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Titolo originale: Chicago's Magic Kingdom - Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Il grande parco urbano è un’invenzione americana del XIX secolo. È improbabile che si costruiscano ancora cose ambizione come il Central Park di New York, il Golden Gate Park a San Francisco, o la Emerald Necklace di Boston. Semplicemente, lo spazio costa troppo e le città sono troppo povere: il solo mantenere i parchi che hanno ereditato mette a dura prova i bilanci. Ma in ogni caso, nonostante la loro popolarità, i parchi urbani con le panchine di ghisa antiquate e i sentieri tortuosi sono un ritorno a tempi più educati e riflessivi. Oggi, costruiamo parchi a tema, non parchi urbani.

A Chicago, evidentemente, non sono d’accordo. La città ha appena speso quasi mezzo milione di dollari per il Millennium Park, che ha aperto lo scorso luglio. Nei primi sei mesi, questo spazio verde in centro a attirato più di 1,5 milioni di visitatori. È un numero impressionante, se si considera che il parco è di soli 10 ettari: il Central Park ha 20 milioni di visitatori l’anno, ma copre più di 320 ettari. Calcolando in termini di visitatori/ettaro, il Millennium Park deve essere il parco più popolare del paese.

Questo nuovo spazio di Chicago può non essere vasto, ma è affollato di attrazioni. La più visibile è un padiglione per orchestra con un vasto prato (chiamato inevitabilmente Great Lawn) che insieme possono contenere 11.000 persone. In più, ci sono fontane, sculture, un ampio giardino, una stazione per biciclette, un teatro per musica e danza con 1.500 posti a sedere. Il tutto costruito sopra un parcheggio su tre livelli e i binari della ferrovia.

Nel corso di una recente visita, mi è venuto in mente che in molti modi il Millennium Park è un parco a tema. In un angolo c’è il Burnham’s World, con un peristilio classico di affusolate colonne doriche, un prato formale, molte urne e aiuole geometriche, sistemi di illuminazione progettati dal grande architetto di Chicago, Daniel Burnham. Lì vicino, la Foresta Non-Tanto-Incantata. Concepita da Kathryn Gustafson in uno stile chic ed estremo, su un ettaro abbondante di paesaggio da prateria dietro a piante fiorite ornamentali, comprende una passerella diagonale e un corso d’acqua simile a uno scarico industriale. Giusto di fianco, Artland si organizza su due piazze: una con la scultura di acciaio inossidabile di Anish Kapoor (ancora impacchettata, quando ci sono stato io) dal titolo Cloud Gate, ma nota localmente come “ il Fagiolo”; e poi la fontana dello scultore spagnolo Jaume Plensa. Ad una prima occhiata, i due prismi rettangolari da 15 metri, con l’acqua che scende dai fianchi a blocchi di vetro, sembrano una torre di raffreddamento che perde. Ma l’installazione via via cresce, sul pubblico. Vengono proiettati visi umani su schermi interattivi, cosa che può sembrare banale, ma è curiosamente attrattiva, e anche divertente. La vasca poco profonda è progettata in modo da incoraggiare il guado.

Il Millennium Park ha anche il suo Castello di Cenerentola. La scelta di Frank Gehry per il padiglione dell’orchestra è stata ispirata. Appare ovvio, ora, che Gehry è il più completo architetto barocco dai tempi di Borromini, e che la sua esuberante composizione esprime in modo ideale il tema della musica nel parco. Le regolari torri in vetro e acciaio della Michigan Avenue offrono un perfetto sfondo per questa architettura liberamente scultorea.

Le attrazioni del Millennium Park, che offre anche una striscia di luoghi di ristoro al chiuso e all’aperto di fronte a una pista di pattinaggio, rappresentano un’esperienza una per volta, ma – come nella maggior parte dei parchi a tema – non si mescolano in un tutto coerente. È un peccato, ma forse inevitabile, visto il tentativo di soddisfare un’ampia fascia di gusti e sensibilità. È un peccato anche che il Millennium Park non abbia imparato un’importante lezione dal Magic Kingdom. La presenza di così tanto personale della sicurezza, in uniformi arancione vivo, è troppo vistosa. Si aggirano con aria sospettosa, come guardiani da museo. È come se, dopo aver creato questo spazio pubblico, le autorità non si fidino del nostro comportamento. Ci sono certamente troppi cartelli: che spiegano, etichettano, orientano, proibiscono. I privati e le imprese hanno sostenuto quasi la metà dei costi del parco, come ci ricordano in continuazione. Ma i cartelli più interessanti, sono quelli che avvertono: “ Non sostare”. Come se ci fosse qualche altro motivo, per andare al parco.

Nota: il testo originale e qualche immagine al sito di Slate; altre informazioni, la planimentria ecc, a quello del Millennium Park (f.b.)

Titolo originale: Tribe Lays Claim to 3,100 Square Miles of New York State – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

La Nazione Onondaga, una tribù indiana nel nord dello stato di New York, ha intentato ieri causa affermando di possedere più di 8.000 chilometri quadrati di terre che si estendono dalla St. Lawrence Seaway al confine della Pennsylvania, e che comprendono la città di Syracuse.

la tribù contesta che lo Stato di New York abbia illegalmente acquisito quelle terre con una serie di trattati fra il 1788 e il 1822, e ha chiesto al tribunale federale di Syracuse di dichiarare che essa possiede quel territorio, ora abitato da centinaia di migliaia di persone, che comprende parti di 11 diverse contee.

È la richiesta di maggior dimensioni mai avanzata dagli indiani in questo stato. La tribù afferma di non volere tutte le terre, ma che il suo scopo principale è quello di ottenere sostegno per il disinquinamento di alcune località del territorio reclamato.

La causa è indirizzata a Stato di New York, City of Syracuse e Onondaga County, oltre a cinque grandi imprese che, sostiene la tribù, hanno danneggiato l’ambiente nell’area.

Todd Alhart, portavoce di George E. Pataki, ha dichiarato ieri sera che l’ufficio del governatore non aveva ancora ricevuto una copia della richiesta. “Prenderemo tutte le misure necessarie a proteggere gli interessi dei proprietari e del contribuenti nelle varie zone interessate dalla causa”.

Diversamente da altre tribù che hanno avanzato pretese su terre contro lo stato, la nazione Onondaga, di circa 1.500 membri, non cerca risarcimenti in denaro, o diritti di gestione per casinò. Invece, come afferma il loro portavoce, gli Onondaga richiedono una dichiarazione ufficiale che affermi che le terre, considerate territorio ancestrale, sono state sottratte illegalmente.

Sperano di utilizzare questa dichiarazione per ottenere il disinquinamento di alcuni siti, in particolare del lago Onondaga, sito Superfund federale e uno dei più inquinati del paese.

La nazione Onondaga ha fatto della pulizia del lago, lungo 7 chilometri e largo 1,5, una delle proprie priorità. La tribù ha vissuto nei pressi del lago per secoli, e lo considera terra sacra.

Rappresentanti tribali hanno dichiarato ieri che la nazione non farà causa a singoli proprietari, né tenterà di mandarli via.

”La nazione ha detto chiaramente che i singoli non hanno nulla di che preoccuparsi” dichiara il portavoce Dan Klotz. Gli Onondaga, continua, “non torneranno indietro su questo punto”.

Altre cause indiane pendenti di questo tipo nello stato di New York non hanno interferito con i passaggi di proprietà, affermano gli esperti di diritto indiano.

”Non intendono premere per cacciare gli attuali occupanti, e non credo ci sia mai stato un tribunale che abbia preso in considerazione questa possibilità” dice John Dossett, rappresentante del National Congress of American Indians, un gruppo di Washington, D.C. di sostegno ai governi tribali. “Penso che i proprietari possano stare tranquilli”.

Ma allo stesso tempo le autorità tribali affermano di essere sul mercato alla ricerca di altre terre da acquisire. La riserva della tribù è una territorio di 30 chilometri quadrati a su di Syracuse. Joseph J. Heath, avvocato che rappresenta la nazione Onondaga, afferma che se il tribunale deciderà a favore della tribù, ci si aspettano trattative con lo stato per accordi, incluso l’ampliamento della riserva e la protezione delle aree sacre di sepoltura minacciate dall’urbanizzazione.

Mr. Heath dice che la tribù tenterà di acquisire terre solo da “venditori volontari” oltre che dal governo.

Ma sia Heath che altri rappresentanti sottolineano come il principale scopo sia di aumentare l’influenza sulle politiche ambientali dello Stato e spingere per il disinquinamento della regione.

”Sono stufi di essere ignorati sulle questioni ambientali” dice Mr. Heath.

Gli anziani hanno discusso se intentare causa per più di 50 anni, hanno rivelato ieri in una intervista. Ora, con l’inquinamento del lago che aumenta – e la propria popolazione in crescita – si sono sentiti obbligati ad agire legalmente.

Decenni di scarichi industriali hanno lasciato uno strato di fanghi tossici sul fondo del lago, e indotto il governo a metterlo nella lista Superfund di siti contaminati nel 1994. Lo scorso novembre i funzionari statali hanno annunciato un piano da 448 milioni di dollari per richiedere alla Honeywell International di procedere al disinquinamento, compreso dragaggio del fondo per rimuovere la maggior parte delle 75 tonnellate di mercurio e altri veleni che si sono raccolti qui.

La Honeywell è una delle cinque compagnie citate nella causa Onondaga. È responsabile del disinquinamento perché nel 1999 si è fusa con la Allied Chemical, proprietaria di un impianto che è stato accusato di essere una delle principali fonti di inquinamento del lago.

Gli Onondaga hanno definito il piano inadeguato, e che lo stato era obbligato dalla legge a consultare la tribù, ma non l’ha fatto.

Mr. Alhart, portavoce del governatore, respinge l’affermazione secondo cui lo stato sarebbe stato poco deciso nel disinquinamento, o che avrebbe ignorato la tribù.

La causa nomina anche altre quattro imprese che gestiscono una cava di ghiaia, una di pietra e una centrale elettrica a carbone nella regione. Viene nominata anche la Clark Concrete Company e una consociata, Valley Realty Development, proprietaria di una cava di ghiaia a Tully, N.Y.

La Nazione accusa gli impianti di estrazione di inquinale il torrente Onondaga, immissario del lago. Sono coinvolte anche la Hanson Aggregates North America, i proprietari della cava di pietra di DeWitt, e la Trigen Syracuse Energy Corporation, con la sua centrale a carbone di Geddes.

Non siamo riusciti sinora a contattare funzionari di queste compagnie.

I rappresentanti tribali hanno dichiarato ieri di non volere una licenza per casinò come parte dell’accordo. I casinò sono una componente centrale di quattro accordi su cause indiane riguardanti terreni, annunciati dal governatore George Pataki nei mesi recenti.

Sono uno degli Amministratori che ha aderito all’appello che qualche mese fa Marco Guerzoni ha lanciato dalle pagine di Liberazione. In quel documento veniva manifestata la necessità di allargare il confronto con il centrosinistra anche alla “questione territoriale”, partendo dall’esigenza di un recupero culturale rispetto questi temi. Già in precedenza, riferendomi alla proposta di confronto programmatico per le Sinistre avanzata da MicroMega, avevo lamentato una carenza proprio sulle questioni relative al governo del territorio, a conferma di una loro sottovalutazione anche a sinistra.

Su questi temi per battere Berlusconi non è sufficiente, seppur necessario, indignarsi per il condono o organizzare uno sbarco nella villa del Premier in Sardegna, è indispensabile costruire una proposta programmatica esattamente contraria allo slogan “padroni in casa nostra”; capace di fare comprendere l’aberrazione di Milano2, che troppo spesso ha rappresentato un modello anche da qualcuno all’interno del centrosinistra. Occorre un grande sforzo per promuovere questo processo poiché è necessario recuperare un’ arretratezza del nostro paese in questa materia sia dal punto di vista legislativo, con una riforma che non è arrivata, sia dal punto di vista economico e culturale.

Troppo spesso infatti per favorire la rendita immobiliare si è trattato il problema della casa come una questione privata, individuale e, di fronte alla carenza strutturale di iniziative pubbliche nel settore della casa, si consegna il cittadino nelle mani dell’immobiliarista, che a sua volta lo gira al sistema creditizio per un mutuo “agevolato” (a questo andrebbe aggiunto, come male minore, una qualità degli insediamenti quasi sempre scadente dettata da una visione esclusivamente domestica dell’abitare).

Questo blocco d’interessi non ha certo stimolato il varo di norme e interventi pubblici organici in questo settore tanto meno ha favorito la diffusione della qualità architettonica diffusa, al contrario ha spesso ridotto il piano regolatore ad un “affare” per pochi e provocato guasti che sono sotto gli occhi di tutti: dallo scempio architettonico e ambientale al congestionamento del traffico dovuto all’irrazionalità del sistema insediativo.

Occorre quindi anzitutto lavorare per superare quel blocco e al tempo stesso controbattere alla concezione che sta dietro a quello slogan: la libertà di chiudersi in casa per disinteressarsi a quanto accade fuori, salvo indignarsi quando si ritiene possa essere coinvolta la nostra sfera “domestica”. E’ necessario liberarsi dalla trappola che induce a considerare il piano regolatore come uno strumento riservato agli addetti ai lavori e ricominciare a discuterne, soprattutto con chi i terreni non li possiede, occorre rilanciare il Piano quale unico strumento capace di garantire l’interesse collettivo, superare politiche neo liberiste e derogatorie che hanno caratterizzato tutti gli anni 90, e che continuano ad imperversare, e su questo avviare un confronto a sinistra sul governo del territorio.

Sono anche questi i motivi che mi portano a condividere una recente intervista al Segretario Fausto Bertinotti in cui dice di immaginare, per un prossimo governo di centrosinistra, un Ministero dell’Economia e del Piano. Pur comprendendo che probabilmente in questo caso la mia è una lettura “interessata” ( mi rendo conto che il termine Piano va riferito prioritariamente all’esigenza di programmazione economica) è per me significativo che si torni a parlare in questi termini (di Piano). Procedendo nella lettura, mi conforta ulteriormente una serie puntuale di richieste che il Segretario avanza al centrosinistra fra cui “un piano per l’edilizia popolare che comprenda i bisogni degli immigrati”. Ritengo questi cotenuti estremamente qualificanti per il confronto programmatico in vista delle elezioni 2006, credo però che sia importante, nel frattempo, costituire un fronte comune per evitare che in questo lasso di tempo si approvino provvedimenti legislativi che possano pregiudicare un nostro futuro impegno di governo.

Finalmente questo dibattito, da più parti invocato, si sta attivando, in particolare sulle pagine del nostro giornale. Mi riferisco in particolare all’appello “Fermate la Legge Lupi”: speriamo di essere ancora in tempo per fermare una Legge che annichilisce il Piano anziché dargli centralità, subordina il potere Pubblico all’iniziativa privata, sottrae aree all’obbligo di pianificazione, cancella quelle poche conquiste degli anni 60 come la dotazione minima di spazi pubblici prevista per legge! E’ vero che il paese aspetta una riforma da sessant’anni ma non per questo dobbiamo avallare questa, come invece qualcuno sta dicendo, anche nel centrosinistra.

La guerra di camorra che ha luogo a Napoli porta a preoccupanti considerazioni sulla situazione della città. Ma purtroppo ha portato anche a una serie di considerazioni prive di fondamento su Napoli e Scampia in particolare sia per quel che riguarda l’analisi sia per quel che riguarda i rimedi. Forse bisognerebbe invece cominciare a capire quello che sta succedendo. E non è facile. Qui non intendo affrontare la complicata e drammatica questione di Napoli, ma riferirmi solo a Scampia.

La mia esperienza di ricerca sul quartiere mi porta ad avere una immagine completamente diversa da quella truculenta che ne stanno dando i giornali. Parto - per fare un esempio - da un episodio che mi ha riguardato personalmente ma che riflette piuttosto bene l’atteggiamento nei confronti di Scampia e che ha molto a che fare con i processi di criminalizzazione del quartiere: dovendo andare in zona per delle interviste (siamo nel 2000) tentai di prendere un taxi e il tassista si rifiutò di portarmi dicendo che “ là ce sta ‘o far west”. La verità - come mi spiegò il tassista successivo - è che una corsa a Scampia è un pessimo affare perché è lontana e non si prendono passeggeri al ritorno (trattandosi di un quartiere popolare). Questa storia del far-west l’ho sentita ripetere fino alla nausea. E mentre il tassista aveva almeno i suoi buoni motivi materiali per mentire e diffamare il quartiere, ben più grave, e gratuita, è quella del “quartiere in mano alla camorra”, che si trova sulla bocca di tutti: giornalisti, politici e quant’altro. E la diffamazione, la criminalizzazione – perché di questo si tratta – non è priva di non è priva di implicazioni pratiche concrete, materiali quanto tragiche per la gente di Scampia. Diverse donne intervistate da me e dai miei collaboratori sostenevano di aver incontrato sempre maggiori difficoltà a trovare lavoro come persone di servizio per il fatto che vengono da Scampia. La brutta fama del quartiere si riflette su di loro e ne rende la loro condizione ancora più misera. Il tassista (e il giornalista) che parlano di far west sono corresponsabili delle loro difficoltà di vita.

I giomalie la televisione ci hanno poi abituati a pensare che a Scampia abitino tutti nelle “vele”. Grazie a dio (e, in parte, grazie al Piano di recupero del 1997) non è così: una larga parte degli abitanti legali delle Vele sono stati trasferiti in altre palazzine ben più umane. Scampia inoltre è un quartiere (anzi una sorta di subquartiere di Secondigliano) piuttosto misto. Ci sono le Vele, ma ci sono anche e da tempo altre strutture abitative. Proprio in prossimità delle Vele, ad esempio, ci sono diverse strutture residenziali per la piccola e media borghesia. Oddio: qui sono un po’ blindati, non si può negare. Ma ci sono. Il punto è che a Scampia vivono poveri sottoccupati in maggioranza, poi delinquenti - minoranza estrema, ma l’unica celebrata dalle cronache - e una solida componente piccolo e medio borghese che è costretta a vergognarsi di vivere a Scampia: il quartiere delle Vele.

Ma forse è bene intendersi su cosa sono le vele. Si tratta di costruzioni molto alte e grandi, indubbiamente belle dal punto di vista architettonico ma frutto di una cultura urbanistica già al declino all’ epoca della loro costruzione e comunque – almeno con il senno di poi - ovviamente male adatte a Napoli. La cultura urbanistica che le ha prodotte si era affermata in Italia quando già le condizioni dello sviluppo industriale capitalistico che le avevano determinate erano andate esaurendosi. Scampia insomma è il frutto di una cultura urbanistica fordista, dello sviluppo occupazionale nella grande fabbrica per la produzione di massa della società del pieno impiego (ancorché maschile ), con regolarità di occupazione e di salario.

L’idea del quartiere popolare residenziale, del quartiere dormitorio - per dirla come è - non era una follia partenopea: era il frutto di una cultura d’epoca. E cattiva ne fu anche la gestione. Poi vi furono le occupazioni, i terremotati e quant’altro. La tragedia è che anche le soluzioni più giuste e belle risultarono un tremendo boomerang. I grandi spazi disponibili - dovuti al rispetto tra area verde e area costruita - finirono per diventare inutili e grandissime spianate con effetti di agorafobia per chiunque. Nel frattempo gli edifici - solidissimi - cominciarono a degradare al loro interno. Nessuna vita sociale ed economica di quartiere si realizza per la totale assenza di negozi o botteghe artigianali a piano terra. E poi il tutto si aggravò con le occupazioni degli scantinati. Insomma la lista dei fattori di malessere sociale nelle Vele è lunghissima.

E questo più o meno lo sanno tutti. Non tutti sanno però che la cosa non finì lì. In base al piano di recupero si cominciarono a costruire i nuovi alloggi nei quali sono stati trasferiti una parte degli abitanti delle Vele. È incredibile l’immagine di vita sociale diversa che a prima vista danno le nuove e le vecchie strutture (abitate dallo stesso tipo di gente). Finanche i panni stesi ad asciugare sembrano più puliti e coloriti. Senza entrare nel merito dei numeri va ricordato che si sono realizzati diverse centinaia di alloggi nuovi e circa 600 famiglie si sono trasferite.

A gonfiare l’immagine di Scampia come quartiere dei disperati, di quartiere della droga e della delinquenza, hanno contribuito un po’ tutti, chi con buone chi con cattive intenzioni. Per quanto riguarda poi le Vele anziché puntare l’attenzione sul trasferimento degli abitanti nelle nuove palazzine e denunciare sistematicamente i motivi spesso ingiustificati e oggetto di faida politica si è preferito celebrarne l’abbattimento, quasi che abbattendo le Vele si risolvessero i problemi del quartiere. Tra l’ altro non è stato mai parte di alcun progetto l’abbattimento di tutte le Vele. Per la maggior parte di esse si è trattato semmai di discuterne l’eventuale destinazione.

Qualche anno addietro fu data grande risonanza all’ abbattimento della prima Vela, che non si lasciò neanche abbattere subito. Risuonò per Napoli un inutile boato, mentre l’elegante struttura in cemento resistette sbeffeggiando giornalisti e amministratori. La Vela non ne voleva sapere di essere pressa a simbolo del male. Proprio quel giorno era uscito su il manifesto un fondamentale articolo su Scampia e l’abbattimento della Vela di Vezio De Lucia, dal significativo titolo “Quella di oggi non è la mia festa”, il quale affermava che l’abbattimento non risolveva nulla.

I termini della questione non sono cambiati di molto neanche oggi. Si tratta di dare una nuova vita e una nuova immagine al quartiere. E le cose sono strettamente intrecciate. L’impegno per il trasferimento degli abitanti nelle nuove strutture rappresenta sicuramente un passo fondamentale: un passo da compiere in un terreno molto accidentato. Ma non si tratta solo di questo. Bisogna attrarre gente e attività. nell’area trovando delle soluzioni che rendano interessante il trasferimento di attività produttive e bisogna lavorare anche per migliorare la qualità della vita. Ovviamente la responsabilità. massima a questo riguardo è dell’amministrazione comunale e delle istituzioni locali. Non so se esse devono “avere uno scatto d’orgoglio”. Dovrebbero innanzitutto capire di più ed evitare faide politiche sulle spalle delle persone.

"Se continuiamo così tra 30 anni la sua bellezza sarà un ricordo - Edilizia, strade, centri commerciali la campagna inglese a rischio"

LONDRA - Addio agli incantati scenari da caccia alla volpe, addio alle splendide coreografie che fanno da sfondo alle inchieste di miss Marple e addio anche alla natura che ha fatto da cornice ad alcuni dei romanzi più belli e più letti. Nel giro di trent'anni la pittoresca campagna inglese rischia di sparire se non si pone un freno all'urbanizzazione e alla cementificazione selvaggia. A lanciare l'allarme è un'associazione ambientalista britannica, la Campaign to Protect Rural England, che ha invocato un intervento deciso del governo per scongiurare la catastrofe.

"Non possiamo continuare a considerare la nostra campagna come una risorsa illimitata, in grado di riprendersi all'infinito dai danni che le infliggiamo", ha spiegato Tom Oliver, uno dei dirigenti dell'organizzazione. Sul banco degli imputati la Cpre pone innanzitutto l'edilizia, troppo invadente e poco attenta a rispettare la caratteristica architettura dei villaggi rurali inglesi. Ogni anno, ricorda l'associazione, in Inghilterra vengono costruite 150 mila case e il governo ha intenzione di spingere ancor di più sull'acceleratore nel tentativo di calmierare i prezzi degli immobili.

Un'altra minaccia è rappresentata poi dal moltiplicarsi degli aeroporti minori, con il loro corollario di strade, svincoli e parcheggi, e dalla mania dei centri commerciali, presenti ormai alle porte di ogni piccolo centro. "Senza rispondere a un disegno preciso - denuncia la Cpre - la maggior parte dell'Inghilterra sta diventando un posto come qualsiasi altro, impossibile da amare e non più amato, una sterminata, omogenea, periferia urbana, dove tutto si assomiglia".

Ma un contributo al massacro di quello che per gli inglesi corrisponde alla Toscana o all'Umbria per gli italiani, secondo gli ambientalisti lo sta dando anche la globalizzazione, con la sua capacità di far arrivare sulle nostre tavole frutta e verdura a prezzi stracciati da tutto il mondo. Con il risultato, si fa notare, che la campagna non è più redditizia e quindi viene abbandonata all'incuria o ceduta per fare spazio alle lottizzazioni.

Il governo inglese, pur non condividendo lo scenario catastrofico tracciato dagli ecologisti, ha preso l'allarme del Cpre molto seriamente. "Riteniamo sia un tema da approfondire a tutti i livelli attraverso un dibattito pubblico, ma uno dei problemi è che la nostra campagna continua ad attirare tanta gente in cerca di una migliore qualità della vita e questo significa che non può essere poi così malmessa come la si dipinge", ha sottolineato un portavoce del ministero dell'Agricoltura e dell'ambiente.

«Vorrei che i sardi e chiunque verrà in Sardegna nelle prossime generazioni potesse andare al mare e trovare un paesaggio intoccato». «La ricchezza di una società non si misura solo con il Pil, il prodotto interno lordo». «A me non interessa valorizzare, a me interessa salvaguardare». Se si potesse racchiudere in poche parole i progetti di Renato Soru è in queste frasi che andrebbero raccolti. Il presidente della Regione Sardegna le va ripetendo da qualche tempo, come fa lui, strizzando gli occhi, puntandoli a terra e incespicando con le parole. Ma quelle frasi non sono solo uno sfogo: ora ispirano un documento approvato dalla sua giunta e intitolato Linee guida per il lavoro di predisposizione del piano paesistico regionale. Spogliato dagli abiti burocratici, è il testo che deve condurre per mano gli uffici regionali nella redazione del Piano paesistico, appunto, il principale strumento di governo e di tutela del territorio sardo.

È un lavoro che fa tremare i polsi. E della cui forza dirompente, nell´isola che da trent´anni è il paradiso degli immobiliaristi e le cui coste sono in gran parte ròse dal cemento, ma quelle che si sono salvate sono ancora intatte e struggenti, neanche Soru è completamente consapevole, forse perché non è politico di professione, forse perché, come molti lo descrivono, ha la caparbia ingenuità di chi arriva alla politica da altri mondi. Se gli si fa notare che una cosa è scrivere un documento di indirizzi, affidato a un comitato scientifico di prim´ordine (che comprende, fra gli altri, l´architetto portoghese Alvaro Siza, gli urbanisti Edoardo Salzano, Roberto Gambino, Filippo Ciccone, il botanico Ignazio Camarda, l´antropologo Giulio Angioni, lo scrittore Giorgio Todde, l´ornitologo Helmar Schenk e il fisico Enzo Tiezzi) altro è redigere il piano, scrivere le norme di attuazione, entrare nei dettagli più minuti armandosi di santa pazienza e mediando con i consiglieri regionali, compresi quelli della sua maggioranza di centrosinistra, e con i sindaci, compresi sempre quelli di centrosinistra, Soru resta silenzioso, affondato nei pensieri, socchiude gli occhi ed emette solo un mezzo sorriso. Fin dove è disposto a spingersi con la mediazione, signor presidente, fin dove la sua linea che somiglia a una specie di "opzione zero" del cemento sulle coste sarde può avere successo? «Fin dove sarà comunque chiaro che non ho affatto scherzato».

È una giornata caldissima. La chiacchierata con Renato Soru avviene nella sua macchina, una fuoriserie di cui non si capisce la marca, e che ha un navigatore satellitare con una vocina gracchiante e una specie di iPod dal quale escono canzoni di Fabrizio De Andrè. Andiamo verso Sant´Antioco, dove qualche settimana fa i pescatori hanno bloccato l´imbarco dei mezzi militari impegnati nelle manovre nell´immenso poligono (settemila ettari) di Capo Teulada. Chiedevano il pagamento dei sussidi perché non possono uscire con le loro barche quando si fanno le esercitazioni. Soru si fa accompagnare a casa, poi saluta l´autista, ci offre le albicocche di un suo frutteto e monta al volante del bolide.

Lo distende guidare sfilando sulla superstrada che da Cagliari conduce verso Ovest. «È giusto che i pescatori abbiano i sussidi. Ma il problema sono le servitù militari. La Sardegna ha già dato il suo contributo, cedendo pezzi del suo suolo. Ci toccano l´ottanta per cento di tutte le bombe che esplodono in Italia. Ora spetta anche ad altri. Noi vogliamo che le basi se ne vadano. Se ne vadano da Capo Teulada e dalla Maddalena». Cosa ci vuol fare con quei terreni? «Come cosa ci voglio fare?! Sono terreni di pregio, quasi integri. Ci voglio fare turismo, agricoltura. Anzi vorrei non farci nulla. È la cosa migliore, no?»

Soru ha quarantotto anni, è nato a Sanluri, nel Campidano, figlio di un commerciante, è laureato alla Bocconi, ha lavorato in una merchant-bank e nel ‘98 ha fondato Tiscali. Nel 2004 si è candidato alle elezioni regionali e le ha stravinte. I partiti hanno diffidato di lui, ma si sono fermati quando hanno capito che era l´unico che avrebbe strappato la Sardegna al centrodestra. La sua campagna elettorale è stata dominata dalla tutela del paesaggio. E appena insediato è giunta sul suo tavolo una pratica bollente: il Tar aveva bocciato i piani paesistici della precedente amministrazione, perché li aveva ritenuti troppo deboli. Ma intanto, senza nessun vincolo rischiava di scatenarsi una corsa a edificare sulle coste. E così in pieno agosto Soru ha fatto approvare un decreto che impediva qualunque costruzione in una fascia di due chilometri dal mare. Un provvedimento drastico, che ha spiazzato tutti e che nessun altro presidente di Regione ha mai immaginato di adottare. Il decreto aveva una durata temporanea in attesa che fosse approvato il nuovo piano paesistico. Ed è questo il lavoro nel quale sono impegnati ora gli uffici degli assessori Gianvalerio Sanna ed Elisabetta Pilìa, pungolati da Soru che ha anche assunto la presidenza del comitato scientifico e che a tutti mette fretta, con gli umbratili sorrisi di cui è capace.

È il presidente il motore del piano che dovrebbe volgere in positivo l´azione della Regione: con il decreto dell´anno scorso si era detto basta cemento, fermiamo tutto, studiamo, riflettiamo e poi vediamo cosa fare. «Salvaguardare le coste per noi è l´occasione di uno sviluppo economico che duri nel tempo», spiega Soru. «Abbiamo livelli di disoccupazione altissimi, in certe zone del 30 per cento, ma finora si è pensato di usare il paesaggio non a fini turistici, bensì edilizi. Abbiamo venduto la nostra terra. E così ci troviamo una pletora di seconde case, vuote per undici mesi l´anno, e villaggi che sono come i presepi, si montano e poi si smontano. Per costruirli si è sfruttata manodopera precaria. Sono un eccellente affare per il proprietario del terreno, per chi li ha tirati su e per nessun altro. Non sono il frutto di abilità imprenditoriale, ma di una brillante capacità di appropriarsi della ricchezza di tutti per la prosperità di pochi. Questi villaggi sono un circuito chiuso, non si consuma nulla che venga dal territorio circostante, anche l´acqua minerale e i pomodori arrivano da fuori. L´anno scorso c´era un mio amico in uno di questi villaggi, sono andato a prenderlo, lui era lì da dieci giorni, ma neanche sapeva dov´era, qual era il paese più vicino, che cosa produceva quella terra, era tutto uguale, lì come in qualunque altro angolo del mercato turistico globale. Molti sardi sono impiegati in questo tipo di turismo, ma restano in seconda fila. È mai possibile che non esista una compagnia sarda di navigazione, che non ci siano tour operator e che a nessuno sia venuto in mente di organizzare una crociera fra Olbia e Cagliari? Siamo soggetti a un esproprio di valore. L´unico vantaggio che abbiamo sulla Tunisia o sulla Croazia è questo nostro ambiente ancora bellissimo, lì i prezzi saranno sempre più bassi, ci si arriva facilmente e la stagione è più lunga: non abbiamo altro da offrire se non il nostro paesaggio».

Soru si accalora, ma il tono della voce resta soffuso. La strada scorre fra colline brulle e i radi cespugli sono piegati dal vento. Ci fermiamo e scendiamo dalla macchina. «Guardi lì, vede le carcasse di quei siti minerari? È quel che resta dei capannoni di Monte Poni, sono in abbandono completo. Eppure lì c´è un´anima che ancora respira, ma nessuno di quelli che visitano la Sardegna l´ha mai ascoltata e nessun villaggio turistico può riprodurla».

Sulle vecchie miniere si è scatenata giorni fa una violenta contesa. Sono arrivati in Sardegna i dirigenti di grandi società immobiliari e uno di loro ha sorvolato un rudere industriale con un elicottero dei carabinieri. È esploso il finimondo: il centrodestra ha accusato Soru di proteggere le coste per dirottare le mire dei costruttori su altri beni. Le miniere, fra queste, che potrebbero essere ristrutturate e diventare alloggi turistici. «La vendita della nostra terra ha divorato le coste e poi le ha invase di cemento», insiste Soru, «mentre l´interno si svuotava, restando del tutto ignoto anche a gran parte di quei sardi che hanno conosciuto il mare di recente, negli ultimi trenta, quarant´anni e per i quali ora esistono solo la sabbia e il sole. Non siamo più un´isola, ma una specie di ciambella con un profondo buco in mezzo».

Sulla difesa del paesaggio si scontrano in Sardegna le diverse anime dell´isola e si mettono in gioco il senso dell´identità isolana, della sua dignità. Risaliamo in macchina. «Quando sento dire che la Sardegna ha bisogno di essere valorizzata mi vengono i brividi, perché chi parla così pensa ai metri cubi e alle stanze. Le migliori valorizzazioni possibili sono il paesaggio che si perde alla vista e il buio. Se costruiamo stiamo già togliendo valore a un bene che lo possiede di suo».

Ma che ne sarà dei due chilometri dal mare? Nel piano paesistico resteranno o che fine faranno? «Potranno essere di più o di meno, a seconda di com´è la linea di costa. Noi ci impegniamo a ricostruire paesaggi distrutti, a conservare quanto più possibile quelli non ancora compromessi e a progettarne di nuovi».

Si intravedono le luci di Cagliari, mentre il cielo diventa scuro. L´hanno accusata di predicar bene e di razzolare male, per via di quella casa proprio sul mare a Villasimius. «Ho comprato il terreno quattro anni fa, la casa c´era già, l´ho ristrutturata, ho ridotto il volume e l´ho riportata a una misura più razionale. Sa quanti metri cubi si potevano costruire su quel terreno? Trentamila. Io ci ho fatto un frutteto. E, visto che ci sono, sa quanti metri cubi in terreni di mia proprietà sono stati bloccati dal decreto? Altri centomila».

Il pensiero di Renato Soru espresso al Comitato scientifico per il Piano paesaggistico regionale e ai sindaci della costa, arrabbiati per il vincolo. Un eddytoriale sul decreto salvacoste e un altro sulla polemica per la "villa abusiva" a Villasimius. Altri articoli nella cartella Pratiche di buongoverno

Titolo originale: Britain pays price of 'Soviet-style' homes planning – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

La Gran Bretagna ha abitazioni fra le più piccole, vecchie e costose del mondo sviluppato, e il suo sistema di pianificazione di “stile sovietico” si è tradotto in una carenza di case a prezzi accessibili di alta qualità, rivela un rapporto pubblicato oggi.

La cultura britannica della pianificazione centralizzata, così come definita dal Town and Country Planning Act del 1947, è responsabile del fatto che gli alloggi sono i più piccoli d’Europa e lo stock residenziale il terzo più vecchio del continente, afferma un rapporto del Policy Exchange.

Il rapporto è stato reso pubblico prima di un annuncio, previsto per oggi, del ministro responsabile per la casa e la pianificazione, Yvette Cooper. Si tratta di un pacchetto di misure per riformare il sistema di piano, in un tentativo di renderlo più rispondente al mercato della casa e meglio attrezzato a rispondere ai bisogni residenziali emergenti delle generazioni future.

Secondo il rapporto, il sistema di pianificazione britannico ha anche determinato un mercato volatile dei prezzi delle case, limitando le costruzioni.

”Quello che era inteso come un sistema dove lo stato realizzava edilizia per assicurare che alla popolazione fosse fornito un buon standard residenziale, alla fine è diventato un meccanismo in cui la pianificazione veniva usata per limitare l’edificazione, in particolare nelle zone rurali. Ciò ha determinato prezzi più alti, perché alla crescente domanda non corrispondeva una crescente offerta”, afferma il rapporto.

L’opinione diffusa secondo cui dato che la Gran Bretagna è un’isola piccola e sovraffollata l’unico tipo di edilizia sostenibile sono i blocchi a torre su aree già urbanizzate, è profondamente sbagliata, afferma il rapporto. E i consumatori non possono ottenere le nuove abitazioni che desiderano. I sondaggi mostrano che il 95% delle persone preferirebbe vivere in una casa singola di qualche tipo, ma la metà di tutte le nuove abitazioni realizzate lo scorso anno erano in appartamenti, contro il 12,5% del 1990.

Nicholas Boles, direttore di Policy Exchange, afferma: “Questo rapporto mostra chiaramente che il prezzo pagato per le nostre rigide leggi urbanistiche sono alloggi fra i più piccoli, angusti e costosi d’Europa. Sta agli elettori decidere se sono lieti di pagare questo prezzo, ma meritano di conoscere la verità”.

Nota: qui la versione originale dell’articolo, al sito del Guardian . La cosa più interessante però (la giornalista si è limitata a scopiazzare lo Executive Summary del rapporto) è entrare nei particolari di questo studio, condotto dal Policy Exchange, "think tank" di rampanti giovanissimi presieduto dal biografo di Margaret Thatcher, Charles Moore. La tesi generale, cara anche a molti critici di casa nostra, è che l'intera storia della pianificazione urbanistica sia una via crucis di lacrime e sangue imposti al popolo nel solo nome del "socialismo", a quanto pare foscamente trionfante anche in Occidente dal secondo dopoguerra in poi. Vedere per credere: il Rapporto originale e integrale è scaricabile direttamente qui da Eddyburg (f.b.)

Titolo originale: Affordable housing is no holiday camp – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Pechino, 21 giugno – a marzo Wang Li, trentacinquenne insegnante di liceo a Pechino, ha piantato una tenda e ci ha vissuto per più di cinquanta giorni.

Wang non era in vacanza in campeggio. Stava aspettando di poter comperare una casa di edilizia convenzionata.

Il dramma di questa insegnante è condiviso da molti, a Pechino.

Wang era in coda vicino al tratto meridionale del Terzo Anello stradale di Pechino. I costruttori hanno ricevuto ben 3.285 richieste per un progetto che conta solo 441 appartamenti, secondo il Beijing Times.

La concorrenza per la possibilità di firmare un contratto è stata feroce. Persone come Wang hanno fatto tutto quello che potevano, compreso il campeggio, per restare in fila e avere la possibilità di assicurarsi un posto.

Yu Qi, 47 anni, è stato più fortunato, e ha ricevuto l’assegnazione per un alloggio a basso costo nella zona di Tiantongyuan nella fascia esterna di Pechino, dopo aver aspettato solo tre ore.

L’operaia disoccupata era fra le centinaia di richiedenti di una lunga fila che si snodava per più di 500 metri. Ci sono volute guardie della sicurezza lungo le transenne per mantenere l’ordine, nel caos di venditori che offrivano cibo e bevande alla gente in attesa.

La mattina del 13 giugno, i costruttori hanno assegnato 5.000 alloggi, a 2.650 yuan (320,4 dollari) al metro quadrato, 2.000 yuan (241 dollari) in meno del prezzo di mercato delle case lì attorno.

”Il prezzo è ragionevole e gli appartamento sono buoni. Ma ce ne sono troppo pochi” dice Yu.

A causa di un progetto di rinnovo urbano, Yu e la sua famiglia sono stati trasferiti in un quartiere popolare in affitto alla periferia della città.

”Insieme con mio marito abbiamo un salario mensile di circa 2.000 yuan (241 dollari). Coi nostri risparmi, più l’indennizzo di trasferimento da parte del governo di 200.000 yuan (24.100 dollari) riusciamo a permetterci un alloggio di 80 metri quadrati.

Molte delle famiglie a basso reddito nella capitale devono contendersi i pochi alloggi a basso prezzo disponibili, nonostante un eccesso di case di lusso sul mercato.

James Jao, cinese-americano consulente del Consiglio di Stato, dice che l’offerta di case a buon mercato non può corrispondere alla domanda dei residenti a basso reddito. Jao è anche titolare della J.A.O Design International Architects & Planners Limited.

Secondo i calcoli del Comitato per le Costruzioni di Pechino, dei circa 20 milioni di metri quadrati di edilizia residenziale venduti nel 2004, solo 2 milioni erano destinati alle famiglie a basso reddito.

Solo il 4,61 per cento dell’investimento totale immobiliare della città nel 2004 è stato in case a buon mercato.

Il bisogno è diventato più acuto da quando l’amministrazione locale ha iniziato l’attuazione del nuovo piano quinquennale, restringendo le aree già destinate alle abitazioni economiche.

Liu Yongfu, direttore del Comitato per le Costruzioni di Pechino, secondo il Beijing Times ha affermato che le case economiche avranno a disposizione una superficie complessiva di 10 milioni di metri quadri nei prossimi cinque anni, con una riduzione di 5 milioni rispetto al quinquennio precedente.

Nel frattempo, la domanda per questo tipo di case è salita sino a 11 milioni di metri quadri, a causa delle operazioni urbanistiche, ricostruzioni, progetti stradali.

E se la carenza di case economiche è una realtà tangibile, meno chiaro è quello che costituisce oggi una “persona a basso reddito”, e ciò rende la maggior parte degli abitanti qualificati ad accedere a questo tipo di edilizia.

”C’è gente che guida una BMW e riceve i documenti di assegnazione prima di altri che hanno solo la bicicletta” afferma Liu Hongyu, professore all’Istituto di Studi Immobiliari all’Università di Tsinghua University, in un’intervista alla Televisione Centrale Cinese.

”Ma i quartieri popolari sono stati costruiti per assistere quelli con la bicicletta nell’acquisto di una casa” prosegue Liu.

Zheng Siqi, lettrice nello stesso istituto, da’ la colpa ad un sistema creditizio nazionale alle persone incompleto, e alla definizione vaga di cosa sia il “basso reddito”.

”Una famiglia a basso reddito è identificata da un salario annuo di 60.000 yuan (7.255 dollari), cifra che non è stata cambiata dal 1998, quando fu lanciato il programma delle case economiche” dice Zheng.

”Il reddito non dovrebbe essere calcolato in base al salario. Oggigiorno il reddito ha varie fonti”.

Dunque, alcune persone a reddito maggiore si sono avvantaggiate, nei progetti di case economiche.

”Si possono vedere auto di lusso parcheggiate di fronte ai quartieri più grossi” aggiunge.

Secondo i calcoli del Comitato per le Costruzioni di Pechino, il 10 per cento delle 175.000 famiglie che hanno acquistato case economiche dal 1998 non ha superato le verifiche più recenti per le qualifiche al diritto.

Per tutelare gli interessi degli abitanti a basso reddito, il Comitato sta rafforzando il sistema delle verifiche su redditi e tasse, migliorando il sistema attraverso la pubblicazione di dati sul sito web.

Chi viola le regole sarà escluso dalle graduatorie delle case economiche per due anni.

In più, i sottili margini di profitto consentiti dall’edilizia popolare hanno ridotto la voglia dei costruttori di investire in questa direzione, sostiene Sam Casella, presidente di Planning Authority LLC, studio di consulenza americano.

”Costruttori e governo, invece, si sono concentrati su interventi più lucrosi rivolti a strati di mercato superiori” dice Casella.

”Se chiedono di realizzare alloggi di lusso, il governo dovrebbe autorizzare solo interventi misti: parte case costose, parte abitazioni meno costose”.

Nota: al sito Xinhua Online il testo originale (f.b.)

Titolo originale: Berliner Hot Luft – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

BERLINO – Klaus Wowereit ama dire che “Berlino è povera, ma sexy”. La battuta del sindaco ha un fondamento. Berlino ha un alto tasso di disoccupazione, debiti enormi, e un mercato immobiliare oscillante da anni. Le case a buon mercato attirano artisti, studenti, e altri generi bohemian. Spaziosi lofts progettati per agenzie di pubblicità e studi di consulenza, sono stati convertiti in studi fotografici o sale di prova per gruppi musicali. Si sviluppano bozze di romanzi, si preparano tele per quadri. La voce si è diffusa: amici persi di vista vengono in visita da posti che non sono né poveri né sexy, e si fermano qualche giorno. Qualcuno per settimane, o mesi. Ma quando mi si sono ri-trasferito, in questa mia città natale, ho scoperto che – nonostante tutta questa tendenza – manca qualcosa.

Che sia la squadra di calcio? (Hertha Berlin ha seguito il Monaco per anni). Oppure il fatto che manca un grande quotidiano? (quello di riferimento viene da Francoforte). Sulla metropolitana semivuota al mattino, mi manca anche l’ora di punta (solo la linea U3 è stipata: di studenti della Free University diretti alla lezione delle 10). Per via della crisi economica, qui innumerevoli attività – dalle grosse manifatture ai piccoli negozi – hanno chiuso. Ora quasi tutte le vetrine, più o meno, si aprono su spazi per uffici in condivisione dove scrittori free-lance o architetti vestiti in stile fissano schermi di computer, aspettando che magari suoni un telefono. Berlino può anche fare tendenza, Mr. Wowereit, ma qui non succede niente.

Naturalmente, la città è sempre stata un po’ in secondo piano. Non c’è un vero porto, né una grossa borsa, o uno skyline degno di nota. Forse è per questo che i nazisti volevano costruire la Grande Cupola, alta 250 metri e sette volte più larga di San Pietro. Invece, Berlino ha avuto il Funkturm, un clone della Torre Eiffel grande la metà.

Roma e Parigi hanno dominato il mondo per secoli; l’era d’oro di Berlino è durata un paio d’anni. Negli anni ’20, gente diversa come Nabokov, Schonberg, Einstein o Wilder hanno vissuto e socializzato qui. Gli storici stanno ancora tentando di capire come mai tanti personaggi interessanti abbiano prosperato qui. Coincidenza, dice qualcuno. Altri danno il merito alla Berliner Luft, l’aria di Berlino, che si dice chiarisca la mente e curi i postumi di sbronza.

La cosa più probabile, tuttavia, è che sia stata la crescita economica. Dopo la prima guerra mondiale, la Germania sopravvisse a qualche anno di iper-inflazione per riemergere con un notevole boom: e Berlino ne stava al centro. Le fabbriche lavoravano a pieno ritmo; e così i bar e i bordelli. Anche il grande romanzo berlinese fu scritto allora: Berlin Alexanderplatz di Alfred Doblin tratteggia una spietata e dinamica città capitalistica.

Anche se alcuni fans di Berlino vorrebbero rivivere la Repubblica di Weimar, ad altri – gente di sinistra, liberali, o anche i miei genitori – manca la Berlino Ovest degli anni ’70 e ‘80. Allora, la maggio parte delle imprese se n’era andata. Invece di Siemens, Allianz o AEG, la città divisa dal muro ospitava attivisti, faccendieri, e David Bowie. Economicamente morta e politicamente arroventata, Berlino attirava le persone annoiate dalla Germania Occidentale. L’umore era alternativamente ribelle o apocalittico, i vestiti d’ordinanza neri, e il gruppo musicale più noto finì per chiamarsi Einsturzende Neubauten, ovvero “Nuovi edifici cadenti”. Ma alla fine, non fu Berlino Ovest a cadere: cadde il Muro. Migliaia di tedeschi dell’est e dell’Ovest si abbracciarono per le strade, celebrando la riunificazione di una città divisa. I leaders mondiali calavano a Berlino come turisti in gita organizzata; li seguirono dappresso urbanisti, investitori, e anche i parlamentari votarono di spostarsi. Era tale la promessa della nuova Berlino (da non confondersi con New Berlin, Wisconsin, che era sul mercato da un po’) che gli intellettuali sentirono il bisogno di mettere in guardia. Non avrebbe potuto alla fine, la capitale di una Germania riunificata, diventare tanto potente da far rivivere il sogno fascista di un impero mondiale? Potevano risparmiarselo. Quando l’entusiasmo si calmò, la gente capì che non era successo gran che.

Perché no? prima di tutto, i burocrati di Bonn non si sentivano molto di spstarsi nella grande città. Berlino ebbe una bella cupola di vetro sull’edificio del parlamento, nuove ambasciate e ogni genere di sussidi federali. Ma interi ministeri e settori rimasero sul Reno. Ecco perché qualche volta sembra che la Germania abbia due capitali: a Bonn si sbrigano le pratiche, e a Berlino si tengono i ricevimenti. È una divisione del lavoro che va benissimo a certe persone. “In nessuna altra capitale del G8 è tanto facile essere invitati da un capo di stato come a Berlino” scrive il giornalista Alexander von Schonburg nel suo bestseller, L’Arte di essere poveri con stile. Basta mandare una lettera gentile, inventandosi il nome di un’impresa di dimensioni medie che, naturalmente, vuole stringere rapporti economici con il paese in questione. Ed assicurarsi che non sia la regina, o Putin in arrivo: il presidente dell’Uzbekistan andrà benissimo”. Quello che è peggio, i grandi affari non sono mai tornati a Berlino. Le compagnie liriche qui superano di tre volte il numero degli uffici centrali di multinazionali. La Bertelsmann, la Bayer e tutti gli altri hanno aperto uffici di rappresentanza (la TUI ha anche aperto un grazioso piccolo cocktail bar). Ma per la maggior parte lavorano, fanno soldi e pagano le tasse altrove. Il malessere appare evidente nella ricostruzione della Potsdamer Platz. Architetti di grido come Helmut Jahn miravano ad un aspetto in stile New York City, e hanno creato un effetto da villaggio Potëmkin. Enormi cartelli “affittasi” ornano le ambiziose torri. C’è qualcosa di surreale nella Potsdamer Platz, ed è quello che fa dire all’ospite dei talk-show Harald Schmidt, che è come se “la famiglia Ceausescu avesse fatto un ultimo investimento prima dell’esecuzione”. Anche altrove Berlino è il posto dove comprare. Immobili di prima qualità sono disponibili per gli scopi più vari. Come il Palast der Republik, campione di architettura socialista che ospitava un tempo il parlamento della Germania dell’Est. I legislatori hanno da tempo deciso che l’edificio debba essere demolito. Ma la demolizione è stata più volte posticipata per le incertezze nei finanziamenti. Nel frattempo, il Palast ha ospitato innumerevoli feste techno, spettacoli musicali per cori, gare di pattinaggio. L’ultima volta che ci ho fatto caso, un gruppo di geniali organizzatori di eventi aveva fatto allagare l’intero pianterreno con 300.000 litri d’acqua, e invitava i turisti a visite guidate su battelli gonfiabili.

Sembra tutto molto divertente, vero? Ma qui sta il problema: l’assenza di una solida base economica è palpabile ovunque si vada; e non si tratta solo dei quartieri delle classi lavoratrici come Wedding ma anche nell’elegante Friedrichshain. Anche se ci vivono alcuni dei più capaci pittori e scultori del mondo, i loro mercati più importanti stanno a New York City. A Berlino ci sono 10.000 giornalisti in cerca di lavoro, ma hanno molta più probabilità di trovarlo a Amburgo. Quando Renzo Piano, Philip Johnson e Sir Norman Foster riprogettarono Berlino negli anni ‘90, vennero qui schiere di giovani entusiasti a studiare architettura. Adesso che le star se ne sono andate, i laureati di Berlino possono ritenersi fortunati se riescono a ristrutturare un liceo in Baviera.

C’è qualcosa al tempo stesso notevole e miserabile in una città che non riesce a sostenere i talenti che attira. La Germania, con la sua economia stagnante, ha allevato una generazione di giovani professionisti, e in nessun posto sono tanto smarriti come qui, nella capitale. Il saggista Wolf-Jobst Siedler paragona l’atmosfera prevalente compares a quella dell’Aspettando Godot di Beckett: sembra che tutti stiano aspettando qualcosa, ma nessuno sa che cosa. I bar di Prenzlauer Berg e Mitte, di Kreuzberg e Charlottenburg, sono stipati di gente interessante. Ma se ascoltate con attenzione le loro chiacchiere, capirete che la musica si suona da un’altra parte.

Nota: il testo originale al sito del Wall Street Journal online (f.b.)

La superstrada volerà sopra la riserva naturale della Ficuzza, e a tratti vi si insinuerà sfiorando laghetti e rocche e abbattendo alberi. Collegherà i comuni di Marineo e Corleone, avvicinando un po’ di più il paese natale dei boss Provenzano e Riina alla capitale Palermo. E questo sarà “essenziale per la liberazione del corleonese dalla presenza mafiosa”, assicura il sindaco, il deputato del “Patto per la Sicilia” Nicolò Nicolosi che non perde occasione di ribadirlo e lo ha messo nero su bianco in un’interrogazione al ministro dei lavori pubblici Lunardi, con la quale sollecitava attenzione – accordata – al progetto. Affiancato nell’entusiasmo dal senatore Renato Schifani, vero “padrino” di un’opera pubblica che gli ambientalisti non esitano a definire “uno scempio inutile e costoso”. E contro il quale promettono battaglia.

È uno scempio che risulta già evidente dalle simulazioni che il “Forum Salviamo Ficuzza” - promosso da associazioni ambientaliste e gruppi di agricoltori della zona e di società civile - ha preparato: enormi piloni e sopraelevate, con “rotatorie stile Las Vegas”, si staglierebbero tra il verde dei campi e degli alberi di un’area prettamente rurale, protetta oltreché dal decreto della Regione che nel ‘91 istituì la riserva nel bosco adiacente, anche dall’Unione Europea che vi ha individuato due Sic, due siti di importanza comunitaria. E la soprintendenza e il dipartimento forestale, chiamati a tutelare l’area protetta, lo hanno ben rilevato nei pareri negativi opposti a buona parte dell’opera, della quale hanno bocciato quattro dei cinque lotti previsti. Il faraonico progetto dell’Anas,definito eufemisticamente “rifacimento della statale 118” (in realtà si tratta di uno stravolgimento totale il dell’arteria esistente) e finanziato in tempi record con cento milioni di euro, viene smontato pezzo per pezzo dai funzionari dei due enti, proprio per lo stravolgimento che causerebbe nella zona. Degli undici viadotti previsti, con dodici cavalcavia, due gallerie e due ponti, viene salvato ben poco nei pareri vincolanti emessi nei mesi scorsi: è concessa solo la realizzazione di un viadotto del lotto 3 del progetto, l’unico ad avere avuto il benestare perché i 5 chilometri interessati si discostano dalla riserva, anche se i lavori comporterebbero r abbattimento di un filare di pini secolari.

L’Anas e i padrini del progetto non hanno tenuto conto di questi pareri, né delle proteste ambientaliste né delle prese di posizione di molti esperti che hanno bocciato la superstrada. Hanno ignorato ovviamente anche l’allarme degli agricoltori della zona, che si sono subito riuniti in comitato e hanno presentato un ricorso al Tar contro la realizzazione dell’opera, rimasto finora senza risposte: la sentenza è slittata di un mese. Insieme ai pochi operatori turistici della zona, dove sorgono perlopiù piccole aziende agrituristiche frequentate da persone in cerca di silenzio e di natura, spiegano che la vocazione di Ficuzza è in contraddizione con un progetto stradario di tale portata. “E poi alcune aziende agricole verrebbero addirittura frammentate dalla strada, che impedirebbe il passaggio tra fondi contigui”, dice Luigi Arcuri, che produce cereali e alleva bovini ed equini con metodi biologici e che insieme ai colleghi del comitato sottolinea anche il problema degli espropri inevitabili, sui quali comunque non è stato comunicato ancora nulla di certo.

I fautori della “Marineo-Corleone” non hanno tenuto conto neppure dei calcoli “matematici” prodotti in una perizia da alcuni docenti dell’università di Palermo, su incarico del “Forum Ficuzza”, “che dimostrano come tutto questo farebbe risparmiare in realtà solo 8 minuti sull’attuale percorso tra Palermo e Corleone”, dice Franco Russo del Wwf Sicilia Non solo, “esiste già una strada alternativa a questa, che parte dal lato opposto di Corleone e attraverso una strada a tratti degradata, si collega allo scorrimento veloce Palermo-Sciacca e fa addirittura risparmiare più tempo: 42 minuti contro i 50 previsti con la realizzazione della superstrada”. Gli ambientalisti hanno più volte sollecitato l’Anas a valutare l’ipotesi di interventi volti a migliorare semmai proprio questa strada alternativa, ma per tutta risposta l’Anas ha partorito un progetto collegato a quello della superstrada, d’impatto altrettanto devastantee ancor più dispendioso: una “bretella” che dall’entrata di Marineo immetterebbe direttamente sulla superstrada che verrà, 150 milioni di euro per 7,7 chilometri di cemento. E intanto ha accelerato su questo, bandendo la gara d’appalto per il terzo lotto e annunciando che i lavori avranno inizio a luglio, tra le dichiarazioni di soddisfazione del sindaco Nicolosi e del senatore Schifani, che per il suo impegno a favore della strada si è guadagnato pure la cittadinanza onoraria di Corleone, assegnata il giorno dopo la pubblicazione del bando di gara. Senza alcun senso del ridicolo, il sindaco attacca gli oppositori della strada come “nemici dello sviluppo di Corleone”, che “favoriscono, non so quanto consapevolmente, la mafia”. E con una giravolta logica assicura che “il bando per il terzo lotto garantisce che la superstrada non sarà più un’incompiuta”, facendo allarmare gli ambientalisti, perché invece è ovvio che cominciare una strada dal suo centro, senza avere il permesso di realizzarne l’inizio e la coda “significa dare avvio a un’incompiuta annunciata”, dice ancora Russo. Che si chiede: “O l’Anas spera che una volta iniziati i lavori, Sovrintendenza e Forestale si ammorbidiscano?”.

Il rischio che pian piano il progetto vada avanti è reale, per questo “occorre assolutamente impedire l’avvio del cantiere”, dicono quelli del “Forum”, chiamando i siciliani a partecipare alla marcia di domenica 29, con partenza alle 10 dal borgo della Ficuzza.

Nota: qui il link alla pagina del WWF SICILIA, con altre notizie sull'argomento e le varie iniziative (f.b.)

Titolo originale: Consumer Versus Community – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

“Una società di proprietari”. Grazie al presidente Bush, quelle due parole rotolano sulla lingua come fossero una sola. Ma ci sono momenti in cui la nozione di proprietà trama contro l’idea di società: specialmente quando si confrontano nella vita quotidiana delle città americane. Quello di cui l’America ha davvero bisogno è una politica che accenda il sentimento comunitario e la cooperazione fra cittadini, anziché semplicemente insegnar loro a investire la vita nell’ American Dream.

La Società dei Proprietari vuole essere la risposta del XXI secolo al New Deal o alla Great Society: programmi dove il governo aveva un ruolo definito nel migliorare la vita degli americani. Programmi che avevano dei difetti, certamente, ma che promuovevano il lavoro e la responsabilità collettiva. Spingevano gli americani a porre al centro il benessere della comunità, a considerare il proprio destino personale come inestricabimente legato a quello del prossimo.

Quando il Presidente Bush parla della sua Ownership Society, invece, offre un programma che esalta le possibilità del singolo consumatore. La proprietà della casa ne è un esempio perfetto. Pilastro centrale della società dei proprietari, la proprietà della casa è abitualmente dipinta come la più alta forma di cittadinanza alla quale gli americani dovrebbero aspirare.

Questa valorizzazione è sostenuta da una notevole quantità di studi sulla proprietà. L’ossessione inizia con la teoria secondo cui la casa della singola famiglia rappresenta un investimento fondativo per la comunità. Ciò significa, prosegue la teoria, che i proprietari sono meno propensi a muoversi, saranno portati alla manutenzione della proprietà, all’attenzione per l’ambiente del quartiere, di quanto non siano i loro pari, ma inquilini in affitto.

Eppure in tutti i miei anni di impegno in organizzazioni per lo sviluppo economico – oltre ad essere io stesso proprietario di casa – ho visto anche come la proprietà possa spingere la gente a concentrarsi su di sé, a spese della comunità che gli sta intorno.

Nei miei dodici anni a capo di un’organizzazione di base a Central Brooklyn, la maggior parte dei gruppi di proprietari di casa con cui sono entrato in contatto erano del tipo NIMBY ( Not In My Backyard). Erano più appassionati ed efficienti nell’organizzare giri per le case in pietra caratteristiche della zona, e a bloccare vari progetti cittadini in partenza, anziché ad iniziare qualunque programma di beneficio sociale.

Alle assemblee del mio condominio, sono regolarmente trascinato in discussioni in buona fede coi miei colleghi proprietari, inevitabilmente orientate a proteggere il valore della nostra proprietà e i nostri interessi. Quando penso a me stesso in modo ristretto, come proprietario di casa, il mio cortile diventa l’universo. Qualunque cosa, dalla cacca di cane sul mio prato alle case popolari all’angolo, diventa una minaccia. Vengo colto da impulsi di autodifesa, reazionari e gretti che non sapevo di avere.

Siamo chiari: aumentare la possibilità che le famiglie a basso reddito possiedano una casa è senza dubbio uno degli elementi più importanti per la costruzione del benessere, utilizzati dai professionisti dello sviluppo economico comunitario in tutto il paese. In un’economia dove tante persone si sentono escluse, la proprietà della casa spesso offre alle famiglie un rifugio, una fetta di dignità e un modo per esercitare controllo sulle proprie vite e il proprio ambiente.

Ma è comunque fuorviate fare della proprietà della casa un feticcio, conferendole virtù mistiche di misura del valore dell’individuo per la società, in base a ciò che possiede. Se lo scopo della Ownership Society del presidente Bush è quello di creare soggetti che siano responsabili, membri attivi della società, abbiamo davvero bisogno di una leadership nazionale che sappia distinguere il consumismo dalla cittadinanza.

La proprietà della casa è una scommessa di alto profilo. Proponendo un’idea individualista come quella dei buoni scuola o delle assicurazioni private per la sicurezza sociale, la politica interna americana isola sempre più vite familiari e vicende economiche che un tempo erano esperienze condivise da tutti. Contemporaneamente, la nostra cultura incoraggia i ceti operai e medi a concentrare la propria sicurezza finanziaria nella casa familiare. In queste condizioni, l’impegno civico non direttamente legato agli interessi della proprietà diventa un lusso che pochi si possono permettere.

Programmi come la American Dream Downpayment Initiative (ADD), approvata all’unanimità dal Congresso nel 2003 con enorme sostegno bipartisan, offrono sostegni al pagamento degli interessi per famiglie a basso reddito. Ma se la ADD è un’iniziativa valida, sia questa che altri programmi per la proprietà della casa si concentrano esclusivamente nell’ungere gli ingranaggi del mercato immobiliare. Anziché accettare solo i paradigmi del mercato, i progressisti dovrebbero guardare alla Ownership Society per quello che realmente è. Così gli strumenti potrebbero diventare nelle mani dei professionisti di sviluppo locale mezzi per promuovere modelli come i land trusts o le cooperative a proprietà indivisa, forme di proprietà alternative che consentano agli abitanti di condividere e diffondere sia i rischi che i benefici della proprietà.

Nello stesso modo, quando si parla di rimuovere gli ostacoli all’accesso alal casa in proprietà, i legislatori dovrebbero tutelare e aggiornare il Community Reinvestment Act e introdurre leggi di giustizia economica contro gli impedimenti discriminatori e strutturali del mercato della proprietà e dell’affitto, come i mutui ad alto costo predatori.

Quando parlano di società dei proprietari, i leaders locali, politici, religiosi, dovrebbero parlare della responsabilità dei proprietari di casa verso i propri vicini, di come si possano usare il capitale e la posizione sociale per ricostruire la comunità che ci sta attorno. Forse, allora, la proprietà di casa potrà essere usata per ispirare qualcosa di più elevato del “Prenditi ciò che è tuo”.

Nota: qui il testo originale al sito Tom Paine Common Sense (f.b.)

Titolo originale: Why New Urbanism Isn’t for Everyone – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Dale Borders sta cercando di comprare casa a Orlando, Florida, ed è incrollabilmente entusiasta nell’aggiungersi allo sprawl suburbano dell’area.

Non che questo padre di cinque figli non sia illuminato, a proposito della vita nei cosiddetti quartieri new urban, che privilegiano miscele di spazi amichevoli per i pedoni, stretti legami fra case unifamiliari, appartamenti, verde, negozi. Molte delle case hanno ampi portici sul fronte, e vicoli di servizio sul retro che collegano a garages autonomi. Tutto questo dovrebbe rievocare tempi più semplici, e migliori.

Ma la cosa non affascina per niente Mr. Borders, trentenne venditore di articoli promozionali, che di recente è scappato dai rigidi inverni di Boston.

”Volevamo allargarci, prenderci il nostro spazio” dice. “Vogliamo un grosso giardino e una piscina”. Le proposte New urbanism, che enfatizzano il fatto che gli abitanti possano andare a piedi al mercato o dal dottore, non fanno per lui. “Camminare dappertutto, con cinque bambini? Non fa per me” aggiunge.

Nonostante i quartieri di tipo new urban stiano vendendo molto bene in alcune zone, il new urbanism nelle sue forme più pure rimane essenzialmente un modello ideale, che non piace alla grande maggioranza degli acquirenti.

L’industria delle costruzioni stima la quota di questo tipo di realizzazioni ad un massimo del 10% delle vendite annuali, a seconda di come vengono definiti questi spazi (alcuni quartieri coordinati contendono parti new urban frammiste a tratti suburbani classici).

Una realtà che ridimensiona le previsioni di alcuni urbanisti-ambientalisti secondo cui questo nuovo approccio avrebbe trasformato lo sprawl suburbano in comunità più compatte e vivibili. Suburbia, dove il motore a scoppio è re, e il garage il suo castello, è uno spazio considerato da molti urbanisti come guazzabuglio soffocato dal fumo, dove si spreca combustibile, e la desolazione è interrotta solo da chiazze di erba ad lati costi di manutenzione o piante ornamentali.

Nella prospettiva dei new urbanists, una nuova possibilità prese forma nel 1981 sulla costa del Golfo, nord Florida, nell’allora poco popolata Walton County, con la piccola comunità di 40 ettari chiamata Seaside del costruttore Robert Davis e dei coniugi architetti Andres Duany e Elizabeth Plater-Zyberk. Lodata dai critici di architettura, da allora si è evoluta in un luogo di vacanze con pochi residenti fissi. Alcuni analisti immobiliari affermano che questo si deve in parte al fatto che chi sta in vacanza, soprattutto in spiaggia, è lieto di camminare un po’ più del normale.

Ma spostandosi al mercato di massa, e alla dura vita di tutti i giorni, la maggior parte degli acquirenti di case non vogliono staccarsi dal proprio stile di vita autodipendente.

Lewis Goodkin, ricercatore del settore immobiliare di Miami consulente dei costruttori per la Sunbelt, sostiene il new urbanism dal punto di vista teorico, ma dubita che possa funzionare altrettanto bene in pratica. “Verifichiamo che esiste un limite a quanto sono disposte a camminare molte persone” dice. “La maggior parte non si trascineranno sotto la pioggia, o nemmeno il caldo umido, fino al negozio dell’angolo, per trascinarsi poi dietro una pesante borsa”.

E cosa più importante, ci sono pochi segni che la grande maggioranza degli americani sia pronta a rinunciare alle proprie automobili, afferma Gopal Ahluwalia, economista della National Association of Home Builders di Washington, che comprende sostenitori sia dei quartieri new urban che delle lottizzazioni felicemente dipendenti dall’auto. “I quartieri new urban hanno un bell’aspetto e molte buone caratteristiche, ma piacciono di più agli architetti che ai potenziali acquirenti”.

Le ricerche condotte dall’Associazione mostrano che meno del 20% dei consumatori desidera vivere in un ambiente di tipo urbano. “La maggior parte tenta di andarsene dalle densità urbane” racconta Ahluwalia, “e andarsene significa sobborghi con grossi lotti, grandi quantità di spazio fra le case, e strade cul-de-sac a ridurre il traffico”.

Le difficoltà a cambiare le opinioni favorevoli al suburbio non hanno scoraggiato Charles Brewer, imprenditore del settore internet diventato costruttore. “Ho sempre pensato ai costruttori come a dei distruttori. Non mi piace proprio quello che hanno fatto” racconta Mr. Brewer, fondatore della Mindspring Enterprises, internet provider, ora fusa con la Earthlink in un’operazione finanziaria da 1,7 miliardi di dollari. Mr. Brewer, quarantaseienne, ha investito 8 milioni di dollari per lanciare un quartiere new urban di 13 ettari chiamato Glenwood Park, in un’ex area commerciale vicino al centro di Atlanta.

[...]

Nota: la seconda e ultima parte dell’articolo non era al momento disponibile sul sito del New York Times (f.b.)

Il titolo dell´Ansa delle 8.53 di ieri mattina sembra grondare involontario umorismo: «A3 bloccata, se non nevica situazione migliorerà».

Invece contiene una perfetta sintesi dell´ultima Caporetto della nostra pubblica amministrazione, riassumendo l´incapacità, l´improvvisazione e il fatalismo con cui governo, enti locali, Anas, polizia stradale hanno reagito a una nevicata, incapaci di gestire i problemi fino al punto di sapere soltanto levare le braccia e gli occhi al cielo.

Dopo un blocco durato due giorni, incredibili disagi per centinaia di cittadini senz´acqua, né cibo, né coperte, tragedie sfiorate da bambine appena operate, malati gravi in attesa di ricovero, novantenni semiassiderati è chiaro che nessuno si può nascondere dietro l´eccezionalità dell´evento.

Arriveranno, per cacciare altra carta negli archivi, le consuete inchieste giudiziarie e amministrative, ma già ora appare patetico lo scaricabarile abbozzato dal ministro delle Infrastrutture Lunardi per rovesciare ogni colpa sugli autisti indisciplinati che non hanno messo le catene.

Abbiamo assistito alla ripetizione, aggravata, del blocco di un anno fa sull´Autosole, nel tratto Firenze-Bologna paralizzato dal ghiaccio e dalla neve. Anche allora ci fu un ping pong di responsabilità, Protezione civile contro Autostrade. Anche allora ci si trincerò dietro la straordinarietà dell´evento e, per garantire che mai più l´inverno avrebbe colto impreparata la sesta potenza economica dell´Occidente, si inventò un Coordinamento nazionale incaricato di fronteggiare le emergenze legate al maltempo, alle dipendenze degli Interni e delle Infrastrutture. Oggi il capo della Protezione civile Bertolaso non ci sta a fare il capro espiatorio e parla chiaro: «Avevamo lanciato l´allerta meteo da 72 ore. Il 13 luglio la commissione Ambiente della Camera aveva approvato una risoluzione per cui a occuparsi di tutto, in caso di neve, doveva essere il centro di coordinamento. Noi abbiamo fatto un passo indietro».

Il problema è che nessuno sembra aver fatto passi avanti. Il viceministro competente Tassone ha pudicamente ammesso «è evidente che qualcosa non ha funzionato», per poi sentenziare «ora è necessario e non più procrastinabile un esame immediato e diretto delle cause dell´accaduto».

Proviamo ad aiutarlo:

1) Il decreto sull´istituzione del Centro non è ancora stato firmato dal ministro Lunardi. Perché? Il presidente della commissione Ambiente della Camera, di An, lo avrebbe giudicato «contradditorio». Ma è vero che tutto si è impantanato in una classica lotta di potere su chi deve comandare, il capo della Stradale o un sottosegretario?

2) L´Anas ha vietato il traffico sul tratto appenninico della Salerno-Reggio Calabria dopo le 17 di mercoledì, ma si è trattato di un provvedimento puramente formale, preso per metterlo agli atti: l´autostrada, senza pedaggio e senza barriere, è in realtà rimasta aperta. Possibile che Anas e Stradale, che si trincerano dietro il divieto, non abbiano almeno provato a bloccare gli svincoli, che sono in tutto quaranta? E la Protezione civile può davvero chiamarsi fuori, sulla base del burocratico «toccava ad altri», anche se, come Bertolaso sa benissimo, non erano mai divenuti operativi?

3) Della Stradale si parla tradizionalmente bene e anche in questo caso ci sono resoconti che testimoniano l´impegno e l´abnegazione degli uomini in divisa. Ma non mancano testimonianze precise della loro inefficienza e perfino una denuncia del Codacons per omesso controllo sulla presenza delle catene a bordo dei Tir (oltre che a carico degli autisti).

4) Da parte di tutti è mancata la comunicazione. Radio Rai, che dovrebbe svolgere un servizio pubblico, ha continuato ad assicurare che tutto andava bene. Salvo diffondersi, a disastro avvenuto, sulle gesta dei soccorritori. Le accuse dei prigionieri dell´autostrada sono al riguardo numerose.

Ancora una volta l´Italia progredita si è fermata al bordo di quella terra che, si chiami Eboli o Lagonegro, resta di nessuno. Non è retorica meridionalista: come dimostra il raffronto tra i due collassi autostradali della A1 e della A3, anche nelle disgrazie ci sono due paesi diversi, per capacità di reazione e mezzi disponibili. Lo ha ben capito il presidente della Repubblica Ciampi: nel suo continuo ripetere a orecchi distratti che il Sud è la prima questione nazionale, una decina di giorni fa, proprio in Calabria, ha indicato nei cattivi collegamenti e nella criminalità mafiosa le catene che frenano lo sviluppo meridionale. Le due Italie si fondono, invece, nell´inciviltà e nella maleducazione stradale: se i camionisti avessero avuto le catene montate, si sarebbe potuto evitare che gli autotreni, slittando sul ghiaccio, rendessero ingestibile l´ingorgo. Con un´attenuante: chi avesse voluto montare le catene in autostrada avrebbe dovuto fare i conti con la quasi totale assenza di corsie di emergenza.

Quanto a Lunardi, l´uomo delle grandi opere che procede di disastro in disastro incurante delle piccole cose in cui dovrebbe consistere la buona amministrazione, crediamo che i fatti parlino da sé: come gli automobilisti dalla neve, anche la sua credibilità di ministro è stata definitivamente sepolta dall´"inferno bianco" caro alla retorica giornalistica. Cento prigionieri del maltempo, al terzo giorno, nella civile Italia, sono una pietra tombale.

Ciononostante crediamo che sia inutile chiederne le dimissioni, come fanno tanti esponenti del centro sinistra (mentre anche da destra fioccano le critiche), perché siamo certi che l´ingegnere berlusconiano non ha la sensibilità necessaria ad andarsene. Ci basterebbe che la smettesse di annunciare inchieste destinate a concludersi con un nulla di fatto. Ma se proprio vuole indagare, per sopire una punta di vergogna, faccia una cosa, magari in segreto: cominci dalla sua scrivania.

Architetti in rivolta: invasi da progetti stranieri

7 settembre 2005

Un tempo, con Palladio, l'Italia esportava la propria architettura in tutto il mondo senza importarne alcuna. Il suo trattato, «I Quattro libri dell'Architettura» (1570), fu il primo bestseller del genere e diventò una «Bibbia» da seguire per tutti i costruttori anglosassoni; tanto che il palladianesimo è ancora diffuso a Beverly Hills.

Oggi, le maggiori commesse del Belpaese stanno invece andando a «archistar» internazionali. Proprio ieri, la Giunta di Milano ha approvato il Programma per la riqualificazione della Fiera di Daniel Libeskind, Zaha Hadid e Arata Isozaki, un progetto che la Fondazione Fiera esporrà a fine settembre a Buenos Aires come «simbolo» della nuova Italia. Poi ci sono i progetti contestati: pensilina degli Uffizi di Isozaki, nuova Ara Pacis di Richard Meier e ponte di Venezia di Santiago Calatrava. Quindi il Museo di Roma della Hadid e, a Milano, Santa Giulia di Norman Foster, la Città della Moda di Cesar Pelli e il Palazzo della Regione di I.M.Pei. Di fronte a tanta «invasione straniera», al «pericolo» di un «meticciato architettonico» è l'ora di una levata di scudi in difesa del «patrio suol»?

Parrebbe di sì, poiché — dopo anni in cui ci si è lamentati dell'assenza di architetti stranieri — l'attuale situazione ha indotto un gruppo di prestigiose firme di casa nostra a scendere in campo in difesa della «irrinunciabile risorsa culturale italiana, che non può essere ulteriormente vanificata e ignorata ». Tra i primi firmatari di questo appello — inviato ai presidenti della Repubblica, del Consiglio, di Camera e Senato — figurano Vittorio Gregotti, Guido Canella, Antonio Monestiroli, Franco Purini, Aimaro Isola, Ettore Sottsass, Cesare Stevan e Paolo Portoghesi. Il quale, a dire il vero, nel 1980 organizzò una Biennale Postmodern che rompeva stilisticamente proprio con quella tradizione dei Terragni, Libera e Ridolfi che ora si vuol difendere.

L'«Appello per lo sviluppo in Italia della nuova architettura», parla di situazione «drammatica» e individua come una delle cause il ricorso agli stranieri che, a differenza degli italiani, hanno potuto realizzare «grandi opere di interesse sociale» nei loro Paesi, mettendosi in buona luce. Al contrario l'Italia ha accumulato ritardi privando i nostri architetti di analoghe «occasioni di lavoro».

L' appello ritiene maggiormente responsabili di questo «stato dell'arte» — che non considera il fatto che gli stranieri sono stati vincitori di concorso e che agli italiani non era vietato costruire all'estero — le sovrintendenze. Per questo l'appello chiede di «mettere fine al diritto di veto» dei sovrintendenti «per limitarne il potere totalmente autonomo… che ha privato l'Italia di molte opere significative rimaste sulla carta» (ma anche salvato centri storici, no?) per affidarlo a una commissione più pluralista da insediarsi al ministero presso il Darc, la Direzione architettura. In questo modo si sostituirebbe il controllo periferico sul territorio «totalmente autonomo» delle sovrintendenze (una forma di federalismo) con un centralismo pluralistico.

Per l'architetto italo-svizzero Mario Botta, l'appello è condivisibile. «Rafforzare la Direzione Architettura sarebbe un passo avanti. Credo ci sia un po' di risentimento legittimo da parte degli italiani perché chi viene da fuori ha un portfolio ampio; basta che ciò non si trasformi sciovinismo». Botta condivide anche la critica alle sovrintendenze: «Il loro strapotere va limitato, perché intervenire con un veto quando si vuole è un lusso che nessun Paese può permettersi. La figura del sovrintendente è un po' arcaica, borbonica, va riformata se crediamo che il progetto sia ciò che trasforma la città».

Dante O. Benini, progettista della cosiddetta nuova Torre di Pisa, è «d'accordo sui cinquant'anni di immobilismo del nostro Paese» ma non condivide l'idea che gli italiani siano discriminati: «Vince chi presenta la miglior opera. Per la chiesa del nuovo millennio, in finale c'erano cinque ebrei: che vuol dire? Dovevano essere cattolici? Io sto lavorando a Istanbul e non sono musulmano!». Sulle sovrintendenze condivide la critica: «Ricordiamoci che vietarono un progetto di Frank Lloyd Wright. Lo snellimento dell'apparato burocratico è indispensabile. Il diritto di veto a posteriori è un anacronismo: la soprintendenza faccia parte delle commissioni di approvazione».

«Basta con gli stranieri», architetti divisi

8 settembre 2005

Fuksas: utile la sfida globale. Bellini: appello fuori tempo. Gregotti: no, siamo invasi Scusi, Fuksas, ha letto l'appello dei suoi colleghi ai presidenti Ciampi e Berlusconi in «difesa della tradizione architettonica italiana»? «Sa, sono a Parigi a presentare un mio progetto per i nuovi archivi della cultura nazionale. L'ho letto. Ma lei ha considerato l'età media dei firmatari? Il più giovane avrà sessant'anni»! Cioè? «Oggi guardiamo film francesi, mangiamo giapponese e compriamo prodotti cinesi, non capisco perché l'architettura dovrebbe rimanere della tradizione italiana. E quale tradizione, poi? È ora che anche l'architettura entri nell'età della globalizzazione. Il mondo è uno. A Vienna ho costruito due grattacieli: non mi hanno detto "torna indietro italiano!"».

Già, locali o globali nell'arte? Bisogna difendere una «tradizione», come invocano, con Portoghesi, i firmatari dell'appello, o lasciare che ogni internazionalismo venga a noi? «L'appello doveva essere contro i condoni e l'abusivismo — continua Massimiliano Fuksas —. L'apertura alla competizione con gli stranieri fa bene. Ci vuole meno burocrazia, non più».

La difesa dell'appello è affidata a Vittorio Gregotti, che si aggiunge al richiamo di Mario Botta, che ha parlato di «risentimento legittimo» da parte degli italiani. «L'internazionalismo critico, che è uno dei fondamenti del progetto moderno, è qualcosa di assai diverso dall'ideologia del globalismo dei mercati e delle tecniche, delle inutili bizzarrie e della riduzione dell'architettura ad immagine». Ma Gregotti prende le distanze rispetto a un aspetto: «Credo che sia un errore individuare nelle sovrintendenze l'ostacolo ad uno sviluppo italiano dell'architettura. Dovremmo chiedere che esse siano meglio dotate di strumenti e di mezzi, che il loro personale sia meno burocratizzato e culturalmente più qualificato. Chi deve essere messo sotto accusa per la "invasione dello straniero", che io straniero non considero, è la struttura dei concorsi ed il basso livello culturale di molte amministrazioni pubbliche. Anch'esse hanno qualche scusante. Premiare uno straniero significa per loro accodarsi alla falsa idea che la qualità dell'architettura sia un problema di marketing e che quindi convenga premiare architetti che sono internazionalmente alla moda. E qui si inseriscono anche le responsabilità dei mezzi di comunicazione di massa e della loro fissazione per la presunta novità anziché per il giudizio».

Più che la difesa della tradizione italiana invocata nell'appello, si scopre allora che il problema è quello di difendere la qualità (ma di tutti). «La difesa dell'italianità è fuori tempo — afferma Mario Bellini —. Poiché mi sento ben accettato quando progetto a Parigi o a Melbourne sono tollerante quando vengono gli altri e non mi sento invaso. Ora aspetto l'arrivo dei cinesi. Certo, le procedure delle sovrintendenze vanno riformate, ma non cancellate, e i concorsi devono essere più qualificati: meno partecipanti e rimborsi più alti, come in Francia. È vero che c'è la tentazione in alcuni di portare il grande nome straniero, ma così come ci sono gli accademici che chiamano il loro amico».

L'immobiliarista Luigi Zunino, presidente di Risanamento, punta al sodo della questione: «Ho affidato a lord Norman Foster il progetto Santa Giulia a Milano, e all'italiano Renzo Piano quella degli ex stabilimenti Falck di Sesto San Giovanni. Il criterio è uno solo: scegliere il meglio. E quando l'obiettivo è questo non si guarda al passaporto».

Una lettura cultural-politica è quella del filosofo e assessore alla Cultura a Milano, Stefano Zecchi. «La verità è che la pietra dello scandalo è Milano, che ha saputo rompere con la vecchia tradizione architettonica da salotto chic della sinistra e aprire alle grandi firme straniere. Nel rispetto della qualità, della preesistenza storica, ma non nella difesa di lobby artistiche-architettoniche».

Chiamato in ballo dall'appello poiché responsabile della direzione Architettura del ministero a Roma, alla quale i firmatari vorrebbero dare maggiori poteri per tutelare la qualità della nostra architettura, Pio Baldi risponde lusingato: «I firmatari hanno delle ragioni, perché siamo al provincialismo alla rovescia. L'Italia ha un tessuto storico tale che ha bisogno di interventi solo Scarpa o alla Ridolfi; spesso questi architetti internazionali non hanno la sensibilità adatta per operare da noi».

A Bari ormai non può succedere che giornali e tv raccolgano solo voci di parte. Lealtà che permette al centro sinistra di discutere a carte scoperte sul progetto Città della Giustizia: divide pubblicamente movimenti e partiti. In modo pacato, nessuna polemica volgare, grande civiltà da parte dell'ingegnere Michele Cutolo della Pizzarotti; civiltà degli intellettuali raccolti nell'arcipelago di Giustizia e Libertà. Loro remano contro. Confronti costruttivi anche se al momento la conclusione resta incerta. Il sindaco Emiliano, Margherita, ha riascoltato l'altro ieri le due delegazioni: delegazione Pizzarotti e delegazione di Sviluppo Sostenibile, guidata dall'ingegnere Borri. La Pizzarotti offre (come a Parma) di costruire la Cittadella rivelando solo al momento della firma del contratto il nome di chi mette i soldi per tribunali, pretura, corte d'assise, carceri giudiziarie e minorili, aula bunker, eccetera. Dopo 18 anni chi paga torna proprietario a pieno diritto: può affittare aule e celle al ministero, o passar la Cittadella al miglior offerente, magari l'università. A Parma gli anni concessi all'albergo-negozi- residence sono dieci di più. Ma se la prossima amministrazione decide di rompere il contratto fra tre anni, cosa può succedere ? Garbuglio costoso. A Bari il sindaco Emiliano annuncia di voler fare l'arbitro, niente più: chissà qual è il suo pensiero segreto. Negli incontri dell'altro ieri lo assisteva l'assessore all'urbanistica Abbaticchio, Ds, moderatamente non sfavorevole ad una soluzione interna alla città per non confinare in una zona agricola, uffici e aule che oggi danno ordine e vita al quartiere Libertà, quartiere a rischio di violenza se abbandonato. Ma gran parte dei Ds non sono d'accordo. Anche la Margherita, vicina al sindaco, sostiene il progetto con altrettante divisioni. Ogni partito discute; le linee non sempre coincidono ma tutto avviene alla luce del sole: confronti chiari, senza i giochi di Parma, città dove l'abitudine al melodramma adora travestimenti e misteri. Non destano sorpresa i giudizi dell'assessore all'urbanistica della regione Puglia. Ha l'ultima parola in quanto la Cittadella dovrebbe ospitare la corte d'assise. Angela Barbanente insegna urbanistica al politecnico e fa parte del consiglio nazionale degli urbanisti. Difende il modello della “città compatta”, quel tessuto integrato che «da sempre suscita l'ammirazione degli specialisti stranieri» contrari alla funzione monocorde delle città satellite. Le crepe si allargano a circoli culturali dove intellettuali non insensibili alla politica continuano ad interpretare il progetto città: Nicola Colaianni, ex PCI, già magistrato di Cassazione e docente di diritto ecclesiastico; Arturo Cucciola, professore di architettura; Enzo Persichella, direttivo cittadino Ds, grande sociologo che insegna all'università, tutti confessano di non essere affascinati dalle carte del vicerè provvisorio della Pizzarotti. Ma riunioni ed interventi dei pro e dei contro cadrebbero nel vuoto se l'informazione fosse a senso unico. A Bari non è così. Nella Gazzetta del Mezzogiorno, importante giornale del Sud, Nicola Signorile, critico raffinato di architettura ed autore del saggio “Occhi sulla città” pubblicato da Laterza, ogni mercoledì riesamina il progetto nella rubrica “Piazza Grande”: osservazioni lontane dal favore delle cronache che appaiono nello stesso giornale. Resiste la diffidenza nell'edizione pugliese di Repubblica: opinioni in eterno litigio, pro e contro, ma col sigillo negativo di Colaianni. Favorevole il Corriere del Mezzogiorno, legato al Corriere della Sera: una sola volta il capo della redazione, Maddalena Tulanti ha ripiegato i resoconti favorevoli con un commento negativo. Morbida Rai 3, gestita dalla destra post Fitto. Qualche applauso alla Cittadella da TeleNorba, potentissima privata della regione.

L'informazione di Parma è molto diversa, facile capire perché. Nel consiglio d'amministrazione della casa editrice che stampa la Gazzetta e manda in onda Tv Parma, siedono gli imprenditori importanti della città. Prima o poi coinvolti nelle cronache. Le quali sono sempre rispettose, profumi d'incenso e profili la cui benevolenza umilia le penne di Berlusconi. Il guaio è che i giornalisti sono bravi, professionalità collaudata nei quotidiani delle grandi città, intelligenza indipendente, ma come possono fare discorsi normali senza mettere in conto la valigia dell'esodo? Il guaio è che non tutti gli imprenditori del consiglio si interessano del giornale e della tv. Lasciano fare, purtroppo. E chi fa non perdona. Il crac Parmalat si è scoperto all'improvviso quando da settimane la stampa nazionale ne parlava. Le pene giudiziarie dell'ex potente Silingardi (presidente Cassa di risparmio, poi Fondazione) vengono spesso raccontate con un ermetismo che lascia sgomenti. Una sola cosa è chiara: ogni mattina il sindaco Ubaldi è una specie di eroe del sabato sera. Interviste, dichiarazioni, foto che si sforzano di ritoccare la mancanza di charme. Se inaugura una fontana, è la più bella fontana d'Europa. E se, un po' dopo, decide di distruggerla, per far passare sotto un tunnel, l'applauso è ancora più scrosciante. In vista dell'addio alla prima poltrona al termine del secondo mandato, le sue presenze raddoppiano anche perché rimpastando la giunta ha scelto di appropriarsi dell'assessorato alla cultura in modo da comparire legittimamente, e di continuo, con parole sincopate al fianco di ogni pittore, musicista o ballerino di passaggio. L'altro giorno ha presentato Meli, nuovo soprintendente del teatro Regio, molto chiacchierato dopo l'infortunio Scala e per il legame con l'agente teatrale Proczymick: risiede a Montecarlo e gli enti pubblici devono pagarlo lì. Come insistono i detrattori, evade le tasse. Per difenderlo dalle accuse di Zeffirelli, il sindaco torna di nuovo nei giornali e in tv. Insomma, visione continua. Il tentativo di trapiantare la popolarità ai possibili eredi il cui primo e unico lavoro è fare l'assessore, può scivolare nell'avanspettacolo. Anche loro parlano e appaiono ovunque. La diretta per l'elezione di miss Parma ne è l'esempio esilarante: presentatore in estasi invita a coronare la ragazza più carina due assessori seduti in prima fila: «Guardate che bei giovanotti abbiamo... ». E i giovanotti salgono sul palco, baciano la miss in mutande, piccolo inchino agli applausi.

In questo clima la Pizzarotti aperta e comprensiva di Bari diventa la Pizzarotti che a Parma prende il posto della Parmalat sostenendo con mano di ferro l'attuale sindaco Ubaldi, futuro onorevole Ubaldi dentro qualche balenottero bianco. L'informazione trova miracoloso ogni suo colpo di tosse. Vuol fare la metropolitana e il senatore Guasti, elemosiniere locale di Forza Italia, strappa ad un governo dalle tasche vuote 172 milioni di euro per realizzare un'opera non solo inutile nella città che si attraversa in bicicletta, ma destinata indebitarne per un secolo gli abitanti. Orgoglio e meraviglia dell'informazione provinciale. Dopo Milano, Roma, Napoli e Genova, Parma diventa la quinta metropoli d'Italia a girare in un metrò scavato: attraverserà le viscere del centro. Manca un 30 per cento di soldi da tirar su in loco. I soliti benefattori delle imprese di costruzioni apriranno le tasche. Subbuglio di anni, subbuglio inutile. A cento metri dallo scavo, attraversa la città un torrente che segue in parallelo il futuro metrò.

Vecchio progetto di Stefano Lavagetto, ex sindaco pacato e intelligente, appena scomparso. Ma la metropolitana all'aria aperta non può suscitare lo stesso piacere dello scava-scava così caro al ministro parmigiano Lunardi, ministro che dei tunnel è signore incontrastato ed esperto di fama; né il tram in superficie aggiunge gloria alla giunta dei miracoli. Ecco perché, malgrado la città scuota la testa si va a avanti a tutti i costi anche se il rapporto Lunardi-Pizzarotti, da sempre associati in tante imprese, si è improvvisamente gelato qualche anno fa. Altre leggende raccontano perché. Di nuovo il confronto con Bari segna la differenza tra le due metropolitane: più 300 mila abitanti, al centro di un bacino dove le persone superano il milione, i politici di Bari spiegano che sarebbe un salasso eterno far passare il metrò sotto terra. La subway - dove serve - evita le gallerie e fa risparmiare miliardi. Per quadrare i bilanci è necessario un traffico tra i 600 e gli 800 mila passeggeri altrimenti i vagoni corrono sui debiti. Parma, 170 mila abitanti, meno di 300 mila in una provincia molto larga, prevede 55 mila persone al giorno, ottimismo da verificare perché la linea Uno (la sola finanziata) attraversa la parte meno densa della città. Sì e no 30 mila persone.

L'altra Tv è Teleducato. Tanzi ne era padrone a metà, ma se ne disinteressava. Pizzarotti gli è subentrato con gesto simbolico: in fondo Gazzetta e Tv Parma deve dividerle con altri colleghi. Ha bisogno di aggiungere una sponda tutta sua. Ne compra il 33 per cento. Continuano le leggende metropolitane. Avrebbe detto: «L'ho fatto per difendermi». Se è vero, da chi? Teleducato è la Televisione quasi personale di Ubaldi. Quando si registrano dibattiti, il sindaco decide in cortile chi può partecipare e chi no, e senza vergogna il direttore-conduttore avverte gli esclusi: «Il sindaco non vuole... ». Sindaco e suoi fedeli coinvolti oltre l'immaginazione. Tanto per ricordare qualcosa: quando da Roma sono arrivati i milioni per il metrò, progetto contestato da Alfredo Peri, assessore regionale dei trasporti, politico più concreto della città, il povero direttore di Teleducato invita Peri a partecipare ad un dibattito: lui, sconfitto, faccia a faccia con i vincitori. Ma qualche ore prima della diretta, il direttore ritelefona. Il sindaco è fuori città, senza di lui non si può. Rimandiamo l'incontro.

Meraviglia della sera: l'assessore Peri accende la tv e ascolta il senatore Guasti, ex vice sindaco seduto a palazzo Madama coi resti di Forza Italia, il quale fa da spot alla trasmissione che andrà in onda di lì a poco: il sindaco Ubaldi, il fedele assessore Vignali, Costa, presidente società del Metrò e due consiglieri del movimento Ubaldi, discuteranno sul progetto del treno sotterraneo. Nessun contraddittore è ammesso. Anche l'assessore regionale ai trasporti è stato considerato un parmigiano inutile. Caro Mimmo Candito, presidente italiano di Reporter San Frontières, oltreché difendere i cronisti sfortunati dell'Avana, non sarebbe il caso di fermarsi a Parma per liberare l'informazione? Informazione liberata che potrebbe far sapere chi ha “opzionato” i terreni dove la linea 2 del metrò dovrebbe arrivare. Chi ha in tasca i metri quadrati sui quali prenderà forma la sede dell'Authority alimentare europea. E come mai l'architetto senatore Guasti abbia accettato di gestire un progetto al centro di furiose polemiche: la nuova sede Parmacotto, proprietario Marco Rosi, amico di Dell'Utri, Galliani e Berlusconi. Tutti lo sanno, ma nessuno può fare domande. A Parma, non a Bari.

Nel futuro di Teleducato, una novità: un vecchio redattore ha quasi finito il libro destinato ad un editore non parmigiano. Racconta le imprese massoniche dell'altro proprietario delle telecamere. Seduce i dipendenti che percepisce vicini. Li convince ad entrare nella loggia Giuseppe Mazzini alla quale è affiliato. Cerimonia nel giardino di una villa attorno alla città. Gli antichi proprietari, dalla religiosità profonda, avevano dedicato la cappella costruita nel parco, ad una santa venerata in famiglia. La loggia Mazzini l'ha trasformata in tempio massonico. E dopo l'affiliazione, via, a cena nel ristorante elegante dove si radunano neofiti e maestri delle altre logge, tutti assieme a festeggiare. Sorpresa del dipendente Teleducato subito deciso a mettersi in sonno: riconosce consiglieri comunali, politici sempre in viaggio tra Parma, Bologna e Roma, insomma, notabili celebrati che mai immaginava sotto il cappuccio. Il bello della provincia è questo. Per la prima volta Bari e Parma sono meno lontane.

2 - FINE

mchierici2@libero.it

Qui la prima puntata del servizio

È possibile che l´architettura divenga il più efficace ritratto (senza alcuna sublimazione) degli aspetti meno amabili della convivenza sociale? Tornando a Shanghai, ma assai di più a Beijing, questo interrogativo sembra confermarsi in tutta la sua ambigua drammaticità rispetto alla capacità vendicativa dell´architettura nel momento del suo affondamento come pratica artistica. Allora, insieme ad un´irresistibile attrazione per la premonizione del vuoto del futuro vi è la tentazione di riempirlo con l´indomabile desiderio del noto, del fraterno, del conosciuto come una reazione incontenibile di paura intorno all´incapacità dell´intelligenza di far fronte al nuovo fatto metropolitano.E l´idea stessa di città a non essere più un insieme interconnesso e riconoscibile di rappresentazione di relazioni ma invece solo quello della quotidiana sopraffazione della megalopoli realizzata. Ogni elemento costitutivo è gridato contro il vicino senza che l´insieme raggiunga la grandezza del combattimento ma solo quella sgangherata della competizione pubblicitaria. Meraviglia, nello stesso tempo, la capacità dell´architettura di trasmettere ostilità e presunzione senza fine in modo tanto compiuto. Anche l´ordine ortogonale planimetrico antico è del tutto senza corrispondenza nelle tre dimensioni; resta solo la sua eco irriconoscibile impressa sul suolo da uno sconvolgimento rabbioso di cieca violenza costruttrice che gridando balbetta di sé stessa.Ogni architettura non è più in alcun modo isolabile e giudicabile in sé. Da un lato il contesto la divora senza distinzione qualitativa: essa non presenta più un punto di vista sul mondo ma il mondo stesso così che, da un altro lato si può dire che lo rappresenta completamente al di là di ogni soggettività. In questo «nuovo pittoresco» (pittoresco non a partire dalla pittura ma da altre forme di rappresentazione) il ruolo del progetto è di divenire cellula di un´organizzazione totalitaria dei valori e degli obiettivi correnti.Non vi è più traccia del senso della necessità ma solo di quello dell´accumulazione, nell´estensione senza fine della volontà di stupefazione senza meraviglioso: meraviglioso è l´insieme di questa assenza di specificità singolare. Tutto è grande, enorme, fuori scala da sé, eccezione nell´eccezione, moltiplicazione di un ipertesto che annulla ogni possibilità della differenza. Non vi è forma edilizia che non sia stata utilizzata, deformata, ingrandita, decorata, coronata, variata in infiniti modi. L´estensione e la cura straordinaria ed antica dell´arredo urbano si assimila al deserto del costruito senza fine, ai frammenti in rovina del passato nobile e povero. Tutto è immerso in una foschia grigia, polvere di demolizioni e umidità inquinante.Ovviamente occorrono per le città cinesi del XXI secolo le spiegazioni del caso: la grandissima estensione della città, la rapidità della sua espansione, del rinnovamento interno e delle trasformazioni sociali, l´immissione violenta di forze economiche straniere, l´ambizione dimostrativa delle istituzioni e della stessa popolazione delle proprie capacità di riconquistare un posto importante nel mondo, le necessità travolgenti del traffico, della fornitura delle energie; tutte questioni tra l´altro a cui la città cinese ha fatto ragionevolmente fronte. È comunque stupefacente come tutto riesca a funzionare con un alto livello di efficienza (gli aeroporti che servono 15/20 milioni di persone sono più efficienti di quelli di Milano o di Roma). Una città come Pechino copre con il suo costruito circa 17.000 kmq, quasi come la dimensione dell´intero Belgio.Di fronte ad uno sviluppo tanto impetuoso quale può essere la risposta della città europea, costruita secondo una temporalità più stratificata, dal punto di vista dell´architettura e del disegno urbano certamente più solida ed articolata, se non cercare forme diverse di modernizzazione misurata, di migliore equilibrio tra nuovo ed esistente, di restituzione di significato ad una differenziazione leggibile?Tutto questo va molto al di là delle capacità indipendenti dalla nostra pratica artistica ma non dei suoi doveri di indicare possibilità. Che la scala metropolitana delle città asiatiche (ma anche di alcune del terzo mondo) sfugga alla comprensione effettiva della nostra mente, che ci faccia toccare con mano la nostra appartenenza al secolo passato, questo riguarda la nostra condizione di generazione di transizione che può ancora avere un´esperienza della memoria di una nozione diversa di città e che può quindi misurare anche ciò che viene perduto. È significativo comunque osservare lo spostamento dell´intelligenza organizzativa umana di fronte all´estensione smisurata, dalla forma delle cose alla loro gestione, con le relative conseguenze sull´architettura.Così per esempio il coronamento dell´edificio si trasforma in gigantesco spazio pubblicitario che ne indica la provvisoria funzione e la connette con altre della stessa natura distribuite nel territorio. Dove non importa; tra luogo e cosa la connessione è interrotta, si riapre solo tra le utilizzazioni. Tutto questo distingue nettamente queste metropoli da quelle del terzo mondo ed ovviamente da quelle europee eppure non si può fare a meno di riflettere sul limite dimensionale della concentrazione urbana e sul come non si riesca con l´aiuto delle comunicazioni e dei trasporti (ed in generale delle nuove tecnologie) a promuovere o pianificare una ridistribuzione territoriale dei fatti urbani più equilibrata. Ci si domanda nello stesso tempo perché non sia più possibile favorire un organico rapporto tra le matrici della città, i loro princìpi insediativi, le loro geografie ed i fatti dell´architettura. Se non sia possibile cioè accedere ad un condiviso principio civile, meno competitivo, ad un ideale di lavoro architettonico meno concitato, capace di affrontare la lentezza che produce la lunga durata, di diminuire le esibizioni spettacolari a favore del ricongiungimento con gli antichissimi fondamenti del compito di costruire poeticamente.Ma forse tutto questo è un sogno impossibile di chi non vuole rinunciare ad amare la pratica artistica

Nuova residenza in Cina: un powerpoint

Sono oltre trecentomila gli immigrati regolari che vivono stabilmente in provincia di Roma. La Caritas, che ci aggiorna puntualmente su questo imponente fenomeno, ne fornisce le nazionalità di provenienza, sono 192, e le condizioni lavorative. Si tratta di posizioni subordinate, di lavori poco ambiti o della vendita di mercanzie lungo le nostre frettolose strade, anche se non mancano, sono 15.000, i nuovi imprenditori. Da altre ricerche conosciamo il loro grado di istruzione e la loro fede religiosa. Se però cerchiamo di comprendere dove abitano queste persone che a Roma sono oltre il 10% della popolazione, ci troviamo di fronte a una forte carenza informativa. Dove gli immigrati passano le notti, insomma, non è dato sapere.

Se utilizziamo fonti narrative o di cronaca, comprendiamo che — al pari della emigrazione storica italiana nel secolo scorso — gli immigrati preferiscono abitare nei quartieri in cui già esiste una presenza, piccola o grande che sia, di altri loro connazionali. I « pionieri » sono un sicuro punto di riferimento per poter risolvere i primi problemi: così, al pari delle altre grandi capitali, iniziano ad evidenziarsi anche a Roma le specializzazioni nazionali dei quartieri. Se Esquilino è da tempo sede della comunità cinese, ad Ostia c'è una forte presenza di russi.

A San Paolo sono molti gli immigrati provenienti dal continente indiano, mentre i popoli africani abitano nel quadrante orientale. Ma spesso le cronache ci dicono che decine di persone dormono a caro prezzo in sordidi scantinati o capannoni. In baraccopoli di fortuna o addirittura sotto i ponti del Tevere. La dimensione del problema induce a chiederci se davvero non sia venuto ilmomento di porre la questione nella sua complessità e potenzialità.

Anche perché, sempre le cronache narrano di edifici scolastici, abbandonati da anni per l'invecchiamento dei nostri quartieri, devastati da atti vandalici: è accaduto non molti giorni fa ad Albuccione e lungo la Colombo. Se diventassero luoghi di accoglienza per gruppi di immigrati si fermerebbe il loro decadimento fisico e si fornirebbe a quelle persone una grande opportunità di integrazione.

Una nazione che stenta a far ripartire la macchina economica deve trovare motivazioni forti per disegnare un futuro nuovo e la questione delle abitazioni per gli immigrati è sicuramente tema di grande potenzialità: si tratta di definire le politiche abitative e di accoglienza adatte per metter in moto questo fenomeno. Se a livello nazionale si iniziasse a definire strategie e risorse per interventi di riuso degli edifici non più utilizzati presenti nel cuore delle città, si potrebbero aprire nuove pagine di storia urbana e di integrazione. Pochi giorni fa il consiglio comunale di Roma ha votato una delibera programmatica che affronta l'emergenza abitativa, dagli sfratti alla carenza di alloggi in affitto. É di ieri la notizia di uno stanziamento di 50 milioni per l'acquisto di alloggi popolari. Il prossimo capitolo dovrà riguardare il mondo degli immigrati.

Titolo originale: World’s mayors seek to fight global warming, make cities greener – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

I sindaci delle più grandi città del mondo si riuniscono questa settimana per mettere a punto una serie di orientamenti per la vita urbana sostenibile: una versione municipale, è stato detto, del Protocollo di Kyoto sul riscaldamento globale, che gli Stati Uniti non hanno mai ratificato.

L’Accordo sull’Ambiente Urbano, che sarà firmato alle Nazioni Unite nella Giornata Mondiale per l’Ambiente, è l’ultimo esempio di come le città stiano cercando di affrontare il mutamento climatico nonostante la riluttanza dei governi nazionali.

”Non possiamo permetterci di aspettare che lo facciano i governi statali o federali. C’è chi trova troppe scuse, particolarmente in questo paese” dice il sindaco di San Francisco Gavin Newsom. “Il mondo guarda sempre più ai sindaci come custodi dell’ambiente, visto che la stragrande maggioranza dell’inquinamento viene dalle città”.

Almeno 70 sindaci da città come Londra, Rio de Janeiro, Tehran, Capetown, Sydney e Shanghai parteciperanno ai cinque giorni della conferenza di San Francisco: la prima volta che l’evento annuale è ospitato da una città degli USA. La Giornata Mondiale per l’Ambiente, che si celebra ogni 5 giugno, fu istituita nel 1974, e le conferenze annuali si tengono dal 1987.

Al raduno di quest’anno, sul tema “Le Città Verdi” dal 1 al 5 giugno, i sindaci si scambieranno idee sulla vita urbana sostenibile in settori come le energie rinnovabili, il riciclaggio, i trasporti pubblici, i parchi urbani, aria e acque pulite. Si prevedono oltre 230 iniziative nell’area della Baia di San Francisco, per la Giornata Mondiale dell’Ambiente.

Mercoledì, all’apertura della Conferenza, il Governatore Arnold Schwarzenegger renderà pubblico il programma della California per ridurre le emissioni di CO2 e di altri “gas serra” ritenuti responsabili di intrappolare il calore nell’atmosfera terrestre e si alzare le temperature mondiali.

San Francisco, dove furono fondate le Nazioni Unite 60 anni fa, è nota come città che fa tendenza dal punto di vista ambientale, e i suoi rappresentanti prevedono di esibirne i successi verdi. Ora la città ricicla due terzi dei propri rifiuti, possiede il maggior parco veicoli a carburanti alternativi, e può vantare la principale installazione di energia solare di proprietà municipale del paese, al Moscone Convention Center.

”C’è molto che possiamo condividere, ma c’è anche parecchio da imparare dalle altre città” ha affermato Newsom.

Sino a tempi recenti, i trattati internazionali sono stati l’ambito principale di dibattito sui problemi ambientali globali come il mutamento climatico, che secondo gli scienziati causa tempeste sempre più violente, la riduzione degli habitat naturali e l’innalzamento del livello dei mari a minacciare le città costiere.

Il Protocollo di Kyoto, adottato nella città giapponese nel 1997, chiede alle nazioni industrializzate di tagliare le emissioni di gas serra in media del cinque per cento al di sotto dei livelli 1990. Il trattato è stato ratificato da almeno 140 paesi, ed è entrato in vigore a febbraio.

Ma gli Stati Uniti, il principale produttore mondiale di gas serra, non hanno firmato perché i rappresentanti del governo Bush ritenevano che l’adesione avrebbe significato la perdita di cinque milioni di posti di lavoro e un incremento delle tariffe energetiche, come sostiene Michele St. Martin, portavoce del Council on Environmental Quality della Casa Bianca.

”Il Presidente Bush è favorevole a un approccio aggressivo rispetto al mutamento climatico: un approccio che sostenga una crescita economica che conduca a nuove innovazioni e tecnologie” dice St. Martin, indicando l’iniziativa sul mutamento climatico da 2 miliardi dell’amministrazione, che promuove tecniche pulite di uso del carbone, veicoli spinti a idrogeno, energia nucleare e fonti rinnovabili.

Ambientalisti e funzionari governativi dissentono sul fatto che Kyoto e altri trattati internazionali fra i governi nazionali siano la soluzione.

”Abbiamo tutte queste leggi scritte, ma nessuna di esse viene applicata” sostiene Jared Blumenfeld, direttore del Department of the Environment di San Francisco. “Non hanno mordente. Non succede niente, se non si mettono in pratica. Nessuno ne tiene conto”.

Frustrati dalla posizione del governo federale USA sul riscaldamento globale, molti Stati, città e imprese stanno intraprendendo azioni per ridurre le emissioni di gas-trappola di calore da fabbriche, automobili e centrali energetiche.

Lo scorso anno, San Francisco è stata probabilmente la prima città USA ad adottare un proprio “piano di azione sul clima” che tenta di ridurre le emissioni di gas serra – del 20% inferiori ai livelli 1990 entro il 2012 – aumentando l’uso del trasporto pubblico, le quote di riciclaggio, l’efficienza energetica e l’uso di fonti rinnovabili.

In maggio, il sindaco di Seattle Greg Nickels, preoccupato per i ripetuti inverni senza pioggia nella sua città famosa per essere umida, ha annunciato che più di 130 sindaci USA hanno firmato un accordo per ridurre le emissioni di CO2, in quantità uguale o superiore agli obiettivi di Kyoto.

”Sindaci, imprese, e anche il Governatore della California, stanno iniziando a mostrare una capacità di leadership mondiale, di fronte ad un vuoto”, dice Kathleen Rogers, presidente dello Earth Day Network. “È una nuova tendenza, determinata dalla pura disperazione”.

Ora, i sindaci da tutto il mondo si uniscono a quelli delle città d’America nella lotta al riscaldamento globale e per gli altri problemi ambientali. Sottoscrivendo gli Accrodi per l’Ambiente Urbano, i sindaci sanciscono il proprio impegno verso uno sviluppo urbano eco-friendly in sette ambiti: energia, salute ambientale, trasporti, progettazione urbana, spazi naturali in città, riduzione degli sprechi e acque.

Gli organizzatori affermano che i problemi ambientali mondiali si devono affrontare a livello municipale, perché oltre la metà della popolazione mondiale vive nelle città: una proporzione destinata a crescere in modo drammatico in questo secolo. E le città consumano circa tre quarti delle risorse mondiali, e producono tre quarti dell’inquinamento.

”A differenza dei governi nazionali, che sembrano trovare molto spazio di manovra nei trattati, i sindaci sono più responsabili rispetto ai propri elettori” afferma Rogers. “Sono più sintonizzati su ciò che vuole la gente”.

L’accordo elenca 21 specifiche azioni che i sindaci possono intraprendere per rendere le città più verdi, e i firmatari promettono di adottarne almeno tre l’anno, molte delle quali comportano incentivi economici o norme legislative. Nel campo energetico, per esempio, le città possono adottare politiche per aumentare l’uso di energie rinnovabili, spingere ad una maggiore efficienza e ridurre le emissioni di gas serra: tutte azioni che aiutano le città a risparmiare denaro e a ripulire l’ambiente.

”È un vero e proprio rimboccarsi le maniche” dice Susan Ode, coordinatore del Local Governments for Sustainability. “Sono azioni che aiuteranno davvero, e che possono essere attuate dalle amministrazioni locali e dalle comunità”.

Anche se gli accordi non sono legalmente vincolanti, gli organizzatori sperano che gli attivisti dei gruppi locali riescano a far mantenere ai sindaci le proprie promesse, una volta tornati a casa.

”Spero che alla fine non si firmerà solo un pezzo di carta” dice Newsom said, “ma ci si impegni davvero ad agire concretamente”.

Nota: qui il testo originale al sito del San Francisco Chronicle; altri dettagli al sito delle Nazioni Unite per la Giornata Mondiale dell’Ambiente, e al Settore Ambiente della municipalità di San Francisco (f.b.)

La Casa dell’Asfalto e del Cemento

Gli aspetti territoriali della manovra finanziaria berlusconiana. Da l’Unità del 12 maggio 2005

Il governo Berlusconi appare sempre meno capace di far funzionare gli strumenti ordinari dell’amministrazione e quindi si affanna a rivedere norme su norme (anche sue proprie), a rifugiarsi nello straordinario e nell’eccezionale, creando continue corsie d’emergenza, insediando commissari su commissari. Insomma, un automobilista che, incapace di far viaggiare la propria vettura in condizioni normali, si applica ad aprire percorsi preferenziali, ad eliminare per sé limiti di velocità, a cancellare divieti di sorpasso, e magari suona in permanenza la sirena per allontanare ogni fastidio di controllo “democratico”. Col risultato, in tanto caos politico-amministrativo, di entrare in conflitto con altri soggetti di governo, anzitutto con le Regioni.

Non sfugge a questa strategia da kamikaze il decreto legge sulla competitività che, già passato con modifiche al Senato (dove la solita fiducia ha “fucilato” 1.500 emendamenti), ora deve essere approvato alla Camera e tornare di corsa a Palazzo Madama.

In premessa va detto, ancora una volta, che le sue scelte di fondo sono strutturalmente errate. A fronte di incentivi modesti destinati alla ricerca, alla innovazione tecnologica, alle tecnologie “pulite” (lo nota in un ampio documento, anche propositivo, il Wwf), il governo Berlusconi continua a puntare essenzialmente sulle infrastrutture, e, al loro interno, su cemento&asfalto, trascurando ferrovie, porti e trasporti di cabotaggio. Eppure, mentre in Europa ci sono 13,2 chilometri di autostrada ogni 1.000 chilometri di rete stradale, in Italia se ne contano ben 22,8. Non solo: il 70 per cento degli investimenti ferroviari viene concentrato nell’Alta Velocità, lasciando alla rete più debole (quella del Centro-Sud e delle Isole) le briciole. Discorso analogo per le energie rinnovabili : la Germania - che non è certo “O paese d’o sole” - è diventata leader nell'energia solare e, unitamente ad altri Paesi proiettati in avanti direzione come Spagna e Danimarca, ha creato nelle fonti rinnovabili circa 250 mila posti di lavoro (con altri 200 mila entro il 2015). Col decreto sulla competitività, osserva la nota del Wwf, «il governo ha scelto di investire nell’asfalto e nel cemento, invece che in materia grigia, cioè in ricerca e in sviluppo».

All’interno di questa logica, il provvedimento scassa tutta una serie di regole anche recenti, per esempio in campo edilizio. A forza di “semplificazioni”, all’articolo 3 si finisce per far prevalere la norma speciale su quella ordinaria, col rischio incombente che le opere edilizie di maggior impatto e consistenza possano ricevere un trattamento persino più blando rispetto a quelle minori. Dovrebbero essere salvate però, dopo fiere proteste, le norme riguardanti il patrimonio storico-artistico e paesaggistico. “Dovrebbero”, perché l’esclusione dalla semplificazione riguarda gli atti «rilasciati dalle amministrazioni preposte alla tutela». Dizione generica e probabilmente aggirabile. Né va granché meglio per la tutela ambientale. In ogni caso, il silenzio/assenso hanno provato, una volta di più, ad applicarlo anche ai beni tutelati, e ci riproveranno.

Uno degli aspetti “innovativi” più allarmanti riguarda il finanziamento dei progetti infrastrutturali, per il quale vengono coinvolti gli Enti previdenziali fin qui giustamente soggetti ad una disciplina attenta volta ad una accurata trasparenza. Ad essi si chiedevano infatti interventi immobiliari debitamente valutati. Ma, poiché il “project-financing” in campo infrastrutturale non decolla, per la renitenza delle banche e dei privati ad impegnarsi in iniziative che non siano garantite, in toto spesso, dallo Stato, il governo Berlusconi ha pensato bene di far saltare una serie di regole e di far assumere agli Enti previdenziali un ruolo sostitutivo. In quelle opere infrastrutturali a rischio elevato da cui i privati, non a caso, si sono tenuti lontani. Manovra più che spericolata.

Un altro capitolo molto allarmante del decreto (articoli da 5 a 9) riguarda la proliferazione di commissari straordinari da istituire per la realizzazione di tratte autostradali. Evidentemente col fine di eliminare in modo definitivo l’impaccio delle osservazioni delle Regioni interessate. In questo caso i bersagli sembrano essere Emilia-Romagna e Toscana le quali si oppongono, in modo fondato, a tracciati assai sbrigativi della Variante di valico fra Firenze e Bologna. Col commissario straordinario, il potere dei concessionari autostradali diventa quasi assoluto: saranno loro a pianificare l'uso del territorio, e non più le istituzioni a ciò preposte dalla Costituzione e dai cittadini. Secondo una inchiesta del «Sole 24 Ore», i commissari “all’emergenza” e simili sono, in Italia, circa 10 mila, di cui un migliaio nella sola Sicilia. Una amministrazione straordinaria che si sovrappone ormai a quella ordinaria, spiazzandola. Non sarà inutile ricordare che i concessionari autostradali hanno già avuto da Berlusconi-Lunardi una pioggia di regali, come la cancellazione della soglia massima del 50 per cento per il contributo pubblico, come l’abolizione del limite di trent’anni nella durata delle concessioni, come l’accantonamento della disciplina, giustamente minuziosa, per bandi, contratti, criteri di assegnazione, ecc. E meno male che al Senato è stato cancellato quel comma 11 col quale si consentiva ai commissari di poter utilizzare il meccanismo del silenzio/assenso quando le opere impattassero con la tutela ambientale e paesaggistica.

La scelta di fondo del governo rimane dunque: sempre più asfalto&cemento. Quindi, sempre più premi per la rendita fondiaria e immobiliare. Poco o nulla per il profitto industriale e per la competitività delle imprese. Tutto questo nel Paese che nell’ultimo anno ha diminuito del 2,4 per cento gli investimenti, che ha visto contrarre del 3,9 le proprie esportazioni, che continua a destinare alla ricerca l’1,1 per cento del Pil (una delle quote europee più basse) e in cui le imprese dedicano alla stessa voce appena lo 0,54 contro l'1,28 della media europea. Con chi dobbiamo prendercela poi se (le statistiche sono del World Economic Forum di Ginevra) siamo caduti al 45° posto nella classifica mondiale della capacità di sviluppo, superati anche da Tunisia, Giordania e Sudafrica?

Titolo originale: “Supermayor” uses firm hand to clean up Manila – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

MANILA – È stato definito un tiranno, un dittatore, un Hitler dei nostri giorni, un elitario: epiteti piuttosto incongrui per un uomo che ama il colore rosa. Ma Bayani Fernando, responsabile della Metro Manila Development Authority, dice che non gli interessano le etichette. In quanto “SuperSindaco” [in originale Supermayor, che richiama il personaggio di SuperMario] delle 17 municipalità che compongono Manila Metropolitana, è sin troppo occupato per offendersi dei nomiglioli.

Fernando, cinquantottenne, è responsabile di una megalopoli di più di 13 milioni di persone: una delle più rumorose, congestionate e inquinate città del mondo.

L’area metropolitana, che copre 630 chilometri quadrati, è famigerata per il traffico. La sola quantità di veicoli supera qualunque immaginazione.

Automobilisti indisciplinati turbinano attorno a venditori di strada, gareggiando con le ubique jeepney, i vistosi furgoncini ricavati dalle Jeep militari della seconda guerra mondiale, che qui rappresentano il principale mezzo di trasporto.

La criminalità di strada imperversa. Una buona quota della popolazione abita in baraccopoli o sulla pubblica via, e decine di migliaia campano sulle 6.700 tonnellate di spazzatura che la megalopoli genera quotidianamente.

Di questi rifiuti, 1.500 tonnellate al giorno sono scaricate dentro a fiumi e torrenti, o nella baia di Manila, che puzza, scoraggiando chi vuole ammirare i suoi famosi tramonti. Gli allagamenti causati dalla spazzatura che intasa i corsi d’acqua sono un fatto comune.

Anche se Metro Manila è piuttosto lontana dall’essere perfetta sotto Fernando, molti concordano sul fatto che sia migliorata. Ha aumentato la quantità di spazzatura raccolta e ha tentato di sgorgare corsi d’acqua e fogne. Parecchi settori della città sono ancora in preda alla congestione da traffico, ma nelle vie principali e autostrade c’è un po’ più di ordine.

Fernando ha istituito corsie preferenziali per gli autobus. Ha realizzato rotatorie per l’inversione a “U” che consentono un flusso continuo di traffico, escludendo la possibilità che agli incroci jeepneys e autobus trasformassero queste aree in veri e propri terminal.

Ha anche realizzato ponti pedonali per scoraggiare gli attraversamenti pericolosi, e fermate protette dell’autobus.

Ha riempito le vie principali e strade di comunicazione di orinatoi per gli uomini, la cui abitudine, di farla ovunque gli pare contribuisce alla puzza e provoca qualcosa possibile solo a Metro Manila: porte metalliche e cancelli corrosi dall’urina.

Infine Fernando ci ha aggiunto un tratto distintivo: ha pitturato le strutture pedonali di rosa.

Il rosa, dice, “ha un effetto calmante. Offre un gradevole contrasto. Può aiutare i pendolari a stare tranquilli mentre sono bloccati nel traffico”.

Oggi, Metro Manila è tutta pitturata di rosa. Un po’ kitsch, ma offre un contrasto dal fosco ambiente circostante di edifici cadenti, autobus che eruttano fumi neri, locandine di film strappate. Fernando ha anche realizzato nuovi capolinea degli autobus, per scoraggiare le fermate a caso a raccogliere passeggeri ovunque.

Ha costruito griglie e corrimano lungo i marciapiedi, che in pratica incanalano come bestiame i passeggeri verso le bocche dei bus. Nello stesso tempo, ha istituito la procedura “straccio bagnato”: i pedoni che escono dal marciapiede sono colpiti da strisce di stoffa bagnata appese a furgoni della Metro Manila Development Authority.

Per tutto questo, Fernando si è guadagnato sia ammirazione che derisione. Ma tutti concordano sul fatto che possegga una qualità di cui Metro Manila ha bisogno: la volontà politica. I sindaci di Metro Manila nel passato si sono rifiutati di demolire le baracche degli squatters e le bancarelle del commercio illegale sulle strade e marciapiedi, per paura di contraccolpi elettorali. Ma Fernando, che è di nomina presidenziale, non si deve preoccupare di questo. Nonostante le demolizioni spesso si siano trasformate in fatti di violenza (alcune persone sono morte e molte sono rimaste ferite) Fernando in molte occasioni ha partecipato di persona, dirigendo le operazioni. Fernando deriva il proprio mandato dalla Presidente Gloria Macapagal Arroyo, e non si fa problemi a ribadirlo. Una volta, davanti ad ambientalisti e residenti che protestavano per un taglio di alberi da parte dell’amministrazione metropolitana, ha tagliato corto: “Ho l’approvazione della presidente”. È fra i pochi che possono dire di non temere ritorsioni politiche. “Il mio mandato è piuttosto chiaro: far funzionare Metro Manila nel modo più efficiente possibile” ha dichiarato in un’intervista. “Se la gente ha dei problemi rispetto a questo, è un loro problema”.

Molti dei sindaci delle municipalità costituenti Metro Manila, di sicuro hanno problemi con qualcuno che invade il loro territorio e pretende di dire come devono essere amministrate le loro comunità. Almeno una città, la vecchia Manila storica, cuore della capitale, ha dichiarato Fernando persona non grata. Altri fra i 17 sindaci hanni minacciato di trascinarlo in tribunale.

”Voglio che ci dica le cose prima, che ci consulti, prima di fare qualunque cosa che interessa la nostra città e i nostri abitanti” dice Peewee Trinidad, sindaco di Pasay City. “Non sono tenuto a farlo”, è la classica risposta di Fernando a queste proteste.

Creata dall’ultimo dittatore, Ferdinando Marcos, nel 1975, la Metro Manila Development Authority ha il compito di centralizzare la raccolta dei rifiuti, gestire il traffico e sovraintendere la manutenzione delle fogne dell’area metropolitana. Marcos ha unito le 17 municipalità confinanti, che in quel momento stavano iniziando a gonfiarsi, trasformando l’area metropolitana in una provincia: dapprima amministrata da sua moglie Imelda. Qualcuno dice che sono le radici dittatoriali dell’autorità metropolitana il motivo per cui i suoi responsabili, e più di tutti Fernando, hanno teso a imporre la propria volontà su tutti gli altri. Ma questo significa non tener conto dei precedenti di Fernando. Quando diventò sindaco di Marikina, un centro fluviale a nord di Manila che era una delle città più congestionate dal traffico delle Filippine, dieci anni fa, Fernando (che è ingegnere) mise ordine: demolì marciapiedi, bancarelle, allargò strade, ripulì le rive del fiume, ridipinse pareti. Diventò persino illegale passeggiare per strada senza camicia. E certo: pitturò la città di rosa. Un sondaggio nominò Marikina la “città più vivibile” del paese, e Fernando andò avanti vincendo tornate su tornate elettorali, per un totale di nove anni. Adesso il sindaco è sua moglie, Marides.

Quando fu nominato all’autorità metropolitana di Manila nel 2002, Fernando non impiegò molto tempo a trasformare la disordinata e scassata metropoli in una Marikina più grande. “Vai, Fernando. Siamo saldamente davanti, dietro e intorno a te” ha scritto l’economista Raul Fabella su un giornale. Fernando è così apprezzato da far pensare - l’anno scorso - a una sua candidatura alla vicepresidenza. “Fernando è un’aberrazione?" si chiede Fabella. “Questo in parte dipende da noi. La lezione fondamentale che possiamo imparare da Fernando è che le vere riforme sono dolorose”.

I critici la pensano in modo diverso. Per loro, un amministratore che ignora come le sue azioni incidano su povera gente, che sta solo tentando di vivere in un’economia debole, è un’aberrazione. Quando una mattina di gennaio gli uomini di Fernando hanno rincorso e maltrattato dei venditori ambulanti davanti a una chiesa, un testimone si è indignato al punto da spedire a Fernando una lettera acida. “Qui c’è gente che tenta di guadagnarsi onestamente qualcosa, e a cui sono negati i diritti fondamentali” ha scritto quel testimone, Sharon Joy Duremdes. “Pulire i marciapiedi posso capirlo, ma deve dare la caccia alla gente, e pestarla? Solo i fascisti fanno queste cose”.

Fernando risponde che non può essere di cuore tenero. “Per quanto ne soffra, non poso piangere coi poveri, perché se sono accecato dalle lacrime, chi li guiderà?” ha dichiarato in un’intervista.

In uno dei tanti opuscoli e fogli distribuiti dal suo ufficio, su come i filippini dovrebbero imparare a comportarsi in pubblico, Fernando, che è proprietario di una grossa ditta di costruzioni, è così citato: “Voglio essere ricordato come un costruttore di carattere”.

Ai critici, naturalmente, si rizzano i capelli davanti a questa retorica. Nel bene e nel male, Fernando ha lasciato il segno, in un modo che Imelda Marcos non avrebbe nemmeno immaginato. Ed è molto più, del colore rosa.

Nota: qui il testo originale sul sito dello International Herald Tribune (f.b.)

Titolo originale: Stay-in-car shopping – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

AutoCart sembra una cosa inventata per il mondo di George Jetson, fatto di automobili-bolla volanti, robot giocatori di football, fine settimana sulle lune di Nettuno.Ma la AutoCart LLC, impresa di Las Cruces, New Mexico, vuole aprire i cantieri del suo supercentro computerizzato drive-through da dieci milioni di dollari, a Tucson o ad Albuquerque, prima della fine dell’anno.Gli inventori di AutoCart stanno comparando prezzi dei terreni e contesto in entrambe le città. Ovunque costruiscano, ritengono che AutoCart possa aiutare i propri clienti a ridurre il tempo per una spesa e varie commissioni da due settimane, a soli dodici minuti.Ecco come funziona. I clienti arrivano in macchina all’AutoCart, un complesso di 13.000 metri quadrati con un magazzino diviso fra vari negozi, che offrono abbondanza di merci e servizi, compresi alimentari, ferramenta, forniture per ufficio. Vedono un chiosco, e qualcosa che sembra una banca drive-through vicino all’edificio AutoCart.Al chiosco i clienti ricevono un computer portatile touch screen senza fili, da agganciare al volante. Sullo schermo appaiono i corridoi di un supermercato. Se si tocca il corridoio dei cereali, è possibile ad esempio vedere se sono disponibili sugli scaffali Special K o Count Chocula, e quanto costano.Dopo che si è confermato l’ordine, una squadra di raccoglitori passa attraverso il magazzino prendendo i vari articoli e caricandoli su nastri trasportatori. Gli acquisti già imbustati e il conto aspettano il cliente in fondo alla corsia drive-through.Si possono anche utilizzare la e-mail o il fax per gli ordini, e i pacchi saranno resi disponibili.Il direttore responsabile di AutoCart, Michael Saigh, crede che questa idea sarà una manna per i lavoratori con figli, che non vogliono trascinarsi bambini stanchi e affamati per negozi.”Abbiamo già brevettato AutoCart” dice Saigh. “Volevamo sperimentarlo in una città di medie dimensioni come Tucson anziché iniziare con più traffico di quanto ne riusciamo a gestire, in una grande metropoli”Saigh era professore di economia alla Università del Missouri, quando ha iniziato a vendere brevetti per l’autodistruzione di CD e video. Ma si tratta del suo primo progetto costruito.È sollevato dal fatto di non dover rischiare occhiatacce da potenziali investitori. È invece la sua famiglia, ad aver attivato un fondo per finanziare AutoCart.”La mia famiglia era proprietaria dei St. Louis Cardinals” dice Saigh. “Non abbiamo bisogno di corteggiare gli investitori”.Le carriere, entrambe non convenzionali, hanno unito Saigh e il presidente di AutoCart, Steve Beardsley. Beardsley ha gestito per undici anni il negozio di forniture per ufficio della famiglia, prima di diventare pastore in Illinois. La sua congregazione era fatta di minatori. Beardsley dice di averli aiutati a negoziare un accordo finanziario quando la proprietà chiuse la miniera dove lavoravano. All’epoca Saigh era consulente dello Illinois Commerce Department, e aiutò Beardsley.

L’idea del loro AutoCart ha talmente impressionato la FKI Logistex, che l’impresa britannica specializzata nella progettazione di sistemi computerizzati ha messo a disposizione uno dei suoi ingegneri. La FKI produce sistemi automatici che spaziano dai rilevatori di bombe per aeroporti agli smistatori per servizi postali.Il direttore delle vendite della FKI, Al Jervinsky, racconta che è stato firmato un contratto di esclusiva con Beardsley per essere i soli fornitori di programmi gestionali da magazzino, in cambio di consulenza gratuita. Jervinsky stima di aver regalato circa cento ore lavorative a AutoCart, per creare un sistema in grado di scegliere 25.000 articoli da passare agli operatori e evadere le ordinazioni.”Alla FKI, crediamo che il mio tempo sia un buon investimento, perché crediamo che i consumatori di Tucson accoglieranno bene AutoCart, e l’impresa si estenderà a tutti gli USA in pochi anni”.Ma non tutti gli esperti di commercio alimentare hanno la stessa fiducia in AutoCart.”È una novità, ma ci sono alcuni articoli, come i pasti pronti, che i clienti vogliono prendere in mano di persona prima di fare una scelta” dice Phil Lempert, giornalista specializzato in alimentazione per il Today Show della NBC. “Queste specialità offrono ai negozi un margine di profitto del cinquanta per cento. Altri articoli che si possono voler comprare senza toglierli personalmente dagli scaffali con le proprie mani - cornflakes, Cocacola – hanno margini di profitto bassi”.”Posso immaginarmi un chiosco drive-through lavorare piuttosto bene, non questa cosa mastodontica” aggiunge.Ma l’Institute for the Future, un centro di ricerche di Palo Alto, California, dedicato alle tecnologie, apprezza AutoCart per aver seguito le orme di Clarence Saunders, imprenditore visionario che aveva iniziato gli americani al self-service alimentare con la sua Piggly-Wiggly nel 1916. Saunders voleva passare ad un sistema high-tech nel 1937 col marchio Keedoozle.Gli articoli Keedoozle erano esposti in scatole di vetro con opzioni di scelta, e magazzini e refrigeratori nascosti dietro la parete di vetro. Il cliente sceglieva premendo il tasto dell’articolo, e gli addetti al magazzino mettevano gli oggetti su un nastro che scorreva fino alla cassa. Ma la sola tecnologia disponibile per Keedoozle era un campanello, che suonava quando si schiacciava un tasto sulle scatole. Il sogno doveva restare tale.Saigh è convinto che, ora, questo sogno diventerà realtà. “Esiste la tecnologia, e il clima americano è maturo per l’idea”

Come funziona il concept

● i rappresentanti AutoCart ritengono che genitori con poco tempo troveranno la nuova idea comoda, e relativamente a basso prezzo.● si arriva in macchina a AutoCart e ci si ferma a un chiosco. Al supercenter c’è spazio per seicento auto l’ora, sostiene la compagnia.● si ritira un computer senza fili touch screen da fissare al volante dell’auto.● si manovra fra le scansie virtuali del magazzino, scegliendo alimentari ed altri prodotti e servizi.● una squadra di operatori raccoglie le vostre scelte, le confeziona e le spedisce via nastro trasportatore a un punto di controllo all’uscita.● si guida sino al punto di controllo, dove attendono i pacchi e il conto. La compagnia afferma che tutto questo richiede dodici minuti.● i clienti possono effettuare gli ordini anche via e-mail o fax. In questo caso, si limiteranno a guidare fino a AutoCart per ritirare l’ordine.

Nota: qui il testo originale al sito dell’ Arizona Daily Star (f.b.)

Titolo originale: Royal Standard – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Quattro anni fa, Hank Dittmar stava quasi per entrare nell’amministrazione USA presieduta da Al Gore. Si stava preparando a sostenere politiche contrarie al tipo di sviluppo urbano dominante nell’America moderna, dando un taglio alla realizzazione di strade a favore di tram e treni, e sostituendo ai centri commerciali fuori città sobborghi “sostenibili”.

La sconfitta di Gore alle elezioni per mano di George Bush mise fine a quel sogno. Ma Dittmar ha trovato un nuovo mentore. Il Principe di Galles, considerato da alcuni un conservatore sociale, può apparire un compagno di viaggio improbabile dei valori progressisti del movimento new urbanist di Dittmar. Ma Sua Altezza Reale, come il vice primo ministro John Prescott, è in perfetto accordo col credo di Dittmar: ecco perché l’esperto USA di trasporti ora si trova in un’ex pellicceria di sei piani riconvertita, a Shoreditch, nell’est di Londra, a capo della Foundation for the Built Environment del Principe.

Sino ad ora la poco conosciuta, indipendente associazione fondata dal Principe Carlo nel 1988 per sostenere la progettazione urbana e l’architettura tradizionale – vera antitesi delle moderne “pustole”, che detesta – ha creato ben pochi clamori. Ma tutto questo potrebbe cambiare mentre si prepara a portare i principi base, se non il tipo di progetto, dell’amata Poundbury (la sua cittadina in stile tradizionale fuori Dorchester, in Dorset) alle città e sobborghi della Gran Bretagna.

Dittmar, al lavoro da meno di un mese, afferma che il principe ha molto più da dire di quanto non appaia a prima vista: è un grande pensatore, un visionario e, ancora, un antesignano new urbanist. “Ho avuto un incontro con lui per questo posto (circa 90 minuti) e sa molte cose sull’argomento” ci racconta Dittmar. “Ha riflettuto a lungo e in modo approfondito, credo davvero che il suo punto di vista sull’architettura e l’urbanistica sia ben definito. Conosce la letteratura e, sinceramente, credo che ne sia stata fatta una caricatura immeritata”.

Ma è la possibilità di lasciare un segno al di là dell’Atlantico, ora che Al Gore è stato consegnato alla storia, che entusiasma Dittmar. Le questioni urbana, spiega “non compaiono sullo schermo radar degli Stati Uniti”. Il quarantanovenne Dittmar, col suo tono calmo, ci racconta che la Fondazione non è un gruppo di pressione: alimentare le polemiche sulla stampa a base di “pustole” non è il so scopo; piuttosto, vuole aiutare a realizzare iniziative urbane concrete e realizzabili.

”Penso che lui [il principe] sia lieto che si trovino progetti esemplari, che riflettono molte delle nostre idee. Quello che sostiene è che nella realizzazione di edifici e città esistono migliaia di anni di tradizione umana continuativa, ed è sbagliato affermare che tutto questo va messo da parte. Dobbiamo fare un passo indietro, e recuperare la continuità con la tradizione, poi interpretarla alla luce di quanto economie e tecnologie si sono trasformate.

”Può essere un modo educato per dire che il Regno Unito ha pasticciato con troppe città e parti della campagna, con insediamenti sparsi, centri commerciali suburbani e edifici big-box che scimmiottano la peggiore urbanistica USA, buttando lì lottizzazioni a casaccio dappertutto e alimentando così l’uso dell’automobile. Quello che mi colpisce [nel Regno Unito] è il livello al quale, se si esce dalla città verso le zone esterne, è diventato tutto simile agli USA: centri commerciali, chioschi, la logica degli ingegneri stradali che comincia a prendere il sopravvento ... sta succedendo molto di tutto questo.

Dittmar, ora felicemente sistemato con moglie e bambini nel nord di Londra, è appena andato a vedere Brent Cross, l’enorme complesso commerciale di fianco all’autostrada M1. È completamente fuori luogo e contesto rispetto all’ambiente circostante, dice: “potrebbe anche essere stato preso e trapiantato qui da qualunque sobborgo di cintura USA”. Ci avvisa che, oltre Atlantico, parecchi centri del genere sono arrivati alla fine del ciclo di vita. Capito, Inghilterra? “Quelloc he abbiamo imparato sul commercio, è che si tratta di un’attività di breve termine, orientata da tendenze effimere” dice. “Le città che scommettono il proprio futuro su una forma insediativa che dura pochi anni, sono davvero messe male”.

A Dittmar, che conosce bene il Regno Unito ed è senza dubbio informato dal principe, non c’è bisogno di ricordare che questi sono tempi di sperimentazione per l’Inghilterra, con Prescott a far pressioni per i progetti di 200.000 nuove abitazioni in quattro zone di crescita al sud: Milton Keynes e sud Midlands, il corridoio di 60 chilometri del Thames Gateway a est di Londra, Greater Stansted in Essex, e Ashford in Kent.

Questa settimana, la nuova strategia residenziale quinquennale di Prescott, resa nota con l’enfasi richiesta dall’approssimarsi delle elezioni, ha ulteriormente sottolineato la sfida che aspetta la Fondazione, sostenendo percorsi privilegiati per realizzare più case a buon mercato a Londra e nel sud-est. Territorio politicamente sensibile, coi consigli degli enti locali a maggioranza Conservatore del sud schierati contro Prescott.

Anche se certamente Dittmar ha le sue opinioni su come è costruita la Gran Bretagna (diffida degli edifici “firmati” che hanno diffuso il cosiddetto “fattore wow!” e non ama alcune new towns, come Milton Keynes) è un ammiratore di Prescott, che ha incontrato a Washington 18 mesi fa, quando il vice primo ministro tenne una importante conferenza su temi urbani. “Rimasi davvero impressionato dalla profondità del suo impegno” ci dice. “Sarebbe difficile trovare qualcuno all’interno dell’amministrazione [attuale USA] che avrebbe tenuto un discorso del genere, anche se Gore l’avrebbe fatto.

Nonostante Dittmar affermi che sarebbe “probabilmente” entrato nell’amministrazione Gore coem sottosegretario ai trasporti, la Gran Bretagna per lui si è rivelata una specie di rifugio; qui, almeno, le questioni urbana sono “all’ordine del giorno del dibattito nazionale”. Tornerà negli USA circa quattro volte l’anno, a presiedere il comitato del Congress for the New Urbanism, con la piena benedizione di una fondazione lieta di rafforzare i rapporti transatlantici.

Questo, naturalmente, pone alcune questioni, principalmente riguardo ai progetti di new towns di Prescott. Cosa ne pensa Dittmar? Ci dice “Preferisco guardarli in questo modo: il governo deve guardare avanti per quanto riguarda la domanda di abitazioni futura, e sollecitare le autorità locali nelle aree dove questa domanda probabilmente si concentrerà”.

Ma anche accettando i nuovi insediamenti al sud, parla di pericoli oltre che di opportunità. Tanto per cominciare, esiste un “conflitto fra quello che c’è da fare,se si ha una teoria coerente sul linguaggio delle città, e il bisogno di trascinare gli altri: è qui che vedo la sfida”.

In altre parole, che tipo di nuove città e quartieri? Milton Keynes, la new town del Buckinghamshire per cui si prevede la crescita da 220.000 a 330.000 abitanti in meno di 30 anni, certo non è un modello attraente, col suo sistema a griglia losangelino e le basse densità edilizie. “Non ci vado da quindici anni” ci racconta. “Credo che sia stata davvero mal progettata. Bisogna andar cauti con i piani utopici”.

Alcune new towns, pensa, sono “modelli degeneri” delle città giardino di Letchworth e Welwyn, creano una forma di tipo suburbano insostenibile e, soprattutto, corrono il rischio di degradarsi molto prima di quanto non facciano le città tradizionali. “Quello che salva le città, credo, è la realizzazione di quartieri a funzione e composizione sociale mista, dove ci sia spazio per tutto, dal commercio alla vita di tutti i giorni” sostiene.

Troppo spesso, pensa, nelle città si è ossessionati dalla costruzione di icone esagerate (anche se non vuol fare commenti sul progetto di Sir Norman Foster al 30 di St Mary Axe, generalmente conosciuto come “il cetriolo” a Londra). “Stiamo tentando seriamente di rivolgerci a quanto non è stato pianificato, con una teoria coerente” dice. “Come motore economico, l’edificio firmato è stato mal posto”.

Dunque il vento sta cambiando? Dittmar lamenta il degrado, in particolare delle periferie e dei suburbi, sia in USA che in Gran Bretagna: i centri città spiazzati dai nuovi insediamenti di servizi esterni; la scomparsa dei quartieri a funzioni miste (residenza, negozi, attività economiche, tutti combinati in un’unica forma); le strade che diventano sempre più larghe, i marciapiedi più stretti; e l’automobile a conquistare tutto.

La sfida è quella di pensare ad una nuova strada per il progresso. “È davvero profondo, il potere di alcuni esempi positivi” si entusiasma. Dopo aver offerto consulenza per il progetto di una nuova cittadina di nome Upton, vicino a Northampton (e aver siutato a salvare alcune case a schiera storiche destinate alla demolizione a Nelson, Lancashire, attraverso una soluzione innovativa a usi misti, compresi laboratori) la fondazione è ansiosa di intraprendere alcuni progetti urbani tanto di piccola scala quanto potenzialmente influenti.

Le priorità di Dittmar? “Possiamo affermare con sicurezza che il principe e il comitato [dell’ente] si sono dichiarati d’accordo con un piano strategico che mira all’istituzione di un solido programma educativo teso a costruire una tradizione edilizia locale, in termini di capacità costruttive, architettura e progettazione urbana”. Vede come nucleo assolutamente centrale del programma dell’ente la creazione di una rete di professionisti.

”Dobbiamo anche costruire una serie di luoghi che si possano vedere, frequentare, che possano costituire dimostrazioni viventi. Egli [il principe] tiene davvero alle tradizioni costruttive e alle identità locali, e vuole che scopriamo le particolarità architettoniche e edilizie dei molti luoghi che costituiscono l’Inghilterra”.

Questo richiederà, soprattutto, nuovi programmi formativi di più alto livello, e una nuova disciplina. Dopo l’architettura e l’urbanistica [ planning], benvenuto “urbanesimo” [ urbanism]. Se il principe e Dittmar troveranno il modo, potrebbe diventare una materia di studio da qualche parte in Gran Bretagna.

Nota: qui il testo originale sul sito del Guardian . Scaricabile direttamente da Eddyburg, il PDF del programma 2005 della Scuola che sviluppa i programmi descritti nell'articolo. (f.b.)

PARIGI - I primi a dover prendere atto del cambiamento epocale che si sta per realizzare intorno al Mont Saint Michel sono stati i piccoli rospi verdi e gialli. Le centinaia di esemplari di «pelodite punteggiato», specie molto rara e protetta, che vivono nella baia sotto al Monte sono stati infatti raccolti da un gruppo di zoologi e traslocati in nuove paludi allestite appositamente per loro. Iniziano i lavori di riconsolidamento della storica roccia granitica, luogo sacro del cristianesimo a picco sulla Manica, tra la Bretagna e la Normandia, che la leggenda vuole sia stata visitata dall' arcangelo Michele. Sarà un' opera idrologica monumentale (220 milioni di euro, fine dei lavori nel 2010) che dovrebbe restituire al promontorio il suo carattere insulare. Da tempo ormai, il Mont Saint Michel, patrimonio dell' umanità e meta turistica di oltre 3 milioni di persone ogni anno, è circondato da una triste distesa sabbiosa. è l' effetto delle maree, che qui sono fortissime (fino a 15 metri di dislivello al giorno) e della strada che ai primi del Novecento fu costruita per portare i pellegrini verso i santuari e l' abbazia, rubando spazio all' acqua. Ma è soprattutto colpa delle diverse dighe costruite sui tre fiumi che confluiscono nella baia. Una volta, erano proprio le acque fluviali, in particolare del più grande Couesnon, che ripulivano la sabbia che le maree portavano dentro alla baia. Poi la mano dell' uomo ha rotto quest' equilibrio millennario e il Mont Saint Michel piano piano si è insabbiato. Fu Francois Mitterrand, nei primi anni Ottanta, a chiedere di far tornare il mare. Il presidente socialista voleva restituire il suo aspetto originario al santuario arroccato fra i venti e le onde, che in altre epoche era per i pellegrini un' apparizione divina. Oggi molta della poesia si è persa, tra distese paludose e il grande parcheggio alle pendici del Monte dove vengono scaricate migliaia di turisti. Sono anni, dunque, che si studia per trasformare la roccia di nuovo un' isola. Il progetto approvato prevede una nuova sistemazione delle dighe sul fiume Couesnon, l' abbattimento delle precedenti costruzioni e la realizzazione di un ponte nella baia. L' obiettivo è spazzare via circa 3 milioni di metri cubi di sabbia e fare lentamente posto all' acqua. Il trasloco dei rospi, insieme ad altre minuscole specie rare che abitano nella baia, è il primo passo. Nelle prossime settimane inizieranno i lavori per il parcheggio e poi, da gennaio, le opere idrologiche. «Alla fine, avremo restituito al luogo un carattere magico, d' altri tempi», assicura Philippe Duron, presidente del comitato pubblico incaricato del progetto. Confiscati alla Chiesa durante la rivoluzione francese, dal 2001 i monumenti di culto del Mont Saint Michel sono di nuovo la casa di una piccola comunità religiosa: sette monaci e cinque suore. Dentro alle mura fortificate della cittadella medievale vivono soltanto 50 abitanti, di cui venti residenti tutto l' anno. Ma c' è un forte indotto in tutta la regione. Il sindaco del rocca, Patrick Gaulois, si è convinto dopo aver ottenuto qualche concessione. Gaulois si è battuto affinché la passerella pedonale sia percorribile a mezzi di soccorso o che devono scaricare merci, e che il parcheggio non sia distante più di un chilometro. Alcuni hanno criticato le sue richieste, considerato che si tratta di salvare un monumento naturale e storico unico al mondo. «Per chi vive sul Mont Saint Michel il turismo è la sola fonte di reddito», si è giustificato il sindaco. Che ha poi rassicurato tutti con un avviso sui giornali: «Turisti e pellegrini - è il messaggio - continueranno ad essere ben accolti per tutta la durata dei lavori».

Titolo originale: Mall Makeover Spurs Critics – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Sin dai primi tempi, il centro commerciale Beverly Connection è stato messo in ombra dal Beverly Center, suo gigantesco vicino dall’altra parte del La Cienega Boulevard. Ma il Beverly Connection ha molto di cui vantarsi: ha ospitato il primo Starbucks della California, aperto nel 1991, e qui c’è il mitico Rexall Square Drug, salutato come “il drugstore più grande del mondo” all’inaugurazione nel 1947.

Ora Starbucks è chiuso, insieme al cinema AMC, al ristorante Daily Grill e a Bookstar. Questa settimana, chiuderà i battenti Ralphs – almeno temporaneamente. Anche Rexall è stato assorbito dalla catena di drugstore Longs.

Il centro Beverly Connection è vittima del boom commerciale degli ultimi anni nella zona del Miracle Mile di Hollywood, dove il nuovo shopping center Grove circa un chilometro e mezzo a est su Farmers Market, e in misura minore il complesso Hollywood-Highland qualche chilometro a nord, si sono portati via gli affari.

Col centro commerciale ora ridotto all’ombra di se stesso, i proprietari propongono una ristrutturazione radicale, da 125 milioni di dollari, che sta già provocando opposizione tra gli abitanti. Si vuole trasformare il Beverly Connection in un insediamento mixed-use costruendo un centro di residenza assistita con 177 alloggi con una sezione per ammalati di Alzheimer, e 62 appartamenti condominiali di lusso.

Ma i residenti sostengono che l’area non può proprio accogliere un altro grosso insediamento: specialmente dopo il Grove e il recente ampliamento del Cedars-Sinai Medical Center.

La battaglia che si sta preparando evidenzia le crescenti difficoltà per i costruttori che tentano di aggiungere residenza ai complessi commerciali in città.

Il progetto del Beverly Connection si inserisce in una tendenza in corso nell’urbanistica, di mescolare spazi residenziali e commerciali, specialmente nelle zone più terziarie. A Hollywood si sono visti parecchi interventi mixed-use realizzati negli scorsi anni, come quello sul Sunset Boulevard all’incrocio con Vine Street, con ristorante e libreria Borders a livello strada, e appartamenti ai piani superiori.

L’area attorno al Beverly Connection, appena a sud di West Hollywood e a est di Beverly Hills, si compone di strade residenziali con case ad appartamenti o in stile coloniale ispanico, con file di caffè trendy è negozi su Beverly Boulevard e Third Street.

Ma i residenti lamentano che negli ultimi trent’anni la zona è diventata uno snodo centrale, punteggiato da torri multipiano dal Beverly Center al Cedars-Sinai. Il Grove, frequentatissimo shopping center all’aperto con ristoranti, cinema multisala, negozi di lusso e un Nordstrom, ha aggiunto altra congestione, dicono.

”Qui il traffico è mortale” racconta Bernie Meller, di 65 anni, che vive qui dal 1969 e faceva spesa da Longs Drugs qualche giorno fa. “Già adesso è terribile. Eravamo nell’area del Beverly Center. Adesso siamo in quella del Grove”.

Alcuni gruppi di cittadini si stanno mobilitando per la protesta.

”Non abbiamo timore di coinvolgere l’amministrazione. Siamo stanchi di come stanno rovinando la città” dice Diana Plotkin, presidente della Beverly Wilshire Homes Association, con 800 membri.

”Il concetto di abitazione assistita: un’ottima idea. Una clinica per l’Alzheimer: magnifica”, dice Harald Hahn, presidente della Burton Way Homeowners Association, che comprende circa 200 famiglie. Ma non vuole vedere ampliarsi significativamente il complesso. “Lo facciano entro le quantità attuali” dice.

Le due associazioni hanno ingaggiato un consulente urbanistico, premono per uno studio di impatto ambientale del progetto, hanno raccolto 500 lettere contrarie e hanno inviato altre lettere di pressione al consigliere Jack Weiss, il cui collegio comprende il centro. Weiss non ha preso una posizione sulla proposta, comunica il suo ufficio stampa.

I proprietari degli immobili dicono che le preoccupazioni dei residenti sono comprensibili, ma infondate.

”A dire il vero, si tratta di un impatto minimo. Stiamo sostituendo un cinema con 60 unità residenziali” dice Richard Ackerman, socio della Apollo Real Estate Advisors. Apollo ha comperato il Beverly Connection nel 2003 per 108 milioni di dollari, e ora è associata al Vornado Realty Trust.

Ackerman afferma che il piano ridurrà addirittura la congestione, dato che i nuovi residenti non si muoveranno dentro e fuori quanto i frequentatori del cinema. Dice anche che si offrirà un servizio all’intera area, vicino al Cedars-Sinai Medical Center, per gli alloggi agli anziani.

Il complesso residenziale per anziani andrebbe dove ora sta il negozio Old Navy, verso Third Street. Il condominio sopra l’ex cinema.

Il piano dei costruttori ridisegna radicalmente il Beverly Connection, criticato a lungo per la situazione confusa dei parcheggi, dove i pedoni erano obbligati ad attraversare le corsie di ingresso e uscita delle auto.

Ma, dicono i critici, l’aumento dell’edificato trasformerà il quartiere. Trent’anni fa in zona c’erano ancora pozzi petroliferi. I terreni del Beverly Center erano occupati da un parco divertimenti. L’elemento centrale della zona era il drugstore Rexall, una struttura moderna e ricurva, inaugurata da Jimmy Durante Dorothy Lamour.

Qualcuno dice anche che si cambierà in meglio.

Stephen Kramer, presidente della Camera di Commercio del Miracle Mile, dice che la sua organizzazione sostiene il piano, e crede che i costruttori abbiano lavorato bene per accogliere le preoccupazioni dei residenti.

”Capisco che ci possano essere alcuni effetti nelle immediate vicinanze” dice Kramer, che è anche consigliere di quartiere al Mid-City West, che comprende le zone dei gruppi di cittadini-proprietari Burton Way e Beverly Wilshire. “Non credo che ci sarà niente di disastroso”.

Ma altri residenti esprimono preoccupazioni per l’altezza degli edifici proposti, in alcuni casi più del doppio degli attuali 15 metri. Si parla anche di timori per il traffico.

Cesia Miller, 75 anni, che si è trasferita in zona nel 1966, dice di essere contraria al nuovo centro principalmente perché crede che produrrà traffico.

”Qui diventerà un manicomio. Siamo già stipati adesso”, racconta mentre fa spesa da Ralphs al Beverly Connection, dove acquista alimentari da quando è aperto.

Il proprietari del Beverly Connection hanno già ottenuto alcune autorizzazioni, come spostare negozi e costruire un accesso a tunnel alla struttura per i parcheggi. Si prevede che queste prime modifiche saranno pronte a dicembre. Altri elementi del piano dovrebbero essere presentati alla Los Angeles Planning Commission in ottobre.

Leila Aboutaj, 27 anni, dipendente del Men’s Wearhouse dentro al Beverly Connection, dice che questi miglioramenti non la faranno venire qui a far spesa.

Abita a Beverly Hills, e preferisce far shopping a Century City.

”Per essere sincera, non è il mio posto preferito” dice, citando il traffico. “È stressante, semplicemente arrivarci”.

Nota: il testo originale del Los Angeles Times, ripreso da sito KTLA ; su Eddyburg, il tema delle residenze per anziani affrontato in modo se non altro meno "ideologico" a Portland (f.b.)

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