Forse il regime non c´era, forse la dittatura ci sarà. La frecciata di Prodi contro la riforma costituzionale di Berlusconi, «che sta creando le premesse per una moderna e pericolosissima dittatura di maggioranza, anzi del premier», ha riaperto un delicatissimo contenzioso lessicale sul berlusconismo e su tutti gli insidiosi abissi di tirannia che sono sempre sul punto di inghiottire la democrazia italiana. Perché proprio Prodi era stato uno dei più freddi, quando i girotondini sganciarono sul centro-destra l´arma fine-di-mondo, l´accusa di aver dato vita a «un regime» (il secondo, dopo quello fascista).
Né il Professore, né D´Alema, né Rutelli hanno mai approvato quella mossa. Non perché non fossero allarmati dall´occupazione berlusconiana della televisione, ma perché hanno sempre visto in quel vocabolo rovente un punto di non ritorno, un segnale d´allarme da lanciare solo davanti alle fiamme, non al primo filo di fumo. «La parola regime - disse una volta D´Alema - non è parola da politologo. Il regime ricorda il fascismo e io penso che le parole non si devono sprecare perché hanno un suono e quando poi si è costretti a usarle non suonano più. E´ di un certo estremismo usare le parole per sentire come suonano». Prodi approvava, da Bruxelles, Amato ironizzava sulle parole di Nanni Moretti, bandiera internazionale dei girotondini, e Rutelli dissentiva pubblicamente dal radicalismo di Paolo Flores d´Arcais: «La definizione mi pare impropria».
Oggi, però, sono proprio loro a scagliare contro Berlusconi queste tre parole - «dittatura della maggioranza» - che hanno un suono assai simile a quello del vocabolo «regime». Il primo, come sempre, è stato Amato, addirittura un anno fa (era il 20 gennaio 2004), commentando il premierato sfornato dai «saggi» del centro-destra: «Vogliono la dittatura della maggioranza», sentenziò. Esattamente la stessa formula adottata adesso, prima da Rutelli e poi da Prodi.
In realtà, tra il «regime» dei girotondini e la «dittatura» degli ulivisti c´è una certa differenza. Le due parole ci ricordano entrambe il fascismo, ma «dittatura della maggioranza» è una citazione di Alexis de Tocqueville - il padre della democrazia liberale - che non ce l´aveva con i tiranni e i despoti e tantomeno con Mussolini e Hitler che dovevano ancora nascere, ma con chi - nel nome della democrazia - voleva schiacciare le minoranze a colpi di maggioranza. «Quando sento la mano del potere appesantirsi sulla mia fronte - scriveva Tocqueville ne "La democrazia in America" - poco m´importa di sapere chi mi opprime, e non sono maggiormente disposto a infilare la testa sotto il giogo solo perché un milione di braccia me lo porge».
Siamo solo all´inizio. Ma se Prodi, D´Alema, Rutelli e Amato si trovassero un giorno a corto di argomenti, possono sempre citare una fiammeggiante filippica che sembra scritta ieri sera: «Attenti alla deriva autoritaria! Le regole non possono essere cambiate in corsa con i numeri della maggioranza che se ne avvantaggia, penalizzando l´opposizione. Non è democratico chi pensa di poter fare a colpi di maggioranza, in Parlamento, ciò che è favorevole a lui e sfavorevole all´opposizione: questo si chiama dittatura della maggioranza!». Così parlava, il 17 marzo 2000, Silvio Berlusconi: quando all´opposizione c´era lui.
L´amnistia ad personam
Un paradosso che illustra la follia della situazione nella quale il potere dei malandrini ha gettato lo Stato. Da la Repubblica del 24 febbraio 2005
Se la soluzione fosse un´altra, a portata di mano e tagliente come l´ascia che trancia di netto il nodo troppo stretto? Se la soluzione fosse una legge d´un solo articolo che reciti: «Con la presente legge si estinguono i reati, quali che siano, commessi dal signor Cesare Previti e dai suoi complici. Entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale e si applica ai fatti commessi anteriormente a tale data e ai procedimenti e ai processi pendenti alla medesima data». Sì, un provvedimento legislativo di carattere dichiaratamente personale con cui lo Stato rinuncia all´applicazione della pena nei confronti di un solo uomo, l´avvocato Cesare Previti
Un´amnistia ad personam che salva uno e protegge tutti; invece, di leggi ad personam che, per rispettare il carattere generale e astratto proprio delle leggi, mettono in pericolo tutti per salvare uno solo.
É un paradosso? Sì, lo è. Ma, in fondo, che cosa significa paradoxon se non «oltre l´opinione comune»? L´opinione comune è spesso sbagliata e i paradossi sono quasi sempre delle elementari verità che il tempo nasconde. Si potrebbe dire che quel tempo - il tempo di risolvere finalmente questa assurdità - sembra giunto. Se, dimenticando l´articolo 3 della Costituzione («Tutti i cittadini sono uguali dinanzi alla legge»), ragionassimo in modo concreto e pragmatico; se azzittissimo le tirate sui principi e sulla poliarchia del potere; se tenessimo conto di un responsabile equilibrio costi/benefici, non c´è dubbio che sarebbe questa strada - l´amnistia ad personam - la migliore, la meno pericolosa per gli italiani e la meno tragica per l´equilibrio costituzionale che regge la Repubblica.
Osservate che cosa ci può accadere se ci facessimo imprigionare dalla Costituzione e dalla ostinata petulanza di un capo dello Stato che pretende di proteggere la Carta dagli assalti all´arma bianca. Accadrebbe questo. Il Parlamento, subalterno al governo e al suo Capo, approva una legge che schiere di avvocati e pattuglie di penalprocessualisti hanno definito «criminogena». Non scoraggia il delitto, lo istiga. Approvata la legge (che gli ipocriti chiamano Cirielli-Vitali e non "Salva Previti!") usurai, ladri, pirati della strada, lenoni, corrotti, contrabbandieri legati a mafie e camorre, millantatori, bancarottieri - per dire di qualche categoria di lestofanti beneficiati dal provvedimento - avrebbero la rassicurante garanzia che, beccati con le mani nel sacco, lo Stato non si concede il tempo necessario per processarli. O, per dirla al contrario, concede a loro - ai lestofanti - il tempo di farla franca attraverso l´uscio largo della prescrizione del reato. La prescrizione è il tempo oltre il quale viene meno l´interesse dello Stato ad accertare il reato e a infliggere la pena. É prederminato per legge e la Cirielli-Vitali-Previti questo fa. Definisce il tempo della prescrizione. Lo dimezza. Quel reato che era cancellato (perché prescritto) in quindici anni ora lo si butta via in sette anni e mezzo. Tutti i reati che oggi si puniscono con la pena massima di otto anni sono destinati così ad essere prescritti con le accorte mosse dell´imputato. Buon per lui. Ma per noi? Se non si è usuraio, ladro, pirata della strada, lenone, corrotto eccetera eccetera non c´è nulla di che essere soddisfatti. Si annunciano soltanto pericoli e frustrazioni (se vittime di quei reati). Non basta. Se malauguratamente un reato lo si è già commesso e si è in galera, si può dire addio a ogni speranza di vedere osservato il carattere rieducativo e non punitivo della legge (articolo 27 della Costituzione). La legge che libera Previti condanna quei dannati - recidivi in semilibertà, agli arresti domiciliari, già ammessi al lavoro esterno - a un carcere organizzato come discarica sociale di sconfitti che non meritano un´altra opportunità, che non la meriteranno mai più. É il perverso risultato della manovra che, avvitata intorno al destino di un uomo solo (l´avvocato Previti), deve rendere liberi i delinquenti del futuro e schiacciare senza alternative i deliquenti del passato, qual che sia oggi lo stato della loro «rieducazione».
Ora bisogna sapere che la maggioranza approverà questa legge in Senato entro il 18 marzo (quel giorno il Parlamento chiude in attesa delle elezioni regionali). E il dado sarà tratto. Il gioco comincia e annuncia altre distruzioni questa volta non della nostra sicurezza collettiva, ma dell´equilibrio delle istituzioni che regola la vita collettiva.
Dopo la Cirielli-Vitali-Previti verrà la riforma dell´ordinamento giudiziario che, corretta dalle quattro incostituzionalità rilevate da Ciampi, dovrà restituirci la magistratura di cinquant´anni fa, impiegatizia, burocratizzata, conformista, soprattutto obbediente al potere politico. Questa legge è stata presentata dal governo e dall´imperito ministro della Giustizia come «epocale». Ma, se «epocale», perché ha lasciato il passo alla «Salva Previti!»? É già pronta, è già stata corretta, Ciampi può soltanto approvarla, dice il Guardasigilli. E allora perché non approvarla rapidamente visto che, per la propaganda manipolatoria, risolve tutti i problemi e la lentezza della giustizia italiana? Risolti i problemi della macchinosità della giustizia, si potrebbe forse anche "vendere" meglio i tempi dimezzati della prescrizione e, dunque, non è ragionevole licenziare prima la riforma dell´ordinamento e poi la Cirielli?
Sono domande ragionevoli che non tengono conto della ratio delle riforme. Quella ratio non la si rintraccia nell´organizzazione della giustizia che è disgraziata, nell´ordinamento giudiziario che si può correggere, nelle contorte procedure del processo penale e civile, nell´ipercriminalizzazione, ma nel destino di Cesare Previti. Come liberarlo dal buco nero in cui le scorciatoie professionali lo hanno cacciato? È il nodo: il processo a Previti (sono due, sono in appello, in primo grado è stato condannato a 15 anni di reclusione). Se si tiene ferma la convinzione che quel che conta per il governo (e il suo Capo) è sollevare Previti dalla minaccia del carcere, questa storia istituzionale la si può raccontare in un altro modo e ha il profumo della minaccia o del ricatto, fate voi.
Il governo, di diritto e di rovescio, sopra e sotto il banco, sta dicendo alla magistratura italiana: vedete, signori in toga, ho la forza per proteggere Previti dalle vostre sentenze. Costi quel che costi, sono disposto a farlo, anche al prezzo di rendere l´Italia l´Eldorado dei farabutti. Posso fare di peggio e di più. Posso deformare lo stesso ordine giudiziario piegando la Costituzione. Voi giudici, eravate soggetti soltanto alla legge e l´intera magistratura autonoma e indipendente: bene, diventerete dipendenti dal giudizio del governo. Non volete affrontare queste forche caudine, sapete che cosa fare? Quel che c´è da fare è assolvere Previti in appello o annichilire i processi di primo grado in un modo o in un altro, «tanto il cavillo lo si trova sempre?». Tra il minaccioso oggi e l´approvazione definitiva della "Cirielli" e della riforma «epocale» c´è questa opportunità: distruggere come fossero castelli di carte i processi a Previti. É questo, al di là di ogni tentativo, l´unico terreno di "mediazione" possibile. Perché mettere a repentaglio l´intero sistema giudiziario e, dei magistrati, il lavoro di ieri e le carriere di domani per l´ostinazione di considerare un obbligo che tutti i cittadini siano uguali dinanzi alla legge?
Costi/benefici, si diceva. Dunque. Nella colonna dei costi c´è la deformazione della Costituzione; la subalternità di un potere di controllo all´esecutivo; una giustizia a doppia faccia: crudele con i deboli e generosa con i forti; un magistrato di ridotta imparzialità sia che accusi sia che giudichi. O, nulla di tutto questo, ma una magistratura umiliata, nel caso in cui i giudici cedano alle pressioni. Nella colonna dei benefici c´è soltanto che Cesare Previti è stato giudicato (e condannato) come uguale tra uguali. Vale la pena? In assenza di un Parlamento capace di ritrovare le ragioni del suo ruolo di contrappeso al potere dell´esecutivo, nel deserto di un Palazzo vuoto di spiriti liberi, il paradosso si riaffaccia. Amnistia ad personam per Previti. E´ la migliore delle peggiori soluzioni che vengono proposte.
Che la vittoria in Puglia di Nichi Vendola sia un segnale ottimo è certo. Che abbia dato una scossa più che salutare ai gelidi e perdenti bilancini elettorali dei vertici del centronistra pure. Altrettanto certo è che la decisione di Fausto Bertinotti di candidarsi alle cosiddette primarie nazionali del centrosinistra abbia dato un’altrettanto salutare scossa ai minuetti di riassetto della coalizione e delle sigle del centrosinistra, e che pertanto essa vada mantenuta ferma. Non è altrettanto certo però che da queste premesse - politiche - consegua che le primarie siano la chiave di volta per un radioso futuro - istituzionale - della democrazia italiana e di una rappresentanza com- promessa dalla crisi terminale dei partiti.
Allo stato attuale, com’è evidente, esse sono piuttosto il paravento di conflitti poco trasparenti, anche se decifrabilissimi, fra i leader del centrosinistra, fra diverse concezioni della (e diversi gradi di convinzione sulla) leadership di coalizione fin qui assegnata a Romano Prodi, fra diverse visioni strategiche della cosiddetta Fed riformista e del peso specifico che al suo interno dovrebbero avere Margherita e Ds. E in questa irritante opacità è difficile dividere con un taglio netto torti e ragioni. Bertinotti ha ragione a non recedere dalla sua decisione e ad affidarle un meritato guadagno di peso politico nella coalizione; ma ha torto a coprire questo ragionevole calcolo con una irragionevole mitizzazione delle primarie come decisiva cartina di tornasole del grado di democrazia del paese. I Ds hanno torto a volere delle finte primarie a candidato unico, cioè un’iniezione di sostegno popolare a un candidato deciso dai vertici e senza alternative; ma hanno ragione a temere che delle primarie in cui tutti i leader di partito si candidano tranne un leader Ds, e i Ds figurano solo come grandi elettori di un leader di coalizione della Margherita, finirebbero con lo stritolare quel che resta del loro partito (e, in un solo colpo, con l’assegnare alla Margherita, Prodi o Rutelli, la leadership politica della Fed oltre che quella della coalizione e del governo). Romano Prodi ha ragione a voler essere rincuorato dal consenso popolare; ma ha torto a voler risolvere il suo storico handicap di leader senza partito con una iniezione di plebiscitarismo che lascerebbe comunque un’impronta sulla vicenda futura del centrosinistra e del paese.
E qui siamo al punto. Al di là - ammesso che ci sia un al di là - di questi incastri tattici e di queste tattiche di potere (nessuno si meravigli, come fa Adriano Sofri su Repubblica di ieri, che non ci sono candidate donne: in queste condizioni va da sé), come si prefigurano, sul piano istituzionale, queste primarie all’italiana? E perché dovrebbero essere un sicuro rimedio ai mali della partitocrazia, della crisi della rappresentanza e della democrazia - come su queste colonne ha sostenuto pochi giorni fa Paolo Flores d’Arcais?
Intendiamoci. Può darsi che la degenerazione partitocratica in Italia sia arrivata a un punto tale da rendere obsolete le obiezioni di principio che molti fautori della democrazia dei partiti portano a questo strumento proprio di una democrazia senza partiti come quella americana (le ha illustrate limpidamente, qualche settimana fa, sempre su queste colonne Enrico Melchionda). Mettiamo pure che la crisi dei partiti sia arrivata in Italia a un punto di non ritorno; e che delle consultazioni dal basso aiuterebbero a sbloccare la deriva di autoreferenzialità in cui il ceto politico è caduto. Ma se così fosse, lo strumento delle primarie andrebbe quantomeno approntato e regolato in modo plausibile e convincente, senza le solite, improvvisate e confuse imitazioni di modelli altrui in cui la fantasia istituzionale italiana eccelle. Esempio, già portato alla discussione da Walter Veltroni: si possono importare le primarie americane, che servono a scegliere fra più candidati dello stesso partito in un sistema bipartitico, nella situazione italiana, dove servirebbero a scegliere fra i leader dei diversi partiti in un sistema a due coalizioni? Non si può. Come non si può non vedere la differenza fra le primarie pugliesi, che si sono svolte per decidere fra due possibili candidati sulla base di una platea di volontari, e quelle calabresi, dove la platea era convocata su base rappresentativa.
Quale platea voterebbe alle primarie nazionali? Si può sostenere che una platea convocata dall’alto su base rappresentativa sarebbe troppo controllata dai partiti. Ma si può anche sostenere che una platea di volontari sarebbe priva di qualunque potere legittimante. In tanta confusione solo due elementi sono relativamente chiari. Il primo è l’iniezione di plebiscitarismo che da uno strumento così indefinito di investitura popolare inevitabilmente verrebbe al sistema italiano, che poco ne ha bisogno dopo anni di berlusconismo. Il secondo è la deriva di deregulation istituzionale, se non di de-costituzionalizzazione, in cui questa innovazione andrebbe a collocarsi, assieme ad altre in corso di sperimentazione (giova ricordare che alle prossime regionali si voterà con sistemi diversi da regione a regione, sulla base dei nuovi statuti). Deriva sulla quale converrebbe mettere il freno piuttosto che l’acceleratore. Sostenere che le primarie non vanno più fatte equivarrebbe, a questo punto, a mettere il tappo su un’istanza di partecipazione e sabotaggio dal basso dei giochi di vertice che non può e non deve essere frustrata. Ma sostenere che possano essere fatte come capita, o come risultante dei giochi e dei rapporti di forza all’interno del centrosinistra, sarebbe devastante per la già devastata democrazia italiana. Il minimo che si possa fare è regolarle in maniera non politicamente conveniente, ma istituzionalmente plausibile. Il massimo, sarebbe di azzerare almeno formalmente tutte - tutte - le candidature e ripresentarle da capo, sulla base di qualche idea riconoscibile.
Un sottile strato di cemento e mattoni, una ringhiera e delle panchine sono stati sufficienti a trasformare il robustissimo Pontile Nord di Bagnoli, da cui sono transitati milioni di tonnellate di materiale destinato all’Italsider, in una spettacolare passeggiata sospesa sul mare: quasi un chilometro di panorama puro, reso per la prima volta accessibile al pubblico a dicembre. Invece di correre parallelo alla costa, come le banchine dei porti, il pontile si proietta perpendicolarmente verso il centro del golfo di Pozzuoli, con una vista a 360° da Capri ai Camaldoli, da Capo Miseno a Nisida, fino agli edifici dell’ex industria siderurgica che si è scelto di conservare: le ciminiere, l’altoforno, la torre di spegnimento e l’acciaieria.
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L’intervento di Luigi Lopez, l’architetto del Comune di Napoli incaricato del progetto, è stato realizzato con tempi e fondi talmente esigui che la sproporzione tra la sua sobrietà e la qualità del risultato ha un che d’irreale. Paragonata all’ossessivo ricorso allo star-system dell’architettura da parte delle amministrazioni delle grandi città, questa scelta sembra quasi una provocazione.
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Ma l’elemento autenticamente rivoluzionario del pontile è l’assenza di attrezzature: è uno spazio completamente pubblico, senza bar, ristoranti, giochi o servizi, che offre soltanto la possibilità di camminare e guardare, e nonostante questo – o meglio proprio per questo – è pieno di gente. Di rado un luogo, soprattutto se urbano, mostra altrettanto chiaramente il legame di interdipendenza che si può instaurare tra queste due attività: chi va sul molo prova un’irresistibile impulso a passeggiare per godere del continuo cambiamento di quello scenario eccezionale, delle variazioni del punto di vista e della luce; ma è proprio la libertà di muoversi senza prestare attenzione alle vetrine, alla strada, agli ostacoli, a consentirgli di guardare il panorama.
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In assoluta controtendenza rispetto all’horror vacui che impone di stipare stazioni, moli, piazze e parchi di chioschi e tendoni, di recintare tutto, di rendere ogni vuoto funzionale al commercio, Napoli ha aperto questo spazio libero e gratuito agli abitanti di una delle città più congestionate d’Europa, e subito questi l’hanno riempito con i loro corpi, così come avevano popolato Piazza Dante. Ma uno spazio vuoto è un territorio di conquista, sempre esposto agli assalti di chi vuole in un modo o nell’altro metterlo a frutto, e il solo entusiasmo popolare non basta a difenderlo: un’idea così radicale di spazio pubblico ha bisogno, per non essere ridotta a un momento di felicità transitoria, di essere compresa nel suo significato culturale e politico.
O sotto accusa o sotto tutela, grazie al centrodestra e al centrosinistra uniti nella rincorsa al cardinal Ruini le donne italiane vengono retrocesse dal discorso politico allo statuto di soggetti minori, deboli e potenzialmente criminali. La realtà per fortuna è cosa diversa dal discorso, ma il discorso produce effetti di realtà e dunque questa retrocessione va presa sul serio, contrastata e rispedita ai mittenti e, ahinoi, alle mittenti. Quando nelle stesse ore alla camera la mano destra dà il primo via all.indagine sull.applicazione della 194 e la mano sinistra propone un assegno di sostegno alla gravidanza; e tutte e due, la mano destra e la mano sinistra, giurano di agire «per aiutare le donne», c.è una sola risposta possibile a tutte e due ed è «no, grazie».
L’indagine sulla 194, brillante idea del neoeletto segretario dell.Udc che altra via non aveva per accedere agli onori della cronaca, non servirà a sapere nulla che già non si sappia sull.applicazione della legge (peraltro già annualmente monitorata dal ministero della sanità), ma serve a rimettere le donne sul banco degli imputati, supportando istituzionalmente la campagna di criminalizzazione dell.aborto che imperversa su media potenti e meno potenti. L’assegno di sostegno alla gravidanza non servirà a estendere un diritto alle lavoratrici precarie (perché Livia Turco e Rosi Bindi non si stendono sul tavolo programmatico di Romano Prodi per imporgli l’impegno all’abrogazione della legge 30?), serve a consentire al ministro Storace di dare a entrambe, Livia Turco e Rosi Bindi, il benvenuto nel fronte della «prevenzione» dell’aborto. Tutt’e due, indagine e assegno, servono a rafforzare il messaggio che da ogni parte risuona, che le donne non sono soggetti sovrani ma oggetto di cura statale e curiale. Siamo nelle loro mani, e in che mani.
Le stesse mani che in parlamento si rinviano da uno schieramento all’altro la palla delle quote rosa, ripetendo all ‘infinito una pantomima ipocrita e ineffettuale che non servirà a candidare più donne, serve a strumentalizzarle a fini di schermaglia politica e ad alimentare un’immagine di miseria femminile che ricade in primo luogo sulle parlamentari stesse, di destra e di sinistra parimenti. Le stesse mani che si rincorrono e si stringono per entrare nelle grazie non dei cattolici ma delle gerarchie vaticane, e prontamente rispondono agli ordini di Ruini quali che siano. Il cardinale ricorda che la vita è un dono di Dio di cui la donna è puro contenitore e veicolo, e il giorno dopo partono l’indagine sulla 194 e l’assegno per la gravidanza: mai si ricorda tanta solerzia nella politica italiana.
Il discorso della politica istituzionale sulle donne da molto tempo non dice e probabilmente non ha mai detto granch é sulla realtà delle donne. Ma dice molto sulla realtà della politica istituzionale: de vobis, non de nobis fabula narratur. A sostegno dell.assegno di gravidanza Rosi Bindi ha sostenuto ieri che è un’anticipazione della prossima politica di governo del centrosinistra. Il buongiorno si vede dal mattino: se questo è il mattino, sarà buio a mezzogiorno.
Si aggira per il Paese un primo ministro petulante che continua a molestare gli italiani. Sono quattro anni che i cittadini gli votano contro, in elezioni locali, in elezioni europee, in veri e propri plebisciti come le elezioni regionali, Regione per Regione (tutte, meno due) gli hanno detto no, hanno respinto le sue seduzioni un po’ ridicole, hanno deciso di non tener conto delle sue minacce, lo hanno lasciato parlare a vuoto da tutte le sue televisioni, telegiornali e talk show. Poi ci sono stati quattro milioni di italiani che, nella più vasta manifestazione di opposizione che ci sia mai stata in un Paese democratico, si sono messi in fila per ore per votare Prodi, per dire quattro milioni di no a Berlusconi.
Il premier petulante non controlla la sua maggioranza, tiene in piedi e spinge avanti Bossi, senza alcun rispetto per le condizioni di salute del suo utile alleato, e si appresta, sulla base di una sua vecchia maggioranza negata, cancellata e scolorita, come manifesti abbandonati sui muri, non all’ordinaria amministrazione, come sarebbe doveroso per lui, non alla inevitabile legge finanziaria, che è per forza truffaldina, perché ognuno dà i frutti che può, e deve per forza lasciare l’impronta. No, si impegna in cambiamenti radicali di un Paese che lo rifiuta, lo nega. E gli ha già voltato le spalle. Impone, attraverso il controllo umiliante e umiliato della sua maggioranza, la cosiddetta “devolution”, un povero e arrischiato pasticcio inventato per lui dalla Lega, sulla base del fatto che a Berlusconi non importa nulla del danno al Paese, e i suoi dipendenti sono troppo servi per non ripetere alla lettera gli ordini ricevuti. Gli ordini includono il pagamento dovuto alla Lega per le leggi ad personam e il vandalismo del ministro Castelli sulla Giustizia.
Subito prima il premier rifiutato ha cambiato la legge elettorale in modo da garantire la non governabilità del Paese (o almeno si è impegnato più che ha potuto perché questo sia il risultato).Subito dopo si è dato da fare con un altro aspetto del suo inconciliabile antagonismo verso ogni cosa normale e libera. E’ la sua lotta alla par condicio, modesta regola democratica che dice: se parli tu, parlo anch’io. Lui ha tutte le televisioni. E anche se gli riesce sempre meno il gioco dell’imperatore bizzarro a cui si tributano solo finti trionfi, anche se gli riesce sempre meno di intimidire liquidando carriere o facendo espellere chi non si piega, è ancora in grado di parlare dieci minuti di seguito e da solo, in ogni telegiornale, in sequenze lunghissime e impossibili nel resto del mondo. Però a lui non bastano. Vuole cancellare quel poco di confronto che resta. Non vuole tanto tempo. Lo vuole tutto.
E’ vero, è passato il ciclone Celentano, ha scoperchiato la “Caserma della Libertà”, ha allagato le cantine del Tg 1, ha dato una botta al sacro talk show del regime. E tutto ciò è avvenuto non solo per la bravura e la personale estraneità al sistema delle informazioni di Berlusconi. E’ avvenuto per la voglia pazza degli italiani di non vedere per un momento le facce di Bondi, Schifani e Cicchitto. Quella voglia pazza ha puntato su Celentano, visto almeno come vacanza, come viaggio fuori dall’Italia di regime. Quell’immensa opinione pubblica che ha acceso il televisore cercava satira con le notizie, notizie senza satira, satira come gioco, notizie come farsa, constatazioni e rappresentazioni di fatti realmente avvenuti e realmente sepolti affinché non se ne parlasse mai più. E invece per tre ore ( e con qualche bella canzone) se ne è parlato. E la maggior parte degli italiani ha fatto sapere che aveva voglia di stare al gioco della libertà.
Esponenti di An, il partito più umiliato della storia italiana, che sventolano fazzolettini tricolore per festeggiare la vittoria di uno come Bossi, che raccomanda di usare il tricolore come carta igienica, sono balzati in difesa del grande valore che a loro sta a cuore, la non libertà. Hanno chiesto, senza imbarazzo e senza negare di averlo fatto “una trasmissione riparatrice”. Già questo basterebbe a dirci, ancor più di Celentano, ancor più della splendida intervista di Biagi al Tg3, a quale infimo grado di “parziale libertà” si vuole ridurre l’Italia. Evidentemente dopo “il giornalismo omicida” dell’ Unità esiste ora anche la Tv omicida di Celentano.
Però, attenzione, il giorno dopo la festa di liberazione scatenata nel Paese da un primo accenno di libera denuncia del danno immenso che l’Italia ha patito sotto il governo degli avvocati e della scorta di Berlusconi, il Giornale Radio 2 delle ore 14 del 21 ottobre ha fatto tranquillamente seguire la rassegna delle notizie con l’annuncio: «E ora un commento del costituzionalista Paolo Armaroli». Cominciava con queste parole: «Due pugni allo stomaco sono stati assestati dalla Casa delle Libertà all’opposizione mandandola al tappeto. Sono la nuova legge elettorale e l’approvazione della devolution». Il costituzionalista Armaroli, uomo di An, editorialista de Il Giornale, fa parte di coloro che danno pugni (per la verità, non tanto all’opposizione quanto al Paese). Poi va alla Rai, si presenta come un commentatore (che nelle altre democrazie vuol dire un osservatore estraneo alla mischia) e offre la sua opinione su quello che la sua parte ha appena contribuito a fare.
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Ma tutto ciò (che è esercizio quotidiano di potere prepotente e squilibrato dei media, soprattutto nella Radio e Televisione di Stato), non basta alla monomania molesta di Berlusconi. Per adesso si aggira con l’aria insofferente e ansiosa di chi vede afflosciarsi il suo Frankenstein delle notizie schierate, la creatura anormale, con tanti corpi e una sola modestissima testa, che finora lo ha fedelmente servito, e con il segno della fatica di chi, almeno qualche volta, è costretto ad ascoltare frammenti di fatti veri, rappresentazioni di fatti realmente accaduti (come l’editto di Sofia, che molti italiani hanno visto per la prima volta in televisione a causa del buon lavoro non di un Premio Pulitzer del giornalismo ma di un bravo cantante). Ma Berlusconi non smette di importunare gli italiani, al punto da affermare di fronte ai cittadini del Paese più impoverito d’Europa: «Abbiamo quasi completato il nostro programma, mantenuto tutte le promesse». E cresce probabilmente il disagio anche fra coloro che lo hanno votato.
Per esempio parla, in modo fermo e triste, di “guerra civile”. E’ vero che usando un simile linguaggio «rischia di spaventare la classe media indecisa» (parole di Lucia Annunziata, che però in un suo articolo indicava Celentano come portatore di questo pericolo). Ma bisogna ammettere che Berlusconi non è abituato, con il vuoto di voci libere che ha fatto intorno a tutto ciò che controlla (e che è molto), a sentir parlare di lui e del suo governo come di un misfatto, senza tanti giri di parole.
Pensava di essersi liberato da un pezzo di coloro che «attaccano me per attaccare l’Italia» (Mussolini, 3 gennaio 1925, Berlusconi quasi ogni mese negli ultimi cinque anni). Ma adesso attacca con i suoi deputati-piranha la par condicio perché il clima gli sembra avverso, come se fosse scattato per lui non proprio un 25 aprile (che verrà col voto) ma un 25 luglio, come dimostrano i frequenti abbandoni. Ha notato anche lui che la Rai, cambiata una parte dei vertici, ormai è un po’ diversa. Che pugnalata gli avrà dato Meocci, direttore generale, con quella frase, la sera di Celentano: «Adesso l'Italia è salita un po’ nella classifica della libertà».
Però credo che il vero segnale d’allarme gli sia venuto da un momento esemplare dell’intervento di Romano Prodi nella trasmissione Porta a Porta dopo le Primarie. Non solo Prodi disturba con cifre vere e informazioni esatte sullo stato delle cose in Italia, in Europa e nel mondo. Disturba anche perché non sta al gioco. Per esempio ha appena descritto lo stato di disastro economico in cui è stata gettata l’Italia, e Bruno Vespa gli si avvicina per piazzare il suo abituale sostegno al governo: «Ma in tutta Europa vi sono segnali di crisi, non solo in Italia». Prodi pur essendo di temperamento paziente, da professore si irrita per l’argomento stravolto. E prontamente risponde: «Eh no, caro. In Europa ci sono 25 Paesi. Fa differenza, in quel gruppo, essere primo o ultimo. L’Italia è ultima». Vespa deve cambiare argomento. Berlusconi deve cambiare legge. Bisogna che i suoi voraci deputati, che hanno già divorato, su suo mandato, pezzi interi della Costituzione italiana, gli divorino l’ultima legge ancora in piedi sulla libertà di informazione nelle emittenti pubbliche. Berlusconi sente la possibilità di esprimersi alla pari come un’offesa, anzi come un sopruso.
Si direbbe che lo fa perché ha di se stesso una stima morbosamente eccessiva, la pretesa di avere sempre ragione. Uno psicologo ci vedrebbe, piuttosto, il segno di una disperante inferiorità, che è la materia prima dei dittatori. Il poveruomo, che pure è il settimo uomo più ricco del mondo ed è riuscito finora ad umiliare il proprio Paese con una informazione falsa, diventata materia di discussione nel mondo, deve adesso fronteggiare sia il ritorno e la testimonianza pubblica di coloro che credeva di avere liquidato e messo definitivamente a tacere, sia il ritorno di una opinione pubblica, che dopo i 40mila del Palavobis, i seicentomila e poi il milione di Piazza San Giovanni, e i tre milioni del Circo Massimo, sono diventati i quattro milioni che hanno votato per Prodi. Sono l’opposizione che non tace, e che dice, con Prodi, la gravità del danno che Berlusconi in fuga continua a infliggere al Paese.
E allora lui parla di “guerra civile”, e lo fa ripetere dai suoi dipendenti, che assomigliano sempre di più al ministro della Propaganda di Saddam Hussein, intento a negare ogni presenza nemica mentre gli occupavano l’aeroporto. Sono cose che puoi fare solo se parli da solo e puoi mettere a tacere la voce disturbatrice degli altri. Quel «Eh no, caro» di Romano prodi a Porta a Porta ha segnato, un momento prima di Celentano, la crepa del regime.
Adesso sappiamo intorno a che cosa si gioca la prossima battaglia. E’ una estrema e decisiva battaglia di libertà. E’ la parola che, come ha detto Enzo Biagi nella sua intervista-“incubo” (per Berlusconi) del Tg3 non tollera aggettivi. Semplicemente o c’è o non c’è.
furiocolombo@unita.it
Quattro anni dopo, la sovrapposizione delle immagini di New Orleans a quelle di Manhattan non svela solo la materialità delle questioni di razza e di classe che minano la democrazia americana dall'interno mentre Bush pretende di esportarla con le armi all'estero; modifica altresì la percezione e il ricordo dell'11 settembre. Ci voleva un disastro naturale come Katrina per restituire anche al crollo delle Torri gemelle il suo significato quintessenziale, fin qui coperto dalla retorica dei muscoli e della Nazione di Bush e compagni: la rivelazione della vulnerabilità e della precarietà dell'America come di tutto il resto del pianeta, e degli americani come di tutti gli altri abitanti del pianeta. Significato umano, troppo umano per la logica politica del presidente piccolo piccolo di una grande potenza ferita a morte nella sicurezza di sé; presidente che peraltro non demorde neanche di fronte all'uragano, e ripropone la stessa logica per galvanizzare il popolo e rassicurarlo che sì, la Nazione ce la farà e vincerà ancora una volta contro la mala sorte. Ma si capisce che stavolta il suo appello non si traduce in consenso e non riesce far risalire la china di una leadership ormai compromessa. Non è solo il bilancio fallimentare della guerra all'Iraq, che a tutto è servita fuori che a sconfiggere il terrorismo come ormai la maggioranza degli americani sta realizzando. È che stavolta è impossibile fare con Katrina l'operazione di costruzione del Nemico e di rassicurazione dell'immaginario politico americano che già con Al-Qaeda era visibilmente improbabile, e che tuttavia venne fatta. La ricostruisce, in un lungo saggio sul quarto anniversario dell'11 settembre pubblicato dal New York Times Magazine (e parzialmente tradotto su Repubblica di ieri), Marc Danner, docente a Berkeley e autore di Torture and Truth: America, Abu Ghraib and the War on Terror. Danner ricorda come la struttura di Al-Qaeda, rete senza stato, senza territorio e senza esercito, sia irriducibile a quella di un nemico tradizionale da combattere con una guerra tradizionale, e come tuttavia Bush abbia riesumato l'immagine tradizionale del Nemico per ripristinare l'immaginario della Guerra fredda: «dopo un decennio confuso, il mondo era di nuovo spaccato in due, e per quanto l'attacco dell'11 settembre fosse stato disorientante, la `guerra al terrorismo' si configurava come una riedizione della Guerra fredda». Una retorica, continua Danner, che aveva il duplice pregio di suonare familiare sia al senso comune americano sia a una burocrazia nazionale che era stata costruita per la Guerra fredda e che, dopo l'89, era disorientata e priva di scopi.
Ma ciò che forzatamente è stato fatto con Al-Qaeda non è riproponibile oggi con Katrina. Di fronte alla tragedia di New Orleans e all'impotenza di un potere biopolitico che non ha saputo evitare ai medici il ricorso alle iniezioni di morfina sui malati terminali, non resta che prendere atto della vulnerabilità della Grande Potenza e dello stato in cui versa il suo patto sociale. «Questa tragedia ci impone di mettere sotto esame the soul of America» , l'anima dell'America, scrive sul Time Magazine Wynton Marsalis, direttore artistico del New York City's Jazz del Lincoln Centre, nato e cresciuto in una New Orleans di cui piange ora lo spirito multiculturale e la forma artistica. «La nostra democrazia è stata sfidata fin dall'inizio dalle manette della schiavitù», e la sfida si ripresenta oggi. Più difficile che all'inizio, perché quattro anni fa - torno a Danner - non è stato attaccato il potere americano, ma quel ch'è peggio «la sua aura» di invincibilità. E un potere senz'aura può incattivirsi, ma ineluttabilmente si indebolisce.
Avventurieri all'assalto
A differenza di altri, noi crediamo a ciò che ha detto Silvio Berlusconi quando ha assicurato di non avere alcuna parte nella scalata alla Rcs. Ci crediamo, vogliamo crederci, perché ci sembra ovvio che in un Paese serio si creda alla parola del presidente del Consiglio, almeno fino a prova contraria: e tale non ci pare neppure il fatto, per altro inoppugnabile, che troppe volte, in altre occasioni, le sue parole hanno reso un pessimo servizio alla verità.
Ma il punto non è tanto quello dell'effettiva attendibilità del presidente del Consiglio nel caso specifico: è il dubbio massiccio e permanente che su faccende importanti come queste grava da anni e anni su ogni sua parola e azione, rendendone la figura costantemente ambigua e non credibile agli occhi di una parte vastissima dell'opinione pubblica interna e della maggioranza degli osservatori internazionali. Un sospetto, una diffidenza costanti aleggiano intorno al presidente del Consiglio italiano ogni qualvolta si tratti di soldi, di aziende, di affari e di tutto ciò che abbia a che fare con queste cose, sia direttamente che indirettamente, sia nella sfera pubblica che in quella privata.
Berlusconi dirà sicuramente che ciò accade perché contro di lui esiste un pregiudizio instancabilmente e maliziosamente alimentato dalla sinistra per screditarlo e demonizzarlo. Ma non è così: o meglio, il tentativo di demonizzarlo c'è, ma il tentativo non ne spiega il successo. In realtà, sospetti e diffidenze, nonché il successo della demonizzazione ora detta, si spiegano con quella cosa che Berlusconi conosce benissimo e che si chiama conflitto d'interessi. È il conflitto d'interessi — a dispetto di ogni promessa mai sciolto, ma sempre furbescamente aggirato — che gli ha fin qui impedito di incarnare qualunque immagine istituzionale vera; è quel nodo che lo rende un candidato dato per perdente alle prossime elezioni perché perdente è il bilancio dell'azione del suo governo, di continuo condizionata da quel conflitto, che si trattasse della televisione, della magistratura, del calcio, della legislazione societaria, delle banche o di che altro. È il conflitto d'interessi che dal 2001 rappresenta la palla al piede per il ruolo politico del capo della destra, tra l'altro sottoponendone la maggioranza a continue, sfibranti, tensioni.
È altresì questa situazione che oggettivamente alimenta non solo le voci circa sue presunte mosse improprie (come sarebbe quella di una scalata a una casa editrice) quanto quel clima più generale fatto di progetti avventurosi, di protagonisti improbabili e di rilassatezza dei controlli e delle regole che da tempo si respira nel Paese. Non è una nuova tangentopoli, certo. Ma è qualcosa che alla fine produce un intreccio tra politica e affari egualmente, o forse anche più, patologico, dal momento che sulla scia dell'esempio fornito dal presidente del Consiglio, per politica oggi si deve intendere quasi esclusivamente la rete di relazioni, il circuito di influenze, i disegni di potere, le leve economico-finanziario-giornalistiche facenti capo non già a partiti e correnti ma a singole individualità impegnate in un accrescimento di potere anch'esso, alla fine, esclusivamente personale. Talvolta avventurieri. Non c'è più un sistema politico corrotto, si direbbe, non c'è più una corruzione sistemica, insomma: ora è piuttosto il tempo dei disegni spregiudicati di pochi capi solitari.
Dieci anni fa un mio amico iniziò una storia con una giovane cinese cresciuta nella periferia londinese. Ambedue erano molto innamorati. Lui però era sposato con due figli piccoli.Lei accennava a un matrimonio combinato dalla sua famiglia. Convinto che l'amore avrebbe avuto la meglio, il mio amico abbandonò la moglie. Per sei mesi vissero insieme felici. Poi, quando l'uomo scelto dai genitori della ragazza arrivò da Hong Kong, lei se ne andò per sposarlo. Quello che sconvolse il mio amico fu che lei non soffriva per il sacrificio del loro amore. «Sembra un'altra persona», mi disse.
Si dice che il modo migliore di produrre il bilinguismo è di far sì che un bambino parli sempre e solo una lingua a casa e un'altra fuori. Così cresce sotto due incanti diversi, due visioni del mondo nettamente separate. Ognuno di noi sa quanto è facile, specialmente durante l'adolescenza, essere una cosa per i nostri genitori, un'altra per gli amici. Ma quelli che passano costantemente da una cultura a un'altra sono quasi costretti a costruirsi due personalità. A noi mostrano quella costruita tra di noi, nella nostra lingua, in linea con la nostra visione, ma non possiamo concepire come essi siano nella loro altra cultura d'origine. Tutto questo è una ricchezza, finché i due mondi non entrano in collisione.
Supponiamo che in ogni famiglia la personalità dei figli si formi anche in rapporto a quelle che sono le preoccupazioni maggiori dei genitori, degli zii, dei nonni. Una famiglia che a tavola ogni giorno descrive il mondo in termini del bene e del male costringerà i figli a occupare una posizione tra queste due polarità. La famiglia dei fratelli Karamazov di Dostoevskij è l'esempio più famoso, forse fin troppo schematico. Un figlio è apertamente dissoluto, uno è santo, e uno si arrovella, terribilmente diviso tra l'una e l'altra posizione. Tutti è tre sono simili, però, in quanto non riescono a pensare alla vita se non in questi termini.
Non è difficile immaginare che per la famiglia musulmana che si trasferisce in Occidente una delle preoccupazioni dominanti sarà come e quanto adattarsi a una società laica e liberale, come e quanto mantenere le tradizioni, la «purezza» della cultura d'origine. I figli si costruiranno un' identità anche in rapporto a queste due polarità. Si vedono situazioni simili anche in un romanzo come «Il giardino dei Finzi Contini», dove l'io narrante, ebreo, in contrasto con un padre che vuole integrarsi con la società italiana, fascismo compreso, viene fortemente attratto verso un'altra famiglia ebrea che vuole isolarsi totalmente.
Uno dei terroristi che si è fatto esplodere a Londra il 7 luglio era figlio di un pachistano che ha fatto di tutto per integrarsi nel mondo inglese, padrone addirittura di un Fish n' Chip Shop. Più inglese di così, non si può. Il figlio adolescente a un certo punto assume una posizione in contrasto col padre, comincia a studiare intensamente il Corano. Hanif Kureishi aveva previsto un rapporto simile tra padre e figlio nel suo romanzo «The Black Album». Ma non aveva previsto che, durante l'inevitabile viaggio in Pakistan per riscoprire le proprie radici, il giovane sarebbe venuto in contatto con quelli per cui il rifiuto dell'Occidente è anche la molla del terrorismo.
Tornato trasformato in Inghilterra, in conflitto in casa con l'Islam liberale del padre, fuori casa il giovane mantiene lo stesso la sua altra personalità tutta inglese, la personalità costruita accanto a persone che non pensano al mondo in termini di una scelta tra Occidente o Islam. Così non dobbiamo meravigliarci se pochi mesi prima di commettere un' atrocità si trova a godersi un'uscita in rafting facendosi fotografare vicino a una bionda inglese con i capelli sciolti che tiene il timone e comanda — cosa scandalosa — tutti i maschi nel gommone. Non c'è niente di strano in tutto ciò, anche se si può immaginare che l'esplosione del 7 luglio avrà messo fine a tante tensioni e contraddizioni.
Che fare? Come con il global warming, il surriscaldamento del pianeta, scopriamo il problema dopo che il danno è fatto. Ci saranno migliaia di persone cresciute in questa dinamica che possono essere vulnerabili rispetto a chi, cresciuto in tutt'altra realtà, vuole manovrarle.
«Se volessi arrivare dove vuole andare Lei — amano rispondere gli irlandesi a chi gli chiede delle direzioni — non partirei da dove Lei è adesso». La strada semplice non c'è. Se c'è una via possibile, però, passerà senz'altro attraverso una lunga riflessione sulla vita dei giovani immigrati nei nostri Paesi. Ci sarà anche bisogno, forse, di rivedere il significato della parola identità.
SOLO dieci giorni dopo il naufragio del referendum contro una legge ideologica e integralista sulla fecondazione assistita, è Carlo Azeglio Ciampi a offrire una scialuppa di salvataggio all´Italia laica uscita umiliata da quel non-voto, dettato da un´oggettiva difficoltà di comprensione di molti, e da una fuga pilatesca dalla ragione e dalle responsabilità di alcuni. Con poche parole, pronunciate davanti al Papa in visita al Quirinale, il presidente della Repubblica ha ristabilito una gerarchia funzionale tra i valori costituzionali e i principi religiosi. Ha rimarcato il confine tra lo «Stato civile» (nel quale tutti si possono riconoscere, in nome del pluralismo delle fedi e delle convinzioni) e lo «Stato etico» (al quale tutti devono aderire, in nome di un pensiero unico imposto dall´alto). «Con orgoglio – ha detto – affermo come presidente e come cittadino la laicità della Repubblica italiana... L´articolo 7 della Costituzione italiana recita: "Lo Stato e la Chiesa Cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani"...».
«La necessaria distinzione tra il credo religioso di ciascuno e la vita della comunità civile regolata dalle leggi della Repubblica – ha proseguito Ciampi – ha consolidato nei decenni una profonda concordia tra Stato e Chiesa... La delimitazione dei rispettivi ambiti rafforza la capacità delle autorità della Repubblica e delle autorità religiose di svolgere appieno le rispettive missioni...». Meglio di così non si poteva dire. A Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio. Sarebbero affermazioni scontate in qualunque altra democrazia del mondo. Ma in questo Paese, evidentemente, non lo sono mai abbastanza. E come accadde a Oscar Luigi Scalfaro nel lontano 1998 (quando, in un´altra visita di un Pontefice sul Colle, disse a Papa Wojtyla che «la laicità dello Stato è presupposto di libertà ed eguaglianza per ogni fede religiosa...» e «nella nostra diretta responsabilità è la scelta politica e l´amministrare la cosa pubblica... ») queste parole potevano arrivare solo da Ciampi. Il praticante che va a messa tutte le domeniche, ma che il 13 giugno è andato a votare alle 8 e 30 insieme alla moglie. Proprio mentre su di lui, sui partiti e sulle istituzioni, sui cattolici adulti e su quelli adolescenti, sugli astensionisti sistematici e sugli apatici anti-politici, pendevano l´appello di Ruini e la fatwa degli atei-devoti, dei teocon alle vongole, dei "cristianisti" di casa nostra. Tutti mobilitati, questi ultimi, a trasformare un confronto civico su una legge dello Stato in uno scontro di civiltà sulla vita e sulla morte. In un conflitto simbolico, titanico e quasi definitivo, tra l´elité sbandata e autoreferenziale dei miscredenti del "politicamente corretto" e la massa spaurita ma ansiosa di ritrovare, tra le braccia aperte di Madre Chiesa, la "risposta forte" che manca. Non solo al bisogno di fede, ma anche al deficit di politica.
Ciampi fa piazza pulita di questa nuova forma di manichiesmo, che ha sfruttato mediaticamente Wojtyla e che oggi strumentalizza politicamente Ratzinger. Spazza via questa malintesa idea di un "neo-illuminismo" occidentale, accidioso e agnostico, che usa tutto quello che trova, da Galileo e Barsanufio, da Bertrand Russell a Jurgen Habermas, per snocciolare i suoi anatemi da moderna Ecclesiaste: ogni laico è un relativista, ogni relativista è un ateo, ogni ateo è un disperato. Senza morale, senza cultura, senza ideali. «Un pozzo che guarda il cielo», per dirla con le parole di fine Anni 20 di Fernando Pessoa. «Un ghetto di soggettività», per dirla con le parole dell´agosto 2004 (ancora una volta strumentalizzate) dell´ex prefetto per la Congregazione della Dottrina della Fede.
Ciampi ridà voce a quell´Italia che dice «non ci sto». A quell´Italia che rifiuta l´inesorabile logica, binaria e apocalittica, dei nuovi Torquemada folgorati sulla via di Damasco. Che respinge insieme gli scontri di civiltà e le guerre di religione. Ridà voce a quell´Italia che non contesta alla Chiesa il diritto di fare la sua parte, con orgoglio e a viso aperto. E anche di condurre le sue «battaglie di rievangelizzazione», con gli strumenti che ha e con gli argomenti che vuole. Ma a quella Chiesa, e ai troppi politicanti che per pavido cinismo o per opportunistica convenienza ne hanno mutuato i messaggi, ricorda che anche la laicità (e non il laicismo) è un valore statuale da difendere, perché è il caposaldo della democrazia e l´antidoto contro tutti gli integralismi. Perché è esattamente quel valore che permette al Pontefice di professare sul campo (possibilmente senza invaderlo) i suoi richiami: il primato della vita, la coppia fondata sul matrimonio e sui figli, la scuola privata. È esattamente quel valore che consente alla Conferenza episcopale la libera scelta di "svilirsi", giocando sul territorio in competizione e su un piano di pari dignità con tutte le altre componenti della società civile: istituzioni, partiti, sindacati, agenzie culturali, confessioni religiose.
Allo Stato compete l´onere della decisione politica. Se è il caso, e là dove è possibile, anche sulla base di quel «bene comune dei cittadini» e di quella «condivisione dei valori fondamentali» che il capo dello Stato ha voluto rammentare a Benedetto XVI: «Il rispetto della dignità e dei diritti di ogni essere umano, la famiglia, la solidarietà, la pace». È un modo, anche questo, per riscattare quanti hanno vissuto con disagio la disfatta sulla procreazione. Quando è sembrato che, nella lotta impari tra il sacro e il profano, tra il drammatico «sulla vita non si vota» e il pragmatico «decide la scienza», si stessero confrontando il valore vero (strenuamente gridato dagli strani "cristiani rinati" sotto le insegne vaticane) e un valore zero (timidamente balbettato dai flaccidi laici riuniti sotto le insegne referendarie). Ed è un modo, anche, per fissare qualche serio paletto in vista delle discussioni future, in Parlamento e fuori. Sulla stessa fecondazione, dove non sarà inutile tentare di rivendicare ancora una volta i diritti delle coppie sterili, anche rispetto agli embrioni. E poi, se serve, anche sull´aborto, dove non è mai inutile riaffermare il diritto alla salute della donna, anche rispetto al feto.
La laicità non è morta, con il 13 giugno. Lo Stato costituzionale è la casa di tutti, non una cattedrale per pochi. La sinistra lo sa, perché quello Stato ha concorso a costruirlo. E come ci ricorda Norberto Bobbio, anche in tempi di identità confuse e rimescolate, ha frecce al suo arco, da lanciare nel cielo dei valori che ora sembra abusivamente occupato dalla destra neo-clericale: giustizia, solidarietà, uguaglianza. I diritti non sono la sterile vetrina del formalismo giuridico kelseniano, sulla quale l´Occidente moderno rispecchia il suo vuoto interiore. Ma sono la frontiera sulla quale ogni giorno, attraverso un bilanciamento faticoso ma fruttuoso, si difendono allo stesso tempo la libertà e la democrazia, e si tutelano allo stesso modo le maggioranze e le minoranze. Insieme alla Chiesa, se si può. Ma senza la sua benedizione, se si deve.
Sede di potere
Un commento su una questione che non è solo di costume. A proposito della “apertura” di Villa Certosa, da il manifesto del 19 maggio 2005
Non è bello che la maggior parte dei giornali scrivano da anni Palazzo Grazioli e Villa Certosa, tutto maiuscolo, lasciando intendere a chi non ci fa caso che siano sedi istituzionali o pressappoco. Non si capisce se per pigrizia o per compiacenza più o meno consapevole verso Berlusconi, si continui nei tg a ripetere la frase convenzionale «il premier ha ricevuto questo e quello a Palazzo Grazioli»; al posto di quella meno elegante «Berlusconi ha convocato a casa sua un vertice di maggioranza ecc». E' servita anche quest'ambiguità a Berlusconi. Il messaggio come nelle accorte pubblicità scorre e arriva: qualcuno potrà pensare che si fa così, che è una fortuna avere un presidente molto ricco che mette a disposizione le sue case per le attività di governo. Per altri, si provi a chiedere in giro, quel palazzo è di proprietà dello Stato, un po' come la residenza di Blair a Downing Street. Ma almeno ora che il berlusconismo è in crisi sarebbe opportuno lasciare a Berlusconi tutta la regia di questa farsa. Non è irrilevante che si dica chiaro che a casa sua - non a palazzo Grazioli: a casa sua - si prendono le decisioni che a Palazzo Chigi e in parlamento si ratificano. Se si dà un'occhiata al rapporto tra architettura e potere si vede che è stato a lungo gestito senza un preciso confine tra edifici di proprietà privata e sedi istituzionali, spesso coincidenti. Il principe aveva poca convenienza a fare qualcosa fuori dalle mura domestiche. Il suo palazzo era splendido, a prova di sorprese. Oltre alle stanze private vi erano ambienti destinati alle cerimonie e agli appuntamenti solenni. Ma è noto che spesso in privati o intimi incontri (un banchetto o una notte d'amore) capitava di decidere il futuro dei sudditi. Serviva al principe dare l'idea che tutto fosse sotto la sua supervisione che era continuamente rafforzata. (Cosimo dei Medici, realizza gli Uffizi come estensione del vecchio palazzo per trasferirvi il suo studio e le magistrature che così potrà controllare più agevolmente).
Per le moderne forme di governo, è stato obbligatorio abbandonare queste pratiche e dotarsi di sedi istituzionali. Non solo per ragioni connesse ad un nuovo ordine simbolico, protocollare ma per ammettere un agevole accesso alle informazioni da parte del pubblico, senza rinunciare alle riunioni riservate, sempre sottaciute.
Berlusconi ripristinando antiche consuetudini ostenta le sue case come i motori di ogni iniziativa, dando corpo alla sua idea di riforma in senso presidenzialista in tanti modi confusi e provocatori. Una condotta che ha superato ogni misura ed è arrivata al punto di ottenere la secretazione sulla sua residenza nel mare di Sardegna. Costringendo i magistrati sardi a chiamare in causa la Corte Costituzionale che nei prossimi giorni dovrà decidere sulla legittimità di questa forzatura che mira a impedire alla Procura ogni indagine su lavori che hanno poco a che fare, come sanno tutti, con le ragioni della sicurezza delle istituzioni.
Dal giudizio è lecito attendersi un po' di chiarezza. C'è ragionevole ottimismo, perché si pensa che la Corte non convaliderà l'idea balzana che la casa di vacanza di un privato cittadino, temporaneamente capo del governo, si possa trasformare senza renderne conto alle autorità di una Regione autonoma. Forse per questo Berlusconi, per una volta pessimista, ha finalmente deciso di ammettere l'accesso degli inquirenti a casa sua rinunciando al segreto.
Scalfaro: sessanta anni fa, cadeva un onnipotente...
Vincenzo Vasile
Oscar Luigi Scalfaro è uno di quelli che ancora riescono a collegare il presente al passato. Da l’Unità del 23 aprile 2005
ROMA Non è solo un impagabile siparietto. Sono la passione civile e l'arguzia di un padre Costituente che irrompono nel rito delle consultazioni («non inutili», dirà alla fine Ciampi in tono di sobria, implicita risposta a Berlusconi). Il protagonista dell'ultima giornata di rassegna di pareri sulla crisi al Quirinale che qualche ora dopo si concluderà con l'incarico per un governo Berlusconi balneare, è l'ex-inquilino di questo palazzo-simbolo, Oscar Luigi Scalfaro, cui tocca di essere l'ultimo a chiudersi per un'ora insieme a Ciampi nello studio della Vetrata. A conclusione Scalfaro, esce dalla porta presidiata da due corazzieri immobili e impettiti, e fa rapidamente i tre passi che lo separano dalla Loggia dov'è provvisoriamente installata la sala stampa, riconosce i "quirinalisti" di lungo corso, scruta i volti dei più giovani, poi sistema i due microfoni flessibili vicini alla bocca.
Piglio spigliato
Inizia in tono colloquiale: «Vi rivolgo un saluto, rivedo una serie di amici, ma anche qualche volto nuovo, perché è giusto che ci sia un'alternanza». Il piglio è persino spigliato e, si direbbe, giovanile; la «forma» di Scalfaro salta agli occhi dopo la breve apparizione, un'ora prima, di Francesco Cossiga, reduce da una pesante operazione. Scalfaro prosegue parlando del prossimo 25 Aprile, che cadrà all'indomani dell'insediamento di un balneare governo Berlusconi III, destinato a rapido e convulso tramonto: «È la grande ricorrenza dei 60 anni della libertà e quindi della caduta della dittatura, con un uomo che era onnipotente». E non c'è chi non colga il parallelo tra gli onnipotenti di diversa risma cui allude il presidente, che fu assediato sul Colle in un'Italia in bilico, nella fase più rampante e aggressiva dell'escalation berlusconiana. L'altro effimero «onnipotente» di cui si parla ebbe, aggiunge, una «caduta definitiva». La simmetria storica tra diverse vicende non si ferma qui: «Questo è quel che ci impegna in questo momento, soprattutto nel riflesso della riforma costituzionale», ricorda Scalfaro. E conclude abbandonando il registro ironico con un «augurio», soprattutto all'Italia: «...all'Italia che ne ha davvero bisogno». Saluta e se ne va.
Riflessi condizionati
Ovviamente si scatenano le polemiche. Un po' perché quel delirio di onnipotenza che accomuna diversi «regimi» assume in questa fase tra l'altro una connotazione jettatoria. Un po' perché il 25 Aprile fa scattare una specie di riflesso condizionato della maggioranza appena rappattumata, specie dopo la dissociazione di An e Lega dalla manifestazione di Milano. Un po' perché proprio Berlusconi, dopo avere finora disertato ogni anno il Quirinale (dove Ciampi anche stavolta radunerà in una solenne cerimonia rappresentane di comuni martiri, militari e partigiani), ha concesso contro voglia, invece, stavolta di fare atto di distratta presenza. Fatto sta che alle sferzanti frasi di Scalfaro rispondono - diciamo così - alcuni esponenti delle seconde e terze file, Fabrizio Cicchitto l'accusa retrospettivamente di «faziosità» durante la passata presidenza; Alfredo Biondi di vilipendio al premier e riferimenti storici poco appropriati; persino Daniela Santanché da un salotto lo minaccia: «Non passerà alla storia».
Il riferimento velenoso
Dal passato remoto emerge una vecchia storia, rivangata da un esponente di As, Antonio Serena. «Dovrebbe portare i fiori alla tomba dei fucilati di Novara». Si tratta di un riferimento velenoso al brevissimo periodo in cui Scalfaro, giovanissimo, fu pubblico ministero davanti alla Corte d'Assise straordinaria di Novara, e chiese la condanna a morte per un repubblichino, Salvatore Zurlo, autore di omicidi, rapine e rastrellamenti di partigiani. Si sentì «mandato allo sbaraglio» - disse una volta, intervistato da Marzio Breda per il Corriere della sera - «dagli eterni colleghi di Ponzio Pilato, i colleghi anziani che mi buttarono sulle spalle quel peso... Passai giorni e notti a studiare il caso per vedere se i fatti mi offrivano qualche scappatoia. Niente, i fatti erano lì, precisi, implacabili». Arrivato il giorno del dibattimento, Scalfaro affermò che su quei fatti poggiava la richiesta della pena capitale, ma continuò dichiarando la sua opposizione ad essa. Aggiunse anche non avendo trovato una strada giuridica per evitarla, si appellava alla Corte perché non venisse applicata. In seguito al suo discorso, il condannato ebbe salva la vita, più tardi tornò in libertà - beneficiando anche di diverse amnistie - e poté in seguito ringraziarlo.
GD’Avanzo L’ingenua illusione
Anche il bravo giornalista de la Repubblica (25 marzo 2005) è tra quei moltissimi che pensano che con Berlusconi e la sua truppa occorre aprire uno scontro serio, e non una serie di scaramucce da corridoio
ANCORA oggi c’è chi pensa che della riforma della Costituzione, alla fine, non se ne farà nulla. Il referendum la cancellerà, si dice con avventatezza. Nel mondo politico, della cultura e dell’informazione, per non parlare dell’opinione pubblica, c’è chi è - ancora oggi - fiducioso che "il limite" non sarà oltrepassato. L’ingenua illusione può provocare disastri imponenti se non si affronta con realismo quel che è accaduto al Senato con l’approvazione della "Riforma dell’ordinamento della Repubblica" (primo firmatario Silvio Berlusconi). Ha vinto una cultura politica che crede sia la forza il reale fondamento della convivenza umana. L’idea è antica.
Fu di Machiavelli, è stata aggiornata nel ventesimo secolo da Max Weber e Carl Schmitt. Nella sua naiveté Berlusconi ne è, nel mondo occidentale, l’interprete più nitido. Egli si riconosce un’eccezionale autorità personale che può illuminare soltanto chi ha, per la politica, una vocazione. Vive per essa e non di essa (come, al contrario, quei "funzionari di partito" che gli sono avversari). Egli vuole esercitare il potere per realizzare, a vantaggio della comunità, la propria capacità di dare valori, significato e indirizzo alla vita secondo una "concezione del mondo" maturata con successo «in azienda» e in ogni altra "impresa" affrontata. È naturale, è coerente - a pensarci - che questa volontà e questo potere carismatico abbiano voluto consolidarsi in una Costituzione. Nell’humus istituzionale di un sistema democratico pluralista e pluripartitico, Berlusconi è a disagio. Incontra ostacoli, lungaggini, barriere, balances che gli fanno venire (ammette) «l’orticaria». Burocrazie, partiti, governo, Parlamento, organi di garanzia, magistrature, calcoli elettorali, lo condizionano, lo appesantiscono. Avviliscono i suoi poteri a "mediazione dei conflitti". Li riducono soltanto alla snervante direzione dell’agenda di governo.
Se questo è vero, pare un errore pensare che la nuova Costituzione sia il frutto di una congiuntura politica che ha voluto (dovuto) concedere a ognuno dei partiti di governo una bandierina da sventolare in questa, e nella prossima, campagna elettorale. Berlusconi ha bisogno di questa Costituzione per "cambiare passo", dopo la prima stagione legislativa. Si prepara ad esercitare più concretamente la forza che rimane, nella sua cultura politica naif ma quanto consapevole, lo strumento essenziale per l’organizzazione della società e l’esercizio del potere politico.
È quel che annuncia la "Riforma dell’ordinamento della Repubblica" che frantuma il sistema costituzionale come sistema di equilibri e di reciproche garanzie. Semplificato e irrigidito, il sistema "riformato" concentra e personalizza il potere politico. Nasce un vertice monocratico del potere, eletto plebiscitariamente. È dotato di strumenti che gli consentono di governare senza mediazione e di controllare la maggioranza condizionando con voti bloccati la volontà parlamentare perché dispone liberamente della "vita" della legislatura. Come ha avuto modo di dire già due anni fa il presidente (ora emerito) della Corte Costituzionale Valerio Onida, questo scenario "non significa democrazia più immediata, ma meno democrazia". Il passo successivo non è difficile immaginarlo perché in controluce già affiora di tanto in tanto. Le categorie del "politico" che quel vertice monocratico e cesarista maneggerà saranno "il bene" e "il male", "l’amico" e "il nemico", "l’uguale" e "il diverso"…
Conviene, come sollecita Mario P irani, "svegliarsi", rimboccarsi le maniche, riflettere, cercare di capire, al di là dello sconcerto e dell’indignazione. Nessuno deve pensare che sia facile, capire. Ancora ieri, era complicato venire a capo di quanti articoli della Carta siano stati riscritti dal Polo. Per Michele Ainis ne sono stati "modificati 52 e aggiunti altri 3 di sana pianta". Per Andrea Manzella ne sono stati "cambiati 53". Per Sergio Bartole, presidente dell’Associazione costituzionalisti italiani, "la Costituzione cambia in ben 48 articoli". Altre riviste (come Questione Giustizia 1/2005) sostengono che il testo "sostituisce o modifica 49 degli 80 articoli della seconda parte della Costituzione".
52, 55, 53, 48 o 49? Si tratta della Carta costituzionale. Non è irrilevante che neppure addetti eccellenti sappiano concordemente dirci quanti sono gli articoli riscritti o aggiunti. Questa incertezza non è muta. Sono contraddizioni che ci svelano quanto debole e affrettato sia stato il dibattito culturale e politico intorno a una faccenda decisiva per il futuro della democrazia italiana. Forse è utile chiedersi perché questo è accaduto e azzardare anche una risposta.
Il falso mito delle riforme costituzionali, come una malattia, ha contagiato l’intero quadro politico. Tutti. Laici e cattolici. Destra, centro e sinistra. Il contagio, si può dire, dura da vent’anni e ha un suo primo epilogo con il referendum sul sistema proporzionale. Quel giorno, la nostra democrazia cambia pelle. Da "democrazia organizzata", come spiega Mario Dogliani, (organizzata perché fondata sulla mediazione dei partiti) si trasforma in "democrazia individualistica" (perché fondata sul rapporto immediato tra singolo e rappresentanti). In questo slittamento la Costituzione, approvata il 22 dicembre del 1947, entrata in vigore il 1° gennaio del 1948, sembra deprezzarsi, svalutarsi. Appare "invecchiata". Ma le Costituzioni, se vitali, non invecchiano. La più antica delle Costituzioni scritte, quella degli Stati Uniti d’America, nacque il 17 settembre del 1787; fu integrata con i dieci emendamenti del Bill of rights (carta dei diritti) l’anno dopo (1788) e da allora, in 217 anni, dei 10.000 emendamenti proposti ne sono stati approvati soltanto 17 (l’ultimo nel 1992).
La nostra Costituzione, messa sotto pressione, ha dovuto mostrare in questi anni tutta la vitalità dei suoi verdissimi 57 anni. Se non ci si lascia acceccare dal falso mito, lo si può constatare a occhio nudo. E’ stata accusata di indebolire il sistema decisionale del governo troppo esposto agli umori del Parlamento. Al contrario è il Parlamento a vivere un’infelice crisi di ruolo mentre le pratiche in uso - i tempi garantiti della discussione in aula; l’ampio uso della questione di fiducia; i maxiemendamenti governativi… - offrono all’esecutivo un vigoroso potere decisionale. È stato detto che la Carta impedirebbe la stabilità e la continuità dei governi. In realtà, da quando il Parlamento è stato eletto, prevalentemente con il maggioritario (dal 1994), sono stati in carica sei governi, ma si sono succedute al governo quattro maggioranze di cui tre scaturite dal voto. È stato detto che la Costituzione offre al "potere partitocratico" il modo di allungare le mani sulle istituzioni. È sempre più evidente che il ruolo di mediazione dei partiti tra istanze sociali e istituzioni è quasi del tutto venuto meno. Si dice che è colpa della Costituzione se abbiamo un sistema politico così frammentato. Un sistema politico, però, non è il frutto delle regole del sistema costituzionale, ma delle regole del sistema elettorale (che nulla hanno a che fare con la Carta).
Si può dire allora che - da quando il "mito" delle riforme costituzionali è diventato invasivo e vincente - il sistema politico in tutti i suoi segmenti ha preteso di ottenere, come sostiene Onida, "attraverso le regole costituzionali, la coesione interna delle coalizioni politiche" che è appunto il lavoro, la quotidiana "fatica" dell’azione politica. Quel che la politica non è riuscita a conservare o proteggere o innovare, lo ha chiesto alla rigidità della Costituzione. È il passo laterale che ha sfigurato l’idea della Costituzione. Da motore della politica è diventata cornice. Da tabernacolo di valori e di programmi per realizzarli si è trasformata in strumento tecnico per dare robustezza al potere politico. Non si può negare che in questa interpretazione svalutativa della Carta è rimasta intrappolata anche l’opposizione di oggi (il governo di ieri). Le preoccupazioni che il centrosinistra propone in queste ore possono esserne una conferma. L’allarme maggiore sembra riguardare "i diritti", come se la Costituzione si rinchiudesse soltanto nel rapporto tra i singoli e i diritti costituzionali. Sembra quasi che la Carta debba essere affare di Corti Costituzionali, di giudici, di garanzie e non anche l’impegno comune che custodisce un modello di società condiviso, la rappresentazione di un fine e di un futuro collettivo. È proprio vero che bisogna «svegliarsi». Quel che attende il Paese con il referendum è un confronto tra culture politiche. Della cultura "cesaristica" di Berlusconi si sa e si è detto, ma quella che ha ispirato la Costituzione del 1947 dov’è? È ancora viva? Se è viva, perché tace, perché non si mostra?
«Venerdì e sabato erano giorni di novità. Di sabato avevo fatto il video, di sabato avevo scritto la lettera. Così venerdì aspettavo che dicessero qualcosa, anche perché lui, il carceriere che si mostrava più disponibile, sembrava allegro. E l'altro a un certo punto era uscito. 'Vabbè, mi sono detta, per chiedere aspetto `». E' il racconto di Giuliana Sgrena, il giorno della grande paura e della gioia che dura mezz'ora, fino alle raffiche che ammazzano il suo liberatore, Nicola Calipari, il poliziotto che dirigeva le Operazioni internazionali del Sismi. La nostra inviata è ancora all'ospedale militare del Celio, aspetta di essere operata e ha male alla spalla ma sta meglio, anche gli ematomi sul volto stando andando via. Ci accoglie seduta, con lei c'è Pier. Giuliana sapeva già dei contatti in corso, sabato 19 febbraio aveva scritto di suo pugno la lettera ai familiari, la prova che il Sismi cercava. E per due volte l'avevano fatta parlare al telefono, sabato 25 e ancora lunedì 28: una cassetta è finita alla Croce rossa italiana, l'altra chissà. Domenica 27 le avevano detto che sarebbe stata liberata e il giorno è arrivato di venerdì, un mese esatto dopo il rapimento alla moschea Al Nahrein di Baghdad. Era venerdì anche il 4 febbraio.
«Quando l'iracheno mi ha portato il pranzo gli ho chiesto: `Sei felice perché resto o perché me ne vado?'. 'So che te ne andrai ma non so quando, chiedi all'altro...'. E poi: `Te ne andrai domani, Inshallah, se Dio vuole'. `Giorno più giorno meno', così ho pensato. E invece dopo qualche ora, non so quante, sono entrati tutti e due. Ero a letto come al solito - ricorda Giuliana - e ho notato che non portavano il consueto camicione lungo, si erano quasi vestiti eleganti, camicia e pantaloni. Ho provato a scherzare: `Che è? Un matrimonio?'. E loro: `Complimenti, te ne vai a Roma, la tua roba dov'è?'. Avevano fretta. Mi chiedevano: `Sei pronta? Sei sicura?'. Volevano prepararmi: `Guarda che sarà una cosa difficile... Abbiamo promesso alla tua famiglia - perché loro parlavano sempre della famiglia - di rimandarti a casa sana e salva, ma se qualcosa va storto ci ammazzano tutti'. Sapevo già che era il momento più delicato. `Se ci fermano, sia gli americani che la polizia irachena, non fare segni, non dire che sei un'occidentale».
Sull'auto dei rapitori
«Mi sono messa la felpina nera con la zip, che nel primo video sembrava verde. Jeans neri e sopra il mio vecchio cappottino molto anonimo, che in un paese arabo va sempre bene. Mi hanno ridato la mia roba - dice ancora Giuliana - ma non tutto. C'erano gli accrediti, i documenti e i soldi, quasi tutti. Erano mille dollari e ne ho riavuti ottocento, hanno voluto fare il gesto... Non mi hanno restituito tutti i blocchetti, né i telefoni, né la macchina fotografica digitale. Prima di uscire dalla casa mi hanno fatto mettere un'imbottitura sotto gli occhiali da sole, non se fosse giorno o già notte».
«Mi hanno fattoo salire in macchina, sono saliti anche loro due e, pur non vedendo, mi sono accorta che alla guida c'era un altro. Hanno parlato al cellulare, forse altri ci precedevano o ci seguivano. Non lo so. Abbiamo girato un po' ma non molto, una ventina di minuti. Finalmente siamo arrivati, non so dove perché ero bendata, e ci siamo fermati. Mi hanno detto `aspetta' e sono rimasta lì, con una fifa pazzesca. Sempre nella stessa macchina. Ero lì da sola con il terrore. Ho capito che era un punto di passaggio, c'erano automobili che si fermavano. `Sarà questa?', pensavo. A un certo punto ho sentito da fuori voci concitate. No, non è durata più di mezz'ora, ero agitata ma non è durata di più». C'è stato un ritardo di due ore nella consegna ma Giuliana esclude di aver passato così tanto tempo ad aspettare. «Sentivo sirene della polizia e soprattutto un elicottero americano sopra di me. Mi sono ricordata di Mogadiscio, quando ho intervistato Osman Atto che era ricercato: sopra di noi c'era un elicottero americano. `Se va bene, mi sono detta, non mi beccano neanche stavolta'».
«Sono Nicola, sei libera, vieni»
«Quando è tornato, uno dei miei carcerieri mi ha detto: `Dieci minuti'. `E ora che faccio?', ho pensato. Così ho cominciato a contare, 'quando arrivo a sessanta sarà un minuto'. Per arrivare a seicento ci avrò senz'altro messo meno di dieci minuti. E intanto mi domandavo: 'Chissà chi verrà?'. Sapevo che sarei potuta finire in mano ad un altro gruppo. Finché non è arrivato Nicola, che ha aperto la portiera di destra mentre io ero seduta dall'altra parte: `Sono un amico di Pier e di Gabriele, sei salva, libera, vieni con me'. Gli occhiali non li tolgo, non ci penso nemmeno. `Abbandonati a me', dice Nicola. La loro macchina doveva essere lì, la raggiungiamo subito. `Mi siedo vicino a te', dice Nicola. Alla guida c'è il suo collega, il posto accanto è vuoto. Ho ancora le bende, solo dopo qualche minuto Nicola dice: `Puoi toglierle'».
«La prima cosa che vedo? Una strada periferica di Baghdad, però non sto a fissarla: se quando mi hanno rapita cercavo di fissare ogni dettaglio, in quel momento di gioia guardavo lui, non mi interessava guardare fuori. E poi Nicola mi ha travolto di parole, ha fatto un sacco di nomi di amici: `Mi hanno detto di non tornare senza Giuliana'. Allora ho capito di essere libera, mi sembrava di essere rinata». A bordo non c'era nessun altro, il quarto uomo Giuliana non l'ha visto. «Non posso escludere che ci fosse un'altra auto, una staffetta, ma non ho avuto questa sensazione».
Le telefonate dall'auto
«Quando mi sono tolta le bende l'autista ha telefonato, secondo me a Baghdad: `Siamo in tre, stiamo arrivando'. Ho intuito che qualcuno ci aspettava in aeroporto, forse un loro collega, ma nessuno me l'ha detto, neanche dopo, l'ho solo intuito. Nel frattempo Calipari mi ha detto: `Ora chiamiamo Roma'. Ma non trovava i suoi occhiali, non riusciva a chiamare. Ha buttato un telefono sul sedile davanti perché non funzionava. Con l'altro telefono è riuscito a chiamare il capo del Sismi a Roma e me l'ha passato, non so cosa gli ho detto: 'Grazie', senz'altro ho detto `grazie'. 'Ti richiamo', gli ha detto poi Nicola. Non so se ha detto `ti richiamo quando siamo in salvo', non ricordo, ma certo non era una situazione di sicurezza assoluta. Lo stesso anche dopo, quando l'autista ha detto `da qui sono 700 metri all'aeroporto' e subito sono arrivati gli spari. In una situazione normale avrebbe detto: 'Siamo quasi arrivati'».
«Non ho visto il faro dei soldati»
«Non ho visto posti di blocco. Certo io parlavo, guardavo Nicola, ero euforica, però mi sarei accorta se ci avessero fermato, perché avrei avuto paura. Calipari e il suo collega hanno acceso la luce interna: forse per poter telefonare, forse proprio per motivi di sicurezza, perché la prima cosa è farsi vedere in faccia. Il viaggio sarà durato venti minuti o mezz'ora, non di più. Ricordo un sottopassaggio, però non ho seguito la strada: di sicuro non era la strada principale, sarebbe stato da pazzi, ma una strada alternativa fuori dalle zone abitate. Comunque siamo arrivati su questa strada, tutta allagata, la macchina ha sbandato e ho detto: 'Ma guarda tu se ora andiamo a sbattere'. Poi quella frase, `ancora settecento metri', e subito i colpi».
«C'è una curva a destra, le raffiche sono arrivate mentre la macchina girava, sempre dal lato destro dove era seduto Nicola. Non ho visto nessun fascio di luce, ho solo sentito le raffiche». Il maggiore che guidava l'auto invece l'ha visto, ma i colpi, ha spiegato, sono arrivati contemporaneamente, in violazione di tutte le procedure, subito sull'abitacolo e non al motore. «Non so - dice Giuliana - se fosse un'arma sola o di più, era buio. So che i colpi hanno investito subito l'auto, nessuno ha sparato in aria, l'ufficiale al volante ha gridato: `Ci stanno attaccando' e mi pare abbia cercato di telefonare, però ce l'ha fatta solo dopo, da fuori. E' uscito gridando: `Siamo italiani'. Nicola invece non ha detto più niente, si è buttato addosso a me che intanto cercavo di scivolare più giù che potevo, tra i due sedili. Mi ha salvata».
«Sono ancora viva, Nicola è morto»
«L'autista era sceso, mi sembrava impossibile che gli americani ci attaccassero. Sono rimasta in macchina, con un fanale hanno illuminato la zona e allora ho visto un mezzo blindato a una decina di metri dalla strada, sulla destra. E' la dinamica del fatto che fa pensare a un agguato, voi cosa avreste pensato? Faccio in tempo a sentire l'ufficiale, che era sceso e da lì telefonava, credo a Roma, mi è sembrato che si fidasse più di chiamare Roma che non Baghdad: `Nicola è morto, lei è lontana ma ha gli occhi aperti...'».
«Sento Nicola sopra di me, cerco di spostarlo e non ci riesco. In quel momento si avvicinano i soldati, sette otto. Aprono la porta sul lato destro, capiscono che Nicola è morto e lo tirano su. Mi sembrano interdetti, forse a uno sfugge un'imprecazione, poi chiama: `C'è un morto'. Allora vengono dalla mia parte, a sinistra. Aprono. Ma sono bloccata, incastrata. Vicino a me, sul sedile, sento un mucchio di proiettili: ci saranno state anche le schegge dei vetri dei finestrini ma a me sembravano proiettili. E quelle che ho nella spalla non sono schegge di vetro».
Con gli americani all'ospedale
«'Sono ancora viva', ho pensato. Sentivo la ferita alla spalla ma non ero morta. I soldati mi hanno tirata fuori, sono rimasta sdraiata per terra mentre uno di loro mi tagliava i vestiti. Pensavano fossi messa peggio. Un altro ha provato a mettermi una flebo, ecco il risultato», e mostra una tumefazione sul polso. «Non so cosa sia successo all'autista, io sono rimasta con i soldati, mi hanno portato all'ospedale sul blindato. Erano americani, giovani. Americani e non d'origine latinoamericana. Non respiravo più, il polmone si stava stringendo, chiedevo continuamente acqua. Lì per lì mi hanno solo chiesto il nome e la nazionalità, più tardi in un'orecchio uno mi ha chiesto: `Ma tu sei la giornalista che avevano rapito?'. Non sapevo che dire, poi ho detto sì. `Mica mi potrà ammazzare qui dentro', ho pensato».
«Nel frattempo, su mia richiesta, era arrivato l'ambasciatore De Martino. L'ambasciatore ha chiamato Gianni Letta e me l'ha passato. Poi mi hanno fatto l'anestesia totale per togliere il proiettile. Quando mi sono svegliata ho chiesto della collana che avevo, la collana della resistenza apparsa nel video. Gli americani non l'hanno più trovata».
Liberazione cambia giornale, l' Unità cambia direttore. Quella di ieri è stata una giornata alquanto movimentata per i due giornali facenti capo ai due principali partiti della sinistra - l'uno con un rapporto proprietario diretto con Rifondazione comunista, l'altro con un meccanismo indiretto che garantisce alla testata fondata da Gramsci i fondi pubblici per l'editoria dei Ds. Ma mentre il cambio della grafica e del formato di Liberazione era stato annunciato, un po' più a sorpresa è arrivata la soluzione alla lunga guerriglia che da mesi ha contrapposto la direzione dell' Unità all'azionista-ombra dei Ds: il direttore Furio Colombo, difeso dalla stragrande maggioranza della redazione, ha ceduto il passo al suo ex-vice e fedelissimo Antonio Padellaro. «Abbiamo vinto», hanno detto entrambi presentandosi all'assemblea della redazione; lasciando tutti soddisfatti sull'esito della vicenda ma alquanto dubbiosi sulla risposta alla domanda: ma allora chi ha perso? Liberazione è arrivata in edicola in formato «lungo»: l'addio al tabloid per il ritorno a un giornale «più scritto, più da leggere» è proposto dal direttore Piero Sansonetti - ex giornalista de L'Unità, da qualche mese chiamato a rilanciare il giornale bertinottiano in concomitanza con la svolta e il transito del partito verso Unione e governo - come la risposta a un cambiamento di fase e contesto politico. Il tabloid per la battaglia, il «giornalone» per pensare, leggere, portare materiali: una filosofia che ha il suo risvolto pratico-giornalistico più evidente nel ritorno della terza pagina di cultura. A una prima pagina più mobile - con un'apertura, un lungo articolo e due commenti - segue una foliazione più rigida (con la classica partizione tra esteri, politica, economia e lavoro, ecc.). L'articolo scritto in prima pagina ieri dava conto di numeri e schieramenti del congresso di Rifondazione, oggi sarà sulla Cina: «non è di norma legato al `fatto del giorno'», spiega Sansonetti. Che dice di aver avuto ieri solo complimenti, racconta quasi stupito di non aver avuto eccessive ingerenze né pressioni dal partito nelle sue varie correnti e chiede qualche giorno di tempo per fare bilanci.
A qualche chilometro di distanza, nella nuova redazione romana vicino Porta Portese, l'Unità viveva una delle giornate più intense dal 28 marzo 2001, giorno del ritorno in edicola dopo la clamorosa chiusura dell'estate precedente. Il consiglio di amministrazione della Nie (Nuova Iniziativa Editoriale), terminato all'una di notte, aveva emanato il verdetto: Antonio Padellaro è il nuovo direttore dal 15 marzo, Furio Colombo resta come editorialista. Mesi e mesi di braccio di ferro più o meno silenzioso con i Ds, e infine ore e ore di consiglio, per giungere alla più naturale delle successioni? Padellaro ammette che qualcosa non torna: «Eravamo d'accordo per una staffetta, ma non adesso: nel 2006, dopo le elezioni politiche. C'è stata un'accelerazione, il perché non lo so. Oggi Furio scriverà un articolo sul 'perché?', che resta una domanda senza risposta. So però che restiamo tutti e due, che la proprietà ha garantito il rispetto dell'autonomia del giornale, e piena libertà d'azione nella riorganizzazione della redazione a partire dalle strutture di vertice». Il direttore uscente all'assemblea che si è svolta ieri in redazione l'ha spiegata con una metafora: «Per tornare dall'America all'Italia ci vogliano più ore che per tornare dall'Italia in America. Questione di venti contrari». Venti contrari che hanno imposto al direttore che ha riportato in edicola l'Unità un passo indietro.
«Il perché? Chiedetelo ai Ds», ha detto meno diplomaticamente lo stesso Colombo in un'intervista al sito affaritaliani.it. I Ds, insoddisfatti del tono «urlato» del giornale di Colombo-Padellaro già all'indomani della vittoria di Berlusconi, e poi via via più insofferenti nella stagione dei movimenti, quel 2002 dei girotondi cavalcato da l'Unità lancia in resta; i Ds, che per l'Unità (come del resto per l'Unione) temono di essere «portatori d'acqua» senza ricevere niente in cambio; i Ds, che passano all'attacco non appena il vento editoriale cambia un po' e le copie vendute in edicola cominciano a scendere. I Ds, che fino all'ultimo hanno provato a imporre altri nomi, e che alla fine hanno ottenuto la testa di Colombo ma per ritrovarsela solo spostata un po' più in là (come editorialista in esclusiva per il «loro» giornale) e sostituita senza radicali cambiamenti di linea. Che abbiano perso anche stavolta? «In cinque ore di consiglio di amministrazione, non si è parlato mai di Ds», dice Giorgio Poidomani, amministratore delegato della Nie, che ieri sprizzava soddisfazione da tutti i pori. «Il cambiamento del giornale ci sarà, ma con la redazione unita», spiega. Un cambiamento affidato a Padellaro, «che è un ottimo professionista, tutti gli dobbiamo dare l'opportunità di provare la sfida». Dal punto di vista grafico, è pronta una riforma in più tappe, che arriverà al full-color. Quanto ai toni, «già da un po' stavamo sostituendo con un registro più ironico quell'aggressività iniziale che era necessaria per imporci, per far riaffermare l'Unità nelle edicole», spiega Padellaro. Un cambiamento che non sembra una de-colombizzazione. Reggerà? Nella redazione, che è rimasta compatta nella difesa della linea Colombo-Padellaro, serpeggia l'incertezza e il sospetto che tra qualche mese il partito tornerà all'attacco e la proprietà lo seguirà più decisamente. Ma, ammettono in molti, tutto dipende dal verdetto delle edicole. L'idea che il nuovo direttore sia in prova è invece del tutto smentita dal Cdr, che incassa la soluzione trovata ieri come una propria vittoria: «Colombo ha ripristinato all' Unità l'etica di un giornalismo libero, questo resta», dice Enrico Fierro del Cdr, che annuncia anche una «vigilanza» sulla riforma grafica («la fascia rossa resta») e un'iniziativa inedita: l'attivazione di «meccanismi scientifici di controllo sulla diffusione in edicola».
Due settimane fa, esattamente il 16 gennaio scorso, scrissi un articolo pubblicato con il titolo "La lunga battaglia intorno all’embrione". L’occasione era stata la sentenza della Corte costituzionale che, respingendo uno dei quesiti proposti dai promotori del referendum abrogativo della legge numero 40 sulla fecondazione assistita e ammettendone gli altri quattro, ha dato il via alla consultazione referendaria. In quell’articolo facevo alcune considerazioni sulla predetta sentenza e soprattutto sulla controversa questione denominata "i diritti dell’embrione" potenzialmente confliggenti con i diritti dei genitori.
Non tornerò su questo aspetto; tutto ciò che si poteva dire in proposito è stato detto e sarà certamente ripetuto quando si entrerà nel vivo della campagna elettorale referendaria. Ma nel frattempo, il 17 gennaio, si è riunita a Bari la Conferenza episcopale italiana che ha ascoltato e approvato la prolusione del suo presidente, cardinale Camillo Ruini. È proprio di questa prolusione che desidero oggi occuparmi; nelle sue dieci pagine a stampa essa compie una vasta rassegna dei fatti accaduti nei tre mesi trascorsi dalla precedente sessione della Cei toccando temi ardui dal punto di vista teologico e filosofico, per passare a temi di rilevante importanza etica e pastorale, affrontando infine argomenti più propriamente politici sia a livello europeo sia italiano.
Avviene di solito che quando la Cei si riunisce i mezzi di comunicazione, dandone notizia, concentrano la loro attenzione su qualche giudizio, indicazione, prescrizione, concernenti fatti di stretta attualità, trascurando il resto. Raramente la pubblica opinione conosce nella sua interezza gli atti delle riunioni episcopali e il testo della prolusione del presidente.
All’ombra di questo (inevitabile) silenzio della stampa è accaduto nel corso degli anni che l’attenzione della Cei si espandesse quasi senza più confini e coinvolgesse l’attività episcopale in temi del tutto estranei all’evangelizzazione e alla catechesi che sono propri della funzione episcopale.
È anche accaduto che i temi toccati non fossero soltanto estranei ma addirittura preclusi all’intervento della gerarchia ecclesiastica, senza però che tali e a volte macroscopiche interferenze venissero colte per quel che in realtà sono e cioè invasioni di campo da parte della Chiesa di domini di stretta competenza dello Stato e quindi lesivi di quel principio di laicità accettato e solennemente ribadito anche nel concordato che recita infatti: «La Repubblica Italiana e la Santa Sede riaffermano che lo Stato e la Chiesa cattolica sono nel proprio ordine indipendenti e sovrani, impegnandosi al pieno rispetto di tale principio nei loro rapporti» e ancora: «La Repubblica Italiana riconosce alla Chiesa cattolica la piena libertà di svolgere la sua missione educativa e caritativa, di evangelizzazione e di santificazione».
Questi sono dunque i temi sui quali la Chiesa esercita il suo magistero, ovviamente in concorrenza con altre religioni e culti presenti sul territorio della Repubblica: evangelizzazione, carità, santificazione. Altre questioni che riguardano l’organizzazione della comunità civile, sono viceversa di pertinenza dello Stato e della società che esso rappresenta. Nulla vieta che la Chiesa fornisca ai suoi fedeli (che sono parte integrante della società civile) tutte le indicazioni di principio giudicate coerenti con la fede e la morale cattolica, mentre le è invece vietato ogni sorta di intervento sui comportamenti e le iniziative politiche, riguardanti una sfera di attività di esclusiva competenza delle istituzioni e dei cittadini, siano essi credenti nella fede cattolica o in altre religioni o non credenti affatto.
* * *
Alla luce di queste elementari distinzioni di campo tra attività religiosa e attività diciamo così temporale, sono rimasto sorpreso, dico la verità, dalla versatilità della Cei su una quantità di temi che non la riguardano.
Mentre la prima parte della prolusione Ruini apre la discussione su un argomento del massimo interesse religioso e cioè quello della sofferenza subita senza colpa dall’umanità e del rapporto tra Dio e gli uomini rispetto alla presenza del male nel mondo; e mentre questo tema eterno viene giustamente riproposto dal cardinal Ruini in concomitanza con il maremoto di recente avvenuto nel sud dell’Asia e delle immani rovine da esso cagionate; subito dopo si passa a discutere della Costituzione europea e in particolare della possibile ammissione della Turchia nella Ue e a quali condizioni una decisione in merito potrebbe avvenire.
Capisco che l’ammissione nella Ue d’un Paese quasi esclusivamente musulmano possa destare preoccupazione nella gerarchia cattolica la quale tuttavia, nel testo di Ruini, si limita a chiedere reciprocità in tema di libertà religiosa. Mi pare che ne abbia pieno diritto e che questa richiesta resti nell’ambito dei suoi legittimi interessi.
Molto più stravaganti sono altri temi. Li enumero citando il testo. «Negli ultimi mesi è stata ancora alta la tensione tra gli schieramenti politici ed anche, a fasi alterne, all’interno di ciascuno di essi come pure non di rado tra le diverse istituzioni... L’approvazione di alcune riforme è avvenuta in questa chiave di conflittualità che condiziona inevitabilmente la loro accoglienza e il loro concreto valore».
Personalmente posso anche condividere questo giudizio, più volte del resto enunciato dal presidente della Repubblica. Ma mi domando a che titolo ne parli il presidente della Cei sulla cui bocca parole di questo genere risultano improprie e stonate. Che cosa direbbe il cardinale Ruini se un ministro della Repubblica nel corso di un dibattito parlamentare si esprimesse in merito ad un conflitto, che so, tra la Curia vaticana e l’Ordine dei gesuiti o tra la medesima Curia e l’associazione degli Ordini delle suore, a proposito delle rispettive iniziative e/o dell’autonomia e/o delle competenze richieste da una parte e negate dall’altra? Non griderebbe, e giustamente, il Vicario del Papa alla violazione dei principi concordatari che vietano allo Stato di occuparsi di questioni attinenti alla vita interna della Chiesa? E non si pongono così le premesse, con l’aria di formulare opinioni di comune buonsenso, al progressivo ampliamento della presenza ecclesiale in campi che non la riguardano affatto?
Così per quanto riguarda la legge finanziaria «tesa a stimolare lo sviluppo» ma «sul versante delle famiglie, pur in presenza di alcune misure apprezzabili, i criteri impiegati rimangono però poco idonei a perseguire quella politica organica che sarebbe meglio promossa dall’adozione del quoziente familiare».
Lo ripeto: non contesto il merito di tali indicazioni; ne contesto l’ammissibilità da parte di un’istituzione ecclesiastica la quale non solo non ha titolo ma alla quale è espressamente precluso di inoltrarsi su questo terreno, anche a salvaguardia dell’autonomia e della laicità degli stessi cattolici politicamente impegnati. Ad essi è lecito che la Chiesa ricordi il suo interesse verso la famiglia ma non che prescriva addirittura le specifiche norme che il Parlamento e il governo dovrebbero adottare per render contento l’episcopato italiano.
Stesse osservazioni mi sento di dover fare sulla legge "salva-Previti" nella prolusione di Ruini esplicitamente citata e criticata. Quando ho letto quelle righe me lo sarei abbracciato, il cardinale; ma poi mi sono detto: io posso scrivere dieci articoli contro quell’obbrobrio di legge, ma la Conferenza episcopale non ha alcun diritto di occuparsene ed è dunque mio dovere di cittadino difendere la separazione del potere civile da quello religioso. In un solo caso quest’ultimo può denunciare una legge dello Stato: quando essa violi il principio della libertà religiosa, i diritti dell’uomo e la sua dignità. Può darsi (non sono lontano dal pensarlo) che la "salva-Previti" leda quei diritti violando in particolare quello dell’eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge. Ma allora bisogna dirlo esplicitamente e non ripararsi dietro «la diffusa perplessità di una legge che genera il sospetto d’aver di mira situazioni di singole persone». È un giudizio troppo severo o troppo poco per giustificare l’intervento della Chiesa su un provvedimento in discussione nel Parlamento della Repubblica.
* * *
Ma vengo all’aspetto più eclatante della prolusione Ruini, fatta propria da tutti i vescovi della Cei. Riguarda il referendum abrogativo della legge 40. Lo ripeto: non entrerò nel merito della questione ma mi limiterò all’analisi del documento del cardinale.
Egli parte da un’affermazione: la legge 40 non soddisfa appieno le esigenze della Chiesa in materia di fecondazione medicalmente assistita; è troppo permissiva per i gusti della gerarchia ecclesiastica. Tuttavia disegna un impianto apprezzabile che, allo stato dei fatti, è il massimo che si possa raggiungere. Ne consegue che ogni modifica di quella legge non può che peggiorarne la qualità dal punto di vista della Chiesa. Perciò essa non va emendata. Bisogna invece mobilitare le coscienze affinché il referendum abrogativo fallisca. La Chiesa farà di tutto perché ciò avvenga e si riserva di decidere, in prossimità della consultazione, quale sia la via migliore da seguire: se votare "no" oppure disertare dal voto e impedire così il raggiungimento del "quorum" necessario per la validità del referendum.
Eminentissimo cardinale, mi auguro che lei e i suoi confratelli non vi siate resi conto d’esservi inoltrati su un terreno all’ingresso del quale è scritto in caratteri cubitali che a voi, proprio a voi, è precluso l’ingresso.
Voi potete dire e ridire fino alla noia che l’embrione è una persona, così come i vostri confratelli di quattrocento anni fa sostenevano che il sole gira intorno alla Terra e misero in catene il grande scienziato che sosteneva il contrario. Ciò che invece non potete assolutamente fare è di prescrivere agli elettori quale sia il modo più efficace per impedire l’abrogazione (parziale) d’una legge attraverso il legittimo esercizio del voto popolare.
Qualche dubbio deve averlo avuto anche lei, caro Ruini, quando a conclusione del suo testo ha scritto: «Siamo consapevoli delle difficoltà che ci attendono e delle critiche cui potremo essere sottoposti. È però doveroso per noi esprimerci con sincerità e chiarezza e siamo sostenuti dalla coscienza di adempiere alla nostra missione».
Lei sarà pur convinto di adempiere alla sua missione prescrivendo agli elettori se debbano votare o no. Ma sta di fatto che con il documento letto a Bari il 17 gennaio lei, presidente della Cei, ha violato gli articoli 1 e 2 del Concordato Lateranense. Se avessimo un presidente del Consiglio di normale sensibilità per le prerogative e la dignità dello Stato, lei avrebbe già ricevuto una nota di protesta dall’ambasciatore italiano presso la Santa Sede.
Ma noi non abbiamo purtroppo un presidente del Consiglio che senta questo tipo di doveri. E infatti egli è proprio colui che ad una Conferenza episcopale così poco riguardosa dei principi di laicità fa più comodo di avere come frontaliere. Posso capirla, caro cardinale, ma deploro profondamente questo modo di procedere.
ROMA - Il campo della cultura è rimasto molto oscurato nella campagna elettorale tutta gridata di queste settimane. É stato un argomento quasi assente nei dibattiti e nei «faccia a faccia» ma anche negli stessi programmi elettorali. Cosa naturale per la destra, molto meno ovvia per la sinistra. La parte riguardante la cultura del programma dell'Unione, preparata da un gruppo ristretto attorno alla responsabile ds Vittoria Franco, dedica un paio di pagine allo spettacolo dal vivo e poche di più ai beni culturali.
Questo nonostante negli ultimi anni la situazione si sia molto deteriorata, e la vera politica culturale l'abbia fatta Tremonti con i suoi tagli e le sue proposte di svendita del patrimonio culturale ai privati, piuttosto che i ministri Urbani e Buttiglione, che si sono limitati alle nomine amichevoli.
L'esempio di questi giorni della svendita di parte di palazzo Altemps a Roma (destinato a completare la sede del Museo nazionale romano), mostra ancora una volta quanto sia pericolosa la legge del silenzio/assenso introdotta dai «nuovi» regolamenti del settore.
L'unica voce politica che abbia elaborato un progetto riguardate questo campo, resta a pochi giorni dal voto quella di Giovanna Melandri, che è stata ministro dei beni culturali nel governo D'Alema, non senza molte critiche all'epoca. Poche settimane fa, mentre conduceva una campagna elettorale intensa e capillare, discutendo con gli autori cinematografici, dall .Anac a Ring, ma anche con il sindacato ferrovieri di Ostiense e con Patti Smith, ha pubblicato un libro, Cultura paesaggio turismo (Gremese, 10 euro, con prefazione di Romano Prodi), dove delinea un progetto inusuale e «scientifico» per la sinistra: puntare sul turismo come industria principale del sistema Italia, ma legandolo e «incastrandolo» al patrimonio artistico, anzi sottomettendolo alle sue regole ed esigenze.
Un progetto che nasce dal «senso di colpa » per la sua precedente esperienza di governo, o per avanzare di nuovo la sua candidatura a quel ministero, oggi molto appetito? Né l'uno né l'altro. Penso che rispetto agli anni in cui sono stata ministro, bisogna ricordare alcune cose del campo culturale nel suo insieme, patrimonio e produzione: ci sono state difficoltà economiche di bilancio complessivo, e la situazione si è complicata con i cambiamenti del titolo V della costituzione circa i rapporti tra stato centrale e enti periferici, che hanno fatto impantanare le leggi sulla musica e sul teatro (e sono convinta che noi sinistra avremmo dovuto essere difensori di una maggiore funzione centrale dello stato, anche se fra noi c'era chi avrebbe voluto direttamente cancellarlo, il ministero dei beni culturali). In quel contesto, io penso di aver ottenuto il più ricco Fondo per lo spettacolo della storia della repubblica. Rimango scontenta di non esser riuscita a fare le riforme strutturali sui meccanismi di erogazione di quei fondi, devo dire anche per colpa di certe resistenze «corporative» presenti nel mondo della cultura. Quanto poi al patrimonio culturale, mi sento perfino orgogliosa di quanto abbiamo fatto.
É da questo orgoglio che nasce l'idea di trasformare il patrimonio culturale in un investimento? Se si condivide l'idea che lo sviluppo del nostro paese si debba qualificare soprattutto attorno all'investimento su queste risorse (è chiaro che non mi limito allo spettacolo, c'è anche il patrimonio artistico e ambientale, e anche l'audiovisivo e il paesaggio.), questo settore diviene il terreno di un «new deal», parte di un progetto di crescita e riqualificazione che va al di là delle competenze di un singolo ministro, ma che riguarda tutto il paese e tutti coloro che lo amministrano: dall'ambiente alle comunicazioni, dalle infrastrutture all'economia. É un pezzo importante della risposta che il paese deve dare alla sua ricerca di quale sarà il suo posto nel mondo.
Quando però si parla di «trasformazione» in industria turistica, si tocca un campo minato dal rischio degli appalti, e quindi in prospettiva delle tangenti o peggio. Cominciamo col premettere che in Italia il turismo non è governato, offre servizi di livello medio-basso contro prezzi assai elevati rispetto alla media europea, è uno dei settori dove più forte è la percentuale di lavoro nero e di precariato, in cambio di margini di profitto altissimo per pochi rispetto ai servizi offerti ai cittadini. Che per di più concentra tutto il suo impegno in una stagione molto breve mentre da noi le attività potrebbero essere molto più estese nel tempo. Non casualmente abbiamo perso in quattro anni quattro milioni di turisti (mi piacerebbe chiamarli viaggiatori, piuttosto che turisti): quattro milioni di persone che tra il 2001 e il 2006 se ne sono andati in Spagna o in Croazia piuttosto che da noi. E su questi argomento la sinistra dovrebbe essere un po' meno «schizzinosa», fare meno «spallucce ». Ho una sorta di allergia alla concezione molto diffusa rispetto ai beni culturali, di pura conservazione e preservazione, quasi di sottrazione del loro godimento, a favore di pochi per paura delle fatidiche «masse». É una concezione elitaria che ho trovato molto radicata e diffusa al ministero, e anche tra gli intellettuali di sinistra che mi hanno fatto le bucce. Mi hanno rimproverato di aprire i musei anche il sabato sera, mentre io ho fatto anche la delibera per poter far entrare nei musei le carrozzine. Ci sono nodi antichi da sciogliere: siamo legati al passato in quanto la stessa sinistra si duole perché non abbiamo più fabbriche dove lavorino gli operai, ma non gradisce affatto la prospettiva che facciamo i camerieri o i giardinieri.
Era un dibattito che qualche decennio fa aveva altre ragioni di essere, oggi è quasi banale notare che nella globalizzazione avanzata e nel carattere immateriale dei processi di sviluppo, queste sono le risorse che abbiamo, e con cui fare i conti. Certo un processo del genere è difficile da progettare, evidentemente, tra i condoni, le sanatorie, il silenzio/ assenso per la vendita del patrimonio, il Fus quasi dimezzato. Se si desertificano i valori che possono costituire la qualità di quello sviluppo, poi non ci si può costruire una politica sopra. Ristabilendo regole e precauzioni, si può pensare a processi finanziari limpidi, e a anche a premunirci contro un turismo che minacciasse di usurare i beni che promuove. É una sfida che vale la pena raccogliere, avendo lungo tutta la filiera l'ossessione della qualità. E non mi riferisco agli alberghi a cinque stelle,ma agli ostelli della giovent ù, ai campeggi, all'impatto ambientale delle infrastrutture, e al problema connesso della mobilità. Sono consapevole di aver toccato solo di sfuggita tanti temi, altrimenti ci sarebbe voluto un saggio chilometrico.
L'idea di fondo è che bisogna costruire un sistema, e anche senza scomodare Roosevelt, c'è proprio bisogno di un «new deal». L'Italia attraversa una crisi e un declino non dissimili da quelli dell'America degli anni venti, un declino economico, sociale e perfino morale.
Proviamo a restringere il campo allo spettacolo: il cinema è fermo, il teatro allo sbando (almeno quello istituzionale), la musica taglia produzioni. A quanto bisogna riportare la percentuale di ricchezza per la cultura? Quali potrebbero essere le cose immediate da fare subito da parte di un governo di centrosinistra, chiunque siaministro. Per lo spettacolo ci sono tre priorità. La prima è riportare il livello del Fus a quello del 2001, il suo punto più alto, di cui resto orgogliosa, e che non mi fu affatto facile ottenere, pure da persone di valore come Visco. Per il cinema, bisogna subito impostare la riforma, basata su una quota di trasferimento pubblico, perché l'intervento pubblico nel cinema è ancora necessario, come nel teatro, nella musica o nelle biblioteche. I tre pilastri dovrebbero essere il trasferimento diretto, destinato principalmente a opere prime (e forse anche seconde), cortometraggi e documentari. Bisogna promuovere una palestra possibile per nuovi talenti. Per decidere tutto questo, senza cadere nell'arbitrio, non si sfugge a commissioni autorevoli e indipendenti che decidano. Il parlamento può al massimo valutare lo spessore scientifico dei loro componenti.
Poi c'è tutto da costruire un meccanismo che il cinema faccia crescere, che non è quello scelto da Urbani che indeboliva i deboli e arricchiva i ricchi. Si deve ricorrere al tax shelter, un meccanismo di favore fiscale a tutti i produttori e a tutta l'industria del cinema, e poi la creazione di un fondo che possa essere alimentato non solo dal bilancio dello stato, ma legato a tutta la filiera della produzione culturale. Che vuol dire prelievo sulla pubblicità, sui biglietti, e anche un prelievo, magari anche bassissimo, sul costo delle telefonate da cellulari. L'ho scritto nel mio libro, e già ha sollevato discussioni. Ma noi ci dobbiamo necessariamente inventare un modo per redistribuire le risorse. Del resto, già oggi ma molto di più in prospettiva, i grandi gestori stanno unificando il circuito della comunicazione, magari propugnando i film sul display del cellulare o dando le agenzie per sms.
Non sarebbe ingiusto che cominciassero a raccogliere fondi per questo circuito cui essi stessi sono interessati, senza lasciare tutto in balìa del puro mercato. L'alternativa, più pericolosa, è che gli stessi gestori diventino produttori di «contenuti».
Il ministro della salute, amico dei bambini non nati, è stato colto in flagranza da una bambina nata da quattro mesi, vittima di un biberon all'inchiostro che ha provocato il sequestro di milioni di litri di latte Nestlé. Mentre Francesco Storace s'impegnava a bloccare la pillola Ru486 in nome dell'infanzia negata da donne egoiste, in Italia circolavano confezioni colorate al veleno di latte per i piccoli. E all'improvviso il simbolo della morte chimica, la pillola che procura l'aborto, ha assunto l'aspetto accattivante di una scatola tutta svolazzi, oggetto d'attrazione per le mamme che si fidano di una multinazionale dal marchio storico, quello del nido con gli uccellini. Nonostante il boicottagio internazionale che da anni perseguita la Nestlé. È vero, nel ricco occidente l'acqua è limpida, non inquinata come quella africana aggiunta al latte in polvere, ma anche qui il prodotto è «addizionato» a una sostanza tossica. Si chiama Itx e stinge le meravigliose scatole destinate ai bimbi che sono tutti uguali in ogni latitudine, si ammalano e muoiono allo stesso modo.
Ora, alla rivelazione dell'amministratore delegato della Nestlé, Peter Brabeck, su un accordo con il ministero della salute italiano per smaltire fino a esaurimento le scorte dei lotti a rischio, Storace risponde con le minacce, «non sanno con chi hanno a che fare», e annuncia querele. In tribunale si troverà di fronte un colosso dell'alimentazione, ansiosa di rifarsi il look, che non ha tempo da perdere con un ministro furbetto. Furioso, Storace si appella alle procedure burocratiche - «abbiamo mandato un segnale d'allerta comunitaria all'Unione europea» - e poi spetterebbe alle Regioni e alle aziende produttrici, sostiene, il ritiro dei prodotti sospetti.
Ma come, il ministro della salute viene a conoscenza che i bambini del suo paese ingeriscono ogni giorno una sostanza classificata «ad alto rischio» dall'Agenzia ambientale degli Stati Uniti e non sospende, in via cautelare, il consumo del latte sporco? Si chiama «principio di precauzione», soprattutto quando i consumatori non hanno parola. Accordo o no, il ministro sapeva da settembre scorso del pericolo e invece di mandare i Nas a sequestrare i lotti «inoltra la pratica» e guarda i bambini succhiare l'Itx? Quanto allarmismo, in fondo le prime analisi tossicologiche dicono che la sostanza «non provoca alterazioni genetiche». Evviva. Quali danni procuri ancora non si sa, ci vorrà del tempo. Si sa però che provoca infiammazioni cutanee e cose del genere, ma il ministro è soddisfatto, «Non mi dimetterò» dice. Gli inquirenti, però, giudicano «rilevantissime» le notizie sull'accordo Nestlé-Storace e ipotizzano, comunque, il reato di violazione della legge 283 sulla genuità degli alimenti.
Il caso è aperto per la magistratura ma chiuso davanti al tribunale della decenza nei riguardi di un ministro fiancheggiatore del movimento per la vita. Una vita da affidare alle cure della più cinica logica del profitto. Che Storace aspetti l'esito dell'inchiesta a casa sua, davanti a un bicchiere di latte macchiato.
Ricordano quelle della Palermo in lutto per Giovanni Falcone le lenzuola bianche appese alle ringhiere di Locri. L'ora della tragedia massima segnò nel '92, per la Sicilia, anche un inizio. La rapidità degli studenti di Locri nel riprendere quel simbolo dice che oggi in Calabria può accadere lo stesso. Anche se nessuno, come la vedova di Francesco Fortugno, avrebbe voluto che suo marito diventasse un simbolo.
In sincronia con quell'ora di Palermo - coincidenza inquietante di date che pochi seppero legare dietro l'apparente divaricazione fra la fortuna dei giudici di Mani pulite e la sfortuna dei giudici antimafia - cominciava la transizione italiana. Durante la quale, fra le tante giravolte, c'è stato l'imporsi nel discorso pubblico della «questione settentrionale» e l'eclissi del sud come questione nazionale. Poco male, se questo avesse significato la fine della retorica vittimista e assistenzialista di molto meridionalismo e la scoperta di quanto di nuovo in quegli anni stava nascendo anche nello spirito pubblico del sud. Invece ha significato un pernicioso capovolgimento simbolico, dalla difesa delle aree deboli a quella delle aree forti del paese, e la sparizione del sud, vecchio e nuovo, dall'agenda politica e dalla narrazione collettiva. La devolution corona oggi questa parabola. Quello che sta accadendo a Locri comanda di interromperla.
A pagina 4 pubblichiamo in forma di grafico un'eloquente fotografia di alcuni indicatori della qualità della vita in Calabria. Essa spiega da sola perché, quando contro la `ndrangheta si chiede più stato, non è solo alla sua faccia repressiva - l'unica che nella storia unitaria il sud abbia davvero conosciuto - che ci si dovrebbe rivolgere, ma anche e soprattutto a quella che dovrebbe garantire le condizioni della crescita civile. Tuttavia, ci sono rivoluzioni simboliche che vengono prima delle pur necessarie riforme economiche. La più urgente per la Calabria l'ha indicata con chiarezza in questi giorni il suo governatore: bisogna che la Calabria torni in Italia. Che ritrovi spazio nel discorso pubblico, che cambi posizione nell'immaginario collettivo, che da lontana finis terrae ridiventi quello che è, un pezzo della comunità nazionale e internazionale. E bisogna aggiungere: che si smetta di pensarla come un lembo destinato di arretratezza e di misurarla con il metro usurato degli standard dello sviluppo, e la si cominci a leggere come un concentrato di contraddizioni della nostra sbilenca modernità. Delle quali la `ndrangheta - il principale cartello europeo del traffico di stupefacenti, che come dice Marco Minniti veleggia per mari e in Calabria ha il suo porto - è la più eclatante e la più tragica. Ma non ha nulla di insondabile o di invincibile, non appartiene a un altro mondo e a un altro tempo: può, deve essere affrontata.
Serve più stato, dicono gli amministratori calabresi a rischio; serve più collaborazione della società civile, risponde lo stato. Ma sia lo stato sia la società civile, in Calabria come dappertutto, sono entità divise. Ci sono apparati puliti e apparati conniventi, e ci sono pezzi di società liberi e pezzi di società acquiesciente. Non serve più stato, serve uno stato schierato dalla parte giusta. Non si può fare appello alla società civile perbene nell'ora dell'emergenza, se non la si sostiene in quello che produce nella normalità di tutti i giorni, in Calabria come altrove: lavoro, cultura, innovazione, conflitto, vita. Non si può sconfiggere il vecchio sud, se non si sa riconosere quello nuovo.
L'omicidio Fortugno non è un segno dell'eterna ripetizione dell'uguale: è un segnale a chi vuole interromperla. La campana, ha detto ieri il vescovo Bregantini, non suona per Locri, suona per tutti quelli che hanno a cuore «la dimensione umana della politica». Suona, puntualmente come tredici anni fa a Palermo, in un momento di svolta della transizione italiana. I leader del centrosinistra sappiano tornare da Locri facendone tesoro.
Ogni tanto si sente dire, in questi tempi, che il sindacato, in particolare la Cgil e le altre grandi confederazioni, si attesta su posizioni conservatrici. Insomma, il sindacato sarebbe o è conservatore. Se prendiamo questa osservazione, così essa viene formulata, come una critica polemica, essa, come ogni critica, può contenere qualcosa di vero ed è dunque giusto tenerne conto. Nemmeno la Cgil è infallibile né ha il monopolio della verità o la sicurezza di imbroccare sempre la giusta strada sociale e politica e può darsi che, nell’uno e nell’altro caso, essa abbia compiuto o compia degli errori, difenda situazioni o posizioni superate e così via.
Nulla come le critiche, anche degli avversari, aiuta a migliorare.
Ma la parola «conservatore» - e come dovrebbero in verità sapere i privilegiati che avversano il sindacato soprattutto per mantenere le loro posizioni di potere - ha anche dei significati positivi. Dipende che cosa si vuol conservare. Ci sono valori da conservare; anche tradizioni, retaggi culturali da conservare.
A essere sovversivo, rivoluzionario nel senso deteriore del termine, è oggi spesso il selvaggio anarco-liberismo ultrà, che vuole abolire non solo ogni senso di solidarietà e del legame fra gli uomini e dunque anche fra le generazioni, ma ogni senso dello Stato, del quale l’individuo non dovrebbe preoccuparsi, in quanto dovrebbe tendere soltanto al conseguimento egoistico e immediato di vantaggi personali, così come lo Stato non dovrebbe occuparsi di sanità, delle condizioni generali di tutti e così via. Basti pensare alla paurosa situazione in cui, in tanti paesi a capitalismo selvaggio, si trovano, per quel che riguarda il problema della sanità, le categorie meno abbienti. Uno di questi ultrà anarco-liberisti, Nozick, ha teorizzato addirittura non solo lo Stato minimo, bensì lo Stato ultraminimo, il quale non dovrebbe occuparsi nemmeno di sicurezza pubblica o di polizia (bensì soltanto della difesa militare e così via). Secondo questa visione, così come il cittadino che cade malato non dovrebbe e spesso purtroppo non può rivolgersi a un’assistenza sanitaria, bensì soltanto, se ha avuto la possibilità di stipularla, a un’assicurazione privata, anche chi è aggredito da un malvivente non dovrebbe più chiamare il 113, la polizia o i carabinieri, bensì, se ha avuto la possibilità di stipularla, un’assicurazione privata, che dovrebbe provvedere a difenderlo dalle aggressioni dei criminali. Così, soltanto i ricchi potrebbero avere il diritto di difendersi dal primo delinquente o rapinatore che mette loro le mani addosso.
È evidente che questa orrida visione - per fortuna sinora mai realizzata - non offende soltanto il senso di giustizia, ma anche la qualità della vita di tutti, perché è l’esistenza di un servizio pubblico di sicurezza per tutti che garantisce o almeno favorisce la possibilità per tutti, anche per i miliardari, di andare a spasso più tranquilli per le strade. Se il sindacato vuole «conservare» un certo tipo classico, tradizionale, di rapporto collettivo e solidale fra gli uomini, un senso di responsabilità generale, e gli antichi valori e principali morali, politici, sociali che stanno alla base di tutto questo, l’aggettivo «conservatore» è un grande complimento. Infatti, se noi oggi diamo uno sguardo alla politica italiana in particolare, ma forse non solo italiana, vediamo che è in genere la sinistra a essere «conservatrice» di tanti valori che ci sono stati tramandati dalle generazioni precedenti.
Anche di questo, a mio avviso, bisogna ringraziare il sindacato. Il quale, naturalmente, non è fatto di santi, eroi e navigatori, ma, come ogni altra istituzione umana, ha le sue pecche e le sue magagne, e dunque una ricorrenza celebrativa, se non vuole essere retorica, deve essere più un esame di coscienza dei propri difetti e dei propri errori, per poter procedere con minori difficoltà, che non una autoglorificazione, che sarebbe sempre sospetta.
Forse mi è più facile dire queste cose perché non sono iscritto alla Cgil... Ma un po’, e forse non solo un po’, di fierezza per ciò che il sindacato ha fatto in tutti questi anni, questa sì, credo, sia giustificato e giusto averla. Grazie.
Perché Standard & Poor's (S&P) si è improvvisamente svegliata e l'8 agosto ha cambiato il proprio giudizio sull'Italia? In fondo nell'ultimo mese le cose non sono andate poi così male. Il dato di ieri sulla produzione industriale (scesa ancora rispetto a maggio) è negativo, ma servizi e costruzioni vanno meglio e le prime stime fanno prevedere che il Pil (prodotto interno lordo) nel secondo semestre dell'anno abbia ripreso, seppur lentamente, a crescere. I conti pubblici tengono: il fabbisogno rimane elevato ma tra gennaio e luglio è stato uguale a quello del 2004, nonostante il venir meno di alcune entrate una tantum, solo in parte sostituite dalla seconda rata del condono edilizio incassata a gennaio. Oggi probabilmente la Fed alzerà di nuovo i tassi di interesse, la miglior prova che l'economia americana continua a crescere. Il dollaro è forte e la Cina ha abbandonato il dogma del cambio fisso, due buone notizie per le nostre imprese. Persino la Fiat ha ricominciato a guadagnare.
Per capire la decisione di S&P occorre mettersi nei panni di un investitore che ieri, lunedì 8 agosto, è tornato dalle vacanze. Perché mentre l'Italia chiude, il resto del mondo ricomincia a lavorare e dopo la pausa di luglio i mercati finanziari riprendono a pieno ritmo, con l'occhio alla Fed oggi e alla Banca centrale europea il 1˚ settembre. Che immagine hanno dell'Italia questi signori, che posseggono la metà del nostro debito pubblico? Quella efficacemente riassunta dal titolo dell' ultimo numero dell'«Economist»: Italia: un altro anno, un altro scandalo.
Il crack della Parmalat è stato il maggior scandalo finanziario avvenuto in Europa negli ultimi anni, un avvenimento, ha scritto la Banca dei Regolamenti Internazionali, «che ha messo in luce carenze ad ogni possibile livello: amministratori, revisori, banche, promotori finanziari, nonché i responsabili della vigilanza su ciascuna di queste attività». Che cosa abbiamo fatto in due anni? (Ricordo che negli Stati Uniti il Sarbanes-Oxley Act, una legge scritta per affrontare problemi simili, è stata approvata il 30 luglio 2002, cinque mesi dopo il fallimento di Enron). Nulla, non una norma, non una legge. Ma è anche peggio, perché nel frattempo è scoppiato un altro scandalo che ha evidenziato carenze forse ancor più gravi nell'attività di vigilanza sulle banche. Scrive S&P: «Eventi recenti hanno danneggiato, almeno temporaneamente, il prestigio della Banca d'Italia, finora una delle istituzioni più autorevoli del Paese». E il governo che fa? Se la prende con i giornalisti che pubblicano le intercettazioni e poi va in vacanza, sperando che l'agosto faccia dimenticare tutto. Che devono fare gli investitori internazionali dei titoli italiani che posseggono?
Sulla vicenda Banca d'Italia le opinioni si sprecano, ma i nostri grandi banchieri tutti zitti. Chiedo: vi va bene così? È questo il mondo in cui vi piace lavorare? Dal vostro silenzio devo concludere che lo sia.
S&P teme che le elezioni non risolveranno nulla: «Entrambi gli schieramenti sono divisi, è difficile che chiunque vinca abbia la forza per raddrizzare la situazione». Mi colpisce che questo si dica dell'Italia e non della Germania che vota fra un mese, in mezzo a contraddizioni simili, un segnale che dovrebbe preoccuparci.
Il centrosinistra pensa alle primarie di ottobre, il programma, dice Prodi, verrà dopo. È un lusso che non si può permettere. Più tardi illustrerà il suo programma, più difficile sarà la situazione che, se vincerà, si troverà a dover affrontare.
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A parte le ovvie, sacrosante e scontate reazioni di orrore per le stragi terroriste, pietà per le loro vittime e paura di far parte domani di queste ultime — rischio cui è esposto chiunque, indipendentemente dalle sue scelte politiche e dai suoi sentimenti caritatevoli o astiosi nei riguardi del prossimo — i devastanti attentati di queste settimane e di questi giorni costringono a prender atto che, fra le sconvolgenti trasformazioni che hanno mutato e mutano la nostra realtà, c'è anche la trasformazione della guerra, come avevano genialmente intuito e analizzato già anni fa, ben prima dell'11 settembre, i due generali cinesi Qiao Liang e Wang Xiangsui. Il terrorismo non è più un episodio isolato, eclatante ma presto sommerso dal corso delle cose; è una guerra e una guerra che non riguarda soltanto roventi situazioni e conflitti locali, come in passato, ma il mondo intero. Non si tratta più di piccoli gruppi che, con mezzi e azioni anomale rispetto alle consuete modalità belliche, colpiscono un avversario e nemmeno di singoli nuclei sovversivi che colpiscono le istituzioni nella speranza di rovesciare l'ordine sociale vigente o di favorire losche manovre politiche, come è avvenuto in anni non lontani in Italia.
Ora si tratta di una guerra, simile o opposta a quella tradizionale: un'organizzazione clandestina attacca rovinosamente New York, cosa che non riuscì e non poteva riuscire all'aviazione del Terzo Reich; bombarda con le sue bombe Londra, come la Luftwaffe di Hitler.
Dinanzi a una guerra — a parte il dolore per i morti e la paura di morire — si possono fare varie considerazioni. La si può inquadrare — e si deve farlo, se ci si propone di discuterne obiettivamente e al di sopra dei propri timori e interessi — nel complesso della storia, collocando la violenza che ci colpisce nella totalità degli eventi che l'hanno preceduta e generata: è quello che ha fatto — con particolare coraggio, dato il momento tragico e il suo ruolo politico — il sindaco di Londra, collega di partito di Blair, ricordando le violenze compiute in passato dall'Occidente e osservando che ognuno combatte con le armi che ha a disposizione, carri armati e aeroplani o bombe. Si può anche ricordare che Begin aveva compiuto sanguinose azioni terroriste e più tardi, in circostanze e funzioni diverse, ricevette il Premio Nobel per la pace, quasi a significare che è la vittoria o la sconfitta a decidere se il terrorismo ha ragione o torto.
Queste osservazioni del Lord Major londinese sono giuste e servono a ricordare, doverosamente e opportunamente, che, accanto alle vittime barbaramente uccise come quelle di questi giorni e giustamente piante da tutto il mondo, ce ne sono state e ce ne sono tante, tantissime altre massacrate altrettanto barbaramente senza che il mondo e la coscienza del mondo ne avessero e ne abbiano rimorso e nemmeno consapevolezza.
Tali considerazioni tuttavia servono a poco dinanzi al fatto che pure chi le fa si trova esposto al rischio di saltare in aria su una bomba messa nella metropolitana; in questo momento, nella piccola Trieste che non attira l'attenzione del mondo, sono probabilmente più al riparo di chi deve attraversare Londra per guadagnarsi il pane, ma, dati i numerosi viaggi cui mi porta il mio lavoro, non sarebbe statisticamente impossibile che toccasse pure a me. Dopo tutto, è stato un caso che mi trovassi a Londra tre mesi e non tre settimane fa.
Dunque, quali siano o possano essere le origini, le motivazioni, le cause, la realtà da cui nasce il terrorismo, debellarlo significa proteggere pure me, i miei amici, tutti. Ma come può essere sconfitto? Certamente occorre rimuovere tutte le cause, e in primo luogo i nostri errori e le nostre colpe, che possono creare situazioni in cui il terrorismo attecchisce più facilmente, ma, a parte questo doveroso disegno del futuro, è necessario stroncare la sua realtà presente, la sua furia che è autonoma e prescinde ormai da ogni genesi storico-politico-sociale. Ma come vincere questa guerra? Sembra talora che l'Occidente si affidi a una visione e a una tattica bellica invecchiate, sorpassate da quella trasformazione globale e capillare della guerra analizzata dai due strateghi cinesi.
L'invasione dell'Afghanistan e dell'Iraq, se si proponeva di estirpare il terrorismo, è stata una risposta tecnicamente invecchiata a una situazione nuova; il terrorismo infatti è aumentato e in Iraq le vittime quotidiane sono così numerose da non destare più emozione, come denunciava giovedì Ernesto Galli della Loggia sul Corriere, forse anche perché si tende a sorvolare su di esse in quanto dimostrano il fallimento dell'impresa. La disastrosa invasione sovietica dell'Afghanistan, che è stata condannata moralmente anziché essere bollata in primo luogo per la sua stupidità, non ha insegnato proprio nulla.
L'altro giorno, chiacchierando a tavola, uno dei miei figli mi faceva osservare come, sino a pochi anni fa, il divario tra il potere e i piccoli gruppi ribelli fosse andato, con lo sviluppo della tecnologia, sempre crescendo, mentre oggi è proprio il progresso tecnologico che permette a un'organizzazione segreta di sfidare la più grande potenza del mondo e di disporre di armi non troppo dissimili, così come nell'età della pietra sia il capo tribù sia l'ultimo ribelle disponevano della clava. Pure chiudere le frontiere o espellere non già, giustamente, individui di accertata pericolosità, bensì indiscriminatamente persone provenienti da zone vagamente accostabili al terrorismo, è non solo ingiusto, ma inefficace e contrasta quella circolazione e quella globalizzazione che sono, in bene e in male, la nostra realtà e che è patetico illudersi di bloccare. Come ha scritto Sergio Romano sul Corriere, si combatte il terrorismo mantenendo fede alla normalità quotidiana, non lasciandosi intimidire, continuando a creare quella vita d'ogni giorno ch'esso vuole distruggere, viaggiando in metropolitana nonostante le bombe, anche perché non è la morte la disgrazia peggiore («morir si deve, morir bisogna, mostrar il cul senza vergogna», dice un proverbio delle mie parti) bensì una vita tarpata, bloccata.
A una situazione nuova occorre rispondere, per non perdere, con metodi nuovi. Un profano pensa istintivamente che in primo luogo un'efficace rete di infiltrati potrebbe permettere di stroncare il terrorismo sul nascere, ma è ridicolo che un profano dica la sua su queste cose. La reazione inglese, nella sua calma e compostezza, è esemplare, e rappresenta forse una delle risposte migliori. I terroristi hanno assassinato tante persone, ma se la loro strage non incide minimamente sull'atteggiamento degli inglesi, questa è già una loro sconfitta. L'Inghilterra ha vinto la Seconda guerra mondiale anche perché Churchill, mentre Londra veniva selvaggiamente bombardata, si preoccupava ostentatamente della salute di alcune bertucce dello zoo di Gibilterra.
Nell'immagine lo skyline di New York dopo gli attentati alle Torri Gemelle (Jim Graham/Saba)
La sintonia tra il premier Silvio Berlusconi e il segretario deiDs Piero Fassino non è fatto abituale. Ancora di più se l'oggetto è ilmondo della finanza. Ma ieri a trovare d'accordo, almeno apparentemente, i due leader è stato uno degli argomenti più chiacchierati e discussi del momento: gli immobiliaristi. Mentre il premier difendeva le scalate, anche quelle all'Rcs, Fassino intervistato da Sky Tg24 diceva di «non conoscerli» ma di trovare «incomprensibile» la «puzza sotto il naso» che circonda chi costruisce palazzi. Il riferimento è chiaro ed è alle mosse degli immobiliaristi, formula con cui negli ultimi tempi si fa riferimento soprattutto a Danilo Coppola, Stefano Ricucci e Giuseppe Statuto. «Bisogna solo capire se un imprenditore fa bene o meno il suo mestiere» ha aggiunto Fassino. Ma il tema è più ampio. Perché le voci che vogliono un legame tra i Ds e la nuova generazione di immobiliaristi — tra gli altri il settimanale Diario aveva dedicato la copertina al «Compagno Ricucci» — sono state tali da spingere qualche giorno fa il presidente dei Ds Massimo D'Alema a scendere in campo direttamente per smentirle. «Ricucci? Mai visto» aveva detto D'Alema. Che aveva aggiunto di ritenere la stessa sinistra italiana la possibile fonte della voce.
Così Fassino ha concluso definendo «inaccettabile» la campagna fatta «su D'Alema e anche intorno al mio partito» , a proposito di rapporti con ambienti finanziari «che non ci sono» .
C’è una sola parola appropriata per decifrare la situazione dell’economia italiana dopo le cifre fornite quattro giorni fa dall’Istituto di statistica: sfascio. Non ci trastulliamo con termini più o meno tecnici, recessione, stagnazione, «stagflation» e altri consimili. La parola giusta è sfascio. Gli ingranaggi sono fermi, il motore è spento, il treno è immobile su un binario abbandonato.
Si discute quanto di questo sfascio sia dovuto a crisi congiunturale e quanto a crisi strutturale; quanto al ciclo fiacco di Eurolandia e quanto al dilettantismo nostrano.
Discussione oziosa. Nelle crisi profonde che colpiscono un organismo c’è di tutto un po’. Nel caso nostro il «nanismo» delle aziende italiane è antico, la scarsità del capitale di rischio è antica, la mediocrità della ricerca e dell’innovazione è stata una costante dell’industria italiana. Eppure questi handicap non ci hanno impedito di trasformarci in meno di vent’anni da Paese prevalentemente contadino in paese industriale e successivamente post-industriale e terziario.
Non ci hanno impedito di raggiungere un livello di reddito europeo, di accumulare risparmio, di creare nuova e maggiore ricchezza, di entrare a far parte dei sette Paesi più ricchi del mondo, di crescere a ritmi sostenuti, di occupare una posizione cospicua nel commercio internazionale.
Non ci hanno impedito una buona vita, buone vacanze, casa e seconda casa di proprietà, più di un’auto per famiglia, più di una televisione, più di un telefonino. E tante altre cose che fanno il benessere così come ora si concepisce.
Che cos’è dunque che a un certo momento si è inceppato? Perché il giocattolo si è rotto?
Su questo giornale abbiamo raccontato molte volte questa lacrimevole storia di un Paese di furbi che segavano il tronco su cui stavano seduti e sarebbe noioso raccontarla di nuovo. Basti ricordare che il meccanismo si è inceppato quando abbiamo cominciato ad accumulare un debito pubblico dissennato scaricando sulle future generazioni il peso della dissennatezza.
Scaricando gli errori, le camorre, il costo delle disuguaglianze sui figli e sui nipoti.
Ebbene, la cambiale è arrivata al pagamento. I figli e i nipoti siamo noi, visto che quest’andazzo cominciò nei primi anni Ottanta. Dunque venticinque anni fa, giusto il tempo di passaggio di una generazione.
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La crisi ebbe tuttavia un momento di ristoro e di inversione di marcia dopo aver raggiunto quello che allora fu considerato l’acme dello sfascio economico strutturale.
Ricordate? Fu nel 1992, governo Amato, la lira al tracollo, una fuga di capitali paurosa, crollo delle esportazioni, riserve valutarie prossime allo zero, sfiducia profonda dei mercati.
La reazione fu una cura da cavallo, iniziata dallo stesso Amato, proseguita da Ciampi chiamato a succedergli e portata avanti da Prodi con Ciampi al Tesoro. (Deve far riflettere che allo stesso posto dove sedettero Andreatta e Ciampi si siano poi accomodati Tremonti e Siniscalco).
In quel periodo il debito scese dal 130 al 106 del Pil, i tassi di interesse e l’inflazione tornarono a livelli europei, il bilancio registrò un avanzo delle partite correnti del 5 per cento. La politica dei redditi fu concertata dal governo con le parti sociali. La lira si fuse con altre undici monete dando vita all’euro.
Adesso Berlusconi e Tremonti fantasticano di dare una spallata (parole loro) alla Commissione di Bruxelles e attribuiscono all’euro i guai provocati dalla loro insipienza. Dimenticano di dire dove sarebbe oggi la nostra economia già così disastrata se al posto dell’euro ci fosse stata ancora la lira. Dove sarebbero arrivati l’inflazione e i tassi di interesse. Dove si collocherebbe il tasso di cambio tra la lira e il dollaro, la lira e la sterlina, la lira e l’euro, perché la moneta europea sarebbe nata lo stesso anche senza di noi e la lira varrebbe più o meno ciò che vale la moneta libica o quella argentina o quella messicana. E’ semplicemente vergognoso che queste verità siano nascoste da un’ondata di demagogia messa in piedi da «nani e ballerine».
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Dopo la nascita dell’euro gli italiani, o meglio una lieve maggioranza di elettori, preferirono tirare il fiato.
L’inversione di rotta gestita da Amato-Ciampi-Prodi verso la ricostruzione della finanza e dell’economia aveva comportato sacrifici, il risanamento aveva imposto ritmi serrati, una pausa era dunque fisiologica. Ma pesavano ancora sul paese i mali antichi, la debolezza congenita del capitalismo italiano, la scarsa innovazione, il burocratese.
Una pausa, sì, ma senza allentare la vigilanza, avviando la modernizzazione senza promettere la cuccagna; liberalizzando i settori protetti, tutelando energicamente la libera concorrenza contro l’insidia del monopolio specie nei settori della pubblica utilità, tagliando le rendite a favore dei profitti e dei salari, accorciando la catena commerciale, proseguendo la riforma del mercato del lavoro già iniziata da Prodi e D’Alema con buoni frutti, sempre nel quadro della concertazione sociale e di una politica dei redditi equa e responsabile.
Ebbene, le cose non sono andate così. Sappiamo come sono andate perché è storia di questi quattro anni. La congiuntura internazionale ha rallentato il passo. Poi il passo è tornato normale in Usa ma non in Europa. Poi ha ripreso a tirare il Giappone. Infine hanno cominciato a emergere la Cina e l’India. Si sono confrontate e si confrontano strutture economiche con costi elevati con strutture con costi bassissimi, industrie innovative con industrie «convenzionali».
In questa nuova e più difficile temperie il sistema Italia è rapidamente precipitato nelle posizioni di coda, i mali antichi sono riemersi con virulenza, altri se ne sono aggiunti. La pace sociale è stata volutamente spezzata. Si è perseguita una politica economica classista e una finanza cosiddetta creativa ma che meglio si sarebbe dovuta definire imbrogliona.
Risultato: lo sfascio, l’isolamento dall’Europa, la bugia sistematica e il nascondimento dei dati reali. E ora che si fa?
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Il governo ha buttato dalla finestra 12 miliardi di euro l’anno scorso per diminuire le aliquote dell’Irpef (soprattutto sui redditi sopra i 40 mila euro).
Voleva buttarne via altrettanti per beneficiare i redditi massimi diminuendo l’aliquota dal 43 al 39 per cento.
Adesso ci ha ripensato (per fortuna). Il «premier» quei 12 miliardi li vorrebbe destinare all’abbattimento dell’Irap che grava sull’ammontare dei salari pagati dalle aziende.
L’idea sarebbe buona ma purtroppo i soldi non ci sono. Non ci sono neppure per diminuire l’Irap di soli 4 miliardi, mentre pare ci siano, ma non si sa dove stiano, per rimpiazzare gli 11 miliardi per le «una tantum» che vanno in scadenza alla fine dell’anno. Siniscalco dovrebbe spiegare e speriamo lo faccia presto.
Lo sforamento dei parametri di Maastricht è, allo stato attuale, del 4 per cento. E’ previsto che salga al 4,6 per fine anno a legislazione vigente, ma non è spesato il contratto del pubblico impiego oltre i 90 euro, non c’è un soldo per gli ammortizzatori sociali, la Cassa integrazione è già fuori misura, confiscata in gran parte dalla crisi della Fiat; le Ferrovie denunciano esuberi per altri 10 mila dipendenti. Centomila sono i posti a rischio della grande industria (quel che ne resta). I consumi sono al punto più basso degli ultimi quindici anni. Gli investimenti languono. Le esportazioni sono in rosso.
Occorre la «scossa» per ripartire, questo dice l’emergenza: una scossa forte per ripartire subito.
La scossa, diciamolo con onesta franchezza, non può venire dagli investimenti: se il cavallo non beve, le imprese non investiranno, quale che siano gli sconti fiscali. Il cavallo sono i consumi, la domanda interna. Ci vuole dunque un provvedimento di rapido impiego che sostenga i consumi e questo è il solo modo per rimettere la macchina in moto.
Gli sconti sull’Irap puntano sugli investimenti e non entreranno in funzione (anche se decretati subito) che a metà del 2006. Troppo tardi per risollevare una situazione agonica.
Un altro provvedimento sarebbe più appropriato e di quasi immediata utilizzazione: la dimensione del cuneo fiscale, la fiscalizzazione cioè di una parte dei contributi sociali attualmente a carico delle imprese e dei lavoratori.
Agire sul cuneo fiscale è molto più appropriato che agire soltanto sull’Irap. Avvicina il costo del lavoro al salario netto che va in busta paga.
Lo sgravio potrebbe andare per metà a vantaggio delle imprese e per metà a vantaggio dei salari. Uno sconto di 3 miliardi all’Irap ed altri 3 alla fiscalizzazione contributiva: ecco 6 miliardi ben spesi. Con effetti immediati per la metà e con effetti sulle aspettative per l’altra metà che diventerebbe operante nel 2006. La copertura, per la metà immediatamente necessaria, potrebbe essere trovata dall’aumento dell’imposta sulle rendite finanziarie.
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Ma il provvedimento più efficace per restaurare la fiducia riguarda la politica: licenziare questo governo, il suo manovratore e lo stuolo dei suoi ministri-dilettanti.
Prima sarà meglio sarà. Ogni settimana è persa. Questo ormai l’hanno capito tutti. Sarebbe bene che si passasse dalle parole al fatto. Questa maggioranza non esiste più.
Perciò seppellitela prima che la sua decomposizione ammorbi l’aria con i suoi mefitici vapori.
P. S. Nel giorno del sesto anniversario del suo settennato presidenziale desidero inviare gli auguri e la più sentita riconoscenza al nostro presidente Carlo Azeglio Ciampi.
Confido d’interpretare un sentimento comune e molto diffuso nel dire che la sua presenza al vertice dello Stato è per tutti gli italiani uno dei pochi elementi di fiducia e di speranza in un futuro migliore