Chi svolge funzioni delicate sa che di lettere anonime si intasano le buche, di telefonate nel cuore della notte sono pieni i brogliacci delle segnalazioni di polizia e carabinieri. La stessa Mormino ha una tutela perché minacciata in passato quando mise mano ai turni di Arte e Vita, la società, poi Beni Culturali spa, che si occupa della custodia dei siti. La sua incolumità fu messa a repentaglio fino a sfiorare l´aggressione fisica.
Ma questa sembra una storia ben più grave, proprio per l´entità della minaccia. Chi, come un soprintendente, agisce quotidianamente su una trincea di legalità a difesa dei beni culturali e paesistici, sa di dovere fare i conti con disegni illeciti mandati per aria con un sì o con un no. E gli ultimi, i no, sono decisamente tanti qui a Palermo. Le competenze di un soprintendente sono smisurate. L´ufficio, in definitiva chi lo dirige, dice la sua non solo sull´attività edilizie nel centro storico, già di per sé un settore difficile. Ma, intervenendo a tutela del paesaggio, a difesa del patrimonio naturale, è nei fatti un baluardo contro ogni tentativo di scempio. In verde storico, per esempio. Minacciato da Mezzomonreale a Ciaculli fino a fondo Raffo da una teoria di costruzioni che le armi spuntate dei controllori intercettano spesso in ritardo.
La soprintendenza è anche un punto di riferimento, restando a Palermo città, sulla questione di Pizzo Sella come sulla riperimetrazione della riserva naturale di Capo Gallo. Un atto che equivale a un no definitivo su ogni mira speculativa nell´ultimo scampolo di natura incontaminata all´interno del perimetro cittadino. Ancora la soprintendenza è di mezzo nella storia del parcheggio sotterraneo davanti al palazzo di Giustizia, dopo la scoperta di resti che riconducono ai vecchi bastioni della città.
Stesse competenze, stessi no, sullo scacchiere provinciale, terreno di scontro di interessi tra i più disparati, quasi sempre in danno della costa o della natura. Come per tutto il litorale, basti pensare a Bagheria, Santa Flavia e Campofelice di Roccella dove si è ripreso a costruire a tutto spiano. Insomma, non c´è faccendiere, palazzinaro, speculatore, imprenditore rampante e senza scrupoli che non vada a sbattere sulla soprintendenza nell´esercizio della propria attività. Magari dopo aver bypassato agevolmente gli uffici tecnici comunali.
In mezzo a tante pratiche, a tanti delusi e scontenti per l´intransigenza della soprintendente c´è chi ha provveduto a farle recapitare quel messaggio sinistro.
La politica sembra aver compreso che non è questione da sottovalutare. Tuttavia ai proclami sulla solidarietà alla Mormino occorre che si accompagnino gesti coerenti. Troppo spesso, in fondo a un iter permissivo, a un procedimento che corre veloce, in nome di una snellezza che talvolta fa troppi sconti al rigore, la soprintendenza si trova da sola a dire quei no che dovrebbero essere corali. Quando con gli strumenti, pure ideati per rendere agile il Moloch burocratico, non si tenta di aggirare i no dei custodi dei beni culturali e paesaggistici.
Nello stesso disegno che vuole a capo delle soprintendenze qualunque funzionario di rango della pubblica amministrazione, a prescindere dal grado di competenza specifica, c´è il tentativo di rendere meno rigido il sistema dei vincoli, meno ineluttabile lo sbarramento costituito dagli uffici. Ritorna, periodicamente, il tentativo di piegare alle convenienze della politica anche quelle decisioni. Pur all´interno di un apparato burocratico che, soprattutto ai piani alti, difficilmente anche per questioni di mera sopravvivenza, rimane insensibile ai venti cangianti della politica, Adele Mormino di no ne ha detti parecchi. E c´è da stare in guardia perché questa minaccia non sia anche l´occasione per una rimozione ammantata di protezione.
Il paesaggio italiano rischia il degrado a causa del cemento che l´invade. È un´aggressione diventata negli ultimi anni impetuosa. Il valore del mattone cresce a rotta di collo e le amministrazioni pubbliche cedono con facilità alle pressioni degli immobiliaristi. Meno vistose, ma molto insidiose sono altre minacce: il paesaggio rurale italiano sta perdendo le caratteristiche che da secoli lo rendono riconoscibile anche per il modo in cui si sviluppano certe produzioni agricole e persino a causa di un´eccessiva invadenza di alcuni tipi di bosco che si espandono sui terreni un tempo coltivati e ora abbandonati, riducendo la varietà di colori, di profili e di vegetazione che l´Italia ha vantato per millenni. Il bosco che minaccia il paesaggio? Detta così brutalmente potrebbe sembrare una grottesca provocazione. Ma è una provocazione che Mauro Agnoletti accetta di chiarire.
Agnoletti è un professore fiorentino che insegna al dipartimento di Scienze e tecnologie ambientali e forestali. È il coordinatore di un gruppo di ricercatori che ha redatto il documento sul paesaggio per il Piano strategico nazionale di sviluppo rurale organizzato dal ministero dell´Agricoltura nell´ambito delle politiche comunitarie. E questa è già una novità. Per la prima volta nel fissare le politiche agricole del prossimo settennato (questa la durata del Piano presentato a Bruxelles) si è deciso, dopo molti contrasti, di includere anche il paesaggio. Stabilendo azioni finanziate con soldi europei (all´Italia spettano 8 miliardi di euro), la tutela del paesaggio assume un ruolo determinante: non è una battaglia in nome di valori estetici, pur fondamentali, ma un elemento essenziale per lo sviluppo economico dell´agricoltura.
Agnoletti e i suoi collaboratori (Biancamaria Torquati, Andrea Sisti, Giuseppe Barbera, Tommaso La Mantia, Paolo Nanni e Rossella Almanza) hanno tracciato un quadro storico del paesaggio italiano, dal 1870. Ne hanno definito le trasformazioni. E hanno indicato gesti concreti da compiere, che spetta alle Regioni mettere in pratica.
Soffre molto, professor Agnoletti, il paesaggio italiano?
«Soffre molto. Intanto accade ancora spesso di sentir descrivere il paesaggio come il frutto di una pura percezione soggettiva, priva di elementi oggettivi, quasi che i suoi valori fossero solo immateriali, senza concreta rappresentazione nella struttura del territorio. Manca per il paesaggio la stessa considerazione di cui godono i centri storici, una considerazione acquisita nel tempo, prodotto di una maturazione culturale che ancora stenta nei confronti di un terrazzamento, di un castagneto da frutto o di un filare di aceri e viti».
Quali sono i punti più critici?
«Per avere un quadro definito occorre ragionare regione per regione. Ma in linea generale nella maggior parte del nostro territorio il paesaggio rurale si è drammaticamente semplificato. Si è persa moltissima della biodiversità che l´ha distinto fino ad alcuni decenni fa rispetto al paesaggio di altri paesi europei e del mondo. Posso fare un esempio concreto?».
Certamente.
«In certe zone collinari della Toscana, fino a tutto l´Ottocento, in un´area di circa mille ettari si potevano contare almeno 24 tipi di seminativi arborati, 25 tipi fra pascoli e prati, 6 tipi di boschi, per un totale di 65 usi diversi del suolo organizzati in circa 600 "tessere" di un ricchissimo mosaico paesaggistico. Ora sa quanti diversi usi del suolo possiamo contare su quella stessa estensione? 18».
Cosa è cambiato?
«I pascoli e le colture promiscue sono quasi scomparsi. Fino ai primi del Novecento nella pianura padana si potevano avere anche 150-160 piante arboree per ettaro. Oggi in molte zone se ne possono notare solo alcune a bordo campo»
Questo fenomeno è causato da che cosa?
«In parte da un massiccio abbandono delle aree agricole e pastorali. Le estensioni coltivate sono passate da 23 milioni di ettari degli anni Trenta ai 13 milioni attuali. E poi dal procedere dell´agricoltura industriale, che impone coltivazioni specializzate, riducendo le colture promiscue, la varietà, appunto. A questo dobbiamo aggiungere l´intensificazione produttiva, cioè l´aumentata densità delle piantagioni oppure la trasformazione di ettari di terreno che prima ospitavano diverse coltivazioni in monoculture: tutto grano, tutto mais, tutto vite. Per non parlare delle produzioni non alimentari, la soia, la colza, il girasole, che hanno ulteriormente semplificato il mosaico paesistico».
Detta legge il mercato?
«L´aumento della produzione, attraverso la meccanizzazione e i concimi chimici, ha avuto effetti determinanti per l´abbandono delle aree agricole marginali. Su molte colline è diffusissimo il cosiddetto "rittochino": i trattori procedono per l´aratura in verticale, dal basso verso l´alto e viceversa. In questo modo tendono a sparire i terrazzamenti oppure le tradizionali coltivazioni che attraversano orizzontalmente le pendici collinari favorendo un migliore deflusso delle acque. Il risultato di questo modo di fare agricoltura sono state produzioni eccedenti e aiuti comunitari per ridurre le produzioni eccedenti...».
Un paradosso.
«Un paradosso che conferma il fallimento delle politiche impostate sulla quantità, che non reggono alla competizione internazionale».
E poi c´è il propagarsi spontaneo del bosco.
«Esattamente. Nei primi decenni del Novecento la superficie dei boschi in Italia era di circa 3 milioni e mezzo di ettari. Oggi i boschi occupano 10 milioni di ettari. È un fenomeno che ha cambiato il volto di intere regioni».
È quindi sbagliato parlare di deforestazione?
«I dati nazionali sono inequivocabili, anche se le realtà regionali sono diversificate».
E questa riforestazione non è un processo positivo? Non è un modo per arrestare comunque l´incedere del cemento?
«La riforestazione ha sicuramente portato vantaggi, non tanto economici quanto ambientali. Ricordiamoci però che il paesaggio rurale italiano reca fortissima l´impronta umana, è il luogo in cui la storia ha costruito un insieme di valori che la cultura occidentale gli ha riconosciuto almeno dal Settecento in poi. L´aumento del bosco è avvenuto soprattutto nelle regioni di montagna e di collina, su ex pascoli e terreni coltivati. Dei quali il bosco ha preso il posto, a causa dell´abbandono da parte di chi li lavorava. I vecchi boscaioli ci dicono che un tempo il bosco era coltivato come un giardino. È stato un processo di rinaturalizzazione spontanea. E spesso di banalizzazione paesaggistica. Non è utile avere boschi estesi, ma abbandonati. Negli ultimi anni si è spesso identificata la conservazione del paesaggio con la conservazione della natura, due questioni spesso coincidenti, ma che possono anche divergere».
Può spiegarsi meglio? Difendere un paesaggio non è la stessa cosa che difendere la natura?
«Può non essere la stessa cosa. Salvaguardare un paesaggio non significa ricercare il più alto grado di naturalità, ma piuttosto mantenere i rapporti uomo-ambiente, tipici delle identità culturali che il paesaggio rappresenta. Prenda, di nuovo, il caso della Toscana».
Cosa sta succedendo in Toscana?
«Abbiamo condotto un´indagine su 13 aree. In centosettant´anni si è perso circa il cinquanta per cento della biodiversità legata al paesaggio, in gran parte per effetto dell´abbandono, ma anche per l´avanzare delle monoculture. In pianura sono sparite molte alberature, mentre i vigneti che in certe aree di grande pregio non superavano i 20-25 ettari sono arrivati a costituire accorpamenti di più di 200 ettari, spesso eliminando terrazzamenti e alberature, considerati poco adeguati a moderni standard produttivi».
I vigneti sono una ricchezza.
«Certamente. Ma dal punto di vista paesaggistico il modo in cui li realizziamo rischia di deformare assetti consolidati nel tempo, di stravolgere un paesaggio la cui qualità è strettamente connessa alla qualità del prodotto».
È il rischio di tanta agricoltura industriale: molta quantità, fin oltre l´eccedenza, e poca qualità.
«Lo stesso si può dire degli uliveti, cresciuti di circa il 30 per cento, soprattutto dopo gli anni Sessanta. Grazie agli incentivi europei sono sorti uliveti con alberi fitti e disposti molto regolarmente, anche mille piante laddove ce n´erano alcune decine. Sostituiscono gli uliveti promiscui, nei quali l´ulivo si coltivava in filari, e fra un filare e l´altro si seminavano cereali e altre colture. Lungo il filare si associava la vite, qualche volta alberi da frutto a varie specie, i peschi, i peri, i meli, i gelsi. Questi sono esempi di paesaggi storici, in cui la presenza del lavoro umano definisce l´assetto del territorio. Non bisogna però generalizzare: in alcune regioni, come la Puglia o la Sicilia, densi uliveti ed estese monocolture a grano sono considerabili come paesaggi tradizionali».
Però il vino e l´olio toscano si vendono bene e in tutto il mondo. Come si fa a tornare indietro?
«La salvaguardia del paesaggio ha benefici proprio sul successo di alcuni prodotti. Chi negli Stati Uniti compra un vino del Chianti o della Sicilia lo compra anche perché attratto dai paesaggi legati a quelle produzioni».
Di recente ne ha parlato anche l´economista Francesco Giavazzi.
«Ma su questo non c´è sufficiente consapevolezza. Eppure si tratta di un elemento "competitivo" che l´Italia possiede e altri no. Mentre noi industrializziamo sempre di più l´agricoltura, altre regioni europee più avvedute, come il Tokaj ungherese, chiedono l´inserimento del loro paesaggio nelle liste dell´Unesco. Il Chianti non è ancora riuscito a trovare un accordo».
In concreto come si fa a salvaguardare queste diversità paesaggistiche? Pensate a dei vincoli?
«Niente vincoli. Dall´Europa arriveranno molti soldi, utilizziamoli intanto per sviluppare la conoscenza dei paesaggi locali e delle loro caratteristiche. E poi per incentivare chi favorisce il restauro di pratiche tradizionali, come le canalizzazioni, le sistemazioni del terreno, le siepi, gli edifici in pietra, i sentieri, i muretti a secco, i recinti, i pagliai e persino l´uso di materiali antichi, come il legno per la paleria o per le recinzioni. E per garantire un reddito a quegli imprenditori che rinunciano a certe produzioni, a chi pone limiti alle colture continue, a chi converte terreni in prati e pascoli di seminativo. Insomma a chi abbandona un´agricoltura industriale più orientata sulla quantità e certi ordinamenti delle colture non compatibili con i paesaggi tradizionali e tipici del luogo».
Il debutto della Ztl nel rione Monti è stato controverso. Troppo poche le ore per i residenti. Danno gravi, invece, per gli esercenti. Il presidente del Primo Municipio, Giuseppe Lobefaro, promette che andrà avanti, includendo pure Testaccio, di notte quasi impraticabile. Piano piano va riprendendo quota l'idea che non si può ridurre la città storica — la più grande (e la più bella) del mondo — a semplice «Divertimentificio» e che far diminuire la sua popolazione ancora, sotto le 100 mila unità, sarebbe la morte stessa del tessuto connettivo che la mantiene viva.
Dal 1951 al 2001 gli abitanti di Monti sono precipitati da 46.630 a 13.751 (-70,5 per cento, un po' più della media del centro).
Ancora un po' e resteranno solo dei «panda».
La Consulta delle associazioni di tutela, con grande fatica, raccoglie dati, denunce, proposte.
Dal I˚Municipio e dal Campidoglio vengono segnali di ascolto e alcune decisioni positive. Chi passa per la disastrata zona di Tor Millina, può constatare che la «mangiatoia» continua è stata rimessa un po' in riga, le file di tavolini sono state (quasi tutte) assottigliate e non riducono più le strade ad un budello. Dovere di un critico del disordine urbano è anche quello di riconoscerlo.
Lobefaro ha anche spedito ai gestori di locali affacciati sulle piazze storiche la lettera di disdetta per evitare l'automatico rinnovo delle concessioni di suolo pubblico e per riportare i tavolini nei limiti dei piani di quella «massima occupabilità».
Risposta immediata dei gestori: una diffida allo stesso Lobefaro per 18 milioni di euro di danni e la minaccia di licenziare centinaia di dipendenti.
Questa è la «cultura» contro la quale si scontra ogni iniziativa volta a restituire un minimo di ordine nell'uso della città e dei suoi spazi. Si badi bene: nell'interesse dei gestori stessi i quali non capiscono che la «mangiatoia» ininterrotta trasforma Roma in un indecente bazar e allontana il turismo che spende e soggiorna, favorendo invece quello mordi-e-fuggi. A questa logica negativa sembra volersi sottrarre la Confesercenti la quale, per bocca del responsabile nazionale Centri storici, Cesare Campopiano, propone un «patto sul decoro», e quindi sull'uso dei quartieri centrali, alle associazioni dei residenti. Sin qui tutto ciò che è pubblico è stato considerato a disposizione del primo privato che se ne impossessa. Piazza delle Coppelle è stata per anni un allegro e utile mercato al mattino e nelle altre ore un'area silenziosa di sosta, di passeggio, di attraversamento. Da qualche anno, ormai, appena i banchi vengono smontati, l'intera piazza sparisce e diventa, in toto, ristorante all'aperto.
Gli abitanti e i passanti non hanno più un centimetro di suolo che sia loro. Se si indulge nel «lasciar fare», è difficile, dopo, riportare le cose a civili convivenze e compatibilità. Gli arrivi negli alberghi romani sono stati nel 2005 quasi 8,3 milioni (più stranieri che italiani), con 19,8 milioni di presenze, e quindi 2,6 giorni di permanenza media. Un patrimonio che esige più attenzione, pubblica e privata, servizi migliori, e non caos e trasandatezza.
Urban sprawl in Europe. The ignored challenge
European Environment Agency, Report n. 10/2006
L’Agenzia Europea per l’Ambiente dell’Unione Europea, in un Rapporto da pochi giorni scaricabile dal suo sito web, ha affrontato la problematica della dispersione insediativa: una “sfida ignorata” dai governi nazionali e locali sulla quale si suggerisce che il governo europeo debba intervenire con più decisione.
Fra il 1990 e il 2000 in Europa sono stati urbanizzati più di 800.000 ettari di suolo: un’area tre volte più grande del Lussemburgo; e se questa tendenza proseguirà inalterata, si assisterà a un raddoppio del suolo urbanizzato nei prossimi cent’anni, con un impatto drammatico sui consumi di energia e di risorse territoriali e, soprattutto, sulle emissioni di gas serra ed i cambiamenti climatici. Nel Rapporto si sottolinea più volte la stretta correlazione fra deregolamentazione urbanistica e dispersione insediativa: “where unplanned, decentralised development dominates, sprawl will occur in a mechanistic way”, e si auspicano modelli compatti e policentrici di sviluppo urbano, già più volte invocati nei documenti di politiche di sviluppo territoriale dell’OCSE e dell’UE e, in particolare, nello Schema di Sviluppo dello Spazio Europeo. Si sottolinea altresì che compattamento e policentrismo potranno essere effettivamente ed efficacemente realizzati soltanto attraverso piani elaborati alla scala pertinente (ovviamente sopracomunale) e con indirizzi forti e condivisi.
Utilizzando la base di dati Corine Land Cover 2000 e la metodologia MOLAND, il rapporto illustra, anche attraverso la cartografia tematica, le tendenze alla dispersione all’opera su alcune macroregioni: le regioni densamente popolate, ma anche i territori che hanno beneficiato degli aiuti delle politiche regionali dell’Unione Europea e le fasce costiere. In particolare, si sottolinea il rischio che i nuovi stati membri dell’UE, per effetto dell’accesso ai Fondi di Coesione, possano nei prossimi anni registrare dinamiche di consumo di suolo simili a quelle dell’Europa più sviluppata.
Inoltre, si riportano i risultati dei casi di studio relativi a sette città che costituiscono sia buoni che cattivi approcci alla pianificazione urbana.
Nell’ultimo capitolo si affronta il tema delle politiche di governo dello sprawl urbano. Riconosciuto che gran parte dei problemi ambientali che affliggono le città sono originati da elementi esogeni (l’economia di mercato globale, le reti di traffico trans-europee, i grandi cambiamenti sociali, economici e demografici, l’inquinamento cross-boundary, etc.), si afferma con determinazione che soltanto superando la frammentazione locale e valorizzando il coordinamento intergovernativo e la pianificazione di area vasta sarà possibile porre sotto controllo un modello di sviluppo urbano che produce costi pubblici e collettivi insostenibili.
Secondo l’EEA, il governo europeo può, e deve, svolgere un ruolo importante: perché l’adesione al protocollo di Kioto gli consente di intervenire sui paesi membri che non ottemperino alle leggi in materia ambientale emanate in sede europea; e, inoltre, perché potrebbe subordinare l’attribuzione dei Fondi Strutturali e di Coesione 2007-2013 all’ottemperanza a linee guida appositamente predisposte per sollecitare un più deciso impegno dei paesi membri nel controllo dello sprawl.
Le linee guida, conclude il rapporto, potrebbero subordinare la attribuzione dei Fondi alla presenza di piani integrati alla scala sopralocale che salvaguardino il territorio rurale; alla realizzazione, da parte dei governi nazionali e locali, di investimenti volti a garantire l’adeguamento alle disposizioni legislative dell’Unione Europea in materia di qualità dell’aria, del trattamento delle acque e dei rifiuti, e dell’inquinamento acustico, e a ridurre la congestione del traffico attraverso il potenziamento del trasporto pubblico. Infine, si potrebbero co-finanziare azioni e progetti scaturiti da piani urbanistici e territoriali che pongano al centro il controllo dello sprawl e la riqualificazione ambientale delle aree urbane.
Su eddyburg_Mall la sintesi in italiano del Rapporto; da qui si può scaricare direttamente dal sito EEA Report n. 10/2006(f.b.)
I «Tre Magi» entrano senza bussare e buttano sul tavolo del sindaco una mappa in cui al posto dei campi di barbabietole si vedono alberghi, case, campi da golf e piste per auto: un parco disneyland. Il sindaco, sorpreso dal magico potere di trasformare barbabietole in oro, alza gli occhi e chiede il perché di tanto ben di Dio… La risposta, paradossale, non si fa attendere: «Serve per fare il nuovo stadio…». Il Sindaco, subito non coglie il nesso, ma poi ricorda che il Bologna è retrocesso in B, che la società era in brutte acque e che i Tre Magi generosamente l'hanno acquistata. E a tutti vengono alla mente le polemiche che si scatenarono quando un pacchetto simile fu proposto a un altro paese al di là di Bologna perché, data l'attività terrena dei Tre magi, si era diffuso il dubbio (o la certezza?) che il povero Bologna calcio fosse solo la scusa per un progetto pensato, subito dopo o subito prima poco importa, del suo acquisto. Il sindaco, che non finisce di stupirsi, nota che l'affare non è proposto dalla società del Bologna Calcio bensì da una società dal nome strano, certamente di comodo, per loro. Come dire… al Bologna Calcio i soldi forse arriveranno, ma solo di sponda, dopo vari giri e se tutto va bene; se l'affare funziona, se non vendono ad altri, ecc. Il solito giro di società già visto in altri luoghi. Ancora perplesso il sindaco dice «vedremo» poi vede al loro fianco uno dei proprietari delle terre interessate felice per la pensata dei Tre che lo liberano dalla fatica di coltivare barbabietole. Uno che conosce bene perché fa parte del consiglio del paese e che dice che bisogna fare presto perché il «miracolo dei Tre Magi» può svanire se il consiglio del paese non decide entro il 2007. E subito nasce la pensata di convocare il Consiglio e il popolo per sentire il loro parere che, si pensa, non potrà essere contrario a un miracolo così evidente di cui nessuno aveva mai parlato, anche se qualcuno ci aveva sperato. Non c'è traccia di una tale ipotesi di trasformazione nei piani di sviluppo del territorio provinciale che con tanta cura e per tanti anni sindaci, tecnici e consiglio locale e provinciale avevano discusso per quella zone, spesso allagate, lontane da autostrade e ferrovie. I Tre non hanno alcun titolo per lanciare quella mappa sul tavolo, se non il loro potere magico. E non è poco di questi tempi, avranno pensato, visto che i Comuni sono presi per la gola e vedono con grande favore oneri di urbanizzazione e nuove Ici per fare funzionare i loro servizi. Ovunque: sussurri e grida, imbarazzo generale, timidi sussulti, richiami a precedenti, accettati e respinti, timori per il Bologna calcio, rifiuto allo spostamento dei tifosi. Preoccupazioni per il traffico? Spuntano una nuova ferrovia e nuove strade: «Tutto si può fare, piccola». Ma basta un'occhiata rapida alla mappa per vedere la stranezza del progetto: le aree di intervento sono come poligoni staccati l'uno dall'altro che si congiungono ai vertici: sembra un progetto disegnato con la logica delle proprietà fondiarie e non certo con la logica del progetto urbanistico.
È tutto molto strano: da anni questo modo di fare era alle nostre spalle e l'attività privata sempre più si misurava con i progetti di riqualificazione e di uso corretto del territorio sulla base della programmazione dei Comuni e della Provincia. Non siamo nelle praterie da lottizzare bensì in una regione molto edificata dove la collocazione di nuovi servizi e così pesanti come questi va programmata sulla base di criteri generali, prima che personali, pardon societari. Ed ecco il colpo si scena. Il sindaco convoca il Consiglio comunale aperto a tutti e consegna il microfono al capo dei Magi che lo terrà per tutta sera. Tra perplessità e applausi, il più costruttore tra i Magi fa una grande pensata: «Non è previsto nel Ptcp? Ma non c'è problema. Sulla base dell'articolo 40 faremo un accordo anche con la Regione e tutti i problemi saranno risolti». Magico?… O forse pensavano di essere entrati nella stalla prima dell'evento? Nei film più popolari a questo punto arrivano i nostri che con la tavola delle regole spiegano a tutti, e in particolare ai Tre Magi, che lo spettacolo pirotecnico è stato folgorante ma che passata l'ubriacatura serale e alla luce del giorno le cose saranno affrontate in punta di spada, pardon di penna, con la verifica di tutte le compatibilità partendo dalle previsioni della «mappa generale» che si è costruita nel rispetto delle nostre tradizioni di programmazione. Saremo anche poco fantasiosi noi terreni ma, come si dice, in queste terre di questi miracoli ne abbiamo visti pochi, e ci riteniamo fortunati.
Ugo Mazza, Consigliere regionale Ds
Titolo originale: The new New York – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini
Nei suoi primi tempi, New York era città che guardava avanti. La sua griglia stradale fu progettata per un milione di persone in un’epoca in cui la popolazione arrivava a malapena a centomila. Il Central Park fu pensato 150 anni fa, in un acquitrino lontanissimo dal cuore di Manhattan, che era già downtown. La sotterranea fu realizzata cent’anni fa, quando gran parte di New York era ancora campagna. Ma la città aveva perso la sua capacità di visione circa cinquant’anni fa, scivolando in un processo di declino apparentemente inarrestabile.
La prova migliore di quanto siano migliorate le cose a New York è il fatto che il sindaco è tornato ad essere un visionario rispetto al futuro. Anche se le fortune della città hanno iniziato a riprendersi sotto la mano ferma del sindaco Rudy Giuliani negli anni ‘90, fino a soli cinque anni fa – quando hanno colpito i terroristi – era facile temere il peggio per New York. Ma questa settimana Michael Bloomberg, succeduto a Giuliani immediatamente dopo gli attacchi, ha reso pubblico un piano venticinquennale di miglioramento della città. Se attuato, potrebbe avere impatti superiori a quelli dei suoi due grandi costruttori: Fiorello La Guardia, sindaco negli anni ’30 e ‘40, che coordinò grandi lavori pubblici realizzando anche gli aeroporti, e Robert Moses, dominatore dell’urbanistica a cavallo della metà del XX secolo, con la costruzione di strade, ponti, gallerie.
Secondo Bloomberg, New York compete – in particolare con Londra – per essere una delle grandi città del XXI secolo, e attirare una elite globale sempre più mobile e ricca. Il suo piano si rivolge a quelle che considera le tre sfide principali da affrontare per la transizione. Primo, prevede che la popolazione di New York, già a livelli record, cresca di circa un milione di persone entro il 2030, sino a raggiungere i nove milioni. Secondo, le infrastrutture urbane – in gran parte vecchie di oltre un secolo – cadono a pezzi, e necessitano di interventi. Terzo, la città deve diventare molto più verde.
Per trasformare New York in una “città sostenibile” Bloomberg ha fissato dieci obiettivi, che verranno verificati dal nuovo Sustainability Advisory Board composto da scienziati, studiosi, accademici, urbanisti e ambientalisti. Gli obiettivi comprendono una massiccio incremento nelle case economiche; la promessa che ogni newyorkese abiterà a dieci minuti a piedi da un parco pubblico; una modernizzazione dei trasporti pubblici, incluso prolungamento della metropolitana. Bloomberg vuole che New York abbia l’aria più pulita di qualunque grande città d’America, e ridurre le emissioni che contribuiscono al riscaldamento globale del 30% entro il 2030. Vuole rendere disponibile il 90% di fiumi, cale e baie per il tempo libero riducendo l’inquinamento dell’acqua e conservando gli spazi naturali.
Saggiamente, Bloomberg ha posticipato ad altro giorno, probabilmente in marzo, i dettagli su come verrà attuata questa sua visione. Non sarà a poco prezzo, e si dovranno reperire i fondi da qualche parte. L’influenza sulle casse federali del senatore Chuck Schumer e del deputato Charlie Rangel, ora che i Democratici dominano il Congresso, sarà d’aiuto. Lo stesso vale per una relazione più costruttiva con l’amministrazione statale, se il nuovo governatore Eliot Spitzer riuscirà a gestire Albany efficacemente come ha fatto con Wall Street. Per fortuna, le quotazioni dei titoli emessi dalla città sono migliori che mai, e gli alchimisti finanziari del municipio la scorsa settimana hanno raccolto 2 miliardi per un prolungamento della metropolitana nel West Side: un’impresa che prelude ad altri gesti creativi del genere.
Il piano si basa su cose che il sindaco Bloomberg ha già cominciato. Su gran parte della città sono state approvate varianti urbanistiche per consentire una migliore composizione di uffici (che sono di nuovo inferiori alla domanda), attività produttive e residenza. Si sono impegnati circa 4 miliardi per il completamento di una terza condotta per portare acqua in città, 1,6 miliardi costruire un assolutamente indispensabile impianto di filtraggio dell’acqua, e 13 miliardi per un intervento di modernizzazione scolastica più che mai ambizioso. Un’ex discarica, un tempo la più vasta del mondo, tra poco diventerà il parco più grande che si sia mai inaugurato in un secolo.
Migliorare il sistema di approvvigionamento energetico della città, e renderlo molto più verde, sembra di sicuro una battaglia fondamentale. Altra questione molto controversa è se, e come, introdurre una tariffa di ingresso anticongestione per le automobile, presumibilmente a partire dalla parte bassa di Manhattan. Bloomberg è un noto ammiratore della congestion charge di Londra. Dopo aver tolto il fumo dai bar della città, dovrebbe essere pronto per quella che forse è una sfida politica più impegnativa. Al momento, esita.
In generale comunque si tratta di un sindaco che ha fretta: e non soltanto perché, come corre voce, stia pensando di candidarsi alla presidenza. Il suo obiettivo è attuare la visione per la città nel modo più irreversibile possibile; perché è più che probabile, che dopo la fine del suo mandato nel 2009, la politica a New York tornerà ai vecchi e tristi orizzonti limitati.
Nota: per i veri appassionati qui la pagina web delle grandi promesse (f.b.)
L’inverno del nostro scontento»: l’espressione che Shakespeare mette in bocca al futuro re Riccardo III è stata usata molte volte come metafora di quella protesta sociale serpeggiante prende forma in certi periodi freddi. Una protesta che propende ad autoalimentarsi, nutrendosi di una diffusa insofferenza, intessuta di un malessere sordo. È una metafora che sembra tagliata su misura per la situazione che l’Italia vive in queste settimane e ha l’aspetto d’un malcontento generalizzato, che non sembra sanabile ricorrendo agli strumenti consueti. Come se uno stato di sfiducia, che si riproduce continuamente, fornisse l’impulso a manifestazioni che finiscono col travalicare l’ambito cui si riferiscono per investire una dimensione generalizzata, estesa un po’ a tutto.
Contratti di categoria rinnovati a termini scaduti
Le città hanno evitato all’ultimo momento di subire la fermata del trasporto locale che le avrebbe poste in difficoltà se si fosse attuato lo sciopero indetto per ieri. Ma l’intesa in extremis non ha spento del tutto la protesta dei sindacati non confederali, che si è espressa in riduzioni occasionali del servizio, com’è successo a Milano, dove ieri mattina la metropolitana funzionava in modo parziale. Lo sciopero Alitalia ha invece avuto effetto, mentre vi sono stati fenomeni di microconflittualità sui treni, con disagi sull’asse Torino-Milano. Tutti segni che, sommandosi ai fischi e ad altre proteste, non solo possono essere considerati come prova della disaffezione verso il governo, ma sono destinati ad accentuarla. Come non avvertire un senso di disillusione di fronte al fatto che certi contratti di categoria continuino a essere rinnovati quando i termini sono largamente scaduti e che, soprattutto, non vengano rivisti i criteri che regolano la prestazione di lavoro in alcuni comparti? È chiaro che più nessuno pensa che, chiuso un periodo di conflittualità, non se possa aprire un altro, magari quasi immediatamente.
La caduta degli standard e le promesse credibili
Nel campo delle infrastrutture, la discrasia fra le dichiarazioni di intenti e la realtà vissuta da numerosi cittadini-utenti dei servizi è massima. Da una parte, le cronache riportano di interminabili tavoli di progetto su grandi opere destinate - forse - ai nostri nipoti, mentre la caduta degli standard di efficienza e qualità in sistemi come i trasporti è verificabile quotidianamente e le cifre sui dissesti di gestione appaiono sempre più inquietanti e problematiche da rimediare. La via d’uscita dall’impasse attuale non sta nel preannunciare grandi misure d’intervento e progetti che per essere sviluppati hanno bisogno di un arco temporale medio-lungo. Ciò di cui necessita adesso il nostro sistema infrastrutturale è una vasta, meticolosa e puntuale opera di manutenzione dell’esistente, senza di cui nessuna prefigurazione di un soddisfacente futuro assetto risulta credibile. Un programma di manutenzione che non può essere fatto soltanto d’interventi sulle strutture materiali, prescindendo da un’azione condotta sulle relazioni di lavoro, con la capacità e l’intenzione di fare della contrattazione collettiva con le rappresentanze dei lavoratori uno strumento valido di regolazione, sia per quanto attiene l’efficienza organizzativa che le condizioni di lavoro. Senza questo passaggio, il malcontento non potrà che essere permanente.
È una delle rare volte in cui mi accade di essere in disaccordo con Rossana Rossanda, ma in nulla intacca il senso di forte fratellanza che nutro per lei da molti anni.
A che serve il Mose, in definitiva? a riparare Venezia dall'acqua alta sopra i 110 centimetri, cioè - allo stato attuale - pochissime volte all'anno (non ho sottomano le statistiche). Per tutte le molte altre continueremo a usare gli stivaloni di gomma nelle varie zone della città che vanno sotto, in relazione all'altezza di marea. Domanda essenziale: vale la pena di investire tutti quei miliardi di euro - in pratica concentrarvi tutta la spesa pubblica che riguarda la salvaguardia della città - per una «grande opera» che, a regime e se funzionerà, riparerà la città per pochissime volte all'anno nel mentre non ci sono più i soldi per i decisivi lavori di manutenzione (scavo dei rii, innalzamento delle fondamenta et similia) senza dei quali si tornerebbe ai tempi del massimo degrado? Oggi io rispondo che non ne vale la pena. Teoricamente, non si può escludere che in avvenire il Mose potrà anche servire, ma allo stato dei fatti quanto meno rischia addirittura di peggiorare una situazione già compromessa, con tutte quelle sue opere fisse in ferro e cemento in contrasto con i delicatissimi flussi e riflussi della marea in laguna. Nella scienza e nella tecnica non si procede con il metodo sperimentale?
Comunque, come scrive anche Rossanda, il Mose non risolve in nulla il problema dell'«affondamento» di Venezia e, aggiungo io, neanche lo rallenta. Questo della subsidenza è un processo legato a tanti fattori che ora nessuno controlla: ne pagheranno il conto le generazioni future. Sia detto per inciso che nei decenni trascorsi - non vedo mai citati questi colpevoli dati - la subsidenza di Venezia è stata anche causata dall'acquedotto industriale che, ancora dalla fondazione di Porto Marghera, estraeva l'acqua direttamente dalle falde sottostanti sino per lo meno a metà degli anni sessanta e poi - ancora ai tempi di Mattei - dall'estrazione del metano in Polesine, il tutto con non pochi danni complessivi e conseguenze, come appunto ora stiamo riscontrando (e dire che attualmente l'Eni vorrebbe estrarre petrolio con le piattaforme in alto Adriatico!).
Bisognerebbe anche sfatare un'altra leggenda: la relazione virtuosa tra Porto Marghera e Venezia per salvarla dalla monocultura turistica. Questa relazione non è mai esistita, né esiste, sin dall'insediamento delle prime fabbriche di Porto Marghera negli anni '20-'30: contrariamente alle previsioni, i capitali investiti erano tutti esterni (i grandi 'monopoli'); una percentuale ridottissima (a una sola cifra) di veneziani è andata e va a lavorare a Marghera; il porto industriale era e è in autonomia funzionale. Venezia, da Marghera, ha avuto solo gli inquinamenti dell'aria e dell'acqua. Nel tempo le tesi di Volpi-Grimani si sono dimostrate del tutto infondate, così come nella seconda metà del secolo le varie strategie dei gruppi dominanti veneziani con la seconda zona e l'insediamento dell'avvelenata e avvelenante industria petrolchimica. Non saprei immaginare dove saremmo arrivati se si fosse realizzato il Prg della terza zona (approvato nel 1964) su oltre tremila ettari di laguna e con addirittura un centro siderurgico (quello poi costruito a Taranto): per fortuna che a farlo fallire ci hanno pensato le troppo dimenticate lotte operaie del '68-'69.
Il tornante esplicativo di questa lunga storia lo si è riscontrato il 4 novembre '66 con i 194 centimetri d'acqua che hanno sommerso Venezia e che di colpo hanno messo allo scoperto l'incompatibilità assoluta tra Venezia storica al centro di una laguna - stravolta idrogeologicamente dai vari scavi di canali, isole artificiali, imbonimenti, chiusura delle valli ecc. - e un porto industriale della grandezza e della forza di Marghera costruito sul suo bordo: vista con il senno di poi, una follia totale di cui oggi paghiamo duramente le conseguenze.
Porto Marghera è ormai da parecchi anni sempre più un parco avvelenato di archeologia industriale. Quello che è rimasto di produttivo - salvo la Fincantieri (ex Breda) - sfrutta al massimo impianti obsoleti e rattoppati col ricatto del posto di lavoro: non c'è alcun futuro (come tutti sanno, ma non dicono). Nel contempo - di anno in anno - il turismo a Venezia è arrivato a quasi 19 milioni di presenze e gli «operatori turistici» vogliono anche la sublagunare per farne arrivare ancora di più (altro che tassa di soggiorno!): di Venezia non potrebbero rimanere che pietre consunte e qualche vecchio dimenticato che non ritrova più la sua città.
Il triste - il tragico - è che tutto questo era perfettamente leggibile sin dalla seconda metà degli anni '80, ma i più hanno chiuso gli occhi per non vedere: con il mutamento del paradigma produttivo da fordista a (per semplificare) postfordista il porto industriale (nato per la prima trasformazione di quelle determinate materie prime portate dalle navi direttamente sulle banchine della fabbrica) ha cessato la sua funzione perché sono cambiate le materie prime, sono comunque cambiati i sistemi produttivi, sono mutate le relazioni economiche (globalizzazione). Così Marghera è diventata un ferro vecchio.
Sin da allora sarebbe stato però possibile, prendendo atto della concreta realtà, pensare e approntare un progetto di ridefinizione-trasformazione generale dell'area Marghera-Venezia-Mestre - con tutte le garanzie sociali e di equilibrio ambientale - che stato, enti locali, forze economiche, politiche e sindacali irresponsabilmente non hanno saputo avviare, perdendosi nei mille rivoli del giorno per giorno e nelle chiacchiere dei convegni e delle consulenze. Nonostante l'imperdonabile ritardo, si potrebbe cominciare almeno ora - questo sì che sarebbe un gran bel lavoro qualificato e interdisciplinare - ma non vedo volontà, forze e culture innovative per un'impresa del genere. Perché dovremmo solo consolarci con l'andare senza stivaloni per tre o quattro volte all'anno: come si fa a non capirlo, caro Indovina?
Titolo originale: Reducing the Cost of Congestion – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini
Rassicura, che il sindaco Michael Bloomberg non abbia chiuso del tutto le porte ad una tariffa sulla congestione, anche davanti a coloro che la chiamano scorrettamente tassa. Il sindaco e I suoi funzionari tecnici hanno senza dubbio osservato il successo di queste misure in città come Londra o Stoccolma, che hanno allentato gli ingorghi fissando una tariffa d’accesso per gli automobilisti alle strade più usate.
L’argomento a favore dell’esame di una tariffa sulla congestione ha avuto ulteriore impulso la scorsa settimana, con uno studio della Partnership for New York City che mostra come le strade intasate costino alla città 13 miliardi di dollari l’anno.
E quella cifra appare prudente per difetto. Il Department of Transportation federale, utilizzando dati del Texas Transportation Institute, calcola il costo del traffico nelle città di tutto il paese a un’incredibile cifra di 200 miliardi. E senza contare l’inestimabile valore del tempo e delle occasioni perse. Imprese e consumatori ci perdono quando beni e servizi non vengono distribuiti con efficienza, e ambiente e salute umana soffrono in modo grave l’aria inquinata.
Washington ora sta distribuendo fondi per finanziare studi che consentano alle città di individuare modi per allentare la congestione. Bloomberg deve approfittarne. Anche se i sondaggi mostrano come i newyorkesi desiderino un sollievo dal sovraccarico di traffico, una sperimentazione concreta della tariffa anticongestione potrebbe contribuire a stipulare un patto. É quanto accaduto a Stoccolma, dove i cittadini prima hanno esitato, poi dopo una sperimentazione di sette mesi hanno votato a favore della tariffa.
I pendolari di New York hanno i tempi di spostamento più lunghi del paese. Se non si trovano subito delle soluzioni, la situazione è destinata a peggiorare con l’aumento della popolazione, previsto di un milione di persone, a raggiungere i 9,2 milioni, neo prossimi 25 anni.
Lo studio Partnership propone altri dati interessanti. Se si diminuisse il traffico del solo 15%, si sostiene, potrebbero essere creati sino a 52.000 nuovi posti di lavoro. Si tratta di un obiettivo raggiungibile. A Londra, che impone una tariffa di circa 16 dollari agli automobilisti nel quartiere centrale degli affari, il traffico è stato ridotto del 17%. A Stoccolma, dove la tariffa varia a seconda delle ore della giornata, il traffico in centro è crollato del 25%.
I vantaggi si avvertirebbero in tutte e cinque le municipalità, a Long Island e New Jersey, dove lo studio ha rilevato che il traffico sulle strade più affollate verso Manhattan si sposta a meno di venti chilometri l’ora.
L’epicentro del garbuglio di New York è a Manhattan, a sud della 60° Strada. Ogni giorno della settimana entrano nell’area oltre 800.000 automobili. Circa un quinto di questi veicoli è soltanto di passaggio sulla direttrice fra New Jersey e Queens o altre destinazioni verso est.
Ma la cosa più incredibile è che oltre il 40% dei veicoli che si muovono nell’area occupato da una sola persona, il conducente. La tariffa sulla congestione potrebbe trasformare qualcuno di questi automobilisti in utente del trasporto pubblico, che riceverebbe anche il ricavato delle tariffe per migliorare il servizio della metropolitana, aumentare il numero degli autobus veloci e sostenere i traghetti a basso costo.
Chi è contrario alla tariffa sulla congestione –come alcuni proprietari di parcheggi che temono posti vuoti – sostiene che va contro i piccoli imprenditori, che possono non avere alternative al venire in città in auto. Altri esprimono perplessità riguardo agli abitanti della città che possiedono un’auto, e potrebbero aver bisogno di usarla. Ma il sistema può essere tagliato su misura per rispondere a queste obiezioni.
La discussione su come New York possa attuare un piano di tariffe di ingresso è meno importante, ora, del fatto di mantenere in gioco la sua possibilità. Bloomberg cerca modi per far crescere l’economia della città, ridurre le emissioni e migliorare la salute pubblica. Tutti questi obiettivi potrebbero essere raggiunti semplicmente allentando la congestione da traffico.
Nota: il citato caso di Stoccolma è raccontato con qualche particolare in questo articolo dallo International Herald Tribune; la bonifica urbana è affrontata comunque con ben altro piglio dalla RPA nel suo recentissimo piano integrato per Newark, appena al di là dell'Hudson (f.b.)
«Abbiamo costruito nuovi villaggi e abbiamo svuotato i paesi che c'erano. Abbiamo costruito villaggi fantasma e abbiamo reso fantasma i villaggi vivi. La "buona edilizia" può svilupparsi riqualificando i villaggi e i paesi esistenti perché vivano meglio tutto l'anno, perché i sardi ci possano lavorare e non semplicemente in funzione di quel breve periodo e di turisti che noi vorremmo invitare a conoscere la Sardegna più a fondo, fuori dall'enclave chiusa dei villaggi turistici».
Ho riportato per intero questo passo del discorso che Renato Soru, governatore della Sardegna, va facendo da tempo e che, in questa Italia del cemento, stupisce per chiarezza di visione, per antiveggenza, per risolutezza nel voler salvaguardare quanto di intatto c'è ancora nella sua isola, anche sulle coste più investite da massicce operazioni edilizie.
L’obiettivo strategico che sta perseguendo non a chiacchiere «bensì col più grande piano paesistico mai realizzato in Italia», come fa notare l'ingegner Edoardo Salzano, presidente del comitato scientifico per il piano medesimo (realizzato dagli uffici tecnici regionali).
Propongo un parallelo che parla da sé: se il Piano Paesistico Regionale, il PPR, verrà definitivamente approvato e attuato, si salveranno lungo i 1.731 km di coste sarde centinaia di km di dune profondissime che hanno tante funzioni oltre a quella estetica (salvano la macchia mediterranea dalle mareggiate e dalle tempeste di salmastro e di sabbia, operano un ripascimento naturale, ecc.) e che possono in futuro concorrere ad attrarre un turismo finalmente amante della natura. In Adriatico invece -dove dai primi decenni del '900 va avanti un modello turistico fondato sulla cementificazione e sull’asfaltatura della costa - dei 1.260 km di dune a uno o più cordoni esistenti un secolo fa, ne sopravvivono appena 123, cioè meno del 10 per cento. Così, alcune regioni non presentano più nemmeno 1 km di duna fra Trieste e Otranto. Un autentico massacro al quale è sfuggito e sfugge a fatica lo stesso delta del Po. Per la verità una folla di aspiranti-lottizzatori di Goro, nel delta ferrarese, avrebbe voluto una bella litoranea per poi poter ''riminizzare” anche lì. Li fermò la Regione, nata da poco. li fermò, anche fisicamente, nel 1972, Guido Fanti, presidente della medesima, salvando un gruppo di ambientalisti, fra i quali Giorgio Bassani e Antonio Cedema, da un minaccioso assedio. Altri tempi. Renato Soru ha il grande merito di aver riportato in onore l'idea-forza della pianificazione paesistica nel momento in cui tante altre regioni italiane (dei più diversi colori politici) o sbracavano cedendo ad una forsennata corsa edilizia che è tutta di puro mercato, oppure fabbricavano chiacchiere lasciando anch'esse costruire seconde e terze case a tutto spiano. Sapete a quanto è precipitato l'intervento pubblico nell'edilizia italiana? Dalle 35.000 abitazioni di un ventennio fa al migliaio o poco più del 2004, dall'8 all'1 per cento. Sapete a quanto è sprofondata, da noi, l'edilizia sociale sul complesso degli alloggi in affitto? Al 4 per cento, contro il 18 della Francia, il 21 di Regno Unito e Svezia e il 35 dei Paesi Bassi (siamo in coda all'Europa). Sapete di quanto è balzato in alto, per contro, l'indebitamento delle famiglie italiane per comprarsi una casa? Del 134 per cento in cinque anni. In testa ai permessi di costruzione ci sono la Lombardia, il Veneto, ampiamente devastato, e l'Emilia-Romagna, seminata di gru. Ma pure la Toscana e l'Umbria, fino a ieri "felix", hanno la febbre alta. Ancora nel 2003 erano stati rilasciati in Sardegna permessi di costruzione per 9.224 abitazioni in fabbricati residenziali. Poco meno che in Campania che però ha 5,7 milioni di abitanti contro il milione e 631 mila della Sardegna. Renato Soru e la sua maggioranza di centrosinistra sono partiti, in attesa del PPR, dal decreto salvacoste a difesa di una fascia di 2 km dietro le spiagge e che il governo di Silvio Berlusconi (il quale ha forti interessi immobiliari nell'isola, a Costa Turchese) impugnò nel gennaio 2005 con un atto considerato di vera e propria prevaricazione politica. Poi ha insediato il comitato scientifico coordinato da Salzano, il quale ha elaborato le linee-guida del PPR. Quindi gli uffici tecnici della Regione hanno lavorato a vapore, con entusiasmo, al piano stesso. Si possono ben immaginare le resistenze degli interessi grandi e piccoli incrostatisi negli scorsi decenni sul turismo sardo, seccamente stagionale, l'opposizione dei Comuni guidati dal centrodestra (ma non solo) ormai abituati ad incassare somme ingenti dalle nuove concessioni edilizie. Le osservazioni sono state quasi tremila, con parecchi mal di pancia nella stessa maggioranza, e però Soru ha portato a compimento nel settembre scorso l'approvazione dei piani in sede di Assemblea regionale. «La valorizzazione non ci interessa affatto», aveva volutamente rimarcato il governatore sardo nell'atto di insediare il Comitato scientifico. Al convegno del Fai ha riscosso consensi sostenendo che la Sardegna non ha bisogno di un tardivo «capitalismo karaoke». «Abbiamo semplicemente capito che i pezzi del nostro paesaggio costiero rimasti intatti andavano salvaguardati e trasmessi alle future generazioni». Un modo per ribadire, con assoluta chiarezza, che - come afferma anche Salzano - «conservare e gestire responsabilmente il paesaggio, prodotto del millenario lavoro dell'uomo su una natura difficile, significa conservare l'identità di chi lo abita. Un popolo senza paesaggio è un popolo senza identità né memoria». Di qui le linee-guida del piano: priorità alla preservazione delle risorse paesaggistiche, al loro ruolo strategico sul piano culturale, alla riqualificazione e al recupero dell' esistente, a forme di sviluppo fondate su di una nuova cultura dell1 ospitalità «sottratta alle ipoteche dello sfruttamento immobiliare ed agli effetti devastanti della proliferazione delle seconde case e dei villaggi turistici isolati». Il PPR rappresenta da una parte il catalogo aggiornato delle risorse del territorio e del paesaggio sardo e dall'altra il centro di promozione e di coordinamento di ogni azione volta alla tutela e ad uno sviluppo soste-nibile. Per questo Soru può affermare «la valorizzazione non ci interessa affatto»: nell'opera di tutela egli vede già ricompresa anche quella di valorizzazione e di qualificazione dell'esistente. Un concetto fondamentale, centrale, e invece oggi quanto mai disatteso. Anche dalla sinistra, spesso scioccamente sviluppista, che non vuoi fare i conti col dissennato consumo di suolo libero in corso in Italia. Nel programma dell'Unione c'era un accenno alla necessità di frenare e invertire questa rotta folle, ma, per ora, atri concreti non se ne sono visti. In tal senso gli studi preparatorii per il PPR sardo e gli elaborati del Piano medesimo possono ben costituire una base strategica di discorso per tutti. Anche per migliorare, speriamo presto e bene, il lacunoso Codice dei beni culturali e del paesaggio. Il PPR poggia sulla corretta impostazione del processo di co-pianificazione.
È chiaro che gli enti locali non possono essere i meri destinatari del piano. Devono contribuire attivamente. Ma, allorché insorgano contrasti in forza dei corposi interessi che il turismo ha mosso e muove, non vi può essere la paralisi, né ogni Comune può fare da sé (come è avvenuto nel caso ormai emblematico di Monticchiello, nel Senese). Ogni soggetto deve cioè assumersi le proprie responsabilità, secondo il modello gerarchico ribadito dalle sentenze della Corte costituzionale. L'articolo 9 della nostra Costituzione recita del resto con chiarezza «la Repubblica tutela il paesaggio». Fu proprio un politico sardo di grande spessore, il sardista, poi azionista e socialista, Emilio Lussu, a proporre la dizione «la Repubblica» in luogo di quella originaria «lo Stato», ricomprendendo in essa l'armonica cooperazione fra Stato, Regioni, Province e Comuni. In sede di articolo 117 si affidò peraltro allo Stato la tutela del patrimonio storico e artistico. Trattandosi di una Regione a statuto speciale, deve funzionare in modo ancor più positivo il binomio Stato-Regioni: al fine di «produrre» tutela attiva, non dissesto privato e assenza di piani pubblici, come invece è avvenuto in Sicilia. Secondo quanto dettano le stesse norme europee -si afferma nel documento di base per il PPR sardo - «principio di sussidiarietà vuoi dire che laddove un determinato livello di governo non può efficacemente raggiungere gli obiettivi proposti, e questi sono raggiungibili in modo più soddisfacente dal livello territorialmente sovraordinato (UÈ nei confronti degli Stati nazionali, Stato nei confronti delle Regioni, queste nei confronti delle Province e così via), è a quest'ultimo che spetta la responsabilità e la competenza dell'azione».
Esemplarmente chiaro. Entro il 1° maggio 2008 le Regioni dovranno aver elaborato i nuovi piani paesistici secondo le prescrizioni del Codice. Teoria e pratica del PPR sardo possono essere di grande aiuto in un Paese spaesato e, a volte, proprio sbandato, senz'altra bussola che non siano, come ieri e peggio di ieri, la rendita fondiaria e la speculazione edilizia.
Quando la nave si avvicina, intorno alle 6.10 del mattino, Stromboli è un'ombra nera in mezzo a un mare di pece. Giusto la luce intermittente del faro che gira sullo scoglio di Strombolicchio e il fuoco del vulcano che saluta i nuovi arrivi. All'attracco, è già giorno. E all'alba di mezza estate Stromboli ha già il suo piccolo traffico di isola, di gente che approda e che salpa, navi guardate partire e ci vediamo l'estate prossima.
Un centinaio di abitanti (ma all'anagrafe se ne contano 600) nei lunghi inverni di solitudine e mareggiate, Stromboli accoglie ogni estate, secondo le stime ufficiali, circa 4000 turisti, e risuona del ronzio delle motoape con il loro carico di passeggeri pigri.
L'isola silenziosa e schiva segnalata nelle cronache mondane come enclave vacanziera della sinistra e buen ritiro del presidente della Repubblica, si affolla di gitanti scaricati a riva dai barconi turistici: giusto il tempo di arrampicarsi sudando fino a piazza principale e di mettersi in fila davanti alla balaustra in cerca della vista migliore su Strombolicchio. Peccato solo, pensa qualcuno, per il terrazzo di quel bar che sporge verso il mare, e che guasta l'inquadratura perfetta.
Il bar si chiama «Ingrid», come la Bergman. Ma quando lei, nel 1949, venne sull'isola con Rossellini a girare Stromboli, terra di Dio, il bar non c'era ancora e il terrazzo neppure. A costruirlo, nel 1989, ci ha pensato Mario Cincotta, imprenditore e politico strombolano, consigliere di Forza Italia al Comune di Lipari.
Su di lui, in giro, ognuno ha qualcosa da dire, ma nessuno vuol dire niente. C'è chi dice che la sua fortuna se la sia costruita usucapendo le case dei compaesani partiti per l'Australia, chi assicura che abbia collezionato un buon numero di denunce per aggressione, e chi semplicemente lascia intendere che sull'isola è meglio non esporsi troppo. Per incontrarlo, basta passare da «Ingrid» e da «Ingrid», prima o poi, ci passano tutti. Cincotta è lì che chiacchiera con i clienti, quando non tiene d'occhio i conti delle sue case, passa al suo supermercato per controllare le consegne o fa un salto al suo nuovo residence per assicurarsi che i lavori procedano. Finisce tardi la sera e ricomincia presto al mattino: dorme poco e fa grandi progetti per l'isola.
Quest'anno ha presentato al comune di Lipari la richiesta di concessione edilizia per costruire una discoteca-lido nella zona di Scari, alla sinistra del porto, nella vecchia cava di lapillo che scava il fianco della montagna sopra alla spiaggia chiamata Petrazze.
Lo Scari-pub
Tre terrazzi sfalsati, per una superficie di circa 850 mq, collegati con rampe alla spiaggia, dove si prevedono attrezzature balneari, un pontile galleggiante per l'attracco delle barche e un bar, per un totale, secondo le stime di Cincotta, di circa 2000 mq.
L'idea, sulla carta, sembra geniale: le barche attraccano , i passeggeri si stendono sui lettini del lido. Il pomeriggio un aperitivo al bar, e la sera tutti in discoteca.
La sua concessione - preceduta dall'autorizzazione della soprintendenza dei beni paesistici e architettonici di Messina, ottenuta per lavori di «recupero ambientale» dell'ex cava - Cincotta l'ha avuta il 25 gennaio 2006, ma la prima pietra di quello che sull'isola già chiamano lo Scari-pub, è stata posta solo ora. A qualcuno, l'idea di costruire una discoteca sul fianco della montagna e di invitare le barche a scaricare rifiuti a pochi metri dalla riva non è piaciuta per niente.
La cava di lapillo, che confina con una riserva naturale, nell'originario progetto del piano territoriale paesistico delle isole Eolie era dichiarata zona Ma1 (fascia compresa tra gli ambiti di tutela vulcanologia e zone abitate) ma, grazie all'intervento di Legambiente e dell'associazione ProStromboli, che dal 1994 si dedica alla tutela del patrimonio storico-naturalistico dell'isola, nel decreto di approvazione del piano paesistico del 23 febbraio 2001 si è ottenuto che la zona fosse fatta rientrare nel più intenso regime di tutela To1 (tutela orientata), che non consente attività «residenziali, turistiche, infrastrutture sportive attive, spettacolari».
Per bloccare lo Scari-pub, Legambiente e ProStromboli hanno fatto ricorso al Tar di Catania che, nel luglio scorso, ha sospeso i lavori in attesa di chiarire l'effettiva destinazione dell'area. Una battaglia di confine - tra due diversi gradi di tutela - in cui Cincotta ha avuto la meglio: nonostante il Tar abbia riconosciuto che la zona interessata dalla concessione edilizia fosse quella della cava , ha dato il via libera al progetto, perché l'area, stando ai documenti della soprintendenza, è fuori dalla zona di maggiore protezione.
«Il Tar - dice Salvatore Granata, perito di parte e presidente di Legambiente Sicilia - ha deciso di pregiudicare un bene naturale e culturale riconosciuto dal piano paesistico. Ma per noi la questione non è chiusa, faremo appello ».
Il caso Stromboli, tra l'altro, non è che un tassello del complesso mosaico della gestione del territorio nelle Eolie: le isole rischiano infatti di essere cancellate dalla lista dei siti Patrimonio dell'umanità tenuta dall'Unesco se, come ha più volte richiesto l'organismo delle Nazioni unite, non saranno risolti punti critici come l'eccessiva pressione turistica e la mancanza di strumenti di pianificazione del territorio.
«Presenteremo all'Unesco un rapporto sulla gestione dell'arcipelago. - dice Granata - Comportamenti "predatori" come quelli di Cincotta espongono le Eolie al rischio dell' estromissione dalla Heritage List».
Al posto dello Scari-pub, gli ambientalisti vorrebbero un museo vulcanologico all'aperto, per leggere, negli gli strati di lava depositati dal vulcano , tutta la storia dello Stromboli: «ma - spiegano Giuseppina Moleta e Aimèe Carmoz, presidentessa e segretaria della ProStromboli - la pubblica amministrazione non ha mai dato seguito alle nostre richieste. Avrebbe dovuto espropriare terre ai privati, e espropriare significa perdere voti».
Anima delle battaglie civili di Stromboli - dalla prima, per dare una scuola ai bambini dell'isola (che ancora aspettano), fino a quella contro il bar Ingrid, costruito, secondo gli ambientalisti, rialzando abusivamente un rudere - la francese Aimèe continua: «Cincotta ha presentato il suo progetto come bonifica di una zona degradata. In realtà, la cava è ambita dagli speculatori perché unico sito accessibile dell'isola ancora intatto. Inoltre, la spiaggia delle Petrazze è stata la sola a non essere colpita dall'onda anomala causata dall'eruzione del 2002: è la più sicura, privatizzarla sarebbe un errore».
Tutti perdono qualcosa
Seduto ai tavolini del suo bar, invece, Mario Cincotta è sicuro di essere nel giusto. Srotola planimetrie e squaderna documenti, ma il suo asso nella manica è un foglietto scritto di suo pugno che si intitola: «Tutti perdono qualcosa». Sopra, c'è un elenco di nomi, e, accanto a ogni nome, l'indicazione di ciò che ciascuno perderebbe se lui realizzasse il suo lido: suolo pubblico occupato abusivamente, guadagni realizzati attraverso progetti alternativi, sonni tranquilli disturbati dai lontani echi della musica.
«Tra quelli che si oppongono al mio progetto - spiega Cincotta - c'è gente che ha occupato la strada comunale per costruirsi terrazzi e giardini e ostruendo l'accesso alla mia proprietà. Ma io prima glieli farò abbattere, e poi li citerò per danni. E se non hanno i soldi, gli farò pignorare la casa».
E parlando di case, l'imprenditore si appassiona: «Le loro ville le hanno comprate con la speranza dei miei compaesani, pagandole con un biglietto per l'Australia. Da bambino ho visto tante famiglie emigrare, e oggi, se posso dare un lavoro a qualcuno, ne sono fiero. A me i comunisti non sono mai piaciuti, ma qui il vero comunista sono io».
Comunista e ambientalista, se, come sostiene, nello Scari-pub «non ci sarà un centimetro cubo di cemento»: «Solo muretti a secco, strutture mobili, pavimenti in pietra lavica. Ho ottenuto tutte le autorizzazioni necessarie: mi piace fare le cose in regola».
Ma chissà che qualcuno non sia rimasto influenzato dal suo irresistibile carisma politico: «Cincotta - dice Pino La Greca, consigliere comunale Ds a Lipari - è il consigliere di Forza Italia più votato a Lipari, amico personale del sindaco: magari qualcuno ha chiuso un occhio, o ha firmato senza leggere».
Oppure, senza leggere tra le righe, se è vero, come sostiene Salvatore Granata, che l'imprenditore ambientalista si è spianato la strada per avere le mani più libere. «Nel finanziamento ottenuto da Cincotta si parla di 409.000 euro per le opere murarie, e nel progetto si legge che "il terreno verrà sistemato con muretti a secco e, dove la dimensione non lo consente, in conglomerato cementizio". Quando il genio civile gli farà presente che un muro di sostegno su una scarpata non può reggere a secco, lui sarà libero di cementificare ».
La discarica
Ma quello di Cincotta non è l'unico progetto sulla contrada Petrazze.
La zona che confina con la cava è infatti vincolata dal piano regolatore delle isole Eolie (non ancora approvato) a diventare un'area di stoccaggio dei rifiuti. Toccherebbe alla spazzatura, in pratica dare il benvenuto ai turisti che a poca distanza approdano sull'isola.
Il sindaco di Lipari, il forzista Mariano Bruno, è però sicuro che sia la scelta giusta: «C'è stato un referendum in cui il 99,9% della cittadinanza ha scelto la zona per la trasferenza dei rifiuti» .
L'idea dei clienti dello Scari-pub che bevono mojito a pochi metri dalla spazzatura, invece, non va proprio giù a Cincotta: «La discarica il sindaco se la può scordare. Qui la politica non c'entra, piuttosto di fargliela fare lo denuncio e lo mando in galera».
Eppure, in molti scommettono che i due troveranno un accordo, sempre che non l'abbiano già trovato. «L'unico motivo per cui quella zona è stata individuata come area di stoccaggio - dice Pino La Greca - è perché questo implica la costruzione di una strada per il trasporto dei rifiuti. La soprintendenza ai beni ambientali non autorizzerà mai la discarica, ma, nel frattempo, la strada sarà stata fatta e Cincotta la userà per la sua discoteca. Quanto al referendum, non si può definire tale un voto per acclamazione ottenuto da una claque».
Salvatore Granata è dello stesso parere: «L'obiettivo è di urbanizzare l'intera area, costruendo anche un parcheggio di 200x200 metri per i camion dei rifiuti. Parcheggio e discarica di fronte al porto e alla spiaggia sono una follia, ma il sospetto è che, grazie ai poteri straordinari per l'emergenza vulcano, il sindaco faccia fare subito la strada. La scusa è quella della discarica, ma l'obiettivo reale è fornire un accesso al pub». Dietro alle dichiarazioni di guerra di Cincotta, dunque, si celerebbero «insospettabili» convergenze: «Le Eolie - dice Granata - sono in mano a delle bande. Quello tra Cincotta e Bruno è un gioco delle parti: in realtà, quando ci sono interessi seri in campo l'accordo si trova e come».
Sarà forse, come dice qualcuno, che a Stromboli «la discoteca puzza, come la discarica». Sarà che, da sempre, all'ombra del vulcano si confrontano modi diversi di vivere e intendere l'isola.
E di immaginarne il futuro.
Per alcuni, come le 250 persone che hanno firmato la petizione promossa dalla ProStromboli per il ritiro della concessione a Cincotta, l'unico futuro possibile sta nel preservare l'isola e le sue bellezze. Per altri, come il sindaco Mariano Bruno, il futuro si scrive con l'inaugurazione della nuova scuola, la cui prima pietra, dopo 50 anni di attesa, sarà posta, guarda caso, a ridosso delle elezioni. Per Mario Cincotta, invece, il futuro si insegue correndo dietro al turismo di massa e «puntando sui giovani, perché altrimenti l'isola diventa un ospizio».
Ma, con la grazia dei suoi 77 anni, anche ad Aimèe Carmoz - che a Stromboli vive dal '71 - piace guardare avanti: «Un tempo qui non c'era niente, solo canne e mare. Oggi l'isola è cambiata, ma si può ancora salvare, conservando quel poco che resta».
I funzionari della Soprintendenza archeologica di Pompei si schierano con Pietro Giovanni Guzzo, che ha annunciato il proposito di dimettersi dalla guida di quella Soprintendenza. Dimissioni motivate dalla conferma nel suo incarico, da parte del ministro Francesco Rutelli, del direttore amministrativo della Soprintendenza, Luigi Crimaco, nonostante si sapesse che Crimaco, nominato da Giuliano Urbani, non fosse mai riuscito a instaurare una buona convivenza con Guzzo, archeologo di fama riconosciuta.
I direttori degli scavi di Pompei, di Ercolano, di Oplontis, di Boscoreale e di Stabia, una fra le più importanti aree archeologiche al mondo, esprimono in un documento la «totale solidarietà» a Guzzo e a loro si affiancano architetti, archeologi e biologi. A favore di Guzzo si sono espressi anche studiosi stranieri, dalle università di Friburgo a quella di Nimega, e adesioni sono arrivate anche dal Pergamon Museum di Berlino. Oltre che dall´Assotecnici, l´organizzazione che raccoglie i funzionari di tutte le soprintendenze, e dai sindacati Cgil, Cisl e Uil.
Guzzo non ha ancora inviato la lettera di dimissioni. Ma non sembra intenzionato a recedere a meno che non vi sia un segnale di svolta nella difficile situazione di Pompei. Il sito archeologico è visitato ogni anno da due milioni e mezzo di persone, ma è assediato da una realtà complicata, con custodi invadenti, parcheggiatori assillanti e una pletora di bancarellari che vendono patacche d´ogni genere. Molti dei dipendenti appartengono a cordate familiari, veri clan che impongono logiche ostruzionistiche. Guzzo si è sempre mosso con energia (è a Pompei dal 1994). Ma molte delle sue iniziative si sono scontrate con il vertice dell´amministrazione. Luigi Crimaco, ex direttore di un piccolo museo a Mondragone, si dice sia stato appoggiato a suo tempo dall´ex ministro di An Mario Landolfi. Nelle ultime settimane è entrato in rotta di collisione anche con alcune strutture dell´amministrazione: ha infatti sostituito la responsabile del servizio personale e rapporti sindacali con un funzionario di sua fiducia, che quindici giorni dopo si è dimesso anche lui dall´incarico.
I due ampi articoli di Vittorio Emiliani pubblicati sull'Unità del 26 e del 29 novembre, sul «Belpaese da salvare» hanno non solo riproposto con una certa drammatica attualità il problema (la documentata analisi con tanto di cifre e riferimenti specifici, forniti dall'Autore non concedono spazi al dubbio o alle ipocrisie) ma dovrebbero indurre politici, pubblici amministratori (locali e centrali), uomini di cultura (urbanisti, sociologi, economisti, geologi ecc.) e del mondo delle professioni (architetti, ingegneri, costruttori) ad una seria riflessione. Ciò che stiamo ogni giorno «mangiando» (per dirla con Emiliani) del Bel Paese non è più riproducibile ed è destinato ad incidere negativamente sul futuro delle prossime generazioni. All'inizio degli anni Sessanta nel pieno di una rovente polemica scoppiata a Torino sul nuovo piano regolatore e più specificatamente su tremila licenze edilizie rilasciate dall'amministrazione comunale centrista in contrasto con il Piano stesso, un autorevole esponente democristiano (l’avvocato Valdo Fusi) sensibile ai problemi urbanistici aveva ironicamente accusato un suo amico di partito (l'assessore Silvio Geuna) di «avere fatto più danni alla città di quanti non ne avesse fatti la Seconda guerra mondiale». Non si trattava di un paradosso, ma di una verità. La guerra, con i suoi terrificanti bombardamenti aerei (più di un terzo del patrimonio edilizio di Torino andò distrutto) non aveva compromesso definitivamente l'uso del territorio. Anzi, nella sua grottesca crudeltà aveva consentito nella fase della ricostruzione post-bellica, di rimodellare il tessuto urbano.
Ciò che sta accadendo oggi in Italia a danno delle città e del paesaggio (processo di degrado avviato con virulenza a partire dagli anni Ottanta) è molto peggio di una terza guerra mondiale, poiché compromette definitivamente un patrimonio non riproducibile come il territorio. L'importante riflessione di Emiliani mi induce ad alcune considerazioni integrative che così riassumo.
1) Regime dei suoli. Nel programma dell’Unione di Prodi si denuncia che il governo di centro-destra «ha favorito un’abnorme crescita delle rendite immobiliari», ma non si dice esplicitamente cosa si intende fare per colpire quella «rendita parassitaria» così definita da un pontefice ultra-conservatore come Eugenio Pacelli, che l'aveva condannata. Negli ultimi cinquant'anni (dopo la legge del 1942) l'unico che abbia avuto il coraggio di avanzare una proposta scritta di riforma urbanistica fu un ministro democristiano (poi finito malamente nei social-democratici), Fiorentino Sullo, nel 1964, quando reggeva il dicastero dei lavori pubblici. Si scatenò il finimondo contro quella proposta elaborata e sostenuta dall'Inu (Istituto Nazionale Urbanistica) nel suo congresso di Cagliari. Ricordo in particolare il contributo di Bruno Zevi, dei torinesi Gabriele Manfredi e Alberto Todros, di Michele Achilli, di Giovanni Astengo e di tanti altri illustri urbanisti.
La reazione dei cosiddetti «poteri forti» fu così violenta che il segretario nazionale della Dc dell'epoca, Aldo Moro, si precipitò alla televisione per sconfessare il suo ministro e prendere le distanze da quel provvedimento che in altri paesi civili europei era norma da decenni.
Pietro Nenni, nei suoi diari, quando parla di «rumor di sciabole», cioè del famigerato «piano solo» del Generale De Lorenzo, allude esplicitamente alla Legge Sullo, che avrebbe nientemeno che provocato un tentativo di colpo di stato, un golpe, pur di fermare una riforma che voleva colpire la speculazione sulle aree fabbricabili.
Perché, ancora oggi, il centro-sinistra e gli intellettuali non legati alla peggiore cultura della rendita parassitaria (camuffata da libero mercato) hanno totalmente rimosso il problema di una nuova regolamentazione del regime dei suoli? L'incidenza del valore attribuito al terreno reso edificabile è esorbitante rispetto al costo dei fabbricati: il prezzo degli affitti, soprattutto nelle grandi aree metropolitane, ha raggiunto livelli proibitivi. Nel contempo gli investimenti per l’edilizia «economica e popolare» da parte degli enti pubblici - come ci ricorda Emiliani - sono ridotti al lumicino. Domanda: c'è un programma di intervento del governo in questo settore? Il ministro Di Pietro che tanto si affanna per la Tav, strapazzando sindaci e popolazione della Valle di Susa (indipendentemente dalle questioni ambientali) ci vuole dire il costo aggiornato dell'alta velocità? Nel 1991 era stato previsto in 9203 milioni di euro. A distanza di quindici anni (secondo dati desunti da documenti della Tav spa, Rfi e Fs) è salito a 38500 milioni di euro, con un aumento del 418%. Non è casuale che sia stata presentata una proposta di legge per una commisione d'inchiesta parlamentare su tutta la vicenda a partire dalla lievitazione dei costi sino alle infiltrazioni camorristiche negli appalti relativi alla tratta Napoli-Roma.
Come sarebbe bello vedere i nostri ministri, i presidenti di regione, i sindaci delle grandi città accalorarsi per avere più strumenti per la difesa del suolo e per un programma serio per il recupero del grande patrimonio immobiliare fatiscente, abbandonato. Purtroppo non è così. Si continua a «mangiare», ogni giorno, fette di territorio soprattutto lungo le coste del Belpaese, ma anche nelle grandi città dove un certo tipo di processi di deindustrializzazione ha liberato milioni e milioni di metri quadrati di aree. Per le coste cito quella più vicina al mio Piemonte e che meglio conosco. Consiglio un viaggio da ponente a levante della Liguria, da Ventimiglia a La Spezia. Un vero saccheggio. La Regione, il mio amico e antico compagno Claudio Burlando (già ottimo sindaco di Genova) non vede, non sente, non parla. Così dicasi per le aree industriali dismesse. A Torino hanno realizzato la cosiddetta Spina3 (ex ferriere Fiat e altre fabbriche) che di fatto è un nuovo ghetto, di lusso, ma sempre ghetto. La densità consentita è da capogiro. È stata teorizzata e santificata la rendita sui suoli quale incentivo per gli investimenti e quindi per lo sviluppo tutto all'insegna della falsa modernità nuovo simbolo della cialtroneria politica, culturale e sociale.
2) Piani regolatori. A partire dagli anni Ottanta il revisionismo in campo urbanistico ha contrapposto alla politica dei «piani» quella dei «progetti». La tesi, in sintesi, è stata questa: i piani regolatori ingessano le città, bloccano l'attività edilizia perché i comuni non hanno i mezzi finanziari per procedere agli espropri. È stata così inventata la pratica del progetto, cioè la politica del carciofo, del singolo lotto, avviando quella che fu definita l'«urbanistica contrattata», tra pubblica amministrazione e privati interessati alla edificazione. Sono gli anni della «Milano da bere», con giunte di sinistra (Psi e Pci) che fanno da battipista: sciaguratamente quella politica della contrattazione caso per caso, fu l'anticamera di Tangentopoli.
L'Istituto Nazionale d'Urbanistica, allora presieduto da una nobile figura come quella del senatore Camillo Ripamonti (democristiano) sostenne una dura battaglia contro questo orientamento a fianco dei migliori urbanisti militanti nel Pci e nel Psi. Ripamonti fu successivamente un ottimo presidente dell'Associazione dei Comuni (Anci), e anche da questo fronte fece sentire la sua voce. Ma l'onda liberista, riformista, modernista, ebbe il sopravvento. Oggi a Torino, ad esempio, gli attuali dirigenti dell'Inu se non sollevasse troppo scandalo sarebbero disposti a sopraelevare anche lo storico Palazzo Madama. Le voci della cultura urbanistica scientificamente valida si sono affievolite, direi si sentono mortificate e si contano in Italia sulla dita delle mani di un mutilato.
3) Governo delle aree metropolitane. Ne ho sentito parlare per la prima volta nel 1956, al congresso dell'Inu, presieduto allora da Adriano Olivetti, con all'ordine del giorno: «i piani regolatori intercomunali». Dopo anni di discussioni e di battaglie si giunse a definire le aree metropolitane dando loro dignità istituzionale inserendole addirittura nella Costituzione (art. 114: la Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Provincie, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato). Gli oppositori più accaniti a questa fondamentale riforma anche ai fini dell'uso del territorio sono stati soprattutto, purtroppo, i sindaci delle grandi città, compresi quelli di sinistra. Tanto per non far nomi nelle passate tornate amministrative si sono distinti in senso negativo il sindaco di Roma Rutelli e quello di Napoli Bassolino. L'idea di «spezzare» il comune capoluogo per dare vita alle municipalità è stato vissuto come un atto di lesa maestà: Dio me l'ha dato il potere, guai a chi me lo tocca. Ancora il mese scorso il sindaco di Torino con il suo noto real-understatement ha dichiarato pubblicamente: «una città come Torino potrebbe reggersi anche senza circoscrizioni (di municipalità manco se ne parla, ndr) per dirla in maniera tranchant». Un tempo il decentramento e la partecipazione per il controllo e la gestione del territorio facevano parte di «quel fervore culturale (...), di quella elaborazione generosa e avanzata» di cui parla Emiliani, patrimonio non solo della sinistra, ma della migliore cultura italiana. Il grido di allarme lanciato dalle colonne dell'Unità deve far pensare sul grado di «mutazione genetica avvenuta a sinistra». L’autore dei due articoli conclude la sua importante riflessione con questa domanda: «Vogliamo precipitare ancora? Siamo sulla buona strada». Per quanto mi riguarda confermo.
LA guerra alla cementificazione delle nostre coste passa anche attraverso quel "gendarme" dell´architetto Giorgio Rossini, soprintendente per i Beni Architettonici e per il Paesaggio della Liguria. Che chiede ai costruttori di porti di smetterla con le colate, puntando sui silos per barche. Che reclama - nel nome delle sempre più scarse risorse idriche - un gesto concreto da quelli che si occupano di seconde case: dissalatori per i nuovi immobili destinati a lombardi e piemontesi. E ancora: «Vorrei non vedere più progettisti privati che sono anche membri delle commissioni edilizie».
Al presidente della Regione, Claudio Burlando, che in tema di lotta alla speculazione senza troppi giri lo aveva invitato a darsi da fare e bocciare i progetti che non convincono, l´architetto Rossini replica: «Il nostro potere è limitato, io vorrei invece che la Regione esercitasse un controllo maggiore su Comuni e Province. La legge regionale in materia di difesa del territorio è ottima, ma subdelegando agli enti, diventa fondamentale una verifica che oggi non esiste».
Ai costruttori di porti ha chiesto uno sforzo di fantasia. Che realizzino silos per barche, in modo da risparmiare quel poco che resta della nostra costa. Dai costruttori di seconde case vorrebbe un gesto concreto nella battaglia contro lo sfruttamento delle nostre, sempre più scarse, risorse idriche: dissalatori per i nuovi immobili destinati a lombardi e piemontesi.
L´architetto Giorgio Rossini, soprintendente per i Beni Architettonici e per il Paesaggio della Liguria si definisce un "gendarme" ma non un "integralista". Nel senso che pur avendo intrapreso una crociata contro le colate di cemento sulle riviere, è, ad esempio, un sostenitore del grattacielo («magari un po´ limato in cima») di Fuksas ad Albissola. Il suo contributo al dibattito sulla cementificazione contiene proposte innovative e considerazioni critiche sul ruolo degli amministratori («vorrei non vedere più progettisti privati che sono anche membri delle commissioni edilizie»). Rossini ne discuterà domani mattina a Savona, nel palazzo della Provincia, con l´assessore regionale all´ambiente Franco Zunino, il sottosegretario del ministero dell´ambiente Laura Marchetti, l´urbanista Vezio De Lucia ed altri interlocutori nel convegno "Salvaguardia della fascia costiera" organizzato da Italia Nostra. Previsto l´intervento del presidente della Regione Sardegna Renato Soru.
Soprintendente, lei ha già espresso la sua preoccupazione di fronte all´esplosione del fenomeno immobiliare. Alla vigilia di nuove colate cosa state facendo per "limitare" i danni?
«Intanto il nostro lavoro nelle commissioni che, anche se con difficoltà, ogni tanto riesce ad essere efficace e ottenere annullamenti o modifiche. Le faccio l´esempio del progetto per il nuovo porto di Ventimiglia per il quale abbiamo chiesto drastiche riduzioni per le opere a terra».
Secondo gli ambientalisti, i porticcioli sono il cavallo di Troia per il business delle seconde case.
«È vero, ma detto questo mi rendo conto che in alcune punti della costa la nautica da diporto deve trovare spazio. Il punto è come. «
Qual è la sua proposta?
«Quella che sto comunicando ai costruttori ogni volta che li incontro. Si parte da una considerazione. I porti turistici di oggi sono larghe estensioni che mangiano la costa ma che vivono solo tre mesi all´anno, per i restanti nove sono abbandonati. Allora perché non imparare da Inghilterra e Olanda dove esistono silos per barche. Certo non per le più grandi, ma per le piccole e medie, che sono la maggior parte. Ricoveri su più piani, per ridurre l´impatto e razionalizzare l´utilizzo degli spazi».
Sistemati i porticcioli restano le case. Anzi le seconde case.
«Sull´edilizia la nostra posizione è chiara. Prima di tutto bisogna salvare il levante, la riviera spezzina che è uno dei luoghi più belli del mondo. A Framura, ad esempio, noi e la Regione siamo divisi su un Puc che aumenterà l´edificabilità di molte zone. Avrei voluto parlarne al convegno di Savona, ma in questo caso il mio interlocutore naturale è l´assessore all´urbanistica Carlo Ruggeri che purtroppo non è tra i relatori».
Torniamo alle seconde case.
«Abbiamo lanciato una proposta ad architetti e imprenditori che non sembrano però molto interessati. Anche qui parto da una considerazione sulle risorse naturali, poche e ipersfruttate. Vorrei che i nuovi insediamenti venissero dotati di dissalatori di acqua marina, per risparmiare l´acqua di fonte dei liguri. Credo che gli enormi ricavi del business possano permettere spese extra come queste. Così come sarebbe interessante un discorso sull´energia, sui pannelli solari o le centrali eoliche».
La situazione della riviera di ponente.
«Siamo già al collasso, e bisogna cercare di limitare al massimo. C´è una corsa a dotarsi di nuovi porticcioli, Ceriale, Albenga, Pietra Ligure. Per quello di Ospedaletti la Regione ha dato parere favorevole e noi abbiamo chiesto aggiustamenti. In linea di massima siamo favorevoli all´edilizia alberghiera o agli agriturismi, ma il mercato vuole seconde case. Sto seguendo la situazione di Finale per la quale è previsto un´operazione gigantesca. D´accordo per l´intervento nelle ex cave Ghigliazza che sono una ferita al territorio. Molto di meno per l´ipotesi sull´area oggi occupata dalla Piaggio. Ci stiamo trasformando in una riviera dormitorio, dove a fronte di uno sfruttamento intensivo del territorio e delle risorse, gli unici che ne hanno beneficio sono i costruttori e i proprietari dei terreni».
E a chi vi accusa di essere solo contro?
«Non è così. Sono favorevole alla contestata struttura alberghiera alle Cinque Terre, dove ora ci sono ruderi e abbandono. E lo sono anche ai grattacieli sulla costa, naturalmente in casi eccezionali. Penso al progetto dell´architetto Fuksas per la Margonara. Quella è un´area degradata, praticamente all´interno del porto di Savona. È un progetto che caratterizza in positivo. Poi credo che sia prevista una destinazione totalmente alberghiera (in realtà ci sarà anche una parte residenziale, ndr). L´unica cosa è l´altezza, forse un po´ esagerata, ci vorrà una spuntatina... «.
Romilia: un sogno da 500 milioni
red. - la Repubblica, 30 novembre 2006
Si chiamerà Romilia e sarà il maxi-investimento del Bologna. Romilia come un vecchio angolo della Fiera campionaria di qualche lustro fa. «Quel nome m´è sempre piaciuto - ha spiegato Alfredo Cazzola - e in questo caso, unendo l´Emilia alla Romagna, mi sembra il più appropriato». E´ l´area di circa 300 ettari, fra Budrio e Medicina, sulla quale sorgerà il nuovo stadio del Bologna; e poi il centro tecnico, ossia campi sportivi, ristorante e residence, la stazione ferroviaria, un centro commerciale, un´ampia zona residenziale, un campo da golf da 18 buche e ben tre parchi tematici. Uno dedicato al divertimento (con tema l´Europa), uno al fitness, uno all´auto, sulla scia del Motor Show, una sorta di motor valley che guarda alla vicina Imola (Cazzola è interessato a rilevare la gestione dell´autodromo).
«Più che un progetto - ha chiarito Renzo Menarini, costruttore e socio del Bologna -, si tratta di un´idea di progetto che presenteremo al più presto alle istituzioni cittadine». Ieri mattina intanto, presso l´Associazione industriali di via San Domenico, è stato illustrato alla stampa. L´operazione è faraonica e destinata a rivoluzionare, se andrà in porto, il comprensorio ad est di Bologna ed anche la sua economia. I costi s´aggirano sui 500 milioni di euro, mille miliardi di vecchie lire. Due o tremila coloro che da questa operazione trarranno occupazione. «Per definire correttamente il piano finanziario - ancora Menarini - bisogna aspettare che le amministrazioni coinvolte accettino la nostra proposta, poi bisognerà valutare i tempi: comunque sia, su queste dimensioni un affare del genere siamo in grado di affrontarlo noi». A cominciare dagli investimenti per la sola viabilità. «Metteremo noi fra i 35 e i 40 milioni di euro», ha sintetizzato Cazzola in apertura del suo intervento. Noi, cioè lui stesso, Menarini e Bandiera, il terzo socio del Bologna.
«Cambieremo pelle al Bologna, questo è un progetto molto innovativo, come ci eravamo prefissati quando acquistammo il club. Il futuro della società è di trasformarsi in un entertainment company, un club che sviluppa e gestisce, oltre al calcio, una serie di iniziative ed attività tali da consentirci di aumentare sensibilmente le nostre entrate. Anche se c´è in ballo, e sino al 2028, la convenzione col Comune per il Dall´Ara, che noi rispetteremo e della quale siamo pronti a ridiscutere col Comune, questo progetto di Romilia non può prescindere dal nuovo stadio che, se i cantieri partiranno nel 2008, potrebbe essere pronto nel 2010 o nel 2011, in tempo utile anche per gli eventuali Europei del 2012. Perché il nuovo stadio sarà il motore di questo progetto: dietro a tutto c´è un´idea di marketing legata al Bologna. Vogliamo, partendo da lì, proporre un´offerta innovativa per vivere nel migliore dei modi questo ampio territorio. Sarà una zona molto servita, fra superstrade, un´autostrada, un treno e ci si arriverà agevolmente e spendendo pochissimo, senza contare gli oltre 16 mila parcheggi». A chi gli chiedeva conto delle eventuali reazioni dei tifosi, costretti a lasciare il Dall´Ara per arrivare a Fossatone, Cazzola ha risposto che «da questo progetto credo proprio che trarranno soddisfazioni, benefici e orgoglio. Perché aumentando patrimonio e fatturato, potremo essere all´altezza dei nostri migliori competitori».
Campos Venuti: «Fermate Romilia»
Andrea Bonzi - l'Unità, ed. Bo, 2 dicembre 2006
«Romilia? È una proposta sbagliata, fuori dalle attuali linee di sviluppo del territorio. Così si torna agli anni ‘50, dove chi comandava era la proprietà fondiaria. È inaccettabile». Non usa mezzi termini, il famoso urbanista Giuseppe Campos Venuti, nel bocciare la proposta immobiliare-sportiva di Romilia, il sogno della triade rossoblù Cazzola-Menarini-Bandiera. Un’opposizione «non certo ideologica - spiega Campos Venuti -, nessun timore dell’impatto ambientale, che è risolvibile, e neanche dei grandi cambiamenti urbanistici».
E allora, Campos Venuti, perché Romilia non la convince?
«Perché non è coerente con il piano dello sviluppo del territorio bolognese. Nel Piano territoriale di coordinamento provinciale (Ptcp) si individuano tre direttrici su ferro: verso Ferrara, Budrio e Verona (passando per San Giovanni in Persiceto). L’area su cui vogliono realizzare Romilia sta a Medicina, che è estranea a questo disegno. Io sono favorevole alla flessibilità, ma l’operazione deve essere organica al complesso, altrimenti si cambia la strategia. Così si finisce per valorizzare un terreno privato a spese della collettività».
In che senso? Cazzola e soci sono pronti a investire 500 milioni di euro...
«I privati possono coprire i costi degli alloggi, dei parchi tematici, del centro commerciale, del campo da golf, dei centri fitness... Ma i 15 chilometri di strada aggiuntiva fino alla tangenziale e l’allungamento delle rotaie per far arrivare lì il treno chi li paga? E le fogne e gli allacciamenti idrici? Le istituzioni non hanno neanche i soldi per pagare il Passante nord, il Servizio ferroviario metropolitano (Sfm), il metrò. Se non ci sono risorse per finanziare le opere considerate indispensabili, perché spendere altrove?».
Per le opere infrastrutturali hanno previsto una quarantina di milioni, sempre a carico dei privati...
«Sono briciole. Per fare un paragone, ci paghi giusto un pezzettino di metrò. I costi delle infrastrutture sono sotto gli occhi di tutti. Il progetto andava pensato lungo una delle linee di sviluppo del territorio, così resta solo un bel plastico: non è che possiamo costruirlo a Medicina solo perché un privato ha 300 ettari da valorizzare, così si ritorna agli anni ‘50, quando erano i latifondisti a comandare».
Di decentrare alcune funzioni d’eccellenza, in questo caso lo stadio, si parla da un bel po’ di tempo. Non si perde un’occasione?
«È un tema che si ripresenta ciclicamente. Un’idea fu sottoposta addirittura a Imbeni. Un’altra l’aveva in mente Gazzoni Frascara. Nel caso di Romilia, lo spostamento dello stadio mi sembra un pretesto per un’operazione immobiliare».
Come giudica l’atteggiamento degli enti locali bolognesi?
«Il Comune di Bologna, con il sindaco Sergio Cofferati, ha dichiarato che non vuole averci nulla a che fare e vedrà eventualmente cosa fare del Dall’Ara; la Provincia è stata richiamata a un inevitabile richiamo al Ptcp e ha spiegato che metterà in campo le verifiche opportune».
La Regione, però, con l’assessore Campagnoli, parla di tassello fondamentale per la Motor Valley?
«Se è funzionale per spostare da Bologna il Motor Show di Cazzola io sono felicissimo. Quanto alla Motor Valley, rilevo solo che abbiamo appena perso il gran premio di Imola. Piuttosto, mi dispiace l’atteggiamento della Regione e di Campagnoli, diessino come me. L’ente di viale Aldo Moro sta monitorando l’attuazione da parte dei Comuni e delle Province della legge urbanistica 20/2000, ma non ha ancora fatto il suo piano territoriale, di cui da troppo tempo sentiamo la mancanza. Con i primi Romilia non è sicuramente coerente, non vorrei che il piano regionale si adattasse».
Postilla
Molto ci sarebbe da aggiungere alle critiche, condivisibili, di Campos Venuti a questo nuovo progetto. A partire dalle modalità di presentazione: una conferenza stampa di imprenditori privati che illustrano ai cittadini – i futuri potenziali consumatori - l’arrivo di un nuovo Paradiso chiavi in mano. E potrebbe bastare il contrasto con le direttrici di sviluppo delineate nell’attuale PTCP per suscitare nelle istituzioni territoriali interessate una reazione un po’ più allarmata rispetto all’attuale: un mix di cauta attesa, quando non di aperto, plaudente sostegno. Un assessore comunale l’ha definito “progetto con una grande logica imprenditoriale” e voleva essere un complimento.
Quanto poi al “pagheremo tutto noi” della triade degli investitori, beh, grazie, ma abbiamo già dato…(m.p.g.)
La lunga querelle sui mezzi più idonei a salvare Venezia e il suo ambiente, sulla quale è tornata qui, con molta onestà e disincantata premura per una città che ama, Rossana Rossanda, incomincia con l'alluvione del novembre 1966. Si capì allora, traumaticamente, quanto manomesso fosse stato l'ambiente lagunare nel corso di un secolo. Ci si accorse che Venezia sprofondava, soprattutto perché, per usi industriali, se ne succhiava l'acqua dal sottosuolo. L'emungimento - cioè il prelievo d'acqua - fu quindi fermato e la subsidenza rallentò fin quasi a cessare. Si scoprì che l'entroterra cominciava a essere stravolto dallo sviluppo del nascente «modello Nordest», e scaricava disordinatamente in laguna troppa acqua (inquinata, peraltro). Per rimediare a quel dissesto non si fece nulla, anzi. Ancora oggi, perciò, in Veneto, le alluvioni avvengono in grandissima parte nella regione e non in laguna. Se il Mose fosse la soluzione, ce ne vorrebbe uno per ogni corso d'acqua, dalle Alpi ai litorali.
In terzo luogo, ma in realtà per primo, il '66 rivelò le devastanti manomissioni subite da una laguna ridotta nello spazio (dagli interramenti per usi industriali e urbani) e nella quale entrava una crescente massa d'acqua a velocità sempre maggiore, appiattendone il fondo, azzerandone la morfologia secolare (che, con la sua trama di canali e rii e barene e velme, «addomesticava» l'onda di marea e la diluiva gradualmente). Si corse, parzialmente, ai ripari e vennero, tra l'altro, concepiti e via via realizzati molti interventi (cosiddetti «diffusi») che non sono affatto «minori» come spesso si dice (quando non si dice, vaneggiando, che da trent'anni a Venezia si parla e basta). Alcuni sono davvero ciclopici: ricostruire le barene, scavare e reinventare canali e rii, rifare le rive, le fondamenta, sollevare parti sempre maggiori di città! Sono attività complesse e impegnative, che hanno anche aperto nuove prospettive di lavoro e di ricerca. Salvare (e studiare) Venezia è diventato così anche un volano per nuove dimensioni socioeconomiche e nuove attività tecnologico-scientifiche. E' la questione cruciale che segnala Rossanda quando pone il tema di come stia evolvendo, o degenerando, la città. In realtà, Venezia sfuggirà infine al destino di trasformarsi in un «parco a tema» solo aprendosi a nuove prospettive, e a nuovi cittadini, legati a nuove funzioni (come quelle citate), come ha sempre fatto nella storia. Per questo, accanto alla tutela del suo residuo popolo tradizionale, deve saper essere fino in fondo «città globale» e, per così dire, deve saper inventare nuovi veneziani, «chiamandoli» da tutto il mondo con le opportunità e con l'ambiente che può loro offrire. E' questo che può farne una città del futuro, e non la reliquia, più o meno tutelata, di ciò che fu. La partita è drammaticamente aperta e la politica e le istituzioni dovrebbero giocarla con lucidità e lungimiranza, non solo in laguna.
Da ultimo, dopo il '66, si capì che un altro grave rischio, il più globale fra tutti, incombeva: quello derivante dal mutamento del clima e cioè dall'aumento del livello dei mari (eustatismo). Si cominciò così a pensare di intervenire alle tre bocche di porto (Lido, Malamocco, Chioggia) dalle quali l'Adriatico entra in laguna. Secondo la legge speciale per Venezia - i cui estensori, quasi come gli antichi savi, sapevano che l'ecosistema lagunare è uno di quei luoghi in cui «anche gli angeli dovrebbero esitare prima di poggiare un piede», pur essendo un luogo in cui naturale e artificiale agiscono sempre insieme: si legga, o rilegga, su questo, ad esempio, il più bel libro sulle origini della Serenissima, Venezia. Nascita di una città di Sergio Bettini, appena ristampato da Neri Pozza - secondo la legge, dunque, questi interventi dovrebbero essere «graduali, sperimentali, reversibili». Il Mose non è niente di tutto questo: è un intervento drastico e definitivo, irreversibile. Per questo fu contestato, già alle origini, dal Consiglio superiore dei lavori pubblici negli anni '80, dalla commissione statale Valutazione di impatto ambientale (Via) nel 1998, dai ministeri dell'Ambiente, dei Beni culturali e della Ricerca scientifica a più riprese (e fino ad oggi). Queste valutazioni negative, di tipo tecnico-scientifico, sono state sempre superate solo con decisioni politiche che hanno eluso i nodi critici evidenziati e non hanno mai degnato di vera attenzione le soluzioni alternative proposte. Il Consorzio Venezia Nuova ha una tale capacità di promozione - con soldi pubblici - dell'opera che ha avuto, senza gara, l'esclusiva di realizzare e finanche di controllare (bell'esempio di controllore-controllato), da far apparire quantomeno improbabili le alternative, malgrado siano proposte da tecnici di vaglia e da imprese che altrove le hanno sperimentate efficacemente (mentre il Mose, pensato più di vent'anni fa, non è mai stato sperimentato da nessuna parte: Venezia farà da cavia e da paziente insieme!).
Non ho lo spazio, qui, per parlarne diffusamente. Ma non potrebbe il manifesto dedicare una mezza pagina a qualche scheda sulle alternative? O a mostrare come, se fosse stato operativo, in tutto il 2005 (più o meno come negli anni precedenti) il Mose avrebbe funzionato per 4 ore soltanto, dato che il metro e dieci cm. di marea sul medio mare, misura dalla quale entrerebbe in funzione (al modico costo di oltre 4 miliardi di euro, e di decine di milioni annui di ostica manutenzione di una macchina stabilmente poggiata sul fondo lagunare, pesantemente compromesso, come le sponde, dall'intervento). Viceversa, se la soglia per la messa in funzione fosse stata abbassata, ad esempio a 80 cm di marea, sempre nel 2005 il Mose avrebbe chiuso la laguna per 61 volte, compromettendo il vitale scambio con il mare e stroncando l'economia portuale (decisiva per la città). Essendo un sistema rigido, il Mose è infatti condannato o a servire pochissimo (come sarebbe stato in questi anni) o, se la frequenza delle chiusure aumentasse (se si abbassasse la soglia della messa in funzione o se il mutamento del clima producesse, come è probabile, un aumento del livello dei mari) a essere inservibile o controproducente (perché servirebbe allora un sistema diverso, capace di consentire comunque lo scambio mare-laguna, senza il quale l'effetto palude sarebbe garantito). Il Mose, quindi, è la via sbagliata per difendere Venezia in una fase nella quale certi calcoli sono ancora approssimativi (ad esempio, la reale misura del mutamento climatico: qui si parla di centimetri e decimetri e la variazione è decisiva per capire come agire). Le alternative proposte consentono, invece, alcuni degli stessi vantaggi che garantisce il Mose (come l'interruzione, quando serve, dello scambio mare-laguna) senza avere il suo impatto duro e irreversibile. Ripeto: non potrebbe il manifesto approfondire questo tema? Sarebbe l'unico giornale nazionale a farlo. Su Venezia si straparla spesso, ma di questo aspetto cruciale - le alternative al Mose, per evitare di vagliare seriamente le quali il governo Prodi ha eluso l'impegno sottoscritto da tutti nel programma dell'Unione - si parla pochissimo con serietà. Non è un po' strano?
Un’anticipazione
de l n. 45 di Carta, 9 dicembre 2006
Non meraviglia che Francesco Indovina e Rossana Rossanda, nei loro interventi a favore del MoSE, abbiano ritenuto irrilevante il vulnus ambientale che quel progetto arreca a un ecosistema unico al mondo.
Molti di noi soffrono per l’incapacità del pensiero politico di individuare un soggetto sociale capace di assumere oggi il ruolo salvifico che il proletariato svolse nella dialettica del sistema capitalistico-borghese. E’ comprensibile che ciò induca a conservare la bussola dell’operaismo come unico strumento d’orientamento. Da qui a diffidare delle posizioni che criticano le basi del modello economico di cui il proletariato è parte, e a negare la novità delle questioni poste dall’ambientalismo (in particolare, la critica a uno sviluppo basato sull’indefinita produzione di merci), il passo è breve.
Meraviglia invece che autorevoli esponenti della sinistra trascurino due aspetti altrettanto rilevanti della questione: l’illegittimità di numerosi passaggi della gestazione e realizzazione del progetto; la distorsione del sistema dei poteri operata con l’attribuzione al Consorzio Venezia Nuova (un pool di imprese private di costruzione) di compiti e risorse pubblici. Sul primo punto in eddyburg.it abbondano i materiali di conoscenza; sul secondo un’analisi accurata sarebbe molto utile.
eddyburg
VICENZA Più che pacifici, Abele al confronto è un attaccabrighe, persino i gramigni del Gramigna erano gentili e vellutati come un prato inglese. Salvo i petardi di prammatica tirati sulla recinzione dell’aeroporto Dal Molin e gli sputi di ordinanza alla divisa, la manifestazione di Vicenza è stata ordinata, pacifica e persino festosa. Onore al carabiniere che si detergeva la visiera con la mano destra, la sinistra sul lancia fumogeni, per la gentilezza usata nell’arretrare allontanandosi dalla recinzione e per la compassione politica mostrata nel sapere che dava fastidio a vista: la nazione della pace scesa ieri in piazza a Vicenza contro il raddoppio della base americana Ederle ha messo in campo tutte le sue eterogenee componenti, dalla cattolica alla comunista, dalla verde-no global alla diessina passando per le sfumature anarchiche e centrosociali, ognuna delle quale inconfondibili.
Stili e fede condividevano il lungo corteo che da viale della Pace (grosso modo dove sorge l’attuale Ederle) per otto chilometri si è snodato attraversando il centro cittadino fino a raggiungere Lobbia, il paese che fa da confine al lato più esterno del Dal Molin.
Qualcuno giura di aver visto una croce uncinare tra le bandiere nere degli anarchici, ma non è sicuro e, se anche fosse, persino l’occasionale passaggio dato a dei nazi-antiamericani non dimostra niente se non il fatto scontato che l’ecumenismo pacifista, nel momento in cui si esercita, deve pagare i suoi prezzi: il più evidente è l’antiamericanismo, antifona comune a tutti gli slogan, nota di fondo e humus psicologico di ogni cuore weapon-free che ha sfilato ieri.
Il sindaco Hullweck sbagliava, temeva la discesa dei fantomatici black-bloc del G8 genoano, ma al Brennero non s’è visto niente e tutta l’apprensione dell’amministrazione comunale si è risolta il giorno della vigiglia con la lite tra il primo cittadino che non voleva il corteo in città e il prefetto Rotondi che lo autorizzava. Uno a zero per il prefetto.
Città blindata, ma con decoro, ottimo il servizio d’ordine della Cgil che ha offerto il meglio dell’antica sapienza stringendo i no-global in un panino di sindacalizzati a prova di bomba.
Anche i Comunisti italiani di Diliberto hanno fatto in modo di risparmiare al loro segretario la brutta figura di tre settimane fa a Roma quando tre soldati vennero bruciati in effige, un americano, un inglese e un italiano. Non si sono nemmeno sentiti gli osanna a 10-100-100 Nassiriya.
Non voleva essere la risposta al Berlusconi di Roma, ma un contrappunto sì, se non altro per gli orari coincidenti e la rappresentazione grossier che vien fuori di due etnie, italiane entrambe ma abitanti su differenti pianeti.
Gli osservatori imparziali parlano di 20 mila persone, i più coinvolti di 40-50 mila, un successo comunque, costruito tenendo fuori le motivazioni più locali ostili all’allargamento americano (viabilità nel caos, profilo urbano deturpato, etc.) per prediligere quelle politiche ed ideologiche: di fatto la manifestazione era contro il Dal Molin non più di quanto poteva essere contro gli americani in Iraq e gli israeliani a Gaza; slogan e bandiere gloriavano la lotta dei palestinesi e la «resistenza» dei tagliagole islamici in Mesopotamia.
Anche qui solo e a causa di una distorsione percettiva dovuta alla supremazia vocale dei più estremisti, gli unici che strillavano gettando un’indebita omologazione sulla stragrande maggioranza dei manifestanti tra cui erano evidenti solidi e sobri padri di famiglia operaia, fervidi e schivi cattolici, giovani delle superiori in cerca di aggregazione e comunisti sentimentali, tanti questi, sopravvissuti alle dure repliche della storia e per questo malinconici.
Il professionismo era rappresentato da Paolo Cacciari, Luca Casarini e Max Gallob, consolidati manifestatori; ma a un tiro di slogan c’eranol’ex-lighista Renato Rocchetta assieme alla leghista vicentina «rinnegata» Franca Equizi con il consigliere circoscrizionale verde Olag Jackson, figlio di marine americano ed esso stesso dimostrazione di un ben riuscito melting-pot berico-texano.
L’antipatia per lo zio Sam, quello che ti guarda dai muri e ti dice «I want you», ha a Vicenza la sua variante americana o, come dicono a casa loro, liberal.
Tom, per esempio, gestore di un bread & brekfast dalle parti di Ponte Pusterla, e i suoi amici radical di Seattle e bostoniani dell’est più europei di un europeo.
Nel campetto di Lobbia i comizi sono stati aperti da un saluto di un indio Mapuche della Patagonia membro della comunità che lotta contro Benetton per le terre che l’industriale ha comprato levandogliele da sotto in piedi che neanche Pizzarro. Sono seguiti gli interventi dei Comitati cittadini che formano l’assemblea permanente contro l’ampliamento della base: il Comitato di Caldogno, quello di Sant’Antonino (il più vicino al Dal Molin) e quello cittadino di Vicenza. Ha parlato anche Luca Casarini per i Centri Sociali del Nordest, Arci Giovani, Rdb-rappresentanze di base Cobas, una rappresentante del Movimento Anarchico piemontese No-Tav, dei partiti Prc e Verdi.
Presenti pr l’Unione le parlamentari Luana Zanella (Verdi), Lalla Trupia (Ds) e Laura Fincato (Margherita).
Per dire del multiuso c’era anche Luciano Mazzolin (Prc), portavoce dell’assemblea NoMose contro le dighe mobili nella laguna di Venezia: «Siamo anche qui - ha detto - ad esprimere solidarietà contro la gestione privatistica del territorio, a Venezia come a Vicenza». Il Gramigna ha irriso a Bertinotti e Diliberto, quest’ultimo definito «servo dei padroni, prima scende in piazza, poi voti le missioni».
Giovanni di Castelfranco, classe 1942, alpino di leva nel 1965, sostiene che «il cappello si porta sempre (il suo ha la bandierina arcobaleno), caso mai è la clava delle armi che va riposta. Non serve più».
L’aria è rilassata, Bonck (ce l’ha scritto sulle falangi come Jacky nei Blus Brothers quando esce dal carcere) riprende i carabinieri con il cellulare.
Due skin-head, rasati e borchiati come si deve, allontanano da sé il sopetto che li vuole a destra spiegando che sono i discendenti inglesi di una lunga storia, sempre di sinistra, da quando i Rude Boys fecero pace con i Mods e la guerra dei figli della Jamaica con i fighetti Wasp della Britannia finì. Ma questo è secondario. Richiesti dei nomi rispondono: «Io Adolf, lui Hitler».
Il governo ha pubblicato oggi il GLA Bill proponendo un rafforzamento dei poteri della GLA - Mayor di Londra e London Assembly – sulla base dei risultati positivi ottenuti sinora.
Il progetto di legge sviluppa norme per attuare molti dei risultati dell’esame sui poteri di Mayor e Assembly, pubblicato a luglio. Complessivamente si conferisce a Londra la forte leadership necessaria a una città mondiale per affrontare le sfide del futuro.
Si propongono nuovi poteri strategici per il Mayor in aree fondamentali, tali da fare la differenza nella qualità della vita dei londinesi: nuovo ruolo decisionale per le questioni della casa e per affrontare il riscaldamento globale, compiti rafforzati in urbanistica e gestione dei rifiuti, maggiori poteri in sanità e cultura.
Il Bill dà anche nuovi poteri al Mayor per intervenire sui piani regolatori locali delle circoscrizioni, e per quanto riguarda decisioni di piano di importanza strategica per l’insieme di Londra.
Yvette Cooper, Ministro per la Casa e l’Urbanistica, ha dichiarato:
“I maggiori poteri che proponiamo in questo progetto di legge sono una buona notizia per Londra. Questo governo ha ripristinato il governo metropolitano per la città capitale creando gli istituti ad elezioni diretta del Mayor e della Assembly. A Londra la devolution ha funzionato. Il sindaco metropolitano offre una leadership forte, visibile, verificabile.
“La legge prosegue la strada di questi risultati positivi, conferendo poteri adeguati al livello decisionale adeguato. Dà al Mayor la possbilità di fare davvero la differenza: affrontare con successo la sfida di dare più case economiche al londinesi; assumere un approccio strategico alla pianificazione della capitale; assumere un ruolo guida nella lotta al cambiamento climatico. E dà alla Assembly un ruolo rafforzato per controllare il Mayor per conto dei londinesi”.
“Rafforzerà la leadership del sindaco metropolitano, offrendo basi più solide per una crescita economica sostenibile, e confermando il ruolo di Londra di vera città globale con una economia di grande successo”.
A breve anche il Ministero per le Aree Urbane proporrà un progetto di legge sul governo locale. Ciò comporterà una ulteriore significativa delega: da Whitehall a town hall.
Nota: qui di seguito scaricabile il PDF del progetto di legge; per altri particolari si può partire anche dalla pagina originale di questo comunicato al sito del Ministero per leAree Urbane; per un impietoso confronto si veda il recente articolo da Repubblica sui problemi “analoghi” della regione metropolitana milanese (f.b.)
Mario Santi
Ricorderai quel canale che divide S. Marta dalla Marittima, collegando Piazzale Roma al Porto. Si chiama rio della Scomenzera.
E' un paradigma di metodo per affrontare gli interventi su quell'organismo delicato che è la Laguna. I veneziani lo chiamarono così perché cominciarono ("scomenzar") a scavare, avviarono il passaggio delle acque, e conclusero l'opera solo quando furono certi che non c'erano effetti negativi. La Repubblica di Venezia disponeva di grandi idraulici, ma negli interventi in Laguna chiese sempre alla scienza di lavorare con il vincolo della reversibilità delle opere: si prova, si studiano gli effetti sull'equilibrio del sistema, si va avanti e si conclude.
Non può essere obiettivo di una breve lettera rifarsi alla grande produzione scientifica e sistemica - non ti devo certo convincere io che qualsiasi opera va valutata anche per gli effetti collaterali che produce - che hanno indotto la gran parte della città a cercare in ogni modo di difendersi dal Mose.
Utilizzo solo questo apologo per dirti dello stupore e del dolore provocato in me, e in molti amici e compagni, dal leggere sul manifesto parole così semplicistiche a sostegno dei tre argomenti che metti in campo per dichiarare quel "sono per il Mose per diversi motivi" che mi ha agghiacciato.
Le fondazioni. interventi come l'isola artificiale che ci porterà via la spiaggia del Bacan, tutto nel Mose è il contrario dell'ipotesi "sperimentale e reversibile" che ci voleva.
Questo è il metodo che ci ha conservato la Laguna, e per "limitare e rallentare l'impatto delle molto alte maree" erano state messe in campo dal Comune alcune "ipotesi alternative" (tutte dotate del carattere fondamentale delle reversibilità).
Secondo molti pareri queste opere, se unite agli "interventi diffusi" e complementari, che tu stessa ritieni utili e necessari, sono in grado di creare lavoro in misura forse maggiore, e sicuramente più stabile, del Mose. Penso a interventi di sistematica manutenzione urbana e lagunare - quello fondamentale è costituito dal riequilibrio idrodinamico - interramento canale dei petroli ed espansione della marea nelle parti intercluse, come le valli da pesca.
Metodologia dell'amministrazione. E' vero, non tutto è limpido nel processo che porta a formare le decisioni, e spesso non c'è coerenza nel comportamento dei singoli politici. Ma devo dirti che questo episodio mi induce soprattutto una amara riflessione sull'impotenza della politica di rappresentanza. Ma come: il "governo amico" ha un mandato programmatico a rispettare l'orientamento delle comunità locali e passa sopra a questo e all'assenza di una Valutazione d'Impatto Ambientale (poi ci lamentiamo per l'atteggiamento dell'Europa nei confronti della nostra capacità di by passare le regole …), per servire un "blocco dei produttori" (il Consorzio Venezia Nuova, controllore e controllato) che ormai nelle sue ramificazioni ha messo le mani sulla città, nel controllo dei suoi processi di trasformazione e delle sue rendite e, fortunatamente non del tutto, sul suo ceto intellettuale.
Paolo Lanapoppi*
ah, che dispiacere! Se perfino lei, che stimo tanto per dirittura morale e acutezza d'ingegno, ritiene buona cosa la costruzione del Mose a Venezia, vuol dire proprio che i gruppi dei contrari al progetto non sono stati capaci di mostrare le loro ragioni, le quali pure sono così lampanti. Vuol dire che la macchina di relazioni pubbliche del consorzio costruttore è arrivata fino alle vene capillari della società italiana, fino a giornali come il Manifesto e a guardiani attenti come lei.
Me ne dispiace per Venezia, ma anche per i lettori del Manifesto che questa volta non hanno ricevuto una buona informazione ma soltanto l'eco di quelle (interessate, bisogna dirlo) ubiquamente diffuse da raffinati consulenti mediatici.
Io non posso certo opporre la mia semplice esperienza di veneziano alla forza di convinzione che emana dalla sua autorità. Però mi pare giusto rapidamente rispondere ai tre punti che hanno spinto lei a convincersi per il sì.
Primo: Venezia lentamente affonda. Questo però non è più vero. Il fenomeno è stato interrotto anni fa sospendendo i pompaggi d'acqua dal sottosuolo. Le previsioni per i livelli futuri sono molto incerte.
Secondo:il Mose può portare a Venezia del personale altamente specializzato accanto ai troppi camerieri e simili. E' vero che il livello culturale della città continua a decadere. Ma la sua soluzione sarebbe come bombardare San Pietro per poter poi mandare a Roma dei bravi architetti e restauratori.
Terzo: se ne parla da troppo tempo. Ma questa sarebbe una ragione egualmente valida per decidere per un no definitivo.
Sono ragioni così deboli che resto sorpreso. Perché dalla parte opposta ce ne sono altre molto più importanti.
Primo. Non si tratta di "salvare"Venezia ma di impedire la risalita di cinque-dieci centimetri di acqua in molte parti della città due volte l'anno. L'alluvione del 1966 non c'entra per niente.
Secondo. Lo stesso risultato si può ottenere con opere sperimentate e reversibili, come tra l'altro richiederebbe (condizionale degli italiani) la legge.
Terzo. L'opera costa 4,5 miliardi, che diventeranno di più, mentre non troviamo 200 milioni per bonificare la grande area di Marghera da decenni d'inquinamento industriale e liberarla dal pericolo chimico.
Quarto. L'ambiente sarà irrimediabilmente degradato dalla mastodontica opera, con i suoi immensi cassoni di cemento, le decine di migliaia di pali, la perdita dei sedimenti lagunari, l'aumento di velocità delle maree in entrata e in uscita.
Quinto: Le spese di manutenzione saranno centinaia di milioni l'anno, mentre fondazioni e rive della città si sgretolano implacabilmente sotto l'azione delle eliche dei motori e non ci sono fondi né cultura politica per impedirlo. Da questo sì, bisognerebbe salvare la città.
Ma vorrei che lei ci dicesse una cosa: chi è stato questa volta ad informarla sui dettagli? E perché questa volta lei non ha voluto controllare la serietà, forse il disinteresse, di quelle informazioni?
Venezia
Cristiano Gasparetto
Che bello sarebbe se gli ambientalisti e tutti i contrari alla costruzione del MoSE, per salvare la vita ad una garzetta fossero disposti a sacrificare Venezia ed i suoi abitanti, a sollevare l'intera Piazza San Marco; se, con evidente ulteriore stupidità, pensassero che la chiusura delle bocche di porto con dighe mobili, ipso facto, trasformerebbe la laguna in un lago! E altrettanti bello sarebbe se, a dispetto di tutte le analisi scientifiche e tecniche comparative si potesse pensare che il MoSE fosse un sistema ad alta tecnologia, già sperimentato, modificabile e reversibile all'occorrenza, come prescrivono il buon senso e le leggi. O se una commissione di esperti non l'avesse collocato al 13° posto su 14 ipotesi ad esso alternative .
Sarebbe molto facile scegliere in che campo stare, mentre, cara Rossana, non saprei proprio scegliere se sia meglio sperare di affondare lentamente nelle acque della laguna veneziana con il MoSE o, senza, essere travolti da una nuova grande mareggiata: perché questa è la sola alternativa che tu prospetti.
E' evidente che le cose non stanno così.
Il MoSE è un sistema che non combatte le cause delle aumentate alte maree in laguna (per altezza e frequenza) ma ne combatte (e malamente) gli effetti perché su 87 acque alte che hanno invaso piazza San Marco nel 2003 ne farebbe risparmiare 3 o 4; perché è costosissimo (4,2 miliardi do euro per costruirlo e 630 milioni ogni anno, per 100 anni, per la manutenzione); perché non è sufficientemente sicuro in condizioni estreme; perché, se le condizioni meteorologiche sfavorevoli si prolungassero molto, l'acqua continuerebbe a salire in laguna da 3 a23 cm. ogni 11 ore; perché durante la costruzione ma soprattutto dopo, con un livello marino esterno aumentato per l'effetto serra, renderebbe assolutamente non competitivo il porto di Malamocco - con le conseguenti difficoltà all'economia di Porto Marghera e quindi alla sua bonifica e riconversione (con mare esterno cresciuto di 30 cm, in tre anni le chiusure potrebbero essere 548 con la perdita all'ingresso di 5.014 navi: studi CNR depositati in Comune)-.
Il MoSE è assolutamente illegittimo, violando - come riscontrato dal Comune di Venezia - norme di Piani Regolatori Comunali e Territoriali e direttive ambientali europee (è in corso una procedura d'infrazione del Parlamento Europeo); non ha avuta la necessaria Valutazione d'Impatto Ambientale favorevole (ne è stata fatta una, con esito assolutamente negativo, annullata per vizi formali, che non è stata mai rifatta); i lavori vengono eseguiti senza che sia stato approvato un progetto esecutivo complessivo, come previsto per ogni opera pubblica.
Ma se non ci fossero alternative, saremmo forse obbligati alla sua costruzione. Le alternative però ci sono e sono tutte verificabili.
L'aumentata frequenza ed altezza delle acque alte in laguna, nell'ultimo secolo e mezzo, è dipesa essenzialmente da lavori che hanno, a vario titolo, ridotto di un terzo la capacità del bacino lagunare, variandone la morfologia e, per questo, facendo aumentare quantità e forza dell'acqua entrante dal mare. Studi ed analisi di ricercatori ed idraulici, universitari e dei CNR italiano e francese, assunte dallo stesso comune di Venezia, dimostrano che è possibile ridurre di 17-21 cm. tutte le maree. Bisogna ridurre i fondali alle tre bocche di porto, in ragione dell'uso differenziato delle stesse e utilizzare navi-porta da collocare periodicamente nella stagione invernale per rallentare ulteriormente l'accesso e la forza della marea. Bisogna riaprire al flusso di marea le valli da pesca (come prevede da decenni la Legge Speciale). Con tutto ciò si riporta l'intera laguna alla situazione mareale di metà Ottocento: qualche alta marea, molto contenuta d'altezza, ogni uno-due anni. L'innalzamento del fondale alla bocca di Lido precluderà l'ingresso al bacino di san Marco alle meganavi, che sono un pericolo per la città, ma è possibile costruire uno specifico avamporto galleggiante in mare. Salvata così la laguna dalle acque alte la si salverà anche nel suo complesso (come obbliga, inascoltata, la legge) riducendo la perdita di milioni di metri cubi di sedimenti dei fondali (sabbie sottili e fanghi in sospensione) inducendo virtuosamente una naturale ricostruzione morfologica.
Per finire, cara Rossana, il vero punto su cui tutti interrogarsi, è come sia potuto accadere di arrivare ad una situazione simile, con un via libera dato dal Governo, a maggioranza, disattendendo l'accordo con le Istituzioni locali previsto nel Programma dell'Unione ed a opere complementari iniziate.
La verità è che l'opera non poteva essere pensata, studiata, progettata e realizzata dallo stesso soggetto: il Consorzio Venezia Nuova è un pool di poteri così forte da essere entrato trasversalmente in tutte le istanze decisionali, e da aver cooptato, con la forza economica, intelligenze, indipendenze e informazione in tutte le aree politiche. Non è tanto una questione di libera concorrenza, come l'Europa continuamente predica ma mai verifica. E' invece una questione di interesse generale: la laguna rappresenta un bene comune e come tale va studiata e vi si interviene con opere pubbliche, trasparenti, condivise, congrue con norme e leggi vigenti, tecnicamente sperimentate e efficienti.
Come vedi, cara Rossana, in questo mio ragionare non ho mai usato la parola ambiente: non era proprio necessario.
Necessario è invece continuare ad essere -quando serve- dalla parte del torto.
L’articolo di Rossana Rossanda è riportato qui. Vedi anche le note di eddyburg sul settimanale Carta, n. 23 e n. 42. Inoltre, i numerosi materiali contenuti nella cartella di eddyburg dedicata al MoSE. Le lettere di Santi, Lanapoppi e Gasparetto sono tratte dal sito di Carta, e precisamente qui.
1.IL TESTO
Si osserva innanzitutto che la dimensione stessa del documento “preliminare” (550 pagine, più gli allegati cartografici), unitamente al tempo ristrettissimo previsto per la formulazione di pareri e osservazioni – tramite il sito internet della Regione – non depongono certo a favore della serietà dell’approccio scelto, per quanto concerne la partecipazione degli stakeholders all’analisi e alla valutazione del documento stesso.
Si tratta inoltre di un testo di difficile lettura, problematico:
- perché composto da più scritti separati (non solo per temi affrontati, ma anche per tempo di stesura, concezione, impostazione, livello di approfondimento, ordine e stile espositivo);
- per la mancanza di un filo ordinatore, di raccordo tra i singoli argomenti;
- per l’assenza quindi di integrazione tra le parti, per la frammentazione che ne deriva, per lo sviamento rispetto all’obiettivo primo, unificatore, che è la pianificazione territoriale;
- per la prolissità con cui vengono trattati argomenti di importanza secondaria e l’eccessivo semplicismo riservato di contro a questioni che sono invece essenziali;
- per le frequenti ripetizioni, risultato di semplici copia/incolla, per la dispersione che ne consegue e rende arduo arrivare al centro delle questioni;
- per il linguaggio, troppo spesso pretenziosamente tecnicistico, o non pertinente alla materia, anche perché traslato da altri settori, specialmente da quello economico, aziendale-produttivo o prettamente borsistico;
- per la stessa fraseologia, per la struttura delle espressioni, a volte così mal formulate da rendere incomprensibile il senso delle frasi;
- per i concetti, che, pur all’interno di uno stesso tema, appaiono tra loro disomogenei, fuori scala, scoordinati, e complessivamente confusi;
per la commistione tra descrizione di problemi, asserzioni e definizione di obiettivi, per cui non è sempre facile distinguere dai presupposti quelli che sono gli effettivi intenti, e tanto meno capire se tutte le questioni e gli aspetti individuati, o che si devono comunque affrontare, trovino poi una corrispondente proposta di soluzione.
Un testo, insomma, disorganico, non chiaro e non sempre comprensibile, nel quale è difficile orientarsi e cogliere la sostanza delle cose, vale a dire capire quali siano gli indirizzi fondamentali, direttamente attinenti alla pianificazione territoriale, che l’Amministrazione regionale intende assumere per il piano.
Un testo quindi che di per sé, già per come è concepito e formulato, è di ostacolo all’attuazione di una vera, seria, ampia, partecipazione da parte di quei soggetti esterni che si dice di voler coinvolgere.
Soggetti esterni (gli stakeholders), peraltro quanto mai variegati, di formazione ed esperienza diversa, con competenze, interessi, linguaggi anch’essi diversi, ma tutti comunque chiamati ad esprimersi su una stessa materia, su quel tema, composito ma allo stesso tempo unitario, che è per l’appunto la pianificazione territoriale; tutti comunque tenuti a dare un giudizio sia sulla molteplicità di aspetti che essa considera, sui loro caratteri specifici ma anche sulle reciproche interrelazioni, a dover valutare gli obiettivi proposti e le loro possibili ricadute, a doverlo fare sia per singoli settori ma non di meno in termini complessivi, vale a dire a dover considerare la valenza che, in conseguenze delle scelte, il nuovo piano regionale verrebbe ad avere nel suo insieme.
- Il che evidentemente comporta la necessità che il testo risulti uniformemente accessibile; e per esserlo, si ritiene che debba essere qualificato da:
- un linguaggio costantemente chiaro e comprensibile, in ogni parte, e per ogni settore specificatamente trattato;
- un linguaggio comunque rigoroso – e non vago, semplicistico, o fuorviante – di terminologia appropriata, precisa, pertinente alla materia;
- adeguata spiegazione – perché no, corredata da un glossario – dei termini a carattere prettamente tecnico o relativi a settori specifici oppure ripresi da altre lingue, tuttavia utilizzabili solo se indispensabili, privi di un corrispettivo nell’italiano, ormai entrati a far parte dell’uso corrente;
- eliminazione di parole inutilmente pretenziose, spesso frutto di invenzioni fantasiose, probabilmente in nome di ambizioni fintamente intellettualistiche o di una malintesa modernità, ma che danno in realtà l’impressione di una cattiva conoscenza dell’italiano, creano un effetto rozzo, grossolano, appesantiscono il testo, ne rendono ardua la lettura e la comprensione;
- grande ordine espositivo sia nella formulazione dei concetti che nella struttura, nell’articolazione e nella sistemazione per temi, capitoli, elenchi;
- una forte capacità di sintesi per non costringere a disperdersi tra generalità, lungaggini, parti decisamente ovvie, ripetitive, di nessun peso e incidenza;
la messa in evidenza dei contenuti che hanno un’importanza essenziale, per dare il senso di quali siano le priorità, per facilitarne l’individuazione, per consentire di focalizzare l’attenzione sugli elementi effettivamente portanti e considerarli alla giusta stregua, rispetto a questioni e proposte di minor incidenza o, in ogni caso, conseguenti o puramente discorsive.
Un testo, in definitiva, di grande pulizia e correttezza linguistica e strutturale è quello che occorrerebbe. Contro il marasma delle 550 pagine, dove in realtà quelle che contano sono ben poche. Ma perché il testo sia tale, conciso, comprensibile, non è che i contenuti debbano essere stati ben ponderati, verificati, digeriti, chiari in primo luogo a chi ne è autore? È allora un problema di sostanza? Una sostanza che è ancora nebulosa per la stessa Amministrazione regionale? Ma come si fa a spiegare quello che è ancora oscuro a chi lo propone?
2. Le procedure
La (presunta) procedura partecipativa sul sopra citato ponderosissimo documento preliminare del PTR, che pomposamente fa riferimento ad “Agenda 21”, si è in definitiva risolta in una sorta di “videogame”, tramite la compilazione da parte degli stakeholders – avendo a disposizione tempi oltre tutto ridottissimi (7 giorni, poi aumentati a 10!) – di una sorta di questionario on line.
Nessuna meraviglia che solo una trentina degli oltre 200 stakeholders individuati abbia partecipato all’operazione.
A ciò hanno fatto seguito alcuni “forum” tematici (l’ambiente, gli aspetti sociali, ecc.), sfociati in stringatissimi e sostanzialmente vuoti documenti di sintesi, il cui effettivo utilizzo nel prosieguo dell’iter del futuro PTR è peraltro alquanto misterioso.
Non è difficile perciò comprendere le ragioni per le quali la scrivente associazione ha deciso, fin dal principio dell’operazione, di non prestarsi ad avallare un “processo partecipativo” tanto equivoco e ha perciò evitato di partecipare alle fasi “partecipative” sopra descritte.
3. I "PRESUPPOSTI STRATEGICI”
Difficilmente del resto, a giudizio della scrivente associazione, i contenuti del documento preliminare al PTR avrebbero potuto essere diversi, stanti le premesse “strategiche” (altrimenti definite “Linee di indirizzo”, cfr. par. 3 del documento) a monte dello stesso.
Va rilevato infatti come tra tali premesse vengano citati principalmente:
a) il “Programma di governo regionale 2003-2008” (che NULLA contiene in merito alle politiche territoriali e urbanistiche);
b) lo studio di Monitor Group “Verso una visione economica condivisa”, documento chiaramente improntato alla definizione di obiettivi di politica economica, NON urbanistica e territoriale, che contiene riferimenti a scelte territoriali esclusivamente in funzione di obiettivi economici; la pianificazione del territorio è vista cioè come ancella dell’economia, intesa per di più nel senso tradizionale della crescita misurata mediante il PIL;
c) il Piano strategico 2005-2008 “Al centro della nuova Europa” (cfr. par. 3.2 del documento preliminare), derivato dalle analisi del Monitor Group e pressoché interamente incentrato su obiettivi di potenziamento infrastrutturale in ogni settore, assunti come postulati indiscutibili, senza alcun bisogno di verifiche e analisi relativamente a costi, sostenibilità ambientale, effettiva necessità delle opere, ecc.;
d) la L.R. 30/2005 (si veda il commento del WWF sulla stessa, in all. 1);
e) la relazione dell’assessore regionale alla pianificazione territoriale all’incontro “La nuova politica urbanistica della Regione” (cfr. par. 3.7 del documento preliminare), tenutosi a Villa Manin il 24 febbraio 2005. Si tratta di un documento prettamente politico, che da un lato postula la necessità di riformare la L.R. 52/1991 e predisporre il PTR (senza avvertire alcun bisogno di un’analisi critica dell’esperienza fatta con la L.R. 52/1991, della mancata attuazione di sue parti fondamentali, del ruolo svolto dai Comuni e delle conseguenze di una pianificazione in gran parte delegata ai Comuni sul territorio, ecc.), dall’altro delinea con chiarezza il ruolo di un’urbanistica al servizio della crescita economica, poiché elenca tra gli obiettivi della “nuova politica urbanistica” i seguenti: “diventare una regione più ricca e più civile”, “produrre un vantaggio competitivo territoriale”, “perseguire l’obiettivo della centralità del cittadino e delle imprese nel fare il nuovo PTR”, “devolvere le competenze in direzione degli Enti locali, quale mezzo per corrispondere meglio alle esigenze dei cittadini e delle imprese”, “il governo del territorio e dei Comuni”, ecc. Appare perciò chiaro, a giudizio della scrivente associazione, l’intento di costruire un sistema normativo e di pianificazione regionale in cui da un lato l’Ente locale diventa (più di quanto già non sia) l’unico vero referente dei cittadini e dell’imprenditoria per le decisioni che riguardano insediamenti produttivi e residenziali, con gli effetti che si possono facilmente immaginare. Sono tra l’altro quanto mai significativi, a tale proposito, i riferimenti, contenuti nella premessa del documento preliminare al PTR, alla riforma urbanistica nazionale (cfr. par. 2.2 e 2.4), vale a dire la c.d. “Legge Lupi” – fortunatamente decaduta con la fine della precedente legislatura prima dell’approvazione definitiva – per quanto concerne in particolare i principi della “perequazione” e della “compensazione dei diritti edificatori”. Dall’altro lato, la Regione persegue chiaramente l’obiettivo di riservare a sé le decisioni concernenti le grandi infrastrutture (di trasporto ed energetiche), che costituiscono il cuore e di fatto l’unico vero contenuto del PTR.
4.1. Premessa
Contenuti nella Parte II - Repertorio degli obiettivi, quivi elencati, gli obiettivi del PTR sono preceduti in Premessa dalla spiegazione dei presupposti e intenti comuni. Molti gli interrogativi che si aprono, a cominciare dai riferimenti alla L.R. 30/2005, o perché scorretti o comunque tali da riproporre la ridiscussione sulla legge medesima (in merito alla quale si ripropongono le valutazioni già formulate a suo tempo, v. all. 1).
Scorretta, se non altro perché priva di un preciso riscontro, appare l’affermazione iniziale secondo la quale:
“Gli articoli 6 e 8 della legge regionale 13 dicembre 2005, n. 30 ‘ Norme in materia di piano territoriale regionale’prevedono che la formazione del nuovo Piano Territoriale Regionale (di seguito P.T.R.), si articoli in tre fasi che produrranno, rispettivamente, i seguenti elaborati:
1.ilDocumento preliminare al nuovo P.T.R, (è propedeutico alla costruzione della strategia del nuovo piano e rappresenta il primo atto di politica territoriale per la sua costruzione);
2.ilProgetto di P.T.R.(è predisposto dalla Giunta regionale che lo sottopone al parere del Consiglio delle Autonomie locali);
3.ilProgetto definitivo di P.T.R.(è elaborato dalla Giunta regionale, anche sulla base delle valutazioni e delle proposte raccolte in esito al parere del Consiglio delle Autonomie locali)”.
In realtà, l’art. 6 della L.R. 30/2005 disciplina i “Contenuti ed elementi del PTR”, per quanto riguarda i suoi elaborati costitutivi in termini globali e definitivi, senza esplicitarne le fasi di formazione; l’art. 8 tratta delle procedure di “Adozione e approvazione del PTR”, fissandone la sequenzialità temporale, ma senza alcun accenno al Documento preliminare al nuovo P.T.R.
Mancanza, o scorrettezza, marginale, di poco peso, semplice superficialità, ma che comunque stupisce, e non poco, essendo il “ Documento preliminare” un atto comunque ufficiale, proveniente da un soggetto istituzionale, come tale presentato e pubblicizzato proprio dalla stessa Amministrazione regionale, e sulla base del quale altre istituzioni e soggetti sono chiamati dalla medesima a doversi impegnare ed esprimere un parere.
Richiamo alle finalità strategiche ex art. 5 della L.R. 30/2005. La loro riproposizione e rilettura fa riaffiorare le perplessità sorte con l’emanazione della legge. In particolare, quelle inerenti:
- la mancata considerazione per l’intera gamma delle componenti e delle interrelazioni esistenti a scala di territorio regionale;
- l’impostazione che privilegia, rispetto a ogni altra, una visione del territorio come bene di consumo in funzione decisamente economico-produttiva;
- l’interpretazione distorta di concetti fondamentali quali lo “sviluppo sostenibile”, e il suo abbinamento, in termini subordinati e peraltro incomprensibili, alla “competitività del sistema regionale”;
- la genericità e vacuità di finalità come “coesione sociale della comunità”, “miglioramento della condizione di vita”, “migliori condizioni per il contenimento del consumo del suolo e dell’energia, … sviluppo delle fonti energetiche alternative”…
Metodo per l’individuazione degli obiettivi. Illustrato per esteso, ma in maniera disorganica, prolissa e dispersiva – anche per le ripetute traslazioni con semplici copia/incolla dalla prima parte del documento ( Quadro delle conoscenze e criticità) – sembra ambire, e per le lungaggini e per la terminologia, a una certa scientificità; in realtà consiste in null’altro che nel racconto semplicistico, acritico, e peraltro confuso, su quanto è stato fatto e sul da farsi.
Gli esiti a cui perviene aprono non pochi interrogativi (v. ad es. i “macrobiettivi” che, dopo tutto il marchingegno delle fasi di elaborazione che qui si tenta di spiegare, alla fine sono ancora – come vengono dichiarati – “di tipo intuitivo e teorico” e niente di più).
4.2. Obiettivi del Piano Territoriale Regionale
Sono tanti: ben ventotto. Di peso e scala diversa, ma compresi in un unico elenco: alcuni di valenza complessivamente, o piuttosto genericamente territoriale; altri ancora settoriali, o addirittura sottosettoriali, e pur sempre, anche questi, generici; alcuni decisamente estranei alla materia pianificatoria; altri di portata globalmente politica e amministrativa. Tutti, appiattiti al medesimo livello.
Obiettivi che hanno comunque più il significato di enunciazioni di buona volontà, di raccomandazioni che l’Amministrazione regionale fa a se stessa, che di obiettivi veri e propri che l’Amministrazione si dà e intende concretamente perseguire. Obiettivi che appartengono a una fase ancora tutta preliminare, interna, piuttosto che a quella pubblica, di consultazione all’esterno, come vengono invece presentati.
Quando più precisi, gli obiettivi appaiono disciplinarmente discutibili (ove pongono ad es. sullo stesso livello pianificazione e monitoraggio), paradossali (v. bonifica e rinaturalizzazione delle aree edificate o infrastrutturate), palesemente dubbi, ambigui, o comunque adattabili alle più varie interpretazioni e applicazioni (v. “ esercitare in modo flessibile la funzione del governo del territorio”).
La descrizione degli obiettivi è infarcita di termini quali competitività, competizione, competitivo, competere, tanto da risultare stressanti e da dare l’impressione di non avere per oggetto un territorio, peraltro unitario, da dover considerare e pianificare al meglio e per intero, ma di essere un’azienda, di occuparsi di produzione e non dell’ambiente complessivo di vita; di doversi mettere nell’ottica di uno contro tutti, per avere e fare di più, a vantaggio esclusivo del singolo, frammentato, ambito di competenza, quasi che vi si fosse confinati e lo spazio di vita, il diritto a un territorio più bello, funzionale, meglio godibile, non continuasse al suo esterno.
Considerazioni del tutto analoghe vanno fatte per altre “parole d’ordine” (sempre le solite), contenute nella descrizione degli obiettivi: sussidiarietà, adeguatezza, principio di responsabilità, equiordinamento (regione-comuni), ecc.
Come se non bastasse, la definizione delle finalità del PTR è infarcita di contenuti risibili, paradossali, incomprensibili o fuori tema. Eccone un (limitato, per carità di patria) florilegio:
- “distribuire, nelle aree deboli, il rischio tra i diversi settori, favorendo una programmazione integrata”, par. 4.3.5., pag. 499;
-il mitico “offrire sostegno alla zootecnia ed al pascolo (con reintroduzione di cavalli, mucche, ovini che a livello di coscienza collettiva contribuiscono a ‘fare paesaggio’)”, par. 5.2;
- “Consolidare il patrimonio rurale”, pag, 504, I capoverso;
- “modello dell’albergo diffuso” (?); pag, 504 nel II capoverso al par. 5.2.3;
- “dotazione di verde e arredo urbano” come unici servizi citati in par. 5.3;
- “Valorizzare il patrimonio insediativo e della cultura”, par. 5.3.2, pag. 504;
- “animazione del paesaggio”, par. 5.3.4, pag. 504;
- “tassazione a carico di autoveicoli pesanti”, par. 7.1.1.10, pag. 515.
5.IL RAPPORTO AMBIENTALE
La direttiva 2001/42/CE, concernente la valutazione degli effetti di determinati piani e programmi sull’ambiente, all’articolo 5 individua, come strumento di valutazione degli effetti sull’ambiente di piani e programmi, il rapporto ambientale.
Quest’ultimo al proprio interno, come specificato nell’allegato I della direttiva 2001/42/CE, dovrebbe contenere tra le varie argomentazioni i seguenti punti: i contenuti degli obiettivi principali del piano o programma e del rapporto con altri pertinenti piani o programmi; lo stato attuale dell’ambiente e sua evoluzione probabile senza l’attuazione del piano o del programma; i possibili effetti significativi sull’ambiente; le misure previste per impedire, ridurre e compensare nel modo più completo possibile gli eventuali effetti negativi significativi sull’ambiente dell’attuazione del piano o del programma; la sintesi delle ragioni della scelta delle alternative individuate e una descrizione di come è stata effettuata la valutazione, nonché le eventuali difficoltà incontrate (ad esempio carenze tecniche o mancanza di know-how) nella raccolta delle informazioni richieste; e la descrizione delle misure previste in merito al monitoraggio.
La stessa premessa del rapporto ambientale, per il documento preliminare del PTR (pag. 6) afferma che, come da direttiva 2001/42/CE, il rapporto stesso: “…deve individuare, descrivere e valutare gli effetti significativi che l’attuazione del Piano potrebbe avere sull’ambiente, nonché le ragionevoli alternative alla luce degli obiettivi e dell’ambito territoriale del piano, individuando tutte le misure necessarie per mitigare o compensare le varie criticità di natura ambientale e territoriali.
Il Rapporto Ambientale, all’interno del processo del piano territoriale regionale, viene a configurarsi come uno strumento utile e necessario per determinare gli elementi di verifica delle scelte di piano in coerenza con gli obiettivi generali di sostenibilità definiti dal piano stesso”.
A questo punto, analizzato il rapporto ambientale per il documento preliminare del PTR, ci si accorge di essere di fronte a un documento carente delle caratteristiche intrinseche richieste dalla direttiva europea 2001/42/CE, in quanto non contiene e non sviluppa gli argomenti richiesti dall’allegato I. Non basta: è carente anche rispetto ai propositi dichiarati nella premessa del rapporto, il che non può non scandalizzare.
Nello specifico manca la valutazione degli effetti delle politiche di piano sull’ambiente, anche perché lo stesso documento preliminare del PTR non fa cenno alcuno di quali siano le politiche da adottare. Gli obiettivi previsti possono essere raggiunti come si vuole, o come vuole il politico di turno, senza valutare gli effetti che avranno sull’ambiente; quindi ogni azione e ogni politica è lecita. L’imperativo pare essere quello di raggiungere lo sviluppo e la “competitività territoriale” ad ogni costo, anche a discapito dell’ambiente stesso.
Conseguenza di questa mancanza è l’impossibilità di fornire adeguate alternative a scelte (politiche) che potrebbero danneggiare in modo irreparabile il territorio in cui viviamo e vivranno i nostri figli, quindi contraddicendo i principi della Convenzione di Rio de Janeiro (art. 1) e quelli di Agenda 21, che indicano la sostenibilità del territorio come via da seguire.
Un rapporto ambientale dovrebbe inoltre contenere la descrizione delle misure previste in merito al monitoraggio, in modo che il piano rispetti le soglie che si è dato.
A parte il fatto che il documento preliminare del PTR non si è dato delle soglie da non superare, il fatto grave è che il rapporto rimanda al processo di Agenda 21 la scelta degli indicatori ambientali, e sconta quindi la conseguente mancanza di parametri che possano indicare lo stato del territorio e dell’ambiente al momento attuale, con le conseguenti alternative possibili per le politiche da adottare per raggiungere alcuni obiettivi strategici.
Ancor più grave è l’assenza di spiegazioni su come saranno gestiti i monitoraggi e sul rapporto che ci sarà tra monitoraggio e obiettivo. In altri termini: per raggiungere un obiettivo sarà o dovrebbe essere già individuata un’azione di piano o una politica e il monitoraggio dovrebbe controllare il suo svolgersi nell’arco del tempo, ma se questa politica dovesse superare le soglie che la Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia si è data, come si interverrà per reindirizzare l’azione di piano in modo corretto? Questo non è dato sapere, mentre il rapporto ambientale non dovrebbe assolutamente eludere questo aspetto.
Si può quindi concludere che il rapporto ambientale si riduce a un mero elenco dello stato del territorio e di obiettivi, sviluppato per di più in modo superficiale, senza entrare nel merito dei propositi indicati dalla Direttiva 2001/42/CE, riguardo alla funzione di verifica e correzione dei contenuti e delle scelte del PTR.
6. IL PAESAGGIO
In considerazione del fatto che il “documento preliminare” prefigura per il PTR anche la funzione di piano paesaggistico (ex D.Lgs. 42/2004), conviene premettere alcune considerazioni storico-metodologiche.
6.1. Paesaggio e beni culturali
Di paesaggio e beni culturali, il Documento parla separatamente, peraltro, nelle parti propedeutiche, più con riferimento a quanto prescritto dalla legge 42/2004 che provvedendo a illustrare i principi, gli indirizzi, e soprattutto le linee culturali che è la Regione a voler assumere e con le quali essa intende darvi seguito.
Paesaggio e beni culturali trattati quindi come componenti disgiunte, in una visione acritica e palesemente passiva rispetto alle recenti norme sovraordinate, nonché in un’ottica complessivamente frammentaria e parecchio confusa rispetto agli ulteriori molteplici aspetti (ambiente, scelte economiche localizzazioni insediative e infrastrutturali) che vi sono correlati e che con esse – e con il loro futuro –inevitabilmente interagiscono.
Un approccio pertanto ai beni paesaggistici e culturali che ha più dell’atto dovuto, del puro adempimento amministrativo, dell’obbligo di legge, che del risultato di un’effettiva consapevolezza del patrimonio che essi rappresentano per la comunità, del bene pregiato che costituiscono, dell’importanza e centralità che rivestono ai fini delle complessive politiche territoriali, della particolare attenzione e sensibilità che specificatamente richiedono.
Manca in sostanza l’idea del paesaggio e dei beni culturali come valori e beni insostituibili; non trapela il pieno necessario convincimento della loro importanza in quanto – innanzitutto – elementi primari di identificazione di una determinata comunità. Il Documento li riduce a oggetto di trattamenti parcellizzati, i più disparati e disomogenei, generici o eccessivamente minuziosi, puramente dichiaratori o vagamente tecnicistici, ma mai, come invece necessario, provenienti da una vera, solida cultura, relativamente a tutti i molteplici aspetti che concorrono a costituirne e a rivelarne l’essenza fondamentale.
Le trascuratezze e mancanze di base trovano poi riconferma, e non potrebbe essere altrimenti, nelle previsioni, quanto mai sbrigative e scoordinate, del corrispondente Repertorio di obiettivi: una lista semplicistica e disomogenea di cose da farsi, che sembra dettata più dal dover comunque trovare qualcosa da dire e metter giù, che da un reale approfondimento e ripensamento sulle finalità da doversi perseguire e da una conforme ricerca degli indirizzi e dei contenuti più opportuni.
Il paesaggio e i beni culturali costituiscono un patrimonio nel loro insieme: non possono essere considerati una semplice somma di elementi singoli e, in prospettiva, di provvedimenti staccati e peraltro palesemente casuali, ma vanno primariamente intesi nel complesso organico che essi, assieme, rappresentano e attraverso le relazioni che li raccordano e, altresì, li strutturano. Aspetti e relazioni che sono a carattere naturalistico, ambientale, storico e paesaggistico, oltre che espressione della cultura, delle tradizioni, insediative e economiche, della storia, della vita di una determinata comunità in rapporto al suo territorio. Comunità e territorio che meritano pertanto la massima attenzione, da doversi conoscere approfonditamente nelle loro connessioni, e nelle dinamiche che li caratterizzano, al fine di arrivare attraverso il piano all’individuazione di tutte le misure necessarie a difendere il medesimo territorio dai già troppo presenti e diffusi processi e pericoli di corrosione, di omologazione e di conseguente svalutazione.
Se questo patrimonio ha significato soprattutto in quanto elemento di riconoscimento dell’identità di una comunità, e se la bellezza è pur sempre un valore, è d’altra parte vero che a contribuirvi concorrono anche componenti spesso ancora trascurate come la biodiversità e i caratteri naturali, e che pertanto logiche parziali e concezioni esclusivamente estetizzanti, come pure operazioni di pseudovalorizzazione sul genere Eurodisney, sono insufficienti o palesemente dannose.
Se da un lato, per quanto riguarda specificatamente i beni culturali, nella parte propedeutica del Documento, in merito a tale aspetto di gran lunga più approfondita delle altre, si riconosce sia l’esistenza che l’insuperabilità del binomio costituito per l’appunto dai beni culturali e dal paesaggio, dall’altro lato resta comunque il fatto che, pur sulla base di tale presupposto nonché di ulteriori considerazioni che riconfermano quanto sopra osservato, poi il tutto si traduce e conclude in quello che lo stesso Documento definisce un “elenco”, peraltro “sintetico”, di obiettivi, vale a dire in una lista, quanto mai frettolosa e disorganica, di previsioni spurie e fuori scala. Un’elencazione priva di consequenzialità al suo interno e della necessaria chiarezza sul rapporto tra le azioni ivi definite e quelle assunte per il paesaggio e per le altre componenti che con i beni culturali (e con il paesaggio, in quanto entità complessiva) vanno evidentemente ad interagire. Anche nei casi più ovvi, come ad esempio, relativamente alle politiche insediative e se non altro con riguardo a una materia, tanto vicina o meglio di pertinenza comune, come quella rappresentata dai centri storici, che, qualificati dall’essere sia insediamenti sia beni culturali, richiedono un insieme complessivo e unitario di provvedimenti che di tale loro duplice caratterizzazione tenga per l’appunto debito conto.
A proposito dei sopra citati aspetti naturalistici, che concorrono alla formazione del paesaggio, in connessione, questa volta, con la componente spiccatamente ambientale, si precisa inoltre quanto segue.
6.2. L’evoluzione del concetto di paesaggio
Le tre fasi storiche nell’evoluzione del pensiero mesologico, ovvero nella branca della biologia che studia l’ambiente in cui vivono gli organismi, sono riassumibili nella conservazione della specie, la conservazione dell’habitat e la conservazione delle serie dinamiche.
In termini temporali la prima fase si sviluppa a partire dalla fine dell’800 fino al 1920 circa, mentre successivamente si inizia a parlare di habitat come entità spaziali che permettono di conservare le specie (e a questo pensiero risponde la Direttiva “Habitat” 92/43/CEE), mentre oggi si preferisce riferirsi alla conservazione delle serie dinamiche, intese come gli stati e i tipi di vegetazione che sono incollegamento dinamico fra loro, in termini di rapporti temporali, di rapporti spaziali e delle diverse situazioni geologiche e pedologiche.
Il paesaggio è quindi costituito dalla base litologica e geomorfologia, dalle grandi condizioni climatiche e dagli elementi vegetali e dalle loro interconnessioni temporali e spaziali.
Il paesaggio nel suo complesso non è più quindi opinabile, come nelle antiche teorie estetiche, ma è dato dalla somma dell’intersezione delle relazioni temporali e spaziali, che sono alla base dei modelli cenotici su cui si fonda la moderna scienza del paesaggio.
Quindi, in base a questa concezione (recepita sostanzialmente anche nella Convenzione europea del paesaggio del 20 ottobre 2000), il paesaggio si sottrae a una percezione soggettiva estetizzante, oggi di fatto ampiamente superata.
Alcuni di questi concetti fondamentali erano già stati recepiti nella pianificazione delle aree protette contenuta nel Piano Urbanistico Regionale Generale (PURG) del 1978, in cui – ad esempio – i grandi fiumi (individuati come Parchi regionali) dovevano garantire una funzione di collegamento verticale fra fasce orizzontali molto diverse (montagna, fascia collinare, alta e bassa pianura, fascia costiera), anticipando un sistema di reti ecologiche che dovrebbero intersecare tutto il territorio regionale.
Uno dei principali obiettivi che deve porsi un Piano paesaggistico è perciò la restituzione della connettività biologica, da opporre alla frammentazione degli habitat, che per potersi mantenere devono non soltanto avere superficie sufficiente, ma anche essere collegati fra loro. Ciò è reso sempre più problematico dalla progressiva urbanizzazione e dal conseguente consumo del suolo, che porta come conseguenza all’alterazione e, appunto, alla frammentazione degli habitat. Diventa perciò centrale la previsione di “corridoi ecologici” adeguati.
6.3. Il paesaggio nel documento preliminare del PTR
Il documento preliminare del PTR – in materia di paesaggio – conserva un approccio prettamente estetico e vedutistico, legato ancora alla normativa anteguerra (la Legge 1497 del 1939) e appare perciò da un lato insufficiente e dall’altro concettualmente arretrato, anche rispetto all’impostazione presente già nel PURG del 1978.
Nel documento non si considera infatti lo strumento del vincolo in termini di reti ecologiche e quindi in modo positivo per la valorizzazione del patrimonio naturalistico, con le relative ricadute culturali, ma al contrario si lascia trasparire una forte negatività delle aree assoggettate a vincolo, negatività che si manifesta ad esempio nella carta “intensità della tutela sul territorio” (tavola 1/B), in cui vengono sovrapposti i diversi tipi di vincolo (secondo una scala da 0 a 6), in termini meramente quantitativi e senza una reale considerazione delle valenze paesaggistiche presenti sul territorio. Davvero non si comprende a cosa possa servire una tale cartografia!
Si aggiungano a ciò “perle” come ad esempio la seguente (già citata sopra), tratta dalla descrizione degli obiettivi del PTR: “offrire sostegno alla zootecnia ed al pascolo (con reintroduzione di cavalli, mucche, ovini che a livello di coscienza collettiva contribuiscono a ‘fare paesaggio’)” - (par. 5.2). Ogni commento pare superfluo.
6.4. La mancanza di un adeguato quadro delle conoscenze
Per concretizzare l’obiettivo della creazione di reti ecologiche è fondamentale una profonda conoscenza del territorio (rappresentabile – ad esempio – almeno con una carta della vegetazione e unacarta litologica) e si osserva come nel documento presentato il quadro delle conoscenze non appaia sufficientemente approfondito e adeguato a sostenere una moderna pianificazione paesaggistica.
Le relazioni e le tavole grafiche allegate al documento preliminare sono infatti un mero assemblaggio di relazioni disorganiche, relative in realtà alle politiche regionali di settore, senza la minima traccia di conoscenze relative ai caratteri fisico-strutturali della regione come ad esempio i “caratteri” geologici, pedologici, idrogeologici, idrografici. Né vi è traccia di un elaborato che evidenzi i rischi idraulici, idrogeologici e le vulnerabilità territoriali.
Pare incredibile che, per quanto concerne specificamente le conoscenze relative al patrimonio naturalistico e ambientale, gli estensori del documento preliminare al PTR non siano ricorsi alle immense banche dati e al patrimonio di informazioni, dati ed esperienze disponibili presso le Università regionali (e in particolare presso il Dipartimento di Biologia dell’Università di Trieste).
Ci si riserva di integrare eventualmente le considerazioni sopra esposte con ulteriori elementi e si porgono con l’occasione i più distinti saluti.
Tutto male o tutto bene! La città di Roma o è una cosa o è l'altra: ovvero è «male» quando la guida della capitale è stata gestita dai governi centristi o neocentristi (democristiani e socialisti), viceversa è «bene» quando le chiavi della città sono in mano alle amministrazioni di sinistra. In parte questo è vero, la differenza si sente e si nota. Tuttavia, esiste una questione romana, anzi «La questione romana» come hanno ricordato gli organizzatori del «Discorso pubblico sulla città e il suo governo», ossia la rivista Carta, i Cantieri sociali e la Riva sinistra, l'altro ieri all'Alpheus. Roma è un buon luogo di accoglienza «per studenti e turisti - ricorda Pierluigi Sullo - però ha tante contraddizioni che non si possono nascondere, ad esempio la piaga dei trasporti o della casa». Lo stesso Sandro Medici, presidente del X Municipio (autore insieme a Carta e Riva sinistra del numero mensile di novembre sulla capitale) non nasconde nulla: «Si rischia il collasso. Con la crescita del 4% del pil sono aumentati anche i poveri e le periferie si sono imbarbarite; il decentramento e la democrazia partecipativa non sono stati realizzati (non sono stati dati soldi in gestione ai singoli municipi) e il nuovo Piano regolatore è un regalo ai poteri forti (immobiliari)». L'urbanista Giovanni Caudo sottolinea come «nel 2005 sono stati cancellati dall'anagrafe ben 21 mila residenti; non solo gli strati più poveri ed emarginati sono stati allontanati, ma anche coloro che devono destinare il 40% e a volte il 70% della proprie entrate per pagare l'affitto». A questa realtà potremmo aggiungere i 15 mila che vivono sotto i ponti oppure i 30 mila (spesso anziani o disabili) «sotto sfratto» (dice Sandro Medici). Roma assume la caratteristica di una città moderna, competitiva come sono tutte le altre metropoli, «neoliberista», ma, aggiunge Caudo, «il centro e la periferia hanno uno sviluppo distorto e diseguale».
Le periferie che alcuni - come il sottosegretario, Patrizia Sentinelli o il segretario romano di Rc, Massimiliano Smeriglio - continuano a identificare con la «città di sotto» che si contrappone «a quella di sopra». Per altri sono terreno quotidiano di scontro (la lotta per il diritto alla casa) o d'impegno culturale. Nunzio D'Erme, difende la tesi «che Action ha l'obiettivo di considerare Roma un bene comune», di lottare «per un reddito salariale» e di organizzare «l'autogestione come momento di socializzazione». E così lancia la proposta di «una manifestazione nel mese di dicembre per il diritto all'abitare».
Io sto con il Mose, vi spiego perché
Francesco Indovina - il manifesto, 29 novembre 2006
Mi schiero completamente con Rossana Rossanda sulla questione del Mose. Sostengo da tempo che i problemi di Venezia potrebbero essere la sua fortuna, nel senso che la loro soluzione potrebbe creare quella diversa base economica unico strumento per evitare che Venezia diventi (o lo è già?) un «parco turistico». Il Mose è una di queste occasioni, combattuta in nome di una «laguna» che poi le alternative di cui si è parlato vogliono definitivamente e completamente artificializzare . Sarebbe lungo elencare le contraddizioni della battaglia no-Mose, ma alcune bisogna pur ricordarle. Si è sostenuto per anni che non fosse necessario separare, temporaneamente, mare e laguna, infatti sarebbero stati sufficienti le opere di ricostruzioni di velme e barene, l'apertura delle valli da pesca, ecc. per ridurre le maree. Poi, finalmente, la scienza, che le riteneva non adeguate allo scopo, è prevalsa, ma, tuttavia, acora oggi si propongono restringimenti rilevanti ai canali alle bocche con gravissime conseguenze sulla qualità delle acque e sulla vivificazione della laguna. Si è presentato il Mose sia come «opera vecchia e superata» che come «opera insicura» perché non sperimentata in nessuna parte del mondo, quindi si presume troppa innovativa. La comunità nazionale ha privilegiato Venezia, rispetto ad altre situazioni di crisi - c'è bisogno di parlare di Napoli? - ma di questo sacrificio non si vuole ricavare il bene che può venire alla città. La trasformazione non dovrebbe essere al primo posto della «sinistra»? O è meglio che Venezia degradi ulteriormente tra bancarelle, souvenir, B&B, alberghi di lusso e negozi griffati? Il Mose non è la soluzione a tutto questo ma può fornire un contributo. Come si fa a non capirlo?
La Rossanda: sì al Mose, scusate ma difendo Venezia
redazionale - Corriere della Sera, 29 novembre 2006
Alfonso Pecoraro Scanio non è sorpreso, «e perché mai?, con il massimo rispetto per l'autorevolezza di Rossana Rossanda, la sua è la classica espressione della cultura industrialista che appartiene alla tradizione comunista, la fiducia illimitata nel cosiddetto progresso che non a caso ha provocato disastri nell'Est europeo, la denigrazione antropocentrica della natura che ha portato l'uomo ad alterare i cicli naturali e distruggerli».
Detto in una parola: il Mose di Venezia. Che il ministro verde dell'Ambiente, si sa, non ama, ma che la giornalista e scrittrice, sul manifesto di ieri (foto a sinistra), ha difeso a dispetto del suo giornale, «chiedo scusa, ma mi importa più il destino dei veneziani, oggi così precario, che quello d'una garzetta», ovvero i piccoli aironi della Laguna.
Per la Rossanda, Venezia è il posto delle fragole. Nel suo libro La ragazza del secolo scorso ha raccontato l'infanzia con la sorella Mimma, in casa di zia Luisa e zio Pierino al Lido «ispezionato da San Nicoletto a Malamocco, undici chilometri col rombo del mare da una parte e la quiete della laguna dall'altra». La città divenuta «la mia città», più tardi rifugio dai bombardamenti, luogo della giovinezza.
Così la Rossanda difende il progetto Mose, che non risolve ma almeno «rallenta l'impatto» delle alte maree. Un'opera «di alta tecnologia che porta e comporta lavoro qualificato». E di cui si parla «da almeno tre lustri» come in un «gioco dell'oca». Il che, ribatte Pecoraro Scanio, «è piuttosto un argomento contro: se è una cosa così buona e giusta, com'è che da anni trova un dissenso così vasto? E proprio dai veneziani che dovrebbero beneficiarne? Com'è che spacca il Consiglio dei ministri e la comunità scientifica?».
Sul manifesto c'era già la risposta del prc Gennaro Migliore. Nella sinistra radicale si discute. Ma per il ministro dell'Ambiente è questione di cultura, «quello della Rossanda mi sembra un approccio ideologico e dirigista, l'intellettuale di sinistra che dice cosa è bene per i cittadini che non capiscono». Un approccio che è «il contrario dello sviluppo sostenibile». E l'obiezione di Venezia che è in sé artificiale? «Rivela un'idea caricaturale degli ambientalisti. Noi vogliamo più tecnologie e modernità, non meno. Sono stati presentati progetti alternativi più economici e avanzati. È il Mose a essere vecchio di vent'anni: una specie di Meccano, privo di uno studio dell'impatto sul fondo lagunare, che rischia di farci spendere miliardi di euro per avere un rottame subacqueo».
Si conclude oggi il breve viaggio di Vittorio Emiliani nella bellezza e, purtroppo, nella bruttezza del Belpaese: cioè nell'assalto quotidiano all'integrità del paesaggio e alla storia delle nostre città. Assalto di speculatori, da sempre, nonostante le campagne a difesa di questa «bellezza» da parte di intellettuali, giornalisti, urbanisti e architetti. E da parte di amministrazioni locali coraggiose che, però, negli ultimi anni sembrano cedere alla tentazione del «nuovo» sotto forma di ulteriori costruzioni. Dopo la precedente puntata ( l'Unità del 26 novembre) che ha ripercorso alcune di quelle gloriose battaglie, oggi Emiliani fornisce una serie di dati impressionanti proprio sulla cementificazione del nostro paesaggio e delle nostre città. Vittorio Emiliani è anche autore di una serie in quattro puntate, su questi temi, dal titolo Bella Italia che patria mi sei, in onda sul canale satellitare Raisat Premium.
Stavo seguendo in tv la cronaca di una tappa del Giro d'Italia ripresa dall'elicottero e mi sorpresi a osservare: «Ma guarda che paesaggio ordinato, ben tenuto, senza robaccia di mezzo. Non sembra nemmeno Italia». Difatti non la era: quel giorno il Giro era sconfinato in Austria. Provate a scendere in aereo su Venezia, vi colpirà come un pugno allo stomaco l'assenza di campagna fra Mestre, Treviso, Padova, con una commistione terribile fra quartieri e capannoni, villette e fabbriche. È quello che gli anglosassoni chiamano urban sprawl, il disordine urbano, e di cui stanno discutendo intensamente, loro, i tedeschi, i francesi. Noi quasi per niente.
A parte il recente bel libro di Edoardo Salzano e altri intitolato NO Sprawl (Alinea). Se provaste a sorvolare in aereo il distretto industriale della Ruhr, vedreste un paesaggio molto più ordinato, molto più razionale, con molto più verde di quello veneto. Del resto, gli investimenti nell'edilizia residenziale sono saliti in Italia da 58 miliardi di euro (1999) a oltre 71 miliardi (2005) con un incremento del 23 per cento. Per i permessi di costruzione risultano in testa il Veneto e l'Emilia-Romagna. Per l'intera Italia tali permessi riguardano quasi 881.000 stanze in un solo anno. Con una popolazione, di contro, in crescita lentissima (3 per cento in più nell'ultimo quindicennio) e soltanto per effetto dell'immigrazione. La quale però non trova case a costi sopportabili.
Da noi gli alloggi in affitto sono pochi (19 per cento del totale contro il 55 della Germania) e l'edilizia sociale è stata lasciata precipitare al 4 per cento contro il 20 per cento circa di Francia, Regno Unito e Svezia e il 35 dell'Olanda. Una vergogna. Dunque, quella in costruzione è tutta edilizia per il mercato. La sua corsa continua, inarrestabile: nel primo semestre del 2006, il comparto è arrivato all'indice 128,9 fatto 100 quello del 2000. Nella produzione di cemento siamo in vetta all'Europa assieme alla Spagna, ben davanti a Francia e Germania. E si vede: basta girare l'Italia o attingere alle cronache locali. Mille cantieri aperti a Vigevano dove si aspettano. . .i milanesi in fuga dal caro-città. Poco meno a Vogherà per le stesse ragioni (o illusioni). A Bertinoro, piccolo Comune medioevale della Romagna, balcone sulla pianura, ben 700 cantieri aperti. In Toscana lotti dai 400 alloggi per volta in su (seconde case, per lo più) a Donoratico, a Bagnaia, a Fiesole, a Bagno a Ripoli, ecc. Con un dato nazionale nuovo: dalla costa la speculazione edilizia delle seconde e terze case è ormai risalita all'interno e si sta mangiando la collina.
Anche in Umbria e Toscana. A fronte di una popolazione, ripeto, quasi ferma. E con un patrimonio edilizio gigantesco: dai 36,3 milioni di stanze del 1951 siamo passati ad oltre 130 milioni (+ 247 per cento), più tutte quelle abusive da sanare, albi milioni. Ricordo l'assessore regionale umbro all'Urbanistica, il comunista Ezio Ottaviani, il quale, a metà anni 70, mi esponeva questa linea: «Noi qui cerchiamo di non dare licenze per nuove costruzioni fino a che non siano state restaurate le case e i casali antichi o vecchi che abbiamo sul territorio».
Sembrano passati anni-luce. Invece era una linea nazionale della sinistra da poco al governo delle Regioni. Le quali davano soldi per restauri e recuperi. Tutto dimenticato, tutto sepolto? A volte pare di sì. Eppure - sono dati di una indagine Censis-Ance - esistono in Italia 4.745.270 abitazioni (il 18 per cento del totale) che risalgono a prima del 1919. Di questo stock abitativo antico o vecchio, il 27 per cento risulta non utilizzato, vuoto, inoccupato. Certo, da restaurare, da dotare di servizi, e però spesso inserito in borghi, paesi e cittadine dove acqua, luce, gas, scuole, ecc. ci sono già. Nel quadro della stessa inchiesta gli aspiranti risanatori non mancano, tutt'altro. Solo che è più facile e più sbrigativo, in ogni senso, orientarsi sull'alloggio nuovo in una delle tante lottizzazioni proposte, magari in pieno Patrimonio Mondiale dell'Umanità come il sito di Monticchiello (cito la propaganda della immobiliare che vi sta costruendo e che si fa bella del diploma Unesco che quei lotti cementizi, decisamente brutti, non onorano di certo).
E qui sale il grido di protesta degli amministratori locali: «Ma voi volete trasformare il paesaggio in un museo, metterlo sotto vetro». Non è vero. Ciò che si vuole è intanto il restauro e il recupero del patrimonio antico, o vecchio, esistente e non occupato. Che non è affatto poco pure in Toscana (20 per cento), o in Umbria (26,7), ma che tocca punte incredibili nel Sud: 44 abitazioni storiche su 100 vuote in Abruzzo, 40 in Sicilia, 38 in Calabria. Regioni, queste due ultime, investite da un abusivismo spaventoso che difatti assedia quei bellissimi, desertificati centri storici e sconcia tutta la costa. Autentici monumenti alla sprovvedutezza, perché, come è già accaduto nel Centro Italia (ma pure nelle Langhe), gli stranieri colti e avveduti, o i residenti delle nostre glandi città, si sono accaparrati il meglio di quei borghi svuotati. È successo e succede per esempio in Maremma. A Capalbio, dove le gru dei cantieri sono tante, ovunque, ed ora si sta pure sbancando, in basso, una collina per farvi installare una nuova cantina. O a Montemerano dove, anni fa, il Comune ha costruito dei casermoni fuori le mura, col risultato di svuotare quel centro storico collinare, per la gioia degli stranieri o dei romani.
Ciò significa che in Italia non si deve più costruire? Certamente no. Vuol dire però che, crescendo molto poco la popolazione e quel poco soltanto in forza dell'immigrazione, bisogna puntare assai di più di quanto non si faccia sul recupero (a partire dalle periferie e semideserte metropolitane) del già esistente, migliorandolo, riqualificandolo. Vuol dire che bisogna tornare a quote di edilizia sociale per i più poveri che siano vicine ai livelli europei del 20-25 per cento. Vuol dire che, nelle città universitarie, non si possono trasformare i quartieri storici in costosi «pollai» per studenti fuori sede (a 500 euro per letto), tutto in nero, distruggendo il tessuto sociale, e non perseguire mai una seria politica di collegi e di residenze universitarie, alla maniera di Pavia o di Pisa (casi isolati). Vuol dire che la nuova edilizia va, con queste e altre misure, dosata, raffreddandone l'elevata temperatura speculativa. Che penalizza poi soprattutto i giovani, single o in coppia.
Bisogna, insomma, tornare a pianificare, seriamente. Il grido di allarme che si è levato per Monticchiello facendone un caso nazionale voleva sollevare questi problemi: se persino nella tanto lodata Toscana sta succedendo di tutto, bisogna rivedere alcune politiche.
Per esempio quella della Regione Toscana la quale si ostina, con argomentazioni di sapore fra il democratistico e il populista, a sub-delegare i Comuni nella tutela del paesaggio (che è di tutta la Nazione, come dice la Costituzione). Possono opporsi validamente gli enti locali alla «febbre» cementizia in atto se da essa ricavano entrate preziose per chiudere i loro bilanci impoveriti dai tagli governativi? Non sarà un «ecomostro» la lottizzazione di Monticchiello e però è tanto brutta e «aliena» da far pensare che gli abitanti di Pienza e di Monticchiello abbiano perduto quel senso del paesaggio che Emilio Sereni, grande studioso di paesaggio agrario, comunista (qualcuno lo legge a sinistra? lo conosce ancora?), attribuiva a contadini e a mezzadri toscani. Si poteva, si doveva edificare (se non c'era dell'antico da recuperare) decisamente meglio, con una qualità architettonica più elevata. Certo, nel Sud va peggio. Ma va peggio pure sulla collina veneta, la collina di Parise, di Piovene, di Zanzotto, massacrata da Villettopoli e Fabbricopoli.
E così continuiamo a mangiarci - ecco l'altro problema di fondo - centinaia di migliaia di ettari di buona terra e di bei paesaggi mirabilmente intessuti dall'uomo nei secoli. Dal 1951 ad oggi ci siamo divorati oltre un terzo della superficie italiana libera da asfalto e cemento: più di 11 milioni di ettari. In Germania hanno varato un piano per il risparmio del suolo che entro il 2020 consentirà incisive economie. Nel Regno Unito il rapporto chiesto da Tony Blair ad un famoso architetto Richard Rogers concentra all'80 per cento le nuove costruzioni nell'ambito di quartieri già esistenti e di aree industriali dismesse. Da noi la Regione Toscana ha approvato una legge per il risparmio di suolo. Il programma dell'Unione prevedeva misure nazionali analoghe.
Ma, intanto, una edilizia di pura speculazione galoppa per ogni dove, senza una strategia di governo del territorio e del paesaggio affidato, quest'ultimo, alle fragili mani di Comuni che tanto spesso sono stati inerti nei confronti del cemento (legale e abusivo) e alle indebolite strutture delle Soprintendenze ministeriali. Non è un delitto storico buttar via così il Bel Paese? «Vieni nel paese dove fioriscono i limoni» (W.Goethe) sarà presto sostituito da «non venite nel paese dove fioriscono gli abusi e gli ecomostri»? Un bel guadagno. La grande agenzia Future Brand ci mette ancora al 1° posto per arte e storia, ma dopo il 10° per la natura e dopo il 15° per le spiagge. Vogliamo precipitare ancora? Siamo sulla buona strada.
Un viaggio nella bellezza dei centri storici e dei paesaggi italiani, avendo ben presenti però i guasti della bruttezza, della sciatteria, dell’incultura. Vittorio Emiliani, giornalista e scrittore, specialista di beni culturali e ambientali, ha curato questo viaggio per una serie tv dal titolo Bella Italia che patria mi sei (ricavato da una cantata di sapore risorgimentale di Gaetano Donizzetti). Il programma andrà in onda sul canale satellitare Raisat Premium.
La prima puntata (oggi, ore 16.30) è dedicata a «Città e borghi»: un tesoro minacciato; la seconda è tutta sui «paesaggi italiani»; mentre la terza e la quarta sono rispettivamente dedicate al «paesaggio agrario» e ai grandi monumenti e siti, dedicati a «santi e guerrieri» che diedero luogo a una vera e propria economia di rappresentanza.
Non è soltanto un viaggio «nostalgico» alla ricerca della bellezza che fu e che pure - tra mille attentati - resiste, ma un richiamo ad una presenza fattuale della cultura della tutela e del recupero nell’agire politico. «Presenza perduta», come ci ricorda lo stesso Emiliani in questo primo articolo di una breve serie su questi temi.
I nostri centri storici, o almeno quella parte rilevante di essi salvatasi dagli orrendi «sventramenti» umbertini, mussoliniani e pure post-bellici, si possono oggi dire conservati, per noi e per i posteri. A meno di un impazzimento del Paese, che porti ad un ritorno di fiamma di quanti - e non mancano di certo, fra architetti e costruttori - vorrebbero costruire cose e case nuove dentro le città murate col pretesto che non bisogna fare delle città «un museo» (come se poi il «luogo sacro alle Muse», cioè il museo, fosse un sepolcreto). Al contrario, di recente, accanto alle città antiche si sono inserite nelle salvaguardie dei piani regolatori generali (dove ancora si fanno, a Milano, per esempio, non più) le stesse città del primo Novecento. A Roma, la cosiddetta «città di Nathan», cioè Mazzini-Delle Vittorie, San Saba, ecc. ha avuto lo stesso trattamento normativo di quella ricompresa entro le Mura Aureliane. E un grande architetto come Renzo Piano ha affermato che bisogna pensare soprattutto al restauro. Al recupero e al restauro. «Italia da salvare», fu il fortunato e polemico slogan lanciato da Italia Nostra nel suo periodo più felice - quello con Giorgio Bassani presidente e Bernardo Rossi Doria segretario generale - e che faceva seguito alle indignate campagne di stampa condotte da Leonardo Borgese prima e da Antonio Cederna poi. Quest’ultimo sulle colonne del Mondo di Mario Pannunzio e, più tardi, del Corriere della Sera di Giulia Maria Crespi. La sinistra, all’epoca, assunse come proprie queste bandiere, per i centri storici e per il paesaggio. Erano di area socialista o comunista (ma pure della sinistra dc) gli architetti e gli urbanisti e quindi i politici che sostenevano queste battaglie insieme alla rivendicazione di una più moderna legge urbanistica che aggiornasse quella, pur eccellente, del 1942 (alla quale aveva lavorato il giovane Luigi Piccinato). Alla direzione generale per l’urbanistica del Ministero dei Lavori Pubblici, attorno all’incorruttibile Michele Martuscelli, socialista, si stava creando un valido gruppo di tecnici (Pontuale, Basile, De Lucia e altri). Fu Giacomo Mancini, ministro nel 1965, a vincolare a parco pubblico i primi 2.500 ettari dell’Appia Antica, mentre a Bologna la giunta Dozza, assessore Armando Sarti, vincolava a verde l’intera collina sotto San Luca, San Michele in Bosco e l’Osservanza. Per Urbino venne ottenuta una prima legge speciale grazie alla campagna «Urbino crolla» lanciata da Paolo Volponi, altro uomo di sinistra (non a caso impegnato in esperienze di avanguardia alla Olivetti di Ivrea) e la giunta Pci-Psi, guidata da un ex falegname comunista, Egidio Mascioli, incaricò Giancarlo De Carlo di redigere, con una vasta partecipazione democratica, il PRG di quel mirabile centro storico. C’era insomma un grande fervore, a sinistra, attorno a queste tematiche della conservazione e della tutela, anche se a scriverne erano (o eravamo), anche allora, in pochissimi.
Da questo dibattito su passato e presente delle città italiane, svoltosi anche all’interno dell’Istituto Nazionale di Urbanistica, creato e per anni presieduto da Adriano Olivetti, e che avrebbe avuto quale guida uno specialista del livello del fiorentino Edoardo Detti, in origine azionista, poi socialista, assessore della giunta La Pira, da questo dibattito, dicevo, doveva prendere le mosse a Bologna - divenuta, con Guido Fanti sindaco, autentico laboratorio politico-amministrativo - il progetto altamente innovativo per il recupero, il restauro e il riuso delle case popolari antiche del centro col fine dichiarato di mantenervi i residenti. Eravamo alla fine degli anni ’60. L’assessore che lavorava a tale progetto coi tecnici comunali, fra i quali c’era Felicia Bottino, poi assessore regionale, era Pier Luigi Cervellati, architetto poco più che trentenne, all’epoca indipendente di sinistra. La sua tesi di fondo: il centro storico costituiva «una ossatura portante del territorio», il punto di partenza della crisi urbana in atto con l’espulsione dei ceti più poveri e la trasformazione speculativa degli antichi quartieri in residenze di lusso, pied-à-terre, uffici, studi, atelier, ecc. Partendo dal rinnovo urbano dei medesimi e dal mantenimento delle residenze popolari, il processo doveva «successivamente investire anche la estrema periferia (…) per attuare una alleanza politica di forze popolari in grado di rivendicare la espansione qualitativa (socialmente e culturalmente) della città». Contemporaneamente il deputato lombardiano Michele Achilli, con un vasto gruppo milanese (Redaelli, Cutrera, Guiducci, Dragone), sviluppava l’azione politica che avrebbe portato prima alla legge-ponte per l’urbanistica e poi alla legge sulla casa n. 865. Politiche fondate sulla preminenza dell’affitto rispetto alla proprietà individuale della casa e su di un forte investimento pubblico nell’edilizia economica e popolare ridotta al 4 per cento (dov’è ora riprecipitata, ultima in Europa, in assenza, anche nel centrosinistra, di una organica politica a favore di essa) rispetto al 25 per cento dei Paesi Ue più avanzati. L’Olanda supera il 30 per cento.
Quello di Cervellati a Bologna fu, difatti, un Peep, cioè un Piano per l’edilizia economica e popolare. Presentato nel 1972, sindaco Renato Zangheri, e adottato l’anno dopo (la vicenda l’ha raccontata Vezio De Lucia nel sempre attuale Se questa è una città, Editori Riuniti, seconda edizione Donzelli, 2006 n.di eddyburg). Con Armando Sarti, assessore al bilancio, che ebbe la brillante idea di far acquistare alcuni ruderi da restaurare, con l’amministrativista Antonio Predieri che teorizzò l’applicabilità delle leggi per l’edilizia economica ai quartieri antichi, con Franco Briatico (uno di Italia Nostra) il quale, da liquidatore della Gescal, finanziò questo di Bologna come, in futuro, altri progetti di recupero in diverse città. Ci furono formidabili opposizioni, di ogni tipo, anche nel Pci. Dove c’era chi combatteva questa linea sostenendo che le tipologie ricavate da Cervellati e dai suoi tecnici a Bologna erano soltanto «paccottiglia» e non invece - come poterono dimostrare - strutture-modello rispuntate, guarda caso, nelle costruzioni del Villaggio Olimpico di Monaco di Baviera. Altre città seguirono l’esempio di Bologna, al Nord (Ferrara, Modena, Vicenza, ecc.) e al Sud (Taranto). Qualcosa fece pure Roma (San Paolo alla Regola, Tordinona). Recuperi molto significativi che servirono a confermare come i centri storici potevano venire rivitalizzati e vissuti, e non ridotti a bei gusci vuoti. Si dimostrò, fra l’altro, cifre alla mano, che un metro quadro di edificio storico recuperato costava la stessa cifra e anche meno dell’edificio nuovo (che però si mangiava altro suolo prezioso ed esigeva nuovi servizi, onerosissimi).
A Bologna si recuperarono centinaia di alloggi, si crearono studentati, ma, ad un certo punto, commercianti e affittacamere indurirono la loro resistenza. Quando poi si passò, nel 1977, ad un piano per «il rinnovo di Bologna», cioè al recupero su vasta scala del patrimonio soltanto «vecchio» degli Istituti Case Popolari in periferia, cominciò l’insabbiamento, per l’offensiva sempre più decisa di immobiliaristi e costruttori. Che lucravano (e lucrano) profitti facilissimi su di una espansione edilizia ininterrotta, scaricando gli oneri di urbanizzazione in gran parte sui Comuni.
In quello stesso torno di tempo veniva trasferita alle Regioni sia l’urbanistica, sia (sbagliando clamorosamente) la tutela del paesaggio. Per la quale ultima si verificò tuttavia la più totale immobilità delle Regioni stesse. Al punto che nel 1985 il Parlamento si vide costretto a varare (quasi alla unanimità) una legge di sostanziale supplenza, la legge Galasso, n. 431, con cui si prescriveva agli enti regionali di redigere entro un anno dettagliati piani paesistici al fine di salvaguardare quel paesaggio che Giulio Carlo Argan, in un memorabile intervento al Senato, aveva definito «il palinsesto, il grande libro nel quale si leggono millenni della nostra storia». Poche furono le Regioni che provvidero tempestivamente alla bisogna (Emilia-Romagna, Marche, Liguria), altre seguirono, altre furono surrogate dal centro, cioè dalle Soprintendenze, per esempio, la disastrata Campania, sotto il coordinamento dell’indimenticabile Antonio Iannello. Altre ancora, come la devastata Sicilia, nulla fecero, né hanno mai fatto. Dunque, nel ventennio ’60-’80, le sinistre si posero spesso alla guida di un movimento culturale e politico che puntava alla tutela attiva delle città tradizionali e del paesaggio (si ricordi l’azione di Luigi Petroselli per il parco dei Fori pensato da Cederna), ad una strategia di quantità/qualità per l’edilizia più economica (si pensi a certe esperienze della ricostruzione napoletana). Grazie ad esse, il nostro Paese - che pure era flagellato, specie a Roma e nel Sud - da un abusivismo terribile, dai costi sociali spaventosi, risultava all’avanguardia in Europa. Dov’è finito quel fervore culturale, dov’è finita quella elaborazione generosa e avanzata, se oggi vi sono governatori, presidenti e sindaci di centrosinistra, i quali sparano a zero contro i vincoli paesistici delle Soprintendenze (una volta, vedi Bologna, li mettevano loro), invocano mani più libere per «non fare delle città e del paesaggio» altrettanti «musei»? Non si accorgono di usare espressioni che anni fa erano dei costruttori? Quale mutazione genetica è avvenuta a sinistra?
(1-continua)