e la pianura. Come altre pinete costiere in Italia, racconta Maria Bellelli, un’agronoma che a lungo l’ha studiata, anche questa che scorre da Paestum fino a Pontecagnano fu impiantata negli anni Cinquanta «per stabilizzare le dune impedendo che avanzassero e per proteggere dai venti marini e dalla salsedine le colture agricole che sono all’interno». Questa striscia di verde brunito è dunque un bosco artificiale, prodotto di quelle imponenti opere di manutenzione di cui l’ingegneria italiana si vantava, prima di cercare la gloria solo attraverso cavalcavia e autostrade. La pineta segnava il compimento di un’altra immane opera, la bonifica realizzata negli anni Trenta sotto la direzione di Arrigo Serpieri – bonifica integrale, venne definita, perché oltre a prosciugare le paludi, fissò nuove forme del paesaggio rurale. La pineta chiudeva verso il mare questo gioiello dell’ingegneria idraulica e a sua volta veniva protetta da una duna che sfilava lungo la spiaggia e che tratteneva la salsedine.’
Con il passare degli anni, racconta Bellelli, la pineta venne abbandonata. E qui, dove le piante non venivano diradate e mentre il sottobosco si riduceva, costruirono le villette. Proprietà del demanio e cioè di tutti, quindi di nessuno e, come accade spesso in queste contrade, di chi per primo se l’accaparra. Quattrocento villette, alcune di buona fattura, la gran parte baracchette indegne di ospitare gli attrezzi agricoli. Qualche ristorante, lo spaccio, la bottega con le mozzarelle di bufala della piana.’
L’assalto iniziò negli anni Sessanta. Arrivarono da Napoli, da Salerno e dall’entroterra. Ma le occupazioni furono incessanti dopo che Eboli divenne il teatro della Grande Rivolta. Accadde nel maggio del 1974. Una faida interna alla Dc aveva dirottato verso l’Irpinia, lo stabilimento della Fiat-Iveco che doveva essere installato nella piana del Sele. Gli ebolitani bloccarono l’autostrada e i binari ferroviari. Per Rosanìa fu il battesimo politico: anche lui era sulle barricate, alla testa degli studenti liceali. Una nuova promessa, quella di collocare altri stabilimenti, li riportò alla calma. Ma nessuna industria si stabilì da quelle parti. La Dc perse onore e voti a vantaggio del Psi, che contava su uomini scaltri e intraprendenti. I socialisti crebbero in misura straordinaria, trasformando l’intera provincia in uno dei centri di irradiazione del craxismo (nel '57 avevano l’8 per cento, nell’’80 raggiunsero il 31; la storia della città è narrata da Gabriella Gribaudi in un libro del 1990, esemplare nel suo genere fra antropologia, sociologia e politica: si intitola A Eboli). Nel '76 Rosanìa si trasferì a Modena, dove si laureò in Economia. «In quegli anni scomparvero tanti antichi mestieri», ricorda, «sparirono falegnami, artigiani del rame, ferrai, ciabattini. Eboli perse il suo rapporto con la piana, gli ebolitani non lavorarono più la terra. I fondi agricoli servirono per costruirci le villette e dopo il terremoto dell’’80 il centro storico si svuotò». Rosanìa ritornò in paese nel 1982. Ma se ne ripartì quasi subito per la provincia di Bergamo, dove trovò un posto da segretario comunale. Eboli era cambiata. Alcuni si erano arricchiti e molti sognavano di seguirli. Gli ebolitani avevano scoperto il mare e con il mare avevano scoperto quant’era bella la pineta. Furono quelli gli anni delle occupazioni incessanti. Arrivò anche la camorra. Racconta Rosanìa che nella casa del boss Pasquale Galasso a Poggiomarino venne sequestrata una copia del piano regolatore di Eboli e lo stesso Galasso, che poi è diventato un pentito, si era costruito una villa intonacata di bianco, con i portici e gli archi. La villa è ancora qui, con il cancello sulla strada che porta a Battipaglia. Adesso ospita il Centro per la legalità Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Pochi a Eboli ritennero che quelle case fossero illecite. Ma una svolta si ebbe nel 1996, quando Rosanìa si candidò a sindaco appoggiato da una lista civica e da Rifondazione comunista. Suo avversario era l’Ulivo. In testa ai suoi programmi mise gli abbattimenti delle ville. E vinse. Partirono gli ordini di demolizione e vennero indette le gare d’appalto. Tutte le gare andarono deserte. Una volta concorse una sola impresa, offrendo un ribasso irrisorio, lo 0,05. Ma qualche tempo dopo il titolare telefonò al sindaco, sfoderò una solenne faccia tosta e disse: «Scordatevelo che veniamo a demolire».’
Rosanìa fu colto dallo sconforto. Le villette erano state sequestrate da un magistrato di Salerno, Angelo Frattini. Ma i proprietari continuavano ad abitarle. Uno spiraglio venne aperto dal prefetto che tutti consideravano una persona perbene, Natale D’Agostino: le demolizioni le avrebbe fatte l’esercito. Un primo intervento (siamo arrivati al maggio 1998) venne bloccato perché nel frattempo era franata la montagna sopra Sarno. Poi D’Agostino morì, ma anche il suo successore, Efisio Orru, era persona tenace. E così il 28 settembre del '98, all’alba, le ruspe militari arrivarono nella pineta e buttarono giù le prime ville. In piazza si festeggiò quando tutto era finito. Ma il sudore freddo di quei giorni Rosanìa sente scorrerlo al solo rievocarli. Intanto l’esercito demolisce, bontà sua. Ma le case le vuole trovare sgombre di tutti gli arredi. E del trasloco dovette occuparsi il Comune, che scovò un magazzino per sistemare mobili, tavoli e sedie a sdraio. Trovò gli alberghi dove alloggiare i soldati. Fece una convenzione coi ristoranti per fornire pranzi e cene. E alla fine, dissanguandosi, dovette pagare solo all’esercito un conto di 600 milioni.’
Per alcune ore non si ebbe notizia di una signora di settant’anni. Qualcuno sussurrò che poteva trovarsi sotto i calcinacci. Vera o falsa che fosse (falsa, per fortuna, la signora era nella sua casa di Battipaglia), la voce servì a tenere il sindaco sulla graticola, a fargli capire quale scarto separasse la gloria dalla galera. L’ultimo gruppo di case fu demolito in fretta e furia nel 2000: si sapeva che alle politiche avrebbe vinto Berlusconi e allora addio ruspe.’
Eboli sembrava avesse retto nello slancio degli abbattimenti. Ma poi i partiti si sono sfaldati, la maggioranza ha perso alcuni suoi pezzi. «Non so se arriveremo al 2005, quando scadrà il nostro mandato», confessa Rosanìa. Sono riemersi i rancori nascosti quella sera davanti al filmato delle ruspe. Nel nuovo piano regolatore, realizzato da Vezio De Lucia, si è bandito il cemento sul lido: gli stabilimenti devono avere solo strutture in legno. Si è indetta una gara perché chi aveva già uno stabilimento demolisse quello vecchio: in cambio avrebbe ottenuto la concessione per uno nuovo, ma in legno. Alcuni si sono opposti. Sono andati alla Procura della Repubblica e hanno denunciato Rosanìa per abuso d’ufficio e hanno persino insinuato che lui abbia favorito qualcuno a scapito di altri. Ora l’indagine è in corso. Tutte le sentenze della giustizia amministrativa hanno dato ragione al sindaco, che però si è visto perquisiti gli uffici dalla Guardia di Finanza. «Se dovessi abbattere ora non potrei più farlo», ripete Rosanìa, che per fortuna sua e della pineta, seppe cogliere l’attimo.
(2 - continua)
Titolo originale: The New American Dream Looks Familiar – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Il new urbanism sta prendendo piede a St. Louis, con nuovi progetti che riecheggiano temi delle città tradizionali.
Dall’ex campagna di St. Charles all’affollato Brentwood Boulevard, fino al vecchio centro di Kirkwood, i costruttori fanno a gara ad adottare i principi new urbanism.
L’idea, abbozzata negli anni ’80 come alternativa allo sprawl suburbano, è diventata la moda del momento. E gli esperti che osservano queste trasformazioni affermano che la tendenza è in crescita, sia qui che a livello nazionale.
Il concetto generale è quello di capitalizzare quanto c’era di meglio nei quartieri tradizionali.
Pensare a spazi compatti, con case vicine le une alle altre e alle strade, con vicoli di servizio e parcheggi posti sul retro, marciapiedi alberati che portano verso parchi, negozi, chiese, biblioteche, scuole.
”Se solo la gente prendesse in considerazione quello che c’è nei loro vecchi quartieri, capirebbe” ci dice Marina Khoury, project manager dello studio Duany Plater-Zyberk & Co. di Miami.
Questo studio di architettura e urbanistica, noto come DPZ, è stato pioniere del concetto di new urbanism, e ha collaborato a tre progetti nella regione di St. Louis.
Ma gli esperti stanno ancora dibattendo su quanto davvero certi progetti col marchio new urbanism rafforzino il nucleo tradizionale dell’area regionale, e frenino lo sprawl.
A St. Louis e altrove, costruttori che si autodefiniscono new urbanists stanno strappando foreste e ricoprendo terre agricole, e ci costruiscono nuove strade e fognature per i propri progetti.
A Richmond Heights, un’impresa vuole demolire un vecchio quartiere, spostando gli abitanti, per fare spazio a un insediamento new urbanism progettato per attirare nuovi residenti.
Ci sono anche degli ibridi. WingHaven a O’Fallon, Missouri, ha un centro cittadino e altri elementi new urbanism. Ma nella stessa città ci sono anche sistemi di strade a cul-de-sac, case di stile suburbano, e altre caratteristiche che i puristi aborriscono.
”Qualche volta si vedono progetti dove si è fatta metà della strada, usando alcuni elementi di new urbanism” dice Stephen Filmanowicz, portavoce del Congress for the New Urbanism a Chicago.
”Ma è comunque meglio del classico sprawl”, aggiunge. E anche se sta su spazi aperti consuma meno terreni, se la gente può andare a lavorare o a fare shopping a piedi ... fa parte dei nostri scopi”.
La vera questione
Due dei più grossi progetti in corso nell’area di St. Louis sono degli ibridi: i 600 ettari di WingHaven, della McEagle Development, con altri progetti da 150 per la vicina BaratHaven, o quello da un miliardo di dollari and su 900 ettari a Belleville.
La Tamar Properties sta realizzando la prima fase del quartiere di Belleville, Reunion, con alcune case in stile new urbanist vicino a un lago, con percorsi pedonali e ciclabili. Ma la maggior parte delle case sono di tipo classicamente suburbano.
New Town a St. Charles, su 320 ettari a nord della zona storica, è una faccenda diversa. L’ha progettata lo studio DPZ e la Whittaker Homes la sta costruendo come autentica comunità new urbanism.
”Non ci sono cul-de-sacs” ci diceil vice presidente della Whittaker, Tim Busse. “Mescoliamo le abitazioni per i vari livelli di reddito, e il 90 per cento degli abitanti starà ad un raggio di cinque minuti a piedi da un centro servizi di quartiere.
Come Seaside, Florida, il celebrato modello di centro new urbanism progettato da DPZ nei primi anni ’80, anche New Town a St. Charles si sta realizzando su aree libere.
E come Seaside, non è progettata per essere più densa dei soliti suburbi. Le case sono raccolte in gruppi attorno a centri di tipo urbano con negozi, uffici e servizi.
DPZ ha anche dotato New Town di un sistema di 95 laghi e canali a contenere lo scolo dell’acqua piovana, ed essere un carattere distintivo della zona. Alcune case si affacciano sull’acqua, con moli per barche in stile veneziano. Tutte le case, con prezzi da circa 100.000 a 500.000 dollari, sono al massimo ad una distanza di due isolati da un lago o da un canale.
Khoury della DPZ afferma che New Town è di gran lunga più efficiente del solito quartiere suburbano, che ha insediamenti separati, e poi centri per il commercio, e per gli uffici, e obbliga la gente ad usare l’auto per andare ovunque.
Busse ci dice che lui e il suo presidente alla Whittaker, Greg Whittaker, hanno discusso di come tentare un progetto del genere per anni.
”Ammiravamo Seaside” dice “e abbiamo avuto la sensazione che i tempi fossero a St. Charles, particolarmente coi prezzi dei terreni che andavano alle stelle ... Volevamo anche costruire qualcosa di diverso e più sostenibile”.
Busse ci racconta che quasi tutte le case del primo lotto (400 su 600) sono vendute. E il gruppo degli acquirenti è misto, e comprende “gente da Soulard e University City, che non pensavano avrebbero mai attraversato il fiume (per entrare nella St. Charles County) a comprarsi una nuova casa.
In-Fill
Nel frattempo, altri costruttori hanno portato il new urbanism ai vecchi quartieri. Stanno riempiendo spazi in aree degradate o in zone vuote, aggiungendo una varietà di nuove case, negozi, ristoranti e altre amenità.
L’obiettivo – un elemento importante per i nuovi urbanisti – è quello di rivitalizzare i vecchi quartieri.
”Non siamo contro l’edificazione in aree nuove, ma penso che in generale i nostri membri siano più soddisfatti di praticare lo infill” nei vecchi quartieri, ci dice John Norquist, un ex sindaco di Milwaukee, ora presidente del Congress for the New Urbanism.
La MLP Investments ha quattro progetti di questo tipo, in corso o pronti a partire, per l’area di St. Louis.
Chris Ho, vice presidente di MLP per il settore costruzioni, dice che il primo esempio di intervento è Station Plaza, nel cuore di Kirkwood. Lavorando con architetti di Suttle Mindlin a St. Louis, e con la Parker Associates di Tulsa, Oklahoma, la MLP sta costruendo 215 condomini ad appartamenti, 24 townhouses, negozi al livello strada e un ristortante affacciato su una piazza. I garages sono nascosti sul retro. Il quartiere si sta realizzando in una zona morta: il sito di un ex punto vendita Target, di fronte a City Hall.
A Florissant, MLP prevede altre abitazioni in stile new urbanism e negozi al pianterreno per rivitalizzare la storica arteria commerciale. A Creve Coeur, una cittadina senza un vero e proprio centro di tipo urbano, la MLP sta costruendo King's Landing. Situato ad un isolato dal municipio, avrà appartamenti con negozi al pianterreno. I marciapiedi metteranno in collegamento con la zona del municipio e gli altri negozi e ristoranti della zona.
A Brentwood, MLP pensa ad un insediamento più grosso, nella parzialmente abbandonata Hanley Industrial Court. Ci saranno “veri isolati urbani” dice Chris Ho, “residenze e uffici sopra negozi, un’arteria principale, ristoranti, piazze”. Sono previsti una multisala a diciotto schermi e altri negozi in un secondo tempo. Ho aggiunge che sta per arrivare una stazione del MetroLink, in modo che gli abitati possano “saltar su e andare a Clayton per lavoro, all’aeroporto, in centro”
Nella vicina Richmond Heights, la THF Realty ha proposto di rimpiazzare circa 200 case con un quartiere di abitazioni più alte, negozi, un albergo e uffici. È progettato in stile new urbanism attorno a un percorso attrezzato a verde, con vicoli di servizio dietro alle abitazioni. La municipalità ha chiesto ad altri costruttori di presentare proposte alternative.
Norquist, del Congress for the New Urbanism, dice che l’idea di abbattere un quartiere per realizzarne uno nuovo deve essere valutata attentamente, “specialmente visto che St. Louis ha già avuto abbondantemente la sua parte di demolizioni, di case di valore”. La demolizione “sembra controproducente ... ma potrebbe non esserlo se l’insediamento new urbanist aggiungesse valore alla città”.
Un progetto a sé stante
La Pace Properties Inc. sta lavorando a un progetto isolato, a Richmond Heights, di fronte alla St. Louis Galleria. Nella prima fase, Boulevard-St. Louis avrà un magazzino Crate & Barrel, Bombay Co. e altri negozi, un garage parcheggio e 74 appartamenti. Il terreno sta lungo Brentwood Boulevard, ma il progetto sarà affacciato verso l’interno, con una strada commerciale, una piazza, fontane e alberature.
Rob Sherwood, direttore operativo della Pace Properties, afferma che le corsie laterali aggiunte lungo Brentwood e la Galleria Parkway miglioreranno il traffico.Più tardi si aggiungeranno anche uffici, altri appartamenti, e forse un albergo.
Sherwood dice che la Pace segue i principi new urbanism. Questo insediamento dovrebbe rivitalizzare anche altri quartieri, ed è “un modo efficiente di utilizzare terreni di valore”.
John Hoal, professore alla School of Architecture della Washington University, ci dice che il progetto della Pace sembra più un insediamento commerciale con componenti residenziali, che un vero quartiere new urbanism.
Ma anche così “Stanno realizzando una ottima miscela di funzioni, un ottimo ambiente stradale ... e bisogna rispettare i costruttori che seguono qualcuno dei principi new urbanism”.
Caratteristiche del NEW URBANISM:
Nota: qui il testo originale (con un utile elenco delle imprese costruttrici sedicenti new urbanist) (fb)
Città e territorio sono pressoché scomparsi dalla riflessione della sinistra. Eppure nelle nostre città è in atto un processo di cambiamento che sta mutando il destino di intere fasce sociali. Il primo grande fenomeno riguarda la concentrazione della proprietà immobiliare nelle mani di pochi gruppi, complici le numerose leggi di alienazione del patrimonio pubblico. Qui ha origine la vertiginosa crescita dei valori immobiliari e il fatto che una fetta sempre più grande di popolazione non riesce a sopportare gli affitti né a poter accedere alla proprietà. Nel decennio tra i due ultimi censimenti abbiamo così assistito a un massiccio trasferimento di popolazione da tutte le città capoluogo di provincia verso i comuni delle cinture metropolitane dove i prezzi delle case sono più bassi. E' un fenomeno rilevante che ha coinvolto centinaia di migliaia di famiglie. E' del tutto evidente che il livello della qualità della vita di queste famiglie è peggiorato per la necessità di compiere lunghi spostamenti quotidiani per arrivare nei luoghi di lavoro.
Il secondo grande fenomeno in atto è l'inarrestabile restringimento del welfare che si riflette nella diminuzione dei servizi pubblici e nella progressiva privatizzazione di alcuni di essi. Chi può paga, mentre una parte della popolazione riduce il suo livello di vita. Il fenomeno riguarda ogni settore, dai trasporti pubblici alla scuola, dal verde alla sanità: la sicurezza sociale di interi ceti sociali si riduce poiché si basava su questa rete di servizi pubblici.
Infine il metodo delle decisioni. Nell'ultimo decennio una serie ininterrotta di leggi derogatorie consentono alla proprietà fondiaria di poter decidere ogni trasformazione immobiliare senza attivare procedure democratiche di approvazione. Tutto avviene in un oscuro dialogo tra poteri forti senza coinvolgimento delle popolazioni interessate. Un esempio per tutti: la discarica di Acerra è stata decisa dalla società privata cui era stata affidato lo smaltimento dei rifiuti. Eppure, invece di queste aberrazioni, si parla «dell'egoismo» degli abitanti. Sono convinto che il motivo del silenzio della sinistra sia rintracciabile nel fatto che una parte di essa è convinta che i problemi urbani vanno lasciati al mercato e non sia più necessario alcun intervento pubblico. Non è soltanto per opportunismo, dato che alcune di queste immobiliari si chiamano Pirelli RE: il problema è culturale. La destra sta cercando di chiudere una fase storica: è infatti in discussione alla Camera dei deputati una legge che affida addirittura - come nel caso di Acerra - la funzione di pianificazione ai privati. Sembrerà incredibile, ma una parte della cultura urbanistica di sinistra appoggia apertamente questa sciagurata legge. Il problema è dunque nella cultura con cui la sinistra saprà affrontare il tema della casa, dei servizi e della difesa della natura pubblica del governo delle città, del territorio e dell'ambiente. Nel comprendere che le città sono al centro di uno scontro di potere tra interessi ristretti e interessi diffusi. Nel perseguire - proprio a partire dalle aree urbane - l'obiettivo di mantenere livelli di uguaglianza e diffusione del benessere.
*Urbanista, Associazione Polis
L’articolo che segue, non descrive mai la forma dello spazio, e la lascia all’immaginazione, agli automatismi, alla conoscenza diretta del lettore. Credo che questa sia la sua forza. Non si tratta di un testo particolare, visto che racconta, in una città simile a tante altre, piccole storie familiari legate a un grande progetto urbanistico e sociale, gestito da una altrettanto grande agenzia pubblica per l’edilizia popolare. Siamo a Chicago, e potremmo essere – come si capisce da subito – anche a Londra, Parigi, Milano, ecc.
Ma la cosa più importante mi pare, appunto, il fatto che la forma dello spazio scivoli in secondo piano: sia skipped , per usare il termine con cui gli operatori sociali chiamano i soggetti usciti dalla visibilità. Non perché questa forma non sia importante, anzi a volte importantissima e vero caposaldo per la qualità generale della vita urbana, ma perché essa è solo una parte (e anche a volte, solo a volte, non importantissima) di questa vita.
Come ci raccontano le vive testimonianze delle solite madri-single -inquiline, c’è un’infinità di cose a costruire il neighborhood . Un’infinità di cose che non stanno (e perché dovrebbero starci?) nei disegni dei progettisti. Progettisti che, di conseguenza, hanno più o meno “fallito” non quando i loro luminosi corridoi puzzano di piscio e si incrostano di goffi graffiti, ma quando schizzi e prospettive nascono su tavoli distanti ed estranei – e magari non per propria colpa – alla domanda sociale su cui si sostengono. (fb)
Titolo originale Mixed tale for former residents of demolished CHA buildings – Estratti e traduzione di Fabrizio Bottini
Magari di recente stavate guidando lungo la Dan Ryan, avete guardato in su verso le torri che si allineavano sul lato orientale della superstrada, e vi siete accorti che non c’erano più, a parte tre.
O può darsi che foste diretti a sud sulla Lake, vicino a Damen, quando avete notato linde casette dall’aria suburbana, dove una volta c’erano le famigerate Henry Horner Homes.
Oppure, ancora, stavate girando fra la Quarantunesima e Prairie, e avete visto che quell’edificio di sedici piani non esiste più.
Dopo aver assimilato il nuovo panorama urbano, sorge una domanda: dove è finita tutta la gente?
La risposta è una complicata miscela di cifre, persone, e politiche di abitazioni pubbliche. Ognuna delle circa 6.000 famiglie che hanno lasciato le case popolari da 1999 ha la sua particolare storia.
Alcune stanno ancora cercandola propria strada, mentre altre hanno trovato la felicità in altri quartieri. E anche se può sembrare una sorpresa a chi ha sentito solo storie di orrori sulla vita nelle case popolari, molti degli ex abitanti ancora rimpiangono le loro case multipiano.
Cifre
Nell’ottobre 1999, c’erano 16.428 famiglie che vivevano nelle case della Chicago Housing Authority con regolare contratto, secondo i registri dell’agenzia. Fra allora e l’ottobre 2003, 6.372 famiglie hanno lasciato la CHA. Molte di queste, 2.434, hanno accettato gli Housing Choice Vouchers (buoni casa, n.d.t.) a finanziamento federale, secondo il programma già chiamato “Sezione 8”, e hanno cercato fortuna nel mercato privato. La maggioranza spera di ritornare in alloggi CHA nei quartieri a tipologie per redditi misti, in corso di costruzione o allo stadio di progetto.
Le rimanenti 3.938 famiglie sono uscite dalle graduatorie delle abitazioni pubbliche per molte ragioni, tra cui morte o sfratto. Ma la maggioranza della popolazione che non ha optato per i vouchers e che è uscita dalle graduatorie, è “scivolata via”, ovvero non ha dato alla CHA alcuna spiegazione per andarsene, o ha informato l’agenzia che se ne stava andando verso varie destinazioni, compresa la coabitazione presso familiari o conoscenti.
Le circa 2.000 famiglie che sono “scivolate via” o se ne sono andate, sono quelle che preoccupano di più gli operatori delle case popolari e per i senzatetto. È perché si tratta delle frange più vulnerabili, che possono aver rinunciato a navigare attraverso la confusa burocrazia CHA, specialmente nei primi anni del piano di trasformazione.
Se i funzionari della CHA affermano di poter ricostruire la condizione di tutte le famiglie, escluse 300, che hanno lasciato le case, dichiarano anche di non essere responsabili per il mancato servizio a chi non ha partecipato alle assemblee, firmato le richieste, seguito le procedure. “Offriamo servizi a moltissime persone” ci dice Meghan Harte, direttore dei servizi generali per gli inquilini “Sono servizi volontari, e dunque se vogliono trarne vantaggio, possono; se non vogliono, non vogliono”.
Ma gli impegnati nel settore, come Katherine Waltz, avvocato del Sargent Shriver National Center on Poverty Law, dicono che la CHA si sta lavando le mani delle persone vittime della determinazione dell’agenzia nel demolire le abitazioni multipiano senza attivare un’adeguata pianificazione e informazione.
”Le famiglie sono state trascinate in questa corsa alla rilocalizzazione e non hanno potuto muoversi in tempo ... o contrattare il proprio percorso dentro a questo processo” ci dice Waltz” Se ne sono andate e hanno rinunciato”.
L’avvocato Richard Wheelock, che rappresenta gli inquilini CHA, ci dice “per un gran numero di queste famiglie, credo che la CHA abbia l’obbligo di seguirle perché se ne sono andate a causa delle condizioni di degrado degli alloggi”.
Che ha studiato il piano, come l’osservatore indipendente della CHA, Thomas Sullivan, ha criticato l’agenzia per non aver attivato adeguati servizi in loco nei primi anni del piano. Nel suo ultimi rapporto Sullivan afferma che ci sono ancora problemi, ma nota significativi miglioramenti nell’informazione e negli investimenti.
Meghan Harte afferma che il nuovo sistema computerizzato di monitoraggio – che aiuterà l’agenzia a ricostruire i movimenti degli inquilini dentro e fuori i quartieri – sarà completato e attivato entro la prossima settimana.
Il gruppo di lavoro CHA ha in programma di far visita anche a tutte le famiglie che hanno approfittato dei vouchers – oltre ai servizi offerti da appositi consulenti – e ha raggiunto la meta con circa il cinquanta per cento dei nuclei, secondo Harte.
Ci può essere bisogno di più di un trasloco per le famiglie voucher, nel trovare l’abitazione più adatta. Harte riconosce che il primo spostamento può essere verso zone non lontane dal proprio quartiere.
”La gente deve muoversi in zone dove ha amici, dove frequenta la chiesa e ha relazioni”.
Persone
* Frances Savage sta davanti all’edificio ad appartamenti al civico 4000 di South Calumet, nervosa perché deve traslocare per la terza volta da quando è stata costretta a lasciare la sua casa alle Washington Park Homes nel 2001, dopo ventisette anni.
Si guarda attorno, al prato pieno di immondizia che, dice, è in parte causa dei topi nell’edificio, e scuote la testa. Non è come doveva essere. Le avevano detto che la vita sarebbe stata migliore, una volta lasciato l’appartamento.
Come altri inquilini CHA, Savage ha avuto la scelta fra trasferirsi in un altro quartiere dell’istituto, oppure cercare la sorte nel mercato con un voucher. Spaventata dalla prospettiva di trascinare i suoi quattro figli – due dei quali adolescenti – nei territori sconosciuti di un altro quartiere popolare, Savage è scesa in campo col suo voucher.
Nonostante la CHA dicesse di voler aiutare la gente a trovare un nuovo appartamento, Savage afferma che il sostegno dell’agenzia ha lasciato molto a desiderare. “Cacciavano la gente in posti orribili”, dice.
Trovò un appartamento all’isolato 5600 della South Michigan. Come la maggior parte degli inquilini CHA Savage, 37 anni, trova casa in zone dove scuole e occasioni di lavoro non sono molto migliori di quelle che ha lasciato. Nel 2003, solo il 3 per cento degli inquilini voucher si sono trasferiti in “zone di opportunità” con migliori scuole e ambiente.
All’inizio il nuovo posto sembrava “OK”, ricorda Savage, “ma le bande in zona stavano cominciando a reclutare membri”. Così in agosto si trasferì nell’appartamento fra la Quarantesima e Calumet, in parte anche perché le mancava il vecchio quartiere. Era tornata in territori familiari, ma scoprì subito cha la casa era infestata dai topi. Dice che si lamentò con l’amministratore, senza risultati.
Savage, che ha una invalidità per lesioni alla spina dorsale, aveva anche problemi economici. Le bollette del gas da 200 dollari al mese pesavano. Così quest’estate ha fatto i bagagli e si è spostata di nuovo.
In aggiunta agli altri problemi, alla signora Savage manca il senso comunitario delle vecchia casa multipiano, dove i vicini potevano tener d’occhio l’appartamento quando lei era fuori.
”In questi isolati la gente non guarda in faccia a nessuno” ci dice “Qui ho paura a uscire di casa”.
** Secondo Denise Campbell, ex inquilina delle Stateway Gardens, l’esperienza da quando ha lasciato il quartiere dove viveva dall’età di 11 anni, è stata “un vero inferno”.
Campbell, di 43 anni, è stata una delle ultime persone a lasciare l’edificio al 3737 di South Federal, nelle Stateway Gardens, e si ricorda ancora benissimo la sera dell’ottobre 2000 in cui i funzionari le hanno detto che insieme ai suoi quattro ragazzi avrebbe dovuto uscire immediatamente. “Arrivarono quel lunedì con un camion da traslochi e dissero: Signora Campbell, lei deve andarsene”. “Mettono semplicemente la gente fuori, senza che sappia cosa l’aspetta”.
I funzionari CHA riconoscono che ci sono stati problemi nei primi tempi delle demolizioni. Dopo una costante raffica di critiche e minacce di causa, molti riconoscono che il comportamento dell’agenzia è migliorato.
La prima destinazione della signora Campbell è stata la casa di sua madre, all’isolato 5900 di South Wabash. Aveva paura, perché sua madre aveva altri problemi, e lei non voleva interferire. Restò lì fino al dicembre 2000, quando trovarono un appartamento in un edificio di pietra a tre piani fra la Sessantatreesima e Drexel.
Le cose stavano migliorando nel nuovo posto, pensò Campbell. “Mi piaceva” dice. “Poi nell’aprile 2001 scoprii che l’edificio era in fase di sgombero”.
Nel dicembre 2002 “vennero qui e misero tutti fuori sul marciapiede. Le cose furono rubate”.
Il suo nuovo spostamento fu a Roseland, fra la 117° e la State, dove vive ora.
”È un quartiere abbastanza dignitoso. L’unica cosa è che i trasporti sono scarsi e i negozi chiudono presto” dice. Anche la signora Campbell ha in programma di traslocare di nuovo quest’estate. Il figlio di 19 anni si è trasferito, e lei ora non ha più diritto a un’abitazione a quattro stanze. Dovrà trovarsene una da tre.
*** Nonostante il travaglio dell’affrontare il mercato privato della casa per la prima volta, c’è felicità fuori dai quartieri popolari. Provate a chiederlo a Donna Wade.
Wade, che ora ha 37 anni, era una bambina alle Stateway. Anche se ha dei bei ricordi dei suoi primi giorni nel quartiere, negli ultimi tempi l’edificio era diventato sempre più pericoloso per via degli occupanti abusivi e degli spacciatori. Wade iniziò a preparare il trasloco mesi prima che i camion arrivassero a portarla in un edifico a due piani all’isolato 6100 della Drexel. Compilò i moduli necessari e si presentò agli incontri con i consulenti, ma per la maggior parte si organizzò da sola la strategia di caccia alla casa.
Anche se lo spazio era abbastanza per lei e la figlia adolescente, l’intraprendente Wade guardava avanti. Circa quattro mesi fa, si è trasferita in una casa singola fra la 117° e Yale.
”Amo la mia casa” ci dice, “Ho sempre desiderato un giardino, una sala da pranzo e una cantina”.
VARESE -Cunicoli, bunker. Nei boschi bucano per chilometri le Prealpi che dominano i sette laghi della provincia di Varese. Sono le fortificazioni militari della linea Cadorna, fatta costruire dal generale della prima guerra mondiale per timore che gli imperi centrali invadessero l'Italia passando dalla Svizzera. Monte Orsa, sopra Besano. Notte di luna piena che fa capolino tra i rami scuri dei pini, a nord le Alpi sempre innevate, a valle lo sguardo si perde verso la pianura padana illuminata dai lampioni dell'enorme città sparpagliata, sono mille paesini che senza soluzione di continuità arrivano fino a Milano. Un fuoco acceso, dove c'erano i cannoni o dentro una casamatta, proietta le ombre sui muri segnati negli anni da scritte e figure. Fuori il verso dei gufi, dentro l'eco delle voci rimbomba con il sibilare dei pipistrelli, animaletti che a Varese sono oggetto di ricerche universitarie.
Ecco un posto ideale per giocare alla messa nera. E' solo uno dei tanti luoghi che costellano il varesotto, tra cattedrali deserte di archeologia industriale, ville liberty abbandonate, chiesette sconsacrate. La natura incontaminata si mischia con territori devastati per oltre un secolo dai primi insediamenti industriali d'Italia, basta perdersi per una strada sterrata per evadere come per incanto da una delle aree più densamente abitate del mondo e ritrovare luoghi che sembrano abbandonati da dio e dagli uomini.
E invece non è così. Tutti li conoscono da queste parti, magari solo per farci una passeggiata la domenica o andare a funghi e funghetti. Per i ragazzi sono posti dove passare una serata senza spendere e senza troppe rotture. Lavoro ce n'è ma occasioni per divertirsi pochissime. Iniziative culturali, zero. E allora si va per boschi. E' questo lo scenario in cui da una ventina d'anni è cresciuto quel gusto per fantasy e revival medievaleggiante, cavalieri e folletti celtici. Si riconosce nei testi delle canzoni epic metal o progressive rock apolitico e ribelle, ma riaffiora anche in certe iconografie leghiste e in associazioni fascistoidi; mischiando sacro e profano, cattolicesimo da crociata e paganesimo, voglia di evadere dall'aridità e dalla noia della religione del profitto verso un misticismo naturalista di ispirazione nordeuropea. Alberto da Giussano e Riccardo Cuor di Leone, Merlino e Morgana ma anche Belzebù, Odino e Wotan.
Il cosiddetto satanismo varesotto di cui tanto si parla dopo gli omicidi di Somma Lombardo è solo un riferimento maldestro a questo variegato mondo. E' stupido non distinguere alcuni terribili fatti di cronaca da suggestioni che sono diffuse tra migliaia di persone che, naturalmente, nulla hanno a che fare con quei delitti. Si vaneggia di pratiche occulte quando spesso si tratta di passioni adolescenziali molto poco meditate, grezze, fascinazioni che passano con l'età. Anche chi vuole rimanere fedele alla sua vena «magica», col tempo cambia. Quando aveva venti anni, Monica faceva la panettiera a Tradate e ascoltava death metal: adesso è buddista e sta in Thailandia. Simona accendeva candele nere, ora è intrippata con l'India.
Solo più in profondità, e in età più matura, gli sviluppi coltivati nell'humus paraceltico da baraccone prendono identità specifiche; e allora, se chiedi ai diretti interessati, tra satanismo, paganesimo celtico e ultracattolicesimo c'è un abisso. La maggior parte però «rientra». Jack era un «metallozzo puro», adesso fa il ragioniere. «Quando avevo 15 anni preferivo andare in un bosco che in discoteca, ogni due o tre anni sparano cazzate su satanismo e musica del diavolo, non se ne può più. Metal e satanismo non sono affatto sinonimi così come è assurdo pensare che satanisto lo sia di assassino. Invasati ne ho conosciuti, metallari e non. C'era chi si faceva le foto nei boschi con asce e facce pitturate di bianco, qualcuno si tatuava stelle a cinque punte ma più che messe nere erano messe in scena. La storia che nei boschi di Somma Lombardo si facevano riti la sento da quando ero piccolo, dicevano di aver visto un corvo crocefisso e che arrivavano macchinoni con targhe di fuori, c'era anche chi diceva che si facevano messe nere in una ex scuola di agraria».
Ognuno ha la sua leggenda metropolitana. Alcune sono panzane, altre hanno un fondo di verità. Orgie in alcune grotte nelle montagne moreniche della Valganna, buchi poco profondi in una valle stretta e fredda alle porte di Varese. Chiesette sconsacrate nella vicina Val Ceresio, per non parlare dei «riti» che si consumerebbero in uno dei luoghi cult di tutta la provincia: l'ex-cartiera. Un enorme e inquietante stabilimento di inizio secolo abbandonato sulle rive dell'Olona, stanzoni giganteschi, vecchi macchinari, tubazioni e antri bui. Si favoleggia di messe nere anche nei bunker della Siai Marchetti, la prima industria aeronautica d'Italia, vicino a Sesto Calende, a pochi chilometri da Somma Lombardo. E poi ci sono i cimiteri, come quello del santuario di santa Maria delle Ghiande, a Mezzana, frazione di Somma, proprio dove il 28 maggio scorso sono stati ritrovati i corpi di Chiara Marini e Fabio Tollis, i due giovani uccisi da quattro «satanisti».
L'elemento «satanico» scatena i media ma per il paese è un aspetto secondario. Il signor Augusto ha un canile. Lo hanno chiamato i carabinieri per prendersi cura del cane di uno degli accusati, dopo che il 23 gennaio il padrone è stato arrestato per l'omicidio dell'ex fidanzata Mariangela Pezzotta. Lei era di Somma: quello in paese è l'omicidio importante, il ritrovamento nel boschetto degli altri due ragazzi milanesi, ai suoi occhi è meno rilevante. Il signor Augusto dà una chiave di lettura più terra terra: «Erano i balordi del paese, li conoscevamo. La ragazza l'hanno ammazzata per questioni di gelosia, gli altri due per faccende di soldi e droga».
Non la pensa molto diversamente, Luca, uno dei ragazzi del Riff Raff di Gallarate, il più famoso negozio di dischi metal di tutta la provincia. «Quello che hanno arrestato a Somma anni fa si vedeva al Nautilus (l'unica vera discoteca dove è cresciuta mezza provincia, ndr) - ricorda Luca - era uno sfigato che stava sempre da solo, incasinato con droghe varie». Luca sembra un vichingo, alto, barba e capelli biondi e lunghi, borchie, pantaloni e maglietta nera con scritte gotiche. Mite e un po' timido, sta chattando con amici tedeschi, alle spalle i poster degli Iron Maiden, davanti un teschio a forma di posacenere (gadget) e un libro di William Scott. E' addolorato. «Mi stanno scrivendo che è morto il mio mito Quorthon, l'inventore del black metal». E' il leader del gruppo svedese Bathory (dal nome di una principessa assassina ungherese). Quorthon nei suoi testi non parla, non parlava, di Satana, perché Lucifero fa parte della terminologia cristiana, meglio allora riprendere l'epica scandinava degli dei del nord, rileggendo Wagner. «A me piacciono i vichinghi, ma non vado certo in giro con le corna e la spada», dice Luca. Poi aggiunge: «Migliaia di ragazzi ascoltano la nostra musica, se il metal o qualunque tipo di musica c'entrasse con quei delitti allora ci sarebbe un'ecatombe al giorno. Se il criterio per individuare un assassino fosse quello di sottolinearne l'ambiente di provenienza, allora tutte le categorie potrebbero essere bollate come assassine».
Sulla porta c'è il manifesto dell' Iron Fest, carrellata di gruppi metal che tra pochi giorni va in scena a Tradate, con «star» americane. Entra Matteo, bassista metal: «Sai il ragazzo che si è impiccato? Dicono che è stato un suicidio indotto, ma vai a sapere perché uno si ammazza...». Matteo lo ha visto. Era sull'ambulanza che ha portato via il cadavere. Faceva il volontario in croce rossa dopo un anno di servizio civile.
BOLOGNA. La Compagnia dei Celestini è un romanzo di Stefano Benni, questo lo sanno quasi tutti, ma è anche un’associazione di urbanisti bolognesi, e questo lo sanno in pochi. I Celestini, gli urbanisti, esistono dal 2001, e stanno facendo molto, a Bologna, per riportare l’urbanistica al centro di un dibattito pubblico. Promuovono feste per la città cui partecipano centinaia di persone. Organizzano convegni e pubblicano documenti. Raccolgono materiali sul loro sito internet. Godono di un’ottima stampa, e compaiono nelle bibliografie più di quanto ci si aspetterebbe. Sono un piccolo fenomeno, e un fenomeno molto bolognese, anche se è difficile dire esattamente in cosa. I quattro Celestini che incontro a Bologna, Alessandro, Chiara, Francesco, Marco, sono tutti poco sopra o poco sotto i trent’anni. Sono un campione rappresentativo di un gruppo che è, per lo più, giovane. Gruppo nato all’indomani della vittoria di Guazzaloca, con l’idea di reagire a un degrado politico e culturale, ma anche a uno «stato problematico della città» (come dice Francesco) che, nell’esperienza professionale di molti di loro, caratterizzava già gli anni della giunta Vitali. Marco: «abbiamo cominciato a ragionare sul perché la città andava così male, su cosa potevamo fare con il nostro sapere». Il cosa fare assume prima la forma di una discussione serrata, un tentativo di coinvolgere altri in un dibattito più ampio, poi diventa un’associazione, che oggi conta più di ottanta iscritti e centinaia di simpatizzanti.
I Celestini hanno molte idee su Bologna e le fanno circolare. Si oppongono ai progetti per la nuova metropolitana, mezzo di trasporto troppo costoso e rigido, e per il «tram», veicolo su gomma a guida vincolata che (dicono) avrà una capacità inferiore ai mezzi che attualmente servono la stessa direttrice est-ovest. Vorrebbero una seria politica contro le auto e più investimenti sul sistema ferroviario metropolitano. Discutono il nuovo «piano struttura», poco capace di costruire scelte condivise, che urbanizza nuove aree invece di giocare la carta della riqualificazione, ed è incapace di rispondere alle domande poste dalle sue stesse analisi (calo demografico, crescente immigrazione). Ritengono urgente l’avvio a Bologna di una politica strutturale di interventi per la casa. Contestano le scelte compiute per molte aree strategiche: il parcheggio di interscambio nell’area ex Saveco, strategica per un eventuale ampliamento dei giardini Margherita; la nuova sede dei servizi del Comune nell’area dell’ex mercato ortofrutticolo, in un luogo che per facilità di connessioni sarebbe più adatto a ospitare funzioni rivolte a un’utenza non locale.
Bologna si trasforma oggi, dice Alessandro, «consumando opportunità, senza che le trasformazioni della città siano di qualche interesse pubblico, portino qualche beneficio». Al centro del suo discorso e di quello dei Celestini è un’idea di cittadinanza, di bene collettivo. Ciò che spinge il gruppo a uscire allo scoperto sulle trasformazioni urbane nasce, lo si vede, da una pratica quotidiana dei meccanismi del piano. Tre delle quattro persone che ho davanti lavorano negli uffici della Provincia di Bologna (è lì che si raccoglie alla fine degli anni novanta un primo nucleo di soci fondatori). La loro è l’esperienza di chi sa in che modo le scelte tecniche possono essere condizionate dal gioco dei poteri urbani, e vuole rendere consapevole di tutto questo un pubblico più vasto. Francesco: «di quest’esperienza mi interessa soprattutto il fatto di far capire anche a persone che non conoscono le cose tecniche dell’urbanistica che hanno la possibilità di influire sui processi di trasformazione».
Questa attenzione al dato tecnico, unita a uno spiccato senso dell’attivismo radicale, dell’incursione creativa, fornisce la peculiare cifra culturale dei Celestini ed è una delle ragioni principali del loro successo. I Celestini sanno comunicare in molti modi, per esempio facendo un modello di Bologna tutto di pezzi di mortadella, ma quando c’è da essere pragmatici, attenti ai fatti e ai numeri, non si tirano indietro. Sanno che è grazie a questo stile intellettuale che si sono conquistati credibilità e una capacità di parlare in modo trasversale a diversi schieramenti politici. E questo a dispetto di posizioni che in alcuni casi sono obiettivamente di rottura rispetto alle politiche recenti, anche della sinistra. Come se l’insistere su un discorso fortemente tecnico, che ai politici non è sempre familiare, permettesse un rimescolamento delle carte, delle alleanze. Marco: «nei partiti, specie quelli piccoli, non c’è modo e tempo per ragionare sulle questioni urbanistiche, i politici non hanno gli strumenti. Il lavoro che abbiamo fatto in questi anni è stato importantissimo anche per la loro crescita».
I Celestini non sono un gruppo compatto. Hanno molte posizioni, e nei loro documenti, in controluce, lo si vede. Marco: «ogni documento che rendiamo pubblico viene discusso, limato, rivisto, è un lavoro che comporta una fatica immane». Collocarli su un’ipotetica mappa dell’urbanistica italiana non è ovvio. C’è in molti loro testi un’idea forte del «piano», del «pubblico», delle «regole». Ci possono essere nomi che nei loro documenti compaiono più spesso di altri, per esempio Edoardo Salzano o Francesco Erbani. Uno dei loro ultimi scritti si apre con una lunga spiegazione di che cos’è la rendita fondiaria urbana, proprio come accadeva in Amministrare l’urbanistica di Giuseppe Campos Venuti, anno di grazia 1967: un libro che ha significato molto per Bologna. Tutto questo può aiutare a circoscrivere un ambito culturale, a tracciare alcune radici, ma, nel caso dei Celestini, quello che colpisce è la capacità di non rispettare totalmente questi confini, di lasciare aperto il campo a qualche scostamento.
Che cosa accadrà ora se Cofferati dovesse vincere le elezioni, non lo sanno. Danno l’impressione di essere in attesa, consapevoli che potrebbe esserci una svolta. In questi anni, con la sinistra all’opposizione, il loro ruolo è stato quello di portatori di una critica tecnica e culturale, capace di ricollocare l’urbanistica sulla scena dell’attenzione pubblica con una determinazione e un’efficacia poco consuete. C’è spazio ora per uno spostamento verso un impegno più esplicito in ambito politico, o magari, chi lo sa, professionale? Marco: «certo questa che si sta avvicinando è una scadenza importante...». Chiara: «magari continueremo proprio così, nel nostro ruolo da vigile urbano». Che, nella filastrocca di Gianni Rodari, è appunto quello che «ferma i tram con una mano».
.FILIPPO DE PIERI
I Celestini incontrati il 16 aprile 2004 sono: Alessandro Delpiano, Francesco Evangelisti, Chiara Girotti, Marco Guerzoni. Sito internet: www.celestini.it
La mappa è una normale mappa catastale. Ma fuori dal suo codice burocratico sembra un giochino di quelli che compaiono sulla Settimana Enigmistica: tanti quadratini, circa duemila, e dentro i quadratini un numeretto. «Questa era la lottizzazione della Sterpaia, ogni quadratino un lotto, ogni lotto una villetta, una baracca, un prefabbricato. D’estate arrivavano alla Sterpaia diecimila persone. Avevano costruito strade e portato l’acqua. Ma era tutto abusivo. Forse il più grande abuso mai compiuto da queste parti».
La voce di Massimo Zucconi è rotonda. Moderata l’inflessione toscana. Siamo sull’arenile bianco e di polvere sottile del golfo fra Piombino e Follonica e nell’aria aleggia la minaccia di un nuovo condono edilizio, il terzo nella triste storia delle sanatorie italiane (il secondo patrocinato da Silvio Berlusconi). Di fronte, nell’evanescenza della foschia, si scorge l’Elba che sovrasta il mare colore del cobalto. In lontananza le ciminiere, il più vistoso lascito della grande speranza industriale di questo lembo della Maremma - erano 12 mila gli operai una decina di anni fa, adesso sono 3 mila.
Zucconi è architetto ed è il presidente della società che gestisce i sei parchi della Val di Cornia, quello archeologico di Baratti e Populonia, quello archeominerario di San Silvestro, quelli naturali di Montioni e di Poggio Neri e quelli costieri di Rimigliano e, appunto, della Sterpaia. Per molti anni Zucconi ha diretto il dipartimento di Urbanistica del Comune di Piombino ed è stato l’artefice di un evento che, in quelle dimensioni e per la data in cui prese le mosse - il 1983 - , era un esordio nella storia d’Italia: la demolizione di tutti i manufatti abusivi, le duemila casette allineate in quella mappa. A partire da allora, e terminati gli abbattimenti a metà degli anni Novanta, Zucconi ha preso ad occuparsi del risanamento dei milleottocento ettari della Sterpaia, un bosco popolato da aceri campestri e aceri trilobi, da frassini, olmi e ornielle e da maestose querce, presenti in varie specie - farnie, cerro e roverella - e molte delle quali «capitozzate», cioè tagliate a un’altezza fra i due e i tre metri in modo che la pianta potesse crescere più in larghezza che in altezza.
Adesso la Sterpaia fronteggia una spiaggia sinuosa e lucente. E con essa forma un sistema ambientale complesso, composto dalle dune, dalle aree umide che si assiepano dietro di esse, da radure agricole e da aree boscate. Pochi gli stabilimenti balneari, alcune aree di parcheggio, piccoli chioschi, qualche ristorante, lunghissimo l’arenile libero: il bosco della Sterpaia è stato restituito a un turismo rispettoso e sobrio. Ma dietro la sua serenità si cela una storia di travagli umani e politici.
Fin dal Medioevo la pianura attraversata dal fiume Cornia era dominata dalle paludi che si alternavano a boschi e a qualche sparuto appezzamento coltivato. E le paludi, infestate dalla malaria, tenevano lontani gli uomini e le loro attività. Il paesaggio era quello scoraggiante e selvatico di una landa, segnata solo dalle torri di avvistamento contro le incursioni saracene e da qualche raro ricovero di pastori. I primi interventi di bonifica risalgono alla fine del Cinquecento, ma la sistemazione idraulica su larga scala fu avviata, come in tutta la Maremma, negli anni Venti dell’Ottocento dal granduca Leopoldo II. Il lago di Rimigliano e le paludi interne vennero prosciugate dirottando l’acqua in numerosi canali di scolo, mentre l’acquitrinio di Piombino venne interrato con materiali trascinati dal Cornia che formarono una vastissima colmata.
La storia più recente della Sterpaia (una storia che viene rievocata in un libro curato per Legambiente da Edoardo Zanchini e pubblicato da Franco Angeli: Dall’abusivismo al parco) inizia trent’anni fa. Nel 1971 un’agenzia immobiliare di Piombino rilevò i centottanta ettari della Sterpaia dall’ultimo dei suoi proprietari, il barone Ostini. Sul bosco il Comune di Piombino aveva imposto, negli anni Sessanta, un divieto assoluto di edificabilità, rinforzato da un vincolo paesaggistico del ministero della Pubblica Istruzione. Per la verità il piano regolatore di Piombino prevedeva insediamenti turistici che avrebbero chiuso in gabbia la Sterpaia, lasciando che fosse circondata da un mare di cemento. Fu il ministero dei Lavori Pubblici, nel '71, a esigere la tutela anche delle aree a Est e a Ovest del bosco (e fu sempre il ministero, alla cui direzione generale dell’Urbanistica sedeva un intransigente galantuomo, Michele Martuscelli, a sventare uno sciagurato villaggio di quasi due milioni di metri cubi nientemeno che sul promontorio di Populonia, a ridosso della necropoli etrusca).
Il divieto di costruire era stato confermato da un piano urbanistico redatto dall’architetto Carlo Melograni per tutti i quattro comuni dell’area (oltre a Piombino, San Vincenzo, Campiglia Marittima e Suvereto). Ma nonostante i vincoli, l’agenzia immobiliare che aveva comprato la Sterpaia divise la proprietà in piccoli lotti da 500, 1.000 e 2.000 metri quadrati e, così frazionata, la vendita non poteva che preludere a un’imponente speculazione: il terreno, acquistato a poche centinaia di lire al metro quadrato, veniva ceduto a quindici, anche ventimila. I compratori non erano benestanti: la gran parte proveniva da ceti medio-bassi, quando non proprio operai dell’acciaieria, che realizzavano il sogno della casetta per la villeggiatura.
Poco dopo aver messo piede nell’Ufficio abusivismo del Comune, Zucconi aprì un armadio e trovò decine di delibere con le quali l’amministrazione ordinava la demolizione degli illeciti. Era il 1983, ma nessuna ruspa si era mai avventurata alla Sterpaia, che nel frattempo era diventata una fungaia di cemento. «Mi dissero che non si era proceduto perché i proprietari erano ricorsi al Tar e che il Tar non si era ancora pronunciato. Risposi che si poteva comunque demolire. Mi ribatterono che il Comune non voleva accollarsi i danni patrimoniali casomai il Tar gli avesse dato torto».
Era la verità. Ma era vero anche che una parte del Pci, da sempre al governo di Piombino, non era insensibile agli interessi di chi aveva costruito alla Sterpaia. Una delegazione di abusivi si era fatta persino ricevere da Enrico Berlinguer (ma il segretario del Pci non assicurò nessun appoggio). In un estremo tentativo conciliatorio il Comune aveva offerto a chi avesse demolito l’abuso una casa in due villaggi turistici ai bordi del bosco. Ma accettarono solo 190 proprietari («e fu una fortuna», commenta ora Zucconi, «altrimenti si sarebbe generalizzato il principio che un abuso possa essere sì abbattuto, ma poi indennizzato»).
Non fu semplice per Zucconi forzare la mano. Ma convinto a demolire era anche il nuovo sindaco di Piombino, Paolo Benesperi (che adesso è assessore regionale), e le ruspe si misero in movimento a dicembre dell’83 proprio mentre il Tar cominciava a dar ragione al Comune. A casa di Zucconi arrivarono un paio di lettere contenenti un proiettile. Ma si andò avanti lo stesso. E anzi la giunta diede incarico a Italo Insolera di redigere un piano particolareggiato del parco, che fu pronto nel 1985. Un gruppo di lottisti si presentò dal ministro dell’Ambiente Alfredo Biondi. «Subito dopo andammo anche noi dal ministro», racconta Zucconi. «Ci ricevette dicendo che aveva appena parlato con "quelli di Piombino": credo che non gli fosse sufficientemente chiara la differenza fra noi e loro».
I terreni liberati dalle case furono riacquistati dal Comune. Ma non più come se fossero edificabili, bensì a prezzo agricolo (furono di fatto espropriati). Nuovo ricorso dei proprietari alla giustizia amministrativa. Nuova vittoria del Comune. E così le ultime case furono abbattute dagli stessi abusivi, che evitarono altri addebiti di spesa. La Sterpaia tornava a respirare. Ma altri anni di lavoro furono necessari per ripristinare la qualità della sua vegetazione, la densità delle piante. Le querce sono tornate a dominare con le loro chiome ultracentenarie e in alcune zone si è deciso di imporre un regime da riserva integrale (vale a dire che non sono frequentabili se non con un permesso del parco e con la guida).
Accanto alle querce – Zucconi le mostra con contenuto orgoglio – spuntano piante non autoctone – filari di tamerici, pitosfori ed eucalipti, ma anche palme di vario genere e dimensione. Sono sistemati su brevi segmenti, poi disegnano un angolo retto, un altro ancora e infine si chiudono a quadrato. «Erano le recinzioni dei lotti abusivi, abbiamo deciso di lasciarle perché attestano la storia naturale di questo bosco e delle sue traversie».
(3 - continua)
Chi ha paura dei soprintendenti
Adriano La Regina
La Stampa del 24 novembre 2004 pubblica un ampio stralcio della denuncia del responsabile dei Beni archeologici romani scritto per il la rivista Micromega: «Molti ambienti politici e imprenditoriali alimentano il mito di uno strapotere che non abbiamo, per giungere alla definitiva soppressione del nostro ruolo»
L’insofferenza nei confronti della tutela esercitata dalle soprintendenze è una vecchia storia. Nel dopoguerra, quando ogni freno alla peggiore speculazione edilizia era stato rimosso con il pretesto delle urgenti necessità, venne accreditato presso l'opinione pubblica italiana il luogo comune della ricostruzione e dello sviluppo economico fortemente ostacolati dalla tutela archeologica. In realtà da parte di alcune soprintendenze si tentava solamente di evitare in quegli anni di disordinata trasformazione i maggiori guasti che si stavano producendo al territorio nazionale e di cui tuttora dobbiamo lamentarci.
Da allora l'applicazione dei «vincoli archeologici», come venivano comunemente definiti i provvedimenti di riconoscimento del notevole interesse archeologico dei suoli, è divenuta sempre più difficile. Procedure estenuanti sono state progressivamente introdotte per rallentare l'esercizio della tutela con il risultato di favorire le attività speculative ai danni del patrimonio archeologico. Nel contempo, a partire dalla meta degli anni Ottanta le soprintendenze subivano un graduale e inarrestabile indebolimento con il blocco delle assunzioni di personale tecnico-scientifico. Potrà sembrare incredibile, ma sono occorsi circa vent'anni, a partire dal 1980, per riuscire a vincolare solamente un terzo del comprensorio archeologico della via Appia nel territorio del comune di Roma. Si calcolò allora che per riuscire a proteggere tutte le aree ed i monumenti di evidente interesse archeologico nella città di Roma sarebbero stati necessari, con quelle procedure e in quelle condizioni di efficienza operativa, almeno duecento armi.
Con le nuove norme approvate quest'anno la procedura prescritta per adottare un vincolo è divenuta ancora più defatigante. Alle difficoltà già descritte si è infatti aggiunto un altro non facile passaggio burocratico, il parere di un comitato regionale di coordinamento composto da tutti i soprintendenti della regione. È evidente l'intento di vanificare quelle pur minime capacità che restavano alle soprintendenze per esercitare i proprii compiti. Questa misura ulteriormente restrittiva nei confronti dell'azione di tutela sarebbe stata adottata per frenare un eccessivo potere dei soprintendenti, perché la nuova riforma, con le parole del ministro Urbani in un'intervista del 26 settembre, «"uccide" alla radice il potere monocratico di quelle che talvolta erano vere e proprie satrapie, sostituendolo con decisioni prese in modo collegiale». È un riferimento specifico alla procedura instaurata per l'applicazione dei vincoli, l'unico caso in cui il nuovo regolamento richieda esplicitamente il parere collegiale nel comitato regionale.
Questo dello strapotere dei soprintendenti è veramente un mito perdurante, tuttora alimentato dall'intento, ormai non più sottaciuto da parte di molti ambienti politici e imprenditoriali, di giungere alla definitiva soppressione delle soprintendenze. I vincoli, infatti, seppure proposti dai soprintendenti come è tuttora secondo le nuove norme, in passato sono stati sempre approvati solamente dai ministri o dai direttori generali, dopo l'esame da parte di ispettori centrali e di altri uffici ministeriali. Ulteriori valutazioni di legittimità nella maggior parte dei casi sono scaturite dai ricorsi ai tribunali amministrativi, che comportano anch'essi tempi lunghissimi. La procedura era già così arzigogolata e disarmante da rendere eroico e al tempo stesso inoffensivo qualunque intento di esercitare regolarmente quelle funzioni di tutela che la legge attribuisce alle soprintendenze. Adesso è divenuto praticamente impossibile.
Insofferenza ancora maggiore si è manifestata in anni recenti nei confronti della gestione pubblica del patrimonio culturale, sulla quale è stato gettato discredito nonostante i risultati raggiunti, che per fortuna ci vengono riconosciuti almeno negli ambienti internazionali, e nonostante le condizioni indegne in cui sono state intenzionalmente tenute le nostre istituzioni culturali. Si è infatti venuto vieppiù affermando il mito dell'impresa nella valorizzazione del patrimonio culturale. [...]
L'Italia era riuscita a crearsi, dalla fine dell'Ottocento, un sistema per la difesa del patrimonio culturale, con buone capacità di ricerca e di vera valorizzazione; un sistema inteso al riconoscimento, allo studio e alla salvaguardia dei beni di interesse storico, artistico e del paesaggio. Questa struttura è stata gradualmente costruita attraverso tutte le difficoltà dei tempi, certamente meno opulenti di quelli attuali, e ha dato lustro al paese sul terreno della conoscenza e della conservazione. Adesso viene svilita e umiliata con il depauperamento delle sue capacità scientifiche, con la riduzione della sua efficienza e con una politica ormai intesa ad altro. È infatti luogo comune che la conservazione del patrimonio culturale non connessa alla valorizzazione sia attività sterile. A parte l'ambiguità dei termini che non lascia mai intendere se il patrimonio culturale sia l'oggetto della valorizzazione oppure se esso ne sia lo strumento con finalità di profitto, tutto questo sembra dimostrare come siamo ormai giunti al tramonto di una delle più nobili glorie della cultura italiana.
Titolo originaleCar Use Drives Up Weight, Study Finds - Obesity Called More Likely in Sprawling Areas Than Mixed-Use Neighborhoods– Traduzione di Fabrizio Bottini
Chi vive in quartieri dove bisogna guidare per andare da qualunque parte, è significativamente più portato ad essere obeso di chi può facilmente raggiungere la propria destinazione a piedi. Lo dimostra uno studio, che per la prima volta verifica un rapporto da lungo sospettato.
Una ricerca su circa 11.000 persone nell’area di Atlanta ha rilevato che le persone abitanti in zone a destinazione prevalentemente residenziale tendono a pesare significativamente più di quelle residenti dove case e attività economiche sono adiacenti.
Questo effetto sembra essere in gran parte il risultato del tempo trascorso rispettivamente a guidare, o a camminare. I ricercatori hanno calcolato che ogni ora passata in macchina si associa a un 6% di incremento nella probabilità di diventare obesi, e ogni 800 metri percorsi a piedi ogni giorno riducono questa probabilità di circa il 5%.
”Il tipo di quartiere dove vive una persona chiaramente ha effetto sulla sua salute” dice Lawrence D. Frank, professore associato di pianificazione urbana e regionale alla University of British Columbia, che ha coordinato lo studio.
I risultati hanno implicazioni a scala nazionale, dato che i quartieri studiati sono rappresentativi di tutti quelli del paese.
”Queste conclusioni sono chiaramente la prova più consistente al momento del legame fra ambiente costruito e obesità” prosegue Frank. I risultati saranno pubblicati sul numero di giugno dell’ American Journal of Preventive Medicine, ma sono stati resi noti in anticipo ieri in occasione di una conferenza sull’obesità che si terrà a Williamsburg alla fine della settimana.
Dato che il numero di persone sovrappeso e obese ha raggiunto proporzioni epidemiche negli USA, si sono accumulate prove che una delle cause principali possa essere lo sprawl suburbano. Quartieri che rendono il camminare e altre attività fisiche più difficili, perché spesso mancano i marciapiedi, sistemi stradali che incoraggino a spostarsi camminando, o aree commerciali accessibili senza l’automobile.
I ricercatori avevano evidenziato per la prima volta lo scorso anno, che le persone residenti nelle regioni a insediamento più rado avevano più probabilità di diventare sovrappeso o obese. Questo nuovo studio è il primo ad affrontare la questione a livello di quartiere e a collegare le specifiche caratteristiche fisiche dell’ambiente dove la gente vive alla quantità di attività fisica praticata, e al peso.
Altri ricercatori osservano che questi risultati offrono nuove valide prove del legame fra sprawl e obesità.
”Il posto dove abiti, chiaramente conta” dice Reid Ewing del National Center for Smart Growth alla University of Maryland, che ha condotto uno studio a livello di contea lo scorso anno. “Se abiti in un posto a densità più bassa ... dove l’automobile è l’unico modo di spostarsi, questo sembra avere effetti negativi sulla salute”.
Ma gli scettici mettono in discussione questo rapporto, affermando che i quartieri diffusi potrebbero semplicemente attirare more persone meno fisicamente attive, e viceversa.
”Può anche darsi che chi tende ad essere più magro sia il tipo di persona a cui piace vivere in quei quartieri, e naturalmente gravita lì” dice Samuel R. Staley, presidente del Buckeye Institute for Public Policy Solutions, a think tank di Columbus, Ohio. “Non è per niente certo che se mettessimo quelle persone in un insediamento diffuso diventerebbero grasse”.
Ancora più importante, anche se il legame fra sprawl e obesità fosse provato, è che questo non giustificherebbe restrizioni alla crescita, aggiunge Staley.
”Le persone devono avere la possibilità di vivere dove possono essere grasse. È una delle conseguenze di una società libera”.
Per la ricerca sui quartieri, Frank e i suoi colleghi hanno raccolto fra il 2001 e il 2002 informazioni dettagliate su 10.898 persone, sulla loro altezza, peso, chiedendo loro di tenere un diario di due giorni che registrasse esattamente come e dove si spostavano, e quanto tempo passassero rispettivamente a camminare e a guidare.
Sono state anche condotte analisi dettagliate sui quartieri della zona di Atlanta dove vivevano i partecipanti all’indagine, su quanto fossero densamente popolati, se ci fossero marciapiedi, se l’organizzazione stradale fosse favorevole al passeggio, e se gli edifici commerciali fossero vicini alle abitazioni.
I ricercatori hanno poi diviso le comunità in quattro categorie, in base alla percentuale di residenza, e hanno rilevato che le probabilità di essere obesi aumentavano da una all’altra del 12,2%.
”Avere negozi e servizi vicono a dove si vive è il miglior antidoto contro l’essere obesi” dice Frank.
Detto in altre parole, per i residenti questo significa che il rischio relativo di diventare obesi aumenta del 35% fra le aree a funzioni più miste e quelle meno miste.
L’essere sovrappeso significa avere una massa corporea (Body Mass Index, BMI, un indice basato sul rapporto fra altezza e peso) da 25 a 29. Chiunque con un BMI superiore a 30 è considerato obeso.
Un maschio medio alto 1,78 che abita nel quartiere a maggior quantità residenziale, per esempio, pesa circa 5 chili più di un maschio bianco simile nel quartiere meno residenziale, secondo i risultati della ricerca. La proporzione di persone obese nelle zone meno miste è di circa il 20%, e nelle più miste di circa il 15%.
Questi risultati valgono anche se si prendono in considerazione le variabili età, reddito, livello di istruzione.
Ma Frank afferma che la quantità di attività delle persone non spiega del tutto i risultati. Ipotizza che in alcuni quartieri sia più facile per le persone avere una dieta salubre, perché ci sono negozi di alimentari anziché discount, e ristoranti di nuona qualità anzichè punti fast-food.
”Credo che l’ambiente alimentare giochi un ruolo importante”.
Sulla base dei risultati, i ricercatori hanno calcolato che triplicare il numero dei negozi e di altre attività vicino alle case potrebbe ridurre il tasso di obesità tanto quanto una diminuzione di cinque anni nell’età media della popolazione (l’età è un elemento trainante nell’aumento di peso).
Le persone sarebbero meno portate a guidare e più a camminare, se vivessero vicino alle varie attività, ma la maggior parte degli intervistati camminava molto poco, indipendentemente da dove viveva. Più del 90% dice di non camminare affatto, e la media afferma di passare più di un’ora al giorno in macchina.
Nota: qui il link alla “ prima puntata” (in ordine di apparizione) su Eddyburg del rapporto ciccia/sprawl (fb).
Un décret publié fin mars permet désormais des "aménagements limités" dans les espaces jusque-là protégés. "Un terrible coup de canif", s'indignent les écologistes. Mais l'épisode révèle les tensions nouvelles créées par la poussée démographique observée le long des côtes.
"Ce décret est une catastrophe !" Jean-François Burth, président de l'association Défense de l'environnement bigouden, ne décolère pas. "On peut maintenant abroger la loi littoral par décrets ! Ce texte ouvre la porte à des parkings, à des pistes cyclables, à des paillotes se transformant en restaurants, à des postes de secours permanents. C'est un coup de canif terrible porté à la préservation des côtes françaises !"
L'objet du courroux de cet environnementaliste du Finistère est un décret d'application de la loi littoral paru au Journal officiel du 30 mars. Ce décret no 2004-310 permet l'installation d'"aménagements légers" dans les espaces naturels, mais aussi "l'extension limitée des bâtiments et installations nécessaires à l'exercice d'activités économiques" dans ces espaces, normalement protégés de toute construction par la loi littoral.
Publié dans les derniers jours du ministère de Roselyne Bachelot, le décret ouvre la porte à toutes sortes de dérives, selon M. Burth. "Par exemple, explique-t-il, nous avons engagé une procédure juridique contre une petite crêperie qui s'est transformée en grand restaurant avec terrasse dans un site magnifique. Avec ce décret, nous aurions perdu."Au secrétariat d'Etat à la mer, on tempère le propos : "Le terme d'"extension limitée" est assez clair, et, en cas d'exagération, il y aura contentieux et le juge tranchera."
La vive inquiétude des environnementalistes à l'égard de la moindre modification de la loi littoral reflète un problème réel : malgré ce frein, posé en 1986, à l'urbanisation des côtes, la pression urbaine et économique sur les côtes françaises semble irrépressible. Une étude publiée en 2000 par l'IFEN (Institut français de l'environnement) montrait que "la construction suit depuis 1980 le même rythme que celui observé sur l'ensemble du territoire, sans changement quantitatif significatif depuis le vote de la loi littoral". La tendance n'aurait subi aucune inflexion depuis 2000. "La pression foncière est colossale, note Bruno Toison, au Conservatoire du littoral. Par exemple, sur l'île de Ré, on compte plus de 400 nouvelles maisons chaque année, malgré toutes les protections existantes."
Mais ce n'est pas l'insuffisance de la réglementation qui fait peser des menaces sur les espaces encore non construits des 550 000 km de côtes françaises. "La loi littoral ne fonctionne pas si mal. Aujourd'hui, l'urbanisation se produit par épaississement des taches existantes plutôt que par nouveau mitage",note un expert, qui requiert l'anonymat "pour ne pas avoir de problème avec les élus".
Ce qui est surtout en cause, c'est l'attrait qu'exerce la mer sur les populations. Selon une fiche de préparation du Comité interministériel d'aménagement et de développement du territoire (CIADT), qui doit se réunir en septembre, "les zones côtières sont aujourd'hui les lieux les plus dynamiques de la planète". La France participe à ce "mouvement général", et c'est ainsi que "près de 3,5 millions d'habitants supplémentaires sont attendus dans les départements littoraux à l'horizon 2030".
PROCÉDURES DE CONCERTATION
Cette poussée démographique se traduit par une soif inextinguible de construction qui entraîne une progression continue de l'urbanisation sur tout le littoral. Mais, sur place, les habitants et les élus sont souvent demandeurs d'assouplissements : "Dans ma commune de Plounévez-Lochrist, explique Jacques Le Guen, député (UMP) du Finistère et rapporteur de la mission parlementaire sur la loi littoral qui doit rendre son rapport prochainement, il y a une bande vide entre deux groupes de maisons, on ne peut construire alors qu'il y a continuité du bâti. Ou encore, à côté, à Plouider, la loi littoral impose des règles de construction même dans la partie de la commune, qui se trouve à plus de 2 km de la mer."
Les activités économiques demandent, elles, des assouplissements : "On connaît de nombreux cas de jeunes agriculteurs qui ne peuvent s'installer en serres maraîchères dans les communes littorales à cause des contraintes de la loi", indique-t-on à la chambre d'agriculture du Finistère. Or 35 % des exploitations agricoles de ce département se situent dans des zones littorales. Ailleurs, ce sont les conchyliculteurs qui se plaignent des contraintes, ou les ports de plaisance, qui disent souffrir d'engorgement et demandent l'agrandissement des ports existants, ou la création de ports à sec pour stocker les bateaux.
La pression est donc plus forte que jamais sur cette loi qui a permis de freiner une urbanisation incontrôlée. Il est probable que l'on s'oriente vers de nouveaux modes de gestion, basés sur la concertation de tous les acteurs plutôt que sur l'application de règles par l'administration et par les tribunaux. "Il s'agit d'une nouvelle gouvernance", explique-t-on au secrétariat d'Etat à la mer : "Au lieu d'imposer, on essaie d'obtenir une concertation sur des objectifs définis en commun."
La baie de Somme, l'étang de Thau (Hérault), la baie de Bourneuf (Vendée) expérimentent ces procédures de concertation qui tentent de concilier des objectifs conflictuels : le développement économique et le respect de l'environnement.
La loi littoral s'applique en Corse comme ailleurs. A l'époque des discussions sur le nouveau statut de l'île préparé par Lionel Jospin, l'article 12 du projet de loi concrétisant la première étape de ce processus prévoyait la possibilité pour les élus d'"adapter" la loi de 1986. Cet article, qui, au départ, suscitait un relatif consensus, a ensuite déclenché de vives oppositions en Corse et sur le continent. Il a été retiré en deuxième lecture à l'Assemblée nationale, en novembre 2001. Aujourd'hui, les défenseurs de l'environnement affirment que certains élus corses tentent de nouveau d'obtenir la possibilité d'adapter la loi. L'hebdomadaire autonomiste Arriti du 19 mai estime qu'"une modification éventuelle (...) ne pourrait se faire que dans un sens plus protecteur et après un large
Titolo originale Empty Boxes. As Kmart’s signature blue lights fade, what will happen to vacant big-box stores? – traduzione di Fabrizio Bottini
Il gigante del commercio Kmart si è appellato all’articolo 11 sulla tutela dal fallimento alla fine di gennaio, e la scorsa settimana la compagnia con base a Troy, Michigan, ha annunciato che avrebbe chiuso i battenti di 284 dei suoi 2.000 negozi. L’anno scorso, Montgomery Ward e Service Merchandise sono pure andate in bancarotta; nel 1999 i negozi discount Caldor hanno chiuso. Ci saranno decine, o anche centinaia, di questi negozi big-box – alcuni dei quali coprono più di 10.000 metri quadrati – abbandonati vuoti, come chiazze di assi inchiodate nel paesaggio?
James Howard Kunstler, autore nel 1999 del libro The Geography of Nowhere, afferma che gli affanni di Kmart sono sintomatici di una scossa sismica nel commercio americano. “Il commercio delle catene nazionali entrerà in un periodo di difficoltà, e piuttosto presto” dice Kunstler. “Queste compagnie godono di economie possibili solo con un’offerta senza fine di petrolio e manodopera a buon mercato dall’altra parte del mondo. Solleciterei il pubblico a pensare al commercio big-box come ad una anomalia storica, piuttosto che una cosa normale”.
Kunstler non è ottimista riguardo alle prospettive di utilizzazione futura dei negozi. “Spesso questi edifici stanno lì senza essere riutilizzati dieci anni” dice. “Per allora, le coperture piatte hanno iniziato a fare infiltrazioni, e gli edifici finiscono per essere degradati. Oppure qualche volta sono occupati da attività marginali, come i mercatini delle pulci in sede fissa”.
Alcuni residenti si preoccupano perché proprio questi tipi di attività si possono installare nel loro ex megastore, altri perché non si riuscirà ad attirarne nessuna, di attività: Caesar Carrino, sindaco di Wadsworth, Ohio, una città di 21.000 abitanti cinquanta chilometri a sud est di Cleveland, ci dice che se il Kmart di Wadsworth chiude, i clienti del posto lo rimpiangeranno parecchio, e la città avrà molti problemi per trovare un altro occupante di quegli spazi. “È troppo grande per un negozio Kohl’s. È troppo piccolo per un Wal-Mart. Target non ha sinora rapporti con Wadsworth. E nessun sembra intenzionato a muoversi, per via delle condizioni economiche”.
Il problema non è limitato alle città piccole. Charlotte, North Carolina, ha circa duecentomila metri quadrati di spazio commerciale vuoto, e i residenti stanno diventando sempre più preoccupati. “La gente è diventata improvvisamente molto interessata all’argomento” dice Mary Hopper, presidente della Charlotte-Mecklemburg Planning Commission. “Emerge tantissimo nelle assemblee pubbliche”. Le zone con maggiori problemi a Charlotte, continua, sono le strisce commerciali stradali nei corridoi delle zone centrali, dove c’è poca o nessuna crescita.
Per cercare una soluzione, recentemente Hopper ha scritto un rapporto sul riuso dei siti big-box. Ha studiato alcune delle misure predisposte in altre città, e ora progetta di lanciare alcuni progetti di riuso pilota a Charlotte. “Dovremmo solo ripulire alcuni dei siti” dice Hopper. “Ma se si può riusare un edificio, va trovato il modo efficiente di farlo dal punto di vista dei costi. In molti dei casi, il nuovo uso non sarà commerciale”.
Nel 1998 la Calthorpe & Associates, uno studio di architettura e progettazione urbana di Berkley, California, ha trasformato con successo uno strip mall in difficoltà a Mountain View, California, in un quartiere ad uso misto, orientato alla mobilità pedonale. Il centro commerciale è stato completamente demolito e riciclato come fondamenta per nuove case e spazi verdi.
Classe Prima, Quinto Scaffale
Uno Kmart di Charlotte le cui insegne al neon si sono spente è diventato una scuola privata, gestita dalla Mosaica Education Inc. Secondo il Direttore Michael Connelly, la k-7 Sugar Creek Charter School non è l’unica della Mosaica che sta in un big-box: la George Washington Carver Academy a Highland Park, Michigan, prima era un supermarket, e la Kalamazoo Advantage Academy un J.C. Penney.
Ma convertire negozi big-box in scuole moderne pone alcuni problemi, continua Connelly. Le scuole hanno bisogni diversi di riscaldamento e circolazione d’aria, e ci vogliono più bagni e lavandini, e dunque di solito è necessaria una grossa revisione degli impianti. La Mosaica ha anche inserito dei lucernari, per dare alle aule una illuminazione naturale.
Cheryl Ellis, direttore di Sugar Creek, non potrebbe essere più soddisfatta della sede insolita della sua scuola “È magnifica” dice. “Abbiamo aule ampie e finestre affacciate sull’atrio. Funziona alla grande”. La scuola, dopo due anni, sta crescendo, e fortunatamente ha spazio in abbondanza in cui espandersi. “Ora stiamo usando probabilmente un terzo dell’edificio” stima Ellis “potremmo aggiungere altre 15 o 20 aule”. Ma aleggia ancora la vecchia atmosfera Kmart? Definitivamente no, dice Ellis: “Quando passi la porta, questa è la scuola. Non c’è dubbio in proposito”.
Ellis afferma che i commercianti locali e i residenti sono “eccitati” dal fatto che la scuola si è trasferita lì. Ma l’analista immobiliare Tom Dwier di Reis.com, una compagnia che studia le tendenze del mercato, sottolinea come non sia ideale usare spazio commerciale per farci una scuola: nonostante una scuola possa sostenere alcune attività vicine – venditori di generi alimentari, per esempio – e impedire che i valori degli immobili precipitino, non genera certo reddito o traffico pedonale come un grosso insediamento commerciale.
In più, Dwyer dubita che molti dei defunti Kmart rimangano vuoti a lungo. “Alcuni [negozi Kmart] saranno acchiappati immediatamente, perché si tratta di ottime localizzazioni perfettamente adatte ai clienti di qualcun altro; Home Depot e Lowe’s saranno i candidati principali” dice. “Gli altri negozi invece saranno quelli difficili. Potranno rimanere lì per anni”.
Dwyer fa un parallelo fra le catene Kmart e Montgomery Ward. “Circa il 60 per cento dei negozi Montgomery Ward sono stati presi piuttosto in fretta, e non ce ne sono molti vuoti ora”. Richard Longstreth, direttore della laurea specialistica in conservazione alla George Washiongton University di Washington, D.C., ne ha pure una visione ottimistica. “Il commercio di grandi dimensioni non finirà. Anche durante la Depressione, ci fu una crescita delle grandi catene” dice. “Le strade di grande comunicazione dove stanno questi negozi si rinnovano continuamente. È solo parte del mondo fluttuante del commercio”.
Nota: è certo meno fosca del solito, la conclusione di questo articolo dal National Trust. Va comunque ricordato che lo studioso citato per ultimo, Richard Longstreth, anche nei suoi studi più noti e approfonditi sembra sempre sposare il punto di vista del commercio, piuttosto che quello del rapporto sviluppo locale/territorio/attività economiche, che forse sarebbe più completo. Almeno questa è la mia modesta e discutibilissima opinione. Qui sotto il link al sito della rivista del National Trust dove si trova la versione originale del saggio. (fb)
Nell’intervista di domenica il sindaco Veltroni ha messo con esattezza un punto fermo: non si tocca la cosiddetta «ansa barocca», non si interviene in generale nel centro storico, si interviene con progetti di qualità nella cosiddetta «città allargata» (la Roma di Nathan per intenderci) e ancor più nelle disgraziate periferie - anche quella «firmate» purtroppo - dove la vita individuale e collettiva rimane spesso scadente. Walter Veltroni - la cui proposta di legge sui centri storici andrebbe recuperata - rivendica un dato culturale italiano: l’identità dei centri storici va salvaguardata attivamente perché è parte integrante della nostra identità di italiani di oggi. La ricetta del «si può e si deve intervenire nelle città antiche perché, alla fine, nei secoli lo si è sempre fatto, ecc. ecc.» stavolta è venuta da Parigi e da uno degli architetti più «spettacolari», Jean Nouvel, secondo il quale la Città Eterna non va messa «sotto formalina».
Ora, chi abita dentro le Mura Aureliane, tutta questa formalina in giro non la avverte. Dove la residenza è riuscita a difendersi, dove gli abitanti non sono stati cacciati, dove negozi e artigiani sono quindi rimasti ad operare, Roma antica è viva, molto più viva, a disdoro di noi moderni, di tanti quartieri sorti nei decenni scorsi. Basta fare qualche passo nel rione Monti oppure a Ponte- Parione.
La questione centrale è semmai questa: come è possibile far sì che i 130- 150 mila residenti della città storica ( ma anche gli altri di Mazzini- Delle Vittorie, per esempio, sempre più povero di residenze) non siano costretti ad emigrare altrove, ma anzi vengano incrementati? Il nodo vero delle nostre città storiche è questo. Mi permetto di citare un mio libro - L’enigma di Urbino - appena uscito, dove racconto come quel mirabile centro storico, conservato grazie ad alcune leggi speciali dello Stato e al piano regolatore anni ’ 60, oggi conti appena 673 residenti dentro le mura dove una volta abitavano 5 mila persone. Come a dire che se ne è andato più dell’ 85 per cento della popolazione fissa, sostituito da istituti universitari, da affittaletti, da rumorosissimi pub per studenti, che fanno scappare i rari superstiti. Con costi da capogiro per tutti e con la conseguente sparizione di negozi, di laboratori artigiani, di ogni servizio. Urbino è certo un caso- limite, ma i casi- limite fanno capire dove si rischia di andare se non si recupera la consapevolezza che sono gli abitanti veri a far vivere la città, ad assicurarne il controllo sociale, a dare regole e limiti umani al « divertimentificio » notturno.
Poiché la lezione di Jean Nouvel veniva da Parigi, andiamo allora al Museo Carnavalet, delizioso museo della città: ci accorgeremo che della Parigi storica è rimasto ben poco, quasi nulla. A Roma, nonostante tutto, non è accaduto l’eguale. È un difetto? Un guaio serio? Dato il gradimento che Roma antica incontra parrebbe di no. A Roma è successo già una volta che si facesse, in un certo senso, « come a Parigi » . Fu dopo il 1870 quando Quintino Sella, grande sostenitore di Roma capitale, progettò, « senza una soverchia agglomerazione di operai » , la Terza Roma non fuori dalla Roma dei Cesari e da quella dei Papi, ma « sopra » , dentro di essa. Con grandi sventramenti ( Corso Vittorio su tutti, ma non solo) che aprirono la strada a quelli ancor più clamorosi di Mussolini. Il modello era la Parigi del barone Hausmann, il quale aveva sbriciolato la città del passato e disegnato i grands boulevars, anche con l’intento di scongiurare altri moti rivoluzionari. Facendo « come Parigi » , ci siamo maledettamente complicati la vita cercando di adattare - idea disperata - la città storica alle esigenze di una capitale moderna, con tormenti che ci assillano tuttora. Per favore, finiamola però con l’architetto di oggi che vuole lasciare il suo segno, la sua impronta nei centri storici. Un signore che si chiamava Raffaello, inviò nel 1519 a Leone X che l’aveva nominato soprintendente alle antichità, una sensazionale lettera alla quale si rifanno tutti i veri riformatori e fautori della tutela: con chi se la prendeva furibondamente Raffaello? Con i barbari, ma anche coi papi che avevano « ruinata e guasta » la città antica, mentre, « lassando vivo el paragone de li antichi » , bisognava « aguagliarli e superarli con magni edifici, risvegliare gli ingegni » , ecc. ecc.
Sa di « formalina » anche questo Raffaello? O non è un « manifesto » attualissimo?
Dev'esser stato per uno scherzo del destino (anche se non è chiaro da qualeparte stia) se il melodrammatico oscuramento che ha "messo in ginocchio" l'Italia, mentre questa per la più parte ronfava in attesa del dì di festa, è intervenuto a poco più di un giorno di distanza dalle feroci e accanite invettive lanciate all'indirizzo generico degli "ambientalisti" dal noto Giuliano Ferrara e dalla meno sospettabile Barbara Palombelli, nel corso di una puntata di "otto e mezzo" dedicata al libro dell'ambiguo danese Bjorn Lomborg, L'ambientalista scettico (Mondadori, 522 pagine, 26 euro, sottotitolo: Non è vero che la terra è in pericolo, per saperne di più - ma dalla parte sbagliata -, http://www.ragionpolitica.it/testo.1376.html
Sempre per lo stesso gioco del destino, le prime parole del Ministro Marzano ad un'Italia al buio, in cui chi aveva da qualche parte un vecchio transistor raccontava sui pianerottoli le notizie a stuoli terrorizzati d'inquilini, non sono state di rassicurazione, di impegno a fare tutto quanto in suo potere per ripristinare una situazione di normalità, e poi per accertare con trasparenza le cause. No; il Ministro Marzano ha immediatamente condannato gli ambientalisti, e il veto da questi ultimi opposto alla realizzazione di nuove centrali, e anche (naturalmente) all'impiego dell'energia nucleare.
Le ore successive hanno avuto un che di surreale; sembrava che nessuno avesse mai visto (sic!) la luce mancare: esperti di ogni sorta, ordine e grado, erano interpellati per dirci se sono più affidabili le torce elettriche oppure le candele; biochimici nutrizionisti per dire alle madri di famiglia - udite, udite - che il latte quando puzza di rancido è andato a male, che dura più a lungo il parmigiano della mozzarella, "disaster managers" invocati per confermare che quando manca la luce è meglio non prendere l'ascensore.
Questa mattina - 29 settembre, non riesco a ricordare se è il compleanno di Berlusconi o se era ieri, dovevo stare più attenta a Emilio Fede - addirittura su RaiTre qualcuno si è spinto a invitare a "non andare al lavoro" - mentre i comunicati ufficiali e "tecnici" si diffondevano sull'albero ticinese, e - come la Maschera della Morte Rossa aleggiava su tutto - su tutto si alzava il monito incauto e affrettato del Presidente Ciampi, ahinoi, anche lui convinto, come un bambino nel buio, che il problema fossero le nuove centrali: non ci si può opporre, ha detto senza mezzi termini a regioni ed enti locali, perfino a nuove centrali di tipo tradizionale!
E l'irresponsabilità di Marzano si è trovata di colpo legittimata, corroborata, sacrosanta: individuare il colpevole è diventato l'affare più urgente, e possibilmente un colpevole che non avesse niente a che fare con chi l'energia elettrica in questo paese eroga, vende, distribuisce, amministra. Gli "ambientalisti" i primi colpevoli - declassati la sera prima al rango di caricaturali cassandre dagli esegeti nostrani di Bjorn Lomborg, a costo di dover rinnegare con loro l'intera comunità scientifica internazionale, che ha più volte smentito il citato Lomborg in molte sedi autorevoli; del resto, le recenti tristi vicende della ricerca in questo paese sono eloquenti: l'Italia non ha alcun interesse a prender parte a quella comunità.
L'italiano canta canzoni e gesticola, lo sanno tutti, e StrisciaLaNotizia è pronta con il suo specchio: un improbabile primo ministro che gigioneggia sconcio e rigonfio, mezzano di segretarie e necroforo d'occasione. Che volete che importi la comunità scientifica internazionale?, è così che si diventa uno degli uomini più ricchi del mondo!, specchiatevi, gente, specchiatevi: non siete onesti?, non lo sono nemmeno io!, avete ragione, ho fatto le leggi solo per me, ma che volete, era l'entusiasmo dei primi tempi; tranquilli, che ora è il momento vostro, tre condoni in un colpo, prendi tre paghi due, arraffi adesso e la prima rata all'inferno. Ma forse anche gli "ambientalisti", intendo quelli italiani, erano troppo vicini; la Francia allora, la Svizzera ancora meglio, e poi, anche se si arrabbia, è un paese neutrale...
L'unico - gli va dato atto - ad accorgersi e a segnalare nella tragicomica giornata di ieri che forse era un problema di distribuzione e gestione della rete, che a quell'ora tra il sabato e la domenica anche qualche dozzina di centrali in più non avrebbe fatto la differenza, è stato Romano Prodi, che anzi ha avuto un attimo di visbile fastidio quando gli si è parlato di sovraccarico.
Oggi (29 settembre, come cantava l'Equipe 84 qualche decennio fa), con il senno di poi, finita l'ubriacatura da vigili del fuoco e protezione civile, è possibile reperire questo brandello di "controinformazione" anche sulla carta stampata: il problema non sta nell'energia prodotta, ma nella sua gestione e distribuzione; ma oggi è oggi e ieri era ieri. Il danno - mediatico, d'informazione - è fatto, e i cocci son difficili da recuperare. Un danno legittimato dalla Presidenza della Repubblica: come andrà secondo voi quando Marzano porrà la questione di fiducia sulla legge sblocca-centrali?, e quante altre copie vederà il libro di Bjorn Lmborg, che tocca già le tirature di un best-seller?
E infine, guardando il buio negli occhi, il Presidente firmerà la legge Gasparri?
Aperta ieri con cinque anni di ritardo la prima delle «sue» due gallerie sull'Autosole di Nazzano, che doveva esser pronta nell'ottobre 2000 per il Giubileo, il ministro Pietro Lunardi ha accelerato nell'alta velocità prediletta: quella di parola. E facendo invelenire Beppe Pisanu, che ha subito fatto sapere d'essere «fortemente irritato» con lui, ha liquidato lo scontro sociale, politico e culturale sulla Tav in Val di Susa nello stile di un colonnello sudamericano: «È ormai un problema di ordine pubblico, non riguarda il mio dicastero».
Parole incaute in bocca a ogni ministro d'un governo occidentale che sia conscio delle difficoltà di ammanettare, insieme coi no-global, anarchici e attaccabrighe, anche sindaci e commercianti, artigiani e casalinghe. Ma ancora di più in bocca a lui, invischiato nella controversa faccenda non solo come responsabile delle Infrastrutture ma anche come ingegnere, fondatore, progettista e uomo simbolo della «Rocksoil», la maggiore delle società italiane specializzate nei tunnel, che come è noto ha ceduto a moglie e figli per aggirare la grana del conflitto d'interessi. Proprio perché, come ha ricordato Carlo Azeglio Ciampi, non è ammissibile che i campanilismi di una contrada, gli umori dei «signornò» o le beghe di bottega blocchino grandi opere di interesse collettivo, queste opere devono essere progettate, spiegate, appaltate e fatte nella massima trasparenza. Senza il minimo sospetto di qualche dettaglio occultato e men che meno di qualche interesse personale. Ed è qui che i conti lunardiani non tornano.
Passi l'abolizione, decisa appena dopo aver giurato in Quirinale, del divieto firmato dal predecessore Nerio Nesi (in linea con le scelte europee) di costruire ancora tunnel a una canna e due sensi di marcia, divieto che toccava anche un suo progetto abolito (e da lui ripristinato) in Val Trompia. Passi l'assunzione come capo della segreteria di Giuseppe Calcerano, cioè del dirigente delle Autostrade che, come denunciò Alessandro Sortino de «Le Iene», era addetto alla supervisione di quelle gallerie di Nazzano il cui progetto firmato nel 1997 da Lunardi nelle vesti di ingegnere era stato rifatto dopo la scoperta di una falda che, stando alla bacchettata, «si sarebbe dovuta prevedere nella fase progettuale». Passi l'appalto, smascherato da MF, ottenuto dall'azienda di famiglia (nonostante avesse giurato davanti alle telecamere: «I miei figli lavoreranno solo all'estero») per «la progettazione esecutiva e costruttiva registrate nel bilancio 2004 di una galleria del collegamento ferroviario Milano-Malpensa», collegamento gestito dalle Ferrovie Nord, controllate dalla Regione Lombardia. Fin qui siamo dentro il cattivo gusto, l'indifferenza al senso di opportunità, la violazione di quei codici etici, scritti o non scritti, che spingono i cittadini a rispettare uno Stato serio.
In Val di Susa c'è di più. I pareri sulla bontà o meno della scelta di bucar le montagne esattamente lì, come è noto, sono discordi. Succede, che gli specialisti litighino dando più peso a questo o a quel punto. E succede spesso. Da una parte all'altra del pianeta. Nel caso specifico, però, c'è una storia che val la pena di raccontare. Quella di due tunnel paralleli per l'acqua, 4,75 metri di diametro esterno e una decina di chilometri di lunghezza, iniziati una decina di anni fa, proprio in quella zona, per conto dell'Aem, l'azienda municipale di Torino. Nel patto dei costruttori erano in quattro: l'Astaldi (capofila), la francese Eiffage, un'impresa del Mezzogiorno poi finita nei guai finanziari, e la Selmer (Nocon), una grossa società norvegese con diecimila dipendenti (allora: oggi ha capitali svedesi e i dipendenti sono saliti a quindicimila) che lavora spesso in coppia con la Norconsult, specializzata in gallerie.
Un patto destinato a durare poco: a metà galleria, la Selmer decise infatti di sfilarsi. Ed è qui che si affacciano un mucchio di domande. È vero che la società scandinava prese la decisione di uscire dopo l'ennesimo incidente, che aveva visto una frana seppellire una costosissima talpa americana di marca Robbins? È vero che i norvegesi si lamentarono degli studi che accompagnavano il progetto dicendo che i calcoli geologici erano inesatti? È vero che la montagna venne allora definita «una gran brutta montagna» segnata da fenomeni carsici, fiumi sotterranei, temperature qua e là molto alte e presenza di amianto? È vero che la faccenda finì in mano agli avvocati finché la Selmer-Nocon non se ne andò dopo avere ottenuto una buonuscita? Domande non secondarie. Perché, se fosse vero («Mai saputo niente: a noi dissero solo che c'erano stati dei problemini», dice il sindaco di Venaus, Nilo Durbiano), le perplessità di chi si oppone non sarebbero ancor più «solo un problema di ordine pubblico».
Tanto più che, a leggere le cronache di questi giorni, anche la francese Eiffage si ritirò per «difficoltà» nel 2004 da un altro cantiere, sul versante francese. Quello che prevedeva la costruzione di una galleria di 2 chilometri che doveva servire a saggiare le condizioni di scavo. Galleria che vedeva impegnata, fra gli altri, anche la Rocksoil di Pietro Lunardi. La quale, come spiegava una dettagliata interrogazione dei senatori verdi Anna Donati e Giampaolo Zancan sulla base del bilancio 2002, era stata incaricata della progettazione del tunnel «attraverso una cascata di sub-incarichi e consulenze». La committente era la società francese Ltf, controllata alla pari dalla francese Rff e dall'italiana Rfi, che gestiscono le reti ferroviarie francese e italiana. Col risultato che a pagare una parte dei lavori, stando al cartello filmato ancora da Alessandro Sortino, c'erano il governo italiano e le nostre Ferrovie dello Stato.
Gian Antonio Stella / corriere della sera / 08 dicembre 2005
Negli ultimi dieci anni non era mai successo che venissero vietate, quasi in contemporanea, due manifestazioni politiche sicuramente non contrapposte nei contenuti tra di loro. Ecco di cosa si tratta:
- Per Sabato 10 dicembre, alle ore 16, il Coordinamento "Bologna città aperta - Open Your Mind" ha promosso "Cannabis Parade 2005", una manifestazione antiproibizionista alla sua terza edizione (il periodo in cui si è svolta negli altri anni è sempre stato tra il 5 e il 12 di Dicembre). Il cartello dei promotori riunisce Livello 57, TPO, Link, CaCuBo, Sub Cave Scandellara, Covo e Sottotetto. Si tratta di un appuntamento per ribadire il No alla Legge Fini sulle Droghe che apre la strada alla punibilità penale dei consumatori e per tornare a porre la questione degli spazi di aggregazione sociale e culturale in città. La manifestazione prevede una prima parte con un piccolo corteo da Piazza San Francesco a Piazza Maggiore e ritorno e una seconda parte con appuntamento in via Rizzoli alle 22 da dove partiranno bus navetta per gli spazi aderenti all'iniziativa dove, nel corso, della notte sono previsti una serie di eventi al chiuso.
- Per Sabato 10 dicembre, alle ore 16, in Piazza Nettuno, il Coordinamento "Facciamo Breccia" (composto da Antagonismogay, M.I.T. Movimento Identità Transgender, Arcilesbica, Sexy Shock, Comunicattive, XM24, Unione Atei Agnostici Razionalisti, Rete di Bologna contro la legge 40) ha organizzato un sit-in dal titolo "Zona devaticanizzata", in occasione della giornata internazionale per i diritti umani, per riaffermare il diritto all'autodeterminazione sui propri corpi come diritto umano inalienabile, e per ribadire la laicità dello Stato Italiano rispetto soprattutto ad una serie di tematiche come PACS (coppie di fatto), legge 194 sull'Interruzione Volontaria di Gravidanza, legge 40 e Procreazione Medicalmente Assistita, utilizzo delle risorse pubbliche e rapporto tra istituzioni politiche e istituzioni religiose. Sono previsti banchetti con materiale informativo.
Nella giornata di ieri la Questura ha comunicato agli organizzatori e alle organizzatrici il divieto dei due appuntamenti:
- il primo per ragioni d'ordine pubblico derivate dallo svolgimento del Motor Show e dalla particolare giornata dedicata allo shopping natalizio;
- il secondo per ragioni d'ordine pubblico, in quanto la Questura non sarebbe in grado di tutelare l'incolumità dei presenti al sit-in di Piazza Nettuno, zona che potrebbe essere coinvolta in incidenti causati dai partecipanti alla prima manifestazione non autorizzata (sic!).
Si tratta di due provvedimenti gravissimi che mettono a repentaglio uno dei diritti principali previsti dalla Costituzione: il diritto a manifestare le proprie idee. E tutto questo per tutelare gli interessi del Motor Show (che non pochi disagi sta provocando ai cittadini di Bologna, per via degli alti tassi di inquinamento acustico e del traffico intenso che produce tutti i giorni enormi ingorghi e blocca intere zone della città) e della lobby dei commercianti che ha già avuto il "regalo" dello spegnimento di Sirio il sabato e nel periodo natalizio.
FINO A DOVE SI VUOLE ARRIVARE? Il restringimento degli spazi di democrazia in questa città sta diventando un problema serissimo che non può preoccupare solo le persone che, di volta in volta, cadono sotto la mannaia repressiva. Bologna, nell'ultimo anno e mezzo, è diventata la città italiana con il maggior numero di procedimenti e azioni penali per episodi di lotta politica e sociale. L'ultimo in ordine di tempo, il rinvio a giudizio contro 12 attivisti del Bologna Social Forum e del movimento per il corteo del 18 gennaio 2003 contro Forza Nuova. La cosa curiosa è che nella stessa settimana in cui è stato notificato il provvedimento, i fascisti di Forza Nuova hanno potuto scorazzare indisturbati con la loro "ronda petroniana" per il quartiere di Corticella, aggredendo un immigrato sotto gli occhi della polizia.
Sono ancora fresche le manganellate finite sulle teste di studenti e militanti della sinistra radicale, davanti al Comune lo scorso 24 ottobre per impedire l'accesso alla sala del Consiglio Comunale (corollario di quelle cariche poliziesche, 34 denunce).
E' di questi giorni la notizia delle decine di multe (da 1033 euro l'una) a un gruppo di una ventina di ambulanti senegalesi (con il permesso di soggiorno e la licenza da ambulanti), che un tempo facevano parte del "mercatino multietnico" e che, oggi, non possono più svolgere il loro lavoro in città. Tutti questi episodi sono i frutti e le conseguenze amare del tormentone "legge & ordine" che attanaglia da mesi Bologna.
E, sicuramente, non siamo arrivati alla fine della spirale. Quello che sta avvenendo in questi giorni in Valle Susa ci dovrebbe far riflettere? Quando dovranno partire i cantieri del Passante Nord nel territorio della pianura bolognese cosa ci aspetterà?
Venezia Raccontano che quando il vicesindaco, Michele Vianello, ha letto ieri mattina l'articolo del Gazzettino che riferiva del via libera di Cacciari all'Autorità portuale per i nuovi progetti sulla banchina Isonzo, sia sbiancato in volto. Da una settimana Vianello è sulle barricate per fermare il progetto della nuova stazione marittima, con lettere ufficiali alla Commissione di Salvaguardia e dichiarazioni sui giornali, e il sindaco invece che fa? Si vede col presidente del Porto, Giancarlo Zacchello, e gli dice che tutto va bene. Una risposta attesa, perché già la settimana scorsa in Porto erano convinti che lunedì si sarebbe appianato tutto.
Zacchello esce soddisfatto da Ca' Farsetti, e s'imbatte in chi scrive. «Col Comune ci sono stati solo malintesi» spiega. Anzi usa la parola inglese "understatement", e racconta d'aver illustrato al sindaco le ragioni del Porto, avendone avuto via libera. «Anche sulla darsena a Marghera», aggiunge, spiegando poi d'aver appena telefonato ai suoi uffici per fermare la convocazione di una conferenza stampa con la quale, prima dell'incontro con Cacciari, avrebbe voluto precisare la posizione del Porto. «Ora è superflua», commenta soddisfatto.
Chi scrive si stupisce, sale da Cacciari, gli chiede un commento. E il sindaco conferma, elenca con convinzione le ragioni di Zacchello, e anzi, di fronte alle osservazioni con cui gli si ricorda la posizione del vicesindaco, le difende. «Zacchello mi ha fatto vedere la lettera delle compagnie di navigazione che protestano», dice; «arrivano 18 mila persone alla volta, la stazione marittima non ce la fa, ne serve una nuova con le proboscidi», aggiunge; «col progetto di un avamporto in mare non c'è contrasto», sostiene; «sul sedime portuale il Porto può fare quel che vuole», ritiene.
Esce l'articolo, e a Ca' Farsetti nasce il finimondo. Un giro vorticoso di telefonate, i Ds in ebollizione, Vianello che chiama il sindaco, Vianello che chiama il segretario regionale, Cesare De Piccoli, il segretario provinciale della Quercia, Michele Mognato, che minaccia di convocare la direzione del partito, e cerca inutilmente di parlare col sindaco, nel frattempo partito per Milano. Ed ecco la smentita, sotto forma di una lettera a Zacchello, che scarica tutto sul giornalista descritto come un cronista da Novella 2000 (con tutto il rispetto per i colleghi).
«Leggo oggi su un giornale di mie clamorose smentite alle posizioni del vice sindaco - scrive Cacciari -. Smentite che, come sai benissimo, non ci sono mai state, poiché ieri mi sono limitato ad ascoltare le tue ragioni con l'attenzione di sempre e come sono abituato a fare quando non sono dettagliatamente informato di qualcosa. Ed esclusivamente quello che tu mi hai detto ho ripetuto al solito giornalista di turno alla mia porta, a caccia di gossip e di tempeste in bicchieri d'acqua. L'on. Vianello - aggiunge - parteciperà come rappresentante dell'Amministrazione al Comitato Portuale e in quella sede interverrà a nome mio e di tutta l'Amministrazione, con lo spirito di collaborazione tra Istituzioni che, spero riconoscerai, contraddistingue il mio operato. Sono certo che ogni eventuale differenza di valutazione verrà superata per lo sviluppo del Porto e quindi per il bene della città».
Vianello si rasserena. «Apprendo con piacere - fa sapere - la smentita del sindaco: resta quindi fondata la contrarietà alla procedura seguita dall'Autorità portuale in merito alla costruzione di un nuovo Terminal Passeggeri nonché alla costruzione di una darsena per imbarcazioni turistiche a Marghera». Vianello cita la legge (84 del '94), e conclude affermando che difficilmente il piano operativo triennale 2005-2007 presentato dal Porto potrà essere votato in Commissione di Salvaguardia. Il caso, insomma, è chiuso, e la tempesta in un biccher d'acqua forse placata, anche se ora è al porto che si sono arrabbiati.
Volete guidare l'auto del futuro? E' giapponese o, forse, americana. Volete un miracoloso ritrovato della nuova medicina, che ripari il vostro Dna? Il rimedio è svizzero, inglese, americano, magari belga. Credete nel futuro dell'infinitamente piccolo e vi incuriosisce un nanomotore, grande quanto una molecola, capace di alzare pesi e di lavorare in squadra con altre nanomacchine? Vi può capitare di leggere l'annuncio della scoperta in italiano, ma, per vederla realizzata, meglio guardare alla California. A casa nostra, facciamo, invece, raffinati vasi di plastica o scarpe con i buchi per non far sudare i piedi. Roba buona, a volte geniale, che spesso si vende benissimo, ma che si copia in un baleno o che dura sul mercato solo finché la sorregge l'ispirazione. Low-tech, come si dice, perché di nuovo, che gli altri devono imparare, c'è poco. Ovvero, per usare il gergo degli economisti, il contrario di quei settori di alta tecnologia, "a forte processo di apprendimento - spiega Mario Pianta, docente di Economia dell'Innovazione a Urbino - che assicurano rendimenti crescenti e balzi di produttività". E che sono, nel mondo di oggi, dove la parola d'ordine del futuro è "knowledge economy", economia della conoscenza, la ricetta che rende (e fa restare) ricchi.
Una recente ricerca di una società inglese di consulenza, la Robert Huggins Associates, annuncia che, nei prossimi anni, in tutte le regioni italiane (nessuna esclusa, neanche la Lombardia e il Nord Est) il reddito pro capite perderà terreno rispetto alla media europea: anche chi oggi sta sopra quella media, vedrà ridursi il suo vantaggio. Se i dati daranno ragione alla Huggins, sarà il sigillo dell'inesorabile scivolare dell'Italia nella serie B dell'economia planetaria.
Qualsiasi economista, ormai, predice che, per sola forza d'inerzia, i numeri della crescita economica di giganti come la Cina, l'India, il Brasile, ci spintoneranno, più prima che poi, fuori dal G7, i Sette Grandi, il club dei ricchi del mondo. Ma già oggi siamo fuori da qualsiasi G7 della ricerca e dell'innovazione: la Cina, nel 2002, ha speso 60 miliardi di dollari per la ricerca. Solo Usa e Giappone hanno speso di più. L'India ne ha investiti 19 miliardi ed è fra i primi dieci al mondo. L'Italia, che pure ha un prodotto nazionale più grande dell'una e dell'altra, ha speso per la ricerca 10 miliardi di dollari, meno dell'anno prima. Il problema è che, fra questa classifica e annunci come quelli della Robert Huggins, c'è un rapporto e anche stretto. La serie B, come qualsiasi appassionato di calcio, ormai esperto di Borsa e di plusvalenze di bilancio, sa benissimo, non è solo un problema di prestigio, ma un colpo di scure sulle prospettive di incassi e di investimenti.
Da tre anni, l'economia italiana è in panne. Francia e Germania, come non si stancano di ripetere i ministri del governo Berlusconi, non stanno meglio: la crisi apertasi con gli attentati dell'11 settembre 2001 vale per tutti. Ma c'è una differenza. Fra il 2000 e il 2004, la Germania, nonostante la crisi, ha aumentato le esportazioni del 15 per cento. La Francia del 12 per cento. In Italia sono diminuite del 7 per cento. Perché tanta sensibilità alla congiuntura? Proviamo a guardare le statistiche dall'altro lato. I settori più dinamici del commercio mondiale, negli ultimi dieci anni sono stati: farmaceutica, elettronica di consumo, computer, macchinari elettrici, strumenti di precisione, aerei. Insieme, costituiscono ormai un quarto di tutto l'interscambio. Sono i beni che le statistiche definiscono high-tech, tranne i macchinari elettrici, che rientrano nei beni a media tecnologia e sono anche gli unici in cui l'Italia abbia una presenza significativa.
Nei beni ad alta tecnologia, la quota italiana del commercio mondiale si era già ridotta di un quarto fra il 1996 e il 2000, dal 2,20 all'1,64 per cento. Ormai ce la battiamo con la Spagna. Fra la trentina di paesi dell'Ocse, l'organizzazione dei paesi industrializzati, solo Polonia, Grecia e Turchia stanno peggio. Sono questi, ormai, lontani da qualsiasi zona Champions o Uefa, confinati nella parte bassa della classifica, i nostri avversari. Francia e Germania contano nell'economia globale dell'alta tecnologia per il doppio di noi, la Gran Bretagna per il triplo. La stessa Ocse produce ogni anno una sorta di pagellone della scienza e della tecnologia, che classifica i paesi industrializzati secondo 200 diversi indicatori. Nella stragrande maggioranza, i risultati ci inchiodano nella zona retrocessione. Il primo indicatore, ad esempio, misura gli "investimenti in sapere", dove i ricercatori Ocse sommano la spesa per la ricerca, la spesa per l'istruzione superiore, la spesa per il software. Fra il 1992 e il 2000, gli anni in cui è esplosa la "knowledge economy", il tasso di aumento di questi investimenti, che ne sono il motore fondamentale, è stato in Italia il più basso di tutto il mondo sviluppato. Peraltro, l'unica cosa che è davvero aumentata è la spesa per software: le altre due voci - ricerca e istruzione - sono, di fatto, diminuite. Anche la Republica Slovacca investe in sapere una quota maggiore dell'Italia del prodotto nazionale. Portogallo, Polonia, Messico e Grecia partono più indietro di noi, ma i loro investimenti in conoscenza aumentano dell'8 per cento l'anno, i nostri dell'1,8 per cento. E' solo questione di tempo, perché ci raggiungano.
La conferma viene da quello che gli inglesi chiamerebbero "votare con i piedi". Dove vanno gli agenti portatori della economia della conoscenza: gli studiosi e i ricercatori, che sono il fattore più globalizzato della "knowledge economy" che, a sua volta, è il settore più globalizzato dell'economia globale? Il numero di laureati stranieri che lavora nelle università italiane è pari all'1 per cento del personale universitario di ricerca, come in Messico e in Corea. I laureati stranieri sono il 33 per cento nelle università di Svizzera, Gran Bretagna e Belgio, il 27 per cento negli Usa, il 18 per cento in Danimarca. La strada, del resto, è indicata per primi dai laureati italiani. Il 3-4 per cento di loro, ogni anno, va a studiare e a lavorare all'estero, dove ha più prospettive di ricerca e di carriera, oltre a stipendi che sono, di solito, il triplo di quello che avrebbero in Italia. La stessa percentuale è dell'1 per cento nel resto d'Europa. Non va meglio nel privato: nell'industria italiana ci sono 3 ricercatori ogni mille addetti In Spagna sono 4, la media europea è 5, in Usa, Giappone e Svezia stiamo fra 9 e 10.
Eppure, l'asfissia della ricerca italiana non è (ancora) compiuta. Se si va a vedere il numero di pubblicazioni scientifiche - ad esempio, ma non solo, in un settore nuovissimo come le nanotecnologie (un nanometro è un milionesimo di millimetro: così si misurano i transistor dei chip nei computer) - l'Italia occupa una posizione rispettabile. Anzi, per blandire l'orgoglio nazionale, se si guarda al numero di citazioni - che misurano la risonanza di una ricerca - la classifica italiana è decisamente buona. I guai cominciano dopo. "E infatti - dice Giancarlo Salviati, che lavora all'Imem, l'Istituto Materiali per Elettronica e Magnetismo del Cnr - ci invitano ai convegni, a tenere relazioni, ci pubblicano. Poi, cominciano i problemi. Io, Salviati, posso essere bravo quanto un collega belga, ma se lui ha la macchina e io no, il progetto va a lui. E le macchine costano: in optometria, una macchina per misurare costa 2 milioni di euro e quella per verificare cosa c'è che non funziona ne costa uno. Dopo di che, c'è solo da sperare che non si rompano. Il risultato è lavorare con roba obsoleta: il mio microscopio elettronico ha la bella età di 18 anni". Nei mesi scorsi, l'università di Bologna ha messo a rumore il mondo scientifico, inventando il nanospider, un aggeggio grande quanto una molecola, con tre gambe e tre anelli, capace di sollevare un peso tre miliardi di volte superiore al suo. L'hanno inventato all'università di Bologna, ma, per realizzarlo in concreto, hanno dovuto rivolgersi ai colleghi dell'università di California. C'è un modo per misurare questo scollamento fra scoperta e realizzazione: i brevetti. "Da molti anni - dice Luciano Gallino, l'autore de "La scomparsa dell'Italia industriale" - acquistiamo molti più brevetti di quanti ne produciamo. Inoltre, i nostri sono, per lo più, a basso contenuto tecnologico. Solo il 10 per cento può essere definito high-tech. E' una brutta pagella".
Guardiamo più da vicino. "Dieci anni fa - osserva Mario Pianta - la letteratura scientifica italiana era ancora tutta concentrata su fisica, ingegneria, chimica. Invece americani, svedesi, inglesi, francesi, tedeschi, giapponesi si erano già lanciati sulle scienze della vita - biologia, genetica, medicina - che sono il boom di questi anni". Scontiamo ancora questo ritardo: solo il 2 per cento delle pubblicazioni sulle riviste internazionali di biotecnologia è italiano. Giapponesi e inglesi sono al 10 per cento, francesi e tedeschi al 6, gli spagnoli al 2,6 per cento. E anche nei nostri supposti settori forti, "oggi la Corea vale l'Italia per i brevetti nelle tecnologie intermedie, ma è molto più avanti, ad esempio, su elettronica e computer". Insomma, aggiunge Pianta, "oggi scopriamo di essere arrivati alla stazione con l'accelerato, anziché con l'Eurostar e, così, abbiamo perso la coincidenza. Intanto, però, era arrivata la corriera con i coreani e gli indiani che, quel treno, l'hanno preso". (1-continua)
Personne, à Freedom Park, ne prononce jamais le mot "prostitution". Pourtant, dans cet immense bidonville, ce "camp de squatteurs" selon la terminologie locale, des centaines de femmes se vendent pour trois fois rien. Les clients, pudiquement appelés "boyfriends", petits amis d'une heure, d'une nuit ou d'un mois, sont des mineurs d'Impala Platinium, l'un des plus grandes mines de platine du pays. La mine, situé dans la Northern Province, à quelque 200 km au nord de Johannesburg, a attiré des milliers de ruraux, venant de toute l'Afrique du Sud et des pays voisins. Aujourd'hui, à Freedom Park, il y a environ 5 000 " shacks", des baraques de tôles alignées à perte de vue, peintes en rouge vif, jaune ou bleu, des couleurs pour cacher la misère.
La plupart des 20 000 habitants du bidonville sont sans emploi. Ici, il y a quelques hommes, en attente d'un job à la mine, et des femmes vivant de la "générosité" des mineurs. Les liaisons ne sont jamais qu'éphémères. Le mineur cherche une femme pour une heure, une soirée, parfois pour plus longtemps, mais un jour il repart dans son village, laissant derrière lui ses amours illégitimes. Environ 40 % des femmes de Freedom park sont séropositives.
Boniwe avait un "boyfriend", qui veillait sur elle depuis plusieurs années. Quand il est mort, sa femme est venue vider la maison. Dans son shack, il n'y a plus rien qu'un lit, une petite table et quelques écuelles. Elle vit là avec ses quatre enfants, parmi lesquels des jumeaux de 11 mois. L'un des deux est séropositif. Comme plus de 500 personnes, essentiellement des femmes, Boniwe a pu avoir accès à un traitement gratuit dans la clinique du bidonville. Mais ce matin, elle n'a pas pris ses médicaments. "Je n'avais rien à manger. Et on peut pas les prendre le ventre vide", explique-t-elle.
La clinique, qui existe grâce à des dons privés et à un fonds américain, a été créée par l'association Tapologo de Mgr Kevin Dowlings, archevêque de Rustenburg, la grande ville voisine. Il est le seul évêque catholique du pays à avoir préconisé publiquement l'usage du préservatif.
PAS D'EAU COURANTE
Selina a été l'une des premières à bénéficier de la distribution d'antirétroviraux. "Avant, c'était facile de trouver un boyfriend capable de payer jusqu'à 1000 rands (125 euros) pour une passe. Les types qui étaient virés avec une prime, ou les retraités, ils dépensaient beaucoup d'argent avant de retourner chez eux. Maintenant, tu peux difficilement avoir plus de 100 rands (12,5 euros)", explique-t-elle. "Et si tu demandes qu'ils portent un préservatif, c'est moins encore", poursuit-elle. En réalité, la passe se négocie souvent à 20 rands, à peine 2,50 euros.
Il n'y a rien ici, pas d'eau courante, pas de robinet public. Des camions passent chaque jour pour vendre de l'eau. Pourtant, il y a des citernes un peu partout. "Ils viennent les remplir avant les élections : après, c'est fini", raconte Batsesana, qui dirige l'équipe de bénévoles.
Tout, ici, est provisoire. Même la clinique, faite de quelques containers, est prête à être déplacée. Les Sud-Africains peuvent prétendre à l'une des petites maisons que l'Etat bâtit non loin de là. Les étrangers, eux, n'ont droit à rien. A terme, l'objectif de la municipalité est de raser Freedom Park, d'effacer à coups de bulldozer la misère et ses prostituées.
Nota: su un tema parallelo, in Eddyburg l'articolo sul rinnovo urbano" in Zimbabwe
Un sentiero di terra battuta, a destra prati e case basse sullo sfondo, a sinistra un filare di alberi e il verde che digrada verso l’acqua della roggia.
Dopo la svolta che fiancheggia una piccola chiusa appaiono un pioppeto, un tratto coltivato, di nuovo un prato, una staccionata. Sono due dei sette chilometri già percorribili di una strada che, quando sarà finita, ne conterà i 120 - tutti da fare a piedi, in bicicletta, a tratti anche a cavallo, fra Milano e Varzi, nell’Oltrepò. Un progetto che ha un nome evocativo, Greenway; un’autrice, l’architetta del paesaggio Caterina Ziman; l’imprimatur dell’università di Pavia e la sponsorizzazione della Banca del Monte di Lombardia. Perché anche un semplice sentiero come questo, un tempo normale presenza vicino a qualsiasi paesino italiano, oggi è frutto di un’operazione altamente specializzata the richiede, come dice Ziman, “molto studio, molta ricerca, molta elaborazione. Sono questi gli ingredienti giusti per arrivare a fare la cosa più semplice” .Peccato solo che al momento il percorso fuori dal tempo sbuchi in un grande e inutile spiazzo di cemento davanti a un gruppo di villette a schiera: periferia di San Genesio, periferia di Pavia.
Poche decine di chilometri più avanti, però, c’è dell’altro, di nuovo e di sorprendentemente bello - sì, bello - da vedere. Oltre la strada, dietro un filare di alberi, strisce color cobalto, azzurro, turchese e acquamarina che si alternano fino a una torretta color tortora. È uno dei due depuratori di Milano, il San Rocco, un bestione che smaltisce fra i 4 e i 12 metri cubi al secondo di acque reflue, a seconda delle piogge.
Costruito dalla società Degremont su progetto degli architetti Quattroassociati, è in funzione dalla fine 2004. Dietro la parete colorata, l’impianto prosegue con una serie di vasche all’aperto. Dalla tangenziale, che quasi le affianca sfiorando l’intero complesso, si vede ben poco: tutto è circondato da un terrapieno verde.
A svegliarci dal sogno di un’altra Italia possibile ci pensano un fiorellone gigante e i tubi che reggono lui e la relativa insegna dell’imperdibile centro commerciale. Cielo cancellato, non esattamente un piacere per gli occhi. Periferia di Rozzano, periferia di Milano: viene voglia di mettere in moto ruspe, martelli idraulici, palle d’acciaio, qualsiasi cosa possa aiutare a ripulire. Tornano in mente Sgarbi e Agrigento da bombardare, e scatta inesorabile la tentazione di dare sempre e comunque ragione a chi si batte contro inceneritori e alte velocità -di cui pure oggi abbiamo bisogno. Ma anche la ruspa, senza un pensiero costruttivo che possa far ridiventare il paesaggio patrimonio di tutti invece di terra di nessuno che è, potrebbe rivelarsi un’arma inutile.
Il depuratore di San Rocco aveva un obiettivo preciso: ripulire le acque senza invadere il territorio. E ci è riuscito, tanto che insieme alla Greenway viene citato come caso positivo nella mostra fotografica Paesaggio tradito che apre oggi a Milano, un’occasione per denunciare e riflettere sugli orrori, spesso perfettamente legali, che hanno invaso 1’Italia; e soprattutto e per dimostrare che anche un depuratore o una passeggiata possono aiutare a immaginare, per il futuro, un paesaggio migliore.
STRADE OPPOSTE - Fra gli architetti e gli urbanisti italiani, Pierluigi Cervellati e Stefano Boeri, entrambi docenti a Venezia, quanto al futuro da immaginare sono agli antipodi. Detta in modo grossolano, uno vorrebbe cancellare tutte le “villettopoli”, mentre l’altro insegue prospettive positive perfino in quell’edificio-mostro che va sotto il nome di Corviale.
“II paesaggio è un bene comune come l’aria o l’acqua”, esordisce Cervellati, “e le responsabilità del “ tradimento”, oltre che di geometri e costruttori, sono anche di architetti, ingegneri, urbanisti, amministratori, soprintendenze ai Beni culturali. Del resto bisogna pur ricordare che vogliamo tutti l’auto, e la Fiat ha assicurato tanti posti di lavoro. E che se da una parte la storica lotta per la casa ha prodotto mostri urbanistici, dall’altra, secondo l’inchiesta de1 1951-52 per il primo Rapporto parlamentare sulla miseria in Italia, su 48 milioni di abitanti nove vivevano in “ baracche, catapecchie o grotte”: quasi un italiano su cinque”. Secondo Cervellati la situazione oggi è ancora peggiore che negli anni ‘60 e ‘70 degli scempi: lo Stato che vende le case popolari, 1’80% degli italiani costretto a comprarsi casa da affitti più alti dei mutui, la campagna abbandonata, i beni culturali visti solo come fonte di profitti, l’uso forzato dell’auto per carenza di trasporti pubblici. “E in questo quadro”, prosegue, “ci sono urbanisti e architetti che difendono il concetto di città diffusa e la villetta come luogo di socializzazione. Senza vedere che proprio queste aree, né città né campagna, sono quelle più a rischio d’implosione”.
A ogni inizio di corso Cervellati chiede ai nuovi allievi dove vivono: “Dei circa ottanta di quest’anno solo tre abitano in condominio. Gli altri stanno quasi tutti fuori città, in villette monofamiliari, qualcuno in case bifamiliari o a schiera. È una tendenza che va frenata. L’ambiente agricolo non è un’area dismessa da occupare, ma il parco del futuro, un bene collettivo”. E quindi, che fare? “Basterebbe applicare le leggi che ci sono, penso per esempio ai piani paesaggistici previsti vent’anni fa dalla Galasso”. O impedire nuovi scempi: “Guardi questa storia della Tav. Io sono assolutamente schierato con i valligiani piemontesi: perché non potenziare la ferrovia che già c’è?”.
Stefano Boeri - proprio uno di quelli che si rifanno al concetto di città diffusa - guarda oltre l’Italia, all’Europa, e propone di osservarla come dal finestrino di un aereo: Tutto il continente si percepisce come un’unica grande città: vedi ovunque spazi costruiti”, spiega. “Oggi, poi ci si sposta rapidamente: grazie al low cost possiamo vivere a Torino, lavorare a Monaco, vedere uno spettacolo a Londra. La percezione della dimensione urbana ne risulta dilatata”. E il paesaggio? Ovviamente anche Boeri pensa che sia stato distrutto da “un’edilizia folle”, ma avverte: “La nostalgia è un pessimo alleato e quell’edilizia è pur sempre il riflesso di una società: basti pensare al quanto è aumentato Il numero delle persone che possono permettersi di costruirsi una casa. Preso atto del fenomeno, il problema è uno solo: dove e come costruire”. E le tanto odiate villettopoli? “Bisogna osservare e studiare l’intero corpo urbanistico e poi intervenire in un punto preciso, un po’ come si fa con l’agopuntura. Prendiamo una famiglia con villetta in Brianza: il padre lavora a Milano, la madre a Varese, un figlio studia a Castellanza, l’altra a Pavia. Usano il centro commerciale di Desio, la sera vanno al cinema al multisala di Melzo. È una monade su cui bisogna lavorare innanzitutto culturalmente”, non serve demonizzarla ma occorre farci i conti: “Oggi l’architettura non ha bisogno di opere autografe, deve invece produrre “dispositivi” da inserire nei punti giusti perché continuino a lavorare nello spazio producendo effetti sociali”. Ancora un esempio: “Ha presente i ragazzi che via sms si danno appuntamento la sera vicino ai caselli delle autostrade? Bene: io organizzo un concorso per creare nuovi spazi, accanto a quei caselli”.
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NÈ CITTÀ NÈ CAMPAGNA - Dalla cronaca delle ultime settimane. A Sedrina, paese montano della VaL Brembana, nel Bergamasco, le case, costruite quando i terreni al sole servivano per coltivare, sono tutte in ombra. Ora il Comune chiede al ministero dell’Ambiente se si può spostare una cava per abbassare un monte di venti metri. E sole sarà. “Non conosco i dettagli dell’operazione”, dice l’architetto e docente di urbanistica al Politecnico di Milano Luigi Mazza, “ma in generale l’idea di una decisione collettiva sul proprio paesaggio non mi dispiace affatto”. Ciò che l’architetto non digerisce è invece “una certa intellettualità molto italiana, pericolosamente narcisista, fortemente orientata in senso estetico”. Quanto alla discussione su dove finisca il paesaggio artificiale della città e cominci quello naturale della campagna, la trova oziosa: “Cerdà, l’autore di Barcellona, fu il primo a dire, a metà ottocento, che non esiste un oggetto chiamato città, ma un intersecarsi dì costruzione urbana e costruzione progettata della campagna”. E oggi? “Che oggi questo confine sia inesistente è chiaro a tutti, o quasi. Lo svuotamento di senso è palese, a cominciare dalle piazze per finire con le aree pedonali che servono soprattutto a facilitare i consumi. Del resto è ovvio che sia così: il potere si esprime nello spazio, e dato che oggi il potere non è riconoscibile, non lo è neppure la città”.
UN GARANTE DELLA QUALITÀ - Torniamo dunque al “ che fare”. Nella tabella di marcia ideale di Salvatore Settis, storico dell’arte e direttore della Normale di Pisa, la priorità è “aprire un dibattito il più pubblico possibile, coinvolgendo università, scuola, cittadini ma anche con l’impegno delle varie associazioni per la tutela del paesaggio. Passare insomma da una fase in cui si dicono solo dei no a quella delle proposte. Per esempio portando a compimento l’iter parlamentare del disegno di legge sulla qualità architettonica”, che guarda al paesaggio - urbano ed extraurbano -come parte del patrimonio da tutelare. “Garante delle norme di tutela deve essere un’alta professionalità con totale neutralità di giudizio. A ricoprire questo ruolo possono anche non essere i soprintendenti ai Beni culturali, ma devono essere figure con le stesse doti e totalmente indipendenti dal potere politico immediato. L’essenziale è non dover più assistere alla deriva degli ultimi anni, in cui il potere decisionale è passato sempre più nelle mani di istanze politiche comunali e regionali. Succede in Sicilia, che ha in ciò piena autonomia, ma anche in Toscana. E ciò significa che ogni Comune in fase preelettorale allenta il controllo sui permessi edilizi”.
Anche l’urbanista Antonello Boatti, del Politecnico dì Milano, ha nel cassetto proposte operative e una certa dose di speranza: “Risanare è possibile, creando poli decentrati dotati delle risorse proprie di una città moderna. Fuori Milano, a pochi chilometri da molti scempi, c’è Buccinasco: un buon esempio di come andare avanti. Ha 2.500 abitanti per chilometro quadrato, 25 mila persone in tutto. Il paese è bello, con piazza, cinema, verde e servizi pubblici, oltre a un bravo sindaco”. Peccato che sia minacciato dai mafiosi in soggiorno obbligato.
Una recentissima ricerca internazionale di FutureBrand - che raccoglie le opinioni degli operatori, degli esperti e dei fruitori del turismo planetario - ci dice che, per richiamo turistico, il Marchio Italia è ancora primo nel mondo per due segmenti: l'arte e la storia. Mentre sta ormai fra il 10° e il 15° posto per la natura ed è scivolato al di sotto del 15° per le spiagge. È lampante quindi che laddove (natura e spiagge) si è molto distrutto, cementificato e asfaltato, l'Italia è diventata assai meno attraente e dove invece, nonostante tutto, si è conservata la «materia prima », essa ha mantenuto una sua seduzione di massa. Merito del settore pubblico, dello Stato e dei suoi tanto bistrattati tecnici in primo luogo. Non certamente della grande massa dei privati.E però il ministro Rocco Buttiglione si ostina a perseguire, nella gestione dei beni culturali, un «modello misto pubblico-privato» attraverso «ragionevoli liberalizzazioni», per esempio attraverso lo strumento delle Fondazioni. L'onorevole ministro, mentalmente, continua a scindere - come faceva, in modo sciagurato, il TitoloV della Costituzione voluto dal centrosinistra, a maggioranza - la valorizzazione dalla tutela. Come se la conservazione accurata del patrimonio storico-artistico e di quello paesistico-ambientale, strettamente integrati, fosse cosa diversa dalla sua valorizzazione e quest'ultima toccasse essenzialmente ai privati realizzarla.
Del resto, lo si è toccato con mano alla Scala: appena i soci privati ci hanno messo qualche euro, hanno preteso di dettare loro la linea culturale e gestionale, mentre il nuovo soprintendente Stephan Lissner già reclama per il massimo teatro italiano il ritorno all'ente pubblico, sia pure nel quadro di una logica imprenditoriale. Quindi, bisogna stare attentissimi a non indebolire sia la presenza pubblica sia il ruolo tecnico-scientifico dei Soprintendenti. Che invece il predecessore di Buttiglione ha snervato e frustrato come mai era avvenuto, probabilmente pensando di privatizzare i Musei più importanti, quelli che, secondo certuni, possono «rendere», dare profitti. Poco informato l'allora ministro Giuliano Urbani il quale non sapeva che ilGrand Louvre, con l'imponente apparato di servizi commerciali messo in piedi, ricava da quelle «entrate proprie» meno del 20% del totale (il restante 80 sono denari pubblici).Né sapeva che le «entrate proprie» del Metropolitan Museum non raggiungono il 50% della parte attiva. Il resto, anche lì, è denaro pubblico, o sono donazioni.
Dal ministero retto ora da Buttiglione arriva qualche notizia (era ora!) non negativa: è stata evitata alle monete antiche una riduzione della tutela; si è rimesso nel cassetto quel silenzio-assenso dopo 120 giorni nella vendita di beni culturali pubblici che tante proteste (il ministero li chiama «equivoci ») aveva suscitato da parte delle associazioni e delle opposizioni. Tuttavia lo stato generale del ministero rimane dei più gravi e grandissimo il disagio dei suoi operatori.
Il disastro dei beni culturali e ambientali provocato dalla gestione Urbani si riassume del resto in poche cifre: su 66 soprintendenze territoriali, ben 27, cioè il 41 per cento, risultano vacanti, mentre 5 sono a contratto esterno. L'idea che circola è quella di continuare a non fare concorsi veri, rigorosi, proseguendo nella pratica dequalificante delle promozioni interne, dopo corsi di formazione assai modesti, ed inserendo, magari, gli esterni nei ruoli del ministero. Giustamente, nella recente Giornata di protesta sui beni culturali (organizzata dal Comitato per la Bellezza e dalla «Bianchi Bandinelli»), Irene Berlingò, responsabile dell'Assotecnici, ha denunciato come si tenda sempre più a creare Soprintendenze uniche e quindi a «regionalizzare», di fatto, la rete della tutela. Il modello?La Regione Sicilia. Dove però ne stanno succedendo di tutti i colori, con scambi di ruoli che ignorano ogni competenza acquisita negli studi e sul campo: funzionari amministrativi al Museo Archeologico Eoliano, un archeologo, invece, alla Biblioteca di Catania, un architetto, per contro, all'Archeologico di Palermo, il più antico museo dell'Isola, e un altro al Museo Storico- artistico Bellomo di Siracusa. Qui la politica è entrata con le scarpe e tutto nella gestione e nella tutela dei beni culturali, e i risultati, disastrosi, sono sotto gli occhi di tutti. Se questo è il modello, povero patrimonio culturale della Nazione. Del resto, al vertice del Ministero romano, un dirigente storico delle Biblioteche come Francesco Sicilia è stato dirottato al Paesaggio e a capo delle 17 direzioni regionali sopravvivono un solo storico dell'arte e un isolato archeologo.Due specie in estinzione. Gli altri sono architetti o amministrativi. Anche qui, naturalmente, molti risultano i reggenti, ben 6 su 17. Ma l'intera dirigenza dei Beni culturali sta al di sopra, mediamente, dei 50 anni. Senza concorsi seri, si va vero l'estinzione, comunque ad un sicuro declassamento. Contanti saluti alla «materia prima» Arte&Storia che fa ancora grande il Marchio Italia nel mondo. Un suicidio anche sul piano strettamente economico.
Ma questa irresponsabile classe di governo che pure porta in allegria il Paese alla «devolution » (70 miliardi di euro di costo), al vertice dei Beni culturali ha pensato bene di aumentare fino a 47 i direttori generali centrali che con Spadolini era 3 e con Veltroni eMelandri 7-8. La situazione è pure nera, nerissima anzi, all'Ambiente dove più che il ministro Altero Matteoli comanda, in realtà, il capo di gabinetto Paolo Togni il quale cumula almeno 5 incarichi. Sempre nella Giornata di Protesta sui Beni culturali e ambientali, il segretario generale aggiunto delWwf, Gaetano Benedetto, ha dipinto questo affresco a tinte fosche: l'attuale maggioranza di governo o non applica le direttive Ue o le attua «in salsa italiana». La pianificazione di area vasta non esiste più. Il Piano nazionale dei trasporti (governo Amato) è stato buttato via. Siamo sotto infrazione europea, oltre che per il Ponte sullo Stretto, anche per la legge sulle acque, con la direttivaUe in materia inapplicata. La legge delega per l'ambiente (ormai incombente), passata alle Camere soltanto per un veloce parere, farà disastri a raffica. Sui rifiuti abbiamo abbassato la soglia delle salvaguardie in modo decisamente pericoloso. Per l'energia il governo ha chiesto nuove centrali a tutto spiano (promosse col decreto Marzano), ma non ha ancora detto di quanta energia abbia bisogno il Paese.
Quindi, non essendoci obiettivi, non esiste una politica per il risparmio energetico, né per le fonti rinnovabili alternative. L'Enel punta al carbone e si riparla di nucleare. «Siamo dunque in rotta di collisione col protocollo di Kyoto», ha sottolineato Benedetto. Il quale ha aggiunto altre pennellate in nero: i tagli ai fondi per i Parchi sono stati continui e pesanti; le nomine alla guida dei medesimi sono state di basso profilo e rigorosamente politiche, anzi partitiche. Infine, le associazioni ambientaliste riconosciute dal ministero sono balzate da 28 a 57. Miracoli dell'ambientalismo? No, del clientelismo politico. Da dove ripartire? Dall'articolo 9 della Costituzione (finché c'è) e dalle direttive dell'Unione Europea in materia ambientale. Per ricostruire Testi Unici, leggi, prassi di governo, dirigenze tecniche, autonome e preparate, al
Si può trascurare l´appello di un capo dello Stato, tanto più quando si chiama Carlo Azeglio Ciampi, a non isolare l´Italia dalle grandi reti europee? Si può dare torto a chi sostiene l´alta velocità come scelta strategica per ammodernare i collegamenti ferroviari e spostare una quota significativa di traffico – e in particolare di trasporto merci – dalla strada alla rotaia?
si possono ignorare, infine, le preoccupazioni e le proteste di un´intera comunità locale che si mobilita per difendere l´ambiente e la salute, cioè la propria sopravvivenza?
La chiave per risolvere il rebus della Val di Susa sta nella capacità di comporre tutte queste diverse ragioni, in una sintesi che spetta alla funzione e alla responsabilità della politica ai suoi vari livelli: regionale, nazionale e internazionale. E dipende anche dalla possibilità di conciliare legittime aspettative ed esigenze reali, al di là di impostazioni ideologiche, atteggiamenti estremistici e demagogici. Ma tutto ciò si può e si deve fare nell´ottica dell´interesse generale, di quel "bene comune" che supera appunto gli interessi di parte, verificando gli aspetti economici, ambientali e sociali secondo una gerarchia di valori più che un presunto ordine di priorità.
Può risultare un paradosso, una delle tante ironie che la storia spesso riserva, la circostanza che una tale esplosione di "localismo populistico" – com´è stato definito – coincida con l´avvento del federalismo imposto a colpi di maggioranza dal centrodestra: auguriamoci che, almeno in questo caso, la devolution alla fine non faccia rima con revolution. Fatto sta che il fenomeno rivela e denota un deficit di autorità, una carenza di legittimazione politica, che si rovescia in primo luogo sul governo in carica. E per quanto riguarda il tunnel della Val di Susa, tocca direttamente un ministro delle Infrastrutture che controlla attraverso i suoi parenti più stretti un´azienda di perforazioni coinvolta nel progetto ed è dunque viziato da un palese conflitto di interessi.
Allo stesso tempo, però, la querelle sulla Tav chiama in causa anche l´opposizione, lo schieramento di centrosinistra che si candida alla guida del Paese e naturalmente il suo leader, forte di un´investitura popolare come quella ricevuta nelle primarie. Qual è la linea dell´Unione sulla ferrovia ad alta velocità Torino-Lione? Quella del presidente della Regione Piemonte, Mercedes Bresso, prima decisa ad andare avanti a ogni costo e ora più propensa a verificare tutti gli aspetti della questione, a cominciare dall´impatto ambientale? Quella dei Ds che hanno a cuore le cooperative, anche loro interessate ai lavori, o quella dei Verdi di Pecoraro Scanio e dei rossi di Bertinotti? Quella della sinistra cosiddetta "sviluppista" o di quella riformista o ambientalista? E soprattutto, qual è esattamente l´opinione di Romano Prodi su questa vicenda?
Nella confusione e nella contrapposizione a volte caricaturale delle idee, un dato intanto appare chiaro: non si può risolvere il problema, né qui né altrove, con la militarizzazione del territorio. Le "grandi opere" non si realizzano con un presidio di polizia 24 ore su 24, per 365 giorni all´anno e per diversi anni a seguire. Non solo perché ciò minaccia di produrre una restrizione intollerabile della democrazia, dalla libertà di circolare a quella di manifestare. Ma anche perché in questo modo i tempi inevitabilmente si allungano, i costi crescono e soprattutto aumentano i rischi sociali: tanto più in una regione che si appresta a ospitare, fra poche settimane, un evento globale come le Olimpiadi invernali.
La verità, piaccia o non piaccia, convenga o non convenga a questo o a quello, è che il caso della Val di Susa rappresenta il paradigma di una politica nazionale contro l´ambiente e contro il territorio, introdotta dal centrodestra in nome di una malintesa deregulation, in funzione di interessi che non sempre corrispondono a quello collettivo e spesso anzi lo danneggiano. Dalla Legge Obiettivo censurata dalla Corte dei Conti fino alla legge delega ambientale, per la quale l´Italia è stata già sottoposta a una procedura d´infrazione da parte di Bruxelles, tutta la normativa di questa legislatura in materia è un´eresia che va contro le direttive e le procedure europee.
Da qui, da questo peccato originale, discende - come denuncia il Wwf in un´ampia e documentata memoria appena consegnata al Parlamento di Strasburgo - una serie di vizi che inficiano anche il progetto della Torino-Lione, sia sotto il profilo ambientale sia nel rapporto tra costi e benefici. E gli argomenti non mancano. L´opera, secondo l´associazione ambientalista e secondo numerosi esperti esterni, non è stata sottoposta nella sua completezza alla procedura di "Via" (valutazione di impatto ambientale) né è stata avviata una procedura internazionale coordinata, dopo una pubblica consultazione nei due Paesi interessati. Il progetto non avrebbe perciò i requisiti indicati dalla stessa Ue per rientrare nella lista prioritaria delle reti transeuropee di trasporto.
Se ora da Bruxelles la coordinatrice Loyola de Palacio non intende accordare la "tregua olimpica" proposta saggiamente dalla presidente Bresso, se ne assume – per la sua parte – le responsabilità. Ma in attesa che la questione venga rimessa a due tecnici stranieri, uno esperto di trasporti e l´altro di sicurezza e salute, non può essere la Regione Piemonte a decidere da sola. E´ la politica nazionale, il governo da una parte e l´opposizione dall´altra, che devono dare una risposta chiara e tempestiva sull´ipotesi di una moratoria che a questo punto appare quanto mai opportuna.
L’evoluzione della specie si compie in Laguna. In principio fu la razza padana, il prode Chicco Gnutti, Telecom, la madre di tutte le privatizzazioni, la pasticceria-cult Zilioli di Brescia, le Mille Miglia su auto d’epoca. Poi vennero i furbetti del quartierino, uno straordinario mix di caratteristi che, incedendo da Nord Ovest a Nord Est, esondò su Padova con il tentativo di scalata all’Antonveneta, ma con baricentro romano. I baci in fronte al governatore della Banca d’Italia, le coccole telefoniche alla sua signora, l’impagabile Stefano Ricucci che in un consesso di avvocati parrucconi, tenero, esclamava: «Aho, ma che state a fa’ i fro. col cu. degli altri?». Cioè il suo. Alfine, sempre più a Est, la compagnia di giro si evolve, si scompone, si ricompone con protagonisti vecchi e nuovi. Non sono più i tempi di Volpi e Cini, della Sade, quando in Borsa a Piazza Affari si diceva: «Aspettiamo di vedere cosa fanno a Venezia». Sono duecento anni che Venezia è in decadenza, ripeteva Bruno Visentini, uno degli ultimi grandi veneziani. E Cesare Merzagora annuiva dal suo appartamento al Gritti. La contessina Tiepolo, a chi le chiedeva da quanti anni abitasse a Venezia rispondeva: «Da mille anni». Ma in Laguna da qualche mese sono sbarcati tutti, ma proprio tutti.
Immobiliaristi, palazzinari, architetti, finanzieri di primo e secondo pelo, speculatori, grandi gruppi, piccoli gruppi aggressivi e/o avventurosi.
Porta d’ingresso i monconi di base del nuovo ponte di Calatrava che giacciono da mesi e mesi a far patelle in attesa della geniale struttura di cui si son perse le tracce, o l’eterno suk del Tronchetto, il parcheggio d’ingresso i cui gestori quando non si suicidano falliscono. Vengono in tanti per far che? Per candidarsi al ruolo di mecenate invocato dal sindaco Massimo Cacciari, che non ha più una lira in cassa, vessato dai tagli di Berlusconi e Tremonti? Figurarsi. O per partecipare, piuttosto, all’ultimo presunto business che offre l’Italia in corsa verso la deindustrializzazione, che si chiama opere pubbliche, trasporti, restauri, ristrutturazioni, calcio, scommesse e turismo? Va chiesto, necessariamente, a Enrico Marchi, l’uomo che da Venezia pensava di essere ormai così forte da poter sfidare quelli che qui ancora chiamano i poteri forti e di diventare grande sulle spoglie di Cesare Romiti.
Nato a Conegliano, classe 1956, laurea alla Bocconi in Economia aziendale, giovane liberale con Giancarlo Galan, ex Publitalia e presidente della Regione Veneto e con Niccolò Ghedini, ringhioso legale padovano di Berlusconi, quando si parlava di Benedetto Croce esclamava: «Balle, l’importante è essere anticomunisti».
Portato alla presidenza dell’aeroporto di Venezia, il terzo d’Italia per traffico, dal suo amico governatore al posto dell’ex vicesindaco comunista Gianni Pellicani, se ne compra un pezzo con la Finint, la finanziaria coneglianese di cui è titolare con il suo socio Andrea De Vido, che ha fatto soldi con la «securitisation», la cartolarizzazione dei crediti. Ufficio megagalattico sulla pista di Tessera, amicizia inossidabile con l’amministratore delegato delle Generali Giovanni Perissinotto, potere forte, il ragazzo di Conegliano in gessato, dopo aver fatto posare un favoloso parquet nella nuova aerostazione veneziana, pensa che sia arrivato il momento di attaccare il «salotto buono».
La ricca provincia contro il vecchio establishment. E con i soldi della quotazione in Borsa della Save assalta la Gemina, pensando di sfilare ai Romiti gli Aeroporti di Roma perché - dice - «basta col Nordest che ha la pancia piena, ma preferisce lamentarsi piuttosto che mettersi in gioco». Mal gliene incolse. Romiti chiama a difesa i Benetton, con ormai interessi più che nelle maglie, oltre che nelle autostrade, negli aeroporti e nelle stazioni ferroviarie, i quali per questioni pregresse, per di più, non possono soffrire il coneglianese. Così adesso Marchi, non avendo i soldi e le alleanze per fare un’Opa, si trova sul groppone 160 milioni di euro, o giù di lì, di azioni Gemina, epigono di Ricucci con il «Corriere della Sera».
Romiti fa sarcasmo: «Trattative con Marchi? Sono nelle mani di Dio».
Cambia scena: Sant’Angelo di Piove di Sacco, piatta, desolata campagna veneta sotto la neve, un incubo, una casa un capannone, una casa un capannone.
In una casa, con vicino il capannone dove si commercializzano scarpe Simod, all’ingresso una signorina risponde al telefono: «Qui Alpi Eagles, dica».
Incede il titolare della compagnia aerea e del marchio di scarpe, oltre che presidente di Veneto Sviluppo, finanziaria regionale che fa maggioranza nella Save con Marchi, contro gli altri due azionisti pubblici, Comune e Provincia di Venezia. Spiccata somiglianza con Renato Pozzetto, maglione giallo canarino, Paolo Sinigaglia, che è anche azionista con l’8 per cento del «Gazzettino», conteso tra Francesco Caltagirone e i Benetton, ed è stato sostenitore di Fiorani nella fallita scalata all’Antonveneta, al suo socio coneglianese che vuol diventare il padrone di Venezia non la manda a dire: «Tutte storie di pigmei veneti, diciamolo. Marchi che scala Gemina? Mai saputo niente, si è fatto tutto da solo. Un prevaricatore che vuol fare il finanziere con la Save, cioè con una società pubblica, non come me che mi guadagno "scheo su scheo"». Furbetti della laguna? Il dente è avvelenato per l’Alpi Eagles, in difficoltà perché - dice il patron - tutte le sue tratte sono state «francobollate» (copyright Sinigaglia) da Volare.
Cos’è Volare? Una specie di piccola Parmalat dei cieli, con bilanci truccati che hanno portato a un crac da 500 milioni di euro e all’arresto di sei manager, tra cui Mauro Gambaro, già direttore di Interbanca, banca d’affari dell’Antonveneta creditrice e azionista della compagnia aerea, partecipata dal Fondo Tricolore, società costituita con soldi di Ligresti e Generali e amministrata, guarda un po’, dalla Finint di Marchi e De Vido.
Chissà se Perissinotto, azionista di Finint e per il quale Volare è stata solo uno sfortunato «cippino», è più tanto felice delle performance del suo amico coneglianese, poco incline all’austerità triestina e non molto ben visto da altri soci di Mediobanca.
Se le spoglie aeroportuali romitiane sono un osso duro, quelle marittime sono già passate di mano. Il ruolo di Impregilo nella progettazione e nella realizzazione dell’odiato (da Cacciari e Verdi) Mose, le dighe alle bocche di porto contro l’acqua alta, è stato preso dalla Mantovani, impresa di riferimento del governatore Galan, il quale, noto bon vivant, in questi giorni è in Kenya, probabilmente con il suo portavoce Franco Miracco, ex collaboratore del «Manifesto», che non può riportarne la voce perché i suoi telefonini tacciono sempre. Proprietario della Mantovani è Romeo Chiarotto, fedele dell’ex ministro della prima repubblica Carlo Bernini, arrestato a suo tempo nell’ambito dell’inchiesta sugli appalti di Autovie Venete, vicepresidente dell’Antonveneta nella breve gestione Fiorani e perciò membro autorevole del ramo veneto dei furbetti. Ma il vero mister Appalto si chiama Piergiorgio Baita, presidente della Mantovani. Anche lui arrestato, e poi assolto, ai tempi di Tangentopoli, ora si candida anche per costruire il nuovo palazzo del cinema al Lido, per il disinquinamento di Marghera e per qualunque altra opera veneziana. Ma non si può dire che non abbia concorrenti. A Ca’ Farsetti il sindaco filosofo, sempre più filosofo, subisce l’assedio quotidiano di Arrigo Poletti e Lorenzo Marinese, della Pio Guaraldi, che non solo si sono presi il Calcio Venezia, per il quale progettano il nuovo stadio, ma vogliono fare un centro direzionale e parcheggi intorno all’aeroporto, accerchiando il povero Marchi, che invece vuole una nuova pista e non vuol pagare 130 milioni di euro per comprare i loro terreni. Poi c’è Francesco Caltagirone, questa volta Bellavista, che ha appena restaurato il Molino Stucky, appartamenti e mega-Hilton, e ora vuol fare un passaggio sotto il mare tra la Giudecca e le Zattere. Paga lui, 30 milioni. Laura Fincato, assessore all’ambiente, si chiede: «Perché?». Fa gola a tutti l’ex Arsenale, un’area immensa da cui l’ultimo bastimento prese il mare nel 1920. Ma la new entry più clamorosa nella scena lagunare, ormai affollata come piazza San Marco in una sera d’agosto, è quella di Giancarlo Elia Valori, ex presidente della società Autostrade liquidato un po’ bruscamente dai Benetton, ora presidente della Torno dell’italo-argentino Carlos Bulgheroni. Avendo comprato la talpa per scavare la nuova linea della metropolitana di Milano, Giancarlo Elia vuole mettere a frutto l’investimento e realizzare la Sublagunare, un tubone sottomarino del diametro di quattro metri che dovrebbe unire in 12 minuti Tessera all’Arsenale, con fermate intermedie a Murano e Fondamente Nuove. Costo 367 milioni di euro, di cui 190 a carico dello Stato.
Grande opera? Minuscola rispetto a quella che propone a Cacciari la Soles Spa, impresa forlivese del gruppo padovano Solfin. Il Mose? Macchè. Meglio sollevare di due metri tutti i palazzi di Venezia, iniettando a pressione pali in ferro pieni di calcestruzzo sotto ogni edificio a o gruppi di edifici.
Adriano Agostini, Giacomo Piran, Un grande centro servizi alle porte di Dolo, La Nuova Venezia, 30 settembre 2005
DOLO. Si torna a parlare di Veneto City, il grande polo del terziario avanzato che dovrebbe sorgere ad Arino. Nei prossimi giorni l'ingegner Luigi Endrizzi - rappresentante dei privati promotori di uno dei più ambiziosi interventi urbanistici previsti in regione - si incontrerà con i tutti consiglieri comunali per illustrare il piano.
Nei giorni scorsi, inoltre, si è tenuto un incontro, cui hanno partecipato i responsabili del Comune di Dolo, di Pianiga, della Regione, della Provincia e dei soggetti promotori, per verificare le procedure prima di dare il via alla conferenza dei servizi necessaria a far partire l'opera. La zona interessata dalla costruzione sarà di circa 640 mila metri quadrati, per la maggior parte nel territorio di Dolo. Una prima bozza di progetto prevedeva la possibilità di edificarvi circa un milione di metri cubi. La cordata di privati a suo tempo puntava alla realizzazione di un grande insediamento terziario, con uffici (si parla della possibilità di trasferirvi parte delle funzioni della Regione), centro congressi, area fiere (si pensa soprattutto ad expo del tessile, dell'elettronica, della meccanica, dell'arredamento e del calzaturiero), un centro moda. E poi, tutto attorno, negozi di media dimensione, parcheggi pubblici su 188 mila metri quadrati e 91 mila metri di aree privare a destinazione varia. Insomma, quello che andrebbe a nascere a due passi dal casello autostradale di Arino, in posizione baricentrica fra Padova e Venezia, sarebbe un centro capace di modificare la struttura direzionale e commerciale di un'area molto vasta, con ricadute possibili (si pensi agli uffici regionali) un po' in tutto il Veneto. Un intervento troppo ambizioso?
Gli imprenditori che il 17 luglio 2002 si sono riuniti a Padova (via Venezia) nella società Arinum srl ci credono. Tale società, a quel tempo controllata dalla Lefim srl (stessa sede, nata il 9 febbraio 2001), ha portato avanti con convinzione la sfida, affidandosi al progettista Luigi Endrizzi. Bisogna capire ora come il progetto si è modificato e adattato alle esigenze del territorio.
La variante urbanistica, come si ricorderà, era pronta per l'approvazione già a marzo, alla vigilia delle ultime elezioni comunali di Dolo. Poi l'allora sindaco Bertolin preferì bloccare tutto e rinviare l'approvazione a dopo le elezioni, provocando una spaccatura con il vicesindaco Ascari. Durante la campagna elettorale maggioranza e opposizione si sono dimostrate concordi nel sostenere - fra le altre cose - che il progetto andava ponderato, facendo attenzione soprattutto all'impatto sulla viabilità e sul territorio circostante. Ora l'amministrazione ha deciso di incaricare un professionista di fornire un parere «pro veritate» riguardante tutta la questione giuridica. «L'intento - spiega il sindaco Antonio Gaspari - è di operare nella massima chiarezza possibile. Questa è una grossa occasione non solo per Dolo, ma anche per tutta la regione. Però le cose devono andare fatte con la massima trasparenza e senza deturpare il territorio». Tutta la questione verte sulle cosiddette opere complementari. «Voglio - spiega Gaspari - la massima collaborazione da parte di tutti i consiglieri, maggioranza e minoranza, perché partecipino alla realizzazione di questa grossa opportunità. La zona sarà un centro attrattivo per il terziario avanzato che tutti ci invidieranno». Il primo cittadino smorza poi le voci su fatto che Veneto City possa uccidere il commercio di Dolo: «I commercianti possono stare tranquilli - sostiene - non verrà creato nessun centro commerciale né supermercato». Tra le possibili istituzioni che dovrebbero trovare posto nel plesso, ci potrebbero essere anche alcune facoltà delle Università di Venezia e Padova.
Renzo Mazzaro, «Costruiremo una città in mezzo alla campagna», La Nuova Venezia, 19 novembre 2005
DOLO. La fotografia che piace di più all’ingegner Endrizzi, è un cane da caccia, un pointer per la precisione, lanciato come un treno verso un bersaglio sconosciuto e fulminato dal teleobiettivo con le quattro zampe sollevate da terra, raggruppate sotto la pancia, in un concentrato di potenza che sta per esplodere. Endrizzi va a caccia. Di terreni, non solo di quaglie o di pernici rosse, come il suo amico Bepi Stefanel.
Vanno a tirare alla pernice rossa nella Mancha con il re Juan Carlos, poi Bepi invita sua maestà in Italia a tirare all’anatra nella tenuta di Dragojesolo. «E’ successo anche poche settimane fa e nessuno ne ha parlato» dice Endrizzi. Meno male. Almeno stavolta i disinformati hanno evitato di dire, come è già accaduto, che il re di Spagna viene a caccia abusivamente in Italia perché è senza tesserino regionale, mentre basta quello vallivo. Provinciali, ci facciamo sempre riconoscere.
Endrizzi ha fiuto per i terreni, come i cani da caccia che alleva. «Avevo per le mani l’area giusta» dice. Ma guarda che combinazione. Cosa si può obiettare a uno così fortunato?
L’area. In quest’area di 550.000 metri quadrati, di cui metà sono già suoi e l’altra metà in fase di accaparramento, tra l’autostrada A4, la linea ferroviaria Padova-Venezia, la stazione fs di Dolo-Mirano e l’innesto del Passante, l’ingegner Luigi Endrizzi, ovvero l’uomo che costruì Padova Est (do you remember Ikea?), ha immaginato una città nuova di zecca e l’ha battezzata «Veneto City». Due milioni di metri cubi, 10.000 posti di lavoro. Dal nulla.
I soci. Il sogno ha contagiato il suo amico di trasferte venatorie Giuseppe Stefanel, imprenditore trevigiano che tra una schioppettata e l’altra ha messo su un impero mondiale dell’abbigliamento. «Credo molto a questo progetto» conferma Stefanel. Un altro trevigiano che mette i soldi è Fabio Biasuzzi, anch’egli appassionato di animali, i cavalli stavolta, ma più noto perché si occupa di cave. In società c’è anche Olindo Andrighetti, imprenditore di Piove di Sacco, nome importante nel commercio internazionale dei legnami, con la figlia Nicoletta. E altri investitori di cui riferiamo a parte.
I capannoni. Nell’area dove sorgerà «Veneto City» per il momento ci sono solo campi, alberi, fossi, strade di raccordo interno, case sparse, aziende agricole. Difficile immaginare una città, anche se qui basta distrarsi un attimo perché cresca un capannone. Nel 2000 la campagna è stata sventrata da una rotonda con una strada di collegamento al casello di Dolo dell’A4: in tre anni il Comune di Pianiga ha venduto le aree. Venduto non rende l’idea. Le ha bruciate. Adesso c’è un capannone attaccato all’altro, una teoria di scatoloni immensi, gli ultimi con la scritta «Affittasi». Il cemento avanza, è il turno di Dolo.
Benemerito. «Mi umiliava fare capannoni» dice l’ingegner Endrizzi, nel nuovo ufficio di Vigonza, guardando le foto dei suoi pointer al galoppo. E’ un benemerito. Anche se ci voleva poco. «Stiamo lavorando con l’università di Venezia e quella di Padova, abbiamo studi di socio-economia alle spalle, vogliamo progettisti di grande qualità, nomi di fama internazionale». Norman Foster e Renzo Piano, dice. Ma senza impegno, perché non c’è ancora l’accordo. «Verranno qui a vedere di che cosa è capace l’architettura ai massimi livelli.
Ci misuriamo con Tokyo, con Hong Kong, non con Trebaseleghe». Alla faccia dello scatto di reni. Speriamo di non doverci misurarci anche con Padova Est.
Il progetto. Adoperiamo le parole dell’ideatore: «Il progetto prevede un centro servizi polifunzionale, ideale baricentro della regione, che sarà la vetrina di tutto il meglio di ciò che si produce nel Veneto ma anche luogo di progettazione di ciò che si produrrà nei prossimi anni»: «un museo della produzione industriale, meta di scolaresche»; «un centro di produzione tridimensionale Aimax che non esiste in Italia»; «strutture di didattica per l’imprenditoria»; «possibilità di acquisire i master, senza andare in America, perché noi vogliamo fare le cose qui»; «sedi di rappresentanza di tutte le istituzioni, dalla Regione fino alle organizzazioni di categoria».
Insomma: «Il Veneto non ha mai saputo realizzare un centro servizi di dimensioni internazionali. Noi pensiamo a competere con Parigi».
Le strutture. «Veneto City» sorgerà su 560.000 metri quadrati, con uno sviluppo di 2 milioni di metri cubi. Ci lavoreranno 10.000 persone, tra occupati diretti e indotto. La maggior parte sarà addetta ai centri di ricerca che occuperanno il 50% della superfice costruita. La città è pensata «sotto forma di alcune torri che si sviluppano in altezza, per lasciare spazio al verde». Non vorremmo fare sfoggio di erudizione peregrina, ma un certo Le Corbusier ci aveva già pensato negli anni ’30: siamo fermi da allora? Attorno al centro servizi, definito il «pianeta centrale», ruoteranno una serie di «satelliti»: si va dagli alberghi, ai negozi, agli impianti per il tempo libero.
Tapis roulant. La determinazione arriva a prevedere lo spostamento della stazione fs di Dolo-Mirano (appena inaugurata) di qualche chilometro in direzione Padova, per farla combaciare con il centro servizi. Una passerella aerea coperta, che Endrizzi mostra in avveniristico disegno al computer («ma niente immagini per il momento») porterà i passeggeri al centro servizi, con un tapis roulant per risparmiare la fatica dei bagagli.
Torre telematica. Alta 150 metri, con immancabile ristorante panoramico all’ultimo piano, concentrerà le strutture per il controllo di tutto il traffico stradale della regioni, incluso quello autostradale. Dal che si profila una probabile partecipazione societaria, decisamente negata invece da Lino Brentan, a.d. della Venezia Padova spa.
Tempo libero. E’ previsto un parco di diversi ettari, solo pedonale. Un «market palace», piastra coperta di piccoli negozi «unica al mondo». E poi cinema, un teatro, piscine, strutture per fitness, megacentro per convegni.
Alberghi. Il «satellite ricettivo» avrà un capacità di 1000 stanze, dalle 3 stelle in su, per graduare l’offerta a seconda della tasca. Disponibilità che nessuno, secondo Endrizzi, è in grado di assicurare oggi in Italia. Chi è del posto può già prepararsi: gli alberghi sorgeranno dietro la pescheria «Gianni & Mirca» di Arino, di fronte all’azienda agricola di Gastone Signori. Invece le stalle, l’essicatoio e gli impianti dell’azienda, incluse le abitazioni, dovrebbero sparire. Sempre se Endrizzi si sbriga, perché a Gastone Signori sta vendendo la mosca al naso: gli hanno fatto un’offerta l’anno scorso, ma non hanno stretto. «I figli non sono più d’accordo vendere, la moglie s’arrabbia perché la casa non è a posto - dice Gastone, un tipo simpatico, grande e grosso, che viene da Piazzola sul Brenta -. Io capisco tutto, ma devono fare i lavori o no? Quando cambio idea, la cambio davvero, eh!».
Paolo Possamai, Una colata di cemento sacrificando Marghera, La Nuova Venezia, 25 novembre 2005
L’affaire Veneto City dichiara nel nome stesso che la questione non riguarda Dolo e comuni limitrofi.
L’operazione Veneto City, lucidamente indagata nell’inchiesta di Renzo Mazzaro per il nostro giornale, chiama in causa i destini dell’area centrale del Veneto. Sarebbe riduttivo, pilatesco, truffaldino se la classe politica e, più in generale, il ceto dirigente veneto delegassero al Comune di Dolo la decisione se urbanizzare 560 mila metri quadrati di terreno. Volendo assumere un termine di paragone, a Verona, alle porte della città antica, è programmato il recupero dell’ex mercato ortofrutticolo, destinandone l’area di 59 mila metri quadrati a nuova city per la finanza veneta. Una cittadella dove dovrebbero a regime lavorare all’incirca tremila persone, dipendenti del gruppo Unicredit, del Banco popolare di Verona, della Cattolica assicurazioni, di altre istituzioni creditizie. L’investimento, promosso da Fondazione Cariverona, Cattolica e Banco popolare è stimato in circa 200 milioni di euro e richiederà almeno 5 anni di tempo quanto all’esecuzione dei lavori.
A Dolo è in gioco un intervento che si sviluppa su un territorio dieci volte più grande di quello di Verona, con una richiesta di edificare 2 milioni di metri cubi. A questo punto, introduciamo subito una domanda semplice semplice, una fra le altre dei tanti quesiti irrisolti: ma se sarà consentito il placet ai privati imprenditori mobilitati per l’urbanizzazione delle campagne di Dolo, che ne sarà del recupero della zona industriale di Marghera? Il polo industriale di Marghera è largamente dismesso, il governatore veneto Giancarlo Galan preme affinché le imprese chimiche cessino ogni attività entro il 2015. Misurando il tempo secondo i cicli di investimento e di ammortamento delle aziende, vale a dire che Galan vuole che la chimica se ne vada da Porto Marghera domani.
Tralasciando un’analisi puntuale sulla opportunità che l’Italia abbandoni il presidio sulla chimica, rimane da capire quali nuove attività economiche potranno effettivamente abitare a Marghera. E qui intendiamo enfatizzare la relazione con Veneto City. Se a Dolo sarà concentrata un’enorme mole di attività direzionali, di industrie innovative, di servizi avanzati, di alberghi, che futuro potrà mai avere Marghera? Se Dolo catalizzerà un imponente volume di investimenti, quanti denari resteranno in circolazione per il recupero delle aree dismesse a Marghera e per l’invenzione di un nuovo destino per la più grande e degradata zona industriale del Nordest?
Sono questioni che giriamo a chi ha responsabilità politica. Le giriamo al presidente della Provincia di Venezia, Davide Zoggia, depositario con le recenti riforme di considerevoli poteri in materia di pianificazione urbanistica. Le giriamo al governatore Galan, che mantiene un ruolo incisivo nella pianificazione territoriale e, più in generale, nella programmazione dello sviluppo economico del Veneto. Le giriamo al sindaco Massimo Cacciari, che fra le altre sfide è chiamato a misurarsi con il futuro possibile di Marghera. Galan, Zoggia e Cacciari esemplarmente incarnano la figura dell’amministratore che deve perseguire il «bene comune», che deve badare all’interesse collettivo. Ebbene, a Zoggia e a Galan chiediamo se il «bene comune» consista nell’assecondare il disegno speculativo di Stefanel, Biasuzzi, Endrizzi, che sono i promotori di Veneto City. Chiediamo a Cacciari, a Galan e a Zoggia come sta assieme il loro annuncio di voler dare un futuro a Marghera e l’operazione di Dolo. Chiediamo a Galan, inoltre, se è vero che Veneto City potrebbe ospitare un polo rilevante di uffici della Regione, perché Dolo sarebbe baricentrica e facilmente raggiungibile dall’intero territorio regionale. Se tale ipotesi fosse veritiera, ci permettiamo di osservare che sarebbe un formidabile volàno, uno straordinario vantaggio competitivo riconosciuto a tavolino ai promotori di Veneto City.
Chiediamo, infine, a Zoggia come possa far rientrare ex post nel suo neonato Piano territoriale provinciale di coordinamento l’urbanizzazione di un’area di 560 mila metri quadrati. Ma Zoggia, annunciando il Ptcp, non aveva detto che era tempo di cessare la cementificazione del territorio? E Zoggia, Cacciari e Galan non sanno forse che il Veneto è già pieno zeppo di capannoni con la scritta «affittasi» o «vendesi» per la semplice ragione che il modello produttivo classico è superato e, abbandonata gran parte della filiera manifatturiera, per cui servono spazi molto meno abbondanti del passato?
A Cacciari, da ultimo, giriamo l’accusa rivolta all’amministrazione comunale di Venezia da Adriana Marinese, primario imprenditore edile-immobiliare, che contesta alla burocrazia di Ca’ Farsetti totale immobilismo, di non dare risposte a programmi di intervento nella prima zona industriale di Marghera, valutati a spanne 500 milioni di euro.
L’immobilismo del burocrate veneziano può divenire l’alibi per chi volesse dare la precedenza a Veneto City.
Maurizio Franceschi, Un «buco nero» sul territorio, La Nuova Venezia, 30 novembre 2005
Il titolo di «città» è una cosa seria. I comuni se ne possono fregiare solo se esso viene loro conferito da uno specifico decreto del capo dello Stato. Gli agglomerati tinta pastello, accozzaglia di vetro plastica, che sorgono lungo le nostre autostrade spesso si fregiano invece del titolo di «city». Come balza all’occhio, è cosa ben diversa.
Un po’ di portici, qualche piazza ben lastricata e grandi parcheggi non bastano infatti a ricreare la storia e la complessità di una vera città. Questi iper-mega-super centri che integrano il commercio all’intrattenimento e ai più disparati servizi alla persona vorrebbero essere città, ma non possono, e quindi diventano «city». Sempre più grandi e accattivanti le «city» alimentano l’unico consumo che non conosce flessioni: quello del territorio. Le zone, commerciali, del tempo libero e del terziario si succedono oggi in modo caotico, lasciando tra di essi solo miseri brandelli di territorio, assediati e dall’aspetto grigio e indefinibile. Eppure continuano a riprodursi senza soste e senza apparente logica.
Kenneth Boulding, economista-ecologista, già negli anni ’60, sosteneva: «per credere che sia possibile realizzare una crescita infinita in una biosfera finita bisognerebbe essere o un pazzo o un economista». In questo caso si tratta di pazzi che, attraverso riuscite speculazioni immobiliari, comunque si riempiono le tasche con fior di soldoni. Le «city» sono diventate sempre più grandi e ingorde, sovvertendo l’ordinata rete gerarchica tra i centri urbani tracciata dalla storia e dai commerci e sconvolgendo la programmazione urbanistica ed infrastrutturale elaborata su ritmi decennali (il Piano Territoriale Regionale di Coordinamento vigente è stato approvato nel 1992) troppo lenti per contrastarli. Veri e propri «buchi neri» che attraggono a sé, insieme alle persone, attività centrali inizialmente nate per essere collocate nel cuore delle città con l’effetto, ben noto, di desertificazione e impoverimento dei nostri centri urbani. L’ultima «city» in progetto rivela, nel nome e nelle dimensioni, le sua ambizioni di grande «capitale» di questa «blob» artificiale che, in pochi anni, ha invasola pianura padana.
«Veneto city» dovrebbe occupare 560 mila metri quadri, nel Comune di Dolo, tra l’autostrada A4, la linea ferroviaria Padova-Venezia, e l’innesto del Passante. Due milioni di metri cubi di cemento, magari «firmato» da qualche grande architetto, dove troveranno posto una piastra coperta di piccoli negozi, cinema, teatro, piscine, strutture per fitness, megacentro per convegni ecc. ecc. Tutte cose sbandierate e promozionate come «innovative» e «mai viste» e che invece sanno già di stantio e sbiadito. In questo caso di «eccezionale» infatti c’è solo la dimensione dell’area: almeno dieci volte più grande di quelle, pur mastodontiche, cui siamo già abituati. Si tratta di dimensioni destinate a moltiplicare in modo esponenziale i costi che conosciamo bene in termini di perdita di qualità del paesaggio, di difficoltà logistiche e infrastrutturali, di incremento della mobilità e dell’inquinamento. A questi si devono poi aggiungere i soldi, presi dalle tasche dei cittadini, e utilizzati per operazioni di riqualificazione, animazione e rivitalizzazione delle città (quelle vere), ma soprattutto la fine di tanti bei progetti (anche questi costosi) che riguardano la riconversione di Porto Marghera e dei siti industriali dimessi. Tutte iniziative che verrebbero messe fuori gioco in un battibaleno dalla realizzazione di un gigantesco magnete, posto al centro della tanto discussa «area metropolitana» destinato ad attrarre, insieme a masse di «consumatori», anche tutti i servizi «rari» localizzati e localizzabili della zona.
Per questo spero che chi ha il dovere di governare il territorio, e soprattutto Province e Comuni, abbia ben chiaro che uno dei grandi compiti dell’urbanistica nei prossimi anni sarà quella di contrastare l’espansione impetuosa di questa e di tutte le altre «city», di progettare accuratamente lo sviluppo necessario in una logica di spazio «restituito» più che «consumato» e di difendere e mantenere, per quanto possibile, i caratteri naturali residui del paesaggio e della vita urbana. Questi sì beni preziosi e soprattutto insostituibili.
Maurizio Franceschi è segretario provinciale Confesercenti
Luciano Gallino Le domande senza risposta
La TAV in Val di Susa fa discutere. Speriamo che la discussione continui, e risponda positivamente a tutte le esigenze. Da la Repubblica del 30 novembre 2005
Sono tendenzialmente favorevole a un rilevante trasferimento del traffico merci dalla strada alla rotaia. Potrei quindi essere etichettato come un potenziale pro Tav, per inclinazione e per gli studi fatti sulle conseguenze dello sviluppo industriale. La massa delle merci in viaggio per l’Europa è formata in effetti o da materie prime o semilavorati o componenti destinati all’industria, oppure da beni prodotti dall’industria. Il mezzo più efficiente per trasportarli, dal punto di vista energetico, e il meno oneroso per l’ambiente, è certo la ferrovia. Ben vengano dunque i progetti intesi a trasferire sui treni alcuni milioni di tonnellate di merci l’anno.
Nel caso della Val di Susa, in quanto tendenziale pro Tav, sono rimasto però – almeno fino ad ora – alquanto deluso. Mi attendevo che i politici, gli amministratori, i dirigenti d’impresa, gli esperti rispondessero con argomenti circostanziati alle perplessità di ordine tecnico ed economico sollevate da varie parti sulla grande opera che dovrebbe attraversare, per il lungo, tutta la valle. Ora è certo possibile che mi sia perso qualche articolo o discorso super-documentato. Resta il fatto che gli argomenti pro Tav in Val di Susa avanzati negli ultimi mesi mi paiono rientrare prevalentemente nella categoria "ce lo chiede l’Europa", ovvero "non si può bloccare il progresso", o, ancora, "non si può cedere alla demagogia". Un po’ poco, per uno che è sì pro Tav, ma che vorrebbe vedere la sua causa difesa con ragioni compiutamente argomentate. Proverò a riassumere in alcuni punti le domande che mi pare non abbiano ricevuto finora, dal fronte pro Tav, risposte approfondite.
1) Sarebbe utile sapere quali analisi economiche sono state fatte, ovvero quali strumenti legislativi si pensa di introdurre, per assicurare che una volta compiuta la grande opera il traffico merci si sposti realmente, in misura tale da giustificare i costi economici e sociali dell’opera, dalla strada alla rotaia. Tale quesito è stato sollevato da un economista liberale, Mario Deaglio (La Stampa, 11/11/2005). I binari non sono dotati di un’attrazione magnetica tale per cui si possa essere certi che, una volta posati, fiumi di merci lasceranno la strada per affluire su di essi. Sarebbe drammatico se, dopo 15-20 venti di lavoro, trasformazioni radicali, sociali economiche e ambientali, di un’intera valle, e 15 miliardi di euro (che potrebbero facilmente diventare 18 o 20) le merci continuassero a correre sui tir.
2) Altri studiosi di economia, nemmeno essi estremisti, hanno osservato che il potenziamento della linea esistente, quella del Frejus, e una appropriata politica tariffaria pro-ferrovia e moderatamente anti-Tir, la domanda ferroviaria per Modane potrebbe arrivare a quasi 17 milioni di tonnellate/anno. Con la realizzazione della Tav in Val di Susa la domanda potrebbe arrivare – ma non è certo, perché la composizione delle merci cambia – a poco più di 21 milioni di tonnellate l’anno (Andrea Boitani, la voce.info, 23/11/2005). Su un piatto, dunque, ci sono forse quattro milioni di tonnellate in più sui treni; sull’altro, un traforo di 52,7 chilometri, più uno di dieci, con 15 miliardi di spesa e oltre. Sarebbe gratificante, per chi crede nell’importanza del passaggio alla rotaia, capire come si pensa di equilibrare i due piatti della bilancia.
3) Gli svizzeri sono molto avanti con il raddoppio del Gottardo ferroviario e con la costruzione del nuovo tunnel del Loethchberg, dalle parti del Sempione. Pare ovvio che nei prossimi anni gran parte del traffico merci del milanese e di gran parte della Lombardia prenderà tale direttrice per andare sia a Nord che a Nord-Ovest. E’ possibile vedere, e serenamente discutere, qualche studio che mostri in qual modo tale novità, che diventerà operativa molto prima dell’eventuale Tav in Val di Susa, verrà ad incidere sulla convenienza di quest’ultima opera? Se mai un simile studio fosse in giro, un pro Tav tendenziale come chi scrive lo vedrebbe volentieri accompagnato da qualche studio comparato che dimostrasse razionalmente la convenienza, a livello nazionale, dell’opera valsusina rispetto a varie alternative. Quali, ad esempio, il raddoppio del Brennero, o il potenziamento della linea da Torino a Nizza, o della stessa linea preesistente del Frejus.
Ho lasciato da ultimo, ovviamente, la domanda delle domande. Anche nel caso in cui si dimostrasse con cifre e argomenti ben fondati che la Tav in Val di Susa è, dal punto di visto economico, e a lungo termine, superiore a tutte le alternative possibili, e garantisce con elevata probabilità il passaggio di grandi volumi di merci dalla gomma alla ferrovia, bisogna chiedersi come si pensa di mantenere in valle un megacantiere della durata di 15-20 anni, che produrrà e dovrà poi trattare e trasportare alcuni milioni di tonnellate di materiali di scavo, contro la volontà di tutta una popolazione. Certo, impiegando un paio di migliaia di poliziotti e carabinieri al giorno, per tutto quel periodo, si potrebbe anche farcela. Ma con costi sociali e politici sin troppo facilmente immaginabili.
A questo punto la domanda non può che essere girata a Romano Prodi. Perché come economista che punta al governo, ha certamente le carte in regola per chiedere che, prima di avviare i macchinari degli scavi, i pro Tav della regione e del paese diano risposte tecnicamente esaurienti alle osservazioni critiche sollevate finora. Ma soprattutto perché la questione è diventata per intero politica, come sono tutte le grandi questioni economiche non appena si scavi un poco sotto le loro apparenze tecniche. La loro sostanza è sempre la stessa: si tratta di distribuire con equità i costi e i benefici tra le popolazioni, gli strati sociali e i territori coinvolti in innovazioni radicali. Nella vicenda della Val di Susa parrebbe, al momento, che i costi gravino prevalentemente su una parte sola. Vorremmo capire come Prodi pensa di ridurre tale squilibrio, o magari se non medita di impostare uno scenario affatto inedito, che preveda più benefici che costi per tutti gli interessati.