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Blitz a Palazzo Chigi, passa il via libera al Mose

di Alberto Vitucci

VENEZIA. Uno schiaffo in piena regola. E un brusco altolà del «partito democratico» al suo sindaco filosofo. Con un blitz a sorpresa, il Consiglio dei Ministri ha bocciato ieri la proposta del sindaco Cacciari di avviare progetti alternativi al Mose. Proprio quando si era arrivati nel vivo del confronto tecnico sulle carenze del progetto, il governo ha deciso di accelerare. «Non sono emersi elementi nuovi che inducano a modificare il progetto originario», ha riferito il ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro. Una forzatura che ha provocato aspre polemiche e apre una frattura nella maggioranza di governo.

Dissidi. Contro la proposta di Prodi e Di Pietro hanno infatti votato due ministri che fanno parte del Comitatone, il titolare dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio e il ministro della Ricerca scientifica Fabio Mussi, che si è dissociato dal rapporto del Corila favorevole al Mose, oltre al ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero di Rifondazione. E si sono astenuti in due, Alessandro Bianchi, il titolare dei Trasporti del Pdci, anch’egli membro di diritto del Comitatone («Non ho visto le carte», ha dichiarato) insieme al ministro del Lavoro Cesare Damiano. Favorevoli gli altri venti ministri, Margherita e Ds al gran completo. Assente il vicepremier Rutelli.

Promesse. Eppure in campagna elettorale i segretari dei partiti dell’Ulivo avevano più volte promesso: «Sul Mose faremo come dice Cacciari. Ogni decisione sarà presa ascoltando le comunità locali». Invece ieri è arrivato il blitz, che ha colto di sorpresa molti ministri, lasciato di stucco mezzo Comitatone, esperti e funzionari che avevano esaminato studi e dossier nelle due riunioni dei giorni scorsi a Palazzo Chigi. Al termine del secondo incontro, mercoledì sera, il segretario generale della presidenza del Consiglio Carlo Malinconico aveva assicurato che i documenti sarebbero stati esaminati con risposte scritte. Invece, 24 ore dopo, il ministro Di Pietro ha portato la delibera in Consiglio.

Il blitz. A suggerire l’accelerazione forse il timore di arrivare spaccati al prossimo Comitatone, che dovrebbe essere convocato entro fine mese. Ma anche, suggeriscono i malevoli, il timore di arrivare al confronto tecnico decisivo che avrebbe potuto aprire nuovi scenari. Dunque, la politica ha detto stop. Era già successo nel 1990, quando il Comitatone presieduto dal ministro dc Gianni Prandini aveva superato il voto negativo del Consiglio Superiore dei Lavori pubblici sul primo progetto Mose. E nel 1999 e 2001, quando i governi D’Alema e Amato avevano deciso di superare la Valutazione di impatto ambientale negativa sul Mose rinunciando anche a fare appello contro la bocciatura del Tar Veneto.

Il futuro. Cosa succederà adesso? I lavori già approvati vanno avanti, e il Consorzio Venezia Nuova può ora proseguire nell’attività, in attesa dei nuovi finanziamenti (mancano 2700 milioni di euro). La decisione definitiva sul Mose sarà presa in Comitatone, anche se la delibera approvata ieri dal governo mette quasi la parola fine alla speranza di valutare ipotesi alternative.

I rischi. Ma quella di ieri è una decisione che rischia di lasciare il segno. Non più tardi di due mesi fa le commissioni Ambiente di Camera e Senato avevano chiesto al governo di fermare i lavori del Mose, ritenuti illegittimi, per consentire l’esame delle alternative. Adesso i parlamentari tornano all’attacco. «Checché ne dica il ministro Di Pietro, i progetti alternativi non sono stati esaminati», ha detto ieri il presidente della commissione Ambiente del Senato Tommaso Sodano, «perché questo governo deve imitare il livello di approssimazione megalomane di Berlusconi?» «Il progetto Mose è sbagliato. Speriamo che al prossimo Comitatone il governo possa rivedere la decisione», dice il ministro Pecoraro, «e mostrare maggiore capacità di ascolto per gli esperti che chiedono di non buttare i soldi dei contribuienti in fondo alla laguna».

SCONFITTO MA BATTAGLIERO: «NON MI DIMETTO»

Cacciari medita la contromossa: «Ci vediamo in Comitatone»

VENEZIA. «Uno schiaffo al sottoscritto? Non è detto che sia così. Adesso porteremo un ordine del giorno in Comitatone. Voteremo su quello». Non è per nulla di buon umore, il sindaco Cacciari. Ha appreso in tarda mattinata del blitz del Consiglio dei ministri. Che ha spazzato in un attimo migliaia di pagine di osservazioni e di studi, critiche e dibattiti, e detto «stop» alle alternative. Una battaglia persa per tutti coloro che credevano nelle alternative al Mose meno costose e meno distruttive per l’Ambiente. E un brutto colpo anche per il sindaco filosofo, che si era speso molto su questo tema. Ma a Roma non ha avuto ascolto.

Ieri si era sparsa anche la voce, subito smentita dall’interessato, che il sindaco deluso stia meditando le dimissioni. Intanto nel pomeriggio, dopo aver parlato al telefono con i ministri Pecoraro e Mussi, si è riunito con il suo staff per dar forma all’ordine del giorno.

E’ una battaglia ormai persa?

«C’è nobiltà anche nella sconfitta».

Insomma la decisione definitiva del governo è ormai presa.

«Non so, non mi pare proprio per quanto ci riguarda».

Ma il Consiglio dei ministri ha votato.

«Tocca al Comitatone decidere. Stiamo preparando un ordine del giorno da portare al Comitatone per farlo votare. Lì ci confronteremo».

Il ministro Di Pietro dice che non sono emersi elementi nuovi per modificare il progetto Mose. Significa che non ha letto i vostri dossier?

«Alla fine dell’ultima riunione, mercoledì sera, il segretario della Presidenza del Consiglio si era impegnato a riferirci i risultati dei confronti tecnici».

Invece il governo ha scelto la strada del Mose e scartato le alternative.

«Su questo chiederemo chiarimenti. Il segretario generale avrà pure riferito a Prodi il risultato degli incontri». (a.v.)

Imbarazzo nell’Unione. Galan ringrazia il premier

di Roberta De Rossi

VENEZIA. Se ogni dibattito sul Mose provoca normalmente un profluvio di commenti, questa volta dai banchi di Quercia e Margherita i più tacciono.

Qualche sassolino se lo toglie il Polo, per quanto il gusto della vittoria renda il governatore Giancarlo Galan moderato nei toni. Niente lazzi per gli sconfitti: «Ringrazio il governo Prodi per quanto deciso oggi dal Consiglio dei ministri e che conferma la costante attenzione per la salvaguardia e la difesa fisica di Venezia sempre avuta dai Parlamenti e dai governi nazionali che si sono succeduti dal 1966 ad oggi alla guida del nostro Paese». Chi invece non rende l’onore delle armi è il consigliere comunale azzurro Michele Zuin: «Visto l’accanimento anti-Mose del sindaco Cacciari, non mi resta che chiederne le dimissioni».

Nella maggioranza, a intervenire polemicamente è il fronte rosso-verde. «Una decisione molto, molto grave, non basata su un esame approfondito della vasta documentazione presentata dal Comune e condivisa dal ministero dell’Ambiente», commenta delusa la deputata verde e assessora alla Cultura, Luana Zanella, «spero che Prodi sia davvero consapevole dell’impatto sui destini della città e che il Comitatone valuterà le possibili iniziative per contrastare questa chiusura. E’ molto grave che i cantieri procedano, vista la loro dubbia legittimità».

Stessa linea molto critica per il parlamentare di Rifondazione, Paolo Cacciari, che si dice «particolarmente amareggiato». «Quella del governo è stata una valutazione grave e sbagliata», osserva, «perché contraddice quanto scritto nel programma dell’Unione sulla concertazione tra enti locali e governo sulle grandi opere. E’ sbagliata perché il Mose - straordinariamente costoso e impattante - è destinato a squilibrare ancora di più il rapporto mare-laguna. La decisione finale è del Comitatone: il Comune prenda posizione netta contro i lavori».

Per mesi, la sezione veneziana dell’Italia dei Valori si è schierata a favore dei progetti alternativi, liquidati invece dal ministro Di Pietro. C’è un certo imbarazzo. Il senatore veneziano Massimo Donadi sottolinea «come la decisione sia stata presa a maggioranza dal Consiglio dei ministri. Siamo sempre stati convinti che anche un intervento alle bocche di porto sia necessario per la protezione di Venezia, ma quello che ci stava a cuore e che non si proseguisse nei lavori senza una valutazione tecnica precisa delle alternative. A questo punto, dobbiamo ritenere ci sia stata».

A parlare, per i Ds, è il segretario provinciale Michele Mognato: «E’ una grande responsabilità quella che si è assunta il governo. I ds veneziani hanno forti riserve sul progetto, perché è indispensabile una visione sistemica della salvaguardia; il ripristino dei meccanismi finanziari della Legge speciale per attività di salvaguardia ambientale, socio-economica e disinquinamento; la continuità 365 giorni all’anno del porto. Si è dato solo risposta al ripristino dei finanziamenti, reinseriti in Finanziaria dopo 5 anni. Le criticità espresse, anche dal Comune, dovevano essere oggetto di approfondimenti ulteriori, per non trascurare i presupposti fondamentali della Legge speciale: gradualità, reversibilità, sperimentazione per tutti gli interventi, Mose compreso». Per il capogruppo in Comune della Margherita, Piero Rosa Salva, «le responsabilità sono di chi le ha. Il Consiglio comunale aveva espresso una posizione intelligente, chiedendo di verificare le alternative. La decisione è stata presa prima di ultimare le verifiche? Ci pare significativa una rapidità così». «Bisogna rammentare che sul Mose», spiega Patrizia Fantilli, dell’Ufficio legale del Wwf Italia, «la Commissione europea ha inviato una lettera di messa in mora il 19 dicembre per violazione della Direttiva habitat. E’ quindi aperta una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia: il Mose è un’opera dannosa, non piace né all’Unione europea né ai veneziani». «Non si capisce perché il governo, anche a costo di una spaccatura interna, debba andare avanti come uno schiacciasassi», chiosa Roberto Della Seta, presidente di Legambiente, «Una fretta inspiegabile che ha impedito un confronto serio su tutte le possibili soluzioni». Sulle barricate l’Assemblea NoMose: «Sono i potentati economici a condizionare le scelte della politica», commenta il sindacalista Salvatore Lihard, «che non ha ascoltato né Parlamento, né Comune, né tecnici».

Titolo originale: Differing approaches to growth management – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Sul margine occidentale del centro di Baltimora, case a schiera dalle finestre inchiodate e lotti liberi segnano la posizione di Poppleton, un tempo vivace quartiere interno, alla vigilia di una radicale trasformazione.

Entro il prossimo anno, inizierà la demolizione di centinaia di case vuote per far posto a nuove abitazioni unifamiliari, palazzine e appartamenti con un investimento di 300 milioni di dollari. Il recupero dell’area di Poppleton è una delle priorità sia del sindaco Martin O'Malley che del Governatore Robert L. Ehrlich Jr.

Il progetto illustra bene similitudini e differenze nel modo in cui i due contendenti alla carica di Governatore dello stato vogliono gestire la poderosa crescita del Maryland. Con la prevista riorganizzazione della base militare e le relative migliaia di nuovi nuclei familiari e posti di lavoro verso il Maryland nei prossimi anni, i sondaggi mostrano che la crescita è uno dei temi principali nelle elezioni di quest’anno.

“La gente vuole vedere le cose cambiare davvero” sostiene Dru Schmidt-Perkins, direttore esecutivo a 1000 Friends of Maryland, gruppo che sostiene una urbanizzazione compatta e la tutela delle superfici rurali. “Si cercano i rapporti con cose come scuole, traffico, tasse. Si vogliono vedere soluzioni”.

Entrambi i candidati alla carica di Governatore sono favorevoli alla riorganizzazione dei vecchi centri urbani come strumento per governare la crescita verso l’esurbio. Ma le loro storie, e le loro argomentazioni, si differenziano significativamente sui modi per farlo.

L’amministrazione Ehrlich orienta i propri sforzi per costruire collaborazioni con le amministrazioni locali, secondo un approccio che a sentire i rappresentanti statali sta producendo risultati. Ma i sostenitori delle tutele storiche e ambientali affermano che l’amministrazione repubblicana è rimasta in gran parte passiva di fronte alle intense pressioni a edificare, particolarmente ai grandi progetti residenziali sulla costa orientale e nel Maryland occidentale.

O'Malley e i suoi collaboratori promettono che, se sarà eletto, lo stato sarà più aggressivo nel governo della crescita. Si indicano a questo proposito i successi ottenuti nel recupero dei quartieri urbani degradati di Baltimora. Ma alcuni rappresentanti dei comitati cittadini di quartiere affermano avvertire disagio riguardo al rapporto troppo buono fra il sindaco democratico e i costruttori, a spese degli edifici storici.

Il Maryland è il quinto stato per densità di popolazione negli USA e le previsioni dell’ufficio censimento danno una crescita da 5,5 milioni di persone nel 2005 a 7 milioni nel 2030. Limitazioni politiche e giuridiche ai ritmi di crescita in molte circoscrizioni suburbane, possono significare che molta di questa nuova popolazione finirà per cercarsi casa o nelle città, o negli ex campi dove oggi esistono poche regole urbanistiche.

Anche se in un primo tempo aveva tagliato finanziamenti e personale rispetto agli sforzi pionieristici verso la Smart Growth del suo predecessore, Ehrlich ha dichiarato il proprio sostegno al contenimento dello sprawl, ma a modo suo. Due anni fa, ha lanciato Priority Places, programma che offre sostegno tecnico e normative statale ai progetti di recupero nei vecchi centri e quartieri urbani, come Poppleton a Baltimora.

“Ritengo che si sia fatto qualcosa mai riuscito prima: rivitalizzare le veccie città così che la gente non voglia spostarsi verso zone agricole e centri minori” ha dichiarato Audrey Scott, ministro per la pianificazione.

L’amministrazione indica anche le riforme legislative introdotte per spingere i piani di recupero in 159 ex zone industriali, dette “ brownfields”, per una superficie totale di 1.000 ettari. Ricorda anche I programmi per insediamenti coordinati al trasporto pubblico su aree di proprietà statale in tutto il territorio, come il complesso State Center in centro a Baltimora.

Ma si sono finanziati poco, questi simbolici programmi Priority Places. Ad esempio l’intervento di Poppleton, avanza quasi esclusivamente su fondi della città e dagli accordi con un costruttore privato.

“Sto ancora aspettando che arrivino davvero i vantaggi” commenta a questo proposito Paul T. Graziano, a capo del Department of Housing and Community Development comunale, nominato da O'Malley.

L’amministrazione Ehrlich con la sua versione della Smart Growth si è anche attirata forti reazioni. Il programma Live Near Your Work, innovativo per l’assistenza all’acquisto della casa, è stato ampliato – o indebolito, a seconda dei punti di vista – per abitazioni entro quaranta chilometri dal posto di lavoro.

I responsabili statali dicono di aver collaborato con le amministrazioni locali a migliorare i piani di sviluppo, colpendo quando necessario alcuni comuni – ad esempio Westminster e Mount Airy nella Carroll County, o Queenstown nella Queen Anne's County – che consentivano di costruire ad esaurimento delle disponibilità d’acqua o di depurazione.

Ma altri accusano l’amministrazione Ehrlich di non aver fatto di più per scoraggiare l’urbanizzazione nelle zone esterne, in particolare il progetto Blackwater Resort nella Dorchester County e la proposta Terrapin Run nella Allegany County.

Il Planning Department statale ha approvato il piano della città di Cambridge per un progetto turistico vicino al Blackwater National Wildlife Refuge, sostenendo che era obbligato a farlo. Poi una commissione statale che controlla l’insediamento sulla costa della Chesapeake Bay ha negato l’autorizzazione.

Stephan Abel, portavoce del Department of Natural Resources ha dichiarato ieri che lo stato annuncerà oggi ufficialmente l’acquisto di 300 ettari di superficie nei pressi della riserva, precedentemente destinato all’edificazione.

L’amministrazione trattava sin da agosto la cessione, ha precisato Abel.

Ha sostenuto che i tempi dell’annuncio – il giorno prima delle elezioni – non hanno niente a che vedere con la politica. “L’iter si è precisamente concluso in coincidenza con questa data”.

Per quanto riguarda il progetto della contea di Allegany, i funzionari statali dicono di non aver ancora deliberato sulle questioni idriche perché è troppo presto per farlo. L’approvazione locale del progetto è in corso di esame da parte di un tribunale per un ricorso.

La League of Conservation Voters cita il caso di questi progetti e la volontà statale di esaminare la possibilità di vendere acque dai propri terreni, come motivi per dare un voto insufficiente all’amministrazione Ehrlich in fatto di Smart Growth. Gli ambientalisto criticano anche il governatore per aver sottratto 480 milioni di dollari alla tutela delle superfici dall’urbanizzazione, anche se a seguito del miglioramento dei bilanci statali questi fondi sono stati ripristinati.

“La sue tendenza spontanea non è quella di proteggere l’ambiente; è di lavorare coi costruttori”, commenta Cindy Schwartz, direttrice esecutiva della League, che ha base ad Annapolis.

Ehrlich è sostenuto dal comitato di azione politica del Maryland Farm Bureau. Earl Hance, che ne è presidente, spiega che i coltivatori non incolpano il governatore di aver sottratto i fondi di tutela dei territori per risanare il bilancio, e apprezzano il fatto che siano stati reintrodotti.

O'Malley ha promesso invece di riattivare lo Office of Smart Growth statale, che Ehrlich aveva ridotto ai minimi termini e poi accorpato al Planning Department. Si è anche impegnato ad offrire più sostegno tecnico e finanziario alla pianificazione territoriale locale.

I suoi collaboratori sottolineano come durante la sua amministrazione democratica la città abbia sperimentato un boom edilizio senza precedenti, e come si sia interrotto l’esodo di popolazione di lungo termine da Baltimora.

La città ha istituito un fondo di rotazione di 59 milioni di dollari per acquisire e bonificare terreni, che si alimenta poi attraverso la vendita delle superfici ai costruttori privati. Nessun significativo finanziamento è arrivato né dallo stato né dal governo federale, si afferma.

In tutto il territorio comunale, la quantità di case vendute annualmente si è quasi raddoppiata dal 1999 al 2005, e lo stesso hanno fatto le concessioni edilizie rilasciate. Il valore medio di un’abitazione venduta, contemporaneamente, è più che raddoppiato rispetto al 1999, raggiungendo i 179.000 dollari.

“Più crescita avviene qui, meno si orienta verso i campi di granturco, e questo fa bene allo stato”, spiega Graziano, commissario per la casa di O'Malley.

Non tutti in città considerano rincuoranti i risultati di O'Malley in materia di recupero.

“É promuovere la crescita ad ogni costo” commenta Paul Warren, vicepresidente della Mount Vernon-Belvedere Association. “Dal punto di vista ambientale, starei molto attento se lui [O'Malley] controllasse anche terreni agricoli. Mi chiedo se sarebbe altrettanto rapido a cederli di quanto a fatto con le proprietà storiche”.

Il gruppo della zona di Mount Vernon si è scontrato con l’ufficio urbanistica cittadino per il progetto di consentire edifici alti entro il corridoio storico di Charles Street: una battaglia che alla fine ha vinto. Ma il gruppo ha invece perso nell’opporsi alla demolizione del vecchio complesso ad appartamenti Rochambeau su Charles Street, eseguita per conto della Arcidiocesi di Baltimora che vuole realizzare un giardino di preghiera di fronte alla restaurata Basilica dell’Assunzione, principale cattedrale cattolica del paese.

Alcuni citano anche altri esempi di demolizioni di edifici storici, come quella da parte dell’Università di Baltimora dell’Odorite, una ex concessionaria di automobili in stile simil-Tudor costruita nel 1915, per far posto a spazi per gli studenti.

I collaboratori di O'Malley difendono la gestione pubblica di questi progetti e affermano che sono stati fatti tutti gli sforzi per conservare le strutture storiche della città e i quartieri. Indicano il recente pagamento di 6 milioni di dollari da parte del comune all’Università, per realizzare un nuovo parco cittadino di 20 ettari su spazi aperti a Mount Washington.

I giudizi esterni sui progetti di recupero sono in genere positivi. Un critico senza peli sulla lingua di cose urbane, come James Howard Kunstler, ad esempio, dopo un giro a Baltimora lo scorso anno ha scritto che la città “ha compiuto un’incredibile ripresa, in gran parte su dimensioni proiettate verso il futuro” con una “ottima miscela di rinnovi e nuove realizzazioni”.

I punti di vista dei contendenti sul governo della crescita

Smart Growth

Ehrlich: Taglio di fondi e personale allo Office of Smart Growth, accorpato al Maryland Department of Planning, dove coordina Priority Places, programma che offre aiuto tecnico e normativo ad alcuni progetti di recupero selezionati. Istituzione di task force con funzionari locali per affrontare i problemi di revisioni circoscrizionali e della casa economica.

O'Malley: Si impegna a ripristinare l’ufficio per la Smart Growth, con “nuova enfasi sulla creazione di vere collaborazioni con le municipalità e le contee” nella pianificazione territoriale in tutto il Maryland. Promette maggiori finanziamenti e sostegno tecnico.

Tutela delle superfici:

Ehrlich: Ha spostato 480 milioni di dollari dal Program Open Space per risanare buchi di bilancio statali, e ha bloccato temporaneamente i programmi di tutela. Più tardi ha ripristinato i fondi, conservando 30.000 ettari: 4.000 in meno del primo mandato del suo predecessore.

O'Malley: Fisserà l’obiettivo di conservare una quantità di territorio maggiore ogni anno, di quanta non ne venga consumata dall’urbanizzazione. Promette di “finanziare pienamente” il Program Open Space, per acquisire superfici da destinare a parchi e riserve naturali.

Insediamento turisticoaBlackwater

Ehrlich: Il Planning Department statale ha inviato a Cambridge una lettera in cui si delineano le preoccupazioni, e che ha ottenuto alcune concessioni. Ma la destinazione da parte della città delle superfici annesse a “ priority funding area” significa finanziamento di strade e altre infrastrutture. I funzionari sostengono di non poter legalmente bloccare il progetto, ma lo stato dovrebbe annunciare oggi l’acquisto di 300 ettari nei pressi del fiume Little Blackwater.

O'Malley: In un primo tempo ha dichiarato che il progetto era di competenza locale, ma più tardi ha sostenuto i conservazionisti nella loro richiesta allo stato perché salvasse il Little Blackwater e la riserva naturale a valle, acquistando i terreni.

Conservazione storica:

Ehrlich: Ha sostenuto le leggi per il credito di imposta sulla conservazione degli edifici storici. Ha aumentato i finanziamenti per le “ heritage areas” a 3 milioni di dollari. Si è opposto alla demolizione dell’Odorite – concessionaria d’auto del primo ‘900 –da parte dell’Università di Baltimora.

O'Malley: Ha accantonato il piano di rinnovo della zona occidentale che avrebbe demolito molti vecchi edifici, chiedendo un certo equilibrio fra conservazione e nuovi interventi. È stato però criticato di recente dai conservazionisti per aver consentito la demolizione dell’Odorite e del Rochambeau, e per il sostegno agli edifici alti a Mount Vernon.

Nota: per chi non lo sapesse, ebbene sì: ha vinto il democratico O'Malley (f.b.)

here English version

Da “La città inclusiva. Argomenti per la città dei pvs”, a cura di Marcello Balbo, Franco Angeli, Milano 2002. Contributi di Jordi Borja, Rod Burgess, Fernando Carrion, Alain Durand-Lasserve, Caren Levy, Ricardo Montezuma, Annik Osmont, Laura Petrella, Carole Rakodi, Ronaldo Ramirez, Daniela Simioni, Franz Vanderschueren

La città produttiva

I testi di questo volume sono tutti attraversati da due fili conduttori.

Il primo è la crescente polarizzazione, frammentazione, esclusione che, sotto la spinta delle trasformazioni in corso nel sistema economico internazionale, investono le città dei pvs. La globalizzazione, che la si interpreti come fenomeno che ha radici lontano nel tempo, o che la si consideri invece un’innovazione specifica di questi ultimi anni, ha rilevanti conseguenze sull’or-ganizzazione e sul funzionamento economico, sociale, istituzionale e dello stesso spazio fisico della città. Liberalizzazione dei mercati e privatizzazione dei servizi, insieme alla spinta a ridurre la presenza dello Stato e la sua azione redistributiva, per quanto modesta, hanno provocato un’accentuazione degli squilibri interni alla città, l’aumento della povertà urbana, l’esclusione di un numero sempre maggiore di persone dalle opportunità offerte dalla città, il diffondersi della violenza.

All’inizio degli anni novanta si è fatta strada la consapevolezza che le città stanno al centro dello sviluppo economico: le economie urbane contribuiscono ovunque per il 60%, più spesso per il 70% o l’80%, alla produzione della ricchezza nazionale. Le città sono il motore della crescita, per questo è indispensabile che funzionino bene, che siano efficienti, che riducano gli sprechi per essere competitive sulla scena nazionale e internazionale (World Bank, 2001). Delle opportunità che la città offre (Getting the Best from Cities), la Banca Mondiale sottolinea innanzitutto, e sostanzialmente, il potenziale economico:

Le città sono fonte di produttività e innovazione. Industrie e servizi si sviluppano in città perché imprenditori e piccole imprese possono condividere mercati, infrastrutture, lavoro e informazioni. […] Le città promuovo la trasformazione della conoscenza, delle istituzioni e delle attività economiche. […] Per mantenere la promessa di migliori condizioni di vita, le città hanno bisogno di istituzioni più forti in grado di rendere più accessibili le risorse e di assicurare una più equilibrata distribuzione dei beni pubblici tra i diversi interessi” (World Bank, 2002).

La città viene vista dunque sempre più come un prodotto da vendere, ma di fatto lo è, come conseguenza della globalizzazione che obbliga a competere per catturare investitori e utilizzatori esterni, che nei pvs vuol dire sostanzialmente esteri.

Di fatto è il tema della competitività a dominare non solo le politiche urbane ma anche quelle urbanistiche, sempre più impostate intorno all’obiettivo di rendere la città attrattiva, vale a dire capace di attirare risorse da fuori. La recente “riscoperta” dei centri storici in America Latina, o nei paesi asiatici e africani, in particolare quelli del mediterraneo, nella cui cultura salvaguardia e conservazione non sono mai state particolarmente sentite, è significativa. Il recupero delle aree storiche risponde infatti prima di tutto all’esigenza di offrire qualcosa da “vendere”, nel senso ampio del termine, ma anche in quello stretto, dato che la vendita ai privati di più o meno grandi porzioni pubbliche dei centri storici è una strada che i governi locali tendono a imboccare sempre più spesso[1], nella speranza di attrarre investitori appunto, di avviare la riqualificazione di queste parti di città spesso degradate, e di ottenere qualche entrata con cui incrementare il bilancio[2].

Certo, il discorso è ammantato sempre di altri obiettivi, in particolare la salvaguardia e il recupero di un patrimonio che appartiene alla storia del luogo, ai valori culturali e all’identità stessa della città e dei suoi abitanti: obiettivi che si possono condividere e considerare del tutto legittimi, ma che appaiono secondari o comunque non disgiungibili da quelli della competizione economica[3].

Analoghe considerazioni si possono fare sul marketing urbano, diventato obbligatorio anche per le città dei pvs, ovviamente soprattutto per quelle di maggiori dimensioni. Indispensabile lo è sempre stato per quelle città che si vendevano sul mercato turistico, direttamente o ad emblema del paese, come Bangkok (Thailandia), Damasco (Siria), Dakar (Senegal) o Rio de Janeiro (Brasile), ma è diventato un terreno su cui le città sono costrette a presentarsi se non vogliono restare ai margini dei flussi finanziari e di investimento internazionali[4].

Con la globalizzazione, i meccanismi dell’integrazione diventano sempre più deboli, sia all’interno della città che rispetto al territorio che la circonda. La città produttiva approfondisce sempre più la separazione tra attività locali, informali ma non solo, in grado di sopravvivere solo perché situate in un luogo preciso e legate a un mercato altrettanto preciso, e attività che si svolgono nel mercato globale che possono benissimo fare a meno delle prime, dei loro luoghi e territori, con i quali hanno poco o nulla a che spartire.

Lo sviluppo delle tecnologie di informazione e comunicazione che sta alla base della globalizzazione, costituisce un ulteriore fattore di differenziazione. La possibilità di servirsi di queste tecnologie, teoricamente di facile diffusione, nelle città dei pvs riguarda in realtà una sparuta minoranza della popolazione, quella che dispone di una linea telefonica, che ha i soldi per comprarsi il computer, e che può permettersi di pagare la connessione a internet. Ma, di nuovo, per stare nella globalizzazione le città devono essere in grado di offrire buone infrastrutture di comunicazione: a Bangkok, paese dove il numero di linee telefoniche è superiore a quello dell’intero continente africano, vengono installate fibre ottiche lungo i “corridoi intelligenti” in modo da connettere con il centro città aree della periferia o qualche piccolo centro esterno, scavalcando tutto quello che c’è in mezzo; a San Paolo (Brasile) gli investimenti si concentrano sull’offerta di sistemi infrastrutturali estremamente avanzati per le fasce di popolazione a redito alto, mentre “la drastica riduzione dell’intervento pubblico per quanto riguarda acqua, luce e telecomunicazioni, insieme alle misure di riduzione delle sovvenzioni incrociate, mette il resto della popolazione in condizioni di svantaggio, o peggiori di un tempo” (Unchs, 2001).

L’esclusione urbana

Sotto certi aspetti, le città dei pvs sono sempre state luoghi dell’esclusione, a partire dalla colonizzazione, quando alcune di esse si sono consolidate e molte sono addirittura nate. La differenza è che oggi, nel contesto della globalizzazione, l’esclusione viene stabilita dal valore aggiunto che ognuno è in grado di apportare al prodotto città: la globalizzazione infatti esclude le persone, i territori e le attività, che non producono o non contengono valore, per lo meno quello di interesse all’economia globale.

La nozione di esclusione sociale viene spesso usata come sinonimo di povertà, anche se a volte criticata in quanto meno esplicita della seconda sulle conseguenze dei meccanismi dell’economia di mercato, della liberalizzazione, delle privatizzazioni.

Tuttavia, fare riferimento all’esclusione sociale consente di mettere in luce sia le cause della povertà e delle disuguaglianze nella città, sia le diverse conseguenze che la povertà può avere in termini di inclusione o di esclusione appunto, a seconda di variabili oltre che economiche, di classe, genere, età, appartenenza etnica o religiosa. La riflessione condotta in questi anni ha consentito di capire che la povertà è un grande problema fatto di tanti problemi diversi: sulla povertà influiscono fattori diversi, economici certo ma anche sociali e culturali, fortemente legati al contesto locale.

Per questo in città si può essere poveri senza essere esclusi, perché comunque si appartiene a un sistema di reti sociali e di meccanismi di solidarietà; viceversa si può essere esclusi senza essere poveri, anzi a volte l’essere parte dell’esclusione significa poter accedere a lavori che, per motivi diversi, altri gruppi rifiutano o, per ragioni sociali, non possono svolgere[5].

Il concetto di esclusione sociale consente anche di riflettere meglio sui legami tra fattori macroeconomici e fattori locali, quelli che si presentano al-l’interno della città, con caratteristiche specifiche in ogni città. Vi sono stretti legami tra l’esclusione legata a fattori nazionali e locali, e quella provocata dai meccanismi della globalizzazione; anzi, non di rado questa si innesta sui primi, servendosene e approfondendo disuguaglianze che già esistono (Beall, 2002).

Nella città dei pvs l’esclusione presenta essenzialmente tre dimensioni.

La popolazione esclusa da beni e servizi urbani di base come la casa, l’acqua, le fognature, i trasporti è molta: nell’Africa subsahariana due terzi della popolazione non è collegata alla rete idrica, in America Latina il fabbisogno abitativo alla fine del secolo era valutato tra i 17 e i 21 milioni di alloggi, a seconda dei criteri (Mac Donald, Simioni, 2000), mentre in Asia meno di quattro abitazioni su dieci disponevano di un qualche sistema fognario. Negli anni novanta spesso la situazione è andata peggiorando: quasi ovunque in Africa, nella maggior parte dei paesi dell’America Latina e in un numero non piccolo di quelli asiatici, compresi quelli del sudest del continente che fino alla crisi avevano visto per diverso tempo le proprie economie crescere a tassi di due cifre.

Invece, casa, infrastrutture e servizi sono componenti essenziali di quella “domanda di città” che occorre soddisfare perché sia riconosciuto davvero il “diritto alla città”, ma questa non è la condizione in cui si trova la maggior parte delle città dei pvs, in particolare quelle di grandi e medie dimensioni.

All’esclusione dai servizi urbani e da condizioni abitative adeguate[6] si accompagna la sempre maggiore difficoltà di avere un lavoro se non fisso almeno stabile, pagato adeguatamente e regolarmente, in condizioni dignitose. In qualsiasi città dei pvs è il settore informale a fornire un reddito a quote elevate della popolazione, non di rado per la maggioranza. Negli anni novanta, con la dismissione o la riduzione di molte delle attività del settore pubblico, imposte dai Programmi di aggiustamento strutturale, sono state le “microimprese” a fornire la quasi totalità di nuovi posti di lavoro: le attività informali oggi sono ormai la principale fonte di occupazione urbana nella maggior parte delle città.

La terza dimensione è quella dell’esclusione dalla rappresentanza politica e dalla presa di decisioni. Chi vive nei quartieri dell’irregolarità del suolo o della casa, in particolare quelli ai margini o fuori dalla città che spesso nemmeno appaiono nelle carte; o chi, ma non di rado si tratta delle stesse persone, lavora quando e come può nelle precarie attività dell’informale, meno instabili di quanto si sia portati a pensare ma comunque esposte ai rischi di una situazione anch’essa spesso di irregolarità, se non di illegalità: questi gruppi di popolazione difficilmente vengono riconosciuti come parte della società urbana e dunque non possono avanzare alcuna pretesa di far parte della città intesa come istituzione politica, di essere citoyens e non semplici citadins.

La città dell’esclusione

Il secondo filo conduttore è però che se la città esclude, ad escludere non è la città, ma il contesto di mercato globale in cui si collocano crescita e trasformazioni urbane.

In Argentina, dove più del 90% della popolazione è urbana, per la crisi conseguente alle politiche liberali “suggerite” dal Fondo Monetario Internazionale, nel primo semestre di quest’anno il pil è diminuito del 16%, con ovvie drammatiche conseguenze sull’occupazione e i redditi, prima di tutto quelli urbani. In Indonesia, la brusca fine del miracolo asiatico della metà degli anni novanta ha fatto diminuire il pil del 15%, ancora oggi non completamente recuperato: anche in questo caso, come in tutti gli altri paesi del sudest asiatico che hanno vissuto lo stesso processo, gli effetti sulle città sono stati devastanti, con il vero e proprio blocco di interi settori produttivi, primo fra tutti quello della costruzione, la drastica diminuzione dei consumi, l’aumento vertiginoso dei poveri urbani.

Progetti e investimenti per migliorare le condizioni di vita della popolazione urbana, in particolare quelle delle fasce più povere, dipendono in misura più o meno ampia dai flussi di risorse che vengono dall’estero: in alcuni casi si tratta dell’unica fonte su cui si può contare. Tuttavia, i programmi pubblici di aiuto allo sviluppo, finanziati dagli organismi multilaterali o dalle cooperazioni bilaterali, oltre che essere assai poca cosa[7], nella maggior parte dei casi sono instabili e imprevedibili, a volte con obiettivi discutibili. Quelli che più contano, sotto il profilo quantitativo, sono di gran lunga gli investimenti privati[8], la cui priorità è ovviamente la redditività degli investimenti, non certo la riduzione degli squilibri o una maggiore giustizia sociale.

A questo si somma la minore presenza dello Stato e la conseguente diminuzione delle sue capacità di ridurre le disuguaglianze. Liberalizzazione e privatizzazione significano quanto meno recupero dei costi, più spesso ricerca, legittima, di un profitto. Realizzare questi obiettivi lasciando da parte meccanismi di compensazione tra gruppi sociali con capacità economiche fortemente diverse, significa escludere importanti quote di popolazione dall’accesso alla casa, all’acqua, ai trasporti, al mercato del lavoro formale, cioè dal “diritto alla città”.

Le strategie urbane, e urbanistiche, costituiscono a loro volta fattore di esclusione. Gli insediamenti informali sono il risultato di politiche errate, conseguenti alla volontà di rispondere alla domanda di alloggi a basso costo attraverso l’intervento pubblico, secondo un modello consolidato nei paesi del Nord, ma del tutto inadatto a fornire un’offerta abitativa sufficiente nei pvs. La città “irregolare” è la risposta all’assenza di alternative praticabili, non la volontà o il desiderio di irregolarità dei suoi abitanti. Allo stesso modo, l’assenza o l’insufficienza di infrastrutture e servizi in molte parti della città derivano dall’adozione di standard e soluzioni tecniche incompatibili con le risorse, pubbliche e private, disponibili (Balbo, 1999).

Le attività informali per lungo tempo sono state osteggiate, pur rappresentando non solo la parte più dinamica dell’economia ma, in quanto meccanismo di redistribuzione delle risorse, anche il principale fattore di integrazione sociale e di contenimento della conflittualità. Esattamente come nel caso degli insediamenti irregolari, il problema sta nell’assenza di alternative. Nessuno ambisce a un’occupazione precaria, mal pagata, svolta in condizioni ambientali spesso al di là dell’accettabile, con il continuo rischio di essere cacciati o, se va bene, multati per i motivi più diversi.

Ad escludere non è dunque la città, ma i meccanismi del mercato globale rispetto ai quali liberalizzazione e privatizzazione sono scelte quasi obbligate che amministrazioni e attori locali hanno poche possibilità di contrastare, ammesso che lo vogliano, pur trattandosi di scelte che aggravano ulteriormente gli squilibri di una crescita urbana non poggiata su una concomitante crescita economica e dei redditi.

L’idea della città produttiva è andata sempre più prevalendo su quella della città come luogo di incontro, di mediazione e di integrazione sociale, e amministrazioni e attori locali hanno poche o nulle possibilità di contrastare tali meccanismi

Per una città più inclusiva

È indispensabile invece che la città sia, o torni a essere, “inclusiva”.

“La ‘città inclusiva’ è il luogo dove a chiunque, indipendentemente dalla condizione economica, dal genere, dall’età, dalla razza o dalla religione, è permesso partecipare produttivamente e positivamente alle opportunità che la città ha da offrire.” (Unchs, 2000).

Città produttiva e città inclusiva sono due modi di essere non facilmente conciliabili. Con il decentramento, il compito di combattere gli effetti di esclusione, è affidato ai governi locali, ma per mettere in atto strategie inclusive occorre stabilire a quale inclusione si pensa, in che termini, a vantaggio e nell’interesse di chi: alla nozione di città inclusiva si possono dare infatti significati molto diversi, traendone strategie altrettanto differenti.

L’inclusione non può ridursi all’integrazione degli insediamenti irregolari e delle attività informali nei meccanismi del mercato formale della casa, dei suoli, del lavoro. Questo significherebbe disconoscere le differenze, non ammettere che le città e le società urbane dei pvs si sviluppano in contesti istituzionali, seguendo norme sociali e secondo sistemi di valori specifici, non sempre riconducibili alla logica del mercato ormai dominante.

La lotta all’esclusione e il rafforzamento dell’inclusione richiedono politiche urbane, economiche e sociali all’interno delle quali sia chiaramente posta la questione del diritto alla città: politiche integrate in cui i temi della povertà, delle condizioni insediative, delle opportunità di reddito siano affrontati congiuntamente, come si usa dire, in maniera integrata.

Per questo occorre che i meccanismi decisionali siano anch’essi “inclusivi”. Governance e pianificazione strategica sono strumenti indispensabili di una strategia di inclusione, che non possono però essere utilizzati in un’ottica di competizione e di marketing.

L’esclusione, la frammentazione della società e dello spazio urbano sono la risposta di alcuni segmenti della popolazione di fronte all’incapacità o all’impossibilità dei governi di gestire la crescita della città e le sue trasformazioni. Gli insediamenti irregolari possono essere visti come la risposta “dal basso” all’insufficiente offerta di case a basso costo, così come la raccolta e il riciclaggio dei rifiuti possono essere considerati l’alternativa alla mancanza di un servizio pubblico, o alla sua privatizzazione.

Ma la città inclusiva non può fondarsi sulla frammentazione delle sue parti, su condizioni e funzionamenti così profondamente diversi. Per restare il luogo dell’incontro, della mescolanza e dell’integrazione delle differenze, l’unica strada percorribile sono politiche che promuovano una più equa distribuzione delle risorse, e gli attori primi di queste politiche oggi sono inevitabilmente i governi locali.

Nelle città dei pvs, dove senso di appartenenza, coesione sociale e concetto di cittadinanza risultano sempre più deboli, l’inclusività appare ogni giorno più difficile da ricostituire con gli strumenti di governo tradizionali.

Non esistono risposte univoche, ma la costruzione di un Progetto di città, che parta dalla ridefinizione dei modi della rappresentanza di gruppi e dei singoli individui sembra aprire uno spiraglio per contrastare le tendenze all’esclusione. Governance significa partecipazione e partenariato, dunque prima di tutto riconoscimento di tutti e delle differenti capacità, possibilità e aspirazioni. Urban governance significa assumere l’ipotesi della città come soggetto sociale e politico complessivo, insieme di soggetti diversi che, partecipando alla costruzione di un Progetto di città, si misurano intorno a un’idea attorno alla quale i differenti interessi si organizzano, i gruppi sociali si confrontano e si incontrano arrivando, forse, a mobilitarsi per cercare di realizzarla.

Rispetto a un’inclusione nel e di mercato, la differenza è dunque sostanziale. Governare la città e i suoi processi non può limitarsi a garantire quante più condizioni possibili per un buon funzionamento dei meccanismi dell’economia. Si tratta invece di ricomporre gli interessi dei singoli intorno a una nuova identità urbana collettiva, a un ricostituito senso di appartenenza, a una ristabilita convergenza su, e a partire da, un territorio.

Nel quadro della competizione tra città cui si trovano assoggettate anche, e forse prima di tutto, quelle dei pvs, le alternative che si danno sono ben poche: o si riesce a far parte della globalizzazione, o se ne sta fuori. Stare fuori è assai facile, spesso lo si è già. Complicato è entrarci, o semplicemente restarci, perché i posti disponibili sono pochi. È una competizione che può non piacere, ma è certo che è meglio parteciparvi che essere semplici spettatori. Nella città dei paesi in sviluppo non è possibile mobilitare le risorse necessarie (forse non sufficienti) per stare dentro alla globalizzazione, senza trovare un punto di incontro tra i diversi interessi da cui muovere per la costruzione di una città inclusiva.

Se è vero che chi vive nei quartieri irregolari o lavora nell’informale contribuisce in misura sostanziale a far funzionare la città, è tempo che la città contribuisca altrettanto sostanzialmente a migliorare le condizioni di questa popolazione, riconoscendo il suo diritto alla città e alla cittadinanza.

Il testo del capitolo, completo di bibliografia, è scaricabile cluccando qui sotto in formato .pdf

[1] Il ruolo assunto da Carlos Slim, il proprietario della più importante catena di televisione messicana e una delle persone più facoltose dell’America Latina, nel recupero del centro storico di Città del Messico, è forse il caso più emblematico.

[2] Non a caso il recupero dei centri storici si traduce prima di tutto nella loro trasformazione in vetrine di negozi, ristoranti e caffè piacevolmente disseminati nei palazzi, nelle corti e nelle strade stesse.

[3] Del resto lo affermava esplicitamente il Prefeito di Salvador de Bahia, Magalhaes, cosciente del fatto che di spiagge come quelle che circondano la città, bellissime, in Brasile ve ne sono migliaia di chilometri, mentre di centri storici come il Pelourinho ve ne è uno solo, che occorreva dunque riqualificare e “risanare” dai suoi abitanti, per poterlo vendere.

[4] Vi sono ormai manifestazioni internazionali organizzate appositamente per il marketing urbano, con annessa vendita, come l’annuale Marché International des Professionnels de l’Immobilier (Mipim) di Cannes.

[5] Come la raccolta dei rifiuti, o comunque di lavori socialmente stigmatizzati, da sempre svolti da, e riservati a, particolari gruppi sociali o etnici.

[6] Questa la formula, volutamente indefinita, adottata a Istanbul nel 1996 dalla Conferenza Habitat II e da allora usata nelle sedi internazionali.

[7] L’impegno di destinare all’aiuto allo sviluppo lo 0,7% del pil è stato sempre disatteso: attualmente l’Italia destina poco più dello 0,1%, gli Stati Uniti ancora meno.

[8] Nel 1998 il rapporto tra finanziamenti pubblici per lo sviluppo e investimenti privati è stato di uno a due per i paesi a basso reddito; di uno a otto in quelli a reddito medio (World Bank, 2001).

l'Unità, Firenze

9 novembre 2006

Cemento nel Chianti, tocca a Rutelli

di Osvaldo Sabato

Quella dell’ex soprintendente Antonio Paolucci è un “j’accuse” a tutto tondo. «Il vero bene culturale che si sta distruggendo, non sono i quadri o gli affreschi, ma il paesaggio» dice. Dopo Monticchiello, la Toscana è ancora in prima pagina per il rischio di una cementificazione nel cuore del Chianti classico, fra gli olivi e i vigneti pregiati. Il caso dell’annunciata costruzione di 83 villette a Palaia, a pochi passi da Greve in Chianti, fa discutere. E come era prevedibile non mancano le polemiche. L’ex soprintendente punta il dito sulla mancanza di leggi che possano bloccare queste lottizzazioni «con le nuove norme i comuni fanno ciò che vogliono» dice. Sotto accusa, per il professore, è la Riforma del Titolo V della Costituzione fatta nel 2001 «da allora lo Stato non può più dire: qui non si può costruire». Da allora, infatti, tutta la competenza è passata alle Regioni e ai comuni. Intanto il sindaco di Greve, Marco Hagge, continua a polemizzare a distanza con il capo dell’opposizione in consiglio comunale, ed ex sindaco, Giuliano Sottani. Una svolta potrebbe giungere da Roma? Il Comune, infatti, nel 2002 ha chiesto al ministero di porre il vincolo paesaggistico nella zona di Palaia. Ma finora da Roma non c’è stata nessuna risposta.

OCCUPARSI di quadri e musei? «A questo punto, è tempo perso». Quella dell’ex soprintendente Antonio Paolucci, non è una provocazione «ma una constatazione» dice il professore. «Il vero bene culturale che si sta distruggendo non sono i quadri o gli affreschi, ma il paesaggio», insiste «il guaio è che nessuno lo vuole capire». Dopo Monticchiello, in Toscana è scoppiato il caso dell’annunciata colata di cemento vicino a Greve in Chianti, che tradotto significa centinaia di case a Palaia, nella frazione Chiocchio. Il sindaco di Greve, Marco Hagge, parla di una eredità, di una tendenza urbanistica che la sua amministrazione si è portata dietro dagli anni ‘70. «Tutto è cominciato da quando, sindaci, assessori, architetti, geometri, intellettuali e urbanistici hanno sostituito la parola paesaggio, considerata arretrata, se non addirittura reazionaria, con la parola territorio» osserva Paolucci. «Perché il paesaggio, per la sua stessa parola, va tutelato, mentre il territorio va lottizzato» insiste l’ex soprintendente, nominato recentemente Direttore delle Scuderie del Quirinale. Non è solo una questione di mutazione linguistica, dunque «ma di un cambio di rotta concettuale e politico, che poi ha portato a quello che vediamo andando in giro». È il federalismo urbanistico il grimaldello che poi avrebbe permesso tutto ciò, Paolucci non ha dubbi: «Tutto nasce con la Riforma del Titolo V del 2001» dice, «fino a quel momento si era inteso che spettasse allo Stato, con le soprintendenze, difendere il paesaggio. Da allora è stato detto che le Regioni e i comuni hanno la titolarità concorrente - spiega Paolucci - che in un linguaggio più chiaro vuol dire che il Comune fa ciò che vuole». Insomma, «la potestà dello Stato, che poteva dire: qui non costruisci, non esiste più» dice Paolucci «perché la tutela per essere efficace deve essere indifferente e lontana». Sarebbe questo l’unico presupposto per conservare il paesaggio «altrimenti, come si è visto a Monticchiello e come potrebbe succedere a Greve, faranno macelli inenarrabili». E il ruolo della Regione? «Annaspa di fronte all’autonomia dei comuni» dice Paolucci. Insomma quello in atto è una sorta di cannibalismo paesaggistico? «Finché c’è territorio da consumare, lo consumeranno» rincara Paolucci. A Palaia, infatti, non è stato possibile fermare quello che Giuliano Sottani definisce «scempio», ma che, come ricorda Hagge, «è partito da un suo macroscopico errore urbanistico». «Noi - prosegue il sindaco - ci apprestiamo a rimettere insieme i cocci». «Lo conosco Hagge e lo so che non è colpa sua» afferma Paolucci. Il sindaco si è sempre difeso dicendo di non avere gli strumenti giuridici per cancellare questa lottizzazione: il rischio è dover pagare risarcimenti milionari a Triaca, produttore della Valtellina, che costruirà le villette a Palaia «certo è così» spiega Paolucci. Ed ora? Non resta che sperare in Rutelli. Infatti nel gennaio del 2002 l’ex sindaco Paolo Saturnini, come ricorda Hagge, chiese al ministero dei Beni culturali, tramite la Soprintendenza di Firenze, di porre il vincolo paesaggistico sulla zona. Da Roma però non è giunta nessuna risposta. «Questo non abolisce i diritti dei privati, ma fornirà all'amministrazione nuovi strumenti per controllare l’operazione» assicura il sindaco di Greve. «spero che il ministro Rutelli dia una risposta positiva, che anzi ho intenzione di sollecitare».

l'Unità, Firenze

9 novembre 2006

Residenze turistiche, miracoli della destra

di Giuseppe di Teresa

OGNUNO fa i miracoli che gli competono. Il Centrodestra grossetano è stato bravissimo nella moltiplicazione delle residenze turistiche alberghiere (Rta) e delle ca-

se albergo vacanze (Cav). Nel solo comune di Grosseto, fra il 2002 ed il 2004, sono state presentate 70 richieste di autorizzazione per complessive 1.341 unità abitative, vale a dire appartamenti.

Da allora, quasi tutte le strutture sono state concessionate. Di queste, 28 hanno ottenuto anche l’autorizzazione ad iniziare l’attività, e altre 42 sono in attesa del completamento dell’istruttoria.

Ai sensi della Legge regionale 42/2000, Rta e Cav sono considerate “strutture alberghiere” che vanno gestite in modo unitario, perchè attività produttive di tipo turistico ricettivo. Di fatto, in molti casi, gli appartamenti sono venduti ad acquirenti che li utilizzano come residenza abituale, accendendo anche mutui prima casa. Un escamotage che, per le agevolazioni fiscali su oneri di urbanizzazione e costo di costruzione, consente all’acquirente di comprare a prezzi più bassi ed al costruttore di trovare con facilità dei compratori.

Solo pochi giorni fa, la magistratura grossetana ha sequestrato una settantina di appartamenti in Cav ed Rta, parte dei quali abitati tutt’altro che da turisti o frequentatori occasionali della Maremma.

Residenze turistiche alberghiere e Case albergo vacanze come funghi, dunque. Ma non spuntate per caso. Con l’approvazione della Variante del territorio aperto, qualche anno fa, l’allora giunta Antichi introdusse un elemento che ha scardinato la programmazione urbanistica nelle aree rurali, rendendo possibile la realizzazione di “alberghi, Rta e strutture di ristorazione” ovunque ci fossero volumi da ristrutturare. Quella scelta ha scatenato la corsa all’oro, e chiunque avesse un edificio da recuperare ha presentato richiesta di realizzare queste due tipologie ricettive, contando sui costi di costruzione più bassi, sulla facilità di collocare sul mercato miniappartamenti per lo più localizzati in campagna, e, in molti casi, sull’assenza di controlli.

La Legge regionale 42/2000, d’altra parte, affida ai Comuni poteri ispettivi e di controllo. «La situazione - spiega l’assessore all’urbanistica del comune di Grosseto - è evidentemente sfuggita di mano, o si è lasciato che ciò avvenisse. In questa fase, i nostri vigili urbani stanno effettuando controlli a tappeto, anche su precise segnalazioni, sia rispetto alla gestione delle strutture, sia rispetto ad eventuali difformità edilizie rispetto ai volumi concessionati. Parallelamente la magistratura sta svolgendo una propria indagine. Anche se tardi rispetto ai danni prodotti in passato, ritengo che dovremo intervenire per modificare lo strumento urbanistico relativo al territorio aperto, in modo da lanciare un segnale politico preciso».

il Riformista

10 novembre 2006

Monticchiello vittima del decentramento: se la tutela è affidata ai Comuni

di Vittorio Emiliani

L’articolo che Roberto Barzanti ha scritto per il Riformista sulla vicenda di Monticchiello, o meglio della intera regione Toscana, non può che essere largamente condiviso. Poiché al convegno del 28 novembre - dov'ero fra i relatori - si è allargato il discorso alla regione e all'intero Paese, vorrei sintetizzare come e perché.

Intanto va detto che la marea di costruzioni che sta invadendo l'Italia (mille cantieri nella sola Vigevano), e quindi pure la Toscana, ha molti padri: la bolla speculativa, la febbre del mattone (da seconda casa), la debolezza delle soprintendenze, l'inerzia delle regioni, l'acquiescenza dei comuni. Questi ultimi, privati di parecchi trasferimenti centrali, si arrangiano come possono assecondando una edilizia che frutta loro buoni incassi (poi si vedrà chi, alla fine, pagherà gli oneri urbanizzazione). Gli investimenti nella sola edilizia residenziale sono balzati in pochi anni da 58 a 71 miliardi di euro. Possono (e vogliono) i comuni fronteggiare validamente con una mano la dirompente febbre edilizia che sta alzando gru ovunque, visto che, con l'altra mano, incassano fondi cospicui dalla medesima?

Ma, ecco il punto-chiave, la regione Toscana è stata e rimane fermissima nell'assegnare ai comuni, sub-delegandoli, il ruolo di tutori del paesaggio. Quasi che esso fosse un fatto municipale e non nazionale (articolo 9 della Costituzione). Questa autotutela municipale è costituzionalmente corretta? A me pare di no. Soltanto la regione Toscana sostiene che il Titolo V della Costituzione del 2001 (improvviso e affrettato pasticcio di fine legislatura) ha previsto che Stato, regioni, enti locali siano «equiordinati», cioè che nessuno possa interferire negli atti dell'altro. In altre regioni invece si è legiferato dopo il Titolo V mantenendo alcuni chiari valori gerarchici (ad esempio, la provincia sui comuni). Di recente poi, con la sentenza n. 182/06 e con altre successive, la Corte costituzionale ha ribadito la sovraordinazione nella attività pianificatoria della regione sulle province e di queste ultime sui comuni, testualmente «secondo un modello rigidamente gerarchico». Sentenze da rispettare, anche per ragioni funzionali, oppure trascurabili "grida"?

V'è di più. Il codice dei beni culturali e paesistici prescrive alle regioni di redigere piani paesaggistici dettagliati. Sempre la Corte ha stabilito che essi devono essere formati dalla regione, in collaborazione coi ministeri dei Beni culturali e della tutela dell'ambiente e del territorio, e riguardare l'intero territorio regionale. E ammessa la sub-delega ai comuni soltanto laddove i piani paesaggistici regionali siano stati formati d'intesa coi due ministeri, e gli strumenti urbanistici comunali siano stati adeguati a tali piani paesaggistici. Anche in quel caso resterà peraltro vincolante il parere della soprintendenza statale circa il rilascio delle autorizzazioni paesaggistiche.

Fino a quando la pianificazione paesaggistica regionale non sarà stata pienamente adeguata alle disposizioni del Codice - per contenuti, efficacie, ambito di riferimento - le soprintendenze possono "annullare" (per motivi non soltanto di legittimità, ma anche di merito) le autorizzazioni paesaggistiche rilasciate dalle regioni, ovvero dai soggetti istituzionali da queste sub-delegati.

Infine, ai sensi del codice, resta intatta la competenza sia del ministero per i Beni e le attività culturali che della regione di ordinare la sospensione di qualsiasi lavoro iniziato su qualsiasi immobile, anche non previamente "vincolato", che risulti «capace di recare pregiudizio al paesaggio». Tali regole sembrano non valere -ecco uno dei problemi-chiave - in Toscana. Chi le sostiene viene considerato, e subito bollato, come "neo-centralista". Ha ragioni Barzanti a sostenere che il paesaggio, anche quello toscano, ha subito numerose modifiche e però esse, nei secoli, sono state spesso migliorative. Emilio Sereni sosteneva che il contadino toscano avesse in testa il paesaggio di Benozzo Gozzoli e quello del Ninfale fiesolano di Giovanni Boccaccio. Oggi dietro il grido «II paesaggio ai Comuni! Il paesaggio non è un museo!» c'è la voglia di tirar su tante lottizzazioni (brutte, proprio brutte) come quella di Monticchiello-Pienza. Magari a Mantova, sui laghi, in faccia al Castello di San Giorgio, come ha denunciato Fiorenza Brioni, sindaco ds della città, la quale ha osato cancellare, fra accuse e minacce, le 200 villette e le due torri condominiali volute dal suo predecessore, pure ds. Ce ne fossero di Fiorenze Brioni.

l'Unità, Firenze

10 novembre 2006

Un vincolo fantasma contro il cemento a Greve

di Valeria Figlioli

La richiesta è partita, ma non se re è saputo più niente. Quella della proposta di vincolo per la zona di Palaia, nel Comune di Grevi : in Chianti, dove saranno costruite le 84 villette che hanno scatenato le polemiche degli ultimi giorni, sta assumendo le sfumature di un piccolo giallo. La proposta di tutela è partita il 3 gennaio 2002, dalla Soprintendenza per i beni architettonici e per il paesaggio di Firenze, Pistoia e Prato, allora guidata da Mario Lolli Ghetti: era indirizzata al dipartimento delle politiche territoriali e ambientali della Regione, altre che, per conoscenza al Ministero dei Beni culturali, alla Provincia di Firenze e al sindaco del Comune di Greve. L'allora Soprintendente indicava i confini fisici della zona e comunicava che l'ente aveva avviato l'iter per l'imposizione del vincolo di tutela. E qui la faccenda si complica. Secondo le prescrizioni del Testo unico del '99 (per la tutela dei beni culturali e ambientali), il Comune avrebbe dovuto provvedere alla pubblicazione della proposta e della relativa planimetria. Ma la pubblicazione non c'è stata. «Perché - spiega l'allora sindaco di Greve Saturnini - non c'era nulla da pubblicare, non c'era né la delimitazione né una planimetria, si trattava dell'avvio della procedura». Dopo di che sono passati 4 anni, pare che non sia più successo niente e al Comune di Greve non è arrivata alcuna risposta. «So che si tratta di procedure lunghe - dice l'attuale sindaco, Marco Hagge - ma spero che con il cambiamento al vertice del Ministero si muova qualcosa: conosciamo la disponibilità di Rutelli» Intanto il sindaco ha chiesto (e ottenuto) all'impresa costruttrice «che ogni singola unità abitativa possa essere esaminata dai nostri uffici per veri-ficare che le prescrizioni generali siano state rispettate e valutarne l'impatto». Ma Hagge sottolinea anche come sia già in atto una prima modifica: «II progetto prevedeva una serie di villette di buona qualità, ma un po'omologate; abbiamo chiesto che materiali colori e dimensioni fossero più consoni al paesaggio, in una linea di massima semplicità, che per lo stile toscano vuoi dire attenzione ai dettagli. Al momento sto aspettando il prototipo modificato». E a Hagge arriva il sostegno del presidente della Regione: «Trova il nostro consenso l'iniziativa del sindaco, che si è rivolto al ministro Rutelli per ottenere il vincolo per la zona di Palaia, peraltro già chiesto dalla Soprintendenza». Per Martini «tale richiesta di vincolo può interessare tutte le zone paesaggistiche di pregio, contribuendo a dirimere le vertenze urbanistiche in corso. Siamo certi che il ministro Rutelli riserverà a questo tipo di richieste un'accoglienza più attenta rispetto ai suoi predecessori».

Caro direttore, le «prove di forza» sul futuro del traffico aereo e sulle strategie di sviluppo delle infrastrutture aeroportuali in Italia, alle quali assistiamo in questi giorni, ci preoccupano non poco.

I dati di traffico complessivo sia per il sistema aeroportuale milanese che romano sono entrambi ad un tasso di incremento annuo che si attesta intorno al cinque per cento. Ma questa crescita si inserisce in un contesto aeroportuale europeo altrettanto vivo, altamente concorrenziale e già strutturato e consolidato rispetto al nostro: Londra, ad esempio, è il principale hub europeo, con 67milioni di passeggeri all´anno, ma non dimentichiamo hub già consolidati quali Amsterdam, Parigi e Francoforte, ormai centrali per l´intera rete europea.

Il punto cruciale, quindi, è che l´Italia non ha giocato in tempi utili la strategia di integrazione con il sistema europeo, ed è quindi rimasta prigioniera della presunta rivalità tra snodo milanese e romano.

Le condizioni attuali sono quindi del tutto diverse da quelle esistenti quando si ipotizzò la coesistenza di due hub italiani, Malpensa e Fiumicino. Il dibattito in corso è erroneamente e strumentalmente affrontato come rivalità Roma-Milano: è una triste reiterazione di vecchi riti ormai vuoti di significato, superati dal tempo e dalla capacità stessa delle imprese e dei cittadini italiani di adattarsi, di autoregolarsi e di trovare soluzioni alternative altrettanto efficaci. Lo testimonia il fatto che a fronte delle mancate scelte e della permanenza di rivalità localistiche, il traffico e le infrastrutture aeroportuali si sono ormai reindirizzate su modalità che ormai prescindono dall´esistenia di un hub principale e di un vettore nazionale di riferimento come Alitalia; e lo testimonia lo sviluppo di ben Il infrastrutture aeroportuali pienamente operative ed in crescita in tutto il nord Italia (Genova, Torino, Malpensa, Linate, Bergamo, Brescia, Verona, Treviso, Bolzano, Venezia, Trieste) con collegamenti garantiti con i principali hub europei.

Un ulteriore punto critico è dato dall´erroneo presupposto che l´aumento del traffico aereo implichi automaticamente l´espansione dell´aeroporto di Malpensa e della complessa rete di infrastrutture collegate. Perché? Perché non ottimizzare invece l´impiego delle infrastrutture esistenti a Malpensa, definendone la vocazione principale e la complementarietà rispetto ad altri snodi europei ed italiani? Servono scelte chiare, lungimiranti e culturalmente evo Iute. Ma soprattutto è necessario smettere di discutere e pianificare prescindendo dall´impatto ambientale e sociale di certe scelte e di invocare sempre gli spettri del ricatto occupazionale e della delocalizzazione degli investimenti.

La nostra profonda preoccupazione, quindi, è nel vedere come l´attuale dibattito su Malpensa prescinda dall´utilità oggettiva dell´opera e dal fatto che ogni ampliamento ed ogni nuova infrastruttura avverrà, ancora una volta, a spese del Parco del Ticino: una cruciale, unica riserva di ossigeno e bio diversità in una zona ormai fortemente antropizzata; una meta di salute, di ricreazione e svago per quelle persone e famiglie, sempre più numerose, che non si possono permettere il lusso di andare lontano nelle vacanze di fine settimana e ferie estive.

I nostri amministratori conoscono questa realtà e hanno ben presenti questi problemi? Pensano davvero che tutti i cittadini lombardi siano passeggeri o frequentatori di aeroporti? Non sanno che tante e diffuse realtà produttive del territorio del Ticino non considerano l´ampliamento dello scalo di Malpensa come presupposto essenziale per la loro attività? L´ambiente, la nostra salute, il nostro benessere fisico e mentale non possono, ancora una volta, essere vittime sacrificali di scelte sbagliate, poco trasparenti o poco lungimiranti.

*presidente Fai

Nota: qualche particolare in più sul tema degli aeroporti padani, anche nel mio HUB? BURP! e articoli seguenti (f.b.)

L'Italia è come un signore che sa di avere sotto il suo campo una miniera di diamanti, ma preferisce coltivarci sopra patate e costruirci capannoni.

È difficile smentire questa considerazione dell'ex-ministro francese della Cultura, Jack Lang. Il patrimonio culturale che i nostri padri ci hanno lasciato è sterminato. Purtroppo, però, soprattutto in epoca recente, essi hanno avuto come eredi dei veri e propri stupidi o barbari che hanno cominciato allegramente a sfregiare quel lascito, a coprirlo di capannoni e di orridi edifici, a calpestarlo con disprezzo. Ormai questo lamento sulla devastazione ambientale e monumentale, spesso persino avallata da leggi insensate, è diventato un luogo comune che talora è bollato come maniacale.

È così che si abbassa progressivamente lo stile di vita, che si trovano giustificazioni per gli scempi edilizi o per gli orridi graffiti urbani, che ci si disinteressa di arte e di musei a partire già dalla scuola, protesa solo su Internet e sull'inglese. La corruzione non è solo una questione di etica ma anche di estetica: il Nobel messicano Octavio Paz (1990) affermava che un popolo comincia a guastarsi quando corrompe la sua grammatica e il suo linguaggio. Banalità, volgarità, stupidità che ci assediano sono il segno della perdita non solo del senso del bene ma anche del bello. La bruttezza delle città e delle cose genera anche brutture e brutalità morali. La degenerazione nello stile di comportamento trascina con sé un calo dei valori e della dignità umana. Per questo è necessario riscoprire i veri diamanti della cultura, della spiritualità, della bellezza.

Non accenna a placarsi la polemica avviata da Alberto Asor Rosa in merito al progetto edilizio che prevede 1a costruzione di una novantina di villette ai piedi di Monticchiello - in Val d'Orcia, a due passi da Pienza, provincia di Siena - noto anche perché da anni, in estate, diventa scena di un teatro povero, che h a promuove a protagonisti arguti e estrosi gli stessi abitanti. La diatriba insorta sarebbe un soggetto adattissimo per trattare temi spinosi: come conciliare incombente sviluppo e tutela del paesaggio, ad esempio. Oppure come metter d'accordo punti di vista spesso contrastanti: da un lato c'è chi amministra con l'occhio al consenso dei residenti, dall'altrol'occhiuta vigilanza di quanti hanno eletto quel territorio a privilegiato luogo di riposo e contemplazione.

La battaglia attorno a Monticchiello è diventata emblematica e il rumore sollevato si spande per tutta la Toscana e oltre. Nel recente convegno, che ha registrato la partecipazione di tutte le principali associazioni ambientalistiche e perfino la presenza del ministro Rutelli, si è evitato il rischio di restringere la discussione al singolo caso. Per il quale è stato riciclato addirittura il termine di “ecomostro”. A dire il vero, il neologismo appare sproporzionato: la mostruosità delle villette a schiera che stanno sorgendo è quella ordinaria dell'edilizia senza anima e senza rigoreche avvilisce in lungo e in largo la Toscana, e non solo. Se si vuol metter ordine al confronto che è nato bisognerà anzitutto chiedersi perché progetti del genere vengono in mente. La risposta è piuttosto amara: in mancanza di uno sviluppo che ambisca a interventi più originali e sofisticati, attenti a non compromettere delicati equilibri, si prende sovente la strada di un'anonima crescita edilizia, richiesta con identica solerzia da cooperative intraprendenti e da spregiudicati speculatori. La domanda paradossalmente è alimentata proprio dallo sbandieramento che si fa dell'eccezionale qualità del luogo. I1 fatto che sia stato istituito un Parco - non saprei quanto oggi funzionante - e che l'intera valle . dell'Orcia sia stata assunta tra i siti selezionati dall'Unesco come patrimonio dell'umanità, in un mondo che spinge a tradurre l'eccellenza in reddito e lc meraviglie in quattrini, non è strano siano diventati dei boomerang.

Pienza ha un'invincibile austerità pontificale, ma non è lontano il giorno che sarà in tutto comparabile ad una San Gimignano rinascimentale, agghindata con delizie culinarie e futili oggetti kitsch in bella vista per ogni dove. L'aggressione di un consumismo facile e la difficoltà di offrire risposte intelligenti che guardino lontano fanno corto circuito: episodi come la goffa espansione presso Monticchiello sono all'ordine del giorno. Se il caso viene analizzato nelle sue reali, mediocri e modeste. dimensioni e elevato a sintomo di una preoccupazione generale ben venga il grido di dolore lanciato da illustri innamorati di questo pezzo di Toscana. Può dar fastidio che si abbia un'enorme attenzione dei media e perfino un fulmineo intervento ministeriale solo quando a gridare allo scandalo c'è una persona disturbata dallo scempio che scorge dalla finestra di casa sua, e ha il privilegio di poter disporre a piacere di spaziostampa, ma tant'è! Meglio prendere il buono che può derivare dalla coincidenza che far spallucce o mettere in cattiva luce i soliti intellettuali, che pretenderebbero di insegnare ai nativi, con colonialistica altezzosità, ricette e soluzioni, allo scopo di non vedersi rovinate la quiete e le vacanze. Per smentire il sospetto che a fomentare l'indignazione ci sia soprattutto un (comprensibile) interesse personale, nient'affatto scientifico, è necessario rendere la denuncia sistematica e impegnarsi per una ricognizione ampia dei guasti che vanno moltiplicandosi, in campagna e in città. Chi da queste parti vive non è stato inerte o insensibile alle angosce che ora sembrano inquietare quanti sono approdati qui con acceso entusiasmo.

La cultura dell'eccezionalismo ha fatto il suo tempo in tema di salvaguardia dei beni culturali edel diffuso patrimonio architettonico, e anche il mito della Toscana felice, propagandato da un'aggraziata vulgata turistica, spesso acriticamente subita. «La Toscana è in bilico!» è stato detto. Certo: questo è il punto, e non da oggi. Aprire gli occhi ora sarebbe tardi, ed è assai riduttivo darsi da fare per affibbiare l'etichetta di ecomostro a questa o quella costruzione, scelta a caso, facendo leva su impressioni frammentarie e soggettive. E sarebbe patetico mettere sul banco d'accusa, indiscriminatamente, ogni intervento edilizio o certe moderne infrastrutture con toni che evocano l'idillio rustico esaltato dal becero Selvaggio di Maccari & C. Non è neppur da credere che la ricetta miracolosaconsista nel rilancio di una pianificazione concertata tra Regione e Comuni. Nessuna pianificazione fondata essenzialmente su parametri quantitativi e indirizzi di massima riuscirà a evitare di per sé che il disegno sia inautentico, l'insediamento mal piazzato, le tecniche d'esecuzione rozze c trasandate, tirate al risparmio,la qualità finale scadente. A produrre mostriciattoli e arrangiamenti, recuperi fasulli e poderucci imbellettati è una perdita di consapevolezza culturale, un offuscamento della memoria. un'economia arretrata e fragile.

La lottizzazione in programma si stende come un abborracciato presepe, sotto un piccolo paese tenuto insieme da una fedele devozione comunitaria. Si direbbe una futile Monticchiello 2, secondo uno schema ben noto e fortunato, ovvio, berlusconiano e piccolo-borghese. L'urbanistica contrattata tanto in auge è portata a mediare trainteressi forti e pretenziose insidie, raramente sa opporre un semplice e netto no. Allora: se Alberto Asor Rosa, Giulia Maria Crespi, Carlo Ripa di Mcana, Nicola Caracciolo vogliono continuare la loro azione e contribuire a suscitare nelle politiche di una Regione, che ha avuto e ha grandi meriti, un respiro più profondo non possono limitarsi a compilare l'elenco dei guai sotto casa, siano a Monticchiello, a Capalbio o dintorni. Ed è disdicevole che gli amministratori reagiscano facendo notare che le procedure sono in regola e che i bolli sono a posto. Ci mancherebbe! Il problema può essere proprio qui.

Occorre rilanciare una gestione del territorio dotata di controlli severi, sottratti al piccolo cabotaggio del singolo Comune, e ritrovare per questa via qualcosa almeno di un'ispirazione che, sarà stata anche talvolta illuministica e giacobina, ma è la sola ad aver sottratto qualcosa - in Toscanaparecchio - alla devastazione o alla falsificazione. È un buon segno che, udito l'allarme, il ministro competente sia subito accorso. Rutelli ha promesso che forse si farà in modo che si costruisca qualche villetta in meno, ha assicurato che il volume dell'insediamento sarà mitigato anche grazie alla consulenza di esperti architetti all'uopo incaricati. Ma è chiaro che i1 tema suggerito dal progetto contestato va molto al di 1à dell'eventuale impiego dei mimetismi con i quali si è soliti celare, alla meglio, malefatte e storture.

Il paesaggio da conservare in Toscana non è mai stato immutabile. Interventi tecnologicamente innovatori, concepiti sulla base di ponderati calcoli e argomentate prospettive, collocati seguendo canoni estetici forgiati da una coscienza storicistica delle forme e dell'ambiente, sono talvolta necessari perché una gloriosa eredità non vada in malora. Nell'attuarli la Toscana dovrebbe riuscire ad essere se stessa, la regione sobria e scarna, «splendida perché sempre sottovoce e mai a gola spiegata», che già Cesare Brandi, in un accorato Addio Toscana di trentacinque anni fa, vedeva pericolosamente assediata dai nuovi ricchi. Già allora in bilico, appunto, tra rassegnata memoria dell'antico e arrendevole disponibilità. Le manovre durano. dunque, da tempo. Probabilrnente la parte principale degli scontri si è già svolta, con alterne fortune e generosa fatica. Ora si tratta almeno di non arretrare.

«Fermare i lavori alle bocche di porto e modificare il progetto Mose, avviando opere sperimentali, graduali e reversibili contro l’acqua alta». Un rapporto durissimo quello inviato ai membri del Comitatone dal ministero per l’Ambiente. Annunciato alla riunione tecnica della settimana scorsa e ora protocollato su carta intestata. Che sarà oggi sul tavolo del preComitatone, convocato nel pomeriggio a palazzo Chigi. Il confronto-scontro prosegue, e oggi a Roma ci sarà la task force di esperti guidata dal sindaco Massimo Cacciari, con l’ingegnere idraulico dell’Università di Padova Luigi D’Alpaos. Nel primo vertice il Comune ha contestato le tesi del Magistrato alle Acque e del Consorzio. E ha proposto modifiche progettuali che ridurrebbero da subito le acque alte di 20 centimetri in attesa di certezze maggiori sull’aumento del livello del mare. Adesso a dar man forte alle tesi del Comune arriva il ministero per l’Ambiente. «Il ministero dell’Ambiente ha competenze di legge dirette sulle opere e sui programmi di salvaguardia», si legge nel rapporto della segreteria tecnica del ministro, «e condivide la proposta del Comune di Venezia di sospendere l’attuazione del progetto Mose e avviare le attività sperimentali». Una parte del rapporto è dedicata alle carenze procedurali e alla mancanza di autorizzazioni dei cantieri aperti alle bocche. La mancanza della Valutazione di impatto ambientale e la mancanza di un progetto esecutivo generale. Carenze gravi, secondo il ministero, perché «i lavori fin qui eseguiti sono stati autorizzati in modo improprio e non rispondente alla normativa vigente. Non basta, perché secondo il ministero esistono anche «difformità urbanistiche e impatti sull’ambiente, oltreché violazioni delle normative europee sulle aree Sic già contestati dall’Unione europea, che ha aperto una procedura di infrazione contro il governo italiano. Il rapporto tecnico punta infine il dito sulle «criticità irrisolte» del progetto Mose. E critica pesantemente il Corila, il Consorzio ricerca laguna «cui è stato affidato il monitoraggio dei lavori alle bocche che non prende in considerazione e non analizza gli aspetti ambientali relativi agli impatti diretti e indiretti, del progetto Mose».

Si annuncia dunque uno scontro piuttosto acceso. perché il Magistrato alle Acque e il Consorzio Venezia Nuova, con i nuovi consulenti, sono decisi a sostenere le loro tesi. E il Consorzio risponde al sindaco Cacciari, che aveva avvertito: «I veneziani sappiano che il Mose non eliminerà le acque alte, ma solo quelle eccezionali, una o due volte l’anno». «Il Mose è in grado di fermare tutte le acque alte», replica il pool di imoprese, «i 110 centimetri oggi definiti corrispondono alla quota in cui si è deciso di rialzare la città e possono essere modificati in qualsiasi momento». Una tesi però contestata dagli oppositori del Mose. Perché aumentando il numero delle chiusure aumentano anche i problemi ambientali della laguna e i danni all’economia del porto.

Oggi pomeriggio intanto secondo round tecnico nella sala verde di palazzo Chigi. «Potrebbe anche non bastare l’incontro di oggi, vedremo», dice il sindaco Cacciari, «in ogni caso finalmente ci si confronta nel merito». E il Comune annuncia nuovi studi critici e alternativi.

Il confronto «tecnico» voluto da Cacciari, in attesa del Comitatone decisivo che si dovrà svolgere entro novembre, potrebbe però trasformarsi in polemica politica. Alla riunione di oggi ha annunciato la sua presenza anche il presidente della Regione Giancarlo Galan, da sempre convinto sostenitore del progetto del Consorzio Venezia Nuova.

Quando ero piccolo, come tutti i bambini, amavo riascoltare sempre le stesse favole e tormentavo mia nonna perché si prestasse alla insistente richiesta. Non sempre venivo esaudito perché quando era troppo stufa dell´abituale «c´era una volta...», se ne usciva con una specie di cantilena, assai popolare a Venezia, sua città d´origine, che suonava così: «Questa è la storia del sior Intento/ che dura tanto tempo/ che mai no se destriga/ vusto che te la conta/ o vusto che te la diga?». La filastrocca mi è tornata alla mente, forse per la sua matrice lagunare, di fronte a un´altra storia infinita, l´ennesima rimessa in discussione del Mose, il sistema di dighe mobili, che rappresenterebbe l´unica vera misura di salvaguardia della Serenissima nel caso, niente affatto scongiurato, che si ripetesse una «acqua granda» come quella che quarant´anni orsono – il 4 novembre 1966 – rischiò di distruggere la città (vedi il servizio di Roberto Bianchin su "Repubblica" del 2 u.s.). Si tratta ormai di una vicenda grottesca, almeno per quanto riguarda il defatigante gioco dell´oca che si ripete da decenni, tendente a rinviare ogni volta alla casella di partenza il compimento dell´opera.

Ricapitolo per i lettori: nel 1973 il Parlamento vara la prima legge speciale per la salvaguardia di Venezia da future catastrofi; nel 1984 esce una seconda legge speciale che definisce la concessione al consorzio chiamato ad operare; nel 1989 il progetto preliminare del Mose è approvato; nel 1992 è la volta della terza legge speciale; nel 1994 il progetto riceve l´avallo del Consiglio superiore dei Lavori pubblici; tra il 1995 e il 1998 si esplicitano tutte le procedure di valutazione dell´impatto ambientale. Fra l´altro, di fronte alla complessità del tema, il giudizio venne rimesso ad un comitato internazionale di esperti scelti tra le più prestigiose università del mondo e il verdetto fu ancora una volta favorevole al Mose. Comunque durante il lunghissimo iter si sono succeduti studi, sperimentazioni, confronti tra ipotesi diverse, verifiche, ricorsi e approvazioni istituzionali. Infine nell´aprile del 2003 i lavori partirono con tutti i crismi.

Dopo tre anni e mezzo più di un quarto del progetto è stato completato. Settecento lavoratori, destinati al raddoppio, vi sono impegnati.

L´occupazione indiretta è di quattro volte tanto. I cantieri stanno procedendo alle tre bocche di porto. 40 imbarcazioni di appoggio sono operative. È già stata realizzata un´isola artificiale che servirà da struttura intermedia, ai lati sono in costruzione le strutture profonde destinate ad alloggiare le paratoie. La costa è stata ridisegnata con la costruzione di due porti per il ricovero e il transito delle piccole imbarcazioni nei momenti di chiusura delle dighe. Già ampiamente perfezionata è la grande conca di navigazione che consentirà il passaggio di grandi navi anche quando le paratoie del Mose fossero alzate per l´acqua alta. Ampi tratti dei fondali sono stati rafforzati. Il costo dell´impianto e delle opere connesse è previsto a «prezzo chiuso» in 4 miliardi 271 milioni di euro. Di questi è già stato speso circa 1 miliardo. Fra sei anni, a fine lavori, Venezia non solo sarà al sicuro dai disastri tipo New Orleans ma anche dalle acque alte di livello medio-alto che con sempre maggiore frequenza la invadono. Ma tra il dire e il fare, in questo caso, non c´è di mezzo il mare ma la ragion politica. Le pressioni dell´ambientalismo radicale, la stimabile preoccupazione di non sbagliare e, forse, l´idea che i finanziamenti potrebbero venire meglio impiegati per opere di immediata resa hanno suggerito al sindaco Cacciari di riproporre, malgrado l´avanzamento dei lavori, ben 11 progetti alternativi. Il governo li ha sottoposti a tutte le strutture tecniche ministeriali.

Quasi tutti i pareri espressi finora confermano che nessuna alternativa meglio del Mose assicurerebbe Venezia dalle inondazioni catastrofiche e dalle acque più alte. Però non basta e si profila un prosieguo di istruttoria.

Sarebbe, peraltro, opportuno chiedersi per quale motivo il Paese dovrebbe accollarsi il pesante onere finanziario della salvaguardia, una volta negata la realtà della minaccia che grava su Venezia. Ma quel che soprattutto mi sfugge è perché gli ambientalisti con i quali spesso concordo (ho scritto per primo contro il ponte di Messina) in questo caso manifestino tanta avversione: il Mose è un´opera di prevenzione; si basa sul principio di precauzione; è concepita a scomparsa sott´acqua per non offendere il paesaggio. Risponde cioè a valori ambientalistici fondamentali. E allora perché no?

Postilla

"Tutto è già stato detto, ma siccome nessuno ascolta, bisogna sempre ricominciare" A.Gide. E allora rinviamo chi vuol conoscere a una lettura dei documenti pubblicati nella cartella dedicata al MoSE. Il guaio è che sono più quelli che leggono Pirani di quelli che frequentano i siti dove si dicono le cose, e si producono i documenti, che non piacciono al Consorzio Venezia Nuova.

Riccardo Martinotti, Millennium: discussione in Provincia

Nei vari interventi succedutisi durante la convocazione del Consiglio provinciale di Torino indetto il 22 settembre 2006 per discutere il progetto Millennium Canavese, le stantie retoriche sulle opportunità economiche e opache argomentazioni sulla reale utilità del parco a tema esternate dai sindaci di Albiano e Ivrea non sono minimamente riuscite ad offuscare le brillanti esposizioni del sindaco di Settimo Rottaro e quelle dei rappresentanti delle Associazioni ambientaliste che con efficacia hanno illustrato invece le gravi implicazioni ambientali del progetto. La cordata politico-ingegneristico-imprenditoriale può avere dimestichezza sui vari budget, sui finanziamenti occorrenti (chi paga? pantalone) sulle mirabili (per loro) implicazioni sull’economia locale che permettono all’artigiano alimentare di dare più visibilità al suo cotechino (sic!), sulla capacità perversa di strumentalizzare la disoccupazione usandola, adoperandola nel vero senso della parola per aggrapparsi con le unghie e con i denti ad un avallo dell’opera che spera in cuor suo di ottenere. Si tratta però di argomentazioni fruste, fritte, performance oratorie poco pregnanti e scarsamente convincenti che atterrano nel solito pantano dello sviluppo a oltranza e nel buio tunnel della pseudocultura che abilmente il sindaco di Settimo Rottaro ha progressivamente smontato. Egli ha parlato saggiamente del tesoro naturalistico e geologico del Canavesano, sollevando quindi dubbi sul traffico, sull’inquinamento e lo smaltimento dei rifiuti, sull’adeguamento delle infrastrutture legate al progetto Mediapolis che sconvolgerebbero un territorio ancora intatto che va tutelato dallo sviluppo fine a se stesso che peggiorerebbe la qualità della vita degli abitanti della zona.

Analogamente e con molta competenza gli ambientalisti hanno richiamato l’attenzione sulle problematiche riguardanti l’esondazione della Dora Baltea e la ricarica delle falde idriche sui terreni che andrebbero sacrificati per il Millennium Park, terreni di prima classe e quindi sicuramente perchè i più fertili. Argomenti chiave che le forze politiche ed imprenditoriali non si sono degnate minimamente di sfiorare nei loro discorsi. Un aspetto importante che le associazioni ambientaliste hanno inoltre trattato, ma che mai viene messo in discussione, è quello del modello economico perdente o del modello culturale superato rappresentato dal parco a tema in questo decennio, perchè tale progetto è vecchio di almeno vent’anni e quindi non più proponibile in quanto ancor prima di nascere rischia solo di essere una grande scatola vuota o poco più di una superdiscoteca.

L’idea del progetto Mediapolis è nata nel 1998: quanto è costato quindi fino ad oggi, sia che parta o non parta, si chiede legittimamente il sindaco di Caravino con molto buon senso.

Purtroppo stride l’affermazione del sindaco di Ivrea che in barba a tutto e a tutti, superando qualsiasi ostacolo di natura ambientale o finanziaria sostiene che in fondo anche per il castello di Masino o la Basilica di Superga già allora una collina era stata spianata... Come dire che si può proseguire senza preoccuparsi troppo. Ma il castello di Masino e la Basilica di Superga sono strutture architettoniche, vere opere d’arte costruite in coincidenza di precise circostanze storiche, preziose eredità che hanno contribuito a far conoscere Torino e il Piemonte. Il parco a tema si rivelerebbe un ennesimo obbrobrio fin da subito.

Nell’ascoltare non sapevo se ridere o piangere. Soprattutto mi montava la rabbia per il silenzio assordante di alcuni politici o degli imprenditori sullo stato dell’ambiente, significativo esempio di un paese malandato, l’Italia, ormai alla frutta, incapace da sempre di gestire risorse ambientali che non meriterebbe, abile nello sperperare denaro pubblico riciclando lacune del passato mai tamponate che diventano carte vincenti per assicurarsi il potere; quel potere che soffoca una zolla di terra, copre un raggio di sole, avvelena un bicchier d’acqua e frusta le speranze del cittadino onesto.



Il Documento delle Associazioni Ambientaliste



Riportiamo il documento diffuso da FAI (Fondo Ambiente Italiano), Italia Nostra Piemonte e Valle d’Aosta, Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta, Pro Natura Torino, WWF Piemonte e Valle d’Aosta dopo il Consiglio aperto della Provincia di Torino.

Finalmente il Consiglio Provinciale di Torino si è aperto, seppure tardivamente, alle richieste delle associazioni ambientaliste di portare in aula il dibattito relativo al progetto Mediapolis di Albiano. Molti interventi hanno stigmatizzato la mancanza di dibattito politico su un progetto di tale portata che se realizzato connoterà in maniera irreversibile la serra morenica del Canavese.

Le associazioni ambientaliste sino dal 2001 hanno rivolto pesanti e puntuali critiche rispetto alla scelta di localizzazione territoriale di questo parco divertimenti e commercio che andrebbe ad occupare 60 ettari di territorio inedificato. Le principali critiche riguardano:

• le caratteristiche idrogeologiche dell’area di insediamento: area di esondazione della Dora Baltea e di ricarica delle falde. Le mappe di rischio regionali classificano tale area in classe terza, ossia inedificate ed inedificabili;

• fabbisogno idrico; si attinge alle stesse falde (già esigue) utilizzate dai comuni limitrofi;

• tutela del paesaggio; messa a rischio di un insieme ambientale unico in Europa; qualità dei terreni, si tratta di terreni agricoli di prima classe.

Le stesse ragioni portarono la Commissione Tecnico Urbanistica della Regione Piemonte a bocciare questo progetto.

Ma ancora oggi, a distanza di ben otto anni dalla presentazione del progetto, manca sia una seria valutazione di impatto ambientale che una valutazione approfondita e credibile degli aspetti economici ed occupazionali.

L’amministratore delegato di Mediapolis, Porcellini, invece di chiarire finalmente il progetto con dati e analisi economiche fondate, ha presentato un caso di realizzazione in Francia di un parco a tema, nato venti anni fa con un finanziamento pubblico rilevantissimo di 288 milioni di euro.

Tra gli interventi succedutesi nella mattinata quelli di due sindaci della Comunità Collinare del lago di Viverone hanno espresso fondate preoccupazioni sia sul piano economico che dell’impatto ambientale e sociale, chiedendo precise garanzie.

Mediapolis resta, secondo FAI, Italia Nostra, Legambiente, Pro Natura e WWF, un progetto apparentemente suggestivo perché scarsamente analizzato, soprattutto sotto il profilo della convenienza economica collettiva e della compatibilità con le linee strategiche evolutive, dello specifico territorio canavesano.

Difficile sostenere che tre Centri commerciali rappresentino un investimento innovativo e foriero di progressivo sviluppo, oltretutto senza alcuna garanzia effettiva di completamento!

La situazione esposta e le prospettive di sostanziale incertezza che ne emergono impongono a giudizio delle Associazioni ambientaliste due adempimenti decisivi per la valutazione del progetto: in primo luogo una seria valutazione di impatto ambientale; in secondo luogo la conoscenza di un preciso programma di esecuzione delle operepreviste (alcuni delle quali ancora molto indefinite), accompagnato dalle opportunegaranzie economiche e una aggiornata valutazione delle risorse private epubbliche previste, onde valutarne urgenza ed opportunità, prima di sottoscriverel’Accordo di Programma.

Nota: per le altre notizie sul progetto si può iniziare a risalire da QUI oppure scorrere l'elenco di questa cartella SOS Padania (f.b.)

Il convegno Monticchiello, Italia: il paesaggio italiano di sabato 28 ottobre scorso si è concluso nei fatti con una richiesta unanime: la Regione Toscana rediga, al più presto stavolta, il suo Piano paesistico in modo dettagliato, approfondito e impegnativo, secondo quanto prescrive il Codice dei Beni culturali e del paesaggio. Per questo l’intervista del ministro Francesco Rutelli sui problemi del suo Ministero trova concordi FAI, WWF, Legambiente, Comitato per la Bellezza, Ass. Bianchi Bandinelli, associazioni promotrici del convegno di Monticchiello, nel sottolineare la indispensabilità e l’urgenza dell’adozione del Piano paesistico regionale: per la Toscana – che il ministro considera, in tal senso, un laboratorio – e per tutte le regioni italiane.

Le Associazioni chiedono che ministro e Ministero vigilino affinché non abbia a ripetersi l’esperienza successiva alla legge Galasso del 1985 allorché numerose Regioni non rispettarono i tempi dettati dalla legge medesima e, di fatto, non vollero redigere né tantomeno approvare i piani previsti. Occorre però rammentare che fino al 1° maggio 2008, termine ultimativo per l’adeguamento della pianificazione paesaggistica regionale alle disposizioni del Codice quanto a contenuti, efficacie, ambito di riferimento, le Soprintendenze possono ancora “annullare” (per motivi non soltanto di legittimità, ma anche di merito) le autorizzazioni paesaggistiche già rilasciate sia dalle Regioni, che dai sub-delegati Comuni.

Il Codice dei Beni culturali ammetterà infatti la sub-delega ai Comuni soltanto quando i Piani paesaggistici regionali saranno stati formati d’intesa con il Ministero per i Beni e le attività culturali e con il Ministero per la Tutela dell’ambiente e del territorio, e gli strumenti urbanistici comunali saranno stati adeguati a tali piani paesaggistici.

Giusto perciò il rilievo dell’on. Rutelli sulla necessità di una stretta cooperazione fra Regioni e Soprintendenze affinché si evitino preventivamente altri scempi ad un paesaggio e a centri storici purtroppo sempre più feriti dalla febbre edilizia in corso. Ma, ai sensi del Codice dei Beni Culturali, resta a tutt’oggi intatta la competenza sia del Ministero per i Beni e le attività culturali che della Regione di ordinare la sospensione di qualsiasi lavoro iniziato su qualsiasi immobile, anche non previamente “vincolato”, che sia “capace di recare pregiudizio al paesaggio”.

Su quanto è ancora in costruzione, a Monticchiello, in numerose altre località della Toscana e nel resto d’Italia deve quindi rimanere ben fermo l’impegno ad una penetrante valutazione della congruità degli edifici, non solo ai permessi a costruire, ma comunque ai valori paesaggistici da salvaguardare e quindi all’assunzione di provvedimenti conseguenti.

Al ministro Rutelli e al Ministero chiediamo inoltre di vigilare seriamente sulla costituzione entro il 31 dicembre prossimo delle commissioni sovracomunali o di ambito provinciale previste dal Codice Urbani-Buttiglione (a tutt’oggi non avvenuta), nonché di esercitare con forza gli altri poteri che il Codice dei Beni culturali e del paesaggio attribuisce al Ministero prima, durante e dopo la formazione dei Piani paesaggistici regionali.

Alberto Annicchiarico,Ikea raddoppia entro il 2010 e sbarca in Sicilia, Il Sole 24 Ore, 19 settembre 2006

Il signor Ikea, con la sua passione per brugole e viti, si sa, non è tipo da accontentarsi facilmente. Così se il fatturato italiano 2006 sale a 1,1 miliardi, in crescita del 24,3% e, quindi, fa anche meglio del +17% delle vendite in tutto il mondo (a 17,3 miliardi di euro), la multinazionale svedese dell'arredamento intende rafforzare a breve e medio termine la presa sul Belpaese. Il nostro mercato è maturo, ma ancora tra i più redditizi.

I mega-negozi gialli e blu che dai primi anni '90 hanno iniziato a popolare le periferie della grandi città, sono destinati a moltiplicarsi rapidamente. Di fatto è previsto un raddoppio, da 4.476 a 8.665 dipendenti, di qui al 2010, con otto nuovi punti vendita (Ancona-Camerano già a fine mese), compresa la relocation di Milano-Corsico, che diventerà il centro più grande d'Italia e tra maggiori in Europa. Nel Sud Napoli ha fatto da apripista nel 2004, a Bari l'inaugurazione è fissata per la metà di febbraio 2007. In gestazione, poi, ci sono Salerno e, tornando a Nord, Trieste e Parma. Spicca lo sbarco in Sicilia, con l'avvio del cantiere a dicembre e l'apertura entro il 2007 a Catania. Seguirà Palermo. Ancona e a Bari, intanto, si aggiungeranno agli 11 negozi già esistenti, e nel 2006-7 saranno creati circa mille nuovi posti di lavoro. Italia, insomma, al centro dei piani di espansione, alla pari di Giappone, Russia, Cina e Turchia. Dodici gli Ikea store aperti nel mondo negli ultimi sei mesi (il totale è di 237 in 34 Paesi) e altri 19 entro il 2007.

Il colosso fondato da Ingvar Kamprad nel 1943, diventato un brand mondiale di culto grazie alla formula del design alla portata di tutti, resterà solidamente ancorato al suo modello di crescita. Non sono alle viste acquisizioni né quotazioni in Borsa. «Il nostro core business - spiega al Sole24Ore.com l'amministratore delegato di Ikea Italia Retail, Roberto Monti, 45 anni - è e rimane l'home furnishing. Non abbiamo intenzione di ampliare il perimetro delle nostre attività, piuttosto opteremo per una copertura geografica sempre migliore attraverso i nuovi punti vendita. Il Giappone è un esempio in questo senso: è un mercato enorme, abbiamo inaugurato il primo negozio a Tokio in aprile». Manco a dirlo, è già un successo. «Le cose, in effetti, vanno già molto bene, questa settimana se ne aggiungerà un altro e contiamo di andare oltre la capitale. Lo stesso vale per Cina e Russia, senza dimenticare i paesi occidentali. Tra i paesi in fase di maggiore di sviluppo ci sono proprio l'Italia, che è il mercato a maggior crescita tra quelli consolidati, poi la Francia, gli Stati Uniti e, naturalmente, la Germania. Quanto alla Borsa, non è compatibile con la nostra filosofia di bassi margini uniti a forti economie di scala ed efficienza di gestione».

Tra i segreti della crescita in Italia, dove Ikea ha il 5,1% della quota di mercato, c'è, ovviamente, l'allargamento della base della clientela. È l'andamento a doppia cifra a sorprendere ancora. «Mantengono un andamento molto positivo del +10-15% - dice Monti - anche i punti vendita aperti da dieci o quindici anni. Un peso fondamentale ce l'ha la politica dei prezzi che serve a non perdere i clienti più fedeli e a portarne di nuovi». Fatto 100 nel 1994, l'indice dei prezzi al consumo, secondo i dati della società, arriverà a 134,4 nel 2007 contro l'88,5 del catalogo Ikea. Nel settembre 2005 la riduzione media dei prodotti è stata del 5,3% con investimenti per 57 milioni di euro. A settembre 2006 la politica di tagli al listino continua: -2% con un investimento di circa 23 milioni. «Il ceto medio ha sempre più bisogno di contare su un'offerta di arredamento adatta a mezzi economici più limitati, ma è anche vero che cambia l'attitudine dei consumatori (il 43% degli italiani che visitano Ikea è laureato, età media 40 anni, il 72% ha una casa di proprietà, ndr): oggi si lega meno il valore del marchio al costo del prodotto».

Tra le novità in vista, seppure in embrione, l'arrivo dei prebbricati BoKlok (circa 70 metri ad appartamento, si monta in un giorno, costo intorno ai 40mila euro) già inseriti in programmi di edilizia sociale in Scandinavia e in fase di consolidamento anche un primo esperimento in Gran Bretagna. «Non intendiamo correre - precisa Monti - BoKlok è un progetto prematuro per l'Italia. Abbiamo però accertato che l'interesse per abitazioni alternative c'è. Anche in questo caso l'Italia è tra i Paesi più interessanti: è ancora troppo bassa l'offerta di case di qualità a prezzi accessibili».

Il sito Infocommercio nella sua newsletter dell’ottobre 2006 precisa che:

La svedese Ikea, con la multinazionale delle costruzioni SkanSka, propone nel suo catalogo anche case prefabbricate (palazzine fino a 4 piani con appartamenti e villette) a prezzi varanti da 25.000 euro a 45.000 con il nome BoKlok (in svedese, “vivere in modo ecocompatibile”). All’interno di ogni appartamento una o due camere da letto, cucina arredata, bagno con doccia e ripostiglio. La costruzione/assemblaggio viene realizzata da operai specializzati in meno di un mese. Nel 2007 verrà costruito a Glasgow in Scozia un intero quartiere “povero” BoKlok.

[per inciso, si tratta di un intervento concordato con il locale Housing Council per la zona di Drumchapel: vedi l'ultimo articolo di questa rassegna]

Dal sito Boklokhttp://www.boklok.com/

L’idea generale

BoKlok offre buone case a basso prezzo per tutti. Abitazioni di alta qualità e ben progettate. Le case BoKlok sono uniche, per forma e funzione. Sono abitazioni smart, adatte ai bisogni quotidiani della famiglia moderna. Il nostro marchio di fabbrica sono ampi spazi interni luminosi con alti soffitti. E anche piccole zone residenziali ben concepite dove si conoscono i vicini e ci si sente tranquilli e sicuri.

Terreni

Per realizzare la nostra idea di bassi prezzi, non cerchiamo spazi nelle zone più esclusive. D’altra parte, sono indispensabili buoni accessi a comunicazioni e servizi. L’acquisizione delle aree si attua attraverso i nostri agenti nei rispettivi bacini geografici di mercato.

Caratteristiche dei luoghi [esempio dal caso Gran Bretagna]

BoKlok cerca di realizzare nuove abitazioni in tutta la Gran Bretagna. Siamo particolarmente interessati a localizzare i nostri interventi nelle zone della Grande Londra, in Kent, Surrey, Sussex, Hampshire, Yorkshire, Teeside, Tyneside e Scozia Centrale.

La linea di prodotti Boklok attualmente offre abitazioni nei formati di blocchi ad appartamenti da sei alloggi in su. Ciò premesso, siamo alla ricerca di aree adatte alla costruzione di complessi da 12 a 100 alloggi.

Prendiamo in considerazione aree sia già destinate dai piani che prive di destinazione, sia zone per case economiche che terreni disponibili sul libero mercato.

Abbiamo una buona disponibilità di risorse e possiamo agire rapidamente per quanto riguarda l’acquisto dei terreni.

Il prodotto BoKlok è particolarmente adatto a zone di proprietà degli organismi pubblici, dove l’edificazione può contribuire a realizzare case economiche per il segmento residenziale intermedio.

Prodotti

Gli edifici ad appartamentiBoKlok sono il massimo in quanto a sensazione di abitabilità, circondati da prati, alberi da frutto e arbusti. Gli appartamenti offrono soluzioni a pianta libera con alti soffitti e ampie finestre, spazio e luminosità.

La Villa BoKlok è di moderna progettazione, con due possibilità di facciata. Il pianterreno su 92 mq è a pianta libera, con zona notte a tre stanze. Il livello superiore è fornito non terminato.

Le case BoKlok sono progettate per dare la sensazione di abitare in una casa davvero propria. I complessi sono di pochi piani, con un numero di isolati contenuto. A completare il senso di comunità e l’ambiente sicuro, i cortili interni e gli spazi verdi con panchine e alberi da frutto.

Gli interni sono progettati accuratamente con una pianta aperta flessibile, alti soffitti e ampie finestre, che conferiscono agli appartamenti un carattere arioso e contemporaneo.

Il nostro cliente

BoKlok mira a rivolgersi a un pubblico più vasto possibile, nella fascia di reddito media e leggermente inferiore alla media.

Il nostro cliente sarà:

- il piccolo nucleo familiare

- la famiglia di lavoratori dipendenti con un reddito medio di circa 20.000-45.000 € l’anno

- persone che non possono accedere alle abitazioni sociali

- acquirenti della prima casa

- persone attualmente allontanate per motivi di prezzi, saturazione di proprietà, orientamento all’affitto, dalla zona scelta

E, per concludere, un estratto da un bollettino locale di Glasgow dell'anno scorso, che riassume l'ottima strategia di penetrazione del prodotto

(red.) Un nuovo quartiere, Drumchapel (bollettino locale dell’omonimo sobborgo di Glasgow), ottobre 2005 – http://www.drumchapel.org - Titolo originale: New Neighbourhood

Il consiglio comunale di Glasgow ha scelto il gruppo per il recupero di una superficie di 50 ettari a Drumchapel

Il consorzio vincente - New City Vision – è composto dai costruttori Bishopsloch, Cannon Kirk Homes e Laing O’Rourke.

Il progetti per Drumchapel riguardano la trasformazione di otto aree industriali dismesse. In un arco di cinque anni, saranno costruite 1.208 case per famiglie, e insieme negozi di quartiere, strade, percorsi pedonali, illuminazione, spazi verdi. Il presidente del consiglio municipale Steven Purcell, ha dichiarato: “Drumchapel si è davvero trasformata molto negli anni recenti, con nuove abitazioni, spazi per il tempo libero, verde, scuole e sport.

“Ma sappiamo ceh c’è ancora molto da fare.

“Questo nuovo intervento porterà veri vantaggi alla zona. Le nuove case contribuiranno ad attirare persne a vivere a Drumchapel assicurando un futuro da comunità vitale. Non si tratta semplicemente di nuove abitazioni: ne verranno anche posti di lavoro e occasioni di formazione professionale. É un processo di rinnovamento sociale, inserito in un programma che sto promuovendo in tutta Glasgow”.

Il consorzio ha anche precisato che collaborerà con IKEA, il produttore svedese di arredamenti, per realizzare case sperimentali standard in una parte dell’intervento. Anche la Royal Strathclyde Blindcraft Industries fornirà il 20% dei componenti del complesso, prodotti industrialmente altrove.

Il progetto, secondo le linee stabilite dal Consiglio municipale, deve essere un piano di realizzazione con priorità all’acquisto da parte di chi è in cerca di prima casa, e lavoratori nei settori chiave dei servizi. Altri importanti elementi del contratto fissati dall’amministrazione sono che il consorzio vincente dovrà collaborare con la Drumchapel Opportunities, agenzia di sviluppo locale, per gestire un processo di formazione e garantire posti di lavoro agli abitanti.

Il consorzio è andato anche oltre, impegnandosi a lavorare con l’impresa locale Blindcraft, creando altri 40 posti di formazione-lavoro e istituendo una propria agenzia di collocamento collegata alla Drumchapel Opportunities per dare lavoro sia nei cantieri che nei servizi di mensa istituiti per i lavoratori.

New City Vision ha dichiarato che una volta portato a termine il progetto, sarà messo a disposizione un fondo comune di un milione di sterline per contribuire alla manutenzione da parte degli abitanti.

Il consigliere Hanzala Malik, responsabile del Development and Regeneration Services Committee, ha dichiarato: “Questo programma di rigenerazione cambierà radicalmente l’aspetto di Drumchapel portando vantaggi economici e sociali alla comunità locale. Offrirà anche alle famiglie un’occasione per un salto qualitativo in termini di abitazione, con un’offerta che va dalle case economiche a quelle per il ceto medio superiore.

“Il Consiglio ha stabilito che l’impresa costruttrice prescelta deve creare posti di lavoro locali e formazione professionale. Siamo lieti di annunciare che la cosa durerà sia nel periodo di cinque anni della costruzione, che in un programma successivo”.

Le linee del Consiglio hanno espressamente richiesto che i progetti rappresentino un caso eccezionale di qualità, con ampia scelta di tipologie, ad assicurare a Glasgow un suburbio attraente, desiderabile e sostenibile. […]

Nota: è sorprendente - fatti i necessari aggiornamenti - la stretta analogia fra la proposta BoKlok, e il suburbio preconfezionato anni '50 alla Levittown; estratti e traduzioni dal sito BoKlok sono miei (f.b.)

“Questa nostra terra dove ogni valle e ogni cima ha un nome di famiglia: dove sono nati e dove sono morti i nostri cari, e dove hanno vissuto, che è lo stesso, i poeti e gli artisti dai quali è stata illuminata la nostra anima: dove a scavar le colline ci si accorge che sono tombe, sulle quali noi siamo cresciuti senza che mai si sia rotto nei millenni il filo della parentela con quei sepolti”

Piero Calamandrei in una lettera a Pietro Pancrazi, 24 giugno 1941

In Italia ci stiamo giocando, in pochi anni, il paesaggio, anzi i paesaggi, a colpi di ruspa e di cemento, di villettopoli, di seconde e terze case. Mentre mancano alloggi per la nuova immigrazione essendo l’edilizia economica precipitata al 4 per cento del totale.

Il caso-Monticchiello non è il solo ad appannare fortemente l’immagine di una Toscana Felix. Nei dintorni di Firenze come nell’Aretino e nello stesso Senese (per non parlare della Maremma e dell’Argentario) l’edilizia va a tutto spiano. Il problema, ormai drammatico, è nazionale, anche se nella luminosa e conservata (fino a ieri) Toscana diventa un pugno nell’occhio.

L’edilizia ha tirato moltissimo (ed è quasi tutta di mercato) in anni di crisi o di stagnazione industriale. Negli ultimi sei anni gli investimenti nazionali nella sola edilizia residenziale sono balzati da 58 a oltre 71 miliardi di euro (+23 per cento).

I permessi di costruzione galoppano. Specie in Veneto, Emilia-Romagna e Lombardia (nella sola Vigevano mille cantieri aperti). La Toscana si pone a metà classifica con permessi, nel 2002, per 41.000 nuove stanze. Per l’intera Italia sono oltre 800.000 stanze. Pochissime di edilizia economica e popolare.

E la corsa continua: nel primo semestre di quest’anno le costruzioni, già in crescita, segnano altri aumenti, del 3,1-3,2 per cento sull’anno precedente. Una autentica “febbre” che ha portato il comparto dal livello 100 del 2000 al livello 129 dell’anno in corso. Nel decennio 1992-2002 sono volati come stracci gli sfratti e le compravendite di case hanno toccato un picco del 62 per cento. Il tutto con una popolazione nazionale (e regionale toscana) che invece cresce pochissimo e quel pochissimo soltanto in forza dell’immigrazione. Per la quale non c’è però offerta edilizia, ma soprattutto bassa speculazione.

Cemento: siamo i primi produttori d’Europa con 800 Kg per abitante contro i 350 Kg della Germania e della Francia. Anche le cave stanno divorando mezza Italia.

Il dramma del paesaggio veneto. Il Veneto registra il più elevato numero di permessi di costruzione e una produzione di cemento che è balzata da 3 a 5 milioni di tonnellate in vent’anni, oltre 1.000 Kg a testa contro gli 800 della media nazionale. Infatti la collina di Comisso, di Piovene, di Parise è ormai costellata di ville e villette, fabbriche e fabbrichette. Anche in Emilia-Romagna l’“invasione” è di tipo barbarico, allarmante. La stessa verde Umbria registra episodi sempre più diffusi e visibili di cementificazione.

Dato di fondo: la speculazione sale sempre più dal mare all’interno collinare. Il fenomeno dunque sta portandosi dalle coste, ormai largamente compromesse, o in pericolo mortale (basta viaggiare sull’Aurelia), fin sulla dorsale appenninica e pre-appenninica “mangiando” altri suoli liberi, erodendo altri paesaggi intoccati. Anche nell’Umbria interna stanno succedendo cose gravi o gravissime, ai bordi di centri storici intatti e di gran pregio.

Il consumo di suoli liberi prosegue incessante: dai 30 milioni di ettari del 1951 siamo scesi in mezzo secolo a meno di 19 milioni di ettari non urbanizzati né infrastrutturati. In mezzo secolo ci siamo mangiati un terzo della superficie totale del Paese. In Toscana l’erosione di suoli liberi è minore e però a livelli allarmanti: da 1.776.563 ettari del 1990 si è scesi a 1.495.329 del 2003, cioè con 281.234 ettari cementificati e/o asfaltati (-15,8 per cento). I quali rappresentano un decimo dell’intero territorio toscano, in tredici anni. Con una sensibile accelerazione negli ultimi anni. C’è una legge regionale in proposito, ma il trend di consumo del suolo è allarmante.

Per contro molti borghi storici sono desolatamente svuotati e fuori le mura si alzano case e casoni (per es. a Montemerano in Maremma). Una indagine di Censis e Ance calcola che il patrimonio di edifici esistenti in Italia costruiti prima del 1919 ammonta a 4.745.270 abitazioni (17,9 per cento del totale delle abitazioni esistenti) delle quali quasi il 19 per cento è in cattive condizioni. Quindi vi sono abitazioni antiche o vecchie da risanare pari ad un milione circa di unità. In qualche caso interviene un grosso speculatore che si prende il borgo intero e ne fa, più o meno, quello che vuole: come sta succedendo a Castelluccio di Norcia. In altri, rari, casi si fanno buoni recuperi.

Chi dovrebbe contrastare, regolare, disciplinare fenomeni tanto dirompenti che stanno dissipando l’ultima nostra risorsa, cioè il paesaggio interno? Le Soprintendenze che però hanno scarsi mezzi, pochi tecnici e poteri indeboliti dal Codice Urbani, ma pure quei poteri residui li usano scarsamente. Con gravi responsabilità. Le Regioni le quali però, in maggioranza, hanno preferito liberarsi dell’incomodo sub-delegando “democraticamente” alla bisogna i Comuni divenuti così i controllori di se stessi. Eppure l’articolo 9 della Costituzione (quella vera) parla chiaro: “la Repubblica tutela il paesaggio”, cioè Stato, Regioni, Enti locali, insieme, con un ruolo preminente dello Stato e delle Regioni ribadito da leggi e sentenze della Corte costituzionale.

Ma la Regione Toscana, per bocca del suo presidente Claudio Martini, insiste nell’assegnare soprattutto ai Comuni il ruolo di tutori del paesaggio. Quasi che lo stesso fosse un fatto municipale e non nazionale.

Come possono i Comuni fronteggiare validamente un fenomeno di cui abbiamo appena descritto la dirompenza economico-finanziaria? Oltre tutto, in anni di economia stagnante, questa “febbre” edilizia ha finito per surrogare altre attività, e per portare parecchi denari nelle esauste casse comunali. Lo riconosce per primo lo stesso Martini.

Come pretendere, allora, dai soli Comuni la salvaguardia del territorio e del paesaggio se l’edilizia porta loro tanti benefici immediati? Il Titolo V della Costituzione del 2001 (improvviso e affrettato pasticcio di fine legislatura) prevede, è vero, che Stato, Regioni, Enti locali siano “equiordinati”, cioè che ciascuno possa interferire negli atti dell’altro.

Ma è soprattutto in Toscana che si sostiene in modo esasperato questa “equiordinazione”. In altre regioni si è legiferato dopo il Titolo V mantenendo alcuni valori gerarchici (ad esempio, la Provincia sui Comuni). Di recente poi, con la sentenza n.186, la Corte costituzionale è intervenuta a ribadire la sovraordinazione nella attività pianificatoria della Regione sulle Province e di queste ultime sui Comuni. Essa va rispettata, anche per ragioni funzionali.

Di fronte al caso-Monticchiello, ai diffusi segnali di manomissione paesaggistica anche all’interno della Toscana, deve partire una riflessione che porti a posizioni meno sbilanciate e più sagge. Il Codice dei beni culturali prescrive alle Regioni di redigere piani paesaggistici adeguati. La Corte costituzionale ha stabilito che tali piani devono essere formati dalla Regione e riguardare l’intero territorio regionale.

E’ disposta la Regione Toscana a dare all’intero Paese un forte segnale positivo impegnandosi qui e subito alla redazione di un piano paesistico approfondito, dettagliato, rispettoso del grande patrimonio paesaggistico regionale? Come sta facendo la Regione Sardegna (Regione, certo, a statuto speciale, con altri poteri. Qui ben usati tuttavia dal presidente Soru).

Il presidente Claudio Martini continua a sostenere che la titolarità della tutela spetta ai Comuni e, al tempo stesso, ammette che i Comuni hanno “fatto cassa” con gli oneri di urbanizzazione, cioè lasciando correre l’edilizia privata. Una contraddizione stridente in termini.

Qui l’assessore toscano Riccardo Conti ha affermato che la Regione Toscana “inserirà il Codice Urbani nel Piano di Indirizzo Territoriale” in fase di aggiornamento. Qui non si tratta di “inserire” il Codice sui beni culturali e paesistici nel PIT toscano, ma di redigere finalmente, e al più presto, assieme alle Soprintendenze, quel Piano paesistico approfondito, dettagliato, che questa Regione non volle elaborare neppure al tempo della legge Galasso ricorrendo contro di essa.

Intanto vanno avanti grandi progetti toscani di edilizia residenziale di tipo turistico (seconde case): sono stati approvati i 400 alloggi di Donoratico presso Castagneto Carducci, sono in pista altri 400 appartamenti a Bagnaia (promotore l’editore della “Nazione” Vittorio Rieffeser), incombono altre centinaia di alloggi a Fiesole (38.000 mc), a Bagno a Ripoli, a Rigutino di Arezzo. Mentre a Capalbio la lottizzazione di Poggio del Leccio, visibilissima dalle mura, sta sbregando quella collina e le gru si alzano ovunque fra Borgo Carige e Capalbio Scalo (qui si è mossa Real Estate di Pirelli), col lago di Burano che rischia seriamente l’assedio. E il catalogo toscano potrebbe continuare a lungo…

La situazione toscana è diventata preoccupante, anche se non è certamente la più grave di questo sfortunato Paese. Non siamo alla fase terminale della distruzione in atto, per non citare sempre il Sud, nel Veneto. Si può, si deve però correre (ma presto!) ai ripari. Allora il caso-Monticchiello sarà servito a invertire una tendenza, a riportare in onore, come in Sardegna, la pianificazione urbanistica e paesaggistica. Ma ci vuole una forte ed esplicita volontà politica. Ci vuole la volontà di ricostituire una virtuosa cooperazione Stato-Regioni-Autonomie locali a salvaguardia del territorio e del paesaggio, senza municipalismi anacronistici, o populistici, e senza centralismi, né statali, né regionali. Ma con la concreta possibilità di evitare e di correggere errori e speculazioni, di pianificare sulla base di un interesse generale oggi appannato e aggredito da mille interessi privati e corporativi, di ricreare nelle popolazioni l’orgoglio di una appartenenza storica, di un legame col passato che è poi patrimonio per il presente e per il futuro.

Sono d’accordo con Enrico Fierro, l’esercito non serve, è una parata inutile, uno spreco. Ha ragione Enrico Pugliese, servono maestri, non soldati. In molti sulla stampa, in questi giorni, si sono chiesti com’è stato possibile passare, in meno di dieci anni, dal rinascimento alla città che muore. Provo ad aggiungere qualche modesta riflessione. Che cosa fu il rinascimento di Napoli? Secondo me fu la speranza che demmo ai napoletani di diventare cittadini normali, abitanti di una città normale. “Sindaco, ci avete levato lo scorno dalla faccia”, dicevano in tanti quando inauguravamo scuole, parchi e biblioteche nei favolosi primi cento giorni e nei primi anni dell’amministrazione Bassolino. Simbolo del rinascimento fu la restituzione alla città di una splendente piazza del Plebiscito. “Napoli la deforme, Napoli l’incurabile, la disperata, il recinto ribollente, amarissimo del degrado. E adesso, di colpo, Napoli la rinata, Napoli la sfolgorante. La sue sterminate difficoltà sopravvivono, tutte. Ma da qualche settimana questo luogo di fastose meraviglie ritrovate sembra somigliare pochissimo alla patria dei De Lorenzo e dei Pomicino. Si intuiscono le emozioni di un riscatto non solo di superficie ma di coscienze”, così scrisse Donata Righetti su La Voce, allora diretta da Indro Montanelli, quando la piazza fu inaugurata.

Più ancora di piazza del Plebiscito, simbolo del rinascimento e della speranza fu il progetto Bagnoli. L’idea era di trasformare l’Italsider in occasione per risarcire la città degli spazi e delle qualità urbane negate da quarant’anni di uno sviluppo urbano criminale, fatto di cemento e di asfalto (le sostanze che nella coscienza nazionale definiscono l’identità di Napoli moderna). Ci volle coraggio (come ce n’era voluto per piazza del Plebiscito). Non fu facile far accettare la nostra impostazione da una cultura politica che vedeva lo sviluppo solo nella conferma di improbabili attività industriali. L’idea vinse a furor di popolo, per primi gli operai e il sindacato. Ma sono passati dieci anni dall’approvazione del progetto e della nuova Bagnoli non c’è traccia. Procede stentatamente un’operazione di bonifica che non finisce mai. La speranza è diventata uno scandalo. Da tempo ho il sospetto, forse un po’ più del sospetto, che, in effetti, il mondo politico napoletano aspetta la volta buona per rimettere tutto in discussione. Tre anni fa, la candidatura di Napoli a ospitare la Coppa America pareva fatta a posta per far saltare, impunemente o quasi, il progetto Bagnoli. Una caterva d’incompetenti, economisti, giornalisti, architetti in lista d’attesa, da allora continua a divulgare sconfortanti vacuità, a ripetere che 120 ettari di parco pubblico a Bagnoli sono un’esagerazione, che quello spazio deve essere dato subito a chi sa farlo fruttare, che il portafoglio viene prima del verde pubblico, che il comune di Napoli non può sprecare le poche risorse di cui dispone per contentare i capricci di qualche anima bella.

Perciò è morta la speranza.

Le ragioni di ciò che sta succedendo a Napoli sono complesse e sarei uno stolto se pensassi che basta rimettere mano con determinazione al progetto Bagnoli per trovare il bandolo della matassa. Bagnoli è solo un esempio. Ma serve per ricordare che a Napoli c’è stata una radicale mutazione del pensiero politico, che io non so spiegarmi. Capisco che gestire (peraltro male) l’esistente è più facile che costruire un difficile futuro e che ci si è illusi così di rischiare meno, ma mi pare una spiegazione troppo semplice. Certamente non è possibile tornare indietro e sono convinto che siano ormai indispensabili dolorosi cambiamenti, anche al vertice del potere locale, per restituire credibilmente ai napoletani la legittima aspirazione a vivere in una città normale. Senza di che non è possibile fuggire da Gomorra.

Scandalo già finito, si ricomincia: via alle 400 case di Donoratico

CASTAGNETO. Ha sudato freddo Fabio Tinti, sindaco diessino di Castagneto, ma alla fine ha incassato gli okay decisivi: prima quello della Regione col via libera della commissione territorio e ambiente presieduta da Erasmo D’Angelis, poi venerdì scorso quello della Provincia (15 voti favorevoli, 9 contrari, un astenuto) quando si è ratificato, in un’aula incandescente, l’accordo di pianificazione.

Ma sulle 417 seconde case di Marina di Castagneto elevate su 115mila metri quadrati a poche centinaia di metri dalla suggestiva pineta dei vip si è consumata una battaglia politica senza precedenti. Con la destra infuriata («Monticchiello non ha insegnato nulla» ha tuonato la Casa delle Libertà da Firenze), gli ambientalisti allibiti, Rifondazione sul piede di guerra e più di un mal di pancia forte anche in seno alla Quercia.

Ora, su una vicenda che ha arrovellato l’estate degli amministratori di quello che fino a poco tempo fa era ritenuto un Comune-modello (dove comunisti e popolari andavano d’amore e d’accordo), si è scritta la parola fine. Gli alloggi (tipologia 50 mq) delle lottizzazioni Olmaia, Stella 1 e Stella 2 si faranno, seppur da Firenze arrivino raccomandazioni sull’impatto dell’intervento, sulla risorsa idrica e la necessità di azioni di risparmio energetico.

L’incognita acqua e fognature è quella che pesa di più sulla più grande operazione edilizia a Donoratico negli ultimi dieci anni. E non lo dicono solo Verdi e Legambiente. Già l’Asa Spa, l’azienda che gestisce la rete idrica nei comuni dell’Ato 5, nell’iter autorizzativo aveva condizionato l’esito della lottizzazione alla realizzazione di almeno 3 nuovi pozzi. Compito non facile in un territorio a vocazione agricola dove ci si scontra con la massiccia presenza di nitrati nei terreni.

Oggi il nuovo piano strutturale recepisce il problema: si calcola nel periodo di punta un consumo di 85,1 litri al secondo di fronte ad una disponibilità di 87. Ma il piano di ambito prevede un fabbisogno di qualità di 103 litri in vista proprio delle nuove costruzioni. Poi c’è la grana di un depuratore tarato per 50mila persone che rischia il collasso se nuovo cemento, e nuovi residenti, appesantiranno il fragile equilibrio di un ecosistema a rischio.

Fabio Tinti non ha mai nascosto che il via libera alla megalottizzazione di Marina sia il frutto di «una scelta sofferta». Ma ha difeso fino in fondo il lavoro della sua giunta e dei precedenti amministratori. Forte di aver imposto - ricorda - l’obbligo ai lottizzanti di mettere in sicurezza il fosso dei Molini, che corre a fianco dei nuovi alloggi, azzerando così i limiti di un’area soggetta alla legge Sarno. E forte della convenzione che verrà sottoscritta coi costruttori e che prevede la destinazione a Palazzo civico di 9 appartamenti per fronteggiare le nuove emergenze abitative.

Poco, però, per placare l’ondata di polemiche che ha visto tra i contestatori anche il vulcanico conte Gaddo Della Gherardesca il quale, dopo la crociata ambientalista contro l’autostrada Tirrenica, non ha risparmiato nuove accuse.

Tinti &c hanno sempre replicato punto su punto alle critiche, forti del sostegno che gli assessori Conti e Bartoli hanno sempre garantito. Ma proprio Regione e Provincia - insieme col Comune di Castagneto - sono finite nel tritacarne delle opposizioni che le hanno accusato di aver firmato l’accordo di pianificazione perché a suo tempo Castagneto è stato inadempiente col piano strutturale. Ed oggi c’è chi fa notare che lo stesso accordo è in contrasto col Ptc (piano di coordinamento) della Provincia di Livorno e pertanto deve saltare.

«E’ in ballo un investimento da un centinaio di milioni di euro, cifre che possono anche far pensare male», ha detto venerdì scorso il capogruppo provinciale di An Benito Gragnoli, attirandosi la replica stizzita del segretario diessino Marco Ruggeri: «O si hanno le prove e in quel caso si va dalla magistratura, oppure si tace». Una querelle che ben segnala la tensione sulla questione. «Siamo figli di quella sinistra - scriveva il 6 settembre il sindaco Tinti - che negli anni ’70 impediva scellerati interventi edilizi nella pineta pensati da pochi fortunati a discapito di molti. E così continueremo».

Sarà. Ma intanto i 417 alloggi per vacanzieri non hanno più ostacoli.

A Montescudaio, invece, disco rosso

MONTESCUDAIO. E’ un vero e proprio braccio di ferro fra la Regione e il sindaco di Montescudaio quello sulla variante urbanistica dell’area Peep che prevede 57 alloggi pubblici e 22 privati sulle colline del Comune pisano: questi ultimi, con quelli previsti in pianura al Fiorino, arriveranno dunque a 37.

I primi a muoversi sono stati Verdi e Rifondazione che hanno duramente attaccato la variante che avrebbe di fatto nascosto «scambi fra privati e amministrazione, licenze a costruire in ambiti finora intoccabili». Di più: una variante che snaturava il piano strutturale, secondo gli ambientalisti.

Poi, a Montescudaio, è arrivato il disco rosso dell’assessore regionale Conti che dopo il rovente dibattito sul caso Monticchiello ha chiesto la sospensione della variante in attesa che sulla stessa si pronunci una conferenza paritetica interistituzionale. Conti, il 20 settembre scorso, non ha risparmiato critiche a Pellegrini sottolineando come fosse «venuta meno la leale collaborazione fra gli enti». Il sindaco ha ribattuto: «Tecnicamente la variante non può in alcun mondo essere sospesa». E nel nome delle case popolari da dare a 46 famiglie montescudaine, continua la sua battaglia per l’area Peep. (a.r.)

Ecomostruosi, ma non troppo

MONTICCHIELLO. Francesco Rutelli, ministro dei Beni culturali, lancia l’allarme: «La Toscana è una delle regioni più belle e tutelate del mondo. Però bisogna prestare più attenzione al paesaggio. Per evitare altre Monticchiello».

Lo dice a fari spenti, fuori dalla sala del Granaio, dove ieri si è svolto, sotto la regia di Alberto Asor Rosa - il grande accusatore dell’insediamento in costruzione (96 appartamenti) nell’antico borgo di Monticchiello (appena 300 anime) - il raduno delle associazioni ambientaliste e dei Comuni in guerra contro gli ecomostri. Sfilano tutte le bruttezze della Toscana e d’Italia, qui nella sala affollata di Monticchiello.

Ecomostri in Toscana. C’è Ornella De Zordo, capogruppo della lista dei «professori» di Firenze (Paul Ginsborg e compagni) che se la prende contro l’ecomostro dell’insediamento Fondiaria-Sai di Salvatore Ligresti, che dovrebbe sorgere nella piana fiorentina (1 milione e 400mila metri cubi di cemento), con la benedizione politica di Regione e palazzo Vecchio. C’è chi diffonde un voluminoso dossier rosso contro il progetto di realizzazione del porto di Marina di Pisa. C’è il comitato di Fiesole che si batte per impedire la costruzione di 29 appartamenti in un’area pregiata: «Rutelli, vieni a vedere anche lo scempio di Fiesole...», gridano gli attivisti fiesolani, durante l’intervento del ministro. «Verrò, verrò...», assicura Rutelli. C’è il comitato contro il progetto di un campo da golf a Bagnaia. Ci sono quelli che illustrano con tanto di diapositive lo scempio di Magliano. C’è Italia Nostra di Lucca che diffonde un dossier sulle presunte speculazioni edilizie lucchesi. Poi gli ambientalisti di Carrara, di Massa, i Verdi che diffondono un dossier intitolato «Ecomostri e scempi urbanistici in Toscana. Viaggio nella Toscana infelix, paradiso insidiato dal cemento»...

Conti abbraccia la Biagi. E l’elenco continua, mentre Riccardo Conti, assessore ai trasporti e all’urbanistica della Regione, ascolta, ma non applaude. Si sbraccia solo due volte. Quando parlano il presidente nazionale di Legambiente Roberto Della Seta e il sindaco di Capalbio Lucia Biagi. Il primo assolve la Toscana: «Ci troviamo in una Regione dove il valore sociale del paesaggio è molto sentito. Ciò non toglie che anche qui ci siano dei problemi, ma sarebbe un errore fare paragoni con altre regioni».

Il sindaco di Capalbio racconta invece di avere ereditato un Prg che è «un mostro». Colpa della Regione, che lo approvò nel 1999. «Ma io non mi arrendo. Sto cercando di non approvare alcuni interventi che non sono sostenibili con l’ambiente. Grazie anche alla nuova legge della Regione. Che si è schierata al mio fianco», racconta la Biagi. Conti si alza e dalla presidenza va ad abbracciare il sindaco di Capalbio. «Esempio felice di collaborazione tra Regione e Comuni. Capalbio è l’esempio di come insieme possiamo condurre una battaglia vincente contro i cosidetti ecomostri», spiega l’assessore.

Toscana in bilico. Sì, la Toscana è in bilico, aggiunge Conti. «Però da noi si parla di Monticchiello perché la regione è tutelata bene», osserva. I numeri, presentati da Vittorio Emiliani, presidente del comitato per la Bellezza, almeno in parte gli danno ragione. I permessi di costruzione galoppano, specie in Veneto, Emilia e Lombardia. La Toscana si pone a metà classifica: 41mila nuove stanze - nel 2002 - contro le oltre 800mila nazionali. «In Toscana l’erosione di suoli liberi è minore e però a livelli allarmanti», accusa Emiliani.

A chi il controllo? Molto rivolto alle situazioni «in cui i buoi sono scappati dalle stalle», il convegno non ha saputo dare una risposta univoca su come evitare in futuro nuove Monticchiello. In breve: a chi spetta l’ultima parola per la costruzione di un insediamento edilizio.

Due i «partiti» che si sono confrontati e scontrati. Da un lato, il partito dei Comuni, che difende - sindaco di Capalbio in testa - i controlli comunali, dal basso. Dall’altro, il partito del ritorno delle competenze di controllo alla Regione e allo Stato.

Ermete Realacci, presidente della commissione Ambiente della Camera, propone una legge per il governo territorio. Mentre Conti punta sul Pit, il piano integrato del territorio, che la Regione approverà nei prossimi mesi. E su un’accordo tra Rutelli e la Toscana per inserire il codice del paesaggio dentro il Pit.

Rutelli soft: limitiamo i danni

C’è chi propone di abbattere l’insediamento residenziale di Monticchiello, 96 appartamenti, in costruzione tra le colline della Valdorcia, patrimonio dell’umanità per l’Unesco, ma il ministro dei Beni culturali Francesco Rutelli ha gelato gli entusiasmi degli ambientalisti. «La demolizione - ha detto - credo sia giuridicamente non fattibile». Anche perché l’impresa costruttrice, “Iniziative toscane”, chiederebbe al Comune di Pienza dove si trova il borgo di Monticchiello danni milionari, in caso di revoca della licenza a costruire. L’impresa romana ha già mostrato i muscoli citando per danni - un milione di euro - Legambiente, Espresso, Repubblica e Alberto Asor Rosa per aver definito un ecomostro l’insediamento di Monticchiello.

Dunque niente abbattimento, ma intervento soft, quello proposto da Rutelli. Scandito in tre aspetti: verifica tra il progetto approvato dal Comune e la realizzazione dell’insediamento; studio di interventi che ne abbelliscano il profilo estetico; auspicio infine che non siano realizzate le ultime villette, il lotto finale (circa 4 strutture), i cui lavori sono stati sospesi dalla società edile.

La posizione del ministro non ha trovato d’accordo tutti gli ambientalisti. Il presidente di Italia Nostra Carlo Ripa di Meana è stato il più duro. «C’è una grande distanza tra noi e il ministro. La sua posizione è di composizione bonaria della vertenza. Per noi questo è inaccettabile. Siamo pronti a fare ricorso alle vie penali». In disaccordo anche il leader dei Verdi toscani Fabio Roggiolani: «Dall’assessore regionale Conti e dal ministro Rutelli abbiamo ascoltato due interventi che sono vuoto pneumatico e dimostrano un’impotenza assoluta. Quando invece entrambi sanno bene di avere strumenti per risolvere il problema». (m.l.)

Associazione Industriali del Canavese, Progetto Canavese – Linee Operative, Fase 2, maggio 2005

[…] 6.3 Linee di azione

Le possibili azioni per raggiungere gli obiettivi prefissati possono essere molteplici. Di seguito riportiamo alcune idee che riteniamo possano essere prese in considerazione da esperti del settore turistico per un eventuale sviluppo.

6.3.1 Turismo dei grandi numeri

Sviluppare progetti innovativi che possano attrarre un numero rilevante di turisti italiani e stranieri tra cui i PARCHI A TEMA (iniziative da oltre un milione di turisti). Tra i parchi in fase di progettazione od in via di realizzazione possiamo citare:

●Mediapolis

●Motorlandia

I parchi a tema possono rappresentare il motore in grado di accendere una industria del turismo del Canavese. Riteniamo, da questo punto di vista fuorviante ed inutile la discussione sulla scelta tra un turismo di quantità ed uno di qualità, che si è sviluppata in questi ultimi anni anche in sede locale. In Canavese non potranno mai venire grandi masse di persone se non ci sarà un’occasione, uno spunto, un’idea che li possa portare; i parchi a tema possono essere quello spunto; da questo pubblico, in accordo con le società che promuovono i parchi e che li realizzeranno, si può partire per ingenerare una ricaduta sul resto del territorio. Pur avendo un’area territoriale simile in termini di bacino d’utenza (principalmente il nord ovest d’Italia) i due progetti sono diversi per tema sviluppato e questo è un vantaggio non indifferente; inoltre, per la loro differente localizzazione nello stesso Canavese potrebbero generare insieme una ricaduta sull’intero territorio: Mediapolis sull’eporediese, i Laghi e la Serra d’Ivrea; Motorlandia sul Calusiese, Rivarolo ed il Canavese occidentale.

In sostanza il turismo dei grandi numeri può aiutare il turismo di qualità. D’altra parte coloro che vengono per l’arte, l’ambiente, lo sport, ecc., potrebbero trovare nella presenza del Parco divertimenti un completamento dell’offerta perché potrebbe essere d’interesse per la famiglia, i figli, ecc. (ad esempio, potrebbero venire non più da soli ma con altri o fermarsi qualche giorno in più).

In tema di Parchi dei divertimenti, ci permettiamo di inserire anche il Parco Nazionale del Gran Paradiso; l’accostamento è, forse, irriverente, ma si tratta di una risorsa unica che può essere utilizzata maggiormente, in cui il tema è lo spettacolo della natura e degli animali. Se facciamo il confronto con i grandi parchi degli Stati Uniti, ci rendiamo conto di quanto possiamo ancora fare. Ma nelle Valli del Gran Paradiso ci si deve poter arrivare con una strada adeguata, deve esistere ricettività, ristorazione (es. malghe, agriturismo, ecc.), si devono offrire prodotti e gadget da acquistare, ecc.

Siamo convinti che con una promozione adeguata, infrastrutture sufficienti, sviluppo di imprenditorialità di servizio il Parco del Gran Paradiso potrebbe portare ad un numero di visitatori enormemente superiore agli attuali.

Nota: per il progetto Mediapolis, si veda l’ultimo documento pubblicato qui su Eddyburg , da cui è poi possibile risalire ad altre informazioni; il documento PDF integrale da cui sono estratti questi brani è scaricabile di seguito (f.b.)

progetto_canavese

10.2004 - Uno scambio di messaggi, a proposito di un articolo su Eddyburg. L'editing e la traduzione in italiano sono di F. Bottini.


Dear Mr. Taylor,

In case my friend Edoardo Salzano hadn't sent the e-mail address you asked, here it is. I look forward to hearing from you (about my bricoleur "critics" on Vicolungo, I suppose)

Yours faithfully

Fabrizio Bottini

Gentile Mr. Taylor

Nel caso l’amico Edoardo Salzano non avesse spedito il mio recapito e-mail, eccolo qui. Spero di sentirla (presumo a proposito della mia improvvisata “critica” sul progetto per Vicolungo).Cordiali saluti

Fabrizio Bottini

Hi Fabrizio,

Yes, I was writing about your article on the outlets at Vicolungo. I could only use the internet-based translation, which was virtually incomprehensible. Would you be interested in giving me an English synopsis? I am very much interested in your critique. I am not so interested in the political grumblings about how the project was approved by agencies, but any architectural and "urban" design comments would be welcome.

Best regards,

W Taylor

Ciao, Fabrizio

Sì, mi riferivo al tuo articolo sull’outlet di Vicolungo. Ho a disposizione un testo tradotto da internet, che è quasi totalmente incomprensibile. Potresti farmene avere una sintesi in inglese? Sono molto interessato ai tuoi commenti.Non mi importano tanto le chiacchiere politiche sull’approvazione del progetto da parte delle autorità, ma qualunque commento sull’architettura e la forma “urbana” sarà il benvenuto.

Cordiali saluti,

W. Taylor

My critique was exactly about what you call "political grumbligs" (the text is a short "Part II" of a longer article on regional planning issues). So I tried to sketch something more form-oriented. As you will see I'm not an expert, but just a middle aged guy with an old (and never used) degree in architecture.

The file with my "form-oriented" English homework is in attachment. (*)

Any answer will be welcomed

Fabrizio Bottini

Le mie critiche riguardavano proprio quello che tu chiami “chiacchiere politiche” (il testo è una breve seconda parte di un articolo più lungo su temi di pianificazione vasta). Comunque ho tentato di abbozzare qualcosa più orientato alle forme fisiche. Come capirai, non sono un esperto, ma solo un tizio di mezza età con una (mai usata) vecchia laurea in architettura.

Troverai in allegato il file col mio compito a casa di Inglese. (*)

Qualunque risposta sarà la benvenuta

Fabrizio Bottini

Thanks very much for sending your translation. We enjoyed reading it here in the office. And we agree with most of it. As you must know it is difficult to design in another culture. Hopefully over time the pedestrian connection can be made to the village of Vicolungo, and the project will make more urbanistic sense. Architecturally, I hope that the small towers can soon be filled with mannequins and displays, since that is one of the better features, I think.

Best regards,

W Taylor
Molte grazie per averci mandato la traduzione. L’abbiamo letta insieme qui in studio. E siano d’accordo quasi su tutto. Come saprai, è difficile progettare in un contesto culturale diverso. Speriamo che nel tempo il collegamento pedonale col villaggio di Vicolungo possa essere realizzato, così che il progetto possa avere più senso urbanistico.Dal punto di vista architettonico, mi auguro che le piccole torri possano al più presto arricchirsi di sagome insegne, dato che credo quella sia una delle migliori caratteristiche.

Cordiali saluti,

W Taylor

(*)


Vicolungo: not just shopping!

The “long march” of the factory outlet villages, from the foothills of Serravalle Scrivia (2000) has finally reached four years later the outskirts of the Milan metropolitan area, changing many skins but not its core. “Parco commerciale”, in Vicolungo, is located at a 20-minute drive from the intersection Tangenziale Ovest/Milano-Torino, right in the middle of the huge “building site” strip, where various huge works overlap, stretching West-East from one city to another.

The area is a former rice field country, just west of Novara, on the left bank of the river Sesia. With quite small villages, the big squares of the rice fields, and the big “cut” of the six-lanes motorway. On the north side of the lanes, a stone’s throw from the old village, Parco Commerciale Vicolungo is a “development of community, retail, dining and retailing destinations” (I take it from the designer’s site). A good mixed-use development, one would think, and the radio advertisings sing: “Vicolungo: not just shopping!”. I drove there to see myself.

Coming from the motorway exit, one feels like having been literally “shot”, through the four-lane street (compared with local roads with a maximum of meagre two) to the parking lot: a black ring surrounding all the place poorly landscaped. Parco Commerciale (it’s still unfinished, with empty spaces and building workers coming and going) is quite a good quality space, when you stroll down the “continuous and consistently designed pedestrian walkway”.

I’m not an architecture critic: just a guy walking around, and not shopping at all. So I really can’t say a word about the “architecture of the narrative” I’ve read of. But, and everybody can take a look by himself, this pedestrian walkway winding through changing perspectives seems much better than any other “fashion village” popping up in the Po river area: modern retail format, and modern, good architectural design. Nothing to share with the fake “traditional” seen in Serravalle Scrivia and Bagnolo San Vito (respectively: McArthur Glen and Fashion District), or the fake country style in Rodengo Saiano near Brescia. But this modern “narrative” doesn’t seem to take me anywhere, and more important I can’t see anything going “through the project to the existing main street of Vicolungo”. Just those four lanes going from the motorway exit to the parking lot. Yet that link sounds good: something like the traditional pedestrian/bicycle path connecting almost every local centro storico with its surrounding centers of interest (the country church, the cemetery and so on). But I can’t see neither this path, nor the space to build it. Just the usual ring of parking lots.

Strolling back from the western edge to the first tower (the first seen from the motorway exit) one can appreciate the changing perspectives, or the visual role of the towers themselves. But take just a few steps down the minor pathways cutting at intervals the main promenade, and “you are leaving the social area”. In other words, the rule is the same as in every other retail structure: you are “in” (shopping), or you are out (wandering in the no man’s land of the parking lot).

On a saturday morning I have seen people from the existing center of Vicolungo take out their car from the garage to drive the 45 seconds distance to Parco Commerciale, probably impressed by all this automobile-oriented structure. May be the something going “through the project to the existing main street” would help. But there isn’t one.

Is there any hope for the future?

Vicolungo: non solo shopping!

La “lunga marcia” dei villaggi factory outlet , partita ai piedi delle colline di Serravalle Scrivia (nel 2000) ha finalmente raggiunto, quattro anni dopo, i margini dell’area metropolitana milanese, cambiando nel frattempo parecchie bucce, ma non il succo. Il “Parco commerciale” di Vicolungo, sta a 20 minuti d’auto dallo svincolo della Tangenziale Ovest con la Milano-Torino, giusto in mezzo all’enorme striscia del “cantiere” dove si sovrappongono vari altrettanto enormi lavori di trasformazione, e che si estende da una città all’altra.

La zona è un’ex campagna di risaie, poco a ovest di Novara, sulla riva sinistra della Sesia. Fatta di piccoli villaggi, con i grandi quadrati delle coltivazioni di riso, e il largo “taglio” delle sei corsie autostradali. Sul lato nord di queste corsie, a un tiro di sasso dal vecchio villaggio, il Parco Commerciale Vicolungo è [come si legge sul sito del progettista] “un complesso di funzioni urbane, commercio, ristorazione e servizi”. Un intervento a usi misti di di buona qualità, verrebbe da pensare, mentre le radio cantano: “Vicolungo: non solo shopping!”. Ho preso la macchina e ci sono andato, a vedere coi miei occhi.

Arrivando dallo svincolo dell’autostrada, si ha la sensazione di essere letteralmente “sparati” attraverso il percorso a quattro corsie (soprattutto con strade locali che ne hanno al massimo due, e scarse) dritti al piazzale del parcheggio: un anello nero che circonda tutto quanto, con pochissimo arredo a verde. Il Parco Commerciale (ancora non completato, con spazi vuoti e muratori che vanno e vengono) è uno spazio di buona qualità, se si passeggia dentro il “percorso pedonale continuo e definito”.

Non sono un critico di architettura: solo un tizio di mezza età che girella attorno, senza comprare niente. Quindi non posso dire niente a proposito della “architettura della narrativa” di cui ho letto. Ma, come può vedere da solo chiunque, questo percorso pedonale che serpeggia tra prospettive sempre diverse sembra migliore rispetto ai vari “villaggi della moda” che sbucano dappertutto nella valle del Po: qui c’è un nuovo formato commerciale, e c’è nuova architettura. Niente da spartire col falso “tradizionale” visto a Serravalle Scrivia e a Bagnolo San Vito (rispettivamente della McArthur Glen e della Fashion District), o col finto stile campagnolo di Rodengo Saiano, vicino a Brescia. Ma questa “narrativa” moderna non pare che ci porti da nessuna parte. E, cosa più importante, non si vede niente, da nessuna parte, che “attraversa tutto il complesso fino a raggiungere la strada principale di Vicolungo”. Solo quelle quattro corsie, dallo svincolo dell’autostrada al piazzale del parcheggio. Eppure suonava piuttosto bene: qualcosa di simile ai percorsi tradizionali, pedonali o ciclabili che si trovano in quasi tutti i centri storici, e che connettono a centri di interesse esterni come il cimitero, o la cappella nei campi, o simili. Ma non riesco a vedere né questo percorso, né lo spazio per realizzarlo. Solo, il solito anello dei parcheggi.

Se si passeggia nella direzione opposta, dal margine ovest verso la prima torre (quella che si vede venendo dallo svincolo), si possono apprezzare le visuali sempre diverse, o lo stesso ruolo prospettico delle torri. Ma basta fare quattro passi lungo i rami laterali, che tagliano a intervalli il passeggio centrale, e sembra di sentire un avviso tipo: “state lasciando il settore sociale“.In altre parole, vale ancora la regola di qualunque struttura commerciale: puoi stare “dentro” (a fare shopping), altrimenti sei “fuori” (nella terra di nessuno del parcheggio).

Era un sabato mattina, e ho visto gente di Vicolungo tirar fuori la macchina dal garage per farsi il percorso di 45 secondi dal centro al Parco Commerciale, probabilmente messi in soggezione da tutta questa struttura pensata solo per l’automobile. In questo senso, probabilmente aiuterebbe, quel qualcosa che “attraversa tutto il complesso fino a raggiungere la strada principale di Vicolungo”. Ma non c’é.

Possiamo sperare, per il futuro?

Notizie degli scavi è il nome di una gloriosa rivista di archeologia pubblicata dall´Accademia dei Lincei; ma è anche il titolo di un racconto scabro e crudele di Franco Lucentini (1964). Protagonista ne è il «professore», tuttofare di una pensione equivoca, minorato mentale eppure curioso del mondo, che dalle rovine di Roma, sfiorate per caso nel suo girovagare imbambolato e assorto, impara a guardare dentro di sé.

Quante cose di quei ruderi, lo dicono perfino le guide stampate, «non si sanno» dopo tanti studi, quante date, quanti fatti restano oscuri! E allora, davanti alle incertezze e ai silenzi dei sapienti, anche le esitazioni del «professore», che non è mai sicuro di aver capito quello che gli dicono, che inciampa nelle parole proprie e altrui, non sono vergogna, solo solitudine. «Le rovine si presentano come la vera e unica forma del nostro universo. Il mondo è fatto di resti, di frantumi, di cose su cui è passato il tempo» (D. Scarpa), e così anche la mente del «professore», così la nostra.

Ruolo, funzione e destino del rudere archeologico nelle città, ma specialmente nella Roma del presente e del futuro: questo il tema del denso, prezioso libro di Andreina Ricci edito da Donzelli ( Attorno alla nuda pietra. Archeologia e città tra identità e progetto, pagg. 159, euro 12.90). In nessun luogo come a Roma si avverte (si vive) la presenza del passato, il sedimentarsi delle età, l´innestarsi dell´oggi su una moltitudine di ieri. Eppure manca dal nostro orizzonte una domanda radicale, quella di questo libro: mentre la città cresce, e cresce la diversità culturale dei suoi abitanti, a chi spetta decidere che cosa fare delle sue rovine, e perché? E´ importante (non per l´archeologo che lo fa per mestiere, ma per il cittadino, il passante, il più distratto e spaesato turista) capire che cosa erano e che cosa sono quei ruderi, perché sono conservati, e soprattutto per chi? Non si tratta qui solo del Colosseo, né di monumenti meno famosi (come l´arco del Foro Boario in copertina), ma anche dello smozzicato segmento di un acquedotto, dei frammenti spesso incomprensibili di tombe o strade che tanto spesso spuntano inattesi nelle periferie romane. Andreina Ricci ha ben chiaro che il rudere archeologico non è «proprietà» né degli archeologi né dei professionisti della tutela; sa, come dovremmo sapere tutti, che la tutela passiva (la protezione contro degrado e distruzione) non basta. Tutelare è anzi nulla, il vano ossequio rituale a una petizione di principio, una stanca coazione a ripetere, se non si accompagna a meccanismi culturali ben più vivi e stimolanti: la curiosità e la conoscenza non degli specialisti, ma dei cittadini. Il rudere nella città non è solo l´esile voce di un´altra Roma, quella che non c´è più eppure ebbe le sue folle e il suo clamore, il suo traffico, le sue passioni e i suoi delitti, proprio come quella di oggi; è un generatore di memoria, ci prende per il collo obbligandoci a rispettarlo (o a distruggerlo), condiziona la crescita della città. Il rituale della tutela impone uno spazio «di rispetto» attorno al rudere: ma allora il tema della tutela s´intreccia con quello della definizione del tessuto urbano, anzi con l´uso pubblico dello spazio urbano in generale, col ruolo che possono avervi (che, a Roma, hanno e avranno sempre e comunque) le «notizie degli scavi».

La formula «nuda pietra» che Andreina Ricci usa sin dal titolo per cogliere in due parole la doppia natura del rudere nella città, la sua forza (la pietra) e la sua debolezza (la nudità) viene, riconoscibilmente, dalle riflessioni di Giorgio Agamben sul rapporto fra la «nuda vita naturale» dell´uomo e la sua condizione di cittadino, portatore di sovranità e di diritti. Ci voleva coraggio (e la Ricci l´ha avuto) per dire chiaramente che il diritto di cittadinanza del rudere nella città moderna non è scontato: «nelle nostre leggi di salvaguardia il solo emergere dal terreno di una "pietra antica" fa di quell´epifania una sorta di natività che trasforma immediatamente una nuda pietra in portatore di "valori di civiltà" propri dello "Stato di cultura", così da imporne automaticamente la tutela. (...) Una forzatura e un automatismo che non hanno nulla a che fare con l´esperienza diretta, non rappresentano in alcun modo, per i cittadini, un lapalissiano fatto concreto».

La tutela del bene archeologico dà per scontato che esso abbia valore in sé, non comporta la minima riflessione né il minimo sforzo perché tale valore venga definito, coltivato, comunicato al cittadino che dovrebbe (si suppone) inorgoglirsene, considerarlo parte della propria identità.

Questo è, mi pare, il nodo centrale del libro di Andreina Ricci: che è anche un´interrogazione di fondo sul mestiere dell´archeologo. Perché gli addetti ai lavori fanno così pochi tentativi di comunicare ai cittadini comuni il significato delle loro scoperte, la natura delle «nude pietre» che riemergono, il senso del proprio lavoro? Forse, per pigrizia o mancanza di riflessione, essi non credono che sia necessario comunicare proprio nulla, perché immaginano che il cittadino che visita le rovine, o vi passa accanto, ne abbia quella percezione estetico-contemplativa che fu ovvia, è vero, nella stagione del Grand Tour, ma che era propria di ristrette élites, da gran tempo defunte.

Perciò non basta perimetrare le rovine per affermarne la sacralità: la nuova professionalità dell´archeologo richiede la capacità (più spesso rimossa che dispiegata) di raccontare la storia attraverso i resti materiali del passato. Un esempio: la recente sistemazione dell´arco del Foro Boario comporta due livelli d´intervento non solo incompatibili, ma ostili l´uno all´altro. Si schierano, davanti all´arco, una serie di (miserevoli) panchine, che invitano ad avvicinarsi, a sedersi, a fermarsi per guardare. Lo impedisce però un´alta cancellata, che vieta non solo l´uso delle panchine ma ogni visione ravvicinata dell´arco. In questo andare a tentoni, archeologi e architetti non si parlano, troppo occupati a ritagliarsi, ognuno per sé, spazi autonomi d´intervento. Chi perde la battaglia è il cittadino comune, ma anche il monumento, affidato a una «tutela» di maniera che lo proietta in una dimensione inconoscibile.

Questo tema è oggi straordinariamente importante.

Tutelare sulla base di principi generali è giusto, è irrinunciabile (guai a fare anche un solo millimetro indietro). Ma quei principi devono fondarsi su valori riconosciuti e condivisi, a cominciare da quello della conoscenza: se rinunciamo a diffondere la coscienza del significato dei beni da tutelare, anche i principi (anche l´art. 9 della Costituzione) si sfarineranno via via, li violeremo (succede già) nella generale indifferenza. Vale per l´archeologia, vale per tutti i «beni culturali» (comunque definiti), vale a maggior ragione per il paesaggio e per quell´essenziale continuum fra città e campagna che è ancora la ricchezza più importante dell´Italia e che tutti sembrano industriarsi a voler smantellare, anche i comuni e le regioni «di sinistra». E dove mai, in quale scuola, in quale pubblico progetto di Stato, regioni o comuni, si prova a cercare strade nuove ed efficaci per tramandare alle generazioni future il rispetto per il paesaggio, l´ambiente, i monumenti, che per secoli non solo parve, ma fu, parte imprescindibile dell´essere italiani?

Secondo Andreina Ricci, fu con la politica del vuoto intorno ai monumenti archeologici propugnata dal fascismo che venne a spezzarsi il legame vitale fra passato e futuro, e i ruderi da gangli essenziali del vissuto urbano furono mutati in neutro e sciatto testimonio di sé stessi, «glorificati» in apparenza ma in verità relegati in un loro ghetto astratto e senz´anima. Per capovolgere questa perversa deriva, suggerisce con forza questo libro, non c´è che da ripartire dal presente, da una nuova alleanza di volontà e di saperi, da una rinnovata capacità di interpretare per raccontare, di raccontare per coinvolgere i cittadini, per ricreare coscienza e appartenenza. Per ridare alla «nuda pietra» la sua cittadinanza perduta, prima che sia troppo tardi.

Toscana in bilico Insomma, dopo due mesi di appassionate discussioni, le cose stanno più o meno così: l’insediamento immobiliare speculativo, che sta sorgendo sulla collina del borgo medievale di Monticchiello e che io ho chiamato, suscitando in taluni scandalo, un «ecomostro» (la Repubblica, 24 agosto), è stato in seguito definito «uno schifo» (Riccardo Conti, assessore regionale all’Urbanistica, il Tirreno, 29 agosto), così sbagliato da auspicare che «in futuro un caso Monticchiello non accada più» (Claudio Martini, Presidente della Regione Toscana, Corriere di Siena, 5 settembre), «un intervento fuori scala e inopportuno, un clamoroso errore» (Erasmo D’Angelis, Presidente della Commissione Ambiente del Consiglio regionale toscano, 10 settembre).

Ancor più rilevante istituzionalmente e politicamente, l’intervento di Francesco Rutelli, Ministro dei Beni Culturali. Invece di far finta di niente, come sovente capita, manda un’ispezione, ne deduce la gravità della situazione, tratta con l’Amministrazione comunale di Pienza perché a due architetti di chiara fama sia affidato il compito di «correggere e mitigare» l’insediamento di Monticchiello (20 settembre). A mio giudizio, è stato finora poco apprezzato, nella sua significatività, questo intervento. Tutti si sono affrettati a lodarlo (chi criticherebbe un Ministro?), ma pochi hanno osservato che si tratta della prima volta che il Ministero, di cui Rutelli è titolare, lancia un messaggio forte di questo tipo: un insediamento, quando è particolarmente distruttivo (e questo evidentemente lo è, altrimenti perché il Ministro avrebbe dovuto muoversi?), può esser rimesso in discussione e corretto e modificato anche quando, in base a un percorso più locale, sia già stato autorizzato e addirittura iniziato. C’è un altro clima, è quello che per cominciare avevamo chiesto.

Nel frattempo, tuttavia, i lavori in atto sono stati sospesi solo per i corpi di fabbrica non ancora iniziati (tre su undici, se non erro), continuano allegramente invece su tutti gli altri, determinando pesantemente il risultato finale. Comincio da qui per tentare un aggiornamento del discorso. E’ corretto aspettare a questo punto che i due architetti si pronuncino. Tuttavia, proprio perché le indicazioni ministeriali vengono così apertamente disattese, torna lecito chiedersi di nuovo come sia possibile tollerare che venga comunque portato a compimento un insediamento che, non io, ma voci tanto autorevoli hanno definito «uno schifo», qualcosa di cui ci si augura che in futuro non accada più, «un clamoroso errore». Dunque esistono anche gli «ecomostri» con tanto di autorizzazione?

Se le concessioni sono in regola (ultima linea di difesa di tutti coloro che non vogliono rimettere in discussione l’obbrobrio, nonostante le sue evidenti e conclamate deformità), assisteremo inerti al fatale sviluppo degli eventi come nel finale di una tragedia greca? Non riesco a persuadermene. Ho già chiesto e torno ora a chiedere la creazione di un fondo nazional-regionale di «rientro dall’errore» (o, in altri casi, di «premio alla virtù»), che consenta di salvare il salvabile finché si è in tempo (e che serva da ammonimento preventivo a tutti i furbetti che cercano di approfittarsi di volta in volta o della eccessiva flessibilità o della eccessiva rigidità delle leggi).

Il discorso, però, come tutti possono vedere, si è impetuosamente allargato da quell’apparentemente minuscolo punto di partenza. Sembra che di casi Monticchiello ne esistano, in Italia e in Toscana, ovunque. Spero che questo contribuisca a sollevare dalle mie spalle il peso, non piacevole, della prima denuncia (mi sono trovato inaspettatamente a fronteggiare in provincia, per quel mio moderatissimo articoletto iniziale, sia le stilettate di un certo stalinismo di ritorno, sia le volgarità di un incipiente leghismo pseudo-rosso). Ci sono evidentemente problemi di fondo, di cui il caso Monticchiello è stato il detonatore. Cercherò di dirlo nella maniera più semplice, ma sento il bisogno di fare due dichiarazioni preliminari intorno alla Toscana (di cui a quanto sembra resto un semplice ospite temporaneo, nonostante la mia lunga e appassionata permanenza nel tempo).

1) La Toscana è una delle regioni al mondo più ricche di beni artistici, culturali, paesistici. Ho già detto in altra occasione che, in un ragionamento spinto fino all’estremo, l’UNESCO potrebbe assumerla in quanto tale nell’elenco dei siti «Patrimonio mondiale dell’umanità»; 2) la Toscana presenta un livello più elevato che altrove di salvaguardia del suo patrimonio culturale e ambientale, di cui l’Istituzione Regione è stata finora la principale garante.

Questo sfondo è innegabile, ed è giusto chiedere che non sia dimenticato. Su questo sfondo, però, si sono aperte nel corso dell’ultimo decennio (approssimativamente) molte smagliature. In particolare, nel corso degli ultimi anni l’attacco del cemento si è enormemente moltiplicato (si vedano i servizi del Tirreno e il recente articolo di Giovanni Valentini, sempre su la Repubblica), ed è diventato una vera e propria strategia. Ciò è perfettamente comprensibile. Il capitale speculativo che affluisce da tutte le parti, si concentra attualmente nell’immobiliare, e anche il più disinformato dei lettori capirebbe il perché. Il capitale immobiliare, come le mosche intorno al miele, corre là dove l’investimento è più appetibile e sicuro: in Toscana, ad esempio, che miriadi di articoli, saggi e libri hanno descritto come la «Regio felix» e, ancor più smaccatamente, là dove si può esibire l’esistenza, per quanto illusoria, di un Parco e la patente di «Patrimonio mondiale dell’umanità» conferita dall’UNESCO, come nel caso Monticchiello, cui qui si fa riferimento in forma emblematica.

Ma il caso è ripetibile anche altrove, in tutte quelle situazioni in cui si può succhiare sangue dalla vicinanza di un grande bene culturale o artistico (per esempio, la grandiosa speculazione immobiliare progettata sulle sponde del lago di Mantova, denunciata in un articolo di Francesco Erbani, la Repubblica, 12 ottobre). Siamo di fronte al diffondersi di una pratica, che definirei il «vampirismo» della attuale speculazione immobiliare.

Allora il ragionamento di fondo a me pare di una chiarezza cristallina. I beni culturali e artistici e il paesaggio non sono facilmente riproducibili, le «aggiunte» o le «modifiche» di segno positivo contemporanee rarissime.

Insomma, la storia dell’uomo è andata così, ci si potrebbe scrivere un libro, per ora basta prendere atto delle sue conclusioni. In questi nostri anni si gioca, in definitiva e, ahimè, per sempre - ripeto: per sempre, - il patrimonio di famiglia: un patrimonio millenario, che sta prevalentemente alle nostre spalle e che è compito della modernità conservare e al tempo stesso rendere fruibile.

Questo è il circolo virtuoso della modernità: la fruizione non deve mettere in crisi la conservazione, la conservazione deve rendere possibile il meglio e il più a lungo possibile la fruizione. Se la conservazione entra in crisi, non c’è e non ci sarà più fruizione. La speculazione spezza brutalmente e per sempre questo circolo virtuoso. Se ne frega al tempo stesso dei nostri progenitori e dei nostri discendenti; pensa solo al proprio profitto, e distrugge alla maniera dei vandali i beni altrui (il bene, intendo, dei mantovani, dei monticchiellesi, dei capalbiesi, dei versiliesi, e così via, ma in ultima analisi degli italiani e degli europei, perché tutti tali siamo, non bisognerebbe mai dimenticarselo). In questo processo negativo, anzi catastrofico, oggi la Toscana mi sembra in bilico, l’Italia gravemente malata: ma - non lo dico per concludere positivamente questa perorazione, - né in un caso né nell’altro in modo irreparabile. Qui sta il compito, - gravissimo per la sua effettiva decisività, - dei politici e delle assemblee elettive in questa fase.

Vorrei concludere tornando a Monticchiello. A Monticchiello, posto bellissimo e altamente civile (è per questo che merita d’essere difeso), non c’è omertà. C’è la sofferenza e forse l’imbarazzo di una piccola comunità stretta fra l’innegabile violenza dell’«ecomostro» e il clamore altissimo, positivo in sé ma forse per certi aspetti disturbante, che ne è seguito. Se se ne parla ora adottando Monticchiello quale proscenio nazionale di un ragionamento ambientalista, come del resto è nella vocazione teatrale di questo borgo, questo non è un processo, è un riconoscimento, e con questo spirito dev’essere, da una parte come dall’altra, accolto e praticato.

Titolo originale: In Spain, a Tide Of Development – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini



BENISSA, Spagna - Lieve de Cleippel e Hubert van Bel, belgi, sono fa vent’anni proprietari della loro casa vecchia di 150, affacciata sul Mediterraneo spagnolo. Appollaiati in cima a una collina, circondati da palme e tre ettari di terrazze a vite e ulivi, sono a lungo restati isolati dall’infermale urbanizzazione che ha devastato lunghi tratti della costa.

Lo scorso novembre, avvisati che l’amministrazione locale aveva approvato un nuovo insediamento nella loro zona, sono andati in municipio a dare un’occhiata. E sono rimasti esterrefatti da quanto hanno scoperto.

“Vogliono demolire tutto” sulla loro proprietà, racconta van Bel, 59 anni. “Perderemo più di metà del nostro terreno, e inoltre ci faranno pagare 700.000 euro”, in contributi per nuove strade, fogne, illuminazione e altri servizi. “Siamo orripilati”.

Van Bel sostiene di non essere stato informato della variante al piano regolatore – destinata alla realizzazione di diciassette case – e di non aver avuto la possibilità di presentare opposizione. E questo è illegale per le norme urbanistiche locali.

L’incubo giudiziario, ancora in corso, è solo un esempio della rampante pressione edificatoria lungo gran parte dei quasi cinquemila chilometri di coste spagnole. Gli ambientalisti dicono che questo boom edilizio che dura da dieci anni sta alimentando la corruzione e le attività mafiose, distruggendo gli ecosistemi e trasformando la costa in una bruttura.

Sono state realizzate o iniziate circa tre milioni di case in Spagna negli ultimi quattro anni, di cui 812.000 nel 2005, e circa la metà di queste si trovano lungo la costa. Secondo alcune stime, nel paese avviene il 40% di tutta l’attività costruttiva europea.

Il boom è alimentato in parte dalla domanda degli europei del nord per case in cui ritirarsi da pensionati sul Mediterraneo. Attirati dal clima mite, dalle abitazioni relativamente economiche, dalla facilità di aggirare le tasse conducendo le operazioni in nero, gli stranieri in alcuni piccoli centri costituiscono fino al 70% della popolazione.

“Stanno legalizzando l’edilizia illegale, urbanizzano l’intera area. E adesso stanno occupando direttamente il mare” con l’ampliamento delle darsene e attracchi in zone ambientalmente sensibili, spiega Miguel Angel Garcia, portavoce del World Wildlife Fund. “Oggi non si fanno più piani. Semplicemente si costruisce”.

Un rapporto a luglio del gruppo ambientalista Greenpeace ha rilevato che centinaia di migliaia di nuove case e stanze d’albergo, 40.000 nuovi approdi e centinaia di campi da golf, vengono progettati in zone che stanno soffrendo della peggiore siccità da 50 anni. Nelle quattro regioni della Spagna che abbracciano la costa del Mediterraneo, ci sono 273 centri con 4,3 milioni complessivi di abitanti senza impianto di depurazione dell’acqua.

Di fronte alle rimostranze della Commissione, braccio esecutivo dell’Unione Europea, perché le spiagge pubbliche del paese erano troppo inquinate, la Spagna ne ha tolte 365 dall’elenco delle zone balenabili approvate, anziché risolvere il problema.

Sono in corso decine di indagini di reato. Nella cittadina vacanze di Marbella, circa cinquanta chilometri di costa da Gibilterra, sono in corso processi riguardanti 30.000 case accusate di essere state edificate illegalmente, delle quali 1.600 in zone a parco.

Qualche mese fa, la polizia ha lanciato un’operazione in profondità, congelando 1.000 conti correnti bancari e sequestrando oltre tre miliardi di dollari in varie forme –da ville di lusso, a cavalli purosangue, a tori da combattimento e 275 opere d’arte – a politici, avvocati, funzionari pubblici degli uffici tecnici, tutti accusati di aver accettato denaro in cambio del rilascio di autorizzazioni edilizie e varianti urbanistiche. Sono stati arrestati il sindaco e altre dieci persone, tra cui due ex sindaci, giudicati colpevoli di corruzione.

Il boom edilizio ha contribuito a creare un’economia sommersa tale da attirare miliardi di euro in finanziamenti illeciti, sostengono gli esperti. Oggi, in Spagna circola il 26% di tutte le banconote da 500€ dell’Unione Europea, secondo il Ministero delle Finanze, in gran parte per riciclaggio e corruzione nell’ambito del settore edilizio, si ritiene. Gli spagnoli hanno soprannominato queste banconote “ Bin Laden” perché si sa che esistono, ma nessuno riesce a trovarle.

“Essenzialmente, i trafficanti di droga del sud della Spagna hanno investimenti nell’edilizia e immobili perché è un modo facile di ripulire il denaro senza troppe domande” spiega Alejandra Gomez-Cespedes, lettrice all’Istituto di Criminologia dell’Università Andalusa di Malaga.

A Altea, cittadina di mare poco meno di cento chilometri a sud di Valencia, è stata ricoperta di cemento un’intera scogliera, e via via nuovi edifici ad appartamenti hanno scavalcato i vecchi fino al margine dell’acqua.

Si sta allungando un nuovo molo, attraverso una foresta sommersa di 5 ettari di alga Posidonia, per raddoppiare la capacità di attracco a 1.064 imbarcazioni. Il governo ha ordinate di trapiantare le alghe altrove, ma l’85% della foresta traslocata è morto, secondo Garcia del World Wildlife Fund.

Alcune delle critiche più aspre hanno riguardato la cosiddetta legge arraffaterreni dell’area di Valencia, che ai costruttori di controllare le proprietà private, conferendo loro mezzi legali per obbligare i proprietari a rinunciare ai terreni o a ricomprarli.

“Se esiste una motivazione sociale per la trasformazione del territorio, questa prevale sul diritto fondamentale europeo: quello della proprietà privata”, spiega Charles Svoboda, diplomatico canadese in pensione presidente di Abusos Urbanisticos NO, gruppo con 30.000 associati formato allo scopo di tutelare i proprietari.

La legge è stata esaminata dal Parlamento Europeo dopo che 15.000 persone, di cui molti pensionati da altre zone d’Europa, avevano firmato petizioni chiedendo un intervento. La Commissione ha chiesto alla Spagna di modificare la legge.

“Chiamiamola col suo nome: furto di terreni” dice Michael Cashman, deputato britannico al Parlamento Europeo che ha guidato un gruppo di lavoro e indagine sulle leggi edilizie di Valencia. “Quello che abbiamo rilevato sono 18-20.000 casi di mancato rispetto dei diritti individuali”.

L’amministrazione di Valencia ha chiesto alla Washington Post di presentare le proprie domande sulla legge per iscritto, ma non ha risposto.

In un incontro a Madrid, la vicepresidente spagnola María Teresa Fernández de la Vega ha spiegato che il governo federale ha poco controllo sulle materie urbanistica e edilizia, che, dice, sono responsabilità delle amministrazioni locali. Ma ha aggiunto che il governo sostiene nuove norme urbanistiche per combattere la speculazione sui terreni e ha messo in bilancio 77 milioni di dollari per acquisire aree ecologicamente sensibili e tutelarle dall’edificazione.

A Benissa, centro di 12.000 abitanti ottanta chilometri a sud di Valencia, il caso di Lieve de Cleippel e Hubert van Bel è rimasto sospeso per qualche mese. Ma il sindaco Juan Bautista Rosello dice che verrà riesaminato, secondo una norma rivista che eliminerà le minacce di demolizione della casa della coppia, ma ha pronti progetti per “urbanizzare” gran parte della proprietà secondo il piano regolatore cittadino.

Dice che non è vero, che la legge di Valencia consenta alle amministrazioni di prendersi i terreni. Invece, spiega, le città “convertono i terreni agricoli in edificabili”, e poi fanno pagare ai proprietari i costi di urbanizzazione.

Nel caso della coppia belga e dei suoi tre ettari, dice Rosello, verrà loro garantita una superficie di circa un ettaro attorno alla casa, mentre quella rimanente verrà classificata urbana. Secondo le nuove norme, verranno tassati circa di un milione di dollari in oneri di urbanizzazione, spiega.

Se la coppia non vuole che quella superficie venga edificata, dice Rosello, deve pagare quanto calcolato, come chiunque sia proprietario di aree destinate all’edificazione nel nuovo piano. L’altra possibilità che hanno, è di vendere il terreno a un costruttore.

“Non lo vedo come uno scontro” fra interessi pubblici e privati, spiega Rosello, ma piuttosto come un equilibrio fra i due aspetti. “Non viene sottratta una proprietà senza dar niente in cambio … In cambio ottengono un terreno edificabile” che, dice, sarà di valore più elevato.

“Noi non abbiamo comprato per investimento, volevamo abitarci” racconta la de Cleippel, 56 anni, mentre passeggia all’esterno della casa in stile coloniale con ampi portici, giardino lussureggiante e veduta mozzafiato sul mare a un chilometro di distanza. “Vogliamo soltanto tenere la nostra proprietà, non vederci costruire sopra diciassette case”.

Alla redazione dell’articolo ha contribuito la corrispondente da Madrid Molly Moore.

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Il governo battuto dall'opposizione rientra nel «normale» gioco politico. Meno normale che le truppe berlusconiane - la Casa delle libertà - si siano accanite contro la povera gente: sono al massimo 200 mila le famiglie a rischio di sfratto. Oltretutto. quello bocciato ieri al senato non era l'ennesimo blocco degli sfratti che per legge tutti i governi dal dopoguerra a oggi sono stati «costretti» ad approvare. Insomma, non si trattava di una legge generalista di blocco, ma di un decreto molto selettivo, visto che a essere garantite (per appena tre mesi) erano le famiglie a basso reddito e con figli a carico o con persone con seri handicap. O, ancora peggio, di famiglie con malati terminali o ultrasettantenni.

Che diranno ai loro elettori e alle loro coscienze i cattolici senatori dell'Udc? E come si giustificherà Fini con la sua base popolare che ricorda con nostalgia l'epoca delle case popolari del fascismo? Brinderanno alla vittoria della minoranza ottenuta sulle spalle di 200 mila famiglie? Il silenzio quasi assordante della Casa della libertà è un segnale che, forse, qualcuno un po' di vergogna ce l'ha. Al contrario dell'Uppi, l'associazione dei piccoli proprietari di case che ha brindato alla bocciatura. A conferma che ormai quasi tutto quello che è piccolo in Italia (a partire dalla struttura industriale) fa schifo. Di più: i piccoli proprietari non si rendono conto di essere una razza in via di estinzione che porta acqua unicamente ai grandi gruppi immobiliari che si sono impadroniti (esentasse) di enormi patrimoni.

Negli anni '70 nei cortei urlavamo «la casa si prende, l'affitto non si paga: questa è la nostra riforma della casa». Forse c'era un po' di estremismo. Forse. La riposta è stata l'equo canone che (secondo i padroni) ha ingessato il mercato. Ma quello che è peggio case in affitto non se ne trovavano più. Oppure l'affitto si doveva pagare (salato) in nero. Di qui, sempre dei padroni, la richiesta: liberalizziamo il mercato degli affitti. Vedrete che le case torneranno a essere disponibili e la concorrenza produrrà una riduzione degli affitti.

Ma non è andata così: gli enti pubblici, le assicurazioni hanno cominciato a vendere il loro patrimonio e milioni di famiglie la casa sono state costrette a comprarla. Con grandi sacrifici, mangiando «pane e sputo» come si dice a Roma. Gli immobiliaristi hanno poi fatto il resto: soprattutto nelle grandi città hanno comprato (e venduto) grandi quantità di immobili. Con loro sull'affitto non si tratta: arrivano con moduli prestampati dove la cifra è già scritta. E case di periferia diventano quasi care come appartamenti del centro. Prendere o lasciare.

L'Italia è all'ultimo posto in Europa per patrimonio pubblico abitativo. Un tempo era al primo posto: beati i tempi del piano «Fanfani case» quando lo stato direttamente o indirettamente costruiva case in abbondanza svolgendo (magari con qualche scandalo) il suo ruolo. Certo, i soldi molto spesso arrivavano dagli stessi lavoratori, attraverso la ritenuta (la Gescal) prelevata direttamente dalla busta paga. Ora quella ritenuta non c'è più, ma sono in molti a farsi forti con i soldi (il Tfr) dei lavoratori: i padroni e dal prossimo anno lo stato. In cambio i lavoratori non hanno nulla: potrebbero pretendere che il governo di centro sinistra utilizzi parte di quei soldi per finanziare l'edilizia per le famiglie con problemi economici e sociali. Epifani, Angeletti e Bonanni e Angeletti dovrebbero battere un colpo.

Dopo mezzo secolo di convivenza con gli americani, Vicenza rivive oggi la

"sindrome del barbiere Eolo" raccontata da Goffredo Parise nel 1956. E stasera lo psicodramma, scandito da una manifestazione di protesta politicamente trasversale nella piazza palladiana che solo cinque giorni fa ha inneggiato agli anatemi di Berlusconi contro Prodi e fischiato l´inno nazionale, si consuma in un Consiglio comunale arroventato.

Nella Sala Bernarda dovrà decidere se dare o no l´aeroporto Dal Molin alla 173esima Brigata paracadutisti, facendo di Vicenza la più potente base militare americana d´Europa.

Il barbiere Eolo vedendo arrivare mezzo secolo fa in piazza dei Signori un italo-americano di nome Roy de Ciccio sospettò che fosse una staffetta spedita in città per i primi contatti con la popolazione alla vigilia dell´installazione delle truppe Setaf. Di lì a poco giunsero le truppe americane. Aveva ragione Eolo. Ma stavolta il Roy de Ciccio non s´è visto, perché a preparare a dovere il terreno del nuovo sbarco americano, già concordato dal governo Berlusconi, c´era il sindaco forzista, grande amico dell´ex premier, il quale è stato testimone delle sue seconde nozze. Ex fascista, o post, poi deputato leghista nel 1994 e infine approdato a Forza Italia, Enrico Hullweck, un medico pediatra che la sua ex avversaria elettorale Laura Fincato, deputata ulivista vicentina, definisce sorridendo «mellifluo», trattava in segreto almeno da un paio d´anni la superfetazione della presenza militare americana a Vicenza e la concessione dell´aeroporto Dal Molin. Operazione strategica per gli Stati Uniti, che ai bordi di quella pista, distante solo un paio di chilometri dalla basilica palladiana, hanno progettato un nuovo villaggio per due o tremila soldati americani provenienti dalla Germania, dove non li vogliono più, che si aggiungerebbero ai 3000 già in città, riunificando i quattro battaglioni e il comando della 173esima brigata paracadutisti, il team di combattimento, la brigata aviotrasportata d´élite destinata ad operazioni «chirurgiche» in Medioriente. Tanto che a presentare l´operazione, accolto più o meno con gli onori che spettarono a Orson Wells e a Olivia de Havilland nel 1955, giunse il 27 gennaio 2004 alla Caserma Ederle, sede delle truppe americane di stanza a Vicenza, il vicepresidente degli Stati Uniti Dick Cheney. Hullweck sapeva. Ma non l´ha detto alla città, finché la città non l´ha scoperto.

Così i tranquilli vicentini, quasi tutti occupati normalmente a far tre volte il segno della croce e a contar schei, non l´hanno mandata giù e stasera, senza distinzione di colore, andranno a urlarlo sotto la Sala Bernarda.

«La protesta è nata dai comitati spontanei, i partiti sono arrivati dopo», giura Laura Fincato che, con Lalla Trupia, ha raccolto alcune decine di firme di parlamentari ulivisti per il «no» al progetto americano. Un bel problemino per il ministro della Difesa Arturo Parisi, che si trova in mano impegni del precedente governo, l´opposizione di parte cospicua della maggioranza e Rifondazione Comunista che minaccia addirittura di «negare il sostegno all´esecutivo», al momento per bocca del segretario veneto e deputato Gino Sperandio e del segretario cittadino Ezio Lovato, se il prevedibile «sì» del Consiglio comunale vicentino venisse avallato dal governo senza che prima si svolga almeno un referendum.

Uno dei leader dei comitati spontanei, che si chiama Albera, snocciola i mille e uno motivi, a parte i silenzi menzogneri di Hullweck, per dire no a Camp Ederle 2: l´aeroporto Dal Molin è in piena zona residenziale, sul fiume Bacchiglione, a un paio di chilometri dal centro di Vicenza, patrimonio Unesco dell´umanità, ed è l´unica area verde da Vicenza a Schio e Thiene; l´impatto ambientale e per la mobilità sarebbe devastante, non meno della perdita di valore delle case e della definitiva americanizzazione della città, che già di problemini ne dà non proprio da niente. Ma il vero argomento lo coglie Marino Quaresimin, ex sindaco di Vicenza della Margherita: «Perché gli americani vogliono proprio l´aeroporto Dal Molin e non le altre migliori localizzazioni che si sono proposte? Chiaro, perché gli interessa la pista. Lo dice la logica: da dove volete che si buttino i paracadutisti della 173esima, dal campanile della basilica? «Il generale Frank Helmick giura che non useranno la pista dell´aeroporto e che in città non ci saranno armamenti pesanti, già custoditi a pochi chilometri di distanza a Longare e Tormeno e in altri siti di stoccaggio segreti sparsi nei dintorni. Ma possibile che la brigata d´élite debba fare 150 chilometri di autostrada in camion o in pullman, attraversando il passante di Mestre, per partire verso una missione "chirurgica" in Medio Oriente o anche per andare ad addestrarsi? O i paracadutisti si lanceranno dal campanile?

Lecito allora pensare che la pista sia l´oggetto del desiderio. Se è così, sarebbe come autorizzare una caserma da 600 mila metri cubi più pista d´atterraggio a Villa Borghese a Roma o al Valentino a Torino.

«Uscivano alle prime ore del mattino, pochi potevano vederli», scriveva Goffredo Parise nel racconto «Americani a Vicenza», che avrebbe voluto essere un reportage, ma, come lui dice, «è piuttosto una intuizione figurativa della funebre spettacolarità di oggetti americani (uomini e cose) che vidi cinque anni dopo in America, carichi del loro falso splendore».

Anche oggi escono alle prime ore del mattino dalla caserma Ederle, per il jogging d´addestramento in gruppo verso il Monte Berico, con gli zaini affardellati. O, più o meno verso la stessa ora, escono dalle discoteche di lap-dance, dalle periferie del sesso a pagamento. E sono questi, spesso ragazzi che tornano da missioni in Iraq, che angosciano la città serena e produttiva che ha introiettato la democristianità dei Rumor e dei Bisaglia, il culto dei papi. E´ l´angoscia dei tassisti del primo turno, dei vicentini faticatori e mattinieri che ne vedono qualcuno pisciare ubriaco sulle pietre del Palladio o, peggio, a far rissa tra loro, come mezzo secolo fa capitò a Parise, sgomento per un lago di sangue che usciva da un occhio accoltellato.

Interviene, efficiente, la Military Police e il generale garantisce che i controlli saranno persino più severi. Ma come frenare ragazzi che tornano dalle missioni di guerra?

Quelli che hanno famiglia stanno nel loro «Villaggio della pace», se non sono di turno escono col loro immenso Suv targato «ZA», cui nessun vigile fa le multe, ma la spesa si fa dentro, il pane arriva dalla Germania. Dentro la caserma e dentro il villaggio ci sono il supermercato, la scuola, il campo di basket e baseball, le piscine, i centri ricreativi, adesso pure l´ospedale, in base ad un accordo con la Usl numero 6, di cui si dice informato l´ex sindaco Quaresimin. Sono forse quindicimila in tutto, con le famiglie, più del dieci per cento dei vicentini.

Trecentosei milioni di dollari è l´investimento previsto per il raddoppio della base, che potrebbero salire al doppio. I costruttori locali, Ingui, Maltauro e gli altri, sono lì ansiosi per la nuova americanizzazione cementiera, ma non tutta la locale Confindustria presieduta dal capo di Federmeccanica Massimo Calearo. Il sindaco e i suoi, come il consigliere di An Francesco Rucco, che pur si dichiara fortemente «antiamericano», dicono che l´economia potrà giovarsene e anche l´occupazione di personale vicentino nella base, che è già di qualche centinaio di persone.

La Camera di commercio e gli enti locali hanno partecipato a sponsorizzare un libretto intitolato The american heart of Vicenza che è un piccolo peana americanista, teso a dimostrare che, dopo cinquant´anni di coabitazione, gli americani a Vicenza vivono «like ordinary citizens». Ma il 62 per cento dei vicentini, secondo un sondaggio condotto dal professor Ilvo Diamanti su un campione rappresentativo di 1500 persone, è fieramente contrario a Camp Ederle 2. Addirittura l´85 per cento pretende un referendum. Il vicepremier Francesco Rutelli l´ha promesso, qualunque sia stanotte l´esito della Sala Bernarda.

Poi c´è la questione più generale, che è stata posta dal vecchio liberale Sergio Romano: se l´America fa una politica estera non conforme ai nostri interessi, perché mai l´Italia dovrebbe ospitare basi che sono strumenti di quella politica? Si chiudano, semmai, anche quelle esistenti, in ossequio alla sovranità nazionale.

Brutta serata, dopo Sala Bernarda, per Arturo Parisi, che non potrà più fare a scaricabarile, e per Prodi. L´American heart of Vicenza rischia di diventare per loro un altro incubo.

“La denuncia di Riccardo Pacifici è sacrosanta”: sintetizza così la sua posizione Vezio De Lucia, urbanista, una lunga carriera professionale e politica divisa fra Roma e Napoli. “Ha perfettamente ragione a temere per l’identità di un quartiere, perché un quartiere soprattutto in un centro storico, è la gente che lo abita, sono le attività che vi si svolgono, la rete di rapporti che si instaura. Se la gente va via, si snatura il profilo di un quartiere: e questo vale a maggior ragione per il quartiere ebraico di Roma, che ha un carattere identitario rinforzato”.

Pacifici chiede che si indaghi sulla speculazione che sta dietro l’espulsione dei residenti.

“Concordo anche su questo. L’indagine che va fatta non è tanto un’indagine di polizia, anche se di fronte a violazioni di legge è la magistratura che deve intervenire”.

E a quali indagini pensa?

“Non si può la sciare che la distribuzione sociale di una città e dei suoi quartieri sia solo affidata al mercato. E invece è ciò a cui assistiamo. I centri storici, compreso quello di Roma, da anni si stanno svuotando dei vecchi residenti e riempiendo di residenza di lusso, di studi professionali e di uffici”.

E questo fenomeno come si può contrastare?

“In passato lo si è contrastato. Ora molto meno. Uno dei pochi contributi che l’Italia ha fornito all’urbanistica europea è stato proprio il recupero dei centri storici. L’esperienza di Bologna, tra la fine degli anni 60 e i primi 70, è stata esemplare. Il piano di Pier Luigi Cervellati prevedeva che si risanassero le abitazioni e che si lasciassero i vecchi residenti.”

E’ accaduto solo a Bologna?

“No, anche a Roma. I casi di Tor di Nona e di San Paolo alla Regola dimostrano che, quando vuole, un’amministrazione comunale può controllare la distribuzione sociale di una città. In quelle due circostanze fu decisiva l’iniziativa del sindaco Petroselli, che progettò anche il trasferimento in periferia di alcune funzioni amministrative, cercando di ottenere due vantaggi: allontanare dal centro attività urbanisticamente troppo onerose e riqualificare le periferie, dove Petroselli avrebbe voluto mandare non il catasto o l’anagrafe, ma le sedi dei ministeri. Questo era il sogno di Antonio Cederna. Ma le cose a Roma sono andate diversamente”.

FIRENZE. Martini batte i pugni sul tavolo: sull’urbanistica niente ritorni al centralismo della Regione e dello Stato. «Se lo spirito critico vuole aiutare i Comuni a fare il loro mestiere siamo d’accordo», non così invece «se le critiche intendono emarginare i Comuni e avocare la tutela a livello ministeriale», ha dichiarato il presidente della giunta regionale Claudio Martini, partecipando ieri a Lucignano, un piccolo Comune aretino, al convegno organizzato in occasione della «Giornata del Touring», promossa in 24 famose piazze italiane.

Difesa dei piccoli Comuni. Martini ha difeso a spada tratta il ruolo dei Comuni, piccoli e grandi: «La tutela del paesaggio e dell’ambiente della Toscana deve molto ai Comuni, soprattutto ai piccoli Comuni», ha osservato il governatore riferendosi alle discussioni che si sono svolte negli ultimi mesi sugli ecomostri presenti nel territorio toscano. Una discussione che ha diviso la maggioranza regionale.

«La Regione come Pilato». La Margherita toscana ha presentato una proposta di legge in cui chiede che sull’urbanistica si torni al passato: più poteri alla Regione e meno ai Comuni. «Dal tempo delle vicende elbane sosteniamo che la Regione non possa fare come Ponzio Pilato. Serve, e in tempi brevi, una più efficace politica di controllo delle operazioni urbanistiche e una minore autonomia ai Comuni. Quelli piccoli, per esempio, spesso non hanno strutture adeguate per affrontare la questione», ha sostenuto il capogruppo della Margherita Alberto Monaci.

Poteri alla Regione. E il presidente della commissione territorio del consiglio Erasmo D’Angelis non solo si è recato in visita a Monticchiello per verificare il da farsi riguardo al complesso edilizio denunciato dallo scrittore Alberto Asor Rosa (mentre l’assessore regionale Riccardo Conti ha sempre dichiarato che la Regione non poteva fare nulla per modificare quello che ha definito «uno schifo») ma ha anche aggiunto: «Occorre che ogni singola iniziativa in campo urbanistico di un certo rilievo venga accompagnata da una valutazione anche regionale che ne verifichi gli effetti».

Ds e Margherita divisi. Dunque Ds e Margherita sulla vicenda degli ecomostri si sono mossi su linee contrapposte. La Margherita ha detto in sintesi che l’ultima parola deve spettare alla Regione mentre i Ds difendono l’autonomia dei Comuni e ricordano che quando i piani urbanistici venivano approvati in sede regionale errori e scempi erano di gran lunga superiori ad oggi. Per cui nessun ritorno al passato. Il potere dei Comuni non si tocca. «I Comuni vanno aiutati con politiche finanziarie e anche con un sistema di collaborazioni tra Regione, Province, Comuni e anche lo Stato». Giù le mani dai piccoli Comuni, ha tuonato Martini: «Non ha senso rifarsela con loro anche perché spesso sono soggetti a pressioni molto forti alle quali fanno fatica a reagire perché non hanno nemmeno i mezzi finanziari e tecnici».

La proposta di Martini. Però dopo Monticchiello e gli altri ecomostri toscani non è neanche più possibile far finta di nulla. E allora Martini ha approfittato del convegno di Lucignano per lanciare la proposta di «una nuova alleanza Regione e Comuni, per fare ulteriori passi avanti e confermare la Toscana come regione leader in Italia del paesaggio e della tutela ambientale». Martini dice no ad una nuova sorta di guerra delle competenze tra Regione e Comuni. Nel Pit - il piano integrato del territorio - che dovrà essere approvato a fine anno, Regione e Comuni dovranno essere alleati, non avversari, ha concluso Martini.

Postilla

Non si riesce a comprendere perché si debba scatenare “una guerra di competenze tra Regione e Comuni”. Si tratta semplicemente di applicare le leggi. Come quella che prevede che la Regione abbia, insieme allo Stato, la responsabilità di tutelare il paesaggio mediante determinati strumenti di pianificazione. Questi non possono essere compendi di analisi o raccolte di esortazioni o antologie di racconti, ma devono definire individuare e regolare precisamente ciò che il Codice dei beni culturali e del paesaggio dispone. E devono farlo loro, le Regioni, non possono delegare né alle province né ai comuni: come ha ribadito recentissimamente la Corte costituzionale.

Invochiamo il “centralismo regionale”? No, non siamo più aficionados del Governatore Bassolino. Ci limitiamo a rivendicare l’equilibrato esercizio dei differenti livelli di governo, prescritto dai padri della Costituzione.

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