TRAPPOLE PER TOPI - Così nel gergo degli addetti ai lavori vengono definiti i centri commerciali . Chi siano i topi è facilmente intuibile, l’oggetto di ogni desiderio distributivo per i quali si declinano le più diversificate teorie che invitano a operare “per la loro massima soddisfazione”. E’ sintomatico che un intero settore con una fortissima valenza economica esprima una così irriverente definizione nei confronti di chi, tutto sommato, li mantiene. In ogni caso la comunità umana è un poco diversa da quella dei ratti ed è per questo che molte discipline si sono scomodate per meglio comprenderne le dinamiche relazionali, un lungo elenco con un unico denominatore comune: Pavlov.
Nel mondo distributivo tutti hanno “scientificamente” lavorato per individuare quali fossero i segnali che facessero scaturire il comportamento desiderato : l’acquisto. Ambienti che con la loro atmosfericità predispongono, colori che favoriscono, musiche e odori che inducono, analisi antropologiche che a dispetto delle più elementari forme di privacy guardano con telecamerine varie i comportamenti dei topi. Come si muovono, come guardano e muovono gli occhi quando sono nello spazio di consumo ed ora anche che cosa si dicono al telefonino avviene sistematicamente in molti spazi di vendita, soprattutto centri commerciali. Un approccio “scientifico” decisamente Galileiano, ma anche poco educato e al limite del lecito, anzi oltre il limite, ma da quando nell’economia il linguaggio si è radicato in forme e contenuti di tipo militare, esprimendo la dimensione ultima di questo tipo di economia: la guerra, con i topi tutto è lecito pur di vincere. Cioè vendere.
Noto che vi sono luoghi non ancora completamente pervasi da questa cultura in cui gli ammaestratori di topi potrebbero sbizzarrirsi oltre modo: Chiese e luoghi di culto dove si potrebbero sponsorizzare matrimoni, battesimi e funerali con un adeguato merchandising potrebbero ricavarsi profitti interessanti. Problemi con le gerarchie ecclesiali non ce ne sarebbero, loro, da tempo badano al sodo, purché renda. Ospedali dove ad ogni malato e tipo di malattia possono essere indirizzati specifici messaggi promozionali, dalla lungo degenza alla convalescenza le opportunità di vendita sarebbero molto ampie. Dal supporto psicologico alle vacanze ristabilizzatrici la gamma delle possibili offerte coinvolgerebbe molti.
Anche i cimiteri rappresentano luoghi in cui una costante presenza di consumatori è garantita, giorno e notte. Anche i topi morti possono avere un loro mercato. Coniugare la dilagante moda new age con un ritrovato culto dei defunti renderebbe tutti più in pace con la coscienza e darebbe una discreta scremata a tanti sensi di colpa che ogni decesso lascia a molti rimasti. Basta modernizzare un poco il bene dell’anima, o dell’energia vitale, o dell’afflato universale,il tutto rigorosamente post mortem, con beni di consumo hic et nunc che ne aiutino il trasmigrare, verso un altro corpo, il paradiso, il nirvana, al cospetto di vergini etc etc , ogni religione è buona pur di vendere. I costruttori di trappole sono abili , in particolare i cacciatori di topi sono i più ricercati, novelli pifferai magici sanno, perché spiano, quali sono i punti deboli del loro oggetto di studio e riescono abilmente a condurli là dove massimo si esprime il loro desiderio di consumo, anche quello latente ed inespresso.
Questi bracconieri passano dalla antropologia del consumo alla ermeneutica del profitto, tralasciando alcune categorie filosofiche quali la morale e l’etica che riconosca dignità ai topi i quali la acquisiscono solo quando acquistano, e basta. Consumo ERGO SUM Il loro ideale di consumatore è l’assuefatto che, senza alcun altro desiderio che “tutto consumare”, si aggira per le varie trappole in cerca della merce, che risulta preferita quando ha intrinsecamente le caratteristiche dell’eroina, ogni atto d’acquisto è propedeutico al successivo. Hanno elaborato una teoria, molto semplice ma efficace, adatta per i topi, la prima fase consiste nel creare il desiderio, successivamente trasformare questo desiderio in bisogno, di cosa è secondario, più sono inutili e più sono ricercati. Mode, tendenze, un dover essere come tutti, o diversi da tutti, che è la stessa cosa, sono le linee guida delle liste per la spesa per i topi, che in massima parte almeno tana e formaggio l’hanno assicurata. Ma non tutti.
Quanto può ancora durare?
Altro che uccellini. La contestazione inviata dall’Unione europea al governo italiano - con l’apertura di una procedura di infrazione sui lavori del Mose - accusa il progetto di «mutare in modo permanente il regime idraulico della laguna». Lo si legge nella lettera inviata dal commissario Stavros Dimas al ministro degli Esteri Gianfranco Fini. Una «messa in mora» su cui la Corte dell’Aja a deciderà, valutando le risposte fornite dal governo. Ma l’atto d’accusa è forte e richiama quanto finora ignorato dal Magistrato alle Acque, cioè la Valutazione d’impatto ambientale del ’98.
Uno studio monumentale redatto dalla commissione Via del ministero dell’Ambiente. Che aveva dato un parere di «compatibilità ambientale negativa» al progetto Mose. Un «no» poi annullato dal Tar per vizi formali. Ma l’annullamento del decreto, scrive oggi la commissione europea, «non inficia la validità delle argomentazioni di carattere scientifico in esso contenuto». Un brutto colpo per coloro che sostengono da anni che la Valutazione di Impatto ambientale non fosse per nulla necessaria. Ma l’Europa la pensa diversamente. E adesso ha accolto il primo dei numerosi esposti presentati in sede europea dai Verdi, contestando al governo la violazione di Direttive comunitarie sugli habitat. Ed entrando per la prima volta nel merito della questione. «Anche se il Mose è progettato per entrare in funzione soltanto a certe condizioni», scrive ancora il commissario Dimas, «in assenza di qualsiasi studio o valutazione degli impatti diretti e indiretti del progetto che prenda in considerazione tutta l’area classificata come Iba (cioè l’intera laguna, ndr) non è possibile, a parere della commissione, dimostrare che il progetto non avrà impatti significativi sui valori naturali».
Dunque, le assicurazioni contenute nel progetto non sono secondo i commissari europei sufficienti a garantire il rispetto delle norme comunitarie. Secondo la commissione è essenziale valutare il riflesso di quegli interventi sulle barene e sull’intero ecosistema della laguna, dal momento che soltanto a Ca’ Roman sono state identificate 101 specie di uccelli migratori. Attirati in laguna proprio dalla «biodiversità» e dalla ricchezza ambientale che il Mose potrebbe ora compromettere. Si richiamano infine le considerazioni della commissione Via, mai citate negli studi e nei progetti del concessionario. «Nel decreto di compatibilità ambientale negativo del 1998», scrive ancora Stavros Dimas, «è stato riconosciuto esplicitamente, oltre all’enorme fragilità ambientale del territorio interessato, l’insufficienza degli studi effettuati in relazione alla potenziale perdita di biodiversità». Non basta, secondo la commissione europea, le chiusure potranno essere superiori alle alte maree effettive, e in continuo aumento per l’aumento del livello dei mari, fino a 40-50 in un anno, concentrate in autunno-inverno: «In queste condizioni appare difficile, se non impossibile, parlare di mutamenti temporanei del regime idraulico della laguna e delle relative condizioni ecologiche». Se fosse stata attuata una Valutazione di incidenza, accusa l’Ue, «essa avrebbe consentito di individuare un grave impatto sull’area protetta». Che succederà adesso? Magistrato alle Acque, Consorzio Venezia Nuova e Regione tirano dritto. «I lavori non si fermano», ha ripetuto il presidente Galan. «Non è un giudizio, ma solo una contestazione a cui risponderemo», dice la presidente del Magistrato alle Acque Maria Giovanna Piva. Resta il fatto che per la prima volta dopo anni di critiche mai accolte da ministero e Regione, è l’Unione europea a mettere uno «stop» ai lavori del grande progetto. Che anche il Comune ha chiesto adesso di ridiscutere.
Per i nostri beni culturali e ambientali, per la cultura in genere, sono stati cinque anni orrendi. Con Buttiglione che, adesso, riesce a fare, talora, persino peggio di Urbani: nei giorni scorsi ha nominato un consiglio di amministrazione della Holding Cinecittà, composto da ignoti (evidentemente di area); tranne (?) un doppiatore e la ex moglie di un politico molto in vista. Il ministro-filosofo, dopo aver messo il responsabile, da decenni, delle Biblioteche, Franco Sicilia, a capo del Dipartimento dei Beni culturali e paesaggistici, ha stilato una norma ad personam per cercare di tenerlo in attività oltre i 70 anni.
Possibilità, quest’ultima, invece negata ad Adriano La Regina per la Soprintendenza archeologica di Roma e ad Antonio Paolucci per il Polo museale fiorentino. Cioè a due specialisti della materia di valore internazionale (anche se il primo, chiamato “Signor no”, risultava particolarmente “scomodo”, diciamolo, nella sua autorevolezza e quindi da pensionare appena possibile per la gioia degli immobiliaristi vecchi e nuovi).
Non basta: il ministro Buttiglione ha nominato direttore generale dei Beni storici e artistici - al posto di Mario Serio, per anni figura di rilievo - non uno dei soprintendenti più in vista rimasti, bensì l’ennesimo quadro amministrativo. Un bel bilancio. Ma vediamo, in sintesi, i misfatti del 2001-2005.
Sul piano finanziario: nel terribile quinquennio berlusconiano, tagliati con l'accetta i fondi per gli investimenti; dirottati quelli del Lotto del mercoledì dai restauri alle spese di sopravvivenza degli uffici; Fondo Unico dello Spettacolo ridotto in cinque anni del 27 per cento; risorse del Ministero precipitate (dal 2002 in specie) del 57 per cento, ecc. Quindi “buchi” di organico a tappeto, fra i tecnici in specie. In compenso, denari a pioggia distribuiti a ben 45 Comitati, per esempio al Comitato per il IV Centenario della nascita della beata Giovanna Maria Bonomo (150.000 euro) o a quello Nazionale “Viaggio dei Re Magi” (100.000 euro). Molti di più, pacchi di milioni, ne ha dispensati la società Arcus, una SpA, dove comanda soprattutto Pietro Lunardi, ministro delle Infrastrutture, e dove i Beni culturali non mettono lingua: difatti una bella fetta di euro è finita a Parma «capitale della musica» dove Lunardi potrebbe candidarsi a sindaco e dove il centrodestra progetta una sorta di anti-Scala, col sostegno di Mediaset e di Fedele Confalonieri che ha mollato Scala e Filarmonica.
Sul piano delle leggi: ridotto e peggiorato, col Codice Urbani e con altro, il livello della tutela rispetto alle due leggi Bottai del '39 (patrimonio storico-artistico e paesaggio), alla legge Galasso (piano paesistici), ecc.; ribaltato il principio plurisecolare della inalienabilità dei beni culturali pubblici, (salvo eccezioni certificate dalle Soprintendenze); travolto in pochi attimi il Regolamento Melandri elaborato in proposito in un anno di lavoro, tutto ciò al fine di far agire liberamente la Patrimonio SpA per la vendita di quei beni; approvati devastanti condoni edilizi e ambientali; prime privatizzazioni di Musei italiani contro il motivato parere dei direttori di tutti i maggiori musei del mondo, ecc. ecc.
Sul piano politico-amministrativo: spoil-system e accantonamento o trasferimento di soprintendenti e di alti funzionari sgraditi; devitalizzazione totale del Consiglio Nazionale dei BC, non convocato per mesi e mesi; guerra aperta ad alcuni soprintendenti, per esempio a Pier Giovanni Guzzo di Pompei al quale è stato messo vicino quale city-manager nientemeno che il direttore del Museo di Mondragone paese natale del ministro di An, Mario Landolfi, col fine (agognato anche dal sottosegretario Martusciello) di accorpare Pompei e Napoli nominandovi una figura di archeologo che non abbia la personalità, che diamine, di Guzzo; fusione o minaccia di fusione di Soprintendenze storiche (Etruria Meridionale, Ostia Antica, ecc.) in un calderone regionale, contro ogni criterio scientifico.
Si potrebbe continuare, ma conviene invece parlare della reazione, che tutti gli addetti ai lavori, partecipando a convegni, firmando appelli motivati, preparando contro-progetti, si attendevano dal centrosinistra sulla linea della “terapia d'urto” chiesta da Prodi al tempo delle primarie. I documenti di programma che sono circolati sin qui non recano l'impronta di una netta discontinuità rispetto ad alcune politiche del centrodestra. Certo, propongono di riportare i finanziamenti ai livelli ante-Berlusconi, ma bisognerà trovare le risorse, e non possono certo bastare l'8 per mille e il recupero del Lotto del mercoledì, che Veltroni volle aggiuntivo. Dicono recisamente di no ad altri condoni, ma poco parlano della “ricostruzione” di un apparato di garanzie, di organismi e di leggi semidiroccato, della riqualificazione del Ministero. Nella tutela, allo Stato subentrerebbero - vecchio disegno “federalista” - le Regioni, pur avendo davanti il disastro del modello regionale siciliano. Vi si parla inoltre soprattutto di ”valorizzare”, con un economicismo ed un produttivismo applicato ai beni culturali e ambientali che a volte ricorda sinistramente il De Michelis dei “giacimenti culturali” non mai abbastanza deprecati negli anni '80 e quel ministro-pianista, Mario Pedini, il quale coniò la dannata espressione: «I beni culturali sono il nostro petrolio».
Ora, il petrolio, a parte che inquina moltissimo, è lì per essere sfruttato fino all'esaurimento, mentre il patrimonio storico-artistico-paesaggistico è lì - secondo l'art. 9 della Costituzione - per essere anzitutto tutelato e, se debitamente, conservato (cosa che accade sempre di meno), all'interno della tutela, valorizzato. Rischia dunque di passare nel programma dell'Unione una linea che, ponendo la “produttività” (economica, occupazionale, turistica) quale metro essenziale di valutazione, distingue nel contesto italiano, i beni suscettibili di «fornire reddito» da quelli che proprio non ne potranno dare (musei medi e minori, la maggior parte delle chiese, centri storici svuotati ma vincolati, archivi, biblioteche, a meno di non venderle). Si rischia di confondere il Bel Paese e il suo patrimonio, fonte di crescita culturale, civile, sociale, con l'industria turistica mossa da quel formidabile complesso di centri storici, di abbazie, di castelli, di pievi, di musei di ogni tipo, di torri, tutti legati nel “palinsesto” del paesaggio storico e naturalistico. Il turismo, lasciato libero di dilagare, ci ha regalato massacri paesistici e ambientali non meno dell'industria pesante e quello “culturale” sta travolgendo, per esempio, i centri di Firenze, di Venezia, in parte di Roma, piegandoli a bazar, a fiera permanente. Vanno fortissimo le grandi mostre di consumo (con gli Impressionisti, poveretti, in tutte le salse, per «idioti da viaggio», sferza «Le Monde»), mentre i musei, spesso molto belli, battono il passo, o meglio, crescono sempre i soliti noti. Un caso esemplare: sull'onda del “valorizzare” è stato prestato, per molti mesi, ad una mostra milanese lo splendido Caravaggio di Sant'Agostino a Roma; negli stessi giorni la chiesa ha mostrato seri cedimenti strutturali. Qual è il vero compito dello Stato? Valorizzare i quadri come merce, oppure salvaguardare, in ogni senso, il patrimonio? A noi la risposta sembra una sola, la seconda.
L'ultimo assalto del centrodestra al territorio siciliano si chiama "polo turistico" dell'Etna. In effetti, proprio per non farsi mancare niente, il disegno di legge in discussione nei prossimi giorni all'ARS di "poli turistici" ne istituisce quattro: uno dentro il parco dell'Etna, un altro nel parco dei Nebrodi, il terzo in quello delle Madonie e l'ultimo a cavallo fra quelli dell'Etna e dei Nebrodi. L'ambizione è quella di realizzarvi quattro stazioni sciistiche invernali (funivie, seggiovie, impianti sportivi, alberghi, strade, parcheggi, ecc.), obiettivo che ha fatto sollevare non solo tutte le associazioni ambientaliste ma anche tutti gli studiosi, vulcanologi, botanici, zoologi, geologi e persino urbanisti ed economisti, i quali non solo hanno spiegato come questa ipotesi comprometterebbe la salvaguardia dell'ambiente nei parchi, ma sarebbe anche economicamente destinata al fallimento. Giacché la Sicilia non è il Trentino né la Valle d'Aosta e piuttosto che inseguire modelli oggettivamente impraticabili, proprio la valorizzazione del parco, se attentamente condotta, ne farebbe quell'unicum anche turisticamente redditizio.
Ciò detto, il disegno di legge, bisogna ammetterlo, è un piccolo gioiello dell'inganno. Non solo perché di tutto questo non c'è scritto nulla (lo si apprende bene solo dal dibattito sulla stampa, dai lavori parlamentari e se ne trova appena la traccia nella relazione allo stesso ddl) ma perché è costituito da un solo articolo che a prima vista può sembrare perfino innocuo. Proprio per questo è molto interessante analizzarlo. I quattro poli turistici vengono infatti istituiti in zone cosiddette "di protezione di tipo C", già previste nella norma fondativa dei parchi in Sicilia, la famosa L.R. 98/81, poi modificata dalla 14/88. In quella erano ammesse "soltanto costruzioni, trasformazioni edilizie e del terreno rivolte specificatamente alla valorizzazione dei fini istitutivi del parco quali strutture turistico-ricettive, culturali, aree di parcheggio"; nel ddl in oggetto vi è consentito "realizzare strutture turistico-ricettive, culturali, aree di parcheggio, nonché trasformazioni edilizie finalizzate esclusivamente alla valorizzazione dei fini istitutivi dei parchi". Stessa cosa, come si vede. Il trucco dov'è? Nella perimetrazione di queste nuove zone "C", che il ddl evita di compiere ma rimanda ad una subdola procedura definita alla fine dell'articolo. Mentre la legge attuale prevede l'approvazione di un piano territoriale esteso all'intero parco in cui individuare le zone A, B e C organicamente relazionate fra loro sulla base di accurati studi e progetti, unitamente ad un regolamento che disciplina tutti i lavori di costruzione all'interno del parco, il ddl esplicitamente deroga a tale procedura prevedendo che l'Assessore regionale al Territorio ed Ambiente, con proprio decreto e senza alcuna pianificazione, catapulti dentro i parchi le zone "C" desiderate. Esattamente come sostituire ai piani regolatori delle città i decreti dell'assessore regionale che, accontentando il sindaco suo amico, decide qua un'area artigianale e là una zona di espansione edilizia. C'è anche un paravento, apposta per la bisogna: la proposta la formulano ufficialmente i sindaci dei comuni interessati (gli stessi, in massima parte di Forza Italia, che ce l'hanno già pronta e volevano l'istituzione delle zone C direttamente per legge) e vanno acquisiti i pareri dei comitati esecutivi e di quelli tecnico-scientifici dei parchi, da rendersi entro 30 giorni, decorsi i quali si intendono favorevolmente resi. Pareri, manco a dirlo, non vincolanti. Come si vede, più una finzione che altro.
Se, come si è visto, il ddl è un capolavoro di dissimulazione, sul piano politico è la summa delle ipocrisie. Indigna il governo regionale, che non ha un minimo di linea politica né di coerenza programmatica, che per sua natura dovrebbe avere un’idea e per ciò governare, e invece lascia fare senza intervenire. La proposta è infatti “di iniziativa parlamentare”, firmata da Forza Italia e questo gli dà l'alibi per dire che non c'entra nulla. Così il ddl va avanti e supera l'esame della IV commissione dell'ARS, grazie alla presenza massiccia, assolutamente insolita ma organizzata per l'occasione, dei deputati del centrodestra. La polemica gonfia, poi esplode. Con le semplificazioni di sempre: "cementificatori" contro "imbalsamatori". E ancora una volta il miracolo: dentro il governo c'è posto per tutti e il contrario di tutto, l'assessore Cascio da una parte, Granata dall'altra. Con Cuffaro che fino ad ora tace, solo per annusare da quale parte spira il vento migliore e poi dichiarare ad hoc una presa di posizione salvafaccia. Cascio è quello stesso che in queste settimane racconta la favola della riforma urbanistica e poi appoggia un disegno di legge che, prima ancora che compromettere i parchi siciliani, si mette sotto i piedi il principio stesso di pianificazione territoriale. E Granata va declamando poesie per i suoi viaggiatori mentre la Regione investe cifre colossali per cofinanziare impianti da golf e incredibili parchi di divertimento come quello di Regalbuto, vere truffe ai danni dei siciliani. Noi non stiamo meglio: la matrice culturale sembra essere la stessa, la superficialità delle analisi pure. Non vogliamo uno sfruttamento che comprometta l'ambiente, ma il nostro "sviluppo sostenibile" è ancora tutto da sviluppare.
Per questo sono convinto che dal prossimo governo la Sicilia debba attendersi una marcia in più ed in una direzione ben precisa, non un’altra marcia e basta.
Sul ddl ora in discussione si veda anche, in questo sito, l’articolo di Maria Zegarelli.
Quando Renato Soru ha annunciato il suo programma i più avvezzi ai linguaggi della politica hanno capito che la sua indignazione per il malgoverno dei territori costieri era autentica. E che faceva sul serio quando diceva di volere mettere un freno all’ aggressione a quei paesaggi. Con questo punto in evidenza il centrosinistra, sempre molto esitante al riguardo, ha vinto le elezioni.
Quelli più preoccupati hanno provato a consolarsi pensando che sarebbe andata a finire come sempre – tra un rinvio e una lite – facendo conto sul malcontento che nel frattempo si attizzava, sindaci di destra in prima linea, qualcuno di sinistra nelle retrovie.
Ma le cose vanno avanti e l’idea si rafforza. Alle ultime elezioni provinciali il centrosinistra vince ancora e anche in Gallura che non è, come ci volevano fare credere, tutta agli ordini dei palazzinari.
Oggi mentre il lavoro procede, forse troppo lentamente, uno sguardo retrospettivo dà la sensazione che le cose sono cambiate, seppure in ritardo, perché la politica non è mai puntuale su queste questioni. Le vicende degli ultimi 50 anni, che occorre tenere nello sfondo, spiegano che – pure con qualche eccezione – la classe dirigente locale, con il suo codazzo di sapienti, è responsabile almeno di omertà verso un processo che non ha fatto bene alla Sardegna. Al luccichio dei troppi villaggi turistici fa da controcanto lo spopolamento progressivo dei paesi dell’interno. Il più cupo degli squilibri, con prevedibili effetti a catena nel territorio e nel corpo sociale.
Gli esordi
In Sardegna, ancora nei primi decenni del Novecento, le strade che portano al mare sono quelle di sempre, poche e difficilmente percorribili. Non ci sono stati in realtà motivi che nel tempo abbiano convinto i sardi a spostarsi verso i litorali; anzi, com’è noto, sono state molte le ragioni che hanno nel corso dei secoli allontanato le popolazioni dalle linee di costa. Con relativi pregiudizi.
Poi, quando il mare non rappresenta più un pericolo ha prevalso un sentimento di indifferenza nei confronti di spiagge e scogliere. Dove per tanto tempo non succede nulla, e quasi nessuno pensa che un giorno quei luoghi selvaggi e disagiati possano essere trasformati secondo le regole mercato.
Sarà, Maurice Le Lannou, che visita la Sardegna negli anni Trenta, a constatare come le straordinarie risorse della isola non siano state sfruttate, nonostante gli esempi della Corsica e della Sicilia.
E prevede che i paesaggi della Sardegna resteranno ancora per molto preservati “dalle grandi costruzioni alberghiere, e le sue strade sconosciute alle lunghe file di pullman zeppi di gente“.
Dei pericoli, a cui accenna lo studioso, nessuno all’epoca coglie appieno il senso. Il turismo è un’eventualità considerata con distacco. I sardi che raccontano l’isola, per spiegarla ai turisti appena evocati, trascurano di informare sugli ambienti costieri, molti dei quali sono sconosciuti ai più.
Ma il turismo arriva a un certo punto nella povera Sardegna.
E coglie alla sprovvista la classe dirigente locale, che aperti gli occhi su questa prospettiva, si prodigherà per agevolarla acriticamente. La Sardegna deve muovere i suoi passi nella competizione per lo sviluppo del Mezzogiorno. Il sottosviluppo è la condizione sempre richiamata nei discorsi (e presupposto di utili patti, non sempre nell’interesse pubblico, da contrarre per combattere disoccupazione e miseria).
Intanto nei libri patrocinati dalla Regione foto e descrizioni dell’isola celano la precarietà degli abitati e le gravi carenze infrastrutturali, omettono i dati sull'emigrazione, offrono versioni pittoresche del banditismo che connota tragicamente la Sardegna dell'interno.
Costa Smeralda
A metà degli anni Sessanta sulla scia dell’impresa del principe Karim in Gallura, l’azione di promozione del paesaggio sardo s’intensifica ed è il mare in primo piano.
Le parti più pregiate del territorio sardo, sono ormai diventate materia prima, pronte per entrare nel circuito delle cose da vendere. E tutto si ascrive all’arrivo del principe benefattore.
Non si fa molto per fare crescere le iniziative a conduzione familiare, lo sviluppo locale diciamo oggi. Si preferisce fare conto sulla grande intrapresa turistica, per poli di sviluppo, (il gruppo di Rovelli – la Sir – sta già provvedendo alle prime assunzioni a Porto Torres).
Anita Ekberg si bagnava nella fontana di Trevi, e non nelle acque di Porto Cervo, quando “Costa Smeralda” comincia a prendere forma. Ma si annotava già nei rotocalchi la presenza di esponenti delle casate nobiliari, di attrici, attori e nuovi ricchi.
Ai quali piacciono le case rustiche e leziose volute dal principe: un florilegio di linee curve, in pianta e nei prospetti, abbondanza di archi finti, a pieno centro e ribassati, l’intonaco grossolano che avvolge mollemente i muri con l’effetto dello zucchero filato.
Il clamore provocato da quel flusso di presenze impiega poco ad arrivare alle orecchie di speculatori, palazzinari, faccendieri che comprendono di poter contare a lungo sulla reclame. Per contro è debolissima nell’isola la volontà di governare il territorio, come se la politica avesse deciso di stare a guardare compiaciuta la ressa attorno alla merce. Assicurando che ce n’è per tutti. Chiunque venga in Sardegna per fare affari, cioè case, ha buon gioco: i timbri per sancire la legittimità di progetti si ottengono in fretta.
Nei primi anni Settanta “Costa Smeralda” progetta la sua crescita (370.000 vani), mettendo in secondo piano l’attività ricettività alberghiera. E nessuno rileva questa circostanza diffusa; più in generale prende corpo corpo l’equazione secondo cui il flusso turistico è proporzionale alle case edificate, e mai viene evidenziata adeguatamente la grande, sostanziale differenza, tra costruttori e operatori turistici.
Inizia l’era delle ipotesi megalomani dei comuni. La previsione totale, pari a settanta milioni di metri cubi che si vorrebbero realizzare un po’ dappertutto, è una misura che comincia a scuotere qualche coscienza. I segni lasciati dalle attività edilizie di quegli anni in molti litorali sono vistosi. Si legge il procedere rapido (e negligente) di chi approfitta di una congiuntura favorevole (che si teme transitoria). “Fare in fretta” per costituire i presupposti di future urbanizzazioni, sembra la parola d’ordine. Come in un ‘altra epoca secondo i versi di Melchiorre Murenu che scrive nel primo Ottocento: Tàncas serràdas a muru/ fattas a s’afferr’affera/si su chelu fid in terra,/l’haiant serradu puru. ( Terre recintate con muri/ arraffando/ se il cielo fosse in terra/ lo avrebbero recintato).
Riforme e controriforme
La partita si fa stringente negli anni Ottanta. “Costa Smeralda” tratta separatamente con Comune e Regione, mentre si avvia il dibattito per l’approvazione della legge urbanistica regionale e dei piani paesistici secondo le disposizioni della legge Galasso. Un iter che si conclude nel 1993 con molte ambiguità: le norme fissano principi di tutela strutturali ma si mettono i presupposti per fare salvi i casi che contano. Tiene “Costa Smeralda” che ha condizionato fortemente il processo di formazione della legge regionale (che ridimensionerà le pretese . da sei a due milioni e mezzo di mc. !) insieme al progetto di “Costa Turchese” della famiglia Berlusconi, sempre in Gallura.
La finalità delle imprese è quella di sfondare le regole attraverso la concertazione con le parti pubbliche a cui si propone di pagare un magro pedaggio. La richieste, molte in deroga alle previsioni del piano, si dovrebbero accordare in forza di un famigerato codicillo della legge regionale. Un procedimento azzardato, tutto fondato sull’eccezione: impossibile da realizzare, per fortuna.
Ciò che risulta con chiarezza di questa fase è la linea di alcuni soggetti istituzionali, che confina con la subordinazione agli interessi privati.
L’obiettivo trasversale è la rivincita nei confronti di una stagione di riforme mal tollerate, e “Costa Smeralda” è la punta avanzata dell’offensiva. Si fa conto sull’imprenditore con maggiori credenziali per sondare la tenuta dell’impianto di salvaguardia – in primis il vincolo della fascia dei 300 metri dal mare – con il proposito di scardinarlo. Effetto domino assicurato.
La partita si trascina negli ultimi dieci anni con ricorrenti incursioni. Ma la strumentazione, pure con tanti difetti, è più resistente di quanto non appaia. E saranno i gravi difetti – denunciati da un’ associazione ambientalista – a convincere i giudici della necessità di invalidare i piani paesistici. Un atto che produce un vuoto clamorosamente dilazionato. Trascorrono quasi due legislature –maggioranza di centrosinistra prima, poi di centrodestra – senza che si avvii il processo per ripristinare la legalità. Un vantaggio di cui si giovano in molti com’ è ovvio che sia.
Qui interviene l’indignazione di Soru che inaugura un capitolo che ci fa sperare. Nonostante il clima sia assai favorevole agli immobiliaristi veri e falsi, gli unici che sembrano godere di buona salute, oltre che dei favori del Parlamento.
Qui una sintesi del pensiero di Renato Soru
Il consiglio regionale ha approvato la legge n. 16 “Norme sul governo del territorio”, pubblicata sul BURC del 28 dicembre 2004.
Chi scrive ha espresso da tempo il suo giudizio sulla legge: si tratta di un articolato meramente procedurale, il cui intento dichiarato è quello di snellire le procedure di formazione dei piani urbanistici ai differenti livelli. Una legge anodina, votata quasi all’unanimità (unico voto contrario quello del consigliere Specchio).
Quello che manca in questa legge, contrariamente a quanto succede nelle regioni italiane dove le cose funzionano un po’ meglio (vedi ad esempio la raccolta comparata di leggi urbanistiche regionali curata da Edoardo Salzano per l’associazione Polis), è qualsiasi indirizzo stringente in merito ai problemi che funestano il territorio campano, primo fra tutti il consumo di suoli fertili e il degrado dei grandi paesaggi storici causati da un’espansione urbana assolutamente fuori controllo.
L’importante per l’assessore Di Lello, per la sua maggioranza e, lo si è visto, anche per l’opposizione, è che le procedure siano rapide, che le carte siano a posto, che i vincoli posti dagli enti di settore per difenderci dalle fragilità del territorio e del paesaggio (autorità di bacino, enti parco, sovrintendenze) siano una volta per tutte depotenziati e resi inoffensivi.
Per il resto, avanti così, con la programmazione negoziata che continua a sciupare spazi preziosi a favore di iniziative che non decollano mai (è l’Osservatorio economico regionale a constatarlo), con l’obiettivo, ed è la stessa avvilente storia dell’ultimo mezzo secolo, di continuare a lucrare la rendita privata di trasformazione edilizia con il sostanzioso ricorso a capitali pubblici.
Insomma, il momento ha una certa gravità: il combinato disposto di una legge urbanistica regionale inadeguata e di piani di area vasta di discutibile impostazione (Ptr, Ptcp) espongono il capitale naturale delle regione Campania e dell'area napoletana in particolare a rischi sino ad ora inimmaginabili. E’ compito della prossima legislatura cambiare strada, in direzione dello sviluppo, quello vero.
I lavori del Mose sono in contrasto con le Direttive Ue sull’ambiente. L’Europa accoglie l’esposto dei Verdi sul grande impatto ambientale delle dighe mobili e apre un’inchiesta sul progetto. A fine dicembre è stata inviata a Roma la procedura di infrazione per «inquinamento dell’habitat» lagunare. Esultano Verdi e comitati. «Le nostre critiche erano fondate» dice la deputata veneziana Luana Zanella. «Questo conferma i nostri dubbi», commenta il sindaco Cacciari, «è opportuno, senza scatenare tifosi ed estremisti di ambo le parti, che il progetto venga ridiscusso». Secondo il presidente della Regione Galan si tratta di «folaghe e pescetti». «Bufale confezionate dalla stampa - dice - sono sicuro che il Mose non subirà alcuna battuta d’arresto».
Minimizza la presidente del Magistrato alle Acque, Maria Giovanna Piva. «La commissione europea non ha espresso alcun giudizio di merito», assicura, «ha chiesto solo di verificare l’avvenuto rispetto della Direttiva europea sugli uccelli selvatici». In realtà la questione è molto più complessa. Da quasi due anni ambientalisti e comitati denunciano la violazione delle procedure comunitarie per i lavori avviati sulle aree Sic («Siti di interesse comunitario») in particolare nell’oasi della Lipu a Ca’ Roman e San Nicolò. E’ il tema di numerosi esposti inviati negli ultimi mesi all’Ue, ma anche alla magistratura ordinaria, dai Verdi, da Italia Nostra, dall’Ecoistituto Alex Langer, dalla stessa Lipu. L’accusa era quella di avere avviato i lavori in violazione delle normative Sic, che in quelle aree prevedono procedure particolari a tutela dell’ecosistema. In questo caso, aprendo formalmente un procedimento, la Commissione europea sembra aver dato per ora ragione ai ricorrenti piuttosto che al Magistrato alle Acque che ha sempre sostenuto la «regolarità» delle procedure adottate.
Nell’esposto presentato dai Verdi si invitava ad aprire un’indagine anche sul pesante impatto delle opere sull’intera laguna (milioni di metri cubi di cemento ai fondali delle bocche di porto, 150 cassoni di calcestruzzo e trentamila pali infissi nei fondali, la «devastazione dei litorali e dei fondali lagunari», una nuova isola artificiale di 9 ettari) e sui rapporti costi-benefìci. Ma anche la mancata presa in esame di alternative meno impattanti, visto che il Mose sarebbe, secondo i firmatari dell’esposto, «già obsoleto se, come sembra, il livello del mare aumenterà in questo secolo di 30 centimetri».
Per il momento l’Unione europea ha deciso di avviare l’inchiesta sulla violazione delle Direttive europee.
Un atto che potrebbe riaprire l’intera questione. «La messa in mora della Commissione europea», dice il sindaco Massimo Cacciari, «conferma le perplessità e i dubbi a suo tempo sollevati in modo anche formale con lettere al ministero delle Infrastrutture e alla Regione non solo da Venezia, ma anche dai comuni di Cavallino e Chioggia». Contestazioni che allora riguardavano la conformità urbanistica di quegli interventi, avviati contro la volontà degli enti locali. E contestazioni sollevate dai tecnici dell’Urbanistica. Ma anche allora, come per la presunta violazione della normativa sulla Valutazione di impatto ambientale, Regione, ministero e Magistrato alle Acque avevano risposto sempre allo stesso modo: «Tutto regolare, l’opera va avanti». «Non è una cosa seria», rincara la dose il presidente Galan, «tra uccelli di rovo e uccelli selvatici, cavoletti di Bruxelles e cavoli nostri». La presidente Piva precisa: «Se la Commissione europea non condividerà le argomentazioni portate dal governo italiano, potrà predisporre un parere motivato d’infrazione. In tal caso sarà la Corte di Giustizia europea ad esprimersi». Tranquillo anche il ministro dell’Ambiente, Altero Matteoli: «Dall’Ue nessuna bocciatura, solo una richiesta di chiarimenti». Ma la procedura è avviata. Per sapere qualcosa sull’esito dell’inchiesta avviata dall’Europa bisognerà aspettare almeno due mesi. La «messa in mora» ha però già prodotto un effetto. E riaperto la polemica sull’utilità della grande opera.
Ecologisti e Verdi esultano
Il vicesindaco Vianello ricorda l’esposto firmato da 150 parlamentari dell’Ulivo - «In attesa di un pronunciamento, le ruspe vanno fermate» - Il Consorzio Venezia Nuova difende il sistema delle dighe mobili
A esultare sono gli ambientalisti, ma anche i comitati e le associazioni che da anni denunciano le «irregolarità» delle procedure adottate per approvare il grande progetto. «In attesa del pronunciamento definitivo di Bruxelles la scelta più giusta sarebbe quella di fermare i lavori», dice Stefano Micheletti dell’Assemblea No Mose, «lo chiediamo a nome degli oltre 12 mila cittadini che hanno firmato la petizione popolare». «Finalmente l’Europa riapre un capitolo che il governo e i suoi sponsor si illudevano di avere definitivamente chiuso», dicono i Verdi Zanella e Bettin.
«E’una grande vittoria di chi vuole la vera salvaguardia di Venezia», continua Bettin, «il Mose è un pericolo per l’ecosistema lagunare».
Secondo il vicesindaco Michele Vianello, «le irregolarità nelle procedure del Mose erano state segnalate anche da un esposto all’Ue firmato da 150 parlamentari dell’Ulivo. «E’ giusto che si faccia finalmente chiarezza su tutti questi aspetti», dice, «questo rafforza la nostra tesi. Che il nuovo governo dell’Ulivo dovrà fermare il progetto e discutere seriamente le alternative». «Una svolta decisiva», commenta il presidente nazionale di Italia Nostra Carlo Ripa di Meana, «è giunto il momento di riesaminare da cima a fondo un progetto e le opere messe in mora per inquinamento dell’habitat dalla Commissione europea e non condivise dalle amministrazioni locali». «Bisogna esaminare al più presto soluzioni alternative, più economiche e meno dannose per l’ambiente», dice Guido Pollice, presidente dell’associazione Verdi, ambiente e società. Danilo Selvaggi, portavoce nazionale della Lipu, ricorda i numerosi esposti inviati a Bruxelles dall’associazione a cui è affidata la gestione dell’oasi naturalistica di Ca’ Roman, in parte distrutta dalle ruspe del Consorzio Venezia Nuova. «Finalmente l’Europa mette al centro del suo interesse anche la biodiversità», dice, «il governo ha ora il dovere di valutare i progetti alternativi al Mose».
Anche perché, come ha ribadito ieri il sindaco Massimo Cacciari, «il Mose non abbatte tutte le acque alte, ma solo quelle superiori a 110 centimetri». «Ma il Mose elimina tutte le acque alte, non solo quelle eccezionali», ribatte il Consorzio Venezia Nuova, «il limite dei 110 è un accordo preso tra istituzioni e deriva dal livello a cui si è deciso di rialzare le rive delle parti più basse del centro storico». Affermazioni che gli esperti del Comune contestano nelle loro relazioni tecniche. «Sollevando le paratoie troppo frequentemente», dicono, «si rischiano contraccolpi sul ricambio delle acque e l’ecostistema. Meglio valutare con attenzione alternative “reversibili” che siano da subito efficaci nel combattere le acque medio alte». Nel corso del 2005 una sola è stata l’acqua alta superiore a 110 centimetri, quota in cui si allaga, per un paio d’ore, il 30 per cento della città storica. (a.v.)
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Frank Wilkinson, scomparso a Los Angeles la scorsa settimana all’età di 91 anni, fu il protagonista di una vicenda fondamentale, pur se meno nota, della stagione delle epurazioni maccartiste in California e la persona che forse più di ogni altra contribuì al successivo scioglimento dei tribunali di inquisizione sulle attività “antiamericane”.
Wilkinson era nato e cresciuto a Beverly Hills, in una famiglia agiata al punto di permettergli in gioventù, come disse, di ignorare la stessa esistenza della depressione economica che attanagliava il paese. Alla fine degli studi in scuole private il giovane Wilkinson, profondamente religioso, si reca in Terrasanta per perseguire la vocazione che avrebbe dovuto portarlo all’ordinazione come pastore metodista. Ma la rivelazione che lo colpisce durante il soggiorno in Palestina e in Nord Africa è invece quella della povertà profonda in cui versa tanta umanità all’ombra dei luoghi sacri a cristianesimo, islam e giudaismo. Una crisi di fede che lo vede rientrare in patria agnostico convinto, lo spinge al volontariato nei ghetti urbani della Los Angeles nera e chicana e ad interessarsi di conseguenza della riforma urbanistica ñ che in quegli anni di urbanizzazione accelerata si andava sviluppando come terreno di intenso scontro ideologico.
Col National Housing Act del 1934 l’amministrazione di Roosevelt istituisce la Federal Housing Administration, una sorta di ministero per la casa preposto alla regolazione degli affari edili della nazione e inizialmente a far fronte alla disperata situazione determinata dalla depressione. Alla concezione dello sviluppo pianificato si oppone quella, prevalentemente repubblicana, che vede l’urbanizzazione come dominio naturale degli interessi di mercato. » uno scontro senza quartiere con il Nareb (National Association of Real Estate Brokers), ricca e potente lobby degli agenti immobiliari, ripetutamente all’attacco delle iniziative di urbanistica progressista del New Deal, definite “esperimenti socialisti”, e delle case popolari, “fattorie comuniste”. Un terreno su cui si gioca la forma che prenderanno nei decenni a venire le metropoli americane.
Diecimila villini monofamiliari
Sono gli anni in cui sotto l’impulso demografico dei veterani di ritorno dalla guerra vengono edificate le prime “suburbie” in serie, periferie replicanti come le Levittown del costruttore Abraham Levitt: comprensori da 10.000 villini monofamiliari edificati a catena di montaggio fordista che sono speculazioni commerciali e al contempo progetti ideologici di american dream: il concetto del modello suburbano come espressione di “americanismo” ricorre nel dibattito politico e sulla stampa dell’epoca. Elizabeth Gordon sulla rivista femminile House Beautiful spiegava alle lettrici che la “moderna casa famigliare” era un antidoto naturale al comunismo; lo stesso Levitt, il “padre” di suburbia, dichiarava: “nessun uomo che possieda una casa e un giardino potrà mai essere un comunista”. O almeno non sarebbero potuti diventarlo gli uomini bianchi cui l’accesso a Levittown era riservato.
La suburbia che nasce in quegli anni è anche un progetto sociale; le periferie istantanee per la middle class, rimosse dai centri urbani, favoriscono la polarizzazione sociale e razziale che col white flight , la “fuga” dei ceti medi bianchi dai quartieri misti, avrebbe nei successivi 50 anni dato ai centri urbani americani la caratteristica struttura con un nucleo “di colore” circondato da bianche periferie concentriche formate da villini rigorosamente unifamiliari. La “densità” urbana ñ e quindi anche i servizi e le infrastrutture che ne conseguono, come reti efficienti di trasporto pubblico ñ diventano anatema nell’analisi liberista proposta dall’industria edilizia. Era solo e unicamente la casa per famiglia individuale (single family home) ad incarnare idoneamente i concetti di libertà individuale e proprietà privata su cui la nazione era fondata. Lo avrebbe spiegato qualche anno dopo a Nikita Krusciov il vicepresidente Nixon nel famoso battibecco della fiera di Mosca: “Per noi la cosa più importante è la varietà, il diritto di scegliere, il fatto di avere mille costruttori che costruiscono mille modelli diversi di case. Non abbiamo un governo che decide dall’alto, questa è la differenza”.
Alla fine degli anni ‘40 ci sono però ancora dei bagliori di politica rooseveltiana che favoriscono la progettazione socialmente responsabile: nel 1949 l’amministrazione Truman vara il Housing Act, il cui preambolo dichiara che “ogni americano ha diritto ad una abitazione adeguata”. Nello stesso periodo, a Los Angeles, Frank Wilkinson, all’età di 28 anni, diventa responsabile della Housing Authority preposta alla “riabilitazione urbana”. La sua concezione è di bonificare i ghetti neri e ispanici sempre più segregati della inner city e il suo primo intervento è ambizioso: la costruzione di un quartiere popolare per 7.000 abitanti composto di edifici organizzati attorno a servizi, trasporti e parchi pubblici su una collina nei pressi del centro, la cui progettazione affida al maestro modernista Richard Neutra, per un modello esemplare di urbanistica illuminata.
Il progetto “Chavez Ravine” è controverso per la presenza sul sito prescelto di una comunità messicana, un quartiere abusivo autogestito da diverse generazioni all’ombra dei grattacieli del centro. La comunità dovrà essere sacrificata, ma nell’opinione di Wilkinson ciò è per il maggior bene; tutte le famiglie rimosse saranno risistemate nel nuovo moderno quartiere che, in una città profondamente segregata, sarà socialmente ed etnicamente integrato.
Coalizione di costruttori
L’opposizione al progetto viene subito coordinata dal Committee Against Socialist Housing, una coalizione di costruttori, padroni affittuari e grandi interessi edili che gode del notevole supporto dei corsivisti del Los Angeles Times. L’”anticomunismo edile” non è una novità: già nel 1948 le housing hearings, i dibattimenti parlamentari sulla casa indetti a Washington furono dominate nientemeno che dal senatore Joseph McCarthy che le affrontò con lo stile che avrebbe di lì a poco applicato alla caccia ai comunisti del Dipartimento di stato e di Hollywood.
Alleato con Herbert U. Nelson, presidente della Nareb,McCarthy riuscì ad affossare la proposta di legge (decreto Taft-Ellender- Wagner) che avrebbe dovuto stanziare fondi pubblici per incentivare la progettazione urbanistica. » così che nel dibattito in corso a Los Angeles sul progetto “Chavez Ravine” l’attenzione si sposta d’improvviso sui “moventi” di Wilkinson, che in una seduta pubblica del consiglio municipale per l’edilizia viene invitato ad elencare le organizzazioni politiche cui appartiene. Il rifiuto sdegnato di rispondere porta al suo licenziamento dall’authority e poi a una serie di convocazioni da parte della Huac (House Unamerican Activities Commission) di Mc Carthy fino a quella nel 1958 che lo condannò a nove mesi di reclusione per essersi rifiutato di collaborare, pena confermata in appello dalla Corte suprema per 5 voti contro 4. Malgrado il movimento in suo sostegno, Wilkinson sconta in un penitenziario federale una delle pene più lunghe inflitte durante la caccia alle streghe.
Al rilascio, la carriera di Wilkinson è finita. Lavora per un periodo come guardiano notturno per un’azienda di Pasadena che lo assume segretamente per evitare ripercussioni. Il progetto di “Chavez Ravine” viene archiviato, anche se il quartiere popolare viene effettivamente demolito dalle ruspe, i baraccati trasferiti di forza e il terreno adibito alla costruzione dello stadio di baseball preteso da Walter OíMalley, padrone dei Brooklyn Dodgers, per trasferire la squadra da Brooklyn a Los Angeles.
McCarthy, all’apice dell’influenza, passa all’attacco dell’industria culturale di Hollywood ma non solo: nel mirino della Huac ci sono intellettuali, progressisti, sindacalisti, insegnanti; fra questi ultimi, epurati con particolare dovizia, anche Jean Wilkinson, la moglie di Frank.
Wilkinson non si occuperà mai più di architettura e politica urbana ma si consacrerà invece alla battaglia per i diritti civili imbastendo una serie di cause per la propria riabilitazione, organizzando, con la Aclu (American Civil Liberties Union) un comitato di difesa dei testimoni convocati dai tribunali di McCarthy ed in seguito costituendo il comitato per l’abolizione del Huac. Nel corso del suo contenzioso trentennale col governo scoprirà l’esistenza sul suo conto di un dossier del Fbi di 132.000 pagine frutto della sorveglianza Cointelpro (il programma di diffamazione con cui il bureau mirava a destabilizzare “sovversivi” come Martin Luther King e le Pantere nere) che rivela che la trasmissione al capo della polizia di Los Angeles degli atti serviti a “neutralizzarlo “ era stata ordinata dallo stesso J. Edgar Hoover.
Il baricentro si sposta in periferia
La sua lotta avrà esito nel 1975, quando la Huac verrà infine sciolta. Ma nell’urbanistica americana si è intanto determinata un’inversione epocale di rotta: se per cinquant’anni lo sviluppo era avvenuto nei grossi centri urbani, come ha scritto Dolores Hayden, i prossimi decenni avrebbero spostato il baricentro dell’edificazione in periferia, non più cioè verso lo sviluppo di quartieri e città ma verso la moltiplicazione di contigui comprensori. Una privatizzazione dello spazio urbano che avviene a scapito dei servizi pubblici e a netto favore del complesso edil-industriale, fatto di megacostruttori e di una gigantesca industria del legno che tuttora gestisce lo sviluppo. Secondo il progetto dell’industria viene definitivamente eclissato il concetto di casa come diritto civile a favore di quello che ne fa una “comodità “, oggetto di consumo di massa e proprietà, disegnando con le città americane, salvo poche eccezioni, una geografia del capitalismo avanzato fatta di villini, automobili e shopping center.
Nota: quello trattato qui da Luca Celada è un tema molto presente in questo sito, e nel parallelo Eddyburg, su cui ho inserito per esempio a suo tempo sia le recensioni a Dolores Haydenche uno studio contemporaneo sul caso di Levittown (f.b.)
BOLOGNA. Mentre il Governo nazionale, anche nell’ultimo scorcio di mandato, conferma il suo disinteresse per ogni tipo di politica e di intervento finanziario capaci di indicare una direzione di gestione dell’emergenza abitativa, dall’istituto di ricerche «Nomisma» arrivano alcuni dati interessanti, che contribuiscono, tra l’altro, a frenare l’entusiasmo di chi vede nella dimensione proprietaria della casa l’unica via possibile ed efficiente per affrontare questo diritto primario delle famiglie.
Alla fine del mese di novembre 2005 l’istituto fondato da Romano Prodi ha pubblicato una ricerca, commissionata dall’ASPPI, dal titolo «Il mercato abitativo italiano: un’analisi territoriale sullo stato, la conservazione, la redditività», nella quale vengono esaminati, tra l’altro, i vantaggi delle diverse soluzioni abitative cui si affidano i cittadini delle grandi città italiane.
Il rapporto tra mutuo e affitto – scrive Nomisma nella ricerca – risulta mediamente pari all’87%, quota che non favorendo né l’una né l’altra soluzione, lascia ampio spazio ad altri fattori di costo e di incertezza che accompagnano la decisione dell’acquisto. Comprare casa sembra quindi una scelta non sempre vantaggiosa, almeno economicamente. Soprattutto in città come Bologna, dove – stando sempre ai risultati della ricerca – per appartamenti di dimensioni inferiori ai centro metri quadrati – cioè alle dimensioni medie della produzione residenziale degli ultimi decenni - risulta in netto vantaggio l’affitto rispetto al mutuo. Condizione accentuata, in prospettiva, dall’aumento dei tassi del costo del denaro previsto dalla BCE.
Ma perché mai dovrebbe risultare vantaggioso affittare una casa a un canone pur inferiore della rata del mutuo, ma improduttivo in termini d’investimento nel luogo periodo?
Intanto perché alla rata del mutuo si sommano spese che gli affittuari non hanno: imposte statali e comunali, costi di istruttoria e gestione delle pratiche del mutuo e delle transazioni, spese per manutenzioni ordinarie e straordinarie dell’immobile, spese per eventi incidentali. Voci di costo che spesso, per i proprietari con maggiori vincoli di bilancio familiare, rappresentano carichi difficilmente affrontabili, se non a scapito di altri consumi, in un ciclo che rischia da un lato di ingessare l’economia e dall’altro di ridurre le possibilità di sviluppo degli individui.
Poi – non ultime – ci sono le esigenze lavorative. L’instabilità del mercato del lavoro, la mobilità richiesta dei nuovi paradigmi produttivi, le incertezze congiunturali, sono tutti fattori che inibiscono la «stanzialità residenziale», in special modo nella popolazione più giovane, che trova tuttavia un mercato, e uno Stato, in grave ritardo nel rispondere a queste esigenze.
Nonostante le indicazioni che emergono dalle rilevazioni empiriche si continuano però ad immettere sul mercato nuove abitazioni per la vendita e a sostenerla in vari modi (mutui agevolati, stanziamenti pubblici a fondo perduto ecc.), ritenendola una strategia coerente con le necessità della popolazione. Ciò che a prima vista sembrerebbe paradossale, o miope, trova una parziale giustificazione se si considera che la produzione edilizia non solo ha sostenuto, in questi ultimi e difficili anni, l’economia e le imprese, ma ha alimentato le entrate degli enti locali e ha fornito lavoro per la popolazione di nuova immigrazione.
Nelle opulente e trainanti città dell’Emilia-Romagna – e non solo qui – il settore delle costruzioni, negli ultimi due decenni ha mostrato tassi di crescita da record, arrivando anche a raddoppiare gli addetti grazie soprattutto agli incrementi di produzione, per certi versi paragonabili a quelli registrati durante il boom edilizio degli anni sessanta. Così oggi, anche per conseguenza dei diversi dispositivi federalisti, non stupisce che un terzo delle entrate correnti dei comuni emiliani provengano dall’ICI, che una quota assai rilevante derivi dai contributi di costruzione, e che il governo urbanistico sia annichilito dalla «ragion di stato» dei bilanci.
Questo sistema ha prodotto anche un’altra esternalità negativa, difficilmente trascurabile: una parte rilevante delle famiglie, specialmente quelle di nuova formazione, non è nelle condizioni economiche di pagare agevolmente né un affitto né un mutuo. Una condizione di indifferenza rilevata, in altro senso, anche dal mercato, nella citata indagine di «Nomisma».
Si tratta di capire, a questo punto, che futuro possano avere una città, una regione o un Paese, sostenuti da una economia implicitamente orientata a sottrarre vivibilità alle famiglie. E che senso possa avere, in assenza di una severa riforma della fiscalità locale, la politica abitativa pubblica.
Titolo originale: Regional differences– Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Se un documento prodotto a Whitehall suggerisce esperimenti pilota per città-regione, probabilmente nelle amministrazioni della Grande Manchester si starà borbottando sotto voce: “ma perché ci avete messo tanto?”. La discussione sulle città-regione dura da decenni, ma solo ora il governo si è accorto delle loro potenzialità.
Richard Leese, leader del Labour al consiglio cittadino di Manchester e appassionato sostenitore delle città-regione, si sta aspettando davvero che la Grande Manchester venga nominata fra gli esperimenti pilota prima della fine del mese. “ Greater Manchester è un’area che possiede le infrastrutture migliori per cominciare ad assumere un ruolo di governo superiore” dice. “Non si tratta di superiorità su altre città-regione, ma di una conseguenza della storia della Grande Manchester da quando è stato abolito il consiglio di contea e l’inera area è riuscita a mantenere forte identità attraverso la Association of Greater Manchester Authorities (Agma). Una struttura che ha operato attraverso decisioni da parte di leaders di 10 distretti: sono stati discussi grandi temi come i trasporti, lo sviluppo economico, e raggiunte intese di carattere generale su una base di consenso”.
Il termine “ città-regione” si riferisce ad un livello politico e strategico di amministrazione e decisione simile alle deleghe speciali per Londra, ma non necessariamente secondo le stesse modalità di struttura e governo. Una città-regione è individuata come “ città centrale” e suo “ hinterland” con confini geografici chiaramente definiti. Ora che l’idea di assemblee regionali elettive è affondato senza lasciare tracce dopo un disastroso referendum nel 2004, il ministro per il governo locale, David Miliband, si è entusiasmato per questo approccio più flessibile al decentramento regionale, che potrebbe essere adottao da alcune delle otto città centrali del Regno Unito. Che comprendono Birmingham, Leeds, Newcastle, e Sheffield, oltre alla Grande Manchester.
Lo scorso mese è stato pubblicato un rapporto sull’argomento dal think-tank New Local Government Network che sottolinea l’evidenza di come “”città dotate di maggior indipendenza politica e fiscale sono più propulsive, intraprendenti e competitive”. Le città-regione assumerebbero alcune funzioni delle assemblee regionali, come ad esempio le responsabilità sui trasporti, coinvolgendo altri soggetti interessati – di fatto le imprese – come già accaduto a Manchester. Il rapporto auspicava una “sanzione legislativa” da parte del governo per rendere la città-regione una realtà.
L’esperienza di Manchester
Nella Greater Manchester, i membri della Agma, che si riuniscono ogni mese, ritengono che una città-regione leverebbe di mezzo la fissazione su Londra come unico motore economico del paese, facendo da guida per una politica della Northern Way. La Grande Manchester è una delle tre regioni della Northern Way, piano regionale di sviluppo per incrementare il livello economico sino alla media europea.
Sin da quando è stato abolito il Greater Manchester Council nell’ambito di una riorganizzazione di confini, la collaborazione è diventata la pietra di paragone della cultura di governo locale, nonostante le oscillazioni di maggioranza politica dei vari consigli nel tempo. Il comitato esecutivo istituito alla Agma, per esempio, consente ai leaders di orientare i fondi governativi verso i casi più urgenti. La nuova circonvallazione di Salford è il risultato di un accordo congiunto che stabiliva come priorità regionale l’accessibilità ai posti di lavoro nella vicina Oldham.
L’eredità dei vecchi confini, di quando esisteva ancora un consiglio di contea, ha lasciato alcuni utili residui. Il braccio economico dei defunti consigli per l’istruzione e la formazione professionale è diventato la Manchester Enterprises, istituita dalle autorità locali come agenzia di marketing per la regione. Le camere di commercio locali hanno ritenuto opportuno amalgamarsi in un’unica unità coi medesimi confini.
C’è molto altro in comune fra le autorità locali sui modi per rendere operante una città-regione: una crescita dal basso, anziché secondo un modello imposto dall’alto, è considerata irrinunciabile; finanziamenti da parte del governo centrale per progetti chiave come quelli sui trasporti; e una certa riluttanza ad assumere poteri di raccolta risorse, che si sono rivelati la campana a morto al referendum sull’assemblea regionale eletta del nord-est. Pochi sembrano credere che l’assemblea del nord-ovest, articolata per entità sub-regionali, sarà smantellata e le sue funzioni trasferite. Sembra esistere la possibilità di una felice coesistenza, anche se si tratta di un punto di vista dipendente dalle linee politiche.
La lista dei desideri politici
Nonostante l’insistenza sulla collaborazione cooperativa fra le 10 autorità, il desiderio personale di Leese sulla legge è il dovere, di collaborare, e la richiesta di un organismo congiunto composto dalle amministrazioni locali.
Susan Fildes, unica esponente Tory in un’area dominata dal Labour, avverte chiaramente che si potrebbero migliorare le relazioni di lavoro. In quanto leader di Trafford, sede del Manchester United e uno dei principali parchi industriali d’Europa, la Fildes si preoccupa per la parità degli enti locali, indipendentemente dalla quantità di popolazione o se siano o meno consigli collocati nello “ hinterland”.
”Ci dovrebbe essere maggior riconoscimento di come Trafford possa svolgere un ruolo da punto di vista economico” dice. “Dovrebbe funzionare in modo che ciascuna autorità locale abbia un peso identico dal punto di vista delle politiche da sviluppare, ma naturalmente poi prevale la dimensione politica del partito”.
La signora Fildes è chiarissima sul fatto che, se la città-regione inizierà ad assomigliare sotto sotto a un’assemblea regionale eletta, il suo entusiasmo politico sparirà. “Secondo me, una città-regione è un concetto economico e territoriale, in cui all’interno di una regione si collabora perché tutte le entità elette lavorino al miglioramento dell’insieme” dice.
Quello a cui tutti sono decisamente contrari, è l’idea di avere un mayor eletto a capo di una grande città, un modello di leadership simile a quello della capitale. John Merry, leader del consiglio di Salford, da’ voce al punto di vista dei colleghi. “La nostra proposta non è quella di avere una figura di mayor eletto, ma di un comitato esecutivo. Non vogliamo che venga imposta una sola struttura, e passare attraverso tutta la trafila di chiacchiere e opposizioni che ciò comporta”.
Howard Bernstein, chief executive del consiglio cittadino di Manchester, concorda. “Ken Livingstone è una grande mayor per Londra, ma lì non ‘era alcuna leadership prima. Queste figure funzionano in alcuni casi, in partcolare se esiste il modo di costruire una efficace guida cittadina, ma credo che si tratti proprio dell’ultimo dei nostri problemi”.
Titolo originale: Plan: All New Orleans could be rebuilt – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Mentre gli uffici compongono un piano per la rinascita di New Orleans, una commissione nominata dal sindaco Ray Nagin doveva esporre entro mercoledì le raccomandazioni per dare agli abitanti il potere di decidere quale forma avranno i loro quartieri.
La “ Bring New Orleans Back Commission” spera così di formare un quadro più chiaro di quali aree saranno ricostruite entro la fine dell’anno.
Le raccomandazioni, che potrebbero essere inerite nel piano generale di ricostruzione, probabilmente susciteranno fuoco e fiamme da parte degli urbanisti, che affermano come molte parti della città non siano sicure da inondazioni future.
La realizzazione di argini in grado di sostenere una tempesta di Classe 3, insieme alla creazione di una Reconstruction Corporation finanziata dal governo per rilevare immobili e terreni, sono elementi essenziali per i piani della Commissione, a parere dei membri del comitato urbanistico.
Doug Meffert, co-presidente del subcomitato per la sostenibilità, dice che sarà anche essenziale acquisire le case dai proprietari a ragionevoli prezzi di mercato. Il subcomitato raccomanderà che la costituenda agenzia acquisisca le proprietà a prezzo pieno, togliendo solo la quota coperta dalle assicurazioni.
”Se non siamo in grado di acquisire gli immobili, sarà difficile ridisegnare la città” osserva Meffert.
Aggiunge che se il futuro della città devastata dovesse essere lasciato alle forze di mercato, New Orleans finirebbe in una “riedificazione a chiazze, con gli abitanti furiosi”.
I membri della commissione sono stati invitati a pensare in grande immaginando scenari, con poco riguardo per il cartellino del prezzo. A quello si penserà poi, quando New Orleans e le altre parti della Costa del Golfo si lanceranno sui 29 miliardi di dollari di aiuti federali per la ripresa e la ricostruzione.
Alcune idee audaci fra quelle esaminate prevedono il ripristino di un jazz district sparito da tempo, la costruzione di una rete di piste ciclabili e ferrovie locali per pendolari, l’organizzazione di un sistema scolastico d’avanguardia.
Ci sono anche raccomandazioni per incentivi fiscali ad attirare nuove attività, e mantenere quelle che già ci sono.
Un’altra idea è quella di usare i crediti fiscali per ricreare Storyville, il quartiere a luci rosse gestito dalla municipalità restato attivo per vent’anni, e chiuso nel 1971. Più tardi, fu raso al suolo.
L’idea non è quella di far rivivere il mercato del sesso, ma di recuperare l’eredità musicale di quel distretto. Molti pionieri del – fra loro Jelly Roll Morton, King Oliver e Manuel Perez – suonavano nei bordelli di quel quartiere.
Si aspetta che la commissione proponga un rilancio del sistema di scuole pubbliche della città, malato di bassi livelli didattici, strutture cadenti, alto turnover e corruzione.
Le raccomandazioni sono per dare alle scuole maggiore autonomia, ridurre la burocrazia, creare più scuole pilota e offrire ai genitori più alternative per dove mandare i figli, ha detto il commissario Scott Cowen.
Le preoccupazioni dei quartieri
Ma la raccomandazione secondo cui tutte le zone della città – anche la Lower Ninth Ward, quella più duramente colpita e a stragrande maggioranza nera – dovrebbero aver la possibilità di ricostruire, probabilmente sarà la più controversa.
Lo Urban Land Institute ha causato tensioni lo scorso anno pubblicando un rapporto che consigliava caldamente alla città di concentrare le proprie risorse per la ricostruzione sulle zone non colpite dall’alluvione. L’istituto avvertiva che se New Orleans avesse tentato di ricostruire ogni cosa, la città sarebbe stata condannata a una ripresa lenta e discontinua.
Questa raccomandazione ha provocato indignazione fra molti abitanti di New Orleans, tra cui l’ex sindaco Marc Morial, ora presidente della National Urban League.
Ha affermato che i gruppi per i diritti civili si sarebbero opposti a qualunque piano di ricostruzione che cancellasse quartieri dove le famiglie hanno vissuto per generazioni. Si esprimeva anche la preoccupazione che alcune delle aree colpite fossero trasformate in zone umide o spazi aperti.
I sette comitati che compongono la commissione pubblicheranno ciascuno un rapporto, e tutti verranno consegnati al sindaco Nagin entro il 20 gennaio. Il sindaco può accettare o respingere qualunque raccomandazione, con decisioni che possono durare settimane.
La forma finale del piano sarà determinata in gran parte dalle decisioni del Congresso e del Presidente Bush, che tengono i cordoni della borsa.
Nota: sul controverso ( e preoccupante) tema del "diritto" di ricostruire ovunque a New Orleans dopo la conferenza stampa della Commissione municipale, si veda tra l'altro anche l'articolo da USA Today proposto dal sito dell'American Planning Association (f.b.)
Il problema sollevato da Giovenale nei suoi due articoli del 20 dicembre e del 4 gennaio sulla necessità o meno di nuove costruzioni per affrontare il disagio abitativo si lega indissolubilmente a quello della cosiddetta “programmazione negoziata”, che a partire dai Programmi Integrati di Intervento introdotti nel 1992 ha progressivamente dissolto ogni orizzonte di bilancio pubblico complessivo nei criteri di utilizzo della città e del territorio.
Se si ragiona in termini di piano di governo complessivo, la quota di edilizia sociale è una parte dell’edificabilità ritenuta ambientalmente sostenibile e va, quindi, sottratta a quella privata; se, invece, si ragiona in termini di “programmazione negoziata”, l’edilizia sociale (così come le attrezzature urbane necessarie) è una quota aggiuntiva contrattata con la proprietà dopo che questa ha fissato autonomamente il proprio livello di redditività e la sostenibilità ambientale della quantità edificabile è una variabile dipendente dagli altri fattori (redditività privata + servizi pubblici e sociali).
Il tema si era già posto nel 1962 con la legge 167 sull’edilizia popolare, sia pure in termini non strettamente di sostenibilità ambientale, ma piuttosto di corretto assetto insediativo. L’art. 3 della legge diceva: “Le aree da comprendere nei piani (di edilizia pubblica) sono di norma scelte nelle zone destinate ad edilizia residenziale nei piani regolatori vigenti... Ove si manifesti l’esigenza di reperire in parte le aree in zone non destinate all’edilizia residenziale nei piani regolatori...si può procedere con varianti agli stessi.”
E’ noto che i Comuni, di sinistra o di destra che fossero, ritennero preferibile destinare in massa nuove aree agricole all’edificazione pubblica, ritenendolo socialmente più tollerabile che incidere sulle aspettative edificatorie dei privati, ma a scapito della logica insediativa (ciò che può spiegare il malanimo degli utenti assegnatari cui ha accennato Simoni nella sua precisazione) e in prospettiva storica della sostenibilità ambientale dell’insediamento, come abbiamo verificato poi.
Oggi il tema si ripropone col dilagare della “programmazione negoziata”, presentata dai fautori del neoliberismo urbanistico come superamento della tradizionale e a loro parere vetusta concezione pianificatoria per approdare a quella di una neonata “economistica”, che denuncia clamorosamente come questa negoziazione “ad personam” riduca il tanto declamato principio di “sussidiarietà” dell’Ente pubblico ad una sua succube subordinazione agli interessi economici forti, senza nessuna interlocuzione con le esigenze dei cittadini e con i criteri di sostenibilità ambientale degli interventi.
Occorre, invece, che le quantità edificatorie previste siano vengano definite dai Comuni, sia pure nelle forme più attuali ed articolate, in base ai criteri di sostenibilità ambientale dell’insediamento e alle dotazioni di aree e servizi pubblici necessari alle esigenze di vita dei cittadini.
Ciò significa chiudere definitivamente la stagione della “programmazione negoziata”, che si è dimostrata un gioco truccato, in cui a perdere sono sempre gli interessi ambientali e di vivibilità urbana dei cittadini.
L’obiettivo della ripresa della capacità di indirizzo pubblico va oggi assunto con chiarezza e determinazione dalle forze politiche del centrosinistra anche alla luce delle direttive europee sulla Valutazione Ambientale Strategica e della concezione della città e del territorio come beni comuni non negoziabili.
E’ sorprendente che nel momento in cui anche da parte di alcuni esponenti DS si propone l’adozione di criteri di valutazione del PIL che tengano conto dei costi di sostenibilità ambientale, alleanze trasversali tra rappresentanti UDC/FI/Margherita (Verga, Lupi, Mantini) continuino a sostenere la liceità di una preminente visione economistica in tema di strumenti di governo della città e del territorio.
Prosegue senza soste (senza rimedio?) la penosa deriva del ministero dei Beni culturali. Il "valzer delle poltrone" denunciato con nomi, cognomi e indirizzi da Antonello Cherchi sul Sole-24 ore del 6 gennaio non è un episodio isolato, per quanto rivelatori possano essere i suoi aspetti più grotteschi, come il decreto-legge pubblicato per errore sul sito del ministero (poi velocemente ritirato), con notazioni a mano che mettono a nudo personalismi assai discutibili.Ma non si tratta solo di fatti di costume, pur deplorevoli, bensì del profondo malessere di tutta l´amministrazione pubblica della tutela. E´ infatti significativo che le lotte di potere, le spartizioni, i favoritismi clientelari abbiano a oggetto le poltrone ministeriali, accentuando il perverso processo di gigantismo burocratico degli uffici centrali del ministero, mentre la periferia langue. Basti qui ricordare che le direzioni generali, solo quattro fino a pochi anni fa, si sono raddoppiate con la riforma Melandri e triplicate con quella Urbani, senza contare l´aggiunta dei direttori regionali. Continua intanto l´annoso blocco delle assunzioni, più o meno metà delle Soprintendenze sono coperte per reggenza in mancanza di Soprintendenti di ruolo, e l´età media dei funzionari si aggira sui 55 anni. Viene così stravolto e mortificato il principale vanto della storia italiana della tutela, il suo carattere territoriale. Il ministero diventa un mostro con una testa sempre più grande e un corpo sempre più gracile. Soprintendenze, archivi e musei fronteggiano compiti accresciuti con fondi cinicamente decurtati a ogni Finanziaria (lo ha ricordato Corrado Augias in queste pagine) e personale sempre più scarso e sempre più vecchio. In questo contesto, il nuovo Codice dei Beni Culturali o qualsiasi altra norma rischia di diventare rapidamente carta straccia per mancanza di chi ne curi l´applicazione.
Ma finite le Soprintendenze per il graduale pensionamento di tutti e la mancanza di turn over, chi si occuperà della tutela in Italia? Per i musei almeno, la risposta è pronta, anzi strombazzata a ogni occasione: ci penseranno le fondazioni museali. Peccato che chi le presenta come la soluzione salvifica rimuova in blocco i fatti: la legge Veltroni che prevede le fondazioni museali a cui "conferire" in gestione i patrii musei è del 1998, il regolamento Urbani del 2001; ma ad oggi esiste una sola Fondazione costruita intorno a (o a spese di) un museo statale, quella del Museo Egizio di Torino. Ma esiste veramente? Sembrerebbe di sì, visto che è stata solennemente inaugurata due volte, da Urbani e poi da Buttiglione, e che può contare sul robusto appoggio di due grandi fondazioni bancarie. Ma fino ad oggi non si è riuscito nemmeno a "conferire" il Museo alla Fondazione, che gestisce la biglietteria mentre a tutto il resto (Museo e personale) pensa lo Stato. Esiste in compenso un Consiglio di amministrazione (dove non siede nemmeno un egittologo), che ha assunto il nuovo direttore del Museo senza consultare il Comitato Scientifico, presieduto e composto da egittologi illustri.
Le Soprintendenze vengono defunzionalizzate (anche con la creazione delle direzioni regionali, ulteriore tramite burocratico fra tutela territoriale e ministero), le fondazioni non riescono a decollare, e intanto si moltiplicano e si radicano le posizioni di potere nei corridoi del ministero. Se il disegno è di chiudere bottega non c´è che dire, la strategia è perfetta. E´ dunque diventato un ferrovecchio anche il glorioso articolo 9, il più originale della nostra Costituzione come ha detto il Presidente Ciampi? Mentre si avvicinano le elezioni politiche, è giusto ricordare che gli elementi di questa deriva istituzionale, che negli anni del centrodestra ha raggiunto un livello preoccupante, hanno però radici nei governi di centrosinistra. Ad essi risale l´istituzione delle direzioni (allora Soprintendenze) regionali e la prima, più moderata moltiplicazione delle poltrone ministeriali; ad essi l´istituzione delle fondazioni museali, ottima idea per convogliare iniziative e fondi privati se la normativa non fosse stata concepita in modo così sgangherato. Anche il blocco delle assunzioni, assoluto in questa legislatura, fu solo modestamente intaccato nella precedente.
Di fronte a questa crisi ormai insopportabile del settore, questi precedenti poco esaltanti vanno tenuti a mente. Finora non è stato rivelato quale sia il progetto della coalizione di centrosinistra su questo fronte delicatissimo e vitale, e speriamo di saperlo presto. Un´inversione di tendenza è necessaria, ma perché sia efficace occorrerà alla sinistra anche una buona dose di autocritica. Se la Costituzione non è un ferrovecchio, l´amministrazione pubblica della tutela ha bisogno non solo di più fondi, ma di un´iniezione massiccia di nuovo personale di garantita competenza, di Soprintendenze territoriali autonome e funzionali, di una burocrazia centrale più snella, di un nuovo rapporto con Regioni, enti locali e privati ridisegnato sulla base di un grande patto nazionale per la tutela.
CAGLIARI. La legge salvacoste è salva. Con una velocità imprevista, infatti, ieri la Corte Costituzionale ha apposto il sigillo di legittimità su uno dei caposaldi del programma di governo della giunta guidata da Renato Soru. La Consulta ha respinto il ricorso con cui il governo aveva impugnato le norme sulla tutela del territorio costiero, ma anche dell’entroterra, visto che la legge regionale conteneva anche un no secco all’eolico selvaggio, secondo una linea più volte ribadita dalla maggioranza di centrosinistra. Maggioranza che oggi, quando la notizia sarà diventata di dominio pubblico, avrà mille e una ragione per brindare al riconoscimento del diritto della Regione a tutelare in maniera rigorosa il proprio territorio, troppe volte devastato da una programmazione edificatoria a dir poco discutibile. Avranno modo di festeggiare anche tutti coloro - non solo le associazioni ambientaliste - che si sono battuti contro la proliferazione indiscriminata, e senza regole certe, degli impianti di energia eolica.
La decisione della Consulta è di ieri sera e dunque non si conoscono i motivi che hanno indotto i giudici costituzionali a dare ragione all’esecutivo regionale e torto al governo Berlusconi che ormai si è preso l’abitudine di ricorrere contro le leggi più significative varate dal consiglio regionale sardo. Le argomentazioni del governo - che contestava all’amministrazione regionale il potere di disciplinare la materia, urbanistica e in particolare di opporsi alla realizzazione di impianti di energia eolica - non hanno colto nel segno, e questo lo capiremo meglio nel momento in cui saranno rese note le motivazioni del verdetto emesso sulla base della relazione del giudice istruttore Ugo De Siervo.
Non c’è dubbio che questa sentenza è una vittoria di Renato Soru e dell’intera maggioranza che lo sostiene. Allo stesso tempo, rappresenta uno schiaffo alle convinzioni dei partiti d’opposizione che, in più di un’occasione, si erano detti certi che la legge salvacoste sarebbe stata ignominiosamente cassata dalla Consulta. Hanno anche visto giusto, il Wwf e il presidente nazionale di Italia Nostra, Carlo Ripa di Meana, i quali, in un’assemblea organizzata l’altro ieri a Cagliari, avevano gioito nel prendere atto che «per la prima volta, in un procedimento nel quale si esamina un ricorso del governo nazionale contro una Regione, sono stati ammessi alla discussione anche degli enti privati».
Questa apertura era stata interpretata dalle associazioni ambientaliste come un segnale positivo che poteva autorizzare anche la speranza del rigetto del ricorso governativo, presentato a suo tempo in seguito all’asfissiante pressing di numerose amministrazioni comunali di centrodestra che giudicavano inique e contrarie allo sviluppo del turismo in Sardegna quelle norme di tutela.
Serravalle SCRIVIA - Il termometro segna - 1, l´orologio le 9.45. Il casello di Serravalle si infila veloce arrivando da Genova, ma da Milano le auto si snodano fino al curvone della rampa. Robetta: sabato mattina qui c´era già il caos, a mezzogiorno i chilometri di coda sulla A7 erano più di dieci. Non è più il primo giorno di saldi all´Outlet di Serravalle, ma tutti accelerano verso il parcheggio, dove una cinquantina di camper (prevalentemente piemontesi le targhe, sembrano essere una costante di tutti i weekend) svettano bianchi nella nebbiolina e alcune centinaia di auto si piazzano qua e là con gli occupanti pronti a catapultarsi fuori, non appena spento il motore: presto, che c´è già coda. È vero, davanti a "Dolce e Gabbana", nella "piazza" centrale, si assiepano in una sessantina, una ventina aspettano pazienti che si apra la porta di "Prada", altrettanti - di età decisamente più bassa - sono in attesa di catapultarsi dentro "Calvin Klein Jeans". Prima si arriva meno si aspetta: qui si entra pochi per volta, quando il volto corrucciato della security di guardia ti fa un cenno. Dieci in punto, si apre la seconda battuta, pardon giornata di caccia al saldo. Annarita e Gloria, da "Marzotto Factory Store", primo negozio sul percorso, sono ancora frastornate dal primo, clamoroso sabato di saldi: «Lavoro qui da cinque anni, mai vista una cosa così. L´affluenza è stata incredibile» dice una. E la collega: «Cos´hanno comprato? Tutto, direi. Soprattutto camicie da uomo, una marea. Di più non le so dire perché non sono riuscita nemmeno ad alzare gli occhi».
«Mammina siamo appena arrivati sì, adesso facciamo il giro... va bene, un bacio mammina!» Diana viene da Torino, chiude in fretta il cellulare, gli amici la incalzano: «Dài, dobbiamo comprare un sacco di roba!». Ma l´affare c´è davvero? Prezzi in vetrina: lupetto di cashmere che in tre mosse (prezzo originale, cartellino outlet, saldo) passa da 218 a 131 e infine a 92 euro; maglione in pile bianco griffato che con lo stesso meccanismo scivola da 91 a 54,50 e infine a 32,70 euro. Ammesso che si trovi la misura e s´incontri il gusto sì, l´affare è certo. Da "Brioni", capi d´alta sartoria, una giacca in cashmere riesce a scivolare da 1350 a 405 euro. «Ieri? Non ce la facevamo più da sole, abbiamo dovuto chiamare i colleghi...» ridono le vendeuses. Da "Borrelli Camicie" Laura mette le mani nei capelli: «Cavallette. Erano come le cavallette. Non sono nemmeno riuscita ad andare a mangiare, me ne sono resa conto alle nove meno cinque. Ho venduto cose che mai al mondo... Oggi, al confronto, è un lusso».
È mezzogiorno. Luigi Battuello, direttore del Serravalle Outlet, indica fuori dalla finestra del suo ufficio: «Vede là fuori? Quello spazio oltre la statale? Tutto pieno di auto. I tremila posti qui, gli altri duemila a lato, tutto pieno. Poi hanno cominciato a riempire ovunque, lungo le strade... tra un paio d´ore mi sa che sarà lo stesso. D´altro canto, il primo giorno di saldi è così, ma il problema sono gli accessi dall´autostrada: chi arriva da Milano deve fare lo stop, lasciare la precedenza alle auto in arrivo da Genova, e l´autostrada si blocca. Mi rendo conto che il casello era dimensionato per altre necessità, forse è il caso che si faccia qualche intervento». Quarantacinquemila persone sabato, circa 35 mila ieri, anche se più diluite nella giornata, fanno ottantamila in un weekend: annaspa la viabilità autostradale, ma all´Outlet e dintorni - un migliaio di posti di lavoro diretti, oltre duecento nell´indotto, progetti di nuovi centri commerciali già attivi in zona - i saldi sono la punta di diamante di un afflusso costantemente alto. «Ma per quale ragione dovevo comprarmi le scarpe prima dei saldi? Costano la metà, adesso» dice la signora bionda dall´accento milanese al telefonino. A dir la verità, a Serravalle lo sconto-dello-sconto, almeno per i clienti affezionati invitati via lettera o mail, era cominciato già con l´anno vecchio, con i pre-saldi. «Certo che sono venuti, e in tanti - sospira l´elegante signora alla cassa di "Loro Piana" - Non pensavamo di vedere ancora così tanti nostri clienti... cos´è successo sabato? Lo vede com´è ridotto il negozio?». Eh già, sono ben sguarniti, gli scaffali. Le cavallette griffate sono già sciamate via.
Nota: è forse di cattivo gusto (imperdonabile, davanti a tante griffes!) notare pur gentilmente, che "l'avevamo detto", e poi "l'avevamo anche ripetuto"? (f.b.)
Titolo originale: Robot car: streets ahead in cities of the future – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Non è cosa di tutti i giorni, che un nuovo concetto di automobile riscriva le regole di oltre cent’anni di motorizzazione. In corso di sviluppo da quattro anni da parte di un gruppi di architetti e ingegneri guidato da William Mitchell, già a capo della scuola di architettura al Massachusetts Institute of Technology (MIT), nell’ambito del suo gruppo di ricerca Smart Cities, è nata la nuova auto targata MIT, da un completo ripensamento dei rapporti delle persone con la propria automobile, nelle città in crescita del futuro.
Il professor Mitchell prevede che condivideremo le auto con cui sarà più facile guidare nelle città congestionate, che saranno non inquinanti e potranno essere usate a piacimento.
Questo prototipo di city car, con design dell’architetto Frank Gehry, sarà completato e consegnato dal MIT alla General Motors all’inizio dell’anno.
”Siamo interessati principalmente alla vita urbana” dice Ryan Chin, architetto e ingegnere al media lab del MIT e membro del programma di ricerca del prof. Mitchell. “Tutto discende da come pensiamo sarà la città del futuro”.
Il gruppo Smart Cities si concentra su come possano essere meglio adeguate le auto ad affrontare i problemi noti della vita urbana, ovvero congestione, inquinamento e parcheggi. Le aziende automobilistiche sono ben consapevoli del problema. Ma il gruppo ritiene che non abbiano capito il punto, anche con vetture cittadine come la Smart, l’auto simbolo a due posti introdotta da Swatch e Mercedes nel 1998.
”Non dobbiamo pensare alle vetture da città come semplici veicoli che occupano poco spazio e si possano adattare a ambiti ristretti, ma che possano invece lavorare all’unisono, essere quasi dei parassiti, aggrappati ai sistemi di trasporto di massa” dice Chin. Se la Smart ha cambiato il modo di pensare al parcheggio e alle dimensioni, gli ingegneri del MIT avvertono che il suo successo è stato limitato perché non è stata adottata in modo diffuso e non ha fatto molto per i problemi di congestione e inquinamento.
Così la squadra MIT è partita da zero per realizzare la propria idea: una vettura a due posti facile da immagazzinare ripiegata, condivisibile, elettrica. “Immaginatevi un carrello della spesa – veicoli che è possibile infilare l’uno nell’altro – che è possibile estrarre dalla fila, e andarsene via” dice Chin. “Queste file sarebbero collocate in tutta la città. Una buona posizione sarebbe fuori dalle fermate della metropolitana, o dell’autobus, o all’aeroporto, luoghi dove convergono persone e linee di trasporto”.
I precedenti di questo tipo di mezzo di trasporto condiviso sono verificabili nei piani di bicycle-sharing delle città europee, e nei progetti ZipCar e FlexCar rispettivamente sulla costa orientale e occidentale degli USA.
La concept car del MIT è un completo ripensamento della tecnologia di un veicolo. Per cominciare, non c’è un motore, almeno in senso tradizionale. L’energia viene da apparecchi chiamati ruote-robot. “Sono elementi ruota autosufficienti che contengono un motore elettrico” racconta Chin. “La cosa interessante è che la ruota può girare di 360 gradi in modo da avere movimento in tutte le direzioni. È possibile girare la macchina mentre ci si sta muovendo, qualunque direzione può diventare in avanti o all’indietro, si possono fare cose come muoversi lateralmente o di traverso. È quasi come immaginereste di guidare un sedile computerizzato”.
Le ruote robot, complete di propria sospensione, eliminano il bisogno di una scocca di guida e blocco motore, lasciando liberi i progettisti di fare un uso diverso dello spazio dell’auto.
”Essenzialmente l’auto si compone di quattro ruote robot e di uno chassis adattabile” dice Chin. “Il telaio può essere realizzato in modo specifico per ogni cliente”.
Aggiungete sottilissimi display programmabili che coprono interno ed esterno dell’auto come uno strato di vernice, e avrete ottenuto un veicolo che può essere adattato a piacere. “Si può immaginare il sistema di segnalazione come qualcosa di non necessariamente statico, ma anche dinamico” suggerisce Chin, che propone a dichiarare le intenzioni del conducente parole come “ in inversione” oppure “ sto svoltando a sinistra” che scorrono lungo il corpo della vettura. “Dal punto di vista della climatizzazione, si potrebbe volere la propria auto più chiara o più scura a seconda del tempo. All’interno, è possibile adattare il cruscotto a ciascuna persona. Se sono anziano, magari vorrò un indicatore più grosso in modo da vederlo meglio; se sono un pilota da corsa, forse mi basta un tachimetro”.
La grande vicinanza delle auto l’una all’altra in città aumenta il rischio di incidenti, e l’auto del MIT contiene una serie di idee radicali per affrontare il problema. Le caratteristiche principali di sicurezza comprendono sedili attivi che eliminano il bisogno di cinture e air bags: tutto si basa su una colonna vertebrale lungo lo schienale con una serie di “dita” per avvolgere il passeggero e mantenerlo al suo posto se l’auto capisce che si è coinvolti in un incidente. E la cabina assorbirà gli impatti degli urti utilizzando nuovi materiali. “Ci sono evoluzioni nel campo dei fluidi che è possibile magnetizzare, in modo da trasformarsi dallo stato liquido a quello solido in un nanosecondo. È possibile immaginare l’uso di questi fluidi come metodo per assorbire energia in un impatto”.
Nei prossimi mesi il gruppo del MIT completerà il progetto definitivo per presentare i risultati alla General Motors, che costruirà il primo prototipo. Oltre a ciò, Chin sta già cercando di organizzare un esperimento pubblico in Estremo Oriente. “Potremmo provare a Hong Kong o a Singapore” dice. “L’interesse di quei posti è che sono molto densi, hanno trasporti pubblici e dimensioni limitate. Un’isola come Hong Kong sarebbe il posto perfetto per un test perché esistono tutte le condizioni”.
Resta ancora da vedere se questa idea di city car possa un giorno comparire nei garages e cortili, così come concepita dal gruppo Smart Cities, oppure se le varie tecniche saranno sviluppate singolarmente. Chin dice che il gruppo sarà soddisfatto in entrambi i casi.
Titolo originale: At 150 Edgars Lane, Changing the Idea of Home – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
HASTINGS-ON-HUDSON, New York – La graziosa casa in stile Tudor al 150 di Edgars Lane, costruita con meno di 10.000 dollari nel 1925 sul fianco della collina in questa cittadina sul fiume Hudson, non sembra essere cambiata molto attraverso tutti i suoi proprietari. Ciascuna famiglia la rinnovava, ma in modo modesto, finché non sono arrivati Tom e Julie Hirschfeld.
Gli Hirschfeld hanno acquistato la casa di due piani coi suoi tetti ad abbaini, l’esterno intonacato e le travi di legno a vista, per 890.000 dollari nell’autunno del 2002. Buone scuole, strade sicure, una cittadina pittoresca, vicini con mentalità simile, spostamenti pendolari relativamente brevi verso New York: tutto questo ha attirato la famiglia, così come aveva fatto coi proprietari precedenti.
Ma coi prezzi delle abitazioni tanto lievitati in questi anni, case come questa sono diventate non solo bei posti per abitarci, ma anche validi investimenti. In risposta a questo nuovo valore intrinseco, gli Hirschfeld, come centinaia di migliaia di altre famiglie che vivono nei sobborghi di città come New York, Chicago o San Francisco, hanno trasformato la propria abitazione in qualcosa di più importante e personale.
Ri costruire la storia della casa al 150 di Edgars attraverso i decenni mostra come gli Hirschfeld abbiano rotto col passato: e come sia cambiata l’idea di cosa significhi una casa. Qui hanno abitato otto diverse famiglie, per almeno un anno. La maggior parte aveva un reddito medio per la propria epoca: un direttore di scuola superiore, un tipografo, un ingegnere civile, uno psichiatra, un ambientalista, un piccolo imprenditore.
A differenza dei precedenti proprietari, gli Hirschfeld hanno profuso molte migliaia di dollari nei rifacimenti, rendendo la propria casa più comoda e ben attrezzata di quanto i predecessori ritenessero necessario. E certo molto più degli altri possono permetterselo.
Come coordinatore operativo di una finanziaria di investimenti, il signor Hirschfeld ha guadagni in abbondanza da spendere nei rifacimenti senza far debiti. La coppia non ha risparmiato. Migliorare la casa ai livelli voluti è diventato tanto importante per loro che fra prezzo d’acquisto e investimenti per migliorie, dice Hirschfeld, la somma totale supera l’attuale valore di mercato stimato a 1,2 milioni.
Juliet B. Schor, sociologa al Boston College e autrice di The Overspent American, classifica l’esplosione delle spese in investimenti sul miglioramento della casa come “consumo competitivo che riguarda la fascia del 20% superiore nella distribuzione del reddito”.
Ma molti proprietari, e gli Hirschfeld fra loro, insistono sul fatto che a parte lo status sociale e le comodità, quello che un tempo era principalmente un alloggio in un sobborgo adatto ora assume un’importanza personale maggiore, in un’epoca in cui le famiglie si concentrano sempre più su se stesse.
”La comunità è ancora molto importante” sostiene William M. Rohe, direttore del Center for Urban and Regional Studies all’Università del North Carolina di Chapel Hill. “Ma i proprietari di abitazioni aggi prestano maggiore attenzione alla casa in quanto espressione di sé stessi, nido di vita familiare”.
Per gli Hirschfeld, una nuova e spaziosa ala per la cucina che sporge nel giardino rappresenta il loro senso di come la casa debba migliorare la vita. Completata un anno fa, quella cucina è diventata luogo di incontro non solo per cucinare e per i pasti, ma per fare i compiti, giocare, disegnare, leggere e chiacchierare coi bambini, Ben di 12 anni, e Leila di 8.
”Non abbiamo costruito questa cucina per farne un trofeo o per raggiungere qualche livello di lusso” racconta Hirschfeld, sottolineando che l’arredo, compresi frigorifero e stufa, sono modelli comuni ad appoggio, e non stravaganti oggetti tecnologici. “L’abbiamo fatto per rendere la vita familiare più calda e fluida”.
Ma il giardino non era tanto adatto alla nuova ala della cucina. Così si è dovuto tirar su un muro in pietra di contenimento per ritagliare una superficie piatta dal pendio: aggiungendo migliaia di dollari non previsti ai costi di rinnovamento.
Gli Hirschfeld hanno speso di più anche per rimediare al deterioramento della loro casa vecchia di 80 anni, una delle decine di migliaia costruite durante il primo boom residenziale suburbano, prima della Depressione.
”L’abbiamo comperata davvero perché sia la nostra casa di famiglia” racconta la signora Hirschfeld, “e abbiamo fatto un errore di valutazione non sapendo quanto sarebbe costato rimediare al deterioramento”. Comunque il seminterrato, aggiunge, che “è stato umido per 40 anni, ora non lo è più”.
Prima degli Hirschfeld, ciascuno dei proprietari precedenti aveva fatto via via qualche miglioramento, diluendo i rinnovi lungo gli anni di residenza anziché concentrarli all’inizio. La maggior parte di questi proprietari precedenti aveva convissuto con i difetti della casa, come la cucina troppo stretta, ora convertita a vestibolo della nuova cucina.
Arrivano gli acquirenti facoltosi
Gli Hirschfeld, entrambi all’inizio dei 40 anni, non hanno particolari problemi di reddito, una caratteristica sempre più comune fra le famiglie che si impegnano nei miglioramenti dell’abitazione. Quelli con almeno 120.000 dollari di reddito annuale contano per il 32% fra chi ha speso in rinnovi di casa nel 2003, ultimo anno per cui sono disponibili dati. È più del 21% rilevato nel 1995, al netto dell’inflazione, secondo il Joint Center for Housing Studies di Harvard. La spesa ha raggiunto i 233 miliardi sempre nel 2003, con un aumento del 52% dal 1995.
Per decenni, una casa nei sobborghi era il sogno familiare dei ceti medi, “una specie di ancora nei mari tempestosi della vita urbana” per dirla con Kenneth T. Jackson, storico della Columbia University, nel suo libro del 1985 Crabgrass Frontier.
Era vero per i proprietari del 150 di Edgars Lane. Ma con l’aumento dei prezzi delle abitazioni, il grosso giardino accanto alla casa assunse valore di potenziale lotto edificabile. Non era più l’amato spazio fiorito a terrazze, curato da tanti ex abitanti e descritto con ammirazione dal giornale locale.
Solo l’opposizione dei vicini fermò la proprietaria del 2001, una signora che aveva avuto la casa a seguito di un divorzio, dall’ottenere una variante al piano regolatore che consentisse di scorporare il vecchio giardino fiorito e vendere separatamente i due lotti, a una somma superiore agli 819.000 che ricavò alla fine.
Con quel passaggio di proprietà, la casa esce dalla portata degli acquirenti a reddito medio. L’acquirente, Matthew Stover, era un operatore di Wall Street, e la rivendette presto a Hirschfel, anche lui di Wall Street.
E pure, gli Stover e gli Hirschfeld, come quasi tutti i proprietari prima di loro, vengono qui a Hastings da appartamenti a New York City, scegliendo la cittadina almeno in parte perché offre una miscela sociale più varia di quella di altri suburbi, oltre a vicini che sono spesso artisti, scrittori, accademici.
L’aura intellettuale è particolarmente presente a Edgars Lane. Margaret Sanger, una delle prime esponenti del movimento per il controllo delle nascite, ha abitato dall’altra parte della strada rispetto al 150, e Lewis Hine, famoso fotografo del realismo industriale, era proprietario della casa due porte più in là. Se ne sono andati da tempo, ma gli Hirschfeld, specializzati a Oxford dopo aver frequentato il college negli Stati Uniti, sono fieri di questa eredità.
”Volevamo davvero abitare a Hastings” racconta Hirschfeld.
Diversificazione suburbana
Le case che hanno fatto di questo posto un suburbio cominciano nelle colline boscose sopra la Broadway. Al di sotto di questa strada di divisione, c’erano operai, molti immigrati italiani e polacchi, in case a schiera e ad appartamenti, vicino agli impianti chimici e alla fonderia di rame dove lavoravano, finché l’ultima fabbrica chiuse nel 1975.
I figli di quei lavoratori andavano a scuola insieme ai bambini delle colline, e “c’è ancora la sensazione che esista una differenza: più una sensazione che una realtà”, racconta David W. McCullough, uno storico locale.
Come comunità, Hastings tenta di resistere alle trappole della ricchezza che si sta diffondendo in tanti suburbi. Il centro è ancora una serie di vecchi negozi e ristoranti, che riflette “un certo orgoglio che abbiamo qui per lo squallore”, per dirla con McCullough.
Pochissimi dei negozi e ristoranti di livello superiore, evidenti altrove, sono arrivati sin qui. Ma quasi certamente faranno aumentare i prezzi delle case, il che limita i potenziali nuovi arrivati a famiglie come gli Hirschfeld, spingendo via gradatamente quelle a reddito inferiore.
Gli Hirschfeld, aggiungendo altro valore alla propria casa, hanno installato l’aria condizionata, ampliato il bagno principale e più che raddoppiato le dimensioni della camera di Leila, realizzando un secondo piano sopra l’ala della cucina. Hanno rifatto il seminterrato, spendendo molto più di quanto previsto per liberarsi di fango e umidità, e tirato giù il muro fra soggiorno e sala da pranzo, a creare quello che Hirschfeld descrive come “uno spazio fluttuante, in modo che si possa conversare dalla cucina con qualcuno che sta due stanze più in là, in soggiorno”. Poi arriveranno le nuove finestre.
”Non si può vivere oggi, in quest’epoca, con finestre che fanno spifferi” dice la signora Hirschfeld. “O si fa lavorare la caldaia al massimo per tutto l’inverno, o si devono avere finestre a doppi vetri”.
Le finestre con gli spifferi non avevano preoccupato Ralph Breiling, che progettò e costruì questa casa nel 1925 sul terreno che aveva acquistato tre anni prima spendendo meno di 10.000 dollari in tutto, ovvero circa 111.000 se facciamo il conto con l’inflazione. Breiling era architetto, ma durante la grave recessione dopo la prima guerra mondiale si adattò all’insegnamento, diventando più tardi vice preside e poi preside della Brooklyn Technical High School.
Un gruppo di insegnanti aveva comperato dei terreni a Hastings, e Breiling si era unito a loro, acquistando uno dei lotti.
”Amava la valle dell’Hudson, e quando le foglie cadevano dagli alberi si aveva una veduta del fiume e delle Palisades” ricorda Robert, uno dei figli. Per anni “si fece un’ora e mezza di viaggio per andare al lavoro”.
Quando la famiglia Breiling si trasferì a Edgars Lane, la parte esterna era terminata – aveva più o meno l’aspetto di oggi – ma le pareti all’interno erano in gran parte non rifinite a intonaco. Da quel momento in poi, fin quando vendette la casa nel 1950, Breiling continuò a rinnovare, con le proprie mani.
Amore per la Valle dell’Hudson
Costruì il garage per una macchina che c’è ancora, e la stanza al di sopra, che è diventata quella da gioco dei bambini. Chiuse una veranda, incorporandola nel soggiorno. Quando nacque il terzo figlio, Clover, ampliò la piccola stanza per cucire facendone una quarta stanza da letto, costruendo verso l’esterno davanti alla porta d’ingresso.
”Diluiva i lavori nel tempo, non poteva permettersi di farli tutti in una volta” dice Robert Breiling, 83 anni, ingegnere ora in pensione. “La Depressione colpì duro. Le scuole di New York City dimezzarono le paghe. Dicevano che avrebbero recuperato dopo la guerra, ma non l’hanno fatto. Mia madre aprì un asilo nella sala da pranzo. C’era un piccolo gruppo di tavolini sedioline; era un’aula scolastica. Credo che le piacesse farlo. Ma ripensandoci, fu per bisogno”.
L’eredità duratura dei Breiling fu il giardino sul lato della casa, curato dalla moglie di Breiling, Leila. In un articolo del 1933 sui “ bei giardini di Hastings" il settimanale Hastings News diceva di casa Breiling: “Dal muro di contenimento lungo la strada con la sua densa siepe di recinzione, fino al terrazzo dei bambini che si appoggia al muro della fattoria nel punto più alto del giardino, si passa, livello dopo livello, attraverso prati erbosi, cespugli fioriti, lunghe aiuole di che brillano di centinaia di boccioli”.
Da quel giardino veniva l’agrifoglio che Duncan Wilson intrecciava a ghirlande e vendeva a Natale. I suoi genitori, Byron e Jane Wilson, comprarono il 150 di Edgars Lane nel 1951 per 25.000 dollari, equivalenti a poco meno di 190.000 dollari attuali, trasferendosi da una casa più piccola nella vicina Dobbs Ferry quando il terzo figlio era ancora piccolo.
”Mia madre decise che la famiglia aveva bisogno di più spazio” ricorda Duncan Wilson, che ora ha 69 anni.
Gli Wilson profusero energie nella manutenzione dell’elaborato giardino, ma fecero poco per la casa vera e propria. Erano danzatori, e così sistemarono il seminterrato, con finiture alle pareti e piastrelle sul pavimento, dice Duncan. Come i Breiling, vendettero la casa dopo che il figlio più giovane aveva terminato le superiori, nel 1963.
I quattro proprietari successivi o si trasferirono rapidamente, trovando lavoro in altre città, o si fermarono solo per far crescere i bambini. Questo rapido turnover aiuta a spiegare perché la famiglia americana possieda una casa per cinque-sei anni, un tipo di gestione che dure per decenni.
Jerome e Carolyn Zinn restano 8 anni, dopo aver comprato la casa nel 1964 da uno spichiatra che ci aveva abitato solo diciotto mesi. Gli Zinn la pagano 40.000 dollari – circa 250.000 adeguati all’inflazione – trasferendosi da un appartamento in città con due gemelli di otto settimane.
”Sapevo che si facevano crescere i bambini in una casa singola” dice la signora Zinn. “Non conoscevo niente e nessuno di Hastings. Cominciammo a cercare a Yonkers, capitammo ad Hastings e ci piacquero alberi e colline”.
Il signor Zinn aveva iniziato da poco come imprenditore di linotype, e la moglie insegnava a scuola, risparmiando a sufficienza sul suo salario per il versamento iniziale di 11.000 dollari. Ne rimanevano 29.000 ancora dovuti sul mutuo contratto dallo psichiatra rilevato dagli Zinn: pratica comune a quell’epoca. Prima di venire a Hastings, Zinn era passato da dipendente e proprietario di un piccolo laboratorio tipografico. Andava bene, e nel 1982 gli Zinn si costruirono una casa più grande a Irvington, una cittadina nelle vicinanze.
”Continuavo a pensare di fare questo e quello alla casa” dice la signora Zinn, “e poi mi sono detta se ci sono così tante cose che voglio fare dovremmo comprarne, o costruirne, un’altra”.
Nel 1974, gli Zinn vendono il 150 di Edgars Lane a 67.500 dollari – al netto dell’inflazione, non molto più di quanto l’avevano pagata – a Gerald Franz, specialista di questioni ambientali che all’epoca lavora nella New York City Planning Commission, e alla moglie, Susan, insegnate di matematica in una scuola. Sono sposati da cinque anni, sperano di avere dei bambini – ne adotteranno due più tardi – e l’acquisto della casa per loro è uno sforzo.
”Mi aspettavo di restare sposata e vivere lì per sempre” ricorda la signora Franz.
Quello che un tempo era un giardino
Gli Zinn concedono ai Franz di posticipare il pagamento del giardino, e aspettano quasi dieci anni prima che venga acquistata questa parte della proprietà a 17.000 dollari. Per allora, con nessuna delle due famiglie ad occuparsi del giardino, questo si era inselvatichito, e comunque Zinn ci stava pensando come a un lotto edificabile di valore. “Avevo sempre sperato sotto sotto di chiedere una variante al piano regolatore” dice.
Il divorzio interrompe questi progetti. La signora Franz, che si è risposata da poco e che ora si chiama Susan Franz Ledley, ottiene la casa nella causa del 1996. All’epoca, è valutata 500.000 dollari. Come insegnante, può a malapena permettersi la manutenzione e nel 2001, quando la figlia minore sta terminando le scuole superiori, la vende per 819.000 – ovvero circa 900.000 al valore odierno – al signor Stover, analista finanziario del Citigroup, e alla moglie Jeanine.
Gli Stover sono sulla trentina e pensano ad una famiglia, come avevano fatto i Franz quasi trent’anni prima. Ma a differenza di questi ultimi, e di tutti gli altri proprietari precedenti, iniziano a progettare degli interventi, e chiamano un architetto.
”Stavamo appena cominciando a prendere slancio, quando sono stato chiamato a Boston” racconta Stover. Aveva trovato un lavoro migliore in quella città.
Ora che i prezzi delle case stanno calando, i vantaggi monetari della proprietà di Edgars Lane 150 sono poco chiari. Ma per gli Hirschfeld il piacere di compiacersi vale di più. Julie Hirschfeld indica i nuovi lavandini dei bagno, per esempio, che sembrano catinelle del XIX secolo, o le piastrelle laterali del bagno principale “ridicolmente costose”.
”Una volta cominciato” dice, “dato che dovevamo fare tante cose, ci è sembrato di dover fare scelte sull’aspetto esteriore”.
Titolo originale: Fury greets new plan for Heathrow expansion – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
È pronta a scoppiare la più aspra battaglia imbientale di una generazione, sui progetti del governo per dare il via libera ad una massiccia espansione dell’aeroporto di Heathrow.
Migliaia di persone potrebbero essere obbligate ad abbandonare le proprie abitazioni, affermano gli attivisti, che si sono impegnati a fermare i lavori con ogni mezzo.
Si credeva che i piani per costruire una terza pista in quello che è già uno dei più affollati aeroporti del mondo fossero stati frustrati per la minaccia di inquinamento dall’aumento dei voli.
Gordon Brown ha espresso la propria determinazione a trovare un modo di aggirare il problema, promuovendo un nuovo studio finalizzato a “trovare soluzioni che consentano” la costruzione della pista. La mossa riflette i timori più generali di Brown per i problemi economici generati da anni di contese su nuovi porti, aeroporti e strade.
La notizia ha riempito di orrore gruppi verdi e organizzazioni locali. Ieri, hanno avvisato che dare il semaforo verde a Heathrow significa innescare un’enorme reazione, non solo da parte degli abitanti dei corridoi di volo, ma anche da quella del più ampio movimento ambientalista.
John McDonnell, deputato del Labour per il collegio Hayes e Harlington vicino all’aeroporto, ha incontrato il ministro responsabile Karen Buck poco prima di Natale.
Ha confermato che il governo vuole andare avanti celermente: “Il governo e il settore stanno facendo tutto quanto possibile per tentare di creare un’atmosfera di inevitabilità per quanto riguarda Heathrow”. Comunque, avverte, non comprendono la difficoltà dell’impresa: “Indipendentemente da quello che vogliono i ministri, non si può aggirare il dato dell’inquinamento. E hanno sottostimato il potenziale di una campagna ambientalista. Il deputato conservatore del collegio vicino al mio, John Randall, ha minacciato di sdraiarsi di fronte alle ruspe. Stiamo attirando anche gli Swampys dell’opposizione [attivisti ambientalisti conservatori] sul problema”.
McDonnell afferma che migliaia di persone potrebbero essere obbligate ad abbandonare le proprie case, perché l’ampliamento dell’aeroporto le renderebbe invivibili. E comunque, anche altri studi indicano che il numero di abitazioni interessate potrebbe essere di parecchie centinaia.
I rapresentanti del settore aereo sostengono che l’economia britannica perderà miliardi di sterline se l’ipercongestionato Heathrow perdesse traffico a favore dei concorrenti europei, e uomini d’affari evitassero la Gran Bretagna per essere più vicini alla rete internazionale.
Nel rapporto governativo sull’aviazione del 2003, si afferma che l’ampliamento di Heathrow sarebbe stato bloccato e rinviato per almeno 10-15 anni a causa delle difficoltà col rumore e l’inquinamento. Si raccomanda invece una nuova pista all’aeroporto di Stansted in Essex.
Ma in alcune osservazioni nascoste nelle pieghe del recente rapporto pre-Budget, emerse solo di recente, il Cancelliere sottolinea l’importanza economica del ruolo unico di Heathrow per la crescita dell’intero paese.
E descrive in dettaglio progetti per un lavoro di simulazione “ampio” che porti a “comprendere natura e dimensioni” del problema di inquinamento atmosferico a Heathrow, aggiungendo:
”Questo lavoro mira a individuare soluzioni che consentano la costruzione di una terza pista, da realizzarsi entro ampi limiti di qualità dell’aria”. Brown è noto per la volontà di accelerare i progetti di grandi infrastrutture come gli aeroporti, attraverso decisioni prese su basi “nazionali e strategiche” – come i vantaggi economici – anziché impantanarsi in anni di dispute locali.
Un forte sostegno ai ministri per Heathrow dal punto di vista trasportistico verrà anche dall’ex direttore generale British Airways Rod Eddington, da cui ci si aspetta per la prossima primavera una raccomandazione a far avanzare il processo decisionale.
Gli attivisti affermano che i commenti di Brown rappresentano un significativo spostamento a favore della terza pista, e riflettono sia nuove ricerche che sostengono come l’inquinamento degli aerei non sia grave come temuto, sia le crescenti preoccupazioni che la società responsabile per l’aeroporto non sia in grado di raccogliere i fondi per ampliare Stansted.
”Mentre tutti guardano a Stansted, sta emergendo senza che nessuno se ne accorga tutto questo lavoro su Heathrow” afferma John Stewart, presidente del gruppo anti-ampliamento Hacan ClearSkies. “[Brown] non dice qualcosa, se non pensa che succederà”.
Tony Bosworth, degli Amici della Terra, avverte che l’impatto ambientale potrebbe essere il più grave dai tempi del discusso progetto stradale a Twyford Down e Newbury negli anni ‘90: “Sarà una enorme cause célèbre per il movimento ambientalista”.
Lord Soley, già deputato per il Labour in un collegio a ovest di Londra e responsabile dell’associazione pro-ampliamento Future Heathrow, afferma che sia il Cancelliere che il Primo Ministro sostengono la causa di Heathrow, e aggiunge: “Tony e Gordon capiscono come sta cambiando l’economia mondiale, e come si debba restare all’avanguardia tecnologica in Europa. Ciò significa che non possiamo permettere ad un settore chiave high-tech, come quello di aeroporti e aeroplani, di restare indietro”.
Un fonte del Tesono afferma che Brown considera prioritario rendere più semplice l’ampliamento degli aeroporti del Regno Unito, ma aggiunge: “Si sta aspettando il parere di Eddington prima di fare qualunque mossa”. Le scelte definitive per Heathrow non saranno presentate ai ministri prima del prossimo autunno. Questo mutamento di rotta ha fatto ipotizzare che il governo stia pensando di rinunciare all’opzione dell’ampliamento a Stansted.
Nota: scaricabile da qui: Department of Transport, The Future of Air Transport, White Paper, Chapter 11: The South East (f.b.)
In seguito alla lunga fase di crescita del prezzo di acquisto e di affitto delle abitazioni l’accesso alla casa è diventato proibitivo per larga parte della popolazione, mentre il patrimonio immobiliare rimane per una parte significativa improduttivo e segnato da un’opacità fiscale. Tre problemi che vanno affrontati insieme, innanzitutto attraverso una profonda e complessiva revisione del trattamento fiscale della casa, da articolare sotto diversi profili. Si dovrebbe inoltre avviare un grande piano per la costruzione di alloggi nelle grandi e nelle medie città, per favorire l’accesso all’abitazione delle giovani coppie.
Siamo nella fase finale di una lunga fase di crescita del prezzo delle abitazioni, che ha determinato effetti sociali ed economici importanti. Si vendono molte case, grazie ai tassi di interesse contenuti, ma l’accesso all’abitazione per larga parte della popolazione è diventato proibitivo per l’elevato prezzo di acquisto e per l’alto livello raggiunto dagli affitti in particolare nelle grandi città. La casa è il problema principale che devono affrontare le giovani coppie, ed è diventato un problema grave anche per molti anziani non proprietari, le cui pensioni non sono sufficienti a sostenere il maggior costo degli affitti.
Dal punto di vista economico il problema è altrettanto rilevante perché la componente immobiliare è una parte rilevante del patrimonio degli italiani, ma è per una parte considerevole un patrimonio inattivo e improduttivo, il che ne fa una ricchezza utilizzata in maniera inefficiente, come dimostra il gran numero di case sfitte e l’ancora più grande numero di abitazioni che hanno dimensioni non ottimali rispetto alle esigenze di colore che le occupano. Nel suo complesso il patrimonio immobiliare è anche caratterizzato da una grande opacità fiscale e da una tassazione che non favorisce la trasparenza, la mobilità, una più corretta allocazione delle risorse e una vera efficienza del mercato. Tutti e tre questi problemi vanno affrontati congiuntamente, al fine di avere un mercato immobiliare più trasparente ed efficiente, una più efficiente allocazione delle risorse, una più facile mobilità delle persone sul territorio, un più facile accesso all’abitazione per le giovani coppie.
Gli strumenti per affrontare la questione possono essere di varia natura. Il primo riguarda il trattamento fiscale della casa, al momento dell’acquisto e della vendita, nel perdurare della proprietà, nell’affitto attivo e passivo, e riguarda tutti i soggetti coinvolti: venditori e compratori, intermediari, proprietari locatori e locatari. L’obiettivo di una revisione complessiva del trattamento fiscale della casa non deve essere quello dell’aumento di gettito ma della trasparenza fiscale e di un trattamento che favorisca la migliore allocazione delle risorse. Il maggiore gettito dovrebbe essere quello derivante dalla trasparenza (e quindi da una sostanziale riduzione dell’evasione), e dalla maggiore vitalità economica del settore.
Partiamo da una situazione falsata alla base da estimi catastali che non corrispondono ai valori effettivi degli immobili. Il primo punto da affrontare quindi è quello di una revisione dei valori catastali per portarli a livelli realistici. Perché l’aumento dei valori catastali non si trasformi in un aumento del prelievo, contestualmente vanno riviste tutte le aliquote che hanno come riferimento i valori catastali al fine di rendere l’aggiornamento del catasto indifferente ai fini del prelievo. Il secondo punto è modificare le imposte sulle transazioni, in modo da rendere meno oneroso il passaggio di proprietà, o addirittura fiscalmente nullo per chi passa da una abitazione ad un’altra più consona alle proprie esigenze (per dimensione o localizzazione o qualsivoglia altra ragione). Cambiare casa deve diventare più facile e sostanzialmente meno costoso, per facilitare il passaggio da una città ad un’altra o da un quartiere ad un altro, secondo le esigenze crescenti determinate dalla mobilità del lavoro; il passaggio da una casa piccola ad una più grande con il crescere della famiglia e da una grande ad una più piccola per esempio per gli anziani. Una effettiva corrispondenza tra i valori catastali e quelli di mercato, insieme ad una tassazione più equilibrata delle compravendite, può rendere più trasparenti fiscalmente le transazioni senza danneggiare soverchiamente il gettito. Si possono prevedere sconti fiscali per passaggi di abitazione.
Va anche prevista una parziale deducibilità, da distribuire in più anni, dei costi di intermediazione, sia per ridurre l’onere rilevante di questa voce, sia per rendere - attraverso l’interesse alla trasparenza fiscale di venditore ed acquirente - meno facile l’evasione in questo settore. Va affrontato sul piano fiscale anche il trattamento degli affitti, che oggi vanno a cumularsi al reddito del locatore (persona fisica) con l’applicazione dell’aliquota marginale più alta. Questo rende meno conveniente affittare e favorisce una massiccia evasione. Una soluzione potrebbe essere assoggettare l’affitto percepito ad una aliquota fissa (per esempio del 20%) in linea con il trattamento fiscale (auspicabile) delle rendite di natura finanziaria. Questa equiparazione ha una logica funzionale ma anche di equità all’interno di un più equilibrato trattamento delle rendite di qualsiasi natura. Per equità e al contempo per scoraggiare l’evasione si dovrebbe introdurre anche la detraibilità di una quota dell’affitto, uguale per tutti, per esempio nella misura di 200 euro mensili. L’impatto sul gettito sarebbe probabilmente compensato dalla riduzione dell’evasione e darebbe un sollievo non marginale alle famiglie (ma si dovranno individuare misure per non svantaggiare i proprietari della casa di abitazione rispetto agli affittuari). Anche nel caso degli affitti dovrebbe essere consentita la parziale deducibilità dei costi di intermediazione, sia per ridurre l’evasione che per rendere meno onerosa la mobilità. L’intera normativa dovrebbe estendersi, soprattutto a fini di trasparenza fiscale, anche agli affitti temporanei.
Per favorire un adeguato livello di manutenzione delle case andrebbe ribadita la deducibilità parziale dei costi ristrutturazione, mentre - Bruxelles permettendo - andrebbe ridotta sostanzialmente l’Iva sugli interventi di ordinaria e straordinaria manutenzione per combattere una delle più diffuse aree di evasione fiscale. Tutto ciò dovrebbe essere accompagnato da norme efficaci per garantire il rispetto della durata dei contratti di locazione, al fine di rimuovere uno degli ostacoli più rilevanti all’affitto.
Insieme alla profonda revisione del trattamento fiscale della casa che qui proponiamo, andrebbe avviato un grande piano per la costruzione di alloggi nelle grandi e nelle medie città per favorire l’accesso all’abitazione delle giovani coppie. Questi piani, da elaborare in collaborazione con i comuni interessati, potrebbero essere finanziati con fondi privati (anche con l’emissione di titoli a lunghissimo termine garantiti dalle pubbliche amministrazioni e, se possibile anche con contributi in conto interessi) da ammortizzare con piani di riscatto trentennali o anche di maggiore durata.
L'articolo è tratto da questo sito, nel quale è inserito anche un breve commento di Edoardo Salzano. Si vedano anche, in qusta cartella, l'intervento di Giovanni Caudo e le proposte presentate da un gruppo di architetti alla conferenza programmatica dei DS.
In queste ultime settimane il problema della casa è tornato di grande attualità. E’ entrato nell’agenda politica e anche in quella del presidente del consiglio. I giornali hanno seguito a ruota il crescere di interesse e hanno alimentato speranze. Le lotte di strada nelle periferie parigine hanno ulteriormente acceso riflettori e illuminato la questione della casa che si è in alcuni momenti confusa con altri temi: l’immigrazione, il degrado urbano, le periferie italiane, ecc… .
Le forze politiche, in particolare quelle di opposizione, impegnate nella predisposizione dei programmi per la prossima campagna elettorale hanno ricevuto stimoli e sollecitazioni che andavano nella direzione di una nuova centralità della questione casa. Io stesso ho partecipato ad alcuni di questi incontri e ho avuto modo di raccogliere impressioni e stimoli oltre a leggere e commentare documenti e contributi di analisi e di proposte sull’emergenza casa.
Ora che il clamore sembra essersi in parte attenuato penso sia utile fissare qualche punto fermo nel tentativo di evitare che sull’onda dell’emergenza restino nascosti alcuni argomenti che a mio parere sono ineludibili.
Il quadro generale entro cui si collocano queste riflessioni è contenuto negli articoli pubblicati su Eddyburg negli ultimi due anni, a cui rimando.
L’emergenza abitativa, ma possiamo ancora usare il termine disagio, è determinata, in prevalenza, non dalla domanda di alloggi di chi non ha casa ma da chi ha una casa e paga, sempre con maggiore difficoltà, un canone di affitto. La liberalizzazione del mercato degli affitti e la finanziarizzazione del mercato immobiliare hanno scaricato sulle famiglie la crescita della redditività del patrimonio immobiliare.
Negli ultimi 7-8 anni il mercato immobiliare ha ulteriormente accentuato il suo profilo selettivo, esso soddisfa in prevalenza la domanda di casa in proprietà e non risponde ai fabbisogni delle fasce sociali più deboli ma anche, e sempre di più, a quelli delle classi medie e ai molti soggetti che articolano la domanda abitativa (famiglie monopersonali, giovani, lavoratori precari, immigrati, studenti, anziani soli, …). Le società immobiliari hanno fatto profitti mai visti e incrementano il fatturato da un anno all’altro.
I fattori nuovi, quelli che sembrano più determinanti, nel riaffacciarsi della questione abitativa e che la connotano in modo del tutto diverso dal passato sono:
a. la frammentazione della domanda a seguito dell’articolazione dei bisogni abitativi, dei modelli di abitare, delle differenziazioni sociali e culturali;
b. la pressione esercitata dal mercato immobiliare sulle famiglie del cosiddetto ceto-medio a seguito dell’aumento dei canoni di locazione e dell’incremento di valore degli immobili.
Negli stessi anni si è registrato un consistente arretramento della presenza del soggetto pubblico sul versante sia dell’offerta di alloggi sia della formulazione di politiche attive. Nel 1984 le abitazioni costruite con sovvenzioni pubbliche ammontavano a poco meno di 35.000, nel 2004 erano meno di 1.500. Oggi il soggetto pubblico promuove appena l’1% delle iniziative immobiliari.
Dovrebbe quindi esserci un primo atto di sano realismo, proprio da sinistra, che far fare tutto e solo al mercato non è più possibile. Qualcuno nel 1998 con la legge 431 sulla liberalizzazione dei canoni di affitto ci ha creduto, oggi per cominciare a parlare sarebbe bene che si dicesse con chiarezza che quella impostazione non ha funzionato.
Sarebbe bene che si tornasse invece a puntare su un rinnovato protagonismo del soggetto pubblico, non tanto (ovviamente!) nel predisporre direttamente le soluzioni quanto nel porre in essere politiche pubbliche che favoriscano risposte, anche da parte del mercato, in grado di corrispondere ai caratteri delle nuove questioni abitative.
Pertanto qualsiasi azione di policy che rincorre l’attuale andamento del mercato immobiliare è destinata, nonostante le buone intenzioni, a non incontrare la domanda di chi vive una condizione abitativa con crescente vulnerabilità.
Se si condivide questo quadro di contesto i principi che dovrebbero essere contenuti in una azione di programmazione sono:
1. Intercettare con la fiscalità parte degli incrementi di valore, plusvalenze, realizzati dagli investitori immobiliari a fronte del processo di finanziarizzazione degli immobili e favorire l’emersione dei contratti di affitto, oggi in nero. Reinvestire questi introiti a livello locale per finalità sociali.
2. Avviare politiche urbanistiche attive a regia pubblica che comportino il riuso del patrimonio di immobili pubblici e la realizzazione di interventi di riqualificazione urbana e la loro valorizzazione coinvolgendo gli operatori privati.
3. Realizzare un progetto nazionale di housing sociale favorendo la presenza sul mercato di nuovi soggetti e finanziato con la raccolta di risorse economiche non speculative.
1. L’azione sulla fiscalità si può tradurre in alcuni interventi, alcuni dei quali di immediata operatività:
- aumentare la tassa di registro (a favore degli enti locali) per tutte le compravendite di immobili che avvengono nelle aree a forte tensione abitativa (le principali aree metropolitane);
- differenziare la tassazione degli immobili. Gli immobili che risultano affittati con regolare contratto vengono tassati fuori dall’IRPEF con una tassazione equivalente a quella degli strumenti finanziari (oggi il 12,5%). Mentre gli immobili che risultano non affittati vengono tassati dentro l’IRPEF con un canone imputato e contribuiscono all’ammontare dei redditi (la tassazione è quella progressiva sulla base delle soglie di reddito). Per chi stipula contratti di locazione a canoni concordati si possono prefigurare ulteriori incentivi;
- consentire all’affittuario di detrarre dalle tasse, nell’ambito del reddito del nucleo familiare, il canone di affitto secondo soglie di progressività collegate alle diverse soglie di reddito.
Interventi nel medio lungo termine.
- Riclassificazione catastale degli immobili e riequilibrio della rendita catastale.
2. Politiche urbanistiche attive.
Due diversi azioni:
- Recupero e riuso del patrimonio di edilizia pubblica, a partire da quello realizzato con i grandi interventi della legge ex 167. In questi quartieri è possibile avviare interventi di ristrutturazione anche urbanistica che portano ad un migliore uso delle aree, alla realizzazione di servizi e attrezzature, oggi solo sulla carta, e che comportino la realizzazione di spazi pubblici lì dove oggi ci sono solo aree pubbliche spesso degradate.
- Acquisizione di immobili (non solo suoli) per edilizia sociale nell’ambito degli interventi di nuova edificazione e di trasformazione e recupero avviate dagli operatori privati. In molti comuni questo intervento consente già di acquisire il 20-30% dell’edificabilità oltre alle aree destinate agli standard.
3. Il progetto di Housing sociale.
Il PHS ha un carattere integrativo (complementare) alle altre iniziative di policy che la nuova questione abitativa richiede. Esso ha un carattere delimitato ed è rivolto essenzialmente a conseguire due obiettivi generali:
- intervenire nelle grandi aree metropolitane dove maggiore è la pressione dell’emergenza abitativa;
- rispondere alla domanda di quelle famiglie che hanno un reddito troppo alto per l’edilizia residenziale pubblica ma troppo basso per accedere ai valori di mercato, dell’affitto o dell’acquisto. Si tratta di dare risposte concrete ai bisogni di specifici gruppi sociali: giovani coppie, spesso con occupazione precaria, anziani, immigrati e altri soggetti con bisogni abitativi che non prevedono la proprietà della casa ma la considerano un bene d’uso.
Il PHS è finalizzato alla realizzazione di alloggi a basso costo. Le condizioni essenziali per la sua realizzazione sono tre: a) individuare il suolo da edificare a costo basso o nullo; b) intercettare risorse economiche non speculative; c) attivare forme di gestione di tipo privato. In particolare esso si articola:
- nel dare priorità, nella fase di avvio, all’uso di suoli di proprietà pubblica già acquisiti, ad esempio, con la realizzazione dei grandi interventi di edilizia pubblica economica e popolare e oggi non utilizzati o male utilizzati;
- nel promuovere l’utilizzo di risorse non speculative capaci di attivare interventi di dimensioni significative coinvolgendo il soggetto pubblico e il settore del no profit cui spetterà la gestione tecnico operativa;
- nell’individuare interventi che contribuiscano al recupero e alla realizzazione di spazi pubblici prevedendo attività di animazione sociale delle nuove comunità dei residenti e di quelli già insediati.
Il territorio del progetto urbanistico nei prossimi anni sarà quello già urbanizzato. Sarà necessario conoscerlo, modificarlo, ricostruirlo. Dovremmo ripensarlo a partire, come avviene in altri paesi europei, dai grandi quartieri di edilizia pubblica. Il PHS incrocia questo tema più ampio che riguarda il progetto della trasformazione della città contemporanea. E’ necessario aumentare il livello di conoscenza sulla città pubblica costruita. A Roma, ad esempio, si tratta di conoscere un patrimonio consistente (circa 7.000 ha) e di individuare le possibili risorse da poter attivare nei processi di trasformazione della città.
La realizzazione del PHS, compatibilmente con il disposto del titolo V che affida alle Regioni le competenze in materia di alloggi, avviene attraverso un programma nazionale che individui le condizioni normative e le agevolazioni che possono favorire:
- la nascita di soggetti che hanno come scopo la realizzazione di housing sociale nella forma di agenzie di scopo che possono essere costituiti dagli enti locali, o di fondazioni promosse da operatori economici con caratteristiche sociali. Questi soggetti hanno il compito di attivare le risorse economiche non speculative da impegnare per la realizzazione delle case a basso costo. Le risorse possono essere acquisite sul mercato finanziario da soggetti di mediazione finanziaria o attraverso il ricorso al risparmio statale da attivare per finalità sociali (ex CDDPP);
- l’attivazione di progetti integrati a regia pubblica, finalizzati alla rigenerazione dei quartieri, che comportino l’intervento sui quartieri di edilizia pubblica (o comunque sul patrimonio di aree pubbliche) allo scopo di valorizzarlo (senza prevederne l’alienazione) integrando differenti modelli di intervento e ricorrendo anche a forme di tassazione differenziata per favorire la mixitè sociale della popolazione.
E’ di grande interesse per almeno due ragioni. 1. Perchè è un esempio, mai più raggiunto, di compiuta analisi economico-sociale di una realtà (il “blocco edilizio”) che ha ostacolato, e continua a ostacolare, i tentativi di governare efficacemente l’ambiente della vita dell’uomo e della società. Purtroppo il metodo dell’analisi marxista non è stato negli anni successivi nè superato, nè applicato al campo indagato dall’Autore. 2.Perchè le realtà economica e sociale che il saggio descrive sopravvive in larga misura alle trasformazioni intervenute negli ultimi decenni nell’economia, nella società, nella politica e nella cultura. Per incidens mi limito a ricordare la finanziarizzazione dell’economia e il rafforzato intreccio tra rendite finanziarie e rendite immobiliare a scapito del salario e del profitti; la crescente prevalenza dei “valori” individuali, la frammentazione dei corpi sociali, la graduale emarginazione dei beni comuni; la scomparsa di un’egemonia di sinistra nello schieramento di opposizione, l’accodamento al potere delle posizioni culturali una volta d’avanguardia, limpidamente testimoniato dalle posizioni assunte dell’Istituto nazionale di urbanistica. (A quest’ultimo proposito rinvio al mio Commiato dall’INU, i cui argomenti gettano forse qualche luce sull’atteggiamento attuale del gruppo dirigente dell’INU)
Può anche apparire singolare, ma in Italia – dove la parte di ispirazione marxista ha tanto discusso e discute di processi di formazione di un nuovo blocco storico – manca, quasi del tutto, un’analisi del blocco storico esistente, quello dominante, che sarebbe necessario conoscere e disaggregare. Questa considerazione, non priva di significato culturale e politico, vale anche per la complessiva questione delle abitazioni, rispetto alla quale solo di recente, e di passaggio, a un convegno del PCI è stato detto che intorno ad essa “si cementa un blocco sociale, che è una delle cerniere essenziali del blocco di potere dominante”. Questa analisi però continua a mancare, nonostante che già un secolo fa Engels – schematicamente quanto si vuole – avesse individuato proprio questa capacità aggregante della questione, quando – in polemica con la rivendicazione proudhoniana di trasformare il canone di fitto in canone di riscatto – sosteneva che “gli esponenti più accorti delle classi dominanti hanno i sempre indirizzato i loro sforzi ad accrescere il numero dei piccoli proprietari, allo scopo di allevarsi un esercito contro il proletariato”. Al riguardo si può aggiungere che nello stesso arco della nostra esperienza (pensiamo alla secca liquidazione della legge Sullo) non ci sono mancate prove della potenza d’urto di questo esercito.
Fatte queste constatazioni di assenza, resta tuttavia da aggiungere qui – per difficoltà oggettive e soggettive – non si intende offrire lettore una compiuta analisi di quel che si potrebbe definire “il complesso edilizio”, ma solo un avvio di questa analisi, nella forma di una serie di schematiche osservazioni relative alle stratificazioni che fanno parte, o sono in qualche modo subordinate, a questo “complesso” e ai legami, anche sovrastrutturali, che sono condizione della sua conservazione. Ma prima di addentrarci in queste osservazioni appaiono utili alcune sommarie informazioni sulla entità e le caratterizzazioni dell’“affare casa”.
Nel 1968 il prodotto lordo al costo dei fattori del settore costruzioni (fondamentalmente a uso residenziale) è stato pari a 3.341 miliardi di correnti, cioè di non molto inferiore al prodotto dell’agricoltura (4.096 lordi) e sensibilmente superiore a quello dell’industria meccanica (2.790 miliardi ). Se poi al prodotto lordo dell’industria delle costruzioni aggiungiamo quello del settore fabbricati residenziali (cioè l’ammontare dei fitti pagati per l’uso del patrimonio edilizio esistente), che ammonta a ben 2.310 miliardi di lire, arriviamo a una somma complessiva di 5.651 miliardi, largamente superiore a quella del prodotto dell’agricoltura e pari a un po’ più del 15% del prodotto nazionale lordo complessivo. Tale rilevanza economica del settore viene confermata e sottolineata dalla sua incidenza (30% circa nella media degli ultimi dieci anni) sul totale degli investimenti fissi lordi e sul totale delle spese per consumi finali (quasi il 10% nel 1968). Si può ancora aggiungere che dall’edilizia dipendono totalmente produzioni non trascurabili come quelle del cemento, dei laterizi, del legno e dei mobili, e dipendono in larga misura molte produzioni del settore meccanico. Per ultimo si può considerare economicamente significativo anche l’elevatissimo indice di gradimento che, a livello locale e nazionale, hanno assessorati e ministero ai lavori pubblici. La consistenza economica e le ramificazioni del complesso fondiario industriale-finanziario dell’edilizia appaiono evidenti.
Nonostante le profonde interrelazioni tra pubblico e privato, il segno di questo settore è tuttavia nettamente privatistico. Il settore dell’edilizia, proprio dal punto di vista della produzione e della proprietà, è tra i più privatizzati della nostra economia. Il patrimonio edilizio esistente è quasi integralmente privato e, quanto alla produzione, si ricordi che mentre nell’industria gli investimenti fissi lordi si ripartivano tra imprese private e pubbliche rispettivamente nella misura del 64,6% e del 35,4%, nel settore delle costruzioni, invece, l’incidenza degli investimenti pubblici, in tutto il periodo che va dal 1962 al 1968, si è aggirata tra un minimo del 4,1% a un massimo del 7,4%. Tale carattere privato del settore risulta ancora più evidente dal confronto con gli altri paesi nei quali la incidenza dell’intervento pubblico è di gran lunga superiore. Questa assoluta prevalenza privata non deve però indurre nell’errore di credere che l’intreccio tra pubblico e privato sia di scarsa rilevanza: esso si realizza, ed è fonte di grandi affari e di spostamenti di convenienze, attraverso l’intervento normativo, i piani regolatori e particolareggiati, la predisposizione dei servizi pubblici, le grandi opere pubbliche, la politica fiscale e creditizia ecc. Dopo avere sommariamente indicato dimensioni economiche, ramificazioni e carattere privatistico del complesso edilizio, si tratta di individuare le aggregazioni sociali e le articolazioni economiche e culturali che compongono il blocco. Secondo rapporti di maggiore o minore o subordinazione, in questo blocco si raccoglie un coacervo di forze che fa pensare ad alcune pagine del “18 brumaio di Luigi Bonaparte”.
Ci sono tutti: residui di nobiltà fondiaria e gruppi finanziari, imprenditori spericolati e colonnelli in pensione proprietari di qualche appartamento, grandi professionisti e impiegati statali incatenati al riscatto di una casa che sta già deperendo, funzionari e uomini politici corrotti e piccoli risparmiatori che cercano nella casa quella sicurezza che non riescono ad avere dalla pensione, oppure che ritengono di risparmiare in avvenire sul fitto pagando intanto elevati tassi di interesse, grandi imprese e capimastri, cottimisti ecc. Un mondo nel quale, all’infuori di poche sicure coordinate (quelle di sempre, della potenza economica e del potere politico) vasta è l’area magmatica delle improvvise fortune e della prigione, del triste esproprio (pensiamo solo alla sorte di molti piccoli proprietari di case a fitto bloccato). Un mondo, però, che si tiene saldamente insieme strumentalizzando – per rafforzare i più solidi legami di interesse economico – il fanatismo dell’ideologia della casa, la drammatica necessità di ottenere una casa anche a costo di sacrifici, la necessità di avere un lavoro: il contadino fattosi edile, di fronte alla minaccia di non lavorare, è naturalmente portato a considerare inutili e dannose sottigliezze tutti i perfezionamenti democratici dei regolamenti edilizi. Il fatto che questo sistema non sia in grado di dare la casa a tutti finisce con l’essere la condizione di forza del “complesso edilizio”.
1. Fino a oggi i contingenti decisivi dell’esercito conservatore, che i capitalisti si allevano contro il proletariato sono stati sostituiti dalla vasta massa dei proprietari di abitazioni. Nel più recente rapporto del CENSIS sulla situazione sociale del paese si legge:
“solo una parte dell’offerta di abitazioni è collocata, in proprietà o in affitto, presso gli utilizzatori finali del bene abitazione: una quota rilevante, pari, secondo stime relative agli ultimi anni, a circa un terzo viene invece acquistata da piccoli e grandi risparmiatori a scopo di investimento”.
Si può quindi calcolare che quasi centomila abitazioni all’anno siano andate ad accrescere il patrimonio di questi “risparmiatori”, che sono le truppe scelte dell’esercito conservatore e il cui numero, per proporzionalità alle centinaia di migliaia di case che compongono questo monte, va certamente oltre l’ordine delle decine di migliaia. Vi è poi la sterminata fanteria di coloro i quali sono proprietari degli appartamenti nei quali abitano (tra questi rientrano anche coloro che posseggono qualche o molti altri appartamenti oltre quello in cui abitano). Si tratta di una massa in continua e rapida crescita: 4.301.000 nel 1951 5.972.000 nel 1961, 7.562.000 il 20 gennaio del 1966; dall’andamento degli impieghi bancari e degli istituti speciali risulta che la crescita si è ancora accelerata nel 1967 e nel 1968.
La concentrazione delle case in proprietà è, comprensibilmente, maggiore nei comuni non capoluoghi che in quelli capoluoghi, nel Mezzogiorno più che nel triangolo industriale. Questo dato richiama inevitabilmente la questione del rapporto città-campagna (che è chiave rispetto al problema abitazioni) sulla quale occorrerà ritornare.
Le statistiche non dicono nulla sulla figura sociale degli oltre 7,5 milioni di proprietari di case; si limitano a darci le percentuali della distribuzione degli oltre 6 milioni di case in fitto a seconda della condizione professionale o non professionale del capofamiglia. Relativamente al 1966 dati, nell’ordine, sono i seguenti: imprenditore 0,5%; liberi professionisti 0,9%; dirigenti 1,3%; lavoratori in proprio 13,9%; impiegati 12,0%; lavoratori dipendenti 46,1%; coadiuvanti 0,5%; pensionati 20, 2,%; benestanti 0,3%; altri 4,3%.
Questi soli dati sono insufficienti a conclusioni socialmente qualificate, tuttavia se ne possono trarre almeno due indicazioni: la prima è la conferma che il problema dell’affitto interessa fondamentalmente (quasi nella misura dell’80%) i percettori di reddito fisso, lavoratori dipendenti, impiegati e pensionati; la seconda – alla quale si giunge anche attraverso un confronto tra la distribuzione percento e delle case in affitto e la distribuzione percentuale della popolazione totale secondo la condizione professionale e non professionale – conferma anch’essa ciò che si può facilmente intuire, e cioè che la massa prevalente dei proprietari è costituita da imprenditori, liberi professionisti, dirigenti, lavoratori in proprio e impiegati. Questa conclusione – che conferma quella derivante dalla scarsa incidenza dell’edilizia pubblica – contribuisce a dare una qualificazione sociale a quella che è stata qui definita come la fanteria del “complesso edilizio”: la massa rilevante dei proprietari di appartamenti (in generale di un solo appartamento o al massimo di due), più intensa nel centro-sud e nei comuni minori, è costituita fondamentalmente da ceti medi – e medio-alti – professionali, commerciali, imprenditoriali e impiegatizi, venuti in possesso di uno o più appartamenti o per precedente accumulazione familiare, o per aver varcato una soglia di reddito (o di sicurezza di reddito) che ha consentito l’acquisto in contanti o il versamento di una prima quota (aggirantesi grosso modo intorno al milione di lire) e quindi l’impegno di continuare a pagare per quindici o venticinque anni.
Va poi osservato che, in generale, la possibilità di acquisto di un appartamento si accompagna a uno status che consenta accesso o agevolazioni al credito. In sostanza la possibilità di acquisto presuppone condizioni di privilegio anche minimo, ma precluse alle masse lavoratrici: la proprietà della casa diventa, cioè, nell’attuale contesto, per un verso un elemento di distinzione sociale e per l’altro un aggregante, in senso conservatore, di quel complesso di stratificazioni, che – in modo piuttosto indeterminato – va sotto la definizione di ceto medio, al punto che si potrebbe concludere che è impossibile fare una politica di segno progressivo nei confronti del ceto medio senza sciogliere il nodo della casa, e che è impossibile affrontare il problema della casa senza – quanto meno – neutralizzare il ceto medio.
2. Al di sopra di questo schieramento di massa, vi è il gruppo dominante in verità eterogeneo e non fortemente coeso, almeno nelle sue pur consistenti frange marginali.
Ci sono i proprietari di grossi patrimoni immobiliari e gli speculatori, i padroni di piccoli orti suburbani, gli imprenditori che non sono sempre imprenditori soltanto, i gruppi finanziari privati e pubblici. La categoria dei puri proprietari di aree, non numerosa ma decisiva, grosso modo dalle prime fasi del boom edilizio fino al 1964, viene ora perdendo di peso in rapporto all’ingresso nel campo edilizio dei maggiori gruppi industriali del paese.
Il nucleo determinante di questo raggruppamento è sempre più nettamente costituito dalle società immobiliari, e più di recente, da società specificamente commerciali. Nelle società immobiliari la accumulazione di veri e propri demani di aree si unisce all’attività di costruzione e a quella finanziaria, sia per la raccolta di fondi di investimento, sia per il credito (a carissimo prezzo) praticato agli acquirenti a riscatto. Attorno a questo nucleo centrale si può calcolare vi siano un po’ meno di 50.000 imprese di costruzione e di installazione che assolvono, per una loro larga parte, il ruolo di imprese marginali e costituiscono una vera e propria fascia di copertura, destinata a essere sacrificata nei periodi di cattiva congiuntura. Vi è poi una massa consistente di piccoli speculatori, di intermediari, di procacciatori di favori ecc. Un mondo che non ha riscontri nell’industria vera e propria e che è specifico della persistente condizione di arretratezza e parassitismo del settore. (Il meccanismo di realizzazione della rendita continua a trascinarsi appresso forme di impronta feudale, ma si tratta pur sempre di un mondo esistente, niente affatto disposto a perire silenziosamente, da solo).
Descrivere e quantizzare il gruppo dominante richiederebbe, quanto meno, alcune ricerche dirette che mancano, ma in via di approssimazione possono avanzarsi due osservazioni.
a. Nel nucleo dominante del “complesso edilizio” si realizza uno dei collegamenti centrali tra le varie componenti dell’attuale potere borghese. Le dimensioni dell’“affare casa” sono tali da far superare ogni pregiudizio di modernità, e nel campo edilizio giocano tutti: per le grandi società assicurative l’investimento immobiliare risponde addirittura a un canone di buona amministrazione, ma intervengono anche i maggiori gruppi industriali e ci sono arrivate ormai, e con grande ampiezza di vedute (dalla tangenziale, al prefabbricato, alla società immobiliare), anche le imprese a partecipazione statale.
La saldatura-collusione con i pubblici poteri si realizza attraverso i piani di opere pubbliche, che sono uno degli esempi più realistici della concentrazione programmata: dato socialmente oggettivo rispetto al quale la proposta di un “buon governo” è solo illusione di resuscitare miti. Basterebbe soffermarsi su due o tre delle maggiori società immobiliari permettere in evidenza questi collegamenti e offrire al lettore anche qualche dato interessante, ma si tratta in generale di fenomeni noti.
Quel che qui si vuole sottolineare è che ci troviamo oramai di fronte a un intreccio di interessi e di forze, consolidato sulla realizzazione di un dato surplus, nel quale si intrecciano, e si confondono in verità, forme diverse di rendita con interesse e profitti industriali e commerciali. Questo surplus viene realizzato in una generalizzata situazione di monopolio rispetto a un bene, la casa, il cui mercato, per le specifiche caratteristiche de1 bene (dove c’è una casa non può essercene un’altra, non trasportabilità ecc.), è tipicamente monopolistico e si svolge secondo le più dispendiose forme di concorrenza monopolistica (differenziazione del prodotto nelle sue infinite possibilità: dal tipo di casa, alla sua localizzazione in quartieri socialmente differenziati ecc.). In questa situazione di mercato monopolistico, e nella quale la rendita (nelle sue varie forme) non è più appropriazione esclusiva del proprietario fondiario, il solo esproprio generalizzato può non essere sufficiente (anzi è assai improbabile che lo sia) a ridurre radicalmente (o nella misura oggi attribuita all’incidenza della rendita) il prezzo di uso della casa. Se non si spezza l’aggregato di potere che si esprime nel “complesso edilizio” anche l’esproprio generalizzato rischia di pervenire allo stesso risultato cui è pervenuta l’accresciuta offerta di aree fabbricabili da parte dei comuni emiliani. Come ha scritto Giuseppe Campos Venuti:
Lungi dall’abbassare il costo dei suoli edificabili, l’abbondanza di aree sul mercato vuol dire soltanto portarle tutte al massimo costo sopportabile dagli utenti, costretti a cedere al ricatto della insopprimibile fame di case che si crea in una società caratterizzata dal fenomeno dell’urbanesimo accelerato.
Del resto, nella nota situazione di penuria di case esistente a Roma non vi sono forse 30.000 abitazioni non utilizzate?
b. Questo blocco, specie con l’ingresso recente nel settore dei maggiori gruppi industriali, si prepara ad attraversare una fase di tensioni sia all’interno di quello che si definisce il nucleo dominante sia nei rapporti tra questo e la sua base di massa. Le categorie come rendita o profitto non sono quantità rispetto alle quali si possono fare sottrazioni o addizioni, ma concreti rapporti sociali che vanno sciolti con uno scontro; per questo occorre guardare ai nuovi elementi di tensione che possono favorire una disgregazione del blocco centrale, se non si vuole correre il rischio di finire con l’attaccare quel guerriero, di cui dice il poeta, che continuava a combattere ed era già morto. Questo è infatti il rischio che si corre quando si pensa di concentrare i propri colpi sulla rendita, e su coloro che si appropriano della sola rendita, nell’illusione di potere restaurare un mercato libero-concorrenziale delle abitazioni, è il rischio che si corre quando si sottovalutano le caratteristiche monopolistiche del mercato delle case e l’incidenza diretta che su questo carattere monopolistico ha, e avrà ancora in futuro, la determinazione storica del bene casa e del suo uso.
3. Rispetto al complessivo “blocco edilizio”, una posizione a sé stante, fondamentalmente antagonistica, ma col pericolo di essere a volte subordinata, ha la massa degli edili, tra le più sfruttate, ma anche tra le più coinvolte. Nel settore delle costruzioni lavorano circa due milioni di persone, nella grande maggioranza edili; questi lavoratori, in buona parte di recente provenienza meridionale o agricola, sono distribuiti in una miriade di aziende di varia dimensione e tra loro diversamente collegate (subappalto dell’impresa maggiore alla minore o, addirittura, semplice fornitura di forza-lavoro da parte di quest’ultima). All’interno della stessa organizza-zione del lavoro esiste una forte gerarchizzazione di fatto (la catena del cottimo), che è causa di divisione interna della categoria; la sicurezza della continuità del lavoro è fortemente soggetta ai cicli stagionali e congiunturali e ai casi della legislazione (legge-ponte per esempio).
Tutte queste cause di debolezza oggettiva e soggettiva comportano che le condizioni di lavoro siano subcontrattuali per moltissimi lavoratori (nella provincia di Milano, che non è certo tra le più arretrate, si calcola che il 30-40% degli edili subisca, in forme diverse, “gravi evasioni” alle norme regolanti il rapporto di lavoro). Una seconda conseguenza delle indicate ragioni di debolezza è costituita dalla permanente minaccia di subordinazione e strumentalizzazione: i casi di utilizzazione della massa degli edili come strumento di copertura o di pressione per deroghe ai regolamenti edilizi o ai piani regolatori, o contro leggi che possono ledere gli interessi del “complesso edilizio” fanno parte delle cronache del nostro paese.
Si aggiunga che proprio: a. la bassa composizione organica del capitale, b. la relativa brevità del ciclo produttivo; c. la coincidenza delle funzioni di speculatore, costruttore e commerciante nella stessa persona o gruppo, consentono ai boss dell’edilizia una elasticità di manovra nei confronti dei lavoratori assai maggiore di quella degli industriali veri e propri. Nel tenace e soffocante sistema di ricatto che tiene unito il vasto ed eterogeneo aggregato del “complesso edilizio” si realizza una pressione continua alla corporativizzazione coatta della categoria degli edili. Anche in questo caso però deve osservarsi che le trasformazioni produttive, che ormai si annunciano nel settore, insieme a prospettive di difficoltà e di tensione, prospettano anche la possibilità di accentuare e rendere più netto il contrasto di classe tra proletario e capitalista, che è specifico al rapporto di lavoro dell’edile.
L’obiettivo politico, proprio in rapporto al problema della casa non ci pare sia tanto quello di impegnare gli edili in lotte per la riforma, quanto piuttosto di rafforzarne il potere contrattuale e quello relativo ai modi di organizzazione del lavoro, in modo da impedirne l’uso strumentale da parte del padronato.
Queste componenti sociali del cosiddetto blocco edilizio, oltre che da ragioni immediatamente economiche, sono tenute insieme anche da legami che possono considerarsi sovrastrutturali: la famiglia, i modelli culturali e il consumo
L’attuale modo di abitare sarebbe certo del tutto diverso ove l’attuale famiglia fosse stata superata e, per converso, si può anche sostenere che una soluzione sociale del problema delle abitazioni non è possibile fino a quando la famiglia imporrà un certo uso della casa. La famiglia è ancora un centro di rapporti di riproduzione, storicamente determinati, e di produzione di servizi; è un centro di. consumi individuali; un rifugio di fronte alle difficoltà e alle durezze della vita nella società. Queste funzioni famigliari si rispecchiano nettamente nelle forme assunte dal bisogno (in origine naturale) di abitare; è un punto questo sul quale ha esattamente ragione Adorno quando dice: “A che punto siamo con la vita privata si vede dalla sede in cui dovrebbe svolgersi”.
Ma non si non si tratta solo di questo. Come la famiglia non si è ancora liberata del tutto da funzioni di produzione e di accumulazione, così la casa non è ancora soltanto un bene di consumo, resta ancora un bene capitale, occasione di investimento privato (anche forzato o poco conveniente come per gli acquisti a riscatto) che continua a mantenere sostenuto il mercato, salda la difesa della rendita, tenace la resistenza alla socializzazione della casa.
Le funzioni di rifugio privato e di centro di consumi privati hanno nell’attuale abitazione privata la loro massima esaltazione e, nella misura in cui, trasformandosi in bene di consumo, la stessa abitazione diventa un esaltazione di consumo socialmente improduttivo. L’abitazione si imbottisce di beni di consumo sempre più costosi e sempre più scarsamente utilizzati; diventa – alle varie scale – momento di raffinamento continuo dei bisogni privati da un lato e quindi, dall’altro (in un sistema capitalistico) momento coattivo di imbarbarimento e di astratta semplificazione dei bisogni. Il risvolto di questa abitazione, bene e centro di consumo, momento di progressivo raffinamento del bisogno privato è quello, sia pur con iperbole giovanile, lucidamente indicato da Marx:
Lo stesso bisogno dell’aria aperta cessa di essere un bisogno nell’operaio; l’uomo ritorna ad abitare nelle caverne, la cui aria è però viziata dal mefitico alito pestilenziale della civiltà, e ove egli abita ormai soltanto a titolo precario, rappresentando essa per lui un’estranea potenza che può essergli sottratta ogni giorno e da cui ogni giorno può essere cacciato se non paga. Perché egli questo sepolcro lo deve pagare. La casa luminosa, che, in Eschilo Prometeo addita come uno dei grandi doni con cui ha trasformato i selvaggi in uomini, non esiste più per l’operaio [... ] e parimenti il povero apprende che la sua dimora è qualitativamente opposta alla dimora umana che ha sede nell’al di là, nel cielo della ricchezza.
In questo senso spingono le forze di natura del capitalismo: negli Stati Uniti, insieme al proliferare degli slums accade che non i miliardari, ma anche la middle class si costruisca casette unifamiliari negli stili più inutilmente bizzarri. La struttura del monopolio e l’ideologia della fase monopolistica spingono in questo senso: da una parte la differenziazione del prodotto, dall’altra il principio di distinzione sociale; congiuntamente la distribuzione di surplus e la creazione di sacche di miseria, di fasce di marginali.
La citazione di Marx è solo una indicazione e l’Italia, per varie ragioni, è ancora diversa dagli USA, ma pure nel nostro paese le indagini sulle condizioni abitative non solo dei marginali ma anche di larga parte dei ceti operai non offrono quadri luminosi, e gli esempi di differenziazione di prodotto in rapporto al bene e ai beni di consumo domestico diventano sempre più frequenti.
Del tutto al di fuori del blocco del cosiddetto “complesso edilizio” sono gli inquilini e i cittadini senza casa, i baraccati, gli abitanti alloggi impropri. I primi – come tutti sanno – numerosissimi, da un punto di vista sociale non sono niente: sono soltanto un disaggregato sociale. Non solo va respinta la facile assimilazione del rapporto tra inquilino e padrone di casa a quello tra proletario e capitalista, ma ancora va chiarito – nonostante l’elevato livello del fitto solleciti iniziative più generali – che l’unificazione di base tra inquilini (per contrattare il fitto o altre condizioni di locazione) può realizzarsi soltanto tra persone che abbiano l’elemento aggregante non solo nel contratto di fitto, ma anche nel rapporto di lavoro e nella condizione sociale, cioè in una specificità effettiva, tale che la lotta per la riduzione del fitto non muova da un rapporto mercantile fondamentalmente astratto (padrone di casa-inquilino), ma dal rapporto di lavoro concreto che qualifica socialmente la lotta. Va però sottolineato che il livello raggiunto dai fitti consente, nell’immediato, una serie di iniziative da parte di inquilini abitanti in quartieri anche socialmente eterogenei.
I cittadini senza casa che sono tanti e concentrati soprattutto nelle grandi città, sono quello che negli Stati Uniti si definisce il “proletariato urbano” (o i negri), sono un analogo dei contadini senza terra nelle campagne e, proprio in quanto testimonianza vivente della incapacità di tutti i capitalismi di risolvere il problema, sono il ferro di lancia nella lotta anticapitalistica per la casa. Sono le forze che lottando per conquistarsi la casa, oggettivamente (e con un livello di coscienza certamente più elevato di chi può acquistarsi l’uso della casa sul mercato capitalistico) negano l’assetto capitalistico della società e pertanto portano in germe (nonostante la degradazione culturale e le alterazioni di valori intrinseche alla miseria in una società di ricchi) forme e modi di uso della casa di segno non capitalistico, che comunque vanno oltre l’orizzonte borghese dell’uso individualistico e privatistico della casa. Del resto nelle baracche e nelle coabitazioni il capitale fa ogni giorno giustizia sommaria degli ideali di “focolare”, e di “nido”, e anche di “famiglia”. Ma le forze dei “baraccati”, dei soli cittadini senza casa non bastano a vincere in questa lotta anticapitalistica.
Come la lotta dei contadini senza terra raramente ha superato la soglia della jacquerie, così le impetuose occupazioni di questi mesi rischiano di diventare una guerra contadina, di esaurirsi in una serie di scontri, o nella precaria conquista di alcuni edifici. L’articolazione e la forza del “complesso edilizio”, il peso delle sue componenti, la tenacia e profondità dei suoi leganti, economici e non economici, e soprattutto l’indissolubile dipendenza della penuria di case dall’esistenza del sistema capitalistico comportano che l’offensiva dei cittadini senza casa, per essere efficace, debba iscriversi in una più vasta articolazione di lotte, che investano tutti i gangli dell’attuale equilibrio capitalistico e abbiano obiettivi al livello delle trasformazioni e delle contraddizioni in atto.
Ora, l’attuale situazione si caratterizza da una parte per la persistente esasperazione e offensiva di una importante avanguardia, costituita dai cittadini senza casa, e dall’altra dalla prospettiva di tensioni all’interno del nucleo dominante il “complesso edilizio”, quanto meno per l’ingresso in campo di nuove forze imprenditoriali, private e del capitalismo di stato. Questo ingresso provocherà tensioni all’interno delle forze attualmente dominanti il mercato edilizio e investirà necessariamente la massa degli edili, che dovrà ridiscutere i suoi rapporti col padronato e quindi sarà impegnata in lotte di grande peso. Contemporaneamente è registrabile in alcune sfere di comando della nostra economia (discorsi di Petrilli, di Carli, di Agnelli) la coscienza che l’elevato costo delle case (che aumenta necessariamente il prezzo della forza lavoro), dato l’attuale livello del potere rivendicativo della classe operaia, incide negativamente sulla redditività e competitività della industria. Nell’ipotesi quindi che la classe operaia non subisca, nel breve periodo, gravi sconfitte, è assai probabile che l’intervento pubblico e privato nel settore edile provochi un arresto o anche una lieve flessione nella dinamica ascendente dei fitti e della valorizzazione delle abitazioni di livello medio-basso. In questa ipotesi (che non sarebbe diversa dalle cicliche espropriazioni dei risparmiatori che hanno investito in case), la potente fanteria dei piccolo-medi proprietari di casa avrebbe fa talmente degli ondeggiamenti (basterebbe uno spostamento del risparmio verso gli investimenti in obbligazioni, in molti casi già oggi più convenienti) e il gruppo di potere sarebbe indebolito proprio nella sua decisiva base di massa.
Queste affrettate ipotesi non vogliono delineare una illusoria prospettiva di automatico crollo del “complesso edilizio”, ma la prospettiva di un allentamento della sua coesione e la possibilità di riaggregare in un blocco alternativo parte delle forze che oggi lo compongono, e che le politiche per la casa fin qui fatte (emerge così anche l’inefficacia della politica nei confronti dei ceti medi e delle città meridionali) hanno invece consolidato, o ingrossato.
La possibilità di disaggregazioni e riaggregazioni sottolinea la necessità e l’urgenza di elaborare e costruire una linea efficace, e quindi alternativa a quella riformista, fallita. Una linea alternativa non si inventa: viene prendendo forma, nel corso del tempo, attraverso le esperienze del movimento, la riflessione, il confronto polemico, anche. Nel numero 3-4 del “ Manifesto”, dalle schede, dagli articoli, dall’esame della forma della rendita, emerge già un primo abbozzo di linea alternativa, del quale cerchiamo qui di isolare i tratti essenziali. E va ricordato che a rendere alternativa una linea non basta, né è necessario, l’attribuzione di un obiettivo “più avanzato”. Non occorre essere strutturalisti per capire che il segno di una linea dipende dalla organizzazione dei suoi obiettivi e dai rapporti intercorrenti tra obiettivi e forze sociali. Così una linea che non si fondi su una analisi (e su una organizzazione) delle forze sociali e non consideri l’obiettivo come momento di aggregazione e potenziamento di uno schieramento socialmente qualificato, ma punti invece, sostanzialmente, a sommare rivendicazioni (quando non addirittura proposte) con un riferimento socialmente indeterminato (programmi d’opinione pubblica o programmi genericamente antimonopolisticì) potrà forse essere utile in una fase di difesa, ma sarà sempre una linea verticistica (con netta separazione tra momento sociale e momento politico) e riformista.
Schematizzando al massimo, questa linea si caratterizza per cinque qualificazioni: a. essere anticapitalistica; b. avere come sua avanguardia i lavoratori privi di abitazione e gli inquilini poveri aggregati in base alla loro qualificazione sociale; c. fondarsi su un movimento di vertenze sociali autogestite; d. avere l’obiettivo della casa come servizio sociale, rompendo quindi l’attuale tipizzazione privatistica del prodotto casa e del suo uso; e. avere l’obiettivo della nazionalizzazione del settore edile, oltre all’esproprio generalizzato delle aree.
Di questi punti, esaminati anche negli altri articoli, qui si considerano rapidamente solo il primo e gli ultimi due:
a. Caratterizzare come anticapitalistica la lotta per la casa consegue alla constatazione che il capitalismo in nessun paese è stato finora in grado di assicurare una abitazione abitabile a tutti, e quindi che il problema non si risolve attraverso riforme, ma solo attraverso il rovesciamento del sistema. Le prevedibili obiezioni di nullismo appaiono concretisticamente miopi e avvocatesche. La risposta più facile sarebbe nel dire che il più grosso concentrato di nullismo politico si trova nelle opere di Marx, o che ripubblicare la Questione delle abitazioni di Engels senza una prefazione che spieghi come con la GESCAL o con l’attesa legge urbanistica sia cominciata o comincerà una nuova fase del capitalismo, sarebbe prova di massimalismo intellettualista. E a voler rimanere sempre ai primi elementi di marxismo si potrebbe ancora ricordare che in Salario, prezzo e profitto, Marx – che pure aveva particolarmente insistito sul fatto che il proletariato si sarebbe liberato solo attraverso la distruzione del capitalismo – non ritenesse tutto ciò incompatibile con la lotta operaia per migliorare i salari reali. Dire che questa lotta deve essere anticapitalistica se vuole avere un senso, significa avere chiarezza del problema e quindi della necessità di condurla in connessione con le altre lotte (che debbono essere anch’esse di segno anticapitalistico), quelle operaie e quelle per la conquista di alcuni strati di ceto medio (gli statali per esempio), quelle contadine e quelle meridionali. Significa che questa lotta deve avere, per essere efficace, un respiro ideale e culturale comunista, che deve alimentare – traendone forza essa stessa – un contropotere di classe. Proprio nel caso delle abitazioni vale ripetere che “l’opposizione tra la mancanza di proprietà e la proprietà, sino a che non è intesa come l’opposizione tra il lavoro e il capitale, resta ancora una opposizione indifferente”.
d. Fare della casa un servizio sociale comporta assicurare a tutti l’abitazione in base ai bisogni di ciascuno: è un obiettivo comunista, ma raggiungibile, e già oggi può consentire di migliorare le condizioni di abitazione degli strati inferiori della società. Le esperienze del boom e le decine di migliaia di case vuote dimostrano che non ci troviamo di fronte ad impossibilità per carenza di capacità produttive in astratto, ma ad impossibilità derivanti dai modi di operare di queste capacità, dai profitti o sovraprofitti e sprechi da eliminare. L’ingresso nel settore edilizio di grandi gruppi imprenditoriali annuncia una industrializzazione e una più spinta tipizzazione della produzione; la rivendicazione della casa come servizio sociale può consentire di intervenire su questa tipizzazione e sulla sua graduazione contrastando, sulla base di una impostazione egualitaria, una differenziazione del prodotto in base ai livelli di reddito e cercando di ottenere che la stessa necessaria tipizzazione corrisponda a scelte autonomamente elaborate dagli utenti delle case e dagli architetti. Non si tratta qui di definire modelli di case per il futuro, ma di tornare a ribadire che, in quanto consumo sociale, l’abitare si deprivatizzerà e casa e città dovranno assicurare ricchezza di libertà individuale e intensità di rapporti sociali nel senso di Marx, quando scrive del “comunismo come soppressione positiva della proprietà privata” e dei modi privatistici di vita a quella conseguenti. L’abitare inteso come consumo sociale comporta che la tipologia delle nuove abitazioni, e quindi delle città, si liberi dalla rigidità che ha dominato per secoli e che ancora oggi crea frizioni costose tra modi di costruzione e modi di abitare, di studiare, di curarsi, ecc. Al di fuori della futurologia si vuole solo affermare che casa e città dovranno essere tra l’altro adattabili al variare delle esigenze sociali.
e. Per nazionalizzazione del settore edile deve intendersi che le abitazioni avranno un regime analogo a quello delle scuole, che sono un bene pubblico. Non si tratta, neppure in questo caso, di definire i particolari del futuro, ma di limitarsi ad alcune indicazioni, per esempio che non appare utile estendere la nazionalizzazione al patrimonio edilizio esistente (che col passare del tempo dovrebbe esaurirsi) limitandola invece alle nuove costruzioni. La nazionalizzazione delle cose di nuova fabbricazione è, da una parte una logica conseguenza della rivendicazione, ormai diffusa, che si esprime nella formula “casa come servizio sociale”, e, dall’altra, è una condizione necessaria perché l’agganciamento del canone di fitto alle possibilità di pagamento dell’utente (e anche questa è una rivendicazione diffusa) non dia luogo alla creazione di una serie di ghetti rigidamente distinti a seconda dei livelli di reddito. Vi sono evidentemente una serie di problemi, da quello dell’assegnazione (che potrebbe avvenire anche attraverso simulazioni di mercato) a quello del finanziamento (che potrebbe ricadere sugli utenti o sulla società nel suo complesso), ma si tratta di questioni che troveranno soluzione soltanto nel corso della lotta per la casa e delle altre lotte, nella misura in cui quella e queste andranno avanti. Ma se si vuole che chi non ha abitazione possa conquistarsela e chi la ha possa riappropriarsi di un uso “umano, cioè sociale” della abitazione, crediamo proprio che la via da seguire sia quella, nella quale il cambiamento del modo di produzione si accompagni al cambiamento della natura del prodotto.
Nel campo dell'urbanistica si gioca in questi giorni una partita importante per la sua credibilità. Già nel 2003, di fronte alle diffuse critiche verso il nuovo piano regolatore che stava per essere adottato, si pose la questione. Erano due le più severe critiche verso quel piano. Riguardavano le enormi espansioni edilizie con 65 nuovi milioni di metri cubi di cemento e poi lo strumento fondamentale con cui si affrontava il governo della città, la cosiddetta compensazione urbanistica. Per il lavoro fatto in questi anni riconosciamo al sindaco di Roma, Valter Veltroni una fattiva attenzione verso la società civile e un'encomiabile puntualità nel mantenere le promesse. In questa occasione fu Vezio De Lucia, tra i più importanti urbanisti italiani, a spiegargli quale logica aberrante si nascondesse dietro quel sostantivo: un enorme regalo alla rendita immobiliare perché l'uso della compensazione moltiplica oltre modo le previsioni urbanistiche. Il giorno successivo a quell'incontro i quotidiani riportarono il comunicato stampa del sindaco che giustificava la compensazione urbanistica con la contingenza: la necessità di chiudere una fase lunga e difficile, che cancellava per il futuro l'uso di quello strumento di deroga. Addio alla compensazione scrissero, infatti, i giornali.
Per comprendere i devastanti effetti di quest'invenzione tipicamente capitolina è utile ricordare cosa è accaduto nel comprensorio di Tormarancia. La battaglia ambientalista che fu combattuta per strappare quello splendido lembo di campagna romana alla speculazione edilizia riuscì anche per il grande impegno di Antonio Cederna. L'edificazione fu cancellata, ma il comune di Roma argomentò che i proprietari vantavano “diritti edificatori” che andavano dunque trasferiti in altri luoghi urbani.
Uno dei più autorevoli giuristi italiani, Vincenzo Cerulli Irelli, insieme a uno dei più stimati urbanisti, Edoardo Salzano, tentarono invano di dimostrare che i cosiddetti diritti edificatori non esistono e che è solo il piano urbanistico a decidere il destino dei terreni da edificare. Ma il comune decise, comunque, di trasferire le cubature originariamente previste a Tormarancia (un milione e ottocentomila metri cubi) in altri luoghi. La sperimentazione della compensazione urbanistica ha portato a questo risultato: la cubatura iniziale è aumentata di due volte e mezzo, per la precisione è di 5 milioni e duecentomila metri cubi. Il motivo di questo impressionante aumento è che il meccanismo si fonda sull'iniziativa privata: se dunque un proprietario mette a disposizione un terreno per "ospitare" un nuovo quartiere deve, in una logica speculativa, guadagnarci. E il guadagno viene quantificato in ulteriori cubature e questo spiega il vertiginoso aumento delle quantità da edificare. La compensazione è un moltiplicatore della rendita fondiaria. Rendita fondiaria, è appena il caso di ricordarlo, che gode in questa fase di straordinaria salute, caratterizzata da una fase di accumulazione di intensità mai registrata in passato. In un paese in cui sono evidenti i segni del declino produttivo e la ripresa economica appare sempre lontana, la speculazione edilizia trionfa. Dal 1998 a oggi i valori immobiliari, la fonte è Ance-Nomisma, sono aumentati mediamente del 69 per cento. Nello stesso periodo i salari sono aumentati del 26 per cento. In particolare, ne12003 l'aumento degli immobili è stato del 10 per cento e nel 2004 del 9 per cento.
Mentre migliaia di famiglie sono sottoposte a procedura di sfratto; mentre dalle grandi città è in atto una grande fuga dei ceti popolari verso le aree metropolitane in cui è possibile ancora l'acquisto di una casa; mentre il mercato dell'affitto completamente liberalizzato produce ulteriore espulsione dalle maggiori città; mentre, insomma, i ceti più deboli sono sottoposti a un drastico arretramento delle condizioni di vita, c'è chi si è arricchito oltre misura con la più classica speculazione immobiliare. Le cause di questo fenomeno risiedono in una serie di devastanti provvedimenti del governo Berlusconi. Non è questa la sede per elencare la numerosa serie di coerenti provvedimenti concretizzati dal governo della Casa delle libertà. Quello che occorre mettere in evidenza è che se la sinistra vuole innovare l'azione di governo deve darsi un profilo diverso. Il caso di Roma è in questo senso il paradigma di un più generale stato di smarrimento culturale della sinistra. I due censimenti del 1991 e 2001 hanno, infatti, certificato che la popolazione residente è diminuita di circa180mila abitanti, qualcosa come 60mila nuclei familiari. In gran parte si tratta delle famiglie più povere che hanno risolto la questione abitativa andando nei comuni dell'area metropolitana. I posti di lavoro sono però restati nel centro di Roma: questi stessi cittadini sono dunque costretti quotidianamente a impiegare ore della propria esistenza per effettuare gli spostamenti che li porteranno nel centro di Roma. La capitale in quello stesso arco di tempo stava disegnando il nuovo piano regolatore. Aveva dunque la possibilità di risolvere i problemi di assetto urbano. Invece la questione non viene affrontata e i numeri ufficiali del nuovo piano regolatore prevedono la realizzazione di nuovi 65 milioni di metri cubi. Trenta di questi sono produttivi; 35 sono abitativi. In buona sostanza si prevede di costruire nuove case per circa 350mi1a nuovi residenti. L'amministrazione progressista di Roma vorrebbe dunque realizzare una quantità smisurata di case private con le stesse caratteristiche di quelle abbandonate da 180mi1a romani. È una situazione paradossale e inspiegabile dal punto di vista politico e sociale. Ma è una logica che privilegia la proprietà fondiaria ed è culturalmente prigioniera delle stesse logiche perseguite dalla destra liberista. Del resto, il gruppo di immobiliaristi che ha movimentato le cronache estive (da Caltagirone al gruppo Coppola, Ricucci e Statuto), si afferma proprio a Roma in evidente sintonia con queste dissennate politiche urbane. Questa stessa subalternità si evidenzia nella proposta di legge speciale per i poteri urbanistici da delegare al comune di Roma presentata proprio in questi giorni dall'assessorato all'urbanistica della Regione Lazio. Questa proposta infatti si fonda proprio sull'equivoco della compensazione urbanistica. Addirittura, essa viene promossa di rango: da semplice strumento di lavoro la si fa diventare niente meno che un principio generale.
Ma i principi sono questioni di fondamentale importanza e devono conseguentemente avere rilevanza culturale, sociale e politica. Un principio progressista sarebbe quello di riaffermare il diritto di tutti i cittadini ad una città migliore e più vivibile. La Regione Lazio vorrebbe, invece, far diventare principio il trionfo della rendita speculativa. Ricucci, Statuto e Coppola sono i principi della nuova urbanistica regionale.
È dunque importante che ci sia a questo proposito un pronunciamento del Sindaco di Roma, teso a ristabilire un percorso virtuoso dell'urbanistica regionale e a mantenere le solenni promesse di due anni fa.
Il ponte ferroviario austriaco del 1846 aveva risolto solo in parte la "noiosa condizione" degli abitanti di Venezia i quali, oltre che in barca, non potevano recarsi in terraferma e tornare in città se non in treno, essendo il ponte precluso a carrozze e a pedoni.
Nel 1880, il comune autonomo di Murano, che contava 4000 abitanti ed era in fase di rilancio come centro vetrario artistico ed industriale, era collegato a Venezia con un servizio pubblico di due traghetti: quello delle gondole (in numero di 36, con tariffa di 30 centesimi per una persona sola e lo centesimo a testa se più di tre) e quello dei due barconi "omnibus" a remi, da e per Rialto, che costava 10 centesimi a persona, di giorno e venticinque di notte.
Lo stesso Cimitero Comunale, nell’isola di S. Cristoforo, era accessibile ai veneziani che non possedevano un natante soltanto per mezzo di trasporto a remi a pagamento.
Negli ultimi decenni dell’800, ad opera di alcune personalità cittadine (Carlo Pisani, direttore di "Rinnovamento"; contrammiraglio Fincati; Giuseppe Barbaro, sen. Antonio Fornoni, sindaco di Venezia, ecc.) prendeva forma l’ idea di una seconda via di comunicazione "libera, continua e stabile" tra la città insulare e la terraferma.
Da alcuni muranesi, in primis dal sindaco di quel Comune, cav. Colleoni, fu in particolare sostenuta la necessità che una nuova via per carrozze e pedoni dovesse seguire un percorso tale da rendere raggiungibili a tutti gli abitanti di Venezia, pedibus calcantibus e gratis, sia l’isola del Cimitero, sia l’isola di Murano.
Uno dei principali fautori di quest’ultima idea fu l’ abate Vincenzo Zanetti (1824-1883) sacerdote, cavaliere ufficiale dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro e della Legion d’onore, storico, studioso di tradizioni, scrittore prolifico, fondatore del Civico Museo Vetrario, economista concreto: poliedrica figura di murane se fremente d’amor patrio e di passione cittadina, risuscitatore, nell’isola, dell’antica arte del vetro, che leggeva nel nuovo collegamento con la terraferma il salto di qualità nello sviluppo socio-econornico del suo Comune.
Non volendo arrendersi all’opinione che già correva a quei tempi, cioè: "che a Venezia, ormai ridotta alla condizione di Museo d’arte monumentale, non rimarrà in breve altra vita che quella che le può derivare dalla frequenza degli stranieri che s’invogliano di visitarla" egli vedeva nell’auspicato legame carraio con la terraferma anche il mezzo per ridare slancio all’intera città insulare che, pur potendo contare (seconda la Statistica Municipale del 1879) su un capitale umano di 131.276 residenti - cioè il triplo di quello dei nostri giorni! - era in stato di grave declino: con la nuova strada, secondo Zanetti "Venezia, in una parola, cesserà di essere una città fuori del mondo e i suoi cittadini... saranno liberi di muoversi, di partire e di ritornare quanto loro interessa e aggrada".
L’abate Zanetti s’incaricò quindi di far conoscere e di sostenere, attraverso l’opuscolo: "La nuova strada tra Venezia e la Terraferma -Sul Progetto del cav. Antonio Baffo -Cenni ed apprezzamenti del cavo prof. Vincenzo Zanetti -Pubblicato per cura del Progettista, Venezia, Tip. Del Commercio di Marco Visentini, 1880" i vantaggi e le convenienze di un disegno di collegamento che rispondeva appieno a queste sue attese.
Il progetto dell’ing. Baffo prevedeva un ponte di attraversamento della laguna "per vetture, tramways e pedoni" lungo 6480 metri, alto sul medio mare così da consentire il passaggio di barche piccole o ad albero mobile (le più grandi e quelle ad albero fisso sarebbero passate attraverso una sezione girevole), costruito integralmente in ferro e poggiante su pali abbastanza sottili da opporre insignificanti resistenze alle correnti di marea, al fine di evitare interrimenti o di alterare il regime idrodinamico della laguna.
Partendo dal margine nord della città (Fondamente Nove) il ponte avrebbe toccato l’isola del Cimitero, puntando verso Murano, da dove dirigendosi con un angolo retto verso nordovest avrebbe traversato - parallelamente al ponte austriaco, ma più a nord – lo specchio lagunare, atterrando nei pressi di Campalto, in un punto fin d’allora snodo di vie di traffico verso un gran numero di paesi contermini, e luogo della costruenda ferrovia Mestre-Portogruaro.
Aspetto di particolare interesse è che il percorso progettato dall’ing. Baffo non si sarebbe fermato, dalla parte di Venezia, al margine della città, ma sarebbe penetrato, con una allee di 430 metri di nuova costruzione, fino al suo baricentro urbanistico, che lo stesso progettista identificava nel campo SS. Apostoli, incrocio di tre sestieri, a un passo da Rialto, dove allora si concentrava tutta la vita commerciale.
Chi conosce Venezia sa che questo campo, da cui si diparte Strada Nova, non è poi così vasto, ne geometricamente così felice da poter essere pensato come punto d’arrivo intermodale di un nuovo accesso, alla grande, di gente e merci, senza dolorosi adattamenti che probabilmente non avrebbero potuto risparmiare la Chiesa dei SS. Apostoli (particolarmente cara a chi scrive) alla stregua di come non fu rispettata la cattedrale gotica nel centro storico di Bratislava, toccata a metà della sua altezza dalla circonvallazione urbana, costruita dopo it1968.
Zanetti, invece, pur conscio che "la questione dell’ allargamento delle strade per Venezia, città eminentemente storica e monumentale. ..è sempre ardua a risolversi..." sul punto non vorrebbe indugiare, in quanto la costruzione della nuova allee "non presenterebbe fortunatamente alcuna difficoltà ne dal punto di vista della espropriazione e conseguenti demolizioni, ne da quello dei riguardi storici, monumentali ed artistici" in quanto "lungo il tracciato della nuova via non esiste alcun monumento, alcun oggetto d’arte, alcuna memoria storica che meritino d’essere conservati".
Il carattere originale di questa parte di Venezia, insomma, non avrebbe subito danno, in quanto i canali esistenti nella zona sarebbero stati rispettati e si sarebbe mantenuto "il duplice vantaggio dell’approdo delle barche per acqua e dell’accesso delle carrozze per terra", anche se prima di congiungersi al ponte, nel suo tratto estremo la nuova allee passerebbe attraverso un’ area libera di oltre 10.000 mq "terreno indispensabile per la costruzione di scuderie, di rimesse, di magazzini di deposito" dove avrebbe potuto tenersi "un settimanale mercato, forse anche un mercato franco...".
Forse il motivo per il quale il ponte lagunare dell’ing. Baffo non fu mai realizzato (benché su di esso convergessero, sempre secondo l’ abate Zanetti, riconoscimenti d’ opportunità, assensi strategico-militari, approvazioni d’ordine idraulico, convenienze economiche e previsioni di vantaggi locali) andrebbe ricercato proprio nell’aspetto che riguarda la parte del percorso che irrompeva nel cuore della città, anziché fermarsi alla sua soglia.
La proposta di convertire il plesso urbanistico dei SS. Apostoli in "terminal" non poteva non apparire infatti, anche allora come una fatale inoculazione di "normalità" - nelle vene di una città che da secoli aveva costruito la sua cifra urbana sul rifiuto della contemporaneità - che avrebbe provocato l’insopportabile ritorno al centro di Venezia di cavalli e carrozze, e il trapianto, nel segmentato e diseguale ordito urbano, di improbabili "Unter den Linden" (come, in realtà, preconizzava lo stesso Zanetti: "lungo la sua linea sorgerebbero nuovi edifici decorosi, e giardini").
La pretesa di poter designare e apparecchiare certi luoghi interiori della città come stazione da e per la terraferma, senza valutare, con la debita circospezione, l’impatto mutageno di questa scelta sul tessuto urbanistico e sociale, si ripropone ancora oggi a Venezia con l’inquietante naivete di un ricorso storico, nel progetto di portare alla luce il tubo esplosivo della "sublagunare" (Aeroporto di Tessera, - Murano -Venezia) nei pressi silenziosi dell’Arsenale, proprio all’interno di una superstite periferia di vivente venezianità. Le ragioni della necessità di quest’ultimo ponte (subacqueo per disponibilità di nuove tecnologie, ma fin da subito oggetto di molte critiche a causa dell’impatto sul sistema geologico del fondo lagunare e delle antiestetiche "uscite di sicurezza" emergenti dalle acque, che lo rivelano) pur ricalcando in qualche modo quelle dell’abate Zanetti, ne differiscono profondamente nel loro senso finale. L’interscambio più diretto, frequente e massivo di gente tra Venezia e il continente attraverso la "sub-lagunare" non è certo inteso, come nel 1880, a risparmiare i costi dei traghetti ai veneziani e alle "donne del latte, che partendosi da Campalto o dai paesi finitimi, e varcando il fiume Osellino, per transitare il quale si paga un pedaggio, si recano a Venezia ogni mattina per tempissimo, colla barca".
Il pensiero dell’abate Zanetti poneva al centro delle sue cure la necessità di invertire i "desolanti presagi" e la "triste condizione economica cui la città nostra è ridotta": cioè salvaguardare e mantenere nel tempo Murano e Venezia come città.
Il fine della "sub-lagunare" appare, invece, quello di facilitare il flusso di un sempre maggior numero di turisti attraverso la diversificazione e la specializzazione degli accessi: l’ opera non riesce a convincere di poter attivare e sostenere una più efficace mobilità urbana, anche perché i punti d’arrivo sulle due sponde (Favaro a Mestre; Fondamente Nove e Arsenale a Venezia) risulterebbero troppo eccentrici per inaugurare un efficiente e complessivo daily urban system di circolazione di persone e merci nell’area metropolitana.
Postilla
Tanto più che il centro della Terraferma mestrina e il centro di Venezia sono già colegati da quattro corsie per i vettori su gomma, quattro bunari ferroviari e una via d'acqua.
Tagli alla città, soldi a chi sostiene il Mose
Tra le molte vergogne accumulate dal governo Berlusconi questa è una delle più nefande. Premiata una pseudoassociazione nata per contrastare il successo degli ambentalisti compattamente schierati contro il MoSE. Da la Nuova Venezia del 27 dicembre 2005
Per Venezia non ci sono soldi. Ma per qualche associazione i soldi si trovano. La «Legge mancia» approvata dalle commissioni Programmazione economica e Lavori pubblici del Senato dispensa euro a valanga. Accanto a strade, bonifiche e infrastrutture per i piccoli comuni ecco il regalo di Natale. 39 mila euro sono stati destinati al «Forum per la laguna», fondato nel 1991 da Roberto Russo, impiegato comunale vicino a Rifondazione oggi passato ad An. «Un sistema vergognoso, che abbiamo già denunciato a Montecitorio», dice la deputata Verde Luana Zanella.
Ma che cos’è il Forum? Nel sito Internet si possono conoscere i «partner» dell’associazione, che ha sede a San Marco in calle Vitturi 2923, a due passi dall’Istituto veneto di Scienze lettere ed Arti e dalla sede del Consorzio Venezia Nuova. I «partner» del Forum sono tre: Sal.Ve, cioè Salvaguardia di Venezia, il sito informativo del Magistrato alle Acque-Consorzio venezia Nuova. L’Icram, istituto per la pesca, e un’associazione italo americana «Order sons of Italy in America». Che ci azzecchi questa con la laguna non si capisce. In ogni caso sulla foto di copertina campeggiano sorridenti i due presidenti Berlusconi e Bush. Tra le attività esibite dal Forum la collaborazione ad alcuni progetti europei, concorsi, e una «pagina di informazione su un quotidiano locale nel 1995». Il Forum è un’associazione «No profit per lo sviluppo del turismo ecosostenibile», anche se non c’è traccia concreta di tutte queste attività nella documentazione ufficiale. Il fondatore Roberto Russo è ora presidente nazionale, il presidente veneto è Carmine De Martino. L’attività del Forum si svolge soprattutto a livello istituzionale. E già negli anni scorsi l’associazione era riuscita ad ottenere finanziamenti dal ministero dell’Ambiente e da altri dicasteri. La svolta si è avuta qualche mese fa. Quando il Forum aveva tappezzato la città di manifesti a favore del Mose. Volantini e depliants distribuiti in massa alla Mostra del Cinema e nei giorni affollati della Regata Storica, per far sapere che i «veri» ambientalisti sono favorevoli al Mose. Reazioni furibonde da parte di Wwf, Italia Nostra, Verdi e Greenpeace, gli ambientalisti storici che si erano accorti dello «scippo» da parte del fantomatico Forum. La campagna era proseguita con «gazebo» paralleli a quelli dell’Assemblea permanente No Mose che ha raccolto in città oltre 13 mila firma contro le dighe in laguna. Simili ai documenti ufficiali anche gli «11 punti» richiesti dal Forum e da altre associazioni, alcune nuove di zecca. Unica differenza era che al primo punto si chiedeva di accelerare i lavori per il Mose. Adesso il Forum, a differenza del Comune e degli altri enti locali, ha avuto il finanziamento dallo Stato per il 2006.