La legge per le coste sarde ora al vaglio della Consulta
Soru difende la sua creatura: «Ci proibiscono di far bene» La Corte costituzionale avrà tre mesi per decidere sul ricorso
Cinque minuti prima delle 13 il Consiglio dei ministri si è messo di traverso alla legge sulle coste voluta, primo fra tutti, da Renato Soru. Come anticipato ieri dall'Unione Sarda, il Governo Berlusconi, a dieci giorni dalla decorrenza dei termini per opporsi alla legge regionale 8/2004 ("Norme urgenti di provvisoria salvaguardia per la pianificazione paesaggistica"), ha sollevato la questione di legittimità.
Uno scontro vero e proprio tra poteri dello Stato. L'articolo 127 della Costituzione affida alla Corte costituzionale il compito di dirimere la controversia. L'altro giorno erano stati tredici sindaci della Sardegna (in testa i primi cittadini di Olbia e Cagliari, Settimo Nizzi ed Emilio Floris) a sollecitare una presa di posizione del Governo. Per il ministro per gli Affari regionali Enrico La Loggia, che ha proposto il provvedimento, approvando la legge sulle coste la Regione è andata oltre le sue competenze.
Il ministro. A chi ci vede uno scontro politico bello e buono il ministro di Forza Italia replica sostenendo che «il Governo non poteva fare diversamente che impugnare la legge, così come si è fatto per qualunque altra materia e per qualsiasi altra Regione di qualunque colore. Semplicemente», afferma La Loggia, «abbiamo fatto un'analisi molto scrupolosa di decisioni prese dalla Regione che presentavano evidenti aspetti di illegittimità costituzionale perché sforavano di molto le competenze dello statuto regionale della Sardegna e abbiamo agito di conseguenza».
La notizia, già prima dei lavori del Consiglio dei ministri, era data per scontata, ma nessuno ha voluto fare commenti prima dell'ufficialità. Alle 15.06 un flash dell'Ansa scatena le reazioni del centrosinistra e degli ambientalisti, per lo più a livello nazionale. Parla solo Soru. La maggioranza alla Regione si astiene dal fare commenti. Poco prima delle nove di sera la replica è in un comunicato del presidente della Giunta.
«Dalla lettura delle motivazioni non si capisce che cosa vuole dire il Governo. La Regione», scrive Renato Soru, «tutela troppo o troppo poco il suo territorio? Può disporre di una delle sue risorse fondamentali, l'ambiente, oppure non deve farlo perché il Governo pensa di poterne fare una tutela migliore? E in attesa che lo faccia, dobbiamo assistere impotenti alla distruzione definitiva di questo bene?». Il presidente della Giunta aggiunge: «Credevo che il compito del Governo fosse quello di sopperire a una mancanza di tutela, e non di proibire a una Regione di farlo bene e per proprio conto. Mettono in discussione i poteri e la nostra autonomia speciale in maniera anacronistica, quando una Regione a statuto ordinario, la Toscana, solo pochi giorni fa ha avuto riconosciute le competenze in materia di tutela del patrimonio artistico e culturale, e ha ottenuto questo risultato nonostante l'opposizione del Governo. Questo ci incoraggia nella rivendicazione del nostro diritto di programmare responsabilmente l'uso delle nostre risorse in funzione dello sviluppo».
Ancora Soru: «Credo che siamo dalla parte giusta e a leggere le motivazioni non mi viene nessun dubbio su quello che abbiamo fatto. Il ricorso è così singolare in quella prima parte, che spinge a pensare che l'intento del Governo sia quello di bloccare la norma che impedisce che la Sardegna diventi la piattaforma eolica del Mediterraneo. Dopo le servitù militari non può esserci imposta anche la servitù eolica nazionale. E dopo, cos'altro?».
La legge. Dopo un primo vincolo imposto dalla Giunta con una delibera del 10 agosto, i provvedimenti sulle coste sono diventati legge con un voto del Consiglio il 25 novembre scorso, arrivato dopo un aspro confronto in aula. Il centrodestra, prima ancora del dibattito, aveva contestato la legittimità del provvedimento. Per la Giunta il provvedimento è nato dall'esigenza di riempire il vuoto normativo determinato dall'annullamento da parte del Tar e del Consiglio di Stato di 13 dei 14 Piani paesaggistici territoriali.
Stando alla legge 8, la Giunta dovrà approvare entro un anno il Piano paesaggistico regionale. Il terzo di dieci articoli dispone il blocco degli interventi nella fascia costiera dei 2 chilometri, ad eccezione dei Comuni con il Puc approvato e del Ptp del Sinis. La legge fissa limiti anche per l'installazione di nuovi impianti eolici.I tempi.
Il Governo ha dieci giorni per depositare il ricorso nella cancelleria della Corte costituzionale. La Consulta fissa l'udienza in discussione entro novanta giorni dal deposito del ricorso stesso. Solo nel caso in cui la Corte ritenga che «l'esecuzione dell'atto impugnato possa comportare il rischio di un irreparabile pregiudizio all'interesse pubblico», accorcia i tempi. Nel caso la discussione viene fissata in 30 giorni e il dispositivo della sentenza depositato entro 15. Per la legge sarda si seguirà certamente la prassi ordinaria.
Pioggia di commenti
Gli ambientalisti: uno scandalo Pili: legge dannosa
Il mondo ambientalista è in subbuglio, a Cagliari e a Roma. «La decisione del Governo è semplicemente scandalosa», afferma Ermete Realacci, dirigente di Legambiente e membro dell'esecutivo della Margherita. «Il Governo dei condoni e della sanatoria dell'abusivismo edilizio impugna una legge che tutela il paesaggio, la bellezza e l'identità dell'Isola. Chiederemo un immediato confronto in Parlamento».
Non è più tenero Alfonso Pecoraro Scanio, presidente del Verdi. «Siamo al salva-cantiere, ovviamente quello di casa Berlusconi. Il centrodestra mostra, ancora una volta, una straordinaria miopia nei riguardi della questione ambientale». Parla di «vergogna» anche Sergio Gentili, esponente della direzione nazionale Ds e portavoce di Sinistra Ecologista. «È un atto di prepotenza che colpisce l'autonomia di una Regione a statuto speciale». Per il segretario di Rifondazione comunista, Fausto Bertinotti, ieri a Cagliari, «non sarebbero intervenuti se avessero deciso di devastare le coste con la speculazione. Il loro federalismo è laissez faire, la devastazione dell'economia e della società. La nostra difesa dell'autonomia è la difesa della terra».
Il ministro per gli Affari regionali Enrico La Loggia parla di «polemiche strumentali e becere». Per il leader del centrodestra sardo, Mauro Pili, «è un atto dovuto per una legge fatta dal centrosinistra contro la Sardegna e contro i sardi. I personaggi che si ergono a difensori della Sardegna sono gli stessi che hanno imposto il parco del Gennargentu fatto di vincoli capaci solo di bloccare lo sviluppo contro le popolazioni locali. Ai signori del centrosinistra nazionale che si occupano della Sardegna solo per le vacanze», aggiunge Pili, «dico che non ci saranno oasi di Stato, così come hanno sempre pensato di trasformare la Sardegna in questi anni».
Per Eugenio Murgioni, sindaco di Castiadas e consigliere regionale di Fortza Paris, «la Giunta, nonostante i proclami e le belle parole, ha operato in questo campo con troppa fretta e superficialità. Al nuovo esecutivo manca un progetto globale e anche la capacità di perseguire singoli obiettivi». Diversa la posizione di Linetta Serri, presidente dell'Anci Sardegna: «Non conosco le motivazioni, anche se mi sembrano difficili da trovare. Un'impugnativa all'Alta corte può avvenire solo per un eccesso di potere. Non mi sembra che questo sia avvenuto. Parlerei piuttosto, anche per la competenza esclusiva della Regione in materia urbanistica, di una volontà centralistica che non è condivisibile. Un rigurgito di centralismo che giudichiamo in modo del tutto negativo».
Settimo Nizzi, sindaco di Olbia, si gode il momento: «Siamo assolutamente felici, soprattutto perché si farà finalmente chiarezza. Da subito noi abbiamo sollevato il problema dell'incostituzionalità della legge. Quando un Governo impugna un provvedimento, non lo fa a cuor leggero, ma con il supporto degli uffici, che non danno una lettura di parte. Sarà la Corte costituzionale, nella quale riponiamo la massima fiducia, ora, a poter decidere liberamente».
Vincenzo Tiana e Roberto Della Seta, presidenti regionale e nazionale di Legambiente, pongono la stessa fiducia nella Consulta, «affinché venga garantita, come impone la Costituzione, la tutela del territorio e del paesaggio». Per Wwf Italia «si è scatenata la pretestuosa polemica di tutte quelle forze politiche che hanno rifiutato qualsiasi seria limitazione alla politica del cemento».
Ma per Giorgio La Spisa, capogruppo di FI in Consiglio regionale, «l'impugnazione è un atto che il Governo nazionale ha sicuramente valutato con la massima attenzione, per verificare la fondatezza dei rilievi di illegittimità da più parti segnalati. Adesso la competenza a giudicare passa dalle sedi politiche a quelle della giurisprudenza costituzionale: una sede autorevole e neutrale rispetto alla dialettica tra i partiti».
Per Gianni Biggio, presidente di Confindustria Sardegna, «il Governo si è preso un bel rischio. Se la Consulta dovesse dar ragione alla Regione, per Soru sarebbe un colpo eccezionale. Non sono comunque sorpreso dalla decisione del Governo, troppi i dubbi sollevati da più parti. Di sicuro», conclude Biggio, «questo gran parlare non ci giova. Servono dialogo e serenità. Per il bene di tutti». (e. d.)
Le motivazioni del Consiglio dei ministri: nel mirino il blocco della fascia costiera e l'eolico
«Quelle norme sono illogiche e irrazionali»
Il Governo mette all'indice, al primo punto del provvedimento di impugnazione, alcuni passaggi degli articoli 3 (Misure di salvaguardia) e 4 (Interventi ammissibili), commi 1 e 2, della legge regionale 8/2004. L'articolo 3 stabilisce il blocco di 18 mesi nella fascia di 2 chilometri dalla battigia, che scende a 500 metri nelle isole minori. Fanno eccezione i Comuni con i Puc approvati e il Ptp 7, nel Sinis. Il divieto (articolo 3) riguarda «nuove opere soggette a concessione ed autorizzazione edilizia», nonché «quello di approvare, sottoscrivere e rinnovare convenzioni di lottizzazione».
Per il Governo queste norme «risultano illogiche e manifestamente irrazionali», in contrasto con l'articolo 3 (tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge) e 97 (imparzialità dell'amministrazione) della Costituzione. «I criteri adottati», si legge nel provvedimento del Consiglio dei ministri, «che non trovano giustificazione in alcuna valutazione paesistica, non sono tali da soddisfare le finalità di tutela perseguite, sia per quanto riguarda i limiti fissati entro i quali è vietata la realizzazione di nuove opere, sia per la previsione delle deroghe ad esclusione da tali divieti».
Per gli stessi motivi «è censurabile» l'articolo 7: dice che gli interventi pubblici possono essere autorizzati dalla Giunta. Contestato, al punto 2 del provvedimento, il comma 3 dell'articolo 8: dispone che fino all'approvazione del Piano paesaggistico regionale, «è fatto divieto di realizzare impianti di produzione di energia eolica, salvo quelli precedentemente autorizzati», nel caso in cui, però, lo stato dei lavori abbia già comportato un'irreversibile modificazione dello stato dei luoghi. In caso contrario, anche se autorizzati, gli impianti devono essere sottoposti a valutazione di impatto ambientale.
«Tali disposizioni», sostiene il Governo, «eccedono dalla competenza statutaria di cui agli articoli 3 e 4 dello Statuto speciale di autonomia, ponendosi in contrasto con l'articolo 117, comma 2, lettera s, della Costituzione, che riserva allo Stato la competenza esclusiva in materia di tutela dell'ambiente e dei beni culturali». La legge regionale 8 viola il decreto legislativo 387/2003, che recepisce una direttiva europea sulla promozione dell'energia prodotta da fonti rinnovabili, «laddove prevedono che tali fonti sono considerate di pubblica utilità». (e. d.)
LezioniBolognesi
La legalità, quale, a quali condizioni va difesa: un altro contributo alla discussione di un tema difficile. Da l’Unità del 7 novembre 2005
C’è un tale polverone, mediatico e di bombe, attorno a Bologna, che rintracciare i fili di un ragionamento si è fatto molto difficile. Ma Bologna e il suo sindaco sono così importanti, per il centrosinistra e per tutto il Paese, che non arrendersi ai polveroni è urgente e necessario: senza lasciarsi invischiare dai «cui prodest?», ma anche senza alzare i toni di una riflessione che può affermare le proprie ragioni solo pacatamente. E magari sollevando lo sguardo un po’ sopra le beghe quotidiane per tentare di rivolgerlo alla politica, nella sua accezione più ampia. Nessuno, in nessuna sinistra, pensa o sostiene che l’illegalità sia un valore in sé, e dunque le affermazioni sull’obbligo di applicare le leggi trovano una indiscussa concordia.
Ma molti hanno in testa l’idea che compito della politica - cioè di tutti e di ciascuno - sia forzare l’esistente e le sue leggi in una direzione di progresso. Ricordano, per esempio, che sono stati necessari decenni di scioperi «illegali» perché lo sciopero diventasse un diritto. Per esempio, è grazie a quattro scapestrati radicali, che cominciando a praticare aborti medicalmente assistiti e sicuri si posero al di fuori delle norme allora vigenti, che l’interruzione volontaria della gravidanza ha trovato accoglienza in una legge dello Stato, la 194. Per esempio, è grazie al gesto semplice ed eversivo di una donna che si mise a sedere in una zona dell’autobus che le era interdetta, che il movimento dei neri d’America ebbe impulso, e provocò modificazioni anche legislative dell’assetto esistente. E, dando spazio ai ricordi e alle storie, si potrebbe parlare di occupazione delle terre, di rifiuto delle cartoline-precetto, di una miriade di episodi che hanno mutato le leggi e il costume. Quando ancora non esistevano i «disobbedienti», abbiamo chiamato tutto questo «disobbedienza civile»: e l’aggettivo faceva largamente aggio sul sostantivo, definendo una qualità e un valore. E se è vero che oggi tutto è più confuso, anche il linguaggio, e che molte parole d’ordine di un tempo non funzionano più, bisognerà pur fare uno sforzo per non fermarsi al primo e più piatto significato della parola «legalità».
Una dozzina d’anni fa (sembra un secolo), nacque un Coordinamento delle città per la lotta all’esclusione sociale, che aveva come primo obiettivo lo scambio di esperienze innovative in un settore che stava crescendo in progressione geometrica, e stava diventando esplosivo. Quel Coordinamento fu poi incongruamente accantonato dai governi di centrosinistra, ma forse sarebbe utile tornare ad individuare uno strumento analogo di informazione e conoscenza: perché ancora un esempio il problema oggi scottante a Bologna delle convenzioni fra Enti locali e centri sociali, cioè gruppi informali che rifiutano di assumere una qualsiasi personalità giuridica, fu oggetto di un percorso lunghissimo e difficile già ai tempi della giunta Rutelli, risolto infine con una famosa «delibbera» che ancora oggi, credo, potrebbe fornire indicazioni utili per analoghi problemi. Anche, eventualmente, per evitare scontri e manganellate sulla soglia delle sedi comunali.
Insomma nessun disaccordo sul bisogno di legalità, ma avendo ben chiaro che i percorsi di applicazione delle leggi possono essere diversi. In una metropoli come Roma, che pure ha problemi di sicurezza non certo inferiori a quelli di Bologna, sono stati fatti sgomberi e sono state bonificate baraccopoli senza che cronisti fotografi e teleoperatori trovassero materia di arrembaggio: perché il percorso faticoso e articolato che ha portato a quelle iniziative le ha poste in un ambito di normalità, di condivisione, di consenso. E a proposito di consenso: se è indubbio che, per governare, la politica ne ha bisogno, credo debba essere altrettanto indubbio che non possa essere il consenso l’unità di misura delle scelte. Altrimenti
- per dire - la Democrazia Cristiana dei tempi d’oro non ne avrebbe sbagliata una, e ogni dittatore populista avrebbe diritto al proprio altare. Si può ottenere consenso vellicando gli istinti più oscuri e consolidati dell’elettorato, o si può costruirlo rischiando ogni giorno, costruendo il futuro, immaginando il nuovo, forzando l’opinione pubblica verso obiettivi più alti, di maggior respiro, e per questo sempre scomodi.
Quanto più la situazione complessiva peggiora, tanto più appare chiaro che al centrosinistra, come ad ogni coalizione di progresso, spetta necessariamente il compito degli obiettivi più alti, di maggior respiro, scomodi, diversi: senza di che, si dà spazio inevitabilmente al qualunquismo di chi dice «destra o sinistra, non c’è differenza». È uno spazio ancora inopinatamente ampio, pur in presenza degli errori macroscopici, della diversità davvero antropologica di chi ci governa: sta a tutti noi, e anche al sindaco di Bologna, fare in modo che non cresca ancora
L'aria che tirava ieri pomeriggio alla «veglia per la democrazia» indetta da Arturo Parisi contro la riforma elettorale proporzionalista di Berlusconi & co. è la migliore risposta alla domanda che imperava l'altro ieri sulle prime pagine sia della Repubblica (Ilvo Diamanti) che del Corriere della Sera (Angelo Panebianco) sul clima di archiviazione degli anni Novanta che fa da sfondo al ritorno al proporzionale. Lo sparuto e immalinconito manipolo di eroi del maggioritario (Mario Segni, Achille Occhetto, Willer Bordon, Giovanna Melandri, e con loro Romano Prodi) riunitosi in piazza Montecitorio per vegliare sulla «rivoluzione tradita» del `93 in nulla somigliava alle masse speranzose che dodici anni fa seppellirono il proporzionale con un voto referendario dell'87,1%, illudendosi con ciò di seppellire tutta la cosiddetta Prima Repubblica e di dare la nascita alla cosiddetta Seconda. Solo che a nulla vale prendersela con il colpo di mano di Berlusconi, come fanno i leader del centrosinistra, o con il desiderio di archiviazione del passato decennio «di grandi attese e grandi speranze», come fa Diamanti. Quante delle sue false promesse ha mantenuto la «rivoluzione del maggioritario», peraltro già bocciata dall'elettorato nell'altro referendum, quello del `99, che avrebbe dovuto completarla abolendo la quota proporzionale? Nessuna. Lo stesso Panebianco, che pure annovera fra le «luci» del decennio maggioritario il primato del governo sul parlamento, deve elencare fra le «ombre» la mancata riforma costituzionale che avrebbe dovuto adeguare il sistema delle garanzie alla logica maggioritaria, e la mancata compattazione delle due coalizioni al loro interno, che ha fatto sì che il maggioritario convivesse con una esasperata frammentazione dei partiti. E Diamanti, che nel bipolarismo, nel federalismo e nella personalizzazione tutt'ora vede i tre cambiamenti virtuosi che avrebbero potuto e dovuto portare alla democrazia dell'alternanza, al rinnovamento della classe politica e dei partiti, a un buon rapporto fra istituzioni e società, deve d'altra parte constatare che se per un verso questo passaggio si è incarnato nell'elezione diretta dei sindaci e dei governatori, per l'altro ha avuto la sua apoteosi nella discesa in campo dell'«uomo nuovo» Silvio Berlusconi e del Polo da lui creato e assemblato. Segno evidente che non era tutto oro ciò che luccicava nelle aspettative verso la rivoluzione del maggioritario, del bipolarismo, del federalismo e della personalizzazione.
Così come oggi non è solo di resurrezione del vecchio che si nutre il ritorno al proporzionale (cosiddetto, perché non si torna affatto al proporzionale di un tempo e la nuova legge riesce a sommare svariati inconvenienti del proporzionale e del maggioritario). Il fatto è che il vecchio non ha mai smesso di scorrere nelle vene del nuovo, malgrado la retorica del nuovo che nei primi anni Novanta imperversava. Quando Diamanti lamenta che oggi ci si illude di superare i problemi dell'ultimo decennio senza affrontarli ma semplicemente rimuovendoli e mettendoli in parentesi ha ragione; a patto di aggiungere che anche con la «rivoluzione» del `93 ci si illuse di seppellire i guai della «Prima Repubblica», e in specie degli anni Ottanta, senza affrontarli e con una insana rimozione. Su una cosa invece concordo con lui: che questo modo di procedere ci lascia ancora una volta in sospeso, a mezz'aria, impigliati in un processo che più che una transizione è un avvitamento. Di rimozione in rimozione sta andando a finire proprio così, con un volo nella nebbia «mentre la terra sotto di noi non si vede più perché non esiste più». Con altre parole si chiama «declino italiano», ma non entra mai, neppure per sbaglio, nelle esauste dispute sulle regole del sistema politico.
È stato calcolato da esperti che le sette società che hanno ceduto a Unipol le azioni Bnl in loro possesso hanno realizzato complessivamente, senza muovere un dito, o usandolo solo per cliccare sul mouse, un guadagno di 1,2 miliardi di euro. Hanno rastrellato circa un miliardo di dette azioni tra uno e due anni fa, pagandole 1-1,3 euro l’una; le hanno cedute a Unipol al prezzo convenuto di 2,7 euro. Da qui il guadagno, che gli addetti ai lavori chiamano plusvalenza. Ma la vera notizia non è la rilevante entità di questo, o la facilità con cui sarà conseguito. Essa va vista piuttosto nella entità risibile delle tasse che su tale guadagno le società cessionarie legalmente pagheranno: forse 20 milioni di euro, nel migliore dei casi, pari all’1,7 per cento della somma in questione.
Un simile regalo dello Stato è reso possibile da una specifica norma, denominata Pex (da participation exemption), contenuta nel Testo unico della legislazione fiscale. Essa prevede che siano totalmente esentate da ogni tassa le cessioni di azioni possedute da imprese a titolo di partecipazione in altre società, purché sussistano un paio di condizioni: che le azioni stesse siano state tenute in portafoglio per almeno un anno, e che la società partecipata esista davvero, né sia iscritta nella lista dei paradisi fiscali. Tali condizioni sussistono tutte nel caso Bnl, con alcune eccezioni personali alle quali si deve se il fisco incasserà almeno una ventina di milioni.
Se il cerchio si chiudesse qui, per evitare il ricorrere di analoghi doni alle società - sui quali si dovrebbe forse chiedere un parere ai milioni di persone che al fisco versano ogni mese un terzo del loro reddito come imposte dirette, e ogni giorno un altro 15% (in media) in forma di imposte indirette - basterebbe cancellare quanto prima la Pex. Come già hanno proposto esponenti del centrosinistra, nel caso in cui questo vincesse le elezioni. Il cerchio è invece molto più ampio, e di esso la Pex è solamente un capitolo modesto. La vicenda del capitale Bnl apre in realtà una finestra su una pratica delle imprese tra le più diffuse e gravide di conseguenze in Italia come nel mondo intero. Al di là di espressioni tecniche quali elusione fiscale o "minimizzazione delle imposte", tale pratica si può definire come l’arte di schivare le tasse.
L’esercizio di tale arte non presuppone soltanto l’abilità di sfruttare le pieghe della legge per pagare meno tasse, che è il significato comune di elusione fiscale. Richiede la capacità di organizzare la produzione a livello internazionale in modo che ciascuno dei suoi anelli sia assoggettabile a prelievi fiscali minimi o inesistenti. È quanto si fa, ad esempio, con il prezzo di trasferimento: le società di un gruppo dichiarano di vendere ad altre società dello stesso gruppo dei beni a un prezzo talora alto, talora basso, ma sempre determinato in modo che i profitti vengano a cadere giusto nel paese in cui l’imposizione fiscale è minore. Una procedura dalle enormi ricadute, a vantaggio delle imprese e a danno dei bilanci pubblici, posto che oltre la metà del commercio mondiale è costituito da simili scambi. La stessa arte presuppone la possibilità di pagare legioni di consulenti legali ed economici aventi una potenza di fuoco, nei tribunali, tale da schiacciare quella contrapposta del fisco. In Gran Bretagna, per dire, le quattro maggiori società di revisione contabile fatturavano nel 2002 quasi 6 miliardi di sterline, mentre il bilancio dell’ufficio centrale del dipartimento delle finanze che doveva tenere loro testa ammontava a meno di 40 milioni. In Usa, poco prima del crollo la Enron aveva speso 88 milioni di dollari di consulenze per evitare di pagare 2 miliardi di tasse federali. L’arte di schivare le tasse comporta infine di avere la capacità politica, ideologica e mediatica sufficiente per convincere i governi a emanare norme fiscali adatte a ridurre drasticamente l’imponibile, in modo da fare in pratica evaporare le aliquote sul reddito delle società – tipo, nel suo piccolo, la Pex.
Negli ultimi decenni l’arte di schivare le tasse, che si compendia nella contrapposizione tra pagare quanto si riesce a fare apparire formalmente legale e quanto invece sarebbe sostanzialmente equo, giusto, legittimo pagare, ha provocato in gran parte del mondo una forte erosione della base fiscale dei bilanci pubblici. Inoltre è stato operato su larga scala un trasferimento della tassazione dai redditi da capitale ai redditi da lavoro. In Italia, le tasse pagate da individui e famiglie rappresentano ormai il 43% delle entrate primarie dello stato; quelle delle imprese, il 6%. Dato non sorprendente, ove si pensi che secondo i dati della Cgia di Mestre oltre il 48% delle 723.000 società di capitali hanno dichiarato nel 2001, ai fini dell’imposta sulle società, un reddito negativo o pari a zero. D’altra parte negli Stati Uniti individui e famiglie pagano l’80% delle imposte federali; le imprese il 20%. Negli anni ‘50 il contributo di queste ultime superava il 40%. Per quanto attiene all’Unione Europea, già qualche anno fa la società di revisione Deloitte & Touche stimava che lo schivamento delle tasse fosse dell’ordine di 140 miliardi di euro l’anno. È in cifre di questo genere che andrebbero cercate alcune ragioni almeno dei deficit dei bilanci pubblici, che costringono in molti paesi a ridurre prestazioni sanitarie e servizi scolastici, insegnamento e ricerca universitaria, trasporti collettivi e pensioni, indennità di disoccupazione e protezione sociale per le famiglie.
Il cerchio si può quindi chiudere con il richiamo a una contraddizione. Dopo i tanti scandali societari del periodo 2000-2003, dalla Enron alla WorldCom alla Parmalat, si è registrato uno straordinario sviluppo del dibattito e delle iniziative in tema di responsabilità sociale delle imprese (Rsi). Centinaia di codici, a livello internazionale, nazionale e societario, sono stati redatti al fine dichiarato di introdurre maggiori quote di moralità, di attenzione ai portatori di interesse che non si collocano tra gli azionisti, nella gestione delle imprese. Ora si nota che in tali codici - ma lo stesso può forse dirsi di gran parte degli innumeri articoli sulla Rsi - il dovere per i manager di astenersi dall’arte di schivare le tasse utilizzando tutti i mezzi disponibili per fare rientrare nella legalità tale comportamento, in contrasto stridente con una comune nozione di equità e giustizia sociale, non è quasi mai menzionato. Alla fine, persino la vicenda del capitale Bnl, presa qui come spunto per toccare un tema ben più generale, potrebbe risultare utile alla collettività se fosse l’occasione per provare a inscrivere nei codici societari dedicati alla responsabilità sociale dell’impresa, magari a pagina uno, articolo uno, il suddetto fondamentale dovere.
MILANO — «Il tenore di molte delle conversazioni intercettate — riassume il giudice Clementina Forleo — evidenzia che i rapporti tra gli indagati e altri personaggi» dell'inchiesta, «lungi dall'incanalarsi in fisiologici rapporti istituzionali o in rapporti meramente amicali, che legittimamente avrebbero potuto snodarsi parallelamente ai primi, appaiono contrassegnati da illegittime pressioni da un lato e da illeciti favoritismi dall'altro, in totale spregio delle regole». Eccone alcuni squarci, tratti dalla trama (finte cessioni di quote orchestrate a tavolino con la conoscenza in apparenza di Bankitalia, una frenetica ricerca di telefoni «puliti», l'operato della Consob sottoposto a minaccia in conversazioni tra un controllato da Consob e chi era un controllore come Bankitalia) disegnata dal centinaio di pagine dei provvedimenti firmati ieri dal gip Forleo.
Nel mirino Cardia e i controlli della Consob. E la moglie del Governatore rassicura Fiorani Sono le 21.40 del 27 giugno, e Cristina Rosati assicura a Fiorani di aver raccomandato al marito Antonio Fazio di richiamarlo:
Rosati: «Ma chiama subito (sottinteso: ho detto a mio marito, ndr), va', perché tu, dico, mica mi puoi trattare così Giampiero, eh».
Fiorani: «Poverino tuo marito, fa le cose che devono fare... veramente non se ne può più, anche oggi una giornata ancora bruttissima Cristina... ma no, perché questi maledetti (scusa il termine) della Consob mi han fatto ancora l'ennesimo ricatto, che abbiam forse rimosso e abbiamo spostato, però... Con Cardia che personalmente dice "ma ci sto ripensando", dopo che tutti i suoi collaboratori avevano approvato per intero il nostro progetto (...) È come ammazzarti col piede e poi schiacciarti, allora io mi sono arrabbiato e ho detto: benissimo, allora chiamate il mio avvocato, facciamo una letteraccia pesantissima, contro Cardia, mettiamogli paura anche noi a questo punto e vediamo di passare anche noi all'attacco perché sono veramente stufo stufo stufo, guarda veramente stufo... però improvvisamente loro davanti a questa minaccia allora alle sei mi tira fuori... ma allora forse la causa l'ha rimossa, forse va bene... insomma vigliaccate, Cristina, vigliaccate».
«Ora non sbagliamo»
A questo punto del colloquio, la moglie passa il telefono a Fazio, che rassicura Fiorani indicandogli il riequilibrio dei coefficienti patrimoniali (perseguito dalla Bpi attraverso quelle che la Procura ritiene finte cessioni di quote come alla Earchimede di Gnutti) come la mossa che potrebbe «risolvere tutto» ai fini del via libera di Bankitalia.
Fazio: «Guarda che stavo a scherzare quando ho detto che son venuto in ufficio per te».
Fiorani: «No, scusami no, ma Tonino mi spiace, anzi mi spiace da matti perché per colpa mia... sai questi ulteriori disagi!».
Fazio: «Ma che colpa tua, vabbè... va benissimo quello (incomprensibile)».
Fiorani: «Stavo raccontando che sono cose incredibili che hanno dell'inverosimile, cioè non è un Paese questo dove si può... non si può Tonino».
Fazio: (incomprensibile).
Fiorani: «No, pazienza, certo certo, hai ragione e faremo l'impossibile per dare una risposta ferma... però ti par giusto che davanti a una nostra risposta minacciosa improvvisamente lui (Cardia, ndr) è tornato sui suoi passi oggi e allora dice che il nostro prospetto va bene così... ma non può, non può un Paese così andare avanti a lavorare per minacce e basta, non si costruisce niente».
Fazio: «(incomprensibile) non bisogna sbagliare nessuna mossa adesso».
Fiorani: «No, infatti, guai... ma domani è importante (...) Ma non è programmato però di sentirlo Cardia, no, non pensavi di sentirlo?».
Fazio: «No, no, ma però ci penso io».
Fiorani: «Non è il caso...».
Fazio: «Tu vai avanti con quella cosa che...».
Fiorani: «Ok, domani facciamo anche quella, vedrai Tonino».
Fazio: «Ci son dei numeri molto buoni, insomma, ecco».
Fiorani: «E lo so, lo so, infatti».
Fazio: «Adesso non mi dire quello che... insomma bisogna andare avanti, ecco, va bene adesso, eh va bene?».
Fiorani: «Chiarissimo chiarissimo, grazie ancora».
Fazio: «Quello poi risolve... quello poi risolve tutto, va bene?».
Fiorani: «Ma è chiaro, siamo arrivati fino a qua, figurati, domani facciamo».
Fazio: «Va bene, appunto, se ci fosse quello va bene».
Fiorani: «E certo, grazie Tonino».
Fazio: «Stai tranquillo, ciao».
«Facciamo l'ambaradan»
A ruota, alle 21.50, Fiorani chiama Ricucci e gli dice che «su un passaggio bisogna riflettere», in quanto «fatti bene i conti, andiamo a beccarci uno sforamento dei coefficienti patrimoniali»: quindi è necessario fare tutto «l'ambaradan» dopo il 30 giugno. Ma Ricucci ha un problema: è la Deutsche Bank, dice, che sarebbe rigida nell'apporre sugli atti dell'operazione la stessa data in cui essa viene posta in essere.
A rassicurare Fiorani, angosciato dal fatto che Fazio non gli abbia ancora dato l'agognata autorizzazione di Bankitalia, una sera è la stessa moglie del governatore. Fiorani, intercettato, viene chiamato da un tale Gigi che dispone di un'utenza di cellulare che il provvedimento giudiziario di ieri indica essere «risultata intestata al Senato della Repubblica».
Rosati: «Oh che non mi vuoi più bene».
Fiorani: «No, no».
Rosati: «Sono gelosa... sono gelosa».
Fiorani: «Tu adesso mi vieni a dire...».
Rosati: «Senti, tu adesso mi devi fare una promessa».
Fiorani: «Sì».
Rosati: «Devi, fino a domani, devi stare zitto, non parlà con nessuno. Sei in una botte di ferro, stai tran-quil-lo»».
Fiorani: «Vedrai che non sarà così. Io non ho sbagliato, Cristina, non ho mai sbagliato».
Rosati: «Manco io ho sbagliato, manco io ho sbagliato, e lo sai bene».
Fiorani: «Stavolta abbiamo purtroppo un presentimento diverso mio e tuo... però di presentimenti, guarda».
Rosati: «Appunto, appunto, appunto Giampi, sì».
Fiorani: «Vedrai».
Rosati: «Guarda, qui non è solo, guarda è la reputazione di mio marito, di 40 anni di vita».
Fiorani: «Ma lo fanno fuori, Cristina, lo fanno, c'è qualcuno che vuole farlo fuori, Cristina...».
Rosati: «Ma lo so (...) Stai tranquillo, stavolta guardo io, e tu lo sai, figurati, ho provato».
Fiorani: «Lo so,lo so».
Rosati: «Davvero tutti i passi. Guarda io l'altra sera mi sono vista veramente persa, e lo sai, mi sono mossa tempestivamente».
Fiorani: «Poi hai scoperto che non c'era motivazione (...) Quello che è successo te lo dirà Gigi, è una cosa incredibile, cioè c'erano delle incomprensioni da parte della struttura... non solo, non ricevevano più i miei... Ho dovuto, ho dovuto forzare la mano io con tuo marito e Diego (incomprensibile) A questo punto, Cristina, comunque pazienza, dai».
Rosati: «No, no, no no, non ti voglio sentì parlare così... non stare arrabbiato... Io che fai, mi butto dal balcone domani?».
Fiorani: «No, no, ma perché tuo marito è talmente buono, tuo marito è talmente buono, è talmente, è talmente... sì».
Rosati: «No, no, ascolta, Titanic mica l'hanno fatto già due volte... non si buttano 40 anni dalla finestra. Ma guarda, io, io sono notti che non dormo neanch'io, ma non, io stasera guarda, chiamala pazzia, chiamala cosa, io stasera sono molto tranquilla, molto molto... quindi ci risentiamo caso mai più tardi, tu c'hai quel numero che ti ho dato...».
«Tu sei l'aquilone devi volare alto»
Che cosa rappresenti la moglie di Fazio per Fiorani, lo esterna lo stesso banchiere lodigiano in una intercettazione così sunteggiata dal brogliaccio degli inquirenti: «Fiorani le dice di essere il loro aquilone e di volare alto... Fiorani dice che loro possono tirare le fila, ma l'aquilone che deve volare lontano è lei».
Meno poetica, e tutta da comprendere prima di trarne arbitrarie conclusioni, è quello che Fiorani dice alla moglie di Fazio il 18 luglio.
Fiorani: «Poi domani ti porterò il documento, il primo documento di versamento che t'ho fatto da... mmh, da noi e poi da anche altri che saranno fatti, su quel conto corrente di conto terzi, ricordi...».
Rosati: «Eh, poi questo ne parliamo perché... coso sì, va benissimo».
È persino umoristico quanto la moglie di Fazio e Fiorani si preoccupino di essere sotto controllo e poi finiscano per esserlo lo stesso. Il 14 luglio alle ore 11.30, riassume un brogliaccio, la moglie di Fazio «chiama il Governatore che le comunica di aver intrattenuto una lunga telefonata con Fiorani, il quale è molto contento, ma la donna comunica che non passa più da loro perché ha paura, aggiungendo che la sera prima anche Gigi Grillo era preoccupato». Grillo è un senatore di Forza Italia, sostenitore di Fazio. «Va segnalato — aggiungono gli inquirenti — che il Governatore comunica alla moglie di aver appreso che erano state disposte delle intercettazioni e che in particolare Fiorani era "sotto controllo". La moglie appare meravigliata dal momento che "quella persona", in contatto con "l'onorevole... amico di Grillo", aveva riferito "cose completamente diverse"».
Una novità di rilievo, per il cuore delle indagini, arriva dalle deposizioni di due dei consulenti esterni con i quali Fazio e il suo capo della Vigilanza, Francesco Frasca, aggirarono il no all'autorizzazione a Fiorani che gli ispettori di Bankitalia Castaldi e Clementi non avevano accettato di modificare. Se infatti il professor Merusi si è «appellato al segreto professionale», il professor Ferro Luzzi il 14 luglio ai pm «ammetteva di non aver mai letto l'atto della Consob e di non conoscere altri particolari della vicenda che invece avrebbero dovuto essergli comunicati, avendo a suo dire la Banca d'Italia abusato delle sue prestazioni professionali, per le quali non ha chiesto né ricevuto compenso».
Quando l'1 luglio «Fiorani chiama a un telefono dell'Unipol un tale Gianni, costui chiede al banchiere di dire "ai tre amici" che dovranno vendere all'Unipol al prezzo dell'Opa, "per poter rompere il fronte"». Il 2 luglio Fiorani sempre a Gianni (Giovanni Consorte?) «parla della riunione con Ricucci, Coppola e Gnutti, e riferisce di aver fatto presente che è lui, il Gianni, l'"allenatore", e che quindi loro devono adeguarsi. Con Ricucci "ci vuole pazienza"».
«Pronti col bazooka»
Il 28 giugno, nel seguito della telefonata delle 11.14, Fiorani e Gnutti tornano sul loro incubo Consob.
Fiorani: «Speriamo oggi pomeriggio la Consob... noi siamo pronti con i bazooka, con i bazooka siamo pronti, eh, non vogliamo sorprese, per cui qualunque sorpresa ci fosse noi siam pronti a partire, perché loro non possono permettersi di impedire che un'offerta vada sul mercato, noi partiamo con la diffida formale che abbiamo già steso... E quindi Cardia non può pensare di sognarsi le cose e poi... ma è solo lui il problema... solamente lui per logiche interne e... di qualunque tipo se non l'ha capiti oppure per altre cose, non possiamo scherzare con il fuoco».
Gnutti: «Cazzo, fare una telefonata invece... ai massimi livelli e dire che "oh guarda che oggi..."?» Fiorani: «Ah ma c'ho pensato anche a quello... ormai guarda che siccome la chiamata lui l'ha già ricevuta, io ho l'impressione che gli uomini lavorano nel migliore delle ipotesi per paura... allora bisogna partire noi con le minacce».
Gnutti: «Noi lo facciamo di quarantotto».
Ancora il 28 giugno, ma alle 13.11, Fiorani racconta a un suo manager il discorso che dice di aver fatto a un soggetto vicino al presidente della Consob Cardia, propedeutico alla riunione pomeridiana.
Fiorani: «Gli ho detto testualmente: guardi, professore, io mi auguro che tutto quanto funzioni bene oggi, mi raccomando a lei, mi raccomando al Presidente, lo dice al Presidente, non facciamo che si alzi un ulteriore livello di conflitto che ne abbiamo già abbastanza, ma se così sarà noi dovremo farlo ahimè... Ho detto: dipende da te e dalla persona a cui vai a riferire a mezzogiorno... che sia molto chiaro il messaggio!».
Ibambini di Baghdad usati dai marines come scudi e ammazzati dai kamikaze come mosche ci guardano e ci interrogano e chiedono conto delle loro esistenze interrotte. Ci guardano e ci interrogano e ci chiedono conto le vittime di Londra e di New York, di Madrid e di Baghdad, di Gerusalemme e di Bali, di Beslan e di Kabul e di tutte le altre stazioni del girone infernale della guerra permanente globale. Definirla scontro di civiltà, dopo l'11 settembre, fu la trovata truffaldina di chi aveva bisogno di rassicurazioni: il Male sono loro, il Bene siamo noi; confini certi e identità certificate ci dividono; la logica amico-nemico riuscirà ancora una volta a fare ordine sulla superficie geopolitica del pianeta. Diagnosi sbagliata, e conseguente strategia ottusa, tanto crudele quanto inefficace. L'11 settembre non era l'inizio dello scontro di civiltà, ma della guerra civile globale. In cui i confini sono saltati e le identità sono mescolate, l'attacco viene da dentro perché nel mondo globale non c'è più un fuori, l'altro ci assomiglia perché è già passato attraverso l'occidentalizzazione, le vittime sono quelle che capita, ordinary people di metropoli multiculturali e cosmopolite. Si vedeva già dalla forma hollywoodiana dell'attentato alle torri gemelle. Adesso che dei kamikaze londinesi è nota la provenienza e la cittadinanza, si vede meglio. La vocazione suicida-omicida può germogliare nei sobborghi di Londra, fra immigrati di terza generazione nati britannici e di educazione britannica: la democrazia e l'Occidente non li avevano convinti, figurarsi la loro esportazione armata. I martiri sono fra noi. Non ci sono alieni e non c'è la guerra dei mondi, ma la guerra di un mondo.
Alla guerra civile globale, gli Stati uniti hanno risposto con la strategia nazionale e revanchista di una potenza ferita e arrogante, che stendeva la bandiera come un velo d'ignoranza sopra gli strappi del diritto internazionale e della Costituzione. L'Europa, s'è detto in questi anni con ottimismo, non l'avrebbe fatto; l'Unione europea, anzi, doveva nascere contro quegli strappi, a difesa della civiltà giuridica, del diritto e dei diritti. Oggi che anche l'Europa ha paura, quel programma non si deve infrangere. Non può essere la sospensione di Schengen la risposta al kamikaze di Leeds, né l'introduzione dei dati biometrici per i visti, né la raccolta delle telefonate e delle e-mail; e inquieta che a deciderle o a invocarle sia quella stessa Francia che ha detto no all'Unione e sì, con la legge contro il velo, alla laicizzazione forzata delle ragazze islamiche. Tre segni di una illusione nazionalista che evidentemente può convivere con l'opposizione alla guerra americana all'Iraq.
La paura si aggira per l'Europa come un novello spettro. Gli spettri non vanno rimossi, vanno guardati - altrimenti si vendicano. Dopo Londra e dopo Madrid aver paura di salire su un autobus è umano. Disumano sarebbe, com'è stato dall'altra parte dell'oceano, gonfiare i muscoli e ripristinare i confini per anestetizzare l'ansia e bloccare la ricerca. Il tempo della guerra civile globale è il tempo di una fragilità senza scampo, che unifica l'umanità dei primi della terra a quella degli ultimi. Nella culla europea della politica moderna basata sulla forza, passa solo per la coscienza di questa fragilità interdipendente la possibilità della politica a venire.
Il trucco principale del fronte teo-con che il 12 giugno si astiene o vota no consiste nell'aggiungere di tutto e di più alla già intricata materia referendaria. A sentire i suoi esponenti stiamo per votare non su una legge, la sua forma e la sua efficacia, ma: sullo statuto ontologico dell'embrione, sull'invasione delle pecore Dolly, sull'eugenetica, sull'intero catalogo della ricerca scientifica da qui al Tremila e chi più ne ha più ne metta. Va reso merito a Chiara Lalli di aver seguito, nel suo Libertà procreativa (Liguori, prefazione di John Harris, pp. 210, 14 euro), il metodo precisamente inverso: non aggiunge, toglie; non sporca il tema, lo pulisce. Sulla base di un impianto liberale che aiuta a riportare la posta in gioco referendaria ai suoi termini essenziali, anche se qualche volta semplifica troppo i dilemmi, tralasciando le dimensioni dell'immaginario e del simbolico inevitabilmente evocate dallo scenario biotecnologico, ed evitando di misurarsi con l'asimmetria della differenza sessuale che nella procreazione (e non solo nella procreazione) complica i giochi dell'individuo liberale. Due presupposti sostengono tutto il ragionamento. Primo, la libertà procreativa (ovvero la possibilità di scegliere se, quando e quanti figli mettere al mondo) è un bene inviolabile in quanto è espressione della libertà individuale; ed è una libertà negativa, cioè non tollera ingerenze né da parte di terzi né da parte dello Stato. Secondo, essendo la libertà procreativa ampiamente ammessa nella procreazione naturale, per limitarla nella procreazione artificiale sarebbero necessari argomenti validi, che la legge 40 non offre. Non c'è nessun argomento valido a sostegno della patente discriminazione che esclude le single dall'accesso alle Tra; né a sostegno del divieto per tutti, single e coppie, di accedere alla fecondazione eterologa. La controprova è semplice. In natura, si concepisce sotto le più disparate forme di relazione interpersonale e sociale: fra marito e moglie, fra amanti, fra un uomo sposato e un'amante e fra una donna sposata e un amante, fra una lesbica e un eterosessuale e un gay, fra una single e un partner occasionale; si danno casi di coppie sterili i cui singoli componenti si rivelano fecondi quando si accoppiano con un altro o un'altra partner, e in tal modo procreano; si danno casi di donne che non possono sostenere una gravidanza e mettono al mondo un figlio «prendendo a prestito» l'utero di un'altra in un patto d'amicizia. Nello scenario tecnologico così com'è normato dalla legge 40, per uomini, donne e coppie sterili queste possibilità si restringono enormemente: per usufruire delle Tra bisogna essere un uomo e una donna eterosessuali, sposati o conviventi e fedelissimi; onmosessuali, single, amanti, donatori e donatrici escono di scena. La legge 40, insomma, vieta di fare in laboratorio ciò che in natura è consentito.
Com'è possibile che si sia arrivato a questo? E com'è possibile che tutt'ora, nel dibattito referendario, si alluda invece continuamente al «disordine» che le tecnologie introdurrebbero in un «ordinato» mondo della natura? E' possibile, perché la legge varata dal parlamento italiano è una legge paternalista e moralista, argomenta Chiara Lalli, che non rispetta i limiti della coercizione legale della libertà individuale. E' possibile, perché sulle tecnologie riproduttive viene scaricata la paura per le trasformazioni della famiglia che nelle società occidentali sono in corso non da oggi. E' possibile, perché i media hanno alimentato per dieci anni le preoccupazioni per la presunta infelicità dei figli «artificiali», come se al mondo non esistessero milioni di bambini nati in natura da un padre biologico diverso da quello legale.
Un capitolo cruciale è dedicato infine alla questione dei diritti del concepito, e oltre a dimostrare l'assurdità di una grammatica che contrappone l'embrione alla madre ripercorre le tappe attraverso le quali questa grammatica si è fatta strada non solo in Italia ma anche negli Stati uniti. Sull'embrione si gioca una partita più ampia di quella ingaggiata in Italia dall'astensionismo di Ruini. Ne va della civiltà giuridica, di qua e di là dall'Atlantico.
ROMA - La seconda sezione penale della Cassazione ha confermato l'assoluzione per i tre neofascisti accusati della strage di piazza Fontana, Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni. Rigettato, dunque, il ricorso presentato dalla Procura di Milano e dalle parti civili contro il verdetto con il quale la Corte d'assise d'appello di Milano - il 12 marzo 2004 - aveva annullato le condanne all'ergastolo emesse in primo grado. Per l'effetto del rigetto dei ricorsi della Procura e delle parti civili, la seconda sezione penale ha condannato alle spese processuali gli stessi familiari delle vittime che si erano costituti parti civili. Annullata definitivamente la condanna a un anno di reclusione per favoreggiamento per Stefano Tringali. Per conoscere le motivazioni della decisione bisognerà attendere almeno 30 giorni.
"Una sentenza che non rende giustizia": questo il primo commento dei familiari delle vittime diffuso dal portavoce, l'avvocato Federico Finicato. "Siamo davanti a una sentenza che non rende giustizia - ribadisce il legale - un processo che ha portato tantissimi elementi ma le prove non si sono volute leggere. E' un altro pezzo di storia che resta coperto dal mistero".
"L'unica cosa che posso dire è che questa è una Corte di legittimità. Ha agito secondo diritto". Così il procuratore generale della Cassazione, Enrico Delehaye, che aveva chiesto anch'egli il rigetto dei ricorsi, ha risposto ai giornalisti che gli chiedevano un commento sulla decisione. Alla richiesta di un giudizio, come cittadino e non come rappresentante dell'accusa, il pg ha risposto: "Ho detto quello che potevo, forse più di quanto ci si aspettasse".
La sentenza "è una vera botta per i famigliari delle vittime" ha commentato invece Massimo Giannuzzi, avvocato di stato, l'unico legale presente alla lettura del dispositivo in Cassazione; "non posso essere contento di questa decisione - ha aggiunto - tuttavia, per valutarla, attendo di conoscere le motivazioni dei giudici".
E' stato il primo clamoroso attentato della storia dell'Italia repubblicana. Alle 16.37 del 12 dicembre del 1969, alla Banca dell'Agricoltura a Milano esplose un ordigno con sette chili di tritolo. Morirono 17 persone, oltre 80 quelle ferite. Tante le piste battute in quasi trentasei anni d'indagini e processi, da quella anarchica a quella neofascista, con inchieste che hanno coinvolto anche i servizi segreti e sulle quali ha pesato a lungo la morte, in questura, del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli e, sullo sfondo, anche quella, tre anni dopo, del commissario di polizia Luigi Calabresi, accusato dalla sinistra extraparlamentare di essere l'assassino di Pinelli.
Le indagini, da Milano si sono allargate al Veneto fino al Giappone, dove è residente Delfo Zorzi, l'uomo ritenuto - dagli ultimi magistrati che hanno indagato sulla vicenda - la 'mente' della strage. I processi, dal capoluogo lombardo vennero invece trasferiti a Roma, poi a Catanzaro, per tornare infine, nel 2000 a Milano.
I mezzi di informazione italiani si sono adattati all’aria che tira e hanno cominciato ad autocensurarsi, sia sulla stampa sia in televisione.
(da "L’ombra del potere" di David Lane – Editori Laterza, 2005 – pag. 205)
Chi di televisione ferisce, di televisione perisce. Si potrebbe anche liquidare così, parafrasando un vecchio detto popolare, l’apparizione a sorpresa di Silvio Berlusconi a Ballarò dopo la débacle elettorale del centrodestra alle regionali. E magari mettersi l’animo in pace, per archiviare la pratica e compiacersi retrospettivamente per la profezia di Indro Montanelli secondo cui, a furia di vedere e ascoltare il Cavaliere in tv, alla fine gli italiani si sarebbero vaccinati contro il virus del berlusconismo.
Ma siamo proprio sicuri che le cose stiano in questi termini? Non sono stati già commessi in passato troppi errori di sottovalutazione o di distrazione, compreso l’ultimo sulle nomine all’Authority sulle comunicazioni, per smobilitare o abbassare la guardia? E poi, non abbiamo sempre detto che la "questione televisiva", cioè la concentrazione di potere mediatico a danno del pluralismo dell’informazione e della libera concorrenza, è in realtà una questione pre-politica; che riguarda le condizioni fondamentali della vita democratica; che non comincia con la fatidica "discesa in campo" di Berlusconi e neppure finisce con la sua ipotetica ed eventuale uscita dal campo?
È vero che questa volta il centrodestra ha perso, e in modo netto e clamoroso, pur controllando le televisioni pubbliche e private. Ma a ben vedere è proprio il risultato amministrativo che conferma il pericolo sul piano più generale: alle regionali si votava per candidati, liste e programmi locali; fuori da una contrapposizione di tipo ideologico; senza la partecipazione carismatica del "lìder maximo". Fin dai tempi delle "giunte rosse" che in qualche modo rappresentavano un surrogato di alternanza al regime democristiano, questo è sempre stato un voto più libero, meno condizionato dalle appartenenze politiche e meno vincolato dalla fedeltà di partito. E oggi, in un ambito più circoscritto, spesso l’influenza delle tv (e dei quotidiani) locali può contare anche più di quelle nazionali.
Nessuno d’altra parte è tanto rozzo e sprovveduto da aver mai sostenuto che Berlusconi vince perché controlla le televisioni. O soltanto per questo. Dalle analisi di un sociologo come Renato Mannheimer o di un politologo come Ilvo Diamanti, sappiamo però che una buona parte dell’elettorato riceve l’informazione politica esclusivamente o prevalentemente dalla tv e che questa influisce in modo particolare sulla quota degli indecisi, l’ago della bilancia che - soprattutto in un sistema maggioritario - alla fine determina il risultato, la vittoria di uno schieramento sull’altro. Il fatto è che, in mancanza di controprove, nessuno è in grado di dire con certezza quale sarebbe l’esito del voto in condizioni di effettiva parità, se il centrodestra avrebbe vinto ugualmente alle ultime politiche oppure no, se avrebbe perso alle regionali con un distacco ancora maggiore.
Non si spiegherebbe altrimenti l’attenzione che la stampa internazionale, dal New York Times fino all’Economist, continua a rivolgere all’anomalia del "caso italiano". Né la produzione saggistica che i corrispondenti dei giornali stranieri, come quello del settimanale economico di lingua inglese citato all’inizio, dedicano alla "Berlusconi’s Shadow", tradotto più benevolmente in italiano dall’editore Laterza "L’ombra del potere". Ancor prima dell’indecenza del conflitto di interessi, da vent’anni a questa parte c’è in Italia lo scandalo di una concentrazione televisiva e pubblicitaria che danneggia l’intero sistema, drena risorse a favore della tv, e ora occupa e sequestra il servizio pubblico a vantaggio dell’azienda che appartiene al premier e della sua maggioranza parlamentare, in quello che Umberto Eco chiama "il regime del populismo mediatico".
Mentre perfino gli alleati di governo lanciano (finalmente) a Berlusconi l’invito a cedere Mediaset per liberare se stesso e tutto il centrodestra da una tale ipoteca politica, il fronte dei cerchiobottisti di professione rilancia compatto la parola d’ordine del disimpegno, dell’indifferenza, di un malinteso minimalismo, con l’aria di deridere magari l’ingenuità o peggio ancora la faziosità di chi non è abbastanza "scafato" per capire come gira il mondo. E pensare che, prima dell’approvazione di una legge tanto innocua quanto inutile come quella che porta il nome dell’ex ministro Frattini, qualcuno scrisse che la legislatura non sarebbe neppure cominciata senza la soluzione del conflitto di interessi. Purtroppo, invece, è cominciata, ha prodotto molti guasti e francamente non si vede l’ora che finisca quanto prima.
* * *
La decisione di presentarsi all’ultimo momento a Ballarò, al posto di uno dei suoi ministri, è stato - come ha già scritto il direttore di questo giornale - un gesto di disperazione e anche di debolezza da parte del presidente del Consiglio. Nell’ansia di recuperare il terreno perduto e magari di rivendicare la propria leadership sul centrodestra, Berlusconi non poteva scegliere però un’occasione meno propizia. Non solo perché il set della trasmissione, un’arena politica con il pubblico diviso in due schieramenti, è quello che offre minori riguardi e protezioni alla figura istituzionale del premier. Ma anche perché, accettando il confronto diretto con l’opposizione, il presidente del Consiglio s’è dovuto misurare con i due avversari peggiori che gli potevano capitare: Massimo D’Alema e Francesco Rutelli, entrambi più preparati ed efficaci di lui, più giovani e - diciamo così - anche più telegenici. Perfino D’Alema, che notoriamente non è un campione di simpatia, è riuscito a risultare così più affabile e accattivante.
L’errore maggiore, tuttavia, il presidente del Consiglio l’ha commesso riproponendo tal quale il "modello del berlusconismo", imperniato sulla sua persona e sul suo carisma, come ricetta miracolosa per curare i mali del centrodestra, battere l’Unione di Romano Prodi e riconquistare la maggioranza. Evidentemente, l’analisi dell’ultima sconfitta non è stata così lucida da consentirgli finora di individuarne l’origine più remota. E’ un motivo in più per contrastare ora in Parlamento, a un anno dalle politiche, qualsiasi tentativo di modificare la legge elettorale e di abolire la vituperata par condicio.
(sabatorepubblica. it)
NEL pasticcio mediatico-diplomatico creato da Berlusconi sulla questione del ritiro dall´Iraq, la sola vera notizia che resta in piedi è la "non-notizia". Il presidente del Consiglio, a poche ore di distanza dal cancan sollevato a Porta a porta il 15 marzo, l´ha addirittura teorizzata; ha preso carta e penna e ha scritto una lettera al presidente della Camera: "Non verrò in Parlamento come chiede l´opposizione. Che cosa verrei a dire? Dovrei forse commentare una non-notizia?".
In un certo senso ha ragione, ma in un altro senso ha invece torto marcio. Resta infatti da chiarire perché sia andato in televisione per lanciare sulle onde dell´etere una non-notizia che ha fatto in pochi minuti il giro del mondo suscitando precisazioni e richieste di chiarimenti da parte di Bush incalzato dalla stampa americana, precisazioni e smentite da parte di Blair dinanzi ai Commons, disagio nel ministro degli Esteri Gianfranco Fini, irritazione vivissima al Quirinale.
Tutto questo bailamme per una non-notizia? Una gaffe madornale (l´ennesima) del premier italiano? Un rischio calcolato a fini elettorali? Oppure l´autentico desiderio di preparare uno sganciamento dall´amico americano senza però la forza di realizzarlo, facendo macchina indietro dinanzi all´immediato richiamo all´ordine da parte della Casa Bianca? Ezio Mauro, il giorno stesso in cui la non-notizia è rimbalzata sui tavoli delle redazioni, ne ha individuato esattamente la natura: uno spot pubblicitario per riassorbire il distacco crescente della maggioranza dell´opinione pubblica dalla presenza italiana in Iraq; un gioco delle tre carte condotto spregiudicatamente su un tema delicatissimo che vede in gioco la stessa incolumità dei militari italiani a Nassiriya; una perdita drammatica di credibilità del nostro paese sulla scena internazionale.
«Ma nel tuo paese c´è ancora tanta gente che crede a queste panzane?», mi ha chiesto un collega inglese che aveva appena ascoltato le dichiarazioni di Blair a Westminster. Spero di no, gli ho risposto, ma francamente non ne sono sicuro.
Il tema dunque è questo: il presidente del Consiglio prepara e lancia spot pubblicitari con la connivenza d´un eminente giornalista del servizio pubblico televisivo (che si guarda bene dal metterlo in difficoltà) nel tentativo di riguadagnare un consenso che sta perdendo, e usa per questa indecente operazione niente meno che il tema della pace e della guerra, incurante del fatto che abbiamo in Iraq più di tremila soldati, blindati in una sorta di fortezza dei Tartari, a rischio di azioni di terrorismo e di guerriglia di cui spot così irresponsabili potrebbero elevare l´intensità e la pericolosità.
Questo tema, secondo me, non è ancora stato ben valutato né dalle forze politiche della maggioranza ma neppure (spiace dirlo) da quelle dell´opposizione.
* * *
Ci voleva poco a capire che l´exit strategy berlusconiana era totalmente inesistente. Bush, che parla per tutta la coalizione dei "volenterosi" l´aveva già detto subito dopo le elezioni irachene del 30 gennaio: «Nessuno più di noi desidera riportare a casa i nostri soldati. Non resteremo in Iraq un giorno di più del necessario, ma neppure un giorno di meno. Ce ne andremo quando le forze della polizia e dell´esercito iracheno saranno in grado di garantire la sicurezza del paese e quando il governo iracheno ce lo chiederà».
Il 15 marzo Berlusconi ha ripetuto questa frase quasi compitandone il contenuto. Ma con una aggiunta: «Ferme queste condizioni, cominceremo a preparare un graduale ritiro entro il prossimo autunno». «Quando esattamente?», ha chiesto il conduttore della trasmissione. «A settembre» ha risposto il premier. «Questa sì che è una notizia», ha chiosato il conduttore adorante.
Invece no, era ovviamente una non-notizia, vincolata a una serie di condizioni molto lontane dall´essere adempiute. Le forze di sicurezza irachene sono ancora scarse, impreparate, inaffidabili, a detta degli stessi generali americani incaricati della loro istruzione.
Guerriglia e terrorismo insanguinano l´Iraq sunnita (e non solo quello) ogni giorno. L´Assemblea nazionale votata il 30 gennaio si sta ancora accapigliando perché sciiti e curdi litigano sul federalismo, sulla legge coranica, sul petrolio di Kirkuk. In più, nel corso dei prossimi mesi, dovrà esser votata la Costituzione e, entro il gennaio 2006, un´altra assemblea che dovrà eleggere un governo definitivo (quello attuale è provvisorio).
In queste condizioni parlare di ritiro dai «volenterosi» cominciando dal prossimo settembre è pura chimera, a meno che non si tratti d´una decisione unilaterale come fecero gli spagnoli di Zapatero e come hanno deciso di fare i polacchi e gli ucraini.
«Presidente, perché ha parlato di settembre?» gli ha chiesto il 16 marzo un cronista dell´Unità. «Perché noi crediamo, anzi io credo, che a settembre le forze di sicurezza irachene istruite da noi saranno pronte ad entrare in azione», ha risposto il premier. Ed è vero, a settembre i militari italiani che a Nassiriya addestrano un contingente di poliziotti iracheni avranno terminato il corso di istruzione di qualche centinaio di unità. Voleva dire il nostro premier che in quel momento ce ne andremo per esaurimento del nostro compito? Neppure per sogno. Bush non ha alcun bisogno "militare" delle truppe italiane a Nassiriya, dove il potere reale è nelle mani delle tribù sciite come in tutto il Sud del paese. Ma Bush ha bisogno "politico" dei soldati italiani. Se ce ne andassimo infatti, i soli "volenterosi" resterebbero gli anglo-americani. Noi non abbiamo nessun compito da svolgere; la preparazione dei poliziotti iracheni poteva essere tranquillamente fatta fuori dal territorio di quel paese, come hanno deciso di fare la Francia e la Germania; l´assistenza alla popolazione potrebbe essere condotta dalla Protezione civile e dai volontari, con molto minore costo.
Noi siamo a Nassiriya soltanto per ragioni politiche che consentono a Bush di mantenere la facciata del multilateralismo e a Berlusconi di sostenere l´esistenza di un rapporto preferenziale tra Usa e Italia e quindi di una crescente importanza del nostro Paese sulla scena internazionale.
Dunque a settembre non esisteranno le condizioni per iniziare l´exit plan che esiste solo nella testa di Berlusconi. Ma la non-notizia lanciata a metà marzo, venti giorni prima delle elezioni regionali, sarà potuta servire a recuperare qualche consenso da parte degli elettori della Casa delle Libertà, indignati dall´uccisione del nostro agente segreto al check-point dell´aeroporto e disincantati dalle tante panzane berlusconiane. «Esiste ancora gente che gli crede?» ebbene sì, esiste ancora. E così uno statista da operetta gioca con la credibilità internazionale del Paese.
* * *
Piero Fassino e Massimo D´Alema hanno capito fin dall´inizio la natura della patacca berlusconiana. Patacca in sé. Noumeno di patacca. Ma non ci hanno insistito quanto quel noumeno avrebbe forse meritato. Prodi ha preferito non parlare, ma forse, a volte, l´eleganza non buca il video. Le altre reazioni si possono suddividere in due categorie.
La prima, della cosiddetta sinistra radicale, ha lo stigma di Sigonella, quando l´allora premier Bettino Craxi coprì un´illegalità del suo governo denunciando l´illegalità eguale e contraria del governo americano, che pretendeva di spadroneggiare nella base militare di Sigonella. La sinistra italiana (allora il Pci) non vide la prima illegalità con la quale furono sottratti dal governo alla magistratura italiana alcuni pericolosissimi terroristi mediorientali, ma applaudì entusiasticamente il premier italiano che una volta tanto aveva messo in riga gli americani. Così nel caso di Berlusconi, lo stigma di Sigonella si è fatto sentire ancora una volta e la sinistra radicale ha puntato sul premier «che sembrava prendere le distanze dalla Casa Bianca».
Il secondo tipo di reazione, del centrosinistra riformista, è stato di prendere sul serio Berlusconi sostenendo che finalmente il premier si spostava sulla linea dell´opposizione rendendo possibile a quest´ultima di convergere con la maggioranza «guardando al futuro».
Pessime entrambe queste reazioni, che avevano capito niente o ben poco della vera natura della patacca lanciata a Porta a Porta.
* * *
Dedico qualche riga finale al prestigio internazionale dell´Italia che deriverebbe dal preteso asse Washington-Roma del quale la nostra presenza militare in Iraq sarebbe al tempo stesso causa ed effetto. A parte il fatto che di special relationship vera e reale con Washington ce n´è una sola ed è quella britannica.
Il filo diretto tra Berlusconi e Bush, se si prescinde dalla cosiddetta politica delle pacche sulle spalle, non ha dato all´Italia nessun vantaggio concreto in termini politici, strategici, economici. Ma per ovvie ragioni ha marginalizzato l´Italia rispetto all´Unione europea e alle nazioni che ne costituiscono il nucleo principale.
Il recente viaggio in Europa di Bush e di Condoleezza Rice, che ha gettato le basi di una ricucitura tra Usa da un lato e Germania e Francia dall´altro, ha del resto diminuito il peso del governo di Roma anche agli occhi dell´amico George. Berlusconi poteva servire per dividere l´Europa, ma serve molto di meno da quando l´America si è accorta d´aver bisogno dell´Unione europea e non di un suo membro soltanto.
Queste considerazioni dovrebbero spingere il nostro governo ad una profonda revisione della sua strategia internazionale. Ma un governo pataccaro non sembra il più adatto alla bisogna.
* * *
Post Scriptum. Miriam Mafai ha benissimo scritto ieri sull´invadenza crescente e non più oltre tollerabile della gerarchia ecclesiastica italiana, cardinal Ruini in testa, nella politica del nostro paese. I continui interventi dei vescovi sulle modalità del voto nel prossimo referendum vanno assai al di là del caso specifico pur importantissimo e violano i rapporti di correttezza tra due entità, lo Stato e la Chiesa, che il Concordato stabilisce indipendenti e sovrani nelle relative sfere di competenza.
Da interventi siffatti viene distrutto il principio stesso della laicità delle istituzioni civili e dei cittadini che esse rappresentano.
Nessuno nega alla gerarchia ecclesiastica il diritto di parlare e di diffondere liberamente i dogmi della sua dottrina e i valori della sua morale. Nessuno le impedisce, nella fattispecie, di sostenere che l´embrione è vita umana e attuale (anche se i padri della scolastica con san Tommaso in testa affermavano diversamente) e che distruggerlo equivalga ad un omicidio. Il Papa è addirittura arrivato a paragonare l´aborto alla Shoah.
Ciò che invece la gerarchia ecclesiastica non può fare senza violare clamorosamente le norme concordatarie è prescrivere il comportamento dei cattolici e in generale degli elettori per quanto riguarda le modalità del voto in una consultazione elettorale prevista dalla Costituzione italiana.
I vescovi sono arrivati al punto di definire «immaturi» quei cattolici che andranno a votare al referendum e invece «maturi» solo quelli che si asterranno dal voto. E così risulteranno immaturi i cattolicissimi Scalfaro e Andreotti. E naturalmente immaturo Romano Prodi che ha detto di essere tenuto ad obbedire alla propria coscienza di cattolico ma non ad obbedire al «non expedit» dei vescovi.
L´arcivescovo di Genova dal canto suo ha prescritto ai cattolici di non leggere il libro "Il Codice da Vinci". I parroci d´un piccolo paese di Calabria nel quale il filosofo Gianni Vattimo si presenta come candidato sindaco, parlano in chiesa dal pulpito vincolando i fedeli a votargli contro.
Tutti questi casi, dal più grande al più piccolo, sono violazioni macroscopiche del Concordato. Alcuni di essi configurano addirittura reati penali per i quali le Procure della Repubblica dovrebbero intervenire.
Spiace che un cattolico democratico come Enrico Letta, figura eminente d´un partito di centrosinistra, annunciando che si asterrà dal voto referendario (cosa che rientra nella sua libera decisione) non spieghi almeno le ragioni che lo inducono a ignorare le motivazioni dei requisiti referendari. Spiace soprattutto che, assumendo lo stesso comportamento raccomandato dal cardinale Ruini, non aggiunga di considerare in debito l´intervento della gerarchia vescovile che getta più di un´ombra sulla laicità dei cattolici quando essi decidono autonomamente di adottare il comportamento dell´astensione.
Quisquilie? Al contrario. Principi essenziali della convivenza civile. Il non expedit cadde con la firma del Concordato del ‘29. Ci si ritorna 76 anni dopo? E i cattolici della Margherita accettano senza fiatare questo rigurgito clericale? Speravamo che fossero usciti di minorità. Ci eravamo dunque illusi?
Non faccio fatica a credere che nel momento del pericolo Nicola - Nicola Calipari - si sia gettato con il suo corpo a coprire, proteggere il corpo di Giuliana. Nicola Calipari aveva lo stesso corpo minuto di Giuliana, un corpo fragile, da passerotto. Un soldo di cacio, apparentemente indifeso. Non c'era nulla di muscolare o di aggressivo e violento nello stare al mondo di Nicola, nel suo fare il mestiere che gli era toccato di fare. Lo faceva con la testa, con gentilezza, e con una passione civile e generosa che a volte sembrava estenuarlo.
Non s'era scelto una missione comoda. Era nato poliziotto e si trovava a fare l'agente segreto. Nel cambio, in Italia, si può perdere molta credibilità e fiducia e rispettabilità. Era il suo cruccio, il suo non nascosto avvilimento. Nei giorni dei sequestri degli italiani in Iraq a lui è toccato lavorare a quelle crisi.
La tragedia di Quattrocchi, l'assassinio di Baldoni, la liberazione delle Simone, e sentiva attorno a sé il sospetto, la sfiducia. Sismi. La stessa parola ha in Italia un suono cupo, oscuro, infelice. E' una parola che ti mette sul chi vive, ti rende circospetto e diffidente. Il Sismi è stato, nel corso del tempo, pidue, bombe finte e bombe vere, depistaggi, ladrocini. "Se lavori per il Sismi - diceva Nicola - questa cosa che è lontananza dalla gente comune, dall'opinione pubblica, dalla fiducia degli altri la respiri come aria avvelenata".
Nicola Calipari sopportava con pazienza certi sguardi, certe domande. Tollerava gli uni e le altre con pazienza nervosa. Accedeva un'altra di quelle microscopiche sigarette con il filtro bianco che fumava ininterrottamente (le estraeva con un unico, rapido gesto dalla tasca interna della giacca e gli apparivano tra le dita come per una magia). Ascoltava i dubbi, i sospetti, i tuoi interrogativi. Attendeva qualche attimo prima di aprire bocca, come a tenere sotto controllo un furore interno, e poi lentamente scegliendo le parole una per una ti diceva quel che ti poteva dire.
Nicola odiava le analisi. "Tutte le analisi sono possibili - diceva guardandoti diritto negli occhi, quasi per accertarsi che lo ascoltassi finalmente senza pregiudizi - Voi ve ne state seduti a vostro tavolo e almanaccate sulle possibilità e le ipotesi. Nel vuoto, tutte le ipotesi sono possibili. Ma io non faccio analisi e non faccio ipotesi. Io lavoro con le informazioni che ho. Soltanto con quelle. E le informazioni di Bagdad sono quelle che sono. Sono molte, confuse e deformi. Devi abituarti a raddrizzarle e organizzarle. Per farlo, hai bisogno di più fonti e contatti in ambienti diversi. Devi raccoglierle, confrontarle e tenere per te come buoni o passabili soltanto i punti di coincidenza. Ci vuole tempo per imparare a muoversi su quel terreno. È quello che stiamo cercando di fare".
Nicola Calipari, direttore delle Operazioni internazionali, era al servizio segreto militare, il Sismi, dall'estate del 2002, ma la sua precedente vita professionale si è consumata tutta nella polizia.
Nato a Reggio Calabria, 52 anni, era sposato e padre di due figli. Laureato in Giurisprudenza, dice la fredda scheda biografica, "era entrato in Polizia nel settembre 1979 come commissario in prova e assegnato alla questura di Genova come addetto alla Squadra Mobile.
Aveva diretto la Squadra Volanti. Nel 1982 fu trasferito alla questura di Cosenza dove rimase fino al 1989. In questo periodo ha ricoperto vari incarichi fino a dirigere la squadra mobile e a ricoprire il ruolo di vice Capo di Gabinetto. Nel 1988 ha effettuato un periodo di missione di tre mesi per collaborare con la National Crime Authority. Nel maggio 1989 fu trasferito alla Questura di Roma quale addetto e, dal 1993 è stato vice dirigente della Squadra Mobile. Nel 1996 fu promosso primo dirigente e dal marzo 1997 diresse il locale centro interprovinciale Criminalpol.
Due anni dopo passò alla Direzione centrale per la Polizia Criminale con incarichi di direttore della terza e della seconda divisione del Servizio Centrale Operativo. Dal novembre del 2000 fu trasferito alla Direzione Centrale per la Polizia Criminale, con la funzione di vice consigliere ministeriale, alla direzione Centrale per la Polizia Stradale, Ferroviaria, di Frontiera e Postale. Nel marzo 2001 passò alla Questura di Roma come dirigente dell'Ufficio Stranieri fino all'agosto del 2002 quando fu collocato in posizione fuori ruolo presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri".
Una nota burocratica non può dire come faceva il suo mestiere. Per spiegartelo, accettava di tanto in tanto di fare quattro chiacchiere. Quando era possibile e spesso lo era in orari assurdi. Alle otto del mattino o alle undici di sera. In pieno centro o in un bar di periferia. Sempre di fretta. Non si sapeva mai dov'era, a quale faccenda fosse affaccendato. Per giorni, il suo telefono sembrava muto per sempre. Quando cominciavi a pensare che il numero fosse cambiato, sentivi il suo "pronto". Se accettava di incontrarti era per provare a farti entrare nella testa che il Sismi non era quel "pozzo nero" che siamo abituati a pensare.
"Lo so - ammetteva - non abbiamo un grande storia. Anzi. La storia dell'intelligence italiana è costellata di opacità, di deviazioni istituzionali, di interessi privati, di lavoro spionistico messo a servizio di questo o quel potente. Oggi però non possiamo più permetterci un'intelligence di quel tipo se teniamo alla sicurezza nazionale. Senza intelligence, il Paese è senza bussola. Quei metodi un po' loschi appartengono a un altro mondo, a un'altra storia. Lentamente bisogna cambiare. Piano, stiamo cambiando".
Qualche volta, Nicola appariva stanco, come esaurito. Esausto per le lotte intestine che accendono ancora oggi il Sismi. Un vecchio gruppo di potere che non molla, che condiziona e appesantisce il lavoro degli altri, un modo di lavorare che "vende fuffa" a uso dei media e dei governi, incapace di costruire una solida piattaforma d'intelligence. Stanco di una vita che lo teneva lontano dalla famiglia, dai figli che - diceva - "sono la mia vita e so che vorrei viverla di più". Non mollava. Testardo come un mulo. Testardo come un calabrese.
"Potrei andarmene dal Sismi e confesso che mi capita di pensarci. Poi, però, mi dico: no, non farlo, non devi farlo. Cambia ogni cosa, può cambiare anche il Sismi. Io ho fiducia che ce la faremo ad avere un servizio segreto di cui il Paese possa avere fiducia e rispetto. Già gli americani hanno per noi gran rispetto. Se continuiamo a lavorare così, presto - e sono pronto a scommettere - anche qui da noi l'Italia potrà guardare alla sua intelligence non dico con orgoglio, perché certi pregiudizi sono difficili da rimuovere, ma almeno con affidamento. E' un fatto che i nostri alleati fanno già affidamento su di noi, anche se voi non lo sapete".
Gli piaceva fare l'agente segreto come aveva fatto il poliziotto. Era stato un poliziotto - in Calabria alla squadra mobile di Cosenza e poi all'antidroga e poi al nucleo di eccellenza (lo Sco) della polizia criminale - capace di credere e dubitare allo stesso tempo. Come tutti i buoni poliziotti. Si accontentava di sapere e mai voleva insegnare. Soprattutto aveva in odio i "praticoni" e il loro cinismo. Quei tipi che tutto hanno visto, tutto hanno toccato con mano, quei tipi che tutto spiegano e di nulla conoscono il valore perché hanno una pelliccia sullo stomaco. Nicola era contento di non aver il pelo sullo stomaco. Non si vergognava di stare in ansia per gli uomini che gli erano stati affidati o di avere timore di non farcela. Se ne saranno resi conto in questi anni, in questi mesi le famiglie dei sequestrati. Toccava a lui rassicurare e informare oltre che venire a capo della crisi. Sembra che tutti lo abbiano apprezzato. Forse chi in quelle ore difficili ha potuto incontrarlo ha potuto rendersi conto che, in alcuni giorni, era tormentato come un amico di famiglia.
La morte di Baldoni, ricordo, fu per lui una ferita e un dolore autentico. In qualche modo, si sentiva responsabile di non averlo salvato. Quando di Enzo non si seppe più nulla, Nicola Calipari apparve inaspettatamente ottimista. Diceva: "E' una storia che contiamo di risolvere presto". Non volle dire perché. Non volle spiegare che cosa lo rendeva così fiducioso (mai aveva mostrato tanto entusiasmo). "Abbiamo buone informazioni, vedrete...". Finì come finì e non si dava pace. Tenne per sé nei giorni che vennero le ragioni di quella sconfitta, di che cosa andò storto. Ogni volta, però, il nome di Baldoni lo azzittiva e non c'era più verso di spiccicargli una parola.
( 5 marzo 2005)
Ricordate Mani Pulite? Sembrava che l´Italia stesse cambiando; che nascesse una nuova Italia. Da allora è passato qualche anno (e sembra un secolo). Adesso leggo che Transparency International, un istituto specializzato in queste ricerche, pubblica ogni anno una classifica delle nazioni secondo il tasso di corruzione. Noi siamo in Europa agli ultimi posti, al trentacinquesimo per l´esattezza. Seguiti dalla Grecia. Non è finita. Nel 2004 siamo peggiorati rispetto al 2003, abbiamo perso qualche punto. E la rilevazione è confermata dalla vox populi: la gente dice, lo leggo nei giornali, che adesso è peggio di prima. Come meravigliarsene? La gente ha visto che a combinarne di tutti i colori si fa carriera; che personaggi chiacchierati, inquisiti, in attesa di processo o addirittura condannati, quando non sono salvati in extremis da leggi speciali, sono diventati ministri e ci governano; i maîtres-à-penser li ossequiano, e se qualcuno critica i capi del centrodestra dicono, con severità, che non bisogna demonizzarli. Perché essere onesti, dunque?
È a questo punto che assistiamo alla faccenda Craxi-Fassino. L´accostamento merita qualche riflessione. Un paio di giorni fa, come il lettore ricorda, Piero Fassino, segretario del partito democratico di sinistra, ha nominato Craxi, nel suo discorso alla giornata finale del congresso, fra i grandi padri del riformismo italiano, ottenendo un applauso più o meno tiepido da parte dei delegati, e sentiti ringraziamenti dai familiari del defunto uomo di stato. I titoli dei giornali hanno annunciato pertanto, perentori: Craxi rivalutato. Orbene: se Craxi viene rivalutato dai suoi vecchi compari, da qualcuno di quei personaggi che partecipando alle sue gesta fecero carriera, che con lui si arricchirono, non c´è niente di strano. Quei personaggi ormai sono tornati in circolazione, stanno facendo una nuova carriera. Giusto che manifestino riconoscenza verso colui che li ha messi all´onor del mondo. Ma Fassino!
Piero Fassino, basta vederlo, o ascoltarlo nelle sue apparizioni pubbliche, per capire subito che è l´onestà fatta persona. Per la sua moralità non esiterei a mettere la mano sul fuoco. E si è visto in questi giorni che ha tante doti; ma se anche non ne avesse nessuna, basterebbe quella della moralità per meritare tutto il nostro rispetto. Proprio lui, dunque, a rivalutare Craxi? D´accordo: lui non parlava di Craxi uomo, coi suoi difetti e con le sue debolezze. D´accordo: lui parlava di Craxi attore politico (sul quale ci sarebbe pur tanto da dire: ma questo è un altro discorso). Me ne rendo conto. Ma via, caro Fassino: in altri Paesi un personaggio che si è arricchito facendo politica, che ha dato miliardi in consegna al proprietario di un bar perché li mettesse al sicuro, che ha portato il suo partito alla rovina e alla sparizione per eccesso di corruzione, un personaggio condannato, fuggito all´estero, morto in latitanza, non sarebbe nominato (come padre fondatore) a un congresso di partito. Di un personaggio così in altri Paesi si direbbe: prima si dimentica, meglio è.
E allora? Allora non è colpa di Fassino. È colpa del Paese, di un Paese di cui anche Fassino fa parte. A queste faccende in Italia non si dà importanza. Rubava? Ma sì, che importa: era tanto in gamba? Solo alcuni solitari individui, ieri Ernesto Rossi o Pannunzio, oggi Sylos Labini o Flores d´Arcais, Asor Rosa o Giorgio Bocca, ci fanno caso (e sono considerati originali, di cattivo carattere). Il grosso del manipolo politico-intellettuale ha sensibilità diversa, o nessuna sensibilità. E Fassino, personalmente onestissimo, butta lì un nome, quello di Craxi, per togliersi il fastidio e pensare ad altro. Non è forse un optional, la moralità in Italia?
MILANO Prima d’occuparsi dei governatori, Berlusconi s’è occupato di competitività, bandierina agitata promettendo pochi soldi e molti slogan, del tipo: modernizzazione con la pubblica amministrazione e le nuove tecnologie, potenzialità del sud, sgravi fiscali e incentivi... quanto dovrebbe bastare a rendere competitivo un paese che perde i pezzi. «Direzioni» per Berlusconi, con la genericità che le rende ancora più ovvie.
Sono «direzioni», come stare in autostrada, che possono dare competitività al nostro sistema? Lo chiediamo al professor Luciano Gallino.
«Se è così, mi pare che siamo ancora molto lontani... Cioè mi pare che quelle accennate siano questioni largamente periferiche rispetto al tema profondo della competitività, perchè questa si dovrebbe realizzare ad esempio ricostruendo la capacità industriale del paese. Non solo la capacità manifatturiera. Mi riferisco cioè a imprese che producono beni e servizi...».
Si torna al nodo del declino industriale. Ma Berlusconi non lo lo vuole vedere...
«Del nostro sistema industriale siamo riusciti a perderne gran parte e nessuno può credere di rimetterlo in piedi. Non ci si può neppure illudere di poter ricreare un’impresa di venti o trenta o cinquantamila dipendenti, di una misura cioè che potrebbe garantire risorse, tecnologie, ricerca, prodotti, eccetera eccetera, cioè competitività. Bisogna far i conti con quanto abbiamo, ad esempio con i nostri distretti industriali, e allora bisognerebbe fare in modo che i nostri distretti industriali si strutturino in modo da configurarsi come grandi fabbriche, come officine, come grandi unità produttive».
Il “piccolo” insomma dovrebbe preparare il proprio salto di qualità. E dovrebbe essere aiutato, guidato passaggio?
«Come hanno fatto e stanno facendo in altri paesi vicini a noi, Francia e Germania. Se ci sono mille piccole fabbriche, bisogna fare in modo che diventino i reparti di un’unica impresa distribuita sul territorio. Tutto questo richiederebbe un impegno serissimo, che si intuisce totalmente al di fuori delle cose che si dicevano prima, la pubblica amministrazione, gli sgravi fiscali... Vedere quali distretti, quali potenzialità, quali tecnologie, coordinare, fare opera di integrazione orizzontale e verticale, cioè organizzare ciò che è complementare e poi sostenere con scuole professionali, università, infrastrutture. Non vedo niente di questo nell’idea di competitività che agita il governo...».
Lei ha una ricetta molto complessa e pesante, strutturale. Berlusconi se la cava molto più alla svelta. Pensa che basta schiacciare un bottone e la luce si accende.
«Ovviamente non è così. Per creare competività bisognerebbe immettere in un sistema industriale le cose di cui molto si parla e di cui poco si fa: innovazione, ricerca, alta formazione, formazione professionale... Soprattutto avere bene in testa un’idea strategica di rilancio industriale».
Una politica economica e industriale, insomma. Ma non è pane per i denti di questo governo. Si sono persino dimenticati di avvertire Marzano della riunione...
«Sì, appunto, un’idea forte di politica economica che comprenda anche aspetti come la distribuzione dei redditi, le condizioni di lavoro, infrastrutture e territorio».
Treni, ad esempio. Qualcosa insomma che va oltre il calcolo elettorale.
«Già abbiamo perso molto tempo. Non si può pensare che in un anno o sei mesi si possa rimettere tutto in piedi... Una politica economica di alto profilo si proietta sugli anni, sui lustri e sui decenni, mentre qui si vorrebbe far scattare un paio di interruttori. Sarebbero urgenti altro tipo di investimento politico e culturale, altro impegno. Bisognerebbe anche intendersi sui parametri della competitività, perchè tendenzialmente si pensa alla competitività sotto forma di costo del lavoro, come se bastasse tagliare il costo del lavoro per guadagnare in competitività. Ma anche da questo punto di vista la partita pare irrimediabilmente compromessa e comunque persa, perchè non si riusciranno mai a produrre merci con costi del lavoro pari a quelli, oggi, della Cina o di altri paesi emergenti e non si possono neppure degradare i nostri salari nel nostro sistema produttivo al punto di mettersi alla pari o addirittura in gara. Sono progetti irrealizzabili, che non si possono neppure decentemente proporre».
Eppure il costo del lavoro è un ritornello di questa maggioranza di centrodestra.
«E si continua a sentirlo sullo sfondo di certi discorsi. Insomma, la corsa verso il fondo ha i suoi sostenitori.. piuttosto che la corsa verso l’alto... Ma se la competitività è corsa verso il fondo, la sfida è subito destinata alla sconfitta, da un lato per ragioni materiali, dall’altro per ragioni di civiltà e di moralità».
"Più che ai moti studenteschi del Sessantotto, la violenza dei ragazzi di banlieue mi fa pensare alla rivolta dei Ciompi che vide opporsi nella Firenze del Trecento i lavoratori tessili alla borghesia cittadina", dice Jacques Le Goff, grande medievalista, raffinato scrittore ed esperto conoscitore della storia d'Italia. "Mi vengono in mente anche le sommosse dei chartists, durante i primi movimenti operai nell'Inghilterra appena industrializzata". La conversazione di Le Goff spazia da jacqueries a sanguinosissime repressioni, da insurrezioni a teste mozzate. Poi però il celebre studioso comincia a sparare a zero sullo stato francese e sulle colpe del suo massimo rappresentante, il presidente Jacques Chirac, che definisce una "nullità politica". "Non è il governo di centrodestra che ha creato la situazione attuale, ma è lui che l'ha aggravata".
Professor Le Goff, come si è giunti a questa crisi?
"È una situazione latente, che cova sotto le ceneri da diversi anni. Perché è esplosa proprio adesso? Per via delle drammatiche condizioni economiche, sociali e culturali in cui si trovano questi giovani che non sono minimamente integrati e che non hanno avvenire".
Ma che cosa ha scatenato il caos?
"Vede, non è esatto sostenere che la polizia francese sia interamente razzista, però è innegabile che tra le sue forze ci sia un certo numero di uomini razzisti e violenti. Qualche giorno fa due giovani banlieusards sono morti durante gli scontri: ebbene, il ruolo della polizia in quell'incidente è rimasto oscuro. Poi ci sono state le dichiarazioni del ministro degli Interni, Nicolas Sarkozy, che ha trattato questi giovani di racaille (feccia, ndr). Quest'ultimo fatto ha modificato lo stato d'animo dei rivoltosi, i quali adesso si sentono abbandonati e insieme disprezzati".
Quali soluzioni suggerisce per riportare la calma?
"Bisognerebbe anzitutto trovare un lavoro ai disoccupati per integrarli in quella società che vorrebbero distruggere. Ma questo mi sembra un obbiettivo difficilmente raggiungibile perché le politiche sociali del governo francese sono disastrose".
Crede che le scuse del ministro Sarkozy, richieste sia da parte dei rivoltosi sia dall'opposizione, servirebbero a placare gli animi?
"Credo che i problemi di rispetto e di disprezzo siano fondamentali. Del resto, la ricerca del perdono è diventata una consuetudine politica. Va di moda. Giovanni Paolo II ha chiesto scusa agli ebrei per le persecuzioni subite durante l'inquisizione. Chirac, e questo è un punto sul quale si è comportato correttamente, ha chiesto scusa per gli eccessi della colonizzazione francese, soprattutto in Algeria. Molti europei esigono dai turchi che questi chiedano scusa per il genocidio degli armeni. Detto ciò, non credo che basterebbe un "mi dispiace" pronunciato da Sarkozy per risolvere la crisi".
E allora come rispondere a tanta violenza?
"L'ostilità dei giovani è rivolta anzitutto contro la polizia, poi contro il governo, infine contro l'insieme della società. È per questo che, sia pure in modo inconsapevole, scatenano il loro odio contro uno dei simboli del successo nella nostra società: l'automobile. L'atto simbolico della rivolta è incendiare le macchine".
Quindi?
"Le colpe prima del governo Raffarin e poi di quello Villepin sono enormi, poiché hanno fatto scomparire quelle strutture che servivano a smussare le tensioni. Mi riferisco, per esempio, alla polizia di quartiere che aveva anche il compito di discutere con i giovani. Oggi, nelle banlieues esiste soltanto una "polizia di repressione". Sono stati anche cancellati molti ruoli di mediazione. Penso a quegli operatori sociali incaricati di far regnare una certa pace sociale creando forme di dialogo tra le comunità".
Sono "organizzati" questi giovani, come sostengono le autorità?
"Non credo. Si tratta piuttosto di fenomeni di contagio, di imitazione, che fanno sì che le violenze si propaghino all'interno della regione parigina".
Come andrà a finire?
"Sono ottimista e ma anche pessimista: ottimista perché non credo che si arriverà a una violenza generalizzata; pessimista perché le cause profonde del disagio di questi giovani dureranno ancora a lungo, almeno fino al 2007, ovvero fino a quando al potere ci sarà Chirac. Fino a quella data, lo stato sarà incapace di trovare soluzioni adeguate".
Da Rio a Nairobi e da Parigi a Roma? Crede che un giorno non troppo lontano si parlerà di mondializzazione della violenza nelle periferie?
"Può darsi. Ma al momento quello che accade nelle favelas brasiliane è molto diverso da quanto accade nelle banlieues parigine. Ma non possiamo escludere che queste differenze vadano assottigliandosi".
Non pensa che nell'era della televisione uno dei motivi che spingono alla devastazione e al saccheggio sia quello di apparire in video?
"Sicuramente. Credo tuttavia che nelle periferie parigine la violenza non sia un fine ma un mezzo: è «Sicuramente. Credo tuttavia che nelle periferie parigine la violenza non sia un fine ma un mezzo: è lo strumento di rivendicazione per portare i problemi di una generazione sulla pubblica piazza».
Titolo originale: George Bush: God told me to end the tyranny in Iraq – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
George Bush ha affermato di essere in missione per conto di Dio, mentre lanciava le invasioni di Afghanistan e Iraq, secondo un anziano politico palestinese in un’intervista che sarà trasmessa nei prossimi giorni dalla BBC.
Bush ha rivelato l’intensità del suo fervore religioso incontrando una delegazione palestinese durante il vertice israelo-palestinese tenuto nella località turistica egiziana di Sharm el-Sheikh, quattro mesi dopo l’invasione dell’Iraq guidata nel 2003 dagli USA.
Uno dei delegati, Nabil Shaath, a quell’epoca ministro palestinese, ha rivelato: “Il Presidente Bush ci disse: ‘Sono spinto a questa missione da Dio’. Lui mi ha detto, ‘George, vai e combatti questi terroristi in Afghanistan’. E io l’ho fatto. Poi ancora mi ha detto ‘George, vai e metti fine alla tirannia in Iraq’. E io l’ho fatto”.
Bush continua: “E ora, sento di nuovo la parola di Dio che si rivolge a me, ‘Vai a dare ai palestinesi il loro stato, a Israele la sua sicurezza, e fai la pace in Medio Oriente’. E per Dio io lo farò”.
Bush, diventato un Cristiano Rinato a 40 anni, è uno dei leaders più religiosi di tutti i tempi ad occupare la Casa Bianca, e il fatto gli da’ parecchio sostegno tra le media degli americani.
Poco dopo questo incontro, il quotidiano israeliano Haaretz riportò una trascrizione palestinese dell’evento, che conteneva una versione delle parole di Bush. Ma la delegazione palestinese era riluttante a riconoscerne pubblicamente l’autenticità.
La BBC ha convinto Shaath a registrare per la prima volta quella che sarà la prima puntata di una serie di tre sulla diplomazia israelo-palestinese: Elusive Peace, che inizia lunedì.
L’elemento religioso emerge come questione importante anche quando si dice che Bush e Tony Blair avrebbero pregato insieme nel 2002 al ranch di Crawford, Texas, durante il vertice in cui si concordò in via di principio l’invasione dell’Iraq. Blair ha seccamente rifiutato di confermare o smentire la notizia.
Mahmoud Abbas, primo ministro palestinese e componente della delegazione di Sharm el-Sheikh, ha dichiarato al programma della BBC che Bush aveva detto: “Ho un obbligo morale e religioso. Devo darvi uno stato palestinese. E lo farò”.
I commenti di Shaath arrivano contemporaneamente al discorso pronunciato da Bush ieri, allo scopo di rafforzare il sostegno americano alla guerra in Iraq.
Ha rivelato che USA e alleati hanno evitato almeno 10 gravi tentativi attentati da parte di Al Qaeda dopo l’11 settembre, fra cui tre contro gli USA. “Grazie a questi progressi, il nemico è ferito: ma è ancora in grado di sviluppare manovre a livello mondiale” ha detto. Ha poi aggiunto che i gruppi radicali islamici hanno usato una serie di scuse per giustificare i propri attacchi, dal conflitto con Israele alla Crociate di mille anni fa.
“Siamo di fronte ad una ideologia radicale con obiettivi immutabili: mettere in schiavitù intere nazioni e intimidire il mondo” ha proseguito.
Ha ammesso che Al Qaeda, guidata in Iraq da Abu Musab al-Zarqawi, e altri gruppi, hanno guadagnato terreno, ma che gli USA non se ne andranno sinché non sarà ristabilita la sicurezza. “Alcuni osservatori commentano che l’America farebbe meglio ad uscirne, diminuendo il numero delle vittime. È un’illusione pericolosa, da respingere con una semplice domanda: saranno più, o meno sicuri, gli Stati Uniti e le altre nazioni, con Zarqawi e Bin Laden che controllano l’Iraq, la sua gente, le sue risorse?”.
Nota: il testo originale di questo altrettanto originale pezzo, al sito del Guardian (f.b.)
Ci sono dei periodi, nella storia di un Paese, in cui la decisione, sia personale che politica, è quella di stare da una parte o dall’altra, perché le strade del percorso comune si dividono e non c’è modo di sovrapporle in un punto benevolmente chiamato “centro”.
Per esempio, a un certo punto della nostra vita personale, l’Italia ha dovuto scegliere tra la monarchia e la Repubblica. Il problema non era se demonizzare il re o celebrare come sola salvezza la forma repubblicana dello Stato. Il problema era se continuare su una strada che aveva portato a risultati tragici, o se intraprendere una strada nuova. Molti onestamente erano incerti. Da ragazzino (e repubblicano) quale ero allora, ricordo che certi adulti preoccupati definivano la Repubblica “un salto nel buio”. Avrebbero voluto stroncare la discussione sul passato sostenendo che un’altra strada verso il futuro era troppo pericolosa.
Altri erano certi, e lo erano con passione, che una nuova Italia libera e democratica doveva per forza buttare dalla finestra, come in un simbolico 31 dicembre, le ingombranti masserizie della monarchia colpevole. Nessuno fingeva che ci fosse un più quieto e giudizioso rifugio a mezza strada. Certe volte il centro non esiste.
Vogliamo un esempio solo in apparenza meno drammatico? È il no di De Gasperi alla alleanza con i neofascisti per le elezioni comunali di Roma del 1946, voluta fermamente da Pio XII per timore che la “città santa” avesse un sindaco comunista. Quel no è stato lacerante e immensamente costoso per il leader centrista De Gasperi. La sua saggezza è stata di capire il senso devastante che avrebbe avuto, sull’Italia appena rinata alla libertà, una decisione che gli veniva raccomandata come “moderata” e protettrice del centro.
De Gasperi non sarebbe mai più stato ricevuto in udienza dal Papa. Non poteva cedere e non ha ceduto. Si è spostato, ha lasciato vuoto il mitico spazio “centro” e ha salvato il Paese. Certe volte il centro non esiste.
Prendiamo il non dimenticato 18 aprile, la clamorosa vittoria elettorale della Democrazia cristiana contro il Fronte popolare dei Comunisti dei Socialisti. In quel momento il mondo andava da una parte o dall’altra, ed era in gioco la dislocazione dell’Italia sull’orlo di quattro rischiosi decenni di guerra fredda. In quella campagna elettorale nessuno ha finto di fare il moderato. Sono stati messi in campo argomenti estremi perché non c’erano punti di sovrapposizione possibile fra una offerta politica e l’altra. Certe volte il centro non esiste.
***
Quando esiste? Forse quando ci sono elezioni (e campagne elettorali e situazioni esistenziali e politiche) talmente noiose che è possibile immaginarle come la bilancia di un farmacista, sposti gli ingredienti un pochino di qua o un pochino di là e ottieni la giusta posizione. Se a quella posizione fosse stato aggiunto un pizzico in più di estremismo, sarebbe diventata veleno.
Nella vera vita io non ricordo situazioni simili, e non credo che sia a causa di una mia interpretazione drammatica degli eventi. Per farmi capire faccio ricorso alla esperienza americana. Tutte le campagne elettorali che ho vissuto in quel Paese sono state contrapposizioni dure, nette, senza mezze misure e sono avvenute anche al costo di spezzare all’interno l’una o l’altra o entrambe le parti politiche.
Si devono accettare i neri e proclamare uguali diritti civili di tutti nella società americana, o tenerli fuori per non fare “un salto nel buio” e rischiare “il meticciato” (era una delle accuse a John Kennedy)? Si deve fare o fermare la guerra nel Vietnam? Bob Kennedy e Johnson, Humphrey e Goldwater si sono giocati la loro vita fisica e politica. Si può tollerare che un presidente (Nixon) menta al Paese, consenta il furto con scasso a danno del partito avversario e violi la Costituzione?
L’America Latina con cui stabilire nuovi legami è quella del generale Videla e del generale Pinochet o è quella della “Alleanza per il progresso” di Carter, che restituisce ai panamensi il Canale di Panama? Volete l’America dei sindacati, del Welfare, delle cure mediche garantite o l’America dei potentati economici che diventano sempre più grandi, delle imprese gigantesche, delle immense bolle speculative, dei lavoratori e dei risparmiatori che devono proteggersi e arrangiarsi da soli nella speranza di diventare ricchi come i ricchi e di ritrovare i diritti perduti attraverso “il merito” dell’accumulo di denaro?
John Kennedy è stato combattuto con odio, al punto che poche ore prima del suo assassinio a Dallas, un ex generale (uno di quelli che avrebbe voluto sganciare la bomba atomica su Cuba) ha piantato davanti alla sua casa la bandiera confederale (quella degli schiavisti) rovesciata, segno di condanna capitale. Carter è stato accusato con disprezzo per non avere fatto la guerra all’Iran che aveva catturato e teneva in ostaggio 68 diplomatici e impiegati dell’ambasciata americana a Teheran. Clinton è stato perseguitato e accusato con decine di inchieste giudiziarie e parlamentari per avere progettato una riforma sanitaria che avrebbe tolto potere all’impero delle assicurazioni private. Nixon, Reagan e Bush figlio hanno diviso (i commentatori americani dicono spesso: “spaccato”) l’America a metà. Bush figlio ha vinto le ultime elezioni attraverso una violentissima campagna di accuse personali al suo avversario John Kerry che pure era un eroe pluridecorato del Vietnam. Non c’è stata in lui o nei suoi consiglieri la minima preoccupazione di smorzare i toni e cooptare un po’ di elettori democratici nell’area mitica del centro. La parola era “guerra”. Guerra in Iraq, come strumento di difesa dal terrorismo. E guerra alla figura, alla vita, alla reputazione del candidato avversario.
***
Credo che i lettori capiscano che in questa riflessione non ha importanza il giudizio su George Bush figlio e sulla sua scelta di campagna elettorale. È solo l’esempio più recente che viene dal Paese del bipartitismo perfetto. Dimostra che vince l’estrema determinazione di mettere fuori gioco il contendente, di far capir forte e chiaro chi è il vero leader, chi ha il controllo del campo. C’era di tutto con Bush, comprese le retrovie del conservatorismo fondamentalista cristiano, politicamente estremista e impegnato in furibonde e antiche campagne contro chiunque non creda nell’insegnamento letterale di una Bibbia pietrificata. Eppure c’è chi ti spiega che ha vinto perché Bush “è moderno”. La modernità consisterebbe nella totale libertà lasciata alle imprese che galoppano indisturbate sopra il diritto di tutti puntando verso un paleocapitalismo privo di argini e diretto verso un mondo alla Dickens.
Questa presunta “modernità” giova a quanto pare al presidente più antico dell’America contemporanea, che viene percepito - nonostante la teoria estrema dell’unilateralismo in politica estera e della assenza di regole in politica economica - come “centrista”. In altre parole, “il centro” viene visto come l’occhio del tifone, un punto limitato e silenzioso dove non tira vento, mentre intorno le trombe d’aria spazzano il territorio.
È ciò che si legge in un interessante articolo di Michele Salvati, economista di valore, sul Corriere della Sera del 17 agosto. Per costruire “il centro” che, lui pensa, sarebbe salvifico in Italia, fa alla fotografia del centrosinistra italiano ciò che si fa in certe famiglie dopo brutte liti: si tagliano le figure degli zii, cugini e suoceri indesiderabili, in modo che i bambini non li vedano più nell’album di famiglia, nemmeno in immagine.
Nella fotografia del centrosinistra italiano che forma, tutto insieme, la coalizione guidata da Romano Prodi, Salvati taglia via i sindacati (dalla Cisl alla Cgil), taglia via un pezzo dei Ds («che si annidano nella pancia del partito ed esprimono le domande di protezione delle regioni rosse, del pubblico impiego, degli artigiani, delle cooperative, del sindacato»), taglia via i militanti «romantici e tradizionalisti della sinistra radicale che ostacolano un processo di riforma adeguato alla bisogna». Taglia via una buona metà della Margherita, taglia via tutta Rifondazione. E lui stesso, da intellettuale e da economista, sa quanta parte della cultura e della visione del mondo sta tagliando, da Paul Krugman ad Amartya Sen, da Alain Minc a Luciano Gallino.
Il metodo della fotografia tagliata è curioso perché svela il legame tra sogno del centro e sistema proporzionale, una vistosa nostalgia emergente. È un luogo di pace instabile e inesistente come l'occhio del tifone (adesso c’è ma poi all’improvviso si sposta) che si realizza solo con sistemi elettorali che ti inchiodano a un “prima” che ben pochi rimpiangono. L’unico pregio di Berlusconi è di averci fatto sbattere la faccia sul “dopo”. In quel dopo, come in tutti i momenti importanti della Storia, e in tutte le situazioni cruciali del sistema maggioritario, le strade si dividono. Con la legalità, con la Costituzione, con la legge uguale per tutti. Oppure con il mondo dei condoni, della grande evasione, dei conti falsi.
Certe volte il centro non esiste. E se esiste, fa bene ad allearsi con una grande coalizione decisa a vincere, senza tagliare le foto di famiglia.
IL PROFESSOR Buttiglione non è contrario a un candidato leader prelevato fuori dalla politica: porterebbe, dice testualmente, "un soffio di moralità". L´espressione è strepitosa. Ricorda, nella raffinata svenevolezza, la "lacrima di latte" che le signore desiderano nel loro té, appena un´impressione, un´ombra, un quasi niente. Il soffio di moralità è gozzaniano, intenerisce e insieme strugge, e ci rammenta che il ruvido vigore delle idee antiche (penso alla "questione morale" di Berlinguer, sono passati solo vent´anni ma pare il Gioberti, o Quintino Sella) è ormai sfiorito: oggi si attende un soffio, un refolo, un rigo appena, e già sarebbe – diciamolo – grasso che cola. Il bello, poi, è che perfino questa nuance di rettitudine, timidamente invocata in un´intervista estiva, è più che sufficiente a turbare gli animi. Nel centrodestra saranno in molti a leggere in quel soffio un siluro contro il premier, che di doti ne possiede a bizzeffe, ma ha costruito il suo successo soprattutto sul suo allegro e disinibito immoralismo, che tanto piace agli italiani. È sul dosaggio, dunque, che si aprirà il classico rovente dibattito: se di moralità ce ne vorrebbe un chilo, un etto o basterebbe un grammo, e soprattutto se pesa più un chilo di moralità o un chilo di voti. E patti chiari, poi: se uno porta la moralità, a un altro tocca portare il vino, e a un terzo (non Buttiglione) sua sorella.
Per una volta do' ragione a una battuta di Tony Blair: bisogna estirpare le radici del terrorismo. E sono profonde. La prima viene da un atto incontrovertibile: prima della guerra del Golfo il terrorismo non c'era. C'era l'Islam, c'era il Corano, c'erano i wahabiti, c'era un forte insediamento musulmano in Europa, ma non c'era lo scontro fra civiltà, quello che oggi riempie le bocche da una parte e dall'altra. Non che nel Medio Oriente mancasse l'attentato politico, ma era mirato - come da noi - ai singoli e ai potenti o, nel caso dell'Algeria, al proprio interno dopo l'esclusione del Fis dalla vittoria elettorale. Non c'era lo spargimento di sangue e paura fra la gente semplice di un altro paese, quella che va al lavoro ogni mattina, perché senta sulla propria pelle gli effetti più o meno collaterali della guerra voluta dai soli capi contro questo o quello stato del Medio Oriente. Questa radice primaria viene regolarmente rimossa malgrado che negli anni `90 fosse annunciata da Al Qaeda. Per prenderla sul serio c'è voluto il massacro alle due Torri.
Seconda radice certa, la risposta degli Stati Uniti con un'altra guerra, in Afganistan e in Iraq, non poteva essere più stupida e arrogante: il terrorismo si è esteso ben oltre Al Qaeda, come arma specifica della guerra asimmetrica. In Palestina colpisce solo gli israeliani e necessita di kamikaze, travolgendo quei disgraziati paesi in uno scontro senza fine. Ma quello che è definito terrorismo internazionale ha morso, dopo un primo attentato a Parigi, ben più aspramente Madrid e Londra (e domani, ci ha promesso il nostro premier, probabilmente morderà noi). Gli attentati ai trasporti nelle ore di punta sono facili, al posto del kamikaze c'è qualcuno che se la può anche filare fidando nel timer e in ogni caso, se è preso, viene preso dopo e ha in conto la morte o la galera o la tortura.
Terza radice: la demenza di fare una guerra al terrorismo colpendo uno stato, come se si trattasse di un esercito regolare al di là di una frontiera. Non solo non lo colpisce, colpisce degli innocenti e ne moltiplica gli adepti. Non prenderne atto è stupido. Li cattureremo, ha assicurato Blair. Già, chi? dove? come? Ha più buon senso l' intelligence quando dichiara che prevedere uno di questi attentati è impossibile. Non si possono perquisire tutti gli autobus, i metrò, i tram. E poi magari tutti i passanti. Questo genere di rimedi stanno colpendo perversamente le libertà civili delle nostre contrade.
In conclusione s'è fatto un errore dopo l'altro. Per estirpare il fondamentalismo terrorista occorre chiudere con le guerre in Medio Oriente. Bisogna affogarlo nella pace. Nella pace, quella che tutte le genti preferiscono, non avrebbe più terra per allignare, acqua dove nuotare. Che sia intrinseco all'Islam volere la distruzione dell'Occidente è una bufala, vi è convissuto per secoli e se mai ne è stato attaccato: la distruzione degli infedeli è stata la bandiera delle crociate papaline.
Queste verità, che sono di evidente buon senso, sfuggono soprattutto al dibattito italiano. Dal repulisti di tutti i musulmani in Europa gridato dalla Lega, alla moltiplicazione di un' intelligence che li dovrebbe sorvegliare, auspicata da Fassino, alla concessione di un diritto di esistere fra noi soltanto quando avranno denunciato un arabo (tesi della delazione tanto cara a Giuliano Ferrara) è tutto una variazione sul mostrare i muscoli nello scontro di civiltà - perfino il Corriere vi ha messo, anche se sottovoce, la sua elogiando dei Ds il realismo dell'invito a scordare il passato.
Se c'è una politica insensata è questa. Se ci fosse un vero ruolo autentico per l'Europa dovrebbe essere quello di sciogliersi dai vincoli con l'amministrazione Bush, la più incapace delle presidenze americane del secolo, e far sentire con un'unica voce la crudele inefficacia delle strade seguite finora. E' già tardi, ma è meglio tardi che mai.
di Rina Gagliardi
Quel 4 giugno 1989 qualcuno, chissà, non aveva ancora capito che eravamo nel pieno dell'Ottantanove - e che da quell'anno in poi il mondo sarebbe stato diverso. A Tienanmen, già illuminata dai riflettori della globalizzazione, venne consumato uno dei massacri più feroci e crudeli del mondo contemporaneo: almeno diecimila ragazzi immolati sull'altare del nuovo ordine di Deng Hsiao Ping, i mucchi di corpi schiacciati dai carri armati, sepolti sotto un fiume di sangue, poi buttati via, chissà dove, come spazzatura umana di cui liberarsi al più presto. Ancora, oltre tre lustri dopo, quelle immagini di morte ce le portiamo dentro: non le abbiamo rimosse, non le abbiamo riposte nell'archivio polveroso dei tanti crimini della storia, o della politica. Moriva un sogno, a Tienanmen: quello di un socialismo capace di rinnovarsi davvero, di "riformarsi" senza rinunciare ai suoi orizzonti ultimi, di far diventare protagonisti i suoi giovani. Ma chi si ricorda oggi che quei fragili e resistentissimi studenti andarono incontro ai carri cantando l'Internazionale? E che, oltre loro, in altre grandi città della Cina c'era un grande movimento di operai che rivendicava, anch'esso, un socialismo diverso? Anche questa radice di classe fu arsa viva. Tutto potevano permettersi, i governanti cinesi, fuorché l'ingombro dei soggetti, in carne ed ossa, che speravano di poter dire la loro sul futuro della Cina. Tutto potevano capire, del "vento occidentale", fuorché parole come «diritti», «democrazia di massa», «partecipazione». L'ordine regna a Pechino, fu l'approdo logico e glaciale della vicenda. Le cancellerie dell'Occidente non trassero solo un sospiro di sollievo: non nascosero, più di tanto, la loro incondizionata ammirazione.
La Cina imboccò da allora la strada del definitivo «grande balzo in avanti», che l'avrebbe portata a ritmi incredibilmente veloci a diventare una grande potenza economica mondiale. A differenza di Mikhail Gorbaciov - che stava ingenuamente tentando di uscire dalla crisi del socialismo sovietico attraverso la "democratizzazione" e la "trasparenza" - Deng Hsao Ping aveva capito che tutto, in Cina, poteva mutare, tranne il sistema politico - tranne il dominio del Partito comunista e dello Stato centrale. E infatti, dopo Tienanmen, il nuovo Moloch della Cina si chiama Mercato: crescita produttiva, iniziativa privata, apertura alle multinazionali, ritmi frenetici di sfruttamento del lavoro vivo. Con il portato "naturale" dello sviluppo - come l'espansione smisurata smisurata delle diseguaglianze sociali, la disoccupazione, l'insicurezza sociale. Ma senza quell'essenziale "correttivo" che il movimento operaio, e le sue lotte, hanno saputo esercitare nei confronti del capitalismo: in Cina, a tutt'oggi, non c'è libertà di organizzazione sindacale, e ogni tentativo è anzi duramente stroncato, trattato sotto la voce "atti eversivi contro la sicurezza dello Stato", che riempie ogni anno le prigioni cinesi di migliaia di rei non sappiamo quanto confessi. Non ci sono partiti, certo. Non ci sono giornali indipendenti. Non c'è alcuna libertà di culto religioso. Non ci sono associazioni, o aggregazioni libere, che configurino la crescita di una "società civile" degna di questo nome. C'è, sì, un miracolo economico che il resto del mondo invidia - eo teme. Il miracolo che coniuga la spietatezza e l'illibertà della politica con la spietatezza e l'efficacia dell'economia - del capitalismo.
Chi ha detto, sull'onda di quella lontana ubriacatura, che la libertà (questa parola così difficile da definire, eppur così chiara, quando la vediamo negata e calpestata) è elargita ai popoli soltanto dal Mercato? Che soltanto lo sviluppo, anzi un grande sviluppo capitalistico, si accompagna storicamente con la democrazia, quantomeno la democrazia rappresentativa? Il potere cinese ha realizzato sul campo una smentita clamorosa proprio di questa "legge della storia": lo sviluppo neoliberale e il capitalismo prosperano nell'illibertà, da essa sono anzi alimentati e favoriti. Dopo Tienanmen, dopo quel fatidico 89, anche questo paradosso è diventato possibile. Come hanno capito i giovani no global di tutto il mondo, gli eredi veri di quei ragazzi massacrati il 4 giugno.
Il rapporto dei membri italiani definisce la versione americana una «apodittica auto-assoluzione» 1. Il blocco non era segnalato. 2. L’auto andava a bassa velocità. 3. Gli Usa sapevano della missione. 4. I soldati, stressati e inesperti, hanno fatto fuoco subito. 5. La scena della sparatoria è stata alterata
Pentagono sotto accusa per gli omissis decrittati: reso noto anche il nome del soldato che ha sparato
È un rapporto che accusa pesantemente i militari e le stesse autorità americane quello che ieri sera è stato consegnato dai due membri italiani nella commissione sull’uccisione di Nicola Calipari. In primo luogo - sostengono l’ambasciatore Ragaglini e il generale Campregher - l’organizzazione del posto di blocco sulla strada per l’aeroporto di Baghdad era «a dir poco carente». Nessun segnale avvertiva dello stesso posto di blocco. L’auto su cui viaggiavano Calipari e Giuliana Sgrena procedeva a «una velocità non rilevante». È verosimile che i militari abbiano sparato per stress e inesperienza. Le autorità americane erano a conoscenza della missione italiana, anche se non nei dettagli. La scena dei fatti, infine, non è stata preservata.
L’Italia accusa: quel check point era illegale
Il rapporto italiano su Calipari denuncia l’autoassoluzione Usa: l’auto non correva, hanno sparato per stress e inesperienza
Toni Fontana
Con una relazione di 52 pagine l’Italia ribatte e contesta la versione dei fatti accaduti a Baghdad il 4 marzo. Le autorità americane di Baghdad sapevano «indiscutibilmente» dell’arrivo di Nicola Calipari per un’«attività istituzionale», il posto di blocco era stato allestito «senza la più elementare misura precauzionale» e non vi era alcuna segnalazione, l’auto degli italiani procedeva a bassa velocità, i militari americani hanno agito «in uno stato di tensione» e in assenza di «regole chiare». Per tutte queste ragioni non si giustifica «l’autoassoluzione» decretata dai comandi americani. Sono questi i titoli principali della «controrelazione» diffusa ieri a Roma ad termine di una lunga giornata segnata da inspiegabili ritardi e attese.
La relazione, redatta dall’ambasciatore Cesare Ragaglini e dal generale Pierluigi Campregher, i due rappresentanti italiani in seno alla commissione mista formata con gli Usa, appare una dettagliata requisitoria che contesta punto per punto la versione americana dei fatti accaduti la sera del 4 marzo a Baghdad. Nessuna delle valutazioni espresse dai comandi statunitensi coincide con quella degli italiani che, nel dossier, descrivono l’improvvisazione dei militari, decritti come soldatini stressati, impreparati, ossessionati dalla paura e agli ordini di comandi che non si sono curati di segnalare il passaggio dell’auto. Se, da un lato viene esclusa la «volontarietà» dell’uccisione del dirigente del Sismi, dall’altro nella relazione diffusa ieri si mette l’accento sul fatto che, dopo la sparatoria al posto di blocco volante, la scena del delitto è stata rapidamente ripulita. In tal modo, pur essendo stati sparati decine di colpi, non è stato possibile effettuare un’adeguata investigazione sull’accaduto, non sono stati contati così i proiettili partiti dal fucile mitragliatore del soldato Mario Lozano e la sua arma non è stata prontamente sigillata per permettere successivi accertamenti.
La parte nella quale il giudizio implicito nei rilievi tecnici appare più duro e accusatorio nei confronti dell’operato dei militari Usa è quella relativa ai presunti accertamenti satellitari che, si fa notare,- non facevano parte del materiale esibito dalla controparte. Ciò - sostiene il dossier italiano - «potrebbe far considerare l’ipotesi, che i rappresentanti italiani rifiutano e non ritengono verosimile, che taluno abbia voluto alterare, o occultare, dei mezzi di prova». Ragaglini e Campregher spiegano di aver «accuratamente preso visione di tutto il materiale» che gli americani hanno consegnato nel corso dei lavori, ma che «null’altro esisteva se non ciò che è stato consegnato».
Sulla diffusione del rapporto con quattro ore di ritardo si è innestato un giallo che ha alimentato ogni sorta di voce. Verso le 20,30 il sottosegratario alla presidenza Gianni Letta si era spinto ad affermare ai giornalisti che lo interrogavano, che «non c’è alcun ritardo». Erano tuttavia passate ormai quasi tre ore dall’orario previsto per la consegna del documento alla stampa via Internet. Il sorprendente ritardo sarebbe stato causato da due ordini di motivi. Tra i dirigenti del Sismi, palazzo Chigi e la Farnesina vi è stata ieri una lunga mediazione per limare le frasi della relazione. In particolare si è discusso a lungo sulla risposta da dare alla frase contenuta nella relazione Usa che recita: «Gli Stati Uniti considerano l’intero Iraq zona di combattimento». Da questa considerazione consegue il fatto che anche i tremila militari italiani schierati a Nassiriya sono dentro un teatro di guerra, ma l’Italia ha sempre negato l’esistenza di questo contesto che obbliga i nostri soldati ad agire sotto comando britannico anche se, ufficialmente, sono impegni in una «missione umanitaria». Non solo. Quando gli americani affermano che tutto l’Iraq è zona di guerra e che «Baghdad è una città di 6 milioni di persone e di un gran numero di resistenti e terroristi che operano sia in città che nelle vicinanze» ricordano tra le righe all’Italia che gli 007 dovevano tener conto del contesto e comportarsi di conseguenza, adottando quelle che, secondo il comando Usa, sono le precauzioni che si debbono prendere e che i funzionari del Sismi non hanno seguito quella sera. L’altra ragione che ha ritardato la diffusione della relazione è più tecnica, ma pur sempre politica. Si trattava infatti di decidere quale sito avrebbe diffuso sul Web la versione italiana. Anche su questo Sismi, palazzo Chigi e Farnesina hanno espresso valutazione diverse. Sul portale della Farnesina l’annuncio della divulgazione del materiale era apparso fin da sabato, ma ieri pomeriggio è misteriosamente spartito. Poi si è pensato di affidare il dossier a vari siti non ufficiali del governo e, alla fine, si è optato per quello del governo che però, quattro ore dopo l’orario stabilito, non aveva ancora pubblicato nulla. Nel frattempo la relazione consegnata dall’ambasciatore Ragaglini e dal generale Campregher era stata limata fin nelle virgole e quindi consegnata alla presidenza della Repubblica, ai presidenti dei due rami del Parlamento, Pera e Casini e al presidente del Copaco, il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti, Bianco. A quel punto il ministro degli Esteri Fini e il sottosegretario Letta si sono consultati ed hanno deciso che il primo passo da compiere era la consegna della relazione all’ambasciatore Mel Sembler, ricevuto in serata a Palazzo Chigi. Poi il presidente del Senato Pera ha annunciato che tutti i presidenti dei gruppi parlamentari avrebbero ricevuto il dossier per poterlo consultare. A tarda sera Letta ha tentato di mettere a tacere la girandola di voci facendo sapere che il ritardo era stato determinato dalla necessità di completare il testo e recapitare quindi il dossier alle massime cariche dello stato.
Massimo Cacciari
Tra la gente che affolla l'atrio di Ca' Farsetti, viene avanti una signora di mezz'età. Lo guarda estasiata, e dice: « Caro Massimo, il mio sì che è un voto consapevole... » . Il filosofo ringrazia, stringe la mano all'ammiratrice, mentre flash e telecamere lo bersagliano.
I cronisti premono, e via con la prima domanda: se lei fosse un elettore del centrodestra, andrebbe a votare al ballottaggio? « Assolutamente sì, e voterei Cacciari » . Non è che l'inizio. Lui, il professore, è abilissimo nel dribbling, e, quando, ripetutamente, gli si fa notare che per battere l'amico avversario Felice Casson dovrà avere dalla sua la Casa delle Libertà, ribatte, un po' stizzito: «Io chiedo voti ai veneziani» . E precisa: «Qualunque cittadino del centrodestra sa benissimo chi è Cacciari, forse non lo sanno nel centrosinistra».
Apparentamenti? « Non voglio sentire neanche la parola » . Poi, sbotta: «Nella logica del meno peggio, è ovvio che tra me e Casson, quelli del Polo scelgono me» . Già.
Ma se i seguaci di Berlusconi e compagnia, al ballottaggio, resteranno a casa? La partita è dura, anzi durissima, per il filosofo. Eppure a vederlo, con il suo fisico asciutto da asceta che neppure l'ampia piega del loden riesce a rimpolpare, con il ciuffo e la barba nera a dispetto degli anni che passano, a sentirlo parlare con la sua verve e le sue certezze, Massimo Cacciari conserva l'appeal dell'inossidabile star. Al di là delle percentuali («potevo prendere qualche punto in più, ma amen») , al di là dei sussurri colti al volo tra galoppini, segretari e supporter che gremiscono il piano nobile del Municipio ( « questa volta Massimo non ce la fa») , al di là, insomma, di come andrà a finire l'anomala e perfino bizzarra scommessa elettorale veneziana.
Cacciari, dunque, afferma: «Il distacco tra me e Casson è notevole; del resto, era nelle previsioni. Intendiamoci, tra noi non c'è alcuna differenza di orientamento politico generale, ma un confronto sereno e aperto sull'amministrazione della città. I veneziani si esprimeranno su chi ritengono più in grado di gestire i problemi, di affrontare le sfide future, segnando la discontinuità con la giunta uscente». Attacco frontale a Paolo Costa (i due, un tempo sodali, ormai hanno rotto i ponti), il sindaco ulivista che ha amministrato Venezia, nel passato quinquennio. E che ora tifa apertamente per il candidato Casson. La critica di Cacciari al primo cittadino che si congeda da Ca' Farsetti si riferisce soprattutto alla gestione delle grandi opere, in primis il Mose, annoso pomo della discordia sulla salvaguardia della Laguna. Costa ha dato il via libera al progetto, «riuscendo perfino — ironizza il professore — a tacitare il riottoso (e da sempre contrario) polo rosso verde di Gianfranco Bettin» .
«Se sarò eletto — spiega Cacciari — chiederò una moratoria, per valutare progetti alternativi al Mose, che non sono stati discussi» . È solo un accenno al suo programma che — promette il candidato sindaco — svilupperà durante i prossimi quindici giorni di campagna elettorale. Ma adesso, inutile nasconderlo, sono gli umori politici, le alleanze palesi e sotterranee, che animano il dibattito in Laguna.
Senza trascurare lo scenario post elettorale delle Regionali. Granitico, dice: «Io sono il centrosinistra, così come si presenta nel quadro nazionale. Unito, e sotto la guida di una personalità come Prodi, che di sicuro non è l'espressione di un polo rossoverde». Incalza: «Chi, però, mi accusa di aver fatto un' operazione neocentrista è un mascalzone» .
E Cacciari, senza tanti giri di parole, annuncia che, se uscirà vincitore, di sicuro manderà all' opposizione l'ala più radicale della sinistra, che annovera anche i gruppi no global guidati da Luca Casarini. E da Beppe Caccia, che, nella giunta Costa, era assessore alle Politiche sociali. Sono, assieme a Bettin, gli stessi fan dell'ex pm Felice Casson.
Gianni De Michelis
L'ex (molto ex) doge di Venezia Gianni de Michelis l'aveva detto: «Se Cacciari va al ballottaggio con Casson, non ho dubbi: scelgo il filosofo». Adesso che l'ipotesi è diventata realtà, il segretario del nuovo Psi non cambia idea.
Ha votato per un candidato della Casa delle Libertà, ma poiché il centrodestra è rimasto al palo, lui conferma che tra il pm e il professore non c'è partita. «Lasciamo perdere il suo passato recente, lasciamo perdere quel Massimo che ha rappresentato il nuovismo della Seconda Repubblica — dice —. Oggi Cacciari sostiene una piattaforma riformista credibile, e dunque va votato, per dare a Venezia un'amministrazione dignitosa» . Certo, fa effetto sentire dall'ex potente De Michelis giudizi lusinghieri all'indirizzo di chi, narra la leggenda, lo liquidò, durante l'epoca di Tangentopoli, con la battuta: «No, Gianni, non mi metto con i socialisti, sono già ricco di famiglia» .
«Balle — taglia corto il segretario del Nuovo Psi — Massimo non ha mai pronunciato quelle parole... ».
Sta bene, ma Cacciari oggi è cambiato politicamente? «No, no; è sempre stato un riformista. La verità è che, quando decise per la prima volta di candidarsi a sindaco di Venezia, si unì all'area politica più estrema. Quindi, si è incatenato al giro di Gianfranco Bettin, con contorno di ragazzi dei centri sociali. Poi, ha fatto un altro percorso. Oggi, paradossalmente è stato costretto a candidarsi per smontare quell'intreccio perverso da lui stesso creato. E' la nemesi. Comunque, ribadisco: Casson è improponibile, sto con Massimo».
Ride David Lane corrispondente dall’Italia dell’Economist dall’altra parte della Manica e dalla sua casa di Londra. Dove riusciamo a bloccarlo per telefono, distogliendolo da un «report» che deve consegnare subito al giornale. E ride con sibilo british. Quando alla fine di quest’intervista tiriamo in ballo il «modello Westminster». Per chiedergli se l’opposizione a Berlusconi debba essere «bypartisan» e costruttiva: «Westminster? Ma è proprio il contrario! Vuol dire contrasto duro e giorno per giorno al governo in carica». Ma non è solo stupore «politologico» quello di Lane. La verità è che il collega dell’Economist - coautore nel 2001 con Tim Laxton della celebre inchiesta sul Berlusconi unfit a guidare l’Italia - pensa che quel famoso modello bipolare sia stato letteralmente violentato dall’anomalia del modello Berlusconi. Anomalia mediatica, finanziaria, politica e istituzionale. Inassimilabile a qualsivoglia forma di governo conosciuta. Perciò Lane - baffi da ex ufficiale di carriera in Marina e ingegnere elettrico prima che giornalista - s’è presa la briga di spiegare ai suoi concittadini lo strano caso in questione. Con un volume dettagliato di pura storiografia giornalistica che ora giunge ai lettori italiani per Laterza: L’Ombra del potere (pagine 429, euro 19, traduzione di Fabio Galimberti, titolo originale è Berlusconi’s Shadow. Crime, Justice and the Pursuit of Power). Ovvero, fasti, nefasti, antecedenti e ascesa del signor B. Inquadrati nel famoso passaggio d’epoca dalla vecchia repubblica alla nuova, che nel giudizio di Lane conferma il trasformismo italico come autobiografia della nazione. Storia inverata nel miracolismo e nell’antropologia di un leader a cui tanta parte degli italiani ha dato il suo consenso. Per stanchezza, ingenuità, cinismo e mancanza di meglio... Morale: ce n’è per tutti, governo e opposizione, nell’analisi del «conservatore» Lane. Sentiamo.
David Lane, sono passati quattro anni dalla clamorosa inchiesta dell’«Economist» su Berlusconi «inadatto a guidare l’Italia». Ora il suo ultimo libro conferma la diagnosi, e in modo ancora più drastico. Perché?
«I risultati che gli italiani e non solo hanno potuto verificare, confermano che quella diagnosi centrava il bersaglio. E lo vediamo in tanti campi, dalla giustizia, all’economia, allo stile di governo, alle relazioni internazionali. Berlusconi ha deluso innanzitutto gli italiani più che gli stranieri, che peraltro non hanno mai riposto eccessive aspettative in lui, e nemmeno patiscono eccessivamente le sue scelte politiche. Sì, mi pare che siano proprio gli italiani i più delusi, o almeno dovrebbe essere così».
Ma dal suo osservatorio internazionale qual è la percezione che si ha del governo Berlusconi?
«L’abbiamo toccata con mano proprio in questa settimana. Con le ambigue e sfumate dichiarazioni sul ritiro delle truppe italiane dall’Iraq. Immediatamente seguite da una retromarcia di Berlusconi, che ha accampato il pretesto d’essere stato frainteso».
Sarebbe concepibile in Gran Bretagna, su tali argomenti, esternare in tv e tacere invece in Parlamento?
«No, e non solo in Gran Bretagna. Come minimo da noi verrebbe considerato un fatto molto anomalo, se non inconcepibile. Ma le anomalie come è noto sono ben altre...».
C’è il semestre europeo, pieno di gaffe, aggressioni e scontri, come sul caso Buttiglione...
«Infatti, e ho cercato di raccontare tutto questo nel mio libro. Guardi, per tagliar corto, voglio ripeterle a riguardo quel che ha detto Grahm Watson, capogruppo liberale britannico a Strasburgo. Ha parlato di fallimento personale di Berlusconi alla presidenza italiana del semestre. E ha detto che non aveva mai assistito, nei suoi nove anni e mezzo in Europa, a una presidenza preparata così male. Mentre negli altri casi il programma veniva allestito con anticipo di settimane, Berlusconi ha presentato il suo programma a semestre già iniziato, e per di più solo in italiano. Watson narra poi dei suoi colloqui romani di quel periodo con Berlusconi, ufficiali e a cena. Il premier diceva che tutti i giornalisti e i giudici erano dei “comunisti irriducibili”. E passò il resto di una serata a “raccontare barzellette come un piazzista di polizze assicurative”. Watson riferisce inoltre di essere uscito dal colloquio pensando che Berlusconi era completamente inadatto al compito».
Qualcuno potrebbe dire: i soliti inglesi snob e prevenuti contro l’Italia...
«Non c’entra lo snobismo. Sono solo i giudizi di Watson su certi comportamenti, riportati per filo e per segno nel mio libro».
Torniamo alle anomalie strutturali. Qual è a suo giudizio l’aspetto più preoccupante e senza precedenti del caso Berlusconi, e del modello politico che incarna?
«La cosa che più preoccupa politici e giornalisti stranieri sta proprio nel potere mediatico che Berlusconi esercita. Un filtro che gli consente di controllare l’informazione, privando gli italiani degli elementi per giudicare quel che accade. Da noi sarebbe una realtà inconcepibile, anche perché, da voi come da noi, la maggior parte della gente non legge i quotidiani politici per formarsi un’opinione, ma si abbevera alla tv».
Ritiene che ciò possa configurare un regime o qualcosa di simile?
«Non sono l’unico a pensarlo, ci sono tanti italiani a dirlo e a scriverlo. Il predominio sui media è inconcepibile e inspiegabile in una logica democratica. Per non parlare delle ricadute finanziarie e pubblicitarie del Berlusconi imprenditore, e insieme presidente del Consiglio: il famoso conflitto di interessi. Che il vostro premier non ha fatto nulla per dissipare. È un’anomalia davvero straripante, che esercita il suo peso anche nei confronti della magistratura. Aspetto tanto più rilevante se si pensa che l’ordine giudiziario indipendente è una colonna portante del vostro ordinamento costituzionale. Qui il pericolo è che si vada oltre i confini dell’ordinamento democratico».
Nel suo libro scomoda anche Mussolini. Non teme l’accusa di forzatura storica?
«No. I miei rilievi si riferiscono essenzialmente a ciò che Berlusconi stesso ha detto di Mussolini. Non è stato lui a dire che il Duce mandava la gente in vacanza? Che non è stato feroce e che non ha ammazzato mai nessuno? E poi tutte le sue imprecazioni contro i comunisti e contro il centrosinistra contengono sempre anche una vera e propria falsificazione storica, nei confronti dell’antifascismo e del suo ruolo storico. Trovo molto allarmante la svalutazione dell’antifascismo e della Resistenza, unita alla parificazione tra fascisti e comunisti in Italia. Qui non sono ammissimibili equivoci. I fascisti stavano con Hitler, erano dalla parte del torto».
E i comunisti?
«Senza alcun dubbio in Italia i comunisti hanno lottato per la libertà e per la democrazia. E i partigiani, anche quelli comunisti, hanno grandi meriti. Nessuna equiparazione è possibile con i ragazzi di Salò».
Insomma, lei denuncia un rischio molto forte di involuzione culturale e politica nella nostra democrazia. Una degenerazione già in atto. Ma lei sottolinea anche il ruolo del consenso degli italiani a tutto questo. Come lo spiega?
«Vorrei intanto precisare che non do giudizi moralistici o aprioristici. Mi limito a fotografare la situazione sulla base delle evidenze di fatto, raccontate in un volume analitico di oltre trecentocinquanta pagine. Quanto al consenso, è indubbio che la maggioranza degli italiani ha voluto questo governo. Anche perché l’influsso del potere mediatico è stato tale da convincere tanta gente per bene della bontà della politica di centrodestra. Certo, ci sono anche aspetti di mentalità ben precisa in Italia, per spiegare il credito concesso a Berlusconi. Penso al ruolo del perdono, tipico del costume cattolico. Nei paesi protestanti viene prima la punizione e poi il perdono. In Italia è il contrario. Beninteso, non è una questione antropologica o genetica. Scolpita nel carattere nazionale italiano. Il potere di Berlusconi è frutto di tante cose, dei media in primo luogo. E forse anche di una certa stanchezza sulla questione morale, dopo i traumi di Tangentopoli e le tragedie di Falcone e Borsellino. Allora l’Italia si trovava al bivio: ripulire la vita pubblica oppure rifluire, rinunciare. Purtroppo le grandi agenzie di opnione, dalla Chiesa ai media, non hanno insistito abbastanza su questa sfida davvero decisiva all’illegalismo».
Anche l’opposizione però avrà avuto i suoi demeriti, divisa come è stata e incapace di colpire al cuore l’anomalia berlusconiana per tempo...
«Il centrosinistra ha sbagliato a sottovalutare l’ingresso di Berlusconi in politica. E a non contrastare a fondo il conflitto di interessi nel periodo 1996-2001. Hanno pesato molto le divisioni e i personalismi. E poi la mancanza di un giusto equilibrio tra ragionevolezza e rigore. Credo che la coalizione di centrosinistra non abbia mai conseguito un buon punto di mediazione tra spinte estremiste e tendenze moderate, e lo abbia pagato».
Davvero ravvisa dell’estremismo, nel centrosinistra di oggi?
«Ci sono elementi che vanno ancora in questo senso, e che a mio avviso incarnano il passato e non il futuro»
Allora eccole servita la domanda delle domande, quella su cui molti litigano nel centrosinistra: con questo governo è possibile convivere in una logica bypartisan e costruttiva?
«Il bipolarismo modello Westminster? Significa posizioni polarizzate e contrapposte. Ogni giorno!».
I temi della legalità, del regime e del conflitto di interessi restano perciò irrinunciabili contro questo governo?
«Direi proprio di sì»
E sulla riforma istituzionale, sul premierato e quant’altro, sono auspicabili intese?
«Si può votare secondo coscienza su certi temi. Ma ora, se permette, le faccio io una domanda: il tentativo di intesa sulla Bicamerale ha prodotto qualche buon risultato?»
Berlusconi ha rovesciato il tavolo...
«Appunto
Unfit to lead Europe, l'articolo dell'Economist (maggio 2004)
Giuliana è stata liberata e sta bene. Ma nel viaggio in automobile che la portava verso l'aeroporto di Baghdad e verso di noi la sua vettura è stata colpita dal fuoco degli americani. E' stata ferita, in modo non grave, insieme ad altre due persone. Nicola Calipari del Sismi è rimasto ucciso. Il Dipartimento di Stato Usa ha espresso il proprio «rammarico» per l'incidente avvenuto a Baghdad.
Nicola Calipari, il funzionario del Sismi che ha fatto da mediatore per la liberazione di Giuliana Sgrena è stato ucciso dai colpi esplosi da un blindato delle truppe statunitensi contro l’automobile dei servizi segreti italiani che trasportava Giuliana verso l’aeroporto di Baghdad. Nicola Calipari l’ha salvata due volte: l’ultima, riparandola col proprio corpo durante la sparatoria. Nato a Reggio Calabria, aveva 50 anni, era sposato e padre di due figli, una ragazza di 19 anni e un ragazzo di 13. In polizia da oltre vent'anni, Nicola Calipari aveva reso possibile anche la liberazione di Simona Pari e Simona Torretta.
le immagini sono tratte dal manifesto online
ROMA - Professor Asor Rosa, Fassino ha inserito Bettino Craxi nell´album di famiglia della Quercia. Lei che ne pensa?
«È l´ulteriore prova dell´omologazione dei Ds a un certo tipo di tradizione socialista che comprende anche Craxi».
Se ci si dichiara socialisti, il riferimento è inevitabile.
«No. È inverosimile, è la negazione di un intero periodo della nostra storia ivi compresa la questione morale perseguita con tanta passione da Berlinguer».
Fassino invece ha citato insieme Berlinguer e Craxi...
«Non credo che Berlinguer e Craxi appartengano alla stessa famiglia. Rappresentano due modi completamente opposti di concepire la milizia politica, l´onestà intellettuale e soprattutto quella personale nelle cariche pubbliche. Craxi è una degenerazione della famiglia socialista. È come se uno si dichiarasse cristiano e perciò fosse obbligato a considerare come un fatto positivo la persecuzione di Galileo Galilei».
Comunque il segretario dei Ds non è solo. La platea del congresso lo ha applaudito.
«Significa che una parte consistente dei militanti diessini sono d´accordo con lui. E questo mi pare scandaloso».
Non si può distinguere tra il Craxi leader socialista e il Craxi di Mani pulite?
«Sono esattamente la stessa cosa. Ammettendo la buona fede, chi distingue fa un errore ancora più grave».
Non crede alla buona fede dei dirigenti dei Ds?
«Non do giudizi morali. Vedo che è stato fatto un passo avanti molto forte nella rivalutazione di Craxi. E siccome Berlinguer e Craxi non possono stare nella stessa famiglia, penso che ci sia sotto qualcosa di più: la definitiva liquidazione di Enrico Berlinguer da parte di questo gruppo dirigente, al di là dei richiami patetici e commoventi che pure vengono fatti nei loro discorsi. Ecco, lì c´è sicuramente un po´ di ipocrisia».
(g.d.m.)