Bene. Il Vicariato ha fatto conoscere il proprio disappunto per l’immagine pubblicitaria, lesiva del sentimento religioso, applicata alla facciata della chiesa di S. Pantaleo. La protesta riguarda il contenuto della raffigurazione, intesa a promuovere il film tratto dal "Codice da Vinci" di Dan Brown, ma tradisce anche qualche insofferenza nei confronti dell’uso che uffici statali dei beni culturali e del ministero degli interni fanno sempre più frequentemente del prospetto monumentale di edifici di culto. Questi, infatti, sono spesso nascosti oltre il tempo necessario con ponteggi installati per operazioni di manutenzione in modo da consentire la permanenza di teloni pubblicitari per mesi o per anni. Nella maggior parte dei casi si tratta di lavori di manutenzione i quali comportano lavaggi ed altre operazioni che si possono eseguire in pochi giorni con bracci mobili. Nel caso di S. Pantaleo il Vicariato ha chiesto e otterrà la rimozione della pubblicità sconveniente.
Dispiace di dover constatare che gli uffici preposti alla tutela del patrimonio storico e artistico non solo siano ormai del tutto inerti nei confronti di un fenomeno sempre più aggressivo, come quello della pubblicità che fa scempio del paesaggio urbano e oscura monumenti di interesse pubblico e di rinomanza internazionale, ma siano essi stessi a favorirne la diffusione.
Si può anzi dire che non vi è più freno ad ogni forma di mercificazione del nostro patrimonio artistico. Sono incredibili i comportamenti permissivi di alcune soprintendenze e della direzione generale regionale a proposito dell’uso indebito del chiostro del Bramante o della loggia quattrocentesca di Palazzo Venezia, ceduti a pagamento per festini aziendali. La legge attuale, che in questo caso ha pienamente recepito la norma del 1939 attribuisce a quegli uffici il potere di impedire che i beni culturali siano "adibiti ad usi non compatibili con il loro carattere storico o artistico". Nessuno fa rispettare queste leggi? Nessuno governa questa materia con il controllo sull’operato degli uffici?
E ora, qualcuno faccia levare quella orrenda installazione pubblicitaria che da mesi nasconde l’obelisco e guasta la piazza del Popolo; qualcuno impedisca che la piazza di S. Giovanni in Laterano subisca la stessa miserevole sorte.
La Società Stretto di Messina ha firmato il contratto con Impregilo S.p.A. per l’affidamento a Contraente Generale della progettazione definitiva, esecutiva e della realizzazione del Ponte tra Calabria e Sicilia. Questo rappresenta un grave affronto alle procedure di infrazione avviate dalla Comunità Europea ed ai procedimenti da parte della magistratura sull’infiltrazione mafiosa negli appalti e le presunte violazioni amministrative nel corso dell’iter concorsuale. La gara di appalto è stata caratterizzata da una serie di gravi anomalie: l’inserimento di clausole contrattuali che prevedono una penale stratosferica in caso di recesso da parte dello Stato (il 10 per cento dell'importo totale, cioè 388 milioni, più le spese già affrontate dal General Contractor) dopo la definitiva approvazione dell'opera; l'improvvisa defezione dei grandi gruppi esteri proprio alla vigilia dell'apertura delle buste; l'ingiustificato ribasso del 12,33% praticato dalla cordata guidata da Impregilo che tradotto in cifre vuol dire 500 milioni di euro e cioè 1000 miliardi di lire, su una base d'asta di circa 4 miliardi di euro.
Ancora più grave, la fitta rete di conflitti d'interesse sviluppatasi tra società concessionaria, aziende in gara per il General Contractor e i rispettivi gruppi azionari di riferimento.
Nella speciale commissione giudicatrice istituita dalla Società Stretto di Messina che ha assegnato l'appalto ad Impregilo, ha partecipato l'ingegnere danese Niels J. Gimsing.
Oltre ad essere stato membro (dal 1986-93) della commissione internazionale di valutazione del progetto di massima del Ponte, Gimsing ha lavorato nella realizzazione dello Storbelt East Bridge, progettato dalla società di consulenza Cowi di Copenaghen a cui il raggruppamento temporaneo d'imprese guidato da Impregilo ha affidato l'elaborazione progettuale del Ponte sullo Stretto.
Alberto Lina, amministratore delegato di Impregilo, è stato dal 1995 al 1998 presidente di Coinfra, la società dell'IRI che ha partecipato come fornitore alla realizzazione del ponte Storebelt insieme a Cowi, e quindi ha collaborato con l'ing. Niels Gimsing.
Se poi si passa alla lettura del curriculum vitae di alcuni membri del consiglio di amministrazione della Stretto di Messina si scorge più di un feeling con il colosso delle costruzioni di Sesto San Giovanni.
Nell’aprile del 2005, è stato nominato quale membro del CdA della concessionaria del Ponte il dottor Francesco Paolo Mattioli, ex manager Fiat e Cogefar-Impresit (oggi Impregilo), consulente della holding di Torino e responsabile del progetto per le linee ad alta velocità ferroviaria Firenze-Bologna e Torino-Milano di cui Impregilo ricopre il ruolo di General Contractor.
Il 22 febbraio 1993 Francesco Paolo Mattioli fu arrestato su ordine della Procura di Torino interessata a svelare i segreti dei conti esteri della Fiat, dove risultavano parcheggiati 38 miliardi di vecchie lire destinati a tangenti. Nel maggio ‘99 arrivò per Mattioli la condanna a un mese di reclusione, pena confermata in appello e infine annullata in Cassazione per “sopravvenuta prescrizione del reato”.
Nel consiglio di amministrazione della Stretto di Messina siede pure il Preside della facoltà di Giurisprudenza dell'Università "La Sapienza" di Roma, prof. Carlo Angelici. Angelici è pure consigliere della Pirelli & C. e di Telecom Italia Mobile (TIM), società controllate dalla famiglia Benetton, che è tra i maggiori azionisti di Impregilo.
Edizioni Holding della famiglia Benetton, attraverso Schemaventotto, detiene anche il 51 % della Società Italiana per Azioni il Traforo del Monte Bianco, gestore della parte italiana. Di questa società è consigliere un altro membro "riconfermato" del Cda della Stretto di Messina, il direttore generale ANAS Francesco Sabato.
Come se non bastasse l’"anomalia" della presenza di più di un consigliere della Stretto di Messina nelle società controllate dai signori del Ponte, va rilevato che sindaco effettivo di Autostrade-Benetton è la riconfermata sindaco effettivo della Stretto di Messina, dottoressa Gaetana Celico.
Presenze ingombranti anche all’interno di Società Italiana per Condotte d’Acqua, altro partecipante alla cordata General Contractor del Ponte sullo Stretto. Condotte d'Acqua è controllata per il 98,85% dalla società Fedina S.p.A., holding finanziaria di partecipazione. Ebbene, nei consigli di amministrazione di Fedina e di Condotte Immobiliare (la immobiliare di Condotte d'Acqua) compare uno dei membri – sino al giugno 2005 – del Cda della Società Stretto di Messina, il professore Emmanuele Emanuele, voluto dalla Regione Calabria. Emanuele, di Fedina, è persino vicepresidente. E' anche presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Roma, una dei maggiori azionisti, insieme all'olandese ABN Amro, del gruppo bancario Capitalia, azionista di Impregilo e della finanziaria Gemina (secondo gruppo azionario della società di costruzioni di Sesto San Giovanni). Capitalia controlla pure un rilevante pacchetto azionario di Astaldi, la società "concorrente" nella gara per il General Contractor del Ponte sullo Stretto. Presidente del Cda di Astaldi è il professore Ernesto Monti, docente di Finanza aziendale presso la Facoltà di Economia della Luiss. Monti è consigliere di amministrazione di Fintecna, la finanziaria statale principale socio di riferimento della Stretto di Messina S.p.A..
Tra i più stridenti conflitti d'interesse, c'è quello legato alla partecipazione delle coop "rosse" – su schieramenti contrapposti, la C.G.C. Consorzio Cooperative Costruzioni di Bologna (in associazione con Astaldi) e la C.M.C. Cooperativa Muratori & Cementisti di Ravenna (con Impregilo). Con 1"anomalia", che proprio la CMC di Ravenna risulta essere una delle 240 associate della cooperativa “madre”, CCC di Bologna.
Ciò avrebbe comportato la violazione delle normative europee e italiane in materia di appalti pubblici, le quali escludono espressamente la partecipazione ad una gara di imprese che "si trovino fra di loro in una delle situazioni di controllo".
L'ipotesi di violazione di queste norme da parte delle due coop durante la prequalifica alla gara per il Ponte è stato sollevato da Terrelibere.org, WWF Italia e dalla parlamentare Anna Donati. Il WWF, in particolare, è ricorso davanti all'Autorità per i Lavori Pubblici e alla Commissione Europea per chiederne l'annullamento.
Intanto, anche al fine di denunciare la scarsa trasparenza dell'affaire, ha preso il via la campagna nazionale "Boicotta il ponte”. Basta compilare, firmare e inoltrare una lettera-diffida (il modulo è disponibile on line sul sito www.retenoponte.org) alle banche e assicurazioni che controllano i pacchetti azionari delle società di costruzioni italiane facenti parte della cordata Generai Contractor o che hanno espresso la disponibilità a finanziare la realizzazione della megaopera. Al bando, dunque, i prodotti Benetton - da quelli tessili a alla catena di ristorazione Autogrill - e pure i gruppi BPM-Banca Popolare di Milano, Capitalia, Banca Intesa, Monte dei paschi di Siena, Unicredit, Efibanca-Banca Popolare Italiana, Unipol Bank, Carige e Assicurazioni Generali.
Uscito giorni fa su queste pagine, l'articolo di Paolo Brogi sul «Chiostro del Bramante ridotto a stand» ha suscitato una replica della società che lo ha in locazione. Il dibattito verte sull'ingombro e l'intrusività della struttura ideata per ospitare serate di gala ed eventi a pagamento: un'ampia piattaforma in legno, varie colonnine metalliche, una copertura in cellophane e un groviglio di faretti e fili elettrici. Rivendicando il merito di aver restituito l'edificio cinquecentesco (di fatto inaccessibile da tempo) alla cittadinanza, l'azienda ribadisce che la tensostruttura autoportante viene usata solo per brevi allestimenti. Brogi ribatte invece che l'installazione resta per troppo tempo in loco, e nota che i tavoli del bar (situato nel loggiato e aperto anche da chi non frequenti le mostre del Chiostro) occupano a lungo l'intera balaustrata, anche se ora sono stati rimossi.
Perché accanirsi su tali dettagli? È presto detto: dietro questioni tecniche si nasconde uno fra i temi centrali della Capitale, relativo al contrasto fra la tutela di un manufatto storico e il suo impiego. Secondo una tesi espressa da Cassiodoro e ripresa da Alberti, Roma sarebbe abitata da due distinti popoli, più o meno equivalenti: il primo composto da uomini, il secondo da statue. Questo per dire quanto le vestigia dell'antichità condividano intimamente il nostro destino, in una sorta di vita parallela. Ma cosa fare di tanti smaglianti e insieme ingombranti tesori del passato?
Durante la Prima Repubblica, quella ricchezza venne bellamente ignorata. Mentre all'estero i musei producevano reddito, qui molti monumenti erano chiusi o affidati a pochi sorveglianti. Ci volle la legge Ronchey per ammodernare un sistema decrepito, così come servì l'avvento delle tv private per cogliere le potenzialità pubblicitarie occultate dai paesaggi dell'«Intervallo». Per certi versi, si trattò di una mutazione contemporanea. Le inutili sale polverose si riempirono di redditizi bookshop e caffetterie, mentre gli spazi morti fra una trasmissione e l'altra diventarono il motore dell'universo mediatico (e, per inciso, politico). Ma torniamo ai Beni culturali. Nel delicato rapporto fra conservazione e guadagno, l'unica soluzione risiederà nell'oculatezza dello sfruttamento, badando a che il privato non danneggi il patrimonio affidatogli. Con qualche regola, un po' più precisa, sarebbe tutto più semplice.
Camminando lungo la strada che taglia la vita
Piccolo viaggio a piedi nel paesaggio italiano dell’autrice di "Dei bambini non si sa niente". Da la Repubblica del 23 aprile 2006
Qualche anno fa, una notte ho fatto un sogno, ho sognato una carta della provincia di Bologna, una cartina gigantesca, grande come un lenzuolo dispiegato, e io ci stavo seduta come si sta sopra un tappeto, c’era disegnata la linea rossa della Strada Provinciale 3, ribattezzata Trasversale di Pianura. È una strada che taglia in due, in senso orizzontale, un breve tratto di Emilia Romagna, doveva essere la via di collegamento tra Modena e Ravenna. In realtà, la Trasversale di Pianura propriamente detta è lunga cinquantadue chilometri e un po’ di metri: parte da San Giovanni in Persiceto e arriva a Medicina. Da un lato e dall’altro si innesta su altre due provinciali, in mezzo c’è il casello Interporto della Tangenziale che vomita, e risucchia, camion e automobili a getto continuo.
Quando ero una bambina, qui non c’era niente. La strada era fatta di polvere e sassi. Attorno, c’erano solo i campi e qualche casa colonica lontana, un’idea di mattoni, il fumo di un camino dritto nella luce della sera. Adesso, questi cinquantadue chilometri di asfalto ogni giorno si caricano addosso tonnellate di piastrelle, salami, cemento, liquidi altamente infiammabili, pendolari, stracchini, polli, maiali, rotoli di stoffa. E ancora. Ancora. Ancora. Nel sogno, puntavo il dito contro quella linea rossa, la seguivo facendo scorrere il polpastrello sulla carta e ripetevo ad alta voce i nomi dei paesi e delle località che toccava - il Postrino, Forcelli, Sala Bolognese, Colombarola, Pietroburgo (Pietroburgo?!), Funo, Bagnarola, Budrio, l’Olmo - ed ero felice, provavo una sensazione quasi elettrica, perché quel luogo io lo possedevo, lo conoscevo a memoria, lo avevo attraversato centinaia di volte, fin da quando ero una bambina: era di più che una strada, di più che un posto qualsiasi, era una geografia dell’anima, quel luogo ero io.
Dopo quel sogno, una mattina ho deciso: uscire di casa, chiudermi la porta alle spalle e dimenticare di possedere un qualunque mezzo di trasporto, niente automobile, niente moto, niente scooter, niente bicicletta, solo le gambe: gambe, colonna vertebrale, piedi, questa meravigliosa possibilità di muovermi nello spazio senza l’ausilio di nient’altro che questo, il mio corpo. E così sono cominciati i pellegrinaggi e la strada del sogno, e quella che ricordavo, si sono combinate e infine sovrapposte, dando vita a un’altra strada, quella reale. Giorno dopo giorno, viaggio dopo viaggio, ho raccolto indizi, catalogato i cambiamenti.
La domanda con la quale ho cominciato questo viaggio di pignola perlustrazione è la domanda apparentemente più banale di tutte: cos’è una strada? Una domanda talmente ovvia che anche un bambino delle elementari potrebbe rispondere senza la minima esitazione: una strada - come peraltro recita il dizionario della lingua italiana Devoto-Oli - è «un’opera intesa a consentire, o a facilitare il transito in corrispondenza di una via di accesso o di comunicazione» / una strada è anche «un cammino, un itinerario». Una strada dunque è un passaggio. E a cosa serve? Per l’appunto a passarci, a transitarci, serve a collegare i posti, a spostarsi da un luogo all’altro, a mettere in comunicazione luoghi distanti, serve perché le persone possano muoversi con meno difficoltà nello spazio. E qui è arrivato il mio primo spaesamento. Un ciclista o un pedone che si mettano in viaggio su questa strada, lo fanno a proprio rischio e pericolo, come un gatto, una lepre, una formica o un riccio che decidano di attraversare la strada perché gli gira di attraversarla: questo muoversi con meno difficoltà infatti è ormai vero solo per i camion.
Durante le mie rischiose passeggiate incrocio i miei impavidi compagni di sventura: due filippine, una più giovane e una più vecchia, che ogni sera tornano a casa a piedi dopo la loro giornata di lavoro dal centro di Budrio verso le campagne, calpestando la linea bianca sul margine del fosso, qualche rara vecchietta in bici con il fazzoletto in testa e le sporte della spesa appese ai manubri, i ragazzini che tornano a casa dopo il pomeriggio in parrocchia, o al campo da calcio (pochissimi, questi ultimi). E i camion che passano a centotrenta all’ora ci fanno barcollare e tremare tutti quanti come figure ritagliate nella carta velina. Ci guardiamo negli occhi smarriti, e pensiamo la stessa cosa io credo, e cioè che una strada serve perché gli esseri umani si spostino da un luogo all’altro, che sia per lavoro, per necessità, o semplicemente per fare una passeggiata, e che dovrebbe essere evidente, naturale, ovvio, che una strada, ogni strada, fosse pensata perché ciascuno possa servirsene nel modo in cui desidera, o è costretto, a servirsene: se ho una macchina vado in macchina, se ho solo i piedi vado a piedi.
Invece ormai è come se un essere umano in movimento non potesse essere pensato altro che col culo piantato dentro un ammasso di ferro a motore. Punto. Per andare a camminare ci sono i percorsi pedonali, i percorsi trekking, come se appunto camminare fosse diventata una cosa assolutamente assurda per l’uomo contemporaneo, un’attività perduta nella notte dei tempi e dunque esotica e affascinante e vendibile come un "weekend in vigna" passato a pigiare l’uva nei tini. Riscopri un ritmo umano: vieni un weekend a camminare. E no che non ci vengo. Voglio camminare qui, a casa mia, e non posso farlo, voglio andare dal cartolaio a piedi, perché deve essere una sfida? Io abito in una strada sterrata che si chiama via Albareda (che in dialetto vuol dire alberata) e questa strada si immette direttamente sulla SP3, se non voglio uscire in macchina, o se non possiedo la macchina, lo faccio a mio rischio e pericolo.
Quando sopra una strada ci cammini ti viene naturale guardarti attorno, voltare la testa da una parte e dall’altra e vedere cosa c’è attorno a quella strada, qual è il paesaggio che attraversa e che tu stai attraversando. Cosa ci passa sopra? Merci di ogni tipo, organiche e inorganiche, gli scarti, i rifiuti, il tempo. Dunque puoi osservare, come scriveva Lawrence Durrell, «le lente concrezioni del tempo sul luogo». E così, camminando ho visto le case coloniche abbandonate, successivamente ristrutturate secondo moderni criteri di leziosità che poco hanno a che fare con l’originaria, spartana e un po’ rozza linearità, e portate a nuova vita, spesso dipinte in colori fosforescenti (forse perché i camion riescano a vederne la sagoma anche di notte, quando sfrecciano a centotrenta all’ora e fanno tremare i muri insieme ai proprietari e ai loro letti?). Ho visto i cantieri abbandonati: quante storie dietro quegli spazi «laconici» - come li definirebbe Gianni Celati - devastati, immobili, pencolanti, abbozzati. Cosa è successo? Perché se ne restano lì così, in quell’indeterminazione, per mesi, anni, fino a trasformarsi in un’ovvietà del paesaggio che piano piano la natura ricopre e mangia, riprendendo possesso di ciò che era suo fin dal principio? Ho visto i campi superstiti di barbabietola da zucchero, di mais e sorgo e patate. Qualche vivaio. I distributori di benzina. E poi la gente, sigillata nell’aria condizionata sulle automobili in corsa.
Negli ultimi due anni, il tracciato della SP3 è stato modificato e spostato al di fuori del centro urbano di Budrio - col suo corredo di espropri, battaglie, compromessi, ritardi - e per un lungo periodo, i lavori per le rotonde che ora connettono i due tronchi della SP3 circumnavigando il paese, sono apparsi in mezzo alla campagna come misteriosi cerchi nel grano. Immense aree circolari depilate e cementate senza nessun raggio che si dipartisse verso l’esterno a indicare una qualsiasi direzione verso il mondo, una funzionalità, e io le andavo a guardare in bicicletta, e insieme a me c’erano gli omarelli del paese, sporti sulle buche a guardare le frecce delle rotatorie con gli occhi sbarrati e il cervello confuso, tutti lì a cercare di immaginare come si sarebbe evoluta la questione.
Le strade, per capirle, andrebbero sempre anche viste dall’alto, anche se poi viste dall’alto fanno venire le vertigini, perché quando guardi le carte satellitari ti rendi conto che il mondo è diventato un reticolato di strade, che all’asfalto non c’è scampo, che questa smania di collegare tutto a tutto ci ha rinchiusi dentro una griglia quadrettata da battaglia navale che se da una parte rende il mondo una comoda ottimista spianata di asfalto attraversabile in lungo e il largo, in realtà lo riempie pure di confini, di reti, di limiti invalicabili, di barriere. Un mondo a misura di ruote e motori, non di piedi e corpi umani.
Un giorno, durante una delle mie perlustrazioni, sul muro di cemento di una fabbrica ho letto una scritta che diceva così: «CORRI CHE TI PASSA». Sono rimasta a fissarla per un po’, domandandomi chi l’avesse mai scritta, e cosa avesse nella testa uno che scriveva una cosa simile ai bordi di una strada del genere, se ci aveva davvero provato, lui, il bombolettatore misterioso, a correre sulla Sp3. Forse, una volta davvero su questa strada ci si poteva correre, doveva essere una strada che attraversava uno spazio tutto diverso: chilometri e chilometri di terra piatta e verde, in certi punti coperta di boschi e faggeti, e poi di campi ordinati, amorevolmente curati. Una terra viva. Adesso, le fabbriche abbandonate punteggiano la pianura con le loro ciminiere spente, le recinzioni di filo spinato corrose di ruggine, smangiate, in attesa di essere smantellate per far spazio a nuovi insediamenti industriali. Le fabbriche in attività che sputano lingue di fumo nel cielo. E lungo la strada, da una parte e dall’altra, insegne di trattorie per camionisti, cartelloni pubblicitari che reclamizzano ghiaia, lattonerie, vivai. Il fumo fetente dei gas di scarico che a bolle si diffonde in mezzo al paesaggio piatto, si disfa sulla superficie dei campi, contro le pareti delle case coloniche.
Sotto i miei occhi, oggi, c’è la strada. L’asfalto crepato e ruvido. Pieno di buchi, crateri, fenditure, mozziconi di sigaretta, preservativi, merde di cane rinsecchite, gatti spiaccicati, piume d’uccello, lattine accartocciate, frammenti di copertoni esplosi, chiodi, bulloni, pezzi di ferro arrugginito, carcasse di animali ormai irriconoscibili. Niente idea di progresso, collegamenti rapidi e sicuri, è una strada mortale, che attraversa piccoli centri - paesi grandi, medi, minuscoli, frazioni - e li deturpa, li soffoca, li ammutolisce. Con la lenta agonia dell’asfalto che si corrode sotto milioni di pneumatici, agonia di falene schiantate contro i parabrezza, di nutrie spappolate, civette, incidenti mortali. E io sono di nuovo qui, parte di questo movimento incessante, questa concrezione di tempo e storie e movimenti su un nastro d’asfalto, a cercare di immaginare come era il mondo prima, prima dell’ottimismo degli asfaltatori. Adesso, ci sono dei periodi che tutti questi chilometri di strada si popolano di striscioni rabbiosi e lenzuola graffitate appese ai muri degli edifici, che sventolano fuori dalle finestre come bandiere di guerra: via il traffico pesante dalla Trasversale. Siamo stanchi di respirare veleno. Stop ai camion. Siamo noi, che cerchiamo di riprenderci ciò che dovrebbe essere nostro: le strade, i passaggi, le vie di collegamento e transito, lo spazio e i luoghi e il tempo.
Proprio in questi ultimi giorni che hanno preceduto l’approvazione delle controdeduzioni al nuovo piano regolatore, l’urbanistica romana ha raggiunto uno straordinario record: il consiglio comunale ha infatti votato uno dei più vergognosi regali alla speculazione immobiliare che sia mai stato concretizzato nel panorama italiano. Autore di questo ennesimo scandalo è l’assessore Claudio Minelli, un passato da sindacalista Cgil che nella giunta Veltroni svolge il compito di raccordo con i grandi poteri. Il suo assessorato è appunto denominato ai “grandi progetti”.
La deliberazione comunale di cui parliamo approva un precedente atto della giunta municipale romana, il n. 85 del 2005, finalizzato a un “programma di interventi per la realizzazione della nuova sede del Municipio XX e di un complesso di residenze in via Flaminia nuova nonché di un incremento di volumetria residenziale nel piano di lottizzazione convenzionata Acqua acetosa-Ostiense”. La vicenda è questa. Lungo la via Flaminia c’è un gruppo di vecchi capannoni produttivi abbandonati da decenni. Sono di proprietà di Bonifici, un nome molto noto nella capitale poiché oltre ad essere uno dei più grandi costruttori è anche il proprietario del Tempo, quotidiano aprioristicamente schierato con la destra più estrema che spesso da spazio a voci apertamente forcaiole.
Il quadro è quello che abbiamo più volte evidenziato su queste pagine: a Roma l’urbanistica pubblica non esiste più, sostituita da un oscuro sistema di sotterranee contrattazioni con la proprietà immobiliare. Così Bonifici propone al comune di Roma di realizzare la sede del Municipio su una parte dell’area dove ricadono i capannoni. Ovviamente in cambio pretende un diluvio di cemento. Se è soltanto attraverso la rendita fondiaria che si possono realizzare servizi pubblici, i proprietari sono autorizzati ad avere in mano il destino delle città.
Utilizzando la legge per il Giubileo del 2000, la proprietà aveva ottenuto la possibilità di realizzare un albergo al posto dei capannoni abbandonati. L’albergo non è mai stato realizzato e quella legge affermava esplicitamente che le procedure straordinarie sarebbero decadute alla conclusione del Giubileo. Siamo nel 2006 e la proprietari fanno il furbesco tentativo di vantare ancora quell’ipotetica cubatura e tentano di trasformare i 105.440 metri cubi ottenuti nel 1999 in più remunerative residenze. Quella concessione era scaduta ma il comune non batte ciglio e accetta la contrattazione. E qui avviene un altro passaggio vergognoso.
Afferma infatti la deliberazione di Giunta che “a seguito delle verifiche preliminari di compatibilità urbanistico ambientale è emersa la necessità che comunque la volumetria che poteva essere realizzata sull’intera area andava ridotta e l’area opportunamente indagata sotto il profilo di presumibili preesistenze archeologiche quali il tracciato dell’antiva via Flaminia, di possibili resti di murature antiche e di un altro tracciato viario”. Un modo contorto per dire che la Soprintendenza archeologica aveva più volte segnalato che l’area è interessata dal tracciato della via Flaminia, già visibile ad appena poche centinaia di metri di distanza.
L’area non permette dunque la realizzazione delle cubature previste. In un paese civile le cubature sarebbero state tagliate, in coerenza con le esigenze di tutela. A Roma no. Non si può fermare l’economia ed umiliare la speculazione edilizia. Ecco pronta la ricetta: la parte eccedente delle cubature che non si possono realizzare vengono trasferite su un altro terreno del gruppo Bonifiaci, localizzate all’Eur e attualmente destinate a verde privato! Così ventimila metri cubi, oltre la nuova sede del municipio, verranno realizzati al Flaminio. La parte più rilevante, 75.000 metri cubi, andranno in un altro quadrante urbano.
Riepiloghiamo. Una concessione ormai scaduta viene arbitrariamente recuperata in aperta violazione della legge. La gigantesca cubatura che essa prevede non può essere realizzata poiché il sito è interessato da rilevanti preesistenze archeologiche. La parte eccedente di quella cubatura viene così compensata su altri terreni oggi inedificabili, ubicati nell’altro capo della città. Il trionfo della proprietà fondiaria.
Potrà sembrare incredibile, ma non è ancora tutto. Pur se ridotte, infatti, le cubature da realizzare sulla via Flaminia devono prevedere per legge la cessione delle aree per servizi pubblici. Afferma ancora la deliberazione comunale che quelle aree non sono sufficienti a fornire lo standard urbanistico. Ecco allora che si consente alla proprietà di ridurre la quantità di standard e di localizzarla su un altro terreno limitrofo ma non contiguo all’area edificabile. Questo terreno per il verde di quartiere e per i servizi è localizzato al di là di una ferrovia esistente ed è oggi destinato a uso industriale!
I lettori di Carta ricorderanno che uno dei punti più scandalosi della famigerata legge Lupi era relativo proprio all’abolizione dell’obbligatorietà della dotazione minima dei servizi e la sostituzione con l’ambiguo concetto della “prestazionale di qualità”. Roma, vera avanguardia dell’urbanistica liberista, ha dato concreta dimostrazione dell’oscuro concetto di qualità dei servizi: si mettono in misura ridotta al di là di una ferrovia. Ma c’è sempre il lieto fine. E’ lo stesso Bonifici che si propone di realizzare il sovrappasso sulla linea ferrata: i palazzinari hanno un cuore, mica sono selvaggi. E’ ovvio che per realizzare questo ponte pedonale si dovranno spendere soldi e dunque si devono aumentare le cubature da realizzare. Roma ha inventato la creazione perpetua della rendita.
Si è tornati a parlare di periferie anche in Italia. Dopo i recenti accadimenti nelle banlieues francesi, teatri di violente rivolte contro lo Stato assente e mossi dalla preoccupazione generalizzata per il futuro di questi luoghi del conflitto, il dibattito su quanto sta avvenendo o su quanto può accadere nelle periferie italiane ha trovato diverse occasioni di confronto. La notizia buona è che si torna a parlare di problemi reali della città e si esce fuori dal dibattito sterile su strumenti e modelli. La città torna ad essere il luogo di interesse per la cultura urbanistica, almeno di quella non ancora anestetizzata dal pensiero dominante. L’altra buona notizia è che in questi incontri si possono misurare e confrontare politiche e iniziative portate avanti negli altri paesi europei. Il confronto è spesso poco lusinghiero perché misura la distanza dagli altri e rende evidente le conseguenze di anni di dibattito autocentrato. E’ così ad esempio sul tema del recupero dei quartieri e sul tema della casa come diritto: della casa sociale.
Su questi temi si è soffermato nel corso di un recente incontro svoltosi a Venezia[1] Oriol Nello[2], segretario per la Pianificazione Territoriale della Catalunya. In particolare Nello ha aperto una finestra sullo scenario politico della Catalogna caratterizzato dalla recente approvazione della nuova legge urbanistica (legge 1/2005 del 26 luglio)[3], che all’articolo 154[4] prevede che almeno il 25% della nuova edificazione privata (residenze) deve essere destinato ad affitto moderato e, nel caso in cui il privato non dovesse adempiere a tale obbligo, lo Stato ha la facoltà di espropriare l’equivalente cubatura ad un prezzo più basso di quello di mercato.
Il riferimento a questo articolo, si inseriva nel racconto di un altro recente provvedimento della Regione della Catalogna che riguarda in modo specifico le periferie. Si tratta del “Programma dei quartieri e aree urbane d’attenzione speciale” (legge 2/2004 del 4 giugno) con il quale il governo socialista ed il Parlamento della Catalogna, cercano di rispondere alla "tendenza alla segregazione spaziale dei gruppi sociali determinata dal sistema di urbanizzazione capitalista". Gli ambiti di intervento di questo programma sono stati presentati da Oriol Nello in tutta la loro problematicità: aree in cui alle carenze urbanistiche – problemi di urbanizzazione, di attrezzature, di accessibilità – si accompagnano problematiche sociali – invecchiamento, spopolamento, basso livello di educazione e di occupazione – criticità dunque, che rendono necessaria un’azione integrata nelle dimensioni fisica, economica e sociale. L’obiettivo principale è la riqualificazione dei quartieri per interrompere il processo di degrado che investe tali aree urbane e per migliorare le condizioni di vita dei loro abitanti.
Il governo regionale ed i comuni in cui ricadono i quartieri e le aree degradate, finanziano, per la maggior parte delle risorse messe in atto, la riqualificazione prevista dai programmi di intervento che sono redatti e promossi dai comuni; la legge costituisce un fondo di finanziamento del Programma (di cui almeno il 50% proveniente dal soggetto pubblico) concepito come lo strumento finanziario destinato alla riqualificazione e alla promozione specifica di questi quartieri. Fino ad oggi sono stati finanziati programmi in 60 quartieri per un totale di 800.000.000 Euro ripartiti in interventi che vanno dalla riqualificazione degli spazi pubblici e la dotazione di spazi verdi, alla riqualificazione degli elementi comuni degli edifici, all’inserimento di tecnologie dell’informazione negli edifici, all’accessibilità e, ancora, all’eliminazione delle barriere architettoniche.
La pressione del processo di finanziarizzazione degli immobili e le trasformazioni urbane che possono comportare l’allontanamento dei residenti pongono, in definitiva, un tema più generale che ha a che fare con il diritto alla città, citato da Oriol Nello con un riferimento a Henry Le Febvre[5]. E’ questo il vero tema prima ancora delle periferie perché oggi il diritto alla città è negato proprio nelle aree centrali, come nei processi di recupero. In America per rendere chiaro questo aspetto, parafrasando il termine “urban renewal”, si è coniato il termine “black removal”.
Tornare a parlare di periferie è allora l’occasione per dire che le città devono essere una risorsa importante per la crescita sociale ed economica del nostro paese e che devono tornare ad essere oggetto di attenzione da parte della politica. La vita materiale di molti cittadini dipende dalle città, dalla loro efficienza e dalla loro capacità di costruire senso di sicurezza sociale e di progresso. Come dimostra il caso della Catalogna molti paesi europei sono impegnati su questa strada. Si può e si devono riportare, anche in Italia, le città al centro dell’agenda politica e farne un punto essenziale del programma del nuovo governo del paese.
[1]“Periferie come banlieus?", Dipartimentodi pianificazione dell'Università IUAV di Venezia, 30-31 marzo 2006
[2] Secretario para la Planificación Territorial, Departament de Política Territorial i Obres Públiques, Generalitat de Catalunya
[3] I contenuti della legge sono stati oggetto dell’articolo di Maria Lluisa Marsal in questo sito
[4] Acquisizione con esproprio di riserve di suolo per il patrimonio pubblico
[5]Lefebvre, Henri. (1974) Il diritto alla città. Padova. Marsilio
Poco meno di 10.500 metri quadri di aree trasformate e in trasformazione, 6.350 metri quadri di verde e servizi, oltre 10 miliardi di investimenti in opere di trasformazione urbanistica.
Ieri il sindaco, Gabriele Albertini, ha snocciolato i numeri della rivoluzione urbanistica che sta cambiando la faccia di Milano. La serie di dati non finisce qui: secondo il rapporto «Abitare Milano» curato da Angela Airoldi e Lanfranco Senn per il Certet, centro di economia regionale dei trasporti e del turismo dell'università Bocconi, gli interventi urbanistici voluti dall'amministrazione hanno creato 13 miliardi di euro di valore aggiunto e 23 miliardi di euro di fatturato. Consistenti anche i risvolti sul fronte del lavoro. In tutto 265 mila gli occupati coinvolti, di cui il 50 per cento nel settore costruzioni, 15 per cento nei servizi alle imprese, 13 per cento nel settore alberghiero e commerciale.
«In questo enorme processo di riqualificazione ci siamo avvalsi del lavoro dei migliori architetti del mondo, i Brunelleschi e i Bernini dei nostri giorni», ha detto Albertini. Anche a questo si deve, secondo il sindaco, l'elevato costo delle abitazioni a Milano: «L'affitto di un appartamento nel deserto del Sahara ha un valore minore rispetto ad uno in Central Park». L'assessore all'Urbanistica, Gianni Verga, ha rivendicato l'aumento del verde cittadino: «Parafrasando Celentano: dove c'era il cemento oggi c'è un prato».
Verga ha anche incitato il prossimo sindaco a proseguire sulla strada intrapresa da questa amministrazione. «In nove anni abbiamo fatto più che in qualunque altro periodo storico», ha rivendicato l'assessore. A meno di colpi di scena di fine mandato, il prossimo sindaco erediterà l'attuazione del piano per la costruzione di 20 mila alloggi a prezzi e canoni moderati o sociali nelle aree comunali in passato destinate a servizi.
I bandi di gara per i privati che vorranno partecipare all'impresa dovranno sintetizzare un delicato equilibrio. Da una parte l'esigenza di alloggi a prezzi sostenibili. Dall'altra l'economicità dell'iniziativa per imprese e cooperative coinvolte.
Un commento di Lodo Meneghetti
Potrei commentare questa rassegna dettata in stile berlusconiano con una bibliografia dei miei interventi in eddyburg relativi a Milano. Qualcuno ricorderà i testi “milanesi” fra quelli che diedero luogo al libretto Parole in rete (aprile 2005, presentato nel sito), o i più recenti compresi nelle Opinioni. Altro che “Milano è più bella”! Città tradita, rovinata, disastrata grazie all’opera, in concerto o in baraonda, di amministratori pubblici, imprenditori, finanzieri, commercianti. Beh, potreste spendere un quarto d’ora e leggere, degli ultimi, Perché no un parcheggio dentro il Duomo (giugno 05), Avere non avere casa a Milano (marzo 06), È l’auto il nemico numero uno della città (gennaio 06). Comunque fa ridere, se non rabbia, veder elencare numeri su numeri e auto-imbrodarsi di lodi, sindaco Albertini e assessore Verga, quando chi è davvero cittadino di Milano, cioè ci vive da sempre o da decenni, non fa altro che rimpiangere la città civilmente funzionante, affabile, anche bella nonostante le botte – in ogni senso – subite a cominciar dalla ricostruzione post-bellica. E poi nei numeri dichiarati ci dev’essere uno sbaglio oppure non sanno qual che dicono: mi riferisco alla prima riga del messaggio: 10.500 mq di aree sono solo un ettaro (sui 18.100 del territorio comunale), 6.350 di verde e servizi, sei decimi di ettaro. Stiamo sul loro terreno: chi sarebbero “gli occupati coinvolti”? Milano si è spopolata, salvo una certa fresca ripresa demografica dovuta a immigrati extra-comunitari. I cacciati dalla città, proprio a causa del mercato delle abitazioni liberista ossia perverso, rappresentano i forzati del pendolarismo. Ogni mattina entrano dai confini comunali 800.000 automobili, la ferrovia Nord, le linee statali, gli autobus interurbani scaricano centinaia di migliaia di commuter, li ricaricano alla sera. La città oggi tutta terziaria, finanziaria e commerciale, li considera pura merce. E non funziona, è schizofrenica, ce n’è una “del giorno” di due milioni e mezzo di abitanti e una “della notte” che è la metà.
Siamo all’arroganza, quasi all’insulto: capito l’Albertini? Giusti gli affitti alle stelle. Se volete stare a Milano dovete essere ricchi, io vi do i grattacieli dei nuovi Brunelleschi e Bernini: che sarebbero in primis il terzetto Hadid-Isozaki-Lebeskind al servizio del gruppo d’imprese Generali-Ligresti-Lanaro-Grupo Lar Desarollos Residentiales: il Central Park consisterebbe nel residuo di verde disperso sull’area ex Fiera dopo la realizzazione, appunto, dei tre mostruosi grattacieli previsti dagli architetti insieme a un circondarello di altri alti edifici, il tutto contestato senza tregua dai residenti prossimi. Intanto la giunta, invece di assegnare gli alloggi pubblici risistemati nelle case di proprietà comunale in zone pregiate, vuole venderli per ogni intero blocco-edificio a speculatori immobiliare e, semmai, realizzare, come dove quando non si sa, alloggi “popolari” nelle periferie più marginali. E peggio se cancellando le aree desinate ai servizi sociali.
“In nove anni abbiamo fatto…”. Sì, hanno abbattuto alberi e scavato enormi parcheggi sotterranei in piazze e viali anche centralissimi, sottraendo bellezza agli abitanti e invitando le auto a rimpiazzarla, hanno concesso migliaia e migliaia di spaventevoli interventi per il presunto ricupero dei sottotetti in ogni tipo di case, anche in bei palazzi dell’eclettismo, del Novecento, del Liberty, spesso effettivi sopralzi di un piano con nuovi tetti cuspidali. La nostra linea del cielo, patrimonio dei cittadini resistiti ancora volenterosamente propensi a girare la città guardando col naso all’aria l’altrettanto resistita architettura, è persa. Quanto alla vocazione degli amministratori ad occuparsi del traffico all’incontrario, vale a dire nulla fare per restituirci un po’ della vita perduta a causa del traffico privato in sé e del conseguente colossale inquinamento dell’aria, non ho più parole; a furia di protestare la gola è seccata, le corde vocali sono gonfie.
Lodo Meneghetti, Milano, 21 aprile 2006
Il Chiostro del Bramante? Invaso da una struttura che ospita serate di gala ed eventi. Col celebre pavimento rinascimentale coperto da una pedana di legno e l'invaso tra i portici chiuso con un ponteggio. Un capolavoro nascosto dalle tovaglie. Prima opera del Bramante a Roma, eretta tra il 1500 e il 1504. Spazio per esposizioni, è stato man mano modificato e destinato sempre più a serate di gala.
Il chiostro più affascinante della Roma rinascimentale non c'è più. Al suo posto una creazione posticcia che viene utilizzata per ospitare eventi, cene di gala e concerti musicali. Doveva essere qualcosa di provvisorio e mobile, ormai ha preso il posto dell'opera d'arte ideata tra il 1500 e il 1504 da Donato Bramante a Roma, la sua prima opera in città. Un gioiello, come il successivo Tempietto a San Pietro in Montorio eretto quattro anni dopo.
Com'è possibile che nel silenzio generale il chiostro del Bramante sia stato ridotto nel modo in cui si presenta oggi ai visitatori ignari? Quale sovrintendenza permette tutto ciò? Partiamo dal pavimento. Mirabile nella sua struttura a diagonali di marmo bianco incrociate al centro esatto, secondo un disegno perfetto che si inquadra nel superbo portico sovrastato da un loggiato superiore, giace ora sotto una penosa piattaforma in legno. Va avanti così da tempo, minaccia di diventare una soluzione permanente. La bigliettaia delle mostre ospitate dal chiostro (in corso c'è quella di Aristide Sartorio) avverte premurosa: «La struttura è provvisoria, certo qui spesso ci sono gala serali e poi tra poco la serie di concerti...».
Cose di questa Italia. L'invaso pregevole del chiostro che guardava al cielo aperto e da un angolo del quale si poteva ammirare il magnifico campanile con la cuspide a maioliche dell'adiacente Santa Maria dell'Anima si presenta oggi oscurato da un involucro a tronco piramidale, basato su colonnine metalliche e un tetto strutturato sugli stessi materiali, dall'aria decisamente stabile come qualcosa che ormai è lì e intende restarci. Unica consolazione, al posto delle tegole, un velo di cellophane che fa passare la luce. Sul sito internet la società che gestisce, in partnership dice con Comune e Regione Lazio, mette a disposizione il chiostro per gala e cose affini in pratica tutti i giorni, sabato escluso, a partire dalle 19,30. «Disponibile», si legge. Basta pagare.
Scomparso e illeggibile è poi il lungo fregio che corre lungo tutto il perimetro interno del Chiostro tra il portico e il loggiato superiore. Occultato dal ponteggio. Non si legge il fregio, ma in aggiunta si possono ammirare invece tutta una serie di faretti e di ingombranti matasse di fili elettrici appoggiati sullo spiovente ad ardesie che copre il fregio. È così che appare il chiostro dal loggiato superiore, dove oltre a vedere i fili elettrici si ammirano anche i tavolini mobili della caffetteria appoggiati alla balaustra del loggiato, tra i pilastri con lesene a fascio alternati a colonne di ritmo doppio.
L'introduzione dei tavolini, tempo fa, sembrava un insulto veniale. Invece era solo un avvertimento. Oggi infatti il bar che era nato come struttura al servizio dell'esposizione museale è diventato un servizio autonomo, un bar pregiato alla pari degli altri della zona conosciuta a Roma come «triangolo delle bevute» e che ha nel vicino Bar della Pace un locale cult. Per frequentare il bar non è necessario visitare mostre, vi si accede liberamente dicendolo alla biglietteria. A quel punto, c'è da meravigliarsi se il chiostro ne ha seguito la sorte come stand?
Era un chiostro, spiegano le guide, di «mirabili proporzioni e inalterato in ogni sua parte». «Opera di affascinante, raffinata ed elevata qualità formale» aggiunge su Internet la società di gestione. Costruito quando l'adiacente chiesa non era ancora il capolavoro di Pietro da Cortona (eseguito a metà '600) ma solo la chiesa riedificata da Baccio Pontelli nel 1482, Sant'Andrea de Aquariziis, non sapeva però di essere nel Terzo Millennio destinato a stand, in partnership con le istituzioni cittadine.
Gli insediamenti per le vacanze che stanno in contesti naturali, una volta splendidi, sono più o meno fastidiosi a vedersi: dipende dai punti di vista. Il complesso del Bagaglino in terra sarda, Comune di Stintino per l'esattezza, si offre con un'immagine particolarmente insolente, ma contribuisce il punto di vista sfavorevole che lo espone tutto insieme alla vista. E c'è di peggio in altri lidi dove per circostanze favorevoli l'edificato appare con minore evidenza.
Ma in Sardegna non ci sono ecomostri segnalati dalle attente ricerche.
Chi si aspetta di incontrare l'ecomostro abusivo (come il Fuenti in Campania o i grattacieli di Punta Perotti in Puglia) non lo troverà facilmente in Sardegna, almeno con le sembianze ostentate di masse volumetriche emergenti concentrate in un punto. La notevole estensione del perimetro costiero ha favorito per lungo tempo la dissimulazione dell'impatto. Ma ci sono e in grande quantità tanti piccoli mostri nascosti, tutti o quasi realizzati nel rispetto della legge, che godono di una certa indulgenza.
Eppure se si guarda con attenzione si vede il danno grave di tante microlesioni diffuse nel paesaggio e scarsamente percepite. Sequele di piccoli graziosi edifici che sovrastano in lungo e in largo le originarie morfologie e cancellano le testimonianze preziose dell'antica frequentazione umana. Chi ha visto una trentina di anni fa i luoghi dove stanno oggi agglomerati marini noti, stenterà a ritrovare i riferimenti naturali rimasti per tanti anni nella memoria geografica: quei luoghi sono riconoscibili per qualche residuo indizio.
La distanza dal mare è sempre decisiva per la caratterizzazione del danno. I villaggi di più vecchia formazione si riconoscono perché confinano direttamente con la spiaggia o la scogliera (e nei depliant dei venditori questo requisito è stato sempre abilmente enfatizzato).
I complessi più recenti sono più arretrati, ma si proiettano come e quanto possono verso l'acqua. Otre le graziose casette, ci sono le estensioni delle verande e le piscine e i pontili e le barche e una miriade di attrezzi per la balneazione per cui la linea di battigia si confonde in un coacervo semantico che conserva ben poco di naturale. Quando i complessi edilizi si attestano sul fronte più avanzato verso il mare, costituiscono non solo un impedimento alla vista dell'acqua (del limite suggestivo tra terra e mare), ma impediscono l'accesso a spiagge o alla scogliere alle quali l'accesso dovrebbe essere garantito per legge.
Le sbarre si trovano spesso a impedire di arrivare a spiagge, talvolta per via di autorizzazioni comunali rilasciate per ragioni di ordine pubblico e sicurezza per villeggianti altolocati, più spesso si tratta di prevaricazioni che nonostante le proteste restano impunite e si ripresentano ogni estate aumentando di numero. Ma in Sardegna, tranquilli, non ci sono gli ecomostri.
Il marciapiede di Largo Labia, ultimo solco d´aratro della metropoli, finisce improvvisamente nel fango. Dietro la rete comincia la terra di nessuno, affacciata sugli spazi della campagna romana. E quelle trincee fresche di scavo, apparentemente così banali e provvisorie, rimarcano, per la storia e per la cronaca, il confine tra presente e futuro. Il passato è da qualche parte, alle nostre spalle, con le appendici della borgata. Roma non si vede; ma non deve essere troppo distante, come testimonia la fila degli autobus - 92, 36, 235, 90 Express - che sosta nel piazzale tra una corsa e l´altra. Da questo colle gli abitanti dell´antica Fidene controllavano la riva sinistra del Tevere, sopra la confluenza dell´Aniene. Tremila anni dopo siamo a un tiro di capolinea dalla stazione Termini. Ma la vista può ancora spaziare lontano, fino agli orizzonti di Valmelaina e del Tufello. Tutti quei mucchi di argilla smossa sembrano però annunciare l´arrivo di qualche grossa novità, già iscritta nei destini dell´Urbe. Una volta da quest´altura, per vaticinare il futuro, si interrogava il volo degli uccelli. Al giorno d´oggi basta consultare il foglio 11 del nuovo piano regolatore.
Dunque, ecco lì davanti, tutta distesa, una bella fetta di quella che in gergo politico urbanistico si chiama la «Centralità Bufalotta»: due milioni di metri cubi di nuove costruzioni. Uno dei capitoli fondamentali di un piano regolatore che si appresta a ridisegnare i profili dell´intera cinta extra urbana: un ciambellone di cemento, arrotolato sul Grande raccordo, tutto attorno a quell´anello d´asfalto chiamato a svolgere - dentro o fuori - quella che un tempo era stata la funzione delle mura cittadine. Negli ultimi anni il settanta per cento delle nuove abitazioni (e Roma, con il record dei prezzi, detiene anche quello della città italiana dove si è costruito di più) sono state realizzate all´esterno del Gra. E tutti i nuovi insediamenti previsti dal piano regolatore sorgeranno al di fuori del raccordo anulare. Con una sola eccezione: la Bufalotta. Un intervento di peso (anche progettuale, stando alle firme degli architetti) che avrà molti riflessi, diretti e indiretti, sull´area che gravita tra Flaminia e Tiburtina.
Le centralità sono fatte così. Le puoi prendere da destra, o da sinistra; ma gli approcci, per quanto divergenti, finiscono alla stessa conclusione. Anche alla Bufalotta, dunque, si può arrivare da strade opposte. Ci si può tuffare, senza preamboli, dal Grande raccordo, immergendosi in fondo a quello che fino a ieri era solo un anonimo svincolo cieco e oggi è già un nuovo punto cardinale, segnalato dai vessilli gialli e blu dell´Ikea. Accanto al santuario dell´arredamento svedese, ormai meta consolidata di lunghe processioni, ferve un enorme cantiere. Si realizzano, in dimensioni adeguate alla mole delle escavatrici, una catena di nuovi templi merceologici, un intero Pantheon mega, super, iper, ultra. Visione agli antipodi, eppure simile, a quella che si incontra arrivando lungo il classico itinerario delle mappe ottocentesche: via della Bufalotta, «tenuta posta otto miglia distante da Roma, fuori di Porta Pia, al fine di una strada campestre». Un frammentario susseguirsi di casette e condomini, orti e carrozzerie imbudellate, tra un campo coltivato e un monnezzaro, nelle dimensioni proprie di una ex strada campestre. Si arrivi da dove si arrivi, però - si passi per l´edilizia economica popolare, la residenziale, l´abusiva - alla fine ci si ritroverà comunque davanti alle diverse facce della stessa espansione; una necessità connaturata alla stessa fisiologia del Moloch che ingoia ettari e risputa metri quadri.
La metamorfosi di un territorio è anche una metamorfosi linguistica. E la questione non si limita alla toponomastica degli stradari, alle inaugurazioni delle vie dedicate al cantante o all´attore, ai viadotti spartiti, un pezzo a testa, tra Gronchi, Saragat e Pertini. Nonostante una certa propensione per i biglietti da visita in inglese (Building, Holliday, Mister, Dream) i costruttori, gli immobiliaristi, tutti quelli che vendono case non disdegnano l´italiano, purché suoni in un certo modo. Vedi i comprensori, i residence, le sfilze di palazzi venuti ad occupare le vigne e i poggi fino a ieri evocati da indicazioni caserecce, ispirate a storie di malaffare, o radicate nella botanica della gramigna e della cicoria. Ti guardi attorno. E scopri che ormai è tutto un fiorire di magnolie e orchidee. Se gratti dietro la superficie dei cartelloni del «Vendesi» e «Affittasi» ritrovi comunque, ben mimetizzate, le denominazioni originali dei fondi: la Vignaccia, il Cannettaccio, l´Ortaccio... Vecchia geografia agro romanesca. In effetti non suona: come reclamizzi un condominio costruito su un fondo che si chiamava Gallinaro? Meglio i Colli fioriti, i Bei poggi e la marana assurta a Candida fonte.
La capanna dell´età del ferro è stata ricostruita col suo tetto di paglia là dove l´avevano ritrovata, nel giardinetto di un condominio che da via Quarrata si affaccia, speculare a Largo Labia, su un altro orizzonte di grattacieli dispiegati come un arco dentale. Acquedotti ed elettrodotti. Nessun´altra città riesce ad assemblare con altrettanta indifferenza epoche tanto diverse. Una volta da Fidene passava il confine che divideva i latini dagli etruschi; e da quassù si controllavano i traffici - sale, pecorino, vasellame - che andavano verso la Sabina o la Campania. Oggi i punti di riferimento si chiamano A1, A 24, Gra, Fs... la ferrovia, che ha tagliato il colle e le borgate lasciando da una parte Fidene e dall´altra Villa Spada, sorelle siamesi separate in casa da un ponticello a senso unico alternato. Nel panorama prossimo venturo bisogna adesso inserire qualche centro commerciale, un po´ di edilizia residenziale di livello medio alto, alcune strutture direzionali (la Rai, ad esempio, che si troverebbe non lontano da Saxa rubra). A conti fatti un terzo dei 129 mila ettari dell´agro fidenate sarà edificato; gli altri due terzi, il futuro parco delle Sabine, rimarranno verdi. La mappa dice così. Ma come fai a immaginare, orizzontali e verticali, vuoti e pieni, la centralità Bufalotta senza collegarla alla galassia delle cubature che le gravitano attorno?
Castel Giubileo, Cinquina, Nuovo Salario, Serpentara uno, Serpentara due.... Case, ville, palazzi, inframmezzati da realtà agricole anche notevoli, come la Cesarina e la Marcigliana. Certo una cosa è guardare la carta... un´altra osservare un panorama dall´alto... un´altra ancora calarsi nella realtà. Per perdersi nella schizofrenia di una segnaletica che ora ti sbatte verso un quadrifoglio senza svincoli, ora ti costringe nelle spire di una borgata assurta al rango di quartiere, ora ti ignora, affidandoti alla tradizione orale: «Avanti, fino alla rotonda con al centro la statua di un tizio... un santo, un cardinale, boh... si riconosce perché è proprio bianca bianca... l´hanno appena ripulita, ché l´avevano tutta dipinta di giallo e rosso». Avanti, fino a calarsi in quei riquadri grigi che, stando allo stradario, non hanno strade. Canneti, calcinacci, sentieri selvaggi battuti da carovane di camion inzaccherati. Gru e greggi, ruspe e randagi. L´ultima, provvisoria frontiera tra l´oggi e il domani. E il capo di un filo che avvolge la città, perché due milioni di metri cubi sembrano tanti, ma, a chiudere il cerchio, stando alle mappe del nuovo piano regolatore, ne mancano più o meno un´altra sessantina.
In Italia il movimento moderno si è sviluppato per frammenti: edifici singoli o tutt'al più quartieri residenziali o zone industriali, dotati comunque di confini ben precisi. Soltanto a Ivrea - esempio unico in Europa - ci troviamo di fronte a un vero esempio di «città moderna» fatta di residenze, fabbriche, servizi per la comunità. Per circa trent'anni Ivrea ha rappresentato un luogo privilegiato per la sperimentazione in ambito architettonico, urbanistico e culturale, grazie alle innovazioni introdotte fra il 1933 e il 1960 da Adriano Olivetti nella impresa fondata nel 1908 dal padre Camillo, eclettico ingegnere e inventore, che alla fine del XIX secolo aveva soggiornato per qualche tempo a Londra e negli Stati Uniti e che negli stessi anni aveva aderito al partito socialista.
La scelta della trasparenza
Affermando che «la fabbrica è per l'uomo e non l'uomo per la fabbrica», fu proprio Adriano Olivetti a introdurre un modo radicalmente nuovo di abitare lo spazio del lavoro. Fondamentale, per questa trasformazione del concetto di modello industriale, non fu solo il viaggio che il giovane Adriano - nato nel 1901 - effettuò negli Usa nel '25 e nel corso del quale visitò decine di fabbriche fra le più avanzate del tempo (fra cui gli stabilimenti Ford), ma anche, o soprattutto, la sua attenzione verso i nuovi linguaggi espressi dall'architettura razionalista. La vicinanza d'età e l'affinità intellettuale con gli architetti milanesi Luigi Figini e Gino Pollini convinsero Olivetti ad affidare loro l'ampliamento dello stabilimento in mattoni rossi costruito dal padre Camillo a fine Ottocento. Nacque così il primo edificio modernista con la facciata libera in vetro che si raccordava alla struttura esistente con un passaggio sopraelevato. Una scelta, quella della trasparenza, che va letta (non solo architettonicamente) per il significato che essa ha assunto nel tempo, come principio etico nei confronti del lavoro svolto all'interno della fabbrica e visibile dalla strada: una forma di democrazia - e, appunto, di trasparenza - nell'agire quotidiano della Olivetti.
L'aspetto etico sarà la base su cui verrà fondata la «comunità» di Adriano, all'interno della quale l'attenzione verso la qualità comprende tutti gli ambiti, dall'organizzazione del lavoro al progetto degli spazi industriali, dall'abitare ai servizi sociali. Allo stesso modo, anche l'inserimento delle architetture nel loro contesto, rivela - a Ivrea come a Pozzuoli - l'attenzione e il rispetto di Olivetti per il paesaggio. «Gli ambienti in cui si viveva e si lavorava erano immersi nella luce naturale, e la progettazione avveniva soltanto dopo indagini molto approfondite - studi che investivano da un lato l'aspetto geologico e ambientale, in modo da costruire su terreni salubri, dall'altro il profilo sociologico, tenendo conto delle esigenze pratiche delle persone che avrebbero dovuto abitare quel luogo» ricorda Laura Olivetti, figlia di Adriano e presidente della fondazione che porta il nome del padre e che si è data l'obiettivo di riflettere, attraverso mostre e convegni, sulle problematiche della società contemporanea.
Grande merito va dunque riconosciuto a tutti quei progettisti che, attraverso le loro opere, seppero contribuire alla costruzione di un paesaggio fatto di architetture moderne, innovative sia nella tecnologia costruttiva sia nel linguaggio architettonico adottato. Fu grazie soprattutto al loro lavoro che si rese possibile la realizzazione del sogno di Olivetti di una città a misura d'uomo. E ancora oggi l'attualità del progetto olivettiano trova riscontro nella sua visione strategica e lungimirante della città, il cui esito è un modello sociale equo, dove il ruolo dell'architettura condiziona positivamente il vivere quotidiano.
Razionalismo mediterraneo
Se Figini e Pollini - autori fra gli anni Trenta e i Cinquanta delle nuove officine e dei successivi ampliamenti ma anche delle residenze per operai e impiegati e di tutti i servizi sociali - furono gli architetti prediletti da Adriano, molti altri progettisti vennero coinvolti con il passare degli anni nella trasformazione di Ivrea in una città compiutamente «moderna»: da Fiocchi, Bernasconi e Nizzoli, che nel 1955 progettarono il Palazzo Uffici 1, a Ignazio Gardella, che nel 1958 realizzò la mensa dai chiari richiami linguistici wrightiani, da Ludovico Quaroni, che lavorò nel quartiere di Canton Vesco sul tema della scuola confrontandosi, negli stessi anni (1955-62), con l'asilo di Ridolfi e Frankl, a Eduardo Vittoria, che fu uno dei progettisti più attivi e firmò, insieme a Marco Zanuso, i quattro fabbricati dello stabilimento di Scarmagno (1968) e realizzò anche il Centro Studi ed Esperienze Olivetti a Ivrea. E ancora, Cappai & Mainardis realizzarono l'hotel La Serra a forma di gigantesca macchina da scrivere pop, mentre Gino Valle fu il progettista di Palazzo Uffici 2 e della Mensa a Burolo. Nel golfo di Napoli, la fabbrica Olivetti di Pozzuoli venne invece costruita su progetto di Luigi Cosenza e divenne una delle espressioni più originali di una certa idea di razionalismo inserito in una dimensione mediterranea.
Il progetto di città moderna infatti non riguardava solo Ivrea, ma si estendeva agli stabilimenti realizzati altrove, e dunque anche delle sedi e dei centri di ricerca all'estero, progettati in Sudamerica da Marco Zanuso, in Giappone da Kenzo Tange, in Pennsylvania da Louis Kahn, in Inghilterra da James Stirling. O ancora dei negozi realizzati per commercializzare le produzioni delle macchine per scrivere e dei calcolatori elettronici: da quello firmato da Carlo Scarpa a Venezia nel 1958 (e divenuto oggi, nell'indifferenza generale, un negozio per turisti), alla Hispano-Olivetti dei Bbpr nel 1964 a Barcellona, dagli uffici Olivetti progettati da Egon Eiermann a Francoforte nel 1972 agli showroom parigini progettati da Albini e Helg (1958) e da Gae Aulenti (1967). Nel complesso, uno straordinario esempio di mecenatismo «rinascimental-contemporaneo» che ha individuato nella rivoluzione della modernità una possibile chiave di sviluppo economico e sociale per la comunità, basata sul concetto di condivisione del sapere.
Questa lunga premessa è necessaria per comprendere come è nato il mito di Ivrea e l'importanza stessa della città di Adriano Olivetti a cui la rivista internazionale di architettura e urbanistica Parametro, che recentemente ha festeggiato i trentacinque anni, ha dedicato l'ultimo numero monografico curato da Patrizia Bonifazio e da Enrico Giacopelli. Dai contributi che compongono la rivista, emergono tuttavia anche i nodi irrisolti del fenomeno Ivrea, e innanzitutto la vastità del patrimonio immobiliare esistente che comprende non solo gli edifici industriali delle vecchie e nuove officine Ico di Figini e Pollini o il Centro studi esperienze di Eduardo Vittoria, ma anche lo stabilimento di Scarmagno di Marco Zanuso o la mensa a Burolo di Gino Valle.
Il riconoscimento della eccezionale qualità architettonica della Ivrea moderna non appare purtroppo scontato da parte delle proprietà che si sono susseguite dagli anni Novanta a oggi, unendo il destino di Olivetti prima a De Benedetti, poi al gruppo Telecom (Colaninno) e infine a Pirelli Real Estate. Oltre tutto, a rendere più complessa la situazione, il problema delle destinazioni d'uso delle ex officine si è protratto per decenni e ancora oggi si assiste a un profondo mutamento nella distribuzione delle funzioni: laddove si producevano macchine per scrivere ora vi è il call center di Vodafone e l'università di Torino, mentre il centro ricerche Olivetti di Eduardo Vittoria - occupato dall'Interaction Design Institute voluto da Colaninno come centro di ricerche interattive tra information technology e design - attualmente è vuoto.
In questo modo anche gli sforzi dell'amministrazione comunale rischiano di rimanere vani, nonostante sia stato realizzato - su proposta di un gruppo di progettazione di cui hanno fatto parte Bonifazio e Giacopelli, e con il contributo economico dell'Unione Europea - il Maam (Museo a cielo aperto dell'architettura moderna).
Un museo a cielo aperto
Primo importante risultato dell'iniziativa è stato un lavoro di schedatura delle oltre duecento architetture (186 case di abitazione, otto edifici industriali, sei edifici per uffici, tre edifici per servizi sociali, tre scuole, due edifici religiosi, un residence e un edificio multifunzionale) su cui si articola la «Olivetti city» di Ivrea, un catalogo aggiornato che fornisce informazioni su ciascun edificio e sul suo stato di conservazione all'epoca del censimento. Inaugurato al pubblico nel 2001, il Maam offre oggi ai suoi visitatori un itinerario scandito attraverso stazioni tematiche di sosta in prossimità degli edifici realizzati dai maestri dell'architettura italiana del Novecento, allo scopo di preservare la memoria storica della cultura industriale di un territorio, il Canavese, che per mezzo secolo ha vissuto di una monoeconomia, alternando il lavoro in fabbrica a quello tradizionale nei campi.
Nel 2004 è stato adottato il nuovo Piano regolatore generale di Ivrea che individua nella trasformazione della città esistente l'obiettivo primario, ma che soprattutto - e per la prima volta in Italia - propone una «Carta della qualità» negli interventi che pone sullo stesso livello di importanza gli edifici storici della città antica (di origine romana) e quelli realizzati nell'ultimo secolo. All'interno di questo quadro, il Piano individua tre tipologie qualitative: la qualità del contesto che considera la forma degli isolati urbani, la qualità dell'architettura, attraverso aspetti formali e funzionali dei singoli edifici, e infine la qualità dell'ambiente paesistico in cui le architetture sono collocate. Il concetto di qualità si lega così non a definizioni astratte e individuali ma a un forte legame con il territorio in cui la catalogazione del patrimonio immobiliare realizzata dal Maam ha fornito indicazioni utili per la definizione stessa della Carta. È in questo contesto normativo che si inserisce il problema del restauro delle architetture moderne di Ivrea, soggette spesso - come si è detto - a un cambio radicale di funzioni, ma anche a una serie di manomissioni e stravolgimenti architettonici legati all'azione di una pluralità di committenze con esigenze e obiettivi non più omogenei: ne sono esempi, fra l'altro, l'inserimento della facoltà di Scienze della Comunicazione nelle Nuove Officine Ico o la destinazione a spazi polifunzionali per la città delle Officine H.
«Il caso di Ivrea - osserva su Parametro Enrico Giacopelli - sembra infatti dimostrare che nel restauro degli edifici industriali moderni non è concretamente possibile occuparsi solo della "materia", in quanto è sempre in gioco un uso nuovo che impone le sue regole. Dimostra però anche la necessità di salvaguardare l'idea, facendo governare il processo dal principio di "fedeltà al progetto originale" che, con tutta la sua ambiguità, è forse l'unico criterio utile per valutare la correttezza di un intervento di restauro anche di un edificio moderno. Un aspetto determinante nella salvaguardia dell'idea originale è certamente costituito da una corretta scelta della nuova destinazione d'uso».
Ridisegnare il futuro della città
Questo tuttavia può avvenire solo se Pirelli Re comprende che la città di Olivetti non rappresenta semplicemente il 2 per cento del suo portfolio immobiliare ma è in grado di diventare - attraverso una rilettura del progetto culturale di Adriano Olivetti - una risorsa da cui attingere per concepire un nuovo modo di fare impresa. Da parte sua, l'amministrazione comunale della città dovrebbe ridisegnare il futuro di Ivrea proprio a partire dal patrimonio architettonico moderno, concepito come antesignano e prototipo dell'idea di sviluppo sostenibile. Per raggiungere questo obiettivo è però necessario fare rete con città che nel mondo presentino caratteristiche analoghe, progettando e programmando una serie di azioni capaci di coinvolgere il territorio, in termini culturali e imprenditoriali. Di queste iniziative, il primo passo potrebbe essere l'avvio (come pare si stia già facendo, sia pure con lentezza italica) di una pratica per far entrare Ivrea e le sue architetture nella lista Unesco del patrimonio mondiale dell'umanità.
«Il progetto di Massimiliano Fuksas è utile alla discussione e potrebbe anche essere realizzato. Il riassetto dei Fori deve partire, e quello di Massimiliano è un tassello importante». Recenti parole del sindaco Walter Veltroni, utili da ricordare mentre il Comune comincia a parlare del concorso internazionale per un nuovo assetto del «Cam», sigla che burocraticamente indica nel Piano regolatore il Centro archeologico e monumentale. La vicenda dei Fori ripropone l'antico sogno di Antonio Cederna. Non solo per un'utopia ma perché stavolta i cantieri del Metro C tra il Colosseo e piazza Venezia imporranno delle scelte. Il progetto Fuksas (sollecitato dall'allora soprintendente archeologico Adriano La Regina, regalato dall'architetto all'amministrazione) propone una convivenza tra strada e scavi, quindi nessuna demonizzazione del traffico «come si conviene a una metropoli». Discorso affascinante. E sarebbe un errore metterlo da parte.
Carlo Aymonino, Paolo Marconi e Paolo Portoghesi hanno sollecitato un concorso internazionale per evitare di ripetere l'errore di aver affidato a Richard Meier, senza concorso, una risistemazione dell'Ara Pacis, che secondo molti urbanisti mostrerà presto i suoi molti limiti. A cominciare, sia detto per inciso, dal progettato obelisco in cemento armato. Roma abbonda di materiale archeologico non esposto, e la scelta diventa incomprensibile: sarebbe come creare una parete artificiale tra le meraviglie delle Dolomiti. Ma torniamo ai Fori. Come dimostra il recente e felice piazzale coperto realizzato proprio da Aymonino nei Musei Capitolini per proteggere l'autentico Marco Aurelio non tutti i progetti «ad hoc» realizzati senza concorso, sono ingombranti e «pesanti» come quelli di Meier. Lo sapeva La Regina. Lo sa bene il sindaco Veltroni. Sarebbe dunque un grossolano sbaglio buttare il bambino (una proposta innovativa e stimolante, quella per i Fori) per colpa dell'acqua sporca (l'immenso monumento di Meier sul lungotevere). Fuksas firma progetti in mezzo mondo ma la sua «nuvola» all'Eur, dopo sei anni, deve ancora tramutarsi in spazi concreti. E lui stesso, per coerenza, sembra pronto a rinunciare a un altro progetto per chiamata diretta, quello sul lungomare di Ostia. Per farla breve. Sarebbe un peccato veder realizzato il progetto dei Fori in un'altra città. I concorsi sono la strada maestra. Ma come dimostra la felice soluzione trovata per Marco Aurelio, non tutte le chiamate dirette vengono per nuocere.
Postilla: Il progetto Fori è nato, più di un quarto di secolo fa, per eliminare la via dei Fori imperiali, per porre il tessuto archeologico ad essa sottostante al centro dell’immagine di Roma, per allontanare definitivamente il traffico dagli antichi monumenti. Il progetto era stato ideato dal soprintendente archeologico Adriano La Regina, fatto proprio con entusiasmo dal sindaco Luigi Petroselli, sostenuto con caparbia determinazione da Antonio Cederna, condiviso da centinaia di intellettuali di tutto il mondo. Solo fascisti e post fascisti erano nettamente contrari. Il 7 ottobre 1981 morì Petroselli. Con lui morì il progetto Fori, come comprese subito Antonio Cederna. Dopo di lui, veli di ipocrisia, di opportunismo, di prudenza hanno avvolto lentamente e poi snaturato l’idea originaria. Il sindaco Rutelli dichiarò con franchezza che la via dei Fori strada era e strada doveva restare. Per non correre rischi è stato posto anche un vincolo monumentale su tutta l’area, rendendo di fatto impossibile ogni modifica. Adesso si cerca di apparentare il traffico all’archeologia. Molti hanno cambiato idea. Succede. Ma che tutto ciò riproponga l’antico sogno di Antonio Cederna è una bestemmia (Vezio De Lucia).
Sul progetto Fuksas, l'opinione di Maria Pia Guermandi del 23 maggio 2005
I direttori dei maggiori musei italiani e i massimi esperti del settore si sono riuniti a Palermo una settimana fa— questo giornale ne ha fornito ampi resoconti — per discutere di conservazione dei beni culturali italiani. Il convegno organizzato dalla Fondazione Banco di Sicilia e da Campodivolo ha subito messo in evidenza un ampio divario Nord-Sud anche sul piano museale. A fronte dei positivi bilanci illustrati dai direttori dei musei di Torino, Milano, Trieste, Roma, quelli siciliani hanno evidenziato uno stato di profonda crisi.
Una crisi tale da far pensare a una Italia che in materia di musei sembra proseguire con due marce. A Milano, a Torino, a Trieste, come hanno riferito i loro direttori sottolineando anche il crescente successo di pubblico, i progetti di ampliamento non trovano sosta, con sale espositive che si vanno espandendo di nuovi acquisti esposti con raffinatezza e tecnologie all'avanguardia. In Sicilia invece, sono sempre i direttori dei musei che illustrano la situazione, non si riescono a organizzare eventi culturali nemmeno per gli artisti di casa nostra. Pensiamo per esempio alla mostra su Antonello da Messina, al momento nelle Scuderie del Quirinale a Roma, che fa registrare attorno alle 2500 visite giornaliere.
I musei siciliani, questa è l'opinione comune, vengono scartati in partenza dal grande circuito culturale nazionale perché privi dei requisiti minimi di sicurezza e tecnici invece largamente presenti al Nord. Alla Sicilia non rimane allora che assumere il ruolo di «esportatrice d'arte» mentre i siciliani vedono che i propri capolavori vengono prestati a gallerie più prestigiose e organizzate. Nell'agenda dei prestiti, dopo la «emigrazione» (pur osteggiata dei mazaresi) del Satiro danzante verso il Giappone per l'Expo e dopo la traversata verso gli Stati Uniti del Ritratto d'ignoto di Antonello da Messina dal Mandralisca di Cefalù per la mostra organizzata al Metropolitan Museum di New York, c'è il quadro dell'Annunziata dall'Abatellis al Quirinale, mentre un prossimo capolavoro a lasciare l'Isola potrebbe essere un Caravaggio.
Ciò significa che mentre l'arte siciliana sarà sempre possibile ammirarla grazie ad alcuni direttori scambisti d'opere d'arte, per un siciliano che per moti vi di studio o che per interessi artistici avesse voglia di ammirare i Macchiaioli toscani o le armature medievali del Poldi Pezzoli di Milano, o un Canova, o meglio ancora un Raffaello o un quadro di Leonardo, per fermarsi solo all'arte italiana, non gli rimane altro da fare che attraversare, ponte o non ponte, lo Stretto siculo-calabro e attraverso l'autostrada del sole raggiungere i vari Palazzo Grassi o le varie Biennali e triennali sparsi sulla penisola. Ma la colpa di questa situazione museale siciliana arretrata sembra imputabile anche ad altri motivi. Il direttore del museo regionale di Messina, Gioacchino Barbera, pur lodando i risultati dei colleghi dell'arco alpino culturale che da Genova giunge a Trieste passando per Torino e Milano, ha puntato il dito sul modo di scegliere i funzionari dei musei dell'Isola. «In una Sicilia autonoma in materia di beni culturali - ha detto Barbera - la legge che regola la dirigenza ha di fatto eliminato la qualifica tecnica al dirigente museale. In questo modo i fun-zionari sono scelti al di fuori dei curriculum dello storico dell'arte. A prendere il timone di musei e soprintendenze siciliane sono architetti, laureati in diverse discipline, ex direttori di altri enti con esperienze che nulla hanno a che fare con l'arte». È una denuncia pesantissima.
Altro dato dolente, l'endemica staticità dei musei siciliani rispetto a quelli più dinamici della penisola. Mentre il polo museografico romano oltre alle Scuderie del Quirinale ha in cantiere la realizzazione di un Palazzo delle esposizioni, di una Casa del cinema, di una Casa del jazz e di un teatro nel Lido di Ostia, l'ultimo spazio museale «contemporaneo» palermitano risale al Palazzo Abatellis. Il museo progettato negli anni Cinquanta dall'architetto Carlo Scarpa. Un intervento che fino a oggi conta numerosi tentativi di imitazione tutti falliti, come Palazzo Riso, il museo Botta, il Guggenheim.
Si susseguono comunicati ministeriali rassicuranti sulle sorti di Palazzo Altemps, il gioiello architettonico che nella parte pubblica ospita una sezione del Museo nazionale romano. Lo Stato starebbe per acquistare la porzione dell'edificio adibita ad uffici privati, appartenente ad un consorzio di cooperative presieduto da Maurizio Gardini, la Confcooper. Questa ha ora venduto la quota di sua proprietà per oltre 27 milioni euro, e lo Stato può esercitare il diritto di prelazione, subentrando nella posizione degli acquirenti, per destinare l'intero compendio al museo.
Vi sono aspettative in tal senso da parte della cittadinanza e del mondo della cultura, di cui con ripetuti appelli si è fatto interprete anche il sindaco Veltroni.
La situazione non è tuttavia così rosea come viene presentata. Vi sono seri motivi di preoccupazione per la posizione assunta negli ultimi mesi da alcuni uffici centrali e periferici del Ministero per i beni culturali, i quali si stanno comportando come se fossero inclini a favorire in ogni modo l'intento di privati acquirenti a scapito del pubblico interesse.
Le trattative sulla compravendita, di cui fin dallo scorso autunno trapelarono notizie con dovizia di particolari (offerte di maggiore entità, scelta dell'acquirente, stipula del compromesso, versamento di caparra, ecc), erano infatti ben note ai dirigenti ministeriali. Essi mostrarono però di non prestarvi alcuna attenzione fin quando, il 22 novembre, questo giornale segnalò che si stava perdendo l'occasione attesa da ben ventiquattro anni. Solamente a seguito di questo intervento vi sono state timide ammissioni di interesse pubblico alla prelazione, attenuate peraltro da inattendibili riserve, e senza alcuna considerazione delle indicazioni fornite per allontanare pretestuose perplessità, come quelle relative alla difficoltà di reperire ifondi necessari. Si era infatti indicata, su Repubblica, la possibilità che istituti di credito sostenessero la spesa per conto dello Stato alla condizione di poter usufruire dell'immobile così acquisito per il tempo necessario al recupero dell'investimento con il relativo utile.
Ciò nonostante la Soprintendenza ai beni architettonici di Romahafatto trascorrere inutilmente giorni preziosi dal momento in cui le è pervenuto l'atto di compravendita, ossia da quando decorre il termine dei due mesi disponibili per notificare agli interessati la prelazione. Si sa bene che si tratta di un procedimento alquanto complesso, il quale richiede ineccepibilità formale, pena l'invalidità.
Già nel 1982, allorché lo Stato acquisì per prelazione l'intero compendio monumentale di Palazzo Altemps, venduto dalla Santa Sede ad un gruppo di cooperative, il decreto ministeriale fu parzialmente invalidato per un presunto e mai dimostrato vizio di notifica che fece perdere allo Stato un quarto dell'immobile, quella stessa parte che ora viene alienata dalla Confcooper. In effetti si trattò allora di una manovra affaristica ordita nel modo più spregiudicato con il sostegno ministeriale, che sarebbe possibile descrivere in ogni suo dettaglio, anche se quella ordinaria storia di favoritismi della prima repubblica interessa ormai poco. La vicenda sembra tuttavia riproporsi adesso con medesime modalità tecnico-legali e con identici espedienti burocratici pari-menti intesi ad eludere l'applicazione della legge.
Siamo infatti ormai agli sgoccioli del tempo disponibile e nessun provvedimento è stato ancora adottato. È avvenuto solamente che la Direzione generale dei beni architettonici, di cui sono ben noti e documentati gli orientamenti nella tutela del pubblico interesse, ha avocato a sé la competenza del procedimento senza produrre ulteriori effetti.
Per essere sicuri del risultato, alpiù tardi intorno al3 di maggio l'atto di prelazione dovrebbe essere notificato alle otto società acquirenti, amministrate tutte dalla stessa persona ma aventi sede in otto diverse località di Napoli, Vico Equense e Porto Santo Stefano. E ben difficile che ciò possa avvenire, considerato che la notifica tramite l'ufficiale giudiziario richiede tempi non brevi e comporta il rischio di essere indirizzata erroneamente. In un periodo denso di festività non sarà facile notificare l'atto senza ombra di vizio formale presso sedi sociali non dei tutto evidenti; proprio questo era stato l'ingegnoso espediente architettato nel 1982 per inficiare la validità della notifica.
Non è pertanto azzardato formulare la previsione che il Ministero dimostrerà di aver voluto esercitare il diritto di prelazione, ma che vizi formali indipendenti dalla sua volontà condurranno alla parziale invalidità dell'atto, guarda caso proprio per ciò che concerne le parti più pregiate dell 'edificio. Si potrà quindi dare sostanziale attuazione al disegno concepito dai privati acquirenti. Questa è però un'altra storia, che si vedrà.
Le parti meno ambite del palazzo, che entreranno nella proprietà dello Stato, dovrebbero servire per sanare i misfatti compiuti con la vergognosa distruzione del museo geologico, dando a questo una sede a danno del Museo nazionale romano; ma anche questa è una storia di cui non si parlerà mai abbastanza.
Paradosso dei paradossi. L'energia pulita e rinnovabile dell'eolico, anziché generare una forza alternativa in grado di sostituire la pesante dipendenza dagli idrocarburi, scatena un'inedita emergenza ambientale. Accade negli ultimi anni in maniera imponente in Sardegna: su 368 proposte presentate in campo nazionale, per una potenza complessiva di 13.300 megawatt, tra il luglio 2001 e l'aprile 2003, ben 88 istanze, per un totale di 3.765 Mw e 2.814 aereogeneratori, sono pervenute nella sola isola sarda. La più alta concentrazione in Italia.
Questo stato di cose trova una giustificazione grazie all'accesso a cospicui fondi pubblici, soprattutto comunitari, ma anche all'obbligo, per i produttori, di ottenere almeno il 2% (i cosiddetti certificati verdi) da energie rinnovabili, secondo un decreto del 1999. Così va da sé che i produttori di energia da fonti rinnovabili, oltre a vendere energia al gestore della rete, vendono anche i cosiddetti certificati verdi ai produttori di energia elettrica da fonti convenzionali, schiacciati anch'essi, ma svantaggiati, dall'obbligo imposto dalla normativa. Un ulteriore profitto. Ed eccoli i soggetti imprenditoriali sbarcati in Sardegna per fare affari con il vento: fra i principali l'Erga, del gruppo Enel, la Fri.El. (operativa fra le sedi di Bolzano e Pordenone), la Gamesa (Spagna), la Sun Wind (Germania), la Sun Tec Italia, la Enerprog (Sassari) e la Ivpc 4 (Avellino). Le imprese opzionano in regime di esclusiva i terreni, li affittano per un periodo generalmente di 25 anni (canoni medi di 1.549 euro per megawatt prodotto), contrattano con i comuni i benefici economici (in media l'1,6 % del fatturato al netto di Iva, liquidabile soltanto ad impianto avviato) attraverso la stipula di contratti capestro che permettono a queste società di abbandonare l'impianto, qualora «perdesse i presupposti tecnici ed economici tali da consentire uno sfruttamento economico». Oggi una legge regionale, detta salvacoste, prevede però che i cantieri eolici siano bloccati, almeno dove l'ambiente non è stato ancora compromesso. Malgrado questo blocco nella provincia di Oristano tra i comuni di Siamanna, Villaurbana e Mogorella, sulle cime del Monte Grighine, da alcune settimane sono iniziati i lavori per la costruzione di un parco eolico da parte della società danese Greentech Energy System. L'impianto sarà costruito inoltre in un'area sulla quale, essendo stata interessata nel 1999 da un incendio, secondo la legge 353/2000, non può sorgere alcun edificio o struttura. Nonostante tutto, i lavori continuano, tanto che l'assessore all'Ambiente della regione Sardegna, Antonio Dessì ha presentato alla procura della Repubblica di Oristano una denuncia nei confronti della società danese. Intanto la società danese si difende affermando di aver superato le valutazioni d'impatto ambientale.
Ma a difendere questa sciagurata scelta ci pensa anche la politica locale. Il sindaco di Villaurbana, Antonello Garau, si infuria nei confronti del provvedimento di blocco. L'amministrazione comunale di Siamanna si dissocia dalla posizione presa dal proprio sindaco, Roberta Ida Muscas, che aveva chiesto all'avvio dei lavori il rispetto della legge vigente, e la costringe alle dimissioni. Il comune di Mogorella firma una petizione popolare (230 firme su 350 abitanti) e quattro consiglieri comunali chiedono al sindaco Mauro Piras la convocazione di un'assemblea civica per il ritiro della concessione data a suo tempo alla società danese. La settimana scorsa intanto, proprio a Siamanna, il presidente della regione Renato Soru, nel tentativo di riaprire il dialogo e trovare un accordo, ha presentato i Piani integrati di sviluppo per i quali la regione investirà circa 850 milioni di euro.
Ma il caso della centrale del Grighine non è isolato: sono tuttora in corso i lavori per la costruzione della centrale eolica della Fri.El. di Bolzano nelle campagne fra Nulvi e Tergu (Sassari), in un'area interessata da vincolo paesaggistico. E non si possono dimenticare i penosi esempi del passato: nell'impianto dell'Enel nella Nurra (Porto Torres) crollò, nel dicembre 2001, l'ultimo aereogeneratore presente, mentre la centrale Enel del Monte Arci è entrata finalmente in esercizio nel 2000, dopo anni di lavori, ed è già stata giudicata obsoleta.
Carlo Ripa di Meana Italia Nostra; Gianni Mattioli Movimento Ecologista; Fulco Pratesi Wwf Italia; Valentino Podestà Italia Nostra Toscana; Nicola Caracciolo Pres. Italia Nostra Toscana; Vittorio Emiliani Comitato per la Bellezza; Roberto Della Seta Legambiente; Giulia Maria Crespi Presidente del Fai
Egregio Direttore, sembra chiaro che si vuole rapidamente concludere, prima che cambi il Governo, l'iter amministrativo per il via libera all'autostrada Livorno-Civitavecchia. La valutazione d'impatto ambientale è stata fatta poche ore prima delle elezioni. Il Cipe dal canto suo si precipita benché nessuno sappia come finanziare il progetto a dare il benestare. La riunione è prevista per il 18 aprile.
E' un momento questo in cui classe politica, stampa, opinione pubblica si interessano di altro: nella disattenzione generale sta per consumarsi l'ennesimo spreco di denaro pubblico. Le associazioni ambientaliste si sono sempre opposte a questo inutile, costoso e devastante progetto.
La bellezza della Maremma toscana e laziale è parte del patrimonio nazionale. La sua economia, basata su agricoltura e turismo, va difesa da inquinatori e cementificatori.
Non è vero che l'Europa ci chiede questa autostrada. Al contrario la Direzione dei Trasporti della Comunità Europea ha riaffermato la contrarietà ad altri investimenti per i trasporti su gomma per lunghi percorsi. Occorre invece puntare su ferrovie e su cabotaggio marittimo. Per i collegamenti tra Civitavecchia e Livorno, occorre adeguare e adeguare subito la pericolosissima Aurelia.
Non vogliamo riprendere i termini di una lunghissima pluridecennale discussione. Invece sottolineiamo che è stato eletto un nuovo Parlamento e che ci sarà presto un nuovo governo che dovrà riesaminare le proprie priorità. Quanti soldi si potranno spendere? Tra istruzione, ricerca scientifica, sanità e via enumerando, quali sono le priorità?
Un minimo di riguardo e di correttezza imporrebbe di aspettare che il nuovo Governo sia stato insediato.
A chi serve il polo multifunzionale di Sestu?
di Antonietta Mazzette
(coordinatrice del Centro di Studi Urbani dell’Università di Sassari)
A chi serve un centro Multifunzionale che ha già costruito oltre 60.000 mq ma che - come rilevato dal sito web SARDINIA OUTLET VILLAGE (gruppo Policentro) -, punta ad avere ben altre superfici di struttura commerciale, Factory Outlet, hotel (2), parcheggi (posti auto 3.046), attività comprendenti Shopping Center, attività di Entertainment, attività di ristorazione, e ancora, di Ipermercato, Parco commerciale, e così via?
Serve ad una regione che, in termini di consumo, può essere paragonata, dato lo scarso peso demografico, ad un quartiere di Roma? Certo anche la Sardegna, come il resto del Paese, ha assunto il consumo come tessuto connettivo principale (in molti casi come unico) della produzione, del lavoro e della vita sociale. Consumo peraltro alimentato dalle nuove cattedrali quali quella in oggetto e tante altre ancora: la Sardegna si colloca ai primi posti tra le regioni italiane per superficie di vendita per abitante.
Serve a riqualificare il territorio? Ricordiamo che gli insediamenti commerciali sono stati collocati prevalentemente nei pressi delle grandi arterie stradali, sulla scia di altre esperienze (Milano, Genova, Torino, Firenze, Roma), per beneficiare dei flussi di traffico dall’hinterland verso i sistemi urbani (è il caso di Cagliari e Sassari) e nelle città a forte espansione turistica (come Olbia).
Serve alle imprese minori? Che difficilmente possono contrastare l’azione della grande distribuzione nel ruolo di attrazione principale, sia perché non c’è una tradizione di consorzi e associazionismo tra piccole imprese, ma soprattutto perché è pressoché impossibile adeguarsi alle formule commerciali affermate in campo internazionale e che stanno in un contesto fortemente competitivo, come nei casi delle multinazionali che rappresentano la spinta alla internazionalizzazione della distribuzione in Sardegna.
Serve per risolvere i problemi dell’occupazione? Problemi che l’Isola si trascina con crescente fatica? I sostenitori del polo commerciale utilizzano, anch’essi come molti hanno fatto in passato, la bandiera dell’occupazione, dimenticandosi però che, a fronte di qualche centinaio di occupati oggi, migliaia di persone in quei territori domani perderebbero sicuramente il loro posto di lavoro se si desse luogo per davvero all’apertura della CORTE DEL SOLE. Nome intrigante questo, forse perchè con esso si è voluto rinviare all’artificio della Corte del Re Sole, o chissà alla stessa Città del Sole di Campanella. Rinviando, in entrambi i casi, ad un’utopia nel nome e ad un’illusione di città nella pratica.
Serve ai comuni che gravitano nel sud della Sardegna? Comuni che cercano faticosamente di conservare tutte le loro qualità di insediamenti urbani, compresa quella del commercio. Naturalmente no, e gli amministratori di questi comuni lo sanno talmente bene che hanno unito le loro forze per protestare contro l’apertura del polo commerciale di Sestu.
Serve alla città di Cagliari? Che in questi ultimi anni sta tentando di riassegnare qualità e funzioni al suo patrimonio storico-culturale; di ridare un volto nuovo al suo centro storico; di attrarre visitatori, consumatori, turisti; attività economiche per lo più legate allo svago seguendo i dettati della “ golden age of entertaninment”? Sembrerebbe di no, anche perché un’illusione di città dell’acquisto finirebbe inevitabilmente per svuotare la città reale.
Noi sappiamo che l’assunzione del consumo come funzione centrale e la marginalizzazione della produzione materiale, sono le prime cause della crisi delle nostre città e del resto dell’Isola. Ma il decollo di un ulteriore polo commerciale alimenterebbe la crescita disordinata e le numerose fratture di cui è piena la Sardegna.
Non voglio entrare nel contenzioso formale tra la Regione e la società, ma, lo confesso, ho salutato con gioia il decreto di sospensione dei nuovi mega insediamenti commerciali che la giunta Soru aveva così coraggiosamente istituito all’indomani della sua vittoria elettorale. E ciò innanzitutto perché la Sardegna troppo spesso e altrettanto troppo rapidamente ha trasformato vaste superfici a ridosso delle aree urbane e metropolitane in Centri Commerciali Integrati, parodie delle città del consumo e del divertimento del Nord-America. Questa presenza massiccia è stata realizzata in poco tempo, a fronte di una popolazione a dir poco esigua e che appare destinata a non aumentare. E proprio per questo, ogni volta che si è messo su un centro commerciale, lo si è fatto in riferimento ai milioni di turisti che assocerebbero il caldo sole delle spiagge con l’ombra ad aria condizionata di questi centri. Non è un caso che anche stavolta i rappresentanti del polo commerciale si siano riferiti ai 3.500.000 turisti potenziali consumatori e clienti della mitica Corte del Sole, perché se l’avessero dovuta riferire ai residenti di quell’area avrebbero avuto ben poche ragioni per investirvi.
Tutti questi interrogativi ci danno come unica risposta che nessuno degli interessi sopra richiamati riguarda l’isola, anzi ognuno di essi rappresenterebbe un ulteriore elemento di impoverimento per la Sardegna perché le ricchezze prodotte andrebbero comunque altrove.
Soru sta facendo il suo mestiere, quello che le regole valgano per tutti e quello di rappresentare gli interessi dei sardi.
Modello culturale e contesto ambientale dell'Outlet
di Sandro Roggio
(Centro di Studi Urbani- Università di Sassari)
L’evoluzione delle tipologie dei grandi centri commerciali si relaziona ai modi recenti di espansione della città, quindi allo “sprawl”: il fenomeno dell’insediamento diffuso, “sdraiato”, che ne ha agevolato la crescita.
Qualunque sia il loro carattere, i grandi centri commerciali sono in antitesi alle città . Non hanno interesse a mettersi in continuità con il racconto urbanistico perché non traggono vantaggio dai sistemi urbani coesi. Sono altro dalla città perché è nei territori incerti, postmoderni, che allignano facilmente. Sono estranei alla città anche quando cercano di darsi un’immagine che richiama le piazze e le strade dei vecchi centri abitati (che le denominazioni – il borgo, il villaggio, il vialetto, il portico – enfatizzano con vezzeggiativi : un indizio su cui occorre riflettere ).
Se il modello si è diffuso con un ritmo intenso negli ultimi decenni, si deve alle strategie del commercio(e ai modi, sempre accuratamente osservati, con cui cambiano i consumatori). E all’uso abnorme dell’ automobile, il mezzo che ha consentito alla città di estendersi e frammentarsi assumendo forme dilatate, tentacolari.
La tendenza ben nota in America (le cui esemplari espansioni “sdraiate”, la coppia drugstore- autostrada, sono scenari di tantissimi telefilm), è arrivata in Europa.
Così anche in Italia i supernegozi hanno attecchito e specializzato il loro multiforme modo di essere ( tante le tipologie: mall, lifestyle, big-box, outlet) con diverse misure e strategie di dislocazione (di scala urbana, di quartiere, regionale e interregionale). Le norme statali e regionali e i piani delle amministrazioni locali ne hanno assecondato a lungo e acriticamente la diffusione per dare risposte tempestive alle richieste di modernizzazione.
Grave errore. Il commercio, intrecciandosi con la vita di tutti i giorni ha dato vita a luoghi che sono tra le invenzioni più suggestive dell’umanità: le piazze pensate per lo scambio di merci sono diventati luoghi per la socialità, per l’incontro di culture e esperienze diverse. Quando poi il commercio si è separato dalle altre funzioni urbane c’è stato uno scadimento progressivo della vita nei vecchi centri
Oggi si parla di saturazione del fenomeno e qualche osservatore ritiene che il loro gradimento da parte del pubblico stia diminuendo, ma come tutte le cose ben avviate e vantaggiose per il mercato sembra difficile intervenire per fermarne l’ascesa.
Le grandi strutture di vendita sono arrivate in Sardegna e ogni città grande o media ha dovuto farci i conti. Ora è la volta di Sestu. “La corte del sole” è un intervento di scala regionale di oltre 60.000 mq. di negozi e subito fa riflettere la sua dimensione a fronte di un piccolo bacino di utenti. I consumatori, la quota del popolo sardo acchiappabile, sarebbero poco più 800.000, suddivisi per “ fasce di avvicinamento” , ossia “isocrone” come fa sapere il gruppo PoliCentro. Un target neppure ricco come si sa, ma si fa conto da parte di chi lo realizza, sulle molte presenze di villeggianti nel sud dell’isola.
Questa impresa globale ( la società ha realizzato e sta realizzando cose simili oltre che in Italia, in Russia, in Croazia) contribuirà a depotenziare la vitalità non solo dei centri dell’hinterland cagliaritano ma di quelli dell’intera isola, intercettando i flussi turistici meno propensi a entrare in contatto con la Sardegna vera. Contribuirà, ma a questo siamo abituati e un po’ rassegnati, a omologare la Sardegna a quei luoghi che invece sarebbe meglio non prendere ad esempio.
Per questo l’iniziativa di Soru (per gli aspetti relativi alle autorizzazioni comunali) assume un valore simbolico che si collega alle altre iniziative sul governo del territorio. Una linea che va sostenuta, perché bisogna almeno provarci a governare la globalizzazione.
Non si capisce il consenso che da qualche parte arriva a “La corte del sole” che sarebbe fondato sui livelli occupazionali garantiti, dimenticando che nella migliore delle ipotesi per ogni nuovo addetto nella grande distribuzione se ne perdono tre della rete tradizionale. Si capisce ancora meno o nulla se, come sembra, la realizzazione di questa struttura è stata resa possibile dalla trovata di sommare tante piccole autorizzazioni per piccoli negozi che tutti insieme sono un negozio di sei ettari.
Nota: sullo stesso tema (con link ai materiali) un recente articolo di Nicola Pisu su Il Sardegna (f.b.)
Intervista di Federico Orlando
Altro che ponte di Messina. La vera grande opera nazionale del ventunesimo secolo sarebbe recuperare Messina e le altre cento città d'Italia, e quelle nuove cresciute di recente. Recuperare significa non solo abbattere, qualche volta, come nel caso irrecuperabile di Punta Perotti a Bari. Significa sostituire i nuovi centri ai non luoghi, in cui l'anticultura degli ultimi decenni ha trasformato quasi tutte le nuove periferie e perfino centri storici dove ai caffè sono subentrate le jeanserie e alle abitazioni le rappresentanze commerciali. Fare di ogni periferia un nuovo centro significa fare la nuova città. Non la città ideale, che non esiste, ma la città urbana moderna.
Ne parliamo con Pier Luigi Cervellati alla vigilia del governo di centrosinistra, se nascerà dalle urne di domani. A gennaio, il Mulino aveva pubblicato un suo articolo il futuro della non città, appunto la città dei non luoghi nella quale viviamo da alcuni decenni. Cervellati insegna recupero e riqualificazione urbana a Venezia; è autore di opere come La città postindustriale, La città bella, L'arte di curare la città; è stato per anni assessore all'urbanistica di Bologna. Ora, nella polemica tra l'architetto romano Massimiliano Fuksas (che dice: Punta Perotti è solo l'inizio, bisogna abbattere lo Zen di Palermo, le Vele di Secondigliano, il Corviale di Roma ed altri ecomostri simbolici nazionali) e l'architetto milanese Vittorio Gregotti (che difende il suo Zen e le Vele, addebitandone il degrado all'occupazione selvaggia e alla debolezza della politica), lui, Cervellati, sta con Gregotti: il problema non è abbattere il brutto, ma sottoporlo a chirurgia plastica e a cura ricostituente funzionale. E non già perché, come dice Gregotti, «la bellezza non è l'unico elemento per giudicare l'architettura, che va sempre oltre il bello, il brutto e la forma»; ma perché occorre recuperare le periferie: «Renderle omologhe alle citta, come si fa nei paesi del Nord dove esiste ancora la cultura della pianificazione urbanistica».
Che vuol dire omologare? Prima di tutto, stoppare quella «razionalizzazione ed efficienza modernizzante» delle città storiche che Jùnger definì "imbiancamento". E non aveva ancora visto la nuova Ara Pacis a Roma. Un imbiancamento che batte perfino il marmo fascista di piazza Augusto Imperatore. Si perde così l'identità storica e culturale delle città. Ma il ministro Urbani, trasferendo i poteri delle Sovrintendenze nelle 26 divisioni del ministero dei Beni Culturali, aveva l'ambizione un po' bottaiana di rifare le città sulla base dell'architettura razionalista della società industriale.
«La città storica non può essere razionalistica o razionalizzata - spiega Cervellati -. Il razionalismo va affermato nelle periferie, cresciute anarchicamente, in non luoghi come ipermercati e svincoli autostradali, o villettopoli casarecce, casermoni e strade, capannoni e parcheggi, che hanno mangiato il territorio espandendosi all'americana. Solo in America, il territorio è tanto e da noi pochissimo. Modernizzare le città non significa riqualificare un quartiere del Seicento in edifici razionalistici, ma creare legami (cominciando dai trasporti) tra la città storica e le sue periferie, ciascuna coi suoi luoghi di convivenza, che si acculturano reciprocamente. La città dispersa e non collegata ci richiude invece nel nostro orto o giardinetto, nell'isolamento culturale. Un governo di centrosinistra non dovrebbe puntare tanto a nuove costruzioni del privato quanto a un'edilizia pubblica che provveda alla casa per chi non ce l'ha, alla socializzazione per chi è isolato, e alla qualità della vita urbana per tutti, oggi sopraffatta dal degrado e dalla dispersione». I non luoghi hanno creato la non città e a questa si associa la non campagna. La grande opera pubblica nazionale, cioè la ricostruzione del legame città-campagna e urbanizzazione-ambiente," è stata descritta da Cervellati e riassunta dal Mulino ancor prima che questa legislatura di destra nascesse. «Le mappe storiche (riportiamo in sintesi) ci guidano nell'individuare le aree da rinaturalizzare. Esse sono uno strumento orientativo per organizzare il territorio e riqualificare la progettazione edilizia». Dunque Prodi non sbaglia quando parla di bellezza, estetica, etica, "felicità". I padri costituenti sapevano quel che scrivevano quando nella Costituzione promisero "La repubblica tutela il paesaggio". «La ricostruzione del territorio, col recupero del tessuto edilizio, deve coniugarsi con interventi di organizzazione e localizzazione di servizi, funzioni, necessità. Il piano regolatore è uno strumento irrinunciabile per riqualificare la periferia in città, e dev'essere scritto nella natura e nella storia del territorio». Esse, natura e storia, «hanno risposte omogenee e consentono di individuare un obbiettivo generale, l'integrità fìsica e la salvaguardia culturale del territorio, su cui misurare qualità e quantità dello sviluppo» (Eduardo Zarelli).
Perciò bisogna fermare l'espansione urbana a megalopoli anarchica e tornare ai "luoghi", cioè alle citta-comunità, con rapporto corretto fra i vari luoghi di cui il centro storico è solo l'archetipo. È questo il policentrismo comunitario, lo sforzo per conquistare il nuovo senza rinunciare all'identità storica. Del resto, come insegnava Benevolo, «la città italiana ha i centri entro le mura». Si può tornarvi, in qualche modo, stipulando un patto di cittadinanza con chi abita fuori le "mura" perché possa non solo abitarci ma viverci "felicemente". Farà sorridere molti italiani di oggi, ma nella Costituzione americana, tra i vari diritti dei cittadini, è previsto proprio quello di «cercare la felicità».
Oggi e domani mattina metteremo le nostre schede nelle urne elettorali. Domani sera conosceremo i risultati. Ciascuno si metta la mano sulla coscienza e faccia le sue scelte.
Inutile e forse sciocco invocare soltanto la ragione, perché si sceglie anche d'istinto, per simpatie e antipatie, per antiche appartenenze giuste o sbagliate che siano, per interessi, per valori partecipati o per slogan mal digeriti.
Questo giornale non ha bisogno di dichiarare le sue preferenze poiché le scelse nel momento stesso in cui nacque trent'anni fa e da allora non le ha mai cambiate.
Siamo stati e siamo per l'eguaglianza nella libertà, per il mercato che dia a tutti pari punti di partenza, per il sostegno dei deboli e l'inclusione degli esclusi, per l'innovazione, per la crescita, per l'Europa, per lo stato di diritto. Insomma per la democrazia nelle forme e nella sostanza.
Questi sono gli ideali positivi per i quali ci siamo battuti. Quelli negativi sono il loro esatto contrario: l'autoritarismo, il populismo, la demagogia, l'egoismo, l'interesse proprio contrapposto a quello comune, l'autarchia e il protezionismo economico, la menzogna politica, la corruzione, l'insicurezza, la pigrizia intellettuale, il conformismo.
Non sono parole vuote. Ad ognuna di essa corrisponde una visione del bene comune e del paese che vorremmo.
Corrisponde una cultura, un assetto politico, una squadra di governo, un tipo di legislazione. La soluzione di problemi antichi troppo a lungo rimasti inevasi e di malanni e storture più recenti che hanno deturpato la nostra democrazia ancora fragile e incerta.
Mi auguro che domani sera un primo nodo sarà stato sciolto. Se così avverrà, agli altri si potrà pensare con più serena e pacata attenzione e con il concorso di tutte le persone di buona volontà. Se la nottata sarà passata.
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Non è retorica dire che il mondo ci guarda: l'Italia non è una sperduta nazione, un segmento irrilevante della comunità internazionale senza storia e senza memoria. Ha dato un contributo di grandissimo rilievo alla cultura antica e a quella moderna. Ha fornito modelli di comportamento nel costume, nella politica, nell'economia, nel diritto, nella scienza.
E' stata ed è una grande nazione, ma da molti secoli le è mancata l'esperienza e la cultura dello Stato. Troppo a lungo siamo stati colonia di questa o quella potenza estera, funzionali a interessi sovrastanti, pedine di giochi altrui. I centri del vero potere erano fuori dal nostro controllo. L'egemonia politica economica militare era altrove. Non c'erano diritti ma favori, non cittadini ma sudditi, non forze politiche radicate e autonome ma consorterie, clientele, oligarchie tributarie di lontane sovranità. Perciò lo Stato è stato vissuto come un potere estraneo e potenzialmente ostile, comunque sospettabile.
Questa situazione si è protratta anche quando lo Stato è finalmente nato anche da noi. La nostra lunga storia "coloniale" aveva infatti creato un retaggio di individualismo anarcoide che i centocinquant'anni di storia unitaria e i più recenti sessant'anni di storia repubblicana non sono riusciti a dissipare completamente.
Tracce visibili di quella vocazione anarchica restano tuttora e si rivitalizzano tutte le volte che l'insicurezza etica e sociale evoca la presenza di personaggi che dell'individualismo politico fanno un valore, della demagogia uno strumento possente e della politica un mercato di scambio per gli interessi delle "lobbies" nel quale tutto si può vendere e comprare. In fondo al tunnel la deriva plebiscitaria.
Quante volte ci capita di ascoltare la frase "io di politica non mi occupo" detta come la manifestazione virtuosa di un rifiuto del male. La politica come sentina delle nequizie anziché come luogo dove si amministrano gli interessi e il destino della città, della "polis".
I paesi che hanno dato forma alla nazione attraverso la presenza dello Stato danno i loro figli alle istituzioni che dello Stato costituiscono la nervatura, alle scuole dalle quali esce la classe dirigente del Paese. Ma qui da noi questa vocazione non c'è mai stata, questa selezione è inesistente. In politica, ma non soltanto. Il capitalismo italiano è altrettanto debole. La pubblica amministrazione non è motivata ed è priva di spirito di corpo. Di analoghe debolezze soffrono tutti i corpi intermedi, i poteri e le classi dirigenti locali.
Ecco dove dovrà fare le sue prove il riformismo forte evocato da Romano Prodi se il voto di oggi e di domani riuscirà a sgombrare il campo dall'anomalia berlusconiana.
I mali che abbiamo qui elencato sono antichi, appartengono alla nostra storia nazionale e Silvio Berlusconi non ne è certo la causa, così come non fu lo al suo tempo Benito Mussolini. Essi anzi, personaggi dissimili tra loro ma non privi di affinità profonde e analogie sorprendenti, sono stati il prodotto di quei mali. Ma li hanno cavalcati, risvegliati, attualizzati laddove bisognava invece e bisognerà curarli con somma attenzione affinché le istituzioni pubbliche e il concetto stesso della "res publica" si radichino nella coscienza civile degli italiani.
Da questo punto di vista la Costituzione repubblicana è uno dei pochi punti di riferimento che l'Italia abbia avuto nel sessantennio repubblicano e alcune figure istituzionali che da essa hanno tratto vigore e alla difesa dei suoi valori hanno dedicato la loro opera meritano riconoscenza e ricordo.
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Uso ancora con trepida incertezza la particella dubitativa "se".
L'evidenza della situazione in cui il paese è stato portato dalla pessima squadra che l'ha guidato negli ultimi cinque anni farebbe infatti supporre che in favore del cambiamento si conti domani una valanga di voti. Temo invece che l'auspicata vittoria sia risicata, tanta è stata la violenza emotiva con la quale l'anomalia berlusconiana ha risvegliato gli antichi malanni e vizi nazionali.
E comunque: se quella anomalia sarà rimossa dal voto bisognerà seguire con la massima attenzione lo svolgersi dei fatti fino all'insediamento del nuovo governo nato dalle urne. Ci vorranno infatti non meno di quaranta giorni prima che l'inquilino di Palazzo Chigi e i suoi ministri sgombrino le stanze del governo dalla loro presenza.
Quaranta giorni sono brevi per persone normali, chiamate soltanto a gestire l'ordinaria amministrazione in attesa che il nuovo Parlamento sia insediato, elegga il nuovo Capo dello Stato e questi a sua volta nomini il nuovo presidente del Consiglio e i ministri seguendo le indicazioni del voto popolare. Nel frattempo si svolgeranno alcune importanti elezioni comunali, l'elezione regionale in Sicilia e infine il referendum istituzionale sulla legge cosiddetta della "devolution".
Spero con tutto il cuore di ingannarmi, ma non sono tranquillo pensando a quei quaranta giorni durante i quali la squadra berlusconiana sarà senza più potere ma occuperà ancora le stanze e le manopole del governo. Mi auguro che, almeno alla fine della loro avventura, prevalga il senso dello Stato. Ove mai il loro leader covasse la folle idea d'un gran finale sulla falsa riga del "Caimano", mi auguro che i suoi corrivi compagni di strada glielo impediscano.
Sarebbe almeno un merito, tardivo ma importante, per aprire una pagina nuova e pulita e per ricominciare.
Intervista di Anna Pacilli
L’abnorme consumo di suolo è uno dei punti più negativi e ingiustificati del nuovo Piano regolatore generale [Prg] di Roma, ma nessun dato o numero è stato fornito in proposito, nonostante la gran mole di documentazione che ne ha accompagnato tutta la preparazione. Lo ricorda l’urbanista Vezio De Lucia, che i calcoli ha deciso di farli da solo già nel 2003 per documentare le effettive dimensioni dell’espansione prevista dal nuovo Piano.
«Con il nuovo Prg, la città di Roma si ingrandisce di 15 mila ettari, con un incremento di circa il 40 per cento rispetto alla superficie già urbanizzata. Un dato impressionante se si considera che l’intero comune di Napoli occupa una superficie di circa 11 mila ettari» dice De Lucia, che accetta di commentare il nuovo Prg della capitale licenziato il 22 marzo dal consiglio comunale. A De Lucia non piace per niente questo Piano, come non gli va giù l’accordo praticamente unanime che, alla fine, ha portato alla sua approvazione e poi lo ha incoronato. Con anche il manifesto, sottolinea con amarezza, a cantare nel coro di giubilo dei media.
Che cosa non va nell’esperienza urbanistica romana?
Diciamo innanzitutto che questo Piano regolatore è una sorta di registrazione di cose già fatte e successe nel corso degli ultimi dieci anni e la stima che lo dà attuato al 70 per cento probabilmente è per difetto. Basta ricordare che per il Giubileo del 2000, è stato calcolato, sono stati autorizzati 40 milioni di metri cubi di nuove edificazioni. E il consumo di suolo è stato un argomento tabù, che infinite volte si è tentato di portare anche nelle sedi istituzionali. Molto diverse sono invece le esperienze in Europa in materia di crescita urbanistica e di riduzione, o addirittura arresto, del consumo di territorio. In Germania, per esempio, un indirizzo governativo dell’epoca di Kohl è noto con lo slogan «30 ettari al giorno» a indicare il limite di consumo di suolo consentito complessivamente nel paese. Facendo i calcoli, vuol dire che ogni cittadino tedesco ha, diciamo così, una dotazione di suolo agricolo da consumare di 1,3 metri quadrati l’anno. Mi sono divertito a fare i conti con il nuovo Piano della capitale, che invece «autorizza» ogni romano a consumare 6 metri quadrati.
Eppure, Roma è da sempre considerata un laboratorio.
Dal dopoguerra Roma è stata un positivo laboratorio dell’urbanistica. Gli standard urbanistici, introdotti nel ’68 nella normativa nazionale, erano in qualche modo già stati anticipati nel Piano regolatore di Roma del 1962. Oggi, purtroppo, Roma è un laboratorio che anticipa soluzioni non positive, per usare un eufemismo. Per esempio, nella filosofia del nuovo Piano continuano a essere sottintese manovre di perequazioni e compensazioni, come mette chiaramente in evidenza Paolo Berdini nel testo pubblicato sul sito di Edoardo Salzano www.eddyburg.it .
Qual è lo stato di salute della pianificazione?
L’Italia è spaccata in due. Ci sono regioni come Toscana, Marche, Umbria e Emilia Romagna dove tutti i comuni sono dotati di strumenti urbanistici che si rinnovano con notevole frequenza. Dal Lazio in giù, l’urbanistica sparisce; si salva forse un po’ la Basilicata e speriamo si salvi la Puglia con la nuova amministrazione. I dati sul Lazio sono sconfortanti. Su 378 comuni, 89 sono ancora senza Piano regolatore a 64 anni dalla legge urbanistica. Altri 135 hanno Piani vecchi di almeno venti anni, che equivale a dire che non li hanno perché sicuramente massacrati da varianti, modifiche... Forse si tratta soprattutto di piccoli comuni. Ma, ad aggravare la situazione, ci sono i dati regionali sugli accordi di programma, in crescita continua: erano 31 nel 2001, almeno 100 nel 2005. Stiamo parlando di atti che servono a derogare dagli strumenti urbanistici.
La «controriforma» dell’urbanistica della proposta di legge Lupi, rimasta al palo in questa legislatura, è solo rimandata alla prossima?
L’archiviazione della Lupi, vero cavallo di Troia della rendita immobiliare, è stata una grande soddisfazione. Né vanno trascurati alcuni segnali: quest’estate Prodi, a differenza della sinistra, mi pare abbia avuto una posizione chiara verso i cosiddetti immobiliaristi, distinguendo fra rendita e profitti. Sempre Prodi ha sostenuto che bisogna rimettere mano alla questione urbanistica, cosa confermata nel programma dell’Unione che propone un fatto inedito per la cultura italiana, il contenimento dell’espansione urbana. Spunti che inducono all’ottimismo. D’altronde, siamo obbligati a essere ottimisti alla vigilia delle elezioni.
Design, mobili, arredi stanno raccontando al mondo la creatività di Milano. È un peccato, però, che la medaglia presenti un rovescio. La mattina è un supplizio raggiungere il polo di Rho-Pero. Come accaduto per manifestazioni precedenti, code e intasamenti rendono impraticabili le strade intorno, fanno salire la tensione di operatori economici e abitanti, trasformano un fiore all'occhiello quale la nuova Fiera in oggetto di disagi e di invettive. È incredibile come Milano non riesca più a far quadrare politicamente ciò che il buon senso sarebbe stato sufficiente a rendere lapalissiano: le realizzazioni vanno coordinate. Per cui se si decide di portare fuori dalla città un'impresa delle dimensioni e delle capacità di richiamo della Fiera occorre ripensare e pianificare l'intera area. Altrimenti, se con una mano si attrae e con l'altra l'opera non viene resa gestibile si producono danni difficili da calcolare eppure reali. Qualche giorno fa su «Il Sole-24 Ore» Aldo Bonomi riferiva di una viaggio in Cina insieme a un gruppo di operatori proprio del mobile e mostrava le meraviglie che quel Paese sta facendo in termini di servizi espositivi. La risposta di Milano è la congestione di un pezzo di città e di hinterland? Agli imprenditori va bene di reggere la concorrenza con l'Asia in queste condizioni?
È difficile accettare che Milano non abbia un piano territoriale metropolitano, non riesca ad elaborare una idea di città pensata su un arco di dieci- vent'anni e secondo una visione strategica che riconosca e assegni funzioni, definisca servizi collettivi, disegni e organizzi il soddisfacimento dei bisogni, faciliti la distribuzione del lavoro, crei le occasioni perché la gente sia contenta e orgogliosa di stare qui, vivere bene, accogliere persone e risorse economiche così da farsi volano di progresso e di sviluppo solidale. Non c'è molto da inventare: basta rendersi moderni interpreti di una tradizione millenaria che ha reso grande la città ogni volta in cui ha avuto coscienza del suo ruolo «di mezzo» (Mediolanum, appunto) e non s'è chiusa, persa in interessi di parte, nella autoreferenzialità di specifici comparti, nell'egoismo individuale o di gruppo. È una sfida culturale che ci attende. Con interventi in singoli settori, opere anche apprezzabili ma non coordinate, risposte a sollecitazioni corporative non si va lontano. Una mentalità progettuale invece ci può far sperare e restituire fiducia, soprattutto ai giovani. Occorre smentire don Abbondio e i suoi eredi: uno il coraggio se lo può dare. E rischiare. Milano se lo aspetta, ne ha diritto.
La Nuova Fiera di Miano Polo Esterno in una Galleria di immagini nella prima apertura al pubblico della primavera 2005
La Corte Costituzionale ha sospeso il decreto del 24 novembre 2005 con cui il ministro dell’Ambiente Altero Matteoli aveva confermato a Ruggero Barbetti l’incarico di commissario straordinario dell’Ente Parco nazionale dell’Arcipelago toscano. La Regione Toscana aveva sollevato in quella circostanza un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, lamentando anche l’assenza di trattative tra ministero e Regione: la Consulta ha dato ragione alla Toscana, rilevando la mancanza di «una apprezzabile attività» per giungere all’intesa.
«Ancora una volta la Corte Costituzionale smentisce il Governo - ha commentato Vannino Chiti, capolista dell’Ulivo in Toscana - ed in primo luogo il ministro Matteoli, e dà ragione alla Toscana. In questi anni il governo di destra ha calpestato leggi e principi costituzionali per imporre, nei porti e nei parchi, suoi fidi emissari. La Regione e gli enti locali hanno fatto valere le loro prerogative: il governo ed il ministro Matteoli hanno invece fatto l’ennesima brutta figura - ha concluso - ma anche causato dei danni importanti alla Toscana». Esulta anche il presidente della Regione, Claudio Martini: «Un’altra bella soddisfazione!». Anche perchè - sottolinea il governatore - è la prima volta che viene accolta una richiesta di sospensiva assunta da una Regione a statuto ordinario. «Ciò dimostra - ha precidato - l’assoluta fondatezza delle nostre obiezioni e l’illegittimo comportamento del ministero».
L’atto del la Corte chiude la vicenda che ha causato tre anni e mezzo di immobilismo. Il Parco dell’Arcipelago si ritrova senza guida: «Occorre assicurare immediatamente un commissario tecnico», ha concluso Martini.
Non commenta per ora il ministro dell’Ambiente: «Ho appreso la notizia dalle agenzie. Posso commentare a ragion veduta - ha detto - solo dopo aver letto la sentenza». Mentre per la «sonora bocciatura» del ministro esulta anche Fabrizio Vigni, portavoce di Sinistra ecologista e candidato al Senato per i Ds: «Toccherà al nuovo governo far ripartire una politica seria per la corretta gestione e lo sviluppo sostenibile del parco che in questi anni è stato paralizzato per responsabilità della destra». E Fabio Mussi: «Non c’è due senza tre. Ancora una volta - dopo le sentenze n.27 del 2004 e n.21 del 2006 - è toccato alla Corte Costituzionale bocciare l’arroganza del ministro per la nomina di un commissario senza competenza scientifica».
Il ministro della salute, amico dei bambini non nati, è stato colto in flagranza da una bambina nata da quattro mesi, vittima di un biberon all'inchiostro che ha provocato il sequestro di milioni di litri di latte Nestlé. Mentre Francesco Storace s'impegnava a bloccare la pillola Ru486 in nome dell'infanzia negata da donne egoiste, in Italia circolavano confezioni colorate al veleno di latte per i piccoli. E all'improvviso il simbolo della morte chimica, la pillola che procura l'aborto, ha assunto l'aspetto accattivante di una scatola tutta svolazzi, oggetto d'attrazione per le mamme che si fidano di una multinazionale dal marchio storico, quello del nido con gli uccellini. Nonostante il boicottagio internazionale che da anni perseguita la Nestlé. È vero, nel ricco occidente l'acqua è limpida, non inquinata come quella africana aggiunta al latte in polvere, ma anche qui il prodotto è «addizionato» a una sostanza tossica. Si chiama Itx e stinge le meravigliose scatole destinate ai bimbi che sono tutti uguali in ogni latitudine, si ammalano e muoiono allo stesso modo.
Ora, alla rivelazione dell'amministratore delegato della Nestlé, Peter Brabeck, su un accordo con il ministero della salute italiano per smaltire fino a esaurimento le scorte dei lotti a rischio, Storace risponde con le minacce, «non sanno con chi hanno a che fare», e annuncia querele. In tribunale si troverà di fronte un colosso dell'alimentazione, ansiosa di rifarsi il look, che non ha tempo da perdere con un ministro furbetto. Furioso, Storace si appella alle procedure burocratiche - «abbiamo mandato un segnale d'allerta comunitaria all'Unione europea» - e poi spetterebbe alle Regioni e alle aziende produttrici, sostiene, il ritiro dei prodotti sospetti.
Ma come, il ministro della salute viene a conoscenza che i bambini del suo paese ingeriscono ogni giorno una sostanza classificata «ad alto rischio» dall'Agenzia ambientale degli Stati Uniti e non sospende, in via cautelare, il consumo del latte sporco? Si chiama «principio di precauzione», soprattutto quando i consumatori non hanno parola. Accordo o no, il ministro sapeva da settembre scorso del pericolo e invece di mandare i Nas a sequestrare i lotti «inoltra la pratica» e guarda i bambini succhiare l'Itx? Quanto allarmismo, in fondo le prime analisi tossicologiche dicono che la sostanza «non provoca alterazioni genetiche». Evviva. Quali danni procuri ancora non si sa, ci vorrà del tempo. Si sa però che provoca infiammazioni cutanee e cose del genere, ma il ministro è soddisfatto, «Non mi dimetterò» dice. Gli inquirenti, però, giudicano «rilevantissime» le notizie sull'accordo Nestlé-Storace e ipotizzano, comunque, il reato di violazione della legge 283 sulla genuità degli alimenti.
Il caso è aperto per la magistratura ma chiuso davanti al tribunale della decenza nei riguardi di un ministro fiancheggiatore del movimento per la vita. Una vita da affidare alle cure della più cinica logica del profitto. Che Storace aspetti l'esito dell'inchiesta a casa sua, davanti a un bicchiere di latte macchiato.
Ricordano quelle della Palermo in lutto per Giovanni Falcone le lenzuola bianche appese alle ringhiere di Locri. L'ora della tragedia massima segnò nel '92, per la Sicilia, anche un inizio. La rapidità degli studenti di Locri nel riprendere quel simbolo dice che oggi in Calabria può accadere lo stesso. Anche se nessuno, come la vedova di Francesco Fortugno, avrebbe voluto che suo marito diventasse un simbolo.
In sincronia con quell'ora di Palermo - coincidenza inquietante di date che pochi seppero legare dietro l'apparente divaricazione fra la fortuna dei giudici di Mani pulite e la sfortuna dei giudici antimafia - cominciava la transizione italiana. Durante la quale, fra le tante giravolte, c'è stato l'imporsi nel discorso pubblico della «questione settentrionale» e l'eclissi del sud come questione nazionale. Poco male, se questo avesse significato la fine della retorica vittimista e assistenzialista di molto meridionalismo e la scoperta di quanto di nuovo in quegli anni stava nascendo anche nello spirito pubblico del sud. Invece ha significato un pernicioso capovolgimento simbolico, dalla difesa delle aree deboli a quella delle aree forti del paese, e la sparizione del sud, vecchio e nuovo, dall'agenda politica e dalla narrazione collettiva. La devolution corona oggi questa parabola. Quello che sta accadendo a Locri comanda di interromperla.
A pagina 4 pubblichiamo in forma di grafico un'eloquente fotografia di alcuni indicatori della qualità della vita in Calabria. Essa spiega da sola perché, quando contro la `ndrangheta si chiede più stato, non è solo alla sua faccia repressiva - l'unica che nella storia unitaria il sud abbia davvero conosciuto - che ci si dovrebbe rivolgere, ma anche e soprattutto a quella che dovrebbe garantire le condizioni della crescita civile. Tuttavia, ci sono rivoluzioni simboliche che vengono prima delle pur necessarie riforme economiche. La più urgente per la Calabria l'ha indicata con chiarezza in questi giorni il suo governatore: bisogna che la Calabria torni in Italia. Che ritrovi spazio nel discorso pubblico, che cambi posizione nell'immaginario collettivo, che da lontana finis terrae ridiventi quello che è, un pezzo della comunità nazionale e internazionale. E bisogna aggiungere: che si smetta di pensarla come un lembo destinato di arretratezza e di misurarla con il metro usurato degli standard dello sviluppo, e la si cominci a leggere come un concentrato di contraddizioni della nostra sbilenca modernità. Delle quali la `ndrangheta - il principale cartello europeo del traffico di stupefacenti, che come dice Marco Minniti veleggia per mari e in Calabria ha il suo porto - è la più eclatante e la più tragica. Ma non ha nulla di insondabile o di invincibile, non appartiene a un altro mondo e a un altro tempo: può, deve essere affrontata.
Serve più stato, dicono gli amministratori calabresi a rischio; serve più collaborazione della società civile, risponde lo stato. Ma sia lo stato sia la società civile, in Calabria come dappertutto, sono entità divise. Ci sono apparati puliti e apparati conniventi, e ci sono pezzi di società liberi e pezzi di società acquiesciente. Non serve più stato, serve uno stato schierato dalla parte giusta. Non si può fare appello alla società civile perbene nell'ora dell'emergenza, se non la si sostiene in quello che produce nella normalità di tutti i giorni, in Calabria come altrove: lavoro, cultura, innovazione, conflitto, vita. Non si può sconfiggere il vecchio sud, se non si sa riconosere quello nuovo.
L'omicidio Fortugno non è un segno dell'eterna ripetizione dell'uguale: è un segnale a chi vuole interromperla. La campana, ha detto ieri il vescovo Bregantini, non suona per Locri, suona per tutti quelli che hanno a cuore «la dimensione umana della politica». Suona, puntualmente come tredici anni fa a Palermo, in un momento di svolta della transizione italiana. I leader del centrosinistra sappiano tornare da Locri facendone tesoro.