Il nuovo Codice dei beni culturali è troppo importante perché ci si possa accontentare di emettere spicciativi verdetti, sposando in blocco l’ottimismo del ministro o il catastrofismo dei suoi critici. Occorre invece analizzarlo punto per punto, tanto più che la legge delega prevede la possibilità di correggerlo entro due anni. L’analisi deve articolarsi su due domande cruciali: primo, dove innova il Codice rispetto alle norme pre-vigenti? E innova in meglio o in peggio? Secondo: in che cosa il testo finale si distingue dalle sue bozze precedenti? In altri termini: qualsiasi cosa dica il Codice, abbiamo rischiato di peggio?
Mi limiterò qui a due soli aspetti, la disciplina delle alienazioni dei beni culturali e il rapporto Stato-Regioni. Un discorso a parte meriteranno altri due punti, tutela del paesaggio e gestione (pubblica o privata) dei beni culturali. Ma non dimentichiamo che il Codice è nato in un contesto inquinato da due fattori di grande incidenza politica, i conflitti di competenza fra Stato e Regioni innescati dalla riforma del Titolo V della Costituzione e il disegno di massicce dismissioni del demanio culturale perseguito da Tremonti. Rispetto al primo fattore, bisogna chiedersi se il Codice favorisca o attenui il conflitto Stato-Regioni. Quanto al secondo fattore, la domanda è: il Codice dà una mano alle vendite e svendite di Tremonti, o cerca di porvi un freno?
Cominciamo dalle alienazioni. Non è vero che (come si è detto) il patrimonio culturale pubblico diventi alienabile col nuovo Codice. È vero invece che alienazioni sono sempre state possibili, cosa inevitabile dato che ogni edificio pubblico con più di 50 anni di vita è per legge "di interesse culturale". Si è in tal modo accumulato un patrimonio pubblico ingente e ingestibile, con l’identico regime di tutela per palazzi barocchi e cantoniere dismesse. La soluzione, mantenere inalienabile ciò che ha valore culturale distinguendolo da ciò che non ne ha, non è semplice, dato che un palazzo barocco è più appetibile sul mercato di una cantoniera, e Tremonti lo sa bene. Che cosa fa il Codice rispetto alle garanzie del Dpr 283/2000 (nato non per impedire, bensì per «disciplinare le alienazioni di beni immobili del demanio storico e artistico»)? Onde alienare il massimo, bisognava restringere la definizione di bene culturale, da «cose che presentano interesse artistico, storico, archeologico» (come nel Testo Unico) a «cose che presentano interesse.... particolarmente importante». Proprio così fu fatto nelle prime bozze del Codice (in tal modo, il Colosseo non si vende, un palazzo sì). La versione finale ha cancellato le sinistre parole "particolarmente importante": rallegriamocene, ma senza dimenticare il rischio che abbiamo corso.
La definizione di "bene culturale" (art. 10) è dunque rimasta immutata, e le opere di oltre 50 anni sono inalienabili fino a che non sia avvenuta la verifica del loro interesse culturale (art. 12). L’art. 54 ricalca la legislazione precedente, anzi aggiunge musei, archivi e biblioteche alle categorie di beni inalienabili del Dpr 283. Da lamentare è semmai che, rispetto all’art. 822 del Codice Civile, non siano fra i beni inalienabili anche «gli immobili di interesse storico e artistico»: limitazione assai discutibile, già avvenuta col Dpr 283. Rallegriamoci che su questo fronte il Codice innovi ben poco; ma non dimentichiamo che le sue bozze contenevano un articolo (il 53) che consentiva di trasferire alla Patrimonio S.p.A. tutti gli immobili del demanio culturale, compresi quelli di "interesse particolarmente importante". Si è dunque rischiato che la massima legge di tutela sancisse questa disfatta come se niente fosse. È assai positivo che quell’articolo sia stato eliminato dal Codice, anche se esso non ha abrogato la Patrimonio S.p.A. né le varie Scip che stanno già vendendo parte del patrimonio pubblico.
La situazione è paradossale: il Codice contiene buone norme di garanzia, ma esistono leggi di segno opposto, e altre ne arriveranno. Se Urbani rilancia la tutela del patrimonio, Tremonti punta su dismissioni indiscriminate. Le due visioni si sono scontrate al momento del "decretone", che contiene la pessima norma del "silenzio-assenso" (se le Soprintendenze non rispondono entro 120 giorni alla richiesta del Demanio, i beni in questione perdono ogni "interesse culturale" e diventano alienabili). Principio in tutto opposto all’impianto del Codice, e infatti assente in tutte le sue bozze; anzi, Senato e Camera, rilevandone l’incoerenza col Codice, ne hanno raccomandato l’abolizione. Ma a sorpresa è avvenuto il contrario, e ad opera di Tremonti il silenzio-assenso è ingloriosamente risorto nel Consiglio dei Ministri del 16 gennaio, con l’aggiunta di un comma all’art. 12. È vero che (art. 8 del decretone) il silenzio-assenso vale solo in prima applicazione; ma quanto a lungo durerà questa "prima applicazione"? L’art. 12 del Codice è dunque il frutto di un compromesso, a cui si è cercato di rimediare per decreto prevedendo una procedura congiunta Beni Culturali-Demanio: vedremo nei fatti se essa limiterà i danni, o se la mannaia del silenzio-assenso "in prima applicazione" scatenerà la corsa alle dismissioni indiscriminate.
Anche sul rapporto Stato-Regioni, il Codice è un compromesso fra un’impostazione iniziale più centralizzante e le norme devoluzionistiche emerse dalla conferenza Stato-Regioni. Radice del problema è il nuovo Titolo V della Costituzione, che ha introdotto una disfunzionale e infondata distinzione fra tutela e valorizzazione. Tutela, fruizione, valorizzazione sono un continuum che non si può tagliare a fette: ma il Titolo V dà la tutela allo Stato, la valorizzazione alle Regioni, e prospetta confusamente un coordinamento Stato-Regioni sulla tutela. Norme che il Codice non poteva modificare; ma l’esame comparato delle bozze mostra che dopo l’intervento delle Regioni le formulazioni sono peggiorate, creando un dannoso spazio di sovrapposizione fra tutela («esercizio delle funzioni e disciplina delle attività dirette, sulla base di un’adeguata attività conoscitiva, ad individuare i beni costituenti il patrimonio culturale e a garantirne la protezione e la conservazione per fini di pubblica fruizione»: art. 3) e valorizzazione («esercizio delle funzioni e disciplina delle attività dirette a promuovere la conoscenza del patrimonio culturale e ad assicurare le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione pubblica»: art. 6). Definizioni quasi coincidenti, in cui la delimitazione di competenze si gioca su una sottile linea di confine: lo Stato "individua" e la Regione "promuove", lo Stato "garantisce" e la Regione "assicura".
Nulla hanno dunque insegnato i numerosi conflitti di competenza scatenati dal Titolo V. Basti ricordare due sentenze della Corte Costituzionale, entrambe anteriori all’approvazione del Codice. La prima (9/2004), nel bocciare un ricorso della Toscana, riafferma «la competenza statale sulla tutela», in quanto «legata alla peculiarità del patrimonio storico-artistico italiano, da considerarsi nel suo complesso come un tutt’uno, anche a prescindere dal valore del singolo bene isolatamente considerato». Nella stessa direzione va la seconda sentenza (26/2004), anch’essa in piena coerenza con la linea della Corte, ben riassunta dal Presidente Ciampi: per «la stretta connessione tra i due commi dell’articolo 9, sviluppo, ricerca, cultura, patrimonio formano un tutto inscindibile. Anche la tutela, dunque, dev’essere concepita non in senso di passiva protezione, ma in senso attivo, e cioè in funzione della cultura e della fruizione dei cittadini».
Quanto siano pesate le pressioni regionalistiche lo mostra la vicenda dell’art. 4, che fino alla vigilia dell’approvazione andava molto oltre il Titolo V, stabilendo che le funzioni di tutela, «al fine di garantirne l’esercizio unitario», spettano allo Stato, ma possono essere anche «conferite alle regioni»: come possa garantirsi il carattere unitario della tutela in Italia mediante devoluzione a venti regioni diverse, è un vero mistero. Su proposta della Camera, questa possibilità è stata attenuata riconducendola a «forme di intesa e coordinamento»: ma ognun vede che si era inteso forzare il Titolo V, in direzione diametralmente opposta alla Costituzione, nonché alle autorevolissime interpretazioni della Corte Costituzionale e del Capo dello Stato; e qualche traccia ne è rimasta.
Un ultimo punto: il Codice non affronta (né poteva farlo) un problema essenziale, la drammatica carenza di personale nelle nostre Soprintendenze. Decenni di inerzia (non si salva proprio nessun ministro) hanno provocato una drastica contrazione degli organici, oggi l’età media è sui 50-55 anni, e le nuove assunzioni sono inferiori a un decimo dei pensionamenti. Il ruolo dello Stato (rispetto a regioni e privati) è dunque in ritirata, qualsiasi cosa faccia il Codice per salvaguardarne la sostanza; anche la richiesta di veloci pareri sotto la minaccia del silenzio-assenso suona come una beffa. La Finanziaria 2004, nel ribadire il blocco delle assunzioni, ha previsto espressamente una deroga per gli addetti alla tutela dei beni culturali (art. 55 c. 2). Certo, un successo del ministro Urbani: ma esso sarà pieno solo se e quando avranno luogo nuove assunzioni, con concorsi seri e non quiz farseschi. È un segnale importante che tutti ci attendiamo.
L’ Assemblea nazionale francese sta discutendo da qualche giorno la “carta dell'ambiente”, presentata in aula dal ministro della giustizia e dalla relatrice dell'Ump. La maggioranza del gruppo Ps chiede maggiore coerenza fra parole e fatti, giudicando comunque positivo l'inserimento nella Costituzione. Anche in Italia ci sono novità. Mentre il Senato il centrodestra ha consumato a colpi di maggioranza lo stravolgimento della Costituzione e del principio di separazione dei poteri, alla Camera è pronto per l'aula un testo che integra l'articolo 9 della carta fondamentale.
Il termine “ambiente” è assente dalla Costituzione entrata in vigore 56 anni fa. Oggi è, tuttavia, unanime il riconoscimento che l'ambiente già costituisce nel nostro ordinamento un “valore costituzionale”. Varie successive sentenze della Corte Costituzionale hanno riconosciuto il bene ambientale come valore primario, assoluto e unitario, non suscettibile di essere subordinato ad altri interessi, un bene fondamentale garantito e protetto, da salvaguardare nella sua interezza. Da due anni è entrata in Costituzione anche la parola “ambiente”. Nel nuovo titolo quinto della parte seconda, riorganizzando la ripartizione di competenze fra stato e regioni, si assegna alla competenza legislativa esclusiva dello Stato la “tutela dell'ambiente e dell'ecosistema”.
Un testo di modifica costituzionale dell'articolo 9 era già stato approvato dal Senato a settembre e costituiva un inutile peggioramento, perfettamente funzionale alle pessime politiche ordinarie del governo Berlusconi in materia ambientale: il centrodestra si è concentrato su politiche territoriali anti-ambientali (infrastrutture, mobilità, edilizia), sull'occupazione delle istituzioni e dei poteri ambientali, sullo smantellamento di ogni politica attiva (in omaggio ad una concezione burocratica e centralista del “governare”). In questo quadro, vale la pena toccare la Costituzione solo se la forma migliora e la sostanza consente di tutelare e valorizzare meglio l'ambiente.
Ora la commissione Affari Costituzionali della Camera ha definito un nuovo (migliore) testo, accogliendo larga parte delle proposte contenute in una proposta avanzata da vari parlamentari del centrosinistra: la Repubblica “tutela l'ambiente e gli ecosistemi, anche nell'interesse delle future generazioni; protegge le biodiversità e promuove il rispetto degli animali”. Si potrebbe già discutere in aula a luglio, rimandando poi la proposta al Senato.
I due commi si aggiungono all'attuale articolo 9 della Costituzione; non ne intaccano la forma e la sostanza, rivelatesi importanti per salvaguardare paesaggio e cultura del nostro paese; costituiscono in pratica un articolo successivo che completa principi e valori richiamati nella prima parte della carta fondamentale.
Le formulazioni sono abbastanza sobrie, secche, essenziali; sono stati discussi, prima inseriti poi tolti, incisi e formule più analitici. Sono state accantonate disposizioni che rischiavano di complicare l'articolo con concetti ambigui, impropri in quella parte della Costituzione. Non si inseriscono nuovi verbi che non facciano già parte del lessico costituzionale italiano; non si contraddicono definizioni di altri articoli o parti (il plurale “ecosistemi” non pregiudica il singolare “ecosistema” dell'articolo 117); future generazioni e biodiversità (coerentemente al plurale) fanno già parte di convenzioni internazionali e disposizioni europee di rango superiore.
La novità è il rispetto degli animali. È una citazione che sta facendo molto discutere, che ha portato Alleanza Nazionale a votare contro in commissione, che ha visto commenti contrastanti, che può indurre a conflitti interpretavi e attuativi. Apprezzo la maturazione di una giusta nuova esigenza, con una formale garanzia non equivocabile. Sottolineo il verbo che la regge: promuove! Insisto sulla opportuna valenza anche culturale del richiamare il “vivente non umano”.
La mancata novità è lo sviluppo sostenibile, che vede forti perplessità sia in Forza Italia che in Rifondazione Comunista, sbagliate a mio avviso, tanto più che l'inciso sull'interesse (anche?) delle future generazioni esprime lo stesso concetto in modo meno rigoroso e formale. Sintetizzando (non me ne vogliano), Forza Italia ha paura della sostenibilità (comunque un vincolo all'economia), Rifondazione dello sviluppo (comunque dannoso all'ecologia), entrambi colgono il lato di una contraddizione del concreto sviluppo dell'ultimo paio di secoli. Regole ONU e EU possono consentirci di tentare un passo “diverso” verso l'inevitabile futuro (che non coincide con il progresso).
In commissione affari costituzionali abbiamo avanzato l'idea di predisporre una vera e propria legge costituzionale in materia di diritto dell'ambiente, che citi tutti i principi della legislazione ordinaria, che sovraordini il coordinamento delle varie materie in testi unici (acqua, aria, suolo, mare, ecc.), che arricchisca la prassi normativa costituzionale italiana sulla scia di altri paesi (come la Francia) pur nella consapevolezza che i casi di rinvio sono oggi rarissimi (ad esempio nell'articolo 137). Sarebbe auspicabile un pronunciamento preliminare dei gruppi parlamentari su questa idea: se si prevede un rinvio (con norma esplicita o atto d'indirizzo) forse si può “asciugare” ulteriormente il testo; se non si prevede, alcune carenze andrebbero corrette, come il diritto all'acqua. Bisognerà anche verificare l'atteggiamento del governo, oggi ambiguo, diviso fra il brutto testo approvato al Senato e astratte dichiarazioni di neutralità. Il peggiore è stato ancora una volta Matteoli che ha parlato di testo “stravolto” dalla Camera, contestando (lui, ministro dell'ambiente!) che si parli in Costituzione di biodiversità e animali. Incredibile, ma vero!
Per discutere dei rischi che il nostro patrimonio sta correndo ma, soprattutto, di quel che si può fare per la loro tutela, abbiamo invitato in redazione a parlarne con noi il vicepresidente del Senato Domenico Fisichella, l’ex ministro dei Beni culturali Giovanna Melandri, il presidente del Comitato per la Bellezza Vittorio Emiliani e Giuseppe Chiarante, fondatore dell’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli. Il varo del nuovo Codice per i beni culturali e paesaggistici viene vantato dal ministro Giuliano Urbani come una conquista per «il tesoro degli italiani», come recita il titolo di un suo libro. Le associazioni che si battono per la tutela del nostro patrimonio culturale e del nostro paesaggio, invece, dicono che il Codice spalanca l’ultima porta al saccheggio. Il cittadino comune è lecito che si chieda, allora: due anni e otto mesi di governo di centrodestra cosa hanno prodotto in questo campo? Oggi il nostro patrimonio comune è più tutelato o meno?
GIOVANNA MELANDRI. Io do un giudizio fortemente critico sul Codice. Il problema, però, è che questo Codice arriva a valle di una complessiva iniziativa legislativa del governo Berlusconi. C’è un piccone che sta demolendo quei principi su cui per due secoli si è fondata la cultura della tutela nel nostro Paese: dall’istituzione di Patrimonio Spa ai meccanismi di cartolarizzazione del patrimonio dello Stato, Legge 112 del 2002, il famoso art. 33 della Finanziaria 2002, quello che, nella sua prima versione, privatizzava di fatto la gestione dei musei; ci metterei anche la legge obiettivo Lunardi; poi c’è la Finanziaria 2002, quella che ha tagliato risorse più di altre, perché la tutela si fa anche destinando risorse pubbliche al restauro e alla conservazione; c’è la norma del silenzio-assenso per la vendita del patrimonio culturale prevista nella Finanziaria e ora assunta nel Codice; c’è il condono edilizio; c’è il provvedimento sulla depenalizzazione delle costruzioni abusive in aree protette. Il Codice Urbani non sbuca dal cilindro.
GIUSEPPE CHIARANTE. Mi sono riletto proprio ieri il bel volume che il Servizio Archivi del Senato ha pubblicato sulla legge del 1909, la prima legge dello Stato italiano, in questo campo, di una certa organicità. Il primo articolo pone il principio fondamentale per la tutela, cioè dice: «I beni storici, artistici, archeologici, etc. sono assolutamente inalienabili». E da lì seguono le altre norme. La preoccupazione di fronte al nuovo Codice e, più in generale, anche per le altre leggi che ne hanno preparato la stesura è che, invece, si registra uno spostamento del rapporto Stato mercato. Dal 1909 alla Legge Bottai al Testo Unico, dopo la definizione di che cosa è «bene culturale» venivano le norme sulla conservazione, sulla prevenzione, sul restauro, sulle varie forme di manutenzione e, solo poi, sull’eventuale alienazione: nel Testo Unico all’art. 55. Qui, invece, e ogni volta che leggo il testo del nuovo Codice resto stupefatto, subito dopo le definizioni di che cosa è «bene culturale» troviamo la norma che spiega come si deve fare per alienarli. Per di più aggravata dall’introduzione nel Codice del principio del silenzio-assenso. Questo è uno spostamento di ottica tra il valore culturale e scientifico della politica di tutela e, invece, l’intervento mercantile.
DOMENICO FISICHELLA. In questo periodo più recente, effettivamente ma, debbo dire, non tutto è cominciato in questa legislatura , si è avviato un processo che ha teso a modificare il ruolo dello Stato nei confronti della tutela ipotizzando crescenti forme di intervento di una logica privatistica e di mercato, in un quadro nel quale il ruolo dello Stato deve essere, viceversa, eminente e preminente. Ho ricordato più di una volta che il mercato è il luogo nel quale si immettono beni caratterizzati da serialità e, quindi, sotto questo profilo, da fungibilità: possiamo produrre due milioni di automobili uguali tra loro, e come tali fungibili, dieci milioni di frigoriferi e lavatrici e così via. E un pezzo può essere sostituito dall’altro pezzo, perché appartengono ad una serie e le uniche differenze riguardano taluni optional. Ed è in ragione di questo che il bene è liberamente vendibile. Il bene culturale, invece, è caratterizzato dalla sua unicità e la cultura di un Paese è il prodotto della rete che si intreccia fra questa straordinaria pluralità di beni singoli infungibili.
Ciò che va messo in evidenza, però, è che questa contrazione crescente del ruolo dello Stato si è avviata già, per un verso, con i processi di regionalizzazione del nostro assetto istituzionale e oggi rischia di accentuarsi fortemente, sia in seguito alle modifiche costituzionali attuate nella precedente legislatura dal centrosinistra e sia, ancor più, con le modifiche costituzionali in via di discussione parlamentare su iniziativa del centrodestra. C’è, quindi, un lavoro complessivo che viene condotto ai fianchi dello Stato: per un verso, la riduzione del ruolo dello Stato a vantaggio di altre istituzioni di tipo locale rispetto alle quali l’influenza degli interessi particolari può farsi più forte, e, per l’altro verso, l’imporsi di questa visione mercantile. Ed è su questo terreno che il silenzio-assenso rischia di diventare dirompente, perché in assenza di strutture adeguate, di personale quantitativamente e qualitativamente all’altezza, rischia di diventare una pratica attraverso la quale può passare una molteplicità crescente di provvedimenti che finiranno per ridurre il quadro dei beni davvero sottoposti a tutela a poca cosa. Non c’è solo il problema del Colosseo, c’è il problema di un Paese che, avendo più di ottomila Comuni, ha un tessuto fitto, che costituisce la sua specificità.
VITTORIO EMILIANI. Ho sotto gli occhi una circolare del 1857 del granduca Leopoldo di Toscana che, per altro, richiama leggi del 1754 e potrebbe richiamare anche il testamento dell’ultima de’ Medici che dispone la inalienabilità «degli stabilimenti delle comunità e dei luoghi pii, delle Chiese, delle Corporazioni religiose, dei Conservatori, delle opere delle Compagnie, Confraternite e Spedali»; parallelamente faceva lo Stato Pontificio: prima con Benedetto XIV, poi con Pio VII; e poi, via via, le leggi citate, fino alla legge del 1909 Rosa di Rava, il cui regolamento Bottai assume per la sua, del ’39. Dall’altra parte la legge sulle bellezze naturali firmata da Benedetto Croce nel 1922, in parallelo con l’istituzione dei primi due Parchi Nazionali, quello d’Abruzzo e quello del Gran Paradiso, pure ripresa da Bottai nella 1497, giovandosi anche del contributo di due giovani che si chiamavano Cesare Brandi e Giulio Carlo Argan. Avanti ancora: la legge urbanistica del ’41, le leggi sulla casa, e la legge Galasso, alla fine, che aveva dato una normazione del paesaggio molto più stringente. Qui siamo ad un continuo decalage rispetto a questa normativa che ci aveva, certo, messo in una situazione di avanguardia. In una conferenza stampa abbiamo adottato lo slogan «Ridateci Bottai», a voler dire: ridateci una legislazione inadeguata, sì, rispetto all’oggi, tuttavia assai più tutelatrice di quella attuale. Che, tra l’altro, introduce e sancisce in maniera ufficiale la scissione fra tutela e valorizzazione. E questo è gravissimo.
Ma, se la tutela è nel Dna del nostro Paese, come è possibile che oggi una cultura, oltre che sbagliata, anche minoritaria, come quella espressa dal ministro Urbani, abbia la meglio?
EMILIANI. Ha ragione il presidente Fisichella quando dice che già precedentemente si erano aperti dei varchi. La Melandri era ministro quando, sciaguratamente, la Camera approvò nella finanziaria 2000 un emendamento della Lega Nord che già ribaltava il criterio: i beni culturali e demaniali non sono più tutti inalienabili salvo eccezioni, ma sono tutti alienabili salvo eccezioni. Si dovette provvedere con un regolamento ad hoc che corresse ampiamente: è il regolamento 283 del settembre 2000, oggi abrogato con il nuovo Codice. Anche sul voto dei sovrintendenti nelle conferenze di servizi per le grandi opere, c’era già stato un tentativo, in parte riuscito, di equiparare il loro voto e di non dargli più la possibilità di veto. Il veto, per esempio, opposto da Adriano La Regina al sottopasso di Castel Sant’Angelo...
MELANDRI. Intanto vorrei continuare a rispondere alla domanda iniziale: il complesso di norme che è stato approvato dall’attuale governo costituisce una rottura della cultura giuridica del nostro Paese? La mia risposta è sì. La nostra Costituzione all’art. 9 cristallizza l’idea della tutela e la sovradetermina su tutte le altre esigenze, anche quelle della valorizzazione. Questo principio ha ispirato decenni di legislazione. Questo, naturalmente, non toglie che nel corso della legislatura di governo dell’Ulivo, ci siano state incursioni. Incursioni però firmate quasi tutte da forze dell’opposizione dell’epoca su cui, poi, convergevano settori della maggioranza. Incursioni però tutte rimandate al mittente. Rimediate e riparate, tranne una: il Titolo Quinto. Oggi, però, siamo di fronte ad una rottura di cultura giuridica. Viene da citare Keynes: «Voi spegnereste il sole e le stelle, perché non danno dividendi». Non voglio polemizzare a distanza con il ministro Urbani, però il problema è che, se puntiamo la luce sulle sue iniziative, l’ombra che si proietta sul muro è sempre quella di Giulio Tremonti: la politica culturale, ambientale, paesaggistica di questo governo non la fa Urbani. Poi lui tampona e perde regolarmente.
In base all’articolo 9 della Costituzione e alla sovradeterminazione della tutela, fino al Codice, tutti i beni culturali di natura pubblica erano inalienabili, tranne eccezioni, quelle definite dal famoso regolamento 283 del 2000 che definimmo insieme alle associazioni di tutela e agli enti locali. Perché in alcuni casi eccezionali, definiti volta per volta dalle sovrintendenze, è possibile che il trasferimento del titolo di proprietà sia una forma attiva di tutela. Ora, invece, che cosa succede? Esattamente l’opposto: i beni sono tutti alienabili. Primo punto di rottura su cui si innesta il meccanismo pesantissimo del silenzio assenso.
Secondo punto: il ministro Urbani, nel presentare il Codice, ha valorizzato l’aspetto, a mio giudizio, solo formale della tutela del bene paesaggistico. Se si va però a leggere bene, si scopre che, in realtà, il Codice azzera la politica di tutela del paesaggio. Perché? Prima lo Stato poteva impedire l’edificazione di costruzioni, anche laddove fossero state autorizzate dagli Enti locali (che sono, come è noto, titolari del potere di concessione edilizia), quando la sovrintendenza ritenesse che minacciavano l’integrità delle zone sottoposte a vincolo paesaggistico. Questo meccanismo, che veniva dalla legge Galasso, ha dei limiti.
Qual è l’inconveniente? È che le sovrintendenze arrivano a valle del processo di pianificazione. Motivo per cui il ministro Melandri, nel 1998, promosse una Conferenza nazionale sul paesaggio, da cui derivò un atto di indirizzo che venne emanato dal ministero e concertato con tutte le Regioni, anche governate dal centrodestra, in cui si diceva: verificate a monte e non a valle con gli Enti locali ciò che può essere autorizzato, in modo che le sovrintendenze non siano costrette, poi, ad annullare le autorizzazioni concesse. Che cosa fa Urbani? Cancella il potere di annullamento delle sovrintendenze. Prima le sovrintendenze erano le depositarie delle chiavi della tutela, sia per il trasferimento del titolo di proprietà, nel caso del bene culturale, che per la tutela del paesaggio. Ora, con l’introduzione del silenzio assenso, l’indebolimento delle strutture del ministero e la controriforma del Codice, non hanno più né risorse né voce in capitolo.
Voglio aggiungere una cosa: da più parti viene mossa ai governi dell’Ulivo, ed anche a prima, alla legge Ronchey, la critica di avere aperto il vaso di Pandora. Questa è un’accusa che non accetto. La legge Ronchey interveniva con una chiarissima distinzione tra le funzioni di gestione del patrimonio del museo e i «servizi di accoglienza», che, per loro natura possono essere forniti meglio da un privato che dallo Stato. E vorrei ricordare che, viceversa, il governo Berlusconi, nella Finanziaria del 2002, provò a introdurre il famoso art. 33 per cui l’intera gestione museale era affidata ai privati: quello, sì, era uno strappo giuridico. Urbani difese quel provvedimento. Ci fu una sollevazione nel mondo dell’arte che portò il governo a modificare in corsa gli aspetti più perniciosi di quella norma. E ora la ritroviamo in parte nel Codice. C’è, poi, la questione dell’alienazione del patrimonio. Si è già detto: il Regolamento 283 del 2000 che noi emanammo partiva dal principio che i beni erano inalienabili salvo casi specifici e secondo modalità stabilite dal regolamento e, comunque, l’obiettivo era sempre quello della tutela/valorizzazione del bene. Il nostro obiettivo non era fare cassa. Con il vincolo, pena la recessione del contratto di alienabilità, del godimento pubblico: il bene non veniva privatizzato, doveva essere restituito alla comunità. Con la Finanziaria 2004, invece, si introduce la tagliola del silenzio assenso.
C’è poi un punto su cui è stata introdotta un’ambivalenza che oggi rischia di essere travolta dalla devolution di Bossi. È la riforma del Titolo Quinto approvata dall’Ulivo (con il mio dissenso formale nel Consiglio dei Ministri, ma questo non conta) che non ha chiarito a fondo come sarebbe stato doveroso il tema dell’attribuzione delle competenze alle Regioni: tutela e valorizzazione sono le due facce della stessa medaglia, una separazione meccanica dei due aspetti non aiuta. Oggi si sta parlando ecco dove c’è il salto, di nuovo, di cultura giuridica di uno Stato che vende e mercifica, non investe risorse pubbliche e intanto affida totalmente, esclusivamente alle Regioni il compito.
CHIARANTE. Io torno alla seconda domanda, perché credo che serpeggi nell’opinione pubblica. Sono d’accordo con Giovanna Melandri: la politica del governo dell’Ulivo sostanzialmente è continuata nel solco di una cultura giuridica secolare. Invece vedo un’offensiva che parte da lontano, l’offensiva economicistica mercantilista che, in campo di beni culturali, si manifesta la prima volta negli anni ’80 con la parola d’ordine dei «giacimenti culturali». Estremamente pericolosa, perché confonde due cose che devono essere ben distinte: il fatto che il bene culturale certamente può essere un fattore di ricchezza anche economica, come lo è per l’Italia, il nostro patrimonio è uno dei motivi di richiamo per il turismo, ma in un senso radicalmente diverso da quello che si intende a proposito di giacimenti. Dai «giacimenti», siano di petrolio, di carbone, di ferro, si estrae materia da consumare. Bisogna, invece, mantenere fermissimo il concetto che il patrimonio culturale è un tessuto che deve essere garantito proprio nella sua complessità. Non si può dire: «In questo Museo abbiamo tante copie, vendiamole!».
E qui vorrei aggiungere anche la preoccupazione per il disegno di legge sulla riforma del Ministero. Qui si colpisce duramente il personale di carattere scientifico e tecnico: quando, per compensare la creazione di una quarantina di direttori generali, si dice che si tagliano sedici posti di dirigenti di seconda fascia, significa che si tagliano sovrintendenti archeologi, storico-artistici, architetti, archivisti, bibliotecari. E, con poche forze, è chiaro che i pericoli insiti nel silenzio/assenso si moltiplicano. E qui voglio sottolineare una cosa, che non è stata abbastanza notata: nel recepimento nel Codice della norma sul silenzio/assenso c’è stato un grave peggioramento, perché è stato soppresso il comma 9 di quell’articolo del decreto. In pratica il silenzio/assenso entra come norma ordinaria, non più come norma di prima esecuzione, nell’ambito della normativa di tutela.
FISICHELLA. La domanda che ci avete fatto è: «C’è un’opinione pubblica maggioritaria nel Paese che può contrastare queste linee di tendenza?». Forse potrebbe esserci, se nell’opinione pubblica si dibattesse con riferimento alla realtà effettiva. Invece le grandi questioni che investono questo Paese hanno a che vedere troppo spesso con la realtà virtuale. Io credo che, se i cittadini fossero adeguatamente informati di ciò che si sta affrontando, ci potrebbe essere forse la possibilità di opporre una resistenza adeguata. Non ne sono sicurissimo, perché è intervenuto un mutamento di approccio culturale che privilegia oggi la dimensione privatistica, il fare cassa. Noi, tuttavia, parliamo di cose che non hanno una vera corrispondenza con le esigenze reali del Paese: si potrebbe fare l’esempio clamoroso del federalismo, al quale stiamo rivolgendo tanta parte della nostra attenzione, mentre le vere questioni che oggi investono i cittadini riguardano le difficoltà economiche, la flessibilità che ha una sua plausibilità, se si iscrive in un quadro di sviluppo e di dinamismo positivo della società, non se si iscrive in un quadro di ristagno e di declino economico. Detto questo, però, non si può fare a meno di notare che c’è una continuità nel meccanismo logico che in questi anni è stato adottato, nell’affrontare questioni pure apparentemente distanti.
Cosa diceva, prima, l’art.117 della Costituzione quanto al rapporto tra Stato e Regioni? Le competenze sono tutte dello Stato, tranne i casi espressamente e tassativamente elencati in maniera finita. Oggi, nella sua nuova formulazione, si è ribaltato questo impianto: «Le competenze dello Stato sono elencate in maniera finita, per tutte le altre competenze è la Regione il soggetto sovrano». Questo è esattamente lo stesso tipo di ribaltamento che si è verificato, dal punto di vista logico, nell’impostazione sui beni culturali: prima erano tutti inalienabili tranne le eccezioni, quindi lo Stato era il custode di tutto, oggi è esattamente il contrario. Il discorso, allora, si fa difficile e lo è tanto più in un quadro nel quale, oggi, noi siamo in presenza di una classe dirigente governativa che non ama lo Stato, che ha una sua pulsione tendenzialmente antistatale. Non antistatalista, perché le obiezioni allo statalismo le hanno mosse prima di altri gli uomini di cultura di ispirazione liberale, laddove erano statalisti tutti, in questo Paese: era statalista la sinistra, era statalista la Democrazia cristiana, era statalista, socializzatore, corporativista il vecchio Movimento sociale italiano. Questo è ciò che caratterizza questo passaggio delicatissimo della nostra vita pubblica ed in questo io posso convenire su quello che è stato definito il «salto di qualità», c’è un atteggiamento che cambia in maniera drastica nei confronti dello Stato. Si considera la società in posizione primaria rispetto allo Stato.
Ma poi la società in che cosa si concreta se non in quell’insieme di forze economiche e tecnocratiche, e di forze culturali che fanno da supporto alle altre due, che vedono nello Stato una forza di tendenziale prevaricazione? È da qui che noi dobbiamo cercare di uscire. Perché, rispetto allo Stato, c’è stato un atteggiamento che ha lunghe radici: si chiedeva allo Stato una serie di prestazioni che potevano essere date da altri soggetti. Allo Stato abbiamo chiesto tutto, lo Stato ha fatto tutto, ha fatto i panettoni. Ma con il sovraccarico delle funzioni, e il sovraccarico della finanza pubblica, lo Stato ha finito per fare praticamente tutto male! Anche da questa situazione è emerso un atteggiamento di ripulsa sostanziale nei confronti dello Stato. Ma si sarebbero dovute individuare le funzioni che, viceversa, lo Stato non può demandare ad altri e che deve, in prima persona, gestire perché appartengono all’essenza stessa del suo ruolo. E la tutela dei Beni Culturali era uno di questi grandi temi. L’antipolitica, di cui tanto oggi si parla, non è altro che una delle tante facce in cui si esprime l’antistatualità.
La partita è difficile, tutti hanno compiuto e sbagliato delle mosse senza vederne adeguatamente le conseguenze. E, in questo senso, ogni forza politica ed ogni coalizione che si disperde in polemiche interne, infinite, che riguardano persone, simboli, forme organizzative, compie un’opera di distorsione che non aiuta i cittadini a fare chiarezza sulle questioni fondamentali.
EMILIANI. Vorrei dare un dato: negli anni scorsi le sovrintendenze, sia pure a valle, evitavano all’anno circa 3.000 scempi, un 2% circa delle istruttorie, che erano 150 mila. Con mezzi di fortuna: 300 architetti in tutto sparsi per l’Italia. Ed è su queste forze che ora si scarica il silenzio/assenso. Oggi le autorizzazioni delle Regioni e dei comuni prevalgono sul parere dell’organismo tecnico scientifico statale, incaricato di dire di sì o di no. Molte Regioni hanno subdelegato i comuni, quindi i comuni diventano i certificatori di sé stessi, sono controllori e controllati e vi assicuro che, anche in quella che viene chiamata la «Toscana Felix», dove c’è la subdelega per i piani paesistici, stanno succedendo cose da matti! Con il Codice il ruolo del sovrintendente diventa un ruolo «politico», senza poteri reali di intervento. Quanto alla sordità dell’opinione pubblica, bisogna tener conto del livello culturale basso del nostro Paese: il 35% della popolazione oltre i 60 anni ha la V elementare o neanche quella, sono dati impressionanti; c’è un 6% solo di laureati, circa la metà della media europea; un altro 30% ha finito le scuole dell’obbligo e lì si è fermato. Siamo, quindi, a una maggioranza in condizione di semianalfabetismo, con pochissima pratica di musei e con l’idea che il paesaggio può essere sfigurato . Perché, se c’è tanto abusivismo, ci sarà pure un’iniziativa selvaggia dei singoli. Convalidata dal terzo condono in meno di venti anni, che significa la morte del diritto urbanistico.
Il Codice, quindi, va oltre il Titolo V ed i pericoli ed i varchi che già esso apriva. Altra cosa: da chi è stato discusso questo Codice? È stato discusso soltanto dal Ministro con i suoi esperti. Non c’è stata nessuna convocazione del Consiglio Nazionale: è stato rieletto e rinominato 7 mesi fa, ma non è stato mai convocato dal ministro e quello era il luogo dove discutevano i rappresentanti dell’amministrazione, delle autonomie locali e regionali, degli storici dell’arte, degli urbanisti, degli architetti. Nessuna riunione, neanche per un’ora! È passato dal Senato alla Camera, con la discussione di poche ore, soltanto per un parere. E poi ha continuato il suo cammino, sempre con l’idea che poteva essere aggiustato nelle segrete stanze da questo o quell’esperto che garantiva, fino all’ultimo, che il silenzio/assenso non ci sarebbe stato. Ed è rimasto sorpreso il professor Settis, quando ha visto che, invece, alla fine il silenzio/assenso era corpo vivo, sangue e carne di questo Codice.
Ora, per ciò che riguarda il paesaggio, il signor Ministro ha sostenuto che così lui ha completato la legge Galasso. È una colossale bugia, però, sul Corriere della Sera è uscito un suo articolo, non contestato da nessuno, mentre io credo che un giornale debba fare anche il suo mestiere e vedere se uno dice la verità o meno. Io ho scritto una lettera che non è stata pubblicata, in cui cercavo di dire le ragioni: 1) i piani paesaggistici, secondo la Galasso, avevano una scadenza precisa, e qui non c’è nessuna scadenza; 2) c’era un potere di sostituzione del Ministero, ora non c’è più; 3) terza cosa, e Urbani lo sottolinea come un passo avanti, e lo è, la fine delle scandalose autorizzazioni in sanatoria, che in effetti vengono rilasciate, molto spesso, dopo l’esecuzione anche parziale dei lavori. Questo è giustissimo, ma parallelamente lo stesso governo ha varato il condono edilizio.
FISICHELLA. Vorrei chiosare in tre secondi quello che è stato detto circa il ruolo politico, forse sarebbe meglio dire «negoziale», dei sovrintendenti. Il loro sarà un ruolo necessariamente ridotto, perché l’atmosfera nella quale viviamo è questa: il magistrato, ma chi è il magistrato? È solo un signore che ha vinto un concorso, mentre noi siamo i rappresentanti del popolo! Il prefetto? Ma chi è il prefetto? È solo uno che ha vinto un concorso, mentre noi siamo i rappresentanti del popolo! Quando ci sarà la polizia locale, con la devoluzione, inevitabilmente il presidente della Regione finirà per essere il presidente del Comitato per l’ordine e la sicurezza della Regione e cosa potranno opporre i prefetti ad un signore eletto dal popolo? Cosa potranno opporre i funzionari tecnicoscientifici, cioè i sovrintendenti, a signori eletti dal popolo? Questa è l’atmosfera al cui interno ci muoviamo. La partita è complicata, ma va combattuta. Questo quadro parte da lontano e vede responsabilità plurime, tra le quali certamente quelle del centrodestra sono particolarmente gravi, non fosse altro perché il centrodestra include una formazione politica, come An, che avrebbe dovuto assumere un atteggiamento di contrapposizione a certe posizioni e di difesa di certi valori e prospettive. Però è una battaglia che bisogna condurre. Ma è la filosofia complessiva che si è modificata ed è lì che bisogna incidere, su questa logica di elettoralismo populistico e di demagogia della sovranità popolare. Ma allora cosa si può fare? Cosa possono fare delle forze anche di diverso colore politico, per impedire che questo scempio venga perpetrato?
MELANDRI. Vorrei dire al presidente Fisichella: è molto vero ciò che dici sulla visione antistatuale, però aggiungerei un aspetto, c’è una visione anche proprietaria dello Stato, e c’è, in questi ambiti della vita politica, io assocerei a questa riflessione ciò che sta accadendo nella scuola e nella sanità, voglio dire che le politiche culturali sono un pezzo del Welfare, c’è l’idea di voler dimostrare che lo Stato non può farcela. Ora una riflessione per il centrosinistra: io penso che noi abbiamo combattuto nella scorsa legislatura dure battaglie, che sostanzialmente le abbiamo vinte, con l’eccezione dell’ambivalente soluzione sulla scissione tra valorizzazione e tutela, presente nel Titolo V. Io, però, non mi ritengo soddisfatta e penso che il fatto che i governi dell’Ulivo, in cinque anni, abbiamo fatto del «mai più un condono edilizio» una stella polare ed abbiano abbattuto alcuni ecomostri, anche se simbolicamente; il fatto che fossero stanziati, anche in un’epoca difficile per la congiuntura economica e finanziaria del nostro Paese, risorse consistenti per il restauro, per la valorizzazione, insomma centinaia di cantieri aperti e chiusi un po’ in tutta Italia, tutti fatti che oggi noi vediamo azzerati, penso che il centrosinistra, che oggi è alle prese con il progetto alternativo di governo, di tuto questo debba far tesoro. E affermare senza tentennamenti che ci vuole più spazio pubblico, ci vuole una forte mano pubblica nel rilancio del Welfare e nel rilancio delle politiche culturali italiane. E che i privati posso associarsi ad uno Stato forte, non ad uno Stato debole. Ora, mi ha colpito che su queste tematiche, ad eccezione della tua autorevolissima voce, non si sia levata una voce di dissenso nel dibattito parlamentare. Ultimissima cosa: la mortificazione delle competenze tecniche. Che cosa si può fare? Di fronte al silenzio/assenso come strumento perentorio di esercizio della propria funzione, queste sovrintendenze mortificate hanno uno strumento che è quello di dissentire, dissentire sempre e comunque.
CHIARANTE. Occorre ripartire con la battaglia che riaffermi in tutto il campo del Welfare il fatto che ci sono settori in cui c’è un compito pubblico che è preminente. Anche come sinistra dobbiamo assumerci in pieno le nostre responsabilità per certe concessioni eccessive al privatismo, alla teoria del libero mercato.
FISICHELLA. Se dovessi indicare un punto sul quale potrebbe avviarsi un lavoro in positivo molto importante è quello relativo alle riforme costituzionali che oggi sono in discussione in Parlamento: fermare questa riforma costituzionale avrebbe un valore simbolico dal punto di vista politico straordinario. Se si riuscisse a fare esplodere, come si diceva una volta nel linguaggio del marxismo, le contraddizioni all’interno della coalizione di centrodestra, e far venire allo scoperto e ci sono forze che rispetto a questa maniera di intendere il federalismo hanno un atteggiamento critico, io credo che davvero si potrebbe riaprire tutta una importante partita.
EMILIANI. Noi siamo, dico noi in generale, stati in questi due anni e mezzo sotto una sorta di bombardamento che ha colpito e, ahimé, demolito spesso presidi e persone della tutela. C’è stata certamente una intensificazione dei movimenti, per esempio le 19 Associazioni hanno costituito un tavolo comune presso il WWF. Ci sono dei siti, per esempio Patrimonio Sos, che stanno lavorando molto.
Però io a questo punto mi chiedo che cosa ne pensino i partiti, anzitutto quelli del centrosinistra. Che posizione hanno i Ds? C’è un progetto della Regione Toscana, che io valuto negativamente, per una attribuzione regionale della tutela. La Regione Toscana, se non avesse subdelegato i Comuni in materia paesistica, forse avrebbe avuto titoli migliori per esibire questo progetto. E poi eravamo contro lo spezzatino dei beni culturali ed ambientali ai tempi del Titolo V e lo siamo ancora oggi. Qui, poi, non si è potuto parlare perché è mancato il tempo, e anche perché c’è una specie di sonno inquieto e malato, dei parchi: parchi nazionali, regionali, le aree protette. Negli anni Novanta siamo arrivati con fatica e con dolore a 17 parchi nazionali, al 10% del territorio tutelato; oggi i parchi vengono visti anche essi come una specie di luogo di turismo, di gioco, di lunapark, magari da riaprire un po’ alla caccia, dove si può, si affaccia, anche qui, una visione mercantile. Noi dobbiamo ridisegnare una politica alternativa e discutere di questo. Battiamoci per qualche cosa di veramente alternativo, con tutte le forze possibili che ci sono, anche a destra.
(a cura di Maria Serena Palieri)
22.03.2004
Urbani non ne dice una giusta
di Vittorio Emiliani
Il ministro dei Beni Culturali, Giuliano Urbani, è stato ospite sabato sera della bella, utile e spiritosa trasmissione di Fabio Fazio Chetempochefa. Doveva spiegare novità e pregi della legislazione promossa dal suo governo per il patrimonio storico e artistico e e per il paesaggio della Nazione, tutelati dalla Repubblica, secondo l’articolo 9 della Costituzione.
Per prima cosa ha detto che in basi alle leggi precedenti i beni culturali demaniali, pubblici, ecc. potevano essere venduti, infatti gli elenchi ora predisposti dall Agenzia del Demanio sono stati redatti in base ad un Regolamento del 2000.
Non è vero.
È vero invece che in base alle leggi Bottai del 1939 recepite nel Testo Unico del 1999 i beni immobili pubblici (perché di questi soprattutto si tratta) erano inalienabili in quanto tali. Infatti molti di essi, anche importanti, non vennero neppure sottoposti a vincolo perché non ve ne era bisogno essendo incedibili (fatte salve rare eccezioni). Poi, nelle votazioni alla Camera per la Finanziaria 2000, la Lega Nord infilò un emendamento che ribaltava questo principio: tutti i beni diventavano dunque alienabili, salvo eccezioni. L’ intero Polo (si presume anche Forza Italia e magari pure l’ on. Urbani) votarono quello sciagurato emendamento e, ahinoi, pure una parte dell’Ulivo. L’emendamento passò. Ma la Finanziaria doveva essere ancora vagliata dal Senato e le associazioni di tutela, il gruppo dei Verdi e altri sollecitarono l’allora ministro Melandri a rimediare a quella enorme falla. Il Senato votò un ordine del giorno che impegnava il governo a varare un Regolamento che ripristinasse il principio fondamentale (tutti i beni culturali pubblici sono inalienabili salvo eccezioni autorizzate dalla Soprintendenze) e normasse le eccezioni. Una commissione lavorò mesi. Produsse un testo approvato da tutti, compresi i Comuni e le Province divenuto il Regolamento n.283 emanato con decreto presidenziale Ciampi il 7 settembre 2000.
Cardine di esso: la predisposizione di elenchi da parte degli Enti pubblici proprietari di quei beni e il loro invio alle Soprintendenze Regionali le quali avrebbero operato entro 24 mesi le opportune integrazioni inserendoli nell’elenco previsto. Le richieste di affitto, di cessione in uso a privati, dovevano essere accompagnate da un piano di utilizzo dettagliato. Se il piano non fosse poi stato realizzato in modo adeguato, la Soprintendenza poteva revocare la cessione in uso.
Sabato sera Giuliano Urbani, dopo aver definito sciocchezze i due principi ricordatigli da Fabio Fazio (inalienabilità generale con eccezioni; alienabilità generale con eccezioni) ha vantato la superiorità del suo Codice sulle leggi precedenti. Senonché gli è scappato detto: «Prima si pensava di vendere. Oggi si vuole vendere». E ha calcato su quel si vuole. È Tremonti che vuole, per fare cassa. Altrimenti perché avrebbe creato la Patrimonio SpA, perché non tenersi stretto il Regolamento Melandri? Appunto perché si vuole vendere.
Allora, quali beni sono classificati inalienabili dal Codice e quali lo erano per le tanto spregiate leggi precedenti? Vediamo un po’. Secondo il Regolamento n.283, inalienabili erano: 1) i beni riconosciuti con legge monumenti nazionali; 2) i beni di interesse particolarmente importante a causa del loro riferimento con la storia politica, militare, della letteratura, dell’arte e della cultura in genere; 3) i beni di interesse archeologico; 4) i beni che documentano l’identità e la storia delle istituzioni pubbliche, collettive, ecclesiastiche , cioè sedi o ex sedi di Municipalità, di Vescovadi, di Accademie, ecc.
Cosa resta nel tanto decantato (dal ministro) Codice Urbani? Restano i beni archeologici e gli immobili riconosciuti come monumenti nazionali. Sparisce però completamente il punto 2 e diventa molto vago il punto 4. Quindi c’è un palese indebolimento.
Ma Urbani ha aggiunto: stavolta gli elenchi li facciamo noi. Una mezza verità poiché li sta facendo l’Agenzia del Demanio e li invia al Ministero. Non ci sono più di mezzo gli Enti pubblici. C’è l’Agenzia del Demanio che vuole vendere e che dà un prezzo pure all’isola di Giannutri o alla Villa di Tiberio.
Vi è di più e di peggio: il ministro Urbani ha consentito che nel suo Codice venisse introdotto il congegno tremontiano del silenzio/assenso. Se le Soprintendenze non rispondono alla richiesta dell’Agenzia del Demanio nel termine di 120 giorni (che poi si riducono in realtà a 30), dando motivato parere, il loro silenzio equivale ad un si venda. Secondo il ministro, è un lavoretto da poco per le Soprintendenze. Secondo il soprintendente regionale delle Marche, Francesco Scoppola, uno dei più preparati, il nostro lavoro, soltanto per i beni demaniali, si moltiplicherà per sette. Poi c’è il condono edilizio voluto da Tremonti (al quale Urbani si è blandamente opposto). Un condono, ha ammesso, non è una bella cosa, ma col solito scatto d’orgoglio ha sottolineato: per la prima volta abbiamo escluso le aree protette. Altra mezza verità. E stata l’opposizione a costringerveli. Silenzio tombale di Urbani invece su di un altro punto-chiave del condono: per la prima volta vengono sanati anche abusi commessi in parte su suoli demaniali. Mai accaduto. Un altro varco aperto nella tutela. A quando condoni totali sul demanio marittimo, fluviale, ecc.?
E i Musei, diverranno privati? Urbani ha svicolato così: la proprietà dei Musei rimarrà pubblica. La proprietà, certo. Ma l’intera gestione diventerà privata. A cominciare dal Museo Egizio di Torino. Infine, una delle materie più roventi: i piani paesistici, la legge Galasso, i poteri di bocciatura delle Soprintendenze per i progetti deturpanti. Tutte le Regioni che lo vorranno, ha spiegato testualmente Urbani, potranno assumere piani paesistici che faranno aggio sui piani urbanistici. Prima, succedeva di più e di meglio: con la legge Galasso dell’85, le Regioni erano obbligate ad adottare piani paesistici cogenti e se non lo facevano, il Ministero con le sue Soprintendenze si sostituiva a loro. Come è infatti avvenuto in Campania e Calabria, come stava avvenendo, finché ci fu la Melandri al Collegio Romano, in Puglia e nella stessa Lombardia.
Dal 1° maggio, col Codice, il potere di bocciare un mostro paesaggistico non ci sarà più. Le Soprintendenze saranno chiamate a dare un semplice parere, preventivo e consultivo, sull’autorizzazione comunale. Poi saranno disarmate. Giustificazione di Urbani: tanto, quelle bocciature le cancellava sistematicamente il Tar.
Non è vero: su 3.000 bocciature di media all’anno, quelle importanti rimanevano tali. Irrevocabilmente. In certe regioni rimanevano tutte valide.
I costruttori più disinvolti e rapaci staranno brindando. Difatti il progetto di legge urbanistica di cui è relatore l’on. Lupi (FI) promette di peggiorare il Codice Urbani e pare che stia incontrando consensi pure fra deputati dell’opposizione. Si gradiscono smentite.
In un Paese dove l’emergenza istituzionale sta diventando la regola, il problema del patrimonio culturale rischia di apparire un tema "minore", buono al più per qualche scaramuccia di confine fra opposti schieramenti, e non, come invece è, una questione essenziale per la "tenuta" del Paese. Perciò preoccupa l’assalto all’articolo 9, «il più originale della nostra Costituzione» come ha detto Ciampi: il nesso fra i suoi due commi lega fortemente tutela, ricerca e fruizione, e verrebbe snaturato dall’aggiunta (che si può ben fare altrove) della protezione degli animali, propugnata tuttavia da parlamentari di destra e di sinistra.
Continua intanto l’intensa attività legislativa promossa dal ministro Urbani. Non mancano "mosse" positive, come il disegno di legge sulla qualità architettonica (peraltro già calpestato da un selvaggio condono edilizio) o il decreto legislativo che adatta la legge Merloni agli immobili di valore culturale. Più importanti (e più controversi) i due interventi di sistema, il nuovo Codice dei beni culturali e il riassetto del Ministero. I punti più deboli del Codice, frutti di soluzioni compromissorie, sono la sovrapposizione di competenze fra Stato e regioni (peraltro sancita dall’infausta riforma del Titolo V della Costituzione) e l’interpolazione del silenzio-assenso nell’art. 12 del Codice, scritto all’inizio con opposte intenzioni.
Nella sezione sul paesaggio, che modifica la legge Galasso del 1985, ottima è la definizione del paesaggio come prodotto di interrelazioni fra natura e cultura, secondo la formulazione della Convenzione europea; ma sarebbe stato meglio seguirla anche nella prescrizione di una "forte lungimiranza" per la pianificazione paesaggistica. Positivo l’obbligo di piani paesaggistici regionali con riqualificazioni e recuperi, buona la definizione del piano paesaggistico, cogente per i comuni, che aumenta aree e immobili da tutelare. Molto positivo il divieto di autorizzazioni in sanatoria dopo la realizzazione, anche parziale, degli interventi: si dovrebbero così bloccare scellerati tentativi di depenalizzare gli abusi, come quello tentato pochi mesi fa, e poi ritirato.
L’innovazione più rilevante è che le Soprintendenze perdono il potere di annullare "a valle" le autorizzazioni edilizie delle amministrazioni locali, e acquistano la possibilità di partecipare, "a monte", alla redazione dei piani paesaggistici. Buona idea, se non fosse che la collaborazione delle Soprintendenze (preposte, secondo la Costituzione, alla tutela del paesaggio) viene lasciata alla buona volontà delle Regioni, che col Ministero «possono» (e non «devono») stipulare «accordi per l’elaborazione dei piani paesaggistici». Anche il parere di merito delle Soprintendenze sui singoli progetti, a richiesta di regioni o enti locali, per quanto reso «entro il termine perentorio di 60 giorni», non sembra avere valore vincolante, e non è nemmeno richiesto per modificare il colore delle facciate, con conseguenze temibili.
Quanto alla gestione dei beni culturali pubblici, il Codice eredita le ambiguità della normativa precedente. La gestione "indiretta" (di privati o fondazioni) è considerata equivalente a quella "diretta" delle amministrazioni pubbliche. Musei e monumenti possono essere "conferiti in uso" alla fondazione che li gestisce, purché la partecipazione dell’amministrazione pubblica sia prevalente. Peccato che questo principio sia stato già violato nello statuto della fondazione del Museo Egizio di Torino, secondo cui lo Stato, proprietario del Museo, lo "conferisce in uso" alla Fondazione, ma si auto-mette in minoranza nel Consiglio di amministrazione, composto di nove membri, dei quali uno solo (il soprintendente regionale del Piemonte) appartiene al Ministero, cinque sono di nomina politica (due dal ministro, uno ciascuno da Regione, Provincia e Comune) e tre sono designati dalle due fondazioni bancarie interessate. Il Consiglio nomina il direttore, a cui non è richiesta alcuna competenza egittologica; anche nel comitato scientifico, peraltro senza alcun potere, solo un membro su sette dev’essere egittologo.
È una piena abdicazione dello Stato al proprio ruolo, peraltro già scritta a tutte lettere nella legge Veltroni di riforma del ministero, secondo cui il Ministero «può partecipare al patrimonio delle fondazioni con il conferimento in uso di beni culturali». La riduzione dei musei a merce di scambio con gli agognati finanziamenti privati, a quel che pare, non è né di destra né di sinistra. Questo modello di Fondazione, che inglobando il Museo è di fatto sovraordinata all’amministrazione pubblica, non può funzionare e non funzionerà. Peccato, perché le Fondazioni museali potrebbero essere efficaci se organizzate in parallelo alle soprintendenze, senza subordinare gli esperti a chi competenza non ha (a Torino, gli egittologi a chi non ha mai visto un geroglifico). Miopi preoccupazioni localistiche hanno inquinato l’intera partita: a sei anni dalla legge Veltroni, non una Fondazione è operante, e dai privati arrivano molte promesse ma nemmeno un centesimo.
Ma i danni di questa concezione mercificata dei musei non si fermano qui: legata alla prospettiva delle fondazioni è infatti l’istituzione dei poli museali, decisa dal governo di centro-sinistra e attuata da Urbani. I poli istituiti a Roma, Firenze, Napoli e Venezia, per la prima volta nella storia e in contraddizione coi principi di tutela, hanno "scorporato" i musei dal territorio, considerandoli come entità a parte. Questo vuol dire per esempio che le grandi raccolte fidecommissarie di Roma, tutte di identica origine e storia, sono ora di competenza di soprintendenze diverse: ricadono nel "polo museale" se sono passate in proprietà pubblica (Borghese), sotto altra soprintendenza se sono ancora private (Colonna, Doria Pamphilj).
Si spezza così il nesso vitale fra la città, coi suoi palazzi e chiese, e i musei, che dall’identico tessuto di committenze e collezioni trassero origine e alimento. Nata dall’ossessione del modello americano coi suoi musei staccati dal territorio (ma nelle chiese di New York non c’è Giotto, non c’è Tiziano, non c’è Caravaggio), questa ferita al modello italiano di tutela ha una sola spiegazione: staccare i musei dalle soprintendenze territoriali per privatizzarli affidandoli a fondazioni come quella in gestazione per l’Egizio.
Urbani, sembra, sta ripensando l’intera materia nel contesto della riforma del ministero. L’unica soluzione decente sarebbe di reintegrare i quattro "poli" nel loro humus, creando altrettante soprintendenze urbane (città e musei). Pessima idea sarebbe invece trasferire i poli museali ai soprintendenti regionali, che spesso mancano delle competenze necessarie per gestirli. Più grave ancora sarebbe la ventilata abolizione delle due più importanti soprintendenze archeologiche del nostro Paese, anzi del mondo, quella di Roma e quella di Pompei. Di esse va invece garantita la massima autonomia gestionale, nonché l’alta professionalità e competenza specifica del Soprintendente-archeologo che le dirige.
Disastroso, infine, sarebbe intendere le Soprintendenze territoriali come uffici tecnici, emanazione periferica di quelle regionali, e ancor peggio affidare queste ultime a funzionari o manager di nomina politica e con scarse o nulle competenze specifiche. Su questo e su altri punti, la riforma del Ministero, che fa sistema con il Codice, ne svelerà presto spirito e intenzioni. Con un processo graduale, che potrebbe partire dalle Soprintendenze urbane di Roma, Venezia, Napoli e Firenze e dalle archeologiche di Roma e Pompei, tutte le Soprintendenze dovrebbero essere concepite come enti di ricerca e di tutela, dotati di ampia autonomia scientifica, amministrativa e contabile e gestiti in prima persona dal Soprintendente. Se lo Stato non vuole dichiarare la propria disfatta, c’è una sola strada possibile, ed è questa.
NELLA furia iconoclasta che ispira il centrodestra in materia ambientale, la maggioranza ha deciso di sferrare l’ultimo assalto a ciò che resta del nostro patrimonio paesaggistico, un patrimonio che appartiene a tutti e quindi anche a quelli che votano per l’opposizione, reiterando i fasti e i nefasti del Malpaese con l’aggravante della recidiva. All’origine di quest’offensiva, non c’è solo una diversità di cultura, di sensibilità o - se vogliamo usare una parola ancor più impegnativa - di civiltà
C’è evidentemente una precisa volontà devastatrice, un piano, un progetto per lo smantellamento definitivo del sistema di tutele, di controlli e di garanzie, allo scopo di procedere in modo più libero e spedito sulla strada della speculazione, dell’affarismo e quindi del dissesto.
Con la frettolosa conversione in legge del decreto presentato dal ministro Matteoli, un ministro dell’Ambiente che ha goduto finora di generose ed eccessive benevolenze da parte di vecchi e nuovi ecologisti, la maggioranza non ha semplicemente modificato i criteri e le procedure per la composizione delle Commissioni per la valutazione di impatto ambientale (VIA). Ma, per usare un facile calembour, ha dato praticamente il via alla devastazione programmata e autorizzata del territorio nazionale.
E per conseguire un tale risultato, irridendo ancora una volta l’autorità della Consulta come già sulla questione televisiva o sulla giustizia, s’è nascosta dietro il paravento della sentenza con cui la Corte costituzionale aveva deliberato che la Commissione speciale per le opere strategiche fosse integrata anche dai rappresentanti delle Regioni.
Fatto sta che, per realizzare questa prescrizione, il governo ha stabilito inopinatamente di ridurre il numero dei tecnici chiamati a comporla, compromettendone ulteriormente la funzionalità: già oggi la Commissione speciale è tanto oberata di progetti, in virtù dei discutibili meccanismi innescati dalla Legge Obiettivo, che è costretta a ricorrere a esperti e consulenti esterni. Contemporaneamente, per prendere - come si dice - due piccioni con una fava, sono stati modificati in maniera del tutto ingiustificata i requisiti per i membri della Commissione ordinaria, a cui spetta fra l’altro valutare i progetti di dismissione delle centrali nucleari, pregiudicandone così l’autonomia operativa.
Tutto questo accade per di più all’indomani di un appello pubblico, lanciato dal Fondo per l’Ambiente italiano e sottoscritto da personalità di varia estrazione, in difesa del patrimonio paesaggistico. Ma il grido d’allarme, a quanto pare, è rimasto inascoltato.
Un emendamento introdotto in extremis alla legge delega sull’ambiente prevede infatti la depenalizzazione completa per qualunque reato commesso ai danni del paesaggio. Più che un condono o un’amnistia, è un colossale colpo di spugna che legittima retroattivamente anche gli abusi totali, cioè "i lavori compiuti in assenza o difformità delle autorizzazioni", comprendendo le violazioni sull’aumento delle superfici o dei volumi consentiti.
É come abrogare delitti gravi quali il furto, la rapina o l’omicidio. E nel nostro caso, sono delitti commessi contro l’intera collettività.
Se si pensa poi che le due leggi fondamentali sulla tutela del patrimonio storico-artistico e del paesaggio risalgono entrambe al 1939, viene da commentare che almeno in questa materia il Cavaliere (Berlusconi) batte il Cavaliere (Mussolini); il regime (televisivo) sconfigge il regime (fascista); l’Italia in divisa azzurra supera perfino l’Italia in camicia nera. In piena dittatura politica, ben prima che arrivasse il decreto Galasso nel 1984 a fissare nuovi vincoli paesaggistici, 65 anni fa il duce s’era preoccupato di sancire un criterio puramente estetico per impedire la modifica delle bellezze naturali, la manomissione del panorama, insomma lo scempio del Belpaese. E sappiamo bene purtroppo che cosa è accaduto durante la Prima Repubblica, con tutti i guasti e i danni prodotti da un abusivismo sistematico, dal lassismo amministrativo e giudiziario, dalla prassi devastante delle sanatorie e dei condoni edilizi.
Adesso, sotto la dittatura mediatica, il saccheggio può riprendere e continuare, anzi viene legalizzato, autorizzato dal Parlamento o meglio dalla maggioranza che sostiene il governo. Diventa - e ripugna qui usare un’espressione del genere - "cultura di governo", presunta e falsa modernizzazione, semplificazione dei controlli e snellimento delle procedure, deregulation selvaggia.
Evidentemente, per rinnegare lo Stato di diritto, nell’era della televisione e di Internet non è più necessario abolire le libertà personali, quella d’opinione e di critica. E neppure, l’opposizione parlamentare. Basta cancellare il paesaggio.
Prima: il Testo unico dell'edilizia (Dpr 380/2001 in vigore il 30.6.2003) nella versione originaria ammetteva una ricostruzione fedele "di un fabbricato identico, quanto a sagoma, volumi, area di sedime e caratteristiche dei materiali, a quello preesistente".
Dopo: la circolare 7.8.2003 n.4174 del Ministro delle infrastrutture, G.U. 25.11.2003, ma già il D.L. 301/2002, ampliano in maniera larghissima e persino ridicola il senso di demolizione e ricostruzione. Restano solo i vincoli della volumetria e della sagoma: dunque si possono modificare l'area di sedime, le caratteristiche dei materiali e, incredibile chiarimento della circolare, aumentare le superfici utili "con il conseguente incremento del carico urbanistico". Siamo su un piano quasi filosofico: la possibilità dell'aumento "deve ritenersi insita nella natura di tale intervento". Inoltre, poiché manca il riferimento all'area di sedime, la circolare afferma comicamente che ciò non vuol significare possibilità di ricostruire l'edificio in un altro luogo (grazie tante!!), ma ammissibilità di "modifiche di collocazione rispetto alla precedente area di sedime" se esse rientrino nelle cosiddette variazioni non essenziali (la cui aleatorietà nelle leggi regionali ben conosciamo). Dimenticavo il sapido finalino: la demolizione/ricostruzione può essere applicata anche alle costruzioni abusive che abbiano ottenuto la concessione in sanatoria.
Insomma, un liberismo smaccato che darà un'ennesima mazzata alla buona urbanistica e alla buona architettura. Da quest'ultimo punto di vista vedi bene, tra l'altro, che l'aumento delle superficie significa, per esempio, inserire nel dato volume abbastanza alto un maggior numero di solette, come si è visto più volte realizzare in palazzi (per esempio milanesi) una volta abitati trasformati in banche e uffici di grande aziende, o, da ultimo, in favoleggianti atelier dei principi della moda. E come si potrà procedere da parte del professionista e dell'impresa? Non, come prima e giustamente, mediante la concessione edilizia, ma semplicemente e carinamente attraverso la Dia (Denuncia di inizio attività): vale a dire: continua la cuccagna per impresari e (spiace dirlo) per tanti, troppi architetti. Del resto, a proposito di questi ultimi, come nel caso dei sottotetti sul quale sono già intervenuto sul sito e in "la Repubblica", colpisce (ma non sorprende, dati i tempi, e anche la memoria di mezzosecolari malefatte che li hanno coinvolti) il maggioritario loro silenzio, il sostanziale disimpegno degli ordini professionali e dell'università con rare eccezioni, il disinteresse delle riviste. Ti ho già scritto che "Il giornale dell'architettura", forse l'unica a dedicare un articolo al tema, lo fa in maniera tanto distaccata, meramente informativa (lì ho ricavato le notizie), senza alcuna pesante deplorazione né alcun commento almeno dubitoso, da renderti pressoché definitiva la certezza che mai risorgerà una lotta, una forte opposizione da parte del nostro mondo culturale e professionale verso i poteri che governano la distruzione pianificata e a loro "conveniente" del paese.
Uno dei temi sui quali si è maggiormente insistito durante la campagna elettorale che si è da poco conclusa è quella relativa alla costruzione delle grandi opere, indicate come soluzione obbligata per innovare e ammodernare il nostro sistema economico.
Cosa è necessario comprendere per analizzare il Piano delle grandi opere? E, soprattutto, cosa è implicitamente inteso con un piano di grandi opere?
- con la definizione “apertura dei cantieri” non si considera l’effettiva realizzazione dell’opera;
- con le opere previste dal Piano decennale delle Grandi opere si stanno producendo due effetti: si sta nascondendo debito pubblico; si stanno accumulando ingenti debiti per il futuro.
I problemi posti da una politica delle infrastrutture
basata sulle aperture dei cantieri
Dall’analisi dello stato di attuazione del Piano delle grandi opere (cfr. L. Ricolfi, Tempo scaduto. Il «Contratto con gli italiani» alla prova dei fatti, Il Mulino, 2006) è opportuno trarre alcune conclusioni relative, più in generale, alla politica adottata dal Governo Berlusconi in materia di infrastrutture e, soprattutto, di politica dei trasporti:
A) Un problema di sostenibilità economica, posto dal fabbisogno delle risorse necessarie a realizzare le opere inserite nel Piano, che, stimato nel 2001 era pari a 126 mld di Euro, è oggi, nel 2005, stimato in 250 mld, a fronte di risorse già stanziate fino al 2005, pari a 20 mld (Ricolfi p. 97). A questo proposito Ricolfi propone una stima del fabbisogno per il periodo 2006-2016 con evidenti aggravamenti del bilancio dello Stato e il rischio di non poter rivedere le opere inserite nel Piano a meno di accettare di versare penali a favore dei soggetti che si sono aggiudicati le commesse.
Si è, di fatto, ipotecato circa l’1% del PIL per i prossimi 10-15 anni, escludendo la possibilità di rendere realmente strategico il Piano delle opere, funzionale ai fabbisogni del Paese. (a questo proposito si veda Marco Ponti, Grandi infrastrutture e granitiche certezze, in www.lavoce.info, ).
B) Un problema di sostenibilità ambientale, dato che acquisisce come obiettivo soltanto le “grandi opere” contenute nel Piano decennale, evitando di affrontare la materia delle infrastrutture con un approccio che consideri la mobilità come una priorità fondata su un mix di strumenti.
Si è deciso di puntare su “grandi opere”, di difficile realizzazione e, soprattutto come evidenziato dal punto precedente, con un pesante fabbisogno di risorse. Manca una visione che consideri le infrastrutture non soltanto come un grande “appalto” ma con un’azione continua, costante, dove la manutenzione, l’ammodernamento, la messa in sicurezza, sono aspetti da non tralasciare. In aggiunta a questa distorsione, culturale e di visione, è da evidenziare come per la realizzazione delle grandi opere siano state adottate normative di accelerazione e di semplificazione dei controlli e delle valutazioni: con la Legge-obiettivo le “grandi opere” sono state sottoposte a una Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) attraverso i soli progetti preliminari, privi delle descrizioni tecniche necessarie per valutare effettivamente impatti e pressione.
Conclusioni (con un warning sul futuro)
Un problema, più complessivo, di gestione delle commesse pubbliche, di valutazione e di monitoraggio delle opere commissionate e, soprattutto, di reale attuazione di quanto dichiarato dovrebbe essere posto all’attenzione .
Il recente saggio di Nicola Rossi, Mediterraneo del Nord (Laterza, 2005) è molto interessante, sotto questo punto di vista. Molte azioni, finanziate anche con i fondi strutturali, risultano avviate, cantierate, ma alcune non sono completate, alcune sono ferme, alcune non corrispondono ai progetti.
Questo punto è di particolare interesse perché pone l’accento su una questione molto più diffusa e complessa del solo Piano delle Grandi opere. Si tratta infatti di comprendere come sono stati spesi fondi, nazionali e comunitari, soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno, con quale grado di raggiungimento degli obiettivi prefissati e in coerenza con quanto viene esposto in rapporti ufficiali pubblicati dal Ministero dell’Economia, Dipartimento politiche di sviluppo.
Sarebbe utile, a questo punto, compiere un’analisi più complessiva, non soffermando l’attenzione alle sole “grandi opere” ma, verificare tutta la politica di investimento compiuta dal Governo nel periodo 2001-2006, anche in rapporto alla Programmazione dei fondi strutturali 2000-2006, che, soltanto per l’Obiettivo 1 (6+1 regione), ammontavano a 51 miliardi di Euro.
Il lavoro svolto da Nicola Rossi e, soprattutto, la necessità di considerare l’esperienza della programmazione 2000-2006 per introdurre miglioramenti e una maggiore efficienza dei programmi, in vista dell’avvio del periodo di programmazione 2007-2013, rappresentano due punti da non mettere in secondo piano, nella fase attuale.
Esiste il rischio che, a fronte di risorse più scarse, per il necessario riallineamento con i parametri di stabilità, una quantità di risorse consistenti risultino ipotecate in programmi infrastrutturali né coerenti con le linee di governo né con l’esigenza di innovare le politiche della mobilità e di aumentare l’efficienza energetica.
Infatti nel 2007-2013 le risorse messe a disposizione dell’Italia dall’Unione europea saranno in quantità inferiore, in considerazione dell’avvenuto allargamento dell’Unione da 15 a25, a 27 (dal 1° gennaio 2007) paesi membri e in virtù dell’accordo siglato dal Consiglio europeo del 15 dicembre 2005.
Appendice per future riflessioni:
… tante piccole opere, per rendere competitiva l’Italia
In conclusione una riflessione, non solo di sostenibilità ambientale, ma con riflessi sulla competitività reale dell’Italia e sul grado di inclusione sociale che può essere inserito tra gli obiettivi di una politica di opere pubbliche.
Le grandi opere, le infrastrutture di trasporto per esempio, il TAV (e non la TAV), hanno un’utilità se il rapporto costi-benefici è realmente in grado di indicare vantaggi per la collettività e per il sistema economico, comprendendo elementi che non siano esclusivamente quelli legati all’opera in sè. Questo approccio consente di comprendere l’effettiva utilità di proporre il rilancio del settore della produzione di energia elettrica con fonti nucleari: il costo da considerare è solo quello del Kw prodotto o devo considerare costi ambientali, sociali, di smaltimento delle scorie, di messa in sicurezza del sito, … ?
Il settore delle opere civili è tecnologicamente maturo (cfr M. Ponti), con tempi di realizzazione e oneri finanziari difficilmente sopportabili, impatti ambientali perlomeno discutibili.
Ben diversa potrebbe essere una strategia di mobilità che punti a rendere efficiente il sistema, nel suo complesso, prevedendo forme di intermodalità, di connessione tra linee veloci e linee di trasporto locale, di trasporto e logistica delle merci, di interventi volti a ridurre il traffico di veicoli nelle aree metropolitane.
Il quadro delineato oggi, con il Piano decennale è strettamente vincolato a grandi opere con un orizzonte temporale di oltre 10 anni: significa, in altri termini, legare il futuro dell’Italia, delle occasioni di innovazione e di competitività a un periodo lungo, durante il quale continuare a scontare ritardi e assenza di collegamenti.
Il 19 gennaio, sul Corriere della Sera, Francesco Giavazzi, ha pubblicato un editoriale “Meno ponti più taxi”: chiedendo l’individuazione di priorità su quali opere siano realmente necessarie e se sia opportuno adottare, per esempio, anche la liberalizzazione delle licenze di taxi a Roma, oltre ad aspettare 10-15 anni per risparmiare un’ora di viaggio tra Milano e Roma.
Questo è il punto sul quale è opportuna una riflessione: le opere pubbliche non devono essere, necessariamente, grandi, costose e inutili.
È inutile viaggiare con un treno veloce, tra due città, quando solo una minima parte della rete è a doppio binario, una parte non è neppure elettrificata e considerata ramo secco, da tagliare.
È altrettanto inutile considerare il grado di attuazione di un’astuta promessa firmata nello studio televisivo di Porta a Porta se rapportato ai disagi e ai rischi di chi si trova, oggi a viaggiare sull’autostrada Torino-Milano, oppure con chi ha perso la vita a Crevalcore o a Roccasecca.
I dati Eurostat sulle infrastrutture di trasporto ci dicono che la densità della rete stradale italiana, misurata dal rapporto tra chilometri di strade e 100 chilometri quadrati di territorio, è superiore alla media dei paesi dell'Unione Europea a 15 e inferiore solo a quella di Francia e Inghilterra. Nel rapporto tra chilometri di strade e mille abitanti, invece, l’Italia fa registrare un indice inferiore a quello della media europea, di Francia, Spagna e Austria, ma superiore a quello di Germania e Inghilterra. Se però si guarda soltanto alle strade "superiori", cioè autostrade e strade nazionali, scopriamo che il nostro paese ha una densità più elevata della media europea, anche rispetto alla popolazione.
Il mito delle carenze infrastrutturali
Le carenze sembrano dunque riguardare soprattutto le strade regionali. Ma l’Italia ha un’estensione enorme di strade provinciali e comunali, spesso di ottimo livello, per il 50 per cento destinate al traffico extra-urbano. Guarda caso, la stragrande maggioranza del traffico è costituito da percorrenze inferiori ai 50 chilometri, per le quali strade provinciali e comunali sono particolarmente adatte. Non esistono dati affidabili sulla congestione stradale, ma è ragionevole pensare che sia assai differenziata nelle diverse aree del paese e che, perciò, qualsiasi discorso "aggregato" sia fuorviante. Nel caso della rete ferroviaria, i due indici di densità sono rispettivamente uguale (quello per territorio) e inferiore (quello per popolazione) alla media europea ed entrambi inferiori a quelli registrati nei grandi paesi (a esclusione della Spagna). D’altra parte, le ferrovie tedesche portano 1,7 volte i passeggeri-km trasportati dalle ferrovie italiane, quelle francesi 1,6 volte. Anche il traffico merci risulta più intenso di quello registrato sulla rete italiana che, dunque, nel complesso non può definirsi congestionata. Assai più preoccupante è però la situazione delle reti ferroviarie regionali, soprattutto quando in una Regione siano presenti una o più grandi aree metropolitane.
Quanto agli aeroporti, in Italia se ne contano quarantaquattro (per uso civile), di cui solo diciassette hanno un traffico superiore al milione di passeggeri l’anno. Nel complesso (nel 2000) in Italia il traffico aereo interno e diretto ad altri paesi europei era di soli 24 miliardi di passeggeri-km l’anno, contro 50 dell’Inghilterra, 39 della Germania, 59 della Spagna e 29 della Francia. Quindi le potenzialità di crescita sono ancora molto ampie e, se si esprimeranno, la carenza della nostra capacità aeroportuale emergerà.
Le grandi opere sono sempre le più utili?
I problemi di congestione vanno risolti caso per caso. In alcune situazioni è necessaria la grande opera, in altre è molto più utile il piccolo intervento. Soltanto un esame preciso dei flussi di traffico presenti e di accurate previsioni su quelli futuri consente di impostare un’attendibile analisi dei costi e dei benefici dei vari progetti. (1)
A ciò va aggiunto che i tempi di realizzazione delle grandi opere sono, quasi sempre, molto lunghi: le soluzioni finiscono per essere disponibili dopo troppo tempo, quando i problemi potrebbero essere diventati altri. Indipendentemente dal rapporto tra costi e benefici nel lungo periodo – che pure dovrebbe contare qualcosa in un mondo di risorse scarse - è evidente il pregio delle "piccole opere", capaci di migliorare presto la qualità dei servizi, per le attività economiche che dipendono maggiormente dalle infrastrutture (come la logistica). Dunque, la Legge obiettivo, che si concentra quasi esclusivamente sulle grandi opere, non renderà un buon servizio al paese.
Mentre la "Legge obiettivo per le città" - inserita dal Governo nel disegno di legge per la competitività (articolo 5) - non sembra destinata ad avere effetti apprezzabili, per la prevedibilmente scarsa dotazione di risorse finanziarie.
Il debito che verrà
La storia delle opere pubbliche nel nostro paese, da circa quindici anni, è anche la storia della favola del project financing all’italiana. In Italia, purtroppo, il project financing ha finito per identificarsi con il " modello Tav", un complesso sistema messo in piedi nel 1991 per realizzare "rapidamente" le linee per l’alta velocità ferroviaria. La "Legge obiettivo" lo ha interamente recepito per tutte le grandi opere, escluse quelle realizzate dai concessionari autostradali. Non è il caso di entrare qui nei dettagli del modello Tav e nella sua storia. (2) Vale solo la pena di ricordare che, come osservava l’ Antitrust già nel 1996, attribuisce di fatto tutti i rischi allo Stato (direttamente o tramite Fs spa) e tutti i profitti ai cosiddetti general contractor (e alle banche creditrici). Un simile meccanismo è, di per sé, tale da far emergere rilevanti esigenze finanziarie pubbliche negli anni a venire. Inoltre, i contratti con i general contractor non creano alcun incentivo alla riduzione dei costi. Anzi, ne creano di significativi al loro incremento ben al di sopra del tasso di inflazione. Il costo previsto nel Dpef 2003-2005 per le ventuno opere prioritarie della Legge obiettivo era di 77,5 miliardi di euro. Nel Dpef 2005-2008 era già salito a oltre 85 miliardi (+ 9,75 per cento). Il costo previsto nei contratti del 1991 per le tratte ad alta velocità era di 5,67 miliardi di euro. Nei contratti rinnovati nel 2003, per le stesse tratte, arrivava a 23,4 miliardi di euro, con un incremento del410 per cento. Per gli interventi nei principali nodi ferroviari il costo previsto è aumentato del 325 per cento. E ci sono fondati motivi per pensare che, in realtà, le previsioni siano molto sottostimate, anche perché non sembrano tener conto degli interessi intercalari. (3)
Estrapolando queste tendenze, si può ragionevolmente prevedere l’effetto sul debito pubblico del modello Tav applicato ai più rilevanti progetti della Legge obiettivo.
Contro la strategia dell’inseguimento
Spesso l’opposizione accusa il Governo di essere incapace di realizzare le opere pubbliche approvate, lasciando intendere che, ove fosse messa dagli elettori nelle condizioni di governare, le realizzazioni sarebbero molto più rapide e numerose. Assai meno convinta sembra essere, l’opposizione, nella critica alla strategia delle grandi opere, mentre la stessa contrarietà alla Legge obiettivo è apparsa spesso più orientata a tutelare i poteri di veto delle Regioni e degli enti locali che non a svelarne i meccanismi di incentivazione perversa e il potenziale di devastazione dei conti pubblici. Si sono sentite critiche perché gli stanziamenti per investimenti pubblici non sono aumentati o sono stati ridotti per l’anno corrente. Meno voci si sono levate per opporsi alle opere che si intendevano finanziare, la cui utilità non è mai stata correttamente valutata. Del resto, anche nell’attuale opposizione la cultura della valutazione stenta ancora a farsi strada, nonostante l’approvazione, nel 2000, di un Piano generale dei trasporti che rappresentava una significativa innovazione sotto questo profilo. E il centrosinistra, quando era maggioranza, impiegò oltre quattro anni per rendersi conto che il modello Tav era potenzialmente molto dannoso, arrivando troppo tardi alla cancellazione dei contratti per le opere non cantierate, disposta solo con la Legge finanziaria per il 2001 (e immediatamente annullata dal governo Berlusconi I).
Una riflessione seria sul tema delle infrastrutture è invece necessaria. Soprattutto, l’alleanza guidata da Prodi dovrebbe evitare la tentazione di promettere qualcosa in più e di più mirabolante di quanto annunciato dal Governo in carica. Agli elettori (e agli operatori) si dovrebbe dire chiaramente che le scarse risorse disponili saranno concentrate su poche opere essenziali: grandi o piccole, volte, però, ad affrontare la crisi delle grandi aree metropolitane e le esigenze della logistica. E da realizzare in tempi brevi con finanziamenti trasparenti, sotto responsabilità amministrative precise e inderogabili. Sui guasti del modello Tav si impone una onesta "operazione verità", con la promessa di una nuova cancellazione dei contratti, per salvare la finanza pubblica.
(1) È utile ricordare che gran parte delle previsioni sui flussi di traffico su nuove infrastrutture risultano inaccurate: quelle relative alle linee ferroviarie quasi sempre per eccesso, quelle sulle strade sia per eccesso che per difetto. Si veda "How (in)accurate are demand forecasts in public works projects? The case of transportation" di B. Flyvbjerg et al., in Journal of the American Planning Association, n. 2, 2005.
(2) Una lettura istruttiva a questo proposito è Le grandi opere del Cavaliere, di I. Cecconi, Roma, KOINè Nuove Edizioni.
(3) Nella Legge finanziaria del 2001 gli interessi intercalari pesavano per 170 milioni di euro, saliti 230 nel 2002 e a 350 nel 2003.
Allegati
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Si susseguono con ritmo incalzante i provvedimenti legislativi, d’iniziativa governativa o parlamentare, intesi a rimuovere dall’ordinamento italiano qualunque capacità di efficace difesa del patrimonio storico, artistico e del paesaggio. Norme consolidate da secoli nella nostra tradizione giuridica e fondate sul principio dell’interesse pubblico del bene culturale, indipendentemente dalla proprietà pubblica o privata, vengono attenuate o abrogate nel disinteresse generale. Tante volte, grazie ad esse, le soprintendenze erano state in grado di frenare interessi particolari e prevaricazioni politiche ai danni di opere d’arte, di monumenti e dell’ambiente.
Gli effetti della riforma del Ministero per i beni e le attività culturali, promossa silenziosamente dalla burocrazia ministeriale e sostenuta senza capacità di controllo dal precedente ministro Urbani, hanno provocato danni ormai irreversibili. L’abnorme incremento del numero dei dirigenti nell’apparato centrale ha comportato la soppressione di soprintendenze e la perdita di autonomia per musei ed istituti di rilevanza internazionale. Ciò al fine di lasciare invariata la spesa complessiva e consentire al tempo stesso di finanziare l’alta dirigenza ministeriale, mentre agli storici dell’arte, archeologi e architetti responsabili della conservazione di monumenti e opere d’arte di valore immenso sono riconosciuti livelli di carriera con stipendi irrisori.
Per di più, i ruoli tecnico-scientifici sono stati inquinati, con la complicità sindacale, da personale non sempre qualificato per assumere posizioni di altissima responsabilità culturale.
L’aggregazione dei beni culturali allo spettacolo e allo sport in un unico ministero si è rivelata deludente. Gli effetti positivi che si era sperato di trarne non si sono avuti. Non ne è scaturita una politica consapevole delle finalità di interesse pubblico che possano giustificare l’intervento dello Stato nei settori dello spettacolo e dello sport.
Si è abbandonata, nella politica dei beni culturali e del paesaggio, qualunque propensione verso la ricerca scientifica quale presupposto essenziale della tutela e di alta informazione sul risultato degli studi, sulle nuove frontiere della conoscenza storica, sulle opportunità di progresso civile offerte da una grande tradizione culturale, sui rischi a cui si va incontro perseverando nel dissennato sfruttamento delle risorse naturali e nella devastazione dei caratteri culturali del territorio.
Insomma non è stato possibile convincere lo Stato, come sosteneva Giulio Carlo Argan, che «la cultura è un affare di Stato, cemento dell’unità nazionale e bene comune».
I danni provocati e la confusione creata in questa materia nel giro di pochi anni sono tali da rendere improponibile il ripristino del precedente ordinamento, il quale era comunque inadeguato alle esigenze di un’amministrazione moderna ed efficiente.
Si osserverà, da parte di qualcuno, che un buon impulso al decadimento del sistema era stato dato dai precedenti governi di centrosinistra. Certamente. La sciocchezza e la saggezza non sono appannaggio esclusivo di alcuna parte politica. Il governo Berlusconi ha avuto però tutto il tempo di porvi rimedio, e in effetti ha attuato una riforma delle leggi di tutela e del ministero. Lo ha fatto però senza affrontare il minimo dibattito culturale e con il risultato di dissestare definitivamente l’intero settore.
Allora, cosa fare? Il problema di un’ampia riforma del settore si era posto già negli anni Sessanta, quando ben due commissioni parlamentari produssero indagini accurate, con il coinvolgimento di grandi personalità della cultura, e formularono proposte ragionevoli, mai attuate. Il dibattito rimase vivo anche nei decenni successivi. Un buon punto di partenza, per immaginare un nuovo ordinamento dei beni culturali, credo sia tuttora il disegno di legge che Giuseppe Chiarante presentò al Senato con Giulio Carlo Argan nel 1989. Ne restano validissimi i principi fondamentali, allora forse troppo lungimiranti, i quali prevedevano l’abolizione del Ministero e l’istituzione di un’amministrazione autonoma dei beni culturali fondata sull’autonomia delle soprintendenze e governata da un consiglio nazionale elettivo e ampiamente rappresentativo. I poteri d’indirizzo politico, di programmazione e di vigilanza si sarebbero dovuti attribuire al Ministro dell’università e della ricerca scientifica.
Una riforma basata su questi criteri sarebbe di grande efficacia e costerebbe ben poco, perché comporterebbe un fortissimo snellimento della burocrazia centrale e periferica, nonché un impiego più ragionevole delle competenze culturali disponibili in ambito nazionale. Consentirebbe infatti di raggiungere l’obiettivo di un’effettiva integrazione delle regioni, delle autonomie locali, dell’università e delle altre istituzioni scientifiche nel sistema della tutela.
Si potrà evitare lo scempio annunciato dei beni culturali autorizzato dalle norme in arrivo sulla "semplificazione amministrativa"? Dopo il Consiglio dei ministri di venerdì e le confuse dichiarazioni di membri del governo, nessuno sa ancora se queste norme si applicheranno o no ai beni culturali. Già sono escluse dall’ambito di applicazione altre materie (difesa, pubblica sicurezza, giustizia, salute): aggiungere alla lista i beni culturali è una soluzione ragionevole.
TANTO CHE - dopo l’allarme dell’opinione pubblica in seguito alla denuncia di questo giornale e di associazioni come il Fai e Italia Nostra - a proporla è stato lo stesso ministero dell’Economia. Fare il contrario vorrebbe dire, lo abbiamo ampiamente argomentato in queste pagine, la licenza di uccidere città, monumenti e paesaggi: a questo esito porterebbe infatti l’indiscriminata applicazione della "dichiarazione di inizio attività" (dia) ai beni culturali, con un meccanismo di silenzio-assenso che vanifica ogni azione di tutela. Palazzi storici potrebbero essere sventrati o abbattuti impunemente, collezioni e opere d’arte vendute senza alcun controllo. L’intero sistema della tutela ne uscirebbe devastato. Le soprintendenze, che annaspano in una perpetua mancanza di personale per l’annosa mancanza di assunzioni, non potrebbero neppur sognare di star dietro alla valanga di "dia" che si apprestano a invaderle.
Il presidente del Consiglio e il ministro della Funzione pubblica hanno dichiarato che i beni culturali saranno, appunto, esclusi dal provvedimento. Ma la situazione è tutt’altro che chiara: se due ministeri importantissimi per un tema come questo (Economia e Beni Culturali) hanno chiaramente optato per questa soluzione, non altrettanto chiara è la posizione della Funzione pubblica. Mentre il ministro Baccini si associa al presidente del Consiglio nel gettare acqua sul fuoco, il capo del suo ufficio legislativo, Vincenzo Nunziata, sembra deciso a insistere: a quel che pare, almeno per lui il meccanismo della "dia" deve prevalere sulla tutela. Ma con ciò non solo il Codice dei beni culturali, ma lo stesso art. 9 della Costituzione diventerebbe carta straccia. Per giunta, il provvedimento contiene anche una "semplificazione amministrativa" che comporterebbe la fine di ogni controllo doganale sui beni culturali, con ciò generando indiscriminate e massicce esportazioni; e perfino una norma sulla "accelerazione di opere strategiche" che in nome del pubblico interesse darebbe a un commissario straordinario il potere di prendere decisioni (per esempio, costruire un’autostrada su un sito archeologico) senza nemmeno consultare le soprintendenze.
Sabino Cassese ha scritto sul Corriere della Sera del 5 marzo che, «se dovessimo prendere sul serio» una legge come questa «lo Stato avrebbe chiuso i suoi battenti». In questa generale débacle, è facile prevedere che il primo ad essere smantellato sarebbe quel glorioso pezzo di Stato che è il sistema della tutela, in cui l’Italia è stata ed è di modello al mondo intero. Ma con esso crollerebbero il nostro paesaggio e il nostro patrimonio culturale, che sono la nostra storia e la nostra identità, ma anche il vero fattore di unicità dell’Italia, l’inimitabile "marchio di fabbrica" che attrae e incanta da secoli visitatori di tutto il mondo. Roma, Firenze, Napoli diventerebbero come la Maurilia delle Città invisibili di Italo Calvino: «Il viaggiatore è invitato a visitare la città e nello stesso tempo a osservare certe cartoline che la rappresentano com’era prima (...) Per non deludere gli abitanti occorre che il viaggiatore lodi la città nelle cartoline e la preferisca a quella presente, riconoscendo che la magnificenza e prosperità di Maurilia divenuta metropoli, se confrontate con la vecchia Maurilia provinciale, non ripagano d’una certa grazia perduta, la quale può tuttavia esser goduta adesso solo nelle vecchie cartoline (...) Essa ha questa attrattiva in più, che attraverso ciò che è diventata si può ripensare con nostalgia a quella che era». Ma in realtà «le vecchie cartoline non rappresentano Maurilia com’era, ma un’altra città, che per caso si chiamava Maurilia come questa».
Riconosceremo, fra dieci anni, le nostre città? La nostra Italia? O dovremo guardarla con nostalgia in vecchie cartoline? Dipende solo da noi. Ma se questo invito alla barbarie travestito da "semplificazione amministrativa" dovesse passare calpestando la Costituzione, allora sarà meglio cominciare a far collezione di cartoline. Travolte, col favore di un’alluvione di "dia", da un’immensa colata di cemento, fra pochi anni le città invisibili non saranno l’invenzione narrativa di uno scrittore. Saranno le stesse città in cui oggi viviamo. O meglio ne porteranno il nome; ma ci appariranno irriconoscibili ed estranee.
Italia Nostra esprime grande rammarico per il fatto che il presidente Ciampi abbia firmato la legge delega per l’ambiente; è una legge sbagliata, che contiene una doppia sanatoria per abusi fatti in aree vincolate, con una delega al Governo troppo ampia, che va dalla gestione dei rifiuti alla tutela delle acque e dell’aria,la difesa del suolo, la gestione delle aree protette, le procedure di valutazione d’impatto ambientale (VIA) e ambientale strategica (VAS). Si tratta di questioni di importanza fondamentale che dovrebbero essere discusse in modo ampio e approfondito dal Parlamento. Contiene inoltre disposizioni riguardanti i rifiuti ferrosi, su cui l’Europa ha bacchettato l’Italia più volte. L’ultima è la sentenza della Corte di giustizia europea dell’11 novembre scorso, in cui è stata ribadita la non compatibilità della parte della legge delega che definisce i vari tipi di rifiuti con il diritto comunitario. Nel testo passato alla Camera, i rifiuti ferrosi non sono più considerati rifiuti industriali bensì “materia prima seconda”, con una netta diminuzione del livello di controllo.
Italia Nostra vigilerà sui lavori della commissione dei 24 saggi che devono essere nominati dal governo e ringrazia le migliaia di cittadini che hanno firmato sul sito e altrove
SI ERA capito che la Finanziaria di quest’anno passerà alla storia come il più selvaggio e determinato attacco al patrimonio culturale, paesaggistico e ambientale del nostro Paese; ma sbaglia chi crede che abbiamo già toccato il fondo con la sequenza di provvedimenti come il condono edilizio e il silenzio-assenso. Con un nuovo colpo di mano, infatti, la legge sull’ambiente, già più che criticabile e più che criticata anche su queste pagine, si sta trasformando in una sanatoria senza confini e senza regole di qualsiasi abuso, di qualsiasi forma di distruzione del paesaggio.
Il testo della legge delega in materia ambientale (A.S. 1753 B) è stato presentato dal ministro dell’ambiente, Matteoli, di concerto con altri dieci ministri (Tremonti, Lunardi, Castelli, Moratti, Frattini, Buttiglione, Marzano, Alemanno, Stanca, La Loggia), ed è ora al Senato, in attesa della finale approvazione. Ma il testo tornato al Senato in seconda lettura è radicalmente diverso da quello originario: vi si è insediato infatti un perverso emendamento, presentato da parlamentari di maggioranza e votato alla Camera in presenza di esponenti del governo (fra cui il sottosegretario all’ambiente), che modifica radicalmente la portata della depenalizzazione degli illeciti penali in materia paesaggistica.
Che cosa è cambiato rispetto al testo approvato dal Senato in prima lettura? All’art. 32, la totale depenalizzazione era prevista solo "per i lavori compiuti in difformità dalla autorizzazione" rilasciata al richiedente, il che almeno ipotizzava che vi fosse stata una qualche richiesta di autorizzazione. Nella nuova versione, l’estinzione del reato è estesa anche ai "lavori compiuti in assenza di autorizzazione", cioè alle forme più bieche e becere di abusivismo. Non è tutto. Nella versione originaria del testo, si prevedeva almeno che l’estinzione del reato avvenisse solo a condizione che "le difformità non abbiano comportato aumenti delle superfici utili o dei volumi": questo comma, nella nuova versione emendata, è stato semplicemente soppresso, il che vuol dire che chi ha trasformato abusivamente un canile in un condominio di venti piani riscuote il plauso del legislatore. Infine: nella versione originaria l’estinzione del reato era subordinata al pagamento di una sanzione pecuniaria, mentre ora tale sanzione viene rinviata sine die, e solo "ove sia accertato il danno arrecato". In altri termini, con la nuova norma anche chi avesse costruito un grattacielo su una spiaggia senza nemmeno provare a chiedere l’autorizzazione non solo non ha più commesso alcun reato, ma nemmeno pagherà un centesimo di multa. Peccato che questa norma non sia arrivata in tempo a salvare le otto orripilanti torri del villaggio Coppola (Caserta), "la città degli abusi", appena demolite dopo decenni di battaglia civile, come ha raccontato Francesco Erbani nel suo L’Italia maltrattata: sembra fatta a misura per casi come quello.
Con questo emendamento, la possibilità di sanare piccoli abusi paesaggisticamente irrilevanti si trasforma in una generale depenalizzazione degli illeciti contro il paesaggio di qualsiasi forma e dimensione. Il paesaggio del Bel Paese diventa terra di nessuno, regalata agli abusivi, dei quali non c’è dubbio che, con una norma come questa, vincerà il peggiore, cioè chi ha meno scrupoli, il più violento nel distruggere il paesaggio per proprio tornaconto. Inutile e ingenuo sarebbe sperare che la valutazione di compatibilità delle opere abusive, delegata ai Comuni, sia un argine sufficiente: complicatezza delle procedure e le ovvie pressioni locali inducono al più grande pessimismo.
Infine, un’aggravante ulteriore: questo art. 32 della legge sull’ambiente interviene a modifica dell’art. 163 del testo unico sui beni culturali e ambientali (490/1999), e ciò a meno di un mese da quando il Consiglio dei ministri ha approvato il testo del Codice Urbani, che certo non contiene nulla di remotamente simile a una norma tanto incivile e devastante. Chiediamoci per un momento: cui prodest? L’art. 163 del testo unico ha lo scopo di scoraggiare, con multe e con sanzioni penali, le edificazioni abusive nelle aree vincolate: la nuova legge, se approvata, è destinata al contrario a sancire e incoraggiare l’abusivismo, senza nemmeno la scusa (sbandierata ai tempi del condono) di "far cassa", visto che in questo caso anche le sanzioni pecuniarie sfumano nel nulla. La conclusione è inevitabile: la nuova norma, che per lo Stato non comporta alcun vantaggio, nemmeno quello (assai dubbio) di raggranellare un po’ di soldi, è concepita e fatta nell’esclusivo interesse degli abusivi come quelli del villaggio Coppola, cioè di cittadini che si sono distinti per aver violato la legge, e che verranno in tal modo premiati.
Con questo emendamento, dunque, la legge sull’ambiente non solo calpesta tutte le norme vigenti, non solo delegittima preventivamente il codice Urbani, ma fa impallidire persino le recentissime norme sul condono edilizio, che prevedono sì la depenalizzazione degli illeciti contro il paesaggio, ma subordinando la concessione del condono a una valutazione favorevole di compatibilità espressa dalle Soprintendenze. Nel giro di poche settimane anche quella legge, che pure aveva destato le più gravi (e giuste) preoccupazioni dell’opinione pubblica, dev’esser parsa troppo soft agli estremisti dell’assalto all’ambiente. L’arrembaggio continua, senza regole e senza remore. Gli 11 ministri che hanno firmato il disegno di legge originario sono tutti d’accordo con questo emendamento? E gli altri ministri? E il presidente del Consiglio? E i senatori della Repubblica (maggioranza e opposizioni), alla cui responsabilità è ora affidata la prossima mossa? Dovere dei cittadini in questo triste frangente è ricordare al governo e al Senato l’articolo 9 della nostra Costituzione, secondo il quale "La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione". Lo rileggano, se l’hanno dimenticato, e fermino, finché siamo in tempo, questa norma scellerata.
Nelle ultime ore della campagna elettorale il governo Berlusconi sta firmando di tutto, distribuendo milioni di euro a pioggia. Lunedì scorso il sottosegretario Gianni Letta ha firmato con Impregilo il contratto da 3,9 milioni di euro per la progettazione definitiva ed esecutiva nonché per la realizzazione del tanto discusso (e avversato) Ponte sullo Stretto. Il progetto definitivo dovrà essere esaminato dal Cipe e però, se respinto, bisognerà pagare sonori rimborsi per le spese sin qui sostenute dal consorzio. Se poi i lavori dovessero iniziare formalmente, la penale scatterebbe a ben 300 milioni di euro. Poiché il programma dell’Unione non prevede fra le opere strategiche il Ponte, correttezza voleva che, per questa firma, Palazzo Chigi attendesse il risultato del 9-10 aprile. Siamo di fronte ad una evidentissima forzatura. Che non è isolata.
Il governo ha partorito di corsa, in vista del voto, un altro Codice, stavolta sugli appalti.Esso piace molto ai costruttori, mentre viene giudicato assai negativamente dalle Regioni e dalle associazioni ambientaliste. Si ripete dunque lo schema della legge delega ambientale fermata dal presidente Ciampi per alcune richieste di “chiarimento”, di forma e di merito, legate soprattutto al rapporto Stato-Regioni? È probabile. Certo, il governo della “devolution”, tanto strombazzata da Bossi, continua a comportarsi nel modo più autoritariamente centralista saltando a piè pari le competenze delle Regioni, in queste materia decisamente rilevanti. Come ha puntualmente rilevato il Consiglio di Stato, un altro organismo di controllo decisamente “fastidioso” per Berlusconi.
Questo Codice degli appalti cancella praticamente le garanzie della legge Merloni approvata, non a caso, subito dopo Tangentopoli ed è tutto all’insegna della flessibilità, della eliminazione di paletti di garanzia. Oltre a risultare, in taluni punti, piuttosto confuso. Comunque corrisponde alle migliori aspettative degli immobiliaristi fra i quali, del resto, il presidente del Consiglio è nato e cresciuto come imprenditore. La Merloni poteva venire modificata sulla base dell’esperienza, ma così viene azzerata.
Il governo di centrodestra, nei giorni scorsi, ha presentato con alcuni anni di ritardo quel «Rapporto sullo stato dell’ambiente», ricco, fra l’altro, di dati fermi al 2001 per i quali il ministro Matteoli non ha alcun merito. Dal centrosinistra e dalle associazioni sono venute puntuali e pungenti contestazioni fattuali: fondi per l’ambiente tagliati del 27 per cento, zero euro per la lotta allo smog, emissioni inquinanti aumentate del 12 per cento rispetto al '90 (con le centrali a carbone galopperanno), condoni per 40 milioni di mc abusivi, fonti energetiche rinnovabili ferme al 5 per cento, ecc.
Queste e altre contestazioni sono documentate in un ampio volume del Wwf Italia, curato da Gaetano Benedetto, «Politica e ambiente: bilancio della legislatura 2001-2006», Edizioni Ambiente, pag.382.
Autentico “manuale” dei regressi di ogni sorta patiti in questi cinque anni dal prezioso ambiente italiano per il quale, dagli anni ‘80 in qua, robusti passi avanti erano stati invece compiuti.
Cominciamo dalle Grandi Opere tanto vantate e rimaste, per fortuna dell’Italia, in buona parte sulla carta: «in alcuni casi mancavano le analisi che avrebbero dovuto costituire il presupposto stesso dei progetti preliminari», scrive Benedetto nell’introduzione. La strategia di governo non ha poi tenuto conto di dati economici di base: per esempio che il 75 per cento del traffico autostradale è locale, si limita ad un massimo di 100 chilometri, per cui c’è bisogno semmai di potenziare le strade, essendovi già in Italia 22,8 chilometri di rete autostradale ogni 100 chilometri di rete stradale (media europea molto più bassa: 13,2 chilometri). Tanto meno ha tenuto conto del fatto che ferrovie elettrificate e a doppio binario coprono da noi il 34 per cento della rete, contro il 43 per cento di quella tedesca e quasi il 45 di quella francese. Col Sud e coi pendolari trattati peggio di qualche decennio fa.
Ma veniamo allo strategico protocollo di Kyoto sulla riduzione delle emissioni di gas serra. Il governo Berlusconi è in netto ritardo e, col decreto “sblocca-centrali” del ministro Marzano, ha semplificato le procedure per decine di nuove centrali elettriche che produrranno 12.000 megawatt (le tanto ricordate importazioni si fermano a 6.000 megawatt), con un forte incremento delle emissioni inquinanti. Bisognerebbe puntare maggiormente sulle fonti rinnovabili (eolico, biomasse, solare e fotovoltaico, ecc.) di cui il programma del centrodestra sull’energia praticamente non parla e su di una rinnovata politica di risparmio energetico. Qui Benedetto produce un dato clamoroso: «intervenendo sull’efficienza (cioè sul sistema di utilizzo dell’elettricità, dalle industrie agli elettrodomestici di casa) si potrebbe recuperare il 47 per cento dei consumi energetici, oltre 10.000 megawatt». Basterebbero incentivi mirati in tale direzione per un risparmio gigantesco di emissioni.
Veniamo ai parchi. Matteoli dice di aver aumentato l’estensione delle aree protette. Operazioni compiute per lo più dalle Regioni, avendo il suo ministero seminato di gestioni commissariali, e di presidenti col solo titolo di merito della tessera di An, i Parchi Nazionali di mezza Italia ed affermato più volte il principio-guida secondo il quale essi devono venire “sfruttati” economicamente, magari anche a fini venatorii. «La conservazione della natura sembra quasi un corollario del lavoro e non la “mission” degli enti parco», scrive il segretario generale aggiunto del Wwf Italia. Non che non ci debbano essere ricadute anche economiche, ma la salvaguardia del patrimonio forestale, naturalistico, delle mille e mille biodiversità della flora e della fauna devono precedere ogni pur corretto “business”.
La Corte costituzionale ha definito con grande chiarezza l’ambiente «elemento determinante della qualità della vita», «valore primario ed assoluto», «bene unitario che va salvaguardato nella sua interezza», «non suscettibile di essere subordinato ad altri interessi». Ripercorrendo la cronaca di questo nero quinquennio, la vicenda dei condoni, della vendita delle spiagge demaniali, dell’abbassamento dei livelli di guardia per i rifiuti e per l'inquinamento, si ha la percezione angosciante che questi concetti-cardine della Costituzione formale e materiale siano stati considerati dal governo parole al vento, anzi precetti ostili e molesti.
Ore decisive per il decreto che vuole stravolgere tutta la legislazione ambientale italiana. Oggi le commissioni parlamentari potrebbero votare il parere. E le scelte di oggi condizioneranno il futuro del Belpaese
Sono ore decisive per l'ecomostro normativo, il decreto che vuole stravolgere tutta la legislazione ambientale italiana. Oggi le commissioni parlamentari potrebbero votare il parere. Che ambiente farà in Italia nella prossima legislatura lo si sta decidendo ora, all'insaputa dei più. Le scelte di oggi condizioneranno l'ambiente italiano, ecosistemi e inquinamenti, norme e fatti, politiche e cronache per i successivi due anni. Almeno.
Il ministro contro l'ambiente vuole assolutamente «emanare» il decreto- mostro di 6 parti, 318 articoli e 45 allegati (confusi e illeggibili, con tabelle, appendici, sezioni, numeri arabi, romani, lettere alfabetiche) che «semplifica» la legislazione italiana, provocando un terremoto giuridico, incertezza e paralisi. Il 15 dicembre 2004 ha ricevuto una delega con voto di fiducia alla Camera dopo precedenti voti di fiducia anche al Senato (estorti alla sua stessa maggioranza, senza consenso di merito).
Un anno fa ha nominato discrezionalmente una commissione quasi tutta compiacente, pagandola molto e riunendola poco, chiedendo improvvisamente il 5 ottobre di esprimersi su cinque schemi apparsi la settimana prima che non avevano mai visto né discusso (elaborati da «altri», suoi amici), via posta elettronica, dopo averli esaminati congiuntamente per poche ore e individualmente per pochi giorni, tralasciando senza motivazione una proposta sulle aree protette.
Un unico testo che «fonde» i cinque schemi è stato approvato dal consiglio dei ministri il 25 novembre ed è giunto alle Camere il 6 dicembre, senza il previsto parere della conferenza unificata. I compiacenti presidenti lo hanno assegnato alle commissioni facendo scattare il termine dei 30 giorni. L'esame è continuato durante questa settimana. I relatori di maggioranza (uno alla Camera, quattro al Senato ovvero uno per partito del centrodestra) parlano apertamente di errori, refusi, perplessità, riserve, violazioni della disciplina comunitaria, giustificati rischi di contenziosi e ricorsi. Le schede predisposte dai servizi studi legislativi citano impietosamente contraddizioni, sovrapposizioni, vuoti.
Tutti i soggetti interessati hanno espresso critiche e contrarietà, basta leggere i verbali delle audizioni argomentate e documentate. Le regioni (tutte, anche quelle poche del centrodestra) hanno indicato vari profili di incostituzionalità. Province e comuni hanno elencato tutte le invasioni di campo nei confronti delle loro competenze, entrando nel merito con osservazioni critiche puntuali su decine di articoli. E trecento scienziati si sono rivolti al presidente Ciampi per impedire lo scempio. Il ministro contro l'ambiente ha bollato i poveri contestatori come «immobilisti reazionari», dichiarando di voler andare comunque avanti. Non avendo attuato, promosso, realizzato una sola politica ambientale vuole poter dire in campagna elettorale che, però, ha cambiato tutte le leggi...!
Dunque, forse, il decreto arriverà. Deputati e senatori della maggioranza in scadenza daranno un lungo parere pieno di condizioni e emendamenti... ma favorevole? I ministri competenti e incompetenti chiederanno qualche giorno in più per ricevere almeno un parere della conferenza unificata, lo avranno negativo... e approveranno in consiglio il testo definitivo? Deputati e senatori si rivedranno a fine febbraio per un ultimo scontato parere anche se le correzioni non saranno state apportate? Il capo dello stato riceverà un testo enorme e confuso, con ricorsi alla corte in itinere, appelli contrari di esperti, giudizi pessimi di tutte le forze sociali... ma non potrà far nulla?È uno scenario probabile.
Dopo cinque anni di condoni e licenze ad inquinare avremo la «precarizzazione» di tutta la normativa, un lungo periodo di incertezza costituzionale, conflitti istituzionali, vuoto amministrativo, confusione diffusa. Ne usciremo. Entro due anni nuovo parlamento e nuovo governo, sulla base della stessa delega, possono rimettere ordine.
L’Europa interverrà subito, la Commissione e la Corte di Giustizia segnaleranno tutti i già annunciati contrasti con le direttive comunitarie. Dovrà pronunciarsi la Corte Costituzionale. Vi saranno una miriade di ricorsi alla giustizia amministrativa, giudiziaria, penale. Un terremoto dal quale usciremo prima o poi. Dico un paio di anni, spero meno. Chi può, nell'attuale maggioranza, soprattutto chi ha incarichi nelle istituzioni costituzionali, rifletta bene.
Forse un altro scenario è ancora possibile: un atto parlamentare che proroghi i termini della delega, che consenta ai nuovi eletti di approfondire seriamente l'articolato, di meditare critiche e proposte, di giungere a testi concertati e condivisi, che lasci al nuovo governo un compito di sintesi unitaria e di transizione studiata.
Non è certo uno scenario ideale. La destra avrà comunque garantito che si parta da un approccio scadente e pericoloso. Almeno avremo evitato che il «mostro» diventi norma e avremo il tempo di coinvolgere esperti e competenti, interessi e principi, regioni e comuni in un'opera di rilancio dello sviluppo sostenibile e di riconversione (ecologica) delle leggi ambientali.
Illustre Signor Presidente,
torniamo a rivolgerci a lei perché siamo molto preoccupati della spirale legislativa con cui si sta rapidamente smantellando quel complesso sistema di salvaguardie che sono state elaborate in oltre mezzo secolo di studi, d’impegno e militanza ambientalista a tutela del nostro patrimonio culturale, artistico e ambientale. Siamo ben consapevoli che lo sviluppo è necessario e positivo, e che viviamo in una economia di mercato, ma al tempo stesso riteniamo anche che non è vero sviluppo quello solo quantitativo di produzione e di consumi. La nostra Costituzione, all’articolo 9 tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione e oggi noi vediamo questi inestimabili beni collettivi fatti oggetto di mercato attraverso leggi che riteniamo profondamente sbagliate. In particolare siamo preoccupati degli esiti infausti della legge delega sull’ambiente passata in Senato il 14 ottobre scorso. Riteniamo che si tratti di un provvedimento che sancisce una illimitata sanatoria degli abusi paesaggistici anche in aree vincolate. Inoltre, giudichiamo scorretta e pericolosa la scelta di esautorare il Parlamento dalla discussione e approvazione legislativa su materie centrali per il Paese come la gestione dei rifiuti, la tutela dell’aria e delle acque, la lotta alla desertificazione, la gestione delle aree protette e la valutazione d’impatto ambientale.
Vogliamo anche dire con chiarezza che il nostro giudizio, come quello di molte altre associazioni ambientaliste, non è legato a scelte di schieramento o di maggioranza di governo. Riteniamo che, al di là delle maggioranze e dei governi che mutano, non può dirsi civile un paese che rinunzi a salvaguardare gli antichi e sacri paesaggi dove sono incastonati i nostri centri storici e i monumenti naturali, testimonianza di una continuità culturale unica al mondo.
E’ per questo che ci rivolgiamo rispettosamente e con fiducia a Lei, come garante della legalità costituzionale e custode del l’identità nazionale, per chiederle di non firmare la legge delega per l’ambiente nel caso dovesse passare anche alla Camera.
Qui trovate il modulo per firmare via e-mail
Un mostro di 318 articoli e centinaia di pagine è approdato nel Consiglio dei ministri. E potrebbe stravolgere larga parte della legislazione ambientale italiana. In pochi minuti Berlusconi e sodali hanno messo la firma e il testo ha iniziato a far danni istituzionali. Ora devono avere il parere (non vincolante) della conferenza unificata con Regioni e Comuni; sì sono inventati un termine di venti giorni (immotivato e irricevibile). Poi devono avere il parere a maggioranza di centrodestra delle commissioni parlamentari; deputati e senatori non emendano né votano le singole norme, sono vincolati ad un'opinione in soli 30 giorni. Poi un nuovo Consiglio dei ministri potrebbe emanare il decreto definitivo, diciamo a metà gennaio. Speriamo che non accada, che non si arrivi. Ho cercato di seguire la vicenda passo passo, dedicandovi la rubrica una decina di volte in questi quattro anni. Berlusconi e Matteoli avevano chiesto nel 2001 una delega a riscrivere tutto, ottenendola all'inizio del 2005, dopo aver scelto l'inattività, nell'attesa. Sono stati autorizzati a predisporre schemi di riordino di sette materie con l'ausilio di una commissione nominata discrezionalmente dal ministro. La commissione è stata costretta a lavorare poco e male, amici del ministero lo hanno fatto al suo posto. Hanno preparato cinque schemi con decine di allegati, con discutibili abbinamenti e un clamoroso immotivato vuoto che riguarda le aree protette. Il Parlamento, mentre attendeva senza notizie, ha chiesto di esaminarli uno per volta, una volta arrivati. Allora li hanno cuciti insieme, così, per ragioni di opportunismo politico. Potremmo trovarci con un'unica legge di centinaia di articoli che, però, non è un testo unico (ad esempio, restano fuori energia, rumore, parchi), non è un riordino (nelle materie affrontate restano in vigore altri testi), non è un coordinamento (mancano definizioni univoche e ordinate, si copiano norme già in vigore, vi sono innumerevoli disposizioni di dettaglio), non è un'integrazione coerente (qui si centralizza là si decentra, qui si liberalizza là si statalizza, ovunque si rinvia ad ulteriori attuazioni governative), non è un impegno di organiche politiche concrete (ovviamente mancano disposizioni finanziarie). In breve, sarebbe una controriforma in contrasto con l'Europa, capace solo di aggiungere confusione, lasciare nell'incertezza per anni ogni privato e ogni amministrazione, incrementare conflitti amministrativi e giudiziari. Giunte e parlamentari non sono in grado di bloccarla; intanto possono denunciare il rischio e condizionare il percorso. Innanzitutto Regioni e Comuni: non ci sono le condizioni minime per un esame serio di un "mostro" che espropria competenze e travolge centinaia di leggi, enti, controlli regionali. È utile presentare una piattaforma-appello di richieste al governo sul calendario e nel merito della delega, non limitandosi al parere negativo. Lo stesso Parlamento dovrebbe essere investito degli evidenti elementi di incostituzionalità: la delega è stata approvata non nel merito ma con la richiesta di fiducia; lo schema di decreto unico viene esaminato durante la sessione finanziaria, in pochi giorni utili, su un testo che non rispetta i principi della delega stessa. Le presidenze delle assemblee parlamentari non hanno nulla da dichiarare? Come può essere al più presto coinvolta la Corte costituzionale? I parlamentari della maggioranza (come tutti a fine mandato) possono anteporre un qualche senso dello Stato o, almeno, suggerire un percorso legislativo che coinvolga formalmente i parlamentari della maggioranza e dell'opposizione nella prossima legislatura? Possibile che si debba solo "salvarsi" con i due anni di verifica previsti dalla stessa legge delega, accettando un lungo periodo di indeterminatezza di norme e politiche? E gli stessi vertici dell'Unione colgono la gravità della situazione? Verrà promossa una manifestazione a metà dicembre contro le nere cronache ambientali del governo Berlusconi, per lo sviluppo sostenibile?
Le ultime settimane hanno conosciuto il riaccendersi della discussione sulla tutela del nostro patrimonio culturale e paesaggistico ed in particolare sul ruolo delle regioni in questo ambito. L’annosa querelle, che si inserisce, a pieno titolo, nel più ampio dibattito del rapporto stato-regioni ha visto il coagularsi di due schieramenti, contrapposti quasi sempre in maniera molto netta, ed è stata rilanciata in tempi recenti dall’impugnazione, da parte del governo, del nuovo statuto regionale toscano che annoverava la tutela del patrimonio fra le finalità dell’amministrazione regionale e che ha provocato il riaccendersi di un dibattito mai sopito fra fautori del centralismo ministeriale e i federalisti culturali.
Tale dibattito ha accompagnato, con toni a volte aspri, anche la redazione del codice dei beni culturali e del paesaggio in vigore dallo scorso mese di maggio: le Regioni, come noto, sono state coinvolte solo in uno stato di elaborazione già avanzata dello strumento legislativo, quando l’ossatura del testo era già costituita, fatto tanto più grave in quanto uno degli obiettivi principali del codice stesso, anzi il principale, come più volte ribadito dallo stesso Ministro, era l’adeguamento legislativo, anche in questo settore, al mutato quadro costituzionale venutosi a creare con la riforma del titolo V della Costituzione.
Quietata ora, almeno parzialmente, l’animosità della discussione, accesissima in particolare nei mesi a ridosso dell’entrata in vigore del codice, è giunto il momento non più (o non solo) di criticare il codice, quanto di metterlo in atto, o meglio di esercitare una critica “pragmatica” tesa alla sperimentazione e all’enucleazione di eventuali elementi correttivi, tanto più che proprio per il carattere di legge delega che il provvedimento riveste, esiste ancora un margine per aggiustamenti e parziali ripensamenti. Molte, in effetti, permangono le incertezze interpretative sulle quali si dovrà lavorare.
In tale direzione, l’Istituto Beni Culturali della Regione Emilia Romagna ha intrapreso un percorso di riflessione e di approfondimento sulle tematiche aperte dall’applicazione del codice che, oltre al confronto con le altre regioni impegnate nell’apposito gruppo di lavoro costituito all’interno della conferenza delle regioni, ha già condotto all’organizzazione di un convegno, svoltosi a Bologna lo scorso 28 maggio: regioni e ragioni nel nuovo codice dei beni culturali (sito IBC, sezione eventi – archivio). L’iniziativa, che si collocava all’interno del ciclo di manifestazioni organizzate per ricordare i 30 anni di attività dell’Istituto, era focalizzata proprio sul nuovo rapporto Stato-Regioni che il Codice inaugura, nella convinzione che proprio questo sia uno degli snodi più importanti, la verifica del quale ci accompagnerà per i mesi futuri e sul quale si collauderà la reale efficacia del codice come strumento di tutela e valorizzazione del nostro patrimonio culturale.
Lo stesso Sabino Cassese, fra gli estensori del decreto legislativo, ha affermato che i principi del codice possono essere riassunti in due grandi gruppi: quelli sui rapporti pubblico-privato e quelli sulla distribuzione delle funzioni fra Stato e Regioni.
In questo ambito, come noto, il principio cardine cui si sono attenuti i legislatori è il dualismo funzionale tutela / valorizzazione, attraverso il quale si è cercato di risolvere il dualismo istituzionale.
A livello introduttivo è utile comunque sottolineare alcuni aspetti sicuramente positivi introdotti dal nuovo codice, il principale dei quali va scorto nel tentativo complessivo di superare un regime emergenziale di esercizio della tutela.
Fra gli aspetti positivi va sicuramente annoverato anche lo sforzo definitorio: il codice ha lavorato sui concetti, anche se non poche perplessità sono state sollevate per quanto riguarda talune definizioni (ad esempio quella di museo, per la quale poteva essere compiuto un maggiore sforzo innovativo).
In generale, inoltre, si deve riconoscere che l’oggetto della tutela risulta piuttosto ampliato relativamente, ad esempio, alle categorie dei beni: nell’elenco (art.10) troviamo, per la prima volta, le piazze, le strade, gli spazi urbani, i siti minerari, le navi, le tipologie di architettura rurale. E sicuramente, rispetto alle ambiguità presenti nel titolo V della Costituzione, è chiarita la sovraordinazione della tutela rispetto alla valorizzazione.
La potestà legislativa in materia di tutela, come noto, è riservata allo Stato in maniera esclusiva per “garantire l’esercizio unitario delle funzioni”, anche se da più parti si è ribadito che l’unitarietà sarebbe piuttosto assicurata non da un esercizio di funzioni centralistico (peraltro sempre più velleitario in quanto ad una maggiore complessità delle funzioni stesse non paiono essere intervenuti ampliamenti sostanziali a livello di formazione o anche solo di numerosità degli addetti: in altre parole le funzioni si complicano e si differenziano e gli organici, le risorse in genere e gli strumenti rimangono al meglio inalterati), oltre che attraverso un sistema generale di garanzie legislative, con una serie di linee guida, standards, criteri: in sostanza elaborando, a livello centrale (e magari in collaborazione con le Regioni ed altre istituzioni, quali, ad esempio, Università) una unitarietà di regole e metodologie, di procedure e codici di comportamento e di indirizzo scientificamente mirati che, soli, possono decretare una reale unitarietà di obiettivi e di risultati.
Per quanto riguarda la tutela, quindi, il ruolo delle regioni è per il momento limitato ai beni librari ed al paesaggio, andrà però completato organicamente, come peraltro già previsto, per quanto riguarda i beni librari e potrebbe essere eventualmente esteso ad altre categorie di beni, anche se i termini di questa delega permangono del tutto vaghi.
In effetti, una lettura ‘ottimistica’ – in senso regionalistico – del codice porta a sottolineare larghi spazi per un decentramento possibile: quasi tutte le funzioni statali possono essere decentrate con accordi al sistema locale. Le forme di cooperazione Stato-Regione prefigurate dal codice sono amplissime, anche se le modalità di attuazione, rimangono completamente da definire.
A fronte di questi e altri aspetti positivi, il Codice presenta anche numerosi problemi tuttora aperti: primo fra tutti, a livello generale, la definizione di patrimonio nel suo complesso che dovrebbe essere intesa non come sommatoria casuale di individualità, ma con una connotazione di complesso d’insieme organico. Il persistere del riferimento esclusivo ai “beni” (culturali e paesaggistici: art. 2, c.1) rischia invece di ridurre il patrimonio a una pura collezione di oggetti indipendenti, ignorandone sia i sistemi di relazioni che lo strutturano e lo fanno vivere, sia il rapporto ineludibile con le comunità di appartenenza: ciò rimanda alle vecchie logiche degli elenchi purtroppo invocati anche per tentare di mitigare gli effetti devastanti dei condoni e della svendita dei beni pubblici (si vedano, ad esempio, le liste dei beni “non alienabili”), in contrasto con concezioni ormai saldamente acquisite a livello scientifico e culturale e soprattutto con la necessità di territorializzare la tutela e la valorizzazione del patrimonio, base imprescindibile di ogni autentico e sostenibile sviluppo economico, sociale e culturale.
Nel nuovo codice, quindi, il patrimonio culturale è costituito dai beni culturali e dai beni paesaggistici, anche se, come sottolineato, si tratta di una unificazione alquanto meccanica.
Per quanto riguarda il paesaggio, oltre al fatto, non secondario, che per la prima volta il paesaggio rientra nel patrimonio culturale, gli aspetti innovativi del codice vanno individuati soprattutto nell’estensione dell’azione di tutela all’intero territorio e nell’impegno a sviluppare il coordinamento e la collaborazione tra i diversi soggetti istituzionali.
In generale il codice sancisce, l’abbandono della logica binaria vincolo/non vincolo a favore di una disciplina estesa all’intero territorio e valorizza il piano paesaggistico affidato alle Regioni, quale strumento di gestione dinamica del territorio stesso e dei valori culturali che esso esprime.
Il piano paesaggistico, non limitato alla considerazione dei soli beni “vincolati” per legge, ma esteso appunto all’intero territorio, assume un’efficacia anche prescrittiva immediatamente prevalente sulla ordinaria pianificazione territoriale che, per conseguenza, è tenuta ad adeguarsi ad esso.
In questo senso col codice si modifica radicalmente l’impianto della “tutela per categorie” di beni ambientali introdotto dalla Galasso che scontava la frammentarietà e l’episodicità delle azioni di tutela.
Si tratta di un passaggio importante e non privo di rischi, laddove si pensi che nel 1985 l’introduzione delle categorie di beni ambientali e paesaggistici tutelati ope legis ha comportato l’estensione del vincolo paesaggistico a oltre il 50% del territorio nazionale, mentre i vincoli di tipo provvedimentale coprirebbero, attualmente, solo circa il 18% del territorio.
Altra lacuna importante sulla quale le regioni saranno chiamate, auspicabilmente, ad introdurre elementi correttivi, consiste nell’assenza, nel codice, di alcuni dei principali temi che la riflessione delle discipline del territorio ha invece messo in evidenza negli ultimi anni: la crisi del paesaggio agrario, lo sradicamento delle popolazioni insediate sul territorio dove si sono infrante le relazioni d’uso che legavano una comunità al suo ambiente, o ancora i diffusi processi di omologazione dei paesaggi, legati a forme di urbanizzazione estensiva che dissolvono il confine tra urbano e rurale e che tendono a ridurre sempre più il ruolo del paesaggio come elemento di riconoscimento identitario.
Per conseguenza, nelle definizioni delle categorie che connotano i beni ambientali prevalgono quasi esclusivamente i criteri ancora largamente improntati sui valori estetici, senza considerare che per il paesaggio si parla da tempo di biodiversità e naturalità diffusa.
Ancora, la ricordata cesura tra beni culturali e paesaggistici, pur essendo comprensibile alla luce delle tradizioni nazionali in materia di conservazione e purtroppo riprodotta quasi sempre anche a livello regionale, è difficilmente sostenibile non solo sul piano strettamente scientifico e culturale, ma, in taluni casi, anche sul piano applicativo: basti pensare ai centri storici, praticamente assenti dal Codice, se non ridotti alla figura di “monumenti complessi”: anche in questa direzione il ruolo delle regioni potrà risultare decisivo in senso migliorativo e la nostra, grazie anche al decennale apporto di ricerca dell’IBC, può sfruttare, in questo settore specifico, il vantaggio di un patrimonio di conoscenza e documentazione ampiamente riconosciuto.
Infine, a livello complessivo, fra gli elementi di perplessità sui quali occorrerà concentrare l’attenzione futura, è stata anche rilevata, da più parti, l’inadeguata formulazione del ruolo della pianificazione: praticamente assente nella prima parte (anche per il riferimento esclusivo al concetto di bene, a cui sfugge, come detto, la dimensione territoriale con tutti i suoi articolati rapporti tra istanze ambientali e interessi economici e sociali) nella quale si parla piuttosto di cooperazione, e concepito, nei confronti del patrimonio paesaggistico, in chiave essenzialmente protezionista, in cui si privilegia l’attenzione agli oggetti piuttosto che ai processi.
Quanto fin qui annotato, sottolinea, in sostanza, il carattere complessivo del codice come un congegno giuridico complesso, nel quale sono percepibili ancora tensioni irrisolte, derivate dal tentativo di mediazione fra istanze diverse e che, nella versione attuale, suscita numerose incertezze interpretative. Indecisioni e ambiguità sono inevitabili e in qualche misura utili perché consentono di dare vita alla legge interpretandola in modo “creativo”: fin d’ora occorre quindi lavorare nella direzione di un’integrazione propositiva rispetto alle lacune già evidenziate e di un adeguamento alle esigenzeche emergeranno,in un’ottica di reale sussidiarietà e cooperazione fra centro e periferie e richiamandosi ad un impegno storicamente ancor più appropriato.
Le Regioni vengono ad essere lo snodo fondamentale, in quanto impegnate sui due versanti: sia nei confronti dello Stato che nei rapporti con gli Enti locali: a loro spetterà, innanzi tutto, la disciplina dell’iniziativa degli altri enti pubblici in materia di gestione dei beni culturali e nell’organizzazione del territorio, poiché se, soprattutto in questo ambito, il principio dell’autorità viene sempre più sostituito da quello ispirato ad una responsabilità condivisa e partecipativa, questo non deve far derogare la pubblica amministrazione, in quanta unica a poter rappresentare bisogni ed esigenze dell’intera collettività, dall’azione regolatrice.
Il ruolo delle Regioni in materia di costruzione partecipata delle politiche per il territorio, viene ad essere determinante. Per portare solo qualche elemento esemplificativo, fra i tanti possibili, affinchè la pianificazione paesistica possa avere contenuti realmente innovativi, dovrebbe essere possibile con il piano paesistico regionale disciplinare, con gli strumenti della pianificazione ordinaria, gli immobili (suoli ed edifici) in nome del paesaggio, anche in assenza di vincolo, in quanto, accanto alla tutela dei paesaggi di valore, occorre promuovere e sostenere l’attribuzione di qualità paesaggistica alle parti di territorio che non ne hanno. I nostri paesaggi degli ultimi anni sono caratterizzati dall’espandersi esponenziale di contemporanei fenomeni di abbandono e di sovrautilizzo: vi è necessità di strumenti regionali di indirizzo, di coordinamento e di orientamento delle politiche settoriali e di equilibrio fra conservazione e trasformazione. E’ d’altro canto a livello regionale che diviene possibile promuovere l’integrazione tra politiche di spesa settoriali (agricoltura, turismo, ecc.) e paesaggio e promuovere adeguati, aggiornabili ed estesi sistemi unitari di conoscenza, di sperimentazione e di formazione.
Per quanto riguarda nello specifico la regione Emilia Romagna, il cammino, in ambito paesaggistico, è stato già intrapreso ed occorre almeno citare l’Accordo del 9 ottobre 2003 tra la Regione Emilia Romagna, il Ministero e l’Associazione delle autonomie locali in materia di gestione delle tutele paesaggistiche (v. IBC, n.1, 2004, pp. 9ss.), che, in maniera antesignana, ha cercato di porsi come strumento di sperimentazione e confronto e all’interno del quale, prima di tutto, sono fissate regole certe, ruoli definiti e strumenti condivisi da utilizzare nella progettazione e nella valutazione della compatibilità degli interventi in ambiti tutelati.
Al convegno IBC ricordato in apertura, Marco Cammelli oltre a ricordarci che da adesso, per tutti (stato - regioni - enti locali – privati) non sarà più possibile operare senza un sistema, affermava, in ottica positiva, che il codice persegue un allargamento complessivo della tutela, sottolineando però, al contempo, come, per estendersi senza allargare le maglie, quest’ultima debba poter contare su risorse rafforzate e reggersi su un’impalcatura “forte”, ovvero sia su strutture in grado di sostenerla.
Le politiche dei beni culturali, in buona sostanza, si fanno con le strutture, quali l’IBC: una delle più articolate nel panorama nazionale, se non altro per “anzianità”. Il nostro Istituto è chiamato ad un ruolo importante da questa legge e anche grazie all’esperienza trentennale può rappresentare nella sua natura tecnica e scientifica interdisciplinare, una formula efficace, un’authority ideale per la gestione dei temi trattati dal codice e sicuramente una delle strutture cardine, in collaborazione con altri settori dell’ente regionale, attraverso le quali la nostra Regione perseguirà quegli obiettivi di miglioramento complessivo della tutela del patrimonio, ribaditi, da ultimo, nei principi del suo nuovo statuto.
.VENEZIA. Tre pagine fitte fitte di appunti annotati dal ministro nel suo bloc notes. Una disponibilità ampia a prendere in considerazione le richieste del Comune. E la promessa che una seduta straordinaria del Comitatone sarà convocata entro la metà di luglio a Venezia per valutare le verifiche del Mose. Il vertice Di Pietro-Cacciari convocato ieri mattina a Roma, nella sede del ministero delle Infrastrutture di Porta Pia, finisce con un segnale di apertura lanciato dal neoministro al sindaco-filosofo. Al suo rientro a Venezia, Cacciari appare piuttosto soddisfatto.
«Ringrazio il ministro per l’attenzione con cui ha seguito la mia esposizione, e per la cura con cui ha preso nota dei dubbi che abbiamo esposto», commenta Cacciari, «sia sulle procedure seguite per l’approvazione del progetto, sia del suo impatto ambientale, della sua impostazione tecnica, dell’aspetto economico». Di Pietro è stato prudente. Non ha espresso valutazioni sull’opera, limitandosi a dire che «i lavori vanno avanti». Ma ha aperto la porta al dialogo con il Comune dopo le mancate risposte dell’ultimo anno. «Prendo atto delle richieste di Cacciari», ha spiegato Di Pietro, «e anche che il precedente governo ha utilizzato il meccanismo furbesco del “non rispondo”. Molte opere pubbliche sono state calate dall’alto. Il silenzio è d’oro, ma in questo caso è stato omertoso». Dunque, si dialoga. Se questo significa che dopo qualche anno di muro contro muro il ministero - e dunque il Magistrato alle Acque - sono disposti ad accettare il confronto nel merito del progetto e dei lavori, è ancora presto per dirlo. La prova arriverà entro un mese, quando si faranno concrete le proposte di «soluzioni alternative», in qualche modo integrate con gli interventi in corso, che il Comune presenterà nei prossimi giorni. Si tratta di tre progetti distinti per ognuna delle tre bocche di porto, che consistono in sbarramenti trasversali (in parte fissi e in parte mobili), nel rialzo dei fondali e nell’allungamento e retringimento dei moli foranei. In questo modo, secondo studi idraulici in possesso dell’amministrazione comunale, la marea potrebbe essere ridotta di 12 centimetri, eliminando quasi tutte le acque medio-alte. Una tesi che ieri il sindaco Cacciari ha illustrato. La riunione era cominciata con qualche nervosismo. Doveva essere un faccia a faccia informale, invece il ministro si è presentato con il presidente del Consiglio Superiore Balducci, con la presidente del Magistrato alle Acque Maria Giovanna Piva - che ha replicato nel merito all’ordine del giorno del Consiglio comunale - e con il suo consigliere Aurelio Misiti, presidente del Consiglio dei Lavori pubblici quando il progetto di massima del Mose venne approvato, dieci anni fa. Cacciari era accompagnato dal Capo di Gabinetto Maurizio Calligaro e dal responsabile della Legge Speciale Armando Danella. Ora comincia il braccio di ferro, anche politico. Perché nell’Unione non tutti sono d’accordo con la linea «revisionista» del sindaco Cacciari e con la richiesta di esaminare le alternative votata a larghissima maggioranza dal Consiglio comunale. Lo stesso Prodi ha sempre espresso una valutazione positiva del progetto Mose quando era al governo alla fine degli anni Novanta. E il ministro Di Pietro, nell’accogliere le tesi formulate dal sindaco, ha anche precisato: «Allo stato non mi pare siamo in presenza di progetti alternativi, e i lavori vanno avanti. E’ già stato realizzato il 25 per cento dell’opera. Fare un’opera è come decedere di tuffarsi in mare. Una volta deciso, non si può tornare indietro, ma bisogna vedere se cadi bene o prendi un paletto». Sarà ora il Comitatone, sulla base delle verifiche effettuate, a stabilire quali lavori dovranno eventualmente essere fermati.
Un Comitatone che dovrebbe tornare a riunirsi in laguna, dopo cinque anni di sedute «romane» decise dal governo Berlusconi. Ci saranno a manifestare i comitati del «No Mose», che chiedono al ministro di esaminare le richieste di sospensione dei lavori sottoscritte da 12.500 cittadini e di dare una risposta ai tenti dubbi procedurali su cui l’Unione europea ha aperto una procedura di infrazione dopo l’esposto presentato lo scorso anno da Verdi e associazioni ambientaliste.
Bocciate le recinzioni firmate dallo Iuav
VENEZIA. Il progetto per la recinzione dei cantieri del Mose redatto dall’Iuav è stato bocciato dalla Soprintendenza. Il parere negativo porta la firma del direttore regionale Bruno Malara, sulla base di un’istruttoria condotta dai tecnici di palazzo Ducale. «Opere troppo impattanti», hanno scritto gli architetti della Soprintendenza. Non si potrà fare dunque il nuovo «arredo» dei cantieri. Veri e propri edifici provvisori che avrebbero dovuto nascondere i cantieri durante i prossimi anni di lavori. Il progetto firmato dall’Isp, l’Istituto di progettazione dell’Iuav diretto da Mario Spinelli, è stato rimandato al mittente. Come già lo era stato, qualche mese fa, quello sui «mutandoni» del Mose, percorsi e abbellimenti per ridurre l’impatto dei cantieri firmato da Marino Folin. In realtà, secondo la Soprintendenza, si trattava di un «impatto aggiuntivo». Oltre ai costi, circa 800 mila euro destinati dal Consorzio Venezia Nuova all’Iuav.
Non è l’unico «stop» della Soprintendenza ai cantieri del Consorzio negli ultimi mesi. Al Comitato di settore dei Beni culturali è stato inviato il parere negativo sugli interventi proposti per le «spalle» del Mose.
Nessun parere è stato rilasciato per l’ultimo cantiere contestato, quello realizzato in questi giorni alla bocca di porto di Malamocco. Un interramento con fango e cemento di circa un ettaro di laguna, a ridosso dell’Oasi naturalistica degli Alberoni gestita dal Wwf. Un intervento che ha provocato la denuncia delle associazioni ambientaliste e una interrogazione parlamentare presentata dalla deputata Luana Zanella. «Un intervento scandaloso», lo definisce la parlamentare, «chiedo risposte immediate ai ministri dell’Ambiente e delle Infrastrutture». Una situazione, quella dei cantieri aperti in laguna, che sta provocando problemi e molte proteste. L’enorme ammontare dei finanziamenti conmcessi negli ultimi anni al progetto Mose (circa 1500 milioni di euro) ha consentito alle imprese di aprire contemporaneamente decine di cantieri nelle tre bocche di porto. Progetti che al Comune non sono mai stati consegnati. (a.v.)
Joseph Conrad la metteva esattamente così:
The tranquil waterway leading to the uttermost ends of the earth flowed sombre under an overcast sky – seemed to lead into the heart of an immense darkness.
E anche se il Po non è il Congo, ed è piuttosto difficile considerare Monselice – la nostra meta, quasi 400 km a est – come un posto che sta “agli estremi confini della terra”, si può comunque provare a sperimentare una sensazione del genere, partendo la mattina presto da Sassi, sulla sponda collinare del fiume a Torino. La strada Padana Inferiore risale rapidamente una valle con poche case sparse (poche considerato che siamo ancora in comune di Torino), poi taglia sotto il colle di Pino in tunnel, e scende rapidamente verso la pianura attraversando l’abitato di Chieri. Siamo in territorio aperto, con la padania spalancata davanti agli occhi nei primi rettifili tra le fasce verdi di prati e alberature ... ma è un’impressione sbagliata. Doppiamente sbagliata.
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Perché tra qui, periferia orientale di Chieri, fascia esterna della conurbazione torinese, e “gli estremi confini della terra” acquattati là in fondo a Monselice, la padania è tutto fuorché spalancata, aperta, ariosa, libera. E non solo perché si devono attraversare posti come Alessandria, Voghera, Cremona o Legnago (senza offesa per gli altri), ma soprattutto per via delle scatole precompresse sparpagliate, via via più fitte di anno in anno, tra Alessandria e Voghera, tra Cremona e Legnago, e poi tra Castel San Giovanni e Sarmato, o Casteldario e Nogara. Insomma, dappertutto, sempre più vicine l’una all’altra, a soddisfare l’imperativo dello “sviluppo” produttivo, commerciale, di servizi vari, di sicuro doverosamente e solennemente deliberato dai vari sindaci di Sarmato, Piadena, Sanguinetto, eccetera.
Del resto, che altro potrebbero fare i sindaci, se non promuovere lo “sviluppo” locale, magari concentrando (o disperdendo) capannoni e scatole commerciali-espositive proprio su quello stradone? Stradone ben allacciato a qualche non lontano casello autostradale, che sembra messo lì apposta, (quasi) sempre lontano da piazze, sagrati, cortili della scuola, giardinetti.
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Il fatto è, che quella strada scorre nell’ancora virtuosamente tenebroso cuore della padania, per lunghissimi tratti parallela e vicinissima al grande fiume, e il pur legittimo punto di vista dei singoli sindaci smette di essere tale se si salda a quello di tutti gli altri, così come si sta saldando via via la striscia continua degli scatoloni, rotatorie, insegne luminose, piazzali asfaltati, da Torino a Monselice. Sempre più simile all’altro, più noto, nastro trasportatore della Padana Superiore, che nessuna persona sana di mente si sognerebbe mai di considerare qualcosa di diverso da una immensa città lineare, e dove non c’è bisogno di evocare corridoi continentali Lisbona-Kiev per descrivere quello che salta agli occhi.
Il fatto è, che appunto ne abbiamo già una di città lineare continua, anzi due, se mettiamo nel conto anche l’asse Emilia. Che ce ne facciamo di un’altra? Vogliamo gestire il territorio e l’ambiente con la regola aurea del “non c’è il due senza il tre”? Pare proprio di si, a giudicare dal ritmo col quale nastri e nastrini cementizi spuntano dappertutto, e dappertutto doverosamente allineati lungo la Padana Inferiore, a saldare un centro abitato all’altro, con interruzioni sempre più brevi di prati, qualche ciuffo di alberi, campi coltivati a mais o cartelloni pubblicitari.
Certo, oltre le decisioni puntuali dei singoli comuni ci sarebbe la pianificazione provinciale, e qui in effetti leggendo relazioni, mappe, norme tecniche, si nota una certa attenzione, dalla periferia di Chieri alle pendici dei Colli Euganei, a contenere le esuberanze della biscia cementizia al neon. Ma se si confrontano, questi piani provinciali, messi in fila uno dopo l’altro come i territori che interessano, pare proprio che si rischi di ripetere la vecchia storia dei ciechi attorno all’elefante: uno tocca una gamba e giura che quello è un albero, un altro sbatte contro il fianco e ribatte macché, è una muraglia, eccetera. Insomma quello che emerge leggendo questi documenti della pianificazione provinciale sono a volte anche ottime intuizioni (a volte molto meno), ma che anche quando fotografano efficacemente il fenomeno, poi annaspano o si contraddicono in fase di proposta.
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Succede così che nello stesso documento si legga in un capitolo descritta tutta la gravità della “conurbazione continua” (nell’Oltrepo pavese, da Voghera a Stradella), e poi si trovino magnificate le sorti di un futuro grande interporto, giusto in una delle poche aree libere rimaste. Oppure che si sviluppi una magnifica “macchina” scientifica di monitoraggio e decisioni, a contenere consumi di suolo agricolo e sprawl urbano da irrazionalità localizzativa (nella grande pianura cremonese e mantovana), salvo poi introdurre la stessa infrastruttura autostradale parallela alla Padana, che altrove ha già generato, appunto, consumi di suolo e sprawl.
Il tutto per tacere dei documenti che, salvo lodevoli richiami alla doverosa tutela di ambiente e spazi liberi, poi in realtà sono impostati tutti in una logica di crescita delle attività logistiche, produttive, commerciali, puntualmente concentrate sempre lì, nell’ex cuore verde della padania a cavallo dell’ex Statale n. 10 (da Tortona a Piadena anche ex Postumia Romana, per inciso).
Ma non è certo questa breve nota, la sede ideale per sviluppare un tema complesso come quello accennato, e per questo rinvio ai materiali utilizzati alla Scuola Estiva di Eddyburg, in corso di pubblicazione.
Resta solo l’ottimistica speranza che decisori e pianificatori sviluppisti, oltre a consultare sociomani e tuttologi televisivi (la cui idea di territorio sembra concentrata sugli immensi spazi interni della propria mente), provino magari a guardarsi attorno, durante gli spostamenti da un qualificato consesso all’altro. Magari potrebbe anche tornargli in mente quella battuta di Woody Allen letta tanti anni fa in treno: When you’re dead, it’s hard to find the light switch.
In altre parole, in padania e altrove, mille luci dello sviluppo e cuore di tenebra non sono armate contrapposte che si scrutano con odio dal rispettivo crinale. Possono convivere, purché dosate e governate.
Ne abbiamo parlato molto. Speriamo di continuare a parlarne, magari con qualche effetto in più sull'agire quotidiano.
Nota: oltre ai miei materiali per la Scuola Estiva di Eddyburg già citati, qui sul sito con riferimento diretto ad alcuni temi della Padana Inferiore, ci sono un paragrafo sul Centro Commerciale Montebello (nel testo su Borgarello), e soprattutto quello sull’autostrada ACME ; di qualche utilità generale anche il testo pubblicato a suo tempo da "il manifesto", sulla Città Ideale della Padania (f.b.)
All'attacco sistematico verso l'insieme delle conquiste sociali e dei diritti portato dalla maggioranza in nome di un liberismo selvaggio non poteva mancare l'aggressione al pilastro su cui si è retto finora il governo delle città. La legislazione consolidata era infatti basata sulla prevalenza degli interessi pubblici su quelli privati: un concetto scontato dal tempo degli Stati liberali che deve però apparire al governo in carica come un'intollerabile provocazione.
Nell'ultimo scorcio del 2003 la competente Commissione della Camera dei deputati ha iniziato a discutere la riforma del governo del territorio che nella precedente legislatura non era stata portata a conclusione dai governi ulivisti. C'è da rimpiangere l'equilibrata proposta allora redatta di fronte al testo di maggioranza steso dall'on. Lupi. Questi, negli anni Ottanta, aveva svolto l'importante ruolo di assessore all'urbanistica del Comune di Milano: proprio in quegli anni "da bere" prende corpo la nuova urbanistica milanese che si basa, come noto, sulla contrattazione tra proprietà fondiaria e l'organo esecutivo comunale. Il metodo dell'urbanistica, la partecipazione dei cittadini, la faticosa ricerca degli interessi collettivi è un inutile impaccio da cancellare senza scrupoli.
Da una tale esperienza non poteva nascere nulla di buono, ovviamente. Vediamo alcune "perle" della citata proposta di legge. All'articolo 3 viene introdotto il concetto di "soggetti interessati": nell'attribuire alle amministrazioni pubbliche la responsabilità della pianificazione, si dice però che questa funzione deve essere svolta "sentiti i soggetti interessati" e ai quali - si noti bene - " va riconosciuto comunque il diritto di partecipazione al procedimento di formazione degli atti". Non si tratta come potrebbe apparire dell'universalità dei cittadini, e cioè di coloro che vivono le contraddizioni e le disfunzioni urbane. Niente affatto, nella relazione di accompagnamento si specifica infatti che si sta parlando "dell'operatore privato" equiparato alla pubblica amministrazione nei doveri verso "il cittadino e la persona". E' dunque l'impresa privata insieme al potere democratico ad assumere il ruolo di attore delle trasformazioni urbane! Un'aberrazione che rappresenta una devastante innovazione nella prassi legislativa del paese.
Di fronte a questa involuzione del concetto stesso di democrazia una parte dello schieramento progressista sta cercando di costruire un argine e ha formulato varie proposte alternative nella stessa Commissione parlamentare. Del resto, di fronte all'apparire di questa nuova filosofia nel governo della città di Milano, la sinistra ebbe la forza di contrapporre un modello alternativo, basato sulla prevalenza dell'interesse pubblico e sul metodo dell'urbanistica. Si affermò in particolare che l'urbanistica contrattata era una regalo alla rendita speculativa fondiaria mentre penalizzava il mondo delle imprese edilizie. Una precisa scelta di campo a favore della proprietà parassitaria che non trova riscontro negli altri paesi europei.
Il grave rischio che si sta correndo in questo frangente è che una parte dello schieramento ulivista si è associato a tale devastante proposta: nel mese di dicembre, infatti, l'on. Lupi ha presentato un testo coordinato con quello presentato da un deputato della Margherita, l'on. Mantini. Ma l'apparentemente inarrestabile cupio dissolvi di una parte del pensiero progressista non finisce qui. Tutto l'Istituto nazionale di Urbanistica, come un sol uomo, ha affermato a più riprese che il testo proposto da Forza Italia è una buona base per poter approvare celermente la nuova legge. Il suo presidente onorario, Giuseppe Campos Venuti, peraltro, oltre a ribadire l'attenzione verso quel testo, ha paradossalmente speso molte argomentazioni nel denigrare e tentare di demolire la proposta dei Ds dell'on. Sandri. In verità sfugge come la sinistra possa accettare una discussione che parte sulla restrizione dei diritti di tutti i cittadini. Più in generale, peraltro, non si comprende come si possa discutere con una maggioranza di governo che ha approvato il terzo condono edilizio e sta svendendo il patrimonio storico e artistico del paese.
La vicenda della nuova legge sul governo del territorio, dunque, rientra nel più generale attacco verso le conquiste del mondo del lavoro, nella volontà sistematica di smantellare lo stato sociale - dalla scuola alla sanità - che garantivano quanto meno la possibilità di accesso ai servizi. E la ripresa della discussione a gennaio del 2004 rappresenta una questione centrale su cui si può ricostruire un profilo dello schieramento progressista.
Gli «energumeni del cemento armato»: Vezio De Lucia rispolvera l’espressione che Antonio Cederna usava nelle sue prime battaglie per il Bel Paese, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, per definire coloro i cui interessi, sostiene, stanno di nuovo trionfando in questo 2005. Classe 1938, «da sempre», sono le sue parole, impegnato con Italia Nostra, De Lucia - l’«urbanista militante», definiamolo così, direttore generale dell’Urbanistica del ministero dei Lavori pubblici fin quando, essendo troppo scomodo, non fu destituito dal ministro dc Giovanni Prandini, poi storico assessore a Napoli con la prima giunta Bassolino, autore di una messe di saggi che, si è soliti dire, hanno spiegato l’urbanistica a chi urbanista non era - dalla Sala dello Stenditoio del complesso del San Michele lancia un appello. L’associazione celebra con un convegno il primo mezzo secolo di vita e qui circola questo documento contro la legge di riforma del territorio che, in esame all’VIII Commissione della Camera, è prossima ad andare in aula. Un appello che Italia Nostra sottopone alle firme dei cittadini. Ma i cui interlocutori politici sono da un lato i sindaci (i primi, spiega De Lucia, a essere spossessati dei loro poteri in materia urbanistica, se la legge passa); dall’altro però i partiti e la stampa di opposizione, colpevoli - giudica - di un interesse tiepido o nullo nei confronti della materia. La domanda sottesa è: per ignoranza o sostanziale concordia, su questo tema, col centrodestra? In vista delle elezioni, perora l’appello, i partiti dovrebbero chiarire come la pensano e cosa fanno «su un argomento così rilevante per il futuro del paese, le condizioni di vita dei suoi abitanti, la sorte stessa della democrazia».
De Lucia, il cinquantenario di Italia Nostra cade in un anno particolarmente sciagurato, quanto alle tematiche che l’associazione ha a cuore: il 2004 ha visto il ciclone Urbani sui beni culturali, il condono edilizio e il decreto delegato per la tutela ambientale; il 2005 nasce con la rimozione di Adriano La Regina dalla soprintendenza archeologica di Roma. Per vederla più rosea, diciamo «lunga vita a Italia Nostra»: di associazioni, come la vostra, che si battono per la tutela, ce n’è più che mai bisogno. La riforma del governo del territorio in esame a Montecitorio aggrava o migliora la situazione?
«Si va di male in peggio. La “legge Lupi” così viene chiamata perché l’estensore ne è Maurizio Lupi, deputato di Forza Italia, già assessore all’urbanistica al Comune di Milano e inventore di quello che io chiamo “rito ambrosiano”, ovvero l’urbanistica contrattata. Un’urbanistica che non vede più l’esclusiva competenza, in materia di decisioni, del potere pubblico, ma dove il pubblico contratta con gli interessi immobiliari».
E nel capoluogo lombardo il «rito ambrosiano» ha già prodotto danni?
«Milano è una città dove il rapporto classico tra piano regolatore e attività edilizia privata si è capovolto: sono i progetti edilizi, una volta approvati, a dettare il piano regolatore».Esportato su scala nazionale il «modello Lupi» dunque, è la sua tesi, produrrà sconquassi: quali?
«Vado in ordine di gravità. Primo: la legge cancella gli standard urbanistici. Cioè quei vincoli che sono stati conquistati grazie alle grandi battaglie degli anni Sessanta per migliori condizioni di vita sul territorio. Il decreto del 1968 garantiva una sorta di “diritto alla città”, espresso sotto forma di superfici minime assicurate a ogni cittadino italiano per ciò che concerneva i servizi essenziali».
A quanti metri quadri di servizi abbiamo diritto in quanto cittadini? Quanti ne stiamo per perdere?
«Nove metri quadrati di verde pubblico di quartiere e quindici metri quadrati su scala territoriale, due metri quadrati e mezzo di parcheggio, poi l’istruzione e altre attrezzature».
E invece, lo scenario futuro che cosa prefigura?
«Siamo al secondo punto: le scelte in materia di uso del territorio non saranno più di esclusiva competenza del potere pubblico, ma deriveranno da “accordi negoziali con i soggetti interessati”. E gli “interessati” non sono la totalità dei cittadini, ma i portatori di interessi economici».I palazzinari?
«Sì, i palazzinari. Terzo punto: la tutela dei beni culturali e del paesaggio viene scorporata dalla disciplina urbanistica, non fa più parte della materia. E allora ricordiamo che alcuni dei grandi risultati ottenuti, anche da Italia Nostra, per esempio a Roma la tutela di duemila ettari dell’Appia Antica, già lottizzata ma restituita a esclusivo uso pubblico col piano regolatore del 1965; la salvezza delle colline di Firenze, Bologna, Bergamo, Napoli; il grande parco, milleduecento ettari, delle Mura di Ferrara: a Roma anche Tormarancia, lottizzata e salvata, invece, col suo valore archeologico e paesaggistico: sono realtà che, con questo nuovo regime, non ci sarebbero».
Ma la trattativa coi palazzinari, in sede di piano regolatore, non è un compromesso necessario? Questa legge non ha il merito di rendere trasparente quello che finora avveniva sottobanco?
«Io dico che le pagine più belle dell’urbanistica del dopoguerra sono state scritte con assoluta limpidezza. Gli esempi fatti prima senza quella limpidezza non ci sarebbero. Mentre da domani saremo “costretti” a contrattare con la proprietà fondiaria».
Un altro urbanista, Paolo Berdini, in un articolo su Aprile di gennaio sostiene che le radici di ciò che avviene oggi - il trionfo di una visione neoliberista che, scrive, rende «le città puro fattore di mercato lasciato al libero arbitrio della rendita fondiaria e immobiliare» - sono in epoche più lontane. A inizio anni Novanta. Ad allora va fatto risalire l’inizio di un processo che abbatte quello che possiamo chiamare il Welfare urbanistico. E che interessa i cittadini in modo primario: un processo che ha fatto lievitare in modo astronomico i costi delle case nelle aeree metropolitane; che, per questo motivo, ha portato tra il ‘91 e il 2001 un milione di italiani ad abbandonare le città; mentre l’imprenditoria immobiliare guadagnava da pazzi, se - questo è l’esempio che Berdini porta - a fine 2004 una cordata di immobiliaristi guidati da Francesco Paolo Caltagirone sono riusciti ad acquistare la Banca Nazionale del Lavoro, uno dei maggiori istituti di credito. E se, aggiungiamo noi, oggi tra gli investitori più dinamici nel mondo dei media, dei giornali, ci sono proprio loro, i «palazzinari».
De Lucia concorda con quest’analisi del suo collega Berdini?
«Certo. Se la proprietà immobiliare si sottrae al rischio dell’autonoma determinazione del potere pubblico cosa succede? Che si valorizza in modo vertiginoso».
La legge urbanistica nazionale ha più di sessant'anni e, pur essendo un'ottima legge, ne dimostra molti di più: le città sono molto cambiate negli ultimi decenni, e cambiati sono i contenuti e i modi delle loro trasformazioni. Un parlamentare della maggioranza, Maurizio Lupi, e un parlamentare dell'opposizione, Pierluigi Mantini, firmatari di due diversi progetti di nuova legge urbanistica, stanno cercando di costruire un testo unificato da sottoporre al dibattito delle camere. L'impresa ha suscitato perplessità e diffidenze: nel clima politico attuale ciò è più che comprensibile, ma la maggior parte delle riserve espresse derivano probabilmente da idee sbagliate sui compiti dell'urbanistica.
Con urbanistica si intendono ormai le cose più diverse, dall'arte di progettare e costruire le città, ai problemi della difesa ambientale o delle sostenìbilità, mentre l'urbanistica regolata dalle leggi è un'attività più specifica di quanto generalmente si immagini.
L'urbanistica è un'attività rivolta, con la forza della legge, alla definizione delle modalità d'uso del suolo e della mobilità. Nella pratica questo vuol dire che il compito dell'urbanistica è quello di controllare e ridurre i possibili effetti negativi prodotti dalle trasformazioni urbane di qualunque tipo.
A causa delle caratteristiche del suolo, una risorsa scarsa e non riproducibile , per svolgere il suo compito 1'urbanistìca non può intervenire dopo che le trasformazioni sono avvenute, sarebbe troppo tardi. L'urbanistica deve anticipare le trasformazioni ed è così costretta a costruire essa stessa il mercato urbano, un'operazione che svolge soprattutto attraverso l'assegnazione dei diritti di edificazione, espressi negli indici di edificabilità, oggetto principale di contesa quando si discutono le scelte di un piano regolatore.
La costruzione del mercato urbano ha conseguenze significative sui diritti dei cittadini. L'importanza politica delle scelte dell'urbanistica deriva dal fatto che quelle scelte determinano le condizioni del dove e come abitano, lavorano, fanno la spesa, si divertono, e di quanto tempo sono costretti a consumare per spostarsi da un posto all'altro. Un noto giurista ha definito il piano regolatore una «costituzione impermanente»: il piano regolatore è una costituzione proprio perché definisce non solo i diritti di proprietà, ma soprattutto i diritti di cittadinanza; è una costituzione impermanente
a differenza della Carta costituzionale destinata a sfidare il tempo , perché la città si trasforma e il piano regolatore si modifica per disegnare e controllare le trasformazioni urbane. Dire che attraverso la costruzione e il controllo del mercato urbano l'urbanistica disegna i nostri diritti di cittadinanza non significa negare l'importanza di altri compiti come quello della costruzione di una città bella, oltre che giusta. Una città bella può essere un diritto di ogni cittadino, ma sarebbe difficile considerarla l'attributo di maggior rilievo, anche perché in un mondo come il nostro è molto difficile stabilire uno standard condiviso di bellezza urbana, mentre è meno difficile trovare un accordo su quello che dovrebbe essere lo spazio minimo necessario per abitare, o il tempo massimo che si è costretti a passare in automobile o in metropolitana per recarsi al lavoro o a scuola.
Ricordare che l'urbanistica attraverso il controllo spaziale esercita una forma molto importante di controllo sociale significa dire che l'urbanistica disegna i diritti di cittadinanza e che è questo il suo compito principale.
Si tratta di un compito costituzionale che non può essere eluso, e che pertanto deve stare al cuore dei principi definiti dalla legge urbanistica nazionale; i principi che devono garantire un'uniformità di trattamento dei diritti pur nel rispetto delle differenze regionali.
Nel quadro dei principi fissati dalla legge nazionale, le leggi urbanistiche regionali regoleranno le attività amministrative e tecniche attraverso cui l'urbanistica costruisce nei diversi contesti locali il mercato urbano e definisce i diritti di cittadinanza.
Se questi, e non altri, sono i compiti dell'urbanistica, è necessario che il progetto di nuova legge urbanistica nazionale sia il risultato di un accordo su un testo unificato, perché riguarda principi e regole che debbono durare nel tempo, indipendentemente dal variare delle maggioranze parlamentari. Pertanto, perplessità e diffidenze nei confronti dell'iniziativa di Lupi e Mantini sono ingiustificate, e se l'approdo parlamentare non dovesse essere possibile, il loro tentativo rimarrà comunque un contributo culturale e politico molto utile alla redazione di una nuova legge urbanistica nazionale e alla crescita del nostro costume democratico.
Mose, Cacciari è soddisfatto «Ora ho un mandato chiaro»
I comitati contro il Mose lo ritengono «fumoso e ambiguo». Ma l’ordine del giorno che chiede al governo l’immediata verifica degli interventi alle bocche e l’esame delle alternative al Mose soddisfa molto il sindaco Massimo Cacciari. «Adesso ho un mandato chiaro», dice, «per chiedere al Comitatone che siano date risposte ai dubbi e alle richieste ignorate dal precedente governo. E che sia fatta subito una verifica sui cantieri, sul loro impatto, e sulle alternative».
Dunque soddisfatto.
«Molto soddisfatto. Perché la mia richiesta è stata accolta dal Consiglio comunale. E poi abbiamo raggiunto un grande risultato politico: Ds Margherita hanno espresso compatti la stessa posizione, hanno lavorato bene. Sono maturi i tempi per il nuovo Partito Democratico».
L’ordine del giorno è molto più morbido della posizione espressa dal sindaco.
«E’ un’altra cosa, per forza. Ma mi dà mandato e prende atto della mia relazione. Se si prende atto, mi risulta che si sia d’accordo. O no?»
La revisione del progetto è diventata una verifica. Significa che i lavori possono andare avanti?
«Significa che chiediamo l’immediata verifica di tutti i punti a cui fino ad oggi non è stata data risposta. Ci sono troppi dubbi anche di natura tecnica ancora da chiarire».
Ma la verifica non è proprio una revisione.
«Mi pare che sia la stessa cosa. Se togliamo la fine esegesi di qualche consigliere».
Il documento viene letto in maniera opposta dai tifosi del Mose e dai contrari.
«Il documento è chiarissimo. E ci consente di chiedere al Comitatone, che sarà convocato entro la metà di luglio, una verifica che fino ad oggi non è mai stata fatta: le sperimentazioni che il Consiglio comunale aveva chiesto e non sono mai partite, sono rimaste sul binario morto».
Ma la moratoria dei lavori ci sarà o no?
«Se si fa la verifica si dovranno poi prendere decisioni conseguenti. Alcuni interventi vanno comunque proseguiti perché potrebbero essere utili anche con altre ipotesi. Altri vanno fermati».
Il Mose può andare avanti oppure no?
«Noi chiederemo che siano fatte le opere sperimentali, che esperti del calibro di D’Alpaos e Umgiesser ci assicurano potrebbero ridurre le acque alte di 12 centimetri. Poi è anche questione di fondi. Sarebbe interessante chiedere al Consorzio Venezia Nuova se hanno ricevuto i 380 milioni di euro del Cipe. E come faranno a rispettare i tempi se la prossima Finanziaria non gli darà gli 800 milioni che chiedono».
Nella sua relazione lei non è stato tenero con il progetto Mose.
«Ho ricordato semplicemente dei fatti. Quel progetto ha avuto una Valutazione di impatto ambientale negativa nel 1998, che il Tar ha annullato ma solo per vizi formali. Ha avuto dei rilievi dalla Commissione europea. E credo che nessuno possa mettere in dubbio che il Mose abbia un forte impatto ambientale. Basta andare al Lido e guardare».
Dunque?
«Occorre verificare seriamente e decidere. Ci preoccupa ad esempio che i lavori vadano avanti per stralci senza un progetto esecutivo. Che ci siano valutazioni molto diverse sul futuro innalzamento del livello del mare e sui danni all’attività del porto. Che si spendano 3 miliardi e mezzo di euro e 35 milioni l’anno per un’opera che ha immensi problemi di manutenzione».
In Comitatone dirà questo?
«Porterò la posizione del Consiglio e i dubbi che ho espresso. E chiederò le risposte che non sono mai state date, l’avvio di sperimentazioni serie, che il Comune aveva chiesto e il Comitatone stravolto nella delibera».
L’ex sindaco Paolo Costa dice che il Mose deve andare avanti lo stesso.
«E’ una sua opinione».
Il partito del ministro: «Stop ai cantieri»
«Siamo molto soddisfatti della posizione del Consiglio comunale e diamo il nostro pieno appoggio al sindaco Cacciari. Ma chiederemo ai nostri parlamentari e al ministro Di Pietro una sospensione immediata dei lavori del Mose, proprio per poter portare avanti la verifica chiesta dal Comune». Italia dei Valori, il partito del ministro Di Pietro, prende posizione sul progetto Mose. E chiede, con un comunicato firmato dal segretario provinciale Nicola Funari, che gli interventi in corso alle bocche di porto siano sospesi proprio per attuare le verifiche e le sperimentazioni chieste dal Consiglio comunale. Un pronunciamento netto, che la base del partito dell’ex pm vuol far arrivare a Roma, in vista del vertice tra il neoministro delle Infrastrutture e il sindaco Massimo Cacciari, previsto per domani. Dopo il voto del Consiglio comunale che ha ottenuto una larghissima maggioranza (36 voti favorevoli e 9 contrari), ora si mobilitano i partiti nazionali. Il vicepresidente del Consiglio e ministro dei Beni culturali Francesco Rutelli ha assicurato che il Comitatone si farà «prima della pausa estiva». Dell’organismo per cinque anni presieduta da Silvio Berlusconi e Pietro Lunardi fanno parte ora insieme a Di Pietro e Rutelli i ministri dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, quello della Ricerca scientifica Fabio Mussi e quello dei Trasporti Alessandro Bianchi. Ci sono anche gli enti locali, con il sindaco Cacciari e i sindaci di Cavallino, Mira e Jesolo, il presidente della Regione Giancarlo Galan. Il presidente della Provincia Davide Zoggia ha scritto a Prodi chiedendo che anche Ca’ Corner sia chiamata a far parte del Comitato misto che si occupa della salvaguardia della laguna. (a.v.)
Comitati: «Che mostruosità» Galan: «Sei come Nerone»
«Quel documento è una mostruosità, un annacquamento delle posizioni del sindaco e della giunta. Noi chiediamo la sospensione dei lavori». Il Comitato No Mose definisce «troppo morbida» la mediazione votata alla fine dal Consiglio. «La nostra mobilitazione continua», dice il portavoce Stefano Micheletti, «il nuovo governo deve fermare i cantieri e dare risorse al Magistrato alle Acque, che non può continuare ad essere la depandance del Consorzio Venezia Nuova». Documento positivo invece per Piero Rosa Salva, capogruppo della Margherita. «Abbiamo coniugato qualità di contenuti e quantità di consensi», dice, «il sindaco ora ha un mandato chiaro e la maggioranza è più compatta». Secondo il consigliere Alessandro Maggioni, della componente vicina all’ex sindaco Costa, «dal documento emerge il no a moratorie dei lavori e a improbabili revisioni progettuali». Interpretazione opposta a quella data da Franco Conte(Margherita, Gruppo Misto). «E’ una moratoria sostanziale, perché le richieste di verifica dovranno ora essere accolte». «Il documento non è come lo avrei scritto io, ma dice cose molto importanti», commenta il verde Gianfranco Bettin, da ieri in maggioranza, «non mi pare che in altri comuni ne siano stati fatti di più avanzati». «Un buon documento», dice soddisfatto Michele Mognato, segretario e capogruppo dei Ds.
Sarcastico il presidente della Regione Giancarlo Galan che definisce il sindaco «sull’orlo di una crisi di nervi». «Una specie di Nerone, piccolo dittatore della Repubblica di Carnevalia che si inventa un nuovo capitolo della sua tragicommedia».
ProMose anche la presidente del Venice in peril fund Anna Somers Cocks. «E’ ridicolo continuare a discutere di cose già accertate», dice ricordando che gli scienziati hanno previsto nel prossimo secolo un aumento del livello dei mari tra i 9 e gli 88 centimetri».
Cemento su un ettaro di laguna
Un ettaro di laguna interrato per farne cantiere del Mose. A Malamocco una fetta di bocca di porto a ridosso del molo nord è stata riempita in questi giorni di tonnellate di fango e cemento dalle draghe del Consorzio Venezia Venezia Nuova. La denuncia viene dal Wwf, che ha inviato ieri una segnalazione al Comune, al ministero dell’Ambiente e alla commissione europea. «Quel cantiere è a ridosso delle aree Sic degli Alberoni, tutelate dalle normative europee», dice Paolo Perlasca del Wwf Veneto, «e non risulta nemmeno nei progetti».
«Il Magistrato alle Acque non ci ha inviato quella documentazione», si limita a dire il Capo di Gabinetto del sindaco Maurizio Calligaro, «faremo le nostre verifiche».
Nel cartello infisso a fianco della diga degli Alberroni si cita una convenzione firmata come «atto aggiuntivo» l’11 maggio del 2005. L’impresa incaricata di svolgere i lavori per preparare le «aree di produzione» alla bocca di Malamocco è sempre la Mantovani di Padova, la progettazione della Technital di Milano. 17 milioni di euro l’importo di spesa, 2579 i giorni previsti di lavoro, con il termine previsto dunque nel 2012.
Ma gli ambientalisti chiedono di sapere «come procedono questi lavori in assenza di un progetto esecutivo». (a.v.)
Barene, Roma chiede chiarimenti
Altolà alle barene artificiali con il fango e le pietre in mezzo alla laguna. Dopo la richiesta del sindaco Cacciari alla commissione di Salvaguardia di fermare il progetto, adesso è il ministero dell’Ambiente che chiede chiarimenti al Consorzio Venezia Nuova. Se n’è parlato l’altro giorno in Ufficio di Piano, a palazzo dei Dieci Savi, e sono emersi molti dubbi sulla tipologìa delle opere che secondo il Magistrato alle Acque dovrebbero proteggere la laguna dall’erosione e dal moto ondoso. Così il direttore generale del ministero Gianfranco Mascazzini ha chiesto che gli siano inviati materiali e progetti. «Bisogna discutere», dice. Il progetto presentato dal Magistrato alle Acque prevede di versare nella laguna nord tra Murano, Burano, Sant’Erasmo e le fondamente Nuove, un milione e 300 mila metri cubi di fanghi. Dovrebbero «ricostruire» le barene dove secondo carte della laguna degli anni Trenta queste non sono mai esistite. Così per mantenerli in loco, i fanghi sarebbero contornati da pietrame, con scalini artificiali tra la secca e il canale alti fino a 70 centimetri. «Uno scempio», secondo gli ambientalisti, «una vera devastazione irreversibile dell’ambiente lagunare». Un intervento per tutelare la laguna dal moto ondoso e dall’erosione, secondo gli ingegneri del Consorzio e del Magistrato.
Si riaccende dunque il dibattito sulla qualità dei lavori in laguna. Con il nuovo governo il Comune ha chiesto che le richieste dell’amministrazione siano prese in considerazione. «Spesso veniamo a conoscenza dei progetti solo in fase di approvazione», dice Calligaro, «questo sistema non va». Lo stesso sindaco Cacciari aveva chiesto e ottenuto dalla Salvaguardia, qualche settimana fa, la sospensione dell’iter del progetto. «Si devono evitare forzature e spaccature su un tema fondamentale per la città e la laguna come il ripristino della morfologìa lagunare», aveva detto. Un tema, quello degli interventi in corso in laguna, che sarà affrontato al prossimo Comitatone. (a.v.)