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La storia della città è la storia di diverse forme di organizzazione dello spazio. Non esiste LA città, ma LE città soltanto. La polis greca NON è l´urbs, tanto meno la civitas; la città mediterranea medievale Non è quella barocca; la città moderna Non è la metropoli contemporanea, e quest´ultima NON è la «città» dove ora abitiamo. La città mediterranea è anti-classica, non «applica» alcuno schema ideale, concresce nell´uso, nel determinarsi temporale delle sue funzioni. La città moderna ne costituisce il violento superamento: essa impone sullo spazio-tempo della città medievale un Ordine a priori, una Forma a priori, fondati, sempre più chiaramente, sulla sinergia tra fabbrica e mercato, spazio di produzione e spazi di scambio e consumo. Il tempo del rapporto produzione/consumo regola tutti gli altri; la sua logica viene applicata ovunque, dalla scuola, all´ospedale, al teatro. Possiamo parlare di «attrazione ipnotica» esercitata da essa su ogni funzione e ogni aspetto della vita collettiva.

La città moderna, nel suo evolversi metropolitano, irradia dal suo centro, travolgendo ogni antica persistenza. I suoi insediamenti divengono «casi» del suo sistema irradiante, lungo gli assi centro-periferia. Ma si assiste ad un fenomeno che, ad un certo punto, appare irreversibile: questa espansione si fa sempre più occasionale, sempre meno programmata e governabile. Quanto più la «rete nervosa» metropolitana si dilata, quanto più divora il territorio circostante, tanto più il suo «spirito» sembra smarrirsi; più essa diventa «potente», meno sembra in grado di ordinare-razionalizzare la vita che vi si svolge. L´intelletto metropolitano, il suo Nervenleben, subisce una sorta di «crisi spaziale» - che è perfettamente analoga a quella che subisce lo Stato Leviatano, lo Stato moderno nella sua sovranità territorialmente determinata. I poteri che determinano la crescita metropolitana faticano sempre più a «territorializzarsi», a «incarnarsi» in un ordine territoriale, a dar vita a forme di convivenza leggibili-osservabili sul territorio, spazialmente. (E´ immaginabile un mondo-metropoli? Nel 1950 erano 83 le città con più di un milione di abitanti, di cui 49 nei paesi industrializzati; oggi sono 300; nel 2015 saranno 33 almeno le «città» con più di venti milioni di abitanti, di cui 27 nei Paesi più poveri).

La perdita di «valore simbolico» della città cresce proporzionalmente: assistiamo, o ci sembra di assistere, ad uno sviluppo senza meta, cioè, letteralmente, insensato, ad un processo che non presenta alcuna dimensione «organica». E´ davvero la metropoli dell´intelletto astratto, del general intellect, dominato soltanto dal «fine» della produzione attraverso la produzione e dello scambio di merci. E´ assolutamente «naturale» che il «cervello» di un tale sistema consideri ogni elemento spaziale come un ostacolo, un´inutile zavorra, un residuo del passato, da «spiritualizzare», da «volatilizzare». Ma, nello stesso tempo, e per la medesima ragione, ciò produce l´improgrammabilità dell´«occupazione» del territorio. Il territorio, letteralmente, non conosce più alcun Nòmos (poiché Nòmos, Legge, significa all´origine, appunto, suddivisione-spartizione-articolazione di un territorio o «pascolo», nomòs, determinato).

La città è ovunque: dunque, non vi è più città (?). Non abitiamo più città, ma territori (territori da terreo, aver paura, provare terrore!?). La possibilità stessa di fissare confini alla città appare oggi inconcepibile, o, meglio, si è ridotta ad un affare puramente tecnico-amministrativo. Chiamiamo città quest´«area» per ragioni assolutamente occasionali. I suoi confini non sono che un mero artificio. Il territorio post-metropolitano è una geografia di eventi, una messa in pratica di connessioni, che attraversano paesaggi ibridi. Il limite dello spazio post-metropolitano non è dato che dal «confine» cui è giunta la rete delle comunicazioni; man mano che la rete si dirada possiamo dire di «uscire» dalla post-metropoli, ma è evidente che si tratta di un «confine» sui generis: esso esiste soltanto per essere superato. Esso è in perenne crisi.

Certo, polarità esistono ancora in questo «spazio»; esistono ancora attività che possiamo definire «centrali», e che orientano intorno a sé le forme di connessione, la mobilità, ecc. Ma sempre più queste polarità possono organizzarsi ovunque. Gli «eventi» prodotti dalle decisioni di investimento produttivo, commerciale, amministrativo, ecc. possono localizzarsi ormai senza tener conto degli assi tradizionali di espansione della città. I ruoli di centro e di periferia possono scambiarsi incessantemente. Ma tutto ciò avviene occasionalmente, o sulla base di logiche mercantili e speculative, che rifiutano ogni «griglia» precostituita di funzioni. Il territorio continua a «specializzarsi», ma al di fuori di ogni progetto complessivo. E´ davvero la morte di tutte le «codificazioni» del Movimento Moderno, del suo pensare la città come aggregazione successiva di elementi, dall´abitazione all´edificio, al polo funzionale, alla città intera come «contenitore di contenitori». E´ la morte di ogni astratta tipologia. Che significa? E´ necessariamente la fine di ogni «forma» comunitaria, o un processo di «liberazione» dai vincoli che la caratterizzavano? (?) In altri termini: il territorio post-metropolitano è la negazione di ogni possibilità di luogo, o potranno «inventarsi» luoghi propri del tempo in cui la sua vita sembra essersi risolta?

Dobbiamo affrontare questo paradosso filosofico ed estetico. L´energia che sprigiona il territorio post-metropolitano è essenzialmente de-territorializzante, anti-spaziale. Certo, è possibile affermare che questo processo era già iniziato con la metropoli moderna, ma oggi soltanto tende ad esprimersi nella sua compiutezza.

Titolo originale: For New Jersey Towns, an Experiment: Putting Growth Here, Not There – Traduzione di Fabrizio Bottini

CHESTERFIELD, N.J. - Larry Durry è un coltivatore del New Jersey, e come tutti gli altri coltivatori era contrario al piano per limitare l’edificazione nella sua città. Dopo tutto, l’edilizia di solito è l’ultimo e più conveniente raccolto che un coltivatore suburbano come Mr. Durry può cavare dai suoi campi.

Ma dopo generazioni di sforzi e fallimenti nel controllo dello sviluppo, lo stato diventato sinonimo di sprawl sta sperimentando un piano che promette di salvaguardare le zone agricole, rispondere alla domanda di nuove abitazioni, e riuscire anche a pagare la “liquidazione” che si aspettano i coltivatori come Mr. Durry. E ora, lui è uno dei più convinti sostenitori dei nuovi regolamenti di zoning, anche se non compariranno sulle sue terre nuove case.

”Volevo solo essere sicuro che fosse una soluzione giusta” ci dice “e lo è stata”.

Il programma che ha convinto Mr. Durry ha un nome che fa venire sonno: il sistema di trasferimento dei diritti edificatori, anche se sarebbe meglio dire vendita dei diritti edificatori. Come la vecchia pratica di trasferire diritti aerei, o quelli sui limiti di altezza dagli edifici alti a quelli bassi di New York City, questo sistema consente alle municipalità di decidere dove avverrà la crescita edilizia. I costruttori in questo modo possono aumentare il numero di alloggi nei propri progetti (e i propri profitti) trasferendo i crediti edificatori assegnati agli spazi aperti, come i terreni di Mr. Durry, comperati da proprietari le cui aree stanno al di fuori della zona destinata alla crescita.

Con la popolazione statale in crescita prevista fra 750.000 e un milione di persone entro la prossima generazione, gli urbanisti ritengono che la pressione edificatoria consumerà tutti i terreni disponibili. I primi successi nel trasferimento di diritti edificatori a Burlington County vengono guardati come possibile modello per una politica dei suoli da estendere alle aree rurali residue dello stato, e in particolare per le cittadine delle Highlands, zona di campagna collinare a nord-ovest.

Nella Burlington County, dove gli anelli sempre più esterni dello sprawl da New York City e Philadelphia hanno cominciato a sovrapporsi, i comuni di Chesterfield e Lumberton stanno operando secondo un sistema di trasferimento dei diritti autorizzato con legge statale speciale, emanata nel 1989. I primi segni di successo hanno sostenuto il Governatore James E. McGreevey nella sua vittoriosa campagna anti- sprawl lo scorso mese, con l’approvazione di un provvedimento che consente l’estensione dei trasferimenti di diritti edificatori a tutto lo stato.

”La cosa compresa dall’amministrazione McGreevey, è che stiamo terminando i terreni disponibili” ha affermato Bill Dressell, direttore della New Jersey League of Municipalities, in un’intervista di due settimane fa. “E a meno di cominciare ad annetterci qualche pezzo degli stati di Pennsylvania o New York, o di interrare la costa dell’Atlantico, saremmo destinati a restare senza spazio”.

Per zone ancora rurali come Chesterfield, il modo tradizionale di controllare la crescita è stato l’azzonamento per lotti di grosse dimensioni (2-3 ettari per abitazione) ci racconta Susan E. Craft, esperta di conservazione rurale della Burlington County. Ma ora ci sono tante persone che vogliono comprare quegli enormi scatoloni su zone piatte senza alberi, e la politica dei grossi lotti non ci tutela più. Gli spazi aperti in contee rurali di questi tipo, stanno scomparendo in fretta.

Ma è anche sbagliato tentare di costringere l’edificazione attraverso l’azzonamento a lotti di grosse dimensioni – aggiunge Miss Craft – creando una classe di proprietari privilegiati perché hanno i propri terreni destinati all’edificazione, e frustrando le speranze di quelli che si vedono esclusi.

”È il problema dello zoning – dice Miss Craft – Con un colpo di penna un proprietario diventa miliardario, e l’altro tizio è cancellato”.

Lo zoning tradizionale, tra l’altro, tende a diventare insostenibile. Un’amministrazione può imporre le proprie scelte, ma è un lavoro che spesso viene demolito da quella successiva. Il comune di Chesterton ha organizzato il proprio sistema di trasferimenti sul calcolo di 1.200 case possibili, secondo le regole dello zoning correnti, per lotti di grandi dimensioni. Anziché acquisire i terreni, o aspettare che quelle case riempissero il paesaggio, la città ha creato una “ receiving area” di circa 250 ettari, entro cui concentrare tutto il nuovo sviluppo.

Questo consentiva di lasciare quasi tutta la restante “ sending area”, oltre 54 kmq, inedificata.

Il piano risolve il problema di equità, che un sistema del genere normalmente porrebbe rispetto ai proprietari, assegnando ad essi un credito per ciascuna abitazione potenziale teoricamente consentita dal vecchio zoning. Così un proprietario di 20 ettari edificabili in un’area di lotti da 4 ettari riceve 5 crediti vendibili, spesso con l’aggiunta di frazioni concesse per spazi minori.

I costruttori interessati alla “ receiving area” acquistano questi crediti, ciascuno dei quali da’ il diritto di edificare uno o più alloggi addizionali in zona, secondo le dimensioni della casa.

”Il trasferimento dei diritti edificatori porta ad equilibrio lo scenario di colpi di fortuna e disastri dello zoning tradizionale – dice Miss Craft – perché il sia proprietario della “ sending area” che quello della “ receiving area” hanno qualcosa da vendere.

La municipalità di Chesterfield sta usando questo sistema per realizzare un nuovo insediamento coi “ritagli”. Lumberton, nella Burlington County meridionale, si è invece concentrata nell’indirizzare la nuova edilizia, in maggioranza fatta da case unifamiliari, verso zone già urbanizzate, dove strade e collegamenti alle fognature sono più facili ed economici.

Nonostante il paesaggio di Lumberton sia quello di qualunque città in crescita – una miscela di nuova edilizia e campi – il signor Dewitt Pennypacker, consigliere municipale, può indicare quali di quei campi non saranno mai costruiti.

”Abbiamo conservato 400 ettari senza alcun costo: l’hanno pagato i costruttori” ci racconta. “Altre città qui intorno hanno dovuto chiedere in prestito milioni di dollari per fare la stessa cosa acquistando i terreni”.

Una sezione della proprietà agricola di Mr. Durry a Chesterfield valeva 6,25 crediti, che lui ha venduto per circa 23.000 dollari ciascuno (ora i prezzi dei crediti sono aumentati sin quasi a 30.000 dollari, dopo che si sono realizzate le prime case nel nuovo quartiere di Old York Village). Quei crediti sono stati spesi nel nuovo insediamento da 400 case che si realizzerà nella “receiving zone” su iniziativa della K. Hovnanian Companies, il più grosso costruttore di residenze del New Jersey.

Bradley N. Haber, direttore per l’acquisto di terreni della Hovnanian, dice di aver ancora qualche perplessità rispetto al trasferimento dei diritti, per esempio alla possibilità che i crediti possano scarseggiare (nel caso i proprietari se li tengano).

Ma Mr. Haber ha anche scoperto con sorpresa la possibilità di cooperazione nel quadro di una pianificazione generale comunale, che è l’elemento chiave del sistema di trasferimento dei diritti. Normalmente, il primo costruttore in un grosso progetto si accolla il costo di strade e parcheggi, ad esempio, e poi tenta di rifarsi su chi arriva più tardi. Invece col nuovo sistema, quei costi sono suddivisi su ciascuna unità residenziale sin dal principio.

La municialità di Chesterfield ha anche provveduto a reti idriche e fognatura per lo Old York Village sin dal principio, eliminando uno dei guai principali dei costruttori.

Il progetto dell Old York Village, dello studio Clarke Caton Hintz di Trenton, ha vinto un premio dello American Planning Council per lo stile New Urbanism, con case su piccoli lotti realizzate vicine l’una all’altra, molte con vicoli di servizio sul retro per le auto e la raccolta dei rifiuti in sede non stradale. Ci saranno un centro per il commercio e i servizi, e poi parchi, chiese, una scuola elementare raggiungibile a piedi da molti alunni.

”E ogni volta che si costruisce una casa nello Old York Village, sai che ci sono due o tre ettari di zona agricola salvati – ci dice Philip B. Caton, capo della sezione urbanistica. Ha previsto che il villaggio sarà completato e popolato nel giro di 5-10 anni, a seconda del mercato edilizio. Oltre a salvaguardare spazi aperti, la progettazione compatta rende più economica la gestione municipale.

”Se sai in che aree ci sarà sviluppo, puoi prevedere strade e altri servizi (acqua, scuole, stazione di polizia)” dice Mr. Dresel, direttore della League of Municipalities. Il costo della raccolta rifiuti per abitazione diminuisce se tutti abitano nello steso posto”.

Ma come sottolineano i critici, l’acquisizione dei terreni agricoli, per quanto costosa, almeno consente alle municipalità di bloccare la crescita. Lasciare che i proprietari trasferiscano i diritti si limita a governarla.

”Si risolve il problema di protezione degli spazi rurali, ma non si controlla la popolazione, o le tasse e il traffico connessi all’urbanizzazione” dice Richard Amper, direttore esecutivo della Long Island Pine Barrens Society, un gruppo ambientalista. È stato utilizzato un sistema di trasferimenti proprio per salvare parte dei Pine Barrens.

”Qui a Long Island, non importa quali siano gli scopi sociali – conservare le terre agricole, aumentare le case a buon mercato o tutelare le acque – la soluzione dei costruttori è comunque: costruiamo più case” continua Mr. Amper. “Beh, qualche volta è l’eccesso di edificazione che ha creato tutti questi problemi, e non li si risolve continuando a lasciar costruire nuove case”.

Nota: per unconfronto con esperienze simili, si veda il pezzo pubblicato da USA Today sul caso di Atlanta, proposto in questa stessa sezione di Eddyburg (fb)

Dato che si tratta di un testo piuttosto lungo, chi fosse interessato alla fine troverà anche (per una volta) il file PDF della traduzione scaricabile direttamente da Eddyburg, oltre al solito link con la collocazione dell'originale al sito del Boston Globe (fb)

Titolo originale: Closed for Business. Energy Bill a special-interests triumph – traduzione di Fabrizio Bottini

WASHINGTON - Robert Congel ha grandi piani, e una visione chiara per il suo complesso commerciale nel nord dello stato di New York. Etichettato come il più grande mall del mondo, l’ancora da costruire DestiNY USA ospiterà 400 negozi di varie dimensioni, migliaia di stanze d’albergo, un parco di 30 ettari chiuso in un involucro di cristallo, e poi una parete di roccia e ghiaccio da scalare, o un teatro in grado di ospitare gli spettacoli di Broadway.

E se i suoi sostenitori nel Congresso troveranno il modo, il mega-mall sarà parzialmente finanziato dall’Energy Bill federale, che fornirà 100 milioni di dollari di denaro pubblico. La febbrile campagna di lobbying condotta da Congel paga i suoi dividendi a Capitol Hill. Quando i membri dell’assemblea legislativa lo scorso inverno hanno votato l’aumento dei prezzi della produzione di petrolio interna, hanno anche votato per aiutare Congel a costruire il suo mall gigante, attraverso le “obbligazioni verdi” - greenbonds - esentasse.

L’iniziativa dei greenbonds – chiamati così perché i progetti che finanziano dovrebbero essere energeticamente efficienti – è stata una delle numerose aggiunte cacciate dentro all’ energy bill da legislatori che si incontravano a porte chiuse. Questi provvedimenti non hanno sostenitori ufficiali, e non facevano parte della documentazione originale approvata da camera e Senato, ma sono state aggiunti più tardi da mani sconosciute, quando le 816 pagine del documento sono state redatte in riunione segreta.

Pensato per delineare un apolitica energetica nazionale per la prima volta in più di dieci anni, lo energy bill è diventato una cuccagna di finanziamenti per gli interessi legati alle imprese, dentro e fuori il campo energetico. Il progetto, fermo per una serie di manovre al Senato ma ancora in cima alle priorità legislative del Presidente Bush, prevede iniziative per incoraggiare la produzione di energia da fonti esistenti e nuove. Ma è anche diventato un simbolo, spesso quanto un elenco telefonico, del modo attuale di fare le leggi a Washington, dove la politica è indirizzata da chi ha soldi, potere, e accesso ad un gruppo relativamente ristetto di decisori.

Un’analisi condotta dal Boston Globe su migliaia di pagine delle pratiche di lobbying mostra che i vari soggetti con interessi consolidati nelle politiche energetiche hanno speso in attività di lobbying 387.830.286 dollari a Washington lo scorso anno. Hanno anche pagato decine di migliaia di dollari in contributi elettorali agli incaricati che hanno costruito il documento tra la Casa Bianca e Capitol Hill.

L’analisi del Globe dimostra che le grandi corporations e altri, comprese alcune Università, sono stati premiati dal progetto di legge attraverso riduzioni fiscali, progetti di costruzione, deroghe ai regolamenti che risparmieranno loro molto più di quanto non abbiano speso per rendere note al governo le proprie esigenze.

In alcuni casi, i beneficiari sono specifiche compagnie come Home Depot, che ha speso 240.000 dollari in lobbying nella speranza di guadagnarne decine di milioni in risparmi. Home Depot – il cui PAC ha contribuito il massimo di 5.000 dollari alla campagna di Bush del 2004, e i cui dipendenti ne hanno versati 226.400 a Bush e al Republican National Committee – è beneficiata da una sezione in due paragrafi del progetto di legge, che elimina le tariffe sui ventilatori da soffitto cinesi. Questa modifica farà risparmiare a Home Depot a ad altre compagnie un totale di 48 milioni, secondo i calcoli del bipartisan Joint Committee on Taxation.

Detto in altre parole, gruppi di imprese hanno investito milioni di dollari in poressioni per ottenere miliardi in finanziamenti governativi e in deregulation.

L’industria nucleare, che ha speso ben 71.405.955 in lobbying a Capitol Hill, avrà 7,37 miliardi fra tasse e progetti, compresi finanziamenti federali per costruire un impianto nucleare da un miliardo in Idaho. Questo impianto, che sarà il primo commissionato in decenni, avrà anche ripercussioni benefiche sull’industria dei carburanti all’idrogeno, dato che l’installazione nucleare dovrà produrli.

Parecchie grandi compagnie in campo energetico, che hanno speso decine di milioni in lobbying, hanno ottenuto una storica deregulation nel proprio campo, che toglierà di mezzo controlli che risalgono all’epoca della Depressione, su come spendono i propri soldi, e consentirà loro di diventare conglomerate – con poche possibilità di recupero per i piccoli investitori se gli investimenti speculativi delle compagnie andranno male.

I principali sostenitori di Bush guadagneranno profumatamente dall’ energy bill. Sessanta dei 400 cosiddetti Pioneers e Rangers – quelli che si sono impegnati a raccogliere rispettivamente almeno 100.000 o 200.dollari per sostenere la rielezione di Bush-Cheney – saranno beneficiati dalle riduzioni fiscali, dai sussidi, dal ridimensionamento di regole e controlli, secondo un calcolo del Sierra Club.

La Massey Energy del West Virginia – il cui direttore, James H. “Buck” Harless, è uno dei principali raccoglitori di fondi per Bush – avrà centinaia di milioni di dollari in prestiti garantiti per un impianto di gasificazione del carbone. Harless ha lavorato nella squadra per la trasformazione energetica del Presidente Bush, che ha preceduto la Energy Task Force del Vice President Dick Cheney, la quale a sua volta ha sviluppato il progetto centrale del progetto di legge a Capitol Hill.

”Il problema è che tutto si sta trasformando in un progetto di interessi particolari”, dice Charlie Coon, esperto in questioni energetiche alla Heritage Foundation, think tank conservatore. “Il problema di base, è che non risolverà il problema di fornire l’energia necessaria alle attività economiche, o perché la gente possa accendere la luce. Si sta trasformando tutto in una farsa”.

Dietro le porte chiuse

La costruzione del progetto di legge riflette il modo in cui sono condotti gli affari a Washington nel 2004. Coi Repubblicani che godono del controllo di entrambe le Camere, più la Casa Bianca, i leaders del Grand Old Party mettono insieme enormi programmi dietro porte chiuse, escludendo il partito di minoranza e schiacciando il dissenso da parte di Repubblicani moderati e lobbisti i cui programmi non coincidono con gli scopi del partito, a parere di membri di entrambi gli schieramenti e ex parlamentari.

E anche se altri progetti hanno avuto la loro parte di programmi privilegiati e distribuzione di risorse a varie imprese o gruppi di interesse, lo energy bill è considerato dai gruppi ambientalisti e dalle associazioni dei consumatori uno degli esempi più estremi di eccesso nella distribuzione ai privati.

”La cosa davvero sorprendente è come una combinazione di persone dell’industria energetica, del gas e petrolio, dei grandi servizi pubblici, del carbone, attraverso un’ampio raggio di decisioni politiche (che siano la Environmental Protection Agency o l’energy bill) ottengano letteralmente miliardi di dollari come pagamento in cambio di milioni di dollari” in contributi e spese di lobbying, afferma Mark Longabaugh, vice presidente anziano per le questioni pubbliche della League of ConservationVoters.

Il progetto di legge ha iniziato a definirsi dapprima come prodotto collaterale della task force sull’energia di Cheney, un comitato di funzionari di Washington che si incontrava in provato per redigere un documento di politica energetica nazionale, poco dopo che Bush era stato eletto.

Uno studio dello scorso anno dell’indipendente General Accounting Office ha rilevato che la task force sull’energia era informata da “interessi energetici” di tipo privato, principalmente imprese legate al petrolio, carbone, nucleare, gas naturale, industrie elettriche. Il rapporto afferma che non si è stati in grado di determinare l’estensione dell’influenza di queste imprese sulle decisioni politiche, a causa delle limitate informazioni messe a disposizione del General Accounting Office.

Ma altri documenti, forniti dietro ordine di un tribunale, mostrano come quindici soggetti connessi al campo energetico abbiano avuto contatti con la task force, contatti che si sono risolti in provvedimenti di politica energetica a proprio favore.

Lo Edison Electric Institute, che aveva avuto contatti con la task force 14 volte, spendendo 12 milioni in lobbying a Washington lo scorso anno, si è assicurata una storica deregulation riguardo all’impresa energetica che gli analisti calcolano di un valore di miliardi di dollari.

Il Nuclear Energy Institute, che ha ottenuto miliardi in riduzioni fiscali e progetti, aveva avuto 19 contatti con la task force, e sborsato1.280.000 dollari in azioni di lobbying nel 2003. Anche l’industria nucleare trarrà beneficio dall’estensione e ampliamento, nello energy bill, del Price Anderson Act, che blocca la solvibilità finanziaria di un impianto di energia nucleare in caso di incidente. Anche se non è stato commissionato alcun nuovo impianto nucleare in decenni, il progetto prospetta una rinascita di questa discussa fonte di energia.

La Southern Company, impresa elettrica che ha speso 990.000 dollari in lobbying, trarrà beneficio da regole più lasche sull’emissione di mercurio, sostanza tossica rilasciata dagli impianti energetici. Il vice presidente della Southern e un lobbista si sono incontrati con la task force, secondo documenti messi a disposizione a seguito di una citazione in giudizio del Natural Resources Defense Council. La Environmental Protection Agency, che deve emanare i regolamenti definitivi il prossimo anno, stima che la deregulation sulle emissioni di mercurio farà risparmiare agli impianti energetici degli USA un totale di 2,7 miliardi.

L’American Petroleum Institute, che ha avuto contatti con la task force sei volte, e ha speso 3.140.000 in lobbying lo scorso anno, avrà miliardi di riduzioni fiscali e sussidi per incoraggiare la produzione interna.

Gli ambientalisti, esclusi dalla task force, hanno ottenuto poco nel pacchetto definitivo, dopo aver speso una piccolissima parte di quanto speso dall’industria energetica in lobbying. La League of Conservation Voters, per esempio, ha speso 46.516 dollari in lobbying l’anno scorso; il Natural Resources Defense Council 920.000, e la Union of Concerned Scientists 150.000, come emerge dai rapporti sulle attività di lobbying.

Le imprese che avevano contatti con la task force di Cheney ottenevano vantaggi strategici, afferma Larry Noble, analista del Center for Responsive Politics, perché potevano sostenere le proprie ragioni già dalle prime fasi di sviluppo delle politiche energetiche.

”Hanno ottenuto quello che volevano sin dal primo giorno” dice Noble. “Tutti i lobbisti sanno quanto sia importante essere presenti quando si preparano i documenti, prima che si scrivano le leggi. Quando il progetto di legge è pronto, è tardi. Si gioca solo in difesa”.

Il comitato congiunto

Dopo che la task force di Cheney aveva redatto le sue raccomandazioni, il compito di stendere il progetto di legge passò a camera e Senato, dove i membri della maggioranza Repubblicana mantennero immutate molte delle proposte. Poi, nella speranza di realizzare un accordo fra Camera e Senato, i leaders nominarono un comitato congiunto.

Ma questo comitato cominciò ad aggiungere parti che non erano mai comparse in nessuna versione del progetto. E i lobbisti subissavano i membri di richieste per includere qualcosa o qualcuno, compreso il mall di Congel, nella legge.

L’aggiunta di progetti del genere fa rizzare particolarmente il pelo dei cani da guardia degli sprechi governativi. Anche se DestiNY USA prometteva di essere un modello di efficienza energetica, i critici si chiedevano cosa avesse a che fare un centro commerciale con la definizione di una politica energetica nazionale.

L’iniziativa dei greenbonds non faceva parte dei progetti originali di camera e Senato passati attraverso udienze pubbliche e la discussione in aula. Era stata aggiunta dal comitato congiunto, un gruppo che aveva escluso i Democratici del tutto, salvo per due delle riunioni di redazione del documento. La massiccia versione definitiva fu resa pubblica un sabato, lasciando ai Democratici e a quei Repubblicani non inseririti all’interno dei gruppi di negoziazione a malapena tre giorni per studiarsela, prima che fosse chiesto di votarla in aula.

Il deputato Edward Markey, Democratico di Malden veterano dello Energy and Commerce Committee, racconta che fu obbligato a seguire gli sviluppi del documento del suo comitato parlandone coi lobbisti di Washington.

”Non potevamo stare dietro a quello che stava succedendo” dice Markey. “Tutto quello che avevamo erano fughe di notizie. Quello che hanno fatto su questo disegno di legge per l’energia non ha precedenti. Non hanno avuto rispetto per i Democratici, ma - cosa più importante – nemmeno dei gruppi ambientalisti e di consumatori del paese.

Congel è un costruttore, di successo anche se discusso, il cui valore economico è stimato dalla rivista Forbes di circa 700 milioni. Congel e la sua impresa, la Pyramid Management, sono stati citati a giudizio nel 2000 da ex soci in affari per frode, e il caso è ancora aperto. La Pyramid ha ripagato più di 800.000 dollari a un’impresa affittuaria, la Limited, che affermava come si fossero gonfiate le cifre delle bollette telefoniche. Gli organi giudiziari statali e federali non hanno ritenuto di procedere nei confronti dell’impresa.

Sia Congel che la DestiNY USA non hanno risposto a ripetute richieste di commentare questo fatto.

Altri tre progetti di centri commerciali - uno in Georgia, uno in Louisiana (patria di un ex presidente dello House Energy and Commerce Committee, il deputato Repubblicano Billy Tauzin), e uno in Colorado – trarranno benefici dalle proposte dei greenbonds, anche se ci vuole qualche capacità speciale per capirlo dal linguaggio del progetto di legge.

Chiamata “programma dimostrativo per i siti industriali inquinati, per edificazione ambientalmente qualificata e progetti a orientamento sostenibile”, la sezione greenbonds del programma non fa menzione di particolari progetti o stati. Ma le linee guida si adattano esattamente a questi, sia secondo i rappresentanti del Congresso, sia secondo i gruppi di osservatori che hanno studiato il documento.

”Non sono nominati, ma tutti sanno quali sono, basandosi sul linguaggio” dice Keith Ashdown, vice presidente per le questioni politiche al Taxpayers for Common Sense. “Un senatore Repubblicano scherzava sul fatto che il documento avrebbe potuto anche richiedere che uno dei progetti fosse collocato in un luogo il cui nomignolo è Cajun State”, a sottolineare come uno di questi casi particolari stia a Shreveport.

Congel è stato aggressivo sostenitore dei finanziamenti pubblici al suo progetto. Ha formato un comitato di azione politica, il Green Worlds Coalition Fund, che ha raccolto 82.897 dollari, la maggior parte dei quali sono andati a contributo della campagna elettorale di Bush, e dei deputati nei posti chiave riguardo allo energy bill. In più Congel, la sua famiglia, e i dipendenti di DestiNY USA e della Pyramid, hanno contribuito con altri 69.084 dollari a campagne per il Congresso e per Bush, secondo le analisi dell’indipendente Center for Responsive Politics.

I proponenti del progetto hanno fatto anche grossi investimenti in lobbying, spendendo 140.000 dollari lo scorso anno e 60.000 quest’anno per convincere il Congresso – che ha già dato a DestiNY USA 1,7 miliardi l’anno scorso per la trasformazione delle aree circostanti il sito del progetto – ad approvare la proposta dei greenbonds.

Nel frattempo, Congel lavorava per aiutare alcuni decisori chiave. Lui, la sua famiglia, i suoi soci, hanno dato molto al deputato Bob Beauprez, una matricola del Colorado che vorrebbe anche assistenza finanziaria per un progetto di costruzione nel suo distretto. Congel ha anche ospitato un’iniziativa di raccolta fondi a cui ha partecipato Cheney.

Anche se la gran parte dei contributi elettorali di Congel e di DestiNY USAsono andati ai Repubblicani, i sostenitori del progetto non hanno trascurato i senatori Democratici di New York, Hillary Rodham Clinton and Charles Schumer, i quali entrambi hanno ricevuto contributi da Green Worlds e dallo stesso Congel.

Schumer, secondo una tattica apparentemente contraddittoria piuttosto comune a Washington, ha lottato decisamente per inserire i greenbonds nello energy bill, anche se stava anche lottando per la sconfitta del progetto nel suo insieme.

”Pensavo che fosse una buona iniziativa” ha detto Schumer a proposito dei 2,2 miliardi di dollari a DestiNY USA, che i costruttori affermano porterà più di 100.000 posti di lavoro fissi legati al turismo, nell’area di crisi economica del nord New York.

Schumer afferma anche di essersi opposto allo energy bill perché liberava dalla responsabilità i produttori di un additivo della benzina che ha avvelenato le acque sotterranee a New York e in altri stati.

Sul versante dei deputati, James Walsh, Repubblicano di Syracuse, è stato un campione nel sostegno al progetto DestiNY, localizzato nel suo distretto. Walsh, che dice di essere stato compagno di scuola di Congel al liceo, difende il progetto coma valido prototipo di come si possa realizzare un mall sostenuto da energie rinnovabili come quella solare.

E aggiunge che i posti di lavoro sarebbero importanti nel suo distretto.

”È l’unica persona che bussa alla mia porta e vuole spendere due miliardi” dice Walsh.

Ma i deputati che stanno all’erta contro gli sprechi, e gli ambientalisti, si chiedono perché mai il governo federale dovrebbe aiutare un costruttore multimiliardario a realizzare un complesso commerciale e turistico.

”È evidente che l’unico verde a cui è mai stato interessato Bob Congel è quello che sta nelle sue tasche” dice Chuck Porcari, direttore per le comunicazioni alla League of Conservation Voters.

Quando lo energy bill era fermo a dicembre, Pete Domenici, Repubblicano del New Mexico a capo del Senate Energy and Natural Resources Committee, l’ha modificato per renderlo più accettabile a un Senato poco convinto. Una diversa versione, che ufficialmente non ha rimpiazzato il bill originale, non comprende l’istituto dei greenbonds.

Ma con l’aiuto di Schumer, DestiNY USA può dare un altro morso alla torta dei fondi federali. Schumer e il Senatore Zell Miller, un Democratico il cui stato – la Georgia – è in corsa per un progetto da greenbonds, hanno inserito un emendamento che accorpa i progetti a un disegno di legge per le tasse di impresa, con più alta probabilità di guadagnarsi l’approvazione. Un comitato congiunto inizierà la stesura del progetto da oggi.

”È come un’arma a testate multiple. Proviamo con il progetto di legge sull’energia, o quello sui trasporti, o quello sugli stanziamenti. Se spariamo tutte queste testate, riusciremo a colpire qualcosa” commenta David Williams, dell’indipendente Coalition Against Government Waste.Far ingrassare un documento

Il progetto di Congel non è stato l’unico a trovarsi un nuovo veicolo di finanziamento, nonostante il blocco del disegno di legge.

Il Senatore Charles Grassley, Repubblicano dello Iowa a capo del Senate Finance Committee, e il cui sostegno allo energy bill era critico per le questioni fiscali, voleva 50 milioni di dollari per una foresta pluviale artificiale nel suo stato coltivato a granturco. I sostenitori dicevano che il progetto sarebbe stato educativo, ma è stato cancellato prima che lo energy bill andasse alla discussione in aula.

Ma Grassley ha avuto quello che voleva in gennaio, quando il suo progetto è stato fatto scivolare in un decreto omnibus di spesa per il finanziamento di azioni delle agenzie federali per il 2004. “La maggior parte dei progetti straordinari, se sostenuti da politici potenti, hanno nove vite” dice Ashdown.

I sostenitori dell’ energy bill riconoscono che sia stato imbottito di programmi locali, ma dicono che queste inclusioni spesso ernao necessarie per cucire insieme una coalizione di voto. “È una delle funzioni del processo di formazione delle leggi” afferma Frank Maisano, un lobbista dell’industria energetica per il marchio Brace and Patterson.

E la battaglia sul pacchetto energetico certamente ha aspetti filosofici. Quelli che lo appoggiano sostengono che la nazione deve produrre più energia da sola per liberare il paese dalla dipendenza dal petrolio estero. Alle imprese devono essere offerte riduzioni fiscali e sussidi, affermano uomini delle imprese e alcuni politici e analisti, perché la ricerca e sviluppo di nuove fonti energetiche è una cosa costosa.

Anche se agli ambientalisti piace demonizzare i profitti dell’industria petrolifera, dice Maisano, queste imprese hanno bisogno di incentivi finanziari per cercare nuove riserve in zone inesplorate. Per esempio ci sono potenziali riserve petrolifere particolarmente costose, perché stanno ad alta profondità; senza riduzioni fiscali, la maggior parte delle imprese non si prenderà il rischio finanziario di trivellare in quei luoghi.

Ma i critici, tra cui anche parecchi Repubblicani conservatori in fatto di tasse, insieme ai Democratici, insistono nel sostenere che le riduzioni sono sfuggite di mano nel corso delle riunioni a porte chiuse, con moltissimi beneficiari ridotti di fatto a singole imprese. Una volta finita, la versione originale dell’ energy bill conteneva circa 20 miliardi fra crediti fiscali e sussidi all’industria energetica.

Ma gli analisti ritengono che il principale colpo per le aziende siano i provvedimenti di deregulation, per assicurarsi i quali le compagnie energetiche hanno speso centinaia di milioni di dollari.

Il primo punto sulla lista delle cose da fare era l’eliminazione di una vecchia regola, chiamata Public Utility Holding Company Act. Poco conosciuta al di fuori del mondo energetico e finanziario, è una questione critica per l’industria elettrica, la cui vasta squadra di lobbisti è riuscita a persuadere i negoziatori al Congresso a rimuovere quella legge. Nelle centinaia di memorie dei lobbisti inoltrate per tentare di influenzare i lavoro sullo energy bill, la necessità di togliere di mezzo le regole sull’industria elettrica compare 98 volte.

Gli interessi legati all’elettricità hanno investito milioni di dollari nel tentativo di abbattere quella legge.Lo Edison Electric Institute, che rappresenta l’industria elettrica, ha speso 12.540.000 dollari per una squadra di 35 lobbisti nei propri uffici e in dodici altre imprese per fare pressioni sul Congresso, la Casa Bianca, e le agenzie federali, contro il Public Utility Holding Company Act e su altre questioni energetiche. Singole imprese del settore, insieme ad altre contrarie a questa legge fondamentale, hanno sborsato altri 56.420.670 in lobbying lo scorso anno, secondo i documenti archiviati dagli uffici di camera e Senato.

E l’industria non è stata spilorcia nemmeno nei contributi elettorali. Dirigenti e responsabili delle industrie elettriche hanno dato un totale di 7.733.941 dollari per la tornata elettorale del 2004, facendo del settore il 19° maggior contribuente, secondo i calcoli del Center for Responsive Politics. Tauzin, potente ex presidente dello House Energy and Commerce Committee, è stato particolarmente beneficiato, ricevendo più di 150.000 dollari per la sua campagna dall’industria dell’energia nel suo complesso, compresi i circa 76.000 dal solo settore elettrico.

Lo sforzo ha avuto successo: passaggi tesi ad abbattere la legge spartiacque di regolamentazione sono inclusi in tutte le versioni dello energy bill presenti ora a Capitol Hill. Se il disegno diventerà legge, sia i favorevoli che gli oppositori prevedono un’esplosione negli investimenti nel settore energetico.

Ma là dove i finanzieri vedono opportunità di investimenti, i difensori dei consumatori vedono futuri casi Enron in via di costruzione, perché quella legge era stata approvata per isolare gli impianti di produzione dal tipo di scambi nel settore energetico che hanno causato il crollo della Enron di Houston, con la più grossa bancarotta della storia. Liberatevi delle regole che limitano gli investimenti incrociati delle compagnie, dicono i rappresentanti dei consumatori, e il paese si troverà di fronte a una crisi energetica e finanziaria molto simile a quella che ha portato all’approvazione del Public Utilities Act.

La radici di questa legge stanno nell’era della Grande Depressione e della crisi del 1929. L’allora nascente induatria elettrica era in gran parte di proprietà di un piccolo gruppo di holdings, che utilizzavano i proventi delle vendite di energia per investire in modi più rischiosi.

Quando quegli investimenti iniziarono a vacillare, le holdings implosero, e 53 imprese elettriche andarono in bancarotta; questo collasso rese più grave la Grande Depressione. Il consolidamento del settore consentì anche alle compagnie di manipolare il mercato e scaricare prezzi più alti sui consumatori.

Dopo un’indagine e una serie di audizioni, il Congresso approvò le norme del Public Utility Holding Company Act nel 1935, imponendo controlli senza precedenti sulle holdings energetiche. Ma ora, dicono i portavoce dell’impresa energetica, quella legge è superata, e così onerosa da scoraggiare gli investitori dal mettere risorse nell’elettricità.

”Si tratta di un settore capital-intensive. L’abolizione del PUHCA servirà a incoraggiare potenzialmente i capitali a tornare a scorrere verso il merecato dell’energia” afferma Pete Sheffield, portavoce della Duke Energy, impresa che aveva tra i suoi dipendenti Andrew Lundquist, direttore della task force sull’energia di Cheney, a fare lobbying per la soppressione della legge.

Le amministrazioni Clinton e Bush hanno già indebolito alcune regole, consentendo alle imprese di aggirare alcuni punti del PUHCA. Ma l’eliminazione completa della legge potebbe avere effetti catastrofici sia sui mercati finanziari che sui consumatori, osservano i critici.

”È l’unica cosa che sta tra noi e un monopolio” dice Lynn Hargis, ex avvocato della Federal Energy Regulatory Commission, che ora lavora per il gruppo di osservatori Public Citizen.

Cancellare il PUHCA dal corpo delle leggi metterà in gioco una cifra stimata in un trilione di dollari energy in titoli elettrici, continua la signora Hargis, con implicazioni enormi sia per il settore energetico in particolare che per i mercati finanziari in generale.

La deregulation, prevede, consentirà altri episodi come il caso dello scandalo Enron, dato che le compagnie potranno muovere capitali in ogni direzione, e mettere a rischio la solidità finanziaria dei fornitori di energia.

Deregulation aggiuntiva

Ma i lobbisti degli interessi energetici sono riusciti ad andare anche oltre l’allentamento delle regole finanziarie.

L’attuale progetto di legge auspica una deregulation anche delle norme che proteggono la qualità dell’aria. Una delle proposte allenterebbe i limiti sull’ozono, che produce smog. Questi passaggi, che non si trovavano in nessuno dei progetti originali usciti da camera o Senato, non solo abbasserebbero gli standards del Clean Air Act per la produzione di ozone, ma allungherebbero i tempi a disposizione dell’industria per adeguarsi. Queste modifiche, inserite in sede di comitato congiunto, andrebbero a grosso vantaggio delle raffinerie.

Sono stati inseriti nel progetto anche passaggi che esentano le imprese di prospezione per gas e petrolio da alcune regole del Clean Water Act; secondo queste modifiche, le imprese non potrebbero essere accusate di contaminare acque pubbliche. Sarebbe fornito alle compagnie del settore gas e petrolio un “ free pass” che le liberi dalle leggi sull’acqua, rendendole le uniche imprese non soggette a queste regole, come osserva Bob Filner, deputato Democratico della California.

I lobbisti energetici hanno anche convinto l’amministrazione Bush ad allentare i controlli sul mercurio, un agente tossico rilasciato nell’atmosfera dagli impianti di produzione elettrica a carbone. Le nuove regole proposte alzerebbero o limiti delle emissioni, dando anche più tempo agli impianti per adeguarsi: nell’insieme una combinazione – dicono gli ambientalisti – che non fa molto per proteggere la gente dall’inquinamento da mercurio di acque e pesci.

Il punto di vista dell’amministrazione Bush sui pericoli da mercurio è molto più tranquillo di quello dei suoi predecessori.

Quando sotto la presidenza Clinton l’EPA emanò un comunicato nel dicembre 2000 annunciando che per la prima volta sarebbero state richieste riduzioni alle emissioni di mercurio, la sostanza veniva descritta come “nociva”, che “è stata associata a danni sia neurologici che allo sviluppo degli esseri umani. Il feto in fase di crescita è il più sensibile agli effetti del mercurio, che comprendono danni alla formazione del sistema nervoso”.

Ma l’EPA della presidenza Bush ha assunto un punto di vista più rilassato, e sul suo sito web descrive il mercurio come “elemento naturale ampiamente diffuso nell’ambiente”. Anche se l’esposizione a mercurio deve essere “trattata seriamente” prosegue il sito “i problemi di salute causati dipendono da come entra nei corpi, quanto si resta esposti, quale è la risposta degli individui”.

Gli interessi energetici e i loro sostenitori al Congresso affermano che il nuovo progetto di legge emerge da questioni filosofiche, non da pressioni di lobbying; i portavoce dell’industria dicono che troppe regole mettono pastoie finanziarie alle imprese e rendono più difficile aggiornare i processi con strumenti più efficaci rispetto all’ambiente. Ma chi aveva accesso agli ambienti del Congresso è entrato molto nella formazione del pacchetto, secondo le nostre analisi dei fascicoli di lobbying, contributi elettorali, e dibattito legislativo.

A Capitol Hill, leggi complicate come l’ energy bill tendono ad essere redatte da più gruppi di lavoro, che a loro volta possono rivolgersi a persone esterne all’ambito governativo per consulenze sul linguaggio legale, ci dice un senatore Repubblicano che chiede di restare anonimo. Gli specialisti sono di solito lobbisti, dicono i rappresentanti dei consumatori, il che crea una situazione dove essi hanno un’influenza accresciuta sulla formazione delle leggi.

Gli specialisti esterni, lobbisti o meno, spesso sono dotati di valide capacità. Il prblema, dicono alcuni lobbisti e legislatori, è che il processo tende a favorire coloro che hanno già entrature alla Casa Bianca, sia perché ci hanno già avuto qualche incarico, sia perché hano raccolto denaro per la campagna elettorale Bush-Cheney.

I lobbisti dell’industria energetica dicono che non è un problema di ripagare i favori, ma solo una situazione in cui gli ambientalisti si stanno scontrando con una maggioranza democraticamente eletta che non ha particolarmente a cuore i loro interessi. Gli ambientalisti – proseguono i lobbisti – dovrebbero essere più flessibili e riconoscere di aver a che fare con un’amministrazione che desidera aumentare la produzione energetica.

”Penso che i gruppi ecologisti si siano emarginati da soli, al punto di non avere l’effetto che potrebbero invece ottenere, concentrandosi solo sugli attacchi a Bush” afferma Maisano. “Non sono interessati al tipo di politiche, sono solo contrari alla persona”.

I lobbisti ad orientamento ambientalista, da parte loro, dicono di scontrarsi con porte chiuse quando cercano di pare pressioni su Capitol Hill. Se riescono a incontrare qualche legislatore favorevole al loro punto di vista, va a finire che questa prospettiva è schiacciata dalla maggioranza Repubblicana che vuole solo vedere più ricerche e produzione nel campo del petrolio, gas, energia nucleare.

”Sul versante della Casa Bianca, la situazione è decisamente Orwelliana” ci dice Marchant Wentworth, lobbista della Union of Concerned Scientists. “I rappresentanti Repubblicani mi hanno detto in faccia che semplicemente non si confronteranno col presidente su nessun punto. Non ho mai visto niente del genere”.

Nota: qui il link alla versione originale dell'articolo di Susan Milligan, sul sito del Boston Globe. Qui il file PDF scaricabile della mia traduzione (fb).
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Oggi il mondo - così come lo conoscevano gli esploratori da Marco Polo a Magellano, ma anche gli urbanisti costruttori del sogno moderno della città pianificata - sembra fuoriuscire dalle mappe e dilatarsi a dismisura al punto che i vecchi modelli della descrizione cartografica non bastano più. La nuova economia globale finanziaria ha infatti accorciato le distanze e compresso il tempo per la velocità dei trasporti e delle informazioni, tanto che - più che di fine della storia - verrebbe da parlare di fine della geografia. Una trasformazione, questa del rapporto tra i sistemi di produzione e la rappresentazione dello spazio, che ha appassionato critici dell'economia politica come David Harvey ( La condizione della modernità, Il Saggiatore); urbanisti e filosofi come Paul Virilio ( Città panico. L'altrove comincia qui, Cortina) e, non ultimi, i geografi. Ed è da queste considerazioni che prende avvio il nostro incontro con Franco Farinelli, professore di geografia all'Università di Bologna e autore di Geografia, edito da Einaudi (ne ha parlato su Alias del 29 febbraio Marco Belpoliti).

Alla mostra L'immagine antica del territorio, in corso a Venezia al museo Correr, appare evidente come le mappe e gli strumenti del cartografo fossero indispensabili per l'organizzazione del bacino lagunare da parte dello Stato. In che modo è cambiato oggi il rapporto tra geografia e potere?

Ma la modernità, tutta la modernità, consiste nella compiuta riduzione del mondo alla sua forma geografica. Ha scritto tanto tempo fa Jacob Burckhardt che lo stato moderno è «un'opera d'arte», e l'espressione va intesa alla lettera: lo stato è una tavola dipinta, una pittura, un quadro. E la geografia, insegnava Tolomeo, è l'imitazione della pittura del mondo, cioè della carta geografica. La modernità nasce quando, all'inizio del Quattrocento, ricompare a Firenze l'opera geografica di Tolomeo, scomparsa dall'occidente dodici secoli prima con la crisi del sistema imperiale romano. Ma rispetto al passato il Moderno instaura una straordinaria inversione: la geografia resta l'imitazione della carta geografica, ma quest'ultima a sua volta non è più la copia del mondo, bensì è il mondo che diventa la copia della carta. Con buona pace di Baudrillard che invece nella precessione del simulacro - nel fatto che appunto la mappa preceda il territorio - vede l'inizio della postmodernità. In ogni caso lo stato, il territorio statale diventa in termini moderni la copia della mappa. E infatti lo stato moderno ha da essere, proprio come una tavola, continuo, omogeneo ed isotropico, deve dunque possedere le tre proprietà che nella geometria euclidea appartengono all'estensione. Quello che si chiama potere è stato, modernamente, nient'altro che la pratica d'assecondamento di tale modello, dunque l'esercizio e la gestione del primato della logica cartografica. Ma oggi la situazione inizia a mutare, anche se non sappiamo ancora come, perché la globalizzazione, qualsiasi cosa con tale processo s'intenda, implica anzitutto la comprensione letterale del termine, e significa che non è più possibile contare sulla potentissima mediazione cartografica per capire quello che la Terra è, cioè un globo.

Nel suo libro, lo studio della geografia urbana rivela uno stretto legame tra l'organizzazione della città e la produzione del capitale. Nel secondo dopoguerra questo legame si consolida e viene modellato sulle esigenze del nuovo patto sociale di tipo keynesiano-fordista. Quali sono i cambiamenti più importanti per la vita della città in questo periodo?

Vi è differenza tra la città fordista e la città keynesiana, anche se la seconda prosegue la prima. La città fordista è una città nazionale, topografica e visibile, dunque ancora moderna nel senso pieno del termine, nel senso che la città imita la carta, il suo funzionamento continua a obbedire alla logica di questa. Come già spiegava Gramsci nei Quaderni il fordismo si fonda sull'inclusione della città, e in particolare del suo sistema di trasporti, all'interno della produzione stessa. Sicché l'incremento delle funzioni si fonda ancora sulla rapidità degli spostamenti materiali, qualcosa che Giulio Cesare aveva già descritto e affermato col suo celebre modernissimo motto, che per essere compreso va letto al rovescio: ho vinto perché ho fatto in fretta e ho ridotto la comprensione alla visione. Per Cesare in tal modo si trattava di fare la guerra, per Henry Ford di fare le macchine, ma in ogni caso la regola era la velocità, la riduzione del mondo a tempo di percorrenza, cioè a spazio, a standard. Ma la città fordista è la città della produzione, mentre la città keynesiana è la città del consumo. Come ha argomentato David Harvey, difficilmente a partire dagli anni Trenta il capitalismo avrebbe potuto sopravvivere senza il consumo promosso dallo stato e finanziato dal debito. In questo senso la città keynesiana prosegue la città fordista, rilanciando lo sviluppo della città come motore dell'accumulazione, l'urbanizzazione del capitale. Il risultato fu la smisurata crescita delle periferie, nient'altro che una maniera per rendere necessari i prodotti e i servizi delle ditte di costruzioni, delle aziende petrolifere ed automobilistiche, delle fabbriche di gomma, che trasformò la città in un gigantesco artefatto per la redistribuzione dei redditi.

La geografia, dunque, come strumento per studiare non solo i rapporti tra l'uomo e lo spazio, ma anche i rapporti politici. Proprio a questo proposito è interessante la sua ricostruzione della svolta neoliberista del capitale. Lei sostiene che nell'agosto 1971, quando Nixon annullò la convertibilità del dollaro in oro, il considdetto gold standard, non è solo finita l'epoca del compromesso keynesiano-fordista, ma anche la possibilità di governare lo sviluppo dello spazio urbano in base a uno standard che fornisce la misura concreta dell'astrazione capitalistica. Alla luce delle trasformazioni del capitale che cosa accade da quel momento alla città?

L'evento decisivo che segna l'inizio della fine della città keynesiana fu nel 1969 la nascita negli Stati Uniti della prima rete di comunicazione elettronica. Mentre eravamo con il naso in su a contemplare la luna, o davanti al televisore a guardare il primo atterraggio su di essa, in silenzio la materia che ci circonda iniziò così, quasi nello stesso momento, a mutarsi senza clamore in immateriali unità d'informazione: preso nella rete, il mondo topografico e spaziale, quello che vediamo e che davvero distingue la superficie della Terra da quella del suo astro, il mondo moderno, iniziò a dissolversi. Si tratta di un vero e proprio reincantamento del mondo, l'opposto di quel che Marcel Gauchet, sulla scorta di Max Weber, gli assegna, cioè il disincanto. È l'inizio dell'esaurimento del regno del visibile. Da questo momento la crescita urbana si svincola del tutto dal quadro di riferimento dello stato-nazione (dall' ethos cartografico) per dipendere, secondo la logica dell'universalità del lavoro astratto, dai diversi rapporti della nuova economia mondiale: nazionali, internazionali, multinazionali, planetari. Perciò la città viene definitivamente a perdere, nel suo funzionamento, i suoi storici attributi euclidei, diventa discontinua e disomogenea e le sue parti sono funzionalmente voltate in tutte le direzioni. E l'astrazione del capitale finanziario da cui la sua attività dipende si riflette puntualmente nell'astrazione matematica dei modelli che per tutti gli anni Settanta ma anche in seguito pretenderanno di governare l'analisi urbana.

Saskia Sassen in Le città nell'economia globale (il Mulino) descrive il nuovo tipo di produzione, basata sugli scambi di informazioni e le transizioni finanziarie, che si svolge nelle città globali. Questo dato segna una differenza tra le città statunitensi ed europee, rispetto alle megalopoli asiatiche e sudamericane in cui si concentra una buona fetta della popolazione mondiale. Dal suo punto di vista, in che modo le città globali si differenziano dalle megalopoli e in che modo controllano la produzione?

Il concetto di città globale nasce alla fine degli anni Ottanta, proprio in riferimento alla crisi della città keynesiana e dei suoi modelli analitici. A farvi caso, esso è la traduzione a scala planetaria dell'idea di sistema urbano, che sul piano dell'analisi ha funzionato soltanto finché vi erano quadri territoriali nazionali, cioè sostanzialmente chiusi o presunti tali: l'idea cioè che vi sia una relazione, una connessione funzionale tra una città e l'altra. Da questo punto di vista le città globali sarebbero quelle al cui interno vengono esercitate le funzioni in grado di controllare tutte le altre, quelle finanziarie di ordine superiore. Proprio la mancata coincidenza tra livello funzionale e numero di abitanti, cioè tra città globali e quelle che anche lei chiama megalopoli, segnala una realtà che si pone in termini inediti rispetto al passato. La città più importante non è la città più grande, Zurigo è una città globale ma non lo sono Bombay o Buenos Aires, che pure hanno dieci volte il suo numero di abitanti, ma questo ci sorprende soltanto perché siamo ancora abituati a pensare il mondo come una tavola, dove la superiorità di una figura rispetto all'altra dipende dall'estensione, è cioè un dato quantitativo. Sassen ricorda, come esempio della catena della produzione finanziaria globale, che verso la metà degli anni Ottanta Tokyo è stata la principale esportatrice della materia prima chiamata moneta, New York il maggior centro di trasformazione di questa in prodotti intesi a massimizzarne il rendimento, Londra il raccordo dei mercati finanziari minori sparsi in tutto il mondo. Le città globali, come tutte le megacittà, sono connesse globalmente ma disconnesse localmente, fisicamente e socialmente, al punto che non ha più senso parlare di città. Che cosa davvero vuol dire oggi «Tokyo»? Se è così, è probabile che la storia della città sia la storia di una progressiva astrazione che da un pezzo (o forse dall'inizio) non si riesce a controllare.

Mike Davis in Geografie della paura (Feltrinelli) traccia la storia del nuovo assetto urbano di Los Angeles. La segregazione del centro urbano e del suo valore immobiliare rispetto ai ghetti rappresenta a suo avviso il nuovo modello dell'apartheid urbana del prossimo secolo. Lo stesso modello sembra essere stato esportato dagli americani nella nuova organizzazione dello spazio urbano di Baghdad: una «zona verde», in cui vivono gli occupanti, assediata da milioni di persone. Si può dire che le città globali siano l'evoluzione dell'ordine disciplinare della città del XX secolo?

Sì, a patto di intendere per ordine disciplinare il prodotto della logica tabulare-cartografica, e per evoluzione l'incremento della selettività e la concentrazione per frammenti dei suoi effetti. È indubbio che la disconnessione locale, fisica e sociale, la rottura dell'ordine euclideo, porti alla frammentazione materiale del mondo. È come se la mappa, impotente ad afferrare ed avvolgere tutto il mondo nella sua complessità, a fare di tutto il mondo la copia in un sol pezzo, lo faccia in tanti pezzi e se ne impossessi direttamente. È il processo che prende il nome di «road map», quella che dovrebbe regolare la soluzione bi-statale del contrasto tra israeliani e palestinesi. Primo, si nomina mappa qualcosa che è tutto fuorché una mappa, è anzi il suo contrario, nel senso che non contiene il disegno di nessun confine ma si compone di una serie di procedure politiche che debbono servire a stabilire il confine. Nel frattempo, una delle parti ( e non v'è bisogno che dica quale), in assenza di qualsiasi accordo, costruisce un confine che avanza, indietreggia, insomma cammina e diventa la strada per l'indebita inclusione di territorio, la «road map» appunto. Nella seconda metà del Novecento Borges ed Eco hanno descritto l'impossibilità di costruire una mappa grande proprio come il territorio che essa rappresenta, la mitica mappa 1:1. Adesso la stanno invece costruendo sotto i nostri occhi, nel senso che il territorio è direttamente la mappa.

Quella della mescolanza delle nazionalità è una realtà molto diffusa nelle città globali. Nel suo libro lei ricorda che un terzo delle vittime delle Torri gemelle non aveva una nazionalità americana. Sembra che dal Bangladesh provenisse più del doppio degli abitanti della Pennsylvania seppelliti dal crollo. A suo parere in che modo è cambiata la natura della frontiera?

Nell'antica Grecia un'unica parola serviva a designare i limiti e le montagne, significativamente la stessa che Euclide adopera per dire «definizione». Con la crisi della logica euclidea del funzionamento del mondo e della sua rappresentazione, il dato naturale e materiale non coincide più con il modello geometrico-ideale e l'immagine antropologica da cui il significato di frontiera (fronte) deriva non basta più. D'altra parte, anche molto prima della trasformazione degli atomi in bit, i confini più potenti erano spesso quelli che non si vedevano: si pensi a quelli che noi geografi chiamamo l'istmo ponto-baltico e l'istmo Stettino-Trieste, le due grandi linee ideali che collegano rispettivamente la foce della Vistola con quella del Dnjestr e la foce dell'Oder con il golfo di Trieste. A oriente resta il corpo tozzo dell'Europa, circondata da mari chiusi, che si confonde con l'estesa massa asiatica. A occidente è invece il merletto sfrangiato dell'Europa bagnata dall'Atlantico e dal Mediterraneo. Nessuna invasione proveniente da oriente ha oltrepassato, dopo la caduta dell'impero romano, tale doppio istmo, come confermano le ricerche genetiche di Cavalli-Sforza e dei suoi collaboratori. Fino a ieri è stato impossibile separare le specificità del corredo biologico umano dai lineamenti della faccia della Terra. Ma poiché anche questo viene oggi messo in dubbio dai risultati dell'ingegneria genetica, forse non possiamo davvero consolarci con quel che ha scritto Regis Debray: che l'arcaico non è soltanto quello che ci lasciamo indietro, ma anche quello che ci attende. Il che però resta ancora oggi l'ipotesi più plausibile, appunto perché la Terra non è una tavola ma una sfera, sicché quel che abbiamo alle spalle può tornarci, prima o poi, di fronte.

Bruno Toscano e Bruno Zanardi, Licia Vlad Borrelli e Giorgio Torraca, Caterina Bon Valsassina (direttrice dell´Istituto Centrale per il Restauro) e Cristina Acidini (direttrice dell´Opificio delle Pietre Dure), Gianni Romano e Giorgio Bonsanti: questi alcuni dei partecipanti alla giornata di studio che la Scuola Normale Superiore di Pisa dedica oggi a Giovanni Urbani nel decennale della morte, con l´intervento del ministro Giuliano Urbani. Non si tratta tuttavia, come potrebbe credersi, della postuma celebrazione di una figura pur importantissima nella storia della tutela in Italia: ma piuttosto di una riflessione, attuale oggi più che mai, sulla sua grande, inascoltata lezione.

Con straordinaria lucidità, infatti, Giovanni Urbani vide assai precocemente che le norme di tutela stabilite nel 1939 dalle leggi Bottai, per quel tempo avanzatissime, non potevano essere ibernate in perpetuo, scambiandole per intoccabili tavole della Legge. Al contrario, bisognava (bisogna) riflettere sul rapporto fra due fattori di mutamento (se non di rivoluzione) che gli anni del secondo dopoguerra misero in moto con velocità crescente: da un lato, l´imprevisto evolversi della società sotto la spinta di una crescita economica tumultuosa, a cui non corrispose e non corrisponde una parallela crescita culturale; dall´altro, l´incessante affinarsi della cultura e delle tecniche della conservazione, un ambito in cui l´Italia ebbe, e in certa misura ha ancora, una riconosciuta leadership mondiale.

Il problema era dunque se assistere passivamente a questi due sviluppi, simultanei ma discordanti, lasciando sempre più divergere la più avanzata cultura della tutela dalla pratica applicabilità di norme concepite per una società ormai liquidata dalla guerra e dall´irrompere di nuovi modelli di comportamento; o se invece, come Giovanni Urbani volle con tenace intelligenza, riflettere per riformare norme e strutture. Riformarle, s´intende, non per ansia di superficiale "aggiornamento", bensì onde prevenire i più perversi sviluppi e assicurare il massimo livello di tutela. Se le leggi Bottai funzionavano in modo tanto imperfetto, infatti, non era solo perché la guerra impedì la redazione dei relativi regolamenti, che poi il parlamento repubblicano sempre trascurò di compilare, bensì per incontrollati rivolgimenti di struttura e di contesto. Quegli stessi che, con l´aggiunta del rapporto Stato-regioni inquinato dalla retorica sgangherata di un "federalismo" straccione e senz´anima, hanno generato negli ultimi anni prima il Testo Unico del 1999 e poi il Codice del 2004.

Giovanni Urbani osservò che nella tutela si riconoscono «gruppi troppo poco influenti per avere la possibilità di prevalere su scelte ad essa contrastanti», e mise in guardia dai rischi di un´indiscriminata economia di sovvenzione che non sappia distinguere «ciò che è effettivamente utile e giustificato da quello che è puramente ostentatorio o oblativo». La conseguenza inevitabile sarà (egli scrisse) «che sarà considerato utile e giustificato sempre e solo l´intervento minimo»: mentre il sistema dovrebbe evolvere, per essere efficace, verso «il passaggio dell´attività conservativa dall´attuale stato di attività marginale (...) a una fase di sviluppo che non può essere definita altrimenti che come industriale", col necessario corollario di corrispettivi investimenti nella conoscenza e nella ricerca. Qui egli aveva in mente il ruolo centrale dell´Istituto per il Restauro (di cui fu direttore), al quale era affidata nel suo disegno la pratica dimostrazione che la conservazione programmata dell´insieme, e non il restauro occasionale e terapeutico di isolati oggetti e monumenti, risponde a una logica di convenienza economica del Paese.

In questa concezione, frutto di una lucida analisi che ci appare oggi profetica solo perché allora nessuno volle ascoltare, l´intimo legame contestuale che fa del territorio e dell´ambiente (città, campagna, paesaggio) un continuum inscindibile da tutelare nel suo insieme è visto non come un peso fastidioso di cui sbarazzarsi svendendo coste, foreste e monumenti, ma come l´innescatore di potenti meccanismi di sviluppo, che potrebbero assicurare l´immagine e la memoria storica del Paese, e al contempo garantire ampia occupazione. Ne nasceva anche l´esigenza, ancor oggi irrisolta, di intendere le strutture di tutela come enti di ricerca, fondendo le pratiche conservative con la dimensione conoscitiva del patrimonio, con la pianificazione urbana e del territorio, con lo sviluppo civile. Negativa fu perciò, com´egli vide subito, la burocratica invenzione di un ministero dei "beni culturali", «binomio malefico funzionante come un buco nero, capace di inghiottire tutto, e tutto nullificare in vuote forme verbali», e l´assegnazione dell´ambiente a un altro Ministero: il suo progetto (condiviso con Andrea Emiliani, Baldini, Valcanover) era invece di ricostruire la funzionalità delle strutture di tutela a partire dal territorio, con "laboratori intersoprintendenze" che elaborassero strategie di ricerca e di conservazione programmata del patrimonio culturale e dell´ambiente (donde il suo Piano-pilota per l´Umbria).

Un messaggio, come si vede, di drammatica attualità: mentre le Soprintendenze, al contrario, si svuotano di personale a ogni giorno, e aumentano fino a farsi legione i direttori generali, e di nuove assunzioni nessuno parla. Vorrà il ministro Giuliano Urbani ascoltare la vox clamantis in deserto del suo illustre omonimo?

Doverosa premessa - di Fabrizio Bottini

Mitridatizziamoci alle cazzate! Credo sia l’unica esortazione possibile, quando si affrontano testi e temi che avrebbero dell’incredibile se non fossero, appunto, credibilissimi e quotidianamente sventolati da infiniti pulpiti. Mitridatizziamoci alle cazzate, perché se il veleno non si può evitare, almeno bisogna abituarcisi poco a poco. È l’idea di quanto troppo sia il “poco”, a spaventare mica poco.

Troppo come la pappardella neocon antiambientalista che ho trovato in un sito di varia umanità modestamente chiamato Discerning Today, e gestito dal tale Michael Coffman Ph.D., il quale usa la philosophy del suo titolo per renderci un po’ più inclini a “discernere” un complotto internazionale. Al Quaeda, Saddam, i vecchi comunisti? Macché, ci spiega il Ph.D., quelli sono solo e al massimo la punta dell’iceberg. Sotto c’è ben di peggio: il movimento ambientalista che, addirittura, pare si sia subdolamente infiltrato anche nell’amministrazione Bush Senior, e financo negli anni Settanta in quella del compagno Nixon.

Ma niente paura, l’intrepido Michael Coffmann oppone il suo Ph.D. alle perfide bordate dei sovversivi demoni ecologisti, al punto, come ci racconta, da aver scritto un libro tanto influente da bloccare il trattato mondiale sulla biodiversità “poche ore prima che fosse ratificato dal Senato Americano”. Un bel successone.

In sintesi, e come ogni classico predicatore bibbia/fucile da film di serie B, Coffmann ha una inesauribile serie di citazioni del Libro pronte ad ogni uso, soprattutto quello di indicare i rischi mortali di tutto quanto è (parolaccia!) “internazionale”, cioè non-Americano, cioè pare di capire non grettamente reazionario. Ma lasciamo che sia lui a parlare, anche se tramite l’indegna traduzione del sottoscritto.

Michael Coffmann Ph.D., Il dominio internazionale sulle leggi statunitensi in materia ambientale e la proprietà privata(traduzione di Fabrizio Bottini)

Pochi americani capiscono quanto molte delle nostre leggi e regolamenti federali sull’ambiente abbiano origine a livello internazionale. Sono leggi che hanno un effetto devastante sulla proprietà privata, e che strappano centinaia di milioni, forse di miliardi di dollari di valore dei terreni ai nostri concittadini rurali. Documenti federali rivelano come le agenzie pubbliche abbiano più voglia di applicare queste leggi internazionali di origine socialista, che di proteggere e servire i cittadini degli Stati Uniti.

La Legge sulle Specie Minacciate, per esempio, è consentita da una serie di trattati emanati dalle Nazioni Unite, non dai poteri conferiti al Congresso così come citati all’art. 1 sez. 8 della Costituzione Americana. Tali trattati comprendono la Convention on Nature Protection and Wildlife Preservation nell’Emisfero Occidentale, e quella sul commercio internazionale delle specie vegetali e animali in pericolo. Allo stesso modo, la convenzione internazionale sulle zone umide costituisce la traccia per gran parte dei regolamenti federali in questa materia, anche se il Clean Water Act non parla nemmeno, specificamente, di zone umide.

Le agenzie federali hanno usato questi trattati, e altri più di 150 simili, per controllare l’uso della proprietà privata, dichiaratamente per il “bene pubblico”. Più di cento, di questi trattati, furono ratificati dopo il fallimentare tentativo, durato cinque anni, di Morris Udall e delle organizzazioni ambientaliste per far approvare al Congresso leggi federali sul controllo nell’uso del suolo nei primi anni Settanta, sulla base dello studio The Use of Land: a Citizen's Policy Guide to Urban Growth, del 1972. Lo studio affermava che il suolo era essenziale per la sopravvivenza umana, e che pianificarne un saggio uso era il migliore strumento per guidare la crescita in direzione di benefici economici e tutela della qualità ambientale. Laurance Rockefeller finanziò lo studio, e William K. Reilly, che più tardi sarebbe diventato presidente dell’Agenzia per l’Ambiente sotto Bush Sr., ne curò la pubblicazione.

Dopo il fallimento dei tentativi di ottenere un controllo sui suoli attraverso la legislazione degli Stati Uniti, la Conferenza delle Nazioni Unite sugli insediamenti umani (Habitat) di Vancouver del 1976 sposò gli stessi principi di The Use of Land. Ad esempio, il rapporto della Conferenza al punto 10 della premessa dichiara:

“Il suolo non può essere considerato come un bene ordinario, controllato da individui e sottoposto alle pressioni e inefficienze del mercato. La proprietà privata dei suoli è anche strumento primario di accumulazione e concentrazione di ricchezza, e dunque contribuisce all’ingiustizia sociale; se non controllata, può divenire un grave ostacolo nella predisposizione e attuazione di piani di sviluppo. Abitazioni dignitose e condizioni salubri per gli abitanti, possono essere ottenute solo se il suolo è utilizzato nell’interesse della società nel suo insieme. Dunque è indispensabile un controllo pubblico nell’uso del suolo. (corsivi di Michael Coffmann Ph.D.)

Con questo documento, si rivendica il modello socialista sui diritti di proprietà come base della futura politica delle Nazioni Unite:

La proprietà pubblica, o comunque un effettivo controllo pubblico, sull’uso del suolo, è il metodo principale per ottenere una più equa distribuzione dei benefici dello sviluppo. ... I Governi devono mantenere piena giurisdizione ed esercitare completa sovranità su tali suoli ... Le trasformazioni nell’uso dei suoli ... devono essere soggette a controllo e regolamentazione pubblica ... per il bene comune”.

Il controllo statale sulla proprietà privata è al centro di qualunque trattato internazionale dagli anni Settanta. La Convenzione sulla Diversità Biologica, bisnonna di tutti i tentativi per il controllo di uso dei suoli, è stata introdotta nel giugno 1992 al summit di Rio de Janeiro. L’articolo 8 di questo breve trattato di 18 pagine chiede che le nazioni “regolino o gestiscano le risorse biologiche importanti per la conservazione della biodiversità”.

Il che, tradotto, significa letteralmente che gli stati devono approvare e applicare leggi che limitano le attività di uso del suolo potenzialmente dannose per la biodiversità degli ecosistemi, il che comprende quasi tutti gli usi del suolo. La pubblicazione da parte delle Nazioni Unite delle millecento pagine del Global Biodiversity Assessment (GBA), nel 1995, articola questa idea, e aiuta a definire il linguaggio applicativo del precedete, incompleto trattato. Il GBA chiama i proprietari a:

“cedere i propri diritti a qualche tipo di autorità che regolamenti le decisioni [perché] le risorse non sono di loro uso esclusivo: essa hanno natura di beni pubblici ... I diritti di proprietà possono applicarsi a beni pubblici ambientali, ma in tali casi devono essere ristretti a diritti d’uso. Quote di raccolto, emissione di titoli e diritti edificatori ne sono esempi”.

Ciò rappresenta una palese contraddizione con gli intenti della Costituzione americana: che i Padri Fondatori hanno concepito per proteggere i diritti di proprietà, non per controllarli. Comunque, il vero pericolo di questo trattato è l’intenzione di destinare dal 30 al 50 per cento degli Stati Uniti a riserve naturali e corridoi di connessione, per proteggere gli ecosistemi e la biodiversità. Questo obiettivo è stato esposto al Senato degli Stati Uniti poche ore prima della prevista ratificazione, bloccandola: una delle poche nazioni del mondo a farlo.

Anche prima che l’accordo fosse proposto al Senato per la ratificazione, l’agenzia per la protezione dell’ambiente (EPA), aveva già elaborato un piano per metterne in pratica le previsioni. Secondo un documento di lavoro interno all’EPA, datato 6 agosto 1993:

“Le agenzie interessate alle risorse naturali e all’ambiente devono sviluppare una strategia congiunta per aiutare gli Stati Uniti ad ottemperare ai propri attuali impegni internazionali (per esempio la Convenzione sulla Biodiversità) ... L’esecutivo dovrebbe guidare le agenzie federali a considerare politiche nazionali ... alla luce delle politiche e degli obblighi internazionali, e a modificare quelle nazionali per conseguire obiettivi internazionali”.

È impressionante: la strategia dell’EPA è quella di invitare le agenzie federali a valutare le politiche nazionali, e a modificarle per renderle conformi ad obiettivi internazionali. Cambiare la politica nazionale è compito costituzionale del Congresso USA, non dell’esecutivo, e certamente non delle agenzie federali. Nonostante questo certi burocrati ritengono che la loro responsabilità verso obiettivi internazionali sovrasti la Costituzione degli Stati Uniti e il loro mandato di servire il popolo americano.

Nonostante gli Stati Uniti non abbiano ratificato il trattato, l’amministrazione Clinton ha comunque applicato la Convenzione secondo la strategia dell’EPA. Il primo atto ha interessato oltre venti milioni di ettari di parchi nazionali e altre terre registrate secondo la convenzione delle Nazioni Unite del 1972 Protection of the World Cultural and Natural Heritage, e il programma dell’UNESCO Man and the Biosphere. La gestione di questi parchi e riserve è stata trasformata per adeguarsi ai protocolli della Convenzione sulla Biodiversità e altri simili trattati delle Nazioni Unite, anziché per servire l’interesse pubblico americano.

Due altri notevoli tentativi di un certo significato, per il controllo nell’uso del suolo a livello federale, sono il programma American Heritage Rivers (AHR) e quello del Vicepresidente Gore, Clean Water Initiative (CWI). Entrambi sono il parto del trattato sulla biodiversità, e della Agenda 21 delle Nazioni Unite. Come sembra essere diventato norma, il Congresso USA non ha votato nessuno dei due programmi. Il Presidente Clinton li ha attuati con ordinanze esecutive. Agenda 21 è un documento delle Nazioni Unite di quaranta capitoli per riorganizzare il mondo secondo regole socialiste e autoritarie.

Il Clean Water Action Plan, del 1998 nell’ambito della CWI, prevede la cancellazione di ottomila chilometri di strade su terreni federali all’anno, e la destinazione della colossale quantità di “ 32 milioni di miglia a fasce di conservazione” su terreni agricoli. Il potenziale impatto di questi programmi è enorme. Lo Stream Corridor Plan del Dipartimento all’Agricoltura richiede che questi corridoi di conservazione siano ampi quanto i bacini alluvionali dei fiumi su una base di cento anni, che possono essere larghi anche parecchi chilometri. Anche una fascia di protezione di dieci metri, su uno sviluppo di tre milioni di chilometri fa un totale impressionante: l’area di un intero stato.

Nello stesso modo, anche l’AHR chiarisce subito che i propri programmi probabilmente interesseranno “interi bacini idrografici”, semplicemente classificando una porzione del fiume come American Heritage. Tecnicamente, l’intero bacino del Mississippi , che copre il 40% degli Stati Uniti, ora è sottoposto al programma AHR! Con un gigantesco balzo verso l’imposizione federale di controlli nell’uso del suolo, il CWI propone mille ambiti fluviali come “bacini rurali critici”, da sottoporre a particolare regime, secondo “standard applicabili”, coerenti con obiettivi di “pianificazione di bacino”.

Promossi nel quadro di una rifondazione dei metodi di governo, sia AHR che CWI sono spacciati come azioni “radicate a base comunitaria”, sotto il controllo degli abitanti locali. In realtà, ciascun passo è compiuto sotto il controllo diretto dall’alto dei federali. Letteralmente, secondo l’AHR una comunità di bacino è “autodefinita dai membri della comunità”. Il CWI lo chiama Watershed Council. Questi consigli non rispondono alle persone interessate dalle loro politiche. Ma essi hanno il potere di negare soldi a chi non fila dritto secondo le linee federali, o premiare chi lo fa.

L’amministrazione Clinton ha chiarito che l’idea di eco-management aveva fatto un passo di troppo, tentando di imporre un controllo federale sull’intero nord-est Pacifico, con l’ Interior Columbia Basin Ecosystem Management Project. Se fosse stato applicato per intero, il governo federale avrebbe avuto il controllo dei raccolti, delle estrazioni minerarie, coni ottici e diritti edificatori su terreni pubblici e privati nell’intero bacino del fiume Columbia, dal Canada al nord, a Idaho, Montana e Wyoming a est, a Utah e Nevada nel sud.

Sono solo pochi esempi. Molte, se non la maggior parte delle leggi, regole, programmi USA per l’ambiente discendono da trattati e programmi internazionali. Tutti, trasformano i diritti di proprietà privata della Costituzione in diritti controllati dallo Stato, dichiaratamente per conseguire certi mitici livelli di “sostenibilità”. Agendo in questo modo, come ci dice Hernando de Soto nel suo illuminante The Mistery of Capital, si distrugge o si limita la base stessa per la creazione di ricchezza. Se regole soffocanti opprimono i diritti di proprietà c’è poca giustizia, e poco o nessun capitale con cui creare ricchezza.

Per ironia, solo una nazione ricca può permettersi di proteggere il proprio ambiente. Distruggendo i diritti della proprietà privata, queste leggi e regolamenti di ispirazione internazionale stanno distruggendo la stessa possibilità di conseguire il proprio obiettivo dichiarato: la tutela dell’ambiente.

Nota: per chi vuole approfondire (o continuare a stupirsi, se è il caso), non c’è che un giro al sito Discerning the Times da cui ho estratto i brani riportati, e leggere il resto. Da confrontare anche, pur con molte cautele, con l'idea di territorio e urbanistica di Gilberto Oneto, intellettuale ambientalista della Lega Nord, del cui "manifesto" su Eddyburg riportiamo una lunga recensione (fb).

(immagini tratte dal sito)

La legge per l´architettura licenziata dall´ultimo consiglio dei ministri sbaglia la mira sugli obiettivi da centrare almeno a giudicare dalle anticipazioni che se ne sono avute. Molto più dei centri storici, sono le periferie ad aver bisogno d´interventi per migliorarne le condizioni. E le qualità che sarebbe necessario introdurvi vanno molto al di là dell´aspetto estetico. C´è da dubitare che la bellezza di singoli edifici sparsi sia proprio la prima cosa di cui gli abitanti sentano la mancanza. Per costruire o ricostruire luoghi dove si stia meglio, non basta puntare su opere eccezionali. Occorre preoccuparsi almeno altrettanto di far compiere un bel salto in alto al livello medio dell´assieme di quanto viene edificato.

La legge presentata dal ministro Urbani s´inquadra in una pericolosa tendenza generale a circoscrivere l´attenzione sulle opere eminenti - purtroppo anche per quel che riguarda il patrimonio ereditato dal passato - trascurando l´ambiente nel quale quelle opere s´inseriscono. Pur prevedendo qualche disposizione positiva, come l´incoraggiamento a bandire concorsi di progettazione, la legge finirebbe con l´alimentare l´illusione di salvare grandi e piccole città con pochi interventi spettacolari, che poi talvolta si riducono addirittura a operazioni pubblicitarie.

La legge propone di assegnare alle architetture più notevoli una specie di "bollino di qualità". Fa venire in mente "stelle" e "berretti da cuoco" distribuiti dalle guide gastronomiche a ristoranti in genere piuttosto cari. Mentre sappiamo che i posti dove davvero si mangia con soddisfazione sono quelli che posseggono una rete di trattorie e osterie con cucina casalinga.

Se non vogliamo ignorare le esperienze dell´architettura europea, l´esempio ci viene da quelle nazioni nelle quali non c´è sfasatura tra interventi di particolare impegno ed edilizia corrente. Un grande risultato raggiunto con leggi che non hanno affatto per oggetto la "bellezza" e, in misura anche maggiore, con strumenti d´altra specie, molto concreti, spesso di più semplice e pratica applicazione.

Non più valore da tutelare, ma merce su cui speculare. E' questa l'evoluzione che ha subito il patrimonio ambientale della regione Lazio sotto la guida del governatore Francesco Storace (An). Dopo aver tagliato con l'accetta 18 mila ettari di parchi e riserve naturali regionali, la giunta di centro-destra ha scardinato anche la legge sui piani paesistici (Ptpr). Ossia la normativa che regola e coordina tutti gli strumenti legislativi di tutela ambientale. All'una e mezza della scorsa notte, dopo 12 ore e passa di discussione, il consiglio regionale del Lazio ha infatti approvato la modifica della legge sulla Pianificazione paesistica attualmente in vigore (la n. 24 del 1998). Uno scempio che demolisce le tutele ambientali della regione - e apre la porta alle speculazioni edilizie - passato a colpi di maggioranza con l'astensione di Ds e Margherita e il voto contrario di Verdi, Rifondazione e Comunisti Italiani. «Il provvedimento - denunciano Angelo Bonelli e Salvatore Bonadonna, capigruppo in regione rispettivamente di Verdi e Prc - è il peggior attacco all'ambiente messo in pratica dalla giunta Storace». Di «legge pessima» parla anche Alessio D'Amato, capogruppo Pdci in consiglio regionale. Assai più misurato, invece, il giudizio dei Ds, che pur non condividendo l'impianto generale della legge, sono soddisfatti per la conquista di alcune «modifiche di grande rilievo», come quella che consente l'acquisizione al patrimonio pubblico delle aree private dei parchi. Una posizione morbida che, insieme a quella della Margherita, ha suscitato scandalo e «sconcerto» tra gli ambientalisti. Una polemica tutta interna al centro sinistra, che la maggioranza non ha mancato di sottolineare. Tutte le denunce sul testo di legge liquidato, invece, il centrodestra le respinge al mittente. Anzi rilancia. «Le modifiche - dichiara infatti Maria Annunziata Luna, capogruppo della lista Storace - garantiscono valorizzazione e sviluppo ai territori sottoposti a vincolo».

Sta di fatto, però, che grazie ai nuovi Ptpr sarà possibile realizzare nuove edificazioni e sanare gli abusi edilizi (sicuramente quelli fatti fino al 1985) sulle fasce costiere marittime, di fiumi e laghi, il tutto in deroga al vincolo nazionale di protezione. La fascia di tutela sugli argini di fiumi e corsi d'acqua, inoltre, si riduce dagli attuali 150 metri ad appena 50. Tra le novità più eclatanti del provvedimento c'è anche la deroga al vincolo statale nei territori boschivi, che consentirà di costruire sopra i 1.200 metri. Con la nuova normativa arriva anche il via libera all'aperura di nuove cave in aree vincolate. Come se non bastasse, in tutti i casi in cui viene liquidato l'uso civico si elimina anche il vincolo paesistico, mentre non è prevista alcuna autorizzazione per i tagli culturali dei boschi. Una voltra approvato, il Ptpr potrà essere modificato dalla regione ogni due anni e anche i comuni potranno proporre cambiamenti per esigenze di sviluppo. La nuova legge, inoltre, prevede una serie di programmi di intervento sui quali sarà possibile applicare deroghe ai piani territoriali paesistici e perfino al ptpr: cioè operare anche in difformità ai piani di tutela ambientale. Con lo stesso meccanismo (la deroga al Ptpr), la regione potrà individuare nuovi parchi archeologici e culturali, o paesaggi protetti.

Le sovrintendenze archeologiche, invece, sono state completamente esautorate dal controllo del territorio. Le uniche segnalazioni ad avere efficacia, infatti, saranno quelle del ministero dell'ambiente e della regione. Dulcis in fundo, l'articolo 35 bis del testo approvato concede la sanatoria a tutti gli abusi realizzati su aree vincolate da leggi statali o regionali, purché ricadenti in piani urbanistici attuativi (strumenti assai diffusi sul territorio regionale).

A legge approvata rispuntano fuori vecchi progetti imprenditoriali, come quelli che prevedono la realizzazione di 200 house boat per usa turistico sul lago di Paola ( in pieno parco nazionale del Circeo) e l'abbattimento di 5.000 alberi sul versante nord del Terminillo per far posto a una nuova pista da sci.

Intanto, a meno di 24 ore di vita del provvedimento, Italia nostra, Legambiente, Wwf e Sole che ride promettono battaglia. Per gli ambientalisti, infatti, la nuova legge «dimostra una volontà di smantellamento sistematico di ogni valore e livello di tutela». La prima mossa, dunque, sarà una lettera indirizzata al presidente Ciampi, garante della Costituzione. Poi toccherà alla mobilitazione di piazza.

La Campania continua a consumare i suoi suoli, e quindi il suo futuro, con vorace e irresponsabile accanimento. I risultati di una recente ricerca condotta per conto delle associazioni Coldiretti, Italia Nostra e WWF, evidenziano come le superfici urbanizzate campane siano più che quadruplicate nel quarantennio 1960-2000, passando da 22.500 a poco meno di 94.000 ettari, a fronte di un incremento demografico dell’ordine del 21%. In altri termini, la crescita della città è oramai totalmente svincolata da quella della popolazione. I dati tendenziali relativi all’ultimo decennio mostrano come i processi incontrollati di consumo di suolo siano tutt’ora fortemente attivi: nel periodo 1990-2000 l’incremento netto delle superfici urbane è stimabile in circa 13.000 ettari, una superficie urbanizzata pari a una volta e mezzo quella presente nel comune di Napoli. E’ come se nel corso di due soli lustri la Campania si fosse arricchita di un paio di nuove grandi città.

A fronte di questo preoccupante scenario, è veramente sorprendente constatare come, scorrendo le oltre mille pagine della Proposta di Piano territoriale regionale presentata di recente, non sia possibile rinvenire alcun dato circostanziato relativo alle dinamiche di consumo di suolo e, soprattutto, alla preoccupante tendenza dell’ultimo decennio. Si tratta di una incomprensibile omissione, che si accompagna all’assenza di ogni riferimento stringente alle misure regolative proposte dall’Unione europea per la tutela del territorio rurale ed aperto, imperniate sul riuso delle aree urbane esistenti.

Questa impostazione di tipo "debole" espone il territorio campano a rischi inimmaginabili. Così come attualmente formulati, gli obiettivi indicati dal Piano territoriale, di decongestionamento delle aree urbane a maggiore densità, e di riqualificazione delle periferie, adeguando gli standard urbanistici deficitari (servizi, attrezzature), rischiano inevitabilmente di attivare una domanda di suolo addirittura crescente. Proprio come si proponeva di fare il tanto contestato Piano territoriale di coordinamento provinciale di Napoli, che perseguiva l’obiettivo di riqualificazione urbana sacrificando 25.000 ettari di aree agricole pregiate, quasi la metà del territorio rurale ancora presente.

Insomma, la strada proposta dal piano regionale potrebbe essere definita di riequilibrio espansivo e rappresenta di fatto una contraddizione in termini (per migliorare la città, facciamola crescere ancora). Un colpo al freno ed uno all’acceleratore, dunque, in una di quelle politiche arrischiate che tanto piacciono al governo nazionale (meno tasse ma niente tagli alle prestazioni sociali), ma anche a quello regionale, che per la zona rossa del Vesuvio, prevede simultaneamente incentivi sia per chi va che per chi viene.

Altrettanto debole appare la scelta del Piano regionale di affidare la tutela ambientale e del paesaggio alla definizione della rete ecologica regionale, comprendente le aree montane, insieme agli spazi agricoli limitrofi con funzione di aree cuscinetto, ed ai corridoi ecologici di collegamento. Infatti, lo studio sulle trasformazioni territoriali in Campania, citato in precedenza, evidenzia come, per ogni 100 ettari di aree rurali che si urbanizzano, circa 96 siano costituiti da aree agricole altamente produttive, e solo 4 da aree boschive. Insomma, la difesa del territorio rurale nella sua interezza, non può privilegiare più di tanto la tutela delle aree a maggiore naturalità, che ricadono in prevalenza in quel 26% del territorio regionale già tutelato da aree protette e parchi. La battaglia si combatte altrove, nelle pianure e nelle aree vulcaniche, dove si localizza il 75% della crescita urbana dell’ultimo quarantennio. In tali contesti, la strategia proposta dal piano presenta un carattere ambiguamente flessibile, tecnicamente inadeguato a contenere l’espansione della città con misure regolative stringenti. A conferma di ciò, il famigerato Ptcp di Napoli denominava corridoi ecologici i lacerti residui di spazio rurale, fortunosamente scampati alla trasformazione urbana.

Insomma, se realmente la Regione intendesse basare su simili approcci la revisione dei piani paesistici, giudicati senza mezzi termini dal Piano superati ed eccessivamente vincolistici, si aprirebbe per il paesaggio campano una stagione difficile e carica di incertezze.

Infine, un altro aspetto che caratterizza il Piano territoriale, probabilmente il suo vero "motore", va ricercato nei 43 sistemi territoriali locali, che rappresentano il principale riferimento per le politiche regionali di sviluppo. La loro definizione è stata operata "… seguendo ‘dal basso’ la geografia dei processi di autoriconoscimento e di autorganizzazione presenti nel territorio". Più semplicemente, si tratta della perimetrazione dei patti territoriali, contratti d’area, piani integrati e quant’altro, in una sorta di catasto a scala regionale della programmazione negoziata. Anche qui, appare irta di incognite la scelta operata dal Piano di riconoscere un ruolo strutturale ad iniziative locali che, nell’ultimo quindicennio, hanno invece manifestato una propensione difficilmente contenibile allo spontaneismo, alla spinta derogativa rispetto agli strumenti ordinari di pianificazione urbanistica che le amministrazioni hanno faticosamente tentato di darsi. Contribuendo per di più in maniera insoddisfacente alla crescita regionale forse perché, come ricorda l’ultimo rapporto dell’Osservatorio economico regionale coordinato dal professor Giannola "… l’articolazione locale della contrattazione programmata, non annulla ma postula un indirizzo di politica industriale, della ricerca e dell’innovazione" e, ci sentiremmo di aggiungere, del territorio.

In conclusione, la strada indicata dal Piano territoriale – quella cioè di barattare ancora un po’ di consumo territoriale con l’aspettativa, in verità piuttosto indefinita, di un po’ più di sviluppo – appare francamente superata, ed esige un ripensamento. Come testimoniato anche dalla sfavorevole coincidenza, che vede la Campania contemporaneamente al vertice della classifica dei consumi di suolo, ma ancora malinconicamente al fondo di quella dei redditi regionali, recentemente stilata dall’ISTAT.

A proposito del PTC della Provincia di Napoli: un eddytoriale e molti articoli nella cartella S.O.S. - Campania Felix

Da qualche tempo le trasformazioni urbane non seguono più i «grandi disegni» dei gruppi dominanti. Le modificazioni che accadono nella città contemporanea sono essenzialmente l'esito «del rapido succedersi - come ha scritto Bernardo Secchi - di una folla oscura di scambi tra soggetti dall'identità cangiante che agiscono entro logiche rapidamente mutevoli». La velocità di questi «scambi» è facilmente verificabile: il costruito intorno a noi si espande e stratifica a dismisura riducendo il territorio a uno spazio indifferenziato nel quale si depositano i volumi edilizi di qualsiasi tipologia purché soddisfino le leggi del consumo. Ha scritto di recente Vittorio Gregotti ( L'architettura del realismo critico, Laterza, 2004) che la periferia o lo sprawl che si diffonde con progressione intorno e dentro la città trova fondamento nella perdita di «regole chiare e culturalmente condivise di disegno urbano» e nella «scarsità culturale dell'imprenditore-architetto». La «civile modestia» di entrambi ci propone modelli insediativi banali e inespressivi perché estranei alla storia e al paesaggio ma organici solo alle logiche del mercato. Il disagio umano che vi si vive attende di essere guarito e in molte città d'Europa ciò sta avvenendo con politiche urbane mirate di riqualificazione ambientale e sociale. Di fatto, il malessere della «Città panico» assume carattere d'urgenza e nell'attesa dell'«implosione pirotecnica» delle periferie, come prefigura Paul Virilio, una quantità di materiali si accumulano per farci comprendere da ogni punto di vista la condizione esistenziale, sociale ed estetica che producono quei luoghi marginalizzati. Intorno ai conflitti prodotti dalle periferie da diversi anni si sono concentrati gli interessi non solo di architetti, urbanisti, filosofi e sociologi, ma anche di artisti che dalle contraddizioni metropolitane hanno tratto riflessioni critiche di indubbio interesse.

A Reggio Emilia la mostra Suburbia (fino al 12 settembre), promossa dal Comune e dai Musei Civici della città emiliana e curata da Marinella Paderni e Marco Senaldi, si occupa di documentare la ricerca di diversi giovani artisti che in tre luoghi della città - Chiostri di San Domenico, Officina delle Arti, ex Fonderia Lombardini, oggi sede dell'importante Fondazione nazionale della danza - espongono le loro opere creando uno «spaccato della dimensione umana della periferia odierna con le sue paure, le sue difese, i suoi progetti, i suoi comportamenti» (Paderni). In questo senso tutti gli artisti selezionati compongono una «polifonia di sguardi» ove le tecniche e linguaggi dell'arte possono da un lato essere strumento di riscatto dell'anonimato dei luoghi metropolitani, dall'altro momento di seria riflessione critica sul presente. Nella mostra ogni retorica sulla periferia è bandita: sia essa pittorica, nelle forme nostalgiche ed estetizzanti dell'iperealismo, sia teorica, nella restituzione saggistica della Generic city, intesa quale diversa e legittima espressione di «bellezza» che ancora dobbiamo comprendere e cinicamente nel futuro accettare.

Al contrario, ciò che fa da filo conduttore dell'intero percorso espositivo, è l'idea di progetto che fonda le varie «microutopie» in mostra sia nel senso della realizzazione materiale dell'opera d'arte sia in quello del contenuto critico che le motiva. I conflitti della città sono qui espressi come elementi trasfigurati dall'immaginazione e non ridotti ad asettiche rappresentazioni, le contraddizioni della realtà urbana sono materiali manipolati dalla creatività riflessiva e non sterili immagini della metropoli.

Nei chiostri di San Domenico sono già tutti evidenti i temi che in diverse forme saranno presenti nelle altre sedi espositive. Il contrasto, per iniziare, tra la velocità e la permanenza delle trasformazioni urbane. Gli scatti fotografici di Paola Di Bello sopra il cavalcavia di via Monte Ceneri a Milano sono raccolti di corsa e restituiti in una stampa formante un emiciclo. In velocità sono anche i cambiamenti ambientali descritti nel lavoro di Natacha Anderes. Il quartiere Tolbiac a Parigi e i cantieri ferroviari dell'alta velocità nei pressi di Reggio Emilia sono riprodotti in plastilina perché l'opera segue le rapide trasformazioni del territorio, modificandosi fisicamente anch'essa nel corso del tempo, secondo precise clausole contrattuali con l'acquirente del quadro. Altrettanto veloci sono le «astrazioni pittoriche» delle highway di Carolyn Chambliss: macchie di colore che simulano a distanza l'immagine digitale di queste «cattedrali della mobilità» (Ingersoll), frammentaria e mobile quanto la percezione dello spazio vissuto dentro l'auto.

In senso opposto, altri artisti si confrontano con il tema della permanenza e della durata. Rientrano in quest'ambito le installazioni di Flavio Fanelli: pochi elementi di arredo di case da lui abitate che decontestualizza per comunicarci la transitorietà dei luoghi oppure l'opera di Andrea Contin che con la sua compagnia di facchini ammucchia masserizie e vecchi mobili anch'essi simboli della precarietà degli spazi che viviamo e degli oggetti che ci stanno attorno. In entrambi si tratta di poetiche abusate - le più deboli dell'intera mostra - che si giustificano solo all'interno del progetto espositivo. Diversa è la riflessione che svolgono una serie di fotografi: ad esempio quella «notturna» di Paola Di Pietri o «in luce» di Paola Dellavalle e Fulvio Guerrieri. Il soggetto è sempre il villino della piccola borghesia: micromostri edilizi che coniugano il pastiche stilistico delle facciate con la solitudine culturale di chi li progetta e di chi li possiede. Un fenomeno, quello dell'architettura informe o spazzatura ( junk architecture) che è ormai presente in ogni parte del pianeta. Francesco Jodice l'ha filmata in Marocco, in riprese notturne che rendono evidente quanto sia diffusa l'arbitrarietà dei segni - vero «deposito significativo del disordine» (Gregotti) - e specchio dell'ideologia globale del mercato. Rispetto al caos metropolitano e «glocale» (globale + locale) l'equilibrio che Luca Pancrazi propone con le sue parti di città miniaturizzate sembra prefigurarci un destino diverso attraverso l'integrazione sociale di arte e infrastrutture. Al tempo stesso, però, con le sue piccole telecamere che nascoste all'interno del plastico riproducono su video il comportamento del visitatore-Gulliver, ci fa riflettere sul controllo sociale che nella metropoli può esercitare chiunque detenga il potere dei media.

Intorno al tema della comunicazione e dell'integrazione sociale si orientano le azioni del laboratorio di arte urbana del gruppo Stalker. Non a caso la visione del loro video Corviale Network è nell'Officina delle Arti: un edificio alla periferia di Reggio Emilia, recuperato dall'amministrazione comunale e assegnato a giovani architetti, artisti, designers, con il compito di aprire le loro ricerche e attività professionali ai cittadini in un confronto diretto e partecipe con la città. Gli Stalker hanno sempre prediletto nel corso dei circa dieci anni della loro attività un particolare interesse per le aree più marginali ed escluse della città. Nel caso di Corviale - un chilometro di edificio multipiano costruito nella campagna a sud di Roma - il loro interesse è di recuperarlo dando dignità a chi l'abita. Un'impresa che passa, nonostante il loro impegno, attraverso investimenti pubblici significativi per recuperare non solo il complesso edilizio ma anche le aree esterne che vi stanno intorno e che consiste nel disegnare nuovi spazi per i servizi, progettare la flessibilità delle unità abitative, ripensare l'uso delle aree comuni; il tutto nell'ambito di regole democratiche di assegnazione, di serio controllo della spesa e di autentico impegno per l'assistenza ai nuclei familiari più deboli. L'augurio è che la presenza del gruppo Stalker con il loro network contribuisca all'affermazione di questo risultato quanto la recente nascita di TeleCitofano, la prima telestreet del capoluogo emiliano, riesca a togliere dall'isolamento individui, gruppi, associazioni, «dando voce a chi non ce l'ha»: quelle figure, moltissime straniere, che Fabio Boni mette in posa nei giardini pubblici di Reggio Emilia e che fotografa cercando anche lui di rompere così la loro diffidenza e paura.

Ha scritto Mike Davis in catalogo: «Buona parte del mondo urbano sta tornando rapidamente all'epoca di Dickens». A differenza, però, dei tempi dello scrittore inglese non è l'industrializzazione ad attrarre moltitudini di persone nelle metropoli. Le cause, soprattutto per i paesi del Terzo Mondo, ricadono nel fatto che il capitalismo tecnologico ha sganciato la crescita della produzione da quella dell'occupazione. Nelle metropoli crescono a dismisura gli slums e la povertà urbana. Possiamo anche seguire i consigli di Massimo Canevacci (intervistato da Marco Senaldi) per avere una «buona etnografia» e predisporci al «nuovo sentire ibrido metropolitano» ma è urgente un progetto senza ideologismi, riflessivo e critico sulla città che contrasti l'«urbanizzazione della povertà». «Suburbia» non può essere soltanto «descritta» ma occorre pensarne il cambiamento.

Nessun regista per la città

Le nuove nebulose urbane nel saggio «Sprawltown» di Richard Ingersoll (Meltemi)

Sprawltown è una parola di difficile traduzione in italiano. È un neologismo americano che applicato all'urbanistica intende una crescita urbana senza regole e senza forma. Nel corso degli ultimi decenni sta a significare non solo genericamente la periferia bensì quella «nebulosa urbana» che gravita intorno alle città ma che è anche al suo interno ed è composta di incongrue emergenze edilizie come di aree abbandonate (terrain vague). Sprawltown è il titolo scelto da Richard Ingersoll per il suo saggio (Meltemi, pp. 236, € 19,25) che descrive questo particolare fenomeno di morfologia urbana che però ingloba anche aspetti esistenziali. Infatti, «la diffusione dello sprawl - scrive Ingersoll - non dipende soltanto da come si occupa lo spazio, ma soprattutto da come lo si vive». Nell'ambiente periurbano centri commerciali e multisale, aree industriali e della logistica, lottizzazioni residenziali e infrastrutture, creano un amalgama di estesa conurbazione dove le categorie «classiche» di centro e periferia, urbano e rurale, comunità e individuo, sono del tutto superate assumendo nuovi significati, più complessi e articolati. Nel contesto posturbano il lavoro e l'educazione, lo svago e i consumi degli individui seguono altre regole e valori dati dalla dimensione spaziale, frammentaria e policentrica, di un tessuto urbano «generico» e «senza storia» come il «rizoma antigerarchico», già descritto da Deleuze-Guattari - «ove un qualsiasi punto e in relazione a qualsiasi altro» - in una rete di così ampia estensione che solo l'informatica può fornirgli un ordine (cyborg). La descrizione della città contemporanea di Ingersoll alterna teorie urbanistiche a racconti di luoghi dove si esprimono nuovi comportamenti sociali e nuovi soggetti come, ad esempio, il «cittadino-turista»: «abitante ibrido» dei centri commerciali e del museo metropolitano, entrambi spazi dove si perpetua il rito del consumo delle merci e tutto si simula per sembrare vero. E' il «cittadino-turista» a consumare la «città-cartolina», simbolo dell'imperialismo economico destinata ad essere «strangolata» dalla «città generica», quella «cinicamente utilitaristica e senza etica» prefigurata dall'architetto olandese Rem Koolhaas. Se il turismo iberna le città storiche stravolgendole nella loro vita civica e riducendole a simulacri di se stesse, altra questione è ciò che vi accade intorno: nelle aree metropolitane composte dai centri urbani satelliti della città. Lì dove un denso reticolo stradale ha creato uno spazio urbano la cui percezione privilegiata è quella che si ha nell'abitacolo dell'auto. Noi percepiamo questi spazi come un «montaggio rapido» (jumpcut) di immagini in movimento. E' questo il cosiddetto Jumpcut urbanism: una condizione del paesaggio che, come nel cinema, accelera e frammenta lo sguardo in piani sequenza ma che a differenza di qualsiasi racconto cinematografico non conosce regia. Tutto, infatti, si succede «a casaccio», senza l'ordine di una teoria che regoli i conflitti e sappia governare le «mostruose incongruenze di frammenti architettonici e i vuoti sproporzionati».

Ingersoll sente la necessità, a differenza di tanti moderni esegeti dei «non-luoghi», di ricercare soluzioni urgenti al degrado umano e ambientale che le città subiscono. Oltre le analisi dei fenomeni urbani planetari occorre ricercare almeno dei correttivi per fare avanzare un «nuovo civismo». Si può, innanzitutto, «ridistribuire lo sguardo» trasferendo, ad esempio, i musei e le altre «attrazioni» della città in periferia oppure in contesti emarginati integrandole con le realtà locali. Inoltre, si può incidere contro l'economia parassitaria provocata dal «cittadino-turista» incentivando e salvaguardando le attività produttive nei luoghi da lui frequentati oppure evitando scelte monofunzionali inserendo programmi d'uso differenziati. Infine, poiché nella città si concentrano i più gravi sprechi di risorse, un ruolo importante lo dovrà svolgere l'ecologia. Intendere Sprawltown come una «seconda natura» significa per Ingersoll prendere atto che l'«apocalisse ecologica» è già in atto e che il processo entropico è inarrestabile, quindi: «Piuttosto di redimere il mondo, cercheremo di introdurre terapie che ne permettano una fine dignitosa». Il «Bioregionalismo» - l'idea che l'urbanistica debba seguire la logica dei fattori naturali - preconizzato dal biologo Patrick Geddes, può servire da modello di riferimento urbanistico, così come l'«agri-civismo» - la possibilità di preservare le aree verdi delle città facendole «appartenere» all'abitato, quindi responsabilizzandone la salvaguardia - può generare un nuovo impegno civico. La scala e le dimensioni degli interventi determineranno i risultati. È nella ricerca di forme di integrazione tra lo sprawl e la città che la politica

Titolo originale Strengthening the Connection Between Transportation and Land Use – traduzione di Fabrizio Bottini

Quella della ” Smart Growth” è una questione di cui si parla in tutto il paese. Cittadini e funzionari pubblici in molte zone in crescita stanno tentando di essere quanto più smart possibile nel controllarla, così che non travalichi le capacità delle infrastrutture, delle scuole, dell’organizzazione di servizi pubblici, o abbia altri effetti negativi sulla qualità della vita nell’area. Nei sondaggi di opinione condotti da Tampa a Minneapolis, da Denver alla Baia di San Francisco, i cittadini indicano lo sprawl come il principale problema delle loro zone, e indicano un efficiente sistema di trasporti come strettamente legato ad un’alta qualità della vita.

Questa opinione pubblica ha determinato le politiche di sviluppo in molte aree. Per esempio nel novembre 2000, sono state messe ai voti 533 misure statali e locali connesse alle modalità di crescita, in 38 Stati. In generale, il 72 per cento di queste proposte è stato approvato; ad ogni modo, non è detto che ogni “si” indichi un sostegno alle idee e politiche di smart growth insite nel testo delle singole misure.

Questi provvedimenti riguardano aspetti della crescita diversi ma correlati. Circa la metà si occupa di conservazione degli spazi aperti, e un quarto si indirizza alle infrastrutture statali e locali. Le misure sugli spazi aperti sono particolarmente popolari: è stato approvato il 78 per cento delle 257 proposte su questa materia, con un significativo incremento dall’ultima consultazione nel 1998. Anche le proposte sui trasporti, che si concentravano sullo sviluppo del sistema pubblico e di mobilità alternativa all’auto, o sulla costruzione di strade e autostrade, hanno in generale avuto sostegno.

Esempio di referendum legato ai trasporti proposto agli elettori nel 2000, è la proposta del New Jersey di modificare la costituzione dello Stato, per raddoppiare le quote delle tasse sui carburanti e il commercio utilizzate in progetti di costruzione, riqualificazione, manutenzione del sistema stradale. Le modifiche proposte spostano il gettito delle tasse esistenti dal fondo generale del tesoro di stato, direttamente al Transportation Trust Fund.

Gli elettori di Denver hanno approvato una misura che consente alla città di spendere circa 5,8 miliardi di dollari, di un surplus di bilancio e di altri attivi generati nei prossimi quattro anni, in progetti per case popolari e trasporti, che rendano più accessibile la vita e il lavoro in città, riducendo la congestione da traffico.

Comunque, alcune delle proposte sono state respinte. A Charleston, South Carolina, è fallita l’idea di incrementare dell’ 0,5% le tasse sul commercio per 25 anni, al fine di raccogliere 1,2 miliardi di dollari da investire in trasporti pubblici, strade, conservazione di suoli, parchi, e gestione dell’autorità regionale trasporti, nonostante il forte sostegno di molti leaders locali. Anche nello Stato di Washington non è passata una misura che avrebbe richiesto di spendere il 90% dei fondi nazionali e locali per il trasporti in costruzione, ripristino, gestione, manutenzione di strade.

Il fatto che queste proposte siano comparse in così tante consultazioni a scala nazionale, indica un consenso generalizzato sul fatto che la crescita debba avvenire in modo diverso, ma nello stesso tempo il fatto che le misure siano tanto varie, e abbiano avuto vario successo, indica come non ci sia una chiara e universalmente condivisa direzione corretta verso cui crescere.

La Smart Growth implica una prospettiva olistica di sviluppo, e si radica in molte questioni oltre quella dei trasporti. Alcune di esse, sono lo sviluppo urbano, la casa, l’urbanizzazione, la conservazione degli spazi aperti, la qualità dell’ambiente, la tutela degli spazi storici. Quello che funziona in un ambito, può non funzionare nell’altro, ma l’attenzione della smart growth si punta su parecchi principi di massima: usi misti del suolo, i vantaggi dell’edificazione compatta, la diversificazione delle opportunità di scelta residenziale, la conservazione degli spazi aperti, la priorità dello sviluppo nelle aree già urbanizzate anziché in quelle inedificate.

Da una prospettiva dei trasporti, la smart growth comprende la realizzazione di spazi percorribili a piedi, e la messa a disposizione di varie possibilità di trasporti, così che i residenti abbiano alternative all’auto con a bordo il solo guidatore, per muoversi da un luogo all’altro. Tutte queste questioni richiedono a gran voce professionisti dei trasporti, ambientalisti, conservazionisti, costruttori, altri operatori, e la collettività tutta, a lavorare in modo collaborativo per realizzare solide comunità.

Molti dei programmi esistenti e altre iniziative della Federal Highway Administration (FHWA) contribuiscono a conseguire gli scopi della smart growth e della vivibilità urbana. Essi comprendono:



I trasporti sono inestricabilmente legati alla smart growth e alla qualità della vita. Se non c’è ancora un’idea chiara e condivisa sui modi migliori per gestire efficacemente la crescita, i molti referendum connessi al suo rapporto con i trasporti delle elezioni del 2000 mostrano la volontà dei cittadini e dei governi di sperimentare strategie e politiche per dare una forma allo sviluppo nei propri Stati, contee, città. E la vitalità di molti centri continua ad essere determinata dalla loro capacità di rispondere alle questioni dei trasporti e dell’uso del suolo.

Nota: link al sito di Public Roads, rivista online (e non) della Federal Highway Administration. Altri materiali, di carattere storico e tecnico, sono disponibili alla homepage della FHWA. (fb)

L’urbanistica è di destra o di sinistra? Sembra una domanda mal posta, se non decisamente stupida, ma in un modo o nell’altro è stata ed è uno dei punti focali del dibattito sull’idea di città e sull’uso del territorio nel nostro paese. E bene ha fatto un attento osservatore come Edoardo Salzano a mettere in rilievo la grande evidenza che assume l’urbanistica nel programma elettorale della Lega Nord per le prossime amministrative, alla pari con altri più noti “pilastri”, quali l’immigrazione e il federalismo. Ma qual’è l’idea di urbanistica, di città, di territorio, che ha in mente la Lega? Una domanda certo difficile, forse anche più di quelle (tuttora aperte) sul recente passato: è mai esistita, ad esempio, una identificabile urbanistica democristiana, o una comunista, socialista, e così via?

È però possibile cercare una risposta, sicuramente parziale, alla domanda sull’idea di urbanistica della Lega scorrendo gli articoli sull’argomento pubblicati dal suo organo ufficiale, La Padania, tentando di trarne qualche spunto di riflessione. I potenti mezzi messici a disposizione dalla tecnologia moderna, per una volta si rivelano davvero tali, dato che sul sito on-line del giornale, inserendo la parola chiave “urbanistica”, si ottengono centinaia di riferimenti: ricchi, contraddittori, che però è possibile ricondurre ad alcune identificabili “famiglie”.



Contro il degrado. Un primo gruppo di articoli, si inserisce nel ricco filone dell’annoso dibattito sullo “sfascio del territorio”. Degrado delle città, dei centri storici così come delle periferie, aggrediti da nemici vecchi e nuovi: in prima linea gli immigrati clandestini, con le occupazioni di immobili in disuso, o le richieste per luoghi di culto e socialità come le moschee. Soprattutto in questi ultimi casi, ragioni e strumenti della battaglia leghista sono quasi sempre di tipo urbanistico, come la mancanza di requisiti tecnici (parcheggi, immobili adatti, accessibilità). Di segno meno evidentemente reazionario, le posizioni per esempio sul dissesto idrogeologico, dove non mancano nemmeno espliciti richiami agli errori di una recente modernizzazione e infrastrutturazione forzata e senza regole. La rassegna, da questo punto di vista, può partire da una immagine assolutamente classica dell’immaginario leghista: l’eroico sindaco di una comunità valligiana, che guida la sua amministrazione contro tutti gli ostacoli del centralismo e dell’inefficienza, a rinascere dopo una grave alluvione, nel segno di una politica urbanistica trasparente e attenta agli investimenti prioritari in servizi per il cittadino e l’impresa (14.2.98, p. 6, Samolaco sempre in prima linea). Non può mancare, come non manca, la sottolineatura delle caratteristiche tragiche assunte dal degrado territoriale, quando questo si manifesta nel già cupo e alieno contesto del Sud, regno del lassismo, dell’abusivismo, della criminalità organizzata e del colpevole laissez-faire del notabilato locale. Luoghi dove basta guardarsi attorno per scoprire «le inconfutabili prove dell’impotenza e dell’inefficienza delle amministrazioni locali, le prove del disprezzo delle leggi urbanistiche, la conferma della continua violazione dei vincoli paesaggistici» (14.4.98, p. 14, Nessuno punisce lo scempio). Conclusione: «Niente male, vero? Verrebbe da essere d’accordo: Forza Vesuvio, cancella tutta ‘sta munnezza!». Una forza devastatrice a fare pulizia, per esempio, dell’abusivismo edilizio, giustificato per anni da politici di maggioranza e opposizione, inclini a presentarlo come peccato veniale, di “necessità”, e non a considerarlo nella giusta luce di arma a doppio tagli per le popolazioni locali: da un lato lasciate apparentemente libere di “arrangiarsi”, dall’altro lasciate invece in balia delle mafie edilizie e del dissesto ambientale, con risultati anche fatali come le alluvioni o le frane, che il rispetto delle norme urbanistiche avrebbe invece probabilmente evitato, o comunque contenuto. Insomma, «nelle aree non protette del Mezzogiorno, le costruzioni abusive vengono su come la gramigna e (l’arcinoto caso delle Vele napoletane insegna) come la gramigna, son difficili da far sparire» (15.4.98, p. 7, Parchi e aree protette coperti dal cemento fuorilegge, di Paolo Parenti). L’abusivismo, il degrado, il pericolo per le comunità e lo sviluppo, non sono comunque monopolio delle regioni meridionali: anche il Nord paga la sua tassa di disastri appena qualche goccia di pioggia in più mette in crisi la rete di infrastrutture vecchie, o mal progettate, o gli insediamenti cresciuti a caso là dove c’erano campagne, colline, alvei di fiumi e torrenti. Stavolta però non si invoca la forza purificatrice del vulcano, ma un più prosaico adeguamento degli strumenti urbanistici, che dovranno comprendere obbligatoriamente uno studio geologico, visto che apparentemente il ligio settentrionale non realizza vere e proprie costruzioni abusive, «ma sicuramente opere ampliate o sovraelevate in modo non del tutto rispondenti alle leggi urbanistiche» (18.11.99, p. 17, Savona, scatta l’allarme, di G.D.). Si potrebbe continuare a lungo, presentando varie sfumature, posizioni, possibili linee interpretative sul ricco filone del pensiero leghista riguardo al degrado territoriale, ma forse è il caso di concludere riassumendo le posizioni ufficiali del partito così come riferite sul giornale da Davide Boni, Coordinatore della Segreteria Politica federale, e dall’architetto Alessandra Tabacco, responsabile del settore territorio (21.4.2000, p. 22, Abusivismo edilizio: così non va, a cura di Claudio Gobbi). Innanzitutto, l’abusivismo effettivamente nasce da un bisogno reale, indotto dalle profonde trasformazioni sociali più o meno legate ai processi di globalizzazione, deindustrializzazione, riassesto socio-territoriale, a cui i pubblici poteri non hanno saputo dare risposte adeguate, salvo inseguire la «delegittimazione degli strumenti di pianificazione territoriale e urbanistica a favore di singoli progetti», e soprattutto tentando con lo strumento del condono un’azione tardiva, inefficace, controproducente. Il Sud, per le sue particolarità in termini di rapporto fra forme della rappresentanza, ambito della decisione, sviluppo locale, è negativamente all’avanguardia in questo senso. La soluzione può essere trovata in un ripensamento del rapporto fra interesse pubblico e privato, tenendo conto che «lo scopo di un piano o di una legge urbanistica non può basarsi sull’assunto che la pubblica amministrazione debba controllare pedissequamente ogni azione o espressione del privato, ma debba controllare che il “bene pubblico e sociale” della vita collettiva di una città o di un territorio siano garantiti appieno sia nella tutela della forma fisica e dell’ambiente dei luoghi sia nella dotazione di servizi, opere e strutture realmente fruibili da tutti. Di conseguenza il problema dell’abusivismo verrebbe posto nell’ottica che gli è propria: l’eccezione e non la regola».



Un approccio propositivo. Non a caso, si è conclusa la rassegna sul problema del degrado e dell’abusivismo (iniziata con le fosche immagini dei comitati contro le moschee) con una dichiarazione “riformista” e condivisibile. Il fatto è che, come era abbastanza logico aspettarsi, da un lato non è possibile (come già detto nel passato per la DC, il PCI, il PSI ecc.) identificare univocamente una linea politica in materia urbanistica, e soprattutto una rigida coerenza fra indicazioni programmatiche generali e casi locali; d’altra parte, sarebbe sciocco e schematico identificare un’idea urbanistica di destra con la semplice deregulation, o con la realtà tangibile della “villettopoli” con annessi nani da giardino, che forse brulica di elettori della Lega Nord, ma sicuramente non ne esaurisce, oltre la facile caricatura, l’immagine di città ideale. La seconda parte del nostro percorso vuole così snodarsi proprio fra le regole, o la ricerca di regole, per una buona gestione del territorio, così come emergono dalla lettura delle pagine de La Padania, anche oltre il pur positivo ma ovvio ruolo di “alfabetizzazione” di quadri e militanti, che si traduce in un costante flusso informativo sulla giurisprudenza, le esperienze di pianificazione locali, la produzione libraria di settore e i convegni. Emblematicamente, apriamo questa rassegna con un piccolo episodio locale lombardo, che vede la Lega Nord difendere le regole di una corretta programmazione urbanistica dai tentativi di deroga introdotti dalla Regione, stavolta su un tema in cui la Lega non teme confronti: il rapporto fra territorio, ordine pubblico, sicurezza. L’idea dell’assessore regionale (del Polo, allora non ancora alleato di governo) è di dare ai Comuni la possibilità di introdurre varianti urbanistiche allo scopo di insediare forze di polizia, con il risultato di enfatizzare strumentalmente questioni di sicurezza, al punto che paradossalmente per favorire il «recupero delle aree degradate, ora basterà insediare qualche albanese in un edificio fatiscente per abbatterlo sulla base di una semplice dichiarazione del sindaco e favorire così gli interessi dei gruppi immobiliari, che avranno mano libera sulle aree a dispetto del Piano regolatore» (18.11.99, p. 16, Il Pirellone si fa palazzinaro, di Andrea Accorsi). Ma, oltre le polemiche puntuali, le nuove regole dell’urbanistica dovranno in linea di massima essere improntate all’esatto opposto di quanto ha prodotto sinora lentezze, totale discrezionalità nelle scelte, approccio cavilloso, scarsa trasparenza. Tra le innovazioni che almeno parzialmente imboccano un percorso in questo senso, si individuano come di particolare rilievo la facilitata partecipazione di cittadini ed enti alla formazione dei piani, un ruolo più elastico ma rafforzato della pianificazione sovracomunale di coordinamento, maggiore snellezza nelle procedure di approvazione. Il tutto a superare un’urbanistica «centralista, che soprattutto nei decenni passati ha determinato una quasi totale compromissione dei nostri luoghi, non solo in aree fortemente urbanizzate ma anche in zone ambientalmente e paesisticamente apprezzabili» (29.3.00, p. 13, Basta con tutti i cavilli che ci legano le mani). Pianificazione di area vasta, si specifica in altro articolo, non deve essere intesa come progetto puntuale dell’assetto territoriale esteso a vaste zone (un sospetto che aveva letteralmente terrorizzato il pubblico di quadri democristiani ai congressi Istituto Nazionale di Urbanistica negli anni Cinquanta), ma quadro di riferimento all’interno del quale possano trovare la migliore soluzione, questa sì specificata nei dettagli, i problemi dei singoli centri, in particolare di quelli minori i cui nuclei storici e l’ambiente naturale e agricolo sono aggrediti dallo sviluppo delle attività economiche e/o delle infrastrutture. Per dirla con l’estensore dell’articolo la pianificazione di scala comunale e attuativa si applica laddove «emerge la necessità di creare un sistema isolato, di estrapolarlo dalla realtà al fine di creare un modello ideale, e di calarlo poi nella realtà apportandovi le modifiche opportune» (29.3.00, p. 14, Un progetto che accomuni i piccoli paesi). Ancora si potrebbe continuare a lungo, visto che l’idea di “regole”, più o meno esplicita e declinata, permea molti contributi sul tema del territorio. Ma come nel caso precedente dell’approccio negativo al degrado del territorio, è utile concludere con una posizione ufficiale, che qui prende la forma del punto sulle battaglie politiche del partito proprio in materia di urbanistica e piani regolatori (29.3.2000, p. 14, La riforma del piano regolatore). Il deputato Francesco Formenti, ripercorrendo i contributi politici della Lega al dibattito, sintetizza alcuni principi base a suo parere irrinunciabili e consolidati, a partire dalla “area omogenea”, i cui confini non sono determinati dal caso, ma dalla possibilità di costruire un piano regolatore razionale. A questo principio (il sogno, irrealizzato e forse irrealizzabile, di qualche generazione di urbanisti europei) se ne affiancano altri, come quello ambientalista secondo cui «il territorio non è un bene inesauribile, e pertanto il suo utilizzo deve basarsi sui principi della massima conservazione delle risorse e di azzeramento degli sprechi», per finire con l’attenzione alle tradizioni locali, nonché alle questioni culturali ed etniche nella delimitazione delle nuove aree amministrative. Il quadro in cui si collocherebbe, questa ambiziosissima riforma è, manco a dirlo, quello della Padania indipendente.



Spazio e identità. Terzo e ultimo punto di vista, per quanto riguarda queste note, è quello forse più significativo, che riguarda il rapporto fra luoghi, comunità, culture, su cui si innesta buona parte della ragion d’essere della Lega Nord. È il tema dello spazio locale, di quanto è soggettivamente e quotidianamente percepibile, di quanto si ritiene a torto o a ragione maggiormente sensibile agli attacchi dall’esterno, che assumono via via il volto dell’immigrato, dei grandi centri commerciali, dell’impresa slegata dagli interessi locali, e infine (ma non certo in ordine di importanza) di una cultura architettonica e urbanistica international style, i cui segni sono con sempre maggiore fastidio percepiti come estranei, dirigisti, comunisteggianti o piattamente stupidi, comunque privi della caratteristica indispensabile del radicamento locale. In questo senso assumono particolare valore le declinazioni locali, per quanto limitate e contraddittorie, delle regole e principi generali che abbiamo ripreso in precedenza: la tutela delle tradizioni e l’incentivo allo sviluppo, la protezione dell’ambiente e quella del portafoglio, trovano in una generale, incredibile affezione agli spazi del centro storico, un particolare punto di equilibrio. Un buon esempio di questo è la descrizione del programma elettorale della Lega per Monselice, nella bassa padovana, dove fulcro delle proposte è un nuovo piano regolatore che sappia tutelare il nucleo interno tradizionale rilanciandone in primo luogo le attività, a partire da quelle commerciali. Là dove, invece, il centro sinistra avrebbe « imposto un nuovo piano urbanistico che intrappola il centro in un circuito assurdo di sensi unici, senza risolvere il problema ed anzi aggravandolo» (23.5.99, p. 6, La rinascita di Monselice passa per il piano regolatore, di Michela Danieli). Poco importa se, guardando meglio, si riesce a immaginare che in pratica si tratti, più o meno, della solita protesta di bottegai contro le pedonalizzazioni. Qui quello che conta è l’idea di spazio tradizionale come entità “autogestita”, funzionalmente, socialmente, e non solo esteticamente alternativa ai centri commerciali plastificati lungo le superstrade. E non è certo un caso se la responsabile federale territorio e urbanistica, Alessandra Tabacco, si concede a tempo perso alcune digressioni proprio sul tema del rapporto fra giovani, immaginario, spazio reale, tradizionale, artificiale, passeggiando virtualmente «nei ghetti e nei confini territoriali imposti da qualsivoglia autorità autoreferenziale che poco hanno a che fare con il “sentire comune” della gente e dei popoli e con il loro bisogno di autodeterminarsi in spazi, situazioni ed emozioni che riescono a dare sicurezza perché derivano da una “storia locale”» (14.6.00, p. 2, I giovani del 2000 e la città). Sono luoghi concreti o immaginati, popolati da “cubiste” che si muovono in luoghi cui non appartengono, e che abbandonano senza averli né modificati, né resi in qualche modo propri. Il loro sradicamento non è scelta, ma imposizione eterodiretta, assenza di alternative, di spazi così come degli «ideali politici e civili in cui noi Padani crediamo, non solo per trasmetterli a loro volta, ma anche per cambiare ove possibile quelle tracce e quei segni “foresti” dei nostri luoghi e della nostra memoria». È una conseguenza quasi automatica di queste premesse, l’autentico disgusto per l’intero blocco della cultura architettonica e urbanistica che discende, più o meno direttamente, dal Movimento Moderno, ovvero dal tentativo pur contraddittorio di misurarsi, in un modo o nell’altro, coi temi della macchina, dell’alienazione, dello sradicamento, appunto. Il disprezzo per Le Corbusier, Gropius, e via via tutti i loro esegeti, figli e nipoti che abbiano lascito traccia visibile sul territorio italiano, appare netto, inequivocabile, e soprattutto abbastanza motivato oltre i toni sboccati. L’accusa, per Le Corbusier e per tutto quanto si assimila al suo pensiero, è quella di essersi «accanito contro l’architettura e l’urbanistica tradizionale e popolare con furia calvinista e con un odio che merita l’interesse di psicanalisti e psichiatri» (25.3.01, p. 12, Magia elettrica e tricolore, di Gilberto Oneto). Tutto questo sforzo distruttore, poi, si sarebbe dispiegato con uno scopo ben meschino, come può verificare qualunque visitatore eventualmente ansioso di respirare l’aria «che si respira in tanti quartieri ispirati a queste cavolate, dal Gratosoglio a Porto Marghera». E a poco varrebbe, forse, tentare di controbattere con l’idea dell’urbanistica come processo, come partecipazione, come confronto quotidiano (con vincitori e vinti da entrambe le parti) fra tradizione e innovazione. Qualunque argomento possa evocare, anche indirettamente, l’architetto-demiurgo in papillon dell’immaginario popolare, è assoluto tabù: «le mura (fisiche o simboliche) sono nel nostro Dna comunale, lo scarso amore per l’inurbamento è uno dei nostri più duraturi cromosomi celti e longobardi, la voglia di bello e di identità è una costante di 3.000 anni di storia padana» (18.2.01, p. 12, Territorio e libertà, di Gilberto Oneto). E oltre l’intemperanza verbale c’è sicuramente qualcosa di vero e giusto nel disprezzo per tutte le “astronavi”, concettuali o meno concettuali, che calate dall’alto nei piccoli centri padani in epoche recenti stanno ancora lì a simboleggiare il degrado, l’incultura, l’impunità. Come a Consonno sulle colline lecchesi, dove un intero centro agricolo venne sgomberato negli anni Sessanta per realizzare una Disneyland in sedicesimo, subito affondata nel fango. O nel caso più noto di Zingonia, nella pianura bergamasca, con cinque comunità letteralmente inghiottite nei progetti esecutivi di una immobiliare dalle strategie confuse, ma dalle solide aderenze politiche.

Di tutto questo, e di molto altro, gli articoli de La Padania sulle questioni del territorio danno, a loro modo, conto. Non sono ovviamente bastati, i brevi estratti proposti, a dare un’idea dell’idea di urbanistica – ufficiale o ufficiosa – della Lega Nord, ma forse a indicare un possibile percorso di riflessione. Se è vero, come è vero, che la vulgata leghista esprime benissimo il disagio, anche se raramente ne individua percorsi risolutivi, anche per la pianificazione territoriale si può dire la medesima cosa, ovvero che dagli attacchi e proposte qui passati in rassegna emergono “sintomi”, di una malattia della crescita, che devono essere colti. Come già hanno fatto alcuni studiosi, focalizzandosi proprio sui temi del progetto locale, e come ci si augura faranno in futuro molti, moltissimi altri. Per non lasciare che la domanda «l’urbanistica è di destra o di sinistra»? resti in sospeso, sostituita come in altri tempi dalla risposta apparentemente ragionevole: «l’urbanistica di sinistra è quella che praticano i partiti della sinistra». Una interpretazione piuttosto diffusa e corrente, che ha provocato (e presumibilmente provocherà) un sacco di guai.

Ma questa è un’altra storia.

Sugli stessi temi, la recensione del "manifesto urbanistico" della Lega Nord, del 1994

In un angolo della Valle dei Templi, un fazzoletto grande cinque ettari, sta sorgendo un museo vivente, una specie di collezione paesaggistica. Siamo sotto il tempio di Giunone, in un terreno leggermente acclive, e qui, distanziati e disposti in fila, sono stati impiantati circa millecinquecento alberi che documentano trecento varietà di mandorli, più o meno la metà di tutte le varietà che la letteratura botanica attesti, di questa pianta, in Sicilia. Le ha raccolte, battendo l’isola palmo a palmo, Giuseppe Barbera, un professore di Colture arboree all’Università di Palermo, esperto, oltre che di mandorli, di fichi d’india e di capperi. Ma sui mandorli, che da soli, spiega Barbera «racchiudono il mito del Sud, perché fioriscono in gennaio e raffigurano l’eterna primavera», ha una competenza impressionante e non smetterebbe mai di narrarne le gesta, quasi fossero creature di un poema epico.

Si dirà: millecinquecento mandorli sono poca cosa rispetto a tutto ciò che accade nella Valle, dove i templi sono assediati da un abusivismo sfacciato e arrogante. E dove l’incuria si diffonde nei particolari minimi - le bancarelle, la sciatteria negli arredi, i torpedoni e le macchine parcheggiate come nell’ammasso di uno sfasciacarrozze. E in effetti sono poca cosa. Ma sono pur sempre un segno che si somma ad altri segni e che serve a ricostituire per piccoli brani l’abito paesaggistico che veste uno dei patrimoni storici e artistici più importanti e vilipesi della terra.

Il mandorleto sorge sotto il tempio di Giunone. Poco distante da qui in un vallone profondo, stretto e lungo, fra il tempio dei Dioscuri e quello di Vulcano, si stende il Giardino della Kolymbetra. Ai tempi della città greca in questo fossato c’era una grande piscina, un vivaio abitato da pesci e cigni. Della piscina esiste una descrizione di Diodoro Siculo. Era lunga sette stadi e profonda venti braccia e in essa sfociavano alcuni acquedotti. Nei secoli è stata interrata e coltivata. L’Abate di Saint-Non, che la vide sul finire del Settecento, la descrisse come «una piccola valle che, per la sua sorprendente fertilità, somiglia alla valle dell’Eden o ad un angolo della Terra promessa». Fino a vent’anni fa alcuni contadini curarono la terra e le piante. Ma da allora in poi il vallone venne abbandonato e crebbero gli sterpi che raggiunsero i sette, otto metri occultando l’antica piscina. E del vallone si perse anche la memoria.

E’ stato Giuseppe Lo Pilato, un giovane agronomo agrigentino, il cui padre gliene aveva parlato, a scoprirlo e a immaginarne un uso diverso. Lo Pilato si è rivolto a Barbera e insieme hanno presentato un progetto al Fai, il Fondo per l’ambiente, che l’ha accolto con entusiasmo. Da allora, siamo nel 1999, in accordo con la Soprintendenza e con la Regione, si è avviato il risanamento e adesso il Giardino è uno spettacolo di orti, di agrumi e di altre piantagioni - carrubi, gelsi pistacchi, noci, melograni e banani. Al centro scorre un piccolo torrente, protetto da canne e bordato da salici e pioppi.

Barbera e Lo Pilato sono due custodi del paesaggio, i primi che incontreremo in questo breve viaggio alla ricerca di chi si incarica di proteggere quegli angoli dove, con le linee di una collina o il profilo di un orizzonte, è conservata l’identità di una nazione, ciò che - scrisse Benedetto Croce presentando nel 1920 una proposta di legge in difesa delle bellezze naturali - rende un paese diverso da un altro.

Custodire un paesaggio vuol dire conoscerlo e farlo conoscere. Conservarlo agendo sulle forze della natura e calibrando la presenza dell’uomo (non esistono paesaggi vergini e se esistono sono delle rarità). Proteggerlo, per quanto possibile, dalle manomissioni, da quegli artifici irreversibili che lo rendono irriconoscibile fino a farlo scomparire - e di paesaggi ne sono scomparsi tanti in Italia in questi cinquant’anni, quanti non ne sono mai scomparsi nei millenni precedenti, e altri ancora sono in pericolo perché la tutela si va sbriciolando, impotente di fronte all’irruenza delle Grandi Opere e di un’incontrollata urbanizzazione.

Barbera e Lo Pilato hanno lavorato in condizioni difficilissime. Agrigento è un po’ il paradigma dell’illegalità e con l’illegalità si è intrecciata la sua storia recente, da essa è stata influenzata la sua vicenda politica e antropologica. Ed è inoltre diffusa la convinzione che su Agrigento si sia giocata, nel corso dei decenni, una sfida delicatissima, ormai assunta a simbolo, fra l’Italia culla della salvaguardia e l’Italia dei maltrattamenti.

L’abusivismo nella Valle si è fermato. Anche perché sembra svanito il sogno che sulle case costruite illegalmente nella zona vincolata cali una benefica sanatoria (sono 748 gli edifici in tutta la Valle, 329 nella sola zona A, la più rigorosamente disciplinata, stando alle ricerche di un sociologo agrigentino, Gaetano Gucciardo). E in assenza di questa prospettiva nessuno più si mette a costruire (un’eccezione? l’ex sindaco Calogero Sodano, ora senatore della Repubblica, è stato accusato di aver trasformato un ovile intestato a sua suocera in una villa). Sono arrivate le ruspe, sono andati giù alcuni scheletri, ma non tutto potrà essere demolito. E la soluzione potrebbe essere quella di considerare gli attuali proprietari delle villette come dei possessori a termine di un bene che, tra trenta o sessant’anni, diventerà patrimonio dello Stato.

Ma mentre si discute qualcuno prova a ragionare. L’obiettivo, spiega Barbera, è quello di rovesciare l’immagine che molti, troppi agrigentini coltivano della Valle, con quei vincoli rigidissimi, imposti nel 1968 dai ministri Mancini e Gui due anni dopo la frana che sconvolse la città (vincoli che segnano un passaggio importante nella storia dell’urbanistica italiana e del corretto uso del territorio). L’immensa area dove sorgeva l’antica Akragas è sempre apparsa come una meraviglia, ma anche come un’ossessione, come una zona inviolabile e sacra e per questo come un impedimento, un ingombro.

Nessuno sfruttamento intensivo sarà mai possibile. I vincoli resteranno intatti. Ma intanto una legge regionale del 2000 ha istituito il Parco della Valle, un parco "archeologico e paesaggistico", ed è imminente la presentazione di un piano d’assetto, una specie di piano regolatore dell’intera area (più di mille ettari). Il Museo del mandorlo e il Giardino della Kolymbetra anticipano ciò che il Parco si propone per l’avvenire: vale a dire la ricomposizione di un paesaggio agrario che è lo sfondo naturale, la cornice ambientale, ma anche il tessuto storico, il documento di una ramificazione culturale dei templi, concepiti proprio perché navigassero in uno spazio di colline e di poggi, fra terra e mare, in mezzo a piantagioni di ulivi e di mandorli e, nei terreni più poveri, di carrubi, fichidindia e pistacchi.

Nessuno più restituirà ai templi la quinta teatrale che li avvolgeva, ormai ricoperta da un muraglione di edifici - la moderna Agrigento. Ma i mandorli sono visti come l’elemento cardinale per il restauro di un paesaggio la cui qualità, racconta Barbera, è attestata dal V secolo avanti Cristo e ancora oltre, fino ai grandi viaggiatori settecenteschi. «Questo paesaggio», dice Barbera, «conserva i caratteri più tipici dell’agricoltura e dell’arboricultura che ha dominato in Sicilia almeno fino agli anni Sessanta. Ancora nel 1955 la superficie della Valle coperta da alberi raggiungeva il 45 per cento. Ma vent’anni dopo si scende al 30 per cento, segno di un’erosione incessante dovuta all’abbandono, al progredire dei terreni incolti e all’abusivismo».

Ma perché il mandorlo? «E’ una delle piante più importanti nell’agricoltura dell’isola. Non ha bisogno di tantissima acqua e fiorisce molto presto, adattandosi benissimo soprattutto in collina, dove evita le gelate». La pianta arriva in Sicilia con i Fenici, o forse più tardi con i coloni greci. La sua diffusione è abbondantemente attestata nel Medioevo, ma è fra Sette e Ottocento che trascina l’affermarsi dell’arboricoltura in tutta l’isola. Per l’intero XIX secolo e ancora fino a metà del XX il mandorlo è una pianta che si espande, sinonimo di un’agricoltura rigogliosa, attenta alla manutenzione dei terreni (le radici del mandorlo sono di ostacolo all’erosione) e ai valori paesaggistici: le piante sono disposte in filari, spesso affiancate da ulivi o da viti ad alberello, e i fiori, che spuntano da dicembre a marzo, vanno dal bianco candido alle gradazioni più diverse del rosa.

Le colline rivestite dai mandorli sfoggiano colori luccicanti. Secondo un altro viaggiatore settecentesco, Johann Heinrich Bartels, sembrano la Via Lattea, quando di notte è punteggiata di stelle. «Ora il pregiatissimo mandorlo siciliano è stato soppiantato da quello che arriva dalla California o da quello spagnolo», aggiunge Barbera. Nel 1960 quasi centomila ettari in Sicilia erano occupati da mandorli. Nel 1990 gli ettari erano trentamila. Il Museo serve come prezioso documento di biodiversità, attesta le centinaia di varietà sparse in tutta l’isola prima che la mandorla californiana piallasse ogni cosa. Ed è anche uno strabiliante repertorio lessicale, un rincorrersi di carrubedde, birzicuzze, agruse, azzoline, cunfittare, acitare, carcarazzare, chirucupare e dei tanti altri nomi che designavano lo scorrere minuto e faticoso della vita contadina.

(1 - continua)

C’è qualcosa di nuovo nel panorama, anzi di antico: il cemento armato. Disteso sulla pianura padana e lungo l’Appennino, a tonnellate, per disegnare il futuro ideale del viaggiatore, merce o essere umano (o entrambi) che sia: l’alta velocità.

Trattandosi di cemento, forse parlare di paesaggio suona un tantino blasfemo, ma il disegno della ferrovia veloce si dispone lungo linee sinuose, curve affascinanti, architetture potenti e aggressive ma non prive di grazia, come quelle specie di colonne doriche d’epoca titanica distese a una ventina di metri d’altezza a nascondere le montagne parmensi agli occhi di chi smadonna e scarbura sulla Via Emilia: sono le barriere antirumore fra cui sfreccerà, a mezz’aria, l’Eurostar dell’avvenire. E al diavolo i poeti e i passatisti: anche un fanatico demodé del cipressetto e del declivio verdeggiante non potrà negare che il maccherone metafisico color Milano coricato nella piana è bello. Bello: di una sua virile bellezza calcestruzza, montata su pilastri tanto eleganti da sembrare agili a dispetto del tonnellaggio. Linee poderose per descrivere un sogno: attraversare la penisola in poche ore e decongestionare il traffico micidiale che paralizza l’economia italiana e massacra le arterie degli italiani.

Un sogno che ha ormai dimensioni concrete, ben delineate nel piano e nelle cifre pubblicate da Tav spa, la società della Rete Ferroviaria Italiana (Rfi) dedicata all’alta velocità: sono già in costruzione circa 630 chilometri di nuovi binari sulla direttrice Torino-Milano-Napoli e sono in corso di progettazione linee ad alta velocità per 250 km fra Milano e Padova e fra Genova e la rete padana, attraverso il “terzo valico”. Non è tutto: a completare la rete andranno altri 250 km sulla direttrice Firenze-Roma, in corso di adeguamento, e oltre 750 km previsti da Rfi, che se ne assumerà direttamente la realizzazione: verso nord, fra Padova e Mestre (dove sono già in corso i lavori) e successiva mente attraverso i valichi alpini per potenziare i collegamenti con l’Europa; e verso sud, tra Napoli e Bari, tra Napoli e Reggio Calabria e verso Messina e Palermo.

A oggi, punta di diamante del progetto Alta Velocità è il cantiere della linea Torino-Novara, in procinto di essere consegnata alla Rfi dai contractor (il consorzio CavToMi, a guida Impregilo, società del gruppo Gemina); in primo luogo perché sarà la prima tratta a entrare in esercizio, se come sembra saranno rispettati i tempi previsti (30 ottobre 2005). Ce lo descrive, con il giusto orgoglio, l’ingegner Luciano Ciapponi, direttore generale del Consorzio: “È il cantiere più grande d’Europa, per uomini impegnati (fino a 6500) e per fatturato (dell’ordine di 130 milioni di euro). Ha comportato circa 5000 espropri, perché attraversa zone altamente abitate, ma complessivamente non abbiamo avuto più di 7, 8 ricorsi al Tar. Anche questo è un segnale dello scrupolo e della correttezza con cui si è proceduto”.

Al consorzio è anche toccata la realizzazione di 86 scavalchi autostradali, dato che la linea Tav corre parallela all’autostrada Torino-Milano, di nuove strade di accesso, e di due viadotti da innestare a Novara, dove l’autostrada è costretta dalla ferrovia a deviare il suo corso: un totale di 450 km di nuova viabilità. Anche se Ciapponi non lo dice, vale la pena di sottolineare che il tempo servito per i lavori - due anni e mezzo - è esatta mente la metà di quello che è stato necessario per le autorizzazioni: ingegnere batte burocrate 2 a l.

Se non il paesaggio, non c’è dubbio che al CavToMi stia a cuore l’ambiente. L’ingegner Lara Capitini, responsabile dell’impatto ambientale spiega: “Il cantiere taglia un reticolo irriguo complesso e delicato, con due zone critiche particolari: l’area delle risaie e, in prospettiva, il parco del Ticino. Per garantire la continuità dell’irriguo, abbiamo realizzato 420 tombini di dimensioni singolari, 2 metri per 2, per permettere ispezioni”. “Sono vere opere d’arte”, aggiunge Ciapponi, “almeno per un ingegnere, e ci permettono di ricucire l’ambiente, dopo il ‘taglio’ dei lavori”. Particolare attenzione è data poi al monitoraggio dell’acqua, all’atmosfera e all’impatto delle vibrazioni, oltre che alla gestione dei rifiuti. Nella speranza di offrire risposte convincenti alle mobilitazioni ecologiste che accompagnano l’intera storia del Tav. Eppure, almeno nelle intenzioni, l’intero progetto Tav dovrebbe avere una valenza ecologica, al di là dei problemi d’impatto ambientale causati dai lavori. La sua finalità reale, infatti, è decongestionare il sistema dei trasporti nazionali, il cui squilibrio in favore della rete stradale e del trasporto su gomma è evidente, ai limiti della catastrofe per costi ambientali, sociali ed economici.


L'immagine di "copertina" non è (abbastanza ovviamente) tratta da "D", ma era un implicito commento di Eddyburg al tema dell'articolo

Secondo i dati del ministero dei Trasporti, la curva del traffico su strada ha avuto un’impennata impressionante nel decennio scorso. Complessivamente, nel 2001, il 92,8% del traffico passeggeri totale interno si è svolto su gomma, contro il 5,6% su rotaia. Notevole lo squilibrio anche nel settore merci, con la quota dell’autotrasporto al 66,6%, seguita dal trasporto marittimo al 22% e poi dalla ferrovia (11,1 %). Il riequilibrio del sistema dei trasporti è fra i principali obietti vi di Rfi: alleggerire le linee esistenti e consentire la circolazione in condizioni di massima sicurezza di un numero di treni quasi doppio rispetto all’attuale. “Concepite secondo standard tecnologici all’avanguardia e in conformità alle direttive europee”, si legge nella presentazione del progetto Tav disponibile in rete, “le linee veloci saranno dedicate al trasporto di passeggeri e merci sulle lunghe e medie distanze”. “È più corretto parlare di alta capacità, che di alta velocità”, chiarisce Ciapponi: “Il sistema italiano differisce da quello francese che dedica l’alta velocità solo ai passeggeri: il nostro obiettivo è un trasporto misto su linee che garantiscono una velocità di progetto di 300 km all’ora e una velocità reale d’esercizio intorno ai 250 km all’ora. E se in questo modo eliminassimo il 30, 40% del tra sporto su gomma di lungo tragitto, avremmo grandi risultati ambientali”.

Ambizioni sulle quali provvede a spargere qualche dubbio Sergio Bologna , tra i massimi esperti italiani di trasporti, già consulente dei governi di centro sinistra, membro di Round Table 125, organismo di consulenza Ocse sui trasporti e di recente coautore del volume di riferimento in materia: European Integration of Rail Freight Transport edito dalla Conferenza europea dei ministri dei Trasporti. “Innanzitutto -spiega Bologna - le alte velocità sono poco adatte al trasporto merci: un cargo che aumenta la sua velocità da 80 a 120 kmh aumenta i costi di manutenzione del 40%. Inoltre l’alta velocità non è utilizzabile per molte merci deteriorabili o pericolose, come i materiali chimici. Ma è soprattutto l’analisi del traffico, a dirci che il trasporto trasferibile dalla strada alla ferrovia è una percentuale minima di quello attuale”.

Bologna cita una ricerca della Regione Emilia Romagna del 2002 (“finora la fonte più attendibile: i dati Istat, per esempio, considerano solo i camion italiani”) condotta at traverso 12 mila interviste a camionisti: vi si legge che 1’87% dei camion pesanti (attenzione, non si parla di furgoni o veicoli commerciali), si muove su tratte inferiori ai 200 chilometri. Il 53%, poi, si ferma sotto i 50 km. “Il tra sporto su rotaia non è flessibile: prenotare un treno può richiedere fino a sei mesi”, aggiunge Bologna, “non è adatto a questo tipo di traffico. Ciò significa che nella migliore delle ipotesi la quota di trasporto su gomma trasferibile alle ferrovie è del 17%”.

Il Tav non offre dunque grandi vantaggi? “Non esageriamo, i progressi potrebbero essere notevoli: liberando le linee secondarie dal trasporto passeggeri”, secondo Bologna, “sarà possibile una maggiore organizzazione”. I convogli merci viaggiano oggi a una velocità media di 18 chilometri l’ora, più o meno come un rompighiaccio in servizio oltre il circolo polare: la causa è la precedenza obbligatoria dovuta ai convogli passeggeri. Il Tav, correndo su rotaie proprie, eliminerebbe almeno questo inconveniente. In ogni caso, alla faccia degli “standard tecnologici”, il trasporto su gomma resta un nodo difficilmente risolvi bile con i progetti della nuova ferrovia. Appena si parla di merci si incontrano i veri problemi, tanto che lo stesso Amministratore delegato delle ferrovie Elio Catania individua nel settore Cargo, definito dal Sole 24 Ore “una zavorra capace di trascinare a fondo Trenitalia e tutto il gruppo”, il punto cruciale del suo piano di risanamento. Catania individua nello sviluppo della logistica come capacità di integrazione di diverse modalità di trasporto, di fare alleanze anche internazionali, di realizzare infrastrutture (valichi, porti, terminali) il fronte della sfida per il risanamento di Trenitalia (obiettivo il pareggio di bilancio anticipato al 2006). E a fare in parte le spese della “ottimizzazione” dell’ Amministratore delegato sarà proprio il sogno dell’alta velocità: a fronte dell’accelerazione dei lavori sulle tratte Torino-Novara e Roma-Napoli, resta infatti incerto il destino dei finanziamenti per le non meno strategiche linee Milano-Verona-Padova e Milano-Genova. Con tanti saluti ai decantati destini strategici del “corridoio 5” attraverso il norditalia e del “corridoio dei due mari” fra Genova e Anversa.

Come dire che l’alta capacità rischia di somigliare al comunismo: il paradiso delle generazioni future, l’inferno di quelle presenti. Tanto più se, come è lecito supporre, le cifre già drammatiche del trasporto stradale dovessero aumentare fra qui e il 2012 (entrata in esercizio prevista dell’Alta capacità MilanoPadova): un calvario di cantieri autostradali, ritardi sulle linee, carenze di servizio, che viene raccontato con sempre maggior frequenza sui giornali alla voce “rivolte dei pendolari”. Siamo disposti al sacrificio, in nome di un futuro che renda integrato e competitivo in Europa il sistema del trasporti italiano? Certo che sì, anche se qualche problema emerge anche nell’ipotesi del paradiso della Tav realizzata. “La vera criticità - avverte ancora Sergio Bologna - è la questione dei terminal: una volta liberate le linee e snellito il trasporto su rotaia non avremo dove ricoverare i treni. Il desiderio di avere più merci su rotaia, si traduce nella necessità di costruire più terminai: in questo senso la situazione è destinata ad aggravarsi”. In effetti per le operazioni di carico e scarico di un grande convoglio merci possono essere necessarie anche sei ore. Non solo, è ormai acquisito che il trasporto intermodale (trasporto di container che possono essere trasferiti su diversi supporti: rotaia, gomma, acqua) supera ormai quello convenzionale (treni merci): e questo richiede terminali adeguati. Rfi ne prevede tre, nelle aree di Milano, Roma, Napoli, ma non si sa per quando. “La Germania - dice Bologna - ha lo stesso tipo di problemi che abbiamo noi, legati a un sistema industriale diffuso sul territorio che intasa la viabilità. Ma si è attrezzata, e oggi ci insegna ciò che avremmo potuto fare: potenziare i porti con infrastrutture ferroviarie. Fra il 2000 e il 2002 Amburgo, ma anche Rotterdam e Anversa, hanno costruito megaterminal da 55, 60 treni al giorno. E con questo hanno sottratto al nostro Paese quello che doveva essere il suo business naturale, il traffico dal lontano Oriente. Dalla Cina arrivano navi da 5000 container: bene, o c’è qualcuno che li porta via in fretta, e solo il treno può farlo, o i porti si intasano. In questa situazione, per le navi che escono dal canale di Suez fermarsi nei nostri porti è impossibile. Per non perdere tempo gli conviene sobbarcarsi altri 5 giorni di navigazione e puntare al mare del Nord”.

Mentre la politica italiana nutre i cittadini con l’idea dei “corridoi” e sogna soluzioni a 300 kmh, il mondo si sta in somma attrezzando in un’altra direzione. È giusto credere che l’Alta velocità, o Alta capacità che dir si voglia, sia una delle misure indispensabili per risolvere il grande ingorgo che è diventata l’Italia. Ma senza dimenticare la legge ricorsiva che il matematico Douglas Hofstadter formulò così: “Ci vuole sempre più tempo del previsto, anche tenendo conto della legge di Hofstadter”.

Titolo originale: Practice What You Teach?Traduzione di Fabrizio Bottini

Anni fa, da studente specializzando alla University of Southern California, avevo apprezzato una presentazione di un professore esterno sul problema dei senza casa nelle città, e il ruolo della pubblica amministrazione. Così, nonostante fossi piuttosto consapevole dell’essere nuovo agli Stati Uniti, andai a trovarlo in ufficio per discutere l’argomento in modo più approfondito, e chiedergli come poteva conciliare i problemi quotidiani degli homeless con la sua personale agiatezza, visto che questa agiatezza era tanto strettamente legata alle ricerche e conferenze sui senza casa. Mi rispose che spetta al singolo individuo tracciare la linea che separa la vita personale dai problemi sociali.

In un certo senso, la risposta di quel professore è il problema etico e filosofico con cui mi sto misurando fin da studente: come posso tracciare una linea di separazione fra i problemi sociali e la mia vita? Essendo cresciuto in India, mi sono sempre sentito impacciato e a disagio quando innaffiavamo il nostro giardino, e persone senza casa se ne stavano fuori dallo steccato sperando di raccogliere una o due ciotole di acqua. Mangiare caramelle alla stazione mentre bambini denutriti chiedevano l’elemosina per mangiare, era un altro evento che provocava sensi di colpa.

Ripensando a queste cose, trovo piuttosto divertente il fatto di aver creduto di trovare risposte a domande del genere nell’università. Sono passati molti anni da quando ho preso il mio dottorato, e ora come professore abitualmente tengo lezione, discuto, faccio ricerca su problemi sociali. Non solo devo ancora trovare risposte chiare a tutto, ma continuano anche a spuntare nuove domande, e sto ancora cercando quella “linea”.

L’ultima di queste domande è venuta da quando grazie ai nostri nuovi lavori io e mia moglie abbiamo comprato casa e ci siamo trasferiti da Bakersfield, California, a Eugene, Oegon. Comprare quella casa a Eugene si è trasformato in una magnifica lezione pratica sulla linea che separa il dibattito accademico sul New Urbanism e la mia vita personale.

Il nuovo urbanesimo raccoglie i modi di pianificare e realizzare quartieri urbani che promuovano un senso comunitario. Questo significa che, per esempio, i garages per le auto stiano dietro le case in modo che si de-enfatizzi l’uso dell’automobile e i quartieri siano più facilmente percorribili a piedi. Fino al luglio scorso, la mia esposizione al new urbanism avveniva attraverso le pubblicazioni di tipo giornalistico e professionale. In quanto esperto di trasporti, seguivo con attenzione problemi come lo sprawl urbano, o la smart growth, o la “LosAngelizzazione” delle zone urbane. Come professore universitario, insegnavo geografia urbana e pianificazione, discutendo con gli studenti gli stessi temi.

Ma le discussioni sul new urbanism non erano che esercizi accademici. Nello stesso modo in cui sono completamente separato, che so, dalla povertà in Etiopia o dal problema delle nanotecnologie, ero egualmente separato – a livello personale – dallo sprawl urbano e dal new urbanism. A dire il vero, qualche volta mi davo anche una pacca sulla spalla complimentandomi per quanto ero un osservatore obiettivo, per quanto stavo lavorando bene portando avanti una discussione equilibrata all’interno dei corsi. Poi mi sono impegnato attivamente con alcune organizzazioni locali che tentavano di partecipare alle decisioni urbanistiche a Bekerfield, Califirnia, e le ricerche che ne sono seguite hanno aumentato la mia comprensione dei problemi, ma i risultati erano ancora solo il frutto di un lavoro teorico.

Quindi, nel momento in cui abbiamo visto per la prima volta la casa che poi abbiamo comprato, io e mia moglie non ne sapevamo niente. Non che non fosse spaziosa; i poco meno di 200 metri quadrati erano paragonabili ai qualcosa più di 200 della vecchia casa di Bakersfield. Ma la casa del vicino era troppo vicina, e l’ingresso ai garages dietro le case era in comune. Le strade erano strette, solo due corsie. Praticamente non c’era spazio per il giardino: la casa sta su un lotto che non arriva a 500 metri quadri! In altre parole, casa e quartiere erano più o meno come gli esempi che si trovano su un manuale di new urbanism, e la cosa mi stava creando dei problemi.

Ad ogni modo, mia moglie ed io siamo tornati a vederla, quella casa, tentando di immaginarci lì dentro: sarebbe stato gradevole, sentire i vicini tanto vicini? Quanto sarebbe stato comodo, starsene seduti sulla veranda e scambiarci più di un cenno di saluto? Avremmo perso il senso di privacy? È abbastanza interessante, perché sono le stesse questioni che discutiamo con gli studenti a lezione, e che sollevano le critiche al new urbanism, sostenendo che i consumatori non accetteranno questo tipo di abitazioni.

Beh, comunque, anche se non ci siamo liberati del tutto dall’incertezza, abbiamo comprato la casa, che sta vicino al fiume Willamette: una bella differenza col quasi asciutto Kern, che passava da Bakersfield. Nel settembre 2003, abbiamo chiuso il contratto, e insieme a mia moglie (e al cane, ovviamente) ci siamo trasferiti nella nuova casa. È passato quasi un anno da allora, e non potremmo stare meglio.

Dopo due trimestri accademici, da quando avevamo comprato la casa, la scorsa primavera, lo sprawl e l’urbanistica erano due degli argomenti che trattavo al corso di geografia urbana. Ma stavolta, grazie all’esperienza personale col new urbanism innescata dalla nuova abitazione, ho dovuto accertarmi di essere davvero un osservatore obiettivo e di discutere tutti gli aspetti del problema senza mostrare preferenze personali. Verso la fine delle discussioni, ho iniziato a chiedermi se per la prima volta non avessi trovato davvero il punto dove tracciare quella magica linea, fra la vita accademica e le decisioni personali.

Ero piuttosto emozionato, e un tantino orgoglioso di questa sensazione di vittoria, fino a quando Katie dalla prima fila (naturalmente!) mi ha chiesto: “L’altro giorno io e Francesca stavamo parlando di lei, dottor Khé. Come mai non guida una piccola auto, ma una trangugia benzina come la Jeep Cherokee?”.

Per un attimo, mi è sembrato che la domanda di Katie mi avesse rispedito al punto da cui ero partito, studente, tentando di tracciare la linea che separa la discussione teorica e la vita personale. Ma la lunga pausa estiva mi ha aiutato a riconoscere che gli ardui dilemmi non finiscono mai; semplicemente cambiano forma, dai senza casa, al new urbanism, a qualcos’altro. E forse la vita accademica significa proprio questo continuo tentativo di tracciare la linea che separa le cose che insegno dalla mia vita.

Qui il sito Planetizen, con l'originale e moltissimo altro (fb)

Il territorio del Canavese si ripensa. In due modi opposti

Gli enormi spazi lasciati vuoti dalla crisi al centro di una mega-speculazione. Ma c'è chi non dimentica il modello olivettiano e si batte contro la sua cancellazione



Via Jervis rappresenta l'asse su cui si è sviluppato l'impero informatico Olivetti. Il palazzo originale, in mattoni rossi, oggi ospita uffici, soprattutto dell'Azienda sanitaria locale. A fianco c'è l'edificio a specchi voluto da Olivetti negli anni Cinquanta. In forte contrasto con quello in mattoni, a segnare la nuova filosofia dell'imprenditore piemontese che voleva la fabbrica dentro la città. Gli specchi rappresentavano la possibilità per lo stabilimento di guardare fuori e di essere guardata dall'esterno, in una nuova relazione osmotica con la città. Di fronte al nuovo edificio (oggi anche questo affittato a diverse ditte, da Vodafone a Wind) ci sono le costruzioni che ospitavano i servizi per i dipendenti, dalla biblioteca, all'infermeria, all'asilo. L'impero Olivetti oggi non c'è più. Inesorabile è stato il declino di quello che doveva essere il polo informatico italiano, fiore all'occhiello di un'industria nazionale che non era solo Fiat. Per molti versi, la crisi Olivetti ha anticipato quel che oggi sta accadendo alla Fiat. Anche a Ivrea rimangono i corpi delle vecchie fabbriche che sono stati riempiti da uffici d'altra natura, soprattutto pubblici.

Scarmagno addio

Nel 1996, Carlo De Benedetti, che aveva assunto il controllo dell'Olivetti nel 1978, ne deve gestire la messa in liquidazione. Per Ivrea e l'intero territorio del Canavese si tratta di un colpo durissimo. Migliaia di persone vengono licenziate utilizzando prepensionamenti e mobilità, altre migliaia, tecnici e dirigenti, trovano altrove una nuova collocazione. E' la scomparsa di una comunità di lavoratori, competenze, saperi che oggi sembra vivere le sue convulsioni finali. Per ironia della sorte, a Scarmagno (in quello che fu lo stabilimento modello della Olivetti) i pochi computer che si continuano ad assemblare hanno il marchio dei taiwanesi della Acer, ma la fabbrica è sull'orlo della chiusura. Percorrendo via Jervis, dunque, si attraversa la storia di questo polo industriale ormai scomparso. Nevio Perna, dipendente in mobilità della Getronics, ci fa da cicerone e racconta una città, un territorio che continuano a cercare di risollevarsi dalla crisi. Ma, dice, l'idea di città e di sviluppo possibile a cui lavorano le amministrazioni comunale, provinciale e regionale è assai diversa da quella che hanno in mente lavoratori, movimenti, associazioni. Il vuoto lasciato dalla grande industria, come nel caso di Torino, sembra popolarsi di speculazioni immobiliari, di opere infrastrutturali per velocizzare i trasporti, di paradisi artificiali dei consumi. E' emblematico che la Multiservice, società di proprietà della Pirelli che gestisce il patrimonio immobiliare della ex-Olivetti, sia coinvolta in due delle operazioni economiche più significative: la trasformazione dell'area ex-Montefibre in una zona residenziale cinicamente battezzata «il quarto quartiere olivettiano» e il progetto di Millenium Park, ovvero un parco a tema che dovrebbe sorgere su un'area poco lontana (7 chilometri) da Ivrea, ad Albiano (paese di 1.700 abitanti). Si tratta di un'area vastissima, 600mila metri quadrati. Una zona agricola lungo la bretella che raccorda l'autostrada Milano-Torino con quella per la Valle d'Aosta, in cui domina l'anfiteatro morenico della Serra. Un'area omogenea e regolare, campi, filari, canali, cascine isolate, centri abitati presidiati dai loro castelli (Masino, Albiano, Bollengo). Un'area, chiarisce Agostino Petruzzelli di Legambiente, che però è una zona di ricarica delle falde ed area di esondazione del fiume Dora Baltea. Difficile edificare dunque.

La proprietà dei terreni è per 500 dei 600mila metri quadrati di estensione, della Olivetti Multiservice. Che l'ha ceduta in cambio del 10% del progetto Millenium, alla società Mediapolis spa, nata a Torino nel 1991 come società di servizi qualificati nel campo della progettazione. Due nuove società saranno create da Mediapolis, in partnership con operatori dei due settori, per la gestione delle due aree a conduzione diretta di Mediapolis: il parco a tema e l'e-business. Le altre aree (centro commerciale, albergo, cinema multisala) saranno cedute a operatori dei tre settori specifici e gli investimenti relativi saranno a loro carico. Dal 1998 il presidente di Mediapolis è Gianni Zandano, ex presidente dell'Istituto Bancario S. Paolo di Torino. Il progetto Millenium è assai vago. Il parco a tema ha assunto negli anni varie forme. Parco della comunicazione, dello sport, delle nuove tecnologie fino all'ultima idea, quella di un museo del rock & roll. La vaghezza del progetto non sembra preoccupare le amministrazioni pubbliche locali e la regione che continuano a sostenere l'idea e soprattutto, non scandalizza il fatto che per la messa in sicurezza del sito serviranno ben 26 milioni di euro, tutti soldi pubblici.

Secondo le associazioni ambientaliste (che hanno presentato ricorso al Tar contro l'avvio dei lavori di costruzione, visto che il terreno è esondabile), il Social forum di Ivrea, la Fiom, pezzi di Ds, i consiglieri regionali di Rifondazione, Verdi e Comunisti italiani, il parco a tema serve da copertura per la costruzione dell'ennesimo centro commerciale . Un centro commerciale da 60.000 metri quadrati che molti vorrebbero diventasse l'unico (non)luogo di aggregazione possibile per milioni di persone (11 all'anno, si dice). Dove la gente si sfiora, forse si guarda, di certo non comunica, ma altrettanto certamente finisce con il consumare. I centri commerciali sono patria di negozi, cinema, ristoranti, bar. Diffusi negli Stati uniti e in Gran Bretagna, stanno prendendo piede (con alterne fortune) anche in Italia. Il parco a tema è una variante dello shopping centre secco (consumare divertendosi, la filosofia che lo sottende). Quello di Ivrea dovrebbe costare 170 milioni di euro. Per le due aree sviluppate e gestite direttamente da Mediapolis, l'investimento previsto è di 75 milioni di euro, coperti, oltre che dal capitale proprio, dalla cessione delle altre aree di attività (albergo, cinema, centri commerciali), da contributi e finanziamenti pubblici (Ue e Bei.) e da finanziamenti bancari. «Il progetto - dice Nevio Perna - è stato ammesso a un contributo di circa 6 milioni di euro a fondo perduto dal Patto territoriale del Canavese». Anche i dati relativi all'occupazione sono estremamente vaghi: si parla di circa 1000 posti di lavoro. In realtà, gli unici dati documentati indicano un massimo annuale nel mese di luglio di 350 occupati a bassa qualificazione nel parco a tema, con possibilità di lavoro offerta «agli studenti universitari per guadagnare qualcosa». I lavoratori qualificati sarebbero invece una quindicina.

Scegliere la qualità

Quella parte di territorio che non ci sta a un futuro di domeniche da trascorrere al centro commerciale non si limita a criticare il progetto ma propone alternative concrete. «Il sindacato - dice Federico Bellono della Fiom - non fa altro che rincorrere le molte aziende in crisi che provengono dal mondo dell'informatica. Ma non si potrà evitare la perdita delle uniche medie imprese del Canavese se non si rilanciano politiche industriali forti che tengano conto del patrimonio di conoscenze ancora esistenti sul territorio». La prima necessità è quella di arrestare lo svuotamento industriale e lo spostamento di attività verso Milano (ultima di una lunga serie è la richiesta della Wind). Cioè, cercare di fermare questo svuotamento del territorio di lavoro qualificato lasciando i call center. Sindacati e associazioni non pensano certo al metalmezzadro olivettiano, quanto a un rilancio per esempio, del settore agricolo nel canavese. «Puntare sull'agricoltura rinnovata - dice Perna, che fa anche parte di un Gruppo di Acquisto Solidale - per una produzione di qualità, magari partendo dal biologico. Capace di arrestare il dissesto del territorio e quindi di valorizzare le risorse naturali di un'area, quella dell'anfiteatro morenico della Serra, che costituiscono un patrimonio unico di biodiversità, oggi in grave pericolo. Pensare al futuro oggi significa innanzitutto ricucire il rapporto tra economia, ambiente e società a partire dai luoghi. Occorre un'inversione dello sguardo proprio a partire dal territorio, dall'ambiente e dalle persone». La strada è tutta in salita, ma al traguardo c'è il futuro del territorio. E non tutti sono disposti a rinunciare a dire la loro su come si potrà vivere nei prossimi anni.

Nota: qui il pezzo di Eddyburg sul parco a tema Mediapolis, e relativi links (fb)

Recensione a: The Drive-In, the Supermarket, and the Transformation of Commercial Space in Los Angeles 1914-1941, MIT Press, Cambridge, Mass., London 1999 – traduzione di Fabrizio Bottini

”L’architettura commerciale americana” osservava Richard Longstreth più di dieci anni fa “sta solo cominciando ad essere compresa”. Se oggi ne cogliamo i contorni con qualcosa in più di una nascente profondità, è certamente in gran parte merito dello stesso Longstreth. In particolare, il suo ultimo lavoro su Los Angeles merita speciale attenzione, perché rappresenta uno sforzo maturo e imponente per capire l’ambiente costruito entro il quale gli americani hanno comprato e venduto beni e servizi. L’altro lavoro di Longstreth, Dal centro città al centro commerciale regionale: l’architettura, l’automobile e il commercio a Los Angeles, 1920-1950, fu pubblicato due anni fa, e ora è seguito da questo Il Drive-In, il Supermarket, e la trasformazione dello spazio commerciale a Los Angeles, 1914-1941. Come il volume precedente, anche questo è enciclopedico per quanto riguarda la ricerca, e acuto nel distillare i risultati di questa ricerca: un lavoro indispensabile, un grande contributo alla storia dell’architettura, da considerarsi come una aggiunta alla storia delle città e dei suoi suburbi d’America.

Il Drive-In esplora come il fare la spesa arrivò, negli anni Cinquanta, ad essere strutturato precisamente, coordinato secondo due tipi di esperienza spaziale: quella dello spazio esterno di un parcheggio, e quella dello spazio interno di un’area commerciale, esse stesse via via definite nel corso di circa quarant’anni, a partire dagli anni Dieci, e solo dopo la Seconda Guerra Mondiale pienamente riconciliate, con l’avvento dello shopping center. Lo studio di Longstreth è, ed è importante sottolinearlo, contemporaneamente tipologico e genealogico; identifica tre forme di architettura commerciale alle quali lo shopping center deve qualcosa, e le considera separatamente, dedicando un capitolo a ciascuna, e procedendo più o meno cronologicamente con ciascuna nuova forma architettonica.

Il libro comincia con una considerazione di quanto denominato negli anni Venti “ super service station”. Il suo predecessore, il comune distributore di benzina, rappresentava già un “lavoro rivoluzionario” perché alterava lo “schema a saturazione del lotto, orientato alla strada, che definiva chiaramente il confine fra spazio pubblico e privato, verso un altro in cui lo spazio era continuo, la separazione fra i due ambiti minimamente percepibile, e l’edifico vero e proprio un oggetto nel mezzo dello spazio, ad occupare solo una frazione dell’insieme” (p. 8). Là dove la stazione di rifornimento trafficava solo in benzina e olio, la super service station offriva una varietà di servizi automobilistici, comprese “ auto-lavanderie”. Per dirla con Longstreth, “Il servizio all’automobile entrava così nel campo del commercio moderno come attività integrata” (p. 10).

Entro la metà degli anni Trenta, le grandi compagnie di carburanti e pneumatici avevano costretto la super service station, di solito proprietà di un operatore indipendente, ad una versione condensata di sé stessa, ma nondimeno essa aveva stabilito un precedente, nell’incorporare l’automobile nel progetto di una struttura commerciale. Il secondo capitolo di Longstreth continua il racconto con un’analisi di quello che verso la fine degli anni Venti inizia ad essere chiamato il “ drive-in market”. Con un piazzale anteriore dove gli automobilisti parcheggiano, e un edificio a forma di “L” sul fondo, dove i clienti possono scegliere fra vari negozi alimentari, il drive-in market spesso si localizza ad un angolo tra due strade, per avere una certa visibilità. Se nel caso della super service station il piazzale costituiva lo spazio “principale” sperimentato dai clienti, quello del drive-in forma “una zona intermedia, il luogo da cui la gente può entrare nell’edificio da molti punti” (pp. 46-47). Una volta superato il lungo fronte aperto, ed entrati nell’edificio, dove i punti vendita si fondono l’uno con l’altro, i clienti sono portati a sentirsi più liberi che se stessero facendo acquisti negli spazi “cavernosi e limitati” di un tradizionale grocery store (p. 45).

Questo senso di libertà raggiunge la propria penultima espressione nel terzo tipo di architettura commerciale trattato da Longstreth: il supermarket. In questo caso la Ralph Grocery Company emerge come pietra di paragone. Con il suo negozio su Wilshire Boulevard, aperto nel 1928, Ralph “crea un nuovo tipo di spazio alto, imponente, ma non gerarchico e che induce al passeggio, consentendo ai consumatori di scegliersi il proprio percorso di spostamento, e i propri acquisti. In nessun caso, prima, uno spazio commerciale tanto vasto era sembrato percettivamente così aperto e liberatorio” (p. 92). Nella quantità dei suoi reparti, nella natura dei suoi modi di vendita (centrati sui grandi volumi, i generi a basso prezzo e il self-service), nel progetto dei suoi parcheggi e negozi, Ralph era davvero notevole. Ma forse, Ralph fornisce solo l’esempio più visibile di un impulso, un impulso che cerca di farsi strada lungo tutto il racconto di Longstreth: presentare Los Angeles come eccezionale, rivendicandone il ruolo di vivaio di una costellazione di prototipi per l’America del Ventesimo secolo. Naturalmente, LA si è davvero dimostrata particolarmente influente in molti modi, durante questo secolo, e Longstreth ne ha convincentemente illuminata una non piccola frazione. In più, ha magnificamente contenuto l’impulso all’eccezionalismo che molti, se non tutti, i losangelini provano di tanto in tanto. Ma l’impulso non è stato contenuto del tutto. All’inizio del capitolo su supermarket, si afferma che questa forma di spazio commerciale ha ricevuto “un maggiore contributo nell’area metropolitana di Los Angeles, che in ogni altra parte del paese”, riconoscendo allo stesso tempo come “strutture che saranno prototipi chiave per il supermarket emergono in modo indipendente in parecchie città durante gli anni Venti” (p.79). Alla fine del capitolo, Longstreth propone una formula leggermente diversa: “I precedenti della California meridionale sono probabilmente i più importanti per la definizione del tipo, mentre si avvicinava alla maturità nei primi anni Quaranta. Comunque, gli eventi catalizzatori che spingono il supermarket sotto i riflettori dell’attenzione pubblica in tutto il paese, non hanno luogo né a Los Angeles, né a Houston, dove esisteva il più importante prototipo, ma nell’area metropolitana di New York, dove non si conosceva niente del genere prima della Depressione” (p. 121). Le linee delle influenze tracciate dal Longstreth possono certo essere contestate, ma qui vorrei contestare semplicemente i modi di questa influenza: ovvero, il linguaggio a base di superlativi che ha saturato lo scrivere su Los Angeles. Se un linguaggio di questo tipo sembra preoccupare molto meno – o in effetti, distrarre – gli storici di altri luoghi, sembra però ostacolare una maggior comprensione di Los Angeles.

Il Drive-In

Né i pensieri e le sensazioni degli americani riguardo ai luoghi e spazi che abitano non saranno più gli stessi. Ma, per quanto la divisione fra interno ed esterno scorra lungo tutto lo studio di Longstreth, il mondo interiore di idee e valori che hanno imbevuto di senso le esperienze degli americani negli edifici commerciali, non riceve molta attenzione. Occasionalmente Longstreth si infila in queste idee a valori, a volte in modo suggestivo, come quando cita le conclusioni di un losangelino, secondo cui “Sta diventando una cosa tanto gradevole, andare al mercato, che molte donne che non sono mai state entusiaste dei lavori di casa dovranno tra non molto cedere all’incantesimo” (p. 93). Nel capitolo finale del libro, comunque, potemmo chiederci se Longstreth abbandona la natura fluida del senso storico, a favore della sua tipologia preferita, visto che sembra insistere sulla distinzione fra il drive-in e lo shopping center pur ammettendo che “la distinzione tra i due non sembra grande, secondo molti osservatori. Carl Feiss, architetto e urbanista, allora professore alla Columbia, non era probabilmente l’unico a descrivere i complessi di mercato drive-in a Washington, D.C., come tipi di shopping centers” (p. 159).

Comunque, Il Drive-In troverà certamente uno spazio sugli scaffali dello storico dell’architettura e, più in generale, degli storici delle città e suburbi d’America. Insieme a City Center to Regional Mall, ci si presenta come niente di meno che una grande opera.

Nota: per un confronto, si veda ad esempio un'altra recensione riportata su Eddyburg, molto più attenta agli aspetti di uso sociale degli stessi spazi, "consumati dallo shopping". (fb)

Bologna e Firenze sono le due città più importanti, tra quelle in cui si voterà in giugno. Ed è molto interessante che, in modo rovesciato nell'una rispetto all'altra, si faccia avanti, un po' spintonando, il tema della partecipazione, come alternativa effettiva al modo in cui le sinistre hanno governato (e perduto, come a Bologna) queste due città. Si chiama «Cantieri solidali» la lista promossa nel Quartiere 5 di Firenze dalla Comunità delle Piagge, in una periferia in cui agisce da anni don Alessandro Santoro, con molta altra gente, per ricucire «dal basso» una socialità umiliata. Il capolista è uno studente di vent'anni. Roba marginale, si dirà. E invece le Piagge sono solo uno dei rivelatori di quel che, dal Forum europeo del novembre 2002, si è andato creando in città. Non solo il Forum sociale e il Laboratorio per la democrazia, ma, ad un certo punto, il Forum per Firenze, che riuniva associazioni, partiti del centrosinistra (tutti) e singoli cittadini, si sono posti il problema di come cambiare la Firenze del traffico impazzito, dell'inceneritore gigante alle porte, del tunnel dell'alta velocità ferroviaria sotto i piedi e della privatizzazione della gestione dell'acqua, solo per citare alcuni problemi. Tanto da elaborare, in dieci tavoli di lavoro, un vero e proprio programma.

Il sindaco, Leonardo Domenici, si è tappato le orecchie. Così ora la lista «Unaltracittà - unaltromondo», che ha per candidato sindaco Ornella De Zordo, del Laboratorio per la democrazia, e che è affiancata da Rifondazione, sfida l'Ulivo. Non per mettere in dubbio la rielezione di Domenici, che peraltro sta reagendo in modo aggressivo (D'Alema ha accusato la lista di essere «un partitino» dei «professori»), ma per affermare la necessità urgente di una democrazia di tipo nuovo, con riferimento esplicito al Nuovo Municipio, la rete di amministratori, ricercatori e associazioni che promuove la «democratizzazione della democrazia» attraverso il bilancio partecipativo e altre forme di partecipazione ( www.nuovomunicipio.org).

Sergio Cofferati, candidato a sindaco di Bologna, ha guarda caso, qualche giorno fa, incontrato rappresentanti della Rete del Nuovo Municipio, e ha poi commentato: «A Bologna vanno immaginate nuove modalità di partecipazione che recuperino l'antico civismo e sappiano al contempo valorizzare le energie nuove... Ad esempio, penso che nella nostra città i bilanci amministrativi e le politiche gestionali dovranno essere costruiti con la partecipazione diretta dei cittadini. Un obiettivo che presuppone di operare su scala metropolitana, per un verso, e dall'altro sulla base di municipi pensati come nuova dimensione e identità del quartiere... una dimensione che favorisca la partecipazione e costruisca senso di comunità».

Queste parole saranno da ricordare, certo, quando Cofferati sarà sindaco. Ma che non nascono dal nulla. Per citare solo due esempi, il gruppo di urbanisti che si chiama Compagnia dei Celestini da anni lavora a un'idea di città non imposta dal mercato e co-progettata dai cittadini (e uno dei Celestini, Marco Guerzoni si candida al comune); e la Camera del lavoro, guidata da Cesare Melloni, ha assunto, nell'assemblea programmatica del gennaio scorso, le proposte del Nuovo Municipio.Molti altri casi di questo tipo esistono, e su Carta li stiamo esplorando. Come la lista NoTav, in Val di Susa, resa necessaria dal fatto che tutti i partiti sono a favore del demenziale tunnel dell'alta velocità che distruggerebbe la valle; o il centrosinistra che, alla Provincia di Milano, comprende in sé le molte esperienze di partecipazione dei comuni dell'hinterland, come Pieve Emanuele; o il «programma partecipato» assunto dalla candidata di Arezzo, che prevede la ri-pubblicizzazione dell'acquedotto, tra l'altro.

Insomma, il «candidato» da votare è il Nuovo Municipio, per essere contro Berlusconi, sì, ma senza tapparsi il naso

«Se avessimo dovuto farlo ora, non avremmo abbattuto niente, nessuna villetta, nessun abuso». Lo sguardo di Gerardo Rosanìa, sindaco di Eboli, si spegne nel vuoto, vaga sulle pareti del suo ufficio, poi torna a fissare un punto. «Quella stagione si è esaurita. E poi oggi chi me li darebbe i soldi per le ruspe e per alloggiare i militari?».’

Non è passato tanto tempo da quando i Caterpillar si avviarono verso la pineta di Eboli per demolire le prime 72 villette abusive che deturpavano il litorale. Ma sembra un secolo. La pineta è lunga otto chilometri e in alcuni punti è profonda anche 250 metri. Alle spalle corre la strada, davanti ha una spiaggia bianchissima e poi luccica il mare. Era il settembre del 1998. Ci vollero tre giorni per sbriciolare il cemento e il ferro. Le altre 328 casette vennero giù nel volgere di due anni. Fu girato un video che la sera venne proiettato sulla piazza di Eboli davanti a trecento persone. Molti applaudivano, si levò qualche fischio, forse indirizzato alle ruspe, forse a chi aveva violato con il cemento la quiete di quei pini, che erano di tutti. Altri stettero zitti e covarono i rancori nelle viscere.’

Eboli è un paese conosciuto dappertutto, nonostante il fatto che Carlo Levi, nel suo libro, non si sia occupato di Eboli, estremo lembo del mondo moderno, bensì di quello che c’era dopo. Rosanìa ha 45 anni, è alto, agita le lunghe braccia e si aggiusta il ciuffo che i capelli arruffati fanno scendere sugli occhi. E’ iscritto a Rifondazione comunista e guida un centrosinistra travagliato - e travagliate sono tutte le storie della sinistra qui nella piana del Sele, zona di bonifica, di agricoltura ricca e di miseria contadina, di boschi e di aree umide, di speranze industriali che si infrangevano, di lotte e di rivolte.’

Dopo aver abbattuto le quattrocento villette abusive è lui il custode della pineta. L’ha ripulita dai calcinacci, ha divelto le ultime palizzate, e ora sta avviando il risanamento. Hanno sistemato i pali della luce e attrezzato una pista ciclabile che dalla foce del Sele, dieci chilometri più a sud, porta fino a Salerno. In alcuni angoli sorgeranno oasi naturali, fazzoletti umidi dove ricondurre la fauna - uccelli, anfibi e persino pesci. Dopo una estenuante trattativa con la Regione Campania sono arrivati 18 miliardi di vecchie lire (ma Rosanìa ne aveva chiesti 40), e con questi si potrà ripascere la pineta, piantare nuovi alberi, attrezzare piccole strutture sportive.’

La pineta segna il limite tra il mare e la pianura. Come altre pinete costiere in Italia, racconta Maria Bellelli, un’agronoma che a lungo l’ha studiata, anche questa che scorre da Paestum fino a Pontecagnano fu impiantata negli anni Cinquanta «per stabilizzare le dune impedendo che avanzassero e per proteggere dai venti marini e dalla salsedine le colture agricole che sono all’interno». Questa striscia di verde brunito è dunque un bosco artificiale, prodotto di quelle imponenti opere di manutenzione di cui l’ingegneria italiana si vantava, prima di cercare la gloria solo attraverso cavalcavia e autostrade. La pineta segnava il compimento di un’altra immane opera, la bonifica realizzata negli anni Trenta sotto la direzione di Arrigo Serpieri – bonifica integrale, venne definita, perché oltre a prosciugare le paludi, fissò nuove forme del paesaggio rurale. La pineta chiudeva verso il mare questo gioiello dell’ingegneria idraulica e a sua volta veniva protetta da una duna che sfilava lungo la spiaggia e che tratteneva la salsedine.’

Con il passare degli anni, racconta Bellelli, la pineta venne abbandonata. E qui, dove le piante non venivano diradate e mentre il sottobosco si riduceva, costruirono le villette. Proprietà del demanio e cioè di tutti, quindi di nessuno e, come accade spesso in queste contrade, di chi per primo se l’accaparra. Quattrocento villette, alcune di buona fattura, la gran parte baracchette indegne di ospitare gli attrezzi agricoli. Qualche ristorante, lo spaccio, la bottega con le mozzarelle di bufala della piana.’

L’assalto iniziò negli anni Sessanta. Arrivarono da Napoli, da Salerno e dall’entroterra. Ma le occupazioni furono incessanti dopo che Eboli divenne il teatro della Grande Rivolta. Accadde nel maggio del 1974. Una faida interna alla Dc aveva dirottato verso l’Irpinia, lo stabilimento della Fiat-Iveco che doveva essere installato nella piana del Sele. Gli ebolitani bloccarono l’autostrada e i binari ferroviari. Per Rosanìa fu il battesimo politico: anche lui era sulle barricate, alla testa degli studenti liceali. Una nuova promessa, quella di collocare altri stabilimenti, li riportò alla calma. Ma nessuna industria si stabilì da quelle parti. La Dc perse onore e voti a vantaggio del Psi, che contava su uomini scaltri e intraprendenti. I socialisti crebbero in misura straordinaria, trasformando l’intera provincia in uno dei centri di irradiazione del craxismo (nel '57 avevano l’8 per cento, nell’’80 raggiunsero il 31; la storia della città è narrata da Gabriella Gribaudi in un libro del 1990, esemplare nel suo genere fra antropologia, sociologia e politica: si intitola A Eboli). Nel '76 Rosanìa si trasferì a Modena, dove si laureò in Economia. «In quegli anni scomparvero tanti antichi mestieri», ricorda, «sparirono falegnami, artigiani del rame, ferrai, ciabattini. Eboli perse il suo rapporto con la piana, gli ebolitani non lavorarono più la terra. I fondi agricoli servirono per costruirci le villette e dopo il terremoto dell’’80 il centro storico si svuotò». Rosanìa ritornò in paese nel 1982. Ma se ne ripartì quasi subito per la provincia di Bergamo, dove trovò un posto da segretario comunale. Eboli era cambiata. Alcuni si erano arricchiti e molti sognavano di seguirli. Gli ebolitani avevano scoperto il mare e con il mare avevano scoperto quant’era bella la pineta. Furono quelli gli anni delle occupazioni incessanti. Arrivò anche la camorra. Racconta Rosanìa che nella casa del boss Pasquale Galasso a Poggiomarino venne sequestrata una copia del piano regolatore di Eboli e lo stesso Galasso, che poi è diventato un pentito, si era costruito una villa intonacata di bianco, con i portici e gli archi. La villa è ancora qui, con il cancello sulla strada che porta a Battipaglia. Adesso ospita il Centro per la legalità Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Pochi a Eboli ritennero che quelle case fossero illecite. Ma una svolta si ebbe nel 1996, quando Rosanìa si candidò a sindaco appoggiato da una lista civica e da Rifondazione comunista. Suo avversario era l’Ulivo. In testa ai suoi programmi mise gli abbattimenti delle ville. E vinse. Partirono gli ordini di demolizione e vennero indette le gare d’appalto. Tutte le gare andarono deserte. Una volta concorse una sola impresa, offrendo un ribasso irrisorio, lo 0,05. Ma qualche tempo dopo il titolare telefonò al sindaco, sfoderò una solenne faccia tosta e disse: «Scordatevelo che veniamo a demolire».’

Rosanìa fu colto dallo sconforto. Le villette erano state sequestrate da un magistrato di Salerno, Angelo Frattini. Ma i proprietari continuavano ad abitarle. Uno spiraglio venne aperto dal prefetto che tutti consideravano una persona perbene, Natale D’Agostino: le demolizioni le avrebbe fatte l’esercito. Un primo intervento (siamo arrivati al maggio 1998) venne bloccato perché nel frattempo era franata la montagna sopra Sarno. Poi D’Agostino morì, ma anche il suo successore, Efisio Orru, era persona tenace. E così il 28 settembre del '98, all’alba, le ruspe militari arrivarono nella pineta e buttarono giù le prime ville. In piazza si festeggiò quando tutto era finito. Ma il sudore freddo di quei giorni Rosanìa sente scorrerlo al solo rievocarli. Intanto l’esercito demolisce, bontà sua. Ma le case le vuole trovare sgombre di tutti gli arredi. E del trasloco dovette occuparsi il Comune, che scovò un magazzino per sistemare mobili, tavoli e sedie a sdraio. Trovò gli alberghi dove alloggiare i soldati. Fece una convenzione coi ristoranti per fornire pranzi e cene. E alla fine, dissanguandosi, dovette pagare solo all’esercito un conto di 600 milioni.’

Per alcune ore non si ebbe notizia di una signora di settant’anni. Qualcuno sussurrò che poteva trovarsi sotto i calcinacci. Vera o falsa che fosse (falsa, per fortuna, la signora era nella sua casa di Battipaglia), la voce servì a tenere il sindaco sulla graticola, a fargli capire quale scarto separasse la gloria dalla galera. L’ultimo gruppo di case fu demolito in fretta e furia nel 2000: si sapeva che alle politiche avrebbe vinto Berlusconi e allora addio ruspe.’

Eboli sembrava avesse retto nello slancio degli abbattimenti. Ma poi i partiti si sono sfaldati, la maggioranza ha perso alcuni suoi pezzi. «Non so se arriveremo al 2005, quando scadrà il nostro mandato», confessa Rosanìa. Sono riemersi i rancori nascosti quella sera davanti al filmato delle ruspe. Nel nuovo piano regolatore, realizzato da Vezio De Lucia, si è bandito il cemento sul lido: gli stabilimenti devono avere solo strutture in legno. Si è indetta una gara perché chi aveva già uno stabilimento demolisse quello vecchio: in cambio avrebbe ottenuto la concessione per uno nuovo, ma in legno. Alcuni si sono opposti. Sono andati alla Procura della Repubblica e hanno denunciato Rosanìa per abuso d’ufficio e hanno persino insinuato che lui abbia favorito qualcuno a scapito di altri. Ora l’indagine è in corso. Tutte le sentenze della giustizia amministrativa hanno dato ragione al sindaco, che però si è visto perquisiti gli uffici dalla Guardia di Finanza. «Se dovessi abbattere ora non potrei più farlo», ripete Rosanìa, che per fortuna sua e della pineta, seppe cogliere l’attimo.

(2 - continua)

Titolo originale: The New American Dream Looks Familiar – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Il new urbanism sta prendendo piede a St. Louis, con nuovi progetti che riecheggiano temi delle città tradizionali.

Dall’ex campagna di St. Charles all’affollato Brentwood Boulevard, fino al vecchio centro di Kirkwood, i costruttori fanno a gara ad adottare i principi new urbanism.

L’idea, abbozzata negli anni ’80 come alternativa allo sprawl suburbano, è diventata la moda del momento. E gli esperti che osservano queste trasformazioni affermano che la tendenza è in crescita, sia qui che a livello nazionale.

Il concetto generale è quello di capitalizzare quanto c’era di meglio nei quartieri tradizionali.

Pensare a spazi compatti, con case vicine le une alle altre e alle strade, con vicoli di servizio e parcheggi posti sul retro, marciapiedi alberati che portano verso parchi, negozi, chiese, biblioteche, scuole.

”Se solo la gente prendesse in considerazione quello che c’è nei loro vecchi quartieri, capirebbe” ci dice Marina Khoury, project manager dello studio Duany Plater-Zyberk & Co. di Miami.

Questo studio di architettura e urbanistica, noto come DPZ, è stato pioniere del concetto di new urbanism, e ha collaborato a tre progetti nella regione di St. Louis.

Ma gli esperti stanno ancora dibattendo su quanto davvero certi progetti col marchio new urbanism rafforzino il nucleo tradizionale dell’area regionale, e frenino lo sprawl.

A St. Louis e altrove, costruttori che si autodefiniscono new urbanists stanno strappando foreste e ricoprendo terre agricole, e ci costruiscono nuove strade e fognature per i propri progetti.

A Richmond Heights, un’impresa vuole demolire un vecchio quartiere, spostando gli abitanti, per fare spazio a un insediamento new urbanism progettato per attirare nuovi residenti.

Ci sono anche degli ibridi. WingHaven a O’Fallon, Missouri, ha un centro cittadino e altri elementi new urbanism. Ma nella stessa città ci sono anche sistemi di strade a cul-de-sac, case di stile suburbano, e altre caratteristiche che i puristi aborriscono.

”Qualche volta si vedono progetti dove si è fatta metà della strada, usando alcuni elementi di new urbanism” dice Stephen Filmanowicz, portavoce del Congress for the New Urbanism a Chicago.

”Ma è comunque meglio del classico sprawl”, aggiunge. E anche se sta su spazi aperti consuma meno terreni, se la gente può andare a lavorare o a fare shopping a piedi ... fa parte dei nostri scopi”.

La vera questione

Due dei più grossi progetti in corso nell’area di St. Louis sono degli ibridi: i 600 ettari di WingHaven, della McEagle Development, con altri progetti da 150 per la vicina BaratHaven, o quello da un miliardo di dollari and su 900 ettari a Belleville.

La Tamar Properties sta realizzando la prima fase del quartiere di Belleville, Reunion, con alcune case in stile new urbanist vicino a un lago, con percorsi pedonali e ciclabili. Ma la maggior parte delle case sono di tipo classicamente suburbano.

New Town a St. Charles, su 320 ettari a nord della zona storica, è una faccenda diversa. L’ha progettata lo studio DPZ e la Whittaker Homes la sta costruendo come autentica comunità new urbanism.

”Non ci sono cul-de-sacs” ci diceil vice presidente della Whittaker, Tim Busse. “Mescoliamo le abitazioni per i vari livelli di reddito, e il 90 per cento degli abitanti starà ad un raggio di cinque minuti a piedi da un centro servizi di quartiere.

Come Seaside, Florida, il celebrato modello di centro new urbanism progettato da DPZ nei primi anni ’80, anche New Town a St. Charles si sta realizzando su aree libere.

E come Seaside, non è progettata per essere più densa dei soliti suburbi. Le case sono raccolte in gruppi attorno a centri di tipo urbano con negozi, uffici e servizi.

DPZ ha anche dotato New Town di un sistema di 95 laghi e canali a contenere lo scolo dell’acqua piovana, ed essere un carattere distintivo della zona. Alcune case si affacciano sull’acqua, con moli per barche in stile veneziano. Tutte le case, con prezzi da circa 100.000 a 500.000 dollari, sono al massimo ad una distanza di due isolati da un lago o da un canale.

Khoury della DPZ afferma che New Town è di gran lunga più efficiente del solito quartiere suburbano, che ha insediamenti separati, e poi centri per il commercio, e per gli uffici, e obbliga la gente ad usare l’auto per andare ovunque.

Busse ci dice che lui e il suo presidente alla Whittaker, Greg Whittaker, hanno discusso di come tentare un progetto del genere per anni.

”Ammiravamo Seaside” dice “e abbiamo avuto la sensazione che i tempi fossero a St. Charles, particolarmente coi prezzi dei terreni che andavano alle stelle ... Volevamo anche costruire qualcosa di diverso e più sostenibile”.

Busse ci racconta che quasi tutte le case del primo lotto (400 su 600) sono vendute. E il gruppo degli acquirenti è misto, e comprende “gente da Soulard e University City, che non pensavano avrebbero mai attraversato il fiume (per entrare nella St. Charles County) a comprarsi una nuova casa.

In-Fill

Nel frattempo, altri costruttori hanno portato il new urbanism ai vecchi quartieri. Stanno riempiendo spazi in aree degradate o in zone vuote, aggiungendo una varietà di nuove case, negozi, ristoranti e altre amenità.

L’obiettivo – un elemento importante per i nuovi urbanisti – è quello di rivitalizzare i vecchi quartieri.

”Non siamo contro l’edificazione in aree nuove, ma penso che in generale i nostri membri siano più soddisfatti di praticare lo infill” nei vecchi quartieri, ci dice John Norquist, un ex sindaco di Milwaukee, ora presidente del Congress for the New Urbanism.

La MLP Investments ha quattro progetti di questo tipo, in corso o pronti a partire, per l’area di St. Louis.

Chris Ho, vice presidente di MLP per il settore costruzioni, dice che il primo esempio di intervento è Station Plaza, nel cuore di Kirkwood. Lavorando con architetti di Suttle Mindlin a St. Louis, e con la Parker Associates di Tulsa, Oklahoma, la MLP sta costruendo 215 condomini ad appartamenti, 24 townhouses, negozi al livello strada e un ristortante affacciato su una piazza. I garages sono nascosti sul retro. Il quartiere si sta realizzando in una zona morta: il sito di un ex punto vendita Target, di fronte a City Hall.

A Florissant, MLP prevede altre abitazioni in stile new urbanism e negozi al pianterreno per rivitalizzare la storica arteria commerciale. A Creve Coeur, una cittadina senza un vero e proprio centro di tipo urbano, la MLP sta costruendo King's Landing. Situato ad un isolato dal municipio, avrà appartamenti con negozi al pianterreno. I marciapiedi metteranno in collegamento con la zona del municipio e gli altri negozi e ristoranti della zona.

A Brentwood, MLP pensa ad un insediamento più grosso, nella parzialmente abbandonata Hanley Industrial Court. Ci saranno “veri isolati urbani” dice Chris Ho, “residenze e uffici sopra negozi, un’arteria principale, ristoranti, piazze”. Sono previsti una multisala a diciotto schermi e altri negozi in un secondo tempo. Ho aggiunge che sta per arrivare una stazione del MetroLink, in modo che gli abitati possano “saltar su e andare a Clayton per lavoro, all’aeroporto, in centro”

Nella vicina Richmond Heights, la THF Realty ha proposto di rimpiazzare circa 200 case con un quartiere di abitazioni più alte, negozi, un albergo e uffici. È progettato in stile new urbanism attorno a un percorso attrezzato a verde, con vicoli di servizio dietro alle abitazioni. La municipalità ha chiesto ad altri costruttori di presentare proposte alternative.

Norquist, del Congress for the New Urbanism, dice che l’idea di abbattere un quartiere per realizzarne uno nuovo deve essere valutata attentamente, “specialmente visto che St. Louis ha già avuto abbondantemente la sua parte di demolizioni, di case di valore”. La demolizione “sembra controproducente ... ma potrebbe non esserlo se l’insediamento new urbanist aggiungesse valore alla città”.

Un progetto a sé stante

La Pace Properties Inc. sta lavorando a un progetto isolato, a Richmond Heights, di fronte alla St. Louis Galleria. Nella prima fase, Boulevard-St. Louis avrà un magazzino Crate & Barrel, Bombay Co. e altri negozi, un garage parcheggio e 74 appartamenti. Il terreno sta lungo Brentwood Boulevard, ma il progetto sarà affacciato verso l’interno, con una strada commerciale, una piazza, fontane e alberature.

Rob Sherwood, direttore operativo della Pace Properties, afferma che le corsie laterali aggiunte lungo Brentwood e la Galleria Parkway miglioreranno il traffico.Più tardi si aggiungeranno anche uffici, altri appartamenti, e forse un albergo.

Sherwood dice che la Pace segue i principi new urbanism. Questo insediamento dovrebbe rivitalizzare anche altri quartieri, ed è “un modo efficiente di utilizzare terreni di valore”.

John Hoal, professore alla School of Architecture della Washington University, ci dice che il progetto della Pace sembra più un insediamento commerciale con componenti residenziali, che un vero quartiere new urbanism.

Ma anche così “Stanno realizzando una ottima miscela di funzioni, un ottimo ambiente stradale ... e bisogna rispettare i costruttori che seguono qualcuno dei principi new urbanism”.

Caratteristiche del NEW URBANISM:

Nota: qui il testo originale (con un utile elenco delle imprese costruttrici sedicenti new urbanist) (fb)

Città e territorio sono pressoché scomparsi dalla riflessione della sinistra. Eppure nelle nostre città è in atto un processo di cambiamento che sta mutando il destino di intere fasce sociali. Il primo grande fenomeno riguarda la concentrazione della proprietà immobiliare nelle mani di pochi gruppi, complici le numerose leggi di alienazione del patrimonio pubblico. Qui ha origine la vertiginosa crescita dei valori immobiliari e il fatto che una fetta sempre più grande di popolazione non riesce a sopportare gli affitti né a poter accedere alla proprietà. Nel decennio tra i due ultimi censimenti abbiamo così assistito a un massiccio trasferimento di popolazione da tutte le città capoluogo di provincia verso i comuni delle cinture metropolitane dove i prezzi delle case sono più bassi. E' un fenomeno rilevante che ha coinvolto centinaia di migliaia di famiglie. E' del tutto evidente che il livello della qualità della vita di queste famiglie è peggiorato per la necessità di compiere lunghi spostamenti quotidiani per arrivare nei luoghi di lavoro.

Il secondo grande fenomeno in atto è l'inarrestabile restringimento del welfare che si riflette nella diminuzione dei servizi pubblici e nella progressiva privatizzazione di alcuni di essi. Chi può paga, mentre una parte della popolazione riduce il suo livello di vita. Il fenomeno riguarda ogni settore, dai trasporti pubblici alla scuola, dal verde alla sanità: la sicurezza sociale di interi ceti sociali si riduce poiché si basava su questa rete di servizi pubblici.

Infine il metodo delle decisioni. Nell'ultimo decennio una serie ininterrotta di leggi derogatorie consentono alla proprietà fondiaria di poter decidere ogni trasformazione immobiliare senza attivare procedure democratiche di approvazione. Tutto avviene in un oscuro dialogo tra poteri forti senza coinvolgimento delle popolazioni interessate. Un esempio per tutti: la discarica di Acerra è stata decisa dalla società privata cui era stata affidato lo smaltimento dei rifiuti. Eppure, invece di queste aberrazioni, si parla «dell'egoismo» degli abitanti. Sono convinto che il motivo del silenzio della sinistra sia rintracciabile nel fatto che una parte di essa è convinta che i problemi urbani vanno lasciati al mercato e non sia più necessario alcun intervento pubblico. Non è soltanto per opportunismo, dato che alcune di queste immobiliari si chiamano Pirelli RE: il problema è culturale. La destra sta cercando di chiudere una fase storica: è infatti in discussione alla Camera dei deputati una legge che affida addirittura - come nel caso di Acerra - la funzione di pianificazione ai privati. Sembrerà incredibile, ma una parte della cultura urbanistica di sinistra appoggia apertamente questa sciagurata legge. Il problema è dunque nella cultura con cui la sinistra saprà affrontare il tema della casa, dei servizi e della difesa della natura pubblica del governo delle città, del territorio e dell'ambiente. Nel comprendere che le città sono al centro di uno scontro di potere tra interessi ristretti e interessi diffusi. Nel perseguire - proprio a partire dalle aree urbane - l'obiettivo di mantenere livelli di uguaglianza e diffusione del benessere.

*Urbanista, Associazione Polis

L’articolo che segue, non descrive mai la forma dello spazio, e la lascia all’immaginazione, agli automatismi, alla conoscenza diretta del lettore. Credo che questa sia la sua forza. Non si tratta di un testo particolare, visto che racconta, in una città simile a tante altre, piccole storie familiari legate a un grande progetto urbanistico e sociale, gestito da una altrettanto grande agenzia pubblica per l’edilizia popolare. Siamo a Chicago, e potremmo essere – come si capisce da subito – anche a Londra, Parigi, Milano, ecc.

Ma la cosa più importante mi pare, appunto, il fatto che la forma dello spazio scivoli in secondo piano: sia skipped , per usare il termine con cui gli operatori sociali chiamano i soggetti usciti dalla visibilità. Non perché questa forma non sia importante, anzi a volte importantissima e vero caposaldo per la qualità generale della vita urbana, ma perché essa è solo una parte (e anche a volte, solo a volte, non importantissima) di questa vita.

Come ci raccontano le vive testimonianze delle solite madri-single -inquiline, c’è un’infinità di cose a costruire il neighborhood . Un’infinità di cose che non stanno (e perché dovrebbero starci?) nei disegni dei progettisti. Progettisti che, di conseguenza, hanno più o meno “fallito” non quando i loro luminosi corridoi puzzano di piscio e si incrostano di goffi graffiti, ma quando schizzi e prospettive nascono su tavoli distanti ed estranei – e magari non per propria colpa – alla domanda sociale su cui si sostengono. (fb)

Titolo originale Mixed tale for former residents of demolished CHA buildings – Estratti e traduzione di Fabrizio Bottini

Magari di recente stavate guidando lungo la Dan Ryan, avete guardato in su verso le torri che si allineavano sul lato orientale della superstrada, e vi siete accorti che non c’erano più, a parte tre.

O può darsi che foste diretti a sud sulla Lake, vicino a Damen, quando avete notato linde casette dall’aria suburbana, dove una volta c’erano le famigerate Henry Horner Homes.

Oppure, ancora, stavate girando fra la Quarantunesima e Prairie, e avete visto che quell’edificio di sedici piani non esiste più.

Dopo aver assimilato il nuovo panorama urbano, sorge una domanda: dove è finita tutta la gente?

La risposta è una complicata miscela di cifre, persone, e politiche di abitazioni pubbliche. Ognuna delle circa 6.000 famiglie che hanno lasciato le case popolari da 1999 ha la sua particolare storia.

Alcune stanno ancora cercandola propria strada, mentre altre hanno trovato la felicità in altri quartieri. E anche se può sembrare una sorpresa a chi ha sentito solo storie di orrori sulla vita nelle case popolari, molti degli ex abitanti ancora rimpiangono le loro case multipiano.

Cifre

Nell’ottobre 1999, c’erano 16.428 famiglie che vivevano nelle case della Chicago Housing Authority con regolare contratto, secondo i registri dell’agenzia. Fra allora e l’ottobre 2003, 6.372 famiglie hanno lasciato la CHA. Molte di queste, 2.434, hanno accettato gli Housing Choice Vouchers (buoni casa, n.d.t.) a finanziamento federale, secondo il programma già chiamato “Sezione 8”, e hanno cercato fortuna nel mercato privato. La maggioranza spera di ritornare in alloggi CHA nei quartieri a tipologie per redditi misti, in corso di costruzione o allo stadio di progetto.

Le rimanenti 3.938 famiglie sono uscite dalle graduatorie delle abitazioni pubbliche per molte ragioni, tra cui morte o sfratto. Ma la maggioranza della popolazione che non ha optato per i vouchers e che è uscita dalle graduatorie, è “scivolata via”, ovvero non ha dato alla CHA alcuna spiegazione per andarsene, o ha informato l’agenzia che se ne stava andando verso varie destinazioni, compresa la coabitazione presso familiari o conoscenti.

Le circa 2.000 famiglie che sono “scivolate via” o se ne sono andate, sono quelle che preoccupano di più gli operatori delle case popolari e per i senzatetto. È perché si tratta delle frange più vulnerabili, che possono aver rinunciato a navigare attraverso la confusa burocrazia CHA, specialmente nei primi anni del piano di trasformazione.

Se i funzionari della CHA affermano di poter ricostruire la condizione di tutte le famiglie, escluse 300, che hanno lasciato le case, dichiarano anche di non essere responsabili per il mancato servizio a chi non ha partecipato alle assemblee, firmato le richieste, seguito le procedure. “Offriamo servizi a moltissime persone” ci dice Meghan Harte, direttore dei servizi generali per gli inquilini “Sono servizi volontari, e dunque se vogliono trarne vantaggio, possono; se non vogliono, non vogliono”.

Ma gli impegnati nel settore, come Katherine Waltz, avvocato del Sargent Shriver National Center on Poverty Law, dicono che la CHA si sta lavando le mani delle persone vittime della determinazione dell’agenzia nel demolire le abitazioni multipiano senza attivare un’adeguata pianificazione e informazione.

”Le famiglie sono state trascinate in questa corsa alla rilocalizzazione e non hanno potuto muoversi in tempo ... o contrattare il proprio percorso dentro a questo processo” ci dice Waltz” Se ne sono andate e hanno rinunciato”.

L’avvocato Richard Wheelock, che rappresenta gli inquilini CHA, ci dice “per un gran numero di queste famiglie, credo che la CHA abbia l’obbligo di seguirle perché se ne sono andate a causa delle condizioni di degrado degli alloggi”.

Che ha studiato il piano, come l’osservatore indipendente della CHA, Thomas Sullivan, ha criticato l’agenzia per non aver attivato adeguati servizi in loco nei primi anni del piano. Nel suo ultimi rapporto Sullivan afferma che ci sono ancora problemi, ma nota significativi miglioramenti nell’informazione e negli investimenti.

Meghan Harte afferma che il nuovo sistema computerizzato di monitoraggio – che aiuterà l’agenzia a ricostruire i movimenti degli inquilini dentro e fuori i quartieri – sarà completato e attivato entro la prossima settimana.

Il gruppo di lavoro CHA ha in programma di far visita anche a tutte le famiglie che hanno approfittato dei vouchers – oltre ai servizi offerti da appositi consulenti – e ha raggiunto la meta con circa il cinquanta per cento dei nuclei, secondo Harte.

Ci può essere bisogno di più di un trasloco per le famiglie voucher, nel trovare l’abitazione più adatta. Harte riconosce che il primo spostamento può essere verso zone non lontane dal proprio quartiere.

”La gente deve muoversi in zone dove ha amici, dove frequenta la chiesa e ha relazioni”.

Persone

* Frances Savage sta davanti all’edificio ad appartamenti al civico 4000 di South Calumet, nervosa perché deve traslocare per la terza volta da quando è stata costretta a lasciare la sua casa alle Washington Park Homes nel 2001, dopo ventisette anni.

Si guarda attorno, al prato pieno di immondizia che, dice, è in parte causa dei topi nell’edificio, e scuote la testa. Non è come doveva essere. Le avevano detto che la vita sarebbe stata migliore, una volta lasciato l’appartamento.

Come altri inquilini CHA, Savage ha avuto la scelta fra trasferirsi in un altro quartiere dell’istituto, oppure cercare la sorte nel mercato con un voucher. Spaventata dalla prospettiva di trascinare i suoi quattro figli – due dei quali adolescenti – nei territori sconosciuti di un altro quartiere popolare, Savage è scesa in campo col suo voucher.

Nonostante la CHA dicesse di voler aiutare la gente a trovare un nuovo appartamento, Savage afferma che il sostegno dell’agenzia ha lasciato molto a desiderare. “Cacciavano la gente in posti orribili”, dice.

Trovò un appartamento all’isolato 5600 della South Michigan. Come la maggior parte degli inquilini CHA Savage, 37 anni, trova casa in zone dove scuole e occasioni di lavoro non sono molto migliori di quelle che ha lasciato. Nel 2003, solo il 3 per cento degli inquilini voucher si sono trasferiti in “zone di opportunità” con migliori scuole e ambiente.

All’inizio il nuovo posto sembrava “OK”, ricorda Savage, “ma le bande in zona stavano cominciando a reclutare membri”. Così in agosto si trasferì nell’appartamento fra la Quarantesima e Calumet, in parte anche perché le mancava il vecchio quartiere. Era tornata in territori familiari, ma scoprì subito cha la casa era infestata dai topi. Dice che si lamentò con l’amministratore, senza risultati.

Savage, che ha una invalidità per lesioni alla spina dorsale, aveva anche problemi economici. Le bollette del gas da 200 dollari al mese pesavano. Così quest’estate ha fatto i bagagli e si è spostata di nuovo.

In aggiunta agli altri problemi, alla signora Savage manca il senso comunitario delle vecchia casa multipiano, dove i vicini potevano tener d’occhio l’appartamento quando lei era fuori.

”In questi isolati la gente non guarda in faccia a nessuno” ci dice “Qui ho paura a uscire di casa”.

** Secondo Denise Campbell, ex inquilina delle Stateway Gardens, l’esperienza da quando ha lasciato il quartiere dove viveva dall’età di 11 anni, è stata “un vero inferno”.

Campbell, di 43 anni, è stata una delle ultime persone a lasciare l’edificio al 3737 di South Federal, nelle Stateway Gardens, e si ricorda ancora benissimo la sera dell’ottobre 2000 in cui i funzionari le hanno detto che insieme ai suoi quattro ragazzi avrebbe dovuto uscire immediatamente. “Arrivarono quel lunedì con un camion da traslochi e dissero: Signora Campbell, lei deve andarsene”. “Mettono semplicemente la gente fuori, senza che sappia cosa l’aspetta”.

I funzionari CHA riconoscono che ci sono stati problemi nei primi tempi delle demolizioni. Dopo una costante raffica di critiche e minacce di causa, molti riconoscono che il comportamento dell’agenzia è migliorato.

La prima destinazione della signora Campbell è stata la casa di sua madre, all’isolato 5900 di South Wabash. Aveva paura, perché sua madre aveva altri problemi, e lei non voleva interferire. Restò lì fino al dicembre 2000, quando trovarono un appartamento in un edificio di pietra a tre piani fra la Sessantatreesima e Drexel.

Le cose stavano migliorando nel nuovo posto, pensò Campbell. “Mi piaceva” dice. “Poi nell’aprile 2001 scoprii che l’edificio era in fase di sgombero”.

Nel dicembre 2002 “vennero qui e misero tutti fuori sul marciapiede. Le cose furono rubate”.

Il suo nuovo spostamento fu a Roseland, fra la 117° e la State, dove vive ora.

”È un quartiere abbastanza dignitoso. L’unica cosa è che i trasporti sono scarsi e i negozi chiudono presto” dice. Anche la signora Campbell ha in programma di traslocare di nuovo quest’estate. Il figlio di 19 anni si è trasferito, e lei ora non ha più diritto a un’abitazione a quattro stanze. Dovrà trovarsene una da tre.

*** Nonostante il travaglio dell’affrontare il mercato privato della casa per la prima volta, c’è felicità fuori dai quartieri popolari. Provate a chiederlo a Donna Wade.

Wade, che ora ha 37 anni, era una bambina alle Stateway. Anche se ha dei bei ricordi dei suoi primi giorni nel quartiere, negli ultimi tempi l’edificio era diventato sempre più pericoloso per via degli occupanti abusivi e degli spacciatori. Wade iniziò a preparare il trasloco mesi prima che i camion arrivassero a portarla in un edifico a due piani all’isolato 6100 della Drexel. Compilò i moduli necessari e si presentò agli incontri con i consulenti, ma per la maggior parte si organizzò da sola la strategia di caccia alla casa.

Anche se lo spazio era abbastanza per lei e la figlia adolescente, l’intraprendente Wade guardava avanti. Circa quattro mesi fa, si è trasferita in una casa singola fra la 117° e Yale.

”Amo la mia casa” ci dice, “Ho sempre desiderato un giardino, una sala da pranzo e una cantina”.

VARESE -Cunicoli, bunker. Nei boschi bucano per chilometri le Prealpi che dominano i sette laghi della provincia di Varese. Sono le fortificazioni militari della linea Cadorna, fatta costruire dal generale della prima guerra mondiale per timore che gli imperi centrali invadessero l'Italia passando dalla Svizzera. Monte Orsa, sopra Besano. Notte di luna piena che fa capolino tra i rami scuri dei pini, a nord le Alpi sempre innevate, a valle lo sguardo si perde verso la pianura padana illuminata dai lampioni dell'enorme città sparpagliata, sono mille paesini che senza soluzione di continuità arrivano fino a Milano. Un fuoco acceso, dove c'erano i cannoni o dentro una casamatta, proietta le ombre sui muri segnati negli anni da scritte e figure. Fuori il verso dei gufi, dentro l'eco delle voci rimbomba con il sibilare dei pipistrelli, animaletti che a Varese sono oggetto di ricerche universitarie.

Ecco un posto ideale per giocare alla messa nera. E' solo uno dei tanti luoghi che costellano il varesotto, tra cattedrali deserte di archeologia industriale, ville liberty abbandonate, chiesette sconsacrate. La natura incontaminata si mischia con territori devastati per oltre un secolo dai primi insediamenti industriali d'Italia, basta perdersi per una strada sterrata per evadere come per incanto da una delle aree più densamente abitate del mondo e ritrovare luoghi che sembrano abbandonati da dio e dagli uomini.

E invece non è così. Tutti li conoscono da queste parti, magari solo per farci una passeggiata la domenica o andare a funghi e funghetti. Per i ragazzi sono posti dove passare una serata senza spendere e senza troppe rotture. Lavoro ce n'è ma occasioni per divertirsi pochissime. Iniziative culturali, zero. E allora si va per boschi. E' questo lo scenario in cui da una ventina d'anni è cresciuto quel gusto per fantasy e revival medievaleggiante, cavalieri e folletti celtici. Si riconosce nei testi delle canzoni epic metal o progressive rock apolitico e ribelle, ma riaffiora anche in certe iconografie leghiste e in associazioni fascistoidi; mischiando sacro e profano, cattolicesimo da crociata e paganesimo, voglia di evadere dall'aridità e dalla noia della religione del profitto verso un misticismo naturalista di ispirazione nordeuropea. Alberto da Giussano e Riccardo Cuor di Leone, Merlino e Morgana ma anche Belzebù, Odino e Wotan.

Il cosiddetto satanismo varesotto di cui tanto si parla dopo gli omicidi di Somma Lombardo è solo un riferimento maldestro a questo variegato mondo. E' stupido non distinguere alcuni terribili fatti di cronaca da suggestioni che sono diffuse tra migliaia di persone che, naturalmente, nulla hanno a che fare con quei delitti. Si vaneggia di pratiche occulte quando spesso si tratta di passioni adolescenziali molto poco meditate, grezze, fascinazioni che passano con l'età. Anche chi vuole rimanere fedele alla sua vena «magica», col tempo cambia. Quando aveva venti anni, Monica faceva la panettiera a Tradate e ascoltava death metal: adesso è buddista e sta in Thailandia. Simona accendeva candele nere, ora è intrippata con l'India.

Solo più in profondità, e in età più matura, gli sviluppi coltivati nell'humus paraceltico da baraccone prendono identità specifiche; e allora, se chiedi ai diretti interessati, tra satanismo, paganesimo celtico e ultracattolicesimo c'è un abisso. La maggior parte però «rientra». Jack era un «metallozzo puro», adesso fa il ragioniere. «Quando avevo 15 anni preferivo andare in un bosco che in discoteca, ogni due o tre anni sparano cazzate su satanismo e musica del diavolo, non se ne può più. Metal e satanismo non sono affatto sinonimi così come è assurdo pensare che satanisto lo sia di assassino. Invasati ne ho conosciuti, metallari e non. C'era chi si faceva le foto nei boschi con asce e facce pitturate di bianco, qualcuno si tatuava stelle a cinque punte ma più che messe nere erano messe in scena. La storia che nei boschi di Somma Lombardo si facevano riti la sento da quando ero piccolo, dicevano di aver visto un corvo crocefisso e che arrivavano macchinoni con targhe di fuori, c'era anche chi diceva che si facevano messe nere in una ex scuola di agraria».

Ognuno ha la sua leggenda metropolitana. Alcune sono panzane, altre hanno un fondo di verità. Orgie in alcune grotte nelle montagne moreniche della Valganna, buchi poco profondi in una valle stretta e fredda alle porte di Varese. Chiesette sconsacrate nella vicina Val Ceresio, per non parlare dei «riti» che si consumerebbero in uno dei luoghi cult di tutta la provincia: l'ex-cartiera. Un enorme e inquietante stabilimento di inizio secolo abbandonato sulle rive dell'Olona, stanzoni giganteschi, vecchi macchinari, tubazioni e antri bui. Si favoleggia di messe nere anche nei bunker della Siai Marchetti, la prima industria aeronautica d'Italia, vicino a Sesto Calende, a pochi chilometri da Somma Lombardo. E poi ci sono i cimiteri, come quello del santuario di santa Maria delle Ghiande, a Mezzana, frazione di Somma, proprio dove il 28 maggio scorso sono stati ritrovati i corpi di Chiara Marini e Fabio Tollis, i due giovani uccisi da quattro «satanisti».

L'elemento «satanico» scatena i media ma per il paese è un aspetto secondario. Il signor Augusto ha un canile. Lo hanno chiamato i carabinieri per prendersi cura del cane di uno degli accusati, dopo che il 23 gennaio il padrone è stato arrestato per l'omicidio dell'ex fidanzata Mariangela Pezzotta. Lei era di Somma: quello in paese è l'omicidio importante, il ritrovamento nel boschetto degli altri due ragazzi milanesi, ai suoi occhi è meno rilevante. Il signor Augusto dà una chiave di lettura più terra terra: «Erano i balordi del paese, li conoscevamo. La ragazza l'hanno ammazzata per questioni di gelosia, gli altri due per faccende di soldi e droga».

Non la pensa molto diversamente, Luca, uno dei ragazzi del Riff Raff di Gallarate, il più famoso negozio di dischi metal di tutta la provincia. «Quello che hanno arrestato a Somma anni fa si vedeva al Nautilus (l'unica vera discoteca dove è cresciuta mezza provincia, ndr) - ricorda Luca - era uno sfigato che stava sempre da solo, incasinato con droghe varie». Luca sembra un vichingo, alto, barba e capelli biondi e lunghi, borchie, pantaloni e maglietta nera con scritte gotiche. Mite e un po' timido, sta chattando con amici tedeschi, alle spalle i poster degli Iron Maiden, davanti un teschio a forma di posacenere (gadget) e un libro di William Scott. E' addolorato. «Mi stanno scrivendo che è morto il mio mito Quorthon, l'inventore del black metal». E' il leader del gruppo svedese Bathory (dal nome di una principessa assassina ungherese). Quorthon nei suoi testi non parla, non parlava, di Satana, perché Lucifero fa parte della terminologia cristiana, meglio allora riprendere l'epica scandinava degli dei del nord, rileggendo Wagner. «A me piacciono i vichinghi, ma non vado certo in giro con le corna e la spada», dice Luca. Poi aggiunge: «Migliaia di ragazzi ascoltano la nostra musica, se il metal o qualunque tipo di musica c'entrasse con quei delitti allora ci sarebbe un'ecatombe al giorno. Se il criterio per individuare un assassino fosse quello di sottolinearne l'ambiente di provenienza, allora tutte le categorie potrebbero essere bollate come assassine».

Sulla porta c'è il manifesto dell' Iron Fest, carrellata di gruppi metal che tra pochi giorni va in scena a Tradate, con «star» americane. Entra Matteo, bassista metal: «Sai il ragazzo che si è impiccato? Dicono che è stato un suicidio indotto, ma vai a sapere perché uno si ammazza...». Matteo lo ha visto. Era sull'ambulanza che ha portato via il cadavere. Faceva il volontario in croce rossa dopo un anno di servizio civile.

BOLOGNA. La Compagnia dei Celestini è un romanzo di Stefano Benni, questo lo sanno quasi tutti, ma è anche un’associazione di urbanisti bolognesi, e questo lo sanno in pochi. I Celestini, gli urbanisti, esistono dal 2001, e stanno facendo molto, a Bologna, per riportare l’urbanistica al centro di un dibattito pubblico. Promuovono feste per la città cui partecipano centinaia di persone. Organizzano convegni e pubblicano documenti. Raccolgono materiali sul loro sito internet. Godono di un’ottima stampa, e compaiono nelle bibliografie più di quanto ci si aspetterebbe. Sono un piccolo fenomeno, e un fenomeno molto bolognese, anche se è difficile dire esattamente in cosa. I quattro Celestini che incontro a Bologna, Alessandro, Chiara, Francesco, Marco, sono tutti poco sopra o poco sotto i trent’anni. Sono un campione rappresentativo di un gruppo che è, per lo più, giovane. Gruppo nato all’indomani della vittoria di Guazzaloca, con l’idea di reagire a un degrado politico e culturale, ma anche a uno «stato problematico della città» (come dice Francesco) che, nell’esperienza professionale di molti di loro, caratterizzava già gli anni della giunta Vitali. Marco: «abbiamo cominciato a ragionare sul perché la città andava così male, su cosa potevamo fare con il nostro sapere». Il cosa fare assume prima la forma di una discussione serrata, un tentativo di coinvolgere altri in un dibattito più ampio, poi diventa un’associazione, che oggi conta più di ottanta iscritti e centinaia di simpatizzanti.

I Celestini hanno molte idee su Bologna e le fanno circolare. Si oppongono ai progetti per la nuova metropolitana, mezzo di trasporto troppo costoso e rigido, e per il «tram», veicolo su gomma a guida vincolata che (dicono) avrà una capacità inferiore ai mezzi che attualmente servono la stessa direttrice est-ovest. Vorrebbero una seria politica contro le auto e più investimenti sul sistema ferroviario metropolitano. Discutono il nuovo «piano struttura», poco capace di costruire scelte condivise, che urbanizza nuove aree invece di giocare la carta della riqualificazione, ed è incapace di rispondere alle domande poste dalle sue stesse analisi (calo demografico, crescente immigrazione). Ritengono urgente l’avvio a Bologna di una politica strutturale di interventi per la casa. Contestano le scelte compiute per molte aree strategiche: il parcheggio di interscambio nell’area ex Saveco, strategica per un eventuale ampliamento dei giardini Margherita; la nuova sede dei servizi del Comune nell’area dell’ex mercato ortofrutticolo, in un luogo che per facilità di connessioni sarebbe più adatto a ospitare funzioni rivolte a un’utenza non locale.

Bologna si trasforma oggi, dice Alessandro, «consumando opportunità, senza che le trasformazioni della città siano di qualche interesse pubblico, portino qualche beneficio». Al centro del suo discorso e di quello dei Celestini è un’idea di cittadinanza, di bene collettivo. Ciò che spinge il gruppo a uscire allo scoperto sulle trasformazioni urbane nasce, lo si vede, da una pratica quotidiana dei meccanismi del piano. Tre delle quattro persone che ho davanti lavorano negli uffici della Provincia di Bologna (è lì che si raccoglie alla fine degli anni novanta un primo nucleo di soci fondatori). La loro è l’esperienza di chi sa in che modo le scelte tecniche possono essere condizionate dal gioco dei poteri urbani, e vuole rendere consapevole di tutto questo un pubblico più vasto. Francesco: «di quest’esperienza mi interessa soprattutto il fatto di far capire anche a persone che non conoscono le cose tecniche dell’urbanistica che hanno la possibilità di influire sui processi di trasformazione».

Questa attenzione al dato tecnico, unita a uno spiccato senso dell’attivismo radicale, dell’incursione creativa, fornisce la peculiare cifra culturale dei Celestini ed è una delle ragioni principali del loro successo. I Celestini sanno comunicare in molti modi, per esempio facendo un modello di Bologna tutto di pezzi di mortadella, ma quando c’è da essere pragmatici, attenti ai fatti e ai numeri, non si tirano indietro. Sanno che è grazie a questo stile intellettuale che si sono conquistati credibilità e una capacità di parlare in modo trasversale a diversi schieramenti politici. E questo a dispetto di posizioni che in alcuni casi sono obiettivamente di rottura rispetto alle politiche recenti, anche della sinistra. Come se l’insistere su un discorso fortemente tecnico, che ai politici non è sempre familiare, permettesse un rimescolamento delle carte, delle alleanze. Marco: «nei partiti, specie quelli piccoli, non c’è modo e tempo per ragionare sulle questioni urbanistiche, i politici non hanno gli strumenti. Il lavoro che abbiamo fatto in questi anni è stato importantissimo anche per la loro crescita».

I Celestini non sono un gruppo compatto. Hanno molte posizioni, e nei loro documenti, in controluce, lo si vede. Marco: «ogni documento che rendiamo pubblico viene discusso, limato, rivisto, è un lavoro che comporta una fatica immane». Collocarli su un’ipotetica mappa dell’urbanistica italiana non è ovvio. C’è in molti loro testi un’idea forte del «piano», del «pubblico», delle «regole». Ci possono essere nomi che nei loro documenti compaiono più spesso di altri, per esempio Edoardo Salzano o Francesco Erbani. Uno dei loro ultimi scritti si apre con una lunga spiegazione di che cos’è la rendita fondiaria urbana, proprio come accadeva in Amministrare l’urbanistica di Giuseppe Campos Venuti, anno di grazia 1967: un libro che ha significato molto per Bologna. Tutto questo può aiutare a circoscrivere un ambito culturale, a tracciare alcune radici, ma, nel caso dei Celestini, quello che colpisce è la capacità di non rispettare totalmente questi confini, di lasciare aperto il campo a qualche scostamento.

Che cosa accadrà ora se Cofferati dovesse vincere le elezioni, non lo sanno. Danno l’impressione di essere in attesa, consapevoli che potrebbe esserci una svolta. In questi anni, con la sinistra all’opposizione, il loro ruolo è stato quello di portatori di una critica tecnica e culturale, capace di ricollocare l’urbanistica sulla scena dell’attenzione pubblica con una determinazione e un’efficacia poco consuete. C’è spazio ora per uno spostamento verso un impegno più esplicito in ambito politico, o magari, chi lo sa, professionale? Marco: «certo questa che si sta avvicinando è una scadenza importante...». Chiara: «magari continueremo proprio così, nel nostro ruolo da vigile urbano». Che, nella filastrocca di Gianni Rodari, è appunto quello che «ferma i tram con una mano».

.FILIPPO DE PIERI

I Celestini incontrati il 16 aprile 2004 sono: Alessandro Delpiano, Francesco Evangelisti, Chiara Girotti, Marco Guerzoni. Sito internet: www.celestini.it

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