loader
menu
© 2026 Eddyburg

L’urbanistica è di destra o di sinistra? Sembra una domanda mal posta, se non decisamente stupida, ma in un modo o nell’altro è stata ed è uno dei punti focali del dibattito sull’idea di città e sull’uso del territorio nel nostro paese. E bene ha fatto un attento osservatore come Edoardo Salzano a mettere in rilievo la grande evidenza che assume l’urbanistica nel programma elettorale della Lega Nord per le prossime amministrative, alla pari con altri più noti “pilastri”, quali l’immigrazione e il federalismo. Ma qual’è l’idea di urbanistica, di città, di territorio, che ha in mente la Lega? Una domanda certo difficile, forse anche più di quelle (tuttora aperte) sul recente passato: è mai esistita, ad esempio, una identificabile urbanistica democristiana, o una comunista, socialista, e così via?

È però possibile cercare una risposta, sicuramente parziale, alla domanda sull’idea di urbanistica della Lega scorrendo gli articoli sull’argomento pubblicati dal suo organo ufficiale, La Padania, tentando di trarne qualche spunto di riflessione. I potenti mezzi messici a disposizione dalla tecnologia moderna, per una volta si rivelano davvero tali, dato che sul sito on-line del giornale, inserendo la parola chiave “urbanistica”, si ottengono centinaia di riferimenti: ricchi, contraddittori, che però è possibile ricondurre ad alcune identificabili “famiglie”.



Contro il degrado. Un primo gruppo di articoli, si inserisce nel ricco filone dell’annoso dibattito sullo “sfascio del territorio”. Degrado delle città, dei centri storici così come delle periferie, aggrediti da nemici vecchi e nuovi: in prima linea gli immigrati clandestini, con le occupazioni di immobili in disuso, o le richieste per luoghi di culto e socialità come le moschee. Soprattutto in questi ultimi casi, ragioni e strumenti della battaglia leghista sono quasi sempre di tipo urbanistico, come la mancanza di requisiti tecnici (parcheggi, immobili adatti, accessibilità). Di segno meno evidentemente reazionario, le posizioni per esempio sul dissesto idrogeologico, dove non mancano nemmeno espliciti richiami agli errori di una recente modernizzazione e infrastrutturazione forzata e senza regole. La rassegna, da questo punto di vista, può partire da una immagine assolutamente classica dell’immaginario leghista: l’eroico sindaco di una comunità valligiana, che guida la sua amministrazione contro tutti gli ostacoli del centralismo e dell’inefficienza, a rinascere dopo una grave alluvione, nel segno di una politica urbanistica trasparente e attenta agli investimenti prioritari in servizi per il cittadino e l’impresa (14.2.98, p. 6, Samolaco sempre in prima linea). Non può mancare, come non manca, la sottolineatura delle caratteristiche tragiche assunte dal degrado territoriale, quando questo si manifesta nel già cupo e alieno contesto del Sud, regno del lassismo, dell’abusivismo, della criminalità organizzata e del colpevole laissez-faire del notabilato locale. Luoghi dove basta guardarsi attorno per scoprire «le inconfutabili prove dell’impotenza e dell’inefficienza delle amministrazioni locali, le prove del disprezzo delle leggi urbanistiche, la conferma della continua violazione dei vincoli paesaggistici» (14.4.98, p. 14, Nessuno punisce lo scempio). Conclusione: «Niente male, vero? Verrebbe da essere d’accordo: Forza Vesuvio, cancella tutta ‘sta munnezza!». Una forza devastatrice a fare pulizia, per esempio, dell’abusivismo edilizio, giustificato per anni da politici di maggioranza e opposizione, inclini a presentarlo come peccato veniale, di “necessità”, e non a considerarlo nella giusta luce di arma a doppio tagli per le popolazioni locali: da un lato lasciate apparentemente libere di “arrangiarsi”, dall’altro lasciate invece in balia delle mafie edilizie e del dissesto ambientale, con risultati anche fatali come le alluvioni o le frane, che il rispetto delle norme urbanistiche avrebbe invece probabilmente evitato, o comunque contenuto. Insomma, «nelle aree non protette del Mezzogiorno, le costruzioni abusive vengono su come la gramigna e (l’arcinoto caso delle Vele napoletane insegna) come la gramigna, son difficili da far sparire» (15.4.98, p. 7, Parchi e aree protette coperti dal cemento fuorilegge, di Paolo Parenti). L’abusivismo, il degrado, il pericolo per le comunità e lo sviluppo, non sono comunque monopolio delle regioni meridionali: anche il Nord paga la sua tassa di disastri appena qualche goccia di pioggia in più mette in crisi la rete di infrastrutture vecchie, o mal progettate, o gli insediamenti cresciuti a caso là dove c’erano campagne, colline, alvei di fiumi e torrenti. Stavolta però non si invoca la forza purificatrice del vulcano, ma un più prosaico adeguamento degli strumenti urbanistici, che dovranno comprendere obbligatoriamente uno studio geologico, visto che apparentemente il ligio settentrionale non realizza vere e proprie costruzioni abusive, «ma sicuramente opere ampliate o sovraelevate in modo non del tutto rispondenti alle leggi urbanistiche» (18.11.99, p. 17, Savona, scatta l’allarme, di G.D.). Si potrebbe continuare a lungo, presentando varie sfumature, posizioni, possibili linee interpretative sul ricco filone del pensiero leghista riguardo al degrado territoriale, ma forse è il caso di concludere riassumendo le posizioni ufficiali del partito così come riferite sul giornale da Davide Boni, Coordinatore della Segreteria Politica federale, e dall’architetto Alessandra Tabacco, responsabile del settore territorio (21.4.2000, p. 22, Abusivismo edilizio: così non va, a cura di Claudio Gobbi). Innanzitutto, l’abusivismo effettivamente nasce da un bisogno reale, indotto dalle profonde trasformazioni sociali più o meno legate ai processi di globalizzazione, deindustrializzazione, riassesto socio-territoriale, a cui i pubblici poteri non hanno saputo dare risposte adeguate, salvo inseguire la «delegittimazione degli strumenti di pianificazione territoriale e urbanistica a favore di singoli progetti», e soprattutto tentando con lo strumento del condono un’azione tardiva, inefficace, controproducente. Il Sud, per le sue particolarità in termini di rapporto fra forme della rappresentanza, ambito della decisione, sviluppo locale, è negativamente all’avanguardia in questo senso. La soluzione può essere trovata in un ripensamento del rapporto fra interesse pubblico e privato, tenendo conto che «lo scopo di un piano o di una legge urbanistica non può basarsi sull’assunto che la pubblica amministrazione debba controllare pedissequamente ogni azione o espressione del privato, ma debba controllare che il “bene pubblico e sociale” della vita collettiva di una città o di un territorio siano garantiti appieno sia nella tutela della forma fisica e dell’ambiente dei luoghi sia nella dotazione di servizi, opere e strutture realmente fruibili da tutti. Di conseguenza il problema dell’abusivismo verrebbe posto nell’ottica che gli è propria: l’eccezione e non la regola».



Un approccio propositivo. Non a caso, si è conclusa la rassegna sul problema del degrado e dell’abusivismo (iniziata con le fosche immagini dei comitati contro le moschee) con una dichiarazione “riformista” e condivisibile. Il fatto è che, come era abbastanza logico aspettarsi, da un lato non è possibile (come già detto nel passato per la DC, il PCI, il PSI ecc.) identificare univocamente una linea politica in materia urbanistica, e soprattutto una rigida coerenza fra indicazioni programmatiche generali e casi locali; d’altra parte, sarebbe sciocco e schematico identificare un’idea urbanistica di destra con la semplice deregulation, o con la realtà tangibile della “villettopoli” con annessi nani da giardino, che forse brulica di elettori della Lega Nord, ma sicuramente non ne esaurisce, oltre la facile caricatura, l’immagine di città ideale. La seconda parte del nostro percorso vuole così snodarsi proprio fra le regole, o la ricerca di regole, per una buona gestione del territorio, così come emergono dalla lettura delle pagine de La Padania, anche oltre il pur positivo ma ovvio ruolo di “alfabetizzazione” di quadri e militanti, che si traduce in un costante flusso informativo sulla giurisprudenza, le esperienze di pianificazione locali, la produzione libraria di settore e i convegni. Emblematicamente, apriamo questa rassegna con un piccolo episodio locale lombardo, che vede la Lega Nord difendere le regole di una corretta programmazione urbanistica dai tentativi di deroga introdotti dalla Regione, stavolta su un tema in cui la Lega non teme confronti: il rapporto fra territorio, ordine pubblico, sicurezza. L’idea dell’assessore regionale (del Polo, allora non ancora alleato di governo) è di dare ai Comuni la possibilità di introdurre varianti urbanistiche allo scopo di insediare forze di polizia, con il risultato di enfatizzare strumentalmente questioni di sicurezza, al punto che paradossalmente per favorire il «recupero delle aree degradate, ora basterà insediare qualche albanese in un edificio fatiscente per abbatterlo sulla base di una semplice dichiarazione del sindaco e favorire così gli interessi dei gruppi immobiliari, che avranno mano libera sulle aree a dispetto del Piano regolatore» (18.11.99, p. 16, Il Pirellone si fa palazzinaro, di Andrea Accorsi). Ma, oltre le polemiche puntuali, le nuove regole dell’urbanistica dovranno in linea di massima essere improntate all’esatto opposto di quanto ha prodotto sinora lentezze, totale discrezionalità nelle scelte, approccio cavilloso, scarsa trasparenza. Tra le innovazioni che almeno parzialmente imboccano un percorso in questo senso, si individuano come di particolare rilievo la facilitata partecipazione di cittadini ed enti alla formazione dei piani, un ruolo più elastico ma rafforzato della pianificazione sovracomunale di coordinamento, maggiore snellezza nelle procedure di approvazione. Il tutto a superare un’urbanistica «centralista, che soprattutto nei decenni passati ha determinato una quasi totale compromissione dei nostri luoghi, non solo in aree fortemente urbanizzate ma anche in zone ambientalmente e paesisticamente apprezzabili» (29.3.00, p. 13, Basta con tutti i cavilli che ci legano le mani). Pianificazione di area vasta, si specifica in altro articolo, non deve essere intesa come progetto puntuale dell’assetto territoriale esteso a vaste zone (un sospetto che aveva letteralmente terrorizzato il pubblico di quadri democristiani ai congressi Istituto Nazionale di Urbanistica negli anni Cinquanta), ma quadro di riferimento all’interno del quale possano trovare la migliore soluzione, questa sì specificata nei dettagli, i problemi dei singoli centri, in particolare di quelli minori i cui nuclei storici e l’ambiente naturale e agricolo sono aggrediti dallo sviluppo delle attività economiche e/o delle infrastrutture. Per dirla con l’estensore dell’articolo la pianificazione di scala comunale e attuativa si applica laddove «emerge la necessità di creare un sistema isolato, di estrapolarlo dalla realtà al fine di creare un modello ideale, e di calarlo poi nella realtà apportandovi le modifiche opportune» (29.3.00, p. 14, Un progetto che accomuni i piccoli paesi). Ancora si potrebbe continuare a lungo, visto che l’idea di “regole”, più o meno esplicita e declinata, permea molti contributi sul tema del territorio. Ma come nel caso precedente dell’approccio negativo al degrado del territorio, è utile concludere con una posizione ufficiale, che qui prende la forma del punto sulle battaglie politiche del partito proprio in materia di urbanistica e piani regolatori (29.3.2000, p. 14, La riforma del piano regolatore). Il deputato Francesco Formenti, ripercorrendo i contributi politici della Lega al dibattito, sintetizza alcuni principi base a suo parere irrinunciabili e consolidati, a partire dalla “area omogenea”, i cui confini non sono determinati dal caso, ma dalla possibilità di costruire un piano regolatore razionale. A questo principio (il sogno, irrealizzato e forse irrealizzabile, di qualche generazione di urbanisti europei) se ne affiancano altri, come quello ambientalista secondo cui «il territorio non è un bene inesauribile, e pertanto il suo utilizzo deve basarsi sui principi della massima conservazione delle risorse e di azzeramento degli sprechi», per finire con l’attenzione alle tradizioni locali, nonché alle questioni culturali ed etniche nella delimitazione delle nuove aree amministrative. Il quadro in cui si collocherebbe, questa ambiziosissima riforma è, manco a dirlo, quello della Padania indipendente.



Spazio e identità. Terzo e ultimo punto di vista, per quanto riguarda queste note, è quello forse più significativo, che riguarda il rapporto fra luoghi, comunità, culture, su cui si innesta buona parte della ragion d’essere della Lega Nord. È il tema dello spazio locale, di quanto è soggettivamente e quotidianamente percepibile, di quanto si ritiene a torto o a ragione maggiormente sensibile agli attacchi dall’esterno, che assumono via via il volto dell’immigrato, dei grandi centri commerciali, dell’impresa slegata dagli interessi locali, e infine (ma non certo in ordine di importanza) di una cultura architettonica e urbanistica international style, i cui segni sono con sempre maggiore fastidio percepiti come estranei, dirigisti, comunisteggianti o piattamente stupidi, comunque privi della caratteristica indispensabile del radicamento locale. In questo senso assumono particolare valore le declinazioni locali, per quanto limitate e contraddittorie, delle regole e principi generali che abbiamo ripreso in precedenza: la tutela delle tradizioni e l’incentivo allo sviluppo, la protezione dell’ambiente e quella del portafoglio, trovano in una generale, incredibile affezione agli spazi del centro storico, un particolare punto di equilibrio. Un buon esempio di questo è la descrizione del programma elettorale della Lega per Monselice, nella bassa padovana, dove fulcro delle proposte è un nuovo piano regolatore che sappia tutelare il nucleo interno tradizionale rilanciandone in primo luogo le attività, a partire da quelle commerciali. Là dove, invece, il centro sinistra avrebbe « imposto un nuovo piano urbanistico che intrappola il centro in un circuito assurdo di sensi unici, senza risolvere il problema ed anzi aggravandolo» (23.5.99, p. 6, La rinascita di Monselice passa per il piano regolatore, di Michela Danieli). Poco importa se, guardando meglio, si riesce a immaginare che in pratica si tratti, più o meno, della solita protesta di bottegai contro le pedonalizzazioni. Qui quello che conta è l’idea di spazio tradizionale come entità “autogestita”, funzionalmente, socialmente, e non solo esteticamente alternativa ai centri commerciali plastificati lungo le superstrade. E non è certo un caso se la responsabile federale territorio e urbanistica, Alessandra Tabacco, si concede a tempo perso alcune digressioni proprio sul tema del rapporto fra giovani, immaginario, spazio reale, tradizionale, artificiale, passeggiando virtualmente «nei ghetti e nei confini territoriali imposti da qualsivoglia autorità autoreferenziale che poco hanno a che fare con il “sentire comune” della gente e dei popoli e con il loro bisogno di autodeterminarsi in spazi, situazioni ed emozioni che riescono a dare sicurezza perché derivano da una “storia locale”» (14.6.00, p. 2, I giovani del 2000 e la città). Sono luoghi concreti o immaginati, popolati da “cubiste” che si muovono in luoghi cui non appartengono, e che abbandonano senza averli né modificati, né resi in qualche modo propri. Il loro sradicamento non è scelta, ma imposizione eterodiretta, assenza di alternative, di spazi così come degli «ideali politici e civili in cui noi Padani crediamo, non solo per trasmetterli a loro volta, ma anche per cambiare ove possibile quelle tracce e quei segni “foresti” dei nostri luoghi e della nostra memoria». È una conseguenza quasi automatica di queste premesse, l’autentico disgusto per l’intero blocco della cultura architettonica e urbanistica che discende, più o meno direttamente, dal Movimento Moderno, ovvero dal tentativo pur contraddittorio di misurarsi, in un modo o nell’altro, coi temi della macchina, dell’alienazione, dello sradicamento, appunto. Il disprezzo per Le Corbusier, Gropius, e via via tutti i loro esegeti, figli e nipoti che abbiano lascito traccia visibile sul territorio italiano, appare netto, inequivocabile, e soprattutto abbastanza motivato oltre i toni sboccati. L’accusa, per Le Corbusier e per tutto quanto si assimila al suo pensiero, è quella di essersi «accanito contro l’architettura e l’urbanistica tradizionale e popolare con furia calvinista e con un odio che merita l’interesse di psicanalisti e psichiatri» (25.3.01, p. 12, Magia elettrica e tricolore, di Gilberto Oneto). Tutto questo sforzo distruttore, poi, si sarebbe dispiegato con uno scopo ben meschino, come può verificare qualunque visitatore eventualmente ansioso di respirare l’aria «che si respira in tanti quartieri ispirati a queste cavolate, dal Gratosoglio a Porto Marghera». E a poco varrebbe, forse, tentare di controbattere con l’idea dell’urbanistica come processo, come partecipazione, come confronto quotidiano (con vincitori e vinti da entrambe le parti) fra tradizione e innovazione. Qualunque argomento possa evocare, anche indirettamente, l’architetto-demiurgo in papillon dell’immaginario popolare, è assoluto tabù: «le mura (fisiche o simboliche) sono nel nostro Dna comunale, lo scarso amore per l’inurbamento è uno dei nostri più duraturi cromosomi celti e longobardi, la voglia di bello e di identità è una costante di 3.000 anni di storia padana» (18.2.01, p. 12, Territorio e libertà, di Gilberto Oneto). E oltre l’intemperanza verbale c’è sicuramente qualcosa di vero e giusto nel disprezzo per tutte le “astronavi”, concettuali o meno concettuali, che calate dall’alto nei piccoli centri padani in epoche recenti stanno ancora lì a simboleggiare il degrado, l’incultura, l’impunità. Come a Consonno sulle colline lecchesi, dove un intero centro agricolo venne sgomberato negli anni Sessanta per realizzare una Disneyland in sedicesimo, subito affondata nel fango. O nel caso più noto di Zingonia, nella pianura bergamasca, con cinque comunità letteralmente inghiottite nei progetti esecutivi di una immobiliare dalle strategie confuse, ma dalle solide aderenze politiche.

Di tutto questo, e di molto altro, gli articoli de La Padania sulle questioni del territorio danno, a loro modo, conto. Non sono ovviamente bastati, i brevi estratti proposti, a dare un’idea dell’idea di urbanistica – ufficiale o ufficiosa – della Lega Nord, ma forse a indicare un possibile percorso di riflessione. Se è vero, come è vero, che la vulgata leghista esprime benissimo il disagio, anche se raramente ne individua percorsi risolutivi, anche per la pianificazione territoriale si può dire la medesima cosa, ovvero che dagli attacchi e proposte qui passati in rassegna emergono “sintomi”, di una malattia della crescita, che devono essere colti. Come già hanno fatto alcuni studiosi, focalizzandosi proprio sui temi del progetto locale, e come ci si augura faranno in futuro molti, moltissimi altri. Per non lasciare che la domanda «l’urbanistica è di destra o di sinistra»? resti in sospeso, sostituita come in altri tempi dalla risposta apparentemente ragionevole: «l’urbanistica di sinistra è quella che praticano i partiti della sinistra». Una interpretazione piuttosto diffusa e corrente, che ha provocato (e presumibilmente provocherà) un sacco di guai.

Ma questa è un’altra storia.

Sugli stessi temi, la recensione del "manifesto urbanistico" della Lega Nord, del 1994

In un angolo della Valle dei Templi, un fazzoletto grande cinque ettari, sta sorgendo un museo vivente, una specie di collezione paesaggistica. Siamo sotto il tempio di Giunone, in un terreno leggermente acclive, e qui, distanziati e disposti in fila, sono stati impiantati circa millecinquecento alberi che documentano trecento varietà di mandorli, più o meno la metà di tutte le varietà che la letteratura botanica attesti, di questa pianta, in Sicilia. Le ha raccolte, battendo l’isola palmo a palmo, Giuseppe Barbera, un professore di Colture arboree all’Università di Palermo, esperto, oltre che di mandorli, di fichi d’india e di capperi. Ma sui mandorli, che da soli, spiega Barbera «racchiudono il mito del Sud, perché fioriscono in gennaio e raffigurano l’eterna primavera», ha una competenza impressionante e non smetterebbe mai di narrarne le gesta, quasi fossero creature di un poema epico.

Si dirà: millecinquecento mandorli sono poca cosa rispetto a tutto ciò che accade nella Valle, dove i templi sono assediati da un abusivismo sfacciato e arrogante. E dove l’incuria si diffonde nei particolari minimi - le bancarelle, la sciatteria negli arredi, i torpedoni e le macchine parcheggiate come nell’ammasso di uno sfasciacarrozze. E in effetti sono poca cosa. Ma sono pur sempre un segno che si somma ad altri segni e che serve a ricostituire per piccoli brani l’abito paesaggistico che veste uno dei patrimoni storici e artistici più importanti e vilipesi della terra.

Il mandorleto sorge sotto il tempio di Giunone. Poco distante da qui in un vallone profondo, stretto e lungo, fra il tempio dei Dioscuri e quello di Vulcano, si stende il Giardino della Kolymbetra. Ai tempi della città greca in questo fossato c’era una grande piscina, un vivaio abitato da pesci e cigni. Della piscina esiste una descrizione di Diodoro Siculo. Era lunga sette stadi e profonda venti braccia e in essa sfociavano alcuni acquedotti. Nei secoli è stata interrata e coltivata. L’Abate di Saint-Non, che la vide sul finire del Settecento, la descrisse come «una piccola valle che, per la sua sorprendente fertilità, somiglia alla valle dell’Eden o ad un angolo della Terra promessa». Fino a vent’anni fa alcuni contadini curarono la terra e le piante. Ma da allora in poi il vallone venne abbandonato e crebbero gli sterpi che raggiunsero i sette, otto metri occultando l’antica piscina. E del vallone si perse anche la memoria.

E’ stato Giuseppe Lo Pilato, un giovane agronomo agrigentino, il cui padre gliene aveva parlato, a scoprirlo e a immaginarne un uso diverso. Lo Pilato si è rivolto a Barbera e insieme hanno presentato un progetto al Fai, il Fondo per l’ambiente, che l’ha accolto con entusiasmo. Da allora, siamo nel 1999, in accordo con la Soprintendenza e con la Regione, si è avviato il risanamento e adesso il Giardino è uno spettacolo di orti, di agrumi e di altre piantagioni - carrubi, gelsi pistacchi, noci, melograni e banani. Al centro scorre un piccolo torrente, protetto da canne e bordato da salici e pioppi.

Barbera e Lo Pilato sono due custodi del paesaggio, i primi che incontreremo in questo breve viaggio alla ricerca di chi si incarica di proteggere quegli angoli dove, con le linee di una collina o il profilo di un orizzonte, è conservata l’identità di una nazione, ciò che - scrisse Benedetto Croce presentando nel 1920 una proposta di legge in difesa delle bellezze naturali - rende un paese diverso da un altro.

Custodire un paesaggio vuol dire conoscerlo e farlo conoscere. Conservarlo agendo sulle forze della natura e calibrando la presenza dell’uomo (non esistono paesaggi vergini e se esistono sono delle rarità). Proteggerlo, per quanto possibile, dalle manomissioni, da quegli artifici irreversibili che lo rendono irriconoscibile fino a farlo scomparire - e di paesaggi ne sono scomparsi tanti in Italia in questi cinquant’anni, quanti non ne sono mai scomparsi nei millenni precedenti, e altri ancora sono in pericolo perché la tutela si va sbriciolando, impotente di fronte all’irruenza delle Grandi Opere e di un’incontrollata urbanizzazione.

Barbera e Lo Pilato hanno lavorato in condizioni difficilissime. Agrigento è un po’ il paradigma dell’illegalità e con l’illegalità si è intrecciata la sua storia recente, da essa è stata influenzata la sua vicenda politica e antropologica. Ed è inoltre diffusa la convinzione che su Agrigento si sia giocata, nel corso dei decenni, una sfida delicatissima, ormai assunta a simbolo, fra l’Italia culla della salvaguardia e l’Italia dei maltrattamenti.

L’abusivismo nella Valle si è fermato. Anche perché sembra svanito il sogno che sulle case costruite illegalmente nella zona vincolata cali una benefica sanatoria (sono 748 gli edifici in tutta la Valle, 329 nella sola zona A, la più rigorosamente disciplinata, stando alle ricerche di un sociologo agrigentino, Gaetano Gucciardo). E in assenza di questa prospettiva nessuno più si mette a costruire (un’eccezione? l’ex sindaco Calogero Sodano, ora senatore della Repubblica, è stato accusato di aver trasformato un ovile intestato a sua suocera in una villa). Sono arrivate le ruspe, sono andati giù alcuni scheletri, ma non tutto potrà essere demolito. E la soluzione potrebbe essere quella di considerare gli attuali proprietari delle villette come dei possessori a termine di un bene che, tra trenta o sessant’anni, diventerà patrimonio dello Stato.

Ma mentre si discute qualcuno prova a ragionare. L’obiettivo, spiega Barbera, è quello di rovesciare l’immagine che molti, troppi agrigentini coltivano della Valle, con quei vincoli rigidissimi, imposti nel 1968 dai ministri Mancini e Gui due anni dopo la frana che sconvolse la città (vincoli che segnano un passaggio importante nella storia dell’urbanistica italiana e del corretto uso del territorio). L’immensa area dove sorgeva l’antica Akragas è sempre apparsa come una meraviglia, ma anche come un’ossessione, come una zona inviolabile e sacra e per questo come un impedimento, un ingombro.

Nessuno sfruttamento intensivo sarà mai possibile. I vincoli resteranno intatti. Ma intanto una legge regionale del 2000 ha istituito il Parco della Valle, un parco "archeologico e paesaggistico", ed è imminente la presentazione di un piano d’assetto, una specie di piano regolatore dell’intera area (più di mille ettari). Il Museo del mandorlo e il Giardino della Kolymbetra anticipano ciò che il Parco si propone per l’avvenire: vale a dire la ricomposizione di un paesaggio agrario che è lo sfondo naturale, la cornice ambientale, ma anche il tessuto storico, il documento di una ramificazione culturale dei templi, concepiti proprio perché navigassero in uno spazio di colline e di poggi, fra terra e mare, in mezzo a piantagioni di ulivi e di mandorli e, nei terreni più poveri, di carrubi, fichidindia e pistacchi.

Nessuno più restituirà ai templi la quinta teatrale che li avvolgeva, ormai ricoperta da un muraglione di edifici - la moderna Agrigento. Ma i mandorli sono visti come l’elemento cardinale per il restauro di un paesaggio la cui qualità, racconta Barbera, è attestata dal V secolo avanti Cristo e ancora oltre, fino ai grandi viaggiatori settecenteschi. «Questo paesaggio», dice Barbera, «conserva i caratteri più tipici dell’agricoltura e dell’arboricultura che ha dominato in Sicilia almeno fino agli anni Sessanta. Ancora nel 1955 la superficie della Valle coperta da alberi raggiungeva il 45 per cento. Ma vent’anni dopo si scende al 30 per cento, segno di un’erosione incessante dovuta all’abbandono, al progredire dei terreni incolti e all’abusivismo».

Ma perché il mandorlo? «E’ una delle piante più importanti nell’agricoltura dell’isola. Non ha bisogno di tantissima acqua e fiorisce molto presto, adattandosi benissimo soprattutto in collina, dove evita le gelate». La pianta arriva in Sicilia con i Fenici, o forse più tardi con i coloni greci. La sua diffusione è abbondantemente attestata nel Medioevo, ma è fra Sette e Ottocento che trascina l’affermarsi dell’arboricoltura in tutta l’isola. Per l’intero XIX secolo e ancora fino a metà del XX il mandorlo è una pianta che si espande, sinonimo di un’agricoltura rigogliosa, attenta alla manutenzione dei terreni (le radici del mandorlo sono di ostacolo all’erosione) e ai valori paesaggistici: le piante sono disposte in filari, spesso affiancate da ulivi o da viti ad alberello, e i fiori, che spuntano da dicembre a marzo, vanno dal bianco candido alle gradazioni più diverse del rosa.

Le colline rivestite dai mandorli sfoggiano colori luccicanti. Secondo un altro viaggiatore settecentesco, Johann Heinrich Bartels, sembrano la Via Lattea, quando di notte è punteggiata di stelle. «Ora il pregiatissimo mandorlo siciliano è stato soppiantato da quello che arriva dalla California o da quello spagnolo», aggiunge Barbera. Nel 1960 quasi centomila ettari in Sicilia erano occupati da mandorli. Nel 1990 gli ettari erano trentamila. Il Museo serve come prezioso documento di biodiversità, attesta le centinaia di varietà sparse in tutta l’isola prima che la mandorla californiana piallasse ogni cosa. Ed è anche uno strabiliante repertorio lessicale, un rincorrersi di carrubedde, birzicuzze, agruse, azzoline, cunfittare, acitare, carcarazzare, chirucupare e dei tanti altri nomi che designavano lo scorrere minuto e faticoso della vita contadina.

(1 - continua)

C’è qualcosa di nuovo nel panorama, anzi di antico: il cemento armato. Disteso sulla pianura padana e lungo l’Appennino, a tonnellate, per disegnare il futuro ideale del viaggiatore, merce o essere umano (o entrambi) che sia: l’alta velocità.

Trattandosi di cemento, forse parlare di paesaggio suona un tantino blasfemo, ma il disegno della ferrovia veloce si dispone lungo linee sinuose, curve affascinanti, architetture potenti e aggressive ma non prive di grazia, come quelle specie di colonne doriche d’epoca titanica distese a una ventina di metri d’altezza a nascondere le montagne parmensi agli occhi di chi smadonna e scarbura sulla Via Emilia: sono le barriere antirumore fra cui sfreccerà, a mezz’aria, l’Eurostar dell’avvenire. E al diavolo i poeti e i passatisti: anche un fanatico demodé del cipressetto e del declivio verdeggiante non potrà negare che il maccherone metafisico color Milano coricato nella piana è bello. Bello: di una sua virile bellezza calcestruzza, montata su pilastri tanto eleganti da sembrare agili a dispetto del tonnellaggio. Linee poderose per descrivere un sogno: attraversare la penisola in poche ore e decongestionare il traffico micidiale che paralizza l’economia italiana e massacra le arterie degli italiani.

Un sogno che ha ormai dimensioni concrete, ben delineate nel piano e nelle cifre pubblicate da Tav spa, la società della Rete Ferroviaria Italiana (Rfi) dedicata all’alta velocità: sono già in costruzione circa 630 chilometri di nuovi binari sulla direttrice Torino-Milano-Napoli e sono in corso di progettazione linee ad alta velocità per 250 km fra Milano e Padova e fra Genova e la rete padana, attraverso il “terzo valico”. Non è tutto: a completare la rete andranno altri 250 km sulla direttrice Firenze-Roma, in corso di adeguamento, e oltre 750 km previsti da Rfi, che se ne assumerà direttamente la realizzazione: verso nord, fra Padova e Mestre (dove sono già in corso i lavori) e successiva mente attraverso i valichi alpini per potenziare i collegamenti con l’Europa; e verso sud, tra Napoli e Bari, tra Napoli e Reggio Calabria e verso Messina e Palermo.

A oggi, punta di diamante del progetto Alta Velocità è il cantiere della linea Torino-Novara, in procinto di essere consegnata alla Rfi dai contractor (il consorzio CavToMi, a guida Impregilo, società del gruppo Gemina); in primo luogo perché sarà la prima tratta a entrare in esercizio, se come sembra saranno rispettati i tempi previsti (30 ottobre 2005). Ce lo descrive, con il giusto orgoglio, l’ingegner Luciano Ciapponi, direttore generale del Consorzio: “È il cantiere più grande d’Europa, per uomini impegnati (fino a 6500) e per fatturato (dell’ordine di 130 milioni di euro). Ha comportato circa 5000 espropri, perché attraversa zone altamente abitate, ma complessivamente non abbiamo avuto più di 7, 8 ricorsi al Tar. Anche questo è un segnale dello scrupolo e della correttezza con cui si è proceduto”.

Al consorzio è anche toccata la realizzazione di 86 scavalchi autostradali, dato che la linea Tav corre parallela all’autostrada Torino-Milano, di nuove strade di accesso, e di due viadotti da innestare a Novara, dove l’autostrada è costretta dalla ferrovia a deviare il suo corso: un totale di 450 km di nuova viabilità. Anche se Ciapponi non lo dice, vale la pena di sottolineare che il tempo servito per i lavori - due anni e mezzo - è esatta mente la metà di quello che è stato necessario per le autorizzazioni: ingegnere batte burocrate 2 a l.

Se non il paesaggio, non c’è dubbio che al CavToMi stia a cuore l’ambiente. L’ingegner Lara Capitini, responsabile dell’impatto ambientale spiega: “Il cantiere taglia un reticolo irriguo complesso e delicato, con due zone critiche particolari: l’area delle risaie e, in prospettiva, il parco del Ticino. Per garantire la continuità dell’irriguo, abbiamo realizzato 420 tombini di dimensioni singolari, 2 metri per 2, per permettere ispezioni”. “Sono vere opere d’arte”, aggiunge Ciapponi, “almeno per un ingegnere, e ci permettono di ricucire l’ambiente, dopo il ‘taglio’ dei lavori”. Particolare attenzione è data poi al monitoraggio dell’acqua, all’atmosfera e all’impatto delle vibrazioni, oltre che alla gestione dei rifiuti. Nella speranza di offrire risposte convincenti alle mobilitazioni ecologiste che accompagnano l’intera storia del Tav. Eppure, almeno nelle intenzioni, l’intero progetto Tav dovrebbe avere una valenza ecologica, al di là dei problemi d’impatto ambientale causati dai lavori. La sua finalità reale, infatti, è decongestionare il sistema dei trasporti nazionali, il cui squilibrio in favore della rete stradale e del trasporto su gomma è evidente, ai limiti della catastrofe per costi ambientali, sociali ed economici.


L'immagine di "copertina" non è (abbastanza ovviamente) tratta da "D", ma era un implicito commento di Eddyburg al tema dell'articolo

Secondo i dati del ministero dei Trasporti, la curva del traffico su strada ha avuto un’impennata impressionante nel decennio scorso. Complessivamente, nel 2001, il 92,8% del traffico passeggeri totale interno si è svolto su gomma, contro il 5,6% su rotaia. Notevole lo squilibrio anche nel settore merci, con la quota dell’autotrasporto al 66,6%, seguita dal trasporto marittimo al 22% e poi dalla ferrovia (11,1 %). Il riequilibrio del sistema dei trasporti è fra i principali obietti vi di Rfi: alleggerire le linee esistenti e consentire la circolazione in condizioni di massima sicurezza di un numero di treni quasi doppio rispetto all’attuale. “Concepite secondo standard tecnologici all’avanguardia e in conformità alle direttive europee”, si legge nella presentazione del progetto Tav disponibile in rete, “le linee veloci saranno dedicate al trasporto di passeggeri e merci sulle lunghe e medie distanze”. “È più corretto parlare di alta capacità, che di alta velocità”, chiarisce Ciapponi: “Il sistema italiano differisce da quello francese che dedica l’alta velocità solo ai passeggeri: il nostro obiettivo è un trasporto misto su linee che garantiscono una velocità di progetto di 300 km all’ora e una velocità reale d’esercizio intorno ai 250 km all’ora. E se in questo modo eliminassimo il 30, 40% del tra sporto su gomma di lungo tragitto, avremmo grandi risultati ambientali”.

Ambizioni sulle quali provvede a spargere qualche dubbio Sergio Bologna , tra i massimi esperti italiani di trasporti, già consulente dei governi di centro sinistra, membro di Round Table 125, organismo di consulenza Ocse sui trasporti e di recente coautore del volume di riferimento in materia: European Integration of Rail Freight Transport edito dalla Conferenza europea dei ministri dei Trasporti. “Innanzitutto -spiega Bologna - le alte velocità sono poco adatte al trasporto merci: un cargo che aumenta la sua velocità da 80 a 120 kmh aumenta i costi di manutenzione del 40%. Inoltre l’alta velocità non è utilizzabile per molte merci deteriorabili o pericolose, come i materiali chimici. Ma è soprattutto l’analisi del traffico, a dirci che il trasporto trasferibile dalla strada alla ferrovia è una percentuale minima di quello attuale”.

Bologna cita una ricerca della Regione Emilia Romagna del 2002 (“finora la fonte più attendibile: i dati Istat, per esempio, considerano solo i camion italiani”) condotta at traverso 12 mila interviste a camionisti: vi si legge che 1’87% dei camion pesanti (attenzione, non si parla di furgoni o veicoli commerciali), si muove su tratte inferiori ai 200 chilometri. Il 53%, poi, si ferma sotto i 50 km. “Il tra sporto su rotaia non è flessibile: prenotare un treno può richiedere fino a sei mesi”, aggiunge Bologna, “non è adatto a questo tipo di traffico. Ciò significa che nella migliore delle ipotesi la quota di trasporto su gomma trasferibile alle ferrovie è del 17%”.

Il Tav non offre dunque grandi vantaggi? “Non esageriamo, i progressi potrebbero essere notevoli: liberando le linee secondarie dal trasporto passeggeri”, secondo Bologna, “sarà possibile una maggiore organizzazione”. I convogli merci viaggiano oggi a una velocità media di 18 chilometri l’ora, più o meno come un rompighiaccio in servizio oltre il circolo polare: la causa è la precedenza obbligatoria dovuta ai convogli passeggeri. Il Tav, correndo su rotaie proprie, eliminerebbe almeno questo inconveniente. In ogni caso, alla faccia degli “standard tecnologici”, il trasporto su gomma resta un nodo difficilmente risolvi bile con i progetti della nuova ferrovia. Appena si parla di merci si incontrano i veri problemi, tanto che lo stesso Amministratore delegato delle ferrovie Elio Catania individua nel settore Cargo, definito dal Sole 24 Ore “una zavorra capace di trascinare a fondo Trenitalia e tutto il gruppo”, il punto cruciale del suo piano di risanamento. Catania individua nello sviluppo della logistica come capacità di integrazione di diverse modalità di trasporto, di fare alleanze anche internazionali, di realizzare infrastrutture (valichi, porti, terminali) il fronte della sfida per il risanamento di Trenitalia (obiettivo il pareggio di bilancio anticipato al 2006). E a fare in parte le spese della “ottimizzazione” dell’ Amministratore delegato sarà proprio il sogno dell’alta velocità: a fronte dell’accelerazione dei lavori sulle tratte Torino-Novara e Roma-Napoli, resta infatti incerto il destino dei finanziamenti per le non meno strategiche linee Milano-Verona-Padova e Milano-Genova. Con tanti saluti ai decantati destini strategici del “corridoio 5” attraverso il norditalia e del “corridoio dei due mari” fra Genova e Anversa.

Come dire che l’alta capacità rischia di somigliare al comunismo: il paradiso delle generazioni future, l’inferno di quelle presenti. Tanto più se, come è lecito supporre, le cifre già drammatiche del trasporto stradale dovessero aumentare fra qui e il 2012 (entrata in esercizio prevista dell’Alta capacità MilanoPadova): un calvario di cantieri autostradali, ritardi sulle linee, carenze di servizio, che viene raccontato con sempre maggior frequenza sui giornali alla voce “rivolte dei pendolari”. Siamo disposti al sacrificio, in nome di un futuro che renda integrato e competitivo in Europa il sistema del trasporti italiano? Certo che sì, anche se qualche problema emerge anche nell’ipotesi del paradiso della Tav realizzata. “La vera criticità - avverte ancora Sergio Bologna - è la questione dei terminal: una volta liberate le linee e snellito il trasporto su rotaia non avremo dove ricoverare i treni. Il desiderio di avere più merci su rotaia, si traduce nella necessità di costruire più terminai: in questo senso la situazione è destinata ad aggravarsi”. In effetti per le operazioni di carico e scarico di un grande convoglio merci possono essere necessarie anche sei ore. Non solo, è ormai acquisito che il trasporto intermodale (trasporto di container che possono essere trasferiti su diversi supporti: rotaia, gomma, acqua) supera ormai quello convenzionale (treni merci): e questo richiede terminali adeguati. Rfi ne prevede tre, nelle aree di Milano, Roma, Napoli, ma non si sa per quando. “La Germania - dice Bologna - ha lo stesso tipo di problemi che abbiamo noi, legati a un sistema industriale diffuso sul territorio che intasa la viabilità. Ma si è attrezzata, e oggi ci insegna ciò che avremmo potuto fare: potenziare i porti con infrastrutture ferroviarie. Fra il 2000 e il 2002 Amburgo, ma anche Rotterdam e Anversa, hanno costruito megaterminal da 55, 60 treni al giorno. E con questo hanno sottratto al nostro Paese quello che doveva essere il suo business naturale, il traffico dal lontano Oriente. Dalla Cina arrivano navi da 5000 container: bene, o c’è qualcuno che li porta via in fretta, e solo il treno può farlo, o i porti si intasano. In questa situazione, per le navi che escono dal canale di Suez fermarsi nei nostri porti è impossibile. Per non perdere tempo gli conviene sobbarcarsi altri 5 giorni di navigazione e puntare al mare del Nord”.

Mentre la politica italiana nutre i cittadini con l’idea dei “corridoi” e sogna soluzioni a 300 kmh, il mondo si sta in somma attrezzando in un’altra direzione. È giusto credere che l’Alta velocità, o Alta capacità che dir si voglia, sia una delle misure indispensabili per risolvere il grande ingorgo che è diventata l’Italia. Ma senza dimenticare la legge ricorsiva che il matematico Douglas Hofstadter formulò così: “Ci vuole sempre più tempo del previsto, anche tenendo conto della legge di Hofstadter”.

Titolo originale: Practice What You Teach?Traduzione di Fabrizio Bottini

Anni fa, da studente specializzando alla University of Southern California, avevo apprezzato una presentazione di un professore esterno sul problema dei senza casa nelle città, e il ruolo della pubblica amministrazione. Così, nonostante fossi piuttosto consapevole dell’essere nuovo agli Stati Uniti, andai a trovarlo in ufficio per discutere l’argomento in modo più approfondito, e chiedergli come poteva conciliare i problemi quotidiani degli homeless con la sua personale agiatezza, visto che questa agiatezza era tanto strettamente legata alle ricerche e conferenze sui senza casa. Mi rispose che spetta al singolo individuo tracciare la linea che separa la vita personale dai problemi sociali.

In un certo senso, la risposta di quel professore è il problema etico e filosofico con cui mi sto misurando fin da studente: come posso tracciare una linea di separazione fra i problemi sociali e la mia vita? Essendo cresciuto in India, mi sono sempre sentito impacciato e a disagio quando innaffiavamo il nostro giardino, e persone senza casa se ne stavano fuori dallo steccato sperando di raccogliere una o due ciotole di acqua. Mangiare caramelle alla stazione mentre bambini denutriti chiedevano l’elemosina per mangiare, era un altro evento che provocava sensi di colpa.

Ripensando a queste cose, trovo piuttosto divertente il fatto di aver creduto di trovare risposte a domande del genere nell’università. Sono passati molti anni da quando ho preso il mio dottorato, e ora come professore abitualmente tengo lezione, discuto, faccio ricerca su problemi sociali. Non solo devo ancora trovare risposte chiare a tutto, ma continuano anche a spuntare nuove domande, e sto ancora cercando quella “linea”.

L’ultima di queste domande è venuta da quando grazie ai nostri nuovi lavori io e mia moglie abbiamo comprato casa e ci siamo trasferiti da Bakersfield, California, a Eugene, Oegon. Comprare quella casa a Eugene si è trasformato in una magnifica lezione pratica sulla linea che separa il dibattito accademico sul New Urbanism e la mia vita personale.

Il nuovo urbanesimo raccoglie i modi di pianificare e realizzare quartieri urbani che promuovano un senso comunitario. Questo significa che, per esempio, i garages per le auto stiano dietro le case in modo che si de-enfatizzi l’uso dell’automobile e i quartieri siano più facilmente percorribili a piedi. Fino al luglio scorso, la mia esposizione al new urbanism avveniva attraverso le pubblicazioni di tipo giornalistico e professionale. In quanto esperto di trasporti, seguivo con attenzione problemi come lo sprawl urbano, o la smart growth, o la “LosAngelizzazione” delle zone urbane. Come professore universitario, insegnavo geografia urbana e pianificazione, discutendo con gli studenti gli stessi temi.

Ma le discussioni sul new urbanism non erano che esercizi accademici. Nello stesso modo in cui sono completamente separato, che so, dalla povertà in Etiopia o dal problema delle nanotecnologie, ero egualmente separato – a livello personale – dallo sprawl urbano e dal new urbanism. A dire il vero, qualche volta mi davo anche una pacca sulla spalla complimentandomi per quanto ero un osservatore obiettivo, per quanto stavo lavorando bene portando avanti una discussione equilibrata all’interno dei corsi. Poi mi sono impegnato attivamente con alcune organizzazioni locali che tentavano di partecipare alle decisioni urbanistiche a Bekerfield, Califirnia, e le ricerche che ne sono seguite hanno aumentato la mia comprensione dei problemi, ma i risultati erano ancora solo il frutto di un lavoro teorico.

Quindi, nel momento in cui abbiamo visto per la prima volta la casa che poi abbiamo comprato, io e mia moglie non ne sapevamo niente. Non che non fosse spaziosa; i poco meno di 200 metri quadrati erano paragonabili ai qualcosa più di 200 della vecchia casa di Bakersfield. Ma la casa del vicino era troppo vicina, e l’ingresso ai garages dietro le case era in comune. Le strade erano strette, solo due corsie. Praticamente non c’era spazio per il giardino: la casa sta su un lotto che non arriva a 500 metri quadri! In altre parole, casa e quartiere erano più o meno come gli esempi che si trovano su un manuale di new urbanism, e la cosa mi stava creando dei problemi.

Ad ogni modo, mia moglie ed io siamo tornati a vederla, quella casa, tentando di immaginarci lì dentro: sarebbe stato gradevole, sentire i vicini tanto vicini? Quanto sarebbe stato comodo, starsene seduti sulla veranda e scambiarci più di un cenno di saluto? Avremmo perso il senso di privacy? È abbastanza interessante, perché sono le stesse questioni che discutiamo con gli studenti a lezione, e che sollevano le critiche al new urbanism, sostenendo che i consumatori non accetteranno questo tipo di abitazioni.

Beh, comunque, anche se non ci siamo liberati del tutto dall’incertezza, abbiamo comprato la casa, che sta vicino al fiume Willamette: una bella differenza col quasi asciutto Kern, che passava da Bakersfield. Nel settembre 2003, abbiamo chiuso il contratto, e insieme a mia moglie (e al cane, ovviamente) ci siamo trasferiti nella nuova casa. È passato quasi un anno da allora, e non potremmo stare meglio.

Dopo due trimestri accademici, da quando avevamo comprato la casa, la scorsa primavera, lo sprawl e l’urbanistica erano due degli argomenti che trattavo al corso di geografia urbana. Ma stavolta, grazie all’esperienza personale col new urbanism innescata dalla nuova abitazione, ho dovuto accertarmi di essere davvero un osservatore obiettivo e di discutere tutti gli aspetti del problema senza mostrare preferenze personali. Verso la fine delle discussioni, ho iniziato a chiedermi se per la prima volta non avessi trovato davvero il punto dove tracciare quella magica linea, fra la vita accademica e le decisioni personali.

Ero piuttosto emozionato, e un tantino orgoglioso di questa sensazione di vittoria, fino a quando Katie dalla prima fila (naturalmente!) mi ha chiesto: “L’altro giorno io e Francesca stavamo parlando di lei, dottor Khé. Come mai non guida una piccola auto, ma una trangugia benzina come la Jeep Cherokee?”.

Per un attimo, mi è sembrato che la domanda di Katie mi avesse rispedito al punto da cui ero partito, studente, tentando di tracciare la linea che separa la discussione teorica e la vita personale. Ma la lunga pausa estiva mi ha aiutato a riconoscere che gli ardui dilemmi non finiscono mai; semplicemente cambiano forma, dai senza casa, al new urbanism, a qualcos’altro. E forse la vita accademica significa proprio questo continuo tentativo di tracciare la linea che separa le cose che insegno dalla mia vita.

Qui il sito Planetizen, con l'originale e moltissimo altro (fb)

Il territorio del Canavese si ripensa. In due modi opposti

Gli enormi spazi lasciati vuoti dalla crisi al centro di una mega-speculazione. Ma c'è chi non dimentica il modello olivettiano e si batte contro la sua cancellazione



Via Jervis rappresenta l'asse su cui si è sviluppato l'impero informatico Olivetti. Il palazzo originale, in mattoni rossi, oggi ospita uffici, soprattutto dell'Azienda sanitaria locale. A fianco c'è l'edificio a specchi voluto da Olivetti negli anni Cinquanta. In forte contrasto con quello in mattoni, a segnare la nuova filosofia dell'imprenditore piemontese che voleva la fabbrica dentro la città. Gli specchi rappresentavano la possibilità per lo stabilimento di guardare fuori e di essere guardata dall'esterno, in una nuova relazione osmotica con la città. Di fronte al nuovo edificio (oggi anche questo affittato a diverse ditte, da Vodafone a Wind) ci sono le costruzioni che ospitavano i servizi per i dipendenti, dalla biblioteca, all'infermeria, all'asilo. L'impero Olivetti oggi non c'è più. Inesorabile è stato il declino di quello che doveva essere il polo informatico italiano, fiore all'occhiello di un'industria nazionale che non era solo Fiat. Per molti versi, la crisi Olivetti ha anticipato quel che oggi sta accadendo alla Fiat. Anche a Ivrea rimangono i corpi delle vecchie fabbriche che sono stati riempiti da uffici d'altra natura, soprattutto pubblici.

Scarmagno addio

Nel 1996, Carlo De Benedetti, che aveva assunto il controllo dell'Olivetti nel 1978, ne deve gestire la messa in liquidazione. Per Ivrea e l'intero territorio del Canavese si tratta di un colpo durissimo. Migliaia di persone vengono licenziate utilizzando prepensionamenti e mobilità, altre migliaia, tecnici e dirigenti, trovano altrove una nuova collocazione. E' la scomparsa di una comunità di lavoratori, competenze, saperi che oggi sembra vivere le sue convulsioni finali. Per ironia della sorte, a Scarmagno (in quello che fu lo stabilimento modello della Olivetti) i pochi computer che si continuano ad assemblare hanno il marchio dei taiwanesi della Acer, ma la fabbrica è sull'orlo della chiusura. Percorrendo via Jervis, dunque, si attraversa la storia di questo polo industriale ormai scomparso. Nevio Perna, dipendente in mobilità della Getronics, ci fa da cicerone e racconta una città, un territorio che continuano a cercare di risollevarsi dalla crisi. Ma, dice, l'idea di città e di sviluppo possibile a cui lavorano le amministrazioni comunale, provinciale e regionale è assai diversa da quella che hanno in mente lavoratori, movimenti, associazioni. Il vuoto lasciato dalla grande industria, come nel caso di Torino, sembra popolarsi di speculazioni immobiliari, di opere infrastrutturali per velocizzare i trasporti, di paradisi artificiali dei consumi. E' emblematico che la Multiservice, società di proprietà della Pirelli che gestisce il patrimonio immobiliare della ex-Olivetti, sia coinvolta in due delle operazioni economiche più significative: la trasformazione dell'area ex-Montefibre in una zona residenziale cinicamente battezzata «il quarto quartiere olivettiano» e il progetto di Millenium Park, ovvero un parco a tema che dovrebbe sorgere su un'area poco lontana (7 chilometri) da Ivrea, ad Albiano (paese di 1.700 abitanti). Si tratta di un'area vastissima, 600mila metri quadrati. Una zona agricola lungo la bretella che raccorda l'autostrada Milano-Torino con quella per la Valle d'Aosta, in cui domina l'anfiteatro morenico della Serra. Un'area omogenea e regolare, campi, filari, canali, cascine isolate, centri abitati presidiati dai loro castelli (Masino, Albiano, Bollengo). Un'area, chiarisce Agostino Petruzzelli di Legambiente, che però è una zona di ricarica delle falde ed area di esondazione del fiume Dora Baltea. Difficile edificare dunque.

La proprietà dei terreni è per 500 dei 600mila metri quadrati di estensione, della Olivetti Multiservice. Che l'ha ceduta in cambio del 10% del progetto Millenium, alla società Mediapolis spa, nata a Torino nel 1991 come società di servizi qualificati nel campo della progettazione. Due nuove società saranno create da Mediapolis, in partnership con operatori dei due settori, per la gestione delle due aree a conduzione diretta di Mediapolis: il parco a tema e l'e-business. Le altre aree (centro commerciale, albergo, cinema multisala) saranno cedute a operatori dei tre settori specifici e gli investimenti relativi saranno a loro carico. Dal 1998 il presidente di Mediapolis è Gianni Zandano, ex presidente dell'Istituto Bancario S. Paolo di Torino. Il progetto Millenium è assai vago. Il parco a tema ha assunto negli anni varie forme. Parco della comunicazione, dello sport, delle nuove tecnologie fino all'ultima idea, quella di un museo del rock & roll. La vaghezza del progetto non sembra preoccupare le amministrazioni pubbliche locali e la regione che continuano a sostenere l'idea e soprattutto, non scandalizza il fatto che per la messa in sicurezza del sito serviranno ben 26 milioni di euro, tutti soldi pubblici.

Secondo le associazioni ambientaliste (che hanno presentato ricorso al Tar contro l'avvio dei lavori di costruzione, visto che il terreno è esondabile), il Social forum di Ivrea, la Fiom, pezzi di Ds, i consiglieri regionali di Rifondazione, Verdi e Comunisti italiani, il parco a tema serve da copertura per la costruzione dell'ennesimo centro commerciale . Un centro commerciale da 60.000 metri quadrati che molti vorrebbero diventasse l'unico (non)luogo di aggregazione possibile per milioni di persone (11 all'anno, si dice). Dove la gente si sfiora, forse si guarda, di certo non comunica, ma altrettanto certamente finisce con il consumare. I centri commerciali sono patria di negozi, cinema, ristoranti, bar. Diffusi negli Stati uniti e in Gran Bretagna, stanno prendendo piede (con alterne fortune) anche in Italia. Il parco a tema è una variante dello shopping centre secco (consumare divertendosi, la filosofia che lo sottende). Quello di Ivrea dovrebbe costare 170 milioni di euro. Per le due aree sviluppate e gestite direttamente da Mediapolis, l'investimento previsto è di 75 milioni di euro, coperti, oltre che dal capitale proprio, dalla cessione delle altre aree di attività (albergo, cinema, centri commerciali), da contributi e finanziamenti pubblici (Ue e Bei.) e da finanziamenti bancari. «Il progetto - dice Nevio Perna - è stato ammesso a un contributo di circa 6 milioni di euro a fondo perduto dal Patto territoriale del Canavese». Anche i dati relativi all'occupazione sono estremamente vaghi: si parla di circa 1000 posti di lavoro. In realtà, gli unici dati documentati indicano un massimo annuale nel mese di luglio di 350 occupati a bassa qualificazione nel parco a tema, con possibilità di lavoro offerta «agli studenti universitari per guadagnare qualcosa». I lavoratori qualificati sarebbero invece una quindicina.

Scegliere la qualità

Quella parte di territorio che non ci sta a un futuro di domeniche da trascorrere al centro commerciale non si limita a criticare il progetto ma propone alternative concrete. «Il sindacato - dice Federico Bellono della Fiom - non fa altro che rincorrere le molte aziende in crisi che provengono dal mondo dell'informatica. Ma non si potrà evitare la perdita delle uniche medie imprese del Canavese se non si rilanciano politiche industriali forti che tengano conto del patrimonio di conoscenze ancora esistenti sul territorio». La prima necessità è quella di arrestare lo svuotamento industriale e lo spostamento di attività verso Milano (ultima di una lunga serie è la richiesta della Wind). Cioè, cercare di fermare questo svuotamento del territorio di lavoro qualificato lasciando i call center. Sindacati e associazioni non pensano certo al metalmezzadro olivettiano, quanto a un rilancio per esempio, del settore agricolo nel canavese. «Puntare sull'agricoltura rinnovata - dice Perna, che fa anche parte di un Gruppo di Acquisto Solidale - per una produzione di qualità, magari partendo dal biologico. Capace di arrestare il dissesto del territorio e quindi di valorizzare le risorse naturali di un'area, quella dell'anfiteatro morenico della Serra, che costituiscono un patrimonio unico di biodiversità, oggi in grave pericolo. Pensare al futuro oggi significa innanzitutto ricucire il rapporto tra economia, ambiente e società a partire dai luoghi. Occorre un'inversione dello sguardo proprio a partire dal territorio, dall'ambiente e dalle persone». La strada è tutta in salita, ma al traguardo c'è il futuro del territorio. E non tutti sono disposti a rinunciare a dire la loro su come si potrà vivere nei prossimi anni.

Nota: qui il pezzo di Eddyburg sul parco a tema Mediapolis, e relativi links (fb)

Recensione a: The Drive-In, the Supermarket, and the Transformation of Commercial Space in Los Angeles 1914-1941, MIT Press, Cambridge, Mass., London 1999 – traduzione di Fabrizio Bottini

”L’architettura commerciale americana” osservava Richard Longstreth più di dieci anni fa “sta solo cominciando ad essere compresa”. Se oggi ne cogliamo i contorni con qualcosa in più di una nascente profondità, è certamente in gran parte merito dello stesso Longstreth. In particolare, il suo ultimo lavoro su Los Angeles merita speciale attenzione, perché rappresenta uno sforzo maturo e imponente per capire l’ambiente costruito entro il quale gli americani hanno comprato e venduto beni e servizi. L’altro lavoro di Longstreth, Dal centro città al centro commerciale regionale: l’architettura, l’automobile e il commercio a Los Angeles, 1920-1950, fu pubblicato due anni fa, e ora è seguito da questo Il Drive-In, il Supermarket, e la trasformazione dello spazio commerciale a Los Angeles, 1914-1941. Come il volume precedente, anche questo è enciclopedico per quanto riguarda la ricerca, e acuto nel distillare i risultati di questa ricerca: un lavoro indispensabile, un grande contributo alla storia dell’architettura, da considerarsi come una aggiunta alla storia delle città e dei suoi suburbi d’America.

Il Drive-In esplora come il fare la spesa arrivò, negli anni Cinquanta, ad essere strutturato precisamente, coordinato secondo due tipi di esperienza spaziale: quella dello spazio esterno di un parcheggio, e quella dello spazio interno di un’area commerciale, esse stesse via via definite nel corso di circa quarant’anni, a partire dagli anni Dieci, e solo dopo la Seconda Guerra Mondiale pienamente riconciliate, con l’avvento dello shopping center. Lo studio di Longstreth è, ed è importante sottolinearlo, contemporaneamente tipologico e genealogico; identifica tre forme di architettura commerciale alle quali lo shopping center deve qualcosa, e le considera separatamente, dedicando un capitolo a ciascuna, e procedendo più o meno cronologicamente con ciascuna nuova forma architettonica.

Il libro comincia con una considerazione di quanto denominato negli anni Venti “ super service station”. Il suo predecessore, il comune distributore di benzina, rappresentava già un “lavoro rivoluzionario” perché alterava lo “schema a saturazione del lotto, orientato alla strada, che definiva chiaramente il confine fra spazio pubblico e privato, verso un altro in cui lo spazio era continuo, la separazione fra i due ambiti minimamente percepibile, e l’edifico vero e proprio un oggetto nel mezzo dello spazio, ad occupare solo una frazione dell’insieme” (p. 8). Là dove la stazione di rifornimento trafficava solo in benzina e olio, la super service station offriva una varietà di servizi automobilistici, comprese “ auto-lavanderie”. Per dirla con Longstreth, “Il servizio all’automobile entrava così nel campo del commercio moderno come attività integrata” (p. 10).

Entro la metà degli anni Trenta, le grandi compagnie di carburanti e pneumatici avevano costretto la super service station, di solito proprietà di un operatore indipendente, ad una versione condensata di sé stessa, ma nondimeno essa aveva stabilito un precedente, nell’incorporare l’automobile nel progetto di una struttura commerciale. Il secondo capitolo di Longstreth continua il racconto con un’analisi di quello che verso la fine degli anni Venti inizia ad essere chiamato il “ drive-in market”. Con un piazzale anteriore dove gli automobilisti parcheggiano, e un edificio a forma di “L” sul fondo, dove i clienti possono scegliere fra vari negozi alimentari, il drive-in market spesso si localizza ad un angolo tra due strade, per avere una certa visibilità. Se nel caso della super service station il piazzale costituiva lo spazio “principale” sperimentato dai clienti, quello del drive-in forma “una zona intermedia, il luogo da cui la gente può entrare nell’edificio da molti punti” (pp. 46-47). Una volta superato il lungo fronte aperto, ed entrati nell’edificio, dove i punti vendita si fondono l’uno con l’altro, i clienti sono portati a sentirsi più liberi che se stessero facendo acquisti negli spazi “cavernosi e limitati” di un tradizionale grocery store (p. 45).

Questo senso di libertà raggiunge la propria penultima espressione nel terzo tipo di architettura commerciale trattato da Longstreth: il supermarket. In questo caso la Ralph Grocery Company emerge come pietra di paragone. Con il suo negozio su Wilshire Boulevard, aperto nel 1928, Ralph “crea un nuovo tipo di spazio alto, imponente, ma non gerarchico e che induce al passeggio, consentendo ai consumatori di scegliersi il proprio percorso di spostamento, e i propri acquisti. In nessun caso, prima, uno spazio commerciale tanto vasto era sembrato percettivamente così aperto e liberatorio” (p. 92). Nella quantità dei suoi reparti, nella natura dei suoi modi di vendita (centrati sui grandi volumi, i generi a basso prezzo e il self-service), nel progetto dei suoi parcheggi e negozi, Ralph era davvero notevole. Ma forse, Ralph fornisce solo l’esempio più visibile di un impulso, un impulso che cerca di farsi strada lungo tutto il racconto di Longstreth: presentare Los Angeles come eccezionale, rivendicandone il ruolo di vivaio di una costellazione di prototipi per l’America del Ventesimo secolo. Naturalmente, LA si è davvero dimostrata particolarmente influente in molti modi, durante questo secolo, e Longstreth ne ha convincentemente illuminata una non piccola frazione. In più, ha magnificamente contenuto l’impulso all’eccezionalismo che molti, se non tutti, i losangelini provano di tanto in tanto. Ma l’impulso non è stato contenuto del tutto. All’inizio del capitolo su supermarket, si afferma che questa forma di spazio commerciale ha ricevuto “un maggiore contributo nell’area metropolitana di Los Angeles, che in ogni altra parte del paese”, riconoscendo allo stesso tempo come “strutture che saranno prototipi chiave per il supermarket emergono in modo indipendente in parecchie città durante gli anni Venti” (p.79). Alla fine del capitolo, Longstreth propone una formula leggermente diversa: “I precedenti della California meridionale sono probabilmente i più importanti per la definizione del tipo, mentre si avvicinava alla maturità nei primi anni Quaranta. Comunque, gli eventi catalizzatori che spingono il supermarket sotto i riflettori dell’attenzione pubblica in tutto il paese, non hanno luogo né a Los Angeles, né a Houston, dove esisteva il più importante prototipo, ma nell’area metropolitana di New York, dove non si conosceva niente del genere prima della Depressione” (p. 121). Le linee delle influenze tracciate dal Longstreth possono certo essere contestate, ma qui vorrei contestare semplicemente i modi di questa influenza: ovvero, il linguaggio a base di superlativi che ha saturato lo scrivere su Los Angeles. Se un linguaggio di questo tipo sembra preoccupare molto meno – o in effetti, distrarre – gli storici di altri luoghi, sembra però ostacolare una maggior comprensione di Los Angeles.

Il Drive-In

Né i pensieri e le sensazioni degli americani riguardo ai luoghi e spazi che abitano non saranno più gli stessi. Ma, per quanto la divisione fra interno ed esterno scorra lungo tutto lo studio di Longstreth, il mondo interiore di idee e valori che hanno imbevuto di senso le esperienze degli americani negli edifici commerciali, non riceve molta attenzione. Occasionalmente Longstreth si infila in queste idee a valori, a volte in modo suggestivo, come quando cita le conclusioni di un losangelino, secondo cui “Sta diventando una cosa tanto gradevole, andare al mercato, che molte donne che non sono mai state entusiaste dei lavori di casa dovranno tra non molto cedere all’incantesimo” (p. 93). Nel capitolo finale del libro, comunque, potemmo chiederci se Longstreth abbandona la natura fluida del senso storico, a favore della sua tipologia preferita, visto che sembra insistere sulla distinzione fra il drive-in e lo shopping center pur ammettendo che “la distinzione tra i due non sembra grande, secondo molti osservatori. Carl Feiss, architetto e urbanista, allora professore alla Columbia, non era probabilmente l’unico a descrivere i complessi di mercato drive-in a Washington, D.C., come tipi di shopping centers” (p. 159).

Comunque, Il Drive-In troverà certamente uno spazio sugli scaffali dello storico dell’architettura e, più in generale, degli storici delle città e suburbi d’America. Insieme a City Center to Regional Mall, ci si presenta come niente di meno che una grande opera.

Nota: per un confronto, si veda ad esempio un'altra recensione riportata su Eddyburg, molto più attenta agli aspetti di uso sociale degli stessi spazi, "consumati dallo shopping". (fb)

Bologna e Firenze sono le due città più importanti, tra quelle in cui si voterà in giugno. Ed è molto interessante che, in modo rovesciato nell'una rispetto all'altra, si faccia avanti, un po' spintonando, il tema della partecipazione, come alternativa effettiva al modo in cui le sinistre hanno governato (e perduto, come a Bologna) queste due città. Si chiama «Cantieri solidali» la lista promossa nel Quartiere 5 di Firenze dalla Comunità delle Piagge, in una periferia in cui agisce da anni don Alessandro Santoro, con molta altra gente, per ricucire «dal basso» una socialità umiliata. Il capolista è uno studente di vent'anni. Roba marginale, si dirà. E invece le Piagge sono solo uno dei rivelatori di quel che, dal Forum europeo del novembre 2002, si è andato creando in città. Non solo il Forum sociale e il Laboratorio per la democrazia, ma, ad un certo punto, il Forum per Firenze, che riuniva associazioni, partiti del centrosinistra (tutti) e singoli cittadini, si sono posti il problema di come cambiare la Firenze del traffico impazzito, dell'inceneritore gigante alle porte, del tunnel dell'alta velocità ferroviaria sotto i piedi e della privatizzazione della gestione dell'acqua, solo per citare alcuni problemi. Tanto da elaborare, in dieci tavoli di lavoro, un vero e proprio programma.

Il sindaco, Leonardo Domenici, si è tappato le orecchie. Così ora la lista «Unaltracittà - unaltromondo», che ha per candidato sindaco Ornella De Zordo, del Laboratorio per la democrazia, e che è affiancata da Rifondazione, sfida l'Ulivo. Non per mettere in dubbio la rielezione di Domenici, che peraltro sta reagendo in modo aggressivo (D'Alema ha accusato la lista di essere «un partitino» dei «professori»), ma per affermare la necessità urgente di una democrazia di tipo nuovo, con riferimento esplicito al Nuovo Municipio, la rete di amministratori, ricercatori e associazioni che promuove la «democratizzazione della democrazia» attraverso il bilancio partecipativo e altre forme di partecipazione ( www.nuovomunicipio.org).

Sergio Cofferati, candidato a sindaco di Bologna, ha guarda caso, qualche giorno fa, incontrato rappresentanti della Rete del Nuovo Municipio, e ha poi commentato: «A Bologna vanno immaginate nuove modalità di partecipazione che recuperino l'antico civismo e sappiano al contempo valorizzare le energie nuove... Ad esempio, penso che nella nostra città i bilanci amministrativi e le politiche gestionali dovranno essere costruiti con la partecipazione diretta dei cittadini. Un obiettivo che presuppone di operare su scala metropolitana, per un verso, e dall'altro sulla base di municipi pensati come nuova dimensione e identità del quartiere... una dimensione che favorisca la partecipazione e costruisca senso di comunità».

Queste parole saranno da ricordare, certo, quando Cofferati sarà sindaco. Ma che non nascono dal nulla. Per citare solo due esempi, il gruppo di urbanisti che si chiama Compagnia dei Celestini da anni lavora a un'idea di città non imposta dal mercato e co-progettata dai cittadini (e uno dei Celestini, Marco Guerzoni si candida al comune); e la Camera del lavoro, guidata da Cesare Melloni, ha assunto, nell'assemblea programmatica del gennaio scorso, le proposte del Nuovo Municipio.Molti altri casi di questo tipo esistono, e su Carta li stiamo esplorando. Come la lista NoTav, in Val di Susa, resa necessaria dal fatto che tutti i partiti sono a favore del demenziale tunnel dell'alta velocità che distruggerebbe la valle; o il centrosinistra che, alla Provincia di Milano, comprende in sé le molte esperienze di partecipazione dei comuni dell'hinterland, come Pieve Emanuele; o il «programma partecipato» assunto dalla candidata di Arezzo, che prevede la ri-pubblicizzazione dell'acquedotto, tra l'altro.

Insomma, il «candidato» da votare è il Nuovo Municipio, per essere contro Berlusconi, sì, ma senza tapparsi il naso

«Se avessimo dovuto farlo ora, non avremmo abbattuto niente, nessuna villetta, nessun abuso». Lo sguardo di Gerardo Rosanìa, sindaco di Eboli, si spegne nel vuoto, vaga sulle pareti del suo ufficio, poi torna a fissare un punto. «Quella stagione si è esaurita. E poi oggi chi me li darebbe i soldi per le ruspe e per alloggiare i militari?».’

Non è passato tanto tempo da quando i Caterpillar si avviarono verso la pineta di Eboli per demolire le prime 72 villette abusive che deturpavano il litorale. Ma sembra un secolo. La pineta è lunga otto chilometri e in alcuni punti è profonda anche 250 metri. Alle spalle corre la strada, davanti ha una spiaggia bianchissima e poi luccica il mare. Era il settembre del 1998. Ci vollero tre giorni per sbriciolare il cemento e il ferro. Le altre 328 casette vennero giù nel volgere di due anni. Fu girato un video che la sera venne proiettato sulla piazza di Eboli davanti a trecento persone. Molti applaudivano, si levò qualche fischio, forse indirizzato alle ruspe, forse a chi aveva violato con il cemento la quiete di quei pini, che erano di tutti. Altri stettero zitti e covarono i rancori nelle viscere.’

Eboli è un paese conosciuto dappertutto, nonostante il fatto che Carlo Levi, nel suo libro, non si sia occupato di Eboli, estremo lembo del mondo moderno, bensì di quello che c’era dopo. Rosanìa ha 45 anni, è alto, agita le lunghe braccia e si aggiusta il ciuffo che i capelli arruffati fanno scendere sugli occhi. E’ iscritto a Rifondazione comunista e guida un centrosinistra travagliato - e travagliate sono tutte le storie della sinistra qui nella piana del Sele, zona di bonifica, di agricoltura ricca e di miseria contadina, di boschi e di aree umide, di speranze industriali che si infrangevano, di lotte e di rivolte.’

Dopo aver abbattuto le quattrocento villette abusive è lui il custode della pineta. L’ha ripulita dai calcinacci, ha divelto le ultime palizzate, e ora sta avviando il risanamento. Hanno sistemato i pali della luce e attrezzato una pista ciclabile che dalla foce del Sele, dieci chilometri più a sud, porta fino a Salerno. In alcuni angoli sorgeranno oasi naturali, fazzoletti umidi dove ricondurre la fauna - uccelli, anfibi e persino pesci. Dopo una estenuante trattativa con la Regione Campania sono arrivati 18 miliardi di vecchie lire (ma Rosanìa ne aveva chiesti 40), e con questi si potrà ripascere la pineta, piantare nuovi alberi, attrezzare piccole strutture sportive.’

La pineta segna il limite tra il mare e la pianura. Come altre pinete costiere in Italia, racconta Maria Bellelli, un’agronoma che a lungo l’ha studiata, anche questa che scorre da Paestum fino a Pontecagnano fu impiantata negli anni Cinquanta «per stabilizzare le dune impedendo che avanzassero e per proteggere dai venti marini e dalla salsedine le colture agricole che sono all’interno». Questa striscia di verde brunito è dunque un bosco artificiale, prodotto di quelle imponenti opere di manutenzione di cui l’ingegneria italiana si vantava, prima di cercare la gloria solo attraverso cavalcavia e autostrade. La pineta segnava il compimento di un’altra immane opera, la bonifica realizzata negli anni Trenta sotto la direzione di Arrigo Serpieri – bonifica integrale, venne definita, perché oltre a prosciugare le paludi, fissò nuove forme del paesaggio rurale. La pineta chiudeva verso il mare questo gioiello dell’ingegneria idraulica e a sua volta veniva protetta da una duna che sfilava lungo la spiaggia e che tratteneva la salsedine.’

Con il passare degli anni, racconta Bellelli, la pineta venne abbandonata. E qui, dove le piante non venivano diradate e mentre il sottobosco si riduceva, costruirono le villette. Proprietà del demanio e cioè di tutti, quindi di nessuno e, come accade spesso in queste contrade, di chi per primo se l’accaparra. Quattrocento villette, alcune di buona fattura, la gran parte baracchette indegne di ospitare gli attrezzi agricoli. Qualche ristorante, lo spaccio, la bottega con le mozzarelle di bufala della piana.’

L’assalto iniziò negli anni Sessanta. Arrivarono da Napoli, da Salerno e dall’entroterra. Ma le occupazioni furono incessanti dopo che Eboli divenne il teatro della Grande Rivolta. Accadde nel maggio del 1974. Una faida interna alla Dc aveva dirottato verso l’Irpinia, lo stabilimento della Fiat-Iveco che doveva essere installato nella piana del Sele. Gli ebolitani bloccarono l’autostrada e i binari ferroviari. Per Rosanìa fu il battesimo politico: anche lui era sulle barricate, alla testa degli studenti liceali. Una nuova promessa, quella di collocare altri stabilimenti, li riportò alla calma. Ma nessuna industria si stabilì da quelle parti. La Dc perse onore e voti a vantaggio del Psi, che contava su uomini scaltri e intraprendenti. I socialisti crebbero in misura straordinaria, trasformando l’intera provincia in uno dei centri di irradiazione del craxismo (nel '57 avevano l’8 per cento, nell’’80 raggiunsero il 31; la storia della città è narrata da Gabriella Gribaudi in un libro del 1990, esemplare nel suo genere fra antropologia, sociologia e politica: si intitola A Eboli). Nel '76 Rosanìa si trasferì a Modena, dove si laureò in Economia. «In quegli anni scomparvero tanti antichi mestieri», ricorda, «sparirono falegnami, artigiani del rame, ferrai, ciabattini. Eboli perse il suo rapporto con la piana, gli ebolitani non lavorarono più la terra. I fondi agricoli servirono per costruirci le villette e dopo il terremoto dell’’80 il centro storico si svuotò». Rosanìa ritornò in paese nel 1982. Ma se ne ripartì quasi subito per la provincia di Bergamo, dove trovò un posto da segretario comunale. Eboli era cambiata. Alcuni si erano arricchiti e molti sognavano di seguirli. Gli ebolitani avevano scoperto il mare e con il mare avevano scoperto quant’era bella la pineta. Furono quelli gli anni delle occupazioni incessanti. Arrivò anche la camorra. Racconta Rosanìa che nella casa del boss Pasquale Galasso a Poggiomarino venne sequestrata una copia del piano regolatore di Eboli e lo stesso Galasso, che poi è diventato un pentito, si era costruito una villa intonacata di bianco, con i portici e gli archi. La villa è ancora qui, con il cancello sulla strada che porta a Battipaglia. Adesso ospita il Centro per la legalità Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Pochi a Eboli ritennero che quelle case fossero illecite. Ma una svolta si ebbe nel 1996, quando Rosanìa si candidò a sindaco appoggiato da una lista civica e da Rifondazione comunista. Suo avversario era l’Ulivo. In testa ai suoi programmi mise gli abbattimenti delle ville. E vinse. Partirono gli ordini di demolizione e vennero indette le gare d’appalto. Tutte le gare andarono deserte. Una volta concorse una sola impresa, offrendo un ribasso irrisorio, lo 0,05. Ma qualche tempo dopo il titolare telefonò al sindaco, sfoderò una solenne faccia tosta e disse: «Scordatevelo che veniamo a demolire».’

Rosanìa fu colto dallo sconforto. Le villette erano state sequestrate da un magistrato di Salerno, Angelo Frattini. Ma i proprietari continuavano ad abitarle. Uno spiraglio venne aperto dal prefetto che tutti consideravano una persona perbene, Natale D’Agostino: le demolizioni le avrebbe fatte l’esercito. Un primo intervento (siamo arrivati al maggio 1998) venne bloccato perché nel frattempo era franata la montagna sopra Sarno. Poi D’Agostino morì, ma anche il suo successore, Efisio Orru, era persona tenace. E così il 28 settembre del '98, all’alba, le ruspe militari arrivarono nella pineta e buttarono giù le prime ville. In piazza si festeggiò quando tutto era finito. Ma il sudore freddo di quei giorni Rosanìa sente scorrerlo al solo rievocarli. Intanto l’esercito demolisce, bontà sua. Ma le case le vuole trovare sgombre di tutti gli arredi. E del trasloco dovette occuparsi il Comune, che scovò un magazzino per sistemare mobili, tavoli e sedie a sdraio. Trovò gli alberghi dove alloggiare i soldati. Fece una convenzione coi ristoranti per fornire pranzi e cene. E alla fine, dissanguandosi, dovette pagare solo all’esercito un conto di 600 milioni.’

Per alcune ore non si ebbe notizia di una signora di settant’anni. Qualcuno sussurrò che poteva trovarsi sotto i calcinacci. Vera o falsa che fosse (falsa, per fortuna, la signora era nella sua casa di Battipaglia), la voce servì a tenere il sindaco sulla graticola, a fargli capire quale scarto separasse la gloria dalla galera. L’ultimo gruppo di case fu demolito in fretta e furia nel 2000: si sapeva che alle politiche avrebbe vinto Berlusconi e allora addio ruspe.’

Eboli sembrava avesse retto nello slancio degli abbattimenti. Ma poi i partiti si sono sfaldati, la maggioranza ha perso alcuni suoi pezzi. «Non so se arriveremo al 2005, quando scadrà il nostro mandato», confessa Rosanìa. Sono riemersi i rancori nascosti quella sera davanti al filmato delle ruspe. Nel nuovo piano regolatore, realizzato da Vezio De Lucia, si è bandito il cemento sul lido: gli stabilimenti devono avere solo strutture in legno. Si è indetta una gara perché chi aveva già uno stabilimento demolisse quello vecchio: in cambio avrebbe ottenuto la concessione per uno nuovo, ma in legno. Alcuni si sono opposti. Sono andati alla Procura della Repubblica e hanno denunciato Rosanìa per abuso d’ufficio e hanno persino insinuato che lui abbia favorito qualcuno a scapito di altri. Ora l’indagine è in corso. Tutte le sentenze della giustizia amministrativa hanno dato ragione al sindaco, che però si è visto perquisiti gli uffici dalla Guardia di Finanza. «Se dovessi abbattere ora non potrei più farlo», ripete Rosanìa, che per fortuna sua e della pineta, seppe cogliere l’attimo.

(2 - continua)

Titolo originale: The New American Dream Looks Familiar – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Il new urbanism sta prendendo piede a St. Louis, con nuovi progetti che riecheggiano temi delle città tradizionali.

Dall’ex campagna di St. Charles all’affollato Brentwood Boulevard, fino al vecchio centro di Kirkwood, i costruttori fanno a gara ad adottare i principi new urbanism.

L’idea, abbozzata negli anni ’80 come alternativa allo sprawl suburbano, è diventata la moda del momento. E gli esperti che osservano queste trasformazioni affermano che la tendenza è in crescita, sia qui che a livello nazionale.

Il concetto generale è quello di capitalizzare quanto c’era di meglio nei quartieri tradizionali.

Pensare a spazi compatti, con case vicine le une alle altre e alle strade, con vicoli di servizio e parcheggi posti sul retro, marciapiedi alberati che portano verso parchi, negozi, chiese, biblioteche, scuole.

”Se solo la gente prendesse in considerazione quello che c’è nei loro vecchi quartieri, capirebbe” ci dice Marina Khoury, project manager dello studio Duany Plater-Zyberk & Co. di Miami.

Questo studio di architettura e urbanistica, noto come DPZ, è stato pioniere del concetto di new urbanism, e ha collaborato a tre progetti nella regione di St. Louis.

Ma gli esperti stanno ancora dibattendo su quanto davvero certi progetti col marchio new urbanism rafforzino il nucleo tradizionale dell’area regionale, e frenino lo sprawl.

A St. Louis e altrove, costruttori che si autodefiniscono new urbanists stanno strappando foreste e ricoprendo terre agricole, e ci costruiscono nuove strade e fognature per i propri progetti.

A Richmond Heights, un’impresa vuole demolire un vecchio quartiere, spostando gli abitanti, per fare spazio a un insediamento new urbanism progettato per attirare nuovi residenti.

Ci sono anche degli ibridi. WingHaven a O’Fallon, Missouri, ha un centro cittadino e altri elementi new urbanism. Ma nella stessa città ci sono anche sistemi di strade a cul-de-sac, case di stile suburbano, e altre caratteristiche che i puristi aborriscono.

”Qualche volta si vedono progetti dove si è fatta metà della strada, usando alcuni elementi di new urbanism” dice Stephen Filmanowicz, portavoce del Congress for the New Urbanism a Chicago.

”Ma è comunque meglio del classico sprawl”, aggiunge. E anche se sta su spazi aperti consuma meno terreni, se la gente può andare a lavorare o a fare shopping a piedi ... fa parte dei nostri scopi”.

La vera questione

Due dei più grossi progetti in corso nell’area di St. Louis sono degli ibridi: i 600 ettari di WingHaven, della McEagle Development, con altri progetti da 150 per la vicina BaratHaven, o quello da un miliardo di dollari and su 900 ettari a Belleville.

La Tamar Properties sta realizzando la prima fase del quartiere di Belleville, Reunion, con alcune case in stile new urbanist vicino a un lago, con percorsi pedonali e ciclabili. Ma la maggior parte delle case sono di tipo classicamente suburbano.

New Town a St. Charles, su 320 ettari a nord della zona storica, è una faccenda diversa. L’ha progettata lo studio DPZ e la Whittaker Homes la sta costruendo come autentica comunità new urbanism.

”Non ci sono cul-de-sacs” ci diceil vice presidente della Whittaker, Tim Busse. “Mescoliamo le abitazioni per i vari livelli di reddito, e il 90 per cento degli abitanti starà ad un raggio di cinque minuti a piedi da un centro servizi di quartiere.

Come Seaside, Florida, il celebrato modello di centro new urbanism progettato da DPZ nei primi anni ’80, anche New Town a St. Charles si sta realizzando su aree libere.

E come Seaside, non è progettata per essere più densa dei soliti suburbi. Le case sono raccolte in gruppi attorno a centri di tipo urbano con negozi, uffici e servizi.

DPZ ha anche dotato New Town di un sistema di 95 laghi e canali a contenere lo scolo dell’acqua piovana, ed essere un carattere distintivo della zona. Alcune case si affacciano sull’acqua, con moli per barche in stile veneziano. Tutte le case, con prezzi da circa 100.000 a 500.000 dollari, sono al massimo ad una distanza di due isolati da un lago o da un canale.

Khoury della DPZ afferma che New Town è di gran lunga più efficiente del solito quartiere suburbano, che ha insediamenti separati, e poi centri per il commercio, e per gli uffici, e obbliga la gente ad usare l’auto per andare ovunque.

Busse ci dice che lui e il suo presidente alla Whittaker, Greg Whittaker, hanno discusso di come tentare un progetto del genere per anni.

”Ammiravamo Seaside” dice “e abbiamo avuto la sensazione che i tempi fossero a St. Charles, particolarmente coi prezzi dei terreni che andavano alle stelle ... Volevamo anche costruire qualcosa di diverso e più sostenibile”.

Busse ci racconta che quasi tutte le case del primo lotto (400 su 600) sono vendute. E il gruppo degli acquirenti è misto, e comprende “gente da Soulard e University City, che non pensavano avrebbero mai attraversato il fiume (per entrare nella St. Charles County) a comprarsi una nuova casa.

In-Fill

Nel frattempo, altri costruttori hanno portato il new urbanism ai vecchi quartieri. Stanno riempiendo spazi in aree degradate o in zone vuote, aggiungendo una varietà di nuove case, negozi, ristoranti e altre amenità.

L’obiettivo – un elemento importante per i nuovi urbanisti – è quello di rivitalizzare i vecchi quartieri.

”Non siamo contro l’edificazione in aree nuove, ma penso che in generale i nostri membri siano più soddisfatti di praticare lo infill” nei vecchi quartieri, ci dice John Norquist, un ex sindaco di Milwaukee, ora presidente del Congress for the New Urbanism.

La MLP Investments ha quattro progetti di questo tipo, in corso o pronti a partire, per l’area di St. Louis.

Chris Ho, vice presidente di MLP per il settore costruzioni, dice che il primo esempio di intervento è Station Plaza, nel cuore di Kirkwood. Lavorando con architetti di Suttle Mindlin a St. Louis, e con la Parker Associates di Tulsa, Oklahoma, la MLP sta costruendo 215 condomini ad appartamenti, 24 townhouses, negozi al livello strada e un ristortante affacciato su una piazza. I garages sono nascosti sul retro. Il quartiere si sta realizzando in una zona morta: il sito di un ex punto vendita Target, di fronte a City Hall.

A Florissant, MLP prevede altre abitazioni in stile new urbanism e negozi al pianterreno per rivitalizzare la storica arteria commerciale. A Creve Coeur, una cittadina senza un vero e proprio centro di tipo urbano, la MLP sta costruendo King's Landing. Situato ad un isolato dal municipio, avrà appartamenti con negozi al pianterreno. I marciapiedi metteranno in collegamento con la zona del municipio e gli altri negozi e ristoranti della zona.

A Brentwood, MLP pensa ad un insediamento più grosso, nella parzialmente abbandonata Hanley Industrial Court. Ci saranno “veri isolati urbani” dice Chris Ho, “residenze e uffici sopra negozi, un’arteria principale, ristoranti, piazze”. Sono previsti una multisala a diciotto schermi e altri negozi in un secondo tempo. Ho aggiunge che sta per arrivare una stazione del MetroLink, in modo che gli abitati possano “saltar su e andare a Clayton per lavoro, all’aeroporto, in centro”

Nella vicina Richmond Heights, la THF Realty ha proposto di rimpiazzare circa 200 case con un quartiere di abitazioni più alte, negozi, un albergo e uffici. È progettato in stile new urbanism attorno a un percorso attrezzato a verde, con vicoli di servizio dietro alle abitazioni. La municipalità ha chiesto ad altri costruttori di presentare proposte alternative.

Norquist, del Congress for the New Urbanism, dice che l’idea di abbattere un quartiere per realizzarne uno nuovo deve essere valutata attentamente, “specialmente visto che St. Louis ha già avuto abbondantemente la sua parte di demolizioni, di case di valore”. La demolizione “sembra controproducente ... ma potrebbe non esserlo se l’insediamento new urbanist aggiungesse valore alla città”.

Un progetto a sé stante

La Pace Properties Inc. sta lavorando a un progetto isolato, a Richmond Heights, di fronte alla St. Louis Galleria. Nella prima fase, Boulevard-St. Louis avrà un magazzino Crate & Barrel, Bombay Co. e altri negozi, un garage parcheggio e 74 appartamenti. Il terreno sta lungo Brentwood Boulevard, ma il progetto sarà affacciato verso l’interno, con una strada commerciale, una piazza, fontane e alberature.

Rob Sherwood, direttore operativo della Pace Properties, afferma che le corsie laterali aggiunte lungo Brentwood e la Galleria Parkway miglioreranno il traffico.Più tardi si aggiungeranno anche uffici, altri appartamenti, e forse un albergo.

Sherwood dice che la Pace segue i principi new urbanism. Questo insediamento dovrebbe rivitalizzare anche altri quartieri, ed è “un modo efficiente di utilizzare terreni di valore”.

John Hoal, professore alla School of Architecture della Washington University, ci dice che il progetto della Pace sembra più un insediamento commerciale con componenti residenziali, che un vero quartiere new urbanism.

Ma anche così “Stanno realizzando una ottima miscela di funzioni, un ottimo ambiente stradale ... e bisogna rispettare i costruttori che seguono qualcuno dei principi new urbanism”.

Caratteristiche del NEW URBANISM:

Nota: qui il testo originale (con un utile elenco delle imprese costruttrici sedicenti new urbanist) (fb)

Città e territorio sono pressoché scomparsi dalla riflessione della sinistra. Eppure nelle nostre città è in atto un processo di cambiamento che sta mutando il destino di intere fasce sociali. Il primo grande fenomeno riguarda la concentrazione della proprietà immobiliare nelle mani di pochi gruppi, complici le numerose leggi di alienazione del patrimonio pubblico. Qui ha origine la vertiginosa crescita dei valori immobiliari e il fatto che una fetta sempre più grande di popolazione non riesce a sopportare gli affitti né a poter accedere alla proprietà. Nel decennio tra i due ultimi censimenti abbiamo così assistito a un massiccio trasferimento di popolazione da tutte le città capoluogo di provincia verso i comuni delle cinture metropolitane dove i prezzi delle case sono più bassi. E' un fenomeno rilevante che ha coinvolto centinaia di migliaia di famiglie. E' del tutto evidente che il livello della qualità della vita di queste famiglie è peggiorato per la necessità di compiere lunghi spostamenti quotidiani per arrivare nei luoghi di lavoro.

Il secondo grande fenomeno in atto è l'inarrestabile restringimento del welfare che si riflette nella diminuzione dei servizi pubblici e nella progressiva privatizzazione di alcuni di essi. Chi può paga, mentre una parte della popolazione riduce il suo livello di vita. Il fenomeno riguarda ogni settore, dai trasporti pubblici alla scuola, dal verde alla sanità: la sicurezza sociale di interi ceti sociali si riduce poiché si basava su questa rete di servizi pubblici.

Infine il metodo delle decisioni. Nell'ultimo decennio una serie ininterrotta di leggi derogatorie consentono alla proprietà fondiaria di poter decidere ogni trasformazione immobiliare senza attivare procedure democratiche di approvazione. Tutto avviene in un oscuro dialogo tra poteri forti senza coinvolgimento delle popolazioni interessate. Un esempio per tutti: la discarica di Acerra è stata decisa dalla società privata cui era stata affidato lo smaltimento dei rifiuti. Eppure, invece di queste aberrazioni, si parla «dell'egoismo» degli abitanti. Sono convinto che il motivo del silenzio della sinistra sia rintracciabile nel fatto che una parte di essa è convinta che i problemi urbani vanno lasciati al mercato e non sia più necessario alcun intervento pubblico. Non è soltanto per opportunismo, dato che alcune di queste immobiliari si chiamano Pirelli RE: il problema è culturale. La destra sta cercando di chiudere una fase storica: è infatti in discussione alla Camera dei deputati una legge che affida addirittura - come nel caso di Acerra - la funzione di pianificazione ai privati. Sembrerà incredibile, ma una parte della cultura urbanistica di sinistra appoggia apertamente questa sciagurata legge. Il problema è dunque nella cultura con cui la sinistra saprà affrontare il tema della casa, dei servizi e della difesa della natura pubblica del governo delle città, del territorio e dell'ambiente. Nel comprendere che le città sono al centro di uno scontro di potere tra interessi ristretti e interessi diffusi. Nel perseguire - proprio a partire dalle aree urbane - l'obiettivo di mantenere livelli di uguaglianza e diffusione del benessere.

*Urbanista, Associazione Polis

L’articolo che segue, non descrive mai la forma dello spazio, e la lascia all’immaginazione, agli automatismi, alla conoscenza diretta del lettore. Credo che questa sia la sua forza. Non si tratta di un testo particolare, visto che racconta, in una città simile a tante altre, piccole storie familiari legate a un grande progetto urbanistico e sociale, gestito da una altrettanto grande agenzia pubblica per l’edilizia popolare. Siamo a Chicago, e potremmo essere – come si capisce da subito – anche a Londra, Parigi, Milano, ecc.

Ma la cosa più importante mi pare, appunto, il fatto che la forma dello spazio scivoli in secondo piano: sia skipped , per usare il termine con cui gli operatori sociali chiamano i soggetti usciti dalla visibilità. Non perché questa forma non sia importante, anzi a volte importantissima e vero caposaldo per la qualità generale della vita urbana, ma perché essa è solo una parte (e anche a volte, solo a volte, non importantissima) di questa vita.

Come ci raccontano le vive testimonianze delle solite madri-single -inquiline, c’è un’infinità di cose a costruire il neighborhood . Un’infinità di cose che non stanno (e perché dovrebbero starci?) nei disegni dei progettisti. Progettisti che, di conseguenza, hanno più o meno “fallito” non quando i loro luminosi corridoi puzzano di piscio e si incrostano di goffi graffiti, ma quando schizzi e prospettive nascono su tavoli distanti ed estranei – e magari non per propria colpa – alla domanda sociale su cui si sostengono. (fb)

Titolo originale Mixed tale for former residents of demolished CHA buildings – Estratti e traduzione di Fabrizio Bottini

Magari di recente stavate guidando lungo la Dan Ryan, avete guardato in su verso le torri che si allineavano sul lato orientale della superstrada, e vi siete accorti che non c’erano più, a parte tre.

O può darsi che foste diretti a sud sulla Lake, vicino a Damen, quando avete notato linde casette dall’aria suburbana, dove una volta c’erano le famigerate Henry Horner Homes.

Oppure, ancora, stavate girando fra la Quarantunesima e Prairie, e avete visto che quell’edificio di sedici piani non esiste più.

Dopo aver assimilato il nuovo panorama urbano, sorge una domanda: dove è finita tutta la gente?

La risposta è una complicata miscela di cifre, persone, e politiche di abitazioni pubbliche. Ognuna delle circa 6.000 famiglie che hanno lasciato le case popolari da 1999 ha la sua particolare storia.

Alcune stanno ancora cercandola propria strada, mentre altre hanno trovato la felicità in altri quartieri. E anche se può sembrare una sorpresa a chi ha sentito solo storie di orrori sulla vita nelle case popolari, molti degli ex abitanti ancora rimpiangono le loro case multipiano.

Cifre

Nell’ottobre 1999, c’erano 16.428 famiglie che vivevano nelle case della Chicago Housing Authority con regolare contratto, secondo i registri dell’agenzia. Fra allora e l’ottobre 2003, 6.372 famiglie hanno lasciato la CHA. Molte di queste, 2.434, hanno accettato gli Housing Choice Vouchers (buoni casa, n.d.t.) a finanziamento federale, secondo il programma già chiamato “Sezione 8”, e hanno cercato fortuna nel mercato privato. La maggioranza spera di ritornare in alloggi CHA nei quartieri a tipologie per redditi misti, in corso di costruzione o allo stadio di progetto.

Le rimanenti 3.938 famiglie sono uscite dalle graduatorie delle abitazioni pubbliche per molte ragioni, tra cui morte o sfratto. Ma la maggioranza della popolazione che non ha optato per i vouchers e che è uscita dalle graduatorie, è “scivolata via”, ovvero non ha dato alla CHA alcuna spiegazione per andarsene, o ha informato l’agenzia che se ne stava andando verso varie destinazioni, compresa la coabitazione presso familiari o conoscenti.

Le circa 2.000 famiglie che sono “scivolate via” o se ne sono andate, sono quelle che preoccupano di più gli operatori delle case popolari e per i senzatetto. È perché si tratta delle frange più vulnerabili, che possono aver rinunciato a navigare attraverso la confusa burocrazia CHA, specialmente nei primi anni del piano di trasformazione.

Se i funzionari della CHA affermano di poter ricostruire la condizione di tutte le famiglie, escluse 300, che hanno lasciato le case, dichiarano anche di non essere responsabili per il mancato servizio a chi non ha partecipato alle assemblee, firmato le richieste, seguito le procedure. “Offriamo servizi a moltissime persone” ci dice Meghan Harte, direttore dei servizi generali per gli inquilini “Sono servizi volontari, e dunque se vogliono trarne vantaggio, possono; se non vogliono, non vogliono”.

Ma gli impegnati nel settore, come Katherine Waltz, avvocato del Sargent Shriver National Center on Poverty Law, dicono che la CHA si sta lavando le mani delle persone vittime della determinazione dell’agenzia nel demolire le abitazioni multipiano senza attivare un’adeguata pianificazione e informazione.

”Le famiglie sono state trascinate in questa corsa alla rilocalizzazione e non hanno potuto muoversi in tempo ... o contrattare il proprio percorso dentro a questo processo” ci dice Waltz” Se ne sono andate e hanno rinunciato”.

L’avvocato Richard Wheelock, che rappresenta gli inquilini CHA, ci dice “per un gran numero di queste famiglie, credo che la CHA abbia l’obbligo di seguirle perché se ne sono andate a causa delle condizioni di degrado degli alloggi”.

Che ha studiato il piano, come l’osservatore indipendente della CHA, Thomas Sullivan, ha criticato l’agenzia per non aver attivato adeguati servizi in loco nei primi anni del piano. Nel suo ultimi rapporto Sullivan afferma che ci sono ancora problemi, ma nota significativi miglioramenti nell’informazione e negli investimenti.

Meghan Harte afferma che il nuovo sistema computerizzato di monitoraggio – che aiuterà l’agenzia a ricostruire i movimenti degli inquilini dentro e fuori i quartieri – sarà completato e attivato entro la prossima settimana.

Il gruppo di lavoro CHA ha in programma di far visita anche a tutte le famiglie che hanno approfittato dei vouchers – oltre ai servizi offerti da appositi consulenti – e ha raggiunto la meta con circa il cinquanta per cento dei nuclei, secondo Harte.

Ci può essere bisogno di più di un trasloco per le famiglie voucher, nel trovare l’abitazione più adatta. Harte riconosce che il primo spostamento può essere verso zone non lontane dal proprio quartiere.

”La gente deve muoversi in zone dove ha amici, dove frequenta la chiesa e ha relazioni”.

Persone

* Frances Savage sta davanti all’edificio ad appartamenti al civico 4000 di South Calumet, nervosa perché deve traslocare per la terza volta da quando è stata costretta a lasciare la sua casa alle Washington Park Homes nel 2001, dopo ventisette anni.

Si guarda attorno, al prato pieno di immondizia che, dice, è in parte causa dei topi nell’edificio, e scuote la testa. Non è come doveva essere. Le avevano detto che la vita sarebbe stata migliore, una volta lasciato l’appartamento.

Come altri inquilini CHA, Savage ha avuto la scelta fra trasferirsi in un altro quartiere dell’istituto, oppure cercare la sorte nel mercato con un voucher. Spaventata dalla prospettiva di trascinare i suoi quattro figli – due dei quali adolescenti – nei territori sconosciuti di un altro quartiere popolare, Savage è scesa in campo col suo voucher.

Nonostante la CHA dicesse di voler aiutare la gente a trovare un nuovo appartamento, Savage afferma che il sostegno dell’agenzia ha lasciato molto a desiderare. “Cacciavano la gente in posti orribili”, dice.

Trovò un appartamento all’isolato 5600 della South Michigan. Come la maggior parte degli inquilini CHA Savage, 37 anni, trova casa in zone dove scuole e occasioni di lavoro non sono molto migliori di quelle che ha lasciato. Nel 2003, solo il 3 per cento degli inquilini voucher si sono trasferiti in “zone di opportunità” con migliori scuole e ambiente.

All’inizio il nuovo posto sembrava “OK”, ricorda Savage, “ma le bande in zona stavano cominciando a reclutare membri”. Così in agosto si trasferì nell’appartamento fra la Quarantesima e Calumet, in parte anche perché le mancava il vecchio quartiere. Era tornata in territori familiari, ma scoprì subito cha la casa era infestata dai topi. Dice che si lamentò con l’amministratore, senza risultati.

Savage, che ha una invalidità per lesioni alla spina dorsale, aveva anche problemi economici. Le bollette del gas da 200 dollari al mese pesavano. Così quest’estate ha fatto i bagagli e si è spostata di nuovo.

In aggiunta agli altri problemi, alla signora Savage manca il senso comunitario delle vecchia casa multipiano, dove i vicini potevano tener d’occhio l’appartamento quando lei era fuori.

”In questi isolati la gente non guarda in faccia a nessuno” ci dice “Qui ho paura a uscire di casa”.

** Secondo Denise Campbell, ex inquilina delle Stateway Gardens, l’esperienza da quando ha lasciato il quartiere dove viveva dall’età di 11 anni, è stata “un vero inferno”.

Campbell, di 43 anni, è stata una delle ultime persone a lasciare l’edificio al 3737 di South Federal, nelle Stateway Gardens, e si ricorda ancora benissimo la sera dell’ottobre 2000 in cui i funzionari le hanno detto che insieme ai suoi quattro ragazzi avrebbe dovuto uscire immediatamente. “Arrivarono quel lunedì con un camion da traslochi e dissero: Signora Campbell, lei deve andarsene”. “Mettono semplicemente la gente fuori, senza che sappia cosa l’aspetta”.

I funzionari CHA riconoscono che ci sono stati problemi nei primi tempi delle demolizioni. Dopo una costante raffica di critiche e minacce di causa, molti riconoscono che il comportamento dell’agenzia è migliorato.

La prima destinazione della signora Campbell è stata la casa di sua madre, all’isolato 5900 di South Wabash. Aveva paura, perché sua madre aveva altri problemi, e lei non voleva interferire. Restò lì fino al dicembre 2000, quando trovarono un appartamento in un edificio di pietra a tre piani fra la Sessantatreesima e Drexel.

Le cose stavano migliorando nel nuovo posto, pensò Campbell. “Mi piaceva” dice. “Poi nell’aprile 2001 scoprii che l’edificio era in fase di sgombero”.

Nel dicembre 2002 “vennero qui e misero tutti fuori sul marciapiede. Le cose furono rubate”.

Il suo nuovo spostamento fu a Roseland, fra la 117° e la State, dove vive ora.

”È un quartiere abbastanza dignitoso. L’unica cosa è che i trasporti sono scarsi e i negozi chiudono presto” dice. Anche la signora Campbell ha in programma di traslocare di nuovo quest’estate. Il figlio di 19 anni si è trasferito, e lei ora non ha più diritto a un’abitazione a quattro stanze. Dovrà trovarsene una da tre.

*** Nonostante il travaglio dell’affrontare il mercato privato della casa per la prima volta, c’è felicità fuori dai quartieri popolari. Provate a chiederlo a Donna Wade.

Wade, che ora ha 37 anni, era una bambina alle Stateway. Anche se ha dei bei ricordi dei suoi primi giorni nel quartiere, negli ultimi tempi l’edificio era diventato sempre più pericoloso per via degli occupanti abusivi e degli spacciatori. Wade iniziò a preparare il trasloco mesi prima che i camion arrivassero a portarla in un edifico a due piani all’isolato 6100 della Drexel. Compilò i moduli necessari e si presentò agli incontri con i consulenti, ma per la maggior parte si organizzò da sola la strategia di caccia alla casa.

Anche se lo spazio era abbastanza per lei e la figlia adolescente, l’intraprendente Wade guardava avanti. Circa quattro mesi fa, si è trasferita in una casa singola fra la 117° e Yale.

”Amo la mia casa” ci dice, “Ho sempre desiderato un giardino, una sala da pranzo e una cantina”.

VARESE -Cunicoli, bunker. Nei boschi bucano per chilometri le Prealpi che dominano i sette laghi della provincia di Varese. Sono le fortificazioni militari della linea Cadorna, fatta costruire dal generale della prima guerra mondiale per timore che gli imperi centrali invadessero l'Italia passando dalla Svizzera. Monte Orsa, sopra Besano. Notte di luna piena che fa capolino tra i rami scuri dei pini, a nord le Alpi sempre innevate, a valle lo sguardo si perde verso la pianura padana illuminata dai lampioni dell'enorme città sparpagliata, sono mille paesini che senza soluzione di continuità arrivano fino a Milano. Un fuoco acceso, dove c'erano i cannoni o dentro una casamatta, proietta le ombre sui muri segnati negli anni da scritte e figure. Fuori il verso dei gufi, dentro l'eco delle voci rimbomba con il sibilare dei pipistrelli, animaletti che a Varese sono oggetto di ricerche universitarie.

Ecco un posto ideale per giocare alla messa nera. E' solo uno dei tanti luoghi che costellano il varesotto, tra cattedrali deserte di archeologia industriale, ville liberty abbandonate, chiesette sconsacrate. La natura incontaminata si mischia con territori devastati per oltre un secolo dai primi insediamenti industriali d'Italia, basta perdersi per una strada sterrata per evadere come per incanto da una delle aree più densamente abitate del mondo e ritrovare luoghi che sembrano abbandonati da dio e dagli uomini.

E invece non è così. Tutti li conoscono da queste parti, magari solo per farci una passeggiata la domenica o andare a funghi e funghetti. Per i ragazzi sono posti dove passare una serata senza spendere e senza troppe rotture. Lavoro ce n'è ma occasioni per divertirsi pochissime. Iniziative culturali, zero. E allora si va per boschi. E' questo lo scenario in cui da una ventina d'anni è cresciuto quel gusto per fantasy e revival medievaleggiante, cavalieri e folletti celtici. Si riconosce nei testi delle canzoni epic metal o progressive rock apolitico e ribelle, ma riaffiora anche in certe iconografie leghiste e in associazioni fascistoidi; mischiando sacro e profano, cattolicesimo da crociata e paganesimo, voglia di evadere dall'aridità e dalla noia della religione del profitto verso un misticismo naturalista di ispirazione nordeuropea. Alberto da Giussano e Riccardo Cuor di Leone, Merlino e Morgana ma anche Belzebù, Odino e Wotan.

Il cosiddetto satanismo varesotto di cui tanto si parla dopo gli omicidi di Somma Lombardo è solo un riferimento maldestro a questo variegato mondo. E' stupido non distinguere alcuni terribili fatti di cronaca da suggestioni che sono diffuse tra migliaia di persone che, naturalmente, nulla hanno a che fare con quei delitti. Si vaneggia di pratiche occulte quando spesso si tratta di passioni adolescenziali molto poco meditate, grezze, fascinazioni che passano con l'età. Anche chi vuole rimanere fedele alla sua vena «magica», col tempo cambia. Quando aveva venti anni, Monica faceva la panettiera a Tradate e ascoltava death metal: adesso è buddista e sta in Thailandia. Simona accendeva candele nere, ora è intrippata con l'India.

Solo più in profondità, e in età più matura, gli sviluppi coltivati nell'humus paraceltico da baraccone prendono identità specifiche; e allora, se chiedi ai diretti interessati, tra satanismo, paganesimo celtico e ultracattolicesimo c'è un abisso. La maggior parte però «rientra». Jack era un «metallozzo puro», adesso fa il ragioniere. «Quando avevo 15 anni preferivo andare in un bosco che in discoteca, ogni due o tre anni sparano cazzate su satanismo e musica del diavolo, non se ne può più. Metal e satanismo non sono affatto sinonimi così come è assurdo pensare che satanisto lo sia di assassino. Invasati ne ho conosciuti, metallari e non. C'era chi si faceva le foto nei boschi con asce e facce pitturate di bianco, qualcuno si tatuava stelle a cinque punte ma più che messe nere erano messe in scena. La storia che nei boschi di Somma Lombardo si facevano riti la sento da quando ero piccolo, dicevano di aver visto un corvo crocefisso e che arrivavano macchinoni con targhe di fuori, c'era anche chi diceva che si facevano messe nere in una ex scuola di agraria».

Ognuno ha la sua leggenda metropolitana. Alcune sono panzane, altre hanno un fondo di verità. Orgie in alcune grotte nelle montagne moreniche della Valganna, buchi poco profondi in una valle stretta e fredda alle porte di Varese. Chiesette sconsacrate nella vicina Val Ceresio, per non parlare dei «riti» che si consumerebbero in uno dei luoghi cult di tutta la provincia: l'ex-cartiera. Un enorme e inquietante stabilimento di inizio secolo abbandonato sulle rive dell'Olona, stanzoni giganteschi, vecchi macchinari, tubazioni e antri bui. Si favoleggia di messe nere anche nei bunker della Siai Marchetti, la prima industria aeronautica d'Italia, vicino a Sesto Calende, a pochi chilometri da Somma Lombardo. E poi ci sono i cimiteri, come quello del santuario di santa Maria delle Ghiande, a Mezzana, frazione di Somma, proprio dove il 28 maggio scorso sono stati ritrovati i corpi di Chiara Marini e Fabio Tollis, i due giovani uccisi da quattro «satanisti».

L'elemento «satanico» scatena i media ma per il paese è un aspetto secondario. Il signor Augusto ha un canile. Lo hanno chiamato i carabinieri per prendersi cura del cane di uno degli accusati, dopo che il 23 gennaio il padrone è stato arrestato per l'omicidio dell'ex fidanzata Mariangela Pezzotta. Lei era di Somma: quello in paese è l'omicidio importante, il ritrovamento nel boschetto degli altri due ragazzi milanesi, ai suoi occhi è meno rilevante. Il signor Augusto dà una chiave di lettura più terra terra: «Erano i balordi del paese, li conoscevamo. La ragazza l'hanno ammazzata per questioni di gelosia, gli altri due per faccende di soldi e droga».

Non la pensa molto diversamente, Luca, uno dei ragazzi del Riff Raff di Gallarate, il più famoso negozio di dischi metal di tutta la provincia. «Quello che hanno arrestato a Somma anni fa si vedeva al Nautilus (l'unica vera discoteca dove è cresciuta mezza provincia, ndr) - ricorda Luca - era uno sfigato che stava sempre da solo, incasinato con droghe varie». Luca sembra un vichingo, alto, barba e capelli biondi e lunghi, borchie, pantaloni e maglietta nera con scritte gotiche. Mite e un po' timido, sta chattando con amici tedeschi, alle spalle i poster degli Iron Maiden, davanti un teschio a forma di posacenere (gadget) e un libro di William Scott. E' addolorato. «Mi stanno scrivendo che è morto il mio mito Quorthon, l'inventore del black metal». E' il leader del gruppo svedese Bathory (dal nome di una principessa assassina ungherese). Quorthon nei suoi testi non parla, non parlava, di Satana, perché Lucifero fa parte della terminologia cristiana, meglio allora riprendere l'epica scandinava degli dei del nord, rileggendo Wagner. «A me piacciono i vichinghi, ma non vado certo in giro con le corna e la spada», dice Luca. Poi aggiunge: «Migliaia di ragazzi ascoltano la nostra musica, se il metal o qualunque tipo di musica c'entrasse con quei delitti allora ci sarebbe un'ecatombe al giorno. Se il criterio per individuare un assassino fosse quello di sottolinearne l'ambiente di provenienza, allora tutte le categorie potrebbero essere bollate come assassine».

Sulla porta c'è il manifesto dell' Iron Fest, carrellata di gruppi metal che tra pochi giorni va in scena a Tradate, con «star» americane. Entra Matteo, bassista metal: «Sai il ragazzo che si è impiccato? Dicono che è stato un suicidio indotto, ma vai a sapere perché uno si ammazza...». Matteo lo ha visto. Era sull'ambulanza che ha portato via il cadavere. Faceva il volontario in croce rossa dopo un anno di servizio civile.

BOLOGNA. La Compagnia dei Celestini è un romanzo di Stefano Benni, questo lo sanno quasi tutti, ma è anche un’associazione di urbanisti bolognesi, e questo lo sanno in pochi. I Celestini, gli urbanisti, esistono dal 2001, e stanno facendo molto, a Bologna, per riportare l’urbanistica al centro di un dibattito pubblico. Promuovono feste per la città cui partecipano centinaia di persone. Organizzano convegni e pubblicano documenti. Raccolgono materiali sul loro sito internet. Godono di un’ottima stampa, e compaiono nelle bibliografie più di quanto ci si aspetterebbe. Sono un piccolo fenomeno, e un fenomeno molto bolognese, anche se è difficile dire esattamente in cosa. I quattro Celestini che incontro a Bologna, Alessandro, Chiara, Francesco, Marco, sono tutti poco sopra o poco sotto i trent’anni. Sono un campione rappresentativo di un gruppo che è, per lo più, giovane. Gruppo nato all’indomani della vittoria di Guazzaloca, con l’idea di reagire a un degrado politico e culturale, ma anche a uno «stato problematico della città» (come dice Francesco) che, nell’esperienza professionale di molti di loro, caratterizzava già gli anni della giunta Vitali. Marco: «abbiamo cominciato a ragionare sul perché la città andava così male, su cosa potevamo fare con il nostro sapere». Il cosa fare assume prima la forma di una discussione serrata, un tentativo di coinvolgere altri in un dibattito più ampio, poi diventa un’associazione, che oggi conta più di ottanta iscritti e centinaia di simpatizzanti.

I Celestini hanno molte idee su Bologna e le fanno circolare. Si oppongono ai progetti per la nuova metropolitana, mezzo di trasporto troppo costoso e rigido, e per il «tram», veicolo su gomma a guida vincolata che (dicono) avrà una capacità inferiore ai mezzi che attualmente servono la stessa direttrice est-ovest. Vorrebbero una seria politica contro le auto e più investimenti sul sistema ferroviario metropolitano. Discutono il nuovo «piano struttura», poco capace di costruire scelte condivise, che urbanizza nuove aree invece di giocare la carta della riqualificazione, ed è incapace di rispondere alle domande poste dalle sue stesse analisi (calo demografico, crescente immigrazione). Ritengono urgente l’avvio a Bologna di una politica strutturale di interventi per la casa. Contestano le scelte compiute per molte aree strategiche: il parcheggio di interscambio nell’area ex Saveco, strategica per un eventuale ampliamento dei giardini Margherita; la nuova sede dei servizi del Comune nell’area dell’ex mercato ortofrutticolo, in un luogo che per facilità di connessioni sarebbe più adatto a ospitare funzioni rivolte a un’utenza non locale.

Bologna si trasforma oggi, dice Alessandro, «consumando opportunità, senza che le trasformazioni della città siano di qualche interesse pubblico, portino qualche beneficio». Al centro del suo discorso e di quello dei Celestini è un’idea di cittadinanza, di bene collettivo. Ciò che spinge il gruppo a uscire allo scoperto sulle trasformazioni urbane nasce, lo si vede, da una pratica quotidiana dei meccanismi del piano. Tre delle quattro persone che ho davanti lavorano negli uffici della Provincia di Bologna (è lì che si raccoglie alla fine degli anni novanta un primo nucleo di soci fondatori). La loro è l’esperienza di chi sa in che modo le scelte tecniche possono essere condizionate dal gioco dei poteri urbani, e vuole rendere consapevole di tutto questo un pubblico più vasto. Francesco: «di quest’esperienza mi interessa soprattutto il fatto di far capire anche a persone che non conoscono le cose tecniche dell’urbanistica che hanno la possibilità di influire sui processi di trasformazione».

Questa attenzione al dato tecnico, unita a uno spiccato senso dell’attivismo radicale, dell’incursione creativa, fornisce la peculiare cifra culturale dei Celestini ed è una delle ragioni principali del loro successo. I Celestini sanno comunicare in molti modi, per esempio facendo un modello di Bologna tutto di pezzi di mortadella, ma quando c’è da essere pragmatici, attenti ai fatti e ai numeri, non si tirano indietro. Sanno che è grazie a questo stile intellettuale che si sono conquistati credibilità e una capacità di parlare in modo trasversale a diversi schieramenti politici. E questo a dispetto di posizioni che in alcuni casi sono obiettivamente di rottura rispetto alle politiche recenti, anche della sinistra. Come se l’insistere su un discorso fortemente tecnico, che ai politici non è sempre familiare, permettesse un rimescolamento delle carte, delle alleanze. Marco: «nei partiti, specie quelli piccoli, non c’è modo e tempo per ragionare sulle questioni urbanistiche, i politici non hanno gli strumenti. Il lavoro che abbiamo fatto in questi anni è stato importantissimo anche per la loro crescita».

I Celestini non sono un gruppo compatto. Hanno molte posizioni, e nei loro documenti, in controluce, lo si vede. Marco: «ogni documento che rendiamo pubblico viene discusso, limato, rivisto, è un lavoro che comporta una fatica immane». Collocarli su un’ipotetica mappa dell’urbanistica italiana non è ovvio. C’è in molti loro testi un’idea forte del «piano», del «pubblico», delle «regole». Ci possono essere nomi che nei loro documenti compaiono più spesso di altri, per esempio Edoardo Salzano o Francesco Erbani. Uno dei loro ultimi scritti si apre con una lunga spiegazione di che cos’è la rendita fondiaria urbana, proprio come accadeva in Amministrare l’urbanistica di Giuseppe Campos Venuti, anno di grazia 1967: un libro che ha significato molto per Bologna. Tutto questo può aiutare a circoscrivere un ambito culturale, a tracciare alcune radici, ma, nel caso dei Celestini, quello che colpisce è la capacità di non rispettare totalmente questi confini, di lasciare aperto il campo a qualche scostamento.

Che cosa accadrà ora se Cofferati dovesse vincere le elezioni, non lo sanno. Danno l’impressione di essere in attesa, consapevoli che potrebbe esserci una svolta. In questi anni, con la sinistra all’opposizione, il loro ruolo è stato quello di portatori di una critica tecnica e culturale, capace di ricollocare l’urbanistica sulla scena dell’attenzione pubblica con una determinazione e un’efficacia poco consuete. C’è spazio ora per uno spostamento verso un impegno più esplicito in ambito politico, o magari, chi lo sa, professionale? Marco: «certo questa che si sta avvicinando è una scadenza importante...». Chiara: «magari continueremo proprio così, nel nostro ruolo da vigile urbano». Che, nella filastrocca di Gianni Rodari, è appunto quello che «ferma i tram con una mano».

.FILIPPO DE PIERI

I Celestini incontrati il 16 aprile 2004 sono: Alessandro Delpiano, Francesco Evangelisti, Chiara Girotti, Marco Guerzoni. Sito internet: www.celestini.it

La mappa è una normale mappa catastale. Ma fuori dal suo codice burocratico sembra un giochino di quelli che compaiono sulla Settimana Enigmistica: tanti quadratini, circa duemila, e dentro i quadratini un numeretto. «Questa era la lottizzazione della Sterpaia, ogni quadratino un lotto, ogni lotto una villetta, una baracca, un prefabbricato. D’estate arrivavano alla Sterpaia diecimila persone. Avevano costruito strade e portato l’acqua. Ma era tutto abusivo. Forse il più grande abuso mai compiuto da queste parti».

La voce di Massimo Zucconi è rotonda. Moderata l’inflessione toscana. Siamo sull’arenile bianco e di polvere sottile del golfo fra Piombino e Follonica e nell’aria aleggia la minaccia di un nuovo condono edilizio, il terzo nella triste storia delle sanatorie italiane (il secondo patrocinato da Silvio Berlusconi). Di fronte, nell’evanescenza della foschia, si scorge l’Elba che sovrasta il mare colore del cobalto. In lontananza le ciminiere, il più vistoso lascito della grande speranza industriale di questo lembo della Maremma - erano 12 mila gli operai una decina di anni fa, adesso sono 3 mila.

Zucconi è architetto ed è il presidente della società che gestisce i sei parchi della Val di Cornia, quello archeologico di Baratti e Populonia, quello archeominerario di San Silvestro, quelli naturali di Montioni e di Poggio Neri e quelli costieri di Rimigliano e, appunto, della Sterpaia. Per molti anni Zucconi ha diretto il dipartimento di Urbanistica del Comune di Piombino ed è stato l’artefice di un evento che, in quelle dimensioni e per la data in cui prese le mosse - il 1983 - , era un esordio nella storia d’Italia: la demolizione di tutti i manufatti abusivi, le duemila casette allineate in quella mappa. A partire da allora, e terminati gli abbattimenti a metà degli anni Novanta, Zucconi ha preso ad occuparsi del risanamento dei milleottocento ettari della Sterpaia, un bosco popolato da aceri campestri e aceri trilobi, da frassini, olmi e ornielle e da maestose querce, presenti in varie specie - farnie, cerro e roverella - e molte delle quali «capitozzate», cioè tagliate a un’altezza fra i due e i tre metri in modo che la pianta potesse crescere più in larghezza che in altezza.

Adesso la Sterpaia fronteggia una spiaggia sinuosa e lucente. E con essa forma un sistema ambientale complesso, composto dalle dune, dalle aree umide che si assiepano dietro di esse, da radure agricole e da aree boscate. Pochi gli stabilimenti balneari, alcune aree di parcheggio, piccoli chioschi, qualche ristorante, lunghissimo l’arenile libero: il bosco della Sterpaia è stato restituito a un turismo rispettoso e sobrio. Ma dietro la sua serenità si cela una storia di travagli umani e politici.

Fin dal Medioevo la pianura attraversata dal fiume Cornia era dominata dalle paludi che si alternavano a boschi e a qualche sparuto appezzamento coltivato. E le paludi, infestate dalla malaria, tenevano lontani gli uomini e le loro attività. Il paesaggio era quello scoraggiante e selvatico di una landa, segnata solo dalle torri di avvistamento contro le incursioni saracene e da qualche raro ricovero di pastori. I primi interventi di bonifica risalgono alla fine del Cinquecento, ma la sistemazione idraulica su larga scala fu avviata, come in tutta la Maremma, negli anni Venti dell’Ottocento dal granduca Leopoldo II. Il lago di Rimigliano e le paludi interne vennero prosciugate dirottando l’acqua in numerosi canali di scolo, mentre l’acquitrinio di Piombino venne interrato con materiali trascinati dal Cornia che formarono una vastissima colmata.

La storia più recente della Sterpaia (una storia che viene rievocata in un libro curato per Legambiente da Edoardo Zanchini e pubblicato da Franco Angeli: Dall’abusivismo al parco) inizia trent’anni fa. Nel 1971 un’agenzia immobiliare di Piombino rilevò i centottanta ettari della Sterpaia dall’ultimo dei suoi proprietari, il barone Ostini. Sul bosco il Comune di Piombino aveva imposto, negli anni Sessanta, un divieto assoluto di edificabilità, rinforzato da un vincolo paesaggistico del ministero della Pubblica Istruzione. Per la verità il piano regolatore di Piombino prevedeva insediamenti turistici che avrebbero chiuso in gabbia la Sterpaia, lasciando che fosse circondata da un mare di cemento. Fu il ministero dei Lavori Pubblici, nel '71, a esigere la tutela anche delle aree a Est e a Ovest del bosco (e fu sempre il ministero, alla cui direzione generale dell’Urbanistica sedeva un intransigente galantuomo, Michele Martuscelli, a sventare uno sciagurato villaggio di quasi due milioni di metri cubi nientemeno che sul promontorio di Populonia, a ridosso della necropoli etrusca).

Il divieto di costruire era stato confermato da un piano urbanistico redatto dall’architetto Carlo Melograni per tutti i quattro comuni dell’area (oltre a Piombino, San Vincenzo, Campiglia Marittima e Suvereto). Ma nonostante i vincoli, l’agenzia immobiliare che aveva comprato la Sterpaia divise la proprietà in piccoli lotti da 500, 1.000 e 2.000 metri quadrati e, così frazionata, la vendita non poteva che preludere a un’imponente speculazione: il terreno, acquistato a poche centinaia di lire al metro quadrato, veniva ceduto a quindici, anche ventimila. I compratori non erano benestanti: la gran parte proveniva da ceti medio-bassi, quando non proprio operai dell’acciaieria, che realizzavano il sogno della casetta per la villeggiatura.

Poco dopo aver messo piede nell’Ufficio abusivismo del Comune, Zucconi aprì un armadio e trovò decine di delibere con le quali l’amministrazione ordinava la demolizione degli illeciti. Era il 1983, ma nessuna ruspa si era mai avventurata alla Sterpaia, che nel frattempo era diventata una fungaia di cemento. «Mi dissero che non si era proceduto perché i proprietari erano ricorsi al Tar e che il Tar non si era ancora pronunciato. Risposi che si poteva comunque demolire. Mi ribatterono che il Comune non voleva accollarsi i danni patrimoniali casomai il Tar gli avesse dato torto».

Era la verità. Ma era vero anche che una parte del Pci, da sempre al governo di Piombino, non era insensibile agli interessi di chi aveva costruito alla Sterpaia. Una delegazione di abusivi si era fatta persino ricevere da Enrico Berlinguer (ma il segretario del Pci non assicurò nessun appoggio). In un estremo tentativo conciliatorio il Comune aveva offerto a chi avesse demolito l’abuso una casa in due villaggi turistici ai bordi del bosco. Ma accettarono solo 190 proprietari («e fu una fortuna», commenta ora Zucconi, «altrimenti si sarebbe generalizzato il principio che un abuso possa essere sì abbattuto, ma poi indennizzato»).

Non fu semplice per Zucconi forzare la mano. Ma convinto a demolire era anche il nuovo sindaco di Piombino, Paolo Benesperi (che adesso è assessore regionale), e le ruspe si misero in movimento a dicembre dell’83 proprio mentre il Tar cominciava a dar ragione al Comune. A casa di Zucconi arrivarono un paio di lettere contenenti un proiettile. Ma si andò avanti lo stesso. E anzi la giunta diede incarico a Italo Insolera di redigere un piano particolareggiato del parco, che fu pronto nel 1985. Un gruppo di lottisti si presentò dal ministro dell’Ambiente Alfredo Biondi. «Subito dopo andammo anche noi dal ministro», racconta Zucconi. «Ci ricevette dicendo che aveva appena parlato con "quelli di Piombino": credo che non gli fosse sufficientemente chiara la differenza fra noi e loro».

I terreni liberati dalle case furono riacquistati dal Comune. Ma non più come se fossero edificabili, bensì a prezzo agricolo (furono di fatto espropriati). Nuovo ricorso dei proprietari alla giustizia amministrativa. Nuova vittoria del Comune. E così le ultime case furono abbattute dagli stessi abusivi, che evitarono altri addebiti di spesa. La Sterpaia tornava a respirare. Ma altri anni di lavoro furono necessari per ripristinare la qualità della sua vegetazione, la densità delle piante. Le querce sono tornate a dominare con le loro chiome ultracentenarie e in alcune zone si è deciso di imporre un regime da riserva integrale (vale a dire che non sono frequentabili se non con un permesso del parco e con la guida).

Accanto alle querce – Zucconi le mostra con contenuto orgoglio – spuntano piante non autoctone – filari di tamerici, pitosfori ed eucalipti, ma anche palme di vario genere e dimensione. Sono sistemati su brevi segmenti, poi disegnano un angolo retto, un altro ancora e infine si chiudono a quadrato. «Erano le recinzioni dei lotti abusivi, abbiamo deciso di lasciarle perché attestano la storia naturale di questo bosco e delle sue traversie».

(3 - continua)

Chi ha paura dei soprintendenti

Adriano La Regina

La Stampa del 24 novembre 2004 pubblica un ampio stralcio della denuncia del responsabile dei Beni archeologici romani scritto per il la rivista Micromega: «Molti ambienti politici e imprenditoriali alimentano il mito di uno strapotere che non abbiamo, per giungere alla definitiva soppressione del nostro ruolo»

L’insofferenza nei confronti della tutela esercitata dalle soprintendenze è una vecchia storia. Nel dopoguerra, quando ogni freno alla peggiore speculazione edilizia era stato rimosso con il pretesto delle urgenti necessità, venne accreditato presso l'opinione pubblica italiana il luogo comune della ricostruzione e dello sviluppo economico fortemente ostacolati dalla tutela archeologica. In realtà da parte di alcune soprintendenze si tentava solamente di evitare in quegli anni di disordinata trasformazione i maggiori guasti che si stavano producendo al territorio nazionale e di cui tuttora dobbiamo lamentarci.

Da allora l'applicazione dei «vincoli archeologici», come venivano comunemente definiti i provvedimenti di riconoscimento del notevole interesse archeologico dei suoli, è divenuta sempre più difficile. Procedure estenuanti sono state progressivamente introdotte per rallentare l'esercizio della tutela con il risultato di favorire le attività speculative ai danni del patrimonio archeologico. Nel contempo, a partire dalla meta degli anni Ottanta le soprintendenze subivano un graduale e inarrestabile indebolimento con il blocco delle assunzioni di personale tecnico-scientifico. Potrà sembrare incredibile, ma sono occorsi circa vent'anni, a partire dal 1980, per riuscire a vincolare solamente un terzo del comprensorio archeologico della via Appia nel territorio del comune di Roma. Si calcolò allora che per riuscire a proteggere tutte le aree ed i monumenti di evidente interesse archeologico nella città di Roma sarebbero stati necessari, con quelle procedure e in quelle condizioni di efficienza operativa, almeno duecento armi.

Con le nuove norme approvate quest'anno la procedura prescritta per adottare un vincolo è divenuta ancora più defatigante. Alle difficoltà già descritte si è infatti aggiunto un altro non facile passaggio burocratico, il parere di un comitato regionale di coordinamento composto da tutti i soprintendenti della regione. È evidente l'intento di vanificare quelle pur minime capacità che restavano alle soprintendenze per esercitare i proprii compiti. Questa misura ulteriormente restrittiva nei confronti dell'azione di tutela sarebbe stata adottata per frenare un eccessivo potere dei soprintendenti, perché la nuova riforma, con le parole del ministro Urbani in un'intervista del 26 settembre, «"uccide" alla radice il potere monocratico di quelle che talvolta erano vere e proprie satrapie, sostituendolo con decisioni prese in modo collegiale». È un riferimento specifico alla procedura instaurata per l'applicazione dei vincoli, l'unico caso in cui il nuovo regolamento richieda esplicitamente il parere collegiale nel comitato regionale.

Questo dello strapotere dei soprintendenti è veramente un mito perdurante, tuttora alimentato dall'intento, ormai non più sottaciuto da parte di molti ambienti politici e imprenditoriali, di giungere alla definitiva soppressione delle soprintendenze. I vincoli, infatti, seppure proposti dai soprintendenti come è tuttora secondo le nuove norme, in passato sono stati sempre approvati solamente dai ministri o dai direttori generali, dopo l'esame da parte di ispettori centrali e di altri uffici ministeriali. Ulteriori valutazioni di legittimità nella maggior parte dei casi sono scaturite dai ricorsi ai tribunali amministrativi, che comportano anch'essi tempi lunghissimi. La procedura era già così arzigogolata e disarmante da rendere eroico e al tempo stesso inoffensivo qualunque intento di esercitare regolarmente quelle funzioni di tutela che la legge attribuisce alle soprintendenze. Adesso è divenuto praticamente impossibile.

Insofferenza ancora maggiore si è manifestata in anni recenti nei confronti della gestione pubblica del patrimonio culturale, sulla quale è stato gettato discredito nonostante i risultati raggiunti, che per fortuna ci vengono riconosciuti almeno negli ambienti internazionali, e nonostante le condizioni indegne in cui sono state intenzionalmente tenute le nostre istituzioni culturali. Si è infatti venuto vieppiù affermando il mito dell'impresa nella valorizzazione del patrimonio culturale. [...]

L'Italia era riuscita a crearsi, dalla fine dell'Ottocento, un sistema per la difesa del patrimonio culturale, con buone capacità di ricerca e di vera valorizzazione; un sistema inteso al riconoscimento, allo studio e alla salvaguardia dei beni di interesse storico, artistico e del paesaggio. Questa struttura è stata gradualmente costruita attraverso tutte le difficoltà dei tempi, certamente meno opulenti di quelli attuali, e ha dato lustro al paese sul terreno della conoscenza e della conservazione. Adesso viene svilita e umiliata con il depauperamento delle sue capacità scientifiche, con la riduzione della sua efficienza e con una politica ormai intesa ad altro. È infatti luogo comune che la conservazione del patrimonio culturale non connessa alla valorizzazione sia attività sterile. A parte l'ambiguità dei termini che non lascia mai intendere se il patrimonio culturale sia l'oggetto della valorizzazione oppure se esso ne sia lo strumento con finalità di profitto, tutto questo sembra dimostrare come siamo ormai giunti al tramonto di una delle più nobili glorie della cultura italiana.

Titolo originaleCar Use Drives Up Weight, Study Finds - Obesity Called More Likely in Sprawling Areas Than Mixed-Use Neighborhoods– Traduzione di Fabrizio Bottini

Chi vive in quartieri dove bisogna guidare per andare da qualunque parte, è significativamente più portato ad essere obeso di chi può facilmente raggiungere la propria destinazione a piedi. Lo dimostra uno studio, che per la prima volta verifica un rapporto da lungo sospettato.

Una ricerca su circa 11.000 persone nell’area di Atlanta ha rilevato che le persone abitanti in zone a destinazione prevalentemente residenziale tendono a pesare significativamente più di quelle residenti dove case e attività economiche sono adiacenti.

Questo effetto sembra essere in gran parte il risultato del tempo trascorso rispettivamente a guidare, o a camminare. I ricercatori hanno calcolato che ogni ora passata in macchina si associa a un 6% di incremento nella probabilità di diventare obesi, e ogni 800 metri percorsi a piedi ogni giorno riducono questa probabilità di circa il 5%.

”Il tipo di quartiere dove vive una persona chiaramente ha effetto sulla sua salute” dice Lawrence D. Frank, professore associato di pianificazione urbana e regionale alla University of British Columbia, che ha coordinato lo studio.

I risultati hanno implicazioni a scala nazionale, dato che i quartieri studiati sono rappresentativi di tutti quelli del paese.

”Queste conclusioni sono chiaramente la prova più consistente al momento del legame fra ambiente costruito e obesità” prosegue Frank. I risultati saranno pubblicati sul numero di giugno dell’ American Journal of Preventive Medicine, ma sono stati resi noti in anticipo ieri in occasione di una conferenza sull’obesità che si terrà a Williamsburg alla fine della settimana.

Dato che il numero di persone sovrappeso e obese ha raggiunto proporzioni epidemiche negli USA, si sono accumulate prove che una delle cause principali possa essere lo sprawl suburbano. Quartieri che rendono il camminare e altre attività fisiche più difficili, perché spesso mancano i marciapiedi, sistemi stradali che incoraggino a spostarsi camminando, o aree commerciali accessibili senza l’automobile.

I ricercatori avevano evidenziato per la prima volta lo scorso anno, che le persone residenti nelle regioni a insediamento più rado avevano più probabilità di diventare sovrappeso o obese. Questo nuovo studio è il primo ad affrontare la questione a livello di quartiere e a collegare le specifiche caratteristiche fisiche dell’ambiente dove la gente vive alla quantità di attività fisica praticata, e al peso.

Altri ricercatori osservano che questi risultati offrono nuove valide prove del legame fra sprawl e obesità.

”Il posto dove abiti, chiaramente conta” dice Reid Ewing del National Center for Smart Growth alla University of Maryland, che ha condotto uno studio a livello di contea lo scorso anno. “Se abiti in un posto a densità più bassa ... dove l’automobile è l’unico modo di spostarsi, questo sembra avere effetti negativi sulla salute”.

Ma gli scettici mettono in discussione questo rapporto, affermando che i quartieri diffusi potrebbero semplicemente attirare more persone meno fisicamente attive, e viceversa.

”Può anche darsi che chi tende ad essere più magro sia il tipo di persona a cui piace vivere in quei quartieri, e naturalmente gravita lì” dice Samuel R. Staley, presidente del Buckeye Institute for Public Policy Solutions, a think tank di Columbus, Ohio. “Non è per niente certo che se mettessimo quelle persone in un insediamento diffuso diventerebbero grasse”.

Ancora più importante, anche se il legame fra sprawl e obesità fosse provato, è che questo non giustificherebbe restrizioni alla crescita, aggiunge Staley.

”Le persone devono avere la possibilità di vivere dove possono essere grasse. È una delle conseguenze di una società libera”.

Per la ricerca sui quartieri, Frank e i suoi colleghi hanno raccolto fra il 2001 e il 2002 informazioni dettagliate su 10.898 persone, sulla loro altezza, peso, chiedendo loro di tenere un diario di due giorni che registrasse esattamente come e dove si spostavano, e quanto tempo passassero rispettivamente a camminare e a guidare.

Sono state anche condotte analisi dettagliate sui quartieri della zona di Atlanta dove vivevano i partecipanti all’indagine, su quanto fossero densamente popolati, se ci fossero marciapiedi, se l’organizzazione stradale fosse favorevole al passeggio, e se gli edifici commerciali fossero vicini alle abitazioni.

I ricercatori hanno poi diviso le comunità in quattro categorie, in base alla percentuale di residenza, e hanno rilevato che le probabilità di essere obesi aumentavano da una all’altra del 12,2%.

”Avere negozi e servizi vicono a dove si vive è il miglior antidoto contro l’essere obesi” dice Frank.

Detto in altre parole, per i residenti questo significa che il rischio relativo di diventare obesi aumenta del 35% fra le aree a funzioni più miste e quelle meno miste.

L’essere sovrappeso significa avere una massa corporea (Body Mass Index, BMI, un indice basato sul rapporto fra altezza e peso) da 25 a 29. Chiunque con un BMI superiore a 30 è considerato obeso.

Un maschio medio alto 1,78 che abita nel quartiere a maggior quantità residenziale, per esempio, pesa circa 5 chili più di un maschio bianco simile nel quartiere meno residenziale, secondo i risultati della ricerca. La proporzione di persone obese nelle zone meno miste è di circa il 20%, e nelle più miste di circa il 15%.

Questi risultati valgono anche se si prendono in considerazione le variabili età, reddito, livello di istruzione.

Ma Frank afferma che la quantità di attività delle persone non spiega del tutto i risultati. Ipotizza che in alcuni quartieri sia più facile per le persone avere una dieta salubre, perché ci sono negozi di alimentari anziché discount, e ristoranti di nuona qualità anzichè punti fast-food.

”Credo che l’ambiente alimentare giochi un ruolo importante”.

Sulla base dei risultati, i ricercatori hanno calcolato che triplicare il numero dei negozi e di altre attività vicino alle case potrebbe ridurre il tasso di obesità tanto quanto una diminuzione di cinque anni nell’età media della popolazione (l’età è un elemento trainante nell’aumento di peso).

Le persone sarebbero meno portate a guidare e più a camminare, se vivessero vicino alle varie attività, ma la maggior parte degli intervistati camminava molto poco, indipendentemente da dove viveva. Più del 90% dice di non camminare affatto, e la media afferma di passare più di un’ora al giorno in macchina.

Nota: qui il link alla “ prima puntata” (in ordine di apparizione) su Eddyburg del rapporto ciccia/sprawl (fb).

Un décret publié fin mars permet désormais des "aménagements limités" dans les espaces jusque-là protégés. "Un terrible coup de canif", s'indignent les écologistes. Mais l'épisode révèle les tensions nouvelles créées par la poussée démographique observée le long des côtes.

"Ce décret est une catastrophe !" Jean-François Burth, président de l'association Défense de l'environnement bigouden, ne décolère pas. "On peut maintenant abroger la loi littoral par décrets ! Ce texte ouvre la porte à des parkings, à des pistes cyclables, à des paillotes se transformant en restaurants, à des postes de secours permanents. C'est un coup de canif terrible porté à la préservation des côtes françaises !"

L'objet du courroux de cet environnementaliste du Finistère est un décret d'application de la loi littoral paru au Journal officiel du 30 mars. Ce décret no 2004-310 permet l'installation d'"aménagements légers" dans les espaces naturels, mais aussi "l'extension limitée des bâtiments et installations nécessaires à l'exercice d'activités économiques" dans ces espaces, normalement protégés de toute construction par la loi littoral.

Publié dans les derniers jours du ministère de Roselyne Bachelot, le décret ouvre la porte à toutes sortes de dérives, selon M. Burth. "Par exemple, explique-t-il, nous avons engagé une procédure juridique contre une petite crêperie qui s'est transformée en grand restaurant avec terrasse dans un site magnifique. Avec ce décret, nous aurions perdu."Au secrétariat d'Etat à la mer, on tempère le propos : "Le terme d'"extension limitée" est assez clair, et, en cas d'exagération, il y aura contentieux et le juge tranchera."

La vive inquiétude des environnementalistes à l'égard de la moindre modification de la loi littoral reflète un problème réel : malgré ce frein, posé en 1986, à l'urbanisation des côtes, la pression urbaine et économique sur les côtes françaises semble irrépressible. Une étude publiée en 2000 par l'IFEN (Institut français de l'environnement) montrait que "la construction suit depuis 1980 le même rythme que celui observé sur l'ensemble du territoire, sans changement quantitatif significatif depuis le vote de la loi littoral". La tendance n'aurait subi aucune inflexion depuis 2000. "La pression foncière est colossale, note Bruno Toison, au Conservatoire du littoral. Par exemple, sur l'île de Ré, on compte plus de 400 nouvelles maisons chaque année, malgré toutes les protections existantes."

Mais ce n'est pas l'insuffisance de la réglementation qui fait peser des menaces sur les espaces encore non construits des 550 000 km de côtes françaises. "La loi littoral ne fonctionne pas si mal. Aujourd'hui, l'urbanisation se produit par épaississement des taches existantes plutôt que par nouveau mitage",note un expert, qui requiert l'anonymat "pour ne pas avoir de problème avec les élus".

Ce qui est surtout en cause, c'est l'attrait qu'exerce la mer sur les populations. Selon une fiche de préparation du Comité interministériel d'aménagement et de développement du territoire (CIADT), qui doit se réunir en septembre, "les zones côtières sont aujourd'hui les lieux les plus dynamiques de la planète". La France participe à ce "mouvement général", et c'est ainsi que "près de 3,5 millions d'habitants supplémentaires sont attendus dans les départements littoraux à l'horizon 2030".

PROCÉDURES DE CONCERTATION

Cette poussée démographique se traduit par une soif inextinguible de construction qui entraîne une progression continue de l'urbanisation sur tout le littoral. Mais, sur place, les habitants et les élus sont souvent demandeurs d'assouplissements : "Dans ma commune de Plounévez-Lochrist, explique Jacques Le Guen, député (UMP) du Finistère et rapporteur de la mission parlementaire sur la loi littoral qui doit rendre son rapport prochainement, il y a une bande vide entre deux groupes de maisons, on ne peut construire alors qu'il y a continuité du bâti. Ou encore, à côté, à Plouider, la loi littoral impose des règles de construction même dans la partie de la commune, qui se trouve à plus de 2 km de la mer."

Les activités économiques demandent, elles, des assouplissements : "On connaît de nombreux cas de jeunes agriculteurs qui ne peuvent s'installer en serres maraîchères dans les communes littorales à cause des contraintes de la loi", indique-t-on à la chambre d'agriculture du Finistère. Or 35 % des exploitations agricoles de ce département se situent dans des zones littorales. Ailleurs, ce sont les conchyliculteurs qui se plaignent des contraintes, ou les ports de plaisance, qui disent souffrir d'engorgement et demandent l'agrandissement des ports existants, ou la création de ports à sec pour stocker les bateaux.

La pression est donc plus forte que jamais sur cette loi qui a permis de freiner une urbanisation incontrôlée. Il est probable que l'on s'oriente vers de nouveaux modes de gestion, basés sur la concertation de tous les acteurs plutôt que sur l'application de règles par l'administration et par les tribunaux. "Il s'agit d'une nouvelle gouvernance", explique-t-on au secrétariat d'Etat à la mer : "Au lieu d'imposer, on essaie d'obtenir une concertation sur des objectifs définis en commun."

La baie de Somme, l'étang de Thau (Hérault), la baie de Bourneuf (Vendée) expérimentent ces procédures de concertation qui tentent de concilier des objectifs conflictuels : le développement économique et le respect de l'environnement.

Pas d'exception pour la Corse

La loi littoral s'applique en Corse comme ailleurs. A l'époque des discussions sur le nouveau statut de l'île préparé par Lionel Jospin, l'article 12 du projet de loi concrétisant la première étape de ce processus prévoyait la possibilité pour les élus d'"adapter" la loi de 1986. Cet article, qui, au départ, suscitait un relatif consensus, a ensuite déclenché de vives oppositions en Corse et sur le continent. Il a été retiré en deuxième lecture à l'Assemblée nationale, en novembre 2001. Aujourd'hui, les défenseurs de l'environnement affirment que certains élus corses tentent de nouveau d'obtenir la possibilité d'adapter la loi. L'hebdomadaire autonomiste Arriti du 19 mai estime qu'"une modification éventuelle (...) ne pourrait se faire que dans un sens plus protecteur et après un large

Titolo originale Empty Boxes. As Kmart’s signature blue lights fade, what will happen to vacant big-box stores? – traduzione di Fabrizio Bottini

Il gigante del commercio Kmart si è appellato all’articolo 11 sulla tutela dal fallimento alla fine di gennaio, e la scorsa settimana la compagnia con base a Troy, Michigan, ha annunciato che avrebbe chiuso i battenti di 284 dei suoi 2.000 negozi. L’anno scorso, Montgomery Ward e Service Merchandise sono pure andate in bancarotta; nel 1999 i negozi discount Caldor hanno chiuso. Ci saranno decine, o anche centinaia, di questi negozi big-box – alcuni dei quali coprono più di 10.000 metri quadrati – abbandonati vuoti, come chiazze di assi inchiodate nel paesaggio?

James Howard Kunstler, autore nel 1999 del libro The Geography of Nowhere, afferma che gli affanni di Kmart sono sintomatici di una scossa sismica nel commercio americano. “Il commercio delle catene nazionali entrerà in un periodo di difficoltà, e piuttosto presto” dice Kunstler. “Queste compagnie godono di economie possibili solo con un’offerta senza fine di petrolio e manodopera a buon mercato dall’altra parte del mondo. Solleciterei il pubblico a pensare al commercio big-box come ad una anomalia storica, piuttosto che una cosa normale”.

Kunstler non è ottimista riguardo alle prospettive di utilizzazione futura dei negozi. “Spesso questi edifici stanno lì senza essere riutilizzati dieci anni” dice. “Per allora, le coperture piatte hanno iniziato a fare infiltrazioni, e gli edifici finiscono per essere degradati. Oppure qualche volta sono occupati da attività marginali, come i mercatini delle pulci in sede fissa”.

Alcuni residenti si preoccupano perché proprio questi tipi di attività si possono installare nel loro ex megastore, altri perché non si riuscirà ad attirarne nessuna, di attività: Caesar Carrino, sindaco di Wadsworth, Ohio, una città di 21.000 abitanti cinquanta chilometri a sud est di Cleveland, ci dice che se il Kmart di Wadsworth chiude, i clienti del posto lo rimpiangeranno parecchio, e la città avrà molti problemi per trovare un altro occupante di quegli spazi. “È troppo grande per un negozio Kohl’s. È troppo piccolo per un Wal-Mart. Target non ha sinora rapporti con Wadsworth. E nessun sembra intenzionato a muoversi, per via delle condizioni economiche”.

Il problema non è limitato alle città piccole. Charlotte, North Carolina, ha circa duecentomila metri quadrati di spazio commerciale vuoto, e i residenti stanno diventando sempre più preoccupati. “La gente è diventata improvvisamente molto interessata all’argomento” dice Mary Hopper, presidente della Charlotte-Mecklemburg Planning Commission. “Emerge tantissimo nelle assemblee pubbliche”. Le zone con maggiori problemi a Charlotte, continua, sono le strisce commerciali stradali nei corridoi delle zone centrali, dove c’è poca o nessuna crescita.

Per cercare una soluzione, recentemente Hopper ha scritto un rapporto sul riuso dei siti big-box. Ha studiato alcune delle misure predisposte in altre città, e ora progetta di lanciare alcuni progetti di riuso pilota a Charlotte. “Dovremmo solo ripulire alcuni dei siti” dice Hopper. “Ma se si può riusare un edificio, va trovato il modo efficiente di farlo dal punto di vista dei costi. In molti dei casi, il nuovo uso non sarà commerciale”.

Nel 1998 la Calthorpe & Associates, uno studio di architettura e progettazione urbana di Berkley, California, ha trasformato con successo uno strip mall in difficoltà a Mountain View, California, in un quartiere ad uso misto, orientato alla mobilità pedonale. Il centro commerciale è stato completamente demolito e riciclato come fondamenta per nuove case e spazi verdi.

Classe Prima, Quinto Scaffale

Uno Kmart di Charlotte le cui insegne al neon si sono spente è diventato una scuola privata, gestita dalla Mosaica Education Inc. Secondo il Direttore Michael Connelly, la k-7 Sugar Creek Charter School non è l’unica della Mosaica che sta in un big-box: la George Washington Carver Academy a Highland Park, Michigan, prima era un supermarket, e la Kalamazoo Advantage Academy un J.C. Penney.

Ma convertire negozi big-box in scuole moderne pone alcuni problemi, continua Connelly. Le scuole hanno bisogni diversi di riscaldamento e circolazione d’aria, e ci vogliono più bagni e lavandini, e dunque di solito è necessaria una grossa revisione degli impianti. La Mosaica ha anche inserito dei lucernari, per dare alle aule una illuminazione naturale.

Cheryl Ellis, direttore di Sugar Creek, non potrebbe essere più soddisfatta della sede insolita della sua scuola “È magnifica” dice. “Abbiamo aule ampie e finestre affacciate sull’atrio. Funziona alla grande”. La scuola, dopo due anni, sta crescendo, e fortunatamente ha spazio in abbondanza in cui espandersi. “Ora stiamo usando probabilmente un terzo dell’edificio” stima Ellis “potremmo aggiungere altre 15 o 20 aule”. Ma aleggia ancora la vecchia atmosfera Kmart? Definitivamente no, dice Ellis: “Quando passi la porta, questa è la scuola. Non c’è dubbio in proposito”.

Ellis afferma che i commercianti locali e i residenti sono “eccitati” dal fatto che la scuola si è trasferita lì. Ma l’analista immobiliare Tom Dwier di Reis.com, una compagnia che studia le tendenze del mercato, sottolinea come non sia ideale usare spazio commerciale per farci una scuola: nonostante una scuola possa sostenere alcune attività vicine – venditori di generi alimentari, per esempio – e impedire che i valori degli immobili precipitino, non genera certo reddito o traffico pedonale come un grosso insediamento commerciale.

In più, Dwyer dubita che molti dei defunti Kmart rimangano vuoti a lungo. “Alcuni [negozi Kmart] saranno acchiappati immediatamente, perché si tratta di ottime localizzazioni perfettamente adatte ai clienti di qualcun altro; Home Depot e Lowe’s saranno i candidati principali” dice. “Gli altri negozi invece saranno quelli difficili. Potranno rimanere lì per anni”.

Dwyer fa un parallelo fra le catene Kmart e Montgomery Ward. “Circa il 60 per cento dei negozi Montgomery Ward sono stati presi piuttosto in fretta, e non ce ne sono molti vuoti ora”. Richard Longstreth, direttore della laurea specialistica in conservazione alla George Washiongton University di Washington, D.C., ne ha pure una visione ottimistica. “Il commercio di grandi dimensioni non finirà. Anche durante la Depressione, ci fu una crescita delle grandi catene” dice. “Le strade di grande comunicazione dove stanno questi negozi si rinnovano continuamente. È solo parte del mondo fluttuante del commercio”.

Nota: è certo meno fosca del solito, la conclusione di questo articolo dal National Trust. Va comunque ricordato che lo studioso citato per ultimo, Richard Longstreth, anche nei suoi studi più noti e approfonditi sembra sempre sposare il punto di vista del commercio, piuttosto che quello del rapporto sviluppo locale/territorio/attività economiche, che forse sarebbe più completo. Almeno questa è la mia modesta e discutibilissima opinione. Qui sotto il link al sito della rivista del National Trust dove si trova la versione originale del saggio. (fb)

Nell’intervista di domenica il sindaco Veltroni ha messo con esattezza un punto fermo: non si tocca la cosiddetta «ansa barocca», non si interviene in generale nel centro storico, si interviene con progetti di qualità nella cosiddetta «città allargata» (la Roma di Nathan per intenderci) e ancor più nelle disgraziate periferie - anche quella «firmate» purtroppo - dove la vita individuale e collettiva rimane spesso scadente. Walter Veltroni - la cui proposta di legge sui centri storici andrebbe recuperata - rivendica un dato culturale italiano: l’identità dei centri storici va salvaguardata attivamente perché è parte integrante della nostra identità di italiani di oggi. La ricetta del «si può e si deve intervenire nelle città antiche perché, alla fine, nei secoli lo si è sempre fatto, ecc. ecc.» stavolta è venuta da Parigi e da uno degli architetti più «spettacolari», Jean Nouvel, secondo il quale la Città Eterna non va messa «sotto formalina».

Ora, chi abita dentro le Mura Aureliane, tutta questa formalina in giro non la avverte. Dove la residenza è riuscita a difendersi, dove gli abitanti non sono stati cacciati, dove negozi e artigiani sono quindi rimasti ad operare, Roma antica è viva, molto più viva, a disdoro di noi moderni, di tanti quartieri sorti nei decenni scorsi. Basta fare qualche passo nel rione Monti oppure a Ponte- Parione.

La questione centrale è semmai questa: come è possibile far sì che i 130- 150 mila residenti della città storica ( ma anche gli altri di Mazzini- Delle Vittorie, per esempio, sempre più povero di residenze) non siano costretti ad emigrare altrove, ma anzi vengano incrementati? Il nodo vero delle nostre città storiche è questo. Mi permetto di citare un mio libro - L’enigma di Urbino - appena uscito, dove racconto come quel mirabile centro storico, conservato grazie ad alcune leggi speciali dello Stato e al piano regolatore anni ’ 60, oggi conti appena 673 residenti dentro le mura dove una volta abitavano 5 mila persone. Come a dire che se ne è andato più dell’ 85 per cento della popolazione fissa, sostituito da istituti universitari, da affittaletti, da rumorosissimi pub per studenti, che fanno scappare i rari superstiti. Con costi da capogiro per tutti e con la conseguente sparizione di negozi, di laboratori artigiani, di ogni servizio. Urbino è certo un caso- limite, ma i casi- limite fanno capire dove si rischia di andare se non si recupera la consapevolezza che sono gli abitanti veri a far vivere la città, ad assicurarne il controllo sociale, a dare regole e limiti umani al « divertimentificio » notturno.

Poiché la lezione di Jean Nouvel veniva da Parigi, andiamo allora al Museo Carnavalet, delizioso museo della città: ci accorgeremo che della Parigi storica è rimasto ben poco, quasi nulla. A Roma, nonostante tutto, non è accaduto l’eguale. È un difetto? Un guaio serio? Dato il gradimento che Roma antica incontra parrebbe di no. A Roma è successo già una volta che si facesse, in un certo senso, « come a Parigi » . Fu dopo il 1870 quando Quintino Sella, grande sostenitore di Roma capitale, progettò, « senza una soverchia agglomerazione di operai » , la Terza Roma non fuori dalla Roma dei Cesari e da quella dei Papi, ma « sopra » , dentro di essa. Con grandi sventramenti ( Corso Vittorio su tutti, ma non solo) che aprirono la strada a quelli ancor più clamorosi di Mussolini. Il modello era la Parigi del barone Hausmann, il quale aveva sbriciolato la città del passato e disegnato i grands boulevars, anche con l’intento di scongiurare altri moti rivoluzionari. Facendo « come Parigi » , ci siamo maledettamente complicati la vita cercando di adattare - idea disperata - la città storica alle esigenze di una capitale moderna, con tormenti che ci assillano tuttora. Per favore, finiamola però con l’architetto di oggi che vuole lasciare il suo segno, la sua impronta nei centri storici. Un signore che si chiamava Raffaello, inviò nel 1519 a Leone X che l’aveva nominato soprintendente alle antichità, una sensazionale lettera alla quale si rifanno tutti i veri riformatori e fautori della tutela: con chi se la prendeva furibondamente Raffaello? Con i barbari, ma anche coi papi che avevano « ruinata e guasta » la città antica, mentre, « lassando vivo el paragone de li antichi » , bisognava « aguagliarli e superarli con magni edifici, risvegliare gli ingegni » , ecc. ecc.

Sa di « formalina » anche questo Raffaello? O non è un « manifesto » attualissimo?

Dev'esser stato per uno scherzo del destino (anche se non è chiaro da qualeparte stia) se il melodrammatico oscuramento che ha "messo in ginocchio" l'Italia, mentre questa per la più parte ronfava in attesa del dì di festa, è intervenuto a poco più di un giorno di distanza dalle feroci e accanite invettive lanciate all'indirizzo generico degli "ambientalisti" dal noto Giuliano Ferrara e dalla meno sospettabile Barbara Palombelli, nel corso di una puntata di "otto e mezzo" dedicata al libro dell'ambiguo danese Bjorn Lomborg, L'ambientalista scettico (Mondadori, 522 pagine, 26 euro, sottotitolo: Non è vero che la terra è in pericolo, per saperne di più - ma dalla parte sbagliata -, http://www.ragionpolitica.it/testo.1376.html

Sempre per lo stesso gioco del destino, le prime parole del Ministro Marzano ad un'Italia al buio, in cui chi aveva da qualche parte un vecchio transistor raccontava sui pianerottoli le notizie a stuoli terrorizzati d'inquilini, non sono state di rassicurazione, di impegno a fare tutto quanto in suo potere per ripristinare una situazione di normalità, e poi per accertare con trasparenza le cause. No; il Ministro Marzano ha immediatamente condannato gli ambientalisti, e il veto da questi ultimi opposto alla realizzazione di nuove centrali, e anche (naturalmente) all'impiego dell'energia nucleare.

Le ore successive hanno avuto un che di surreale; sembrava che nessuno avesse mai visto (sic!) la luce mancare: esperti di ogni sorta, ordine e grado, erano interpellati per dirci se sono più affidabili le torce elettriche oppure le candele; biochimici nutrizionisti per dire alle madri di famiglia - udite, udite - che il latte quando puzza di rancido è andato a male, che dura più a lungo il parmigiano della mozzarella, "disaster managers" invocati per confermare che quando manca la luce è meglio non prendere l'ascensore.

Questa mattina - 29 settembre, non riesco a ricordare se è il compleanno di Berlusconi o se era ieri, dovevo stare più attenta a Emilio Fede - addirittura su RaiTre qualcuno si è spinto a invitare a "non andare al lavoro" - mentre i comunicati ufficiali e "tecnici" si diffondevano sull'albero ticinese, e - come la Maschera della Morte Rossa aleggiava su tutto - su tutto si alzava il monito incauto e affrettato del Presidente Ciampi, ahinoi, anche lui convinto, come un bambino nel buio, che il problema fossero le nuove centrali: non ci si può opporre, ha detto senza mezzi termini a regioni ed enti locali, perfino a nuove centrali di tipo tradizionale!

E l'irresponsabilità di Marzano si è trovata di colpo legittimata, corroborata, sacrosanta: individuare il colpevole è diventato l'affare più urgente, e possibilmente un colpevole che non avesse niente a che fare con chi l'energia elettrica in questo paese eroga, vende, distribuisce, amministra. Gli "ambientalisti" i primi colpevoli - declassati la sera prima al rango di caricaturali cassandre dagli esegeti nostrani di Bjorn Lomborg, a costo di dover rinnegare con loro l'intera comunità scientifica internazionale, che ha più volte smentito il citato Lomborg in molte sedi autorevoli; del resto, le recenti tristi vicende della ricerca in questo paese sono eloquenti: l'Italia non ha alcun interesse a prender parte a quella comunità.

L'italiano canta canzoni e gesticola, lo sanno tutti, e StrisciaLaNotizia è pronta con il suo specchio: un improbabile primo ministro che gigioneggia sconcio e rigonfio, mezzano di segretarie e necroforo d'occasione. Che volete che importi la comunità scientifica internazionale?, è così che si diventa uno degli uomini più ricchi del mondo!, specchiatevi, gente, specchiatevi: non siete onesti?, non lo sono nemmeno io!, avete ragione, ho fatto le leggi solo per me, ma che volete, era l'entusiasmo dei primi tempi; tranquilli, che ora è il momento vostro, tre condoni in un colpo, prendi tre paghi due, arraffi adesso e la prima rata all'inferno. Ma forse anche gli "ambientalisti", intendo quelli italiani, erano troppo vicini; la Francia allora, la Svizzera ancora meglio, e poi, anche se si arrabbia, è un paese neutrale...

L'unico - gli va dato atto - ad accorgersi e a segnalare nella tragicomica giornata di ieri che forse era un problema di distribuzione e gestione della rete, che a quell'ora tra il sabato e la domenica anche qualche dozzina di centrali in più non avrebbe fatto la differenza, è stato Romano Prodi, che anzi ha avuto un attimo di visbile fastidio quando gli si è parlato di sovraccarico.

Oggi (29 settembre, come cantava l'Equipe 84 qualche decennio fa), con il senno di poi, finita l'ubriacatura da vigili del fuoco e protezione civile, è possibile reperire questo brandello di "controinformazione" anche sulla carta stampata: il problema non sta nell'energia prodotta, ma nella sua gestione e distribuzione; ma oggi è oggi e ieri era ieri. Il danno - mediatico, d'informazione - è fatto, e i cocci son difficili da recuperare. Un danno legittimato dalla Presidenza della Repubblica: come andrà secondo voi quando Marzano porrà la questione di fiducia sulla legge sblocca-centrali?, e quante altre copie vederà il libro di Bjorn Lmborg, che tocca già le tirature di un best-seller?

E infine, guardando il buio negli occhi, il Presidente firmerà la legge Gasparri?

Tre notizie da questa Italia. La prima: il caro-case imperversa, decine di migliaia di italiani (15mila soltanto a Roma) sono sotto sfratto per fine marzo, e non sanno dove andare. L'affitto è come sparito, reperto del passato. Pure l'edilizia popolare è fuori moda, dimenticata. Gli Istituti, regionalizzati, non hanno un euro e spesso smobilitano. I Comuni cartolarizzano il loro patrimonio e poi danno sussidi. Le Regioni operano in ordine sparso premiando per lo più la proprietà della casa. Sul tavolo dello stesso Ciampi è stata portata la denuncia di Federcase: nel nostro Paese mancano 600mila alloggi popolari.

Dagli anni 80, in modo organico, non se ne occupa nessuno. Seconda notizia: le Regioni varano leggi sul devastante condono governativo. Alcune (quelle dell'Ulivo più Liguria e Lombardia) cercano di limitarne i guasti, altre no: la Regione Lazio sanerà pure le seconde case, cioè le ville al mare, quali «abusi di necessità». Terza notizia: con la Finanziaria il governo Berlusconi taglia altre risorse ai Comuni sacrificando così i servizi ai ceti e ai soggetti più deboli. Quindi: 1) una vera politica della casa non esiste più e già si avanza una legge che privatizzerà pure l'urbanistica; 2) i condoni premiano l'edilizia illegale a spese dei Comuni gravati dei costi per i servizi; 3) nelle aree metropolitane come nei piccoli Comuni chi stava male, starà peggio.

Anni fa c'era una politica per l'edilizia sociale, per quella economica e cooperativistica. Una politica, nei casi più avanzati, volta alla tutela dei centri storici e di quanti, pur con bassi redditi, vi risiedevano in affitto. Di tutto questo c'è ben poca traccia. Ci sono i buoni-casa alle famiglie meno abbienti per consentire loro di pagare affitti altrimenti insopportabili. Ridotti del 50 per cento dal governo nell'ultimo biennio. Denari pubblici che vanno spesso a nuovi proprietari che, con la cartolarizzazione di patrimoni ex pubblici ingentissimi, stanno sconvolgendo la mappa delle residenze nelle città e cacciando altri residenti, altri artigiani, altri negozi storici. Cartolarizzazione spinta da un governo che ha fame di soldi per «fare cassa», per turare le falle aperte nel bilancio di tutti.

In Italia siamo ben oltre i 120 milioni di vani abitativi (seconde case comprese), non pochi sfitti o vuoti, più altri milioni di vani abusivi. Per una popolazione la quale invece cresce di poco, e soltanto per l'immigrazione. Ma ha bisogno di alloggi in locazione per giovani coppie, per immigrati, per sfrattati, al fine di sottrarli alla speculazione più bieca o al faticoso destino di pendolari sulla lunga distanza, con pochi trasporti abbordabili, coi treni regionali in perenne ritardo (in questo campo si è puntato tutto sulle Grandi Opere, stradali per lo più, impantanate). Alloggi potenzialmente ricavabili, spesso, dal patrimonio già esistente: antico, vecchio, degradato, da ristrutturare. Come si sta facendo in alcuni Comuni. Per esempio a Genova su vasta scala nella sua città vecchia e altrove.

Ci sono accordi di «rottamazione» e ricostruzione in atto - a Roma per il quartiere Giustiniano Imperatore, pericolante - da valutare con attenzione. Sere fa Sergio Cofferati in Tv ha indicato nella casa la prima emergenza di Bologna, cioè di una città ricca, avanzata, che però da tempo ha perduto la leadership nel campo del restauro e del recupero di case in affitto per i ceti più deboli e anche per gli studenti fuorisede, «lasciando fare» al mercato. Cioè a speculatori e affittacamere, con canoni-capestro. Succede a Bologna, città che negli anni 70 e 80 veniva portata ad esempio nell'Europa più civile per questa sua politica. Succede che i centri storici, le nostre bellissime vecchie città, se si «lascia fare» al mercato, o si spopolano desolatamente, o diventano un'accozzaglia volgare di paninerie, pizze a taglio, pub, locali notturni. In tutt'e due i casi senza abitanti veri o quasi, e con seri problemi di violenza, di spaccio, di sicurezza.

A specchio con questa autentica dissipazione se ne verifica un'altra : quella dei terreni a coltivo, a bosco, a pascolo che vengono «mangiati» da nuovo cemento e asfalto. Ogni anno almeno 100 mila ettari. In dieci anni, una regione vasta come la Puglia. Poi, dopo tanta impermeabilizzazione, ci stupiamo delle continue alluvioni.

Molto del nuovo cemento è per giunta abusivo, illegale. Se in affitto può abitare soltanto per il 19 per cento degli italiani (contro il 59 per cento dei tedeschi e il 46 dei francesi), se condoni e sanatorie sono frequenti come le lotterie, perché non farsi la prima casa, e magari pure la seconda, abusivamente, magari in zona protetta, nei parchi, lungo le spiagge, o con affaccio sul lago? Per la seconda casa, se non ci ha pensato Berlusconi, ci penserà Storace a condonarla. In effetti la distanza fra le Regioni più severe e quelle più generose nel «perdonare» è impressionante. L'Umbria ha aumentato gli oneri concessori del 100 per cento e limitato la sanatorie ai soli ampliamenti e per appena 30 metri quadrati ad unità abitativa. In altre Regioni dell'Ulivo si potranno sanare i piccoli abusi.

Al contrario la Sicilia ha dimezzato e rateizzato l'importo dell'anticipo sugli oneri concessori e per le nuove costruzioni condonerà sino a 750 metri cubi per singola domanda e sino a 3.000 complessivamente. Nel Lazio l'opposizione di centrosinistra ha evitato che si potessero sanare anche gli edifici costruiti nei parchi. Ma il centrodestra ha respinto, in pratica, tutte le richieste del Campidoglio per un condono «stretto» . Abruzzo, Calabria e Campania non hanno approvato entro il l2 scorso le loro norme sul condono, come richiesto dalla Corte costituzionale. In Campania il progetto Bassolino, molto restrittivo, è stato sepolto sotto 500 emendamenti del centrodestra e osteggiato da alcuni consiglieri della Margherita. Se ne discute ancora perché v'è chi ragionevolmente ritiene che vi siano margini per una legge regionale. Grazie al governo, non ci si capisce più nulla.

L'aumento, in molte Regioni, degli oneri per la domanda di sanatoria indurrà parecchi abusivi a non pagare l'oblazione rimanendo «sommersi». Così calerà il gettito. Per questo i ministri studiano dilazioni nel 2005. Insomma, pochi milioni di euro incassati - meno di 450 sui 3,1 miliardi preventivati - e un incredibile, indecente caos, legislativo e regolamentare. Coi Comuni costretti ad incassare, per la parte di loro competenza, da questo terzo condono sì e no la metà di quanto spenderanno per portare i servizi agli ex abusivi perdonati e premiati. Con l'aggravante che la Finanziaria 2005 li penalizzerà sul piano degli investimenti e dei servizi ai cittadini rispettosi della legge. Un ultimo dato: secondo stime del Sole-24 Ore, il costo della vita in Italia è aumentato negli ultimi quarant'anni del 2.061 per cento. E però la casa è rincarata quasi tre volte di più : esattamente del 5.752 per cento, facendo dileguare l'affitto, il civile affitto. Un costo sociale, alla fine, enorme.

Vorrei solo, a brevissima premessa, riportare una citazione dall’ultima parte di questo articolo, che mi infastidisce: “La maggior parte degli elementi di sicurezza correnti sono semplicemente inappropriati per un ambiente urbano. Sono stati sviluppati per paesi stranieri, ambasciate, il Terzo Mondo, ecc.”. Certo non riassume né le culture del new urbanism, né il contenuto del testo, ma c’è e sarebbe sbagliato non prenderne atto. Ai lettori di Eddyburg, ovviamente, il giudizio. (fb)

Titolo originale:Three years after 9/11, security mindset threatens civic design – traduzione di Fabrizio Bottini

Dopo che quasi 3.000 persone hanno perso la vita al World Trade Center tre anni fa, nessuno dubita che ci siano gravi rischi in terra americana, e che le agenzie governative debbano fare qualcosa a proposito. Ma alcuni progettisti credono che le soluzioni raccomandate dagli esperti – e adottate da governo federale – rischino di danneggiare l’ambito pubblico isolando inutilmente gli edifici collettivi.

Si sta iniziando a sviluppare una reazione, a questi eccessi del regime di sicurezza federale. Uno dei suoi principali esponenti è David Dixon, responsabile per l’urbanistica e la progettazione urbana dello studio Goody, Clancy & Associates di Boston. “La guerra al terrorismo rischia di diventare guerra alla vivibilità delle città americane” afferma Dixon. “Nella fretta di rispondere alla minaccia dei terroristi, un diffuso gruppo di funzionari, architetti, costruttori, ingegneri, avvocati, urbanisti, consulenti per la sicurezza, e altri in grado di influenzare le regole urbanistiche e edilizie, sta creando una nuova generazione di norme e regolamenti di progetto”.

La preoccupazione degli urbanisti si concentra su istruzioni come quelle riportate di seguito, che sono state applicate a edifici come i tribunali:

Da quando un camion-bomba ha distrutto i nove piani dell’Alfred P. Murrah Federal Building a Oklahoma City nel 1995, uccidendo 167 persone, le risposte federali sono state di rendere gli edifici più difficili da attaccare. A prima vista si trattava di una strategia indiscutibile. Gli occupa edifici federali ha diritto alla protezione contro gli estremisti antigovernativi come Timothy McVeigh. Ma dopo che Al Qaeda ha distrutto il World Trade Center e danneggiato il Pentagono, è diventato chiaro che il programma di sicurezza sarebbe stato molto più esteso. Qualunque edificio o spazio dotato di valore simbolico, ora può essere considerato un potenziale obiettivo del terrorismo. Gli scopi di sicurezza possono modificare non solo le caratteristiche degli edifici federali, ma anche di quelli statali, dei municipi, università, musei, monumenti storici, chiese: la lista è infinita.

Una consapevolezza crescente

Alcuni specialisti della sicurezza stanno maturando l’idea che gli edifici, o almeno il sistema di barriere sul loro perimetro, debba evitare di creare un’impressione di durezza. Michael Chipley, program manager per la sicurezza interna e i problemi geospaziali per lo studio di ingengeria civile PBS&J, afferma che nell’ultimo anno e mezzo un certo numero di funzionari e professionisti, pianificatori urbani, paesaggisti, ingegneri, architetti, personale di polizia, hanno iniziato a “cercare di eliminare la mentalità delle orrende barriere New-Jersey”. Chipley, co-autore del manuale Federal Emergency Management Agency Report 426, per l’attenuazione degli effetti dei potenziali attacchi terroristici agli edifici, dice che “Si sta verificando un notevole cambiamento di filosofia”

Questo cambiamento trova riflesso in un sistema di barriere anti intrusione di veicoli a “kit componibile” della General Services Administration. Una volta installato, crea un margine stradale più gradevole e “definisce più chiaramente i percorsi destinati ai pedoni”. Così scrivono Caroline R. Alderson, della General Services Administration, e Sharon C. Park, del servizio Heritage Preservation, in Building Security, un nuovo libro curato da Barbara A. Nadel. Alderson e Park prevedono che il “kit” produrrà un “confortevole senso di protezione dei percorsi” e un sollievo rispetto alla larghezza della strada.

Ma progettisti come Dixon – le cui critiche all’urbanistica della sicurezza federale sono contenute in First to Arrive: The State and Local Responses to Terrorism, pubblicato dalla MIT Press a cura di Juliette N. Kayyem e Robyn L. Pangi – restano perplessi dai requisiti di localizzazione degli edfici governativi, dall’obbligo di relegare i parcheggi su piazzali all’aperto o sopraelevati, alla difficoltà di incorporare attività commerciali e altri usi negli spazi perimetrali del pianterreno. L’edificio Joseph Moakley che ospita il tribunale, inaugurato nel 1998 a Boston sul waterfront, secondo la linea di pensiero post-Oklahoma City, “fiancheggia le principali connessioni pedonali dal centro al nuovo distrettto Seaport, con 120 metri di pareti cieche” sottolinea Dixon. Se il tribunale fosse stato progettato dopo l’11 settembre il risultato – dice – avrebbe potuto anche essere peggiore: “Una barriera fra il centro città e Seaport”.

Gli studi professionali che aderiscono al new urbanism, si stanno sforzando di adeguarsi agli obiettivi di sicurezza, mantenendo tuttavia un ambiente confortevole per i pedoni. Quando è stato proibito allo studio Robert A.M. Stern Architects di far occupare a un tribunale federale di Richmond, Virginia, la maggior parte del lotto, si è arrivati a un compromesso. I due lati principali dell’edificio saranno lunghe curve, in modo da adeguarsi al richiesto arretramento di 15 metri da bordo stradale. Ma due pareti terminali saranno comunque arretrate di soli 6 metri dal bordo, adattandosi alla griglia stradale del quartiere. Le parti dell’edificio situate a meno di 15 metri dalla strada conterranno “elementi strutturali ridondanti” in grado di assorbire l’urto di una bomba senza collassare, secondo il parere Grant Marani, socio responsabile del progetto per lo studio Stern.

Anche le parti pubbliche saranno progettate per sopportare esplosioni. “Le vetrate fino a 5 metri dal suolo saranno garantite sia balisticamente che per esplosioni” secondo i responsabili dello studio. Una parete-barriera mascherata a verde si estenderà tutto attorno alla zona, come deterrente ai veicoli. Anche con tutte queste precauzioni, il parcheggio lungo la strada, che è sia una comodità per i visitatori che un elemento di separazione dalla via per i pedoni sul marciapiede, sarà eliminato su tutti i lati dell’edificio. La completa realizzazione progetto, a cui partecipa la HLM Design di Bethesda, Maryland, è prevista per il 2006. Ma nel frattempo, forse è lecito chiedersi: qual’è la probabilità che Al Qaeda o un estremista di casa nostra attacchi un tribunale di Richmond? Privatamente, alcuni funzionari federali si chiedono se abbia senso spendere tanti soldi per fortificare gli edifici, quando il rischio è tanto difficile da calcolare.

Michael Chipley, dello studio PBS&J, dice che al momento c’è una tendenza verso metodi secondo cui cliente e progettista identificano le potenziali vulnerabilità di un edificio, e successivamente scelgono il livello adeguato di protezione. Teoricamente, questo incoraggia un approccio flessibile. “Il problema” riconosce Chipley “è che tutti prospettano lo scenario peggiore. Quindi si massimizzano le distanze”.

La cautela burocratica ha aggravato la tendenza a decisioni anti-urbane. Christine Saum, direttore per la progettazione urbana e la revisione dei piani alla National Capital Planning Commission (NCPC), che esercita parziale autorità sui progetti di edifici federali nella regione di Washington, nota che non esistono regolamenti specifici a proibire attività commerciali al pianterreno degli edifici pubblici. Certo, quando si propone questo tipo di uso, “spesso il personale del Federal Protective Service [Sicurezza Interna] non è a suo agio”. Gli usi misti non sono formalmente esclusi, “A loro, semplicemente, non piacciono”. L’aspetto positivo, il portavoce della NCPC Denise Liebowitz sottolinea che le risposte federali non sono fisse e immutabili. “Questi regolamenti e standards sono ancora in fase evolutiva, in risposta alle valutazioni di rischio”.

Gli effetti sull’attività dei privati

È inevitabile che i requisiti di sicurezza interesseranno anche strutture diverse da quelle degli edifici governativi. La General Service Administration, oltre a possedere 1.700 edifici per 18 milioni di metri quadrati, utilizza in affitto altri 15 milioni di metri quadri in 6.200 edifici di proprietà privata. Quando arriva il momento di rinnovare i contratti, a molti di questi edifici viene richiesto di adeguarsi agli arretramenti, o di “rafforzare” il grado di protezione dalle esplosioni. Un rafforzamento che può comprendere nuovi sistemi di finestre e alte modifiche, e che è costoso.

“È quasi sempre più economico trovare un nuovo spazio e costruire un altro edificio”, continua Anderson. “C’era una concreta preoccupazione che le attività governative abbandonassero le città”. L’esodo non è avvenuto. Ma progetti come quello per un nuovo edificio privato al Southeast Federal Center di Washington, da affittare al Dipartimento dei Trasporti, non promettono molto bene, con gli arretramenti di 15 metri, e la scarsità di usi diversi al pianterreno. “Si creano molti spazi morti” ci dice Elizabeth Miller, coordinatrice per l’urbanistica e la progettazione alla NCPC. In alcuni casi gli arretramenti possono avere qualche buon aspetto visivo, come accaduto per due secoli e oltre con le piazze dei tribunali americani. L’idea della sicurezza “può far tornare gli edifici governativi verso l’immagine del monumento sulla collina: una costruzione dall’aspetto imponente”. Rob Goodill, socio dello studio Torti Gallas & Partners di Silver Spring, Maryland, ha proposto di sviluppare portici, piazze, pareti di recinzione, giardini, e altri elementi che consentano agli edifici di distanziarsi dalla strada e contemporaneamente occupare lo spazio in modo armonioso.

Rob Rogers, socio alla Rogers Marvel Architects di New York, propone uno standard per giudicare un sistema di sicurezza: non è valido “a meno che non aggiunga bellezza, o accessibilità, o altri benefici” oltre a provvedere alla protezione. “Spendere tanti soldi a non avere altro che qualche spartitraffico è una cosa da sciocchi” dice Rogers. “La maggior parte degli elementi di sicurezza correnti sono semplicemente inappropriati per un ambiente urbano. Sono stati sviluppati per paesi stranieri, ambasciate, il Terzo Mondo, ecc.”.

Rogers aggiunge che sono necessari approcci più fantasiosi. Invece di barriere convenzionali, il suo studio sta progettando quello che descrive come “una panca luminosa di vetro, che accende un percorso pedonale dal molo del traghetto sull’Hudson al sito del World Trade Center”. Offrirà un sedile, una lieve e pervasiva illuminazione, e presumibilmente qualche godimento estetico, il tutto tenendo a distanza le insidie dei veicoli. Sarà più bassa delle classiche barriere, perché di fronte al sedile sta un materiale di riempimento che sostiene i pedoni, ma farebbe sprofondare un automezzo. Innovazioni del genere sono piuttosto rare.

David Dixon ritiene che l’attuale approccio dominante alla sicurezza sia mal orientato. “La cosa più curiosa a questo proposito” continua Dixon “è che negli ultimi decenni si sia tolta tanta parte dell’ambiente urbano dalla sensazione di paura (rendendo più sicure le città e la società) creando consapevolmente edifici più aperti, diluendo la separazione fra spazio pubblico e privato, promuovendo le attività collettive e riportando la gente nelle strade e piazze. Il solo e unico scopo della difesa dal terrorismo minaccia tutte queste sudate conquiste”.

Nota: qui il link alla rivista New Urban News (fb)

Mi sembra sempre più evidente che nei tempi prossimi il nodo delle questioni legate alle prospettive della cultura architettonica non si troverà nel confronto tra le eredità della tradizione e le aspettative del futuro. (Un tema al quale in anni scorsi è stata prestata un'attenzione a volte eccessiva). Ci sarà piuttosto un duro contrasto tra due modi di affrontare l'avvenire: tra vera e falsa modernità. Modernità versus rnodernizzazione. Proponendo di definire l'una e l'altra con questi termini Mi rendo conto che certo non sono i più adatti per differenziarle senza equivoci. Ho chiesto aiuto per trovarne una migliore definizione. Dubito però che l'alternativa moderno/contemporaneo porti a fare maggiore chiarezza al di fuori di una cerchia limitata o un numero ristretto di addetti ai lavori. Forse si potrebbe distinguere architettura per la democrazia e architettura per il mercato.

Non sono affatto in pochi, tecnici e politici, a presumere che per conquistare un progresso basti applicare novità tecnologiche o realizzare infrastrutture senza curarsi di programmarle in un piano che superi l'ambito settoriale. I danni che facilmente ne derivano si considerano prezzo inevitabile da pagare se non si vuole cadere nell'immobilismo. In genere gli architetti la pensano spesso diversamente, però con argomenti che, lo si voglia o no, finiscono per offrire un sostanzioso sostegno a quel rozzo modo di procedere. A partire dal maggior numero dei progettisti più in vista, si diffonde dilagando il pregiudizio che la complessità e la velocità delle trasformazioni urtane siano diventate tali da rendere impossibile regolarle E da tempo, non solo nel nostro campo, viene largamente condivisa la sfiducia in quale che sia idea di progresso. Non ci sarebbe altro da fare se non interventi episodici, appariscenti o addirittura spettacolari molto più che contrassegnati dall'utìlità.

Così é la modernizzazione, agguerrita e aggressiva in misura non paragonabile con le assai meno virulente nostalgie revivalistiche dei protopostmoderni, ora sulla via del tramonto. L'una e le altre, all'offensiva o di rincalzo, non smettono d'attaccare su due fronti l'architettura moderna, anche dopo averne ripetutamente annunciato la fine. È noto che Charles Jencks non ebbe dubbi nel certificarne la morte a St.Louis, Missouri, alle 3.32 pomeridiane del 15 luglio 1972, quando si attuò la prevista decisione di demolire, facendolo saltare in aria, un complesso di abitazioni a basso costo progettato da Minoru Yamasaki. Adesso catastroficamente Paolo Desideri ( La Repubblica, 9/1/2004) nel crollo delle Twin Towers - altra opera di Yamasaki, inseguito dal malaugurio - vede "collassare disperatamente e definitivamente la stagione della modernità, portando per la prima volta agli occhi di tutti la sua indecente fragilità, la sua complessiva insostenibilità. Una sorta di drammatica e plateale epifania della pericolosità e della inaffidabilità della tecnologia modernista e delle certezze granitiche sulle quali la cultura moderna, con un troppo scontato positivismo, aveva costruito la sua architettura fisica, sociale, descrizione anche economica". Ma dalle sua stessa descrizione è lecito arguire che questa volta si sia trattato d'una caduta della modernizzazione piuttosto che dell'estinzione della modernità.

In realtà la ricerca paziente dell'autentica architettura moderna non s'interrompe. Procede provando e riprovando, ora con slancio ora con lentezza, tra difficoltà che non vengono nascoste, con la coscienza di svolgersi in un'età di incertezze. Però mantiene fermo l'impegno di portare il suo contributo per raggiungere migliori condizioni di vita e perché ogni progetto concorra alla costruzione di una città rinnovata. Solo qualcuno in qualche momento può vanamente essersi illuso di far leva sull'architettura e mettere così in moto un rivolgimento nella società. Ma l’assiduo lavoro di coloro quali invece sono stati consapevoli dei limiti dei loro interventi e hanno agito affinché l'architettura rispondesse alle richieste progressive della società, presenta un bilancio apertamente ìn attivo. Basta vedere case attrezzature per servizi d'ogni genere com'erano un secolo fa e come sono oggi. Certo il risultato dipende da molteplici fattori, ma è altrettanto certo che per questo le esperienze dell'architettura funzionale hanno avuto un ruolo tutt'altro che secondario.

Un punto di partenza di queste esperienze é stato seguire un metodo e criteri unitari per progettare oggetti d'uso, edifici, :sistemazioni urbane, dando per scontato che ai tre livelli, a causa delle differenze delle condizioni e delle resistenze che s'incontravano, le ricerche sarebbero andate avanti con tre velocità. Oggi il rinnova mento della produzione utilitaria di mobili e suppellettili può dirsi compiuto e, per lo meno in paesi dell'Europa centrale e settentrionale, la qualità diffusa nell'edilizia è notevolissima. Invece per la progettazione urbanistica lo scarto tra elaborazione culturale e problemi con i quali misurarsi è ancora considerevole; forse si è addirittura allargato. Non dipende soltanto dai tempi prevedibilmente più lunghi della ricerca in questo campo. Mentre stava uscendo dalla fase di rodaggio, i dati delle questioni da affrontare sono rapidamente cambiati e ingigantiti. A guerra finita, ci si è trovati a dover riparare distruzioni quante l'Europa, nella sua storia millenaria, non aveva mai visto. Poi sono sopravvenuti trasferimenti di popolazione dalle campagne nelle città, motorizzazione di massa, sviluppo delle attività terziarie, correnti migratorie da paesi lontani, problemi di tutela ambientale e di risparmio energetico, diffusione di nuovi strumenti per comunicare, globalizzazione.

Sono ostacoli che potrebbero indurre a gettare la spugna, giudicando che le trasformazioni dei luoghi che abitiamo non siano più regolabili se non entro ambiti circoscritti, caso per caso. Atteggiamento rinunciatario che é quasi inevitabile porti a subire e assecondare la reazione politica neoconservatrice. Martin Pawley ha scritto esplicitamente: "Il postmoderno è l'architettura di Friedman e della Thatcher come indiscutibilmente il modernismo era l'architettura di Keynes e di Attlee". Sarebbe facile estendere l'illazione ai giorni e ai fatti nostri. E se l'assenza del progetto è tipica di società arretrate, anche per noi la riluttanza a farne uso coerente e costante nel quadro di programmi più vasti é interpretabile come segno di debolezza e di declino. Sarebbe una conferma di quanto autorevolmente ha detto di recente Guido Rossi: " Siamo un paese che non cerca la modernità, ma annusa in fretta l'ultima moda, confondendo l'una con l'altra".

Viceversa difficoltà, complicazioni e imprevisti con cui ha dovuto fare i conti la cultura urbanistica possono dare spiegazioni oggettive dei suoi ritardi, sollecitando a non mollare, a tenere ancora fermo quanto Giovanni Michelucci affermò in un libro-intervista: "Essere architetto vuol dire pensare la città come fine di ogni atto progettuale". Sono tanti, per scarsezza di mezzi, a non essere in grado di provvedere da soli a soddisfare esigenze anche elementari e hanno bisogno di una città che sia organizzata in modo da funzionare bene. Questi, prima di altri, sono i destinatari di ogni progetto che, improntato ad autentica modernità, allo scopo di liberare da condizioni sfavorevoli e ridurre disuguaglianze, tenda a mettere ordine nell'assetto urbano. `Massimiliano Fuksas intitola un suo libro Caos sublime; ma Paolo Sica, valoroso urbanista laureato a Firenze con Quaroni, recensendo Progetto e destino di Argan, scrisse che "per l'architettura assumere il caos ad evento-modello significherebbe autodistruggersi".

Tra coloro che hanno seguito gli insegnamenti di Ludovico Quaroni si riconosce bene la differenza tra quelli che lo hanno avuto docente di urbanistica oppure invece di progettazione architettonica. Ai primi egli ha trasmesso l'attrazione verso il modo di costruire la città medievale. L'ammirazione per il sistema di organizzarla, fondato su regole precise ma flessibilmente adattabile, con un tessuto edilizio formato attenendosi con varianti alla ripetizione d'un tipo non complicato, tuttavia già al suo interno capace di contenere più d'una funzione; la residenza, il commercio, l'attività produttiva artigianale. (Un tipo analogo si sarebbe ritrovato lungo i canali seicenteschi della borghese Amsterdam, non a caso così diversa dalle città sue contemporanee dominate da un'autorità). Nei panorami urbani medievali i monumenti risaltavano come espressioni non solo di potere ma anche, forse più, di aspirazioni collettive della comunità. Strade e piazze componevano una rete di tracciati gerarchicamente differenziati, non un disegno di scacchiera o altra figura geometrica, mentre una serie articolata di passaggi conduceva per gradi dallo spazio pubblico aperto a tutti fino a quello riservato alla vita intima delle persone.

Una bella sfida provarsi a restituire qualità non dissimili alla città moderna. Con tutt'altri modi, tutt'altre forme, tutt'altri strumenti. Lo sviluppo dell'industria li ha rivoluzionati. Ha però portato a elaborare un metodo progettuale dal quale gli architetti hanno da imparare e ha messo a disposizione una quantità di prodotti neppure paragonabile a quella del passato. Forse proprio da qui - dall'ideare a tutte le scale elementi componibili per associarli nelle più svariate combinazioni - può trovarsi una chiave che renda compatibili unità e diversità, standardizzazione e ricerca d'identità, ordine e mutamento incessante. Un'ipotesí di lavoro che vale la pena di sperimentare.

vedi anche la lettera di Fabrizio Bottini

Spesso si è osservato che le proteste contro alcuni danni ed eccessi della grande distribuzione si limitano ad una difesa corporativa: i commercianti locali (i bottegai, per chi non li ama) e altri gruppi si oppongono al nujovo supermercato, centro commerciale, ingresso di operatore esterno, solo per stretti motivi di interesse. Se questo è senz'altro vero, e pure abbastanza ovvio, è pur vero che - visti i risultati - almeno non si può dire che il commercio con base locale (preso nel suo indieme) abbia fatto danni aprticolari, e anzi come ci ha insegnato Jane Jacobs può essere un elemento vitale nei rapporti comunitari. Il testo che segue tenta appunto di esaminare in breve e in modo parallelo i due aspetti: la vita del territorio e della comunità in un contesto fose diverso da nostro ma potenzialmente simile, e il ruolo pure potenzialmente contrapposto delle due "corporazioni". La grande e la piccola. (fb)

Titolo originale Littering America with Dead Malls and Vacant Superstores – traduzione di Fabrizio Bottini

Non è un segreto che, da quando le grandi catene di distribuzione hanno preso possesso della maggior parte del commercio, si sono lasciate alle spalle una scia di centri città mezzi vuoti, imprese familiari coi battenti chiusi, e residenti dei quartieri che anche per gli acquisti di base dipendono dal grande centro commerciale autostradale o dal negozio big-box, che sono obbligati a raggiungere in macchina.

Ora le stesse catene di distribuzione stanno assestando alle comunità un secondo colpo: lasciano i centri esistenti, per realizzarne degli altri più grossi, abbandonandosi dietro enormi gusci vuoti e ettari di asfalto.

Ora i centri commerciali fantasma e i Superstores vuoti stanno sparpagliati per l’America come spazzatura. A livello nazionale si tratta di cinquanta milioni di metri quadrati di spazio commerciale che se ne sta lì: l’equivalente di circa 4.000 centri commerciali.

Parte del problema è che le catene di distribuzione stanno costruendo nuovi punti vendita ad un ritmo incostante, creando un eccesso di offerta. Solo negli ultimi 12 anni, lo spazio commerciale pro capite è aumentato del 34 per cento, da 1,5 a 2 metri quadri. Molte comunità hanno più spazi commerciali di quanti i residenti possano sostenere, e inevitabilmente si verificano dei vuoti.

L’altra parte del problema è che le compagnie si sentono obbligate a reinventarsi o gni dieci anni o giù di lì, abbandonando i punti vendita esistenti per nuovi formati. Prima c’erano strip-malls affacciati sul filo stradale, che poi hanno dato luogo ai centri commerciali enclosed, “introversi”. In seguito si sono succedute varie ondate di centri commerciali regionali sempre più grandi. Centinaia di malls della prima fase, hanno chiuso negli anni Ottanta a causa della prima ondata di negozi big-box.

Negli anni Novanta gli stessi big-box hanno cominciato la propria muta della pelle, lasciando liberi gli spazi esistenti per costruire negozi più grandi. Come risultato, la sola Wal-Mart ha abbandonato vuoti quasi 400 negozi: più di 3 milioni di metri quadri di spazio commerciale, circondati da migliaia di ettari di asfalto.

L’esperienza di Macon, Georgia, forse non è tipica, ma comunque istruttiva. Questa piccola città ospita tre carcasse Wal-Mart, due delle quali superano i 10.000 metri quadrati: più del doppio di un campo da football e il triplo della dimensione di un classico supermarket, e questo senza contare i grandi piazzali a parcheggio. Come la maggior parte dei 34 negozi Wal-Mart abbandonati della Georgia, i tre di Macon avevano chiuso i battenti dopo che la compagnia aveva realizzato due “ supercenters” più grossi, ingoiandosi altro terreno libero.

Anziché diventare vittime del gioco cannibale delle corporations, molte comunità stanno tentando un approccio diverso. Dozzine di amministrazioni hanno bandito i negozi big-box modificando le regole di zoning in modo da prevenire la costruzione di punti vendita oltre una certa dimensione. Altre hanno proibito l’espansione commerciale su aree inedificate, richiedendo invece che i nuovi negozi si collochino nei distretti commerciali del centro e dei quartieri. Molte hanno anche trasferito cespiti fiscali, un tempo destinati a finanziare nuove strade e altre infrastrutture che favorivano una crescita sprawl, verso il sostegno al commercio nelle aree centrali.

Alcune stanno iniziando anche a vedere i vantaggi di lavorare insieme alle amministrazioni confinanti per costruire una visione condivisa di sviluppo. Anziché impegnarsi in una competizione fra chi perde e chi perde, per allargare la base imponibile, i residenti della regione di Cape Cod in Massachusetts hanno creato la Cape Cod Commission. Si tratta di una agenzia di pianificazione regionale che esamina tutte le proposte di nuova edificazione che possono avere impatti oltre i confini amministrativi delle comunità dove si collocano, compresi i negozi di superficie superiore a 1.000 metri quadrati. Costi e benefici dei nuovi progetti sono valutati attentamente e le proposte emendate per conformarle al piano urbanistico regionale, che incoraggia lo sviluppo di piccoli negozi che impiegano residenti locali e rispondono ai bisogni comunitari.

Stanno emergendo nuove idee anche dal mondo del commercio indipendente. Nel 1998 i piccoli imprenditori di Boulder, Colorado, hanno formato la Boulder Independent Business Alliance, uno sforzo cooperativo per aiutarsi l’un l’altro a sopravvivere e a costruire legami più saldi con la comunità. La BIBA, ora conta più di 150 aziende associate. Attraverso gruppi d’acquisto e campagne pubblicitarie comuni che promuovono i benefici del sostegno alle imprese locali, la BIBA ha decisamente migliorato le prospettive dei suoi appartenenti e reso i residenti consapevoli di quanto importante sia davvero la possibilità di scelta “Locale o di grande catena?”.

Associazioni simili da allora sono sorte in altre città, che comprendono Austin, Salt Lake City, St. Louis, Bozeman (Montana) e Corvalis (Oregon). Queste alleanze lavorano non solo per aumentare competitività e spazi di mercato, ma anche per dare alle imprese indipendenti una voce – di cui c’è gran bisogno – per influenzare le decisioni del governo locale. L’associazione di Salt Lake City, per esempio, ha giocato un ruolo chiave nel bloccare sussidi pubblici a un nuovo mega-mall. Senza sussidi, alla fine il progetto è stato cancellato.

Una nuova organizzazione, la America Independent Business Alliance, mira a congiungere questi sforzi entro una coalizione nazionale che non solo seminerà e coltiverà e metterà insieme future associazioni locali di impresa, ma creerà una contro-forza politica rispetto alle lobbies dei grandi gruppi che promuovono molti dei dannosi sussidi che producono sprawl e proliferazione delle grandi catene.

Questi sforzi saranno ampiamente ripagati, nel lungo periodo. A differenza dei superstores a briglia sciolta, i distretti commerciali tradizionali sono esistiti per centinaia di anni e possono durare altrettanto. Le singole attività possono anche andare e venire – il negozio di ciambelle di ieri diventa oggi il bar dei caffè espresso e pasticceria – ma l’impresa indipendente in sé mantiene un suo ruolo essenziale nel tessuto economico e sociale della comunità.

A differenza delle corporations mondiali, le imprese locali sono possedute da persone che vivono nella comunità e sono interessate al suo benessere. Queste attività sono essenziali per la qualità della vita e l’identità locale, ma hanno di fronte potenti avversari, e questo richiede una azione consapevole per assicurare la loro continuazione. Fortunatamente, molte comunità stanno rispondendo alla sfida, e capiscono che le migliori qualità di una cittadina non vengono dai big-boxes.

Nota: oltre agli altri vari testi di Eddyburg sui temi collegati, si veda per un confronto “internazionale” la protesta dei commercianti napoletani per il nuovo Outletdella moda "Capri Due"di Marcianise. Il sito da cui è stato scaricato l’articolo originale è Reclaim Democracy .

© 2026 Eddyburg