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Via libera, ieri, del consiglio regionale alle modifiche della legge urbanistica. Modifiche che consentiranno, tra l´altro, a Paolo Berlusconi di mettere a frutto dopo anni, a Monza, la lottizzazione dell´area della Cascinazza, 55 ettari di verde incontaminato attraversati dal Lambro. Un affare da almeno 250 milioni di euro. Accompagnato dall´occasione, per altri costruttori, di realizzare un milione e ottocentomila metri cubi di cemento in una delle zone più belle della Brianza. E c´è anche, per la Lega, la possibilità di imporre uno stop a nuove moschee in Lombardia, a cominciare da quella di viale Jenner sulla quale dovrà decidere ora il sindaco Letizia Moratti.

«Una vergogna e una legge ad hoc che svilisce le funzioni del consiglio regionale» - ha protestato dopo il voto, compatta, l´Unione con il diessino Marco Cipriano. «Finalmente regole chiare per tutti» - ha replicato l´assessore regionale leghista all´Urbanistica, Davide Boni, che sulle moschee ha aggiunto: «Ora non sarà più possibile prendere un garage e trasformarlo in un luogo di culto come in viale Jenner». Non sono bastati gli 868 emendamenti del centrosinistra, due manifestazioni, una "notte bianca", l´appello di numerosi urbanisti di fama e nemmeno la presentazione in extremis, mercoledì, del nuovo piano territoriale di Monza. Con 42 voti a favore e 29 contrari, ma ben 7 franchi tiratori nella Casa delle libertà, l´aula ha pronunciato il suo verdetto. Con la riduzione da cinque anni a tre delle cosiddette salvaguardie (ossia gli anni di validità dei piani regolatori) il comune di Monza, nonostante abbia pronto il nuovo piano, rischia di dover continuare ad applicare quello del 1971, più permissivo. Nel frattempo, la Ist.Ed.In, Istituto per l´edilizia industrializzata di Paolo Berlusconi, potrà chiedere di costruire nei quasi 400mila metri di sua proprietà, un´area finora protetta.

Immediata la protesta del sindaco di Monza, Michele Faglia: «La Lombardia non poteva fare una figura peggiore. Il presidente Formigoni, che si propone sempre come progressista e paladino della sussidiarietà, è stato succube di interessi immobiliari di parte. Non ci arrenderemo». Si dice «esterrefatto» il consigliere regionale monzese dell´Ulivo Pippo Civati.

Sul piede di guerra anche i Verdi e Rifondazione comunista. «Perfino sette franchi tiratori della Cdl non hanno voluto votare la legge pro Berlusconi» dicono i verdi Carlo Monguzzi e Marcello Saponaro. «È una legge scandalo che fa vergognare anche parte della maggioranza» sottolineano anche Mario Agostinelli e Luciano Muhlbauer di Rifondazione.

Secca la replica del relatore del provvedimento, il leghista Giulio De Capitani: «Sono solo modifiche tecniche per rendere più facile l´applicazione della legge». Il capogruppo di An in Regione, Roberto Alboni, respinge che i franchi tiratori siano tra i suoi: «Basse speculazioni di chi vuole solo gettare benzina sul fuoco». Accuse pesanti proprio nel giorno in cui, con l´elezione di Ettore Albertoni alla guida del consiglio regionale, è sembrato che il dialogo tra gli opposti schieramenti sulla riforma dello statuto potesse ripartire. «Entro luglio la commissione, in un anno la riforma» sono state le prime parole del neo presidente. «E senza preclusioni sulla guida della commissione a un esponente del centrosinistra» ha aggiunto il governatore Formigoni. Un´apertura comunque definita «interessante» dai capigruppo dei Ds, Giuseppe Benigni, e Guido Galperti della Margherita.

Comunicato stampa dal gruppo DS in Regione Lombardia

È una legge sbagliata, l’ennesima modifica, e non certo l’ultima, alla legge urbanistica approvata solo l’anno scorso. Siamo l’unico Paese al modo in cui un problema che attiene alla libertà di culto, com’è l’apertura di luoghi di preghiera, viene regolata con una legge urbanistica, e questa è già un anomalia notevole. Ma i problemi veri, nascosti dall’articolo antimoschee, riguardano la città di Monza e i piani d’area. Con questa legge ad hoc, infatti, si vuole impedire a un comune di tutelare il proprio territorio, solo perché su una specifica area, quella della Cascinazza, c’è un chiaro interesse di Paolo Berlusconi. Con i piani d’area, invece, si vuole dare mano libera alla Giunta di ridisegnare il territorio in alcuni punti strategici, come le zone degli aeroporti della Malpensa e di Montichiari e come la Valtellina, senza che sia stato ancora approvato il piano territoriale regionale, di cui non c’è ancora nemmeno una bozza.

Una legge sbagliata, ancora più stonata oggi, giorno in cui il Consiglio elegge il nuovo presidente, che ha richiamato l’Aula al dialogo per meglio esercitare le sue alte funzioni. La realtà è che questo Consiglio viene svilito dall’approvazione di una legge ad hoc, primo provvedimento dopo mesi di sostanziale inazione.

Marco Cipriano, vicepresidente del Consiglio regionale

Milano, 6 luglio 2006

Cacciari chiama, Prodi non risponde. Sono passate alcune settimane dalla richiesta che il sindaco filosofo ha avanzato al nuovo governo: Comitatone a Venezia entro la metà di luglio, per decidere nuovi finanziamenti per la città e affrontare la modifica del progetto Mose e l’esame delle alternative. Ma alle lettere inviate da Cacciari, il Capo del Governo non ha dato alcuna risposta. «Siamo con l’acqua alla gola», ha detto ieri il sindaco, «e i tempi sono stretti. Bisogna avviare subito almeno una commissione mista che prepari l’ordine del giorno del prossimo Comitatone».



Nervosismo che aumenta, a Ca’ Farsetti. Perché se non succede niente, Consorzio Venezia Nuova e Magistrato alle Acque sono autorizzati ad andare avanti diritti per la strada decisa dal governo Berlusconi. Niente modifiche al progetto e via libera, con i fondi già in cassaforte del Cipe (1500 milioni di euro), allo scavo dei fondali del Lido per cominciare i lavori della parte «irreversibile»: le trincee per le paratoie. Ecco allora l’urgenza che il tavolo sia convocato al più presto. «Visto che questo governo ha detto più volte che intende seguire il metodo della concertazione», scandisce Cacciari, «sia conseguente». Come fare una commissione in tempi così rapidi? «Bisogna riunirsi intorno a un tavolo e mettere giù un metodo, un ordine del giorno da portare in Comitaone», spiega il sindaco, «sulla base delle priorità che si decideranno insieme. Forse sarebbe meglio fare prima una riunione di maggioranza, visti i pareri diversi che ci sono». Ma se il Comitatone salta, i lavori del Mose vanno avanti. «Nella lettera inviata a Prodi e ai ministri», continua Cacciari, «abbiamo cheisto chiaramente che in questo caso si proceda soltanto con i lavori che non pregiudicano soluzioni diverse». Niente «blocco dei cantieri», dunque, ma una moratoria degli interventi già programmati che potrebbero rendere «irreversibile» l’attuazione del progetto che si vuole invece modificare. Tra le porposte sostenute da Cacciari e supportate dal giudizio di tecnici e idraulici, quello di una diversa conformazione delle tre bocche di porto. Al Lido i fondali potrebbero essere rialzati in gran parte della bocca, i moli modificati. Con questo si otterrebbe una riduzione notevole del numero delle acque alte. Per la difesa dalle maree eccezionali, si pensa a difese «rimovibili». Dunque, niente basi in calcestruzzo, otto milioni di metri cubi di cemento per tenere fisse le paratoie che potrebbero cambiare per sempre il volto della laguna e il suo regime idraulico. Ma interventi di natura diversa, affidati sempre al Consorzio.

Ca’ Farsetti stavolta ha le idee chiare. Ma Roma non risponde. Il ministro Di Pietro, che si avvale per ora dei collaboratori «storici» dei Lavori pubblici, a cominciare da Maria Giovanna Piva e Aurelio Misiti, ha già fatto sapere che per lui il Mose deve andare avanti. Il ministro Pecoraro è in Cina, e invita a «sentire le comunità locali». Rutelli ha promesso altrettanto. E si è fatto preparare una relazione dal direttore generale Roberto Cecchi, lo stesso che aveva dato parere favorevole al progetto Mose, cancellando il parere negativo della Soprintendenza veneziana.

E' ufficiale. L'Anas entro la fine di luglio chiuderà 300 cantieri disseminati lungo le strade della Penisola, dal Piemonte alla Sicilia. Salvo l'intervento in extremis del governo. Per non sospendere i lavori servono entro 30 giorni almeno 2 miliardi di euro.

Il presidente dell'Anas, Vincenzo Pozzi ha ricevuto il mandato dal Consiglio di Amministrazione della Società «di avviare le procedure per la sospensione dei cantieri».

La partita coinvolge 150 mila lavoratori.

Anche le Ferrovie sono con l'acqua alla gola per mancati finanziamenti promessi dal precedente Governo. Complessivamente tra treni e strade occorrono circa 12 miliardi di euro, che non ci sono.

Nelle stesse ore Prodi rassicura la signora De Palacio della Commissione europea che la Tav si farà comunque. Montezemolo sollecita di fare in fretta. I ministri Bianchi (trasporti) e Di Pietro (infrastrutture) dichiarano «inaccettabili i veti anti-tav» e che «l'opera avrà priorità assoluta», mentre la presidente della Regione Piemonte Bresso, lancia un ultimatum: «Basta rinvii, dateci una data certa d'inizio dei lavori».

Grazie al prezioso lavoro dell'ingegner Ivan Cicconi, già docente alla Sapienza di Roma e al Politecnico di Torino, consulente del ministero dei Lavori pubblici nella XIII legislatura e attualmente direttore generale di Nuova Quasco una delle più importanti società di ricerca perché «qualità degli appalti e la sostenibilità del costruire», siano riusciti a mettere assieme un sintetico, ma esplosivo, studio sulla Tav da un punto di vista esclusivamente economico e finanziario che offriamo alla riflessione di Prodi, Bianchi, Di Pietro, Montezemolo, Bresso e a tutti i cittadini italiani dotati di un tasso medio di capacità intellettiva.

Per realizzare le 7 tratte dell'Alta velocità in Italia, nel 1991, con regolari contratti firmati, fu previsto un costo complessivo di 9.203 milioni di euro.

A distanza di 15 anni dalla firma dei contratti (secondo dati forniti da Tav Spa e Fs Spa) il costo è salito a 38.520 milioni di euro, con un aumento del 418%.

Gli oneri finanziari per l'operazione sono passati da 767 mila euro a 8700 milioni di euro, con una lievitazione di oltre il mille per cento.

Il progetto presentato e contrattualizzato nel 1991 definiva anche i costi per realizzare i cosiddetti «nodi», il materiale rotabile e le infrastrutture aeree.

Alla data odierna (sempre sulla base di dati ufficiali forniti da Tav, Rfi e Fs, il costo dei «nodi» è passato da 1064 milioni di euro a 8700 milioni (+818%); quello del materiale rotabile da 2454 milioni di euro a 8500 milioni (+ 346%); quello per le infrastruture da 614 milioni di euro a 3100 (+ 505%).

Ma ci sono ulteriori costi relativi alle «opere compensative e indotte» concordate con gli enti partecipanti alla Conferenza dei servizi.

Per la prima voce la stima è pari a 3900 milioni di euro, e per la seconda è di 9200 milioni.

Il costo del progetto, presentato il 7 agosto 1991, stimato e contrattualizzato per una cifra complessiva (tratte, nodi, materiale rotabile, infrastrutture aeree e interessi intercalari) pari a 14153 miliardi di euro (dato ufficiale), è cresciuto a 88.150 milioni di euro, con un aumento del 623%,

Domanda: dove sarà reperita questa montagna di soldi? Per sette anni (dal 1991 al 1998) è stata raccontata la favola della partecipazione nella Grande Opera Tav del capitale privato in misura del 60% del fabbisogno, caricando sul pubblico solo il 40%.

Poi il 23 marzo del 1998 l'allora ministro dei trasporti Claudio Burlando denunciava che si trattava di un clamoroso falso. «Quando siamo andati a vedere - disse il ministro diessino -abbiamo constatato che era una cosa falsa. E' bene che si sappia che è finita la quota pubblica del 40%, mentre il 60% dei privati non si è mai visto».

Ecco perché è indispensabile fare chiarezza subito sia sull'architettura contrattuale e su quella finanziaria fondata su presupposti falsi.

Di più. I cosiddetti privati sono stati rimborsati della loro quota di partecipazione ed il pubblico si è fatto interamente carico della truffa ai danni delle casse dello Stato. Prima ancora di accertare ciò che interessa agli abitanti della Valle di Susa (amianto, impatto ambientale, compatibilità con la linea ferroviaria storica, percorso alternativo, lunghezza della galleria, ecc.) urge, subito, nell'interesse di tutti gli italiani, una commissione d'inchiesta parlamentare su la vicenda Alta Velocità, comprese le infiltrazioni camorristiche nei fatti assegnati nella tratta Roma-Napoli e le tangenti elargite in modo trasversale dalle imprese che hanno sinora vinto gli appalti.

Ci sono gli elenchi dei beneficiari.

Per lo Stato italiano, siamo di fronte ad un vero baratro economico e finanziario. «Vorranno i nostri eroi» che ci governano rendersene conto?

Confidiamo nella saggezza e nella competenza dell'attuale ministro del tesoro. Padoa Schioppa, salvaci tu!

Negli ultimi 50 anni Palermo ha triplicato la superficie costruita. Nel 1955 la città urbanizzata copriva 2.228 ettari, nel 2002 è cresciuta fino a 6.163 e, da allora, un centinaio di ettari di asfalto e cemento si è ancora aggiunto. Le aree verdi coprono ormai meno dell5percentodellapianu-ra che ospita la città. La mitica Conca d'oro è ridotta a pochi brandelli. Gli studiosi di ecologia rabbrividiscono al vedere le mappe dell'espansione urbana e a leggere gli indici che ne definiscono la sostenibilità ambientale. Chiusa dal mare e da un circuito di monti, Palermo ha largamente superato ili-miti della sua impronta ecologica, sembra—lo dicono i dati scientifici — prossima al collasso. Oltre ai dati parlano i fatti. La periferia urbana — quella che in Europa chiamano «paesaggio supermarket» per il contenere, l'uno accanto all'altro ma in un ben ordinato disegno urbanistico, abitazioni, aree agricole, piccole industrie, centri commerciali, parchi — è ridotta a «paesaggio discarica», dove gli usi e gli abusi più disparati, nel caos e nel degrado, si contendono il poco spazio ancora disponibile. Poi, improvvisamente, una discarica abusiva p rende fuoco e una nube tossica si espande nera sulla città e nei nostri polmoni. Carica di diossina (annuncio di quella quotidiana somministrazione che ci attende con l'inceneritore di rifiuti di Bellolampò) si miscela con le polveri sottili e gas inquinanti che quasi quotidianamente superano la soglia prevista dalla legge, incuranti di ridicole misure di contenimento come le targhe alterne due pomeriggi la settimana, che nessun esperto di inquinamento atmosferico potrebbe mai considerare efficaci. I boschi sulle montagne della città bruciano; il vandalismo e la speculazione le innesca e le temperature torride partecipano all'espandersi degli incendi.

I cambiamenti climatici in atto ci dicono che andrà sempre peggio, le temperature saliranno, gli incendi saranno sempre più probabili, l'aria che respiriamo sempre peggiore. L'incremento dell' effetto serra porterà con se anche l'intensificarsi dei fenomeni temporaleschi di lunga e intensa durata. Le pendici delle montagne povere di boschi, ma ricche di villini e di strade, non assorbono più l'acqua piovana che a velocità si dirige verso la città: questo inverno, l'alluvione del Papireto ha ricordato le disastrose inondazioni degli anni Trenta, quando una città che allora potevamo definire normale in termini ambientali patì disastrosamente un evento piovoso eccezionale. Figuriamoci cosa succederebbe ora al ripetersi di piogge altrettanto intense.

Il quadro è desolante. Le ragioni per cui tutto questo avviene chiare e inconfutabili. Dice una legge della fisica che là dove si trasforma energia, e le città sono i luoghi dove per unità di superficie questo avviene in maggiore misura, si producono inevitabilmente scorie, inquinamento. Le sole aree che svolgono azione positiva sono quelle verdi, animate dall'energia solare pulita: una città dovrebbe quindi mantenere al suo interno e al suo intorno grandi aree verdi che depurino l'aria, assorbano le acque in eccesso, raffreschino le temperature. Palermo per la sua posizione geografica, chiusa all'interno di una conca, dovrebbe tenere particolarmente care per la salute sua e dei suoi abitanti le residue aree verdi, veri polmoni di una città che soffoca. Quasi nessuno, al di là di teoriche posizioni di principio, sembra piuttosto preoccuparsene e progressivamente il cemento avanza. È degli ultimi giorni il parere positivo dell'assemblea comunale alla creazione di due nuovi centri commerciali dalle parti di Borgo Nuovo che si aggiungono a quelli minacciati o promessi nella piana dei Colli, nei pressi dello Zen, o alle porte della città a Maredolce, a Ciaculli e verso Villabate. Si discute anche di un nuovo stadio che sostituisca il "Renzo Barbera", al posto del velodromo o alla Bandita dove ora ci sono gli orti.

Uno splendido esempio di spreco delle risorse in un crescendo di ipermercati, parcheggi, discoteche, che prefigura una città di frenetici consumatori, in perpetuo e incosciente divertimento. Si vorrebbe mitigare il loro impatto, senza timore di incorrere in ridicolo anche considerando la meno che mediocre qualità delle ultime realizzazione di nuovi parchi e giardini, con aree a verde ornamentale in sostituzione degli antichi giardini di agrumi. Viene in mente il famoso capo indiano che ammoniva: «Quando anche l'ultimo albero sarà tagliato ci accorgeremo allora che i soldi non si mangiano."

Palermo, con i suoi amministratori sostenuti, quando fa comodo, anche da gran parte delle opposizioni, sembra non avere idea, se non ai convegni o nei programmi elettorali, dei rischi che corre, incurante di una politica "alta" che da Bruxelles, da Roma, qualche volta anche da Palazzo dei Normanni, proclama la necessità di salvaguardare le residue aree verdi e prefigura politiche (come la prossima programmazione europea 2007-2013) volte a difendere le residue aree periurbane non edificate.

Attorno alla cinquecentesca torre, oltre Borgo Nuovo, sopravvivono alcuni ettari di oliveti secolari, impianti di agrumi, frutteti e orti in parte ancora coltivati, in un contesto di degrado avanzato ma ancora facilmente rimediabile. Una area che i consiglieri che hanno votato a favore con ogni probabilità non hanno mai visitato ma che le politiche europee indicano come ottimale per la creazione di un parco agricolo: spazio dove l'agricoltura è incentivata, l'agricoltore ripagato per il suo ruolo di manutentore dell'ambiente e del paesaggio, il consumatore garantito nella qualità e nei prezzi da una "filiera corta", dal produttore al consumatore. Politiche che hanno radici nella vecchia esperienza del Parco agri colo di Ciaculli, cancellato dal Prg e nato da un progetto Life della UE e che fece vincere, nel 1995, a Palermo l'imprevedibile premio di "città sostenibile". Politiche che hanno avuto successo nelle periferie di Londra, Parigi, Milano e che ora si espandono ad altre città europee che non hanno la qualità paesaggistica, la storia prestigiosa, il valore simbolico nell'immaginario europeo della Conca d'oro. Su questi spazi non ancora urbanizzati, Palermo, che su essi ha fondato tremila anni di storia, dovrebbe fondare anche il suo futuro, considerandole intoccabili dal cemento:per ragioni di pura sopravvivenza, per le opportunità economiche che ne deriverebbero, per il mantenimento della sua identità culturale. Così, oggi, evidentemente non è: si combatte il verde residuo fino all'ultimo albero di mandarino in una visione cieca ed egoista dello sviluppo, incuranti del futuro della città e dei suoi prossimi abitanti. Chi se ne frega avranno pensato i consiglieri comunali: «noi non ci saremo», come cantavano "I Corvi" negli anni Sessanta.

Chi è Giuseppe Barbera, secondo Francesco Erbani

Cacciari scrive al governo «Sul Mose segnali concreti»

di Alberto Vitucci

«Sul Mose il governo intende far valere le regole scritte sul programma elettorale dell’Unione, come già fatto in Val di Susa: sulle grandi opere ci vuole il coinvolgimento fattivo degli enti locali, a cominciare dai comuni». Così il ministro per l’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio ha risposto ieri in commissione Ambiente della Camera a un’osservazione del deputato veneziano Paolo Cacciari. Per la prima volta il nuovo responsabile del ministero ha illustrato ai deputati il suo programma. E sul Mose ha corretto, pur senza entrare in polemica, la linea «decisionista» espressa qualche giorno fa dal ministro Di Pietro. «La competenza sul progetto Mose», ha aggiunto Pecoraro, «non è del ministero delle Infrastrutture ma della presidenza del Consiglio, come dice la legge. Saranno decisioni da assumere insieme, dopo aver sentito le comunità interessate». Un punto a favore del Comune di Venezia, che da settimane sollecita invano il nuovo governo a prendere in esame le proposte alternative. Ieri il sindaco Cacciari [Massimo – n.d.r] ha scritto una lettera di fuoco al sottosegretario alla Presidenza Enrico Letta. Invitando il nuovo esecutivo a dare «segnali concreti» di discontinuità e attenzione alle comunità locali.

Un altro punto in discussione è il luogo dove si dovrà svolgere il Comitatone. Venezia, secondo Cacciarvi

e il vicepremier Francesco Rutelli. Roma, secondo la presidente del Magistrato alle Acque Maria Giovanna Piva, che teme «problemi di ordine pubblico». «Il Magistrato alle Acque faccia il segretario, le decisioni le prenderà il governo», dice il deputato dei Ds Andrea Martella. «Sarebbe una scelta sbagliata in un periodo in cui si parla di federalismo», taglia corto Cesare De Piccoli, viceministro dei Trasporti.

Le polemiche non si placano. E a Roma stanno arrivando in queste ore le richieste dei comitati contrari alla grande diga e le pressioni delle lobby favorevoli alla continuazione dei lavori. Che vanno avanti a tutto spiano, nonostante la richiesta di revisione portata avanti da Ca’ Farsetti.

Intanto ieri mattina di Mose ha cominciato ad occuparsi anche la commissione regionale per Venezia, presieduta da Barbara Degani (Forza Italia). In mattinata è stata la volta del sindaco Massimo Cacciari, che davanti ai commissari di palazzo Ferro Fini ha ribadito la posizione del Comune, supportata dai pareri scientifici e idraulici. «Noi rimaniamo convinti», ha detto Cacciari, «che sarebbe meglio verificare l’impatto ambientale dei cantieri del Mose. E sperimentare prima tre tipologìe di interventi reversibili e differenziati nelle tre bocche di porto, cioè il sollevamento dei fondali, il restringimento delle bocche, con difese fisse ma removibili nella stagione estiva, quando le acque alte sono inesistenti. Chiediamo che si faccia questa verifica sperimentale su questi interventi, perché così si riuscirà ad abbattere in modo significativo le acque alte, spendendo meno della metà dei soldi preventivati per il Mose e ultimando gli interventi in metà tempo». «Non ci sarà blocco dei lavori o spreco di denaro», ha concluso il sindaco, «ma abiamo il dovere di verificare bene le alternative». Diversa l’opinione del centrodestra. «Aspettiamo la fine delle audizioni», dice la presidente Barbara Degani, «per esprimere un parere». Secondo Diego Cancian (Pne), «il Mose si può migliorare, ma sarebbe folle fermare i lavori». Il dibattito continua, in attesa del Comitatone, che sarà convocato probabilmente il 20 luglio.

Di Pietro sbaglia sul Mose

di Stefano Bonzio

La verifica sul Mose chiesta dal sindaco e dalla sua maggioranza è stata sbrigativamente fatta! Il ministro Di Pietro ha infatti dichiarato la volontà di procedere alla costruzione del Mose, essendo l’opera, a suo dire, realizzata per più del 30 per cento.

Solo a ciò poteva portare la debole e contraddittoria posizione sostenuta obtorto collo dal sindaco e votata dal consiglio comunale il 5 giugno scorso.

Il gruppo consiliare di Rifondazione Comunista sul tema della salvaguardia di Venezia e della sua laguna ha operato con coerenza e convinzione, sostenendo e facendo propria la necessità espressa del movimento NoMose di giungere alla moratoria dei lavori alle bocche di porto e all’avvio di una nuova fase di studio per pervenire a un’opera alternativa al Mose che rispettasse i criteri di sperimentalità, reversibilità e flessibilità.

A fronte delle dichiarazioni rilasciate dal ministro alle Infrastrutture, il gruppo consiliare di Rifondazione Comunista - Sinistra Europea, esprime la più ferma critica sia relativamente ai metodi utilizzati che al merito della questione. L’unilateralità del ministro Di Pietro, in netta contraddizione con quanto contenuto nel Programma dell’Unione, preoccupa gravemente, in quanto non tiene in considerazione la forte mobilitazione popolare e di movimento che negli ultimi anni è andata crescendo in opposizione alla realizzazione del Mose e a favore i soluzioni di salvaguardia della laguna, del suo ambiente e della sua economia, e che ha portato alla raccolta di quasi 13 mila firme di cittadini che chiedono la sospensione dei lavori e la radicale revisione progettuale del progetto. Inoltre, le dichiarazioni del ministro alle Infrastrutture costituiscono un gravissimo condizionamento sui lavori dell’imminente Comitatone, che di fatto rischia di restare, come nel passato, sordo alle richieste di attenzione indirizzate dalle Comunità locali al governo sulle problematiche ambientali, sociali, economiche e soprattutto, fatto che stupisce per un politico come Di Pietro strenuo difensore del rispetto della legalità, di rispetto della normativa comunitaria e nazionale.

Siano convinti che i partiti dell’Unione e, in questa, il Partito della Rifondazione Comunista opereranno affinché sul delicato tema della salvaguardia di Venezia e della sua laguna si proceda con la necessaria attenzione, senza arbitrarietà e nel rispetto delle istanze formulate dai cittadini.

Stefano Bonzio è il capogruppo Rifondazione Comunista - Sinistra Europea , Venezia

Il Comune di Fondi che non ha provveduto ad abbattere un ecomostro, una società che vuole raddoppiare il porto del Circeo e uno stabilimento balneare che minaccia di far scomparire uno dei rari fazzoletti di costa ancora intatti. Nel Lazio, sono loro i vincitori delle tre «bandiere nere» che Legambiente ha assegnato per il 2006 ai «nuovi pirati del mare». Due sono in provincia di Latina, una in quella di Roma, ad Anzio.

All'amministrazione comunale di Fondi l’associazione ambientalista ha affibbiato il vessillo nero per non aver ancora buttato giù l'ecomostro dell'isola dei Ciurli. Si tratta di «21 scheletri che da quasi quarant'anni occupano una meravigliosa area di agro pontino», spiega Lorenzo Parlati, presidente di Legambiente Lazio. Il Comune «non l'ha ancora abbattuto - spiega Legambiente nel suo dossier - nonostante la recente sentenza del tribunale di Latina abbia condannato il costruttore ad un anno di arresto e deciso la confisca dei terreni per lottizzazione abusiva, affidando proprio all'amministrazione l'impegno all acquisizione dell’area ai fini della demolizione ». Per San Felice Circeo, la «bandiera nera» va invece alla «società Penta srl per la proposta di raddoppio del Porto». Secondo questo progetto, i posti barca «diventerebbero oltre 500, ovvero più del doppio di quelli esistenti, con una grave compromissione dello splendido ecosistema della zona del Parco Nazionale del Circeo». E per Parlati questa maglia nera costituisce un'indicazione «fortemente simbolica, per uno dei progetti di porto forse tra i più distruttivi nella nostra regione». L'ampliamento del porto, che è già stato bocciato una prima volta dal Tar, cui avevano fatto ricorso al ricorso Legambiente e alcuni comitati cittadini, secondo l’associazione «comporterebbe un enorme impatto sull'area, disturbando inoltre i numerosi cetacei avvistati nel braccio di mare compreso tra il Circeo e l'arcipelago Ponziano, che invece nello studio di impatto ambientale sono del tutto scomparsi». Infine, la bandiera nera assegnata allo stabilimento balneare “Sole e Luna” di Marechiaro, sulla costa di Anzio, che gli ambientalisti definiscono come un «nuovo potenziale eco-mostro» e che è stato messo sotto sequestro dalle forze dell'ordine dopo numerosi esposti, raccolte di firme e proteste da parte della stessa Legambiente. Secondo Parlati lo stabilimento ha «aggredito uno dei pochi lembi integri di costa nella zona della ex Fornace di Anzio »: per la sua realizzazione, infatti, sono iniziati da mesi i lavori che minacciano di sbancare le dune e una parete di argilla che sarebbe ormai a rischio frana.

Nessuno si sarebbe mai immaginato che potesse avverarsi ciò che sta accadendo nel Parco archeominerario di Rocca San Silvestro, uno fra i parchi archeologici più rilevanti d’Europa, che marca il paesaggio della costa Toscana e al cui interno sono conservati alcuni dei monumenti più significativi delle attività estrattive e metallurgiche dall’Età etrusca fin al Medioevo e all’età contemporanea, con un sistema minerario formidabile. Un intrigo di straordinaria potenza del rapporto fra uomo e ambiente, che attrae miglia di visitatori italiani ma soprattutto stranieri, scolaresche e studenti universitari.

LegaAmbiente della Val di Cornia ha denunziato, a seguito dell’incresciosa vicenda di giovedì scorso, la devastazione del territorio Campigliese a opera delle cave ancora attive, che la costruzione del Parco di San Silvestro, doveva, viceversa, contenere e portare a conclusione, sapendo bene che l’economia del territorio si può sviluppare soltanto in un quadro di conservazione dei valori ambientali e degli straordinari segni della storia: la Società Parchi Val di Cornia, che gestisce il sistema di valorizzazione dell’ambiente e delle risorse archeologiche dell’area, è un esempio nazionale di come operare per garantire conservazione e sviluppo di una economia del turismo di qualità in forme compatibili con la qualità della crescita della formazione e della ricerca.

Non è più possibile sopportare la distruzione di un patrimonio di aree archeologiche straordinarie, di quadri ambientali unici, musei, strutture di conservazione e di formazione perseguendo logiche di profitto a tempi brevi. Soprattutto dopo ciò che abbiamo visto accadere nel Monte Valerio, dove il sistema estrattivo della cassiterite, unico in Italia (da cui veniva probabilmente la materia prima per celebri bronzi etruschi), è già stato cancellato, e nella stessa area di San Silvestro, dove il calcare su cui si basa il monumentale castello è stato brutalmente tagliato per allargare la strada di cava e dove i danni ai ruderi monumentali provocati dalle esplosioni delle mine della cava stanno producendo un degrado pauroso che rischia in pochi decenni di cancellare l’esistente.

Ringraziando LegaAmbiente, lanciamo dalle pagine de “Il Tirreno”, un appello perché intervenga il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, e il Ministro Rutelli, che con Veltroni e Melandri, so che apprezza il Parco di San Silvestro e l’intero sistema della Val di Cornia, la Regione Toscana, la Provincia di Livorno, i Comuni del Comprensorio, tutte le autorità competenti, tutti i cittadini, gli specialisti e i ricercatori, che a centinaia hanno operato e stanno lavorando nell’area, perché si vada davvero verso la chiusura definitiva delle attività di cava e, nell’immediato, all’attuazione di piani che riducano fino da ora i danni possibili delle esplosioni a persone e cose. Non è immaginabile che le strutture pubbliche continuino da una parte ad investire in un progetto, che gioca un ruolo centrale per la salvaguardia del Patrimonio Culturale e Ambientale, ma anche per l’economia e lo sviluppo del territorio, e dall’altra si tolleri un’attività che distrugge alla base il motivo del suo esistere, mettendo a repentaglio, a quanto si legge sulla stampa, anche la vita dei cittadini, che proprio in quelle qualificate attività svolgono il proprio lavoro.

Mi permetto di chiedere alla redazione del “Il Tirreno” di ospitare la sottoscrizione di tutti coloro che vorranno aderire a questo appello.

Per sottoscrivere l'appello, inviare una e-mail di adesione a:

'n.stefanini@iltirreno.it'

Le grandi città come Londra, New York e Tokyo dominano la nostra immaginazione. Sono i luoghi che la gente ancora associa con la ricchezza, la fama e il futuro. Sono il centro dell’economia e della politica nazionale. Gli ultimi cinquant’anni sono stati il loro regno. Il numero delle città con più di 10 milioni di abitanti è salito in questo arco di tempo da due a venti, con l’ingresso di nomi ormai famosi come Rio, Città del Messico e Mumbai. Ma con tutto il rispetto per i tanti romanzieri di fantascienza che hanno prefigurato un futuro sempre di più dominato da colossali centri urbani, la loro epoca è finita. Il tasso di crescita della popolazione delle megalopoli negli ultimi cinque anni si è più che dimezzato rispetto all’8 per cento e oltre degli anni 80, e nei prossimi venticinque anni si prevede che rimarrà stabile. Gli anni a venire saranno gli anni del trionfo di una dimensione urbana più piccola e di gran lunga più umile: la Seconda Città.

Nel giro di un anno o giù di lì, per la prima volta nella storia dell’umanità, saranno più numerosi quelli che vivono nelle città che quelli che vivono nelle campagne: il XXI secolo sarà un secolo urbano. Ma il nocciolo duro si sta rimpicciolendo. Già oggi la metà degli abitanti delle città del mondo vivono in metropoli con meno di mezzo milione di residenti. Sono le Seconde Città - le grandi città dormitorio dell’hinterland, i centri di snodo regionali, le città di villeggiatura, i capoluoghi di provincia - a essere in pieno boom. Tra il 2000 e il 2015, le città più piccole (quelle con meno di 500.000 persone) cresceranno del 23 per cento, mentre quelle con una popolazione tra il milione e i cinque milioni di abitanti cresceranno del 27 per cento. Questo trend è il risultato di scosse sismiche di grande portata, come la bolla speculativa globale del mercato immobiliare, i crescenti flussi migratori internazionali, l’abbassamento dei costi dei trasporti, le nuove tecnologie e il fatto che la generazione del baby-boom sta raggiungendo l’età della pensione.

L’ascesa delle Seconde Città risalta in modo clamoroso dalla nostra top ten, che comprende le città col tasso di crescita più alto in ognuna delle 10 maggiori economie mondiali. In questa lista, basata sulle ultime (e non ancora pubblicate) previsioni di crescita elaborate dalle Nazioni Unite per tutte le città con più di 750.000 abitanti, figurano solo due grandi capitali - Mosca e Londra - che continuano a crescere più delle rivali più piccole, per ragioni nazionali specifiche. Tutte le altre sono aspiranti pesi medi come Tolosa, Monaco di Baviera e Las Vegas, o centri sconosciuti come Florianópolis (Brasile), Ghaziabad (India), Goyang (Corea del Sud) e Fukuoka (Giappone), che probabilmente non rimarranno sconosciuti a lungo.

Delle 150 città di questa categoria a più alto ritmo di crescita, la maggior parte, 55, si trovano in Cina, seguita da Indonesia e India. Nel mondo industrializzato, le metropoli statunitensi crescono a un ritmo molto maggiore di quelle europee e giapponesi. Per un certo verso, l’esplosione delle Seconde Città è una conseguenza naturale (anche se inattesa) del precedente boom delle megalopoli. Negli anni 90, le megalopoli sono esplose parallelamente all’esplosione della globalizzazione economica, in particolare nelle aree metropolitane con presenza di industrie high-tech o "knowledge-based", come la finanza (basti vedere la rinascita di New York e Londra e l’esplosione di Shanghai o Hong Kong). Così i prezzi degli immobili nelle città più ambite del mondo schizzano alle stelle. Il risultato è stata la creazione di quelle che il demografo William Frey, della Brookings Institution di Washington, definisce gated regions (aree riservate), quei posti, cioè - come sono New York, Londra, Tokyo - in cui sia la città che gran parte dei suoi sobborghi sono diventati inaccessibili economicamente tranne che per i super ricchi.

(Copyright Newsweek-La Repubblica, traduzione di Fabio Galimberti)

Il Molino Stucky ritrova la sua facciata distrutta nell’incendio di tre anni fa. E’ stata scoperta ieri l’ala est del complesso neogotico tra il Bacino di San Marco e il canale di San Biagio. La parte più pregiata dell’edificio, che sorgeva su un antico convento dell’anno Mille e che fu poi usata come deposito delle farine. La novità sono le finestre aggiunte in verticale.

Sono quattro finestre doppie per ciascuno dei due corpi di fabbrica recuperati, che la Soprintendenza ai Beni Ambientali e Architettonici di Venezia ha concesso di aprire, perché presenti nel progetto iniziale dell’architetto Ernst Wullekopf, quando l’edificio fu realizzato alla fine dell’Ottocento, ma che poi furono invece murate per problemi di statica, per limitare le vibrazioni provocate dalla farina che cadeva dall’alto nei depositi.

Esse consentiranno di dare luce alle stanze del nuovo albergo che si affacciano su di esse. Recuperata anche la scritta dorata originale «Molino Stucky», a fianco della facciata principale del complesso neogotico ancora nascosta dai ponteggi e dai teloni protettivi, ma la cui scopertura di annuncia come imminente.

Si tratta, anche in questo caso, di un «com’era e dov’era» - come per la Fenice, ma in modo più convincente - perché i mattoni dell’ala est distrutta dall’incendio e ricostruita sono dello stesso tipo e della stessa colorazione degli originali: rossi, arancione e gialli.

La struttura dell’albergo nel complesso della Giudecca è ormai completata e si lavora alla finiture delle stanze. Il complesso dovrebbe essere pronto per l’inizio del 2007, mentre il centro congressi dovrebbe essere concluso qualche mese più tardi. Sono ormai avanzati anche i lavori per realizzare nella parte inferiore del complesso il sistema viario interno, che unirà centro congressi da circa 1300 posti, albergo da 400 stanze e centro fitness. Si lavora anche alla realizzazione, all’ultimo piano dello Stucky, dello spettacolare ristorante-bar panoramico realizzato con piscina e vista sulla laguna.

A segnare il passo, per ora, è invece il recupero dell’area degli ex stabilimenti della Scalera Film, destinata a diventare un grande parco urbano - secondo l’accordo raggiunto da tempo tra l’Acqua Marcia e il Comune - ma che non è stato ancora avviato a pieno ritmo.

Postilla

Preoccupazione filologica? No, speculazione immobiliare. Per comprenderlo, occorre andare un po’ indietro negli anni. Già nei piani del centro storico adottati nel 1974 (giunta DC-PSI) gli antichi silos dello Stucky erano destinati ad attrezzature pubbliche. Le successive giunte di sinistra confermarono questa destinazione, nell’ambito di un mix di funzioni che prevedeva, nell’insieme del complesso, un albergo, un centro congressi (che avrebbe dovuto costituire il core del progetto, e una quota di residenze convenzionate da riservare ai veneziani. L’immobile dei silos avrebbe dovuto essere ceduto al comune in conto oneri di urbanizzazione: si pensava di destinarlo agli archivi veneziani e veneti, dispersi nella città nelle sedi più stravaganti e improprie.

Non si riuscì a concludere l’accordo con la proprietà perché questa avrebbe voluto mano libera sulle residenze, mentre era unanime atteggiamento delle forze politiche dell’epoca (1970-1990), dai comunisti ai liberali, passando per socialisti, repubblicani, socialdemocratici, democristiani, che nessuna nuova casa avrebbe dovuto essere costruita a Venezia se non destinata ai cittadini veneziani. La giunta Cacciari-D’Agostino, abbandonando i “lacci e lacciuoli” che “ingessavano la città”, trovò, all’inizio degli anni Novanta, l’accordo con la proprietà mollando sulle residenze.

Ma l’appetito dei grandi immobiliaristi, e la cedevolezza degli amministratori e, dispiace dirlo, dei custodi dei beni culturali, non si arrestano. Due anni fa l’incendio (un incendio provocato da esperti). Oggi la svelatura dell’ultimo passaggio: albergo con finestrelle d’epoca dove erano previste attrezzature pubbliche.

Una nuova discarica di 50 ettari in mezzo alla laguna. La legge Speciale lo vieta, ma in nome dell’«emergenza» si susseguono i progetti destinati a stravolgere l’equilibrio ambientale e idraulico della laguna. La richiesta di realizzare una nuova isola artificiale grande quattro volte la Certosa e destinata a ricevere 3 milioni di tonnellate di fanghi scavati dai fondali portuali è stata depositata in commissione di Salvaguardia. La richiesta è firmata dal commissario straordinario per i fanghi del Porto, il dirigente dell’assessorato Ambiente della Regione Roberto Casarin. Che su delega del presidente Galan presiede anche la commissione di salvaguardia. Un progetto che sta già destando polemiche tra le associazioni ambientaliste. «Di questo passo chiunque voglia smaltire fanghi e materiali a basso costo può fabbricare una nuova isola in laguna», dicono. Gravi le conseguenze, dal punto di vista ambientale e idraulico, perché si tratta di un vero «imbonimento» di aree lagunari destinate all’espansione di marea. Un sistema che era stato abbandonato dopo il saccheggio del territorio degli anni Sessanta. Ma adesso arriva il nuovo progetto, che secondo Casarin dovrebbe andare al voto già martedì. Cinque giorni di tempo per decidere sulla nuova isola.

Sorgerà a fianco delle Trezze, altra isola artificiale rialzata fino a 9 metri per ospitare i fanghi scavati dai canali del porto. Un’esigenza più volte ripetuta dai dirigenti dell’Autorità portuale, quella di scavare i fondali per garantire l’accesso alle grandi navi. Oggi la profondità è di 10 metri e mezzo, ma si tende a tornare a una «quota di progetto» di 12 metri, la stessa prevista dal Piano regolatore portuale del 1965. Occorrerà dunque scavare dai fondali altri 3 milioni e mezzo di metri cubi di materiale. E dal momento che secondo il commissario Casarin tempi e costi per allestire la discarica al Molo Sali e in terraferma sono troppo elevati, si è scelta la laguna. Accanto alla nuova isola sorgerà una fascia di fanghi definiti come «ricostruzione della morfologìa lagunare». La nuova isola sarà lunga 2 chilometri, ben visibile da ogni parte della laguna centrale. Il progetto è stato proposto dalla società regionale Veneto Acque, ex Delta Po, oggi impegnata per il progetto del grande depuratore di Fusina con la Mantovani (Consorzio Venezia Nuova) e Vesta. E i lavori per la nuova discarica in laguna sono stati affidati come «mandante» alla Mantovani, la stessa che sta scavando i fondali al Lido per il progetto Mose. (a.v.)

Postilla

Tutti (fuorché gli stupidi) sanno che una delle ragioni delle “acque alte eccezionali” sta nel restringimento del bacino lagunare, ridotto di circa un terzo dopo la caduta della Serenissima (1797). Per questa ragione la legge speciale per Venezia del 1973 prescrisse tassativamente che neppure un ulteriore metro quadrato venisse sottratto alla “libera escursione delle maree”. Tutti (anche i più temerari “sviluppisti”) hanno da allora rispettato questa prescrizione. Adesso la legge viene violata da una persona che copre tre cariche rilevanti: è Commissario straordinario ai fanghi dell’Ente Porto, è il dirigente del settore Ambiente della Regione Veneto, è Presidente della Commissione per la salvaguardia della Laguna di Venezia, cioè dell’istituzione cui la legge speciale affida il rigoroso rispetto delle proprie determinazioni.

Ma anche questo scandalo cascherà nel tranquillo habitat culturale e politico di Venezia, come pietra nel fango.

Qui un altro scandalo inesploso: l'ex Mulino Stucky

ROMA • «Approvare presto, nella stessa sessione parlamentare, la nuova legge per il governo del territorio e la legge per l'architettura: sarebbe un grande messaggio al Paese». È la mission annunciata dal vicepremier e ministro per i Beni culturali, Francesco Rutelli, al 3° forum di "Edilizia e Territorio". «Una proposta che presenterò in tempi strettissimi alla maggioranza parlamentare: ne ho già parlato con il ministro Di Pietro», ha aggiunto il vicepremier, ricordando che la normativa nazionale in materia di urbanistica attende da sessantaquattro anni di essere svecchiata.

Uno dei punti cardine della legge sulla qualità architettonica che, come ha ricordato Rutelli, è in giacenza da due legislature, è il rilancio del concorso di progettazione, che il ministro ha definito «una grande opportunità». Con un appunto ai concorsi fatti da privati: «È positivo che li facciano, poi però devono affidare anche la progettazione, senza optare per progettisti in house».

E proprio per rilanciare i concorsi di architettura nel Mezzogiorno Pio Baldi, direttore del Darc, ha annunciato un'iniziativa che metterà sul piatto 800mi-la euro l’anno per i prossimi tre anni nelle regioni del Sud. «Il progetto — ha annunciato Baldi — partirà a ottobre e usufruirà di finanziamenti messi a disposizione del Cipe per le regioni Obiettivo 1».

Il vicepremier (che ha anche la delega al Turismo) si è soffermato sulla proposta lanciata due giorni fa insieme con le Regioni del Comitato Nazionale Turismo: una revisione generale della segnaletica turistica «che punti alla valorizzazione del territorio». Proprio nella mancata trasformazione della ricchezza connessa ai valori immobiliari in vettore di trasformazione di qualità, Rutelli ha individuato la falla del sistema. Il ministro ha infatti citato come estremamente attuali le teorie degli anni '60 sul fallimento dello Stato industriale e delle procedure di modernizzazione produttive nel loro rapporto con la qualità del territorio: «Sottovalutazione dell'esperienza estetica, mancanza di pianificazione e di programmazione come correttivo al mercato; è passato mezzo secolo è la sfida è identica».

Secondo il ministro dei Beni culturali è invece necessario rilanciare «la qualità della trasformazione, fattore decisivo per la competitivita». Parafrasando un brano di Salvatore Settis (chiamato a guidare il Consiglio Superiore dei Beni culturali) Rutelli ha infatti ricordato quanto «la forza del modello Italia sia tutta nella presenza diffusa, capillare di un patrimonio solo in piccola parte conservato nei musei e che incontriamo, invece, nelle strade».

Il vicepremier si è poi soffermato sull'importanza del dibattito («quello che è venuto meno nel nostro Paese è la presenza di grandi intellettuali che portino l'attenzione degli italiani sul nostro degrado ambientale») e sul ruolo cardine, ma un po' sbiadito, dell'architettura «arte principe della cultura italiana, che deve recuperare il suo ruolo leader nel confronto». Da qui la mission che il ministro dei Beni culturali riconosce al maxxi, museo nazionale delle arti del XXI secolo, in costruzione a Roma: «È una delle cose più importanti che l'Italia attende e vorremmo che diventasse una centrale di riflessione sulla contemporaneità».

Postilla

Non è il ministro delle Infrastrutture, né quello dell’Ambiente e della difesa del territorio a parlare della nuova legge per il governo del territorio. E neppure un gruppo parlamentare della sinistra. È il ministero per i Beni e le attività culturale. Rutelli, coerentemente con il suo ruolo, non parla di urbanistica: parla di architettura, che con il governo del territorio c’entra abbastanza poco. Ma ne parla correttamente. Riprende il tema già proposto da Melandri e caro a Pio Baldi: il miglioramento della qualità estetica delle costruzioni incentivando lo strumento dei concorsi di progettazione.

Ma il ministro sembra avvertire ciò che sfugge ai più. Che il miglioramento della qualità estetica edelle città non si otiene se l’architettura non è accompagnata (o preceduta) dall’urbanistica: come diceva Antonio Cederna, non c’è buona architettura senza buona urbanistica. Infatti Rutelli esprimel’auspicio che vengano approvate insieme “la nuova legge per il governo del territorio e la legge per l'architettura”. Speriamo. Il 28 giugno numerosi parlamentari hanno promesso di partecipare alla presentazione della proposta di legge urbanistica di eddyburg : magari sarà un nuovo inizio.



Nel Consiglio regionale della Lombardia della settimana scorsa è andato in scena il secondo atto di uno spettacolo definito “indecente” dalla minoranza di centrosinistra. Erano in discussione le modifiche alla legge n. 12 del 2005 sul governo del territorio, una legge molto importante, che permette ai comuni di sostituire i talvolta vecchi e complessi piani regolatori con nuovi strumenti di controllo e governo del territorio. Dopo la prima seduta sull’argomento il centrodestra ha di nuovo affrontato l’ostruzionismo dell’opposizione per approvare un provvedimento di modifica della legge apparentemente innocuo, ma che tra le sue pieghe nasconde almeno tre fatti politici raccapriccianti.

Il primo avrà come effetto immediato e concreto il via libera ad una ondata di speculazione edilizia sulle aree verdi e protette di Monza: si parla di quasi 1 milione e 800mila metri cubi. La società che chiede la lottizzazione del terreno di pregio, quello della Cascinazza, fa capo a Paolo Berlusconi; le mosse della maggioranza formigoniana dunque anticipano e vanificano l’imminente approvazione del nuovo piano del governo del territorio da parte del Consiglio Comunale di Monza, che avrebbe bloccato lo scempio.

Il secondo interviene invece sulla normativa che regola i mutamenti di destinazione d’uso degli immobili, imponendo d’ora in poi l’obbligo del permesso di costruire per il solo caso di un mutamento finalizzato a luogo di culto. Qualora la norma fosse approvata si dovrà per legge ottenere il permesso di costruire rilasciato dalle amministrazioni comunali. In altri termini, se si volesse trasformare un capannone in una bisca, non ci sarebbero problemi, ma se per caso si volesse trasformarlo in un posto dove andare a pregare si dovrà chiedere l’autorizzazione del sindaco!

In realtà la norma si riferisce a tutte le religioni, ma pare piuttosto evidente che a subire le maggiori penalizzazioni sarebbero quelli che non dispongono ancora di una consolidata e riconosciuta rete di luoghi di preghiera, ad esempio le persone di fede islamica. Inoltre qualsiasi sindaco che negasse il permesso di apertura di un luogo religioso violerebbe uno degli articoli fondamentali della nostra costituzione: la libertà di culto. Libertà che è fondante anche per le politiche di integrazione che paiono non interessare alla Giunta di centro destra.

Il terzo fatto riguarda uno dei paradossi di questa legge che si appresta a ridisegnare l’assetto territoriale di importanti aree, come Malpensa e la Valtellina, ma anche la zona dell’aeroporto di Montichiari o la zona di Melzo. Il nonsenso legislativo di questa modifica è che viene riservata alla Giunta la redazione dei Piani d’Area, lasciando al Consiglio la sola fase finale di approvazione. Tutto ciò senza che la Regione abbia predisposto il Piano Territoriale Regionale. I piani d’Area infatti dovrebbero essere coerenti con un piano regionale che ancora non c’è. In questo modo la Giunta ha sostanzialmente mano libera su queste aree, chiamando poi il Consiglio regionale ad una mera ratifica.

L’opposizione di centrosinistra ha presentato 868 emendamenti per modificare il progetto di legge, ricordando di avere sempre cercato il dialogo con la maggioranza su un tema tanto importante, pensando che fosse importante anche arrivare ad un testo unico e condiviso. Marco Cipriano, vicepresidente diessino del Consiglio regionale, ricorda che “durante la scorsa legislatura in commissione territorio, c’è stata una improvvisa accelerazione, e la legge è stata approvata gli ultimi giorni con una maggioranza esigua, segno di una non completa condivisione neanche nel centrodestra, che ha utilizzato questo testo per una strumentalizzazione in vista delle elezioni regionali dello scorso anno”.

Al testo di legge approvato avrebbero dovuto seguire, nei sei mesi successivi, i criteri di attuazione della legge, grazie ai quali i comuni avrebbero potuto emanare i piani per il governo del territorio. Più di un anno è passato da allora e mancano ancora i regolamenti previsti. Il risultato è che non c’è una politica di governo del territorio condivisa, né la volontà di risolvere i veri nodi del governo del territorio nella regione.

“Gli effetti concreti” – aggiunge Cipriano – “intanto si manifestano: si è dovuto intervenire a correggere la norma sui sottotetti da un lato, dall’altro la regione Lombardia è oggetto di una continua pressione abitativa. Una regione estremamente urbanizzata la nostra soprattutto in certi centri più grandi dove il problema “casa” è una drammatica emergenza con l’esplosione delle rendite fondiarie, i prezzi degli immobili (per l’acquisto e per l’affitto) alle stelle”.

Una situazione che in ambienti del centrosinistra non si esita a definire come “un’alleanza tra furbetti del mattone e intolleranti religiosi, che riproduce il più classico dei malcontenti politici: lo scambio di favori”. Protagonisti Forza Italia e la Lega Nord, marginali le presenze di An e Udc, tutti a sostegno dell’Assessore leghista Boni.

In sostanza, dicono nel centrosinistra, Forza Italia intasca l’affare a Monza, mentre la Lega si porta a casa uno strumento in più per le sue campagne elettorali. Un centro-destra, quello lombardo, che sin dalla sua vittoria elettorale di un anno e mezzo fa mostra mille contraddizioni e un Presidente della Regione impegnato da due mesi a parlare di se stesso e di stravaganti referendum personali.


CREMONA - Peggio della grande secca di tre anni fa. Il Po sembra quasi un rigagnolo, le bettoline e le grandi barche non riescono più a passare, e i campi intorno sono riarsi. Anche le zanzare sono più cattive. La vecchia asta millimetrata dell´idrometro che scende dal ponte che va in città, segna meno 7 metri e 60. La magra, in questa siccità anticipata a causa delle scarse piogge e delle temperature più alte della media stagionale, sta toccando di nuovo picchi storici. «Il record del 23 luglio del 2003, - 7,72, l´abbiamo già superato: - 7,77 il 9 giugno di quest´anno» spiega Luigi Maccabelli dell´Agenzia per il Po, memoria storica del fiume che da quarant´anni ne spia ogni movimento.

Sulle rive del grande fiume in agonia è cominciata una dura battaglia per la sopravvivenza tra i contadini e i padroni dell´energia. Tutti vogliono l´acqua che non c´è, tutti ne hanno bisogno, tutti la vorrebbero prima di tutto per loro. Gli agricoltori dicono che è colpa del mancato rilascio di acqua da parte dei bacini alpini. «Vengono mantenuti chiusi dalle società che ne hanno la concessione per la produzione di elettricità - accusa Coldiretti - e in questo modo impediscono che l´acqua giunga a valle sottraendola ai cittadini, all´ambiente e all´agricoltura».

Replicano i gestori: «E se vuotiamo ora i bacini, cosa faremo per l´agricoltura e per gli eventuali picchi di richiesta di elettricità a luglio? Tutte le esigenze sono importanti, irrigazione, elettricità, turismo. Ci vuole un tavolo dove pesarle e poi decidere». Ci proveranno oggi, a Parma, tutte le parti interessate, chiamate dal segretario dell´Autorità di Bacino, Michele Presbitero, ad una «cabina di regia» sul Po che il presidente dell´associazione per le bonifiche Massimo Gargano vorrebbe rendere permanente «per non agire sempre sotto la pressione dell´emergenza».

Infatti è già allarme rosso. Quasi ovunque lungo l´asta del Po si registrano «livelli inferiori a quelli del 2003», dice l´Autorità di bacino: 4 metri sotto Casalmaggiore, 5 a Castelmassa, 7 a Cremona e Pontelagoscuro, 8 a Canonica d´Adda. Sono in crisi anche i suoi affluenti, come il Ticino, l´Adda, la Dora Baltea, e i laghi di Como, Iseo e Maggiore. Cinque regioni, Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, stanno mettendo a rischio l´irrigazione delle colture in un periodo determinante per la loro crescita. La Coldiretti del Piemonte, che chiede lo «stato di calamità», lamenta già 120 milioni di euro di danni all´agricoltura, sostenendo che il raccolto del mais «è compromesso per il 40%», mentre quella veneta, che aspetta ancora gli indennizzi del 2003, denuncia un calo del 30% del reddito di 3000 aziende agricole del Padovano.

Foto di F. Bottini

Sono a rischio un terzo dei raccolti delle produzioni più tipiche del nord, come riso, cereali, mais, soia, barbabietole, ma anche pomodori, specie in Emilia, e molte colture foraggiere nel Sassarese, in Sardegna. Secondo la Cia, la confederazione agricoltori che mette in guardia su «possibili riflessi sui prezzi»,ricordando che la magra di tre anni fa causò all´agricoltura una perdita secca di 5 miliardi di euro, per il momento a soffrire maggiormente della siccità sono le risaie delle province di Pavia, Novara e Vercelli. Ma ci sono problemi anche in montagna, come in Valsesia, dove a causa della carenza d´acqua manca l´erba sui pascoli alpini. La magra del Po sta inoltre causando forti danni alle colture in Polesine per la risalita del «cuneo salino», che porta nel fiume l´acqua del mare Adriatico, rendendola inservibile sia per i campi che per uso potabile.

Ma le conseguenze di questa secca anticipata rischiano di essere ancora peggiori. Infatti non rischia solo l´agricoltura, perché l´acqua comincia a mancare anche per le centrali, e se manca l´acqua mancherà l´elettricità. «Stiamo perdendo più di un milione e mezzo di chilowattora al giorno - afferma Sergio Adami, responsabile degli impianti idroelettrici dell´Enel per il nord - tanto che nella nostra centrale idroelettrica di Isola Serafini sul Po e anche in quella termoelettrica di La Casella, vicino a Piacenza, abbiamo dovuto costruire un ‘pennello´ per poter andare a pescare l´acqua con le pompe». Enel si dice comunque pronta a «fornire alle Regioni la massima collaborazione». Con la Lombardia è già in atto una cooperazione che prevede la fornitura dell´acqua affluente e un parziale svasamento dei bacini. Ma ancor di più, dicono, potranno fare i grandi laghi. Una giornata di prelievo dal lago di Como equivale, secondo l´Enel, alla quantità d´acqua immagazzinata in un bacino idroelettrico.

«Le opere preliminari sono molto avanti. Ma non mi pare che i lavori delle dighe mobili siano giunti a un punto irreversibile». Il viceministro dei Trasporti Cesare De Piccoli ha visitato ieri a sorpresa i cantieri del Mose a Malamocco. E al termine del sopralluogo lancia una proposta.

«Dato che a differenza del Ponte di Messina il Mose è un’opera che è già partita», dice De Piccoli, «occorre che i ministeri interessati diano incarico a una commissione di esperti super partes di verificare in tempi molto rapidi lo stato dei lavori e la possibilità di attuare le alternative, come richiesto dal Comune».

Perché tutti i leader del centrosinistra, da Fassino a Rutelli, ricorda il viceministro, si erano impegnati a prendere le decisioni sulla salvaguardia «in pieno accordo con il Comune».

Ecco allora il sopralluogo. Dopo quello alla bocca di Lido («Ci sono andato domenica da privato cittadino, con la mia barchetta», ci tiene a sottolineare il viceministro) è toccato a Malamocco. De Piccoli era ieri a Pellestrina per presenziare al battesimo delle due nuove chimichiere costruite dal cantiere De Poli. Poi, accompagnato dall’ammiraglio comandante della Capitaneria Stefano Vignani e dal Capo dei piloti del porto Ciro Garise, ha visitato dall’acqua i cantieri del Consorzio Venezia Nuova a Malamocco. A ridosso della torre dei piloti, ecco l’ultimo interramento, fango e cemento per costruire un grande terrapieno per movimentare i materiali e i cassoni in calcestruzzo. Un intervento che il Wwf ha già denunciato come «abusivo», perché non presente nei progetti e senza autorizzazioni della Soprintendenza. Più avanti, dov’era la diga ottocentesca demolita, ecco montagne di massi in pietra. Le scaricano le chiatte del Consorzio provenienti dalle cave dell’istria. Si vedono le nuove basi in calcestruzzo della conca di navigazione, ormai quasi ultimata, le strutture in acciaio. Più in là la diga foranea di protezione ormai finita. «Il Comune ha chiesto delle cose, credo che il governo dovrà esprimersi in modo chiaro al prossimo Comitatone, entro metà luglio», dice De Piccoli, «io farò la mia parte cercando che i ministeri abbiano una linea comune».

Le ruspe sono al lavoro, e i lavori procedono spediti sia a Malamocco che al Lido. Il tempo per avviare le sperimentazioni richieste dal Comune sono davvero molto stretti. «E’ arrivato il momento che sul Mose si passi dalla querelle politica al dibattito tecnico», insiste De Piccoli. «Domani a Roma proporrò che si dia il via a questa commissione per la verifica dei cantieri. Spero che anche gli altri ministri, a cominciare dal responsabile dell’Ambiente, sostengano questa iniziativa».

La conca dovrebbe servire per non penalizzare l’attività portuale durante il periodo dei lavori. Qualche timore c’è, e gli stessi piloti ammettono che ci sarà un ritardo nelle operazioni di ingresso per le grandi navi.

Ma il presidente dell’Autorità portuale, Giancarlo Zacchello, ha sempre minimizzato l’impatto del Mose sull’economia del porto.

«Ho incontrato il presidente», dice De Piccoli, «gli ho detto che il governo condivide l’esigenza di garantire lo scavo dei canali e dunque la navigabilità. Ma anche che chiederemo al più presto un pronunciamento tecnico, da studiosi indipendenti, sull’impatto del Mose».

Alla IV Commissione del Consiglio regionale

Baia di Sistiana. Memoria del WWF

1. L’incuranza per i valori ambientali

Il progetto di “valorizzazione turistica” comporta la distruzione di oltre di 2 ettari di area boscata interna al SIC IT 334001 “Falesie di Duino” (oggi compreso all’interno del SIC/ZPS IT 3340006 “Carso triestino e goriziano”), distruzione già in gran parte attuata, con il consenso della Regione che avrebbe dovuto impedirla.

Il progetto prevede inoltre la trasformazione in parcheggio – e la sostanziale distruzione - di una superficie di circa 16 ettari, a boscaglia e landa carsica (con presenza anche di doline).

Il progetto prevede ancora la costruzione di una darsena artificiale, in un’area dal problematico equilibrio idrogeologico (rischio di interferenza con la falda carsica).

Il tutto in un’area tutelata, in teoria, dal vincolo paesaggistico. E’ significativo che perfino le disposizioni, molto precise, sancite nel 1992 dal Ministero per i beni culturali, per quanto concerne gli interventi nell’area della ex cava di Sistiana, sono state platealmente disattese e contraddette dagli organi preposti alla tutela del paesaggio (Regione e Soprintendenza). Secondo le prescrizioni del Ministero, infatti, “Il ciglio naturale alla sommità del costone roccioso, costituente l’attuale fronte di cava, deve essere conservato nel suo profilo attuale, con l’esistente coronamento di alberature e di verde (piano boscato) da sistemare, reintegrare e migliorare opportunamente … al fine di garantire la continuità dei profili paesaggistici naturali dell’intero comprensorio…”.

A nulla sono serviti gli appelli, le proposte, i documenti inviati nel corso di alcuni anni in varie forme (osservazioni nell’ambito della VIA, osservazioni sugli strumenti urbanistici, lettere aperte agli amministratori comunali e regionali, ecc.) dal WWF, da Italia Nostra e da altri, allo scopo di far modificare il progetto, almeno nei suoi contenuti di maggiore impatto sull’ambiente ed il paesaggio.

Merita considerare, soprattutto, il danno a lungo termine che l’intervento “turistico” nella Baia di Sistiana produrrebbe per quanto concerne la conservazione della biodiversità lungo l’importantissimo “corridoio ecologico” rappresentato dalla fascia costiera in Provincia di Trieste (cfr. i pareri del prof. Livio Poldini, all. 1 e 2).

Su tutto ha prevalso la volontà dei proprietari della Baia, sui quali si sono appiattiti sia il Comune di Duino-Aurisina, sia la Regione, di realizzare l’intervento di “valorizzazione turistica” della Baia, nei termini quantitativi (per quanto concerne le volumetrie, gli spazi occupati, i volumi di escavazione, ecc.) previsti fin dall’inizio dell’operazione (cioè nel 2000), senza alcuna modifica sostanziale.

Hanno anche avuto il sapore della beffa, le dichiarate volontà di “mediazione” tra le parti in conflitto, da parte del Presidente della Regione, Illy, emerse dalla stampa (e soltanto da questa) agli inizi del 2005. Una pura operazione di immagine, con un Presidente autonominatosi esperto di paesaggio e come tale pronto a certificare la bontà del progetto, pur proponendone delle modifiche “migliorative”. Modifiche spacciate all’opinione pubblica con finalità palesemente truffaldine, perché o già previste nelle “prescrizioni” del provvedimento di VIA, o semplicemente irrealizzabili (come il rispetto del ciglio della cava, già distrutto con il “modellamento” di cui sopra).

2. L’incuranza per le leggi

Tutte le norme vigenti in materia urbanistica e ambientale sono state forzate, se necessario, per consentire la realizzazione dell’intervento nella Baia nei termini voluti dai proprietari.

Così è stato per quanto concerne le procedure di approvazione della variante al PRGC e del piano particolareggiato (violata la legge urbanistica regionale, per quanto concerne la discussione in Consiglio comunale delle osservazioni). Così anche per la normativa regionale sulla VIA (è stata forzata una conclusione positiva dell’iter, pur in presenza di danni al SIC “Falesie di Duino”, di compensazioni inesistenti, di evidente e clamorose lacune nello studio di impatto ambientale).

Così ancora per l’enorme escavazione (a fini commerciali), ammessa sotto le mentite spoglie di un “modellamento”, prescindendo da qualsiasi normativa regionale sulle attività estrattive, nell’ex cava di Sistiana. E’ opportuno ricordare che la gran parte del materiale scavato a Sistiana viene utilizzato ai lavori di costruzione del “MOSE” nella laguna di Venezia.

Così è stato anche per quanto concerne la perdurante scandalosa mancanza di atti fondamentali per la tutela dell’ambiente e del paesaggio, pur previsti per legge da molti anni ma ancora inesistenti (piano paesaggistico, di cui alla Legge 431 del 1985, piani di gestione dei SIC, previsti dal DPR 357 del 1997, piani di conservazione e sviluppo delle riserve naturali, previsti dalla legge regionale 42 del 1996), che per logica avrebbero dovuto precedere interventi di grande portata come quelli proposti a Sistiana, al fine di costituirne il quadro di riferimento programmatico.

Risalta, in un simile contesto, la sostanziale inerzia degli organi pubblici che a vario titolo dovrebbero assicurare il rispetto delle norme e delle procedure.

Emblematico il fatto che le associazioni ambientaliste (WWF e Italia Nostra) siano dovute ricorrere alla giustizia amministrativa e penale, nel tentativo di ottenere il rispetto delle leggi violate. Non è certo irrilevante il fatto che in tutte le cause amministrative avviate, WWF e Italia Nostra si siano trovate a lottare contro una coalizione di forze che riuniva i proprietari privati della Baia, il Comune di Duino-Aurisina e la Regione Friuli-Venezia Giulia.

urtroppo, neppure tali iniziative si sono rivelate in grado di fermare lo scempio in atto dalla primavera del 2004, anche per un inspiegabile voltafaccia del TAR, che nel settembre 2005 respingeva il ricorso di WWF e Italia Nostra contro le autorizzazioni al “modellamento” dell’ex cava di Sistiana, contraddicendo la propria precedente sentenza del dicembre 2004 sullo stesso argomento.

3. L’incuranza per i diritti dei cittadini

L’intera operazione Sistiana denota inoltre un evidente disprezzo delle istituzioni pubbliche locali per i diritti dei cittadini. In primo luogo il diritto all’informazione, come dimostra ad abundantiam il fatto che nessuna iniziativa di informazione ed illustrazione del progetto di “valorizzazione turistica” è stata promossa dal Comune di Duino-Aurisina. Ciò malgrado le reiterate richieste delle associazioni ambientaliste e le promesse - regolarmente disattese – del sindaco Ret. Eppure si tratta di un progetto che incide in modo sostanziale, sia sull’aspetto, sia sulla conformazione dei luoghi, sia sulla fruizione tradizionalmente consolidata di un ampio tratto di costa.

Del tutto assente, in materia, anche la Regione.

Va ancora sottolineato come in più occasioni siano state tentate operazioni di autentica disinformazione, nei confronti dell’opinione pubblica. Ad esempio quando si è cercato di accreditare la tesi secondo cui i lavori nell’ex cava consistevano nella “messa in sicurezza” della stessa (laddove il progetto menzionava esplicitamente il “modellamento finalizzato alla realizzazione delle opere edilizie previste nel piano particolareggiato approvato”, con l’estrazione di 780.000 metri cubi di roccia). Oppure quando per mesi, senza mostrarne alcun dettaglio (in quanto i documenti erano stati “secretati” dal sindaco), si sosteneva tuttavia che il “nuovo” piano particolareggiato adottato nel settembre 2005, era sostanzialmente diverso dal precedente (la cui approvazione era stata, come detto, annullata dal TAR su ricorso di WWF e Italia Nostra).

Un semplice confronto delle carte, permette agevolmente di capire come le “novità” siano del tutto marginali e che quasi nulla sia mutato tra le due versioni del piano. Nulla, in particolare, per quanto concerne gli impatti sull’ambiente ed il paesaggio e gli aspetti relativi alla fruizione pubblica della Baia.

Sono scomparse, invece, le simulazioni dell’aspetto del villaggio turistico “istro-veneto” previsto alla base dell’ex cava (con il finto campanile, ecc.).

In secondo luogo, anche l’unico strumento previsto dalla normativa vigente, per la partecipazione dei cittadini alle scelte urbanistiche, è stato svilito e vanificato (v. sopra par. 2), con la mancata discussione in Consiglio comunale delle osservazioni presentate dai cittadini.

In terzo luogo, va ricordato che il tentativo del Comitato “L’altra Baia” di indire un referendum consultivo comunale sul progetto, è stato vanificato, con motivazioni discutibili.

Sorprendono perciò le reiterate affermazioni del sindaco Ret, circa il fatto che la grande maggioranza dei cittadini di Duino-Aurisina sarebbero favorevoli al progetto, poiché nessun riscontro oggettivo esiste (perché lo si è voluto cercare) in tal senso.

Sconcerta, infine, l’iniziativa assunta dal Consiglio comunale di Duino-Aurisina e fatta propria dal sindaco, nel senso di studiare con i propri legali la possibilità di “rivalersi” nei confronti degli ambientalisti, per il tempo perduto e le spese sostenute a causa delle azioni legali intentate da WWF e Italia Nostra (!).

Trattasi certo soltanto di un mero – e sgangherato – tentativo di intimidazione verso gli oppositori più tenaci del progetto. Tuttavia, il fatto stesso che una simile iniziativa sia stata votata a maggioranza in Consiglio comunale e che abbia suscitato scarse reazioni anche tra le forse politiche di opposizione, preoccupa non poco, in quanto sintomo di una concezione alquanto distorta della democrazia e del rapporto tra i cittadini e chi rappresenta le istituzioni elettive.

4. L’incuranza per il contesto

Un intervento di grande portata, come quello prefigurato nel progetto di “valorizzazione turistica”, richiederebbe una grande attenzione al contesto territoriale ed ambientale, al fine di armonizzarlo – se possibile – con quanto già esiste e garantirne la compatibilità complessiva.

In quest’ottica, fin dall’inizio WWF e Italia Nostra avevano aggiunto alle proprie osservazioni sul progetto, una serie di proposte per le “condizioni al contorno”, che coinvolgevano diversi altri Enti e soggetti, oltre al Comune di Duino-Aurisina. Tra questi i primo luogo la Regione (per quanto riguarda gli aspetti relativi alla pianificazione paesistica, l’ampliamento e la gestione delle aree protette, lo sviluppo di linee di trasporto marittimo alternativo a quello motorizzato privato, ecc.), ma anche l’ANAS (per una serie di interventi di ripristino ambientale sulla viabilità adiacente la baia, per cercare di ripristinare una continuità tra il corridoio ecologico lungo la fascia costiera ed il Carso retrostante), ecc.

Nessun ascolto hanno avuto tali proposte, ancorché più volte reiterate, da parte degli interlocutori istituzionali.

Un intervento come quello prospettato per Sistiana, avrebbe inoltre richiesto un serio approfondimento sulla fattibilità e la sostenibilità economica dell’operazione, per esempio attraverso la produzione (e l’analisi da parte sia del Comune, sia della Regione) di un business plan. Nulla di tutto ciò è stato prodotto, né richiesto dagli enti competenti. Eppure, di fronte ad un intervento di tale portata, proposto da società prive di qualsiasi credibile esperienza pregressa nel settore, con una capofila dichiaratamente attiva soltanto nel settore immobiliare (l’ Immobiliare Santo Gervasio e Protasio di Mantova), un approfondimento di questo aspetti avrebbe dovuto rappresentare un’esigenza primaria e ineludibile per qualsiasi serio amministratore della cosa pubblica.

Non esiste, pertanto, alcuna seria garanzia circa il fatto che l’intervento proposto possa effettivamente essere realizzato, né che lo stesso – dopo aver impegnato per anni gran parte delle risorse tecniche ed amministrative del Comune di Duino-Aurisina – si risolva davvero in un “volano di sviluppo economico” per tutto il Comune, come i sostenitori pedissequamente ripetono, anziché (come appare invece assai più verosimile, viste le esperienze fatte con analoghe operazioni, per esempio a Muggia - Porto San Rocco) in una semplice speculazione immobiliare incentrata sulla compravendita di prime e seconde case.

5. Conclusioni

La triste vicenda della Baia di Sistiana è purtroppo emblematica, rispetto all’atteggiamento generalmente assunto dalla classe dirigente locale (o almeno dalla maggior parte di essa) nei confronti dei temi ambientali. Il Friuli – Venezia Giulia, in questo senso, rappresenta probabilmente uno dei punti più bassi raggiunti dal ceto politico nazionale, in sostanziale continuità tra centro – destra e centro - sinistra.

Un atteggiamento fatto – come si è visto da quanto precede - di supponenza, pressoché totale ignoranza (voluta) del merito delle questioni e dei problemi, disprezzo per il ruolo ed i diritti dei cittadini, noncuranza delle leggi, ma anche asservimento delle istituzioni pubbliche ad alcuni interessi privati. Interessi, per lo più, rappresentati dalla rendita speculativo-immobiliare, come il caso Sistiana ha ampiamente dimostrato.

Emblematica, a tale proposito, la svendita della cava di Sistiana (fino al 2003 proprietà della Regione) ai proprietari del resto della Baia. La cava, strategica per posizione e per dimensioni nell’ambito del progetto di “valorizzazione turistica”, avrebbe potuto (e dovuto) rappresentare una carta fondamentale da giocare per ottenere dai privati modifiche sostanziali del progetto, nel senso del suo ridimensionamento per ragioni di tutela ambientale e paesaggistica. Oppure, almeno, per ottenere in cambio garanzie serie di ricadute economiche ed occupazionali a beneficio del territorio.

La cava è stata invece svenduta per un prezzo ridicolo, verosimilmente presto recuperato dagli acquirenti con la semplice vendita della roccia scavata per il “modellamento”…

13 giugno 2006

Dario Predonzan, Carlo Della bella

Responsabile settore territorio Responsabile Sezione WWF Friuli – Venezia Giulia di Trieste

Il seguente comunicato è stato distribuito sabato 10 giugno 2006 durante la manifestazione pubblica sul caso di "scavalcamento" regionale dell'autonomia locale per favorire interessi particolari (leggi: Paolo Berlusconi). E' rivolto ai cittadini di Monza, ma il caso di questa speculazione forse merita un'attenzione generale. Chi non conoscesse ancora il caso può far riferimento sia al Dossier relativo predisposto dall'Ulivo, sia agli articoli raccolti su Eddyburg (f.b.)

COMUNE DI MONZA – COMUNICAZIONE AI CITTADINI

Martedi 13 giugno il Consiglio Regionale potrebbe decidere di condizionare pesantemente il futuro della nostra città.

Per la terza volta la Regione Lombardia, attraverso una legge apposita, tenterà di bloccare l 'autonomia di Monza su questioni di carattere urbanistico.

COME? Inserendo una norma che, solo per la città di Monza, riduce il periodo di salvaguardia delle aree non ancora edificate e ripristina cosl il vecchio Piano regolatore di 31 anni fa, che prevedeva una città di 310.000 abitanti!

PERCHÈ? È del tutto evidente che questa Legge Regionale è funzionale ad alcuni interessi economici e immobiliari.

L 'esempio più eclatante è quello della Cascinazza, area sulla quale il privato potrebbe chiedere di realizzare l' equivalente di 60 nuovi palazzi .

COSA SI PUÒ FARE? Chiedere al Consiglio comunale di approvare SUBITO il Piano di Governo del Territorio, con un atto di responsabilità e .di orgoglio monzese. Bisogna continuare a difendere i veri interessi, quelli pubblici, cioè quelli della città intera.

Esprimere la protesta dei monzesi al Presidente della Regione Roberto Formigoni inviando questo messaggio: "Monza ha diritto di scegliere il proprio futuro: salviamo il nostro verde! No alla modifica dell 'art.36 comma 4 della L.R. 12/2005!" all'indirizzo via Fabio Filzi 22, Milano, o via mail a roberto_formigoni@regione.lombardia. it

Titolo originale: Road plans put Stonehenge status at risk – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Stonehenge rischia di essere spogliata del suo rango di patrimonio dell’umanità, a causa di alcune proposte di “secondo livello” del governo per facilitare la congestione da traffico verso il monumento, ha annunciato ieri il National Trust.

Sarah Staniforth, direttore dei complessi storici per il trust, ha affermato che il comitato nazionale dell’Unesco, che amministra i siti patrimonio mondiale, ha esaminato il caso, e che Stonehenge potrebbe essere tolto dall’elenco a causa di cattiva gestione del traffico. L’ammonimento del trust arriva mentre gli uffici responsabili stanno decidendo come rimediare alla congestione sulla A303, che passa davanti alle antiche pietre.

Le possibilità prese in considerazione comprendono una galleria di 2,1 km, oppure una deviazione della strada ai margini dei 2.200 ettari del sito. Il trust, proprietario di gran parte dei terreni attorno a Stonehenge, non approva nessuno dei due progetti.

Sir William Proby, presidente del trust, afferma in una lettera aperta al ministro dei trasporti Stephen Ladyman: “Se il governo non è in grado di realizzare una soluzione accettabile di lungo termine per Stonehenge allora sarebbe meglio non pensare affatto a lungo termine. Non dobbiamo legare le mani alle generazioni future”. Ha poi dichiarato che la minaccia per Stonehenge è “grave, urgente, imminente”.

Il problema non è la conservazione delle pietre, ma la tutela e il ripristino dell’area circostante, che si ritiene nasconda tesori archeologici ancora non scoperti. “Non possiamo restare a guardare, consentendo che una soluzione di basso profilo danneggi per sempre uno dei paesaggi più importanti del mondo”.

Fiona Reynolds, direttore generale del trust, ha affermato che una soluzione temporanea, di allargamento della strada su entrambi i lati ma lasciando la A303 come tracciato principale, renderebbe poi finanziariamente e politicamente difficile realizzare una galleria adeguata allo scopo. “Sarebbe come puntare un fucile a due canne contro il sito di importanza mondiale”. Il progetto alternative proposto richiede una riduzione del traffico di attraversamento.

Il Department for Transport che non prenderà una decisione sulla soluzione prescelta fino alla presentazione del rapporto del gruppo di orientamento, prevista per l’estate. Anche lo International Council on Monuments and Sites (Icomos-UK) e il Council for British Archaeology hanno chiesto al governo di ripensarci.

here English version

«Con tutto il rispetto per chi si è innamorato del progetto del ponte sullo stretto di Messina le vere grandi opere pubbliche di cui ha bisogno il Paese sono altre: le depurazioni del mare, una politica nazionale sui rifiuti, la riduzione dell'aggressione al territorio e delle finanze dell'ecomafia». Altro che progetti faraonici di dubbio impatto ambientale: le vere priorità, ha detto ieri il ministro per l'Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, stanno altrove.

Per affrontarle senza timidezze («se non è pensabile risolvere tutti i problemi su alcune questioni cruciali, che stanno nel programma dell'Unione, mi batterò perché si aderisca agli accordi presi») occorre fare passi preparatori. Eccoli, con le parole del ministro: «Inserire i reati ambientali nel Codice penale, questa è la legislatura giusta»; «riscrivere il Codice dell'Ambiente cambiandolo anche radicalmente ma con la collaborazione delle imprese». E ancora: «Chiederò al ministro Amato più uomini e risorse per l'ecomafia che allunga le mani sul Nord», «le Regioni devono sbrigarsi ad approvare i piani ambientali anti-inquinamento, sulle emissioni rischiamo un "quote-latte" bis, con miliardi di euro di multe».

Ce n'è per tutti. Senza nulla trascurare e correndo dalla presentazione del dossier di Legambiente sull'ecomafia, dove ha ascoltato con allarme il volume d'affari stimato dall'associazione ambientalista sulla criminalità in materia di ambiente, non meno di 22 miliardi e mezzo di euro all'anno, all'assemblea dell'Unione petrolifera dove ha promesso a Confindustria che «non c'è indisponibilità a trovare formule che non danneggino le singole attività economiche, a patto che restiamo nei confini delle leggi europee e delle norme italiane di tutela». Una giornata densa. Eccesso di zelo? O bisogno di farsi sentire per scongiurare il rischio di resistenze nella maggioranza alle sue richieste di risorse?

Quel che è certo è che il dossier sull'ecomafia di Legambiente fa tremare: tre reati contro l'ambiente ogni ora, 202 clan coinvolti, il Nord preso di mira dalla mafia per i rifiuti, business cresciuto di quasi il 17 per cento.

Vasche di cemento sul fondo

sotto accusa il restauro dei rii

di Alberto Vitucci

Vasche di cemento nei canali della città. Cordoli in calcestruzzo sul fondale per «proteggere» le rive. Al termine dei lavori di restauro di rive e fondamenta, qualche sorpresa resta per sempre nei rii interessati. Quasi ovunque le tecniche di intervento prevedono l’utilizzo di dosi massicce di calcestruzzo per «consolidare» le rive spesso pericolanti. Una tecnica prevista nell’ingegneria e nell’edilizia, da sempre contestata da molti architetti e dalle associazioni per la tutela del territorio, a cominciare da Italia Nostra.

Uno degli esempi più clamorosi è quello del canale tra le vie Loredan e Zeno, al Lido, interessato in questi giorni da nuovi lavori ad opera di Insula. I passanti e gli abitanti della zona hanno segnalato con sorpresa la «trasformazione» del fondo del canale in una sorta di «vasca» in calcestruzzo con la sezione originale ridotta di qualche metro.

Ma gli esempi non mancano anche in centro storico, segno di una tendenza che ha ormai preso piede. Al posto dei mattoni si utilizzano sempre più spesso le iniezioni di calcestruzzo. Lo scopo, secondo gli ingegneri, è quello di rinforzare la riva minacciata da un moto ondoso crescente, e di rendere più duraturo l’intervento di restauro. Ma l’effetto è quello di «irrigidire» sempre di più le rive e le fondazioni, mettendo in discussione proprio il principio di elasticità su cui si fonda l’edilizia lagunare, unica al mondo. E le antiche pietre vengono sostituite con finta pietra d’Istria squadrata a macchina, i masegni con blocchi di trachite di seconda qualità. Il cemento impazza sempre di più nei cantieri di Insula e del Consorzio Venezia Nuova, dove spesso lavorano le stesse imprese. E gli effetti non sono soltanto «strutturali» o estetici.

In buona parte dei canali appena scavati e rimessi a nuovo, succede ad esempio che non sia più possibile avvicinarsi alle rive con le barche. A meno che non si tratti di pesanti mezzi da trasporto in ferro, che non temono urti e danneggiamenti.

Un caso clamoroso è quello del rio di San Trovaso. Sono decine i nuovi pali di ormeggio piantati dalla cooperativa Manin per conto di Insula e dall’assessorato comunale ai servizi pubblici. Strutture in legno, che costano centinaia di euro l’una. Ma tutti sono piantati a circa un metro dalla riva. Il motivo del «distanziamento» è proprio il nuovo cordolo di cemento che corre lungo le due rive. Dunque, i pali sono distanti e non è possibile scendere a terra. Stesso discorso anche per le rive pubbliche con scalini, praticamente inservibili e piene di alghe. Per scendere bisogna mettere una passerella lunga due metri. «Assurdo», denuncia un gondoliere, «e provate ad andare in rio delle Romite. Lì hanno messo i pali e le s-ciòne nello stesso punto. Impossibile attraccare».

Pian piano insomma i rii sono diventati terra di conquista esclusiva per taxi e barconi in ferro dalle eliche potentissime. Le barche tradizionali non vi hanno quasi più diritto di accesso. E sul fondo del canale, i mattoni e la pietra d’Istria sono spariti, lasciando il posto al cemento.

«Venezia salva se diventa Disneyland»

«Se Venezia fosse gestita dalla Disney Corporation oggi non sarebbe in pericolo». L’economista britannico John Kay, docente della London School of Economics ha rilanciato ieri, dalle colonne di un autorevole quotidiano inglese come il Financial Times la sua tesi-choc: trasformare Venezia in un parco tematico per turisti, una Disneyland storica affidata a manager dell’intrattenimento. Secondo Kay, se le barriere mobili del Mose la salveranno dall’acqua alta, quelle destinate ai turisti con ticket d’ingresso tipo Eurodisney (50 euro a testa) ne garantiranno la sopravvivenza.

L’economista - che ha scritto anche un libro sull’argomento - previene con una buona dose di cinismo anche l’ovvia obiezione che Venezia è una città dove abitano persone e non un parco di divertimenti. «Ma Venezia - scrive - è da sempre un parco tematico. Come centro di affari, politico ed economico, è morta centinaia di anni fa e solo il flusso dei suoi visitatori la tiene in vita. Oggi, la maggioranza delle persone nella città sono turisti, e la maggior parte di chi vi lavora sono pendolari legato al turismo. L’economia di Venezia è già quella di Disneyland e non quella di Bologna o di Los Angeles». Dunque - conclude il professor Kay - largo ai manager del settore, che potranno gestirla molto meglio degli amministratori veneziani. E la stampa britannica - dopo il Times, che aveva addirittura scritto, qualche giorno fa, che conviene abbandonare la città al suo destino, perché è ormai condannata - continua a occuparsi di Venezia. E l’idea del parco a tema - sia pure con ben altre caratteristiche o con finalità del tutto diverse - è portata avanti anche dall’Amministrazione comunale, secondo il progetto dell’assessore alla Produzione culturale Sandro Parenzo, che vorrebbe realizzare una Venezia a uso cinematografico o turistico a Marghera o a Tessera.

«Quelle scritte da Kay sono solo assurdità - commenta il presidente dei Comitati privati per la salvaguardia di Venezia Alvise Zorzi, che ne finanziano i restauri e la conservazione - perché Venezia non è Disneyland, ma una città dove vivono persone».

E Zorzi risponde anche al presidente della Regione Giancarlo Galan, ha scritto una lettera aperta invitando in pratica i Comitati privati a non finanziare più i restauri a Venezia perché, se non sarà realizzato il Mose, sarebbero soldi buttati. «E’ una vergogna - commenta Zorzi - che un presidente del Veneto come Galan faccia dichiarazioni come queste. Sono autentiche sciocchezze, ma i Comitati privati per la salvaguardia, per fortuna della città, continueranno come sempre a finanziare i restauri per Venezia. Quanto al Mose, ci sono Comitati a favore, come quelli britannici, a cominciare dal Venice in Peril, ma non abbiamo mai preso una posizione ufficiale sugli interventi alle dighe mobili»

Lo Stucky ricostruito si presenta alla città

Sarà inaugurata venerdì dal presidente di Acqua Marcia Francesco Bellavista Caltagirone e dal sindaco Massimo Cacciari la facciata del Molino Stucky, distrutta nell’incendio di tre anni fa e ora parzialmente ricostruita insieme alla torre. L’intero complesso sarà pronto per fine anno.

E’ già da qualche giorno interamente scoperta - rimossi tutti i ponteggi - l’ala est del complesso neogotico tra il Bacino di San Marco e il canale di San Biagio. La parte più pregiata dell’edificio, che sorgeva su un antico convento dell’anno Mille e che fu poi usata come deposito delle farine. La novità della ricostruzione sono le finestre aggiunte in verticale, aprendole sulla parte muraria. Sono quattro finestre doppie e lunghe che la Soprintendenza ai Beni Ambientali e Architettonici di Venezia ha concesso di aprire - in fase di ricostruzione dopo l’incndio - perché presenti nel progetto iniziale dell’architetto Ernst Wullekopf, quando l’edificio fu realizzato alla fine dell’Ottocento, ma che poi furono invece murate per problemi di statica, per limitare le vibrazioni provocate dalla farina che cadeva dall’alto nei depositi. Esse, come fessure altissime nella muratura, consentiranno di dare luce alle stanze del nuovo albergo che si affacciano su di esse e che altrimenti sarebbero state cieche. Recuperata anche la scritta dorata originale «Molino Stucky», a fianco della facciata principale del complesso neogotico. L’inaugurazione avverrà in barca, perché solo dall’acqua è possibile valutare nella sua completezza la struttura ricostruita, compresa la torre che la sormonta.

Anche i mattoni dell’ala est danneggiata dall’incendio e rifatta sono dello stesso tipo e della stessa colorazione degli originali: rossi, arancione e gialli. La struttura dell’albergo nel complesso neogotico della Giudecca è ormai completata e si lavora alla finiture delle stanze.

Il complesso dovrebbe entrare pienamente in funzione, conclusi i lavori, per l’inizio del 2007, mentre il centro congressi da 2 mila posti dovrebbe essere terminato qualche mese più tardi.

Sono ormai avanzati anche i lavori per realizzare nella parte inferiore del complesso il sistema viario interno, che unirà centro congressi e albergo. L’hotel avrà 380 stanze su 8 piani. L’ultimo piano ospiterà invece un ristorante, una piscina panoramica e un bar affacciati verso le Zattere. La gestione di tutto il complesso sarà affidata all’Hilton. Si stima un investimento di circa 220 milioni di euro. Fermo invece il recupero dell’area Scalera, confinante con lo Stucky, destinata a parco pubblico. Gli interventi di riqualificazione sono bloccati in attesa che si chiarisca il quadro dell’inquinamento dell’area. (e.t.)

Sullo Stucky vedi la postilla a questo articolo

Questo articolo è stato pubblicato ieri da «Il Domani di Bologna» Lo ripubblichiamo per gentile concessione.

A guardarla, oggi, giugno dell' anno 2006, e a camminarla, ad ascoltarla per la strada, per le strade, ove dà suoni infuriati e quasi costanti; insomma a viverla da cittadino ogni giorno, ogni ora del giorno e dell'anno, con le sue spesso drammatiche necessità vitali; oggi, ripeto, Bologna appare una città stravolta, perforata, bucata, scavata, martellata, intubata in ogni ambito, strade stradine stradone ponti cavalcavia, come sotto un bombardamento di confusione e di polvere. È anche, a volere dire tutto, costantemente impiastricciata in ogni dove: cassonetti, muri, colonne, serrande, vetrate, porte, sopra e sotto; scritture e segni grossi grevi che nulla hanno a che fare con le intemperanze lucidamente linguistiche di un tempo ormai dimenticato, perché allora erano spesso sospinte da una rabbiosa partecipazione d'amore, come se si scrivesse sul braccio o sulla spalla di una madre, non per maledirla o aggredirla ma per implorare alla fine di essere riconosciuti e abbracciati.

Questa città, unica finestra aperta sulla schiena d'Italia, è impietosamente spezzatacome ossa d'agnello fino dal medioevo, quando nelle strade scorreva il sangue e chi aveva il sopravvento abbatteva muri palazzi alberi torri della o delle famiglie nemiche e non aveva tregua se non quando arrivavano armigeri spietati da lontano i quali matavano i vinti; poi, volendo arrivare con un balzo rapido a toccare tempi più ravvicinati, appena acciuffata dai Savoia e incollata all'Italia, ha avuto abbattuto il cerchio delle mura (fra i più integri in Europa) e abbattute le torri (Bologna la turrita era chiamata) preservandone soltanto le ultime due, che adesso stanno lì incastrate nel pieno centro come due salami penzolanti in bottega; poi è stata maciullata nel corso della seconda guerra infernale; e, in seguito, sommersa da una alluvione cementizia, spesso per necessità, spesso per avidità, spesso per una sorta di delirio urbanistico, imperiale, da Bologna in Europa, Bologna nel mondo, quasi che potesse competere al centro con le grandi metropoli. Mentre è una città bella e solenne, appena un po' giocosa nonostante tutto; minuta e splendida ma troppe volte vilipesa dalla storia, dagli avvenimenti e dall'aridità degli uomini; perciò adesso va difesa, come è possibile, con le unghie e con i denti; va stretta al petto, tutelata in ogni modo e occasione come un animale infradiciato dalla pioggia e ritrovato dopo ricerche nel bosco. Con l'unico diritto di averla sempre partecipata in tanti anni di vita, si può esprimere la convinzione che la prima collina bolognese è l'ultimo baluardo ecologico, l'estrema trincea contro l'ingorgo respirativo, vitale per una città che è fra le più inquinate non solo d'Italia,ma d'Europa; che ha sessanta chilometri di portici, i quali, se da una parte rappresentano un vanitoso privilegio, da altra parte sono subdoli tutelatori di aria pestifera; con un traffico su ruote e sfugge a ogni realistico e rigido controllo, dato che non si riesce a renderlo compatibile neanche un po' con le strettoie delle sue vie principali.

Adesso poi, l'ho già accennato, ha più cantieri aperti di ogni altra città italiana. Cosa si può addossare ancora a questa intrepida ma conculcata Bologna?

Con la presunzione da parte dei poteri politici amministrativi, magari di farla più giovane, più agile, più scattante, sopra sotto ai lati, nello sprofondo delle sue viscere? Una frenesia che è data dalla contaminazione di questo tempo infuriato e spesso scriteriato nel suo scannamento delle cose e dal fatto che - non essendo più disponibili le idee forti e drammaticamente precise e individuabili di un tempo, alle quali collegare il carro dei pensieri o della vita - si tende a rivolgersi a processi, a programmi grandiosi di cui noi abbiamo avuto la torturante esemplificazione da ragazzini, quando si sventravano città e quartieri per la smanie imperiali dei padroni del vapore; per vederle dopo poco ridotte in polvere, in fumo, in cenere, in fuoco.

Bologna nel dopoguerra con un solo quinquennio di intermittenza, è sempre stata amministrata con rigore da una sinistra che era ammirata (lo ripeto) anche all'estero e una delle scelte di queste amministrazioni, nel corso di cinquant'anni, è stata la difesa intransigente della collina; lo ripeto: intransigente, della prima cerchia collinare. Non una difesa generica ma all'erta e mai indecisa; nonostante alitasse, sopra questo spazio aperto al cielo, il fiato - bollente - della speculazione; in agguato, per percepire anche solo i primi scricchiolii in tali propositi di difesa. Sbavando per la voglia, qua e altrove, di fronte a questi spazi di alberi, prati, silenzio e nuvole. Trentacinque anni fa il settimanale l'Europeo, bene attivo nelle battaglie socio-ecologiche, allegò ai fascicoli per dieci puntate degli inserti intitolati «Il Malpaese -Atlante dell' Italia distrutta». Il primo l'ho sotto gli occhi, era dedicato al Veneto: «Il saccheggio dei Colli Euganei». A sfogliarlo non possono non venire ancora i brividi nella schiena. Firmava Paolo Ojetti e iniziava: «Che questo fosse diventato il malpaese, il paese del malessere, del malcostume, del malgoverno, un paese malato di un male oscuro,sommadi tanti altri malanni, non lo si capì né il giorno dell'alluvione del Polesine, né il giorno del crollo della diga del Vajont, né quando l'onda dell'Arno cancellò i tesori d'arte conservati a Firenze. Lo si capì invece quando, improvvisamente, nel 1970, ci si accorse che, senza una vera ragione, senza che fosse capitata una catastrofe, senza insomma che la cattiva stella o altre diavolerie ci avessero messo lo zampino, le ruspe e le scavatrici ci stavano mangiando a grossi bocconi iColli Euganei. Se non si fossero mossi dei giovanotti del posto e la grande stampa, l'assalto ai colli si sarebbe fermato solo il giorno in cui al posto dei colli ci fosse rimasta una spianata grigio cenere. Ancora oggi si vedono le ferite profonde di quel delitto incompiuto. Le cime, torturate, tagliate al vivo come da grandi lame di coltello, testimoniano ancora l'ignobile saccheggio di queste colline, terra di conquista di molti cavatori e di pochi, insipienti e corrotti, detentori del potere. A ridosso di Arquà, Monselice, Este, Vò, sulle ferite di un tempo cresce ora una peluria verde, stentata e rara. Ma non è finita...».

Oggi, da noi qui a Bologna, si sente parlare con voce alta ma con toni d'agnello, con una sorta di leggerezza quasi svagata, di propositi sulla nostra prima collina.

Con il pretesto che è mal tenuta, che è poco e male usata, che Bologna merita una collina splendente di luci e fiori per la delizia deambulante dei cittadini; e promettono che non sarà sfregiata neanche da un graffio, o dal rumore di una foglia caduta, o dall'ala perduta da un uccello migrante; e a conferma, si allestirà un campo da golf di 18, no, di 36 buche desiderato da tempo dalla popolazione. Magari si aggiungerà un agriturismo, così che si potranno evitare i viaggi in Toscana, Umbria o in Sicilia e altrove, potendo caricare le valigie sull'autobus 30, che arriva in dieci minuti a destinazione, per un pronto contatto con la natura ritrovata. Forse si potrà aggiungere qua e là un baretto progettato da qualche importante architetto giapponese, di legno pregiato, per il sollievo delle coppiette sazie d'amore. Per il resto, si è letto, nessuno si permetterà di toccare sfiorare tagliare calpestare neanche un'erbetta (il colle della Guardia non può essere un esempio). Così è stato insinuato nello scalpitare dei primi progetti; da contrastare con uno scatto immediato prima che prendano il minimo abbrivio. Si può fare una seconda citazione, a conferma che in Italia la sostanza delle cose cambia poco, nonostante il passare non degli anni ma dei secoli; e nonostante la nostra mai esausta presunzione. Da «Il Marzocco » di Firenze n° 23, 7 Giugno 1903: «Per le porte di Bologna». «Un destino fatale gravita su Bologna in quest'alba di secolo. I Consigli municipali si susseguono anzi si mutano compiutamente; i partiti radicali succedono a' più moderati. E in grembo del Consiglio da tre anni non si ode che una voce: abbattiamo le mura! Come se la città non avesse altri e maggiori bisogni essenziali; ed ogni soluzione dipendesse dal dirompimento di una cerchia, che par saldata nel bronzo, che non toglie l'aria a nessuno, che allieta la passeggiata pei viali, che è destinata - sì, destinata - a sfidar altri secoli e a coronarsi di altre grandi memorie. Il destino fatale vuole anche che queste mura appartengono al Comune... ». Oggi vediamo dove sono finite le mura. E un Comune che non riesce a ristabilire ordine civile in piazza Verdi, in piazza Santo Stefano, in via del Pratello (non per ignoranza o per mal volere ma perché manca di mezzi e di persone e affronta il disagio come può, in un modo genericamente sussultorio, perché non si può fare altro, pensare altro, inventare altro che non sia la minutaglia della giornata, di volta in volta) come potrebbe garantire, in un contesto nazionale in generale così degradato, una gestione attenta e coordinata in uno spazi periferico tutto da inventare? Certo, con la collaborazione dei privati; socchiudendo la porta, che con un calcio verrà poi scardinata. È stato appena detto che la collina, questa collina va usata. Mi permetto di ricordare che da noi, in Italia, ogni uso si traduce prima o poi in un abuso; o in manomissione al servizio dei vari interessi; sicché penso sia meglio parare via, come mosche, ogni proposito nei riguardi di questa fascia di terra alberata non ancora deturpata; per secoli una delle difese degli ultimi benefizi ecologici di questa nostra città.

Il 19 dicembre 2005 la Commissione Europea ha reso noto di aver avviato una procedura d’infrazione contro l’Italia per violazione della direttiva 79/409 CE (cosiddetta direttiva “uccelli”) da parte del progetto MoSE. Il 18 ottobre una comunicazione analoga era stata inoltrata in riferimento ad un’altra “grande opera”, il ponte sullo Stretto, per violazioni di quella stessa direttiva e della n° 92/43 (“habitat”), ad essa collegata. Di qui la comprensibile soddisfazione delle associazioni che avevano promosso quei ricorsi (si vedano specialmente i siti del Wwf e della Lipu, con il testo del ricorso sul MoSE) e le reazioni di parte contraria, sulle quali vorrei soffermarmi.

Un chiarimento intanto sulla procedura d’infrazione e la “messa in mora” dell’Italia. Le autorità responsabili, dal ministro Matteoli al Magistrato delle Acque di Venezia, si sono affrettate a sminuirne l’importanza, seguite acriticamente da una parte della stampa. Secondo Mario Pirani (Repubblica, 23 gennaio), per esempio, non si tratterebbe d’altro che “di una lettera di un direttore generale dell’Ambiente”, senza reale valore perché l’ultima parola sarà comunque della Corte di Giustizia e non c’è ancora, quindi, “nessuna condanna” dell’Italia. Le cose però sono un po’ più complicate e un minimo di conoscenza delle leggi sarebbe desiderabile. L’art. 169 del trattato di Roma, che regola la materia, infatti recita:

“La Commissione, quando reputi che uno Stato membro abbia mancato a uno degli obblighi a lui incombenti in virtù del presente trattato, emette un parere motivato al riguardo, dopo aver posto lo Stato in condizioni di presentare le sue osservazioni. Qualora lo Stato in causa non si conformi a tale parere nel termine fissato dalla Commissione, questa può adire la Corte di Giustizia”.

È vero, quindi, che si tratta di una procedura articolata in più stadi, e che, se il contenzioso dovesse prolungarsi, l’ultima parola sarebbe rimessa alla Corte, ma è altrettanto vero che il “parere motivato” di cui parla il trattato non è né un atto politico né il capriccio di un funzionario, ma un provvedimento da prendere assai sul serio, dietro il quale c’è un’attenta istruttoria, e che un’eventuale successiva condanna avrebbe pesanti implicazioni finanziarie, sia dirette (per la penale che l’Italia dovrebbe pagare) che indirette (per la revisione o il blocco tardivo del progetto ormai avviato). L’invito ad una sospensione cautelare dei lavori in attesa di una risoluzione del contenzioso non è perciò una “perdita di tempo”, come scrive Pirani, ma un elementare richiamo ai principî di buon andamento della pubblica amministrazione.

Politici e giornalisti al seguito non hanno mancato di ironizzare, naturalmente, sulla “turbativa che il Mose potrebbe portare alle diverse specie di volatili”, sulla “sensibilità ornitologica” dei funzionari europei, e così via irridendo, definendo “ridicola” l’intera vicenda, e facendo appello da ultimo alla saggezza del senso comune: certo, la tutela dell’ambiente è importante, ma sono necessari “compromessi ragionevoli” fra “i valori della natura e quelli del progresso umano” (!) (sempre Pirani, su “Repubblica” del 30 gennaio). Ma le cose stanno davvero così? A Bruxelles sono proprio impazziti? Ancora una volta sarà utile rifarsi al testo della legge. Va premesso che l’individuazione dei siti d’interesse comunitario prescinde da qualsiasi considerazione di carattere economico (sentenza CGE 11 lug. 96, causa C-44/95) e che gli stati membri s’impegnano, sin dal momento della loro proposta, a garantirne l’integrità. Motivi “imperativi” di rilevante interesse pubblico (ove si tratti di specie o habitat prioritari, soltanto la salute o la sicurezza delle popolazioni) possono bensì esser fatti valere in deroga alla norma, ma all’interno della suddetta “procedura d’incidenza”, alla quale vanno sottoposti tutti i “piani o progetti” che interessano anche non direttamente (ossia dall’esterno) i siti e sono suscettibili di avere “incidenze significative” su di essi (Dir. 92/43, art. 6, c. 3-4), garantendo il contraddittorio e la partecipazione al procedimento. Qualora, in mancanza di alternative praticabili, il progetto debba comunque aver corso, ne deve essere informata la Commissione Europea e devono essere adottate misure compensative – non di semplice mitigazione, si badi, come nella VIA ordinaria – tali da salvaguardare comunque l’integrità del sito (ivi, c. 4). Come si vede, si tratta di una legge nello stesso tempo rigorosa e intelligentemente elastica. L’eventualità di un conflitto fra le esigenze “imperative” del progetto e la tutela di specie a rischio vi è infatti prevista, assieme alle modalità di una sua ordinata composizione (che non è affatto un “compromesso”).

Cos’è successo e cosa succede con le nostre “grandi opere”? Anche a voler ammettere che esse rispondano sempre alle esigenze “imperative” di cui parla la legge (il che è davvero difficile da concedere per il Ponte, la Tav, il Quadrilatero umbro e tanti altri progetti infilati di prepotenza nel listone) e che ad esse non sussistano alternative, nel caso abbiano incidenza sui siti protetti dalla Comunità sarebbe stato comunque necessario attivare l’apposita procedura, informarne la Commissione e proporre concretamente le misure di compensazione (non di “mitigazione”!) a tutela della loro integrità (per esempio acquisendo aree umide di superficie equivalente): senza dimenticare che il costo, spesso non indifferente, di quelle misure va poi messo nel conto, assieme a tutto il resto, della convenienza globale dell’opera. Niente di ciò è accaduto. Nel caso del Ponte di Messina persino l’elenco dei siti era incompleto, mentre con il MoSE è stato fatto valere il sofisma che, essendo la valutazione d’incidenza assorbita all’interno di quella di VIA, ed essendo quest’ultima, ai sensi della famigerata legge obiettivo, rinviata al parere finale del Consiglio dei Ministri, qualora l’esito sia negativo (com’è successo nel 1998), l’obbligo di legge fosse adempiuto. Così, incredibilmente, anche il Tar Venezia (26 lug. 2004, n° 2481): questo tribunale per altro, nel considerare i “benefici derivanti dalla realizzazione delle opere medesime” un argomento valido in sede di valutazione d’incidenza, ha dimostrato di aver completamente frainteso la direttiva. A Bruxelles, invece, sono stati di diverso avviso, e hanno deciso la messa in mora.

È vero quindi, come già rilevato qui su eddyburg nella postilla al secondo articolo di Pirani, che la censura della Commissione non si riferisce soltanto alla mancata valutazione d’incidenza prevista dalla direttiva sugli uccelli, ma all’intera procedura di VIA, la quale in realtà è stata disattesa o contraddetta. Di questi vizi la plateale omissione della valutazione d’incidenza è solo una spia. Altro che “sensibilità ornitologica”!

Da tutto ciò è bene trarre alcuni insegnamenti. Va chiarito anzitutto che quelli censurati non sono vizi formali, ma di sostanza. La trasparenza e il diritto alla partecipazione rappresentano, a partire dalla convenzione di Aahrus del 1998, premesse irrinunciabili di tutti i processi di compatibilità ambientale, e non possono essere richiamati ex post, in corso d’opera (bisogna “spiegare meglio” il progetto alle popolazioni). Ancora: la “perdita di tempo” lamentata di continuo dalle lobbies e dai loro portavoce è solo apparente, al contrario il rigore delle procedure in sede di rilascio delle autorizzazioni è la strada maestra per risparmiare tempo “dopo” ed eliminare alla radice e in modo credibile ogni contenzioso, comprese le lamentate derive localistiche. Un processo di compatibilità ambientale seriamente condotto, infatti, deve contemplare anche la cosiddetta “opzione zero”, e questa è un’altra, ovvia, ragione per cui non può essere posposto nel tempo: esso,

“lungi dal tradursi in un nuovo (e formale) adempimento burocratico della procedura volta alla realizzazione di un’opera pubblica, ben può (anzi deve) incidere sullo stesso momento della approvazione del progetto definitivo, che dalla valutazione ambientale può uscire più o meno profondamente trasformato rispetto alla sua impostazione iniziale, ed è altrettanto chiaro che una valutazione ambientale spostata in avanti nel tempo rispetto all’anzidetto momento, da un lato viene a priori deprivata di tutta la sua positiva capacità di concorso alla determinazione di quelle scelte, già compiute nelle decisive fasi progettuali, che l’abbiano preceduta, dall’altro si rende suscettibile di snaturare le stesse fasi successive” (Cons. Stato, sez. IV, 5 set. 2003, n° 4970).

Infine, il fatto che, per scelta politica, un’opera sia stata definita “prioritaria” non autorizza per nulla ad abbreviare o aggirare le procedure di compatibilità ambientale, le quali invece dovrebbero precedere quella decisione, influenzandola. Né quelle procedure possono essere “attenuate” o abbreviate solo per il fatto che l’opera è, o è stata definita, “importante”. Queste considerazioni – è evidente – rinviano alla radice di tutti i mali, cioè alla mai abbastanza deprecata legge obiettivo (n° 443/01) e al suo decreto attuativo (n° 190/02). Una legge nata, come ha scritto un acuto interprete,

“sulla base di una singolare, quanto criticabile, nozione di interesse pubblico, identificato nella realizzazione dell’opera in sé, come si evince chiaramente dalla relazione governativa al disegno di legge. Sulla base di un siffatto presupposto, qualsiasi ostacolo di carattere giuridico si frapponga rispetto al compimento dell’obiettivo – la realizzazione dell’opera – deve essere superato, anche se esso è rappresentato da una disciplina legislativa a protezione di valori di primaria importanza nell’ordinamento costituzionale, come, ad esempio, il regime dei vincoli a tutela degli interessi urbanistici, ambientali, paesaggistici, storico artistici ecc.” (C. Iannello, “Il Foro Amministrativo. TAR”, II, 2003, pp. 1125-26).

Sarebbe opportuno che quanti si battono contro i mostri nati all’ombra di quella legge, a Venezia, a Messina o in Val di Susa, risalissero alla loro origine comune e ne avessero chiare le insanabili contraddizioni. Operativamente, bisognerebbe poi che quelli che si sono mossi in sede legale, sia a livello nazionale che comunitario, unificassero i loro sforzi, in modo da evitare duplicazioni di interventi e dispersione di energie. Ciò è tanto più vero alla luce del recentissimo pronunciamento negativo del Tar Lazio sulla Tav, che aspettiamo di leggere per esteso. Non possiamo sperare, però, che la giustizia comunitaria si pronunci ultra petitum: soprattutto se il petitum non c’è, è parziale o arriva troppo tardi!

Più in generale, occorre che tutti ci rendiamo conto dell’importanza della normativa comunitaria nella fase travagliata che stiamo attraversando. Sono leggi che per fortuna il governo non può modificare o abrogare. In più, sono sovraordinate alle leggi nazionali, che vanno disapplicate in caso di conflitto. Il legislatore può certo cercare di aggirarle o recepirle malamente, come fa adesso con provvedimenti contraddittori e pasticciati (si pensi a quelli sui rifiuti, oggetto di altra procedura d’infrazione, o alla mostruosa legge-delega ambientale appena approvata da un ramo del parlamento). Ma proprio perciò quella normativa bisogna conoscerla e farla valere immediatamente, con diffide e ricorsi, a tutti i livelli e in tutte le sedi possibili: amministrative, penali e comunitarie.

Grazie davvero, quindi, agli uccelli e alle leggi che li difendono. Ci siamo accorti che difendono anche noi. Ricordiamo che la direttiva del ’79 è stata emanata nella consapevolezza che insieme a quelle specie, comune patrimonio europeo, si proteggevano, con l’intero habitat, le altre specie al di sotto di loro nella catena biologica. E anche, si può aggiungere, quelle che vivono accanto a loro, noi compresi.

È davvero così. Per rifarmi dalle trivialità che sono stato costretto a citare e alleggerire il discorso, voglio concludere con le parole di un classico, piene di verità:

“Si rallegrano sommamente [gli uccelli] delle verzure liete, delle vallette fertili, delle acque pure e lucenti, del paese bello. Nelle quali cose è notabile che quello che pare ameno e leggiadro a noi, quello pare anche a loro. [Degli altri animali] nessuno o pochi fanno quello stesso giudizio che facciamo noi, dell’amenità e della vaghezza dei luoghi. E non è da meravigliarsene: perocché non sono dilettati se non solamente dal naturale” (Leopardi, Elogio degli uccelli, nelle Operette morali).

Quando un articolo, un comma valgono milioni. Bella storia italiana, perché fuori gioco perunmomentoun fratello le leggi ad personam si compilano per l’altro: via Silvio, ecco Paolo, lontano dalla politica, fermo ai mattoni, primo amore del più grande in famiglia. Tanti mattoni, qualcosa come 388 mila metri cubi di mattoni e di cemento, tante belle case, una dietro l’altra, tra i prati verdi e umidi della Cascinazza, comune di Monza, appena a nord di Milano, accanto a Brugherio e aCologno, in mezza a una zona , in sostanza, tra le più densamente urbanizzate e popolate della Lombardia. Protagonisti oltre al “piccolo” Berlusconi, in fase di attesa, la grande Regione Lombardia con il suo presidente e senatore, Roberto Formigoni, l’assessore regionale all’urbanistica, Davide Boni, ultras leghista e sbandieratore della devolution, il comune di Monza, con il suo sindaco, Michele Faglia, sindaco di sinistra.

Ci starebbe anche Milano, ci starebbero soprattutto quelli che a Milano, nel centrodestra, in campagna elettorale, s’animarono per il progetto dell’anello verde e lo chiamarono “Gli occhi verdi di Milano”. Tranne uno, avrebbero dovuto precisare, l’occhio della Cascinazza, un trapezio di 750 mila metri quadri, che nessuno a Monza vorrebbe vedere costruito,ma che la lungimirante Regione Lombardia («Ci muoviamo nell’ottica del bene pubblico, del bene comune, da realizzare nel dialogo e nel confronto», commentò sereno il governatore lontano, rispondendo a una lettera del sindaco Faglia) vorrebbe veder edificato, senza badare alle pretese dei riottosi monzesi e neppure alla salute dei silenti milanesi.

I monzesi, pignoli, si erano dotati di tutti gli strumenti urbanistici necessari a proteggere la Cascinazza. Da tempo, A cominciare dal piano regolatore di un sindaco leghista, Che stabiliva vincoli definitivi. Poi confermati, varie volte, dagli strumenti urbanistici varati e adattati a legislazione vigente dall’amministrazione di centrosinistra. Ma alla Regione Lombardia hanno pensato che una legge lava l’altra ed ecco pronta la modifica che riduce gli anni di salvaguardia da cinque a tre, addirittura con valore retroattivo: il piano del 2002, dunque, non vale più dunque, le norme di salvaguardia dovrebbe decadere secondo i progetti del governatore Formigoni e dell’assessore (leghista) Boni non più dopo cinque anni, ma dopo a tre, sarebbero quindi (per retroattività) già scadute e quindi e tornerebbero d’attualità le misure del precedente piano regolatore, vecchio di oltre trent’anni, il piano Piccinato del 1971, che generosamente e in una logica di grande espansione consentiva di costruire appunto quasi quattrocentomila metri cubi su quell’area (e su altre per altri cinquecentomila metri quadri, quasi).

Come piacerebbe oggi a Paolino Berlusconi e come, appunto, la nuova legge gli consentirebbe, se venisse approvata, una nuova legge fatta per lui e per poche altre anime: perché la legge non solo è ad personam ma anche per due comuni soltanto, Monza, terza città della Lombardia, e Campione d’Italia (enclave del gioco d’azzardo ormai in territorio svizzero). Per amore della verità neppure la legge sarebbe sufficiente, perché l’area agricola supervincolata è anche area che soffre d’esondazioni, a fianco scorre il Lambro che potrebbe far danni ancora (come capitò tre anni fa). E quindi si disegna il Pai, piano di assetto idrogeologico, che delimita l’area della Cascinazza come fascia protetta, di salvaguardia e di esondazione.Quindi non edificabile.

Ma ecco la soluzione, sedendo ancora a Palazzo Chigi il fratello maggiore, Silvio Berlusconi: si inventa una “grande opera” il canale scolmatore, una sorta di by pass che dovrebbe partire in prossimità della secentesca Villa Mirabello, nel Parco di Monza, attraversare il nord monzese, traversare strade e aiuole, rientrare nel Lambro più a sud. salvare la Cascinazza e quindi anche la possibilià di edificarvi quello che si vuole. Danni ambientali: pazienza. Costi: pochi euro. Cioè: 168.294.491 euro. Quasi centosettanta milioni euro. Quasi trecentoquarantamiliardi delle vecchie lire. Il canale ovviamente andrà a futura memoria.

Per la legge l’appuntamento è domani in consiglio regionale. «Provvedimento tecnico», modifica di poco conto, sostiene il centrodestra della Regione, che dimostra tanta attenzione per i metri cubi di Berlusconi Paolo e nessuna per Monza, che aveva deciso in altro senso, e nessuna per chi vive tra Milano e la sua provincia, a prova perenne di inquinamento. Il polmone verde della Cascinazza evidentemente non interessa a Roberto Formigoni, così sollecito nel proclamare domeniche a piedi contro le polveri sottili e a mostrarsi lui stesso in bicicletta, per dare il buon esempio. Berlusconi Paolo aspetta. Intanto persino la magistratura gli ha dato torto. Paolo aveva citato il comune di Monza per danni, chiedendo un risarcimento di trecento milioni di euro (per non aver potuto costruire un milione e mezzo di metri cubi previsti da un convenzione del 1962 dal comune con la vecchia proprietà). Niente. Cassazione e Corte d’appello gli hanno dato torto. Paolo Berlusconi deve aspettare. Ancora. Ma la Regione di Formigoni può fare il miracolo.

In questi giorni la più antica associazione italiana per la tutela, «Italia Nostra», fondata mezzo secolo fa, procede al rinnovo dei propri organi direttivi. Stanno arrivando agli iscritti, assieme al Bollettino, le schede per votare a mezzo posta e il bilancio consuntivo del 2005 che è stato poi il motivo principale per una rottura interna traumatica, con le dimissioni della presidente Desideria Pasolini dall'Onda, della segretaria generale Gaia Pallottino e di alcuni importanti consiglieri (Gianfranco Amendola, Vezio De Lucia. Arturo Osio e altri) e la susseguente elezione di Carlo Ripa di Meana alla presidenza.

Quest'ultimo e quanti l'hanno sostenuto ha infatti attaccato soprattutto sul bilancio la dirigenza in carica, accusandola, sullo stesso Bollettino dell'Associazione, di «dissesto», di «inerzia o incompetenza», di aver prodotto nelle finanze associative un «buco» di 1 milione e 50 mila euro. Tutto ciò, con un linguaggio insolito per l'associazione, in un atto ufficiale come il Bollettino del giugno-luglio 2005.I dimissionari hanno replicato che l'indebitamento non era a quei livelli,che bisognava distinguere bene fra debiti a lungo, a medio e a breve termine, che c'erano cospicui crediti da esigere e che comunque si poteva avviare il risanamento consolidando il debito (quello reale) tutto a lungo termine, con un mutuo per continuare. Carlo Ripa di Meana e i consiglieri che lo sostenevano hanno invece optato per la vendita immediata della villa che Maria Luisa Astaldi aveva lasciato in eredità a «Italia Nostra» auspicando che essa divenisse la sede centrale dell'Associazione. Come è stata per oltre vent'anni. Villa Astaldi, nonostante obiezioni e proteste, è stata così ceduta all'antiquaria romana Ida Benucci per una cifra vicina ai 13 milioni di euro. Altre proteste: ma perché vendere un bene di questo valore per sanare un debito, nel peggiore dei casi, tredici volte inferiore ?

Niente da fare, la vendita è stata ugualmente realizzata nei mesi scorsi e i nuovi proprietari stanno già entrando a Villa Astaldi, mentre «Italia Nostra» - che ha deciso di riversare il proprio archivio all'Archivio Centrale dello Stato - nelle scorse settimane era ancora alla ricerca di una nuova sede. Forse provvisoriamente in un appartamento della stessa antiquaria compratrice in zona Ludovisi e domani in uno stabile vicino a Villa Torlonia.Ma la notizia più inquietante viene dall'ultimo bilancio consuntivo - quello del 2005 - approvato dal Consiglio e pervenuto ai soci col Bollettino. Esso dice che il risultato di gestione per il 2005 è pari a 109.802 euro. I revisori dei conti scrivono che esso è inferiore a quello del 2004. Allora non c'è il «buco» clamoroso, non c'è quel rovinoso «dissesto» imputato agli amministratori dimissionari? Pare proprio di no. Nel bilancio le immobilizzazioni in terreni e fabbricati (Villa Astaldi sostanzialmente) sono iscritte per 4.392.395 euro, contro i quasi 13 milioni di euro fruttati dalla vendita. C'è inoltre un attivo circolante pari a 688.910 euro, con un incremento del 320 per cento rispetto al 2004.

Notizia pure allarmante, se vera: al consulente finanziario che ha sempre redatto con cura i bilanci di «Italia Nostra» (compreso l'ultimo) non è stato rinnovato il contratto di consulenza, appena dopo l'approvazione del consuntivo 2005. Strano comportamento.

Come quello in base al quale si è avallato, senza battere ciglio, che il neo-segretario generale Giuseppe Giliberti, uno degli autori del «ribaltone» anti-Pallottino dei mesi scorsi, sia quasi subito andato a lavorare all'associazione «Greenpeace», lasciando scoperto quel delicato incarico a «Italia Nostra». In compenso uno dei revisori dei conti appena citati è suo fratello Roberto.In questa situazione i soci di «Italia Nostra» stanno votando per il nuovo Consiglio Direttivo Nazionale. Si contrappongono due liste: una di sostenitori dell'attuale presidente Ripa di Meana, in cui sostengono gli esponenti delle sezioni di Roma e di Milano, e un'altra di oppositori formata da elementi, per lo più nuovi, che provengono dal lavoro delle sezioni, sul territorio. A favore di questa seconda lista si sono espressi con un appello «per ridare voce e autorevolezza» all'Associazione, Desideria Pasolini dall'Onda, Gianfranco Amendola, Marisa Dalai, Vezio De Lucia, Adriano La Regina, Paolo Leon, Giorgio Nebbia, Antonio Paolucci, Arturo Osio, Luigi e Silvia Squarzina, Piero Bevilacqua, Bernardo Rossi Doria e molti altri. Allarmati dal silenzio che - a parte la campagna contro la diffusione delle pale eoliche - sta caratterizzando questa stagione di «Italia Nostra», fino ad un anno fa sempre presente e in prima fila nella denuncia e nella proposta sulla attiva tutela del nostro patrimonio artistico e paesistico. Una sua crisi sarebbe gravissima, per il Paese.

Ore decisive per il decreto che vuole stravolgere tutta la legislazione ambientale italiana. Oggi le commissioni parlamentari potrebbero votare il parere. E le scelte di oggi condizioneranno il futuro del Belpaese

Sono ore decisive per l'ecomostro normativo, il decreto che vuole stravolgere tutta la legislazione ambientale italiana. Oggi le commissioni parlamentari potrebbero votare il parere. Che ambiente farà in Italia nella prossima legislatura lo si sta decidendo ora, all'insaputa dei più. Le scelte di oggi condizioneranno l'ambiente italiano, ecosistemi e inquinamenti, norme e fatti, politiche e cronache per i successivi due anni. Almeno.

Il ministro contro l'ambiente vuole assolutamente «emanare» il decreto- mostro di 6 parti, 318 articoli e 45 allegati (confusi e illeggibili, con tabelle, appendici, sezioni, numeri arabi, romani, lettere alfabetiche) che «semplifica» la legislazione italiana, provocando un terremoto giuridico, incertezza e paralisi. Il 15 dicembre 2004 ha ricevuto una delega con voto di fiducia alla Camera dopo precedenti voti di fiducia anche al Senato (estorti alla sua stessa maggioranza, senza consenso di merito).

Un anno fa ha nominato discrezionalmente una commissione quasi tutta compiacente, pagandola molto e riunendola poco, chiedendo improvvisamente il 5 ottobre di esprimersi su cinque schemi apparsi la settimana prima che non avevano mai visto né discusso (elaborati da «altri», suoi amici), via posta elettronica, dopo averli esaminati congiuntamente per poche ore e individualmente per pochi giorni, tralasciando senza motivazione una proposta sulle aree protette.

Un unico testo che «fonde» i cinque schemi è stato approvato dal consiglio dei ministri il 25 novembre ed è giunto alle Camere il 6 dicembre, senza il previsto parere della conferenza unificata. I compiacenti presidenti lo hanno assegnato alle commissioni facendo scattare il termine dei 30 giorni. L'esame è continuato durante questa settimana. I relatori di maggioranza (uno alla Camera, quattro al Senato ovvero uno per partito del centrodestra) parlano apertamente di errori, refusi, perplessità, riserve, violazioni della disciplina comunitaria, giustificati rischi di contenziosi e ricorsi. Le schede predisposte dai servizi studi legislativi citano impietosamente contraddizioni, sovrapposizioni, vuoti.

Tutti i soggetti interessati hanno espresso critiche e contrarietà, basta leggere i verbali delle audizioni argomentate e documentate. Le regioni (tutte, anche quelle poche del centrodestra) hanno indicato vari profili di incostituzionalità. Province e comuni hanno elencato tutte le invasioni di campo nei confronti delle loro competenze, entrando nel merito con osservazioni critiche puntuali su decine di articoli. E trecento scienziati si sono rivolti al presidente Ciampi per impedire lo scempio. Il ministro contro l'ambiente ha bollato i poveri contestatori come «immobilisti reazionari», dichiarando di voler andare comunque avanti. Non avendo attuato, promosso, realizzato una sola politica ambientale vuole poter dire in campagna elettorale che, però, ha cambiato tutte le leggi...!

Dunque, forse, il decreto arriverà. Deputati e senatori della maggioranza in scadenza daranno un lungo parere pieno di condizioni e emendamenti... ma favorevole? I ministri competenti e incompetenti chiederanno qualche giorno in più per ricevere almeno un parere della conferenza unificata, lo avranno negativo... e approveranno in consiglio il testo definitivo? Deputati e senatori si rivedranno a fine febbraio per un ultimo scontato parere anche se le correzioni non saranno state apportate? Il capo dello stato riceverà un testo enorme e confuso, con ricorsi alla corte in itinere, appelli contrari di esperti, giudizi pessimi di tutte le forze sociali... ma non potrà far nulla?È uno scenario probabile.

Dopo cinque anni di condoni e licenze ad inquinare avremo la «precarizzazione» di tutta la normativa, un lungo periodo di incertezza costituzionale, conflitti istituzionali, vuoto amministrativo, confusione diffusa. Ne usciremo. Entro due anni nuovo parlamento e nuovo governo, sulla base della stessa delega, possono rimettere ordine.

L’Europa interverrà subito, la Commissione e la Corte di Giustizia segnaleranno tutti i già annunciati contrasti con le direttive comunitarie. Dovrà pronunciarsi la Corte Costituzionale. Vi saranno una miriade di ricorsi alla giustizia amministrativa, giudiziaria, penale. Un terremoto dal quale usciremo prima o poi. Dico un paio di anni, spero meno. Chi può, nell'attuale maggioranza, soprattutto chi ha incarichi nelle istituzioni costituzionali, rifletta bene.

Forse un altro scenario è ancora possibile: un atto parlamentare che proroghi i termini della delega, che consenta ai nuovi eletti di approfondire seriamente l'articolato, di meditare critiche e proposte, di giungere a testi concertati e condivisi, che lasci al nuovo governo un compito di sintesi unitaria e di transizione studiata.

Non è certo uno scenario ideale. La destra avrà comunque garantito che si parta da un approccio scadente e pericoloso. Almeno avremo evitato che il «mostro» diventi norma e avremo il tempo di coinvolgere esperti e competenti, interessi e principi, regioni e comuni in un'opera di rilancio dello sviluppo sostenibile e di riconversione (ecologica) delle leggi ambientali.

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