Giuliana è stata liberata e sta bene. Ma nel viaggio in automobile che la portava verso l'aeroporto di Baghdad e verso di noi la sua vettura è stata colpita dal fuoco degli americani. E' stata ferita, in modo non grave, insieme ad altre due persone. Nicola Calipari del Sismi è rimasto ucciso. Il Dipartimento di Stato Usa ha espresso il proprio «rammarico» per l'incidente avvenuto a Baghdad.
Nicola Calipari, il funzionario del Sismi che ha fatto da mediatore per la liberazione di Giuliana Sgrena è stato ucciso dai colpi esplosi da un blindato delle truppe statunitensi contro l’automobile dei servizi segreti italiani che trasportava Giuliana verso l’aeroporto di Baghdad. Nicola Calipari l’ha salvata due volte: l’ultima, riparandola col proprio corpo durante la sparatoria. Nato a Reggio Calabria, aveva 50 anni, era sposato e padre di due figli, una ragazza di 19 anni e un ragazzo di 13. In polizia da oltre vent'anni, Nicola Calipari aveva reso possibile anche la liberazione di Simona Pari e Simona Torretta.
le immagini sono tratte dal manifesto online
ROMA - Professor Asor Rosa, Fassino ha inserito Bettino Craxi nell´album di famiglia della Quercia. Lei che ne pensa?
«È l´ulteriore prova dell´omologazione dei Ds a un certo tipo di tradizione socialista che comprende anche Craxi».
Se ci si dichiara socialisti, il riferimento è inevitabile.
«No. È inverosimile, è la negazione di un intero periodo della nostra storia ivi compresa la questione morale perseguita con tanta passione da Berlinguer».
Fassino invece ha citato insieme Berlinguer e Craxi...
«Non credo che Berlinguer e Craxi appartengano alla stessa famiglia. Rappresentano due modi completamente opposti di concepire la milizia politica, l´onestà intellettuale e soprattutto quella personale nelle cariche pubbliche. Craxi è una degenerazione della famiglia socialista. È come se uno si dichiarasse cristiano e perciò fosse obbligato a considerare come un fatto positivo la persecuzione di Galileo Galilei».
Comunque il segretario dei Ds non è solo. La platea del congresso lo ha applaudito.
«Significa che una parte consistente dei militanti diessini sono d´accordo con lui. E questo mi pare scandaloso».
Non si può distinguere tra il Craxi leader socialista e il Craxi di Mani pulite?
«Sono esattamente la stessa cosa. Ammettendo la buona fede, chi distingue fa un errore ancora più grave».
Non crede alla buona fede dei dirigenti dei Ds?
«Non do giudizi morali. Vedo che è stato fatto un passo avanti molto forte nella rivalutazione di Craxi. E siccome Berlinguer e Craxi non possono stare nella stessa famiglia, penso che ci sia sotto qualcosa di più: la definitiva liquidazione di Enrico Berlinguer da parte di questo gruppo dirigente, al di là dei richiami patetici e commoventi che pure vengono fatti nei loro discorsi. Ecco, lì c´è sicuramente un po´ di ipocrisia».
(g.d.m.)
L’Ordine dei giornalisti non l'aveva mai fatto: ha richiamato Vauro, il vignettista satirico, per aver pubblicato una vignetta fortemente critica su Giovanni Masotti, conduttore del programma giornalistico della Rai: «Punto e a capo».
Due giorni fa il presidente Bruno Tucci gli ha dato un «avvertimento orale». Parlando esplicitamente di violazione del capoverso 3 dell'articolo 2 della legge del 3 febbraio 1963.
È la legge dell'Ordinamento dell'ordine dei giornalisti. Il capoverso 3 dell'articolo 2 dice: «Giornalisti e editori sono tenuti a rispettare il segreto professionale sulla fonte delle notizie, quando ciò sia richiesto dal carattere fiduciario di esse, e a promuovere lo spirito di collaborazione tra colleghi, la cooperazione fra giornalisti e editori, e la fiducia tra la stampa e i lettori». Deve essere un lapsus, di quelli seri. E non c'è niente da fare, quando hai a che fare con i vignettisti satirici, finisce sempre che l'ironia che corre per il mondo ci mette qualcosa di suo. Il capoverso 3 sarebbe di ammonimento proprio a Giovanni Masotti, che ha definito le vignette del suo collega Vauro a lui dedicate (sono più d'una) un'iniziativa di stampo «brigatista», senza preoccuparsi del fatto che rivolgersi all'Ordine per una vignetta satirica ha qualcosa di paradossale e francamente un po' ridicolo. Stendendo poi un velo pietoso sullo stampo «brigatista». In realtà il capoverso a cui voleva fare riferimento l'Ordine, sbagliando incredibilmente su una legge che dovrebbe conoscere a memoria, è invece il capoverso 1 dell'articolo 2, che recita: «È diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà d'informazione e di critica, limitata dall'osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede». Diritto insopprimibile, appunto: diritto insopprimibile limitato dall'osservanza delle norme di legge a tutela della personalità altrui.
Masotti non si sente tutelato dal contenuto di una vignetta satirica. E allora cosa si sarebbe dovuto fare, e mi riferisco a buona parte del mondo politico italiano che sta a sinistra, con tutte le vignette di Giorgio Forattini di questi ultimi anni? Ossessive, esagerate, eppure espressione di una libertà di satira e di opinione che è sacrosanta e che va difesa a ogni costo: per Forattini, per Vauro e per chiunque.
Ma questi sono tempi davvero strani; cupi e caporaleschi, per certi aspetti, dove la censura, o la ripicca, si esercita in un modo ambiguo. Masotti poteva querelare Vauro per diffamazione, ma non lo ha fatto; probabilmente poi avrebbe dovuto pagare le spese processuali. E invece cosa è successo? Masotti ha chiesto all'Ordine professionale di esercitare un potere di veto e di avvertimento. Un potere che l'Ordine ha, ed esercita, per cose assai più serie e più gravi; per tutelare i minori, ad esempio.
E perché avviene questo? Perché in realtà si vuole intimidire senza averne il diritto. Cosa dovrà fare Vauro da ora in poi? Dovrà rifarsi al capoverso dell'articolo 2, quello che gli dà sì un diritto insopprimibile, ma lo rende pur sempre richiamabile all'Ordine, per l'appunto? Dovrà stare più attento ai disegni o alle frasi che mette nelle vignette? E una matita dai tratti più spessi e più offensiva di una matita sottile? Il fumetto con la scritta che occupa uno spazio minimo è meno invadente e dunque più tollerabile di una scritta che occupa tutto il disegno? E una vignetta a colori, è più realistica, e dunque più offensiva, di una disegnata con pochi tratti? E ancora: quanta responsabilità hanno i giornali sulla vignetta? Se è pubblicata in grande l'ammonimento è più grave e il capoverso della legge è più violato, oppure l'articolo 2 viene violato comunque, anche se viene usato un formato francobollo su un giornale formato lenzuolo?
Sono paradossi, è ovvio. Il diritto di satira, e i limiti della satira in casi estremi, ma proprio estremi, possono essere stabiliti per legge: anche se è materia davvero assai sfuggente. Ma quando non è la legge a entrare in campo, quando non è un magistrato, un sostituto procuratore della Repubblica, a stabilire cosa sia lecito e cosa non lo sia, quando non sono tre gradi di giudizio a incolpare qualcuno per aver sfruttato il suo ruolo di opinionista per diffamare il prossimo, ma è un ordine professionale, attraverso un suo organo di controllo, le cose non vanno bene. E non vanno bene perché per prima cosa si è persa l'ironia, e poi perché si è cancellata quella grande regola per cui si rispettano le opinioni altrui, soprattutto quelle che danno più fastidio.
Tutto questo è il risultato di un nuovo sistema di potere che fino a qualche anno fa era inimmaginabile. Non è strano che siano proprio certi giornalisti, televisivi in particolar modo, i più nervosi di tutti in vicende come queste. Sono quelli più esposti e dunque quelli che più hanno da perdere dalla satira e dallo scherno. Sono quelli che devono prendere atto che neppure la legge è dalla loro parte. Così vanno all'Ordine professionale, e chiedono avvertimenti e richiami. E pazienza se poi i capoversi a cui si fa riferimento sono quelli sbagliati.
Quando Vauro fece l'esame da giornalista, nel giugno del 1987, stessa sessione di Giuliano Ferrara, il presidente della commissione esaminatrice, un magistrato, gli chiese quali mai fossero i limiti della satira. E lui rispose: «I limiti della satira? La satira per definizione non può avere dei limiti». E il presidente, incalzando: «Ma lei non si pone un problema etico...». E Vauro: «Io? Io faccio vignette, io sono un vignettista satirico».
Non spiegò quel giorno che Walter Benjamin sosteneva che la satira deve essere «cannibalesca» (kannibalisch), e deve trarre linfa e vita proprio dal conformismo e dall'ipocrisia di chi è compromesso con il potere. Ma il senso delle parole di Vauro ricalcava il pensiero di Benjamin. Erano tempi migliori, le sue risposte furono giudicate idonee e convincenti, e passò l'esame da giornalista. Adesso per gli stessi motivi per cui fu promosso all'esame di giornalista, viene ammonito proprio dall'ordine dei giornalisti. Mala tempora...
Titolo originale: New Berlusconi Investigation Is Called Politicking – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
ROMA, 29 dicembre – I magistrati hanno avviato un’altra indagine che riguarda il Primo Ministro Silvio Berlusconi, che potrebbe aver ordinato il pagamento di almeno 600.000 dollari nel 1997 a un avvocato britannico perché mentisse a suo favore in due processi.
I fatti su cui si indaga, riferiti dal quotidiano Il Corriere della Sera giovedì, sono stati decisamente negati sia dal portavoce di Berlusconi, Paolo Bonaiuti, che dal suo avvocato, Niccolò Ghedini. Hanno liquidato l’indagine come una manovra politica in vista delle elezioni generali italiane di aprile.
”È cominciata al campagna elettorale” ha detto Bonaiuti in una dichiarazione, accusando il Corriere della Sera e i magistrati di Milano di lavorare insieme per impedire la rielezione di Berlusconi.
Per anni, Berlusconi ha schivato una serie di processi, attraverso un’abile strategia legale e, sostengono i suoi critici, costruendosi leggi pensate per evitargli il carcere. Nonostante questo, le nuove indagini mostrano che i magistrati, da lui accusati di essere simpatizzanti dell’opposizione di centrosinistra, non hanno rinunciato. Crea anche un’ulteriore difficoltà per Berlusconi, l’uomo più ricco del paese, che cerca un secondo, con i sondaggi che lo mostrano alle di Romano Prodi, già primo ministro.
In un articolo di prima pagina sulle nuove indagini il Corriere della Sera, quotidiano più venduto in Italia, ha riportato che Berlusconi e l’avvocato inglese David Mills, sono stati “invitati” a comparire davanti ai magistrati di Milano il 3 dicembre, per discutere i nuovi elementi.
Secondo la legge italiana, non esiste l’obbligo di presentarsi, e nessuno di loro l’ha fatto, secondo il giornale. Ghedini, avvocato di Berlusconi e membro del Parlamento eletto per il partito di Berlusconi, Forza Italia, ha dichiarato che le idagini sono “nelle fasi preliminari e non è emerso niente che interessi la difesa”.
Il Corriere ha comunque riportato che la convocazione di testimoni come Berlusconi e Mills indica come le indagini si stiano avvicinando alla fine. Ha detto che i magistrati potrebbero decidere entro il prossimo mese se richiedere a un giudice di istruire un eventuale processo.
Mills è sposato con Tessa Jowell, ministro britannico per la Cultura, Comunicazione e Sport.
Il Corriere sostiene che i magistrati indagano sull’autorizzazione a versare “non meno di” 600.000 dollari a Mills dal manager, ora deceduto, della Fininvest, l’enorme holding di Berlusconi, nel 1997, per testimoniare a favore in due occasioni. Una nel novembre 1997, in un processo per corruzione dove Berlusconi era accusato di aver corrotto funzionari del fisco; l’altro nel gennaio 1998, in un procedimento dove lo si accusava di un piano per inoltrare 12 milioni di dollari al partito dell’ex primo Ministro Bettino Craxi.
Berlusconi fun condannato in entrambi i casi nel gennaio 1998, anche se poi assolto in appello nel 2001 nel primo, e escluso nel secondo per scadenza dei termini di proscrizione.
Titolo originale: A new left turn for Europe– Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Quindici anni dopo la cadute del Muro di Berlino, l’eredità del comunismo sta lasciando un nuovo segno nel panorama politico. Spesso si è trattato di “rinnovarsi o morire”, e rinnovarsi ha significato nuove alleanze, che avrebbero fatto rivoltare nella tomba i padri fondatori.
Ma in molti paesi, una sinistra ibrida sta sviluppando la capacità di riempire il vuoto sempre più ampio che si crea mentre i partiti socialdemocratici come il Labour in Gran Bretagna o la SPD in Germania, adottano alcune politiche della destra. Il cauto ottimismo di Oskar Lafontaine in Germania, uno dei primi a combattere dall’interno questa tendenza, ne è un simbolo.
Lafontaine e il nuovo Linkspartei che guida, si muovono sul palcoscenico europeo. Il partito è stato fra gli organizzatori del primo congresso di questo nuovo animale politico, lo European Left Party (ELP). Ben 360 persone hanno partecipato al congresso tenuto a Atene nello scorso fine settimana. Si andava da protagonisti significativi sulla scena europea, come il Partito della Rifondazione Comunista, partner radicale nell’Unione di Romano Prodi, la coalizione che spera di scalzare Silvio Berlusconi nell’aprile del prossimo anno, sino a piccole formazioni come il Partito Comunista dell’Estonia, liete di “far parte di qualcosa di grande”, per dirla col suo delegato Sirje Kingsepp.
Quello che hanno in comune è l’impegno a rinnovare la sinistra nel quadro di una strategia comune europea. Erano assenti i partiti comunisti ortodossi, come quelli del Portogallo e della Grecia.
Frequentatore abituale delle riunioni all’Internazionale Socialista, Lafontaine è in un’ottima posizione per giudicare la particolarità del nuovo attore politico: “La differenza è che qui i partiti sono impegnati in una strategia di dimensione europea” dice. “Uno degli errori dei gruppi socialdemocratici [nel passato] era che fossero troppo preoccupati delle questioni nazionali. Era molto difficile trovare soluzioni a livello europeo. Qui la situazione è migliore”.
Lafontaine concede che una delle ragioni di ciò è che i partiti riuniti allo Stadio della Pace e dell’Amicizia, poco fuori Atene, sono anche fuori dai governi. “I partiti di governo sono sedotti dalle priorità nazionali. Qui c’è una discussione migliore, senza i pericoli dell’opportunismo”.
Ma che dire, del pericolo di impotenza? Si è discusso di campagne a scala europea: contro la direttiva Bolkestein sulla privatizzazione dei servizi; per i diritti degli immigrati e dei richiedenti asilo; per il ritiro delle truppe dall’Iraq. È stato eletto un esecutivo col compito di coordinare le varie iniziative, non solo fra i partiti componenti, ma anche movimenti sociali e sindacati.
L’intenzione è di creare un attore politico e un’identità europei: qualcosa di più dei blocchi all’interno del parlamento europeo, che sono essenzialmente gruppi di pressione su temi nazionali. Uno dei componenti dell’esecutivo ha ipotizzato che alle prossime elezioni europee i partiti potrebbero presentare candidati sotto il simbolo dello ELP oltre al proprio, e magari scambiarsi i candidati attraverso i confini.
I delegati guardano a questo obiettivo pan-europeo con apparente fiducia. Lo slogan dell’evento era “ Possiamo cambiare l’Europa”. I delegati francesi vantavano ancora la vittoria nella campagna per il NO alla costituzione europea. Secondo loro la vittoria non è stata solo nel numero di voti, ma nel fatto che la maggioranza è stata conquistata senza sollevare pregiudizi antieuropei, con argomenti a favore di una Europa alternativa. Un effetto collaterale è stato la stessa campagna, che ha radicalmente trasformato la sinistra francese, producendo un riallineamento impensabile cinque anni fa.
Un segno di ciò era il presentarsi insieme di Alain Krivine, leader della Ligue Communiste trotzkista e antagonista storico del Partito Comunista francese, e dei dirigente dell’ala sinistra del Partito Socialista che avevano rotto con la linea di maggioranza per sostenere la campagna.
”Questa esperienza ci ha dato la sensazione che potevamo vincere, che non eravamo marginali” spiega Elisabeth Gautier, delegata del Partito Comunista Francese e rappresentante di Espace Marx, fondazione aperta di ricerca e dibattito.
I delegati italiani condividono questa fiducia. Sono arrivati pieni di entusiasmo dopo l’esperimento di tenere le primarie per la scelta del candidato dell’Unione contro Berlusconi. “Ci aspettavamo 2 milioni di partecipanti e invece sono stati 4,3. È un segnale di come la gente parteciperebbe alla politica se ne avesse la possibilità” spiega Salvatore Cannavò del Partito della Rifondazione Comunista.
La stretta collaborazione fra i partiti impegnati nello ELP rende questo tipo di innovazioni attraenti. È l’arricchimento incrociato di culture politiche, uno dei principali risultati del nuovo partito. “Abbiamo imparato molto dagli italiani” dice Christiane Reymann, femminista della PDS tedesca che ha guidato la rivolta al congresso di fondazione ELP contro il dominio maschile nel partito. “La loro influenza è stata vitale nella creazione del Linskpartei”.
L’esperienza italiana dimostra come i partiti hanno rinunciato a considerarsi un’avanguardia, e almeno tentino di vedere sé stessi come “un attore tra molti”, nelle parole di Fausto Bertinotti, leader di Rifondazione Comunista. Lavorare insieme ai movimenti sociali richiede un cambio di cultura e di linguaggio. Una rete autonoma femminista, per metà nel partito, metà indipendente ma sostenuta con fondi del partito, ha cominciato a portare la realtà un po’ più vicina alla retorica. Le predominanti facce e capelli bianchi maschili del congresso, indicano che c’é molta strada da fare.
Nota: il testo originale al sito del Guardian (f.b.)
Per l’Italia di Ciampi senza se e senza ma
Una panoramica, attorno alla leggetruffa, che “perché rimette in sella gli apparati dei partiti tagliando ogni comunicazione con la società civile”, Da la Repubblica del 9 ottobre 2005
LA DEMOCRAZIA è inclusiva per definizione. Il suo fondamento è quello di includere, non di escludere. Il suo unico «assoluto» (e tutto il resto è relativistica altrimenti non potrebbe includere) è d’impedire che le culture dell’assolutismo distruggano il sistema democratico. Il suo canone. Il suo presidio di libertà.
Vorrei partire da questa definizione per leggere correttamente quanto sta avvenendo in questi giorni nell’Italia politica e nell’Italia sociale, due piani di ascolto e di analisi che consentono di esaminare la nostra società nella sua interezza in una fase particolarmente agitata.
La campagna elettorale ormai in corso vede infatti la mobilitazione di tutti i gruppi di pressione, partiti, sindacati, associazioni economiche, movimenti culturali, istanze religiose, con l’obiettivo di posizionarsi per ottenere i migliori risultati possibili dal voto popolare e dagli effetti che potrà produrre sulla dislocazione del potere, la distribuzione delle risorse, la dinamica dei valori in gioco.
Nei momenti culminanti della vita democratica (il voto è uno di essi) è normale che i gruppi di pressione si mobilitino. Per interpretare i bisogni e le speranze dei cittadini. Per raccoglierne il consenso attorno ai valori e agli interessi dei quali ciascuno di loro è portatore. Per affermare la loro visione del bene comune. Per marcare differenze e negoziare alleanze.
Lo spettacolo d’una democrazia operosa, nella quale valori e interessi si confrontano con energica e onesta chiarezza, può essere esaltante. Oppure può essere avvilente e frustrante quando i messaggi sono trasmessi da lingue biforcute e impastati di menzogna e ipocrisia.
Chi osserva con occhi sgombri dal velo del pregiudizio e con animo partecipe ha dunque come obiettivo di contribuire alla chiarezza decifrando i messaggi delle parti in causa e misurando il loro contributo, positivo o negativo, rispetto all’interesse generale dei cittadini, affinché non trionfino i nemici della democrazia e il voto popolare non sia distorto dalla demagogia, dalla prevalenza del danaro, dal dominio dei mezzi di comunicazione, da tutto ciò che possa insidiare e alterare l’autonoma e consapevole determinazione del popolo, sovrano almeno ogni cinque anni.
In quella preziosa occasione compete al popolo giudicare il consuntivo e valutare le proposte di preventivo. Decidere se i gruppi e le persone che ha delegato a governare in suo nome abbiano operato bene o male. Confermarli o sceglierne altri.
La democrazia non è altro che questo. Ma è molto per chi vuole vivere libero, aspiri alla felicità possibile per sé e per la generazione che seguirà.
* * *
Dovessimo compilare la graduatoria dei personaggi che tengono la scena di questi giorni dovremmo mettere (come sempre del resto) Berlusconi al primo posto, seguito a non molta distanza da Ruini, Casini, Montezemolo. Seguiti a una certa distanza da Rutelli e Bertinotti. Poi D’Alema e Fassino. Poi Prodi.
Poi Pezzotta. Gli altri, a destra al centro e a sinistra, nel gruppone.
Questa graduatoria non riguarda il merito di ciò che dicono e fanno, ma semplicemente la quantità e l’intensità delle loro pubbliche esternazioni e interventi politici.
In ciascuno di loro ci vedi quel tanto di partigianeria che è inevitabile per chiunque parteggi. In alcuni essa è temperata da una visione più o meno organica del bene comune. Purtroppo non è il caso del presidente del Consiglio. La sua incapacità di concepire un sia pur generico disegno del bene comune è patologica, o meglio innata nella sua natura come è innato nello scorpione l’istinto di colpire col suo pungiglione ogni creatura che incontri sul suo cammino.
Berlusconi non sa quale sia il concetto stesso del bene comune. Infatti passa indifferentemente dall’antipolitica al politichese, dal liberismo al dirigismo, dal moderatismo alla radicalità, dall’ossequio verso l’establishment confindustriale alla lotta aperta contro, da Fini a Casini e viceversa. Detesta la magistratura (e questo è un punto fermo per lui). Vuole concentrare nelle sue mani tutto il potere possibile. Promette tutto il promettibile e anche più. Naturalmente non è in grado di mantenere quanto ha promesso anche perché spesso le sue promesse rasentano il favolistico e il miracoloso.
La sua vitalità è prorompente quanto la sua egolatria. Ha ridotto Follini ad un tappetino sul quale ormai si pulisce le scarpe quando rincasa. Adesso ha deciso di far approvare dalla maggioranza la legge elettorale, la riforma costituzionale, la «salva-Previti». E naturalmente la Finanziaria proposta dal fantasista Tremonti.
Dopo due anni di sconquassi interni al centrodestra ha recuperato il dominio del suo campo. Sette vite come i gatti. Fini è diventato afono. Casini si è allineato. Ragazzo spazzola. Bossi aspetta defilato. E il popolo? «Se gratta» avrebbe detto Trilussa. Ma con delusione e rabbia.
Almeno così sembra.
* * *
Giorni fa Casini ricevette a Montecitorio un Follini triste, accorato, sconfitto nel suo stesso partito. Gli disse: «Se rompiamo e andiamo da soli alle elezioni avremo al massimo 18 deputati. Col proporzionale ne avremo una trentina e saremo noi a indicare i nomi. Poi, a elezioni fatte, si farà finalmente politica. Che si vinca o che si perda».
Non so che cosa significhi «far politica» nel lessico del presidente della Camera. Temo che l’etica c’entri assai poco, come da tradizione storica del doroteismo del buon tempo andato. Anche Casini ha i suoi punti fermi. Il beneplacito del cardinale Ruini è uno di essi. La propensione a collocarsi al di sopra delle parti standone dentro fino al collo è un altro. Blandire l’opposizione quando sembra più forte e legnarla quando appare indebolita. A Follini vuol bene sinceramente. Quando il mare s’è messo a buriana l’ha gettato fuoribordo per alleggerire la zavorra. Però gli è dispiaciuto.
* * *
Anche la Confindustria si sta riposizionando. È interessante seguirne i movimenti perché è un pesce pilota e si imparano molte cose. Non muove molti voti ma funge da cartina di tornasole per segnalare gli umori dell’Italia produttiva e benestante. Più benestante che produttiva (ma la responsabilità non è mai la sua né dei suoi soci; è sempre di qualcun altro).
Nel centrosinistra molti pensarono, dall’elezione di Montezemolo in poi, d’aver acquistato un nuovo alleato. Ho scritto in tempi non sospetti che si trattava di un errore: la Confindustria non può identificarsi con una parte politica; quando l’ha fatto (con Alighiero De Michelis, col secondo Costa, con Giorgio Valerio e da ultimo con il D’Amato del convegno di Parma) è stata per lei una catastrofe.
La Confindustria deve difendere gli interessi degli industriali, questo è legittimo e utile. Non dovrebbe tuttavia pensare che quegli interessi coincidano interamente con quelli del paese. Invece purtroppo lo pensa e ci crede veramente. Si appoggia a parecchi luoghi comuni che fanno breccia tra gli ingenui.
Uno di essi, il più usato, è: prima bisogna produrre la ricchezza e poi si può pensare a redistribuirla. Sembra una verità assolutamente ovvia. Per cui ogni programma di ogni governo dovrebbe avere come base quell’elementare verità. Prima produrre poi distribuire. È terribilmente simile alla questione dell’uovo e della gallina. Quale dei due viene prima dell’altro? Produrre e poi distribuire. Se camminiamo in fila in linea retta sai chi sta davanti a te e chi dietro di te, ma se camminiamo in circolo sei davanti e contemporaneamente dietro a ciascuno dei girotondisti.
Per produrre al massimo possibile e con i migliori risultati devi partire da una certa distribuzione delle risorse. Per esempio da un mercato sostenuto da un potere d’acquisto diffuso. Ecco un caso in cui la distribuzione è un prius e la nuova ricchezza prodotta viene dopo. Gran parte della «Teoria generale» di Keynes si basa su questa tesi sia per quanto riguarda la domanda sia l’efficienza marginale degli investimenti e il tasso dell’interesse.
La piena occupazione viene prima o dopo? Il salario è una variabile indipendente o lo è il profitto?
Si tratta, amici della Confindustria, di verità ideologiche e quindi relative e soggettive, non di verità assolute. Le decide il potere, non il mercato il quale può tranquillamente funzionare sia con un salario indipendente sia con un profitto indipendente. Statisticamente il capitalismo ha quasi sempre funzionato in presenza della seconda condizione, ma le sue crisi ricorrenti sono derivate proprio da lì.
Dunque Montezemolo deve mantenersi lontano dai protagonisti politici.
Ma di una cosa la Confindustria dovrebbe invece preoccuparsi moltissimo perché riguarda direttamente gli interessi dei suoi associati oltre che quelli di tutto il paese: dovrebbe opporsi con tutti i mezzi all’avvelenamento dei pozzi da parte degli attori della vicenda politica. Avvelenare i pozzi significa infatti rendere impossibile il funzionamento del sistema democratico.
In realtà questa è stata l’essenza del berlusconismo in questi cinque anni di governo: l’avvelenamento dei pozzi. Nella dilapidazione della pubblica finanza. Nella politica fiscale. Nello smantellamento della fiducia pubblica all’interno e all’estero. Nel conflitto d’interessi d’un capo di governo padrone e con la mentalità del padrone. Nel vilipendio sistematico della magistratura e nello smantellamento dell’ordinamento giudiziario.
Nell’indebolimento delle Autorità di garanzia.
Da ultimo «but not least» la riforma elettorale che costituisce l’avvelenamento dei pozzi definitivo, perché rimette in sella gli apparati dei partiti tagliando ogni comunicazione con la società civile e perché rende il paese tecnicamente ingovernabile più di quanto già non sia stato.
Ho invece sentito nel discorso di Montezemolo a Capri una bocciatura dell’attuale sistema maggioritario. Che cosa vuol dire? Un via libera a una riforma proporzionale? Qui non si tratta di giudicare in astratto, ma di valutare questa legge specifica con liste bloccate, tre soglie di sbarramento, un premio di coalizione che contenga la maggioranza al minimo possibile, la designazione del nuovo capo del governo fatta dai partiti a dispetto dei poteri costituzionali del Quirinale. Poteri di ricatto di partiti e partitini moltiplicati per cento rispetto alla già dolente situazione attuale. Questo è l’avvelenamento dei pozzi: l’ingovernabilità sancita per legge per contenere i danni della sconfitta temuta dal Cavaliere. Questo piace alla Confindustria?
Casini vuole anche lui e lavora per questo risultato che gli darà mano libera coi suoi trenta deputati. Mi dicono che a Capri sia stato applaudito per oltre due minuti.
Male, caro Cordero di Montezemolo. Non per gli applausi a Casini, che è uomo giovane bello e simpatico. Male perché avete capito - temo - molto poco di quanto sta accadendo.
Poi vi lamenterete perché la competitività scende. Ma rassicuratevi, non scenderà più perché siete arrivati in fondo alla classifica mondiale.
* * *
C’è una sola istituzione e una sola persona che adempie ai suoi doveri senza fare mai niente di più e niente di meno di quanto non gli sia assegnato dalla Costituzione e dalle leggi: il presidente della Repubblica. Nel generale marasma, se c’è un uomo e un’istituzione che tengano dritta la barra del timone, li troviamo al Quirinale. Quello è, lo scrivo ancora una volta, il punto di raccolta delle tantissime persone perbene e di buona volontà di questo paese.
Tempo fa fu pubblicata su questa pagina una vignetta del grande Altan che ancora ricordo per la sua incisività.
Diceva, l’omino da lui disegnato: «Ho voglia di vomitare, senza se e senza ma». Farò una perifrasi più speranzosa: «Ho voglia che vinca l’Italia di Ciampi senza se e senza ma». Me lo auguro di tutto cuore per tutti noi.
LA DISCUSSIONE sul "centro" diventò uno dei temi favoriti del chiacchiericcio italico fin dal 2001, quando Berlusconi batté il centrosinistra guidato da Francesco Rutelli. Nel 2003, con le prime sonore sconfitte amministrative subite dalla Casa delle libertà la chiacchiera salottiera si trasformò in polemica politica. Ma dopo la schiacciante vittoria dell’Ulivo nelle regionali del 2004 il tema del centro e della sua possibile resurrezione ha ispirato la condotta di una parte non trascurabile della classe politica e di quella economica, ha suscitato l’attenzione quasi maniacale di alcuni giornali e di quasi tutti i dibattiti televisivi e ha ottenuto il convinto appoggio dell’Udc di Casini e Follini che ne ha fatto motivo di scontro all’interno del centrodestra. Scontro arrivato a un tale livello di intensità da compromettere l’esistenza stessa della coalizione.
Negli ultimi giorni l’intensità si è indebolita, come del resto è sempre avvenuto tra alleati litigiosi ma legati da convenienze elettorali imprescindibili. Ma sotto quella cenere il fuoco non è affatto spento e le sue propaggini lambiscono anche il sottobosco dell’Ulivo, materia infiammabile per eccellenza come ben sanno i piromani delle nostre estati.
Insomma la rinascita del centrismo tiene banco all’interno del gracile establishment italiano, suscita entusiasmi di vecchi arnesi e di giovani leve e contrapposti anatemi.
Vedere gli uni e gli altri all’opera può essere un test valido sulla vanità, l’ipocrisia e la pigrizia mentale che affliggono la nostra classe dirigente, compresa in essa gran parte dei "petits maîtres" che affollano le tribune giornalistiche e televisive producendo mirabili confusionismi lessicali, scambiando i moderati con i liberali, i liberali con i riformisti o, a scelta, con i conservatori, questi ultimi con i nazionalisti, giocando a palla con queste parole diventate intercambiabili e raccolte tutte nel taumaturgico contenitore del centrismo. Insomma, un chiassoso circo equestre di scadente qualità.
«A mio parere vanno tenuti distinti gli elettori di centro dai partiti di centro: i primi sono preziosi, i secondi dannosi. Gli elettori di centro sono preziosi perché meno ideologici e più orientati ai risultati di quanto non lo siano i loro concittadini di destra e di sinistra; hanno una mobilità di voto che vivacizza la competizione tra i due schieramenti e rafforza il controllo dell’opposizione sulla maggioranza. I partiti di centro invece sono dannosi perché quando assumono consistenza diventano inamovibili e depotenziano la competizione politica a sfavore del buongoverno».
Questa lucida diagnosi l’ha scritta venerdì scorso Franco Bruni sulla Stampa. Descrive perfettamente quanto è accaduto per quarant’anni con la Democrazia cristiana e con le sue alleanze a geometria variabile ma sempre attorcigliate attorno al centro. Naturalmente la Dc operò in un comodo stato di necessità determinato dalla guerra fredda e dalla indisponibilità democratica del Pci.
Oggi le condizioni sono molto diverse ma la tentazione di dar vita a partiti di centro permane. La tentazione si fa sentire con molta forza nell’Udc, in settori di Forza Italia, nell’Udeur di Mastella, nella Margherita di Rutelli. Ma si fa sentire soprattutto nella "business community".
Gli affari sono affari e viaggiano sulla lunghezza d’onda dell’etica degli affari: produrre ricchezza, trattenerne la parte maggiore per finanziare l’impresa e remunerare il capitale, pagare le imposte nella misura minima possibile, indurre lo Stato e la classe politica a impregnarsi della cultura imprenditoriale, la sola che possa promuovere lo sviluppo del paese e il benessere di tutti gli strati sociali.
Questa, grosso modo, è l’etica degli affari, anzi del capitalismo nelle sue forme migliori. Prevede regole e sanzioni per chi non le rispetta, purché appunto le regole riflettano la cultura dell’impresa. Naturalmente ci sono anche imprenditori che se ne infischiano delle eventuali regole e fanno di tutto per eluderle. Sono parecchi, ma per convenzione sono considerati "mele marce" che non dovrebbero inquinare le mele buone.
Quanto sia valido questo assioma in un paese dove il capo del governo e della maggioranza è una mela col verme in corpo, è un’anomalia che ha creato e continua a creare non pochi problemi.
Così stando le cose, risulta evidente che il luogo preferito dai capitalisti "buoni" (ma anche da quelli "cattivi") è il centro poiché dal centro ci si può più agevolmente muovere verso i due schieramenti maggiori «secondo i risultati», come ha scritto il professor Franco Bruni sopra citato. Ma il professor Bruni converrà che non tutti i ceti sociali ragionano sulla base della cultura d’impresa. Non esiste infatti soltanto quella in un paese maturo e complesso.
Esiste per esempio la cultura della solidarietà sociale, la cultura ecologica, la cultura dell’eguaglianza delle posizioni di partenza, la cultura della felicità. E non è affatto detto che i risultati in base ai quali queste varie culture giudicano le azioni di un governo siano gli stessi. Anzi non lo sono affatto.
Sicché può accadere (accade sempre più spesso) che mentre quei famosi risultati sono soddisfacenti per i moderati di centro dediti alla cultura d’impresa, siano invece considerati insufficienti o addirittura pessimi da chi è sensibile alla cultura ecologica o a quella solidaristica o all’occupazione eccetera eccetera. Come si forma in tali condizioni una maggioranza in grado di governare?
Tutto ciò per dire che in una società complessa non è solo il centro a decidere, ma una quantità di altri ceti, valori, risultati che vanno tenuti insieme da finalità e anche idealità che trovino tra di loro un comune denominatore. La democrazia è appunto questo e spetta alla politica, alla buona politica riuscire a tenere insieme queste diversità non con i teoremi delle scuole studiati a tavolino bensì con sentimenti, passioni, esperienza del vissuto e speranze per l’avvenire.
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Credo che i centristi "full time" dell’Udc siano perfettamente consapevoli delle riflessioni fin qui svolte e credo lo siano anche i centristi di sinistra. Se perseverano nel loro programma di reviviscenza del centro le motivazioni sono dunque altre. Quali?
Per quanto riguarda Casini-Follini i motivi che li spingono mi sembrano abbastanza evidenti. Vedono una probabile sconfitta della Casa delle libertà. Temono (con ragione) di esser proprio loro il partito più a rischio di un esodo rilevante di elettori moderati in fuga verso l’opposta sponda e ancora di più verso l’astensione.
Il loro problema è dunque di trattenerli e anche di spostare voti all’interno del centrodestra, da Forza Italia e da An sulle liste dell’Udc. In altre parole lottano per la sopravvivenza: trattenere gli elettori in fuga, reclutarne altri dai partiti alleati. Per ottenere questi (legittimi) risultati debbono forzare al massimo il dissenso rispetto alla leadership berlusconiana senza però rompere un’alleanza che è la sola tavola di salvezza di cui al momento dispongono. Poi, ad elezioni avvenute e comunque vadano, tutto sarà diverso.
Per quanto riguarda i centristi della sinistra il problema è diverso: vogliono raggiungere i Ds in quantità di consensi. Per questo tengono alta la tensione con quel partito utilizzando anche l’argomento della questione morale sorta a proposito del "risiko" bancario.
Se l’obiettivo sarà raggiunto, saranno in grado di negoziare da posizioni di forza la composizione del governo e la sua politica valendosi anche della probabile disponibilità dell’Udc a convergere su temi specifici e importanti.
Se poi le elezioni si concludessero con un sostanziale pareggio, avrebbero buone carte per puntare su una "grossa coalizione" non impossibile dopo la liquidazione di Berlusconi. Si tratta di un progetto realizzabile? Diciamo che si tratta di un progetto non impossibile. Ma è chiaro che, per la governabilità del paese, quel progetto si accompagna ad un lungo periodo di tensioni non propriamente idonee a farci uscire da uno stallo politico ed economico che dura da troppo tempo.
La soluzione migliore, in tempi agitati come questi, sta invece in una vittoria netta di una delle due coalizioni e, all’interno di essa, nel rafforzamento altrettanto netto del partito che funge da pilastro centrale. Non sto dichiarando preferenze per questo o quello, ma semplicemente esponendo le condizioni logiche di efficienza auspicabili per far uscire l’Italia dalla palude nella quale si trova.
Post scriptum. Debbo una breve risposta alla lettera che lunedì scorso Piero Fassino ha inviato al nostro giornale a proposito del mio articolo dedicato al tema delle Opa bancarie e in particolare al suo atteggiamento nei confronti dell’Unipol e dell’iniziativa presa da quella società nei confronti della Banca Nazionale del Lavoro.
Avevo posto al segretario dei Ds due specifiche domande: quale era stato il contenuto delle sue conversazioni telefoniche intercettate dalla Procura di Milano con Giovanni Consorte (Unipol); quale sarebbe stato il suo comportamento verso Consorte se l’ipotesi di una sua comune strategia con la Popolare Italiana (Fiorani) e gli speculatori Ricucci, Gnutti e compagni, fosse stata dimostrata. Ovviamente, nel porre tale domanda, avevo anche precisato che per quanto so di lui l’onestà di Fassino era comunque fuori discussione. I lettori ricorderanno forse le sue risposte che comunque riepilogo. Sul primo punto Fassino ha precisato di avere avuto con Consorte una sola telefonata nella quale si è informato sull’andamento dell’Opa. Ha anche detto di aver ricevuto telefonate dal presidente della Bnl, Abete, e da uno degli azionisti in contrasto con l’Unipol (Della Valle) che volevano anch’essi prospettargli le loro valutazioni.
Il segretario d’un partito importante può e anzi deve – dice Fassino – essere al corrente nelle grandi linee delle iniziative economiche che hanno un peso sull’economia del paese. Ha ancora precisato di non avere avuto alcun contatto né telefonico né d’altro tipo con il governatore della Banca d’Italia o con banchieri e operatori comunque interessati a queste vicende.
Sul secondo punto il segretario Ds ha ricordato i rapporti storici della sinistra con il movimento cooperativo aggiungendo di ritenere che il rafforzamento dell’Unipol nel rispetto delle regole vigenti sarebbe da lui considerato un fatto positivo. Ha tuttavia aggiunto che qualora un’unica strategia scalatoria fosse stata costruita da Consorte-Fiorani-Ricucci e compagni per opporsi con mezzi non leciti all’ingresso di banche europee in Italia e – peggio – per assaltare un importante giornale italiano, allora il suo atteggiamento verso Unipol non avrebbe potuto non tener conto di questi fatti.
Personalmente trovo del tutto soddisfacenti queste risposte mentre continuo a ritenere che i politici debbano astenersi da qualunque contatto con operatori durante una competizione in corso.
Reputo anche che l’insistenza sul tema Unipol da parte di altre voci interessate a impedire che quella società possa realizzare la sua iniziativa nel pieno rispetto delle regole sia pienamente legittima se adottata dalla parte in causa (Banca di Bilbao) e viceversa nasconda intenti di altro tipo se adottata da terzi in mancanza di fatti nuovi.
Unipol ha presentato da pochi giorni il suo prospetto alla Consob, alla Banca d’Italia, all’Isvap e all’Antitrust. Dalle analisi di queste quattro istituzioni conosceremo se l’operazione è validamente assistita da risorse e da motivazioni. Poi ogni osservatore potrà interloquire non più sul piano della questione morale ma su quello della valutazione economica.
LA STRAGE della stazione di Bologna è del 2 agosto 1980. Venticinque anni fa e i parenti delle vittime, 85 morti e 200 feriti, sono ancora lì a chiedere la verità sugli ispiratori e sui mandanti dell'eccidio.
Il segreto di Stato di cui da tempo si chiede l'abolizione non consente che si faccia luce piena, censure, depistaggi, deviazioni fatti da apparati dello Stato, muri di gomma ieri come oggi continuano. In più si sono aggiunte le false verità, le confusioni non casuali e le voglie di protagonismo di personaggi come un ex presidente della Repubblica, le ambiguità di commissioni di inchiesta come la Mitrokin.
Nel primo processo di Bologna vennero condannati all'ergastolo come esecutori materiali Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, a decine di anni per banda armata, depistaggio, istigazione a un gruppo di neofascisti romani e a ex ufficiali dei servizi segreti. Nel mazzo dei condannati c'erano anche il venerabile Licio Gelli e il suo collaboratore in trame segrete Pazienza.
Sei anni prima sulla linea ferroviaria Firenze-Bologna era avvenuta la strage dell'Italicus, un treno rapido, una bomba, 12 morti e 44 feriti. Si rifà il processo nel '94: conferma dell'ergastolo per la Mambro e Fioravanti e dieci anni per i depistatori.
Insiste a voler cooperare con la giustizia il senatore Cossiga che indica una prima fantomatica pista arabo-palestinese, poi si dichiara convinto dell'innocenza di Fioravanti e della Mambro: "Non ho mai ritenuto i due responsabili dell'eccidio di Bologna. L'ultima assai debole sentenza è da ascriversi alle politiche".
Gli risponde il presidente dell'associazione fra i familiari delle vittime: il programma terroristico del neofascismo consiste in una aggressione continua, a pioggia, che deve intimidire i comunisti, rafforzare l'organizzazione militare, scardinare il sistema. Attentati alle sedi dei partiti della sinistra alle cooperative, stragi nelle piazze e sui treni.
Nella lotta armata i fascisti engages diventano degli enrages. Sentite il racconto di uno che milita a Roma in Ordine Nuovo "avrei voluto far saltare l'obelisco di piazza del Popolo, questi bastardi seduti ai caffè piangerebbero anni sullo stupro compiuto. Sfaccendati privi di spina dorsale. Noi siamo per lo scontro uomo contro uomo. Prima di partire i nostri vengono preparati moralmente perché imparino a spaccare le ossa anche se uno si inginocchia e piange".
Questo odio è anche espressione di debolezza, tende a caricare sugli altri il proprio fardello d'incertezza e di paure. Le letture di questi terroristi sono le opere razziste di Evola e del prenazismo di von Salomon, le cronache dei Freu korps, i volontari che alla fine della Prima guerra mondiale continuano a difendere i confini orientali del Reich. I proscritti von Salomon e la Ricolt contro il mondo moderno di Evola sono i libri che il filosofo Paolo Signoretti, uno degli indagati per la strage di Bologna, porta nel suo zaino. Per i terroristi neri le armi diventano oggetto di culto. Molti militanti hanno tagliato con la legalità nell'adolescenza.
Fioravanti dice "mi sono trovato a fare la lotta armata perché mi piaceva farla, posso dire che era l'unica cosa che io potevo fare e che la mia mente potesse concepire. Della sconfitta non mi sono mai preoccupato perché siamo una generazione di sconfitti". "Spiace vedere personaggi legati al governo prendere sul serio le panzane e le tesi fantastiche del senatore" e si riferisce a due deputati della destra che hanno chiesto la riapertura delle indagini sulla pista araba.
Ma Cossiga insiste: "A Bologna non è ancora caduto il Muro di Berlino, non è stata smontata la Cortina di ferro. Per la causa della sinistra i colpevoli dovevano essere i fascisti. Per la causa dovevano essere responsabili della strage i fascisti e quello che per la causa doveva essere è".
L'ex presidente emerito della Repubblica non spiega per quale arcana ragione negli anni '80 dei terroristi arabi dovessero partecipare alla catena di stragi che insanguinarono quel periodo ed escludere un terrorismo nero che ne rivendicava orgogliosamente la responsabilità. I Nar, i guerrieri di Franco Freda che si riuniscono all'Holiday Inn di Bardolino davanti al quale squadre innalzano i labari e le croci uncinate. Sono accorsi anche i rappresentanti di Salò e delle formazioni naziste delle SS italiane e delle brigate nere
È passato molto tempo, ma il ricordo è ancora indelebile. Dieci anni fa nei primi giorni del luglio del 1995 (due mesi prima che finisse la guerra in Bosnia) le truppe serbo-bosniache di Mladic e Karadzic assediarono ed espugnarono Srbrenica, una delle cinque città bosniche che erano state dichiarate «zona protetta» dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite. Protetta - si fa per dire - da poco meno di 100 caschi blu olandesi e abbandonata - per un segreto accordo di scambio di territori - dalle truppe del governo musulmano. Da tre anni la Bosnia -Erzegovina era insanguinata da stragi, pulizia etnica, violazione continua dei diritti umani ai danni della popolazione civile: quello di Srbrenica fu l'ennesimo massacro e una irredimibile vergogna per la comunità internazionale. Quello che successe fu lo sterminio di migliaia di persone - soprattutto donne, vecchi, bambini- molte ammassate in fosse comuni, mentre altre migliaia, dopo un esodo di giorni arrivarono a Tuzla e in altre città della Bosnia. La comunità internazionale - cioè l'Onu, l'Unione europea, i governi - assistette inerte all'orribile massacro della popolazione civile e ad un altro atto della pulizia etnica che già aveva devastato la Bosnia e tutta la ex-Jugoslavia. L'allora capo delle missioni di pace dell'Onu - Kofi Anan - aveva chiesto 35.000 soldati per difendere le «zone protette». Il Consiglio di sicurezza di allora ne concesse solo 7.600, prevalentemente concentrati a Sarajevo, Bihac e Tuzla. A Srbrenica, ne arrivò solo un centinaio. Eppure solo pochi mesi dopo la comunità internazionale non faticò a mandare negli stessi posti 60.000 soldati per garantire gli accordi di Dayton. E oggi 150.000 soldati americani e occidentali - e non solo - sono in Iraq per per garantire la sicurezza della fase post-bellica, o - meglio - la continuazione della guerra sotto altre forme.
Di fronte a Srbrenica molti si commossero, molti si vergognarono per l'impotenza e l'ipocrisia con cui la comunità internazionale non aveva saputo impedire quest'altro sterminio, che seguiva le tanti stragi di Sarajevo, l'assedio di Mostar est (questo, ad opera dei croato-bosniaci), la strage di Tuzla di solo due mesi (maggio `95) prima, dove una granata delle milizie serbo-bosniache aveva ucciso quasi 100 giovani e adolescenti nella piazza principale della città. Molti allora incolparono l'Onu (in realtà anche la Nato e l'Europa non mossero un dito) e i giornalisti Dizdarevic e Riva erano già al lavoro per scrivere il loro libro «L'Onu è morta a Sarajevo», che avrebbe avuto in Srbrenica il degno e drammatico epilogo. In realtà la colpa fu dei paesi del Consiglio di Sicurezza e della Comunità europea che, prima alimentarono i nazionalismi e la guerra in Jugoslavia e poi assistettero impotenti e complici al dramma. La guerra in Jugoslavia fu così utilizzata non solo per distruggere la pace e la convivenza multi-etnica, ma anche per screditare e killerare l'Onu e rendere più difficile e contraddittorio il processo di costruzione europea. La guerra in Jugoslavia e Srbrenica fecero comodo a molti campioni della realpolitik e della geo-politica dei paesi potenti.
A 10 anni di distanza, giustizia non è stata ancora fatta, e - inevitabilmente - nessuna pace duratura si è consolidata in Bosnia e in ex-Jugoslavia. Nessuno ha chiesto perdono e nessuna riconciliazione sarà possibile finché verità, giustizia e pace non troveranno il loro riconoscimento. Ma Srbrenica interroga anche noi - pacifisti, sinistra, movimenti - spingendoci ad uscire da atteggiamenti ideologici e sbrigativi, di semplice rifiuto o denuncia. Le «nuove guerre» non si affrontano in modo semplicistico, dogmatico o da «tifosi», in cui scegliere da che parte stare, se essere filo questi o filo questi altri. L'unica parte con cui stare era e sono le vittime della guerra, i pacifisti e gli anti-nazionalisti, le comunità multi-etniche che volevano difendere la loro identità. A questi interrogativi i pacifisti erano e sono chiamati a rispondere non solo con le pratiche sul campo - la solidarietà e l'aiuto - ma con la politica. Allora cercammo di farlo: proponemmo (fu un'ipotesi avanzata da molti: l'Arci, l'Associazione per la pace, l'Ics, il manifesto) di «invadere» la Bosnia con 100.000 caschi blu dell'Onu con il mandato di usare la forza per difendere non solo gli aiuti umanitari ma anche le popolazioni civili. Se fosse stato fatto, forse non ci sarebbe stata Srbrenica. E, se fosse stato fatto nel 1991, nemmeno la guerra in ex-Jugoslavia.
Almeno su un fatto dovremmo essere d'accordo fra chi, anche fra noi, avrebbe votato sì e chi avrebbe votato no alla cosiddetta Costituzione europea: è stato sciocco credere di imporre ai cittadini un edificio istituzionale che ne determinerà l'esistenza devastando lo scenario sociale su cui avevano vissuto da mezzo secolo. Perdipiù senza consultarli prima né in corso d'opera, convinti di strapparne il consenso a cose fatte. E' sorprendente che lo abbia pensato anche la Cgil, oltretutto andando contro la Sgt. Ma Francia e Olanda hanno respinto il Trattato, la Spagna lo ha votato solo per fiducia in Zapatero, lo avrebbero respinto l'Italia e la Germania se non fosse passato in sordina nei parlamenti e non oserà sottoporlo a referendum la Gran Bretagna. Chiara lezione. Ma non sembrano averla capita le lamentazioni diffuse contro i popoli che sarebbero miopi ed egoisti. Come diceva Brecht? Il popolo ha dato torto al comitato centrale, sciogliamo il popolo. Siamo lì. Possibile che il comitato centrale europeo non si chieda il perché di un così massiccio rifiuto? Romano Prodi scriveva: siamo partiti dall'economia perché se fossimo partiti dalla politica chissà quando avremmo fatto l'Europa. Ometteva di dire che per «partire dall'economia» intendeva dare consistenza istituzionale e forza di legge alla messa in mora di quel compromesso sociale che era stato il modello europeo dopo due guerre mondiali.
Con il riconoscimento dei diritti dei «senza capitale», lavoratori in produzione e cittadini non più o non ancora in produzione (pensionati e studenti) in nome di un solo sacro principio: la libera circolazione su scala mondiale di capitali e merci. Questo è il Trattato, che conserva non più che qualche diritto politico già esistente nelle precedenti costituzioni statuali europee, compresa una idea brutalmente esclusiva invece che inclusiva della cittadinanza. Risultato: i governi di centrosinistra che hanno propiziato l'operazione e l'hanno messa in atto (abbassamento di salari e spesa sociale, precarizzazione del lavoro, privatizzazioni, ossessione antinflattiva - tutte le ricette preconizzate da Almunia o Fazio o l'Ocse) sono stati puniti. Sono caduti prima Jospin, D'Alema e Amato, sta cadendo Schroeder, sta perdendo Blair. E ora oscillano ridicolmente fra tentazioni protezioniste e tagli sociali ancora più crudeli. Oltre che arrogante, il comitato centrale europeo è anche, salvo il rispetto, piuttosto ignorante. Possibile che scopra adesso a quasi novant'anni da Weimar, a venti dal sorgere della Lega nord e a un mese dal torbido localismo che sta venendo su nel Mezzogiorno, che nel rifiuto confluisce anche un furioso populismo di destra? Sono le loro scelte che lo hanno seminato, reciproco d'una divaricazione sociale da tempo senza precedenti, di un ventaglio scandaloso fra rendite, profitti e salari. Mentre da D'Alema al Lerner di Milano-Italia al Santoro di Samarcanda si è creduto di cavalcare una spinta democratica dal basso. Almeno questi processi avessero portato a una crescita - aggiunti ai vecchi mali italici ci hanno scaraventato in piena recessione. «Studiate anatomia che il diavolo vi porti» viene a punto l'antica invettiva da rivolgere ormai alle sinistre storiche e a quella non meno arrogante nuova sinistra, che dal 1977 insegue le «nuove» figure sovversive odiando quelle che definisce vecchie e delle quali i trattati fanno strage.
Naturalmente restano in piedi imperturbabili Banca centrale, Commissione, i trattati separati, nonché un parlamento fra depotenziato e imbelle. Non ci sarà nessuna Europa democratica senza che si dia priorità, nel metodo e nel merito, ai cittadini e ai loro bisogni, senza ascoltarne anche povertà e solitudini, senza imporre una regola ai capitali e una sanzione alle rendite, senza tentar di andare insomma a politiche anticicliche, cioè alla politica tout court dopo anni di ripiegamento. L'Europa è un enorme spazio geografico, storico, economico, culturale e sociale che quelle che si vogliono sinistre devono tornare ad ascoltare con più umiltà, vergognandosi dei trattati e delle direttive Bolkestein. E cercando di mettere in piedi un modello che non faccia finta di aver superato il conflitto sociale e che il mercato non sarà mai in grado di costruire.
Si parla con tanta solenne insistenza di verità e dignità, a proposito della morte di Calipari il 4 marzo scorso a Baghdad, che qualche dubbio finisce con l’affacciarsi alla mente. È come quando si fa appello con enfasi ripetitiva e ostentata al patriottismo, o all’italianità, o all’onore e ad altre somme virtù. A partire dal momento in cui proliferano nervosamente in tutti i discorsi pubblici, le parole si svuotano di senso sino a divenire forme che celano l’autentica sostanza.
I gesti sono maestosi e apparentemente limpidi, ma nascondono in realtà comportamenti equivoci, malintesi che non si confessano, certezze che capricciosamente mutano a seconda dei bisogni politici o ideologici. Si esibiscono esagerate passioni, ma dietro di esse c’è qualcosa che assomiglia non al vero, ma piuttosto a un accumularsi di bugie ammantate di rettitudine.
È come se un mondo parallelo e fatto di bisbigli coabitasse a fianco del mondo visibile e rumoroso dove vengono pubblicamente rappresentati il sacrificio di Nicola Calipari e il ferimento di Giuliana Sgrena. Come se esistesse un altro vocabolario, un altro contesto, un’altra evidenza non detta, al di là delle due verità contrastanti su cui si son messi d’accordo, venerdì, gli italiani e gli americani presenti nella commissione d’inchiesta congiunta sull’uccisione di Calipari.
Nel mondo delle verità proclamate e visibili c’è quel che dice con grande orgoglio la classe governante italiana, a propria difesa, e anche quel che dice di sé l’amministrazione statunitense, non meno orgogliosamente sicura delle proprie evidenze («Due ragioni non fanno due torti. Sono due ragioni», scrive Giuseppe D’Avanzo su la Repubblica). Gli italiani sostengono che l’automobile di Calipari subì un attacco amico che non aveva giustificazioni, visto che il veicolo andava a velocità moderata e che non fu dato il preavviso.
Gli americani affermano invece che la Toyota Corolla correva veloce e che il preavviso vi fu. All’ultimo momento il Pentagono ha addirittura fornito una prova: alcune foto scattate da un satellite, che certificano l’eccessiva velocità dell’automobile (96 chilometri orari). I soldati non avrebbero potuto far altro che sparare, visto che in Iraq sono in guerra e che in guerra simili incidenti sono ricorrenti se non normali. Sono a tal punto normali che i militari dei posti di blocco obbediscono a regole d’ingaggio non restrittive, ma adattate a queste pretese normalità belliche.
La verità manifesta degli italiani è un’altra e ha anch’essa la sua ragion d’essere. I soldati Usa e i loro superiori sapevano della missione dei servizi italiani, anche se Washington nega, e forse sapevano anche che nell’auto c’erano due agenti del Sismi e la Sgrena liberata. La sparatoria dunque è stata una colpa, che è ben più di un errore: in realtà è un crimine di cui i vertici politici e l’esercito Usa devono assumersi apertamente la responsabilità, soprattutto verso uno Stato che a parole considerano come alleato particolarmente fidato, e particolarmente prezioso.
Da molti punti di vista la versione italiana appare più verosimile, ed è un segnale di grande correttezza quello che il governo Berlusconi ha trasmesso: con l’America resta l’alleanza di sempre, ma questo non significa che alle amministrazioni statunitensi tutto sia permesso, compresi l’arbitrio e l’insulto e il crimine. Inoltre l’Italia ha patito più volte di questa vocazione americana al «tutto è permesso»: l’assoluzione dei piloti che uccisero 20 persone nella sciagura del Cermis, nel 1998, è un episodio che ha reso edotti governanti di sinistra come di destra.
La verità parallela e fatta di sussurri non contraddice tutti questi fatti e non scredita l’intransigenza manifestata infine da Berlusconi, ma dice cose meno limpide, più complicate e forse più vere sulla condotta dei dirigenti italiani come di quelli americani. Gli americani, innanzitutto, sostengono cose chiare e pensano cose torbide, a proposito delle cosiddette regole d’ingaggio cui debbono obbedire i soldati e i loro superiori. Tali regole sono ovviamente più elastiche in epoche di guerra che di pace.
Ma è vero anche che le norme e prescrizioni si son rivelate arbitrarie sino a svanire, per chi in America aveva il compito di impartirle e seguirle: la conferma è venuta non solo dal caso Calipari, ma, prima ancora, dalla facilità con cui si è deciso di torturare prigionieri a Abu Ghraib, in Afghanistan, a Guantanamo. La vicenda del Cermis, inoltre, testimonia che quel che vale in guerra si produce anche in pace. Tutto è veramente permesso, a una superpotenza che troppe volte spadroneggia anziché guidare, furoreggia invece di far politica.
L’indifferenza di tanti dirigenti Usa alle regole etiche o di guerra è qualcosa che naturalmente ha effetti sull’atteggiamento dei soldati semplici e degli addetti ai posti di blocco. Se i superiori spregiano le leggi perché non dovrebbero spregiarle i sottoposti? Il disastro politico e morale di Abu Ghraib è una delle chiavi di verità del disastro Calipari.
Ma anche i governanti italiani sono, nel mondo parallelo della verità nascosta, assai più ambigui di quanto pretendano. Lucia Annunziata ha parlato del «modo sbilenco con cui il governo italiano ha deciso di stare nella coalizione», il 15 aprile su questo giornale, e davvero sbilenco è stato il modo non solo d’entrarvi ma di restarvi. Si è gettato in questa guerra rompendo con importanti alleati europei e con la maggioranza del Paese, ha proclamato che allinearsi senza condizioni con Washington era l’unica maniera intellettualmente e politicamente onesta di essere morali e lineari, ma in realtà ha dimostrato di non fidarsi di nessuno, in Iraq: né degli europei, né del comando americano.
Berlusconi non aveva una linea, e non l’ha neppure oggi che s’inalbera in nome della dignità. Si è sempre mosso cercando di ottenere in casa il massimo dei vantaggi politici, e la delusione ora suona un po’ falsa: se gli serviva una svolta filo-Bush imboccava quella strada; se gli serviva pagare riscatti li pagava anche quando Washington era contraria; se oggi gli serve conquistare elettori s’offende con il Pentagono alla maniera di Craxi a Sigonella. E la sinistra guarda senza poter dire molto, essendo stata spesso complice di tali garbugli.
L’unilateralismo giuridico del governo Usa non è una novità, e il presidente del Consiglio lo conosceva prima che prendesse la forma di unilateralismo politico-militare. Il rifiuto che gli americani oppongono al Tribunale Penale Internazionale non è senza rapporti col rifiuto di considerare colpevoli i soldati che hanno colpito Calipari e ferito la Sgrena.
La radicale ambiguità del governo italiano sulla guerra in Iraq è all’origine non solo dei malintesi con Washington, ma purtroppo anche di una catastrofe - quella di Calipari - di cui gli americani sono i colpevoli ma non i soli responsabili. È una guerra, quella in cui siamo impegnati? È una missione umanitaria e di pace, come s’ostina a dire il governo? La risposta a questa domanda non è affatto chiara, nonostante le numerose declamazioni pacifiche. Perché in fondo quel che vogliono i governanti italiani è il gelato caldo, cioè un ibrido logico-politico che non ha bisogno di rispettare il principio di non contraddizione.
Vorremmo avere tutti i vantaggi di una solidarietà militare col comando Usa, e dunque esser protetti in toto da Washington sul teatro bellico, e al tempo stesso comportarci come se i nostri 3000 militari in Iraq s’occupassero in piena autonomia di cose totalmente differenti: di pace e di ordinari sequestri.
Quest’ibrido di scopi e condotte è infine sfociato nel disastro di Calipari. Il quale ha finito con l’essere completamente solo, nella sua impresa di liberazione della Sgrena e nella sua fuga mortale verso l’aeroporto di Baghdad, e col divenire un eroe da molti esaltato, ma da altrettanti abbandonato.
Tragico è il suo eroismo perché tragico era stato l’incarico ricevuto da Roma: operare in una guerra che per noi non è guerra, a fianco di alleati Usa che non sono alleati, fidandosi di loro e non fidandosi. Nell’inchiesta gli italiani hanno detto che gli americani a Baghdad furono avvertiti: 20 minuti prima della sparatoria. Venti minuti possono servire, in tempi di pace. Sono una nullità e anzi un presagio di morte, in tempi di guerra.
Calipari non aveva protezione d’alcun tipo, perché gli americani per poter soccorrere gli alleati avevano bisogno di un coordinamento ferreo, essendo certi di essere in guerra; mentre gli italiani si fingevano estranei a essa, ai suoi tempi e alle sue trappole letali. L’agente del Sismi non poteva credere nel comando Usa ma neppure fidarsi dei propri governanti, pencolanti com’erano tra guerra e non-guerra, tra dipendenza e presunta libertà di manovra, tra dichiarazioni pubbliche e traffici privati, tra interessi della grande politica internazionale e bisogni elettorali.
Forse è questa l’unica verità non del tutto confutabile, e più abissale di quanto avessimo immaginato, dell’eroico sacrificio di Calipari.
Due candidati di centrosinistra al ballottaggio a Venezia, con il centrodestra che rischia di sparire dal consiglio comunale: sembra la ciliegina sulla torta di una trionfale domenica per l'Unione. Si tratta però di fare in modo che non sia una ciliegia avvelenata intendendo bene il senso del voto. Il dato rilevante dei risultati di domenica e lunedì è il successo dell'ex magistrato Felice Casson, che ha ottenuto circa il 38% dei voti, distanziando di ben 15 punti Massimo Cacciari, fermo al 23%. Il fatto che Cacciari, il veneziano più noto in Italia dopo Marco Polo, abbia rischiato di arrivare terzo dietro il candidato di Forza Italia Cesare Campa la dice lunga su quanto artificiosa, narcisistica e settaria sia stata l'operazione che lo ha portato a candidarsi per la Margherita. Se il centrodestra fosse stato unito, anziché diviso in quattro liste, sarebbe certamente arrivato in testa al primo turno.
Cacciari è stato in Potere Operaio, parlamentare del Pci per varie legislature, membro della Commissione industria, sindaco di Venezia per due mandati, dal 1993 al 2000. Nelle ultime elezioni a cui si era presentato come candidato di tutto il centrosinistra, nel 1997, aveva raccolto il 65% dei voti. Qualcuno con la sua storia politica avrebbe quindi dovuto astenersi dal dichiarare a Repubblica che scendeva in campo per «fermare i comunisti». Un po' di rispetto per la storia politica da cui si proviene non guasta. Né il fatto di essersi dimesso a metà mandato, nel 2000, è stato dimenticato dagli elettori veneziani, che non ignorano nemmeno il fatto che allora Paolo Costa fosse il «suo» candidato, imposto ai partiti contro il parere di quasi tutti (e infatti il prosindaco di Mestre, Gianfranco Bettin, al primo turno si presentò da solo, ottenendo un eccellente 16,5% con il sostegno dei verdi e di Rifondazione). Costa vinse solo al secondo turno e, nei cinque anni successivi, ha scelto di fare il sindaco a mezzo servizio, rifiutando di lasciare il seggio di parlamentare europeo.
A questo punto, le beghe lagunari diventano quasi incomprensibili: i Ds locali non intendono più accettare Costa, ma anche Cacciari e Costa litigano fra loro, così la Margherita locale si divide fra chi sostiene Casson (in odio a Cacciari) e chi sostiene Cacciari (in odio ai Ds). La risposta dell'elettorato, per fortuna, è chiara: quel 60% di veneziani che vota a sinistra si divide, grosso modo, in tre parti, di cui due votano per Casson. La candidatura Cacciari, oltre a deludere numerosi elettori che avevano sempre votato a sinistra, è stata percepita come un colpo di testa, un atto di arroganza di chi aveva sempre pensato che dei partiti si poteva fare a meno perché essere il beniamino dei giornali rendeva inutili altri canali di comunicazione con l'elettorato. Il voto di domenica a Venezia dimostra che Berlusconi non è l'unico a sbagliarsi sul tema della presunta onnipotenza dei mass media nella politica italiana.
Che farà, adesso, Cacciari? Mantenendo la sua candidatura al ballottaggio rischia di diventare il candidato del centrodestra, che in odio al «giudice rosso» potrebbe anche votarlo. Le critiche, del tutto legittime, al modo in cui è maturata la candidatura di quest'ultimo (tardi e in modo estemporaneo) non possono nascondere il fatto che il primo turno di domenica è stato la migliore delle elezioni primarie e che il risultato è senza equivoci. Continuare sulla strada delle baruffe chiozzotte per difendere una specie di «diritto divino» di Cacciari a governare la città sarebbe l'anticamera della catastrofe. Tra cinque anni, un centrodestra ringalluzzito dal dover fare politica in modo «extraparlamentare» perché la legge elettorale lo lascerà sostanzialmente fuori dal consiglio comunale (con l'eccezione dei quattro candidati a sindaco) potrebbe diventare un pericolo ben maggiore.
Tanti anni or fa vi fu una polemica sul potere in Italia a base di battute fulminanti. “Il potere logora”, sosteneva il comunista Giancarlo Pajetta, da sempre all'opposizione dopo il 1947. “Il potere logora chi non ce l'ha”, replicava il democristiano Giulio Andreotti, da sempre al governo. Ora, non c'è dubbio che Silvio Berlusconi abbia tutto il potere televisivo (gli sfuggono Raitre, Rai News 24 e poco altro). Può andare in diretta per ore sulle proprie reti, soprattutto su Rete 4, e trasformare “Porta a porta” in una sorta di terzo ramo del Parlamento ove stringere “storici” contratti con gli italiani, verificarne l'attuazione pratica e magari, in quel contesto “regimista”, dare anche annunci come quello sul ritiro (poi ritirato a sua volta) delle nostre truppe dall'Iraq.
Egli è il padrone diretto di tre reti tv, di radio, della più potente azienda di raccolta pubblicitaria d'Europa, controllore della distribuzione di film, ecc. È inoltre padrone politico di due reti tv e della radiofonia pubblica, dello stesso Ministero, gestito dal fido Gasparri, con leggi tagliate e cucite su misura.
Eppure, ha accuratamente evitato di confrontarsi dal lontano 1996 coi propri diretti antagonisti politici e praticato soltanto soliloqui, sempre più lunghi, serviti in video da Bruno Vespa, da Emilio Fede e da altri professionisti assai ligi. Quando l'influenza lo ha costretto a disertare, per qualche giorno, le dirette televisive, si è presentato a Tele Parlamento (Rai) come un videodipendente in preda ad una incontenibile crisi di astinenza. Non ha praticamente lasciato parlare i giornalisti presenti. Ha messo in imbarazzo, con quella irrefrenabile logorrea, persino la direttrice della testata (che pure era assolutamente ben disposta verso di lui). Insomma, il cavalier Berlusconi ha assunto un'aria e un modo di porsi sempre più vecchio, sempre più datato, da “ragazzo, lasciami lavorare”, da “adesso, vi spiego io”, da “ghe pensi mi”. Che, senza offesa, era l'intercalare di un altro Cavaliere meneghino, quello macchiettistico di Tino Scotti, tanti anni fa. Il quale si vantava di saper fare di tutto e anche di più. Solo che quel Cavaliere era assolutamente innocuo nelle sue “sbrasate” e questo no, sta affossando l'Italia e quanto resta dello Stato. Gran professionista negli affari suoi. Pericoloso dilettante negli affari nostri, cioè di tutti.
L'altra sera, nel salotto di casa propria, lui che, in fondo, abita proprio porta a porta con Vespa, si è parlato addosso per ore strappando momentaneamente al sonno una platea per niente oceanica di italiane e di italiani: esattamente, secondo Auditel, un milione 606 mila persone. Poca cosa, se si pensa che “Mio fratello è pakistano” di Teo Mammuccari, programmato in contemporanea dal “suo” Canale 5, ha avuto, in pratica, lo stesso numero di spettatori. Quasi offensivo per il padrone delle Tv, per uno specialista riconosciuto dell'imbonimento. Probabilmente Berlusconi è sulla stessa piazza da troppi anni. Come tutti i mattatori non ha saputo costruirsi una squadra. Ha identificato il governo del Paese col governo delle aziende di famiglia. Non ha mai affrontato seriamente le questioni vere del Paese o le ha affrontate nel modo peggiore (dall'economia alla sanità, dalla scuola alla cultura).
Quando ha avuto una chance europea, se l'è giocata in modo francamente inadeguato, con gaffes desolanti. Per cui, sulla base della propria vanità personale o di chissà quali miracolosi sondaggi, si è sottoposto al lifting, poi al trapianto di capelli (con intermezzo di bandana e di esibizioni canterine). E ciò gli ha probabilmente consentito di occupare ancora per un po' il video. Ma in che modo? Con quali risultati? Il 18,54 per cento strappato a fatica l'altra sera dal vicino di casa Vespa, sulla prima rete Rai, quasi pareggiato dal 18,36 per cento del “fratello pakistano”, la dice lunga.
Evidentemente, comincia ad usurarlo questa sovraesposizione continua alle telecamere, in tutte le vesti, da presidente del Consiglio a presidente del Milan F.C. Sempre da protagonista assoluto, mai in confronto dialettico con qualcuno, anche soltanto con giornalisti meno ossequienti di quelle prescelti (peraltro, se uno lo contraddice, lui lo rampogna, gli dà del “comunista”, se ne va). Nell'ansia di convincere la platea degli italiani - che ha ben altro a cui pensare (fine mese, l'affitto, il posto di lavoro) - diventa sempre più logorroico, e noioso. In una parola, funziona di meno. Anche perché ora ha davanti uno schieramento antagonista meno lacerato e un leader di coalizione, Romano Prodi, il quale ha esperienza, nazionale e internazionale, ha tempra e strumenti dialettici per stare sulle cose concrete. Insomma, sembra davvero che, a questo punto, avere tutte quelle televisioni ai suoi piedi, logori Berlusconi, anziché avvantaggiarlo, facendolo galleggiare in una sorta di enorme vuoto mediatico, di fabbrica di sogni fatui. Coi capelli finti e con un'allegria che per lui sarà anche vera e per la maggioranza degli italiani è finta. L'alternativa è saper stare sulle cose e sui progetti concreti. Poi, ne sapremo di più, tutti, la sera del 4 aprile.
Le ragioni che hanno portato Furio Colombo a lasciare il suo attuale incarico sono uno scandalo europeo. O dovrebbero diventarlo, se qualcuno in Italia volesse davvero sollevarlo, questo scandalo di economia politica monopolistica e statuale, incrociata, pervasiva. Dunque, una grandissima pressione politica che dura da quattro anni, riassunta nel dossier presentato dal capo del governo contro il quotidiano l’Unità, si tramuta nel cambio (per quanto interno alla vecchia direzione) del direttore, che fa un giornale da cui scappano gli inserzionisti di pubblicità, controllata e distribuita dalle aziende di proprietà del presidente del Consiglio. Il cerchio si chiude: dossier minaccioso e falso contro il giornale, crisi delle entrate pubblicitarie, cambio di direzione, perché la linea di Furio Colombo è «criminale» (il giornalista Facci, che pare uscito dal Grande Fratello) e «omicida» (il felicissimo Ferrara). Un ricatto riuscito. Lo sapete il perché di tanto odio verso un democratico illuminato come Colombo? Perché, direbbe forse Pasolini, ha rotto lo schema dell'omologazione della classe dirigente, di cui fanno parte anche i giornalisti borghesi. Ha deluso, ha tradito: non ha fatto un giornalismo di potere, ma di opposizione. Questo è un paese controriformista, e un fratacchione come Ferrara lo dimostra ogni sera, alle otto e mezzo, quando accende i suoi roghetti e la sua ruota della tortura si muove, al ritmo delle sillabe che colano dalla barbiccia. Forse, descriverli, come avrebbe fatto Balzac, questo li farebbe incazzare davvero. Con tutto il rispetto e la stima per Antonio Padellaro, che del resto è stato il più stretto collaboratore di Colombo, queste dimissioni non sono un buon segnale. Perché le ragioni di queste dimissioni sono proprio le stesse che da quattro anni ci impegnano a lottare su questo foglio, anche noi «esterni», collaboratori per passione politica e culturale. Noi «eretici». C’è un signore che si è preso tutto, non solo, ma si vuole prendere anche il nostro, e manda in giro vari garzoni di bottega (direbbe il Kurtz di Marlon Brando), per esigere il riscatto. Così, chi è scrittore in proprio, deve sentir offendere i grandi scrittori (nel nome dileggiato di Tabucchi, «pensatore di riferimento» di Colombo), da parte di uno qualsiasi, un giornalistucolo impomatato di gel, che pare pronto per la discoteca. E chi è questo pensatore di riferimento di Ferrara, che si permette di svillaneggiare un signor direttore come Colombo, un uomo di cultura e di letteratura, e anche un lettore così sensibile di poesia? Ma loro cosa sanno della poesia?
Non l’hanno capito che l’Unità è stato un giornale di poesia civile, in questi anni? Che ha riscaldato i nostri sentimenti e le nostre passioni, per troppo tempo sopiti dal tran tran politicistico? Che ha raccolto la sintesi dell’opposizione parlamentare e di movimento, dando ragioni e analisi a questi sentimenti. E sono tre, cari accusatori di crimini inesistenti! Il primo: la memoria antifascista. Il secondo: la difesa costituzionale della libertà di parola e della divisione dei poteri: «Proteggete le nostre verità», come scrisse Franco Fortini. Il terzo: l’unità della cultura e dell’arte, contro l’omologazione berlusconiana. Che migliaia di lettori abbiano potuto leggere le opinioni di moltissimi scrittori, artisti, testimoni della vita culturale di sinistra, non è una cosa da poco.
i tempi della prima guerra in Afghanistan, ottobre 2001, ho sentito parole poetiche, dette al telefono, con un tono amabile che mai potranno avere gli sgherri giornalistici che oggi lo accusano, un tono che è l’anima della persona, una specie di flauto che, arrivando dalla cornetta, pareva ancora più lontano e antico; pareva, volendo essere poetici fino in fondo, il tono del movimento degli anni sessanta, arrivato fino a noi: «Allora furono proprio l’arte e la canzone, Bob Dylan e Joan Baez, la poesia di Ginzberg e dei beat, ad aprire la strada all’opposizione politica contro la guerra nel Vietnam. Vogliamo articoli, ma anche poesia». Ecco l’ultima: Giuliana Sgrena, libera da catena...
Le rotative de l’Unità suonano anche con Padellaro la stessa musica, quella di un grande giornale europeo d’opposizione e di pace, contro un potere così pervasivo, tanto da voler plasmare a piacimento anche il proprio avversario politico: «È la stampa, bellezza!». È l’Unità.
Non sarà carismatico come i grandi padri del partito e neppure brillante e sarcastico come D´Alema o nazional kennedyano come Veltroni, non scatena passioni e rancori. Ma Piero Fassino ha una qualità rara nel serraglio della politica italiana, popolato di narcisi e megalomani. E´ uno che vuol essere giudicato per i fatti e non sulla base delle intenzioni. I fatti sono che ha ereditato un partito allo sbando, diviso, a rischio d´estinzione, sconfitto dalla destra e pure sbeffeggiato in piazza dalla sinistra, e in tre anni l´ha condotto all´unità e al massimo dei consensi. Era giusto che si godesse ieri il plebiscito e la sua festa, che poi è stata una festa alla Fassino, molto sobria, stile pausa aziendale con brindisi nei bicchieri di carta. Da oggi ricomincia la sfida, con la consapevolezza che se fallisce la seconda metà del progetto, l´approdo al grande partito riformista, tutto sarà stato inutile.
La sfida di Fassino è creare dai resti dell´Ulivo una grande forza riformista del 35-40 per cento, sul genere delle social democrazie europee, se la parola non offende Rutelli. Come si vede, non è un´idea nuovissima, anzi.
Ci hanno provato in molti e hanno tutti clamorosamente fallito, dai tempi di Amendola fino alla Cosa 2 di D´Alema. Non è detto che vi riesca proprio Fassino, mettendo insieme Rutelli e Boselli e le mille anime del centrosinistra. Nessuno però è arrivato così vicino al successo.
Se n´è accorto perfino Berlusconi che non a caso rispolvera i vecchi arnesi della propaganda anti comunista qui e ora, con toni da ´48 ancora più fanatici di quelli usati nella discesa in campo. Nel timore che nell´opinione pubblica italiana finisca per consolidarsi un´immagine davvero nuova del centrosinistra che farebbe di colpo invecchiare la retorica del berlusconismo. Già le immagini a confronto delle due assemblee, quella dei Ds e l´altra di Forza Italia, parlavano da sole. Da una parte, un congresso bene o male vitale, con un platea di delegati che rispecchiano il paese reale, discorsi calati nella realtà e proiettati al futuro. Dall´altra una nomenclatura di potere raccolta ad applaudire a comando il solito discorso decennale di Berlusconi, con tanto di barzellette da capoufficio e continui richiami all´attualissima minaccia di Stalin.
Ora se Fassino riesce a portare a termine il suo progetto, se arriva a consegnare per il 2006 alla guida di Prodi una forza unitaria e solidamente ancorata al riformismo europeo, il ritratto di Dorian Gray del premier è destinato a rivelarsi in tutta la sua decrepitezza, con tutti i lifting e i trapianti di questo mondo.
La domanda è: perché Fassino dovrebbe avere successo dove hanno fallito gli altri? Forse perché gli altri, quelli più brillanti e carismatici, partivano dalle idee, dalle formule, e l´ostinato funzionario Fassino ricomincia ogni volta dai fatti. Nella fluviale relazione di ieri non ha perso troppo tempo sulla Fed, la Gad eccetera. Per qualche politologo sarà magari un segno di prudenza. L´impressione è invece che Fassino lasci volentieri il formulario agli alleati e punti sul concreto. Piuttosto che una definizione teorica del riformismo, il segretario diessino ha cercato di declinare la sua idea di riformismo con una sterminata serie di esempi d´attualità, dalle elezioni in Iraq alla riforma del welfare, dal fisco alla scuola. Una specie di manuale pratico del riformismo al posto di un saggio teorico. E´ un metodo un po´ noioso, da piemontese pignolo.
Di certo un Giuliano Amato, un D´Alema e Romano Prodi oggi saranno capaci di altri voli. Ma è il metodo Fassino, logico, lineare, efficace. Soprattutto, è quello di cui oggi si sente bisogno. Per troppi anni la politica italiana ha vissuto di leader carismatici e visionari, fabbricanti di sogni, magari folli come la Padania o puerili come il nuovo boom economico di Berlusconi. Di questo gli italiani avevano voglia, per non vedere l´incombente declino, i troppi treni già passati e persi. Il risultato concreto è che il declino è arrivato davvero e alla luce del presente i sogni di un decennio somigliano sempre di più al delirio di un paese malato. Dopo anni di chiacchiere sulla rinascita della Padania, ponti sullo Stretto, riprese folgoranti, si è miseramente riscoperto che è un´avventura prendere il treno da Milano a Mestre, un´impresa mettersi in macchina sulla Salerno-Reggio Calabria, un azzardo comprare azioni in borsa e un miracolo salvare il posto di lavoro. Il congresso Ds proclama che il tempo delle illusioni è finito. Se fosse vero per la maggioranza degli italiani, questa sarebbe più di una riforma, sarebbe una vera rivoluzione.
L´inaugurazione dell´anno giudiziario con toga, tocco e corteo lento e pomposo può anche apparire una liturgia parruccona. Per gran parte lo è, non c´è dubbio. Impone soprattutto educata ipocrisia e ossequio istituzionale, mai affermazioni univoche o riflessioni esplicite fino all´asprezza. Non è inutile guardar dentro quel rito, però, perché parla della condizione del Paese. Ci dice della salute delle istituzioni; delle minacce a un ordinato vivere comune; della sicurezza della comunità. Ci racconta della fiducia o della sfiducia dei cittadini nello Stato.
Non fa la cosa giusta Berlusconi che posa a insonne "uomo del fare e del decidere" quando, seduto in prima fila accanto al presidente della Repubblica, finge di sonnecchiare, annoiato, spazientito, infastidito da quella che - vuole che tutti sappiano - egli considera una gran perdita di tempo. Non fa la cosa giusta perché per fare e decidere, bisogna conoscere e capire, e quel che il procuratore generale della Cassazione andava dicendo - sì, con i toni istituzionali e monotoni consigliati dall´occasione - lo interpella come capo del governo e come leader della maggioranza che governa il Paese. L´alto magistrato diceva al presidente del Consiglio che il processo civile e penale - gli strumenti essenziali per accertare responsabilità, risarcire le vittime, punire i colpevoli: regolare quindi i conflitti - sono ferri inservibili. Gli diceva che senza processo non ci può essere giustizia e senza giustizia non ci può essere la fiducia del cittadino nello Stato. E che cos´è lo Stato se non ha la fiducia del cittadino? Che ne è del cittadino senza uno Stato?
È questo l´appello che la Suprema Corte di Cassazione ha voluto consegnare alla Politica nell´anno 2005. Se si vuole, gli inviti a rispettare l´autonomia e l´indipendenza della magistratura o le invocazioni a innovare con «riforme condivise» o a rispettare le sentenze, pure fiorite sulle labbra del procuratore generale, sono atti dovuti, necessari in tempi in cui la Politica appare (è) determinata a deformare la "separatezza" dell´ordine giudiziario anche a costo di violare "palesemente" la Costituzione. Non è in questo nodo, comunque, il grido d´allarme dei giudici della Cassazione in toga d´ermellino. Lo si ascolterà magari più nitido, quel grido, nei distretti giudiziari sabato prossimo, quando le toghe nere parteciperanno alla cerimonia con la Costituzione bene in vista, in segno di protesta.
Il procuratore generale della Cassazione non può protestare. Può solo accennare o segnalare. Al più, cautamente esortare. Francesco Favara ha affrontato questo impegno con una chiarezza che soltanto al ministro Castelli poteva sfuggire: le nuove regole della prescrizione in discussione oggi al Senato e già approvate dalla Camera (le chiamano "Salva Previti"), saranno il certificato di morte del processo penale. «Si è voluto estendere oltre ogni ragionevole misura - ha detto Favara - le fattispecie criminose e le garanzie processuali senza tener conto del progressivo allungamento del processo». Un processo irragionevolmente dilatato nei tempi e labirintico nelle procedure è uno strumento che non potrà essere mai "giusto". È un arnese che fa presto a diventare inconcludente e crudele. Perché, ha spiegato il magistrato, «quando non è "fulminato" dalla prescrizione (e c´è il rischio che ciò accada anche più di frequente), produce o una pena che può apparire come una tardiva vendetta dello Stato nei confronti di una persona ormai mutata negli anni, oppure una assoluzione che non ripaga dei danni economici ed esistenziali sofferti in conseguenza del processo».
Non sarebbe onesto attribuire a questo governo la crisi del processo. Sono decenni che il processo italiano è in crisi di efficienza, di risultati e di credibilità, ordigno perverso e maligno che sanziona prima dell´accertamento e, quando accerta le responsabilità, non riesce a punirle. È un fatto, però, che la stagione berlusconiana passerà alla storia del diritto per una legislazione sgrammaticata e "privata" che, con l´intento di togliere dai guai un pugno di amici del Capo, ha pericolosamente trascinato in uno stato terminale il processo spingendo il pendolo lontano dall´accertamento della responsabilità fino all´estrema e opposta direzione delle garanzie dell´imputato. Il processo si è trasformato così soltanto in un´ipotesi perché «esiste un limite oltre il quale il garantismo non è più virtù, ma vizio nichilistico», insegna Franco Cordero. Un processo al quale ci si può agevolmente sottrarre è un processo non solo crudele, ma per di più diseguale perché danna i poveri cristi e avvantaggia chi ha risorse e avvocati sapienti. Come allora avere fiducia nella giustizia? Favara non si è fermato su questo limite. Ha esplorato anche le cause «esterne», quelle che non nascono dentro, o nei dintorni, della macchina giudiziaria, della sua organizzazione, dei suoi protagonisti. Ha offerto a Berlusconi una considerazione che avrebbe dovuto scuoterlo dallo stato di uggiosa catalessi. Perché se, come sostiene il procuratore generale, «l´ipercriminalizzazione è un errore di prospettiva», la responsabilità di quelle «politiche criminali che reprimono senza prevenire» è affare di chi progetta le politiche pubbliche, di chi ha forza parlamentare per realizzarle attraverso le leggi.
Da questo punto di vista, nulla di nuovo sotto il sole nonostante i rumorosi tamburi della propaganda. Il governo Berlusconi si muove nel solco di un passato dove la politica sociale è ridotta progressivamente a politica criminale e questa, come è naturale, a politica giudiziaria. Dunque ad affare per pubblici ministeri e giudici. Oggi come ieri, la povertà delle strategie sociali, economiche, politiche, culturali ha spinto chi governa a investire soltanto nella risorsa penale. Ogni conflitto o fenomeno - immigrazione, tossicodipendenze, libertà di cura, violenza giovanile, crisi della famiglia, per dirne qualcuno - è stato consegnato al lavoro della magistratura, nonostante il fallimento di questo controllo che ha unicamente la prigione nel suo orizzonte. Chiedeva il procuratore generale: diteci meglio, più opportunamente, con più misura, e nella consapevolezza dei limiti dell´intervento penale, perché punire, come punire, chi e che cosa punire. E sottointendeva che i giudici non possono diventare la coscienza morale e il guardiano della vita sociale, politica ed economica del Paese. Avrebbe dovuto essere musica per il presidente del Consiglio. Purtroppo dormiva o faceva finta di farlo. In fondo, prima di febbraio il Senato salverà Previti, no? E allora perché preoccuparsi?
Sta montando una nuova mussolineide, con l’avallo del Cavaliere che, dopo una dittatura fascista “bonaria”, ce ne segnala una senza “disegno criminoso”: non bastano i 28.000 anni di carcere e di confino irrogati dai Tribunali Speciali, gli assassinii mirati ed eccellenti, le decine di migliaia di perseguitati e di esuli, l’estinzione di ogni libertà, i morti della guerra, ecc. Dopo i reiterati saluti romani del calciatore Paolo Di Canio (difeso o giustificato da tanti giornalisti sportivi, anche della Rai) davanti ad una curva di tifosi con simboli celtici e altri armamentari, punibili ai sensi di una legge che vieta l’apologia del fascismo, ci si mette la nipote Alessandra in cerca di nuova/vecchia notorietà politica. E tira di mezzo Bruno Vespa nei panni di un possibile “zio”.
Intanto, Predappio, paese natale del duce, rischia di diventare un supermercato per i nostalgici del ventennio: ricordi, gagliardetti, divise, immagini del duce, manganelli, cartoline con Benito in mille pose, shampoo “Menefrego” e altre lugubri scemenze. Che tali sarebbero se la “bonaria” dittatura fascista (Pansa ci perdoni) non avesse seminato di lutti l’Italia e se i pellegrinaggi cimiteriali predappiesi non finissero con cori, grida, saluti romani, slogan deliranti. Di recente, la rubrica delle lettere del “Corriere della Sera” ha ospitato una certa polemica in materia, conclusa dalla rassicurazione offerta dalla signora Anna Teodorani (dell’omonima famiglia del federale Vanni Teodorani Fabbri forse): quel supermercato della nostalgia mussoliniana dà lavoro a non poche famiglie e ciò basti. Valore dominante: se il commercio va, tutto va, il resto non conta.
In anni ormai lontani il locale Comune, governato dalle sinistre fin dal ’46, era stato ben più restrittivo in proposito e con esso la Prefettura. Fra l’altro, di Predappio è pure la famiglia degli Zoli, cattolici popolari e antifascisti, il cui esponente più in vista, il presidente del Consiglio, Adone, è sepolto con grande sobrietà nello stesso cimitero di San Cassiano. Fu lui a rendere la salma alla vedova Rachele verso la quale il paese mantenne un rispetto esemplare. Soltanto quando le venne l’idea di aprire un ristorante alla Rocca della Caminate, volò qualche sassata contro i vetri e la Rachele ebbe il buon senso di chiudere l’impresa.
La Rocca torna ora d’attualità per l’ennesimo progetto di riuso, promosso stavolta dall’Amministrazione Provinciale. La casa natale del duce è stata anni fa opportunamente riscattata dal Comune, restaurata ed adibita a mostre periodiche di storia e di costume. Per la Rocca – “liberata” dai partigiani e dalle truppe alleate il 28 ottobre 1944 (ricorrenza fatidica) con l’attiva partecipazione dell’ufficiale Giorgio Spini, lo storiografo fiorentino – la Provincia avanza una ipotesi che ha destato critiche assai forti fra gli intellettuali forlivesi. Vi dovrebbe infatti trovare spazio un Museo dell’Idea di Romagna, tutto virtuale, dove rivivrebbero i personaggi più famosi di questa area storica, da Artusi a Pascoli, a Fellini, passando naturalmente per Mussolini ma pure per Secondo Casadei. Il kitsch sembra garantito. Posso immaginare l’orrore che ne proverebbe, se potesse, il nostro povero amico Federico Fellini (e tanti altri con lui). Lo dico da romagnolo che ama la Romagna: se questa nostra area storica, distinta certamente dall’Emilia con cui peraltro è integrata da secoli, ha un nemico è il romagnolismo. Cioè un localismo enfatico, banale, folklorico che mette insieme la struggente poesia pascoliana con “Romagna mia”, che mescola Amarcord con la “valorizzazione dei prodotti tipici”. La quale è infatti il punto forte del progetto da poco presentato: vini e formaggi tipici, piade e piadine, grigliate e arrosti misti, ecc. ecc.
La forza della Romagna è invece il rigore praticato nell’affrontare la propria storia. Con musei, come quello (ma quando sarà ordinato in modo degno?), di Pergoli e Spallicci a Forlì, forse la più grande raccolta etnografica d’Italia, o come il recentissimo Museo della Marineria di Cesenatico. Con Fondazioni e Società di studi, con Biblioteche secolari attorno alle quali – si pensi soltanto alla Classense di Ravenna o alla Malatestiana di Cesena – è ruotata la cultura locale (e nazionale) . La stessa gastronomia ha avuto specialisti e storici del livello di Pellegrino Artusi e di Piero Camporesi troppo presto scomparso.
Anche per la Rocca delle Caminate – la cui foresteria e il cui parco sono ben gestiti dagli scout dell’Agesci – pareva fattibile a breve uno splendido e rigoroso (insisto) progetto: riportare in Romagna le straordinarie collezioni naturalistiche di Pietro Zangheri, specialista noto in tutto il mondo (gli telefonavano da Berkeley per avere notizie sullo stato di salute delle pinete ravennati). Scomparso nel 1983, finì per lasciare tutto alla città di Verona non trovando risposte affidabili in loco. Il ritorno di quei 150 mila reperti sarebbe possibile e si sposerebbe magnificamente con la dolce collina della Rocca e con la cultura dell’ambiente che già l’Agesci vi coltiva. Una soluzione alta, educativa, ricca di futuro e di pubblico potenziale, giovanile. Non la solita “valorizzazione” che, fra una bevuta e un rutto, magari ammicca al mercatino mussoliniano giù a valle, ormai al di là della decenza e della legalità. Lo studio preliminare parla un linguaggio ambiguo e sottolinea, ad esempio, come la Rocca venne donata nel 1927 “al capo del governo Benito Mussolini in seguito ad una sottoscrizione che ha raccolto ben 70.000 adesioni” e che essa “pare destinata a riassumere il destino fascista dell’intera area forlivese”, ecc. “Se questo è il risveglio della Rocca delle Caminate, molto meglio l’oblio”, ha commentato Carlo Giunchi, uno degli intellettuali protestari. Nei sotterranei della Rocca delle Caminate venne ucciso il partigiano Antonio Carini (Orsi). A Predappio è trascorso invano l’80° anniversario della morte, avvenuta nel ‘25 a seguito delle ripetute percosse squadriste, dell’ultimo sindaco prefascista, il socialista Ciro Farneti. Intanto il supermercato della nostalgia prospera e monta una grottesca mussolineide. Di Canio assicura che ci riproverà, Alessandra Mussolini pure, Bruno Vespa si limita, per ora, a parlare di Resistenza, di guerra civile e del suo ultimo libro, mentre fa la pasta con Antonella Clerici su Raiuno. Servizio pubblico, tv di qualità.
Cominciamo con l’eliminare le bassezze. Un esponente della comunità ebraica romana ha dichiarato che chiunque non sarà al suo fianco a manifestare davanti all’ambasciata dell’Iran giovedì sera non soltanto è nemico di Israele ma di tutti gli ebrei, e deve sapere che sarà tenuto sotto osservazione. Il saggio amico Amos Luzzatto ha cercato di rimediare osservando che qualcuno sarà impedito di esserci perchè ammalato o all’estero. Io sono in questa condizione. E però non a Pacifici, che una voltami ha additato come terrorista alle sassate dei suoi seguaci, ma a Luzzatto voglio dire che non sarei andata alla fiaccolata neanche se fossi a Roma e sana come un pesce. Primo, perchè nessuno mi farà andare o non andare a una manifestazione sotto minaccia di essere schedata, e non preciserò che cosa questo mi ricordi; secondo, perchè non vedo ragioni di essere a fianco di Calderoli e di Fini e sotto l’egida del Foglio. E con ciò chiuso. Che qualcuno della comunità ebraica possa definirmi per questo antisemita è un problema della medesima comunità. Delle intemperanze del Foglio, che sta varcando il limite tra provocazione e stupidità, non meriterebbe parlare se troppi e troppe non fossero frementi di frequentarne la scena.
E veniamo alle cose serie. Politicamente grave è stata l’uscita di Ahmadinejad sulla necessità di cancellare Israele dalla carta geografica, e miserrimo il rattoppo: ´Ma non sarà l’Iran a cominciare, e del resto sono cose che Khomeini e Khamenei hanno detto per vent’anniª. Grave che una folla di giovani emeno giovani e financo di donne, trattate come sono da quel regime, si sia inebriata per le strade di Tehran di questaminaccia simbolica.
Perchè è un mero simbolo, ancorchè pessimo. Non solo Israele è uno degli stati più difesi, più armati e per certi versi più aggressivi del mondo, e quindi non è certo messa in pericolo dall’Iran, ma quel che gli ebrei hanno subito nel ‘900 fa dell’esistenza di una terra loro, dove non possano mai sentirsi perseguitati o indesiderati, il minimo che l’umanità deve a se stessa. Se c’è qualcosa da cancellare è l’incapacità di molte comunità della diaspora di liberarsi dal senso di essere in un ghetto, di essere isolata e perseguitata, e la parallela incapacità di Israele di presentarsi come in stato d’assedio e quindi di agire in modo conseguente per uscire da quel conflitto in medioriente, nel quale sia ebrei sia palestinesi, spossessati della loro terra, hanno perduto troppe vite e stanno dando il peggio di sé. Non è vero che un forsennato presidente iraniano voglia cancellare lo stato di Israele mente il saggio Sharon riconosce pienamente l’esistenza di uno stato palestinese. Ambedue rifiutano di riconoscersi, si rilanciano minacce di sterminio che fortunatamente non possono mettere in atto, svicolano dai loro problemi reali e danno corda ai reciproci fondamentalismi.
Su questo l’appello a partecipare al presidio di giovedì non dice nè solo nè tutta la verità. E’ una manovra che fa comodo alla destra, viene da uno dei suoi uomini, pretende di misurare la temperatura democratica della sinistra di fronte a uno dei problemi più dolorosi del tempo nostro. Soprattutto è una misera cosa davanti al vero problema di civiltà dal quale è impossibile stornare ormai lo sguardo. Da tutte le parti del mondo ci viene infatti un’analoga immagine: al venir meno di un conflitto civilizzato come è stata e vissuta nel ‘900 la lotta di classe e quella di emancipazione dei popoli, sono conseguite da parte della sinistra l’abbandono di ogni principio, e nei paesi terzi la retrocessione dalla emancipazione all’identità di sangue e terra. È giocoforza constatare che alla fine di un messianesimo terrestre per ingenuo che fosse, dai primi illuministi all’ambizione di creare un soggetto sociale rivoluzionario internazionalista, è sopravvenuta non altro che una regressione dell’una e dell’altra molto al di qua del punto da cui si era partiti.
La fine dei laicismi arabi Ë una catastrofe per quei paesi: davvero solo gli ayatollah potevano liberare l’Iran dalla modernità poliziesca e filoamericana dello scià? Davvero solo la disperazione dei kamikaze può ormai far fronte a Sharon? O Al Qaeda e la sue ramificazioni al venire meno di ogni progressismo arabo? E sono lo sette fondamentaliste, musulmane o indu, che si danno reciprocamente fuoco ma convincono e spesso organizzano i reietti della crescita indiana. Ma anche in occidente sembra che alla mera forza della tecnica del mercato non possa opporsi che la mera visceralità. Non è questa che ha dato spazio negli Stati Uniti ai neocons, in Francia a Le Pen, a Bossi in Italia, ai Kaczynski in Polonia, e si potrebbe continuare? Il modello occidentale trionfante moltiplica i reietti, e i reietti non sono - su questo ha ragione Dahrendorf - il terreno delle rivoluzioni. Sono terreno del populismo.
Così quel che potrebbe essere stato, anche nel caso del presidente iraniano, un dibattito serio nel conflitto politico italiano degenera di colpo in una brutta commedia. Bisognerà pure che qualcuno si decida a dirlo.
L´odierna discussione della «questione cattolica» è resa particolarmente difficile da una comune ma opposta disposizione d´animo diffusa sia nel mondo cattolico che in quello laico. La si potrebbe dire una sindrome da accerchiamento. È stupefacente constatare che molti cattolici, in perfetta buona fede, considerano la propria religione insidiata nella sua stessa esistenza dalla laicità, identificata con relativismo etico, edonismo, materialismo, scientismo; che per molti laici, altrettanto in buona fede, è invece l´attivismo politico della Chiesa a minacciare i principi stessi su cui il loro mondo si fonda: pluralismo di fedi, convinzioni e modi di vivere, rispetto delle coscienze, autonomia del diritto dalla morale, libertà della scienza. Per ognuna delle parti, l´altra è una minaccia. È la condizione più favorevole allo scontro e meno favorevole al dialogo. Ma il dialogo, tuttavia, per preservare le fondamenta, è tanto più necessario quanto più difficile. Benemerito chi, nell´uno e nell´altro campo, opera per tenerlo vivo.
La «questione cattolica» è una messe di questioni: cristianesimo e identità, Chiesa e Stato, Chiesa e democrazia. Iniziamo dal primo binomio.
Identità è la parola magica di tutti coloro che pensano al Cristianesimo come religione civile, come strumento di governo delle società. Le discussioni sul Preambolo del fallito progetto di Costituzione europea sono state dominate dalla questione dell´identità cristiana. La stessa idea si riaffaccia ogni volta che, nel nostro Paese, si parla della posizione materiale e simbolica che è giusto assegnare alla religione nella vita pubblica. Nella controversia circa l´esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici, alla libertà e uguaglianza delle coscienze si contrappone l´identità religiosa come valore nazionale. I privilegi che la Chiesa rivendica come diritti (insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche, finanziamenti diretti e indiretti, agevolazioni tributarie, posti nelle più diverse istituzioni, ecc.) si vogliono giustificare con l´essenza cattolica dell´identità nazionale. Ancora l´identità è invocata tutte le volte che si toccano temi di morale tradizionale, come la famiglia e la procreazione. Infine l´identità in pericolo è l´argomento principe di coloro che – cattolici e non cattolici – propugnano una politica di difesa aggressiva nei confronti dell´Islam.
In tutti i casi, identità è la cittadella assediata, l´ultimo fortino da difendere, magari attaccando, prima della capitolazione. Questa resistenza unisce cristiani credenti e cristiani non credenti che si dicono tali per ragioni politiche (teo-con, atei-devoti o come altrimenti li si denominino).
La spendita politica del Cristianesimo va di pari passo con una triplice riduzione: A) dell´identità a storia; B) della storia europea a Cristianesimo e C) del Cristianesimo a Chiesa. In tal modo, il gioco è fatto: la difesa dell´identità finisce con l´allineamento alla Chiesa. Vediamo.
A). Identità è un modo per dire «carattere essenziale». Nel dibattito pubblico, la parola è stata banalizzata. Quasi non c´è «opinionista» o uomo politico che non se ne serva a piene mani. Ma la banalità nasconde le ambiguità. Soprattutto, occulta la domanda se l´identità sia un fatto oppure, nei limiti in cui siamo capaci di elaborare e selezionare culturalmente il nostro passato e progettare un avvenire, un´elezione. Come se non potesse essere altrimenti, la si assume come fatto o, meglio, insieme di fatti, cioè storia. La questione dell´identità, nella sua essenza, è una questione di filogenesi storica, di competenza della storiografia.
Siamo prodotti della storia e non possiamo negare la storia senza negare noi stessi. Quante volte si è detto: non possiamo recidere le radici! E le radici sono un dato della vita naturale.
Questa concezione dell´identità è acritica e aggressiva e corrisponde all´idea di sé propria delle società tribali. E´ acritica, perché nell´identità in cui dovremmo riconoscerci starebbero, allo stesso titolo e col medesimo valore, il centurione che presso il Colosseo ci ricorda il panem et circenses, l´Accademia dei Lincei che rinnova il ricordo dell´Umanesimo italiano, la Marcia su Roma e le Fosse Ardeatine, per fare qualche esempio. Non è forse una coincidenza se una certa storiografia revisionista che, tramite assoluzioni generalizzate e appiattimento dei valori, chiede l´assunzione in blocco del passato nella nostra identità «nazionale» è la stessa che difende il Cristianesimo come religione civile. Ma questa concezione è anche aggressiva. Di fronte alle sfide, non ci possiamo mettere in discussione. Se lo facessimo, tradiremmo noi stessi o il gruppo cui apparteniamo. L´unica possibilità è l´autodifesa e qualunque mezzo è a priori legittimo, anzi santo. Appellarsi all´identità equivale a battere il pugno sul tavolo contro gli estranei che sono o si affacciano tra noi.
Una volta «chiarita» la nostra autentica identità, che cosa dovrebbe fare chi non vi si riconosce o, peggio, non vi è riconosciuto dagli altri? Dovrebbe accettarla obtorto collo, per non essere meno cittadino? O dovrebbe addirittura scomparire, se i caratteri dell´identità (come l´etnia o la «razza») non permettessero adattamenti? E´ una storia antica. Non si è compreso che, dietro una parola apparentemente dotta, minacciosamente fa di nuovo capolino il nazionalismo etico. Ma non dovrebbe essere la Chiesa a rifiutare questa idea di identità: proprio la Chiesa cattolica che, tra tutte le chiese, è la più orientata all´azione missionaria? Il proselitismo nel campo occupato da tutte altre tradizioni religiose non si basa forse sull´idea che ogni persona e i popoli interi possono essere artefici della loro identità, che non l´ereditano come un fagotto obbligatorio?
B). La civiltà europea come storia solo cristiana è un´idea onnivora, già a prima vista bizzarra. Eppure, è proprio questo che gli apologeti della religione civile cristiana sostengono quando attribuiscono al cristianesimo la primogenitura in tutto ciò che oggi ci pare buono e bello. Si dice, ad esempio, che la democrazia - vanto dell´Occidente - non vive senza condizioni: fiducia reciproca, pari dignità degli esseri umani, senso di responsabilità e di giustizia, tolleranza e rispetto; che tutto ciò è ethos cristiano e che dunque la democrazia è figlia del Cristianesimo. Così, però, si gioca sull´equivoco. L´affermazione può valutarsi diversamente a seconda che per Cristianesimo s´intenda messaggio cristiano o storia della Chiesa.
Limitiamoci al rispetto e alla tolleranza. Certamente, il messaggio cristiano non giustifica nulla che faccia violenza alla libertà. Il Cristo non obbliga nessuno. Nella grande tentazione satanica del deserto (Mt 4, 1-11; Lc 4, 1-13), egli rifiuta la coercizione delle coscienze: rifiuta il comando che costringe, il miracolo che seduce, i beni materiali che corrompono. Nessuna sanzione colpisce chi rifiuta la chiamata, se non un poco di tristezza (Mt 19, 23; Mc 10, 22; Lc 18, 23). La conversione è, per antonomasia, l´atto di libertà della coscienza. Ma chi oserebbe negare che nei secoli la Chiesa abbia invece piuttosto avversato la democrazia e appoggiato ogni sorta di autocrazia, che abbia praticato più l´imposizione che il rispetto delle coscienze? Chi potrebbe dimenticare la violenza di cui è stata dispensatrice in nome della fede che custodiva? Chi può avere la memoria così breve da ignorare che l´unica «libertà» riconosciuta è stata a lungo quella di aderire alla vera religione e che ogni rivendicazione di libertà diversamente indirizzata è stata oggetto di dure condanne?
Le libertà provengono piuttosto dalla contestazione dell´autorità della Chiesa: una contestazione che, in taluni casi, ha preso a base lo spirito evangelico dell´uguale dignità dei figli di Dio per rivolgergliela contro ma, in molti altri, ha avuto radici apertamente razionaliste, immanentiste, teiste, scientiste, atee: in genere a - o anti-cristiane. Senza di ciò, la Chiesa stessa non sarebbe quella che è: la Chiesa che si è disposta ad accettare la sfida del «mondo moderno», cioè del nemico contro il quale per molti secoli aveva militato.
La storia d´Europa non è dunque storia solo cristiana, nemmeno storia cresciuta tutta entro le contraddizioni generate dalle possibilità del logos cristiano.
Non ci sono ragioni d´opportunità o d´opportunismo che giustifichino autentiche appropriazioni indebite, per esempio in tema di diritti umani. Secondo la tradizione cattolica, aristotelico-tomista, il diritto è l´ordine naturale oggettivo, al quale il singolo deve conformarsi. Per la tradizione moderna, che inizia col Rinascimento, la prospettiva si rovescia addirittura e il diritto diventa prerogativa dell´individuo che autonomamente agisce nella società. Scavando nelle controversie tra papato e ordini monastici, nelle glosse dei giuristi medievali e nella filosofia della cosiddetta seconda scolastica, qualche studioso ha rintracciato qua e là rari e sempre discutibili indizi di uso del termine ius in senso soggettivo, invece che oggettivo, e ha concluso che nemmeno la concezione moderna dei diritti può ascriversi a un pensiero diverso da quello cristiano. Tali tentativi di revisione storiografica hanno avuto una ragione di politica culturale precisa, legittimare quella che a molti, all´interno del mondo cattolico, poteva apparire una cesura nelle radici: l´adesione del Concilio Vaticano II allo spirito moderno dei diritti umani.
La fondatezza di questi studi, pur mossi dalle migliori intenzioni, è però più che dubbia. Ma è bastato il tentativo perché ci si sia buttati senza discernimento, non temendo di relegare in secondo piano, quasi come sottoprodotto, i diritti umani sorti dalle comunità riformate, dal razionalismo, dal liberalismo, dal socialismo: diritti che la dottrina della Chiesa ha per secoli condannato e, sotto certi aspetti, ancor oggi condanna nei suoi massimi documenti normativi.
Questa cedevolezza fondata sulla dimenticanza non è solo fastidiosa. È è anche dannosa, perché appiattisce le cose nel più insulso degli accomodamenti, concettualmente e moralmente privo di nerbo. Tutto sembra la stessa cosa. Invece, la dottrina laica dei diritti non è quella cattolica, come risulta da un punto cruciale: per la prima, il limite dei diritti è l´uguale diritto altrui; per la seconda, l´ordine naturale giusto. La differenza è capitale. La prima dottrina mira alla libertà; la seconda, alla giustizia.
Valori diversi e, in certi casi, anche in conflitto, come constatiamo, ad esempio, a proposito del riconoscimento delle unioni al di fuori della famiglia tradizionale: per gli uni, non fanno male a nessuno; per gli altri, sono comunque «disordinate».
Solo mantenendo le differenze si può salvare la ricchezza delle diverse tradizioni: nella specie la tensione alla libertà (contro il quietismo oppressivo della giustizia) e la tensione alla giustizia (contro la prepotenza senza limiti).
C). In ogni caso, il Cristianesimo non è solo istituzione mondana. La riduzione dell´uno all´altra ucciderebbe lo spirito cristiano, espressione della parola divina trascendente ogni concretizzazione storica. Lo spirito cristiano non è una cultura dominante, una scala di valori temporali definita o una forma politico-culturale realizzata. Addirittura, non può nemmeno mai identificarsi pienamente con un´organizzazione confessionale, una chiesa o una «comunione di santi» storicamente determinate.
Sarebbe comunque riduzione mondana, culturale, etica, politica o chiesastica, nella quale il finito pretenderebbe di costringere l´infinito. Una tale riduzione ucciderebbe la speranza nello spirito e la Chiesa, secondo un monito di Soren Kierkegaard, sarebbe addirittura «annientata».
Il Cristianesimo è «spada che divide» il mondo (Mt 10, 34-35; Lc 12, 51-53); è «dal mondo» ma non «del mondo» (Gv 15, 19). Il Cristianesimo come «religione civile» sarebbe una confusione letteralmente anti-cristiana. Il messaggio di Gesù di Nazareth diventerebbe un´ideologia come un´altra, un collante sociale ambiguo e mellifluo, al servizio di ordinamenti costituiti. Per questo, è segno di totale sbandamento, è anzi motivo di scandalo, l´applauso opportunistico che certi «cristiani per fede» (chierici e laici) tributano oggi a certi «cristiani solo per politica».
«La Chiesa è una sola complessa realtà risultante di un elemento umano e di un elemento divino»; essa «è visibile ma dotata di realtà invisibili [...], presente nel mondo e, tuttavia, pellegrina»: dice il Catechismo della Chiesa cattolica (n. 771), aggiungendo una splendida citazione da Bernardo di Chiaravalle ove, a commento del Cantico dei cantici, si paragona così la donna amata alla Chiesa: «corpo di morte, tempio di luce [...] Bruna sei, ma bella, o figlia di Gerusalemme [Ct 1,5]: se anche la fatica e il dolore del lungo esilio ti sfigura, ti adorna tuttavia la bellezza celeste». Su questa doppia natura, proprio la Chiesa cattolica ha costruito la dottrina che le consente di passare indenne attraverso errori e anche nefandezze dei suoi uomini.
Essi, per quanto infedeli al Vangelo di Cristo, non ne intaccano lo spirito. Non si giudica il Cristianesimo solo a partire dai cristiani: nonostante i loro peccati, la Chiesa è santa e non per la virtù dei suoi figli ma in virtù dello spirito. Questa tensione è ciò che immunizza la Chiesa - institutio divina ma «sempre bisognosa di purificazione» (Catechismo, n. 827) - dall´effetto mortifero dei suoi peccati. Ma se la Chiesa rinnega la sua dualità? Se i suoi uomini si attribuiscono il pieno possesso dello spirito confondendolo così con quel mondo che essi sono, come potrà non valere anche per la Chiesa la legge inesorabile di tutte le istituzioni «secolarizzate» che si insudiciano della corruzione dei loro membri e, alla fine, ne sono travolte?
All´inizio del terzo Millennio, il papa Giovanni Paolo II ha ritenuto necessario chiedere perdono a Dio per un´impressionante sequela di misfatti della Chiesa cattolica, tutti dovuti a commistioni di fede e potenza mondana. È stata un´ammissione di colpa rivolta al passato ma nulla impedisce di ipotizzare che altre ammissioni domani dovranno ripetersi con riguardo al nostro presente, quando sarà anch´esso passato. Questa è umiltà cristiana. Sbagliare compromettendo nell´errore lo spirito divino, oltre che se stessi, sarebbe invece il massimo dell´orgoglio.
In breve, ricapitolando i tre punti, possiamo dire che la riduzione dell´identità a mera storia è una seduzione tribale; la riduzione della storia europea a storia cristiana, un falso storico; la riduzione del Cristianesimo a Chiesa, un peccato contro lo spirito. Che ne viene, allora? Allora, non limitiamoci a confrontarci su ciò che siamo stati ma ragioniamo soprattutto di quel che vogliamo essere; diamo al Cristianesimo il posto che gli spetta nella storia spirituale europea, non come tutto bensì come parte di un tutto assai più vasto e composito; riconosciamo alla Chiesa il pieno diritto di partecipare, insieme agli altri, alla definizione delle nostre identità collettive, ma in parità morale con ogni interlocutore, senza che il nome cristiano giustifichi una pretesa d´incontestabilità.
Nella torbida confusione di questa fine d'estate s'avanza all'orizzonte uno strano guerriero. Non è detto che venga avanti e tanto meno che vinca, ma la sua ombra c'è. Anche altri - penso al Riformista e anche a Libero - ne avvertono la presenza. Si tratta del «terzo polo», che potrebbe nascere dalla dissoluzione dell'armata di Berlusconi e da una frattura dell'Unione di centro-sinistra. I segni di questo possibile esito sono già nelle cronache giornalistiche. Da una parte il diffuso convincimento che Berlusconi ha perso e la conseguente polemica senza esclusione di colpi all'interno del suo campo, soprattutto da parte dell'Udc e di quella parte dell'elettorato che non ha gli impedimenti di An o della Lega a cambiare fronte. Dall'altra parte l'attacco - soprattutto con l'uso e l'abuso della questione morale - contro i Ds.
Siamo arrivati al punto che i Ds debbono chiedere a Prodi non tanto una solidarietà, ma una conferma della sua appartenenza al loro fronte. Finora Prodi tace, in ogni modo evita affermazioni nette. La risposta di Giulio Santagata («se uno dei due chiede che gli si dica "ti amo", vorrà dire che lo diremo») suona quasi un insulto. E si potrebbe aggiungere il sospetto che il rinvio al dopo primarie del programma possa voler dire che Prodi si vuole lasciare le mani libere. Anche il riavvicinamento, dopo le recenti polemiche, tra Prodi e Rutelli dà da pensare.
Tutto questo - è quasi inutile scriverlo, ma non va dimenticato - nella attuale situazione di profonda crisi economica, con imprese fortemente indebitate (a cominciare dalla Fiat) e con banche fortemente esposte con crediti non dico in sofferenza, ma di non semplice rientro.
Insomma in una situazione di diffusa e ragionevole paura. Una situazione nella quale, riducendosi il potere del capitale cresce quello dell'opinione e della stampa scritta: le tv aiutano certamente a vincere le elezioni come Berlusconi insegna, ma valgono meno nell'orientamento dell'opinione di quelli che contano, che pesano sul governo degli affari.
Così il fattore di accelerazione o addirittura di scatenamento dei mali che covavano è stato il tentativo di scalata di Ricucci e soci al Corsera, poi, ma con effetti analoghi, c'è stata la Unipol con la Banca Nazionale del Lavoro. Avere messo in gioco il Corriere ha determinato lo stato di emergenza.
Normalmente, ma tanto più in una situazione di emergenza il Corriere della Sera è importante, lo è storicamente tanto che si dice che nella prima guerra mondiale fosse Luigi Albertini a ordinare a Cadorna le famose offensive sull'Isonzo. Oggi (forse c'è anche Cadorna) siamo in una situazione di massima precarietà e il Corsera diventa ancora più importante. Il tentativo di scalata di Ricucci e soci, magari con il consenso di Berlusconi, era evidentemente pericoloso e andava bloccato. Qualcuno aveva suggerito un modesto intervento della guardia di finanza, ma si è trasformata in una guerra generale, che ha investito duramente Bankitalia con evidente danno per il sistema paese.
Su Ricucci e soci c'è poco da aggiungere a quel che abbiamo scritto e riscritto. Ma questo non significa che il sindacato di controllo di Rcs sia un sancta sanctorum (sarebbe interessante sapere per quale ragione Cesare Romiti e Alessandro Profumo se ne sono usciti) e neppure che Luca di Montezemolo sia l'Arcangelo Gabriele, con tribunale a Cortina d'Ampezzo.
Il punto è - così può sembrare - che in questa situazione di emergenza il Corriere viene assunto come arma decisiva e che la lotta diventa senza quartiere. E si accelerano le divaricazioni degli schieramenti finora esistenti.
Berlusconi è un re sconfitto che va abbandonato, ma non ci si può nemmeno fidare dei Ds che (nonostante tutte le loro ritrattazioni) hanno sempre un'origine comunista e poi potrebbero anche usare le cooperative. Il terzo polo può nascere, per aiutare lor signori, proprio perché malmessi: sarebbe la soluzione per sopravvivere e magari ricominciare. Archiviando il bipolarismo sotto le insegne di Casini.
A questo punto Romano Prodi deve parlar chiaro e non rinviare il suo programma a dopo le primarie. Il fantasma del terzo polo si sta materializzando..
La società europea e le sue comunità musulmane: mano tesa o pugno di ferro? Persuasione o costrizione? Nella calma di riflessioni e conversazioni private, pochissimi auspicano il conflitto, siano essi islamici o occidentali. Pochissimi propugnano un modello univoco di convivenza, basato su chiusura e repressione indiscriminate oppure, all'opposto, su accoglienza e fiducia incondizionate. Invece nel dibattito pubblico, purtroppo anche in quello fra intellettuali, la mano tesa e il pugno di ferro vengono spesso elevati al rango di alternativa fra principi: armi di Marte o grazie di Venere, guerra di Hobbes o pace di Kant, difesa o abdicazione.
Eppure, alla questione di principio mi pare che la risposta possa essere una sola: mano tesa e pugno di ferro, persuasione e costrizione, entrambe indispensabili. Il principio (il contratto sociale stesso) sta proprio nell'indissolubilità del binomio. Il dosaggio tra i due termini è, invece, questione pratica, che non andrebbe affrontata con accenti aspri e toni intransigenti, bensì con la bussola dell'efficacia. Interpretare la questione terrorismo come una scelta fra mano tesa e pugno di ferro è già un cedimento alle forze distruttive della convivenza.
Ogni stoffa è fatta di fili che s'incrociano, la trama e l'ordito. È buona stoffa se i fili sono robusti e morbidi, il loro intreccio serrato e flessibile. Allo stesso modo, persuasione e costrizione sono trama e ordito di ogni tessuto sociale, quale che ne sia la pezzatura: famiglia, paese, continente, mondo. Persuasione e costrizione sono elementi opposti, ma solo accogliendoli entrambi e incrociandoli ad arte la violenza e la sopraffazione sono relegate allo stato di eccezione, che le forze dell'ordine riescono a reprimere; solo il binomio assicura che il tessuto sociale sappia adattarsi alle torsioni del cambiamento e resistere alla lacerazione.
Occorre, allora, comprendere appieno il fondamento di ciascun termine del binomio. Primo fondamento: lo stare insieme richiede alcune norme di convivenza, imponibili a chiunque le violi; imponibili, se occorre, con la forza. Secondo fondamento: solo la diffusa e profonda condivisione di quelle norme giustifica la coercizione di chi le viola e la rende efficace.
Fondamenti di un'evidenza elementare, si dirà. Sicuramente: eppure proprio a essi debbono tornare o volgersi tutti coloro che vivono in Europa, tutti quelli che ne hanno o ne chiedono la cittadinanza.
L'immigrazione, perfino quella clandestina, non è né un'occupazione, né un'invasione. È un incontro di volontà e di bisogni, avviene perché soddisfa nello stesso tempo le esigenze di chi migra e quelle di chi accoglie.
Accoglienza non può significare soltanto procurarsi un prestatore d'opera a basso costo, in fabbrica, a casa o nei campi. Significa inserire quel lavoratore nel tessuto sociale, con le sue abitudini e i suoi abiti mentali, iscrivere i suoi figli a scuola, farlo parte della nostra comunità. L'accoglienza, allora, dovrebbe forse essere condizionata a una formale dichiarazione di accettare i principi che sono alla base del nostro contratto sociale. Per esempio con la sottoscrizione di una carta dell'immigrato definita in sede europea. La provata violazione di quei principi dovrebbe poter essere giusta causa di revoca del permesso di lavoro e di residenza.
Nessuno può pensare che per fare un buon tessuto basti la trama, o basti l'ordito. Per chi, come Oriana Fallaci, vede solo la costrizione e il pugno di ferro, sarebbe cedimento al nemico terrorista anche solo affermare che non tutto l'Islam vuole distruggere l'Occidente e auspicare dialogo e collaborazione con gli euro-musulmani ostili ai terroristi. Queste affermazioni sono pericolose falsità, smentite dall'esperienza personale di ognuno di noi. Secondo un sondaggio citato dal Corriere del 27 luglio, quasi l'80 per cento dei musulmani viventi in Gran Bretagna è disposto a collaborare contro il terrorismo islamico.
Per chi vede solo la persuasione, sarebbe semplice manifestazione di opinione (da contrastare sul dolce piano del dialogo) chiamare alla guerra santa e organizzare e addestrare militanti a tal fine. Pericolose sciocchezze: l'ordine di far fuoco impartito da un capo ai militanti non è semplice manifestazione di un proprio pensiero. Due gruppi, due atteggiamenti, dunque: a uno la mano tesa; all'altro il pugno di ferro. E la documentazione raccolta da Magdi Allam per lo stesso Corriere mostra quanto sia arduo distinguere correttamente tra i due.
Il principio del binomio non muta per l'aggravarsi della minaccia terroristica: anche in un'emergenza, trama e ordito, persuasione e costrizione, mano tesa e pugno di ferro, restano i due fondamenti della convivenza umana. L'emergenza richiede non la riduzione del binomio a monomio, bensì un sovrappiù di ambedue i suoi termini: mano più tesa, pugno più ferreo.
Alla fine, le nostre società multiculturali diverranno sicure solo se la persuasione avrà fatto il suo cammino, solo se la varietà e l'eterogeneità delle culture che vi s'incontrano non avranno distrutto il pluralismo. E ciò accadrà solo se il principio del pluralismo, che pervade la nostra cultura, avrà trovato eco e sostegno nelle comunità di recente immigrazione.
Chi può pensare che un giorno le comunità islamiche verranno spinte fuori dell'Europa o convertite a forza, come fece la Spagna nel XV secolo? Chi, all'opposto, può ritenere probabile che esse un giorno s'impadroniscano del potere in Francia o in Olanda per esercitarlo secondo la legge coranica? Nella stragrande maggioranza, vogliamo e dobbiamo convivere. E ogni convivenza si basa sui fondamenti della persuasione e della costrizione.
ALL’INDOMANI dell’attentato di Madrid, in un clima di comprensibile emozione e con una campagna elettorale alle ultime battute, il re Juan Carlos si rivolse agli spagnoli con parole che riecheggiavano un’espressione ben nota alla cultura politica americana, sottolineando con forza che «i mali della democrazia si curano con più democrazia». Lo stesso spirito si ritrova nelle parole della regina Elisabetta, che non ha voluto soltanto affermare «non cambieremo il nostro stile di vita», ma ha aggiunto in modo assai significativo che «atrocità come queste non avranno altro risultato se non quello di rafforzare il nostro senso della comunità, la nostra umanità, la nostra fiducia nello Stato di diritto».
Nei momenti difficili è essenziale l’esercizio della memoria democratica, anche se l’ironia della storia ci porta oggi a trovare riferimenti in quel che viene da una istituzione non legittimata democraticamente, qual è la monarchia. Ma non è retorica ricordare il fondamento democratico delle nostre società, e quell’eredità comune e irrinunciabile che si chiama Stato di diritto. Viviamo un doppio smarrimento: quello derivante da una strategia terroristica che fa di ogni persona un possibile bersaglio e quello che nasce da una crisi dell’idea di Europa. Il congiungersi di questi fattori può indurre in singoli e Stati una reazione egoistica al si salvi chi può, costi quel che costi. Guai se sotto l’attacco esterno si sgretolasse il tessuto di valori che tiene insieme gli europei, al di là di interessi e contingenze, e l’Europa dimenticasse il suo essere "terra di diritti", secondo la felice espressione adoperata dal nostro presidente della Repubblica nel suo alto discorso davanti al Parlamento europeo.
La memoria democratica ci dice anche un’altra cosa. Se la democrazia è riuscita a sconfiggere i suoi nemici, ciò è avvenuto in primo luogo perché si è in ogni momento presentata come il luogo della libertà, dove tutti avrebbero potuto affrancarsi dalle mille servitù alle quali si è soggetti nei sistemi autoritari. Per questo, insistentemente, fin dal tempo del terrorismo interno, dagli anni di piombo, si ripete che la reazione ad attacchi tanto gravi non può consistere in uno stravolgimento di libertà e diritti in nome della sicurezza, perché in questo modo la nostra società assumerebbe quella faccia violenta che i terrorismi vogliono attribuirle per giustificare le loro aggressioni. E così perderebbe la possibilità d’essere punto di paragone rispetto a tutto ciò che è illibertà e violenza, dunque la stessa legittimazione a combattere il terrorismo. Per salvarsi, la democrazia non può negare se stessa.
Il clima di guerra nato dal terrorismo senza confini ci obbliga a fare i conti assai più drammaticamente con questa verità scomoda. Scomoda, perché sembra rivelare una debolezza intrinseca della democrazia, quasi un suo essere impari alle sfide che continuamente le vengono portate. Ma, per un verso, essa si presenta come una debolezza "codificata", tale dunque da non poter essere rimossa senza violare regole essenziali per il corretto funzionamento dei nostri sistemi politici. D’altra parte, se appena si approfondisce la riflessione, si scopre che siamo di fronte all’apparenza, non alla sostanza, di una debolezza.
Nella Convenzione europea dei diritti dell’uomo si ammettono limitazioni di diritti in nome della sicurezza, a condizione che queste si presentino come misure necessarie "in una società democratica". Non basta, dunque, dimostrare che una restrizione di libertà e diritti può rivelarsi utile nella lotta al terrorismo. Per essere ammissibile, deve superare un test di compatibilità con l’ineliminabile natura democratica delle nostre organizzazioni sociali. Le parole ricordate all’inizio ribadiscono la fedeltà a questo principio.
Ma la critica democratica a leggi giustificate con la pura logica dell’emergenza ha sempre avuto anche la funzione di segnalare l’inefficienza di molte di quelle norme. Se riandiamo alla stagione del terrorismo italiano, alle dure polemiche intorno all’introduzione di un istituto fortemente restrittivo della libertà personale qual era il fermo di polizia, le relazioni al Parlamento del ministero dell’Interno consentono di scoprire senza fatica che mai quello strumento è servito per intercettare un terrorista. Se si considerano i dati riguardanti i controlli di massa sui passeggeri delle linee aeree entrati negli Stati Uniti, si scopre che, alla fine del 2004, erano stati effettuati otto milioni e mezzo di controlli, che le persone sospette erano state 281 e, tra queste, non vi era neppure un terrorista. Se osserviamo il paese più videosorvegliato del mondo, guarda caso la Gran Bretagna, ci si imbatte in un rapporto consegnato al primo ministro agli inizi di giugno dal quale risulta come questa forma di controllo di massa abbia dato risultati modestissimi in molte situazioni.
Se si fosse accolta la critica di chi denunciava l’incompatibilità di quelle diverse misure con le garanzie costituzionali, si sarebbero percorse altre strade per tutelare la sicurezza, insieme più democratiche e più efficienti. La presunta debolezza dei sistemi democratici, determinata dall’obbligo di rispettare le garanzie previste, si converte così in un fattore che può invece spingere all’impiego di strumenti adeguati. E a chi invoca il pugno duro, ed alza la voce sprezzando le regole democratiche in nome della tutela della vita e della sicurezza, bisogna pur ricordare le stragi di innocenti determinate da un uso scriteriato della forza in un teatro di Mosca o in una cittadina cecena, con un numero di vittime superiore a quello degli attentati di Londra.
In realtà, le leggi di emergenza, emanate come risposta a situazioni di crisi, adempiono spesso a funzioni che poco hanno a che vedere con la sicurezza. Poteri politici deboli e confusi abbandonano ogni capacità di governo e secondano l’inevitabile emozione dell’opinione pubblica, cercando di rassicurarla con proclami senza effetti. Apparati pubblici inefficienti cercano di distogliere lo sguardo dalla loro incapacità di lavoro rifugiandosi dietro l’inadeguatezza delle norme. Settori dell’amministrazione cercano di usare le emergenze per aumentare i loro poteri in direzioni che nulla hanno a che vedere con la lotta al terrorismo. Ancora una volta bisogna ripetere che le leggi di emergenza sono, insieme, inutili e pericolose. Inutili, perché in genere falliscono l’obiettivo per il quale sono emanate. Pericolose, perché favoriscono comunque il sedimentare di una cultura non democratica, violano diritti, alterano gli equilibri tra i poteri.
Le strategie contro il terrorismo devono tener conto di questa esperienza accumulata, come ben mettono in evidenza le analisi più ragionate svolte in questi giorni. L’invocazione della democrazia, come valore da preservare e quindi come limite invalicabile, si traduce nella necessità e urgenza di politiche consapevoli.
La riduzione del terrorismo a pura questione di ordine pubblico internazionale, l’uso della categoria "guerra" per concentrare l’attenzione solo sull’intervento militare hanno finora ispirato mosse sostanzialmente fallimentari. Mai come in questi tempi la guerra, infinita o no che sia, è apparsa tanto lontana dalla sua definizione come prosecuzione della politica con altri mezzi: è divenuta sostituto o surrogato di una politica che non è riuscita ad esprimere un antagonismo democratico di fronte all’attacco violento proprio ai valori della democrazia. La spirale perversa, che ormai ci avvolge tutti, può essere rotta solo partendo da qui. Torna prepotente la necessità di tornare ad usare il riferimento alla pace come categoria forte, capace di dare forma a politiche che finalmente si misurino con la complessità dei problemi che abbiamo di fronte, dopo che la scorciatoia bellica si è dimostrata addirittura controproducente.
Si insiste, di nuovo, su una politica di intelligence come parte essenziale di questa strategia, e già si mettono in luce le manchevolezze di quella inglese, come già era stato fatto per quella americana dopo l’11 settembre. Ma Giuseppe D’Avanzo ha mostrato benissimo che non siamo di fronte soltanto ad un problema tecnico, che pure esiste e che è fatto di maggiore efficienza e di più intensa e convinta collaborazione tra polizie e servizi di sicurezza dei diversi paesi. I limiti dell’intelligence sono sempre anche l’effetto dei caratteri, e dei limiti, della politiche nel cui contesto quelle attività si svolgono.
Al fallimento della rassicurante e totalizzante strategia bellica corrisponde il fallimento della rassicurante e totalizzante strategia di indagine e prevenzione affidata soprattutto ai controlli di massa. Di nuovo, non solo per il rispetto delle libertà e dei diritti, ma in nome dell’efficienza, è necessario richiamare l’attenzione su indagini mirate, su procedure non arbitrarie.
Così sarà anche possibile allontanare il rischio, già presente, di accrescere l’angoscia sociale. Bisogna evitare che i cittadini, che già si percepiscono come potenziali bersagli, si sentano tutti guardati come possibili sospetti. L’"impero della paura", che il terrorismo vuole imporre, non deve trovare incentivi anche in comportamenti degli Stati democratici.
ROMA - Giulio Tremonti appena rientrato al governo, l´aveva buttata lì, vendiamo le spiagge. Poi aveva aggiustato il tiro. «Non mi hanno capito. Ho solo detto che avrei allungato le concessioni a 100 anni». Era la fine di aprile e l´idea sembrava archiviata. Per rispuntare fuori, a sorpresa, in quel pezzo di disegno di legge sulla competitività che era rimasto fuori dal decreto approvato a maggio. Poche norme che andavano semplicemente riscritte, ripresentate e votate. Il compito se l´è assunto il relatore di maggioranza, Guido Crosetto di Forza Italia. Che però non si è limitato a riscriverle, ma ci ha messo di suo pugno un intero articolo, il 14, dal titolo impegnativo: "Legge obiettivo per il turismo di qualità". Che opposizione e ambientalisti hanno subito ribattezzato "Legge Las Vegas". Dieci punti che prevedono la costruzione di villaggi turistici, di alberghi, con annessi casinò, per i quali, tra l´altro, non sarebbe necessaria alcuna autorizzazione. La vendita delle spiagge non c´è, ma è come se ci fosse. Le concessioni demaniali verrebbero allungate fino a 90 anni, i soldi incassati verrebbero ripartiti tra stato comuni e regioni. Ma soprattutto la nuova legge spazza via in un sol colpo tutte le autorizzazioni che vanno richieste per costruire un albergo, un casinò, per edificare villaggi turistici. Non solo. Le piccole aziende artigiane di prodotti alimentari potrebbero vendere pasti e bevande, alcol compreso, anche ai minori di 21 anni e senza l´ok del sindaco. Da una parte l´azienda vera e propria, dall´altra una specie di bar-trattoria. La stipula di quello che viene definito "un accordo di programma" sostituirebbe ogni altra autorizzazione. In una sola seduta chi decide di investire sulle spiagge otterrebbe il via libera dalla Regione, chiamata a individuare i progetti di pubblico interesse. Unico vincolo è che si tratti di «insediamenti turistici di qualità».
La qualità è misurata da vari fattori: l´elevato livello dei servizi erogati, la soddisfazione degli utenti, la qualità ambientale e il rispetto del tessuto storico e culturale circostante. «Dunque le leggi si possono bypassare con un semplice atto amministrativo e la competitività del Belpaese è da ricercare nei casinò», accusano i deputati dell´Unione. «E´ solo una strada per snellire le procedure», taglia corto Crosetto, che difende la sua proposta e se ne assume la paternità. «Il governo, Tremonti, la Casa delle libertà - spiega - non c´entrano nulla». Domenico Siniscalco, ministro dell´Economia, conferma: «Io non ne sapevo niente, è una iniziativa parlamentare». Che "l´aggiuntina" al testo sulla competitività avrebbe creato un marasma Crosetto lo sapeva. E la bufera si è scatenata subito. «Tra l´altro la procedura seguita da Crosetto - dice Mauro Agostini, vicepresidente e responsabile economico del gruppo Ds - è opinabile anche da un punto di vista procedurale. Il disegno di legge sulla competitività aveva una parternità, il governo. Questo invece - prosegue Agostini - non è figlio di nessuno».
Un banale errore da segretaria
la tecnologia non risparmia i potenti
di V . ZAMBARDINO
ROMA - Una banale dimeticanza. La commettiamo sui nostri computer ogni volta che lavoriamo su un file. Le segretarie ne costellano le loro giornate. Di piccoli ostacoli e incidenti è fatta la quotidianità con le macchine. Di cose che accadono a tutti noi, uomini comuni, che crediamo di poter risolvere con le nostre mani l'intrico burocratico che l'uso della tecnologia ci disegna addosso come una ragnatela. Mille piccoli adempimenti quotidiani - ricarica il cellulare, setta l'agenda, apri quel sito, installa il software del palmare sul pc che però non va, configura, salva, setta. Gerghi che sono check-list di cose da fare. E uno sbaglia e le conseguenze si vedono. Ma il punto è che quando pensi ai militari americani, non credi ai tuoi occhi. Pensi che chissà quali software di alta raffinatezza ci siano dietro, a prova di errore e di umano. Persi nella fantascienza degli scudi stellari, abbiamo dimenticato che è possibile sbagliare usando il programma della segretaria.
Perché quello che ha portato in rete e in chiaro gli omissis sul caso Calipari è l'errore che chiuqnue può commettere, fatto sopra un programma che tutti abbiamo sul nostro computer. E qui viene il punto: dalle cronache di queste ore sappiamo che i documenti gli americani li scrivono con Acrobat, che le comunicazioni tra posti di blocco erano fatti in "voice over ip" (cioè il programma di telefonia su internet che tutti stiamo imparando a usare perché costa pochissimo o niente), le comunicazioni con casa sono frutto di connessioni sul messenger di uno dei vari provider internet. Il Re si serve sempre dei pedoni e l'Impero comunica con gli strumenti delle masse. Anche con gli errori delle masse.
E non è un caso che questo accada. Quei programmi hanno molti vantaggi: si installano facilmente, si imparano in pochi minuti di pratica (Adobe meno, ma non è certo un arcano), si usano su qualsiasi computer. Insomma funzionano. Però sono precari, come si rivela in quelle telefonate con l'amico, in cui a un certo punto la conversazione è fatta di: Mi senti? Ci sei? Resetto? No, scemo, devi resettare! Il software di guerra non è perfetto e nemmeno troppo intelligente. E' lo stato dell'arte che conosciamo. E dalla guerra proviene, dalla guerra di tanto tempo fa.
Il Voice over Ip e i messenger sono frutto dell'ingegno dei programmatori che lavoravano per l'esercito, in alcuni casi quello israeliano. Come per internet, nata militare e diventata civile, il "reverse engineering" , la ricaduta di pace di ciò che è pensato per la guerra, ha prodotto un boom di massa che oggi segna un ritorno alle origini delle applicazioni pensate per la guerra. Ma esattamente come in tempo di pace e nella conversazione fra due adolescenti, quella roba può fermarsi, può sbagliare, ma soprattutto può far sbagliare.
In un libro molto bello di Edward Tenner, "Quando le Cose si ribellano", di qualche anno fa si compie una rassegna di tutte le dure repliche della tecnologia alle speranze di chi l'ha lanciata. Tenner rivede le promesse realizzate (molte) e i problemi creati dalle macchine che accompagnano la nostra vita. Una di questa è la crescita burocratica dei mille piccoli adempimenti quotidiani. Si finisce per lavorare per il computer prima che questo lavori per noi. E' un aumento di complessità operativa che si accompagna all'efficacia, al numero, alla potenza delle operazioni che compiamo. Ai censori americani questo è successo. Un incidente dovuta alla tecnologia che si ribella. Non è la prima volta che accade, anche perché non esiste una tecnologia a prova di errore. In ogni dispositivo tecnologico l'errore umano è possibile e le potenziali conseguenze catastrofiche. In fin dei conti che fine fa il pilota-cow boy del "Dottor Stranamore"? La molla che libera la bomba "fine di mondo" non scatta, ma non c'è elastico che non ceda a un vero americano esperto di meccanica. Lui ci sale sopra, libera il contatto, e scende verso l'abisso a cavallo della morte, gridando "Yahoo!"
L'errore del colonnello Potter
un clic in meno, svelati gli omissis
di ALESSIO BALBI
ROMA - Un clic. Per evitare la figuraccia, al colonnello Robert Potter del Comando Centrale statunitense sarebbe bastato spuntare una crocetta con il mouse. Un clic sulla casella "Autorizza la copia di testo, immagini e altri contenuti" avrebbe negato al mondo la possibilità di sbirciare dietro gli omissis del rapporto sulla morte di Nicola Calipari.
Ma il colonnello (il suo nome risulta come autore del file insieme a quello di Richard Thelin), quel clic lo ha dimenticato. E ora su internet chiunque può leggersi nomi, cognomi, date che la commissione congiunta nata per indagare sull'uccisione del funzionario del Sismi aveva pensato bene di far sparire dal suo rapporto finale. Basta aprire il file Pdf messo a disposizione sul sito della forza multinazionale, selezionarne il testo e copiarlo su qualunque editor (va benissimo anche il blocco note di Windows) oppure salvare il file in formato testo. E oplà: gli omissis non ci sono più.
Com'è possibile? Ad una prima occhiata, il rapporto Calipari sembra essere stato trattato, nella sua versione elettronica, con la funzione di "Highlighting" di Adobe Acrobat Professional. Uno strumento pensato per evidenziare le parole, non per nasconderle. Ma sostituendo il colore giallo usato normalmente dal programma con il nero, si ottiene una sorta di pennarello digitale che, colorando lo sfondo del foglio, rende illegibili i caratteri.
E' un po' ciò che si fa con i libri quando si vuole coprirne il prezzo prima di regalarli: ci si passa uno strato di nero. Ma sulla copertina il prezzo resta stampato, e con un po' di buona volontà (mettendo il foglio controluce, magari) è possibile farlo spuntare fuori. Sul foglio elettronico è lo stesso: copiando il testo e incollandolo da un'altra parte, il caratteri restano ben visibili, mentre lo sfondo nero sparisce. Se l'autore del file avesse deselezionato la fatidica casella, copiare il testo e incollarlo altrove sarebbe stato impossibile. Ma nessuno ha avuto questa accortezza.
Viene spontaneo chiedersi quanti altri documenti costellati di omissis e pubblicati in rete abbiano la stessa falla. Ma su questo, c'è da scommetterci, gli americani indagheranno a fondo. E stavolta, probabilmente, un colpevole salterà fuori.
Calipari, il rapporto in Procura
"No comment" dalla Farnesina
Intanto i militari americani indagano sulla vicenda degli omissis
ROMA - La Procura della Repubblica di Roma acquisirà il rapporto Usa sulla vicenda Calipari, pubblicato sabato con numerosi omissis sul sito delle forza multinazionale in Iraq, e poi rivelatosi accessibile nella sua versione integrale. La procedura di acquisizione è quella che gli inquirenti definiscono delle cosiddette "fonti aperte", vale a dire notizie di interesse per l'autorità giudiziaria che però non hanno alcuna valenza processuale. Nessun commento dalla Farnesina: "E' una vicenda che riguarda gli americani" dice dal ministero degli Esteri il portavoce Pasquale Terracciano. E intanto i militari americani indagano per stabilire che cosa sia accaduto.
Il documento alla Procura. La Procura di Roma acquisirà nelle prossime ore il rapporto, di 42 pagine, stilato dopo la conclusione dell'indagine amministrativa sulla morte di Nicola Calipari compiuta dalla Commissione Usa. Gli investigatori ritengono che l'esame del rapporto - insieme con gli elementi forniti dall'auto sulla quale viaggiava il funzionario del Sismi - sia il primo passo per poter poi, eventualmente, sentire i due componenti italiani della Commissione, che non hanno controfirmato la relazione a patto che le loro motivazioni non siano coperte da segreto militare. Il rapporto acquisito dai magistrati sarà quello ufficiale, omissis compresi.
Esami sulla Toyota. Nel corso della prossima settimana saranno formalizzati gli incarichi ai consulenti tecnici, sia delle parti lese sia della procura, propedeutici agli esami balistici, tecnici e eventualmente biologici che dovranno esser compiuti sulla Toyota Corolla custodita per ora in un hangar dell'aeroporto di Pratica di Mare e che sarà trasferita in un laboratorio della polizia scientifica.
Preite dai magistrati. I pubblici ministeri Franco Ionta, Erminio Amelio e Pietro Saviotti, che hanno aperto un fascicolo per omicidio volontario e tentato omicidio, dovrebbero ascoltare Gianluca Preite, difeso dall'avvocato Carlo Taormina. Preite, un ingegnere che sostiene di aver lavorato per i servizi di sicurezza italiani anche durante la vicenda delle Simona Pari e Simona Torretta, spiegò nella scorse settimana di aver intercettato telefonate tra l'Iraq e Roma durante l'operazione da cui scaturì la liberazione della giornalista del Manifesto, Giuliana Sgrena.