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L’Italia non è più una Repubblica fondata sul lavoro, è una Repubblica basata sui patrimoni. La quota di reddito nazionale che va al lavoro si è ridotta negli ultimi 20 anni dal 50 al 40% e quella della rendita è aumentata dal 20 al 30% con i profitti oscillanti intorno al 30%. E’ questa la principale causa del declino che il recente check up sulla competitività elaborato dal Centro studi della Confindustria ha evidenziato ad abundantiam: energia e servizi più cari d’Europa, istruzione e ricerca più povere, unico Paese europeo che perde quota di commercio mondiale (dal 4,8% al 3,8% dal 1996 al 2004), unico paese al mondo con il “paradosso dei laureati”: pur avendone come la Turchia e la metà di Spagna, Francie e Germania, i nostri laureati hanno tassi di disoccupazione relativa più alti dei loro colleghi. E la cosa si spiega con la fuga dall’innovazione e dal rischio: per fare aerei o marchant bank ci vogliono più laureati che per fare scarpe o banche di credito ordinario.

Non è che in Italia manchino creatività e innovazione, infatti i confronti settoriali mostrano quote di laureati e spese di ricerca delle nostre aziende comparabili, solo che in elettronica le spese sono il 20% del fatturato, mentre nel tessile abbigliamento sono il 2 per cento. E l’Italia di oggi, che ha meno industria e servizi innovativi fa complessivamente meno ricerca e innovazione e impiega meno laureati. Il filo rosso che unisce le negative performance dell’azienda Italia è sicuramente legato al prevalere della rendita sul profitto. “Se la rendita prevale sul profitto la società si ammala e le forze dello sviluppo declinano a vantaggio di interessi parassitari” diceva Paolo Baffi, indimenticato grande governatore della Banca d’Italia.

Purtroppo, a partire dagli anni 80, la risposta alle grandi crisi petrolifere che accelerarono la deindustrializzazione nel mondo è stata in Italia diversa da quella di altri Paesi industrializzati, “perché l’acqua si dirige dove trova il varco”, secondo una vecchia legge valida non solo in fisica. E’ anche il frutto avvelenato delle privatizzazioni senza liberalizzazioni, previsto agli inizi degli anni 90 da Enrico Cuccia, presidente di Mediobanca: “Le grandi famiglie migreranno dalla manifatturiera ai servizi, dalla produzione di automobili, pneumatici, macchine d’ufficio e pc alla gestione delle autostrade, dei telefoni, dell’energia elettrica e del gas naturale”. La profezia di Cuccia purtroppo si è avverata con esiti molto negativi per il paese.

Perché in Italia più che altrove c’è stata questa fuga dal profitto alla rendita? Che cosa bisogna fare per “piegare l’acqua” su percorsi diversi, spingere i capitali verso impieghi più innovativi e rischiosi della valorizzazione di aree fabbricabili?

Qualche precisazione metodologica è necessaria. La differenza tra profitti e rendite è tutta nel contesto in cui si realizzano: i profitti si realizzano in un mercato competitivo quasi perfetto, le rendite si realizzano in un mercato molto imperfetto e poco competitivo, come quello immobiliare o degli ordini professionali chiusi e dei pedaggi autostradali e delle tariffe delle utilità. L’Italia non ha mai completato la rivoluzione liberale. Di più, mentre le rendite finanziarie personali sono tassate con aliquota del 12,5% gli utili d’impresa sono tassati con aliquota del 33%, che, aggiunta all’Irap porta la tassazione al 50% sugli utili, che è un record mondiale negativo. Lo sviluppo di un paese è fatto da imprese, lavoro e innovazione. Se le imprese sono supertassate così come il lavoro e le attività innovative e rischiose sono trattate peggio delle attività tradizionali a basso rischio a chi conviene rincorrere l’utile piuttosto che la rendita? Soffriamo di nanismo industriale anche per questo.

Molto più che il contestato articolo 18, l’autofinanziamento con crescita dell’impresa industriale è impedito da livelli di tassazione doppi della media europea, che è del 30% e con tendenza a calare. E per quanto riguarda il lavoro, tutti giustamente si preoccupano quando Bertinotti evoca la patrimoniale, nessuno si scandalizza quando lo Stato tassa il lavoro e la “patrimoniale del lavoro” il Tfr, con aliquote mediamente superiori al 30%.

Oggi si parla giustamente di escludere il costo-lavoro dall’Irap, che a regime significa dimezzare questa tassa (su 24 miliardi di Irap pagati dalle aziende private, la metà deriva dal costo-lavoro), ma per ridurre in modo più significativo lo svantaggio di cui attualmente il profitto e i redditi da lavoro soffrono rispetto alla rendita bisogna pensare anche a qualcosa d’altro, come abbassare l’aliquota sugli utili d’impresa, unificare l’aliquota personale sugli interessi dei conti correnti, oggi al 27%, e quella sui dividendi, oggi al 12,5%, ad un livello medio equo che potrebbe essere introno al 20 per cento. Questo provvedimento potrebbe portare 4-5 miliardi di maggiori incassi sull’attuale imposta sostitutiva sugli interessi, dividendi e plusvalenze (10,5 miliardi nel 2003). Se l’impresa è il motore dello sviluppo essa va aiutata a crescere tassando gli utili d’impresa al livello più basso possibile, sino a “livelli baltici”, dove l’aliquota per le aziende va dallo zero dell’Estonia al 15% degli altri due Stati baltici. Così si eliminerebbe anche l’attuale ingiusta doppia imposizione su utili e dividendi.

Ai fini dello sviluppo e dell’innovazione, la quadratura dei conti pubblici va realizzata con politiche fiscali eque ma pur sempre progressive sui redditi delle persone fisiche, secondo la nostra Costituzione, e con politiche fiscali sui redditi delle persone giuridiche assai più leggere delle attuali. Tertium non datur, se si vogliono imprese e conti pubblici in salute in uno Stato sociale da Paese europeo moderno.

Nicola Cacace, già presidente di Nomisma (centro di ricerche economiche fondato da Romano Prodi) e Consigliere d’Amministrazione della Banca Nazionale del Lavoro, è in Italia uno dei più autorevoli studiosi del mondo delle professioni.

Titolo originale: Hong Kong Under Construction as Mickey Moves in – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Hong Kong si sta rifacendo, preparandosi all’apertura di Disneyland a settembre.

La città sta tentando di portare a termine migliaia di nuove stanze d’albergo, una speciale linea di metropolitana (la prima del mondo destinata esclusivamente a un parco a tema) e i funzionari anticipano un totale rifacimento dell’immagine della città per gli investimenti.

”Disney è un’immagine così positiva che l’abbiamo adottata” dice Selina Chow, presidente dell’Ufficio Turismo di Hong Kong. “Fa capire alla gente che questa non è una comune città cinese. È un luogo su cui un marchio americano come Disney vuole investire”.

Hong Kong sarà la quinta struttura di Disneyland, aggiungendosi a Tokyo, Parigi e ai complessi USA di Anaheim, California, e Orlando, Florida. Il parco, di 150 ettari, è in corso di costruzione su aree bonificate nell’isola di Lantau, nella baia di Hong Kong.

Il parco, che dovrebbe aprire il 12 settembre, è una joint venture fra la Disney e il governo di Hong Kong, ma sono i contribuenti locali a sostenere la maggior parte del costo di 3,5 miliardi di dollari.

Il parco fa parte del piano del governo, di trasformare il territorio in una destinazione per vacanze in Asia per le famiglie.

Secondo gli esperti di turismo, si prevedono circa 5,6 milioni di visitatori al parco tematico nel primo anno. La città sta lanciando una campagna promozionale multimilionaria per sfruttare queste nuove visite.

Uno dei settori già pronti per Disney è quello alberghiero. James Lu, direttore esecutivo della Hong Kong Hotels Association, afferma che la città si sta attrezzando per Disneyland con l’aggiunta di 8.000 stanze, entro la fine dell’anno.

Lu sostiene che ci saranno 14.000 stanze in più alla fine del 2005, ma è preoccupato per una possibile sopravvalutazione delle presenze turistiche.

”Non sappiamo quanti visitatori verranno dalla Cina. Non sappiamo se arriveranno in pullman organizzati, andandosene lo stesso giorno. Non ci sono precedenti a cui fare riferimento”.

In generale, comunque, Lu confida che il nuovo parco tematico e la campagna turistica significhino grandi affari per gli alberghi.

”Non c’è un singolo hotel che non preveda una crescita” dice.

Ma i parchi a tema già presenti vedono le mosse di Topolino come una minaccia.

Ocean Park, la struttura tematica più di successo della città da oltre 30 anni, si sta riorganizzando, vedendo una completa ristrutturazione come l’unica via per sostenere la concorrenza.

”Ocean Park deve sopravvivere“ dice Allan Zeman, uno dei più importanti imprenditori di Hong Kong, che sta sovrintendendo la ristrutturazione del parco. “E l’unico modo di sopravvivere è quello di diventare di livello mondiale”.

Il rinnovo comprende progetti per nuovi impianti di montagne russe, un Palazzo del Ghiaccio, e un acquario da 72.000 metri cubi con ristorante subacqueo. Ocean Park seguirà anche il modello Disneyland, di realizzare alberghi all’interno.

Il direttore esecutivo di Ocean Park, Tom Mehrmann, afferma di non voler concorrere frontalmente con la Disney, ma di pensare che i due parchi possano essere complementari l’uno all’altro: Ocean Park enfatizzerà la natura e la fauna, mentre Disney si concentra su film e cartoni animati.

”Qui siamo a Hong Kong” dice. “Loro sono un’importazione americana”.

Un altro settore che aspetta con ansia l’arrivo della Disney è quello dei trasporti. Con la realizzazione di Disneyland sull’isola di Lantau – circa mezz’ora di navigazione o di treno dal centro di Hong Kong – è diventato un grosso problema trovare un modo efficiente di spostare le persone.

La Mass Transit Rail Corporation ha deciso di costruire una linea di binari di tre chilometri fino al parco, al costo di 2 miliardi di dollari di Hong Kong (257 milioni di dollari USA; 197 milioni di Euro). La linea è collegata alla sotterranea esistente è sarà in grado di fare la spola trasportando circa 10.000 passeggeri l’ora verso il parco.

Per dare un servizio completo alle folle di Disney, i finestrini del treno e le maniglie di sostegno sono a forma di Topolino. In più, soffitto e lati dei vagoni sono dipinti in vivaci tonalità di rosso, giallo, viola e blu.

Il Dr. Anthony Yeh del Center of Urban Planning alla Hong Kong University sostiene che questa nuova linea renderà il parco meno dipendente dalle automobili.

”La norma (per i parchi a tema) è di avere grandi parcheggi per sistemare le auto. A linea MTR assicura che la versione Hong Kong di Disneyland sarà orientata al trasporto pubblico”.

Yeh prevede anche un grande afflusso di bus organizzati dalla Cina verso Hong Kong, indicando come gli abitanti delle principali città dell’entroterra come Shenzhen possano facilmente fare visite di un giorno.

”Molti cinesi vogliono venire Disneyland”.

Nota: il testo originale al sito di All Headline News ; per capire meglio il senso del ruolo del trasporto pubblico a Hong Kong, qui su Eddyburg gli estratti dalle Linee Guida metropolitane per gli insediamenti commerciali e per il tempo libero (f.b.)

Titolo originale: State of Sprawl – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Sono state fornite le ultime stime dell’ufficio censimento per il Maryland, e mostrano uno stato in cui gli abitanti continuano a spostarsi sempre più lontano dalle aree urbanizzate: uno stato dove lo sprawl, nonostante la storia del Maryland rispetto ai tentativi di pianificazione della crescita, continua a ingollare territorio.

In generale, lo sviluppo del Maryland si è rallentato nell’anno fino allo scorso luglio. Baltimora ha perso abitanti. La città di Washington e i suburbi più interni sono cresciuti in modo modesto. Ma in cinque contee esterne – Cecil, Calvert, Charles, St. Mary’s e Washington – la popolazione è aumentata molto in fretta, dal 2 a quasi il 3 per cento in solo un anno, in larga parte a causa dell’immigrazione da altri stati.

Il tipo di crescita diffusa si mangia terreni, allunga i tempi del pendolarismo, inquina la Chesapeake Bay e svuota i bilanci degli enti locali. Crea uno stato che è una scacchiera di sobborghi, un luogo con troppi pochi luoghi.

Se questo sottolinea l’insufficienza del programmi di smart growth del Maryland, dei massicci acquisti di terreni sotto l’ex governatore Parris N. Glendening, racconta anche il quasi totale vuoto dell’approccio dell’attuale governatore, Robert L. Ehrlich Jr., alla gestione della crescita

L’amministrazione ha fatto alcune buone cose. Il Planning Department statale ha spinto le contee ad applicare un solo standard ai propri lotti edificabili: un obiettivo apparentemente semplice ma irto di complessità. Ha messo il suo marchio sulla smart growth, rinominandola programma Priority Places con enfasi sulla rivitalizzazione delle vecchie aree.

Ma le quattro città designate sinora Priority Places – le zone di Hyattsville e Crisfield sono state designate settimana scorsa – per ora possono aspettarsi solo assistenza tecnica e di piano, non sostegni statali. Le acquisizioni di terreni si sono fermate sotto l’amministrazione Ehrlich. L’amministrazione non è neppure entusiasta rispetto al trasporto di massa, e opta invece per strutture che inducono sprawl, come l’allargamento della Route 32 nella contea rurale di Howard o la costruzione del collegamento Inter-Contee dalla Interstate 95 alla Interstate 270.

Il governo può rispondere, a buon diritto, che le decisioni urbanistiche restano in gran parte una questione locale: e a dire il vero c’è parecchio da dire su quello che accade in giro.

Baltimora ha fatto buon uso degli storici crediti statali per sostenere la riurbanizzazione, e la Baltimore County sta tentando di ristrutturare i propri quartieri più vecchi lungo la Beltway, tutelando nel contempo le zone agricole settentrionali. Ma ci sono troppe contee che resistono ancora all’uso dello zoning per orientare la crescita e la realizzazione di case a basso costo verso aree già edificate, e lontano dagli spazi aperti. I regolamenti di zoning consentono ancora ai costruttori di sparpagliare case sui campi: e a parte il programma Priority Places, c’è poco sostegno statale con questa amministrazione, per trovare il coraggio di fare altrimenti.

Intanto, l’ufficio censimento ora prevede che la popolazione del Maryland crescerà di un terzo dal 2000 al 2030, toccando i 7 milioni: 500.000 persone in più di quanto stimato a livello statale.

La pressione della crescita sul Maryland può solo aumentare. E anche se si tratta di cose che non si vedono nei titoli dei quotidiani, il modo di gestirle probabilmente avrà un effetto più duraturo sulla qualità della vita di qualunque altra cosa, nell’agenda del governatore.

Nota: qui il testo originale al sito del Baltimore Sun (f.b.)

Titolo originale: Cleaner environment as important as growth– Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Gli abitanti di Pechino hanno goduto di 229 giorni di aria pulita l’anno scorso, e la città adotta misure più rigide per migliorare l’ambiente.

Per rendere l’aria più pulita, la capitale sposterà le fabbriche dello Shougang Group, il quarto produttore d’acciaio della Cina, nella vicina provincia di Hebei entro il 2010. Nonostante gli alti costi dell’operazione – fino a 50 miliardi di yuan (6 miliardi di dollari) – questo trasloco si merita l’applauso della popolazione locale. [ tra l’altro il trasferimento è attuato nell’ambito di un accordo di cooperazione con l’Italia, vedi link in fondo all’articolo f.b.]

E ci sono anche implicazioni di carattere nazionale, perché l’intero paese sta combattendo decisamente l’inquinamento.

La questione della tutela ambientale è stata fra gli argomenti principali discussi da politici e tecnici nell’appena conclusa assemblea legislativa nazionale.

Si tratta di un dibattito che riflette la preoccupazione pubblica.

In moti paesi, sviluppati e in via di sviluppo, crescita economica e inquinamento sembrano inseparabili.

Anche le economie sviluppate un tempo soffrivano di un pesante inquinamento industriale. Quello che accade oggi un molti paesi in via di sviluppo mostra come si stiano ripetendo gli errori dei fratelli più ricchi.

La corsa verso l’obiettivo della prosperità economica di molti paesi in via di sviluppo, compresa la Cina, si è costruita purtroppo sul degrado ambientale.

Nel 1995, le perdite causate dall’inquinamento in Cina sono state calcolate in 187,5 miliardi di yuan (22,6 miliardi di dollari), che corrispondono al 3,2% del prodotto nazionale lordo di quell’anno, secondo un rapporto dell’Accademia Cine se di Ricerche Sociali.

Non sono disponibili cifre esatte. Ma sia l’esperienza personale che varie statistiche mostrano come la situazione sia grave quanto dieci anni fa, se non di più.

A Pechino le tempeste di sabbia che hanno colpito la città in primavera hanno costretto molte persone a indossare maschere antigas all’aperto.

Fonti ufficiali rivelano che circa un terzo della popolazione urbana respira aria seriamente inquinata; solo la metà dei 149 milioni di tonnellate di rifiuti urbani prodotti ogni anno viene decontaminata; e solo il 32% degli 11 milioni di rifiuti solidi pericolosi prodotti in Cina è soggetta a trattamento adeguato.

Il costo per ripulire un ambiente inquinato potrebbe essere enorme.

Nel caso delle acciaierie Shougang, il danno causato dagli impianti alla salute umana e all’ambiente può anche aver superato i costi di rilocalizzazione.

Se il trasferimento dimostra la decisione delle autorità riguardo all’aria pulita, il caso Shougang ci fa riflettere sulle gravi conseguenze di una politica che mette comunque l’economia al primo posto.

Questo orientamento unidirezionale alla crescita economica ora sta producendo i suoi contraccolpi.

Non è esatto affermare che la Cina ha fatto poco per la protezione ambientale. In gennaio, l’Amministrazione Statale per la Tutela dell’Ambiente ha sospeso molti progetti energetici miliardari per le loro carenze in termini di procedure di valutazione di impatto ambientali.

Questo blocco potrebbe costare molti milioni di dollari.

Le statistiche ufficiali mostrano che gli investimenti per il contenimento degli inquinanti hanno pesato per il 1,39% del prodotto nazionale lordi della Cina, lo scorso anno.

Il governo centrale si è anche impegnato a costruire una società armoniosa, un quadro concettuale che comprende l’idea di un equilibrio fra uomo e natura.

Speriamo che coi rinnovati sforzi per il controllo dell’inquinamento e la protezione del nostro ambiente, altri in angoli altrettanto inquinati del paese possano iniziare a condividere la gioia dei pechinesi, e respirare aria pulita.

Nota: qui il testo originale sul sito del China Daily; qui il programma di cooperazione sino-italiano per il trasferimento delle acciaierie di Shougang (f.b.)

Titolo originale: Protest – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini Per la gran parte degli ultimi cinquant’anni, gli urbanisti, i pianificatori, gli ambientalisti si sono scagliati contro la suburbanizzazione e l’odiata tendenza allo “ sprawl” fuori dai vecchi centri urbani. Augurandosela, alcuni hanno predetto l’imminente dannazione delle fasce più esterne, a partire dalla crisi energetica degli anni Settanta. I più rabbiosi oppositori di oggi allo sprawl, come lo studioso James Howard Kunstler, vedono questo come il momento “di uscire da suburbia sin che si può”, profetizzando il declino di questo tanto detestato simbolo della american way of life. Altri si concentrano su quello che chiamano il “ boom” di mercato residenziale nelle zone interne urbane, pronosticando una enorme ondata di giovani alternativi, coppie senza figli e altre figure sociali gradite, che sosterranno i costruttori nel trasformare d’incanto le zone urbane dell’America media in piccole Manhattan.Ma in realtà, sia le ipotesi di declino suburbano che quelle di un grosso revival dei centri sono andate deluse. Dal 1950, il 93% di tutta la crescita metropolitana ha avuto luogo nei sobborghi. Cosa più importante, queste tendenza è proseguita negli anni della crisi e, nonostante la crescita dei centri, non mostra concreti segnali di attenuazione.

Il motivo principale di questo trionfo non sta nella “cospirazione” delle grosse compagnie petrolifere o dei costruttori di autostrade, spesso citata dagli eco-attivisti, ma nel semplice desiderio della gente comune (non solo in America, ma nella maggior parte dei paesi ricchi) di possedere un pezzo di terra, per quanto piccolo, dove sia possibile vivere in relativa comodità e pace. Rispecchia quanto l’urbanista Edgardo Contini, italiano immigrato a Los Angeles, negli anni Sessanta chiamava “aspirazione universale”.Questa aspirazione non ha tanto eliminato il centro urbano tradizionale, quanto circoscritto di parecchio la sua rilevanza. In alcune città, come Chicago, mantiene parecchia vitalità ed importanza economica. E nella maggior parte delle altre ad ogni modo non è collassato nel guscio vuoto di quanto era un tempo (vengono in mente St. Louis, Cleveland, o Buffalo) mentre alcune come Boston e San Francisco, si sono reinventate come centri effimeri di divertimento e servizi per una utenza in massima parte di élite di tipo post-economico.I fatti, qualche volta, possono essere un ottimo balsamo per le delusioni. Negli ultimi quindici anni, in alcune località si è assistito a un piccolo ma positivo aumento dei residenti in centro, ma, se lo si considera come quota di tutte le nuove case nel paese, resta minuscolo. In realtà, tutta la crescita prevista di recente per i trenta maggiori centri città degli USA fino al 2010, assomma a meno di metà di quella suburbana della sola area metropolitana di Seattle negli anni Novanta. E nonostante tutto il recente discutere sugli incrementi residenziali del centro di Houston, le cifre delle autorizzazioni rilasciate mostrano come nell’intero anello centrale (che va ben oltre il solo centro) esse siano il 6% del totale della città, e una minuscola frazione se paragonata agli anelli suburbani esterni.

A partire dal 2000, questa tendenza sembra accelerare, secondo il demografo della Brookings Institution, William H. Frey. Molte città considerate anticipatrici di un futuro urbano a maggiore densità (San Francisco, Chicago, Minneapolis) hanno di fatto perso popolazione nei primi ani del nuovo millennio, dopo gli aumenti degli anni Novanta. Si spera che questo declino si invertirà nei prossimi anni, ma anche le previsioni più ottimistiche per le aree interne mostrano cifre di crescita non paragonabili con quelle per le periferieSecondo molti urbanisti, l’ascesa di suburbia suona la campana a morto per la città. Ma se pure la città tradizionale ha perso la precedente assoluta priorità, ha ancora molto da insegnare al suburbio. Lo sprawl ha dato alla gente, alle famiglie, una strategia di adattamento alle disfunzioni urbane (governi contrari all’impresa, scuole ingestibili, mancanza di verde), ma non ha sempre risposto adeguatamente ad altri problemi, soprattutto riguardo al bisogno di comunità, identità, spazi sacri, e un più stretto rapporto fra vita domestica e posti di lavoro.Creare un futuro suburbano migliore è una nobile (e potenzialmente profittevole) aspirazione. Suburbia sta maturando ed evolvendo in tutta l’America, come si può vedere nelle rivitalizzazioni dei centri terziari suburbani come Naperville, Illinois, o nel nuovi “villaggi suburbani” in corso di costruzione nella Fort Bend County nell’area di Houston, o nella Santa Clarita Valley in California. È una rinascita che si può vedere nelle manifestazioni artistiche della Gwinnett County, Georgia, nella costruzione di nuove sorprendenti chiese, moschee, sinagoghe e altri templi nelle vaste periferie.Questo importante lavoro farà molto per definire la città moderna del ventunesimo secolo, e tentare di rispondere alle sfide poste dai primi visionari di suburbia – uomini come Ebenezer Howard o H.G. Wells – che videro nello spostamento vero le periferie l’occasione di una “nuova civiltà”. È un programma che merita le energie creative di architetti, ambientalisti e pianificatori, non disprezzo e condanna.

Nota: qui il testo originale sul sito di Architecture ; le politiche publiche, per esempio in Gran Bretagna, sembrano fortunatamente non tener conto di questi richiami ai loro pensatori nazionali, come racconta l'articolo del RICS sugli incrementi di densità residenziale che abbiamo proposto su Eddyburg (f.b.)

Alta velocità e binari unici

di Giovanni Valentini

UN ALTRO incidente ferroviario, l’ennesimo scontro fra due treni nella nebbia, ci costringe purtroppo ancora una volta alla triste e dolorosa contabilità delle vittime e dei feriti. Ma contemporaneamente richiama tutti, governanti e governati, politici e cittadini, amministratori e amministrati, all’inventario delle responsabilità, delle decisioni e delle scelte individuali o collettive. Guasto tecnico o errore umano, toccherà agli inquirenti accertare in concreto le colpe e le omissioni del disastro che ha tolto la vita ieri a tredici persone come noi, mentre viaggiavano in treno sulla linea Bologna-Verona.

Prima o poi, qualcuno dovrà stabilire se il tirante di uno scambio maledetto era stato piegato o meno ed eventualmente da chi, come e quando. Se un segnale rosso era acceso o spento; se è stato rispettato oppure no. Quello che più importa, tuttavia, è la condizione generale di sicurezza - o meglio, di insicurezza - in cui quel tratto di strada ferrata, come molti altri in tutta la Penisola, è rimasto per tanto tempo fino a oggi.

In un’epoca sempre più progredita e tecnologica, scandita ormai dall’"alta velocità" e non solo ferroviaria, dove i treni più moderni volano a dieci o venti centimetri da terra, la sola idea del "binario unico" risulta tanto anacronistica quanto inverosimile e inquietante. Ma come si fa ancora a concepire, nel XXI secolo, in un Paese fra i più industrializzati del mondo, nel cuore di quella Padania che spesso viene evocata come un totem della civiltà, come si fa a tollerare una tale strozzatura, un imbuto, un budello, proprio nel centro nevralgico di una rete su cui transitano ogni giorno centinaia di convogli carichi di persone e di merci? E com’è possibile, nell’era dei telefonini, degli sms, dei messaggini futili e frivoli, che un capostazione, un capotreno o un macchinista non abbia in dotazione uno strumento così semplice per comunicare in caso di necessità o d’emergenza?

Da pochi mesi sotto la guida di un nuovo presidente che - per ironia della sorte - viene proprio dalla cultura informatica, come Elio Catania, già amministratore delegato dell’Ibm per l’Europa, le nostre povere Ferrovie dello Stato sembrano consegnate ancora all’iconografia del Far West, del treno a vapore, delle locomotive sbuffanti e sferraglianti, delle carrozze sporche e malandate. Qualche punta di modernità e di eccellenza, tipo Eurostar o Pendolino, viene sistematicamente diluita in una mistura di incuria e arretratezza. Quando, per paradosso, non diventa il benchmark in negativo, il metro di paragone per misurare appunto la vetustà dell’intera rete ferroviaria, materiale rotabile - come viene chiamato - e rotaie, treni e binari, scambi e stazioni.

C’è evidentemente un "gap", una distanza troppo grande fra i cantieri dell’alta velocità in corso d’opera e i "binari unici" in attesa di essere raddoppiati, come quello fra Bologna e Verona. E anzi, vorremmo sapere quanti altri ne esistono nel resto della Penisola. Si può capire, e in qualche misura anche apprezzare, lo slancio e lo sforzo per adeguare le ferrovie italiane a quelle degli altri paesi europei. Ma in una scala di priorità forse sarebbe più opportuno cominciare dal basso, dalle linee a più alta intensità di traffico, dai treni dei pendolari e dai treni merci, anche per non continuare a pagare un prezzo troppo alto in termini di sicurezza, di incolumità o addirittura di vite umane.

In una visione complessiva del trasporto pubblico, il treno è o dovrebbe essere il perno di un sistema nazionale più efficiente, più affidabile, più economico e anche più ecologico. Una risorsa per decongestionare il traffico privato automobilistico e in particolare quello delle merci, sempre più penalizzato dalle normative europee anti-inquinamento. Per ragioni antiche, invece, in Italia è ancora un mezzo sottosviluppato e sottoutilizzato, il simbolo di un "Jurassic Park" ferroviario che ospita mostri preistorici pronti a divorare i passeggeri.

E’ quantomeno di cattivo gusto, se non proprio inopportuno e fuori luogo, ingaggiare in simili circostanze polemiche di ordine politico. Ma è stato ieri il ministro delle Infrastrutture, Pietro Lunardi, a lanciare per primo il sasso accusando i governi di sinistra di aver rallentato in passato il potenziamento della rete. I governi precedenti, tutti i governi, anche quelli formati e guidati dagli antenati dell’attuale maggioranza, in qualche caso rappresentati addirittura da alcuni esponenti di questo stesso centrodestra, sono corresponsabili più o meno in ugual misura del degrado in cui versa il nostro sistema ferroviario.

L’accusa di Lunardi, tuttavia, assomiglia molto a quelle dell’ex ministro Tremonti sul presunto "buco" prodotto dal centrosinistra nei conti pubblici e rischia allo stesso modo di diventare un boomerang. Siamo ormai oltre la metà della legislatura, il centrodestra governa (o sgoverna) da tre anni e mezzo, dispone in Parlamento di una maggioranza sufficientemente ampia per imporre la sua agenda, il suo ordine del giorno, i suoi provvedimenti. Dalle elezioni del giugno 2001, dunque, c’è stato tutto il tempo per raddoppiare il "binario unico" Bologna-Verona e gli altri che ancora aspettano di essere adeguati.

Nell’irresponsabile e improduttiva esaltazione delle "grandi opere", piuttosto, il governo Berlusconi ha perseguito finora obiettivi propagandistici, disseminando prime pietre a cui seguiranno chissà quando le seconde e inaugurando ponti o autostrade già avviati da tempo. Fin dal suo show elettorale in tv, con tanto di lavagna e carta geografica dell’Italia, il presidente del Consiglio s’è preoccupato più di annunciare nuovi progetti che di realizzare vecchie necessità. E questo, spiace dirlo oggi, vale anche per l’ultimo disastro ferroviario.

Il disastro annunciato

di Giorgio Bocca

CHI ha previsto, sull’impatto del grande maremoto, che questo sarà l’anno dei disastri sembra confermato nel suo pessimismo dalle notizie che giungono da Crevalcore, una piccola stazione ferroviaria sulla linea Bologna-Verona: un treno merci si è scontrato a velocità sostenuta con un interregionale: i morti sono 13 e moltissimi i feriti. Unica ma non sufficiente spiegazione del disastro, il tirante danneggiato di uno scambio che doveva spostare il merci su un binario, di deviata. Mentre si lavora per liberare dalle lamiere contorte le vittime, fra cui i quattro macchinisti dei due treni, è già iniziato fra i politici lo scambio dolente quanto deludente delle giustificazioni.

Il ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi non ha dato prova di grande fantasia: «Questo governo - ha dichiarato - ha fatto della sicurezza stradale e ferroviaria una delle questioni centrali. Il raddoppio della linea ferroviaria Bologna-Verona è inserito nella legge obiettivo, i relativi progetti sono già approvati, i finanziamenti già stanziati. Tuttavia in passato i governi di sinistra hanno rallentato il potenziamento delle reti».

Ha subito risposto l’eurodeputato Pierluigi Bersani dirigente dei Ds «anche di fronte alle tragedie il ministro Lunardi non esita a tirare in ballo i governi di sinistra».

Sembrano più convincenti le dichiarazioni dei ferrovieri: «Il numero dei guasti e degli incidenti ferroviari che coinvolgono le linee locali è in continuo aumento, noi abbiamo l’impressione di essere di fronte a una tragedia annunciata e a precise responsabilità». Una certezza non una impressione è la politica usuale in Italia ma anche in altri paesi avanzati della coperta corta tirata da tutte le parti per coprire i bisogni reali e soprattutto le ambizioni di chi governa. Non occorrono indagini specializzate per scoprire che la manutenzione ferroviaria sulle linee minori è largamente sproporzionata alle spese folli e spesso truffaldine per l’alta velocità, l’ultimo mito inventato per sfondare tutte le previsioni di spesa.

Una volta bastavano e avanzavano le guerre per mettere a tacere i controllori della spesa pubblica, adesso il ventaglio si è allargato a tutti i miti di massa, sportivi, filantropici, patriottici. Basta passare sull’autostrada Milano-Torino parallela alla nuova linea dell’alta velocità per vedere quale immane spreco di cemento, di scavi, di opere inutili si vada facendo. Ma per le ferrovie normali, per quelle del viaggiatore comune si va avanti a consumo di mezzi antiquati. I macchinisti muoiono ma le locomotive sono antiquate, mancano di estintori, con finestre piccole dalle quali non si può scappare. Il presidente del comitato dei pendolari di Crevalcore ricorda che i lavori per il raddoppio della linea Bologna-Verona sono in corso dal 1988 e sarebbero dovuti finire l’anno seguente e invece i cantieri si sono riaperti solo il mese scorso.

Senza il raddoppio i treni merci o gli accelerati devono dare il passo ai treni veloci sistemandosi in uno dei tratti di devianza a doppio binario. Ma siamo al governo e alla finanza delle grandi opere e quattordici morti e settanta feriti non fermeranno certo la politica della coperta stretta da tirare dalle parti delle inaugurazioni ufficiali con fanfare, taglio di nastri e televisioni.

Toccherà alla generazione successiva capire quanto è costato tirare la coperta e chiedere commissioni di inchiesta inutili od orientate.

La riforma urbanistica liberista è stata approvata dalla Camera dei deputati in un clima di rassegnazione, senza che la sinistra riformista abbia avuto la cultura politica per comprendere che non era un provvedimento «tecnico». Era invece l'ultimo tassello di un mosaico che il governo ha lucidamente perseguito in questi anni e che ha portato al più spettacolare spostamento di ricchezza verso la rendita speculativa che la recente storia italiana ricordi. Vediamo nell'ordine. Nel settembre 2001 il governo Berlusconi appena insediato licenzia il primo provvedimento noto come scudo fiscale finalizzato al rientro dei capitali illegalmente esportati all'estero. Quello stesso mese di settembre crollano le torri gemelle di New York e, conseguentemente, il mercato borsistico. Gran parte dei 70 mila miliardi di euro rientrati sulla base di quel provvedimento sono andati in investimenti immobiliari: da quell'anno i prezzi delle abitazioni hanno avuto un'impennata impressionante. E' appena il caso di rammentare che un articolo di quel provvedimento prevedeva addirittura il rientro di capitali liquidi senza l'obbligo della dimostrazione della provenienza: che la legge sia servita per il riciclaggio di denaro illecito è opinione purtroppo unanime.

Con lo scudo fiscale si sostiene la domanda: occorre dunque alimentare l'offerta. Sempre nel mese di settembre nasce il primo provvedimento che generalizza e rende sistematica la vendita del patrimonio pubblico. La legge sarà convertita nel novembre 2001 (n. 410) e immette sul mercato uno straordinario affare a prezzi inferiori a quelli reali. Quello stesso provvedimento presenta anche una «perla» che a distanza di qualche anno può essere ben compresa: afferma che questi immobili possono essere «valorizzati» d'intesa con i comuni. In altre parole, magazzini possono diventare case, abitazioni zone commerciali, a seconda delle convenienze di mercato, eliminando le regole urbanistiche. E mentre la finanza locale viene strozzata con quell'articolo si invogliano i comuni a derogare i piani regolatori: una parte della valorizzazione viene infatti destinata agli stessi comuni.

Ma c'era un altro ostacolo da superare. La fondamentale legge sugli standard urbanistici prevede che sia garantita una quantità di servizi per ciascun cittadino. Molti comuni hanno resistito a ignobili speculazioni invocando l'impossibilità di soddisfare l'aumento di standard connesso con i nuovi usi proposti. La legge Lupi, e cioè la recente riforma liberista dell'urbanistica approvata alla Camera, abolisce questa storica conquista democratica e rende gli standard facoltativi.

E infine l'ultima perla contenuta nel disegno di legge sulla competitività attualmente in discussione alla Camera. L'articolo 9, «Legge obiettivo sulle città» afferma (comma 5) che nelle città si può prevedere «l'incremento premiale dei diritti edificatori» e cioè un ulteriore aumento delle densità urbane. Sarebbero necessari ulteriori standard pubblici, ma sono stati aboliti dalla legge Lupi!

Come si vede dall'azione del governo Berlusconi emerge un quadro impressionante. Questi anni sono serviti per spianare la strada alla peggiore rendita speculativa. Il sistema produttivo nazionale versa in una crisi profonda senza che una sola idea di rilancio sia stata concretizzata, mentre per il comparto immobiliare sono stati costruiti provvedimenti su provvedimenti di rara efficacia. Non si può far finta di vedere questo disegno perverso e combatterlo aspramente per le conseguenze economiche e di potere che provoca. E' noto infatti che un gruppo di immobiliaristi (Coppola, Ricucci e Statuto) insieme al più blasonato Francesco Gaetano Caltagirone stanno dando la scalata al cielo: Banca nazionale del lavoro, Corriere della sera e Mediobanca. Il fatto che non siano finora riusciti nei loro intenti nulla toglie all'inaudita gravità della situazione, del fatto cioè che essi godano di impressionanti liquidità. Va sottolineato che questo gruppo di immobiliaristi si afferma a Roma dove il nuovo piano regolatore prevede la costruzione di oltre 60 milioni di metri cubi di cemento a fronte di una città che ha perduto 180 mila abitanti nel decennio 1991-2001. Una valanga di abitazioni private a costi impossibili, mentre l'emergenza abitativa scandisce la vita di molti che - come quei 180 mila - non sono stati ancora espulsi verso i comuni dell'area metropolitana.

L'urbanistica liberista produce un generale impoverimento di masse di persone e un arricchimento devastante di ristrettissimi gruppi speculativi. Il fatto che una parte dello schieramento progressista abbia appoggiato apertamente la legge Lupi, primo tra tutti l'Istituto nazionale di urbanistica, dimostra di quanto arduo sia il cammino dell'Unione per ricostruire una reale alternativa al liberismo.

L'allarme americano sulla fine del boom immobiliare arriva in Europa. Ma per l'Italia gli esperti frenano: fase «riflessiva», niente crolli. Ma qualche speculatore potrebbe restare col cerino in mano. Alberto Lunghini (Reddy's Group) lancia l'allarme sull'eccesso di nuove costruzioni: serviranno ancora tra 30 anni?

Alan Greenspan ha detto che potrebbe scoppiare, ma solo «per alcune zone». E dopo che il governatore della Federal reserve ha parlato, i proprietari di tutto il (nostro) mondo si sono uniti, non nella lotta ma nel dilemma: se scoppia negli Stati uniti, cosa succederà da noi? Parliamo della bolla immobiliare, spettro che turba i sonni non solo degli speculatori ma di tutti coloro che, da Sidney a Milano, da Londra a Stoccolma, da Montreal a Dublino, si sono avventurati per necessità o virtù nel più gigantesco affare degli ultimi anni: la compravendita degli immobili. Ne parla la comunità degli economisti, ne parlano gli analisti d'affari, ne parlano i giornali, dall' Economist a Libération che lunedì scorso ha posto la domanda in copertina: «la bolla sta per scoppiare»? In Italia, il numero delle compravendite sfiora ormai il milione (all'anno), l'ammontare dei mutui concessi dalle banche solo nell'ultimo anno è cresciuto del 24% e la percentuale di famiglie proprietarie di casa è sull'80%. Sono in tanti quindi che anche qui - a Milano come a Treviso come a Bari - appesi al verbo di Greenspan si chiedono come Libé: allora, scoppia o non scoppia?

L'Italia e gli altri

«Tranquilli, non scoppia», è l'indicazione che con maggiore o minore forza viene da tutti i centri indipendenti di valutazione del mecato immobiliare. Qualcuno però aggiunge un inquietante «per ora», altri dicono che comunque l'era dei prezzi pazzi volge al termine, altri ancora distinguono tra immobile e immobile, tra zona e zona. Il più ottimista dei vari osservatori è quello di Nomisma: il centro studi bolognese prevede che i prezzi degli immobili, che nel primo semestre dell'anno sono cresciuti del 4,5% nella media italiana, saliranno nella seconda metà del 2005 di un ulteriore 3%. Un ritmo inferiore a quello degli anni scorsi - basti pensare che in Italia dal `97 al 2005 il numero indice dei prezzi delle abitazioni è salito del 69% - , ma comunque superiore all'inflazione (almeno a quella ufficiale). «I timori sullo scoppio della bolla immobiliare posso capirli se riferiti ad altri paesi - spiega Luca Dondi, ricercatore di Nomisma - ma certo non per l'Italia. Qui siamo ancora indietro nel ciclo dei prezzi degli immobili e il quadro macroeconomico non dà elementi per pensare a cambiamenti bruschi». In effetti, a guardare le stime dell' Economist sull'andamento dei prezzi, per quanto incredibile possa sembrare, in altri paesi la febbre è stata molto più alta (v. grafico).

Dondi spiega cos'è una «bolla che scoppia»: un calo dei prezzi sensibile e rapido, come quello che si ebbe dopo il picco dei prezzi degli immobili raggiunto nel `91, quando - correva l'anno 1992 - i prezzi delle case scesero del 20% in un anno. Ma non vede per ora gli elementi chiave che potrebbero innescare lo stesso meccanismo: che sarebbero, una ripresa dell'economia e della borsa e un rialzo dei tassi di interesse, tutti eventi che farebbero tornare il risparmio nei lidi - per ora abbandonati - della borsa e dei titoli, facendo al tempo stesso scendere febbre e prezzi del mercato immobiliare. Come dire, il miglior alleato del caro-case è la recessione. Che negli Stati uniti è finita, da noi ancora no.

Aspettando il 2008

Ma non è l'unica differenza che separa la nostra bolla immobiliare da quella degli Stati uniti. La differenza fondamentale è un'altra e si chiama: finanza. «La finanziarizzazione del mercato degli immobili da loro è molto più spinta», dice Alberto Lunghini, amministratore delegato di Reddy's Group, società di consulenza immobiliare globale. Il che vuol dire che i mutui coprono spesso l'intero valore dell'immobile, vengono ricontrattati in corsa quando i tassi scendono o quando i prezzi degli immobili salgono; «e allo stesso modo le riduzioni dei prezzi hanno un impatto immediato e si allargano a macchia d'olio: i proprietari indebitati corrono subito a vendere, facendo scendere ancor più i prezzi», spiega Lunghini. Che comunque non vede lo «scoppio» nell'orizzonte immediato neanche per gli Stati uniti: «secondo le previsioni degli analisti più accreditati, non succederà prima del 2008».

Anche in Italia sono salite compravendite, prezzi e indebitamento. Ma - spiega Lunghini - il numero di compravendite annue si è semplicemente allineato agli standard dei grandi paesi occidentali, mentre la minore finanziarizzazione del mercato ci mette un po' al riparo da ondate di ribassi rapide e generali. Anche perché l'investimento in immobili resta ancora appetibile, dato che i risparmiatori, scottati dalla borsa e da avventure finanziarie molto recenti (Argentina, Parmalat, Cirio e quant'altro) difficilmente torneranno in massa e di corsa a Piazzaffari.

Tempi lunghi per vendere

Questo non vuol dire che la bolla continuerà a gonfiarsi: «Si allungheranno, anzi si sono già allungati, i tempi di vendita. I tassi di interesse saliranno. E dunque arriverà un momento riflessivo dei prezzi degli immobili, che per i casi più eclatanti della febbre immobiliare, come Cortina o Santa Margherita o alcune zone di Roma e Milano, potranno vedere riduzione anche sensibili». Ossia, i 10.000 euro al metro quadro, le follie di alcune zone per vip, potranno anche scendere a 9.000 o a 8.000. Ma per tutti gli altri non sono all'orizzonte, neanche quando arriverà qui da noi l'effetto-Usa, cali forti e generalizzati. «E per quella fascia di mercato che sta intorno ai 2.000 euro al metro quadro una compressione dei prezzi è impossibile, giacché si scenderebbe al di sotto di quello che è il costo di costruzione, il valore dei terreni più tutti gli oneri accessori», spiega Lunghini.

Insomma più che uno scoppio della bolla sarebbe all'orizzonte una fase un po' meno folle del mercato. Nella quale però chi ha partecipato alle precedenti follie potrebbe restare un po' bruciacchiato. «Certo alla fine qualcuno con il cerino in mano resta», dice Lunghini: ma è il cerino dello speculatore, ossia di chi delle plusvalenze da compravendita di immobili fa la sua professione. Sul punto tutti gli osservatori concordano: «Chi ha comprato la casa per viverci, attratto anche dal fatto che i tassi di interesse sui mutui erano bassi, non deve monetizzare l'investimento, anche qualora i prezzi scendessero non perderebbe molto», dice Dondi. Tutti costoro potranno però avere un effetto di impoverimento per altra via: se hanno comorato con mutui a tasso variabile, il rialzo dei tassi peserà sul loro bilancio familiare molto di più della svalutazione (piccola e virtuale) della casa. Concorda Lunghini, secondo il quale neanche il piccolo investitore che ha comprato un immobile per «metterlo a reddito» (affittarlo) corre grossi rischi. Il popolo dei neo-rentier - delle famiglie che hanno investito il patrimonio in seconde case, negozietti, garage e quant'altro: un 15-20% del totale delle compravendite - non sarà travolto dalla bolla. Chi rischia invece è il trader, soprattutto quello che non si accorge in tempo del momento in cui deve vendere.

In futuro troppe case

Ma la vita degli immobili non è fatta solo di previsioni, tassi di interesse, speculazioni, trading. Ci sono anche le case, in mattoni e cemento, e i terreni e i materiali e tutto il resto. Lunghini invita a guardare un po' al di là della fase e del dilemma sullo scoppio della bolla. A valutare, per esempio, gli effetti di lungo periodo della recente nuova espansione edilizia: i comuni hanno dato il via libera, i costruttori hanno ripreso a costruire alla grande. Interi quartieri sorgono intorno a Roma e a Milano ma anche in cittadine di provincia. Il mercato preme, le case nascono. Case nuove, che si vendono come il pane ma che restano comunque inaccessibili a tutte quelle fasce deboli che la bolla immobiliare ha buttato fuori dal mercato. «Il punto è: quante case ci sono? e quante case servono? Se è vero che andiamo a una riduzione della popolazione consistente tra 30-40 anni, nel giro di una generazione ci troveremo con un eccesso di offerta di immobili. E allora sì che i prezzi crolleranno». Lunghini, che di mestiere fa consulenza immobiliare internazionale per banche, società e grandi investitori, non è certo per una pianificazione sovietica delle nuove costruzioni: però - dice - «il mercato va indirizzato, frenato in alcuni casi e incentivato in altri: altrimenti tra pochi decenni potremmo trovarci di fronte a una situazione davvero difficile».

Nota: su Eddyburg, qualche tempo fa, anche l'articolo di Mike Davis sulla "bolla" americana e i suoi risvolti (f.b.)

Titolo originale: Baghdad’s mayor complains about crumbling capital – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

BAGHDAD, Iraq – Il sindaco di Baghdad martedì ha denunciato le infrastrutture cittadine che cadono a pezzi, e l’impossibilità di offrire acqua potabile sufficiente per gli abitanti, minacciandole dimissioni se il governo non metterà a disposizione più fondi.

Il discorso tenuto da sindaco Alaa Mahmoud al-Timimi è un segno della miseria quotidiana sopportata ancora dai 6,45 milioni di persone che abitano a Baghdad, a due anni di distanza dall’invasione guidata dagli USA. Sono colpiti duramente non solo dagli incessanti attentati con bombe e sequestri di persona, ma da seri problemi per quanto riguarda l’acqua, elettricità e carburanti.

”È inutile per qualunque funzionario restare in carica, se non si hanno i mezzi per fare il proprio lavoro” ha dichiarato al-Timimi ai giornalisti.

Il sindaco sta cercando di ottenere 1,5 miliardi di dollari per la città da investire nel 2005, ma sinora ha avuto solo 85 milioni, come dice il suo portavoce Ameer Ali Hasson.

I tentativi di estendere la rete idrica sono stati vanificati all’inizio del mese, quando la guerriglia ha sabotato un condotto nei pressi di Baghdad. Ora, alcuni lamentano che l’acqua che arriva puzza, e Hasson riconosce come in alcune aree l’acqua potabile si mescoli con quella delle fogne.

”I problemi stanno aumentando sempre più” conferma il sindaco al-Timimi, uno sciita entrato in carica nel maggio 2004.

Il condotto è stato riparato, e si prevede che i livelli dell’acqua torneranno normali entro i prossimi giorni, è stato detto ai giornalisti. Ma questo non migliorerà le carenze che già c’erano prima del sabotaggio, riconosce il sindaco.

”Faccio parte del governo, e sono consapevole dei problemi nazionali” ha detto al-Timimi. “Ma devo avere il massimo sostegno tecnico da parte degli organi responsabili del governo. La gente da la colpa a me, e alla amministrazione municipale di Baghdad”.

Secondo il municipio, la capitale mette a disposizione circa 2,5 miliardi di litri al giorno, quasi 1,7 miliardi in meno del fabbisogno. Circa il 55% dell’acqua poi va persa, per danni alle condutture.

A questo si aggiungono le carenze in elettricità e carburanti.

Le cadute di tensione elettrica erano comuni nell’epoca di Saddam Hussein, a causa delle carenze della rete distributiva, ma la situazione è peggiorata a causa dei sabotaggi e alla mancanza di manutenzione.

Prima dell’invasione guidata dagli USA, gli abitanti di Baghdad avevano a disposizione circa 20 ore di elettricità al giorno. Oggi ne hanno circa 10, di solito ripartite in blocchi di due ore.

In più, l’Iraq non è in grado di raffinare petrolio a sufficienza, e così deve importare benzina. I convogli che trasportano carburante spesso sono attaccati dai guerriglieri, e le carenze che ne derivano hanno fatto nascere a Baghdad un mercato nero.

Contemporaneamente, sempre martedì, le truppe USA hanno annunciato alcuni successi riguardo all’altro principale problema della città: le auto bomba e gli attacchi suicidi. Un portavoce ha dichiarato la riuscita di una recente operazione.

”Abbiamo avuto un successo verificabile” ha detto il portavoce della coalizione Brigadier Generale Don Alston, dell’Aviazione. Non ha aggiunto particolari.

Nella provincia occidentale di Anbar, le forze guidate dagli USA hanno fermato oltre una dozzina di sospetti militanti in un’operazione di rastrellamento antiguerriglia mirata a combattere l’ingresso dall’estero verso l’Iraq, ha aggiunto il militare.

Dal trasferimento dei poteri un anno fa, sono morti più di 1.000 uomini della sicurezza interna irachena, hanno affermato i portavoce militari USA senza specificare una cifra esatta.

Sono morti anche almeno 1.743 militari USA dall’inizio della guerra in Iraq, nel marzo 2003, secondo i calcoli della Associated Press. Almeno 1.341 di questi sono morti in seguito ad azioni ostili. 75 sono stati uccisi nel solo mese di giugno, uno dei peggiori.

Tre gruppi di guerriglia hanno votato martedì l’eliminazione dell’ex membro di gabinetto Ayham al-Samarie, un politico arabo sunnita che ha formato un gruppo allo scopo di riportare la guerriglia irachena entro il dibattito politico, secondo quanto afferma un sito web islamico.

”Annunciamo che è stato consentito di versare il sangue di Ayham al-Samarie. Siamo stati troppo pazienti con le sue bugie” recita la dichiarazione, firmata Ansar al-Sunnah, Esercito Islamico dell’Iraq, Esercito dei Mujahedeen. L’autenticità non è stata verificata.

Sono state uccise più di 1.370 persone, dalla guerriglia di matrice sunnita, da quando il primo ministro Ibrahim al-Jaafari ha formato il suo governo a base sciita il 28 aprile. [...]

Nota: la versione originale e integrale dell’articolo al sito del San Diego Union-Tribune (f.b.)

Titolo originale: The Baron’s Grand Experiment. A look back at the history of Heliopolis – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Deve essere parso un po’ strano quando nel 1905, l’industriale e finanziere belga Barone-Generale Edouard Louis Joseph Empain, conosciuto allora semplicemente come il Barone (la sua promozione al rango di generale dell’esercito avvenne durante la prima guerra mondiale), decise di costruire la sua città dei sogni nel bel mezzo del nulla. Anche più misterioso suonava il fatto che l’esatta collocazione del bel mezzo di nulla era un tratto di deserto vergine dieci chilometri a nord-est del Cairo, che allora era un posto a notevole distanza da qualunque altro.

A molti dei suoi pari grado sociali, sembrava una specie di autoesilio, ma come avrebbe dimostrato il tempo, il Barone Empain era il “Pifferaio” che poi tutti avrebbero seguito.

Empain sognava una città-oasi pulita, spaziosa, che attirasse nello stesso modo indigeni e stranieri. Come diceva al suo architetto, il famoso belga Ernest Jasper, “Voglio costruire una città nel deserto vergine. Dovrà chiamarsi Heliopolis, la città del sole. E per prima cosa voglio costruire un palazzo, un enorme palazzo. Voglio che sia magnifico”.

Il palazzo non era la stravagante residenza personale del Barone Empain, come regolarmente riportato oggi dalla stampa, ma l’Heliopolis Palace Hotel, la cui costruzione fu completata nel 1910, contribuendo a dare un tono alla Città del Sole, e conferendogli un alone storico e mistico che appare molto più affascinante e antico dei suoi soli 100 anni.

E a dire il vero si ritiene che la città di Empain sia stata realizzata nello stesso luogo dell’antica Heliopolis, o On, come è chiamata nelle Bibbia. La città che fu il grembo del rinascimento intellettuale della Grecia, culla di grandi filosofi, come Platone. E furono i greci a dare alla città il suo nome più famoso: Heliopolis. La cosa più importante è che il Barone amava così tanto l’antica città, da organizzare parecchie campagne archeologiche per disseppellirla (tutte senza risultati).

Con denaro e potere insieme, la città dei sogni iniziò a diventare realtà quando Empain e Boghos Noubar, figlio del primo ministro egiziano, ottennero l’autorizzazione a costruire la loro Città del Sole su una superficie di 5.952 feddans [ 2.500 ettari n.d.T.] di deserto vergine, a 1 lira egiziana al feddan, costituendo la Cairo Electric Railways e la Heliopolis Oasis Company per realizzare il progetto. Anche Utopia, a quanto pare, aveva bisogno di un mezzo di trasporto perché i suoi coloni Utopiani potessero spostarsi agevolmente, come sottolineò lo stesso Empain. Il suo primo grande progetto per la città furono le linee tranviarie, pensate per collegare l’oasi alla città madre.

La Heliopolis di Empain era l’immagine esatta della sua contemporanea europea, l’ideale di città giardino. Tutto era progettato per costruire un senso del luogo, dalle ampie strade e viali ai giardini pubblici e piazze. Degno di nota, l’uniforme aspetto orientale delle architetture, tutte a costruire la sensazione di una città particolare, governata da forti geometrie. Il Barone e il suo gruppo fissarono rigidi codici edilizi, vietando i fabbricati più alti di cinque piani, limitando l’altezza complessiva delle ville a 15 metri, e specificando che la superficie edificata di un lotto non poteva eccedere il 50 per cento.

La progettazione urbanistica fu concepita pensando alle diverse classi economiche e sociali e alle funzioni, definendo chiaramente i quartieri per le ville, altre zone per gli edifici residenziali e i raggruppamenti di quelli commerciali, tutti sottoposti a una serie di norme per offrire “le migliori condizioni di vita urbana” come si diceva all’epoca.

Uno degli elementi principali era lo Heliopolis Palace Hotel, luogo di ritrovo per la crème de la crème sociale, fra cui figurava il Re Farouk, assiduo frequentatore anche dei ristoranti e dello Heliopolis Sporting Club. Rinomato per i suoi lussuosi interni e gli ospiti di serie A, l’albergo aveva 400 stanze, una cupola alta 55metri, e un salone da pranzo senza eguali. Il matrimonio del figlio di Boghos Pasha si tenne all’albergo nel 1937, e ci furono migliaia di invitati. E non si trattò dell’unico evento sfarzoso, dato che l’hotel era famoso per i matrimoni dell’alta società, le serate di ballo, le feste e riunioni per il tè.

Più tardi, l’albergo fu trasformato nel quartier generale della Federazione degli Stati Arabi, prima di diventare la residenza ufficiale del Presidente egiziano.

Heliopolis si guadagnò rapidamente la reputazione di luogo privilegiato a livello nazionale per lo sport e i grandi talenti sportivi. Lo Heliopolis Sporting Club cominciò quasi subito a produrre campioni (una tradizione che continua ancora oggi). Negli anni ’40 agli sport tradizionali come golf, nuoto o squash, si aggiunsero gare più moderne. All’inizio del gennaio 1948 si disputò una delle prime gare automobilistiche nazionali, su un percorso di 50 chilometri da Heliopolis sulla via El-Thawra fino alla Suez Road. Il luogo di concentrazione fu il quartiere di El-Korba, dove cinquanta piloti egiziani e parecchi rappresentanti stranieri si incontrarono per le operazioni pre-corsa. Solh Pasha Lamloum ottenne la pole position con la sua Cadillac del 1944, seguito da Saeed Ibrahim Pasha Attallah su una Lincoln 1942 e dal Capitano Adly Lamloum con una MG sportiva. Il primo premio andò al Capitano Hussein Makram e alla sua Austin Helli 1948; Makram si portò a casa un attestato del Principe Omar Pasha Tosson (allora presidente del prestigioso Egyptian Automotive Club) e un invito al ballo allo Heliopolis Palace.

Nello stesso 1952 che vide la Rivoluzione dei Liberi Ufficiali e l’espulsione degli inglesi dall’Heliopolis Club, anche la città si vide cambiata, con la fine dell’epoca d’oro segnata dall’alta società egiziana e straniera e dal loro denaro. La Belgian Cairo Electric Railways del Barone e la Heliopolis Oasis Company furono nazionalizzate nel 1962. Fu nominato direttore generale l’ingegnere Abdel Hamid Abu El-Atta, che annunciò una nuova era, dove si sarebbe “visto un quadro dipinto a colori diversi”.

Fra le prime trasformazioni: i nuovi decisori sostituirono alla pista dell’ippodromo un grande parco pubblico. Come riporta un giornale dell’epoca: “Le corse dei cavalli sono un hobby per un pubblico molto particolare e limitato, e la pista occupa una posizione centrale nell’area. Di conseguenza, abbiamo visto la necessità di realizzare un grande parco, il primo del Medio Oriente, di trenta ettari, con un grande lago artificiale e spazi per il tempo libero. I cancelli saranno aperti al pubblico per le celebrazioni della Giornata della Rivoluzione”.

Merryland, come si chiamò poi, era un’idea del ministro Mohamed Abu Nosseir e del suo confidente, il medico Sayed Kareem.

Come notarono le autorità locali, Heliopolis iniziò presto ad attirare nuovi residenti, dando vita a un processo di spostamento di popolazione accelerato da progetti come la realizzazione e ampliamento del Cairo International Airport e vari edifici governativi che spuntavano dentro a Heliopolis o ai suoi margini. Il bisogno di nuovi lavoratori nei servizi stimolò ad accelerare ancora di più il ritmo della crescita.

Da un totale di 300 persone nel 1909, la popolazione dell’area era cresciuta sino a 300.000 abitanti nel 1962. Presto i funzionari di Heliopolis approvarono nuovi insediamenti nelle zone circostanti compreso un Tiro a Segno, e iniziarono a pensare al prolungamento della metropolitana urbana. Nel corso degli anni ’60, sembrò dissiparsi il senso di indipendenza che Empain aveva infuso sulla città. Heliopolis resisteva, ma la città fu lentamente assorbita dal governatorato del Cairo. La metropolitana dipendeva dall’autorità del Ministro dei Trasporti, che rivaleggiava coi funzionari del governatorato del Cairo per la titolarità del sistema di trasporti. In nessun modo, disse un pezzo grosso del Cairo, Heliopolis può essere una “isola separata” per quanto riguarda le decisioni. Al contrario, Heliopolis deve essere inserita nella pianificazione generale del Cairo e, naturalmente, dipendere dalla supervisione generale del governatorato.

Da quando è stata assorbita dal Cairo, Heliopolis ha visto molti cambiamenti: i rigidi codici edilizi furono immediatamente accantonati e iniziarono a crescere come funghi edifici orribili sviluppati in altezza durante il boom di popolazione degli anni ‘80. La corruzione, in particolare fra alcuni dei vertici dei distretto, consentì a molti costruttori di aggiungere piani agli edifici, in violazione della legge. Molte di queste strutture sono crollate a seguito del terremoto del 1992, stimolando le richieste per una nuova e più rigida regolamentazione edilizia a livello nazionale.

In più, la Misr Al-Gadida Company for Housing and Urban Development, responsabile del metrò di Heliopolis, riconobbe che la scarsa manutenzione aveva contribuito ad abbassare i livelli di sicurezza e ad aumentare i ritardi, senza parlare delle perdite che avevano superato i 30 milioni di LE solo nel 1991. Disperata, la compagnia propose di vendere le strutture alla Public Transport Authority, che saltò rapidamente sul carro. In breve tempo, la PTA chiese al Primo Ministro dell’epoca 18 milioni per dare qualche ritocco superficiale alla linea. Alla fine, al capo della PTA Youssef Mahmoud furono garantiti in tutto 2 milioni per completare il lavoro.

Problemi o meno, Heliopolis è sempre stata luogo di residenza per molte celebrità, come l’intellettuale Abbas Mahmoud Al-Aqqad; Primi Ministri come Kamal El-Ganzouri o Atef Sedki; noti editorialisti come Ahmed Bahgat o Younan Labib Rizq; l’ex portavoce del Consiglio della Shura Mostafa Kamal Helmy; l’ex ministro dell’Informazione Mohammed Fayek; l’ex ministro della Sanità Ismail Salam. Ora ci abita Safwat El-Sherif, attuale portavoce del Consiglio della Shura, e Heliopolis è stata la casa dell’ex presidente sudanese Gaafar El-Nomeri, dello Yemen Abduallah El-Selal [...]

E naturalmente ci sta la first Lady Suzanne Mubarak, i cui sforzi in favore del quartiere dove è nata, cresciuta, e dove vive, hanno riportato Heliopolis sotto i riflettori nazionali. Andando oltre le feste abbaglianti e i progetti urbanistici di cosmesi, la signora Mubarak ha collaborato col governo ad affrontare alcuni dei problemi più intrattabili del distretto, stimolando la salvezza del Palazzo del Barone e il restauro di altri edifici di significato architettonico ora degradati. Si dice che i suoi sforzi siano stati egualmente importanti per quanto riguarda i miglioramenti nelle reti stradali, nei ponti e gallerie completati lo scorso anno e che hanno migliorato il traffico in tutto il distretto.

E non è soltanto la Città del Sole a richiedere attenzione; molti altri centri e quartieri hanno un disperato bisogno di ritocchi per ripristinare l’aspetto di un tempo. Ma, come si suol dire, anche un viaggio di mille chilometri comincia con un solo passo. Ed è giusto che questo primo passo sia stato fatto col Gioiello del Deserto voluto dal Barone.

Nota: il testo originale – e alcune illustrazioni – al sito di Egypt Today (f.b.)

Se fosse vero – come per i "mali" del proverbio popolare – che anche le polemiche e i litigi non vengono tutti per nuocere, si potrebbe sperare che la querelle esplosa tra Legambiente da una parte, e Italia Nostra e le altre associazioni ambientaliste dall´altra, produca qualche effetto o conseguenza positiva. C´è francamente da augurarselo: nell´interesse loro innanzitutto, ma ancor più nell´interesse della natura, del territorio, del paesaggio, del nostro patrimonio artistico e culturale, della salute e della qualità della vita collettiva.

Con tutti i limiti e i difetti che si possono imputare più o meno strumentalmente agli ecologisti, si deve proprio alla loro presenza, alla loro azione, alla loro iniziativa, e in certi casi perfino al loro "estremismo", il merito d´aver impedito o quantomeno contenuto finora lo scempio finale del Belpaese. Dalla lotta all´abusivismo edilizio a quella contro l´inquinamento, per citare solo due capisaldi storici, tanti risultati non si sarebbero raggiunti senza l´impegno e la compattezza della galassia ecologista.

L´occasione, dunque, può rivelarsi propizia per aprire un tavolo di dialogo e di confronto all´interno dell´ambientalismo italiano, per tentare di superare le divergenze e ricercare possibilmente una sintesi unitaria. Se questo mondo si divide o si spacca, se questa cultura comune si disperde, il fronte è destinato certamente a indebolirsi e la battaglia allora diventa ancora più difficile. E certamente non giova il tiro al bersaglio da una sponda e dall´altra, il gioco dei sospetti e delle accuse reciproche.

Sarebbe tuttavia un grosso errore ridimensionare l´incidente, ridurlo a una questione circoscritta o locale, peggio accantonarlo o nasconderlo come una piccola bega occasionale. Qui non si tratta, infatti, soltanto di Roma o della nuova linea della metropolitana. E neppure si tratta di discutere sull´opportunità o meno d´imboccare la "via giudiziaria", come ha fatto Legambiente costituendosi in giudizio ad adiuvandum al fianco del sindaco Veltroni, contro il ricorso di Italia Nostra sul progetto del nuovo metrò.

Si tratta, piuttosto, di confrontarsi su un modello economico-sociale imperniato sulla tutela e sulla valorizzazione dell´ambiente come "regolatore dello sviluppo", come valvola di sicurezza per la salute dei cittadini, come relais d´un capitalismo moderno. Una sorta d´apparecchio "salvavita", insomma, come quelli elettromagnetici che nelle nostre case impediscono il cortocircuito, la folgorazione dei bambini che infilano le dita nella presa o di chi maneggia l´asciugacapelli con le mani bagnate.

Dal metrò di Roma, l´unica metropoli al mondo senza una vera metropolitana, all´auditorium di Ravello; dalle pale eoliche in Sardegna o altrove all´impianto di compostaggio per lo smaltimento e la riutilizzazione dei rifiuti a Grosseto, le domande della comunità riguardano aspetti fondamentali dell´organizzazione sociale, come i trasporti, l´energia, la salute, il turismo. Ognuna va affrontata in un´ottica complessiva di sistema, fuori dagli interessi municipali, al di là delle rivendicazioni più astratte o all´opposto più materiali. E probabilmente farebbero bene le associazioni, a cominciare da Italia Nostra, a non delegare completamente l´iniziativa alle singole sezioni locali, per evitare il rischio della frammentazione, della conflittualità o a volte del protagonismo.

È fin troppo scontato dire, come abbiamo già detto tante volte in passato, che gli ambientalisti non possono e non devono diventare "il partito del No". Ed è ovvio ripetere che hanno la responsabilità di formulare proposte alternative, d´immaginare soluzioni ecocompatibili, concrete e praticabili. Al giorno d´oggi, però, tutto questo non basta più.

Di fronte alla crisi internazionale, alla recessione e alla disoccupazione che avanzano, alla precarietà e alla paura che aumentano, l´ambientalismo italiano non può rifugiarsi in una ridotta isolata e nostalgica, in un "castello incantato" dove custodire le risorse naturali e i beni artistici come i codici miniati dei monaci benedettini. Deve uscire in campo aperto, mettersi in gioco, misurarsi con la realtà quotidiana per conservare da un lato e valorizzare dall´altro. L´obiettivo è quello di coniugare la salvaguardia dell´ambiente con il rilancio dello sviluppo, tanto più importante in questa fase per un Paese come il nostro povero di materie prime e ricco invece d´un patrimonio inestimabile fatto di verde, mare e coste, monumenti e chiese, quadri e sculture.

Se il pomo della discordia è dunque la leadership dell´intero movimento, bisogna intenderla nel senso d´una contesa culturale, all´interno della quale si contrappongono due visioni, due anime, due modi di interpretare le grandi questioni del nostro tempo, della nostra civiltà. Non c´è spazio per un "vecchio" e un "nuovo" ambientalismo. C´è bisogno, piuttosto, d´una coscienza comune per affrontare e magari risolvere i problemi aperti, per corrispondere alle aspettative e soddisfare le esigenze della società contemporanea.

Gli ambientalisti parlano, giustamente, d´uno "sviluppo sostenibile". Ecco: forse è arrivato il momento di parlare anche d´un "ambientalismo sostenibile", compatibile cioè con l´esigenza d´una maggiore giustizia, una maggiore sicurezza e una maggiore solidarietà. L´ambiente per l´uomo, l´intero genere umano, non contro l´uomo. L´ambiente al servizio dell´uomo, e naturalmente della donna, non l´uomo e la donna sottomessi all´assolutismo dell´ambiente.

Titolo originale: “Discovering” Williamsburg – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Rob Solano, elettricista a domicilio ventiquattrenne che ha vissuto sempre a Williamsburg, Southside, dice che non avrebbe mai pensato a un artista che si trasferisce nel suo quartiere. Era una cosa per la zona bianca, a nord, non per la comunità latina povera dove la famiglia tipo ha un reddito inferiore a 20.000 dollari l’anno.

Ma circa quattro anni fa, vicino a casa sua ha aperto il primo negozio d’arte, sulla Bedford Avenue fra la Quarta e la Quinta strada sud, e rapidamente, nel tempo che ci impieghi a pronunciare le parole “Soho a Brooklyn” (il nome di un nuovo negozio alimentare nella via a fianco) la vita di prima era in pericolo.

Gli affitti, che andavano da 300 a 500 dollari al mese prima del 2000, sono saltati a 1.500 o anche 2.000, coi nuovi abitanti di tendenza che si trasferivano qui fuggendo dai prezzi di Manhattan. Solano racconta di aver scoperto in fretta che molta fra la gente che conosceva se ne stava andando via da Brooklyn, o addirittura dalla città, perché non poteva permettersi di pagare l’affitto.

”È il fatto più grosso. Adesso stanno tutti in Pennsylvania”.

Con l’amministrazione Bloomberg che sta portando avanti un nuovo piano per il waterfront l’impennata degli affitti a Williamsburg sarà ancora più accelerata, e le cose andranno sempre peggio per una gran quantità di residenti. Dato che le gli affitti stanno salendo bruscamente anche a Bushwick e East New York, non ci sono molte alternative all’andarsene da Brooklyn, che un tempo era il simbolo della classe operaia d’America. E anche se i funzionari dell’ufficio tecnico comunale dicono che il piano attiverà un programma di “inclusione”, con più di 2.300 alloggi di edilizia sovvenzionata, fra Williamsburg e Greenpoint, non necessariamente sarà d’aiuto ai poveri cacciati da Southside.

Non è una mia conclusione. Sta scritto nella valutazione di impatto ambientale dell’ufficio urbanistica. Anche se metà delle case popolari sono destinate ad abitanti di Greenpoint-Williamsburg, il documento datato 4 marzo aggiunge che “non tutta la popolazione potenzialmente delocalizzata sarà probabilmente in grado di prendere in affitto questi alloggi”. Ciò vuol dire che rimane, almeno in parte, un “significativo impatto”.

Il che tradotto vuol dire: il documento dimostra che il piano dell’amministrazione municipale è un rischio per gli abitanti poveri di Southside, specialmente quelli nei piccoli edifici non coperti dalla regolamentazione degli affitti. Diciamocelo: gli affitti cresceranno semplicemente in base alla prospettiva di nuove abitazioni di lusso realizzate nell’area, e gli attuali abitanti di Southside, compresi parecchi alternativi, se ne saranno andati da un pezzo prima che si rendano disponibili i primi alloggi a prezzi controllati.

Rachaele Raynoff, portavoce dell’ufficio urbanistica, afferma che la variante di piano offre “un programma residenziale popolare incredibilmente aggressivo”. Definisce la valutazione di impatto ambientale “estremamente conservatrice” e dice che si creeranno più case a prezzi accessibili di quante non se ne perdano.

Ma lo studio non è così attento a proteggere i poveri. Con la vecchia giustificazione tipica dello urban renewal, essenzialmente afferma che si può procedere, dato che i poveri sono già obbligati ad andarsene in ogni caso.

Alcuni, come la signora Manuela Butler, vorrebbero rimanere – e in un’abitazione adeguata. “Prima stavamo a tavola mamma, papà, bambini. Adesso ci stiamo con altre due famiglie. I figli si sposano, e semplicemente rimangono qui”.

John Mulhern, direttore della Southside Community Mission, racconta di scorgere i segni del movimento di popolazione alle funzioni domenicali della cattolica Transfiguration Church su Marcy Avenue. I fedeli sono diminuiti, dai 1.500 di cinque anni fa, a 900.

”Stiamo perdendo un significativo numero di persone, verso la Florida, principalmente l’area di Orlando”, racconta Mulhern, e aggiunge che altri se ne sono andati a Maspeth o Ridgewood, altri a Allentown o ai Poconos a cercare case più a buon mercato.

”New York sarebbe una città più vitale se potessimo avere una base economica più varia. “È malsano rendere enormi parti della città inabitabili da famiglie di lavoratori”.

La Southside Mission ha collaborato a organizzare la Churches United for Fair Housing, a far pressione sull’amministrazione cittadina perché inserisca più case popolari nel discusso piano di Bloomberg per la variante al waterfront.

Il reverendo Jim O’Shea, un sacerdote che che aiutato a organizzare la campagna, dice che lo fa soffrire, ascoltare che descrivono il quartiere come “frontiera” e i nuovi arrivati “pionieri”.

“Sembra di sentir parlare Cristoforo Colombo”. Non avevo pensato alla cosa da questo punto di vista: è il linguaggio dell’oppressione coloniale. È ora di iniziare a vedere questa storia attraverso gli occhi degli abitanti di Southside. “È incredibile quello che succede” racconta Solano, attivista della chiesa. “Basta una cosa sola, come un caffè Starbucks, e arrivano a centinaia”.

Nota: qui il testo originale al sito del Village Voice - qui l'intero progetto di "rezoning" all'ufficio urbanistica di New York City (f.b.)

Titolo originale: I Have a Nightmare – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Quando degli ambientalisti scrivono una cosa come “ La Morte dell’Ambientalismo”, vuol dire che il movimento ha grossi problemi.

Quel saggio, scritto da due giovani ecologisti, gira su internet dallo scorso autunno, e ha provocato una guerra civile fra quelli che stanno abbarbicati agli alberi, perché sostiene che “l’ambientalismo moderno, con tutte le proprie presunzioni non provate, concetti superati, strategie esaurite, deve morire per far sopravvivere qualcosa”. È triste, ma gli autori, Michael Shellenberger e Ted Nordhaus, hanno ragione.

Il movimento ecologista USA non riesce a vincere nemmeno rispetto alle questioni prioritarie, anche se ha il vantaggio di essere quasi sempre dalla parte del giusto. Le trivellazioni petrolifere nello Arctic National Wildlife Refuge possono essere approvate da un momento all’altro, e non c’è stato sinora nessun progresso, da noi, su quello che nei tempi lunghi può essere il problema più importante per la Terra: il mutamento climatico.

Il problema fondamentale, per come la vedo io, è che i gruppi ambientalisti sono troppo spesso allarmisti. Hanno una tradizione incredibile da questo punto di vista, e così hanno perso di credibilità di fronte al pubblico. Alcuni fanno un ottimo lavoro, ma alcuni di loro potrebbero essere considerati l’equivalente, a sinistra, dei neocons: luccicanti di chiarezza morale e zelo ideologico, ma privi di sfumature. (l’industria ha anche aumentato a dismisura i rischi, esagerando il fatto che le tutele ambientali comporterebbero terribili costi economici).

“La Morte dell’Ambientalismo” è sulla mia stessa lunghezza d’onda. Un tempo ero un attivista ecologico, e condivido ancora le grandi questioni del movimento, ma ora sono scettico riguardo a quei discorsi “Ho avuto un incubo”.

Negli anni ’70 il movimento ambientalista era convinto che l’oleodotto in Alaska avrebbe devastato i branchi di caribù dell’Artico centrale. Da allora, sono quintuplicati.

Quando ho iniziato a preoccuparmi per il mutamento climatico, il raffreddamento globale e l’inverno nucleare sembravano i rischi principali. Come scriveva Newsweek nel 1975: “I meteorologi divergono tra loro su cause e tendenze del raffreddamento ... ma sono quasi unanimi nel ritenere che la produzione agricola si ridurrà per il resto del secolo”.

Questo dovrebbe insegnare agli ambientalisti un po’ di umiltà. Il problemi sono reali, ma lo è anche l’incertezza. Gli ecologisti avevano ragione rispetto al DDT che minacciava le aquile calve, per esempio, ma bloccare tutte le disinfestazioni nel terzo mondo ha portato a centinaia di migliaia di morti per malaria.

Allo stesso modo, gli ambientalisti giustamente allertavano riguardo alla pressione demografica, ma esageravano enormemente nelle stime. Paul Ehrlich sosteneva in The Population Bomb che “la battaglia per nutrire l’umanità è finita ... Centinaia di milioni di persone sono destinate a morire di fame”. Nella mia biblioteca ho un libro ancora più vecchio, Too Many Asians, con la foto di una massa di indiani in copertina. Il volume avvisa che la minaccia degli asiatici che si moltiplicano senza tregua è “anche più grave della guerra nucleare”.

Jared Diamond, autore dell’affascinante nuovo Collapse, che mostra come alcune civiltà di fatto si siano suicidate saccheggiando il proprio ambiente, dice che i falsi allarmi non sono una cattiva cosa. Il professor Diamond sostiene che se accettiamo falsi allarmi per gli incendi, perché non per la salute del pianeta? Ma le sirene degli allarmi ambientali hanno suonato così a lungo, come antifurti di macchine, da diventare solo rumori di fondo iritanti.

Da un certo punto di vista, siamo tutti ambientalisti ora. Il Pew Research Center ha rilevato che più di tre quarti degli americani concordano sul fatto che “questo paese dovrebbe fare ogni cosa per proteggere l’ambiente”. Ma il sostegno all’ambiente si accoppia al sospetto verso gli ambientalisti. La Morte dell’Ambientalismo sottolinea che un sondaggio del 2000 ha rilevato come il 41% degli americani consideri gli attivisti ecologici degli “estremisti”. Ci sono molti ambientalisti seri, naturalmente, ma quelli con eccesso di zelo hanno fatto terra bruciata.

La perdita di credibilità è un fatto tragico, perché di ambientalisti ragionevoli – senza allarmismi o esagerazioni – c’è un urgente bisogno.

Viste le incertezze e i do-ut-des, si dovrebbe dare priorità all’evitare i danni ambientali irreversibili, come le estinzioni, il mutamento climatico, la perdita di spazi naturali. E i cambiamenti irreversibili sono esattamente la posta in gioco, con l’amministrazione Bush che programma di trivellare nelle aree selvagge dell’Artico, di costruire strade nelle foreste vergini, di non fare essenzialmente nulla per il riscaldamento globale. È un programma che ci farà fare una figuraccia, davanti ai nostri nipoti.

Dunque sarebbe un fattore critico, avere un movimento ambientalista credibile, articolato e dotato di sfumature, molto rispettato. Ma ora, temo, non ce l’abbiamo.

Nota preliminare: questo articolo era stato pubblicato originariamente col titolo The New Urbanism and the Communitarian Trap, sullo Harvard Design Magazine, inverno/primavera 1997; la lettrice Laura Zumin ce l'ha segnalato nella versione spagnola, El nuevo urbanismo y la trampa comunitaria, proposta da La Vanguardia(Barcelona), nel numero del 26 novembre 2000. La presente traduzione per Eddyburg è dall'originale inglese, e ovviamente ringraziamo Laura Zumin per la segnalazione e gli altri interventi sui temi del New Urbanism (Fabrizio Bottini)

Tornando a Oakland dopo molti anni di assenza, Gertrude Stein osservava “non c’è un lì, lì”. Questo è spesso preso come semplice condanna dell’impoverita qualità della vita urbana americana, un commento che sorge naturale da chi considera l’America suo paese natale, e Parigi la sua casa. Questa lettura si colloca in una lunga linea di commenti critici e spesso indignati sulla “assenza di luoghi” e mancanza di “autenticità” che caratterizzano tante città americane, in un processo di urbanizzazione che produce quanto James Kunstler (in The Geography of Nowhere, 1993, e Home from Nowhere, 1996) stigmatizza “la geografia del nulla” (a comporre questo acido mosaico: suburbi senz’anima, demenziali edge cities, centri città frammentati e che cadono a pezzi). Scopo dell’architettura e della progettazione urbana diventa così l’eroica battaglia contro tali mostruose deformità. Ma a ben vedere l’osservazione della Stein era una risposta, molto personale ed emotiva, alla rapidità del cambiamento nelle città americane, al quel processo di continua ricostruzione che oblitera e cancella memorie infantili di luoghi e persone. Il modo per recuperare storia, tradizione, memoria collettiva e identità, diventa così la ricerca del santo graal.

Queste due tematiche, non necessariamente si escludono a vicenda. E in quello che oggi si propone come Nuovo Urbanesimo (vedi Peter Calthorpe, The Next American Metropolis, 1993, e Peter Katz, The New Urbanism: Toward an Architecture of Community, 1994), assistiamo alla loro deliberata convergenza entro una dichiarazione programmatica. La vita urbana può essere radicalmente migliorata, resa più autentica e consapevole dei luoghi, si sostiene, tornando ai concetti di vicinato e comunità che un tempo hanno dato alle città tanta coerenza, vivacità, continuità e stabilità. La memoria collettiva di un passato più civico può essere recuperata attraverso un adeguato richiamo ai simboli tradizionali.

C’è molto da encomiare, in questo movimento, oltre lo scatto di adrenalina del dichiarare guerra al senso comune ormai radicato in tante istituzioni (costruttori, finanza, politica, trasporti, interessi vari). In primo luogo, c’è la voglia di pensare lo spazio di un particolare intervento nel quadro dell’area nel suo insieme, e perseguire un ideale più organico, olistico, di cosa potrebbero essere città e regioni. Nel farlo, si supera il penchant postmoderno per la frammentazione, e vengono resuscitati Raymond Unwin, il New York Regional Plan del 1929, e Luwis Mumford, come guide all’azione migliori della Carta d’Atene. E ancora, c’è un forte interesse per le forme conchiuse e integrate di insediamento che escludano la concezione piuttosto ridicola della città a zonizzazione orizzontale e a grandi lotti. Questo libera l’interesse per le architetture civiche e la strada come arene di socialità. Permette, anche, nuovi modi di pensare alle relazioni fra vita e lavoro, facilita una dimensione ecologica nel progetto, che in qualche modo vada oltre l’alta qualità ambientale intesa come bene di consumo (nonostante se ne usi parecchia); e inizia a prestare attenzione allo spinoso problema di cosa fare coi dissipatori bisogni energetici dell’urbanizzazione basata sull’automobile, che ha dominato gli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale.

Ma c’è anche spazio per lo scetticismo. Ad esempio, la presunzione che l’America sia “piena di persone che aspirano a vivere in vere comunità, ma che hanno solo una pallida idea di cosa ciò significhi in termini di progettazione fisica” (Kunstler, 1996) tradisce una certa arroganza. Ma ci sono obiezioni più sostanziali. Non è chiaro ad esempio se la preferenza per il vicinato e la comunità (ammesso che esista) possa sostituire facilmente la storia d’amore dell’America con l’automobile, anche se questo spostamento è economicamente fattibile. La maggior parte dei progetti realizzati, in più, sono insediamenti “greenfield” in gran parte per ricchi, e sembrano più orientati a rendere il suburbio “un posto migliore per vivere” (Philip Langdon, A Better Place to Live: Reshaping the American Suburb, 1994) che a rivitalizzare i centri urbani in decadenza. E non è neppure chiaro a Vincent Scully, alleato scettico del movimento, se i ricchi stiano scegliendo la “comunità” o invece “l’immagine” della comunità (“The Architecture of Community” in Katz, The New Urbanism). La memoria collettiva si recupera o si inventa? Più seriamente, il new urbanism non può caricarsi la croce dell’impoverimento e crisi urbana. Quando scompaiono posti di lavoro, come sottolinea William Julius Wilson in When Work Disappears, l’intero tessuto sociale stracciato a pezzi, invocare la comunità e i quartieri tradizionali (del tipo progettato da Andres Duany e Elizabeth Plater-Zyberk) sembra irrilevante per il destino della “nuova” metropoli americana che si va formando tutto intorno a noi. In assenza di lavoro e prodigalità governativa, gli auspici “civici” del new urbanism suonano particolarmente vuoti.

Ma la mia vera preoccupazione è che il movimento ripeta fondamentalmente gli stessi errori degli stili architettonici e urbanistici che critica. Detto in modo semplice, non continua nell’idea secondo cui la definizione di un ordine spaziale sia, o possa diventare, fondamento di un nuovo ordine morale ed estetico? Non presume che adeguate qualità architettoniche e progettuali potranno essere la salvezza non solo delle città americane, ma della vita sociale, economica e politica in genere? Pochi sostenitori del movimento esporrebbero una tesi tanto netta (anche se Kunstler ci va vicino). Ma questa presunzione pervade gli scritti dei nuovi urbanisti come una sorta di sub-testo subliminale. Il movimento non riconosce che la fondamentale difficoltà del modernismo è stata la costante abitudine a privilegiare le forme spaziali rispetto ai problemi sociali. Ciò, come dimostra L. Marin (in Utopics: Spatial Play, 1984), è centrale in tutte le forme di utopismo classico (a cominciare da Thomas More, le cui descrizioni di Utopia sono preoccupantemente simili a quelle proposte dal new urbanism). L’effetto è di distruggere le possibilità della storia, assicurando stabilità sociale attraverso il contenimento di tutti i processi entro una cornice spaziale. Il new urbanism cambia la cornice spaziale, ma non la presunzione dell’ordine spaziale come veicolo per controllare i processi e la storia.

I legami tra forme e processi sociali qui si costruiscono attraverso la correlazione fra il progetto di architettura e una certa ideologia della comunità. Il New Urbanism assembla molto del proprio potere retorico e politico entro un nostalgico appello alla “comunità” come panacea per tutti i nostri mali sociali, economici, e urbani. VincentScully, ad esempio, commentando Seaside, icona del New Urbanism(in Katz, The New Urbanism), nota che sia “riuscita oltre qualunque altro lavoro di architettura dei nostri tempi .... a creare un’immagine di comunità, un simbolo del posto della cultura umana entro la vastità della natura”. E continua:

”Non si può fare a meno di sperare che la lezione di Seaside e delle altre città nuove che stanno prendendo forma possa applicarsi al problema delle case per i poveri. È qui che c’è più bisogno di comunità, e dove essa è stata più disastrosamente distrutta. I centri città dovrebbero davvero essere spezzati entro i propri quartieri interni se ciò succedesse lì. È triste pensare che tutto questo sarebbe stato tanto più facile prima dell’era del Redevelopment, quando esisteva ancora una struttura base dei quartieri ... Quindi è un problema concreto, se il “centro città” così come lo conosciamo possa mai essere conformato come il tipo di spazio in cui vuole vivere la maggioranza degli americani”.

La presunzione, qui, è che i quartieri siano in qualche misura “intrinseci”, che la forma corretta delle città sia una qualche “struttura per quartieri”, che “quartiere” sia l’equivalente di “comunità”, e che la “comunità” sia ciò che la maggior parte degli americani vuole, e di cui ha bisogno (che lo sappiano o meno).

Ma la “comunità” può davvero salvarci dal mondo agonizzante della dissoluzione sociale, del materialismo arraffa-arraffa e della cupidigia individualista, egoista, market-oriented? Comunità ha sempre significato cose diverse per persone diverse, e dunque qualle tipo di comunità si intende nella filosofia del New Urbanism? È qui che il richiamare un passato mitologico porta con sé un carico pericoloso.

Il New Urbanism di fatto si lega al facile tentativo contemporaneo di trasformare grandi e brulicanti città, apparentemente fuori controllo, in una serie di “villaggi urbani” collegati l’uno all’altro dove, si ritiene, ognuno possa relazionarsi in modi civili e urbani con chiunque altro. In Gran Bretagna, il Principe Carlo ha guidato questa carica emotiva al “villaggio urbano” come locus della rigenerazione urbana. Leon Krier, uno spesso citato cultore del New Urbanism, è uno dei suoi principali battistrada per l’architettura. E l’idea attira, trovando il sostegno dei gruppi etnici marginalizzati, delle classi lavoratrici impoverite e combattive, lasciate in secca dalla deindustrializzazione, dai nostalgici dei ceti medi e alti, che lo vedono come una forma civilizzata di costruzione che offre caffè sul marciapiede, aree pedonali, negozi di Laura Ashley.

Il lato oscuro di questo comunitarismo, resta non detto: sin dalle prime fasi della massiccia urbanizzazione nel segno dell’industria, “lo spirito della comunità” è stato usato come antidoto per qualunque minaccia di disordine sociale, lotta di classe, violenza rivoluzionaria. “Comunità” è sempre stato uno dei luoghi chiave di controllo e sorveglianza sociale, ai confini dell’esplicita repressione. Le comunità stabili spesso escludono, definiscono sé stesse contro gli altri, erigono ogni sorta di segnali “alla larga” (quando non mura tangibili). Come sottolinea M. Young (in Justice and the Politics of Difference, 1990), “Razzismo, sciovinismo etinco, svalutazione di classe ... crescono in parte dal desiderio di comunità” in modo che “l’identificazione positiva di alcuni gruppi è spesso realizzata qualificando innanzitutto gli altri gruppi come altro, il semi-umano di valore inferiore”. Come conseguenza, la comunità spesso è stata una barriera anziché un facilitatore per il progresso sociale, e molta della migrazione popolare dai villaggi (sia rurali che urbani) nasce precisamente da fatto che sono oppressivi per lo spirito umano e superflui come forma di organizzazione sociopolitica (si vedano ad esempio R. Blythe, Akenfield: Portrait of an English Village, 1969, e Richard Sennett, The Uses of Disorder, 1970). Tutto ciò che rende la città così eccitante – l’inaspettato, i conflitti, lo stimolo di esplorare spazi sconosciuti – sarà strettamente controllato e delimitato da grandi segnali che recitano “qui non si accettano comportamenti devianti”. Non importa: l’idea del villaggio urbano o di qualche tipo di soluzione comunitaria (vedi Michael Sandel, Liberalism and the Limits of Justice, 1982, e Amitai Etzioni, The Spiritof Community: Rights, Responsibilities, and the Communitarian Agenda, 1993, per tesi sociali di tipo simile) per i nostri mali urbani si scava insidiosamente la strada nella coscienza collettiva, col New Urbanism come una delle sue forme di articolazione.

Un antidoto più adeguato all’implicito determinismo spaziale che caratterizzasia il modernismo che il new urbanism non è l’abbandono di tutta la discussione sulla città (o sulla possibilità dell’utopia) in quanto tale, ma comprendere che l’urbanizzazione come insieme di processi fluidi in correlazione dialettica con la forma dello spazio che essi suscitano e che a sua volta esso contiene. L’utopianesimo dei processi appare molto diverso da quello della forma spaziale. Il problema allora è di arruolarsi nella battaglia per proporre un socialmente più giusto, politicamente emancipatorio, ed ecologicamente sano processo di produzione di miscele spazio-temporali, anziché accondiscendere a quelli imposti da una incontrollata accumulazione capitalistica, sostenuta dal privilegio di classe e da vistose ineguaglianze di potere politici-economico. Costruire qualcosa che chiamiamo comunità insieme ad una politica dei luoghi può offrire una sorta di base fondativa per una lotta del genere (ne discuto in Justice, Nature and the Geography of Difference, 1996). Ma il New Urbanism non presta attenzione a questo: costruisce un’immagine di comunità e una retorica dell’orgoglio civico basata sui luoghi, sulla consapevolezza per chi non ne ha bisogno, abbandonando chi ne ha al proprio destino di “ underclass”.

La logica dell’accumulazione capitalistica e del privilegio di classe, per quanto egemonica, non può sempre controllare ogni sfumatura dell’urbanizzazione (per non parlare dello spazio discorsivo e immaginario sempre associato alle discussioni sulla città); l’intensificarsi delle contraddizioni nell’urbanizzazione contemporanea, anche per i privilegiati (alcuni dei quali illuminati dal New Urbanism), crea ogni genere di spazi interstiziali entro cui possono fiorire possibilità liberatorie ed emancipatrici. Il New Urbanism individua alcuni di questi spazi, ma il suo conservatorismo, il suo comunitarianesimo, il suo rifiuto di confrontarsi con l’economia politica del potere, ne smussa il potenziale rivoluzionario.

Nel labirinto ideologico e botanico in cui rischia di smarrirsi il centrosinistra, tra alberi d´alto fusto e fiori di campo o di serra, sigle improbabili e innesti artificiali, c´è un filo di Arianna che può aiutare l´opposizione a trovare una via d´uscita per ridefinire la propria natura e la propria identità: la salvaguardia dell´ambiente come priorità assoluta, come perno programmatico di un´alternativa di governo, come paradigma di un nuovo modello di sviluppo economico e sociale. È una piattaforma riformista tanto ampia da contenere e aggregare intorno all´Ulivo storie e culture diverse, componenti e vocazioni che si richiamano a un´origine e a un destino comuni, in nome di una moderna solidarietà - di ispirazione laica o cattolica - tesa a ridurre per quanto possibile le disuguaglianze, le distanze fra i privilegiati e gli "ultimi", il gap fra le generazioni.

Da un anno e mezzo, in un black-out mediatico che ai promotori è sembrato sconfinare a volte nell´indifferenza o peggio nella censura, su mandato dei rispettivi segretari o presidenti gli otto partiti della minoranza hanno costituito un Tavolo Ambiente dell´Opposizione, denominato ambiziosamente Tao e raffigurato da due spirali contrapposte, come il principio della filosofia cinese. Articolato su due livelli, uno politico e uno tecnico, il lavoro è stato suddiviso in commissioni, con la partecipazione di numerosi esperti di settore: dall´energia all´acqua, dalle aree protette ai rifiuti, dalla difesa del suolo ai trasporti, dalla fiscalità ecologica all´agricoltura.

Attraverso un confronto al proprio interno, ciascun gruppo ha elaborato così un documento monografico con una serie di proposte concrete, «alla ricerca - come si legge in un comunicato congiunto - di una progettualità alternativa che definisca una nuova qualità sociale e ambientale dello sviluppo». E il prossimo 18 gennaio, in vista dell´entrata in vigore del Protocollo di Kyoto, il Tao farà il suo esordio ufficiale per presentare il testo-base, quello sull´energia e i cambiamenti climatici, predisposto dalla commissione di cui è presidente Paolo degli Espinosa (Democratici di sinistra): al convegno parteciperanno Romano Prodi e i segretari dei partiti della Gad.

È un segnale positivo per il popolo di centrosinistra, proprio nel momento in cui la Federazione dell´Ulivo stenta a individuare la rotta da seguire per ricandidarsi alla guida del Paese. Non solo perché testimonia un impegno di ricerca e di dialogo che tende finalmente a unire sulle scelte, piuttosto che a dividere sulle formule. Ma soprattutto per il fatto che l´obiettivo dichiarato è un progetto di società, e quindi un programma di governo, in alternativa a quello del centrodestra. Dai guasti del condono edilizio alle incognite della delega ambientale, negli ultimi tempi la maggioranza parlamentare ha fatto di tutto per dimostrare quanto ciò sia necessario e urgente per impedire l´ulteriore rovina del Malpaese.

Con un apprezzabile sforzo di pragmatismo che punta a contrastare la crisi economica, il Tao propone di «fare dell´Ambiente la principale occasione di nuova e buona occupazione». E nello spirito del Protocollo di Kyoto, sollecita perciò «una diversa politica energetica fondata sul risparmio e su un uso razionale dell´energia nonché sullo sviluppo di fonti rinnovabili pulite quali solare, termico e fotovoltaico, eolico e piccolo idroelettrico», in rapporto alle condizioni e alle caratteristiche locali. Da qui, secondo il documento elaborato dai partiti di opposizione, un triplo vantaggio in termini di qualità ambientale, in particolare per la salvaguardia del clima e i rischi che derivano dalla limitatezza dei giacimenti mondiali di combustibile (petrolio e uranio); di maggiore efficienza del sistema di produzione e consumo; e infine, di riduzione della spesa per importazione di combustibile.

All´insegna dello slogan «Ricominciamo dai Parchi», un altro documento che offre spunti e indicazioni interessanti è quello elaborato dal gruppo sulle Aree protette e la Biodiversità, presieduto da Mario Castorina (Italia dei Valori). Qui la difesa dei parchi va al di là della conservazione della natura, per assumere un "valore culturale" autonomo. Le aree protette diventano allora il luogo ideale per sperimentare le pratiche rispettose dell´ambiente e dimostrate nello stesso tempo che lo sviluppo economico e sociale può svolgersi in armonia con le dinamiche naturali.

Su una «politica per il mare», attenta agli aspetti ambientali, economici e culturali in una visione più internazionale, si fonda infine «una politica di pace, di collaborazione, di integrazione economica e di solidarietà, per coinvolgere l´Unione europea verso l´insieme dei Paesi del Mediterraneo». Il presupposto fondamentale, ovviamente, è quello di non considerare più il mare come una pattumiera o una discarica, per sfruttare al meglio tutte le sue potenzialità. A cominciare dal turismo.

Il rischio principale da cui il Tavolo dell´Ambiente deve guardarsi, tuttavia, è quello di compilare un nuovo "libro dei sogni", tanto completo e originale quanto immaginario. Le idee, le indicazioni e le proposte contenute nei vari documenti devono essere tradotte necessariamente in soluzioni concrete e praticabili, per evitare di contrapporre un Ambiente ideale a un Ambiente impossibile. Ma questo è un compito di sintesi che spetta alla responsabilità e alla competenza della politica.

Titolo originale: Charles Plan Would Require Clustered Development – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Una proposta pensata per tutelare le zone rurali della Charles County e scoraggiare lo sprawl ha suscitato un vivo dibattito sul tipo di edificazione che sarà consentita per l’80% del territorio.

Le norme chiedono ai costruttori di realizzare le case per gruppi, su appezzamenti di piccole dimensioni, e conservare gli spazi aperti come campagne e boschi.

La proposta, presentata lunedì in una riunione della Planning Commission, ha sollevato appassionate proteste da parte dei coltivatori, che sostengono che così le loro proprietà diventeranno meno appetibili per i costruttori, rendendo più difficile ritirarsi dall’attività o cedere i terreni ai figli.

”Non ci sono più molti coltivatori” ha detto Gilbert Bowling di Newport al comitato, di fronte a un pubblico di circa 70 persone. “L’agricoltura è in difficoltà e ha bisogno di sostegni. Questo non lo è”.

Le norme di zoning della contea richiedono circa 1,2 ettari per ogni abitazione costruita, ovvero circa 40 ettari per ogni 33 case. Per un nuovo insediamento di sei o più abitazioni, le modifiche proposte prevedono che il proprietario dei terreni conservi il 65% delle superfici, concentrando gli interventi sul restante 35%. Le regole non valgono per lottizzazioni con superfici di 8 ettari, o meno di sei abitazioni.

Si discute, se le proposte modifiche – per le aree di conservazione agricola e rurale della contea, 100.000 ettari – riducano la quantità di abitazioni che è possibile edificare.

”È possibile garantire che concentrando non si perda qualche lotto? No” dice il direttore per l’urbanistica David Umling. “Non esistono verità assolute”.

Umling sostiene che il numero di abitazioni edificabili dipenderà dalle caratteristiche delle proprietà, come in fatto che il suolo in alcune zone sia adatto al filtraggio delle acque.

Una risposta che non soddisfa i coltivatori e gli altri, convinti che la contea sia più preoccupata di proteggere le vedute paesaggistiche che non i diritti dei proprietari.

”State semplicemente obbligandoci a rinunciare al 65% della nostra proprietà” dice il coltivatore Jim Maus di Nanjemoy. E aggiunge un po’ per scherzo,”Ho una ventina di ettari, sarei lieto di venderveli”.

La quantità di terre agricole è diminuita rapidamente nella contea di Charles, zone un tempo dominata dalla produzione di tabacco. Ce n’erano 22.000 ettari nel 2002, contro i 27.500 del 1987. Il numero delle aziende è sceso del 7%, sino a 418 unità, dal 1997 al 2002.

Un piccolo gruppo di proponenti, ha dichiarato alla riunione di lunedì che queste norme sono urgentemente necessarie, perché molti dei contratti di sovvenzione statali del tabacco scadranno nel 2011. Con la fine di questi pagamenti, potrebbero rendersi disponibili all’edificazione oltre 4.000 ettari di terreni.

Alcuni residenti approvano la proposta perché tenta di prevenire un’edificazione continua. “La bellezza del paesaggio rurale attira edificazione, che però per prima cosa distrugge le caratteristiche naturali che hanno attirato le persone” dice Cheryl Thomas di Welcome, membro della Conservancy of Charles County.

Agli oppositori, le norme proposte riecheggiano un piano dell’anno scorso, che richiedeva otto ettari per ogni abitazione. La proposta fu respinta dal consiglio della Charles County.

All’epoca, quattro su cinque componenti si dichiararono invece favorevoli all’obbligo di clustering dell’edificazione. Charles Rice, urbanista responsabile per le zone agricole della contea, dice che la concentrazione degli interventi potrebbe attirare i costruttori, dato che consente più edifici su meno suoli.

Almeno altre sette contee del Maryland richiedono questo clustered development, con indicazioni variabili per quanto riguarda gli spazi aperti. La proposta della Charles per il l 65% si colloca in una posizione intermedia. Le contee Calvert e Baltimore prevedono rispettivamente di conservare 80 e 70 per cento. La St. Mary la Wicomico richiedono entrambe il 50% di spazi aperti.

Un progettista locale che ha lavorato su 14 insediamenti concentrati all’interno della contea, sostiene che queste norme potrebbero avere effetti indesiderati.

Timothy Lessner di Waldorf dice che la proposta va “molto, molto oltre” quanto raccomandato nel 2002 da una commissione di cittadini. I limiti per le zone agricole spingerebbero l’edificazione verso le aree boschive. “È l’esatto opposto dell’obiettivo di ridurre al minimo l’impatto sui boschi” ha scritto alla commissione urbanistica.

La commissione esaminerà le osservazioni del pubblico a partire dal 14 ottobre, e discuterà ancora il problema, prima di esprimere le proprie raccomandazioni al consiglio di contea.

Nota: il testo originale al sito del Washington Post (f.b.)

Titolo originale: Suburbs look to serve seniors – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

STANDISH — Dopo 30 anni, Betty Edwards si è abituata alla vita qui a Standish: gli amici che incontra quotidianamente, i negozi che hanno tutto quello di cui ha bisogno, la bellezza e tranquillità di stare sul Sebago Lake.

La signora Edwards, novantenne attiva, se la cava bene. Ma si preoccupa perché un cambio nella sua situazione potrebbe significare andarsene da Standish, cosa che non vuole fare.

La popolazione di età superiore ai 65 anni è in crescita nei sobborghi a ovest di Portland, una tendenza che sta accentuando la domanda di abitazioni. I nuclei che non rispondono a questa domanda rischiano di perdere i residenti più anziani.

”Sarebbe davvero odioso andarmene da Standish” dice la signora Edwards.

Il sentimento è reciproco. La cittadina recentemente ha istituito un comitato per trovare soluzioni per le abitazioni degli anziani, di cui la signora Edwards è membro.

Secondo il censimento del 2000, i residenti anziani sono il 15% della popolazione nella regione dei Laghi, lo stesso che a Portland. Le cittadine di Bridgton, Casco, Gorham, Naples, Raymond, Sebago, Standish e Windham hanno tutte visto un aumento degli abitanti senior.

Larry Gross, direttore della Southern Maine Area Agency on Aging, afferma che questo fenomeno si chiama “ aging in place” ovvero che gli anziani tendono a fermarsi, invecchiando.

Questo può diventare un problema se le amministrazioni non sono preparate a offrire servizi come trasporti, centri medici, attività sociali e abitazioni, dice Gross.

Gli anziani offrono una ricchezza di conoscenze ed esperienza che le città devono cercare di trattenere.

”Mi piace pensare che le cittadine stiano cominciando a riconoscere come sia importante il contributo della popolazione anziana al tessuto sociale” dice Gross.

L’amministrazione di Windham ha risposto alla domanda di abitazioni. Avesta Housing, l’agenzia che sovrintende la costruzione di quartieri a prezzo controllato nel su del Maine, gestisce ora un complesso del genere, New Marblehead Manor, e sta per aprirne un altro, Unity Gardens. Entrambi hanno lunghe liste d’attesa.

Questa primavera, l’agenzia ha avuto l’approvazione per un progetto di appartamenti per anziani dentro un complesso residenziale nella zona di Little Falls, vicono al confine tra le circoscrizioni di Windham e Gorham.

Deborah Keller della Avesta dice che l’agenzia gestisce nove complessi residenziali nella fascia occidentale dei sobborghi, come Stone Crest, struttura per anziani a Standish con 12 alloggi e una lista d’attesa. La maggior parte dei progetti sono realizzati e gestiti con l’aiuto di fondi federali. I complessi migliori sono quelli che favoriscono l’indipendenza, stanno vicini a servizi come il supermercato, e offrono attività sociali.

Ma i costruttori devono affrontare anche alcuni problemi, dal reperimento di fondi sufficienti a quello di un’area adatta allo scopo. Keller dice che ci possono volere mesi o anni per trovare terreni adeguati. In tutti i centri, i costruttori si trovano anche di fronte a norme e regole che possono rendere difficile l’edificazione, dice.

La consigliera municipale di Standish, Cindy Hopkins, afferma che esistono parecchie forze che tendono a spingere gli anziani fuori dalle loro case, come la difficoltà di pagare le tasse immobiliari. Hopkins fa parte del comitato cittadino che si occupa della carenza di residenze per anziani.

Nella ricerca delle risposte ai problemi, il comitato ha chiesto consiglio a funzionari del Maine Department of Health and Human Services, o a costruttori specializzati in case a prezzi controllati per anziani. È stato condotto anche un sondaggio telefonico informale sui residenti più anziani per individuarne i bisogni. Il comitato spera di presentare al consiglio municipale un rapporto sui risultati dell’indagine entro un mese.

Hopkins, residente di lunga data a Standish, dice che la cittadina deve ai suoi residenti anziani la ricerca dei modi per farli restare. “Se possono restare a Standish, dicono di poter restare a casa”.

Jolene Webber, altro membro del comitato, che abita a Standish dal 1951, dice di poter nominare parecchi amici che hanno dovuto spostarsi a causa di un problema con la casa.

A partire da lavoro col comitato e dalle discussioni con amici, Webber, di 75 anni, ha iniziato a chiedersi cosa avrebbero fatto lei e suo marito se fossero stati costretti ad andarsene dalla città. “Un centro come Standish dovrebbe prendersi cura della sua gente” dice. “Si dovrebbe cominciare a fare progetti a questo proposito”.

Per parte sua, la signora Edwards sa che non sarà facile andarsene, se dovesse arrivare quel giorno.

”é una decisione molto dura, per chi ha vissuto qui per tanto tempo”, dice.

Ma Edwards è ancora ottimista per il futuro. Auspica quella che chiama una “comunità di adulti attivi”. È una persona sociale, e desidera un luogo con piccoli appartamenti e attività comunitarie, vicino ai negozi.

Se Standish avesse un posto come quello, ci andrebbe in un secondo. Pensa che ci sarà, un giorno.

Nota: qui il testo originale al sito del Portland Press Herald ; qui su Eddyburg, un articolo dei "nuovi urbanisti" Duany e Plater-Zyberk dedicato all'insieme dei problemi suburbani, compreso quello degli anziani (f.b.)

Il fondo Carlyle, scrivono Paterniti e Fodde, non è un gruppo finanziario come un altro. È la più grande azienda privata degli Stati Uniti con interessi economici in 55 paesi e partecipazioni in 164 società che impiegano 70000 mila persone in tutto il mondo. Bush padre è il principale consigliere del Fondo Asia e prima dell'attacco alle torri gemelle partecipavano al Fondo anche alcuni membri della famiglia Bin Laden. Dell'advisory board fa parte l'ex direttore della CIA e segretario alla difesa Frank Carlucci e l'ex segretario di Stato Baker. Del Board europeo ha fatto parte Letizia Moratti e di quello italiano Chicco Testa, finchè non è scoppiato il caso della vendita del patrimonio culturale.

Cosa c'entra il Fondo Carlyle con la finanza creativa? C'entra, perché ha comprato una parte dei beni artistici: villa Manzoni sulla Cassia a Roma, «complesso immobiliare di interesse storico, culturale e ambientale circondato da un parco di oltre 9 ettari»; un palazzo in stile Liberty a Genova, «immobile prestigioso destinato ad uso terziario»; due palazzi a Reggio Emilia, uno definito «edificio signorile» e l'altro «edificio storico molto prestigioso». I palazzi sono stati acquistati con ribassi del 35% rispetto ai prezzi d'asta di partenza e sono diventati un affare, al punto che gli americani abituati a vendere dopo tre anni, hanno venduto dopo un anno perché, spiega Guido Audagna, capo del fondo Carlyle in Italia, al Sole 24 Ore, «gli immobili avevano raggiunto l'apprezzamento obiettivo». Questo è solo un piccolo esempio di svendita dei gioielli di famiglia, nonostante le raccomandazioni e le proteste.

Già nel corso della discussione parlamentare per l'approvazione della Patrimonio SpA, il 15 Giugno del 2002, Ciampi aveva chiesto a Berlusconi precise garanzie per il rispetto dell'articolo 9 della Costituzione nel quale è scritto che la Repubblica «tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione». Il Presidente della Repubblica invitava «ad assicurare che la valorizzazione del patrimonio stesso sia coerente non solo con principi di economicità e redditività, ma anche con il rigoroso rispetto dei valori che attengono alle finalità proprie dei beni pubblici». Berlusconi, rispondeva assicurando che «la nuova normativa postula in mantenimento di tutte le garanzie che la legislazione vigente prevede per il demanio e per il patrimonio indisponibile». Le cose però non stavano proprio come affermava il Presidente del consiglio se il sottosegretario Sgarbi votava contro il decreto legge attaccando il ministro dei beni culturali per il suo silenzio e decine di esponenti della cultura lanciavano un grido di allarme. Giulia Maria Crespi, presidente del FAI (Fondo per l'ambiente Italiano) sul Corriere della Sera scriveva che «se di Azienda Italia dobbiamo parlare è buona norma allora, in materia di gestione aziendale, fare tutto il possibile per non intaccare il patrimonio: che in Italia è costituito dalle chiese, dai palazzi storici, dai musei e dalle loro collezioni, dalle ville, dai castelli, dai piccoli e antichi borghi, dai giardini, dalle coste marine, dai fiumi, dai laghi, dai boschi, dalle montagne». Esattamente tutto ciò che sta andando alla deriva e ingrassa gli speculatori, se è vero, come denuncia Lega Ambiente, che il paese conosce un boom di abusivismo, ogni 2 km di costa si rilevano 5 abusi e cresce del 7% il mare inquinato. Il regolamento del Codice di tutela dei beni culturali, denunciava Salvatore Settis, il quale ha contribuito a scriverlo, è stato stravolto. In una intervista al Tirreno( 29-2-004), il direttore della Scuola Normale di Pisa rincarava la dose: «Il regolamento del 2000 per l'alienazione di immobili del demanio culturale conteneva , in effetti, norme e scadenze secche, ma non espresse nei termini di silenzio-assenso. È questo lo sviluppo nuovo e peggiorativo, che non era affatto necessario. È Tremonti che lo ha imposto, perchè in origine il codice Urbani, prevedeva tutt'altra procedura». Lo slogan diventa : «La Scip ci scippa». Per emulare il governo e trovare soldi pronto cassa non si bada né alle procedure né a ciò che si vende. Se il paese è in svendita perché non approfittarne?. Dopo i beni dello Stato e degli Enti, arrivano quelli della Difesa, che però non possono essere venduti ai comuni, ma solo agli immobiliaristi, quelli delle Ferrovie e i beni delle Regioni. Umbria, Marche, Lazio, Lombardia, Abruzzo, Sicilia, Puglia, Valle d'Aosta, Toscana, Sardegna, Friuli Venezia Giulia, Toscana, Liguria e il comune di Milano, utilizzano le cartolarizzazioni e vendono. La regione Lazio vende anche gli ospedali. «Sotto la guida del governatore Francesco Storace», scrive Corriere Economia, «ha fatto cose impressionanti. Ha addirittura creato una società alla quale sono stati venduti gli ospedali, e che a sua volta ha emesso obbligazioni per pagare la Regione. Il servizio di queste obbligazioni era garantito dall'affitto che la stessa Regione Lazio avrebbe versato alla società». Interpellato, l'ex ministro Sirchia ha dichiarato che era d'accordo. Per tutte le iniziative il mercato di quotazione è il Lussemburgo e per la Provincia di Napoli Londra. Le banche che collocano i bond sono per lo più estere, sempre le stesse, e il più delle volte quelle che danno il punteggio favorevole alle operazioni in modo da incoraggiare ministero e regioni a vendere il più possibile. Ma niente paura. Paolo Foschi sul Corriere Economia del 27 Giugno 2005 scrive: «La finanza creativa, se davvero andrà in pensione, rischia di lasciare in eredità, anche se in parte solo virtuale, un buco di 70 miliardi di Euro. Se si aggiungono le Una Tantum (condoni, privatizzazioni ecc) il conto lievita a 160 miliardi di Euro».

Naturalmente, mentre il governo vende parti importanti del Bel Paese, il capo del Governo continua a comprare: ville, quadri, mobili antichi, collezioni, promontori, parchi, e guai a chi ci mette il becco.

Il mistero dell'Unipol

Al convegno dei giovani industriali che si è tenuto a Santa Margherita la scorsa settimana, il diessino Luigi Bersani, replicando alle provocazioni dell'imprenditore Diego Della Valle, ha detto tra le altre cose che secondo lui la cosiddetta finanza rossa non esiste. Di questo non abbiamo mai avuto dubbi. E se mai ne avessimo avuti, la politica e le alleanze trasversali di Unipol, la compagnia di assicurazioni legata alla Lega delle cooperative guidata da Giovanni Consorte, ce li hanno fatti passare definitivamente. Ci pare di poter dire, anzi, che forse esiste una finanza grigia. Nulla di polemico, sia chiaro, ma semplici constatazioni. La prima constatazione riguarda la battaglia azionaria per il controllo della Banca Nazionale del Lavoro. Come è noto in questa battaglia ci sono due schieramenti ben delineati: da un lato il patto di sindacato guidato da Luigi Abete e composto da Diego Della Valle, le Generali e il Banco De Bilbao e dall'altro il contropatto guidato dai Caltagirone, dagli immobiliaristi Ricucci, Coppola e Statuto e, last but not least, dall'Unipol.

All'inizio della battaglia per il controllo della Bnl, la compagnia assicurativa della Lega (delle cooperative), per togliersi dall'imbarazzo degli alleati scomodi, aveva detto che si trattava semplicemente di un'alleanza finanziaria, ma alla fine constatiamo che l'Unipol è addirittura il dominus della battaglia per il controllo di Bnl. Se vincerà l'Unipol vincerà anche Stefano Ricucci e il partito degli immobiliaristi, con buona pace del governatore della Banca d'Italia e del governo Berlusconi, sponsor del contropatto. Quello in Bnl non è l'unico posizionamento imbarazzante di Unipol. Come sanno bene gli addetti ai lavori, la compagnia guidata da Consorte è membro del patto di sindacato di Hopa, la società di Emilio Gnutti nel cui consiglio d'amministrazione siede tra gli altri anche la Fininvest di Silvio Berlusconi. Hopa a sua volta è azionista importante della Popolare di Lodi, la banca che sta finanziando la scalata di Stefano Ricucci al Corriere della Sera.

Sia chiaro, noi non crediamo, a differenza del Diario e di altri osservatori, che ci sia una «pista rossa» nella scalata al quotidiano di via Solferino. Siamo convinti che alla fine, se Ricucci non verrà fermato, chi ci guadagnerà sarà ancora una volta lo scaltro presidente del consiglio. E' vero, il banchiere Vincenzo De Bustis, uomo considerato vicino a Massimo D'Alema, finanzia il veste di amministratore delegato di Deutsche Bank l'immobiliarista Ricucci ma questo e altri indizi non ci sembrano sufficienti per sostenere l'ipotesi paradossale di una scalata dei Ds al Corsera. Resta, tuttavia, il mistero dell'Unipol e delle sue strane e grige alleanze. Un mistero che il centro sinistra e in particolare i vertici del partito di Piero Fassino farebbero bene a sciogliere.

Titolo originale: In Beijing, All Roads Lead to Gridlock – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

In marzo Bi Yuxi, uno dei principali funzionari del settore strade di Pechino, èstato condannato a morte per aver preso 1,2 milioni di dollari in bustarelle, e sprecato 360.000 dollari di denaro pubblico. Dimentichiamoci per il momento il problema se debbano seguire un simile destino, i nostri burocrati che ostacolano qualunque progresso nei problemi di traffico a Los Angeles. Perché in Cina la questione urgente è: con l’esplosione nazionale di automobili, si scamperà all’ingorgo peggio-di-L.A. che immobilizza alcune città?

Pensare che una volta era tanto facile.

Nell’epoca maoista a Pechino non c’era traffico. Le poche auto che percorrevano le strade erano del governo, e non ce n’era mai a sufficienza, anche contando autobus e camion, per provocare congestione. Gli ampi viali e le strette strade laterali erano dominati dalle biciclette. Se c’era qualunque bisogno di imporre regole per la mobilità, bastava una semplice dichiarazione dei funzionari del Partito Comunista a far pedalare in modo più fluido.

Oggi, le strade di Pechino sono invase da qualunque tipo di mezzi a motore. I tassisti si lamentano perché non esiste “ora di punta”: dura tutto il giorno. I funzionari della municipalità hanno tentato di tutto per alleviare l’ingorgo quotidiano generato da circa 2,6 milioni di veicoli.

La costruzione di strade procede rapida e frenetica, e la cosa sembra logica. Il problema di traffico a Pechino nasce dal passaggio straordinariamente rapido da una cultura di biciclette e autobus a quella dell’automobile. Negli anni recenti, il numero delle auto è aumentato, in media, del 15% l’anno, mentre la capacità delle strade urbane è cresciuta di circa il 3%. Nella zona terziaria centrale di Chaoyang, i piani prevedono una nuova strada di scorrimento veloce, due arterie di attraversamento, e dozzine di altri progetti stradali.

Le autorità stanno anche ampliando il sistema del trasporto pubblico, specialmente la metropolitana, sotterranea e leggera, per alleviare il traffico. Sono attive quattro linee, con circa 115 chilometri di binari (L.A. ne ha meno di 120). Altre quattro sono in corso di costruzione, con costi di oltre 1 miliardo di dollari.

Ci sono in vista anche piani urbanistici più grandiosi. La pianta tradizionale di Pechino si irraggiava dal Palazzo Imperiale verso i quartieri esterni e i sobborghi. La Cina Socialista aveva seguito lo stesso schema, localizzando la maggior parte degli uffici governativi e delle attività principali nel cuore del centro. Questa pianta monocentrica ha creato il disastro del traffico, con sempre più automobilisti della periferia che si aggiungono all’ingorgo quotidiano. Come risposta, le autorità municipali prevedono una metropoli “multicentrica”, con uffici governativi spostati verso i distretti esterni. I piani sembrano ottimi ma, sinora, nessuno si è offerto di spostarsi, o è stato previsto che lo faccia. Sembra che nessuno voglia abbandonare un più prestigioso indirizzo nella zona centrale.

L’intransigenza burocratica è solo uno degli ostacoli alla soluzione dei problemi di traffico di Pechino. La corruzione è endemica all’amministrazione pubblica cinese, e i trasporti sembrano particolarmente vulnerabili alla venalità.

Ma c’è una luce che brilla sull’orizzonte del traffico di Pechino: le Olimpiadi del 2008. I leaders nazionali sono fortemente determinati a far andar bene tutto, così che la Cina possa reclamare un meritato plauso mondiale. Eserciteranno enormi pressioni per completare le strade e metropolitane, e portare a termine i piani urbanistici che facciano muovere più regolarmente la capitale.

Sarà una bella corsa, con Partito Comunista che vola verso il traguardo contro la crescente marea dei veicoli. Se andate a vedere le Olimpiadi, potreste restare sorpresi da quanto scorre liscio il traffico.

Ma portatevi delle scarpe per camminare.

Nota: il testo originale al sito del Los Angeles Times (f.b.)

Titolo originale: Governing Malaysia tidy new capital: it’s all in the rules – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

PUTRAJAYA, Malesia – Quando Samsudin Osman, capo dell’amministrazione qui, guarda dalla finestra del suo ufficio, vede un grande viale alberato, uffici pubblici nuovi di zecca, un grande lago artificiale e una prospettiva di verdi colline.

Samsudin è presidente della Putrajaya Corporation, la cosa più simile a un sindaco che esiste nella nuova capitale amministrativa della Malesia. E Putrajaya è la cosa più simile che c’è, in Asia Orientale, a una città dove tutto è pianificato dall’alto: centri commerciali, scuole, condomini e lampioni.

Costruita nell’ultimo decennio, Putrajaya non ha le periferie della maggior parte delle capitali asiatiche. Le case devono essere dipinte con colori prestabiliti, i prati falciati, e non sono consentite recinzioni. È un posto con molte regole, ed è compito del capo dell’amministrazione farle rispettare.

”Mettiamo molta enfasi su uniformità e standardizzazione” ha dichiarato di recente il cinquantottenne Samsudin, funzionario di carriera, da suo spazioso ufficio. È un uomo affabile, pacato e diretto: “Non vogliamo che ci sia troppa libertà”.

Putrajaya offre il paesaggio ordinato di Singapore mischiato con la ripetitività e il senso di spazio aperto di una Levittown. Quando alcuni abitanti si sono lamentati perché i proprietari di alcune case non occupate trascuravano di falciare il prato, Samsudin è entrato in azione.

”Credi di avere una bella città giardino, e improvvisamente c’è una casa dove non si taglia l’erba” ha dichiarato in un’intervista. “Allora abbiamo falciato l’erba, e spedito la fattura”.

Samsudin sta conducendo un enorme esperimento, per la Malesia e tutta la regione. Putrajaya è stata progettata come antidoto alle soffocanti città del sud-est asiatico, posti come Giakarta o Bangkok.

Come i processori da computer Intel o le camice Brooks Brothers fabbricate qui, la nuova capitale è un prodotto industriale, una città edificata dove un tempo c’erano migliaia di palme e alberi della gomma. La Malesia ha coperto i costi in gran parte coi proventi del petrolio.

Si sarebbe tentati di paragonare Putrajaya ad altre città nate dal nulla, come Canberra o Brasília, ma la capitale malese è diversa su un punto importante: sta a soli 25 chilometri da Kuala Lumpur, il che la rende una specie di sobborgo verdeggiante della capitale commerciale. La realizzazione è cominciata a metà anni ’90, e il primo ministro si è trasferito a Putrajaya nel 1999.

Al centro della città, gli urbanisti hanno creato un’isola, allagando il terreno tutt’attorno. Poi è stata costruita una serie di elaborati ponti per collegare l’isola alla zona circostante.

Almeno uno dei visitatori più recenti è rimasto documentatamente colpito. Il presidente indonesiano, Susilo Bambang Yudhoyono, venuto qui in febbraio, ha ordinato ai suoi ministri di verificare quanto la provincia di Aceh, devastata dallo tsunami, può imparare dalla realizzazione di Putrajaya.

”Il governo indonesiano vuole modellare la ricostruzione di Aceh su Putrajaya” sembra abbia dichiarato alla stampa H. Rusdihardjo, ambasciatore indonesiano in Malesia, dopo la visita di Yudhoyono.

Ma la cosa forse più intrigante di Putrajaya è quella che i visitatori non vedono.

Non vedono la segretezza che circonda la sua costruzione, la natura relativamente non democratica della corporation che la gestisce. Samsudin non è stato eletto alla carica. È stato nominato dal primo ministro.

Perché che si trattava di un progetto piuttosto controverso, le opposizioni sostenevano che il denaro malese avrebbe potuto essere speso meglio, e alcune domande restano senza risposta.

Quanto è costato costruire la città?

”Non conosco neppure io la cifra” ha dichiarato Samsudin nel corso dell’intervista.

Si è girato verso un’assistente, Norhazifa Mohamed, e ha chiesto: “Tu la sai?”

Norhazifa sembrava sorpresa e ha detto che neppure lei sapeva: “I miei conti sarebbero vecchi”.

Anwar Ibrahim, ex vice-primo ministro del governo che ha ideato il progetto, dice che nessuno, compreso lui, ha mai davvero esaminato i piani, personalmente coordinati da Mahathir bin Mohamad, che fu primo ministro per un lungo periodo.

”Non c’è stato dibattito” ha dichiarato Anwar in un’intervista. “È stata la decisione di un solo uomo”. Ha aggiunto poi che i contratti per gli appalti sono stati concessi “solo a chi era molto vicino alla leadership”.

Per qualcuno, in Malesia, questo è il prezzo per vedere le cose fatte: senza la forte personalità di Mahathir, Putrajaya non sarebbe mai stata costruita. Per altri, come i membri dell’opposizione malese, si è trattato di un prodotto collaterale delle tendenze autoritarie di Mahathir.

Oggi restano molte questioni aperte, grandi e piccole, sul futuro della città. Gli abitanti lamentano carenze di parcheggio e la diffusione dei furti. Il governo soffre un passivo di bilancio, così è stata posticipata la realizzazione della prevista linea di metropolitana leggera.

E alcune ambasciate sono riluttanti a trasferirsi nel quartiere diplomatico ad esse destinato. “Lo stiamo promuovendo” dice Samsudin del quartiere. Brunei, Egitto, Iraq, Filippine e Qatar hanno comprato terreni a Putrajaya, affermano alcuni aiutanti di Samsudin, e altri 15 paesi stanno concludendo gli acquisti.

Ma un portavoce dell’ambasciata U.S.A. a Kuala Lumpur, ex sede del governo e capitale commerciale, ha dichiarato che non esistono progetti di trasferimento verso nuova sede. “Riteniamo che l’attuale collocazione dell’ambasciata a KL sia in una comoda posizione per i molti cittadini malesi e americani che richiedono i nostri servizi e assistenza” ha aggiunto il portavoce, Karl Stoltz.

L’altro inquilino riluttante di Putrajaya è lo stesso primo ministro, Abdullah Ahmad Badawi.

Nonostante sia in carica da 18 mesi, non si è ancora trasferito nella residenza ufficiale, dominata da una grande cupola verde. Una teoria piuttosto diffusa nel paese è che il posto sia infestato dai fantasmi. Samsudin respinge l’idea con una sonora risata, ma non da’ una spiegazione alternativa a questo comportamento.

”Si trasferirà presto” dice Samsudin.

Khairy Jamaluddin, membro del partito di governo e figlio adottivo del primo ministro, afferma che la casa non piace alla moglie del presidente, Endon Mahmood. “L’abbiamo convinta a trasferirsi, ma c’è ancora bisogno di interventi” dice.

Se non fosse per gli enormi edifici pubblici, si potrebbe scambiare Putrajaya per un complesso turistico, o un parco a tema. Il lago è pieno di pesci, è c’è un club della vela. Ci sono vari specchi d’acqua e molti parchi: si prevede che il 37% della città rimanga a verde.

Samsudin, figlio di un sarto che ha frequentato le scuole superiori negli Stati Uniti, abita in una casa a due piani color crema, col tetto di tegole rosse. Ha un molo sul lago che teoricamente potrebbe usare, per andare al lavoro in barca.

”Quello che c’è in questo posto, è una gran pace e tranquillità” dice Samsudin. “Ogni giorno apro la finestra e c’è il lago. Vado a dormire e c’è il lago”. Sa che il lago è pulito perché ci è caduto dentro una volta, dalla barca a vela.

Quello che manca a Putrajaya, dicono gli abitanti, è l’attività, la vita notturna, luoghi di incontro per i giovani. All’inaugurazione di un nuovo shopping mall, Najmi bin Abidin, studente diciassettenne con addosso la maglia di una squadra di calcio inglese, dice che gli piace andare a scuola a piedi, nuotare in piscina vicino a casa e fare jogging sulla pista. Ma gli manca la grande città: “È tranquillo, qui”.

Nella zona bar del centro commerciale, Fikri bin Ahmad Jamani, 18 anni, dice che gli manca la vecchia casa, in un sobborgo di Kuala Lumpur, che ha lasciato due anni fa.

”C’era più divertimento là. C’era la sala giochi e la galleria video”.

Samsudin dice di essere impegnato ad offrire più strutture per i giovani, come campi sportivi, ma a livello personale non sembra reagire all’osservazione sulla mancanza di vita notturna a Putrajaya. “Per me non fa nessuna differenza. Non frequento circoli”.

Khairy, il figlio adottivo del primo ministro, afferma che Putrajaya dovrebbe essere visto per quello che è: un centro amministrativo.

”Quando fabbrichi una città dal nulla non le dai quel senso organico, quella vivacità” dice Khairy. Chiama la città “monoglotta” perché abitata soprattutto da funzionari, che in Malesia sono di solito del gruppo etnico principale Malays.

Un inizio di differenza lo si può trovare nel quartiere vicino al Lake Club. John Choong, comproprietario di mezza età di una fabbrica di elettronica, vive con la famiglia in un gruppo di case di fianco a un canale, e fa parte della piccola minoranza di abitanti cinesi di Putrajaya.

Dice che gli piace la tranquillità del posto, la sicurezza offerta dalle telecamere a circuito chiuso e dalle frequenti ronde dei vigilantes privati.

”Ogni giorno è come fosse domenica” dice. La qualità dell’aria è migliore che a Kuala Lumpur, e più fresca. Tutti si conoscono nel quartiere, comprese le 13 famiglie cinesi: “Ci troviamo a bere qualcosa” (ai malesi, che sono musulmani, è vietato per legge bere alcolici, ma è una regola applicata con elasticità).

Choong, che ha vissuto in Gran Bretagna per molti anni, dice che adora la vita qui. “Mi piace molto lo stile di vita britannico e americano” dice con riferimento al senso comunitario e all’essenza di barriere “questa è la cosa che gli assomiglia di più”.

Samsudin dice che l’idea ai spazio aperto di Putrajaya all’inizio metteva la gente a disagio. “Erano un po’ riluttanti a stare in posti senza recinzioni”. Ma dopo un po’, dice, hanno iniziato ad apprezzare.

”Ci piacerebbe conservare questo tipo di ambiente” prosegue Samsudin. “Sarà la sfida del futuro”.



Nota: qui il testo originale al sito dello International Herald Tribune; qui alcune informazioni in più sul sito ufficiale di Putrajala (f.b.)

CONEGLIANO VENETO - Il nome stesso della città, Conegliano, è una sorta di chiave per un tuffo nel passato, nella giovinezza, negli anni cinquanta-sessanta. Tutto quello che entrava in casa come nuovo elettrodomestico, nella sostituzione della stufa a legna, della moschirola, il deposito del cibo antimosche e del grande mastello per lavare, era targato Zoppas e quando gli elettrodomestici arrivavano in cascina, il camion che li portava era targato Treviso. Veniva da Conegliano. Avevamo la cucina 48, a legna e carbone, il frigorifero elegante nella sua semplicità del 1954, con il compressore americano Tecumseh, la lavabiancheria del 1959, il fornello a gas dei primi anni `50, la lavastoviglie a due porte. Tutti questi elettrodomestici si producevano a Conegliano dove erano localizzate le fonderie, le smalterie per le cucine, i reparti presse e montaggio, i depositi, la direzione, gli uffici della Zoppas, poi diventata Zanussi, nel 1970. Un mito.Un mito abbandonato, un mito dimesso, qui, davanti a me, in un'area run-down, in fase di sedicente riqualificazione urbanistica. Il comune di Conegliano e la Conegliano iniziative immobiliari spa (Cii) hanno concordato un programma integrato di riqualificazione urbanistica ed ambientale dell'area ex Industrie Zanussi, la cui superficie, di 63.000 metri quadri, si trova in pieno centro urbano. Hanno chiamato piano di riqualificazione urbanistica quello che, in realtà, è un piano di speculazione edilizia.Me lo sussurra, mentre percorriamo e sondiamo l'area, Ezio Da Re, già consigliere comunale ed ora animatore del Comitato tutela del territorio e delle colline: «Il piano prevede una cubatura di oltre 470.000 metri cubi, un intervento dalle dimensioni demenziali nel trend di crescita della città». Le parole di Da Re si giustificano nell'area che sa di neve di questa mattinata invernale, nel profilo della città che sposa le colline in una sintesi quasi perfetta, conseguenza di secoli di attenzioni e cautele che ora sembrano naufragare in questo processo di riqualificazione-condanna, ben definito nel corso di un'assemblea di cittadini prima del Natale 2004.La giunta comunale, imperterrita, compattata in un solido, cementizio accordo Forza Italia-An, procede imperterrita sulla base dei progetti presentati dalla Conegliano iniziative immobiliari che, in modo del tutto disinvolto, prevede nuove case da costruire su terreni non più bonificati, ma cementati in bare, bare di veleni, nonostante le perplessità della provincia di Treviso e l'opinione contraria dell'Arpav sull'interramento del terreno inquinato in sarcofagi di cemento.Da Re ed il Comitato, in accordo con la consigliera comunale della Margherita, Gabriela Chiellino, vorrebbero l'annullamento della delibera di giunta che autorizza nuovi edifici nell'area nord dell'ex Zanussi, senza che vengano prima smaltiti i contaminanti e i rifiuti nocivi che caratterizzano l'area dopo decenni di attività produttiva.Una bonifica veraSi vorrebbe una bonifica vera, come richiesto dalle leggi nazionali e dai regolamenti europei, una bonifica che consegni nuovamente ai cittadini un territorio espropriato ed ora sacrificato ai riti delle speculazione, con le più assurde e diverse motivazioni di ordine economico, sulla base di un discutibile avallo accademico.Il programma originario prevedeva la bonifica dell'intero ambito dell'area dismessa, contaminata a macchia di leopardo, trattandosi di area urbana dove galvanica e fonderia hanno segnato irreversibilmente il sito a partire dal 1926. Le analisi, i cui risultati sono ben presenti nei documenti ufficiali, forniscono i dati di un suolo contaminato da metalli pesanti, Ipa, Pcb, idrocarburi e rifiuti pericolosi interrati.Nella logica di questo intervento non domina comunque la preoccupazione di una bonifica corretta, ma quella del piano finanziario che, per l'intero programma, indica un totale di ricavi di 228 milioni di euro, costi per 179 milioni, con un margine lordo di 49 milioni, netto di 23. Il piano finanziario, ovviamente, non fornisce indicazioni sui costi di bonifica dell'area, divisa in tre zone, quella dei Grandi impianti, l'area Mensa e l'area Nord.Il 9 dicembre 2003, l'immobiliare Cii ha presentato al comune il progetto preliminare di bonifica delle aree Nord e Mensa, sostenendo l'assoluta impossibilità di raggiungere i valori delle sostanze inquinanti nelle matrici ambientali toccate dall'inquinamento fissati dai limiti tabellari, anche applicando le migliori tecnologie disponibili. Ragione di costi.La proposta lascia esterrefatti, ma vi saranno esperti e docenti universitari che la giustificheranno: nelle aree Mensa e Nord la bonifica dovrebbe avvenire sulla base di misure di sicurezza che consentirebbero il mantenimento in situ del terreno contaminato non movimentato ed il confinamento, sempre in situ, del terreno movimentato per gli interventi edilizi. Un ragionamento che, saltando al volo la necessaria analisi costi-benefici su base ambientale, punta solo su costi e benefici economici. Il trattamento di tutto il terreno contaminato comporterebbe una riduzione dell'utile netto del 22-26%, forse sopportabile dalla società, ma con, in prospettiva, il rischio di un default, un'insolvenza finanziaria causata dall'obbligo di pagare gli oneri delle operazioni di bonifica.Nel corso della Conferenza dei servizi del 26 maggio 2004, la provincia di Treviso, l'Arpav, il Dipartimento di igiene e sanità pubblica dell'Assl n. 7 hanno chiaramente espresso il proprio parere contrario al progetto preliminare di bonifica. L'analisi del rischio non sarebbe adeguata e non viene dimostrata l'insostenibilità economica degli interventi di bonifica totale del sito. L'Arpav insiste in particolare sul fatto che la valutazione di incidenza delle spese tecniche di bonifica si aggira sull'11% delle spese di costruzione e l'applicazione delle migliori tecnologie non comporterebbe costi insopportabili.La discussione di tutti questi parametri, l'evidenza del grande errore urbanistico di insistere sulla speculazione edilizia, nonostante alcuni avalli accademici, potrebbe portare a decisioni più sensate per quanto riguarda gli interventi su un'area residenziale che dovrebbe entrare in sintonia con le esigenze della città.Il destino del NordestIl progetto Cii, se realizzato, sarebbe un'ulteriore conferma del destino del Nordest: trasformarsi in un grande, irreversibile blocco di urban spraw che travolge e cancella tutto, aree agricole, aree industriali dismesse, residui di naturalità, la residua connettività ed i pochi resti di boschi planiziari padani. Il progetto, da rivedere completamente, dovrebbe puntare su di una maggiore valorizzazione della qualità della vita nel centro città, non su destinazioni che indurrebbero un ulteriore effetto di congestione dell'ambito urbano.La giunta di destra della città non si scompone. Con delibera 404 del 27 settembre approva il progetto preliminare di bonifica motivando la decisione con le seguenti ragioni: il costo della bonifica sulla base di tecnologie adeguate non sarebbe sostenibile ed il rapporto tra costo di bonifica e fatturato Cii sarebbe sproporzionato. Da qui una situazione di insolvenza e di default finanziario che comprometterebbe la vita stessa della società. Questa sensibilità e preoccupazione nei confronti del destino della società Cii da parte degli amministratori locali, un atteggiamento più da consiglio di amministrazione che da giunta comunale, fa insorgere motivati sospetti.Il sito si trova a 200 metri in linea d'aria dal duomo di Conegliano e qui, in onore della speculazione edilizia, abilmente definita da qualcuno «una scommessa per la qualità ambientale», saranno interrate le bare di cemento armato in cui dormiranno gli scarti di fonderia, la terra inquinata da nichel, rame, zinco, cadmio, piombo.Via libera quindi all'interramento dei sarcofagi di cemento, che lastricheranno le fondamenta delle case della Cii? Ezio Da Re non si arrende. Contatta il deputato della Margherita a Strasburgo e vice-presidente del parlamento europeo, Luigi Cocilovo; il quale, il 26 novembre 2004, presenta un'interrogazione scritta alla Commissione europea. Tutti ora attendono la risposta, ma nel frattempo il progetto non si ferma.Se volevamo una verifica che i modelli ambientali burocratizzati, le ipotesi di semi-bonifica, i concetti usurati di sostenibilltà e qualità ambientale, senza verifiche parametriche nell'ecologia del paesaggio e nell'ecologia urbana, non sono altro che stereotipi senza significato, utili alla speculazione ed al perseverare in errori del passato, la cui dimensione ed incidenza oggi presenta un effetto ancor più deleterio, ecco, l'abbiamo avuta. A Conegliano.

Titolo originale: Supersized Highways – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Uno dei luoghi comuni a proposito dei texani è che non sia facile separarli dalle loro automobili. E se il governatore Rick Perry riuscirà a imporre il suo sistema di super- highways ( Trans-Texas Corridor), avrà spianato la strada a molti altri texani e alle loro auto.

Il TTC, una rete di 6.000 chilometri di asfalto, consiste di strisce larghe circa mezzo chilometro. Immaginatevi sei corsie per le auto e quattro per i camion. Aggiungeteci poi sei linee di binari ferroviari, e anche lo spazio per oleodotti, gasdotti, e altre reti, compresi i tralicci dell’alta tensione.

Scopo principale di queste nuove strade: rispondere all’incremento di attività generato dal North American Free Trade Agreement del 1993, che ha significato ancora più camion su autostrade già affollate. Effettivamente questo traffico ha contribuito a intasare la Interstate-35, un’arteria di connessione nord-sud che attraversa tutto il Texas da Laredo al confine con l’Oklahoma.

Ma non è detto che sia meglio tutto quanto è più grosso.

Lo stato prevede di acquisire i terreni tramite diritto di esproprio (le strade avranno bisogno complessivamente di circa 23.000 chilometri quadrati) e poi di cederne le parti non utilizzate in vendita o affitto a privati. Anche se, così, sembra un finanziamento attraverso fondi privati, i contribuenti devono ancora prestare attenzione. Ci saranno da pagare pedaggi sul TTC. Sinora le autostrade in Texas sono state pagate attraverso le tasse sui carburanti.

Quali sono gli effetti ambientali di una rete stradale così mastodontica sui vari ecosistemi, come le praterie e zone umide? Anche gli allevatori texani non sono tanto convinti: perderanno parecchi terreni a pascolo. Come si risolveranno i problemi di sicurezza su un’enorme striscia di mobilità del genere? E cosa succede, diciamo ai confini con l’Oklahoma, quando questo corridoio gigante si immette in una interstate di dimensioni normali?

Certo, assicurare il flusso di merci e servizi legato agli accordi di libero scambio resta un obiettivo valido, ma non a spese di questioni di più lungo periodo. Invece di questo colosso, perché non inventare una più piccola autostrada dedicata esclusivamente ai “camion NAFTA”, e dedicare più tempo dei legislatori statali allo studio di ferrovie ad alta velocità e altre opzioni di trasporto per i cittadini?

Nota: qui il testo originale al sito del Christian Science Monitor; qui il sito dell’agenzia statale del Texas dedicata al TTCcon le informazioni ufficiali (f.b.)

Titolo originale George W. Bush and the Cities: The Damage Done and the Struggle Ahead – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Il 29 aprile 2002, nel decimo anniversario dei fatti di Los Angeles, George W. Bush venne in città a parlare in un centro civico sponsorizzato da una chiesa, nell’epicentro della rivolta del 1992, South Los Angeles. Vista l’occasione, i giornalisti si aspettavano che il Presidenze annunciasse alla nazione una nuova iniziativa per i principali problemi urbani. Ma Bush era venuto a Los Angeles – in una breve pausa in un giro per la raccolta di fondi elettorali – solo a portare retorica.

“Sapete, viviamo in un grande paese” disse. “Sono fiero dell’America. Sono fiero del nostro paese. Sono fiero di quello che stiamo facendo. Oh, certo lo so che ci sono sacche di disperazione. Questo significa solo che dobbiamo lavorare più sodo. Significa che non possiamo mollare. Significa che dobbiamo estirparle con amore, compassione, modestia”.

Bush tentava di essere predicatore e storico: “Dalla violenza e dalle brutture nasce nuova speranza” diceva: il tutto in mezzo a un quartiere dove solo il 23 per cento degli edifici commerciali distrutti nella rivolta erano tornati attivi, dove esistevano 43.800 posti di lavoro in meno del 1992, e dove più di un terzo dei residenti viveva in povertà.

Il Presidente ci rifilava il suo programma urbano più visibile: incoraggiare le chiese a sostenere i loro programmi sociali, come il rifugio ai senza casa, le cucine per poveri, i consultori antidroga. Le sue proposte, ferma al Congresso per dissidi sui finanziamenti federali alle attività religiose, non aggiungevano risorse a questi pur validi sforzi, anche se solo di rattoppo: semplicemente chiedevano di riorientare fondi già stanziati. E a dire il vero, grazie ai suoi 1,3 biliardi di tagli fiscali, in massima parte per i ricchi, Bush aveva reso impossibile per Washington fornire qualsiasi aiuto alle città del paese, o ai poveri.

Non è difficile capire perché Bush presta così poca attenzione all’America urbana. Nel 2000, Al Gore aveva battuto Bush fra gli elettori urbani con un margine di 61 contro 35 per cento, aveva pareggiato virtualmente fra gli elettori suburbani con 47 contro 49 per cento, e aveva perso nelle aree rurali, con un ampio margine di 37 contro 59 per cento. Non sorprende, che Bush non veda ragione per formare la sua agenda politica orientata agli elettori urbani.

C’è un ritorno delle città?

Entrando nel ventunesimo secolo, alcuni esperti di problemi urbani e giornalisti proclamarono che era in corso un rinascimento urbano. I dati del censimento 2000 mostravano alcuni segni promettenti. Nel corso degli anni ’90 alcune delle principali città, fra cui New York e Chicago, avevano invertito il proprio lungo declino in termini di popolazione. Il tasso di criminalità nazionale era il più basso da dieci anni. Lo stesso valeva per il tasso di disoccupazione. La proprietà dell’abitazione fra ispanici e neri era aumentata, nonostante restasse un significativo gap rispetto ai bianchi. E nel 2000 anche il tasso di povertà a livello nazionale (11,3%) e quello delle grandic ittà (16,1%) era più basso di quanto non fosse stato per 25 anni. Anche la qualità dell’aria era migliorata, in molte aree urbane.

Ma queste tendenze positive non erano né definitive, né durature. Con l’economia nazionale volta al ribasso dopo il 2000, gli indicatori del rinascimento urbano (riduzione della povertà, del crimine, e del numero di famiglie non assicurate) invertirono tendenza. I miglioramenti in città degli anni ’90 erano dovuti in larga parte ad un’espansione economica nazionale senza precedenti, rafforzata da politiche federali che riducevano la disoccupazione, spronavano la produttività, elevavano i working poors al di sopra della povertà, orientavano gli investimenti verso le aree urbane con bassi redditi.

L’amministrazione Clinton con l’ampliamento dello Earned Income Tax Credit (EITC), un supplemento di salario per gli working poors, aveva aiutato particolarmente gli abitanti delle città e dei sobborghi più interni. Nello stesso modo avevano operato gli sforzi di Clinton per promuovere le Community Development Corporations (CDC). Queste entità non-profit hanno costruito la maggior parte delle case a basso costo dello scorso decennio, ma il taglio dei fondi federali per l’abitazione ora fa sì che possano avere solo un effetto marginale sui progressi delle inner cities americane.

La condizione urbana negli anni di Bush

Come Presidente, Bush aveva tre priorità politiche: tagliare le tasse, specie ai più ricchi, ridurre le norme di regolazione sulle attività economiche; aumentare la spesa militare. Con una maggioranza repubblicana al Congresso, Bush è stato in grado di raggiungere tutti e tre gli obiettivi. L’attacco al World Trade Center dell’11 settembre 2001 ha aiutato a invertire il calo di popolarità di Bush, e ha reso molto più facile per lui convincere i democratici a votare un’impennata delle spese per la difesa, invadere l’Afghanistan e l’Iraq, appropriarsi di fondi per una interna “guerra al terrorismo”. Bush ha ereditato un attivo di bilancio federale da Clinton, ma la combinazione di enormi tagli fiscali e aumento delle spese militari ha portato a un deficit record, lasciando poche e discrezionali risorse per programmi sociali o anti-povertà. L’iniziale sostegno pubblico per la concentrazione di Bush sulla guerra e il terrorismo, ha anche limitato la volontà dei democratici di mettere in discussione il suo modo di gestire la crisi economica.

Alla fine della scorsa recessione, nel marzo 1991, il paese si era incamminato in nove anni filati di crescita dei posti di lavoro. Al contrario, la cosiddetta “recessione di Bush” è terminata nel novembre 2001, ma nei successivi due e più anni il paese ha sperimentato quello che alcuni economisti chiamano “ripresa senza lavoro”, con le imprese americane che esportano all’esterno un numero crescente di impieghi sia operai che amministrativi. Nei primi tre anni di presidenza Bush, il tasso di disoccupazione è incrementato da 4 al 6 per cento, aggiungendo più di 3 milioni di persone ai ranghi dei senza lavoro. La quantità di persone senza impiego per più di sei mesi si è raddoppiata. Il reddito medio familiare è precipitato di 500 dollari fra il 2000 e il 2003. Il tasso nazionale di povertà è salito dall’11,3% al 12,5%; altri 4,8 milioni di americani sono caduti in povertà e il totale ha raggiunto i 36 milioni nel 2003.

Al 2003, vivevano tanti poveri nei suburbi (13,8 milioni, il 38,5%) quanti nelle città (14,6 milioni, il 40,5%). La suburbanizzazione della povertà potrebbe essere una buona notizia se queste famiglie vivessero in suburbi a predominanza di ceto medio, con buone scuole. Ma la maggior parte dei poveri suburbani vive in comunità a rischio, attraversate da problemi un tempo tipici delle grandi città: crimine, fame, problemi dei senza casa, scuole e servizi pubblici inadeguati, crisi fiscali croniche.

Gli anni di Bush vedono una continua consunzione della rete di sicurezza sociale. Il numero di americani privi di assicurazione malattie è salito da 39,8 milioni a 45 (15,6% della popolazione). Alcune delle peggiori previsioni sui programmi di riforma del welfare di Clinton si sonoa vverate negli anni di Bush. Robert Reich, ministro del lavoro di Clinton, aveva avvertito che “[quando] la disoccupazione comicia a risalire, c’è una lunga fila di persone che avrà dei problemi, perché abbiamo tolto la rete di protezione”. Per esempio, la proporzione di famiglie che escono dall’assistenza ma non trovano lavoro è salita dal 50% del 1999 al 58% del 2002. Il numero di chi lo riceve ma resta povero è aumentato.

Non appena Bush entrò in carica tradì la sua promessa elettorale di governare come “conservatore compassionevole”. La sua iniziativa “urbana” più simbolica fu un piano per riorientare fondi federali per programmi sociali come rifugi per i senzatetto, banche del cibo e programmi di recupero per i tossicodipendenti, verso enti sponsorizzati da organizzazioni di “fede”. Il piano divenne pubblico quando John Dilulio, il politologo conservatore ingaggiato da Bush a sviluppare il programma a base religiosa, fece arrivare una lettera a Esquire che criticava il Presidente e i suoi consiglieri per la loro “mancanza di conoscenze politiche di base, e lo scarso interesse a saperne di più” sui problemi urbani, e osservava che “c’erano solo un paio di persone alla Casa Bianca che si occupavano un po’ di analisi e sostanza politica”.

Bush si costruì un consenso bi-partisan al Congresso per far approvare il “No Child Left Behind Act,” che chiedeva alle scuole locali di aumentare le verifiche degli alunni e di redigere un rapporto annuale sui loro progressi. Gli scopi di chiarati erano di migliorare i risultati degli studenti (in particolare nelle inner cities e nelle scuole dei quartieri di minoranze) e aumentare le medie, compresa l’assunzione di insegnanti più qualificati. Gli esperti di istruzione stimavano che per le scuole a livello nazionale sarebbero stati necessari almeno 84 miliardi di dollari per adeguarsi ai nuovi standards federali, ma Bush chiese al Congresso soltanto 1 miliardo in più. Senza fondi adeguati, i sistemi locali non potevano assumere più insegnanti, ridurre la dimensione delle classi, o fornire agli insegnanti esistenti un addestramento aggiuntivo. Le scuole delle inner cities, quelle dove era più probabile ci fossero studenti con basse prestazioni ma anche meno risorse per aumentare insegnanti o strutture, sarebbero state le più colpite dalla nuova legge.

L’abitazione per i poveri compare a malapena sugli schermi radar di Bush. Nei suoi primi tre anni da presidente ha mantenuto il bilancio dello Housing and Urban Development più o meno identico, ma nel 2004 ha proposto grossi tagli alla sezione 8 del Buoni Casa, eliminando 250.000 buoni per il 2005 e 600.000 entro il 2009: un taglio del 30%. Gli inquilini a basso reddito si troveranno di fronte a incrementi di affitto di circa 2.000 dollari l’anno. Nel maggio 2004, testimoniando di fronte al Congresso per giustificare questi tagli, il responsabile dello HUD Alphonso Jackson ha affermato che “essere poveri è uno stato d’animo, non una condizione”. Questo ha fatto infuriare parecchi membri del comitato, compreso Michael Capuano (democratico del Massachusetts), che ha risposto a Jackson, “A quanto pare lei non conosce nessuno che ha di fronte lo sfratto o che non è in grado di pagare l’affitto”. La dichiarazione di Jackson ha rivelato in modo stupido il vero punto di vista dell’amministrazione sulla povertà, che sarebbe dovuta principalmente a debolezza di carattere dei poveri.

Sotto Bush, affitti e prezzi delle case sono aumentati più in fretta dei redditi. Nel 2000, la “ housing wage” nazionale (la quota che chi lavora quaranta ore settimanali deve guadagnare per pagarsi un appartamento a due stanze medio in una certa area) era di 12,47 dollari; nel 2003 era di 15,21, e molto più alta in parecchie città. In generale, la percentuale dell’affitto sul reddito è salita dal 26,5% del 2000 al 29% del 2003. La quota di proprietà della casa è salita al 68,3% nel 2003, ma molti proprietari di ceto operaio hanno scoperto che l’ american dream era un po’ sfuggente.

Negli anni di Bush, il disagio economico nazionale, compresa la spirale del deficit federale, ha determinato una devastazione fiscale negli stati e nelle città. Governatori e sindaci, anche repubblicani, lamentano che Washington li sta mettendo nei guai. Il costo schizzato alle stelle dell’assistenza sanitaria ha logorato la capacità degli stati di provvedere alle proprie quote di Medicaid. I governatori sono stati obbligati a tagliare i finanziamenti sanitari, per le scuole, i trasporti e altri servizi base. Né potevano sperare di affrontare i nuovi costi del welfare-to-work federale perché la disoccupazione crescente rendeva quasi impossibile trovare lavoro ad ex assegnatari di sussidi. I funzionari amministrativi delle città, di fronte alla caduta dei sostegni statali e federali, non avevano altra scelta se non quella di tagliare servizi essenziali, come la sicurezza pubblica, le biblioteche, la manutenzione stradale e le scuole pubbliche.

Il trauma fiscale delle città si è poi mescolato al più costoso programma federale dell’amministrazione Bush: adeguarsi alle iniziative di “lotta al terrorismo” e “sicurezza interna” dopo l’11 settembre. Il governo federale chiede alle città di aumentare esponenzialmente le misure di sicurezza negli aeroporti, nei porti, alle manifestazioni sportive, di migliorare la preparazione all’emergenza connessa ai sistemi idrici, ai numeri di pronto intervento, salute e sicurezza collettiva, ma non fornisce alle municipalità fondi adeguati per acquisire strutture o assumere e formare personale. Le città hanno speso 70 milioni di dollari la settimana solo per adeguarsi agli “allarmi arancioni” di minacce emanati dal Department of Homeland Security. C’è voluto un anno e mezzo dopo l’11 settembre all’amministrazione Bush e al Congresso per varare le norme che destinano a stati e città i finanziamenti per migliorare la sicurezza negli aeroporti e attuare altre misure, ma ancora un anno dopo poche città avevano effettivamente ricevuto i fondi promessi. In più, l’amministrazione Bush ha cambiato la formula per distribuire i finanziamenti per la sicurezza interna a danno delle città dove la minaccia è maggiore, e a favore di comunità meno in pericolo (e, per caso, più Repubblicane). Nel 2003, lo Wyoming ha ricevuto 61 dollari pro capite in aiuti federali alla sicurezza interna, mentre la California ne ha avuti solo 14 e New York City meno di 25.

Per ironia, la tragedia dell’11 settembre ha ricordato ai newyorkesi e a tutti gli americani quanto dipendevano dal governo, non solo nelle emergenze, ma anche in tempi normali. Anche chi di solito fa obiezione alle “grosse spese” governative e agli aiuti per le città ha riconosciuto che Washington aveva la responsabilità di aiutare New York City a riprendersi e ricostruire. In più, a partire da quel momento gli eroi nazionali sono diventati la polizia, i pompieri, le squadre di emergenza, gli autisti delle ambulanze, il personale ospedaliero, gli esperti di salute pubblica e altri funzionari il cui coraggio, dedizione e compassione hanno aiutato la gente ad affrontare una delle peggiori tragedie della storia nazionale.

Con un ritardo di qualche giorno, Bush arrivò sulla scena. Con il sindaco Rudy Giuliani al fianco, Bush promise di aiutare abitanti, lavoratori e imprese di New York City a ricostruire e riprendere dal caos economico. Si impegnò per più di 21 miliardi di dollari per sostenere la città, ma due anni dopo la tragedia, qualche funzionario si lamentava di quanto l’amministrazione fosse lenta a destinare i fondi. All’epoca in cui si tenne la convenzione Repubblicana di New York nell’agosto 2004, la città aveva ricevuto meno della metà dei fondi promessi da Bush.

L’amministrazione Bush ha dedicato più risorse e attenzioni alla ricostruzione dell’Iraq che non a quella delle città americane. Ha fallito in entrambi i casi: in Iraq per incompetenza, negli USA per mancanza di interesse e impegno.

Un’agenda di riforme per le Città

Su molti fronti, l’amministrazione Bush è il regime più conservatore dell’ultimo secolo. Negli anni di Bush, attivisti politici sui temi urbani e militanti per le riforme hanno avuto poco successo a livello federale. Con il Congresso in mani repubblicane, c’era ben poco da fare per i progressisti salvo tentare di bloccare le cose peggiori: l’invasione e occupazione dell’Iraq, il Patriot Act e altre limitazioni delle libertà civili, lo smantellamento delle leggi federali a favore dei consumatori, dell’ambiente, dei lavoratori, la distruzione dei programmi per la povertà, la comunella col capitalismo, gli scandali delle grandi imprese, le riduzioni fiscali per i ricchi. Ci si è dovuti accontentare di piccole vittorie, come il blocco dei tentativi di Bush di ridurre i compensi per gli straordinari a milioni di lavoratori.

Esiste comunque un’azione crescente a livello locale per le politiche urbane. L’esempio più radicale è il crescente numero di amministrazioni (ora sono più di 100) che hanno adottato norme per un salario di sopravvivenza, a testimoniare l’alleanza fra sindacati, organizzazioni di base, e gruppi religiosi emersa nello scorso decennio. Il movimento per gli investimenti nelle città ha avuto un ruolo di punta nel formare un’alleanza di base diffusa, a fermare le banche dal mettere in rosso il bilancio dei quartieri e lanciarsi in operazioni predatorie. In alcune città, gli attivisti dell’ housing hanno unito le forze coi sindacati e altri gruppi per favorire norme di zoning che inserissero le case popolari, e finanziamenti municipali agevolati a questo scopo, come il fondo annuale di 100 milioni a Los Angeles.

La battaglie a livello locale (per esempio, sul miglioramento delle condizioni abitative, la sindacalizzazione dei lavoratori a basso reddito nei servizi e piccola industria, la resistenza alle operazioni predatorie immobiliari delle banche, il miglioramento delle scuole, le lotte contro i rischi ambientali, lo sviluppo dei trasporti pubblici) possono vincere in termini di miglioramenti della vita quotidiana. Ma i progressisti sanno che non possiamo davvero risolvere i problemi urbani nazionali senza cambiamenti nelle politiche federali. Per combattere alla pari nelle campagne sindacali dobbiamo poter cambiare le ingiuste leggi sul lavoro. Per migliorare le condizioni dell’armata crescente degli working poor dobbiamo aumentare il salario minimo federale e ampliare la partecipazione allo EITC. Per fornire di adeguate risorse i programmi per la casa a poveri e famiglie di classe operaia, abbiamo bisogno di un National Housing Trust Fund o di altri strumenti legislativi che aumentino i sostegni federali. Per affrontare la crisi nazionale dell’assistenza sanitaria abbiamo bisogno di qualche forma di assicurazione sanitaria universale. Per migliorare le scuole pubbliche, specialmente quelle che si rivolgono ai bambini più poveri, dobbiamo aumentare i finanziamenti federali per classi più piccole, insegnanti all’altezza del compito, libri e strutture sufficienti. Per riorientare gli investimenti privati sulle città e i sobborghi più consolidati, dobbiamo mettere a disposizione fondi sufficienti alla bonifica dei siti urbani ex industriali. Per affrontare il problema della crescente congestione da traffico ci vogliono soldi federali per migliorare i trasporti pubblici di ogni tipo, e leggi federali per limitare le esenzioni fiscali e gli altri incentivi che favoriscono lo sprawl suburbano e l’insediamento a macchie di leopardo [ leapfrog] nelle zone più esterne delle aree metropolitane.

I progressisti stanno riconoscendo sempre più che qualunque sforzo per affrontare la crisi urbana nazionale deve formarsi su un’alleanza con qualche parte del mondo suburbano. Il Congresso è dominato da eletti in distretti suburbani, e gli abitanti del suburbio rappresentano la maggioranza relativa degli elettori. E allora i pezzi costitutivi di un efficace movimento progressista oggi cominciano dalle città e si muovono verso l’esterno, verso i sobborghi operai e quelli di ceto medio liberal. Consapevoli di questo fatto, i sindacati, gruppi come ACORN, Gamaliel Foundation e Industrial Areas Foundation, organizzazioni ambientaliste, attivisti di area religiosa e funzionari pubblici, hanno cominciato a lavorare sui sobborghi operai ai margini delle città. Sanno che devono lavorare insieme a scala regionale, per limitare lo sprawl e la congestione da traffico, o per orientare lo sviluppo economico e dei posti di lavoro verso le aree di declino, anziché impegnarsi in una sanguinaria guerra tra poveri l’uno contro l’altro attirare gli investimenti.

Nel loro libro The Emerging Democratic Majority, John Judis e Ruy Teixeira mostrano come un numero crescente di professionisti di ceto medio che lavorano fuori dal mondo della grande impresa e abitano nei nuovi suburbi condividano un punto di vista progressista sulle politiche economiche e sociali, e possano essere collocati entro un’alleanza che punti ad un’economia più umana, a limitare lo sprawl, a rivitalizzare le città e ad espandere i programmi sociali come l’assicurazione sanitaria e l’assistenza per i bambini.

L’ambivalenza dell’amministrazione Clinton nel promuovere l’agenda urbana rifletteva le divisioni interne del Partito Democratico. I democratici prestano più attenzione alle città dei repubblicani, perché molti dei loro gruppi sostenitori ci vivono. I seggi più sicuri al Congresso sono quelli dei distretti urbani, che regolarmente eleggono democratici progressisti. Ma i numeri il giorno delle elezioni sono più bassi di quelli dei sobborghi ricchi, specie nelle consultazioni intermedie. Questo può danneggiare i democratici che si candidano a cariche più alte, non solo per la presidenza ma anche il Senato o la carica di Governatore.

Allo stesso tempo, molti democratici, specie quelli che rappresentano distretti suburbani, sono strettamente legati ai grandi interessi che si oppongono alla tassazione progressiva, alle politiche keynesiane di stimolo e alla spesa sociale, compresa quella per le abitazioni popolari.

La storia dell’ultimo secolo mostra che si fanno progressi quando ci si unisce per il cambiamento, costruendo un percorso continuo e solido di riforme, in modo tale che ciascuna vittoria si edifichi sulla base delle precedenti, e costituisca il presupposto di successive. Questo tipo di lavoro è lento e graduale, perché comporta l’organizzazione delle persone ad imparare pazientemente le capacità di leadership e costruzione del consenso organizzato. Richiede di saldare coalizioni che possano vincere le elezioni e poi promuovere politiche che mantengano viva l’alleanza.

Le organizzazioni di base fanno raramente cose clamorose. I mezzi di comunicazione raramente si interessano ai piccoli miracoli che accadono quando la gente comune si unisce e orienta la propria frustrazione e rabbia ad un’organizzazione solida, che ottiene miglioramenti nei luoghi di lavoro, nei quartieri e nelle scuole. I media di solito sono più interessati nel teatrino della politica e nei confronti: quando si sciopera, quando gli attivisti urbani protestano o quando gente senza speranza ricorre alla violenza. Per questo, molto del migliore lavoro organizzativo dell’ultimo decennio – compresi gli sforzi dell’ultima elezione presidenziale – non è stato seguito dalla stampa principale.

I responsabili capiscono che la sconfitta di George Bush è una necessaria (anche se non sufficiente) precondizione per stabilire un’agenda sulle città e aree metropolitane d’America. Non è un caso se durante la campagna elettorale del 2004 molti, sindacati, gruppi di base, ambientalisti, femminili e il Partito Democratico hanno investito sforzi diffusi per la registrazione, per convincere gli elettori degli stati chiave e distretti per il Congresso in bilico ad andare a votare. In Florida, per esempio, l’ACORN ha collaborato ad una iniziativa di scala statale per innalzare il salario minimo, e sta registrando migliaia di residenti urbani, in maggioranza a basso reddito, per aumentare il numero di votanti il giorno delle elezioni.

Nessuno si aspetta che un’amministrazione Kerry sia la salvezza delle città americane, ma anche un democratico moderato alla Casa Bianca farà aperture a riforme progressiste impossibili negli anni di Bush. Egualmente importante, se gli elettori ridaranno la maggioranza Democratica sia alla Camera che al Senato, molte delle presidenze nelle commissioni chiave potranno essere alleate nella battaglia per le riforme. In questa elezione presidenziale, come in nessuna che abbiamo sperimentato in vita, è essenziale che il pericolo sia sconfitto, se vogliamo che un’agenda di riforme abbia ascolto.



Nota: il testo originale, insieme a molto altro, sul sito Planners Network (f.b.)

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