Da quando ci siamo messi a fare le guerre per gli altri, lo stato della nostra conoscenza è una quotidiana accettazione della menzogna o del silenzio, una quotidiana condanna a prendere per vere notizie che sappiamo false o manipolate.
Sappiamo che la verità grossomodo esiste, nelle sue grandi linee, nei suoi grandi dati di fatto e soprattutto nei suoi effetti, come esiste un´etica, uno stile, un buongusto, ma oggi stanno sempre in un luogo irraggiungibile. Si può al massimo rimpiangerli, evocarli, celebrarli fra pianti e sospiri ma non riportarli fra le normalità della vita. Se si tenta di farlo si finisce immediatamente in qualche infame "anti": antiamericano, antidemocratico, antimoderno e da qualche tempo anche antifascista, l´ "anti" che non piace alla maggioranza sdoganata. La morte di Nicola Calipari a Bagdad è solo l´ultimo atto di una storia che parte da lontano. Si è cominciato con la guerra del Golfo. Per sapere come stavano le cose dovevamo accontentarci di ciò che passava il Pentagono. Una strana guerra di finte immagini che venne interrotta nel giorno in cui era vinta, per ragioni non spiegabili perché non confessabili, inerenti al mercato del petrolio. Poi a queste guerre non confessabili abbiamo cominciato a partecipare, a iniziare dalla guerra ai talebani in Afghanistan. Partì per l´Oceano Indiano la nostra flotta, per farci che nessuno ce lo spiegò, e a ragione perché non poteva muoversi di un metro senza il permesso degli americani, aveva una mini-portaerei che pareva una zanzara al confronto delle gigantesse Usa. Finì che un bel giorno la squadra fece ritorno a Taranto e a salutarla c´erano solo i parenti dei marinai. Certo non è facile dire la verità quando la verità è scomoda. Non era facile raccontare che il nostro corpo di spedizione alpino in Afghanistan mandato a caccia di ribelli e di terroristi sulle montagne deserte di Tora Bora dipendeva dagli americani per i trasporti aerei, dai loro magazzini per i rifornimenti e che avevamo come arma migliore un mortaio, arma di rado usata nelle guerre partigiane. Anche gli alpini sono tornati a casa quasi di nascosto perché non c´era nulla da celebrare. E´ piuttosto deludente, piuttosto umiliante, e perciò poco confessabile ripetere in peggio le già magre figure del fascismo quando per restare qualche mese in più in Libia dovettero arrivare i tedeschi dell´Afrika Korps.
Raccontare le cose come stanno nell´Iraq è più che mai impossibile. I nostri tremila soldati non possono uscire dal campo trincerato di Nassiriya. Il governo dice che stanno lì per aiutare la pace e la ricostruzione ma appena gli insorti, come li chiamano, entrano in città arrivano gli aerei americani a bombardare i quartieri civili, alla faccia della ricostruzione. Su tutte le nostre vicende irachene scende una coltre di omissioni. Trattiamo con il nemico insorto per non essere attaccati, per liberare i nostri sequestrati, ma ci sdegniamo se gli americani detestano questo doppio gioco.
Vogliamo fare la guerra ma fingendo che essa sia indolore.
Non abbiamo molta simpatia per Edward Luttwak, esperto dell´arte militare contemporanea, ma quando ci ricorda che in guerra si muore e che i morti per fuoco «amico» sono quasi pari a quelli morti in battaglia ha perfettamente ragione, e sbaglia la nostra abitudine di coprire questa realtà con la retorica, le bandiere, i riti funebri. Di chi è stanco di questa tragica recita dice che è un antiamericano. Un insulto ai millecinquecento americani che ci hanno perso la vita, e una sacrosanta distinzione da una guerra sbagliata, che non ha risolto nessuno dei problemi del Medio Oriente e tutti li ha aggravati. La frase che più è ripetuta fra gli italiani è: «Non ci capisco più niente». Non si capisce perché un governo «del fare» contrario al «giochino della politica» faccia quel che fa a scopi prevalentemente elettorali cioè basati sulla propaganda che è l´arte della menzogna di massa. Che differenza con quel catastrofista di Winston Churchill, che, in tempi difficili, ai suoi diceva: «Posso promettervi solo lacrime e sangue». Alla fine fu il catastrofista a vincere.
HA FATTO molta impressione la personalità del nuovo segretario di Stato americano, Condoleezza Rice, nel corso del suo recente viaggio in Europa culminato con l´incontro con Chirac a Parigi e con gli alleati della Nato e dell´Unione europea a Bruxelles. Una personalità ? è stato unanimemente riconosciuto ? dotata di grande fascino, di una lucidità mentale fuori dall´ordinario e di una evidente capacità realizzatrice.
Che cosa voleva e che cosa ha chiesto la signora Rice agli alleati europei? Due cose soprattutto: che superassero le divisioni del recente passato con gli Stati Uniti sulla guerra irachena e che, d´ora in poi, fossero disponibili a lavorare con il presidente Bush contribuendo alla ricostruzione di un nuovo Stato democratico in Iraq. Non nuove truppe da inviare, ma la preparazione di nuovi corpi militari iracheni necessari a garantire la sicurezza nel paese, nonché la selezione di una classe dirigente capace di autogovernarlo.
Una strategia di uscita dell´esercito angloamericano attualmente non c´è, ha detto la Rice, aggiungendo due corollari che tuttavia fanno a pugni tra loro. Il primo, rivolto agli europei, è stato: «D´ora in poi dovremo decidere insieme». Il secondo: «Ce ne andremo dall´Iraq quando il lavoro sarà compiuto». Ma chi deciderà che il lavoro è compiuto? E di quale lavoro esattamente si parla?
A Washington è opinione comune che per conoscere veramente i dati della situazione bisogna farsi guidare da ciò che dice la vera autorità della Casa Bianca, il vicepresidente Cheney. Mai prima di lui un vicepresidente aveva contato qualcosa. Lui invece è il vero depositario del potere.
Ebbene, Cheney, proprio mentre la Rice era in viaggio tra Europa e Medio Oriente, ha detto qualche cosa di molto preciso su quel famoso lavoro da compiere. Ha detto che esso sarà finalmente compiuto quando le forze armate irachene saranno in grado di garantire la sicurezza interna e anche quella esterna del paese. Esterna. Cioè nei confronti dei paesi confinanti. Cioè della Siria e soprattutto dell´Iran.
Questa precisazione non viene da Condoleezza ma da Cheney. È chiaro tuttavia che entrambi stanno parlando della medesima cosa, anche perché la Rice sul tasto dell´Iran ha battuto e ribattuto più volte.
L´opzione militare nei confronti di quel paese, ha detto la Rice, non è in agenda ma è altrettanto evidente che non può esser tolta dal tavolo e nessuno la toglierà.
Con l´Iran bisogna trattare duramente. Non può permettersi di arrivare sulla soglia dell´arma nucleare.
Infine, sempre nei suoi contatti con gli alleati europei, il nuovo segretario di Stato ha definito con efficace eloquenza la strategia che guida il secondo mandato presidenziale di Bush: gli Usa e l´Occidente unito debbono diffondere nel mondo gli ideali e le istituzioni della libertà e della democrazia aiutando in tutti i modi la caduta dei regimi illiberali e tirannici. Noi siamo certi che a questa missione (è sempre la Rice a parlare) che incarna al tempo stesso i valori dell´Occidente e la sua sicurezza, i nostri alleati europei parteciperanno con piena adesione e con il contributo della loro esperienza diplomatica, politica, culturale.
Il presidente Bush a sua volta è atteso in Europa nell´ultima decade di febbraio. Ricalcherà certamente, ma con la maggiore autorevolezza della carica che ricopre, le indicazioni del suo segretario di Stato. Esalterà con parole ispirate, come è solito fare, la missione salvifica dell´Occidente nel mondo.
Potrà vantare due esiti positivi: le elezioni irachene e la tregua firmata a Sharm el Sheik da israeliani e palestinesi. Sarà certamente ascoltato in tutte le capitali europee con amicizia e rispetto. E poi?
Che cosa accadrà, che cosa dovrebbe accadere poi?
* * *
Ho letto nei giorni scorsi il saggio che sta per esser pubblicato in versione italiana da Garzanti, di Chalmers Johnson, intitolato "Le lacrime dell´impero". L´autore è un americano molto critico della strategia missionaria propugnata da Bush, Rice, Cheney (quest´ultimo in verità più attento agli interessi che ai valori). Mi sembra opportuno trascriverne qualche passo (anticipato sul Corriere della Sera del 9 febbraio) che sottolinea alcuni aspetti di realtà e dà voce ad un settore importante dell´opinione pubblica americana.
"Gli americani amano ripetere che il mondo è cambiato per effetto degli attacchi terroristici dell´11 settembre 2001. Sarebbe più corretto dire che quegli attacchi hanno prodotto un pericoloso cambiamento nel modo di pensare di alcuni nostri leader. Essi hanno cominciato a considerare la nostra Repubblica alla stregua d´un vero e proprio Impero, una nuova Roma, il più grande colosso della storia, non più vincolato al diritto internazionale, alle preoccupazioni degli alleati o a limiti di sorta nel ricorso alla forza militare.
Un numero crescente di persone comincia ora, in questo nostro paese, a cogliere ciò che in gran parte di non americani già sa, e cioè che gli Stati Uniti sono qualcosa di diverso da ciò che affermano di essere: sono un moloc militare che punta a dominare il mondo.
Solo con estrema lentezza noi americani ci siamo resi conto del ruolo sempre più importante assunto dalle Forze armate nel nostro paese e dell´erosione dei fondamenti della nostra Repubblica costituzionale per mano del potere esecutivo, vera e propria ?potenza imperiale´.
Il raggio d´azione dell´impero americano è globale.
Nel settembre 2001 il dipartimento della Difesa contava almeno 725 basi militari al di fuori del territorio Usa. In realtà sono assai più numerose perché in molti casi operano all´interno di altre strutture sotto copertura di vario genere. E molte altre ne sono state create da allora.
Ci vorrebbe una rivoluzione per riportare il Pentagono sotto il controllo democratico, per abolire la Cia o anche solo per far rispettare l´articolo 1, sezione 9, proposizione 7 della Costituzione americana: ?Nessuna somma dovrà essere prelevata dal Tesoro se non in seguito a stanziamenti decretati per legge´. Questo articolo è quello che conferisce al Congresso il suo potere e fa degli Stati Uniti una democrazia. Ebbene, per il dipartimento della Difesa e per la Cia come per tutte le altre agenzie d´intelligence quest´articolo non è mai valso.
Il militarismo, l´arroganza del potere e l´imperialismo entrano fatalmente in rotta di collisione con la struttura democratica dell´America e ne distorcono cultura e valori fondamentali".
Questa trasformazione della superpotenza americana in una democrazia imperiale, così lucidamente descritta da Chalmers Johnson, si basa su dati di fatto specifici difficilmente contestabili. È anche vero che la potenza degli Usa nel mondo è cresciuta anche a causa dell´incapacità europea di creare un soggetto unitario e del vuoto culturale e politico che ha provocato l´affermarsi in Europa e in Russia dei due totalitarismi che hanno devastato il continente e violato ogni senso di umanità. Ma è altrettanto vero che la democrazia imperiale cui l´America sembra ormai essere approdata a quindici anni di distanza dalla sua vittoria nella guerra fredda, suscita perplessità o addirittura avversione nel resto del mondo.
La strategia missionaria lanciata da Bush non sembra uno strumento adatto a superare quella perplessità e quell´avversione.
Nell´Europa moderna del resto le vocazioni messianiche non hanno mai avuto fortuna. Non attecchì neppure la rivoluzione francese quando fu portata a cavallo da Napoleone suscitando la nascita dei nazionalismi e la reazione culturale del romanticismo. Tanto meno ebbe fortuna la rivoluzione trotzkista nata dal Manifesto di Marx-Engels, né il leninismo-stalinismo sorretto dal mito dell´Armata rossa e puntellato dagli orribili lager di sterminio. Per non parlare della missione razzista di Hitler, che è addirittura fuori da ogni proponibilità mentale.
Lo Stato etico depositario di una qualsiasi morale cui educare i popoli non attecchisce fortunatamente in Europa, ci vuol altro il resistibile fascino della Rice per renderlo accettabile nella terra di Talleyrand.
* * *
Che cosa dunque si può fare per chiudere finalmente il bubbone mesopotamico e quello palestinese, che nonostante qualche tenue progresso sono ancora pericolosamente aperti?
E che cosa si può fare affinché nuovi e devastanti conflitti non esplodano nelle mani della potenza imperiale ove mai essa fosse tentata ancora una volta dall´opzione militare?
La tregua fra Israele e la Palestina è sicuramente la notizia più confortante di questa agitata fase di errori e di ritardi. Lì le condizioni per un processo positivo ci sono e lì l´unità d´azione tra Usa ed Europa può rappresentare un elemento decisivo. Bisogna arrivare al più presto alla nascita dello Stato palestinese aiutando il negoziato tra le due parti anche attraverso finanziamenti massicci che diano lavoro, dignità e reddito stabile al popolo palestinese e rinsanguino le stremate finanze di Israele. Un vincolo associativo con l´Ue potrebbe anch´esso aiutare una soluzione rapida e duratura dando speranze e prospettive di futuro alla coabitazione pacifica dei due popoli in un così stretto fazzoletto di terra.
In Iraq, nonostante le elezioni, la partita è invece ancora apertissima.
Apertissima col terrorismo, che attizza ogni giorno la guerra civile.
Apertissima con l´emergente potere sciita che reclama uno Stato coranico e con l´autonomismo federalista curdo che già si atteggia a nazione separata.
Si vedono ora gli effetti nefasti e la difficoltà di limitarli, prodotti da chi, scoperchiando il vaso di Pandora, ha consentito il diffondersi di una nube di veleni mortiferi in tutta la regione.
Gli alleati europei possono fare ben poco in quel contesto.
Possono soltanto collaborare alla preparazione delle forze di sicurezza irachene e sollecitare un graduale ritiro delle forze di occupazione. E possono auspicare il riconoscimento di solide garanzie alla minoranza sunnita.
Ma sono parole. I fatti non dipendono da noi e neppure dall´America.
Dipendono dalle tribù irachene, dal clero che le guida, dall´aiuto economico che gli Usa saranno in grado di offrire. L´Europa nel suo complesso non ha voluto questa guerra; il dopoguerra ha confermato drammaticamente che l´Europa aveva ragione. Metterci di fronte ai fatti compiuti perseverando negli intenti missionari è un tentativo patetico che rinvierebbe a tempo indefinito la guarigione della piaga irachena.
Molto, ovviamente, dipende dall´opinione pubblica americana. Pongo qui una domanda di non secondaria importanza: se nella primavera del 2003 Bush avesse chiesto al suo paese e al Congresso di autorizzare la guerra irachena con l´obiettivo di abbattere il regime saddamista, sarebbe stato autorizzato a marciare? E Blair avrebbe avuto disco verde dalla camera dei Comuni? S´inventarono la fola delle armi di distruzione di massa per ottenere quell´autorizzazione. Diversamente la risposta del Congresso e dei Comuni sarebbe stata quasi certamente negativa.
La potenza imperiale, nella primavera del 2003, barò al gioco con l´Onu, con la Comunità internazionale, con l´Europa. Ma soprattutto con l´opinione pubblica del suo paese.
È improbabile che possa farlo un´altra volta se non vogliamo inoltrarci in un ventennio d´immani tensioni costellato da conflitti militari.
Con una effervescenza e una leggerezza alla Gene Kelly («Cantando sotto la pioggia») Francesco Rutelli ha danzato ieri sulle parole socialdemocrazia, ugualitarismo, lavoro, mercato, innovazione.
Purtroppo non ero a Fiesole ad ascoltarlo. Ero fra migliaia di persone retrograde e perdute nel buco nero del passato che si erano riunite in un salone gremito all'inverosimile nella Fiera di Roma (Ds, Rifondazione, Comunisti italiani, manifesto, Liberazione, tante Unità nella sala, tutta roba da scaricare, roba che per vincere non serve) dove la cecità verso il presente era tale che si parlava, pensate, di Sinistra.
Il rimpianto di non essere stato a Fiesole però è sincero. Perché persino dalle trascrizioni un po' anonime delle agenzie di stampa si sente quel modo di parlare per frasi brevi e ricche di humour che nei film americani consentono al protagonista di passare dal tono parlato alla canzone, dalla camminata alla danza con infinita naturalezza. Nello spettacolo la qualità della performance basta a se stessa. Nel caso di Fiesole frastorna. Perché mai Francesco Rutelli, capo di un partito che è parte indispensabile dell'opposizione e di una campagna elettorale accanita contro un governo di persone illegali e pericolose vuole, sia pure con gesti leggeri e quasi cantando, sganciare il suo vagone dagli altri, proprio mentre il treno di Prodi sta per partire? Il suo vagone è carico di persone che hanno lottato e stanno lottando per una vittoria elettorale che si può ottenere soltanto tutti insieme, e proprio mentre stavano dicendo: «Visto, la destra è divisa e passa il tempo a insultarsi, mentre il centrosinistra, intorno a Prodi, finalmente è unito».
Dico queste cose per far capire che cerco di distinguere tra il festoso colpo di scena di Rutelli a Fiesole, che appare senza dubbio pieno di verve e suscita ammirazione, in un mondo di politica cupa, dal senso di ciò che ha detto.
Non mi sembra giusto attribuirgli intenzioni, né mi sembra utile camminare sulla linea di divisione da lui tracciata. Ma devo permettermi di osservare che - nell'impeto allegro del suo discorso - ha urtato senza ragione (senza una ragione che si possa capire a distanza) non solo la sensibilità di una parte grandissima dei suoi amici o alleati, non solo la loro storia.
Ma alcuni punti di riferimento culturale, morale, politico di ciò che chiamiamo democrazia e di ciò che definiamo, con riferimento ad alcuni diritti e ad alcune garanzie fondamentali, Occidente.
* * *
Il discorso di Rutelli infatti, apre con un elenco di parole da respingere (con un certo vigoroso sdegno che certo è una sorpresa). Queste parole sono socialdemocrazia, egualitarismo, welfare (detto “vecchio welfare” e meglio traducibile come Stato sociale che garantisce pensioni, sussidi, ammortizzatori sociali, scuole pubbliche e gratuite, cure mediche garantite). Tutte queste parole riguardano vita e destino di tanti (salvo le trecentomila famiglie “redditiere” che, ci hanno detto, campano felicemente in Italia) e sono gonfie di senso e di storia.
Poi Rutelli propone una lista di parole nuove, che suonano bene, e sono gradevoli a dirsi. Sono utopia, futuro, ambiente, Europa, buon governo, sicurezza. Ma sono contenitori da riempire. L'utopia va da una parte e dall'altra, il futuro è speranza o terrore, l'ambiente è Tsunami o specie protette, l'Europa è Borghezio o Mario Monti. Berlusconi dice, sia pure senza fondamento, di essere un buon governo. La sicurezza può essere Canton Ticino o Stato di polizia.
Siamo certi che Rutelli non intendeva in nessun caso evocare il lato negativo o ambiguo di ciascuna delle parole nuove con cui ha provocato un soprassalto alla coalizione di cui la Margherita è parte essenziale. Di certo ha indicato uno scaffale vuoto, in cui tutto resta da definire, da scegliere, da discutere, da realizzare o anche solo da disegnare come progetto. E ha spinto fuori grossi pezzi di storia civile contemporanea, tutti quelli che porta in dote, per unirsi e per vincere, non solo la sinistra democratica del mondo, ma anche vaste zone di liberalismo laico e cristiano.
La cultura socialista e socialdemocratica italiana (forse persino Bobo Craxi e De Michelis, che pure si sono dislocati nel centrodestra) presenteranno - penso - obiezioni importanti alla camminata di Rutelli sui valori della socialdemocrazia. Anzi, diciamo meglio, su valori fondanti delle democrazie contemporanee.
Per parte mia raccoglierò alcune obiezioni dal mondo, dalla storia, dalla cultura americana. Dimostrano, credo, che c'è stata una certa leggerezza estemporanea nel proporre di accantonare il valore di uguaglianza. Dice Rutelli: «Quella egualitaria è una società povera, finta. Spesso sopraffatta da poteri oscuri». Dicono i “Federalist papers” dei Padri fondatori della Costituzione americana: «Un Paese che non sia di eguali non può prosperare». La frase che così audacemente contraddice Rutelli è stata firmata da Publius (Alexander Hamilton) nel gennaio del 1787.
Ma nel 1848 torna sull'argomento Alexis de Tocqueville che a pag. 139 del primo volume di “Democracy in America” (Vintage Book, New York, 1945) scrive: «Ciò che ti colpisce in America è il senso di uguaglianza che ogni cittadino prova nel confronto dell'altro. È ciò che lega questo Paese come nessun Paese in Europa. Perché qui l'uguaglianza è vista come un diritto, non come un dovere». Molti anni più tardi (1916) John Dewey, il fondatore del sistema educativo americano, indica senza esitazione in che modo si realizza, dal suo punto di vista di educatore, la democrazia: «L'espandersi della democrazia inevitabilmente diventa un vasto movimento di sostegno della scuola pubblica. Non vi è un altro modo per produrre una società di uguali. Stato e statale, quando si parla di scuola, sono sinonimi di ciò che che è umano e solidale».
Nel 1992 tocca a Michael Walzer intervenire sul rapporto tra uguaglianza e democrazia, nel suo libro “What it means to be an American” (“Che cosa significa essere americani”, New York, 1992): «A me sembra che la nostra singolare forma di cittadinanza basata sull'uguaglianza e la nostra tradizione pluralistica abbiano un comune nemico. Entrambe sono minacciate da una radicale cultura di privatizzazione. Infatti il legame di cittadinanza non funziona quando le persone sono abbandonate al proprio destino. Funziona quando i cittadini sono legati tra loro da interessi comuni, opportunità uguali e la loro cultura è della comunità, non dei privati».
E ai nostri giorni è il premio Nobel per l'economia Joseph Stiglitz a definire il problema, (“The roaring nineties”, New York, 2003). «Nessuna innovazione della vita politica democratica è possibile se gli interessi privati dei grandi gruppi sono più importanti degli interessi della collettività, ovvero se di fronte agli interessi prevalenti di alcuni, i cittadini cessano di essere uguali». Stiglitz nota, dalla pubblicistica americana, il festoso e continuo guizzare della parola “innovazione” per dire “conservazione”, o meglio ancora, “smantellamento”. E deliberatamente la usa per mettere in guardia. Come farebbe un idraulico ammonisce di non toccare certi tubi per evitare di distruggere una rete invece di migliorarla.
Offriamo volentieri queste riflessioni, che vengono da un mondo nuovo, che ha fatto recenti esperienze di smantellamento, e in cui i più autorevoli personaggi dell'economia (da Joseph Stiglitz a Paul Krugman) chiedono di stare attenti, nella frenesia di cambiamento e nella gara di originalità, a non abbattere muri maestri. Mostrano, indicando certi aspetti della vita americana e delle sue decine di milioni di cittadini non più uguali perché senza Welfare, senza sostegni, senza istituzioni pubbliche (il problema di accedere agli ospedali per i 36 milioni di non assicurati) che abbattendo certi muri maestri restano solo calcinacci.
Ma torniamo al discorso di Rutelli e al suo festoso liquidare la socialdemocrazia. Come abbiamo detto, parla sotto la pioggia di un governo che anche lui definisce pessimo. In una cosa ha certamente ragione, e il suo ammonimento serva per tutti: non abbiamo ancora vinto.
ROMA - Berlusconi «ha usato un problema drammatico in modo sconcertante e avvilente facendone strumento di propaganda», ma detto questo l’emergenza abitativa c’è davvero. E il nodo - al di là delle polemiche - va affrontato. Il giorno dopo i feroci botta e risposta fra maggioranza e opposizione sulla promessa fatta dal premier di voler dare una casa a tutti gli italiani, Pierluigi Bersani, responsabile per il programma dei Ds, fa un passo avanti e racconta quello che l’Ulivo pensa di fare per risolvere la questione.
Il caso c’è, lei dice, allora il premier ha visto giusto?
«Certo, al di là del modo in cui è stata usata l’emergenza abitativa, va detto che i suoi sondaggisti hanno individuato un tema tragico, per gravità e ampiezza. Resta ora da capire come mai, in tutti questi anni, il governo non abbia fatto niente per affrontarlo. Tutto sommato, invece che lanciarsi sulla propaganda, avrebbe ancora tempo a disposizione per intervenire. Invece l’unica misura finora approvata è stata il dimezzamento del Fondo per gli affitti».
Ma adesso il centro-destra sta elaborando un piano. E voi?
«Noi al piano ci stiamo lavorando da tempo perché girando l’Italia molti sindaci ci avevano avvertito di come il caro-affitti abbia sconvolto il mercato con l’irruenza di uno Tsunami e di come ora, a chiedere sostegno, siano anche le classi medie. Gli insegnanti per esempio. Il problema della casa sta al cento del dramma di una generazione intera, quella del baby-boom, che solo ora si sta affacciando sul mercato e che spesso non ha i soldi per acquistare un immobile, né la stabilità lavorativa per ottenere un mutuo. Dar loro un bonus-bebè, pensando di convincerli con questo a metter su famiglia, non serve. Bisogna appunto fornire case ».
E cosa proporrete allora nel piano dell’Ulivo?
«Pensiamo ad interventi che non si limitino alle pur necessarie misure di sostegno all’affitto. Usate male, senza controlli e verifiche, potrebbero incoraggiare l’aumento dei prezzi. L’idea è quella di agire anche con investimenti a favore di piani di edilizia residenziale destinata ad affitto concordato».
Una nuova colata di cemento?
«No, non sarà necessaria, gli investimenti saranno collegati a processi di riqualificazione urbana. C’è un patrimonio abitativo oggi assolutamente inutilizzabile che se ristrutturato darebbe una bella svolta al problema».
E come finanziare il piano?
«Ci deve essere un contributo pubblico - Stato, regioni, enti locali - da rafforzare grazie a partnership con il privato. Su questo aspetto, per esempio, si possono concentrare anche i contributi del 36 per cento ora volti alla ristrutturazione degli immobili. Poi certo si possono attivare anche meccanismi di agevolazione fiscale volti a favore l’affitto concordato, ma sarà l’opera di riqualificazione stessa ad innescare una nuova spirale di investimenti».
Il ministro Alemanno prevede che il costo dell’operazione si aggiri sul miliardo di euro. E’ d’accordo?
«Credo che ne servano di più».
Secondo il molto autorevole esponente dei DS sono “necessarie misure di sostegno all’affitto”, sebbene integrate da altre iniziative (ma “rafforzate da partnership con il privato”). Non si rende conto che sostenere l’affitto (e auspicare partnership con la proprietà immobiliare) serve a rafforzare quel perverso, e certo non liberista, mercato della casa il cui trionfo è la causa maggiore del disastro di oggi.
Ben diversa impostazione e prospettiva seppe dare il ministro democristiano Fiorentino Sullo quando, nel lontano 1962, inventò i “piani per l’edilizia economica e popolare”, i famosi PEEP. Quei piani il cui obiettivo era appunto fare ciò che il mercato non è in grado di fare: costruire (oggi lo si dovrebbe fare mediante operazioni di ristrutturazione urbanistica) quartieri su area pubblica, nei quali, eliminando la taglia della rendita immobiliare, in attuazione di piani regolatori generali comunali che inquadrassero l’assetto di ogni quartiere nell’assetto complessivo della città e del suo territorio, venissero realizzati quartieri in cui residenze, servizi, verde fossero compresenti e integrati, nel rispetto di standard quantitativi adeguati, la mescolanza sociale fosse garantita da una gestione pubblica costante e avveduta.
Qualche giornalista intelligente e libero, approfittando della riemersione (grazie agli eventi francesi) del problema della residenza di chi non vive nelle ville, cercherà di indagare su quali sono stati i frutti che quella impostazione ha dato là dove (negli anni 60 e 70) è stata praticata con determinata volontà politica e cultura tecnica, e sulle ragioni per cui essa (a partire dagli anni 80) è stata abbandonata e tradita per restituire oggi il bastone del comando al mercato immobiliare, alle sue leggi, ai suoi padroni via via più potenti? Praticamente senza più opposizione.
Una prima pietra, almeno teorica, Silvio Berlusconi la porrà: quella per il Ponte sullo Stretto, i cui lavori, sempre che tutto vada liscio, cominceranno nel 2006. La Impregilo, capofila di una delle cordate superstiti, si è infatti aggiudicata ieri, come general contractor, il maxi-appalto. Ora dovrà procedere alla progettazione definitiva. La prima obiezione è di natura finanziaria: i 4,6 miliardi di euro posti a base della gara si riferiscono ai costi di due anni fa, a tempi di cantiere che sono lievitati da sei a dodici anni (teoricamente il primo veicolo passerà sul Ponte nel 2018). Alcuni costi aggiuntivi, rispetto al primo progetto, sono stati imposti dal CIPE con ben 35 prescrizioni per limitare l'impatto ambientale e che, secondo gli ambientalisti, comporteranno rincari fra 1,5 e 3 miliardi di euro. Altri costi, altri rincari non mancheranno, in corso d'opera.
E però, ieri, le agenzie hanno battuto la stupefacente dichiarazione del presidente della Infrastrutture SpA, Raffaele Monorchio (ex ragioniere generale dello Stato, uno che di conti se ne intende) il quale ha affermato: «Al punto in cui siamo, dico che è impossibile non fare il Ponte. Lo Stato pagherebbe, a causa delle penali, cifre equivalenti alla costruzione del Ponte stesso». Come dire, questa maxi-opera «bisogna farla», anche se è una sorta di “boiata pazzesca”, da ogni punto di vista. Una dichiarazione sbalorditiva e, nella sostanza, “terroristica”.
Vediamoli questi punti di vista. Il Ponte sullo Stretto si cala su due sponde insidiate dal più alto rischio sismico. Il terremoto (con tsunami) del 1907 fu della magnitudo Richter 7,1 e su di essa è stata tarata la sicurezza del grande manufatto, ma in varie parti del mondo vi sono stati di recente sismi di magnitudo 8,9. Inoltre, secondo il Wwf Italia, si sono prese in considerazione scosse di 30 secondi, mentre quella dell'Irpinia, per esempio, fu di 80 secondi.
Nell'aprile scorso il rappresentante del Consorzio capeggiato dall'austriaca Strabag si è ritirato dalla gara affermando: «Il rischio legale, geologico e tecnico-finanziario è troppo alto». Era evidente anche l'allusione agli inquinamenti malavitosi nei lavori della maxi-opera, di cui si è già avvertita qualche ombra. La pioggia di subappalti non potrà non favorirli.
Il Ponte viene calato dall'alto, con opere di allacciamento imponenti che vanno ad impattare direttamente su zone o altamente abitate oppure di alto pregio ambientale e paesistico, fra due regioni le cui reti viarie e ferroviarie non potrebbero essere più asfittiche e invecchiate. Le autostrade siciliane sono quelle che sono, molto modeste, e i convogli merci viaggiano, per lo più, su ferrovie a binario unico e non elettrificate: velocità commerciale sui 24 Km orari. Del resto, rileva Legambiente, per andare da Palermo a Siracusa si impiegano quasi 6 ore di treno e fra Trapani e Siracusa le ore diventano 9 e mezzo. Non va meglio sul versante calabrese. Qui l'ammodernamento dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria, ai ritmi attuali, sarà completato, secondo la Cgil, fra ventisette anni almeno. Mentre l'Alta Velocità ferroviaria Battipaglia-Reggio Calabria presenta costi insostenibili (oltre 20 miliardi di euro), tali da renderla impensabile.
Quali sono allora le previsioni di traffico sul Ponte? In ogni caso modeste. Nell'ipotesi bassa, 10.000 veicoli al giorno, nell'ipotesi alta 18.000. Non il giorno dopo la sua inaugurazione, bensì nel 2032. Ora, se si tiene conto che la potenzialità del Ponte sullo Stretto è invece di 100.000 veicoli al giorno, si può dire che essa sarà sfruttata, nella migliore delle previsioni, al 18 per cento (previsioni del DICOTER, organismo tecnico del Ministero delle Infrastrutture, si badi bene). Difatti, per non sbagliare, alle Ferrovie dello Stato è stato imposto un canone annuo di 100 milioni di euro, che tanto somiglia ad una tassa a favore del Ponte. Sarà una domanda banale: i 4,4 miliardi, che poi diventano, come minimo, 6 e poi non sappiamo quanti ancora, non era meglio investirli nei porti siciliani e calabresi, nella rete viaria e ferroviaria e così via? Ma, allora, che senso ha parlare oggi di tariffe per i camion, le auto e le moto uguali a quelle odierne dei traghetti in servizio? Se il traffico oscillerà, nel 2032, tra il 10 e il 18 per cento della potenzialità del Ponte, quali dovranno mai essere le sue tariffe reali per rendere remunerativa la gestione complessiva? O non dovrà intervenire lo Stato? Sarebbe, a quel punto, una beffa clamorosa. E, allora, non era meglio migliorare strade, ferrovie, porti e i traghetti?
Fra l'altro, infiltrazioni mafiose a parte (sempre pericolosissime), il gigantesco cantiere assicurerà, si promette, l'occupazione nell'intero anno di 40.000 unità (vedremo con quali contratti). Alla fine dell'opera, non rimarrà quasi nulla, mentre gli attuali traghetti occupano oltre 1.200 addetti, in modo stabile ovviamente.
Il traffico camionistico sta inoltre flettendo. Il trasporto su gomma, tipicamente italiano, sembra avere un futuro per niente radioso. Al contrario della combinazione treno-nave-treno, con navi-portacontainers e treni bloccati tuttomerci. Di recente uno stesso carico ha viaggiato, in parallelo, da Palermo a Livorno in autostrada e per nave, arrivando prima per mare e con i conducenti sereni e riposati. Questo è il futuro ormai prossimo e a questo il Ponte o non dà risposta oppure ne dà una già decisamente vecchia, in controtendenza rispetto agli sviluppi europei, e costosissima. Nel Nord Europa la politica dei traghetti veloci sta battendo quella dei ponti. Purtroppo, ha ragione Gaetano Benedetto, segretario generale aggiunto del Wwf, quando afferma che con questa aggiudicazione dell'appalto si è posta una grave ipoteca sui conti pubblici e lo si è fatto non in base ad una analisi costi/benefici, bensì in base ad un mediocre calcolo politico, di tipo elettoralistico. Si potrà, con un governo diverso, rivedere a fondo la questione? Non sarà facile. Ma bisognerà provarci, al di là del troppo facile “terrorismo” sulle penali da pagare.
C'è un punto di debolezza nelle posizioni dei fautori del bipolarismo, che in questi giorni sono insorti a gran voce - in nome dell'opportunità dell'alternanza fra due Poli nel governo del paese -, contro l'ipotesi del «terzo polo» o del «nuovo centro», rilanciata con forza da Mario Monti. La debolezza sta nel cattivo, anzi nel pessimo funzionamento del bipolarismo all'italiana: frutto di una raffazzonata legge maggioritaria, che ha compresso il tradizionale pluralismo del sistema politico italiano, ma ha prodotto due schieramenti che per la loro scarsa omogeneità e incoerenza non paiono in grado di svolgere, con incisività ed efficacia, né il ruolo di maggioranza né quello di opposizione. Qui, infatti, sta l'interrogativo fondamentale che si presenta quando si pensa che siamo ormai a meno di un anno dalle nuove elezioni politiche. Dove stanno, nell'attuale situazione di preoccupante crisi della democrazia e di grave declino economico e sociale, le condizioni per sperare che l'Italia possa avere un governo capace di affrontare positivamente questi problemi con chiarezza di idee e con reale capacità operativa?
Che nulla si possa attendere al riguardo dal centro-destra è sin troppo palese. Lo dimostra non solo il disastroso bilancio di questi anni: ma soprattutto il fatto che questo disastro non è casuale, ma è il frutto - oltre che di pochezza politica e culturale - della congenita subordinazione di questo schieramento da un lato ai ricatti dell'estremismo plebeo e sciovinista della Lega, dall'altro alle pressioni degli interessi particolaristici e privatistici di Berlusconi e del suo gruppo. Ma anche la coalizione di centro-sinistra, al di là dell'obiettivo, certamente importante, di porre fine al governo di Berlusconi, non sembra in grado di prospettare con coerenza e con la necessaria unità convincenti obiettivi politici e programmatici di un suo futuro governo. «Non siamo pronti»: con queste parole Alessandro Robecchi riassumeva in modo incisivo questa situazione sulla prima pagina del manifesto di domenica scorsa.
Naturalmente è molto difficile e anzi quasi impossibile dire se possa esservi qualche altra soluzione. Certamente non lo sarebbe una confusa e improvvisata operazione trasformistica che travolgendo i due Poli porti al governo, come qualcuno ha ipotizzato, le forze di centro dei due schieramenti. Ancora più confusa e pressoché impraticabile appare l'ipotesi avanzata da alcuni commentatori (per esempio Ernesto Galli della Loggia), ossia l'ipotesi di una sorta di parallelismo fra due centri, che dovrebbe realizzarsi assicurando che nelle elezioni prevalgano (ma come farlo?) le forze più centrali dell'una e dell'altra coalizione. Per carità di patria non richiamo neppure un'altra eventualità, quella data ricerca di un'intesa fra i due Poli in nome di una comune visione degli interessi nazionali: quell'intesa che già fu tentata nella precedente legislatura, con esito peraltro fallimentare, attraverso la Commissione bicamerale.
In definitiva la strada più realistica sembra restare quella che tutti coloro che chiedono all'Unione di centro-sinistra qualcosa di più che la pur importante vittoria elettorale su Berlusconi, facciano pressione perché i partiti dell'Unione - anziché gingillarsi nel gioco inutile e pericoloso delle primarie o insistere in diatribe interne che servono solamente ad alimentare ambizioni e rivalità - si decidano finalmente a utilizzare con serietà i mesi che ancora restano per ricercare un'intesa su una piattaforma politica e programmatica che entri davvero nel merito dei problemi: che sappia cioè coordinare efficacemente la necessaria azione di risanamento della finanza e dei conti pubblici con le scelte fondamentali per ridare forza agli istituti e alla partecipazione democratica, per riconquistare e consolidare i diritti dei lavoratori, per promuovere un'occupazione seria e qualificata, e per un rilancio efficiente e qualificante dello Stato sociale.Si può ancora sperare che accada qualcosa di simile? O ci si deve invece rassegnare all'idea che un governo di centro-sinistra sia destinato ad essere solo il classico «governo di lacrime e sangue», chiamato a far pagare al paese e soprattutto al lavoro dipendente i sacrifici e i prezzi del necessario risanamento, per cedere subito dopo il passo a un nuovo governo di centro-destra?
Se così fosse, non ci sarebbe davvero da sorprendersi se qualcuno mostra di preferire un'ipotesi alla Mario Monti. Ossia che, una volta eliminato Berlusconi, si possa presto arrivare - con le opportune modifiche elettorali magari favorite da un travaso di voti tra un polo e l'altro - al governo di uno schieramento moderato di centro che si assume l'onere del risanamento e che sia sufficientemente moderato per mediare tra i differenti interessi. Sarebbe, in sostanza, l'operazione neocentrista di cui tanto si parla. Alla quale, però, non si risponde efficacemente difendendo a ogni costo una sbagliata legge maggioritaria, oppure con un ulteriore spostamento verso il centro, come vorrebbe Rutelli. Che i moderati facciano i moderati è del tutto naturale. Ma, per un buon funzionamento della democrazia, occorre che si ricostituisca una robusta forza di sinistra che, dal governo o dall'opposizione, si impegni nella difesa dei diritti del lavoro, delle conquiste in campo sociale, degli istituti di democrazia.
Non si tratta di rimpiangere il passato. Ma anche dal passato c'è qualcosa da imparare. Non è vero, infatti, ciò che ha scritto sul manifesto Valentino Parlato: ossia che «il vecchio Pci, dall'opposizione, aveva governato meglio e di più di quanto i Ds non abbiano fatto da Palazzo Chigi»?
«Dalla Rai alle banche troppe commistioni tra la politica e l'economia» «Su Unipol esitazioni dei Ds. Inevitabile la supplenza della magistratura»
È da tempo che non si sentiva parlare di questione morale. Lo fa Arturo Parisi con toni assai preoccupati e tirando in ballo la stessa qualità della democrazia. «Il pericolo più grande resta a mio parere il populismo e il qualunquismo — sostiene il presidente dell'Assemblea federale della Margherita —. Ma l'unico modo per evitarlo è mettersi dal punto di vista del cittadino comune. Se la politica non interviene tempestivamente rischia di riaprirsi una nuova questione morale. L'esito può essere una rivolta populistica o il cinismo di massa».
Da dove deriva tanto pessimismo?
«Guardi alle vicende di queste settimane, dalla Rai a Bankitalia passando per l'accordo Berlusconi-De Benedetti e la scalata alla Rcs, con un occhio limpido e ingenuo e vedrà il fondamento della mia preoccupazione. I partiti si sono ripresi la scena ma la confusione è tanta e c'è il rischio che la domanda di alternativa che sale dalla società abbia come risposta null'altro che un'offerta di alternanza».
Cominciamo dalla Rai. Come giudica la presidenza Petruccioli?
«Come non vedere una confusione di ruoli tra maggioranza e opposizione, tra le responsabilità del vigilante e l'ente vigilato?».
Ma Petruccioli era il candidato ufficiale dell'Unione e la legge prevede un voto bipartisan per il via libera parlamentare.
«Da un punto di vista formale l'obiezione è ineccepibile così come è fuori discussione il giudizio sulle qualità personali di Petruccioli. Ma che dire dei comportamenti? A cominciare dall'incontro con Berlusconi che certo è il presidente del Consiglio ma prima ancora il padrone di Mediaset. Come meravigliarsi se un giornale sicuramente non estremista, Avvenire, poi titola "Alla Rai Petruccioli, a Mediaset la serie A"? Come non farsi carico della sensazione di baratto che un titolo come questo non può non ingenerare nel parroco o nel ragazzo di oratorio che lo ha letto?».
Si possono rassicurare parroci e giovanotti dicendo loro che Petruccioli ha già dichiarato di voler riportare in video Biagi e Santoro.
«Ma ha anche detto che Berlusconi al governo "non ha fatto troppo bene"! E comunque quella su Biagi è per ora solo una dichiarazione di intenti. Il punto all'ordine del giorno del Cda della Rai di oggi è la nomina del direttore generale, la cui voce non è certo irrilevante nel decidere chi va in video e chi no. Una nomina per la quale ho sentito Petruccioli dichiarare che avrebbe votato qualsiasi direttore generale a patto che non fosse un delinquente o un incapace, quasi che il ruolo del Presidente fosse quello del notaio o del succube e non invece quello di un protagonista attivo».
Se il presidente della Rai fosse diventato Giulio Malgara vicinissimo a Berlusconi l'elettore dell'Unione sarebbe stato più contento?
«No di certo, ma sarebbero state più chiare le reciproche responsabilità».
Anche la partnership tra Berlusconi e De Benedetti le sembra censurabile?
«Dal punto di vista del codice civile è ineccepibile. Ma le norme più importanti della Repubblica sono quelle non scritte. E la più importante di esse è quella che, per dirla con le parole di Carlo Cattaneo, ci ricorda che "la libertà è una pianta con molte radici", una pianta che si fonda sulla distinzione tra piani diversi. Quello della morale, della politica, della religione, degli affari, della informazione. Anche da questo punto di vista l'alleanza sarebbe ineccepibile perché riguarda uomini di affari che fanno affari nel mondo degli affari. Ma come ci si può alleare con chi è responsabile della confusione e del conflitto tra i diversi piani senza alimentare peraltro la confusione che fino ad ieri è stata aspramente denunciata? Come si può immaginare che l'alleanza appaia confinata al solo mondo e alla sola logica degli affari? E quindi non farsi carico del profondo sconcerto che l'episodio produce agli occhi del cittadino comune?».
Anche Prodi dopo l'Iri e prima dell'Ulivo è stato a lungo consulente della Goldman Sachs.
«Attenzione, in momenti diversi della sua vita. E comunque è un principio che se si dovesse dare il caso non potrebbe che valere anche per lui come per ognuno di noi».
E nell'Opa che Unipol sta lanciando sulla Bnl vede anche lì puzza di bruciato?
«Ci sono domande alle quali non sono state date risposte convincenti. L'ispirazione mutualistica che sta alla base dell'esperienza cooperativa non può essere trasposta in una condizione e su una scala diversa, non ci si può trasformare in raider di Borsa con l'aiuto del fisco».
I vertici dei Ds hanno dunque sbagliato ad appoggiare i progetti dell'Unipol?
«In nome del realismo hanno esitato nel farsi le domande giuste. E così guidati dall'istinto che porta ognuno a difendere il proprio mondo hanno dato l'impressione di avallare una regressione neo-corporativa. Il vero virus è ed è stato il conflitto di interessi alla Berlusconi. Dobbiamo assolutamente evitare di esserne in qualche modo contagiati tutti».
E il leader del suo partito Rutelli ha fatto bene a criticare i Ds?
«In questo caso ho condiviso e condivido le sue posizioni. L'impossibilità di affrontare il tema col respiro che merita ha consentito purtroppo di far passare il confronto per una "polemichetta"».
Banche e governatore. Anche a Palazzo Koch gli interessi le sembrano aver la meglio?
«Da cittadino comune ho letto sui giornali quello che hanno letto tutti. Di fronte allo spettacolo al quale siamo stati costretti ad assistere, dire che le dimissioni del governatore sono opportune è eccessivamente riduttivo. Sono doverose. Se dovesse prevalere un atteggiamento irragionevole spero proprio che il Consiglio superiore della Banca d'Italia si faccia carico della sua responsabilità ed eserciti i suoi poteri. Lo dico pensando alle persone autorevoli che lo compongono. Basti per tutti Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte Costituzionale».
Nel centro-sinistra c'è chi dice «teniamoci Fazio sennò Berlusconi ci mette un altro Marzano».
«È un argomento che di fronte alla enormità dei fatti appare misero. Che vantaggio potrebbe mai cogliere il centro-sinistra dalla delegittimazione ulteriore dell'istituzione Bankitalia e dalla conseguente perdita di credibilità del nostro Paese?».
Vede con preoccupazione anche la scalata degli immobiliaristi alla Rcs?
«Il sistema dell'informazione deve restare autonomo. È evidente invece che lo si vuole destabilizzare con fini che non so se siano prima politici o finanziari. O tutti e due insieme».
Ma stiamo andando verso una nuova supplenza della magistratura? La questione morale riporta le toghe a diventare protagoniste?
«È l'esito inevitabile quando la politica e le istituzioni non fanno la loro parte o peggio fanno parti che non sono le proprie. Come non comprendere in questi casi il cittadino comune che pensa "meno male che ci sono i giudici"? La democrazia è responsabilità dialettica, se l'immagine che proponiamo è quella della commistione dei ruoli e degli interessi e dell'omologazione tra schieramenti ridiamo fiato al populismo che avevamo pensato di aver sconfitto».
Immagino che lei sia portato a guardare con sospetto alle trasmigrazioni del centro-destra verso l'Unione e segnatamente verso la Margherita?
«Il fine della politica è far cambiare opinione agli avversari. È trasformismo quando non c'è un cambiamento evidente e manifesto delle opinioni. Noi dobbiamo invece dimostrare ai cittadini che siamo alternativi al sistema di potere berlusconiano e conquistare alle nostre ragioni anche chi è stato in passato nostro avversario. Guai se la gente pensasse che ci stiamo acconciando al "una volta per uno non fa male a nessuno"».
Ora mi chiedono: «Che cosa dice, che cosa ha da dire, su quello che è successo a Londra?». Me lo chiedono a voce, per fax, per email, spesso rimproverandomi perché finoggi sono rimasta zitta. Quasi che il mio silenzio fosse stato un tradimento. E ogni volta scuoto la testa, mormoro a me stessa: cos'altro devo dire?!? Sono quattr'anni che dico. Che mi scaglio contro il Mostro deciso ad eliminarci fisicamente e insieme ai nostri corpi distruggere i nostri principii e i nostri valori. La nostra civiltà. Sono quattr'anni che parlo di nazismo islamico, di guerra all'Occidente, di culto della morte, di suicidio dell'Europa. Un'Europa che non è più Europa ma Eurabia e che con la sua mollezza, la sua inerzia, la sua cecità, il suo asservimento al nemico si sta scavando la propria tomba. Sono quattr'anni che come una Cassandra mi sgolo a gridare «Troia brucia, Troia brucia» e mi dispero sui Danai che come nell'Eneide di Virgilio dilagano per la città sepolta nel torpore. Che attraverso le porte spalancate accolgono le nuove truppe e si uniscono ai complici drappelli. Quattr'anni che ripeto al vento la verità sul Mostro e sui complici del Mostro cioè sui collaborazionisti che in buona o cattiva fede gli spalancano le porte. Che come nell'Apocalisse dell'evangelista Giovanni si gettano ai suoi piedi e si lasciano imprimere il marchio della vergogna.
Incominciai con «La Rabbia e l'Orgoglio». Continuai con «La Forza della Ragione». Proseguii con «Oriana Fallaci intervista sé stessa» e con «L'Apocalisse». E tra l'uno e l'altro la predica «Sveglia, Occidente, sveglia». I libri, le idee, per cui in Francia mi processarono nel 2002 con l'accusa di razzismo-religioso e xenofobia. Per cui in Svizzera chiesero al nostro ministro della Giustizia la mia estradizione in manette. Per cui in Italia verrò processata con l'accusa di vilipendio all'Islam cioè reato di opinione. (Reato che prevede tre anni di galera, quanti non ne riceve l'islamico sorpreso con l'esplosivo in cantina). Libri, idee, per cui la Sinistra al Caviale e la Destra al Fois Gras ed anche il Centro al Prosciutto mi hanno denigrata vilipesa messa alla gogna insieme a coloro che la pensano come me. Cioè insieme al popolo savio e indifeso che nei loro salotti viene definito dai radical-chic «plebaglia-di-destra». Sì, è vero: sui giornali che nel migliore dei casi mi opponevano farisaicamente la congiura del silenzio ora appaiono titoli composti coi miei concetti e le mie parole. Guerra-all'Occidente, Culto-della-Morte, Suicidio-dell'Europa, Sveglia-Italia-Sveglia. Sì, è vero: sia pur senza ammettere che non avevo torto l'ex segretario della Quercia ora concede interviste nelle quali dichiara che questi-terroristi-vogliono-distruggere-i-nostri-valori, che questo- stragismo-è-di-tipo-fascista-ed-esprime-odio-per-la-nostra-civiltà». Sì, è vero: parlando di Londonistan, il quartiere dove vivono i ben settecentomila musulmani di Londra, i giornali che prima sostenevano i terroristi fino all'apologia di reato ora dicono ciò che dicevo io quando scrivevo che in ciascuna delle nostre città esiste un'altra città. Una città sotterranea, uguale alla Beirut invasa da Arafat negli anni Settanta. Una città straniera che parla la propria lingua e osserva i propri costumi, una città musulmana dove i terroristi circolano indisturbati e indisturbati organizzano la nostra morte. Del resto ora si parla apertamente anche di terrorismo-islamico, cosa che prima veniva evitata con cura onde non offendere i cosiddetti musulmani moderati. Sì, è vero: ora anche i collaborazionisti e gli imam esprimono le loro ipocrite condanne, le loro mendaci esecrazioni, la loro falsa solidarietà coi parenti delle vittime. Si, è vero: ora si fanno severe perquisizioni nelle case dei musulmani indagati, si arrestano i sospettati, magari ci si decide ad espellerli. Ma in sostanza non è cambiato nulla.
Basta davvero la faccenda del Dio Unico per stabilire una concordia di concetti, di principii, di valori?!? E questo è il punto che nell'immutata realtà del dopo-strage di Londra mi turba forse di più. Mi turba anche perché sposa quindi rinforza quello che considero l'errore commesso da papa Wojtyla: non battersi quanto avrebbe a mio avviso dovuto contro l'essenza illiberale e antidemocratica anzi crudele dell'Islam. Io in questi quattr'anni non ho fatto che domandarmi perché un guerriero come Wojtyla, un leader che come lui aveva contribuito più di chiunque al crollo dell'impero sovietico e quindi del comunismo, si mostrasse così debole verso un malanno peggiore dell'impero sovietico e del comunismo. Un malanno che anzitutto mira alla distruzione del cristianesimo. (E dell'ebraismo). Non ho fatto che domandarmi perché egli non tuonasse in maniera aperta contro ciò che avveniva (avviene) ad esempio in Sudan dove il regime fondamentalista esercitava (esercita) la schiavitù. Dove i cristiani venivano eliminati (vengono eliminati) a milioni. Perché tacesse sull'Arabia Saudita dove la gente con una Bibbia in mano o una crocetta al collo era (è) trattata come feccia da giustiziare. Ancora oggi quel silenzio io non l'ho capito e...
*** Naturalmente capisco che la filosofia della Chiesa Cattolica si basa sull'ecumenismo e sul comandamento Ama-il-nemico-tuo-come-te-stesso. Che uno dei suoi principii fondamentali è almeno teoricamente il perdono, il sacrificio di porgere l'altra guancia. (Sacrificio che rifiuto non solo per orgoglio cioè per il mio modo di intendere la dignità, ma perché lo ritengo un incentivo al Male di chi fa del male). Però esiste anche il principio dell'autodifesa anzi della legittima difesa, e se non sbaglio la Chiesa Cattolica vi ha fatto ricorso più volte. Carlo Martello respinse gli invasori musulmani alzando il crocifisso. Isabella di Castiglia li cacciò dalla Spagna facendo lo stesso. E a Lepanto c'erano anche le truppe pontificie. A difendere Vienna, ultimo baluardo della Cristianità, a romper l'assedio di Kara Mustafa, c'era anche e soprattutto il polacco Giovanni Sobienski con l'immagine della Vergine di Chestochowa. E se quei cattolici non avessero applicato il principio dell'autodifesa, della legittima difesa, oggi anche noi porteremmo il burka o il jalabah. Anche noi chiameremmo i pochi superstiti cani-infedeli. Anche noi gli segheremmo la testa col coltello halal. E la basilica di San Pietro sarebbe una moschea come la chiesa di Santa Sofia a Istanbul. Peggio: in Vaticano ci starebbero Bin Laden e Zarkawi. Così, quando tre giorni dopo la nuova strage Papa Ratzinger ha rilanciato il tema del Dialogo, sono rimasta di sasso. Santità, Le parla una persona che La ammira molto. Che Le vuole bene, che Le dà ragione su un mucchio di cose. Che a causa di questo viene dileggiata coi nomignoli atea-devota, laica-baciapile, liberal-clericale. Una persona, inoltre, che capisce la politica e le sue necessità. Che comprende i drammi della leadership e i suoi compromessi. Che ammira l'intransigenza della fede e rispetta le rinunce o le prodigalità a cui essa costringe. Però il seguente interrogativo devo porlo lo stesso: crede davvero che i musulmani accettino un dialogo coi cristiani, anzi con le altre religioni o con gli atei come me? Crede davvero che possano cambiare, ravvedersi, smettere di seminar bombe? Lei è un uomo tanto erudito, Santità. Tanto colto. E li conosce bene. Assai meglio di me. Mi spieghi dunque: quando mai nel corso della loro storia, una storia che dura da millequattrocento anni, sono cambiati e si sono ravveduti?
Oh, neanche noi siamo stati e siamo stinchi di santo: d'accordo. Inquisizioni, defenestrazioni, esecuzioni, guerre, infamie di ogni tipo. Nonché guelfi e ghibellini a non finire. E per giudicarci severamente basta pensare a quel che abbiamo combinato sessanta anni fa con l'Olocausto. Ma poi abbiamo messo un po' di giudizio, perbacco. Ci abbiamo dato una pensata e se non altro in nome della decenza siamo un po' migliorati. Loro, no. La Chiesa Cattolica ha avuto svolte storiche, Santità. Anche questo lei lo sa meglio di me. A un certo punto si è ricordata che Cristo predicava la Ragione, quindi la scelta, quindi il Bene, quindi la Libertà, e ha smesso di tiranneggiare. D'ammazzare la gente. O costringerla a dipinger soltanto Cristi e Madonne. Ha compreso il laicismo. Grazie a uomini di prim'ordine, un lungo elenco di cui Lei fa parte, ha dato una mano alla democrazia. Ed oggi parla coi tipi come me. Li accetta e lungi dal bruciarli vivi (io non dimentico mai che fino a quattro secoli fa il Sant'Uffizio mi avrebbe mandato al rogo) ne rispetta le idee. Loro, no. Ergo con loro non si può dialogare. E ciò non significa ch'io voglia promuovere una guerra di religione, una Crociata, una caccia alle streghe, come sostengono i mentecatti e i cialtroni. (Guerre di religione, Crociate, io ?!? Non essendo religiosa, figuriamoci se voglio incitare alle guerre di religione e alle Crociate. Cacce alle streghe io?!? Essendo considerata una strega, un'eretica, dagli stessi laici e dagli stessi liberals, figuriamoci se voglio accendere una caccia alle streghe. Ciò significa, semplicemente, che illudersi su di loro è contro ragione. Contro la Vita, contro la stessa sopravvivenza, e guai a concedergli certe familiarità.
***
La strage toccherà davvero anche a noi, la prossima volta toccherà davvero a noi? Oh, sì. Non ne ho il minimo dubbio. Non l'ho mai avuto. Anche questo lo dico da quattro anni. E aggiungo: non ci hanno ancora attaccato in quanto avevano bisogno della landing-zone, della testa di ponte, del comodo avamposto che si chiama Italia. Comodo geograficamente perché è il più vicino al Medio Oriente e all'Africa cioè ai paesi che forniscono il grosso della truppa. Comodo strategicamente perché a quella truppa offriamo buonismo e collaborazionismo, coglioneria e viltà. Ma presto si scateneranno. Lo stesso Bin Laden ce lo ha promesso. In modo esplicito, chiaro, preciso. Più volte. I suoi luogotenenti (o rivali), idem. Lo stesso Corriere lo dimostra con l'intervista a Saad Al-Faqih, l'esiliato saudita diventato amico di Bin Laden durante il conflitto coi russi in Afghanistan, e secondo i servizi segreti americani finanziatore di Al Qaeda. «E' solo questione di tempo. Al Qaeda vi colpirà presto» ha detto Al-Faqih aggiungendo che l'attacco all'Italia è la cosa più logica del mondo. Non è l'Italia l'anello più debole della catena composta dagli alleati in Iraq? Un anello che viene subito dopo la Spagna e che è stato preceduto da Londra per pura convenienza. E poi: «Bin Laden ricorda bene le parole del Profeta. Voi-costringerete-i-romani-alla-resa. E vuole costringer l'Italia ad abbandonare l'alleanza con l'America». Infine, sottolineando che operazioni simili non si fanno appena sbarcati a Lampedusa o alla Malpensa bensì dopo aver maturato dimestichezza con il paese, esser penetrati nel suo tessuto sociale: «Per reclutare gli autori materiali, c'è solo l'imbarazzo della scelta».
Molti italiani non ci credono ancora. Nonostante le dichiarazioni del ministro degli Interni, a rischio Roma e Milano, all'erta anche Torino e Napoli e Trieste e Treviso nonché le città d'arte come Firenze e Venezia, gli italiani si comportano come i bambini per cui la parola Morte non ha alcun significato. O come gli scriteriati cui la morte sembra una disgrazia che riguarda gli altri e basta. Nel caso peggiore, una disgrazia che li colpirà per ultimi. Peggio: credono che per scansarla basti fare i furbi cioè leccarle i piedi. Ha ragione Vittorio Feltri quando su Libero scrive che la decadenza degli occidentali si identifica con la loro illusione di poter trattare amichevolmente il nemico, nonché con la loro paura. Una paura che li induce ad ospitare docilmente il nemico, a tentar di conquistarne la simpatia, a sperare che si lasci assorbire mentre è lui che vuole assorbire. Questo senza contare la nostra abitudine ad essere invasi, umiliati, traditi. Come dico nell'«Apocalisse», l'abitudine genera rassegnazione. La rassegnazione genera apatia. L'apatia genera inerzia. L'inerzia genera indifferenza, ed oltre a impedire il giudizio morale l'indifferenza soffoca l'istinto di autodifesa cioè l'istinto che induce a battersi. Oh, per qualche settimana o qualche mese lo capiranno sì d'essere odiati e disprezzati dal nemico che trattano da amico e che è del tutto refrattario alle virtù chiamate Gratitudine, Lealtà, Pietà. Usciranno sì dall'apatia, dall'inerzia, dall'indifferenza. Ci crederanno sì agli annunci di Saad al-Faqih e agli espliciti, chiari, precisi avvertimenti pronunciati da Bin Laden and Company. Eviteranno di prendere i treni della sotterranea. Si sposteranno in automobile o in bicicletta. (Ma Theo van Gogh fu ammazzato mentre si spostava in bicicletta). Attenueranno il buonismo o il servilismo. Si fideranno un po' meno del clandestino che gli vende la droga o gli pulisce la casa. Saranno meno cordiali col manovale che sventolando il permesso di soggiorno afferma di voler diventare come loro ma intanto fracassa di botte la moglie, le mogli, e uccide la figlia in blue jeans. Rinunceranno anche alle litanie sui Viaggi della Speranza, e forse realizzeranno che per non perdere la Libertà a volte bisogna sacrificare un po' di libertà. Che l'autodifesa è legittima difesa e la legittima difesa non è una barbarie. Forse grideranno addirittura che la Fallaci aveva ragione, che non meritava d'essere trattata come una delinquente. Ma poi riprenderanno a trattarmi come una delinquente. A darmi di retrograda xenofoba razzista eccetera. E quando l'attacco verrà, udiremo le consuete scemenze. Colpa-degli-americani, colpa-di-Bush.
*** Quando verrà, come avverrà quell'attacco? Oddio, detesto fare la Cassandra. La profetessa. Non sono una Cassandra, non sono una profetessa. Sono soltanto un cittadino che ragiona e ragionando prevede cose che secondo logica accadranno. Ma che ogni volta spera di sbagliarsi e, quando accadono, si maledice per non aver sbagliato. Tuttavia riguardo all'attacco contro l'Italia temo due cose: il Natale e le elezioni. Forse supereremo il Natale. I loro attentati non sono colpacci rozzi, grossolani. Sono delitti raffinati, ben calcolati e ben preparati. Prepararsi richiede tempo e a Natale credo che non saranno pronti. Però saranno pronti per le elezioni del 2006. Le elezioni che vogliono vedere vinte dal pacifismo a senso unico. E da noi, temo, non si accontenteranno di massacrare la gente. Perché quello è un Mostro intelligente, informato, cari miei. Un Mostro che (a nostre spese) ha studiato nelle università, nei collegi rinomati, nelle scuole di lusso. (Coi soldi del genitore sceicco od onesto operaio). Un Mostro che non s'intende soltanto di dinamica, chimica, fisica, di aerei e treni e metropolitane: s'intende anche di Arte. L'arte che il loro presunto Faro-di-Civiltà non ha mai saputo produrre. E penso che insieme alla gente da noi vogliano massacrare anche qualche opera d'arte. Che ci vuole a far saltare in aria il Duomo di Milano o la Basilica di San Pietro? Che ci vuole a far saltare in aria il David di Michelangelo, gli Uffizi e Palazzo Vecchio a Firenze, o il Palazzo dei Dogi a Venezia? Che ci vuole a far saltare in aria la Torre di Pisa, monumento conosciuto in ogni angolo del mondo e perciò assai più famoso delle due Torri Gemelle? Ma non possiamo scappare o alzare bandiera bianca. Possiamo soltanto affrontare il mostro con onore, coraggio, e ricordare quel che Churchill disse agli inglesi quando scese in guerra contro il nazismo di Hitler. Disse: «Verseremo lacrime e sangue». Oh, sì: pure noi verseremo lacrime e sangue. Siamo in guerra: vogliamo mettercelo in testa, sì o no?!? E in guerra si piange, si muore. Punto e basta.
Conclusi così anche quattro anni fa, su questo giornale.
(Afp/Huguen) Copyright Oriana Fallaci Riproduzione vietata
Si' dall'Accademia dei Lincei all'uso degli embrioni congelati in sovrannumero per ottenere cellule staminali a fini di ricerca. E' quanto emerge dal documento sulle cellule staminali approvato oggi nell'adunanza delle Classi riunite dell'Accademia con 58 voti favorevoli, 8 contrari e 14 astenuti.
''L'Accademia Nazionale dei Lincei - si legge nel documento - si augura che sia evitata la perdita o l'eliminazione, invece dell'utilizzazione, degli embrioni soprannumerari congelati attualmente esistenti, e che il Parlamento approvi rapidamente leggi che consentano, in condizioni severe, controllate e protette da abusi, la donazione dei suddetti embrioni soprannumerari''. Secondo gli esperti dei Lincei ''verranno in tal modo accresciute le conoscenze scientifiche e, di conseguenza, alleviate le gravi sofferenze prodotte dalle malattie degenerative''.
Nel documento, in tre punti, si rileva che ''non e' ancora noto in quale misura le cellule staminali derivate dai tessuti adulti e dai cordoni ombelicali potranno sostituire, in tutto o in parte, quelle derivate dalle cellule fetali ed embrionali'' e che ''in seguito alle critiche sviluppatesi in numerose sedi, la ricerca con le cellule staminali derivate da embrioni soprannumerari congelati e' oggi di fatto vietata in Italia''. Ma secondo gli accademici ''esistono tuttavia validi argomenti in favore della rimozione di tali divieti''.
In primo luogo, si osserva nel documento, il divieto dell'uso degli embrioni congelati ''non sembra giustificabile dal momento che gli embrioni in questione sono comunque destinati a essere eliminati, e che lo scopo dell'uso e' quello di curare le malattie e cioe' di diminuire le sofferenze umane''. Inoltre gli studiosi osservano che il no alla sperimentazione con cellule staminali derivate da embrioni soprannumerari ''e' in conflitto con due dispositivi gia'esistenti nella legislazione italiana relativi all'interruzione della gravidanza e alla vendita, dietro prescrizione medica, della cosiddetta ''pillola del giorno dopo''. In terzo luogo il documento rileva che la Convenzione di Oviedo approvata dal Consiglio d'Europa nel 1997 e ratificata dal Parlamento italiano nel 2001 vieta la produzione di embrioni umani esclusivamente a fini di ricerca, ma non la produzione di embrioni a fini fecondativi ne' il loro uso a fini di ricerca di base ''nel caso il fine fecondativo divenga superfluo e gli embrioni siano destinati alla eliminazione''.
Il terzo punto del documento riguarda, infine, le ricadute positive della ricerca sulle cellule staminali e della medicina rigenerativa in generale per la terapia di malattie degenerative come quelle cardiovascolari e autoimmuni, diabete, osteoporosi, tumori, morbo di Alzheimer e di Parkinson.
Dal sito Molecularlab
Si stravolge la storia, quando si prepara, o si tenta, una radicale svolta politica. E questo è quel che ha clamorosamente affermato Bush nel suo discorso di Riga: «Gli Usa e la Russia sono ancora una volta in guerra» ha scritto Sergio Romano sul Corsera di domenica. Lo stravolgimento della storia è clamoroso: senza l'Urss, l'Armata rossa e i suoi 27 milioni di morti, Hitler avrebbe vinto la 2° guerra mondiale. La Germania nazista che aveva battuto la Francia e messo sotto scacco l'Inghilterra, libera da altri impegnativi fronti militari, scatenò tutta la sua forza contro l'Unione sovietica, registrando all'inizio successi clamorosi: la caduta di Mosca era nelle previsioni non solo di Hitler ma anche di Churchill. Tutto il potenziale militare nazista si avventò sull'Urss. Ma l'Unione sovietica non crollò, anzi. Nel febbraio del 1943 ci fu la resa di von Paulus a Stalingrado, indiscutibile annuncio della caduta di Berlino.
Solo dopo, nel luglio 1943 e nel giugno del 1944, gli sbarchi degli anglo americani in Sicilia e in Normandia e fecero fatica ad avanzare: la famosa linea gotica resistette.
Solo rimuovendo e stravolgendo questa verità storica si può dire che Yalta fu un errore. Le armate angloamericane avrebbero dovuto e potuto aprire il fronte dell'Est? Non sarebbe stato possibile militarmente (tra l'altro il Giappone era ancora in piedi) e tanto meno politicamente e culturalmente. Ma oggi Bush fa intendere che la guerra avrebbe dovuto continuare e così non andò per colpa di Roosevelt e Churchill, sciocchi e vili.
Ma che cosa significa nel contesto attuale la dichiarazione di Riga, la condanna di Yalta? Una cosa sola e tremenda: che Bush vuole riprendere la guerra stupidamente interrotta a Yalta. Non sono un apologeta di Yalta, che fu sempre un accordo tra potenze, ma non può non allarmare la dichiarazione di Bush che dopo Riga va in Georgia, pensa all'Ucraina e minaccia la Bielorussia. Siamo alla sostanza di una dichiarazione di guerra con l'obiettivo di un impero mondiale.
Il disegno annunciato è questo. Finita la guerra fredda si stanno mettendo le premesse per un'azione di conquista. E qui c'è della follia, che non si spiega neppure con le leggi più terribili del capitalismo.
In queste condizioni è naturale che Putin, e questa volta con lui la Russia, reagiscano con l'orgoglio della guerra patriottica e con le bandiere rosse dei veterani, che hanno battuto Hitler e che sono entrati per primi a Berlino. Inevitabile e senza, almeno per ora, un ripensamento di quel che è stata l'esperienza dell'Unione sovietica e di come potrebbe e dovrebbe essere corretta senza dare spazio agli oligarchi e a un capitalismo selvaggio. Ma è inevitabile. Quello di Bush è un appello alla guerra che non dà spazio e tempo a pensare a un progresso socialista e democratico, non staliniano. Annuncia solo guerre, repressioni e violenze generalizzate.
MANCANO le parole per dire le impressioni e l´emozione di fronte alla grandezza di quella liturgia per i funerali di Papa Wojtyla: lì c´era l´eco dei secoli e dei millenni; c´era una Chiesa che per un suo Papa, al momento della morte, usa le stesse parole, le stesse preghiere che per uno qualsiasi dei suoi fedeli e invoca da Dio misericordia perché tutti sono peccatori. E c´era un popolo venuto da ogni parte del mondo, e soprattutto dalla sua Polonia, che ha fatto irruzione nella celebrazione liturgica con numerosi applausi e con la richiesta di una beatificazione immediata.
come nei primi secoli cristiani, quando le beatificazioni non erano regolate dalle norme del diritto canonico: "santo subito" c´era scritto su un grande cartello.
Qualcuno ha notato che nella omelia del cardinale Ratzinger, a differenza che nel testamento di Wojtyla, non c´era il Concilio Vaticano II; ma quello del cardinale era un discorso affettuoso e aristocratico, preoccupato di non apparire un programma da successore. È difficile in ogni caso immaginare ipotesi di restaurazione di fronte a un popolo immenso che interviene nella liturgia, che fa sentire la sua voce: sarà impossibile tornare indietro rispetto alla acquisizione fondamentale del Concilio della Chiesa come "popolo di Dio". E poi, si sa, le restaurazioni falliscono sempre…
Per mio conto, dopo l´ossessione mediatica dei giorni della malattia, e poi di fronte alla annunciata solenne celebrazione in piazza San Pietro e alla città invasa e schiacciata dai pellegrini di ogni parte del mondo sentivo un inconfessabile desiderio alternativo: quello di una celebrazione non concentrata tutta fisicamente in San Pietro, che avesse, sì, in Roma il suo punto dominante di riferimento, ma fosse articolata, nel mondo, nelle diverse comunità cristiane, quasi a sottolineare che la Chiesa è fatta di tante comunità locali, che la Chiesa è realtà complessa, unita, sì, nel Papa ma non è il Papa. Perché un rischio di questo papato è stato proprio, a mio avviso, quello della identificazione del Papa con la Chiesa stessa, di un soffocamento delle chiese locali, di un sacrificio della collegialità…
E allora ho tentato di realizzare il mio disegno alternativo e sono andato a Messa nella mia parrocchia: in una chiesa quasi deserta un giovane prete ha letto il Vangelo di Giovanni nel quale si narra il famoso episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci per sfamare la folla che aveva seguito Gesù. L´episodio si conclude così: "Allora la gente visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire: ‘Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo´. Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo nella montagna tutto solo".
Mi pare che quel "tutto solo" sia lo spazio della coscienza, del rapporto interiore con il mistero di Dio, sia l´antidoto alla tentazione di trasformare una manifestazione di fede, spontanea, bella e vissuta, di popolo, in un segno di potenza. Questa manifestazione di popolo c´è stata e come dicevo all´inizio ne sono stato anch´io affascinato e coinvolto, anche se solo attraverso uno schermo televisivo. Non c´è dubbio: Papa Wojtyla, con il suo pontificato e con la sua morte, lascia una Chiesa più potente, più ascoltata, più riverita: il presidente americano, che tanto poco aveva ascoltato il monito di Wojtyla contro la guerra era presente, primo fra i potenti del mondo, ai suoi funerali.
Ma, paradossalmente, la condizione di questo prestigio, di questa capacità di presa sul popolo è proprio negli spazi di quel "tutto solo" nei quali Gesù si rifugiava, spazi del resto ben noti al grande Papa che ci ha lasciati. Forza e debolezza nella Chiesa sono strettamente intrecciate: la Chiesa, è stato detto acutamente, è un forza debole
La tentazione della Chiesa mi sembra, oggi, quella di affidarsi alla forza che Wojtyla le ha assicurato, di affidarsi alla comunicazione mediatica (ma chi saprebbe usarla come il Papa scomparso ha saputo fare?) dimenticando l´ascolto e il rapporto diretto con gli uomini del nostro tempo, come condizione dell´annuncio. La manifestazione trionfale in San Pietro è anche una grande sfida per la Chiesa di domani.
Mancato l’obiettivo che era stato fissato per l’8 marzo (le donne non avrebbero gradito) il Senato voterà la nuova Costituzione mercoledì prossimo, che una volta si chiamava mercoledì santo. Ciò facendo il Senato voterà non solo contro l’ordinamento della Repubblica, per dare vita a un nuovo regime, ma voterà anche contro se stesso; infatti nel nuovo sistema il Senato non avrà più alcuna funzione politica di controllo del governo del Paese, e perderà anche il suo ruolo nella formazione delle leggi, tranne di quelle che, attraverso un complicato gioco di competenze gli verrebbero ancora date in esame in quanto interessanti le regioni. Il Senato pertanto, benché col nuovo nome pretenzioso di “Senato federale”, diverrebbe una “Camera muerta”, come ha detto il sen. D’Amico della Margherita, alludendo al nome irriverente con cui è chiamata la seconda Camera spagnola.
Forse è per questa riluttanza al suicidio che i senatori hanno fatto mancare più volte il numero legale, provocando l’ira di Calderoli e facendo scattare l’ennesimo ricatto della Lega, che vuole a tutti i costi la riforma prima delle elezioni regionali, e perciò prima di Pasqua. Se dunque anche questa volta il ricatto funzionerà (“bastano cinque ore e mezzo di lavoro”, ha detto Berlusconi), la nuova Costituzione completerà tra poche ore la sua prima lettura parlamentare, quella nella quale le storture più vistose della riforma potevano ancora essere corrette. Dopo il voto del Senato, o la nuova Costituzione, con la sua seconda parte interamente rifatta, arriverà fino in fondo in questa forma, o non ci arriverà affatto. Ma quando questo avverrà dipende esclusivamente dai calcoli elettorali del presidente del Consiglio (si chiama ancora così) che deciderà se accorciare o allungare i tempi della seconda lettura parlamentare, da tre mesi ad un anno, unicamente in base a quelle che ritiene le sue convenienze, come del resto accade per tutto il resto, truppe in Iraq, tasse, ponte sullo Stretto ecc., che andranno avanti o indietro a seconda dei sondaggi e dei supposti vantaggi elettorali per il cavaliere.
Così anche la Costituzione della Repubblica è pronta ad essere scambiata per un piatto di lenticchie; se sarà elettoralmente conveniente, il trofeo sarà consegnato a Bossi prima dell’estate, così che il referendum costituzionale si svolgerebbe prima delle elezioni politiche del 2006; altrimenti i tempi della seconda lettura saranno ritardati, e la Lega continuerà a minacciare sfracelli.
Questo gioco sui tempi, che agita le acque della maggioranza di governo, è molto significativo, perché vuol dire che l’illusione della destra di un cambio di regime indolore, fatto senza che la gente se ne accorga, senza rischiare l’impopolarità, sta tramontando. La tattica dell’occultamento, del silenzio, della dissimulazione del sovvertimento della Repubblica dietro la maschera della “devolution” e del federalismo, ha funzionato per mesi, per anni, grazie anche alla complicità, o alla trascuratezza, o alla incredulità dei giornali, della TV, e della stessa sinistra; ma basta che il velo si squarci, che la vera natura della riforma si venga a sapere, perché l’opinione pubblica si allarmi, chieda di essere informata, si accorga di avere nella Costituzione un bene che sta per perdere e si prepari a combattere nel referendum, come possono attestare tutti quelli che in questi giorni girano l’Italia per difendere la Costituzione, a cominciare dal presidente Scalfaro, gratificato dal più totale silenzio-stampa. E mentre la gente si sveglia, l’operazione coperta, clandestina, intrapresa dalla destra si rivela perdente e indifendibile.
Una clamorosa conferma di ciò si è avuta nelle reazioni furenti che si sono scatenate contro Prodi quando infine ha denunciato questo “assalto alle istituzioni” proprio perché “nessuno possa dire domani che non sapeva, che non vedeva, che non capiva”. La virulenza delle contumelie rovesciate su Prodi, l’irrisione, la caricatura, la volontà di screditarlo e delegittimarlo, senza in nessun modo entrare nel merito della sua critica, da Berlusconi a Fini a Schifani, sono state così esacerbate e adirate da mostrare che non ce l’avevano con quello che Prodi aveva detto, ma col fatto che l’avesse detto, cioè che avesse rotto l’omertà, la finzione, l’inganno, e avesse detto: il Re è nudo.
Dunque è essenziale che si faccia chiarezza su quello che è il vero obiettivo della riforma: questo obiettivo è la Repubblica. Si è creduto o si è fatto finta di credere che la Lega avesse rinunziato al suo proposito di scardinare lo Stato, passando dal programma secessionista ai più miti consigli del federalismo. Ma il 12 marzo scorso Bossi ha detto al Corriere della Sera: “La devoluzione è la leva per scardinare il sistema. Fatto il federalismo politico, sarà difficile tornare indietro. Quando la gente potrà decidere i programmi, reclamerà i soldi per realizzarli”. Il fisco come tessuto connettivo dello Stato moderno; distrutto il fisco, è distrutto lo Stato. E nella manifestazione leghista di Verona contro il giudice Papalia, una lapide in marmo celebrava insieme la morte metaforica del procuratore-capo Guido Papalia, “con la morte della Repubblica italiana”.
Berlusconi invece non vuole dividere la Repubblica, ma unificarla sotto il proprio potere sovrano. Tale è la riforma che, proprio come ha detto Prodi, esautora il Presidente della Repubblica, umilia le Camere, limita il ruolo delle istituzioni di garanzia, espropria le opposizioni (perfino del voto in Parlamento), instaura la dittatura del primo ministro, e insomma trasforma la Repubblica parlamentare e rappresentativa nel feudo inalienabile di un monarca, benché ancora formalmente elettivo. Sicché non sarà nemmeno proponibile il paragone tra la nuova Costituzione e quella del 47 oggi vigente; il vero confronto dovrà farsi per analogia col precedente della legge 24 dicembre 1925 in cui venne istituito “il governo del re” esercitato dal “capo del governo, primo ministro, segretario di Stato”, che sanciva la subordinazione del Parlamento al potere esecutivo, sicché il capo del governo, primo ministro e segretario di Stato (e Mussolini aggiunse di suo: duce del fascismo), poteva far di nuovo votare e approvare senza discussione una proposta di legge rigettata da una Camera; fu quello l’inizio del regime. Quando Brecht si chiedeva nel suo dramma come era potuta avvenire “la resistibile ascesa di Arturo Ui”, ecco, era avvenuta così. E a chi non vuol sentir parlare di regime, basti dire che secondo la nuova Costituzione i poteri del primo ministro non incontrerebbero limiti istituzionali; e ciò è tanto vero che un difensore della riforma, il senatore di Forza Italia Vizzini, intervenendo al Senato ha esortato a non preoccuparsi per la “deriva bonapartista”, perché in ogni caso a frenare “il potere governante” interverrebbero “altri fattori di natura extraistituzionale, quale ad esempio la cultura politica dominante nel Paese”. Questo è dunque l’avversario nei cui confronti vuole affermarsi il nuovo potere, questo è l’antagonista contro cui la riforma è fatta: “la cultura politica dominante”, cioè la cultura democratica del Paese.
E in effetti è proprio questa che deve salvare la Repubblica. Anche ricordando che c’è uno specifico divieto costituzionale che rende radicalmente illegittima la riforma in corso d’opera: è l’art. 139 della Costituzione, l’ultimo, il quale stabilisce che ”la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale”. Ciò non riguardava i Savoia, a cui pensava un’altra norma, transitoria e finale, della Costituzione. Riguardava la forma repubblicana, cioè parlamentare e rappresentativa dello Stato, che è appunto quella che la riforma demolitrice, il cui obiettivo è la Repubblica, verrebbe a travolgere.
Sto ancora nel buio. E' stata quella di venerdì la giornata più drammatica della mia vita. Erano tanti i giorni che ero stata sequestrata. Avevo parlato solo poco prima con i miei rapitori, da giorni dicevano che mi avrebbero liberato. Vivevo così ore di attesa. Parlavano di cose delle quali soltanto dopo avrei capito l'importanza. Dicevano di problemi «legati ai trasferimenti». Avevo imparato a capire che aria tirava dall'atteggiamento delle mie due «sentinelle», i due personaggi che mi avevano ogni giorno in custodia. Uno in particolare che mostrava attenzione ad ogni mio desiderio, era incredibilmente baldanzoso. Per capire davvero quello che stava succedendo gli ho provocatoriamente chiesto se era contento perché me ne andavo oppure perché restavo. Sono rimasta stupita e contenta quando, era la prima volta che accadeva, mi ha detto «so solo che te ne andrai, ma non so quando». A conferma che qualcosa di nuovo stava avvenendo a un certo punto sono venuti tutti e due nella stanza come a confortarmi e a scherzare: «Complimenti - mi hanno detto - stai partendo per Roma». Per Roma, hanno detto proprio così.
Ho provato una strana sensazione. Perché quella parola ha evocato subito la liberazione ma ha anche proiettato dentro di me un vuoto. Ho capito che era il momento più difficile di tutto il rapimento e che se tutto quello che avevo vissuto finora era «certo» ora si apriva un baratro di incertezze, una più pesante dell'altra. Mi sono cambiata d'abito. Loro sono tornati: «Ti accompagniamo noi, e non dare segnali della tua presenza insieme a noi sennò gli americani possono intervenire». Era la conferma che non avrei voluto sentire. Era il momento più felice e insieme il più pericoloso. Se incontravamo qualcuno, vale a dire dei militari americani, ci sarebbe stato uno scontro a fuoco, i miei rapitori erano pronti e avrebbero risposto. Dovevo avere gli occhi coperti. Già mi abituavo ad una momentanea cecità. Di quel che accadeva fuori sapevo solo che a Baghdad aveva piovuto. La macchina camminava sicura in una zona di pantani. C'era l'autista più i soliti due sequestratori. Ho subito sentito qualcosa che non avrei voluto sentire. Un elicottero che sorvolava a bassa quota proprio la zona dove noi ci eravamo fermati. «Stai tranquilla, ora ti verranno a cercare...tra dieci minuti ti verranno a cercare». Avevano parlato per tutto il tempo sempre in arabo, e un po' in francese e molto in un inglese stentato. Anche stavolta parlavano così.
Poi sono scesi. Sono rimasta in quella condizione di immobilità e cecità. Avevo gli occhi imbottiti di cotone, coperti da occhiali da sole. Ero ferma. Ho pensato...che faccio? comincio a contare i secondi che passano da qui ad un'altra condizione, quella della libertà? Ho appena accennato mentalmente ad una conta che mi è arrivata subito una voce amica alle orecchie: «Giuliana, Giuliana sono Nicola, non ti preoccupare ho parlato con Gabriele Polo, stai tranquilla sei libera».
Mi ha fatto togliere la «benda» di cotone e gli occhiali neri. Ho provato sollievo, non per quello che accadeva e che non capivo, ma per le parole di questo «Nicola». Parlava, parlava, era incontenibile, una valanga di frasi amiche, di battute. Ho provato finalmente una consolazione quasi fisica, calorosa, che avevo dimenticato da tempo. La macchina continuava la sua strada, attraversando un sottopassaggio pieno di pozzanghere, e quasi sbandando per evitarle. Abbiamo tutti incredibilmente riso. Era liberatorio. Sbandare in una strada colma d'acqua a Baghdad e magari fare un brutto incidente stradale dopo tutto quello che avevo passato era davvero non raccontabile. Nicola Calipari allora si è seduto al mio fianco. L'autista aveva per due volte comunicato in ambasciata e in Italia che noi eravamo diretti verso l'aeroporto che io sapevo supercontrollato dalle truppe americane, mancava meno di un chilometro mi hanno detto...quando...Io ricordo solo fuoco. A quel punto una pioggia di fuoco e proiettili si è abbattuta su di noi zittendo per sempre le voci divertite di pochi minuti prima.
L'autista ha cominciato a gridare che eravamo italiani, «siamo italiani, siamo italiani...», Nicola Calipari si è buttato su di me per proteggermi, e subito, ripeto subito, ho sentito l'ultimo respiro di lui che mi moriva addosso. Devo aver provato dolore fisico, non sapevo perché. Ma ho avuto una folgorazione, la mia mente è andata subito alle parole che i rapitori mi avevano detto. Loro dichiaravano di sentirsi fino in fondo impegnati a liberarmi, però dovevo stare attenta «perché ci sono gli americani che non vogliono che tu torni». Allora, quando me l'avevano detto, avevo giudicato quelle parole come superflue e ideologiche. In quel momento per me rischiavano di acquistare il sapore della più amara delle verità.
Il resto non lo posso ancora raccontare.
Questo è stato il giorno più drammatico. Ma il mese che ho vissuto da sequestrata ha probabilmente cambiato per sempre la mia esistenza. Un mese da sola con me stessa, prigioniera delle mie convinzioni più profonde. Ogni ora è stata una verifica impietosa sul mio lavoro. A volte mi prendevano in giro, arrivavano a chiedermi perché mai volessi andar via, di restare. Insistevano sui rapporti personali. Erano loro a farmi pensare a quella priorità che troppo spesso mettiamo in disparte. Puntavano sulla famiglia. «Chiedi aiuto a tuo marito», dicevano. E l'ho detto anche nel primo video che credo avete visto tutti. La vita mi è cambiata. Me lo raccontava l'ingegnere iracheno Ra'ad Ali Abdulaziz di "Un Ponte per" rapito con le due Simone, «la mia vita non è più la stessa», diceva. Non capivo. Ora so quello che voleva dire. Perché ho provato tutta la durezza della verità, la sua difficile proponibilità. E la fragilità di chi la tenta.
Nei primi giorni del rapimento non ho versato una sola lacrima. Ero semplicemente infuriata. Dicevo in faccia ai miei rapitori: «Ma come, rapite me che sono contro la guerra?!». E a quel punto loro aprivano un dialogo feroce. «Sì, perché tu vai a parlare con la gente, non rapiremmo mai un giornalista che se ne sta chiuso in albergo. E poi il fatto che dici di essere contro la guerra potrebbe essere una copertura». E io ribattevo, quasi a provocarli: «E' facile rapire una donna debole come me, perché non provate con i militari americani?». Insistevo sul fatto che non potevano chiedere al governo italiano di ritirare le truppe, il loro interlocutore «politico» non poteva essere il governo ma il popolo italiano che era ed è contro la guerra.
E' stato un mese di altalena, tra speranze forti e momenti di grande depressione. Come quando, era la prima domenica dopo il venerdì del rapimento, nella casa di Baghdad dove ero sequestrata e su cui svettava una parabolica, mi fecero vedere un telegiornale di Euronews. Lì ho visto la mia foto in gigantografia appesa al palazzo del comune di Roma. E mi sono rincuorata. Poi però, subito dopo, è arrivata la rivendicazione della Jihad che annunciava la mia esecuzione se l'Italia non avesse ritirato le sue truppe. Ero terrorizzata. Ma subito mi hanno rassicurata che non erano loro, dovevo diffidare di quei proclami, erano dei «provocatori». Spesso chiedevo a quello che, dalla faccia, sembrava il più disponibile che comunque aveva, con l'altro, un aspetto da soldato: «Dimmi la verità, mi volete uccidere». Eppure, molte volte, c'erano strane finestre di comunicazione, proprio con loro. «Vieni a vedere un film in tv», mi dicevano, mentre una donna wahabita, coperta dalla testa ai piedi girava per casa e mi accudiva.
I rapitori mi sono sembrati un gruppo molto religioso, in continua preghiera sui versetti del Corano. Ma venerdì, al momento del mio rilascio, quello tra tutti che sembrava il più religioso e che ogni mattina si alzava alla 5 per pregare, mi ha fatto le sue «congratulazioni» incredibilmente stringendomi fortemente la mano - non è un comportamento usuale per un fondamentalista islamico -, aggiungendo «se ti comporti bene parti subito». Poi, un episodio quasi divertente. Uno dei due guardiani è venuto da me esterrefatto sia perché la tv mostrava i miei ritratti appesi nelle città europee e sia per Totti. Sì Totti, lui si è dichiarato tifoso della Roma ed era rimasto sconcertato che il suo giocatore preferito fosse sceso in campo con la scritta «Liberate Giuliana» sulla sua maglietta.
Ho vissuto in una enclave in cui non avevo più certezze. Mi sono ritrovata profondamente debole. Avevo fallito nelle mie certezze. Io sostenevo che bisognava andare a raccontare quella guerra sporca. E mi ritrovavo nell'alternativa o di stare in albergo ad aspettare o di finire sequestrata per colpa del mio lavoro. «Noi non vogliamo più nessuno», mi dicevano i sequestratori. Ma io volevo raccontare il bagno di sangue di Falluja dalle parole dei profughi. E quella mattina già i profughi, o qualche loro «leader» non mi ascoltavano. Io avevo davanti a me la verifica puntuale delle analisi su quello che la società irachena è diventata con la guerra e loro mi sbattevano in faccia la loro verità: «Non vogliamo nessuno, perché non ve ne state a casa, che cosa ci può servire a noi questa intervista?». L'effetto collaterale peggiore, la guerra che uccide la comunicazione, mi precipitava addosso. A me che ho rischiato tutto, sfidando il governo italiano che non voleva che i giornalisti potessero raggiungere l'Iraq, e gli americani che non vogliono che il nostro lavoro testimoni che cosa è diventato quel paese davvero con la guerra e nonostante quelle che chiamano elezioni.
Ora mi chiedo. E' un fallimento questo loro rifiuto?
Non è un atto formale l'adesione immediata della Cgil alla manifestazione di sabato prossimo per la liberazione di Giuliana, Florence, Hussein, tutti i rapiti e il popolo iracheno. Dal momento in cui si è diffusa la voce del rapimento della nostra inviata a Baghdad, i segnali da corso d'Italia non si sono fatti attendere. Già nella manifestazione promossa al Campidoglio dal sindaco di Roma Walter Veltroni, il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani aveva portato la sua solidarietà. Cgil non vuol dire soltanto il suo segretario e il gruppo dirigente nazionale. Cgil vuol dire categorie, come ad esempio la Fiom, i cui segretari sono subito venuti in redazione per dirci: siamo con voi, come possiamo aiutarvi? Cgil vuol dire decine di Camere del lavoro che hanno svolto un ruolo determinante nell'organizzazione di cortei, presìdi, sit-in, fiaccolate. E già da ieri, chi intende partecipare alla manifestazione - speriamo la festa per l'avvenuta liberazione di Giuliana - di Roma, è alla Camera del lavoro della sua città che telefona, per sapere se sono già stati organizzati pullman o treni. Guglielmo Epifani ha contribuito, anche personalmente, a non farci sentire soli in questo momento drammatico per la redazione del manifesto. Per questo gli abbiamo chiesto di spiegare ai lettori come questo momento viene vissuto nella sua organizzazione.
La Cgil sabato sarà a Roma con noi, per la pace e per la liberazione dei prigionieri in Iraq. Con quali contenuti e motivazioni?
E' presto detto: la solidarietà, che ci fa stare vicini a Giuliana, al manifesto e a chi svolge in Iraq il lavoro prezioso quanto pericoloso di raccontare la verità, parlando con la popolazione civile. La seconda ragione è che in questi momenti bisogna fare, tenere sveglia l'attenzione e viva la coscienza di tutti. Non si può restare fermi, dobbiamo mettere in campo tutto quel che possiamo. Anche per questo è necessario che tutte le componenti della società che in questi giorni trepidano per la sorte di Giuliana e gli altri rapiti restino unite e unite manifestino sabato prossimo. E' importante e positivo che l'intero sindacalismo confederale abbia aderito; sia pure con modalità diverse, anche la Cisl e la Uil saranno con noi sabato, e questo per la Cgil è un motivo di soddisfazione. Guai a restringere il fronte, e noi vogliamo contribuire ad allargarlo.
Battersi per la liberazione di tutti i giornalisti e le altre persone rapite non vuol anche dire battersi per la pace e contro la guerra in Iraq che non accenna a diminuire di intensità?
La situazione a Baghdad e in tutto l'Iraq è ben lungi dall'essere normalizzata. Lo dice la cronaca che resta tragica, senza nascondere il valore democratico delle elezioni che in qualche modo, e a prescindere dalla percentuale dei votanti, si sono tenute qualche giorno fa. Persino gli osservatori meno sospettabili di essere di parte ammettono che quel paese non è pacificato. Con un'aggravante: prima il terrorismo in Iraq non c'era, oggi c'è. C'è il terrorismo e c'è una forte resistenza. In questa situazione difficile si muovono anche bande di irregolari, magari interessate all'utilizzo dei rapimenti per estorcere soldi, al punto di colpire a caso.
Forse perché è più facile colpire un giornalista che opera sul campo, interroga la società civile e racconta come le persone vivono tra bombe e autobombe...
Certo, i giornalisti embedded corrono meno rischi dei giornalisti liberi. Ma in tutte le guerre chi fa informazione libera è nel mirino.
Le conseguenze di questa guerra e di quel che i nostri governanti chiamano dopoguerra confermano l'opposizione della Cgil alla soluzione militare, oppure oggi prevalgono altre considerazioni?
Ogni giorno di più è ribadita la fondatezza della nostra posizione: la guerra era una scelta sbagliata e l'Iraq che essa ha svelato conferma ciò che anche due anni fa era evidente: con forme di pressione interne ed esterne si sarebbe potuto far cadere il dittatore senza provocare migliaia di morti e tutti i disastri conseguenti alla guerra e all'occupazione.
Eppure, la politica estera del governo Berlusconi non è cambiata di una virgola.
Il profilo del nostro paese è curioso. Da una parte si fa esattamente tutto quello che Bush decide e pretende venga fatto, dall'altra resta viva la tradizionale apertura dell'Italia verso i paesi arabi. Berlusconi tende a nascondere la subalternità agli Usa per rivendersi l'altra immagine, ma a nessuno sfugge che l'Italia in questa emergenza non ha certo svolto il ruolo della Germania, della Francia e, in un secondo momento, della Spagna. Eppure, questi paesi dovrebbero essere i nostri primi interlocutori.
Dunque, ha fatto bene l'opposizione ad annunciare il voto contrario al rifinanziamento della missione?
Ha fatto una scelta semplicemente coerente e ovvia. Anche se un problema esiste e chiama in causa il ruolo delle Nazioni uniti: non si può lasciare l'Iraq nel vuoto.
Siamo molto contenti dell'adesione della Cgil alla manifestazione di sabato. E per onestà, devo dirti che ci aspettiamo che non si tratti di un atto formale: siete o non siete, anche da un punto di vista organizzativo il più importante sindacato italiano?
Per sabato garantiamo una forte presenza dell'organizzazione e abbiamo dato indicazione alle strutture di impegnarsi in una forte mobilitazione, perché l'appuntamento di sabato - che anche noi speriamo si trasformi in una festa per l'avvenuta liberazione di Giuliana - è un fatto importante per la nostra democrazia.
IL DIBATTITO sul laicismo è stato concluso due settimane fa su queste pagine e già si preannunciano altri qualificati interventi che ospiteremo volentieri e che saranno infine tutti raccolti in un volume che diffonderemo con Repubblica. Ma ora i laici - religiosi e non - sono chiamati a confrontarsi con un appuntamento quanto mai impegnativo: il referendum sulla legge numero 40 che tratta della procreazione medicalmente assistita. Una legge approvata poco più di un anno fa dopo un’incubazione assai lunga da una maggioranza trasversale nella quale al centrodestra, massicciamente favorevole salvo poche eccezioni, si affiancarono quasi tutti i cattolici militanti nello schieramento di centrosinistra.
Quella legge tuttavia, anche dopo la sua entrata in vigore, suscitò una folata di critiche argomentate e aspre, non solo da parte dell’opinione pubblica laica ma in particolare da parte della classe medica, degli scienziati, delle donne. Anche in questo caso dunque un arco trasversale di segno opposto a quello formatosi in Parlamento per l’approvazione della legge.
In queste condizioni fu relativamente facile la raccolta delle firme per l’indizione del referendum abrogativo, anzi di cinque referendum unificati poi dalla Corte di Cassazione e infine trasmessi alla Corte Costituzionale per l’approvazione di merito. Tre giorni fa la sentenza, che ha respinto il referendum mirante all’abrogazione totale della legge ed ha invece approvato gli altri quattro quesiti con i quali i promotori chiedono di cancellare alcuni articoli e cioè quelli contenenti il diritto del concepito equiparato in tutto ai diritti di persone già nate ed esistenti, i limiti posti alla ricerca scientifica sugli embrioni e l’uso delle cellule staminali a scopo terapeutico, i limiti alla procreazione degli embrioni e al loro impianto, il divieto dell’accertamento medico sulla sanità dell’embrione, il divieto alla procreazione eterologa cioè ottenuta utilizzando ovuli o seme forniti da persone estranee alla coppia ma ovviamente con il consenso della coppia stessa. Si tratta in sostanza degli architravi delle legge 40 ed è proprio su di essi che si erano orientate le critiche dell’opinione laica.
Il capo dello Stato, su parere del presidente del Consiglio, dovrà ora fissare la data del referendum che deve aver luogo in una domenica compresa tra il 15 aprile e il 15 giugno, a meno che nel frattempo il Parlamento non ridiscuta la legge 40 emendandola in modo da soddisfare i quesiti abrogativi proposti nel referendum.
Il dibattito sul merito è dunque destinato a riaccendersi, anzi si è già riacceso e verte sulle questioni inerenti e pertinenti ai quesiti di abrogazione.
Preliminare però all’analisi di tali questioni è l’esame della sentenza della Corte, possibile fin d’ora a lume di logica anche in assenza delle motivazioni che non sono ancora note. Ma il dispositivo ha una sua eloquenza e, se si può dir così, parla da solo.
Prima di inoltrarmi nell’esame delle suddette questioni sento tuttavia il dovere, come cittadino, di ringraziare le forze politiche che si sono impegnate nella raccolta delle firme per l’indizione del referendum e segnatamente il Partito radicale. Dai radicali mi dividono molte cose, a cominciare dal loro abuso di richieste referendarie che ha avuto il negativo effetto di logorare l’istituto e quasi di renderlo inviso agli elettori. Salvo nei casi in cui una consistente parte di essi rivendichi quei diritti che una legge può in ipotesi aver loro sottratto e voglia legittimamente riappropriarsene. I promotori del referendum adempiano in tal caso utilmente al ruolo di dare sbocco completo a quella volontà popolare, quale che ne sia poi l’esito istituzionale.
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Comincio con il preliminare, la sentenza della Corte.
Ha giudicato improponibile il referendum sull’abrogazione totale della legge 40, ma ha invece ritenuto validi e ammissibili i quattro quesiti miranti ad abrogare alcuni articoli della legge stessa. Perché? Quale può essere la "ratio" di questa complessa sentenza che al tempo stesso nega e concede? Secondo me la "ratio" è abbastanza chiara. Il Parlamento ha approvato una legge che detta criteri su una questione, la procreazione assistita, fino a quel momento priva d’una normativa e quindi soggetta ad abusi gravi, lesivi della salute e fonte anche di discriminazioni vistose tra abbienti e non abbienti nel ricorso alle risorse che la medicina genetica mette oggi a disposizione.
L’abrogazione totale della legge 40 avrebbe riportato a zero il faticoso iter parlamentare rinviando a chissà quando il recupero del suo impianto.
Ma continuiamo l’esame della sentenza. L’ammissibilità dei quesiti referendari accolti dalla Corte consente, almeno sulla carta, che il Parlamento intervenga subito, entro la scadenza referendaria, modificando la legge in modo tale da soddisfare i quesiti referendari. La Corte cioè ha tenuto conto, come doveva, sia dell’autonomia delle richieste di chi ha promosso il referendum abrogativo sia della sovranità legislativa del Parlamento e ha sentenziato di conseguenza.
In questo quadro la domanda se ora sia opportuno oppure no che il Parlamento modifichi la legge evitando il referendum mi sembra di secondario interesse. Se il referendum si farà e se dovessero vincere i "no" o se il quorum del 50 più 1 per cento non fosse raggiunto, la legge attuale risulterà confermata senza emendamenti. Se invece vincesse il "sì" o se la legge fosse emendata prima del referendum e allo scopo di evitarlo, avrebbero vinto in entrambi i casi i promotori del referendum stesso.
Queste sono le diverse possibilità teoriche.
Personalmente penso che il tempo disponibile per un intervento parlamentare immediato e soprattutto la voglia di farlo non vi siano. Andare al referendum mi sembra dunque la scelta più chiara e più rispettosa della sovranità popolare.
Il tema sovrastante su tutti gli altri quando si esamini il merito della questione sta comunque nella natura dell’embrione e se esso sia fin dalle prime ore di vita una "persona" titolare di diritti oppure un grumo di cellule evolutive, una persona "potenziale" ma una non-persona "attuale" e che quindi non possa usufruire di diritti soggettivi.
Le opinioni su questo punto capitale sono molto divise. Io non credo che l’embrione sia una persona e penso che la sua capacità evolutiva non sia un dato sufficiente ad attribuirgli diritti autonomi e conflittuali con altri diritti. Penso che l’embrione, prima che la sua capacità evolutiva da potenziale divenga attuale dotandolo di un minimo di organi biologici che lo configurino come soggetto, sia ancora interamente confuso con il corpo della madre e non distinguibile giuridicamente da lei e dalle sue determinazioni. Il legislatore può entro certi limiti condizionare tali determinazioni in funzione di un pubblico interesse, badando però a non annullare quel diritto soggettivo in nome d’un altro diritto conflittuale ma secondo me inesistente.
Mi rendo conto che questa opinione è, appunto, opinabile.
Legittima ma opinabile. Ci sono però altre considerazioni che vanno prese in esame. Le seguenti.
Chi decide di ricorrere alla fecondazione medicalmente assistita non avendo altre possibilità di procreare, desidera evidentemente dar vita ad un nuovo essere. Agisce dunque in favore di una nuova vita. Non si comprendono perciò le limitazioni che vengono poste a questa pulsione creativa e gli ostacoli che giocano obiettivamente contro la nascita di nuove vite e nuove persone. Nello scontro fin troppo aspro tra le varie opinioni, i cosiddetti "movimenti per la vita" di ispirazione cattolica hanno tacciato i loro avversari come "partito della morte". Non si rendono conto che una definizione del genere, oltre ad essere settaria, si presta ad essere rovesciata. Il partito della vita è quello che favorisce la realizzazione d’un desiderio che può condurre alla nascita di nuove creature o quello che pone ostacoli a quella realizzazione? E ancora: l’uso terapeutico di cellule staminali per combattere malattie mortali e quindi per salvare vite esistenti è un gesto in favore della vita oppure un gesto mortifero quando riceva quelle cellule preziose da embrioni in soprannumero?
Si tratta di questioni estremamente complesse e non risolvibili se si attribuisce al concepito, fin dal primo istante del concepimento, una personalità attuale e gli si attribuiscono diritti di intensità pari a quelli di cui sono portatrici le persone attualmente esistenti. Non solo.
L’attribuzione di tali diritti a una non-persona fa sì che il suo unico possibile delegato sia lo Stato. Ecco l’ultimo paradosso di questo modo di pensare: lo Stato, attraverso le norme da esso formulate, si attribuisce il diritto di decidere in nome del concepito contro il diritto soggettivo della madre e della coppia genitoriale. Lo Stato cioè distrugge diritti soggettivi arrogandosi la rappresentanza di un diritto soggettivo attribuito per legge ad un soggetto potenziale ma inesistente allo stato dei fatti.
A me sembra chiaro che lo Stato abbia un rilevante interesse a regolamentare i diritti soggettivi genitoriali in materia di procreazione medicalmente assistita; ma un interesse non è un diritto soggettivo e lo Stato non può esercitarlo per delega d’un gruppo di cellule vive ed evolutive quanto si voglia. Lo Stato può agire sulla base di un interesse proprio e della collettività che rappresenta, ma quell’interesse non giustifica in nessun caso la confisca e la soppressione di un diritto soggettivo senza che ciò configuri un gravissimo abuso di potere.
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Io non credo che le osservazioni sopra esposte siano superabili né credo che in questa discussione siano coinvolti e lesi principi religiosi. La religione difende il principio della vita, ma anche i non-religiosi lo difendono se non altro seguendo l’impulso alla sopravvivenza della specie. I religiosi difendono la vita dell’embrione, ma anche i non religiosi la difendono; si è mai visto o udito qualcuno che auspichi una sistematica strage di embrioni? Il problema nasce quando, in nome di persone potenziali si inventano diritti confliggenti con quelli di persone esistenti e si fanno soggiacere i secondi rispetto ai primi. Questo, appunto, è il paradosso contenuto nella legge 40 e a questo paradosso vogliono porre rimedio i quesiti referendari che la sentenza della Corte ha giudicato ammissibili. In nome della vita. In nome dei diritti intangibili della persona. In nome del dovere di curare persone ammalate di morbi mortali. In nome della libera ricerca scientifica.
Lo Stato può regolamentare l’esercizio dei diritti inalienabili degli individui, ma non può sopprimerli né confiscarli e non può attribuirsene la rappresentanza senza trasformarsi in uno Stato totalitario. Quanto alla religione, essa può raccomandare ai credenti comportamenti ritenuti coerenti con i principi della fede ma non può neppure tentare di imporli a una libera comunità senza con ciò violare quella "laicità" che dovrebbe rappresentare il terreno comune di tutti coloro che hanno a cuore la civile e ordinata convivenza.
Fassino, ripensaci: guarda le prove di questi crimini
di Piero Sansonetti
Leggete l'articolo di Sabina Morandi, che pubblichiamo qui sopra e a pagina 2, e provate a restare calmi. Come si fa? Questi hanno raso al suolo Fallujah e arrostito la sua popolazione, e in quegli stessi giorni i loro capi, dalle Tv di tutto il mondo, tuonavano sulla democrazia da esportare, sui valori dell'Occidente, sul cristianesimo, sulla libertà, sui diritti dei bambini e delle donne, sulla legalità internazionale, sul Burqa, sull'arretratezza dell'Islam. Va bene il cinismo della politica, ma c'è un limite oltre il quale il cinismo diventa ributtante, e l'indignazione supera gli schieramenti, i punti di vista, le divisioni tra destra e sinistra. Possibile che i capi politici degli Stati Uniti, a cominciare dal presidente, non sapessero quale operazione militare si stesse svolgendo a Fallujah? Non sapessero che gli Stati Uniti stavano usando le armi chimiche - illegali, illegalissime - contro la popolazione civile, bambini, donne, persone inermi e indifese, esattamente come le aveva usate Saddam, atrocemente, contro i curdi?
Il documentario che la televisione italiana manda in onda stamattina, di nascosto, poco dopo l'alba, non lascia spazio a nessun dubbio. L'esercito degli Stati Uniti, a Fallujah, si è macchiato di gravissimi crimini di guerra e ha usato, senza parsimonia, le armi di distruzione di massa. Capite il paradosso? Gli americani hanno spiegato al mondo che andavano in Iraq per smantellare le armi proibite di Saddam - armi feroci, illegali, inumane - ma invece quelle armi Saddam non le possedeva (e gli americani sapevano che non le possedeva) e le possedevano invece gli americani, che le hanno portate in Iraq e le hanno usate per sterminare gli iracheni di Fallujah.
I crimini di guerra perpetrati dall'esercito degli Stati Uniti ci rimandano indietro di anni e anni. Ai momenti peggiori del Vietnam, alla famosa strage di May Lay (1968) alla seconda guerra mondiale, alle atrocità dei tedeschi, a Hiroshima. Saranno giudicati da qualche tribunale internazionale? No, gli Stati uniti non riconoscono tribunali internazionali.
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Questi documenti agghiaccianti arrivano in Italia negli stessi giorni nei quali, inopinatamente, una parte del centrosinistra, e precisamente il segretario dei Ds Piero Fassino, torna a mettere in discussione la linea del ritiro immediato delle truppe italiane dall'Iraq. Fassino lo ha fatto con una intervista alla Stampa nella quale ha assunto una posizione appena un po' più filoamericana di quella dell'ultimo Berlusconi (quello che sostiene che lui è stato sempre contrario alla guerra....). Ha detto che il ritiro delle truppe italiane sarà possibile solo se concordato con le autorità britanniche e statunitensi.
Io spero che Fassino stamattina si svegli presto e possa vedere la televisione alle sette e mezzo (terza rete). La certezza che le truppe di occupazione americane hanno commesso gravissimi crimini di guerra, la certezza che si sono macchiate degli stessi delitti dei quali hanno accusato Saddam, la sfrontatezza con la quale hanno tentato di coprire tutto ciò, rendendo inaccessibile Fallujah ai giornalisti, persino ai giornalisti amici, tutto questo servirà a un ripensamento? Voglio dire: in che modo, con la costituzione italiana alla mano, si può ritenere legittima la partecipazione del nostro esercito a una forza di occupazione militare di un paese straniero, sotto il controllo americano, e cioè degli ufficiali responsabili di atroci crimini?
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Abbiamo discusso in redazione se pubblicare alcune delle immagini terrificanti che dimostrano il massacro compiuto dagli americani. Abbiamo deciso di pubblicare una sola fotografia (mettendo altro materiale sul sito di Liberazione online) per un motivo semplice: gli americani continuano a negare di avere usato gli ordigni al fosforo bianco, mentre queste foto dimostrano il contrario: si vedono i corpi di alcune vittime, squagliati dal fosforo, senza che i loro indumenti siano neppure bruciati, perché questa è la caratteristica del fosforo: annientare la vita e non le cose.
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Complimenti alla Rai che ha prodotto un pezzo straordinario di vero giornalismo. Ma al tempo stesso viva protesta nei confronti della Rai per la decisione di mandare questo documento in onda in modo quasi clandestino. E' chiaro che ci sono state pressioni politiche fortissime, e anche comprensibili; però ci sono delle volte che di fronte al gran lavoro dei nostri giornalisti la politica deve passare in seconda linea.
Evviva! Vince l'Italia! Impregilo ha trionfato nella gara internazionale del general contractor per il Ponte sullo stretto di Messina. Ed era una gara vera, aperta a tutti, con l'espressione general contractor a mostrare la buona volontà dei proponenti di essere veramente cosmopoliti, gente globale. Ma nessun costruttore straniero ha gareggiato: paura, evidentemente. Nel testa a testa con l'unico concorrente, Astaldi, Impregilo ha avuto la meglio, ma nessuno del ramo aveva dubbi che sarebbe finita così. Impregilo ha molto bisogno di contratti e anche quello, soprattutto cartaceo, relativo al progetto per il Ponte, fa comodo. Da qui il maxi ribasso del 16% operato sul prezzo base di tutta l'opera, mentre Astaldi, con il suo ribassetto del 2% mostrava di non avere una vera intenzione di vincere. Non tutti sono interessati alle gatte da pelare. Quanto poi alla costruzione vera e propria, si tratta di un altro paio di maniche. Per ora verrà apprestato un ulteriore progetto, detto definitivo, poi si vedrà. La previsione generale è che abborracciato un progettone, si darà luogo a un paio di pose di prime pietre, con la gradita partecipazione del presidente Silvio Berlusconi. Le immancabili malelingue mettono in relazione la campagna con le prime pietre, come se queste ultime ne facessero parte integrante.
A elezioni concluse, si vedrà. Le solite malelingue di prima insinuano che sarà difficile strappare in anticipo all'Unione un chiaro impegno a non farne niente. A dire con precisione: né un uomo né un soldo per quell'opera sbagliata, per quell'inutile e pericoloso monumento che è il Ponte sullo stretto di Messina. Probabilmente c'è qualcuno, che pensandosi furbo, ragiona così: i voti di quelli contro li abbiamo già; ora si tratta di agganciare qualcuno di quelli a favore. Ma non è così che si vincono le elezioni; e sarebbe comunque una vittoria senza onore.
Soldi per il Ponte, come si capirà nella finanziaria, non ce ne sono. La società del Ponte è tutta pubblica, tutta del Tesoro, tutta di Tremonti. (Fintecna + Rete ferroviaria + Anas). Dovrebbe anticipare tutto l'importo, aumenti compresi, nel deserto creditizio formato dalle banche che rifuggono dall'impresa di finanziamento del Ponte, considerandola sballata. E poi aspettare un tempo indefinito - cinquant'anni? - perché i quattrini anticipati ritornino. E' un Ponte fatto così.
«Al punto in cui siamo - dice Andrea Monorchio, con un senso dello stato che gli fa onore - è impossibile non fare il Ponte. Lo stato pagherebbe a causa delle penali cifre equivalenti alla costruzione del Ponte». Monorchio, che dello stato era un tempo ragioniere generale è ora il presidente di Infrastrutture spa, una delle società pubbliche coinvolte nel finanziamento delle grandi opere. Noi non crediamo che questo sia vero, non crediamo che lo stato debba pagare penali enormi per dei pezzi di carta. Ma se anche fosse, la dignità vale di più dei miliardi di euro. In ogni caso, basterebbe una dichiarazione ferma, da fare subito di fronte a tutti, senza equivoci: «Nessun ponte sul mare tra Scilla e Cariddi».
Ma davvero è stato il Generale Agosto a sconfiggere l’appello di Paolo Flores d’Arcais e di altri intellettuali a candidare alle primarie un esponente della «stagione dei movimenti»? E davvero di quella stagione non è rimasto quasi più niente, poche gocce di benzina e basta per un centrosinistra destinato a vivere ormai di apparati di partito? Antonio Padellaro ha già dato la risposta fondamentale: il popolo protagonista di quella stagione ha scelto di votare Romano Prodi.
Ma è utile aggiungere qualche altra nota su passato e presente per dare un senso più preciso agli scenari attuali; e per aiutarci a non consegnare né a Berlusconi né alle oligarchie di partito l’immagine di un’Unione senza ossigeno civile.
Torniamo dunque per un attimo all’origine: all’urlo di Moretti, ossia al canonico punto di svolta (e di lancio) di quella stagione. Quella sera di febbraio del 2002 a Piazza Navona le migliaia di persone presenti non erano venute a sentire il regista, il cui intervento fu in realtà uno spettacolare fuori programma. Avevano invece raccolto l’invito alla mobilitazione per una «legge uguale per tutti» di quaranta parlamentari dell’Ulivo. I quali da mesi percepivano il rischio di farsi risucchiare da quello che Gramsci chiamava il «cretinismo parlamentare», ossia la conta imbelle di maggioranze e minoranze mentre la democrazia viene spolpata. Una risposta all’altezza della prima sequenza di leggi della vergogna, così si pensava, sarebbe stata possibile solo con il sostegno di un movimento di popolo. Era il ritorno sulla piazza (come a Firenze e Milano nelle stesse settimane) dopo una lunga stagione di latitanza. Per quei tempi fu un successo, che si avvalse anche dell’aiuto organizzativo di una sezione Ds del centro di Roma. Sul palco venne dato ampio spazio agli esponenti della società civile. Chiuse Moretti con la sua frase iconoclasta («Con questi dirigenti non vinceremo mai»). E suscitò un’ovazione ed effetti tonificanti. Ma resta il dato di fatto: sin dall’inizio parlamentari e società civile procedettero appaiati (nelle loro espressioni più vitali) nell’impegno per difendere le ragioni della democrazia e della decenza istituzionale.
La stessa manifestazione di piazza San Giovanni nacque sull’onda di una forte mobilitazione intorno al Senato (anche allora era agosto...) in cui, dopo un’occupazione notturna dell’aula della commissione Giustizia, si realizzò una indimenticabile fusione tra rappresentanti delle istituzioni e movimento. Di più: l’appuntamento del 14 settembre vide un impegno diretto di tutta l’opposizione (che saggiamente rinunciò a promuoverlo in proprio per facilitare una partecipazione dei cittadini trasversale agli schieramenti politici).
Come dimenticarlo? Per preparare la manifestazione in molte città vennero messe a disposizione le sedi politiche, le feste de l’Unità brulicavano di banchetti per l’organizzazione del viaggio a Roma, non ci fu associazione vicina a questo o quel partito che non si sentisse direttamente impegnata a portare almeno «un pullman a Roma». Non ci fu insomma, quella volta, la nascita di un popolo alla ricerca di una nuova rappresentanza politica. Semplicemente, da un lato si mobilitò un’Italia più incline all’associazionismo civile; dall’altro si espresse al meglio la nuova natura dei partiti, assai più fluidi e sciolti di una volta. Più disposti a «stare nei movimenti» in virtù di una somma di convinzioni individuali e in virtù di direttive centrali.
Non fu l’unico grandioso momento di quella stagione. Il sabato primaverile dei tre milioni di Cofferati, il febbraio successivo con altri tre milioni per la pace, segnarono un ciclo di partecipazione senza precedenti nella storia d’Italia, con cifre da fare impallidire il pur mitico Sessantotto.
Poteva durare all’infinito? Certamente no. I grandi movimenti si formano per combinazioni chimiche irripetibili allestite dalla Storia (da noi, pare, a cicli quasi decennali: ’68-’72, ’77, ’90-’93, 2002-’03). Questo spiega perché, fuori da quelle combinazioni chimiche, una nuova san Giovanni oggi non sia pensabile neanche per la SalvaPreviti, che pure è dieci volte peggio della Cirami. E perché oggi, diciamo dal lodo Schifani in poi, si lamentino vuoti politici su una sponda o sull’altra.
Talvolta con i cittadini più attivi che si sentono privi di una adeguata rappresentanza politica. Altre volte con i parlamentari più sensibili che si percepiscono, nei vuoti di attenzione dell’opinione pubblica, alla stregua di liberi professionisti dell’opposizione. E tuttavia sarebbe sbagliato non cogliere il dato di fondo di questa quiete apparente dell’agosto 2005. Essa in fondo si è prodotta anche perché, da quel 2002, il centrosinistra ha infilato una vittoria elettorale dopo l’altra così che oggi il popolo dei movimenti guarda soprattutto a come potrà, dopo quella dura fase di resistenza, portare al governo i propri valori.
Certo, se qualcuno scommise, dopo il Palavobis, all’interno e all’esterno dei movimenti, sulla frana dei partiti del centrosinistra e dei suoi gruppi dirigenti anziché su un rapporto dialettico tra partiti e movimenti, puntò cioè su un processo di sostituzione affinché su un processo di scambio e osmosi, allora la delusione è legittima. Perché quei famosi dirigenti, nonostante tutto, anche grazie alla (provvidenziale) spinta critica dei movimenti, hanno vinto per ora tutte le prove. Non solo, ma proprio uno dei protagonisti del Palavobis, Roberto Zaccaria, è stato recentemente eletto a Milano nel collegio di Bossi a testimonianza che il rapporto dialettico c’è stato e ha funzionato anche a distanza di tempo.
Ma se la delusione nasce dall’atteggiamento attuale verso le primarie, essa davvero non appare giustificata. Per il semplice e solare fatto che quel popolo dei movimenti che per decine di manifestazioni ci ha chiesto unità (e rispetto per il patrimonio di entusiasmo che ci offriva) ha già deciso di votare Romano Prodi. Perché lo considera il punto di unità più avanzato possibile e dunque, anche per questo, il candidato che offre più possibilità di vittoria. E perché vuole, con il proprio voto alle primarie, metterlo al riparo da eventuali, sempre possibili, «congiure di palazzo» o pretestuose divisioni una volta che dovesse andare al governo.
Quanto alla presenza, nella competizione di ottobre, di esponenti della «stagione dei movimenti», essa, per onore di cronaca, ci sarà comunque. Ivan Scalfarotto (e gliel’ho detto con sincera chiarezza) non avrà il mio voto. Ma è indubbio che con «adottiamo la Costituzione» è stato attivo in tutta l’esperienza milanese nei momenti dell’onda alta e ha poi continuato a Londra con «Libertà e Giustizia»; non avrà notorietà o influenza mediatica, ma mi sembra onesto riconoscergli i titoli acquisiti sul campo, fra cui quello di averci messo almeno la faccia direttamente.
Su un punto decisivo Flores ha però ragione. Ed è che occorre fare di tutto perché gli elettori del centrosinistra sentano che il loro voto non servirà solo a battere Berlusconi. Che sentano che «vale la pena» votare per l’Unione. È questa una preoccupazione condivisa da molti, anche nei partiti, se è vero che iniziano a essere un po’ troppe, sia in sede locale sia in sede nazionale, le docce fredde che arrivano addosso a chi non aspetta altro che una svolta nei valori e nei metodi della politica. Che le primarie siano dunque il luogo giusto per dire che il popolo del centrosinistra c’è, partecipa ed è attento. Dopo sarà più facile, o meno problematico, ottenere che le scelte delle candidature esprimano una domanda di cambiamento.
Dopo sarà più facile, o meno problematico, avere un governo in cui possa riconoscersi il popolo che in quel cruciale 2002-2003 ha chiesto a voce più alta un’Italia civile, libera e pulita.
ROMA — «Libero fischio in libero Stato, diceva Sandro Pertini, e io sono assolutamente d'accordo». Piero Sansonetti, direttore di Liberazione, non si scandalizza per la rumorosa accoglienza che Bologna ha riservato a Giulio Tremonti: «E' sbagliato indignarsi».
Approva il comportamento della folla?
«I fischi sono sempre legittimi, i sassi mai. Invece di scandalizzarsi, bisognerebbe interrogarsi sul perché questo avvenga e avere più rispetto per i sentimenti di persone che da 25 anni aspettano delle risposte».
Quindi, fosse stato in piazza, si sarebbe unito alla contestazione?
«Ci sono mille buone ragioni per fischiare Tremonti, ma è ovvio che stavolta non ce l'avevano direttamente con lui. Ha pagato la colpa di essere un governante, e i governanti sono stati sempre fischiati in quella piazza, e di essere di destra, perché alla destra viene addebitata la strage».
Ma lei avrebbe fischiato o no?
«No. O meglio, avrei fischiato Tremonti solo in quanto rappresentante di tutti i governi dal 1980 ad oggi, compresi quelli di centrosinistra».
Però Cofferati e Bolognesi avevano chiesto una cerimonia composta e anche secondo Prodi sarebbe stato meglio evitare le contestazioni.
«E' andata così, non facciamone un dramma. Invece di insultare chi fischia bisogna capirne le ragioni, tenere conto delle emozioni della piazza».
La Casa delle libertà parla di odio, accusa la sinistra di strumentalizzare queste manifestazioni in funzione anti-Berlusconi.
«Era tutta la piazza a fischiare e comunque anche i governanti di centrosinistra in passato sono stati contestati. Ripeto: è necessario comprendere il clima di sdegno per una strage di cui ancora non si conoscono i mandanti e di cui ora si vorrebbero mettere in dubbio pure gli esecutori».
Si riferisce alla «pista araba» di Cossiga?
«Allora lui era presidente del Consiglio e uno dei massi dirigenti della Democrazia cristiana, è coinvolto in quegli anni terribili in cui la destra faceva politica tirando le bombe contro la sinistra. Se sa qualcosa di vero lo dica, altrimenti abbia il buon gusto di tacere».
Quindi non è d'accordo con chi chiede la riapertura del processo?
«Non mi pare ci siano fatti nuovi. Piuttosto è ora di eliminare il segreto di Stato, cosa di cui il centrosinistra dovrà farsi carico se tornerà al governo. Anzi, mi chiedo perché non l'abbia già fatto».
Ci sono mille buone ragioni per prendersela con Tremonti, ma questa volta ha pagato solo la colpa di essere un governante. Più rispetto per i sentimenti delle persone che attendono risposte da 25 anni
In quattro anni, dal 2001 a oggi, i prezzi dei servizi bancari sono cresciuti del 38%, i prezzi dell'assicurazione sulle auto del 31%, ristoranti e alberghi del 18 e 15%, rispettivamente. I prezzi dei prodotti industriali, invece, sono aumentati solo del 6%, meno di 1,5% l'anno.
Questa diversa crescita dei prezzi si è puntualmente riflessa in una diversa redditività delle aziende. Un'analisi svolta dai ricercatori di Unicredit mostra che nel settore dei servizi il rendimento prima delle imposte (misurata dalla mediana dei rapporti tra utile e patrimonio netto, «roe») è stato, nel 2003, superiore al 20%, con punte del 33% nelle attività immobiliari e nei servizi professionali. Al confronto, la redditività preimposte delle aziende manifatturiere è stata del 13%.
Osservano i ricercatori di Unicredit: «I settori che sono in grado di generare maggiori profitti sono quelli meno esposti alla concorrenza o che operano in regime di quasi monopolio, come le utilities (ove operano la maggior parte delle grandi imprese e che spiega almeno in parte il loro recupero di redditività), mentre i settori più esposti alla concorrenza, in particolare l'industria manifatturiera, ha sofferto una sensibile riduzione degli utili». In Germania, dove l'inflazione è un terzo che in Italia, per salvaguardare il potere d'acquisto dei salari, basta che questi crescano dell'1% l'anno: in Italia devono crescere tre volte di più. Il risultato è che in pochi anni la quota delle nostre esportazioni sul commercio mondiale è scesa dal 5 al 3% e non per colpa dell'euro, perché nello stesso periodo le imprese tedesche hanno guadagnato, se pur leggermente, quote di mercato. E' il trasferimento di ricchezza dal settore produttivo dell'economia a chi vive di rendita che sta affossando l'industria italiana.
Non bisogna poi sorprendersi se molti imprenditori si spostano verso i servizi e se i giovani scelgono corsi di laurea che li avviano a professioni protette.
Perché in Italia c'è tanta acquiescenza verso le posizioni di rendita? Perché è tanto difficile liberalizzare i servizi e spostare la tassazione in modo da colpire meno il lavoro e più la rendita immobiliare e finanziaria? Un po' dipende dal fatto che molte delle imprese protette sono ancora in parte pubbliche. Finché lo Stato incassa ricchi profitti dalle aziende di luce e gas, che interesse ha a privatizzare e liberalizzare? Tassare i cittadini attraverso il caro-tariffe è politicamente meno costoso che tassarli con le imposte. Forse non è un caso che dal Dpef approvato ieri sia scomparso ogni riferimento agli incassi previsti da privatizzazioni.
Ma vi è un motivo ancor più preoccupante. L'Italia invecchia rapidamente e gli anziani vivono del rendimento della ricchezza finanziaria e immobiliare accumulata in una vita. Più aumenta il numero degli elettori anziani, più cresce il partito di coloro che si oppongono a una tassazione favorevole al lavoro e meno alla rendita. Un mese fa il ministro dell'Economia fece una battaglia sacrosanta per ridurre gli oneri sociali, tassando di più case e Bot. Di questa battaglia nel Dpef di ieri non c'è più traccia.
Le elezioni si avvicinano per tutti. Piero Fassino, formatosi a Torino, nel cuore industriale dell'Italia, conosce certamente le fabbriche ma proprio da lui ci saremmo aspettati una posizione più chiara sui danni che le rendite - anche quelle immobiliari - provocano al Paese.
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Molte delle critiche all´Europa – sia da destra che da sinistra – si basano sull´assunto che in una società e in una politica europeizzate possa avvenire un ritorno all´idillio nazional-statale. Ovunque risuona la lamentazione secondo cui l´Europa è una burocrazia senza volto; l´Europa distrugge la democrazia; l´Europa seppellisce la pluralità delle nazioni. In questa critica, per quanto sommariamente formulata, c´è qualcosa di giusto; essa però diventa problematica in quanto parte da presupposti erronei e si impiglia in una falsa alternativa. Ovviamente, si può e si deve criticare la politica dell´Unione Europea e il suo deficit di democrazia. Ma questa critica è insidiosa se muove dal principio dell´ontologia nazionale: senza nazione, niente democrazia.
Il tarlo si nasconde nella logica nazional-statale (e non nella realtà dell´Europa), poiché in base ad essa un´Europa post-nazionale non può che essere – in termini di pura logica dei concetti – un´Europa post-democratica, secondo il motto: "Quanta più Europa, tanto meno democrazia" (Ralf Dahrendorf).
Questa argomentazione è sbagliata per tutta una serie di motivi – e in essa si possono anche evidenziare le limitatezze dello sguardo nazionale. In primo luogo, i suoi sostenitori disconoscono il fatto che la via dell´Europa alla democrazia non è e non può essere identica al concetto e alla modalità nazional-statali della democrazia, che invece esso applica come criterio all´Unione Europea. In termini storici, l´europeizzazione è qualcosa di concettualmente diverso e questo emerge già dal fatto che l´Unione Europea è costituita da stati democratici, ma a sua volta non è uno stato nel senso tradizionale del termine. Così, in secondo luogo, sorge la questione se i modelli di democrazia sviluppati per lo stato moderno si possano applicare all´Unione Europea o se per la legittimazione democratica della politica europea non vadano applicati altri modelli di democrazia, ossia modelli post-nazionali.
Entrambe le cose, vale a dire l´assolutizzazione del modello nazional-statale di democrazia e il fatto che venga disconosciuta la particolare via storica verso una – certo, ancora del tutto insufficiente – democratizzazione dell´Europa si fondano sulla chimera nostalgica, che assolutizza la dimensione nazionale. Corrispondentemente, questa illusione di un ritorno al buon, vecchio stato nazionale non domina affatto soltanto le menti limitate dei reazionari. Anche gli spiriti più colti e raffinati, così come i teorici politici più riflessivi, si aggrappano a questa fede nazional-statale. Mentre l´Europa e i suoi ex stati nazionali si intrecciano, si mescolano, si compenetrano, cioè mentre nelle società degli ex stati nazionali non c´è più nemmeno un angolo libero dall´Europa, nelle teste regna più che mai l´immaginazione nostalgica della sovranità nazional-statale. Essa diventa uno spettro sentimentale, un´abitudine retorica, nella quale cercano rifugio gli impauriti e i disorientati. Ma non è possibile alcun ritorno allo stato nazionale in Europa, poiché tutti gli attori sono inseriti in un sistema di dipendenze al quale potrebbero sottrarsi solo a costi estremamente elevati. Ormai, dopo cinquant´anni di europeizzazione, i singoli stati e le singole società sono capaci di agire soltanto nella sintesi europea.
La seconda chimera ampiamente diffusa in Europa, ossia la chimera neoliberista, in sostanza muove, come la chimera neonazionale, dall´assunto secondo cui sarebbe possibile e sufficiente integrare l´Europa sul terreno economico. Una progressiva integrazione sociale e politica sarebbe non solo inutile, ma anche dannosa. In base a questa idea l´Europa non dovrebbe essere nient´altro che un grande supermercato che ubbidisce esclusivamente alla logica del capitale. In questo modo, però, si disconosce il fatto che tra la neoliberalizzazione e la neonazionalizzazione dell´Europa sussiste un nesso sotterraneo: la creazione di un mercato europeo, di un´unione monetaria europea e i primi passi verso la costruzione di un comune ordinamento giuridico fanno venir meno proprio quella prospettiva di sussidiarietà che ha legittimato questo progetto europeo, suscitando in molti riflessi difensivi neonazionalistici. Infatti, la retorica della competitività globale ha pervaso la modernizzazione europea. All´insegna dell´ "integrazione dei mercati" si è scatenato il processo di una modernizzazione che cancella confini e fondamenti; esso ha tolto validità alle premesse nazional-statali della democrazia parlamentare, dello stato sociale e del compromesso di classe. Il discorso sulle "riforme" si immiserisce a una progressiva deregulation dei mercati.
Per lungo tempo lo sviluppo neoliberista dell´Europa è stato sostenuto da un consenso delle élites europee, ma fin dall´inizio la cooperazione tra i mercati regolata a livello sovrastatale è stata intesa e praticata come fattore di conciliazione. L´unità realizzata su questo minimo denominatore comune economico e il superamento dei confini nazionali con la "forza dell´economia", generalizzati a soluzione ideale neoliberista, hanno fatto sì che i fondamenti sociali e politici del progetto europeo rimanessero sottosviluppati. Certo, le sinistre europee hanno richiamato i capitoli sociali del trattato di Maastricht, che difendono la giustizia sociale contro il potere dell´economia. Tuttavia, i principi della razionalità economica generano una dinamica esattamente opposta: le possibilità statali di controllo e di organizzazione vengono minimizzate e gli stati membri vengono vincolati a una politica finanziaria, economica e fiscale che lega loro le mani. La cosa più dolorosa è forse la mancanza di mezzi efficaci per contrastare la disoccupazione – anche attraverso la destatalizzazione neoliberista, decantata come miracolosa. Nell´Europa neoliberista l´eliminazione dei deficit di bilancio e il principio della stabilità dei prezzi sono diventati i veri criteri in base ai quali commisurare la crescita o il declino.
Questa Europa minimale neoliberista non ha economicamente senso e non è politicamente realistica. I mercati non vengono soltanto costituiti politicamente, ma necessitano anche di una continua correzione politica per poter funzionare effettivamente. Se queste politiche di correzione dei mercati a livello europeo non sono possibili o non sono volute, a lungo andare ne risentirà non soltanto l´economia europea, ma il progetto europeo nel suo insieme. Infatti, le contraddizioni e le inadeguatezze dell´Europa minimale neoliberista non possono essere neutralizzate politicamente; al contrario, verranno messe allo scoperto e strumentalizzate politicamente in particolare dal risorgente populismo di destra. Esso trae forza, non ultimo, dalla chimera neoliberista, secondo la quale l´Europa potrebbe essere realizzata come un´Europa impolitica dei mercati, che lascia intatti i vecchi contenitori sociali nazional-statali. Con l´allargamento ad Est e con la votazione sulla Costituzione si affaccia la chimera degli Europei, poiché la scelta di campo per una sempre maggiore integrazione comporterà una pesante concorrenza per una Germania e una Francia economicamente indebolite e i veri problemi si porranno ai margini dell´Unione Europea, nei rapporti con i Balcani, con l´Europa post-sovietica e con il mondo arabo e musulmano.
Senza dubbio l´Europa necessita della critica, ma non di una critica cieca dinnanzi alla realtà, nostalgica, basata su chimere. Abbiamo bisogno di una teoria critica dell´europeizzazione, che sia radicalmente nuova ma nello stesso tempo si ponga in continuità con il pensiero e la politica europei. Essa sviluppa a fondo la semplice convinzione che le soluzioni comuni sono più fruttuose dei percorsi solitari nazionali. L´Europa della differenza non minaccia, ma rinnova e trasforma le nazioni e gli stati europei, aprendoli all´era globale. Questa Europa può perfino diventare una speranza per la libertà in un mondo turbolento.
(Traduzione di Carlo Sandrelli)
Il trionfo inglese dell’anatra azzoppata
Né i nostri centristi né i nostri riformisti hanno ragione: chi ha realmente vinto in UK è la sinistra. Da la Repubblica dell’8 maggio
MAGGIOR parte della stampa italiana e dei commentatori politici che ne illustrano le pagine ha salutato il risultato delle elezioni britanniche come una vittoria storica di Tony Blair, il leader che ha conquistato il terzo mandato consecutivo per sé e per il suo partito senza nulla concedere agli elettori del Labour anche se questa inflessibilità gli è costata un prezzo elevato in termini di seggi parlamentari e di carisma personale. "Così fanno i grandi statisti: quando avvistano un obiettivo che coincide con l´interesse generale del paese mantengono la barra del timone e alla fine ottengono rispetto e consenso", questo scrivono ammirati i nostri columnist.
Diversa, molto diversa, è stata invece la valutazione dei giornali inglesi di cui ha dato conto ieri Bernardo Valli con una precisa analisi di quanto è accaduto nella giornata elettorale di giovedì.
Il giudizio pressoché unanime del Guardian, dell´Independent, del Times e dell´Economist è che Blair sia stato ridotto dagli elettori a un´anatra azzoppata, che il suo terzo governo non durerà che pochi mesi e che nel frattempo dovrà cambiare molti punti del programma con il quale si era presentato alle urne. La sua maggioranza ai Comuni, che era di oltre 161 seggi, si è ridotta a 66, la percentuale dei voti ricevuti è arretrata dal 41 al 36 contro il 33 dei conservatori e il 23 dei liberaldemocratici. In sostanza più della metà degli elettori ha votato contro il premier; un dato che i meccanismi dell´uninominale secco non può comunque nascondere e che ha fornito a Blair una scialuppa di salvataggio costruita e guidata dal cancelliere dello scacchiere Gordon Brown, suo successore in pectore molto prima (prevedono gli analisti inglesi) di quanto lo stesso Blair abbia previsto.
I commenti italiani hanno una loro spiegazione: essi badano assai poco al significato inglese delle elezioni inglesi. Gli interessa molto di più trarre un significato italiano. Ma purtroppo per loro commettono un grossolano errore: se trattassimo gli attuali rapporti di forza italiani con la legge elettorale inglese, il Polo berlusconiano sarebbe spazzato via al punto da creare una situazione addirittura imbarazzante dal punto di vista della rappresentanza democratica.
Quanto all´inflessibilità della leadership blairiana i dubbi sono anche maggiori. Il premier riconfermato non deve aver letto i commenti encomiastici dei suoi ammirati cisalpini, visto che, subito dopo il deludente risultato, ha dichiarato: «Ho compreso il messaggio degli elettori. D´ora in poi darò il massimo ascolto alle loro richieste». Si può star certi che lo farà anche perché, se continuasse ad ignorarle, la fronda laburista e l´opposizione liberaldemocratica sarebbero in grado di costringervelo.
* * *
Alcuni politici di casa nostra, sia pure con discordanti e talora opposte finalità, a proposito delle elezioni inglesi hanno sentenziato che nelle urne di giovedì "ha vinto il centro" aggiungendo che Blair ha ottenuto il terzo mandato perché il Labour ha cambiato elettorato e chi lo vota non è più di sinistra. Queste apodittiche conclusioni portano la firma di Follini, di Enrico Letta, di Rutelli, ma anche di Prodi, Fassino, D´Alema (che però non parlano di «centro» ma di «vittoria riformista») e infine di Bertinotti che ovviamente dà alla (supposta) vittoria del "centro" un senso dispregiativo.
Ma di quale centro si tratta? Di quale riformismo? Bisogna stare molto attenti al senso delle parole e alla loro effettiva corrispondenza con i fatti reali. Di questi tempi infatti le trappole lessicali possono produrre danni, errori e fraintendimenti molto azzardati.
I conservatori inglesi non sono un partito di centro.
Rappresentano una destra alquanto ammuffita, poco liberale, pochissimo democratica. Sulla politica estera hanno fornito a Blair più di una stampella ai Comuni. La loro più memorabile battaglia è stata quella contro l´abolizione della caccia alla volpe. Del resto, nel corso di due mandati e mezzo, la "Lady di ferro" fece in loro nome tutto il lavoro che c´era da fare lasciandoli disoccupati per un gran numero d´anni, che non sono ancora interamente trascorsi. Non sono certo di centro i conservatori inglesi, eppure hanno ottenuto un consistente aumento di consensi.
Il che non ha impedito che il loro leader si dimettesse all´indomani delle elezioni: conservatori ma molto perbene.
Qui da noi fatti di questo genere non si sono quasi mai visti (salvo il D´Alema dopo le regionali del ´99).
I liberaldemocratici sono un partito di centro? Formulo meglio la domanda: si collocano alla destra o alla sinistra di Blair? Sulla guerra irachena si sono costantemente schierati contro di lui e contro Bush. È di centro questa posizione? Soprattutto si sono schierati contro di lui perché sulle motivazioni di quella guerra (preventiva) il premier ha mentito al Parlamento. Questa è anche una delle ragioni per cui il 5 per cento degli elettori ha abbandonato il Labour.
Non solo e forse non tanto per la guerra, ma per la menzogna in luogo pubblico con la quale è stata motivata.
Capisco che in Italia un´accusa del genere sarebbe accolta da clamorose risate ma in Gran Bretagna non è così. Chi viene scoperto in flagrante bugia dinanzi ai Comuni viene marcato e pagherà lo scotto. Non si può fare. Ecco perché Blair è un´anatra azzoppata. (Berlusconi, altro che azzoppato, sarebbe da tempo un leader in carriola).
Forse i liberaldemocratici sarebbero di centro nella politica economica? Non mi pare. Diciamo che vogliono servizi pubblici più efficienti e sono disposti, come Blair e come Brown, a stanziare maggiori risorse per sanità, trasporti, scuola, stringendo le spese, a cominciare da quelle militari.
Diciamo (ma lo dicono loro stessi) che sono liberali di sinistra. Dunque, per loro autentica autodefinizione, col centro hanno ben poco a che fare.
Tant´è che nei prossimi mesi li vedremo spesso votare con i laburisti di sinistra contro il governo.
Gordon Brown è di centro? Non direi. Quando si scontrò con Blair dieci anni fa per la guida del partito, Brown aveva il vecchio Labour nel cuore e ce l´ha ancora, così dice.
Con la testa ne ha aggiornato l´approccio sociale: la middle class non è rappresentata dai sindacati e perciò spetta al Labour rappresentarla. La middle class vede che la scuola pubblica inglese è uno sfascio, i trasporti ferroviari privati sono uno sfascio, la sanità alterna punti di eccellenza con punti di degrado, le diseguaglianze non sono diminuite dopo nove anni di governo laburista.
L´economia va meglio che in Europa continentale, ma i timori di recessione lambiscono anche le bianche scogliere di Dover.
Se il vero esponente della middle class è oggi Brown perché Brown è il leader che dà sicurezza alle paure di impoverimento delle frange deboli della classe di mezzo; se Brown è il vero artefice di una vittoria elettorale ottenuta con la somma algebrica d´un consenso alla politica sociale e di un dissenso sulla guerra irachena e sulle menzogne che l´hanno motivata; se queste due affermazioni riflettono la realtà dei fatti, allora è sbagliato affermare che giovedì in Gran Bretagna ha vinto il centro.
Per la semplice ragione che il centro non c´è.
Il centro non c´è più in nessuna società evoluta.
Semmai esistono molti centri che si manifestano in diverse situazioni, si intersecano, si combattono, le stesse persone e gli stessi gruppi sociali sono al tempo stesso su posizioni radicali, moderate, conservatrici, progressiste, pacifiste, interventiste. Non c´è più uno specchio ma un prisma: queste sono le società di oggi.
Due punti restano fermi e costituiscono un discrimine: la spinta verso la libertà che metta a rischio la spinta verso l´eguaglianza e addirittura provochi il suo contrario, è una posizione di destra e non di sinistra. La spinta che soppianti lo Stato di diritto con l´arbitrio della maggioranza non è né democratica né liberale.
Blair ha avuto molti meriti, soprattutto quello di cercare un welfare inclusivo in un´economia dinamica. Ma avuto anche molti demeriti. Soprattutto quello di prendere decisioni di estrema importanza contrarie ai sentimenti e alle convinzioni della larga maggioranza della pubblica opinione. Questo modo di agire non è lungimirante. Non si governano società complesse senza la partecipazione, manipolando il consenso sulla base di bugie e false informazioni.
Il risultato è dunque denso di insegnamenti per tutti.
* * *
Post scriptum. C´è ancora qualcuno che sostiene la tesi di un Iraq dove le cose si stanno mettendo finalmente sulla buona strada. Blair per esempio la pensa ancora così e lo dice. Anche Bush la pensa così, ma questo è ovvio.
Berlusconi non credo abbia ferme opinioni in materia, ma si adegua e promette che i nostri militari saranno presto in condizioni di tornare in patria «naturalmente d´accordo con gli alleati e con il governo iracheno». Il commento più pertinente su questa posizione l´ha fatto Andreotti in Senato in occasione del voto sulla fiducia: «Queste condizioni le vedremo realizzarsi tra qualche generazione».
È giusto non mescolare il doloroso caso Calipari con il ritiro delle truppe italiane dall´Iraq, ma è altrettanto giusto incalzare il governo a predisporre autonomamente la strategia di uscita dall´Iraq fissando
Anche se si trattava di elezioni locali, i risultati delle Regionali hanno messo in luce un vero e proprio andamento di carattere nazionale che va al di là delle specificità del confronto interno alle singole regioni. Ne consegue l'impressione diffusa che il valore politico della consultazione prevalga in larga misura su quello amministrativo. Lo suggerisce specialmente la notevole omogeneità territoriale di molti fenomeni, dalla variazione nella partecipazione all'intensità degli spostamenti di voto, sino, in certi casi, alle differenziazioni tra capoluogo ( ove il candidato del centrodestra ha generalmente più difficoltà) e resto della regione.
Da questo punto di vista, la novità più significativa, rispetto a tante consultazioni precedenti, sta nel fatto che questa volta si sono manifestati dei veri e propri spostamenti diretti da una coalizione all'altra e non solo da e per l'astensione. Ilvo Diamanti ha efficacemente definito questo fenomeno «la fine della glaciazione dell'elettorato italiano» .
Per la verità, alcuni di questi flussi erano già occorsi in occasione delle Europee dell'anno scorso: ma, certo, non in maniera così evidente. Non è dunque un caso, forse, se più di un quinto dei votanti afferma di avere individuato solo negli ultimi giorni il partito da scegliere. E se un altro 13% dice di averlo fatto appena qualche settimana prima.
Quanti manifestano una standing decision , dichiarando di avere deciso «da sempre» la forza politica da preferire, costituiscono ormai solo grosso modo un terzo dei votanti. La mobilità potenziale è assai elevata, così come lo è, di conseguenza, l'indecisione.
La vittoria del centrosinistra è fuori di dubbio. Se si raffronta il risultato di quest'anno con quello delle Regionali del 2000, si rileva che, a parità di partecipazione, complessivamente, il centrodestra ha perduto circa 2 milioni di voti e che altrettanti ne ha guadagnati il centrosinistra.
Ma è errato parlare genericamente di sconfitta del centrodestra. Lo possono fare i politici della coalizione, per evitare di accentuare ulteriormente i conflitti interni. I dati mostrano però come FI abbia subito una erosione molto maggiore dei suoi alleati. La Lega ha addirittura incrementato il proprio seguito. Anche per questo, forse, Fini e Bossi sono assai meno restii di Berlusconi all'ipotesi di elezioni anticipate.
Se poi si raffronta il dato odierno con quello delle Politiche del 2001, si evidenzia anche il ruolo giocato dall' astensionismo, che è tradizionalmente maggiore nelle elezioni amministrative. Anche in questo caso, i dati suggeriscono che esso abbia colpito in misura più ele vata il centrodestra e ancor più FI, mentre il centrosinistra è riuscito in larga parte a recuperare il calo comunque dovuto alla diminuzione complessiva dei votanti con l'afflusso di voti dall' esterno.
E' vero dunque che il consenso per il centrodestra e per FI, in particolare, si è progressivamente eroso attraverso un passaggio verso il non voto da parte degli elettori « delusi » della CdL.
Ma è vero anche che, in questa occasione, esso è diminuito in misura rilevante anche a causa di defezioni verso l'opposizione. Una prima stima, basata sull'analisi dei dati disponibili sin qui, suggerisce che il centrode stra abbia perduto circa il 20% dei consensi ricevuti nel 2001, con una ripartizione grosso modo eguale tra passaggi verso il fronte opposto e verso l'astensione, ma con una prevalenza di questi ultimi.
Resta da chiedersi come mai si sia aspettato il risultato elettorale delle Regionali per prendere atto del fatto che la relazione tra la CdL e l'elettorato si era, ormai da diverso tempo, incrinata.
Già le elezioni Europee, svoltesi grosso modo un anno fa, avevano mostrato come il centrosinistra ottenesse, sia pure di poco (300 mila voti), più consensi di quanto non riuscissero a fare, nel loro insieme, le forze di governo. E, ancora prima, lo evidenziavano i dati di sondaggio, anche quelli pubblicati sul Corriere della Sera . Che, da molti mesi, documentavano il vantaggio dei partiti dell'opposizione in termini di intenzioni di voto e che, anzi, indicavano nelle ultime settimane una sorta di recupero da parte della CdL. Ciò che potrebbe fare ipotizzare che le cose sarebbero andate assai peggio per le forze di governo se, per assurdo, si fosse votato a gennaio subito dopo la delusione (giustificata o meno) conseguente alla promessa riduzione della pressione fiscale. Sembra paradossale che Berlusconi, che ha insegnato agli altri politici l'uso delle ricerche di opinione e ne ha fatto apprezzare l'importanza, questa volta non ne abbia tenuto sufficientemente conto.
ROMA - Se non potesse apparire di cattivo gusto Stefano Rodotà quasi quasi si lascerebbe scappare che tutta la storia di Laziomatica e dei computer del Comune di Roma violati è, dal punto di vista dell´astrazione teorica, la conferma di quanto lui ha sostenuto tante volte in questi anni d´esperienza come Garante della privacy. Dice Rodotà: «Sono rimasto profondamente colpito perché ho avuto la prova empirica che la tutela dei dati personali è uno snodo fondamentale per la democrazia. E deriva da qui l´enorme responsabilità di un´istituzione come la nostra».
È davvero convinto che una brutta vicenda di ladroneria informatica possa essere così rivelatrice?
«Ci sono almeno tre risvolti inquietanti che mi hanno turbato profondamente sin dalle prime indiscrezioni di cronaca. Al gradino più basso c´è la notizia di un grave episodio di pirateria informatica che si manifesta con l´intrusione illegittima all´interno di una banca dati; subito dopo si pone un problema di garanzie visto che la gestione di una materia così delicata era stata affidata dalla Regione Lazio a un soggetto esterno; infine c´è la disciplina dei dati che è condizione fondante per la democrazia. Dell´avvenuta violazione stanno discutendo tutti, della garanzia dei dati si occupa l´ufficio del Garante, ma è necessario che l´opinione pubblica rifletta bene sui rischi di quanto è accaduto».
Perché questa vicenda è così grave?
«Spesso si dice che le norme sulla privacy riguardano fatti e aspetti minori, secondari, strettamente legati alla singola persona, invece il caso Laziomatica dimostra che la protezione dei dati non è fine a se stessa, non attiene al singolo che cerca di proteggere il suo orticello, ma riguarda gli organi che prendono decisioni sulla vita dei cittadini. In questo senso, la disciplina dei dati è alla base del corretto funzionamento della democrazia ed è la garanzia per l´uguaglianza tra i cittadini. Basta pensare alle conseguenze che si scatenerebbero qualora venissero violati i dati relativi alla salute e se, di conseguenza, una persona venisse discriminata a vantaggio di un´altra».
Chi sottovaluta la tutela della privacy compie un grossolano errore?
«Bisogna mettere da parte le tesi riduzionistiche, quelle che vorrebbero meno protezione, dimostrando che il rigore nella tutela dei dati non è un fatto egoistico, ma è di vitale importanza per assicurare un buon funzionamento del sistema politico».
È la ragione che l´ha spinta, nonostante il suo incarico sia giunto alla conclusione, a intervenire ugualmente sulla Laziomatica?
«Ci siamo mossi perfettamente in tempo. Risalgono a mercoledì le prime notizie della violazione, e giovedì era già in programma l´ultima riunione ufficiale del nostro collegio che ha subito deciso di far partire un´ispezione. Si è mosso il nucleo della Guardia di finanza che da tre anni lavora con l´ufficio del Garante. È un gruppo altamente specializzato».
Quest´intervento ispettivo non rischia di duplicare, e quindi disturbare o addirittura interferire, con l´indagine della procura?
«Ma noi operiamo anche per incarico della procura di Roma, e quando i risultati del nostro lavoro saranno pronti, essi verranno subito trasmessi alla magistratura».
Che obiettivo specifico si pone la vostra inchiesta?
«Innanzitutto dobbiamo chiarire le modalità della violazione, scoprire chi ne è il responsabile, quantificare che ampiezza ha avuto la penetrazione nel sistema informatico dell´anagrafe».
Questi non sono gli obiettivi di piazzale Clodio, per cui lavorano anche al Viminale, dove il ministro ha promosso un´indagine?
«Noi dobbiamo andare al di là del fatto specifico. Per questo raccoglieremo elementi per una valutazione molto più ampia e complessiva. Per esempio c´interessa scoprire come fosse configurata la situazione ancor prima dell´intrusione. Chi, all´interno della Laziomatica, era autorizzato all´accesso? E quali categorie di dati poteva ottenere? I dati inaccessibili per i tecnici della Laziomatica potevano essere acquisiti anche da altri ma con accessi legittimi? C´erano sufficienti misure di sicurezza?».
Definirebbe la vostra una sorta di doppia indagine?
«Sì, è una definizione corretta. Da un lato cercheremo di capire come si sono svolti i fatti, dall´altro lavoreremo sul contesto alla luce delle regole che tutelano la privacy. In questa vicenda, tra l´altro, è coinvolta una società privata e ciò rende la nostra attenzione sul trattamento dei dati ancor più scrupolosa. Giusto a febbraio, presentando al Senato la relazione conclusiva del garante, mi ero soffermato sui delicati aspetti dell´outsourcing. Quando, nella gestione dei dati intervengono soggetti esterni all´amministrazione, allora le garanzie debbono essere molto più elevate perché il rischio di distorsioni e di deviazioni è assai più rilevante».