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Cominciamo con l’eliminare le bassezze. Un esponente della comunità ebraica romana ha dichiarato che chiunque non sarà al suo fianco a manifestare davanti all’ambasciata dell’Iran giovedì sera non soltanto è nemico di Israele ma di tutti gli ebrei, e deve sapere che sarà tenuto sotto osservazione. Il saggio amico Amos Luzzatto ha cercato di rimediare osservando che qualcuno sarà impedito di esserci perchè ammalato o all’estero. Io sono in questa condizione. E però non a Pacifici, che una voltami ha additato come terrorista alle sassate dei suoi seguaci, ma a Luzzatto voglio dire che non sarei andata alla fiaccolata neanche se fossi a Roma e sana come un pesce. Primo, perchè nessuno mi farà andare o non andare a una manifestazione sotto minaccia di essere schedata, e non preciserò che cosa questo mi ricordi; secondo, perchè non vedo ragioni di essere a fianco di Calderoli e di Fini e sotto l’egida del Foglio. E con ciò chiuso. Che qualcuno della comunità ebraica possa definirmi per questo antisemita è un problema della medesima comunità. Delle intemperanze del Foglio, che sta varcando il limite tra provocazione e stupidità, non meriterebbe parlare se troppi e troppe non fossero frementi di frequentarne la scena.

E veniamo alle cose serie. Politicamente grave è stata l’uscita di Ahmadinejad sulla necessità di cancellare Israele dalla carta geografica, e miserrimo il rattoppo: ´Ma non sarà l’Iran a cominciare, e del resto sono cose che Khomeini e Khamenei hanno detto per vent’anniª. Grave che una folla di giovani emeno giovani e financo di donne, trattate come sono da quel regime, si sia inebriata per le strade di Tehran di questaminaccia simbolica.

Perchè è un mero simbolo, ancorchè pessimo. Non solo Israele è uno degli stati più difesi, più armati e per certi versi più aggressivi del mondo, e quindi non è certo messa in pericolo dall’Iran, ma quel che gli ebrei hanno subito nel ‘900 fa dell’esistenza di una terra loro, dove non possano mai sentirsi perseguitati o indesiderati, il minimo che l’umanità deve a se stessa. Se c’è qualcosa da cancellare è l’incapacità di molte comunità della diaspora di liberarsi dal senso di essere in un ghetto, di essere isolata e perseguitata, e la parallela incapacità di Israele di presentarsi come in stato d’assedio e quindi di agire in modo conseguente per uscire da quel conflitto in medioriente, nel quale sia ebrei sia palestinesi, spossessati della loro terra, hanno perduto troppe vite e stanno dando il peggio di sé. Non è vero che un forsennato presidente iraniano voglia cancellare lo stato di Israele mente il saggio Sharon riconosce pienamente l’esistenza di uno stato palestinese. Ambedue rifiutano di riconoscersi, si rilanciano minacce di sterminio che fortunatamente non possono mettere in atto, svicolano dai loro problemi reali e danno corda ai reciproci fondamentalismi.

Su questo l’appello a partecipare al presidio di giovedì non dice nè solo nè tutta la verità. E’ una manovra che fa comodo alla destra, viene da uno dei suoi uomini, pretende di misurare la temperatura democratica della sinistra di fronte a uno dei problemi più dolorosi del tempo nostro. Soprattutto è una misera cosa davanti al vero problema di civiltà dal quale è impossibile stornare ormai lo sguardo. Da tutte le parti del mondo ci viene infatti un’analoga immagine: al venir meno di un conflitto civilizzato come è stata e vissuta nel ‘900 la lotta di classe e quella di emancipazione dei popoli, sono conseguite da parte della sinistra l’abbandono di ogni principio, e nei paesi terzi la retrocessione dalla emancipazione all’identità di sangue e terra. È giocoforza constatare che alla fine di un messianesimo terrestre per ingenuo che fosse, dai primi illuministi all’ambizione di creare un soggetto sociale rivoluzionario internazionalista, è sopravvenuta non altro che una regressione dell’una e dell’altra molto al di qua del punto da cui si era partiti.

La fine dei laicismi arabi Ë una catastrofe per quei paesi: davvero solo gli ayatollah potevano liberare l’Iran dalla modernità poliziesca e filoamericana dello scià? Davvero solo la disperazione dei kamikaze può ormai far fronte a Sharon? O Al Qaeda e la sue ramificazioni al venire meno di ogni progressismo arabo? E sono lo sette fondamentaliste, musulmane o indu, che si danno reciprocamente fuoco ma convincono e spesso organizzano i reietti della crescita indiana. Ma anche in occidente sembra che alla mera forza della tecnica del mercato non possa opporsi che la mera visceralità. Non è questa che ha dato spazio negli Stati Uniti ai neocons, in Francia a Le Pen, a Bossi in Italia, ai Kaczynski in Polonia, e si potrebbe continuare? Il modello occidentale trionfante moltiplica i reietti, e i reietti non sono - su questo ha ragione Dahrendorf - il terreno delle rivoluzioni. Sono terreno del populismo.

Così quel che potrebbe essere stato, anche nel caso del presidente iraniano, un dibattito serio nel conflitto politico italiano degenera di colpo in una brutta commedia. Bisognerà pure che qualcuno si decida a dirlo.

L´odierna discussione della «questione cattolica» è resa particolarmente difficile da una comune ma opposta disposizione d´animo diffusa sia nel mondo cattolico che in quello laico. La si potrebbe dire una sindrome da accerchiamento. È stupefacente constatare che molti cattolici, in perfetta buona fede, considerano la propria religione insidiata nella sua stessa esistenza dalla laicità, identificata con relativismo etico, edonismo, materialismo, scientismo; che per molti laici, altrettanto in buona fede, è invece l´attivismo politico della Chiesa a minacciare i principi stessi su cui il loro mondo si fonda: pluralismo di fedi, convinzioni e modi di vivere, rispetto delle coscienze, autonomia del diritto dalla morale, libertà della scienza. Per ognuna delle parti, l´altra è una minaccia. È la condizione più favorevole allo scontro e meno favorevole al dialogo. Ma il dialogo, tuttavia, per preservare le fondamenta, è tanto più necessario quanto più difficile. Benemerito chi, nell´uno e nell´altro campo, opera per tenerlo vivo.

La «questione cattolica» è una messe di questioni: cristianesimo e identità, Chiesa e Stato, Chiesa e democrazia. Iniziamo dal primo binomio.

Identità è la parola magica di tutti coloro che pensano al Cristianesimo come religione civile, come strumento di governo delle società. Le discussioni sul Preambolo del fallito progetto di Costituzione europea sono state dominate dalla questione dell´identità cristiana. La stessa idea si riaffaccia ogni volta che, nel nostro Paese, si parla della posizione materiale e simbolica che è giusto assegnare alla religione nella vita pubblica. Nella controversia circa l´esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici, alla libertà e uguaglianza delle coscienze si contrappone l´identità religiosa come valore nazionale. I privilegi che la Chiesa rivendica come diritti (insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche, finanziamenti diretti e indiretti, agevolazioni tributarie, posti nelle più diverse istituzioni, ecc.) si vogliono giustificare con l´essenza cattolica dell´identità nazionale. Ancora l´identità è invocata tutte le volte che si toccano temi di morale tradizionale, come la famiglia e la procreazione. Infine l´identità in pericolo è l´argomento principe di coloro che – cattolici e non cattolici – propugnano una politica di difesa aggressiva nei confronti dell´Islam.

In tutti i casi, identità è la cittadella assediata, l´ultimo fortino da difendere, magari attaccando, prima della capitolazione. Questa resistenza unisce cristiani credenti e cristiani non credenti che si dicono tali per ragioni politiche (teo-con, atei-devoti o come altrimenti li si denominino).

La spendita politica del Cristianesimo va di pari passo con una triplice riduzione: A) dell´identità a storia; B) della storia europea a Cristianesimo e C) del Cristianesimo a Chiesa. In tal modo, il gioco è fatto: la difesa dell´identità finisce con l´allineamento alla Chiesa. Vediamo.

A). Identità è un modo per dire «carattere essenziale». Nel dibattito pubblico, la parola è stata banalizzata. Quasi non c´è «opinionista» o uomo politico che non se ne serva a piene mani. Ma la banalità nasconde le ambiguità. Soprattutto, occulta la domanda se l´identità sia un fatto oppure, nei limiti in cui siamo capaci di elaborare e selezionare culturalmente il nostro passato e progettare un avvenire, un´elezione. Come se non potesse essere altrimenti, la si assume come fatto o, meglio, insieme di fatti, cioè storia. La questione dell´identità, nella sua essenza, è una questione di filogenesi storica, di competenza della storiografia.

Siamo prodotti della storia e non possiamo negare la storia senza negare noi stessi. Quante volte si è detto: non possiamo recidere le radici! E le radici sono un dato della vita naturale.

Questa concezione dell´identità è acritica e aggressiva e corrisponde all´idea di sé propria delle società tribali. E´ acritica, perché nell´identità in cui dovremmo riconoscerci starebbero, allo stesso titolo e col medesimo valore, il centurione che presso il Colosseo ci ricorda il panem et circenses, l´Accademia dei Lincei che rinnova il ricordo dell´Umanesimo italiano, la Marcia su Roma e le Fosse Ardeatine, per fare qualche esempio. Non è forse una coincidenza se una certa storiografia revisionista che, tramite assoluzioni generalizzate e appiattimento dei valori, chiede l´assunzione in blocco del passato nella nostra identità «nazionale» è la stessa che difende il Cristianesimo come religione civile. Ma questa concezione è anche aggressiva. Di fronte alle sfide, non ci possiamo mettere in discussione. Se lo facessimo, tradiremmo noi stessi o il gruppo cui apparteniamo. L´unica possibilità è l´autodifesa e qualunque mezzo è a priori legittimo, anzi santo. Appellarsi all´identità equivale a battere il pugno sul tavolo contro gli estranei che sono o si affacciano tra noi.

Una volta «chiarita» la nostra autentica identità, che cosa dovrebbe fare chi non vi si riconosce o, peggio, non vi è riconosciuto dagli altri? Dovrebbe accettarla obtorto collo, per non essere meno cittadino? O dovrebbe addirittura scomparire, se i caratteri dell´identità (come l´etnia o la «razza») non permettessero adattamenti? E´ una storia antica. Non si è compreso che, dietro una parola apparentemente dotta, minacciosamente fa di nuovo capolino il nazionalismo etico. Ma non dovrebbe essere la Chiesa a rifiutare questa idea di identità: proprio la Chiesa cattolica che, tra tutte le chiese, è la più orientata all´azione missionaria? Il proselitismo nel campo occupato da tutte altre tradizioni religiose non si basa forse sull´idea che ogni persona e i popoli interi possono essere artefici della loro identità, che non l´ereditano come un fagotto obbligatorio?

B). La civiltà europea come storia solo cristiana è un´idea onnivora, già a prima vista bizzarra. Eppure, è proprio questo che gli apologeti della religione civile cristiana sostengono quando attribuiscono al cristianesimo la primogenitura in tutto ciò che oggi ci pare buono e bello. Si dice, ad esempio, che la democrazia - vanto dell´Occidente - non vive senza condizioni: fiducia reciproca, pari dignità degli esseri umani, senso di responsabilità e di giustizia, tolleranza e rispetto; che tutto ciò è ethos cristiano e che dunque la democrazia è figlia del Cristianesimo. Così, però, si gioca sull´equivoco. L´affermazione può valutarsi diversamente a seconda che per Cristianesimo s´intenda messaggio cristiano o storia della Chiesa.

Limitiamoci al rispetto e alla tolleranza. Certamente, il messaggio cristiano non giustifica nulla che faccia violenza alla libertà. Il Cristo non obbliga nessuno. Nella grande tentazione satanica del deserto (Mt 4, 1-11; Lc 4, 1-13), egli rifiuta la coercizione delle coscienze: rifiuta il comando che costringe, il miracolo che seduce, i beni materiali che corrompono. Nessuna sanzione colpisce chi rifiuta la chiamata, se non un poco di tristezza (Mt 19, 23; Mc 10, 22; Lc 18, 23). La conversione è, per antonomasia, l´atto di libertà della coscienza. Ma chi oserebbe negare che nei secoli la Chiesa abbia invece piuttosto avversato la democrazia e appoggiato ogni sorta di autocrazia, che abbia praticato più l´imposizione che il rispetto delle coscienze? Chi potrebbe dimenticare la violenza di cui è stata dispensatrice in nome della fede che custodiva? Chi può avere la memoria così breve da ignorare che l´unica «libertà» riconosciuta è stata a lungo quella di aderire alla vera religione e che ogni rivendicazione di libertà diversamente indirizzata è stata oggetto di dure condanne?

Le libertà provengono piuttosto dalla contestazione dell´autorità della Chiesa: una contestazione che, in taluni casi, ha preso a base lo spirito evangelico dell´uguale dignità dei figli di Dio per rivolgergliela contro ma, in molti altri, ha avuto radici apertamente razionaliste, immanentiste, teiste, scientiste, atee: in genere a - o anti-cristiane. Senza di ciò, la Chiesa stessa non sarebbe quella che è: la Chiesa che si è disposta ad accettare la sfida del «mondo moderno», cioè del nemico contro il quale per molti secoli aveva militato.

La storia d´Europa non è dunque storia solo cristiana, nemmeno storia cresciuta tutta entro le contraddizioni generate dalle possibilità del logos cristiano.

Non ci sono ragioni d´opportunità o d´opportunismo che giustifichino autentiche appropriazioni indebite, per esempio in tema di diritti umani. Secondo la tradizione cattolica, aristotelico-tomista, il diritto è l´ordine naturale oggettivo, al quale il singolo deve conformarsi. Per la tradizione moderna, che inizia col Rinascimento, la prospettiva si rovescia addirittura e il diritto diventa prerogativa dell´individuo che autonomamente agisce nella società. Scavando nelle controversie tra papato e ordini monastici, nelle glosse dei giuristi medievali e nella filosofia della cosiddetta seconda scolastica, qualche studioso ha rintracciato qua e là rari e sempre discutibili indizi di uso del termine ius in senso soggettivo, invece che oggettivo, e ha concluso che nemmeno la concezione moderna dei diritti può ascriversi a un pensiero diverso da quello cristiano. Tali tentativi di revisione storiografica hanno avuto una ragione di politica culturale precisa, legittimare quella che a molti, all´interno del mondo cattolico, poteva apparire una cesura nelle radici: l´adesione del Concilio Vaticano II allo spirito moderno dei diritti umani.

La fondatezza di questi studi, pur mossi dalle migliori intenzioni, è però più che dubbia. Ma è bastato il tentativo perché ci si sia buttati senza discernimento, non temendo di relegare in secondo piano, quasi come sottoprodotto, i diritti umani sorti dalle comunità riformate, dal razionalismo, dal liberalismo, dal socialismo: diritti che la dottrina della Chiesa ha per secoli condannato e, sotto certi aspetti, ancor oggi condanna nei suoi massimi documenti normativi.

Questa cedevolezza fondata sulla dimenticanza non è solo fastidiosa. È è anche dannosa, perché appiattisce le cose nel più insulso degli accomodamenti, concettualmente e moralmente privo di nerbo. Tutto sembra la stessa cosa. Invece, la dottrina laica dei diritti non è quella cattolica, come risulta da un punto cruciale: per la prima, il limite dei diritti è l´uguale diritto altrui; per la seconda, l´ordine naturale giusto. La differenza è capitale. La prima dottrina mira alla libertà; la seconda, alla giustizia.

Valori diversi e, in certi casi, anche in conflitto, come constatiamo, ad esempio, a proposito del riconoscimento delle unioni al di fuori della famiglia tradizionale: per gli uni, non fanno male a nessuno; per gli altri, sono comunque «disordinate».

Solo mantenendo le differenze si può salvare la ricchezza delle diverse tradizioni: nella specie la tensione alla libertà (contro il quietismo oppressivo della giustizia) e la tensione alla giustizia (contro la prepotenza senza limiti).

C). In ogni caso, il Cristianesimo non è solo istituzione mondana. La riduzione dell´uno all´altra ucciderebbe lo spirito cristiano, espressione della parola divina trascendente ogni concretizzazione storica. Lo spirito cristiano non è una cultura dominante, una scala di valori temporali definita o una forma politico-culturale realizzata. Addirittura, non può nemmeno mai identificarsi pienamente con un´organizzazione confessionale, una chiesa o una «comunione di santi» storicamente determinate.

Sarebbe comunque riduzione mondana, culturale, etica, politica o chiesastica, nella quale il finito pretenderebbe di costringere l´infinito. Una tale riduzione ucciderebbe la speranza nello spirito e la Chiesa, secondo un monito di Soren Kierkegaard, sarebbe addirittura «annientata».

Il Cristianesimo è «spada che divide» il mondo (Mt 10, 34-35; Lc 12, 51-53); è «dal mondo» ma non «del mondo» (Gv 15, 19). Il Cristianesimo come «religione civile» sarebbe una confusione letteralmente anti-cristiana. Il messaggio di Gesù di Nazareth diventerebbe un´ideologia come un´altra, un collante sociale ambiguo e mellifluo, al servizio di ordinamenti costituiti. Per questo, è segno di totale sbandamento, è anzi motivo di scandalo, l´applauso opportunistico che certi «cristiani per fede» (chierici e laici) tributano oggi a certi «cristiani solo per politica».

«La Chiesa è una sola complessa realtà risultante di un elemento umano e di un elemento divino»; essa «è visibile ma dotata di realtà invisibili [...], presente nel mondo e, tuttavia, pellegrina»: dice il Catechismo della Chiesa cattolica (n. 771), aggiungendo una splendida citazione da Bernardo di Chiaravalle ove, a commento del Cantico dei cantici, si paragona così la donna amata alla Chiesa: «corpo di morte, tempio di luce [...] Bruna sei, ma bella, o figlia di Gerusalemme [Ct 1,5]: se anche la fatica e il dolore del lungo esilio ti sfigura, ti adorna tuttavia la bellezza celeste». Su questa doppia natura, proprio la Chiesa cattolica ha costruito la dottrina che le consente di passare indenne attraverso errori e anche nefandezze dei suoi uomini.

Essi, per quanto infedeli al Vangelo di Cristo, non ne intaccano lo spirito. Non si giudica il Cristianesimo solo a partire dai cristiani: nonostante i loro peccati, la Chiesa è santa e non per la virtù dei suoi figli ma in virtù dello spirito. Questa tensione è ciò che immunizza la Chiesa - institutio divina ma «sempre bisognosa di purificazione» (Catechismo, n. 827) - dall´effetto mortifero dei suoi peccati. Ma se la Chiesa rinnega la sua dualità? Se i suoi uomini si attribuiscono il pieno possesso dello spirito confondendolo così con quel mondo che essi sono, come potrà non valere anche per la Chiesa la legge inesorabile di tutte le istituzioni «secolarizzate» che si insudiciano della corruzione dei loro membri e, alla fine, ne sono travolte?

All´inizio del terzo Millennio, il papa Giovanni Paolo II ha ritenuto necessario chiedere perdono a Dio per un´impressionante sequela di misfatti della Chiesa cattolica, tutti dovuti a commistioni di fede e potenza mondana. È stata un´ammissione di colpa rivolta al passato ma nulla impedisce di ipotizzare che altre ammissioni domani dovranno ripetersi con riguardo al nostro presente, quando sarà anch´esso passato. Questa è umiltà cristiana. Sbagliare compromettendo nell´errore lo spirito divino, oltre che se stessi, sarebbe invece il massimo dell´orgoglio.

In breve, ricapitolando i tre punti, possiamo dire che la riduzione dell´identità a mera storia è una seduzione tribale; la riduzione della storia europea a storia cristiana, un falso storico; la riduzione del Cristianesimo a Chiesa, un peccato contro lo spirito. Che ne viene, allora? Allora, non limitiamoci a confrontarci su ciò che siamo stati ma ragioniamo soprattutto di quel che vogliamo essere; diamo al Cristianesimo il posto che gli spetta nella storia spirituale europea, non come tutto bensì come parte di un tutto assai più vasto e composito; riconosciamo alla Chiesa il pieno diritto di partecipare, insieme agli altri, alla definizione delle nostre identità collettive, ma in parità morale con ogni interlocutore, senza che il nome cristiano giustifichi una pretesa d´incontestabilità.

Nella torbida confusione di questa fine d'estate s'avanza all'orizzonte uno strano guerriero. Non è detto che venga avanti e tanto meno che vinca, ma la sua ombra c'è. Anche altri - penso al Riformista e anche a Libero - ne avvertono la presenza. Si tratta del «terzo polo», che potrebbe nascere dalla dissoluzione dell'armata di Berlusconi e da una frattura dell'Unione di centro-sinistra. I segni di questo possibile esito sono già nelle cronache giornalistiche. Da una parte il diffuso convincimento che Berlusconi ha perso e la conseguente polemica senza esclusione di colpi all'interno del suo campo, soprattutto da parte dell'Udc e di quella parte dell'elettorato che non ha gli impedimenti di An o della Lega a cambiare fronte. Dall'altra parte l'attacco - soprattutto con l'uso e l'abuso della questione morale - contro i Ds.

Siamo arrivati al punto che i Ds debbono chiedere a Prodi non tanto una solidarietà, ma una conferma della sua appartenenza al loro fronte. Finora Prodi tace, in ogni modo evita affermazioni nette. La risposta di Giulio Santagata («se uno dei due chiede che gli si dica "ti amo", vorrà dire che lo diremo») suona quasi un insulto. E si potrebbe aggiungere il sospetto che il rinvio al dopo primarie del programma possa voler dire che Prodi si vuole lasciare le mani libere. Anche il riavvicinamento, dopo le recenti polemiche, tra Prodi e Rutelli dà da pensare.

Tutto questo - è quasi inutile scriverlo, ma non va dimenticato - nella attuale situazione di profonda crisi economica, con imprese fortemente indebitate (a cominciare dalla Fiat) e con banche fortemente esposte con crediti non dico in sofferenza, ma di non semplice rientro.

Insomma in una situazione di diffusa e ragionevole paura. Una situazione nella quale, riducendosi il potere del capitale cresce quello dell'opinione e della stampa scritta: le tv aiutano certamente a vincere le elezioni come Berlusconi insegna, ma valgono meno nell'orientamento dell'opinione di quelli che contano, che pesano sul governo degli affari.

Così il fattore di accelerazione o addirittura di scatenamento dei mali che covavano è stato il tentativo di scalata di Ricucci e soci al Corsera, poi, ma con effetti analoghi, c'è stata la Unipol con la Banca Nazionale del Lavoro. Avere messo in gioco il Corriere ha determinato lo stato di emergenza.

Normalmente, ma tanto più in una situazione di emergenza il Corriere della Sera è importante, lo è storicamente tanto che si dice che nella prima guerra mondiale fosse Luigi Albertini a ordinare a Cadorna le famose offensive sull'Isonzo. Oggi (forse c'è anche Cadorna) siamo in una situazione di massima precarietà e il Corsera diventa ancora più importante. Il tentativo di scalata di Ricucci e soci, magari con il consenso di Berlusconi, era evidentemente pericoloso e andava bloccato. Qualcuno aveva suggerito un modesto intervento della guardia di finanza, ma si è trasformata in una guerra generale, che ha investito duramente Bankitalia con evidente danno per il sistema paese.

Su Ricucci e soci c'è poco da aggiungere a quel che abbiamo scritto e riscritto. Ma questo non significa che il sindacato di controllo di Rcs sia un sancta sanctorum (sarebbe interessante sapere per quale ragione Cesare Romiti e Alessandro Profumo se ne sono usciti) e neppure che Luca di Montezemolo sia l'Arcangelo Gabriele, con tribunale a Cortina d'Ampezzo.

Il punto è - così può sembrare - che in questa situazione di emergenza il Corriere viene assunto come arma decisiva e che la lotta diventa senza quartiere. E si accelerano le divaricazioni degli schieramenti finora esistenti.

Berlusconi è un re sconfitto che va abbandonato, ma non ci si può nemmeno fidare dei Ds che (nonostante tutte le loro ritrattazioni) hanno sempre un'origine comunista e poi potrebbero anche usare le cooperative. Il terzo polo può nascere, per aiutare lor signori, proprio perché malmessi: sarebbe la soluzione per sopravvivere e magari ricominciare. Archiviando il bipolarismo sotto le insegne di Casini.

A questo punto Romano Prodi deve parlar chiaro e non rinviare il suo programma a dopo le primarie. Il fantasma del terzo polo si sta materializzando..

La società europea e le sue comunità musulmane: mano tesa o pugno di ferro? Persuasione o costrizione? Nella calma di riflessioni e conversazioni private, pochissimi auspicano il conflitto, siano essi islamici o occidentali. Pochissimi propugnano un modello univoco di convivenza, basato su chiusura e repressione indiscriminate oppure, all'opposto, su accoglienza e fiducia incondizionate. Invece nel dibattito pubblico, purtroppo anche in quello fra intellettuali, la mano tesa e il pugno di ferro vengono spesso elevati al rango di alternativa fra principi: armi di Marte o grazie di Venere, guerra di Hobbes o pace di Kant, difesa o abdicazione.

Eppure, alla questione di principio mi pare che la risposta possa essere una sola: mano tesa e pugno di ferro, persuasione e costrizione, entrambe indispensabili. Il principio (il contratto sociale stesso) sta proprio nell'indissolubilità del binomio. Il dosaggio tra i due termini è, invece, questione pratica, che non andrebbe affrontata con accenti aspri e toni intransigenti, bensì con la bussola dell'efficacia. Interpretare la questione terrorismo come una scelta fra mano tesa e pugno di ferro è già un cedimento alle forze distruttive della convivenza.

Ogni stoffa è fatta di fili che s'incrociano, la trama e l'ordito. È buona stoffa se i fili sono robusti e morbidi, il loro intreccio serrato e flessibile. Allo stesso modo, persuasione e costrizione sono trama e ordito di ogni tessuto sociale, quale che ne sia la pezzatura: famiglia, paese, continente, mondo. Persuasione e costrizione sono elementi opposti, ma solo accogliendoli entrambi e incrociandoli ad arte la violenza e la sopraffazione sono relegate allo stato di eccezione, che le forze dell'ordine riescono a reprimere; solo il binomio assicura che il tessuto sociale sappia adattarsi alle torsioni del cambiamento e resistere alla lacerazione.

Occorre, allora, comprendere appieno il fondamento di ciascun termine del binomio. Primo fondamento: lo stare insieme richiede alcune norme di convivenza, imponibili a chiunque le violi; imponibili, se occorre, con la forza. Secondo fondamento: solo la diffusa e profonda condivisione di quelle norme giustifica la coercizione di chi le viola e la rende efficace.

Fondamenti di un'evidenza elementare, si dirà. Sicuramente: eppure proprio a essi debbono tornare o volgersi tutti coloro che vivono in Europa, tutti quelli che ne hanno o ne chiedono la cittadinanza.

L'immigrazione, perfino quella clandestina, non è né un'occupazione, né un'invasione. È un incontro di volontà e di bisogni, avviene perché soddisfa nello stesso tempo le esigenze di chi migra e quelle di chi accoglie.

Accoglienza non può significare soltanto procurarsi un prestatore d'opera a basso costo, in fabbrica, a casa o nei campi. Significa inserire quel lavoratore nel tessuto sociale, con le sue abitudini e i suoi abiti mentali, iscrivere i suoi figli a scuola, farlo parte della nostra comunità. L'accoglienza, allora, dovrebbe forse essere condizionata a una formale dichiarazione di accettare i principi che sono alla base del nostro contratto sociale. Per esempio con la sottoscrizione di una carta dell'immigrato definita in sede europea. La provata violazione di quei principi dovrebbe poter essere giusta causa di revoca del permesso di lavoro e di residenza.

Nessuno può pensare che per fare un buon tessuto basti la trama, o basti l'ordito. Per chi, come Oriana Fallaci, vede solo la costrizione e il pugno di ferro, sarebbe cedimento al nemico terrorista anche solo affermare che non tutto l'Islam vuole distruggere l'Occidente e auspicare dialogo e collaborazione con gli euro-musulmani ostili ai terroristi. Queste affermazioni sono pericolose falsità, smentite dall'esperienza personale di ognuno di noi. Secondo un sondaggio citato dal Corriere del 27 luglio, quasi l'80 per cento dei musulmani viventi in Gran Bretagna è disposto a collaborare contro il terrorismo islamico.

Per chi vede solo la persuasione, sarebbe semplice manifestazione di opinione (da contrastare sul dolce piano del dialogo) chiamare alla guerra santa e organizzare e addestrare militanti a tal fine. Pericolose sciocchezze: l'ordine di far fuoco impartito da un capo ai militanti non è semplice manifestazione di un proprio pensiero. Due gruppi, due atteggiamenti, dunque: a uno la mano tesa; all'altro il pugno di ferro. E la documentazione raccolta da Magdi Allam per lo stesso Corriere mostra quanto sia arduo distinguere correttamente tra i due.

Il principio del binomio non muta per l'aggravarsi della minaccia terroristica: anche in un'emergenza, trama e ordito, persuasione e costrizione, mano tesa e pugno di ferro, restano i due fondamenti della convivenza umana. L'emergenza richiede non la riduzione del binomio a monomio, bensì un sovrappiù di ambedue i suoi termini: mano più tesa, pugno più ferreo.

Alla fine, le nostre società multiculturali diverranno sicure solo se la persuasione avrà fatto il suo cammino, solo se la varietà e l'eterogeneità delle culture che vi s'incontrano non avranno distrutto il pluralismo. E ciò accadrà solo se il principio del pluralismo, che pervade la nostra cultura, avrà trovato eco e sostegno nelle comunità di recente immigrazione.

Chi può pensare che un giorno le comunità islamiche verranno spinte fuori dell'Europa o convertite a forza, come fece la Spagna nel XV secolo? Chi, all'opposto, può ritenere probabile che esse un giorno s'impadroniscano del potere in Francia o in Olanda per esercitarlo secondo la legge coranica? Nella stragrande maggioranza, vogliamo e dobbiamo convivere. E ogni convivenza si basa sui fondamenti della persuasione e della costrizione.

ALL’INDOMANI dell’attentato di Madrid, in un clima di comprensibile emozione e con una campagna elettorale alle ultime battute, il re Juan Carlos si rivolse agli spagnoli con parole che riecheggiavano un’espressione ben nota alla cultura politica americana, sottolineando con forza che «i mali della democrazia si curano con più democrazia». Lo stesso spirito si ritrova nelle parole della regina Elisabetta, che non ha voluto soltanto affermare «non cambieremo il nostro stile di vita», ma ha aggiunto in modo assai significativo che «atrocità come queste non avranno altro risultato se non quello di rafforzare il nostro senso della comunità, la nostra umanità, la nostra fiducia nello Stato di diritto».

Nei momenti difficili è essenziale l’esercizio della memoria democratica, anche se l’ironia della storia ci porta oggi a trovare riferimenti in quel che viene da una istituzione non legittimata democraticamente, qual è la monarchia. Ma non è retorica ricordare il fondamento democratico delle nostre società, e quell’eredità comune e irrinunciabile che si chiama Stato di diritto. Viviamo un doppio smarrimento: quello derivante da una strategia terroristica che fa di ogni persona un possibile bersaglio e quello che nasce da una crisi dell’idea di Europa. Il congiungersi di questi fattori può indurre in singoli e Stati una reazione egoistica al si salvi chi può, costi quel che costi. Guai se sotto l’attacco esterno si sgretolasse il tessuto di valori che tiene insieme gli europei, al di là di interessi e contingenze, e l’Europa dimenticasse il suo essere "terra di diritti", secondo la felice espressione adoperata dal nostro presidente della Repubblica nel suo alto discorso davanti al Parlamento europeo.

La memoria democratica ci dice anche un’altra cosa. Se la democrazia è riuscita a sconfiggere i suoi nemici, ciò è avvenuto in primo luogo perché si è in ogni momento presentata come il luogo della libertà, dove tutti avrebbero potuto affrancarsi dalle mille servitù alle quali si è soggetti nei sistemi autoritari. Per questo, insistentemente, fin dal tempo del terrorismo interno, dagli anni di piombo, si ripete che la reazione ad attacchi tanto gravi non può consistere in uno stravolgimento di libertà e diritti in nome della sicurezza, perché in questo modo la nostra società assumerebbe quella faccia violenta che i terrorismi vogliono attribuirle per giustificare le loro aggressioni. E così perderebbe la possibilità d’essere punto di paragone rispetto a tutto ciò che è illibertà e violenza, dunque la stessa legittimazione a combattere il terrorismo. Per salvarsi, la democrazia non può negare se stessa.

Il clima di guerra nato dal terrorismo senza confini ci obbliga a fare i conti assai più drammaticamente con questa verità scomoda. Scomoda, perché sembra rivelare una debolezza intrinseca della democrazia, quasi un suo essere impari alle sfide che continuamente le vengono portate. Ma, per un verso, essa si presenta come una debolezza "codificata", tale dunque da non poter essere rimossa senza violare regole essenziali per il corretto funzionamento dei nostri sistemi politici. D’altra parte, se appena si approfondisce la riflessione, si scopre che siamo di fronte all’apparenza, non alla sostanza, di una debolezza.

Nella Convenzione europea dei diritti dell’uomo si ammettono limitazioni di diritti in nome della sicurezza, a condizione che queste si presentino come misure necessarie "in una società democratica". Non basta, dunque, dimostrare che una restrizione di libertà e diritti può rivelarsi utile nella lotta al terrorismo. Per essere ammissibile, deve superare un test di compatibilità con l’ineliminabile natura democratica delle nostre organizzazioni sociali. Le parole ricordate all’inizio ribadiscono la fedeltà a questo principio.

Ma la critica democratica a leggi giustificate con la pura logica dell’emergenza ha sempre avuto anche la funzione di segnalare l’inefficienza di molte di quelle norme. Se riandiamo alla stagione del terrorismo italiano, alle dure polemiche intorno all’introduzione di un istituto fortemente restrittivo della libertà personale qual era il fermo di polizia, le relazioni al Parlamento del ministero dell’Interno consentono di scoprire senza fatica che mai quello strumento è servito per intercettare un terrorista. Se si considerano i dati riguardanti i controlli di massa sui passeggeri delle linee aeree entrati negli Stati Uniti, si scopre che, alla fine del 2004, erano stati effettuati otto milioni e mezzo di controlli, che le persone sospette erano state 281 e, tra queste, non vi era neppure un terrorista. Se osserviamo il paese più videosorvegliato del mondo, guarda caso la Gran Bretagna, ci si imbatte in un rapporto consegnato al primo ministro agli inizi di giugno dal quale risulta come questa forma di controllo di massa abbia dato risultati modestissimi in molte situazioni.

Se si fosse accolta la critica di chi denunciava l’incompatibilità di quelle diverse misure con le garanzie costituzionali, si sarebbero percorse altre strade per tutelare la sicurezza, insieme più democratiche e più efficienti. La presunta debolezza dei sistemi democratici, determinata dall’obbligo di rispettare le garanzie previste, si converte così in un fattore che può invece spingere all’impiego di strumenti adeguati. E a chi invoca il pugno duro, ed alza la voce sprezzando le regole democratiche in nome della tutela della vita e della sicurezza, bisogna pur ricordare le stragi di innocenti determinate da un uso scriteriato della forza in un teatro di Mosca o in una cittadina cecena, con un numero di vittime superiore a quello degli attentati di Londra.

In realtà, le leggi di emergenza, emanate come risposta a situazioni di crisi, adempiono spesso a funzioni che poco hanno a che vedere con la sicurezza. Poteri politici deboli e confusi abbandonano ogni capacità di governo e secondano l’inevitabile emozione dell’opinione pubblica, cercando di rassicurarla con proclami senza effetti. Apparati pubblici inefficienti cercano di distogliere lo sguardo dalla loro incapacità di lavoro rifugiandosi dietro l’inadeguatezza delle norme. Settori dell’amministrazione cercano di usare le emergenze per aumentare i loro poteri in direzioni che nulla hanno a che vedere con la lotta al terrorismo. Ancora una volta bisogna ripetere che le leggi di emergenza sono, insieme, inutili e pericolose. Inutili, perché in genere falliscono l’obiettivo per il quale sono emanate. Pericolose, perché favoriscono comunque il sedimentare di una cultura non democratica, violano diritti, alterano gli equilibri tra i poteri.

Le strategie contro il terrorismo devono tener conto di questa esperienza accumulata, come ben mettono in evidenza le analisi più ragionate svolte in questi giorni. L’invocazione della democrazia, come valore da preservare e quindi come limite invalicabile, si traduce nella necessità e urgenza di politiche consapevoli.

La riduzione del terrorismo a pura questione di ordine pubblico internazionale, l’uso della categoria "guerra" per concentrare l’attenzione solo sull’intervento militare hanno finora ispirato mosse sostanzialmente fallimentari. Mai come in questi tempi la guerra, infinita o no che sia, è apparsa tanto lontana dalla sua definizione come prosecuzione della politica con altri mezzi: è divenuta sostituto o surrogato di una politica che non è riuscita ad esprimere un antagonismo democratico di fronte all’attacco violento proprio ai valori della democrazia. La spirale perversa, che ormai ci avvolge tutti, può essere rotta solo partendo da qui. Torna prepotente la necessità di tornare ad usare il riferimento alla pace come categoria forte, capace di dare forma a politiche che finalmente si misurino con la complessità dei problemi che abbiamo di fronte, dopo che la scorciatoia bellica si è dimostrata addirittura controproducente.

Si insiste, di nuovo, su una politica di intelligence come parte essenziale di questa strategia, e già si mettono in luce le manchevolezze di quella inglese, come già era stato fatto per quella americana dopo l’11 settembre. Ma Giuseppe D’Avanzo ha mostrato benissimo che non siamo di fronte soltanto ad un problema tecnico, che pure esiste e che è fatto di maggiore efficienza e di più intensa e convinta collaborazione tra polizie e servizi di sicurezza dei diversi paesi. I limiti dell’intelligence sono sempre anche l’effetto dei caratteri, e dei limiti, della politiche nel cui contesto quelle attività si svolgono.

Al fallimento della rassicurante e totalizzante strategia bellica corrisponde il fallimento della rassicurante e totalizzante strategia di indagine e prevenzione affidata soprattutto ai controlli di massa. Di nuovo, non solo per il rispetto delle libertà e dei diritti, ma in nome dell’efficienza, è necessario richiamare l’attenzione su indagini mirate, su procedure non arbitrarie.

Così sarà anche possibile allontanare il rischio, già presente, di accrescere l’angoscia sociale. Bisogna evitare che i cittadini, che già si percepiscono come potenziali bersagli, si sentano tutti guardati come possibili sospetti. L’"impero della paura", che il terrorismo vuole imporre, non deve trovare incentivi anche in comportamenti degli Stati democratici.

ROMA - Giulio Tremonti appena rientrato al governo, l´aveva buttata lì, vendiamo le spiagge. Poi aveva aggiustato il tiro. «Non mi hanno capito. Ho solo detto che avrei allungato le concessioni a 100 anni». Era la fine di aprile e l´idea sembrava archiviata. Per rispuntare fuori, a sorpresa, in quel pezzo di disegno di legge sulla competitività che era rimasto fuori dal decreto approvato a maggio. Poche norme che andavano semplicemente riscritte, ripresentate e votate. Il compito se l´è assunto il relatore di maggioranza, Guido Crosetto di Forza Italia. Che però non si è limitato a riscriverle, ma ci ha messo di suo pugno un intero articolo, il 14, dal titolo impegnativo: "Legge obiettivo per il turismo di qualità". Che opposizione e ambientalisti hanno subito ribattezzato "Legge Las Vegas". Dieci punti che prevedono la costruzione di villaggi turistici, di alberghi, con annessi casinò, per i quali, tra l´altro, non sarebbe necessaria alcuna autorizzazione. La vendita delle spiagge non c´è, ma è come se ci fosse. Le concessioni demaniali verrebbero allungate fino a 90 anni, i soldi incassati verrebbero ripartiti tra stato comuni e regioni. Ma soprattutto la nuova legge spazza via in un sol colpo tutte le autorizzazioni che vanno richieste per costruire un albergo, un casinò, per edificare villaggi turistici. Non solo. Le piccole aziende artigiane di prodotti alimentari potrebbero vendere pasti e bevande, alcol compreso, anche ai minori di 21 anni e senza l´ok del sindaco. Da una parte l´azienda vera e propria, dall´altra una specie di bar-trattoria. La stipula di quello che viene definito "un accordo di programma" sostituirebbe ogni altra autorizzazione. In una sola seduta chi decide di investire sulle spiagge otterrebbe il via libera dalla Regione, chiamata a individuare i progetti di pubblico interesse. Unico vincolo è che si tratti di «insediamenti turistici di qualità».

La qualità è misurata da vari fattori: l´elevato livello dei servizi erogati, la soddisfazione degli utenti, la qualità ambientale e il rispetto del tessuto storico e culturale circostante. «Dunque le leggi si possono bypassare con un semplice atto amministrativo e la competitività del Belpaese è da ricercare nei casinò», accusano i deputati dell´Unione. «E´ solo una strada per snellire le procedure», taglia corto Crosetto, che difende la sua proposta e se ne assume la paternità. «Il governo, Tremonti, la Casa delle libertà - spiega - non c´entrano nulla». Domenico Siniscalco, ministro dell´Economia, conferma: «Io non ne sapevo niente, è una iniziativa parlamentare». Che "l´aggiuntina" al testo sulla competitività avrebbe creato un marasma Crosetto lo sapeva. E la bufera si è scatenata subito. «Tra l´altro la procedura seguita da Crosetto - dice Mauro Agostini, vicepresidente e responsabile economico del gruppo Ds - è opinabile anche da un punto di vista procedurale. Il disegno di legge sulla competitività aveva una parternità, il governo. Questo invece - prosegue Agostini - non è figlio di nessuno».

Un banale errore da segretaria

la tecnologia non risparmia i potenti

di V . ZAMBARDINO

ROMA - Una banale dimeticanza. La commettiamo sui nostri computer ogni volta che lavoriamo su un file. Le segretarie ne costellano le loro giornate. Di piccoli ostacoli e incidenti è fatta la quotidianità con le macchine. Di cose che accadono a tutti noi, uomini comuni, che crediamo di poter risolvere con le nostre mani l'intrico burocratico che l'uso della tecnologia ci disegna addosso come una ragnatela. Mille piccoli adempimenti quotidiani - ricarica il cellulare, setta l'agenda, apri quel sito, installa il software del palmare sul pc che però non va, configura, salva, setta. Gerghi che sono check-list di cose da fare. E uno sbaglia e le conseguenze si vedono. Ma il punto è che quando pensi ai militari americani, non credi ai tuoi occhi. Pensi che chissà quali software di alta raffinatezza ci siano dietro, a prova di errore e di umano. Persi nella fantascienza degli scudi stellari, abbiamo dimenticato che è possibile sbagliare usando il programma della segretaria.

Perché quello che ha portato in rete e in chiaro gli omissis sul caso Calipari è l'errore che chiuqnue può commettere, fatto sopra un programma che tutti abbiamo sul nostro computer. E qui viene il punto: dalle cronache di queste ore sappiamo che i documenti gli americani li scrivono con Acrobat, che le comunicazioni tra posti di blocco erano fatti in "voice over ip" (cioè il programma di telefonia su internet che tutti stiamo imparando a usare perché costa pochissimo o niente), le comunicazioni con casa sono frutto di connessioni sul messenger di uno dei vari provider internet. Il Re si serve sempre dei pedoni e l'Impero comunica con gli strumenti delle masse. Anche con gli errori delle masse.

E non è un caso che questo accada. Quei programmi hanno molti vantaggi: si installano facilmente, si imparano in pochi minuti di pratica (Adobe meno, ma non è certo un arcano), si usano su qualsiasi computer. Insomma funzionano. Però sono precari, come si rivela in quelle telefonate con l'amico, in cui a un certo punto la conversazione è fatta di: Mi senti? Ci sei? Resetto? No, scemo, devi resettare! Il software di guerra non è perfetto e nemmeno troppo intelligente. E' lo stato dell'arte che conosciamo. E dalla guerra proviene, dalla guerra di tanto tempo fa.

Il Voice over Ip e i messenger sono frutto dell'ingegno dei programmatori che lavoravano per l'esercito, in alcuni casi quello israeliano. Come per internet, nata militare e diventata civile, il "reverse engineering" , la ricaduta di pace di ciò che è pensato per la guerra, ha prodotto un boom di massa che oggi segna un ritorno alle origini delle applicazioni pensate per la guerra. Ma esattamente come in tempo di pace e nella conversazione fra due adolescenti, quella roba può fermarsi, può sbagliare, ma soprattutto può far sbagliare.

In un libro molto bello di Edward Tenner, "Quando le Cose si ribellano", di qualche anno fa si compie una rassegna di tutte le dure repliche della tecnologia alle speranze di chi l'ha lanciata. Tenner rivede le promesse realizzate (molte) e i problemi creati dalle macchine che accompagnano la nostra vita. Una di questa è la crescita burocratica dei mille piccoli adempimenti quotidiani. Si finisce per lavorare per il computer prima che questo lavori per noi. E' un aumento di complessità operativa che si accompagna all'efficacia, al numero, alla potenza delle operazioni che compiamo. Ai censori americani questo è successo. Un incidente dovuta alla tecnologia che si ribella. Non è la prima volta che accade, anche perché non esiste una tecnologia a prova di errore. In ogni dispositivo tecnologico l'errore umano è possibile e le potenziali conseguenze catastrofiche. In fin dei conti che fine fa il pilota-cow boy del "Dottor Stranamore"? La molla che libera la bomba "fine di mondo" non scatta, ma non c'è elastico che non ceda a un vero americano esperto di meccanica. Lui ci sale sopra, libera il contatto, e scende verso l'abisso a cavallo della morte, gridando "Yahoo!"

L'errore del colonnello Potter

un clic in meno, svelati gli omissis

di ALESSIO BALBI

ROMA - Un clic. Per evitare la figuraccia, al colonnello Robert Potter del Comando Centrale statunitense sarebbe bastato spuntare una crocetta con il mouse. Un clic sulla casella "Autorizza la copia di testo, immagini e altri contenuti" avrebbe negato al mondo la possibilità di sbirciare dietro gli omissis del rapporto sulla morte di Nicola Calipari.

Ma il colonnello (il suo nome risulta come autore del file insieme a quello di Richard Thelin), quel clic lo ha dimenticato. E ora su internet chiunque può leggersi nomi, cognomi, date che la commissione congiunta nata per indagare sull'uccisione del funzionario del Sismi aveva pensato bene di far sparire dal suo rapporto finale. Basta aprire il file Pdf messo a disposizione sul sito della forza multinazionale, selezionarne il testo e copiarlo su qualunque editor (va benissimo anche il blocco note di Windows) oppure salvare il file in formato testo. E oplà: gli omissis non ci sono più.

Com'è possibile? Ad una prima occhiata, il rapporto Calipari sembra essere stato trattato, nella sua versione elettronica, con la funzione di "Highlighting" di Adobe Acrobat Professional. Uno strumento pensato per evidenziare le parole, non per nasconderle. Ma sostituendo il colore giallo usato normalmente dal programma con il nero, si ottiene una sorta di pennarello digitale che, colorando lo sfondo del foglio, rende illegibili i caratteri.

E' un po' ciò che si fa con i libri quando si vuole coprirne il prezzo prima di regalarli: ci si passa uno strato di nero. Ma sulla copertina il prezzo resta stampato, e con un po' di buona volontà (mettendo il foglio controluce, magari) è possibile farlo spuntare fuori. Sul foglio elettronico è lo stesso: copiando il testo e incollandolo da un'altra parte, il caratteri restano ben visibili, mentre lo sfondo nero sparisce. Se l'autore del file avesse deselezionato la fatidica casella, copiare il testo e incollarlo altrove sarebbe stato impossibile. Ma nessuno ha avuto questa accortezza.

Viene spontaneo chiedersi quanti altri documenti costellati di omissis e pubblicati in rete abbiano la stessa falla. Ma su questo, c'è da scommetterci, gli americani indagheranno a fondo. E stavolta, probabilmente, un colpevole salterà fuori.

Calipari, il rapporto in Procura

"No comment" dalla Farnesina

Intanto i militari americani indagano sulla vicenda degli omissis

ROMA - La Procura della Repubblica di Roma acquisirà il rapporto Usa sulla vicenda Calipari, pubblicato sabato con numerosi omissis sul sito delle forza multinazionale in Iraq, e poi rivelatosi accessibile nella sua versione integrale. La procedura di acquisizione è quella che gli inquirenti definiscono delle cosiddette "fonti aperte", vale a dire notizie di interesse per l'autorità giudiziaria che però non hanno alcuna valenza processuale. Nessun commento dalla Farnesina: "E' una vicenda che riguarda gli americani" dice dal ministero degli Esteri il portavoce Pasquale Terracciano. E intanto i militari americani indagano per stabilire che cosa sia accaduto.

Il documento alla Procura. La Procura di Roma acquisirà nelle prossime ore il rapporto, di 42 pagine, stilato dopo la conclusione dell'indagine amministrativa sulla morte di Nicola Calipari compiuta dalla Commissione Usa. Gli investigatori ritengono che l'esame del rapporto - insieme con gli elementi forniti dall'auto sulla quale viaggiava il funzionario del Sismi - sia il primo passo per poter poi, eventualmente, sentire i due componenti italiani della Commissione, che non hanno controfirmato la relazione a patto che le loro motivazioni non siano coperte da segreto militare. Il rapporto acquisito dai magistrati sarà quello ufficiale, omissis compresi.

Esami sulla Toyota. Nel corso della prossima settimana saranno formalizzati gli incarichi ai consulenti tecnici, sia delle parti lese sia della procura, propedeutici agli esami balistici, tecnici e eventualmente biologici che dovranno esser compiuti sulla Toyota Corolla custodita per ora in un hangar dell'aeroporto di Pratica di Mare e che sarà trasferita in un laboratorio della polizia scientifica.

Preite dai magistrati. I pubblici ministeri Franco Ionta, Erminio Amelio e Pietro Saviotti, che hanno aperto un fascicolo per omicidio volontario e tentato omicidio, dovrebbero ascoltare Gianluca Preite, difeso dall'avvocato Carlo Taormina. Preite, un ingegnere che sostiene di aver lavorato per i servizi di sicurezza italiani anche durante la vicenda delle Simona Pari e Simona Torretta, spiegò nella scorse settimana di aver intercettato telefonate tra l'Iraq e Roma durante l'operazione da cui scaturì la liberazione della giornalista del Manifesto, Giuliana Sgrena.

Mai più governatori, anzi in certi casi addirittura Governatori, con la «G» maiuscola.

Nella sua prima conferenza stampa il vincitore del Lazio Piero Marrazzo ha detto: «Non voglio essere chiamato governatore. Io sarò il presidente di tutti, un presidente che governa nel pieno rispetto del consiglio regionale». Altrettanta ripulsa per quella parola di così ridondante potere ha espresso Mercedes Bresso, candidata vincente del centrosinistra in Piemonte.

Ora, nella realtà istituzionale la carica di governatore non è prevista, non esiste proprio. Ma dalle scorse elezioni la parola è entrata lo stesso in circolo, soprattutto per volontà dei medesimi governatori, il che l’ha resa assai popolare come espressione «forte» di un nuovo rango, anche collettivo, in vista del federalismo. Nell’autunno del 2000 i governatori vecchi e nuovi del centrodestra si ritrovarono a Crotone: c’è una foto che li immortala mentre sembra che giurino alla moschettiera, una mano sopra l’altra. Didascalia: ecco i Governatori. Ma anche nel centrosinistra quella condizione di potere così netto piacque, e proliferò. Bassolino, per dire, non risulta aver mai rigettato quello status semi-patronale - fino a mettere all’asta, per motivi di beneficenza, le proprie scarpe usate.

E’ questo infatti il tempo della personalizzazione, del protagonismo invasivo e televisivo, del comando il più accentrato possibile. I vecchi istituti della partecipazione, specie i consigli regionali, vivacchiavano ridotti a mera comparsa di presidenti che volevano sentirsi più potenti dei potenti di una volta. Governatori, appunto: che altro se no? «Governatore - si sussurrava con il dovuto compiacimento - vale più di un ministro».

Si sa come vanno poi queste cose. Da governatori a cacicchi, a vicerè, piccoli Cesari. Cominciarono a parlare di se in terza persona, come nel De bello gallico. Galan si fece una pubblicità elettorale con pezzi de «Il gladiatore». Aprirono doviziosi uffici a Roma, poi all’estero. Si misero attorno poderosi uffici stampa e comunicazione. Arruolarono artisti. Quasi ognuno aveva da mostrare all’opinione pubblica un «nuovo Rinascimento» che la regione scopriva, guarda caso, in coincidenza del loro governatorato.

Ogni domenica allo stadio in tribuna vip: foto di Pizzi su Dagospia. Alcuni di loro intrattenevano pure. Divi, ormai. Due volte Formigoni è finito a Scherzi a parte, indubbio certificato di tele-popolarità. Disegnarono stemmi, allestirono giuramenti, scelsero inni e perfino santi protettori. Gestirono miliardi. Storace sponsorizzò un programma aeronautico e portò la Costituzione del Lazio anche al Papa. Totò Cuffaro, intanto, consacrava la Sicilia al cuore di Maria. Poi, alle elezioni, vollero pure farsi le loro liste. Ma Berlusconi disse: no.

Era, in qualche modo, la nemesi del verticismo, la leadership che si rivoltava contro se stessa, il meccanismo del potere che s’inceppava da solo. Potesse, la correzione nominale di Marrazzo, invertire la tendenza. Potesse, sul serio.

(f.cec.)

Titolo originale: Iraqis Says Italians Aren't Cooperating in Kidnapping Investigation– Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

BAGHDAD, Iraq, 15 marzo – Gli investigatori iracheni che stanno cercando di individuare i rapitori della giornalista italiana Giuliana Sgrena affermano che il loro lavoro è stato ostacolato dalla mancata cooperazione dei servizi segreti italiani, che hanno ottenuto il rilascio ad un mese esatto dal rapimento, avvenuto il 4 febbraio.

Gli iracheni sostengono di aver compiuto almeno mezza dozzina di incursioni in un quartiere del nord-ovest di Baghdad, dove si ritiene che la signora Sgrena - di 56 anni, reporter del quotidiano romano di estrema sinistra Il Manifesto – fosse tenuta prigioniera. Ma i rapitori sono scivolati fra le dita, e l’ostaggio è stato rilasciato dopo che i sequestratori avevano negoziato con gli agenti italiani. Uno di questi agenti è stato ucciso dalle truppe americane, che hanno aperto il fuoco sull’auto che portava la signora Sgrena verso la libertà.

Anche dopo il rilascio, gli agenti italiani hanno rifiutato di condividere le informazioni con gli iracheni, afferma il colonnello Jabbar Anwar, capo della polizia criminale per il settore di Baghdad che comprende Gazalea, il quartiere dove si pensa sia stata tenuta prigioniera.

Il gruppo che ha compiuto il rapimento è un’organizzazione di criminalità comune, che probabilmente ne farà altri, continua. “Hanno fatto un grave errore lasciando andare i criminali, soprattutto se hanno pagato” dice il colonnello Jabbar, riferendosi a quanto sostenuto ai media italiani e negato dal governo, su un riscatto di 8 milioni di dollari pagato. Erminio Amelio, del gruppo di magistrati di Roma che conducono l’indagine sul rapimento della signora Sgrena, afferma che non c’è stato alcun tentativo di trattenere informazioni utili alla polizia irachena. “Non so che tipo di rapporti abbiano i nostri agenti con gli iracheni, a Baghdad” dice Amelio. “Abbiamo molti rapporti con gli americani, sono gli americani a trattare di più con gli iracheni”.

”Non abbiamo ricevuto alcuna richiesta di informazioni. Può darsi che abbiano chiesto ad altri italiani in Iraq, non saprei, ma non ci è stato chiesto niente in modo ufficiale”.

Il colonnello Jabbar e un altro funzionario dell’unità di polizia criminale affermano che le indagini indicano come ai rapitori sia stato rivelato l’itinerario della Sgrena, il giorno del sequestro. Il 4 febbraio Sgrena si era recata nei pressi dell’Università di Baghdad per alcune interviste in una moschea sunnita dove si trovavano alcuni rifugiati di Falluja. Un fotografo italiano che aveva aiutato ad organizzare la visita di Sgrena alla moschea, Franco Pagetti, ha affermato in un messaggio e-mail di averla vista nel cortile dell’edificio circa alle 12.45.

Le guardie della sicurezza ai cancelli della moschea si comportavano in modo sospetto, dice Pagetti. “Ci hanno chiesto quali armi avessimo, quanti stranieri, e se avevamo una seconda macchina”.

Pagetti se ne andò, ma non prima di scattare una foto alla Sgrena con la sua macchina digitale; lo scatto ha impressa l’ora: 1.37 p.m. Verso la 1.40 il cellulare della giornalista viene acceso, e trasmette brevemente i rumori del rapimento: spari, e il suono di passi su una superficie bagnata in un giorno di pioggia.

Gli investigatori iracheni dicono che otto rapitori, armati di pistole e kalashnikov, con i visi nascosti da fazzoletti, erano arrivati su una Opel grigia e una Kia nera. Testimoni hanno sentito la Sgrena urlare mentre si svolgeva il rapimento.

Il suo autista, spaventato, non ha allertato la guardia dell’università. L’autista poi è stato fermato dalla polizia, ed è tuttora trattenuto, secondo il vicecomandante della polizia criminale.

Poi la guardia finalmente ha visto quanto stava accadendo ed ha aperto il fuoco, ma ha dovuto portarsi al coperto mentre gli uomini armati si allontanavano in macchina portando con sé la signora Sgrena, e lasciando indietro autista e interprete. Gli investigatori ritengono che la rapita sia stata tenuta in varie case sicure nella zone di Gazalea.

Gli investigatori iracheni affermano di aver ottenuto informazioni molto dettagliate da due collaboratori, su dove sia stata tenuta prigioniera la Sgrena a Gazalea. Ma al momento delle incursioni riusciva sempre a scivolare fra le dita, probabilmente perché i sequestratori la spostavano da una casa all’altra.

L’unico arresto effettuato sinora, è quello di un abitante di una delle case, maggiore della polizia irachena, che possedeva una serie di documenti di identità falsi, compreso uno dell’Ambasciata americana. Altri tre sospetti, che si ritengono originari di Falluja, sono ancora latitanti.

”Eravamo sicuri al cento per cento che si trovasse a Gazalea” dice il vicecomandante. “Quando abbiamo avuto la notizia che si trovava là, abbiamo assalito la casa. Ma se ne erano già andati. I vicini ci hanno detto ‘Li abbiamo visti’”.

Dodici giorni dopo il rapimento, la Sgrena è apparsa in un video chiedendo che le fosse risparmiata la vita e che tutte le truppe, in particolare quelle italiane, abbandonassero immediatamente l’Iraq. Ma gli investigatori iracheni ritengono che quel messaggio fosse essenzialmente un oggetto di scambio nelle trattative per il rilascio.

Le informazioni da parte degli italiani, asserisce il colonnello Jabbar, avrebbero potuto fare la differenza nella soluzione del caso e assicurare i rapitori alla giustizia. Invece, dice, le linee di comunicazione si sono chiuse appena gli italiani hanno cominciato a trattare coi rapitori.

Di seguito, alcuni (illuminanti) commenti all’articolo, dal forum del sito conservatore Free Republic (f.b.):

C’è stato un riscatto, e probabilmente una trattativa per il ritiro delle truppe. Non vogliono [gli italiani] che noi lo veniamo a sapere.

NON SPARARE FINO A QUANDO NON VEDI IL BIANCO DELLE TENDINE CHE SI METTONO SULLA TESTA!

Ho Molta poca simpatia per gli italiani. Li ringrazio per quello che hanno fatto in Iraq, ma al di là di questo il bilancio è squallido. Per prima cosa, hanno l’abitudine di pagare i terroristi, e di fatto così finanziano il terrorismo. Poi tengono segrete le cose sporche, ovvero di aver lasciato scappare i rapitori. E, dopo aver fornito ai terroristi decine di milioni di dollari, coperto i terroristi mentre scappavano, e rifiutato di collaborare alle indagini, decidono che l’Iraq è troppo pericoloso per le loro truppe.

Oggi annunciano dal palco mondiale che ritireranno le truppe: accennando sottilmente al fatto che ciò avviene a causa della morte dell’agente italiano, ucciso dai soldati USA dopo che aveva dato milioni ai terroristi.

Andarvene a settembre non è abbastanza presto. LEVATEVI DALLE PALLE ADESSO!

L’intera faccenda puzza di messa in scena. Dubito che ci sia stato alcun rapimento. È stata una cosa del tutto volontaria: lei lavora per loro, e viceversa.

Fra un anno, la Sgrena firmerà un contratto da un milione di dollari per un libro, a alla fine sarà tutto molto conveniente per lei. Non sono sicuro che si sia trattato di una messa in scena, ma qualche investigatore dovrebbe verificare inmodo approfondito questa possibilità.

L’Italia ha fatto pace coi terroristi. Togliamoli dall’Iraq, prima che finanzino nuovo terrorismo, con falsi “rapimenti” e milioni di dollari di “riscatti”.

Nota: qui il sito Free Republic (f.b.)

Il nostro dissenso con Sergio Romano è radicale. A proposito del rapimento di Giuliana Sgrena, sul Corsera di ieri ha scritto: «Credo che occorrerebbe fare il contrario di ciò che è stato fatto in Italia dopo il rapimento di Giuliana Sgrena. Le manifestazioni, le veglie, il coro delle dichiarazioni politiche, degli interventi personali del presidente della Repubblica e il commovente incontro del capo dello Stato con i genitori della giornalista hanno dimostrato ai rapitori che avevano scelto bene la loro vittima». A voler rispondere al modo di quel che in giornalismo si chiama corsivo, dovremmo scrivere: «Bravo Romano, tu solo sei il Machiavelli della situazione». Noi del manifesto non abbiamo avuto la dignità di trattenere la nostra preoccupazione per una compagna di lavoro rapita; le centinaia di migliaia di persone che hanno manifestato il 19 febbraio a Roma erano utili idioti che facevano il gioco dei rapitori; il presidente della Repubblica un povero vecchio che, per senile emozione, abbracciava i genitori di Giuliana. Tutti poveri idioti salvo lui che con un machiavellismo da quattro soldi ha preteso di insegnarci la via giusta: far finta di niente. Un far finta di niente che nemmeno il defunto Stalin sarebbe riuscito a imporre al manifesto e agli italiani. E mi viene da aggiungere che «congelare il patrimonio della famiglia colpita», cioè quello dei genitori e di Pier Scolari, non sarebbe stata la misura che avrebbe fermato i sequestratori.

E' ovvio - non bisogna essere ambasciatori per capirlo - che quello di Giuliana Sgrena sia un sequestro politico e che con la politica occorre rispondere. E' certo che la manifestazione del 19 febbraio a Roma è stata vista con soddisfazione dai rapitori, ma anche con la coscienza di stare facendo qualcosa contro se stessi e contro l'Iraq, in nome del quale dicono di agire. E questo ancora dicono la mobilitazione degli imam e dei sacerdoti della chiesa cattolica. Sia pure nel caos che attualmente domina nell'Iraq (chi lo governa? E che potere ha l'ambasciata Usa forte delle truppe e di duemila agenti della Cia?) tutte le questioni, compreso il rapimento di Giuliana e Florence, hanno una portata politica, di una politica difficile da individuare e districare, ma assolutamente politica. Ed è proprio per questo - e non solo per il legame forte che ci unisce a Giuliana - che abbiamo fatto e faremo tutto il possibile per leggere politicamente i sequestri, soprattutto dei giornalisti (non c'è proprio nulla di corporativo, come malamente insinua Romano). I giornalisti sono l'informazione e nel caso di Giuliana una informazione schierata per la pace, per l'avvenire di un Iraq libero da occupazioni straniere, per una possibilità di pace nel medio oriente, che sembra prossimo a diventare la polveriera del nostro mondo.

Il rapimento di Giuliana, inviata del manifesto, e di Florence, inviata di Liberation (ieri abbiamo visto in video le immagini drammatiche del suo messaggio) non possono essere, nel contesto iracheno, affari di delinquenza privata: chiedono - come abbiamo fatto e continuiamo a tentare di fare - una risposta politica. E' difficile capire perché uno come Sergio Romano voglia ridurre il tutto a un affare privato.

Settantotto anni, staffetta partigiana nella Resistenza, deputato per sei legislature con la Dc Tina Anselmi è stata nel ´76 la prima donna ministro in Italia, al Lavoro. Poi ministro della Sanità e presidente della Commissione P2. Si deve a lei la legge sulle pari opportunità.

Onorevole Anselmi, ha visto le immagini delle donne irachene in fila ai seggi per votare?

«Come no, che emozione. Con quelle dita macchiate di viola. Tutto quello che noi chiamiamo il Terzo mondo ormai si appoggia sul coraggio e sulla forza delle donne. Anche dove i governi non le sostengono. Ad Ankara non molto tempo fa c´è stato un convegno: bisognava vederle, ascoltarle. Nessuno riuscirà più a fermarle».

Il tempo passa volando. Sessant´anni fa le donne non votavano, in Italia. Come andò, cosa ricorda?

«L´impegno di Togliatti e di De Gasperi per l´estensione del voto. Ricordo che fu Togliatti a prendere la parola. Disse: ?Se De Gasperi è d´accordo estendiamo il voto alle donne´».

E De Gasperi?

«Rispose: d´accordo. Non vi furono grandi contrasti. Era una esigenza culturalmente accettata. Pochissimi parlarono contro. Forse Giovanni Leone, ma potrei sbagliarmi. Ci fu chi nel Pci espresse la preoccupazione che le donne sarebbero poi diventate la maggioranza, ma erano battute di spirito... Cattive profezie, tra l´altro».

Lei andò a votare, nel ´46?

«Non potei votare: non avevo ancora l´età. Andai nel ´48, a Venezia. Nel mio collegio ne eleggemmo due».

Due donne nel suo collegio, nel ´48. E oggi, è soddisfatta di come vanno le cose?

«Per niente. Vedo un eccesso di fiducia femminile che mi spaventa. C´è nel paese un brutto clima. Si può sempre tornare indietro, le giovani devono tenerlo a mente. Oggi, per esempio, le elette sono tutte delegate».

In che senso delegate?

«Scelte dai partiti, messe nei collegi perché si pensa che prendano voti. Non vedo candidature che nascono da una loro forza autonoma. Non ci sono oggi sul terreno battaglie comuni fra donne. Non ci sono nemmeno le condizioni perché le donne abbiano davvero un ruolo di parità. E´ per questo che molte donne si arrendono, finiscono di nuovo per delegare gli uomini».

Una disparità oggettiva, dice.

«E´ così. La società è organizzata al maschile. Gli orari, le strutture sociali. Pensi agli asili, all´assistenza agli anziani. Tutto quello che lo stato toglie a chi non è autonomo ricade sulle donne. Le giovani devono stare attente a non farsi scippare con l´illusione della modernità, della flessibilità. I diritti non si scambiano al libero mercato».

Parliamo di noi. Parliamo dell’Unità. O meglio parliamo di come altri parlano dell’Unità. È un caso curioso, probabilmente unico, interessante per un regista. Dovrebbe mettere tutto il coro, anzi tutti i personaggi e tutte le voci da una parte sola. Sono coloro che decidono sul bene e sul male (di solito sul male) di questo giornale, guardandolo tutti dal punto di vista del potere. È un punto di vista comprensibilmente irritato, come ci dice il senatore Malan, vice capogruppo di Forza Italia. Malan attribuisce, riga per riga, il gesto sconsiderato del giovane Dal Bosco (quello del treppiedi), a un editoriale di questo giornale, e lo ha fatto, in occasione di una piccola coincidenza sfortunata. Proprio mentre lui vedeva il ragazzo mantovano come «il provocatore dal volto giallastro mandato avanti dalla stampa prezzolata» (Maxim Gorkij, “Tra la folla”, Sonzogno, 1932), il suo capo perdonava, rassicurava la madre, invitava a casa, usando con tempestività e bravura tutta la magnanimità mediatica (molta, come l’aggressività permalosa) di cui dispone. Malan comunque lo ha fatto, tornando a stabilire il nesso che non si era stabilito (non pubblicamente) neppure ai tempi di Gobetti e dei fratelli Rosselli. La cosa strana però non è Malan, il cui ruolo di pensatore in Senato difficilmente lascerà una traccia nella storia della Repubblica. La cosa strana è che nessuno - sulla stampa o nei talk show di un grande Paese europeo - vi presti attenzione. Ciò che sta accadendo all’Unità è una regressione alla teoria lombrosiana, applicata in questo caso allo scrivere. Si tracciano i parametri di ciò che è o non è accettabile dire. La tracciatura avviene nei luoghi di potere. Niente di strano, il potere prova sempre a farlo. Il caso è che la tracciatura viene osservata scrupolosamente da tutti. Ovvero la descrizione lombrosiana di Malan (l’articolo e l’attentatore si assomigliano, dunque l’attentatore è l’articolo) non fa scandalo né notizia. Ma questo non è che un aspetto del caso Unità. Provo a descrivere il fenomeno. Viene detto impunemente (nel senso che non provoca sorpresa né osservazioni critiche) e ripetutamente che in Italia c’è una gazzetta del male che agita le menti, fino a persuadere bravi cittadini di fatti mai accaduti, sconvolge i sentimenti, fino a fare odiare chi si dovrebbe amare. E smuove masse di persone a compiere gesti e comportamenti che non solo sono inammissibili ma sono anche immotivati. La gazzetta del male scuote da sola un Paese tranquillo e ben governato che, altrimenti (ovvero senza quel giornale) attraverserebbe uno dei migliori periodi della nostra vita pubblica. Avete letto un riassunto breve ma attendibile di tutto ciò che dichiarano (certi giorni, uno dopo l’altro, ciascuno rincarando la dose) coloro che scortano, affiancano e seguono Berlusconi nelle vicende politiche e personali. La loro condanna è gridata come si grida un allarme, proposta con un linguaggio di grave pericolo, irradiata da telegiornali pubblici e privati, agenzie giornalistiche, televideo, e dai giornali direttamente controllati dal gruppo Berlusconi (che è un vasto gruppo pubblico e privato dislocato più o meno al centro di tutto ciò che questo Paese fa, dice o produce). Dunque non si può dire che l’attenzione malevola, detta a voce autorevole e altissima contro il nostro giornale non faccia notizia. La notizia (in particolare la notizia politica) è una provocazione (come spiega Paolo Mieli nel primo editoriale dopo il suo ritorno alla direzione del “Corriere della Sera”, 24 dicembre) a cui si deve opporre assenso o dissenso. Cito Mieli: «I giornali hanno il dovere, sì il dovere, di prendere posizione senza reticenza, e chiamare i responsabili davanti al tribunale della opinione pubblica». Ora tutto ciò che si dice dell’Unità, in forma così autorevole (guardate i titoli e le funzioni politiche di chi ci insegue quotidianamente su per le scale dell’informazione politica) o è vero o non è vero. Se è vero, c’è uno scandalo nel giornalismo italiano che tollera ogni giorno la pubblicazione di notizie non solo false ma dirette a sollevare rivolta ed esaltare le menti. Se non è vero c’è uno scandalo nel sistema di potere italiano, che è libero di lanciare accuse gravissime contro un giornale di opposizione utilizzando tutti i canali di informazione, facendo in modo che le accuse - espresse il più delle volte con particolare pesantezza ed esplicito richiamo al delitto - raggiungano la più vasta udienza nazionale. E tutto ciò mentre - da parte dell’accusato - non è previsto alcun mezzo o strumento di risposta che non siano le copie di questo giornale.

Ma anche sulle copie, che per fortuna stanno di nuovo salendo, si riversa lo scandalo del potere se le accuse non sono vere. Infatti la potente diffusione multimediale di incriminazioni dell’Unità è anche un formidabile avvertimento a chi avesse intenzione di usare le pagine dell’Unità per la propria pubblicità. Si può fare pubblicità su un giornale che incarica (tramite i suoi velenosi articoli) il giovane comunista Dal Bosco (frequentatore, si fa notare, delle feste dell’Unità) di urtare e ferire con il cavalletto della sua macchina fotografica il collo del presidente del Consiglio? Dunque niente pubblicità. Ma senza pubblicità la sopravvivenza si fa difficile persino se aumentano le copie.

È importante tenere presente l’accurata precisione della operazione di potere. Come in certi sogni da incubo, è a senso unico. Un fiume di accuse discende tramite giornali, telegiornali, televideo, interviste, dichiarazioni, agenzie. Niente risale verso l’origine delle accuse. L’Unità viene tranquillamente citata come testata sotto gravissima accusa. Coloro che ricevono e pubblicano queste accuse, giornalisti - si deve pensare - sensibili all’ammonimento autorevole di Paolo Mieli - non sembrano interessati a chiedersi (verificando le nostre pagine) o a chiedere a noi intervistandoci - (magari per telefono) “Ma, è vero?”. Mai un Tg o una agenzia ha cercato riscontro o risposta ad accuse drammatiche come quella formulata mercoledì 4 gennaio dal vice presidente del gruppo Forza Italia al Senato, Malan, nella sua lunga dichiarazione alla Agenzia Ansa. Dato il livello dell’accusatore e la gravità delle cose dette, ci si immagina una drammatica verifica pubblica da parte dei mezzi di comunicazione. Ma non c’è e non ci sarà. L’affermazione del senatore Malan, per quanto pazzesca, può passare per vera. È autenticata da un notaio di nome silenzio. Esiste poi un alacre sottomondo che lavora intorno all’Unità, attratto dalla facilità del gioco d’accusa senza risposta. Ci sono due tecniche. Una è quella di chiedere a un personaggio di potere di commentare una affermazione dell’Unità, senza mai (mai, in questi tre anni) chiedere all’Unità di commentare ciò che ha detto il personaggio di potere a carico di questo giornale. Si fa nei migliori telegiornali e giornali radio, quasi ogni giorno. E c’è l’altro espediente: attendere - per dare un po’ di spazio all’Unità - che vi sia un problema interno. Il dubbio che vi sia (in questo giornale fantasma che non è mai ammesso a dire la sua quando viene pesantemente accusato e insultato) un contrasto tra direttori e proprietà, tra proprietà e redazione, o tra il giornale e i Ds (i cui gruppi parlamentari contribuiscono a sostenere l’Unità), fa improvvisamene accendere l’attenzione, la voglia di sapere, la disputa sui piccoli scoop di una cosa detta o di un nome lasciato cadere. Si formano necrologi e totonomine. Quanto al rispondere liberamente, con mezzi equivalenti, ad accuse e sentenze unilaterali del potere, non se ne parla neanche. In questo modo, una volta bloccate tutte le vie d’uscita, gli spiragli di critica e le possibilità di offrire una risposta almeno a una accusa su dieci, il sistema funziona in modo perfetto. Lui è buono. E la banda che continua ad attaccarlo prima o poi la metteremo a tacere. È un progetto che conta su una sottomissione compatta. Non resta che una domanda (e una speranza): continuerà ad essere compatta?

A due anni dal crack della Parmalat, con mezzo mondo bancario inquisito per aver piazzato presso i risparmiatori titoli che si sapevano marci, col banchiere difensore dell'interesse nazionale in galera e il suo ex governatore in pensione forzata, il governo Berlusconi-Tremonti detta la sua versione della tutela del risparmio, cioè dei nostri soldi: permettere alle imprese di falsificare i bilanci e al governo di prendersi anche la Banca d'Italia. Appena sparita dalla scena (fuori tempo massimo) la massa ingombrante di Antonio Fazio, ecco riapparire nuda e cruda la massa critica del coagulo di interessi che ci governa. Litigiosa, contraddittoria e in affanno quanto si vuole, ma al momento cruciale sempre cementata dal solido principio proprietario: chi vince (o compra) prende tutto. Ognuno è padrone in casa propria, e pazienza se la «casa» coincide con la cosa pubblica. La questione del falso in bilancio, che aveva inaugurato la legislatura, la chiude simbolicamente e scandalosamente. Sotto il roboante titolo della Tutela del risparmio e sull'onda emotiva dello scandalo che ha travolto l'unica istituzione che era uscita indenne dalla prima repubblica, il governo si presenta alle camere chiedendo di alleggerire la repressione penale per chi trucca i bilanci delle società. E impone la fiducia su un testo che spacca il capello in quattro tra reato di «danno» e di «pericolo», che chiude un occhio su truffe in modica quantità, che salva le società non quotate. Anche se non ci fosse in corso un processo che riguarda il capo del governo e la sua società (non quotata), ci sarebbe da chiedersi con che faccia si possa spacciare tutto ciò per Tutela del risparmio.

Il resto segue, e va nella stessa direzione. I criteri di nomina del nuovo governatore, che mettono il pallino nelle mani del governo, e più ancora di questi i nomi che circolano in queste ore - tra i quali c'è addirittura un fresco ex-ministro della stessa maggioranza di governo - rischiano di mettere una pietra sull'indipendenza della Banca d'Italia, completando così in pochi giorni il lavoro avviato da Fazio, con la sua ostinata resistenza a muoversi, negli ultimi mesi. Il pasticcio sui poteri in materia di concorrenza tra le banche, attribuiti in comproprietà a Bankitalia e Antitrust, rivela la scelta di non scegliere dopo due anni di braccio di ferro sull'argomento. E le foglie di fico sulla tutela dei risparmiatori, con l'istituzione di un ridicolo garante - un altro dipartimento da istituire in fretta e furia presso la presidenza del consiglio, magari per amministrare quell'altro ridicolo «fondo» che la legge finanziaria mette a disposizione delle vittime dei crack: quali vittime? con che criteri? e con quali soldi? Il riccone che ha speculato e ha perso, o il pensionato che si è lasciato convincere a investire la sua liquidazione in bond Cirio?

La stagione dei crack, degli scandali e dei furbetti sembra così chiudersi con la vittoria dei furboni. Tramontato Fazio, Tremonti si gode la sua rivincita, Berlusconi - il cui ruolo dietro le quinte delle scalate non è ancora ben chiaro, ma il cui atteggiamento pilatesco sulla vicenda Bankitalia è stato chiarissimo - mantiene ferma la cifra di tutta la sua vita politica: l'interesse personale. Forse stanno ancora decidendo se a questi scopi sia più utile piazzare in Banca d'Italia un governatore amico - Ciampi permettendo - o cercare un'intesa bipartisan sul nome del futuro governatore - magari un nome che salvi anche la faccia dell'Italia. Ma nell'attesa del nome resta la sostanza. E resta quel piccolo comma sul falso in bilancio, imposto con voto di fiducia, che illumina l'intera operazione.

Titolo originale: New Islam in an old English town – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

LEICESTER – Mentre l’Europa annaspa alla ricerca di risposte alle sempre più numerose questioni riguardo alla propria ampia e crescente comunità di immigrati, molti dei quali musulmani, uno dei posti da guardare potrebbe essere questa cittadina un po’ scalcagnata nel bel mezzo dell’Inghilterra.

Leicester, circondata da dolci colline, era da sempre una piccola e prosperosa città manifatturiera, con radici nelle tradizioni della campagna inglese. I contadini ci portavano mucche e pecore da vendere sul selciato nel cuore della città medievale, dove gli edifici di mattoni rossi di epoca vittoriana richiamano un’epoca meno complicata.

Ma ora l’immagine è cambiata. Leicester oggi è una città multiculturale di 300.000 abitanti dove i discendenti degli operai tessili e dei contadini dividono le strade con indù, sikh, e sempre di più con musulmani dal subcontinente indiano, dall’Africa orientale e dai Balcani.

Negli ultimi trent’anni gli immigrati si sono riversati su Leicester: e sono stati i benvenuti, grazie alle politiche progressiste degli amministratori locali, che hanno convinto gli abitanti dei valori di un futuro multiculturale. I nuovi arrivati hanno iniziato una nuova e pacifica esistenza, trasformando Leicester in un modello, che dimostra al resto dell’Europa come funziona una mixed city.

Ma ora Leicester subisce la sfida di nuove preoccupanti dinamiche, come ammettono gli amministratori, una delle quali è la crescente identità musulmana. Il successo della città in termini di multiculturalismo sembra contraddetto dalle tensioni etniche fra musulmani e indù, con la nuova immigrazione musulmana da paesi come Somalia e Bosnia, e un risentimento contro gli immigrati che cova fra i bianchi poveri. Questo ultimo aspetto assume significati oscuri nella mutata atmosfera della Gran Bretagna dopo le bombe dei terroristi islamisti a Londra in luglio.

Nel frattempo l’amministrazione locale prevede che Leicester – la cui popolazione bianca rappresenta ora il 65% - potrebbe diventare la prima città britannica con una maggioranza non-bianca all’inizio del prossimo decennio.

Questo farebbe di Leicester un campo di battaglia ancora più importante nei tentativi dell’Europa di abbozzare un progetto di multiculturalismo, con uno spazio per l’Islam nella società occidentale.

”Quello che appare in superficie è piuttosto fragile” avverte Manzoor Moghal, importante leader musulmano a Leicester e self-made-man di successo arrivato dall’Uganda negli anni ‘70. “Ci sono diverse correnti sommerse che minacciano di frammentare”.

Moghal, presidente del Muslim Forum, un gruppo-ombrello che si occupa di problemi dei musulmani nel Leicestershire, è uno dei molti preoccupati che la tradizione di Leicester di coesistenza pacifica venga minacciata dalla velocità delle trasformazioni.

Trasformazioni razziali avvenute a ritmi mozzafiato. La cittadina di trent’anni fa, dove nonni e nipotini sedevano insieme a guardare il mercato delle mucche e delle pecore, è diventata una città dove uffici e negozi si svuotano al tramonto in ottobre per il Ramadan, mentre i quartieri indiani si preparano al Diwali, la festa invernale indù della luce.

A Leicester oggi, nei quartieri settentrionali come Melton Road c’è una profusione di templi indù, centri musulmani, macellai halal, ristoranti indiani e pakistani, e poi gioiellerie, banche, negozi di abbigliamento. Nel mercato coperto ortofrutticolo, vecchio di 700 anni, una mescolanza multirazziale di clienti fruga tra mucchi di funghi e papaye, banconi disordinati di cinture, biancheria e aggeggi cinesi. Il mercato del bestiame è sparito anni fa, e questo adesso è un supermercato.

La resistenza locale a questa trasformazione ha raggiunto il massimo negli anni ’70 e ‘80, quando i nazionalisti marciavano per la città. Ma l’amministrazione locale di sinistra di Leicester, affermando che il futuro era multiculturale, rispose con una politica progressista di successo, che è ancora ben sintonizzata sulle sensibilità culturali dei nuovi arrivati.

”Non parliamo di cosa devono fare gli immigrati per adattarsi a noi” dice Trish Roberts-Thomson, responsabile per le politiche al consiglio comunale. “Leicester ha un approccio molto softly-softly “.

L’amministrazione coinvolge i leaders etnici in una molteplicità di comitati e gruppi interrreligiosi. Questa integrazione cittadina si è unita a quella economica, e Leicester ha un’ampia forza lavoro per le fabbriche tessili e calzaturiere, gli ospedali e altre aree del settore pubblico. Si è presto prodotta una prospera middle class etnica di imprenditori, che hanno cominciato a spostarsi verso i verdeggianti sobborghi esterni.

”Alcuni hanno accumulato parecchia ricchezza, e comprato alberghi o altre proprietà” dice Jiva Odedra, direttore della Asian Business Association di Leicester.

Il risultato della integrazione civica ed economica è che a Leicester sono assenti le manifestazioni estreme del suo più grosso vicino nelle Midlands, Birmingham, dove gli scontri fra le bande asiatiche e afro-caraibiche di questo mese hanno provocato due morti, lasciando amministratori ed esponenti delle comunità a chiedersi il perché.

Quando sono scoppiati gli scontri razziali nella fascia dei centri inglesi del nord – Bradford, Oldham e Burnley – nell’estate del 2001, Leicester è rimasta tranquilla.

”Leicester funziona” racconta Robert Colls, professore di storia inglese alla Leicester University. “Ci sono persone di molte etnie che sono venute a vivere qui nel giro di meno di una generazione, e non ci sono e non ci sono mai stati disordini in città, nonostante i tentativi già dagli anni ’70 per fomentarli”.

Sono gli indù a dominare tradizionalmente le politiche etniche della città, ma la popolazione musulmana è cresciuta negli anni recenti sia per l’alta natalità che per l’immigrazione; ciascuno dei due gruppi ora conta per un 15% della popolazione di Leicester.

I musulmani “stanno differenziandosi” dice Paul Winstone, consigliere municipale arrivato a Leicester negli anni ‘60, che si è impegnato contro le prime reazioni razziste, importante testimone e guida nella trasformazione multiculturale della città.

I musulmani rivendicano una maggior quantità di fronti, come le scuole su base religiosa o la libertà di indossare i propri abiti sul lavoro, o di avere cibo halal negli ospedali cittadini, e insieme poteri politici più ampi all’interno del consiglio. Winstone sostiene che queste trasformazioni conducono alla “sensazione che gli indù potrebbero abbandonare la città: e gli indù sono stati il suo motore economico”.

Una ulteriore sfida alla equanimità di Leicester è il rischio di riemergenza dell’opposizione bianca nei confronti degli immigrati.

Nel 2002, sulla scia delle rivolte nei centri settentrionali, l’amministrazione di Leicester aveva commissionato una ricerca, che aveva rilevato inusitati e preoccupanti livelli di ostilità fra i bianchi dei quartieri operai, nei confronti dei propri vicini di diversa etnia. Ciò avveniva principalmente a causa di una percepita eccessiva generosità in termini di risorse pubbliche rivolte ai quartieri asiatici. “La minaccia principale al multiculturalismo viene dalla classe operaia bianca, perché il multiculturalismo suscita un’attenzione maggiore rispetto ai problemi dei ceti operai bianchi” dice Roberts-Thomson.

I leaders asiatici temono che il risentimento possa essere rinfocolato dalla legislazione antiterrorismo proposta dal governo britannico, pensata per schiacciare l’estremismo islamico. Fra le altre azioni, il governo propone di coinvolgere alcuni gruppi islamici, ma alcuni esponenti temono che questo spinga il pubblico britannico a considerarli come stranieri anziché inglesi.

La reputazione di Leicester di città senza conflitti non è certo migliorata quando due abitanti originari dell’Algeria sono stati arrestati e condannati nel 2003 per aver sostenuto finanziariamente Al Qaeda. Un altro è stato estradato in Francia.

Anche oggi, osservatori come Winstone notano alcuni tentativi di estremisti musulmani di città vicine – come Nottingham o Derby – di infiltrarsi nelle moschee di Leicester, “anche se sono stati malmenati e rimandati indietro” racconta.

Colls, della Leicester University, dice che secondo la sua esperienza esiste un forte bisogno dei giovani musulmani di Leicester, per insegnamenti più illuminati e di rigetto della linea dura islamista: una lezione tenuta all’università da un insegnante musulmano su questi temi, ha attirato centinaia di persone, dice.

Uno dei motivi per cui l’esperimento multiculturale di Leicester ha funzionato tanto bene nel passato, dicono gli esperti, è che molti di questi indù e musulmani sono arrivati indirettamente via Africa orientale, da paesi come Uganda o Malawi, dove le loro famiglie si erano stabilite da generazioni. Arrivati a Leicester, erano già imprenditori, urbanizzati, abituati all’amministrazione britannica.

Per contro, città inglesi come Bradford hanno accolto musulmani direttamente dalle zone rurali del Pakistan.

Ma la nuova ondata di arrivi a Leicester – somali, bosniaci, kosovari – rappresenta un nuovo tipo di immigrazione: piccoli gruppi, diversificati, là dove un tempo indù e musulmani arrivavano in massa.

Quello più numeroso al momento è dalla Somalia, paese musulmano. Più di 10.000 somali si sono trasferiti a Leicester negli scorsi due-tre anni, secondo gli amministratori. Molti venivano dall’Olanda dove, lamentano, non si riusciva a trovare lavoro e si rischiava di venir separati a causa delle rigide politiche sulla casa.

Alcuni dei somali sono lavoratori altamente specializzati e si integrano bene nella comunità economica. Ma altri si sono collocati nei quartieri più poveri della città, come le squallide strade dietro la stazione ferroviaria, destinazione abituale dei nuovi arrivati più poveri dove, secondo Winstone, alcuni si sono scontrasti violentemente con originari delle Indie Occidentali.

Secondo Roberts-Thomson, che ha lavorato insieme ai somali, molti sono ancora fortemente colpiti dalla guerra civile nel loro paese, il che rende più difficile l’integrazione.

Nella nuova, febbrile atmosfera, è iniziato un dibattito – anche qui, nella multiclturale Leicester – sul livello di assimilazione che si deve chiedere agli immigrati.

”Quando si vuole vivere in una società, quando si vuole esserne parte, si ha l’obbligo di inserirsi” dice Moghal, che indossa un impeccabile completo da uomo d’affari.

Altri, come Ibrahim Mogra, giovane musulmano e uno dei più seguiti imam di Leicester, hanno una linea più rigida, e credono che ai musulmani debba essere consentito vivere e lavorare nelle città britanniche in modi propri.

”Non voglio vivere in una Gran Bretagna dove la mia cultura è di seconda classe” dice Mogra, che riceve i visitatori della sua piccola casa a schiera in uno dei quartieri a maggioranza asiatica di Leicester indossando turbante, tunica e lunga barba fluente. “Mi sono integrato meglio che potevo. Ho fatto qualunque cosa”.

Mogra, tra i componenti del piccolo gruppo di leaders musulmani chiamati agli incontri col Primo Ministro Tony Blair dopo le bombe di luglio, crede che le imprese dovrebbero consentire l’abbigliamento islamico sul lavoro. Ma le sue opinioni non si limitano ai vestiti: definisce Blair un “tiranno oppressore” per la sua politica in Iraq ed è ugualmente aspro riguardo alla politica occidentale di blocco del programma nucleare iraniano.

Punti di vista tanto contrastanti sull’assimilazione riflettono le attuali domande ed esperimenti sul modello multiculturale nell’Europa occidentale che sta attraversando il continente.

È questione aperta, se l’esperienza degli ultimi trent’anni farà di Leicester un faro per il resto dell’Europa, o se i contraccolpi del conflitto di popoli inevitabilmente porteranno la battaglia anche in questo luogo, un tempo tranquillo.

Nota: il testo originale al sito dello International Herald Tribune ; altri testi su questioni simili, se pur forse meno drammatiche, sono stati tempo fa presentati qui su Eddyburg, e sono ora raccolti e ampliati sul numero 30 della rivista Metronomie (f.b.)

Produrre e riprodurre l’essere umano, quale entità biologica, sociale e culturale, comporta molti tipi di costi. Vi sono i costi necessari per ridurre gli aggravi della malattia, degli incidenti sul lavoro, della vecchiaia vissuta in solitudine. I costi per far fronte alla disoccupazione involontaria, alle traversie familiari, a improvvise crisi economiche e sociali. Ma anche i costi per poter godere di un tempo libero non solo marginale, e di poter scegliere liberamente se e quanto studiare, nonché il tipo di professione che si preferisce, indipendentemente dalle limitazioni dovute al fatto di esser nati in un determinato strato sociale.

Lo stato sociale (stato del benessere, welfare state) può quindi essere definito come lo stato che si assume la responsabilità di coprire nella maggior misura possibile, per il maggior numero di persone possibile, i suddetti costi di riproduzione e riproduzione dell’essere umano. Chiedendo a ciascuno, beninteso, un congruo contributo. E ponendo speciale attenzione ai costi che non è nemmeno pensabile di poter coprire mediante comportamenti individuali virtuosi, poiché essi superano qualsiasi possibilità di risparmio o di spesa o di acquisizione di informazioni disponibili alla persona.

Un giovane non può scegliere la professione che più gradirebbe se fa parte di una famiglia povera, che ha un estremo bisogno di mandarlo a lavorare al più presto per integrare il proprio reddito. Una lavoratrice che per molti anni guadagna in media sei, settecento euro al mese, perché non riesce a trovare un’occupazione stabile, non è nella condizione di investire il 30 per cento di quel salario per farsi una pensione integrativa.

Una famiglia, anche se di classe media, che perda di colpo il maggior produttore di reddito, si tratti del padre o della madre, avrà serie difficoltà a sostenere il costo degli studi dei figli.

Così inteso, lo stato sociale è stata una grande conquista civile della seconda metà del XX secolo, anche se le sue radici son partite nell’Ottocento. Conquista ottenuta in gran parte con le lotte dei sindacati e l’azione dei governi socialdemocratici, laburisti, di centrosinistra dell’epoca. Ma anche con il contributo non irrilevante di forze politiche conservatrici.

Colui che si può definire l’inventore del moderno stato sociale, William Henry Beveridge, lui stesso un moderato, pubblicò il suo primo rapporto - Social Insurance and Allied Services - in piena guerra, nel 1942, su richiesta del governo conservatore di Winston Churchill, che poi ne adottò appieno i suggerimenti. In un secondo rapporto, del 1944 (ne ha parlato Lucio Villari su Republica) proponeva un piano per favorire l’occupazione e una più equa distribuzione del reddito.

Né Beveridge né Churchill erano mossi solamente da intenti umanitari. Intendevano contrastare l’influenza ideologica e politica dell’Urss, che essi prevedevano si sarebbe estesa in Europa dopo la guerra, come in effetti avvenne. Ciò significa che nelle fondamenta dello stato sociale quale abbiamo conosciuto, non c’è stata soltanto una ispirazione "comunista", come oggi qualcuno direbbe, ma anche una discreta dose di timore che le idee della sinistra avessero presa sulle masse lavoratrici.

Oggi lo stato sociale appare in difficoltà per ragioni al tempo stesso ideologiche e materiali. Tra le prime va collocata la vittoriosa offensiva in Europa e nel mondo dell’ideologia neo-liberale, più recentemente neo-cons, il cui nucleo costitutivo è l’idea che ciascuno deve far fronte validamente, con le proprie sole forze, alle vicende della vita. Se non ci riesce, tanto peggio per lui o per lei: finirà nella vasta schiera dei perdenti, ai quali i vincitori, certi di aver meritato la propria vittoria quanto i primi hanno meritato la sconfitta, destineranno compassionevolmente qualche modesto sussidio.

In questa prospettiva spietata, lo stato sociale viene naturalmente presentato come un costoso aiuto prestato a individui che di fatto non ne avrebbero diritto.

I fattori materiali della crisi dello stato sociale vanno visti anzitutto nell’aumento dei costi di produzione e riproduzione - biologica, sociale e culturale - dell’essere umano al livello di civiltà che abbiamo raggiunto. Far studiare i figli per vent’anni, dalla materna all’università, costa molto di più che non metterli al lavoro appena finita la scuola dell’obbligo. I progressi della medicina e della chirurgia continuano a migliorare la durata e la qualità della nostra vita, ma richiedono infrastrutture e tecnologie sempre più costose.

Le persone non muoiono opportunamente poco dopo essere andate in pensione, come accadeva quando Bismarck - altro antenato di destra dello stato sociale - introdusse uno dei primi sistemi previdenziali obbligatori. Vivono in media circa vent’anni dopo il collocamento a riposo, e le casse degli enti pensionistici ne soffrono. Anche se non affatto nella misura che i neo-conservatori sono usi denunciare, al fine di forzare riforme delle pensioni di fatto ben poco attinenti ai problemi reali del sistema previdenziale, com’è appena avvenuto in Italia.

Un altro fattore che pesa sulla struttura tradizionale dello stato sociale è la diffusione del lavoro discontinuo, flessibile, precario, che si osserva nel nostro come in altri paesi. Da ciò nasce una preoccupante forbice: i bisogni di protezione e di tutele di vario ordine che lo stato sociale ha per vocazione di assicurare aumentano, mentre diminuiscono i contributi che i lavoratori versano per alimentare il suo bilancio.

Questi diversi fattori portano a dire che la copertura dei costi dell’uomo assicurata dallo stato sociale va oggi cercata anche per altre vie. Se, ad esempio, il reddito da lavoro è discontinuo, e quindi minore, per un numero crescente di persone, bisognerà trovare nuovi modi per integrare il finanziamento dei costi della sanità, della maternità, della previdenza, del sostegno economico da erogare alle persone nei periodi di non lavoro.

Quel che occorre in ogni caso difendere è la concezione stessa alla base dello stato sociale: i costi dell’essere umano sono così elevati, così imprevedibili per ogni persona, così negativi per le famiglie e per la società quando non si riesce a coprirli, da richiedere che la responsabilità di sopportarli sia assunta dalla collettività, ovvero dallo stato, come uno degli scopi più alti della politica, anziché essere accollata senza remore né mediazioni al singolo individuo.

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Conclusa la pausa estiva ed esaurito il feuilleton delle intercettazioni telefoniche, che ha offerto uno squarcio desolante sulla realtà di questo Paese, vorrei fare alcune ipotesi su quel che accadrà nelle prossime settimane. Riprendendo una felice e ancor attuale espressione di Eugenio Scalfari prevedo che la «razza padrona» dirà: «Basta con i pettegolezzi, ora occupiamoci di cose serie».

Venerdì prossimo alla riunione del Comitato per il credito e il risparmio il Governatore sosterrà, diversamente dal ministro dell'Economia, che il suo operato è stato sempre ineccepibile, sempre formalmente corretto. Annuncerà anche che la Banca d'Italia riformerà autonomamente il proprio Statuto, introducendo un limite al mandato del Governatore, purché a nessuno venga in mente di mettere in dubbio i suoi poteri di vigilanza, quelli di antitrust, il potere assoluto del Governatore all'interno della banca e la proprietà della banca stessa che è posseduta da alcune delle stesse banche sulle quali essa dovrebbe vigilare. In parole povere, prima o poi questo Governatore lascerà, ma intanto nessuna delle regole che ci hanno portato in questa situazione verrà modificata.

Chiusa la partita Banca d'Italia si dovrà affrontare il problema della Banca popolare italiana (ex Lodi) e del suo bilancio che apparirà via via più traballante. Ripetendo un'operazione sperimentata con successo in passato (quando il Governatore chiese alla stessa Popolare di Lodi di farsi carico dei guai di Credieuronord, una banca vicina alla Lega, a Capitalia di farsi carico della bresciana Bipop, all' ex-Cariplo di salvare alcune casse di risparmio meridionali) si chiederà magari a Banca Intesa di assorbire l'istituto lodigiano e mettere una pezza al suo bilancio.

Evidentemente nessuno può essere obbligato a fare regali: Intesa verrebbe adeguatamente compensata consentendole di acquistare Antonveneta. E così le imprese del Nord-est, anziché un po' più di concorrenza bancaria e la possibilità di accedere ai servizi di una grande banca, Abn-Amro, dovranno accontentarsi di qualche sportello di Banca Intesa in più.

A Bruxelles e alle ire degli olandesi provvederà il ministro Giorgio La Malfa, novello alfiere dell'italianità delle banche: anche lui sosterrà che tutto è stato sempre ineccepibile. (Penso a suo padre, che dedicò la vita al tentativo di rendere un po' meno provinciale questo Paese). Allora si capirà perché, durante lo svolgersi del feuilleton estivo, i nostri grandi banchieri e gli imprenditori che siedono nei loro consigli di amministrazione (debitori di riferimento prima ancora che azionisti di riferimento) sono stati tutti muti come pesci. Che cosa potevano volere di più? Ancora una volta il rischio che dall' estero si affacciasse un po' di concorrenza sarà stato sventato e alla fine avranno ottenuto la conferma di un sistema che a loro è sempre andato benissimo. Altro che proteggere i risparmiatori impedendo che i nostri fondi di investimento siano tutti di proprietà di banche, come sarebbe necessario per evitare un evidente conflitto di interesse!

Il 9 settembre a Manchester si riunisce l'Ecofin, presenti i ministri delle Finanze e i governatori dell'Unione europea. Il 25 settembre a Washington ministri, governatori e grandi banchieri si ritroveranno ancora insieme per l'assemblea del Fondo monetario internazionale. Evidentemente alla nostra razza padrona dell'immagine che di noi diamo all'estero non potrebbe interessare di meno. Saranno tutti reduci dal convegno Ambrosetti a Villa d'Este, già intenti a rimboccarsi le maniche e sistemare il Paese.

giavazzi-f@yahoo.com

SU REPUBBLICA dell’altro ieri ho ricordato per sommi capi e anche sulla base di mie dirette esperienze che cosa ha rappresentato la Banca d’Italia nell’ultimo mezzo secolo e di qualche tempra morale oltre che professionale siano stati i governatori che si sono succeduti, Einaudi, Menichella, Carli, Baffi, Ciampi.

Mi sembra oggi doveroso completare il quadro prendendo in esame l’operato del sesto governatore attualmente in carica già da dodici anni e recentemente coinvolto in una vicenda molto discussa e discutibile che ha suscitato perplessità e perfino discredito sugli interventi attivi e omissivi del nostro Istituto di emissione. Si tratta delle due Opa proposte dalla banca olandese Abn-Amro sull’Antonveneta e della Banca di Bilbao (Bbva) sulla Banca Nazionale del Lavoro.

Entrambe queste operazioni sono, almeno per ora, fallite perché efficacemente contrastate da due cordate italiane le quali tuttavia sono attualmente sotto esame da parte della Consob e delle Procure della Repubblica di Milano e di Roma per una serie di irregolarità, oscurità e addirittura ipotesi di reato.

La materia non è di facile comprensione perché estremamente tecnica e soggetta a direttive europee, a leggi italiane, a regolamenti e autorizzazioni di varie Autorità (Consob, Antitrust, Banca d’Italia). L’incrocio di queste norme è avvenuto in modi controversi e ha dato luogo a interpretazioni difformi. Di qui un fitto contenzioso giuridico, regolamentare e anche politico, complicato da fughe di notizie che hanno reso ulteriormente difficile un contrasto già di per sé irto di contraddizioni.

Per quanto mi riguarda mi asterrò dall’entrarvi. Mi limiterò a richiamare alcuni punti fermi con l’intento di fare chiarezza e di arrivare a un giudizio il più possibile oggettivo perché questo è il ruolo della libera stampa e della pubblica opinione che essa rappresenta e cui dà voce in funzione di controllo democratico.

Tra questi punti fermi il primo da cui partire è il seguente: il governatore della Banca d’Italia non fa mistero della sua contrarietà a iniziative di banche straniere nel sistema bancario italiano. Nel caso di banche europee l’ostilità del governatore cozza contro le norme del mercato comune che garantiscono parità di diritti a tutti i soggetti operanti all’interno dell’Unione europea, banche comprese.

La Banca d’Italia tuttavia, pur acconciandosi a queste norme, rivendica compiti di vigilanza sulla stabilità del sistema creditizio nazionale ad essa conferiti dalle norme italiane vigenti.

Per risolvere di volta in volta il contrasto tra norme comunitarie e norme nazionali la Banca d’Italia si avvale di poteri discrezionali sotto forma di autorizzazioni limitative delle norme europee. A volte tali autorizzazioni vengono concesse e hanno infatti consentito a banche straniere di acquisire partecipazioni di minoranza nel capitale di banche italiane. Così, tanto per fare qualche esempio, la Abn-Amro fu autorizzata a entrare nel capitale di Capitalia. E la Banca di Bilbao ad entrare nel capitale della Bnl.

Diverso è il caso di un’Offerta pubblica di acquisto (Opa) sottoposta a precise regole europee e nazionali, che ha come finalità non già una partecipazione di minoranza ma l’acquisizione della maggioranza del capitale.

È questo il caso delle due Opa che abbiamo prima richiamato, nei confronti delle quali si è manifestata l’ostilità del governatore Fazio. Poiché le norme comunitarie gli impedivano tuttavia di bloccare quelle operazioni, anzi gli imponevano di garantire il corretto svolgimento riconoscendogli tuttavia poteri di vigilanza e controllo, l’ostilità di Fazio si è potuta esplicare soltanto in due modi. Il primo è stato quello di stimolare l’arrivo sulla scena del cosiddetto «cavaliere bianco» che, sventolando il tricolore, si opponesse all’invasore straniero organizzando una contro-Opa a condizioni più favorevoli per gli azionisti della banca italiana sotto tiro. Il secondo è stato un dosaggio molto sapiente delle autorizzazioni operative, che sono state concesse con immediatezza e larghezza ai "cavalieri bianchi" e lesinate invece con occhiuta parsimonia alle banche straniere, messe in condizioni obiettivamente sfavorevoli sia nella misura sia soprattutto nella tempestività per quanto riguardava acquisti di azioni sul mercato in attesa che le Opa venissero ufficialmente lanciate.

La conseguenza di queste disparità tra i competitors è stata che i vari "cavalieri bianchi" con coccarda tricolore sono riusciti a rastrellare capitale flottante sul mercato in quantità notevolmente maggiore di quanto non fosse accaduto alle banche straniere.

Ma questo sarebbe ancora il meno. La questione più oscura e controversa riguarda i mezzi finanziari usati dai "cavalieri bianchi", la liceità degli accordi esistenti tra di loro e infine la congruità del rapporto tra i mezzi propri e le dimensioni dell’investimento che, nel caso delle banche, rappresentano una condizione tassativa il cui rispetto è affidato sia alla Consob sia alla Banca d’Italia.

Su questi punti la controversia tra le parti in causa è diventata rovente.

La Banca Popolare di Lodi (ora chiamata Banca Popolare Italiana) nella persona del suo amministratore Fiorani, ha impegnato nel rastrellamento di azioni Antonveneta e contro-Opa risorse decisamente superiori ai mezzi propri. Come non bastasse ha concesso ad altri "cavalieri bianchi" sopraggiunti in soccorso cospicui finanziamenti per rastrellare a loro volta azioni Antonveneta. Infine per accrescere i mezzi propri nella misura prevista dalla legge, la Lodi ha dovuto lanciare un aumento del proprio capitale, ma per renderlo possibile ai suoi azionisti si è procurata finanziamenti da altre banche alle quali sono state date in garanzia le azioni Antonveneta nel frattempo rastrellate sul mercato.

Queste manovre, di natura assai dubitabile, hanno provocato un intervento della Consob che ha congelato la contro-Opa su Antonveneta, e un intervento della Procura della Repubblica di Milano che ha disposto il sequestro del 40 per cento delle azioni Antonveneta rastrellate dai vari "cavalieri bianchi" (Fiorani, Ricucci, Coppola, Lonati, Gnutti).

* * *

Contemporaneamente analoghe manovre, con protagonisti in parte diversi ma in parte comuni, si svolgevano attorno alla Banca Nazionale del Lavoro, sotto Opa lanciata dalla Banca di Bilbao.

Anche qui rastrellamenti sul mercato da parte degli immobiliaristi Ricucci e compagni, stretti in un contropatto guidato da Francesco Caltagirone. E anche qui saldatura tra il contropatto e Unipol in opposizione al management della Bnl e alla Bilbao, con un mercato ormai di fatto privo di flottante, quasi interamente in mano a Unipol che ha infine acquistato in blocco le azioni in possesso del contropatto.

La Procura di Roma ha messo sotto esame l’intera vicenda.

La Consob ha convocato gli immobiliaristi per chiarimenti.

Si aspettano gli sviluppi.

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Mentre queste oscure vicende hanno luogo, se ne verificano altre due, altrettanto inquietanti. La Guardia di Finanza, incaricata di intercettare le conversazioni di Fiorani e degli immobiliaristi suoi amici, nonché di Unipol, registra conversazioni molto compromettenti e comunque di tono insolito tra lo stesso Fiorani, Fazio, la moglie di Fazio.

Registra anche conversazioni altrettanto insolite tra il giudice Francesco Castellano e l’amministratore di Unipol, Giovanni Consorte, nonché tra Consorte e Gnutti.

Ho detto che le vicende inquietanti sono due, ma in realtà sono quattro. E cioè: i due gruppi di intercettazioni (Fazio-Fiorani da un lato e Castellano-Consorte dall’altro) e la diffusione di tali intercettazioni coperte entrambe dal segreto d’ufficio.

Mi sembra inutile riferire il contenuto delle conversazioni intercettate, già largamente pubblicato dai giornali nei giorni scorsi. Sulla loro anomalia mi pare egualmente inutile soffermarsi. Basterà dire che non sono consone al livello degli interlocutori e in particolare a quello del governatore della Banca d’Italia. Da questo punto di vista concordo pienamente con quanto scritto ieri da Sergio Romano sul Corriere della Sera: forse non si tratta di reati, ma sicuramente di comportamenti indegni da parte di persone munite di poteri pubblici e di cariche amministrative e societarie di grande rilievo, che meritano ferma riprovazione.

Quanto alla fuga di notizie, è chiaro che esse sono altrettanto deplorevoli poiché non possono che provenire da magistrati o ufficiali della Guardia di Finanza tenuti al segreto d’ufficio che hanno violato per giovare a qualcuna delle parti in causa o per danneggiarla.

* * *

Sulla base di questi fatti - che mi sembra difficile contestare - si arriva alle seguenti conclusioni.

1. Antonio Fazio ha perso ogni credibilità e non può restare alla guida della Banca d’Italia senza danneggiarne ulteriormente il prestigio e l’autorevolezza. Dovrebbe esser lui il primo a rendersene conto e a sgombrare il campo.

2. La nomina del governatore è un atto complesso che in base alla legge vigente comporta il concorso di tre soggetti. In ordine di tempistica procedurale essi sono: il Consiglio superiore della Banca d’Italia cui spetta la designazione del nuovo governatore; il presidente del Consiglio chiamato a dare il placet del governo al nome indicato (o a rifiutarlo); il presidente della Repubblica, chiamato a redigere e firmare il decreto di nomina (o a respingere la designazione che gli è stata sottoposta).

3. Trattandosi di una carica estremamente impegnativa, il nome designato non può che essere di altissimo livello in tema di professionalità, moralità, indipendenza e privo di qualunque sospetto di incompatibilità tra cariche attuali e nuovo incarico da assumere.

4. La Consob ha agito finora con determinazione e rapidità.

È augurabile che proceda allo stesso modo in entrambe le vicende ancora in corso, a tutela degli azionisti, del mercato e del pubblico interesse.

5. È apprezzabile la dichiarazione dell’onorevole Bersani in nome dei Ds sull’insostenibilità della posizione di Fazio. Il partito di Fassino è invece stato finora assai reticente sulla posizione dell’Unipol. Nessuno nega all’Unipol il diritto di operare sul mercato per accrescere il suo status imprenditoriale. Tuttavia la gestione dell’affare Bnl, le compagnie di qualità più che dubbia con raider che operano in totale oscurità e dispongono di risorse di ignota provenienza, ha notevolmente sporcato l’immagine del braccio finanziario del movimento cooperativo. Il partito di riferimento di quel glorioso movimento dovrebbe a questo punto dissociarsi con chiarezza da una conduzione fin troppo spregiudicata. Se si sostiene l’etica anche nel business bisogna applicarla a partire dal cortile di casa propria e dirlo senza eccessive prudenze e lunghi indugi.

Titolo originale: In the face of danger – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

“Mentre scrivo, esseri umani altamente civilizzati volano sopra la mia testa, tentando di uccidermi”, scriveva George Orwell nel pieno degli attacchi aerei della seconda guerra mondiale. I londinesi hanno vissuto con la paura di molte ondate nemiche invisibili nel corso degli anni. A poco più di un chilometro dagli uffici di questo giornale, per esempio, c’è il luogo dell’assalto esplosivo di Clerkenwell del 1867, in cui gli Irish Fenians tentarono di aprirsi la strada sino a una prigione per recuperare due dei loro, riuscendo invece a demolire una fila di case, a uccidere 12 degli abitanti e a ferirne 126. Appena di là dalla strada, un edificio a Peabody fu ridotto in briciole dalla Luftwaffe, che uccise così alcuni dei 43.000 civili morti nel corso del Blitz. Durante gli anni ’70 e ’80 i londinesi si abituarono forzosamente alle bombe piazzate dalla Provisional IRA. E ieri, a qualche minuto a piedi dal giornale, concittadini che andavano al lavoro sulla Piccadilly a sud di King’s Cross, e altri su un autobus della linea 30 che proseguiva dopo Russell Square aprendosi la strada nell’ora di punta, sono stati crudelmente aggrediti senza alcun preavviso, nel quadro di un assalto coordinato mirato a uccidere: e che ci è riuscito, assassinando e ferendo indiscriminatamente decine di lavoratori londinesi.

Come i predecessori di fronte agli antichi orrori, anche la nuova generazione di londinesi ha risposto a questo inconsulto gesto malvagio – che in termini di perdita di vite umane sembra essere il più grave atto terroristico della nostra storia recente – con un insieme di calma e coraggio. Era un evento, come ci è stato ripetutamente detto da polizia e responsabili della sicurezza, piuttosto probabile. Quando è avvenuto, sembra essere stato accettato senza amarezza. A pochi minuti dalle prime notizie sulle esplosioni in metropolitana, erano rapidamente entrati in vigore i piani fi emergenza. Giù nel buio, nonostante il fumo, le macerie, la morte e i pericoli, i passeggeri sono stati evacuati, per la maggior parte senza scene isteriche, dai servizi d’emergenza che mettevano in pratica azioni ben preparate. In superficie, nelle strade, mentre i trasporti si fermavano, decine di migliaia di persone continuavano a piedi verso il proprio posto di lavoro senza protestare, attraverso le strade sotto la pioggia del mattino. I mercati azionari, in caduta in un primo momento, hanno recuperato freddezza più tardi: la City come metafora di tutta la città. Come già successo a New York l’11 settembre 2001 e a Madrid l’11 marzo dell’anno scorso, eventi di dimensioni molto maggiori con cui ad ogni modo occorre confrontarsi, le storie del 7 luglio 2005 a Londra non sono solo di tragedie individuali, ma anche di singoli atti di eroismo e fredda determinazione.

Meno di 24 ore prima che scoppiassero le bombe, Londra si era guadagnata il plauso del resto del mondo per aver offerto un’Olimpiade basata sulla speranza e inclusione per tutte le razze, religioni e nazioni. Come ha detto ieri Ken Livingstone, queste bombe sono un assalto diretto a quella nobile a mirabile visione. Questo non è stato un attacco contro governanti e potenti. È stato, come hanno ripetuto con parole diverse sindaco e altri rappresentanti della città, un’aggressione ai cittadini comuni, uomini e donne, giovani e vecchi, bianchi e neri, cristiani, musulmani, indù, ebrei che, tutti, aborrono questa violenza. Il Rabbino Capo ha ben colto nel segno quando ha detto, ieri, che le bombe sono la rabbia degli infuriati contro gli innocenti e gli indifesi. E tuttavia la cosa importante è che alla furia non si è risposto con la furia. Londra si è guadagnata le Olimpiadi perché è una città aperta e tollerante. Il modo in cui i londinesi hanno risposto a questo attacco maligno rivendica lo spirito olimpico.

I leaders mondiali riuniti a Gleneagles per il vertice dei G8 sono stati rapidi a cogliere il contrasto fra il messaggio di odio delle bombe di ieri e quello di speranza che continuano a sostenere uscirà dalle loro trattative in Scozia oggi. Hanno avuto ragione, a mettere in luce lo iato fra la barbarie delle azioni terroristiche e gli sforzi di questa settimana per affrontare la povertà in Africa e gli effetti del mutamento climatico. Allo stesso modo, è importante tenere in mente la rabbia provocata nel mondo islamico e arabo dalle azione di alcune nazioni rappresentate a Gleneagles. Robin Cook, su queste stesse pagine, parla a nome di molti scrivendo: “Il Presidente Bush giustifica l’invasione dell’Iraq sulla base del fatto che combattere il terrorismo all’estero protegge l’occidente dal terrorismo sul proprio territorio. Qualunque altra cosa si possa dire in difesa della guerra in Iraq oggi, non si può certo affermare che ci abbia protetto dal terrorismo sul nostro suolo”.

Il terrore del passato aveva un fine politico. Era un mezzo per raggiungere uno scopo. Potevamo sconfiggerlo, subirlo, negoziare con esso. Un terrore come quello di ieri è più elusivo e meno formalizzato. Non si tratta di un movimento o di un esercito in alcuna accezione tradizionale del termine. Il suo senso di sé è apocalittico piuttosto che politico. È difficile individuare una risposta alle sue domande, anche se negoziazioni fossero praticabili o accettabili. Lottare contro questo terrorismo dunque richiede una costante messa in campo di strategie intelligenti: protezione e sicurezza della società e delle città che ne sono le vittime potenziali, e contemporaneamente riconoscere il bisogno di prosciugare per quanto possibile il serbatoio di sofferenze da cui il terrorismo trae la propria forza.

Ieri è stata una giornata oscura, con gesti infami compiuti da gente pericolosa. Gli assassini, se sono ancora vivi, devono essere assicurati alla giustizia, e non abbiamo alternative al restare in guardia contro la probabilità che ci siano altri che complottano per nuovi attacchi. Mr. Blair ha avuto ragione a insistere sul fatto che la nostra determinazione a difendere valori e stili di vita deve essere incrollabile. Ciò significa certo essere implacabili di fronte alla minaccia diretta del nemico terrorista. Significa abili politiche e lavoro investigativo sul lungo periodo. Ma comporta anche il comprendere perché alcune persone possano essere portate a commettere atti così infami e maligni, non semplicemente aumentare i livelli di sicurezza per impedire che essi avvengano ancora. Significa legarsi risolutamente ai valori che rendono la società aperta degna di essere vissuta, compresi tolleranza e libertà civili. Alla fine, come hanno detto sia Mr. Bush che Mr. Blair, è il contrasto che conta. È un conflitto di valori. Ma non è solo il contrasto fra l’odio dei terroristi e l’operato dei leaders mondiali che cambierà il flusso delle cose. È il contrasto tra il furore dei terroristi e la rispettabilità delle persone comuni, come i londinesi hanno potentemente dimostrato ieri.

Nota: il testo originale al sito del Guardian (f.b.)

1 A che serve vincere, se poi...

Dialogo immaginario, ma non troppo, tra due elettori del centrosinistra.

di Gianni Barbacetto

Elettore A: A che serve vincere, se poi i nostri, appena riconquistata la maggioranza, si comportano come quelli del centrodestra? A che serve presentarsi con sigle e bandiere alternative, se poi, dopo la vittoria, arrivano gli stessi metodi degli sconfitti - e spesso gli stessi uomini?

Elettore B: Ma cosa dici? Tu geli gli entusiasmi proprio adesso che stiamo vincendo, proprio ora che il centrosinistra non perde un’elezione da anni, in un momento in cui si vede finalmente la possibilità di battere definitivamente Silvio Berlusconi?

Elettore A: Ma siamo sicuri che questo modo di fare politica, accogliendo tutti i transfughi e facendo propri i metodi dell’avversario, non sia il modo migliore, dopo aver vinto europee, regionali e amministrative, per perdere le elezioni politiche?

Elettore B: Sei un inguaribile guastafeste. Sono quelli come te che, sputando veleno sui ?nostri?, danno una mano all’avversario in rotta e ci fanno perdere?

Chi ha ragione? L’Elettore A o l’Elettore B? Per saperlo non resta che fare un giro d’Italia e raccogliere le storie del centrosinistra tornato al potere, tenendo ben presente che le considerazioni di opportunità politica non possono mai fermare l’analisi dei fatti.

Certo, a Catania non è andata come il centrosinistra sperava. Umberto Scapagnini, il sindaco-medico di Silvio Berlusconi, ha fermato la sequenza delle sconfitte, anche se - come spiega Enrico Deaglio a pagina 7 - a vincere non è stata Forza Italia, ma i colonnelli siciliani di Udc e An, Raffaele Lombardo e Nello Musumeci, che ora tengono in pugno i loro capi romani. Certamente non è servita a Enzo Bianco, lo sconfitto, la trasmigrazione dalla sua parte del rettore dell’Università di Catania ed ex Forza Italia Ferdinando Latteri. Comunque, al di là del valore simbolico che si è attribuito alla sfida di Catania, resta il fatto che in tutta Italia, 16 regioni su 20, governa ormai il centrosinistra. Come? Con quali uomini? Con quali metodi?

Il vecchio e il nuovo.

Si è molto scritto, nelle ultime settimane, sui malumori provocati a Bologna dal sindaco Sergio Cofferati e in Puglia dal neopresidente Nichi Vendola. Cofferati solo nel 2002 era il grande leader della sinistra nuova, capace di portare in piazza 3 milioni di persone. E ora, diventato sindaco di una media città italiana, è contestato perfino dal suo ambiente di provenienza, quello del sindacato. A Vendola invece è stato sufficiente un mesetto per perdere l’aura sacrale del vincitore contro ogni previsione, comunista e poeta, cristiano e gay: molti dei suoi sostenitori gli hanno contestato di aver affidato l’assessorato regionale alla Sanità ad Alberto Tedesco, ieri socialista e oggi portatore di un voluminoso conflitto d’interessi nel settore ospedaliero.

Ma non basta. Accanto ai due casi che hanno bucato le cronache nazionali, ce ne sono tanti altri, più piccoli ma perfino più significativi. E allora conviene partire da Verona. Qui, nel Nordest berlusconiano e leghista, è iniziata la svolta, quando nel giugno 2002 la città è stata strappata, a sorpresa, a una Casa delle libertà che sembrava ancora invincibile. Era il primo granello di una frana. E oggi? Oggi il sindaco che nel 2002 ha fatto il miracolo, Paolo Zanotto, ha rotto con il suo assessore al Bilancio, Angelo Marangoni, che non ha potuto far altro che dimettersi. Chi lo ha subito sostituito? Giancarlo Frigo, ex segretario provinciale dell’Udc e soprattutto ex assessore al Bilancio delle precedenti giunte di centrodestra: garanzia di continuità e rassicurazioni, dicono i critici, nei confronti dei moderati, ma anche dei poteri forti e delle banche che stanno finanziando le iniziative del Comune, ottenendo in cambio immobili pubblici.

Altrove invece il centrosinistra sta andando in crisi per eccesso di discontinuità: a Mantova, per esempio, isola di sinistra che ha resistito, accerchiata, anche negli anni del berlusconismo trionfante. Ora che tutto attorno il centrodestra scricchiola, a Mantova s’infrange l’unità a sinistra. Fiorenza Brioni, Ds, è diventata sindaco nell’aprile 2005, succedendo al potentissimo compagno di partito Gianfranco Burchiellaro, che per dieci anni aveva guidato la città. Candidatura difficile: la scelta di Brioni era stata fatta dopo interminabili riunioni e furibonde discussioni in cui i “continuisti burchiellariani” e i “rinnovatori” di area Arci erano quasi giunti alle mani. Motivo del contendere: i piani di lottizzazione (quasi 2 milioni di metri cubi di cemento) avviati dalla giunta Burchiellaro con la formula dell’urbanistica contrattata con i privati; e i progetti di centrali energetiche (dopo quella a turbogas da 780 megawatt di Enipower, ora arriva quella Ecogen da 150 megawatt). Dopo aver vinto le elezioni, Fiorenza Brioni ha voluto dare un segnale di rottura con il passato e ha lasciato fuori dalla sua giunta l’uomo forte delle gestioni Burchiellaro, ovvero Stefano Montanari, già assessore al Bilancio e all’Urbanistica, fortemente avversato da Rifondazione comunista, da sempre all’opposizione. Il partito di Fausto Bertinotti aveva corso da solo al primo turno, presentando come candidato sindaco Matteo Gaddi, fierissimo oppositore di Burchiellaro e delle centrali energetiche, che però al ballottaggio aveva sostenuto Brioni, ottenendo in cambio una promessa di assessorato. Risultato: alla prima riunione del Consiglio comunale, quella d’insediamento della giunta, sei consiglieri Ds (quelli che fanno riferimento a Burchiellaro) su dieci eletti non si sono presentati; assenti anche due della Margherita e tutta l’opposizione. È mancato così il numero legale e la giunta non ha potuto essere varata. Sarà per la prossima volta, con un difficile equilibrio da ritrovare.

Ritorno al passato.

Storia simile a Firenze. Qui la scontata riconferma del sindaco Leonardo Dominici (la Fed ha portato a casa il 57 per cento dei voti) si è accompagnata alla ripresa di un vecchio progetto: la costruzione del quartiere Castello sull’area della Fondiaria, che nel frattempo è passata di mano ed è stata conquistata da Salvatore Ligresti. È una vicenda che ha più di vent’anni. Nei primi anni Ottanta la Fondiaria, storica compagnia d’assicurazioni fiorentina, acquistò 168 ettari vincolati a verde. Una mossa lungimirante, perché sull’area si cominciò a progettare la costruzione di un nuovo quartiere residenziale, reso possibile da quella che fu chiamata la variante Fiat-Fondiaria.

Varata nel 1983 dal sindaco democristiano Lando Conti, provocò un dibattito lacerante dentro il Pci, che nel 1985 conquistò Firenze. Quando nel partito stavano per trionfare gli “innovatori” contro i “premoderni”, fu il segretario nazionale Achille Occhetto in persona a bloccare tutto, con una telefonata che nel giugno 1989 congelò il progetto. Ora, limati un po’ i volumi, Dominici resuscita il piano. Il 26 aprile ha firmato con Salvatore Ligresti il piano urbanistico esecutivo che prevede l’edificazione di 1 milione e 400 mila metri cubi, la più grande operazione immobiliare del dopoguerra a Firenze. “Una cementificazione pesantissima che non risponde a nessuno dei bisogni reali della città”, secondo Ornella De Zordo (della lista filo-Girotondi) e Monica Sgherri (di Rifondazione comunista).

A Milano le divisioni sono invece interne alla Margherita, anche se poco visibili all’esterno. Dopo l’inaspettato successo di Filippo Penati, eletto nel giugno 2004 presidente della Provincia, stava per diventare assessore una vecchia conoscenza dei tribunali, Gianfranco Mazzani, oggi attivissimo leader della Margherita milanese, ma negli anni Ottanta esponente democristiano processato e condannato in Cassazione a 3 anni e 3 mesi per una serie di tangenti ricevute dal costruttore Bruno De Mico. Bloccata sul filo di lana la sua nomina ad assessore, Mazzani ha però ricevuto un premio di consolazione: subito la presidenza della società Acqua potabile, con la promessa di un buon collegio alle prossime elezioni politiche.

Cantami o Massimo l’ira funesta.

A Venezia la disfida tra Massimo Cacciari e Felice Casson ha tracciato un solco tra Margherita e Ds. Cacciari, dopo aver rifiutato la candidatura unitaria del centrosinistra, è stato colto da “un attacco di ira funesta” (l’espressione è sua) quando ha saputo che il candidato prescelto era stato, alla fine, il magistrato Casson. Ha allora cominciato una guerra senza quartiere che si è conclusa con la sua vittoria elettorale. Ora che è ridiventato, controvoglia, sindaco di Venezia, Cacciari fa fatica a ricucire i rapporti con i partiti che hanno sostenuto il suo avversario.

Anche perché ha chiamato come assessore al Turismo l’avvocato Augusto Salvadori, che i veneziani (ma anche qualche non veneziano) ricordano bene: da assessore democristiano, negli anni Ottanta, vietò ai gondolieri di cantare O sole mio e fu il protagonista di epiche battaglie contro i saccoapelisti, che faceva innaffiare con gli idranti. Ora, tornato a Ca’ Giustinian dopo aver corso come candidato sindaco di una lista civica collegata con Giorgio Panto (imprenditore veneto-leghista che ha scavalcato a destra Umberto Bossi), ha subito ribattezzato l’assessorato “al Turismo, tradizioni veneziane e moto ondoso” e si è installato sulla prua di una lancia della polizia municipale da cui pattuglia (invano) il Canal Grande, con l’obiettivo di far rispettare i limiti di velocità.

Invece di ritessere i rapporti a sinistra, Cacciari ha accettato che come presidente del Consiglio comunale (di fatto la figura istituzionalmente più rappresentativa della città dopo il sindaco) fosse eletto Renato Boraso, di Forza Italia, storico oppositore delle passate giunte di sinistra veneziane. Del resto, la situazione che si è venuta a creare in Laguna è, secondo lo storico prosindaco verde Gianfranco Bettin, “un mostro politico”: Margherita e Udeur, che hanno raccolto circa il 13 per cento dei voti, hanno in Consiglio comunale, grazie al meccanismo elettorale, la stragrande maggioranza dei seggi (28, pari a circa il 60 per cento); e tutti gli altri, destra e sinistra insieme, si spartiscono soltanto i 19 seggi residui.

Il centrosinistra vince ma soffre anche a Pavia, dove è appena stata eletta sindaco, nell’aprile scorso, la diessina Piera Capitelli, sostenuta da tutta l’Unione, dall’Italia dei valori a Rifondazione comunista. Nella sua giunta spicca un uomo come Ettore Filippi, ex Forza Italia, poi Udeur e infine Margherita, legatissimo a Onofrio Amoruso Battista, un altro azzurro lombardo trasmigrato per tempo nel centrosinistra e signore di un solido pacchetto di tessere della Margherita. Filippi, ex poliziotto ed ex vicequestore, a Pavia è un partito nel partito. Ha ha una sua sede e suoi uomini fedeli, controlla tessere e incarichi. Alle ultime elezioni ha candidato il figlio Luca, stravotato, e poi ha piazzato i suoi su tutte le poltrone e poltroncine che è riuscito a conquistare, lasciando a bocca asciutta i giovani ulivisti della Margherita, arrivati al partito per passione e rimasti attoniti a guardare “come si fa politica”.

Santa Margherita ligure.

Più o meno lo stesso copione si recita a Genova, dove Rosario Monteleone, segretario regionale della Margherita, piazzato nel “listino” del presidente Claudio Burlando, è entrato senza fatica in Consiglio regionale, di cui ha assunto la vicepresidenza, in cordata con l”amico di partito Massimiliano Costa, diventato assessore alla Formazione, lavoro e servizi sociali, nonché vicepresidente della giunta regionale. Completamente emarginati, anche qui, i giovani ulivisti, da Giovanni Paladini a Lorenzo Basso, lasciati fuori da ogni responsabilità istituzionale.

Ma è al Sud che il centrosinistra dà il meglio di sé (o il peggio, dipende dai punti di vista). È l’Udeur di Clemente Mastella il protagonista principale delle manovre politiche più azzardate - o più innovative - come si racconta nell’articolo che segue. E non soltanto in Campania: in Calabria l’Udeur locale, che a Reggio sosteneva le giunte di centrodestra sia al Comune sia alla Provincia, è passato a sostenere Agazio Loiero, Margherita, poco prima che questi, alle elezioni dell’aprile scorso, fosse eletto presidente della Regione. Dalla parte di Loiero sono passati personaggi come Cenzino Aiello, ex Ccd-Udc; Mimmo Crea, ex Ccd-Udc e ora Margherita, a cui è stata promessa la direzione di un ente regionale; Giuseppe Nisticò, già sottosegretario ed eurodeputato, che ha traghettato nella Margherita il suo Movimento popolare per la Calabria; Aurelio Misiti, ex assessore del centrodestra ed ex presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici; Pietro Fuda, presidente della Provincia di Reggio, ex Forza Italia alla ricerca di un collegio senatoriale vincente nella Locride...

Loiero, accogliente, apre le braccia, come ha detto di fare, da Roma, anche il leader nazionale della Margherita Francesco Rutelli. Intanto l?Elettore A e l’Elettore B continuano il loro interminabile battibecco. “Hai visto a Catania”?, dice il primo, “aprire le braccia a tutti non serve a vincere. E poi, val la pena di vincere a ogni costo”?

2 Prodi, vieni ad Apice

di Luigi Settembrini

E siste un centrosinistra che rispetta le regole dello Stato di diritto e un altro che se le mette sotto i piedi. Uno che intende rompere con i viziacci della prima Repubblica e uno che li rimpiange. Uno irriducibilmente diverso dal centrodestra e un altro che gli somiglia come una goccia d’acqua. Esiste un paese del beneventano che è il simbolo del conflitto che c’è dentro il centrosinistra. Si chiama Apice e ha 6 mila abitanti. Alle ultime elezioni comunali del 12 e 13 giugno 2004, ad Apice si sono fronteggiate due liste civiche entrambe riconducibili a schieramenti di centrosinistra. Una, denominata “La Torre”, raccoglieva spezzoni della Margherita ma soprattutto faceva riferimento al leader politico della zona, Clemente Mastella; un’altra con dentro altri spezzoni della Margherita, Ds e Italia dei valori, era “Uniti per Apice”.

Ha vinto (con 1.802 voti contro 1.716) la prima, che presentava tra i candidati il padre-padrone del paese, Luigi Bocchino, un preside in pensione di 83 anni, sindaco per 50, che da sempre controlla la sua comunità come fosse una scolaresca. Sindaco è diventato il ragionier Raffaele Giardiello, pensionato anche lui e segretario provinciale dell’Udeur. Bocchino infatti, dopo ben dieci mandati, non poteva più fare il sindaco e si è accontentato di fare il vicesindaco. Ma di fatto il sindaco continua a farlo lui. Quello che conta però è come il dottor Bocchino, il cui cuore batte un po’ per la Margherita e un po’ per l’Udeur, ha utilizzato i suoi poteri quando ancora era sindaco, nei 45 giorni precedenti il voto. Innanzitutto ha eletto a sede del comitato elettorale della sua lista il municipio stesso di Apice. Quindi per cercare di vincere le elezioni ha utilizzato le casse pubbliche. Ha elargito a feste e manifestazioni varie 59.700 euro. Ha sistemato strade di accesso a proprietà private. Ha concesso contributi per l’assistenza economica e firmato i relativi mandati di pagamento. Ha consegnato un numero imprecisato di buoni (almeno 473) per forniture di generi alimentari, farmaceutici e quant’altro, del valore oscillante tra i 100 e i 150 euro, da spendere in diversi esercizi commerciali del paese, per un totale di almeno 1.800.000 euro prelevati dai fondi del terremoto. Per esempio, con i soldi della legge 219 paga il suo autista 700 euro al mese. Infine, ha concesso un numero imprecisato di buoni libro. Non solo: la nuova amministrazione ha a lungo impedito ai consiglieri dell’opposizione il legittimo accesso agli atti amministrativi in questione. Un esempio del modo di procedere del padre-padrone di Apice? Dopo aver concesso un contributo di 5 mila euro a un gioielliere per ristrutturare il suo negozio, alla richiesta di spiegazioni dell’opposizione, visto che il gioielliere è anche un rappresentante della Chiesa evangelica, ha motivato il contributo come sussidio alla ristrutturazione di una chiesa cui fa riferimento quella confessione, chiesa che però era già stata ristrutturata nel 2003.

Fatti come questi nel Sannio sono la norma e il protagonista è lui, il ras di Ceppaloni che ha avuto alle ultime elezioni regionali un successo notevole, vedendo finalmente eletta sua moglie Sandra Mastella alla Regione Campania. In virtù di accordi firmati solo da Franco Marini e Vannino Chiti, ha ottenuto assessorati anche a Venezia dove dell’Udeur si ignora persino l’esistenza e dove due pretendenti mastelliani alle poltrone di assessore sono stati definiti “analfabeti” da Massimo Cacciari.

Ma come mai i suffragi di Mastella sono lievitati a Benevento dal 22 al 28 per cento? È vero quello che si dice, ovvero, per esempio, che i medici della Asl di Benevento sarebbero stati convocati uno per uno da Mario Scarinzi, direttore generale di stretta osservanza mastelliana, e alla presenza del candidato dell’Udeur Fernando Errico sarebbe stato chiesto loro di votare e far votare Errico perché, se erano diventati dirigenti medici, lo dovevano all’Udeur? Possibile che abbia fatto una cosa del genere una persona come Errico, i cui manifesti elettorali sono stati affissi abusivamente sui viadotti della tangenziale di Benevento con una gru, dopo aver deviato opportunamente il traffico? Quell’Errico che ha conferito senza alcun bando pubblico all’ingegner Fausto Pepe, capogruppo dell?Udeur a Benevento, un progetto di rifacimento delle fogne del comune di San Nicola Manfredi di cui è sindaco? E si tratta proprio dello stesso Fernando Errico che, eletto alla Regione Campania, anziché dimettersi da sindaco, carica incompatibile, preferisce farsi dichiarare decaduto perché in questo modo restano in carica il suo vicesindaco e la sua giunta che possono continuare a controllare i centri di spesa pubblica tanto utili in vista della tornata elettorale del 2006?

Se fosse vero tutto ciò, che cosa direbbe Romano Prodi? Se la sentirebbe di affidare il ministero dell’Interno a Mastella, come sembra abbia promesso?

La morte di Nicola Calipari, agente di alto livello dei servizi segreti italiani, persona di fiducia del governo italiano, ucciso mentre compiva una missione su istruzioni precise del governo italiano, è solo in apparenza una questione internazionale, o un problema nei rapporti e nelle relazioni fra Italia e Stati Uniti.

Calipari, come è tristemente noto e come viene ripetuto ogni giorno sui nostri giornali e dalla nostra televisione, è stato ucciso da una pattuglia americana che ha fatto fuoco sulla macchina - che forse correva veloce e forse andava piano, che forse ha visto e forse non ha visto (o non ha avuto) segnali di avvertimento - mentre quella macchina stava portando all’aeroporto di Baghdad la giornalista italiana Giuliana Sgrena, appena liberata dagli agenti italiani dopo un rapimento e una trattativa durata un mese.

L’incidente è apparso subito gravissimo per due ragioni. La prima è che un alto funzionario italiano è stato ucciso mentre compiva una missione autorizzata e anzi comandata dal suo governo. Sia chiaro che non ci sono ragioni per credere che sia stato ucciso con intenzione.

Ma prima ancora che ce lo riveli la relativa indifferenza e irritazione degli alleati americani, ci viene detto, più o meno chiaramente, che Calipari è stato ucciso come può accadere di notte in zona di guerra: un’auto corre, una pattuglia spara.

Segue una grande e penosa finzione, la «commissione paritetica di inchiesta». Gli americani, che, anche quando sono brutali, sono sinceri e non amano le sceneggiate su gravi questioni politiche, non hanno mai detto che avrebbero aperto una inchiesta, ma soltanto che avrebbero ricostruito e accertato i fatti.

Non hanno mai parlato di “commissione paritetica”. Hanno dichiarato semplicemente - e onestamente - che due italiani sarebbero stati ammessi come “uditori” di quella commissione. Quella commissione non era di giudici indipendenti ma di militari incaricati di rappresentare le ragioni dei militari.

Dunque niente confronti, niente interrogatori, niente verifiche sul posto. Ma invece esibizione di materiale segreto, come le registrazioni delle telefonate e il monitoraggio dei satelliti.

Ci troviamo di fronte a due realtà diverse. Gli americani si sono dati come scopo esclusivo (ma esplicitamente dichiarato fin dall’inizio, con onesta brutalità) di accertare - nel senso di dimostrarne la correttezza e la legittimità - il comportamento dei loro soldati in area americana, in tempo di guerra e sotto l’esclusiva responsabilità di comandi di truppe americane, o di gruppi privati da essi dipendenti.

Gli italiani hanno annunciato la commissione congiunta, fatto credere a una situazione di parità, di accesso ai reperti, di autorità e di diritti condivisi. Hanno preannunciato un esito che avrebbe potuto essere più o meno favorevole agli italiani ma che avrebbe avuto comunque la forza, la logica, la legittimità di un verdetto accettabile.

La conclusione non è un verdetto, non è una decisione giuridica. È un comunicato con il quale una autorità militare verifica il comportamento dei propri uomini e - dall’unico punto di vista della sua logica di controllo del territorio in zona di guerra - conferma e approva l’operato dei propri uomini (come dimostra il rapporto militare diffuso ieri dal comando Usa). C’è da immaginare che gli anonimi membri del gruppo americano di lavoro (anonimi nel senso che, a parte il generale che ha presieduto, non è stato comunicato il nome, il rango, la funzione, il grado di esperienza dei partecipanti) non abbiano neppure richiesto la firma dei due auditori italiani. Il rifiuto di quella firma è qualcosa che riguarda gli italiani, o meglio, il governo, che cerca di marcare la distanza di ciò che è accaduto per non restarne travolto.

Al gruppo di lavoro americano quelle firme non servono, non mancano e non significano niente. Ciò che agli italiani è stato detto di attendere come il verdetto di una commissione paritetica di inchiesta è invece il comunicato interno di una autorità militare che approva se stessa.

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È bene ripetere: qui non è in gioco il rapporto, militare o diplomatico, fra l’Italia e gli Stati Uniti. Gli Stati Uniti non hanno mai promesso niente e dunque non hanno mancato o deluso nessuna promessa. È in gioco il rapporto fra l’Italia e l’Italia. Ovvero l’Italia e il suo governo. E - a nome dell’Italia - fra tutti coloro che si oppongono a Berlusconi e alla conduzione frivola e incosciente della politica estera e militare di Berlusconi.

Il caso Calipari, così come viene raccontato dagli americani, stride con la realtà, solo perché noi, in Italia, siamo prigionieri di una verità scrupolosamente e minuziosamente falsificata. Falsificata al punto da deviare l’intero flusso di comunicazioni, compreso quello che orienta (e che a volte ha diviso) il comportamento della opposizione sulla guerra in Iraq.

Coloro che - nel Parlamento italiano - si sono domandati a lungo se si dovesse o potesse rifiutare di inviare truppe in Iraq e hanno deciso, anche a sinistra, che “gli iracheni non possono essere lasciati soli” hanno saltato una domanda essenziale, su cui si è giocato il destino di Calipari e di decine di soldati italiani a Nassiriya: oltre al problema del sì o del no c'era il problema del “come” andare in Iraq. Su quel delicatissimo problema con abilità e fiumi di retorica il governo e le sue truppe parlamentari sono riusciti a deviare ed eliminare il dibattito. La domanda era: se si va, a quali condizioni, con quali diritti, a quale livello di partecipazione e di decisione?

In ogni trattato, per quanto potente sia la controparte, c'è un punto in cui si discute alla pari, altrimenti non è una alleanza ma uno stato di subordinazione. Ci sono mille ragioni per essere alleati con gli americani. Ma nessuna ragione di rinunciare ai diritti di un Paese sovrano, che ha un ruolo, un peso e, in questo caso, anche una funzione simbolica. Tutto ciò non ha contato nulla, per il frivolo Governo Berlusconi. S'intende che se un corpo di spedizione militare va a congiungersi con altre truppe che sono in guerra, intorno a quelle truppe si forma un'area di attività di servizi e di funzionariato che dovrà avere, presso l'alleato che si va a sostenere, autonomia, protezione e franchigia.

S'intende che se lo Stato sovrano A si unisce, in una rischiosa operazione di guerra, allo Stato sovrano B, porta fatalmente in quella vicenda bellica, anche le opinioni del suo Parlamento (opposizione inclusa) e della sua opinione pubblica.

Ora l'opinione pubblica italiana è fortemente in favore della liberazione degli ostaggi, anche quando ci sono costi e rischi.

Ciò può essere in contrasto con le decisioni dell'alleato al quale ci siamo uniti, ma dove è stato detto, scritto o deciso che l'Italia avrebbe abdicato alla sua volontà di governo, di Parlamento e di opinione pubblica per adottare tutti i punti di vista dell'alleato? Come può perdere diritti qualcuno che va volontariamente ad aiutare qualcun altro? Esempio: nel corso dell'ultima guerra mondiale, la piccola Francia del generale De Gaulle (la cui presenza accanto al gigante America aveva però un peso morale molto grande) aveva interesse ad apparire come prima autorità occupante nel Nord Africa appena liberato (Algeria, Tunisia) nonostante la sproporzionata presenza delle truppe americane e inglesi.

E dunque, appena cacciati i tedeschi, è stata la bandiera francese a sventolare sulla vittoria che certo francese non era. È avvenuto perché così richiedeva la buona politica del momento.

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Berlusconi invece è corso avanti a offrire soldati in cambio di niente e ha mentito due volte. Agli italiani ha detto che si trattava di una missione di pace (e ciò ha provocato più morti - o forse tutti i morti da Nassiriya a Baghdad - perché nessuna precauzione è stata presa per proteggere il contingente della presunta missione di pace).

Agli americani - che pure hanno una cultura politica fondata sul pragmatico rendersi conto delle necessità degli altri - è stato fatto capire che non vi era alcuna condizione, alcun diritto italiano da salvaguardare. E così abbiamo avuto, per la prima volta dal 1945, truppe italiane sotto comando inglese, a sua volta subordinato al comando americano, senza alcun organo di consultazione e di mediazione nè per le emergenze nè per i fatti di tutti i giorni.

Un esempio delle complicazioni di tutti i giorni ci viene dato da un resoconto pubblicato da la Repubblica del 29 aprile. Si tratta di una violenta battaglia di Nassiriya improvvisamente scoppiata alcune notti fa nella zona presidiata dagli italiani, ma condotta senza preavviso da truppe americane contro ribelli sciiti dell'Iman Al Sadr, che però non attaccano mai gli italiani da quando le nostre truppe si sono ritirate in postazioni fortificate lontane dai centri abitati. Di quella battaglia gli italiani non sono mai stati informati né prima né dopo (ma avrebbero potuto essere obiettivo di rivalsa e di vendetta da parte degli attaccati). Ciò avviene perché non esiste alcun trattato tra i due alleati che preveda informazioni del genere e non esiste alcun organo politico o militare in grado di accogliere una protesta o che abbia il dovere di offrire una ragione.

Ecco spiegato, nella sua immensa tristezza, nell'epilogo che resterà inconsolabile per la famiglia, gravissimo per il Sismi, e macchia indelebile per il governo italiano, (finché ci sarà questo governo italiano) il caso Calipari. Non c'era nessuno a cui comunicare la decisione italiana di salvare la Sgrena nel modo, al costo e col rischio richiesto dall'intera opinione pubblica italiana. Non c'era nessuno che avesse l'autorità di dirlo e nessuno che avesse il dovere di prenderne atto e di rendere sicura (per quanto è possibile in guerra, per quanto è possibile senza la finzione di una inesistente missione di pace) la strada della salvezza verso l'Italia.

Il governo delle pacche sulle spalle, dell'ottimismo incosciente, del Festival di Sanremo e della campagna elettorale senza fine, aveva altre cose da fare che stipulare un trattato che desse diritti e rispetto a soldati e funzionari della Repubblica italiana operanti in zona di guerra per decisione e su istruzioni di quel governo.

L’ITALIA azzurra non c’è più. Quella "Fantasyland" felice e spensierata del 2001, dove un "partito personale" dominava in 81 province su 100, s’è dissolta. Quell’appendice virtuale di Milano2, riprodotta su scala nazionale dalla Casa delle Libertà, esiste ormai solo nella mente del suo "inventore". Berlusconi ha perso anche queste elezioni regionali. Si partiva da 8 a 6 per il centrodestra. Dopo questa chiamata alle urne per 41 milioni d’italiani, secondo le proiezioni provvisorie della notte, finirà 11 a 2 per il centrosinistra. Si frantuma la geografia politica immaginata dal premier. Prodi consolida la sua leadership, la lista unitaria prende corpo, i Ds diventano il primo partito in molte aree del Paese.

L’opposizione strappa agli avversari il Piemonte al Nord, il Lazio al Centro e la Puglia al Sud. È molto più che una sconfitta. È una disfatta. Nel Polo, che resta maggioranza in Parlamento ma non nel Paese, finisce la "dittatura del premier". Quello che comincia non si sa ancora. Sicuramente un "tutti contro tutti", se non addirittura un "rompete le righe".

Le elezioni regionali sono un test locale per definizione. Ma qui c’è qualcosa di più. Dopo il trionfo del 2001, il Polo ha perso le amministrative del 2002, le provinciali del 2003, le europee e le comunali del 2004, le suppletive del 2005, e ora anche le regionali. In questa sequenza non c’è solo un "segnale", estemporaneo e congiunturale. C’è forse, soprattutto, un travaso di voti nel bacino (finora a compartimenti stagni) della rappresentanza bipolare. Lo dimostra l’affluenza alle urne, molto alta considerata anche la traumatica coincidenza del voto con la scomparsa di Giovanni Paolo II. E se è vero (come insegnano i sondaggisti) che non esiste un astensionismo di sinistra, ma solo una forte quota di elettori incerti o lontani dalla politica, questo vuol dire che tanta parte di questo elettorato "di mezzo", che in passato ha votato per il Polo, stavolta ha votato per l’Unione. Il tracollo del centrodestra è grave. Riapre al suo interno una verifica che in realtà non si era mai chiusa. Ne compromette in modo strutturale la già precaria stabilità. Per almeno quattro ragioni fondamentali.

1) La caduta del Piemonte sancisce il fallimento di un progetto strategico. Il blocco sociale più dinamico, quello della borghesia produttiva, dei professionisti e dei "padroncini", aveva affidato le chiavi d’Italia al "suo imprenditore", convinto che gli avrebbe aperto le porte dell’Eldorado economico. La vittoria della Bresso segna la fine di quel sogno. L’opposizione, conquistando la regione della Fiat e della media impresa, infila un cuneo decisivo nel "fronte del Nord", che Berlusconi aveva blindato insieme a Bossi. Per il Cavaliere e il Senatur sarà difficile governare un Paese complesso come l’Italia dalla "ridotta padana" del lombardo-veneto. Questo voto indebolisce anche quell’"asse del Nord", intorno al quale Berlusconi ha costruito i suoi successi e la sua provvista di seggi sicuri. Quasi sempre a spese degli altri due alleati, An e Udc, sempre poco visibili, sempre troppo acquiescenti.

2) La beffa del Lazio è ancora più cocente. E gravida di conseguenze. Qui entra in rotta il modello sociale rappresentato dall’anima più popolare e populista di An. L’autodafè di Storace è clamorosa. Probabilmente non basta a spiegarla il verminaio sudamericano esploso con la Mussolini: se anche si fosse raggiunto un accordo elettorale con la nipote del duce, la somma dei voti delle rispettive liste non sarebbe bastata a superare Marrazzo. In ogni caso, "Epurator" ha costruito la sua immagine sull’alterità: da Berlusconi, ma anche da Fini. Ha sempre contestato al suo leader la colpa di aver trasformato An in una "corrente" sbiadita di Forza Italia. Su questa posizione, ha dietro di sé una bella fetta di partito. È verosimile che ora chieda il conto al vicepremier, riversando su di lui la responsabilità di un’onta che non riguarda una persona, ma un partito e il suo posizionamento politico dentro la coalizione. Ed è altrettanto verosimile che Fini, privo di un suo vero delfino e assorbito com’è dalla Farnesina, abbia adesso una seria difficoltà a controllare An, fiaccata da un gregariato estenuante e lacerata com’è dalle correnti interne.

3) Il probabile successo di Vendola in Puglia è una pugnalata al cuore di un sedicente "moderatismo" che, evidentemente, Forza Italia e i centristi dell’Udc (i due partiti più forti al Sud) si sono illusi di rappresentare quasi "a prescindere". Dovrebbe aver vinto un rifondatore comunista e gay discreto ma dichiarato, che va a prendersi una delle regioni più "conservatrici" della Penisola. Al di là dei problemi che questa eventuale vittoria creerà nel centrosinistra sul piano dei rapporti di forza con Bertinotti, qui c’è l’indizio della crisi profonda di un falso modello di sviluppo, che il Cavaliere ha creduto di spacciare a colpi di grandi opere scritte sulla lavagna invece che realizzate sul territorio. Fitto è stato da sempre una pupilla dei suoi occhi, aperta sul prezioso serbatoio di voti del Mezzogiorno. Ora quella pupilla si chiude, e quel serbatoio si prosciuga. A Sud, per il Polo, resta solo la Sicilia.

4) Al fondo di tutto, c’è una nuova e inedita interpretazione del cosiddetto "fattore B". Così come quella di quattro anni fa fu in larga misura una vittoria personale, questa del 2005 è per ragioni uguali e contrarie una debacle personale. Perde la maggioranza, ma perde soprattutto lui, Berlusconi, che ha fondato le sue fortune politico-imprenditoriali sul mito dell’invincibilità. Il Cavaliere viene investito da un’onda lunga e crescente di malcontento popolare. La sanzione inevitabile dopo una fase stupefacente e ininterrotta di malgoverno politico.

Berlusconi perde sulla politica. Paga tutti gli errori commessi in questa avventurosa legislatura. Non lo premia una rovinosa riforma costituzionale, approvata prima di Pasqua solo per onorare un patto con la Lega, ma vissuta dagli italiani come una mannaia che si abbatte sull’unità del Paese. Non lo premia la grancassa degli sconti fiscali, suonata ossessivamente per un anno, e poi maledetta dai contribuenti che si sono ritrovati una manciata di spiccioli nella busta paga di gennaio. Il Cavaliere ha cercato più volte di sminuire la portata generale di queste elezioni. Ma negli ultimi dieci giorni si è presentato ben due volte nel salotto tv di Vespa, "terza Camera" un po’ corriva di questa sguaiata Seconda Repubblica. Ha occupato per una mattinata intera i microfoni di Radio anch’io. E se il mondo non si fosse fermato per la morte del Papa, avrebbe concluso tra bandiere e paillettes la campagna elettorale di Storace. Non proprio la condotta di chi vuole restare "fuori dalla mischia". Semmai la percezione, drammaticamente tardiva, di un consenso che gli stava e gli sta gradualmente sfuggendo di mano.

Berlusconi perde anche sui numeri. Dopo il 2001 avevamo creduto alla metamorfosi di Forza Italia, trasformata in un vero partito di massa. Ci eravamo sbagliati. Il crollo dei consensi che si registra dai primi dati sui voti di lista dimostra che quello del premier è rimasto ciò che era: un partito di plastica. Per questo, ora, anche tra gli azzurri si profila qualche notte dei lunghi coltelli, che non potrà non avere ripercussioni sul governo. Il Cavaliere aveva affermato che alla fine avrebbe contato non il numero di regioni che cambiavano segno, ma il numero di elettori che avrebbero votato per i due schieramenti. Il premier incassa una batosta anche su questo. Nelle regionali del 2000 il Polo ottenne 14 milioni 170 mila voti, contro i 12 milioni 453 mila del centrosinistra. Cinque anni dopo la maggioranza perde oltre 2 milioni di voti, che passano quasi interamente all’opposizione. La Cdl precipita dal 50,8% a poco più del 44%. L’Unione decolla dal 44,6% a oltre il 52%.

Dopo questo sisma elettorale, si entra in una "terra incognita". Un anno di livorosa resa dei conti a destra. Fini e Follini dovranno dimostrare, se ne hanno la forza e la voglia, che "un altro centrodestra è possibile". Ma sarà difficile che ci riescano. Il Cavaliere è un animale ferito, e ora anche braccato. Azzarderà colpi di coda pericolosi e imprevedibili. Ci aspettano dodici mesi di campagna elettorale permanente. Tra due settimane i ballottaggi, poi il referendum sulla fecondazione, poi le politiche nella prossima primavera. Ma queste regionali confermano che il Grande Seduttore non incanta più. Chiedere che si dimetta, compiendo lo stesso gesto di "disarmo unilaterale" che compì D’Alema nel 2005, non sarebbe sbagliato. Sarebbe inutile. Non lo farà mai. È geneticamente inadatto ad assumere quel minimo senso di responsabilità che si addice a qualunque uomo di Stato. In quasi quattro anni ha rinunciato a tradurre in un vero progetto politico una folgorante intuizione personale. Continuerà a governare l’Italia usando la vecchia legge di Truman: se non li puoi convincere, confondili. Ma dopo queste regionali, forse, gli italiani hanno scoperto il trucco.

Il lutto e lo spot

Ogni giorno si rivela: non ha maschera. Chissà se gli italiani finiranno per capire. Da la Repubblica del 15 marzo 2005

Silvio Berlusconi ha scelto la sede a lui più consona per dire la cosa a lui più conveniente. Un politico statista sarebbe andato in Parlamento per annunciare che a settembre inizierà il ritiro del contingente italiano dall´Iraq: dunque un annuncio importante, che segna uno scarto netto dalla linea fin qui seguita dal governo e ancora recentemente ribadita dal ministro degli Esteri Fini, da fare in una sede istituzionale, tanto più opportunamente nel giorno in cui si discuteva e votava il rifinanziamento della missione italiana in Mesopotamia.

Ma un politico mediatico, per il quale l´ascolto conta più delle forme e la propaganda delle istituzioni, sceglie la televisione, dove il messaggio arriva diritto al cuore e alle menti cui è diretto, senza la mediazione dei giornali come accade ai discorsi e ai dibattiti in Parlamento: dunque, un annuncio elettorale, a due settimane e mezzo dalle Regionali, in una sede impropria, e per giunta nel giorno in cui muore a Nassiriya il 28mo italiano in Iraq, il sergente Salvatore Marracino. Una disgrazia, durante un´esercitazione, ma destinata certamente ad alimentare l´inquietudine degli italiani sulla presenza delle nostre truppe (quantificata domenica su questo giornale da Ilvo Diamanti) dopo la tragica fine di Nicola Calipari. Sulla quale, tra l´altro, il presidente del Consiglio ha tentato, ancora una volta in modo improprio per la sede e per le parole usate, una minimizzazione intollerabile in pendenza di un´inchiesta congiunta con gli americani. Ha parlato di una "raffica sbagliata": una derubricazione di una tragedia in cui ha perso la vita un valoroso servitore dello Stato autoattribuita, a titolo giustificatorio, al "cittadino Berlusconi con il suo buonsenso".

Ma il cittadino Berlusconi è anche il premier Berlusconi e dovrebbe sapere che lo sdoppiamento di personalità non è ammesso in politica, ancora meno in quella i nternazionale.

Difatti, le maggiori agenzie di stampa hanno preso in parola il presidente del Consiglio e non il cittadino quando hanno "strillato" l´inizio del ritiro per settembre: «Italy to start withdrawing troops from Iraq in September» (l´Italia inizierà il ritiro delle truppe in settembre) è stato il flash urgente della Reuters, cui ha fatto eco la France Presse con un bulletin sulla «rèduction des troupes». E così la propaganda è diventata un boomerang.

Perché la Casa Bianca, che Berlusconi pensava di compiacere giustificando la "raffica" che ha ucciso Calipari con "un clima di paura tra le truppe, decine di soldati amputati alle mani e alle braccia", ha dovuto richiamare l´alleato all´ordine. L´obiettivo, prima di pensare al ritorno a casa delle truppe "con onore", è l´addestramento delle forze di sicurezza irachene perché siano in grado di garantire la stabilità del Paese. Lo ha detto il portavoce di Bush a precisa domanda sulle dichiarazioni di Berlusconi.

Del resto quelli erano i patti, come ha più volte ripetuto Fini: dovrà essere il governo iracheno a proporci di andar via quando la sicurezza dell´Iraq sarà sufficientemente garantita in modo autonomo dalle autorità locali. Almeno sul piano delle forma, affinché venga rispettata la sovranità degli organismi istituzionali dopo le elezioni di gennaio e dopo quelle che si terranno a fine anno. Perché sul piano della sostanza il ritiro italiano dovrà comunque essere concordato con gli americani, visto che il governo non ha mai voluto ridefinire la nostra missione, tantomeno proporre di porla sotto egida Onu.

Nessuno può negare all´Italia il diritto di ritirarsi unilateralmente, come ha fatto la Spagna: è un diritto insito nel concetto stesso di coalition of willing, la coalizione di chi ci vuole stare. Ma sarebbe per Berlusconi, oltre che uno scarto pesante da una linea politica di solidarietà ad oltranza all´America, uno schiaffo per l´amico Bush. Difficile che il premier voglia - e possa, come dimostra la reazione della Casa Bianca - permetterselo. E, allora, perché lo ha detto? Perché serviva, nel giorno di un altro lutto, uno spot forte per puntellare un prodotto, quello della missione in Iraq, in netto calo di audience perfino, come ha scritto Diamanti, tra gli elettori di centrodestra. L´obiettivo è fin troppo scoperto: capitalizzare voti per le Regionali dei primi di aprile, e magari, calcolando bene i tempi di un inizio di ritiro a settembre per concluderlo nei primi mesi del 2006, per ricapitalizzare in vista delle Politiche. Un wishful thinking, un desiderio scambiato per realtà, direbbero gli americani. Ma non dimentichiamo che fu a «Porta a Porta» che Berlusconi firmò il famoso contratto con gli italiani.

Il problema non è soltanto la promulgazione delle leggi. Gli strali del presidente del Consiglio non si abbattono solo sul presidente della Repubblica, un Ulisse in balia delle sirene della sinistra. L’intero procedimento legislativo è ora sotto accusa. La sua lunghezza estenuante, mesi e mesi di emendamenti, votazioni, discussioni. Prima in una camera e poi nell’altra, in mezzo alle insidie dell’opposizione. E non basta: una volta che finalmente una legge sia approvata, occorre attuarla. Tra gli sgambetti, questa volta, dei ministeri e della burocrazia.

Non è la prima volta che l’attuale presidente del Consiglio esterna il suo fastidio per gli istituti della democrazia rappresentativa. Per le lungaggini delle procedure, che impediscono di realizzare in tempi brevi il programma politico di chi ha vinto le elezioni; che non «lasciano lavorare» chi è stato «unto» direttamente dal popolo.

Fastidio che si affianca a quello, che sfuma in ostilità, nei confronti degli organi di garanzia: magistratura, Corte costituzionale, Presidente della Repubblica.

Il nesso è evidente e, senza voler drammatizzare, preoccupante. Appare messa in dubbio, infatti, l'essenza stessa della democrazia costituzionale. Ovvero di quel regime di reggimento delle società umane secondo il quale il potere politico è esercitato dalle maggioranze che vincono le elezioni, ma attraverso procedure predefinite e in presenza di controlli che impediscano al potere legittimo della maggioranza di mutarsi in arbitrio. Neppure la legge, espressione per eccellenza dell'indirizzo politico, sfugge a questa regola: il procedimento legislativo è definito nelle sue linee fondamentali dalla Costituzione; anche la legge è sottoposta a controllo, politico del Presidente della Repubblica in sede di promulgazione, giurisdizionale della Corte costituzionale.

E non si tratta di una mera “teoria” della democrazia, che si può accogliere o rifiutare. Ma di una principio costituzionale, che informa tutto il nostro ordinamento. L'art. 1 della Costituzione, infatti, dopo aver affermato il carattere democratico della Repubblica, stabilisce che “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Sovranità popolare, quindi; ma, al contempo, forme e limiti al suo esercizio: questa è l'essenza dello Stato democratico voluto dai Costituenti, sulla cui base ha da svolgersi la vita politica e la dialettica istituzionale.

La concezione della democrazia del presidente del Consiglio appare estranea a questa matrice, liberale e costituzionale. È invece un regime ove il popolo parla una sola volta, nel giorno delle elezioni, investendo con il suo voto un governo (o, per essere più precisi, un premier) che, per tutto il suo mandato, deve poter agire senza limiti di sorta allo scopo di realizzare il suo programma: senza dover seguire noiose ed inutili procedure, senza essere sottoposto a fastidiosi controlli.

In tal modo, però, non soltanto viene messo in discussione, sul piano ideale e teorico, il fondamento stesso del nostro ordinamento democratico. Viene anche aperta la strada allo scardinamento delle precise prescrizioni nelle quali il principio dell'art. 1 si traduce. Che sono contenute sia nella seconda parte della Costituzione, quella che disciplina i rapporti tra i poteri dello Stato e il procedimento legislativo, sia nei regolamenti parlamentari.

Per le norme regolamentari l'aggiramento o la violazione è agevole, anche se non per questo meno grave, in quanto il loro rispetto è rimesso alla correttezza istituzionale e, in ultima istanza, è affidato ai presidenti delle camere, espressione nella presente legislatura della maggioranza parlamentare.

Più difficile è invece evitare le norme costituzionali di organizzazione: queste, infatti, in base alla Costituzione ancor oggi vigente, hanno i loro garanti, Presidente della Repubblica e Corte costituzionale, così come disegnati dai Costituenti. Chi le ritenga soltanto un inutile impaccio non ha di fronte a sé che due vie (non necessariamente alternative): la delegittimazione dei garanti e la riforma costituzionale.

Entrambe si stanno svolgendo sotto i nostri occhi. Gli attacchi al Presidente della Repubblica e alla Corte costituzionale si accompagnano a un progetto di riforma volto a indebolire il sistema delle garanzie previsto dalla nostra Costituzione. Proprio in questi giorni il Senato sta approvando (a colpi di maggioranza, naturalmente) un disegno di legge di revisione costituzionale finalizzato a modificare l'intera parte seconda della Costituzione, aumentando tra l'altro i poteri del premier in conseguenza dell'investitura diretta.

Non va negata l'esistenza, nelle moderne democrazie, di un problema di capacità, delle istituzioni, di fornire risposte efficienti alle domande di società sempre più complesse e globalizzate. Soprattutto laddove, come in Italia, esista una forma di governo parlamentare ancora caratterizzata da un multipartitismo estremo. In presenza di governi di coalizione, di maggioranze litigiose e artificiose, non si può ignorare la difficoltà di produrre, in tempi ragionevoli, decisioni politiche. Qualsiasi governo, in Italia, si è dovuto scontrare con questo tipo di ostacoli nella realizzazione del proprio programma, anche dopo la modifica del sistema elettorale, nel 1993 e la razionalizzazione dei lavori parlamentari, con le riforme dei regolamenti realizzate già a partire dalla fine degli anni '80.

Riconoscere l'esistenza di alcune disfunzioni nella nostra forma di governo, e pensare di superarle usando gli strumenti del diritto (anche, se necessario, attraverso la revisione di alcune regole procedurali) è però ben diverso dal mettere in discussione l'impianto della nostra democrazia. Magari per sostituirla con la rapida ed efficace decisione di uno solo. Le procedure parlamentari, e tra esse il procedimento legislativo, non costituiscono un quid pluris, che si possa sacrificare su un qualsiasi altare, sia quello dell'efficienza, sia quello della sovranità popolare. Le regole procedurali sono l'elemento portante della democrazia. Solo in tal modo è garantito che le decisioni siano adottate attraverso la discussione e la partecipazione di tutti i soggetti politici. E, anche se alla fine sarà approvata la proposta della maggioranza, ciò avverrà attraverso un confronto con le minoranze che consenta il miglioramento e la messa a punto del testo, in modo pubblico e trasparente.

Il tempo della democrazia richiede una certa dose di “lentezza”. Negare ciò, in nome sia dell'efficientismo spinto all'estremo, sia della “unzione” popolare, vuol dire mettere in dubbio le basi stesse del nostro ordinamento.

Quarant´anni fa l´America era impegnata in un´altra guerra in terre lontane. All´epoca, nel 1965, avevamo in Vietnam una quantità di truppe e di caduti pari ad oggi in Iraq.

All´inizio pensavamo di vincere. Pensavamo che l´abilità e il coraggio delle nostre truppe fossero sufficienti. Pensavamo che la vittoria sul campo avrebbe comportato la vittoria nella guerra e pace e democrazia per il popolo vietnamita.

In Vietnam perdemmo di vista gli obiettivi della nostra nazione. Abbandonammo la verità. Venimmo meno ai nostri ideali. Le parole dei nostri leader non furono più degne di fede. Nel nome di una causa sbagliata proseguimmo la guerra troppo a lungo. Non comprendemmo la realtà intorno a noi.

Non capimmo che la nostra stessa presenza ci stava creando nuovi nemici e faceva fallire gli obiettivi che ci eravamo proposti di raggiungere. Non possiamo permettere che la storia si ripeta in Iraq.

Bisogna correggere la rotta, subito. Dobbiamo farlo per i soldati americani che pagano con le loro vite. Dobbiamo farlo per il popolo americano: non possiamo permetterci di spendere le nostre risorse e il nostro prestigio nazionale continuando la guerra nel modo sbagliato. Dobbiamo farlo per il popolo iracheno che anela ad un paese che non sia un campo di battaglia permanente e ad un futuro libero dall´occupazione permanente.

Le elezioni in Iraq questo fine settimana sono l´occasione per stabilire un approccio nuovo e onesto. Serve un nuovo programma che ponga obiettivi equi e realistici di autogoverno in Iraq e studi insieme al governo iracheno scadenze precise per l´onorato rientro in patria delle nostre forze.

Il primo passo è porci di fronte ai nostri errori. Gli americani sono giustamente preoccupati sul motivo per cui i nostri 157.000 soldati si trovano in Iraq - su quando torneranno a casa - e sui motivi del fallimento della nostra politica.

Anche se l´amministrazione continua a negarlo non c´è dubbio che ha guidato male la nazione portandola ad impantanarsi in Iraq. Il presidente Bush è corso alle armi in base a rapporti di intelligence pretestuosi e alla tesi sconsiderata secondo cui l´Iraq rappresentava un´area critica nella guerra globale al terrorismo, che in qualche modo era più importante dare avvio ad una guerra in Iraq piuttosto che portare a termine quella in Afghanistan e catturare Osama bin Laden, e che il pericolo era tanto imminente da non poter concedere tempo agli ispettori Onu di completare la ricerca di armi di distruzione di massa.

Come in Vietnam, la verità è stata la prima vittima di questa guerra. Quasi 1.400 americani sono morti. Più di 10.000 sono rimasti feriti e decine di migliaia di uomini, donne e bambini iracheni sono stati uccisi. In Iraq le armi di distruzione di massa non c´erano, ci sono però oggi 157.000 americani.

Mai abbiamo avuto conferma più dolorosa e potente del detto che chi non trae insegnamento dalla storia è destinato a vederla ripetersi.

A dispetto del chiaro insegnamento impartito dalla storia il presidente resta ostinatamente aggrappato alla falsa speranza che il punto di svolta sia dietro l´angolo.

Ponendo fine al regime di Saddam Hussein si pensava di limitare la violenza e di portare in medio oriente un´irresistibile ondata di democrazia. Non è stato così. La cattura di Saddam Hussein doveva secondo le previsioni porre freno alla violenza. Non l´ha fatto. Si pensava che il passaggio di sovranità sarebbe stato la svolta. Non lo è stato. L´operazione militare a Fallujah doveva spezzare le reni agli insorti. Non lo ha fatto.(...)

Noi tutti ci auguriamo che le elezioni di domenica portino frutti positivi. Gli iracheni hanno il diritto di decidere sul proprio futuro. Ma l´elezione di domenica non è un toccasana per la violenza e l´instabilità. Se i sunniti e tutte le altre comunità non si convinceranno di avere un interesse nel risultato e un ruolo effettivo nella stesura della nuova costituzione irachena, le elezioni potrebbero aggravare l´alienazione, l´escalation della violenza e portare ad un maggior numero di morti - per noi e per gli iracheni.

Il responsabile della Cia a Baghdad ha recentemente avvisato che la situazione di sicurezza si sta deteriorando ed è probabilmente destinata a peggiorare con un´escalation di violenze e un intensificarsi degli scontri tra fazioni. Come può un presidente aver permesso tutto ciò?

La politica del presidente Bush sull´Iraq non è, come egli ha affermato in campagna elettorale lo scorso autunno, un "successo catastrofico", bensì un "fiasco catastrofico". Gli uomini e le donne appartenenti alle nostre forze armate prestano servizio onorevolmente e con grande coraggio in condizioni estreme, ma la loro presenza a scadenza indefinita sta fomentando il conflitto.(...)

La guerra ha fatto dell´Iraq una calamita per il terrorismo, cosa che prima non era. Il presidente Bush ha aperto un nuovo fronte non necessario nella guerra al terrorismo e per questo motivo stiamo perdendo terreno. Il consiglio nazionale di intelligence della Cia ha confermato questa valutazione nel rapporto emesso due settimane fa.

La rivolta ha in larga parte sviluppo locale. In base alle stime del nostro governo è estesa e sta allargando le fila. La sua forza è quadruplicata dal passaggio di sovranità di sei mesi fa - da 5.000 unità a metà del 2004 a 16.000 lo scorso ottobre, fino alle oltre 20.000 attuali. L´intelligence irachena stima che possa contare 30.000 combattenti e fino a 200.000 fiancheggiatori. È chiaro che non ne conosciamo le esatte dimensioni. Tutto ciò che possiamo dire è che la rivolta si sta estendendo e che diventa più agguerrita e flessibile. Usa bombe più grandi e più potenti. Gli attacchi sono più sofisticati.

Al di là dei partecipanti attivi la rivolta vanta il tacito sostegno di migliaia di iracheni qualunque che hanno un ruolo di favoreggiamento a rifiuto dell´occupazione americana. E´ alimentata dalla rabbia di un numero sempre maggiore di iracheni - non solo lealisti di Saddam - giunti alla conclusione che gli Usa o non sono in grado o non hanno la volontà di garantire una sicurezza di base, lavoro, acqua, elettricità e altri servizi.

L´antiamericanismo è costantemente in crescita. In tutto il paese sono diffusi cd che illustrano la rivolta e canti che inneggiano ai combattenti. Sono tornate in voga poesie scritte decenni fa durante l´occupazione britannica dopo la prima guerra mondiale.

Abbiamo le forze armate migliori del mondo, ma non possiamo contare in primo luogo sull´azione militare per porre fine ad una violenza di ispirazione politica. Non possiamo sconfiggere gli insorti militarmente se non affrontiamo con efficacia il contesto politico in cui la rivolta si sviluppa. I nostri militari e gli insorti lottano per conquistare la stessa cosa - i cuori e le menti della gente - e questa è una battaglia che non stiamo vincendo.

Il primo passo per affrontare questa crisi con saggezza è definire obiettivi sinceri e realistici.

Innanzitutto l´obiettivo della nostra presenza militare dovrebbe essere permettere l´istituzione di un governo iracheno legittimo, efficace, non di imporlo.

La costruzione di una democrazia funzionante non avviene dal giorno alla notte. Possiamo e dobbiamo progredire in tal senso, ma gli iracheni potrebbero impiegare molti anni a portare a termine l´impresa. Dobbiamo adeguare il nostro orizzonte temporale. Il processo non potrà avviarsi sul serio fino a che gli iracheni non saranno pienamente padroni di tale transizione. La nostra continua, opprimente presenza non fa che ritardare il processo.

Se vogliamo che l´Iraq sviluppi un governo democratico stabile l´America deve assistere, non controllare, il nuovo governo creato.

Se gli iracheni non avranno l´impressione che i loro leader non sono marionette, l´elezione non potrà rappresentare il punto di svolta auspicato dall´amministrazione.

Ai fini di rafforzare la propria legittimità agli occhi del popolo iracheno, il nuovo governo dovrebbe iniziare a disimpegnarsi politicamente dall´America e noi da loro.

La realtà è che l´amministrazione Bush sta continuando a tirare le fila in Iraq e gli iracheni ne sono consapevoli. Noi abbiamo scelto la data del passaggio di sovranità. Noi abbiamo appoggiato l´ex agente della Cia Iyad Allawi come leader del governo ad interim. Noi abbiamo scritto le norme amministrative e la costituzione ad interim che oggi governa l´Iraq. Noi abbiamo fissato la data delle elezioni e il presidente Bush ha insistito perché abbiano luogo, anche se molti iracheni miravano ad un rinvio.

È tempo di ammettere che abbiamo un´unica scelta. L´America deve restituire l´Iraq agli iracheni.

Dobbiamo lasciare che gli iracheni decidano da soli, ottengano autonomamente consenso e governino il loro paese.

Dobbiamo ripensare la regola del vasaio, "chi rompe paga e i cocci sono suoi". L´America non può essere per sempre il vasaio che modella il futuro dell´Iraq. Il presidente Bush ha mandato l´Iraq in pezzi ma se vogliamo che torni intero gli iracheni devono avere la sensazione che appartiene a loro, non a noi. (...)

Da parte sua, l´America deve accettare il fatto che gli sciiti costituiranno la maggioranza in qualunque governo emerga dal voto. Il sessanta per cento della popolazione in Iraq è sciita e una maggioranza sciita è il logico sbocco di un processo democratico in Iraq.

Gli sciiti però devono comprendere che la stabilità e la sicurezza in Iraq saranno raggiunte solo salvaguardando i diritti delle minoranze. Bisogna concedere l´opportunità di partecipare alla stesura della costituzione e al governo anche a chi non ha voluto partecipare alle elezioni o era impossibilitato o troppo spaventato per farlo.

Gli sciiti devono anche comprendere che il sostegno americano non viene garantito a tempo indeterminato e che il ruolo dell´America non è quello di difendere un governo iracheno che escluda o emargini importanti fasce della società irachena. E´ troppo pericoloso per le forze armate americane schierarsi in una guerra civile.

L´America deve adeguarsi alla realtà che non tutti gli ex baathisti verranno esclusi dalla vita politica irachena nel nuovo Iraq. Dopo la caduta della cortina di ferro in Unione sovietica e nell´europa dell´est molti ex comunisti continuarono a partecipare alla vita politica. L´attuale presidente polacco - strenuo alleato del presidente Bush in Iraq - era a suo tempo un membro attivo del partito comunista e fece parte del governo che impose la legge marziale in Polonia negli anni ?80. Se i comunisti possono cambiare così, non c´è ragione che non posa farlo un ex membro del partito baathista.

Se gli iracheni intendono negoziare con gli insorti e questi ultimi sono disposti a rinunciare alla violenza e a partecipare al processo politico, dovremmo permetterlo. Persuadere i rivoltosi sunniti ad usare le urne e non le pallottole, è nell´interesse anche degli Sciiti.

In secondo luogo affinché la democrazia metta radici, bisogna dare agli iracheni un chiaro segnale che l´America ha pronta una vera strategia di ritiro dal pese.

Gli iracheni non credono che l´America non ha intenzione di protrarre a lungo termine la propria presenza militare in Iraq. La nostra riluttanza a palesarlo ha alimentato il sospetto tra gli iracheni che le nostre motivazioni non siano schiette, che aspiriamo al loro petrolio e che non ce ne andremo mai. Fino a quando sembrerà che la nostra presenza sia destinata a protrarsi l´impegno americano a favore della democrazia nel loro paese sarà ai loro occhi poco convincente.

Passate le elezioni e avviato il processo di transizione democratica il presidente Bush dovrebbe immediatamente dichiarare l´intento di negoziare un calendario per il ritiro delle forze di combattimento americane con il nuovo governo iracheno.

Almeno 12.000 militari americani e forse più dovrebbero partire immediatamente, per dare un segnale forte circa le nostre intenzioni e allentare la sensazione di occupazione che pervade il paese.

L´obiettivo Americano dovrebbe essere quello di completare il ritiro militare il prima possibile nel corso del 2006.

Il presidente Bush non può evitare questo tema. La risoluzione del consiglio di sicurezza che autorizza la nostra presenza militare in Iraq può essere riesaminata in ogni momento su richiesta del governo iracheno e una revisione è prevista a giugno. L´autorizzazione Onu alla nostra presenza militare termina con l´elezione di un governo iracheno permanente al termine di quest´anno. Il mondo sarà nostro giudice. Dobbiamo avere un piano di ritiro in atto per quella scadenza. (...)

Discorso tenuto il 27 gennaio alla Johns Hopkins school of International Studies

(Traduzione di Emilia Benghi)

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