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Due settimane fa, esattamente il 16 gennaio scorso, scrissi un articolo pubblicato con il titolo "La lunga battaglia intorno all’embrione". L’occasione era stata la sentenza della Corte costituzionale che, respingendo uno dei quesiti proposti dai promotori del referendum abrogativo della legge numero 40 sulla fecondazione assistita e ammettendone gli altri quattro, ha dato il via alla consultazione referendaria. In quell’articolo facevo alcune considerazioni sulla predetta sentenza e soprattutto sulla controversa questione denominata "i diritti dell’embrione" potenzialmente confliggenti con i diritti dei genitori.

Non tornerò su questo aspetto; tutto ciò che si poteva dire in proposito è stato detto e sarà certamente ripetuto quando si entrerà nel vivo della campagna elettorale referendaria. Ma nel frattempo, il 17 gennaio, si è riunita a Bari la Conferenza episcopale italiana che ha ascoltato e approvato la prolusione del suo presidente, cardinale Camillo Ruini. È proprio di questa prolusione che desidero oggi occuparmi; nelle sue dieci pagine a stampa essa compie una vasta rassegna dei fatti accaduti nei tre mesi trascorsi dalla precedente sessione della Cei toccando temi ardui dal punto di vista teologico e filosofico, per passare a temi di rilevante importanza etica e pastorale, affrontando infine argomenti più propriamente politici sia a livello europeo sia italiano.

Avviene di solito che quando la Cei si riunisce i mezzi di comunicazione, dandone notizia, concentrano la loro attenzione su qualche giudizio, indicazione, prescrizione, concernenti fatti di stretta attualità, trascurando il resto. Raramente la pubblica opinione conosce nella sua interezza gli atti delle riunioni episcopali e il testo della prolusione del presidente.

All’ombra di questo (inevitabile) silenzio della stampa è accaduto nel corso degli anni che l’attenzione della Cei si espandesse quasi senza più confini e coinvolgesse l’attività episcopale in temi del tutto estranei all’evangelizzazione e alla catechesi che sono propri della funzione episcopale.

È anche accaduto che i temi toccati non fossero soltanto estranei ma addirittura preclusi all’intervento della gerarchia ecclesiastica, senza però che tali e a volte macroscopiche interferenze venissero colte per quel che in realtà sono e cioè invasioni di campo da parte della Chiesa di domini di stretta competenza dello Stato e quindi lesivi di quel principio di laicità accettato e solennemente ribadito anche nel concordato che recita infatti: «La Repubblica Italiana e la Santa Sede riaffermano che lo Stato e la Chiesa cattolica sono nel proprio ordine indipendenti e sovrani, impegnandosi al pieno rispetto di tale principio nei loro rapporti» e ancora: «La Repubblica Italiana riconosce alla Chiesa cattolica la piena libertà di svolgere la sua missione educativa e caritativa, di evangelizzazione e di santificazione».

Questi sono dunque i temi sui quali la Chiesa esercita il suo magistero, ovviamente in concorrenza con altre religioni e culti presenti sul territorio della Repubblica: evangelizzazione, carità, santificazione. Altre questioni che riguardano l’organizzazione della comunità civile, sono viceversa di pertinenza dello Stato e della società che esso rappresenta. Nulla vieta che la Chiesa fornisca ai suoi fedeli (che sono parte integrante della società civile) tutte le indicazioni di principio giudicate coerenti con la fede e la morale cattolica, mentre le è invece vietato ogni sorta di intervento sui comportamenti e le iniziative politiche, riguardanti una sfera di attività di esclusiva competenza delle istituzioni e dei cittadini, siano essi credenti nella fede cattolica o in altre religioni o non credenti affatto.

* * *

Alla luce di queste elementari distinzioni di campo tra attività religiosa e attività diciamo così temporale, sono rimasto sorpreso, dico la verità, dalla versatilità della Cei su una quantità di temi che non la riguardano.

Mentre la prima parte della prolusione Ruini apre la discussione su un argomento del massimo interesse religioso e cioè quello della sofferenza subita senza colpa dall’umanità e del rapporto tra Dio e gli uomini rispetto alla presenza del male nel mondo; e mentre questo tema eterno viene giustamente riproposto dal cardinal Ruini in concomitanza con il maremoto di recente avvenuto nel sud dell’Asia e delle immani rovine da esso cagionate; subito dopo si passa a discutere della Costituzione europea e in particolare della possibile ammissione della Turchia nella Ue e a quali condizioni una decisione in merito potrebbe avvenire.

Capisco che l’ammissione nella Ue d’un Paese quasi esclusivamente musulmano possa destare preoccupazione nella gerarchia cattolica la quale tuttavia, nel testo di Ruini, si limita a chiedere reciprocità in tema di libertà religiosa. Mi pare che ne abbia pieno diritto e che questa richiesta resti nell’ambito dei suoi legittimi interessi.

Molto più stravaganti sono altri temi. Li enumero citando il testo. «Negli ultimi mesi è stata ancora alta la tensione tra gli schieramenti politici ed anche, a fasi alterne, all’interno di ciascuno di essi come pure non di rado tra le diverse istituzioni... L’approvazione di alcune riforme è avvenuta in questa chiave di conflittualità che condiziona inevitabilmente la loro accoglienza e il loro concreto valore».

Personalmente posso anche condividere questo giudizio, più volte del resto enunciato dal presidente della Repubblica. Ma mi domando a che titolo ne parli il presidente della Cei sulla cui bocca parole di questo genere risultano improprie e stonate. Che cosa direbbe il cardinale Ruini se un ministro della Repubblica nel corso di un dibattito parlamentare si esprimesse in merito ad un conflitto, che so, tra la Curia vaticana e l’Ordine dei gesuiti o tra la medesima Curia e l’associazione degli Ordini delle suore, a proposito delle rispettive iniziative e/o dell’autonomia e/o delle competenze richieste da una parte e negate dall’altra? Non griderebbe, e giustamente, il Vicario del Papa alla violazione dei principi concordatari che vietano allo Stato di occuparsi di questioni attinenti alla vita interna della Chiesa? E non si pongono così le premesse, con l’aria di formulare opinioni di comune buonsenso, al progressivo ampliamento della presenza ecclesiale in campi che non la riguardano affatto?

Così per quanto riguarda la legge finanziaria «tesa a stimolare lo sviluppo» ma «sul versante delle famiglie, pur in presenza di alcune misure apprezzabili, i criteri impiegati rimangono però poco idonei a perseguire quella politica organica che sarebbe meglio promossa dall’adozione del quoziente familiare».

Lo ripeto: non contesto il merito di tali indicazioni; ne contesto l’ammissibilità da parte di un’istituzione ecclesiastica la quale non solo non ha titolo ma alla quale è espressamente precluso di inoltrarsi su questo terreno, anche a salvaguardia dell’autonomia e della laicità degli stessi cattolici politicamente impegnati. Ad essi è lecito che la Chiesa ricordi il suo interesse verso la famiglia ma non che prescriva addirittura le specifiche norme che il Parlamento e il governo dovrebbero adottare per render contento l’episcopato italiano.

Stesse osservazioni mi sento di dover fare sulla legge "salva-Previti" nella prolusione di Ruini esplicitamente citata e criticata. Quando ho letto quelle righe me lo sarei abbracciato, il cardinale; ma poi mi sono detto: io posso scrivere dieci articoli contro quell’obbrobrio di legge, ma la Conferenza episcopale non ha alcun diritto di occuparsene ed è dunque mio dovere di cittadino difendere la separazione del potere civile da quello religioso. In un solo caso quest’ultimo può denunciare una legge dello Stato: quando essa violi il principio della libertà religiosa, i diritti dell’uomo e la sua dignità. Può darsi (non sono lontano dal pensarlo) che la "salva-Previti" leda quei diritti violando in particolare quello dell’eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge. Ma allora bisogna dirlo esplicitamente e non ripararsi dietro «la diffusa perplessità di una legge che genera il sospetto d’aver di mira situazioni di singole persone». È un giudizio troppo severo o troppo poco per giustificare l’intervento della Chiesa su un provvedimento in discussione nel Parlamento della Repubblica.

* * *

Ma vengo all’aspetto più eclatante della prolusione Ruini, fatta propria da tutti i vescovi della Cei. Riguarda il referendum abrogativo della legge 40. Lo ripeto: non entrerò nel merito della questione ma mi limiterò all’analisi del documento del cardinale.

Egli parte da un’affermazione: la legge 40 non soddisfa appieno le esigenze della Chiesa in materia di fecondazione medicalmente assistita; è troppo permissiva per i gusti della gerarchia ecclesiastica. Tuttavia disegna un impianto apprezzabile che, allo stato dei fatti, è il massimo che si possa raggiungere. Ne consegue che ogni modifica di quella legge non può che peggiorarne la qualità dal punto di vista della Chiesa. Perciò essa non va emendata. Bisogna invece mobilitare le coscienze affinché il referendum abrogativo fallisca. La Chiesa farà di tutto perché ciò avvenga e si riserva di decidere, in prossimità della consultazione, quale sia la via migliore da seguire: se votare "no" oppure disertare dal voto e impedire così il raggiungimento del "quorum" necessario per la validità del referendum.

Eminentissimo cardinale, mi auguro che lei e i suoi confratelli non vi siate resi conto d’esservi inoltrati su un terreno all’ingresso del quale è scritto in caratteri cubitali che a voi, proprio a voi, è precluso l’ingresso.

Voi potete dire e ridire fino alla noia che l’embrione è una persona, così come i vostri confratelli di quattrocento anni fa sostenevano che il sole gira intorno alla Terra e misero in catene il grande scienziato che sosteneva il contrario. Ciò che invece non potete assolutamente fare è di prescrivere agli elettori quale sia il modo più efficace per impedire l’abrogazione (parziale) d’una legge attraverso il legittimo esercizio del voto popolare.

Qualche dubbio deve averlo avuto anche lei, caro Ruini, quando a conclusione del suo testo ha scritto: «Siamo consapevoli delle difficoltà che ci attendono e delle critiche cui potremo essere sottoposti. È però doveroso per noi esprimerci con sincerità e chiarezza e siamo sostenuti dalla coscienza di adempiere alla nostra missione».

Lei sarà pur convinto di adempiere alla sua missione prescrivendo agli elettori se debbano votare o no. Ma sta di fatto che con il documento letto a Bari il 17 gennaio lei, presidente della Cei, ha violato gli articoli 1 e 2 del Concordato Lateranense. Se avessimo un presidente del Consiglio di normale sensibilità per le prerogative e la dignità dello Stato, lei avrebbe già ricevuto una nota di protesta dall’ambasciatore italiano presso la Santa Sede.

Ma noi non abbiamo purtroppo un presidente del Consiglio che senta questo tipo di doveri. E infatti egli è proprio colui che ad una Conferenza episcopale così poco riguardosa dei principi di laicità fa più comodo di avere come frontaliere. Posso capirla, caro cardinale, ma deploro profondamente questo modo di procedere.

ROMA - Il campo della cultura è rimasto molto oscurato nella campagna elettorale tutta gridata di queste settimane. É stato un argomento quasi assente nei dibattiti e nei «faccia a faccia» ma anche negli stessi programmi elettorali. Cosa naturale per la destra, molto meno ovvia per la sinistra. La parte riguardante la cultura del programma dell'Unione, preparata da un gruppo ristretto attorno alla responsabile ds Vittoria Franco, dedica un paio di pagine allo spettacolo dal vivo e poche di più ai beni culturali.

Questo nonostante negli ultimi anni la situazione si sia molto deteriorata, e la vera politica culturale l'abbia fatta Tremonti con i suoi tagli e le sue proposte di svendita del patrimonio culturale ai privati, piuttosto che i ministri Urbani e Buttiglione, che si sono limitati alle nomine amichevoli.

L'esempio di questi giorni della svendita di parte di palazzo Altemps a Roma (destinato a completare la sede del Museo nazionale romano), mostra ancora una volta quanto sia pericolosa la legge del silenzio/assenso introdotta dai «nuovi» regolamenti del settore.

L'unica voce politica che abbia elaborato un progetto riguardate questo campo, resta a pochi giorni dal voto quella di Giovanna Melandri, che è stata ministro dei beni culturali nel governo D'Alema, non senza molte critiche all'epoca. Poche settimane fa, mentre conduceva una campagna elettorale intensa e capillare, discutendo con gli autori cinematografici, dall .Anac a Ring, ma anche con il sindacato ferrovieri di Ostiense e con Patti Smith, ha pubblicato un libro, Cultura paesaggio turismo (Gremese, 10 euro, con prefazione di Romano Prodi), dove delinea un progetto inusuale e «scientifico» per la sinistra: puntare sul turismo come industria principale del sistema Italia, ma legandolo e «incastrandolo» al patrimonio artistico, anzi sottomettendolo alle sue regole ed esigenze.



Un progetto che nasce dal «senso di colpa » per la sua precedente esperienza di governo, o per avanzare di nuovo la sua candidatura a quel ministero, oggi molto appetito? Né l'uno né l'altro. Penso che rispetto agli anni in cui sono stata ministro, bisogna ricordare alcune cose del campo culturale nel suo insieme, patrimonio e produzione: ci sono state difficoltà economiche di bilancio complessivo, e la situazione si è complicata con i cambiamenti del titolo V della costituzione circa i rapporti tra stato centrale e enti periferici, che hanno fatto impantanare le leggi sulla musica e sul teatro (e sono convinta che noi sinistra avremmo dovuto essere difensori di una maggiore funzione centrale dello stato, anche se fra noi c'era chi avrebbe voluto direttamente cancellarlo, il ministero dei beni culturali). In quel contesto, io penso di aver ottenuto il più ricco Fondo per lo spettacolo della storia della repubblica. Rimango scontenta di non esser riuscita a fare le riforme strutturali sui meccanismi di erogazione di quei fondi, devo dire anche per colpa di certe resistenze «corporative» presenti nel mondo della cultura. Quanto poi al patrimonio culturale, mi sento perfino orgogliosa di quanto abbiamo fatto.



É da questo orgoglio che nasce l'idea di trasformare il patrimonio culturale in un investimento? Se si condivide l'idea che lo sviluppo del nostro paese si debba qualificare soprattutto attorno all'investimento su queste risorse (è chiaro che non mi limito allo spettacolo, c'è anche il patrimonio artistico e ambientale, e anche l'audiovisivo e il paesaggio.), questo settore diviene il terreno di un «new deal», parte di un progetto di crescita e riqualificazione che va al di là delle competenze di un singolo ministro, ma che riguarda tutto il paese e tutti coloro che lo amministrano: dall'ambiente alle comunicazioni, dalle infrastrutture all'economia. É un pezzo importante della risposta che il paese deve dare alla sua ricerca di quale sarà il suo posto nel mondo.



Quando però si parla di «trasformazione» in industria turistica, si tocca un campo minato dal rischio degli appalti, e quindi in prospettiva delle tangenti o peggio. Cominciamo col premettere che in Italia il turismo non è governato, offre servizi di livello medio-basso contro prezzi assai elevati rispetto alla media europea, è uno dei settori dove più forte è la percentuale di lavoro nero e di precariato, in cambio di margini di profitto altissimo per pochi rispetto ai servizi offerti ai cittadini. Che per di più concentra tutto il suo impegno in una stagione molto breve mentre da noi le attività potrebbero essere molto più estese nel tempo. Non casualmente abbiamo perso in quattro anni quattro milioni di turisti (mi piacerebbe chiamarli viaggiatori, piuttosto che turisti): quattro milioni di persone che tra il 2001 e il 2006 se ne sono andati in Spagna o in Croazia piuttosto che da noi. E su questi argomento la sinistra dovrebbe essere un po' meno «schizzinosa», fare meno «spallucce ». Ho una sorta di allergia alla concezione molto diffusa rispetto ai beni culturali, di pura conservazione e preservazione, quasi di sottrazione del loro godimento, a favore di pochi per paura delle fatidiche «masse». É una concezione elitaria che ho trovato molto radicata e diffusa al ministero, e anche tra gli intellettuali di sinistra che mi hanno fatto le bucce. Mi hanno rimproverato di aprire i musei anche il sabato sera, mentre io ho fatto anche la delibera per poter far entrare nei musei le carrozzine. Ci sono nodi antichi da sciogliere: siamo legati al passato in quanto la stessa sinistra si duole perché non abbiamo più fabbriche dove lavorino gli operai, ma non gradisce affatto la prospettiva che facciamo i camerieri o i giardinieri.

Era un dibattito che qualche decennio fa aveva altre ragioni di essere, oggi è quasi banale notare che nella globalizzazione avanzata e nel carattere immateriale dei processi di sviluppo, queste sono le risorse che abbiamo, e con cui fare i conti. Certo un processo del genere è difficile da progettare, evidentemente, tra i condoni, le sanatorie, il silenzio/ assenso per la vendita del patrimonio, il Fus quasi dimezzato. Se si desertificano i valori che possono costituire la qualità di quello sviluppo, poi non ci si può costruire una politica sopra. Ristabilendo regole e precauzioni, si può pensare a processi finanziari limpidi, e a anche a premunirci contro un turismo che minacciasse di usurare i beni che promuove. É una sfida che vale la pena raccogliere, avendo lungo tutta la filiera l'ossessione della qualità. E non mi riferisco agli alberghi a cinque stelle,ma agli ostelli della giovent ù, ai campeggi, all'impatto ambientale delle infrastrutture, e al problema connesso della mobilità. Sono consapevole di aver toccato solo di sfuggita tanti temi, altrimenti ci sarebbe voluto un saggio chilometrico.

L'idea di fondo è che bisogna costruire un sistema, e anche senza scomodare Roosevelt, c'è proprio bisogno di un «new deal». L'Italia attraversa una crisi e un declino non dissimili da quelli dell'America degli anni venti, un declino economico, sociale e perfino morale.



Proviamo a restringere il campo allo spettacolo: il cinema è fermo, il teatro allo sbando (almeno quello istituzionale), la musica taglia produzioni. A quanto bisogna riportare la percentuale di ricchezza per la cultura? Quali potrebbero essere le cose immediate da fare subito da parte di un governo di centrosinistra, chiunque siaministro. Per lo spettacolo ci sono tre priorità. La prima è riportare il livello del Fus a quello del 2001, il suo punto più alto, di cui resto orgogliosa, e che non mi fu affatto facile ottenere, pure da persone di valore come Visco. Per il cinema, bisogna subito impostare la riforma, basata su una quota di trasferimento pubblico, perché l'intervento pubblico nel cinema è ancora necessario, come nel teatro, nella musica o nelle biblioteche. I tre pilastri dovrebbero essere il trasferimento diretto, destinato principalmente a opere prime (e forse anche seconde), cortometraggi e documentari. Bisogna promuovere una palestra possibile per nuovi talenti. Per decidere tutto questo, senza cadere nell'arbitrio, non si sfugge a commissioni autorevoli e indipendenti che decidano. Il parlamento può al massimo valutare lo spessore scientifico dei loro componenti.

Poi c'è tutto da costruire un meccanismo che il cinema faccia crescere, che non è quello scelto da Urbani che indeboliva i deboli e arricchiva i ricchi. Si deve ricorrere al tax shelter, un meccanismo di favore fiscale a tutti i produttori e a tutta l'industria del cinema, e poi la creazione di un fondo che possa essere alimentato non solo dal bilancio dello stato, ma legato a tutta la filiera della produzione culturale. Che vuol dire prelievo sulla pubblicità, sui biglietti, e anche un prelievo, magari anche bassissimo, sul costo delle telefonate da cellulari. L'ho scritto nel mio libro, e già ha sollevato discussioni. Ma noi ci dobbiamo necessariamente inventare un modo per redistribuire le risorse. Del resto, già oggi ma molto di più in prospettiva, i grandi gestori stanno unificando il circuito della comunicazione, magari propugnando i film sul display del cellulare o dando le agenzie per sms.

Non sarebbe ingiusto che cominciassero a raccogliere fondi per questo circuito cui essi stessi sono interessati, senza lasciare tutto in balìa del puro mercato. L'alternativa, più pericolosa, è che gli stessi gestori diventino produttori di «contenuti».

Il ministro della salute, amico dei bambini non nati, è stato colto in flagranza da una bambina nata da quattro mesi, vittima di un biberon all'inchiostro che ha provocato il sequestro di milioni di litri di latte Nestlé. Mentre Francesco Storace s'impegnava a bloccare la pillola Ru486 in nome dell'infanzia negata da donne egoiste, in Italia circolavano confezioni colorate al veleno di latte per i piccoli. E all'improvviso il simbolo della morte chimica, la pillola che procura l'aborto, ha assunto l'aspetto accattivante di una scatola tutta svolazzi, oggetto d'attrazione per le mamme che si fidano di una multinazionale dal marchio storico, quello del nido con gli uccellini. Nonostante il boicottagio internazionale che da anni perseguita la Nestlé. È vero, nel ricco occidente l'acqua è limpida, non inquinata come quella africana aggiunta al latte in polvere, ma anche qui il prodotto è «addizionato» a una sostanza tossica. Si chiama Itx e stinge le meravigliose scatole destinate ai bimbi che sono tutti uguali in ogni latitudine, si ammalano e muoiono allo stesso modo.

Ora, alla rivelazione dell'amministratore delegato della Nestlé, Peter Brabeck, su un accordo con il ministero della salute italiano per smaltire fino a esaurimento le scorte dei lotti a rischio, Storace risponde con le minacce, «non sanno con chi hanno a che fare», e annuncia querele. In tribunale si troverà di fronte un colosso dell'alimentazione, ansiosa di rifarsi il look, che non ha tempo da perdere con un ministro furbetto. Furioso, Storace si appella alle procedure burocratiche - «abbiamo mandato un segnale d'allerta comunitaria all'Unione europea» - e poi spetterebbe alle Regioni e alle aziende produttrici, sostiene, il ritiro dei prodotti sospetti.

Ma come, il ministro della salute viene a conoscenza che i bambini del suo paese ingeriscono ogni giorno una sostanza classificata «ad alto rischio» dall'Agenzia ambientale degli Stati Uniti e non sospende, in via cautelare, il consumo del latte sporco? Si chiama «principio di precauzione», soprattutto quando i consumatori non hanno parola. Accordo o no, il ministro sapeva da settembre scorso del pericolo e invece di mandare i Nas a sequestrare i lotti «inoltra la pratica» e guarda i bambini succhiare l'Itx? Quanto allarmismo, in fondo le prime analisi tossicologiche dicono che la sostanza «non provoca alterazioni genetiche». Evviva. Quali danni procuri ancora non si sa, ci vorrà del tempo. Si sa però che provoca infiammazioni cutanee e cose del genere, ma il ministro è soddisfatto, «Non mi dimetterò» dice. Gli inquirenti, però, giudicano «rilevantissime» le notizie sull'accordo Nestlé-Storace e ipotizzano, comunque, il reato di violazione della legge 283 sulla genuità degli alimenti.

Il caso è aperto per la magistratura ma chiuso davanti al tribunale della decenza nei riguardi di un ministro fiancheggiatore del movimento per la vita. Una vita da affidare alle cure della più cinica logica del profitto. Che Storace aspetti l'esito dell'inchiesta a casa sua, davanti a un bicchiere di latte macchiato.

Ricordano quelle della Palermo in lutto per Giovanni Falcone le lenzuola bianche appese alle ringhiere di Locri. L'ora della tragedia massima segnò nel '92, per la Sicilia, anche un inizio. La rapidità degli studenti di Locri nel riprendere quel simbolo dice che oggi in Calabria può accadere lo stesso. Anche se nessuno, come la vedova di Francesco Fortugno, avrebbe voluto che suo marito diventasse un simbolo.

In sincronia con quell'ora di Palermo - coincidenza inquietante di date che pochi seppero legare dietro l'apparente divaricazione fra la fortuna dei giudici di Mani pulite e la sfortuna dei giudici antimafia - cominciava la transizione italiana. Durante la quale, fra le tante giravolte, c'è stato l'imporsi nel discorso pubblico della «questione settentrionale» e l'eclissi del sud come questione nazionale. Poco male, se questo avesse significato la fine della retorica vittimista e assistenzialista di molto meridionalismo e la scoperta di quanto di nuovo in quegli anni stava nascendo anche nello spirito pubblico del sud. Invece ha significato un pernicioso capovolgimento simbolico, dalla difesa delle aree deboli a quella delle aree forti del paese, e la sparizione del sud, vecchio e nuovo, dall'agenda politica e dalla narrazione collettiva. La devolution corona oggi questa parabola. Quello che sta accadendo a Locri comanda di interromperla.

A pagina 4 pubblichiamo in forma di grafico un'eloquente fotografia di alcuni indicatori della qualità della vita in Calabria. Essa spiega da sola perché, quando contro la `ndrangheta si chiede più stato, non è solo alla sua faccia repressiva - l'unica che nella storia unitaria il sud abbia davvero conosciuto - che ci si dovrebbe rivolgere, ma anche e soprattutto a quella che dovrebbe garantire le condizioni della crescita civile. Tuttavia, ci sono rivoluzioni simboliche che vengono prima delle pur necessarie riforme economiche. La più urgente per la Calabria l'ha indicata con chiarezza in questi giorni il suo governatore: bisogna che la Calabria torni in Italia. Che ritrovi spazio nel discorso pubblico, che cambi posizione nell'immaginario collettivo, che da lontana finis terrae ridiventi quello che è, un pezzo della comunità nazionale e internazionale. E bisogna aggiungere: che si smetta di pensarla come un lembo destinato di arretratezza e di misurarla con il metro usurato degli standard dello sviluppo, e la si cominci a leggere come un concentrato di contraddizioni della nostra sbilenca modernità. Delle quali la `ndrangheta - il principale cartello europeo del traffico di stupefacenti, che come dice Marco Minniti veleggia per mari e in Calabria ha il suo porto - è la più eclatante e la più tragica. Ma non ha nulla di insondabile o di invincibile, non appartiene a un altro mondo e a un altro tempo: può, deve essere affrontata.

Serve più stato, dicono gli amministratori calabresi a rischio; serve più collaborazione della società civile, risponde lo stato. Ma sia lo stato sia la società civile, in Calabria come dappertutto, sono entità divise. Ci sono apparati puliti e apparati conniventi, e ci sono pezzi di società liberi e pezzi di società acquiesciente. Non serve più stato, serve uno stato schierato dalla parte giusta. Non si può fare appello alla società civile perbene nell'ora dell'emergenza, se non la si sostiene in quello che produce nella normalità di tutti i giorni, in Calabria come altrove: lavoro, cultura, innovazione, conflitto, vita. Non si può sconfiggere il vecchio sud, se non si sa riconosere quello nuovo.

L'omicidio Fortugno non è un segno dell'eterna ripetizione dell'uguale: è un segnale a chi vuole interromperla. La campana, ha detto ieri il vescovo Bregantini, non suona per Locri, suona per tutti quelli che hanno a cuore «la dimensione umana della politica». Suona, puntualmente come tredici anni fa a Palermo, in un momento di svolta della transizione italiana. I leader del centrosinistra sappiano tornare da Locri facendone tesoro.

Ogni tanto si sente dire, in questi tempi, che il sindacato, in particolare la Cgil e le altre grandi confederazioni, si attesta su posizioni conservatrici. Insomma, il sindacato sarebbe o è conservatore. Se prendiamo questa osservazione, così essa viene formulata, come una critica polemica, essa, come ogni critica, può contenere qualcosa di vero ed è dunque giusto tenerne conto. Nemmeno la Cgil è infallibile né ha il monopolio della verità o la sicurezza di imbroccare sempre la giusta strada sociale e politica e può darsi che, nell’uno e nell’altro caso, essa abbia compiuto o compia degli errori, difenda situazioni o posizioni superate e così via.

Nulla come le critiche, anche degli avversari, aiuta a migliorare.

Ma la parola «conservatore» - e come dovrebbero in verità sapere i privilegiati che avversano il sindacato soprattutto per mantenere le loro posizioni di potere - ha anche dei significati positivi. Dipende che cosa si vuol conservare. Ci sono valori da conservare; anche tradizioni, retaggi culturali da conservare.

A essere sovversivo, rivoluzionario nel senso deteriore del termine, è oggi spesso il selvaggio anarco-liberismo ultrà, che vuole abolire non solo ogni senso di solidarietà e del legame fra gli uomini e dunque anche fra le generazioni, ma ogni senso dello Stato, del quale l’individuo non dovrebbe preoccuparsi, in quanto dovrebbe tendere soltanto al conseguimento egoistico e immediato di vantaggi personali, così come lo Stato non dovrebbe occuparsi di sanità, delle condizioni generali di tutti e così via. Basti pensare alla paurosa situazione in cui, in tanti paesi a capitalismo selvaggio, si trovano, per quel che riguarda il problema della sanità, le categorie meno abbienti. Uno di questi ultrà anarco-liberisti, Nozick, ha teorizzato addirittura non solo lo Stato minimo, bensì lo Stato ultraminimo, il quale non dovrebbe occuparsi nemmeno di sicurezza pubblica o di polizia (bensì soltanto della difesa militare e così via). Secondo questa visione, così come il cittadino che cade malato non dovrebbe e spesso purtroppo non può rivolgersi a un’assistenza sanitaria, bensì soltanto, se ha avuto la possibilità di stipularla, a un’assicurazione privata, anche chi è aggredito da un malvivente non dovrebbe più chiamare il 113, la polizia o i carabinieri, bensì, se ha avuto la possibilità di stipularla, un’assicurazione privata, che dovrebbe provvedere a difenderlo dalle aggressioni dei criminali. Così, soltanto i ricchi potrebbero avere il diritto di difendersi dal primo delinquente o rapinatore che mette loro le mani addosso.

È evidente che questa orrida visione - per fortuna sinora mai realizzata - non offende soltanto il senso di giustizia, ma anche la qualità della vita di tutti, perché è l’esistenza di un servizio pubblico di sicurezza per tutti che garantisce o almeno favorisce la possibilità per tutti, anche per i miliardari, di andare a spasso più tranquilli per le strade. Se il sindacato vuole «conservare» un certo tipo classico, tradizionale, di rapporto collettivo e solidale fra gli uomini, un senso di responsabilità generale, e gli antichi valori e principali morali, politici, sociali che stanno alla base di tutto questo, l’aggettivo «conservatore» è un grande complimento. Infatti, se noi oggi diamo uno sguardo alla politica italiana in particolare, ma forse non solo italiana, vediamo che è in genere la sinistra a essere «conservatrice» di tanti valori che ci sono stati tramandati dalle generazioni precedenti.

Anche di questo, a mio avviso, bisogna ringraziare il sindacato. Il quale, naturalmente, non è fatto di santi, eroi e navigatori, ma, come ogni altra istituzione umana, ha le sue pecche e le sue magagne, e dunque una ricorrenza celebrativa, se non vuole essere retorica, deve essere più un esame di coscienza dei propri difetti e dei propri errori, per poter procedere con minori difficoltà, che non una autoglorificazione, che sarebbe sempre sospetta.

Forse mi è più facile dire queste cose perché non sono iscritto alla Cgil... Ma un po’, e forse non solo un po’, di fierezza per ciò che il sindacato ha fatto in tutti questi anni, questa sì, credo, sia giustificato e giusto averla. Grazie.

Perché Standard & Poor's (S&P) si è improvvisamente svegliata e l'8 agosto ha cambiato il proprio giudizio sull'Italia? In fondo nell'ultimo mese le cose non sono andate poi così male. Il dato di ieri sulla produzione industriale (scesa ancora rispetto a maggio) è negativo, ma servizi e costruzioni vanno meglio e le prime stime fanno prevedere che il Pil (prodotto interno lordo) nel secondo semestre dell'anno abbia ripreso, seppur lentamente, a crescere. I conti pubblici tengono: il fabbisogno rimane elevato ma tra gennaio e luglio è stato uguale a quello del 2004, nonostante il venir meno di alcune entrate una tantum, solo in parte sostituite dalla seconda rata del condono edilizio incassata a gennaio. Oggi probabilmente la Fed alzerà di nuovo i tassi di interesse, la miglior prova che l'economia americana continua a crescere. Il dollaro è forte e la Cina ha abbandonato il dogma del cambio fisso, due buone notizie per le nostre imprese. Persino la Fiat ha ricominciato a guadagnare.

Per capire la decisione di S&P occorre mettersi nei panni di un investitore che ieri, lunedì 8 agosto, è tornato dalle vacanze. Perché mentre l'Italia chiude, il resto del mondo ricomincia a lavorare e dopo la pausa di luglio i mercati finanziari riprendono a pieno ritmo, con l'occhio alla Fed oggi e alla Banca centrale europea il 1˚ settembre. Che immagine hanno dell'Italia questi signori, che posseggono la metà del nostro debito pubblico? Quella efficacemente riassunta dal titolo dell' ultimo numero dell'«Economist»: Italia: un altro anno, un altro scandalo.

Il crack della Parmalat è stato il maggior scandalo finanziario avvenuto in Europa negli ultimi anni, un avvenimento, ha scritto la Banca dei Regolamenti Internazionali, «che ha messo in luce carenze ad ogni possibile livello: amministratori, revisori, banche, promotori finanziari, nonché i responsabili della vigilanza su ciascuna di queste attività». Che cosa abbiamo fatto in due anni? (Ricordo che negli Stati Uniti il Sarbanes-Oxley Act, una legge scritta per affrontare problemi simili, è stata approvata il 30 luglio 2002, cinque mesi dopo il fallimento di Enron). Nulla, non una norma, non una legge. Ma è anche peggio, perché nel frattempo è scoppiato un altro scandalo che ha evidenziato carenze forse ancor più gravi nell'attività di vigilanza sulle banche. Scrive S&P: «Eventi recenti hanno danneggiato, almeno temporaneamente, il prestigio della Banca d'Italia, finora una delle istituzioni più autorevoli del Paese». E il governo che fa? Se la prende con i giornalisti che pubblicano le intercettazioni e poi va in vacanza, sperando che l'agosto faccia dimenticare tutto. Che devono fare gli investitori internazionali dei titoli italiani che posseggono?

Sulla vicenda Banca d'Italia le opinioni si sprecano, ma i nostri grandi banchieri tutti zitti. Chiedo: vi va bene così? È questo il mondo in cui vi piace lavorare? Dal vostro silenzio devo concludere che lo sia.

S&P teme che le elezioni non risolveranno nulla: «Entrambi gli schieramenti sono divisi, è difficile che chiunque vinca abbia la forza per raddrizzare la situazione». Mi colpisce che questo si dica dell'Italia e non della Germania che vota fra un mese, in mezzo a contraddizioni simili, un segnale che dovrebbe preoccuparci.

Il centrosinistra pensa alle primarie di ottobre, il programma, dice Prodi, verrà dopo. È un lusso che non si può permettere. Più tardi illustrerà il suo programma, più difficile sarà la situazione che, se vincerà, si troverà a dover affrontare.

giavazzi-f@yahoo.com

A parte le ovvie, sacrosante e scontate reazioni di orrore per le stragi terroriste, pietà per le loro vittime e paura di far parte domani di queste ultime — rischio cui è esposto chiunque, indipendentemente dalle sue scelte politiche e dai suoi sentimenti caritatevoli o astiosi nei riguardi del prossimo — i devastanti attentati di queste settimane e di questi giorni costringono a prender atto che, fra le sconvolgenti trasformazioni che hanno mutato e mutano la nostra realtà, c'è anche la trasformazione della guerra, come avevano genialmente intuito e analizzato già anni fa, ben prima dell'11 settembre, i due generali cinesi Qiao Liang e Wang Xiangsui. Il terrorismo non è più un episodio isolato, eclatante ma presto sommerso dal corso delle cose; è una guerra e una guerra che non riguarda soltanto roventi situazioni e conflitti locali, come in passato, ma il mondo intero. Non si tratta più di piccoli gruppi che, con mezzi e azioni anomale rispetto alle consuete modalità belliche, colpiscono un avversario e nemmeno di singoli nuclei sovversivi che colpiscono le istituzioni nella speranza di rovesciare l'ordine sociale vigente o di favorire losche manovre politiche, come è avvenuto in anni non lontani in Italia.

Ora si tratta di una guerra, simile o opposta a quella tradizionale: un'organizzazione clandestina attacca rovinosamente New York, cosa che non riuscì e non poteva riuscire all'aviazione del Terzo Reich; bombarda con le sue bombe Londra, come la Luftwaffe di Hitler.

Dinanzi a una guerra — a parte il dolore per i morti e la paura di morire — si possono fare varie considerazioni. La si può inquadrare — e si deve farlo, se ci si propone di discuterne obiettivamente e al di sopra dei propri timori e interessi — nel complesso della storia, collocando la violenza che ci colpisce nella totalità degli eventi che l'hanno preceduta e generata: è quello che ha fatto — con particolare coraggio, dato il momento tragico e il suo ruolo politico — il sindaco di Londra, collega di partito di Blair, ricordando le violenze compiute in passato dall'Occidente e osservando che ognuno combatte con le armi che ha a disposizione, carri armati e aeroplani o bombe. Si può anche ricordare che Begin aveva compiuto sanguinose azioni terroriste e più tardi, in circostanze e funzioni diverse, ricevette il Premio Nobel per la pace, quasi a significare che è la vittoria o la sconfitta a decidere se il terrorismo ha ragione o torto.

Queste osservazioni del Lord Major londinese sono giuste e servono a ricordare, doverosamente e opportunamente, che, accanto alle vittime barbaramente uccise come quelle di questi giorni e giustamente piante da tutto il mondo, ce ne sono state e ce ne sono tante, tantissime altre massacrate altrettanto barbaramente senza che il mondo e la coscienza del mondo ne avessero e ne abbiano rimorso e nemmeno consapevolezza.

Tali considerazioni tuttavia servono a poco dinanzi al fatto che pure chi le fa si trova esposto al rischio di saltare in aria su una bomba messa nella metropolitana; in questo momento, nella piccola Trieste che non attira l'attenzione del mondo, sono probabilmente più al riparo di chi deve attraversare Londra per guadagnarsi il pane, ma, dati i numerosi viaggi cui mi porta il mio lavoro, non sarebbe statisticamente impossibile che toccasse pure a me. Dopo tutto, è stato un caso che mi trovassi a Londra tre mesi e non tre settimane fa.

Dunque, quali siano o possano essere le origini, le motivazioni, le cause, la realtà da cui nasce il terrorismo, debellarlo significa proteggere pure me, i miei amici, tutti. Ma come può essere sconfitto? Certamente occorre rimuovere tutte le cause, e in primo luogo i nostri errori e le nostre colpe, che possono creare situazioni in cui il terrorismo attecchisce più facilmente, ma, a parte questo doveroso disegno del futuro, è necessario stroncare la sua realtà presente, la sua furia che è autonoma e prescinde ormai da ogni genesi storico-politico-sociale. Ma come vincere questa guerra? Sembra talora che l'Occidente si affidi a una visione e a una tattica bellica invecchiate, sorpassate da quella trasformazione globale e capillare della guerra analizzata dai due strateghi cinesi.

L'invasione dell'Afghanistan e dell'Iraq, se si proponeva di estirpare il terrorismo, è stata una risposta tecnicamente invecchiata a una situazione nuova; il terrorismo infatti è aumentato e in Iraq le vittime quotidiane sono così numerose da non destare più emozione, come denunciava giovedì Ernesto Galli della Loggia sul Corriere, forse anche perché si tende a sorvolare su di esse in quanto dimostrano il fallimento dell'impresa. La disastrosa invasione sovietica dell'Afghanistan, che è stata condannata moralmente anziché essere bollata in primo luogo per la sua stupidità, non ha insegnato proprio nulla.

L'altro giorno, chiacchierando a tavola, uno dei miei figli mi faceva osservare come, sino a pochi anni fa, il divario tra il potere e i piccoli gruppi ribelli fosse andato, con lo sviluppo della tecnologia, sempre crescendo, mentre oggi è proprio il progresso tecnologico che permette a un'organizzazione segreta di sfidare la più grande potenza del mondo e di disporre di armi non troppo dissimili, così come nell'età della pietra sia il capo tribù sia l'ultimo ribelle disponevano della clava. Pure chiudere le frontiere o espellere non già, giustamente, individui di accertata pericolosità, bensì indiscriminatamente persone provenienti da zone vagamente accostabili al terrorismo, è non solo ingiusto, ma inefficace e contrasta quella circolazione e quella globalizzazione che sono, in bene e in male, la nostra realtà e che è patetico illudersi di bloccare. Come ha scritto Sergio Romano sul Corriere, si combatte il terrorismo mantenendo fede alla normalità quotidiana, non lasciandosi intimidire, continuando a creare quella vita d'ogni giorno ch'esso vuole distruggere, viaggiando in metropolitana nonostante le bombe, anche perché non è la morte la disgrazia peggiore («morir si deve, morir bisogna, mostrar il cul senza vergogna», dice un proverbio delle mie parti) bensì una vita tarpata, bloccata.

A una situazione nuova occorre rispondere, per non perdere, con metodi nuovi. Un profano pensa istintivamente che in primo luogo un'efficace rete di infiltrati potrebbe permettere di stroncare il terrorismo sul nascere, ma è ridicolo che un profano dica la sua su queste cose. La reazione inglese, nella sua calma e compostezza, è esemplare, e rappresenta forse una delle risposte migliori. I terroristi hanno assassinato tante persone, ma se la loro strage non incide minimamente sull'atteggiamento degli inglesi, questa è già una loro sconfitta. L'Inghilterra ha vinto la Seconda guerra mondiale anche perché Churchill, mentre Londra veniva selvaggiamente bombardata, si preoccupava ostentatamente della salute di alcune bertucce dello zoo di Gibilterra.

Nell'immagine lo skyline di New York dopo gli attentati alle Torri Gemelle (Jim Graham/Saba)

La sintonia tra il premier Silvio Berlusconi e il segretario deiDs Piero Fassino non è fatto abituale. Ancora di più se l'oggetto è ilmondo della finanza. Ma ieri a trovare d'accordo, almeno apparentemente, i due leader è stato uno degli argomenti più chiacchierati e discussi del momento: gli immobiliaristi. Mentre il premier difendeva le scalate, anche quelle all'Rcs, Fassino intervistato da Sky Tg24 diceva di «non conoscerli» ma di trovare «incomprensibile» la «puzza sotto il naso» che circonda chi costruisce palazzi. Il riferimento è chiaro ed è alle mosse degli immobiliaristi, formula con cui negli ultimi tempi si fa riferimento soprattutto a Danilo Coppola, Stefano Ricucci e Giuseppe Statuto. «Bisogna solo capire se un imprenditore fa bene o meno il suo mestiere» ha aggiunto Fassino. Ma il tema è più ampio. Perché le voci che vogliono un legame tra i Ds e la nuova generazione di immobiliaristi — tra gli altri il settimanale Diario aveva dedicato la copertina al «Compagno Ricucci» — sono state tali da spingere qualche giorno fa il presidente dei Ds Massimo D'Alema a scendere in campo direttamente per smentirle. «Ricucci? Mai visto» aveva detto D'Alema. Che aveva aggiunto di ritenere la stessa sinistra italiana la possibile fonte della voce.

Così Fassino ha concluso definendo «inaccettabile» la campagna fatta «su D'Alema e anche intorno al mio partito» , a proposito di rapporti con ambienti finanziari «che non ci sono» .

C’è una sola parola appropriata per decifrare la situazione dell’economia italiana dopo le cifre fornite quattro giorni fa dall’Istituto di statistica: sfascio. Non ci trastulliamo con termini più o meno tecnici, recessione, stagnazione, «stagflation» e altri consimili. La parola giusta è sfascio. Gli ingranaggi sono fermi, il motore è spento, il treno è immobile su un binario abbandonato.

Si discute quanto di questo sfascio sia dovuto a crisi congiunturale e quanto a crisi strutturale; quanto al ciclo fiacco di Eurolandia e quanto al dilettantismo nostrano.

Discussione oziosa. Nelle crisi profonde che colpiscono un organismo c’è di tutto un po’. Nel caso nostro il «nanismo» delle aziende italiane è antico, la scarsità del capitale di rischio è antica, la mediocrità della ricerca e dell’innovazione è stata una costante dell’industria italiana. Eppure questi handicap non ci hanno impedito di trasformarci in meno di vent’anni da Paese prevalentemente contadino in paese industriale e successivamente post-industriale e terziario.

Non ci hanno impedito di raggiungere un livello di reddito europeo, di accumulare risparmio, di creare nuova e maggiore ricchezza, di entrare a far parte dei sette Paesi più ricchi del mondo, di crescere a ritmi sostenuti, di occupare una posizione cospicua nel commercio internazionale.

Non ci hanno impedito una buona vita, buone vacanze, casa e seconda casa di proprietà, più di un’auto per famiglia, più di una televisione, più di un telefonino. E tante altre cose che fanno il benessere così come ora si concepisce.

Che cos’è dunque che a un certo momento si è inceppato? Perché il giocattolo si è rotto?

Su questo giornale abbiamo raccontato molte volte questa lacrimevole storia di un Paese di furbi che segavano il tronco su cui stavano seduti e sarebbe noioso raccontarla di nuovo. Basti ricordare che il meccanismo si è inceppato quando abbiamo cominciato ad accumulare un debito pubblico dissennato scaricando sulle future generazioni il peso della dissennatezza.

Scaricando gli errori, le camorre, il costo delle disuguaglianze sui figli e sui nipoti.

Ebbene, la cambiale è arrivata al pagamento. I figli e i nipoti siamo noi, visto che quest’andazzo cominciò nei primi anni Ottanta. Dunque venticinque anni fa, giusto il tempo di passaggio di una generazione.

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La crisi ebbe tuttavia un momento di ristoro e di inversione di marcia dopo aver raggiunto quello che allora fu considerato l’acme dello sfascio economico strutturale.

Ricordate? Fu nel 1992, governo Amato, la lira al tracollo, una fuga di capitali paurosa, crollo delle esportazioni, riserve valutarie prossime allo zero, sfiducia profonda dei mercati.

La reazione fu una cura da cavallo, iniziata dallo stesso Amato, proseguita da Ciampi chiamato a succedergli e portata avanti da Prodi con Ciampi al Tesoro. (Deve far riflettere che allo stesso posto dove sedettero Andreatta e Ciampi si siano poi accomodati Tremonti e Siniscalco).

In quel periodo il debito scese dal 130 al 106 del Pil, i tassi di interesse e l’inflazione tornarono a livelli europei, il bilancio registrò un avanzo delle partite correnti del 5 per cento. La politica dei redditi fu concertata dal governo con le parti sociali. La lira si fuse con altre undici monete dando vita all’euro.

Adesso Berlusconi e Tremonti fantasticano di dare una spallata (parole loro) alla Commissione di Bruxelles e attribuiscono all’euro i guai provocati dalla loro insipienza. Dimenticano di dire dove sarebbe oggi la nostra economia già così disastrata se al posto dell’euro ci fosse stata ancora la lira. Dove sarebbero arrivati l’inflazione e i tassi di interesse. Dove si collocherebbe il tasso di cambio tra la lira e il dollaro, la lira e la sterlina, la lira e l’euro, perché la moneta europea sarebbe nata lo stesso anche senza di noi e la lira varrebbe più o meno ciò che vale la moneta libica o quella argentina o quella messicana. E’ semplicemente vergognoso che queste verità siano nascoste da un’ondata di demagogia messa in piedi da «nani e ballerine».

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Dopo la nascita dell’euro gli italiani, o meglio una lieve maggioranza di elettori, preferirono tirare il fiato.

L’inversione di rotta gestita da Amato-Ciampi-Prodi verso la ricostruzione della finanza e dell’economia aveva comportato sacrifici, il risanamento aveva imposto ritmi serrati, una pausa era dunque fisiologica. Ma pesavano ancora sul paese i mali antichi, la debolezza congenita del capitalismo italiano, la scarsa innovazione, il burocratese.

Una pausa, sì, ma senza allentare la vigilanza, avviando la modernizzazione senza promettere la cuccagna; liberalizzando i settori protetti, tutelando energicamente la libera concorrenza contro l’insidia del monopolio specie nei settori della pubblica utilità, tagliando le rendite a favore dei profitti e dei salari, accorciando la catena commerciale, proseguendo la riforma del mercato del lavoro già iniziata da Prodi e D’Alema con buoni frutti, sempre nel quadro della concertazione sociale e di una politica dei redditi equa e responsabile.

Ebbene, le cose non sono andate così. Sappiamo come sono andate perché è storia di questi quattro anni. La congiuntura internazionale ha rallentato il passo. Poi il passo è tornato normale in Usa ma non in Europa. Poi ha ripreso a tirare il Giappone. Infine hanno cominciato a emergere la Cina e l’India. Si sono confrontate e si confrontano strutture economiche con costi elevati con strutture con costi bassissimi, industrie innovative con industrie «convenzionali».

In questa nuova e più difficile temperie il sistema Italia è rapidamente precipitato nelle posizioni di coda, i mali antichi sono riemersi con virulenza, altri se ne sono aggiunti. La pace sociale è stata volutamente spezzata. Si è perseguita una politica economica classista e una finanza cosiddetta creativa ma che meglio si sarebbe dovuta definire imbrogliona.

Risultato: lo sfascio, l’isolamento dall’Europa, la bugia sistematica e il nascondimento dei dati reali. E ora che si fa?

* * *

Il governo ha buttato dalla finestra 12 miliardi di euro l’anno scorso per diminuire le aliquote dell’Irpef (soprattutto sui redditi sopra i 40 mila euro).

Voleva buttarne via altrettanti per beneficiare i redditi massimi diminuendo l’aliquota dal 43 al 39 per cento.

Adesso ci ha ripensato (per fortuna). Il «premier» quei 12 miliardi li vorrebbe destinare all’abbattimento dell’Irap che grava sull’ammontare dei salari pagati dalle aziende.

L’idea sarebbe buona ma purtroppo i soldi non ci sono. Non ci sono neppure per diminuire l’Irap di soli 4 miliardi, mentre pare ci siano, ma non si sa dove stiano, per rimpiazzare gli 11 miliardi per le «una tantum» che vanno in scadenza alla fine dell’anno. Siniscalco dovrebbe spiegare e speriamo lo faccia presto.

Lo sforamento dei parametri di Maastricht è, allo stato attuale, del 4 per cento. E’ previsto che salga al 4,6 per fine anno a legislazione vigente, ma non è spesato il contratto del pubblico impiego oltre i 90 euro, non c’è un soldo per gli ammortizzatori sociali, la Cassa integrazione è già fuori misura, confiscata in gran parte dalla crisi della Fiat; le Ferrovie denunciano esuberi per altri 10 mila dipendenti. Centomila sono i posti a rischio della grande industria (quel che ne resta). I consumi sono al punto più basso degli ultimi quindici anni. Gli investimenti languono. Le esportazioni sono in rosso.

Occorre la «scossa» per ripartire, questo dice l’emergenza: una scossa forte per ripartire subito.

La scossa, diciamolo con onesta franchezza, non può venire dagli investimenti: se il cavallo non beve, le imprese non investiranno, quale che siano gli sconti fiscali. Il cavallo sono i consumi, la domanda interna. Ci vuole dunque un provvedimento di rapido impiego che sostenga i consumi e questo è il solo modo per rimettere la macchina in moto.

Gli sconti sull’Irap puntano sugli investimenti e non entreranno in funzione (anche se decretati subito) che a metà del 2006. Troppo tardi per risollevare una situazione agonica.

Un altro provvedimento sarebbe più appropriato e di quasi immediata utilizzazione: la dimensione del cuneo fiscale, la fiscalizzazione cioè di una parte dei contributi sociali attualmente a carico delle imprese e dei lavoratori.

Agire sul cuneo fiscale è molto più appropriato che agire soltanto sull’Irap. Avvicina il costo del lavoro al salario netto che va in busta paga.

Lo sgravio potrebbe andare per metà a vantaggio delle imprese e per metà a vantaggio dei salari. Uno sconto di 3 miliardi all’Irap ed altri 3 alla fiscalizzazione contributiva: ecco 6 miliardi ben spesi. Con effetti immediati per la metà e con effetti sulle aspettative per l’altra metà che diventerebbe operante nel 2006. La copertura, per la metà immediatamente necessaria, potrebbe essere trovata dall’aumento dell’imposta sulle rendite finanziarie.

***

Ma il provvedimento più efficace per restaurare la fiducia riguarda la politica: licenziare questo governo, il suo manovratore e lo stuolo dei suoi ministri-dilettanti.

Prima sarà meglio sarà. Ogni settimana è persa. Questo ormai l’hanno capito tutti. Sarebbe bene che si passasse dalle parole al fatto. Questa maggioranza non esiste più.

Perciò seppellitela prima che la sua decomposizione ammorbi l’aria con i suoi mefitici vapori.

P. S. Nel giorno del sesto anniversario del suo settennato presidenziale desidero inviare gli auguri e la più sentita riconoscenza al nostro presidente Carlo Azeglio Ciampi.

Confido d’interpretare un sentimento comune e molto diffuso nel dire che la sua presenza al vertice dello Stato è per tutti gli italiani uno dei pochi elementi di fiducia e di speranza in un futuro migliore

Almeno per qualche giorno, almeno in Italia, almeno a Roma, lo strabismo è d'obbligo. Morto un papa se ne fa un altro, morto un governo pure, o forse no. Chiesa e Stato, religione e laicità, autorità e potere. Di là e di qua dal Tevere. Strana contingenza, stesso tempo, scenari abissalmente diversi. Di là dal Tevere, dopo il ciclone Wojtyla, tutto è in ballo, dal rapporto fra fede e scienza al sacerdozio femminile, ma la forma è intatta: come durante i funerali di Giovanni Paolo II, la diretta tv restituisce geometrie e liturgie precise e cadenzate, i giochi per la successione coperti dal silenzio stampa cui sono stati piegati i 115 cardinali riuniti nella Cappella Sistina in rappresentanza del mondo. Di qua dal Tevere, alla fine del ciclone Berlusconi, c'è in ballo molto meno, un cambio di governo e forse di campo politico, ma la forma è sfatta: fra scena e retroscena, fra un conato di decisionismo del Cavaliere e un conato di autonomia di Follini, le cronache restituiscono un'incertezza istituzionale ormai scontata e interiorizzata, come se le procedure costituzionali fossero pura ritualità non vincolante per una prassi impazzita. Di là dal Tevere, finita la preghera inizia il conclave erga omnes; di qua, finito il vertice di maggioranza si aspetta che il presidente del consiglio salga finalmente al Quirinale, nel vocio di Bossi che annuncia tempesta, Buttiglione che vede sereno e Follini che patteggia insidie e ministri. Berlusconi ha passato il weekend a fare gli scongiuri contro il ritorno alla prima Repubblica, scambiando come al solito la sua fede populista per il passaggio alla seconda, che sul piano delle regole non c'è mai stato. Il berlusconismo sembra morto nelle urne regionali, ma non lo è e non smetteremo di farci i conti, sul piano delle regole, dei contenuti e della comunicazione politica: perde ai punti ma non è al tappeto, e finirà ingloriosamente, lasciando strascichi di ogni tipo, malgrado le invocazioni romantiche dell'elefantino sul Foglio al «doppio onirico» di Berlusconi perché lo faccia finire in gloria giocandosi il tutto per tutto nell'ultimo sogno e nell'ultima battaglia. Sommersa dai debiti, l'Italia non sogna più, e non è neanche detto che sia un bene come sarebbe cambiare sogno: al centrosinistra toccherà la gestione del disincanto senza né doppi onirici né doppi sogni (quelli esplosivi, a «occhi completamente aperti», alla Schnitzler riscritto da Kubrick).

Il sogno s'è spostato oltretevere. Lì i fedeli attendono il nuovo papa con un carico di aspettative che la politica laica non conosce più. Lo vogliono: paterno, aperto, comprensivo, ecumenico. I giornali, manifesto compreso, pubblicano la lista dei desideri: dev'essere simpatico come dice il cardinale Schoenborn, mediatico ma non troppo, riformista all'interno della Chiesa, deve continuare il dialogo con le altre religioni, avere a cuore i bambini asiatici oggetto di commercio sessuale, essere sensibile ai problemi dell'ambiente, diventare il paladino dei diritti umani, contrastare le guerre. Poco meno che un programma politico planetario. Molto proiettivo, molto virtuale. Ma al di qua delle proiezioni le poste in gioco, per l'immediato futuro della Chiesa, sono chiare: rapporto fra fede e scienza, permessi e divieti per la ricerca sulle cellule staminali e per la procreazione assistita, preti sposati per combattere la crisi delle vocazioni, sacerdozio femminile per scuotere il sessismo cattolico, meno proibizionismo sulla contraccezione, dialogo effettivo e non di facciata con le altre religioni, rilancio di collegialità in una Chiesa anch'essa troppo tentata, con Wojtyla, dal binomio populismo-leaderismo. Il catalogo è questo. Qualcuno da questa parte del Tevere, a destra e a sinistra, è in grado di stilarne uno altrettanto dettagliato per il governo che verrà?

È impossibile nascondersi la gravità di quanto è accaduto ieri al Senato. Dopo la Camera, infatti, l’assemblea di Palazzo Madama ha approvato definitivamente in prima lettura una riforma della Costituzione italiana che distrugge alcuni aspetti caratterizzanti dell’organizzazione dello Stato repubblicano e modifica in profondità il funzionamento dei massimi organi del suo potere politico nonché lo schema dei loro rapporti. Il panorama delle rovine è presto descritto. Viene estesa a dismisura, anche a campi delicatissimi come quello dell’istruzione e della sicurezza pubblica, la capacità legiferatrice delle Regioni: lo Stato centrale mantiene sì formalmente l’esercizio di un potere d’interdizione, ma in misura attenuata e così ambigua che l’unico risultato prevedibile è una crescita esponenziale del contenzioso Stato-Regioni, già oggi ben oltre il limite di guardia. Nell’ambito del potere centrale, poi, la fine dell’attuale bicameralismo perfetto serve ad installare un Senato di nuovo tipo - presentato come «federale» ma in realtà non eletto in rappresentanza delle Regioni in quanto tali, e con competenze ridotte rispetto ad una vera camera politica - e una Camera dei deputati sovrastata da un primo ministro eletto dal popolo ma che, in barba ad ogni logica costituzionale, potrà a certe condizioni essere sfiduciato dalla stessa ed avrà, insieme, il potere di scioglierla quando gli piacerà. Ciò che in conclusione la riforma costituzionale realizza - per giunta non subito ma, tanto per accrescere la confusione, in varie tappe scaglionate nel tempo - sarà un incrocio contraddittorio e micidiale di accentramento e decentramento, all’insegna dell’istituzionalizzazione della paralisi e dell’apoteosi del ricatto.

Del resto è solo per il ricatto continuo e minaccioso della Lega che l’onorevole Berlusconi e la destra hanno dato il via a un progetto simile. È esclusivamente, cioè, per il proprio immediato tornaconto politico che il presidente del Consiglio e altre forze della sua maggioranza, che al pari di lui non hanno mai manifestato alcun interesse per il federalismo, e anzi sono ideologicamente ai suoi antipodi come Alleanza nazionale, lo hanno improvvisamente abbracciato, accettando così cinicamente di mettere mano al disfacimento del Paese.

Perché di questo si tratta: la riforma della Costituzione voluta dal governo e dalla sua maggioranza costituisce forse il più grave pericolo che l’unità italiana si trova a correre dopo quello terribile corso sessant’anni orsono nel periodo seguito all’armistizio dell’8 settembre. Mentre in misura altrettanto forte sono in pericolo la funzionalità e l’efficienza della direzione politica dello Stato da un lato, e dall’altro alcuni valori di fondo della nostra convivenza, non più garantiti da una tutela pubblica affidabile.

Di fronte a questa prospettiva inquietante, non ci sembra che abbia molto senso unire la nostra voce al coro di quelli che, sia pure con qualche ragione, mettono sotto accusa le responsabilità anche della sinistra per aver aperto la porta al disastro attuale approvando, con una ristrettissima maggioranza, le modifiche del Titolo V della Costituzione nella scorsa legislatura. Anche nelle responsabilità c’è una gerarchia, e oggi quello che appare in modo indiscutibile è il primo posto guadagnato dalla destra e dal suo capo nella corsa a fare il male del Paese. Per realizzare il misfatto hanno bisogno però del consenso dei cittadini nel referendum confermativo da qui ad un anno o quando sarà: vedremo allora se gli italiani sono davvero stanchi di avere una Costituzione e una patria.

Se dovessimo dar retta a Ricardo per regolare l’ economia italiana e quella mondiale, come propongono alcuni economisti e le maggiori organizzazioni internazionali, non dovremmo esitare un istante: constatato che i cinesi ormai producono merci nel settore del tessile e abbigliamento a un costo assai più basso dell’ Italia, questa dovrebbe uscire di corsa da tale settore, e cercare di occupare i lavoratori che così perdono il posto nella produzione di merci che alla Cina convenga comprare. In questo modo sia l’ Italia che la Cina ne trarrebbero vantaggio. Mentre cercare di fermare alla dogana di Gioia Tauro, o di Genova, le merci cinesi nuocerebbe ad ambedue le economie.

Ricardo aveva forse ragione quando suggeriva - nel 1817 - ai portoghesi di comprare panno in Inghilterra, dove lo producevano a minor prezzo, ed agli inglesi di acquistare vino in Portogallo invece che farselo in casa. Purtroppo, trasferita ai giorni nostri, e applicata alle relazioni commerciali Italia-Cina, la sua teoria dei "costi comparati" presenta vari inconvenienti. Il costo del lavoro in Cina è 20-25 volte inferiore a quello italiano. Nelle manifatture delle principali zone industriali il salario medio cinese è di circa 1.200 euro l’ anno, e gli orari molto lunghi; quello italiano si aggira sui 1.200 euro al mese, guadagnato con orari più umani. Inoltre i prelievi obbligatori per l’ assistenza e la previdenza raddoppiano il costo del lavoro in Italia, mentre poco aggiungono in Cina, dove il comunismo capitalista ha soppresso quel che esisteva del vecchio stato sociale, e si è ben guardato dallo svilupparne uno nuovo. Dal che deriva la disuguaglianza indicata. Quanto basta per dire, tra l’ altro, che i cinesi non stanno affatto facendo del dumping, che significa vendere in massa prodotti sottocosto; vendono a prezzi bassi perché i loro costi sono bassissimi.

Di fronte a simili disparità, forse nemmeno Ricardo avrebbe consigliato ai portoghesi di fabbricare vino e comprare panno, e agli inglesi di fare il contrario. Né il problema si chiude con le disuguaglianze salariali. Va infatti notato che anche se volessimo procedere con lo scenario socialmente intollerabile di qualche centinaio di migliaia di lavoratori disoccupati per mesi o per anni, in attesa di essere gradualmente rioccupati in settori più produttivi, in realtà noi non sappiamo più quali prodotti di massa potrebbero oggi interessare alla Cina. I prodotti di massa se li fabbricano sul posto, pure quelli con contenuti tecnologici elevati. In altre parole il trasferimento di grandi quantità di manodopera dal tessile ad altri settori, oltre ad essere impraticabile, sposterebbe soltanto il problema un po’ più a lato, o a un tempo un poco più lontano.

Allora, dazi italiani sulle merci cinesi? Prima di soffermarsi su questa domanda, bisognerebbe formulare altre risposte. Cominciando dal notare che alle migliaia di imprese europee e americane operanti in Cina i bassi salari e le cattive condizioni di lavoro delle zone industriali, che diventano pessime nelle zone franche di lavorazione ed esportazione dove lavorano per loro trenta milioni di persone, in fondo vanno benissimo. Infatti permettono di fare grandi profitti. E vanno bene anche a noi come consumatori, perché senza il lavoro di giovani donne pagato due dollari al giorno, nelle zone franche, noi non avremmo il piacere di comprarci, ad esempio, un PC superdotato per meno di mille euro. Bisognerebbe quindi chiedere alle imprese in questione se non sarebbero disposte a pagare salari un po’ più elevati nelle tante fabbriche cinesi che a loro, in una forma o nell’ altra, fanno capo, come sussidiarie o fornitrici; e magari a permettere addirittura l’ ingresso nelle fabbriche di rappresentanze sindacali. Mentre ciascuno di noi, come consumatore, potrebbe magari ragionare sul fatto che se si pagassero un po’ di più i prodotti che attraverso molte vie vengono dalla Cina, favorendo l’ aumento dei salari in quella parte del globo, si difenderebbero meglio i posti di lavoro da questa parte del medesimo.

Nel caso che le imprese europee fossero disposte a concedere qualcosa in merito ai salari che pagano e alle condizioni di lavoro che offrono in Cina, l’ Italia, o meglio la Ue, sarebbero in una posizione migliore per discutere con i cinesi dei tanti aspetti dei rapporti commerciali che non si esauriscono nel rapporto prezzo/qualità delle merci. Oggi si parla molto di investitori socialmente responsabili, quelli che acquistano azioni di un’ impresa soltanto se essa soddisfa determinati parametri sotto il profilo economico, sociale e ambientale. Sembra difficile negare che i paesi Ue, non in ordine sparso ma con un disegno collettivo, peserebbero di più nella regolazione del commercio mondiale se cominciassero ad agire come partners commerciali socialmente responsabili. Capaci di chiedere alla Cina - o all’ India, o ad altri - il rispetto di diritti umani, sociali, sindacali nell’ industria dei loro paesi. E capaci di chiederlo in modo non ipocrita perché le loro imprese per prime si sono adoperate a rispettare quei diritti non solo in patria, ma anche nelle zone dell’ Asia sud-orientale da cui importano fiumi di materie prime, semilavorati, componenti e prodotti finiti.

E i dazi sui tessili, e perché no sulle mele o i giocattoli provenienti dalla Cina? Per avanzare una simile proposta bisogna veramente non avere alcuna idea di come è organizzata oggi la produzione nel mondo di qualsiasi manufatto, tramite infinite catene transnazionali di creazione del valore. Le merci che, colpite da pesanti oneri doganali, non sbarcherebbero più a Gioia Tauro o a Genova, arriverebbero da Tarvisio o dal Sempione. Senza pagare dazio, perché porterebbero un’ etichetta europea o magari americana. Al confronto, per quanto al momento possa apparire utopistica, è molto più concreta l’ idea di discutere con i cinesi, a livello Ue, di salari, diritti dei lavoratori e condizioni di lavoro. Senza però pretendere di chiedere a loro di introdurre quei mutamenti che tante imprese europee operanti in Cina finora si sono ben guardate dall’ attuare.

Non credo che chi detiene Giuliana Sgrena sia così addentro alle cose italiane da aver voluto intervenire con il video e la sua supplica: «lasciate l'Iraq», quattro ore prima del voto al Senato sul rifinanziamento al contingente italiano. Saprebbe che in quella seduta ci sarebbe stata comunque una maggioranza per mantenere le truppe. Eppure la prima interpretazione dei giornali e delle tv è stata quella d'una super operazione preparata a fini italiani. Con quale fondamento? Nessuno. Tanto più se è vero che la consegna del video non è avvenuta ieri l'altro all'hotel Palestine, ma per strada a un giornalista che lo consegnò al comando americano e che questo l'ha passato, non senza esaminarlo, ai servizi italiani. La verità è che dei sequestratori non si sa nulla. E non si vuole ammetterlo, né ammettere che il ritiro sarebbe del tutto ragionevole, come hanno capito altri tredici paesi. Si preferisce discettare sull'abilità della nostra intelligence, scordandosi che quella che fa parte della «missione di pace» si guarda bene dal tenere d'occhio i nostri pochi giornalisti che sbarcano a Bagdad. Forse non ne chiedono l'assistenza, ma che intelligence è se non sa vigilare con discrezione? Certo non vigilava l'uscita dell'università da cui sarebbe necessariamente emersa Giuliana Sgrena, non ha notato le due auto ferme con otto uomini armati dentro, né è intervenuta mentre sequestravano la nostra compagna e le guardie di quel democratico paese sparavano in alto. Se - dice il governo - il contingente deve restare in Iraq per garantire la sicurezza, certo non è quella dei nostri concittadini. Che pure è il primo obbligo dello stato, quello per cui in cambio si sta alle sue leggi e si pagano le tasse. E' sciocca la battuta virtuosa: «Dai terroristi non ci si fa dettare la politica». Nessuno lo pretende. Dai terroristi lo stato deve proteggerti e se non ci riesce deve riscattarti. Lo pensava Moro, lo penso anch'io.

Ma nel pianto della nostra Giuliana c'era l'angoscia di chi non spera che il suo paese la ascolterà. E assieme l'amarezza del capire che qualunque cosa abbia fatto per il popolo iracheno ai suoi sequestratori non importava niente. Perché hanno sicuramente veduto Al Jazeera e sentito la condanna degli Ulema e di Al Sistani, ma lei resta per loro una occidentale e basta. Questo Giuliana ci ha detto: più forte di tutto è l'odio per gli occupanti. E questo dicono tutti quelli che testimoniano dell'Iraq, incluso gli ultimi mercenari americani - nella privatizzazione crescente della guerra sono, secondo Le Monde, oltre 30.000.

E' in questo quadro che, anche a non sentire pietà per la nostra amica, mantenere le nostre truppe in Iraq è privo di senso. Accresce l'odio e basta. Possono riempirsi la bocca di missioni di pace i nostri governanti, coprendosi sotto l'ala del poco glorioso comunicato 1.546 dell'Onu, di fatto avallante una guerra che aveva condannato. L'Italia è andata in Iraq soltanto per essere gradita a George W. Bush. La scarsa quantità dei nostri militari rende loro impossibile far altro che tenersi acquartierati, con scarse sortite per timore degli spari della guerriglia. Alle molto più numerose truppe americane non va molto meglio. I nostri uomini non servono né come pacificatori né come mediatori in una nazione sconquassata fra gli sciiti dell'iraniano Al Sistani, i curdi pieni di rancore, i sunniti esclusi o autoesclusi. In quel tumulto di furore e sangue l'occupazione unifica le etnie soltanto nell'odio che nutrono per essa, del quale il governo Allawi ha pagato il prezzo alle elezioni.

A che serve dunque il nostro contingente se non a garantire all'Italia uno spazietto nel bottino del dopoguerra, sul quale è ormai scesa la zampata americana? Andarsene non è soltanto salvare la vita di Giuliana. Se quel paese potrà risorgere e vincere le sue frange terroriste, lo potrà fare solo a occupazione finita.

Caso Sicilia, la Rai sconfessa Report

di ALESSANDRA ZINITI

PALERMO - Ora la patata bollente passa nelle mani di Giovanni Masotti e Daniela Vergara. Trasmissione "riparatrice" sulla Sicilia quella di "Punto e a capo" della prossima settimana su Rai 2 promessa dal direttore generale della Rai Flavio Cattaneo per placare l'ira del presidente della Regione siciliana Salvatore Cuffaro, indignato per l'immagine dell'isola venuta fuori dall'inchiesta sulla mafia mandata in onda sabato sera da "Report" su Rai 3. Così almeno ha raccontato ieri Cuffaro ai giornalisti chiamati anche per annunciare l'invio di una lettera di protesta al presidente della Repubblica Ciampi e la richiesta di immediata convocazione della commissione di vigilanza della Rai.

Tanto indignato Cuffaro da resistere a stento alla tentazione di lanciare una sorta di rivolta del canone: "Certo, non potrò mai dire ai siciliani di non pagare il canone, ma mi rendo conto che dopo la trasmissione faranno un grosso sforzo nel continuare a pagare il servizio pubblico".

"Dire che la Sicilia di oggi è quella in cui l'80 per cento degli imprenditori pagano il pizzo o se ne vanno e quelli che restano sono costretti a vivere sotto scorta è un falso - ha detto il governatore - . Che ci provoca un grosso danno di immagine proprio in un momento in cui decine di grossi imprenditori del nord vengono ad investire nell'Isola e non certo perché sono collusi con la mafia. Quelli che pagano il pizzo saranno il 5-10 per cento. I magistrati dicono cose diverse? E io non ci credo. I dati veri dicono che il prodotto interno lordo in Sicilia nel 2003 è cresciuto dell'1,8 per cento, ben di più della media nazionale dello 0,4 per cento, e questa è la riscossa di un territorio, della sua voglia di impresa, della cultura della legalità".

Alle proteste di Cuffaro si aggiungono anche quelle dei ministri La Loggia e Giovanardi (ieri a Palermo) e quelle degli imprenditori. In una lettera al direttore di Rai 3, il vicepresidente di Confindustria con delega al Mezzogiorno Ettore Artioli stigmatizza gli "odiosi luoghi comuni secondo i quali tutta la Sicilia sarebbe governata dalla delinquenza organizzata e tutti quelli che si ostinano a vivere e a lavorare in questa regione sono inevitabilmente complici e collusi con la criminalità". E mentre il sindaco forzista di Catania e medico personale di Berlusconi Umberto Scapagnini annuncia "la sospensione di ogni rapporto ufficiale con il servizio pubblico" e un fitto scambio di telefonate Palermo-Roma ventila anche una "ospitata" di Cuffaro in una delle prossime trasmissioni mattutine della Rai, il direttore della terza rete Paolo Ruffini respinge gli attacchi: "Questa polemica proprio non la capisco. Io sono siciliano e la Sicilia la amo veramente. E il programma della Gabanelli, che era assolutamente antiretorico, ha dato voce alla Sicilia perbene, mostrando proprio il contrario di quello che gli viene imputato, ovvero che esistono molti siciliani che si battono contro la mafia. Non è che vietando di parlarne si sconfigge la mafia, la si sconfigge anche denunciandola e dando voce a chi la combatte e la denuncia. Dando voce alla Sicilia perbene".

E a fianco della redazione di Report scende anche il segretario della Fnsi Paolo Serventi Longhi: "Un reportage giustamente e fortemente impegnato ad analizzare la recente evoluzione del fenomeno mafioso in Sicilia. Solo fatti e realtà, per qualcuno forse scomodi".

Da sinistra il commento sconsolato dell'eurodeputato ds Claudio Fava: "Da presidente della Regione siciliana è accusato di aver favorito Cosa nostra, da spettatore televisivo si indigna per un documentario di denuncia sulla mafia. La psicologia del signor Totò Cuffaro è davvero bizzarra...".

Scoppia lo scandalo: parla di mafia

di CURZIO MALTESE

UNA bella inchiesta di Report su Raitre ha interrotto per una sera gli anni di omertà televisiva sulla mafia, con l'eccezione di qualche buona ma innocua fiction.

Puntuale è scattata la censura della maggioranza. Tutti in prima fila, gli esponenti siciliani di Forza Italia, il presidente della Regione Cuffaro, il sindaco di Catania Scapagnini, non per combattere la mafia ma il giornalismo anti-mafia.

Per difendere la "loro" Sicilia "diffamata e offesa" con "vecchie storie", frutto di pregiudizio politico. Senza neppure rendersi conto di usare gli argomenti, il linguaggio, le frasi fatte di un Totò Riina o di tanti mafiosi da film.

In verità i legami fra Cosa Nostra e politica erano stati appena sfiorati dal programma di Raitre, forse nell'illusione di scampare alla mannaia. Ma ormai nella maggioranza dei "61 collegi su 61" basta la sola parola "mafia" per scatenare reazioni isteriche, violente e a volte ridicole. Come la richiesta di ottenere una "trasmissione riparatrice" su Raidue per "mostrare l'altro volto della Sicilia", avanzata da Cuffaro e prontamente accolta dallo spaventapasseri di destra piazzato alla direzione generale della tv pubblica, Flavio Cattaneo. Che ci faranno vedere, carretti e balli folcloristici? Sono anni che in tv, Rai o Mediaset, ci fanno vedere l'altro volto della Sicilia, quello falso, dove la mafia non esiste.

Il torto di Milena Gabanelli e degli inviati di Report è di aver ricordato che la mafia invece esiste ed è tornata a controllare il territorio. Non si sono visti scoop o rivelazioni clamorose nella puntata dell'altra sera.

Soltanto l'ostinato, intelligente racconto di che cos'è la nuova criminalità organizzata, attraverso episodi piccoli e grandi. I tre incendi al locale gestito dal capo dei commercianti anti racket del siracusano, scanditi ogni nove mesi esatti, nell'incredibile impotenza delle forze dell'ordine. Le strane fughe a un passo dall'arresto di Bernardo Provenzano, che dev'essere da trent'anni l'uomo più fortunato del pianeta oppure uno che ha buoni informatori nelle istituzioni. Un'inchiesta seria, documentata, equilibrata, che ha dato voce per una volta alla Sicilia del coraggio e dell'onestà, l'ha fatta sentire meno sola. Un ottimo esempio di quel servizio pubblico che tutti, a parole, invocano dalla Rai.

La censura a Report è l'ultimo episodio di una lunga storia di televisione di regime, cominciata nel 2001 con la vittoria di Berlusconi e il proclama di Sofia contro Biagi e Santoro, proseguita con l'epurazione della satira e dell'informazione indipendente, fino alla grottesca sospensione del Molière di Paolo Rossi domenica scorsa. Ma è anche l'episodio più grave e triste, nella sua cinica prevedibilità.

E' prevedibile ma deprimente che un personaggio come Totò Cuffaro, che deve rispondere alla giustizia dell'accusa di favoreggiamento alla mafia, scateni pubblicamente l'ennesima campagna contro l'antimafia. E' altrettanto scontato ma triste che Forza Italia, il cui fondatore Marcello Dell'Utri è stato condannato in primo grado a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa, metta alla gogna chi indaga sulla mafia. Possibile che nessuno, nel centrodestra, provi imbarazzo per questo processo alla rovescia? Non ci aspettiamo grandi prove di senso dello Stato dalla maggioranza. Ma se è vero che "la Sicilia non è soltanto mafia" neppuro lo è tutta l'Udc o Forza Italia.

E dunque perché lasciar parlare su questi temi soltanto una compagnia di indagati o condannati?

Quanto al danno che queste inchieste e perfino alcuni sceneggiati produrrebbe all'immagine della Sicilia e dell'Italia, vecchia accusa di Berlusconi, bisogna mettersi d'accordo. Un episodio come questo è destinato a fare il giro del pianeta, portando l'immagine più desolante di un'Italia omertosa, governata da amici degli amici.

Qualche mese fa le Monde ha rappresentato una vignetta con Berlusconi che presentava la sua squadra. Da una parte un gruppo di ciechi col bastone e i cani: "I miei elettori". Dall'altra un pugno di ceffi con coppola e occhiali da sole: "I mie collaboratori". La battuta è stata ripresa da tutte le televisioni del mondo, tranne una. Davvero un bel colpo d'immagine, altro che "La Piovra".

I «nostri gioielli», così Maria Giulia Crespi, Presidente del Fondo Italiano per l´Ambiente, ha definito il patrimonio artistico italiano, aggiungendo che «se vengono venduti o distrutti, questi gioielli non ci sono più, né per noi, né per i nostri figli, né per i nostri nipoti. Mai più».

Una lettera-appello quella scritta dal Presidente del Fai e letta ieri pomeriggio nel Teatro Quirino di Roma, giornata conclusiva del progetto «Italia Giardino d´Europa», appello che si unisce idealmente alla proposta di «Patto Nazionale per la Tutela», una sorta di vademecum per il Presidente del Consiglio del futuro Governo e per i futuri ministri dei Beni culturali e dell´Ambiente. Nel documento, diviso in sette capitoli, si sottolinea, tra l´altro, la necessità di identificare il patrimonio del nostro paese nella sua unicità, di usarlo - valorizzandolo - per sviluppare altri settori economici, di «sveltire» il Ministero addetto, affaticato di un numero sproporzionato di dirigenti generali, di riscrivere le norme della delega ambientale.

«Sui nostri paesaggi gravano tremendi pericoli», ha scritto Maria Giulia Crespi, «pericoli di sfruttatori, speculatori, egoisti imprenditori che pensano soltanto al guadagno, oppure, per entrare nella sfera privata, che pensano all´appagamento delle proprie necessità, dei propri bisogni e comodità. Queste schiere di persone», scrive ancora la Crespi, «sono come cieche, non sanno che una delle missioni dell´uomo è quella di agire e di lavorare per stabilire un´armonia tra il creato e le opere dell´uomo. Ogni trasgressione, dissonanza e selvaggio sfruttamento cozza contro l´armonia e crea disordine, disorientamento, angoscia, genera cattiveria».

Nella lettera Giulia Maria Crespi ha ricordato che «l´Italia in questi ultimi anni è scesa al sesto posto nel turismo europeo, dunque la nostra arte, la nostra campagna, i nostri fiumi, laghi, palazzi, borghi, golfi, giardini, possono, insieme ad altre coraggiose iniziative, diventare uno dei nuovi punti trainanti per l´economia e l´occupazione, purché certe regole vengano rispettate». E tra le iniziative del Fai, già in parte finanziate, c´è da segnalare il restauro di Villa dei Vescovi a Padova (costruita per volontà del porporato Zeno nel 1474, iniziata dal Falconetto, terminata da Andrea Della Valle, con affreschi cinquecenteschi attribuiti al fiammingo Lambert Sustris), ultima acquisizione in ordine di tempo i cui lavori inizieranno a luglio e, ancora, il seguito dei cantieri a Villa Gregoriana (Tivoli) con l´apertura di nuovi percorsi.

Più che una deregulation ambientale, rischia di diventare uno smantellamento programmatico, una demolizione totale della normativa sulla difesa dell’ambiente e della salute, come quelle che si dovrebbero fare per i cosiddetti ecomostri e invece non si fanno. Il decreto legislativo adottato dal governo – seppure con una delibera che viene definita preliminare - per "riformare" l’intera disciplina della materia non è soltanto una "forzatura istituzionale", come l’ha definito già il Wwf. E’ il tentativo di un colpo di mano contro un patrimonio che appartiene alla collettività e ancor più alle generazioni future; contro una cultura ambientalista che non è un’esclusiva dei verdi o della sinistra, né tantomeno del fronte ecologista italiano, bensì un’acquisizione di tutta l’Europa civile, delle società più evolute e moderne, per la semplice ragione che è il fondamento della nostra sopravvivenza.

Con questo Provvedimento Unico che equivale a un editto, a un proclama, a una legge di guerra, il centrodestra pretende di scavalcare contemporaneamente il Parlamento e la pubblica opinione, la comunità scientifica e quella culturale, per imporre d’autorità una "Magna Charta" delle norme ambientali che verosimilmente è destinata a diventare carta straccia, anche per effetto delle contestazioni che provengono in particolare dal ministero dell’Economia. In attesa che il centrosinistra vinca magari le elezioni e torni al governo, il decreto avrebbe gli effetti di un condono generalizzato e mascherato. Se proprio non vogliamo parlare di legittimazione dell’inquinamento, diciamo allora che contempla una licenza o addirittura un incentivo a inquinare.

Avranno pure molte colpe gli ambientalisti, per tanti eccessi ideologici e verbali, per una certa inclinazione congenita all’allarmismo e al catastrofismo. E anche sulle pagine di questo giornale, non abbiamo mancato perciò di criticarli. Ma loro, almeno, non fanno speculazioni immobiliari a danno dei piani regolatori, non commettono abusi edilizi, non compiono scempi urbanistici, non inquinano né l’aria né l’acqua, non distruggono la natura, non riciclano rifiuti tossici. Questa volta, comunque, hanno mille ragioni per dire che il provvedimento del governo – per com’è stato formulato - non è emendabile, respingendolo sia nel metodo sia nel merito.

Sul piano del metodo, la questione appare tanto paradossale quanto invereconda. Il Parlamento, o meglio la maggioranza di centrodestra, approva alla fine del 2004 una legge delega con cui assegna al governo la responsabilità di "riordinare" la normativa ambientale, affidando materialmente il compito a un Comitato di 24 "saggi" nominati dal ministro dell’Ambiente. Lo stesso ministro è tenuto a consultare le parti interessate, e cioè gli imprenditori, i sindacati, le associazioni ambientaliste e quelle dei consumatori, attraverso il Cespa (Consiglio economico sociale politico e ambientale). Ma, come in un classico vaudeville, il coordinatore di questo organismo - presieduto dal medesimo ministro - è il suo capo di gabinetto che coordina anche il comitato dei 24 esperti, di cui peraltro fa parte.

La delega in bianco stabilisce inoltre che il governo deve fare tutte queste consultazioni prima di "predisporre" (sinonimo di preordinare, preparare, approntare) i decreti legislativi sulle singole materie. Badate bene: decreti legislativi, al plurale, uno per ogni materia. E cioè, rifiuti, bonifiche, danno ambientale, procedura di "Via" (valutazione di impatto ambientale), "Vas" (valutazione ambientale strategica) e quant’altro. Ma a parte il fatto che i 24 "saggi" sono stati interpellati sporadicamente e alla fine si sono pronunciati per via telematica, fra le parti sociali è stata consultata soltanto la Confindustria, mentre le associazioni ambientaliste e quelle dei consumatori attendono ancora una convocazione del ministero.

Si arriva così all’approvazione "in via preliminare" del decreto legislativo, un testo unico di circa 700 pagine che contiene la summa ambientale del governo Berlusconi, su cui alla fine le competenti commissioni parlamentari dovranno esprimere un parere non vincolante. E se non faranno in tempo, pazienza: vale il principio del silenzio-assenso. Poi, eventualmente, il governo avrà 45 giorni per controdedurre e motivare, prima di ratificare il provvedimento e presentarsi alle elezioni con quest’altro obiettivo raggiunto (insieme a "meno tasse per tutti", "pensioni più alte per tutti", "una casa per tutti" eccetera eccetera).

Nel merito, con un gioco di prestigio che il Wwf chiama "artificio nominalistico", l’editto ambientale prevede di fatto l’eliminazione della categoria dei rifiuti, com’è definita e regolata dalle direttive europee (e infatti, su ricorso dell’associazione presieduta da Fulco Pratesi, la Commissione di Bruxelles aveva già aperto una procedura d’infrazione a carico dell’Italia). Adesso viene introdotta la possibilità di denominare gli scarti delle produzioni come "sottoprodotti" o come "materie prime seconde", a cui naturalmente non si applicherà più la normativa specifica: in questo modo, milioni di tonnellate di (ex) rifiuti non sarebbero più tali, dando via libera a un gigantesco smaltimento incontrollato senza che nessuno possa più verificare se e quali materiali saranno riutilizzati o smaltiti secondo le garanzie previste dalla disciplina precedente.

Quanto alla bonifica dei siti industriali, se il testo del decreto non verrà modificato, entrerà in vigore una nuova regola: chi inquina, non paga. E anzi, l’inquinatore non risponderà più del danno prodotto né degli altri reati connessi: sarà sufficiente aprire una trattativa con l’amministrazione pubblica per arrivare a una specie di "patteggiamento". Come se l’automobilista che passa con il rosso, investendo un pedone sulle strisce, riuscisse a eludere la multa e la pena facendo retromarcia d’accordo con il vigile. Ma il peggio è che il livello di rischio cancerogeno considerato tollerabile, senza essere neppure subordinato all’impossibilità di evitarlo, scende al rapporto di uno ogni centomila abitanti, mentre negli Stati Uniti è di uno ogni milione.

Per i casi pregressi che appartengono ormai alla storia nazionale delle lotte ambientaliste, come quelli di Porto Marghera, Riolo, Manfredonia o dell’Acna di Cengio, non sarà più individuabile con certezza il responsabile dell’obbligo di bonifica. Basterà un passaggio di proprietà – anche fittizio - delle aziende inquinatrici, per farlo decadere. Ecco perché gli ambientalisti parlano di un "condono mascherato", invocando una radicale correzione del provvedimento.

Resta poi da vedere come si comporterà il Parlamento e in particolare le commissioni che dovranno pronunciarsi sul testo definitivo. Con un soprassalto di responsabilità e magari di orgoglio, in teoria gli onorevoli deputati e senatori potrebbero anche decidere di revocare la delega al governo. Ma, dopo l’approvazione della devolution che attribuisce alle Regioni le competenze esclusive sulla salute, bisognerà aspettare soprattutto la risposta dei Governatori che finora non hanno partecipato ad alcuna consultazione.

Postilla

Quale legge o circolare hanno mai stabilito che i Presidenti delle regioni si chiamino Governatori?

Il successo delle primarie mi ha dato clamorosamente torto ed è d'obbligo riconoscerlo. Ero persuasa che la disaffezione alla politica potesse venir corretta soltanto attraverso una grande e appassionata partecipazione programmatica. Non è così. La partecipazione è ormai intesa principalmente come elettorale, ma ha il suo peso ed è stato un errore non incoraggiarla. Queste primarie volevano dimostrare la insopportabilità di Berlusconi e questo hanno dimostrato, e la primazia di Prodi malgrado il calcio dell'asino che gli aveva dato Rutelli, l'occhio rivolto a un post 2006 cui non credo abbia rinunciato. Prodi ha avuto la sua legittimazione da quella parte della popolazione che domenica è uscita di casa, pur sapendo di non decidere in ultima istanza. E' anche una dimostrazione che la leadership del personaggio, vera radice del maggioritario, ha ormai in Italia il suo fascino. Anche nella sinistra come provato dall'affermazione di Bertinotti e dalla sparizione delle liste minori - eccezion fatta per le clientele di Mastella, che si sono rivelate soltanto di disturbo. Dovranno riflettervi, credo, coloro che presumono di rappresentare i movimenti, che hanno ragione di non manifestarsi ancora direttamente sul piano istituzionale. Detto questo mantengo - forse perché appartengo a un'altra generazione politica - una riserva. La scelta di una persona cui si dà una grande delega - nel nostro caso un esponente dell'opinione democratica di centro cui si vuole assicurare una piena «governabilità» - dimostra come si sia spento il bisogno di quella partecipazione diretta che aveva caratterizzato il 1968 e gli inizi della prima repubblica sulla cui ispirazione originaria non condivido la condanna dei più. Di conseguenza la persona prevale di gran lunga sul mandato, se pur indiretto, di quel che dovrà fare.

E' un prodotto dei vincoli di coalizione. E a essa ci si affida. Non ha infatti ragione Scalfari quando afferma nell'editoriale di domenica scorsa che un programma del centrosinistra ormai esiste: sull'orientamento della politica estera, che non è soltanto il ritiro delle truppe dall'Iraq; sulla priorità del lavoro rispetto all'impresa e alla sua competitività; del welfare rispetto all'assistenza ai poveri; del pubblico sul privato, a favore della sussidiarietà intesa come intervento dello stato soltanto laddove il privato non arriva, e per converso la illiceità dell'intervento legislativo sulla autodeterminazione della donna e in genere sul terreno della sessualità, non c'è ancora nessuna chiarezza. E forse non ci poteva essere. Ma resto convinta che sarebbe stato più serio presentare assieme alle candidature, una discussione esplicita sulle linee di quella che non potrà che essere una mediazione. Il voto popolare ha detto soltanto no a Berlusconi e basta con leggi ad personam. Prodi stesso ha ripetuto che il programma si dà dopo e che ha avuto un'intesa a quattr'occhi con Bertinotti - a quattr'occhi su quel che riguarda il destino dei singoli e del paese? Lo stesso Bertinotti ha affermato domenica che il programma lo fa chi ha vinto riservandosi, questo suppongo certo, di contestare le scelte che considererà insostenibili. Ne viene anche il sostegno a un premierato forte, che può essere incompatibile con la divisione dei poteri. Sono gli eletti che decidono e non sono eletti sulla base degli impegni che prendono. E' un mutamento del senso di partecipazione che era stato del Novecento e fortemente accentuato dagli ormai abominati anni Sessanta e Settanta. Si partecipa al voto e su quel che avverrà dopo si agirà per lobbies, pulite e collettive invece che sporche e private, delle quali anche i movimenti non saranno che una parte.

Detto questo, come non essere contenti che sia andata così? Lo sarei stata se avesse vinto il modesto Kerry contro un fascista come Bush, le conseguenze per il mondo sarebbero state diverse, limitando se non bloccando la minaccia americana di sopraffazione e di guerra, l'idea ridicola di esportazione della democrazia con le armi, e la vergogna del neoconservatorismo che affascina molte menti della nostra penisola. E' quel che bisogna sperare per le elezioni del 2006, cui queste primarie hanno dato forza. Non molto di più ma neanche di meno, constatazione cui sembra ormai doversi rassegnare.

Cosa deve intendersi per "terrorista"? Di primo acchito, tutti concordiamo che gli autori dell’orrendo attacco dell’11 settembre 2001 a New York e Washington e delle devastazioni del 7 luglio a Londra erano terroristi. Ma altri casi meno netti fanno sorgere dubbi. Gli iracheni che all’inizio del mese hanno fatto saltare a nord di Bagdad un camion pieno di marines possono essere definiti terroristi? E i due arabi che il giudice Clementina Forleo aveva scarcerato definendoli "combattenti" o "guerriglieri", dovevano essere invece qualificati come terroristi, come ritiene invece il procuratore Spataro nel suo appello? È giusto condannare come terrorista, come fecero i giudici statunitensi, Timothy McVeigh, che nel 1995 fece saltare in aria un edificio governativo ad Oklahoma City, ammazzando 168 persone per vendicare l’uccisione da parte dell’Fbi dei membri di una setta religiosa a Waco, nel Texas? Avevano ragione Kofi Annan e Ariel Sharon, quando hanno definito terrorista il militare israeliano che il 5 agosto scorso ha aperto il fuoco contro alcuni civili in un villaggio druso alla periferia di Haifa, uccidendone 4, per protestare contro il piano Sharon per il ritiro da Gaza? E si può condividere la qualifica di terroristi data dal ministro Roberto Calderoli a quelli che lanciano sassi dai cavalcavia? Insomma: esiste una definizione accettabile di "terrorista" e "terrorismo", o è vero, come è stato detto, che i giuristi "annaspano" nel buio?

In realtà da tempo esiste in tutta la comunità internazionale un accordo di fondo sulla definizione. Questa però non è stata tradotta in norme giuridiche rigorose perché i Paesi arabi da anni insistono su una eccezione: a loro giudizio i "combattenti per la libertà" (sudafricani che lottavano contro l’apartheid, palestinesi che si battono contro Israele nei territori occupati, ecc.) non possono essere considerati in alcun caso terroristi, neanche quando le loro azioni violente colpiscono direttamente civili, perché la loro lotta è legittimata dal fine che perseguono (liberazione di un popolo). Ancora nel 1998 e nel 1999 Convenzioni internazionali della Lega araba e della Conferenza islamica prevedevano espressamente quell’eccezione. Persistendo il disaccordo tra paesi arabi e tutti gli altri Stati sull’eccezione, mancava anche un’intesa generale sulla regola. Per fortuna negli ultimi tempi la Lega Araba, pur mantenendo ferme le sue posizioni ideologiche e di principio sulla legittimità delle lotte di liberazione nazionale, ha ammesso che azioni violente contro civili, anche se intraprese da "combattenti della libertà", costituiscono atti di terrorismo. Rimangono riluttanze della Conferenza islamica, guidata da Stati più radicali. La Conferenza, soprattutto per ragioni ideologiche, blocca i lavori delle Nazioni Unite su una Convenzione generale sul terrorismo: pur ammettendo che violenze contro civili, ad esempio nei territori palestinesi occupati, possano essere qualificati come crimini di guerra, non vuole definirli atti di terrorismo. Ma se non è zuppa è pan bagnato: le norme internazionali sui conflitti armati vietano anche, e criminalizzano, "atti o minacce di violenza il cui scopo primario sia quello di diffondere il terrore nella popolazione civile". Insomma, esistono i crimini di guerra di terrorismo.

Oggi si è dunque faticosamente arrivati ad un consenso sostanziale e quasi unanime sul terrorismo, come è dimostrato dalle leggi di numerosissimi Stati (ultima quella italiana, contenuta nel pacchetto Giuseppe Pisanu) e da tanti trattati e risoluzioni internazionali. Qual è la definizione su cui si è d’accordo? Eccola. È terrorista chiunque 1) commetta un’azione criminosa (omicidio, strage, dirottamento di aerei, sequestro di persona, ecc.) contro civili o anche contro militari non impegnati in un’azione bellica (che ad esempio partecipano ad una funzione religiosa); 2) compie l’atto al fine di coartare un governo, un’organizzazione internazionale o anche un ente non statale (ad esempio, una multinazionale); questa coartazione può avvenire diffondendo il terrore nella popolazione civile (si pensi agli attentati di Londra del 7 luglio) o con altre azioni (ad esempio, facendo saltare, o minacciando di far saltare, il ministero della Difesa, la banca nazionale, o un’ambasciata straniera; o sequestrando il capo del governo o anche di una multinazionale, se questa ad esempio non dà armi a guerriglieri); 3) per una motivazione politica o ideologica (quindi non per fini di lucro o per impulsi personali di vendetta o altro).

Rivediamo ora, alla luce di questa definizione, i vari esempi che ho dato all’inizio, per stabilire quale rientra e quale no nella categoria di "terrorista". Gli iracheni che hanno fanno saltare in aria un camion pieno di marines non hanno compiuto un atto terroristico, perché hanno colpito militari impegnati in azioni belliche; tuttavia, poiché agivano senza portare apertamente le armi, ossia non come legittimi combattenti, sono comunque colpevoli di un crimine di guerra, e possono quindi essere debitamente puniti.

Gli arabi scarcerati dal giudice Forleo potrebbero essere definiti "combattenti" o terroristi, a seconda delle circostanze di fatto: la Forleo ha ritenuto che quelle circostanze erano tali da farli considerare combattenti, mentre Armando Spataro ha concluso in senso contrario. Ma la distinzione giuridica in sé, delineata dalla Forleo, tra terroristi e coloro che partecipano ad azioni belliche rispettando sia le norme del diritto umanitario sui legittimi combattenti sia quelle sulla tutela dei civili, è corretta. Invece, l’azione di McVeigh non costituiva un crimine di terrorismo, perché mancava la motivazione politica o ideologica: era semplicemente una strage, come quella del militare israeliano. In entrambi i casi si trattava della vendetta o della protesta di un folle. Anche i forsennati che lanciano pietre dai cavalcavia non sono terroristi, perché non vogliono coartare l’azione delle autorità, e non hanno alcuna motivazione politica o ideologica. Sono colpevoli di omicidio volontario o di strage.

Queste distinzioni non sono oziose. Non solo in Italia, ma anche altrove gli strumenti investigativi a disposizione delle forze dell’ordine, così come le pene, cambiano a seconda della definizione dell’azione criminosa. Sarà perciò utile usare le "etichette" giuridiche con avvedutezza, non a sproposito, come fanno taluni qui da noi.

Postilla

Inquietanti le definizioni raccontate, senza batter ciglio, da quel serio giurista che è Antonio Cassese. Secondo la definizione che egli riporta sarebbero infatti considerati terroristi i partigiani della guerra di liberazione nazionale che contribuì a sconfiggere il nazifascismo in Italia, le analoghe azioni del maquis in Francia, della Resistenza in tanti altri paesi europei occupati dai nazifascisti, i combattenti del FLN in Algeria (ricordate il bellissimo film di Gillo Pontecorvo?). Sarebbero invece assolti gli autori degli atti di “guerra dichiarata” che portano allo sterminio di migliaia di civili. E’ proprio vero che sganciare la forma del diritto dalla sua sostanza, e la legge dalla storia, può portare a conseguenze aberranti

LA LETTERA di Carlo De Benedetti pubblicata ieri in questa stessa pagina e indirizzata direttamente a Repubblica, ai suoi lettori e a chi lavora alla sua fattura, contiene una notizia importante. Importante non soltanto per noi ma per tutto il mondo dell´informazione e addirittura per una certa concezione del capitalismo italiano e dell´etica che dovrebbe motivarne i comportamenti.

La notizia è il rifiuto di De Benedetti, dopo una prima accettazione della quale egli stesso ha raccontato il contesto, ad accettare la presenza di Silvio Berlusconi in una sua importante iniziativa economica. La compresenza di due ormai storici avversari, che avevano ed hanno visioni del tutto diverse sul bene comune, i modi e i comportamenti adeguati a realizzarlo e gestirlo, poteva suscitare fraintendimenti, strumentalizzazioni interessate ed anche legittimo disagio in quanti condividono la linea morale, culturale e politica del nostro gruppo editoriale e del nostro giornale.

Forse Carlo De Benedetti non aveva valutato a fondo l´ampiezza di tale disagio, forte della sua buona fede e del legame ideale che ha sempre intrattenuto con chi l´ha diretto e chi lo dirige. C´è nella sua lettera di ieri un passaggio in cui ricorda il nostro primo incontro di quasi quarant´anni fa. Lo ricordo benissimo anch´io. Eravamo giovani allora e coltivavamo speranze e illusioni. Le illusioni sono cadute alla dura prova dell´esperienza, ma le speranze e le convinzioni sussistono ancora e le vicende che abbiamo attraversato ne confermano la validità.

Caro Carlo, caro amico nostro, la lettera che ci hai inviato ti rende piena giustizia e rafforza in noi affetti e fiducia, sicché non ci sarebbe null´altro da aggiungere se non fosse, come ho già scritto all´inizio, che questa vicenda e la sua conclusione sono esemplari ben al di là dell´episodio specifico. Ed è su questo che mi sembra opportuno ragionare.Si torna a parlare di questione morale. Ne parlano i giornali, ne parlano gli uomini politici, gli uomini d´affari, gli scrittori e naturalmente i moralisti.

Quest´intenso discutere di morale mi allarma. Sono infatti convinto che quando la morale diventa argomento di vivace discussione, essa stia scomparendo dai comportamenti degli individui e dei gruppi sociali. Sono altresì convinto che l´eccessivo e frequente parlarne crei notevole confusione di concetti e serva a stiracchiare ideali e principi per metterli al servizio di interessi e di egoismi particolari.

Tenterò dunque di fare un po´ di chiarezza rispetto a me stesso e chi ha la bontà di leggere queste mie osservazioni. E comincerò citando un brano d´un mio libro ("Alla ricerca della morale perduta") pubblicato dall´editore Rizzoli nell´ottobre del 1995, che a dieci anni di distanza mi sembra più che mai attuale.

"C´è in tutto lo svolgimento del Novecento e in particolare negli ultimi vent´anni del secolo che ci ha portato sul bordo del terzo millennio, un rigoglioso fiorire di morali che si affermano a detrimento della morale. La morale è sprofondata nell´amore di sé, ma poiché ciascuno vive in relazione con gli altri, con alcuni dei quali fa gruppo per contrastare altri gruppi e imporsi su di loro, ecco che dal profondo egoismo dell´amore di sé è riemersa una morale diciamo così corporativa, una morale deontologica, identificata con le ‘regole dell´arte´. Ciascuno dovrà fare meglio che può ciò che ha scelto di fare, gestire con efficienza la funzione cui è stato chiamato, vivere fino in fondo la vocazione che porta dentro di sé. La sua morale è questa né può essere un´altra. Così la morale dell´artista è identificata con l´opera sua alla cui riuscita tutto può, anzi deve, essere sacrificato e la stessa cosa vale per l´uomo d´affari la cui morale è la buona riuscita degli affari che ha per le mani, e così per il capo di un´impresa la cui morale non ha altra sede che l´impresa stessa e così per il capo e per il militante d´un partito, di un setta, di una corporazione. Ma poiché una persona non realizza se stessa in un solo segmento del proprio vivere, salvo che un´ossessiva nevrosi non lo divori, ecco che le diverse morali si affiancano e convivono tranquillamente tra loro: si indossa la morale impietosa del businessman al mattino, cercando di rovinare il concorrente, e quella filantropica alla sera, nelle riunioni delle parrocchie e del circolo degli scout portando aiuto all´orfano e alla vedova. Le morali si affiancano senza sovrapporsi. Guai se si sovrapponessero; si aprirebbero contraddizioni devastanti e bisognerebbe scegliere tra la morale del mattino e quella della sera. Viceversa convivono: l´uomo e la donna contemporanei somigliano ad un´arancia composta di tanti spicchi, sono animati da varie passioni e da diversi interessi ciascuno dei quali sviluppa una morale. Tante passioni, tanti interessi, tante morali. Come definireste una società di morali conviventi che hanno scacciato il sentimento morale in quanto tale, in quanto impulso a superare il se stesso e occuparsi degli altri? Come la definireste se non una società amorale?".

* * *

Perdonerete questa lunga citazione, che ha tuttavia il pregio di chiarire il contesto sociale e il quadro morale, anzi amorale, entro il quale viviamo.

Nel 2005 questo quadro è diventato ancor più disperante di quanto non fosse dieci anni addietro e le sue linee di tendenza ancor più preoccupanti.

La conferma di quanto dico sta nei fatti recenti e recentissimi che si svolgono sotto i nostri occhi e di fronte ai quali non sai se stupirti, indignarti, resistere o ritirarti sopraffatto dal disgusto. Soprattutto bisogna capire. Individuare le cause. Immaginare i rimedi.

Raccogliere onesti consensi per invertire la tendenza e, pur riconoscendo l´autonomia delle morali, unificarle nel sentimento morale radicato nell´identità della persona e del comune sentire.

La questione morale fu a suo tempo il punto di forza di Enrico Berlinguer durante la tormentata stagione di distacco del Pci dall´alleanza organica con il totalitarismo sovietico. Berlinguer la riassumeva nell´occupazione delle istituzioni effettuata dai partiti della maggioranza.

Chiedeva un passo indietro a tutte le forze politiche e il ritorno alla Costituzione che la prassi aveva in larga misura stravolto a vantaggio degli apparati e delle "arciconfraternite" degli interessi costituiti. Apparve una battaglia moralistica, ma era anche un grido d´allarme contro la manipolazione della democrazia partitocratica che preludeva alla fase di Tangentopoli e alla supplenza della magistratura, con le luci e le ombre che comportò.

Purtroppo, passata quella fase, l´occupazione delle istituzioni è ripresa con rinnovato e impudente vigore, reso ancor più nefasto dal conflitto di interessi in capo al leader politico che ha inquinato il tessuto democratico ben più a fondo di quanto non fosse mai accaduto prima.

Ma quel che è più grave (come ha documentato in un suo recente lavoro Guido Rossi) sta nel fatto che il conflitto d´interessi non è più solo la malapianta estirpabile dal libero mercato; è diventato il connotato principale del capitalismo globale, industriale e soprattutto finanziario, sconvolgendo tutti i rapporti tra le varie categorie di operatori attraverso una rete inestricabile di partecipazioni incrociate tra imprese, banche, consulenti, professionisti, agenzie di rating, agenzie di certificazione dei bilanci, organi societari di controllo, Autorità delegate al controllo esterno e, infine, pubbliche amministrazioni e governi.

Le morali deontologiche che avrebbero almeno dovuto avere il pregio di distinguere i ruoli delle varie parti in causa e preservarne l´efficienza, hanno finito per esser l´alibi a comportamenti illeciti nella totale assenza di un sentimento morale unificante.

Se si pensa che quando il fondatore dell´economia di mercato, Adam Smith, scrisse il suo testo fondamentale sulla "Ricchezza delle nazioni", l´economia politica era considerata una branca della filosofia morale e lo stesso Smith insegnava quella disciplina ed era considerato prima di tutto un filosofo e poi, in seconda battuta, un economista; quando si misurano i mutamenti sopravvenuti da allora, si avrà il senso e la dimensione delle trasformazioni, degli avanzamenti, ma anche delle degenerazioni intervenute nel rapporto tra liberalismo, democrazia e capitalismo.

Su questo rapporto è forse arrivato il momento di una seria e urgente riflessione da parte di tutti gli attori in campo, politici, imprenditori, economisti, giuristi, intellettuali.

* * *

Quanto sta accadendo intorno alla Banca d´Italia in occasione delle scalate alle banche, fornisce la prova delle degenerazioni che sono penetrate nelle midolla del sistema. Ho letto con atterrito sbalordimento i testi delle telefonate intercettate dalla Guardia di finanza tra i protagonisti di quelle scalate, alcuni banchieri e il governatore della Banca centrale. L´assenza d´ogni limite morale e d´ogni regola è devastante. Ma lo è anche l´incertezza dei ministri, la connivenza di alcuni banchieri, la protervia della maggioranza parlamentare, la timidità di gran parte dell´opposizione.

Alte cariche istituzionali hanno cercato di deviare l´opinione pubblica enfatizzando la pretesa fuga di notizie concernente le intercettazioni telefoniche, ignorando volutamente che esse costituivano la documentazione indispensabile degli atti giudiziari disposti dalle Procure e dal Gip e come tali trasmesse in cancelleria a disposizione delle parti e dei loro difensori e non secretate né secretabili.

Questi comportamenti dei presidenti delle Camere, essi sì, andrebbero censurati perché configurano concretamente conflitti di competenza tra poteri dello Stato.

Ho letto con interesse l´intervento di D´Alema sul Sole24Ore.

Tra molte considerazioni che condivido ce ne sono alcune che mi lasciano perplesso. Una in particolare. D´Alema si preoccupa dell´ipotesi che, in caso di presa di controllo di banche italiane da parte di banche straniere (anche se europee) il "cervello decisionale" delle nostre aziende di credito trasmigrerebbe all´estero con le relative conseguenze sulla politica creditizia nazionale.

La preoccupazione di D´Alema ha una sua motivazione cui non basta opporre la semplice trasparenza del mercato. Ma non spetta certo al governatore della Banca centrale darsene carico. Il governatore ha il solo obbligo di controllare la correttezza della procedura delle Opa e delle possibili scalate bancarie nonché i ratios delle banche coinvolte nelle operazioni. Le considerazioni strategiche sulla politica del credito spettano invece al governo e in particolare al ministro del Tesoro, pur sempre nel rispetto delle direttive europee vigenti in materia.

Il governatore deve assicurare piena parità tra gli operatori. Se questo non è avvenuto e se l´immagine dell´arbitro ne esce gravemente inquinata, egli deve trarne le conseguenze, se non le trae spetta al governo supplire a quella lacuna.

Quanto alle altre parti in causa, scalatori di dubbiosissimo conio, la Consob e la magistratura ordinaria hanno già intrapreso inchieste e adottato provvedimenti. Si dovrà andare fino in fondo poiché il credito è un bene pubblico e come tale interessa tutti i cittadini e le istituzioni che li rappresentano.

* * *

Anche la libertà di stampa è un bene pubblico, costituzionalmente garantito.

Pertanto eventuali scalate alle società editrici di giornali debbono avvenire con piena trasparenza degli attori e delle loro fonti di finanziamento.

Dalle – preziose – intercettazioni telefoniche risulta una rete di conversazioni che coinvolgono personaggi d´ogni genere e qualità. Per quanto riguarda la scalata tuttora in corso al Corriere della Sera quelle conversazioni mettono in causa addirittura il presidente del Consiglio. Credo non vi sia bisogno di segnalarne la gravità e la necessità che si proceda all´accertamento dei fatti senza remore di sorta.

Alcuni colleghi di altri giornali e commentatori di varia natura sono intervenuti sul supposto "patto" De Benedetti-Berlusconi e sui possibili effetti che avrebbero potuto derivarne sull´autonomia del nostro gruppo editoriale e in particolare di Repubblica. Se la loro preoccupazione era quella di contribuire alla difesa della nostra autonomia – che peraltro non è mai stata in discussione – a essi ha già risposto con grande chiarezza Ezio Mauro nel suo articolo del 3 agosto. La lettera di Carlo De Benedetti ha posto comunque la parola fine a ogni onesta preoccupazione in proposito. (Delle preoccupazioni non oneste non voglio parlare perché gettano solo disdoro sui loro autori).

Anche noi, per quanto è in nostro potere, cerchiamo di contribuire all´autonomia giornalistica del Corriere della Sera che, esso sì, è esposto al rischio di invasioni da dentro e da fuori dell´assetto proprietario esistente. Così facemmo anche ai tempi in cui l´invasione del Corriere avvenne e la P2 si insediò nelle alte stanze di via Solferino. In quello scontro Repubblica fu al fianco della redazione del Corriere e contro l´assalto che la P2 e i suoi prestanome editoriali avevano sferrato impadronendosi del giornale.

Purtroppo la libertà di stampa è un bene a rischio. Su di essa non ci si può addormentare. Ed è un bene che, come ho già detto, riguarda tutti.

Per questa ragione mi piace qui rinnovare a conclusione di queste mie note i sentimenti di affezione a Carlo De Benedetti, di considerazione della lettera che ci ha indirizzato e della decisione che ha preso e che ci rende più fiduciosi e più forti.

Post Scriptum. Arriva quando ho appena finito di scrivere questo mio articolo la lettera diretta al nostro direttore del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. I lettori giudicheranno direttamente il contenuto delle sue affermazioni ma un punto merita forse una puntuale risposta e riguarda la nomina del direttore generale della Rai effettuata l´altro ieri. In questa nomina e nella designazione del nuovo direttore generale il presidente del Consiglio è direttamente intervenuto come risulta da tutte le cronache, mentre proprio a causa del conflitto d´interessi avrebbe dovuto rigorosamente astenersi da ogni partecipazione a questo importante atto amministrativo.

Resta in tal modo confermato che il presidente del Consiglio dispone della televisione pubblica quanto se non di più di quella che gli appartiene per diritto proprietario. Mi sembra più che sufficiente per giudicare tutto il resto delle sue affermazioni.

Titolo originale: Islamising global conflict – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

If you think religion is the source of terrorism you really fail to see the root causes of conflict and extremism

Nonostante i nostri migliori sforzi per non confessarlo, stiamo sperimentando un conflitto di culture politiche di cui i recenti attentati di Londra o l’assassinio dell’inviato egiziano a Baghdad sono solo alcune manifestazioni [gli attentati di Sharm el Sheik non erano ancora avvenuti n.d.T.]. Madrid, Mosca, Istanbul o New York; tutte, insieme al massacro quotidiano in Iraq, sono parte del fenomeno globale del terrore, al momento ideologia politica che accresce il suo impulso.

La polizia di Londra, in risposta alla costernazione e richiesta di risposte pubbliche, ha messo in campo tutte le proprie capacità investigative scoprendo alcune tracce importanti, e concludendo rapidamente che le esplosioni portano il marchio della famigerata Al-Qaeda. Tutti sono curiosi di sapere “chi, dove e come”, e sembra stiano trovando le risposte giuste. Ma nessuno sembra porsi la domanda fondamentale, da cui dipende tutto: perché? Solo ponendoci questa questione, potremmo capire il fervore politico che guida gli atti del terrorismo, le cui onde sismiche hanno fatto sinora tremare i cinque continenti del mondo.

Il terrorismo è una conseguenza dell’ostracismo politico, non del fanatismo religioso. Non fermenta nelle moschee d’Egitto o nei madrassas del Pakistan, ma nelle lontane celle d’isolamento, nelle camere di tortura, nell’atmosfera di paura costruita da regimi dittatoriali come strumento di governo legittimo. L’occupazione militare straniera in Iraq, gli omicidi mirati nei territori palestinesi, la presenza militare in molti stati del Medio Oriente lo alimentano. Chi lo mette in pratica lo considera un metodo di resistenza alla distorsione dell’identità nazionale e dei valori tradizionali, sotto l’egida della globalizzazione. Se il terrorismo fosse un prodotto collaterale della formazione religiosa, pochi dei gruppi neo-conservative giudeo-cristiani potrebbero sfuggire a questa definizione. C’è solo da guardare l’Iraq imbrattato di sangue, per vedere che il terrorismo non ha motivazioni religiose, ma politiche.

Nell’era post 11 settembre, l’amministrazione USA del Presidente George W. Bush ha tratto le conclusione giuste, ma adottato le politiche sbagliate. Il Segretario di Stato Condoleezza Rice ha riconosciuto durante la sua visita in Egitto del mese scorso che per 60 anni la politica estera degli Stati Uniti nel Medio Oriente “ha perseguito la stabilità a spese della democrazia, senza ottenere nessuna delle due”. La stabilità in Medio Oriente, e in molte altre regioni del mondo, non è mai stata tanto sfuggente come ora, e il terrorismo mai tanto letale. Secondo il presidente russo Vladimir Putin, il terrorismo è “la piaga del 21° secolo” e, nonostante le fiere affermazioni pubbliche dei leaders delle nazioni colpite, la gente è davvero spaventata.

Sembra che il dibattito sul terrorismo, che ha prodotto 12 trattati internazionali per combatterlo negli anni ’60 e ’70, si sia congelato nello spazio e nel tempo dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001. Si è affermata una sola politica: tutto il mondo deve diventare un campo di battaglia contro il terrorismo. Le prospettive si sono offuscate, l’agenda confusa, e gli atti di terrore aumentati in modo esponenziale. Alcuni elementi fondamentali del dibattito sul terrorismo, come la legittimità della resistenza armata contro l’occupazione militare straniera, gli atti illegali di terrorismo di stato contro la gente sotto occupazione, la persecuzione dei singoli da parte delle dittature in nome della sicurezza dello stato, sono stati scavalcati e sostituiti da un’ampia e indiscriminata nozione di terrorismo. E così l’intera questione è stata ridotta a come proteggere la civiltà occidentale contro assalitori musulmani incitati da un culto religioso assassino. Una definizione che è stata speranzosamente gestita dai leaders israeliani che hanno utilizzato il trauma dell’11 settembre per convincere l’amministrazione Bush che i combattenti palestinesi erano contigui agli assalitori suicidi di Al-Qaeda: sono tutti musulmani, fanatici, tesi alla distruzione dei simboli della civiltà occidentale.

Sollevare la questione del perché? è, sempre, legittimare le velleità terroristiche, o indebolire il fronte della sicurezza. Quando sono in gioco le vite delle persone la tutela delle cose, la protezione di entrambi è la principale responsabilità di qualunque governo. Ma ridurre un fenomeno globale ad una questione di sicurezza, significa perdere di vista un punto focale, e chiaramente non diminuisce il pericolo. Un punto di partenza, potrebbe essere rivolgere lo sguardo e l’analisi alle radici etno-politiche come cause del terrorismo. È qui che i decenni di sforzi delle Nazioni Unite di coniare una definizione impermeabile di terrorismo hanno cominciato a vacillare, e il dibattito si è fermato. Può darsi che il tentativo di costruire una definizione onnicomprensiva fosse obiettivo troppo ambizioso per le variopinte componenti dell’ONU. Ad ogni modo la questione centrale del dibattito era la distinzione fra movimenti di liberazione nazionale, in lotta per l’indipendenza dall’occupazione militare straniera, e atti indiscriminati di terrorismo commessi da bande criminali per motivi di intimidazione politica o vantaggio economico. Mentre le nazioni in via di sviluppo in gran parte appoggiavano questa distinzione, alcuni paesi occidentali – con in testa gli Stati Uniti e Israele – si opponevano ad essa. Questo negava sostegno alla lotta anti- apartheid in Sud Africa, dove si processavano e imprigionavano militanti dello African National Congress accusandoli di “terrorismo”, e alla lotta dell’OLP contro l’occupazione israeliana. Quando fallì questo tentativo di dialogo, lo scenario mondiale divenne aperto a tutti, portatori di buone o cattive intenzioni.

Alcuni potrebbero dire che abbiamo già attraversato momenti del genere, e che il terrorismo è stato sconfitto. Ricorderebbero gli anni ’60 e ’70, quando movimenti pseudo-rivoluzionari guidati da pseudo-ideali marxisti scossero la società globale. Erano i giorni dei Chicago Black Panthers, dell’Esercito di Liberazione Simbionese, degli Weathermen, del gruppo Baader Meinhof e delle Brigate Rosse, fra altra marmaglia di movimenti in USA, Europa, Asia e Medio Oriente. Una forte reazione delle forze di sicurezza, e la mancanza di radici a sostegno di queste ideologie estremiste, li schiacciarono tutti. Quello che vediamo oggi non è lo stesso panorama.

Ci sono buoni motivi per ritenere che collegare l’Islam col terrorismo politico non sia una coincidenza. È un’idea dei neo-conservative di Washington, spalleggiati da Israele, per forzare uno scontro con le forze del mondo arabo che vedono nella propria fede musulmana un punto di riferimento per la propria salvezza. Per stimolare questo scontro, l’Islam viene presentato come sinonimo di terrorismo, e la reazione anti-islamica sta salendo, particolarmente in Europa. Ma, se potesse prevalere un approccio più freddo, potrebbe non imporsi come inevitabile uno scontro.

Quello di cui c’è bisogno ora, è di far rivivere il dibattito sul terrorismo, le radici delle sue cause, i mezzi per contenerlo ed eliminarlo. Questo dibattito dovrebbe svilupparsi non a livello di ministeri degli interni, ma fra i gruppi inter-culturali, religiosi e per i diritti umani della società civile. La gamma delle questioni da affrontare deve essere il più ampia possibile, per evitare la possibilità di escludere aspetti e soggetti, il che rappresenta già una delle cause alla radice di tutto. Si tratterebbe di un dialogo parallelo a quello delle conferenze intergovernative, che di solito cercano di definire strumenti più operativi per affrontare il terrorismo. Aiuterebbe a mettere a fuoco – e forse anche a isolare – le cause di terrorismo, e a sviluppare un consenso di base sulle varie questioni.

Fare l’equazione Islam uguale terrorismo, e combattere entrambi a livello globale, non solo creerà un parallelismo artificioso, ma porterà ad un conflitto sempre più vasto e pericoloso, come dimostra il caso dell’insanguinato Iraq. E d’altra parte, solo mettere insieme le “teste fredde” ci potrà salvare da questo flagello.

Nota: l’Autore è ex corrispondente da Washington, D.C. per Al-Ahram, ed ex direttore della Radio/Televisione delle Nazioni Unite a New York. Qui il testo originale al sito di Al-Ahram Weekly online (f.b.)

E Hollywood scrive la storia d’Europa

Da poche settimane, le Crociate . Immediatamente prima Troia , Alessandro e il Gladiatore . Come tutti sanno, sono i titoli di altrettanti film apparsi negli ultimi anni: l’ordine in cui li ho citati non è quello della loro uscita effettiva, bensì quello cronologico degli eventi in essi narrati, il che serve a dare un’idea dell’ampiezza dell’arco storico coperto. Si va dal paradigma omerico di tutte le guerre alla dimensione dell’impero, a quella dello scontro tra grandi civiltà (le crociate, appunto) passando per la luminosa figura del giovane capo vittorioso, figlio dell’Ellade, Alessandro, cui toccò in sorte di unire simbolicamente sotto il suo genio l’Asia e l’Europa.

Come si vede, ciò a cui ci troviamo davanti è né più né meno che il primo tratto degli snodi fondamentali di quello che potremmo chiamare il canone occidentale. La narrazione, cioè, degli eventi, dei personaggi e delle situazioni chiave che hanno definito l’identità storico-culturale di questa parte del mondo. Naturalmente di film sull’antica Roma o sulla cavalleria medioevale ne sono stati sempre fatti, la novità sta nella rapida successione con la quale questi film di cui sto parlando sono usciti e nel fatto che raccontano sì storie, ma fin dal titolo ambiscono a prendere (e prendono effettivamente) di petto gli archetipi codificati della memoria storica dell’Occidente.

Credo che non sia affatto un caso che questi film siano tutti di produzione americana. Essi, infatti, sono l’indizio di cose profonde che si muovono oggi al fondo della società americana, dell’immagine di sé degli Usa e che modellano il ruolo anche culturale dell’America in rapporto al resto del mondo. Ciò che si muove è soprattutto l’idea che nella nuova temperie storica apertasi l’11 settembre - ma i cui segni premonitori si addensavano già da tempo - gli Usa sono qualche cosa di assai più grande di una sia pur gigantesca superpotenza. Sono i campioni di un’intera civiltà. Come già avvenne nel 1945, quando dall’altra parte c’era l’Unione Sovietica, l’impressione che l’opinione pubblica americana percepisce è non solo che si tratta di una sfida mortale, ma che essa proviene da un totalmente «altro», intrinsecamente ostile; ed è ciò che, proprio come allora, provoca nell’animo americano una sorta di autorappresentazione superidentitaria, in cui vocazione nazionale e universalismo si intrecciano strettamente. L’Occidente è per l’appunto questa superidentità, puntualmente riscoperta e riproposta. Ed è la condizione degli Stati Uniti come Impero d’Occidente e dunque come eredi attuali in prima persona di un’intera lunghissima parabola storico-culturale, che i film come Il gladiatore , Alexander o Le crociate più o meno apertamente rivendicano e illustrano.

Certo, l’analogia tra l’America attuale e una o l’altra delle vicende narrate non è esplicita, ma basta e avanza, mi pare, il fatto che quelle vicende con tutta la loro ovvia carica identitaria, percepibilissima da qualunque spettatore dell’emisfero Nord del pianeta, tornino oggi a circolare per iniziativa di quel massimo organo della cultura americana che è Hollywood, e dunque con la sua inconfondibile «aura», con il plot , le tipizzazioni umane, i modi emotivi, che da sempre sono nel tipico registro di quella grande macchina ideativo-produttiva.

Con in più qualcosa d’altro, assolutamente decisivo: l’afflato etico, la proposizione, per così dire, dell’esemplarietà morale della trama e dei personaggi, l’intento consapevolmente pedagogico tipico di ogni autentica prospettiva nazionalpopolare, com’è appunto quella di Hollywood. Non per nulla al centro della produzione cinematografica americana post 11 settembre c’è un film come The Passion di Mel Gibson. In The Passion la riproposizione del canone occidentale tocca un apice, vuoi per l’ovvio carattere fondante di quel canone medesimo che ha la narrazione cristiana, ma vuoi anche perché ne illustra il valore ultimo, che non può che essere un valore religioso. Tra l’altro il cristianesimo gibsoniano, intriso di fisicità e di dolore, tutto ridotto quasi al sanguinoso sacrificio di sé del Dio-uomo e al martirio inflittogli dai suoi carnefici, si presta bene a essere sentito come il più congruo ai tempi di ferro verso i quali forse siamo avviati. Non solo: di certo è anche quello che meglio è in grado di rappresentare una linea divisoria netta tra «noi e loro», tra i cristiani e gli altri.

Dopo l’11 settembre, insomma, gli Usa avvertono il bisogno e si assumono il compito di raccontare l’identità occidentale, di percorrerne le tappe con ovvio orgoglio identitario. C’è bisogno di aggiungere che si tratta di un’identità democratica, attenta agli obblighi del politicamente corretto? No, naturalmente: si pensi per esempio a certe ridicolaggini «multiculturali» delle Crociate , ovvero alla trattazione del tema omosessuale in Alexander o a certe autocensure presenti pure in Gibson.

La portata ideologico-culturale dell’impresa si manifesta in pieno se si pensa alla situazione che c’è da quest’altra parte dell’Atlantico. Da quanto tempo gli europei non fanno non già un grande film «in costume», ma un grande film storico? Cioè un film che affronti complessivamente una pagina decisiva della nostra storia, dandocene altresì un’interpretazione «forte»? Se si sta alla produzione cinematografica, si direbbe che l’unico uso della storia che è ormai possibile alla cultura di massa del Vecchio Continente è quello che consiste o nella rivisitazione del passato generazionale (tipo La meglio gioventù ), ovvero nel ricordo delle catastrofi belliche e dei connessi nazismi e fascismi. La nostalgia e la deprecatio , insomma, sembrano essere le uniche due dimensioni memoriali consentite al discorso pubblico europeo, gli unici usi possibili del passato.

In America, invece, il passato è ancora pienamente legittimato a fungere da ispirazione identitaria positiva, da grande ispirazione identitaria. È decisivo, naturalmente, il fatto di non avere alle spalle i crimini e gli abbagli che invece ha avuto l’Europa e che ne hanno determinato la sconfitta epocale riassunta simbolicamente nelle due date del 1945 e del 1989. A differenza dell’Europa, l’immagine positiva della storia americana significa, invece, la possibilità di una lettura altrettanto positiva dell’intero, lungo processo che ha portato fino all’oggi: lettura che si estende all’intero percorso storico dell’Occidente, con relativa appropriazione-identificazione nel medesimo.

È precisamente ciò che consente agli Usa di fare i film storici di cui si sta dicendo, perché è precisamente l’insieme della positività e della possibile appropriazione-identificazione che ne consegue, è questo insieme dei due fatti che consente di esperire adeguatamente il registro epico, connaturato a quei film stessi e che a sua volta produce nuova costruzione di identità.

Hollywood si riconferma così ciò che essa è da oltre mezzo secolo: la sola, incontrastata, depositaria dell’immaginario complessivo dei popoli dell’emisfero settentrionale del pianeta. Non solo per ciò che riguarda il presente, ma pure per il passato: anzi, si direbbe, sempre di più proprio per quel che riguarda il passato. Anche in questo ambito, infatti, l’Europa, la sua anima, la sua cultura e la sua arte, non sembrano capaci di dire più nulla. Mortificata dalla storia e privata di ogni autentico ruolo sulla scena del mondo, essa non sa neppure se possiede o no un’identità, e semmai quale sia, né di conseguenza sa più cosa fare del proprio passato. Se proprio vuole averne un’idea, non le resta che andare al cinema a vedere un film americano.

L’Italia è come un bellissimo Meccano, purtroppo è montato male. Ci sono qua e là negli ingranaggi dei cunei che bloccano i movimenti; il risultato è che il Meccano brilla, ma non si muove e se cerchi di spingerlo si capovolge. Non c’è altro da fare che smontarlo, e poi rimontarlo pezzo per pezzo. Credo che questa bella similitudine sia di Romano Prodi, nove anni fa, in uno dei primi giorni del suo governo. Poi, per entrare nell’euro, dovette occuparsi, giustamente, di macroeconomia e non ebbe più tempo per dar seguito a quell’intuizione intelligente.

Berlusconi ci promise di capovolgere il Paese come un guanto: la misura del suo fallimento la si legge, prima ancora che nei dati dell’Istat, nella relazione che l’Autorità Antitrust ha inviato al Parlamento a commento delle norme sulla competitività approvate definitivamente ieri. Riferendosi agli Ordini professionali, l’Autorità scrive: «La competitività dei professionisti italiani richiede un profondo rinnovamento del sistema degli Ordini, ma dal provvedimento del governo non emerge alcun ripensamento del loro ruolo».

Piccole cose, qualcuno dirà. Nulla di più sbagliato. Il bel Meccano è bloccato da una moltitudine di cunei, alcuni grandi e solidissimi come le posizioni dominanti di Enel, Telecom ed Eni, (e l’annullamento da parte del Tar del Lazio della multa comminata dall’Antitrust a Telecom Italia per abuso di posizione dominante lascia assai perplessi), altri piccoli come il monopolio dei farmacisti sulla vendita dell’aspirina, ma non meno dannosi.

Forse dovremmo anche chiederci come mai, all’improvviso, è spuntato tanto denaro accumulato nel settore immobiliare. Come si sono create le ricchezze dei nuovi padroni della finanza, signori fino a ieri sconosciuti, e che oggi sono in grado di acquistare partecipazioni importanti in banche e società quotate in Borsa. Anche questo dipende, in parte, da un sistema che non funziona. Incapaci di ridurre il numero dei dipendenti pubblici, abbiamo fatto quadrare i conti tagliando i trasferimenti ai Comuni, e questi, per sopravvivere, hanno usato il solo strumento di cui dispongono: le licenze edilizie e la possibilità di monetizzare le aree verdi, cioè chiedere a chi costruisce contanti, anziché standard. Il risultato è un uso estensivo del territorio e forse anche qualche transazione non proprio trasparente tra immobiliaristi e amministratori pubblici.

Berlusconi attribuisce la profonda crisi in cui siamo piombati all’euro e al patto di stabilità. Ora che il patto è stato modificato annuncia una Finanziaria per lo sviluppo e oggi incomincerà tagliando l’Irap senza preoccuparsi di come far fronte alla perdita di gettito. È evidentemente la strada sbagliata. Il rischio è che il Meccano si capovolga, travolto dalla perdita di credibilità nei mercati finanziari.

Molti temono le sparate di Bertinotti sulla proprietà privata e l’ipoteca che la sinistra estrema potrebbe esercitare su un governo Prodi. Non è questo, secondo me, il vero rischio per la nostra economia. Bensì che le mille piccole rendite che si arricchiscono spostando il Meccano e impedendogli di funzionare l’abbiano vinta anche con il professor Prodi.

CRONISTI nelle ultime quarantott’ore hanno dato fondo a tutte le risorse del lessico e dell’immaginazione per descrivere quanto sta accadendo tra Palazzo Chigi, il Quirinale e gli altri palazzi della politica. E anche in Vaticano e nelle sacre cappelle dove si amministra la religione da parte di un gerontocomio nel quale i settantenni sono considerati giovani e i sessantenni poco più che ragazzi.

Alcuni ci sono egregiamente riusciti. Francesco Merlo, commentando l’irre-orre dell’Udc ha scoperto l’inedita prassi di dimettersi il venerdì lasciando aperta la porta al re-immettersi il lunedì. Concita De Gregorio ha evocato Fellini per descrivere una città che di botto si è trovata con due sedi vacanti, percorsa da cortei di suorine, preti in clergyman, cappuccini in sandali e saio che incrociavano all’altezza della galleria Colonna intitolata ad Alberto Sordi fitte schiere di portaborse e di «peones» provenienti o diretti verso Montecitorio, circondati da paparazzi come ai tempi della Dolce vita. Mancava Anita Ekberg; in compenso furoreggiavano le tre veline di «Striscia» dedite al rito della «baceria», che consiste nell’amorosa aggressione del Vip di giornata per potergli stampare sulle guance il rossetto d’un bacio-ricordo. Ad evitare quel rischio Follini pare abbia usato l’automobile tre volte di seguito per percorrere centocinquanta metri dalla Camera all’ufficio di Gianni Letta che nel frattempo tagliava la torta e stappava spumante per festeggiare il suo settantesimo compleanno nel bel mezzo d’una rissa politica in salsa berlusconese (auguri).

Va detto come ultimo tocco che le lettere di dimissioni firmate venerdì dai ministri e sottosegretari dell’Udc e indirizzate al presidente del Consiglio e al capo dello Stato sono rimaste sulla scrivania di Follini fino alla tarda mattinata di ieri, quando finalmente sono state rimesse ai destinatari istituzionali e la crisi di governo si è formalmente aperta.

In questo quadro dai lineamenti comici e grotteschi si è tuttavia consumato un evento non privo di elementi drammatici. Eccone l’elenco. La solitaria e insolita fermezza dei moderati post-democristiani, costretti a rompere un sodalizio decennale con il capo del populismo italiano e con il gruppo di avventura che lo circonda. La disperazione di Berlusconi, costretto alle dimissioni ma aggrappato fino all’ultimo minuto alla sua postazione di capo di governo, dal quale 15 milioni di elettori l’hanno strappato con la forza del voto.

Il declino malinconico (per lui) e inarrestabile di Gianfranco Fini, ormai ex aspirante al titolo di delfino e successore del re, stretto e quasi schiacciato tra Forza Italia e Lega, con un partito penalizzato dagli elettori e dilaniato da una lotta senza quartiere tra i suoi colonnelli.

Infine (e soprattutto) gli italiani che dopo quattro anni di governo berlusconiano, tessuto di promesse non mantenute e di annunci mai seguiti dai fatti, si trovano ora al centro di un disastro economico, politico, istituzionale e morale, causato dalla leggerezza con la quale la maggioranza degli elettori rilasciò nel 2001 una sorta di delega in bianco a quel gruppo avventuroso e dilettantesco che ha portato il paese a queste distrette.

Sì, ci vorrebbe Fellini per raccontare in immagini il rapido procedere d’un simile degrado, ma ci vorrebbe la penna di Gogol per penetrare al fondo d’una vera e propria mutazione antropologica che ha colpito una società intera facendole perdere i frutti d’un lungo e faticoso cammino che l’aveva portata a gareggiare con i paesi più ricchi e sviluppati del mondo e che ora la fa galleggiare al fondo delle classifiche internazionali da dove potrà risollevarsi solo prendendo coscienza di quanto è accaduto e pagando con severi sacrifici l’errore compiuto quattro anni fa.

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Quanto sta per accadere nei prossimi giorni è ancora alquanto oscuro. Una sola cosa è certa: Silvio Berlusconi dovrà salire nelle prossime ore al Quirinale e presentare a Ciampi le dimissioni del suo governo. Secondo la prassi il presidente della Repubblica lo inviterà a restare in carica per l’ordinaria amministrazione e aprirà le consultazioni con i presidenti delle Camere e dei gruppi parlamentari. Il reincarico è certo, ma credo non possa esser conferito prima di un incontro sia pur brevissimo di Ciampi con i rappresentanti del Parlamento: il ritiro di un’importante componente politica del governo pone infatti il problema di accertare se vi sia ancora una maggioranza o se anch’essa, insieme al governo, non si sia dissolta. Accertamento che non basta leggere nei giornali e nelle dichiarazioni televisive ma che deve essere registrato nelle forme istituzionalmente previste.

I seguiti, lo ripeto, sono ancora oscuri. Dipendono infatti dal negoziato sul programma e sulla composizione del governo, che è già in corso all’interno della ex coalizione di centrodestra, finora con esiti negativi, ribaditi ancora una volta da Follini in una dichiarazione resa alla stampa alle 17.30 di ieri.

Programma. I due documenti finora redatti da Berlusconi - Letta e consegnati il primo a Fini la scorsa settimana e il secondo (che ne è quasi la fotocopia) a Follini venerdì, impostano assai genericamente i lineamenti di una politica economica che è esattamente l’opposto di quella fin qui seguita nei quattro anni trascorsi dal 2001. Non entriamo nel merito di quelle proposte, ma ciò che conta per la storia deriva dal fatto che i due principali membri della coalizione hanno imposto questa svolta programmatica addebitando alla politica fin qui adottata la responsabilità della recente sconfitta elettorale. Non ci potrebbe essere conferma più lampante che la linea precedente altro non è stata che un cumulo di errori, di vacui annunci, di successi vantati ma inesistenti e di impegni non mantenuti.

A un presidente del Consiglio credibile sarebbe sufficiente presentare a un suo (ex) alleato un documento accettabile pur nella sua genericità, ma a un personaggio antropologicamente bugiardo e riconosciuto come tale questo non basterà per riguadagnare il consenso della sua maggioranza parlamentare (quello popolare è un altro paio di maniche molto più arduo da riconquistare).

L’Udc e forse anche Alleanza nazionale pretenderanno un testo parlamentare molto più concretamente impegnativo e soprattutto una struttura di governo che modifichi alcuni punti particolarmente sensibili: l’Economia, le Riforme, l’assetto della Rai e la politica delle telecomunicazioni.

Se il negoziato andrà a buon fine è anche possibile (anche se alquanto grottesco) che l’Udc si re-immetta nel governo.

Altrimenti non resta altra strada che quella dell’appoggio esterno e probabilmente delle elezioni immediate entro la fine di giugno. Il tempo è dunque strettissimo e il negoziato tra le rissose correnti del centrodestra non ha molti margini. Dovrà essere intenso quanto breve. Se ci sarà fumata bianca torneranno tutti insieme e procederanno fino alla fine. Si riaffideranno così alle mani di un «boss» la cui antropologia non è correggibile.

Credo che questo sia il vero rovello di Follini: l’ipotesi di rientrare nella gabbia sia pur dorata dalla quale è riuscito ad evadere per il bene della sua parte e del Paese.

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Post Scriptum. Queste convulse vicende politiche hanno inevitabilmente lasciato in seconda fila altri due grotteschi eventi la cui importanza, di fatto e di principio, è tuttavia di grande rilievo. Si tratta delle due Opa rispettivamente lanciate da una grande banca olandese sulla Antonveneta e da una grande banca spagnola sulla Banca Nazionale del Lavoro. La cronaca di queste operazioni è stata ovviamente seguita con l’attenzione dovuta dai giornali e un aspetto è balzato in piena evidenza: la volontà del governatore della Banca d’Italia di far fallire le due operazioni e la sua attiva partecipazione a conciliaboli continui da lui stesso promossi per organizzare cordate «nazionali» in opposizione al possibile ingresso delle due banche europee nel mercato italiano del credito.

Se le manovre guidate dal governatore sboccassero in altrettante Opa più favorevoli agli azionisti delle banche contese, non ci sarebbero obiezioni di merito anche se non rientra nei compiti della Banca d’Italia di discriminare gli operatori europei non italiani. Ma qui non si tratta di contro-Opa, bensì di cordate camuffate ma assolutamente evidenti. Per di più, nel caso Antonveneta, alla testa della cordata ispirata dal governatore c’è la Banca Popolare di Lodi, la quale sta bruciando nella fornace d’un rastrellamento a prezzi altissimi del titolo Antonveneta gran parte delle proprie risorse fino al punto ormai prossimo se già non superato di impegnare l’intero suo capitale che dovrebbe invece garantire i depositanti.

Un governo e un ministro dell’Economia nel pieno delle loro attribuzioni avrebbero dovuto richiamare fermamente il governatore il quale sembra usare la preziosa indipendenza garantita al suo Istituto per interferire su terreni che non sono di sua competenza bensì del mercato, regolato sul tema specifico da apposite leggi. E, aggiungo e sottolineo, un’opposizione consapevole avrebbe dovuto far sentire energicamente la sua voce in difesa del mercato, delle sue regole, degli azionisti e soprattutto dei principi della libera concorrenza tra imprenditori europei. Il fatto che ciò non sia avvenuto con la dovuta energia suscita in noi stupefatta preoccupazione.

La lunga ed estenuante transizione italiana è arrivata al suo approdo. Vista dalla fine, la storia si vede sempre meglio. Vista dalla fine, e caduti uno dopo l'altro i veli che nei primi anni `90 fecero brindare molta sinistra al «nuovo inizio», la transizione mostra con chiarezza la sua posta in gioco più vera. Che è stata, dall'inizio, la rottura e la riscrittura del patto costituzionale fondativo della Repubblica. Non questo o quel punto, questo o quel potere, questo o quel diritto, ma l'impianto, la concezione della democrazia, la storia novecentesca e antifascista di quel patto. Non a caso la maggioranza che ha messo al mondo la proposta della nuova Carta è fatta di tre forze fin dall'inizio eterogenee, ma fin dall'inizio cementate dalla loro comune estraneità e ostilità alla Carta del `48. Nel voto del Senato di ieri non c'è, per il centrosinistra, una sconfitta politica: c'è una sconfitta, e una verità, storica. Bisogna guardare in faccia questa sconfitta e questa verità senza diminuirle. Perché è vero che l'ultima parola non è ancora detta e spetta al referendum, ma è vero altresì che il referendum non si potrà vincere senza questa cruda consapevolezza, derubricando la posta in gioco o smussando le ragioni dello scontro. L'esito di oggi si poteva evitare? Sì, si poteva evitare; o almeno si poteva lottare con convinzione per evitarlo. Si poteva evitare, dagli anni ottanta in poi, di interiorizzare l'idea che la democrazia italiana avesse bisogno solo di qualche iniezione di governabilità. Si poteva evitare, negli anni novanta, di abbracciare il sistema maggioritario come la panacea di tutti i mali, senza nemmeno preoccuparsi di dotarlo delle garanzie necessarie a non farlo funzionare (oggi e anche in passato, quando fu il centrosinistra a riformare da solo il titolo V) come onnipotenza della maggioranza. Si poteva evitare di innamorarsi con frivolezza di tutti i figurini istituzionali disponibili sul mercato internazionale, dividendosi sul premierato israeliano e sul semipresidenzialismo francese invece di arginare e ribaltare il sovversivismo di Berlusconi, Bossi e Fini. Si poteva evitare di giocare a dadi con la Costituzione e con le istituzioni per risolvere problemi di natura squisitamente politica interni ai partiti e alle coalizioni. Ci voleva una politica costituzionale; non c'è stata.

Bisogna ricostruirla e comunicarla all'opinione pubblica con la convinzione che serve nelle battaglie decisive. Non è vero che la materia è astrusa quanto sembra e non è detto che sia meno coinvolgente di un Porta a Porta su Sanremo. Intrattenere gli elettori sui dispositivi tecnici della riforma può essere difficile, ma spiegarne il senso è semplice. E il senso è questo: una riforma che dà tutti i poteri al premier, riduce il parlamento a una camera di consultazione medievale, sovrappone quattro fonti legislative, altera le funzioni di garanzia del presidente della Repubblica e della Corte. E soprattutto, svuota la rappresentanza e fa a pezzi i diritti fondamentali. Ce n'è abbastanza per mobilitare chiunque.

Esiziale sarebbe invece, per l'opposizione, restare paralizzata dall'annosa paura che difendere il patto del `48 significhi macchiarsi di conservatorismo, e che riformarlo significhi riscriverlo nello stesso senso, solo un po' più moderato, del centrodestra. La Costituzione non va né difesa come un totem né stracciata come un certificato scaduto: va rilanciata, nel suo spirito originario, all'altezza del presente. Magari con un occhio puntato alla Costituzione europea, cornice necessaria, ancorché a sua volta controversa, per smarcarsi dal talk show della transizione nazionale e compiere il salto che la storia impone davvero dal Novecento al secolo nuovo.

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