Vorrei solo, a brevissima premessa, riportare una citazione dall’ultima parte di questo articolo, che mi infastidisce: “La maggior parte degli elementi di sicurezza correnti sono semplicemente inappropriati per un ambiente urbano. Sono stati sviluppati per paesi stranieri, ambasciate, il Terzo Mondo, ecc.”. Certo non riassume né le culture del new urbanism, né il contenuto del testo, ma c’è e sarebbe sbagliato non prenderne atto. Ai lettori di Eddyburg, ovviamente, il giudizio. (fb)
Titolo originale:Three years after 9/11, security mindset threatens civic design – traduzione di Fabrizio Bottini
Dopo che quasi 3.000 persone hanno perso la vita al World Trade Center tre anni fa, nessuno dubita che ci siano gravi rischi in terra americana, e che le agenzie governative debbano fare qualcosa a proposito. Ma alcuni progettisti credono che le soluzioni raccomandate dagli esperti – e adottate da governo federale – rischino di danneggiare l’ambito pubblico isolando inutilmente gli edifici collettivi.
Si sta iniziando a sviluppare una reazione, a questi eccessi del regime di sicurezza federale. Uno dei suoi principali esponenti è David Dixon, responsabile per l’urbanistica e la progettazione urbana dello studio Goody, Clancy & Associates di Boston. “La guerra al terrorismo rischia di diventare guerra alla vivibilità delle città americane” afferma Dixon. “Nella fretta di rispondere alla minaccia dei terroristi, un diffuso gruppo di funzionari, architetti, costruttori, ingegneri, avvocati, urbanisti, consulenti per la sicurezza, e altri in grado di influenzare le regole urbanistiche e edilizie, sta creando una nuova generazione di norme e regolamenti di progetto”.
La preoccupazione degli urbanisti si concentra su istruzioni come quelle riportate di seguito, che sono state applicate a edifici come i tribunali:
Da quando un camion-bomba ha distrutto i nove piani dell’Alfred P. Murrah Federal Building a Oklahoma City nel 1995, uccidendo 167 persone, le risposte federali sono state di rendere gli edifici più difficili da attaccare. A prima vista si trattava di una strategia indiscutibile. Gli occupa edifici federali ha diritto alla protezione contro gli estremisti antigovernativi come Timothy McVeigh. Ma dopo che Al Qaeda ha distrutto il World Trade Center e danneggiato il Pentagono, è diventato chiaro che il programma di sicurezza sarebbe stato molto più esteso. Qualunque edificio o spazio dotato di valore simbolico, ora può essere considerato un potenziale obiettivo del terrorismo. Gli scopi di sicurezza possono modificare non solo le caratteristiche degli edifici federali, ma anche di quelli statali, dei municipi, università, musei, monumenti storici, chiese: la lista è infinita.
Una consapevolezza crescente
Alcuni specialisti della sicurezza stanno maturando l’idea che gli edifici, o almeno il sistema di barriere sul loro perimetro, debba evitare di creare un’impressione di durezza. Michael Chipley, program manager per la sicurezza interna e i problemi geospaziali per lo studio di ingengeria civile PBS&J, afferma che nell’ultimo anno e mezzo un certo numero di funzionari e professionisti, pianificatori urbani, paesaggisti, ingegneri, architetti, personale di polizia, hanno iniziato a “cercare di eliminare la mentalità delle orrende barriere New-Jersey”. Chipley, co-autore del manuale Federal Emergency Management Agency Report 426, per l’attenuazione degli effetti dei potenziali attacchi terroristici agli edifici, dice che “Si sta verificando un notevole cambiamento di filosofia”
Questo cambiamento trova riflesso in un sistema di barriere anti intrusione di veicoli a “kit componibile” della General Services Administration. Una volta installato, crea un margine stradale più gradevole e “definisce più chiaramente i percorsi destinati ai pedoni”. Così scrivono Caroline R. Alderson, della General Services Administration, e Sharon C. Park, del servizio Heritage Preservation, in Building Security, un nuovo libro curato da Barbara A. Nadel. Alderson e Park prevedono che il “kit” produrrà un “confortevole senso di protezione dei percorsi” e un sollievo rispetto alla larghezza della strada.
Ma progettisti come Dixon – le cui critiche all’urbanistica della sicurezza federale sono contenute in First to Arrive: The State and Local Responses to Terrorism, pubblicato dalla MIT Press a cura di Juliette N. Kayyem e Robyn L. Pangi – restano perplessi dai requisiti di localizzazione degli edfici governativi, dall’obbligo di relegare i parcheggi su piazzali all’aperto o sopraelevati, alla difficoltà di incorporare attività commerciali e altri usi negli spazi perimetrali del pianterreno. L’edificio Joseph Moakley che ospita il tribunale, inaugurato nel 1998 a Boston sul waterfront, secondo la linea di pensiero post-Oklahoma City, “fiancheggia le principali connessioni pedonali dal centro al nuovo distrettto Seaport, con 120 metri di pareti cieche” sottolinea Dixon. Se il tribunale fosse stato progettato dopo l’11 settembre il risultato – dice – avrebbe potuto anche essere peggiore: “Una barriera fra il centro città e Seaport”.
Gli studi professionali che aderiscono al new urbanism, si stanno sforzando di adeguarsi agli obiettivi di sicurezza, mantenendo tuttavia un ambiente confortevole per i pedoni. Quando è stato proibito allo studio Robert A.M. Stern Architects di far occupare a un tribunale federale di Richmond, Virginia, la maggior parte del lotto, si è arrivati a un compromesso. I due lati principali dell’edificio saranno lunghe curve, in modo da adeguarsi al richiesto arretramento di 15 metri da bordo stradale. Ma due pareti terminali saranno comunque arretrate di soli 6 metri dal bordo, adattandosi alla griglia stradale del quartiere. Le parti dell’edificio situate a meno di 15 metri dalla strada conterranno “elementi strutturali ridondanti” in grado di assorbire l’urto di una bomba senza collassare, secondo il parere Grant Marani, socio responsabile del progetto per lo studio Stern.
Anche le parti pubbliche saranno progettate per sopportare esplosioni. “Le vetrate fino a 5 metri dal suolo saranno garantite sia balisticamente che per esplosioni” secondo i responsabili dello studio. Una parete-barriera mascherata a verde si estenderà tutto attorno alla zona, come deterrente ai veicoli. Anche con tutte queste precauzioni, il parcheggio lungo la strada, che è sia una comodità per i visitatori che un elemento di separazione dalla via per i pedoni sul marciapiede, sarà eliminato su tutti i lati dell’edificio. La completa realizzazione progetto, a cui partecipa la HLM Design di Bethesda, Maryland, è prevista per il 2006. Ma nel frattempo, forse è lecito chiedersi: qual’è la probabilità che Al Qaeda o un estremista di casa nostra attacchi un tribunale di Richmond? Privatamente, alcuni funzionari federali si chiedono se abbia senso spendere tanti soldi per fortificare gli edifici, quando il rischio è tanto difficile da calcolare.
Michael Chipley, dello studio PBS&J, dice che al momento c’è una tendenza verso metodi secondo cui cliente e progettista identificano le potenziali vulnerabilità di un edificio, e successivamente scelgono il livello adeguato di protezione. Teoricamente, questo incoraggia un approccio flessibile. “Il problema” riconosce Chipley “è che tutti prospettano lo scenario peggiore. Quindi si massimizzano le distanze”.
La cautela burocratica ha aggravato la tendenza a decisioni anti-urbane. Christine Saum, direttore per la progettazione urbana e la revisione dei piani alla National Capital Planning Commission (NCPC), che esercita parziale autorità sui progetti di edifici federali nella regione di Washington, nota che non esistono regolamenti specifici a proibire attività commerciali al pianterreno degli edifici pubblici. Certo, quando si propone questo tipo di uso, “spesso il personale del Federal Protective Service [Sicurezza Interna] non è a suo agio”. Gli usi misti non sono formalmente esclusi, “A loro, semplicemente, non piacciono”. L’aspetto positivo, il portavoce della NCPC Denise Liebowitz sottolinea che le risposte federali non sono fisse e immutabili. “Questi regolamenti e standards sono ancora in fase evolutiva, in risposta alle valutazioni di rischio”.
Gli effetti sull’attività dei privati
È inevitabile che i requisiti di sicurezza interesseranno anche strutture diverse da quelle degli edifici governativi. La General Service Administration, oltre a possedere 1.700 edifici per 18 milioni di metri quadrati, utilizza in affitto altri 15 milioni di metri quadri in 6.200 edifici di proprietà privata. Quando arriva il momento di rinnovare i contratti, a molti di questi edifici viene richiesto di adeguarsi agli arretramenti, o di “rafforzare” il grado di protezione dalle esplosioni. Un rafforzamento che può comprendere nuovi sistemi di finestre e alte modifiche, e che è costoso.
“È quasi sempre più economico trovare un nuovo spazio e costruire un altro edificio”, continua Anderson. “C’era una concreta preoccupazione che le attività governative abbandonassero le città”. L’esodo non è avvenuto. Ma progetti come quello per un nuovo edificio privato al Southeast Federal Center di Washington, da affittare al Dipartimento dei Trasporti, non promettono molto bene, con gli arretramenti di 15 metri, e la scarsità di usi diversi al pianterreno. “Si creano molti spazi morti” ci dice Elizabeth Miller, coordinatrice per l’urbanistica e la progettazione alla NCPC. In alcuni casi gli arretramenti possono avere qualche buon aspetto visivo, come accaduto per due secoli e oltre con le piazze dei tribunali americani. L’idea della sicurezza “può far tornare gli edifici governativi verso l’immagine del monumento sulla collina: una costruzione dall’aspetto imponente”. Rob Goodill, socio dello studio Torti Gallas & Partners di Silver Spring, Maryland, ha proposto di sviluppare portici, piazze, pareti di recinzione, giardini, e altri elementi che consentano agli edifici di distanziarsi dalla strada e contemporaneamente occupare lo spazio in modo armonioso.
Rob Rogers, socio alla Rogers Marvel Architects di New York, propone uno standard per giudicare un sistema di sicurezza: non è valido “a meno che non aggiunga bellezza, o accessibilità, o altri benefici” oltre a provvedere alla protezione. “Spendere tanti soldi a non avere altro che qualche spartitraffico è una cosa da sciocchi” dice Rogers. “La maggior parte degli elementi di sicurezza correnti sono semplicemente inappropriati per un ambiente urbano. Sono stati sviluppati per paesi stranieri, ambasciate, il Terzo Mondo, ecc.”.
Rogers aggiunge che sono necessari approcci più fantasiosi. Invece di barriere convenzionali, il suo studio sta progettando quello che descrive come “una panca luminosa di vetro, che accende un percorso pedonale dal molo del traghetto sull’Hudson al sito del World Trade Center”. Offrirà un sedile, una lieve e pervasiva illuminazione, e presumibilmente qualche godimento estetico, il tutto tenendo a distanza le insidie dei veicoli. Sarà più bassa delle classiche barriere, perché di fronte al sedile sta un materiale di riempimento che sostiene i pedoni, ma farebbe sprofondare un automezzo. Innovazioni del genere sono piuttosto rare.
David Dixon ritiene che l’attuale approccio dominante alla sicurezza sia mal orientato. “La cosa più curiosa a questo proposito” continua Dixon “è che negli ultimi decenni si sia tolta tanta parte dell’ambiente urbano dalla sensazione di paura (rendendo più sicure le città e la società) creando consapevolmente edifici più aperti, diluendo la separazione fra spazio pubblico e privato, promuovendo le attività collettive e riportando la gente nelle strade e piazze. Il solo e unico scopo della difesa dal terrorismo minaccia tutte queste sudate conquiste”.
Nota: qui il link alla rivista New Urban News (fb)
Mi sembra sempre più evidente che nei tempi prossimi il nodo delle questioni legate alle prospettive della cultura architettonica non si troverà nel confronto tra le eredità della tradizione e le aspettative del futuro. (Un tema al quale in anni scorsi è stata prestata un'attenzione a volte eccessiva). Ci sarà piuttosto un duro contrasto tra due modi di affrontare l'avvenire: tra vera e falsa modernità. Modernità versus rnodernizzazione. Proponendo di definire l'una e l'altra con questi termini Mi rendo conto che certo non sono i più adatti per differenziarle senza equivoci. Ho chiesto aiuto per trovarne una migliore definizione. Dubito però che l'alternativa moderno/contemporaneo porti a fare maggiore chiarezza al di fuori di una cerchia limitata o un numero ristretto di addetti ai lavori. Forse si potrebbe distinguere architettura per la democrazia e architettura per il mercato.
Non sono affatto in pochi, tecnici e politici, a presumere che per conquistare un progresso basti applicare novità tecnologiche o realizzare infrastrutture senza curarsi di programmarle in un piano che superi l'ambito settoriale. I danni che facilmente ne derivano si considerano prezzo inevitabile da pagare se non si vuole cadere nell'immobilismo. In genere gli architetti la pensano spesso diversamente, però con argomenti che, lo si voglia o no, finiscono per offrire un sostanzioso sostegno a quel rozzo modo di procedere. A partire dal maggior numero dei progettisti più in vista, si diffonde dilagando il pregiudizio che la complessità e la velocità delle trasformazioni urtane siano diventate tali da rendere impossibile regolarle E da tempo, non solo nel nostro campo, viene largamente condivisa la sfiducia in quale che sia idea di progresso. Non ci sarebbe altro da fare se non interventi episodici, appariscenti o addirittura spettacolari molto più che contrassegnati dall'utìlità.
Così é la modernizzazione, agguerrita e aggressiva in misura non paragonabile con le assai meno virulente nostalgie revivalistiche dei protopostmoderni, ora sulla via del tramonto. L'una e le altre, all'offensiva o di rincalzo, non smettono d'attaccare su due fronti l'architettura moderna, anche dopo averne ripetutamente annunciato la fine. È noto che Charles Jencks non ebbe dubbi nel certificarne la morte a St.Louis, Missouri, alle 3.32 pomeridiane del 15 luglio 1972, quando si attuò la prevista decisione di demolire, facendolo saltare in aria, un complesso di abitazioni a basso costo progettato da Minoru Yamasaki. Adesso catastroficamente Paolo Desideri ( La Repubblica, 9/1/2004) nel crollo delle Twin Towers - altra opera di Yamasaki, inseguito dal malaugurio - vede "collassare disperatamente e definitivamente la stagione della modernità, portando per la prima volta agli occhi di tutti la sua indecente fragilità, la sua complessiva insostenibilità. Una sorta di drammatica e plateale epifania della pericolosità e della inaffidabilità della tecnologia modernista e delle certezze granitiche sulle quali la cultura moderna, con un troppo scontato positivismo, aveva costruito la sua architettura fisica, sociale, descrizione anche economica". Ma dalle sua stessa descrizione è lecito arguire che questa volta si sia trattato d'una caduta della modernizzazione piuttosto che dell'estinzione della modernità.
In realtà la ricerca paziente dell'autentica architettura moderna non s'interrompe. Procede provando e riprovando, ora con slancio ora con lentezza, tra difficoltà che non vengono nascoste, con la coscienza di svolgersi in un'età di incertezze. Però mantiene fermo l'impegno di portare il suo contributo per raggiungere migliori condizioni di vita e perché ogni progetto concorra alla costruzione di una città rinnovata. Solo qualcuno in qualche momento può vanamente essersi illuso di far leva sull'architettura e mettere così in moto un rivolgimento nella società. Ma l’assiduo lavoro di coloro quali invece sono stati consapevoli dei limiti dei loro interventi e hanno agito affinché l'architettura rispondesse alle richieste progressive della società, presenta un bilancio apertamente ìn attivo. Basta vedere case attrezzature per servizi d'ogni genere com'erano un secolo fa e come sono oggi. Certo il risultato dipende da molteplici fattori, ma è altrettanto certo che per questo le esperienze dell'architettura funzionale hanno avuto un ruolo tutt'altro che secondario.
Un punto di partenza di queste esperienze é stato seguire un metodo e criteri unitari per progettare oggetti d'uso, edifici, :sistemazioni urbane, dando per scontato che ai tre livelli, a causa delle differenze delle condizioni e delle resistenze che s'incontravano, le ricerche sarebbero andate avanti con tre velocità. Oggi il rinnova mento della produzione utilitaria di mobili e suppellettili può dirsi compiuto e, per lo meno in paesi dell'Europa centrale e settentrionale, la qualità diffusa nell'edilizia è notevolissima. Invece per la progettazione urbanistica lo scarto tra elaborazione culturale e problemi con i quali misurarsi è ancora considerevole; forse si è addirittura allargato. Non dipende soltanto dai tempi prevedibilmente più lunghi della ricerca in questo campo. Mentre stava uscendo dalla fase di rodaggio, i dati delle questioni da affrontare sono rapidamente cambiati e ingigantiti. A guerra finita, ci si è trovati a dover riparare distruzioni quante l'Europa, nella sua storia millenaria, non aveva mai visto. Poi sono sopravvenuti trasferimenti di popolazione dalle campagne nelle città, motorizzazione di massa, sviluppo delle attività terziarie, correnti migratorie da paesi lontani, problemi di tutela ambientale e di risparmio energetico, diffusione di nuovi strumenti per comunicare, globalizzazione.
Sono ostacoli che potrebbero indurre a gettare la spugna, giudicando che le trasformazioni dei luoghi che abitiamo non siano più regolabili se non entro ambiti circoscritti, caso per caso. Atteggiamento rinunciatario che é quasi inevitabile porti a subire e assecondare la reazione politica neoconservatrice. Martin Pawley ha scritto esplicitamente: "Il postmoderno è l'architettura di Friedman e della Thatcher come indiscutibilmente il modernismo era l'architettura di Keynes e di Attlee". Sarebbe facile estendere l'illazione ai giorni e ai fatti nostri. E se l'assenza del progetto è tipica di società arretrate, anche per noi la riluttanza a farne uso coerente e costante nel quadro di programmi più vasti é interpretabile come segno di debolezza e di declino. Sarebbe una conferma di quanto autorevolmente ha detto di recente Guido Rossi: " Siamo un paese che non cerca la modernità, ma annusa in fretta l'ultima moda, confondendo l'una con l'altra".
Viceversa difficoltà, complicazioni e imprevisti con cui ha dovuto fare i conti la cultura urbanistica possono dare spiegazioni oggettive dei suoi ritardi, sollecitando a non mollare, a tenere ancora fermo quanto Giovanni Michelucci affermò in un libro-intervista: "Essere architetto vuol dire pensare la città come fine di ogni atto progettuale". Sono tanti, per scarsezza di mezzi, a non essere in grado di provvedere da soli a soddisfare esigenze anche elementari e hanno bisogno di una città che sia organizzata in modo da funzionare bene. Questi, prima di altri, sono i destinatari di ogni progetto che, improntato ad autentica modernità, allo scopo di liberare da condizioni sfavorevoli e ridurre disuguaglianze, tenda a mettere ordine nell'assetto urbano. `Massimiliano Fuksas intitola un suo libro Caos sublime; ma Paolo Sica, valoroso urbanista laureato a Firenze con Quaroni, recensendo Progetto e destino di Argan, scrisse che "per l'architettura assumere il caos ad evento-modello significherebbe autodistruggersi".
Tra coloro che hanno seguito gli insegnamenti di Ludovico Quaroni si riconosce bene la differenza tra quelli che lo hanno avuto docente di urbanistica oppure invece di progettazione architettonica. Ai primi egli ha trasmesso l'attrazione verso il modo di costruire la città medievale. L'ammirazione per il sistema di organizzarla, fondato su regole precise ma flessibilmente adattabile, con un tessuto edilizio formato attenendosi con varianti alla ripetizione d'un tipo non complicato, tuttavia già al suo interno capace di contenere più d'una funzione; la residenza, il commercio, l'attività produttiva artigianale. (Un tipo analogo si sarebbe ritrovato lungo i canali seicenteschi della borghese Amsterdam, non a caso così diversa dalle città sue contemporanee dominate da un'autorità). Nei panorami urbani medievali i monumenti risaltavano come espressioni non solo di potere ma anche, forse più, di aspirazioni collettive della comunità. Strade e piazze componevano una rete di tracciati gerarchicamente differenziati, non un disegno di scacchiera o altra figura geometrica, mentre una serie articolata di passaggi conduceva per gradi dallo spazio pubblico aperto a tutti fino a quello riservato alla vita intima delle persone.
Una bella sfida provarsi a restituire qualità non dissimili alla città moderna. Con tutt'altri modi, tutt'altre forme, tutt'altri strumenti. Lo sviluppo dell'industria li ha rivoluzionati. Ha però portato a elaborare un metodo progettuale dal quale gli architetti hanno da imparare e ha messo a disposizione una quantità di prodotti neppure paragonabile a quella del passato. Forse proprio da qui - dall'ideare a tutte le scale elementi componibili per associarli nelle più svariate combinazioni - può trovarsi una chiave che renda compatibili unità e diversità, standardizzazione e ricerca d'identità, ordine e mutamento incessante. Un'ipotesí di lavoro che vale la pena di sperimentare.
vedi anche la lettera di Fabrizio Bottini
Titolo originale:Malls: Death of an American icon. The shopping mall is headed the way of the drive-in movie and the eight-track. What's replacing it? - traduzione di Fabrizio Bottini
NEW YORK – Se avete passato gli anni dell’adolescenza al centro commerciale del quartiere, sorseggiando Orange Julius e bighellonando attorno alle ubique fontanelle, probabilmente vi sentirete tristi scoprendo che il centro commerciale come lo avete conosciuto si sta avviando all’estinzione.
Anche gli ex topi da centro commerciale sembrano ritenere che ci siano modi migliori di passare un fine settimana, che il vagabondare per atri senza finestre in un anonimo mall, facendo shopping dentro a stanchi grandi magazzini, e mangiando il cibo a buon mercato dei chioschi.
Dopo aver girato le spalle alle vie commerciali del centro ed essere scappati nel suburbio, gli americani sono alla ricerca di un senso del luogo. Stiamo rimettendo a posto case nelle parti più vecchie della città, e passiamo una parte maggiore del nostro tempo libero nei centri da poco rivitalizzati. E quando vogliamo fare davvero spesa, andiamo agli enormi mega-malls e big-box, come Costco, Home Depot e target, anche se questo significa guidare un po’ più lontano.
Questo lascia i centri commerciali minori di quartiere – che sono spesso l’uno la copia carbone dell’altro – a lottare per evitare che i commercianti facciano i bagagli e seguano la folla, verso il centro città o verso i mega-malls. Nonostante alcuni siano riusciti a trasformarsi, a sembrare qualcosa che va oltre Sears e J.C. Penney, inserendo Ikea o Borders come anchor, spesso sono necessarie misure più drastiche.
Lo studio PricewaterhouseCoopers (PWC) e il Congress for New Urbanism chiamano questi centri commerciali agonizzanti greyfields (da brownfield, il termine che si usa per i siti industriali contaminati), e li identificano come strutture dove le vendite annuali per metro quadrato sono scese sotto i 15 dollari, ovvero un terzo di quelle di un centro di successo.
In uno studio del 2000, PCW ha concluso che 140 centri commerciali regionali esistenti erano già greyflelds, e altri 250 stavano andando in quella direzione (c’è anche un sito web, Deadmalls, interamente dedicato a rintracciare questi centri condannati). Con una superficie media del greyfield di circa 20 ettari, nell’insieme queste strutture rappresentano migliaia di ettari di terreno. “Non farci niente non è una scelta” afferma l’operatore immobiliare Will Fleissig, co-fondatore e socio della Continuum Partners.
Così municipalità e costruttori hanno iniziato a demolire i vecchi centri commerciali, trasformando i vecchi corridoi interni in strade, portando all’esterno i fronti dei negozi e integrandoli con il resto della città.
”Dato che sono spesso piccoli, i centri commerciali più vecchi non possono essere un’offerta competitiva per i consumatori, “dice Bill Anderson, vice presidente dell’ufficio consulenze Economics Research Associates. “Ma una volta ristrutturati possono essere un’opportunità per attirare il numero crescente di persone stufe di guidare per andare ovunque, e che vogliono più spazi pedonali”.
Rivoltare il Centro Commerciale
Il Winter Park Mall, a Winter Park, Florida, era un classico caso di centro commerciale in agonia. Coi suoi 40.000 metri quadrati era localizzato nel cuore della zona commerciale urbana. Ma con tutti i negozi affacciati all’interno, e l’enorme spiazzo dei parcheggi tutto attorno come il fossato di un castello, era completamente isolato dal resto della città. Il quartiere commerciale attorno prosperava, e il centro commerciale stava fallendo.
Verso al fine degli anni Novanta, la municipalità e l’ambiente imprenditoriale locale cominciarono a fare progetti per ristrutturare il Mall. Parecchie fasi di trasformazione più tardi, ora Winter Park Village, come è stato ribattezzato, non è molto diverso dal centro città che gli sta attorno, con appartamenti, ristoranti, una palestra, un cinema, un supermarket, spazio per uffici, e naturalmente negozi.
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Ci sono esempi simili in tutto il paese. Dato che le amministrazioni locali sono piuttosto riluttanti all’idea di vedere un centro commerciale andare a pancia all’aria, visto che si tratta di un’enorme perdita in termini di gettito fiscale, molte si stanno associando ai costruttori per assicurarsi che quello spazio sia destinato ai migliori usi possibili.
L’amministrazione di Lakewood, Colorado, solo per fare un esempio, sta giocando un ruolo di primo piano nella ristrutturazione urbanistica di Villa Italia, il più grande centro commerciale a ovest di Chicago all’epoca in cui fu costruito negli anni Sessanta. Nei primi Novanta, ad ogni modo, divenne chiaro che quel dinosauro di 50 ettari non poteva competere con i nuovi malls dell’area, in parte perché non era abbastanza vicino a uno svincolo della freeway, e non aveva spazio per potersi circondare di negozi big-box.
Nel 2001, la maggior parte delle strutture fu demolita per fare spazio a Belmar, un quartiere a varie funzioni con meno spazio per i negozi ma circa il doppio di superficie coperta. Una volta completato, Belmar sarà un’espansione del centro di Lakewood, collegato alle strade urbane, alle piste ciclabili e ai percorsi pedonali.
E mettendo residenza, strutture per il tempo libero, uffici e verde dentro la miscela, i costruttori stanno creando una nuova domanda di commercianti. Anche se non state pensando a una vera e propria orgia di shopping, potete semplicemente fare un salto da Gap per un nuovo maglione, sulla strada verso il cinema, o a cena. Almeno, così sperano.
Nota: su Eddyburg fra i vari testi su questo tema si vedano soprattutto quello di Seth Harry sul ciclo ascesa/crisi del Mall , e quello di Malcolm Gladwellsulle fortunate combinazioni nella carriera di Victor Gruen, dal New Yorker
L'articolo originale sta sul sito della CNN/Money.
Una lottizzazione di 560 mila metri cubi, un altro borgo per ricchi al mare, le case in riva agli stagni, i pontili davanti alle ville. È l'assalto di Berlusconi immobiliarista, anzi, della figlia, a quel che resta della costa gallurese, a sud di Olbia. Il consiglio comunale della città è riunito da due giorni, alle prese con le spinte della società intestata a Marina Berlusconi perché sia consentita la cementificazione di Capo Ceràso, la campagna di Multa Maria, alla quale hanno cambiato nome, da 20 anni, da quando l'hanno comprata a pezzetti dai contadini, dai caprari. Ora si chiama Costa Turchese (all'inizio era Olbia 2). Un sistema di zone umide, piccoli stagni in collegamento con il mare, in una penisola rimasta intatta, protesa verso Tavolara: piccole spiagge e insenature accessibili da sentieri sterrati, frequentata da campeggiatori, giovani, coppie, molti sardi respinti da quella che è diventata la costa «glamour» a nord della città gallurese, insopportabile, espropriata. Un capraro c'è ancora, dominatore solitario di questa distesa di acque interne e di cisti. Ha casa in uno stazzo ristrutturato, iscritto alla organizzazione agricola di sinistra, la Cia, alle prese con i problemi della vendita del formaggio, delle carni, tutto svenduto a poco prezzo, costretto a sognare una sistemazione magari da guardiano dei cantieri. I cantieri verranno aperti, presto. La maggioranza di centrodestra ha già concesso ai Berlusconi di costruire, sia pure un insediamento di 260mila metri cubi. D'accordo l'opposizione, dai Ds alla Margherita, a una indipendente candidata con le liste di Soru alle prossime regionali e nonostante la durezza delle posizioni del nuovo leader del centrosinistra sardo in materia di Sardegna svenduta, espropriata, di costa lottizzata. La sinistra si giustifica rivendicando il merito di avere fatto ridurre le volumetrie, drasticamente con il passare degli anni.
Ma non riesce a fare in Gallura il discorso che ha fatto a Cagliari, in consiglio regionale, pur con molte titubanze, votando e difendendo una legge di tutela della costa dell'isola nella fascia dei 300 metri dall'acqua, che è stata il solo ostacolo al dilagare dell'edilizia lungo tutto il perimetro della Sardegna nell'ultimo decennio. L'assalto di Berlusconi è senza pudore. In piena campagna elettorale per le regionali sarde e le europee, l'altro giorno, alla vigilia della seduta del consiglio comunale che doveva esaminare le osservazioni della società immobiliare contro la riduzione delle volumetrie, la figlia del capo del governo ha presentato ricorso al tribunale amministrativo regionale. Chiede che la variante al piano di fabbricazione del comune di Olbia attribuisca ai terreni di papà più metri cubi per ogni metro quadro. Fa valere concessioni elargite nel corso dei vent'anni di questa storia di speculazione costiera. La pretesa ha un minimo di fondamento storico: nel 1987 una giunta democristiana concede alla Edilnord allora intestata a Paolo Berlusconi 750mila metri cubi di volumetria realizzabile. È meno del milione e 200mila metri cubi consentiti da una giunta di centrosinistra a guida Psi (assessore un indipendente vicino al Pci) nel 1983, ma sempre un'enormità. Ai Berlusconi non basta, ma entra in vigore in quegli anni la legge di tutela della costa che permette le grandi lottizzazioni al mare sulla base di accordi di programma fra regione e impresa. Così fra il 1987 e il 1991 la dimensione dell'insediamento si riduce ancora, a 560mila metri cubi. Solo che il cemento del cavaliere invade la costa e si insinua sino a dentro gli stagni salmastri di Multa Maria. Nemmeno la maggioranza di centrodestra, nemmeno il sindaco della città, di Forza Italia, che concesse a Berlusconi la cittadinanza onoraria, così amico da subire con il sorriso le corna fatte dal presidente sulla sua testa, a un comizio in piazza per la campagna elettorale delle ultime amministrative, ha potuto aderire a ogni pretesa del capo. Ieri provavano a resistere a queste pressioni, ma concedendo tutto quel che si può, in fretta, prima che vinca le elezioni.
Caro amico / cara amica,
abbiamo lanciato la campagna “Tetti Protetti” per salvare i tetti della Lombardia da una disastrosa legge regionale che ha consentito un recupero dei sottotetti senza regole.
Ti preghiamo di aggiungere il tuo nome e di inviare la petizione che segue per posta elettronica:
- all’Assessore al Territorio della Regione Lombardia, che sta approvando la nuova legge urbanistica che comprende il recupero dei sottotetti,
- all’Assessore all’Urbanistica del tuo Comune (se diverso da Milano devi cambiare l’indirizzo indicato),
- per conoscenza a noi.
Gli indirizzi sono indicati all’inizio della petizione e li devi copiare nelle caselle del tuo programma di posta prima dell’invio del messaggio.
Ti siamo grati se vorrai inviare questo messaggio ad altre persone interessate per aumentare la pressione sulla Regione e sui Comuni lombardi.
La discussione sulla legge urbanistica inizia in Consiglio Regionale il 31 marzo e quindi ti chiediamo di agire rapidamente.
Pubblicheremo l’andamento della campagna sui siti www.ilbaruffi.it e www.msacerdoti.it
Grazie per la tua partecipazione e scusaci del disturbo se il problema non ti interessa o non sei d’accordo con il contenuto della campagna
Il Gruppo Consiliare dei Verdi al Comune di Milano
Tel. 02-88450208, E-mail: tettiprotetti@gruppoverdiapalazzomarino.it
Oggetto: Recupero dei sottotetti
Egr. Assessori,
il recupero dei sottotetti in Lombardia e nel nostro Comune ha da tempo assunto le dimensioni di una diffusa operazione speculativa. A farne le spese sono state le città e i paesi, le piazze, i palazzi, deformati e sfigurati da sopralzi o abbaini, nel più totale disordine di stili e tipologie: interventi eseguiti per sfruttare al massimo la volumetria, senza rispetto per l'estetica, la facciata sottostante o tanto meno gli edifici circostanti. Si sono creati problemi di stabilità degli edifici, sicurezza anti-incendio, manutenzione delle canne fumarie, con nascita di numerosi contenziosi tra condomini. Questi potrebbero essere evitati se il Comune richiedesse l’autorizzazione del condominio, prevista dall’art. 23 del Testo Unico dell’Edilizia in quanto il tetto è di proprietà di tutti i condomini in base all’art. 1117 del codice civile. Si sono creati contenziosi tra Regione e Comuni in quanto le nuove costruzioni prevedono sottotetti in deroga alle volumetrie massime previste dai piani regolatori. L'estensione della Denuncia di Inizio Attività alle ristrutturazioni e nuove costruzioni ha aggravato i problemi in quanto i Comuni non riescono nei 30 giorni previsti a controllare la regolarità delle pratiche e ad effettuare la valutazione di impatto paesistico.
Chiedo alla Regione Lombardia, che ha inserito il recupero dei sottotetti tra gli articoli della nuova legge urbanistica, di:
- escludere l'utilizzo della D.I.A. per ristrutturazioni e nuove costruzioni,
- eliminare la possibilità di recuperare i sottotetti di nuovi edifici,
- vietare la modifica delle altezze di colmo e di gronda e delle linee di pendenza delle falde negli edifici esistenti.
Chiedo al Comune di:
- variare comunque il piano regolatore, in modo da vietare l'alterazione della sagoma del tetto nel territorio comunale,
- autorizzare il recupero del sottotetto solo se è allegato alla pratica l’assenso del condominio in qualità di proprietario del tetto.
Distinti saluti
Titolo originale: Rural Retreat - Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Appena oltre il confine dell’Illinois, East Troy, Wisconsin, è diventata sede di varie iniziative di sviluppo sostenibile, agricoltura biologica, per le energie alternative, di un nuovo eco-villaggio
Guidando verso nord sulla Route 120 verso East Troy, Wisconsin, si entra in un paesaggio rurale verdeggiante, con fienili, cavalli, mucche. Le geografia è mossa, definita dal sistema morenico del Wisconsin, e riflette la vicinanza di Alpine Valley Resort, Music Theater, della Kettle Moraine State Forest.
East Troy (3.800 abitanti), appena a nord del confine Wisconsin/Illinois, ha il fascino del piccolo centro, con una piazza da villaggio con gazebo, un museo ferroviario e un ristorante drive-through. “È il tipo di posto dove lasci che i bambini vadano in giro in bicicletta, senza preoccuparti” dice Tricia Riley, responsabile della Nokomis Bakery.
Ma quello che passando da East Troy può anche non saltare all’occhio, è la profusione di imprese legate allo sviluppo sostenibile che hanno trovato casa in questa cittadina. E che comprendono il Michael Fields Agricultural Institute con la sua fattoria di coltivazioni biologiche; la Nokomis Organic Bakery and Grocery; LifeWays, un programma per la prima infanzia ispirato al metodo Waldorf; e la Uriel Pharmacy, che produce cure naturali ad orientamento antroposofico.
“East Troy è una dei segreti meglio mantenuti del Wisconsin sudorientale. È soprendente vedere la quantità di coltivazioni biologiche e a base familiare in questa zona” continua Riley.
L’ultimo arrivato nella comunità sostenibile di East Troy è un eco-villaggio, Fields Neighborhood. Le prime case di questo insediamento hanno avuto il massimo riconoscimento mai concesso da Green Built Home, progetto ambientalista del Wisconsin. È richiesto un minimo punteggio di 50 per essere riconosciuti come Green Built Home: questo progetto nel ha ricevuti 107.
Fields Neighborhood si affaccia sullo Honey Creek e su una zona boscosa tutelata di 80 ettari, con percorsi pedonali. Anche se è circondato su due lati da spazi aperti, è abbastanza vicino al centro da poter andare a scuola a piedi.
L’aspetto più inusuale del villaggio, è il fatto di essere progettato con un sistema a run-off zero dell’acqua: “Tutta l’acqua piovana viene filtrata dal terreno fino alla water table” spiega Peter Scherrer, responsabile della costruzione del villaggio. Il sito è concepito per massimizzare l’assorbimento delle acque, e comprende orti per la loro raccolta con piante da zone umide. Per minimizzare il runoff, le strade sono strette, e fatte di cemento, più “ambientalmente responsabile” dell’asfalto, e che crea meno calore.
Le prime abitazioni doppie sono state messe sul mercato in agosto. Lo studio responsabile della progettazione è la Design Coalition di Madison, Wisconsin. Gli edifici di mattoni e legno sono stati realizzati con parecchie caratteristiche energy-saving e hanno fatto guadagnare a queste case un punteggio di 88 dal Wisconsin Energy Star, il che significa un richiesta corrente di energia inferiore dell’88% a quella delle abitazioni convenzionali. Lucernari nei soggiorni e orientamento a sud provvedono un riscaldamento solare passivo, e la casa è pronta per quello solare attivo. Finestre ad alta efficienza e isolamento, aumentano ancora la conservazione energetica.
Le case fanno uso di materiali rinnovabili, che creano un ambiente interno ipoallergenico, ci racconta Joel Jacobsen, l’agente che sta vendendo le abitazioni. In quelle completate, il corridoio e disimpegni del primo piano hanno pavimenti in linoleum, più ambientalmente amichevole di altre superfici. Le moquettes sono di lana, e i colori per le pareti sono a componente volatile organica. Le finiture di legno sono quercia di alta qualità del Wisconsin, che richiede anche meno consumo di carburante per il trasporto.
Oltre a una stanza comune e a un bagno, il livello interrato comprende una stanza a cantina e uno studio/laboratorio. La cantina root-cellar è destinata ai prodotti degli orti comuni previsti. Il garage adiacente è dotato di uno scarico con ventola che si aziona automaticamente aprendo la saracinesca, e che succhia all’esterno il monossido di carbonio.
Una delle caratteristiche più interessanti del piano terra delle abitazioni proposte con tutte le finiture è il pavimento di bambù, molto attraente visto che sembra legno massiccio, ma rinnovabile. La stanza principale/soggiorno ha alti soffitti e finestre affacciate su una vista dello Honey Creek e spazi aperti. Si può accedere a un portico da questa stanza principale, così come dalla camera da letto secondaria.
Le due case proposte con tutte le finiture hanno un prezzo di 318.900 dollari; quelle da completare di 228.900, ed è necessario che l’acquirente aggiunga pavimenti, finiture bagno, tubazioni e impianto elettrico. Quando il villaggio sarà completo, consisterà di 72 unità, compresi edifici condominiali con sei appartamenti e abitazioni doppie su un solo piano.
Christopher Mann, costruttore di Fields Neighborhood, ha realizzato anche un eco-villaggio in Sussex. “Pensavo a un luogo dove le persone potessero vivere insieme, interagire socialmente e sul lavoro, dove i bambini potessero crescere in modo equilibrato” raccontava Mann della comunità in Sussex, in un’intervista del dicembre 2000 alla rivista della Rudolf Steiner Foundation. Per l’insediamento di East Troy, spera di creare un paesaggio che sia l’ambiente culturale di una nuova etica sociale. Mann (che era all’estero mentre si svolgeva la ricerca per questo articolo) notava in quell’intervista come fosse particolarmente stimolante realizzare una comunità immersa nel verde con contenuti economici alternativi. “Creare qualcosa per i redditi medi è molto difficile. È facile scivolare verso le fasce alte di mercato facendo cose troppo costose, in particolare se si vuole edilizia ecologica, un’etica ambientalista, sviluppare un insediamento a zero run-off”.
Per questo motivo, il responsabile di costruzione Scherrer dice che anche se tutti gli edifici di Fields Neighborhood avranno qualche caratteristica ecologica, alcuni potranno non essere meno “verdi” di altri, per consentire di rendere disponibili abitazioni a varie fasce diverse di reddito.
Mann è inglese, cresciuto in una famiglia di cultura Waldorf. Da giovane emigrò in Canada, dove scoprì l’antroposofia: la scienza spirituale formulata da Rudolf Steiner (1861-1925), filosofo e studioso austriaco. L’antroposofia è alla base di nmerose iniziative olistiche nel campo della medicina, delle terapie, delle arti, dell’economia, agricoltura, istruzione. Nonostante le scuole di metodo Waldorf facciano riferimento all’antroposofia, questa non è insegnata agli studenti. Dunque quando Mann divenne interessato alla materia da adulto, tornè in Inghilterra per una specifica formazione da insegnante. Sua moglie, Martina, aveva ereditato una fortuna sufficiente a consentirgli una vita di filantropia.
I coniugi Mann sono stati attratti a East Troy dal fatto che era sede della più antica fattoria biodinamica degli Stati Uniti, la Zinniker Dairy Farm, inaugurata negli anni ‘40.
“La zona di East Troy aveva l’aspetto e l’atmosfera delle valli d’Europa, e se ne innamorarono” ci dice Ron Doetch, direttore esecutivo del Michael Fields Agricultural Institute.
I Mann, con Ruth Zinniker, nel 1984 fondano il Michael Fields Agricultural Institute, struttura non-profit pensata per sviluppare ricerche agricole e formare agricoltori ai sistemi sostenibili, biologici, biodinamici. L’agricoltura biodinamica va oltre quella biologica, e guarda all’intera azienda come a un organismo vivente. Riconosce l’importanza del suolo per la salute della fattoria e guarda all’azienda, agli animali, al raccolto e all’ecosistema come interconnessione, con l’obiettivo di condurre ad equilibrio e salute l’insieme.
L’Istituto negli ultimi dodici anni ha raccolto coltivatori e consumatori alla Urban Rural Food System Conference che si tiene ogni novembre.
Lo stimolo maggiore per il Michael Fields è quello di cambiare il modo in cui gli agricoltori conservano risorse, e mantenere in vita l’azienda familiare. Il direttore Doetch sottolinea come i programmi aperti siano destinato al coltivatori con metodi convenzionali, dato che insegnar loro a ridurre almeno di un terzo l’uso di fertilizzanti chimici, continuando a guadagnare, può avere impatti significativi.
L’istituto Michael Fields lavora per aumentare i finanziamenti federali alla ricerca e alla formazione verso una agricoltura sostenibile. Ora, meno dello 0,5% dei fondi di ricerca del Dipartimento dell’Agricoltura va a quella sostenibile.
Doetch crede che oggi sia un buon momento per il Michael Fields, dato che i prodotti biologici sono entrati nella mainstream. “Con asma, diabete e diffocltà di apprendimento in crescita, la gente ha iniziato a capire che la dieta dei nostri bambini è sbagliata” dice. “Si inizia a capire che siamo ciò che mangiamo”. Doetch afferma che la consapevolezza del cibo è stata risvegliata da minacce come gli alimenti geneticamente modificati o il morbo della Mucca Pazza.
“È bello fare la cosa giusta per il motivo giusto e al momento giusto”.
Col sostegno finanziario e morale dei Mann, parecchie iniziative hanno trovato casa a East Troy.
La prima è la Nokomis Bakery, iniziata nel 1984 da Martina Mann, per produrre pane utilizzando grano delle coltivazioni locali, in un forno d’argilla collocato in un capanno. La gente poteva andare al capanno e comprarsi un pane genuino. “Era parte della visione [dei Mann] sul conservare le aziende a gricole familiari che stavano scomparendo” ci dice la signora Riley, direttore generale del forno. Suo marito Jamie, è il fornaio.
Oggi la Nokomis sforna ogni settimana da 2.000 a 3.000 forme fatte a mano, da farina integrale macinata a pietra, vendute in negozi specializzati in cibi di qualità da Madison, a Milwaukee, a Chicago.
Riley ci racconta che i suoi nonni materni e paterni erano contadini. È cresciuta a Lake Geneva ed è entrata nel campo dell’alimentazione naturale quanto si è sentita insoddisfatta del lavoro in un’impresa.
“Trovo soddisfacente stringere la mano a un agricoltore, o camminare nei campi di grano prima che sia portato qui per la lavorazione”.
La Nokomis Bakery, che ha la porta accanto all’istituto Michael Fields, gestisce anche un negozio di cibi naturali aperto sette giorni su sette. Offre latte biologico in bottiglie di vetro, formaggi locali, granaglie biologiche all’ingrosso, altri prodotti biologici, polli del Wisconsin, miele locale, dolci di burro e zucchero.
Altra iniziativa di East Troy è quella intrapresa da una ex insegnate di scuola Waldorf, Bente Goldstein, sposata a Walter Goldstein, direttore per le ricerche sul grano al Michael Fields. Bente Goldstein dirige “Una settimana alla Fattoria”, un programma pensato per responsabilizzare i bambini sui compiti quotidiani della vita agricola. “Un tempo i bambini sarebbero andati dai nonni per questa esperienza, per imparare da dive viene il cibo; ai bambini moderni è negata questa esperienza di base ... Una fattoria è il luogo perfetto per costruire un carattere” ci dice la signora Goldstein.
LifeWays, pure vicina al Michael Fields, è stata iniziata da Cynthia Aldinger, insegnante Waldorf interessata alla spersonalizzazione nella cura dei bambini più piccoli. LifeWays Center, di ispirazione Waldorf, è aperto dal 1998 per bambini dai tre mesi ai sei anni. È strutturato su tre ambienti che simulano una casa e progettato per offrire solide e durature relazioni collocando i bambini in una situazione multi-età, come quella di una grande famiglia.
“I bambini sono all’aperto per la maggior parte della giornata. Stanno in un orto biologico, raccolgono verdure, aiutano a lavarle e prepararle. Questa è anche una meravigliosa zona per camminare e tenersi in contatto con l’ambiente naturale” ci dice la direttrice di Lifeways, Jodi Fitzgerald.
L’idea si è diffusa, e ora ci sono centri LifeWays anche a Milwaukee e a Sedona, Arizona. Si prevede l’apertura di un altro al Rudolf Steiner College di Fair Oaks, California.
La signora Fitzgerald ci dice che la comunità sostenibile è solo una parte del microcosmo formato dalla comunità allargata di East Troy. Inizialmente ha incontrato qualche resistenza, ma ora ha iniziato ad essere accettata.
“Tutte le iniziative si fondono insieme a formare uno stile di vita. Uno stile di vita che è rispetto per ciascuna persona. È come se restituissimo all’ambiente quello che gli abbiamo preso”.
Nota: di seguito alcuni links (fb):
Il testo originale al sito di Conscious Choice
Le scuole Waldorf
il Michael Fields Agricultural Institute
Un blocco di cemento di 1.070 metri cubi: è questa la «dote» portata alla provincia di Vicenza, una delle più industrializzate d'Italia, da ogni abitante in più degli anni Novanta. Crescita demografica: più 52 mila abitanti, pari al 3%. Crescita edilizia: più 56 milioni di metri cubi, pari a un capannone largo dieci metri, alto dieci e lungo 560 chilometri. Ne valeva la pena? Valeva la pena di costruire oltre il quadruplo delle case necessarie rispetto all'incremento di cittadini e di insultare ciò che restava delle campagne care a Meneghello con giganteschi scheletri di calcestruzzo tirati su spesso solo per fare un investimento e tappezzati di cartelli «affittasi»? Se lo chiedono in tanti, finalmente. Se lo chiedono gli imprenditori più avveduti, che hanno chiarissima l'idea che far concorrenza alla Cina costruendo più capannoni e assumendo più cinesi anziché puntare su innovazione e ricerca è un suicidio. Se lo chiedono un pezzo della sinistra e della destra, a partire dalla Lega che ha denunciato in un allarmato seminario per bocca del presidente provinciale Manuela Dal Lago come negli anni '90 l'agricoltura abbia perso 18 mila ettari contro i 10 mila perduti nel decennio precedente. Se lo chiedono gli studiosi, come quelli coinvolti in un convegno convocato oggi a a Montecchio dall'Accademia Olimpica il cui presidente Fernando Bandini riassume la situazione così: «E' stato un saccheggio». Intendiamoci: di « schei » ne sono piovuti tanti. La provincia è la prima in Italia nel rapporto tra export e Pil, vanta una partita Iva ogni 10 abitanti, un'impresa manifatturiera ogni 31 (media italiana: una ogni 75), una disoccupazione ridicola (2,6%), un fatturato industriale di 41 miliardi di euro, un reddito pro capite oltre 25 mila. Il prezzo pagato all'ambiente, però, è stato elevatissimo. E fa del Vicentino, felicemente stravolto dall'industrializzazione e dal benessere dopo secoli di povertà ed emigrazione («L'altissimo de sora ne manda 'a tempesta / l'altissimo de soto ne magna quel che resta / e in mezo a sti do altissimi / restemo povarissimi») un caso emblematico del Nord Est. Che può insegnare a tutti.
Nel bene e nel male. Spiega ad esempio una tabella elaborata dall'ingegner Natalino Sottani, relatore al convegno di oggi, che la popolazione provinciale (608 mila abitanti nel 1950 saliti oggi a 807 mila), ha avuto un incremento in mezzo secolo del 32%. Una crescita netta, ma abissalmente lontana da quella della superficie urbanizzata, passata da 8.674 ettari a 28.137. Con un'impennata del 324%: il decuplo.
E accompagnata, ovviamente, da un parallelo crollo dei terreni destinati all'agricoltura: erano 182 mila ettari nel 1950, sono 114 mila adesso. Al punto che, stando all'«impronta ecologica» e cioè all'indice che attraverso una miscela di calcoli assai complessi misura qual è il livello dei nostri consumi, ogni vicentino consuma oggi per 39 mila metri quadri disponendone invece di 3.370: oltre undici volte di meno.
Un consumo del territorio abnorme, disordinato, sprecone, indifferente a tutti i rischi. Così ubriaco di auto-compiacimento per lo stupore del mondo davanti ai successi all'incredibile accelerazione degli ex poareti da esaltare il disordine amministrativo e il «laissez faire» come fucina di creatività. Col risultato che oggi i 121 comuni berici, stando al rapporto allarmato della Provincia, hanno «oltre 500 aree industriali». Le quali, in realtà, assediano quasi esclusivamente i comuni di pianura che sono una sessantina e detengono dunque una decina di «zone produttive» a testa. Un delirio. Del quale fanno oggi le spese non solo i cittadini intrappolati ogni giorno in una delle più intasate reti stradali del pianeta ma gli stessi protagonisti del miracolo, quegli imprenditori che si dannano l'anima per guadagnare sei decimi di secondo nella produzione di un pezzo e poi vedono i camion bloccarsi nella fossa larga sei metri di via Mazzini, sulla strada che porta da Bassano a Padova e che sega in due il paese di Rosà, una strettoia dove ogni giorno si strusciano l'uno l'altro 40 mila camion e 30 mila auto. E agognano la costruzione di una bretella, un ponte o una pedemontana che non si possono fare senza buttar giù una miriade di case e stabilimenti.
«Basta capannoni», disse nella primavera 2003 il presidente regionale Giancarlo Galan. I nudi numeri spiegavano infatti che negli ultimi 5 anni erano state costruiti nel Veneto edifici industriali pari a un capannone alto 10 metri, largo 28 e lungo 200 chilometri e passa. Tanto che a Orgiano, un paese vicentino sotto i colli Berici, la gente aveva raccolto 1.500 firme (una enormità in un paese di 2.700 abitanti) per dire basta: «perché dovremmo aprire nuove fabbriche se non c'è disoccupazione» e «deturpare una delle rare aree incontaminate con strade, cave, discariche e industrie»? Il coro di consensi fu vasto. Gli stessi industriali, o almeno i più attenti, plaudirono. Un anno e mezzo dopo, però, Galan pare aver cambiato idea. E qualche giorno fa, a Cortina, ha spiegato che «il Veneto di domani avrà bisogno di più capannoni, non di meno. E Forza Italia ha il dovere di dirlo. Il problema è come farli».
«Con i gerani, i salici e i sette nani nel giardino?», hanno ironizzato i verdi. In realtà, lo sanno tutti, stanno arrivando al pettine quei nodi che troppo a lungo sono stati rinviati. Riassumibili, se vogliamo, in un nodo solo: su quale modello di sviluppo deve puntare un'area come il Nordest che ha scommesso forse troppo sulla dedizione alla fatica dei «polentoni», sul lavoro dei grandi artigiani come quelli dell'occhialeria (oggi in crisi), sul perfezionamento di prodotti a volte vecchiotti fino a far dire a Federico Faggin, il vicentino inventore del micro-processore, che «è un posto buono per fare sedie e maglioni ma non tecnologia d'avanguardia»? Ciò che appare certo a vedere il caso di Vicenza, dove l'opposizione denunciava ieri nuovi progetti cementizi per un altro milione di metri cubi nei prossimi anni nella sola città capoluogo, è che urge un ripensamento. I dati, infatti, sono lì, sotto gli occhi di tutti. Ogni miliardo di euro di crescita reale è costato un consumo di mille ettari di campagna. E dei 52.150 mila abitanti che risultano essersi aggiunti nel censimento del 2001 a quelli del 1991, addirittura 37.140 sono stranieri. Il che vuol dire che per ogni vicentino in più arrivato nel decennio sono stati tirati su 3.718 metri cubi di calcestruzzo. Pari a un capannone dieci per dieci lungo 37 metri. Può essere questo, lo sviluppo di domani? Gian Antonio Stella
In attesa dell'annunciata mostra di settembre alla Triennale di Milano, i milanesi che si troveranno a New York dal prossimo 16 luglio potranno valutare in anteprima uno dei tre nuovi grattacieli che nel 2014, se il Comune darà il via al progetto, sorgeranno nell'area della Fiera. Basterà andare nella sede temporanea del MoMA al Queens dove, fino a settembre, resta aperta la mostra «Tall Buildings», una finestra sul panorama degli skyscraper di ultima generazione, costruiti o in via di realizzazione in quest'ultimo decennio, da New York a Pechino, da Londra a Hong. Kong, a Chicago ò a Shanghai. Infatti, tra i futuri supercolossi raccolti da Terence Riley e Guy Nordenson per rinfrescare un mito appannato dall'attacco kamikaze dell' 11 settembre 2001, spicca quello progettato dal giapponese Arata Isozaki - capofila della cordata Citylife vincitrice del concorso milanese per il cosiddetto "polo urbano" della Fiera - nel nodo della stazione di Ueno a Tokio. Il "materasso" abtato, sorretto da quattro stampelle metalliche in diagonale, che chiude la "trilogia" milanese della saga internazionale firmata da Daniel Libeskind e Zaha Hadid, non è altro infatti che una copia conforme della megastruttura giapponese, che finisce dunque col confermare gli interrogativi di chi ha tacciato di resa al sensazionalismo mediatico l'annunciata stagione dei grands travaux milanesi.
Esempio didattico di quell'aborrito «International Style» che qualcuno tenta oggi di riciclare con il termine «globalizzazione»,il"doppio" grattacielo modulare di Isozaki toglie ogni dubbio sostanziale disinteresse del mercato, immobiliare - e, purtroppo, di politici e amministratori - per ogni seria analisi del ruolo dell'architettura nella modificazione della città: come nella parodia di un film di Verdone; il «famolo strano» sembra infatti essere l'unica regola certa di una professione che ha rinunciato alla pretesa etica di governare la trasformazione riducendo il governo del territorio a un problema di audience di massa. Tanto da far venire in mente, davanti alle pretese di una tale "modernità", l'acre battura di Noel Coward in Law and Order: «Non so dove stia puntando Londra, ma più si alzano i grattacieli, più si abbassa la morale».
Per quanto focalizzata su un ristretto campionario di venticinque esempi; la mostra di New York è da questo punto di vista molto istruttiva: indifferente al tema del disegno urbano e a tutto ciò che comporta la problematica dell'edificio alto in tema di consapevolezza energetica, qualità ambientale e di scenario sociale, l'analisi dei curatori si sofferma sull'ambigua "metafora", descrivendonel'impatto sull'ambiente urbano in termini di «ambizioni scultoree nella tradizione dei colossi dell'antichità». I "cartocci" di Gehry per il «New York Times» a Manbattan, il "vibratore" di Foster nel cuore di Londra; i "bicchieri sovrapposti" di SOM per la Jin Mao Tower a Shanghai o la "torre tortile" di Calatrava a Malmö sono in tal senso prototipi di una ricerca. che alla lettura del contesto antepone la concentrazione sulla sfida strutturale, il brivido del "limite" tipologico, il raggiungimento dell'originalità del. "segno". Certo, la storia del grattacielo, sin dalle sue origini nel XIX secolo, è sempre vissuta sul filo di un paradosso, dove l'ansia di prestazione d'altezza si sposa senza contraddizioni con la richiesta della trovata pubblicitaria e la giustificazione della concen trazione puntuale. si scontra con gli effetti opposti dèlla congestione urbana. Se la cultura americana del primo Novecento vi riconosceva «il vero simbolo di un popolo strenuo e avventuroso, fiducioso nella propria forza e nel pro prio potere», quella contemporanea non può non misurarsi con il disincanto e con la diffidenza verso la teatralizzazione di miti artificialmente creati per mobilitare l'opinione pubblica e spostare il rito della democrazia dal piano razio nale a quello simbolico ed emozionale.
Proprio la culla del grattacielo, New York; ne ha dato un'ampia dimostrazione con il deludente dibattito sul destino di Ground Zero e con l'ancor più risibile risposta al concorso per la riprogettazione delle torri gemelle di Yamasaki, che ha messo in drammatica evidenza l'incapacità di elaborare simboli come even ti collettivi, che non risultino fondati sulla base di una cultura, condivisa.
A scala meno eclatante, il caso di Milano ne costituisce ulteriore conferma: da una poco meditata omologazione agli stereotipi della modernità del' XXI secolo si è avanzato da più parti lo slogan martellante di una rinascita dell'orgoglio urbano misurata dal numero dei suoi grattacieli e dalla eccentricità della loro proposta formale, spostando così la discussione dal piano del progetto sul futuro della città a quello ambiguo sul carisma dei simboli come motori di sviluppo. Che tutto questo possa essere automaticamente considerato un nuovo "Rinascimento" pare molto discutibile, soprattutto considerando che nel "Rinascimento storico" l'Italia,delle corti esportava all'estero la cultura del nuovo mentre oggi è costretta a riciclare nelle sue città quella che gli ritorna dall'esterno. Naturalmente l'ibridazione dei contributi fa parte della storia del gusto e contribuisce dà sempre alla complessa stratificazione che è parte costitutiva della città europea. A patto di non dimenticare però che il valore dei simboli si conquista sul campo della storia, l'unica autorizzata a sancirli nella loro autenticità : la Torre Velasca è oggi un segno che qualifica in maniera indelebile la Milano del dopoguerra; ma il suo disegno finale fu l'esito di un tormentato iter progettuale alla ricerca di una soluzione il più possibile appropriata. Né nacque da un'istanza mediatica l'icona milanese del grattacielo Pirelli, alla cui forma esatta Gio Ponti arrivò dopo molti tentativi e messe a punto, dal Predio Italia di San Paolo in Brasile alla torre Lancia di Torino.
Mose, un cartellino giallo da Bruxelles
VENEZIA. Una procedura di infrazione contro l’Italia per il mancato rispetto della normativa europea sulla Valutazione di Impatto ambientale. La lettera sarebbe già stata inviata al governo da Bruxelles, firmata dal commissario europeo all’Ambiente Margot Walstrom. E contesta all’Italia le procedure della Legge Obiettivo sulle grandi opere. In particolare, la manacata procedura di «Via» sui progetti definitivi. «Le procedure per il Mose», commenta il Wwf Italia, autore dell’esposto che gha dato il via all’istruttoria, «vanno immediatamente sospese, per adeguarsi alla normativa ed evitare multe per milioni di euro. Oltre ai danni ambientali provocati da opere non adeguatamente valutate dal punto di vista dell’impatto sul territorio».
Una decisione destinata a far riesplodere le polemiche sulla grande opera e sulla sua legittimità. Secondo la commissione europea con le procedure «accelerate» della Legge Obiettivo voluta dal ministro Lunardi si effettua la procedura di Via sui progetti preliminari e non sui definitivi. In questo modo si lascia la «discrezionalità al ministero per l’Ambiente di decidere». Il progetto finale può essere diverso da quello iniziale, senza garanzie per la tutela dell’ambiente e l’informazione dei cittadini. Molte le opere interessate alla procedura, in teoria tutte quelle approvate con la Legge Obiettivo (dunque anche il Passante, la Rome commerciale, la Pedemontana). Ma gli effetti maggiori si potrebbero avere sul Mose, il progetto delle dighe mobili per cui la Valutazione di impatto ambientale sul preliminare era negativa, poi sostituita con una Via regionale.
«La laguna e i litorali corrono rischi grandissimi con il Mose», denuncia Paolo Perlasca del Wwf Italia, «in attesa delle urgenti e necessarie modifiche alla procedura di Via richieste dall’Europa occorre che siano sospese le procedure non concluse e le autorizzazioni già concesse».
Secondo il movimento ambientalista occorre insomma fermare i cantieri che già stanno provocando le prime conseguenze ambientali agli Alberoni, e presto saranno visibili a Punta Sabbioni.
Lavori enormi, per cui è previsto lo sbancamento di milioni di metri cubi di fondali, la costruzione di muri («spalle») in cemento, la demolizione delle dighe ottocentesche e la costruzione di un’isola artificiale di sette ettari davanti al bacàn di Sant’Erasmo. «Solo il Comitatone può fermare i lavori», ha detto qualche giorno fa la presidente del Magistrato alle Acque Maria Giovanna Piva. Ma ora la procedura di infrazione potrebbe modificare lo scenario.
Premessa – di Fabrizio Bottini
Gli ingredienti della ricetta outlet, così come abbiamo ormai imparato a riconoscerla, sembra ci siano tutti: il bacino di utenza da capogiro, i “servizi esclusivi” (qualsiasi cosa voglia dire), l’idea rivoluzionariamente innovativa e meditata a lungo in viaggi qui e là per paesi lontani ed esotici, eccetera eccetera. Alla fine, pare di capire, il solito baraccone con architetture in stile di fianco a uno svincolo autostradale, fra due anni o giù di lì.
Naturalmente i comunicati ufficiali, e le intenzioni (anche le migliori) parlano tutt’altro linguaggio. A partire dalla Espansione Commerciale di Modena, uno dei partners di punta dell’impresa Capri Due, che modestamente nella sua brochure di presentazione esordisce: “Grazie a Dio il mondo cambia ogni giorno ... Così anche i Centri commerciali cambiano”. E quindi grazie a dio l’evoluzione della specie produce centri commerciali periferici, urbani, regionali, parchi commerciali, centri di divertimento, sempre però “consapevoli che la fantasia deve diventare tutt’uno con la redditività”. Ci consola, alla fine della ricchissima brochure, la promessa di qualcosa fatto “Con la passione della prima volta e l’esperienza dell’ultima”. L’ultima di una lunghissima serie, se si guarda alla mappa dei centri commerciali e altri interventi (come l’ampliamento dell’aeroporto di Bologna) di cui è letteralmente ricoperta la penisola, con una piccola ma significativa appendice sulle lontane spiagge del Baltico.
Il tutto per chiarire, senza drammi ma anche senza aspettative fuori luogo, che un outlet village fuori dalla retorica pubblicitaria è – né più né meno – un centro commerciale. Certo cambia qualcosa in superficie, ma gli elementi ci sono tutti: dall’impatto sul traffico, allo spostamento di interessi per esempio dal centro storico, all’effetto attrattivo su altre attività varie e a relative potenziali pressioni per lo sviluppo di altri simili insediamenti e fonti di ulteriore congestione. Insomma tutto il catalogo di temi che in altre parti di Eddyburg è stato sviluppato nelle varie declinazioni “locali”. Una declinazione locale che, puntualmente, sembra ripresentarsi anche a Marcianise negli interventi degli amministratori, tesi a descrivere una occasione di sviluppo particolarissima (cosa che, ripetiamo, non é) e innovativa (cosa che è solo localmente). E ancora secondo un copione già visto sembrano delinearsi le aspettative per la crescita di attività che sappiano sostituire quelle tradizionali (dalla fabbrica al terziario, commerciale e non), con un pizzico di attenzione all’ambiente pur nella lodevole preoccupazione per il potenziale sovraccarico in termini di traffico e indotta domanda di nuove infrastrutture. Basta dare un’occhiata alla pagina web del sindaco di Marcianise, dove si descrive la conferenza dei servizi che lo scorso gennaio 2004 ha espresso parere favorevole a Capri Due, o al numero del 14 marzo della rivista locale “ Procope” dove piuttosto logicamente si coniugano outlet e rilancio generale dell’area, ma il “glossario” su questo tipo di insediamento sembra ricopiato dalle pagine patinate dei promotori, anziché frutto di qualche autonoma riflessione o ricerca. Un consiglio, per gli amministratori centrosinistri di Marcianise: una visita al sito web del settore commercio della Regione Piemonte, e allo studio di impatto su Serravalle. O meglio ancora una gita, in un pomeriggio di week-end qualunque, a Serravalle o in qualunque altro dei mitici “ fashion design outlet” che punteggiano ormai la Penisola. Mica per fare del terrorismo a buon mercato: solo per avere un’idea di quello che ci aspetta, dietro la patinatura e gli inebrianti vapori comunicativi del sistema moda.
La “notizia” più curiosa trovata per ora online, su questo Cugino di Campania, è una sanguinosa polemica sull’uso spregiudicato del nome Capri, manco l’outlet fosse un panino per la pausa pranzo degli impiegati. La si trova, questa polemica, su un periodico “specializzato” che si chiama News & Gossip dalla Piazzetta di Capri.
In attesa di altre notizie su questo clone della ormai patriarcale ed estesa famiglia degli outlet, per ora tanti auguri agli amici di Marcianise e di tutta la catchment area: benvenuti nel meraviglioso nuovo mondo plastificato. I commenti, alla sostanza e alla forma della prosa sottostante, come al solito sono lasciati ai lettori.
Outlet di qualità – Capri Due, tra i più grandi in Italia, nasce a Marcianise in Campania (inserzione pubblicitaria sulle pagine economiche di Repubblica, 29 aprile 2004)
Le Pubbliche Relazioni sono affidate allo Studio GM di Beppe Modenese. La commercializzazione è a cura di “Espansione Commerciale”, azienda di Modena leader nella organizzazione di centri commerciali. L’imprenditore di riferimento è Gianni Carità.
160.000 mq. di estensione di cui 28.600 destinati ad attività commerciali.
200 unità commerciali, tutte destinate a negozi monomarca di grandi firme.
Un grande hotel, gestito da una catena alberghiera internazionale di grande qualità.
2.600 posti auto, diverse aree ristorative, un’area giochi per bambini e un’ampia serie di servizi accessori in grado di soddisfare piacevolmente tutte le esigenze della clientela. Con un bacino di utenza di oltre 5 milioni di persone, Capri Due si estenderà sull’asse strategico dell’intreccio autostradale che collega Napoli, Caserta, Frosinone, Roma, Avellino, Benevento, Salerno, Bari e le province confinanti, in prossimità di località d’arte che generano importanti flussi turistici tutto l’anno. Ben visibile già dall’autostrada, che costeggia per un lungo tratto, l’outlet è raggiungibile in 90 minuti da tutta la Campania, oltre che altrettanto facilmente da Roma e da tutto il centro e sud d’Italia. Una piacevole continuità di strade pedonali, piazze ed edifici realizzati con materiali e colori tipici dell’architettura mediterranea caratterizzerà l’outlet village.
Stile esclusivo, Partner di alta immagine, Architettura Mediterranea e Servizi all’avanguardia sono dunque i punti di forza della iniziativa voluta da Gianni Carità.
Beppe Modenese: “Sono stato affascinato dal progetto, che già prevedo di grande successo. Conosco da tempo Gianni Carità de ho avuto modo di apprezzarne le doti imprenditoriali e la grande determinazione. Da parte mia mi impegnerò a portare a Capri Due il meglio della moda italiana”.
”La mia esperienza alla presidenza del Tarì ha fatto sì che il gruppo di imprenditori che sono fautori dell’iniziativa mi abbiano designato come amministratore. È da anni che studio sulla realizzazione di questa idea, nata dai viaggi in America. Mi sono dato i tempi necessari per la verifica e per la cura di tutti i dettagli” dichiara Carità. “Nulla è lasciato al caso, a cominciare dal nome. Ero alla ricerca di una identificazione che richiamasse alla mente un’idea di grande qualità e che nello stesso tempo appartenesse alla cultura meridionale. Mi sembra che Capri Due sappia evocare entrambe le cose”.
Suggestioni mediterranee, dunque, per il sapiente mix di solarità, qualità e servizi al cliente che saranno concretizzati nell’arco di due anni. Con un grande beneficio, tra l’altro, per il territorio, che per la sua localizzazione è certamente strategico e sta assistendo in questi anni a uno sviluppo straordinario, grazie al progressivo insediamento di una serie di realtà imprenditoriali di grande importanza.
Potete leggere le polemiche per il "plagio del nome" citate nell'introduzione, su News & Gossip dalla Piazzetta di Capri
“De Luca lo volle, De Luca non lo vuole più”: così si può sintetizzare lo scontro in atto a Salerno. Il sindaco De Luca, diessino, uno dei personaggi più in vista e più impegnati nella politica urbana, aveva chiamato Oriol Bohigas a fare il PRG. Il piano, molto discusso, era stato varato e ampiamente discusso. Improvvisamente, l’ex sindaco (ma ancora dominus incontrastato dell’establishment locale) De Luca, e con lui il nuovo sindaco De Biase, avevano deciso che il piano, sebbene costruito sulla base di “progetti”, avrebbe comunque impedito di decidere caso per caso su questo o quest’altro intervento. L’assessore all’urbanistica Fausto Martino, aveva dato le dimissioni per protesta. Alla sua si è aggiunta la protesta di numerosissimi esponenti del mondo della politica e della cultura. Sostenitori e critici del “piano Bohigas” si sono trovati concordi nel difendere la pianificazione come metodo non rinunciabile per governare uno sviluppo democratico della città: le procedure del PRG consentono comunque di correggerne i difetti, e di proseguire la discussione di merito su un terreno costruttivo e trasparente.
Inserisco di seguito un intervento di Vezio De Lucia all’affollata assemblea che si è tenuta a Salerno il 9 gennaio 2004, tratto dal sito della Sinistra ecologista Campania. In calce, il collegamento all'appello, dal medesimo sito.
1. Mi sembra opportuno cominciare inquadrando la crisi repentina dell’esperienza salernitana – esperienza ripetutamente presentata come molto innovativa – nel panorama dell’urbanistica nazionale. In questo periodo si fronteggiano in Italia tre linee di tendenza.
1.1 La prima è quella della deregulation esplicitamente praticata. Capofila è il comune di Milano. A Milano non c’è più il Prg come lo intendiamo noi. E’ diventato una specie di catasto dove si registrano gli accordi fra il comune e la proprietà fondiaria. Il comportamento di Milano non è illegale. Coerente con gli istituti dell’urbanistica contrattata, che utilizzano l’accordo di programma come procedura di deroga agli strumenti di pianificazione. Programma di recupero, di riqualificazione, contratto d’area, patto territoriale, Prusst, sportello unico, eccetera. Con l’aggravante che, spesso, gli atti della deregulation sono approvati al riparo dalle osservazioni dei cittadini (garanzia prevista fin dalla legge del 1942) e spesso non sono nemmeno discussi nei consigli comunali, cui spetta solo la ratifica della firma del sindaco.
La linea milanese non è a favore del mercato, né della concorrenza, né della privatizzazione. Interlocutori dell’amministrazione non sono le imprese ma la proprietà fondiaria. E’ una linea regressiva. E’ un possente rilancio della speculazione fondiaria, mistificata come modernizzazione, con le conseguenze che si possono immaginare dal punto di vista della questione morale e della trasparenza.
1.2 La seconda linea è diametralmente opposta a quella milanese. Comprende le regioni e i comuni dove continua a praticarsi un corretto governo del territorio. La Toscana (ma potrei ricordare tutte e tre le ex regioni rosse, il Veneto, la Liguria, le Marche, eccetera). In Toscana, la pratica degli strumenti urbanistici è rigorosa ed estesa a tutti comuni. A meno di 10 anni dall’approvazione della legge 5/1995, tutti comuni hanno completato o stanno completando la formazione dei piani di nuova generazione (piano strutturale e regolamento urbanistico). La qualità dell’esperienza è evidente a chiunque, e basta pensare all’incanto della campagna toscana, dov’è sostanzialmente inibita ogni trasformazione non direttamente connessa alla produzione agricola. In Toscana, non mancano certo errori e incongruenze, basta citare l’insistenza della regione per l’insensata soluzione autostradale del corridoio tirrenico in Maremma.
Questa seconda linea di tendenza comprende Napoli che, almeno finora, seppure non senza fatica, ha perseguito la formazione di un nuovo Prg. Certamente, la vicenda della Coppa America ha posto in luce la fragilità della situazione napoletana. Ma tant’è.
In netta controtendenza con l’esperienza del capoluogo è quella della provincia di Napoli. La vicenda della recente contestazione del Ptcp è straordinaria e dovrebbe raccontarla Antonio Di Gennaro, alla cui indignazione e determinazione è dovuto in larga misura il successo della protesta. Ha giovato certo il ruolo della stampa, a partire dall’intervento su la Repubblica di Giovanni Valentini.
La stessa cosa non si può dire a proposito dell’auditorium di Ravello, caso nel quale la stampa è quasi tutta a favore dell’intervento e mistifica le posizioni di chi è contrario. Senza entrare nel merito, a Italia nostra e a chi vi parla non interessa – per ora – la questione dell’architettura. Interessa una cosa che viene prima della qualità architettonica: la legalità. Se si realizzasse, l’auditorium di Ravello sarebbe un’opera abusiva. Non basta una firma importante a sanare un’opera illegale. Anche per gli scempi di Punta Perotti a Bari si pensò di mettere tutto a tacere con la firma di Renzo Piano. Ma non è tutto. Nel tentativo di legittimare l’intervento, si è fatto ricorso a un’inverosimile interpretazione delle norme vigenti che consentirebbe in tutti i comuni della Costiera Amalfitana e della Penisola Sorrentina sforniti, come Ravello, di Prg, di costruire – fuori dei centri abitati – 1.000 mc a ettaro. Sarebbe cancellato, obliterato, uno dei paesaggi più celebri del mondo].
1.3 La terza linea dell’urbanistica nel panorama nazionale. Quella dell’ipocrisia: dichiararsi a favore del piano, con tanti se e tanti ma. E’ il caso del comune di Roma e della sua formula del “pianificar facendo”. Tuttavia, un anno fa, il comune di Roma ha adottato il nuovo Prg, ora in fase di controdeduzioni.
A questa linea appartiene, ahimè, anche la vicenda bolognese. Bologna, ex capitale dell’urbanistica progressista, ancor prima del sindaco Guazzaloca, ha imboccato la strada della contrattazione. Esiste in proposito un’esauriente documentazione raccolta dalla cosiddetta Compagnia dei Celestini. Speriamo in Cofferati.
Concludo sul panorama dell’urbanistica nazionale, raccomandando il libro di Francesco Erbani, L’Italia maltrattata, e il sito di Edoardo Salzano, eddyburg. In entrambi trovate un quadro aggiornato e ben illustrato su fatti e misfatti dell’urbanistica nazionale.
2. Prima di riprendere il discorso su Salerno, bisogna qui chiarire subito e bene che non si tratta di difendere il piano regolatore come se fosse un valore in sé. Il Prg è uno strumento, una procedura amministrativa, in larga misura indifendibile. Siamo i primi a dirlo. E da molti lustri. Chi vi parla lo dice da una vita. Non si deve perciò spacciare la nostra come una posizione passatista o formalista.
Il problema è un altro: si tratta di non buttare insieme all’acqua sporca anche il bambino. Qui il bambino è rappresentato dalla tutela di fondamentali interessi pubblici che, con l’urbanistica contrattata, sono disattesi. Un vero e proprio principio della civiltà europea è il primato dell’interesse comune sull’interesse del singolo. Proprio dalla consapevolezza di questo principio, e dalla sua necessità, nasce la disciplina urbanistica.
Che l’urbanistica contrattata disattenda questi principi lo dimostra in modo illuminante proprio la vicenda salernitana.
3. Non ho dubbi sul fatto che il caso di Salerno appartenga al blocco dell’ipocrisia. Sulla stessa lunghezza d’onda dell’urbanistica romana, ma peggio. Evidentemente al peggio non c’è limite.
Il Prg di Salerno è un piano che non condivido. Il pensiero dichiaratamente anti-urbanistico di Oriol Bohigas si è rivelato un formidabile e micidiale paravento al riparo del quale ha operato chi rifiuta qualsivoglia disegno unitario per il futuro della città, sapendo che ciò porrebbe un freno all’esercizio disinvolto del potere.
Certe spregiudicate e accattivanti proposizioni di Bohigas hanno fatto strage. Sono autorizzato da Alfonso De Nardo a leggere alcune righe di una sua lucida autocritica – come si diceva una volta:
“Per un bel po’ di tempo ho guardato con attenzione all’esperienza di Salerno, per nulla preoccupato delle conseguenze della teorizzata inversione del rapporto tra piano e progetto. Che ci sarà mai di male – pensavo – se, durante l’attesa dell’elaborazione e dell’approvazione del PRG (che da queste parti, come si sa, richiede almeno 10 anni) il sindaco riesce ad attuare interventi reali di trasformazione urbana? Mica può lavorare solo per i suoi successori! E per un po’ il ragionamento teneva. Teneva per i primi anni del sindacato, magari per tutto il primo sindacato. Teneva finché gli interventi reali erano la Lungoirno, il parco Mercatello, la metropolitana, i concorsi per le carceri vecchie, per la stazione marittima, per il palazzetto dello sport. E mettiamoci pure l’albergo nell’area del vecchio cementificio, che era passata agli occhi dei più come delocalizzazione del Jolly. Ma sono fatti che assumono tutt’altro significato dopo 10 anni e quando agli interventi di chiara valenza pubblica si succedono ormai, in reiterazione parossistica, le proposte d’iniziativa privata e di interesse prevalentemente privato”.
Non è questa la sede per sviluppare una critica circostanziata al Prg. Mi limito solo a riprendere fra gli argomenti già illustrati dallo stesso De Nardo, quelli che mi sembrano di importanza decisiva. In particolare:
a. il piano è molto sovra-dimensionato, la crescita demografica è smentita dalla realtà (nell’ultimo decennio la popolazione è diminuita di circa 10.000 abitanti);
b. il piano disconosce la drammaticità della cosiddetta “città compatta”, che vive una condizione di saturazione e congestione insostenibile da decenni. L’ipotesi della sua riqualificazione, a partire dall’eliminazione dei vuoti urbani, non può tradursi in un disastroso aggravamento della saturazione. L’inverosimile funzione calmieratrice conferita alla costruzione di nuove residenze nelle aree urbane più centrali è un alibi che non può convincere neanche i profani;
c. il piano considera, insomma, in maniera distorta il rapporto con la periferia e con i comuni limitrofi, destinati a vedere aggravata la loro sudditanza alla aree centrali.
Allora, che facciamo? Sono stato sempre convinto che un Prg non buono vada rifatto. Ma ciò non significa che ci si debba schierare con chi semplicemente non vuole il piano, per avere mano libera nello sfruttamento della città. Significa invece che ci dobbiamo sporcare le mani e pretendere che il piano prosegua nel suo iter, facendo tutto il possibile per migliorarlo. Sono pienamente d’accordo con l’appello promosso dalle associazioni ambientaliste e da altri, e lo sottoscrivo. E sono del tutto solidale con Fausto Martino. Ha sostenuto in passato posizioni che non condivido. Ma la limpidezza del suo comportamento è fuori discussione.
Non mi sottraggo a valutazioni politiche. Mai come in questo caso va ricordato che l’urbanistica è politica e il rinnovamento dell’urbanistica è impensabile se non coincide con il rinnovamento della politica.
Riconosco all’ex sindaco Vincenzo De Luca il merito di un netto miglioramento della qualità della vita nella sua città, ma ciò non autorizza a porre le basi per un inevitabile futuro peggioramento di quelle stesse condizioni di vita con operazioni sconsiderate.
Qui a Salerno, si è costituito un movimento unitario, qualificato, consapevole e agguerrito. Tanto più importante, questa novità, perché viene da una città del Mezzogiorno. Dove, in generale, la partecipazione alle questioni relative al governo del territorio è sempre stata scarsa, o meglio, limitata a proteste contro la localizzazione di impianti dannosi (discariche e simili), ma raramente attenta a problemi di più generale e meno immediato interesse pubblico.
4. Concludo con una citazione. Dopo la sconfitta dell’amministrazione di sinistra del 1985, intervenne Italo Insolera, con una memorabile intervista all’Unità: “Dico che mancò una filosofia complessiva del cambiamento, non si cambia nel profondo se si insiste nell’abbandono di ogni ideologia come ispiratrice dei fini e dei mezzi. E se qualcuno sostiene che la pianificazione non occorre, sono costretto a ricordargli che non occorre alle classi dirigenti, ma alle altre sì. Credo sia questo il punto da cui è necessario ricominciare”.
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Titolo originale Big, Bigger, Biggest: The Supersize Suburb – traduzione di Fabrizio Bottini
Potomac, Maryland. – Date un’occhiata alla camera matrimoniale di Bob e Wendy Banner.
Occupa circa un terzo del secondo piano nella loro casa di 800 metri quadrati, qui nei sobborghi di Washington, e lo spazio principale inizia con una stanza spaziosa contenente un letto extralarge. Oltre questa, un salotto con caminetto, angolo bar, frigorifero e televisione. Più in là un bagno con vasca a incasso nel pavimento, altro caminetto e televisore nascosto dietro a uno specchio. Oltre questo, lo spogliatoio-sgabuzzino della signora Banner, 15 metri quadri, la dimensione di una stanza da letto media. Infine c’è lo spogliatoio del signor Banner, delle dimensioni di una piccola stanza. Ci racconta la signora che quando vengono in visita amici da New York, esclamano sempre: “Potrei farci entrare tutto il mio appartamento, nella tua camera da letto!”.
La cosa più notevole, di questa suite da letto, comunque, è la sua normalità. Secondo gli standards “più-che-grande” delle case nei sobborghi di Washington, i Banners non vivono affatto in tutto questo spazio, nonostante la casa abbia sei stanze da letto, nove da bagno, due studi, una cantina per il vino, una stanza per musica e video e quattro colonne da otto metri stile Via col Vento sulla veranda. Il tutto per due adulti e due figli.
La casa americana si è gonfiata per decenni. Si è gonfiata anche se sta su un lotto più piccolo. Si è gonfiata anche se ci vive una famiglia più piccola. Anche l’imponente e ostentata “MacMagione” suburbana si sta ingigantendo, come le megacase come quella di Bob e Wendy Banner che spuntano via via in tutti gli Stati Uniti.
In nessun posto l’ipertrofia della casa americana è più concentrata che nei sobborghi d’ élite di Washington, con la zona di Potomac all’epicentro. Nella lunga corsa nazionale verso spazi [privati] sempre più ampi, i quartieri dormitorio ad alto reddito a nord e a est della capitale si sono piazzati alla testa del gruppo, in versione extralarge. Le case enormi sono per il suburbio di Washington quello che il granturco è per lo Iowa. Cinque dei dieci centri con le case più grosse a livello nazionale, Travilah, Darnestown, Chevy Chase, Wolf Trap e Great Falls, secondo il censimento del 2000 sono nei sobborghi di Washington. (gli altri cinque sono vicino a Chicago, Denver, Salt Lake City, Minneapolis e Filadelfia).
La classifica si basa sulla percentuale di abitazioni con nove o più stanze, esclusi i bagni, stanze di servizio e seminterrati non rifiniti. Nei centri in cima alla lista, che stanno nella Montgomery County, Maryland, nella Fairfax County, Virginia, più dei due terzi delle case hanno nove stanze o più.
”Washington offre condizioni altamente favorevoli per le case-mostro” ci dice Robert E. Lang, direttore del Metropolitan Institute al Virginia Tech di Alexandria, che studia lo sviluppo urbano. “Possiede un livello corrente di opulenza diffuso su un’ampia upper-middle class, e un ambiente favorevole ai costruttori. C’è un tipo di “ monster mansionization” diffuso in tutto il paese, ma Washington è il culmine”.
Le nuove case nella zona di Potomac, che ha una popolazione di 75.000 persone con un reddito familiare medio di 113.000 dollari, non sono soltanto enormi, ma spesso anche progettate e arredate a verde per sembrarlo, enormi. Secondo i funzioni urbanistici locali, molti proprietari chiedono meno alberi e vegetazione, così che i potenziali ammiratori che passano sulla strada possano cogliere in pieno l’effetto.
Per possedere una di queste dimore, “ non devi essere una delle famiglie più ricche degli Stati Uniti, e non devi essere famoso”, dice Gwen Wright, direttore per la conservazione storica alla Montgomery County”. Ti basta essere un socio di successo in uno studio di avvocati, o aver fatto qualche buon investimento, e anche tu puoi vivere come un Vanderbilt”.
Potomac, un cuneo di colline ondulate su 170 chilometri quadrati, a circa 25 chilometri dal centro di Washington, è il cuore di una regione di grandi residenze. La sua trasformazione in questo senso è stata aiutata nel tempo da uno zoning a nassa densità. Per proteggere il delicato bacino del fiume e salvaguardare le risorse di acqua potabile della regione, la Montgomery County ha destinato un terzo di Potomac ad abitazioni unifamiliari su appezzamenti di un ettaro. Lotti troppo piccoli per cavalli o pascoli, ma giusti giusti per grosse case.
Negli anni ‘70 e ’80, mentre crescevano la popolazione e il reddito di Washington, i costruttori hanno marchiato in massa verso la regione del Potomac, che circonda il villaggio dello stesso nome. Abitualmente, si costruivano case di quattro stanze che coprivano circa il dieci per cento della superficie del lotto da un ettaro.
”Sempre più persone volevano sentire di ‘avercela fatta’” dice la signora Wright. “Un ettaro consentiva alla gente di costruire la casa dei propri sogni”.
Ma la casa da sogno diventava sempre più grande, in larga misutra perché la regione di Washington diventava sempre più ricca, con una famiglia su quattro che guadagnava 100.000 dollari l’anno o più, secondo il censimento 2000. un residente su cinque ha un titolo di studio superiore. Nella Montgomery County, la grossa circoscrizione del Maryland che comprende Potomac, negli anni Novanta c’è stato un incremento del 42% delle famiglie con reddito superiore a 200.000 dollari l’anno. La miscela tradizionale, per Washington, di professionisti di alto livello, avvocati, lobbisti, giornalisti, medici, si è ingrassata nel corso del decennio. Durante il boom delle tecnologie avanzate, parecchie grosse imprese hanno trasferito i propri quartieri generali nella regione.
La O’Neill Development Company, che costruisce case di alto livello da trent’anni, ha cercato di mantenere il passo. Nei primi anni ’80 le sue nuove case in media erano da 300 a 500 metri quadrati. Nei primi ’90 O’Neill costruiva case con spazi da 450 a 650 metri quadri. Negli interventi più nuovi si va da 650 a 1.000 metri quadri. Anche i prezzi sono saliti, da circa mezzo milione a molti milioni, naturalmente a seconda delle dimensioni. In molti casi, i soffitti si sono alzati da due metri e mezzo a tre e mezzo o più, i garages sono cresciuti da due a tre auto, e il numero delle stanze da letto è balzato da quattro a sei.
Nel frattempo, il numero medio di persone nella case di Potomac è sceso negli ultimi due decenni, secondo gli uffici urbanistici di contea, a poco più di tre.
”Abbiamo rilevato che la superficie coperta di queste mega-case è raddoppiata negli ultimi vent’anni” dice Callum I. Murray, direttore dell’ufficio di pianificazione regionale del Potomac.
Alcune delle dimore più nuove e più grosse, con i loro campi da tennis, piscine e accessi rotabili semicircolari asfaltati, occupano la maggior parte del lotto da un ettaro.
”Alcuni proprietari hanno lasciato tanto poco spazio per il verde che secondo me quelle case non invecchieranno con eleganza” aggiunge Murray. “Certe case non si adatteranno mai al paesaggio. Scopriamo che la gente ora vuole case esposte rispetto alla strada. Qualcuno chiede ai costruttori di creare una piccola collina sulla proprietà, così da poter collocare la casa sulla cima.”.
Un caso emblematico è la villa in stile neo-italiano da 1.400 metri quadrati e 3,5 milioni di dollari, in via di completamento sulla River Road, la strada principale di Potomac. L’edificio è stato costruito come speculazione, e messo sul mercato da qualche settimana. La cavernosa stanza da letto principale ha un soffitto voltato a botte alto 5 metri e mezzo. In cucina c’è un banco di lavoro centrale per la preparazione dei cibi lungo quattro metri a due livelli, con posto per otto persone a sedere.
”La gente ha soldi. Queste sono persone che vogliono mostrare come vivono” ci dice il costruttore, David Niroo
E cosa ci fa, poi, la gente, nelle grandi case? Gopal Ahluwalia, vice presidente con incarico per le ricerche alla National Association of Home Builders di Washington, studia il problema da decenni
”Si usano la cucina, il soggiorno, e le camere da letto” dice. “Oltre a questo, c’è un uso molto limitato della casa”.
Né i proprietari utilizzano quello spazio per grandi quantità di divertimenti. “Non c’è evidenza che le persone delle grandi case invitino i vicini più di quanto non facciano quelli che stanno nelle case piccole” aggiunge.
E per le stanze che sono utilizzate regolarmente, ci sono bisogni di allestimento particolari, il primo dei quali è un arredamento degno dei giganti di Brobdignag nei viaggi di Gulliver.
Un soggiorno supersize, dicono gli arredatori, richiede un divano altrettanto grande. “Se si usassero aredamenti di dimensione standard in queste case, sembrerebbero strani, fuori scala, e apparirebbero come cose di basso livello” afferma Debra Drake, consulente arredatrice per la Montgomery County della Kreiss Interior Design, impresa californiana che commercializza grossi arredamenti per grosse case.
La Kreiss vende sedie da pranzo sette centimetri più larghe e profonde di quelle usuali, e divani trenta centimetri più lunghi e venticinque più profondi di quelli standard (e più cari di 2.000 dollari).
Quasi tutti i principali elementi d’arredo sono imbottiti con stoffe a colori neutri, beige e crema. “Ci piacciono a tinta unita” dice Mike Kreiss, presidente della ditta, “così i mobili non spiccano come una balena spiaggiata in mezzo a un hangar d’aeroporto”.
La principale ragione per cui i Banner si sono trasferiti quattro anni fa, dall loro casa di 400 metri quadri all’attuale di Potomac da 850, è che la signora Banner aveva bisogno di spazio per il suo studio.
”Per me era una vera necessità” dice la signora, che ora ha due dipendenti che lavorano con lei al terzo piano della casa. Lei e il marito hanno due figlie, di 8 e 6 anni.
Mrs. Banner, ha 37 anni, ed è mediatore immobiliare specializzato nell’area di Potomac. Mr. Banner ha 47 anni, ed è un costruttore che opera prevalentemente nella stessa zona. Il loro reddito familiare è superiore a 500.000 dollari l’anno.
Questo reddito, dice la signora, spiega anche la grande casa.
”Possiamo permettercela, e dunque perché no? Se non è un cattivo alloggio e ti dà un’oasi a cui tornare, perché no?”.
Le giovani Banner, Erica e Danielle, hanno le loro stanze e bagni propri. Ma la signora ha notato che le ragazze di solito dormono assieme nel letto doppio di Erica.
”Da ragazza, ho sempre una stanza tutta mia” dice la signora Banner. “Comunque, ora lo spazio non è un problema: se non vogliono stare insieme, non sono costrette”.
di Enrico Arosio e Claudio Lindner
Cantiere della nuova Fiera a Pero-Rho, ottobre 2002. L'arcivescovo di Milano cardinal Tettamanzi leva l'aspersorio. Si appresta a benedire lo scavo e la prima pietra di un'opera gigantesca. Fotografi e teleoperatori scattano in piedi davanti alle autorità, attimi di confusione. Dalla prima fila salta su l'invitato speciale, Silvio Berlusconi. "Un momento. La comunicazione è il mio mestiere". La prima pietra è cosa sua, e ci tiene. E in un baleno dà precise disposizioni: questi di qui quelli di là, e lui nella luce migliore. Il cardinale è imbarazzato, qualcuno è divertito, altri sono perplessi. "È stato sconcertante vedere il presidente del Consiglio mettere il cappello del governo su un grande progetto che è tutto di Milano e della Lombardia", ricorda uno dei presenti.
Milano, in effetti, ha fatto da sé. E il 2 aprile 2004, è pronto a giurare l'assessore all'Urbanistica Gianni Verga, la nuova Fiera aprirà i battenti. Non solo. Quel giorno sarà pronta anche la metropolitana che serve a collegare la nuova struttura al centro di Milano attraverso il prolungamento della linea 1. Milano riparte da lì, dalla Gela del Nord, dall'area Pero-Rho diventata famosa per le raffinerie, gli odori sgradevoli, l'inquinamento. Da tutta Italia, anzi da tutto il mondo convoglieranno qui i visitatori del nuovo polo.
E al posto della vecchia Fiera? Tre grattacieli, 218 metri il più alto, quasi due volte il Pirellone. Uffici, negozi, appartamenti, parcheggi, verde pubblico, in una parola CityLife, il maxiprogetto che cambierà Milano nei prossimi dieci anni (leggi l'articolo a seguire) e che porta tra le firme prestigiose quella di Daniel Libeskind, l'architetto della rinascita di Ground Zero. Pochi giorni prima dell'annuncio del vincitore, il Comune aveva dato via libera a un altro megaprogetto ambrosiano, nella zona Garibaldi-Repubblica, vicino alla Stazione Centrale e ai più noti alberghi della città: qui nasceranno la nuova sede della Regione, la Città della Moda con il museo e il progetto di alta formazione e un parco pubblico per 120 mila metri quadrati.
Non si erano ancora spente le luci sulle tre torri della ex Fiera ed ecco calato dal Comune un terzo asso, giocato stavolta nella zona sudest con il nome di battaglia Montecity, un milione e 200 mila metri quadrati, un po' enfaticamente definita "la più grande area dismessa d'Italia". Insomma, la settimana del mattone d'oro, tre opere che (almeno dando retta alle carte) cambieranno la metropoli, la sua struttura, le sue abitudini, il suo carattere. E che da sole faranno affluire qualcosa come 4 miliardi di euro. Investimenti cui bisogna aggiungere quelli meno spettacolari. Tra dieci anni Milano sarà un'altra Milano.
L'assessore Verga, 57 anni, formigoniano di lungo corso, ostenta altre cifre a dimostrazione dell'attivismo di Albertini & Co: "Abbiamo un carnet di cento progetti, tra grandi e piccoli, per un totale di 8 milioni di metri quadrati. Più di metà della superficie interessata diventerà verde pubblico". Dall'altra parte della barricata, in consiglio comunale, c'è Emanuele Fiano, capogruppo Ds a Palazzo Marino: "È propaganda elettorale, la giunta Albertini spara le ultime cartucce. Abbiamo calcolato che a Milano esistono circa un milione e mezzo di metri quadrati di uffici vuoti. Cosa servono tutte queste nuove cubature a scapito dei parchi?". Fa eco Luca Beltrami Gadola, di una storica famiglia di costruttori milanesi, sottolineando come l'unica realtà davvero in produzione sia la nuova Fiera.
Milano sembra rinascere. Rialza la testa dopo le bastonate di Tangentopoli, che dieci anni fa rasero al suolo la sua classe dirigente, imprenditori, costruttori, politici. Qualcuno ha cambiato cappello. Salvatore Ligresti faceva il costruttore, era una sorta di tycoon del mattone, lui, Berlusconi e Cabassi si spartirono Milano. Oggi possiede ancora qualche area immobiliare, ma non è più il leader, anche se rientra dalla finestra nel progetto CityLife per la ex Fiera attraverso il gruppo assicurativo Fondiaria-Sai. Gli eredi del 'Sabiunat' Cabassi hanno investito nell'area che fu del Sieroterapico, sui Navigli, nell'ex Palazzo del Ghiaccio in disuso da un anno e mezzo (potrebbe diventare una location per mostre e sfilate) e soprattutto ad Assago, dove accanto al Forum ci sono 400 mila metri quadrati di aree da destinare a nuovi progetti.
Tra vecchi protagonisti, un po' appannati, e nuovi mattatori. Uno dei più attivi è il piemontese Luigi Zunino con il gruppo Risanamento. Suoi, oltre a Montecity, la trasformazione della ex stazione di Porta Vittoria, e lo sviluppo di due aree, una in via Olgettina vicina all'ospedale San Raffaele e una a nord, dove aveva sede la fabbrica svizzera Oerlikon. Spicca il ruolo dei fondi immobiliari italiani e stranieri, dalla Pirelli Real Estate alla Hines di Chicago, che è sbarcata a Milano per la Città della Moda attraverso partner italiani e ha raccolto capitali di fondi pensione californiani e assicurazioni tedesche. Osserva il direttore generale di Hines Italia Manfredi Catella: "Milano è partita tardi, rispetto ad altre città europee. Ma la Città della Moda è un'occasione per valorizzare l'economia della creatività e della comunicazione nel senso auspicato dal presidente della Confindustria Luca di Montezemolo". Si muovono i colossi dell'assicurazione come Generali e Fondiaria-Sai e Ras. "Sa cosa è cambiato?", lamenta Beltrami Gadola, "che oggi dieci gruppi controllano la città e che, con la forte finanziarizzazione del settore e il rischio di giochi sotterranei, alla fine a rimanere col cerino in mano potrebbero essere i risparmiatori". Ai nuovi protagonisti del denaro si affiancano, al debutto, i grandi nomi dell'architettura mondiale che si sfidano a colpi di progetti e hanno riportato Milano, dopo una lunga assenza, dentro al dibattito internazionale. Anche se uno della vecchia guardia come Vittorio Gregotti, autore del quartiere Bicocca per la Pirelli, lamenta il carattere pubblicitario ed esibizionista dei progetti vincitori dei recenti concorsi, e vitupera la legittima "voglia di grattacielo" della Milano del 2004 e delle nuove generazioni.
Terza novità, i tempi rapidi di progettazione e realizzazione, un'anomalia in questo campo. Qualche esempio: la nuova Fiera manterrà le promesse (inaugura ad aprile 2005 dopo un cantiere durato esattamente i 26 mesi previsti), la Scala rinnovata si metterà in bella mostra il 7 dicembre per la prima, pur non ultimata al 100 per cento; la gara per la zona ex Fiera doveva concludersi entro il 31 luglio ed è stata anticipata di un mese, sia pure tra polemiche sulla qualità e il valore dei progetti.
I privati puntano su Milano, il loro peso è aumentato nella contrattazione con il pubblico. L'assessore onnipotente, unico dispensatore di licenze è stato spazzato via da Mani pulite, e nelle operazioni multimiliardarie di oggi queste figure sono destinate a contare meno. La corruzione alberga probabilmente nelle piccole operazioni, negli abusivismi edilizi, nelle concessioni minori. Fa novanta la paura di una Tangentopoli negli anni Duemila. Il Comune chiede all'investitore privato garanzie e tutele per la cittadinanza, dall'edilizia convenzionata al verde alla costruzione di strutture per gli utenti di servizi pubblici.
I milanesi guardano con un misto di fascino e timore alla nouvelle vague immobiliare. La trasformazione in una città con più punti di riferimento porta con sé qualche rischio sul piano della mobilità e della qualità ambientale. La macchina della crescita come la chiama il sociologo Guido Martinotti, si è rimessa in moto. "Ma una città policentrica produce più traffico ed è più difficile da regolare. L'amministrazione Albertini predilige il laissez faire in assenza di una visione strategica. Cosa rimarrà del centro storico? Come si raccorderà con i nuovi centri se lo sviluppo delle linee metropolitane è in così forte ritardo? Questa Milano incarna un progetto capitalista, ma manca di progetto politico".
Forse non è un caso che sulle nuove infrastrutture culturali, la vera prova d'appello per una città direzionale che non nasconde le proprie ambizioni, i passi avanti sono più esitanti. Il restauro di Palazzo Reale si trascinerà almeno sino a fine 2006. Il Museo del Novecento all'Arengario, progettato da Italo Rota, procede a rilento. E anche all'ex Ansaldo l'interessante operazione del Museo delle culture extraeuropee, le prime demolizioni saranno nel 2005. Entrambi i progetti sono subordinati alla privatizzazione ritardata dell'Aem, l'azienda energetica municipale. Un grande punto di domanda, infine, aleggia sull'operazione più ambiziosa di tutte: La Beic, Biblioteca europea di informazione e cultura. Un modello di public library per un milione di volumi, altamente informatizzata, che in Italia non s'è mai sperimentato. L'importanza dell'investimento (250 milioni di euro la stima di tre anni fa) e la pluralità di soggetti coinvolti (due ministeri, Comune, Regione, le università milanesi, forse la Fondazione Cariplo e altri partner) ne hanno fatto una partita difficile tra Milano e il governo. "La forza del progetto è che non ha un colore politico, la debolezza è che richiede tempi lunghi", osserva il presidente della Fondazione Antonio Padoa Schioppa. Il rischio, insomma, è che Milano corra quando comandano immobiliaristi e finanzieri. E che zoppichi quando l'investimento riguarda la cultura e l'istruzione. Qui contano anche i soldi di Roma. Vedremo mai Berlusconi posare la prima pietra della Superbiblioteca?
di Giovanna Zucconi
Sarà la più grande downtown italiana. Sarà, dicono i suoi fautori, uno dei più importanti interventi architettonici d'Europa. Tra dieci anni tre torri d'acciaio svetteranno nel cielo sopra Milano, firmate da altrettante stelle dell'architettura internazionale: Arata Isozaki, Zaha Hadid e Daniel Libeskind. La più alta arriverà a 218 metri, il doppio del glorioso e affaticato Pirellone di Giò Ponti. E l'immensa area urbana ai loro piedi, 225 mila metri quadrati dove finora bivaccavano i grigi padiglioni della vecchia Fiera Campionaria, sarà radicalmente riprogettata dalle tre star e dal torinese Pier Paolo Maggiora.
Così Milano imbolsita cerca un nuovo slancio, per ricominciare a declinare i verbi al futuro. Cinquemila impiegati lavoreranno nei grattacieli, 5 mila residenti abiteranno nei 1.300 appartamenti previsti, 5 mila milanesi frequenteranno ogni giorno il parco, le strutture culturali e ricreative, il Museo del Design aperto (finalmente!) nella capitale del design. Niente automobili in superficie, 17 ettari a verde progettati da Vittorio Ingegnoli pensando "all'ecologia del paesaggio e alla qualità della vita, e non all'estetica decorativa". Insomma: skyline ridisegnata, nuove abitudini e nuovi percorsi urbani, ma soprattutto un grande valore simbolico. Di propulsione, di vitalità, per giunta in un'area strategica e semicentrale della città.
Tutto questo finora sulla carta, anzi nei rendering al computer. E proprio il computer ha avuto un ruolo decisivo nel connettere l'immaginazione dei quattro architetti, attivi in tre continenti: "Abbiamo potuto lavorare insieme solo grazie a Internet, con siti dedicati in cui ci scambiavamo disegni e immagini", spiega da Tokyo il maestro Isozaki. L'ardita idea di arruolare un pool di personalità così prestigiose e così distanti (non soltanto geograficamente) è uno degli elementi che hanno fatto assegnare il gigantesco appalto a CityLife. Nove cordate aderirono un anno fa al bando lanciato dalla Fondazione Fiera di Milano presieduta da Luigi Roth, per finanziare (grazie alla vendita della vecchia area espositiva) il nuovo polo fieristico di Pero-Rho progettato da Massimiliano Fuksas (lavori completati al 60 per cento, inaugurazione prevista per aprile 2005). Venivano messi in vendita 225 dei 440 mila metri quadrati della storica area urbana, mentre la parte più recente, incluso il nuovo Portello, rimarrà alla Fiera.
Cinque i progetti presentati nel marzo 2003: verranno esposti tutti alla Triennale a partire dal 22 settembre. Fra questi, la commissione di gara ne ha selezionati tre, e infine lo scorso venerdì 2 luglio la cordata CityLife (Generali Properties, Ras, Progestim del Gruppo Fondiaria-Sai, ovvero i primi tre gruppi assicurativi italiani, e poi Lamaro Appalti e lo spagnolo Grupo Lar) si è aggiudicata l'appalto senza rilanci con un'offerta di 523 milioni di euro. Bruciando sul traguardo i concorrenti Pirelli Real Estate e Risanamento, ovvero i progetti ("Tutti di altissimo livello", tiene a precisare Roth) firmati rispettivamente da Renzo Piano e da Norman Foster. Ma come hanno convissuto i temperamenti creativi, diversissimi fra di loro, di Isozaki, Hadid e Libeskind? Non è come ingaggiare tre fuoriclasse, con il rischio che ciascuno giochi la sua partita? Daniel Libeskind, origine polacca e studio a New York, ha appena tagliato il nastro della Freedom Tower che sorgerà a Ground Zero. Celebre per il Museo ebraico di Berlino, ha frequentato lungamente Milano e l'architetto Aldo Rossi, e dice a 'L'espresso': "C'è un vento che attraversa la città di Milano, un vento che porta con sé un desiderio di cambiamento. Questo nuovo secolo non riguarda più l'uno (il singolo architetto) ma i molti; non è fatto di una voce ma di molteplici voci". Una polifonia stilistica che viene rivendicata anche da Arata Isozaki, settantatreenne allievo di Kenzo Tange, autore del Museum of Contemporary Art di Los Angeles, del Soho Guggenheim di New York, e di grandi riconversioni urbane tuttora in costruzione a Bilbao e a Shenzen, in Cina. "Trattandosi di un'area così grande, avevamo da progettare un pezzo di città e non un singolo edificio. Il fascino della città e in particolare delle metropoli è appunto la convivenza di edifici di forme e materiali diversi. Per questo abbiamo scelto la complessità urbana come strumento per fondere il lotto della Fiera con il contesto circostante, aggregando architetture molto diverse in un arcipelago di forme e di colori".
Viva la differenza! Sembra essere questo il motto e il metodo del pool di architetti. "Il progetto si è articolato su due distinti registri", spiega Pier Paolo Maggiora che insieme a Isozaki ha progettato anche il Palahockey di Torino per le Olimpiadi del 2006: "Il primo teso a focalizzare il livello della struttura, della forma e dell'organizzazione urbana: il 'basso continuo'; il secondo orientato a risolvere in termini poetici individuali le architetture puntuali di competenza di ogni singolo architetto. Nulla di più distante, quindi, da qualsiasi possibile 'esperanto architettonico'. In termini pratici, il dialogo si è sviluppato in diversi workshop a Milano, Londra, Torino e New York e nello spazio virtuale ma assolutamente reale della rete informatica".
Anche per Zaha Hadid (nata a Baghdad, unica donna vincitrice del premio Pritzker, progettista del Museo nazionale di arte contemporanea di Roma) "la vasta scala del progetto richiedeva una complessa stratificazione di pensiero, ricerca e design". Quello di Zaha è un temperamento (non soltanto artistico) imperioso e originale. Francesco Dal Co, che ha avuto il compito di coordinare gli architetti-primadonna, adopera una metafora rubata a Ernst Jünger: una città è come una barriera corallina, vive di stratificazioni immerse nella marea del tempo: "Soprattutto ho sottolineato quanto la riconversione della Fiera fosse un'occasione unica per riguadagnare il ritardo ormai venticinquennale che l'Italia ha nella realizzazione di opere importanti, cioè nella dinamica della modernizzazione". Nel grande balzo verso lo sviluppo di questa zona di Milano, gli architetti hanno sforato fuori dal recinto della vecchia Fiera: il progetto include la riqualificazione di aree pubbliche circostanti, incluso il velodromo Vigorelli. Il cantiere verrà aperto nel 2006.
di Massimiliano Fuksas
Il trasferimento di gran parte della Fiera di Milano a Rho-Pero, nella prossima periferia della città, ha avuto come logica conseguenza il cambiamento di destinazione d'uso dell'area della vecchia e celebre Fiera. I terreni dove per gran parte del secolo passato si è svolta la Fiera di Milano, oggi hanno una collocazione centrale rispetto allo sviluppo dell'intera città. Niente di più naturale che prevedere un quartiere nella stessa area dove era localizzata la fiera. I 250 mila metri quadrati a disposizione sono un piatto ghiottissimo per i developers di tutto il mondo, specialmente se la localizzazione è così appetibile
e favorevole. Intorno al tipo di sviluppo che dovrà avere nel futuro Milano i pareri sono stati molti e discordanti. Una parte della città e della cultura urbanistica pensava che Milano dovesse avere per futuro la competizione, in altezza, con le grandi capitali del mondo. Un'altra opinione era di ricostruire una logica 'orizzontale' molto più legata a quartieri e ad un habitat di qualità. Il bando che la Fondazione Fiera Milano ha lanciato aveva per oggetto la cessione dell'area dell'antica Fiera a un consorzio di finanza, promotori immobiliari e si doveva tenere grande attenzione alla qualità architettonica e individuare studi di architettura di rilevanza internazionale. Era ben chiaro che, selezionando i migliori progetti, in un secondo momento si sarebbe presa la decisione finale, aprendo la segretissima busta con il prezzo offerto dal gruppo. Degli otto iniziali sono stati accettati alla seconda fase soltanto cinque partecipanti al concorso. In un ulteriore passaggio si è costituita la short list di soli tre partecipanti. I finalisti sono stati: il Consorzio di assicurazione con capogruppo Le Generali e firmatari del progetto erano Isozaki, Hadid, Libeskind e Maggiora; il gruppo Risanamento con Foster e Gehry; e per finire il gruppo formato da Real Estate e, come progettista, Piano. Le buste economiche sono state successivamente aperte. Le Generali con Allianz e Ras hanno offerto la cifra più elevata. Gli architetti che partecipano al successo sono, come detto, Isozaki, Hadid, Libeskind e Maggiora. Per la Fiera un ottimo affare. Ma gli architetti dei tre raggruppamenti sono tutti di ottima qualità. Viva il migliore.
1 Area Garibaldi-Città della moda. Developer: Hines Italia. Progetto master plan: Cesar Pelli.
2 Nuova torre Regione Lombardia. Costruttore: da appaltare. Progetto: Pei Cobb Freed, Paolo Caputo.
3 Ampliamento Ospedale San Raffaele. Costruttore: Diodoro.
4 Biblioteca europea di informazione e cultura. Costruttore: da appaltare. Progetto: Bolles + Wilson.
5 Ex Palazzo del Ghiaccio. Costruttore: Cabassi. Da sviluppare.
6 Città dello Sport. Proprietario aree: Comune di Milano. Da sviluppare.
7 Montecity-Rogoredo. Developer: Gruppo Risanamento. Progetto: Foster & Associates, Paolo Caputo.
8 Arengario-Museo del Novecento. Costruttore: gara in corso. Progetto: Italo Rota.
9 Ampliamento Teatro alla Scala. Costruttore: Ccc. Progetto: Mario Botta.
10 Ampliamento Università Bocconi. Progetto: Grafton Architects.
11 Darsena del Naviglio. In fase di concorso.
12 Ex Sieroterapico. Costruttore: Cabassi. Progetto: Luca Cabassi.
13 Ex Ansaldo-Museo delle civiltà extraeuropee. Costruttore: da appaltare. Progetto: David Chipperfield.
14 Il Sole-24 Ore. Costruttore: Cmb, Tosoni-Metalsigma, Sadi, Maspero. Progetto: Renzo Piano.
15 Trasformazione vecchia Fiera Milano. Developer: City Life (capocordata), Lamaro, Lar Desarrollos . Progetto: Isozaki, Libeskind, Hadid, Maggiora.
16 Nuova Fiera. Costruttore: Astaldi, Vianini, Pizzarotti. Progetto: Massimiliano Fuksas.
Fu Thomas Jefferson, uno di quei padri fondatori per i quali i dirigenti politici americani trovano sempre un posticino anche nei discorsi che accompagnano o motivano (?) le loro occasioni di belligeranza, ad assumere, nel 1784, il compito di riorganizzare amministrativamente il territorio americano. Con una deliberazione varata dal Congresso il 20 maggio 1785, si addivenne alla decisione di rettangolarizzare il paese dividendolo in unità di sei miglia quadrate (candidate a costituire le townships) e procedendo a una ulteriore suddivisione e redistribuzione per favorire l'insediamento della popolazione.
Gli Stati del sud protestarono, rivendicando il diritto di rispettare già esistenti sezioni irregolari, spesso aderenti a linee o confini naturali; quelli del nord, mentre lo stesso Jefferson predicava prudenza e proponeva di non procedere con l'accetta, classificarono queste unità messe lì alla rinfusa come «indiscriminate locations». Prevalsero quelli del nord, ma ciò che più conta è che si attinse, in quella circostanza, a un esprit géométrique che radicalizzava il paradigma palladiano di figure regolari e ingessatamente proporzionali, con l'aggravante di una sovrana indifferenza per il paesaggio.
L'atteggiamento fu quello, prometeico, del geometra puro che impone modelli astratti alla nuda terra. L'atteggiamento opposto, per insistere sui plessi mitici, sarebbe stato quello di Anteo, che trae la sua forza dal contatto con Gea, la terra, e che infatti viene ucciso da Ercole solo perché questi lo tiene sollevato dal suolo: lo depotenzia perché lo smaterializza. In famiglia, l'alternativa sarebbe stata data da Epimeteo, il fratello fesso di Prometeo: se quest'ultimo è colui che impara prima e che si butta senza tanti complimenti allo sbaraglio, l'altro è famoso per il digraziato autogoal con il quale aprì il vaso di Pandora liberando tutti i mali, ma in realtà è colui che impara dopo e che riconosce i dati e i percorsi dell'esperienza. Le complicazioni, a ogni buon conto, non tardarono ad affiorare: l'Ohio sgusciava da tutte le parti, perché con la presenza del fiume omonimo a est le unità di sei miglia quadrate si troncavano in zone irregolari, e una geometria geomorfica, o fortemente legata a modelli isomorfici, faceva resuscitare quelli che i Romani chiamavano subseciva: ritagli, avanzi dei terreni rimasti fuori nella divisione delle campagne ai veterani, e comunque residui o rimasugli da risistemare e da riattribuire. Quando non furono i fiumi, a opporre resistenza furono le montagne o, più insidiosamente, la divergenza tra il nord polare e quello magnetico o le difficoltà di misurazione indotte dalla curvatura della terra. Come se non bastasse, i territori abitati da nativi americani ostili venivano, come si direbbe oggi, monitorati in modo congetturale e imponevano di prendere atto delle vicende di una storia tribale, lontana parecchie miglia dalle asettiche stilizzazioni della razionalità moderna. Ciò che si verificò fu una egemonizzazione della geografia da parte della geometria, come ricostruisce con dovizia di argomenti il lavoro di uno studioso americano (Edward S. Casey, Representing Place, Minneapolis 2002) reduce da puntigliose ricerche di filosofia dello spazio.
Come sembra fosse già accaduto per gli urbanisti di scuola pitagorica che avevano progettato le città dell'Italia meridionale, la geometrizzazione rimosse tutto ciò che ad essa recalcitrava: il rilevamento topografico rettangolare diede pienezza icastica e letterale al termine inglese survey, che corrisponde al tedesco Überblick: uno sguardo dall'alto, di chi sta sopra come il sovrano e che può escludere le asimmetrie della topografia naturale a favore delle regolarità della geometria.
Storicamente, il problema non aveva sembianze molto diverse da quelle della rappresentazione bidimensionale di un'entità tridimensionale, in uno sforzo plurisecolare che aveva visto all'opera già i Greci e che aveva trovato un momento forte nella proiezione planisferica di Gerardo Mercatore del 1569. Come sostiene oggi in Germania Peter Sloterdijk, è lì che si consuma l'ascesa delle carte a spese del mappamondo, ancora protagonista in epoca colombiana, è lì che la bidimensionalità trionfa sulla tridimensionalità, è lì che l'immagine vince sul corpo: i planisferi tendono ad eliminare il ricordo di una terza dimensione non padroneggiata dal rappresentare, puntano alla cancellazione della profondità spaziale reale. Fu un tripudio di schiacciamento e di appiattimento universalistico e astratto, nel quale il titolo di oggetto di conquista spettò solo a ciò che era riducibile a una sola dimensione e nel quale l'imperialismo assunse le fattezze della planimetria applicata, dell'arte di restituire le sfere su una superficie piana.
Malinconicamente, l'Atlante che regge sulle spalle il globo terrestre diventò col tempo un volume: un rotolo, come dice la parola, o più modestamente un insieme di fogli sovrapposti. Proliferano così le tecniche e i modi di rappresentazione, perché se da un lato non c'è una forma perfetta di proiezione planisferica che possa evitare ogni distorsione nell'impatto con la sfericità terrestre, dall'altro lato danno cattiva prova di sé anche le mappe prive di proiezione: i cosiddetti portolani, discendenti dai périploi greci, manuali di navigazione - o meglio: di circumnavigazione - che fornivano istruzioni scritte per procedere lungo la costa da un punto a quello successivo, si specializzano perciò nel mostrare la configurazione delle linee costiere, perché lì, su dimensioni ridotte, è relativamente ininfluente la convergenza dei meridiani. Tutto questo appartiene a saperi super-collaudati e anche istituzionalizzati, giacché le mappe e le carte geografiche sono quanto di meno privato si possa immaginare, se non altro per la loro immediata ricaduta strategico-militare. Per capire che cosa, di questi terreni molto arati, possa destare un nuovo interesse non meramente storiografico, occorre presentificarsi una lunga sequenza che si inaugura con la descrizione omerica dello scudo di Achille nel diciottesimo libro dell'Iliade: la terra, il mare, il sole, la luna e le stelle al centro dello scudo, attorno una città in pace e una in guerra, e infine, sul bordo esterno, quel «fiume Oceano» che i Greci ritenevano circondasse l'ecuméne, la terra abitata e conosciuta.
All'altro estremo cronologico è, per diffuso accordo, Heidegger, che già negli anni trenta del secolo scorso rileggeva la scienza moderna alla luce del potenziale di razionalizzazione in dotazione alla rappresentazione. Strabone, morto nei primi anni del primo secolo dopo Cristo, era uno che sarebbe rimasto disgustato dall'odierna campagna di discredito e di diffamazione a danno delle scienze umane e che adulava la corporazione alla quale appartengo: a suo dire la geografia, come quasi tutto il resto, è una faccenda che riguarda i filosofi. Per carità, troppo buono, vien fatto di dire che peggio del re-filosofo c'è solo il filosofo che fa il cartografo. Fatto sta, tuttavia, che, anche a voler rimanere nei confini della parrocchia occidentale (ma l'Oriente era tutt'altro che scientificamente inerte), tra Omero e Heidegger si snoda, con il Timeo di Platone a fungere da stazione di smistamento di mille suggestioni, una pletora di documenti che alludono unitariamente ad esigenze di disciplinamento descrittivo e di misurazione scientificamente inattaccabile. Come segnala Casey e come era largamente prevedibile, una costellazione specifica è quella che accoglie il giovane Edmund Burke, prima studioso del sublime, poi caposcuola del conservatorismo politico europeo, e il Kant della Critica del giudizio, impegnato appunto, lui che aveva studiato i terremoti e che aveva tenuto per tutta la vita lezioni di geografia, a riannodare anche gli irrinunciabili fili politici del sublime. Strada facendo è dato incontrare, per affinare gli strumenti interpretativi, la semiotica di Peirce e, ancor più vicino a noi, l'analisi della percezione in Merleau-Ponty e l'ermeneutica di Gadamer.
La parte del leone spetta comunque, anche per ragioni di cesura cronologica proto-moderna, alla pittura olandese del XVII secolo. Cartesio, unanimemente considerato il malfattore originario che geometrizzò il mondo radendo al suolo le peculiarità e le idiosincrasie dei luoghi specifici, scrisse le sue opere maggiori quando era in Olanda, ma non è questa l'unica traccia. Già in termini sociologicamente materiali, cartografi e pittori convergevano, quando non collaboravano direttamente: le mappe erano prodotte in formati così sontuosi, e con decorazioni così ricche, da far bella mostra di sé sulle pareti delle case di cittadini abbienti. Qualcuno dei lavori emersi da quell'officina di pensiero sfida ogni classificazione disciplinare: la mappa si confonde con il paesaggio, e un'opera come la Veduta di Delft di Vermeer segna una svolta eloquente. Vermeer va anche oltre: nell'Arte della pittura, nella quale il pittore compare «riflessivamente» di spalle mentre è al lavoro, una mappa sulla parete occupa il centro del quadro e ospita, oltre alla firma dell'autore, la parola-chiave descriptio. Ciò di cui parla l'opera è in effetti la rappresentazione dello spazio pittorico concepita sul modello della scrittura, cioè sul modello di una superficie piana - più propriamente di una tabula - sulla quale sono inserite sia immagini che parole.
Si scrive di qualcosa e su qualcosa. Vale lo stesso per le mappe, le cui superfici bidimensionali accolgono elementi tanto raffigurativi quanto verbali. Con la magia del graphein, dello scrivere, si arriva al cuore del problema. Sarebbe un errore pensare che la finalità della rappresentazione politica sia solo quella di organizzare lo spazio sistemando i tasselli nel senso della parola latina ordo. Questo schierare la realtà va bene al massimo, e non per sempre, finché la domanda è di carattere strettamente militare ed evoca uno dei significati originari di ordo, ma si impantana quando l'esigenza è quella della scrittura politica. Qui bisogna avere una progettualità più lungimirante, che consenta a chi scrive di muoversi in totale autonomia da un oggetto che, pure, deve avere i requisiti dell'esattezza matematica. Mentre noi siamo abituati a pensare alla crisi odierna della rappresentanza politica come a un deficit di inquadramento, a un fallimento delle strategie di ingabbiamento di una realtà diventata troppo complessa e sfuggente e di una soggettività fattasi troppo indisciplinata, dovremmo pensare invece a un blocco della scrittura. Si scrive infatti, anche agli esordi della logica moderna della rappresentazione, in presenza di un orizzonte, ed è quello che oggi manca all'appello. La scrittura funziona quando tutto milita a favore dell'aperto, dell'indeterminato, dell'insaturo, quando insomma la posta in gioco è l'appropriazione, materiale e immateriale, di terre sconosciute.
A noi che abbiamo censito ogni centimetro della terra, però, la sola idea di terre sconosciute provoca il sorriso, e per vederla realizzata tocca andare su Marte: il che significa che la rappresentazione politica forte, quella che riscrive il territorio, è condannata a balbettare, perché dei dati passati e presenti non sa che farsene: il suo motore è, heideggerianamente, la conquista, il suo tempo è il futuro, il suo strumento è lo sporgersi o lo spingersi avanti della proiezione. Il progettare, appunto. Noi europei, peraltro, questa schedatura ossessiva del territorio l'abbiamo messa in cantiere anche per ragioni terra terra (è il caso di dire): perché era al servizio della stabilizzazione razionale della fiscalità, senza la quale la modernità non avrebbe potuto decollare. Le tasse hanno bisogno di certezze catastali, e pare che già nell'antichità dettagliate mappe catastali a carattere regionale coesistessero con la raffigurazione di uno spazio cosmico transoceanico.
È comunque nel vero chi pensa che la semantica della terra incognita abbia avuto la funzione di un propellente insostituibile: si trattava di mettere a punto, dopo Colombo, un sistema di coordinate ideologiche che anticipasse, e poi affiancasse, l'ovvietà e la naturalità di un processo di colonizzazione e di rapina. La terra sconosciuta è quell'altrove che magari delude quanto a ricchezze materiali, ma che non può fare a meno di recare l'impronta di chi l'ha inscritta nel proprio universo. Si dice spesso che tutti gli schemi geopolitici stanno saltando per effetto del processo di globalizzazione. Sarà anche vero, ma i quadri concettuali geofilosofici sono più lenti e macchinosi e magari fanno bene a non squagliarsi sotto la pressione delle novità. Se il mondo viene concepito come immagine - ed è questo l'unico passaggio decisivo -, il soggetto che rappresenta è uno che, come un pittore, lascia la firma ed è sempre coinvolto nel dramma della rappresentazione: è interno alla sua azione teatrale. L'osservazione e l'imitazione possono lasciare il soggetto all'esterno di ciò che viene osservato e imitato, ma chi rappresenta è riportato a forza dentro quell'immagine che è il mondo stesso. In termini politici, potremmo registrare anche un serio indietreggiamento della sovranità, se i poteri sovrani hanno la pretesa di collocarsi fuori dei pezzi di realtà che controllano.
Ma non sarebbe impossibile assistere a un ripiegamento della sovranità accompagnato dal moltiplicarsi delle vie di fuga mediatiche della rappresentazione, che infatti si toglie da sempre lo sfizio di dare alla politica lezioni di umiltà e di dimostrarle che si può far politica anche per vie cosmologiche o cosmografiche. Il mondo potrebbe diventare, se non è già diventato, una superficie non solo nel senso che si sono assottigliati nessi causali e trame storiche una volta agevolmente ricostruibili, ma nel senso che la sua faccia è quella su cui si scrivono ad arbitrio i destini dell'umanità. La rinuncia alla profondità è l'ultimo stadio del sacrificio della tridimensionalità: libera le mani, scavalca le montagne, ignora i fiumi, aggira gli ostacoli, velocizza le operazioni. Molti materiali si stanno chiudendo a tenaglia per illuminare i dispositivi della rappresentazione moderna, e sono in parecchi casi materiali ben noti, ma ripescati e quasi rivitalizzati a fini diversi da quelli di una cultura umanistica classica. Si tratta comunque, sia detto questa volta con ammirazione, di una grande narrazione. Altre pur nobilissime vicende arruolate nelle fila di chi ha rifiutato la rappresentanza - istanze micro-identitarie da piccole patrie, logiche regionali, resistenze federalistiche al destino imposto dallo Stato centralizzato - rischiano di non incrociare luoghi decisivi di formazione dell'Europa, dai quali dovremmo invece ricavare gli attrezzi per una critica immanente della rappresentanza nei suoi punti più ambiziosi e aggressivi.
"Italia Nostra" da quando è nata nel 1955, sotto la presidenza del senatore a vita Zanotti Bianco, per difendere il patrimonio storico, artistico e naturale, fino ad oggi, sotto la presidenza di Desideria Pasolini dall´Onda, ha sempre svolto encomiabili battaglie contro gli scempi urbanistici e paesaggistici. Alcune le ha anche vinte ma, soprattutto, è riuscita, ben prima che nascessero i "verdi", a sensibilizzare l´opinione pubblica sui temi della difesa ambientale. Basti ricordare le pluridecennali azioni condotte da una delle sue dirigenti storiche, Teresa Foscari Foscolo, per la salvaguardia di Venezia. Ciò detto reputo che talvolta il pregiudizio ideologico conduca anche "Italia Nostra" a prendere posizioni dettate dal rifiuto contro qualsivoglia progetto innovativo. La difesa di tutto ciò che esiste, si tramuta allora in conservatorismo cieco che riesce a impedire a un buono o anche eccellente progetto di attuarsi.
La opposizione alla edificazione a Ravello di un auditorium progettato da uno dei più grandi architetti del mondo, il brasiliano Oscar Niemeyer, mi appare frutto di questa chiusura cieca che reputa non si debba più costruire nulla a prescindere da ogni criterio culturale e persino da ogni valutazione estetica. Il progetto che il creatore di Brasilia ha offerto gratuitamente all´amministrazione di Ravello e alla Regione campana, contro cui si oppongono in sede Tar sia "Italia Nostra" sia i proprietari del terreno che vorrebbero edificarci un garage, ha ricevuto l´appoggio caloroso di 150 personalità della cultura e dell´arte, da architetti e urbanisti come Fuksas, De Seta, Portoghesi, Alison, Gravagnuolo ed altri a musicisti e musicologi di grande prestigio come Vlad, Sciarrino, Gergev e ai direttori di Santa Cecilia, Cagli, della Scala, Meli, di San Pietro a Majlella, De Gregorio. E di tanti altri, da Massimo Cacciari a Remo Bodei. Persino Legambiente diretta da Ermete Realacci si è pronunciata a favore, mentre il Wwf, che inizialmente si era unito a "Italia Nostra", si è ritirato dal giudizio, convertendosi all´iniziativa. Il progetto di Niemeyer, una elegante costruzione semisferica di ridotte dimensioni (409 posti a sedere), non rappresenterebbe solo un arricchimento al profilo paesaggistico così come, a loro tempo, il Duomo o villa Rufolo, ma anche consoliderebbe la vocazione musicale di Ravello. Non riesumo in questo caso la favola metropolitana secondo cui Wagner avrebbe composto qui il Parsifal (in realtà solo la scenografia originaria del giardino incantato di Klingsor nel II atto si ispirò ai giardini di villa Rufolo che il grande musicista tedesco aveva visitato) ma al prestigioso festival wagneriano che da cinquant´anni vi si svolge e che da due anni è stato inserito in una più ampia programmazione musicale con una presenza anche di altri autori e una suddivisione tematica che spazia dalla musica da camera al film musicale.
Questo festival, cui partecipano maestri, orchestre e solisti di prestigio internazionale presenta oggi tutti i vantaggi e gli svantaggi di svolgersi all´aperto. Così da un lato se il tempo è bello gli spettatori godono anche la vista della costiera amalfitana, mentre quando piove lo spettacolo salta con perdite di centinaia di milioni per l´amministrazione pubblica (Comune e Regione) che lo sovvenziona. Questa la ragione prima - assieme alla possibilità di svolgere edizioni anche nei mesi freddi - che ha spinto la giunta Bassolino a stanziare i fondi per costruire un auditorium per il quale già sono stati ottenuti tutti i permessi e le autorizzazioni (Sovrintendenza, impatto ambientale, commissione edilizia, parere di conformità col piano urbanistico territoriale della penisola sorrentina). Ora la parola spetta al Tar: dare ascolto alle patofobie naturistiche e ai più concreti appetiti degli aspiranti garagisti oppure concedere l´ultimo decisivo placet a una iniziativa culturale di tutto rispetto?
Non per pessimismo inveterato ma per esperienza storica vorrei ricordare che negli anni Cinquanta due grandissimi architetti proposero di offrire a Venezia edifici che l´avrebbero solo arricchita: Wrigth voleva fare una piccola, splendida casa sul Canal Grande al posto di un anonimo edificio ottocentesco, mentre Le Corbusier aveva progettato un nuovo ospedale. Ma il partito di chi non voleva (e ancora oggi non vuole) spostare neppure una pietra - come se Venezia fosse stata costruita, perfetta, in un solo giorno della Storia - l´ebbe vinta anche allora. Auguriamoci che il tempo sia più propizio per l´offerta di Niemeyer.
La Lombardia? Un contesto unico al mondo per articolazione e interconnessione: un grappolo di metropoli imperniate su Milano, capaci di autonoma forza propulsiva ma anche di fare sistema. Un’imprenditoria diffusa il cui brodo di coltura vanta una tradizione plurisecolare, una pluralità di settori economici che ha finora consentito rapidi superamenti delle crisi. Ma ecco, negli ultimi decenni, la comparsa di patologie “da semplificazione”. A esserne particolarmente investito è il capoluogo regionale: mezzo milione di abitanti costretti dalla rendita immobiliare ad abbandonare la città, 900.000 auto che si riversano tutti i giorni sulla stesso cuore metropolitano, un’elevata dissipazione di energie a cominciare dalla risorsa tempo, uno squilibrio abissale fra presenze diurne e presenze notturne che di notte trasforma molte zone del centro in deserti, l’impoverirsi di un’armatura vitale come le strade commerciali, colonizzate in larga parte da banche, agenzie immobiliari e boutiques identiche a quelle che ormai si trovano in tutti gli agglomerati medi e grandi. E, fatto ancor più drammatico, dopo la scomparsa della componente operaia l’erosione del ceto medio, un tempo folta presenza distintiva della Milano in ascesa, con il profilarsi di un nuovo dualismo sociale fra ricchi e poveri che ripropone nelle strade scene sei-settecentesche.
Ma la semplificazione ha lasciato segni vistosi anche sulla trama minuta e policentrica degli hinterland metropolitani. Mentre esprime una straordinaria vitalità economica, questa trama si dimostra incapace di costruire quadri ambientali e paesaggi di qualità. A farne le spese sono luoghi un tempo segnati da una grazia diffusa, frutto della cura.
La metropoli contemporanea è stato un modo per rispondere alle crisi delle città: la coniugazione delle differenze e l’estendersi delle relazioni hanno creato un organismo più capace di promuovere la crescita economica e di evitare disastrosi regressi. Ma a fronte delle semplificazioni prodotte dai suoi sviluppi maturi, si assiste, per un verso, alla scarsa determinazione dei centri minori a conquistare caratteri e condizioni urbane e, per altro verso, all’incapacità delle stesse città a difendere e a rinnovare la propria urbanità.
Poco male dicono in molti: siamo nella post-città. La città non è più necessaria: le reti materiali e immateriali l’hanno resa inutile.
Reti, flussi e contenitori: può bastare questo a definire l’orizzonte del vivere? No: proprio quando sembra sancita l’inutilità della città, questa mostra il suo apporto specifico: prezioso quanto insostituibile. Basti pensare al tema della sicurezza che riesplode periodicamente. Il determinarsi dell’insicurezza è inversamente proporzionale al regredire di relazioni urbane. Non è la militarizzazione la soluzione, ma il perseguimento dell’urbanitas. Come? Tornando a ragionare per luoghi: perseguendo la loro complessità nelle forme, nelle presenze, nelle potenzialità relazionali, contro la tentazione a erigere recinti, che è l’altra faccia dell’utopia dell’atopia, del mito della rete a cui si va delegando il compito di tenere insieme il mondo.
Titolo originale: Suburban office parks get urban injection– Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
PLANO, Texas — Quando EDS, il gigante delle tecnologie dell’informazione, iniziò negli anni ’80 a spostare il suo quartier generale da Dallas a questo allora remoto sobborgo, gli impiegati guardavano su migliaia di ettari di incontaminata prateria texana. Longhorn e bufali brucavano nei paraggi. C’erano strade non asfaltate attorno al nuovo campus di impresa, uno dei primi a insediarsi nei 1.300 ettari dello office park dal grandioso nome di Legacy [Eredità, n.d.t.].
Nel modo classico, almeno da quarant’anni, delle le grandi imprese che si insediavano nei complessi di uffici suburbani, la EDS e i molti altri datori di lavoro che costruivano luccicanti centri direzionali qui, fornirono di tutto i propri dipendenti sotto un solo tetto: caffetterie, palestre, asili nido, sportelli bancari e altro.
Ma ora questo non basta più. Molti dei giovani professionisti di oggi, motori creativi dell’economia delle conoscenze, non vogliono sentirsi chiusi in una scatola di vetro. Preferiscono un ambiente da quartiere urbano che vive 24 ore su 24, dove si può lavorare, passeggiare, fare shopping, pranzare, vivere.
E mentre la concorrenza per accaparrarsi questi lavoratori altamente qualificati si arroventa, i complessi per uffici suburbani e i campus d’impresa stanno ripensando i propri progetti sterili, e aggiungono negozi, appartamenti, ristoranti, per creare una fetta di città nel suburbio.
Stanno comprendendo che quanto l’impresa passa di solito non regge il confronto con l’ambiente stimolante che può offrire un posto di lavoro in città come San Francisco, Boston, Chicago o New York.
Il campus EDS, per esempio, è bello ma non si poteva considerare certo “cool” fino al 1999, quando nel complesso per uffici a circa 35 chilometri da Dallas si aprì il Legacy Town Center.
Oggi ci sono strade orientate al traffico pedonale, enormi boutiques, gallerie d’arte, ristoranti, teatri, caffè, una piazza di tipo urbano, un albergo e 640 appartamenti, a cinque minuti di passeggiata dal cancello principale della EDS. Ed entro un raggio di poco più di un chilometro da altre grosse imprese come J.C. Penney, Frito-Lay, Dr Pepper/7 UP, ComCast, AT&T Wireless, la divisione information technology di PepsiCo, e il Texas Regional Heart Center.
Sessantacinque palazzine a tre piani in vendita da 200.000 a 250.000 dollari, e 220 appartamenti in affitto da 700 a 1.500 dollari al mese, sono in corso di costruzione nel town center.
Il morale dei dipendenti è una “questione di enorme importanza” per i datori di lavoro, dice Stephen Scott, manager del settore immobiliare EDS, costruttore di Legacy. “La sfida dei sobborghi è il loro essere noiosi. Questa è l’anti-noia”.
Con quasi 40.000 persone che ci lavorano, il business park di Legacy ha le dimensioni di una piccola città, e il Legacy Town Center è il suo distretto centrale. Ci si trova Starbucks, ma la maggior parte del commercio più trendy è a gestione locale, o della regione: ristoranti come Mi Cocina, Bishop Park Bistro o Jasper's; il Cru Wine Bar; Joni’s Boutique e Culinary Connection. E Robb & Stucky, studio di progettazione per interni e arredamento, ha uno showroom da 11.000 metri quadrati.
EDS, impresa di servizio globale nelle tecnologie dell’informazione fondata e per un certo periodo diretta da Ross Perot, sta dall’altra parte della strada. L’ingresso principale è visibile da Bishop Square, dove la gente fa jogging attorno a un lago, passeggia col cane o sta seduta sulle panchine del parco.
Steve Zaiser, analista finanziario alla EDS, è scattato davanti alla possibilità di trasferirsi in un appartamento di Legacy, due anni fa. Può svegliarsi alle 8 ed essere al lavoro alle 8,30. Può percorrere a piedi i cinquecento metri fino all’ufficio.
”Volevo stare vicino al lavoro, ma era anche meglio essere accanto a tutti i negozi e alla lavanderia” ci racconta Zaiser, che ha 29 anni. “E c’è un posto che fa dei grandiosi margaritas qui vicino”.
L’idea che i complessi di uffici suburbani e i campus di impresa possano essere qualcosa più che solo posti dove la gente lavora, sta cominciando a prendere piede in molte parti degli USA. La tendenza è alimentata da un’economia che si basa su professionisti qualificati e creativi: molti di questi sono giovani, singles che non vogliono avere la sensazione di stare chiusi in una Guantanamo Bay di impresa.
Vogliono essere liberi di muoversi a piacimento e mischiarsi con gente che rappresenta in genere la vita, non solo coi colleghi. Alcuni vogliono vivere vicino al lavoro, o almeno lavorare vicino a ristoranti, bar, librerie. Curano la propria salute fisica (amano camminare), sono ambientalmente consapevoli (vogliono brevi spostamenti pendolari, servizi vicini, e anche trasporti pubblici) e amanti del divertimento (vogliono bar, ristoranti, teatri). In breve, vogliono uno stile di vita urbano anche se la maggior parte dei posti di lavoro sono nei suburbi.
Tenersi al passo con questa tendenza è una priorità per i datori di lavoro suburbani. I loro luccicanti quartieri generali spesso torreggiano su svincoli autostradali e sono circondati da un mare grigio di parcheggi. Ma la pressione per assumere e tenersi dipendenti, e trarre il massimo da grosse proprietà immobiliari suburbane, sta spingendo i costruttori ad offrire risposte.
Muoversi oltre lo sprawl
Sempre più gente sceglie alternative allo sprawl suburbano, e i complessi di uffici obsoleti diventano una miniera d’oro pronta da sfruttare. Sono spazi che consentono ai costruttori di costruire ambienti urbani, dalle strade, agli uffici, ai negozi e alle abitazioni.
Proprio come è accaduto nelle città per secoli, la gente che vive o lavora in questi centri non deve prendere l’automobile per spostarsi da un edificio all’altro. Il sistema delle strade incoraggia il passeggio. Si può abitare sopra i negozi. Tutte cose che attirano una comunità stufa della congestione da traffico.
”C’è preoccupazione per la qualità della vita, per avere il meglio”, ci dice il costruttore di Dallas Art Lomenick, che ha collaborato alla progettazione del Legacy Town Center. Come managing director della Trammell Crow Co., Lomenick è impegnato in progetti simili in altri sobborghi di Dallas.
Il potenziale è enorme.
”Pensate a questi spazi come a banche di terreni per lo sviluppo del futuro” dice Peter Katz, autore di The New Urbanism, che insegna al Virginia Tech di Alexandria. “Se è ben localizzato, l’office park obsoleto di oggi può diventare il centro città di domani”.
Steve Crosby, presidente della National Association of Industrial and Office Properties, afferma che c’è ancora più interesse per i vecchi magazzini e fabbriche nei distretti urbani, che negli office parks suburbani. Ma questo gruppo di proprietari e costruttori di immobili commerciali, con base a Herndon, Virginia, ha cominciato a studiare la trasformazione degli uffici suburbani due anni fa.
”È comparso chiaro sui nostri schermi radar” si esprime Crosby.
Nella sola area metropolitana di Dallas, circa la metà di tutto lo spazio per uffici è stato costruito dall’inizio alla metà degli anni Ottanta. Questi edifici stanno diventando obsoleti, e raggiungono la fine dell’abituale ciclo di vita ventennale degli immobili commerciali, che si degradano fisicamente e nelle forme spaziali.I soffitti possono essere troppo bassi. Possono mancare i cavi per le reti ad alta capacità. Come risultato, cade il tasso di utilizzazione e cadono i valori immobiliari.
In altre città della Sun Belt, come Atlanta, Denver o Houston, c’è stato un boom negli ultimi decenni e ora ci si trova di fronte allo stesso scenario. Le aree di più antico insediamento del Nord-est e Midwest vedono una crescita di insediamenti per uffici anche più vecchi.
Un elemento di attrattività in più per i costruttori, è il fatto che le aree sono in gran parte di un solo proprietario: una cosa dura da trovare nei sobborghi vicini alle città.
Mantenere contenti i lavoratori
Queste office towns all’ultima moda piacciono a gente come Joseph Willrich, texano di 25 anni. Dopo la laurea alla Texas A&M University, ha trovato lavoro come ingegnere civile a Fort Worth e abitava in centro in un appartamento ristrutturato. Quando la sua ditta l’ha trasferito a Frisco, un sobborgo di Dallas confinante con il Legacy office park, ha immediatamente deciso di andare ad abitare negli appartamenti del centro.
”Volevo vivere vicino alle varie attività, dove ci sono buoni ristoranti, vita notturna”, dice Willrich.
Il suo tempo di spostamento è di 5 minuti. Va a piedi in lavanderia, al supermercato, al bar. E va a piedi anche a cena, nella fila di ristoranti del centro.
”È questa la bellezza del town center, posso lavorare in un’atmosfera di tipo suburbano, avere un ufficio in una comunità dormitorio, ma avere la sensazione della città”.
Comodità e risparmio di tempo stanno diventando la cosa più importante. Sempre più, lavoratori di tutte le età affermano di non volere che il lavoro metta in ombra la vita familiare e sociale.
”Il bilancio della vita di lavoro è una questione di grande importanza” dice Jennifer Schramm, direttore degli studi e previsioni per i posti di lavoro alla Society for Human Resource Management di Alexandria, Virginia, gruppo che rappresenta 180.000 persone. È una delle cinque priorità per i lavoratori delle alte tecnologie, secondo i nostri studi.
Le imprese stanno comprendendo che i dipendenti hanno bisogno di più contatti con l’esterno, che sia possibile fare commissioni nella pausa di pranzo, o impegnarsi in attività civiche.
”Bisogna offrire accesso, non fungere da ostacolo” afferma la signora Schramm.
I datori di lavoro sono anche preoccupati di mantenere bassi i costi dell’assistenza sanitaria. La mancanza di attività fisica che conduce all’obesità e altri problemi sanitari, ora sono legati alla dipendenza degli americani dall’automobile, alla mancanza di spazi suburbani pedonali.
”Le imprese stanno pensando a metodi per incoraggiare le attività quotidiane che migliorano la salute delle persone” dice Schramm. “Passiamo tanto tempo al lavoro. Se potessimo cambiare il modo e l’ambiente in cui lavoriamo, cambieremmo il modo in cui viviamo”.
Zaiser, il dipendente EDS che vive al Legacy Town Center, è contento quando sente i suoi colleghi auto-dipendenti lamentarsi dei lunghi spostamenti pendolari. “Sono tutti gelosi”.
Nota: qui il testo originale su USA Today(fb)
Nuovo capitolo della lotta contro l'inceneritore di Acerra. Due le manifestazioni per ribadire ancora una volta, l'ennesima, il rifiuto nei confronti del termovalorizzatore. La prima è il blocco dello snodo di Afragola, un'importante arteria che collega Afragola con le autostrade Napoli-Roma, Napoli-Milano e le città del Napoletano e del Vesuviano. Circa 2000 persone vi hanno partecipato, scandendo slogan «contro i potenti». La seconda è il "serpentone" umano che percorre Acerra, composto dal cartello che da tempo si batte contro l'inceneritore più gli studenti del liceo artistico e liceo polispecialistico locali. Le sigle che hanno dato vita alla protesta stanno infatti cercando di ottenere sempre più sponde, nel paese come nella regione, dato che istituzioni nazionali e locali si sono dimostrate per ora abbastanza sorde alle rivendicazioni degli abitanti di Acerra.
A innescare la nuova protesta sono stati due fatti. Il primo: le dichiarazioni del ministro dell'Ambiente Altiero Matteoli, che ha detto: «Ogni regione italiana smaltisce i rifiuti in casa propria mentre in Campania si pretende di smaltirli in altre parti d'Italia o in Germania». I costi dello smaltimento dei rifiuti in Germania sono decuplicati. La conclusione per Matteoli è evidente: «La soluzione, l'unica moderna, tecnicamente avanzata e meno inquinante è il termovalorizzatore». E considerato che ci vorranno almeno 40 anni per smaltire i rifiuti, il termovalorizzatore di Acerra deve partire al più presto. I Verdi lo accusano: «Il ministro Matteoli ha dato per scontato che l'aggiornamento della Valutazione di Impatto Ambientale darà esito positivo».
Il secondo: il rigetto dell'ordine del giorno sulla sospensione dei lavori all'inceneritore, arrivato proprio ieri sera dalla riunione del Consiglio regionale della Campania, che ha respinto a maggioranza gli odg presentati da Cdl, Verdi e Pdci. Le tre mozioni hanno raccolto soltanto i voti dei rispettivi firmatari e sono state bocciate dalla maggioranza, compatta più che mai. Delusissimo il sindaco di Acerra, Espedito Marletta, presente in aula: «Sono fintamente meravigliato, si discute per ore e poi non si approva nessun ordine del giorno: è brutto, perchè da un'assemblea elettiva sarebbe stato lecito attendersi un segnale alla comunità, specie dinanzi a un'emergenza come quella di Acerra».
In assenza di segnali, dunque, la lotta dei cittadini va avanti, con il solito metodo: congestionare il traffico autostadale, bloccare le ferrovie, cercare la soluidarietà degli studenti e far slittare l’apertura delle scuole, al grido di «Fermare la città». Se le istituzioni sono refrattarie alle continue sollecitazioni del comitato contro l'inceneritore, pare questa l'unica via praticabile. Ma c'è chi mette in guardia il movimento: «Facciamo uno sforzo per evitare che la lotta democratica approdi alla deriva populista e di ribellione che può portare soltanto danni - ha sostenuto Pietro De Laurentiis, del comitato di Acerra, - i potenti hanno una responsabilità grande, la usino finalmente per fare un passo indietro, perchè la cittadinanza è determinata a proseguire la lotta, ma noi non riusciamo a controllare l'esasperazione che serpeggia in molti».
Perchè si è giunti a questo punto, nell'analisi di Antonio Di Gennaro
Il testo che segue tocca un tema nuovo per Eddyburg, ma complementare e speculare a quello – abbastanza ampiamente trattato - del grande commercio suburbano: la privatizzazione virtuale di grandi aree pubbliche urbane centrali, attraverso le associazioni di commercianti e proprietari denominate Business Improvement District. In questo senso, almeno, si propone ai lettori di Eddyburg, anche se ovviamente l’articolo ha contenuti molto più complessi e articolati. Basta pensare ad esempio al fatto che si parte dalle consolidate e antiche riflessioni di Jane Jacobs, per poi ribaltarne per molti versi la logica: dal commercio come luogo di interazione sociale parallelo ad altri, all’impresa commerciale come “istituzione parallela”. Sono state omesse per motivi di spazio (è già piuttosto lungo) le parti della cluster analysis sulle variazioni delle attività criminali (che è lo specifico tema su cui si focalizza il saggio). Il senso e le tesi generali, comunque, dovrebbero essere piuttosto chiari, almeno in una logica di introduzione del tema, e di articolazione delle riflessioni sugli spazi del commercio contemporanei. Voglio ricordare qui solo una sottolineatura, che purtroppo il saggio limita a una frase buttata lì verso la fine: le associazioni di commercianti non hanno in alcun modo “fini” pubblici; semplicemente, alcuni effetti collaterali dei loro investimenti promozionali sul territorio possono sommarsi all’azione pubblica. Un aspetto da tener sempre presente. (fb)
Titolo originale Collecting Private Funds for Safer Public Spaces: an Empirical Examination of the Business Improvement District Concept – Estratti e traduzione di Fabrizio Bottini
Introduzione
Anche se non ne esiste una definizione standard, la maggior parte degli studiosi e dei professionisti descrivono i business improvement districts (BIDs) come meccanismi di finanziamento autoimposti, praticati dalle attività e proprietari immobiliari a scopo di intervento locale, e specificamente per il miglioramento dei servizi pubblici. Nei fatti, i managers usano lo slogan “ clean and safe” (pulito e sicuro n.d.t.) per descrivere l’oggetto centrale di interesse della maggior parte dei BIDs, e praticano un ampio raggio di servizi per aumentare sia la percezione che la realtà di pulizia e sicurezza. Questo approccio è comune, e operatori e proprietari ritengono “che per essere competitivi, ci sia bisogno degli stessi strumenti specifici di finanziamento e gestione di uno shopping center regionale, o di un complesso di uffici, o di un parco a tema”.
Pagando per servizi supplementari come disinfezione e sicurezza, i partecipanti ai BIDs urbani si aspettano di creare spazi puliti e sicuri che attirino più clienti e investitori. Nonostante la mancanza di riscontri pratici, c’è poca discussione sul fatto che i BIDs abbiano o meno un’influenza diretta e positiva sugli ambienti entro cui operano. Sono in genere visti con favore dai mezzi di informazione. In più, tipicamente i managers dei BIDs forniscono resoconti positivi dei propri casi sulle newsletters specializzate e su internet; ad ogni modo, il marketing rivolto ai consumatori è un elemento fondamentale di gestione dei BIDs e questo tipo di promozione per i managers significa semplicemente “fare il proprio mestiere”.
Se c’è sovrabbondanza di libri, opuscoli, siti web che spiegano “come fare” ai leaders comunitari interessati alla costruzione di un BID, esiste invece un vuoto in termini di letteratura che indipendentemente, sistematicamente,e obiettivamente esamini i programmi di sicurezza dei BIDs e i loro potenziali impatti. Questo studio esplora il ruolo dei BIDs come fornitori di servizi supplementari, esamina l’impatto dei servizi di sicurezza e pulizia sull’andamento delle attività criminali, e discute la sinora non provata affermazione secondo cui i BIDs “funzionano”.
Puntelli teorici
Gli interessi commerciali in tutta America iniziarono ad attivare organizzazioni BID negli anni Settanta, per migliorare l’uso pedonale nelle aree commerciali centrali. Il loro approccio nasceva da più di un secolo di teorie sociali legate agli effetti dell’ambiente urbano. Il lavoro di Robert Park e Louis Wirth racconta le conseguenze dell’urbanesimo, e fornisce la base teorica per studiosi di urbanesimo e criminologia come Jane Jacobs, Oscar Newman e George Kelling, che esaminano le correlazioni fra spazio pubblico e comportamenti umani. Il concetto di BID scaturisce da queste idee; queste idee informano il progetto dei managers di BIDs, la promozione, la difesa dei loro programmi.
La giornalista Jane Jacobs in La vita e la morte delle grandi città americane, e l’architetto Oscar Newman in Defensible Space, mettono in luce nuove e importanti prospettive riguardo al comportamento umano nell’ambiente urbano. Jacobs fa riferimento a idee precedenti per distinguere fra spazi urbani. Sostiene che quando la cittadinanza che è “naturale proprietaria della strada” è attratta negli spazi pubblici si incrementa “il numero di occhi attivi sulla strada”. Mette in pratica le norme sociali e regola i comportamenti umani negli spazi pubblici. In modo simile, Newman suggerisce che il disegno fisico dell’ambiente possa aumentare il controllo sociale e fare da deterrente a comportamenti devianti. Insieme, Jacobs e Newman promuovono due credenze simili e comunemente accettate. Che sono: la supervisione degli spazi pubblici scoraggia l’attività criminale, e il progetto fisico degli spazi pubblici influenza l’attività criminale. Infine, i professori di diritto penale James Q. Wilson e George R. Kelling scrivono nel 1982 un saggio fondativo, intitolato “Finestre rotte”. In breve, la teoria delle “finestre rotte” suggerisce che con l’incremento dei comportamenti incivili fisici e sociali, si attenua il controllo sociale informale, e aumenta la paura. Con l’aumento della paura, si incrementa la possibilità di invasione criminale; lo stesso produce il disordine, che pure conduce all’aumento di crimini gravi. In definitiva, tutte queste teorie sostengono che l’ordine sulla strada è un bene pubblico, mantenuto attraverso una serie di procedure standard che vanno dalla progettazione degli spazi, alla pulizia, alla visibilità di persone in uniforme.
Contesto di studio
Philadelphia, nel Commonwealth di Pennsylvania, è la quinta più grande città del paese. Nonostante sia collocata nel cuore del corridoio più densamente popolato d’America, continua a subire un costante declino demografico. Secondo l’Ufficio Censimento, la popolazione di Philadelphia superava il milione nel 1900. Continuò a crescere, e al 1950 superò i due milioni. Anche se molti urbanisti prevedevano un futuro dove il numero dei residenti avrebbe continuato ad aumentare, le loro proiezioni non si realizzarono mai. Come mostra la Tabella 1, il numero di abitanti entro il confine urbano iniziò a scendere fra il 1950 e il 1960. Contemporaneamente, il numero di residenti al di fuori dei limiti continuava a crescere. La ricerca urbana di oggi ci spiega che l’esodo di imprese e famiglie verso le zone suburbane è il risultato cumulativo di una varietà di politiche federali e di altri interventi. Verso il 1950 apparvero gli shopping malls suburbani, e contribuirono all’esodo sia delle attività commerciali del centro, sia della middle class bianca, verso la periferia. Gli spostamenti demografici ed economici erano molto vivaci, e i gruppi d’affari del centro risposero con sforzi di ristrutturazione urbanistica come il noto Pittsburgh Renaissance.
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Questa tendenza porta con sé alcune ramificazioni per Philadelphia, come la diminuzione netta della domanda di terreni e un incremento nelle quote di spazio commerciale e residenziale inutilizzato, che hanno impatti profondi sulle attività locali. Per esempio, le attività commerciali della città lottano per sopravvivere, come evidenziato da un aumento delle vendite del solo 1,2% dal 1974 al 1980, mentre le contee circostanti sperimentano una enorme crescita economica con vendite aumentate del 90% nello stesso periodo. Oggi, molti sindaci negli USA mirano a contrastare il declino attraverso investimenti strategici per trasformare le proprie municipalità in destination cities, ovvero costruendo centri congressi, complessi per l’intrattenimento, strutture per l’accoglienza. In più, questi sindaci spesso sostengono la creazione di BIDs per ripristinare il vantaggio competitivo del centro città.
Come in molte città, la percezione e la realtà del crimine sono ostacoli significativi alla rivitalizzazione economica di Philadelphia. In una recente analisi condotta sugli operatori commerciali, il crimine era immediatamente dopo le tasse negli aspetti più preoccupanti del trattare affari in città. Le aree commerciali più vecchie all’interno delle municipalità e della relativa zona fiscale, trovano difficile competere con la controparte suburbana. Per diventare più concorrenziali, molti operatori e proprietari immobiliari si uniscono, a formare organizzazioni pubblico-private con una struttura centrale di gestione. I BIDs (conosciuti anche come Special Service Ditricts) sono un concetto di sviluppo economico piuttosto noto a Philadelphia, dove se ne sono formati nove in meno di nove anni, e molti sono attualmente in fase di studio.
BIDs a Philadelphia
Questo studio esamina nove BIDs entro la municipalità di Philadelphia. Da ovest verso est lungo la Market Street – la principale arteria ovest-est della città – coprono questa parte i BIDs di Mercy Health-West Philadelphia, University City, Center City, Old City.
Tranne il South Street Headhouse District, appena a sud di Market Street, non ci sono BIDs nella parte meridionale o sud-est della città. Anche la porzione nordorientale superiore è senza un’organizzazione di tipo BID. In più, i BIDs di Frankford e Germantown sono isolati: uno nella parte nordorientale inferiore e l’altro a nord-ovest; i distretti di Manayunk e City Avenue stanno lungo la fascia periferica; insieme iniziano a coprire la parte occidentale del margine urbano.
Come mostra la Tabella 2, i BIDs di Philadelphia variano considerevolmente in quanto al periodo dall’istituzione, bilancio, e dimensioni. Per esempio il Center City District (CCD), il primo BID della città, ha iniziato ad agire nel 1991, mentre l’organizzazione che fa capo al Mercy Health-West ha lanciato il suo programma nel 1999. In più, riguardo alle dimensioni, il BIDS di Philadelphia variano da soli tredici e ben duecentocinquanta isolati. Infine, i bilanci annuali variavano da 89.000 dollari a 8.700.000 dollari nel 1999.
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Fondamenti
I BIDs nelle grandi città spesso forniscono una varietà di servizi specificamente orientati alla diminuzione delle attività criminali, e Philadelphia non fa eccezione. Nonostante esistano parecchi metodi di verifica dell’efficacia, tali da consentire uno studio sull’effetto dei BID (tasso di occupazione, rilevazioni sulla clientela, volume delle vendite, calcolo degli accessi pedonali ecc.), questo lavoro esamina le attività criminali perché ognuno dei nove BIDs della città cita la deterrenza al crimine come uno degli obiettivi importanti dell’iniziativa.
Servizi di sicurezza e di pulizia privati
Alcuni dei managers dei BIDs di Philadelphia basano le proprie azioni sulle già menzionate teorie “ clean and safe”, offrendo servizi di sicurezza e pulizia. Il primo aumenta le attività di sorveglianza formale, mentre il secondo non solo comporta la rimozione dei segni di trascuratezza, ma aumenta anche la sorveglianza informale. Per esempio, i BIDs cercano di migliorare la sorveglianza formalizzata degli spazi pubblici attivando ronde di sicurezza e coordinando gli sforzi con la polizia locale. Tipicamente, i BIDs che utilizzano personale di sicurezza in uniforme, lo istruiscono ad osservare e riferire attività criminali sospette. I BIDs assegnano il proprio personale a zone determinate, dette “ beats”, e lo forniscono di strumentazione radio o telefonica che consenta di comunicare con la polizia. In questo modo le squadre di sicurezza non armate – sia a piedi che in bicicletta – sono supplementari al lavoro di tutela dell’ordine cittadino. I responsabili dichiarano che questa co-produzione di sicurezza riduce il tempo di risposta della polizia, e scoraggia efficacemente il crimine. In più, alcuni BIDs hanno attivato geographic information systems per localizzare l’attività criminale, o ospitano sottostazioni di polizia locale negli edifici di gestione del BID, effettuano interventi congiunti fra personale di polizia e sicurezza privata BID, e partecipazione del personale BID alle riunioni periodiche della polizia. È convinzione diffusa che queste attività addizionali di prevenzione del crimine spesso superino gli sforzi fatti da altri distretti commerciali, dando a commercianti e proprietari all’interno del BID un vantaggio competitivo.
Contro le conseguenze materiali del disordine sociale, la gestione dei BIDs sostiene massicce campagne di riparazione di strade e marciapiedi, o pulizia dei graffiti. Per esempio, gli spazzini all’interno dei BIDs rimuovono bottiglie di bibite e cartocci di dolciumi vuoti dai marciapiedi, togliendo così i segni di abbandono che richiamano il crimine. Si coordina anche la rimozione dei graffiti e quella degli altri segni di degrado rimorchiando via auto abbandonate, sigillando edifici inutilizzati. Detto semplicemente, l’insieme dei servizi BID manda il messaggio che qualcuno si occupa della zona. In più, è possibile che il personale di pulizia in uniforme del BID partecipi indirettamente alla deterrrenza anticrimine. Contribuendo alla supervisione collettiva degli spazi pubblici, la loro presenza spinge i potenziali aggressori a valutare con maggiore attenzione le opportunità di reato, diminuendo i rischi. In aggiunta, alcuni BIDs formano e istruiscono il personale delle pulizie a riferire di comportamenti illegali alla sicurezza privata o alla polizia locale. Nonostante la loro funzione principale sia quella di rimuovere i rifiuti dalle strade, essi fungono anche da guardiani dello spazio pubblico.
Quadro generale e questioni della ricerca
Essenzialmente, questo studio si confronta con due questioni distinte. Primo, le organizzazioni BID, attraverso i loro servizi, hanno effetti sulle attività criminali? In altre parole, i BIDs fanno diminuire i crimini? Per porre questa questione, faremo un semplice confronto fra i crimini che hanno luogo in zone commerciali con una struttura BID (aree BID) e i crimini in zone commerciali prive di strutture di tipo BID (aree non-BID). Dopo una breve rassegna delle tendenze, porremo domande aggiuntive. Per esempio: se i BIDs fanno diminuire il crimine, quali servizi BID hanno effetti sulle attività criminali?
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I BIDs fanno diminuire i crimini?
Per vedere se i servizi BID hanno effetti sulle attività criminali, compariamo quattro anni di avvenimenti criminosi dentro le aree BID a quelli di aree non-BID. La percentuale dei crimini contro la proprietà riportata per le aree BID è scesa a un tasso del 5% dal 1998 al 2001. Parallelamente, le aree non-BID hanno pure visto un decremento dei crimini, ma il tasso è solo del 2,3%.
Dunque, i crimini contro la proprietà nelle aree BID sono diminuiti ad un ritmo più che doppio di quello delle corrispondenti non-BID. Ora, con qualche prova che le strutture BID hanno qualche tipo di effetto deterrente sulle attività criminali, proviamo una analisi più rigorosa. Dato che i BID si concentrano sul “ clean and safe”, è logico proseguire con una analisi delle relazioni fra i servizi offerti e il crimine. Questo approccio pone le seguenti questioni: quali servizi BID hanno effetti sulle attività criminose? I servizi di pulizia fanno diminuire i crimini? I servizi di sicurezza fanno diminuire i crimini?
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Raccomandazioni
Il BID è un nuovo soggetto operante per rivitalizzare gli spazi pubblici urbani e fissare standards più elevati per le zone commerciali di tutto il pianeta. Dunque, è importante riconoscere che chi partecipa a un BID fa qualcosa di più che lanciare lo slogan “ clean and safe”: lo vive. Per esempio, in media i BIDs di Philadelphia destinano due terzi del proprio bilancio operativo annuale alla fornitura di servizi di sicurezza e pulizia. In concreto, i BIDs di Philadelphia hanno speso nel 1999 più di ottomila dollari a isolato, per complementare i servizi di pulizia e sicurezza pubblici. Di sicuro, non è stato invano.
Nascono sempre nuove strutture di tipo BID; dunque è indispensabile non solo sviluppare modelli più sofisticati di valutazione degli impatti dei loro servizi, ma anche analizzare il loro contributo alla vita pubblica. Modelli di questo tipo si aggiungerebbero a quello descritto qui [e non riportato in questa versione n.d.t.] sia fornendo variabili omesse, sia inserendo fattori esogeni (per esempio i cambiamenti nell’occupazione, tendenze economiche ecc.) nel tentare di attribuire gli effetti desiderati (per esempio una riduzione nei crimini) agli interventi (per esempio l’uso di personale di sicurezza e pulizia). In più, i managers dei BIDs e le loro strutture di appartenenza dovrebbero prendere in considerazione l’uso di metodi di analisi unificati, come quello spazio-temporale per analizzare gli andamenti del crimine come descritti qui, per monitorare in modo continuativo l’efficacia delle proprie organizzazioni e delle decisioni operative.
In secondo luogo, le controversie associate alla istituzione di BIDs meritano una indagine. I BIDs pagano servizi supplementari di pulizia e sicurezza entro confini territoriali chiaramente definiti, e questo solleva preoccupazioni sull’iniquità determinata nella fornitura di servizi pubblici. Basandosi su un’analisi della letteratura disponibile, è probabile che i BIDs si formino nelle aree a maggior reddito, e che i partecipanti abbiano migliori servizi non solo perché sarebbero disponibili a pagarli, ma perché possono pagarli. I sostenitori dei BIDs respingono questa idea, dichiarando che a parte gli accordi base per i servizi con le pubbliche amministrazioni, una volta che operatori e proprietari cominciano a pagarsi i servizi supplementari, i governi locali diminuiscono il servizio pubblico nelle zone BID. In più, si argomenta che se i BIDs consentono la diminuzione nel tempo dei servizi pubblici nelle proprie zone, le municipalità possono ricollocare i servizi inutilizzati verso le aree più povere. Per contro, i critici dei BIDs affermano che chi vi partecipa è troppo organizzato e ambizioso per consentire una diminuzione dei servizi municipali. Con i mezzi per potersi permettere i servizi di buoni avvocati, continuano i critici, i BIDs riescono a ricevere più servizi municipali delle altre aree commerciali.
Formatisi a volte come risposta al livello inadeguato dei servizi di sicurezza e pulizia, i BIDs mettono in luce l’incapacità dei governi municipali di rispondere adeguatamente alle domande della cittadinanza. In città come New York, Los Angeles, Toronto, Vancouver, Cape Town e Johannesburg, molte, se non tutte, le grosse aree commerciali hanno organizzazioni BID: cosa accadrà alle aree più piccole nei quartieri a reddito modesto o basso, dove i commercianti semplicemente non sono in grado di pagarsi servizi aggiuntivi? Il commercio con più mezzi economici si rilocalizzerà in ambienti più puliti, sicuri, attraenti? Cosa si lascerà dietro, come effetto, la fuga di alcune attività? Se si trasferisce il commercio, lo faranno anche i residenti?
Infine, funzionari pubblici, professionisti e studiosi dovrebbero considerare l’operatività di molti BIDs in una singola municipalità. Nelle città dove i BIDs proliferano, si manifestano aree interstiziali, vuoti fra le zone BID. Per esempio, in circa quindici minuti un turista che fa shopping a Philadelphia e si dirige a nord lungo la Second Street passerà attraverso il South Street Headouse District, per entrare in una zona commerciale non gestita da alcun BID, e poi passeggiare verso lo Old City District. Queste aree interstiziali, come quelle attraversate dal turista, si formano perché le municipalità raramente coordinano le autorizzazioni per un BID. Sono zone problematiche? Per esempio, le attività criminali traboccano verso queste aree di confine? Se si, le amministrazioni locali dovrebbero offrire servizi addizionali alle zone interstiziali, nello sforzo per riallineare la griglia di partenza? Dovrebbero, le amministrazioni, richiedere alle strutture BID di coordinare i propri confini di competenza? E dovrebbero, le organizzazioni BID, contabilizzare i propri impatti negativi sui quartieri confinanti?
Conclusioni
Le questioni riportate sopra vanno oltre gli scopi di questo scritto, e restano valide linee per future ricerche sui BIDs. Concludendo, i BIDs non sono servizi di portineria, o sicurezza. Sono organizzazioni pensate per rendere più competitive le zone commerciali, e la maggior parte del managers BID partono dalla pulizia e dalla sicurezza, perché sono i principali ostacoli alla competitività.
Quando le attività e i proprietari sostengono i BIDs, la loro disponibilità a spendere non dimostra un solido spirito civico. Detto semplicemente, rappresenta un investimento di lungo termine nei propri affari e nelle proprie proprietà. Motivazioni a parte, essi hanno risorse – finanziarie e umane – che utilizzano per migliorare l’ambiente pedonale urbano. Dunque funzionari pubblici, urbanisti e studiosi di cose urbane, dovrebbero considerare attentamente il BID, come importante variabile in qualunque equazione formulata per rivitalizzare le zone commerciali.
Nota: la versione originale e integrale del testo, è reperibile - oltre che sulla rivista – anche al sito dedicato ai BIDs, o insieme ad altri materiali nell’ambito del corso di urbanistica di Lorlene Hoyt al MIT.
Per chi segue le vicende della conflittualità diffusa fra popolazioni locali, più o meno organizzate, e grandi operatori commerciali, il testo che segue riveste certo un notevole interesse, configurandosi come una specie di “manuale”, che nella breve rassegna di casi proposti percorre un ampio spettro di temi e situazioni. L’altro elemento di interesse è la focalizzazione su un solo tipo di insediamento, quello big-box, ben distinto dalla tipologia del centro commerciale, di cui rappresenta addirittura una involuzione e spesso un temibile concorrente. In definitiva un testo utile soprattutto per l’incrocio fra le ragioni e gli strumenti della società civile, quelle dell’amministrazione ai vari livelli, e non ultima quella degli operatori, almeno quando si comportano secondo le regole. Peccato che questo accada molto di rado. (fb)
Constance E. Beaumont, Leslie Tucker, “L’espansione dei big-box: come controllarla”, Municipal Lawyer, marzo-aprile 2002 (traduzione di Fabrizio Bottini)
”La gente adora quello che c’è dentro ai superstores. Ma odia quello che ci sta fuori”. Con queste parole Edward T. McMahon, esperto nazionale di smart growth, riassume il rapporto di amore-odio degli americani per i big-box.
È impossibile negare la popolarità di Wal-Mart, Target, Home Depot, Lowe’s o dei loro molti imitatori. Come sottolinea la stessa Wal-Mart “Tutti i consumatori apprezzano un buon servizio, prezzi bassi, e una vasta scelta”. I 200 miliardi di dollari di vendite nel 2001, e il ruolo di Wal-Mart di leader mondiale nel settore, parlano da soli. La cosa si conferma con la rapida crescita di imprese come Home Depot, Target e Lowe’s, le cui vendite hanno raggiunto rispettivamente i 45, 29 e 18 miliardi di dollari nel 2000. Ma nonostante questo, centinaia di organizzazioni di base in tutto il paese stanno lottando con le unghie e coi denti per tenere questi mastodonti commerciali fuori dalle loro comunità. “È proprio il peggio del suburbio, il meglio che possiamo aspettarci?” si chiede un volantino distribuito dai cittadini di New Orleans, che contestano un proposto punto vendita Wal-Mart di ventimila metri quadri nel distretto storico di Lower Garden. “Non stiamo guadagnando un negozio, ma perdendo una comunità”, si lamenta un gruppo di Decorah, Iowa, in un annuncio a pagamento su USA Today. Gli oppositori a un progettato Home Depot di Mountain Valley, California, hanno aperto un proprio ufficio, stipato di cartelli, letteratura specializzata, e petizioni, per combattere il negozio gigante. “Non compro da Sprawl-Mart” recita un adesivo a Greenfield, Massachusetts. Un gruppo che si chiama Main Street Defense Fund ha citato in giudizio la municipalità di Northfield, Minnesota, per aver approvato un punto vendita Target all’esterno del centro abitato.
Cosa c’è, dietro a queste battaglie? Secondo molti, i negozi big-box implicano costi indiretti, che non compaiono nei cartellini dei prezzi dei prodotti in vendita: traffico congestionato; scomparsa di alberi, spazi aperti, terreni agricoli; fallimento di piccole imprese commerciali; sostituzione di posti di lavoro in grado di mantenere una famiglia, con altri a stipendi ridotti, che non lo consentono; inquinamento dell’acqua e dell’aria; centri città in decadenza con edifici vuoti; centri commerciali tradizionali pure abbandonati; un senso comunitario ridimensionato; e sprawl. La lista dei problemi legati ai big-box è lunga. Che uno li ami o no, questi big-box, è indiscutibile che i loro effetti siano significativi, e di lungo periodo. Gli amministratori locali devono ai loro elettori almeno la valutazione di questi effetti, e l’acquisizione degli strumenti disponibili per attenuarli, prima di approvare l’insediamento di un punto vendita big-box. Tali strumenti comprendono le valutazioni di impatto, standard di progetto, moratoria urbanistica, limiti alla dimensione dei negozi, accordi interamministrativi, e l’abolizione dei sussidi per chi favorisce lo sprawl commerciale.
Valutazioni di Impatto
L’idea che sta dietro al concetto di “valutazione di impatto” è semplice: le comunità devono poter capire quali saranno gli effetti dei grandi progetti commerciali sulle loro città, ed attenuare quando possibile i potenziali danni. Se da un lato le valutazioni di impatto ambientale sono ormai uno standard per i grandi progetti, sono meno comuni gli studi sull’impatto economico, nonostante i grossi insediamenti commerciali possano devastare la vitalità economica di un centro città o di una arteria commerciale. Arthur Frommer, noto per aver lanciato la diffusa collana di guide turistiche, ha osservato a questo proposito:
”La distruzione delle zone centrali delle città americane è avvenuta in tutto il paese, come risultato diretto della realizzazione di mastodontici negozi del tipo Wal-Mart. Oltre a degradare le zone esterne, essi hanno spinto al fallimento tutte le principali categorie di commercio tradizionale”.
Per comprendere come una valutazione di impatto economico può aiutare a proteggere il carattere di una comunità, vediamo l’esperienza di Lake Placid, New York. Quando Wal-Mart propose di costruire un negozio di 8.000 metri quadri, circondato da quattro ettari di asfalto in una zona di tutela paesistica, sui margini di questa cittadina turistica, i residenti reagirono. Tra le altre cose, temevano che l’espansione dell’insediamento big-box tipicamente innescata da Wal-Mart potesse rendere Lake Placid meno attraente per il turismo, elemento portante dell’economia locale. “La gente viene in questa valle per rigenerarsi, per allontanarsi dalle pressioni della vita urbana”, spiega un residente. “Con quelle architetture da commercio autostradale, i semafori, le migliaia di alberi strappati per un parcheggio più grande da solo di tutti quelli del centro messi insieme, Wal-Mart sfregia il panorama della Whiteface Mountain. Il volume d’affari necessario a sostenere un negozio di questa mole minaccia tutta Lake Placid, e i villaggi vicini”.
I progetti di trasformazione urbanistica di Lake Placid sono di competenza dell’amministrazione municipale di North Elba, il cui regolamento di zoning recita: “deve essere evitato qualunque impatto indebito sulle risorse naturali, fisiche, sociali ed economiche del Villaggio o Cittadina”. In questo caso, l’ufficio urbanistica respinge il progetto di superstore perché il suo impatto economico negativo minacciava di danneggiare i caratteri comunitari di Lake Placid. Lo studio di impatto economico condotto sul progetto di Wal-Mart raccontava che ci sarebbero voluti fino a quattordici anni per sostituire le attività e riempire gli spazi lasciati cronicamente vuoti a causa della realizzazione del superstore: “questi vuoti cronici ... si tradurrebbero quasi inevitabilmente in meno turisti a visitare la zona, il che a sua volta provocherebbe una diminuzione generale delle vendite, che avrebbe come risultato una spirale discendente riguardo alle caratteristiche e condizioni psicologiche, visive, economiche del centro città ... Questi potenziali impatti avrebbero significativi e non attenuabili effetti negativi sulle caratteristiche e la cultura della comunità, con numerosi vuoti commerciali sul fronte strada, e una perdita di “massa critica” dell’area centrale”.
Wal-Mart citò in giudizio l’ufficio urbanistica per aver negato l’autorizzazione a costruire, ma nel febbraio 1998 il tribunale confermò la validità della delibera. Altre amministrazioni hanno respinto negozi big-box, o posto condizioni per approvarli a seguito dei risultati dello studio di impatto. In Vermont, per esempio, l’ufficio ambiente statale ha negato a un costruttore il permesso per un superstore fuori St.Albans, dopo che uno studio di impatto aveva valutato come i 10.000 metri quadrati di negozio sarebbero costati al contribuente locale 3 dollari per ogni dollaro di beneficio pubblico. La catena commerciale fece appello alla Corte Suprema di stato del Vermont, ma nel 1996 la Corte confermò la decisione dell’ufficio ambiente. Nella sentenza si osservava: “La capacità di un’amministrazione locale di sostenere i servizi pubblici dipende dalla sua base fiscale, ovvero l’accertato valore delle proprietà sottoposte alle tasse. Considerato che l’impatto di un nuovo insediamento sulle attività commerciali esistenti influenza in modo negativo i valori delle proprietà, tale impatto danneggia la pubblica salute, sicurezza e benessere”.
A Bozeman, Montana, ora viene richiesto uno studio di impatto economico, di traffico, e ambientale, per ogni nuovo punto vendita con superficie superiore ai 5.000 metri quadrati. Quando un operatore di big-box richiese di ampliare il negozio esistente, da 12.000 a 20.000 metri quadri, la municipalità commissionò un’analisi di impatto economico. Lo studio raccomandò di chiedere al commerciante il sostegno economico a un servizio di trasporto pubblico navetta dal superstore al centro città, e di contribuire a una campagna promozionale che interessasse sia il superstore che gli altri negozi.
Standard di progetto
Un’altro motivo dell’opposizione dei cittadini ai negozi big-box è il loro aspetto: indescrivibili, enormi, cacciati chissà dove al centro di un mare di asfalto, senza finestre, senza la forma di un tetto, senza nessun tentativo di rispettare le caratteristiche architettoniche di un luogo. Migliaia di amministrazioni hanno approvato standards progettuali per migliorare l’aspetto degli insediamenti commerciali. Cathedral City, California; Evanston, Wyoming; Cape Cod, Massachusetts, sono solo alcune delle molte città che hanno usato questi regolamenti per migliorare le caratteristiche dei big-box.
Gli standards di progetto, a Evanston nascono da una serie di udienze pubbliche condotte durante una moratoria temporanea sui negozi big-box, dopo che un operatore aveva annunciato il progetto di lasciare un edificio esistente, e realizzarne un altro più grande. La città respinse la richiesta del commerciante in base ad una articolo di ordinanza che limitava la dimensione dei negozi a 3.000 metri quadrati, e successivamente adottò rigidi standards di progetto per garantire che il nuovo negozio, e con lui tutti i futuri big-boxes, fosse compatibile con le caratteristiche dell’architettura tradizionale della città. Queste regole chiedono che tutti i punti vendita con superficie superiore ai 2.500 metri quadrati utilizzino “mattoni rossi, o mattoni finti, arenaria grigia, pietra locale, pietra lavorata o legno almeno sul 30 per cento della facciata principale (il calcestruzzo è vietato sulle facciate); si utilizzino per le facciate toni naturali anziché colori sgargianti; si interrompano le facciate monotone degli edifici con marcapiano e dettagli architettonici”.
A Cape Cod, i negozi con una superficie coperta di oltre 5.000 metri quadri devono essere progettati con, o comunque schermati da vegetazione, per evitare un impatto negativo sull’ambiente circostante; la costruzione lungo il filo stradale è vietata, i parcheggi devono quando possibile essere collocati di fianco o sul retro degli edifici. Gli “insediamenti di impatto regionale” – progetti che superano i 10.000 metri quadri sono soggetti ad una attenzione particolare e devono dimostrare alla Cape Cod Commission che i benefici sono superiori ai danni. Secondo nuove regole in corso di approvazione a breve termine, la dimensione dei negozi sarà limitata ad un massimo di 1.500 metri quadri, a meno che siano collocati in “zone a crescita incentivata”, o siano totalmente schermati.
Degrado da big-box, Saturazione commerciale, Limiti alla dimensione dei negozi
Molte comunità condividono l’opinione di Cape Cod, secondo cui lo sprawl commerciale è “inefficiente e insostenibile”. Come spiega il piano regionale dell’area di Cape Cod, “L’eccesso di esercizi commerciali sia a livello locale che nazionale indica che un generale sovradimensionamento non si aggiunge all’insieme dell’economia della regione. Finisce per danneggiare le attività più piccole, di proprietà locale, generando degrado quando gli edifici commerciali esistenti vengono lasciati vuoti per cessazione dell’attività”. Negli Stati Uniti al 1980 c’erano 0,5 metri quadrati di spazio commerciale pro capite; oggi la cifra è salita a 2 metri quadrati.
Costruttori e catene di distribuzione hanno saturato oltre il limite i suburbi, generando disservizio nelle città”, afferma Burt Flickinger III, direttore generale della Reach Marketing di Westport, Connecticut. Nonostante Wal-Mart abbia lasciato vuoti 426 dei propri negozi, la compagnia prevede di realizzare 4,6 milioni di nuovi metri quadrati commerciali entro l’anno.
I commercianti chiudono i negozi più vecchi e piccoli, e ne aprono di nuovi sempre più grandi, sempre più lontano nella campagna. Così nascono termini come “tombe del commercio” o “zone grigie”, per descrivere il crescente problema dei superstores abbandonati. Gli amministratori locali sono preoccupati che questi spazi possano fare da culla a criminalità e vandalismo, deprimere il valore delle proprietà confinanti, e caricare le municipalità di costi finanziari e legali. Snellville, Georgia, ha tre negozi big-box che se ne stanno lì vuoti. A Bardstown, Kentucky, un vecchio Wal-Mart costruito proprio sull’altro lato della strada di fronte al My Old Kentucky Home, un parco statale e un’importante attrazione turistica, è rimasto vuoto per quasi dieci anni. A Hagerstown, Maryland, un big-box di prodotti per l’edilizia si è trasferito in una nuova struttura, ma ha lasciato vuota la vecchia dall’altra parte della strada negli ultimi cinque anni. Con un’azione preventiva contro il potenziale degrado da big-box, la Buckingham Township, Pennsylvania, ha approvato un’ordinanza che richiede ai costruttori di depositare determinate somme in un conto cauzionale, a coprire i costi di demolizione nel caso in cui i superstores edificati possano un giorno rimanere vuoti. A Peachtree City, Georgia, si richiede che i contratti fra proprietari degli immobili e gestori dell’impresa commerciale specifichino che quest’ultimo non può lasciare libero l’edificio, e che il proprietario non può affittare a un altro inquilino. Secondo un accordo siglato a Evanston, Wyoming, nel 2001, un operatore big-box deve aiutare l’amministrazione a reperire un altro occupante per l’edificio che dovesse abbandonare, per evitare che esso resti semplicemente inutilizzato.
Le limitazioni alla grandezza dei negozi offrono un metodo sempre più diffuso per prevenire un eccesso di costruzioni, che spesso sommerge le comunità di spazi commerciali molto più ampi di quanto possano effettivamente assorbire. Da Walpole, New Hampshire, dove i negozi devono stare sotto la soglia dei 5.000 metri quadri, a Coconino County, Arizona, dove sono limitati a 7.000 metri quadri, città in tutto il paese hanno adottato limiti alla dimensione dei big-box. Un altro approccio promettente è quello di limitare la superficie coperta dei nuovi negozi. Gaithersburg, Maryland, con una sua ordinanza consente negozi più grandi, ma limita la superficie coperta a 8.000 metri quadrati. Questa politica ha prodotto parecchi edifici big-box su due piani. Egualmente, si possono trovare strutture commerciali big-box multipiano a New York City, Chicago, Seattle, Pasadena e altre città.
Accordi interamministrativi
Una delle sfide principali per le comunità, si profila quando gli operatori big-box mettono le amministrazioni locali l’una contro l’altra. Molte città temono che imponendo qualunque condizione all’insediamento di superstores, i negozi semplicemente si sposteranno nella circoscrizione confinante, dove non ce ne sono. Il vicino si prende tutti i benefici fiscali del commercio e delle tasse sugli immobili, e loro si prendono il traffico. La legge statale può aiutare le città ad evitare di essere pedine in una guerra interamministrativa di offerte.
Applicando la politica statale dell’Oregon, Hood River (una piccola città del Columbia River Gorge in Oregon) ha sottoscritto un Urban Management Agreement con la Contea di Hood River, che richiede alla contea di adottare regolamenti simili a quelli della città. L’ordinanza cittadina sui big-box comprende piantumazioni di alberi per interrompere l’aspetto da “mare di asfalto” dei parcheggi, e un divieto per negozi con una superficie coperta di oltre 5.000 metri quadrati. Come avviene anche altrove in Oregon, la città proibisce ampliamenti delle reti fognarie al di fuori dei limiti definiti di crescita urbana, tranne nei casi in cui esiste un pericolo di ordine sanitario. Ad evitare uno sviluppo leap-frog (a salto di rana, ovvero casuale e su aree inedificate), Hood River intende consentire l’urbanizzazione solo in terreni contigui alla città.
Moratoria urbanistica
Un certo numero di municipalità hanno messo in pratica una moratoria temporanea sulle costruzioni, per dare agli uffici locali il tempo di sviluppare nuove regole di progettazione, localizzazione, dimensione per i negozi big-box. Un esempio è Fort Collins, Colorado, che nel 1994 ha adottato una moratoria di sei mesi su tutti i negozi superiori a 8.000 metri quadrati. Preoccupati che questa pratica potesse avere “irreversibili impatti negativi” sulla città, gli amministratori di Fort Collins, hanno attivato una speciale task-force composta di costruttori, cittadini, urbanisti e altri, con lo scopo di studiare linee guida di progetto per i superstores. Le linee che alla fine sono state effettivamente adottate:
Abolizione dei sussidi per chi favorisce lo sprawl dei negozi big-box
Kenneth Stone, economista alla Iowa State University, che ha studiato per anni il fenomeno dei superstores, è esterrefatto dal numero di amministrazioni locali che ha materialmente sostenuto operazioni di questo tipo. In uno studio del 2001 si chiede: “È giusto dare denaro dei contribuenti a grandi corporations, che lo useranno per mettere fuori gioco i piccoli operatori esistenti?”, riferendosi al “gioco a somma zero” praticato da amministrazioni cittadine che distribuiscono incentivi finanziari ai negozi big-box. “È un vicolo cieco per i commercianti locali, nessuno parla a loro favore”. Nell’ambito della sua politica di smart growth, il Maryland ha deciso che non ha più senso obbligare i contribuenti a sovvenzionare un’edificazione dispendiosa e inefficiente, e dunque lo Stato non sosterrà più la realizzazione di nuove strade o reti idriche o fognarie sparpagliate nello sprawl, “in mezzo al nulla”; invece i finanziamenti statali verranno diretti verso “Priority Funding Areas”, ovvero insediamenti esistenti e zone in cui la nuova crescita è pianificata dall’ente locale.
Una questione di “classe”
Ci si lamenta spesso di come gli operatori dei big-box tentino di mettere una classe sociale contro l’altra, nei loro sforzi per far approvare i progetti più discussi e discutibili, e con argomenti che suonano più o meno così: è “elitario” opporsi ai negozi big-box, che sono di grande beneficio per le fasce a basso reddito, a cui vengono offerti beni di alta qualità ad un prezzo minimo. Questo argomento suonerebbe meno vuoto se questi commercianti non avessero, di fatto, tagliato completamente fuori i centri tradizionali, dove vivono moltissimi cittadini a basso reddito. L’argomento sarebbe forse più credibile se i negozi big-box fossero più propensi a localizzarsi in posti accessibili dai mezzi di trasporto che si possono permettere i ceti a basso reddito. Al momento, la maggior parte dei superstores sono lontani dalle città, completamente inaccessibili a chiunque sia troppo povero, troppo giovane, o troppo vecchio per guidare un’auto.
Ad ogni modo, non sempre si verifica questa situazione. Bisogna fare credito alla volontà di Target di riusare un grande magazzino vuoto disponibile, nella zona centrale di Pasadena, California. Ciò dimostra che gli operatori di questo tipo di negozi possono fare profitti anche collocandosi in siti accessibili per clienti a piedi, in autobus o in automobile. E a Rutland, in Vermont, Wal-Mart ha suscitato le lodi dei conservazionisti decidendo di riciclare un negozio più piccolo del normale (un ex magazzino Kmart di 7.500 metri quadri in centro) invece di asfaltare una fattoria e metterci sopra un negozio extraurbano che avrebbe danneggiato l’economia del centro città.
Scelte che salvano le città
Possiamo avere negozi a prezzi bassi e con un aspetto community-friendly? Naturalmente si può. Le comunità hanno i mezzi per farlo. Possono seguire politiche che aumentino la loro capacità negoziale per il tipo di sviluppo che desiderano, oppure adottare un atteggiamento “mi va bene qualunque cosa”, ed essere alla mercé di chiunque arrivi. Anche le catene di distribuzione hanno diverse possibilità di scelta. Possono insistere con il loro big-box sprawl sempre uguale a sé stesso ovunque si costruisca, o possono rispettare i desideri specifici delle comunità, di conservare le vedute panoramiche, i luoghi storici, e i centri città che la gente ama.
Nota: questo articolo del Municipal Lawyer è reso disponibile online sul sito di una associazione di amministrazioni locali, la League of Wisconsin Municipalities, che offre anche altra documentazione sui vari temi tipici della smart growth , in particolare dal punto di vista di Comuni e Contee. (fb)
“La Giungla sulle piastrelle. Cinquant’anni fa nasceva il centro commerciale. L’America non sarebbe stata più la stessa”, The New Yorker, 15 marzo 2004 [estratti e traduzione di Fabrizio Bottini]
Victor Gruen era piccolo, risoluto, irrefrenabile, una testa di capelli arruffati, sopracciglia come cespugli bisognosi di potatura. Secondo un profilo stilato da Fortune (la gente adorava stilare profili di Victor Gruen) era “un conversatore torrenziale con occhi brillanti come mica e una mente veloce come mercurio”. In studio, era famoso per tener occupate a tempo pieno due o tre segretarie, muovendosi da una all’altra, dettando senza pause nel suo marcato accento viennese. Era cresciuto nell’ambiente della buona Vienna ebraica anteguerra, e aveva studiato all’Accademia di Belle Arti: la stessa scuola che, qualche anno prima, aveva respinto un artista alle prime armi di nome Adolf Hitler. La sera, Gruen si esibiva in spettacoli di cabaret satirico, nei caffè pieni di fumo. Emigrò nel 1938, la stessa settimana di Freud, con uno dei suoi amici del cabaret travestito da truppa d’assalto nazista a guidare l’auto con lui e sua moglie fino all’aeroporto. Presero il primo aereo disponibile, verso Zurigo, arrivarono fino in Inghilterra, e poi salirono sulla Statendam verso New York, sbarcando, come Gruen ricorderà più tardi, “con una laurea in Architettura, otto dollari, e niente Inglese”. Durante il viaggio, un Americano gli aveva detto di mirare in alto: “non tentare di lavare piatti o fare il cameriere, ne abbiamo milioni, di quelli”. Ma Gruen non aveva bisogno di quel consiglio. Insieme a qualche altro emigrato tedesco formò il Refugee Artists Group. La moglie di George S. Kaufman era la loro principale ammiratrice. Richard Rodgers e Al Jolson fornirono soldi. Irving Berlin li aiutò a fare musica. Gruen prese un treno per Princeton, e tornò con una lettera di raccomandazione di Albert Einstein. Per l’estate del 1939 il gruppo era Broadway, con undici serate al Music Box. Poi, come ci racconta Jeffrey Hartwick in Mall Maker, la sua nuova biografia di Gruen, un giorno lui uscì per una passeggiata in centro e incappò in un vecchio amico dei tempi di Vienna, Ludwig Lederer, che voleva aprire una boutique di articoli in pelle sulla Fifth Avenue. Victor accettò di progettarlo, e il risultato fu una facciata di negozio rivoluzionaria, con una piccola galleria all’ingresso, più o meno di quattro metri per cinque: sei squisite scatole di vetro, faretti, marmo finto, vetro verde ondulato sul soffitto. Era una “trappola per clienti”. Si trattava di una nuova idea nella progettazione commerciale americana, in particolare sulla Fifth Avenue, dove tutte le facciate dei negozi in una logica da commercio stradale traboccavano sul marciapiede. I critici andarono in estasi. Gruen progettò Ciro sulla Fifth Avenue, Steckler su Broadway, Paris Decorator sul Bronx Concourse, e undici filiali della catena californiana di abbigliamento Grayson’s. Nei primi anni Cinquanta, ideò un centro commerciale aperto chiamato Northland, fuori Detroit, per J.L. Hudson. Copriva una superficie di circa settanta ettari, e un parcheggio con quasi diecimila posti auto. Questo avveniva quando erano trascorsi poco più di dieci anni dallo sbarco dalla nave, e guardando le ruspe che iniziavano a smuovere il terreno Gruen si voltò verso il suo socio e disse: “Mio dio, se ne abbiamo di faccia tosta”.
Ma la creazione più famosa di Gruen è il suo progetto successivo, a Edina, appena fuori Minneapolis. Cominciò a lavorarci quasi esattamente cinquant’anni fa. Si chiamava Southdale. Costò venti milioni di dollari, conteneva settantadue negozi e due grandi magazzini a fungere da “anchor”, Donaldson’s e Dayton’s. Fino ad allora, la maggior parte dei centri commerciali erano stati ciò che gli architetti amano chiamare “estroversi”, a significare che vetrine e ingressi si affacciavano sia sul parcheggio che sui percorsi pedonali interni. Southdale era introverso: pareti esterne cieche, e tutta l’attività focalizzata all’interno. I centri commerciali suburbani erano sempre stati all’aperto, con i negozi collegati da passaggi esterni. Gruen concepì l’idea di mettere l’intero complesso sotto un tetto, con aria condizionata per l’estate e riscaldata per l’inverno. Quasi tutti i principali centri commerciali erano stati realizzati su un solo livello, il che comportava lunghe e faticose camminate. Gruen mise i negozi su due livelli, collegati da ascensori e accessibili da un parcheggio a due livelli. Al centro, sistemò una specie di piazza urbana, un “cortile a giardino” sotto un lucernario, con una vasca dei pesci, enormi sculture a forma di alberi, una voliera di sei metri piena di uccelli colorati, balconate con cascate di verde, e un caffè. Il risultato, come scrive Hardwick, fece scalpore:
“All’inaugurazione del centro commerciale di Minneapolis arrivarono tutti i giornalisti delle principali testate del paese. Life, Fortune, Time, Women’s Wear Daily, New York Times, Business Week e Newsweek, tutti dedicarono spazio all’avvenimento. Stampa nazionale e locale, consumarono superlativi tentando di cogliere l’atmosfera di Southdale. “Il più spumeggiante centro degli Stati Uniti”, decantava Life. Il patinato settimanale lodava l’inconsueta combinazione di “una vasca di pesci rossi, uccelli, arte, e cinque ettari di negozi tutti ... sotto un unico tetto del Minnesota”. Un “Parco sotto una cupola con parcheggio”, salutava Time. Un giornalista dichiarò che da un giorno all’altro Southdale era diventato parte integrante della American Way of Life”.
Il centro commerciale di Southdale esiste ancora. Sta sulla Statale 494, a sud del centro di Minneapolis e a ovest dell’aeroporto: una grossa scatola di cemento in un mare di parcheggi. Le catene “anchor” ora sono J.P. Penney e Marshall Field’s; c’è un negozio Ann Taylor, un Sunglass Hut e un Foot Locker, e qualunque altro marchio dei negozi che potete vedere nei centri commerciali. Non sembra un edificio storico, il che è precisamente il motivo per cui lo è. Cinquant’anni fa, Victor Gruen ha progettato un complesso commerciale perfettamente chiuso, “introverso”, con molti ingressi, con due catene “anchor”, un cortile-giardino sotto una cupola trasparente. Gruen non ha disegnato un edificio, ma un archetipo. Per un decennio ha tenuto conferenze sul tema, e ci ha scritto libri, e incontrato un costruttore dopo l’altro sventolando eccitato le mani, e nell’ultimo mezzo secolo quell’archetipo è stato riprodotto così fedelmente e in così tante migliaia di occasioni che oggi, virtualmente, qualunque americano suburbano fa la spesa o passeggia in un facsimile di Southdale almeno una volta o due al mese. Victor Gruen può essere considerato il più autorevole architetto del ventesimo secolo. Ha inventato il centro commerciale.
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Urbanistica e regole erano di grande importanza, per Gruen. Dopotutto, era un socialista, e un viennese. Alla metà del XIX secolo, Vienna aveva demolito le mura e altre fortificazioni che l’avevano cinta dai tempi medioevali, e negli spazi aperti ricavati aveva costruito la Ringstrasse: un’aggiunta meticolosamente articolata alla vecchia città. C’erano case ad appartamenti, piazze pubbliche, edifici governativi, gallerie commerciali, ciascuno realizzato in quello che si riteneva fosse lo stile storicamente appropriato: La Rathhaus in alto Gotico; il Burgtheatre in primo Barocco; l’Università puro Rinascimento, e il parlamento classico Greco. Era tutto parte della risposta viennese ufficiale alle sollevazioni popolari del 1848: se l’Austria doveva rimodellarsi come democrazia liberale, Vienna doveva essere rifatta fisicamente secondo linee democratiche. Il Parlamento ora si affacciava direttamente sulla strada. Le mura che separavano l’élite di Vienna dalla plebaglia dei sobborghi erano demolite. E, più importante di tutto, una strada ad anello, o Ringstrasse – un grande viale – era realizzato attorno alla città, con ampi marciapiedi e vaste prospettive urbane, dove i viennesi di tutte le estrazioni potevano mescolarsi liberamente nel loro passeggio della domenica pomeriggio. Per i riformatori viennesi dell’epoca, la qualità della vita civica era funzione della qualità dell’ambiente fisico. Gruen pensò quel principio applicato con identica chiarezza ai suburbi americani.
Non molto dopo la realizzazione di Southdale, Gruen pronunciò il discorso inaugurale alla cerimonia di premiazione del Progressive Architecture a New Orleans, e colse l’occasione per fustigare i sobborghi americani, le cui strade, disse, erano “vie dell’orrore”, “fiancheggiate dalla peggiore raccolta di volgarità – cartelloni pubblicitari, motel, stazioni di servizio, baracche, parcheggi, vari impianti industriali, chioschi di salsicce, negozi per clienti di passaggio – mai messa insieme a memoria d’uomo”. I suburbi erano il caos, e l’unica soluzione al caos era la pianificazione. Quando Gruen stese il primo piano per Southdale, collocò il centro commerciale nel cuore di un lindo quartiere di duecento ettari, che comprendeva case ad appartamenti, case unifamiliari, scuole, un centro medico, un parco e un laghetto. Southdale non era un’alternativa suburbana al centro di Minneapolis. Era il centro di Minneapolis come sarebbe stato se si fosse ripartiti daccapo correggendo tutti gli sbagli che erano stati fatti la prima volta. “Non c’è niente di suburbano a Southdale, tranne la localizzazione”, spiegò Architectural Record recensendo la nuova creazione di Gruen. Si trattava di
“un creativo distillato di quanto rende magnetico il centro città: varietà, individualità, luci, colore, anche la folla: perché la scala a misura di pedone di Southdale assicura attività e trambusto. Aggiunta a quest’essenza dei centri città esistenti, tutta una serie di cose che dovrebbero starci se i centri non fossero tanto rumorosi e sporchi e caotici: caffè sui marciapiedi, arte, aiuole verdi, una pavimentazione gradevole. Altri centri commerciali, anche gradevoli, sembrano provinciali in confronto al modello originale: il centro città. Ma a Minneapolis è la città ad apparire mediocre e provinciale se confrontata col carattere metropolitano di Southdale”.
Una persona che non sembrava abbagliata da Southdale, era Frank Lloyd Wright. “Cos’è: una stazione di treni o di autobus?”, chiese quando venne a farci un giro. “C’è un giardino centrale che ha tutti i difetti della strada di villaggio e niente del suo fascino”. Ma nessuno ascoltò più di tanto Frank Lloyd Wright. Quando si trattava di centri commerciali, era l’idea di Victor Gruen, a contare.
Il grande schema per Southdale non fu mai portato a termine. Non ci furono parchi, né scuole, né case ad appartamenti: solo quella grossa scatola in un mare di parcheggi. Né, con pochissime eccezioni, nessun altro si mise a progettare i centri commerciali come cuore di un lindo, denso, quartiere multifunzionale. Gruen aveva ragione riguardo agli effetti trasformanti del centro commerciale sul commercio. Ma nell’idea di poter replicare la lezione della Ringstrasse nei suburbi americani, aveva torto, e il motivo sta nell’improvviso cambiamento nella costruzione dei centri commerciali, a metà anni Cinquanta.
All’epoca di Southdale, i grandi centri commerciali erano una proposta difficile. Uno dei primi centri del dopoguerra fu Shopper’s World, a Framington, Massachusetts, progettato da un antico socio d’affari di Gruen ai tempi dei negozi sulla Fifth Avenue. Shopper’s World era una struttura aperta, su trentacinque ettari, con quarantaquattro negozi, seimila posti auto, e un grande magazzino Jordan Marsh di ventitremila metri quadrati: a due anni dall’apertura, nel 1951, il costruttore era in bancarotta. Un grande centro commerciale, semplicemente, costava troppi soldi, e ci voleva troppo tempo al costruttore per farli rendere. Gruen pensava al centro come cuore di un nuovo centro città accuratamente pianificato, perché credeva fosse l’unico modo in cui si potesse mai realizzare: pianificavi perché dovevi farlo. Poi, a metà anni Cinquanta, accadde qualcosa che ribaltò del tutto le tristi economie dei centri commerciali: il Congresso votò una radicale trasformazione delle regole fiscali riguardanti l’ammortamento.
Secondo la legge fiscale, se costruisci un edificio commerciale, o compri un macchinario per la tua fabbrica, o fai qualunque acquisto per i tuoi affari, si ritiene che quell’investimento si deteriori e perda qualche parte del proprio valore per usura e danneggiamento ogni anno. Come conseguenza, a un’impresa è consentito accantonare parte del proprio reddito, esentasse, per pagare il costo finale o rimpiazzare questi investimenti. Ai fini fiscali, a metà anni Cinquanta la vita utile di un edificio era calcolata in quarant’anni, e dunque un proprietario poteva dedurre un quarantesimo del valore del suo edificio dal suo reddito, ogni anno. Un nuovo centro commerciale da quaranta milioni di dollari, quindi, dava una detrazione da ammortamento di un milione di dollari. Quello che fece il Congresso nel 1954, nel tentativo di stimolare gli investimenti nell’industria, fu di “accelerare” il processo di deprezzamento per le nuove costruzioni. Ora, usando questa e altre scappatoie, un costruttore di centri commerciali poteva recuperare il costo del proprio investimento in una frazione del tempo necessario. Come sostiene lo storico Thomas Hanchett in un innovativo saggio sulla American Historical Review, il risultato fu una “cuccagna” per i costruttori. Nei primissimi anni successivi alla costruzione del centro, le deduzioni da ammortamento erano così grosse che il centro commerciale era – almeno sulla carta – in perdita. Il che portò con sé enormi benefici fiscali. Per esempio, in un articolo di prima pagina del 1961 sugli effetti dei cambiamenti nell’ammortamento, il Wall Street Journal descriveva il sistema finanziario di un investitore nel campo dei centri commerciali di nome Kratter Corp. Il ricavo dalle operazioni immobiliari del 1960 era di $ 9.997.043. Dedotte le spese operative e gli interessi calcolati in $ 4.836.671, si arrivava a un guadagno netto di 5,16 milioni di dollari. Poi veniva l’ammortamento, che arrivava a 6,9 milioni, e dunque il buon profitto della Kratter si era magicamente trasformato in una “perdita” di 1,76 milioni di dollari. Immaginiamo che voi foste uno dei cinque azionisti di Kratter. La politica dell’impresa era di distribuire quasi tutto il guadagno pre-ammortamento delle sue operazioni agli azionisti, e quindi la vostra quota di guadagno sarebbe stata circa di un milione di dollari. Normalmente, ne avreste pagato una bella fetta in tasse. Ma quel milione di dollari non era guadagno. Quel milione di dollari era “return on capital”, ed era esentasse.
Improvvisamente, era possibile fare molti più soldi investendo in cose come i centri commerciali che comprando azioni, e così il denaro si riversò nelle imprese di investimenti immobiliari. I prezzi salirono vertiginosamente. Gli investitori realizzavano edifici, cavandoci fuori quanto più denaro possibile con l’uso del deprezzamento accelerato, poi rivendendoli quattro o cinque anni dopo, e poi ancora realizzando edifici più grossi, perché più costoso l’edificio, più alta la somma dell’ammortamento.
In queste circostanze, a chi mai interessava se il centro commerciale avesse senso economico per i commercianti? I centri e gli insediamenti commerciali lineari divennero quello che gli urbanisti chiamano “catalizzatori”a significare che i costruttori non li realizzavano come servizi per comunità suburbane esistenti; si costruiva nelle frange urbane, oltre gli insediamenti residenziali, dove il terreno eera più economico. Hanchett segnala, infatti, che in molti casi la crescita del centro commerciale non sembra seguire alcuna logica demografica. Cortland, New York, per esempio, praticamente non cresce affatto fra il 1950 e il 1970. Ma in quei due decenni Cortland guadagna sei nuove piazze commerciali, compreso quello “chiuso” di Cortlandville Mall, 37.000 metri quadrati. Nello stesso arco di vent’anni l’area di Scranton perde settantatremila persone mentre guadagna trentun centri, dei quali tre “introversi”. Nel 1953, prima che fosse operativo l’ammortamento accelerato, negli Stati Uniti fu realizzato un solo grande centro commerciale regionale. Tre anni dopo l’approvazione della legge, il numero era salito a venticinque. Nel 1953, la costruzione di centri commerciali di tutti i tipi ammontava a un totale di 550.000 metri quadrati. Nel 1956, quella cifra si era incrementata del cinquecento per cento. Questa è anche l’epoca dei ristoranti fast-food, e Howard Johnson, Holiday Inn, dei vari negozi a basso prezzo che cominciavano a moltiplicarsi su e giù per le strade e viali dei sobborghi americani, e mentre crescevano questi insediamenti, altri se ne aggiungevano a dividersi il crescente traffico di clienti. I centri commerciali portavano altri centri commerciali, e i centri commerciali alle grandi catene dei solitari del commercio, come Wal-Mart e Target, e poi i “power centers” di tre o quattro commercianti “big-box”, come Circuit City, Staples, Barnes & Noble. Victor Gruen intendeva Southdale come una compatta e autosufficiente città. Oggi, a quindici minuti di “strada degli orrori”, c’è il Mall of America, il più grosso del paese, con cinquecentoventi negozi, cinquanta ristoranti, dodicimila spazi parcheggio, e ci si può facilmente immaginare che un giorno anche questo, possa lasciare posto a qualcosa di più nuovo e più grosso.
Una volta, a metà anni cinquanta, Victor Gruen si incontrò con un collaboratore della rubrica Talk of the Town, del New Yorker, per esporre il suo pensiero su come salvare la città di New York. L’intervista ebbe luogo nell’elegante ufficio di Gruen sulla Dodicesima West, in un vecchio edificio Stanford White, e ci si può immaginare il reporter estasiato, mentre Gruen si sporgeva in avanti con le sue sopracciglia ispide. Primo, disse Gruen, Manhattan deve liberarsi di magazzini e industrie leggere. Poi, tutto il traffico di superficie a Midtown (taxi, autobus, camion) deve essere convogliato in tunnel sotterranei. Chiedeva di mettere super-autostrade sul perimetro dell’isola, punteggiate da garages parcheggio su due piani. L’intrico di case popolari e residenze e condomini di Manhattan doveva essere rimpiazzato da semplici file di torri residenziali da centocinquanta piani, sistemate lungo nastri a giardino, parchi, percorsi pedonali, teatri e caffè.
Il Signor G. abbassò le sopraciglia e ci guardò di traverso: “Siete preoccupati per quei tunnel, è vero?” chiese. “Vi chiedete se c’è spazio per farceli stare, in quella giungla sotterranea di tubi e cavi. Non avete mai pensato a quanto sia assurdo seppellire sotto tonnellate di solido materiale da pavimentazione, quello che è destinato a andare il tilt, ogni tanto?” Saltò dalla sedia, e iniziò a manovrare un immaginario martello pneumatico sul levigato pavimento dello studio. “Rat-a-tat-tat!” esclamò. “Giorno e notte! Tira su le strade! Poi asfaltale! Poi strappale su ancora!”. Buttando da parte l’immaginario martello pneumatico, si gettò di nuovo sulla sedia. “Nella mia New York del futuro, tutti i tubi e i cavi saranno attaccati nella parte superiore di quei tunnel, sopra una passerella, accessibili agli operatori e verniciati in colori brillanti, per deliziare l’occhio anziché spaventarlo”.
L’America dell’immediato dopoguerra era un posto intellettualmente incerto, e c’era qualcosa di inebriante nella sofisticatezza e fiducia di Gruen. Fu questo a portarlo dal porto di New York, con otto dollari in tasca, a Bradway, alla Fifth Avenue, e alle vette di Northland e Southdale. Era un intellettuale Europeo, un emigrante, e nell’immaginario popolare l’emigrante europeo rappresentava immaginazione, il dono di vedere qualcosa di grandioso nella banalità della vita americana del dopoguerra. Quando l’Europeo visionario era posto di fronte a uno squallido e congestionato panorama urbano, non stava a cincischiare o dubitare: radeva al suolo i depositi, mandava sottoterra le strade, stendeva un eccitante piano per mettere a posto le cose. “Il mezzo principale di spostamento sarà camminare”, disse Gruen della sua re-immaginata metropoli. “Non c’è niente come camminare, per la tranquillità d’animo”. A Northland, diceva, migliaia di persone andavano, anche quando i negozi erano chiusi, solo per passeggiare attorno. Era proprio come la domenica sulla Ringstrasse. Con i centri commerciali, la Vecchia Europa era arrivata nei sobborghi di Detroit.
Quello che Gruen aveva, tra l’altro, era una incrollabile fede nella “piazza del mercato” americana. “I centri commerciali ci insegnano” disse una volta “che è il mercante che salverà la nostra civiltà urbana. Pianificazione non è una parola sporca per loro. Buona pianificazione significa buoni affari”. Continuava: “Qualche volta l’interesse personale ha notevoli conseguenze spirituali”. Gruen aveva bisogno di crederci, come molti altri intellettuali Europei dell’epoca, soprannominati da Daniel Horowitz “celebratory émigrés”. Erano fuggiti da un luogo di ansia e caos, e cercavano nella cultura del consumo americana un baluardo contro la pazzia di oltreoceano. Volevano trovare nel trambusto della piazza del mercato qualcosa di grande come la Vienna che avevano perduto: il posto dove l’inconscio era meticolosamente sezionato dal Dottor Freud sulla Bergstrasse, dove si costruivano altari alla civiltà europea – il Gotico, il Barocco, il Rinascimento, l’antica Grecia – sulla Ringstrasse. Per gli Americani, niente era più lusinghiero. Chi non voleva credere che il fatto di radere al suolo depositi e mettere sottoterra le strade non avesse conseguenze spirituali? Ma, alla fine, era troppo bello per essere vero. Questo non era per niente il modo in cui funzionava l’America.
Qualche mese fa Alfred Taubman [protagonista della parte di articolo tagliata, n.d.T.] ha tenuto un discorso ad una associazione di operatori immobiliari a Detroit, sulle prospettive per il centro città, e una delle cose di cui ha parlato è la Northland di Victor Gruen. Era, semplicemente, troppo grande, ha detto. Hudson’s, il grande magazzino “anchor”, all’epoca aveva già un negozio madre in centro a Detroit. Dunque perché mai Gruen aveva progettato un satellite di cinquantacinquemila metri quadrati a venti minuti di macchina? I satelliti davano il loro meglio su una superficie da quindici a ventimila metri quadri. Ad oltre cinquantamila erano grandi a sufficienza per contenere qualunque varietà di merce disponibile nel negozio madre, il che significava che nessuno avrebbe avuto più alcun interesse ad andarci. Victor Gruen diceva che la lezione di Northland diceva come i mercanti avrebbero salvato la civiltà urbana. Non valutava che, per il suo cliente, avrebbe avuto molto più senso salvare la civiltà a quindicimila, anziché a cinquantamila, metri quadri. La lezione dell’America è che anche la più grandiosa visione può essere deviata dal più banale dei dettagli, come la dimensione dell’esercizio commerciale o il fatto che il Congresso fissi l’indennità di ammortamento a quaranta o vent’anni.
Quando, ormai avanti negli anni, Gruen arrivò a capire tutto questo, per lui fu una profonda delusione. Rivisitò uno dei suoi centri commerciali, vide tutte le costruzioni che gli spuntavano attorno, a si dichiarò in preda a un “serio choc emotivo”. I centri commerciali, disse, erano stati sfigurati dalla “bruttezza e disagio del devastante mare di parcheggi che occupava il suolo” attorno ad essi. I costruttori erano interessati solo al profitto. “Mi rifiuto di pagare gli alimenti per questi quartieri bastardi”, disse in un discorso a Londra nel 1978. Se ne andò dal suo paese adottivo. Si era comprato una casa in campagna appena fuori Vienna, e ci andò ad abitare. Ma cosa trovò, una volta arrivato? Appena a sud della vecchia Vienna, era stato appena costruito un centro commerciale, nelle sue angosciate parole “un’enorme macchina da spesa”. Stava facendo fallire gli amati negozianti viennesi. Stava stritolando la vita della sua città. Gruen era devastato: aveva inventato il centro commerciale per fare l’America più simile a Vienna; aveva finito per fare Vienna più simile all’America.
Chi volesse leggere l'articolo integrale e in originale, può ovviamente farlo al sito del New Yorker online (fb)
La scheda critica del libro "Mall Maker" molto citato in questo articolo (e da cui l'autore ha probabilmente cavato moltissime informazioni) è disponibile a piè di pagina in questo link di Amazon books (fb)
Non basta che l’opposizione condanni le violenze poliziesche a Venaus. Se veramente vuole riaprire un dialogo serio con le popolazioni e i sindaci che le guidano è necessario fare un passo indietro vero, uscendo dallo schema in cui fino ad ora la discussione è stata incanalata: da una parte del tavolo i portatori degli interessi generali, cioè i sostenitori della Tav, e dall’altra una popolazione che guarda solo ai propri interessi corporativi. Proseguire su questa strada porta solo allo scontro e alla esasperazione degli animi. Le motivazioni di chi vuole l’opera sono note: servirà al benessere del paese e ci aiuterà a proteggere l’ambiente perché trasferirà su treno persone emerci. Non tutto è limpido nello schieramento di chi vuole la Tav. In esso convivono sostenitori convinti e disinteressati della grande opera ferroviaria, ma anche tanti che sono attirati solo dai grandi affari. Con i primi si può e si deve discutere, con i secondi no. Il monito di isolare i violenti - quelli che Berlusconi e Lunardi non vedono l’ora di vedere in azione - che spesso viene rivolto ai pacifici abitanti della val di Susa deve più propriamente essere esteso ai sostenitori disinteressati dell’opera, affinché isolino speculatori emestatori presenti in gran numero fra le loro file. Se veramente si vuole riaprire un dialogo, bisogna in primo luogo che i sostenitori della Tav riconoscano a chi si oppone la volontà di trasferire le merci sul treno, anche se con un altro progetto, cioè con interventi di potenziamento dell’attuale linea ferroviaria. Entrambe le proposte rispondono agli interessi generali del paese, e nessuno vuole isolare l’Italia dall’Europa.
Fatta questa premessa di metodo, sono molte le ragioni a sostegno della proposta dei sindaci e dei loro cittadini della val di Susa. In primo luogo quella dei tempi. Non ha francamente molto senso sostenere che effetto serra e polmoni dei cittadini rendono urgente trasferire sui treni il trasporto delle merci e delle persone e poi pensare di realizzare quest’ambizioso e necessario obiettivo con un’opera che, se tutto va bene, toglierà dalla strada il primo chilogrammo di merci fra quindici anni. Molto meglio potenziare la linea esistente che in pochi anni può togliere dalla strada molti camion e numerose macchine. Inoltre, investire sulla linea esistente è molto meno costoso. Essendo tutti i costi a carico della collettività, non c’è dubbio che quanto alla fine si spende per la Tav o per il potenziamento dell’attuale linea è una cartina di tornasole molto attendibile di quale delle due opere fa meglio gli interessi generali del paese. Le cifre sono note. Il progetto dell’alta velocità, con i relativi tunnel, costerà alla collettività dai 15 ai 18 miliardi di euro, mentre aprire il corridoio 5, attraverso il potenziamento della linea attuale, può al massimo costare uno duemiliardi di euro.
Perché, ci si chiederà, se costa meno e richiede tempi assai più brevi per essere realizzato si scarta questo progetto? In realtà, non potendo smentire queste considerazioni e questi numeri, per sostenere la Tav e i sospirati tunnel si dice che il potenziamento della linea esistente non sarà in grado di soddisfare la costante crescita della domanda di trasporto di merci e passeggeri che, proprio grazie all’apertura del corridoio 5 si realizzerà. Molto spesso questa obiezione è avanzata da persone che quasi sempre hanno sbagliato conti e previsioni, come ad esempio nel caso del tunnel sotto la Manica, fallito già due volte permancanza di traffico. La sensazione è che spesso si sparano numeri e si fanno previsioni funzionali solo all ‘approvazione del progetto e naturalmente ad intascare i relativi enormi profitti che la sua realizzazione porterà. Tanto nessuno pagherà dopo quindici anni per le previsioni sbagliate o per il denaro pubblico gettato per realizzare un’opera inutile. La proposta del potenziamento della linea attuale è motivata anche da un’analisi dell’attuale e del prevedibile volume di traffici. In buona sostanza ciò che emerge è che l’offerta di trasporto merci che la Tav realizzerà è sovradimensionata rispetto a una domanda che dal 2000 è in calo costante. Si prevede infatti che con la realizzazione dell’alta capacità si potrà trasportare su rotaia fino a 40 milioni di tonnellate all’anno. Più o meno su quella linea ogni quattro minuti dovrebbe circolare un treno merci ad una velocità di 120 kmall’ora.
Attualmente circolano dal Frejus appena 7 milioni di tonnellate all’anno - erano dieci nel ‘97 - e gli scambi tra Francia e Italia sono da tempo consolidati. Il potenziamento della linea esistente, in pochi anni e non fra quindici, avrà una capacità di trasporto fino a ventimilioni di tonnellate, cioè un obiettivo che se realizzato trasferirà moltissimo dalla gomma alla rotaia.
Le motivazioni ambientali per cui si rifiuta l’opera sono note: la possibilità che gli scavi per realizzare i tunnel liberino nell’aria uranio e amianto è molto consistente e quindi non c’è compensazione possibile che giustifichi la decisione di voler correre questo pericolo. Moratoria e smilitarizzazione della valle sono le premesse per riaprire un confronto. La decisione sul che fare e quale delle due opere realizzare la si prenderà solo dopo un ampio confronto sui progetti nel quale vanno coinvolte anche le istituzioni europee. Un confronto che per iniziare ha bisogno di un ripristino delle libertà in val di Susa, ritirando le forze dell’ordine.
Titolo originale: Regional thinking is the way of the future – traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Tutti parlano di cooperazione regionale. Ma quando si tratta di fare davvero qualcosa ci sono un milione di scuse per mantenere le cose come stanno.
E questo, come ci dice l’uomo d’affari di Chicago Frank Beal, mette a rischio intere regioni. Beal è direttore operativo di “Chicago Metropolis 2020”, un’organizzazione non-profit che esiste da cinque anni e promuove il regionalismo dentro e attorno la Windy City.
In un recente discorso al Public Policy Forum di Milwaukee, ha toccato un tema che merita un uditorio molto più vasto. La necessità di cooperazione sui problemi della casa a buon mercato, del miglioramento dei trasporti pubblici, dell’istruzione nei primi anni per i bambini, di politiche urbanistiche che scoraggino lo sprawl, di riforme legislative che promuovano misure alternative al carcere.
Io gruppo di Beal sta sviluppando strategie su tutti questi fronti, con un forte sostegno da parte del mondo degli affari di Chicago: e tutto questo nonostante le 1.300 distinte entità di governo che si occupano della regione.
Perché c’è fretta? Entro i prossimi 50 anni, il 71% della popolazione U.S.A. vivrà in otto “super-città”, compresa la regione dei Grandi Laghi che include Chicago e Milwaukee. Chi si prepara in modo efficiente, dice Beal, vincerà sui mercati globali. Gli altri, avverte, saranno lasciati indietro, con diseguaglianze economiche, più criminalità, più segregazione razziale, e più sprawl.
Utilizzando l’esempio della Detroit desertificata, Beal conclude: “Non si può avere una regione forte se se ne lascia fuori una parte”.
Quali sono le possibilità di successo per un approccio inclusivo nell’area di sei contee di Milwaukee, con le sue 254 entità di governo? Si può essere scoraggiati se si considerano, ad esempio, i tremendi progetti statali per l’espansione di autostrade che favoriranno lo sprawl, e le regole di azzonamento suburbane che ostinatamente impediscono la realizzazione di case a prezzo accessibile aumentando la distanza fra chi cerca lavoro e i posti di lavoro.
Ma alcune cose mi danno qualche speranza. Al contrario delle relazioni spesso difficili fra città e suburbio dei sindaci di Milwaukee precedenti, quello attuale Tom Barrett, sembra dare il benvenuto ad una maggiore cooperazione regionale. Le sue capacità diplomatiche possono servire bene alla causa.
Ancora, il Public Policy Forum ha fatto del regionalismo una delle sue priorità, promuovendo studi sui modi di attenuare le disparità fiscali nell’area metropolitana, sviluppare una prospettiva regionale su temi che vanno dallo sviluppo economico all’abitazione, ad una migliore gestione delle risorse idriche.
Il presidente del Forum Jeff Browne mi racconta come anche se la comunità economica qui non è ancora mobilitata come a Chicago, c’è un rinnovato interesse alla cooperazione fra funzionari delle amministrazioni nell’area metropolitana, magari a partire da questioni non molto controverse, come l’assicurarsi una buona quota dei fondi statali per il turismo.
E infine, c’è la piccola ma crescente popolazione di abitanti suburbani (molti dei quali benestanti senza figli) che si stanno spostando verso il centro. Conoscono meglio degli altri i mali di testa da pendolarismo, e ora hanno un interesse diretto alla salute della città, con tutti i suoi vari elementi compatti di attrazione. I sostenitori del regionalismo faranno bene ad incanalare l’energia portata da questi nuovi venuti.
Non avrei mai pensati di citare un economista conservatore, ma parafrasando Milton Friedman, verrà un tempo (più presto che tardi, spero) in cui gli abitanti della città e quelli del suburbio diranno :”Adesso siamo tutti regionalisti”. Nota: qui il testo originale al sito del Milwaukee Journal Sentinel online (fb)