«Città. Architettura e società» è il cuore della decima Biennale, l'esposizione a cui la mostra veneziana si affida per ritrovare un'identità culturale e un ruolo nella discussione internazionale sull'architettura dopo tre edizioni un po' discusse, accusate da alcuni di essere troppo incentrate sulla pura spettacolarità. Il tema, ufficialmente «assegnato» dal consiglio di amministrazione della Biennale, è quello della «questione megalopolitana», dell'inarrestabile flusso che continua a portare persone e comunità intere dentro ambiti urbani sempre più difficili da gestire, di cosa debbano imparare e poi elaborare gli architetti e gli urbanisti per affrontare il problema. Richard Burdett, anglo-italiano cresciuto alla scuola del pragmatismo architettonico inglese, ha svolto un compito su cui era evidentemente già preparato in modo egregio, dipanando alle Corderie un percorso chiaro e didattico attraverso l'illustrazione delle sedici megalopoli studiate, e raccogliendo al Padiglione Italia materiali più diversi e interpretativi, aperti da un lato alle visioni di artisti e fotografi e dall'altro pazientemente impegnati a raccontare ricerche e studi disciplinari già avviati.
Abbiamo visitato la mostra il giorno 6, approfittando di una pre-vernice riservata a chi aveva lavorato ai vari eventi. La prima impressione è stata strana e inusuale, legata al flusso inaspettatamente rado di visitatori privilegiati e ai rarissimi ritardatari ancora al lavoro nel loro spazio espositivo. Novità assoluta. La ragione è stata chiara quasi subito, dopo il primo sguardo ai pannelli e alle immagini: la biennale praticamente non ha espositori, quindi a mostra semi-aperta non ci sono le solite tribù. Non ci sono le frotte di architetti e affini impazienti di mostrare i propri gioelli, non ci sono le superstar assediate da giornalisti e ammiratori come al Lido. Si girava quindi per padiglioni semivuoti, approfittando per guardarsi in pace un materiale che sopratutto alle Corderie si presenta in modo del tutto inedito per la Biennale: una sequenza unitaria e coerente di pannelli pieni di testi, cifre, informazioni e immagini (ferme e in movimento) relative alle sedici città esposte. Insomma, la Biennale trasformata in una splendida mostra didattica, una cosa non da poco.
L'impressione di novità non finisce qui. Per la prima volta dopo la visita alla mostra si sente una strana impazienza di consultare il catalogo, che invece alla Biennale è in genere un ammasso un po' frettoloso di immagini relative agli autori esposti, quasi sempre del tutto differenti rispetto a quanto esposto (che infatti è stato completato la notte prima). In questo caso, data la materia e l'approccio scelto, il catalogo della mostra va considerato come un vero e proprio libro, che permette di espandere e approfondire quanto vediamo nei grafici e nei pannelli appesi alle Corderie.
Le differenze rispetto alle edizioni precedenti non sono finite, ma sembrano anzi consolidarsi come un elemento preciso e consapevole del programma, anche se il tema delle megalopoli non è certo una novita assoluta per la biennale. Sei anni fa, infatti, Massimiliano Fuksas lo aveva affrontato nella sua Less Aesthetics More Ethics, giocando proprio sulla contraddizione tra il titolo edificante e il contenuto iperestetizzante della mostra. Dalla sua mostra erano usciti pochissimi problemi delle città contemporanee e molta cultura dell'immagine, grazie anche all'indimenticabile megavideo di Studio Azzurro alle Corderie. Non che Burdett rifiuti la cultura visiva del terzo millennio, la fotografia e lo stile «google earth» dominano gli spazi, però anche in questo caso la sensazione è opposta. Il tutto è tenuto insieme con sobrietà e rigore, quasi fosse davvero - come in effetti è - la sezione critica di un corpus di dati e riflessioni molto importanti.
Altra novità che non può non saltare agli occhi, rispetto alle edizioni-parata di Sudjic e Forster, l'assenza totale dello star system internazionale. Non ci sono le ultime fatiche di Gehry e Calatrava (a proposito, che fine ha fatto il ponte di piazzale Roma?), non c'è Eisenman né Libeskind, non c'è Rem Koolhaas e non c'è Zaha Hadid. Anzi Rem e Zaha e pochissimi altri altri ci sono, ma sobriamente inseriti in un ciclo di incontri con il pubblico. Non è difficile prevedere che questa sarà une delle ragioni del «successo di critica» della mostra, soprattutto presso gli addetti italiani. Le ragioni in realtà saranno diverse. Alcuni apprezzeranno la sottintesa consapevolezza, da parte del curatore, che ormai l'informazione in architettura viaggia altrove e in tempo reale. Altri, con un ragionamento un po' meno limpido e forse un po' troppo consolatorio, apprezzeranno l'assenza dell'imperialismo architettonico globalista e di tutto ciò che in genere ci ricorda la difficile condizione dell'architettura in Italia. Diranno che «finalmente l'effetto Bilbao è finito», ed eviteranno di rilevare che le archistar non ci sono, ma che non ci sono neanche i progettisti un po' meno alla moda, né quelli emergenti. Non ci sono i progetti di architettura e basta, salvo pochissime eccezioni, piegate da Richard Burdett all'esigenza di esemplifiare una strategia o una politica urbana.
Ultimo cambio di rotta evidente, rispetto a Forster e Hani Rashid, l'assoluto understatement dell'allestimento. Che la volta scorsa era una mostra nella mostra, enensimo pezzo d'autore teso a dare una chance all'«architettura digitale». E che in questa edizione è ben curato dallo studio Cibic & partners, quasi perfetto nella gestione degli spazi, sobrio e paziente nel distribuire l'enorme mole di dati, immagini e schermi nel corridoione delle Corderie.
L'impressione generale, comunque, è che sia una bella mostra, di quelle che in genere piacciono molto a noi appassionati di rapporti tra la cultura urbana contemporanea e l'architettura ma che piacciono meno ai dirigenti della Biennale. Quindi complimenti a Burdett, che probabilmente è riuscito a realizzare questo progetto grazie alla possibilità di sviluppare una grande ricerca con i mezzi della London School of Economics, al sostegno dei più importanti architetti inglesi e alle relazioni che ha costruito in questi anni, grazie al Forum globale che ha istituito, con le classi dirigenti di alcune delle città coinvolte. E complimenti al consiglio, che ha sostenuto un progetto fondato sui contenuti.
Rispetto a una biennale standard, in cui si scorrono elenchi chilometrici di nomi lambiccandosi su quale valga veramente la pena di citare nello spazio piccolissimo di una recensione, in questo caso il compito è semplice. La mostra è un'opera poco estrosa ma compatta e coerente, dalla quale si fa fatica a staccare «pezzi» sublimi. A parte l'inevitabile scorpacciata di planimetrie e foto aeree, alcune cose da ricordare però ci sono. Per esempio le tavole in bianco e nero di alcune parti comparabili del tessuto urbano delle sedici città messe a confronto con il vecchio metodo à la Colin Rowe del pieno/vuoto. Il nudo profilo degli edifici, come ci insegnava Rowe, si rivela un lettore acutissimo delle differenze di densità e dei modi di occupare il suolo, e in fondo anche l'unico omaggio agli strumenti specifici della disciplina architettonica. Poi gli istogrammi tridimensionali delle densità campione delle città, raccolti intelligentemente in un'unica stanza, gotici e impressionanti come una gypsoteca del sovraffollamento urbano. Infine alcuni lavori dei fotografi e artisti visivi più bravi e interessanti, le immagini di Francesco Jodice e di Olivo Barbieri, l'ermetica scatola magica (video) di Andrea Cavazzuti su Shangai, e soprattutto la mostra al Padiglione Italia, con alcuni artisti davvero shocking e profondi (memorabili alcune fotografie di Robert & Shana Parkeharrison).
Non mancano ovviamente punti meno appassionanti, o scelte discutibili (il mito perduto di MiTo?), ma la visita alla mostra ci restituisce comunque un punto di vista solido e chiaro, ed è certamente meno estenuante di molte altre biennali.
Nota: per un confronto, le opinioni sulle stesso (?) tema di Paolo Vagheggi e Vittorio Gregotti e l'intervista al direttore Richard Burdett; manca ancora un commento dei sociofagi della "città infinita" (f.b.)
L’ombelico del mondo è a Venezia, tra l’Arsenale e i giardini di Castello. Qui è stata allestita la decima edizione della Biennale di architettura che ha per titolo Città. Architettura e società e qui sfilano le megalopoli, le città dove, come ripete in continuazione il direttore, l’inglese Richard Burdett, vive più della metà della popolazione mondiale. E la presentazione è da megalopoli: ai giardini una gigantesca fotografia di Shangai realizzata da Olivo Barbieri avvolge e stravolge magicamente l’intera facciata del Padiglione Italia, alle Corderie, un anfiteatro carico di filmati e di dati bombarda il visitatore (da ieri il vernissage, apertura al pubblico dal 10 settembre al 19 novembre, catalogo Marsilio).
Eppure questa Biennale rispetto alle passate stagioni è meno sensazionalista e visionaria, punta sull’urbanistica, la sociologia, l’economia, la statistica, la ravvicinata visione della città, messe in scena nell’antico corridoio delle Corderie attraverso il continuo confronto tra i dati di San Paolo, Caracas, Bogotà, Città del Messico, Los Angeles, New York, Il Cairo, Johannesburg, Istanbul, Berlino, Londra, Barcellona, Tokyo, Mumbai, Milano e Torino, Shangai.
Sedici giganti mostrati in sequenza con filmati, grafici, fantastiche fotografie satellitari e foto d’artista. E’ un universo colorato dai rossi e dai gialli delle case, dal verde dei parchi, presentato da grandi didascalie, quasi un National Geographic tridimensionale, con la perfezione e la ricercatezza tipicamente anglosassone. «E’ una Biennale da leggere oltre che da vedere», dice il presidente, Davide Croff, una scelta «un rischio» calcolato. E non mancano le polemiche, più o meno sotterranee, nazionali e internazionali. Su Internet c’è chi raccoglie firme contro il padiglione israeliano perché è dedicato a 15 edifici che commemorano sia l’olocausto sia i soldati israeliani caduti in guerra. Il padiglione americano che espone una serie di progetti per rivitalizzare e ricostruire New Orleans distrutta dall’uragano Katrina (After the flood) viene letto pro Bush e contro Spike Lee, che proprio a Venezia e proprio in questi giorni ha presentato un film di segno opposto. Genova, che l’Herald Tribune ha proposto come simbolo del pessimo futuro europeo, alla Biennale diventa l’esempio di una città che cambia e che riesce a entrare nell’era post industriale con i progetti, in parte realizzati, di ristrutturazione del porto.
La questione più delicata e sottile riguarda però l’architettura italiana del Novecento, soprattutto quella degli anni Trenta, la voglia di separare l’architettura dal fascismo, di dividerne il destino, buona la prima cattivo il secondo, pensiero che attraversa anche la classe politica. Le Artiglierie dell’Arsenale ospitano Città di pietra. Nuove possibilità di impiego strutturale di questo materiale antico con lo spettatore salutato da un obelisco alto 15 metri e da una volta a botte di 6 metri di diametro. Ma una sezione di questa mostra curata da Claudio D’Amato Guerrieri ha per titolo L’altra modernità ed è una rievocazione della stagione d’oro dell’architettura anni Trenta con un occhio di riguardo al Dodecanneso, alle città di fondazione italiana in Albania e in Libia, nonché a Roma, con lo stadio dei marmi.
Ma fu davvero indipendente dal regime l’architettura? Della «specificità» dell’architettura italiana del Novecento è convinto l’architetto Franco Purini, curatore del nuovo padiglione italiano appena costruito alle ex Tese delle Vergini, semplice e funzionale, pulito ed essenziale, dove è esposto il progetto di Vema, la città da edificare tra Verona e Mantova, padiglione destinato poi alle arti visive ma assai più piccolo del Padiglione Italia. Troppo? E’ una questione, come quella dell’architettura fascista, sicuramente destinata a infiammare gli animi. Ma è una questione «locale» di questa Biennale che vuol essere globale, che mette a confronto i modelli di densità delle 16 metropoli, che risponde a mille domande: Londra è una città a bassa densità e può crescere in modo sostenibile, Tokyo con 36 milioni di abitanti è la più grande, gli abitanti del Giappone hanno l’aspettativa di vita più lunga (75 anni), i bambini della Sierra Leone la più bassa, il tasso di crescita del Pil del Turkmenistan è il più alto, 16, 8 per cento.
Sono cifre che narrano la vita delle città, i problemi che i sindaci e i rappresentanti delle 16 metropoli studiate dalla Biennale hanno ieri spiegato e confrontato durante un work shop dove è emerso chiaramente che uno dei più importanti mutamenti strutturali in corso è il progressivo affievolirsi dei confini. Si stanno formando territori dove non v’è separazione tra una cittadina e l’altra. Esiste ormai anche una Grande Venezia, testimoniata dalle foto e dalle ricerche dello Iuav nel Padiglione Italia. E le città italiane sono ben presenti alla Biennale: Milano, con le iniziative di Risanamento per l’ex area Falk e Santa Giulia affidate a Renzo Piano e Norman Foster; Napoli, con la metropolitana carica di opere d’arte. E’una piccola grande meraviglia di questo metropoli show della globalissima Biennale veneziana.
Nota: con maggiore enfasi (e apparente schizofrenia), l'articolo sul medesimo tema di Vittorio Gregotti (f.b.)
CAGLIARI. E’ fatta. La Sardegna ha il Piano Paesaggistico, strumento-principe di pianificazione territoriale che fissa regole certe e soprattutto impone vincoli severi alle costruzioni negli oltre 1800 chilometri di coste dell’isola. Il sì della giunta, che ha cominciato i suoi lavori alle 20,30 (l’esecutivo era stato convocato per le 14), è arrivato alle 21,40. Poco prima dell’inizio della seduta, è giunto il parere della Commissione che aveva lavorato in contemporanea con l’esecutivo.
«Sono molto felice - ha dichiarato, a caldo, un raggiante Renato Soru -. La giunta e la maggioranza hanno tenuto fede a un impegno preso in campagna elettorale, che per noi era un punto fondamentale del nostro programma. La Sardegna, adesso, è salva: esiste mediamente una fascia costiera di tre chilometri dal mare dove non si potrà costruire nulla. Il territorio sardo non sarà più consumato».
La giunta. Alle 21, Gian Valerio Sannaha svolto la sua relazione. L’assessore ha ripercorso le tappe del lunghissimo iter che trae origine dalla bocciatura (per difetto di tutela) da parte del Consiglio di Stato di 13 dei 14 Piani Paesistici della Sardegna.
Le variazioni. Sanna ha poi illustrato le modifiche contenute nel testo finale rispetto alle norme già adottate dalla giunta, che non tenevano conto delle novità introdotte dal Codice Urbani. E’ così scomparsa la tabella dei livelli di tutela paesaggistica (motivo di contrasto con la Commissione), ed è stato introdotta una sorta di flessibilità nei vincoli, a seconda della natura e della posizione delle aree rispetto al mare. C’è un punto fermo, però: nelle zone in cui non esiste una volumetria, non si potrà costruire nulla (è il caso di Costa Turchese del gruppo Berlusconi e di Cala Giunco, dell’editore Sergio Zuncheddu), mentre sarà possibile intervenire nei centri abitati per riqualificare cubature esistenti, per le quali è anche previsto un premio pari al 25 per cento (via libera a Tom Barrack e alla nuova Costa Smeralda, e ai siti minerari del Sulcis). Terminata la relazione, Sanna ha risposto ad alcune domande degli assessori, e alle 21,40 il Ppr è stato varato, dopo le conclusioni del presidente della Regione.
Tempi rispettati. Non c’è stato lo slittamento del voto a stamattina (Renato Soru era nettamente contrario), come era stato ipotizzato durante una giornata caratterizzata dall’annunciato vertice di maggioranza e dalla riunione della Commissione Urbanistica, conclusasi con l’abbandono dell’aula da parte dei partiti di centrodestra. Non c’è stato bisogno di alcun rinvio proprio perché il parlamentino, dopo l’audizione dell’assessore all’Urbanistica, ha avuto la possibilità di esprimere un parere compiuto prima che la giunta cominciasse la sua riunione. Il presidente Giuseppe Pirisi e i commissari non hanno potuto prendere visione del testo finale della delibera, ma ogni polemica è stata bandita. «L’assessore - ha dichiarato Pirisi - ha fornito in modo esauriente tutti i chiarimenti richiesti dai commissari e dunque anche da parte nostra c’è stato il via libera».
Restano, è vero, alcuni punti non completamente condivisi. Superato lo shock per la mancata consegna della carta dei livelli, l’impegno della giunta è quello di venire incontro alle osservazioni del parlamentino soprattutto sulle costruzioni nell’agro, e sugli interventi di riqualificazione dei siti che dispongono già di una volumetria. Per gli aggiustamenti s’interverrà attraverso circolari esplicative e la riforma della legge urbanistica regionale.
La giornata. La scansione degli appuntamenti annunciati da giorni è stata rispettata alla lettera. Alle 9,30 la maggioranza (capigruppo e consiglieri della Commissione Urbamistica) ha cominciato a discutere, dopo aver ascoltato Giuseppe Pirisi, che l’altro ieri mattina aveva incontrato l’assessore all’Urbanistica per poi, nel pomeriggio, riferire al direttivo dei Ds. Il via libera della Quercia nel cuore della notte ha giovato all’intera coalizione al cui interno non esistevano altre posizioni contrarie all’approvazione del Ppr nella giunta di ieri.
Alle 11, ecco la Commissione. Protagonista della seduta, ancora Pirisi, che ha illustrato i chiarimenti fornitigli da Sanna sulle osservazioni del parlamentino. Si è poi reso necessaria l’audizione dello stesso titolare dell’Urbanistica, il quale ha ribadito il motivo per cui le tabelle dei livelli di tutela paesaggistica non avevano più ragione di esistere, alla luce delle nuove norme del Codice Urbani. Le zone agricole, poi. Gian Valerio Sanna ha confermato la scelta politica dell’esecutivo che intende vietare ogni tipo di costruzione nelle aree ricadenti nelle zone costiere. Si è anche parlato della riqualificazione delle costruzioni nei centri abitati (è previsto un premio di cubatura pari al 25 per cento di quanto già edificato), che sarà possibile solo con i piani di risanamento previsti dai Puc (se il Puc manca, scatta un’Intesa tra Regione, Provincia e Comune).
Soddisfatti ma non entusiasti, i consiglieri di maggioranza hanno apprezzato l’accoglimento di numerose osservazioni, e hanno poi accettato di rimandare a una seconda fase la definizione dei punti su cui non esiste il consenso.
All’audizione di Sanna, ha fatto seguito la svolta. La Commissione ha infatti deciso di proseguire a oltranza i suoi lavori per esprimere nella stessa serata di ieri il parere da inviare alla giunta per il varo definitivo del Ppr. La cosa non è piaciuta all’opposizione che ha abbandonato l’aula.
«Siamo all’emergenza istituzionale»
Il centrodestra abbandona la seduta della commissione Urbanistica
CAGLIARI. «Siamo all’emergenza istituzionale». Si fa sempre più dura l’offensiva politica del Centrodestra nei confronti di Renato Soru. Ieri pomeriggio in consiglio regionale l’opposizione ha abbandonato la seduta della commissione Urbanistica dopo che la maggioranza aveva deciso di andare avanti per dare immediatamente alla giunta il parere sul Piano paesaggistico. Il vice presidente Fedele Sanciu (Forza Italia), che sta per trasferirsi al Senato, ha affermato che «il marionettista Soru non si accontenta più di mettere a tacere il Consiglio, ora umilia e mortifica anche la sua maggioranza». Sanciu ha inoltre detto che con l’approvazione del Piano «si scrive la parola fine all’operazione volta al controllo totale da parte del presidente di tutti gli atti di programmazione e pianificazione urbanistica del territorio regionale, scippando di fatto alle amministrazioni locali delle loro prerogative e avvilendo l’operato di Province e Comuni». L’esponente di FI ha concluso: «Sotto la maschera di un falso ambientalismo viene impedita qualsiasi attività turistica dei piccoli e medi imprenditori sardi dando spazio solo ai grandi gruppi nazionali e internazionali, che nutrono le “simpatie” del presidente della giunta».
In mattinata tutto il Centrodestra (oltre ai capigruppo e ai membri della commissione c’erano anche parlamentari, segretari regionali e il sindaco di Cagliari Emilio Floris) ha tenuto una conferenza stampa d’attacco, dimostrandosi compatto. Durissime le critiche sia sul merito del Piano sia sul metodo «imposto dal governatore». L’opposizione ha ribadito il giudizio negativo sullo strumento paesaggistico che «blocca lo sviluppo turistico», «attribuisce al presidente della giunta il ruolo di «centro decisionale unico» in modo anche «arbitrario», «espropria di competenze le autonomie locali» e, nelle parole del capogruppo di Forza Italia Giorgio La Spisa, «trasformerà la Sardegna in un museo, da cui tanti sardi saranno costretti ad andare via». Soffermandosi sulla «discrezionalità» riservata all’esecutivo, La Spisa ha parlato di «contraddizione fra un Piano che dice di volere conservare il paesaggio e dall’altro lascia aperte tante possibilità, stravolgendo il sistema delle autonomie locali» e di scelte che «portano a compimento quanto già delineato nella legge 8 che affida alla giunta il potere di approvare strumenti urbanistici senza coinvolgere il consiglio regionale». Per il componente della commissione Urbanistica Franco Ignazio Cuccu (Udc) «nulla è consentito ma contemporaneamente tutto lo è, se di gradimento di chi comanda la partita. Nessun sardo che vorrà intraprendere iniziative imprenditoriali potrà avere conoscenza delle regole del gioco perchè tutto passerà attraverso il governatore». «Il messaggio peggiore - secondo Pierpaolo Vargiu, capogruppo dei Riformatori - è la divaricazione totale fra ciò che si è detto e ciò che si è fatto. Da un’impostazione rigida ispirata quasi a un’etica calvinista è disceso invece uno strumento che somiglia alla vendita delle indulgenze». I dissensi interni al Centrosinistra sullo strumento urbanistico sono il sintomo di una «crisi politica della maggioranza» per il capogruppo di An Ignazio Artizzu, che in riferimento al metodo seguito alla giunta ha parlato di «non ascolto e non condivisione che avrà conseguenze pesanti anche sul lavoro e l’economia di molte famiglie sarde».
Giudizi molto severi sul piano politico e istituzionale («siamo all’emergenza») sono stati dati anche dai coordinatori di FI e An (i senatori Piergiorgio Massidda e Ignazio Delogu), dal coordinatore dei Riformatori Michele Cossa, dal capogruppo di Fortza Paris Silvestro Ladu e dal rappresentante del Nuovo Psi, Raffaele Farigu.
Titolo originale: Housing above retail . Creating incentives for the replacement of single-story retail sites with mixed-use projects – Traduzione di Fabrizio Bottini
L’occasione
C’è l’occasione per realizzare una città più pedonale, accessibile, diversificata, a buon mercato, sostituendo agli spazi commerciali sottoutilizzati sparsi per tutti quartieri di San Francisco, complessi a funzioni miste ben concepiti, che uniscano commercio rivolto agli abitanti con residenza ai piani superiori.
In totale, i grandi spazi commerciali sottoutilizzati coprono quasi 40 ettari di terreni: in una città dove i terreni adatti a nuova residenza sono sempre più scarsi questa è una enorme occasione. Con un inserimento di abitazioni relativamente modesto (diciamo 100 alloggi ettaro) a livello cittadino si potrebbero realizzare sino a 4.500 nuove unità.
Questi spazi, che comprendono grossi supermercati alimentari, filiali di banche, fasce a negozi, e altri grossi complessi, sono caratteristici del periodo fra 20 e 50 anni fa, realizzati secondo il modello suburbano: vaste superfici per i parcheggi a livello attorno ad un edificio commerciale a un piano. Questi insediamenti occupano le nostre poche risorse di terreni, e alcuni sono brutti a vedersi, o posti poco sicuri, e ospitano vagabondi, soprattutto nei parcheggi. Se realizzato con attenzione, il riuso di questi siti può trasformarsi in un miglioramento dei quartieri, e in migliaia di nuove abitazioni, urgentemente necessarie.
Al momento, esistono numerosi ostacoli alle realizzazioni mixed-use a San Francisco, che rendono dubbiosi proprietari e commercianti. Questo documento prende in considerazione sia il punto di vista dei quartieri che quello dei commercianti sui riuso degli spazi, esamina le difficoltà, e propone alcuni incentivi che possano incoraggiare gli operatori a spostarsi verso formati più tradizionalmente urbani. Sono idee che possono essere immediatamente inserite nei piani di quartiere, e diventare specificazioni delle norme urbanistiche [ zoning overlay] per tutte le aree simili della città. Ci concentriamo qui sui negozi alimentari, ma le norme potrebbero applicarsi anche ad altri usi monopiano, come le sedi di filiali di banche.
Le possibilità per i quartieri
Il riuso attento di uno spazio commerciale obsoleto può trasformarsi in notevoli benefici per il quartiere circostante. Un nuovo insediamento a funzioni miste può aggiungere identità spaziale. Diventa possibile:
• Migliorare l’ambiente stradale allargando i marciapiedi, aumentando l’illuminazione, costruendo nuove piazze, piantando alberature, mettendo panchine all’aperto
• Attenuare i problemi del rumore tanto comuni attorno alle grandi superfici a parcheggio
• Aggiungere nuovi spazi aperti pubblici e visuali
• Realizzare strutture architettonicamente attraenti al posto degli scatoloni commerciali di tipo suburbano
• Ampliare le possibilità di scelta commerciale locali offrendo più spazi ai negozi
Dal punto di vista dei componenti la comunità, le proposte di nuove funzioni miste a densità superiore possono suscitare preoccupazioni riguardo alla qualità e dimensioni del progetto, degli impatti sul traffico e i parcheggi. La sfida è quella di individuare linee coerenti di progettazione e urbanistiche per rispondere a questi timori e assicurare che questo tipo di riuso degli spazi sia di beneficio per le comunità locali. Gli abitanti dei quartieri sono spesso diffidenti rispetto ai nuovi insediamenti, ma avere più negozi e di migliore qualità rappresenta un beneficio per la zona.
Le possibilità per i negozianti
I commercianti hanno le idee molto chiare su cosa funziona e cosa no, nella progettazione dei loro negozi. La complessità dei progetti mixed-use con abitazioni sopra gli spazi commerciali rende la realizzazione di un piano adatto sia al commercio, che alla residenza, che al quartiere una sfida: difficile, ma possibile.
Se l’obiettivo è di convincere i negozianti a costruire case, vanno compresi nella loro importanza gli ostacoli. In alcuni casi l’amministrazione municipale può aiutare i commercianti a superare l’ostacolo, in altri dobbiamo semplicemente riconoscere che ci dovranno essere forti incentivi per convincerli a spostarsi verso formati in cui non si trovano a proprio agio, attraverso:
• Controllare superfici ed edificazione significa entrare nella rete complessa di esercizi e affitti, i tempi di un progetto necessitano un coordinamento fra molti operatori, il che non sempre risulta fattibile. In modo simile, la proprietà di terreni e immobili in uno shopping center può essere frazionata, fra proprietari diversi che hanno diverse motivazioni, che possono richiedere ampio coordinamento e aggiustamenti.
• Alcuni proprietari possono non essere interessati all’investimento, ai rischi, oppure semplicemente percepire problemi in relazione ai progetti mixed-use, e possono non desiderare di vendere la proprietà a chi invece è interessato. Se c’è un negozio di successo nella loro proprietà, magari non risultano interessati a vendere o a cambiare.
• Alcune delle caratteristiche progettuali importanti per il commercio sono diverse da quanto considerato importante per la progettazione urbana. Per esempio, i commercianti di solito vogliono grandi dimensioni per i negozi, una buona visibilità, insegne evidenti, parcheggi ampi e visibili, una buona circolazione e un ambiente commerciale sicuro e accogliente.
• Dato che moltissime persone fanno gli acquisti alimentari in grandi quantità e usano l’auto per trasportare la spesa, la maggior parte dei commercianti rileva che un parcheggio facile è elemento di grossa attrazione per i clienti. Una delle tecniche promozionali utilizzate nei classici formati commerciali suburbani – il negozio alle spalle del parcheggio – serve a “pubblicizzare” la disponibilità di parcheggio ai potenziali clienti. La maggior parte del commercio alimentare, tende a innervosirsi molto facilmente all’idea di “nascondere” i parcheggi in un garage.
• Un esercizio di successo è riluttante a chiudere per il lungo periodo necessario a creare un complesso mixed-use perché il commerciante così perde in vendite, profitti, e rischia che il cliente si sposti in modo definitivo verso un altro esercizio.
• I costi di costruzione per i commercianti impegnati in una trasformazione verso il mixed-use sono elevati. Ciò significa che il costruttore dovrà chiedere in prestito più denaro e assumersi maggiori rischi. Lo farà solo se ci sono probabilità di profitti più alti di quanto accada rimanendo solo un esercizio alimentare. Pianta e planimetria nei progetti mixed-use sono rese complesse dalle necessità edilizie e di circolazione.
• Si possono verificare conflitti fra le funzioni di residenza e commercio, come i clienti che parcheggiano negli spazi per gli abitanti, o rumori o odori (in particolare per le consegne mattutine e la rimozione dei rifiuti). Questi e altri problemi connessi probabilmente preoccupano i promotori riguardo alla gestione dei complessi, e i commercianti per le questioni legali.
La maggior parte dei costruttori sono specializzati o in residenza, o in commercio. Molto pochi sanno come si gestiscono entrambe le funzioni. L’amministrazione cittadina deve trovare modi per indurre proprietari e commercianti a trasformare i propri spazi con abitazioni al di sopra dei negozi (o a costruire i nuovi negozi in questo modo), anche nonostante questi ostacoli. Dobbiamo rendere l’occasione tanto attraente da far loro desiderare di adottare nuovi formati, architettonici e commerciali.
Le pratiche del commercio nelle città stanno cambiando, e i progetti mixed-use possono rappresentare una strategia attraente per il grande commercio, specie alimentare. I negozi possono avere ciò di cui hanno bisogno – visibilità, parcheggi, sicurezza – e le comunità locali ottenere una migliore progettazione urbana e servizi commerciali per il quartiere.
Una buona progettazione urbana
Perché qualunque di questi aspetti possa svilupparsi, è fondamentale che gli aspetti architettonici e urbanistici vengano affrontati in modo corretto. Oltre a introdurre la residenza ai piani superiori, i nuovi interventi dovranno offrire parcheggi sotterranei (o comunque fuori vista) e spazi pubblici – come marciapiedi più larghi o piazze – oltre alle attività commerciali a livello strada. Questi spazi rivitalizzati dovrebbero essere altamente pedonalizzati, con un sistema commerciale molto inserito nel contesto. Nel caso ideale, il rinnovamento insieme all’incremento dell’attività commerciale che innesca dovrebbe incoraggiare interventi di rivitalizzazione delle vie commerciali adiacenti.
Le sfide maggiori per la progettazione urbana sono quelle che riguardano i grandi spazi. Per rendere operante questo formato mixed-use, sono necessarie altezze di almeno 15 metri. Allo stesso tempo, i negozi alimentari devono avere una pianta spaziosa per poter contenere spazio per le merci. (vedi Appendice I sulle linee guida progettuali per il mixed-use che propone alcuni spunti sull’argomento).
Modelli
Nelle città di tutta la costa occidentale – soprattutto a Portland, Seattle, e Vancouver – i grandi operatori commerciali si associano alle municipalità per ristrutturare spazi attraverso miscele di funzioni più complesse e attive, comprese notevoli quantità di residenza. Recentemente, San Francisco ha iniziato a trarre vantaggio dalle occasioni che questi siti offrono. Per esempio, il progetto Petrini Place all’angolo Fulton e Masonic comprende un supermercato Albertsons, parecchi altri negozi, e 135 alloggi in condominio a prezzi moderati. Tra poco saranno iniziati altri due interventi: residenze sopra a Faletti’s Market tra Fell e Baker, e altre case sopra un negozio alimentare al 450 di Rhode Island.
Questioni urbanistiche
Le attuali norme di zoning di San Francisco in generale non incoraggiano il riuso a funzioni miste su questi spazi. Ad esempio:
• Eccetto in luoghi a forte pendenza come Petrini Place , il limite dei 12 metri che prevale nelle zone commerciali di quartiere esterne al centro è troppo basso per poter contenere un ampio pianterreno commerciale con soffitto alto, e i tre piani residenziali in genere necessari a rendere economico un progetto.
• I limiti alle densità residenziali creano ostacoli inutili al numero di alloggi realizzabile, indipendentemente dai caratteri specifici del quartiere.
• Le norme urbanistiche per i progetti mixed-use significano incremento dei tempi, dei costi, delle incertezze nel riuso degli spazi. Allo stesso tempo, non abbiamo linee guida per il progetto che possano orientare architetti, urbanisti, cittadini rispetto ai caratteri che consentano agli interventi di migliorare i quartieri, oltre ad aumentare l’offerta di case.
Come risposta a tali difficoltà e alle preoccupazioni dei cittadini, la Housing Action Coalition e SPUR hanno tenuto delle charettes il 23 luglio 2003 e il 10 febbraio 2004 con architetti, costruttori, commercianti, urbanisti, funzionari comunali e altri per esaminare i problemi e proporre soluzioni che incoraggino i proprietari a prendere in considerazione l’intervento sui propri immobili, e rendano desiderabili e auspicabili per i vicini i vari progetti. Proponiamo che vengano sviluppate nuove norme di zoning e linee guida progettuali mirate a creare incentivi per proprietari e affittuari, a creare spazi mixed-use ben concepiti, in modo tale che quando si interviene sui siti per il rinnovo non vada persa l’occasione di creare nuove case (per maggior dettagli sulle proposte di nuove norme di zoning vedi Appendice II).
La nostra proposta
Abbiamo tentato di riflettere su una buona progettazione urbana, i caratteri dei quartieri, cosa potrebbe indurre i negozianti a spostarsi verso un formato mixed-use. Quelle che seguono sono le modifiche richieste alle norme urbanistiche e di zoning, per incoraggiare residenza sopra commercio. Le nuove norme e linee guida progettuali si applicano a qualunque spazio commerciale di grandi dimensioni (2.000 mq e oltre) nelle attuali zone omogenee Neighborhood Commercial (NC) – con l’eccezione di quelle classificate NC-1 - quando:
• il sito ospita un edificio commerciale a un solo piano (o è vuoto) e il proprietario propone un incremento del 20% o superiore di superficie commerciale
• il proprietario volontariamente sceglie di promuovere un progetto mixed-use con almeno due metri quadrati di residenza per ogni metro di commercio.
Se una proposta comprende residenza in un rapporto di 2:1 (residenza/commercio), suggeriamo i seguenti incentivi e modifiche alle norme urbanistiche esistenti:
• Aumentare di 3 metri l’altezza massima consentita nelle zone col massimo di 12 metri, se necessario a contenere un pianterreno a soffitti alti e tre piani residenziali al di sopra. Le funzioni di grande commercio abitualmente necessitano di uno spazio di 6 metri floor-to-floor al pianterreno. I tre livelli di residenza (tre metri ciascuno) sono necessari a rendere un progetto fattibile ed economico.
• Utilizzare le norme di controllo masse ed altezze per conformare i contenitori anziché limitare il numero degli alloggi. Al costruttore deve essere concessa flessibilità riguardo a quanti alloggi siano necessari entro quegli spazi.
• Consentire in qualche modo più parcheggi rispetto alla norma, per i grandi negozi. Più parcheggi sono di grande vantaggio per i commercianti, anche se devono accoppiarsi ad una buona progettazione urbana. Suggeriamo anche la rimozione della dotazione minima, in modo tale che sia il mercato a determinare quanti spazi sono necessari in una certa posizione, rimuovendo l’obbligo degli accessi indipendenti e incoraggiando il car-sharing.
• Consentire una maggiore flessibilità per le insegne. Ad esempio, se oggi il negozio ha un marchio visibile da molte direzioni, consentire una visibilità equivalente o una moltiplicazione dell’insegna.
• Consentire l’approvazione dei progetti anche senza la clausola del conditional-use se si tratta di un esercizio alimentare, oppure se nessun altro negozio non alimentare supera i 500 mq e non si tratta di un ristorante fast-food. Senza la clausola del conditional-use, i nuovi progetti potranno evitare il lungo e costoso iter delle audizioni. Per tutte le altre tipologie di commercio a grande superficie e i ristoranti fast-food restano invariate le norme esistenti.
• Emanare nuove norme sugli spazi aperti pubblici (interni o esterni al complesso). Oltre agli spazi aperti privati delle residenze ne devono essere realizzati anche entro o attorno ai complessi commerciali, sotto forma di interventi sull’ambiente stradale, spazi di sosta con posti a sedere, aree per il tempo libero. Un’altra possibilità per gli spazi esterni potrebbe essere il versamento di una cifra equivalente al costo stimato di acquisizione, allestimento e manutenzione di spazi, previsti nei pressi dell’intervento.
• Sviluppo di linee guida progettuali mixed-use per assicurare che gli interventi di maggiori dimensioni rappresentino un contributo positivo alla strada. Attualmente il Planning Department è dotato di linee guida per gli interventi residenziali, ma non per il mixed-use.
Se il progetto proposto non comprende una componente residenziale, e si tratta semplicemente dell’ampliamento di funzioni non residenziali esistenti (o di nuove costruzioni monofunzionali non residenziali) si applicano le norme attuali di zoning: riteniamo tuttavia che a chi fa domanda per un intervento non residenziale si debba richiedere di provare che è stata esaminata in buona fede la possibilità di un progetto mixed-use e concluso che tale progetto non è architettonicamente e/o economicamente fattibile. Questa dimostrazione non deve richiedere alla proprietà di fornire alcuna informazione finanziaria.
Sollecitiamo queste modifiche alle norme di zoning e la loro adozione da parte della Planning Commission e Board of Supervisors , insieme a linee guida obbligatorie per il mixed-use da utilizzarsi nell’iter di approvazione dei progetti. Perché queste modifiche urbanistiche possano applicarsi efficacemente in tutta la città, si deve aver cura di mantenere e sottolineare caratteri e rapporti spaziali delle zone circostanti. Le modifiche allo zoning devono accompagnarsi anche alla possibilità di intervento da parte di costruttori e cittadini, ad assicurare che i progetti aggiungano valore, sia da punto di vista dei promotori che del quartiere, e che il medesimo processo venga incoraggiato anche in altri casi.
È importante che i progetti mixed-use siano ben progettati. Una parte di ciò riguarda lo sviluppo delle linee guida. Un’altra parte è il contributo costruttivo dei quartieri.
Conclusioni
Le grandi città del mondo, compresa San Francisco, hanno fatto un attento uso del proprio spazio sovrapponendo le varie funzioni. Se esistono già piccoli e grandi esempi di magnifici progetti mixed-use in città, è nostra intenzione con questo documento incentivare le eccezioni (il commercio isolato su un solo piano) a spostarsi verso questo schema tradizionale. È tempo che queste eccezioni si allineino con la pratica consolidata dal tempo di costruire la città collocando le abitazioni sopra i negozi.
[Questo documento è stato redatto dallo Housing Committee dello SPUR: Martin Gellen e George Williams, co-presidenti; Kate White, direttore esecutivo della Housing Action Coalition,e principale autrice. Il documento è stato studiato, discusso e modificato dall’intero gruppo dello SPUR Board, e adottato come linea ufficiale dal 18 febbraio 2004]. here English version
APPENDICE 1: LINEE GUIDA PER LA PROGETTAZIONE DI SPAZI MIXED-USE
Allo scopo di assicurare una buona progettazione, il Planning Department deve sviluppare una serie di linee guida specifiche e diverse da quelle per le sole funzioni residenziali già disponibili. Le abitazioni sovrapposte al commercio pongono sfide particolari. Proponiamo alcune soluzione: altre devono ancora essere individuate. Di seguito, le nostre indicazioni per queste nuove linee guida mixed-use:
• Inserimento. Gli spazi aperti comuni residenziali devono essere collocati lungo il previsto affaccio posteriore del complesso. Proponiamo nuove norme per spazi aperti nella zona commerciale, accessibili dal quartiere.
• Altezze, masse e distribuzione. Per i progetti nelle zone omogenee con altezza massima 12 metri, il piano superiore adiacente a aree residenziali con edifici bassi dovrà essere arretrato, a garantire una transizione graduale.
• Fronti commerciali. Il commercio, in genere, sarà al limite del lotto. I parcheggi saranno sviluppati lungo le vie commerciali, evitando pareti cieche più lunghe di 25 metri. Aggiungere ai punti vendita più grossi dei negozi minori “appesi” all’esterno, o aprire i negozi alla strada con vetrine e attività all’esterno come chioschi per la frutta o i fiori, può migliorare l’ambiente pedonale.
• Fronti residenziali. Si devono incoraggiare ingressi multipli alle abitazioni, ad esempio le townhouses, per rendere più attiva la strada.
• Ambiente stradale. Lo spazio pubblico circostante gli interventi deve comprendere elementi quali piazze, alberature, spazi di sosta con possibilità di sedersi, caffè all’aperto, un’illuminazione migliore, marciapiedi più ampi.
• Materiali. I materiali costruttivi devono essere compatibili con quelli delle zone circostanti residenziali, commercio e residenza devono integrarsi in senso verticale, e l’organizzazione generale dell’edificio deve corrispondere ai rapporti dimensionali del quartiere.
• Parcheggi – Carico-scarico. I parcheggi devono essere interrati, o avvolgenti rispetto ad altri spazi, l’ingresso al garage della funzione commerciale deve essere libero, le ribalte di carico recintate, le interruzioni del bordo stradale limitate, i posti a parcheggio possono essere condivisi fra clientela e residenti.
• Insegne. Le insegne devono essere di dimensioni e quantità limitate ma offrire una chiara individuazione dei negozi.
APPENDICE II: PROPOSTA DI NORME URBANISTICHE PER MIXED-USE SU GRANDE DISTRIBUZIONE
Per spazi di superficie superiore ai 2.000 mq nelle zone omogenee NC (eccetto le NC-1) e proposte di aggiunta del 20% di nuovo commercio, o consistenti quantità di nuove abitazioni.
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Nota: questa tabella riguarda solo le norme di zoning: le indicazioni progettuali e architettoniche possono essere trattate approfonditamente nelle linee guida per progetti mixed-use.
La lottizzazione di Monticchiello, un pericoloso grimaldello.
Vittorio Emiliani
L'Unità, 2 settembre 2006
Non sarà un«ecomostro» la lottizzazione di Monticchiello di Pienza, in piena val d'Orcia, e però rappresenta un pesante sfregio al paesaggio, ancora intatto, di quella stupenda area collinare che l'Unesco ha di recente inserito nel patrimonio mondiale dell' umanità, unico sito paesaggistico, credo. Questa è stata la pronta risposta al riconoscimento dell'Unesco: un bel grappolo di 95 unità immobiliari suddivise in undici lotti.
Condivido in pieno l'allarme lanciato da Alberto Asor Rosa dalle colonne di Repubblica il 24 agosto scorso. Disgraziatamente le parole del sindaco di Pienza, Marco Del Ciondolo, riportate dall'Unità del 29 agosto, non mitigano quell'allarme. Egli racconta che la lottizzazione era stata pensata in funzione di un nobile intento (ma non c'erano altri mezzi meno invasivi?), quello cioè di trattenere sul territorio le giovani coppie locali altrimenti prive di alloggi. Poi le giovani coppie si sono come volatilizzate e quelle unità immobiliari sono diventate seconde case. Per niente indispensabili, ma certamente ben spendibili sul mercato immobiliare, nazionale e internazionale. Inviterei il sindaco di Pienza a Capalbio - dove la pressione dell'area di Roma è più forte -per vedere quali scempi stia provocando il mercato delle seconde e terze case, a Borgo Carige, a Capalbio Scalo e quasi sotto le mura medioevali del borgo capalbiese, a Poggio del Leccio, con costruzioni che saranno visibilissime dall'alto e dal basso. Mentre si riparla di nuovi accessi al mare oltre l'area protetta dell'oasi del Wwf, al lago di Burano, per raggiungere quei 15 chilometri di spiaggia ancora libera, ancora tutta a dune, che certamente fanno gola alla speculazione. Il sindaco di Pienza potrebbe constatare come la pressione speculativa possa stravolgere, letteralmente, un paesaggio eun ambiente. Per sempre. Temo che pure a Monticchiello si sia posta la prima pietra di una invasione cementizia che intaccherà profondamente la stessa isolata e integra Val d'Orcia. Si comincia sempre così, poi il grimaldello scassa anche il resto.
Qual è il punto nodale di questa politica urbanistica alla quale sembra non esservi rimedio? Sono le leggi regionali con le quali le Regioni stesse hanno sub-delegato i singoli Comuni a vigilare sulla corretta attuazione delle norme paesistiche, cioè su se stessi, diventando così, da controllati che erano, controllori di se medesimi. Una normativa assurda, grottesca, che sta provocando disastri in tutta Italia. Autoesclusasi la Regione, rimane infatti un solo potere di controllo sui Comuni: quello delle Soprintendenze. Che però sono state indebolite negli ultimi anni, nei mezzi, negli strumenti e nei poteri. Il Codice Urbani prevedeva infatti che esse non avessero più alcun potere di veto a valle del progetto, per esempio di lottizzazione, una volta espresso il loro parere (soltanto consultivo!) a monte della progettazione medesima. Per non parlare dei vincoli che una volta si potevano apporre con maggiore facilità e autorità da parte degli organismi ministeriali e che un malinteso regionalismo ha reso oggi molto più difficili Questo doppio meccanismo ha,nei fatti, castrato quasi ogni potere superiore di tutela lasciando i Comuni liberi di fare, più o meno, quello che vogliono. È quanto sta accadendo nella intatta (sino a ieri) Piana di Navelli nell'Aquilano, l'altopiano dello zafferano, ricco di chiese lungo gli antichi tratturi delle greggi, dove alcuni Comuni hanno preteso l'attuazione di un faraonico potenziamento della Strada statale 17 con un impatto ambientale e paesistico devastante. Che la stessa Soprintendenza fatica ora moltissimo ad arginare e a ridurre. Il caso di Monticchiello, così opportunamente sollevato da Asor Rosa (non si offenda il presidente della Comunità dell'Orcia, vigili e tuteli piuttosto), è la spia di un aggressione suicida al paesaggio italiano, possibile anche nel cuore dell'Italia più civile e più conservata. Dove c'era, mi risulta, un buon piano urbanistico. Dove ci dovrebbe essere un piano del Parco Artistico eNaturale dell'Orcia. Rimasti entrambi nei cassetti. Col risultato di dissipare non soltanto una bellezza antica e una identità cara a tutto il mondo, ma anche un patrimonio economico fatto di turismo altamente qualificato, di residenze italiane e straniere sensibili al recupero e al restauro dei borghi e dei casali, di presenze rispettose. Così si va dritti all'imbruttimento, alla massificazione, alla omologazione dell'Orcia, come della Piana di Navelli o della Maremma capalbiese, ai luoghi ormai travolti dalla speculazione immobiliare. Un processo dal quale, sciaguratamente, non si torna indietro. Ci pensino gli abitanti dei luoghi. Ci pensino i ministri Rutelli e Pecoraro Scanio: gli organismi di tutela vanno riqualificati e potenziati e quelle leggi regionali di sub-delega ai Comuni vanno azzerate al più presto. Nell' interesse delle regioni e delle loro popolazioni.
La Val d’Orcia tra apocalisse e riformismo
Riccardo Conti
L'Unità, ed. Firenze, 3 settembre 2006
Cara Unità, mentre leggo l'articolo di Vittorio Emiliani «un pericoloso grimaldello » mi trovo per l'appunto a Capalbio e sto lavorando con la Sindaco, un po' di assessori, progettisti e stiamo discutendo del nuovo Piano Strutturale. I temi che abbiamo di fronte sono proprio quelli di cui parla, con toni in verità «apocalittici», Vittorio Emiliani: le olivete, la salvaguardia, come frenare - ero tentato di dire «azzerare» - quell'eccesso di sollecitazioni immobiliari che gravano sulla Maremma e su tutto il territorio rurale toscano, che, è vero, rappresenta agli occhi della speculazione immobiliare un grande infinito potenziale mercato. Con la nostra riforma, con il nostro sistema di pianificazione questo cerchiamo di fronteggiare, contenere, se necessario, azzerare.
Se Vittorio Emiliani è interessato potremo fornirgli materiali, elaborazioni, spunti, idee: a partire dal testo della LR 1/2005 «Norme per il governo del territorio» per vedere se potremmo avvalerci anche di qualche suo suggerimento. Tuttavia c'è un punto di dissenso irrinunciabile con la tesi di fondo dell'articolo in questione che non può essere sottaciuto. Per motivi essenzialmente culturali e politici. Noi per contrastare la speculazione e per un buon governo del territorio investiamo tempo, denaro, energie, risorse sui Sindaci, sugli enti locali, sulla democrazia e sulla partecipazione. Altri su un centralismo di stampo ottocentesco. Invito a rileggere dagli atti parlamentari lo splendido intervento del '67 di Mario Alicata sul sacco di Agrigento e sull'alluvione di Firenze; allora le Regioni nemmeno c'erano, le Sovrintendenze si, la speculazione imperava e creava quei danni e quei dissesti. Un grande intellettuale come Mario Alicata puntava fin da allora il dito contro le Sovrintendenze e invitava ad investire in democrazia. Il tema ha un grande rilievo culturale; attiene alle idee sulla società di domani ma anche alla qualità delle battaglie culturali di oggi. Se qualcuno pensa di governare società complesse, variegate Zygmunt Bauman le chiama «liquide», a furia di editti, decreti, vincoli; auguri! Noi preferiamo la strada dura e faticosa ma non illusoria - certo senza esisti scontati - della partecipazione, del confronto, della crescita politica e culturale. Vivaddio anche di buone leggi, di buoni piani, mestiere che noi toscani pensiamo di saper fare egregiamente. Siamo una Regione dove da due settimane uno stimolante intervento di Asor Rosa su caso di novantacinque nuovi alloggi, purtroppo, in via di costruzione in Val d'Orcia ha innescato un dibattito che impegna sindaci, assessori, intellettuali, giornalisti.
Questo è un bene, può segnare, infatti, la strada di una crescita vera di una cultura urbanistica più avanzata e la sostanza di un metodo riformista di governo del territorio. Fatto questo importante quasi come buone leggi e buoni piani. Questa è la nostra esperienza che pure ancora non ci accontenta e che lavoriamo ogni giorno a migliorare. Insomma non siamo istituzioni che il lunedì si occupano della tutela e il martedì dello sviluppo, ma vogliamo rappresentare una cultura che sa affrontare insieme tutela e sviluppo. Questo chiama democrazia, sindaci, amministratori un grande patto istituzionale per un governo sostenibile del territorio. Il centralismo invocato nell'articolo ci taglierebbe a fette; tutelare sarebbe cosa diversa dal governare. Questa sì è una prospettiva destinata alla sterilità e all'inefficacia. Il tema ha una valenza politica indiscutibile; ricordo a me, prima che ai lettori dell'Unità, che nelle analisi della sconfitta del 2000 che aprì la strada al berlusconismo, abbiamo criticato un'azione troppo volta al «riformismo dall'alto». Reichlin ha parlato di «riformismo senza popolo». Quello che vogliamo fare in tema di governo del territorio è anche tanto «riformismo dal basso». Sarebbe interessante se il tanto «riformismo dal basso» che amministratori, tecnici, intellettuali, cittadini praticano ogni giorno senza poter accedere agli onori delle cronache giornalistiche, potesse incontrarsi con una buona, indispensabile riforma del governo del territorio di tipo parlamentare. Sì, la nostra azione trova spesso limiti insormontabili nei regimi dei suoli, in quello fiscale, nella difficoltà nel praticare buone politiche di perequazione; insomma nell'aleatorietà di strumenti che solo una buona riforma a livello nazionale potrebbe darci. L'appello che faccio io ai ministri del centrosinistra è che insieme ai «riformisti dal basso» possano impegnarsi per darci questa buona legge.
*Assessore Regione Toscana al Territorio e Infrastrutture
Pienza, Capalbio e l’importanza delle Soprintendenze
Vittorio Emiliani
L'Unità, ed. Firenze, 4 settembre 2006
Caro direttore,
l'assessore regionale toscano all'Urbanistica, Riccardo Conti, rispondendo al mio articolo comparso su l’Unità di sabato, mi dà dell'«apocalittico » a proposito del giudizio sugli sviluppi edilizi di Monticchiello-Pienza (lottizzazione denunciata da Alberto Asor Rosa e che neppure lui condivide) e su quelli promossi a Capalbio dalla giunta di centrodestra che ha preceduto quella attuale. Dico solo: andare a vedere per giudicare; il panorama edilizio (tutto di seconde e terze case) parla da sé e il mega-parcheggio grida ancora vendetta. Nocciolo del discorso: per Conti la «buona urbanistica»non si fa con vincoli e controlli (tanto più se ministeriali), ma con la discussione e con la partecipazione democratica. Quest'ultima è certamente fondamentale, e tuttavia, in democrazia, è bene che i Comuni non siano i tutori di se stessi e che abbiano, sopra di loro, un controllo regionale, o provinciale, e ministeriale (Soprintendenze, cioè Stato). In Toscana è mancato il primo livello e il secondo appare, visto da Capalbio e da Monticchiello, decisamente debole. Menomale che il ministro Rutelli ha subito disposto una inchiesta sulla situazione di Pienza. Infine: per la Regione Toscana la tutela dei beni culturali e paesistici dovrebbe essere regionalizzata, modificando, evidentemente, l'articolo 9 della Costituzione che la affida alla Repubblica, cioè allo Stato, in primis, con la collaborazione di Regioni e autonomie locali. Riccardo Conti cita la drammatica frana di Agrigento e scrive che le Soprintendenze, allora, c'erano già. Verissimo. Solo che in Sicilia erano rinate, nel 1947, «regionalizzate». Proprio come le vorrebbe, ora, la Regione Toscana e come molti di noi, invece, non le vogliono. Anche qui, andare a vedere per credere. Cordialmente
Con le nuove norme urbanistiche, un caso Monticchiello non sarà più possibile
Mario Lancisi
Il Tirreno, 5 settembre 2006
Mai più ecomostri come quelli - così numerosi - documentati nelle inchieste del "Tirreno". Mai più, assicura il presidente della Regione Claudio Martini: perché entro dicembre saranno operativi i nuovi strumenti urbanistici che la Regione si è data. Con i nuovi vincoli «un caso Monticchiello non sarebbe stato possibile». Per il passato però la Regione è impotente: «I miei legali mi dicono che non ci sono margini per intervenire», si difende Martini. Di ritorno dalle ferie trascorse tra Salisburgo e l'isola di Capraia, Martini si è ritrovato sul tavolo la "grana" di Monticchiello, l'insediamento urbanistico contro cui si espresso il furore polemico di Alberto Asor Rosa. Un caso che poi si è trasformato in dibattito suU'edilizia selvaggia in tutta la Toscana.
Una grana che l'intervista al "Tirreno" dell'assessore ai trasporti e all'urbanistica Riccardo Conti avrebbe reso ancora più vistosa agli occhi del governatore, stando almeno ad alcune indiscrezioni. Per almeno due ragioni. Conti ha definito «uno schifo» l'insediamento di Monticchiello, e di fronte ad uno schifo, ha replicato Asor Rosa, non si può dire che la Regione non può fare nulla. Seconda ragione: Conti ha accusato Asor di predicare bene ma di razzolare male: «In Toscana ha due seconde case...». Una caduta di stile che non sembra molto piaciuta a Martini.
«Non ci piace, però.....E così ieri il governatore ha preso in mano la patata bollente delle varie Monticchiello toscane. Ha confermato quanto già detto da Conti: la Regione non può farci nulla. E' stato però meno drastico nel giudizio sul complesso residenziale in costruzione a Monticchiello, in difesa del quale si erano spesi il presidente della provincia di Siena e il sindaco di Pienza, entrambi diessini: «Noi non condividiamo quell'opera - ha detto Martini - ma non possiamo farci niente. Possiamo solo rafforzare gli strumenti perché in futuro un caso Monticchiello non accada più». E al ministro per i Beni culturali Rutelli che ha chiesto gli atti dell'insediamento, Martini ha fatto sapere di essere disponibile a collaborare.
Choc e dialogo. Ma è soprattutto su Asor Rosa e le critiche piovute in questi giorni sull'urbanistica toscana che il governatore ha voluto aprire ai critici: «La vicenda ha aperto una discussione utile. Possiamo cogliere questa opportunità per ripartire con un dibattito culturale, anche interno alla sinistra, sulla ecosostenibilità. Il caso di Monticchiello ha offerto un'utile occasione di riflessione, una sorta di choc positivo per approfondire i problemi della tutela e della sostenibilità urbanistica e gli strumenti più efficaci per scongiurare il ripetersi di simili interventi».
«No al centralismo». Martini ha invece polemizzato con la proposta di restituire allo Stato o alla Regione le competenze urbanistiche per toglierle dalle mani dei comuni: ««Sarebbe sbagliato e ingiusto buttare la croce addosso ai Comuni, invocando un nuovo centralismo. Se la Toscana conserva ancora oggi la sue caratteristiche ambientali il merito è anche e soprattutto dei Comuni. Nell'ultimo decennio le previsioni dei piani urbanistici sono passati da 8 a 4 milioni di abitanti. Voglio mettere in guardia da facili scorciatoie e da tentazioni bonapartiste».
Se i Comuni fanno cassa. Martini ha poi accennato a due cause possibili del degrado urbanistico. Intanto la politica dei Comuni: «Se le risorse che arrivano sono sempre meno, alcune amministrazioni vedono negli oneri di urbanizzazione entrate vitali».
E, in secondo luogo, ha concluso Martini «c'è da considerare l'aumento della pressione nel settore edilizio con la crisi di altri comparti produttivi». Un'economia da anni in zona recessione ha trovato nello sviluppo edilizio una boccata di ossigeno. La Toscana produttiva è entrata in crisi mentre ha preso slancio, anche troppo, la rendita finanziaria e immobiliare.
Quanto è banale quell'ecomostro
Vieri Quilici
La Repubblica, 5 settembre 2006
La notizia apparsa su La Repubblica del 24 agosto che il cemento stia cominciando a minacciare seriamente una zona della Toscana conosciuta per il suo straordinario paesaggio e per i suoi altrettanto straordinari beni culturali, ma soprattutto per l’attaccamento della sua popolazione alle proprie tradizioni - avrebbe, come prima impressione, dell’incredibile. Stiamo infatti parlando della Val d’Orcia e in particolare di Monticchiello dove il locale Teatro Povero da decenni propone un continuo confronto critico tra passato e presente come modo consapevole di affrontare i problemi di quel territorio e di quella comunità.
Circa dieci anni fa proprio per quella zona veniva approvato dalla Regione Toscana, dopo un lungo e travagliato lavoro preparatorio, la costituzione di un Parco Artistico Naturale comprendente il territorio dei cinque comuni della Valle (Castiglione, Montalcino, Pienza, Radicofani, San Quirico) che così rientravano in un’unica vasta area protetta. Il progetto si ispirava a princìpi in senso lato ecologici, puntando su di uno sviluppo fondato sulle risorse locali - culturali innanzi tutto, ma anche materiali ed umane - e teso a creare le basi per una ricettività ed una corrispondente redditività diffuse, a conferma di un’esistente, straordinaria qualità ambientale. Un progetto che non intendeva alterare una realtà di per sé preziosa. Al fondo, il segreto di quel territorio, che lo rendeva per molti versi unico e che andava assolutamente rispettato, consisteva nel delicatissimo equilibrio tra popolazione insediata nei borghi ed uso del suolo, ordinato secondo un’armonica alternanza di grandi estensioni a grano e di coltivazioni agricole pregiate.
Questo era quanto si era riusciti ad ottenere sotto la spinta dei Comuni interessati e grazie ad alcuni ammirevoli amministratori locali.
Accadeva dieci anni fa. Oggi invece sorge l’"ecomostro" di cui l’articolo di Asor Rosa ci ha fornito una spietata ma assai precisa descrizione. Siamo di fronte ad un ennesimo paradosso? Non proprio. Ciò che sta accadendo, che purtroppo non risponde a quanto sembrava acquisito sul piano delle intenzioni, risponde invece a meccanismi che tipicamente conseguono all’assenza di un’effettiva politica territoriale. Il progetto di Parco prevedeva ad esempio alcuni interventi che avrebbero dato senso all’intera operazione e di cui non si è più avuta notizia. Dal recupero dell’alveo fluviale, da sempre ridotto a una sequela di cave di sabbia, alla risistemazione dell’area interessata da un’opera rimasta - per fortuna - irrealizzata, la diga di San Piero in Campo; dall’attrezzatura come strada-parco del tratto della Cassia che attraversa la valle in alternativa alla sua trasformazione in superstrada, in gran parte in rilevato (progetto Anas), all’organizzazione di una rete di percorsi che doveva connettere i casali storici sparsi secondo l’antica logica dei "poderi", e così via, con una decina di progetti che avrebbero potuto dare il segno di una strategia coerente con le intenzioni iniziali.
I meccanismi che si sono messi in moto sono dovuti invece più all’assenza che alla presenza di iniziative ed è chiaro che quando non si persegue un obiettivo guidando coerentemente l’evoluzione dei processi, quando non si avvia una strategia che guidi i comportamenti, non solo economici, dei soggetti interessati e degli amministratori, a quel punto non ci si può sottrarre alla pura logica di mercato. Vale a dire, per quanto riguarda l’uso del suolo, al suo sfruttamento edilizio, verrebbe da dire monocolturale.
La questione va anche oltre i limiti di un caso locale: essa può forse anche essere vista nella sua emblematicità tutta italiana. Sembra infatti oggi necessaria una riflessione su alcuni aspetti cruciali della politica di salvaguardia dei beni ambientali per mettere in guardia dalle conseguenze dell’equivoca, malintesa alternativa tra conservazione e sviluppo (che è concetto moderno) inteso, il secondo termine, come "modernizzazione", inevitabilmente soggetto quindi alla banalizzazione dell’immagine, ma anche al suo potere di corruzione nei confronti del gusto e dei consumi correnti.
Si pensi, nel caso segnalato, alla banalità del modello proposto, assimilabile quasi a quello del villaggio turistico, se confrontato con la ricchezza storica del sistema insediativo-produttivo dei poderi e dei "casali". Una banalizzazione che più in generale sta degradando l’offerta di un turismo culturale nazionale sempre più massificato.
Una riflessione necessaria, così come sarebbe il caso di riflettere su come in nome di una ugualmente malintesa democratizzazione delle decisioni si possa giungere ad alcuni eccessi nei meccanismi di delega a singoli poteri locali di fondamentali funzioni di indirizzo e di controllo. Il progetto Val d’Orcia prevedeva, a correzione di tali tipi di eccesso, la formazione di un organo di governo collegiale, costituito dalla Conferenza dei sindaci, che però non sembra particolarmente attivo e convinto delle proprie funzioni.
Mai forse come in questo caso la metafora del Buongoverno (non la "governance", per carità!), appare oggi appropriata ad indicare come e quanto ancora si potrebbe fare e soprattutto a non fare. Sembra tra l’altro che sia stata proprio la corrispondente immagine del Lorenzetti presente nel famoso affresco senese, confrontata con quella attuale di Monticchiello, a convincere i funzionari Unesco del valore unico ed inestimabile di un paesaggio - opera d’arte e a dichiarare la Val d’Orcia patrimonio dell’umanità. Di "ecomostri" in costruzione non avevano ancora sentito parlare.
Postilla
In Campania eccesso di potere regionale; in Toscana eccesso di potere comunale. Non sono forse due facce dello stesso errore? Che è quello di non comprendere che ci sono responsabilità della Regione e responsabilità del Comune, che la tutela del paesaggio è responsabilità primaria della prima (e dello Stato), e che ad essa (e allo Stato) spetta anche promuovere uno sviluppo economico non basato sui valori immobiliari. Ne hanno consapevolezza i governanti di oggi? Non sembra proprio, se in Val d’Orcia (e altrove) ognuno può costruire il villaggio turistico che gli pare senza che la Regione abbia stabilito prima regole rigorose di tutela del paesaggio, e se i sindaci sono indotti a consentire speculazioni inutili (per l’economia) e dannose (per il paesaggio e il futuro) per poter pagare gli stipendi.
Titolo originale: In the Shadow of Disaster – Traduzione di Fabrizio Bottini
L’inondazione è stata vorace: ha inghiottito interi quartieri e messo fine a centinaia di vite. Ma gli argini danneggiati sono stati riparati. Si ergono ancora fra New Orleans e la catastrofe, tenendo sotto controllo il Mississippi e il lago Pontchartrain. Anche il vecchio sistema di drenaggio, è ancora in piedi. Ogni goccia d’acqua che cade in città, ogni lacrima versata, alla fine scorre via attraverso i canali sin quando viene pompa al di sopra degli argini dentro il lago. Questo è il modo in cui è stata congegnata New Orleans: controllare le acque ribelli, marcare il confine tra la città e ciò che la circonda.
È stata una battaglia persa. Eppure, per quanto suoni particolarmente strano dopo l’uragano Katrina, tutto lo sviluppo della città si basa sull’idea che la natura la favorisce. Dalla fondazione di New Orleans alla bocca del Mississippi nel 1718, la città ha investito sulla geografia per costruire la propria grandezza. Molto prima che le tecnologie potessero superare i capricci della geografia, i suoi cantori affermavano che avrebbe regnato su un impero commerciale. Ma l’ambiente locale ha raramente collaborato a queste visioni imperiali. Lago e fiume incombono sulla città. La maggior parte di New Orleans giace sotto il livello del mare, e non ha drenaggio naturale. Le epidemie fioriscono, nel delta fumante. Gli studiosi definiscono questo uno scollamento fra “sito” – lo spazio reale occupato dalla città – e “situazione” – i vantaggi relativi di un’area urbana su altre. New Orleans, col suo accesso al fiume e al golfo, gode di una situazione quasi perfetta. Ma ha un sito quasi perfettamente orribile.
Il geografo Peirce Lewis la riassume così: New Orleans è “impossibile” e pure “inevitabile”. Intende dire che se la situazione di una città è sufficientemente buona, la gente migliorerà il sito: non importa quanto costa. Gli abitanti di New Orleans storicamente hanno fatto ciò segregando gli spazi: in un primo tempo non da punto di vista socioeconomico o razziale, ma da quello ambientale. A New Orleans ci sono spazi per la natura: al di fuori degli argini o nei canali che si dipartono dalla città. E ci sono spazi per le attività umane: dentro la città. La gente qui, la natura lì. L’idea è semplice, la realizzazione impossibile.
Per adesso, l’acqua in città sembra di nuovo sotto controllo, tornata nei posti dove la gente la vuole: nelle docce per grattar via lo sporco che attacca, nel caffè nero, e confinata dietro gli argini. Ma c’è ancora pericolo. Di fronte alla sfida della ricostruzione, New Orleans sembra bloccata nel fango: non semplicemente impantanata in quello che incrosta la città, ma anche intrappolata da secoli di errori di strategia, specialmente quello di fantasticare sulla separazione da quanto la circonda. Questa idea è stata tanto distruttiva quanto la peggiore alluvione, e altrettanto difficile da evitare.
I responsabili della ricostruzione di New Orleans sembrano incantati da questo miraggio. Partecipano alle varie commissioni – quella dei sindaco Ray Nagin e del governatore Kathleen Blanco – che hanno compiti sovrapposti e dubbia autorità. Ma nonostante le rivalità, le commissioni sono d’accordo almeno su un punto: la priorità assoluta sono gli argini. Scott Cowen, preside della Tulane University e componente della commissione di Nagin, ritiene che senza migliori argini altre proposte – “un’istruzione pubblica di livello mondiale” case migliori, un rilucidato “ambiente culturale” cittadino – saranno senza senso. Andy Kopplin, direttore esecutivo del gruppo del governatore, concorda: “Dobbiamo per prima cosa ricostruire gli argini, così che le persone si sentano al sicuro”. A chiunque abbia familiarità con la storia ecologica della città, questo suona come una ricetta per nuovi disastri.
Sin dall’inizio, gli abitanti di New Orleans hanno innalzato argini. I progetto si sono accelerati dopo che un’inondazione del 1849 aveva lasciata inzuppata la città per mesi. Le autorità federali, allarmate dall’inattività del porto più importante del paese, sostennero due studi sul fiume. Il primo auspicava un controllo delle acque su vari fronti: argini, scolmatori e “riserve”, ovvero distese di aree umide ad agire come spugne. Il secondo, steso da un futuro capo del Genio Militare, era più gradito in un’epoca in cui le zone umide venivano considerate discariche. Iniziò così una strategia nota come “solo argini”. Entro il 1900 New Orleans aveva argini più alti della case vicine. Fiume e lago erano scomparsi dietro a montagne in miniatura.
Solo un problema: non funzionava. Il fiume divenne più pericoloso, e New Orleans meno sicura. Con l’acqua intrappolata dagli argini, il Mississippi saliva più in alto che mai. Ma non lo si poteva dire agli abitanti di New Orleans. Nemmeno l’enorme inondazione del 1927 gli fece cambiare completamente idea. Quell’anno la città fece saltare con la dinamite un argine venti chilometri a valle della corrente, facendo calare il fiume ingorgato e distruggendo le frazioni di Plaquemines e St. Bernard. La città si era comprata la salvezza sacrificando i suoi vicini più poveri (un evento che ha alimentato voci nella zona della Ninth Ward, dove alcuni abitanti ed evacuati credono che l’argine di fronte al loro distretto sia stato distrutto dopo Katrina per proteggere zone bianche più ricche).
Eppure, gli argini sono ancora cresciuti dopo il 1927, nonostante le inchieste federali dove i conservazionisti testimoniarono che la diminuzione delle zone umide aveva esasperato gli effetti del disastro. Il Genio Militare rifiutava ancora di aggiungere le aree umide al proprio arsenale. Invece, costruì per New Orleans uno scolmatore per deviare parte del fiume nel lago Pontchartrain: e per tutti gli anni ’50 continuò a sollevare gli argini.
Contemporaneamente, la città si lanciò in una sbornia edilizia favorita dal sistema di drenaggio realizzato all’inizio del ventesimo secolo. Per 200 anni New Orleans era stata intrappolata: una città lunga e magra su una stretta striscia di terreno relativamente alto sul fiume. Il Mississippi su un lato, e un’area umida di cipressi, la “ backswamp” sull’altro. Ma dopo il 1900, la città iniziò a bonificare terreni e a espandersi su zone più basse. Entro gli anni ’60 la backswamp era stata sostituita da quartiere Lakefront, dalla Lower Ninth Ward e da altri insediamenti. I limiti ecologici avevano ancora ceduto di fronte all’ambizione di una città prigioniera della propria situazione. Con gli argini torreggianti e le aree umide sparite, la segregazione dei paesaggi sembrava completa.
Dividere spazi generava altri due prodotti collaterali. Primo, altra segregazione: stavolta razziale e socioeconomica. Prima degli anni ’50 New Orleans era una città mista. Ricchi, poveri, bianchi e non-bianchi, erano tutti vicini. Non era per scelta, ma per necessità; con l’edificazione confinate nelle zone più elevate vicino al fiume, non c’era spazio per chiudersi dentro énclaves di segregazione sociale. Ma quando i costruttori iniziarono a realizzare lottizzazioni di casette sui terreni prosciugati, in città e nei suburbi, gli abitanti di New Orleans si stratificarono, coi più poveri e di colore spesso concentrati nelle zone basse, e i bianchi agiati ad occupare tipicamente le aree più elevate, o i “borghi”.
Seconda conseguenza: il controllo della natura divenne più difficile. Le paludi scomparivano, sia a causa delle bonifiche urbane, sia perché gli argini facevano diminuire le aree umide impedendo alle acque la ricarica dell’ecosistema. Le ricerche petrolifere causavano l’erosione delle coste, che si mangiava migliaia di ettari di aree paludose. Ogni metro in più di altezza degli argini, rendeva più difficile pompare l’acqua fuori dalla città. Alla fine, New Orleans iniziò a sprofondare quando le sue fondamenta d’acqua furono rimpiazzate da terreni bonificati spugnosi che si compattavano sotto il peso della città. L’anello di retroazione urbano-ambientale replicava i medesimi problemi che gli abitanti di New Orleans avevano tentato di allontanare con la tecnica dalla città per secoli.
In questa situazione, atterra Katrina. L’ondata di tempesta è troppo per gli argini. L’acqua ne scavalca qualcuno; altri crollano. Le pompe non riescono a mantenere il ritmo, e New Orleans si riempie d’acqua. Soprattutto poveri, gente di colore, malati e anziani, sono lasciati indietro. Molti muoiono, sulle terre basse. La Brookings Institution riporta che 38 su 49 dei quartieri più poveri nell’area metropolitana di New Orleans si sono allagati. Nella città vera e propria, l’80% dei quartieri allagati sono a maggioranza non-bianca. La segregazione – ambientale, socioeconomica e razziale – produce sofferenza segregata.
Ora, è prevedibile la richiesta di migliorare gli argini. Joe Canizaro della commissione del sindaco si preoccupa perché nessuno ritornerà finché non si “sentirà al sicuro”. Ha ragione. Ma cosa succede se ci si sente al sicuro e non lo si è? Prima di Katrina, l’amnesia dei disastri e la loro negazione ha consentito alla gente di ignorare il pericolo. Gli eventi del passato, dice l’ingegnere Robert Bea dell’Università di Berkeley, sono stati “campanelli d’allarme, ma New Orleans ha continuato a spegnere la suoneria”. Ora la città deve ripensare al governo delle acque.
Come la maggior parte degli ingegneri, Bea è sicuro che si possano realizzare argini che sopportino una tempesta di Classe 5. “È solo un problema di volontà politica e finanziamenti” dice. Ma i finanziamenti non sono spiccioli; il progetto richiede miliardi. Nessuno sa da dove potrebbe venire quel denaro. Anche se il Presidente Bush ha promesso che il governo federale pagherà le riparazioni degli argini, non ha fatto la medesima promessa per quanto riguarda i loro miglioramenti. E se si trovano i soldi, la volontà politica deve durare per quindici anni, il tempo necessario per costruire argini con uno standard di Classe 5.
E anche se alla fine si costruiranno, non funzioneranno, da soli; gli ingegneri dovranno imparare a collaborare con una particolare ecologia urbana anziché tentare di dominarla. “Le zone umide devono essere una parte della soluzione” dice Bea. Se non si reintroducono gli acquitrini, le ondate di tempesta supereranno anche i migliori argini. E se gli oceani continuano a salire e New Orleans a sprofondare, la città annegherà di nuovo.
Craig Colten, geografo alla Louisiana State University, concorda. Insiste sul fatto che le zone basse della città non vengano ricostruite. La sua proposta è molto discussa, coi residenti allontanati che invocano il proprio “diritto al ritorno”, e la maggior parte dei membri dei comitati per la ricostruzione riluttanti a reintegrare le zone umide in città, dopo che il sindaco Nagin è rimasto scottato per aver suggerito che si potesse non ricostruire la zona Ninth Ward. Ma Colten crede ancora che si possa far filtrare un po’ di backswamp dentro a determinate zone basse. Un metodo equo, ritiene, sarebbe quello di “prendere superfici da molti quartieri – Lakefront, Ninth Ward, Gentilly – e ricollocare ricchi, poveri, ceto medio, in zone più dense su terreni elevati”. La “Nuova Nuova Orleans” di Colten così assomiglierebbe a quella vecchia, dell’epoca prima della scomparsa degli acquitrini. Eliminerebbe anche le lotte su quali quartieri abbandonare.
Danielle Taylor, decana di discipline umanistiche alla Dillard University, è sicura che il risultato di queste lotte sarà a favore dei potenti. Restituire aree urbane all’acquitrino, sostiene, distruggerà il tessuto urbano, facendo a pezzi le comunità che hanno reso la città quello che è. Riecheggia il punto di vista degli abitanti della Ninth Ward, i quali pensano che le élites urbane abbiano visto le onde della tempesta come le prime di un processo di rinnovo urbano. Senza case popolari, la ristrutturazione non lascerà spazio ai poveri e alla gente di colore, dice la Taylor. New Orleans diventerà un centro commerciale sterilizzato – e bianco – col Quartiere Francese a fare da anchor. Colten simpatizza con questo punto di vista, ma dice che consentire alla gente di tornare nelle zone basse sarebbe “irresponsabile”.
Quello che è certo, è che gli spazi segregati non hanno funzionato. Come dimostra Katrina, è impossibile separare le questioni ambientali e sociali in questa città. New Orleans non è solo un artefatto umano. E naturalmente non è nemmeno del tutto naturale. È entrambe le cose: una rete di umano e non umano mescolati, che dondola sul limite natura/cultura. La città si deve ricostruire su fondamenta più solide: la comprensione del fatto che non lasciar spazio alla natura è sia controproducente che improbabile da realizzare.
Un approccio nuovo potrebbe produrre spazi urbani sostenibili e giustizia ambientale. Ma ciò richiede scelte drastiche, poco probabili da parte delle commissioni. È triste, ma New Orleans sembra destinata a ritrovarsi dove è sempre stata: sulla strada del pericolo.
Titolo originale: Change on the high street – Traduzione per Eddyburg Mall di Fabrizio Bottini
Lo Office of Fair Trading [autorità per la libera concorrenza] ha fatto benissimo ieri a raccomandare una nuova indagine sul potere di mercato dei supermercati britannici, anche se essi sono stati analizzati solo nel 2000. Sono successe tante cose da allora – come la marcia inarrestabile di Tesco e l’esplosione dei negozi di beni di prima necessità posseduti dalle grandi catene nei centri città – che una nuova inchiesta era più che necessaria da tempo. Anche l’atteggiamento della politica rispetto al mondo commerciale si è modificato, il che appare dal fatto che sia i Liberaldemocratici che i Conservatori hanno accolto con favore la decisione: i Tories hanno richiesto addirittura una indagine più approfondita sul futuro delle high streets, auspicio ripreso dalla New Economics Foundation che descrive i negozi di quartiere come “il collante sociale delle nostre comunità”.
Secondo lo OFT, il settore dei beni di prima necessità è cresciuto del 31% negli ultimi cinque anni (contro il 24% del commercio alimentare in genere) con i quattro giganti – ma principalmente Tesco e Sainsbury's – che hanno spinto i propri punti vendita a un’esplosione da 54 a 1.306. I supermercati ne escono molto bene. Lo OFT ha rilevato che c’è stato un significativo incremento nella varietà di prodotti venduti (il che non ha impedito che godessero di un boom i piccoli negozi di cibi naturali). Più in particolare, è emerso che i prezzi, al netto dell’inflazione, sono diminuiti del 7,3% negli ultimi cinque anni, a prima vista quindi nessun segno di abuso di monopolio. Ma questa è solo una parte della cosa, perché i supermercati sono accusati di price flexing (prezzi più alti dove la concorrenza è più debole) e vendite sottocosto per acquisire quote di mercato. Le imprese locali, che già trovano impossibile concorrere col sistema globale di approvvigionamento di entità come Tesco, non meritano di subire anche questi tagli di prezzo predatori. Lo OFT ritiene anche che il sistema di pianificazione urbanistica agisca contro i nuovi ingressi nel settore e che i grandi supermercati con le loro scorte di terreni rendano difficile l’insediamento a nuovi soggetti. I supermercati rispondono che le proprie scorte di terreni sono vaste solo perché i pubblici poteri non li lasciano crescere.
Cosa succederà ora? Il governo deve accogliere queste raccomandazioni, ma ampliare il campo. I supermercati non sono solo negozi alimentari, vendono un ventaglio sempre più ampio di prodotti di consumo, elettronici, farmaceutici, servizi finanziari, giornali, che stanno colpendo la vitalità di altri negozi delle vie commerciali. I poveri sono i soggetti colpiti più duramente, dato che non possiedono automobili per raggiungere i nuovi superstores. La questione centrale è se gli indubbi benefici e popolarità dei superstores siano superati dai gravi effetti che essi hanno su modi di vita che, una volta persi, saranno persi per sempre.
Nota: su queste pagine, anche estratti dal citato rapporto del New Economics Forum sulla "morte della diversità" e le Città-Clone, indotti dai monopoli della grande distribuzione in Gran Bretagna (f.b.)
Titolo originale: Corporate Retailers and the American Ghetto: How Starbucks May Help Save South Central – Traduzione per Eddyburg Mall di Fabrizio Bottini
La recente apertura di uno Starbucks nel famigerato quartiere suburbano di Compton a Los Angeles può offrire agli abitanti moto più di un caffèlatte a tre dollari. Si tratta, naturalmente, di un altro esempio della tendenza che dura da un decennio, di rivolgersi da parte delle grandi catene commerciali americane ai “mercati urbani” delle minoranze più povere. Ma questo progetto, una joint venture con l’ambiziosa Johnson Development Corporation di Magic Johnson, può anche rappresentare la traccia per un modo completamente nuovo di pensare la rivitalizzazione della inner-city: un metodo che pone l’accento sull’aspetto civico tanto quanto usa percorsi più tradizionali di rivitalizzazione, come lo sviluppo economico.
Storia economica recente
Sin dagli anni ‘60, i decisori attenti ai gravi problemi degli afroamericani e alte minoranze hanno cercato di estendere sia le occasioni di lavoro che quelle di nei ghetti urbani. Ma, quattro decenni di iniziative benintenzionate per l’occupazione, a livello federale e locale, non sono riuscite a rallentare il declino della disponibilità di posti di lavoro dignitosi nei quartieri popolari.
A South Los Angeles, tradizionale zona della popolazione nera di L.A., questo declino è particolarmente evidente con la scomparsa di migliaia di posti di lavoro regolari nell’industria siderurgica e automobilistica nella regione. Se la base manifatturiera a South L.A. continua a crescere, non lo fa in modi che sappiano portare ad una rinascita economica regionale. Ben oltre la metà degli occupati nel settore manifatturiero dell’area lavora in imprese nel settore tessile e abbigliamento, posti non sindacalizzati e a bassi salari, e altre migliaia faticano negli impianti del settore alimentare. Molto peggio del livello inferiore dei lavori, la loro scarsità: il tasso di disoccupazione fra gli afroamericani ora è circa il doppio degli altri lavoratori, e molto più alto fra i giovani neri.
Sino a tempi recenti, le cose non andavano molto meglio per i consumatori della inner-city. Qui il commercio ha iniziato a declinare in tutta l’America negli anni ‘50, quando la dipartita dei bianchi e la decadenza urbana resero instabile il mercato. A Los Angeles, gli anni ’60 sono caratterizzati da violente rivolte, che spaventano molti dei commercianti bianchi rimasti. Quelli che resistevano tendevano a caricare il rischio di lavorare nel ghetto sui clienti, che non avevano la possibilità di far compere altrove. Questo problema colpì in modo particolarmente duro gli abitanti senza automobile, visto che Los Angeles storicamente offre poco trasporto pubblico per aumentare le occasioni di shopping nella periferia.
Non sorprende allora che gli abitanti di Watts, una delle comunità più difficili di South L.A., abbiano sempre lamentato l’inadeguatezza della scelta di consumi per tutta la zona. Né sorprende che furono i piccoli commercianti i bersagli principali delle distruzioni, sia nella rivolta del 1965 che in quella del 1992. Ma la situazione potrebbe cambiare, per gli abitanti di South L.A. e alte comunità di minoranze povere in tutto il paese. Un nuovo modello di intervento ha iniziato a modificare il modo in cui imprese, urbanisti e amministrazioni si avvicinano alla inner city. Una trasformazione necessaria da tempo, che ha il potenziale per modificare definitivamente il significato della parola “ ghetto”.
Uno sguardo alla Inner City
A partire dalla metà degli anni ‘90, le grandi catene di distribuzione hanno rivolto la propria attenzione alla “ultima frontiera commerciale”, il ghetto americano. Si trattava di un buon affare: secondo un “prudente” calcolo del 1998 effettuato dal Boston Consulting Group e della Initiative for a Competitive Inner City, queste inner cities rappresentano oltre 85 miliardi di dollari di potere d’acquisto annuo: l’equivalente di quello totale nazionale del Messico. Gli operatori sono stati incoraggiati dalla diminuzione generale della criminalità e dall’aumento di attrattiva delle città per le famiglie agiate, i gay, i frequentatori regolari. Tutti i giorni, Target, Home Depot, Wal-Mart, e dozzine di piccoli operatori iniziano a infiltrarsi negli storici ghetti neri.
Egualmente importante per questi quartieri nell’attirare le grandi catene verso la inner city è stata la fenomenale crescita e avanzamento economico della popolazione latina. Riflettendo una tendenza nazionale, la famosa “comunità nera” di South Central Los Angeles ora è per oltre il 55% latinoamericana. Cresce la popolazione latina e cresce anche il suo potere d’acquisto: una recente stima nazionale ha calcolato questo mercato per una valore di 400 miliardi di dollari. Nella California meridionale, questo potere d’acquisto si è reso evidente nel mercato della casa, dove la proprietà da parte di latini è lievitata di oltre il 50% nell’ultimo decennio.
Il marketing delle imprese si è messo sulla lunghezza d’onda di questa nuova demografia della inner-city: nel 1998, Target ha lanciato una rivista per la popolazione latina, Familia, inviata per posta a oltre 750.000 nuclei familiari latinoamericani in California. Un recente spot pubblicitario televisivo di Wal-Mart presenta una giovane donna afroamericana assunta da poco dal gigante commerciale, e che emozionata esprime la propria gratitudine.
L’ingresso delle grandi catene nel mercato della inner city, ad ogni modo, non è stato senza contrasti. In tutto il paese le minoranze – in particolare gli afroamericani – hanno protestato per quanto vedono come “colonialismo da ghetto”: grossi complessi che sviscerano i caratteri dei quartieri, sfruttano la povertà locale, sostituiscono all’assenza di lavoro cattivi lavori, colpiscono il sindacato, aggirano le tutele ambientali, aumentano la congestione da traffico. Dal South Side di Chicago all’est di Oakland, gli abitanti hanno sfilato, fatto picchetti, inviato petizioni ai consigli municipali per tenere lontano il commercio “big-box”.
Una discussione recente a Inglewood, suburbio prevalentemente di minoranze a sud di Los Angeles, esemplifica queste tensioni. Nell’aprile 2004, Wal-Mart ha speso 1 milione di dollari per una campagna a convincere gli elettori a sostenere una delibera cittadina favorevole a uno dei propri Super Centers (dimensioni: 17 campi da football) per aprirlo senza valutazione di impatto ambientale, studi sul traffico, assemblee pubbliche. Il referendum ha confermato la diffidenza di molti residenti, che clamorosamente lo hanno respinto dopo settimane di arroventate proteste. “Devono venire qui entrando dalla porta principale, alla luce del giorno” ha detto la consigliera di Inglewood Judy Dunlap, “non sgattaiolare dal retro di notte”.
La speranza in California meridionale
La sconfitta a Inglewood di Wal-Mart, comunque, non deve irrigidire decisori, urbanisti, attivisti sulle prospettive di investimenti di impresa nel ghetto. Come rivela il caso di Starbucks, alcuni investimenti possono rappresentare un ottimo affare sia per le compagnie che per gli abitanti.
Il nuovo Starbucks di Compton è una delle quasi settanta “ Urban Coffee Opportunities” (o UCO) aperte in tutto il paese dall’inizio della singolare collaborazione fra Starbucks e la Johnson Development Corporation nel 1998. oltre a fungere da attività anchor in zone commerciali difficili, la UCO offre disperatamente necessari posti di lavoro per giovani e disoccupati. E si offre qualcosa di più di un magro stipendio. A differenza di altre grosse compagnie, Starbucks fornisce copertura sanitaria completa anche ai dipendenti part-time. Insieme alla stock option dei nuovi dipendenti, il pacchetto previdenziale costituisce la base di una dignitosa, per quanto modesta, esistenza.
Due anni fa, ha aperto uno Starbucks in un nuovo centro commerciale da 60 milioni di dollari su 10 ettari chiamato Chesterfield Square, fra la Slauson e Western Street nel cuore di South Central. A circa un chilometro dal famigerato incrocio della Florence con Normandie Street, dove il camionista Reginald Denny fu brutalmente picchiato durante le rivolte del 1992, il nuovo centro commerciale offre anche un Home Depot, un Food 4 Less, e un punto vendita dei panini Subway. Il giorno dell’apertura, Starbucks ha ricevuto oltre duecento domande di assunzione: segno della grande richiesta di lavoro della zona.
Poco dopo l’inaugurazione del mall, Helen Wilkins, afroamericana da lungo tempo residente a South Central, ha detto a un giornalista del New York Times, “Ha davvero cambiato molto il quartiere. Da lavoro – molto lavoro – ai giovani, e li tiene lontani dalla strada”. Qualche tempo fa un sabato mattina neri e ispanici abitanti della zona di Chesterfield Square si sono affollati all’entrata di Home Depot, riempiendo i carrelli di attrezzi, ferramenta, piante in vaso. Significativamente, lo shopping potrebbe presto diventare uno dei pochi passatempi americani dove la razza non conta.
Ma vedere l’apertura della UCO Starbucks a Compton in soli termini economici significherebbe perdere molto del suo significato. Il coffee shop è importante anche per la semplice e non visibilissima ragione che è uno spazio sicuro, quasi pubblico, dove si può parlare. In California meridionale, la cronica carenza di spazi pubblici e l’uso eccessivo dei mezzi di locomozione privati ha lasciato la regione con una cittadinanza gravemente divisa e lontana. In alcune zone di Compton e più ampie aree di South Los Angeles, questo isolamento si unisce alla criminalità violenta. Qui, spazi verdi pubblici e strade sono il monopolio dei componenti delle bande che li considerano e difendono come “loro” territorio provato. Caffè e librerie sono una delle soluzioni a questo problema. Molto più di Wal-Mart o Target, il coffee shop – nei casi migliori – non è solo uno spazio per scambi di tipo commerciale, ma anche luogo dove si scambiano idee.
Tendenze nazionali
Gli abitanti sono sciamati volentieri verso i progetti della fondazione di Johnson, almeno in parte, perché li percepiscono come qualcosa che viene dall’interno della comunità, e la concreta presenza di Magic alle cerimonie del taglio del nastro lo riafferma ai potenziali clienti. Ma ci sono segni che gli afroamericani non abbiano bisogno dell’ imprimatur di celebrità nere, per accogliere i progetti delle imprese nelle proprie comunità. Chesterfield Square non è di proprietà nera, e nemmeno lo è l’impressionante complesso Harlem USA nell’omonimo quartiere, con un multisala nove schermi Magic Johnson, negozio di abbigliamento Old Navy, e parecchi altri punti vendita. Nè i consumatori neri sono interessati soltanto al commercio “pratico”, di beni esenziali per la casa. Nel 2003, le librerie Borders hanno aperto un nuovo negozio nel centro gravemente depresso di Detroit. Gli ottimi affari hanno sorpreso i gestori.
Dietro le quinte, ci sono anche organizzazioni che spingono per il tipo di investimento che ha reso di nuovo famoso Magic Johnson. Una delle più importanti è The Initiative for a Competitive Inner City (ICIC) di Boston, gruppo non-profit fondato dal professore della Harvard Business School Michael E. Porter. Porter e i suoi colleghi hanno condotto ricerche e sostenuto iniziative sull’investimento nella inner-city a livello nazionale sin dalla fondazione. Insoddisfatto dal persistere dell’ineguaglianza e dal fatto che “troppi nostri concittadini [non] godevano della ricchezza dell’America in quanto economia complessiva”, Porter ha fondato questa struttura per aprire un nuovo percorso nel 1994. “Senza una solida base economica” continua a predicare Porter dieci anni dopo” [non si può] avere una comunità sana e stabile”.
A San Francisco, Business for Social Responsibility (BSR), una associazione non-profit dedita a stimolare pratiche economiche etiche, lavora a portare sviluppo nelle comunità della inner-city dai primi anni ‘90. Matt Hirshland, direttore anziano per la comunicazione di BSR, è rincuorato da quanto vede nelle attività di Starbucks e Borders. Queste iniziative sono riuscite, premette, “perché fanno sentire agli abitanti di partecipare davvero all’attività”. È un investimento comune presente nel suo lavoro: “Aiutiamo le attività ad essere responsabili rispetto alle domande, ai valori, all’ambiente delle comunità dove operano”.
Forse è troppo presto per chiamare questi interventi “il futuro”, e non è per niente sicuro che gli investimenti nel ghetto saranno al centro della città americana a venire. Ma una cosa sembra chiara: Starbucks sta facendo di più per South Central di quanto chiunque si aspettasse. Oltre a portare attività commerciale in posti troppo a lungo abbandonati o sfruttati, questi interventi possono aiutare a porre fine alla sensazione debilitante di isolamento politico, sociale, economico, che ancora minaccia la vita del ghetto.
Nota: un ruolo analogo, della struttura commerciale privata con un funzioni fortemente "pubbliche" per lo sviluppo sociale e urbanistico dei quartieri con problemi anche gravissimi, è quello che ho riassunto su Eddyburg nel caso di Soweto (f.b.)
La Biennale di Architettura di Venezia promette nel titolo (Città, architettura e società) e nelle interviste al suo coordinatore, di occuparsi in modo temerario del serissimo problema della grande città.
Metropoli, megalopoli, città mondiali, città regione. Non si tratta solo del fatto che più del 50% della popolazione del globo è oggi insediata nelle città; una quota sempre più rilevante si va concentrando in complessi urbani sempre più vasti o in sistemi urbani composti da più insediamenti connessi da campagne urbanizzate sempre più ampie.
E un fenomeno fatale, logico ed inarrestabile o solo una fase dello sviluppo? La nozione di città, che risale a più di 5000 anni, in questi casi è per esse ancora utilizzabile? Perché la fine della città nella dispersione promessa dalle comunicazioni immateriali ed annunciata più di trent´anni or sono si è invece ribaltata nel gigantismo o nelle città infinite assai di più che nelle megalopoli in quanto sistemi urbani vasti e complessi preannunciati dagli studi di Gottman ormai mezzo secolo fa? Perché invece le città medie (specie quelle europee) perdono progressivamente popolazione residente ed identità e si trasformano in meccanismi di servizio di «city users» o in «entertainment city»? Le ragioni, è ovvio, sono assai diverse, anche se sovente sovrapposte in diversa misura, nelle distinte aree del globo e la bibliografia intorno ad esse di varie discipline, dalla sociologia all´antropologia dall´ecologia ambientale alla politica urbanistica è vastissima ma in gran parte constatativa piuttosto che propositiva; se non nelle forme dell´utopia architettonica tecnologica o fumettistica.
La povertà poi espelle cittadini dai centri urbani e ne attira dalla campagna nelle periferie disperse o concentrate quantità rilevanti: rilevantissime e sovente incalcolate nei paesi del Terzo Mondo. L´estensione delle periferie ha quasi ovunque travolto in termini di dimensioni quella della città consolidata.
La globalizzazione seleziona e concentra in poche città (le «global cities» descritte da Saskia Sassen) il potere decisionale e finanziario, cioè oggi economico che decide sugli stessi spostamenti localizzativi della produzione ormai deterritorializzata, cioè scissa dall´area urbana di origine.
Peraltro Max Weber scriveva in La Città più di ottant´anni or sono: «Oggi più che mai percentuali preponderanti degli utili delle imprese circolano in luoghi diversi rispetto al luogo di origine dell´impresa che li realizza».
Ma occuparsi della città significa anche tentare di capire il ruolo delle architetture che la costruiscono e ne formano l´assetto visibile abitabile con le proprie articolazioni identificabili ma anche cercare di correggere la centralità dell´estetica dell´oggetto che ha occupato purtroppo negli ultimi anni la cultura architettonica a dispetto della costituzione di un disegno urbano.
Anche se nessuno parla più di «grandeur conforme», anche se il demone dell´espansione infinita ha travolto ogni riflessione sulla scala e sui limiti ragionevoli delle città e sulla sua distinzione dalla campagna, resta, messa in evidenza proprio dalle grandissime città, la questione della forma urbana e del ruolo delle architetture dentro di essa, e che da essa dovrebbero prendere senso.
La città dura assai di più delle motivazioni che hanno prodotto le sue parti e quindi la sua forma dovrebbe fondarne il significato nel tempo. Forse perché l´incessante è diventato un valore che ha messo in questione quello della durata, il disegno urbano è diventato un´attività tanto dimenticata quanto ideologicamente avversata: al massimo si pratica come una mimesi della transitorietà, della rapidità dello sviluppo che nega ogni principio di stratificazione, una somma di oggetti di design ingranditi e concorrenziali che sembrano opporsi volontariamente ad ogni decifrabilità per chi ne percorra gli spazi pubblici aperti, concepiti ormai come spazi residuali. Ma proprio l´estensione quantitativa della grande città, il moltiplicarsi infinito dell´eccezione come la ripetizione meccanica della pura produzione edilizia impediscono la riconoscibilità delle cose: se si costruiscono, come a Shanghai, 4500 grattacieli in pochissimi anni, ogni variazione del tipo edilizio diventa irrilevante come l´edificio nell´estensione deregolata dello «sprawl» delle periferie esterne o il rumore indistinto dell´uniformità monofunzionale dei quartieri residenziali della prima periferia.
Sia la moltiplicazione meccanica del prodotto edilizia che la ripetizione capricciosa delle differenze sono sospese nel vuoto della mancanza di ogni principio insediativo che le fondi e le organizzi in modo necessario verso una forma urbana e le sue regole. La regola insediativa è il contrario dell´uniformità e ciò che permette al ritmo della città, alle sequenze ed alla gerarchia delle parti ed alla varietà di istituirsi; è ciò che rende visibile l´identità del sito, che permette all´immagine sociale di espandersi.
Tutto questo è messo da parte: non se ne trova traccia nello stato attuale dello sviluppo delle grandi città; nessuna istituzione è riuscita a dare risposte all´impeto dell´ammassamento, all´aumento vertiginosamente quantitativo delle iniziative, alla religione dello sviluppo (quasi sempre a vantaggio di pochi). Di principi capaci di organizzare in modo comprensibile i nuovi materiali delle città se ne trovano solo tracce velleitarie o elisioni totali proprio anche nella cultura architettonica che ne dovrebbe avere la responsabilità, una cultura che non è stata in grado di produrre risposte convincenti e non nominalistiche intorno alla forma urbana del presente.
Nel 1960 Lloyd Rodwin insieme a Kevin Lynch raccolse in un libro dal titolo “Il futuro della metropoli” una serie di contributi di diverse discipline intorno al tema che, anche se essenzialmente volte alla cultura degli Stati Uniti, hanno costituito per molti anni un punto di riferimento. A distanza di quasi mezzo secolo, è quindi importante confrontarsi con i nuovi dati a disposizione e cercare di riflettere sul vasto, globale cammino percorso dalle cose e su quello breve delle idee dell´architettura della forma urbana.
Mi auguro quindi che la prossima Biennale di Architettura, che promette nel titolo di lasciare da parte i vuoti formalismi delle ultime due o tre edizioni tutte concentrate sulle bizzarrie estetiche dell´oggetto-edificio, non dimentichi le questioni della forma della città e delle sue parti, questioni che in quanto architetti ci competono pur con tutto il peso delle contraddizioni del presente ma che sono cruciali per il senso stesso della cultura architettonica.
Imballano e trasportano. Montano e smontano, tu scegli e loro ricreano in giardino. È l'Ikea del paesaggio, il grande magazzino illegale della casa in campagna. Comprare un trullo made in Puglia, originalissimo, garantito pietra per pietra, è facilissimo. Costoso, ma facile. Quarantamila euro tutto compreso, trasporto e montaggio: le chianche e le chiancherelle - il pavimento e i piccoli mattoncini che ricoprono i tetti delle caratteristiche case in pietra della campagna pugliese - vengono attentamente scomposte, imballate, caricate nei camion. E poi rimontate nelle campagne toscane, nelle ville della Brianza. "C'è un trullo anche in Giappone", giurano i contadini che da queste parti tutti i giorni fanno i conti della razzia: a Martina, a Noci, a Conversano.
Il fenomeno del trullo da asporto è il nuovo grande business pugliese sul quale la procura di Bari sta indagando da qualche mese. A smontare e rimontare è gente del posto, 'mastri trulli': soltanto in pochi custodiscono il segreto dell'igloo di pietra. Per i lavori di fatica si fanno aiutare da manovalanza straniera, albanesi soprattutto. Ma il sospetto è che tra i ladri di territorio si nasconda anche la criminalità organizzata: "Sicuramente alle spalle c'è un'organizzazione che gestisce gli affari. Probabilmente non è pugliese. Sono loro che prendono le ordinazioni, chiudono gli affari e poi ordinano a gente locale di smontare e impacchettare tutto", spiega Francesco Greco, comandante della Polizia provinciale. Al momento sul tavolo della procura di Bari ci sono due inchieste. La prima, coordinata dal sostituto procuratore Renato Nitti, nasce a marzo quando nelle campagne di Conversano (venti chilometri da Bari) gli agenti scoprono pedane in legno nascoste in un anfratto. Si avvicinano e ci trovano un trullo. Era stato smontato con grandissima arte, ciascuna pietra marchiata, i pezzi posizionati in modo da non poterli confondere. Il tutto impacchettato con una rete metallica, per agevolare il trasporto. Due ore dopo sul posto arrivano due albanesi, pronti a caricare camion. Li arrestano in flagrante, la magistratura si muove. L'obiettivo è arrivare ai vertici dell'organizzazione. L'indagine sembrerebbe a un buon punto, tanto che la Polizia provinciale nell'ultima informativa abbozza anche un prezzario: "Le chianche nuove di cava hanno un valore tra i 20 e i 30 euro al metro quadrato. Quelle asportate illegalmente vanno dagli 80 ai 100. Una stima simile si può fare per le chiancarelle. Per un intero trullo il corrispettivo economico nel mercato nero è di ventimila euro, a cui ne andrebbero aggiunti altrettanti per il montaggio in altra località".
Non solo trulli. Il commercio del paesaggio ha in catalogo anche muretti a secco, scalini, capitelli ornamentali. Addirittura i Menhir. Nelle campagne di Terlizzi, due settimane fa, qualcuno aveva già smosso da terra una delle quattro sculture neolitiche della zona. Doveva soltanto passare a riprenderla, pronta per la spedizione. Sono arrivati prima i carabinieri.
La seconda inchiesta della Procura di Bari sui ladri di territorio riguarda invece le pietre (meravigliose) utilizzate per realizzare i muretti a secco e nasce da un esposto di Legambiente: "Esistono", spiega Francesco Tarantini, presidente regionale dell'associazione, "dei veri e propri depositi di stoccaggio provvisorio delle pietre murgiane. Per essere trasportate senza problemi nei documenti di viaggio risultano essere 'balle di pietre per il contenimento di frane'". Sulla vicenda indaga il sostituto procuratore, Roberto Rossi. Probabilmente però l'organizzazione è unica.
Ma come si fa a comprare un trullo o ad avere un muretto a secco originale nel giardino della propria villa? Se si scende in Puglia per turismo, basta girare per le masserie della Valle d'Itria, fare una buona offerta a un contadino, se si è fortunati nel giro di 24 ore si chiude un affare. Questa strada (almeno per quanto riguarda i trulli) è però poco praticata. "Più semplice", spiegano da Legambiente, "rivolgersi ad alcune aziende del Nord, che si occupano di architettura da giardino. Offrono il pacchetto chiavi in mano".
Sulla querelle del sì del ministro Rutelli al trasferimento del «Cristo morto» di Mantegna dalla Pinacoteca di Brera alla mostra di Mantova organizzata da Vittorio Sgarbi, pubblichiamo la lettera aperta a «un ministro, a un assessore e ai loro variopinti cortei» firmata dai funzionari storici dell'arte della Pinacoteca. La lista aggiornata delle adesioni si può consultare su www.patrimoniosos.it.
Il Cristo Morto di Mantegna andrà a Mantova. E non per una autonoma decisione - discutibile ma legittima - di un ministro intimidito, o irritato, dall'onda montante di polemiche sempre più roboanti, ma a seguito di un teatrino vergognoso che lascia sul terreno, oltre che la dignità di tante persone, alcuni fondamentali principi non solo della tutela ma della cultura. Perciò noi, «i funzionari che mentono al loro ministro» (Sgarbi, Corsera 27 agosto), che abbiamo condiviso con la direttrice della Pinacoteca le ragioni del no al prestito, che siamo stati i grandi assenti in questo coro di interviste dove i più variegati esperti hanno espresso giudizi incisivi ma non sempre informati dobbiamo spiegare il perché di una posizione che continuiamo a ritenere corretta.
Naturalmente, per non deludere le aspettative, iniziamo con un argomento squisitamente da burocrati.
L'articolo 48 della legge che siamo chiamati a far rispettare (ma, evidentemente, non siamo tenuti a rispettare noi stessi e meno che mai vi paiono tenuti gli assessori comunali, o i presidenti di comitati...) riguarda mostre ed esposizioni e al comma 3 recita «L'autorizzazione è rilasciata tenendo conto delle esigenze di conservazione dei beni (cosa ben diversa dallo stato di conservazione) e, per quelli appartenenti allo Stato, anche delle esigenze di fruizione pubblica...». Un soprintendente dunque si esprime sui prestiti tenendo conto di entrambi questi due elementi. Ciò è avvenuto per il Cristo Morto nel novembre 2005. Spiace che i nostri interlocutori non abbiano il tempo per leggere con attenzione la corrispondenza: nella lettera allora inviata in risposta alla richiesta del comitato organizzatore è contenuto un fermo diniego che non poggia sullo stato di conservazione del dipinto tanto dibattuto sui giornali. La tela forse non sta «da Dio», come sostiene il nostro assessore, ma non ha problemi immediati di conservazione. Altrimenti non sarebbe esposta nelle sale di Brera o sarebbe stata restaurata, come quasi tutti gli altri dipinti presenti nel museo. Ma è un'opera estremamente delicata e come tale è stata definita nella lettera. Si tratta di una tempera a colla, tecnica per la quale Mantegna utilizzava tele molto sottili, prive di preparazione, sulle quali stendeva una impalpabile pellicola pittorica non protetta da una vernice finale. Tale tecnica ne detta insieme le caratteristiche estetiche (colori polverosi, intonazione cupa..) e la delicatezza strutturale, che si concretizza nella tendenza del colore a sfarinarsi ed a cadere. Qualsiasi restauro ambisse a risolvere tale problema finirebbe probabilmente per alterare le caratteristiche materiali dell'opera. E perciò anche il suo aspetto.
Mantegna amò e utilizzò molto tale tecnica ma, oltre al Cristo Morto, solo altre quattro tele sono passate attraverso cinque secoli senza subire restauri snaturanti: la sua è dunque una delicatezza e una unicità che vanno preservate perché fanno parte integrante dello statuto specialissimo delle opere d'arte che non sono pura immagine, ma documenti storici in sé, con la loro consistenza fisica e i loro materiali. Siamo perciò certi che nessun tecnico responsabile, storico dell'arte o restauratore che sia - e tutte le valutazioni effettuate sul dipinto lo confermano - potrà negare i rischi connessi a questa specifica tecnica. E se li tacerà o li ignorerà si renderà colpevole del vecchio, obsoleto peccato di omissione, che sarà vecchio e obsoleto ma peccato resta. Nessun medico sensato autorizza un novantenne, seppure in buona salute a salire sull'Himalaya. E nessuna compagnia di volo accetta a bordo donne all'ottavo mese di gravidanza. Perché ci sono dei rischi. Noi ci riteniamo controllori di volo responsabili.
La stessa lettera però puntava su di un altro, decisivo argomento, e cioè l'importanza dell'opera per il museo. Non solo per le aspettative del pubblico, interessato a un numero ristretto di capolavori tra i quali si conta anche il Cristo Morto, ma anche per il ruolo che quest'opera gioca in una sala che dà conto della dialettica tra Mantegna e Bellini. Un museo è strumento complesso di conoscenza, dal quale non si possono togliere indiscriminatamente dei pezzi senza produrre vuoti di senso o salti di ragionamento. In altre parole senza danneggiarlo come strumento di cultura.
Il teatrino messo in piedi in questa occasione, la perizia che dice la verità, la decisione mutata sono però atti gravissimi anche per questioni di ordine generale, che vanno oltre il caso specifico del Cristo Morto. Pensiamo ad esempio al prevalere delle logiche «culturali» della mostra (ci sono rimaste nel cuore le motivazioni addotte dall'assessore che invocava il dipinto in quanto «icona pop che richiama centinaia di migliaia di visitatori») sul museo, ridotto a puro serbatoio per aumentare un circuito di affari che finisce naturalmente per penalizzarlo. Brera potrà anche avere un pubblico potenziale di 15 milioni di visitatori, ma difficilmente supererà i 250mila attuali se le sue opere più amate andranno costantemente in tournée a tutto vantaggio economico degli organizzatori di mostre.
Pensiamo anche al primato che si attribuisce, spesso in modo puramente strumentale, a un tecnicismo asettico, fondato solo sul dato «oggettivo» della relazione tecnica, che solleva il funzionario, o il politico di turno dal dovere, soprattutto etico, di una scelta ragionata sul futuro dei beni che gli sono affidati. Ma non basta. In questi giorni si è screditato senza appello e senza prove l'operato di un ufficio e di conseguenza di tutti gli uffici preposti alla tutela, che questa normativa sono chiamati ad applicare nei confronti di interlocutori meno potenti, e si è compiuto così un ulteriore passo avanti nel sistematico svuotamento di senso dei soprintendenti e delle soprintendenze, messe sotto tutela nelle decisioni con risonanza mediatica, salvo essere poi mandate sole in trincea nella faticosa gestione del quotidiano. In questo stesso senso va l'annunciata decisione di istituire una commissione di esperti per decidere sui prestiti, che per ora assomiglia a un doppione di qualcosa che esiste già, il Comitato tecnico scientifico composto da soprintendenti ed esperti esterni e interni, chiamato a decidere anche sui prestiti importanti. In specifico, paradossalmente, sul caso opposto del soprintendente scriteriato che presta con leggerezza i capolavori del museo a lui affidato. Ma ci chiediamo, e lo chiediamo ai nostri interlocutori, di fare con schiettezza i conti del dare e dell'avere, e di quanto la «pubblica utilità» sia stata accresciuta da quanto avvenuto.
Sandrina Bandiera, Raffaella Bentivoglio, Matteo Ceriana, Simonetta Coppa Emanuela Daffra, Cecilia Ghibaudi, Letizia Lodi, Valentina Maderna, Isabella Marelli, Amalia Pacia, Ede Palmieri, Cristina Quattrini, Paola Strada, Sandra Sicoli, Andrea Carini, Sara Scatragli - Soprintendenza per il Patrimonio storico Artistico ed Etnoantropologico, Pinacoteca di Brera.
La metropolitana di Napoli deve la sua iniziale notorietà alla scelta dell’amministrazione di commissionare a grandi artisti [ vedi la postilla] opere site-specific per gli spazi interni ed esterni delle stazioni, in modo da riuscire in un colpo solo a rendere più attraente l’uso del mezzo pubblico, a dare impulso alla riqualificazione di quartieri degradati e a offrire una sorta di “museo obbligatorio” a una popolazione che in precedenza non ha mai avuto molte occasioni di contatto con l’arte contemporanea.
Il successo di questa operazione, unito all’aspettativa suscitata dai progetti di Siza, Fuksas, Rogers, Tagliabue, Perrault, Botta e altri per le nuove “stazioni dell’architettura” in corso di realizzazione, ha avuto però l’effetto di dirottare l’attenzione sui singoli interventi, lasciando in ombra l’imponente progetto della rete infrastrutturale. Quello che sta avvenendo a Napoli, in effetti, non è il prolungamento di una linea o la costruzione di un passante ferroviario, ma l’attuazione di un rivoluzionario sistema dei trasporti elaborato a partire dal 1994 nell’ambito di un processo di pianificazione integrato con l’urbanistica.
I numeri sono impressionanti: una volta ampliate, interconnesse e rifunzionalizzate le linee su ferro esistenti, e dopo averne costruite altre 3 ex novo, le linee della metropolitana dovrebbero passare entro il 2011 da 2 a 10, le stazioni da 45 a 114, i nodi di interscambio da 5 a 36, la popolazione servita dal 25% al 70%. Porto, stazione centrale e aeroporto saranno finalmente connessi dalla sola linea 1. Dopo la Tav, è la grande opera più importante d’Italia. Un investimento di tale portata lascia facilmente intuire come Napoli, più di qualsiasi altra città italiana, abbia individuato nella mobilità un potente strumento di trasformazione urbana, assegnandole un ruolo che oltrepassa gli stretti limiti delle problematiche della congestione. Se infatti l’altissima densità (8.551 ab/kmq contro i 1.841 di Roma) e la complessa orografia della città rendono indispensabile l’offerta di un’alternativa seria all’uso dell’automobile, la progettazione della rete non ha più nulla a che vedere con la banale esigenza di collegare centro e periferie: l’obbiettivo primario è anzi annullare la gerarchia tra il centro storico di Napoli e il suo circondario, formato a sua volta da centri storici e insediamenti di edilizia popolare saldati l’uno all’altro da uno sprawl ininterrotto.
A questo scopo le linee della metropolitana, invece di assumere la classica configurazione radiale, sono state strutturate in tre anelli intersecati tra loro e da una serie di collegamenti trasversali, in modo da garantire la più ampia possibilità di spostamenti ‘orizzontali’ tra i luoghi senza l’obbligo di passare per il centro e un altissimo numero di nodi di interscambio. I percorsi della metropolitana non si limitano, inoltre, a coprire le zone già abitate, ma precedono e condizionano la progettazione delle aree di futuro sviluppo: come nel caso della linea 8, che servirà l’area interessata dal progetto di riconversione dell’ex-Italsider di Bagnoli, destinata ad accogliere un parco, un porticciolo turistico e la città della scienza, o della linea 3 (che forma insieme alla 4 l’anello est) e di un tratto della 1, fondamentali per i nuovi piani di espansione del Centro Direzionale e di riorganizzazione dell’area orientale.
Ancora più interessanti sono gli interventi di eliminazione delle barriere: mentre nel resto d’Italia si continua a costruire infrastrutture pesanti come negli anni ’50, con un atteggiamento di totale indifferenza verso il contesto, a Napoli si elaborano soluzioni per cancellare quelle più dannose. La realizzazione della metropolitana regionale Alifana – che prevede l’interramento della vecchia linea ferroviaria che collegava il centro della città con i comuni a nord – ha creato ad esempio l’opportunità di progettare la riqualificazione di un’area notoriamente ‘difficile’ che tocca Miano, Secondigliano, Piscinola e Scampia: la sostituzione dei binari di superficie con una strada alberata e la ricucitura dei tessuti viari secondari determina l’attivazione di un nuovo spazio pubblico e di un’accessibilità finora sconosciuta a centri urbani da sempre separati.
“L’urbano è essenzialmente il luogo dello scambio, della mobilità”, non si stanca di affermare Bernard Tschumi. Il movimento frenetico ha sempre connotato la città di Napoli, ma questo è il primo tentativo serio di convertirlo da un’esperienza di fatica e sopraffazione in una forma di qualità della vita.
Lo scandalo è che la metropolitana di Napoli, prodotto di un lavoro ultradecennale di governo del territorio e di pianificazione urbanistica e di settore, debba la sua notorietà alle opere di qualcdhe Grande Firma. That's Italy, baby.
Soldi solo per il Mose. E la città chiude. «La situazione è drammatica», denuncia l’assessore ai Lavori pubblici Mara Rumiz, «la città non ha prospettive se non si interviene subito per la sua salvaguardia socioeconomica». Un messaggio chiaro al governo in vista del Comitatone di fine settembre. «Siamo certi che il governo Prodi», scandisce l’assessore, «troverà il modo di onorare i suoi impegni».
Significa che dalla prossima riunione del Comitatone il Comune si aspetta non soltanto una svolta sulla questione del Mose, con l’esame delle proposte alternative e la verifica dei cantieri. Ma anche nuova linfa finanziaria per gli interventi della manutenzione. Negli ultimi quattro anni il meccanismo della Legge Obiettivo ideato dal ministro Lunardi ha fatto sì che tutte le risorse disponibili per Venezia finissero al Mose e al Consorzio Venezia Nuova attraverso il Cipe. Solo una piccola quota dei fondi (circa il 10 per cento) veniva destinato alle necessità di Comune e Regione. «Nel 2006», spiega l’assessore, «non abbiamo avuto un euro. E se la tendenza continua così sarà un disastro». Significa, in concreto, che il Comune dovrà bloccare gli interventi e i cantieri di Insula per lo scavo dei rii e la manutenzione urbana. Ma anche che dovrà essere ulteriormente ridimensionato il programma per il restauro di case, il recupero abitativo che dovrebbe fermare l’inarrestabile emorragia degli abitanti dalla città storica.
«Questa è la vera emergenza della città», dice la Rumiz, «e per continuare il nostro programma abbiamo bisogno di risorse».
La richiesta del Comune, a parole già accettata dal governo, è stata quella di ripristinare l’antico meccanismo della Legge Speciale. In ogni Legge Finanziaria viene inserito il rifinanziamento della Legge, con fondi attribuiti direttamente agli enti interessati e la possibilità di contrarre mutui quindicennali.
Aveva funzionato piuttosto bene fino al 2002, anno di entrata in vigore della legge Obiettivo.
Da allora il meccanismo è cambiato. I soldi vengono dati direttamente al Cipe per il capitolo delle «grandi opere» e distribuiti poi dal Comitato interministeriale per la programmazione economica. Al Comune negli ultimi anni sono arrivate soltanto le briciole (circa 150 milioni di euro dei 1500 destinati alle imprese del Consorzio per il Mose) e nel 2006 non è stato stanziato nulla. Allarme rilanciato all’ultimo Comitatone dal sindaco Cacciari. Adesso la situazione è drammatica. Perché in assenza di garanzie precise, molti interventi di restauro alle case e ai grandi palazzi storici dovranno essere rinviati o sospesi.
Se ne parlerà al prossimo Comitatone, che sarà convocato a Venezia entro la fine di settembre.
All’ordine del giorno anche la richiesta del Comune di modificare il progetto Mose e valutare le alternative possibili, meno costose e secondo gli esperti di Ca’ Farsetti ugualmente efficaci per proteggere la città dalle acque alte.
Antonio Cederna, Mussolini urbanista. Lo sventramento di Roma negli anni del consenso, Corte del Fontego editore, Venezia 2006, 290 p.,23 €. Qui:
Mauro Baioni, Postfazione in formato .pdf
"Mussolini urbanista" è una condanna senza appello dell’urbanistica romana durante il regime fascista, ma sbaglieremmo se pensassimo che è soltanto questo. Nonostante l’accuratezza della ricerca e l’ampiezza della documentazione storica1, chi volesse leggere quest’opera come una ricostruzione delle vicende di quell’epoca si troverebbe a disagio. Ad una prima lettura
“il libro di Antonio Cederna può apparire così pregno di faziosità, unilaterale nella sua più completa condanna dell’operato del periodo fascista, da dare in parte anche fastidio, [...] una vera epopea alla rovescia della stupidità e dell’incultura di quel periodo”2.
Se invece inquadriamo il libro nell’opera più complessiva di Cederna comprendiamo perché abbia deciso di utilizzare la stessa prosa secca e pungente dei suoi articoli, ricorrendo all’ironia e al sarcasmo come in un vero e proprio pamphlet3. Non è il racconto del passato fine a se stesso ad interessare l’autore. Piuttosto, il «suggestivo pantagruelico felliniano quadro che ha tracciato del periodo fascista» è funzionale «alla denuncia che quella stessa incultura è ancora tra noi, pronta a farsi valere, se non siamo vigili nel riconoscerla e nel ricacciarla»4.
1. Roma prima e dopo il ventennio
Per comprendere le ragioni dei giudizi perentori espressi da Cederna, è utile ampliare lo sguardo fino a riconsiderare le vicende urbanistiche della capitale italiana, prima e dopo il periodo trattato. Gli episodi testimoniati costituiscono il tassello centrale di un processo di radicale trasformazione, che in poco più di cent’anni ha mutato profondamente le dimensioni e il volto di Roma5.
Già prima del fascismo, il centro storico aveva subìto numerose alterazioni: diradamenti, apertura di strade, inserimento di nuove costruzioni e, soprattutto, lottizzazione di numerosi parchi e giardini che, posti a corona del centro antico, si frapponevano tra questo e le mura aureliane e, più in là, si protendevano verso la campagna6. Sotto questo aspetto, il regime di Mussolini non cambia le cose, se non per il fatto che permette «di realizzare in maniera più macroscopica quelle che erano le stesse aspirazioni urbanistiche» dell’epoca precedente7. «La continuità è nei fatti»8 anche nei confronti del periodo successivo alla seconda guerra mondiale, quando la città cresce a dismisura – in modo repentino, sregolato e privo di qualità – e alle manomissioni del patrimonio storico e archeologico operate nel cuore della capitale si sommano le distruzioni di complessi archeologici, edifici e manufatti antichi posti nelle aree di espansione9.
La rinuncia a pianificare lo sviluppo della città è una costante che accomuna le vicende dell’urbanistica romana del Novecento. Anche quando – faticosamente – si perviene all’adozione di un piano regolatore, esso «funziona anzitutto come sanatoria di irregolarità precedenti e si propone di omogeneizzare una serie di elementi eterogenei, prodotti nel periodo precedente»10. Quanto agli effetti dei piani, questi sono di fatto vanificati dal patto scellerato tra speculazione fondiaria e azione amministrativa: si moltiplicano le lottizzazioni intensive, si tollerano gli insediamenti abusivi e l’iniziativa pubblica – comunque minoritaria – viene ostacolata da difficoltà burocratiche, tecniche o finanziarie. Roma cresce perciò in tutte le direzioni, priva di un disegno compiuto, così come delle più elementari dotazioni di infrastrutture, verde e servizi.
“Si è calcolato che tra il ‘45 e il ‘60 mentre la popolazione di Roma aumentava di ottocentomila abitanti, ogni nuovo romano ha avuto in appannaggio 0,04 metri quadrati di verde, qualcosa come mezzo foglio di carta protocollo”11.
È questa la «Roma sbagliata» contro la quale si batte tenacemente Cederna12.
2. Per una diversa cultura urbanistica
Essendo questo il contesto, possiamo sostenere che Mussolini urbanista sia soprattutto una condanna senza appello della mancanza di cultura urbanistica imperante nel nostro paese. Le vicende della capitale nel ventennio non sono dunque altro che lo specchio, deformato e ingigantito dall’importanza della città e dalle aberrazioni, tragiche o grottesche, indotte dal fascismo, di ciò che è avvenuto e avverrà per molto altro tempo, in molte altre città d’Italia.
Attraverso i suoi scritti, Cederna si batte innanzitutto per affermare una diversa cultura urbanistica, nella quale la difesa del patrimonio storico e ambientale, della storia e della bellezza, siano poste a fondamento della costruzione del presente e del futuro, affidando alla pianificazione il compito di «impedire che il vantaggio di pochi si trasformi in danno ai molti, in condizioni di vita faticosa e malsana per la comunità»13. L’introduzione a I vandali in casa, scritta nel 1955, costituisce una sorta di manifesto del suo pensiero. Questi i titoli di alcuni paragrafi: «Le vili ragioni della distruzione dei centri storici», «Perché la cultura moderna ci impone di conservare l’antico», «Centri storici e pianificazione urbanistica, contro la macchia d’olio della speculazione», «Come combattere i distruttori d’Italia». La decisa opposizione ad ogni ulteriore alterazione dei centri storici, accompagnata dalla spiegazione delle ragioni culturali che motivano questo rifiuto, costituisce pertanto la premessa di un ragionamento volto al presente e al futuro.
“La questione della salvaguardia dei centri storici e delle bellezze naturali rientra così nel piano regolatore, diventa finalmente un fatto urbanistico. [...] La salvaguardia effettiva di quei valori che stanno a cuore a tutte le persone civili ... è frutto di coscienza civica, dipende dalla pianificazione, cioè da una politica urbanistica a largo respiro, che sappia prevedere, programmare, controllare e coordinare tutti i fenomeni, tra loro interdipendenti, delle trasformazioni del nostro territorio. Non si salva Venezia se non si stabiliscono le premesse del suo sviluppo economico sulla terraferma, non si salva il centro di Roma se non si sviluppa economicamente Roma verso i Colli, evitando di accerchiarla bestialmente come si fa da anni con cinture compatte di cemento e di asfalto. [...] Possiamo ben dire che la salvaguardia dell’antico e realizzazione del nuovo sono le due operazioni fondamentali di ogni pianificazione moderna e illuminata, e che l’una dipende strettamente dall’altra”14.
Ulteriori passaggi del pensiero di Cederna meritano di essere sottolineati. In seguito alla «soluzione di continuità» che si è determinata con la rivoluzione industriale, «attribuire le complesse funzioni della vita di oggi a tessuti urbani nati per soddisfare esigenze di vita del tutto diverse» costituisce «un’assurda pretesa», come testimoniano gli esiti negativi degli innumerevoli esempi di inserimento, diradamento, ambientamento. Semmai sarebbe opportuno agire in senso contrario, adattando le forme di intervento «al progresso della cultura»15, allo stesso modo in cui si deve rinunciare alla «crescita illimitata», basata su un indiscriminato e dissennato sfruttamento delle risorse naturali, in favore di un nuovo paradigma di sviluppo16. In ogni caso, la salvaguardia dell’antico richiede una concezione urbanistica della conservazione, assente negli interventi dell’epoca fascista così come in quelli del dopoguerra. «L’attività di conservazione si è esercitata in modo selettivo, frammentario, settoriale, rapsodico, limitandosi ai monumenti maggiori, alle “cose” e agli oggetti di “particolare” interesse»17. Una siffatta impostazione “antologica e gerarchica”18 conduce necessariamente a selezionare le parti da proteggere, isolandole e cristallizzandole, da quelle su cui intervenire pesantemente, per ragioni igieniche, estetiche, funzionali, di prestigio, attraverso uno stillicidio di interventi grandi e piccoli che si sommano l’uno all’altro. Viceversa il centro storico, considerato come organismo unitario e come parte integrante della città, deve essere oggetto di un’accorta pianificazione urbanistica che sappia determinare quali funzioni sono compatibili con il tessuto antico e quali debbano essere collocate nelle parti di nuovo impianto, da progettare con la medesima attenzione19.
3. La questione dell’impegno civile
L’altro fondamentale aspetto dell’attività e del pensiero di Cederna è l’impegno civile. La superficiale attenzione e, talvolta, l’idiosincrasia verso la pianificazione e le sue regole, il perverso intreccio di interessi tra amministratori e speculatori immobiliari sono accettati passivamente o di buon grado da larghi strati della cultura, accademica e professionale, nella sostanziale indifferenza della stampa. Per Cederna, tutto ciò è particolarmente intollerabile.
“Da tempo immemorabile i vandali trionfano anche per il silenzio delle persone ragionevoli, per l’assenza di una forte posizione moralistica: in attesa di tempi migliori, è bene servirsi dei mezzi a disposizione, quali la incessante campagna di stampa, la polemica acre e violenta, la protesta circostanziata e precisa, lo scandalo sonoro. Simulatori ed ipocriti i vandali tengono molto alla propria privata rispettabilità: giova schernirli e trattarli per quello che sono, malintenzionati cialtroni. Abituati a intimidire e corrompere, si trovano sconcertati di fronte all’inflessibile denuncia: la loro potenza è fatta di viltà altrui. Abituati a violare, impuniti, la legge e a spacciare per “esigenze tecniche” la loro avidità, non sanno che fare contro chi svela pubblicamente i loro raggiri: può capitare che perdano la testa e passino a vie legali, nelle quali, allibiti, si rompono le corna. Sostenuti da una complicata rete di omertà, lo scandalo li può intimorire, scompigliare i loro piani, far rientrare i loro capricci. Occorre sfondare il sipario di complice riservatezza in cui operano, dilatare le loro colpe sul piano più ampio possibile, ridicolizzarli, screditarli, perseguitarli, processarli nelle intenzioni, mettendo in evidenza la sostanziale matta bestialità che li muove. Denuncia, protesta, polemica, scandalo, persecuzione metodica e intollerante: in un Paese di molli e di conformisti, la rivolta morale può essere almeno un elemento di varietà”20.
Bersaglio prediletto di Cederna è l’indifferenza, l’ignavia e la sostanziale accondiscendenza con la quale troppi esponenti della cultura, della borghesia e del ceto politico assistono alla trasformazione del paesaggio e dell’ambiente e alla realizzazione di periferie tanto squallide quanto invivibili. Ecco perché si scaglia con particolare veemenza contro archeologi, architetti, storici dell’arte che risultano troppo accomodanti con gli amministratori e i potenti di turno. Ed è in questa prospettiva che meglio si comprendono le ragioni e – soprattutto – lo stile di Mussolini urbanista. Sebbene i fatti narrati risalgano ad un’epoca precedente, il legame con quanto avviene nel presente è troppo stretto per utilizzare una prosa distaccata, come confermeranno le vicende relative all’area dei Fori Imperiali.
I Fori e l’urbanistica di Roma alla fine degli anni Settanta
1. L’urbanistica del ventennio torna d’attualità
Mussolini urbanista viene pubblicato in un momento particolare per Roma, nel quale storie passate, cronache del momento e destini della città si intrecciano nuovamente21. Luogo di incontro è il Foro Romano, la cui sistemazione impressa in epoca fascista con la costruzione della via dei Fori Imperiali22 è direttamente chiamata in causa allorché, il 21 dicembre del 1978, i giornali riprendono un appello del soprintendente ai beni archeologici, Adriano La Regina, riguardante le «gravissime condizioni» in cui versano i monumenti dell’area archeologica centrale.
L’incipit dell’appello è memorabile:
“Una serie di accurati rilievi e controlli sui monumenti del centro di Roma hanno dimostrato che, senza ombra di dubbio, nel giro di pochi decenni, perderemo tutta la documentazione della storia dell’arte romana”23.
La corrosione dei marmi antichi è la conseguenza diretta dell’inquinamento dell’aria dovuto alle industrie, al riscaldamento delle abitazioni e ai gas di scarico delle automobili. Per capire come si era giunti ad una tale situazione, occorre ricordare che le sistemazioni dell’epoca fascista avevano mutato radicalmente l’assetto dell’intera città. Via dei Fori Imperiali era divenuta nel secondo dopoguerra l’apice di una consistente direttrice d’espansione e l’area dei fori, da periferica qual’era nel 1870, si era venuta a trovare al centro di un nuovo grande quadrante urbano, sempre più soffocato dal traffico e perciò inquinato. Negli anni in questione si calcola che oltre 50.000 veicoli, lo stesso numero di automobili che oggi interessa l’autostrada del Sole nel tratto fra Bologna e Firenze, percorrano quotidianamente via dei Fori Imperiali, aggirando il Colosseo, ridotto a gigantesco spartitraffico24.
“Via del Mare e via dell’Impero [oggi via dei Fori Imperiali, ndr]... due strade che hanno rovesciato tutto il traffico dei quartieri meridionali di Roma, dai colli e dal mare, su piazza Venezia, allora scambiata per ombelico del mondo e quindi sul corso Umberto (cioè su una strada tracciata venti secoli prima), congestionando tutto il centro di Roma fino alle inverosimili parossistiche condizioni attuali di completa paralisi della circolazione”25.
L’allarme del soprintendente è raccolto immediatamente da Cederna, in un articolo pubblicato sul «Corriere della Sera».
“Stiamo dunque pagando, come era da aspettarsi, la nostra lunga incuria e la nostra tenace indifferenza per la conservazione del patrimonio storico-artistico e per i problemi dell’ambiente in generale”26.
Il rammarico per ciò che è accaduto prelude, come d’abitudine, ad un’indicazione sul diverso indirizzo che deve essere impresso alle politiche urbanistiche, nazionali e locali.
“È un problema che coinvolge tutta la politica nazionale, stato regioni comuni, purché ci si renda conto che la salvaguardia del nostro patrimonio storico e artistico può essere garantita solo da un governo del territorio, dell’ambiente che sia finalmente nell’interesse pubblico”27.
Nel concludere l’appello, il soprintendente è altrettanto esplicito: la conservazione dell’area archeologica non richiede una semplice opera di salvaguardia, bensì una più complessa modifica dell’assetto urbano.
“Il problema fondamentale non è tanto quello dei fondi per il restauro dei monumenti, perché ciò che costerà enormemente sono gli interventi di riorganizzazione della città”28.
Torna così d’attualità la proposta, nata nel secolo precedente, di costituire un grande parco archeologico che comprenda l’intera area dei Fori, tra il Campidoglio e il Colosseo e si protenda verso la campagna romana, lungo il tracciato della via Appia29.
Il grande cuneo Campidoglio-Fori-Appia Antica taglia in due l’intero settore sud della città e costituisce una vera e propria pausa di silenziosa e immutata bellezza nella sterminata e caotica periferia costruita negli anni Cinquanta e Sessanta. È il cosiddetto progetto Fori: non una specifica proposta di piano, bensì un complesso di idee, studi e proposte progettuali presentate a cavallo tra il 1979 e il 1985 riguardanti l’area archeologica centrale di Roma compresa tra il Campidoglio e il Colosseo e le sue connessioni con la sistemazione più generale della città.
Rispetto all’originaria ideazione, il «parco archeologico più grande e più importante del mondo»30 acquista necessariamente un significato più ampio: elemento di attrazione per turisti e visitatori da tutto il mondo, museo di se stesso, possibile luogo di incontro per i romani, area verde di incommensurabile valore per una città priva delle dotazioni minime, elemento unificante il centro storico, la periferia e la campagna circostante.
Gli interventi principali riguardano:
“- lo smantellamento graduale dell’ex via dell’Impero e quindi l’esplorazione archeologica per riportare in luce le antiche piazze imperiali, creare il parco unitario Fori Imperiali-Foro Romano, ampliando il centro storico e arricchendo Roma e i romani di un incomparabile spazio per la cultura, la contemplazione, il riposo, per tacere del contributo che lo scavo stratigrafico darà alla conoscenza della storia della città;
- il riassetto ambientale della zona tra il Colosseo e le mura aureliane [...];
- la creazione del gran parco dell’Appia Antica, prosecuzione extra-moenia del parco archeologico centrale”.31
Lo smantellamento della via dei Fori Imperiali32 e di parte delle strade circostanti il Colosseo mette in discussione l’assetto viario a scala urbana, sollecitando un deciso decentramento delle funzioni attrattrici di traffico, dal centro storico verso il settore est della città, in un’area appositamente dedicata dal piano regolatore33. La portata del problema e i termini della sfida travalicano di gran lunga l’archeologia e la conservazione dei beni culturali e richiedono un ripensamento complessivo e una forte azione di governo della città.
Alla guida del governo cittadino, per la prima volta nel dopoguerra, c’è un’amministrazione di sinistra, guidata da Giulio Carlo Argan, storico dell’arte. Argan, e ancor più il suo successore Luigi Petroselli, funzionario del partito comunista, percepiscono la possibilità di mutare il volto della capitale attraverso il progetto Fori. Roma si può affrancare dalla sua immagine degradata, al centro come in periferia, per proporsi al mondo ed essere vissuta dai propri cittadini in modo completamente diverso, realizzando così una sintesi tra la sua connotazione popolare e il rango di metropoli internazionale cui essa aspira. Nei giudizi di alcuni dei protagonisti delle vicende di allora, si coglie l’ampio respiro delle proposte.
Così si esprime Antonio Cederna:
“Col grande parco da piazza Venezia all’Appia antica, la cultura, l’archeologia diventano determinanti per l’immagine di Roma: l’urbanistica moderna riscopre la funzione strategica dei vuoti, degli spazi liberi dell’ambiente paesistico”34.
Così l’urbanista Italo Insolera:
“Il progetto Fori propone una sintesi ambiziosa quanto inedita tra il patrimonio archeologico e il tessuto urbano che lo circonda: l’antico non vi è più inteso come “monumento” né come quinta evocatrice di illustri memorie, ma come parte storica potenzialmente equiparabile ad altre parti storiche – medievali, rinascimentali, barocche – che la città non ha mai smesso di usare”35.
Così il soprintendente Adriano La Regina:
“Il grande parco archeologico compreso entro il perimetro delle Mura aureliane di fatto esiste già... e occorre solamente organizzarlo diversamente. Occorre in primo luogo sottrarlo alla sua condizione di spazio utilizzato per l’attraversamento veicolare e, in alcuni ambiti, come riserva di esclusivo interesse turistico. [...] Si dovranno nuovamente rendere agibili gli spazi già in antico destinati all’uso pubblico: le piazze quali luoghi di sosta e di attraversamento, le strade come viabilità ordinaria pedonale”36.
Così l’assessore alla cultura Renato Nicolini:
“Tutto al contrario di quello che credono i superficiali e i dogmatici, la difesa attiva del patrimonio storico e dell’identità culturale di una città, può coincidere con la sua affermazione come metropoli. [...] Questo è, secondo me, il senso vero del progetto Fori, almeno nella forma che aveva assunto per la giunta Petroselli. Al centro di Roma, proprio a rendere evidente la trasformazione della città, da città burocratico-industriale in qualcosa d’altro, città di servizi, metropoli postindustriale, non ci debbono più essere i ministeri, ma il grande parco archeologico che partendo dall’Appia Antica arriva fino al Campidoglio”37.
Il sindaco Luigi Petroselli, il principale protagonista della vicenda per Cederna, Insolera e De Lucia, è colui che più di tutti coglie l’importanza della posta in gioco e comprende «la ricerca e la possibilità di conquista e di riconquista di una nuova identità cittadina e insieme [...] di unificazione della città intorno a nuovi valori»38.
2. Dalla discussione all’abbandono della proposta
Per quanto ampia, l’adesione di urbanisti, archeologici, storici dell’arte, architetti e altri uomini di cultura non si rivela tuttavia sufficiente per costruire il necessario consenso attorno alla proposta39.
Mentre il degrado dei monumenti aveva acceso lo sdegno di tutti e favorito un altrettanto unanime consenso sulla necessità di intervenire urgentemente, né il progetto di sistemazione dell’area archeologica, né tanto meno l’idea di trasformazione della città ad esso legata vengono compresi appieno e condivisi. Al contrario, un lungo e acceso dibattito accompagna l’elaborazione dei progetti.
Lo smantellamento della via dei Fori Imperiali, perno dell’operazione, diventa ben presto il punto attorno al quale si coagula il dissenso. Nonostante il successo della chiusura domenicale al traffico, avvenuta per la prima volta il 1° febbraio 1981, il dibattito sul destino della strada aperta da Mussolini prende una piega indesiderata: la demolizione è ritenuta un provvedimento troppo radicale, inessenziale al recupero dei monumenti e foriero di conseguenze indesiderabili sul traffico e sulla vita quotidiana della città40. A nulla valgono le considerazioni dei due sindaci, né l’opinione di Giulio Carlo Argan, che aveva coniato l’espressione «o i monumenti o le automobili», né quella di Petroselli, che si era domandato retoricamente:
“si devono accettare i livelli e le condizioni del traffico e della circolazione come dati immutabili ai quali piegare la vita dei cittadini, o piuttosto la vita dei cittadini si deve organizzare finalizzando le condizioni e i livelli del traffico ... ad un nuovo rapporto tra sviluppo e progresso civile che costituisce il terreno privilegiato della sfida sulla modernità di Roma?”41
Comincia ad insinuarsi l’idea che la rimozione della strada nasconda una sorta di rivalsa o di accanimento nei confronti di quanto realizzato sotto il fascismo42. Il quotidiano «Il Tempo» lancia una campagna di forte opposizione, dando risalto alle polemiche sollevate da alcuni studiosi che si richiamano al Gruppo dei Romanisti43.
“La chiusura della ex via dell’Impero e la restituzione del tracciato degli antichi Fori fu, ne convengo, soltanto l’indizio di un organico disegno urbanistico: era senza dubbio opportuno, per alleggerire la congestione del centro, chiudere quello che Cederna chiama, giustamente, un tronco di autostrada nel cuore di Roma, com’era senza dubbio opportuno ridare ai Fori l’antica spazialità mutilata. Ma Petroselli, che ideò l’operazione, vi annetteva un senso politico: cancellare un macroscopico segno della retorica fascista che con quella via destinata alle parate militari s’immaginava di ricalcare la via dei trionfi imperiali. Che la progettata chiusura di quello scenario di maccheronica romanità implicasse un’idea politica si rese conto l’amministrazione pentapartita, che s’affrettò a bloccarla e a restituire quel condotto stradale al fasto delle parate militari. Un brutto, ma eloquente, segno”44.
Non sorprende, dunque, che il governo centrale neghi ogni sostegno economico a proposte che eccedano la mera conservazione dei monumenti45.
Non è solo la diatriba ideologica ad alimentare il dissenso. Altrettanto decisivi sono il mancato appoggio del mondo della cultura e il sostanziale disinteresse della politica nazionale. L’acme del dibattito si raggiunge nei primi mesi del 1981, in concomitanza con alcune iniziative di grande significato prese dall’amministrazione comunale che fanno presagire un’accelerazione degli eventi in favore della costituzione del parco e della rimozione di via dei Fori imperiali: nel dicembre del 1980 si dà inizio allo smantellamento di via della Consolazione e si approva la chiusura parziale di piazza del Colosseo; nel febbraio, come detto, comincia la chiusura domenicale di via dei Fori Imperiali. Diversi archeologi, storici dell’arte, architetti e giornalisti esprimono le proprie perplessità46. Bruno Zevi e Paolo Portoghesi contestano l’idea di città sottesa al progetto Fori. Mario Manieri Elia, Vittorio de Feo, e Carlo Aymonino chiedono più tempo per discutere le priorità e i contenuti delle proposte: «Nessuno deve montare in cattedra: un’idea di città, oggi, la si può costruire tutti insieme e in un tempo non breve»47. Anche nel mondo politico le proposte non trovano la necessaria sponda: come ricordato, il governo nazionale è contrario e lo stesso partito comunista, che pure guida l’amministrazione comunale, guarda con «sostanziale disinteresse» al dibattito sulla questione dei Fori48. L’improvvisa morte di Petroselli, nell’ottobre 1981, costituisce lo spartiacque per l’avvenire del grande progetto urbanistico legato alla sistemazione dell’area archeologica e l’inizio del suo abbandono.
La nuova amministrazione guidata da Ugo Vetere si muove inizialmente in sostanziale continuità con la giunta precedente, ma gradualmente si fa strada l’idea che sia preferibile ricondurre il progetto Fori nell’alveo strettamente conservativo assicurando, grazie ai finanziamenti statali, gli interventi di manutenzione del patrimonio archeologico e rimandando tutte le altre operazioni ad un tempo successivo che non verrà mai. Le proposte della Soprintendenza e del Comune divergono progressivamente: il percorso congiunto si conclude con il Progetto per la valorizzazione dell’area dei Fori imperiali e dei Mercati Traianei, elaborato nell’ambito del Coordinamento settore archeologico, presentato pubblicamente dal sindaco Ugo Vetere il 12 gennaio 198349.
La Soprintendenza prosegue lo sviluppo dell’idea iniziale. Incarica un gruppo di esperti coordinati da Leonardo Benevolo di elaborare una proposta definitiva. Benevolo si avvale della collaborazione dei funzionari della Soprintendenza, coordinati da
Francesco Scoppola, nonché di progettisti di eccezionale valore: lo studio Gregotti per la parte più strettamente architettonica, Guglielmo Zambrini per la parte trasportistica, Ippolito Pizzetti per il verde. Cederna e Insolera sono esplicitamente ringraziati da Benevolo per la «lunga consuetudine di lavoro comune». Contestualmente Italia Nostra promuove la redazione di una proposta di Piano per il Parco dell’Appia Antica, curata da Vittoria Calzolari. Le due proposte vengono presentate al pubblico ma rimangono prive del necessario sostegno amministrativo e urbanistico: per la loro realizzazione infatti devono essere finanziati e coordinati interventi statali e comunali, raccordando tra loro politiche dei trasporti e pianificazione urbanistica50.
L’amministrazione comunale, impegnata su un numero impressionante di fronti (lavori pubblici, periferie abusive, case popolari, completamento della metropolitana), prende tempo.
Si consolida la posizione di quanti negano che la trasformazione dell’area archeologica centrale sia l’indispensabile premessa per una riqualificazione complessiva della città. L’assessore al centro storico Aymonino ritiene che la «complessità culturale e le difficoltà di gestione» del «più importante problema di scienza urbana che si sia presentato in Italia dal dopoguerra» rendono indispensabile un tempo lungo51. Piero e Roberto Della Seta sottolineano il sostanziale ripensamento:
“Il progetto Fori abbandona i binari di una incisiva iniziativa politica, che lo aveva caratterizzato all’inizio, per acquietarsi in una stanca attività burocratica, in cui man mano si smarrisce”.52
A conti fatti, la lentezza con cui si procede si rivela esiziale.
Il Comune sceglie la strada di un concorso internazionale di idee, ma la giunta cade prima che sia indetto il concorso e, alle elezioni, viene sconfitta53.
3. Gli sviluppi successivi
Nei vent’anni che ci separano dagli avvenimenti sopra ricordati, nessun amministratore ripropone il progetto Fori al centro della politica urbanistica comunale. Non lo fanno i sindaci delle giunte a guida democristiana (Signorello, Giubilo) e socialista (Carraro), né quelli di centro-sinistra (Rutelli e Veltroni, attualmente in carica). Con il passare del tempo si consolida la convinzione che «l’utopia di una renovatio urbis»54 basata sul progetto Fori sia destinata a rimanere tale, per le troppe resistenze che essa incontra e per l’impegno, economico e amministrativo, che essa richiede. Non è un caso isolato: a Roma come in tutto il resto d’Italia, con rare eccezioni, si registra il
“progressivo appannarsi di ogni «progetto per la città»: inteso questo non come disegno redatto a tavolino o sommatoria di singoli progetti, ma come idea generale capace di assommare le singole volontà e mobilitare al meglio le varie spinte particolaristiche, come insieme di norme comportamentali fissate per assicurare un migliore uso dell’aggregato urbano e sole capaci di dare contenuto al concetto stesso di convivenza”55.
Liberata dall’abbraccio “fatale” con la trasformazione urbanistica immaginata nel progetto Fori, la sistemazione dell’area archeologica prosegue il suo corso, seppure con grande lentezza.
I finanziamenti sono assai modesti e i tempi di realizzazione non seguono la tabella di marcia prevista. Nel 1988 il programma iniziale viene finanziato nuovamente ma, come lamenta Cederna, le risorse sono ridotte56. Vengono avviati i primi sondaggi archeologici nel Foro di Nerva che preludono al successivo scavo, iniziatosi nel 1995, con il quale si dà concretamente avvio al progetto per la realizzazione del Parco archeologico dei Fori Imperiali, inserito nell’ambito del Piano per il Giubileo del 2000, e proseguito con gli scavi dei fori di Traiano e di Cesare. Si interviene anche per migliorare la fruizione pubblica dell’area, altro elemento qualificante delle proposte nate alla fine degli anni Settanta. Sono presi alcuni provvedimenti significativi, in particolare dalla giunta Veltroni, le cui iniziative possiedono una certa continuità con il programma dell’«Estate romana» ideato da Renato Nicolini57. L’apertura gratuita della via Sacra, avvenuta nel 1997, che permette tuttora una magnifica promenade dall’Arco di Tito al Campidoglio, può essere vista come il primo passo per restituire al Foro quella funzione urbana ipotizzata vent’anni prima dal soprintendente
La Regina58.
“È stato il modo di restituire al Foro una funzione veramente urbana. Questo è un modello di ampliamento di cui tenere conto per l’assetto futuro, mettendo a tacere chi vuole sempre e comunque mercificare tutto”.
È in questa prospettiva che la Soprintendenza ripresenta, nel 2005, una nuova proposta di sistemazione, affidata all’architetto Massimiliano Fuksas. Diversamente dal passato, non si prevede l’eliminazione della via dei Fori Imperiali, tuttora presente e utilizzata dalle auto, sebbene crescano di anno in anno le limitazioni alla circolazione a causa dell’inquinamento atmosferico59. Come aveva ipotizzato anche Cederna, gli scavi sono potuti proseguire per anni senza creare alcun problema, e questo ragionevole compromesso avrebbe lasciato aperta ogni soluzione, se il Ministero per i beni e le attività culturali, il 20 dicembre 2001, non avesse apposto un vincolo di tutela all’insieme delle sistemazioni viarie operate durante il fascismo tra piazza Venezia e le mura aureliane, riconoscendovi un valore culturale. Quali ragioni hanno portato a conferire al simbolo della «maccheronica romanità» un valore storico, al pari di molte altre realizzazioni della prima metà del Novecento che certamente lo possiedono, considerandolo come un elemento intangibile da restaurare e curare con attenzione? Certamente hanno avuto un peso coloro che riconoscono un valore all’insieme delle opere realizzate nel ventennio, giudicate il tentativo di conferire a Roma «il volto di una capitale»: capitale laica per Giorgio Ciucci, politica, morale e culturale (sic!) per Vittorio Vidotto60. Un’importanza non secondaria deve essere anche attribuita al fatto che, sebbene nata come «macabra scenografia», via dei Fori Imperiali si è trasformata nel dopoguerra in un importante teatro di manifestazioni pacifiche e democratiche61. Probabilmente, più di ogni altra cosa, ha prevalso un certo spirito di conciliazione con il passato, lasciando in secondo piano le considerazioni urbanistiche, una volta di più incomprese o ritenute inessenziali62.
La conclusione di questa vicenda lascia un velo di amarezza. La politica e la cultura non hanno compreso il messaggio contenuto in Mussolini urbanista. È stato abbandonato progressivamente, senza nemmeno un esplicito rifiuto, il progetto che più di ogni altro poteva trasformare il volto della capitale attraverso la pianificazione urbanistica in modo esemplare per il resto della nazione. Tuttavia, se è vero che «non c’è futuro senza memoria del passato» e «nulla di peggio dell’assuefazione agli errori commessi», i moniti e i ragionamenti, i sarcasmi e le proposte di Cederna continuano ad essere un riferimento, tanto attuale quanto indispensabile.
NOTE
1 Mussolini urbanista è costantemente incluso fra i testi di riferimento per lo studio della storia dell’urbanistica romana nel periodo fascista, anche da parte di autori in disaccordo con le opinioni di Cederna. L’importanza delle illustrazioni a corredo del libro è stata sottolineata da Italo Insolera, curatore di Roma fascista nelle fotografie dell’Istituto Luce. Con alcuni scritti di A. Cederna, Editori riuniti, Roma 2001. Nella pubblicazione di Insolera sono contenuti alcuni estratti di Mussolini urbanista corredati dalle fotografie recentemente messe a disposizione dall’Istituto Luce.
2 L. Quilici, Considerazioni sulla Roma d’oggi in margine al libro di A. Cederna, Mussolini urbanista, «Bollettino di Italia Nostra», 195-196 (1981), p. 21. Le tesi esposte in Mussolini urbanista e, più in generale, i giudizi espressi da Cederna sull’urbanistica romana durante il fascismo sono stati criticati molto duramente. All’autore si rimproverano un eccessivo schematismo e un antifascismo “manicheo”. Cfr. in particolare M. Manieri Elia, Roma Capitale: strategie urbane e uso delle memorie, in A. Caracciolo, Le Regioni dall’Unità d’Italia a oggi: Il Lazio, Einaudi, Torino 1991 e V. Vidotto, La Capitale del fascismo, in Roma capitale, a cura di V. Vidotto, Laterza, Roma-Bari 2002.
3 Nello Ajello descrive così la prosa di Cederna in Via degli obelischi, uno dei primi articoli scritti sul «Mondo»: «Quello che uscì dalla sua penna era un intervento critico. Ma era soprattutto un’invettiva. Accorata. Sdegnata. Furente. [...] Gli anatemi del giovane archeologo toccavano nervi scoperti dell’intellighenzia italiana. Agivano su una minoranza, ma in profondità. Comunicavano sdegno. Creavano allarme nei colpevoli». Cfr. Hanno scritto di lui, in Beni culturali, urbanistica e paesaggio nell’opera di Antonio Cederna, 1921-1996, Roma 1999 (Ministero per i beni e le attività culturali, Centro di documentazione Antonio Cederna), p. 41.
4 Quilici, Considerazioni sulla Roma d’oggi,p. 22.
5 Secondo il censimento della popolazione, Roma nel 1871 ha poco più di 240.000 abitanti. Cento anni dopo gli abitanti sono oltre 2.700.000. La superficie urbanizzata subisce un incremento ancora più consistente: l’area compresa entro le mura aureliane è di circa 1.500 ettari, molti dei quali nel 1870 erano liberi da costruzioni; oggi la superficie urbanizzata è di circa 40.000 ettari, venticinque volte più estesa. Per i dati al 1870 cfr. P. Della Seta, R. Della Seta, I suoli di Roma. Uso e abuso del territorio nei cento anni della capitale, Roma, Editori Riuniti, 1998, p. 15-19. I dati sull’espansione edilizia tra il 1951 e il 1981 sono stati raccolti in una ricerca condotta da Filippo Ciccone e Vezio De Lucia i cui esiti fondamentali sono riportati in F. Ciccone, Il sabato mattina, se non piove, «Urbanistica informazioni», 78 (1984). I dati sulla superficie e popolazione attuale, messi a confronto con le previsioni del nuovo piano regolatore sono contenuti in C’è troppo consumo di suolo nel nuovo piano regolatore di Roma, 17 settembre 2002 (Comitato per la bellezza, Associazione culturale Polis e Wwf); cfr. anche V. De Lucia, Il nuovo piano regolatore di Roma e la dissipazione del paesaggio romano, «Meridiana», 47-48 (2003), p. 289.
6 Tra gli scritti di Cederna dedicati alle trasformazioni del periodo post-unitario, cfr. in particolare A. Cederna, Prefazione in R. Lanciani, L’antica Roma, Laterza, Roma-Bari 1981 (or. Ancient Rome in the light of recent discoveries, 1888), p. ix-xxxviii. Sulla distruzione delle ville che circondavano il centro antico cfr. A. Cederna, È sempre emergenza per le ville storiche, «Bollettino di Italia nostra», 265 (1989), p. 26-27; A. Cederna, Roma la capitale del Duemila, «Bollettino di Italia nostra», 322 (1995), p. 21. Lo stesso argomento è ripreso dall’autore in molti articoli dedicati alla cronica carenza di verde pubblico a Roma e ai tentativi di lottizzazione edificatoria perpetrati fino agli anni ’60: cfr. La capitale d’Italia in A. Cederna, Brandelli d’Italia, Newton Compton, Roma 1991, p. 285-346.
7 Quilici, Considerazioni sulla Roma d’oggi, p. 22.
8 Così scrive Cederna nell’introduzione a Mussolini urbanista. Piero e Roberto Della Seta leggono nel secondo dopoguerra una degenerazione rispetto all’epoca precedente, venendo a mancare ogni politica di controllo della rendita fondiaria e della speculazione edilizia e, conseguentemente, ogni proposta sullo sviluppo della città. Cfr. P. Della Seta, R. Della Seta, I suoli di Roma e V. De Lucia, Se questa è una città, Donzelli, Roma 2005, p. 6.
9 Una parte consistente delle nuove costruzioni è realizzata in modo illegittimo: tra il ’62 e il ’76 sono stati lottizzati, in aree destinate a verde o all’agricoltura, ben 12.000 ettari di terreno. Negli insediamenti abusivi vivono tra le 500.000 e le 700.000 persone. Nel denunciare in consiglio comunale la gravità di queste trasformazioni, il consigliere del partito comunista Aldo Natoli parla di un nuovo “sacco di Roma” (A. Natoli, Il sacco di Roma, Roma, Tipografia Lugli, 1954). L’espressione sarà utilizzata successivamente da molti e, in un’occasione ufficiale, perfino dal sindaco Argan, nell’indirizzo di saluto al pontefice rivolto in occasione della visita di quest’ultimo al Campidoglio il 3 gennaio 1977: «La condizione è sventuratamente tale che s’è parlato e si parla, anche fuori dall’Italia, del terzo sacco di Roma; non più perpetrato da torme di Lanzichenecchi, ma da mercanti avidi e senza scrupoli, non nella momentanea furia di un saccheggio, ma nel metodico e pervicace sfruttamento del suolo urbano». P. Della Seta, R. Della Seta, I suoli di Roma, p. 165.
10 L. Benevolo, Città in discussione. Venezia e Roma, Laterza, Roma-Bari 1979, p. 149.
11 A. Cederna, L’erba di Roma, 1972, ora in Brandelli d’Italia, p. 342.
12 Come fondatore e attivista di Italia Nostra e come giornalista, Cederna ha dedicato un impegno specifico per contrastare il distorto sviluppo urbanistico di Roma. Alle cronache del periodo 1957-1965 è dedicato in particolare Mirabilia Urbis, Torino, Einaudi, 1965, in cui sono raccolti gli articoli di Cederna pubblicati sul «Mondo», divisi per argomento (piano regolatore, centro storico, verde pubblico, Appia Antica) e ordinati cronologicamente. Il libro si apre con una raccolta di 31 fotografie della periferia romana costruita in quegli anni, assai eloquenti per comprendere la portata e le conseguenze della speculazione edilizia. Anche le altre pubblicazioni di Cederna (I Vandali in casa, Bari, Laterza, 1956, ora 2006, La distruzione della natura in Italia, Torino, Einaudi, 1975, Brandelli d’Italia) contengono una sezione dedicata agli articoli scritti in relazione alle vicende della capitale. Un’ulteriore raccolta di scritti su Roma è contenuta nel Cd-rom allegato a Beni culturali, urbanistica e paesaggio nell’opera di Antonio Cederna. Particolarmente vicine alle posizioni di Cederna, e costantemente citate nei suoi scritti, sono le ricostruzioni delle vicende urbanistiche della capitale effettuate da Leonardo Benevolo (in part. Roma da ieri a domani, Roma-Bari, Laterza, 1971) e Italo Insolera (in part. Roma moderna, Torino, Einaudi, 1993). L’espressione «Roma sbagliata» è contenuta nel titolo di un ciclo di seminari, promosso da Italia Nostra, sulle condizioni di degrado della città nei primi anni settanta. Cfr. Roma sbagliata: le conseguenze sul centro storico, Roma, Bulzoni Editore, Roma 1976 (Italia Nostra).
13 Cederna, Prefazione, a I vandali in casa ora in Brandelli d’Italia, p. 44-45.
14 Cederna, Mirabilia Urbis, p. 457. Sullo stesso argomento cfr. A. Cederna,
M. Manieri Elia, Orientamenti critici sulla salvaguardia dei centri storici, «Urbanistica», 32 (1960), A. Cederna, Salvaguardia dei centri storici e sviluppo urbanistico, «Casabella» 250 (1961) riportato anche in Cederna, Mirabilia Urbis, p. 451 e seg.; A. Cederna, I centri storici nella città contemporanea in Italia Nostra 1955-1995. Quarant’anni dalla fondazione. I centri storici nella città contemporanea. Atti del conve-gno , Roma 1995.
15 Citazioni tratte da Cederna, Manieri Elia, Orientamenti critici sulla salvaguardia dei centri storici, p. 69-71.
16 Cederna può essere annoverato, a buon diritto, anche tra i precursori dell’ambientalismo italiano ed è stato tra coloro che per primi hanno capito la necessità di integrare politiche urbanistiche e ambientali. Cfr. in particolare A. Cederna, Prefazione, a Guida della Natura d’Italia, a cura di G. Farneti, F. Pratesi, F. Tassi, Mondadori, Milano 1971 e G. Berlinguer, G. Sacco, A. Cederna, F. Pistolese, L’ecologia alla conferenza di Stoccolma, «Politica ed economia» 4 (1972) e A. Cederna, Presentazione in E. Tiezzi, P. degli Espinosa, I limiti dell’energia, Garzanti, Milano 1987. Cfr. anche la prefazione alla seconda edizione del libro di V. De Lucia, Se questa è una città, che Cederna conclude spiegando perché «è necessario che la sinistra impari a fare i conti ecologici».
17 A. Cederna, Una cultura indifferente al nostro passato, «Corriere della Sera», 28 giugno 1975, ora in In nome del Bel paese.Scritti di Antonio Cederna sull’Emilia Romagna (1954-1991), a cura di G. Gallerani, C. Tovoli, Bologna 1998 (Istituto per i beni artistici, culturali e naturali dell’Emilia Romagna), p. 71.
18 Ibidem.
19 Sebbene sia ricordato soprattutto per le sue battaglie in difesa del patrimonio storico e naturale, Cederna ha dedicato uguale impegno a promuovere l’affermazione della pianificazione urbanistica, illustrando realizzazioni straniere e, più raramente, italiane da portare ad esempio (cfr. «L’Europa», selezione di articoli riguardanti città europee in Beni culturali, urbanistica e paesaggio nell’opera di Antonio Cederna), occupandosi a più riprese come giornalista, come parlamentare della legislazione urbanistica e come “urbanista operativo”. Secondo De Lucia, le proposte per lo sviluppo di Roma contenute nella relazione alla proposta di legge per Roma capitale, presentata nell’aprile del 1989, costituiscono «una vera e propria lezione di urbanistica moderna» (V. De Lucia, Cederna, Petroselli, il progetto dei Fori, «Carta qui», 4, 2006).
20 Cederna, Prefazione, a I vandali in casa, ora in Brandelli d’Italia, p. 56.
21 Il principale testo di riferimento per la comprensione delle vicende accadute tra il 1978 e il 1983 e delle cronache relative al dibattito allora suscitato è I. Insolera, F. Perego, Archeologia e città. Storia moderna dei Fori di Roma, Laterza, Roma-Bari, 1983. Gli avvenimenti sono sintetizzati con grande efficacia anche in De Lucia,
Se questa è una città, p. 121-127. Il punto di vista dell’amministrazione comunale e le iniziative assunte tra il 1983 e il 1985 sono descritti in R. Panella, Roma Città e Foro. Questioni di progettazione del centro archeologico monumentale della capitale, Officina Edizioni, Roma 1989 e in C. Aymonino, Progettare Roma Capitale, Laterza, Roma-Bari 1990. Una riflessione di segno opposto a quello di Cederna, Insolera e De Lucia, è formulata in Manieri Elia, Roma capitale: strategie urbane e uso delle memorie.
22 Originariamente via dell’Impero. Le vicende relative alla sistemazione di piazza Venezia e delle aree attorno al Campidoglio sono descritte nel capitolo terzo di Mussolini urbanista. Alla costruzione di via dell’Impero è dedicato il capitolo quinto.
23 Insolera, Perego, Archeologia e città, p. 212. L’agenzia trova un’ampia eco sui giornali di allora: ne parlano il 21 dicembre stesso il «Corriere della Sera» (I monumenti di Roma vanno a pezzi, articolo di Cederna) e «Paese Sera» (La lebbra del marmo uccide i monumenti); il 23 dicembre, «La Stampa» (Fra vent’anni avremo solo le foto dei preziosi monumenti dell’antica Roma); il 31 dicembre, «L’Unità» (Lo smog cancella il passato e ipoteca il futuro). Cfr. Insolera, Perego, Archeologia e città, p. 213 e seg. «Ritengo che molti di noi serbino il ricordo persino delle parole che aprono il comunicato» (Manieri Elia, Roma capitale, p. 551).
24 A. La Regina, Roma: continuità dell’antico, in Roma, continuità dell’antico. I fori imperiali nel progetto della città. Electa, Milano 1981, p. 11.
25 Cederna, Mirabilia urbis, p. 455.
26 Cederna, I monumenti di Roma vanno a pezzi.
27 Ibidem.
28 Insolera, Perego, Archeologia e città,p. 212.
29 Gli scavi dell’area archeologica centrale, promossi da Pio vii agli inizi dell’Ottocento, proseguiti sotto l’amministrazione napoleonica e, dopo il 1871, dal governo italiano, avevano portato ad ipotizzare una passeggiata archeologica intorno alle rovine romane e ad un grande parco, esteso dal Campidoglio alla via Appia. Scrive Insolera: «Non se ne farà nulla, ma l’idea era posta, e durerà per sempre». (Insolera, Perego, Archeologia e città, p. xviii). Cederna ricostruisce le vicende relative alle sistemazioni di fine Ottocento nella relazione alla proposta di legge n. 3858, 26 aprile 1989, «Interventi per la riqualificazione di Roma Capitale della Repubblica», riportata in Il parco archeologico più grande e più importante del mondo, «Bollettino di Italia Nostra», 265 (1989), p. 21 e nel Cd-rom allegato a Beni culturali, urbanistica e paesaggio nell’opera di Antonio Cederna. Ricostruzioni storiche del periodo postunitario sono contenute anche in Insolera, Perego, Archeologia e città, p. 1-30 e in
La Regina, Roma: Continuità dell’antico, p. 54-94. Cfr. anche L. Barroero, A. Conti, A. M. Racheli, M. Serlo, Via dei Fori Imperiali.La zona archeologica di Roma: urbanistica, beni artistici e politica culturale, Marsilio, Venezia 1983.
30 Cfr. nota precedente. L’area della zona monumentale individuata nel 1887 è di 227 ha; il comprensorio dell’Appia Antica interessa oltre 2500 ha.
31 Cederna, Interventi per la riqualificazione di Roma Capitale della Repubblica.
32 L’eliminazione di via dei Fori Imperiali consentirebbe di ampliare l’area di scavo archeologico, poiché sotto il suo sedime (la carreggiata è larga più di venti metri, che in alcuni punti diventano cento con le sistemazioni a verde ad essa circostanti) sono collocati parte dei fori di Traiano, Augusto e Nerva, ricostituendo l’unitarietà dell’area archeologica, tuttora tagliata in due dall’asse stradale. L’ipotesi di soppressione è avanzata pubblicamente da La Regina nell’aprile del 1979. Nel luglio successivo il sindaco Argan conia, in una lettera aperta all’Ordine degli ingegneri, lo slogan “o i monumenti o le automobili”. Pochi giorni dopo, La Regina precisa la proposta mediante un’agenzia di stampa e raccoglie l’immediata adesione, pubblicamente espressa, del sindaco e degli assessori della giunta comunale Calzolari e Nicolini. Cfr. Insolera, Perego, Archeologia e città, p. 219 e 233-35.
33 Si tratta del comprensorio noto come Sistema direzionale orientale (SDO). «Trasferendo nello SDO alcuni milioni di metri cubi di attività direzionali, a cominciare dai ministeri, si alleggerisce il centro, si pone un argine alla sua terziarizzazione selvaggia e si possono recuperare immobili alla residenza» (A. Cederna, Tra critica e proposta, «Bollettino di Italia Nostra», 265, 1989, p. 5). Occorre dire che è avvenuto l’esatto contrario di quello che ipotizzava Cederna: il progetto SDO è stato abbandonato, i ministeri non sono stati decentrati, il centro storico ha perso drammaticamente popolazione.
34 Cederna, Tra critica e proposta, p. 7.
35 Insolera, Perego, Archeologia e città, p. xvii.
36 La Regina, Roma: continuità dell’antico, p. 14. Per il soprintendente è essenziale conferire ai Fori la loro originaria funzione di luogo di incontro, eliminando la separazione tra area archeologica e città e restituendo tali spazi all’uso dei cittadini.
37 R. Nicolini, Introduzione a C. Aymonino, Progettare Roma Capitale, p. 7.
38 Seconda conferenza cittadina sui problemi urbanistici, Roma 1982 (Comune di Roma), p. 217, riportato in De Lucia, Se questa è una città, p. 122. Cederna, commemorando Petroselli su «Rinascita» del 16 ottobre 1981, parlerà dello “scandalo” prodotto dalla determinazione del sindaco nel sostenere il progetto Fori e nell’avviare le prime iniziative concrete.
#39 Sul «Corriere della Sera» del 14 marzo 1981 è pubblicato un appello sottoscritto da 240 studiosi, italiani e stranieri. Il testo integrale e le firme sono riportate in Insolera, Perego, Archeologia e città, p. 341. Cfr. anche De Lucia, Se questa è una città, p. 124.
40 Le voci del dissenso sono raccolte in particolare dal quotidiano «Il Tempo». Timori relativi alle ripercussioni della chiusura della via dei Fori Imperiali sul traffico ricorrono anche negli interventi degli storici dell’arte, tra i quali Federico Zeri che interviene con alcuni articoli su «La Stampa»nel febbraio del 1981.
41 L. Petroselli, [Presentazione], in Roma: continuità dell’antico, p. 9.
42 Bruno Palma su «Il Tempo»dell’11 agosto 1979 apre la polemica domandandosi retoricamente se l’idea della soppressione della strada si debba a cultura urbanistica o a «rabbia politica».
43 Il Gruppo dei Romanisti è un movimento culturale fondato negli anni ’20, al quale sono appartenuti alcuni dei protagonisti delle vicende di allora, come Ojetti, Muñoz e Giovannoni. Nel febbraio del 1981 viene pubblicato da «Il Tempo» un appello dei Romanisti contro la rimozione della via dei Fori Imperiali, giudicata una «gravissima perdita difficilmente giustificabile», con Cederna è guerra di penna. Cfr. in particolare l’articolo di Cederna pubblicato sul «Corriere della sera» del 6 febbraio 1981 e le successive repliche in Insolera, Perego, Archeologia e città, p. 324-332.
44 G. C. Argan, Prefazione, a P. Della Seta, R. Della Seta, I suoli di Roma, p. 11.
45 Il governo si era dichiarato disponibile a finanziare gli scavi: nel gennaio 1979, poco tempo dopo l’appello del soprintendente, era stata istituita una Commissione nazionale di studio, presieduta dallo storico dell’arte Cesare Gnudi (1910-1981). Conclusi i lavori della commissione, con un parere determinato sull’urgenza di provvedere alle opere di riparo dei monumenti, ma decisamente vago sui provvedimenti urbanistici, nel maggio del 1980 era stato assegnato per decreto un finanziamento straordinario di 180 miliardi di lire per attuare gli interventi ritenuti indispensabili e urgenti dalla commissione, convertito l’anno successivo nella Legge 23 marzo 1981, n. 92 «Provvedimenti urgenti per la protezione del patrimonio archeologico della città di Roma». Nei due anni intercorsi tra la nomina della commissione e l’approvazione della legge era montata la polemica contro la demolizione di via dei Fori Imperiali, cosicché mentre il precedente ministro, Biasini, aveva avuto un atteggiamento possibilista, sia pure tra mille tentennamenti, il nuovo ministro, Vernola, aveva preso subito posizione contro la rimozione.
46 Agli inizi del 1981 il «Messaggero», il «Corriere della Sera» e l’«Unità» pubblicano il resoconto di una serie di tavole rotonde, nelle quali i principali esponenti della cultura accademica esprimono la loro opinione. Parallelamente vengono organizzati incontri pubblici di dibattito a palazzo Braschi (3 marzo 1981) e alla Casa della cultura (6 febbraio e 28 maggio). Dal 26 al 29 marzo si tiene la Seconda conferenza urbanistica cittadina, promossa dall’amministrazione comunale.
47 Retrospettivamente Manieri Elia assume una posizione nettamente contraria alle proposte urbanistiche, giudicando «arbitrario e incoerente» lo slittamento di prospettiva dal programma di restauri alla «proposta di una sterminata operazione di trasformazione urbana» (Roma capitale, p. 554).
48 V. De Lucia, Peccato capitale, Edizioni Il Manifesto, Roma 1993, p. 20.
49 I lineamenti della proposta sono descritti in Tutto il progetto Fori, «Bollettino di Italia Nostra», 219 (1983), p. 49-63, con scritti – tra gli altri – di La Regina, Aymonino, Insolera, Quilici, Rossi Doria. L’intervento del sindaco è pubblicato in Piano per il Parco dell’Appia Antica, Roma 1984 (Italia Nostra, sezione di Roma).
50 I primi studi e orientamenti programmatici della Soprintendenza sono presentati al pubblico in due mostre nella Curia al Foro Romano nel 1981 e nel 1985. Cfr. rispettivamente Roma: continuità dell’antico e Forma. La città antica e il suo avvenire, Catalogo della Mostra itinerante, 1985-1987, De Luca, Roma 1985. Cfr. L. Benevolo, Roma, studio per la sistemazione dell’area archeologica centrale, De Luca, Roma 1985. Sulla proposta di Piano per l’Appia Antica cfr. il Piano per il Parco dell’Appia Antica. Successivamente la Soprintendenza commissiona uno sviluppo del progetto relativo all’area dei Fori con approfondimenti relativi sia alla fattibilità economica, sia alle iniziative di inquadramento (assetto della viabilità, formazione del nuovo PRG, decentramento dei ministeri) che richiedono il coordinamento di altri soggetti pubblici. Cfr. L. Benevolo, F. Scoppola, Roma, l’area archeologica centrale e la città moderna, De Luca, Roma 1989 con scritti, tra gli altri, di De Lucia (Le esigenze di Roma capitale) e Cederna (Distruzione e ripristino della Velia).
51 C. Aymonino, Un tema grandissimo di scienza urbana, «l’Unità», 8 marzo 1981, ripreso in Archeologia e disegno urbano, «Casabella» 482 (1982). Aymonino ritiene con ciò di superare «una semplicistica vendetta dell’urbanistica radicale». Anche per Manieri Elia occorre «evitare gli estremismi» e «resistere alle tentanti semplificazioni e ai roboanti schematismi». Le difficoltà operative sono sottolineate da Raffaele Panella: «i grandissimi risultati conseguiti praticamente a costo zero con i pochi ma incisivi interventi di ricongiunzione del Foro al Campidoglio e al Colosseo, ... le iniziative dell’Estate romana e la chiusura domenicale di via dei Fori non potevano ripetersi ed estendersi senza compiere un salto di scala. Anzitutto in termini di investimenti». Cfr. R. Panella, Roma città e Foro, p. 49.
52 P. Della Seta, R. Della Seta, I suoli di Roma, p. 259.
53 Gli atti propedeutici al concorso sono formalizzati in una serie di delibere della giunta comunale (8 maggio 1984 e 27 dicembre 1984) e del consiglio comunale (10 luglio 1984). Cfr. R. Panella, Roma Città e Foro, p. 382-385.
54 Così definita da La Regina in Roma: continuità dell’antico, p. 13.
55 P. Della Seta, R. Della Seta, I suoli di Roma, p. 265. L’abbandono progressivo della pianificazione generale in favore di una serie di singoli interventi di trasformazione urbana, dettati dalle opportunità del momento senza curarsi del loro inquadramento complessivo, costituisce la mutazione più evidente dell’urbanistica italiana degli ultimi venti anni. Cederna, assieme a Edoardo Salzano e Vezio De Lucia, può essere a buon diritto annoverato tra i pochi che hanno giudicato negativamente e avversato la crescente deregulation. Sulle conseguenze nella capitale, cfr. P. Berdini, Il Giubileo senza città, Editori riuniti, Roma 2000 e, per un punto di vista opposto, M. Marcelloni, Pensare la città contemporanea: il nuovo piano regolatore di Roma, Laterza, Roma-Bari 2003. Sul dibattito nazionale, cfr. gli scritti degli autori citati in eddyburg.it.
56 Cederna sottolinea la differenza tra i fondi destinati nel decennio precedente al restauro dei monumenti romani e quelli spesi per la costruzione di autostrade, 24 contro 18.000 miliardi di lire. A. Cederna, Il parco archeologico più grande e importante del mondo, in «Bollettino di Italia Nostra», 265 (aprile-maggio 1989), p. 21.
57 Il 25 agosto 1977 il cinema si accende nella basilica di Massenzio dando inizio all’Estate romana, programma di spettacoli estivi all’aperto che si è svolto ininterrottamente dal 1977 al 1985, in una serie di luoghi significativi della città, nel centro e nella periferia.
58 Le proposte sono presentate in una mostra al Colosseo che si è tenuta dal luglio 2004 al gennaio 2005. Cfr. Forma: la città moderna e il suo passato, a cura di A. La Regina, M. Fuksas, D. O. Mandrelli, Electa, Milano 2004.
59 Fuksas immagina la strada come «un nastro sostenuto da ponti sotterranei» ipotizzando l’estensione della sua pedonalizzazione per «almeno sei mesi l’anno». Cfr. F. Giuliani, Ponti sotteranei, passerelle e l’antica Roma torna a vivere, «La Repubblica», 30 giugno 2004. Va ricordato che con l’amministrazione Rutelli sono riprese anche le domeniche pedonali.
60 Cfr. G. Ciucci, Relazione storica sugli interventi architettonici e urbani a via dei Fori Imperiali, allegata come parte integrante del provvedimento di vincolo ai sensi dell’art. 2 del Dlgs 29 ottobre 1999, n. 490 apposto con decreto del Ministero per i beni e le attività culturali; Vidotto, La capitale del fascismo, p. 405-406.
61 Questa tesi è sostenuta ad esempio da Manieri Elia.
62 Un perfetto esempio di travisamento è contenuto nella citata relazione di G. Ciucci che motiva il provvedimento di vincolo monumentale. Ciucci sostiene che «l’avvio della questione Fori Imperiali nel 1982 ha come obiettivo finale l’eliminazione di via dei Fori Imperiali, senza porsi il problema della sua storia, della sua funzione urbanistica, della sua immagine consolidata: l’interesse è concentrato solo nello scavo archeologico» [corsivi nostri].
“Uno studio attento delle situazioni particolari porta a decidere dove, come, con quali norme e caratteristiche la città debba estendersi, e quindi all’imposizione di uno sviluppo in una direzione predominante: affinché il centro di gravità (cioè l’insieme dei pesi umani, edilizi e degli interventi economici) non torni più a gravare sul nucleo antico, ma gradatamente continui a spostarsi nel senso della massima espansione della città. Occorre dunque, se vogliamo ridare una dimensione sopportabile alle nostre città, rompere definitivamente l’indiscriminato ingrandimento a macchia d’olio, sui sono sottoposte dalla peggior specie di vandali, latifondisti e trafficanti e monopolizzatori di suolo urbano, che tirano furiosamente la città sui loro terreni, strategicamente disposti intorno a essa e tendono a urbanizzare abusivamente le aree agricole”.
La prefazione ai “Vandali in casa” scritta da Cederna nel 1956 -anno in cui l’Espresso con l’articolo di Manlio Cancogni lancia lo slogan “Capitale corrotta, nazione infetta”- è una grande lezione di metodo, ancora attualissima. E, a proposito di attualità, iniziamo da una piccola nota di colore, i puristi del politicamente corretto oggi così in voga, tradurrebbero il tagliente termine di trafficante di suolo urbano con immobiliaristi, e cioè un più neutro attributo a coloro che fino a poco tempo fa venivano chiamati con il loro vero nome: speculatori.
Ma torniamo alla lezione. Afferma Cederna che è con l’urbanistica che si salvano le città dalla speculazione. E’ con l’urbanistica che si può tentare di dare una prospettiva di riscatto alle periferie urbane. Ma, appunto, è un’urbanistica mirata, apertamente schierata, affatto condiscendente con le tendenze del mercato.
Il rifiuto netto quanto motivato dello sviluppo urbano a macchia d’olio serve a Cederna trent’anni dopo per definire le linee del progetto di legge per “Roma capitale” che elaborò nel 1989 quando era stato eletto alla Camera dei Deputati come indipendente nelle liste del Partito comunista italiano. Dei pochi fondamentali elementi di cui era composta la sua proposta di legge, uno era particolarmente connesso con la negazione della macchia d’olio. La riproposizione del Sistema direzionale orientale in chiave di riqualificazione della immensa periferia romana. Nato proprio negli anni in cui Cederna scrive la prefazione citata in apertura, quel progetto doveva servire per fornire forma e dignità allo sviluppo urbano della capitale. Serviva insomma ad evitare ciò che aveva paventato poco più avanti.
“Proseguendo lungo le direzioni dei giochi di parole mussoliniani, la città continua a espandersi senza regole né misura, caoticamente verso il sud, stringendo sempre più l’Appia nella sua morsa: vengono attuati nuovi attraversamenti, si addensano nuove borgate, la città dilaga senza soluzione di continuità, come un’infezione. Scompare il distacco tra città e colli, tutto diventa un’ininterrotta serie di sciatti, lerci sobborghi: una nuova immensa escrescenza si propaga a sud, con tutti i suoi deleteri effetti sulla città, conferma dell’anarchica espansione a macchia d’olio, scomparsa di tutte le zone verdi sotto un’unica colata cementizia, congestione e minaccia di distruzione del centro storico, sconfitta di ogni razionale pianificazione”.
E sul Mondo del 22 novembre 1955 afferma ancora:
“Roma, dopo essersi faticosamente mossa verso est negli ultimi decenni, torna ora a spostarsi verso il mare nostrum, come un granchio azzoppato. E’ facile immaginare che tutta la Cristoforo Colombo verrà trasformata in un corridoio murato, che tutta la campagna tra Roma e il mare andrà a farsi benedire. D’altra parte, nonostante tutte le dichiarazioni in contrario, Roma si salderà ai Colli e quindi anche quella campagna se ne va”.
Quelle previsioni si sono purtroppo avverate. Ma alla fine degli anni ’80, al tempo della proposta di legge per Roma capitale, le aree che dovevano ospitare lo Sdo erano ancora vuote, mentre intorno abusivamente e legalmente era sorta la più brutta periferia romana. Il nuovo sistema direzionale doveva dunque servire per ridare dignità a quei tessuti senza qualità. E ospitare i Ministeri, così da vuotare il centro storico da pesi urbanistici insostenibili.
Nel decennio che ci separa dalla sua scomparsa, quella stessa sinistra che Cederna aveva contribuito a fare autorevole e rispettata, ha disegnato un nuovo piano regolatore della città che cancella d’un colpo la grande lezione sulla macchia d’olio e l’obiettivo strategico dello svuotamento del centro storico dalle funzioni dello Stato.
“La relazione centripeta finora dominante svolta dall’area centrale costituita dal centro storico e dalla sua cintura viene affrontata nel nuovo piano attraverso il modello policentrico delle nuove centralità in rete. Ciò significa un nuovo ruolo per l’area centrale: appare difficile immaginare un suo svuotamento delle funzioni forti né tale ipotesi sarebbe auspicabile (l’area centrale come museo)” (Relazione del Nuovo piano regolatore di Roma adottato dal Consiglio comunale il 19-20 marzo 2003, pagina 16).
Il “modello policentrico delle nuove centralità in rete” è infatti sapientemente distribuito a raggiera intorno al centro antico. La macchia d’olio trionfa in un’acritica indifferenza. E il centro storico rimane definitivamente condannato a sopportare funzioni che lo soffocano.
La furbesca agitazione del fantasma “dell’area centrale come museo” serve solo da banale alibi per non vedere quanto sta avvenendo. Il grande incremento del turismo di massa sta sottoponendo il centro ad un inarrestabile svuotamento di residenti (ne restano ormai soltanto 100.000 all’interno delle mura aureliane) e alla riduzione di interi quartieri antichi a baracconi adatti al turismo mordi e fuggi (sempre all’interno della cerchia delle mura sono oltre 50.000 i posti letto in strutture alberghiere). Altro che museo.
L’urbanistica che credeva nella supremazia della visione pubblica sugli interessi privati. Che tentava di immaginare un futuro migliore per i quartieri e i suoi abitanti. L’urbanistica insomma che piaceva ad Antonio Cederna non c’è più, sostituita da una cortina fumogena di slogan che hanno tentato di nascondere la totale capitolazione verso la proprietà fondiaria. Una sola cosa è forse mutata. Al posto dei “pallidi scherani della speculazione”, come amava dire Cederna, sono comparsi “i furbetti del quartierino”. Ma Roma continua ad essere nelle mani di “latifondisti e trafficanti e monopolizzatori di suolo urbano”.
Di Antonio Cederna – uno dei fondatori dell’ambientalismo italiano, che fu archeologo e critico d'arte, poi soprattutto straordinario giornalista e ancora consigliere comunale di Roma e parlamentare – mi pare importante, su queste pagine, ricordare soprattutto l’impegno a favore del progetto Fori, la più affascinante idea per l’urbanistica romana dopo l’unità d’Italia. Il suo contributo non fu solo di metodo, di critica o di informazione. Cederna fu anche concretamente operativo. L'immagine che aveva della Roma del terzo millennio, l'ha descritta più volte, ma il testo nel quale quell'immagine è sviluppata compiutamente è la sua Proposta di legge per Roma capitale, dell'aprile 1989, quand'era deputato indipendente del Pci. La relazione alla proposta di legge è una delle più convincenti pagine dell’urbanistica moderna. Cederna riprende un’impostazione del piano regolatore del 1962, un piano per molti versi indifendibile, fondato però su una spettacolare idea di città: accanto alla Roma storica, nei settori della periferia orientale doveva prendere corpo la città moderna. Lì dovevano trasferirsi i ministeri e le altre attività terziarie, liberando il centro dalle oltraggiose condizioni di congestione e d’inquinamento in cui viveva (e continua a vivere). L’operazione volta alla formazione di un nuovo centro cittadino assunse il nome di Sdo (Sistema direzionale orientale) ed è stata a lungo oggetto di studi e di proposte.
Per lo Sdo Cederna propose la soluzione che fu definita “a saldo zero”: i ministeri spostati dalle aree centrali e trasferiti non dovevano essere sostituiti da altre funzioni con un analogo carico urbanistico. Si dovevano invece formare vuoti urbani attrezzati, parchi verdi e ampie zone pedonali, con la valorizzazione delle aree archeologiche. “Basti pensare – scrisse Cederna – allo sgraziato salto di quota che separa la Via Cernaia dal piano degli scavi delle terme di Diocleziano, frutto della sommaria sistemazione della zona dopo l'edificazione del ministero delle Finanze". L’operazione Sdo diventava in tal modo una parte del progetto Fori. Che non era solo un’operazione di archeologia urbana. L’archeologia era il punto di partenza per un radicale rinnovamento dell’assetto di Roma, e in questo senso era complementare allo Sdo. Il progetto, inizialmente elaborato dal soprintendente Adriano La Regina, prevedeva il ripristino del tessuto archeologico sottostante la via dei Fori, attraverso la sutura della lacerazione prodotta nel cuore della città dallo sventramento degli anni Trenta. Allora, Benito Mussolini, per consentire che da Piazza Venezia si vedesse il Colosseo, e per formare uno scenario grandiosamente falsificato per la sfilata delle truppe, aveva fatto radere al suolo gli antichi quartieri, le chiese e i monumenti costruiti sopra i Fori e spianare un’intera collina, la Velia, uno dei colli di Roma. Migliaia di sventurati cittadini furono deportati in miserabili borgate, dando inizio all’ininterrotta tragedia della periferia romana.
Il progetto per il ripristino dei Fori e dell’area archeologica centrale fu sostenuto dal sindaco Luigi Petroselli con entusiasmo e disponibilità culturale sorprendenti. Anzi, “il grigio funzionario di partito” venuto dalla gavetta di Viterbo diventò, insieme a Cederna, il protagonista del progetto Fori. L’idea della storia collocata al centro della città, sotto forma di vertice intra moenia del parco dell’Appia Antica – una grande pausa, dal Campidoglio ai Castelli Romani in una conurbazione senza fine e senza qualità – raccolse vasti e qualificati consensi. Favorevoli furono soprattutto i cittadini di Roma, che parteciparono in massa a quelle straordinarie occasioni determinate dalla chiusura domenicale della via dei Fori e alle visite guidate ai monumenti archeologici. Con determinazione e rapidità inusitate, Petroselli mise mano fattivamente all’attuazione del progetto provvedendo all’eliminazione della via del Foro Romano, che da un secolo divideva il Campidoglio dal Foro Repubblicano, e all’unione del Colosseo – sottratto all’indecorosa funzione di spartitraffico – all’Arco di Costantino e al tempio di Venere e Roma. Si realizzò allora la continuità dell’area archeologica, liberamente percorribile, dal Colosseo al Campidoglio.
E’ forse il momento più alto per l’urbanistica romana contemporanea, ma durò poco. Il 7 ottobre 1981 morì improvvisamente Luigi Petroselli (è passato un quarto di secolo e dobbiamo commemorare anche lui). Dopo tre lustri di abbandono, furono ripresi gli scavi ai lati della via dei Fori ed è stata ripetuta l’esperienza delle domeniche pedonali. Ma la chiusura definitiva della strada alle automobili è stata continuamente rinviata. Eppure non è vero che l’eliminazione della via dei Fori determinerebbe insostenibili problemi di traffico. E’ vero il contrario. La chiusura, a Napoli, di piazza del Plebiscito – esperienza che fu pensata assumendo a modello proprio il progetto Fori – dimostra che risoluti interventi di pedonalizzazione riducono nettamente il traffico cittadino.
Che ne è oggi del disegno e della strategia per Roma di Antonio Cederna e Luigi Petroselli? Devo dire con dolore che quel disegno e quella strategia sono stati abbandonati. Non è questa l'occasione per analizzare le politiche territoriali del comune di Roma e della regione Lazio. Devo però osservare, in primo luogo, che lo Sdo, per molti decenni idea forza dell'urbanistica romana, è stato silenziosamente cancellato. Era sicuramente un’ipotesi superata dall’enorme e in larga misura abusiva crescita di Roma in tutte le direzioni, ma andava proposta e discussa un’altra idea generale per il futuro della capitale. Che invece non c’è stata.
In secondo luogo, il progetto Fori e l'area archeologica centrale. Non è più all'ordine del giorno l'eliminazione della via dei Fori Imperiali, che è stata addirittura proibita da un inverosimile vincolo di tutela sullo stradone fascista. Non c'è più l'incompatibilità del traffico con la salute dei monumenti. Non c'è più, insomma, il progetto epocale di Cederna e Petroselli per cambiare la forma e il futuro di Roma. Quando morì Luigi Petroselli, Cederna fu il primo a capire che con lui era morto anche il progetto Fori, e scrisse su Rinascita dello "scandalo" di Petroselli. Lo scandalo di un sindaco comunista che voleva mettere la storia e la cultura al posto dell'asfalto e delle automobili.
I VAPORETTI che la sera portano via i turisti sono stracolmi. Ma poche luci sono accese nelle case. E piano piano si spegneranno tutte. Il conto alla rovescia, nella città che fu dei Dogi, è cominciato, e nel 2030 qualcuno taglierà il nastro della città fantasma. Tra 24 anni, se l’esodo che continua inarrestabile da 40 anni andrà avanti a questi ritmi, Venezia non avrà più neanche un abitante. Solo frotte di turisti. Sono 18 milioni l’anno già oggi, 50mila in media al giorno.
E tra vent’anni rischiano di essere il doppio. Residenti zero, turisti centomila. E allora il destino, sempre temuto, di diventare la Disneyland d’Italia, sarà compiuto. Si apriranno i cancelli la mattina e si chiuderanno la sera, e non sarà più uno scandalo, anzi sarà normale, far pagare il biglietto per entrare. Ma Venezia all’anno zero, senza più la sua gente, la cantilena del suo dialetto, non sarà più una città. Solo la quinta di un antico teatrino di marmi e di merletti abbandonato sull’acqua per il passatempo di legioni di turisti di tutto il mondo.
Il disastro annunciato è raccontato dalla fredda voce delle cifre dei tabulati dell’anagrafe comunale. Dal 1966 a oggi, dall’anno dell’alluvione di cui il 4 novembre ricorre il quarantennale, il centro storico di Venezia ha perso la metà dei suoi abitanti: erano 121mila nel ‘66, sono 62mila oggi, e 3mila di questi sono stranieri. Il calo, negli ultimi quarant’anni, è stato sempre costante - come è stato costante l’innalzamento del livello del mare: salito di 5 centimetri negli ultimi 5 anni - e non si è mai arrestato: 102mila abitanti nel ‘76, 84mila nell’86, 69mila nel ‘96. Se ne sono andati mediamente mille abitanti l’anno, con punte di mille e cinquecento, e un picco di quasi duemila raggiunto adesso: nel solo 2005 hanno lasciato la città lagunare 1.918 abitanti. Un nuovo, inquietante, campanello d’allarme. «Stiamo andando oltre il livello di guardia - dice l’assessore comunale alla casa Mara Rumiz - superato questo, Venezia non sarà più una città normale, ma si trasformerà in una mera meta turistica, e perderà il suo fascino anche per i turisti stessi».
Gli esperti di movimenti demografici prevedono che l’esodo da Venezia continuerà e le cifre aumenteranno: nei prossimi anni lo spopolamento potrebbe stabilizzarsi su una cifra leggermente superiore a quella attuale, intorno a una perdita media di 2.000-2.500 abitanti l’anno. Se sarà così, e non vi sono motivi per pensare che vada diversamente perché non si intravedono ancora segnali precisi di un’inversione di tendenza, nel 2030 lo spopolamento sarà completato, e Venezia rimarrà deserta. O meglio, vuota di abitanti ma piena di turisti. Non confortano neanche le cifre dell’intera popolazione del Comune, anch’essa in calo in tutto il territorio. Non è solo Venezia che perde abitanti, calano anche quelli delle isole dell’estuario (dai 51mila del 1966 ai 31mila di oggi) e quelli di Mestre e della terraferma: da 193mila a 176mila. In quarant’anni l’intero Comune ha perso 100mila abitanti, scendendo da 365mila a 269mila. «Pochi per la città capoluogo del Veneto e che vuol essere un punto di riferimento nazionale e internazionale per la qualità di servizi e l’offerta culturale», dice l’assessore.
Perché se l’esodo della popolazione è il male più grave di Venezia, l’emergenza più acuta, più ancora dell’invasione turistica, dell’acqua alta e del pericolo di nuove alluvioni, la prima causa che lo ha determinato è proprio il problema della casa. Non solo perché dopo l’alluvione vennero abbandonati 16mila pianiterra divenuti inabitabili, ma perché i costi delle abitazioni sono diventati insostenibili per i residenti. Oggi una casa a Venezia, in un mercato dominato da cittadini stranieri con maggiori possibilità economiche, viene venduta dai 6 agli 8mila euro al metro quadro, mentre per un appartamento di 80 metri quadri in affitto nelle zone del centro vengono chiesti in media 2mila euro al mese. Inoltre gli sfratti sono molti, e tante case diventano locande e bed & breakfast. Negli ultimi anni, secondo l’Osservatorio Casa del Comune, ce n’è stata un’autentica invasione: ben 706 appartamenti del centro storico sono stati trasformati in alloggi per turisti. Al Comune, che è proprietario di 4.839 alloggi pubblici, sono giunte quest’anno 2.835 nuove domande di cittadini veneziani che chiedono di diventare inquilini di una casa pubblica.
Ma ad accrescere le difficoltà di chi decide di rimanere a vivere a Venezia, si aggiungono la velocità del degrado delle abitazioni, gli alti costi di manutenzione di case spesso vecchie, malandate, aggredite dall’umidità, e i disagi provocati ai residenti dall’onda del turismo: dalle difficoltà per salire su un vaporetto stracarico a quelle di trovare un ristorante "normale" a prezzi normali. Se l’esodo ha spopolato e invecchiato la città (un quarto della popolazione ha più di 64 anni), l’eccesso di turismo ne ha cambiato i connotati. Basta vedere che chiudono i negozi che segnano la vita di tutti i giorni: panettieri, macellai, fruttivendoli, droghieri, calzolai, fabbri, falegnami, sarti, merciaie. Perfino le vecchie osterie. Al loro posto aprono boutiques grandi firme, multinazionali del fast food, botteghe di paccottiglie, bancarelle di maschere di Taiwan, merletti di Burano della Cina, vetri di Murano della Romania. E la città, sempre più stravolta e invivibile, è dominata da clan rapaci di osti e affittacamere, intromettitori e battitori abusivi, gang di motoscafisti, corporazioni di gondolieri avidi e bancarellari furbi. Grida, divieti, proteste, denunce, non bastano. Ogni sera c’è una luce che si spegne e una finestra che si chiude.
Di mattina presto da vent’anni Antonio Paolucci attraversa piazza Signoria sulla sua bicicletta. Scende, incatena il due-ruote e da una porticina dirimpetto a Palazzo Vecchio sale nel suo ufficio con finestra sul retro degli Uffizi.
Antonio Paolucci è uno storico dell’arte con la politica nel sangue e uno dei personaggi più in vista del patrimonio artistico italiano. Allievo di Longhi e di Arcangeli, riminese benché Firenze, dove è arrivato come giovane funzionario nel 1969 e dove è soprintendente dei musei cittadini dall’ 88, lo consideri «suo», è un uomo sia diplomatico che a volte brusco. Ha guidato Venezia, Verona, Mantova, il fiorentino Opificio delle pietre dure, è stato ministro dei beni culturali (unico tecnico salito su quella poltrona) nel governo Dini dal gennaio del ’95 al maggio del ’96. Il 29 settembre compie 67 anni, il giorno dopo andrà in pensione lasciando la carica di direttore regionale e, a Cristina Acidini, quella di soprintendente del polo museale. Paolucci avrebbe preferito restare. Il sindaco Domenici ha promesso che lo assolderà in un incarico impegnativo, forse assessore alla cultura.
Dalla sua giovinezza ad oggi il modo di percepire il patrimonio artistico italiano è cambiato molto.
«Quando sono entrato a 29 anni in soprintendenza si battevano le lettere su macchina da scrivere Olivetti con carta copiativa interfoliata. Ricordo che noi funzionari scioperammo chiudendo i musei per 15 giorni e, immagini un po’, i giornali non ne parlarono. Andavo in bici alla Nazione a portare i foglietti della protesta sindacale supplicando che me li pubblicassero. Oggi se gli Uffizi chiudono mezza giornata ne parlano da Tokyo a New York».
Non è cambiata solo la percezione dell’arte: più volte lei ha stigmatizzato che il capoluogo toscano punti tutto sui musei e il turismo. E il discorso investe in forma ancora più drammatica Venezia.
«In 35-40 anni Firenze è diventata una «one company town», vive di solo un’industria, i musei, come Detroit viveva di auto. A Venezia il processo è arrivato conclusioni più radicali. È un fenomeno negativo: una città vera è plurale, ha industrie, artigiani, finanzieri, operai...».
Nel ’75, anzi a fine ’74, è nato il Ministero per i Beni Culturali.
«Quando sono entrato, la direzione generale delle belle arti dipendeva dal Ministero della Pubblica Istruzione. Quando nacque il ministero con Spadolini lo salutammo tutti con gioia. Oggi però non so se sia giusta questa cesura tra istruzione, scuola e università, e beni culturali: ha tagliato le gomene dalla scuola e questo, con altre ragioni, ha indirizzato i beni culturali verso il tempo libero, lo spettacolo, il turismo».
E lei non lo apprezza.
«No. Nessuno pensa agli Uffizi o al Louvre come a una biblioteca di figure, tutti li collegano al divertimento, allo spettacolo. Lei può dire alla sua fidanzata di venire in Galleria e poi cenare fuori ma non ce la vedo proprio a invitarla a leggere le novelle di Cervantes in biblioteca. Però guardare il Barocci o Caravaggio è difficile come leggere Cervantes. Anzi, è più difficile».
Però oggi numerosi musei aprono anche il pomeriggio, un tempo non accadeva mai.
«Quando sono diventato soprintendente a Firenze nel marzo dell’88 l’unico museo aperto dopo le una erano gli Uffizi, la domenica nessuno. Adesso nel Polo fiorentino aprono tutti mattina e pomeriggio domenica compresa. Allora, se volevi comprare una cartolina al museo non ci riuscivi, oggi c’è anche troppo. È un mutamento radicale. Osservo anche un altro cambiamento, culturalmente tragico. Negli anni 30 agli Uffizi entravano 50 mila persone all’anno, oggi un milione e mezzo. Ebbene, c’erano più persone in quei 50mila che uscivano dalla Galleria avendo capito qualcosa rispetto alla cifra di oggi perché appartenevano a una élite sociale e culturale. Il popolo dei musei oggi è formato in grandissima maggioranza da gente che guarda solo la tv, non ha mai letto un libro e non saprebbe scrivere mezza cartella di riflessioni».
Supponiamo che quanto afferma sia giusto. Però lei fa, e bene, il divulgatore in tv, nei giornali, amplia il raggio d’azione dell’arte anche a chi magari non legge libri: il suo agire contraddice il suo discorso di élite.
«Non ho detto che deve esserci meno gente, non difendo la cultura di élite. La mia è una constatazione, ma qualcuno ha sbagliato se la gente esce ignorante. Ha fallito la scuola, abbiamo fallito noi che non diamo strumenti didattici, ha fallito la televisione che sfodera idiozie. Il dedicarmi alla divulgazione dimostra invece che credo nell’incivilimento culturale per il quale - ne sono convinto - il museo è il luogo adatto, ma mi dispiace che la gente lo attraversi come acqua che scivola sulla pietra».
È cambiato anche il modo di pensare ai beni culturali: oggi tutto , dal palazzo antico a Botticelli, viene visto anche con occhio «economico». C’è stato perfino chi voleva vendere...
«È un cambiamento ambivalente, positivo per certi aspetti, negativo per altri. È facile dire che il museo è motore di sviluppo, di occupazione ed economia, ed è in parte vero. La concessionaria che dal ’97 governa biglietti e bookshop nei 20 musei fiorentini ha creato 300 posti di lavoro e con 5milioni di visitatori l’anno introita 30 milioni di euro. Mettiamoci accanto Pompei, Roma, Venezia... Ma chi immagina mirabolanti profitti dai beni culturali sbaglia di grosso: hanno una fruttuosità sì immensa ma non monetizzabile né misurabile. La fruttuosità è che dietro ogni paio di scarpe, ogni bottiglia di vino e foulard venduto a Sidney come a Vancouver ci sono i cipressi della Val d’Orcia, Botticelli, Michelangelo. È l’artisticità il moltiplicatore del made in Italy. La moda è l’unico nostro primato rimasto nel mondo perché la qualità nasce dall’artisticità del Paese: si inventano certi colori perché li abbiamo assorbiti dalla mamma. Peccato che nessun politico faccia questa riflessione».
Anni fa lei scatenò polemiche dicendo che l’arte italiana finisce con Tiepolo. Eppure i futuristi, DeChirico, l’Arte povera e la Transavanguardia hanno avuto tutti una portata internazionale. Lei è lo storico dell’arte a cui sfugge il proprio tempo?
«Dissi che per tre secoli, tutto il ’500, il ’600 e il ’700, la lingua figurativa egemone nel mondo era quella italiana, la si parlava dalla Polonia al barocco nell’America Latina, dalla Francia a San Pietroburgo. Questa egemonia finisce con Tiepolo e con il Canova; i centri artistici sono diventati altri. È un’affermazione che ho pronunciato proprio perché sono uno storico dell’arte».
«Rivendicazioni» come quella del Comune di Firenze che, tempo fa, voleva il David di Michelangelo rivelano una sensibilità localistica per gestire l’arte statale. Lei si è sempre opposto: perché?
«Credo nell’articolo 9 della Costituzione che dice “la Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione”. Con Repubblica intendo tutti gli italiani a cui stanno a cuore le chiese rupestri della Calabria come gli ulivi nella Val d’Orcia. Dopo 40 anni sono sempre più convinto che la tutela è tanto più efficace quanto più è lontana e indifferente al luogo. Un sindaco deve avere voti: come fa a dire di no a una richiesta di permesso per aprire una pizzeria accanto a una chiesa? Un governatore della Regione è meno pressato, un ministro che deve star dietro a ottomila Comuni è indifferente al problema di quel singolo cittadino. E si parli di Italie, non di Italia: l’Emilia Romagna è molto diversa dalle Puglie. Bisogna mantenere la nazionalità della tutela condividendo la valorizzazione con Regioni e Comuni».
Cosa rifarebbe e cosa no?
«Rifarei tutto con entusiasmo. Due sono le cose di cui vado più orgoglioso: il restauro della Basilica di San Francesco ad Assisi dopo il terremoto, di cui ero commissario, e l’acquisizione alla città di Firenze dell’eredità dell’antiquario Bardini, con il parco e un insieme di opere d’arte; un risultato raggiunto perché ero ministro. Non mi viene in mente nulla che non rifarei».
Quali urgenze ha l’arte oggi in Italia?
«Il ministero è un gerontocomio, non si fanno concorsi, va rinsanguato. Se un’azienda non ha 30enni e 40enni nello staff uscirà dal mercato. Noi non siamo un’azienda ma il principio resta valido, è a quell’età che si hanno entusiasmo, creatività, si propongono novità».
Dal ’90 al ’95 fu consigliere comunale a Firenze per la Democrazia cristiana. Rivendica o contesta il primato della politica nel gestire la cosa pubblica?
«Se è per questo ho partecipato anche alla lista dell’Asinello di Rutelli alle europee. Ritengo importante far politica perché il tecnico puro è portato - in buona fede - a ragionare solo secondo il suo mestiere. Invece se fai politica capisci la straordinaria concreta realtà degli uomini e delle donne. Quello che gli antipolitici chiamano arruffianamento è la vita, anche nel nostro mestiere devi comprendere le ragioni degli altri. A volte un eccesso di tutela da manuale può far danni: se proibisci di aprire un gabinetto in una casa medioevale il proprietario o la lascia degradare o ne fa uno abusivo. Non deve esistere il tecnicismo puro. D’altronde la società civile quando ha sostituito la politica non ha brillato».
La proposta di riunificazione dell’area del Colle Oppio segnalata da La Repubblica si presta in primo luogo a una breve considerazione preliminare. Il progetto proviene da una delle numerose idee della Soprintendenza archeologica romana tenacemente perseguite nel corso di questi anni. Lesignore e i signori NO, come vengono generalmente apostrofati dal mondo politico e dell’informazione gli archeologi quando tentano di tutelare i beni loro affidati, dimostrano ancora una volta di avere una chiara idea su quale debba essere il futuro del centro storico. Rappresentano un prezioso giacimento di idee e progetti per lo sviluppo culturale di Roma.
Il nodo vero rimane quello della concreta attuazione dei progetti. Ed è la stessa Repubblica a indicare due macigni che graverebbero sul cammino della proposta. Il primo di carattere economico; il secondo di natura funzionale.
Nel primo caso si afferma che mancano i soldi per l’attuazione del progetto. La giustificazione ha un parziale fondamento. Le Soprintentendenze e tutto il Ministero dei Beni culturali sono stati falcidiati dalle politiche di bilancio del governo Berlusconi. Solo pochi mesi fa è stata addirittura chiusa la Domus Aurea per gravi problemi di staticità. Mancano i soldi per la manutenzione ordinaria, figuriamoci per una nuova campagna di scavi. Ma nel caso del Colle Oppio il progetto potrebbe esser attuato per fasi successive, iniziando dalla chiusura al traffico automobilistico dei 700 metri di via del Colle Oppio. Con tale chiusura si potrebbe intanto avere un altro grande parco a disposizione dei cittadini: gli scavi sistematici potrebbero essere programmati su un ragionevole arco di tempo.
Ma l’ostacolo vero è il secondo. Si vuol far credere che la chiusura del breve tratto stradale provocherebbe chissà quali ripercussioni sul traffico urbano mentre invece la maglia urbana circostante è in grado di assicurare il funzionamento viario. Se la mancata chiusura di via dei Fori imperiali è stata giustificata con l’impossibilità di alternative nei collegamenti centro storico-quartieri orientali, in questo caso la giustificazione non tiene. Il collegamento tra centro storico ed Esquilino ha già oggi la possibilità di sfruttare la rete stradale limitrofa. Eppoi sul tratto stradale da chiudere non transita nessuna linea di trasporto pubblico
Evidentemente chiudere la via del Colle Oppio non rientra nei programmi dell’amministrazione comunale così come è tristemente tramontata l’idea di chiudere via dei Fori imperiali. Manca il coraggio di pensare ad una città diversa, che faccia della sua area archeologica centrale liberata dal traffico il principale elemento qualitativo. Manca insomma l’idea di un centro storico che non sia soffocato dal traffico e in cui i gas di scarico delle automobili non debbano continuare a danneggiare i monumenti. Basta accontentarsi dell’effetto annuncio mediatico.
Un progetto di riqualificazione dell´intera area del Colle Oppio che prevede ulteriori scavi nell´immenso patrimonio di palazzi sepolti insieme alla Domus Aurea e, in superficie, il recupero dell´integrità delle Terme di Traiano. Per questo dovrà essere interamente cambiata la viabilità all´interno del parco: sparirà l´attuale via del monte Oppio che taglia a metà le Terme, che verrà sostituita da percorsi alternativi lungo l´attuale tracciato viario che circonda il Colle. Tutta questa materia entrerà, a settembre, nella conferenza dei servizi di Roma Capitale. Spesa prevista: dagli 80 ai 100 milioni di euro.
«È un progetto messo a punto alcuni anni fa», spiega il sovraintendente ai Beni Culturali di Roma Eugenio La Rocca, «quando il ministro Rutelli era sindaco di Roma. Allora un gruppo di lavoro composto con le diverse sovraintendenze, il sindaco, le università, architetti e archeologi riesaminò la situazione del Colle Oppio. A parte il degrado del parco, c´è infatti un problema di tipo archeologico. Il progetto di riassetto delle Terme di Traiano fatto dall´architetto Antonio Munoz negli anni ‘30 ha spaccato in due parti una delle opere più pregevoli dell´antichità: queste terme sono dell´architettto Apollodoro Damasceno, il più grande tra tutti gli architetti che operarono a Roma. Noi, attualmente, ne vediamo solo alcune esedre e qualche pezzo in mezzo alle aiuole: non è possibile per il visitatore coglierne la bellezza come di un unico monumento». Tanto più che la strada che le taglia in due è diventato, come nota La Rocca, «solo un parcheggio di pullman: una cosa assolutamente intollerabile».
Il progetto che ora sta arrivando in dirittura d´arrivo, però, non si limita alla superficie del colle. «Le Terme di Traiano sono state realizzate su un´enorme piattaforma che Apollodoro realizzò con i resti della Domus Auera e di molti altri edifici. Gli scavi che stiamo effettuando stanno portando alla luce tesori straordinari. Sappiamo che là sotto ci sono saloni enormi, ricchi di affreschi e di mosaici. È scavando lì che abbiamo trovato l´eccezionale dipinto della città perfetta, oppure il mosaico con i pampini e l´uva. È un´area ricchissima che va portata alla luce interamente».
Farlo però non sarà facile. Non solo per lo spostamento della strada - «Andranno esaminati percorsi alternativi sulle strade limitrofe» - ma per il costo dell´intera opera. «La questione dei tempi», dice La Rocca, «è legata a quella dei finanziamenti. Per un intervento di questo tipo ci vuole un finanziamento straordinario, che può essere elargito solo attraverso una legge dello stato. Stiamo parlando di una cifra dagli 80 ai 100 milioni di euro. Per questo se ne dovrà parlare nella conferenza dei servizi per Roma Capitale».
Non è facile spiegare a chi non c'è stato il senso di un luogo così vicino e così lontano, non solo geograficamente, dall'isola madre. L' accesso all' Asinara è stato negato per oltre un secolo, perciò il ricordo collettivo (e il racconto) è discontinuo; e nonostante le popolazioni locali la tengano da sempre nello sfondo hanno un'idea vaga della sua forma complessa. Doppia, come appariva ai topografi ottocenteschi che segnalavano, tra due alture, la pianura che collega i due mari: quello di fuori scostante e quello interno che consente facilmente l'approdo.
Qui si sono si sono incontrati pastori e pescatori, corallari venuti da lontano e soldati, guardiani di torri e di fari che hanno intrecciato le loro storie, nonostante l'isolamento e le battaglie cruente che si svolgevano senza preavviso nel mare attorno.
Storie interrotte, all'improvviso, quando l'isola, nel 1885, è stata acquisita al demanio per impiantarvi un carcere e una stazione sanitaria. Un atto che ha segnato in modo perentorio la sua vicenda, che ha deciso la sua fisionomia. Per conoscere l'Asinara - da una decina d'anni Parco nazionale - bisogna saperla la sua storia e tornarci, non solo d'estate perché ogni volta si scoprono aspetti inosservati. Il trionfo dell'euforbia a primavera, le capre che sbucano imponenti, le berte maggiori che volano oscillanti, il colore dei fondali che cambia all'improvviso.
Scenari unici e integri, nonostante la presenza di uomini che non l'hanno curata, per quanto i racconti di prigionieri e guardie rivelino un sentimento di attrazione per questo luogo.
Il Parco: con tante questioni aperte. Che a differenza di altri parchi è accessibile con difficoltà. Ed è interamente di proprietà pubblica. Moltissimi gli edifici, alcuni di pregevole fattura, che avrebbero bisogno di interventi. Poi gli animali da accudire e quelli in eccedenza. Le esigenze della tutela, che i pochi e bravi tecnici del Parco curano con passione.
Quindi i costi e le risorse inadeguate per i parchi (abbondanti per le grandi opere). L'insoddisfazione di chi vorrebbe di più. Gli incitamenti di chi vorrebbe metterla in produzione l'Asinara e l'idea - rieccola - di affidare le volumetrie ai privati che saprebbero come fare, ci mancherebbe. E che ovviamente dovrebbero fare i conti con il mercato. Il grande villaggio turistico - superesclusivo - quindi. Una risposta sbagliata. Perché si tratterebbe di un'altra rottura con la sua storia, il contrario dell'idea di parco, che è dentro un orizzonte temporale lungo, un investimento per le generazioni future a cui si devono subordinare le aspettative immediate della politica. La omologazione pure parziale ai riti della vacanza balneare, sarebbe un danno incalcolabile. Occorre conservarla con ostinazione questa differenza. Tanto più se si adocchiano le coste dirimpettaie di Stintino, cancellate dalla speculazione edilizia. O quelle più in là, sciaguratamente segnate dalla centrale a carbone, dalle fabbriche dimesse della ex Sir , dall'inquinamento.
Titolo originale: The Cul-de-Sac Safety Myth: Housing Markets and Settlement Patterns – Scelto e tradotto per eddyburg_Mall (http://mall.lampnet.org) da Fabrizio Bottini
Nelle ricerche sui compratori di casa, nelle assemblee di quartiere sui nuovi progetti, nelle critiche degli architetti a partire dagli anni ‘20, la sicurezza dal traffico di quartiere è stata una fonte costante di ansietà. Il cul-de-sac, letteralmente “fondo della sacca”, ne ha rappresentato la risposta progettuale più diffusa negli Stati Uniti.
L’effetto del cul-de-sac è simile a quello di un corsetto. Cambia l’aspetto e esteriore. Chi lo indossa, l’abitante, si sente superficialmente meglio, ma le condizioni base di pericolo rimangono. Forse, il pericolo è anche maggiore (si tratti di traffico o sovrappeso) grazie alla falsa sensazione di controllo.
I pericoli, dopo tutto, vengono da cose inevitabili: mangiare, e spostarsi da casa. Quello che dovrebbe preoccupare chi sta attento è il come ci si alimenta e come ci si muove da casa per andare al lavoro, a scuola, a divertirsi, a casa di amici, a fare shopping, per aventi culturali, per attività religiose, per la vita civile. Corsetti e cul-de-sac non aiutano in questi casi. Ne presente capitolo, cerchiamo di capire come si è arrivati a questa eccessiva fiducia nella sicurezza dei cul-de-sac. Forse, come a suo tempo è avvenuto con il corsetto, anche il cul-de-sac diventerà una cosa passata nell’epoca dell’automobile.
LA QUESTIONE
Si dà di solito la colpa ai modi dell’insediamento suburbano per la congestione da traffico, lo spreco in infrastrutture, i prezzi delle case, la separazione fra i luoghi della residenza e del lavoro. Questo tipo di insediamento suburbano tanto criticato resta la norma, all’inizio del XXI secolo. Il suburbio si merita le occasionali lodi di qualche accademico urbanista. Di solito questi commenti positivi delle pratiche attuali comprendono il fatto che esse rispondano alle preferenze del consumatore. Uno dei motivi per cui il consumatore preferisce il sistema suburbano è la ricerca di un rifugio sicuro dai pericoli, specie da quelli corsi dai bambini piccoli a causa del traffico automobilistico. I sistemi stradali che terminano in cul-de-sac sono lo strumento principale con cui i quartieri hanno offerto rifugio dai pericoli del traffico.
I modi dell’insediamento suburbano riflettono l’interazione fra le dinamiche del mercato della casa e le politiche pubbliche. I costruttori edificano dove prevedono di poter realizzare guadagni sufficienti. I profitti dipendono dal portare a termine e vendere con la rapidità sufficiente a limitare i costi. Devono esserci acquirenti a sufficienza. Per chi compra, la scelta di un alloggio rappresenta una mega-decisione: una decisione con parecchie articolazioni di lungo periodo per i membri della famiglia.
La quantità di acquirenti potenziali è piuttosto ampia. Per esempio, assumendo che un’area metropolitana abbia una popolazione di un milione di abitanti, una dimensione media del nucleo familiare di 2,6 (media nazionale al 2000), 385.000 famiglie, e 258.000 proprietari di casa sulla base del fatto che due terzi delle famiglie sono proprietarie (media nazionale al 2000). Se c’è una media del 50% di proprietari che trasloca ogni otto anni (media nazionale al 1990), ogni dieci anni ci saranno oltre 130.000 acquisti. La posizione fisica di queste vendite e acquisiti avrà probabilmente conseguenze sociali, economiche e politiche superiori a quelle di qualunque politica di costruzione o per l’abitazione delle amministrazioni locali. Da queste cifre, è evidente che le opinioni dei proprietari di case, che influenzano la localizzazione, possono avere ramificazioni enormi per quanto riguarda i modi dell’insediamento e le loro conseguenze: sprawl suburbano, disparità economiche, reinvestimento non adeguato nei quartieri consolidati, concentrazione della povertà.
Qui, prendiamo in esame la convinzione che i sistemi stradali a cul-de-sac siano più sicuri di quelli interconnessi, che permettono il traffico di attraversamento lungo più strade residenziali, e la storia di parecchie organizzazioni professionali e pubbliche che hanno promosso lo schema del cul-de-sac per via della sua presunta sicurezza. Queste prospettive professionali possono avere enormi impatti cumulativi sui modi dell’insediamento, specialmente quando molte professioni, essenziali per le decisioni che riguardano l’urbanizzazione, hanno idee convergenti su come essa debba realizzarsi.
Miti e realtà
Chi costruisce o crede nei miti, crede che siano veri, in qualche modo. I miti semplificano la realtà, e si ritiene incarnino la sua essenza. Usiamo qui il termine mito così come suggerito da Judith I. De Neufville and Stephen E. Barton. Essi hanno sostenuto che “dietro ampiamente accettate definizioni di problemi ci sono miti, storie che attingono dalla tradizione e che diventano conoscenze scontate. Questi miti, che possono essere o meno veri in senso stretto, risultano importanti nella definizione del problema perché collegano questioni collettive a modalità ampiamente accettate di comprensione del mondo e a valutazioni morali condivise su condizioni, fatti, possibili soluzioni ai problemi”. La convinzione sulla sicurezza dei cul-de-sac è un esempio di mito, che ha influenzato l’organizzazione fisica delle città e dei suburbi partire dagli anni ‘30.
Il suburbio dove si torna dopo la giornata di lavoro rappresenta in parte una fuga dai problemi della città, e una ricerca di sicurezza, controllo, il piacere di un giardino nella natura. Il tipo di sviluppo residenziale del dopoguerra è dominato dalle strade curvilinee che terminano in un cul-de-sac. Si tratta di una variante della strada a fondo cieco, con un rigonfiamento all’estremità per offrire uno spazio di inversione senza manovra alle automobili, talvolta largo a sufficienza per mezzi spazzaneve o antincendio. Il cul-de-sac incarna il desiderio degli abitanti di controllare il proprio ambiente fisico. Impedendo il traffico di attraversamento, sono gli abitanti, gli ospiti invitati, il personale delle consegne o delle manutenzioni occasionali, l’unico traffico veicolare con un motivo legittimo per percorrere la strada. Il fondo chiuso, dunque, reduce al minimo la presenza di veicoli in movimento. Limita anche le velocità dei relativamente pochi mezzi che usano la strada, impedendo l’attraversamento.
Questa idea sulla relativa sicurezza dei sistemi stradali a cul-de-sac è ampiamente condivisa. Non solo il concetto ha dominato le pratiche costruttive ed è stato inserito in molte indicazioni e norme tecniche, ma è anche ritenuto sicuro da chi critica il tipo di insediamento entro cui si inserisce. I professionisti architetti e urbanisti, ad esempio, sono spesso scettici sulle conseguenze di larga scala dell’accumulare reti curvilinee di strade a cul-de-sac. Ma questi professionisti sono più timidi ad esprimersi contro il cul-de-sac, specie nelle assemblee pubbliche, perché probabilmente ritengono che il modello sia più sicuro delle alternative.
Di fronte a convinzioni del genere, negli incontri pubblici i professionisti che criticano il cul-de-sac possono essere sulla difensiva e insicuri nel sostenere organizzazioni diverse con più strade collegate, che vengono ritenute pericolose. Se condividono la fiducia nel mito della sicurezza dei cul-de-sac, devono sostenere che altri obiettivi delle forme di insediamento superano i vantaggi della sicurezza. Costruttori e investitori, acquirenti e residenti, probabilmente hanno la medesima fiducia nel mito della sicurezza del cul-de-sac. Anche loro possono prevedere che insediamenti di questo tipo si venderanno più in fretta e a prezzi più elevati, quindi opporranno resistenza a progetti alternativi. Come affermato da Ted Danter, consulente immobiliare per l’area di Columbus, Ohio: “La realtà che la gente paga di più per avere uno spazio in un cul de sac”. Anche se vengono offerte raramente prove di questa realtà, essa spesso viene affermata tranquillamente, come nel caso di Danter, come indiscutibile.
La convinzione che i sistemi stradali a cul-de-sac siano più sicuri delle forme alternative è un mito, nel senso che viene sostenuta senza alcuna dimostrazione. I sostenitori di questo sistema per motivi di sicurezza non sanno in realtà come essi funzionino, dopo che si sono imposti all’interno della crescita graduale che ha dominato le pratiche di urbanizzazione. L’assenza di giustificazioni teoriche o empiriche per i sistemi a cul-de-sac continua sino ai nostri giorni. Ci sono motivi teorici per ritenere che il sistema possa essere più pericoloso, o almeno altrettanto pericoloso, di quanto non siano la scacchiera tradizionale o altri tipi di organizzazione stradale, che si focalizzano sui collegamenti fra le strade a facilitare l’accesso veicolare e pedonale degli abitanti in tutte le direzioni.
Il sistema a griglia per isolati rettangolari o quadrati in cui le strade sono allineate su angoli retti è stato definito sin dagli anni ’20 come il più pericoloso. Queste argomentazioni anti-griglia si sono radicate negli anni ’30 fra molti esperti. Poi sono state inserite nelle linee guida federali per l’abitazione e in altre influenti fonti ufficiali. Dopo la seconda guerra mondiale, la fede nel fatto che i sistemi a cul-de-sac fossero più sicuri e ambiti migliori di investimento divenne senso comune.
Questo senso comune è rafforzato da considerazioni etiche. I potenziali acquirenti-residenti possono ritenere che un’etica personale richieda di prendere in considerazione questa scelta. Se il cul-de-sac è più sicuro, specie per i bambini, molti genitori sentiranno l’obbligo morale di soppesare questo elemento, nella scelta dell’abitazione. Per esempio, discutendo con la mamma di un bambino piccolo sulla possibilità di spostarsi dal centro città al suburbio in una collocazione cul-de-sac, l’abbiamo informata che per varie ragioni questo tipo di assetto poteva anche essere pericoloso. La signora è sbottata, senza neppure aspettare altre spiegazioni, “Sono tanto contesta di sentire questa cosa. Pensavo fosse una mia responsabilità morale, trasferirmi in un cul-de-sac”. Se dei genitori credono ad altri genitori che fanno considerazioni del genere, allora anche i potenziali acquirenti penseranno se ci siano altre possibilità, oltre al cul-de-sac, in grado di offrire altrettanta sicurezza con proprio investimento finanziario.
Nota: oltre all’intervista su questo tema di William Lucy e Jeff Speck alla National Public Radio, tradotta qui su Mall, per le origini “nobili” dell’idea di quartiere a sistema interno chiuso si veda anche lo studio sulla “Unità di Vicinato” allegato al Regional Plan of New York degli anni ’20 ; di seguito scaricabile una versione PDF di questa traduzione, con qualche immagine (f.b.)
Titolo originale: Urban myths – Traduzione di Fabrizio Bottini
Londra, con la sua lunga e illustre storia, coi suoi infinitamente vari paesaggi urbani, è una delle più grandiose città del mondo. È anche una delle meno addensate è più diffuse [ sprawling]. Quest’ultima affermazione farà senza dubbio accigliare qualcuno. Dopo tutto, la parola “ sprawl” nella mente di molte persone evoca le immagini del suburbio americano del dopoguerra. La Gran Bretagna, d’altra parte, in particolare nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, ha adottato alcune delle più rigide leggi di regolamentazione dello sviluppo territoriale del mondo, ed è di solito considerata all’avanguardia nella lotta allo sprawl.
Ma molto di quanto crediamo di conoscere a proposito dello sprawl, è sbagliato. Nel caso di Londra, è chiaro che la città alla fine dell’ultima guerra si era già allargata prodigiosamente per secoli. Anche il termine “ sprawl” nella sua attuale accezione corrente sembra essere di conio britannico, e non americano. Di fatto la Gran Bretagna è stata pioniera sia nel produrre sprawl che nel tentare di arrestarlo. Le conseguenze, qui come nel resto del mondo sviluppato, sono state ambigue.
Oggi una coalizione di architetti, urbanisti, accademici, funzionari pubblici e altri in tutto il mondo ricco ritiene che lo sprawl sia economicamente inefficiente, socialmente iniquo, ambientalmente dannoso, e brutto. Lo sprawl, affermano, è il fattore principale determinante qualunque cosa, dall’obesità degli abitanti del suburbio al riscaldamento globale. Ritengono anche che lo sprawl sia un fenomeno recente, peculiarmente americano, spinto da un eccessivo uso dell’automobile, e risultato di insufficienti politiche pubbliche. Vista la diagnosi, la cura appare chiara. È necessario modificare le politiche in modo tale da poter fermare lo sprawl e orientare la nuova crescita verso insediamenti meglio progettati e più compatti.
Questo insieme di diagnosi e prescrizioni è diventato tanto diffuso che anche i giornali distribuiti sugli aerei, sempre sensibili alla possibilità di urtare qualunque potenziale cliente, hanno pubblicato articoli di biasimo allo sprawl e celebrazione della “ smart growth”. Quando persone oneste raggiungono un simile livello di unanimità di opinione su qualunque argomento, forse è il caso di iniziare a sospettare. Nel caso dello sprawl, anche solo un po’ di riflessione fa pensare che il grande edificio delle opinioni di seconda mano poggi su fondamenta traballanti.
L’idea che lo sprawl porti con sé necessariamente un maggior consumo di energia, un incremento degli spostamenti in auto, viaggi pendolari più lunghi e più traffico e inquinamento, ad esempio, è difficile da sostenere. Se ciò fosse vero, i tempi di pendolarismo sarebbero ridotti nelle città più dense e più lunghi in quelle diffuse. La realtà si avvicina invece di più al contrario. I tempi pendolari nelle città americane sono notevolmente più ridotti che nelle città europee. E l’area ad alta densità di Tokyo, nonostante uno dei migliori sistemi di trasporto pubblico del mondo, ha tempi fra i più lunghi.
Non c’è alcun paradosso. Mentre le città si diffondevano, anche i posti di lavoro si muovevano dal centro insieme alle case. Non c’è alcun motivo intrinseco per cui una vita in ambiente a bassa densità debba portare ad un maggior consumo energetico o produrre più inquinamento dell’alta densità. In realtà, a densità sufficientemente basse è possibile immaginare gli abitanti suburbani che si producono quasi tutta la propria energia tramite impianti solari, eolici, geotermici, prelevando acqua e restituendo localmente quella utilizzata al terreno, tutto senza i grandi sistemi centralizzati che erano necessari a sostenere le città industriali dense del XIX secolo, che noi spesso confondiamo con la condizione urbana naturale.
Storicamente la maggior parte delle città ha preso la propria forma non perché qualcuno riteneva fosse quella ideale, ma per le necessità della difesa, dell’accessibilità, dell’energia. Ora che le nuove tecnologie ci hanno allentato il guinzaglio, non c’è motivo per cui le città non possano avere un aspetto molto diverso da quello che avevano nel XIX secolo. Ed è esattamente questo che in realtà sta avvenendo nelle città del mondo, con le densità in centro che cadono e gli insediamenti esterni che fioriscono, portando superstrade, centri commerciali, lottizzazioni di case unifamiliari. Come è possibile, che lo sprawl stia accelerando in tutto il mondo, di fronte a tutti gli sforzi per arrestarlo? È la storia a fornire alcuni interessanti indizi.
Uno dei problemi, dell’attuale idea condivisa dello sprawl è il fatto che i crociati anti- sprawl non siano mai stati in grado di mettersi d’accordo su cosa significhi esattamente il termine. Ciò non sorprende. Esattamente come quella che per alcuni è un’erbaccia per altri è un’apprezzata pianta locale, così ciò che per qualcuno è sprawl, per altri è l’amato quartiere. Sprawl, come molte parole utilizzate dai riformatori di tutte le risme, allo stesso tempo conferma gli orientamenti di chi la usa e condanna chi non è d’accordo. Non sentirete ma qualcuno usarlo per descrivere il proprio quartiere: sprawl è dove abitano gli altri, prodotto di scelte sbagliate e mancanza di discernimento da parte di altri.
Usando una definizione più neutrale di sprawl, ovvero insediamento a bassa densità con poca pianificazione generale, è possibile affermare che lo sprawl è antico quanto la città stessa. Era già in gran voga nel mondo antico, ad esempio quando i ricchi Romani uscivano verso le località marine.
Questo sprawl avveniva perché le città dense, dall’inizio della storia umana sino a tempi piuttosto recenti, erano posti terribili da abitare. Non semplicemente sgradevoli, ma spesso malsani e insicuri. Per questo motivo nel corso della storia, quando un gruppi di cittadini raggiungeva un’agiatezza sufficiente, molti di loro si procuravano case in zone a bassa densità attorno alle città. E in ogni caso saliva un grido di allarme dal “club dei veri credenti”.
Dato che Londra era ricca, e la tranquillità della campagna inglese le aveva consentito di fare a meno delle mura difensive prima delle altre città del continente, sperimentò il più vasto decentramento d’Europa. Già nel XVIII secolo, la spinta dei ceti agiati verso quelle che erano le piazze residenziali a bassa densità di Westminster aveva fatto di Londra una delle aree urbane meno dense d’Europa.
Durante il dominio dell’industrializzazione nel XIX secolo il tessuto urbano esplose all’esterno, spingendosi per chilometri verso la campagna circostante, coi costruttori che tiravano su migliaia di casette per famiglie di possibilità relativamente modeste. Là dove in pochi avevano obiettato, quando una manciata di famiglie agiate si era costruita grandi case in campagna, ci fu costernazione da parte dell’ élite intellettuale, ora che migliaia di famiglie erano in grado di godere un po’ della stessa privacy, mobilità e possibilità di scelta. Gli osservatori descrivevano le nuove zone suburbane come brutte e monotone, prodotto di avidi speculatori senza cura per la civiltà e la bellezza. Naturalmente, ora questo sprawl del XIX secolo è considerato universalmente una parte del centro di Londra, e l’antitesi di tutto ciò che non funziona negli insediamenti contemporanei alla periferia urbana.
Il termine “ sprawl” diventa per la prima volta comune in Gran Bretagna negli anni first successivi alla prima guerra mondiale. Viene utilizzato per denigrare le casette in linea che stavano iniziando a crescere in gran numero attorno a Londra. L’area della città negli anni ’20 aumentò solo del 10% in popolazione, ma raddoppiò la sua superficie. La reazione era prevedibile. “Stiamo facendo dell’Inghilterra un ridicolo pasticcio” iniziò la classica geremiade.
Ma, ancora una volta, condizioni urbane e norme estetiche da quei tempi si sono così modificate che molti interventi degli anni tra le due guerre, se realizzati oggi, potrebbero facilmente passare in molti casi per “ smart growth”. A causa di queste continue ridefinizioni, il termine è sopravvissuto per essere utilizzato in ciascuna epoca successiva come etichetta della nuova offesa perpetrata al paesaggio, che si tratti delle ranch houses di Los Angeles negli anni ‘50, delle “ McMansions” su grossi appezzamenti nell’esurbio americano degli anni ’90, o dei negozi big-box che compaiono oggi ai margini di ogni città europea.
Nello stesso modo in cui la Gran Bretagna è stata all’avanguardia del mondo nel produrre sprawl, ha anche guidato il mondo nei tentativi di combatterlo. L’episodio più rilevante ebbe luogo dopo la seconda guerra mondiale. Con le città del paese in rovina e l’economia decimata, il governo del Labour riuscì ad attuare alcune delle misure da tempo richieste da urbanisti come Thomas Sharp, la più famosa delle quali fu il piano regionale per la Grande Londra redatto da Patrick Abercrombie nel 1944. Per dare agli urbanisti il potere di mettere in atto questo e altri piani il governo del Labour approvò una serie di leggi culminate nella scelta draconiana di nazionalizzare tutti i diritti edificatori.
Come ha dimostrato lo storico dell’urbanistica Sir Peter Hall, il sistema che ne risulta era al tempo stesso radicale e conservatore. Radicale era il tentativo da dare una forma definitiva alla metropoli diffusa tramite un atto di governo. Ciò fu ottenuto imponendo una greenbelt attorno all’area urbanizzata e, ad accogliere la popolazione in eccesso in una città considerata ancora troppo densa, un’area di “traboccamento” oltre la fascia verde, dove lo sviluppo era organizzato entro “ new towns” accuratamente pianificate. La gran parte della nuova edificazione sarebbe stata realizzata dal governo. Quella privata avrebbe dovuto più o meno fermarsi.
Ad un livello più elementare, però, questo progetto era conservatore. Presumeva che la forma della città non sarebbe stata lasciata ai capricci del mercato o determinata dalla somme delle scelte delle singole famiglie, ma imposta da urbanisti ben preparati dagli uffici centrali di Londra. E sarebbe stata una trasformazione definitiva. Una volta che l’area centrale si fosse ridimensionata e le new towns satellite consolidate, tutto si sarebbe fermato.
Abercrombie non aveva previsto l’aumento di popolazione nell’area di Londra, o l’aumento di ricchezza e incremento nella proprietà dell’auto o nella domanda di casa in proprietà.
Le conseguenze dell’offensiva britannica anti- sprawl del dopoguerra sono state vivacemente contestate. Secondo alcuni osservatori il piano di Londra imbrigliò lo sprawl e conservò la preziosa greenbelt. Ma, la greenbelt fu conservata solo al prezzo di forzare più popolazione oltre ad essa verso l’esterno, di fatto urbanizzando l’intero sud-est d’Inghilterra, causando uno sprawl molto più esteso di quanto sarebbe accaduto se la greenbelt non fosse mai stata istituita, e portando ai più alti tempi di pendolarismo d’Europa. E ciò che conta di più, sostengono molti economisti, la limitazione nella disponibilità di terreni necessaria a far funzionare il sistema ha causato una lievitazione dei loro prezzi, che a sua volta ha reso più costoso per gli abitanti della Grande Londra accedere alla casa.
Non sorprende, visto l’ampio incremento dei redditi negli scorsi decenni, in particolare negli anni ’90 del boom, che ci sia stata un’accelerazione dello sprawl in tutto il mondo sviluppato. Sia in Nord America, che in Europa, Giappone o Australia, la densità nei nuclei centrali è in caduta, fiorisce l’edificazione periferica ed esplode l’uso dell’auto privata. Eppure, vista la sua lunga posizione di avanguardia nel decentramento, la densità dell’area di Londra, pur superiore a quella di qualunque zona urbana americana, è di gran lunga inferiore a quella della maggior parte delle grandi città del mondo, il più delle quali sta nei paesi in via di sviluppo.
E, nonostante l’impegno degli urbanisti, lo sprawl attorno a Londra continua. Sir Richard Rogers, che veste il mantello del crociato anti- sprawl crusader, ha scritto dell’Inghilterra negli anni ‘90: “Continuiamo a credere che il futuro sia del suburbio, o meglio dello sprawl suburbano. Negli ultimi 20 anni – in un regime di urbanistica del libero mercato e del laissez-faire – l’area urbanizzata d’Inghilterra è raddoppiata, e abbiamo consentito di costruire 400.000 metri quadrati di centri commerciali extraurbani”.
E tutto questo, nel paese all’avanguardia del mondo per la crociata anti- sprawl!
Ciò non vuol lasciar intendere che lo sprawl non abbia causato problemi. Come qualunque tipo di forma insediativa, chiaramente ne ha creati. Comunque, la storia dello sprawl sembra indicare che la sua permanenza e sviluppo si devono al fatto che ha dato a molte persone comuni qualcosa che apprezzano.
E quale futuro, per lo sprawl? È possibile che il tipo ideale di residenza per la maggior parte delle persone sarà la casa unifamiliare su un grosso pezzo di terreno in campagna. Ma potrebbe anche darsi che, con sufficienti mezzi, la maggioranza possa proferire un appartamento in un quartiere molto denso, come a Islington, vicino ai musei e ai posti di incontro sociale più alla moda. La città è sempre stata il luogo del cambiamento, spesso delle trasformazioni sconcertanti, e ciò rende difficile prevedere il futuro.
Uno di principali ostacoli al tentativo di immaginare tutte le possibilità che si apriranno ai futuri abitanti urbani, è che il concetto di sprawl sia tanto impantanato dentro a presupposti discutibili, su cosa siano state e siano ora le città. Sembra scoraggiare un’analisi più attenta del modo in cui le gente vive davvero, dei modi in cui vorrebbe vivere, e quindi qualunque esplorazione delle azioni politiche che potrebbero consentire alla massima quantità di persone le massime possibilità di scelta, senza danneggiare inutilmente nessun gruppo particolare.
Nota: Robert Bruegmann è professore di Storia dell’arte, dell’architettura e dell’urbanistica alla University of Illinois di Chicago, autore di Sprawl: A Compact History , edito dalla University of Chicago Press. Un libro che è già stato presentato su questo sito in un paio di occasioni attraverso i commenti (di solito molto benevoli) della stampa americana. Lascio però da questo punto di vista ai lettori l’eventuale ricerca di questi contributi, proponendo invece un link a un testo che considero indebitamente e faziosamente bistrattato da Bruegmann (che forse non lo conosce direttamente). Si tratta del Greater London Plan coordinato da Patrick Abercrombie, che non è affatto lo strumento rigido di cui si parla qui sopra, e di cui anni fa ho messo a disposizione il “Preambolo” in originale e tradotto sul mio vecchio sito. Per un'opinione recentissima e un po' più articolata su questi temi consiglio anche il testo inedito, pubblicato qui in forma provvisoria, del pure citato Peter Hall (f.b.)
here English version
Titolo originale: Can't Smart Growth And Sprawl Just Get Along? Traduzione di Fabrizio Bottini
Scorriamo la lista delle cose che fanno aggrottare la fronte alle persone. I serial killer. Di sicuro i terremoti. La dissenteria. E, naturalmente, abitare ad alte densità.
Dimentichiamoci dell’articolo isolato sui giornali di tutto il paese che presenta entusiasticamente i “nuovi” complessi mixed-use che spuntano qui e là. Il fatto stesso che gli insediamenti ad alta densità e a funzioni miste compaiano sulla stampa – in altre parole il loro “fare notizia” – serve a mostrare come siano solo un elemento di novità. Sono nuovi perché sono diversi. E non entusiasmiamoci per i periodici istituzionali, i siti web o le newsletters per urbanisti che si concentrano su questi temi e li fanno diventare di moda. Sono cose lette soltanto da gente come noi.
Nonostante tutto questo parlarne, i progetti mixed-use e ad alta densità sono ancora l’equivalente, urbanisticamente parlando, del fenomeno da baraccone alla fiera di paese. Forse non a livello di “ freak-show, ma certo piuttosto lontani dal rappresentare una corrente principale. L’idea resta relegata nel campo del riuso urbano, spesso considerato soltanto come modo accettabile e sicuro per rivitalizzare aree sottoutilizzate e degradate.
La parte del leone, nel risentimento e diffidenza rispetto all’alta densità, tende ad essere attribuita ad una cultura NIMBY. Ma di recente a un incontro di urbanisti statali e regionali sul futuro della California, sono stato colpito dalla generale neutralità rispetto a questi tipi di progettazione, in particolare per la loro applicabilità agli interventi su aree non urbanizzate.
Parte del problema sta nel fatto che le questioni che ruotano attorno ai progetti mixed-use o ad alta densità sono state risucchiate in un vortice di denominazioni. Anziché semplicemente promuovere i molti benefici di questo tipo di interventi – ridurre gli spostamenti in auto, offrire varietà e prezzi inferiori per le abitazioni, migliorare la qualità dell’aria, dare più possibilità di spazi aperti e tutela paesistica, creare nuovi centri, solo per dirne alcuni – abbiamo passato molto tempo ad evitare di pronunciare “alta densità”, incorporando il concetto dentro a “progettazione orientata al trasporto pubblico”, “neotradizionalismo”, “città vivibili”, e poi “ new urbanism”, “ smart growth”, o “villaggi urbani”. Uno sforzo che ha prodotto risultati dubbi, se si considerano le varie interpretazioni che questi modi di dire hanno generato negli anni recenti.
In alcuni casi possiamo solo dire che è colpa nostra. Sono stato a più di una riunione dal titolo Smart Growth, solo per sentire relatori concentrati sull’uso delle linee di confine alla crescita urbana, per incanalarla o rallentarla. E se gli urbanisti non hanno strumenti per interpretare i termini, immaginiamoci cosa può fare in un colpo solo l’opinionista di un quotidiano a diffusione nazionale. George Will una volta ha scritto che “ Scopo della smart growth coordinata è di impedire alla masse di produrre liberamente alcuni effetti collaterali: disordine e anche volgarità. E l’innocuo concetto di pianificazione è quanto nasconde l’espressione governativa delle proprie preferenze e profezie - ovvero spesso arroganza ed errori – rese operanti”. Grandioso.
Troppo spesso urbanisti, cittadini e decisori sembrano considerare la smart growth un’opzione “tutto o niente” nelle discussioni sullo sviluppo. Nella loro forma più semplice, invece, i concetti smart growth dovrebbero essere tra i molti approcci possibili ed accettabili da parte delle amministrazioni locali per prevedere e organizzare lo sviluppo futuro. Nella zona occidentale della Riverside County, California, ad esempio, sappiamo dai sondaggi che l’85% dei potenziali acquirenti di case desidera una casa unifamiliare in un ambiente di tipo suburbano. Gli attuali modi di intervento nella regione corrispondono a questi desideri, e non c’è niente di sbagliato in ciò. Non c’è bisogno di usare la smart growth a cambiare le preferenze dell’85% che vuole decisamente il suburbio. Non sarebbe meglio concentrarsi su quel 15% degli intervistati che cerca qualcos’altro?
Urbanisti e amministratori devono trovare il modo di portare mixed-use e alte densità nella pratica corrente per rispondere a questi bisogni, sia nella ricostruzione delle aree esistenti, sia e specialmente nell’urbanizzazione di nuove. I progetti a funzioni miste e alte densità meritano uno spazio nelle nuove realizzazioni, e non devono essere considerate solo per rivitalizzare le parti di città abbandonate.