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Non staremo qui, ancora una volta, a discutere se durante il recentissimo viaggio di George Bush da Bruxelles a Bratislava sia stato il presidente degli Stati Uniti d´America a venire incontro alle posizioni dei suoi interlocutori o piuttosto questi ultimi a rettificare le proprie muovendosi verso di lui.

Questo tema, che meglio potrebbe definirsi con la semplicistica questione del «chi ha vinto e chi ha perso», è stato già ampiamente trattato da tutti i media internazionali e si è ben presto rivelato un classico double face: nessuno ha rinunciato alle proprie tesi di partenza sulla guerra irachena, ma tutti hanno convenuto che la vita continua anche di fronte ai fatti compiuti. Anzi, soprattutto di fronte ai fatti compiuti.

D´altra parte Bush con tutto il suo corteggio di diplomatici e di politologi ha ripetutamente sottolineato che il suo secondo mandato non sarà eguale al primo e che se il primo fu caratterizzato dalla teoria della guerra preventiva e dell´unilateralismo, il secondo lo sarà da quella della diplomazia preventiva e multilaterale. Quindi, per sua stessa ammissione ripetutamente propagandata, se c´è qualcuno che si è spostato è proprio il presidente degli Stati Uniti.

Egli ha vigorosamente chiesto ai suoi alleati europei (quelli della vecchia Europa che gli si erano ostinatamente contrapposti sia sul dossier iracheno sia su quello mediorientale) d´impegnarsi insieme su obiettivi che la vecchia Europa ha condiviso e sui quali lavora da almeno sei mesi. Per l´Iraq l´addestramento dei corpi di sicurezza e dei quadri dell´amministrazione civile allo scopo di rendere al più presto quel paese capace di autogovernarsi.

Per il Medio Oriente una più marcata presenza dell´Occidente nella composizione del conflitto Israele-Palestina e nella nascita d´uno Stato palestinese indipendente e territorialmente contiguo. Ciò che la vecchia Europa (ma anche Tony Blair) aveva fin qui rimproverato all´amministrazione Bush non era un eccesso di presenza ma al contrario una disperante assenza dal conflitto mediorientale. Ora che la presenza americana si è finalmente fatta visibile la vecchia Europa (ed anche Blair) non può che prenderne atto con piena soddisfazione.

Infine sul dossier iraniano il terzetto Gran Bretagna-Francia-Germania sta da mesi negoziando con Teheran affinché rinunci all´armamento nucleare. Bush ha chiesto che questi negoziati proseguano aggiungendo a mo´ di monito che ogni altra opzione resta possibile come ultima istanza.

La volontà di arrestare la proliferazione delle armi atomiche essendo un interesse comune di tutto l´Occidente, anche sul dossier iraniano la convergenza era dunque già in atto da tempo.

In conclusione: le concrete richieste degli Usa alla vecchia Europa avevano già avuto risposte positive molto prima del secondo mandato e del viaggio presidenziale in Europa. Da questo punto di vista dunque il poco arrosto era già stato mangiato e digerito. Ma era mancato il fumo mediatico. Il viaggio di Bush è servito a questo: il fumo è venuto dopo e non prima dell´arrosto.

Il presidente francese, a chi gli domandava se fosse soddisfatto del meeting con Bush a Bruxelles, ha risposto: «Certamente sì, ma ora si tratta di verificare se alle sue parole seguiranno i fatti». Posto che sui tre dossier iracheno, mediorientale, iraniano, le convergenze erano già avvenute, a che cosa esattamente si riferisce Chirac? Quale è il terreno sul quale i fatti debbono ancora esser verificati?

È chiaro quale sia il terreno della verifica. «D´ora in poi - ha detto Condoleezza Rice - decideremo insieme». E Bush: «Niente e nessuno potranno dividere l´alleanza degli Usa con l´Europa». Questa è dunque la questione da verificare passando dalle parole ai fatti. Decidere insieme entro il quadro di un´inseparabile alleanza non si concilia infatti con la democrazia imperiale che l´amministrazione Bush sta costruendo e teorizzando fin dall´inizio del suo primo mandato. Questo è dunque il tema che ancora non è stato chiarito, questo è il punto di possibile dissenso che può perfino rimettere in discussione le convergenze già da tempo raggiunte: l´evoluzione dell´America verso la democrazia imperiale.

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La diffusione nel mondo intero della libertà e della democrazia è un auspicio che non può che vedere uniti insieme gli Stati Uniti d´America e l´Unione europea poiché si tratta di auspicare un ecumene che condivida i valori sui quali è basato il concetto stesso di Occidente. Valori fondativi. Valori comuni. Comuni non soltanto agli uomini occidentali ma a tutti gli uomini, ovunque nati e ovunque residenti.

Ricordate il discorso di Benedetto Croce sull´indistruttibile forza della libertà? La libertà scava dovunque il suo percorso, nei terreni più favorevoli come in quelli più accidentati e impervi. Incontra ostacoli dovunque, viene spesso soffocata, negata, manipolata, ma infine rispunta quando meno te lo aspetti e vince e si impone. Non è un processo agevole e spesso il terreno che aveva conquistato le viene di nuovo sottratto perfino nei luoghi dove sembrava aver messo solidissime radici. Ma di nuovo riprende la sua marcia e la sua lotta e questa è la storia. La storia della libertà.

Ma una cosa è l´auspicio e l´incoraggiamento culturale, un´altra cosa è la missione e la crociata che è lo sbocco inevitabile di ogni missione. La missione costituisce l´orgogliosa ideologia di un popolo eletto e prescelto per adempierla. La missione chiama un Dio come testimone e guida. La missione è la premessa di una vocazione imperiale. La vocazione imperiale segna la sconfitta della libertà. Anche questa è la storia: la storia degli imperi che ricacciano indietro la libertà e della libertà che sgretola gli imperi.

Spesso accade che la vittoria di uno di questi due elementi dialettici si volga improvvisamente a beneficio del suo opposto: è ciò che in linguaggio accademico si chiama «eterogenesi dei fini». La storia fa questi scherzi che costituiscono la sua meravigliosa imprevedibilità.

Nell´Europa moderna l´esempio più eloquente fu quello di Napoleone. Portò sulla punta delle baionette della sua Grande Armata i principi della libertà, della modernità, dell´abbattimento delle feudalità, dell´eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Sulla base di questi principi, oltre che sulla forza del suo esercito, trovò l´alleanza dei popoli e vinse «dall´Alpi alle Piramidi, dal Manzanares al Reno».

Ma poco dopo quegli stessi popoli, quei poeti, quei filosofi, quei musicisti che si erano innamorati della libertà evocata dal tricolore imperiale, la rivolsero contro di lui. Contro il classicismo napoleonico nacque e dilagò in tutta Europa il romanticismo. Nacquero, sull´esempio della Francia ma contro di lei, le nazionalità. Nacque la Germania, prima come mito e poi come realtà politica, economica e militare. Nacque la Russia come elemento nuovo della geopolitica europea.

Gli imperi in certe occasioni della storia possono accelerare il corso della libertà, ma la libertà smantella gli imperi. Tanto più quando opera in contesti storici, sociali, religiosi completamente diversi da quelli della potenza imperiale che se ne è fatta portatrice.

E così non ci sarà da stupirsi se un Iraq oggi ancora sotto tutela americana, non appena potrà essere restituito agli iracheni non riveli un nazionalismo allergico a ogni presenza sia pure indiretta del suo liberatore. Tanto meno ci sarà da stupirsi se regimi dittatoriali o teocratici come l´Egitto e l´Arabia Saudita, oggi alleati dell´America, una volta affidati a forme sia pure improprie di democrazia non divengano ancor più nazionalisti, ancor più teocratici e sostanzialmente antiamericani di quanto oggi non siano. I primi esperimenti della democrazia imperiale americana non sono incoraggianti. Se d´ora in avanti le due sponde dell´Atlantico diventeranno più vicine e decideranno veramente insieme, sarà questo il vero tema del confronto. Ne potrà nascere un gran bene oppure l´approfondirsi di un dissenso che per ora è entrato in una fase di tregua e di autocosmesi, in attesa di verifica.

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Del resto la prima prova si è vista nell´incontro di Bratislava tra Bush e Putin e in quello di Magonza tra Bush e Schroeder. Quest´ultimo, come già Chirac a Bruxelles, ha insistito nella decisione di togliere l´embargo sulle armi alla Cina.

È più facile mettersi d´accordo sull´Iraq che sulla politica verso Pechino. Quanto a Putin, l´autocrate di Mosca si è addirittura permesso di impartire al presidente americano una pubblica lezione sul significato della parola democrazia quando essa venga applicata non già sulle sponde dell´Hudson ma su quelle della Moscova.

Putin ha già fatto la (per lui) sgradevolissima esperienza dell´Ucraina e della Georgia e sa che sul tavolo ovale della Casa Bianca sono già aperti i dossier della Bielorussia, della Moldavia, della Romania, dell´Azerbaigian, del Kirgizistan. Regimi orribili, regimi corrotti, la cui destabilizzazione tuttavia moltiplicherebbe per cento l´effetto Cecenia con quanto ne può conseguire a Mosca.

Più oltre verso l´Oriente estremo, spunta l´ombra lunghissima della Cina. In tempi di globalizzazione i processi sono molto veloci e ciò che prima richiedeva secoli oggi implica pochi decenni. Ma la Cina possiede fin d´ora un´arma formidabile per condizionare la forza della democrazia imperiale americana. La Cina, dopo il Giappone, è il più grande creditore del Tesoro Usa. Insieme alla Corea possiede mille miliardi di dollari in Buoni del Tesoro americano e non fa che accumularne. Basterebbe che decidesse di investire in euro i nuovi surplus per determinare un ciclone planetario nell´economia, nel commercio e nel tenore di vita del mondo ricco e quindi degli Usa e dell´Europa.

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Ha detto in una bella intervista pubblicata su questo giornale Mikhail Sergevic Gorbaciov che la storia del mondo sarebbe stata molto diversa se l´America di Reagan lo avesse aiutato a riformare anzi a rifondare il comunismo anziché puntare su Eltsin e sul suo liberismo fasullo e mafioso. Sappiamo bene che la storia non si fa con i se. Ma certo la politica non tollera il vuoto. Abbattuta la seconda potenza mondiale, la vocazione al pensiero unico, alla missione salvifica e all´impero si è materializzata rapidamente. Il terrorismo globale è esploso. I nazionalismi si acuiranno e si moltiplicheranno. E forse, per la solita eterogenesi dei fini, anche l´Europa capirà più rapidamente che per dialogare e se possibile decidere insieme all´America i 25 nani di Bruxelles debbono delegare gran parte della loro sovranità politica all´Unione, ai suoi valori di cittadinanza, ai suoi interessi, alla sua moneta.

La democrazia imperiale ha bisogno di essere ben temperata e l´Europa può molto aiutare in questa direzione.

La ricreazione è finita», ha detto Silvio Berlusconi due giorni fa. Parlava di giustizia. Era infuriato con la gup di Milano, Clementina Forleo, per l´assoluzione dei tre islamici. Ma usare quella sentenza in modo strumentale gli torna utile. E infatti l´ira del premier ha prodotto un primo, tangibile risultato. La riforma dell´ordinamento giudiziario, all´esame del Senato dopo la bocciatura del presidente della Repubblica, sarà rivista dal Parlamento solo sui quattro punti indicati nel messaggio di rinvio. Così ha deciso l´aula di Palazzo Madama, in ossequio ai dettami del premier. Perché, appunto, «la ricreazione è finita», come ha detto il Cavaliere. Il ministro Castelli ha detto di peggio. In un´intervista a Libero, è tornato a esternare contro il Colle: «Basta con il fuoco di sbarramento» eretto dalle istituzioni, i giudici godono di «sponde» ad alto livello perché «un po´ tutti temono la magistratura». Parole oblique, come sempre. Ma pesanti, più di sempre.

Carlo Azeglio Ciampi, dopo la bocciatura della legge Castelli per «manifesta incostituzionalità», non ha più parlato di giustizia. Nel discorso di auguri di fine anno alle alte cariche dello Stato, il 21 dicembre, ha dedicato al tema un cenno breve, ma comunque molto significativo: «Ho chiesto alle Camere una nuova deliberazione, con riferimento ad alcuni importanti profili di costituzionalità...». Il presidente sta aspettando questa «nuova deliberazione». E come sempre, mentre le Camere deliberano, lui tace. Ma intanto il capo dello Stato osserva e riflette.

Quello che vede non lo tranquillizza affatto. Il blitz del governo su Vigna, prorogato a colpi di «decreti ad personam» alla Procura antimafia, gli ha reso evidenti le intenzioni invasive e punitive della Casa delle Libertà in campo giudiziario. Già la lettura «minimalista» del messaggio con il quale aveva rinviato il testo alle Camere, adottata dal Guardasigilli e dagli esperti di giustizia del Polo, non lo aveva rassicurato. Quella lettura «minimalista» precipita adesso in una scelta politica molto precisa: il Parlamento esaminerà solo i quattro rilievi citati dal Colle, ma non potrà riesaminare il provvedimento nel suo complesso. È un approccio che preoccupa. Una riforma «sistemica», come lo stesso Ciampi ha definito quella della giustizia, non è un «meccanismo elementare», dal quale è possibile rimuovere qualche sassolino che blocca l´ingranaggio, per poi rimetterlo tranquillamente in moto. Una riforma sistemica è invece un «organismo complesso», dal quale non si può disinvoltamente amputare una parte, senza pregiudicare la funzionalità del tutto. Qualunque correzione, ad esempio alla norma sulle prerogative del Csm, non sarà neutrale. Avrà riflessi sul resto della riforma. Avrà riflessi sulla seconda parte della Costituzione, perché dall´autogoverno della magistratura dipende il bilanciamento dei poteri. Avrà riflessi sulla prima parte della Costituzione, perché dall´esercizio indipendente della giurisdizione deriva la tutela dei diritti fondamentali dei cittadini e il rispetto del principio di uguaglianza. La «chiusura pregiudiziale» ad un riesame generale della riforma, imposta dalla maggioranza al Senato, oltre che una «palese scorrettezza» rispetto alle indicazioni contenute nel messaggio alle Camere, è già di per sé un «pessimo segnale» per il Colle. Vuol dire che il centrodestra, obbedendo al diktat del premier, si accinge a modifiche marginali, se non addirittura di facciata, a un provvedimento-chiave per i futuri equilibri istituzionali del Paese.

Per questo al Quirinale si riflette. Che cosa può fare Ciampi, se davvero il centrodestra riapproverà la riforma senza correzioni sostanziali che ne rimettano in discussione tutto l´impianto, ma con pochi ritocchi formali che lasciano inalterato lo squilibrio dei poteri a vantaggio del politico e a danno del giudiziario? È una questione delicatissima. In teoria non si presterebbe ad equivoci. L´articolo 74 della Costituzione è chiarissimo: il presidente della Repubblica può rifiutarsi di promulgare una legge e chiedere una nuova deliberazione, ma «se le Camere approvano nuovamente la legge, questa deve essere promulgata». In pratica, viste le premesse con cui il Polo si accinge alla nuova deliberazione, il Quirinale potrebbe anche adottare, a sua volta, una scelta clamorosa.

Le ipotesi prese in considerazione, per ora in via del tutto accademica, sono due. La prima è quella più dirompente sul piano istituzionale. Il Polo riapprova la stessa riforma, modificata solo in parte e in modo solo formale. Il presidente ne constata la persistente, «palese incostituzionalità», e si rifiuta nuovamente di promulgarla. In dottrina, da Paolo Barile fino ad arrivare a Antonio Baldassarre (che l´ha indicata nei giorni scorsi in un´intervista al Sole 24 Ore) questa possibilità non è affatto esclusa. Si configura come «rifiuto assoluto di promulgare», che il presidente della Repubblica può opporre per non incorrere nel reato di «attentato alla Costituzione». L´ha spiegato qualche giorno fa Leopoldo Elia, presidente emerito della Consulta, ai magistrati dell´Anm. Se il Polo tirasse la corda fino alle estreme conseguenze, il capo dello Stato si troverebbe di fronte a un «conflitto di doveri». Da una parte il dovere di promulgare, sancito dall´articolo 74. Ma dall´altra parte il dovere di difendere i «principi supremi» della Costituzione, sancito dall´articolo 87. Questo conflitto, eccezionale e mai verificatosi nella storia repubblicana, può risolversi in due modi: «O con il nuovo rifiuto di promulgazione della legge ? aggiunge Elia ? o sollevando conflitto di attribuzione di fronte alla Consulta nei confronti del Parlamento».

La gravità di questo scenario è evidente. Ma il fatto stesso che se ne discuta, e che nella cerchia dei consiglieri del Colle l´ipotesi del «conflitto di doveri» venga considerata «elegante sul piano dottrinario», basta già a dimostrare quali torsioni giuridiche e quanti strappi istituzionali il berlusconismo abbia già prodotto nel sistema. È un´ipotesi di scuola. È un´ipotesi estrema. Ma come ripetono diversi costituzionalisti ascoltati al Quirinale, da Gaetano Silvestri a Andrea Manzella, viviamo una fase politica talmente convulsa e conflittuale, che le ipotesi di scuola rischiano di diventare reali, e quelle estreme rischiano di diventare normali. Ma è uno scenario che nessuno si augura. Ciampi per primo. Per questo, se davvero il Polo optasse per una riconferma della legge Castelli senza apprezzabili modifiche, si considera anche una seconda ipotesi, indicata tra gli altri da Massimo Luciani. Meno traumatica sul piano istituzionale, ma altrettanto devastante sul piano politico. Il presidente potrebbe firmare il nuovo testo, come gli impone la Costituzione, ma potrebbe inviare alle Camere un nuovo messaggio sulla giustizia. Segnalando le non sanate antinomie della riforma. Mettendo in mora le forze politiche che l´hanno imposta alle Camere. Rinviando di fatto la palla a un successivo esame di legittimità costituzionale della Consulta. Sarebbe uno scenario comunque grave. Sancirebbe il definitivo corto-circuito istituzionale tra Quirinale, Palazzo Chigi e Parlamento. Ma purtroppo, in questo momento così teso e difficile, nulla si può escludere a priori.

Berlusconi e la sua maggioranza, a partire proprio dai temi della giustizia, sembrano perseguire una strategia che, passo dopo passo, diventa sempre più esplicita. Sembrano disposti ad andare a un «redde rationem» con il Colle, che serva e ridisegnare, nei fatti, l´assetto dei poteri repubblicani. Il Cavaliere, più o meno consapevolmente, si muove in una logica che vede un «partito degli eletti» contrapposto a un «partito delle istituzioni». Da una parte c´è l´asse governo-Parlamento. Dall´altra parte c´è l´asse Quirinale-Corte Costituzionale. Di qua i partiti, rappresentativi della volontà del popolo. Di là gli organi di garanzia, non eletti e del tutto autoreferenziali. I destini del «modello italiano», in attesa di una riforma costituzionale condivisa che non arriverà mai, dipendono tutti dall´esito di questa contesa. Dalla riscrittura dell´ordinamento giudiziario (legge Castelli) alla questione dei poteri di grazia (caso Sofri) Berlusconi e la sua maggioranza forzano il sistema fino al punto di rottura. Ma non si assumono fino in fondo la responsabilità di rompere. La rimettono nelle mani del capo dello Stato. Per questo Ciampi, che proprio due giorni fa ha ricevuto sul Colle il presidente della Consulta Valerio Onida, si muove con cautela politica e prudenza istituzionale. Ma capisce anche che il finale di questa partita dipenderà molto dalla sua capacità di tenuta. Capisce anche che, di qui alla fine del suo settennato, gli resta poco più di un anno (al netto del semestre bianco, che di fatto assegna al presidente della Repubblica un ruolo poco più che notarile). Sarà un anno lungo e tormentato. Ma Ciampi l´ha ripetuto più d´una volta: «Non faccio sconti. A nessuno».

La partita tra la Corte del Sole di Sestu e la Regione si sposta in Procura. Dopo i tavoli di viale Trento ora i documenti del blocco dell'apertura del mega centro commerciale sono stati consegnati da Renato Soru al procuratore Carlo Piana. La Policentro fa sapere di aver dato mandato a Luigi Concas di analizzare il caso. E, se dovesse ravvisare violazioni che sconfinano nel penale, di intentare una causa milionaria alla Regione. Dal tribunale al palazzo di via Roma il passo è breve. La guerra ha fatto rumore anche lì: il capogruppo dei Ds Siro Marrocu dice che «sarà presente all'inaugurazione di questa sera». Il suo collega Antonio Biancu preferisce disertare. La maggioranza di governo si spacca. In ballo ci sono grossi interessi. A questi elementi si aggiungono i 73 sindaci del Campidano capeggiati dal primo cittadino di Guspini Francesco Marras: «Siamo contrari all'apertura e solidali con il governatore». Un braccio di ferro sempre più aspro alla vigilia dell'apertura al pubblico. Soru non vuole sentirne parlare. Non esclude l'intervento della Forestale per bloccare l'evento.

IL PRESIDENTE della Giunta, è andato ieri mattina negli uffici al terzo piano di piazza Repubblica. Soru ha consegnato a Piana i documenti di annullamento delle licenze edilizie e delle concessioni rilasciate dal Comune di Sestu per la Città dellaModa.Non solo: anche il prefetto è stato informato sulla decisione dello stop dell'agglomerato commerciale. Dall'altra parte Antonio Sardu e Lino Iemi, amministratore delegato e presidente della Domus de Janas, continuano a rivendicare la legalità delle loro azioni e poi annunciano di aver affidato a Luigi Concas il mandato di verificare i provvedimenti di sospensione delle concessioni edilizie relative al colosso sulla ex 131.

Nota: per qualche informazione e materiali scaricabili sul progetto Corte del Sole, si veda questa pagina del sito della Policentro (f.b.)

Dopo le rivelazioni a proposito di renditions e di prigioni segrete della Cia in Europa, il Washington Post ha pubblicato il 6 dicembre il suo ultimo articolo-bomba.

Craig Whitlock racconta che, mentre le autorità italiane hanno negato fermamente di aver avuto un qulsiasi ruolo nel sequestro dell'Imam Abu Omar (Nasr), o di essere stati a conoscenza del progetto di rapimento, alcuni agenti ed ex-agenti dell'intelligence Usa, non autorizzati a discutere pubblicamente l'operazione, e quindi coperti dall'anonimato, hanno dichiarato che la Cia informò l'intelligence militare italiana con anticipo.

"Dopo che la faccenda divenne nota al pubblico" scrive Whitlock "gli agenti della Cia coinvolti nella decisione di rapire Nasr dissero ai loro superiori che l'agenzia di intelligence italiana aveva svelato il piano al primo ministro italiano Silvio Berlusconi. Tuttavia, sempre secondo le stesse fonti, nel caso dovesse sorgere una disputa tra Italia e Stati Uniti, non pare che esista una documentazione a sostegno della tesi che Berlusconi fosse a conoscenza del progetto. Parecchi ex-agenti hanno asserito che l'esistenza di una documentazione di questo tipo, su argomenti così sensibili, è molto poco probabile. 'Il prezzo dell'affare è che, se ti prendono, sei solò ha detto un ex-agente".

Scrive però il giornalista americano che "ci sono segnali di un progressivo disagio del governo Berlusconi nei confronti del procedere dell'indagine penale, condotta a Milano da un'autorità giudiziaria indipendente. Pubblici ministeri e giudici, il mese scorso, hanno firmato i documenti con cui chiedono agli Stati Uniti l'estradizione dei presunti agenti Cia, ma il ministro della Giustizia, Roberto Castelli, finora non ha dato il suo consenso ad inoltrarli, sebbene tale atto costituisca di solito una semplice formalità.

Dopo essersi incontrato con Alberto Gonzales, il suo equivalente negli Stati Uniti, Castelli ha espresso dubbi sul fatto che l'indagine fosse motivata politicamente, definendo il pubblico ministero come un "militante" di sinistra, il cui lavoro va attentamente valutato. I pubblici ministeri hanno respinto qualsiasi pregiudizio di tipo politico, e hanno dichiarato che continueranno "a lavorare nelle indagini sul terrorismo in stretto contatto con l'Fbi".

E così, tra agenti dell'intelligence, ministri, e governi risulta davvero problematico orientarsi. Il pubblico legge una serie di dichiarazioni in cui, viste le contraddizioni, c'è, evidentemente, qualcuno che mente, ma è molto difficile decidere chi. E certamente non sono d'aiuto le recentissime dichiarazioni del segretario di Stato Usa, Condoleezza Rice, attualmente in visita in Europa, che hanno contribuito a rendere sempre più perplesso sia il pubblico americano che quello europeo.

E a proposito di pubblico, l'altro giorno, il 7 dicembre, Craig Whitlock si è intrattenuto con i suoi lettori per qualche ora, rispondendo a domande sugli argomenti trattati nei suoi articoli e in quelli di Dana Priest. Il testo di domande e risposte è leggibile nel sito del Washington Post, e vale la pena di scorrerlo.

Da Louisville, per esempio, un lettore chiede a Whitlock se abbia parlato con il ministro Usa Gonzales per sapere che tipo di pressioni Gonzales abbia esercitato su Castelli. Vuol sapere anche qualcosa sulla reputazione del pm Armando Spataro, e se si può ritenere che Spataro riuscirà a resistere alle pesanti pressioni politiche da parte dei governi Usa e italiano. Il lettore si chiede anche se queste pressioni non siano contrarie alle leggi degli Stati Uniti, e se è così, perché non si apra un'indagine. Whitlock lo rassicura fornendogli ottime referenze del magistrato italiano: Spataro ha perseguito mafiosi, terroristi, e politici corrotti, e in centinaia di pagine dell'inchiesta condotta dal suo ufficio è impossibile trovare un riferimento alle idee politiche di chicchesia. Il Dipartimento di Giustizia Usa ha invece rifiutato di fornire qualsiasi delucidazione sull'incontro Gonzales/Castelli.

Da Greenville telefona un lettore per congratularsi con Whitlock per la serie di articoli sul sequestro di Abu Omar. È inviperito: i rapitori americani usavano nomi e documenti falsi e hanno pernottato in alberghi di lusso, presumibilmente a spese dei contribuenti americani. Dice anche che, ovviamente, il procuratore italiano non riceverà nessun aiuto dalle autorità americane (Dipartimento di Giustizia, Fbi, o Cia). E allora ecco il suo consiglio: se il procuratore vuol conoscere la vera identità dei rapitori, perché non prova a rivolgersi al pubblico mondiale attraverso l'Internet? Potrebbe postare tutti i dati in suo possesso: fotografie, itinerari, intercettazioni telefoniche, resoconti delle carte di credito, etc. Qualcuno che gironzola sul web, compresi gli americani, potrebbe magari riconoscere qualcuno di questi spendaccioni. Fra i contribuenti americani c'è un sacco di gente che crede nella giustizia e nei diritti civili, e che è disposta a spendere qualcosa per raddrizzare le cose.

- Perché non ha ancora postato il malloppone sul web? - chiede il lettore di Greenville - (1) Non ci aveva pensato? O (2) forse è coinvolto in qualche giochetto politico e, in realtà, i rapitori non li vuol beccare? - -Idea molto interessante - commenta Whitlock - anche se decisamente insolita. Forse la Fox potrebbe trasmettere uno show dal titolo "Italy's Most Wanted" - ma aggiunge subito: - Naturalmente si tratta di uno scherzo -. Forse perché con certi lettori di Greenville non si può mai sapere: c'è il rischio che ti prendano in parola.

Da Toronto chiama un lettore un pò più smaliziato: leggendo gli articoli del WP è rimasto colpito dall'incredibile dilettantismo con cui gli agenti della sicurezza Usa combattono la "guerra al terrore". E c'è un altro pensiero che lo colpisce: la radice del dilettantismo va ricercata nella decisione dei politici di emulare i vecchi serial tv e i film di spionaggio. Nell'articolo di Whitlock c'è quella ex-spia che dice: "Il prezzo dell'affare è che, se ti prendono, sei solo". Ma assomiglia proprio al nastro pre-registrato e autodistruggente con le istruzioni settimanali di Mr. Phelps in "Mission Impossible", che finiva immancabilmente con la frase: "in caso di vostra cattura, il Segretario negherà di essere a conoscenza di ogni vostra azione"!

Solo che, cercando di imitare i successi di Jim Phelps, gli agenti Usa finiscono con l'assomigliare piuttosto a Maxwell Smart, l'agente 86, la parodia della spia americana, il protagonista della serie televisiva degli anni '60, 'Get Smart', creato dalla fantasia di Mel Brooks. Unica, ma importante differenza, secondo il lettore di Toronto: nè Phelps nè Smart frequentavano alberghi con conti a sei zeri. E questo signore canadese qualche ragione ce l'ha. Se andate a leggervi qualche "frase famosa" fra quelle pronunciate dai protagonisti di "Get Smart", vi potete imbattere in uno scambio di battute tra Maxwell Smart e la sua assistente, l'agente 99, del seguente tenore:

AGENTE 99: Oh, Max, che terribile arma di distruzione!

SMART: Sì. Vedi: la Cina, la Russia e la Francia dovrebbero bandire tutte le armi nucleari. Dobbiamo insistere perché lo facciano.

AGENTE 99: Oh, Max, e se non lo faranno?

SMART: Allora, potremmo essere costretti a farli saltare tutti in aria. E l'unico modo per mantenere la pace nel mondo.

Non dite che non vi ricorda qualcosa: il problema sta nel fatto che non è più un film comico, ma qualcos'altro.

Qui il Bollettino dell'Osservatorio sulla legalità

CAGLIARI - La scrivania di Quintino Sella? A rischio imminente di sequestro per pignoramento. Magari con tutto il palazzo umbertino nel quale ha sede il ministero dell’Economia, ammesso che si salvi Palazzo Chigi, lasciando tranquillo Berlusconi fino al prossimo aprile, quando si prevede che dovrà lascialo a Prodi. Giulio Tremonti, che dinanzi a quella storica scrivania selliana siede, non ha ancora capito bene in quale guaio si è cacciato prendendo di petto mercoledì sera a Palazzo Chigi Renato Soru, governatore della Sardegna, con il quale ha rischiato addirittura lo scontro fisico.

Aduso al codice barbaricino, che vige tra Oliena e Dorgali e che difficilmente perdona, il governatore sardo è ancora furibondo per l’arroganza con la quale è stato trattato da Tremonti - con Berlusconi impacciato paciere - e annuncia, con lampo barbaricino negli occhi, ricorsi alla Corte Costituzionale, pignoramento di beni di Stato, persino l’applicazione dell’articolo 51 dello Statuto regionale che prevede la sospensione di leggi dello Stato "lesive dell’interesse della Regione", come lui ritiene la finanziaria di Tremonti.

Presidente Soru, col governo di Roma finirà come in Catalogna nel 1640, quando ci fu una sollevazione contro il duca Olivares per il taglio delle risorse finanziarie? O come in Scozia nel 1978, quando ci fu la ribellione contro una devolution un po’ tirchia?

«In Sardegna c’è uno spirito di ribellione, di irredentismo ben noto, ma noi ci riteniamo un pezzo dello Stato italiano e lo Stato lo rispettiamo. Ma lo Stato deve rispettare noi».

Non lo fa?

«No. Il ministro Tremonti ed io siamo due servitori dello Stato. Lui deve capire che chi ha queste responsabilità non può essere così arrogante».

Cosa le ha fatto esattamente?

«E’ stato poco rispettoso. Io gli ho detto che rivendico il diritto di essere ascoltato e possibilmente non in piedi».

Solo una questione di cerimoniale o di villania?

«Neanche per idea, una questione assolutamente sostanziale».

Ce la spieghi bene.

«Semplicissimo: chiediamo la corretta applicazione delle norme del 1948. Lo Stato incassa l’Irpef e sette decimi, in base alla legge, li deve dare alla Sardegna. Negli ultimi dodici anni lo Stato ha dato solo i quattro decimi. Per l’Iva, invece, è prevista una quota variabile, da negoziare ogni anno. Nel ‘91 avevamo i quattro decimi. Da allora l’Iva dello Stato è aumentata dell’82% e la nostra è diminuita dell’11%».

Risultato?

«La Sardegna nel 1999 aveva 250 milioni di debiti, ora ne ha 3 miliardi, uno squilibrio strutturale di bilancio certificato dalla Ragioneria generale dello Stato, che ha recepito le nostre ragioni. Ma lo Stato è moroso con noi per almeno 4,5 miliardi di euro per le quote di tasse che non ci ha versate».

E Tremonti?

«Mi ha assolutamente sgomentato il comportamento strumentale di un ministro della Repubblica. Un signore che non vuol sentire ragioni e trova scuse. Uno che non vuole affrontare i problemi per portare a casa chissà quale finanziaria, per il resto "chissenefrega". Uno che non conosce le leggi. La sua tesi era che la Sicilia ha trattato i dieci decimi dell’Iva e delle altre imposte in varie sedi e nella sede della Conferenza Stato-Regioni. Gli ho spiegato, che il nostro caso è diverso e che quella Conferenza di cui lui parlava è nata ben dopo lo Statuto sardo. Quel signore crede di essere andato a scuola solo lui. Nei confronti della Sardegna, in realtà, è in atto una malversazione. Noi non chiediamo nuove condizioni, come la Sicilia, ma il rispetto di norme già chiare e precise. Chiediamo soltanto quello che ci spetta. La legge finanziaria dello Stato deve, sottolineo deve, prevedere il pagamento della quota di tributi che ci spetta per legge. Altrimenti si tratta di risorse trattenute indebitamente, per usare un eufemismo».

Figli e figliastri, presidente Soru, tra regioni di centrodestra e di centrosinistra?

«Capisco le difficoltà del paese, ma io non posso indebitarmi per 500 milioni di euro per coprire parte del disavanzo di un solo anno, mentre la Lombardia di Formigoni accende mutui per soli 18 milioni di euro».

Ma Berlusconi ha detto che siete tutti suoi figli e che i figli vanno trattati equamente.

«Altroché. Io non posso fare il bilancio 2006 senza i soldi che mi spettano per legge e li rivendico in tutti i modi possibili. Userò tutti gli strumenti consentiti dalla legge».

Pignorerà il tavolo di Quintino Sella dinanzi al quale siede Tremonti?

«Spero di no, ma se occorre lo farò, ricorrerò alla Corte Costituzionale e a tutti i possibili gradi di giudizio».

Compreso il rigetto della finanziaria di Tremonti?

«Sì, il nostro Statuto dice all’articolo 51 che possiamo chiedere la sospensione delle leggi gravemente lesive degli interessi della regione. E’ ciò che faremo per la finanziaria di Tremonti, per una legge gravemente lesiva».

Capisce che creerebbe una crisi istituzionale senza precedenti?

«Lo capisco benissimo, solo Tremonti pensa che io non capisca. Lui magari prenda atto che noi, che abbiamo a cuore il paese, abbiamo tagliato del 52% il disavanzo, cancellati 50 tra enti, consorzi e comunità montane, 600 o 700 posti di consiglieri d’amministrazione, tagliato fondi a tutti. La Sardegna fa il suo dovere. Lui può dire lo stesso?».

Il governo dice che voi fate shopping.

«Ma quale shopping. Capisco che Tremonti, come dice, non abbia i soldi per pagare le pensioni, ma cerchi almeno di avere rispetto per una regione come la Sardegna che con il 2,5% della popolazione sopporta l’80% delle bombe che ogni anno scoppiano in Italia. Una regione nelle cui miniere volevano mettere tutte le scorie nucleari. Una regione che dopo 33 anni sopporta i sommergibili nucleari americani in base ad accordi secretati. Ci dica Tremonti, ci dica Berlusconi, ci dica chiunque sia responsabile, chi mai ha autorizzato la triplicazione della base americana della Maddalena. E’ abnorme, c’è qualcosa che non va nella democrazia italiana».

Governatore, si dice che lei sia talmente infuriato che vuole mettere una tassa su villa Certosa e sulle altre innumerevoli ville sarde del nostro premier. E’ uno scherzo?

«Bisogna che i sacrifici siano fatti con equità. Ma prima di tagliare i fondi per le politiche sociali, io penso che si possano aumentare le tasse sulle plusvalenze, sulle rendite finanziarie, sul fortissimo incremento del valore degli immobili e persino sul soggiorno. Chiederemo altri sacrifici ai nostri cittadini, ma useremo la leva fiscale anche con gli altri. In questi anni che plusvalenze hanno avuto i proprietari di immobili in Costa Smeralda? Quanta gente s’è arricchita? Che cosa hanno lasciato qui da noi, se non metri cubi di cemento? Ci sono 500 mila seconde case. Se le occupano per tre mesi l’anno siamo felici, ma pagano le loro tasse? Se le pagano in altre parti d’Italia perché non qui?».

Ma allora ha ragione Tremonti quando dice che voi sardi piangete sempre?

«Io non piango mai, se piango lo faccio per ben altro, non per Tremonti. Figurarsi se chiedo l’elemosina a uno come lui. Chiedo solo il rispetto dei diritti acquisiti dallo Statuto del 1948, che noi difenderemo oltre le nostre forze. Quei diritti nacquero con la guerra del ‘15-’18 nella quale lasciarono la vita 60 mila sardi. Da lì nasce la specialità che io ho il dovere di difendere, Tremonti o non Tremonti.

Ecco tutta la vicenda, dal suo inizio. E una presentazione di Pippilotti Rist

3 agosto 2005

Mini scandalo a San Stae: proteste cattoliche per l’opera di Pippilotti Rist

Il nudo è artistico, ma è in chiesa

Nude sono nude, e ora corrono liete nel parco ora si fermano in contemplazione del nulla, con uno scopo prosaico di mostrare quanto impegno ci ha messo la mamma nel farle e un altro più sottile che ancora ci sfugge. Una è bionda, l’altra è mora e sono una videoinstallazione della Biennale che si intitola Homo sapiens sapiens di Pipilotti Rist. E’ tutto vero, incluso il nome dell’artista svizzera e il fatto che da quasi due mesi le fanciulle fluttuano sulla volta della chiesa di San Stae senza aver mai offeso nessuno. Avrebbero continuato a farlo fino a novembre se ad alcuni turisti molto cattolici e molto sensibili non fosse cascata la mascella nell’entrare in chiesa e vedere proiettato sul soffitto l’elegante tremolio delle carni. Poichè San Stae è consacrata, i turisti se la sono presa a male e hanno annunciato rimostranze alla Curia la quale ha incaricato il responsabile della chiesa, don Aldo Marangoni, di sbrogliarsela. Don Aldo se ne rammarica ma il passo successivo, quello dell’eventuale pentimento, resta una faccenda privata tra lui e il cielo. Ragion per cui, come tutti coloro che vengono sorpresi nelle loro stesse incertezze, un po’ si adombra, un po’ attacca e un po’ si difende. «La mia colpa è stata quella di non aver visto prima l’opera. Se l’avessi saputo non avrei affittato la chiesa al Consolato svizzero, che ora dovrà per forza modificare l’opera in modo che non offenda più i fedeli». I fedeli, per la verità, fino a ieri non si erano minimamente offesi. Perlomeno non coloro che in questi settimane, liberatisi delle Birkenstock, si sono distesi sui materassini sparpagliati a San Stae e, narici all’insù, hanno avuto un assaggio di quanto delizioso potrebbe essere l’Eden. Ma il giudizio di pochi può pesare più del consenso di molti e a nulla è valso il primo, autorevole scudo alzato da don Aldo: «Anche alla Sistina ci sono nudi». Abbassato lo scudo, don Aldo ha subito contattato il Consolato elvetico pretendendo la modifica dell’opera. A onor del vero l’aveva giù chiesto a giugno, quando era arrivata l’installazione della Pipilotti. Don Aldo, che pure è un parroco moderno e pragmatico, aveva subito avvertito il morso della contraddizione tra la felice nudità delle due ragazze sul soffitto e la sofferenza cosmica dei santi nelle nicchie. E ha agguantato il telefono. La delicata alternativa che ora si pone al Consolato svizzero è far sbollire parroco, Curia e turisti scandalizzati, invocando il diritto d’espressione della Pipilotti, il suo valore internazionale, i mesi impegnati a riprendere le ragazze tra i cespugli o farle rivestire e spedirle nuovamente a rincorrersi in jeans; ma sai che attrattiva. (Manuela Pivato)

L’artista

Negli anni novanta avanzò sulla scena dell’arte internazionale una leva di giovani artiste molto determinate, con le idee chiare e tutt’altro che tenere nei confronti delle artiste femministe che le avevano precedute, troppo caricate e sofferenti sul versante ideologico. Tra quelle artiste che avrebbero compiuto 40 anni nel 2000 Pipilotti Rist si distinse subito perché riusciva a combinare, con ineffabile calma e voluttà, dettagli del femminile retorico e dettagli guastatori che demolivano o sconvolgevano l’assetto normale delle cose. Dirompente fu il suo storico video «Káthe Walzer» in cui una giovane donna passava a fianco di una fila di automobili parcheggiate lungo il marciapiedi e sfondava con un martello tutti i finestrini. Decisa, inespressiva quanto precisa, la giovane donna compiva quel gesto liberatorio con la stessa tranquilla concentrazione con cui si gioca a dama. La Rist venne la prima volta alla Biennale nel ’93 e appese al soffitto un grande lampadario a gocce di vetro con una ruota di monitor che trasmettevano video con dettagli di figure e corpi femminili: «Sister of elettricità». Szeemann, libero e soffice pensatore che amava gli artisti non allineati come Pipilotti, le riservò uno spazio di riguardo nella sua Biennale del 1999. In fondo alle Gaggiandre c’era una macchina strana, nera, ferrosa, proto-industriale che di tanto in tanto ruggiva, si agitava ed emetteva grandi bolle che appena emesse erano tonde tonde e subito dopo andavano in fumo. Incantevole, teatrale metafora valida tanto per il tempo presente quanto per questioni più sottili di memoria e di nostalgia. (Virginia Baradel

21 settembre 2005

Troppi corpi nudi, a San Stae la mostra chiude

Alcune settimane fa c’era chi aveva chiesto l’intervento della Curia Ieri il provvedimento che però potrebbe

Chiude i battenti la controversa installazione dell’artista elvetica Pipilotti Rist nella chiesa di San Stae. Da ieri ad attendere i turisti alle porte della mostra targata Biennale è un sobrio cartello che sospende le visite fino al 30 settembre «per motivi tecnici». Don Aldo Marangoni, amministratore di San Stae, ha fatto sapere all’Istituto svizzero della cultura che la chiesa resterà chiusa per manutenzione a seguito di infiltrazioni causate da un temporale. Ma da Berna dichiarano che in realtà si tratta della risposta alle proteste arrivate al Patriarca per i corpi nudi del video. Risalgono ad agosto le prime lamentele da parte di alcuni turisti cattolici che avevano trovato «indecoroso» la videoinstallazione dell’elvetica femminista proiettata sul soffitto. In quello che vorrebbe essere la ripresa del paradiso terrestre, la Rist mostra le immagini di due corpi nudi femminili immersi in un bosco. Nulla di erotico in tutto ciò, piuttosto una riscoperta di un rapporto primigenio e naturale con la corporeità. Non la pensano così le 45 persone, tutte residenti nel Nordest, che la settimana scorsa hanno portato la questione all’attenzione del Patriarca, gettando don Aldo e San Stae in una bufera senza precedenti. Tanto han detto e fatto, gli «indignati» sono riusciti a ottenere la censura di una tra le esposizioni più apprezzate di questa 51 Esposizione Internazionale d’arte. Che si tratti di censura, al di là delle spiegazioni ufficiali da parte della Curia, ne sono convinti i visitatori che ieri mattina, di fronte ai portoni chiusi del bell’edificio seicentesco, hanno iniziato una raccolta firme per sollecitare l’immediata riapertura dell’esposizione. Così, accanto al cartello in cui si dichiara la chiusura momentanea della mostra «per motivi tecnici», serpeggia in bella vista la petizione in inglese che ha già raccolto più di cinquanta firme. Immediata la reazione da parte della Sezione Arte e Design dell’Ufficio federale della Cultura a Berna (l’equivalente del nostro Ministero per i Beni e le Attività culturali) che, grazie anche alla collaborazione dell’Istituto di cultura svizzero a Venezia, ha organizzato la mostra, tenendo i rapporti con la Biennale da una parte e con la parrocchia di San Stae dall’altra. E’ con quest’ultima, infine, che ogni due anni l’Ufficio stipula un contratto di locazione valido per tutta la durata della Biennale. «Ragion per cui», spiega Andreas Muench, responsabile della Sezione Arte e Design dell’Ufficio Federale della Cultura, «una decisione del genere deve essere negoziata assieme a noi». A quanto pare, invece, le negoziazioni sperate non ci sono state e la notizia della chiusura della mostra è giunta a Berna come un fulmine a ciel sereno. E senza troppe ipocrisie: «Altro che problemi tecnici - continua Muench - questa è una reazione alle proteste della scorsa settimana. Una reazione esagerata di fronte a un’opera che ha raccolto consensi ovunque e che ha visto un’affluenza di centinaia di visitatori ogni giorno. E che soprattutto - aggiunge - non ha nulla di offensivo: i corpi che la Rist mostra non sono pornografici, la nudità che vi è rappresentata è semplice e naturale». A chiusura avvenuta, a Berna ora attendono un spiegazione plausibile dell’accaduto, nella speranza di una veloce risoluzione: «Siamo ottimisti - conclude Muench - San Stae riaprirà».

21 settembre 2005

Femminista dichiarata già premiata a Venezia

E’ un’artista dichiaratamente femminista, oltre che una delle presenze più vivaci della scena internazionale tra coloro che che hanno scelto come forma di linguaggio, quello della videoinstallazione. Pipilotti Rist ebbe la sua consacrazione alla Biennale Arti Visive nel ‘99, ottenendo il Premio Duemila con un video in cui una giovane donna passeggiava spensierata per le vie della città e, ripresa al rallentatore, mandava in frantumi, con un fiore, i finestrini delle auto parcheggiate. Nella videoinstallazione presentata quest’anno sulla volta della chiesa di San Stae, intitolata Homo sapiens sapiens, propone una sorta di Paradiso Terrestre che non è però abitato da Adamo, ma da due Eve, che si aggirano nude tra la vegetazione tropicale, ammantate di un erotismo ingenuo e inquadrate in immagini oniriche e dal tono surreale, tra santi, martiri e putti che adornano le pareti della chiesa. (e.t.)

21 settembre 2005

Secondo don Aldo il video è scandaloso La Biennale: «Ma noi non c’entriamo»

«La chiesa è chiusa per motivi tecnici, perché ci sono state infiltrazioni d’acqua». E’ la versione ufficiale che anche ieri don Aldo Marangoni - che da anni si occupa per conto della Curia dell’affitto a fini espositivi di edifici sacri non utilizzati - ha ripetuto ieri infastidito per spiegare la chiusura della chiesa di San Stae che ospita la videoinstallazione dell’artista Pipilotti Rist, che rappresenta ufficialmente la Svizzera, assieme ad altri in questa edizione della Biennale Arti Visive. In realtà, al di fuori dell’ufficialità, la versione che anche ieri si ascoltava da chi lo affiancava, era che la chiusura di San Stae è dovuta a quel video “scandaloso”, che già perplessità e proteste aveva suscitato dentro e intorno alla Curia, anche se dal Patriarcato non filtra alcun commento ufficiale. C’è un contratto in essere - già stipulato sino al termine della Biennale - con i responsabili del padiglione Svizzero, ma la linea che i detentori di San Stae intenderebbero seguire è che da parte dei rappresentanti elvetici sarebbe venuto meno il rapporto fiduciario, visto che era stato garantito che il video non avrebbe creato imbarazzi nell’essere ospitato in una chiesa e così non sarebbe stato. Da parte sua, la Biennale, in forte imbarazzo, attua su tutta la vicenda un “catenaccio” stretto. «Siamo stati informati - spiegano a Palazzo querini Dubois - dall’Istituto svizzero a Venezia che la chiesa di San Stae viene chiusa sino al 30 settembre per motivi tecnici, per infiltrazioni d’acqua e che dopo questa data dovrebbe essere riaperta, e così la mostra di Pipilotti Rist. D’altra parte, le partecipazioni dei Paesi non attengono strettamente alla Biennale, ma vengono organizzate dalle varie nazioni con proprie modalità». L’imbarazzo per tutta la vicenda è comunque palpabile. E’ infatti dal 1990 che la chiesa tardobarocca di San Stae funge da spazio per il secondo contributo ufficiale della Svizzera alla Biennale, al di fuori del padiglione ai Giardini. Difficile, per la fondazione guidata da Davide Croff, affermare dunque, che la vicenda non la riguarda. E, dopo il 30 settembre, se chiesa e mostra non verranno riaperte, sarà difficile negare che quella in atto sia una vera e propria censura. (e.t.)

22 settembre 2005

Esaltata l’artista svizzera e la sua creazione, che nessuno giudica contro la morale

«La mostra chiusa, una censura inaccettabile»

Enrico Tantucci

La videoinstallazione di Pipilotti Rist nella chiesa di San Stae non è oscena e non desta alcuno scandalo. Chiudere la mostra al pubblico - ufficialmente per motivi tecnici, per riparare infiltrazioni d’acqua - è stato da parte delle autorità religiose veneziane che l’hanno deciso, un atto di censura. Sono queste le reazioni, pressoché unanimi, di diversi esponenti della cultura veneziana, allargata anche ad alcuni consiglieri della Biennale che, ufficialmente, sul caso per ora tace, in attesa di vedere se il 30 settembre, il padiglione svizzero ospitato nella chiesa tardobarocca, effettivamente riaprirà al pubblico. La chiesa, intanto resta silente, è stato fatto sparire anche l’appello sul portone con le firme dei visitatori che protestavano per la chiusura e - se di riparare infiltrazioni d’acqua si tratta - nessuno si è fatto vivo, fino a oggi per iniziare i lavori urgenti. E’ durissimo nel giudicare l’accaduto il preside della Facoltà di Design e Arti dell’Iuav Marco De Michelis . «La chiusura della mostra di Pipilotti Rist, a due mesi e mezzo dalla sua apertura - commenta De Michelis - è un fatto scandaloso. Si tratta di uno dei più bei lavori di questa edizione della Biennale Arti Visive, una videoinstallazione poetica e che non ha nulla di erotico o di ambiguo. Questa vicenda è, purtroppo, il segno della barbarie culturale che si diffonde anche nella nostra città e di cui un altro esempio è il rifiuto del presidente della Save di ospitare all’Aeroporto Marco Polo le pur brutte sculture di Igor Mitoraj. Venezia sta diventando una città di miserabili, senza onore, che non hanno neanche il coraggio di dire i veri motivi per cui chiudono una mostra d’arte». Non dissimile anche la posizione del rettore di architettura Marino Folin : «Pipilotti Rist è una grande artista contemporanea di valore internazionale e la chiusura al pubblico della sua videoinstallazione a San Stae si configura come un vero e proprio atto di censura. E’ un grave errore a cui spero venga presto posto rimedio e che pone comunque il problema dell’uso di spazi sacri a fini espositivi. E’ strano che ci si accorga dopo oltre due mesi che un’opera è giudicata inadatta al luogo e non vorrei che tutto ciò avvenisse perché qualche vecchietta ha protestato». Ma anche due consiglieri della Biennale - di cui la mostra dell’artista svizzera fa parte - come Amerigo Restucci e Franco Miracco sono molto critiche sulla vicenda di San Stae. «La libertà di espressione di un’artista alla Biennale - commenta Amerigo Restucci - dev’essere garantita, e sono molto dispiaciuto che nel caso di Pipilotti, un’artista che la Biennale ha anche premiato, questo non sia accaduto a San Stae». Franco Miracco allarga il discorso al rapporto tra la Chiesa e l’arte: «Da Masaccio a Michelangelo, rispetto al tema dei nudi contestati, mi sembra che l’artista svizzera sia in buona compagnia e non credo che le sue innocenti Eve proiettate sulla volta di San Stae e due bei corpi nudi di donna offendano la morale di qualcuno. Basta pensare, sempre a Venezia, alle sirene pagane e ignude ritratte nella Chiesa dei Miracoli, o allo stesso mosaico con Eva nella Basilica di San Marco. Se la Curia non voleva quell’installazione, poteva pensarci prima».

24 settembre 2005

«Con San Stae la Curia non c’entra»

IL CASO PIPILOTTI Mostra in chiesa ancora chiusa

Dopo quattro giorni di silenzio, la Curia si tira fuori dal caso Pipilotti Rist e fa sapere tramite comunicato stampa (l’integrale è pubblicato a qui a lato) di non aver in alcun modo deciso per la chiusura della mostra di San Stae. Il ruolo che il Patriarcato avrebbe giocato nell’intera vicenda, di fronte alle proteste di «numerosi fedeli», è stato semplicemente quello di richiamare l’attenzione di don Aldo Marangoni «sulla natura di edificio di culto della chiesa stessa, che deve essere rispettata da qualsiasi manifestazione che in essa si svolge». Precisando a più riprese la propria estraneità nei confronti dei «rapporti» tra «il responsabile legale di San Stae» e l’Ufficio federale della cultura elvetico, il Patriarcato passa così la parola a don Aldo. Nessun commento sulla scelta del sacerdote, nessun commento sui tanto discussi «problemi tecnici» che avrebbero portato alla chiusura della mostra, solo una breve nota in cui dichiara «fuori luogo» parlare di «censura». Don Aldo, dal canto suo, con una mail indirizzata alla Nuova replica a un titolo apparso mercoledì precisando di non aver mai ritenuto il video «scandaloso», ricordando che il 2 agosto, in una lettera indirizzata ai suoi superiori, egli al contrario afferma che «il video non appare “scandaloso” né altamente profano». Nella stessa mail, don Aldo ricorda di non aver mai parlato di «infiltrazioni d’acqua» in chiesa, nonostante le dichiarazioni opposte da parte dell’Istituto di cultura svizzero. Nel frattempo, Berna ha mobilitato l’ambasciata a Roma per riuscire a comunicare con il sacerdote il quale, mail alla Nuova a parte, resta introvabile: «Da giorni l’Ufficio federale della cultura sta tentando in tutti i modi di mettersi in contatto con il parroco - spiegano all’Istituto di Cultura elvetico a Venezia - senza alcun risultato». Ciò che Berna chiede è una ragione plausibile alla chiusura della mostra: «Qualcuno ci deve delle spiegazioni - dichiara Urs Staub, responsabile dell’Ufficio federale della cultura elvetico - ad agosto don Aldo difendeva il senso dell’opera della Pipilotti contro certe “persone bigotte e tradizionaliste”. Un mese dopo la mostra è chiusa. Che cosa è successo nel frattempo? Perché continuare con la storia dei “problemi tecnici”?». Intanto, ogni giorno numerosi visitatori giungono a San Stae e trovano i portoni chiusi. «Un centinaio almeno», precisa Andris Brinkmanis, di guardia all’adiacente padiglione portoghese, «arrivano qui delusi e mi chiedono spiegazioni». Ieri è ripartita una petizione che i turisti hanno deciso di lasciare ai portoghesi. Quaranta le firme raccolte finora. (Camilla Gaiaschi)

IL COMUNICATO

A proposito della querelle circa la mostra di Pipilotti Rist presso la chiesa di San Stae, i competenti uffici di Curia precisano quanto segue. E’ del tutto fuori posto porre la questione in termini di censura. Il problema tecnico che si presenta a San Stae è di esclusiva competenza del responsabile legale della chiesa di San Stae, attore del rapporto con l’Ufficio federale della cultura di Berna. I suddetti uffici di Curia, di fronte alla perplessità manifestata da numerosi fedeli, si sono limitati a richiamare al responsabile legale di San Stae la natura di edificio di culto della chiesa stessa, che deve essere rispettata da qualsiasi manifestazione che in essa si svolge, senza entrare né direttamente, né indirettamente, nella valutazione dell’esposizione in atto. Questi uffici non sono mai stati coinvolti né nel progetto né nella realizzazione della mostra. I rapporti tra il responsabile legale di San Stae e l’Ufficio federale della cultura di Berna non hanno mai avuto come attori questi uffici. Come già detto in altra sede, il Patriarcato ha intrapreso un lavoro per definire i criteri e regolamenti per l’uso delle chiese. La prima bozza del documento è già stata discussa con i responsabili degli uffici competenti, è stata presentata, discussa e condivisa dal consiglio episcopale e sarà presentata prossimamente al consiglio presbiterale. E’ prevedibile che in un tempo ragionevole si elaborino precise indicazioni circa l’uso corretto degli edifici di culto del Patriarcato.

29 settembre 2005

Ore decisive per la mostra di San Stae

IL CASO PIPILOTTI Già raccolte 600 firme

Con una lettera dal contenuto ancora riservato, don Aldo Marangoni - in queste ultime settimane al centro delle polemiche per aver deciso la sospensione del video di Pipilotti Rist sulla volta della chiesa di San Stae - ha risposto alla richiesta elvetica di rendere conto del suo gesto. Che cosa il sacerdote abbia scritto in quella lettera è verità di cui per ora a Berna restano gelosi custodi. Se don Aldo abbia cioè continuato a sostenere la causa dei «problemi tecnici» o se invece abbia ammesso di aver chiuso i portoni di San Stae a fronte delle proteste dei 45 «indignati» e dei richiami da parte della Curia «sulla natura di edificio di culto della chiesa stessa» (così come lo stesso Patriarcato ha affermato ufficilamente il 23 settembre), sarà di dominio pubblico solo fra qualche giorno. Così ha deciso l’Ufficio federale della Cultura svizzero, che preferisce aspettare il primo ottobre, data in cui è stata fissata la riapertura della mostra. Va avanti così, tra silenzi e comunicati stampa, il rapporto ormai deteriorato tra l’Ufc elvetico e il responsabile della bella chiesa barocca del sestrier di Santa Croce. Due giorni fa, il comunicato da parte di Berna in cui si dichiarava l’intenzione di non accettare la chiusura di San Stae e in cui si lamentava la mancanza di spiegazioni ufficiali sia da parte di don Aldo che da parte della Curia. Ieri, l’attesa rispota del parroco, a cui la stessa Curia giorni prima aveva scaricato la responsabilità della chiusura. Intanto, continua la petizione per la riapertura delle mostra nell’adiacente padiglione portoghese. Seicento le firme finora raccolte di turisti e veneziani inferociti contro quella che agli occhi dei più appare come una vera e propria «censura»: «Sono tantissime le persone che giungono da ogni dove appositamente per Pipilotti - spiega Alessia Pugliatti, di guardia al padiglione - e alla notizia della chiusura restano di sasso. Non riescono a credere che 45 persone abbiano potuto tanto. Il commento più frequente? Non poteva che succedere in Italia». (Camilla Gaiaschi)

Sappiamo da Machiavelli in poi che la politica è diversa dalla morale. Secoli dopo si è stabilito che anche l'economia è diversa dalla morale. Ma la distinzione tra etica, politica ed economia distingue tra sfere di azione, tra campi di attività. In concreto, e a monte di queste differenziazioni, esiste la singola persona umana che non è trina ma soltanto una, e che può variamente essere una persona morale, amorale o immorale. E quando si dibatte la «questione morale» è di questo che si dibatte, è da qui che si deve partire.

Le persone morali sono tali in tutto: anche in politica e anche in economia. Le persone amorali non promuovono il bene ma nemmeno si dedicano al male, anche perché sono fermate, nel malfare, da freni interiorizzati. Invece le persone immorali ridono dei cretini che credono nei valori e non sono fermate da nulla (o soltanto dal pericolo di finire in prigione). Per i primi non è vero che il fine giustifica i mezzi. Per i secondi il fine può giustificare qualche mezzo scorretto, ma non tutti. Per le persone immorali il fine di fare soldi o di conquistare potere giustifica qualsiasi mezzo: non c'è scrupolo, non c'è «coscienza» che li fermi.

Mio padre era un industriale il cui stabilimento venne distrutto dal passaggio della guerra nel 1944. Lui si incaponì nel tentativo di ricostruirlo per non lasciare i suoi operai — circa 400, che conosceva uno per uno — sul lastrico. Quel tentativo non poteva riuscire e difatti fallì. È che mio padre era una persona perbene, e io lo rispetto per questo. Ma è di tutta evidenza che per i vari Ricucci, Gnutti e Fiorani mio padre era soltanto un fesso. E ai loro occhi lo sono sicuramente anche io, visto che anche io cerco di essere una persona perbene.

Tanto le persone perbene quanto le persone «permale» esistono sempre e ovunque. Ma la crisi dell'etica che contraddistingue il nostro tempo ne ha modificato le distribuzioni. I perbene diminuiscono, i «permali» crescono. Inoltre i perbene restano a terra, i «permali» salgono e comandano. Infine sta sempre più dilagando un intreccio perverso tra economia e politica. E la questione morale è la denunzia di questo andazzo. Ma perché scoppia ora? E perché la questione morale è più grave in Italia che altrove? Scoppia ora, rispondo, perché tardi è meglio che mai; e scoppia ora perché i neo-pescecani di assalto del capitalismo speculativo sono finalmente stati scoperchiati. Finora i vari Ricucci, Fiorani e Gnutti l'avevano fatta franca; ma ora sono indagati per insider trading, aggiottaggio, falso in bilancio, falso in prospetto, abuso di ufficio, e altro ancora. Aggiungi l'aggravante che su tutto questo andazzo aleggia l'ombra lunga e sempre sospetta di Berlusconi. Il cattivo esempio e il contagio vengono da lui. Come scrive Ilvo Diamanti su Repubblica, con il berlusconismo non c'è più «scandalo che riesca a scandalizzare», ed «è dilagato un profondo disincanto. La convinzione che tutto è lecito. Basta non farsi scoprire. L'evasione fiscale... il ricorso alle relazioni informali e amicali. In ogni campo, in ogni occasione. Il senso cinico ha avvolto e logorato il senso civico». Il che ci lascia con «un Paese soffocato dal sottobosco, con la città cinica retta dalla tribù dei più furbi». Non si potrebbe dire meglio. Il nostro è ormai un Paese sporco, molto sporco.

Sono un moralista? Sì, ma non perché faccio confusione tra etica e politica; lo sono in quanto sostengo che deve esistere una moralità politica e, alla stessa stregua, una moralità economica; e che in tutti i settori della vita associata devono esistere regole che le persone perbene rispettano. Appunto, le persone perbene.

Titolo originale: Met chief warns more could be shot – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

L’ufficiale di più alto grado della polizia britannica continua a difendere la nuova linea “spara per uccidere” decisa per affrontare i sospetti attentatori suicidi, nonostante la morte di un innocente da parte di poliziotti armati la scorsa settimana.

Sir Ian Blair, il commissario di Scotland Yard, si è rammaricato con la famiglia di Jean Charles de Menezes, il ventisettenne brasiliano morto dopo che la polizia gli aveva sparato in testa a bruciapelo cinque proiettili su un treno della metropolitana a Stockwell, a sud di Londra, venerdì.

Ma ha ammesso che altre persone potrebbero perdere la vita per mano dei tiratori della polizia, nell’ escalation della lotta al terrorismo. Discutendo apertamente per la prima volta il cambio di tattica della polizia, Sir Ian ha difeso la linea “sparare per uccidere, per proteggere” sostenendo che è necessario sparare in testa ai sospetti se si teme che possano azionare detonatori sul corpo.

”La Metropolitan Police si prende piena responsabilità a questo proposito” dice. “Alla famiglia posso solo esprimere il mio più profondo dispiacere. Dobbiamo riconoscere che le persone devono prendere decisioni estremamente rapide in situazioni di minaccia mortale. Non serve sparare al corpo, perché è il punto dove è più probabile ci sia una bomba. Non serve sparare in qualunque altro punto, se cadono e possono farla detonare. L’unico modo di affrontare la questione è sparare alla testa”.

La casa ad appartamenti di Tulse Hill, nel sud di Londra, dove abitava De Menezes, era sotto sorveglianza dopo la scoperta dell’indirizzo in uno degli zaini contenenti le quattro bombe non esplose nella capitale giovedì scorso.

Era stato pedinato per diversi chilometri da poliziotti in borghese travestiti. Secondo un testimone oculare, era scappato dopo l’intimazione dei poliziotti armati alla stazione della metropolitana, con successivo inseguimento e sparatoria sul treno. La famiglia De Menezes ha definito la polizia “stupida e incompetente”, insistendo che non c’era ragione di sospettarlo.

Alex Pereira, il cugino, dice: “Era al 100% un buon ragazzo che non aveva mai fatto niente di male, e non aveva motivo di scappare. Quello che la polizia ha dimostrato è di essere incapace e stupida”.

Oggi sarà avviata un’inchiesta penale sulla sparatoria. La Independent Police Complaints Commission incaricherà investigatori indipendenti di verificare se i funzionari debbano essere sottoposti a provvedimento penale o disciplinare.

Non è comunque chiaro se questa tattica spara-per-uccidere, in codice Operazione Kratos, sia stata autorizzata da un ufficiale superiore.

La sparatoria ha aumentato la già enorme tensione della polizia metropolitana, che come ha ammesso Sir Ian è di fronte alla maggior sfida della sua storia nella caccia ai quattro uomini responsabili del tentativo di attentati della scorsa settimana, e alla loro rete di sostegno. Ci sono attualmente tre persone arrestate, ma non si sa se qualcuno di essi appartenga al gruppo degli attentatori.

A Little Wormwood Scrubs, nel nord-ovest di Londra, il gruppo artificieri ha provocato esplosioni controllate su un pacco trovato nascosto nei cespugli. Si ritiene ci possa essere stata una quinta bomba collegata che non è esplosa giovedì scorso.

Intanto, Charles Clarke e Jack Straw, ministri degli interni e degli esteri, sostengono Sir Ian. Clarke, che ha rinviato le vacanze per partecipare a un vertice antiterrorismo presieduto del primo ministro, ha dichiarato: “È assolutamente una tragedia il signor De Menezes e la sua famiglia, a cui comunico il mio più profondo rammarico”.

Straw, che dovrà rispondere alle difficili domande di Celso Amorim, il ministro degli esteri brasiliano, ha detto: “Dobbiamo essere sicuri che si agisca entro regole certe. Ma, tragicamente, dobbiamo anche assicurarci che la polizia abbia piena discrezionalità per affrontare quelle che potrebbero essere azioni di terrorismo suicida in corso”.

Nota: qui il testo originale al sito del Guardian (f.b.)

Sembra un remake di Vogliamo i colonnelli di Monicelli, e si sa che i rifacimenti - in genere - sono peggiori degli originali. Ma Gaetano Saya non è il protagonista di un film malriuscito, semmai l'interprete di una storia italiana in cui farsa e tragedia hanno confini incerti. Una storia in cui riappaiono - come spettri un po' sbiaditi - tracce di patrie vicende di un'era che fu ma che non passa mai. Il neofascismo stragista, i «boia chi molla» di Ciccio Franco, la massoneria della Loggia P2 di Licio Gelli, la Gladio di Cossiga, i servizi deviati del generale Santovito: tutto rivendicato palesemente in un sito internet dall'uomo che, creando un fantomatico Dipartimento di studi strategici antiterrorismo, si presenta come sodale del presidente americano, perché «il male sceso tra noi trova in uomini come George Bush in America e Gaetano Saya in Italia un baluardo inespugnabile. Uomini timorati di Dio, uomini duri e puri che illuminati per volontà Divina, sono scesi nella valle oscura della morte per difendere la Fede Giudeo Cristiana e l'Occidente. Il bene che questi uomini rappresentano sconfiggerà l'Anticristo». Chissà che ne penserà l'inconsapevole Bush. Se questi sono i toni, sembra proprio una farsa. Ma il guaio è che nessuno sa cosa in realtà abbia fatto - soprattutto cosa avrebbe potuto fare - quel fantomatico Dssa, una sigla che, non fosse stato per l'inchiesta in corso, sarebbe passata inosservata, uno dei tanti «organismi» nati - spesso a puro scopo di lucro - sull'onda dell'emergenza antiterrorismo, spesso sulle ceneri dei loro omologhi dell'era della guerra fredda. Ed è proprio qui che la farsa dell'uomo in uniforme massonica incrocia la tragedia dei nostri tempi, di una paura biblica in salsa italiana che trasformando il terrorismo in un grande affare, millantando contatti internazionali e cercando appalti militari globali, genera piccoli mostri e la pericolosa parodia di una servizio parallelo che adesca poliziotti, recluta adepti, pedina sospetti, distribuisce informazioni difficilmente verificabili. E il pericolo non sta tanto in un improbabile quadro eversivo per le istituzioni della Repubblica, quanto in una reale pratica di guerra che non cercando più alcuna legittimità internazionale si avvale di qualunque strumento, persino di combattenti privati. Non è una minaccia per le forme della democrazia, lo è per la sua sostanza.

A preoccupare non sono tanto le azioni di Saya e dei pari suoi, quanto la deflagrazione della grande guerra epocale del bene contro il male in tanti affari privati: legittimati dall'imperativo di difendere l'Occidente minacciato e dalla violazione del diritto internazionale tanti piccoli Saya in tutto il mondo possono sentirsi autorizzati a fare qualunque cosa, a considerarsi giustizieri divini, a moltiplicare Guantanamo e Abu Ghraib. Anche nelle farse più ridicole si fa presto a passare dalla vigilanza sull'«obiettivo» all'eliminazione dello stesso. Magari facendoci pure i soldi sopra.

Al di là della portata reale di ciò che ha fatto o avrebbe potuto fare il cosidetto «servizio parallelo» di Saya, il Dssa è il sintomo di una malattia, dello svaporare di regole e limiti, della perdita di relazione tra intendimenti e fatti. Lo sfondo che permette all'ambasciatore americano Sembler di affermare che il sequestro dell'Imam di Milano a opera della Cia dimostra il «rispetto pieno e totale» della sovranità nazionale italiana. Difficile stabilire, anche in questo caso, il confine tra farsa e tragedia.

L'immagine è ripresa dal sito www.amnistia,net. L'analogia tra i simboli della Desta Nazionale (la formazione di Saya e Sindoca) e la CIA era stata rilevata da un articolo del 7 novembredella rivista Enquètes difficiles, dedicato a "un nuovo partito italiano che si ispira alla CIA"

Un'occasione mancata: questo è la nuova costituzione europea. Avrebbe potuto rappresentare un momento in cui cittadini fossero finalmente coinvolti nella nascita della loro nuova nazione, come, nel bene e nel male, lo furono quelli che dettero vita agli stati nazionali, e invece la vicenda è restata nelle mani di una ristretta cerchia di burocrati. Il risultato è che l'Unione europea che ci viene prospettata appare anche più priva di una propria, comune identità. Perché la cultura che ispira il Trattato, i principi cui si riferisce e dunque gli orientamenti politici che stabilisce, cancellano proprio il dato di cui la costruzione europea aveva più bisogno: rinsaldare una specifica comune identità in cui tutti, dalla Svezia alla Grecia, dalla Polonia al Portogallo, potessero ritrovarsi. Assumendo in pieno, e anzi costituzionalizzando le politiche liberiste (primato del mercato e della competitività, marginalizzazione del ruolo dello stato e quindi della politica, privatizzazioni) il Trattato propone un modello che banalizza l'Europa, la allinea a una generica cultura occidentale, di cui certo è parte, ma che di per sé non è un dato sufficiente a giustificare una specifica aggregazione istituzionale. A che pro costruire questa entità statuale, infatti, se essa deve diventare nulla più che un'area geografica, un segmento di mercato globale, privo di una propria identità, e dunque di un'anima, incapace di produrre quanto è essenziale ai fini della coesione sociale e politica?

Negli anni `50 dar vita a un mercato comune fra i paesi europei era un bel progetto. Oggi, nell'era della globalizzazione, non ha più senso. O la Ue è in grado di essere qualcosa di più, oppure non è interessante. E infatti non interessa. Grecia e Svezia, Polonia e Portogallo sono paesi diversissimi. Ogni paese europeo ha una propria lingua e una propria diversificata storia nazionale, perché la storia europea è storia delle sue nazioni. Una cosa sola è simile (e diversa dagli Usa) a nord come a sud: il movimento operaio - nelle sue diverse componenti socialista, comunista, cristiana - e il tipo di società che ha contribuito a forgiare.

Questa particolare connotazione, il fatto che il nostro movimento operaio non sia mai stato, come altrove, mero soggetto economico, incaricato di contrattare il prezzo della forza lavoro, ma anche portatore di valori e artefice di quello che chiamiamo lo stato sociale, si fonda sulla particolarità che lo sviluppo capitalistico ha avuto in Europa. Scriveva Marx, nei Grundrisse, che qui tale sviluppo si è prodotto in presenza, e intrecciandosi, con forme/entità socio-culturali che lo precedevano ma erano ancora vitali, mentre cioè sopravvivevano classi e istituzioni - il mondo rurale, la Chiesa, l'aristocrazia - che, pur prendendo parte allo sviluppo capitalistico, ne hanno segnato il sistema egemonico. Nel male - producendo rigurgiti reazionari - ma anche nel bene: preservando una distanza critica rispetto alla crescente pressione in direzione di una riduzione di ogni dimensione umana alle priorità dell'economia, della produzione, della concorrenza mercantile.

E' questa cultura altra, in qualche modo disinteressata, questa vena critica rispetto alla modernità (come sempre anche ambigua), che - sebbene pesantemente minacciata si è tutt'ora conservata - ha marcato l'identità europea fino al senso comune. In ogni paese europeo - per fare un esempio che è esperienza di massa - si mangiano cibi diversissimi, ma in tutti c'è un analogo gusto per la diversità, in tutti i pasti non sono solo nutrizione ma occasione sociale, e attorno al cibo si scandiscono gli eventi della vita familiare e collettiva. E' per questo che, nonostante tutto, la mcdonaldizzazione stenta ad affermarsi, sebbene produrre cento formaggi diversi anziché una sola pasta di «cauchut» sia assolutamente antieconomico. La totale riduzione a merce degli alimenti, insomma, non è stata possibile. Così come della forza lavoro. Sicché qui il sindacato, a nord come a sud, non è solo strumento di rivendicazione, ma protagonista della democrazia moderna, portatore di valori non mercantili che incidono sul modo di essere delle istituzioni. (Quando mi domandano quali siano i segni distintivi dell'identità europea, rispondo con una battua: la gastronomia e il movimento operaio).

Di questa cultura comune resistentissima nella Costituzione europea non restano che vuote parole, nessuna traccia di sostanza. Ma se questa connotazione viene non solo sbiadita ma addirittura cancellata, di comune e specifico non resta più niente. La cosiddetta european way, di cui pure ancora ai tempi di Delors si era tanto parlato, viene sepolta: questo non è un fatto improvviso prodotto dal trattato, bensì il risultato di un processo che si è sviluppato nel corso di questi anni nella sostanziale disattenzione della sinistra. La questione dei servizi pubblici, per esempio, una delle strutture più significative del modello europeo, è stata in questi anni oggetto del più aspro contenzioso fra i numi tutelari della libera concorrenza sul mercato interno e chi ha continuato ad avere a cuore questo pezzo di storia europea.

L'ultimo scandalo è la proposta direttiva Bolkenstein, ma già nel Trattato di Amsterdam, 1997, sebbene si fosse allora riusciti a fare includere un riferimento al ruolo dei servizi pubblici, la dizione risultò così oscura da rendere difficile escludere la preminenza delle regole del mercato, e dunque l'obbligo di tagliare ogni sovvenzione. A Nizza, nel 2000, all'art.36 della Carta sui diritti fondamentali si parla di ruolo dei servizi di pubblico interesse, ma senza farne seguire alcuna pratica conseguenza. I successivi papers presentati in merito dalla Commissione hanno ulteriormente accresciuto la confusione, cercando di contentare chi non voleva fossero eliminati lasciando ai paesi membri il potere di decidere in alcuni casi. Mai tuttavia, nonostante insistenti proposte dell'europarlamento (fra queste la Risoluzione Herzog) è stata imboccata la strada della creazione di servizi pubblici a livello europeo: un'ipotesi che avrebbe anche eliminato ogni pretesto fondato sul rischio di alterare la concorrenza sul mercato interno.

Serve, questa Unione europea più compatta e competitiva - si dice - per contenere le pretese imperiali americane. Questo è anzi l'argomento principe di chi dice che, pur turandosi il naso, occorre votare sì al Trattato. Ma se questa Europa diventa così simile agli Stati Uniti in versione imperiale, come possiamo pensare che possa garantirsi, rispetto ad essi, una reale autonomia? Non solo: per costruire un mondo più multipolare altre sono oggi le vie. Innanzitutto quella di stabilire - rinunciando all'ossessione atlantista - un rapporto più stretto con i processi che si sono innescati, sia pure fra mille ostacoli e contraddizioni, dall'Asia all'America latina. Solo rimettendo in discussione il modello d'Europa che ci viene proposto, insomma, potrebbe esser possibile contribuire a costruire un mondo multipolare.

ROMA - Lo «spirito della Resistenza vive nel testo della Costituzione repubblicana». Carlo Azeglio Ciampi sfoglia il gran libro della storia patria, seguendo il «filo unico» che lega Risorgimento, lotta di liberazione, resurrezione dell´Italia. E celebra il sessantesimo anniversario del 25 aprile travolgendo incertezze e revisionismi di questi anni di pensiero debole al potere. Lo fa all´insegna d´un ricordo che «non vuole alimentare divisioni» ma insegnarci la concordia, l´amore per la patria e per la Costituzione: «fondamento delle nostre libertà». Vale a dire la sintesi che «ha consentito la rinascita morale e materiale della nostra patria, le grandi trasformazioni istituzionali e sociali, la creazione d´un sistema di equilibri tra i poteri che ha garantito e garantisce la libertà di tutti».

Piano dunque coi tentativi di scasso, con le riforme troppo radicali sembra quasi dire il capo dello Stato (chiamato a difendere la Costituzione esistente). Attenzione, dice davanti a decine di migliaia di milanesi in piazza che l´osannano come difensore della Suprema Carta (di fianco a lui siede l´ex presidente Oscar Luigi Scalfaro, uno degli ultimi costituenti): «Non dimentichiamo mai che la Costituzione è la base della convivenza civile dell´intera nazione». Violentarne lo spirito è far violenza all´identità nazionale.

Una difesa, quella di Carlo Azeglio Ciampi nella giornata che ricorda la liberazione dal fascismo (alla quale diede un «contributo determinante il popolo italiano») e lo stato nascente della nostra democrazia, dei valori assoluti alla base del patto sociale che da sessant´anni governa la convivenza fra italiani. Valori che uniscono: una decina di volte ha invocato l´unità, forse pensando ai leghisti assenti. Rendendo «gloria a coloro che salvarono l´onore del popolo italiano» con la riconquista della «libertà per tutti, anche per coloro che li avevano combattuti». Vale a dire i fascisti, trascinati dentro la democrazia dal sangue degli antifascisti. La memoria dei «sacrifici e delle lotte della Resistenza è fondamento della nostra passione per la libertà», dice ancora. Poi li elenca con puntiglio, quei sacrifici. Quasi scadendo le parole una a una. La Resistenza dei militari smarriti dopo l´8 settembre, i civili che si unirono a loro nella difesa delle città, le centinaia di migliaia di militari deportati che non vollero servire il fascismo, la Resistenza popolare spontanea. Ricordando «soprattutto i protagonisti della Resistenza armata, che nacque come scelta di popolo e poi dilagò», né i soldati alleati venuti da tutti i continenti per liberare «gli europei dalla feroce tirannide nazifascista».

Mattinata al Quirinale, per una memoria istituzionale e molto formale. Pomeriggio a Milano (il primo "comizio" in piazza di Ciampi: un trionfo, sedici applausi), per un ricordo più popolare. Al Colle ci sono i presidenti delle Camere, per la prima volta Berlusconi e il presidente della Corte costituzionale. Il presidente può giù misurare l´entusiasmo che circonda la sua persona nell´applauso, continuo, generoso degli invitati in tribuna durante la rassegna dei picchetti militari. In contrasto con i fischi e i flebili applausi riservati al Cavaliere all´uscita dal Quirinale. Ci sono Pera e Casini («la Resistenza è un patrimonio di tutti i cittadini, fattore fondante della nostra identità nazionale», concorderà il presidente della Camera), c´è il presidente della Corte costituzionale Capotosti. E ministri, Martino e Pisanu. Il titolare della Difesa, berlusconiano, quasi a smarcarsi con garbo dalla posizione di Ciampi, dice che «con le dovute distinzioni e senza interessati oblii, la verità e la pietà bastano da sole a pacificare definitivamente la nazione, se prevale la buona volontà».

Le Costituzioni sono fatte di materia, di pasta specialissima. Negli ultimi tempi questa materia è andata corrompendosi. Il problema ora, se non vogliamo il peggio, è, prima d’ogni altra cosa, restaurarla.

Invece di ricominciare immediatamente ad azzuffarsi sulle cose fatte e a rinfacciarsi colpe, cedimenti, opportunismi e contraddizioni: cose improduttive e meschine che interessano una cerchia sempre più limitata di persone, sarebbe forse bene, come si dice pedestremente, fare un passo indietro e cercare di cogliere con uno sguardo d’insieme quel che è appena accaduto. Vediamo, da una parte, una destra che, osteggiando la costituzione "vecchia", se ne fa una sua, "nuova"; dall’altra, una sinistra che, unica cosa chiara, osteggia la costituzione della destra. Per il resto, c’è chi, nella sconfitta, invoca la necessità di un proprio e diverso progetto, chi scrive nuove "bozze" e chi recupera proposte d’altri tempi, senza che si riesca nemmeno a capire, innanzitutto, qual è l’atteggiamento verso la costituzione che abbiamo, quella che viene dalla Liberazione e dall’Assemblea Costituente del 1947. C’è da stupirsi che, contro questi geniali capitani, cresca il risentimento?

Indipendentemente dall’essere di destra o di sinistra e indipendentemente dal giudizio che si dia dell’opera compiuta dal Parlamento e quindi anche nel caso che, per assurdo, la si giudichi in sé e per sé un capolavoro costituzionale; indipendentemente da tutto ciò, chiunque, con questo sguardo d’insieme, non può mancare di vedere la catastrofe costituzionale che ci sta innanzi. La materia speciale di cui sono fatte le costituzioni è l’adesione a qualcosa da costruire in comune. Azione costituente è precisamente cercare i contenuti di questa adesione e metterli per iscritto. C’è stata invece la ricerca consapevole del risultato contrario: la sconfitta dell’avversario, con un colpo di maggioranza assestato con forza costituzionale. Qui non c’è la materia; questa non è costituzione, ma lotta costituzionale.

Una Costituzione imposta così si fa bella della parola, ma si fa beffe della sostanza. Essa, invece che costituzione, dovrebbe dirsi atto di governo che si riveste di forma, e quindi di forza, costituzionale. Se volessimo trovare degli antecedenti, potremmo pensare al documento del 1653 di Oliver Cromwell, denominato propriamente non costituzione ma Instrument of government. Si trattava di organizzare un potere per realizzare la rivoluzione puritana. I documenti di questo tipo sono atti di forza del governo che vogliono essere, per così dire, massimamente forzuti o atti, per così dire, di governissimo.

Si annunciano così altri scontri, non appena (prima o poi) i rapporti di forza saranno cambiati. Come abbiamo ora una costituzione della destra, avremo – secondo la legge universale delle azioni e delle reazioni politiche che Benjamin Constant ha studiato rispetto al succedersi dei colpi costituzionali in Francia, dopo la Rivoluzione – una costituzione della sinistra? Si pensa di procedere così? Non c’è costituzione se la sua base di consenso non trascende le divisioni della politica comune, non trascende cioè, innanzitutto, la divisione maggioranza-opposizione. Una costituzione del governo non è una costituzione perché non ne ha la legittimità necessaria. Questa mancanza iniziale si rifletterà sugli atti che saranno compiuti in futuro, sulla sua base. Invece che pacificare, alimenterà il conflitto. Un bel risultato «costituzionale», non c’è che dire.

Il testo appena approvato dal Senato si è presentato così: Disegno di legge costituzionale presentato dal presidente del Consiglio dei ministri (Berlusconi), dal Vice presidente (Fini), dal ministro per le Riforme istituzionali e la Devoluzione (Bossi), e dal ministro per le Politiche comunitarie (Buttiglione), di concerto col ministro dell’Interno (Pisanu), e col ministro per gli Affari regionali (La Loggia). Un piccolo aspetto di forma? No: un’aberrazione di sostanza. Questa intestazione sarebbe naturale per una legge ordinaria, con la quale il governo, nel rispetto del quadro costituzionale, attua il suo programma; non lo è per una costituzione. L’iter parlamentare è stato conseguente. Il Senato ha votato sotto minaccia di crisi di governo (e di scioglimento anticipato) perché un ministro aveva posto una specie di questione di fiducia (vietata dall’art. 32 del testo ora approvato) e il presidente del Consiglio e gli altri l’avevano accettata, con riguardo addirittura ai tempi dell’approvazione. I senatori della maggioranza hanno assicurato presenza e voto come richiesto e, ancora una volta, si sono arresi al ricatto. Bisognerebbe avere assistito ai lavori dell’aula, per comprendere che cosa può significare prevaricazione del governo sulla sua maggioranza, insolenza della maggioranza sull’opposizione e generale umiliazione del Parlamento. Gli storici delle istituzioni ricorderanno forse solo due persone che, sottraendosi alla logica sbagliata dello scontro tra schieramenti, hanno salvato la dignità costituzionale del Senato: il senatore Andreotti e il senatore Fisichella.

Naturalmente, ciò che precede vuol solo essere una precisazione concettuale ai fini della comprensione. Chi ha agito così, sapeva certo che cosa stava facendo in quel momento e sarebbe ridicolo fargli la morale in nome di un concetto (anche se – aggiungo – i concetti e i loro nomi esigono rispetto). Hanno ragione quanti dicono che non si è trattato di improvvisazione o leggerezza. Si tratta invece di una concezione e di un programma. Anche senza arrivare a rievocare torvi precedenti, come l’identificazione del "politico" con la contraddizione radicale amico-nemico, è chiaro che qui, alla fine, si è manifestata l’insofferenza, più volte onestamente dichiarata, verso la mediazione, i compromessi, i controlli: verso quelli che, in una parola, sono detti impacci e sono invece gli equilibri della democrazia. Sotto quest’aspetto, la presente vicenda costituzionale è un segno di stanchezza democratica ed è una primizia che prefigura un futuro politico: un futuro delineato dai poteri davvero assoluti del premier e dai rapporti di dominazione che egli potrà intrattenere con un Parlamento che, a differenza di oggi, sarà nelle sue mani non solo de facto, ma anche de iure. Per chi li ha a disposizione, si tratta degli articoli 14 e 16 (formazione delle leggi), 27 (scioglimento della Camera dei deputati) e 94 (governo in Parlamento).

Si è detto e si dirà: ma anche la maggioranza di centro-sinistra, alla fine della scorsa legislatura, si è approvata da sola la "sua" riforma della Costituzione, la riforma concernente il nuovo assetto delle regioni e delle autonomie locali. Si tenga comunque conto delle differenze. Innanzitutto, non si è trattato di contraddire la costituzione precedente ma di sviluppare diversamente e ulteriormente principi preesistenti (la tutela delle autonomie, nel rispetto dell’unità della Repubblica, conformemente all’art. 5 della Costituzione). In secondo luogo, l’allora opposizione di centro-destra dissentiva non perché non volesse quelle modifiche, ma perché voleva andare oltre. Voleva di più, rispetto a ciò che era già qualcosa. Infine, le modifiche di allora sono quasi nulla rispetto alle attuali, quanto a rilevanza e incertezza per l’avvenire. Invocare questo precedente per giustificare il presente è dunque una forzatura. Come ha scritto Galli della Loggia, c’è pur sempre una gerarchia negli errori e, in ogni caso, se errore fu quello, non si vede perché lo si sia voluto ripetere, aggravato. In effetti, fu un errore, determinato anche da ingenui calcoli politici di breve periodo (chiudere la legislatura con un risultato di spicco; tagliare l’erba sotto i piedi alla Lega [!], ecc.), che ha causato poi notevoli problemi pratici di attuazione delle nuove norme, anche in quel caso approvate in fretta e furia. Onde, fatte le debite proporzioni, quest’accusa di aver smarrito, anzi di aver corrotto, la materia costituzionale si estende a quella che era la maggioranza di allora ed è l’opposizione di ora. Del resto, essa si rese conto dello strappo che si veniva compiendo, del deficit di legittimità che insidiava la riforma appena approvata. Fu la stessa maggioranza a chiedere il referendum sul nuovo testo, per trarre da lì quello che in Parlamento era mancato. E così fu compiuto un altro strappo: il referendum da oppositivo (cioè da strumento della minoranza) qual è fu trasformato in confermativo-plebiscitario (cioè in strumento della maggioranza) quale non deve essere. L’effetto plebiscitario non vi fu, data l’ostica materia e la bassa partecipazione popolare al voto; ma il precedente pericoloso fu posto e oggi c’è chi, nell’interesse della maggioranza attuale, pensa di ripeterlo.

Si tratta ora di fare opera di restauro, in previsione del referendum. Per questo è inutile, anzi perfino controproducente continuare con toni via via più accentuati, man mano che si avvicinerà la data del referendum, il confronto tra le parti politiche che stanno in Parlamento. Più si continua così, più si prosegue nella distruzione della speciale materia di cui sono fatte le costituzioni e più si rafforza l’impressione tra i cittadini che, in fondo, non si tratti che di una delle tante controversie che dividono maggioranza e opposizione. In materia costituzionale, occorre per l’appunto non dividere e approfondire le divisioni, ma unire. Il monopolio della discussione e del confronto detenuto dai soggetti politici avvelenerebbe ulteriormente il clima e non prometterebbe niente di nuovo. Pochi sono ormai quelli che, da una parte e dall’altra, sono disposti a vedere nelle parole dei propri avversari politici qualcosa di più che non la difesa interessata delle proprie posizioni di potere. C’è certamente dell’ingiustizia in ciò, ma purtroppo sembra essere così e, se è così, viene per l’appunto a mancare la materia della costituzione.

Questo è invece il momento in cui la vita politica ha bisogno di un aiuto, di un supplemento di responsabilità che non può che essere dato dalla società non direttamente implicata politicamente. Il referendum, sempre, è questo. In particolare lo è il referendum costituzionale. Occorre che i cittadini che ne hanno la possibilità, come singoli e come organizzazioni sociali, le associazioni culturali d’ogni tipo, i mezzi di comunicazione, nei mesi che ci separano dal voto, avvertano che questo è il momento del loro impegno. Occorre trovare parole nuove, discorsi diversi da quelli uditi mille volte e sempre meno ascoltati; occorre far comprendere che la posta in gioco non è il successo o la sconfitta di questa o quella parte politica ma il modo d’essere del nostro vivere insieme. L’obbiettivo prioritario non è ottenere la bocciatura o l’assoluzione di questa riforma della Costituzione. E’ la ricostruzione di un tessuto costituzionale, cioè della materia stessa di cui la Costituzione è fatta. Il giudizio sulla riforma è secondario e, presumibilmente, verrà da sé.

È destinato a cambiare il corso della politica italiana l’allarme lanciato da Romano Prodi sul rischio di una «moderna e pericolosissima dittatura della maggioranza e del suo premier». Diretta conseguenza, ha detto il leader dell’Unione, della riforma della Costituzione imposta dalla Casa delle libertà, «che crea un rischio grave e imminente per la nostra convivenza democratica e contro cui il centrosinistra si batterà in ogni modo». Cambia la politica che abbiamo conosciuto fino a ieri, perché fino a ieri nessun capo dell’opposizione si era espresso in termini tanto drammatici nei confronti di questo «assalto alle istituzioni più preziose del paese, a partire da quella più amata, la Presidenza della Repubblica». Unanime sul documento Prodi cambia anche la qualità dell’opposizione. Accresce la propria forza d’urto contro lo stravolgimento della carta fondamentale dei diritti e dei doveri avendo essa compreso che dalla dissoluzione dell’unità nazionale, dalla limitazione delle istituzioni di garanzia, dalla fine del pluralismo dell’informazione radiotelevisiva è il ruolo dell’opposizione stessa ad essere mortificato e compresso.

Ma è dalla reazione rabbiosa e insultante della maggioranza che meglio si capisce quanto Prodi abbia colto nel segno. Lo stanno accusando di tutto, perfino di essere un «tupamaro» (Vito), di alimentare la «violenza» (Volontè) mentre l’equilibrato Follini gli mette addosso il «passamontagna» alludendo forse alle Br. Che simili farneticazioni giungano proprio dai cosiddetti moderati del Polo la dice lunga sulla vera natura degli Harry Potter del centro, tutti casa (delle libertà) e chiesa

Pettinati e infiocchettati quando si tratta di indossare la maschera dei berluscones saggi e per bene. Sempre disposti, su ordine del capo, a votare tutte le leggi Previti di questo mondo, a digerire, per opportunismo, qualsiasi negazione delle regole democratiche venga loro propinata.

La denuncia di Prodi serve poi a demistificare, una volta per tutte, la leggenda metropolitana dell’intesa obbligatoria tra i poli. Accordo che in un qualunque sistema bipolare, quindi di fisiologica contrapposizione, diventa possibile, e auspicabile, davanti a questioni vitali per la difesa dello Stato, come per esempio la lotta al terrorismo o le grandi scelte di politica internazionale. Su tutto il resto, fermo restando che la dialettica anche aspra tra maggioranza e opposizione rimane la via maestra di una democrazia sana, il compromesso può starci. Purché sia veramente compromesso, e cioé accordo raggiunto con reciproche concessioni, e non cedimento di una parte alla tracotanza dell’altra parte.

Prendiamo il ruolo dell’Italia nella vicenda irachena. Prendiamo l’ultimo drammatico segmento di questa storia che coincide con l’uccisione di Nicola Calipari e la liberazione di Giuliana Sgrena. Poche ore dopo la sparatoria sulla strada per l’aeroporto di Baghdad, l’«Unità» ha riconosciuto l’impegno profuso dal governo italiano per arrivare al rilascio della giornalista del «manifesto». L’atteggiamento tenuto dal presidente del Consiglio subito dopo quei tragici accadimenti, con l’immediata convocazione a palazzo Chigi dell’ambasciatore americano, ci ha fatto scrivere che, almeno per una volta, Berlusconi si era comportato da statista. Il clima di condivisione ha fatto sì che il successivo dibattito parlamentare fosse improntato al riconoscimento reciproco: avere agito tutti con senso di responsabilità. Subito, il coordinatore di Forza Italia Sandro Bondi propone «una strategia concordata sul futuro dell’Iraq, a prescindere dal giudizio iniziale sulla guerra». Aggiunge che la prima occasione può essere il voto sul rifinanziamento della missione italiana, lunedì prossimo alla Camera. Davvero una bella «strategia concordata» quella proposta da Bondi: il centrosinistra vota a favore (o si astiene) sulla missione italiana in Iraq e, in cambio, rinuncia a porre la questione della guerra sbagliata (magari affermando che si è trattato di una guerra giusta visto che ha portato il paese alle elezioni anche se era stata dichiarata per trovare le armi di distruzione di massa). Già che ci si trova l’opposizione potrebbe fare qualcosa di più. Ammettere finalmente che quella dei nostri soldati è una missione di pace in un paese in guerra (è una bugia, un controsenso ma è servito ad aggirare la Costituzione vigente che ripudia la guerra come mezzo di offesa o di risoluzione della controversie internazionali). Oppure, un’opposizione, realmente costruttiva e concorde, potrebbe smettere di domandarsi cosa ci stanno a fare i soldati italiani in Iraq, trincerati da mesi nel deserto di Nassiryia. E se, infine, volesse dare un segno veramente tangibile del nuovo spirito bipartisan l’opposizione potrebbe partecipare al massacro di Giuliana Sgrena, sostenere (come fanno gli esponenti e i giornali della maggioranza) che è lei (e non la guerra sbagliata) la vera causa dell’uccisione di Nicola Calipari.

Certo che il governo Berlusconi si sgancerà dalla guerra sbagliata. Ma lo farà a tempo debito, magari alla vigilia delle prossime elezioni politiche quando vorrà andare all’incasso completo dell’operazione per poter dire agli italiani: vedete come siamo stati bravi, fedeli all’alleanza con gli Usa e, nello stesso tempo, premurosi con i nostri ragazzi? Mentre l’opposizione, se non si sarà piegata, se non avrà chiesto scusa, sarà indicata come antiamericana, antipatriottica, comunista. Proprio come sta accadendo a Romano Prodi, paragonato a un terrorista soltanto perché pretende

È stato un incontro difficile, atteso da giorni e non per questo meno carico di tensione. E di grande emozione. L’argomento all’ordine del giorno fissato dal direttore Furio Colombo e dal condirettore Antonio Padellaro era uno soltanto: il cambio di direzione dell’Unità. Dopo due mesi di indiscrezioni e trattative alla fine è arrivata una decisione della società editrice: sarà Antonio Padellaro il nuovo direttore dell’Unità e firmerà il suo primo numero il 15 marzo prossimo, mentre Furio Colombo sarà l’editorialista del quotidiano fondato da Antonio Gramsci. Perché? «Questa è l’unica domanda a cui non posso dare una risposta perché non mi è stato spiegato - ha detto Furio Colombo -. Ancora oggi non so esattamente per quale motivo era necessario cambiare il direttore di questo quotidiano. Ma a conclusione di un periodo di grande incertezza, posso dire che questo è un buon risultato». Colombo ricorda la vicenda del «totonomi» sul suo successore, i silenzi a domande che per ora non trovano risposte e poi ammette: «Non dico, come fanno i politici , che sono sereno. Non sono sereno, anzi sono anche un po’ incavolato, ma detto questo aggiungo che questa è una decisione razionale, ragionevole, giusta perché sarà Antonio a condurre questo giornale. E la sua direzione era una condizione che avevo posto per poter continuare ad avere un rapporto con l’Unità».

Il suo discorso l’ha iniziato ricordando un altro incontro, quello che ha preceduto la riapertura del giornale fondato da Antonio Gramsci e miseramente affondato dai debiti. Dopo quattro anni ci sono una redazione più che raddoppiata e 66mila copie (i dati Audipress parlano di 409mila lettori quotidiani).«Un risultato che è stato possibile raggiungere grazie ad ognuno di noi, al lavoro di questa redazione e di questa direzione». Furio Colombo è emozionato. La redazione anche. Quello che doveva essere un «ciclo naturale con i suoi tempi ha avuto una brusca accelerazione». Federica Fantozzi gli chiede: «Perché hai accettato di fare l’editorialista per l’Unità?». «Avrei potuto per uno scatto d’orgoglio dire “lascio e vado via”, ma - risponde - ho pensato ai lettori, al rapporto speciale che si è creato in questi anni, alle centinaia di lettere che ho ricevuto in questo periodo e allora lo scatto d’orgoglio l’ho avuto decidendo di restare qui». Antonio Padellaro sottolinea: «La prima condizione che ho posto è stata: o resta Furio o ce ne andiamo insieme. La seconda è stata quella di poter continuare il nostro lavoro con il massimo dell’autonomia e la terza di non avere interferenze sulle scelte che spettano, come prevede il contratto, ad un direttore». Antonio Padellaro, prendendo la parola ringrazia anzitutto la Nie, (Nuova iniziativa editoriale) per la nomina: «So - ha detto - che sul mio nome c’è stato il pieno accordo del consiglio di amministrazione». Poi dice: «Spero di non avere soltanto il nome in comune con il fondatore di questo giornale». Sorrisi e tensione spezzata. Aggiunge: «Adesso dobbiamo pensare alla cosa che più ci sta a cuore: il giornale. Basta chiedersi cosa sarà di noi, quale nuova indiscrezione arriverà sul nostro futuro. Dobbiamo pensare a lavorare a un giornale che avrà una sua continuità con il passato ma saprà anche rinnovarsi e offrire novità al lettore, il nostro vero e unico proprietario». Arriverà un nuovo piano giornalistico, annuncia Padellaro, ma l’Unità continuerà ad essere alimentata dallo stesso spirito con cui è nata 4 anni fa, perché «l’Unità di Furio Colombo per noi è un patrimonio». Aggiunge anche: «E pazienza se già da domani alcuni giornali ne diranno di tutti i colori». Ha ragione: Polito e il Riformista sono già al lavoro.

Soddisfazione per l’esito di questa vicenda è stata espressa dal Cdr, che, nei giorni scorsi, in una lettera aperta alla Nie aveva sostenuto che «troncare il rapporto con l’attuale direzione giornalistica sarebbe un errore gravissimo». Enrico Fierro ha ricordato anche le «inaudite pressioni al Cdr dal 22 dicembre ad oggi». Umberto Di Giovannangeli precisa che questo risultato è arrivato anche grazie allo scatto di orgoglio della redazione che ha «difeso con le unghie e con i denti la propria autonomia». Il primo ringraziamento dal mondo della politica a Furio Colombo e l’augurio di buon lavoro a Antonio Padellaro arriva da Antonio Di Pietro: «A titolo personale, e a nome del partito faccio gli auguri di buon lavoro al nuovo direttore Antonio Padellaro, che saprà raccogliere con onore l’eredità di Colombo e, come ha dimostrato in questi anni, proseguire con spirito di servizio per la professione la battaglia per una informazione ed un giornalismo migliori». «Chiunque abbia a cuore le sorti della libertà dell'informazione non può che ringraziare Furio Colombo per quanto ha fatto e per quanto continuerà a fare a tutela delle libertà individuali e collettive»: scrivono Federico Orlando e Giuseppe Giulietti, rispettivamente presidente e portavoce dell'associazione Articolo 21. «Non abbiamo dubbio alcuno che Antonio Padellaro e l'intera redazione proseguiranno questo comune cammino».

Prima del cda di lunedì le redazioni de l'Unità di Roma, Milano, Firenze e Bologna si erano riunite e avevano discusso e votato quasi all'unanimità una Lettera aperta ai soci della Nie

L´INDIGNAZIONE non serve a capire. Può infiammare l´opinione pubblica, forse. Per il resto lascia le cose come sono. Al più le confonde. I sentimenti non servono a capire che cosa e perché è accaduto a Milano dove sono stati prosciolti cinque maghrebini accusati di aver reclutato, alla vigilia dell´attacco americano, combattenti da inviare nel nord dell´Iraq. La decisione del giudice milanese risponde a due questioni ancora aperte, dopo l´11 settembre, dopo la creazione di norme antiterrorismo più adeguate a fronteggiare una minaccia che, rispetto al passato, è non convenzionale e caotica.

Quali sono i comportamenti e le attività che ci permettono di dire che un uomo faccia parte di un´associazione terroristica? È sufficiente che raccolga del denaro o falsifichi un passaporto per poter dire quell´uomo un terrorista? E ancora: che cos´è il terrorismo? È terrorismo quello che insanguina l´Iraq? La decisione di Milano propone una risposta. Parziale. Discutibile. Da discutere comunque, e non da liquidare, soprattutto nel giorno dell´addio a Simone Cola, con lo sdegno di Fini o con il furore demagogico di un Calderoli dallo stomaco debole.

Fossimo negli Stati Uniti, quei dubbi sarebbero fuffa. Come si sa, gli Stati Uniti, obiettivo primo dell´offensiva terroristica, hanno tagliato con la spada il nodo dei problemi regredendo a uno stadio pre-giuridico il concetto di pericolo. Non è più prioritario dimostrare l´inevitabilità e la concretezza del pericolo. È sufficiente che ci sia un sospetto di pericolosità per trasformare chiunque in enemy combatant. Nemico combattente. La formula soffoca il processo full and fair e quel che lo costituisce: presunzione d´innocenza, diritto al contraddittorio e al silenzio. La vera finalità delle procedure americane non è accertare i fatti e definire le responsabilità, in realtà.

fatti non hanno più alcun rilievo o importanza. Il nemico combattente è una "risorsa", è uno "strumento informativo" utile a colmare il vuoto di "intelligenza" dei governi. «In tutta la storia della penalità moderna ? sostengono gli addetti ? nessun processo ha avuto meno garanzie». Ma gli americani si considerano "in guerra" e "di guerra" è la loro interpretazione della "legalità" tutta giocata nella logica dei rapporti amico-nemico.

Non siamo però negli Stati Uniti. Siamo in Italia. Anche il nostro Paese, consapevole di dover svolgere la sua parte nella guerra globale al terrorismo, ha adeguato ritoccandole alcune regole per favorire l´iniziativa poliziesco-giudiziaria contro le "cellule" di Al Qaeda impegnate in Italia ? come in una retrovia ? nel reclutamento, nel finanziamento, nel proselitismo e nella propaganda ideologica. Per dare più spazio e profondità alle indagini e ai processi è nato l´ambiguo reato di "associazione terroristica internazionale" (articolo 270 bis) che ancora cerca una giurisprudenza condivisa. Le interpretazione che finora ne sono state date sono divergenti. È utile qualche esempio. Il giudice delle indagini preliminari di Milano, Renato Bricchetti, il 16 settembre 2003, ha assolto dall´accusa di terrorismo il tunisino Mekki Ben Imed Zarqawi con queste parole: "La prova della sussistenza del delitto associativo di terrorismo internazionale impone la dimostrazione dello scopo terroristico. Esige che venga esternato un proposito serio, preciso, circostanziato di porre in essere atti di violenza determinati, idonei a mettere in pericolo l´incolumità sociale e a diffondere il terrore nella collettività. (?) Né la prova di questo proposito non può desumersi dal coinvolgimento degli imputati nell´attività di contraffazione di documenti perché resta la possibilità che queste attività siano finalizzate a realizzare altri scopi". Per contestare, dunque, l´associazione terroristica internazionale non è sufficiente documentare che un passaporto è falso e lo ha falsificato l´imputato. Bisogna provare che l´imputato lo ha falsificato nella consapevolezza che sarebbe stato utilizzato dall´organizzazione del terrore. Questa interpretazione è stata capovolta due mesi dopo, da un altro giudice. 25 novembre 2003. Guido Salvini ha disposto la cattura di alcuni presunti "kamikaze" di Al Ansar argomentando così: "Per configurare la sussistenza del reato di terrorismo internazionale è sufficiente che una struttura organizzata, costituita anche solo in parte in Italia, si prefigga con mezzi adeguati di eseguire atti di terrorismo anche al di fuori del territorio nazionale. Nel nostro Paese può avvenire quindi solo parte della condotta e, in ipotesi, neanche la più grave, quale il mero supporto logistico degli associati destinati ad agire all´estero".

Siamo all´oggi. Il supporto logistico offerto dallo sceicco Abderrazac ad Ansar al Islam è terrorismo? Clementina Forleo, giudice delle indagini preliminari accetta l´interpretazione più "colpevolista", per dir così, di Salvini. Il giudice non ha dubbi che falsificare un passaporto, proteggere l´immigrazione clandestina dei combattenti, favorire il viaggio di un combattente verso i luoghi del conflitto definisca la partecipazione degli imputati alla lotta armata di quel gruppo. "Gli imputati ? scrive Clementina Forleo ? avevano come precipuo scopo il finanziamento e, più in generale, il sostegno di strutture di addestramento paramilitare in Medioriente presumibilmente nel nord dell´Iraq". Si chiede, però, il giudice: la battaglia che combatte Ansar al Islam è terrorismo o guerriglia? Che cos´è il terrorismo? Ora si può cadere dalle nuvole, in buona o cattiva fede, ma il problema c´è, è solido, ha molte contraddittorie interpretazioni. Prima dell´11 settembre la definizione universalmente accettata di terrorismo era stata messa insieme dall´Fbi e recitava: "Terrorismo è l´uso illegale della forza e della violenza contro persone o proprietà per intimidire o costringere un governo, la popolazione civile e ogni loro segmento, nel perseguimento di obiettivi politici o sociali".

Con l´attacco alle Torri, questa definizione è apparsa un arnese senza significato. È stata riscritta per creare le premesse alle azioni di contrasto. Oggi la definizione americana più attuale è: "Il terrorismo impiega l´uso calcolato della violenza e della minaccia di violenza per conseguire obiettivi generalmente politici, religiosi e ideologici attraverso l´induzione della paura, l´intimidazione o la coercizione".

Si può stringere in questo confine quel che accade in Iraq? Evidentemente no, si è risposto il giudice di Milano. Che dovendo definire il fatto per decidere delle responsabilità ? insomma per fare il suo mestiere ? ha guardato in alto alla definizione di terrorismo offerta dalla convenzione delle Nazioni Unite. C´è chi può dire che è stata una mossa avventata? L´Onu scava un discrimine tra il terrorismo e la guerriglia a partire dalla violenza e la morte indiscriminata della popolazione civile. "Le attività violente di guerriglia in contesti bellici ? conclude infatti il giudice ? sono diverse da quelle di tipo terroristico, dirette a seminare terrore indiscriminato verso la popolazione civile in nome di un credo ideologico e/o religioso, ponendosi dunque come delitti contro l´umanità". Se si combatte non contro civili inermi ? come a New Yok l´11 settembre ? ma contro truppe armate, eserciti, addirittura coalizione di eserciti e soprattutto con armi infinitamente meno potenti e distruttive, appare al giudice che quella lotta non può definirsi terrorismo, ma guerriglia.

Si può credere che non tocchi a un giudice definire la qualità o il significato di quel che accade in Iraq, ma gli si deve concedere che lo ha fatto per fare il suo lavoro appellandosi alle convenzioni internazionali. Quasi una scelta obbligata. A chi doveva appellarsi, altrimenti? Al dibattito politico? Alla nozione attuale di "legalità" del Patriot Act? Può non piacere, ma non servono anatemi e scomuniche. Occorre buon senso, testa fredda, disponibilità al dialogo per affrontare quel che accadrà in Iraq e saperlo guardare, valutare, comprendere. L´ipocrisia della "missione di pace" ha fatto il suo tempo. Come prima delle ragionevoli parole di un giudice, ci ricorda il destino di Simone Cola.

Il nuovo piano regolatore di Roma è stato approvato definitivamente con buona pace di tutti. Anche di coloro che si sono opposti radicalmente ai suoi contenuti. I numerosi comitati che in quest’ultimo periodo hanno combattuto contro questo strumento sbagliato e ingiustificato, hanno infatti cercato di proporre un altro Piano, non la cancellazione di ogni regola. Ora le regole ci sono. Mi auguro che consentano di chiudere per sempre la fase delle deroghe che hanno arricchito pochi soliti noti e aggravato il funzionamento della città. Gli estensori del Piano assicurano che Roma sarà migliore di quella attuale. è allora importante ricordare, senza alcun preconcetto, gli errori di impostazione che ne compromettono in radice proprio la possibilità di rendere la città migliore. I piani urbanistici sono, infatti, utili se sanno interpretare e tentano di risolvere gli elementi di crisi dei sistemi urbani. E, nel caso di Roma, alcuni di questi nodi sono stati colpevolmente ignorati.

La prima e più grave omissione è, senza dubbio, l’assenza di un ragionamento sull’area metropolitana. A Roma non esiste da oltre un decennio nessun fenomeno urbano che non abbia origine negli squilibri tra Roma e il suo hinterland. L’intera provincia di Roma ha incrementato, nel decennio 1991-2001, la popolazione di circa 120.000 abitanti proveniente da Roma. Cittadini che non hanno potuto più permettersi di abitare nella capitale a causa di una rivalutazione immobiliare senza precedenti. Queste dinamiche indicano che sono in atto fenomeni spontanei di enorme intensità guidati dal mercato immobiliare. Basta ricordare l’andamento delle quotazioni delle abitazioni: Ance e Nomisma hanno stimato un aumento medio dei valori immobiliari su scala nazionale pari al 69 per cento nel periodo 1998-2005. A Roma la stima raggiunge il valore del 100 per cento di aumento, mentre nell’area romana è notevolmente più bassa. Era dunque facilmente prevedibile che i processi di valorizzazione urbana in atto nella capitale, non mitigati da politiche di creazione di alloggi di edilizia residenziale pubblica, avrebbero prodotto un fenomeno socialmente iniquo: la fascia meno protetta della popolazione si trasferisce in luoghi maggiormente accessibili dal punto di vista economico andando conseguentemente a ingrossare il numero dei pendolari che si recano quotidianamente a lavorare a Roma, sobbarcandosi interminabili ingorghi.

Di tutto questo, però, non c’è traccia nel nuovo Piano regolatore. Solo recentemente, in fase di controdeduzioni, è stata inserita in uno studio allegato la seguente frettolosa frase: «L’approfondita analisi delle dinamiche urbane dell’ultimo decennio consente di individuare alcuni elementi di novità rispetto al precedente scenario, e in particolare: [...] l’accelerazione dei flussi migratori verso i comuni della corona». Punto e basta.

Ma vediamo cosa hanno prodotto le dinamiche territoriali dell’ultimo periodo. La popolazione della provincia di Roma è passata da circa 986.000 abitanti [esclusa Roma] del 1991 a 1.103.000 nel 2001, con un incremento medio dell’11,9 per cento. Se si guarda il dato generale più in dettaglio, si scopre che la prima corona dei comuni metropolitani cresce a livelli molto più intensi del dato generale. I comuni del litorale nord [Cerveteri, Ladispoli, ecc.] presentano un incremento del 16,6 per cento. I comuni del comprensorio del lago di Bracciano del 27 per cento. La conurbazione della via Flaminia [Sacrofano, Morlupo, ecc] del 22 per cento. I comuni della valle del Tevere del 15,6 per cento. Il litorale sud [Pomezia, Ardea, Anzio e Nettuno] del 18,1 per cento. Sono percentuali impressionanti, tipiche di periodi particolari, come è avvenuto a Roma nell’immediato dopoguerra. Del resto, se la crescita media della provincia è più contenuta, lo si deve soltanto al fatto che il comprensorio dei Castelli romani cresce a un ritmo più contenuto della media [8,2 per cento] per la funzione deterrente dell’esistenza del Parco regionale, e il comprensorio del Sublacente mantiene la popolazione senza incrementi.

E’ poi evidente da tempo che il funzionamento metropolitano di Roma coinvolge territori esterni alla stessa provincia. Le aree meridionali del viterbese [Sutri, Nepi, ecc], il basso reatino con Fara Sabina e i comuni limitrofi, il comprensorio di Aprilia e Cisterna in provincia di Latina, l’alta valle del Sacco nel frusinate, solo per citare i casi più macroscopici, funzionano ormai come pezzi dell’enorme periferia romana. In un raggio di 60-70 chilometri dalla capitale è evidente il fenomeno d’area metropolitana e del conseguente pendolarismo giornaliero.

Il nuovo Piano regolatore avrebbe dovuto, insomma, affrontare nelle mutate condizioni lo storico problema dell’urbanistica romana, quello del decentramento delle funzioni direzionali, così da alleggerire la domanda di accesso verso il centro della città. In realtà è stato fatto il contrario. Anche in questo caso, facciamo parlare i documenti. Nella relazione di Piano si afferma che «non è più attuale la questione dello spostamento delle sedi dell’amministrazione centrale dello stato». Un breve rigo che cancella trent’anni di dibattito culturale sui destini del centro storico. E che cancella anche ogni velleità di riequilibrio con le periferie urbane e con l’area metropolitana. Paradossalmente, poi, si è fatto anche di peggio. Le concrete politiche abitative aggravano ulteriormente gli squilibri spontanei. Il comune di Roma, nel tentativo di dare soluzione ai gravi disagi abitativi, ha infatti acquistato interi edifici nei comuni di Albano, Pomezia, Anzio e Aprilia allargando il concetto di periferia all’intera area metropolitana.

E, nel nuovo Piano, le conseguenze di questa gigantesca domanda di mobilità non sono state affatto indagate. Ricordiamo che uno dei precedenti assessori alla mobilità nonché vicesindaco della giunta Rutelli, Walter Tocci, ha affermato che allora fu realizzato il modello del traffico privato indotto dal nuovo Piano e verificata la sua compatibilità con la struttura urbana. I risultati avevano dimostrato che la città non reggeva l’impatto ed era previsto il blocco dell’intero sistema. Nei giorni precedenti l’approvazione del Piano è stato addirittura accettato un emendamento di Forza Italia che prevede un nuovo raccordo anulare ancora più esterno del Gra. E mentre si parla solo di future metropolitane, prepariamoci a sprofondare nel traffico.

ADESSO dunque il programma c’è. Sia quello lungo sia quello breve, i primi cento giorni collocati nello sfondo d’una intera legislatura. I provvedimenti e gli interventi da effettuare per recuperare l’unità del paese nel solco di principi e di convinzioni morali condivise da tutta l’Italia democratica e riformista. E c’è anche la squadra che dovrà guidare la campagna elettorale e – se il risultato sarà quello atteso – la nuova maggioranza parlamentare e il nuovo governo.

Chi vorrà analizzare i contenuti di quanto è emerso dalle due assemblee, della Margherita a Milano e dei Ds a Firenze, potrà consentire o dissentire nel merito ma dovrà ammettere che il quadro d’insieme è chiaro, la direzione di marcia è stata nettamente indicata e l’appuntamento con il futuro partito democratico ne rappresenta lo sbocco finale realizzabile entro un termine ragionevolmente prossimo.

Ho, purtroppo per la mia anagrafe, un’esperienza di campagne elettorali di oltre mezzo secolo, quasi sempre come osservatore, talvolta come partecipante. Posso dunque testimoniare che l’Italia riformatrice non si è mai presentata ai nastri di partenza così preparata e matura come questa volta.

Comunque vada la sorte elettorale, questo è già un primo obiettivo raggiunto; lo si deve, secondo me, a due cause: l’uscita definitiva delle forze riformiste dagli involucri che le hanno trattenute per molto tempo, le hanno soffocate all’ombra di pregiudizi e interessi, e le hanno contrapposte.

L’involucro democristiano da un lato e quello comunista dall’altro. Le ingessature ideologiche e i bendaggi mummificati sono durati lungamente sotto la forma degli ex e dei post, ma ora finalmente sono stati rotti. Ne è uscita una vitalità nuova, una convergenza di propositi e un’alacrità di proposte da mettere in opera per i cittadini e con i cittadini. Non l’arcaico politichese degli apparati e neppure il distillato pseudo-modernista dei tecnocrati, ma il senso compiuto della «polis», una comunità partecipe senza la quale è diventato impossibile governare un mondo sempre più complesso e più variegato di interessi e di idee.

L’avanguardia di questa nuova stagione l’abbiamo scoperta e vista all’opera due mesi fa: quei quattro milioni e mezzo di italiani che hanno affollato i gazebo delle primarie dando vita ad un evento mai verificatosi prima di allora. Romano Prodi, ricordando quell’eccezionale fenomeno, ha detto a Firenze che in quella giornata del 6 ottobre scorso è stato costruito un ponte che collega la classe politica alla società. E D’Alema ha aggiunto che quel giorno è stata chiusa la fase dell’antipolitica e del politichese.

La penso anch’io allo stesso modo. Il potere degli apparati crolla quando i cittadini rivendicano la loro sovranità ed esercitano attivamente il loro diritto di partecipare; nello stesso momento e per le stesse ragioni crolla il qualunquismo che è l’altra faccia del politichese e degli apparati.

Gli stimoli venuti da Firenze e da Milano sono il primo risultato di forze liberate. Dovranno costruire il futuro prendendo nelle loro mani il presente. Le premesse finalmente ci sono.

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Guardiamole più da vicino queste premesse.

All’assemblea diessina di Firenze ha preso la parola, portando il saluto della Margherita, Dario Franceschini, uno dei dirigenti di maggior rilievo del suo partito. Il suo intervento è stato centrato su una parola-chiave, ripresa subito dopo da Fassino: la laicità. Se ne è fatto fin troppo abuso di quella parola, fino ad annacquarne e addirittura a stravolgerne l’essenza, sicché Franceschini ha dovuto chiarirne l’autentico significato. La laicità costituisce l’essenza della democrazia moderna ed è il diritto di ogni individuo, gruppo, comunità, insomma soggetto singolo o collettivo, di sostenere i propri diritti e di essere ascoltato con attenzione e rispetto.

Reciproci. Senza imposizioni e sopraffazioni. Senza imporre la propria verità a chi non la condivide.

La democrazia è il contenitore di queste parziali verità e parziali interessi. La volontà della maggioranza si costruisce attorno alla sintesi delle diverse tesi. Le istituzioni della democrazia hanno il compito di attuare quella volontà garantendo che essa non potrà trasformarsi in un sistema chiuso ma ampliare lo spazio pubblico che include e non esclude.

Questa è la laicità ed è ai nostri occhi della massima importanza che un concetto così alto sia stato posto dai principali rappresentanti dei due partiti riformisti costituendo perciò stesso il fondamento del costruendo partito democratico.

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Dalla laicità discende la politica dei diritti. Lo Stato di diritto. Il rispetto delle garanzie. L’eguaglianza delle posizioni di partenza e quindi la massima attenzione verso i deboli affinché non siano esclusi.

Il punto nevralgico dell’esclusione o dell’inclusione è collocato nel mercato del lavoro, nella disoccupazione duratura, nel precariato permanente.

Anche su questo punto l’approdo cui sono arrivati i due partiti dell’alleanza riformista è comune: flessibilità mirata a costruire processi professionali stabili e sorretta da una solida rete di ammortizzatori sociali.

I critici osserveranno (hanno già osservato) che flessibilità e occupazione duratura sono affermazioni contraddittorie, un ossimoro se vogliamo usare il lessico della retorica. Per certi aspetti anche libertà ed eguaglianza raffigurano un ossimoro. La vita sociale è costellata di ossimori, la modernità ne ha accresciuto il numero, la globalizzazione l’ha moltiplicato. Il più celebre che aprì appunto l’era moderna lo pronunciò Colombo quando salpò dal molo di Siviglia per le Americhe: «Buscar el levante por el ponente», raggiungere il levante facendo rotta a ponente. Non fu questo il più felice degli ossimori? Diventò un risultato perché la terra era rotonda. Così molte contraddizioni si risolvono quando si scopre che i percorsi sociali non sono mai rettilinei ma circolari, circostanza troppo spesso ignorata dai qualunquisti e dai tecnocrati. La democrazia non può che avere un impianto circolare nel quale tutti i valori e gli interessi legittimi sono collocati sulla linea della circonferenza sentendosi ciascuno il centro della propria circonferenza.

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Noi - è stato detto da Prodi - non diremo come Berlusconi che il fisco è un nemico, proprio mentre il suo governo quinquennale si conclude con l’aumento della pressione fiscale, la decurtazione del potere d’acquisto, la stagnazione del reddito e la crescita esponenziale del deficit e del debito pubblico. Noi diciamo invece che un fisco amico deve servire a sostenere le fasce deboli della società, a premiare le imprese innovatrici, a migliorare la competitività, a penalizzare le rendite e i profitti di speculazione e a stanare l’evasione e l’elusione.

Questi aspetti della questione fiscale sono stati ampiamente descritti nella relazione programmatica di Bersani e ripresi nella conclusione di Fassino. Specifici provvedimenti in materia sono stati indicati da un lavoro di équipe cui Vincenzo Visco ha fornito il contributo d’una lunga esperienza alle Finanze e al Tesoro. Analoghe proposte erano state illustrate a Milano da Enrico Letta per la Margherita.

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Non sembri idilliaca questa sintesi dello schieramento di battaglia con il quale la «lista grande» del centrosinistra ha aperto la sua campagna elettorale. D’Alema ha detto che la vera lotta, lo sforzo più arduo, comincerà dopo la vittoria, quando le parole dovranno cedere il posto ai fatti concreti.

Esattamente, la vera lotta comincerà allora. Né sarà idilliaca la nascita del partito democratico proprio perché le resistenze degli apparati non mancheranno, le legittime ambizioni all’interno dei gruppi dirigenti neppure, le vie di fuga, le tentazioni, le antipatie stratificate si faranno sentire per un pezzo.

Di qui una fretta eccessiva da un lato, una lentezza altrettanto eccessiva dall’altro, due difetti simmetricamente opposti ai quali non bisogna cedere. Chi dice che per tenere a battesimo il nuovo partito ci vorranno cinque o addirittura dieci anni in realtà non lo vuole. E chi afferma (ce ne sono) facciamo subito prima delle elezioni, neppure lui lo vuole.

L’esempio di Sharon, che ha creato il suo nuovo partito in poche settimane ed è accreditato della vittoria, non calza affatto perché l’incubazione di quell’iniziativa è durata anni, l’evoluzione dell’opinione pubblica israeliana in favore della pace è cominciata solo nel momento in cui fu varato il progetto di sgombero degli insediamenti di Gaza e della Cisgiordania, la morte di Arafat ha sgomberato il campo e spento la seconda Intifada.

Non poche settimane, ma anni di logoramento del Likud e di esaurimento dei laburisti.

Un elemento importante per quanto riguarda il caso italiano sarà l’esito elettorale della «lista grande» e, al Senato, i risultati del voto ai partiti in lizza. Se la «lista grande» arriverà al 35 per cento o addirittura lo supererà, sarà stato compiuto un passo decisivo verso il partito democratico e la sua formazione potrà procedere in fretta. Il propulsore di questa spinta è inevitabilmente Romano Prodi. Prese più del 70 per cento dei voti alle primarie, in un campione rappresentativo di metà del corpo elettorale. Quel 70 per cento equivale appunto al 35 cui può aspirare la «lista grande» da lui capeggiata.

Gli elettori che gli hanno dato il voto sanno che Prodi sarà il propulsore d’un riformismo forte come egli stesso ha detto più volte. Forte non è un aggettivo generico.

Significa un più su tutti gli elementi dei vari ossimori: più libertà e più eguaglianza, più sviluppo e più rigore, più flessibilità e più sicurezza di lavoro, più tecnologia e più ecologia, più rispetto per la Chiesa e più autonomia delle coscienze e rispetto delle loro singole decisioni, più indipendenza della magistratura e più responsabilità dei magistrati, più scuola di formazione e più preparazione del corpo docente, più autonomia degli enti locali e più responsabilità dei loro amministratori.

Infine più cultura, più politica, meno politichese.

Si tratta come si vede di compiti che richiedono l’impegno di una squadra di talenti numerosa e, come ora si usa dire, coesa. La squadra c’è e sarà arricchita da più giovani leve che per fortuna non mancano. La coesione è ancora, almeno in parte, un dover essere.

Una cosa è certa: il partito democratico non sarà un partito di moderati.

La moderazione è un concetto positivo e valido per tutti, i moderati invece sono una parte con connotati specifici. Hanno sicuramente altri strumenti per esprimersi, specie se l’anomalia berlusconiana sarà spazzata via dal corpo elettorale.

Certo l’alternativa Casini è deboluccia. Comincia ad effondere un sentore polveroso di vecchie sacrestie. Il passato non depone molto a suo favore, cinque anni di fedeltà alla causa berlusconiana non sono un «atout».

Diciamo che Casini guida la cavalleria leggera. Un punto di partenza, sapendo però che poi ci vorrà la fanteria.

Cercherà un ticket, ma con chi? Quali sono le divisioni di fanteria disposte a battersi per l’ex presidente della Camera? Il cardinale? I cardinali lanciano messaggi di pace e chiedono appoggio in nome della fede.

L’appoggio è benvenuto da qualsiasi provenienza. Lo accettarono perfino da Mussolini e per undici anni sembrò incrollabile. Finché sarà utile blandiranno Casini, se non servirà più lo lasceranno a godersi un po’ di vacanza.

Noi laici queste cose le conosciamo. Proprio per questo ci piace la laicità: piena libertà a tutti di parlare e proporre, rispetto per tutti e ognuno faccia da solo la sua strada. Nel rispetto della legge e, nel caso della Chiesa, dei Trattati stipulati con lo Stato. Non più né meno di questo.

Di questa riforma elettorale monarchico-partitocratica, presentata come ritorno alla proporzionale, si è detto di tutto, perfino cose che, se fossimo in una situazione politica normale, sarebbero impensabili.

Se fossimo in una situazione politica normale, all’accusa rivolta alla maggioranza di aver imposto unilateralmente una riforma da essa sola voluta e per i suoi soli interessi, si sarebbe dovuto poter dire semplicemente: ascoltate qualcosa del dibattito parlamentare e toccherete con mano l’attenzione, l’approfondimento dei problemi e l’apertura agli argomenti dell’opposizione. E invece? Invece, la maggioranza è stata silente per tutto il tempo dei lavori (salve le dichiarazioni finali), limitandosi a imporre, votazione dopo votazione, come per mandato imperativo ricevuto, la mera forza del numero, in uno spettacolo perfino imbarazzante per l’istituzione parlamentare.

Se fossimo in una situazione politica normale, alla denuncia di una legge che in extremis, avvicinandosi le elezioni, modifica le "regole del gioco", si sarebbe dovuto poter rispondere: è vero, la stabilità e la certezza, in materia elettorale soprattutto, sono valori istituzionali da preservare, ma particolari superiori ragioni hanno richiesto, eccezionalmente, ciò che, altrimenti, sarebbe stata una forzatura. E invece? Invece, si è risposto che questi sono semplici rilievi di opportunità e che la maggioranza aveva "sue" buone ragioni di opportunità.

Se fossimo in una situazione politica normale, ai timori molto seri che la riforma possa aumentare i pericoli di destabilizzazione istituzionale e di ingovernabilità del Paese, si sarebbero contrapposte ragioni specifiche, motivate sui meccanismi propri della legge che si andava ad approvare. E invece? Invece, si è risposto che, comunque, anche la legge attuale non è esente da rischi di questo genere, come se ciò fosse una giustificazione appropriata.

Ora, al di là di tutto ciò e proprio sul punto della stabilità e della governabilità, la riforma contiene un’enormità tecnica, potenzialmente foriera di conseguenze politiche deleterie, su cui occorre insistere nel richiamare con forza l’attenzione.

E’ necessario scendere in ostici dettagli. Si tratta dell’elezione del Senato. Sono ammesse alla competizione, regione per regione, le liste singole di candidati e le coalizioni di liste. All’esito del voto, si possono presentare queste due eventualità. (a) Se una lista o una coalizione di liste ha ottenuto il 55 % dei voti validi, nulla quaestio: si procede alla ripartizione dei seggi in modo proporzionale (col sistema del quoziente elettorale e dei maggiori resti), con clausole di sbarramento (fissate al 20% per le coalizioni, salvo che contengano liste singole che conseguano l’8%; al 3% per le liste coalizzate e all’8% per le liste non coalizzate). (b) Se il 55% dei voti validi non è raggiunto da alcuno, viene assegnato un premio regionale alla lista o alla coalizione che ha ottenuto più voti delle altre, purché raggiungano il 20% del totale. Il premio consiste in un numero di seggi ulteriore, sottratto alle altre liste o coalizioni, tale da raggiungere la quota del 55% dei seggi assegnati alla regione. All’interno della coalizione, la distribuzione del premio di maggioranza avviene, di nuovo, secondo il criterio proporzionale.

Dunque, il Senato, nel suo insieme, risulta dalla somma di tante quote di eletti regione per regione, secondo il criterio proporzionale. Ma, nelle regioni ove non esistono partiti o coalizioni di partiti abbastanza forti da raggiungere il 55% dei voti, si corregge il risultato, premiando la lista o la coalizione relativamente più forte, portandola, nell’ipotesi di massima correzione, addirittura dal 20% al 55%. Anche su questo passaggio della nuova legge si è avanzato il sospetto che gli attuali partiti di maggioranza abbiano voluto fare una legge a loro uso e consumo. Si è notato, ad esempio, che, col meccanismo descritto, la coalizione di centrosinistra, in alcune regioni del centro-Italia regolarmente ben al di là del 55%, non si avvantaggerebbe del premio. Viceversa, in altre regioni, il centrodestra - che non è prevedibilmente maggioranza schiacciante in quasi nessun luogo - prevalendo anche di poco, ne approfitterebbe.

Lasciamo da parte i sospetti e limitiamoci a guardare la legge nella sua nuda realtà. Su quale logica si basa questa composizione del Senato? Innanzitutto sulla logica proporzionale. Ognuno (lista o coalizione) ottiene (percentualmente) in seggi quanto ha ottenuto in voti. In questa corrispondenza sta il suo principio di giustizia elettorale. E’ una logica, però, se così si può dire, sminuzzata regione per regione. Sul piano complessivo, possono determinarsi risultati incongrui, che contraddicono l’idea di proporzione e chi ha raggiunto la maggioranza nella regione può poi trovarsi in minoranza al Senato. Questa, comunque, è la conseguenza di un sistema elettorale che, a differenza di quello per la Camera, non è a base nazionale. Un difetto, dunque, intrinseco alla divisione per regioni contro il quale, a meno di correttivi che tengano conto dei dati generali, non c’è niente da fare.

Su questa primaria configurazione del sistema elettorale si inserisce l’alterazione del premio di maggioranza, pensato per tener conto dell’esigenza di stabilità e di governabilità, esigenza riferita naturalmente all’assemblea nel suo complesso, cioè al Senato. Il premio non ha altra ragione. E’ una ragione incontestabilmente forte, accettabile però alla duplice, ovvia, condizione che il premio non sia contraddittorio con la sua natura e che serva allo scopo. Entrambe le condizioni, invece, non sono assicurate nel nostro caso.

Innanzitutto, esso, da premio di maggioranza - cioè da incremento di seggi a favore della forza prevalente nell’elezione - può trasformarsi in premio alla minoranza. L’assegnazione del premio avviene nelle regioni, secondo i risultati regionali, pur consistendo la sua ragione d’essere nel rafforzamento non della maggioranza della componente senatoriale regionale, ma nel rafforzamento della maggioranza del Senato. Questo effetto è però del tutto casuale. Può accadere che forze politiche che si affermano con scarti minimi nelle regioni, e perciò sono largamente beneficate dal premio, prevalgano, nella rappresentanza complessiva al Senato, su altre che invece si affermano nelle regioni con le loro sole forze. E’ ipotesi tutt’altro che irrealistica che partiti e coalizioni che hanno ottenuto globalmente più voti e che, in applicazione del solo sistema proporzionale senza premi, si troverebbero in maggioranza al Senato, si trovino invece a essere minoranza. E questo, non come conseguenza "naturale" del sistema elettorale a base regionale (ciò per cui, in mancanza di correttivi, non ci sarebbe niente da fare) ma precisamente proprio in virtù di un premio che si dice essere "di maggioranza" e che, invece, nella sede che sola interessa - il Senato - diventa "premio di minoranza"! Un risultato contro natura.

In secondo luogo, i diversi premi di maggioranza distribuiti nelle regioni, confluendo nel Senato, non garantiscono affatto stabilità e governabilità: potrebbero avere tanto l’effetto di rafforzare un successo ottenuto nell’insieme dei collegi regionali, quanto quello perverso di impedire il raggiungimento della maggioranza di seggi che spetterebbe per effetto della sola distribuzione proporzionale; oppure i diversi "premi" potrebbero annullarsi reciprocamente, non servendo così a nulla. In ogni caso, questo cieco operare del premio di maggioranza potrebbe divaricare le maggioranze possibili al Senato e alla Camera dei deputati, dove il premio di maggioranza, che è previsto, opera diversamente, cioè su base nazionale. Dunque, effetti del tutto imprevedibili, in ipotesi non solo ininfluenti ma addirittura controproducenti rispetto allo scopo dichiarato di buon governo delle istituzioni.

Si dirà: la soluzione prescelta era obbligata dalla "base regionale" su cui il Senato deve essere eletto. Non è così. Altre soluzioni avrebbero potuto essere escogitate. E, comunque, in mancanza, meglio sarebbe stato addirittura lasciar cadere il premio. L’esito di tutta questa storia è un esempio preclaro di legge irrazionale. L’irrazionalità è un vizio di costituzionalità delle leggi. Si possono scegliere discrezionalmente gli obbiettivi legislativi ma si deve essere conseguenti. Per giurisprudenza di tutte le Corti costituzionali di questo mondo, il legislatore dissociato è incostituzionale perché le leggi bizzarre e contraddittorie non sono leggi. Il Cavallo di Caligola, nello Stato costituzionale di diritto, è e resta un cavallo e non diventa un senatore né, tanto meno, un legislatore; meno che mai, un riformatore delle istituzioni.

Il rimedio, ormai, può essere trovato solo nei successivi passaggi che il testo di legge affronterà prima della pubblicazione e dell’entrata in vigore. In questo caso non si può fare affidamento su altre garanzie; non si potrà dire, come in altre circostanze: non importa; ci penserà poi la Corte costituzionale. In Italia, le leggi possono essere giudicate dalla Corte solo dopo che hanno avuto applicazione: le leggi elettorali, dopo le elezioni delle nuove Camere. Ma il danno, allora, sarà irrimediabile. Annullare la legge già applicata e provocare la decadenza del Parlamento sarebbe inimmaginabile. Infatti, non è mai accaduto né da noi né altrove. La responsabilità dei soggetti chiamati a esercitare le loro funzioni prima dell’entrata in vigore di questa legge è dunque massima. Non la potrebbero dirottare su altri.

Si è detto all’inizio più volte: "se fossimo in una situazione normale". In un caso almeno, lo siamo stati in effetti, quando si è rigettata la norma a favore della rappresentanza femminile. Culture e interessi normali, abituali, si sono coalizzati per ribadire la posizione minoritaria delle donne in politica ed evitare quello che ai più deve essere sembrato un avventato salto nel buio. Ma l’art. 51, primo comma, della Costituzione, dice che la Repubblica promuove, tra uomini e donne, la pari opportunità di accesso alle cariche elettive. A meno di sostenere che tutto va bene lo stesso perché la Costituzione si è sbagliata dicendo "promuove", invece di "può promuovere, a piacimento", anche a questo proposito occorre un rimedio. Per la stessa ragione di prima, la responsabilità ricade solo su coloro che ancora possono intervenire nel procedimento legislativo in corso.

Tra i tanti problemi che affollano il nostro presente nel mondo e nel paese in cui viviamo, ce n’è uno che in Italia è particolarmente avvertito, anzi che è esclusivamente nostro: la questione cattolica.

Dominò la società italiana per quarant’anni, dal 1870 fino alla fine del "non expedit". Sembrò del tutto risolta, ma nei modi imperativi propri d’un regime dittatoriale, con il Concordato del 1929. Fu nuovamente assopita con l’inserimento dei patti concordatari nella Costituzione repubblicana, auspici Dossetti, De Gasperi e Togliatti, nel 1947 e ancor più con la parziale revisione del Concordato dell’85. Si andò ancor più avanti (o almeno così era parso) con il dissolvimento della Democrazia cristiana nel ‘93 e la fine dell’unità politica dei cattolici.

Invece proprio dalle ceneri di quell’unità, che aveva affidato alla Dc il difficile ma non impossibile compito di mediare gli interessi della Chiesa con quelli dello Stato, la questione cattolica è uscita da una lunga latenza e si è riproposta con un’intensità nuova e ancor più pervasiva per il semplice fatto che non riguarda soltanto gli interessi della Santa Sede e del Vaticano ma anche i valori dei quali la religione è portatrice, l’etica che ne deriva e i suoi campi d’applicazione in materie prima trascurate o addirittura inesistenti, prima tra tutte la bioetica che i progressi della tecnologia hanno portato alla ribalta e che hanno fatto sorgere nuovi bisogni, nuovi desideri e nuovi diritti chiamando in causa la legislazione e quindi la politica e, insieme, la religione, la società civile, lo Stato.

Si fa un gran discutere in questa fase di laicità, di laici e di laicisti aggiungendo una manciata di biasimo a quest’ultima parola. Se ne discute facendo anche molta confusione tra credenti e non credenti e – tra i credenti – quelli che aderiscono alla pratica della liturgia e del catechismo e quelli che, pur avendo fede in un Dio trascendente e cristiano, non passano necessariamente attraverso il filtro sacramentale del magistero ecclesiastico ma cercano di raggiungerlo direttamente e plasmano il proprio sentimento religioso con l’autonomia d’una propria morale. Questa discussione, confusa ma fervida, si svolge al di fuori della politica. Prescinde dalla politica. Riguarda diverse visioni della vita e del senso che essa ha per ciascuno di noi. Dunque riguarda il nostro privato. Il modo con cui preghiamo o non preghiamo, crediamo o non crediamo, pecchiamo o non pecchiamo, ci sentiamo colpevoli o ci assolviamo.

Tutti questi sentimenti, emozioni, credenze e l’antropologia che ne deriva, non hanno alcuna attinenza con la politica, con le leggi, con le istituzioni. Le quali invece entrano in gioco solo nel momento in cui la Chiesa, o per esser più precisi la gerarchia ecclesiastica, usa lo spazio pubblico per introdurre i suoi orientamenti nelle istituzioni, per conformarle il più possibile alle sue prescrizioni, per ottenere diritti adeguati allasua visione del mondo e dei rapporti interpersonali e negare altri diritti che si distacchino da quella visione.

Qui nasce il conflitto e nel momento in cui esso diventa intenso e permanente qui nasce la questione cattolica e la sua compatibilità con la democrazia.

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Esistono ancora dei laici fedeli all’ideale cavouriano di "libera Chiesa in libero Stato" che preferirebbero un regime di netta separazione tra l’istituzione religiosa e quella civile.

Personalmente mi iscrivo tra questi. Ma debbo chiarire che il regime separatista (del resto vigente in molti paesi dell’Occidente a cominciare dagli Stati Uniti) non significa affatto impedire alla Chiesa di utilizzare lo spazio pubblico per confrontare le proprie visioni e dottrine con altre comunque diverse. Al contrario: eventuali limiti posti all’uso dello spazio pubblico possono venire da pattuizioni concordatarie che prevedono sempre uno scambio tra le parti contraenti.

In un regime di separatismo la Chiesa non ha né privilegi né limitazioni, salvo quelle previste dai codici e dalle leggi. Si mantiene economicamente con le risorse ottenute dai suoi fedeli, apre e gestisce le sue scuole private senza alcun contributo dello Stato e di enti pubblici locali; in compenso è pienamente libera di predicare e prescrivere ciò che vuole e nessuno può impedirglielo.

In un siffatto regime i sacerdoti e i vescovi sono cittadini a tutti gli effetti, nei diritti e nei doveri.

Possono promuovere partiti politici o aderirvi, possono diventare membri del Parlamento e membri del governo. Chi potrebbe impedirlo per proprie e non sindacabili ragioni sarebbe tutt’al più la stessa Chiesa ma non certo uno Stato democratico che per definizione non può negare ad un cittadino diritti universalmente riconosciuti.

Ricordo che don Luigi Sturzo fondò e diresse il Partito popolare che ebbe molti seggi in Parlamento e importanti presenze nei governi, a finire con il primo governo Mussolini. Tutto ciò avvenne tra il 1919 e il 1925, cioè in un regime di assoluto separatismo tra lo Stato e la Chiesa.

Pongo ora una domanda a chi sostiene che i vescovi sono cittadini come tutti gli altri e votano infatti alle elezioni: il vescovo Ruini, il vescovo Fisichella e tanti altri come loro possono partecipare alle elezioni politiche e andare in Parlamento? Possono entrare a far parte del governo e reggere un dicastero?

Ho consultato la vigente legge sull’incompatibilità ma non c’è una sola parola che riguardi questo problema.

Dunque la riposta, in puro punto di diritto, è sì, Ruini e ciascuno dei suoi colleghi, se volessero, potrebbero concorrere alle elezioni, essere eletti, partecipare al governo.

Ma tutti sappiamo, a cominciare da loro stessi, che un fatto del genere ripugnerebbe alla coscienza nazionale e quindi non lo fanno. Non lo fanno ma potrebbero. C’è dunque un impedimento morale più forte del diritto di cittadinanza. Qual è questo impedimento?

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La Chiesa è portatrice di valori assoluti e di assolute verità che le vengono dal suo corpo dottrinale dalla sua tradizione, dal suo pensiero teologico. La sua struttura è gerarchica e culmina in un vertice che ha poteri assoluti ancorati addirittura al dogma dell’infallibilità.

Ne segue che esiste una lampante incompatibilità sistemica tra un regime democratico e una religione ancorata a valori assoluti e dogmaticamente istituzionalizzati.

I vescovi, ancorché cittadini italiani, sono vincolati all’obbedienza alla loro gerarchia, nominati da un’apposita congregazione col beneplacito del papa, vincolati a dogmi emanati dalle encicliche e dai Sinodi. Perciò sono eterodiretti rispetto alle istituzioni italiane.

In più, operando in regime concordatario, fruiscono di benefici tutt’altro che marginali. In queste condizioni affermare che i vescovi e il clero in generale siano cittadini a pieno titolo è falso. Non lo sono. Possono votare ma non possono farsi eleggere e partecipare a governi se non riducendosi allo stato laicale. E tuttavia questa norma di tutta evidenza non figura nella vigente legge sulle incompatibilità.

Questo ragionamento tende a dimostrare non solo che l’esercizio passivo del diritto elettorale è precluso ai titolari delle diocesi ma, soprattutto, a chiarire che esiste altresì un limite alle loro esternazioni.

Un vescovo concordatario non può esternare come un qualsiasi altro cittadino poiché nel Concordato l’articolo 1 dichiara che lo Stato e la Chiesa sono indipendenti e sovrani nelle rispettive competenze civili e religiose. C’è anche una casistica di queste competenze per quanto riguarda la Chiesa: dottrina della fede, etica, catechesi, carità, solidarismo. Non figura la parola politica. E quindi la politica non rientra nelle competenze della Chiesa.

Ma si dice ed è vero, l’etica ha a che fare con la politica. La bioetica anche. Perciò la Chiesa può dire che il divorzio è un male, che la fecondazione assistita è un male, che l’aborto è un assassinio di massa, che i Pacs sono un male e spiegarne il perché dal proprio punto di vista. Altri, di diverso avviso, forniranno ragioni contrapposte. Questa è la democrazia. Ma qui si ferma il diritto della Chiesa ad esternare.

Se i suoi vescovi entrano nel cuore della politica (il che gli è precluso) prescrivendo l’astensione dal voto in un referendum, indicando i modi dell’articolato delle leggi, dichiarando l’incostituzionalità di altre, censurando atti di giurisdizione come le intercettazioni telefoniche disposte dalle Procure della Repubblica, facendo affiggere nelle chiese cartelloni e spot per quanto riguarda la partecipazione o l’astensione dai referendum e lasciandoli affissi anche nel giorno delle votazioni; in questi casi i titolari delle diocesi si mettono fuori dal Concordato. Tanto varrebbe allora vederli seduti sui banchi della Camera e del Senato a discutere direttamente e a votare con i loro colleghi della politica.

Dov’è in tutto questo la religione? Dov’è la carità?

Dov’è la pietà. Chi decide se un bisogno ampiamente avvertito sia soltanto un desiderio o abbia creato un diritto? Lo decide monsignor Fisichella?

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Purtroppo sì, lo decide anche monsignor Fisichella poiché molti politici ritengono, a torto o a ragione, che monsignor Fisichella orienti e controlli una notevole quantità di elettori e quindi lo corteggiano a gara, da destra e da sinistra. E monsignor Fisichella detta le sue condizioni che spesso ottiene.

Monsignor Fisichella non fa nulla di illecito (salvo violare i principi del Concordato) ma si comporta come un lobbista. Si comporta come Billè che cerca di far pesare i voti dei commercianti sulle decisioni del governo; o come Montezemolo, o come Pezzotta ed Epifani. Si comporta come il capo di un forte gruppo di pressione, con la differenza che la Chiesa è cento volte più forte di Billè, di Montezemolo e di Epifani perché svolge il suo lavoro di lobby in nome del sentimento religioso invadendo a briglie sciolte la sfera politica e arruolando in questa galoppata anche le truppe cammellate degli "atei devoti" che usano la religione per rafforzare una loro visione dello Stato forte, decisionista, autoritario. "Dio è con noi" è la tentazione moderna del totalitarismo e al tempo stesso della teocrazia.

Chi dovrebbe reagire in primissima linea a questa sciagurata tentazione dovrebbe essere il laicato cattolico che invece è incomprensibilmente silente. Per questa ragione sostengo che siamo in presenza di una questione cattolica: salvo rare e oscillanti eccezioni il laicato cattolico sta assistendo alla sistematica distruzione delle sue autonomie dentro e fuori dal perimetro religioso. Le Comunità cattoliche, l’Azione cattolica, le Acli, le associazioni universitarie e studentesche sembrano colpite da un sonno ipnotico. I grandi ordini religiosi regolari tacciono, eppure avrebbero di che discutere e obiettare.

Abbiamo purtroppo realizzato parecchi primati negativi nel mondo in questi ultimi anni. Aggiungeteci anche questo: siamo il solo paese dell’Occidente cristiano nel quale è nata e cresce di giorno in giorno la questione cattolica.

Francamente non c’è da esserne orgogliosi per il paese dove nacque cinque secoli fa la libera scienza e l’autonomia della coscienza individuale. "De servo arbitrio" fu il motto di Lutero, ma ha passato le Alpi.

Oggi ha dimora Oltretevere, manipolato dai porporati della Cei. Sua Santità è d’accordo con il suo Vicario?

IERI il segretario dei Ds, Piero Fassino, in un´ampia intervista a questo giornale, ha messo a fuoco con nitidezza il problema politico che il suo partito sta sperimentando: «Non passa giorno che non ci sia un Parisi, un Mastella, un Occhetto o un Bertinotti che ci attacca sperando di lucrare qualche voto». Iniziative irresponsabili, a suo giudizio, anzi autolesioniste, dal momento che colpiscono il maggiore partito dell´opposizione, «il ramo su cui sono seduti».

In quella sede, Fassino ha anche difeso con calore l´autonomia il ruolo sul mercato della Unipol, la compagnia assicurativa delle cooperative rosse. Si dà il caso però che nello stesso giorno il Corriere della Sera abbia pubblicato stralci delle intercettazioni effettuate nell´ambito dell´inchiesta Bpi-Antonveneta, che rivelano alcuni retroscena che fanno da sfondo alla scalata della Bnl e le intese tra finanzieri come Emilio Gnutti e banchieri come Gianpiero Fiorani con l´amministratore delegato della Unipol, Giovanni Consorte.

Va da sé che le intercettazioni sono un materiale grezzo, tutto da riscontrare con i fatti; ed è vero che per ora non emergono illeciti penali.

Nello stesso tempo non va dimenticato che le intercettazioni medesime vengono predisposte dai magistrati quando si sospetta la presenza di reati gravi. Ma ancor prima delle responsabilità legali dei protagonisti di questa vicenda economica e politica, non si può non rilevare che tutti costoro agiscono in un ambiente, in un sistema, in un contesto. Per tale motivo, alla luce delle intercettazioni, viene naturale porsi alcune domande, che in piena serenità vanno rivolte anche al segretario ds.

Fassino infatti ha tenuto a marcare la più netta distinzione fra la Quercia e l´Unipol: «i Ds sono un partito, l´Unipol un´azienda e ciascuno fa la sua strada». Eppure, a quanto si legge, le cose non stanno esattamente così.

Giovanni Consorte è infatti uno dei poli di una fitta diplomazia politica, che investe autorità istituzionali come la Banca d´Italia, alcuni importanti esponenti ds (compreso il segretario Fassino), nonché figure della Casa delle libertà e del governo come Giulio Tremonti.

Non è necessario essere inguaribilmente ingenui per trovare curioso che un uomo della sinistra come Consorte si rivolga al commercialista di Gnutti dicendo: «Tu sai che il governo ci ha dato una mano e sai come ragiono io, la riconoscenza va data al punto giusto». Certo, può darsi che Fassino ignorasse questi atteggiamenti tipici del realismo politico, chiamiamolo così, degli uomini di finanza, anche se il segretario ds ha specificato che la cooperazione non è «un residuo ottocentesco, alla Pelizza da Volpedo», e dunque qualche compromesso con la modernità l´avrà stipulato. Tuttavia riesce incongruo credere alla tesi che vedrebbe l´Unipol roccaforte solitaria dell´efficienza aziendale, esente da qualsiasi legame di tipo politico con i Ds, allorché Consorte raccoglie le preoccupazioni di Fassino sulle cene elettorali pro - berlusconiane di Gnutti, alleato segreto proprio dell´Unipol.

E logico che certe realtà economiche abbiano una simpatia naturale per certe realtà politiche, quando le radici sono comuni, e che questa simpatia possa dare luogo a rapporti speciali, improntati a un medesimo orientamento di fondo. Ma qui non si tratta del sostegno alle feste dell´Unità o di sconti ai soci e agli iscritti sul premio dell´assicurazione auto: qui siamo nel campo di un gioco di potere di portata ingente, in cui l´Unipol gioca a fianco di investitori spregiudicati (speculatori, li avrebbe definiti l´Unità di una volta), sapendo benissimo che il gioco è perlomeno grigiastro, disputato dentro regole stiracchiate, a fianco di homines novi come Stefano Ricucci, in un rapporto scarsamente decifrabile con l´arbitro-giocatore, ossia il governatore Antonio Fazio (una vocina proveniente dalla Unipol sussurra a un certo punto: «Se non ci fossimo stati noi, Fazio sarebbe stato perso»).

Allora, questa non sarà una questione morale. Fassino avrà buon gioco nel ricordare che al momento non sono state identificate fattispecie illegali.

Però non esistono soltanto le sentenze dei tribunali: ci sono giudizi che l´opinione pubblica formula in base a criteri diversi dalla legalità ma a essa complementari: accanto alla legalità c´è un principio morale; c´è una responsabilità politica; e infine c´è anche un criterio estetico. Ora, piacerebbe capire sotto quale categoria, di gusto o di responsabilità, dovrebbe essere compresa la rete di rapporti intessuti nel corso e nel contesto della scalata alla Bnl. Sotto questa luce, sarebbe anche interessante comprendere se le esitazioni prolungate della leadership diessina sugli immobiliaristi e sulla posizione del governatore Fazio fossero dettate da una preoccupazione di tenuta istituzionale, oppure dalla consapevolezza che le regole del gioco particolare in cui anche i Ds erano inseriti giustificavano un allentamento delle regole tout court.

Fassino è il ritratto di una dura moralità operaia, fordista, torinese, in cui il Pci sapeva stare all´interno delle leggi e in quella cornice praticare le lotte più dure. Ci si chiede: è ancora quello l´atteggiamento dei Ds? Oppure si è sviluppata qualche disponibilità in più, è proliferato qualche atteggiamento meno rigoroso? La spregiudicatezza in economia è stata pagata cara già una volta, allorché Palazzo Chigi, sotto Massimo D´Alema, si guadagnò la definizione di «unica merchant bank in cui non si parla inglese». Eppure allora, con la scalata della Telecom da parte di Colaninno e Gnutti, i "capitani coraggiosi", gli eversori di quelli che volevano «comandare con l´uno e mezzo per cento», poteva profilarsi un cambio di establishment, un rovesciamento delle posizioni dominanti favorito dal governo di centrosinistra in vista della creazione di una "nuova classe" di imprenditori più dinamici e legati alla generazione dei D´Alema e dei Bersani.

Ma oggi? Di quale disegno strutturale o modernizzatore sono portatori i Fiorani e i Ricucci, e dunque anche i Consorte, di quale idea di capitalismo sono gli interpreti? Non c´è un´idea di innovazione economica, non un disegno di ammodernamento dell´apparato industriale, non un´ipotesi sulla trasformazione che il paese dovrà affrontare nella specializzazione produttiva. Ma se c´è soltanto la prospettiva di lottizzare posizioni nel circuito della rendita, attraverso una pratica di accordi e alleanze trasversali, è questo che conviene a Fassino, al centrosinistra, a tutti coloro che hanno cara un´idea razionale del mercato? Nel momento in cui, come auspichiamo, il partito di Fassino si troverà ad avere ruoli di responsabilità in un futuro governo, è auspicabile che prevalga la concezione, sempre manifestata, di un capitalismo decente, in cui non abbiano spazio i rapporti preferenziali e in cui l´affinità politica non sia un patrimonio da giocare nelle relazioni economiche. Finora molte voci nel centrosinistra, quella di Fassino compresa, hanno sostenuto questi argomenti. Possiamo sperare che ai principi seguano i comportamenti, sempre?

In poco meno di quattro anni siamo passati dal «siamo senza parole» di fronte alle torri gemelle che crollavano alla limatura delle parole di fronte alla tube che salta. La Bbc non parla di terroristi kamikaze ma di bombers, e li distingue dai criminali irlandesi e dai militanti palestinesi. Giovanni Sartori, sul Corsera di domenica, ha contestato questo codice della tv britannica, che più che di understatement gli sa di manipolazione: inganna i telespettatori, sostiene, e eliminando il nome occulta la cosa, cioè la cruda realtà del terrorismo. Ma lo stesso Sartori conclude ammettendo che qualche problema, sulla parola «terrorismo», c'è: «sulla definizione del termine i giuristi ancora annaspano», e anche se di massima il termine indica l'intenzione di seminare terrore senza limiti di mezzi e di bersaglio, resta la difficoltà di distinguere con diverse parole diversi tipi di terrorismo: suicida e non, locale e globale, resistente, partigiano e via dicendo. Non sono sottigliezze e non riguardano solo il terrorismo. La verità è che, da quando ci sentimmo tutti senza parole, le parole sono diventate tutte controverse e differenziali, come i fatti a cui si riferiscono: un terrorismo diverso da quello che prima chiamavamo terrorismo, una guerra diversa da quella che prima chiamavamo guerra, una democrazia diversa da quella che prima chiamavamo democrazia. Le stesse parole di prima per una realtà che non è quella di prima: un lessico politico usurato per un mutamento che si stenta a interpretare, o si tenta di imbrigliare in parole e categorie note. Altro esempio: c'è in giro un gran parlare di equilibrio fra sicurezza e libertà, e di quanta libertà siamo disposti a sacrificare alla sicurezza. Ma quale sicurezza, e quale, o quali, libertà? C'è un significato evidente per tutti del richiamo alla sicurezza che riguarda le vite; ma quando giro pagina e dalla cronaca delle stragi di Londra o di Sharm el Sheik passo alla cronaca dell'Italia ordinaria e leggo che ogni famiglia spende in media 700 euro all'anno per blindare casa, l'evidenza del termine sicurezza sfuma. Di libertà credo che siamo disposti a sacrificarne pochissima e giustamente, ma anche qui bisognerebbe intendersi: vedere la libertà ridotta a chance, consumo e strafottenza dell'individuo proprietario non era granché nemmeno prima che ce la insidiassero i kamikaze, e quanto ad altre e più nobili connotazioni del termine, anch'esse scarseggiavano già da prima nelle nostre democrazie apatiche, spoliticizzate e largamente abitate dalla servitù volontaria di laboétieiana memoria. Ma chissà perché l'individualismo e il relativismo sono da attaccare, per i nostri neocon, quando c'è di mezzo il referendum sulla procreazione assistita e tornano a essere valori assoluti da difendere quando c'è di mezzo il fondamentalismo islamico.

Come tutte le guerre, anche questa guerra civile globale è anche una guerra di parole. Ma con le parole della tradizione politica occidentale non c'è più tempo di giocare: nella conta quotidiana dei morti il gioco linguistico trova il suo tragico limite. La scoperta - tardiva, data la già lampante impronta degli attentati dell'11 settembre - della formazione occidentale, e in specie europea, di molti kamikaze islamici ha suonato la sveglia per molte analisi troppo sicure di sé: quelle che si figurano uno scontro fra civiltà distinte e demarcate, ma anche quelle, di segno opposto, che credono di spiegare tutto con la spirale guerra-terrorismo. Gli immigrati di terza generazione nelle metropoli europee più sedotti da Allah e dalla jihad che dall'integrazione e dalla democrazia non sono degli alieni ma degli specchi, che ci rimandano la crisi dell'universalismo, della libertà, dell'uguaglianza e di tutte le altre parole d'ordine della modernità politica e dell'individuo politico moderno di cui noi occidentali siamo gli artefici. Prima le passiamo criticamente al setaccio, prima riacquisteranno un senso in primo luogo per noi stessi.

Il Tar Lazio ha respinto i ricorsi del Civ (consiglio di indirizzo e vigilanza dell’Inpdap) e dei consigli di amministrazione degli enti (Inail-Inpdap-Inps) che si sono visti requisire le sedi degli uffici dal governo, conferite al Fip, fondo immobili pubblici appositamente costituito. La prossima tappa di questa partita sulla finanza creativa sarà il Consiglio di Stato.

La “questione immorale” è una miscela esplosiva fatta di svendita del patrimonio pubblico, senza regole e senza certezze, di rendita parassitaria che comprime tutti i settori produttivi del Paese, di azzeramento della legalità, di difesa degli interessi di chi governa, di tolleranza all'assalto alla ricchezza e ai beni del paese, di collusioni negli affari e nella politica con le organizzazioni mafiose. D’altronde, gli incensurati di questi tempi non se la passano bene. Chi delinque o l’ha fatto prima, ha le porte aperte e gode dell'apprezzamento o quanto meno della comprensione di parti significative delle classi dirigenti, nella accezione più estesa.

Il Paese è in vendita. Si vende tutto: case di abitazione, sedi degli enti, e forse domani del governo e del parlamento, caserme e forti, scali e stazioni ferroviarie, terreni del demanio, spiagge. Ma nel turbinio di operazioni illusionistiche di finanza creativa, quelle che riguardano lo Stato sono fittizie e virtuali, mentre quelle che riguardano i privati sono vere e remunerative. Lo Stato ha creato società e le ha chiuse; ha comprato beni che erano suoi e li ha venduti a se stesso. Come qualsiasi faccendiere d'assalto che opera nei paradisi fiscali, ha creato un sistema di finanza pubblica sanzionata da tutti gli organismi internazionali. Tremonti, principe della finanza creativa, per la quale ha un'attrazione erotica, ha presentato il piano di svendita come «la più grande operazione di cartolarizzazione di uno stato sovrano e la più grande emissione di Abs (asset- backed securities) mai realizzata in Europa». Così è nato «Lo Stivale di carta», titolo di un libro, autori i giornalisti Giuseppina Paterniti e Angelo Fodde (Editori Riuniti), ben documentato. A proposito delle cartolarizzazioni versione Berlusconi-Tremonti prendiamo le vicende di Scip 1 e Scip 2, le società inventate e incaricate di condurre in porto le vendite del patrimonio pubblico. La Scip 1 nasce il 23 Novembre 2001, subito dopo l’annuncio di Tremonti in diretta tv sul presunto buco lasciato dal centro sinistra. Nell’atto di nascita è scritto che la società ha come oggetto esclusivo «la realizzazione di una o più operazioni di cartolarizzazione dei proventi derivanti dalla dismissione del patrimonio immobiliare dello Stato e degli altri enti pubblici». Il capitale sociale della srl, che in quanto tale non è soggetta a controlli, è di 10.000 euro, una inezia, anche se la società deve vendere e gestire 27500 unità residenziali e 262 immobili non residenziali. Il meccanismo è noto: la società anticipa al governo una parte del denaro previsto che si fa dare dalle banche le quali guadagnano interessi e commissioni o ricava dai titoli, bond, messi sul mercato sperando che i cittadini li comprino. Nel 2002, nasce la Scip 2, anche perché le cose non hanno funzionato bene e con la rapidità prevista per fare fronte ai buchi di bilancio. L’operazione di vendita programmata è davvero imponente: 62500 immobili tra case, uffici, negozi, terreni dello Stato e di tutti gli enti (Enpals, Inail, Inps, Inpdap, Ipost, Ipsema), valore complessivo 9639 di euro.

Lo Stato vende se stesso. Ma non tutto è chiaro e trasparente. La composizione del capitale sociale della Scip è al 50% di due fondazioni olandesi (Stichting Thesaurus e Stichting Palatium) con sede ad Amsterdam, le quali partecipano al capitale con la somma di 5000 euro. Amministratore unico delle due fondazioni olandesi è un “trust fund” di Amsterdam che ha creato le due fondazioni 18 giorni prima che la Scip nascesse e cioè il 5 Novembre del 2001 («Lo Stivale di carta»). I due autori del libro raccontano di essere andati alla ricerca della sede della Scip ma non hanno trovato nemmeno una targa. Sul palazzo campeggiava la targa di Kpmg, nota società finanziaria multinazionale che amministra il programma di cartolarizzazione, funge da consulente e, naturalmente, viene pagata. L'amministratore delegato della Scip è un certo Burrows Gordon, cittadino inglese, nominato per tre mandati. Solo che quando un gruppo di inquilini che vogliono comprare gli appartamenti dove abitano, vuole chiarimenti, in perfetto stile anglosassone, risponde di rivolgersi direttamente al ministero dell’Economia. Il perché di queste scelte per una operazione di vendita del patrimonio pubblico del nostro Paese, nessuno lo sa. Nemmeno il Parlamento che dovrebbe essere informato dal ministro ogni sei mesi e che invece rimane all'oscuro di tutto. Ma una cosa è certa. Mentre gli immobiliaristi sono riusciti a comprare un pezzo del Paese con il 35% di sconto sui prezzi iniziali, lo Stato ha incassato di meno, le spese per commissioni di collocamento dei titoli, consulenze legali, pagamento degli amministratori ecc sono state di 744 mila euro e quelle necessarie per concludere il contratto con alcune banche estere a copertura del rischio di tasso sono state di 2'5 milioni di euro. Il patrimonio del bel paese, nel solo primo anno di vita della Scip, ha arricchito un sacco di persone che abitano altrove.

Quanto alla vertenza in corso con gli Enti, decisa con la sentenza del Tar Lazio, le imposizioni sembrano una rapina. Infatti, Inail, Inps, Inpdap sono costretti a vendere le sedi, a riaffittarle con un enorme esborso di denaro e come se non bastasse rimangono responsabili della gestione e della manutenzione delle stesse. Cose mai viste nemmeno nel peggiore dei regimi.

La vendita del patrimonio dei beni culturali e degli ospedali al prossimo articolo. Vedremo come anche la famiglia Bush si è data da fare.

DICO subito, per la chiarezza che debbo ai nostri lettori, che il caso Rutelli-Margherita sarà uno dei punti di questa mia predica domenicale (così la definiscono molti miei amici e moltissimi dei miei critici). Uno dei punti ma non il solo e comunque inserito in un contesto che finora è stato trascurato.

Alcuni grandi giornali europei, il Financial Times, l´Economist, hanno definito il nostro paese come il grande ammalato d´Europa e Ezio Mauro ha molto opportunamente fatto nostra quella definizione. La quale si fonda sull´insufficienza della nostra economia reale (che datano da molti anni) e della nostra economia finanziaria (che era stata provvidamente risanata negli anni tra il 1992 e il 2000 e che è stata di nuovo e ancor più profondamente dilapidata nei quattro anni del fantasismo berlusconiano.

Ma il dissesto economico-finanziario è solo uno degli aspetti del malanno italiano. Esso va collocato all´interno di un quadro e di una cornice che danno il tono all´insieme e interagiscono con l´insieme, ne rappresentano la causa prima e al tempo stesso l´effetto più rilevante.

La disgregazione: questo è l´elemento di fondo della crisi italiana. Una disgregazione presente in tutti gli aspetti della vita pubblica, politici, culturali, economici, sociali. Una disgregazione da 8 settembre, contrastata soltanto da poche forze e da pochissime personalità, come avvenne appunto nell´Italia del dopo 8 settembre.

La disgregazione d´un corpo sociale è una malattia di lenta incubazione, che lavora sottotraccia, corrompe e divora i tessuti, alla fine esplode e si manifesta con tutta la sua virulenza. Noi speriamo che ora, di fronte a quella virulenza, gli anticorpi e le difese immunitarie si mettano al lavoro. Noi speriamo che ne abbiano ancora il modo e il tempo, non sembri inutile retorica se ricordo, come del resto ho fatto altre volte, che se c´è un uomo che in questi anni disgregati e disgreganti ha fatto il possibile e l´impossibile per contrapporre coesione e cura del bene comune, quest´uomo è stato Carlo Azeglio Ciampi, che ha iniziato l´altro giorno l´ultimo anno del suo settennato. Non può dunque che esser lui il nostro punto di riferimento.

Non è un punto di riferimento neutrale né tanto meno banale. Operare per la coesione del bene comune in un mondo dominato dall´egoismo, dalla visibilità propria a danno di quella altrui, dall´amor proprio contro l´amore per gli altri, non è neutrale né banale. È, al contrario, l´essenza della laicità responsabile e del cristianesimo testimoniato dal Vangelo. Purtroppo sia l´una che l´altro sono stati abbandonati da gran parte dei loro sedicenti seguaci in una società che si sfascia come una zattera fragile in mezzo a un mare tempestoso.

In questo contesto si colloca il caso Rutelli- Margherita: il rischio è compromettere il cambiamento nella guida del Paese

Il dissesto economico è solo uno degli aspetti del malanno italiano: l´elemento di fondo è la disgregazione di tutta la vita pubblica

Uno degli esempi più recenti e più visibili della disgregazione nazionale si è visto all´opera nelle elezioni al comune di Catania. Se è vero che il linguaggio è la manifestazione di una persona e del suo pensiero, si fa fatica a comprendere il fatto che il 52 per cento dei catanesi si sia riconosciuto nel riconfermato sindaco di quella città. Il linguaggio di quel medico prestato alla politica è scurrile, i suoi lazzi sono quelli delle taverne, ma non è questo l´aspetto più disgregante. Per vincere la sfida quel sindaco rivendica la sua abilità ad aver ottenuto una massa di risorse destinate alla Sicilia e concentrate nel capoluogo occidentale dell´isola con la benevola complicità del ministro di un ministero che ha per nome la "coesione del territorio". Denominazione quanto mai fantasiosa ma comunque stringente, tradita dal fatto d´aver funzionato come una pompa idrovora per irrorare una campagna elettorale altrimenti rischiosa e forse perdente.

Il centrodestra ha vinto a Catania? Neppure questo è interamente vero.

A Catania hanno vinto i sicilianisti di Lombardo con il 20 per cento dei consensi, riducendo Forza Italia dal 26 al 14 per cento, l´Udc dal 9 al 4, Alleanza nazionale dall´8,7 al 7,8. Se a questo si aggiunge che il voto di An è stato in gran parte ottenuto dal co-sindaco Musumeci, anch´egli in aperto distacco dal suo partito, si deve concludere cifre alla mano che le liste locali hanno ottenuto un quinto dei voti espressi e il 50 per cento della maggioranza su cui si regge lo Scapagnini riconfermato.

Non ci sarebbe nulla di preoccupante nella vittoria di liste locali se non fosse che i loro leader hanno dato alla vittoria un significato politico che va molto al di là di Catania. Quelle liste rappresentano infatti il nucleo germinale di una Lega sicilianista che dovrà propagarsi in tutta l´isola e comportarsi politicamente secondo il modello della Lega padana, condizionando l´azione del governo nazionale così come la Lega padana ha fatto in questi quattro anni.

Gli esponenti della Lega padana dal canto loro non sono stati affatto allarmati da questa possibile contrapposizione, anzi se ne sono dimostrati entusiasti. Il ministro delle Riforme, Calderoli, ha già in programma un viaggio in Sicilia per meglio erudire i nuovi compagni di strada. Come togliere il potere a Roma-ladrona, agendo a tenaglia dal Nord e dal Sud: questo è il programma, che si materializzerà in un "arraffa-arraffa" delle risorse disponibili. Ma quali risorse? Quelle esistenti non bastano a soddisfare gli appetiti perché qui non si parla di piani di sviluppo coerenti che abbiano il Mezzogiorno come tema di politica nazionale, bensì di regalie che rafforzino ed estendano clientele e centri di potere locali.

L´alleanza tra clientele di questa natura non può avvenire che con l´obiettivo di rompere le compatibilità economiche e finanziarie del sistema Italia e portarle fuori dai confini dell´Unione europea. Se le Leghe locali, al Nord e al Sud, dovessero essere il modello vincente, la nuova sovrastruttura politica e istituzionale del Paese, la sottostante struttura sarebbe fondata su clientele e "bande cammellate" politicamente nomadi, tallonate e infiltrabili da poteri extra-statuali storicamente presenti in forza in quelle società. La localizzazione della politica denuncia una tragica debolezza dei partiti nazionali e delle istituzioni centrali e locali.

Disgrega un tessuto, non lo articola; consegna i cittadini al dominio delle classi dirigenti locali; moltiplica le leggi e differenzia gli ordinamenti, gli statuti, i servizi pubblici, le retribuzioni e i diritti dei lavoratori.

Le nuove Leghe saranno federate al partito nazionale berlusconiano. Infatti Berlusconi non è affatto preoccupato da queste prospettive. Sarà pur sempre lui il punto di riferimento centrale, il protettore del sistema delle clientele. Leggete sul Giornale di venerdì scorso l´intervista del neoministro Miccichè. Lì è tutto spiegato con una chiarezza che fa paura: l´Italia delle Leghe, alias delle clientele, federate col potere centrale. Per questo ci vuole un partito unico, perché le Leghe non possono convivere con più partiti. Il sistema non è né moderno né postmoderno, ma semplicemente e regressivamente feudale. Un re e uno stuolo di vassalli e di valvassori; i titolari dei feudi sono padroni in casa propria, il re ne riceve l´omaggio e la fedeltà, l´ospitalità nei castelli, l´investitura a regnare e assume in contropartita l´impegno di difendere le prerogative feudali e il sistema che le legittima.

Lo slogan di partenza (ricordate?) fu "meno Stato, più mercato"; lo slogan di arrivo è diventato "niente Stato, niente mercato".

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Un altro esempio, altrettanto recente e altrettanto significativo, di disgregazione emerge dalle vicende dello scontro attorno ad alcuni istituti bancari. Due istituti di credito europei, valendosi delle regole di mercato vigenti in Europa, hanno tentato di acquisire il controllo di banche italiane.

La Banca d´Italia ha cercato di ostacolarle opponendo ogni specie di difficoltà e incoraggiando cordate italiane di difesa.

La qualità, la trasparenza, la solvibilità di tali cordate è estremamente dubbia, al punto che gran parte di coloro che vi partecipano si trovano in questo momento sotto istruttoria giudiziaria per reati che vanno dalla truffa all´insider trading, all´aggiotaggio, alla turbativa di mercato.

Anche qui si acconcia la definizione di "bande cammellate": gruppi di interesse finanziari e palazzinari all´assalto del sistema bancario, banche d´avventura che finanziano i propri azionisti prendendone a riporto i titoli. Sono gli stessi ovunque e gli stessi che ora cingono d´assedio il Corriere della Sera, che già fu vittima appena vent´anni fa del padronaggio della P2.

Non siamo anche qui in presenza d´una disgregazione di forze che nulla ha a che fare con l´emergere di energie nuove e propulsive, bensì con il peggiore affarismo pronto a legarsi con chiunque gli apra varchi e gli offra legittimazione? Asservendo, se gli riuscirà, uno strumento di comunicazione prezioso per poter manipolare i fatti, gli interessi, le immagini, e infine la verità?

Abbiamo purtroppo numerose esperienze di fatti del genere, ma qui la disgregazione del sistema creditizio avviene su un corpo fragile e in un contesto dove gli organi di controllo e le autorità di garanzia periclitano ogni giorno di più. All´erta sentinella! Ma le sentinelle sono ormai poche e molto assonnate.

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Purtroppo è questo il contesto nel quale si pone il caso Rutelli-Margherita. Appassiona il ceto politico, sconcerta gli elettori del centrosinistra, rischia, eccome, di capovolgere la tendenza che sembrava aver guadagnato terreno ad un cambiamento politico alla guida del Paese.

Il racconto e il commento a quanto è accaduto tre giorni fa all´interno del partito di Rutelli, di Marini, di De Mita, sono già stati scritti su questo giornale e ad essi mi resta ben poco da aggiungere né voglio addentrarmi nella ricerca delle intenzioni dei protagonisti. Posso soltanto ordinare i fatti, la loro sequenza, il segno oggettivo che ne deriva, magari a dispetto delle imperscrutabili intenzioni di chi lo ha promosso.

1. L´80 per cento della Margherita ha "sovranamente" deciso che alle prossime elezioni politiche (tra un anno) quel partito presenterà una sua lista con il suo proprio simbolo per la quota proporzionale prevista dalla legge elettorale.

2. La conseguenza tecnica di questa decisione sarà la scomparsa dalle schede elettorali del simbolo dell´Ulivo, del quale nessuna altra lista potrà avvalersi essendo quel simbolo di proprietà comune dei suoi fondatori tra i quali c´è la stessa Margherita. Altri potrebbero usarlo ma soltanto se la Margherita gliene desse il permesso: ipotesi che possiamo escludere con certezza.

3. Rutelli, Marini, De Mita e i loro sodali hanno confermato la loro fiducia nella Federazione dei partiti riformisti, già fondata e già munita di organi e regole, nella leadership di Romano Prodi, nella coalizione dell´Unione che va da Mastella a Bertinotti.

4. La Margherita si autonomizza elettoralmente per intercettare i voti moderati in uscita dalla Casa delle libertà. Si autonomizza altresì perché la lista unitaria della Federazione, voluta da Prodi, segnerebbe una subordinazione del partito Margherita ai Ds, dati i rapporti di forza esistenti.

5. Rutelli, Marini, De Mita, hanno lanciato contro i medesimi Ds accuse di slealtà e di complessi egemonici di natura leninista, con un´asprezza di linguaggio del tutto inusuale tra forze alleate.

6. De Mita ha anche proposto nel suo intervento che il partito si schieri per l´astensione dal voto nel prossimo referendum sulla procreazione assistita, zittendo pubblicamente e ruvidamente una donna partecipante all´assemblea perché – «in quanto donna» – non aveva la capacità di discutere su questioni serie e gravi.

7. Prodi, commentando da lontano le decisioni della Margherita, le ha definite «un suicidio». Non ha però precisato chi si è suicidato o chi è stato suicidato. Ha anche aggiunto che non è disponibile a guidare «un governicchio» composto da partiti rissosi e preoccupati principalmente di accrescere la propria visibilità a danno dell´intera alleanza.

8. In seguito a queste decisioni non si capisce dove potranno collocarsi i partiti minori (socialisti, Udeur, Verdi, Comunisti italiani, Di Pietro) i quali rischiano di non raggiungere la soglia minima prevista dalla legge elettorale, con la conseguenza di scomparire e di rendere inutili i voti da loro raccolti, con grave perdita per tutta l´Unione.

9. I Ds finora hanno emesso un comunicato di "preoccupazione" e aspettano il rientro in Italia di Prodi.

10. Rifondazione comunista, anche in seguito a questi fatti, sembra aver accresciuto la propria immagine di sinistra radicale, scatenando nella città-vetrina di Bologna un´offensiva contro il sindaco Cofferati, reo di "riformismo legalitario" anziché "riformismo movimentista".

Tutta la sequenza che ho qui sintetizzato senza discostarmi dai fatti oggettivi e non contestabili, si iscrive a mio avviso nel quadro della disgregazione. Tutto ciò che era stato con estrema fatica aggregato, soprattutto a opera di Piero Fassino, è stato ora disgregato. Non solo dalle decisioni prese ma ancor più dall´asprezza delle invettive e dalla rivendicazione d´una sovranità di partito che fa a pugni con l´esistenza d´una Federazione creata proprio per limitare la sovranità dei singoli partiti all´insegna di un disegno comune.

Se la Federazione doveva essere l´anima del riformismo e la lista "Uniti per l´Ulivo" il suo corpo visibile; se il corpo è stato ormai seppellito; è difficile capire dove possa esser finita l´animula tremula vagula. Oppure sia il corpo sia l´anima sono ora trasmigrati nella Margherita e in essa soltanto? O sono stati relegati in un limbo dove resteranno in perpetuo?

Queste sono le mie modeste domande di cittadino elettore (non so più per chi). Del cittadino elettore c´è qualcuno che si occupi? La sua rabbia e la sua frustrazione dopo questi deplorevoli accadimenti interessa a qualcuno? Rutelli, con bella eloquenza, ha detto che per tre anni ha mangiato pane e cicoria. È già stata una chance, visto che usciva da una sconfitta elettorale dopo la quale di solito i leader si ritirano dalla gara. Comunque non è certo il solo ad aver mangiato pane e cicoria. La vittoria alle regionali ha molti padri. Politici e anche non politici. Rutelli è certamente uno di loro. Forse anche Marini. Forse anche De Mita. Sicuramente non loro soltanto.

Prodi no? Ha mangiato pane e cioccolata? A me non sembra.

Quanto a me – se interessa – sono a dieta per ragioni terapeutiche. Non di salute ma di igiene mentale. E mi ci trovo benissimo e in ottima anche se piccola compagnia.

ALL'INIZIO sembrava un rebus. Non si capiva perché Follini volesse ritirarsi dal governo insieme a tutti i suoi ministri e sottosegretari. Non si capiva, al di là delle oscure motivazioni ufficiali, quale fosse il vero obiettivo di questa manovra da Prima Repubblica: un nuovo programma? Un nuovo governo dove la Lega contasse di meno e i centristi di più? Il logoramento a fuoco lento di Berlusconi? Le elezioni politiche immediate? E non si capiva perché mai Fini, che per primo aveva preso iniziative “revisionistiche” dopo la batosta elettorale delle regionali, da un certo momento in poi avesse lasciato Follini in mezzo al guado restando indifferente alle peripezie del suo alleato.

Poi il rebus assunse l'aspetto di un'operetta. Trascinato dall'empito vendicatorio di Storace e dal desiderio antico del camerata Alemanno di soppiantarlo nella guida del partito, Fini preannunciò anche lui il ritiro di se stesso e dei ministri dal governo se....

Quel “se” conteneva le stesse ingiunzioni elencate da Follini: nuovo governo, nuovo programma, sospensione della “devolution”, estromissione di Calderoli da ministro delle Riforme, nuova politica economica concentrata su imprese, famiglie e Mezzogiorno, fine della catastrofica strategia di riduzione dell'Irpef.

Nella tenaglia Fini-Follini Berlusconi tentò di giocare d'anticipo: si presentò da Ciampi per dimettersi ma strada facendo cambiò idea: non si dimise affatto, uscì da quell'incontro facendo marameo ai suoi (ex) alleati sfidandoli a negargli la fiducia, forte del conforto di Bossi. Ma poi, dopo averci dormito sopra e temendo il peggio, si pentì del voltafaccia della mattina e ritornò all'idea di accettare la crisi formale. La grandissima e inutile buffonata della crisi formale, come disse in Senato preannunciando le dimissioni che infatti dette mezz'ora dopo.

Un'operetta - dicevo - di cattiva musica suonata e cantata da attori scadenti. Passarono altre ventiquattr'ore e arrivò il giovedì.

La mattina di quel giorno il “premier” dimissionario ottenne da Ciampi il reincarico per formare il nuovo governo. Studia il programma secondo le linee richieste dagli (ex) alleati. Studia la struttura del nuovo ministero. Si mormora di novità importanti, di new entry clamorose. Venerdì sera finalmente il presidente del Consiglio è pronto per l'incontro con il capo dello Stato nella Sala della vetrata. Con in tasca la lista del suo terzo ministero.

A questo punto l'operetta diventa una comica. Ciampi lo accoglie con un impercettibile sorriso (o almeno così racconterà poi il Berlusconi furioso) e gli chiede subito se tra i nuovi ministri ci sia anche l'ex governatore del Lazio, Francesco Storace, battuto pochi giorni prima dal signor “Mi manda Raitre”. Affermativo, risponde il “premier”: alla Sanità.

Hai riflettuto bene sulle ripercussioni di questa nomina? Quali ripercussioni? chiede Berlusconi che comincia a fiutare puzza di bruciato. E Ciampi lo informa d'aver ricevuto pochi minuti prima una telefonata autorevole che lo avverte del profondo malcontento dentro Alleanza nazionale per una nomina così indigesta alla maggioranza del partito. “Almeno metà dei parlamentari di An non darà la fiducia al governo” prevede l'autorevole informatore del presidente della Repubblica. Ma chi è? sbotta Berlusconi.

Maurizio Gasparri, risponde Ciampi, e insiste: “Riflettici, consultati, non avere fretta”.

Ora la comica si fa serrata. Berlusconi ritorna nel suo ufficio e convoca Fini. Lo informa di quanto ha saputo.

Fini trasecola. Convoca Gasparri. Lo ricopre di contumelie e poi lo butta fuori dall'ufficio. Torna da Berlusconi e gli propone di cancellare il nome di Gasparri dalla lista dei ministri. Cercano insieme chi possa prenderne il posto.

Provano con La Russa. Mi piacerebbe, risponde il D'Artagnan dei poveri, ma non posso fare uno sgarbo a Maurizio. Allora Landolfi. Il quale accetta.

Tutto a posto? Non ancora. Berlusconi si sente ora più forte di fronte alla figuraccia del ministro degli Esteri.

Gli comunica d'aver deciso l'ingresso di Tremonti come vicepresidente del Consiglio al posto di Follini che per propria scelta resta fuori dal ministero.

Fini oppone una timida resistenza ma capisce che ormai la sua forza negoziale è ridotta a zero, con un partito diviso e disfatto.

Il “premier” taglia corto. Sabato mattina al tocco ritorna al Quirinale. Le “new entry” oltre a Tremonti sono quelle di Giorgio La Malfa e del socialista Caldoro, riesumato dalle catacombe del centrosinistra Prima Repubblica. E Micciché, per il quale viene inventato un ministero chiamato “Sviluppo e coesione territoriale”. Fantastico.

Spara il cannone dal Gianicolo. L'ufficio stampa dell'Udc diffonde un comunicato per annunciare che il partito valuterà in Parlamento se il programma e la struttura del governo meriteranno la fiducia oppure no. Il ministro leghista Maroni, dal canto suo, dichiara che con il ritorno di Tremonti nel governo la Lega passa da tre ministri a tre e mezzo. Altro che liquidazione dell'asse nordista.

La comica per ora termina qui. Martedì alla Camera si vota la fiducia.

Oppure no?

* * *

Questo Paese si merita pagliacciate di questo infimo livello in un momento in cui incertezza e preoccupazione per il futuro sono al loro massimo e problemi gravi incombono non solo su di noi ma sull'Europa e sul mondo intero? Sarebbe diplomatico rispondere no, il Paese non merita uno spettacolo così avvilente. Ma la verità non è questa. La verità, per sgradita che sia, è che ogni paese ha la classe dirigente che si merita. La maggioranza degli italiani credette nel maggio del 2001 alle cervellotiche e miracolistiche ricette di un Dulcamara da strapazzo e affidò il potere a lui e ad una banda di dilettanti.

Dilettanti per imperizia a guidare lo Stato, ma fior di professionisti nel calcolare, difendere e amministrare i propri interessi usando a tal fine le pubbliche istituzioni.

Questa accolita discende direttamente da Tangentopoli, è costola e figlia di Tangentopoli. Le sue radici sono cresciute in quell'humus e hanno tratto alimento da quel concime. I frutti si vedono: un disastro morale, un collasso economico, un mucchio di rovine politiche e istituzionali.

Questo governo bis è nato col forcipe e ne mostra tutti i segni e le malformazioni. Sarà seppellito dalle risse interne e dalla disistima internazionale. Arrecherà all'Italia danni ulteriori e ulteriore disdoro.

Per rilanciare l'economia dovrebbe chiedere sacrifici severi ai ceti più abbienti e snidare il “sommerso” con pugno di ferro. Ma chi parla più del “sommerso”?

Ricordate? Doveva essere uno dei grandi temi del nuovo miracolo. L'Italia ha un vantaggio sui concorrenti: un quarto della sua economia sfugge ai controlli, alle regole sindacali, al fisco. E' come avere una piccola Cina in casa. E' il nostro tesoro nascosto e la riserva per quando finalmente emergerà.

C'era soltanto follia e predisposizione al malaffare in questo ragionamento. La Cina non ha un'economia sommersa; alla luce del sole le sue aziende operano con costi bassissimi nei settori produttivi di scarso valore aggiunto, ma con costi di mercato nelle tecnologie avanzate e avanzatissime.

Noi siamo inesistenti nei settori avanzati. Tra poco lo saremo anche nella grande industria matura. Ma nelle produzioni tradizionali con basso valore aggiunto neppure il nostro sommerso regge alla concorrenza asiatica. Nel frattempo, negli ultimi quattro anni la nostra economia che lavora in nero è passata da un quarto ad un terzo del totale. Si può andare avanti così? Consumi fermi, investimenti fermi, esportazioni in discesa.

Il cavallo non beve. Lo credo: è un cavallo moribondo. Ci vorrebbe un'alimentazione forzosa.

Secondo i calcoli più attendibili le dimensioni della manovra destinata a rimettere il sistema in moto ad un ritmo accettabile ammontano a 35 miliardi di euro, 47 miliardi di dollari, 70 mila miliardi di vecchie lire.

Chi glieli darà a Siniscalco? Dove pensa di prenderli? Bisognerebbe tassare severamente i patrimoni, quelli immobiliari e quelli mobiliari. Infatti hanno già cominciato a farlo alla chetichella, sperando che la gente non se accorga. Ma ben presto la gente se ne accorgerà.

Una manovra da 35 miliardi di euro l'Italia non se la può permettere dopo quattro anni di dissipazioni mascherate a colpi di condoni.

Siniscalco pensa infatti ad una manovra dimezzata, da 18 miliardi di euro.

Ma anche questa non sarà indolore e probabilmente servirà a ben poco. Non potrà essere totalmente espansiva con un debito pubblico al 106 per cento del Pil. Diciamo che sarà espansiva per 6 miliardi e restrittiva per 12. Con un saldo netto deflazionistico e tassi sul debito in aumento.

No, non è un bel periodo quello che ci aspetta. Meglio sarebbe stato chiudere subito la partita, prima che degradi in una rissa tra piccoli uomini sulla pelle del Paese.

Richiedeva coraggio e dedizione allo Stato e ai cittadini.

Ma uomini di questa fatta non si trovano più da un pezzo nella destra italiana che perciò è destinata ad andare a fondo. La speranza è che non ci si porti dietro.

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