BOLOGNA. La Compagnia dei Celestini è un romanzo di Stefano Benni, questo lo sanno quasi tutti, ma è anche un’associazione di urbanisti bolognesi, e questo lo sanno in pochi. I Celestini, gli urbanisti, esistono dal 2001, e stanno facendo molto, a Bologna, per riportare l’urbanistica al centro di un dibattito pubblico. Promuovono feste per la città cui partecipano centinaia di persone. Organizzano convegni e pubblicano documenti. Raccolgono materiali sul loro sito internet. Godono di un’ottima stampa, e compaiono nelle bibliografie più di quanto ci si aspetterebbe. Sono un piccolo fenomeno, e un fenomeno molto bolognese, anche se è difficile dire esattamente in cosa. I quattro Celestini che incontro a Bologna, Alessandro, Chiara, Francesco, Marco, sono tutti poco sopra o poco sotto i trent’anni. Sono un campione rappresentativo di un gruppo che è, per lo più, giovane. Gruppo nato all’indomani della vittoria di Guazzaloca, con l’idea di reagire a un degrado politico e culturale, ma anche a uno «stato problematico della città» (come dice Francesco) che, nell’esperienza professionale di molti di loro, caratterizzava già gli anni della giunta Vitali. Marco: «abbiamo cominciato a ragionare sul perché la città andava così male, su cosa potevamo fare con il nostro sapere». Il cosa fare assume prima la forma di una discussione serrata, un tentativo di coinvolgere altri in un dibattito più ampio, poi diventa un’associazione, che oggi conta più di ottanta iscritti e centinaia di simpatizzanti.
I Celestini hanno molte idee su Bologna e le fanno circolare. Si oppongono ai progetti per la nuova metropolitana, mezzo di trasporto troppo costoso e rigido, e per il «tram», veicolo su gomma a guida vincolata che (dicono) avrà una capacità inferiore ai mezzi che attualmente servono la stessa direttrice est-ovest. Vorrebbero una seria politica contro le auto e più investimenti sul sistema ferroviario metropolitano. Discutono il nuovo «piano struttura», poco capace di costruire scelte condivise, che urbanizza nuove aree invece di giocare la carta della riqualificazione, ed è incapace di rispondere alle domande poste dalle sue stesse analisi (calo demografico, crescente immigrazione). Ritengono urgente l’avvio a Bologna di una politica strutturale di interventi per la casa. Contestano le scelte compiute per molte aree strategiche: il parcheggio di interscambio nell’area ex Saveco, strategica per un eventuale ampliamento dei giardini Margherita; la nuova sede dei servizi del Comune nell’area dell’ex mercato ortofrutticolo, in un luogo che per facilità di connessioni sarebbe più adatto a ospitare funzioni rivolte a un’utenza non locale.
Bologna si trasforma oggi, dice Alessandro, «consumando opportunità, senza che le trasformazioni della città siano di qualche interesse pubblico, portino qualche beneficio». Al centro del suo discorso e di quello dei Celestini è un’idea di cittadinanza, di bene collettivo. Ciò che spinge il gruppo a uscire allo scoperto sulle trasformazioni urbane nasce, lo si vede, da una pratica quotidiana dei meccanismi del piano. Tre delle quattro persone che ho davanti lavorano negli uffici della Provincia di Bologna (è lì che si raccoglie alla fine degli anni novanta un primo nucleo di soci fondatori). La loro è l’esperienza di chi sa in che modo le scelte tecniche possono essere condizionate dal gioco dei poteri urbani, e vuole rendere consapevole di tutto questo un pubblico più vasto. Francesco: «di quest’esperienza mi interessa soprattutto il fatto di far capire anche a persone che non conoscono le cose tecniche dell’urbanistica che hanno la possibilità di influire sui processi di trasformazione».
Questa attenzione al dato tecnico, unita a uno spiccato senso dell’attivismo radicale, dell’incursione creativa, fornisce la peculiare cifra culturale dei Celestini ed è una delle ragioni principali del loro successo. I Celestini sanno comunicare in molti modi, per esempio facendo un modello di Bologna tutto di pezzi di mortadella, ma quando c’è da essere pragmatici, attenti ai fatti e ai numeri, non si tirano indietro. Sanno che è grazie a questo stile intellettuale che si sono conquistati credibilità e una capacità di parlare in modo trasversale a diversi schieramenti politici. E questo a dispetto di posizioni che in alcuni casi sono obiettivamente di rottura rispetto alle politiche recenti, anche della sinistra. Come se l’insistere su un discorso fortemente tecnico, che ai politici non è sempre familiare, permettesse un rimescolamento delle carte, delle alleanze. Marco: «nei partiti, specie quelli piccoli, non c’è modo e tempo per ragionare sulle questioni urbanistiche, i politici non hanno gli strumenti. Il lavoro che abbiamo fatto in questi anni è stato importantissimo anche per la loro crescita».
I Celestini non sono un gruppo compatto. Hanno molte posizioni, e nei loro documenti, in controluce, lo si vede. Marco: «ogni documento che rendiamo pubblico viene discusso, limato, rivisto, è un lavoro che comporta una fatica immane». Collocarli su un’ipotetica mappa dell’urbanistica italiana non è ovvio. C’è in molti loro testi un’idea forte del «piano», del «pubblico», delle «regole». Ci possono essere nomi che nei loro documenti compaiono più spesso di altri, per esempio Edoardo Salzano o Francesco Erbani. Uno dei loro ultimi scritti si apre con una lunga spiegazione di che cos’è la rendita fondiaria urbana, proprio come accadeva in Amministrare l’urbanistica di Giuseppe Campos Venuti, anno di grazia 1967: un libro che ha significato molto per Bologna. Tutto questo può aiutare a circoscrivere un ambito culturale, a tracciare alcune radici, ma, nel caso dei Celestini, quello che colpisce è la capacità di non rispettare totalmente questi confini, di lasciare aperto il campo a qualche scostamento.
Che cosa accadrà ora se Cofferati dovesse vincere le elezioni, non lo sanno. Danno l’impressione di essere in attesa, consapevoli che potrebbe esserci una svolta. In questi anni, con la sinistra all’opposizione, il loro ruolo è stato quello di portatori di una critica tecnica e culturale, capace di ricollocare l’urbanistica sulla scena dell’attenzione pubblica con una determinazione e un’efficacia poco consuete. C’è spazio ora per uno spostamento verso un impegno più esplicito in ambito politico, o magari, chi lo sa, professionale? Marco: «certo questa che si sta avvicinando è una scadenza importante...». Chiara: «magari continueremo proprio così, nel nostro ruolo da vigile urbano». Che, nella filastrocca di Gianni Rodari, è appunto quello che «ferma i tram con una mano».
.FILIPPO DE PIERI
I Celestini incontrati il 16 aprile 2004 sono: Alessandro Delpiano, Francesco Evangelisti, Chiara Girotti, Marco Guerzoni. Sito internet: www.celestini.it
La mappa è una normale mappa catastale. Ma fuori dal suo codice burocratico sembra un giochino di quelli che compaiono sulla Settimana Enigmistica: tanti quadratini, circa duemila, e dentro i quadratini un numeretto. «Questa era la lottizzazione della Sterpaia, ogni quadratino un lotto, ogni lotto una villetta, una baracca, un prefabbricato. D’estate arrivavano alla Sterpaia diecimila persone. Avevano costruito strade e portato l’acqua. Ma era tutto abusivo. Forse il più grande abuso mai compiuto da queste parti».
La voce di Massimo Zucconi è rotonda. Moderata l’inflessione toscana. Siamo sull’arenile bianco e di polvere sottile del golfo fra Piombino e Follonica e nell’aria aleggia la minaccia di un nuovo condono edilizio, il terzo nella triste storia delle sanatorie italiane (il secondo patrocinato da Silvio Berlusconi). Di fronte, nell’evanescenza della foschia, si scorge l’Elba che sovrasta il mare colore del cobalto. In lontananza le ciminiere, il più vistoso lascito della grande speranza industriale di questo lembo della Maremma - erano 12 mila gli operai una decina di anni fa, adesso sono 3 mila.
Zucconi è architetto ed è il presidente della società che gestisce i sei parchi della Val di Cornia, quello archeologico di Baratti e Populonia, quello archeominerario di San Silvestro, quelli naturali di Montioni e di Poggio Neri e quelli costieri di Rimigliano e, appunto, della Sterpaia. Per molti anni Zucconi ha diretto il dipartimento di Urbanistica del Comune di Piombino ed è stato l’artefice di un evento che, in quelle dimensioni e per la data in cui prese le mosse - il 1983 - , era un esordio nella storia d’Italia: la demolizione di tutti i manufatti abusivi, le duemila casette allineate in quella mappa. A partire da allora, e terminati gli abbattimenti a metà degli anni Novanta, Zucconi ha preso ad occuparsi del risanamento dei milleottocento ettari della Sterpaia, un bosco popolato da aceri campestri e aceri trilobi, da frassini, olmi e ornielle e da maestose querce, presenti in varie specie - farnie, cerro e roverella - e molte delle quali «capitozzate», cioè tagliate a un’altezza fra i due e i tre metri in modo che la pianta potesse crescere più in larghezza che in altezza.
Adesso la Sterpaia fronteggia una spiaggia sinuosa e lucente. E con essa forma un sistema ambientale complesso, composto dalle dune, dalle aree umide che si assiepano dietro di esse, da radure agricole e da aree boscate. Pochi gli stabilimenti balneari, alcune aree di parcheggio, piccoli chioschi, qualche ristorante, lunghissimo l’arenile libero: il bosco della Sterpaia è stato restituito a un turismo rispettoso e sobrio. Ma dietro la sua serenità si cela una storia di travagli umani e politici.
Fin dal Medioevo la pianura attraversata dal fiume Cornia era dominata dalle paludi che si alternavano a boschi e a qualche sparuto appezzamento coltivato. E le paludi, infestate dalla malaria, tenevano lontani gli uomini e le loro attività. Il paesaggio era quello scoraggiante e selvatico di una landa, segnata solo dalle torri di avvistamento contro le incursioni saracene e da qualche raro ricovero di pastori. I primi interventi di bonifica risalgono alla fine del Cinquecento, ma la sistemazione idraulica su larga scala fu avviata, come in tutta la Maremma, negli anni Venti dell’Ottocento dal granduca Leopoldo II. Il lago di Rimigliano e le paludi interne vennero prosciugate dirottando l’acqua in numerosi canali di scolo, mentre l’acquitrinio di Piombino venne interrato con materiali trascinati dal Cornia che formarono una vastissima colmata.
La storia più recente della Sterpaia (una storia che viene rievocata in un libro curato per Legambiente da Edoardo Zanchini e pubblicato da Franco Angeli: Dall’abusivismo al parco) inizia trent’anni fa. Nel 1971 un’agenzia immobiliare di Piombino rilevò i centottanta ettari della Sterpaia dall’ultimo dei suoi proprietari, il barone Ostini. Sul bosco il Comune di Piombino aveva imposto, negli anni Sessanta, un divieto assoluto di edificabilità, rinforzato da un vincolo paesaggistico del ministero della Pubblica Istruzione. Per la verità il piano regolatore di Piombino prevedeva insediamenti turistici che avrebbero chiuso in gabbia la Sterpaia, lasciando che fosse circondata da un mare di cemento. Fu il ministero dei Lavori Pubblici, nel '71, a esigere la tutela anche delle aree a Est e a Ovest del bosco (e fu sempre il ministero, alla cui direzione generale dell’Urbanistica sedeva un intransigente galantuomo, Michele Martuscelli, a sventare uno sciagurato villaggio di quasi due milioni di metri cubi nientemeno che sul promontorio di Populonia, a ridosso della necropoli etrusca).
Il divieto di costruire era stato confermato da un piano urbanistico redatto dall’architetto Carlo Melograni per tutti i quattro comuni dell’area (oltre a Piombino, San Vincenzo, Campiglia Marittima e Suvereto). Ma nonostante i vincoli, l’agenzia immobiliare che aveva comprato la Sterpaia divise la proprietà in piccoli lotti da 500, 1.000 e 2.000 metri quadrati e, così frazionata, la vendita non poteva che preludere a un’imponente speculazione: il terreno, acquistato a poche centinaia di lire al metro quadrato, veniva ceduto a quindici, anche ventimila. I compratori non erano benestanti: la gran parte proveniva da ceti medio-bassi, quando non proprio operai dell’acciaieria, che realizzavano il sogno della casetta per la villeggiatura.
Poco dopo aver messo piede nell’Ufficio abusivismo del Comune, Zucconi aprì un armadio e trovò decine di delibere con le quali l’amministrazione ordinava la demolizione degli illeciti. Era il 1983, ma nessuna ruspa si era mai avventurata alla Sterpaia, che nel frattempo era diventata una fungaia di cemento. «Mi dissero che non si era proceduto perché i proprietari erano ricorsi al Tar e che il Tar non si era ancora pronunciato. Risposi che si poteva comunque demolire. Mi ribatterono che il Comune non voleva accollarsi i danni patrimoniali casomai il Tar gli avesse dato torto».
Era la verità. Ma era vero anche che una parte del Pci, da sempre al governo di Piombino, non era insensibile agli interessi di chi aveva costruito alla Sterpaia. Una delegazione di abusivi si era fatta persino ricevere da Enrico Berlinguer (ma il segretario del Pci non assicurò nessun appoggio). In un estremo tentativo conciliatorio il Comune aveva offerto a chi avesse demolito l’abuso una casa in due villaggi turistici ai bordi del bosco. Ma accettarono solo 190 proprietari («e fu una fortuna», commenta ora Zucconi, «altrimenti si sarebbe generalizzato il principio che un abuso possa essere sì abbattuto, ma poi indennizzato»).
Non fu semplice per Zucconi forzare la mano. Ma convinto a demolire era anche il nuovo sindaco di Piombino, Paolo Benesperi (che adesso è assessore regionale), e le ruspe si misero in movimento a dicembre dell’83 proprio mentre il Tar cominciava a dar ragione al Comune. A casa di Zucconi arrivarono un paio di lettere contenenti un proiettile. Ma si andò avanti lo stesso. E anzi la giunta diede incarico a Italo Insolera di redigere un piano particolareggiato del parco, che fu pronto nel 1985. Un gruppo di lottisti si presentò dal ministro dell’Ambiente Alfredo Biondi. «Subito dopo andammo anche noi dal ministro», racconta Zucconi. «Ci ricevette dicendo che aveva appena parlato con "quelli di Piombino": credo che non gli fosse sufficientemente chiara la differenza fra noi e loro».
I terreni liberati dalle case furono riacquistati dal Comune. Ma non più come se fossero edificabili, bensì a prezzo agricolo (furono di fatto espropriati). Nuovo ricorso dei proprietari alla giustizia amministrativa. Nuova vittoria del Comune. E così le ultime case furono abbattute dagli stessi abusivi, che evitarono altri addebiti di spesa. La Sterpaia tornava a respirare. Ma altri anni di lavoro furono necessari per ripristinare la qualità della sua vegetazione, la densità delle piante. Le querce sono tornate a dominare con le loro chiome ultracentenarie e in alcune zone si è deciso di imporre un regime da riserva integrale (vale a dire che non sono frequentabili se non con un permesso del parco e con la guida).
Accanto alle querce – Zucconi le mostra con contenuto orgoglio – spuntano piante non autoctone – filari di tamerici, pitosfori ed eucalipti, ma anche palme di vario genere e dimensione. Sono sistemati su brevi segmenti, poi disegnano un angolo retto, un altro ancora e infine si chiudono a quadrato. «Erano le recinzioni dei lotti abusivi, abbiamo deciso di lasciarle perché attestano la storia naturale di questo bosco e delle sue traversie».
(3 - continua)
Chi ha paura dei soprintendenti
Adriano La Regina
La Stampa del 24 novembre 2004 pubblica un ampio stralcio della denuncia del responsabile dei Beni archeologici romani scritto per il la rivista Micromega: «Molti ambienti politici e imprenditoriali alimentano il mito di uno strapotere che non abbiamo, per giungere alla definitiva soppressione del nostro ruolo»
L’insofferenza nei confronti della tutela esercitata dalle soprintendenze è una vecchia storia. Nel dopoguerra, quando ogni freno alla peggiore speculazione edilizia era stato rimosso con il pretesto delle urgenti necessità, venne accreditato presso l'opinione pubblica italiana il luogo comune della ricostruzione e dello sviluppo economico fortemente ostacolati dalla tutela archeologica. In realtà da parte di alcune soprintendenze si tentava solamente di evitare in quegli anni di disordinata trasformazione i maggiori guasti che si stavano producendo al territorio nazionale e di cui tuttora dobbiamo lamentarci.
Da allora l'applicazione dei «vincoli archeologici», come venivano comunemente definiti i provvedimenti di riconoscimento del notevole interesse archeologico dei suoli, è divenuta sempre più difficile. Procedure estenuanti sono state progressivamente introdotte per rallentare l'esercizio della tutela con il risultato di favorire le attività speculative ai danni del patrimonio archeologico. Nel contempo, a partire dalla meta degli anni Ottanta le soprintendenze subivano un graduale e inarrestabile indebolimento con il blocco delle assunzioni di personale tecnico-scientifico. Potrà sembrare incredibile, ma sono occorsi circa vent'anni, a partire dal 1980, per riuscire a vincolare solamente un terzo del comprensorio archeologico della via Appia nel territorio del comune di Roma. Si calcolò allora che per riuscire a proteggere tutte le aree ed i monumenti di evidente interesse archeologico nella città di Roma sarebbero stati necessari, con quelle procedure e in quelle condizioni di efficienza operativa, almeno duecento armi.
Con le nuove norme approvate quest'anno la procedura prescritta per adottare un vincolo è divenuta ancora più defatigante. Alle difficoltà già descritte si è infatti aggiunto un altro non facile passaggio burocratico, il parere di un comitato regionale di coordinamento composto da tutti i soprintendenti della regione. È evidente l'intento di vanificare quelle pur minime capacità che restavano alle soprintendenze per esercitare i proprii compiti. Questa misura ulteriormente restrittiva nei confronti dell'azione di tutela sarebbe stata adottata per frenare un eccessivo potere dei soprintendenti, perché la nuova riforma, con le parole del ministro Urbani in un'intervista del 26 settembre, «"uccide" alla radice il potere monocratico di quelle che talvolta erano vere e proprie satrapie, sostituendolo con decisioni prese in modo collegiale». È un riferimento specifico alla procedura instaurata per l'applicazione dei vincoli, l'unico caso in cui il nuovo regolamento richieda esplicitamente il parere collegiale nel comitato regionale.
Questo dello strapotere dei soprintendenti è veramente un mito perdurante, tuttora alimentato dall'intento, ormai non più sottaciuto da parte di molti ambienti politici e imprenditoriali, di giungere alla definitiva soppressione delle soprintendenze. I vincoli, infatti, seppure proposti dai soprintendenti come è tuttora secondo le nuove norme, in passato sono stati sempre approvati solamente dai ministri o dai direttori generali, dopo l'esame da parte di ispettori centrali e di altri uffici ministeriali. Ulteriori valutazioni di legittimità nella maggior parte dei casi sono scaturite dai ricorsi ai tribunali amministrativi, che comportano anch'essi tempi lunghissimi. La procedura era già così arzigogolata e disarmante da rendere eroico e al tempo stesso inoffensivo qualunque intento di esercitare regolarmente quelle funzioni di tutela che la legge attribuisce alle soprintendenze. Adesso è divenuto praticamente impossibile.
Insofferenza ancora maggiore si è manifestata in anni recenti nei confronti della gestione pubblica del patrimonio culturale, sulla quale è stato gettato discredito nonostante i risultati raggiunti, che per fortuna ci vengono riconosciuti almeno negli ambienti internazionali, e nonostante le condizioni indegne in cui sono state intenzionalmente tenute le nostre istituzioni culturali. Si è infatti venuto vieppiù affermando il mito dell'impresa nella valorizzazione del patrimonio culturale. [...]
L'Italia era riuscita a crearsi, dalla fine dell'Ottocento, un sistema per la difesa del patrimonio culturale, con buone capacità di ricerca e di vera valorizzazione; un sistema inteso al riconoscimento, allo studio e alla salvaguardia dei beni di interesse storico, artistico e del paesaggio. Questa struttura è stata gradualmente costruita attraverso tutte le difficoltà dei tempi, certamente meno opulenti di quelli attuali, e ha dato lustro al paese sul terreno della conoscenza e della conservazione. Adesso viene svilita e umiliata con il depauperamento delle sue capacità scientifiche, con la riduzione della sua efficienza e con una politica ormai intesa ad altro. È infatti luogo comune che la conservazione del patrimonio culturale non connessa alla valorizzazione sia attività sterile. A parte l'ambiguità dei termini che non lascia mai intendere se il patrimonio culturale sia l'oggetto della valorizzazione oppure se esso ne sia lo strumento con finalità di profitto, tutto questo sembra dimostrare come siamo ormai giunti al tramonto di una delle più nobili glorie della cultura italiana.
Titolo originaleCar Use Drives Up Weight, Study Finds - Obesity Called More Likely in Sprawling Areas Than Mixed-Use Neighborhoods– Traduzione di Fabrizio Bottini
Chi vive in quartieri dove bisogna guidare per andare da qualunque parte, è significativamente più portato ad essere obeso di chi può facilmente raggiungere la propria destinazione a piedi. Lo dimostra uno studio, che per la prima volta verifica un rapporto da lungo sospettato.
Una ricerca su circa 11.000 persone nell’area di Atlanta ha rilevato che le persone abitanti in zone a destinazione prevalentemente residenziale tendono a pesare significativamente più di quelle residenti dove case e attività economiche sono adiacenti.
Questo effetto sembra essere in gran parte il risultato del tempo trascorso rispettivamente a guidare, o a camminare. I ricercatori hanno calcolato che ogni ora passata in macchina si associa a un 6% di incremento nella probabilità di diventare obesi, e ogni 800 metri percorsi a piedi ogni giorno riducono questa probabilità di circa il 5%.
”Il tipo di quartiere dove vive una persona chiaramente ha effetto sulla sua salute” dice Lawrence D. Frank, professore associato di pianificazione urbana e regionale alla University of British Columbia, che ha coordinato lo studio.
I risultati hanno implicazioni a scala nazionale, dato che i quartieri studiati sono rappresentativi di tutti quelli del paese.
”Queste conclusioni sono chiaramente la prova più consistente al momento del legame fra ambiente costruito e obesità” prosegue Frank. I risultati saranno pubblicati sul numero di giugno dell’ American Journal of Preventive Medicine, ma sono stati resi noti in anticipo ieri in occasione di una conferenza sull’obesità che si terrà a Williamsburg alla fine della settimana.
Dato che il numero di persone sovrappeso e obese ha raggiunto proporzioni epidemiche negli USA, si sono accumulate prove che una delle cause principali possa essere lo sprawl suburbano. Quartieri che rendono il camminare e altre attività fisiche più difficili, perché spesso mancano i marciapiedi, sistemi stradali che incoraggino a spostarsi camminando, o aree commerciali accessibili senza l’automobile.
I ricercatori avevano evidenziato per la prima volta lo scorso anno, che le persone residenti nelle regioni a insediamento più rado avevano più probabilità di diventare sovrappeso o obese. Questo nuovo studio è il primo ad affrontare la questione a livello di quartiere e a collegare le specifiche caratteristiche fisiche dell’ambiente dove la gente vive alla quantità di attività fisica praticata, e al peso.
Altri ricercatori osservano che questi risultati offrono nuove valide prove del legame fra sprawl e obesità.
”Il posto dove abiti, chiaramente conta” dice Reid Ewing del National Center for Smart Growth alla University of Maryland, che ha condotto uno studio a livello di contea lo scorso anno. “Se abiti in un posto a densità più bassa ... dove l’automobile è l’unico modo di spostarsi, questo sembra avere effetti negativi sulla salute”.
Ma gli scettici mettono in discussione questo rapporto, affermando che i quartieri diffusi potrebbero semplicemente attirare more persone meno fisicamente attive, e viceversa.
”Può anche darsi che chi tende ad essere più magro sia il tipo di persona a cui piace vivere in quei quartieri, e naturalmente gravita lì” dice Samuel R. Staley, presidente del Buckeye Institute for Public Policy Solutions, a think tank di Columbus, Ohio. “Non è per niente certo che se mettessimo quelle persone in un insediamento diffuso diventerebbero grasse”.
Ancora più importante, anche se il legame fra sprawl e obesità fosse provato, è che questo non giustificherebbe restrizioni alla crescita, aggiunge Staley.
”Le persone devono avere la possibilità di vivere dove possono essere grasse. È una delle conseguenze di una società libera”.
Per la ricerca sui quartieri, Frank e i suoi colleghi hanno raccolto fra il 2001 e il 2002 informazioni dettagliate su 10.898 persone, sulla loro altezza, peso, chiedendo loro di tenere un diario di due giorni che registrasse esattamente come e dove si spostavano, e quanto tempo passassero rispettivamente a camminare e a guidare.
Sono state anche condotte analisi dettagliate sui quartieri della zona di Atlanta dove vivevano i partecipanti all’indagine, su quanto fossero densamente popolati, se ci fossero marciapiedi, se l’organizzazione stradale fosse favorevole al passeggio, e se gli edifici commerciali fossero vicini alle abitazioni.
I ricercatori hanno poi diviso le comunità in quattro categorie, in base alla percentuale di residenza, e hanno rilevato che le probabilità di essere obesi aumentavano da una all’altra del 12,2%.
”Avere negozi e servizi vicono a dove si vive è il miglior antidoto contro l’essere obesi” dice Frank.
Detto in altre parole, per i residenti questo significa che il rischio relativo di diventare obesi aumenta del 35% fra le aree a funzioni più miste e quelle meno miste.
L’essere sovrappeso significa avere una massa corporea (Body Mass Index, BMI, un indice basato sul rapporto fra altezza e peso) da 25 a 29. Chiunque con un BMI superiore a 30 è considerato obeso.
Un maschio medio alto 1,78 che abita nel quartiere a maggior quantità residenziale, per esempio, pesa circa 5 chili più di un maschio bianco simile nel quartiere meno residenziale, secondo i risultati della ricerca. La proporzione di persone obese nelle zone meno miste è di circa il 20%, e nelle più miste di circa il 15%.
Questi risultati valgono anche se si prendono in considerazione le variabili età, reddito, livello di istruzione.
Ma Frank afferma che la quantità di attività delle persone non spiega del tutto i risultati. Ipotizza che in alcuni quartieri sia più facile per le persone avere una dieta salubre, perché ci sono negozi di alimentari anziché discount, e ristoranti di nuona qualità anzichè punti fast-food.
”Credo che l’ambiente alimentare giochi un ruolo importante”.
Sulla base dei risultati, i ricercatori hanno calcolato che triplicare il numero dei negozi e di altre attività vicino alle case potrebbe ridurre il tasso di obesità tanto quanto una diminuzione di cinque anni nell’età media della popolazione (l’età è un elemento trainante nell’aumento di peso).
Le persone sarebbero meno portate a guidare e più a camminare, se vivessero vicino alle varie attività, ma la maggior parte degli intervistati camminava molto poco, indipendentemente da dove viveva. Più del 90% dice di non camminare affatto, e la media afferma di passare più di un’ora al giorno in macchina.
Nota: qui il link alla “ prima puntata” (in ordine di apparizione) su Eddyburg del rapporto ciccia/sprawl (fb).
Un décret publié fin mars permet désormais des "aménagements limités" dans les espaces jusque-là protégés. "Un terrible coup de canif", s'indignent les écologistes. Mais l'épisode révèle les tensions nouvelles créées par la poussée démographique observée le long des côtes.
"Ce décret est une catastrophe !" Jean-François Burth, président de l'association Défense de l'environnement bigouden, ne décolère pas. "On peut maintenant abroger la loi littoral par décrets ! Ce texte ouvre la porte à des parkings, à des pistes cyclables, à des paillotes se transformant en restaurants, à des postes de secours permanents. C'est un coup de canif terrible porté à la préservation des côtes françaises !"
L'objet du courroux de cet environnementaliste du Finistère est un décret d'application de la loi littoral paru au Journal officiel du 30 mars. Ce décret no 2004-310 permet l'installation d'"aménagements légers" dans les espaces naturels, mais aussi "l'extension limitée des bâtiments et installations nécessaires à l'exercice d'activités économiques" dans ces espaces, normalement protégés de toute construction par la loi littoral.
Publié dans les derniers jours du ministère de Roselyne Bachelot, le décret ouvre la porte à toutes sortes de dérives, selon M. Burth. "Par exemple, explique-t-il, nous avons engagé une procédure juridique contre une petite crêperie qui s'est transformée en grand restaurant avec terrasse dans un site magnifique. Avec ce décret, nous aurions perdu."Au secrétariat d'Etat à la mer, on tempère le propos : "Le terme d'"extension limitée" est assez clair, et, en cas d'exagération, il y aura contentieux et le juge tranchera."
La vive inquiétude des environnementalistes à l'égard de la moindre modification de la loi littoral reflète un problème réel : malgré ce frein, posé en 1986, à l'urbanisation des côtes, la pression urbaine et économique sur les côtes françaises semble irrépressible. Une étude publiée en 2000 par l'IFEN (Institut français de l'environnement) montrait que "la construction suit depuis 1980 le même rythme que celui observé sur l'ensemble du territoire, sans changement quantitatif significatif depuis le vote de la loi littoral". La tendance n'aurait subi aucune inflexion depuis 2000. "La pression foncière est colossale, note Bruno Toison, au Conservatoire du littoral. Par exemple, sur l'île de Ré, on compte plus de 400 nouvelles maisons chaque année, malgré toutes les protections existantes."
Mais ce n'est pas l'insuffisance de la réglementation qui fait peser des menaces sur les espaces encore non construits des 550 000 km de côtes françaises. "La loi littoral ne fonctionne pas si mal. Aujourd'hui, l'urbanisation se produit par épaississement des taches existantes plutôt que par nouveau mitage",note un expert, qui requiert l'anonymat "pour ne pas avoir de problème avec les élus".
Ce qui est surtout en cause, c'est l'attrait qu'exerce la mer sur les populations. Selon une fiche de préparation du Comité interministériel d'aménagement et de développement du territoire (CIADT), qui doit se réunir en septembre, "les zones côtières sont aujourd'hui les lieux les plus dynamiques de la planète". La France participe à ce "mouvement général", et c'est ainsi que "près de 3,5 millions d'habitants supplémentaires sont attendus dans les départements littoraux à l'horizon 2030".
PROCÉDURES DE CONCERTATION
Cette poussée démographique se traduit par une soif inextinguible de construction qui entraîne une progression continue de l'urbanisation sur tout le littoral. Mais, sur place, les habitants et les élus sont souvent demandeurs d'assouplissements : "Dans ma commune de Plounévez-Lochrist, explique Jacques Le Guen, député (UMP) du Finistère et rapporteur de la mission parlementaire sur la loi littoral qui doit rendre son rapport prochainement, il y a une bande vide entre deux groupes de maisons, on ne peut construire alors qu'il y a continuité du bâti. Ou encore, à côté, à Plouider, la loi littoral impose des règles de construction même dans la partie de la commune, qui se trouve à plus de 2 km de la mer."
Les activités économiques demandent, elles, des assouplissements : "On connaît de nombreux cas de jeunes agriculteurs qui ne peuvent s'installer en serres maraîchères dans les communes littorales à cause des contraintes de la loi", indique-t-on à la chambre d'agriculture du Finistère. Or 35 % des exploitations agricoles de ce département se situent dans des zones littorales. Ailleurs, ce sont les conchyliculteurs qui se plaignent des contraintes, ou les ports de plaisance, qui disent souffrir d'engorgement et demandent l'agrandissement des ports existants, ou la création de ports à sec pour stocker les bateaux.
La pression est donc plus forte que jamais sur cette loi qui a permis de freiner une urbanisation incontrôlée. Il est probable que l'on s'oriente vers de nouveaux modes de gestion, basés sur la concertation de tous les acteurs plutôt que sur l'application de règles par l'administration et par les tribunaux. "Il s'agit d'une nouvelle gouvernance", explique-t-on au secrétariat d'Etat à la mer : "Au lieu d'imposer, on essaie d'obtenir une concertation sur des objectifs définis en commun."
La baie de Somme, l'étang de Thau (Hérault), la baie de Bourneuf (Vendée) expérimentent ces procédures de concertation qui tentent de concilier des objectifs conflictuels : le développement économique et le respect de l'environnement.
La loi littoral s'applique en Corse comme ailleurs. A l'époque des discussions sur le nouveau statut de l'île préparé par Lionel Jospin, l'article 12 du projet de loi concrétisant la première étape de ce processus prévoyait la possibilité pour les élus d'"adapter" la loi de 1986. Cet article, qui, au départ, suscitait un relatif consensus, a ensuite déclenché de vives oppositions en Corse et sur le continent. Il a été retiré en deuxième lecture à l'Assemblée nationale, en novembre 2001. Aujourd'hui, les défenseurs de l'environnement affirment que certains élus corses tentent de nouveau d'obtenir la possibilité d'adapter la loi. L'hebdomadaire autonomiste Arriti du 19 mai estime qu'"une modification éventuelle (...) ne pourrait se faire que dans un sens plus protecteur et après un large
Titolo originale Empty Boxes. As Kmart’s signature blue lights fade, what will happen to vacant big-box stores? – traduzione di Fabrizio Bottini
Il gigante del commercio Kmart si è appellato all’articolo 11 sulla tutela dal fallimento alla fine di gennaio, e la scorsa settimana la compagnia con base a Troy, Michigan, ha annunciato che avrebbe chiuso i battenti di 284 dei suoi 2.000 negozi. L’anno scorso, Montgomery Ward e Service Merchandise sono pure andate in bancarotta; nel 1999 i negozi discount Caldor hanno chiuso. Ci saranno decine, o anche centinaia, di questi negozi big-box – alcuni dei quali coprono più di 10.000 metri quadrati – abbandonati vuoti, come chiazze di assi inchiodate nel paesaggio?
James Howard Kunstler, autore nel 1999 del libro The Geography of Nowhere, afferma che gli affanni di Kmart sono sintomatici di una scossa sismica nel commercio americano. “Il commercio delle catene nazionali entrerà in un periodo di difficoltà, e piuttosto presto” dice Kunstler. “Queste compagnie godono di economie possibili solo con un’offerta senza fine di petrolio e manodopera a buon mercato dall’altra parte del mondo. Solleciterei il pubblico a pensare al commercio big-box come ad una anomalia storica, piuttosto che una cosa normale”.
Kunstler non è ottimista riguardo alle prospettive di utilizzazione futura dei negozi. “Spesso questi edifici stanno lì senza essere riutilizzati dieci anni” dice. “Per allora, le coperture piatte hanno iniziato a fare infiltrazioni, e gli edifici finiscono per essere degradati. Oppure qualche volta sono occupati da attività marginali, come i mercatini delle pulci in sede fissa”.
Alcuni residenti si preoccupano perché proprio questi tipi di attività si possono installare nel loro ex megastore, altri perché non si riuscirà ad attirarne nessuna, di attività: Caesar Carrino, sindaco di Wadsworth, Ohio, una città di 21.000 abitanti cinquanta chilometri a sud est di Cleveland, ci dice che se il Kmart di Wadsworth chiude, i clienti del posto lo rimpiangeranno parecchio, e la città avrà molti problemi per trovare un altro occupante di quegli spazi. “È troppo grande per un negozio Kohl’s. È troppo piccolo per un Wal-Mart. Target non ha sinora rapporti con Wadsworth. E nessun sembra intenzionato a muoversi, per via delle condizioni economiche”.
Il problema non è limitato alle città piccole. Charlotte, North Carolina, ha circa duecentomila metri quadrati di spazio commerciale vuoto, e i residenti stanno diventando sempre più preoccupati. “La gente è diventata improvvisamente molto interessata all’argomento” dice Mary Hopper, presidente della Charlotte-Mecklemburg Planning Commission. “Emerge tantissimo nelle assemblee pubbliche”. Le zone con maggiori problemi a Charlotte, continua, sono le strisce commerciali stradali nei corridoi delle zone centrali, dove c’è poca o nessuna crescita.
Per cercare una soluzione, recentemente Hopper ha scritto un rapporto sul riuso dei siti big-box. Ha studiato alcune delle misure predisposte in altre città, e ora progetta di lanciare alcuni progetti di riuso pilota a Charlotte. “Dovremmo solo ripulire alcuni dei siti” dice Hopper. “Ma se si può riusare un edificio, va trovato il modo efficiente di farlo dal punto di vista dei costi. In molti dei casi, il nuovo uso non sarà commerciale”.
Nel 1998 la Calthorpe & Associates, uno studio di architettura e progettazione urbana di Berkley, California, ha trasformato con successo uno strip mall in difficoltà a Mountain View, California, in un quartiere ad uso misto, orientato alla mobilità pedonale. Il centro commerciale è stato completamente demolito e riciclato come fondamenta per nuove case e spazi verdi.
Classe Prima, Quinto Scaffale
Uno Kmart di Charlotte le cui insegne al neon si sono spente è diventato una scuola privata, gestita dalla Mosaica Education Inc. Secondo il Direttore Michael Connelly, la k-7 Sugar Creek Charter School non è l’unica della Mosaica che sta in un big-box: la George Washington Carver Academy a Highland Park, Michigan, prima era un supermarket, e la Kalamazoo Advantage Academy un J.C. Penney.
Ma convertire negozi big-box in scuole moderne pone alcuni problemi, continua Connelly. Le scuole hanno bisogni diversi di riscaldamento e circolazione d’aria, e ci vogliono più bagni e lavandini, e dunque di solito è necessaria una grossa revisione degli impianti. La Mosaica ha anche inserito dei lucernari, per dare alle aule una illuminazione naturale.
Cheryl Ellis, direttore di Sugar Creek, non potrebbe essere più soddisfatta della sede insolita della sua scuola “È magnifica” dice. “Abbiamo aule ampie e finestre affacciate sull’atrio. Funziona alla grande”. La scuola, dopo due anni, sta crescendo, e fortunatamente ha spazio in abbondanza in cui espandersi. “Ora stiamo usando probabilmente un terzo dell’edificio” stima Ellis “potremmo aggiungere altre 15 o 20 aule”. Ma aleggia ancora la vecchia atmosfera Kmart? Definitivamente no, dice Ellis: “Quando passi la porta, questa è la scuola. Non c’è dubbio in proposito”.
Ellis afferma che i commercianti locali e i residenti sono “eccitati” dal fatto che la scuola si è trasferita lì. Ma l’analista immobiliare Tom Dwier di Reis.com, una compagnia che studia le tendenze del mercato, sottolinea come non sia ideale usare spazio commerciale per farci una scuola: nonostante una scuola possa sostenere alcune attività vicine – venditori di generi alimentari, per esempio – e impedire che i valori degli immobili precipitino, non genera certo reddito o traffico pedonale come un grosso insediamento commerciale.
In più, Dwyer dubita che molti dei defunti Kmart rimangano vuoti a lungo. “Alcuni [negozi Kmart] saranno acchiappati immediatamente, perché si tratta di ottime localizzazioni perfettamente adatte ai clienti di qualcun altro; Home Depot e Lowe’s saranno i candidati principali” dice. “Gli altri negozi invece saranno quelli difficili. Potranno rimanere lì per anni”.
Dwyer fa un parallelo fra le catene Kmart e Montgomery Ward. “Circa il 60 per cento dei negozi Montgomery Ward sono stati presi piuttosto in fretta, e non ce ne sono molti vuoti ora”. Richard Longstreth, direttore della laurea specialistica in conservazione alla George Washiongton University di Washington, D.C., ne ha pure una visione ottimistica. “Il commercio di grandi dimensioni non finirà. Anche durante la Depressione, ci fu una crescita delle grandi catene” dice. “Le strade di grande comunicazione dove stanno questi negozi si rinnovano continuamente. È solo parte del mondo fluttuante del commercio”.
Nota: è certo meno fosca del solito, la conclusione di questo articolo dal National Trust. Va comunque ricordato che lo studioso citato per ultimo, Richard Longstreth, anche nei suoi studi più noti e approfonditi sembra sempre sposare il punto di vista del commercio, piuttosto che quello del rapporto sviluppo locale/territorio/attività economiche, che forse sarebbe più completo. Almeno questa è la mia modesta e discutibilissima opinione. Qui sotto il link al sito della rivista del National Trust dove si trova la versione originale del saggio. (fb)
Nell’intervista di domenica il sindaco Veltroni ha messo con esattezza un punto fermo: non si tocca la cosiddetta «ansa barocca», non si interviene in generale nel centro storico, si interviene con progetti di qualità nella cosiddetta «città allargata» (la Roma di Nathan per intenderci) e ancor più nelle disgraziate periferie - anche quella «firmate» purtroppo - dove la vita individuale e collettiva rimane spesso scadente. Walter Veltroni - la cui proposta di legge sui centri storici andrebbe recuperata - rivendica un dato culturale italiano: l’identità dei centri storici va salvaguardata attivamente perché è parte integrante della nostra identità di italiani di oggi. La ricetta del «si può e si deve intervenire nelle città antiche perché, alla fine, nei secoli lo si è sempre fatto, ecc. ecc.» stavolta è venuta da Parigi e da uno degli architetti più «spettacolari», Jean Nouvel, secondo il quale la Città Eterna non va messa «sotto formalina».
Ora, chi abita dentro le Mura Aureliane, tutta questa formalina in giro non la avverte. Dove la residenza è riuscita a difendersi, dove gli abitanti non sono stati cacciati, dove negozi e artigiani sono quindi rimasti ad operare, Roma antica è viva, molto più viva, a disdoro di noi moderni, di tanti quartieri sorti nei decenni scorsi. Basta fare qualche passo nel rione Monti oppure a Ponte- Parione.
La questione centrale è semmai questa: come è possibile far sì che i 130- 150 mila residenti della città storica ( ma anche gli altri di Mazzini- Delle Vittorie, per esempio, sempre più povero di residenze) non siano costretti ad emigrare altrove, ma anzi vengano incrementati? Il nodo vero delle nostre città storiche è questo. Mi permetto di citare un mio libro - L’enigma di Urbino - appena uscito, dove racconto come quel mirabile centro storico, conservato grazie ad alcune leggi speciali dello Stato e al piano regolatore anni ’ 60, oggi conti appena 673 residenti dentro le mura dove una volta abitavano 5 mila persone. Come a dire che se ne è andato più dell’ 85 per cento della popolazione fissa, sostituito da istituti universitari, da affittaletti, da rumorosissimi pub per studenti, che fanno scappare i rari superstiti. Con costi da capogiro per tutti e con la conseguente sparizione di negozi, di laboratori artigiani, di ogni servizio. Urbino è certo un caso- limite, ma i casi- limite fanno capire dove si rischia di andare se non si recupera la consapevolezza che sono gli abitanti veri a far vivere la città, ad assicurarne il controllo sociale, a dare regole e limiti umani al « divertimentificio » notturno.
Poiché la lezione di Jean Nouvel veniva da Parigi, andiamo allora al Museo Carnavalet, delizioso museo della città: ci accorgeremo che della Parigi storica è rimasto ben poco, quasi nulla. A Roma, nonostante tutto, non è accaduto l’eguale. È un difetto? Un guaio serio? Dato il gradimento che Roma antica incontra parrebbe di no. A Roma è successo già una volta che si facesse, in un certo senso, « come a Parigi » . Fu dopo il 1870 quando Quintino Sella, grande sostenitore di Roma capitale, progettò, « senza una soverchia agglomerazione di operai » , la Terza Roma non fuori dalla Roma dei Cesari e da quella dei Papi, ma « sopra » , dentro di essa. Con grandi sventramenti ( Corso Vittorio su tutti, ma non solo) che aprirono la strada a quelli ancor più clamorosi di Mussolini. Il modello era la Parigi del barone Hausmann, il quale aveva sbriciolato la città del passato e disegnato i grands boulevars, anche con l’intento di scongiurare altri moti rivoluzionari. Facendo « come Parigi » , ci siamo maledettamente complicati la vita cercando di adattare - idea disperata - la città storica alle esigenze di una capitale moderna, con tormenti che ci assillano tuttora. Per favore, finiamola però con l’architetto di oggi che vuole lasciare il suo segno, la sua impronta nei centri storici. Un signore che si chiamava Raffaello, inviò nel 1519 a Leone X che l’aveva nominato soprintendente alle antichità, una sensazionale lettera alla quale si rifanno tutti i veri riformatori e fautori della tutela: con chi se la prendeva furibondamente Raffaello? Con i barbari, ma anche coi papi che avevano « ruinata e guasta » la città antica, mentre, « lassando vivo el paragone de li antichi » , bisognava « aguagliarli e superarli con magni edifici, risvegliare gli ingegni » , ecc. ecc.
Sa di « formalina » anche questo Raffaello? O non è un « manifesto » attualissimo?
Dev'esser stato per uno scherzo del destino (anche se non è chiaro da qualeparte stia) se il melodrammatico oscuramento che ha "messo in ginocchio" l'Italia, mentre questa per la più parte ronfava in attesa del dì di festa, è intervenuto a poco più di un giorno di distanza dalle feroci e accanite invettive lanciate all'indirizzo generico degli "ambientalisti" dal noto Giuliano Ferrara e dalla meno sospettabile Barbara Palombelli, nel corso di una puntata di "otto e mezzo" dedicata al libro dell'ambiguo danese Bjorn Lomborg, L'ambientalista scettico (Mondadori, 522 pagine, 26 euro, sottotitolo: Non è vero che la terra è in pericolo, per saperne di più - ma dalla parte sbagliata -, http://www.ragionpolitica.it/testo.1376.html
Sempre per lo stesso gioco del destino, le prime parole del Ministro Marzano ad un'Italia al buio, in cui chi aveva da qualche parte un vecchio transistor raccontava sui pianerottoli le notizie a stuoli terrorizzati d'inquilini, non sono state di rassicurazione, di impegno a fare tutto quanto in suo potere per ripristinare una situazione di normalità, e poi per accertare con trasparenza le cause. No; il Ministro Marzano ha immediatamente condannato gli ambientalisti, e il veto da questi ultimi opposto alla realizzazione di nuove centrali, e anche (naturalmente) all'impiego dell'energia nucleare.
Le ore successive hanno avuto un che di surreale; sembrava che nessuno avesse mai visto (sic!) la luce mancare: esperti di ogni sorta, ordine e grado, erano interpellati per dirci se sono più affidabili le torce elettriche oppure le candele; biochimici nutrizionisti per dire alle madri di famiglia - udite, udite - che il latte quando puzza di rancido è andato a male, che dura più a lungo il parmigiano della mozzarella, "disaster managers" invocati per confermare che quando manca la luce è meglio non prendere l'ascensore.
Questa mattina - 29 settembre, non riesco a ricordare se è il compleanno di Berlusconi o se era ieri, dovevo stare più attenta a Emilio Fede - addirittura su RaiTre qualcuno si è spinto a invitare a "non andare al lavoro" - mentre i comunicati ufficiali e "tecnici" si diffondevano sull'albero ticinese, e - come la Maschera della Morte Rossa aleggiava su tutto - su tutto si alzava il monito incauto e affrettato del Presidente Ciampi, ahinoi, anche lui convinto, come un bambino nel buio, che il problema fossero le nuove centrali: non ci si può opporre, ha detto senza mezzi termini a regioni ed enti locali, perfino a nuove centrali di tipo tradizionale!
E l'irresponsabilità di Marzano si è trovata di colpo legittimata, corroborata, sacrosanta: individuare il colpevole è diventato l'affare più urgente, e possibilmente un colpevole che non avesse niente a che fare con chi l'energia elettrica in questo paese eroga, vende, distribuisce, amministra. Gli "ambientalisti" i primi colpevoli - declassati la sera prima al rango di caricaturali cassandre dagli esegeti nostrani di Bjorn Lomborg, a costo di dover rinnegare con loro l'intera comunità scientifica internazionale, che ha più volte smentito il citato Lomborg in molte sedi autorevoli; del resto, le recenti tristi vicende della ricerca in questo paese sono eloquenti: l'Italia non ha alcun interesse a prender parte a quella comunità.
L'italiano canta canzoni e gesticola, lo sanno tutti, e StrisciaLaNotizia è pronta con il suo specchio: un improbabile primo ministro che gigioneggia sconcio e rigonfio, mezzano di segretarie e necroforo d'occasione. Che volete che importi la comunità scientifica internazionale?, è così che si diventa uno degli uomini più ricchi del mondo!, specchiatevi, gente, specchiatevi: non siete onesti?, non lo sono nemmeno io!, avete ragione, ho fatto le leggi solo per me, ma che volete, era l'entusiasmo dei primi tempi; tranquilli, che ora è il momento vostro, tre condoni in un colpo, prendi tre paghi due, arraffi adesso e la prima rata all'inferno. Ma forse anche gli "ambientalisti", intendo quelli italiani, erano troppo vicini; la Francia allora, la Svizzera ancora meglio, e poi, anche se si arrabbia, è un paese neutrale...
L'unico - gli va dato atto - ad accorgersi e a segnalare nella tragicomica giornata di ieri che forse era un problema di distribuzione e gestione della rete, che a quell'ora tra il sabato e la domenica anche qualche dozzina di centrali in più non avrebbe fatto la differenza, è stato Romano Prodi, che anzi ha avuto un attimo di visbile fastidio quando gli si è parlato di sovraccarico.
Oggi (29 settembre, come cantava l'Equipe 84 qualche decennio fa), con il senno di poi, finita l'ubriacatura da vigili del fuoco e protezione civile, è possibile reperire questo brandello di "controinformazione" anche sulla carta stampata: il problema non sta nell'energia prodotta, ma nella sua gestione e distribuzione; ma oggi è oggi e ieri era ieri. Il danno - mediatico, d'informazione - è fatto, e i cocci son difficili da recuperare. Un danno legittimato dalla Presidenza della Repubblica: come andrà secondo voi quando Marzano porrà la questione di fiducia sulla legge sblocca-centrali?, e quante altre copie vederà il libro di Bjorn Lmborg, che tocca già le tirature di un best-seller?
E infine, guardando il buio negli occhi, il Presidente firmerà la legge Gasparri?
Tre notizie da questa Italia. La prima: il caro-case imperversa, decine di migliaia di italiani (15mila soltanto a Roma) sono sotto sfratto per fine marzo, e non sanno dove andare. L'affitto è come sparito, reperto del passato. Pure l'edilizia popolare è fuori moda, dimenticata. Gli Istituti, regionalizzati, non hanno un euro e spesso smobilitano. I Comuni cartolarizzano il loro patrimonio e poi danno sussidi. Le Regioni operano in ordine sparso premiando per lo più la proprietà della casa. Sul tavolo dello stesso Ciampi è stata portata la denuncia di Federcase: nel nostro Paese mancano 600mila alloggi popolari.
Dagli anni 80, in modo organico, non se ne occupa nessuno. Seconda notizia: le Regioni varano leggi sul devastante condono governativo. Alcune (quelle dell'Ulivo più Liguria e Lombardia) cercano di limitarne i guasti, altre no: la Regione Lazio sanerà pure le seconde case, cioè le ville al mare, quali «abusi di necessità». Terza notizia: con la Finanziaria il governo Berlusconi taglia altre risorse ai Comuni sacrificando così i servizi ai ceti e ai soggetti più deboli. Quindi: 1) una vera politica della casa non esiste più e già si avanza una legge che privatizzerà pure l'urbanistica; 2) i condoni premiano l'edilizia illegale a spese dei Comuni gravati dei costi per i servizi; 3) nelle aree metropolitane come nei piccoli Comuni chi stava male, starà peggio.
Anni fa c'era una politica per l'edilizia sociale, per quella economica e cooperativistica. Una politica, nei casi più avanzati, volta alla tutela dei centri storici e di quanti, pur con bassi redditi, vi risiedevano in affitto. Di tutto questo c'è ben poca traccia. Ci sono i buoni-casa alle famiglie meno abbienti per consentire loro di pagare affitti altrimenti insopportabili. Ridotti del 50 per cento dal governo nell'ultimo biennio. Denari pubblici che vanno spesso a nuovi proprietari che, con la cartolarizzazione di patrimoni ex pubblici ingentissimi, stanno sconvolgendo la mappa delle residenze nelle città e cacciando altri residenti, altri artigiani, altri negozi storici. Cartolarizzazione spinta da un governo che ha fame di soldi per «fare cassa», per turare le falle aperte nel bilancio di tutti.
In Italia siamo ben oltre i 120 milioni di vani abitativi (seconde case comprese), non pochi sfitti o vuoti, più altri milioni di vani abusivi. Per una popolazione la quale invece cresce di poco, e soltanto per l'immigrazione. Ma ha bisogno di alloggi in locazione per giovani coppie, per immigrati, per sfrattati, al fine di sottrarli alla speculazione più bieca o al faticoso destino di pendolari sulla lunga distanza, con pochi trasporti abbordabili, coi treni regionali in perenne ritardo (in questo campo si è puntato tutto sulle Grandi Opere, stradali per lo più, impantanate). Alloggi potenzialmente ricavabili, spesso, dal patrimonio già esistente: antico, vecchio, degradato, da ristrutturare. Come si sta facendo in alcuni Comuni. Per esempio a Genova su vasta scala nella sua città vecchia e altrove.
Ci sono accordi di «rottamazione» e ricostruzione in atto - a Roma per il quartiere Giustiniano Imperatore, pericolante - da valutare con attenzione. Sere fa Sergio Cofferati in Tv ha indicato nella casa la prima emergenza di Bologna, cioè di una città ricca, avanzata, che però da tempo ha perduto la leadership nel campo del restauro e del recupero di case in affitto per i ceti più deboli e anche per gli studenti fuorisede, «lasciando fare» al mercato. Cioè a speculatori e affittacamere, con canoni-capestro. Succede a Bologna, città che negli anni 70 e 80 veniva portata ad esempio nell'Europa più civile per questa sua politica. Succede che i centri storici, le nostre bellissime vecchie città, se si «lascia fare» al mercato, o si spopolano desolatamente, o diventano un'accozzaglia volgare di paninerie, pizze a taglio, pub, locali notturni. In tutt'e due i casi senza abitanti veri o quasi, e con seri problemi di violenza, di spaccio, di sicurezza.
A specchio con questa autentica dissipazione se ne verifica un'altra : quella dei terreni a coltivo, a bosco, a pascolo che vengono «mangiati» da nuovo cemento e asfalto. Ogni anno almeno 100 mila ettari. In dieci anni, una regione vasta come la Puglia. Poi, dopo tanta impermeabilizzazione, ci stupiamo delle continue alluvioni.
Molto del nuovo cemento è per giunta abusivo, illegale. Se in affitto può abitare soltanto per il 19 per cento degli italiani (contro il 59 per cento dei tedeschi e il 46 dei francesi), se condoni e sanatorie sono frequenti come le lotterie, perché non farsi la prima casa, e magari pure la seconda, abusivamente, magari in zona protetta, nei parchi, lungo le spiagge, o con affaccio sul lago? Per la seconda casa, se non ci ha pensato Berlusconi, ci penserà Storace a condonarla. In effetti la distanza fra le Regioni più severe e quelle più generose nel «perdonare» è impressionante. L'Umbria ha aumentato gli oneri concessori del 100 per cento e limitato la sanatorie ai soli ampliamenti e per appena 30 metri quadrati ad unità abitativa. In altre Regioni dell'Ulivo si potranno sanare i piccoli abusi.
Al contrario la Sicilia ha dimezzato e rateizzato l'importo dell'anticipo sugli oneri concessori e per le nuove costruzioni condonerà sino a 750 metri cubi per singola domanda e sino a 3.000 complessivamente. Nel Lazio l'opposizione di centrosinistra ha evitato che si potessero sanare anche gli edifici costruiti nei parchi. Ma il centrodestra ha respinto, in pratica, tutte le richieste del Campidoglio per un condono «stretto» . Abruzzo, Calabria e Campania non hanno approvato entro il l2 scorso le loro norme sul condono, come richiesto dalla Corte costituzionale. In Campania il progetto Bassolino, molto restrittivo, è stato sepolto sotto 500 emendamenti del centrodestra e osteggiato da alcuni consiglieri della Margherita. Se ne discute ancora perché v'è chi ragionevolmente ritiene che vi siano margini per una legge regionale. Grazie al governo, non ci si capisce più nulla.
L'aumento, in molte Regioni, degli oneri per la domanda di sanatoria indurrà parecchi abusivi a non pagare l'oblazione rimanendo «sommersi». Così calerà il gettito. Per questo i ministri studiano dilazioni nel 2005. Insomma, pochi milioni di euro incassati - meno di 450 sui 3,1 miliardi preventivati - e un incredibile, indecente caos, legislativo e regolamentare. Coi Comuni costretti ad incassare, per la parte di loro competenza, da questo terzo condono sì e no la metà di quanto spenderanno per portare i servizi agli ex abusivi perdonati e premiati. Con l'aggravante che la Finanziaria 2005 li penalizzerà sul piano degli investimenti e dei servizi ai cittadini rispettosi della legge. Un ultimo dato: secondo stime del Sole-24 Ore, il costo della vita in Italia è aumentato negli ultimi quarant'anni del 2.061 per cento. E però la casa è rincarata quasi tre volte di più : esattamente del 5.752 per cento, facendo dileguare l'affitto, il civile affitto. Un costo sociale, alla fine, enorme.
Vorrei solo, a brevissima premessa, riportare una citazione dall’ultima parte di questo articolo, che mi infastidisce: “La maggior parte degli elementi di sicurezza correnti sono semplicemente inappropriati per un ambiente urbano. Sono stati sviluppati per paesi stranieri, ambasciate, il Terzo Mondo, ecc.”. Certo non riassume né le culture del new urbanism, né il contenuto del testo, ma c’è e sarebbe sbagliato non prenderne atto. Ai lettori di Eddyburg, ovviamente, il giudizio. (fb)
Titolo originale:Three years after 9/11, security mindset threatens civic design – traduzione di Fabrizio Bottini
Dopo che quasi 3.000 persone hanno perso la vita al World Trade Center tre anni fa, nessuno dubita che ci siano gravi rischi in terra americana, e che le agenzie governative debbano fare qualcosa a proposito. Ma alcuni progettisti credono che le soluzioni raccomandate dagli esperti – e adottate da governo federale – rischino di danneggiare l’ambito pubblico isolando inutilmente gli edifici collettivi.
Si sta iniziando a sviluppare una reazione, a questi eccessi del regime di sicurezza federale. Uno dei suoi principali esponenti è David Dixon, responsabile per l’urbanistica e la progettazione urbana dello studio Goody, Clancy & Associates di Boston. “La guerra al terrorismo rischia di diventare guerra alla vivibilità delle città americane” afferma Dixon. “Nella fretta di rispondere alla minaccia dei terroristi, un diffuso gruppo di funzionari, architetti, costruttori, ingegneri, avvocati, urbanisti, consulenti per la sicurezza, e altri in grado di influenzare le regole urbanistiche e edilizie, sta creando una nuova generazione di norme e regolamenti di progetto”.
La preoccupazione degli urbanisti si concentra su istruzioni come quelle riportate di seguito, che sono state applicate a edifici come i tribunali:
Da quando un camion-bomba ha distrutto i nove piani dell’Alfred P. Murrah Federal Building a Oklahoma City nel 1995, uccidendo 167 persone, le risposte federali sono state di rendere gli edifici più difficili da attaccare. A prima vista si trattava di una strategia indiscutibile. Gli occupa edifici federali ha diritto alla protezione contro gli estremisti antigovernativi come Timothy McVeigh. Ma dopo che Al Qaeda ha distrutto il World Trade Center e danneggiato il Pentagono, è diventato chiaro che il programma di sicurezza sarebbe stato molto più esteso. Qualunque edificio o spazio dotato di valore simbolico, ora può essere considerato un potenziale obiettivo del terrorismo. Gli scopi di sicurezza possono modificare non solo le caratteristiche degli edifici federali, ma anche di quelli statali, dei municipi, università, musei, monumenti storici, chiese: la lista è infinita.
Una consapevolezza crescente
Alcuni specialisti della sicurezza stanno maturando l’idea che gli edifici, o almeno il sistema di barriere sul loro perimetro, debba evitare di creare un’impressione di durezza. Michael Chipley, program manager per la sicurezza interna e i problemi geospaziali per lo studio di ingengeria civile PBS&J, afferma che nell’ultimo anno e mezzo un certo numero di funzionari e professionisti, pianificatori urbani, paesaggisti, ingegneri, architetti, personale di polizia, hanno iniziato a “cercare di eliminare la mentalità delle orrende barriere New-Jersey”. Chipley, co-autore del manuale Federal Emergency Management Agency Report 426, per l’attenuazione degli effetti dei potenziali attacchi terroristici agli edifici, dice che “Si sta verificando un notevole cambiamento di filosofia”
Questo cambiamento trova riflesso in un sistema di barriere anti intrusione di veicoli a “kit componibile” della General Services Administration. Una volta installato, crea un margine stradale più gradevole e “definisce più chiaramente i percorsi destinati ai pedoni”. Così scrivono Caroline R. Alderson, della General Services Administration, e Sharon C. Park, del servizio Heritage Preservation, in Building Security, un nuovo libro curato da Barbara A. Nadel. Alderson e Park prevedono che il “kit” produrrà un “confortevole senso di protezione dei percorsi” e un sollievo rispetto alla larghezza della strada.
Ma progettisti come Dixon – le cui critiche all’urbanistica della sicurezza federale sono contenute in First to Arrive: The State and Local Responses to Terrorism, pubblicato dalla MIT Press a cura di Juliette N. Kayyem e Robyn L. Pangi – restano perplessi dai requisiti di localizzazione degli edfici governativi, dall’obbligo di relegare i parcheggi su piazzali all’aperto o sopraelevati, alla difficoltà di incorporare attività commerciali e altri usi negli spazi perimetrali del pianterreno. L’edificio Joseph Moakley che ospita il tribunale, inaugurato nel 1998 a Boston sul waterfront, secondo la linea di pensiero post-Oklahoma City, “fiancheggia le principali connessioni pedonali dal centro al nuovo distrettto Seaport, con 120 metri di pareti cieche” sottolinea Dixon. Se il tribunale fosse stato progettato dopo l’11 settembre il risultato – dice – avrebbe potuto anche essere peggiore: “Una barriera fra il centro città e Seaport”.
Gli studi professionali che aderiscono al new urbanism, si stanno sforzando di adeguarsi agli obiettivi di sicurezza, mantenendo tuttavia un ambiente confortevole per i pedoni. Quando è stato proibito allo studio Robert A.M. Stern Architects di far occupare a un tribunale federale di Richmond, Virginia, la maggior parte del lotto, si è arrivati a un compromesso. I due lati principali dell’edificio saranno lunghe curve, in modo da adeguarsi al richiesto arretramento di 15 metri da bordo stradale. Ma due pareti terminali saranno comunque arretrate di soli 6 metri dal bordo, adattandosi alla griglia stradale del quartiere. Le parti dell’edificio situate a meno di 15 metri dalla strada conterranno “elementi strutturali ridondanti” in grado di assorbire l’urto di una bomba senza collassare, secondo il parere Grant Marani, socio responsabile del progetto per lo studio Stern.
Anche le parti pubbliche saranno progettate per sopportare esplosioni. “Le vetrate fino a 5 metri dal suolo saranno garantite sia balisticamente che per esplosioni” secondo i responsabili dello studio. Una parete-barriera mascherata a verde si estenderà tutto attorno alla zona, come deterrente ai veicoli. Anche con tutte queste precauzioni, il parcheggio lungo la strada, che è sia una comodità per i visitatori che un elemento di separazione dalla via per i pedoni sul marciapiede, sarà eliminato su tutti i lati dell’edificio. La completa realizzazione progetto, a cui partecipa la HLM Design di Bethesda, Maryland, è prevista per il 2006. Ma nel frattempo, forse è lecito chiedersi: qual’è la probabilità che Al Qaeda o un estremista di casa nostra attacchi un tribunale di Richmond? Privatamente, alcuni funzionari federali si chiedono se abbia senso spendere tanti soldi per fortificare gli edifici, quando il rischio è tanto difficile da calcolare.
Michael Chipley, dello studio PBS&J, dice che al momento c’è una tendenza verso metodi secondo cui cliente e progettista identificano le potenziali vulnerabilità di un edificio, e successivamente scelgono il livello adeguato di protezione. Teoricamente, questo incoraggia un approccio flessibile. “Il problema” riconosce Chipley “è che tutti prospettano lo scenario peggiore. Quindi si massimizzano le distanze”.
La cautela burocratica ha aggravato la tendenza a decisioni anti-urbane. Christine Saum, direttore per la progettazione urbana e la revisione dei piani alla National Capital Planning Commission (NCPC), che esercita parziale autorità sui progetti di edifici federali nella regione di Washington, nota che non esistono regolamenti specifici a proibire attività commerciali al pianterreno degli edifici pubblici. Certo, quando si propone questo tipo di uso, “spesso il personale del Federal Protective Service [Sicurezza Interna] non è a suo agio”. Gli usi misti non sono formalmente esclusi, “A loro, semplicemente, non piacciono”. L’aspetto positivo, il portavoce della NCPC Denise Liebowitz sottolinea che le risposte federali non sono fisse e immutabili. “Questi regolamenti e standards sono ancora in fase evolutiva, in risposta alle valutazioni di rischio”.
Gli effetti sull’attività dei privati
È inevitabile che i requisiti di sicurezza interesseranno anche strutture diverse da quelle degli edifici governativi. La General Service Administration, oltre a possedere 1.700 edifici per 18 milioni di metri quadrati, utilizza in affitto altri 15 milioni di metri quadri in 6.200 edifici di proprietà privata. Quando arriva il momento di rinnovare i contratti, a molti di questi edifici viene richiesto di adeguarsi agli arretramenti, o di “rafforzare” il grado di protezione dalle esplosioni. Un rafforzamento che può comprendere nuovi sistemi di finestre e alte modifiche, e che è costoso.
“È quasi sempre più economico trovare un nuovo spazio e costruire un altro edificio”, continua Anderson. “C’era una concreta preoccupazione che le attività governative abbandonassero le città”. L’esodo non è avvenuto. Ma progetti come quello per un nuovo edificio privato al Southeast Federal Center di Washington, da affittare al Dipartimento dei Trasporti, non promettono molto bene, con gli arretramenti di 15 metri, e la scarsità di usi diversi al pianterreno. “Si creano molti spazi morti” ci dice Elizabeth Miller, coordinatrice per l’urbanistica e la progettazione alla NCPC. In alcuni casi gli arretramenti possono avere qualche buon aspetto visivo, come accaduto per due secoli e oltre con le piazze dei tribunali americani. L’idea della sicurezza “può far tornare gli edifici governativi verso l’immagine del monumento sulla collina: una costruzione dall’aspetto imponente”. Rob Goodill, socio dello studio Torti Gallas & Partners di Silver Spring, Maryland, ha proposto di sviluppare portici, piazze, pareti di recinzione, giardini, e altri elementi che consentano agli edifici di distanziarsi dalla strada e contemporaneamente occupare lo spazio in modo armonioso.
Rob Rogers, socio alla Rogers Marvel Architects di New York, propone uno standard per giudicare un sistema di sicurezza: non è valido “a meno che non aggiunga bellezza, o accessibilità, o altri benefici” oltre a provvedere alla protezione. “Spendere tanti soldi a non avere altro che qualche spartitraffico è una cosa da sciocchi” dice Rogers. “La maggior parte degli elementi di sicurezza correnti sono semplicemente inappropriati per un ambiente urbano. Sono stati sviluppati per paesi stranieri, ambasciate, il Terzo Mondo, ecc.”.
Rogers aggiunge che sono necessari approcci più fantasiosi. Invece di barriere convenzionali, il suo studio sta progettando quello che descrive come “una panca luminosa di vetro, che accende un percorso pedonale dal molo del traghetto sull’Hudson al sito del World Trade Center”. Offrirà un sedile, una lieve e pervasiva illuminazione, e presumibilmente qualche godimento estetico, il tutto tenendo a distanza le insidie dei veicoli. Sarà più bassa delle classiche barriere, perché di fronte al sedile sta un materiale di riempimento che sostiene i pedoni, ma farebbe sprofondare un automezzo. Innovazioni del genere sono piuttosto rare.
David Dixon ritiene che l’attuale approccio dominante alla sicurezza sia mal orientato. “La cosa più curiosa a questo proposito” continua Dixon “è che negli ultimi decenni si sia tolta tanta parte dell’ambiente urbano dalla sensazione di paura (rendendo più sicure le città e la società) creando consapevolmente edifici più aperti, diluendo la separazione fra spazio pubblico e privato, promuovendo le attività collettive e riportando la gente nelle strade e piazze. Il solo e unico scopo della difesa dal terrorismo minaccia tutte queste sudate conquiste”.
Nota: qui il link alla rivista New Urban News (fb)
Mi sembra sempre più evidente che nei tempi prossimi il nodo delle questioni legate alle prospettive della cultura architettonica non si troverà nel confronto tra le eredità della tradizione e le aspettative del futuro. (Un tema al quale in anni scorsi è stata prestata un'attenzione a volte eccessiva). Ci sarà piuttosto un duro contrasto tra due modi di affrontare l'avvenire: tra vera e falsa modernità. Modernità versus rnodernizzazione. Proponendo di definire l'una e l'altra con questi termini Mi rendo conto che certo non sono i più adatti per differenziarle senza equivoci. Ho chiesto aiuto per trovarne una migliore definizione. Dubito però che l'alternativa moderno/contemporaneo porti a fare maggiore chiarezza al di fuori di una cerchia limitata o un numero ristretto di addetti ai lavori. Forse si potrebbe distinguere architettura per la democrazia e architettura per il mercato.
Non sono affatto in pochi, tecnici e politici, a presumere che per conquistare un progresso basti applicare novità tecnologiche o realizzare infrastrutture senza curarsi di programmarle in un piano che superi l'ambito settoriale. I danni che facilmente ne derivano si considerano prezzo inevitabile da pagare se non si vuole cadere nell'immobilismo. In genere gli architetti la pensano spesso diversamente, però con argomenti che, lo si voglia o no, finiscono per offrire un sostanzioso sostegno a quel rozzo modo di procedere. A partire dal maggior numero dei progettisti più in vista, si diffonde dilagando il pregiudizio che la complessità e la velocità delle trasformazioni urtane siano diventate tali da rendere impossibile regolarle E da tempo, non solo nel nostro campo, viene largamente condivisa la sfiducia in quale che sia idea di progresso. Non ci sarebbe altro da fare se non interventi episodici, appariscenti o addirittura spettacolari molto più che contrassegnati dall'utìlità.
Così é la modernizzazione, agguerrita e aggressiva in misura non paragonabile con le assai meno virulente nostalgie revivalistiche dei protopostmoderni, ora sulla via del tramonto. L'una e le altre, all'offensiva o di rincalzo, non smettono d'attaccare su due fronti l'architettura moderna, anche dopo averne ripetutamente annunciato la fine. È noto che Charles Jencks non ebbe dubbi nel certificarne la morte a St.Louis, Missouri, alle 3.32 pomeridiane del 15 luglio 1972, quando si attuò la prevista decisione di demolire, facendolo saltare in aria, un complesso di abitazioni a basso costo progettato da Minoru Yamasaki. Adesso catastroficamente Paolo Desideri ( La Repubblica, 9/1/2004) nel crollo delle Twin Towers - altra opera di Yamasaki, inseguito dal malaugurio - vede "collassare disperatamente e definitivamente la stagione della modernità, portando per la prima volta agli occhi di tutti la sua indecente fragilità, la sua complessiva insostenibilità. Una sorta di drammatica e plateale epifania della pericolosità e della inaffidabilità della tecnologia modernista e delle certezze granitiche sulle quali la cultura moderna, con un troppo scontato positivismo, aveva costruito la sua architettura fisica, sociale, descrizione anche economica". Ma dalle sua stessa descrizione è lecito arguire che questa volta si sia trattato d'una caduta della modernizzazione piuttosto che dell'estinzione della modernità.
In realtà la ricerca paziente dell'autentica architettura moderna non s'interrompe. Procede provando e riprovando, ora con slancio ora con lentezza, tra difficoltà che non vengono nascoste, con la coscienza di svolgersi in un'età di incertezze. Però mantiene fermo l'impegno di portare il suo contributo per raggiungere migliori condizioni di vita e perché ogni progetto concorra alla costruzione di una città rinnovata. Solo qualcuno in qualche momento può vanamente essersi illuso di far leva sull'architettura e mettere così in moto un rivolgimento nella società. Ma l’assiduo lavoro di coloro quali invece sono stati consapevoli dei limiti dei loro interventi e hanno agito affinché l'architettura rispondesse alle richieste progressive della società, presenta un bilancio apertamente ìn attivo. Basta vedere case attrezzature per servizi d'ogni genere com'erano un secolo fa e come sono oggi. Certo il risultato dipende da molteplici fattori, ma è altrettanto certo che per questo le esperienze dell'architettura funzionale hanno avuto un ruolo tutt'altro che secondario.
Un punto di partenza di queste esperienze é stato seguire un metodo e criteri unitari per progettare oggetti d'uso, edifici, :sistemazioni urbane, dando per scontato che ai tre livelli, a causa delle differenze delle condizioni e delle resistenze che s'incontravano, le ricerche sarebbero andate avanti con tre velocità. Oggi il rinnova mento della produzione utilitaria di mobili e suppellettili può dirsi compiuto e, per lo meno in paesi dell'Europa centrale e settentrionale, la qualità diffusa nell'edilizia è notevolissima. Invece per la progettazione urbanistica lo scarto tra elaborazione culturale e problemi con i quali misurarsi è ancora considerevole; forse si è addirittura allargato. Non dipende soltanto dai tempi prevedibilmente più lunghi della ricerca in questo campo. Mentre stava uscendo dalla fase di rodaggio, i dati delle questioni da affrontare sono rapidamente cambiati e ingigantiti. A guerra finita, ci si è trovati a dover riparare distruzioni quante l'Europa, nella sua storia millenaria, non aveva mai visto. Poi sono sopravvenuti trasferimenti di popolazione dalle campagne nelle città, motorizzazione di massa, sviluppo delle attività terziarie, correnti migratorie da paesi lontani, problemi di tutela ambientale e di risparmio energetico, diffusione di nuovi strumenti per comunicare, globalizzazione.
Sono ostacoli che potrebbero indurre a gettare la spugna, giudicando che le trasformazioni dei luoghi che abitiamo non siano più regolabili se non entro ambiti circoscritti, caso per caso. Atteggiamento rinunciatario che é quasi inevitabile porti a subire e assecondare la reazione politica neoconservatrice. Martin Pawley ha scritto esplicitamente: "Il postmoderno è l'architettura di Friedman e della Thatcher come indiscutibilmente il modernismo era l'architettura di Keynes e di Attlee". Sarebbe facile estendere l'illazione ai giorni e ai fatti nostri. E se l'assenza del progetto è tipica di società arretrate, anche per noi la riluttanza a farne uso coerente e costante nel quadro di programmi più vasti é interpretabile come segno di debolezza e di declino. Sarebbe una conferma di quanto autorevolmente ha detto di recente Guido Rossi: " Siamo un paese che non cerca la modernità, ma annusa in fretta l'ultima moda, confondendo l'una con l'altra".
Viceversa difficoltà, complicazioni e imprevisti con cui ha dovuto fare i conti la cultura urbanistica possono dare spiegazioni oggettive dei suoi ritardi, sollecitando a non mollare, a tenere ancora fermo quanto Giovanni Michelucci affermò in un libro-intervista: "Essere architetto vuol dire pensare la città come fine di ogni atto progettuale". Sono tanti, per scarsezza di mezzi, a non essere in grado di provvedere da soli a soddisfare esigenze anche elementari e hanno bisogno di una città che sia organizzata in modo da funzionare bene. Questi, prima di altri, sono i destinatari di ogni progetto che, improntato ad autentica modernità, allo scopo di liberare da condizioni sfavorevoli e ridurre disuguaglianze, tenda a mettere ordine nell'assetto urbano. `Massimiliano Fuksas intitola un suo libro Caos sublime; ma Paolo Sica, valoroso urbanista laureato a Firenze con Quaroni, recensendo Progetto e destino di Argan, scrisse che "per l'architettura assumere il caos ad evento-modello significherebbe autodistruggersi".
Tra coloro che hanno seguito gli insegnamenti di Ludovico Quaroni si riconosce bene la differenza tra quelli che lo hanno avuto docente di urbanistica oppure invece di progettazione architettonica. Ai primi egli ha trasmesso l'attrazione verso il modo di costruire la città medievale. L'ammirazione per il sistema di organizzarla, fondato su regole precise ma flessibilmente adattabile, con un tessuto edilizio formato attenendosi con varianti alla ripetizione d'un tipo non complicato, tuttavia già al suo interno capace di contenere più d'una funzione; la residenza, il commercio, l'attività produttiva artigianale. (Un tipo analogo si sarebbe ritrovato lungo i canali seicenteschi della borghese Amsterdam, non a caso così diversa dalle città sue contemporanee dominate da un'autorità). Nei panorami urbani medievali i monumenti risaltavano come espressioni non solo di potere ma anche, forse più, di aspirazioni collettive della comunità. Strade e piazze componevano una rete di tracciati gerarchicamente differenziati, non un disegno di scacchiera o altra figura geometrica, mentre una serie articolata di passaggi conduceva per gradi dallo spazio pubblico aperto a tutti fino a quello riservato alla vita intima delle persone.
Una bella sfida provarsi a restituire qualità non dissimili alla città moderna. Con tutt'altri modi, tutt'altre forme, tutt'altri strumenti. Lo sviluppo dell'industria li ha rivoluzionati. Ha però portato a elaborare un metodo progettuale dal quale gli architetti hanno da imparare e ha messo a disposizione una quantità di prodotti neppure paragonabile a quella del passato. Forse proprio da qui - dall'ideare a tutte le scale elementi componibili per associarli nelle più svariate combinazioni - può trovarsi una chiave che renda compatibili unità e diversità, standardizzazione e ricerca d'identità, ordine e mutamento incessante. Un'ipotesí di lavoro che vale la pena di sperimentare.
vedi anche la lettera di Fabrizio Bottini
Spesso si è osservato che le proteste contro alcuni danni ed eccessi della grande distribuzione si limitano ad una difesa corporativa: i commercianti locali (i bottegai, per chi non li ama) e altri gruppi si oppongono al nujovo supermercato, centro commerciale, ingresso di operatore esterno, solo per stretti motivi di interesse. Se questo è senz'altro vero, e pure abbastanza ovvio, è pur vero che - visti i risultati - almeno non si può dire che il commercio con base locale (preso nel suo indieme) abbia fatto danni aprticolari, e anzi come ci ha insegnato Jane Jacobs può essere un elemento vitale nei rapporti comunitari. Il testo che segue tenta appunto di esaminare in breve e in modo parallelo i due aspetti: la vita del territorio e della comunità in un contesto fose diverso da nostro ma potenzialmente simile, e il ruolo pure potenzialmente contrapposto delle due "corporazioni". La grande e la piccola. (fb)
Titolo originale Littering America with Dead Malls and Vacant Superstores – traduzione di Fabrizio Bottini
Non è un segreto che, da quando le grandi catene di distribuzione hanno preso possesso della maggior parte del commercio, si sono lasciate alle spalle una scia di centri città mezzi vuoti, imprese familiari coi battenti chiusi, e residenti dei quartieri che anche per gli acquisti di base dipendono dal grande centro commerciale autostradale o dal negozio big-box, che sono obbligati a raggiungere in macchina.
Ora le stesse catene di distribuzione stanno assestando alle comunità un secondo colpo: lasciano i centri esistenti, per realizzarne degli altri più grossi, abbandonandosi dietro enormi gusci vuoti e ettari di asfalto.
Ora i centri commerciali fantasma e i Superstores vuoti stanno sparpagliati per l’America come spazzatura. A livello nazionale si tratta di cinquanta milioni di metri quadrati di spazio commerciale che se ne sta lì: l’equivalente di circa 4.000 centri commerciali.
Parte del problema è che le catene di distribuzione stanno costruendo nuovi punti vendita ad un ritmo incostante, creando un eccesso di offerta. Solo negli ultimi 12 anni, lo spazio commerciale pro capite è aumentato del 34 per cento, da 1,5 a 2 metri quadri. Molte comunità hanno più spazi commerciali di quanti i residenti possano sostenere, e inevitabilmente si verificano dei vuoti.
L’altra parte del problema è che le compagnie si sentono obbligate a reinventarsi o gni dieci anni o giù di lì, abbandonando i punti vendita esistenti per nuovi formati. Prima c’erano strip-malls affacciati sul filo stradale, che poi hanno dato luogo ai centri commerciali enclosed, “introversi”. In seguito si sono succedute varie ondate di centri commerciali regionali sempre più grandi. Centinaia di malls della prima fase, hanno chiuso negli anni Ottanta a causa della prima ondata di negozi big-box.
Negli anni Novanta gli stessi big-box hanno cominciato la propria muta della pelle, lasciando liberi gli spazi esistenti per costruire negozi più grandi. Come risultato, la sola Wal-Mart ha abbandonato vuoti quasi 400 negozi: più di 3 milioni di metri quadri di spazio commerciale, circondati da migliaia di ettari di asfalto.
L’esperienza di Macon, Georgia, forse non è tipica, ma comunque istruttiva. Questa piccola città ospita tre carcasse Wal-Mart, due delle quali superano i 10.000 metri quadrati: più del doppio di un campo da football e il triplo della dimensione di un classico supermarket, e questo senza contare i grandi piazzali a parcheggio. Come la maggior parte dei 34 negozi Wal-Mart abbandonati della Georgia, i tre di Macon avevano chiuso i battenti dopo che la compagnia aveva realizzato due “ supercenters” più grossi, ingoiandosi altro terreno libero.
Anziché diventare vittime del gioco cannibale delle corporations, molte comunità stanno tentando un approccio diverso. Dozzine di amministrazioni hanno bandito i negozi big-box modificando le regole di zoning in modo da prevenire la costruzione di punti vendita oltre una certa dimensione. Altre hanno proibito l’espansione commerciale su aree inedificate, richiedendo invece che i nuovi negozi si collochino nei distretti commerciali del centro e dei quartieri. Molte hanno anche trasferito cespiti fiscali, un tempo destinati a finanziare nuove strade e altre infrastrutture che favorivano una crescita sprawl, verso il sostegno al commercio nelle aree centrali.
Alcune stanno iniziando anche a vedere i vantaggi di lavorare insieme alle amministrazioni confinanti per costruire una visione condivisa di sviluppo. Anziché impegnarsi in una competizione fra chi perde e chi perde, per allargare la base imponibile, i residenti della regione di Cape Cod in Massachusetts hanno creato la Cape Cod Commission. Si tratta di una agenzia di pianificazione regionale che esamina tutte le proposte di nuova edificazione che possono avere impatti oltre i confini amministrativi delle comunità dove si collocano, compresi i negozi di superficie superiore a 1.000 metri quadrati. Costi e benefici dei nuovi progetti sono valutati attentamente e le proposte emendate per conformarle al piano urbanistico regionale, che incoraggia lo sviluppo di piccoli negozi che impiegano residenti locali e rispondono ai bisogni comunitari.
Stanno emergendo nuove idee anche dal mondo del commercio indipendente. Nel 1998 i piccoli imprenditori di Boulder, Colorado, hanno formato la Boulder Independent Business Alliance, uno sforzo cooperativo per aiutarsi l’un l’altro a sopravvivere e a costruire legami più saldi con la comunità. La BIBA, ora conta più di 150 aziende associate. Attraverso gruppi d’acquisto e campagne pubblicitarie comuni che promuovono i benefici del sostegno alle imprese locali, la BIBA ha decisamente migliorato le prospettive dei suoi appartenenti e reso i residenti consapevoli di quanto importante sia davvero la possibilità di scelta “Locale o di grande catena?”.
Associazioni simili da allora sono sorte in altre città, che comprendono Austin, Salt Lake City, St. Louis, Bozeman (Montana) e Corvalis (Oregon). Queste alleanze lavorano non solo per aumentare competitività e spazi di mercato, ma anche per dare alle imprese indipendenti una voce – di cui c’è gran bisogno – per influenzare le decisioni del governo locale. L’associazione di Salt Lake City, per esempio, ha giocato un ruolo chiave nel bloccare sussidi pubblici a un nuovo mega-mall. Senza sussidi, alla fine il progetto è stato cancellato.
Una nuova organizzazione, la America Independent Business Alliance, mira a congiungere questi sforzi entro una coalizione nazionale che non solo seminerà e coltiverà e metterà insieme future associazioni locali di impresa, ma creerà una contro-forza politica rispetto alle lobbies dei grandi gruppi che promuovono molti dei dannosi sussidi che producono sprawl e proliferazione delle grandi catene.
Questi sforzi saranno ampiamente ripagati, nel lungo periodo. A differenza dei superstores a briglia sciolta, i distretti commerciali tradizionali sono esistiti per centinaia di anni e possono durare altrettanto. Le singole attività possono anche andare e venire – il negozio di ciambelle di ieri diventa oggi il bar dei caffè espresso e pasticceria – ma l’impresa indipendente in sé mantiene un suo ruolo essenziale nel tessuto economico e sociale della comunità.
A differenza delle corporations mondiali, le imprese locali sono possedute da persone che vivono nella comunità e sono interessate al suo benessere. Queste attività sono essenziali per la qualità della vita e l’identità locale, ma hanno di fronte potenti avversari, e questo richiede una azione consapevole per assicurare la loro continuazione. Fortunatamente, molte comunità stanno rispondendo alla sfida, e capiscono che le migliori qualità di una cittadina non vengono dai big-boxes.
Nota: oltre agli altri vari testi di Eddyburg sui temi collegati, si veda per un confronto “internazionale” la protesta dei commercianti napoletani per il nuovo Outletdella moda "Capri Due"di Marcianise. Il sito da cui è stato scaricato l’articolo originale è Reclaim Democracy .
Alla Camera dei deputati è in discussione una proposta di testo unificato in materia di governo del territorio predisposta dal relatore di maggioranza. E’ basata su una concezione vistosamente iper-liberista, profondamente diversa da quanto immagina Luigi Mazza per la nuova legge urbanistica nel suo articolo sul precedente fascicolo di questa rivista. La filosofia essenziale della proposta in discussione consiste, infatti, nella sostituzione degli “atti autoritativi” (quelli di esclusiva competenza di pubblici poteri) con “atti negoziali” tra i soggetti istituzionali e i “soggetti interessati" (che finiscono per coincidere con i proprietari degli immobili). Il governo del territorio dovrebbe quindi ridursi a un confronto, nel quale le pubbliche autorità non sarebbero altro che una tra le voci che concorrono alle decisioni. Un altro elemento cardine della proposta riguarda la discrezionalità delle regioni nell’individuare “gli ambiti territoriali” da pianificare: il che significa che possono esserci ambiti territoriali da non pianificare. Anche “gli enti competenti alla pianificazione” sono decisi dalle regioni che, per esempio, potrebbero cancellare le responsabilità che oggi fanno capo alle amministrazioni territoriali dotate di organi elettivi di primo grado (stato, regioni, province o città metropolitane, comuni).
Come si vede, non è in discussione solo l’ordinamento urbanistico ma anche quello istituzionale. Mazza pensa a un’“urbanistica che disegna i diritti di cittadinanza”. Ma il testo all’esame della Camera disegna i diritti della proprietà fondiaria, non quelli della cittadinanza. Nega la prevalenza dell’interesse pubblico sull’interesse del singolo, vero e proprio principio della civiltà europea e ragion d’essere dell’urbanistica. Tutto ciò non significa che l’ordinamento urbanistico tradizionale va bene com’è e non si tocca. Nessuno può dire questo. Molte delle procedure oggi utilizzate sono decrepite, oggettivamente indifendibili. Ma non tutta l’esperienza italiana va cestinata. In molte regioni continua il buon governo. In Toscana, per esempio, i tempi dell’amministrazione sono ragionevoli, le procedure semplici. A meno di dieci anni dall’approvazione dell’ultima legge regionale, tutti i comuni hanno completato o stanno completando la formazione dei piani di nuova generazione (piano strutturale e regolamento urbanistico). Ed è nota la qualità di tanti insediamenti, basta pensare all’incanto non raro della campagna. Secondo me, si doveva partire da queste esperienze, cercando in esse i principi da incardinare nella legge quadro nazionale. Prevale invece l’obiettivo, tutto ideologico, di spostare il comando delle decisioni urbanistiche dalle sedi pubbliche a quelle private.
Trovo inquietante che di fronte a scelte del genere il dibattito sia così striminzito. Mi sarei aspettato polemiche franche e vivaci, anche tempestose. Invece, si discute pochissimo, nel disinteresse generale. Le opposizioni sono silenti, forse inclini all’inciucio (Luigi Mazza ha riferito di tentativi d’intesa fra un parlamentare della maggioranza e uno dell’opposizione). Se in questa stagione politica non c’è accordo nemmeno sulla riforma della costituzione, non è strano che si possa realizzare un’intesa sulla legge urbanistica, come auspica Mazza? Sarebbero più utili posizioni chiare e distinte. Servirebbe, soprattutto, il coinvolgimento dei protagonisti autentici del governo del territorio. A cominciare dai sindaci.
Sull'argomento:
L'articolo di Luigi Mazza
Una intervista a Pierluigi Bersani (DS)
Negli eddytoriali (36, 38, 39, 42)
“Quando l’ingegnere, ci avverte Bourdieu, parla di case è un tecnico, ma un ingegnere che critica pubblicamente la politica del governo diventa un intellettuale”. Quando ingegneri e architetti si occupano di città - come tecnici e come intellettuali- diventano urbanisti. Si è urbanista ( per fortuna) in modo differente; per formazione, esperienza, collocazione- certo - ma soprattutto per la propria capacità di leggere quello che nelle città avviene e, conseguentemente, declinare i singoli elementi della sua trasformazione. Cercare di capire come gli urbanisti (e le urbaniste) oggi leggono la città è un buon metodo per comprendere, anche, come il sapere di cui queste persone sono portatrici riesca, o meno, ad intercettare pratiche e comportamenti di altre persone (i cosiddetti movimenti) che hanno fatto della città il campo principale del loro agire. Abbiamo così pensato di interrogare alcuni colleghi per scoprire se esistono altre possibilità di comprendere, accompagnare e raccontare l’abitare la città come, per dirla con Marx, sogno di una cosa. Le domande sono state montate in modo volutamente ambizioso, a partire dal convincimento che spesso noi urbanisti, con il pretesto della verità delle norme e delle procedure tecniche, stronchiamo desideri ed esigenze concrete della moltitudine che rinomina la città a partire da inedite forme di progettualità sociale.
Organizzate intorno a tre ambiti problematici - la relazione tra urbanistica e città, tra abitare e costruire, tra piano e risarcimento sociale - altrettante domande sono state poste a quattro urbanisti (e urbaniste) che sappiamo costantemente impegnati a riflettere sull'intreccio di competenza tecnica e tensione politica che compone la loro pratica professionale, dentro le amministrazioni come nelle università, tracciando piani come scrivendo libri, seduti accando ai sindaci come in mezzo alle assemblee cittadine. Le loro risposte si configurano come un'apertura di dibattito, un dispiegamento di questioni su cui riflettere insieme. L'urbanistica, certo, è politica; ma come definiamo la politica? L'urbanistica è progetto di città; ma con chi e/o per chi lo disegniamo? L'urbanistica è un sapere tecnico; ma i suoi strumenti sono adeguati al nostro progetto? e quali strumenti per quale progetto? Insomma, non abbiamo cercato l'ennesimo decalogo dell'urbanista di sinistra e, per fortuna, non lo abbiamo trovato. Ciò che invece ci viene offerto è una direzione di lavoro. Non per un’ altra città, ma o ltre questa città.
Desideri e necessità reali di chi abita la città, giorno dopo giorno, sembrano aver finalmente ritrovato la parola. Le città sono oggi attraversate da movimenti -e conseguentemente da pratiche- che pongono concretamente il problema del diritto alla città a partire da quello della cittadinanza. L’urbanistica, con il pretesto della legittimità, sanziona tutto questo. Quale, allora, lo spazio disciplinare dell’urbanistica nei processi di democrazia partecipativa?
Giancarlo Paba - Ciò che chiamiamo convenzionalmente “urbanistica” è da sempre due cose insieme (talvolta separate, talvolta mescolate): disciplina e immaginazione, regolazione e utopia, tecnica e sogno. Credo che in questa fase storica il pensiero e la pratica dell’urbanistica debbano recuperare il versante irrequieto, radicale, alternativo, “politico” della propria tradizione. Ritornare ad essere – come è positivamente capitato in passato – una cultura di opposizione e uno strumento di promozione delle cittadinanze diminuite, difettive, differite (dagli stranieri ai bambini), per le quali la vita non è una quieta condizione di partenza ma un progetto, e la città è ancora un orizzonte, una speranza, un obiettivo.
Anna Marson - Troppo spesso l’urbanistica trascura, in quanto considerati in qualche modo secondari rispetto alla città delle funzioni economiche, problemi evidenziati dai movimenti: la disponibilità di spazi pubblici vivibili e non soggetti a funzioni rigidamente predefinite, un ambiente costruito che sappia accogliere persone con progetti di vita e disponibilità economiche diverse, il diritto di accesso all’acqua, all’aria, a spazi non edificati. Si tratta di temi sui quali la disciplina urbanistica è nata, a cavallo fra ‘800 e ‘900, e che sembravano essere stati resi obsoleti dal “progresso”. I nuovi movimenti urbani ci ricordano che non è così, e che il progetto della modernità occidentale sembra oggi pesantemente fallito rispetto alle illusioni di qualche decennio fa.
Diversa è la questione della democrazia partecipativa, domanda che ha trovato nuova energia a partire da Porto Alegre. Rispetto al problema procedurale di “come” partecipare, è emersa un’esperienza abbastanza diffusa e consolidata di pratiche in campo urbanistico: contratti di quartiere, contratti di fiume, città dei bambini, piani partecipati, progetti integrati di sviluppo locale, agende 21 ecc. E’ sviluppando queste esperienze che l’urbanistica può concorrere alla diffusione dei processi di democrazia partecipativa..
Vezio De Lucia - E’ bene chiarire subito che non esiste l’urbanistica come corpo disciplinare concluso, una volta per sempre. L’urbanistica non è una scienza esatta. L’urbanistica è politica. Il bello dell’urbanistica, se così posso dire, è che la sua modesta base tecnica è adattabile a ogni situazione politica. Perciò, ogni partito, ogni amministrazione esprime, più o meno consapevolmente, una sua politica urbanistica. Importante è saper costruire quella politica.
Dino Borri - L’urbanistica è stata come “disciplina” – sono un po’ riluttante a usare questo termine, per un campo di saperi e di pratiche di cui ho sempre preferito il lato meno strutturato e più utopistico e insorgente – innovata sensibilmente negli ultimi anni dall’ampliarsi della partecipazione sociale. Ne è testimonianza ad esempio la rilevanza ormai acquisita dal “sapere comune” nell’allestimento di piani e progetti urbanistici, spesso in contrapposizione a un “sapere esperto” né efficiente né efficace e soprattutto incapace di misurarsi con le sfide sociali e ambientali emergenti. Ne è testimonianza anche l’attenzione sociale per la qualità dell’”azione” sempre più affiancata quella tradizionale e tecnica per la qualità della “decisione”.
L’urbanistica può d’altra parte essa stessa contribuire, con la promozione di migliori ambienti di vita non solo urbani, al dispiegarsi di forme migliori di consapevolezza civica e ambientale, può contribuire a processi di educazione ambientale, in un rapporto interattivo tra expertise e senso comune. In fondo, anche se forse con un po’ di retorica e di mitologia, guardiamo da sempre alle sapienti costruzioni e alle bellezze di luoghi e città dove più la democrazia si è inverata, dove conflitti sociali anche aspri sono rientrati nel complesso fluire istituzionale delle politiche, di un coordinamento di azione sociale e azione individuale.
I movimenti non sembrano pensare ad un’altra città quanto, piuttosto, attraverso pratiche di progettualità sociale, a costruire forme di resistenza e, in alcuni casi, di esodo dalla città in cui siamo costretti a vivere. Come e in che misura l'urbanista potrà intrecciare i suoi saperi con quelli di questi nuovi protagonisti insorgenti per far sì che la città diventi il luogo dove l’abitare preceda il costruire?
Giancarlo Paba - Come architetti e urbanisti possiamo incidere sui rapporti tra desideri e opportunità (per riprendere un ragionamento di Jon Elster). Nei processi partecipativi, e nelle pratiche dirette di costruzione del proprio spazio di vita, i nuovi abitanti selezionano i propri modelli di abitazione tra le opportunità a disposizione, utilizzano le tecniche conosciute, adattano i propri desideri alle possibilità concrete esistenti e standardizzate. Noi possiamo allargare il campo delle opportunità a disposizione degli abitanti, disseminando le innovazioni, facendo circolare da un’esperienza all’altra le soluzioni migliori, facendo precipitare nelle pratiche partecipative gli stessi risultati innovativi della ricerca (bioarchitettura e biopianificazione). Tornare a fare gli architetti e gli urbanisti, non i “facilitatori”.
Anna Marson - Ogni disciplina è tuttavia fatta di persone, oltre che di un sapere condiviso sedimentato nel tempo: urbanisti (e urbaniste) con idee implicite sul ruolo del tecnico e del rapporto fra sapere tecnico e società a volte molto diverse. Intrecciare i propri saperi con quelli dei nuovi protagonisti insorgenti richiede:
- il riconoscimento dell’importanza dell’interazione diretta con i più diversi portatori di interesse collettivo (versus l’interesse al diritto privato), non delegabile a un qualsivoglia partito;
- la pratica del metodo dell’ascolto, e l’interesse a riconoscere energie sociali utili per la costruzione di scenari alternativi finalizzati al benessere degli abitanti;
- la legittimazione della ‘conoscenza comune’, non tecnica, come conoscenza specifica e situata degna di essere considerata con attenzione e pari dignità delle conoscenze disciplinari.
Tutto ciò non è così facile: in particolare, i partiti sono onnipresenti alle spalle dei committenti (assessori o altro) delle azioni di pianificazione pubblica, e sono generalmente interessati a vietare o limitare il ruolo dell’interazione diretta tra urbanisti e diversi portatori d’interesse, per riservare a sé l’esclusiva della mediazione.
Vezio De Lucia - Mi pare che ci sia in questa domanda un pregiudizio contro la città. Se è così, non sono d’accordo. Perché esodo dalla città? Già nei secoli scorsi si diceva che la città rende liberi. Secondo me, il problema, oggi, è la conservazione o la rivendicazione della dimensione pubblica della città, compromessa dall’esasperazione privatistica, dalla logica dei padroni in casa propria, dal condono, dall’accantonamento dello stato sociale, eccetera. Qui non è possibile approfondire il tema della periferia portato all’attualità dalla tragedia di Rozzano. Credo che non sia sfuggito ai lettori dell’Insostenibile l’allineamento acritico e generalizzato di tanti intellettuali alla campagna contro l’edilizia pubblica. Un brutto segno.
Dino Borri - Preoccupa l’incapacità collettiva di rielaborare la città contemporanea per adeguarla alle complesse sfide socioambientali che la investono. Dalla megalopoli al villaggio si è di fronte a modelli in crisi, per le tante povertà, i tanti inquinamenti, le tante violenze solo in parte visibili. Senza pensare a una palingenesi, è realistico mettere in conto il fatto che città e campagne – dove ancora ne esistono – debbano cambiare fortemente, intrecciare meglio artificio e natura, rigenerarsi, essere capaci di preservare le diversità, attrezzarsi a convivere con gravi problemi di carenza di risorse e di conflitti socioculturali.
I saperi tecnici possono e devono essere stimolati a una più complessa progettualità (non quella delle soluzioni illusoriamente definitive ma quella di più adeguate rappresentazioni dei problemi con cui si deve convivere creando via via anche piccoli spazi di azione) da queste forme di resistenza sociale, che il più delle volte rivendicano maggiore giustizia sociale e ambientale, una vita più semplice, meno distruttiva, tutte cose che migliorano la qualità dei processi urbani e che devono informare ogni tecnica per non renderla inconsapevole e devastante.
L’abitare precede il costruire dove una vita leggera si fa strada, dove rappresentazioni e esigenze del mondo meno materiali delle attuali si fanno strada e le persone che lavorano in vario modo alla organizzazione delle città sanno farsene intrigare.
Nella città contemporanea assistiamo a fenomeni sempre maggiori di costruzione di nuove culture dell’abitare. Tali culture, attraverso continui processi costituenti, concretizzano un ideale di comunità aperta e solidale che tende alla costruzione dell’alternativa come risarcimento sociale. Ha ancora senso pensare al piano urbanistico come opportunità per costruire l’alternativa e vendicare le forme di sfruttamento imposte dal nuovo ordine economico mondiale?
Giancarlo Paba - È in atto uno scontro tra città fortezza e città aperta, tra recinzione e apertura dello spazio pubblico, tra strategie di securizzazione e sorveglianza da una parte e reinvenzione della dimensione collettiva della città dall’altra parte. Come sempre possiamo scegliere di stare da una parte o dall’altra: progettare case protette e blindate o nuove residenze collettive, trasformare le fabbriche abbandonate in un recinto commerciale o riprogettarlo come struttura aperta alle nuove culture e ai nuovi stili di vita, immaginare soluzioni urbanistiche per una città permeabile e aperta o progettare gated communities, abbandonarci ad una “sociologia ed estetica della constatazione” della città diffusa (come ha scritto efficacemente Gregotti su Repubblica una paio di giorni fa) o provare di nuovo (come ha sempre tentato di fare l’urbanistica di opposizione) a trasformare la città esistente.
Anna Marson - Il piano urbanistico non è mai stato uno strumento per “costruire l’alternativa”, anche se l’idea di città promossa era diversa da quella prodotta dallo sviluppo edilizio selvaggio. Il piano si è (quasi) sempre posto il problema di come mitigare le domande di rendita privata con la produzione di una serie di beni collettivi liberamente fruibili e con indici di edificazione tali da garantire condizioni di vita decenti.
Rispetto alle “forme di sfruttamento imposte dal nuovo ordine economico mondiale” alcuni piani recenti propongono la rivalutazione e la salvaguardia del patrimonio territoriale locale come forma di resistenza e di autonomizzazione, nella produzione di ricchezza, dall’omologazione dilagante. Non più quindi un semplice “risarcimento sociale”, ma una progettualità, anche sociale, alternativa.
Vezio De Lucia - Allo stato delle cose non vedo alternative al piano urbanistico come strumento fondamentale per la difesa degli interessi collettivi e degli strati sociali sfavoriti. Non è certo un caso che, con il pretesto della modernizzazione, della semplificazione, eccetera, sono proprio i portatori degli interessi fondiari a patrocinare il superamento dell’urbanistica tradizionale. Da questo punto di vista, mi sembra esemplare l’azione condotta a Bologna dalla Compagnia dei Celestini, un’associazione formata da giovani urbanisti che ha denunciato i gravi difetti dell’urbanistica bolognese, anche prima di Guazzaloca. I Celestini hanno puntualmente dimostrato che i nuovi strumenti d’intervento (accordi di programma, piani di recupero, eccetera), che avevano l’obiettivo di migliorare la condizione urbana, hanno invece determinato un suo sistematico e netto peggioramento. Così è dovunque. Attenti perciò a non favorire un’oggettiva convergenza dei movimenti antagonistici con le strategie degli energumeni del cemento armato, come li chiamava Antonio Cederna.
Dino Borri - Le culture contemporanee dell’abitare sono plurali, com’è stato d’altra parte sempre, fatte di una pluralità che riguarda anche risorse, diritti. Si va da modi opulenti nelle città del nord del mondo a modi di povertà estrema nelle megalopoli del sud diseredato le cui baraccopoli sono terribili forse più degli affamati villaggi rurali che le hanno per fuga generate. Spesso proprio nelle forme di abitare più difficili e povere, alle periferie di immense città dalle impressionanti storie, comunità si creano continuamente, vitali e in qualche misura solidali pur nelle difficoltà e conflittualità che le percorrono per le tante durezze.
Il piano urbanistico tradizionale, costruito sulla città sociale moderna, non ha più molto da dire a queste realtà e deve sostituirsi con politiche e progettualità assai più sensibili, plurali, fragili, incerte. D’altra parte il vecchio piano, se è in crisi nella megalopoli povera la cui crescita e il cui sviluppo sono profondamente diversi da quelli della città industriale europea che quel piano tradizionale ispirò, è pure in crisi nella città opulenta del nord del mondo dove il dilagare di una appropriazione capitalistica degli spazi e dei luoghi e di una massiccia deregolazione domandano nuove forme di controllo e progetto, nuove relazioni tra spiriti pubblici e spiriti privati.
Titolo originale: Rural Retreat - Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Appena oltre il confine dell’Illinois, East Troy, Wisconsin, è diventata sede di varie iniziative di sviluppo sostenibile, agricoltura biologica, per le energie alternative, di un nuovo eco-villaggio
Guidando verso nord sulla Route 120 verso East Troy, Wisconsin, si entra in un paesaggio rurale verdeggiante, con fienili, cavalli, mucche. Le geografia è mossa, definita dal sistema morenico del Wisconsin, e riflette la vicinanza di Alpine Valley Resort, Music Theater, della Kettle Moraine State Forest.
East Troy (3.800 abitanti), appena a nord del confine Wisconsin/Illinois, ha il fascino del piccolo centro, con una piazza da villaggio con gazebo, un museo ferroviario e un ristorante drive-through. “È il tipo di posto dove lasci che i bambini vadano in giro in bicicletta, senza preoccuparti” dice Tricia Riley, responsabile della Nokomis Bakery.
Ma quello che passando da East Troy può anche non saltare all’occhio, è la profusione di imprese legate allo sviluppo sostenibile che hanno trovato casa in questa cittadina. E che comprendono il Michael Fields Agricultural Institute con la sua fattoria di coltivazioni biologiche; la Nokomis Organic Bakery and Grocery; LifeWays, un programma per la prima infanzia ispirato al metodo Waldorf; e la Uriel Pharmacy, che produce cure naturali ad orientamento antroposofico.
“East Troy è una dei segreti meglio mantenuti del Wisconsin sudorientale. È soprendente vedere la quantità di coltivazioni biologiche e a base familiare in questa zona” continua Riley.
L’ultimo arrivato nella comunità sostenibile di East Troy è un eco-villaggio, Fields Neighborhood. Le prime case di questo insediamento hanno avuto il massimo riconoscimento mai concesso da Green Built Home, progetto ambientalista del Wisconsin. È richiesto un minimo punteggio di 50 per essere riconosciuti come Green Built Home: questo progetto nel ha ricevuti 107.
Fields Neighborhood si affaccia sullo Honey Creek e su una zona boscosa tutelata di 80 ettari, con percorsi pedonali. Anche se è circondato su due lati da spazi aperti, è abbastanza vicino al centro da poter andare a scuola a piedi.
L’aspetto più inusuale del villaggio, è il fatto di essere progettato con un sistema a run-off zero dell’acqua: “Tutta l’acqua piovana viene filtrata dal terreno fino alla water table” spiega Peter Scherrer, responsabile della costruzione del villaggio. Il sito è concepito per massimizzare l’assorbimento delle acque, e comprende orti per la loro raccolta con piante da zone umide. Per minimizzare il runoff, le strade sono strette, e fatte di cemento, più “ambientalmente responsabile” dell’asfalto, e che crea meno calore.
Le prime abitazioni doppie sono state messe sul mercato in agosto. Lo studio responsabile della progettazione è la Design Coalition di Madison, Wisconsin. Gli edifici di mattoni e legno sono stati realizzati con parecchie caratteristiche energy-saving e hanno fatto guadagnare a queste case un punteggio di 88 dal Wisconsin Energy Star, il che significa un richiesta corrente di energia inferiore dell’88% a quella delle abitazioni convenzionali. Lucernari nei soggiorni e orientamento a sud provvedono un riscaldamento solare passivo, e la casa è pronta per quello solare attivo. Finestre ad alta efficienza e isolamento, aumentano ancora la conservazione energetica.
Le case fanno uso di materiali rinnovabili, che creano un ambiente interno ipoallergenico, ci racconta Joel Jacobsen, l’agente che sta vendendo le abitazioni. In quelle completate, il corridoio e disimpegni del primo piano hanno pavimenti in linoleum, più ambientalmente amichevole di altre superfici. Le moquettes sono di lana, e i colori per le pareti sono a componente volatile organica. Le finiture di legno sono quercia di alta qualità del Wisconsin, che richiede anche meno consumo di carburante per il trasporto.
Oltre a una stanza comune e a un bagno, il livello interrato comprende una stanza a cantina e uno studio/laboratorio. La cantina root-cellar è destinata ai prodotti degli orti comuni previsti. Il garage adiacente è dotato di uno scarico con ventola che si aziona automaticamente aprendo la saracinesca, e che succhia all’esterno il monossido di carbonio.
Una delle caratteristiche più interessanti del piano terra delle abitazioni proposte con tutte le finiture è il pavimento di bambù, molto attraente visto che sembra legno massiccio, ma rinnovabile. La stanza principale/soggiorno ha alti soffitti e finestre affacciate su una vista dello Honey Creek e spazi aperti. Si può accedere a un portico da questa stanza principale, così come dalla camera da letto secondaria.
Le due case proposte con tutte le finiture hanno un prezzo di 318.900 dollari; quelle da completare di 228.900, ed è necessario che l’acquirente aggiunga pavimenti, finiture bagno, tubazioni e impianto elettrico. Quando il villaggio sarà completo, consisterà di 72 unità, compresi edifici condominiali con sei appartamenti e abitazioni doppie su un solo piano.
Christopher Mann, costruttore di Fields Neighborhood, ha realizzato anche un eco-villaggio in Sussex. “Pensavo a un luogo dove le persone potessero vivere insieme, interagire socialmente e sul lavoro, dove i bambini potessero crescere in modo equilibrato” raccontava Mann della comunità in Sussex, in un’intervista del dicembre 2000 alla rivista della Rudolf Steiner Foundation. Per l’insediamento di East Troy, spera di creare un paesaggio che sia l’ambiente culturale di una nuova etica sociale. Mann (che era all’estero mentre si svolgeva la ricerca per questo articolo) notava in quell’intervista come fosse particolarmente stimolante realizzare una comunità immersa nel verde con contenuti economici alternativi. “Creare qualcosa per i redditi medi è molto difficile. È facile scivolare verso le fasce alte di mercato facendo cose troppo costose, in particolare se si vuole edilizia ecologica, un’etica ambientalista, sviluppare un insediamento a zero run-off”.
Per questo motivo, il responsabile di costruzione Scherrer dice che anche se tutti gli edifici di Fields Neighborhood avranno qualche caratteristica ecologica, alcuni potranno non essere meno “verdi” di altri, per consentire di rendere disponibili abitazioni a varie fasce diverse di reddito.
Mann è inglese, cresciuto in una famiglia di cultura Waldorf. Da giovane emigrò in Canada, dove scoprì l’antroposofia: la scienza spirituale formulata da Rudolf Steiner (1861-1925), filosofo e studioso austriaco. L’antroposofia è alla base di nmerose iniziative olistiche nel campo della medicina, delle terapie, delle arti, dell’economia, agricoltura, istruzione. Nonostante le scuole di metodo Waldorf facciano riferimento all’antroposofia, questa non è insegnata agli studenti. Dunque quando Mann divenne interessato alla materia da adulto, tornè in Inghilterra per una specifica formazione da insegnante. Sua moglie, Martina, aveva ereditato una fortuna sufficiente a consentirgli una vita di filantropia.
I coniugi Mann sono stati attratti a East Troy dal fatto che era sede della più antica fattoria biodinamica degli Stati Uniti, la Zinniker Dairy Farm, inaugurata negli anni ‘40.
“La zona di East Troy aveva l’aspetto e l’atmosfera delle valli d’Europa, e se ne innamorarono” ci dice Ron Doetch, direttore esecutivo del Michael Fields Agricultural Institute.
I Mann, con Ruth Zinniker, nel 1984 fondano il Michael Fields Agricultural Institute, struttura non-profit pensata per sviluppare ricerche agricole e formare agricoltori ai sistemi sostenibili, biologici, biodinamici. L’agricoltura biodinamica va oltre quella biologica, e guarda all’intera azienda come a un organismo vivente. Riconosce l’importanza del suolo per la salute della fattoria e guarda all’azienda, agli animali, al raccolto e all’ecosistema come interconnessione, con l’obiettivo di condurre ad equilibrio e salute l’insieme.
L’Istituto negli ultimi dodici anni ha raccolto coltivatori e consumatori alla Urban Rural Food System Conference che si tiene ogni novembre.
Lo stimolo maggiore per il Michael Fields è quello di cambiare il modo in cui gli agricoltori conservano risorse, e mantenere in vita l’azienda familiare. Il direttore Doetch sottolinea come i programmi aperti siano destinato al coltivatori con metodi convenzionali, dato che insegnar loro a ridurre almeno di un terzo l’uso di fertilizzanti chimici, continuando a guadagnare, può avere impatti significativi.
L’istituto Michael Fields lavora per aumentare i finanziamenti federali alla ricerca e alla formazione verso una agricoltura sostenibile. Ora, meno dello 0,5% dei fondi di ricerca del Dipartimento dell’Agricoltura va a quella sostenibile.
Doetch crede che oggi sia un buon momento per il Michael Fields, dato che i prodotti biologici sono entrati nella mainstream. “Con asma, diabete e diffocltà di apprendimento in crescita, la gente ha iniziato a capire che la dieta dei nostri bambini è sbagliata” dice. “Si inizia a capire che siamo ciò che mangiamo”. Doetch afferma che la consapevolezza del cibo è stata risvegliata da minacce come gli alimenti geneticamente modificati o il morbo della Mucca Pazza.
“È bello fare la cosa giusta per il motivo giusto e al momento giusto”.
Col sostegno finanziario e morale dei Mann, parecchie iniziative hanno trovato casa a East Troy.
La prima è la Nokomis Bakery, iniziata nel 1984 da Martina Mann, per produrre pane utilizzando grano delle coltivazioni locali, in un forno d’argilla collocato in un capanno. La gente poteva andare al capanno e comprarsi un pane genuino. “Era parte della visione [dei Mann] sul conservare le aziende a gricole familiari che stavano scomparendo” ci dice la signora Riley, direttore generale del forno. Suo marito Jamie, è il fornaio.
Oggi la Nokomis sforna ogni settimana da 2.000 a 3.000 forme fatte a mano, da farina integrale macinata a pietra, vendute in negozi specializzati in cibi di qualità da Madison, a Milwaukee, a Chicago.
Riley ci racconta che i suoi nonni materni e paterni erano contadini. È cresciuta a Lake Geneva ed è entrata nel campo dell’alimentazione naturale quanto si è sentita insoddisfatta del lavoro in un’impresa.
“Trovo soddisfacente stringere la mano a un agricoltore, o camminare nei campi di grano prima che sia portato qui per la lavorazione”.
La Nokomis Bakery, che ha la porta accanto all’istituto Michael Fields, gestisce anche un negozio di cibi naturali aperto sette giorni su sette. Offre latte biologico in bottiglie di vetro, formaggi locali, granaglie biologiche all’ingrosso, altri prodotti biologici, polli del Wisconsin, miele locale, dolci di burro e zucchero.
Altra iniziativa di East Troy è quella intrapresa da una ex insegnate di scuola Waldorf, Bente Goldstein, sposata a Walter Goldstein, direttore per le ricerche sul grano al Michael Fields. Bente Goldstein dirige “Una settimana alla Fattoria”, un programma pensato per responsabilizzare i bambini sui compiti quotidiani della vita agricola. “Un tempo i bambini sarebbero andati dai nonni per questa esperienza, per imparare da dive viene il cibo; ai bambini moderni è negata questa esperienza di base ... Una fattoria è il luogo perfetto per costruire un carattere” ci dice la signora Goldstein.
LifeWays, pure vicina al Michael Fields, è stata iniziata da Cynthia Aldinger, insegnante Waldorf interessata alla spersonalizzazione nella cura dei bambini più piccoli. LifeWays Center, di ispirazione Waldorf, è aperto dal 1998 per bambini dai tre mesi ai sei anni. È strutturato su tre ambienti che simulano una casa e progettato per offrire solide e durature relazioni collocando i bambini in una situazione multi-età, come quella di una grande famiglia.
“I bambini sono all’aperto per la maggior parte della giornata. Stanno in un orto biologico, raccolgono verdure, aiutano a lavarle e prepararle. Questa è anche una meravigliosa zona per camminare e tenersi in contatto con l’ambiente naturale” ci dice la direttrice di Lifeways, Jodi Fitzgerald.
L’idea si è diffusa, e ora ci sono centri LifeWays anche a Milwaukee e a Sedona, Arizona. Si prevede l’apertura di un altro al Rudolf Steiner College di Fair Oaks, California.
La signora Fitzgerald ci dice che la comunità sostenibile è solo una parte del microcosmo formato dalla comunità allargata di East Troy. Inizialmente ha incontrato qualche resistenza, ma ora ha iniziato ad essere accettata.
“Tutte le iniziative si fondono insieme a formare uno stile di vita. Uno stile di vita che è rispetto per ciascuna persona. È come se restituissimo all’ambiente quello che gli abbiamo preso”.
Nota: di seguito alcuni links (fb):
Il testo originale al sito di Conscious Choice
Le scuole Waldorf
il Michael Fields Agricultural Institute
Un blocco di cemento di 1.070 metri cubi: è questa la «dote» portata alla provincia di Vicenza, una delle più industrializzate d'Italia, da ogni abitante in più degli anni Novanta. Crescita demografica: più 52 mila abitanti, pari al 3%. Crescita edilizia: più 56 milioni di metri cubi, pari a un capannone largo dieci metri, alto dieci e lungo 560 chilometri. Ne valeva la pena? Valeva la pena di costruire oltre il quadruplo delle case necessarie rispetto all'incremento di cittadini e di insultare ciò che restava delle campagne care a Meneghello con giganteschi scheletri di calcestruzzo tirati su spesso solo per fare un investimento e tappezzati di cartelli «affittasi»? Se lo chiedono in tanti, finalmente. Se lo chiedono gli imprenditori più avveduti, che hanno chiarissima l'idea che far concorrenza alla Cina costruendo più capannoni e assumendo più cinesi anziché puntare su innovazione e ricerca è un suicidio. Se lo chiedono un pezzo della sinistra e della destra, a partire dalla Lega che ha denunciato in un allarmato seminario per bocca del presidente provinciale Manuela Dal Lago come negli anni '90 l'agricoltura abbia perso 18 mila ettari contro i 10 mila perduti nel decennio precedente. Se lo chiedono gli studiosi, come quelli coinvolti in un convegno convocato oggi a a Montecchio dall'Accademia Olimpica il cui presidente Fernando Bandini riassume la situazione così: «E' stato un saccheggio». Intendiamoci: di « schei » ne sono piovuti tanti. La provincia è la prima in Italia nel rapporto tra export e Pil, vanta una partita Iva ogni 10 abitanti, un'impresa manifatturiera ogni 31 (media italiana: una ogni 75), una disoccupazione ridicola (2,6%), un fatturato industriale di 41 miliardi di euro, un reddito pro capite oltre 25 mila. Il prezzo pagato all'ambiente, però, è stato elevatissimo. E fa del Vicentino, felicemente stravolto dall'industrializzazione e dal benessere dopo secoli di povertà ed emigrazione («L'altissimo de sora ne manda 'a tempesta / l'altissimo de soto ne magna quel che resta / e in mezo a sti do altissimi / restemo povarissimi») un caso emblematico del Nord Est. Che può insegnare a tutti.
Nel bene e nel male. Spiega ad esempio una tabella elaborata dall'ingegner Natalino Sottani, relatore al convegno di oggi, che la popolazione provinciale (608 mila abitanti nel 1950 saliti oggi a 807 mila), ha avuto un incremento in mezzo secolo del 32%. Una crescita netta, ma abissalmente lontana da quella della superficie urbanizzata, passata da 8.674 ettari a 28.137. Con un'impennata del 324%: il decuplo.
E accompagnata, ovviamente, da un parallelo crollo dei terreni destinati all'agricoltura: erano 182 mila ettari nel 1950, sono 114 mila adesso. Al punto che, stando all'«impronta ecologica» e cioè all'indice che attraverso una miscela di calcoli assai complessi misura qual è il livello dei nostri consumi, ogni vicentino consuma oggi per 39 mila metri quadri disponendone invece di 3.370: oltre undici volte di meno.
Un consumo del territorio abnorme, disordinato, sprecone, indifferente a tutti i rischi. Così ubriaco di auto-compiacimento per lo stupore del mondo davanti ai successi all'incredibile accelerazione degli ex poareti da esaltare il disordine amministrativo e il «laissez faire» come fucina di creatività. Col risultato che oggi i 121 comuni berici, stando al rapporto allarmato della Provincia, hanno «oltre 500 aree industriali». Le quali, in realtà, assediano quasi esclusivamente i comuni di pianura che sono una sessantina e detengono dunque una decina di «zone produttive» a testa. Un delirio. Del quale fanno oggi le spese non solo i cittadini intrappolati ogni giorno in una delle più intasate reti stradali del pianeta ma gli stessi protagonisti del miracolo, quegli imprenditori che si dannano l'anima per guadagnare sei decimi di secondo nella produzione di un pezzo e poi vedono i camion bloccarsi nella fossa larga sei metri di via Mazzini, sulla strada che porta da Bassano a Padova e che sega in due il paese di Rosà, una strettoia dove ogni giorno si strusciano l'uno l'altro 40 mila camion e 30 mila auto. E agognano la costruzione di una bretella, un ponte o una pedemontana che non si possono fare senza buttar giù una miriade di case e stabilimenti.
«Basta capannoni», disse nella primavera 2003 il presidente regionale Giancarlo Galan. I nudi numeri spiegavano infatti che negli ultimi 5 anni erano state costruiti nel Veneto edifici industriali pari a un capannone alto 10 metri, largo 28 e lungo 200 chilometri e passa. Tanto che a Orgiano, un paese vicentino sotto i colli Berici, la gente aveva raccolto 1.500 firme (una enormità in un paese di 2.700 abitanti) per dire basta: «perché dovremmo aprire nuove fabbriche se non c'è disoccupazione» e «deturpare una delle rare aree incontaminate con strade, cave, discariche e industrie»? Il coro di consensi fu vasto. Gli stessi industriali, o almeno i più attenti, plaudirono. Un anno e mezzo dopo, però, Galan pare aver cambiato idea. E qualche giorno fa, a Cortina, ha spiegato che «il Veneto di domani avrà bisogno di più capannoni, non di meno. E Forza Italia ha il dovere di dirlo. Il problema è come farli».
«Con i gerani, i salici e i sette nani nel giardino?», hanno ironizzato i verdi. In realtà, lo sanno tutti, stanno arrivando al pettine quei nodi che troppo a lungo sono stati rinviati. Riassumibili, se vogliamo, in un nodo solo: su quale modello di sviluppo deve puntare un'area come il Nordest che ha scommesso forse troppo sulla dedizione alla fatica dei «polentoni», sul lavoro dei grandi artigiani come quelli dell'occhialeria (oggi in crisi), sul perfezionamento di prodotti a volte vecchiotti fino a far dire a Federico Faggin, il vicentino inventore del micro-processore, che «è un posto buono per fare sedie e maglioni ma non tecnologia d'avanguardia»? Ciò che appare certo a vedere il caso di Vicenza, dove l'opposizione denunciava ieri nuovi progetti cementizi per un altro milione di metri cubi nei prossimi anni nella sola città capoluogo, è che urge un ripensamento. I dati, infatti, sono lì, sotto gli occhi di tutti. Ogni miliardo di euro di crescita reale è costato un consumo di mille ettari di campagna. E dei 52.150 mila abitanti che risultano essersi aggiunti nel censimento del 2001 a quelli del 1991, addirittura 37.140 sono stranieri. Il che vuol dire che per ogni vicentino in più arrivato nel decennio sono stati tirati su 3.718 metri cubi di calcestruzzo. Pari a un capannone dieci per dieci lungo 37 metri. Può essere questo, lo sviluppo di domani? Gian Antonio Stella
In attesa dell'annunciata mostra di settembre alla Triennale di Milano, i milanesi che si troveranno a New York dal prossimo 16 luglio potranno valutare in anteprima uno dei tre nuovi grattacieli che nel 2014, se il Comune darà il via al progetto, sorgeranno nell'area della Fiera. Basterà andare nella sede temporanea del MoMA al Queens dove, fino a settembre, resta aperta la mostra «Tall Buildings», una finestra sul panorama degli skyscraper di ultima generazione, costruiti o in via di realizzazione in quest'ultimo decennio, da New York a Pechino, da Londra a Hong. Kong, a Chicago ò a Shanghai. Infatti, tra i futuri supercolossi raccolti da Terence Riley e Guy Nordenson per rinfrescare un mito appannato dall'attacco kamikaze dell' 11 settembre 2001, spicca quello progettato dal giapponese Arata Isozaki - capofila della cordata Citylife vincitrice del concorso milanese per il cosiddetto "polo urbano" della Fiera - nel nodo della stazione di Ueno a Tokio. Il "materasso" abtato, sorretto da quattro stampelle metalliche in diagonale, che chiude la "trilogia" milanese della saga internazionale firmata da Daniel Libeskind e Zaha Hadid, non è altro infatti che una copia conforme della megastruttura giapponese, che finisce dunque col confermare gli interrogativi di chi ha tacciato di resa al sensazionalismo mediatico l'annunciata stagione dei grands travaux milanesi.
Esempio didattico di quell'aborrito «International Style» che qualcuno tenta oggi di riciclare con il termine «globalizzazione»,il"doppio" grattacielo modulare di Isozaki toglie ogni dubbio sostanziale disinteresse del mercato, immobiliare - e, purtroppo, di politici e amministratori - per ogni seria analisi del ruolo dell'architettura nella modificazione della città: come nella parodia di un film di Verdone; il «famolo strano» sembra infatti essere l'unica regola certa di una professione che ha rinunciato alla pretesa etica di governare la trasformazione riducendo il governo del territorio a un problema di audience di massa. Tanto da far venire in mente, davanti alle pretese di una tale "modernità", l'acre battura di Noel Coward in Law and Order: «Non so dove stia puntando Londra, ma più si alzano i grattacieli, più si abbassa la morale».
Per quanto focalizzata su un ristretto campionario di venticinque esempi; la mostra di New York è da questo punto di vista molto istruttiva: indifferente al tema del disegno urbano e a tutto ciò che comporta la problematica dell'edificio alto in tema di consapevolezza energetica, qualità ambientale e di scenario sociale, l'analisi dei curatori si sofferma sull'ambigua "metafora", descrivendonel'impatto sull'ambiente urbano in termini di «ambizioni scultoree nella tradizione dei colossi dell'antichità». I "cartocci" di Gehry per il «New York Times» a Manbattan, il "vibratore" di Foster nel cuore di Londra; i "bicchieri sovrapposti" di SOM per la Jin Mao Tower a Shanghai o la "torre tortile" di Calatrava a Malmö sono in tal senso prototipi di una ricerca. che alla lettura del contesto antepone la concentrazione sulla sfida strutturale, il brivido del "limite" tipologico, il raggiungimento dell'originalità del. "segno". Certo, la storia del grattacielo, sin dalle sue origini nel XIX secolo, è sempre vissuta sul filo di un paradosso, dove l'ansia di prestazione d'altezza si sposa senza contraddizioni con la richiesta della trovata pubblicitaria e la giustificazione della concen trazione puntuale. si scontra con gli effetti opposti dèlla congestione urbana. Se la cultura americana del primo Novecento vi riconosceva «il vero simbolo di un popolo strenuo e avventuroso, fiducioso nella propria forza e nel pro prio potere», quella contemporanea non può non misurarsi con il disincanto e con la diffidenza verso la teatralizzazione di miti artificialmente creati per mobilitare l'opinione pubblica e spostare il rito della democrazia dal piano razio nale a quello simbolico ed emozionale.
Proprio la culla del grattacielo, New York; ne ha dato un'ampia dimostrazione con il deludente dibattito sul destino di Ground Zero e con l'ancor più risibile risposta al concorso per la riprogettazione delle torri gemelle di Yamasaki, che ha messo in drammatica evidenza l'incapacità di elaborare simboli come even ti collettivi, che non risultino fondati sulla base di una cultura, condivisa.
A scala meno eclatante, il caso di Milano ne costituisce ulteriore conferma: da una poco meditata omologazione agli stereotipi della modernità del' XXI secolo si è avanzato da più parti lo slogan martellante di una rinascita dell'orgoglio urbano misurata dal numero dei suoi grattacieli e dalla eccentricità della loro proposta formale, spostando così la discussione dal piano del progetto sul futuro della città a quello ambiguo sul carisma dei simboli come motori di sviluppo. Che tutto questo possa essere automaticamente considerato un nuovo "Rinascimento" pare molto discutibile, soprattutto considerando che nel "Rinascimento storico" l'Italia,delle corti esportava all'estero la cultura del nuovo mentre oggi è costretta a riciclare nelle sue città quella che gli ritorna dall'esterno. Naturalmente l'ibridazione dei contributi fa parte della storia del gusto e contribuisce dà sempre alla complessa stratificazione che è parte costitutiva della città europea. A patto di non dimenticare però che il valore dei simboli si conquista sul campo della storia, l'unica autorizzata a sancirli nella loro autenticità : la Torre Velasca è oggi un segno che qualifica in maniera indelebile la Milano del dopoguerra; ma il suo disegno finale fu l'esito di un tormentato iter progettuale alla ricerca di una soluzione il più possibile appropriata. Né nacque da un'istanza mediatica l'icona milanese del grattacielo Pirelli, alla cui forma esatta Gio Ponti arrivò dopo molti tentativi e messe a punto, dal Predio Italia di San Paolo in Brasile alla torre Lancia di Torino.
Titolo originale:Malls: Death of an American icon. The shopping mall is headed the way of the drive-in movie and the eight-track. What's replacing it? - traduzione di Fabrizio Bottini
NEW YORK – Se avete passato gli anni dell’adolescenza al centro commerciale del quartiere, sorseggiando Orange Julius e bighellonando attorno alle ubique fontanelle, probabilmente vi sentirete tristi scoprendo che il centro commerciale come lo avete conosciuto si sta avviando all’estinzione.
Anche gli ex topi da centro commerciale sembrano ritenere che ci siano modi migliori di passare un fine settimana, che il vagabondare per atri senza finestre in un anonimo mall, facendo shopping dentro a stanchi grandi magazzini, e mangiando il cibo a buon mercato dei chioschi.
Dopo aver girato le spalle alle vie commerciali del centro ed essere scappati nel suburbio, gli americani sono alla ricerca di un senso del luogo. Stiamo rimettendo a posto case nelle parti più vecchie della città, e passiamo una parte maggiore del nostro tempo libero nei centri da poco rivitalizzati. E quando vogliamo fare davvero spesa, andiamo agli enormi mega-malls e big-box, come Costco, Home Depot e target, anche se questo significa guidare un po’ più lontano.
Questo lascia i centri commerciali minori di quartiere – che sono spesso l’uno la copia carbone dell’altro – a lottare per evitare che i commercianti facciano i bagagli e seguano la folla, verso il centro città o verso i mega-malls. Nonostante alcuni siano riusciti a trasformarsi, a sembrare qualcosa che va oltre Sears e J.C. Penney, inserendo Ikea o Borders come anchor, spesso sono necessarie misure più drastiche.
Lo studio PricewaterhouseCoopers (PWC) e il Congress for New Urbanism chiamano questi centri commerciali agonizzanti greyfields (da brownfield, il termine che si usa per i siti industriali contaminati), e li identificano come strutture dove le vendite annuali per metro quadrato sono scese sotto i 15 dollari, ovvero un terzo di quelle di un centro di successo.
In uno studio del 2000, PCW ha concluso che 140 centri commerciali regionali esistenti erano già greyflelds, e altri 250 stavano andando in quella direzione (c’è anche un sito web, Deadmalls, interamente dedicato a rintracciare questi centri condannati). Con una superficie media del greyfield di circa 20 ettari, nell’insieme queste strutture rappresentano migliaia di ettari di terreno. “Non farci niente non è una scelta” afferma l’operatore immobiliare Will Fleissig, co-fondatore e socio della Continuum Partners.
Così municipalità e costruttori hanno iniziato a demolire i vecchi centri commerciali, trasformando i vecchi corridoi interni in strade, portando all’esterno i fronti dei negozi e integrandoli con il resto della città.
”Dato che sono spesso piccoli, i centri commerciali più vecchi non possono essere un’offerta competitiva per i consumatori, “dice Bill Anderson, vice presidente dell’ufficio consulenze Economics Research Associates. “Ma una volta ristrutturati possono essere un’opportunità per attirare il numero crescente di persone stufe di guidare per andare ovunque, e che vogliono più spazi pedonali”.
Rivoltare il Centro Commerciale
Il Winter Park Mall, a Winter Park, Florida, era un classico caso di centro commerciale in agonia. Coi suoi 40.000 metri quadrati era localizzato nel cuore della zona commerciale urbana. Ma con tutti i negozi affacciati all’interno, e l’enorme spiazzo dei parcheggi tutto attorno come il fossato di un castello, era completamente isolato dal resto della città. Il quartiere commerciale attorno prosperava, e il centro commerciale stava fallendo.
Verso al fine degli anni Novanta, la municipalità e l’ambiente imprenditoriale locale cominciarono a fare progetti per ristrutturare il Mall. Parecchie fasi di trasformazione più tardi, ora Winter Park Village, come è stato ribattezzato, non è molto diverso dal centro città che gli sta attorno, con appartamenti, ristoranti, una palestra, un cinema, un supermarket, spazio per uffici, e naturalmente negozi.
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Ci sono esempi simili in tutto il paese. Dato che le amministrazioni locali sono piuttosto riluttanti all’idea di vedere un centro commerciale andare a pancia all’aria, visto che si tratta di un’enorme perdita in termini di gettito fiscale, molte si stanno associando ai costruttori per assicurarsi che quello spazio sia destinato ai migliori usi possibili.
L’amministrazione di Lakewood, Colorado, solo per fare un esempio, sta giocando un ruolo di primo piano nella ristrutturazione urbanistica di Villa Italia, il più grande centro commerciale a ovest di Chicago all’epoca in cui fu costruito negli anni Sessanta. Nei primi Novanta, ad ogni modo, divenne chiaro che quel dinosauro di 50 ettari non poteva competere con i nuovi malls dell’area, in parte perché non era abbastanza vicino a uno svincolo della freeway, e non aveva spazio per potersi circondare di negozi big-box.
Nel 2001, la maggior parte delle strutture fu demolita per fare spazio a Belmar, un quartiere a varie funzioni con meno spazio per i negozi ma circa il doppio di superficie coperta. Una volta completato, Belmar sarà un’espansione del centro di Lakewood, collegato alle strade urbane, alle piste ciclabili e ai percorsi pedonali.
E mettendo residenza, strutture per il tempo libero, uffici e verde dentro la miscela, i costruttori stanno creando una nuova domanda di commercianti. Anche se non state pensando a una vera e propria orgia di shopping, potete semplicemente fare un salto da Gap per un nuovo maglione, sulla strada verso il cinema, o a cena. Almeno, così sperano.
Nota: su Eddyburg fra i vari testi su questo tema si vedano soprattutto quello di Seth Harry sul ciclo ascesa/crisi del Mall , e quello di Malcolm Gladwellsulle fortunate combinazioni nella carriera di Victor Gruen, dal New Yorker
L'articolo originale sta sul sito della CNN/Money.
Una lottizzazione di 560 mila metri cubi, un altro borgo per ricchi al mare, le case in riva agli stagni, i pontili davanti alle ville. È l'assalto di Berlusconi immobiliarista, anzi, della figlia, a quel che resta della costa gallurese, a sud di Olbia. Il consiglio comunale della città è riunito da due giorni, alle prese con le spinte della società intestata a Marina Berlusconi perché sia consentita la cementificazione di Capo Ceràso, la campagna di Multa Maria, alla quale hanno cambiato nome, da 20 anni, da quando l'hanno comprata a pezzetti dai contadini, dai caprari. Ora si chiama Costa Turchese (all'inizio era Olbia 2). Un sistema di zone umide, piccoli stagni in collegamento con il mare, in una penisola rimasta intatta, protesa verso Tavolara: piccole spiagge e insenature accessibili da sentieri sterrati, frequentata da campeggiatori, giovani, coppie, molti sardi respinti da quella che è diventata la costa «glamour» a nord della città gallurese, insopportabile, espropriata. Un capraro c'è ancora, dominatore solitario di questa distesa di acque interne e di cisti. Ha casa in uno stazzo ristrutturato, iscritto alla organizzazione agricola di sinistra, la Cia, alle prese con i problemi della vendita del formaggio, delle carni, tutto svenduto a poco prezzo, costretto a sognare una sistemazione magari da guardiano dei cantieri. I cantieri verranno aperti, presto. La maggioranza di centrodestra ha già concesso ai Berlusconi di costruire, sia pure un insediamento di 260mila metri cubi. D'accordo l'opposizione, dai Ds alla Margherita, a una indipendente candidata con le liste di Soru alle prossime regionali e nonostante la durezza delle posizioni del nuovo leader del centrosinistra sardo in materia di Sardegna svenduta, espropriata, di costa lottizzata. La sinistra si giustifica rivendicando il merito di avere fatto ridurre le volumetrie, drasticamente con il passare degli anni.
Ma non riesce a fare in Gallura il discorso che ha fatto a Cagliari, in consiglio regionale, pur con molte titubanze, votando e difendendo una legge di tutela della costa dell'isola nella fascia dei 300 metri dall'acqua, che è stata il solo ostacolo al dilagare dell'edilizia lungo tutto il perimetro della Sardegna nell'ultimo decennio. L'assalto di Berlusconi è senza pudore. In piena campagna elettorale per le regionali sarde e le europee, l'altro giorno, alla vigilia della seduta del consiglio comunale che doveva esaminare le osservazioni della società immobiliare contro la riduzione delle volumetrie, la figlia del capo del governo ha presentato ricorso al tribunale amministrativo regionale. Chiede che la variante al piano di fabbricazione del comune di Olbia attribuisca ai terreni di papà più metri cubi per ogni metro quadro. Fa valere concessioni elargite nel corso dei vent'anni di questa storia di speculazione costiera. La pretesa ha un minimo di fondamento storico: nel 1987 una giunta democristiana concede alla Edilnord allora intestata a Paolo Berlusconi 750mila metri cubi di volumetria realizzabile. È meno del milione e 200mila metri cubi consentiti da una giunta di centrosinistra a guida Psi (assessore un indipendente vicino al Pci) nel 1983, ma sempre un'enormità. Ai Berlusconi non basta, ma entra in vigore in quegli anni la legge di tutela della costa che permette le grandi lottizzazioni al mare sulla base di accordi di programma fra regione e impresa. Così fra il 1987 e il 1991 la dimensione dell'insediamento si riduce ancora, a 560mila metri cubi. Solo che il cemento del cavaliere invade la costa e si insinua sino a dentro gli stagni salmastri di Multa Maria. Nemmeno la maggioranza di centrodestra, nemmeno il sindaco della città, di Forza Italia, che concesse a Berlusconi la cittadinanza onoraria, così amico da subire con il sorriso le corna fatte dal presidente sulla sua testa, a un comizio in piazza per la campagna elettorale delle ultime amministrative, ha potuto aderire a ogni pretesa del capo. Ieri provavano a resistere a queste pressioni, ma concedendo tutto quel che si può, in fretta, prima che vinca le elezioni.
Caro amico / cara amica,
abbiamo lanciato la campagna “Tetti Protetti” per salvare i tetti della Lombardia da una disastrosa legge regionale che ha consentito un recupero dei sottotetti senza regole.
Ti preghiamo di aggiungere il tuo nome e di inviare la petizione che segue per posta elettronica:
- all’Assessore al Territorio della Regione Lombardia, che sta approvando la nuova legge urbanistica che comprende il recupero dei sottotetti,
- all’Assessore all’Urbanistica del tuo Comune (se diverso da Milano devi cambiare l’indirizzo indicato),
- per conoscenza a noi.
Gli indirizzi sono indicati all’inizio della petizione e li devi copiare nelle caselle del tuo programma di posta prima dell’invio del messaggio.
Ti siamo grati se vorrai inviare questo messaggio ad altre persone interessate per aumentare la pressione sulla Regione e sui Comuni lombardi.
La discussione sulla legge urbanistica inizia in Consiglio Regionale il 31 marzo e quindi ti chiediamo di agire rapidamente.
Pubblicheremo l’andamento della campagna sui siti www.ilbaruffi.it e www.msacerdoti.it
Grazie per la tua partecipazione e scusaci del disturbo se il problema non ti interessa o non sei d’accordo con il contenuto della campagna
Il Gruppo Consiliare dei Verdi al Comune di Milano
Tel. 02-88450208, E-mail: tettiprotetti@gruppoverdiapalazzomarino.it
Oggetto: Recupero dei sottotetti
Egr. Assessori,
il recupero dei sottotetti in Lombardia e nel nostro Comune ha da tempo assunto le dimensioni di una diffusa operazione speculativa. A farne le spese sono state le città e i paesi, le piazze, i palazzi, deformati e sfigurati da sopralzi o abbaini, nel più totale disordine di stili e tipologie: interventi eseguiti per sfruttare al massimo la volumetria, senza rispetto per l'estetica, la facciata sottostante o tanto meno gli edifici circostanti. Si sono creati problemi di stabilità degli edifici, sicurezza anti-incendio, manutenzione delle canne fumarie, con nascita di numerosi contenziosi tra condomini. Questi potrebbero essere evitati se il Comune richiedesse l’autorizzazione del condominio, prevista dall’art. 23 del Testo Unico dell’Edilizia in quanto il tetto è di proprietà di tutti i condomini in base all’art. 1117 del codice civile. Si sono creati contenziosi tra Regione e Comuni in quanto le nuove costruzioni prevedono sottotetti in deroga alle volumetrie massime previste dai piani regolatori. L'estensione della Denuncia di Inizio Attività alle ristrutturazioni e nuove costruzioni ha aggravato i problemi in quanto i Comuni non riescono nei 30 giorni previsti a controllare la regolarità delle pratiche e ad effettuare la valutazione di impatto paesistico.
Chiedo alla Regione Lombardia, che ha inserito il recupero dei sottotetti tra gli articoli della nuova legge urbanistica, di:
- escludere l'utilizzo della D.I.A. per ristrutturazioni e nuove costruzioni,
- eliminare la possibilità di recuperare i sottotetti di nuovi edifici,
- vietare la modifica delle altezze di colmo e di gronda e delle linee di pendenza delle falde negli edifici esistenti.
Chiedo al Comune di:
- variare comunque il piano regolatore, in modo da vietare l'alterazione della sagoma del tetto nel territorio comunale,
- autorizzare il recupero del sottotetto solo se è allegato alla pratica l’assenso del condominio in qualità di proprietario del tetto.
Distinti saluti
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Titolo originale Big, Bigger, Biggest: The Supersize Suburb – traduzione di Fabrizio Bottini
Potomac, Maryland. – Date un’occhiata alla camera matrimoniale di Bob e Wendy Banner.
Occupa circa un terzo del secondo piano nella loro casa di 800 metri quadrati, qui nei sobborghi di Washington, e lo spazio principale inizia con una stanza spaziosa contenente un letto extralarge. Oltre questa, un salotto con caminetto, angolo bar, frigorifero e televisione. Più in là un bagno con vasca a incasso nel pavimento, altro caminetto e televisore nascosto dietro a uno specchio. Oltre questo, lo spogliatoio-sgabuzzino della signora Banner, 15 metri quadri, la dimensione di una stanza da letto media. Infine c’è lo spogliatoio del signor Banner, delle dimensioni di una piccola stanza. Ci racconta la signora che quando vengono in visita amici da New York, esclamano sempre: “Potrei farci entrare tutto il mio appartamento, nella tua camera da letto!”.
La cosa più notevole, di questa suite da letto, comunque, è la sua normalità. Secondo gli standards “più-che-grande” delle case nei sobborghi di Washington, i Banners non vivono affatto in tutto questo spazio, nonostante la casa abbia sei stanze da letto, nove da bagno, due studi, una cantina per il vino, una stanza per musica e video e quattro colonne da otto metri stile Via col Vento sulla veranda. Il tutto per due adulti e due figli.
La casa americana si è gonfiata per decenni. Si è gonfiata anche se sta su un lotto più piccolo. Si è gonfiata anche se ci vive una famiglia più piccola. Anche l’imponente e ostentata “MacMagione” suburbana si sta ingigantendo, come le megacase come quella di Bob e Wendy Banner che spuntano via via in tutti gli Stati Uniti.
In nessun posto l’ipertrofia della casa americana è più concentrata che nei sobborghi d’ élite di Washington, con la zona di Potomac all’epicentro. Nella lunga corsa nazionale verso spazi [privati] sempre più ampi, i quartieri dormitorio ad alto reddito a nord e a est della capitale si sono piazzati alla testa del gruppo, in versione extralarge. Le case enormi sono per il suburbio di Washington quello che il granturco è per lo Iowa. Cinque dei dieci centri con le case più grosse a livello nazionale, Travilah, Darnestown, Chevy Chase, Wolf Trap e Great Falls, secondo il censimento del 2000 sono nei sobborghi di Washington. (gli altri cinque sono vicino a Chicago, Denver, Salt Lake City, Minneapolis e Filadelfia).
La classifica si basa sulla percentuale di abitazioni con nove o più stanze, esclusi i bagni, stanze di servizio e seminterrati non rifiniti. Nei centri in cima alla lista, che stanno nella Montgomery County, Maryland, nella Fairfax County, Virginia, più dei due terzi delle case hanno nove stanze o più.
”Washington offre condizioni altamente favorevoli per le case-mostro” ci dice Robert E. Lang, direttore del Metropolitan Institute al Virginia Tech di Alexandria, che studia lo sviluppo urbano. “Possiede un livello corrente di opulenza diffuso su un’ampia upper-middle class, e un ambiente favorevole ai costruttori. C’è un tipo di “ monster mansionization” diffuso in tutto il paese, ma Washington è il culmine”.
Le nuove case nella zona di Potomac, che ha una popolazione di 75.000 persone con un reddito familiare medio di 113.000 dollari, non sono soltanto enormi, ma spesso anche progettate e arredate a verde per sembrarlo, enormi. Secondo i funzioni urbanistici locali, molti proprietari chiedono meno alberi e vegetazione, così che i potenziali ammiratori che passano sulla strada possano cogliere in pieno l’effetto.
Per possedere una di queste dimore, “ non devi essere una delle famiglie più ricche degli Stati Uniti, e non devi essere famoso”, dice Gwen Wright, direttore per la conservazione storica alla Montgomery County”. Ti basta essere un socio di successo in uno studio di avvocati, o aver fatto qualche buon investimento, e anche tu puoi vivere come un Vanderbilt”.
Potomac, un cuneo di colline ondulate su 170 chilometri quadrati, a circa 25 chilometri dal centro di Washington, è il cuore di una regione di grandi residenze. La sua trasformazione in questo senso è stata aiutata nel tempo da uno zoning a nassa densità. Per proteggere il delicato bacino del fiume e salvaguardare le risorse di acqua potabile della regione, la Montgomery County ha destinato un terzo di Potomac ad abitazioni unifamiliari su appezzamenti di un ettaro. Lotti troppo piccoli per cavalli o pascoli, ma giusti giusti per grosse case.
Negli anni ‘70 e ’80, mentre crescevano la popolazione e il reddito di Washington, i costruttori hanno marchiato in massa verso la regione del Potomac, che circonda il villaggio dello stesso nome. Abitualmente, si costruivano case di quattro stanze che coprivano circa il dieci per cento della superficie del lotto da un ettaro.
”Sempre più persone volevano sentire di ‘avercela fatta’” dice la signora Wright. “Un ettaro consentiva alla gente di costruire la casa dei propri sogni”.
Ma la casa da sogno diventava sempre più grande, in larga misutra perché la regione di Washington diventava sempre più ricca, con una famiglia su quattro che guadagnava 100.000 dollari l’anno o più, secondo il censimento 2000. un residente su cinque ha un titolo di studio superiore. Nella Montgomery County, la grossa circoscrizione del Maryland che comprende Potomac, negli anni Novanta c’è stato un incremento del 42% delle famiglie con reddito superiore a 200.000 dollari l’anno. La miscela tradizionale, per Washington, di professionisti di alto livello, avvocati, lobbisti, giornalisti, medici, si è ingrassata nel corso del decennio. Durante il boom delle tecnologie avanzate, parecchie grosse imprese hanno trasferito i propri quartieri generali nella regione.
La O’Neill Development Company, che costruisce case di alto livello da trent’anni, ha cercato di mantenere il passo. Nei primi anni ’80 le sue nuove case in media erano da 300 a 500 metri quadrati. Nei primi ’90 O’Neill costruiva case con spazi da 450 a 650 metri quadri. Negli interventi più nuovi si va da 650 a 1.000 metri quadri. Anche i prezzi sono saliti, da circa mezzo milione a molti milioni, naturalmente a seconda delle dimensioni. In molti casi, i soffitti si sono alzati da due metri e mezzo a tre e mezzo o più, i garages sono cresciuti da due a tre auto, e il numero delle stanze da letto è balzato da quattro a sei.
Nel frattempo, il numero medio di persone nella case di Potomac è sceso negli ultimi due decenni, secondo gli uffici urbanistici di contea, a poco più di tre.
”Abbiamo rilevato che la superficie coperta di queste mega-case è raddoppiata negli ultimi vent’anni” dice Callum I. Murray, direttore dell’ufficio di pianificazione regionale del Potomac.
Alcune delle dimore più nuove e più grosse, con i loro campi da tennis, piscine e accessi rotabili semicircolari asfaltati, occupano la maggior parte del lotto da un ettaro.
”Alcuni proprietari hanno lasciato tanto poco spazio per il verde che secondo me quelle case non invecchieranno con eleganza” aggiunge Murray. “Certe case non si adatteranno mai al paesaggio. Scopriamo che la gente ora vuole case esposte rispetto alla strada. Qualcuno chiede ai costruttori di creare una piccola collina sulla proprietà, così da poter collocare la casa sulla cima.”.
Un caso emblematico è la villa in stile neo-italiano da 1.400 metri quadrati e 3,5 milioni di dollari, in via di completamento sulla River Road, la strada principale di Potomac. L’edificio è stato costruito come speculazione, e messo sul mercato da qualche settimana. La cavernosa stanza da letto principale ha un soffitto voltato a botte alto 5 metri e mezzo. In cucina c’è un banco di lavoro centrale per la preparazione dei cibi lungo quattro metri a due livelli, con posto per otto persone a sedere.
”La gente ha soldi. Queste sono persone che vogliono mostrare come vivono” ci dice il costruttore, David Niroo
E cosa ci fa, poi, la gente, nelle grandi case? Gopal Ahluwalia, vice presidente con incarico per le ricerche alla National Association of Home Builders di Washington, studia il problema da decenni
”Si usano la cucina, il soggiorno, e le camere da letto” dice. “Oltre a questo, c’è un uso molto limitato della casa”.
Né i proprietari utilizzano quello spazio per grandi quantità di divertimenti. “Non c’è evidenza che le persone delle grandi case invitino i vicini più di quanto non facciano quelli che stanno nelle case piccole” aggiunge.
E per le stanze che sono utilizzate regolarmente, ci sono bisogni di allestimento particolari, il primo dei quali è un arredamento degno dei giganti di Brobdignag nei viaggi di Gulliver.
Un soggiorno supersize, dicono gli arredatori, richiede un divano altrettanto grande. “Se si usassero aredamenti di dimensione standard in queste case, sembrerebbero strani, fuori scala, e apparirebbero come cose di basso livello” afferma Debra Drake, consulente arredatrice per la Montgomery County della Kreiss Interior Design, impresa californiana che commercializza grossi arredamenti per grosse case.
La Kreiss vende sedie da pranzo sette centimetri più larghe e profonde di quelle usuali, e divani trenta centimetri più lunghi e venticinque più profondi di quelli standard (e più cari di 2.000 dollari).
Quasi tutti i principali elementi d’arredo sono imbottiti con stoffe a colori neutri, beige e crema. “Ci piacciono a tinta unita” dice Mike Kreiss, presidente della ditta, “così i mobili non spiccano come una balena spiaggiata in mezzo a un hangar d’aeroporto”.
La principale ragione per cui i Banner si sono trasferiti quattro anni fa, dall loro casa di 400 metri quadri all’attuale di Potomac da 850, è che la signora Banner aveva bisogno di spazio per il suo studio.
”Per me era una vera necessità” dice la signora, che ora ha due dipendenti che lavorano con lei al terzo piano della casa. Lei e il marito hanno due figlie, di 8 e 6 anni.
Mrs. Banner, ha 37 anni, ed è mediatore immobiliare specializzato nell’area di Potomac. Mr. Banner ha 47 anni, ed è un costruttore che opera prevalentemente nella stessa zona. Il loro reddito familiare è superiore a 500.000 dollari l’anno.
Questo reddito, dice la signora, spiega anche la grande casa.
”Possiamo permettercela, e dunque perché no? Se non è un cattivo alloggio e ti dà un’oasi a cui tornare, perché no?”.
Le giovani Banner, Erica e Danielle, hanno le loro stanze e bagni propri. Ma la signora ha notato che le ragazze di solito dormono assieme nel letto doppio di Erica.
”Da ragazza, ho sempre una stanza tutta mia” dice la signora Banner. “Comunque, ora lo spazio non è un problema: se non vogliono stare insieme, non sono costrette”.
di Enrico Arosio e Claudio Lindner
Cantiere della nuova Fiera a Pero-Rho, ottobre 2002. L'arcivescovo di Milano cardinal Tettamanzi leva l'aspersorio. Si appresta a benedire lo scavo e la prima pietra di un'opera gigantesca. Fotografi e teleoperatori scattano in piedi davanti alle autorità, attimi di confusione. Dalla prima fila salta su l'invitato speciale, Silvio Berlusconi. "Un momento. La comunicazione è il mio mestiere". La prima pietra è cosa sua, e ci tiene. E in un baleno dà precise disposizioni: questi di qui quelli di là, e lui nella luce migliore. Il cardinale è imbarazzato, qualcuno è divertito, altri sono perplessi. "È stato sconcertante vedere il presidente del Consiglio mettere il cappello del governo su un grande progetto che è tutto di Milano e della Lombardia", ricorda uno dei presenti.
Milano, in effetti, ha fatto da sé. E il 2 aprile 2004, è pronto a giurare l'assessore all'Urbanistica Gianni Verga, la nuova Fiera aprirà i battenti. Non solo. Quel giorno sarà pronta anche la metropolitana che serve a collegare la nuova struttura al centro di Milano attraverso il prolungamento della linea 1. Milano riparte da lì, dalla Gela del Nord, dall'area Pero-Rho diventata famosa per le raffinerie, gli odori sgradevoli, l'inquinamento. Da tutta Italia, anzi da tutto il mondo convoglieranno qui i visitatori del nuovo polo.
E al posto della vecchia Fiera? Tre grattacieli, 218 metri il più alto, quasi due volte il Pirellone. Uffici, negozi, appartamenti, parcheggi, verde pubblico, in una parola CityLife, il maxiprogetto che cambierà Milano nei prossimi dieci anni (leggi l'articolo a seguire) e che porta tra le firme prestigiose quella di Daniel Libeskind, l'architetto della rinascita di Ground Zero. Pochi giorni prima dell'annuncio del vincitore, il Comune aveva dato via libera a un altro megaprogetto ambrosiano, nella zona Garibaldi-Repubblica, vicino alla Stazione Centrale e ai più noti alberghi della città: qui nasceranno la nuova sede della Regione, la Città della Moda con il museo e il progetto di alta formazione e un parco pubblico per 120 mila metri quadrati.
Non si erano ancora spente le luci sulle tre torri della ex Fiera ed ecco calato dal Comune un terzo asso, giocato stavolta nella zona sudest con il nome di battaglia Montecity, un milione e 200 mila metri quadrati, un po' enfaticamente definita "la più grande area dismessa d'Italia". Insomma, la settimana del mattone d'oro, tre opere che (almeno dando retta alle carte) cambieranno la metropoli, la sua struttura, le sue abitudini, il suo carattere. E che da sole faranno affluire qualcosa come 4 miliardi di euro. Investimenti cui bisogna aggiungere quelli meno spettacolari. Tra dieci anni Milano sarà un'altra Milano.
L'assessore Verga, 57 anni, formigoniano di lungo corso, ostenta altre cifre a dimostrazione dell'attivismo di Albertini & Co: "Abbiamo un carnet di cento progetti, tra grandi e piccoli, per un totale di 8 milioni di metri quadrati. Più di metà della superficie interessata diventerà verde pubblico". Dall'altra parte della barricata, in consiglio comunale, c'è Emanuele Fiano, capogruppo Ds a Palazzo Marino: "È propaganda elettorale, la giunta Albertini spara le ultime cartucce. Abbiamo calcolato che a Milano esistono circa un milione e mezzo di metri quadrati di uffici vuoti. Cosa servono tutte queste nuove cubature a scapito dei parchi?". Fa eco Luca Beltrami Gadola, di una storica famiglia di costruttori milanesi, sottolineando come l'unica realtà davvero in produzione sia la nuova Fiera.
Milano sembra rinascere. Rialza la testa dopo le bastonate di Tangentopoli, che dieci anni fa rasero al suolo la sua classe dirigente, imprenditori, costruttori, politici. Qualcuno ha cambiato cappello. Salvatore Ligresti faceva il costruttore, era una sorta di tycoon del mattone, lui, Berlusconi e Cabassi si spartirono Milano. Oggi possiede ancora qualche area immobiliare, ma non è più il leader, anche se rientra dalla finestra nel progetto CityLife per la ex Fiera attraverso il gruppo assicurativo Fondiaria-Sai. Gli eredi del 'Sabiunat' Cabassi hanno investito nell'area che fu del Sieroterapico, sui Navigli, nell'ex Palazzo del Ghiaccio in disuso da un anno e mezzo (potrebbe diventare una location per mostre e sfilate) e soprattutto ad Assago, dove accanto al Forum ci sono 400 mila metri quadrati di aree da destinare a nuovi progetti.
Tra vecchi protagonisti, un po' appannati, e nuovi mattatori. Uno dei più attivi è il piemontese Luigi Zunino con il gruppo Risanamento. Suoi, oltre a Montecity, la trasformazione della ex stazione di Porta Vittoria, e lo sviluppo di due aree, una in via Olgettina vicina all'ospedale San Raffaele e una a nord, dove aveva sede la fabbrica svizzera Oerlikon. Spicca il ruolo dei fondi immobiliari italiani e stranieri, dalla Pirelli Real Estate alla Hines di Chicago, che è sbarcata a Milano per la Città della Moda attraverso partner italiani e ha raccolto capitali di fondi pensione californiani e assicurazioni tedesche. Osserva il direttore generale di Hines Italia Manfredi Catella: "Milano è partita tardi, rispetto ad altre città europee. Ma la Città della Moda è un'occasione per valorizzare l'economia della creatività e della comunicazione nel senso auspicato dal presidente della Confindustria Luca di Montezemolo". Si muovono i colossi dell'assicurazione come Generali e Fondiaria-Sai e Ras. "Sa cosa è cambiato?", lamenta Beltrami Gadola, "che oggi dieci gruppi controllano la città e che, con la forte finanziarizzazione del settore e il rischio di giochi sotterranei, alla fine a rimanere col cerino in mano potrebbero essere i risparmiatori". Ai nuovi protagonisti del denaro si affiancano, al debutto, i grandi nomi dell'architettura mondiale che si sfidano a colpi di progetti e hanno riportato Milano, dopo una lunga assenza, dentro al dibattito internazionale. Anche se uno della vecchia guardia come Vittorio Gregotti, autore del quartiere Bicocca per la Pirelli, lamenta il carattere pubblicitario ed esibizionista dei progetti vincitori dei recenti concorsi, e vitupera la legittima "voglia di grattacielo" della Milano del 2004 e delle nuove generazioni.
Terza novità, i tempi rapidi di progettazione e realizzazione, un'anomalia in questo campo. Qualche esempio: la nuova Fiera manterrà le promesse (inaugura ad aprile 2005 dopo un cantiere durato esattamente i 26 mesi previsti), la Scala rinnovata si metterà in bella mostra il 7 dicembre per la prima, pur non ultimata al 100 per cento; la gara per la zona ex Fiera doveva concludersi entro il 31 luglio ed è stata anticipata di un mese, sia pure tra polemiche sulla qualità e il valore dei progetti.
I privati puntano su Milano, il loro peso è aumentato nella contrattazione con il pubblico. L'assessore onnipotente, unico dispensatore di licenze è stato spazzato via da Mani pulite, e nelle operazioni multimiliardarie di oggi queste figure sono destinate a contare meno. La corruzione alberga probabilmente nelle piccole operazioni, negli abusivismi edilizi, nelle concessioni minori. Fa novanta la paura di una Tangentopoli negli anni Duemila. Il Comune chiede all'investitore privato garanzie e tutele per la cittadinanza, dall'edilizia convenzionata al verde alla costruzione di strutture per gli utenti di servizi pubblici.
I milanesi guardano con un misto di fascino e timore alla nouvelle vague immobiliare. La trasformazione in una città con più punti di riferimento porta con sé qualche rischio sul piano della mobilità e della qualità ambientale. La macchina della crescita come la chiama il sociologo Guido Martinotti, si è rimessa in moto. "Ma una città policentrica produce più traffico ed è più difficile da regolare. L'amministrazione Albertini predilige il laissez faire in assenza di una visione strategica. Cosa rimarrà del centro storico? Come si raccorderà con i nuovi centri se lo sviluppo delle linee metropolitane è in così forte ritardo? Questa Milano incarna un progetto capitalista, ma manca di progetto politico".
Forse non è un caso che sulle nuove infrastrutture culturali, la vera prova d'appello per una città direzionale che non nasconde le proprie ambizioni, i passi avanti sono più esitanti. Il restauro di Palazzo Reale si trascinerà almeno sino a fine 2006. Il Museo del Novecento all'Arengario, progettato da Italo Rota, procede a rilento. E anche all'ex Ansaldo l'interessante operazione del Museo delle culture extraeuropee, le prime demolizioni saranno nel 2005. Entrambi i progetti sono subordinati alla privatizzazione ritardata dell'Aem, l'azienda energetica municipale. Un grande punto di domanda, infine, aleggia sull'operazione più ambiziosa di tutte: La Beic, Biblioteca europea di informazione e cultura. Un modello di public library per un milione di volumi, altamente informatizzata, che in Italia non s'è mai sperimentato. L'importanza dell'investimento (250 milioni di euro la stima di tre anni fa) e la pluralità di soggetti coinvolti (due ministeri, Comune, Regione, le università milanesi, forse la Fondazione Cariplo e altri partner) ne hanno fatto una partita difficile tra Milano e il governo. "La forza del progetto è che non ha un colore politico, la debolezza è che richiede tempi lunghi", osserva il presidente della Fondazione Antonio Padoa Schioppa. Il rischio, insomma, è che Milano corra quando comandano immobiliaristi e finanzieri. E che zoppichi quando l'investimento riguarda la cultura e l'istruzione. Qui contano anche i soldi di Roma. Vedremo mai Berlusconi posare la prima pietra della Superbiblioteca?
di Giovanna Zucconi
Sarà la più grande downtown italiana. Sarà, dicono i suoi fautori, uno dei più importanti interventi architettonici d'Europa. Tra dieci anni tre torri d'acciaio svetteranno nel cielo sopra Milano, firmate da altrettante stelle dell'architettura internazionale: Arata Isozaki, Zaha Hadid e Daniel Libeskind. La più alta arriverà a 218 metri, il doppio del glorioso e affaticato Pirellone di Giò Ponti. E l'immensa area urbana ai loro piedi, 225 mila metri quadrati dove finora bivaccavano i grigi padiglioni della vecchia Fiera Campionaria, sarà radicalmente riprogettata dalle tre star e dal torinese Pier Paolo Maggiora.
Così Milano imbolsita cerca un nuovo slancio, per ricominciare a declinare i verbi al futuro. Cinquemila impiegati lavoreranno nei grattacieli, 5 mila residenti abiteranno nei 1.300 appartamenti previsti, 5 mila milanesi frequenteranno ogni giorno il parco, le strutture culturali e ricreative, il Museo del Design aperto (finalmente!) nella capitale del design. Niente automobili in superficie, 17 ettari a verde progettati da Vittorio Ingegnoli pensando "all'ecologia del paesaggio e alla qualità della vita, e non all'estetica decorativa". Insomma: skyline ridisegnata, nuove abitudini e nuovi percorsi urbani, ma soprattutto un grande valore simbolico. Di propulsione, di vitalità, per giunta in un'area strategica e semicentrale della città.
Tutto questo finora sulla carta, anzi nei rendering al computer. E proprio il computer ha avuto un ruolo decisivo nel connettere l'immaginazione dei quattro architetti, attivi in tre continenti: "Abbiamo potuto lavorare insieme solo grazie a Internet, con siti dedicati in cui ci scambiavamo disegni e immagini", spiega da Tokyo il maestro Isozaki. L'ardita idea di arruolare un pool di personalità così prestigiose e così distanti (non soltanto geograficamente) è uno degli elementi che hanno fatto assegnare il gigantesco appalto a CityLife. Nove cordate aderirono un anno fa al bando lanciato dalla Fondazione Fiera di Milano presieduta da Luigi Roth, per finanziare (grazie alla vendita della vecchia area espositiva) il nuovo polo fieristico di Pero-Rho progettato da Massimiliano Fuksas (lavori completati al 60 per cento, inaugurazione prevista per aprile 2005). Venivano messi in vendita 225 dei 440 mila metri quadrati della storica area urbana, mentre la parte più recente, incluso il nuovo Portello, rimarrà alla Fiera.
Cinque i progetti presentati nel marzo 2003: verranno esposti tutti alla Triennale a partire dal 22 settembre. Fra questi, la commissione di gara ne ha selezionati tre, e infine lo scorso venerdì 2 luglio la cordata CityLife (Generali Properties, Ras, Progestim del Gruppo Fondiaria-Sai, ovvero i primi tre gruppi assicurativi italiani, e poi Lamaro Appalti e lo spagnolo Grupo Lar) si è aggiudicata l'appalto senza rilanci con un'offerta di 523 milioni di euro. Bruciando sul traguardo i concorrenti Pirelli Real Estate e Risanamento, ovvero i progetti ("Tutti di altissimo livello", tiene a precisare Roth) firmati rispettivamente da Renzo Piano e da Norman Foster. Ma come hanno convissuto i temperamenti creativi, diversissimi fra di loro, di Isozaki, Hadid e Libeskind? Non è come ingaggiare tre fuoriclasse, con il rischio che ciascuno giochi la sua partita? Daniel Libeskind, origine polacca e studio a New York, ha appena tagliato il nastro della Freedom Tower che sorgerà a Ground Zero. Celebre per il Museo ebraico di Berlino, ha frequentato lungamente Milano e l'architetto Aldo Rossi, e dice a 'L'espresso': "C'è un vento che attraversa la città di Milano, un vento che porta con sé un desiderio di cambiamento. Questo nuovo secolo non riguarda più l'uno (il singolo architetto) ma i molti; non è fatto di una voce ma di molteplici voci". Una polifonia stilistica che viene rivendicata anche da Arata Isozaki, settantatreenne allievo di Kenzo Tange, autore del Museum of Contemporary Art di Los Angeles, del Soho Guggenheim di New York, e di grandi riconversioni urbane tuttora in costruzione a Bilbao e a Shenzen, in Cina. "Trattandosi di un'area così grande, avevamo da progettare un pezzo di città e non un singolo edificio. Il fascino della città e in particolare delle metropoli è appunto la convivenza di edifici di forme e materiali diversi. Per questo abbiamo scelto la complessità urbana come strumento per fondere il lotto della Fiera con il contesto circostante, aggregando architetture molto diverse in un arcipelago di forme e di colori".
Viva la differenza! Sembra essere questo il motto e il metodo del pool di architetti. "Il progetto si è articolato su due distinti registri", spiega Pier Paolo Maggiora che insieme a Isozaki ha progettato anche il Palahockey di Torino per le Olimpiadi del 2006: "Il primo teso a focalizzare il livello della struttura, della forma e dell'organizzazione urbana: il 'basso continuo'; il secondo orientato a risolvere in termini poetici individuali le architetture puntuali di competenza di ogni singolo architetto. Nulla di più distante, quindi, da qualsiasi possibile 'esperanto architettonico'. In termini pratici, il dialogo si è sviluppato in diversi workshop a Milano, Londra, Torino e New York e nello spazio virtuale ma assolutamente reale della rete informatica".
Anche per Zaha Hadid (nata a Baghdad, unica donna vincitrice del premio Pritzker, progettista del Museo nazionale di arte contemporanea di Roma) "la vasta scala del progetto richiedeva una complessa stratificazione di pensiero, ricerca e design". Quello di Zaha è un temperamento (non soltanto artistico) imperioso e originale. Francesco Dal Co, che ha avuto il compito di coordinare gli architetti-primadonna, adopera una metafora rubata a Ernst Jünger: una città è come una barriera corallina, vive di stratificazioni immerse nella marea del tempo: "Soprattutto ho sottolineato quanto la riconversione della Fiera fosse un'occasione unica per riguadagnare il ritardo ormai venticinquennale che l'Italia ha nella realizzazione di opere importanti, cioè nella dinamica della modernizzazione". Nel grande balzo verso lo sviluppo di questa zona di Milano, gli architetti hanno sforato fuori dal recinto della vecchia Fiera: il progetto include la riqualificazione di aree pubbliche circostanti, incluso il velodromo Vigorelli. Il cantiere verrà aperto nel 2006.
di Massimiliano Fuksas
Il trasferimento di gran parte della Fiera di Milano a Rho-Pero, nella prossima periferia della città, ha avuto come logica conseguenza il cambiamento di destinazione d'uso dell'area della vecchia e celebre Fiera. I terreni dove per gran parte del secolo passato si è svolta la Fiera di Milano, oggi hanno una collocazione centrale rispetto allo sviluppo dell'intera città. Niente di più naturale che prevedere un quartiere nella stessa area dove era localizzata la fiera. I 250 mila metri quadrati a disposizione sono un piatto ghiottissimo per i developers di tutto il mondo, specialmente se la localizzazione è così appetibile
e favorevole. Intorno al tipo di sviluppo che dovrà avere nel futuro Milano i pareri sono stati molti e discordanti. Una parte della città e della cultura urbanistica pensava che Milano dovesse avere per futuro la competizione, in altezza, con le grandi capitali del mondo. Un'altra opinione era di ricostruire una logica 'orizzontale' molto più legata a quartieri e ad un habitat di qualità. Il bando che la Fondazione Fiera Milano ha lanciato aveva per oggetto la cessione dell'area dell'antica Fiera a un consorzio di finanza, promotori immobiliari e si doveva tenere grande attenzione alla qualità architettonica e individuare studi di architettura di rilevanza internazionale. Era ben chiaro che, selezionando i migliori progetti, in un secondo momento si sarebbe presa la decisione finale, aprendo la segretissima busta con il prezzo offerto dal gruppo. Degli otto iniziali sono stati accettati alla seconda fase soltanto cinque partecipanti al concorso. In un ulteriore passaggio si è costituita la short list di soli tre partecipanti. I finalisti sono stati: il Consorzio di assicurazione con capogruppo Le Generali e firmatari del progetto erano Isozaki, Hadid, Libeskind e Maggiora; il gruppo Risanamento con Foster e Gehry; e per finire il gruppo formato da Real Estate e, come progettista, Piano. Le buste economiche sono state successivamente aperte. Le Generali con Allianz e Ras hanno offerto la cifra più elevata. Gli architetti che partecipano al successo sono, come detto, Isozaki, Hadid, Libeskind e Maggiora. Per la Fiera un ottimo affare. Ma gli architetti dei tre raggruppamenti sono tutti di ottima qualità. Viva il migliore.
1 Area Garibaldi-Città della moda. Developer: Hines Italia. Progetto master plan: Cesar Pelli.
2 Nuova torre Regione Lombardia. Costruttore: da appaltare. Progetto: Pei Cobb Freed, Paolo Caputo.
3 Ampliamento Ospedale San Raffaele. Costruttore: Diodoro.
4 Biblioteca europea di informazione e cultura. Costruttore: da appaltare. Progetto: Bolles + Wilson.
5 Ex Palazzo del Ghiaccio. Costruttore: Cabassi. Da sviluppare.
6 Città dello Sport. Proprietario aree: Comune di Milano. Da sviluppare.
7 Montecity-Rogoredo. Developer: Gruppo Risanamento. Progetto: Foster & Associates, Paolo Caputo.
8 Arengario-Museo del Novecento. Costruttore: gara in corso. Progetto: Italo Rota.
9 Ampliamento Teatro alla Scala. Costruttore: Ccc. Progetto: Mario Botta.
10 Ampliamento Università Bocconi. Progetto: Grafton Architects.
11 Darsena del Naviglio. In fase di concorso.
12 Ex Sieroterapico. Costruttore: Cabassi. Progetto: Luca Cabassi.
13 Ex Ansaldo-Museo delle civiltà extraeuropee. Costruttore: da appaltare. Progetto: David Chipperfield.
14 Il Sole-24 Ore. Costruttore: Cmb, Tosoni-Metalsigma, Sadi, Maspero. Progetto: Renzo Piano.
15 Trasformazione vecchia Fiera Milano. Developer: City Life (capocordata), Lamaro, Lar Desarrollos . Progetto: Isozaki, Libeskind, Hadid, Maggiora.
16 Nuova Fiera. Costruttore: Astaldi, Vianini, Pizzarotti. Progetto: Massimiliano Fuksas.
Mose, un cartellino giallo da Bruxelles
VENEZIA. Una procedura di infrazione contro l’Italia per il mancato rispetto della normativa europea sulla Valutazione di Impatto ambientale. La lettera sarebbe già stata inviata al governo da Bruxelles, firmata dal commissario europeo all’Ambiente Margot Walstrom. E contesta all’Italia le procedure della Legge Obiettivo sulle grandi opere. In particolare, la manacata procedura di «Via» sui progetti definitivi. «Le procedure per il Mose», commenta il Wwf Italia, autore dell’esposto che gha dato il via all’istruttoria, «vanno immediatamente sospese, per adeguarsi alla normativa ed evitare multe per milioni di euro. Oltre ai danni ambientali provocati da opere non adeguatamente valutate dal punto di vista dell’impatto sul territorio».
Una decisione destinata a far riesplodere le polemiche sulla grande opera e sulla sua legittimità. Secondo la commissione europea con le procedure «accelerate» della Legge Obiettivo voluta dal ministro Lunardi si effettua la procedura di Via sui progetti preliminari e non sui definitivi. In questo modo si lascia la «discrezionalità al ministero per l’Ambiente di decidere». Il progetto finale può essere diverso da quello iniziale, senza garanzie per la tutela dell’ambiente e l’informazione dei cittadini. Molte le opere interessate alla procedura, in teoria tutte quelle approvate con la Legge Obiettivo (dunque anche il Passante, la Rome commerciale, la Pedemontana). Ma gli effetti maggiori si potrebbero avere sul Mose, il progetto delle dighe mobili per cui la Valutazione di impatto ambientale sul preliminare era negativa, poi sostituita con una Via regionale.
«La laguna e i litorali corrono rischi grandissimi con il Mose», denuncia Paolo Perlasca del Wwf Italia, «in attesa delle urgenti e necessarie modifiche alla procedura di Via richieste dall’Europa occorre che siano sospese le procedure non concluse e le autorizzazioni già concesse».
Secondo il movimento ambientalista occorre insomma fermare i cantieri che già stanno provocando le prime conseguenze ambientali agli Alberoni, e presto saranno visibili a Punta Sabbioni.
Lavori enormi, per cui è previsto lo sbancamento di milioni di metri cubi di fondali, la costruzione di muri («spalle») in cemento, la demolizione delle dighe ottocentesche e la costruzione di un’isola artificiale di sette ettari davanti al bacàn di Sant’Erasmo. «Solo il Comitatone può fermare i lavori», ha detto qualche giorno fa la presidente del Magistrato alle Acque Maria Giovanna Piva. Ma ora la procedura di infrazione potrebbe modificare lo scenario.