loader
menu
© 2026 Eddyburg

Potete scaricare, in fondo alla pagina, il filmato delle Jene: una serie di pizzicanti interviste realizzate, e commentate, da Alessandro Sortino

Gki intervistati sono: l’ing. Giovanni Mazzacurati presidente del Consorzio Venezia Nuova, la prof. Andreina Zitelli dell’Università Iuav di Venezia, l’ing Alberto Scotti progettista del MoSE, l’ing. Vincenzo Di Tella, autore di un progetto alternativo al MoSE, il Magistrato alla acque, Massimo Cacciari Sindaco di Venezia, Giancarlo Galan Presidente della Regione Veneto, Georg Umgiesser oceanografo del Consiglio Nazionale delle Ricerche, l’ambientalista Tommaso Cacciari, Alberto Vitucci giornalista della Nuova Venezia, Antonio Di Pietro ministro delle infrastrutture.

Dichiarazioni sconcertanti da parte di chi sostiene il MoSE (Mazzacurati, Scotti, Galan), sospetti preoccupanti da chi ha finito per contrastarlo (Massimo Cacciari), affermazioni stupefacenti da parte di chi lo ha avallato (Di Pietro). Opinioni convincenti e dati probanti forniti dagli altri.

Il filmato è scaricabile dal sito delle Jene, e precisamente qui.

Molti documenti sull'argomento li trovate nella cartella di eddyburg dedicata al MoSE. Oltre all’ampia rassegna stampa, tra i documenti utili per una prima informazione vi suggeriamo:

- un saggio di E. Salzano, La Laguna di Venezia e gli interventi proposti, in cui si cerca di spiegare che cos’è la laguna, qual’è il suo meccanismo di funzionamento e quali sono le ragioni della gravità del progetto MoSE ,

- tre documentate analisi della sezione veneziana di Italia Nostra, che illustrano le ragioni dello Squilibrio biodinamico della Laguna, Perché diciamo no al MoSE, Le proposte alternative

- alcune pagine dal libro di Luigi Scano, Venezia, Terra e acqua, relative alle discussioni e decisioni tra gli anni 1973 e 1985

- le conclusioni del parere della Commissione per la valutazione d’impatto ambientale del Ministero dell’ambiente

Ma c’è molto altro, a favore e soprattutto contro. E poi, date un'occhiata anche alle altre cartelle su Venezia.

Oltre a essere incredibile in sé, la vicenda di Casalnuovo sembra esserlo anche per la reazione piuttosto tiepida che ha suscitato al livello politico e istituzionale. È vero che lo scempio è stato bloccato e che sono in corso le indagini della magistratura, ma resta l'impressione che per la classe dirigente campana questo disastro edilizio costituisca né più né meno che uno dei tanti incidenti politico amministrativi di cui è piena la storia di questa regione e su cui non varrebbe la pena scaldarsi troppo. Sicuramente in qualunque altra parte del paese — a eccezione naturalmente delle altre regioni meridionali, dove purtroppo storie come questa sono frequenti — l'edificazione abusiva di 71 edifici in una piccola cittadina avrebbe scatenato un terremoto politico e istituzionale, con il commissariamento de l comune, l'espulsione del sindaco dal partito di appartenenza, la dura condanna dei vertici delle istituzioni locali e avvisi di garanzia per tutti coloro che direttamente o indirettamente avrebbero partecipato al succoso banchetto. Qui invece non è accaduto nulla del genere, salvo modesti e cauti commenti di circostanza da parte di qualche leader politico locale.

Come se si fosse trattato di una villetta tirata su abusivamente in qualche amena località balneare.

Insomma, ciò che colpisce in questa assurda storia è la sproporzione tra la gravità del fatto e la tiepida reazione del mondo politico che, in fondo, della questione non sembra essere né sorpreso né indignato. E non è da escludere che questo clima politico di prudente valutazione preluda a qualche soluzione accomodante, grazie alla quale la storia potrebbe finire per chiudersi senza colpe né colpevoli.

L'assessore all'Urbanistica della Provincia di Napoli, Francesco Moccia, osservava qualche giorno fa su questo giornale come, ad esempio, la « accu rata drammatizzazione » in atto del problema degli incauti acquirenti degli appartamenti incriminati, rischi di aprire « l'autostrada delle intese, delle sanatorie, delle varianti e di tutti quegli espedienti che mettono una toppa al mal fatto » .

Come si spiega questa tiepida reazione? Si spiega col fatto che fenomeni come questo di Casalnuovo non rappresentano una novità per la Campania. Sono decenni, infatti, che la grande periferia napoletana è devastata da un abusivismo edilizio che forse non ha precedenti nella storia del nostro paese, e sono decenni che il mondo politico vi assiste più o meno passivamente. E sono sempre decenni che storie assurde come questa vedono coinvolti amministratori locali « distratti » , forze dell'ordine sonnolente e presenza di capitali d'ignota provenienza, il tutto in un micidiale scambio in cui si rinuncia alla legalità in cambio di voti. D'altronde i dati di Legambiente parlano chiaro: in Campania 61 mila casi di abusivismo nell'ultimo decennio, per un valore di 4,5 miliardi di euro. Perché mai, allora, dovrebbe indignarsi la nostra classe dirigente, visto anche che in vent'anni non ha mosso un dito per arginare questo disastro? « Ci sono in questa storia » , ha osservato Fabrizio Geremicca su questo giornale, « tutti gli ingredienti della cemento connection: omertà, collusioni e interessi della criminalità organizzata » .

E ciò spiegherebbe anche come un sindaco regolarmente eletto dai suoi cittadini possa avere la sfrontatezza di dire che della faccenda lui era del tutto all'oscuro. Dal suo punto di vista il maxi abuso è questione che riguarda strettamente i meccanismi clientelari e spesso illegali di cui vive la politica. Non sarebbe, quindi, una questione che riguarda i cittadini, ai quali perciò si può dare qualunque insensata, grottesca e provocatoria spiegazione.

Dal Casilino alla Serpentara, case dalle forme gratuite non a misura d'uomo.

Viste dall'aereo le case dell'Iacp al Casilino sembrano formare un'allegra, disordinata raggiera, come bastoncini dello shangai gettati casualmente al suolo. Da terra, invece, appaiono come casermoni che convergono verso il nulla, governati da direzioni astratte. I progettisti ne spiegarono le ragioni con argomenti bizzarri: l'analogia con la forma del Colosseo, l'affinità con i tessuti urbani antichi. Spiegazioni che oggi, percorrendo questi spazi che sembrano vivere in una dimensione irreale, fanno sorridere.

In realtà, per comprenderne il senso, occorre collocare il Casilino (e molti quartieri Iacp contemporanei) all'interno della crisi profonda che percorre l'architettura degli anni '60. Un decennio in cui tutto sembra precipitare, che si apre con le Olimpiadi di Roma e si chiude con la strage di piazza Fontana. E in mezzo i primi simboli della società dei consumi (gli elettrodomestici, le utilitarie), la corsa allo spazio, la rapina del territorio, la ribellione studentesca, il Vietnam.

È il periodo in cui appaiono, con drammatica evidenza, le prime crepe dell'ideologia del moderno mentre gli strumenti dell'architetto, i suoi linguaggi, il suo stesso ruolo, mostrano tutta la propria inadeguatezza di fronte ad un mondo in vorticosa trasformazione.

Scompaiono, intanto, i maestri: Le Corbusier, Gropius, Mies van der Rohe.

Un libro di Marcello Pazzaglini («Architettura italiana degli anni '60 e seconda avanguardia», Mancosu editore) presentato nei giorni scorsi alla Casa dell'Architettura, fornisce l'occasione per riflettere su questo intricato, e poco indagato nodo di questioni.

Dalle architetture disegnate come ordigni meccanici di Sacripanti alle labirintiche strutture del gruppo Grau, viene descritta l'ansia di cambiamento che si manifestava, in quegli anni, attraverso intuizioni improvvise e spesso utopiche che sembravano tradurre la ricerca dell'arte informale in tormentate geometrie e inquieti spazi architettonici. Una lacerante rottura tra forma e contenuto che non fu certo solo italiana e che, consolidatasi nel tempo, ha prodotto opere di grande successo come il museo Guggenheim costruito da Gehry a Bilbao, edificio-scultura estremo dove la pelle è indipendente dallo spazio interno.

Forse l'abbaglio di quegli anni è stato tentare di estendere criteri estetici impiegati per teatri, padiglioni, monumenti al tema dell'edilizia pubblica.

Pazzaglini, va detto, non è uno storico ma un architetto militante che ha partecipato in modo appassionato alle vicende di quegli anni. È giusto, dunque, che veda il mondo dal proprio punto di vista.

E, tuttavia, alcuni esempi indicati quale positiva ricaduta di quel clima culturale, (la raggiera del Casilino, le «vele» di Secondigliano) ci fanno domandare se non sia arrivato il momento di guardare a molti interventi d'edilizia pubblica con occhi nuovi, se la loro fortuna critica non rispecchi un equivoco di fondo che rischia di creare nuove catastrofi.

Perché le stesse ragioni che hanno prodotto il disegno del Casilino hanno generato, anche nei decenni successivi, una danza sfrenata di linee spezzate, sinusoidali, circolari come a Vigne Nuove, Spinaceto, Tor de' Cenci, Serpentara, Tiburtino Sud. Figure astratte, d'inverificabile coerenza, calate sul territorio come meteore che mostrano, a viverci dentro, tutti i limiti degli intensivi più banali. E che fanno rimpiangere la familiarità corale dell'edilizia popolare degli anni '50, come le case Ina al Tuscolano.

Questi fallimenti andrebbero riconosciuti senza il pregiudizio delle firme illustri che li nobilitano. E dovrebbero far riflettere su quale significato profondo possieda il modo in cui gli abitanti immaginano la forma del loro spazio domestico, sull'arroganza con cui sono stati costretti a vivere entro forme gratuite, che sembrano annunciare novità inesistenti, dove ogni individuo è straniero. In nome di un'originalità di facciata che andrebbe, invece, cercata pazientemente nell'origine delle cose: partendo di nuovo, come agli albori dell'architettura moderna, dai problemi concreti dell'abitare, mettendo l'uomo e i suoi bisogni al centro del progetto.

La Fondazione Fiera Milano ha costruito il nuovo polo fieristico di Rho-Pero, e ha ceduto buona parte dell’area urbana della "vecchia fiera", 255mila metri quadrati, a Citylife, una cordata composta dal gruppo Ligresti, Generali, Ras, Lamaro e Lar.

Su quest’area verranno costruiti quasi un milione di metri cubi, tra abitazioni e uffici, con 15mila presenze: una nuova città. Si tratta di un progetto dal valore complessivo di circa 2 miliardi, sull’ultima grande area disponibile in Milano. I promotori lo descrivono come un caso esemplare di collaborazione pubblico-privato: si tratta dunque di un tema di interesse generale e non solo locale.

Il progetto

Il progetto ha suscitato numerose e forti critiche, da architetti e urbanisti oltre che dai "comitati" dei residenti. (1)

Per inserire tanta volumetria in poco spazio sono stati progettati tre altissimi grattacieli, forse belli per Shanghai, ma del tutto estranei all’anima del quartiere, e, lungo il perimetro della "vecchia fiera", una cinta di case alte 14-20 piani che incomberanno sugli edifici circostanti. Al verde è lasciato solo poco più di un terzo dell’area, e in parte si tratta di verde "condominiale", incuneato tra gli edifici, per cui il tanto vantato "parco" sarà ancor più ristretto e per larga parte in ombra. Si prevede un drammatico peggioramento del traffico attorno all’area, già oggi congestionata, per gli accessi ai novemila parcheggi sotterranei. Eppure, secondo un’indagine dell’Ocse, Milano risulta la seconda peggiore tra trenta città europee quanto a inquinamento e congestione del traffico. Con progetti come questo la situazione è certo destinata a peggiorare.

Tutte le critiche derivano, a ben vedere, dal vizio originale del progetto: consentire una volumetria abnorme, con un indice di edificabilità doppio rispetto a quello normalmente concesso per altri PII a Milano. Ma è proprio grazie a questa volumetria che la Fondazione Fiera ha potuto ricavare ben 523 milioni di euro dalla vendita del terreno. La domanda che si pone è perché il comune di Milano abbia concesso questa volumetria abnorme, visto che la costruzione di uffici e case di lusso non si configura certo come un progetto di interesse pubblico.

La collaborazione pubblico-privato

Torniamo al tema della "collaborazione pubblico-privato".

All’origine esisteva l’Ente autonomo Fiera internazionale di Milano, pubblico, al quale lo Stato cedette, nel 1922, la vecchia piazza d’Armi in quanto ente "non con mire speculative ma di pubblica utilità". Nel 1999, con un accordo di programma si decise di costruire il nuovo polo fieristico di Rho-Pero e di dismettere buona parte dei padiglioni della "vecchia fiera". Successivamente, l’Ente Fiera si è trasformato da ente pubblico in Fondazione di diritto privato, l’attività fieristica è stata scorporata nella Fiera Milano spa (quotata in borsa), e la Fondazione è divenuta in sostanza una "immobiliare" ("privata") che affitta i padiglioni alla Fiera Milano spa.

Il contributo del "privato" è stata la costruzione del nuovo polo fieristico, che resta peraltro proprietà della Fondazione. Questa possiede immobili valutati, prudenzialmente, 855 milioni e varie partecipazioni, tra cui la quota di controllo della Fiera Milano spa. 160 milioni ai prezzi di borsa), a fronte di debiti a lungo termine per soli 164 milioni (bilancio al 30.6.2006). Si tratta dunque di una Fondazione ricchissima, senza che il suo statuto indichi alcun specifico scopo sociale. Questo patrimonio è stato "privatizzato" senza alcun compenso per il "pubblico", che pure aveva finanziato e sostenuto in molti modi l’Ente Fiera nell’arco di novant’anni.

L’ultimo "regalo" del "pubblico" è stata appunto la possibilità di valorizzare al massimo il terreno della "vecchia fiera", concedendo una volumetria che pur penalizza gravemente la città, e accettando che la scelta tra i progetti selezionati, dalla stessa Fondazione, fosse determinata esclusivamente in base al prezzo offerto. Visto poi che, per rispettare lo standard di 44 metri quadri per abitante, "mancavano" 106mila metri quadrati, il comune ha concesso di "monetizzare" queste aree pubbliche mancati al prezzo irrisorio di 242 euro al metro quadro. In teoria il comune dovrebbe incassare, tra monetizzazione e oneri di urbanizzazione, 98 milioni. Ma una volta scomputati gli oneri che Citylife sosterrà per l’urbanizzazione e gli edifici di interesse pubblico (Museo del Design e del Bambino, di cui non si sentiva proprio il bisogno), al comune non resterà pressoché nulla, mentre dovrà farsi carico di pesanti investimenti per adeguare la viabilità. È poi ora prevista anche una nuova linea di metropolitana con fermata alle "Tre torri", ottima iniziativa, che aumenterà il valore degli immobili (e quindi i profitti di Citylife), ma con costi a carico della collettività.

In conclusione, questo esempio di "collaborazione pubblico-privato" sembra essere stato impostato esclusivamente in base alla logica del profitto "privato", della Fondazione e di Citylife, addossando invece alla collettività notevoli costi finanziari e pregiudicando irrimediabilmente la qualità della vita di una delle migliori parti della città.

L’esempio di Monaco

Era possibile una soluzione diversa? Certamente sì, perché i numeri indicano che i costi del nuovo polo di Rho-Pero avrebbero potuto essere ampiamente coperti anche limitando alla metà la volumetria concessa e quindi il ricavo dalla vendita del terreno. Forse, al comune, hanno sbagliato i conti, oppure si sono semplicemente adeguati alla logica del profitto.

Anche la Fiera di Monaco ha lasciato la propria sede storica, 110 mila metri quadrati nel cuore della città, per trasferirsi in uno spazio più ampio, in periferia. In quel caso la Fiera ha restituito alla città il terreno che aveva ricevuto, e la città ne ha pianificato lo sviluppo, anche con la costruzione di case private ma con stretti vincoli: 27 per cento di edilizia sociale, 20 per cento destinate a famiglie giovani, densità in linea con quelle esistenti, servizi pubblici di quartiere, parco e museo. È un esempio che mostra come sia possibile contemperare l’interesse pubblico con la logica dei costi, laddove vi sia un ente pubblico deciso appunto a difenderlo.

(1) Per una rassegna stampa, si veda www.quartierefiera.org oppure www.residentifiera.it

Radiografia degli abusi in città il record tra Pianura e Soccavo

Roberto Fuccillo – la Repubblica, ed. Napoli, 2 marzo 2007

Oltre 1300 pratiche, quasi 200 mila metri cubi, per un valore di circa 350 milioni. Eccolo qui il fatturato dell´abusivismo a Napoli, per il solo 2006. Fotografato dall´osservatorio apposito del Comune e rielaborato, in alcune sue parti, da uno studio effettuato dal gruppo consiliare di An, che ne ha presentato ieri le risultanze. L´infestazione colpisce ovunque. Il record è a Pianura-Soccavo, con quasi 70 mila metri cubi nuovi. Segue la periferia nord di Piscinola, Chiaiano e Marianella, con oltre 45 mila metri cubi. Sono anche le aree di elezione della speculazione: qui è infatti altissimo sia il rapporto fra superficie e numeri di interventi (circa 150 metri quadrati a operazione) sia il rapporto fra cubature e superfici.

Insomma è qui che si costruisce massicciamente, mentre altrove si possono trovare spazi meno estesi e cubature inferiori, per un quadro più compatibile anche con l´abusivismo minore della piccola soprelevazione o della copertura della veranda. Colpisce però che persino nel centro della città, la Municipalità I, si registrino 5000 metri cubi illegali.

«Spuntano manufatti come funghi anche all´Arenella o a Posillipo, a via Manzoni e a Marechiaro», spiega Andrea Santoro. Un mercato lucroso assai. Pietro Diodato ha calcolato che il valore a prezzo di mercato di questi manufatti si aggira sui 350 milioni. Il record è dalle parti di Miano-Secondigliano, con 80 milioni. Seguono i 75 di Pianura-Soccavo e i 50 di Barra-Ponticelli e di Chiaiano-Piscinola. Situazione grave, che spinge An a censurare anche l´operato dell´amministrazione. Dice Diodato: le pratiche accumulate con il condono, ancora in attesa di risoluzione, indicano che dal ‘94 al 2003 si sono avuti circa mille abusi l´anno. I 1318 registrati nel 2006 sono un peggioramento».

Un flagello contro cui si combatte con armi spezzate. «Gli abbattimenti si contano sulla punta delle dita - dice Luciano Schifone - e poi si tollera troppo che le opere arrivino allo stadio finale, bisognerebbe intervenire prima, quando si vedono gli sbancamenti o le prime fondamenta». Poi c´è anche le beffa, perché gran parte degli abbattimenti vengono fatti in danno, o meglio a spese del Comune salvo incerta rivalsa a posteriori. An si chiede anche se non sarebbe un miglior deterrente l´acquisizione al patrimonio pubblico dell´immobile piuttosto dell´abbattimento. Ma Diodato apre anche un altro vaso di Pandora: «Pendono oltre 2300 ordinanze di ripristino dello stato precedente dei luoghi, e ne sono state eseguite solo 13». Insomma la repressione non funziona, e Diodato chiede inquieto: «Perché i sigilli vengono violati dopo la scadenza del termine per lo sgombero? Chi controlla le violazioni? Quanto tempo passa fra le segnalazioni dei cittadini e i controlli? C´è davvero la sensazione che le imprese, sempre le stesse, godano anche di coperture e siano forti di una dettagliata conoscenza degli ingranaggi del meccanismo di controllo del Comune».

Ecco il trucco di Casalnuovo

Daniela D’Antonio – la Repubblica, ed. Napoli, 2 marzo 2007

Oggi il gip della Procura di Nola ascolterà il costruttore Domenico Pelliccia e il suo tecnico di fiducia Giovanni Raduazzo, i primi due arrestati per lo scempio urbanistico di Casalnuovo. Sono accusati di truffa aggravata, reati urbanistici e falso in atto pubblico. Aspettando i risultati dell´interrogatorio, nella cittadina sono aperte le scommesse su quale sarà il prossimo palazzo abusivo. E in molti puntano su un indirizzo: via Zicarlo, alle spalle della scuola elementare "Viviani", vicino alle giostre e alla caserma dei carabinieri. Lì sorge una grande baracca di lamiera che, si vocifera in paese, nasconderebbe addirittura delle fondamenta degne di un palazzo di cinque piani. Voci, non c´è dubbio, ma la baracca c´è ed è su suolo agricolo. Una piccola (e tipica) storia di Casalnuovo per raccontare uno dei trucchetti più amati dagli speculatori. Un metodo semplice: dalla sera alla mattina sorge una anonima baracca. Ciò che conta, almeno nella prima fase, è il perimetro giacché i proprietari con grande premura si preoccupano si commissionare un rilievo aereo da allegare a una eventuale richiesta di sanatoria. Una immagine dove difficilmente si potrà stabilire l´altezza della costruzione mentre saranno evidenti le misure del perimetro. La baracca alta quattro o cinque metri, così, come per miracolo, a tempo debito si trasformerà in un palazzo alto trenta metri.

L´altro trucco molto in voga è quello del cambio di destinazione d´uso: nelle maglie del piano regolatore si trovano spazi "d´oro" a disposizione di chi vuole costruire. Centinaia di uffici, così, diventano "civili abitazioni" grazie a un generoso cambio di destinazione. Possibile che sia questo il motivo per cui vicino al cinema Megamagic stanno costruendo migliaia di metri quadrati per ospitare una serie di "ostelli della gioventù"? Al momento i lavori sono fermi per problemi burocratici. Ma, giurano in paese, riprenderanno presto. Appena si saranno calmate le acque.

Chi si rivede, l'Autostrada Tirrenica. Breve riassunto delle puntate precedenti: affossata la variante «collinare» dell'autostrada che dovrebbe collegare a pedaggio Civitavecchia con Livorno - era il progetto più costoso e più amato dall'ex ministro Lunardi, che com'è noto sugli scavi di buchi in colline aveva un certo know-how, cioè un'azienda di famiglia -, ha preso sempre più quota la variante «costiera», ossia quella vicina al mare. E vicina, oltre che a zone archeologiche, paesaggistiche, naturali di rara bellezza, anche alla vecchia cara Aurelia: tant'è che, per impedire la concorrenza della vecchia e gratuita consolare con la nuova fiammeggiante e costosa autostrada a pagamento, il progetto proponeva anche di «rottamare» parti di Aurelia, rendendole stradine di passeggio. Sulla variante «costiera», fieramente avversata dagli abitanti delle stesse coste (non solo dai villeggianti di Capalbio), voluta dalla regione Toscana e digerita alla fine anche dal Lazio, c'era però un problemino: i soldi. Chi paga? Nessun problema, ha annunciato la scorsa settimana il presidente di Sat (gruppo Autostrade) Antonio Bargone: la Tirrenica sarà a costo zero per lo Stato, ha detto il manager, già sottosegretario ai Trasporti diessino dal '96 al 2001. I suoi successori al Ministero già si leccano i baffi: tutto questo ben di dio - 205 chilometri, costo totale 3,3 miliardi - e non dobbiamo spendere un euro? Slurp! Dove li trova i soldi Bargone? Semplice: proroga quarantennale della convenzione per la Sat e garanzia di poter varare aumenti tariffari del 3% all'anno per dieci anni. Non paga Pantalone, ma i soliti tanti Pantaloncini costretti a passare per i caselli - laddove potrebbero tranquillamente usare un'Aurelia ampliata e messa in sicurezza. Il ministro Di Pietro, fustigatore dei malcostumi pubblici, metterà la sua firma sotto questo finto «costo zero»?

Villa dei Vescovi, una delle più pregiate ville venete, da due anni di proprietà del Fai (Fondo per l´ambiente italiano), verrà integralmente restaurata. È un baluardo che l´associazione presieduta da Giulia Maria Crespi mette nel cuore del Veneto, il cui paesaggio rischia l´estinzione a causa di un consumo di suolo dissennato. La Villa, che si trova nei Colli Euganei, fu acquistata da Vittorio Olcese nel 1962 e nel 2005 Maria Teresa e Pier Paolo Olcese l´hanno donata al Fai. Ieri è stato illustrato il progetto di restauro curato da Christian Campanella, mentre Domenico Luciani si occuperà del riordino paesaggistico (la villa è su un´altura, circondata da vigneti, orti e frutteti). Finiti i lavori, il Fai vuole che l´edificio diventi un «pensatoio», un luogo dove andare a leggere, a prendere un tè, a meditare, un po´ come è sempre stato nella sua storia.

Villa dei Vescovi fu costruita fra il 1529 e il 1538 da Giovanni Maria Falconetto. Ispiratore fu il grande umanista Alvise Cornaro, protettore di artisti e di filosofi, che qui ospitava, e cultore di agronomia. Cornaro e Falconetto seguirono i modelli costruttivi dell´antica Roma. I riferimenti più diretti furono Raffaello, Baldassarre Peruzzi e Giulio Romano, che ha pure collaborato al bugnato che decora l´esterno. Il vero capolavoro all´interno della villa sono gli affreschi di Gualtiero Padovano e di Lamberto Sustris. L´eccellenza è raggiunta nella riproduzione dei paesaggi euganei, che danno l´illusione di far scomparire le pareti e di aprire gli ambienti della villa allo spettacolo della natura.

Il restauro di Villa dei Vescovi contrasta i segnali che vorrebbero i Colli Euganei, ancora in buona parte integri, trasformati in qualcosa di simile alla marmellata edilizia di altre aree del Veneto. Ad Arquà, di fronte alla casa in cui morì Francesco Petrarca, uno sbancamento dovrebbe accogliere 20 mila metri cubi di costruzioni. La magistratura ha sequestrato il cantiere, ma ora si sente dire che potrebbe riconsegnarlo agli immobiliaristi. Contro l´insediamento si è schierato persino il presidente della Regione, Giancarlo Galan, che invece sostiene il progetto di un ascensore che svuoterebbe il Colle della Rocca a Monselice con un buco largo 30 metri quadrati, dal quale sarebbero estratti e poi venduti 4.500 metri cubi di trachite. Secondo Gianni Sandon, del Comitato difesa dei Colli Euganei, l´ascensore serve solo a evitare un´incantevole passeggiata verso la vetta di un colle alto 120 metri. Novantamila metri cubi di edifici incombono invece sulle Valli Selvatiche, a Battaglia Terme, un´area circondata da canali di bonifica del Cinquecento, e compresa fra la Villa Selvatico, issata su una collina, e la Villa Emo, costruita da Vincenzo Scamozzi.

Le minacce ai Colli Euganei giungono nonostante sia attivo un Parco regionale, accusato da molti di scarsa efficienza. Negli anni scorsi fu redatto da Roberto Gambino un rigoroso piano ambientale. Ma dal 2002 sono state approvate 138 varianti per nuove costruzioni. Da tempo è previsto un progetto per le Ville, ma di esso non si sa nulla. Proprio in questi giorni si è insediato il direttore del Parco, Nicola Modica, dopo due anni di vacatio. Ma, denuncia Sandon, nel suo curriculum figura soprattutto il lavoro svolto come poliziotto.

Presentando il restauro, Giulia Maria Crespi ha denunciato il degrado del paesaggio veneto ed ha chiesto che le Soprintendenze, tutte non solo quelle venete, siano rimesse in grado di svolgere la tutela. Le ha risposto il sottosegretario ai Beni culturali Danielle Mazzonis. Il ministero, ha detto, vuole invertire la rotta degli ultimi cinque anni. «Sono pronti 32 milioni di euro, più altri 79 in tre anni per far fronte alle emergenze», dice Mazzonis, «verranno assunti 3 mila precari e stanno per partire i concorsi per 40 soprintendenti». Altro impegno del ministero, assicura il sottosegretario, è la riforma del Codice Urbani rendendo vincolante la partecipazione delle Soprintendenze alla pianificazione paesaggistica delle Regioni. Un modo per evitare che di casi Monticchiello o Mantova ci si accorga quando i cantieri sono già aperti.

Sarà forse perché da amministratore ho visto piani e varianti di tutti i tipi e colori, o forse perché ho modo oggi di vedere cosa i nostri piani hanno prodotto nelle città, ma sta di fatto che nutro una profonda delusione sulla reale efficacia di questo strumento. E nutro diffidenza sulla sua strumentalizzazione, sulla autoreferenzialità arrogante, sulla ipocrita chiamata in causa del "Piano" a difesa di quegli interessi collettivi e di quella correttezza politica e amministrativa che nessun Piano può di per sé e comunque garantire. Ma soprattutto ritengo un´offesa all´intelligenza far credere che con il Piano non si favorisce la rendita e si controlli la speculazione immobiliare.

Non è così, e da tempo. Forse è per mancanza della legge nazionale sul regime dei suoli? Forse. Però gli amministratori di Bologna (Zangheri, Sarti e Cervellati), già negli anni 70 praticarono un´efficace politica patrimoniale capace di garantire una fetta consistente di edilizia pubblica comprando vaste aree di espansione, interi isolati degradati del centro storico e parchi in collina.

Guardiamo a Bologna oggi, dove il piano dell´85–89 (per il quale solo il sindaco Vitali ha fatto autocritica) ha lasciato sul campo della sua attuazione uno dei peggiori esempi di pianificazione. Non so quanto il nuovo PSC inverta la rotta, ma ammetto la mia difficoltà a leggerlo o la sua vocazione a non farsi comprendere. Una cosa è chiara: è sparito qualsiasi riferimento al centro storico, da sempre polo funzionale primario della città e identità dell´intera area metropolitana. Così come non viene previsto alcun significativo decentramento di funzioni primarie, né viene impostata alcuna concreta visione metropolitana. Per il resto non mi risulta ci siano innovazioni sostanziali rispetto a scelte, ipotesi e progetti che si erano già via via consolidati prima della formalizzazione del piano attraverso accordi o varianti specifiche al piano dell´85: dall´area ferroviaria, alle volumetria concesse al CAAB, alla stessa proposta del people mover. Così come allo stesso modo risulta casuale ed estemporanea e quindi labile la previsione della più importante scelta infrastrutturale del PTCP.

Il cosiddetto "passante" che, pur senza essere previsto in nessun atto di pianificazione, venne inserito all´ultimo momento nel piano. Superfluo dire che sia la previsione del passante che quella del people mover ha promosso e favorito la logica della rendita di posizione che sarà difficile combattere o anche solo contemperare.

Questo quadro rappresenta l´apice di una difficoltà di governo del territorio presente anche in tanti altri comuni della regione. Forse vale la pena tornare a guardare all´Europa dove alcune fra le più avanzate esperienze hanno dato alla crisi del piano una risposta positiva accompagnandola con una pianificazione strategica capace di sposare politiche e piani e con una capacità di progettazione urbana di alta qualità. E´ la strada seguita da Rimini, ma la stessa Regione con l´elaborazione del piano territoriale e l´adeguamento del piano paesistico intende dare una risposta in positivo.

Tornando a Bologna, vi è infine da registrare come si sia di recente calato in questa situazione, in modo del tutto anomalo, il progetto Romilia. Anomalo perché è del tutto irrituale che parta dalla solitaria iniziativa di un gruppo di privati un progetto di così forte impatto, ma anomalo anche per l´atteggiamento del Sindaco che, prima ha ritenuto che la cosa non lo riguardasse, salvo successivamente chiedere alla Provincia di decidere. La Provincia ha optato per la costituzione di un tavolo inter-istituzionale dove ogni soggetto dovrà assumersi le proprie responsabilità. Senz´altro la valutazione che dovrà contare meno è quella che il progetto non è previsto nel Piano (quale?). Senz´altro quello che è necessario per il futuro è la messa in campo di una cultura di governo capace di disegnare un progetto strategico per la città metropolitana.

Sul PSC bolognese, in eddyburg

La Commissione Petizioni dell’Unione europea ha aperto una «istruttoria» sul progetto Mose. La decisione è maturata ieri dopo un’audizione a Bruxelles dei rappresentanti dell’Assemblea permanente No Mose che hanno illustrato la loro petizione con le 12 mila firme raccolte. Una richiesta all’Europa fatta anche dal sindaco Massimo Cacciari, che ha ribadito con una lettera l’invito ai commissari a venire in laguna per rendersi conto della situazione e la necessità di rivedere il contestato progetto alle bocche di porto. E l’ex sindaco Paolo Costa attacca duramente Cacciari.

«Il suo è disprezzo istituzionale», ha commentato furibondo l’ex sindaco Paolo Costa, da sempre sostenitore della grande opera e ieri presente ai lavori della commissione, «sarebbe tenuto al rispetto delle decisioni prese». «Non mi interessa quello che ha dichiarato Costa», si limitato a dire ieri sera Cacciari. Che aveva inviato nei giorni scorsi ai commissari europei un dettagliato promemoria sulla posizione del Comune. Ricordando i punti ancora irrisolti. Come la «regolarità delle procedure, la compatibilità del Mose con la portualità, le difficioltà di manutenzione del Mose e la sua efficacia con il previsto innalzamento del livello dei mari».

Si riaccende la polemica sulla grande opera, che il Comitatone ha approvato nel novembre scorso dopo che Prodi aveva messo la «fiducia». respingendo i dubbi avanzati dal Comune, dai ministeri dell’Ambiente e della Ricerca scientifica.

Una vicenda non conclusa. Perché in Europa è aperta anche la procedura di infrazione della commissione Ambiente, per il mancato rispetto delle Direttive sull’habitat. «Le procedure sono tutte in regola», ha assicurato alla commissione un funzionario spedito a Bruxelles dalla Presidenza del Consiglio. «Ma c’è un rapporto del ministero dell’Ambiente che parla di illegittimità», ha ribattuto l’europarlamentare di Rifondazione Roberto Musacchio, «noi abbiamo il dovere di vigilare». Favorevoli a un’ispezione anche i parlamentari Sepp Kusstastscher (Verdi) e Meyer (Sinistra). Contraria Amalia Sartori, ex presidente del Consiglio regionale di Forza Italia. E naturalmente Paolo Costa, che con l’aiuto di alcuni filmati proiettati dal Consorzio Venezia Nuova ha illustrato ai commissari la sua tesi favorevole alla grande opera. «La decisione è presa», ha detto, «ci vuole lealtà istituzionale». «Chiederemo alla Corte di Giustizia di aprire un’inchiesta sugli appalti del Mose e sulla concessione unica», ha detto l’architetto Cristiano Gasparetto a nome dei comitati, «una vicenda troppo presto archiviata». «Il Mose è solo in fase preliminare e ha già prodotto danni gravi e irreversibili all’ecosistema», ha accusato Tommaso Cacciari. Infine Luciano Mazzolin ha consegnato ai commissari un dossier di 17 pagine su tutte le infrazioni commesse e contestate da Comune, ministero, Unione europea. «Adesso speriamo nell’intervento dell’Europa per fermare l’ecomostro», dice.

Provincia, allarme degli esperti: nei cd le foto delle opere illegali

Enzo Ciaccio – Il Mattino, 20 febbraio 2007

«I cd contenenti le mappe? Sono a disposizione gratuita da più di due anni, ma finora solo alcuni fra i sindaci della provincia di Napoli hanno sentito il bisogno di consultarli. Eppure, è proprio guardando le immagini satellitari contenute nei cd che è possibile rendersi conto di quali e quante costruzioni abusive esistano sui territori di propria competenza». Rocco Mari e Vincenzo Guerra sono il responsabile e l’ex responsabile del Sit, il «sistema informativo territoriale», un progetto che, coordinato dall’assessore all’Urbanistica Moccia, la Provincia di Napoli presieduta da Dino Di Palma da anni cura tramite una convenzione stipulata con Telespazio. Nella regione più martoriata d’Italia, qui dove l’abusivismo genera devastazione, morti e rovine, da anni i «primi cittadini» - grazie al progetto Sit - hanno la possibilità di avere sotto gli occhi lo scenario dettagliato e concreto degli illeciti perpetrati in loco. Foto scattate dal satellite. Aggiornate e raffrontate nel tempo. Perciò, precise. Illuminanti. Inequivocabili. E invece? E invece, niente. O quasi. La maggior parte dei sindaci, sebbene più volte sollecitata dall’Ente locale, non solo non si affretta a dotarsene per imbastire una strategia di interventi, ma non si reca nemmeno a visionarle per curiosità. Per poi magari stra-giurare, come spesso avviene quando si scoperchia un grande abuso, di «non averne mai saputo nulla». Un’omissione allarmante, questa dei sindaci. Che sembra dirla lunga sulla reale volontà di combattere, nell’hinterland napoletano, l’orrenda piaga delle case fuorilegge. «Tenga presente - ammettono Mari e Guerra - che la consultazione delle immagini presuppone la conoscenza di tecniche non elementari, di cui alcuni uffici tecnici sono sprovvisti. È anche vero, però, che il Formez svolge ottimi corsi di aggiornamento». Al quinto piano di via don Bosco, grandi monitor per visionare le mappe. Raccontano Mari e Guerra: «Oggi spesso ci convocano come testimoni nei processi su opere abusive. Tutto iniziò cinque anni fa con un progetto commissionato dal Comune di Acerra. Lo scopo era soprattutto di natura fiscale. Poi, abbiamo lavorato con la procura di Torre Annunziata. E con la procura di Nola, che alla fine ha scoperchiato il bubbone dei rioni fuorilegge di Casalnuovo». Sì, ma come si lavora? Qual è il metodo? La risposta: «Sovrapponiamo immagini scattate dall’alto in epoche diverse e raffrontate con le cartografie e le carte catastali di cui abbiamo disponibilità». Aggiunge Guerra: «Il punto di partenza più efficace è una foto storica del luogo. Avuta quella, e se essa è un’immagine nitida, gran parte del lavoro è fatto. Ma attenzione: non sempre quel che appare nella foto corrisponde al vero. A volte, per esempio, i dati catastali sono aggiornati anagraficamente ma non graficamente. O viceversa. Prima di sentenziare che trattasi di abuso, perciò, e per evitare errori bisogna attuare tutte le verifiche più accurate». Non solo. Perché i risultati siano blindati, bisogna - anche e il più possibile - tenere aggiornate le immagini. Perché la realtà cambia. E quella dell’abusivo non è mai uguale a se stessa. Raccontano Mari e Guerra: «Affinché il satellite fotografi il territorio provinciale occorrono quindici giorni. Senza nuvole che oscurino la vista. È un lavoro delicato. Da mesi l’ufficio sta lavorando a una orto-foto a colori, scala uno a cinquemila, cioè a una immagine ad altissima risoluzione scattata dall’aereo ma molto più dettagliata di quelle satellitari. Per intenderci, si vedono i camion a grandezza di macchinine giocattolo. È un lavoro di aggiornamento esteso a tutta la Campania, commissionato dalla Regione. Sarà pronto entro cinque mesi: in questi giorni si stanno collaudando le immagini del Salernitano». Trattasi di un lavoro complesso, operativamente realizzato in tandem da due società specializzate, la Rpa di Bologna e la Stereocarto spagnola. I caratteri? Gli esperti assicurano: «Dall’alto, si giunge a mettere a fuoco perfino una baracca di tre metri per tre». Perciò: abusivi, tremate. Siete finalmente sotto tiro. Sempre che i sindaci si decidano a consultare le mappe. La mappa aggiornata, appunto, ci fa sapere che dal 1988, nella provincia di Napoli (4 milioni di anime su un territorio pari a un decimo di quello campano), l’incremento edificatorio risulta pari al 35 per cento. Le concessioni edilizie - nello stesso lasso di tempo - non hanno superato il 5 per cento o giù di lì. Indovinate, dunque, quanti sono stati gli abusi. (1 - continua)

Così 45mila vani illegali hanno ferito il Vesuvio

Enzo Ciaccio – Il Mattino, 21 febbraio 2007

Nola. Una procura efficiente, che amministra 33 Comuni. Un presidio ben guidato. E animato da quindici bravi magistrati. Che però, per colpa della carenza di mezzi, da novembre non riescono a registrare tutte le notizie di reato. L’arretrato segna quota ottomila. 45mila le «notizie» ricevute nel 2005. 40.249 l’anno scorso. Di queste, 3.344 riguardano verbali di sequestro. Cioè, illeciti edilizi. Che hanno priorità assoluta. «Il condono? Un disastro. Ha moltiplicato gli abusi, ha scatenato la corsa a far risultare le opere antecedenti al 31 marzo 2003». Francesca Servillo, giovane pm da sei anni e mezzo alla sezione «Tutela del territorio» voluta dal procuratore capo di Nola Adolfo Izzo, usa parole severe contro la sanatoria e le tentazioni che essa suscita nel mondo del cemento illegale. Cinque magistrati. Un impegno totale. E davanti agli occhi, lo scenario angoscioso di un territorio che da Marigliano e Pomigliano, da Volla a Casalnuovo passando per Acerra si estende fino alla dilaniata area vesuviana, dove ai rischi del vulcano da anni si accavallano criminali ondate di cemento che non lasciano scampo a eventuali fughe da eruzione. Qualche anno fa, il procuratore generale della corte di appello di Napoli Galgano ha detto: «Per erigere un edificio di media grandezza c’è bisogno di circa 288 ore di lavoro. Cioè 12 giorni, lavorando 24 ore su 24. Esistono ditte fantasma con manodopera a cottimo specializzate in questo genere di fatica. Sono veloci, efficienti. Per sgominarle, ci vorrebbe un controllo anche notturno». E l’associazione «Cigno verde» denuncia: «200 chilometri quadrati, 600mila abitanti. Nei diciotto Comuni dell’area vesuviana si concentra il top dell’abusvisimo nel Sud d’Italia. Si contano 45mila vani illegali, 50mila richieste di condono. E solo 4mila risultano le ordinanze di abbattimento». Frasche frondose, fogli di lamiera. Se occorre, tende a fasce verticali bianche e blu come quelle da giardino: mille i trucchi usati per occultare un’opera abusiva in fase di realizzazione. Lo scorso anno, nell’area del parco Vesuvio, la procura di Nola ha accertato centinaia di abusi. La «classifica» vede al primo posto Marigliano con 83 casi. Seguono San Giuseppe Vesuviano, Acerra, Somma Vesuviana. E Terzigno. E Ottaviano. All’ultimo posto c’è Liveri. Racconta un vigile urbano: «L’abusivo vesuviano non ha scrupoli. Mai. Né limiti. Costruisce ovunque, perfino a ridosso dei luoghi di culto. Lo dimostra l’orrendo balcone realizzato qualche anno fa a ridosso della chiesa di santa Caterina a Marigliano, gioiellino del 700 in località Lausdomini». Già, ma come fanno? E perché l’abusivo se la cava quasi sempre? Il pm Servillo spiega: «Gli uffici tecnici comunali si accontentano della Dia, la dichiarazione di inizio lavori, e non pretendono certificazioni più accurate, comprese le fotografie comparate dei luoghi, che per legge sono obbligatorie. Pigrizia, compiacenza, ignoranza: a monte c’è un po’ di tutto». E Maria Cristina Amoroso, anche lei pm della sezione «Tutela del territorio»: «Incrociamo tanti tipi di abuso. C’è chi non possiede alcun titolo, chi realizza altro rispetto a quanto dichiarato, chi costruisce in difformità rispetto alla licenza, chi dà luogo a volumi tecnici che tecnici non sono: parlo dei famosi sottotetti di Marigliano, per esempio, trasformati furbescamente in mansarde abitate. A migliaia». Scoprire i furbacchioni è difficile. Perché loro sono abili. E possiedono mezzi in abbondanza. Ma impedire che - una volta scoperti - gli abusi continuino grazie alla sistematica violazione dei sigilli, appare spesso ancora più complicato. Racconta il procuratore capo, Adolfo Izzo: «Ho chiesto da tempo nuclei interforze per intervenire tempestivamente contro chi viola i sigilli. I sindaci però non mi rispondono. E mi chiedo: a che serve il patto di legalità se permangono così gravi silenzi?». E il pm Servillo: «Scoperto l’abuso, noi chiediamo al gip il sequestro dell’immobile. E deleghiamo la polizia affinché provveda allo sgombero. I proprietari, a questo punto, ci presentano istanza di condono. Noi manteniamo lo sgombero. Allora spunta un certificato medico: c’è in casa una donna anziana. E malata. Noi resistiamo ancora. E non sospendiamo lo sgombero. Nominiamo un consulente, affinché effettui la perizia. Ma se nel frattempo, come spesso accade, arriva il condono da parte del Comune non possiamo che arrenderci». Dice Valeria Sico, anche lei pm a Nola: «La gente qui fa fatica a ritenere un reato l’abuso edilizio. Pensa che sulla propria terra possa fare ciò che vuole. La violazione dei sigilli prevede al massimo otto mesi (che nessuno sconta). Entro due anni la pena viene sospesa. L’abuso è un reato che va in prescrizione nel giro di quattro anni. Per essere condannati, tutti i gradi di giudizio dovrebbero esaurirsi in quel lasso di tempo. Ci si sente impuniti. Perciò in pochi accettano di abbattere». E il pm Servillo: «Se riuscissimo a ottenere subito l’abbattimento sarebbe già molto meglio. Da qualche settimana, alla fine dell’iter e di fronte a un mancato abbattimento, disponiamo che l’immobile venga restituito non più al proprietario ma al Comune, che lo acquisisce. È una novità interessante. vedremo che cosa accadrà». (2 – continua)

Melito, parco fantasma nove palazzi sequestrati

Gigi Di Fiore – Il Mattino, 22 febbraio 2007

Melito. Il via vai al supermercato «Deco» fa a cazzotti con il deserto spettrale di venti metri dopo. «Vietato l’accesso ai non addetti ai lavori», dice il cartello all’ingresso di un’area fantasma. È il «parco Guerra», da quasi due mesi sotto sequestro. Un insieme di nove palazzine di due piani, per un totale di 460 appartamenti. Tre palazzine sono ancora in costruzione, una ha addirittura solo i pilastri e i piani appena realizzati. «Tutto abusivo», sostiene la sezione ecologia e ambiente della Procura di Napoli. A novembre, il pm Cristina Ribera firmò il suo decreto di sequestro preventivo. Su quell’atto, in un mese e mezzo si sono espressi due giudici terzi: il gip Alberto Vecchione e pochi giorni fa la dodicesima sezione penale del Tribunale. Tutto confermato. Case e manufatti restano vuoti, con segni di un cantiere ancora aperto da una parte, erba alta e qualche sintomo di vita passata, come gli aeratori dell’aria condizionata. «Il parco Guerra? Non c’è nessuno. In questo tratto di viale Europa, c’è solo la pizzeria ’a Bizzoca», dice un signore fermo al largo «cinque vie». In totale, 460 unità immobiliari, realizzate dall’impresa «Progetto casa 2000 spa» dei fratelli Guerra di Mugnano. Dagli imprenditori, una sola cauta risposta: «Per ora non diciamo nulla, siamo convinti di avere tutti gli atti in regola. Siamo certi che riusciremo a dimostrare la nostra correttezza al processo». I difensori annunciato un rito abbreviato e sollecitano il rinvio a giudizio. Nelle foto aeree, riprese dal comando della guardia di finanza del gruppo di Giugliano guidato dal maggiore Geremia Guercia, colpisce l’ampiezza del parco. L’ingegnere Giulio Dolcetti, consulente della Procura, ha sottolineato una «illegittima lottizzazione approvata dalla Giunta e non dal Consiglio comunale, senza trasmissione dei progetti ai preposti organi di controllo». E poi, ha aggiunto: «Le concessioni edilizie erano state rilasciate per opifici industriali, secondo il piano di lottizzazione. In realtà, in contrasto con gli strumenti urbanistici del Comune di Melito, l’area è stata trasformata di fatto in zona residenziale». Tutte le palazzine sono di due piani. Secondo il consulente del pm, l’attuazione del piano regolatore prevedeva immobili di un solo piano a destinazione artigianale e commerciale. Solo in una palazzina si era aperta un’attività artigianale: il panificio «Abbondante», che ha dovuto chiudere i battenti a dicembre, con tutti gli ingombranti macchinari. Sloggiato, per il sequestro. Insieme con una ventina di famiglie, sgomberate alla vigilia di Natale. Occupanti di case abusive, secondo il decreto di sequestro. Un’inchiesta partita da lontano, anche con intercettazioni telefoniche sugli imprenditori, che coinvolge pure il notaio che ha stipulato le compravendite. «La lottizzazione abusiva è un reato con conseguenze particolari - spiega l’aggiunto Camillo Trapuzzano, responsabile della sezione ecologia e ambiente della Procura di Napoli - la Cassazione a sezioni unite, proprio su un nostro ricorso passato, ha stabilito la confisca obbligatoria. In sostanza, anche dopo un’eventuale prescrizione del reato, complessi realizzati con lottizzazione abusiva possono essere confiscati e assegnati all’ente locale che potrà poi disporne l’utilizzo o l’abbattimento». Ma al Comune di Melito sembra abbiano altri problemi da risolvere. Dal dicembre del 2005, ci sono i commissari straordinari dopo lo scioglimento per infiltrazioni camorristiche. Solo 74 dipendenti, per un Comune che ha ormai 36 mila residenti. Un villaggio rurale trasformato, in trent’anni, in un agglomerato di case e palazzi dalle origini incerte. Spiega il commissario straordinario Giovanni Lucchese: «Qui abbiamo di tutto, dagli immobili della 219 ad altri. Siamo impegnati a ricostruire l’origine giuridica degli immobili realizzati nel Comune. Impresa non facile, anche perché spesso gli atti furono sequestrati dai magistrati e dobbiamo ritrovarli e metterli assieme. Un lavoro di ricognizione con organico di pochissime unità, nato con un Comune di 30 anni fa». Cittadina dormitorio, napoletani che tornano a Melito solo la sera. Case a prezzi convenienti, molte vendute con domande di condono presentate. Se ne sono accumulate centinaia per i tre condoni degli ultimi anni. Nelle loro memorie difensive, gli avvocati Antonio Abet e Luigi Severino, legali dei fratelli Guerra, hanno sostenuto che anche sul parco sequestrato erano «pendenti domande di condono». La domanda di condono resta alibi e giustificazione per costruzioni che violano i piani regolatori. Contraddizioni delle leggi. In un caos, che fa della provincia napoletana un ammasso di immobili illegali. Il «parco Guerra» a Melito è solo la punta di un iceberg. Per altri edifici nello stesso Comune sono in corso indagini. E si annunciano sorprese. (3 - continua)

La paura del Vesuvio non ferma i costruttori

Enzo Ciaccio – Il Mattino, 23 febbraio 2007

Parco del Vesuvio. Zona rossa, rossa di vergogna. Diciotto Comuni, oltre trecentomila abitanti. 180 notizie di reato all’anno. Per incendi boschivi. Per rifiuti tossici. E soprattutto, per l’edilizia illegale. Scempio planetario. In un luogo carissimo al mondo. Sono 34 le guardie forestali chiamate a sorvegliare l’enorme area protetta. Dovrebbero essere almeno 50. «Area protetta», così la etichettano per legge. E figuriamoci se non lo fosse. Cemento. Qui l’occhio è invaso da una enormità di cemento che sa di imbroglio più che altrove. È una presenza sgraziata. Cafona. Che si mescola orrenda agli alvei del vulcano, alle sue pendici boscose, ai cumuli di immondizia abbandonati a tonnellate lungo i viali. Quasi introvabili i suggestivi tetti a cupola, quelli tipici delle case locali di una volta. A cupola. Perché così era più facile far scorrere le polveri eruttive. Luigi Saviano, lo storico che oggi ha ottant’anni e gusto sempre fine, li definì «trulli vesuviani». E fanno il paio con i vitigni di Lacrima Christi, il nettare sanguigno che eroico sopravvive fra queste zolle sfregiate ma ancora ribollenti. Ah, vuoi fare un giro? Sì, però usiamo la tua macchina. Perché le visite a Cemento selvaggio vanno consumate senza chiasso, meglio se a bordo di automobili che risultino anonime a chi non ama i curiosi. Statale 268, la trappola mortale. All’uscita di Saviano (il paese), scheletri grigiotopo salutano beffardi. Si sentono al sicuro. Sanno che sulla 268 nessuno può fermarsi, nemmeno per fotografarli in un attimo. E spudorata, ecco in azione sulla destra una immensa pompa di quelle che erogano le gettate di cemento. Un cantiere attivo, e che fa se oggi non è sabato o domenica. Ma questa non era zona rossa? Terra malandrina. A Ottaviano, negli anni ’80, don Raffaele Cutolo stipulava i suoi atti di compravendita direttamente con i sindaci in carica. A me il castello Mediceo, a te il terreno circostante. Cronaca datata? Speriamo. Poco tempo fa, nella vicina San Gennarello, fu scoperta una villa letteralmente sepolta nel terreno. In attesa di spuntar fuori, alle prime avvisaglie di condono. Lungo la strada Panoramica che conduce a Trecase c’è una casupola devastata dai vandali. Doveva essere la sede Infopoint dell’ente Parco Vesuvio. E di fronte al rudere, sullo sfondo il mare, Capri e la penisola sorrentina, si intravede un’area di seimila metri quadri, circondata da un muro perimetrale sormontato da lamiere che ostacolano la vista all’interno. Un cancello chiuso, operai che lavorano. E due enormi ruspe che scavano e scavano. Ma che cosa scavano? E col permesso di chi? Una jeep color del cielo va e viene lenta lungo la stradina che spacca i vitigni. Controlla chi siamo. Con aria seria. Come se fossimo abusivi. Si affaccia un operaio. E richiude il cancello dei misteri. Cerchiamo il cartello che indichi la direzione dei lavori. Non si vede. Forse manca. Possibile? E cantieri si intravedono all’altezza della bocca eruttiva di Viuli, in piena zona lavica. Eccoli, alla vista si offrono come enormi cubi infagottati di stuoie e lamiere, color verdognolo. A risultare invece assai visibili sono i cosiddetti «ferri di attesa». Che cosa sono? Quei ferri che chi costruisce vesuviano ha l’abitudine di lasciare ai bordi del tetto di ogni abitazione. A che servono? Non si sa mai, magari un domani si deciderà di inalzare un altro piano. E un altro ancora. Quei ferri sono un segno. Di «bulimia» edilizia. Di insaziabile protervia. E continua, il viaggio in zona rossa. Lungo la via Zabatta, a Terzigno, si susseguono i manufatti fuorilegge. «Immobile sotto sequestro», hanno fatto scrivere in alcuni casi i magistrati. E il cemento invade perfino il bosco, infestato di scheletri innaturali e osceni. E più avanti, se lungo via Cavour a un certo punto si gira sulla destra, ecco un cantiere in frenetica attività. Stanno erigendo una ventina di villette, il sistema è sempre quello di tener nascosta alla vista l’area in cui si lavora tramite lamiere, stuoie e tutto quanto possa servire. Legambiente, come spesso fa in questi casi, ha segnalato il cantiere all’ente Parco. Perchè si intende capire se davvero tutto è in regola. Il viaggio continua. E tocca il territorio di San Gennarello, frazione di Ottaviano, che - secondo il decreto di scioglimento per infiltrazioni di camorra - «è occupato da edilizia abusiva per il settanta per cento»: «Nel paese del clan Fabbrocino - si legge nel documento - i vigili urbani selezionati dal sindaco non hanno mai proceduto al sequestro di automezzi edili né ad alcuna identificazione. Eppure, il materiale edile risulta fornito da un’impresa il cui titolare è il fratello del sindaco. E si è intervenuti con grave ritardo su una cava abusiva di sabbia gestita da un soggetto legato al clan dominante». Dice Ciro Lungo, ingegnere, coordinatore «territorio e ambiente» del parco Vesuvio, che è anche il capo delle guardie forestali: «Da qualche mese i magistrati con cui collaboriamo stanno ordinando più sgomberi e perquisizioni, anche domiciliari. È un buon segno. Che ci aiuta molto. Dall’inizio di quest’anno abbiamo effettuato già 13 demolizioni. Come dice? Qual è il nostro rapporto con i sindaci dell’area rossa? No, per favore: mi fa un’altra domanda?». (4 - continua)

«Costruzioni fuorilegge il rischio prescrizione»

Gigi Di Fiore – Il Mattino, 24 febbraio 2007

Al decimo piano della torre B al centro direzionale di Napoli, si vive un isolamento dorato. Lontani dal cuore degli uffici della Procura, i magistrati della sezione ambiente e ecologia sembrano relegati in una specie di oasi, affaccendati in indagini da riflettori spenti. Eppure, in mano a 18 sostituti ci sono qualcosa come diciottomila fascicoli pendenti. Piccole e grandi illegalità di un territorio scempiato, violentato. Abbandonato. «Gestiamo indagini di abusivismo in un’area che è la più grande d’Italia per competenza di una Procura - spiega il procuratore aggiunto Camillo Trapuzzano, responsabile della sezione - Dobbiamo fare di continuo i conti con i pericoli sempre in agguato della prescrizione e della continua assenza degli enti locali, cui, in materia di abusivismo, le leggi affidano tanti poteri e competenze». Nella provincia dei 21 Comuni sciolti per infiltrazione camorristica, il caos amministrativo sui manufatti che violano piani regolatori, piani paesaggistici, prescrizioni edilizie è spaventoso. Le amministrazioni comunali hanno quasi tutte pochi uomini nella polizia municipale impegnati ad occuparsi di abusivismo edilizio, spesso disattenti. Dice Cristina Ribera, la più anziana di concorso in magistratura nella sezione ambiente della Procura: «Quasi sempre svolgiamo funzioni di formatori del personale comunale in materia di norme sull’abusivismo. Sono proprio coloro che dovrebbero svolgere funzioni di polizia giudiziaria nella prevenzione di quei reati». Ognuno dei sostituti della sezione si vede passare in media duemila fascicoli all’anno. Spiega Giuseppe Noviello, uno dei sostituti più attivi della sezione: «Se i Comuni applicassero sempre la legge dell’85, non dovremmo preoccuparci per i pericoli di prescrizione. Sono i Comuni che dovrebbero disporre la demolizione dei manufatti abusivi, o acquisirli al loro patrimonio. Non lo fanno quasi mai. Tutti aspettano i nostri sequestri. Anche sull’abusivismo, svolgiamo sempre funzioni di supplenza». Il territorio provinciale come prateria estesa per costruire, anche con l’alibi della domanda di condono da presentare. Nella certezza che nessuno avrà mai interesse ad esaminarla con rapidità. Dice Paolo Sirleo, altro pm della sezione: «Faccio un esempio per capire quanto si potrebbe fare per evitare gli scempi del territorio. Otto anni fa, tra Associazione dei Comuni, Enel e Legambiente fu sottoscritto un accordo. Prevedeva, per gli immobili abusivi sequestrati, l’immediata interruzione della fornitura elettrica. L’Enel non applica quasi mai l’accordo». Segnalazioni in ritardo, spesso connivenze. E l’illegalità delle costruzioni abusive alimenta il degrado che è poi scenario ideale per altri reati sul territorio. Se in provincia c’è ancora spazio per le vaste lottizzazioni abusive di interi parchi, in città l’ultima moda è il «cambio di destinazione d’uso». Spiega il pm Noviello: «Abbiamo notato nel centro storico, ma anche in quartieri come il Vomero o Chiaia, capannoni che diventano supermercati o garage. Insomma, ex capannoni, magari prima di metallo poi diventati di cemento e allargati, sono stati trasformati in immobili di grosse speculazioni». In un territorio dove si parla molto di legalità, le amministrazioni comunali solo di rado svolgono funzioni di vigilanza preventiva sugli abusi edilizi. Dice il procuratore aggiunto Camillo Trapuzzano: «La Cassazione a sezioni unite ha dato ragione a un nostro ricorso, stabilendo che quando si accerta una lottizzazione abusiva il manufatto può essere confiscato anche dopo la prescrizione del reato. Piccoli passi, ma spesso affrontiamo questi reati ad armi spuntate. Sono contravvenzioni a pene personali risibili, naturalmente. La confisca o l’abbattimento restano le sanzioni più temute. Al vecchio abusivismo di necessità si è ormai sostituito l’abuso con intento speculativo». Procida, Ischia, Qualiano, Afragola, Giugliano sono le zone che danno maggior lavoro alla sezione. Commenta con ironia Cristina Ribera: «Molte di queste zone non hanno più toponomastica. Gli immobili abusivi hanno l’indirizzo identificato nei lotti numerici». (5-fine)

Sul fenomeno dell'abusivismo in Campania, in eddyburg

«La Regione Sardegna sospenda il bando di vendita degli ex siti minerari del Sulcis-Iglesiente». La richiesta arriva - attraverso una dichiarazione alle agenzie di stampa - dal presidente della commissione ambiente del Senato, Tommaso Sodano (Prc), che in un'interrogazione parlamentare chiede anche, al ministro Rutelli, di annullare gli atti della giunta sarda. «E' opportuna - dice Sodano - una riflessione, prima di cedere a privati un bene pubblico che l'Unesco ha dichiarato patrimonio mondiale dell'umanità».

Sodano si riferisce a una delibera della giunta regionale sarda (del 26 aprile 2006) che mette in vendita pezzi (di proprietà della Regione Sardegna) delle miniere dismesse del Sulcis-Iglesiente, uno dei siti di archeologia industriale più vasti e più importanti d'Europa.

Sodano, che polemicamente usa il termine «svendita» anziché «vendita», spiega: «Pare giunto il momento di sospendere la svendita del territorio, per verificare, insieme a comunità locali, parti sociali, associazioni culturali e ambientaliste, se esista un differente e più appropriato percorso per dare risalto a questi beni, senza che di essi si debba necessariamente e definitivamente spogliare la parte pubblica». Il presidente della commissione ambiente di palazzo Madama contesta «la cartolarizzazione dei siti di Masua, di Ingurtosu, di Naracauli, di Monte Agruxau e di Pitzinurri in favore delle multinazionali del mattone e del turismo d'élite». «Viene in questo modo affermata - dice Sodano - un'idea di sviluppo che passa attraverso l'alienazione di beni comuni in favore di imprese private, per realizzare alberghi di lusso e campi da golf».

Le multinazionali del mattone alle quali fa cenno Sodano sono tre: Pirelli Real Estate, Immobiliare Lombarda (Ligresti-Fondiaria-Sai) e Hines Italia, un importante fondo immobiliare con sede negli Usa che a Milano sta realizzando il «Quartiere della moda». Sono queste le imprese che hanno risposto, nel luglio 2006, al bando lanciato da Renato Soru con la delibera dell'aprile 2006. Ce n'era anche una quarta, una cordata di imprenditori sardi, che però lo scorso ottobre una commissione nominata da Soru ha messo fuori gioco (mancavano alcuni dei requisiti richiesti). Il bando prevedeva tre fasi: una manifestazione d'interesse all'acquisto, una successiva selezione dei richiedenti e, infine, un'asta attraverso la quale scegliere l'impresa a cui vendere le aree. A quattro mesi dalla selezione (ottobre 2006) dei richiedenti, la data dell'asta ancora non è stata fissata. Al momento, quindi, non si sa quale dei tre colossi del business delle vacanze potrà «riqualificare a fini turistici» (così dice il bando regionale) le aree di Masua, di Monte Agruxau, di Ingurtosu, di Pitzinurri e di Naracauli (650 ettari in tutto). Si sa, invece, perché sta scritto nel bando, che il vincitore dell'asta non potrà costruire niente di nuovo, neppure un metro cubo. Potrà però ristrutturare 260 mila metri cubi di vecchie costruzioni (case di minatori, laverie, depositi) già esistenti, per trasformarli in strutture ricettive destinate a turisti di target alto.

Contro la vendita delle aree minerarie si sono schierati, nei mesi scorsi, il «Gruppo d'intervento giuridico» (una delle associazioni ambientaliste più attive nella lotta contro la cementificazione delle coste sarde) e la Rete Lilliput. Critiche sono arrivate anche dal Social forum di Cagliari. Ora contro il progetto di Soru arriva, con le dichiarazioni del presidente della commissione ambiente del Senato, uno stop più forte. Nell'interrogazione presentata il 23 gennaio scorso, Sodano ricorda a Rutelli che nella procedura di cessione dei siti minerari sardi «è stata omessa la preliminare verifica di legge dell'interesse culturale da parte del ministero» (solo nel novembre 2006 Soru ha avviato questa pratica, oltre sei mesi dopo la presentazione del bando di gara). Sodano chiede al ministro se tutto ciò non debba portare all'annullamento degli atti della giunta sarda. Ma parla anche, Sodano, di «alienazione di un bene comune in favore di privati». Questioni tecniche e nodi politici.

Vedi l'articolo per eddyburg di Arnaldo (Bibo) Cecchini e l'intervista di Edoardo Salzano su la Nuova Sardegna

In quella che fu la patria del diritto, sempre più spesso le leggi non danno normative di lungo periodo, ma sono un gesto di comunicazione e d’immagine, valgono in primis per il loro effetto-annuncio. Effimere come un comunicato stampa, si fanno e si sfanno (passando per fasi di proroga, deroga, surroga), ma come notizie di cronaca vengono presto dimenticate nell’incalzare di nuovi regolamenti e decreti: un pulviscolo che col suo flusso ininterrotto oscura la norma, la rende inconoscibile e impraticabile. Un caso da manuale furono, nella stagione del centrodestra, i reati contro il paesaggio: ogni sanatoria fu severamente vietata dal Codice dei Beni Culturali promosso dal ministro Urbani (che giustamente se ne vantò), ma pochi mesi dopo la legge sull’ambiente introdusse una totale depenalizzazione e sanatoria. Contraddizioni della politica? Certo, ma anche logoramento di una civiltà giuridica, svuotamento dei contenuti legislativi, oblio della Costituzione repubblicana.

Non siamo ancora al riparo da questo processo di degrado. Il nuovo governo ha riaffermato la fedeltà all’art. 9 della Costituzione ("La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico-artistico della Nazione"), ma non tutti i suoi atti sono coerenti in tal senso. E’ vero che la politica di dismissioni di immobili pubblici di valore culturale inaugurata con scarso successo da Tremonti sembra abbandonata, ma essa continua pienamente a livello dei Comuni (basti citare Roma e Venezia). E non è morta l’idea-base di Tremonti, che i beni culturali pubblici debbano essere utilizzati per contenere il disavanzo: la Finanziaria 2007 (comma 259) prevede la "valorizzazione a fini economici dei beni immobili tramite concessione o locazione". Le locazioni, della durata di 50 anni, prevedono la "riqualificazione e riconversione… tramite interventi di recupero, restauro, ristrutturazione, anche con l’introduzione di nuove destinazioni d’uso". La norma prevede, è vero, il rispetto del Codice dei Beni Culturali, ma intanto ne mina un assunto-base, e cioè che la valorizzazione va intesa "al fine di promuovere lo sviluppo della cultura" (art. 6), e non per fini economici. Non è un timore astratto: il comma 263 della Finanziaria di fatto riapre i termini per la dismissione degli immobili pubblici della Difesa, in modo che siano "inseriti in programmi di dismissione e valorizzazione ai sensi delle norme vigenti in materia", pudico riferimento alle norme Tremonti che nessuno ha abolito: redazione rapidissima degli elenchi di beni da porre in vendita, 90 giorni di tempo per le Soprintendenze (anziché 120 come nel Codice) per opporvisi. Con questo comma, anzi, la Finanziaria oblitera perfino il riferimento di garanzia al Codice contenuto nella legge 248/2005, art. 11/5: insomma, è più tremontiana del governo Berlusconi.

Questa politica delle "concessioni" si estende alla gestione dei beni culturali, favorita dalla mancanza di personale nelle Soprintendenze e dall’interpretazione equivoca e contra legem della valorizzazione in senso meramente economico. Il Codice, in coerenza con le norme dell’Unione Europea, privilegia l’ipotesi di una gestione diretta dell’ente proprietario, che può creare all’uopo società al 100% pubbliche, giustificandone la formazione con specifici progetti di valorizzazione (intesa in senso culturale). In ogni altro caso, l’ente proprietario deve ricorrere al mercato, né può costituire Fondazioni che direttamente gestiscano musei e monumenti. Lo ha imparato a sue spese il Comune di Roma: l’affidamento diretto dei musei comunali alla società Zetema è stato prontamente annullato dal Tar del Lazio (sentenza 1117/2006) per illegittimità. Eppure, si legge ora sui giornali che in Campania verrebbero trasferiti alla Regione aree di enorme rilevanza come Paestum e Velia, i Campi Flegrei, le certose di Padula e Capri, con l’intesa di affidarne la gestione, senza gara pubblica, a una SpA appositamente costituita (Scabec), con capitale al 50% privato. Di analoghi progetti si parla anche per Venaria reale ed altre residenze sabaude: nell’un caso e nell’altro, preferendo a quel che pare non la gestione diretta dello Stato, non la trasparente dinamica del libero mercato, bensì affidamenti fiduciari vietati dalle norme della Comunità Europea. In attesa, s’intende, delle prossime sentenze dei Tar.

Queste e simili "concessioni" che nella confusione dei linguaggi si vanno apparecchiando dietro le quinte ricordano quelle dell’impero cinese in disfacimento: forme di colonizzazione mascherata, che a volte (come la concessione italiana di Tien-tsin) ebbero vita breve, a volte (Macao e Hong-Kong) assai più lunga. Sul fronte dei beni culturali, la disinvolta interpretazione delle leggi e la cessione di spazi e poteri sembra prefigurare uno Stato a sovranità limitata, in costante ritirata, incapace di progetti di grande respiro, dimentico della propria Costituzione. Resta, si capisce, il muro di carta delle leggi, quello che Natalino Irti fin dal titolo di un libro recentissimo ha chiamato Il salvagente della forma (Laterza). Perchè, scrive Irti, «il formalismo si delinea come corrispettivo dell’indifferenza contenutistica», e in questo naufragio dei tempi «la Costituzione, gravemente indebolita, rimane custode dei diritti fondamentali, ma non più sollecita e genera leggi di attuazione».

ROMA - Il Nord Italia ha un traffico equivalente a quello di una megalopoli, una Bombay in movimento su quattro ruote. In 20 anni sono raddoppiati i chilometri di percorrenza e la Pianura Padana è diventata un'unica gigantesca città. E' questa la fotografia scattata da un dossier del Wwf intitolato "Nord Italia", in vista della domenica di stop al traffico, domenica 25 febbraio, dell’intero nord Italia Stop che, secondo un sondaggio svolto da Legambiente, è visto con favore dalla stragrande maggioranza degli italiani: ben l’83% è convinto che il blocco sia una decisione giusta in una situazione di emergenza smog ormai cronica, anche se il 62% non pensa che sia una misura sufficiente per risolvere il problema.

LA CITTA' DIFFUSA - Il traffico ha cancellato i confini regionali. Nella Pianura Padana è nata infatti la "città diffusa" con 20 milioni di persone, tanti quanti sono gli abitanti di Bombay, che percorrono 20 km in media al giorno (nel 1980 erano 10) e 16.000 km all'anno (il doppio rispetto al 1980) su un'area urbana e sub-urbana di 30 mila kmq (con una densità di 650 abitanti a km) pari ad un quarto del Nord Italia.

TAGLI ALLE FERROVIE - Il problema è che mentre gli investimenti su strade e autostrade continuano a crescere (con un + 25% in dieci anni) quelli nella ferrovia subivano un taglio progressivo (-2% in dieci anni) provocando ingorghi e code sulle strade, inquinamento e conseguenti malattie respiratorie. Il tasso medio di motorizzazione nell'Italia settentrionale è cresciuto di oltre il 50% (da 380 a 585 autovetture ogni 1000 abitanti), ma contemporaneamente i passeggeri sulla ferrovia sono aumentati solo del 13%.

Le emissioni di CO2 - il principale gas serra - dovute al traffico autostradale ammontano a 66 milioni di tonnellate l'anno con un incremento nel 2000, rispetto al 1980, del 71%. La megalopoli padana include il Piemonte centrale intorno a Torino, l'area metropolitana milanese e il Pedemonte lombardo, l'area veronese e il fondovalle dell'Adige tra Trento e Bolzano, l'area centrale veneta (intorno a Vicenza, Padova, Venezia-Mestre e Treviso) l'area triestina e udinese, l'intero asse della via Emilia da Piacenza a Rimini, il litorale ligure. Nel 1951 i 21 milioni di abitanti del Nord Italia vivevano ancora in prevalenza all'esterno delle aree urbane, mentre gli attuali 25,3 milioni di abitanti si sono sempre più concentrati in aree urbane e sub-urbane, alimentando la città diffusa sino alle zone pedemontane consumando paesaggio e territorio.

LE PROPOSTE DEL WWF - Contro questa emergenza e in occasione del blocco auto del 25 febbraio, il presidente del Wwf Fulco Pratesi ho scritto ai Presidenti delle Regioni del Nord proponendo 10 interventi strutturali e 20 azioni concrete per governare la mobilità nella megalopoli padana. Tra queste compaiono l'uso dei motori a metano e ibridi, l'incentivo dell'efficienza con veicoli più piccoli e leggeri, la pianificazione territoriale, la riorganizzazione radicale della rete del trasporto pubblico passeggeri, il ripensamento dell' assetto dei servizi logistici, il potenziamento dei nodi di interscambio, il rafforzamento dell'innovazione logistica e il potenziamento della rete ferroviaria.

Quasi tutti gli scrittori che si avvicinano a Venezia scrivono che è indicibile, che è stata già raccontata da troppi, che i discorsi sulla città sono esauriti. Però ne parlano.

Con questo approccio sembra che Venezia sia come quel pilota di Formula Uno doppiato da tutti: se ne sta laggiù in fondo, gli altri lo sfiorano e salutano, perché lui ha un passo differente. È comunque in una posizione della pista altra, in una stravaganza del tempo, dalla quale tutti passano e se ne allontanano. Questo avviene per lo scrupolo di tanti scrittori che le si avvicinano con falsa modestia, amplificando i pericoli del raccontare.

Venezia, invece, è tutta un campiello, è tutta una chiacchiera, Venezia è da parlare più che mai, da raccontare in tutto e per tutto, qui, come dice un poeta, “la vita evolve secondo la logica del pettegolezzo”. È tutta un’intimea. Così si chiama la federa del guanciale in veneziano; così si dice di chi non si fa i fatti suoi e racconta a destra e a manca del prossimo suo, e anche di quello degli altri.

E se di Venezia ne hanno già parlato in troppi, chi se ne frega! Di cosa dovremmo parlare ancora? Delle villette a schiera del varesotto, o dello zen di Palermo? Parliamo di Venezia, che è meglio. Parliamone, prima che si arrivi all’anno della poesia di Anna Toscano: “venezia nel 2050/sarà una trave/sarà una ghianda/sarà un budello/con il mantello/una statua vacua/una gioconda errabonda/una luna piena/una pasta alla scogliera/una serenata ingrassata/una freccia stracciata/sarà una girandola ferma/una festa girovaga/una sveglia che non suona/una campana che non tuona/venezia nel 2050/sarà una finestra chiusa/una finestra aperta”.

Meglio parlare di Venezia, si diceva. Magari cercando i luoghi altri della città, un approccio laterale, come fa Predrag Matvejevic nel suo omaggio alla città lagunare, L’altra Venezia (Garzanti, 2003). Lo scrittore bosniaco parla con accuratezza dei fili d’erba tra le pietre e delle decorazioni murarie, cioè di due aspetti misconosciuti della città.

“La parietaria – scrive – detta anche erba muraiola proprio perché aderisce e si attacca ai muri e alle rocce, ci capita di vederla più spesso delle altre piante spontanee della stessa famiglia: lungo Rio Marin, alle Zattere, presso il Ponte Trevisan e sotto il Ponte della Maddalena, in Calle dei Ragusei, lungo Dorsoduro e ancora da qualche altra parte. Si attacca più che altrove ai ruderi, alle rovine. Si ignora in che modo e da dove nasca. Oltre all’umidità che penetra profondamente negli interstizi dai quali spunta, non ha quasi altro alimento o sostegno... Qui la muraiola è conosciuta anche sotto il nome di erba vetriola o viriola – perché messa in acqua calda, facilita la pulizia dei recipienti di vetro, perfino quelli delicati e preziosi di Murano... La tisana che una volta si otteneva facendo bollire i fiorellini della paritaria guariva il mal di gola... e infine la leggendaria triaca o teriaca, ritenuta un efficace rimedio contro svariati veleni. Dal suo nome, un tempo, le farmacie veneziane erano dette triacanti”.

E non mancano, nel libro, le descrizioni sulle vecchie pàtere, cioè le formelle, o sculture murarie, che stavano a indicare segni araldici minori, piccoli stemmi di famiglia, o insegne di vecchie associazioni sfasciate o di confraternite sciolte. In Calle delle Botteghe, sulla facciata di un’antica scuola di calzature, ce n’è una che rappresenta un’antica scarpa che sembra uscita da una commedia di Carlo Goldoni.

Vecchie formelle, glossario di una comunità minore, scolpite e applicate non certo da maestri d’arte di prim’ordine, ma da semplici muratori e tagliapietre.

Matvejevic parla di roba minima, di caratteristiche semplici, cose che la straordinarietà di Venezia e la sua posizione nel borsino del turismo mondiale faticano a mostrare. Lo scrittore parla dell’umidità e della ruggine, della marcescenza che avvolge ogni cosa. E parla anche di come nei tempi antichi si lavorò al respiro della città sull’acqua, ponendo la terracotta “in gran copia da un estremo all’altro della Laguna... I cocci hanno riempito e sostenuto le fondamenta, permettendo alle costruzioni di respirare e di resistere meglio”.

Ma Venezia non può accontentarsi di tali minimalia. Venezia è splendida splendente, e sa circuire l’occhio umano con abilità.

Non avevo mai riflettuto sul narcisismo delle città, su quante ti sbattano in faccia la loro forma fisica modellata nel tempo. Venezia me ne ha dato lo spunto e Venezia vince su tutte. Ma non basta. Soltanto Venezia è una città dallo sguardo doppio. La città si lascia guardare senza freno, certo. Ma c’è un di più. Chi la abita si guarda in faccia come in nessun altro posto. A Venezia non ci sono automobili, non c’è rumore di traffico, a Venezia si cammina veloce e i piedi faticano molto. Eppure, mai come qui la gente si butta gli occhi addosso, mette in atto una pratica del guardare che contempla curiosità e malizia, attrazione e distacco. Un gioco del biliardo che tra rinterzi, virtuosismi di stecca, e fruscii sul tappeto mette in mostra un infinità di tracciati del desiderio che, a volte, fanno girare la testa.

Io sono toscano. Non sono abituato ai giri di parole. Gli artifici mi fanno perdere la pazienza. Così, per non leggere con sufficienza e snobismo queste pratiche che ho scoperto da detective delle geografie letterarie, cercavo nei libri una pezza d’appoggio. E l’ho trovata. Ne parla Josif Brodksij, nel suo libro forse più immediato che è Fondamenta degli incurabili (Adelphi 1991), quando dice: “...Venezia è quel tipo di città dove lo straniero e l’indigeno sanno in anticipo di essere in mostra... Perché questa è la città dell’occhio: le altre facoltà vengono in seconda linea, e molto distanziate... lo scopo comune di tutte le cose, qui, è sempre lo stesso: farsi vedere”.

Il poeta insignito del Nobel, ha scritto libri ben più densi di questo veneziano, dato su commissione. E, tralasciando le pagine dove alligna il suo malcelato stato di costante “interesse” verso tutto ciò che ha l’aria di una femmina, che poi è il modo di allontanare le donne, sembra che anch’egli non sfugga al dovere di esaltare la bellezza di Venezia: “nessun egoista può fare il divo per molto tempo in mezzo a questo servizio di porcellana posato su un’acqua di cristallo, perché il fondale gli ruba la scena”. Sono d’accordo. Sempre che i maledetti piccioni non si mettano di traverso...

Ma qui non si parlerà del fondale (tanto meno dei piccioni), perché sarebbe come cercare di mettere a fuoco l’universo, cioè un’impresa impossibile.

Che a Venezia ci siano i leoni alati e piazza San Marco con la basilica, e Palazzo Ducale e il ponte dei Sospiri, e il caffè Florian come l’Harry’s Bar è cosa arcinota (pure il libro di Arrigo Cipriani dedicato al suo bar è una delle più belle storie che abbia letto sulla città).

Che Venezia ospiti la Salute, Palazzo Grassi e la Guggenheim, che ci siano la Mostra del Cinema e la Biennale di Arte e Architettura, e i dipinti di Tiziano, dei Bellini, di Giorgione, di Tintoretto e di Canaletto è nozione ordinaria.

Qui si cerca un percorso laterale. Qualcosa che al tempo stesso sappia raccontarci la città profonda e quella della superficie indigena, quella della quotidianità.

Per fare questo si devono attraversare forse molti anni andando e tornando da queste parti. Bisogna avere soldi per le scarpe, e voglia di camminare. Serve tempo per perdersi e per innamorarsi, dimenticare lavori, responsabilità e impegni e affondare dentro se stessi. Soltanto allora, quando avremmo perduto la nostra capacità di controllo sulle cose, potremo toccare le pietre e le forme architettoniche di questa città con i nostri occhi, potremo calare il nostro stato in una vacanza dell’anima al tempo forte e tenera.

Come forti e tenere sono le crepe sui muri della Biblioteca Querini-Stampalia. Lunghe crepe che tengono in bilico enormi quadri a olio con putti, cherubini e donne languide e svestite, rapite, profanate o tristi per la morte vicina. Lunghe crepe che raccordano con tenacia il soffitto al pavimento, in una energica dimostrazione del fatto che il tempo è spesso un segno estetico migliore del proprio restauro.

Qui dentro ci sono vecchi scaffali di libreria, tavoli e sedie ottocenteschi, dove ogni giorno si appostano centinaia di persone per studiare. Questo luogo è più animato e speciale della Biblioteca Marciana. Qui alla Querini-Stampalia c’è anche una caffetteria e un book-shop ben fornito di titoli di architettura e di testi su Venezia e la sua storia. Alcuni sono libri che possono aprire veri squarci sulla città. Penso ai lavori di Alberto Toso come Venezia Enigma e Misteri della laguna e racconti di streghe (Elzeviro, 2004, 2005), oppure alla simpatica guida di Guido Fuga e Lele Vianello, Corto Sconto, itinerari fantastici e nascosti di Corto Maltese a Venezia (Lizard edizioni, 1997), o al bel libro illustrato di Miroslav Sasek, Questa è Venezia (Rizzoli, 2006) che non è solo un libro per ragazzini.

Poi, in questo spazio, che è la reale biblioteca della città, si può venire a leggere fino a mezzanotte, che è decisamente un orario di grande civiltà. E ancora, di tanto in tanto, a mesi prestabiliti, viene organizzata una rassegna chiamata Raccontami una storia a cena, dove scrittori italiani che abbiano capacità affabulatorie, sono invitati a leggere o raccontare una loro storia inedita di fronte a un pubblico raccolto, in un’atmosfera conviviale. Sono già stati qui, tra gli altri, Tiziano Scarpa, Antonella Cilento, Marco Franzoso.

Proprio quando toccava a Roberto Bianchin raccontare la sua storia, siamo venuti qui con l’amico Gigi Scano, nel vecchio cortile, restaurato da Mario Botta e sottratto alla pioggia con un tetto di vetri da cui vedere il cielo del nordest. E – devo dire – abbiamo avuto fortuna già con l’aperitivo: ci hanno prenotato per quattro; noi siamo due; abbiamo quattro pinot, quindi beviamo due bicchieri a testa.

Per spiegare meglio. Prendete una grande scatola. Una scatola rettangolare. Un parallelepipedo col soffitto alto e metteteci dentro una ventina di tavoli. L’ambiente è di classe – non si fanno sconti allo stile a Venezia, tanto meno alla Querini-Stampalia. Mettete un leggio e un microfono a un angolo della stanza. Ecco fatto. Gli amici della Fondazione e chiunque abbia prenotato per tempo alla Caffetteria Barbarigo, assistono a un racconto di un’ora circa e poi cena tutti insieme. Un modo piuttosto serio di conoscere uno scrittore e certo un saggio di impegno e serietà da parte di quest’ultimo, quello di scrivere un testo appositamente per la serata, un racconto che il pubblico ascolta in esclusiva, prima che venga stampato per conto della Querini-Stampalia e venduto nel book-shop.

Zone franche come questa ce ne sono molte a Venezia. Sono luoghi nascosti, fuori dal giro consueto, come molte città trattengono al loro interno, in una sorta di pudore o di gelosia della propria natura. Perché chi ha a che fare con i grandi numeri difficilmente resta autentico, se non mantiene in sé un riserbo ulteriore. Lo diceva Elias Canetti che alla fine, una persona ha solo pochissimi modi di essere intimo e questo credo debba dare valore all’amore come allo splendore di ciò che non è evidente. Questi minori sono i percorsi da fare a Venezia, ma si incrociano soltanto con la costanza e qualche sbaglio. Pure vale la pena di muoversi in questa direzione.

Allora, forse, sarà possibile avvistare, come Brodskij, la straordinarietà della “luce invernale in questa città”, sempre che tale indugio non ci abbia reso impossibile l’impresa impervia di cenare fuori dopo le dieci, sempre che non ci abbia distolto la cacca di un piccione spruzzata a dovere sul giaccone appena uscito dal lavasecco.

Allora, forse, verso sera, traghettando sopra l’acqua, sulla gondola di San Tomà, imbacuccati dentro una sciarpa amica, se avremo la grazia di guardare verso ovest, quel bagliore rosa e celeste, scopriremo un affresco, un sentimento urbano, quasi un racconto di grande forza evocativa, che raccoglie, dal materiale umano affacciato là sopra, figure e forme che addensano paesaggi e malinconie, esistenze e fantasie.

Venezia è stata un’epoca, non solo una città, ed è una città d’acqua. I canali, i rii sono linee di contatto e di separazione che segnano la fisionomia di un territorio, dandogli respiro. In mezzo a questo respiro ci sono alcune sospensioni che armonizzano ancora meglio il ritmo: sono i ponti di questa città. Ponti che sono ceppi, condizione umana, stasi e attraversamento, bellezza del non essere, dolcezza nel ricordo di memorie altrui, voglia di nuovo e di sincerità.

Di solito attraversiamo i ponti nella calca giornaliera, ma se abbiamo coraggio Venezia ci aiuta. Guardando meglio, usando un punto di vista ricurvo, Venezia, nella sua diversità fisica, ci apre di fronte la consapevolezza che l’ordinarietà delle cose giornaliere, più che relegarci all’abitudine, ci imprigiona nella dimenticanza dei nostri sogni più profondi. Il vero misfatto di ogni vita non è la routine quotidiana, quanto la deviazione dal desiderio più intimo che ognuno di noi aveva di se stesso.

Ci aiuta Venezia a questo lavoro di rinascita dalla rimozione, perché il suo racconto urbano non è un urlo, né il disagio sommesso dei poeti intimisti. La sua direzione contempla l’attesa dell’alta marea che rigenera la laguna.

Dentro questa città si può figurare la salvezza con l’arrivo di qualcos’altro, dell’acqua e di altri residenti. Come tutti gli esseri umani cercano l’amore, cioè l’altro da sé, anche Venezia aspetta che arrivi qualcosa o qualcuno a travolgerla, a strapparla dalle sue catene che il borsino del turismo internazionale gli ha ormai avvinghiato alle fondamenta.

Il degrado di Milano continua, è a macchia di leopardo e non risparmia né centro né periferia, ci manca solo un´unità di misura: la sua "magnitudo", come per i terremoti. Ci arriveremo. Il degrado può essere in due fasi od in un´unica soluzione. Se è in un´unica soluzione si tratta del tempo che passa combinato con l´incuria e la sciatteria. Se è in due fasi si tratta del degrado iniziale (fase 1) – degrado del progetto, sua cattiva esecuzione, incompletezza dell´opera – e del degrado successivo (fase 2), ossia l´inizio dello scorrere del tempo ovviamente combinato con la nota incuria e sciatteria. Un esempio tanto pregnante quanto clamoroso: Piazza Duca d´Aosta, il degrado in due fasi. Il progetto di sistemazione della piazza degli architetti Antonio Zanuso e Carlo Chambry vinse il concorso bandito dal Comune di Milano nel 1988. Il concorso riguardava la sistemazione di tutto l´asse che va dalla fine di Via Turati fino a Piazza duca D´Aosta – dunque anche Piazza della Repubblica e Via Vittor Pisani - con i due risvolti di Piazza Luigi di Savoia e Piazza IV Novembre. Si trattava di ridare dignità a un pezzo di Milano, forse l´unico della Milano moderna, stravolto dalle costruzioni della metropolitana e del parcheggio di Via Vittor Pisani. Ricordando vagamente la vicenda, mi sono fatto mostrare il progetto per confrontarlo con la realtà. Non mi stancherò mai di ripetere che il progetto d´architettura non è come il salame, non si taglia a fette secondo l´appetito o, meglio, l´estro dei pubblici amministratori.

Di quel progetto se ne realizzò solo una parte - poi vedremo come - quella di Via Vittor Pisani e Piazza Duca d´Aosta. Ecco il primo avvio del degrado: realizzazione parziale, in questo caso meno della metà. I lavori cominciarono che era sindaco Paolo Pillitteri, poi ci fu Piero Borghini, poi il commissario Claudio Gelati, poi Marco Formentini e l´inaugurazione nel ´96: sei anni di lavori per sistemare il parterre di Piazza Duca D´Aosta e Via Vittor Pisani. Ma nemmeno questa parte rispettò il progetto originario. L´esecuzione di quel poco fu pessima e oggi, a dieci anni di distanza si vede perché il tempo è giustiziere e l´uomo ci mette del suo. I rivestimenti dei muretti delle aiuole sono caduti in molti punti, le pietre del lastricato sono per la maggior parte rotte – dovevano essere spesse 6 centimetri e furono posate da 4 – e dove sono state sostituite non lo si è fatto con lo stesso materiale: la piazza ormai è un arlecchino.

Le panchine di progetto lungo la facciata della stazione sono state rimosse – ci dormivano i barboni che adesso dormono nelle vicinanze – i due filari di magnolie sono la testimonianza del pollice verde milanese – quelle vive stentano e quelle morte sono state sostituite con altre di diversa specie - ed alcuni gradini divelti giacciono (da anni) abbandonati qua e là come i paracarri originari in granito. Delle due rotatorie per i taxi se ne realizzò solo una. Le piante lungo Vittor Pisani non attecchiscono perché non c´è terra sufficiente. La ciliegina sulla torta (ma non è certo chiuso il lunghissimo elenco degli scempi) è il sentiero guida per ciechi, quello che dovrebbe condurli all´ingresso della Regione ma finisce contro il muro di cinta. Non c´è pietà per nessuno. Questa è la Milano delle "eccellenze" che si candida all´Expo nel 2015. Questa è la città che la giunta vorrebbe illuminare di più. Santa penombra.

I costi dell’alta velocità sono per lo meno triplicati rispetto al preventivo iniziale, gli obiettivi posti a premessa del progetto sono probabilmente irraggiungibili, i benefici ambientali trascurabili a fronte degli investimenti necessari e delle modificazioni da imprimere ai luoghi attraversati dalla rete.

Sul sito YouTube è possibile guardare la video intervista a Marco Ponti.

Italian police have impounded an entire neighbourhood built illegally on the outskirts of Naples, part of an operation magistrates hope will uproot the mafia wealth hidden behind the day-to-day mob shootings that plague the city.

In three raids this month, police sealed off with crime scene tape 50 new buildings containing more than 300 flats as well as 22 small villas that have appeared on broccoli fields in Casalnuovo, on the rural fringes of Naples' sprawling suburbs.

"About €50-60m (£33-40m) was invested here," said investigating magistrate Francesco Greco. "The money involved, the size of the site and the lack of permits leads us to believe a criminal organisation may be behind it, probably with political support."

Local mayor Antonio Manna, elected as a candidate for Silvio Berlusconi's Forza Italia party, told the newspaper Corriere della Sera he was unaware of the mammoth development and that he would order an inquiry immediately.

Local politicians may have used legislation allowing amnesties on illegal building to let the Naples mafia start the construction, claimed Tommaso Sodano, head of the Italian senate's environmental commission. But investigators used old satellite photographs of the area, which is officially classified as agricultural, to prove the unlicensed buildings were erected after 2003, the last time the Italian government offered such an amnesty.

Today the work is near completion, most streets are paved and lit and the apartments are hooked up to the national electricity network. Five families who have purchased apartments and moved in would have to leave, said Mr Greco.

Mr Sodano said that if local politicians did not organise the demolition of the neighbourhood, Rome should send in the bulldozers. The governor of the Campania region, Antonio Bassolino, has promised to increase satellite photo monitoring of unlicensed building - believed to amount to 16 new houses a day in the region.

There have been five mob-related killings in Campania in three days this month, which have been linked to a turf war between the clans that make up the city's Camorra mafia, despite a crackdown ordered by the government and an anti-violence campaign launched by the city's churches.

E loro che credevano d'essere terra da zanzara tigre: un popolo di Tiger Woods, questi piacentini! Campioni in erba. Palline da green più abbondanti degli acini da Gutturnio. Il fairway al posto dei pisarèi. «Che dalle nostre parti ci fosse tutta questa passione per il golf, in effetti non ce n'eravamo mai accorti...», sorride l'avvocato Umberto Fantigrossi, che siede nelle consulta per l'ambiente del Comune di Piacenza e sfoglia le delibere, le varianti, la pianimetria dell'ennesimo ed erigendo diciottobuche di Borgo Tavernago: «Io sapevo che lì c'era un progetto per fare un maneggio, un centro ippico. Insomma, dovevano starci i cavalli. Da molti anni. E non erano previste nuove case. Anche perché quello è uno degli angoli più belli della vallata. E un golf club c'è già». Ce n'è una vendemmia. Uno si vede: circonda il castello della Bastardina, il davanti, e sta a un paio di chilometri da Borgo Tavernago, forse meno. Altri tre sono sparpagliati nella provincia, più in là ma neanche tanto. «Però questo campo bis di Borgo Tavernago, appiccicato, è una cosa mai vista — indica il responsabile locale di Legambiente, Giuseppe Castelnuovo —. Poco spiegabile da ogni punto di vista: ambientale e di mercato». Una buca ogni quattromila piacentini: roba da Scozia. O tutt'italiana: «E' un trucchetto facile e già visto — continua Castelnuovo —. Ci s'inventa un campo da golf dove non ce n'è bisogno. Si fa un bel piano d'urbanizzazione. Si costruisce. E magari, com'è successo in Sardegna o in Sicilia, si pigliano pure i contributi dell'Ue. A parte i problemi che un golf implica (tipo: dove si piglia l'acqua, in una zona dove i contadini già faticano a irrigare?), questa è una colonizzazione immobiliare molto pericolosa. Un conto è salvaguardare, un altro deturpare il paesaggio». Infatti: Borgo Tavernago è un clic, una meravigliosa e vincolata villa che fu dei Borromeo e oggi è del costruttore Pier Franco Pirovano, un oratorio ottocentesco con l'altare inserito nelle lesene, la memoria d'un castello del Trecento, intorno le colline con le vigne della Luretta e della Val Tidone che facevano godere il Redi («me ne strasecolo, me ne strabilio, e fatto estatico vo in visibilio»).

E' la cosa più simile alla Toscana vicino a Milano, si dice, e infatti è da queste parti che sono trasmigrati i venerabili milanesi del weekend: il finanziere Jody Vender, la pubblicitaria Annamaria Testa, la famiglia Etro, lo scrittore Gaetano Tumiati, l'editore Alessandro Dalai... Nessuno s'era mai sognato di toccarlo, quest'angolo di paradiso. Nessuno, fino a dicembre. Quando il piano regolatore decennale del Comune di Agazzano è stato cambiato di corsa: niente cavalli, si faccia anche lì e al più presto un bel golf club con annessi 150 appartamenti in villette a schiera, più albergo a 4 stelle, più ristorante, più centro convegni, più posti auto, più piscina, più asilo... Una piccola variante e via, undicimila metri quadrati da cementare, muri alti sette metri e passa. Un'altra Monticchiello? Un altro scempio stile Val d'Orcia, dov'è intervenuto Rutelli? «Ma no — è sicura la sindachessa, Lucia Bongiorni —. Non rifaremo gli errori della Toscana. Parliamoci chiaro: qui è tutta campagna, non si fanno danni gravi all'ambiente. E invece, lo sa cosa vogliono dire tutte queste case in un paesino di duemila abitanti? Una cascata di Ici per far funzionare le scuole e rifare le strade. Perché impedirci di crescere?». Una crescita rapida. A maggio, betoniere accese. I dépliant sono pronti: «Borgo Tavernago. Il verde, la quiete, la tua casa». Gl'immobiliaristi del Gruppo Maggi assicurano al telefono: «Fra un mese è possibile acquistare, la richiamiamo noi»; C'è pure il cartello d'appalto: Gruppo Pirovano costruzioni. Lo stesso Pirovano della villa. Lo stesso che otto mesi fa, a Milano, è stato condannato a tre anni di carcere per aver corrotto la giunta diessina di Peschiera Borromeo. Lo stesso che, dicono i giudici, aveva ottenuto (pure là) una variante al piano regolatore per costruire su un terreno agricolo. «Il solo citare quell'episodio è un'offesa a me e a tutto il comune di Agazzano! — s'indigna la sindachessa — Io ho fatto le battaglie contro le cave e le discariche. Non accetto simili accostamenti. Quello che è avvenuto in un altro paese, sono problemi che non mi riguardano». La Guerra del Golf però è già cominciata: in uno studio legale di Piacenza, una cinquantina di firmatari, è pronto un ricorso urgente per bloccare la variante al piano regolatore. «Le colline piacentine finora s'erano salvate dalle speculazione — dice Domenico Ferrari, presidente provinciale del Fai —, ma ora pagano la vicinanza di Milano. Ci sono stati scempi. Cose turche. Ad Agazzano non c'è nessuna pressione abitativa: fanno tutto di fretta perché fra qualche mese scade la giunta». Dicono che le nuove case saranno coperte dal verde e non si vedranno... «Per coprire 150 case alte più di sette metri, altro che verde. Ci vogliono i baobab».

Postilla

I campi da golf, ormai irrinunciabile status symbol delle nostre società opulente, si rivelano in realtà, nel piacentino come a Bologna, cavallo di Troia ecologicamente rispettabile (in fondo si tratta di prati!) per la speculazione immobiliare. Pur se idricamente costosissime e completamente incongrue, dal punto di vista culturale e botanico, ai nostri paesaggi, divengono strumento per "valorizzare" territori un po' "spenti".

Nelle parole del sindaco di Agazzano due snodi fondamentali:

- la perversione di un meccanismo istituzionale ed economico che rende l'ente comunale drammaticamente ricattabile (anche senza dolo) dal potere immobiliare.

- il perdurare di una concezione estetica del paesaggio che tende ad isolare le eccellenze da salvaguardare (Val d'Orcia), rispetto alla "banalità" della campagna considerata quale spazio disponibile per espansioni edilizie.

Oltre trent'anni fa c'era chi ci ricordava: "Se il paesaggio è un 'quadro', una labile e soggettiva parvenza, uno stato d'animo, la conseguenza ovvia è che, tra le esigenze della collettività e del contemplatore disinteressato (cittadino affamato di verde, escursionista, gente bisognosa di ricreazione all'aria aperta, ecc.) e le esigenze assai più pratiche delle società immobiliari, saranno sempre queste ultime a prevalere." Antonio Cederna , La distruzione della natura in Italia, 1975. (m.p.g.)

Gli unici veneziani a partire per Mestre, fino a poco tempo fa, erano i vecchi costretti a vender casa. Caricavano i mobili sui barconi, come sfollati di guerra, e andavano a morire «oltre la Libertà», di tristezza e solitudine o investiti dalle automobili. Ora la sera sul Ponte della Libertà trovi comitive di ragazzi veneziani che vanno a Mestre per vivere e divertirsi. Si lasciano alle spalle la Città Unica e sbarcano con passo leggero in una periferia senza storia che potresti confondere col Midwest o la Renania.

Alla ricerca di una vita normale fatta di pub, discoteche, pizzerie a prezzi decenti, centri commerciali, palestre, cinema (la «capitale del cinema» ha ben due sale, dieci meno di Castelletto Ticino). Sbandano a povere mete, direbbe Saba, ma sembrano felici.Il picco del pendolarismo alla rovescia si tocca prima e dopo il Carnevale, apoteosi di un assedio turistico senza pari, sedici milioni di visitatori all’anno contro una popolazione ridotta a sessantamila residenti. Se nulla interviene, si calcola che l’ultimo veneziano morirà o si trasferirà in terraferma intorno al 2040. Nata per fuggire le invasioni barbariche, rischia di finire per le invasioni turistiche. La Morte è l’allegoria che chiude sempre le sfilate. Altrove è biologia, religione, concetto filosofico, mistero. Qui è la prima voce dell’economia. La morte quotidiana dei veneziani, che libera spazi per farci ristoranti e alberghi e seconde case. E la morte eterna di Venezia, dalla quale nei secoli la Serenissima ha cavato di tutto, sapere tecnologico e grandezza militare, letteratura e turismo, industria e aiuti di Stato. Una montagna di soldi, dodici milioni di euro soltanto dalla legge speciale, gli ultimi quattro per le dighe mobili del Mose. Con la morte Venezia gioca a scacchi, stringe patti e tratta affari. E’ anche la forma di turismo dei veneziani. Non c’è veneziano che fin da bambino non sia stato portato a visitare i resti delle piccole Atlantidi sommerse dalla laguna, isole fantasma un tempo splendide, come Torcello oppure San Marco Boccalama, dove le draghe hanno portato alla luce una vallata di teschi.

Il Carnevale qui è metafora globale. La durata ufficiale è tre settimane, ma sono sei mesi per i commercianti e dodici per la politica. Alle ultime elezioni il centrosinistra ha combinato tali pasticci intorno alla candidatura di Felice Casson da riconsegnare per la terza volta la città a Massimo Cacciari, quasi suo malgrado. La destra, con tutte le mene leghiste sulla Serenissima e le sue carnevalate, dalla presa del campanile col trattore mascherato da tank allo sbarco dell’ampolla sacra a San Marco, non ha mai sfondato. Venezia è l’unico capoluogo e uno dei pochissimi comuni del Nord Est a non aver avuto un sindaco della Lega e/o di Forza Italia.

La mappa del potere cittadino è ferma al Cinquecento, contano il Doge e il Patriarca, Cacciari e il cardinal Angelo Scola. Nel caso di Cacciari in effetti Doge suona un po’ riduttivo, c’è caso che il professore s’offenda. E’ l’ultimo dei grandi veneziani e gli toccano tutte le parti in commedia. Oltre a essere l’incontrastato Doge dal ‘93, incarna il secondo mito dell’immaginario cittadino, il Casanova, per via del rinomato libertinismo (anche) intellettuale. Ora si sta attrezzando per comprendere in sé il terzo, Marco Polo, con una serie di viaggi in Cina. Fuori dalla giurisdizione del sindaco rimangono giusto la Curia e il suo Patriarca, al quale in ogni caso non lesina consigli.

Il problema è che Cacciari è un Doge senza alle spalle un Senato o un Maggior Consiglio e nemmeno un mezzo collegio di Savi. Ha dovuto portare in giunta candidati che avevano raccolto quindici preferenze, non ha intorno né una classe dirigente né un blocco sociale sul quale fondare un progetto di futuro. La classe operaia si è estinta («Quand’ero bambino» ricorda il sindaco «c’erano ventimila operai soltanto alla Giudecca») e gli ultimi capitalisti hanno venduto o vivono di rendita, come la famiglia Coin, il Luigino Rossi delle scarpe e del Gazzettino, Pietro Marzotto. Nella culla dell’operaismo italiano e dell’Istituto Gramsci, la lotta di classe si è conclusa a sorpresa con l’abbandono dei contendenti e la vittoria di risulta di una borghesia minima di bottegai, priva di qualsiasi visione generale.

Il Doge mi riceve nel palazzo di Rialto, bello e scomodo. L’agenda è la rappresentazione della sua solitudine. Fitta d’incontri con micro corporazioni, segnati a mano, nemmeno una segretaria. Da anni mi domando chi glielo faccia fare a uno ricco di talenti e di fidanzate, famoso e stimato in Italia e nel mondo («sarebbe l’ideale ministro della Cultura» dice sempre D’Alema, che non l’ha mai proposto), di svegliarsi alle sette e cominciare la giornata dall’incontro con la delegazione degli ambulanti. E’ una forma di suicidio nichilista, una cupio dissolvi mitteleuropea all’Aschenbach, alla Franz Tunda? Lui stesso non sa darsi risposte sensate. «Sono qui per cinque minuti di bile: contro il centrosinistra che non voleva neppure fare le primarie». Le primarie le ha inventate la Repubblica veneziana, mille anni fa. Il sindaco sospira, poi prende il pacco delle carte e mi spiega per l’ennesima volta perché il Mose è tecnicamente sbagliato. Il professore non resiste mai alla tentazione, come scrive Gian Antonio Stella, di spiegare «l’idraulica agli idraulici, il papato al Papa» eccetera.

Le tesi pro e contro il Mose hanno il vantaggio di non essere dimostrabili: l’ideale per alimentare un dibattito infinito. Dipende dall’effetto serra, dai mutamenti climatici, dallo scioglimento dei ghiacciai, tutte faccende intorno alle quali la comunità scientifica internazionale si accapiglia da anni con esiti da disputa teologica. Fino al mese scorso gli organismi mondiali prevedevano un innalzamento del livello del mare, nel secolo, in una forbice «fra nove centimetri e un metro», che non significa nulla. Nove sono quasi un’inezia e un metro equivale a mezzo miliardo di morti. Di recente le sibille scientifiche hanno ridotto la previsione fra quindici e sessanta centrimetri. «Ma con quindici» spiega il sindaco «il Mose è uno spreco perché l’inondazione diventa un caso rarissimo. Con sessanta invece diventa inutile e occorre una diga ferma, come in Olanda. Nell’un caso e nell’altro, stiamo buttando a mare quattro o cinque miliardi di euro, quando me ne basterebbe uno per risistemare la città e aiutare i veneziani a resistere. Altrimenti quando il Mose sarà finito servirà, ammesso che serva, a proteggere una città fantasmi». Cacciari era ottimista, poi pessimista (ma sempre contro il Mose) e per maggio ha organizzato un convegno sull’apocalisse climatica con Al Gore. Il direttore del Consorzio, l’ingegner Giovanni Mazzacurati, un galantuomo che da trent’anni si dedica al progetto, allarga le braccia: «E’ soprendente, tanto più da un filosofo. La morte di un uomo, in questo caso di una città, è sempre un evento raro, anzi unico. E che cos’è questo rifiuto della tecnologia in un popolo che nel Seicento deviava il delta del Po per difendere il porto?». Chiunque abbia ragione, ormai il Mose si farà. All’ultimo vertice romano il ministro Antonio Di Pietro, ascoltate le dotte arringhe di Cacciari e Mazzacurati, ha tagliato il nodo: «Ho capito soltanto una cosa, che se il mese prossimo arrivano due metri d’acqua io finisco sotto processo e non so neppure spiegarmi con l’avvocato». Il governo ha approvato la ripresa dei lavori.

E’ la prima sconfitta del Doge da vent’anni. Dalla battaglia vinta per impedire l’Expo 2000 di De Michelis, non s’era mai mossa foglia a Venezia che Cacciari non volesse, neppure quando non era sindaco. Ora sono in molti a pensare che Cacciari finirà per dimettersi. Mezza città trema all’idea, per loro il Doge è l’ultima barriera contro la metamorfosi di Venezia in una Dineyland del Quattrocento, con l’unica differenza che qui è l’autentico a sforzarsi di sembrare finto. L’altra metà trama e si prepara a brindare all’abdicazione con lo champagne all’Harry’s Bar. Il solo a venire allo scoperto è il solito Gianni De Michelis, che da sempre considera Cacciari «il cancro cittadino, un affabulatore ostaggio di venditori di cianfrusaglie e centri sociali». Ma dietro s’intuisce un grumo di poteri, pronto ad allearsi con il governatore Galan e i capitali foresti per mettere le mani sui palazzi decaduti, sul vuoto splendore dell’Arsenale e ancor più sulle gigantesche aree edificabili di Marghera e gli snodi strategici di Mestre, la futura «piattaforma del Nord Est». .

Quest’altra Venezia «del fare» e dell’affare ama opporre alla presunta ignavia del Doge l’attivismo padano del Patriarca. Il cardinal Angelo Scola, di Lecco, favorito per la successione di Ruini al vertice della Cei, a lungo motore con don Giussani della macchina da guerra di Comunione e Liberazione, è il classico parroco-imprenditore lombardo, ma moltiplicato per cento. Intelligenza acuta e pragmatismo: non per caso si è laureato con una tesi su San Tommaso. Non sarà avvincente come Cacciari nel disquisire del mistero dell’Immacolata Concezione, ma in compenso è più abile nel mettere d’accordo i potentati economici. Mentre Comune e Regione litigano da anni sul restauro di Punta Dogana, che il sindaco vorrebbe affidare a Palazzo Grassi-Pinault e Galan a Guggenheim, col risultato di un incredibile stallo, proprio lì dietro il Patriarca ha sta recuperando con le donazioni il magnifico collegio marciano. Ha trasformato la malandata Curia di San Marco in un gioiello, dove peraltro sta pochissimo, sempre in giro a Mestre e Marghera, oppure per il mondo. L’ultima volta all’Onu di New York per presentare la sua raffinata creatura, l’Oasis, prima rivista cattolica con versione a fronte in arabo. «E’ tradizione del Patriarcato» spiega «dialogare con tutte le religioni, Venezia è stata un crocevia di ebrei, ortodossi, protestanti». E’ tradizione del Patriarcato, aggiungo, esprimere futuri papi. Nel secolo scorso ben tre, Pio X, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo I. Per dire il personaggio, un giorno che stranamente era in Curia, s’è affacciato sulla piazza e «gli è parso» che il campanile di San Marco oscillasse. Ha chiamato subito gli ingegneri e aveva ragione. «El paron de casa» rischiava il crollo come nel 1902. I preti della diocesi non ne possono più di vederselo piombare a sorpresa in canonica. «I miei parroci mi ripetono: guardi che in laguna arriva lo scirocco, prima o poi si adatterà anche lei».

Nei palazzi si combatte la guerra dei poteri e nelle calli ogni giorno va in scena la guerriglia fra residenti e turisti. L’arte veneziana nel vendicarsi del foresto raggiunge vari gradi di crudeltà, dagli spaghetti «alle vongole fresche» scongelati più volte, al vino con retrogusto di piscio, alla tortura dei bed and breakfast selvaggi, spuntati come funghi, che ogni mattina sfornano famigliole di coreani e tedeschi devastati dall’umidità. Anni fa un buontempone stampò cartoline con la luna, la gondola, un campanile, un’isola e la scritta multilingue: «Manchi solo tu». La cartolina andava a ruba e i veneziani ridevano: l’isola era San Michele, il cimitero. Se si va spesso a Venezia è bene imparare qualche frase in lingua. Schiude vasti orizzonti letterari, da Goldoni a Zanzotto, e permette di ottenere sconti del cinquanta per cento sui taxi. Per non sembrare turisti è fondamentale assumere il passo svelto dei cittadini. Non procura sconti ma permette di uscire rapidamente dal flusso e perdersi nei sestieri deserti e stupendi di Castello o Cannareggio, respirare l’odore dei panni stessi e la vera Venezia. L’unica accortezza è non cercare mai una scorciatoia: finiscono quasi sempre in un cortile. Anche questa è una metafora, sostiene lo scrittore Daniele Del Giudice: «A Venezia la via breve non porta da nessuna parte». La storia di Del Giudice è quella di tanti veneziani. «Abitavo dietro San Marco, la mattina dovevo scansare torme di turisti ma riuscivo ancora a comprare il giornale, le sigarette, il pane e sedermi per un caffè. In tre mesi ha chiuso il panettiere, l’edicola, il bar e la tabaccheria, tutto per far posto a quelle maledette mascherine fatte a Taiwan e a un fast food. Niente pane, giornale, caffè e sigarette: la fine di una civiltà. Mi sono trasferito a Santa Maria Formosa, ma la ristrutturazione mi costa un occhio della testa e il palazzo più bello del campo sta diventando un albergo».

L’unica soluzione è prendere l’autobus coi ragazzi veneziani e sbarcare a Mestre, dove passa la vita e si gioca il futuro. «Venezia è soltanto la vetrina, il negozio sta a Mestre e Marghera» mi dice Gianfranco Bettin, storico leader della battaglia contro il petrolchimico. E Cacciari: «E’ stato a Mestre? Abbiamo fatto il più grande bosco urbano d’Europa. Fra Mestre e Marghera convivono il più grande parco tecnologico d’Italia, il Vega, il secondo porto e il terzo aeroporto, dopo Malpensa e Fiumicino, un enorme bacino autostradale e ferroviario, un grande polo universitario e presto l’istitututo europeo di design. Quale altra città di trecentomila abitanti al mondo ha altrettanto? Se questa è la morte di Venezia…». Perfino il governatore Galan stavolta è d’accordo: «A Mestre deve sorgere la grande piattaforma del Nord Est».

In terrafermo trovo tutto quello che mi dicono e qualcosa in più, la straordinaria bellezza del paesaggio industriale di Marghera. Bella, deserta e letale, perché in attesa delle bonifiche qui circola ancora lo spettro di una morte non metaforica ma quotidiana, la morte chimica per cancro. Una volta ripulita dall’eredità Montedison, la terraferma potrebbe essere davvero la «grande piattaforma» di un Nord Est strozzato e in crisi, in cerca di sbocchi a Oriente e soprattutto senza più uno spillo dove costruire lungo tutta la nebulosa di capannoni che va da Brescia a Pordenone. E’ il sogno di Cacciari. Ma perché si realizzi bisogna aggirare un piccolo ostacolo, la Storia. La storia dei rapporti fra Venezia e l’entroterra, anzitutto, il disprezzo dei primi, il rancore dei secondi. L’ho capito un giorno intervistando Giorgio Panto, l’industriale proto leghista di Meolo che alle ultime elezioni ha fatto vincere Prodi per fare un dispetto alla Liga. Per tutto il tempo aveva sparlato dei veneziani, «più assistiti dei romani» e delle «storie di sfiga» legate alla città. Poi era arrivata la telefonata di un cliente inglese e lui: «Sure, I’m near Venice!». E’ morto l’anno scorso, mentre sorvalava la laguna in elicottero, di fronte a Venezia. «Gli imprenditori nordestini all’estero dicono "near Venice" anche se stanno a Verona o Belluno» dice il sociologo Aldo Bonomi, presidente della Fondazione Venezia «ma al dunque si tengono alla larga. Mestre è l’unico posto della regione dove si può pensare in grande, aprire la porta alla globalizzazione. Ma ci vorrebbe una neo borghesia colta che non c’è. E dove sono i grandi immobiliaristi, le grandi banche, i capitali stranieri? Rimangono a Milano, al massimo arrivano qui per il week end con i clienti». Zunino va al Bauer, Profumo al Gritti. Bazoli viene più spesso perché è presidente della fondazione Cini, ma il Leone che gli interessa non è quello di San Marco. «Quanto alla grande politica, c’è solo Cacciari, disperatamente solo», conclude Bonomi. Il suo maestro e predecessore, Giuseppe De Rita, che a Venezia ha dedicato vent’anni di lavoro, è ancora più pessimista: «E’ vero, le potenzialità di Mestre sono enormi ma temo che resteranno tali. Perchè Mestre non ha storia. Lo sviluppo e l’economia dei distretti in Italia si fanno dove c’è storia, Biella e Andria, Prato e le Marche. Sulla tabula rasa non cresce nulla e la storia di Marghera in questo è esemplare».

La Venezia del futuro è insomma ancora un luogo della mente, come del resto quella del presente, sospesa fra cielo e mare, città-palafitta poggiata su «una foresta sepolta» come scriveva Braudel, mutevole d’umore, certi giorni di nebbia malinconica come un vampiro, nei giorni di sole splendente come una regina, sempre fragilissima. Il Mose la difenderà dalle maree, ma prima dell’ondata di cento milioni di turisti cinesi bisognerà farsi venire qualche idea.

L'immagine è una fotografia di Jim McNitt

Le colpe di chi tollera l'abusivismo

Giacinto Grisolia - Il Mattino,12 febbraio 2007

La vicenda dell’abusivismo edilizio a Casalnuovo, anche per la sua dimensione macroscopica, suggerisce alcuni inquietanti interrogativi ai quali occorrerà comunque dare risposta se si vuole con serietà e impegno contrastare questo fenomeno. Anche perché, pur nella sua insostituibile funzione, la magistratura da sola non potrà mai risolvere la questione generale dell’abusivismo. Il fenomeno in effetti si è radicato nella quasi totalità del territorio regionale della Campania, divenendo un dato fermo della sua fisiologia; si è insomma fatto sistema, con una rete vasta di connivenze e di complicità ma anche con collegamenti con la criminalità organizzata. Non è per caso che, anche in tempi recenti, taluni hanno suggerito che del problema si occupasse, accanto alla magistratura ordinaria, anche quella direttamente impegnata nel contrasto della criminalità organizzata. Per misurare l’invasività del fenomeno abusivo, si tenga conto che la Campania occupa il primo posto nella graduatoria per tasso di abusivismo. Ciò significa che, al di là della repressione dei singoli episodi, una risposta risolutiva deve venire dal sistema politico e di governo delle amministrazioni locali. È fin troppo evidente che ormai la questione fuoriesce dal perimetro degli illeciti edilizi. È divenuta di natura politica, si è fatta terreno per fare politica, per aggregare il consenso politico, per organizzare e sciogliere alleanze politiche e maggioranze di governo che traggono sostegno dall’uso dissennato del territorio.

E allora, per cominciare. Sorprende non tanto la soddisfazione, in sè fondata, con la quale in tanti nei giorni scorsi hanno accolto l’approvazione da parte della Giunta campana del piano territoriale regionale, ma il ruolo che a questo strumento è stato attribuito, quasi di contrasto risolutivo del fenomeno dell'abusivismo. Non è così. Il nuovo strumento regionale, utile e positivo, definisce solo le grandi linee per l’assetto del territorio, ma nel concreto ha di per sè un effetto quasi marginale nei confronti dell’abusivismo. C’è di più. Addirittura gli strumenti urbanistici comunali, in pratica i piani regolatori, che invece per loro natura - questi, sì - devono regolare l’attività edilizia, sono ormai in Campania essi stessi inefficaci di fronte all’abusivismo. Nella realtà territoriale campana, non è sempre vero che, fatto il piano regolatore, stabilite cioè le regole, l’abusivismo viene eliminato. La quasi totalità dell’edilizia abusiva è stata realizzata nei Comuni dotati di strumenti urbanistici. Ciò evidentemente non significa che avere o non avere il piano urbanistico è la stessa cosa. Tutt’altro. Il punto è che non basta fare le regole senza accompagnarle con un impegno e rigoroso per farle rispettare proprio perché l’abusivismo è rottura delle regole e si consuma perchè si pone al di fuori e contro di esse, anche se, come è ovvio, il gioco è più facile quando non esiste lo strumento urbanistico. La via maestra è dunque il controllo rigoroso del territorio comunale da parte delle amministrazioni anche quando c’è il piano regolatore e, a maggior ragione, quando non c’è. La legge urbanistica fondamentale, quella del 1942, la madre di tutta la disciplina urbanistica italiana finora approvata ed in vigore, stabilisce che è responsabilità del Comune, in particolare del sindaco, il controllo e la vigilanza del territorio e di tutte le modificazioni che su di esso intervengono. Come si fa a sostenere che è sfuggito al controllo del sindaco un insediamento di ben 29 edifici nel comune di Casalnuovo? Un sindaco che si consente distrazioni di questa gravità, che non si avvale dei vigili urbani per ispezionare il territorio per tutto il periodo della costruzione e per tutto il tempo resosi necessario per la vendita delle abitazioni configura una materia che è anzitutto di competenza del magistrato e che sarà pertanto discussa nelle aule giudiziarie. Ma emerge anche una questione politica ineludibile sulla idoneità di amministratori tanto «distratti» ad esercitare una carica pubblica di tanto rilievo per l’integrità e la tutela del territorio comunale che è un bene pubblico. Dunque chi ha competenza per porsi questo interrogativo è bene che se lo ponga e che si dia una risposta. Ma vi è un altro interrogativo che pure occorre porsi. Questi edifici abusivi nati sono stati venduti a famiglie, probabilmente incaute, forse con atto pubblico. È possibile che non sia stato chiesto al venditore alcun documento circa la regolarità edilizia ed urbanistica? Possibili tante distrazioni, tanta sciatteria? Le risposte a questi interrogativi possono risultare illuminanti, di certo utili e comunque un buon contributo per individuare dove stanno i punti cruciali delle tante devastazioni del territorio che si consumano in Campania con la pratica dell’abusivismo.

Camaldoli, arrivano le ruspe ma il Tar ferma gli abbattimenti

Stella Cervasio –la Repubblica, ed. Napoli, 13 febbraio 2007

Un´ordinanza del Tar che smentisce in pieno la cronica lentezza della giustizia, ha bloccato la demolizione ordinata dal Comune delle villette abusive nel Parco Metropolitano delle Colline di Napoli. Il Servizio Antibusivismo del Comune aveva disposto l´abbattimento dei manufatti di via Soffritto, nei pressi delle cave di Verdolino, sul versante di via Epomeo del Parco dei Camaldoli e ieri mattina la ditta incaricata dal Comune era sul posto accompagnata dalle forze dell´ordine e dalla polizia urbana. L´operazione era in corso e le ruspe stavano compiendo la loro opera, quando è giunto un provvedimento del Tribunale amministrativo regionale a bloccare l´ordinanza comunale. «I servizi preposti hanno compiuto il loro dovere con diligenza e tempestività - dice l´assessore all´Edilizia Felice Laudadio - ora si tratta di attendere la conclusione della fase cautelare dell´azione giudiziaria. Ma la linea del sindaco non cambia: interverremo con grande determinazione contro gli abusi edilizi». In sei mesi, previa distruzione di un frutteto, nell´area del Parco Metropolitano inclusa nei programmi del Maggio dei Monumenti per un sito di interesse storico archeologico, era sorto un villaggio di palazzine monofamiliari, parte delle quali già abitate da qualche mese. Ieri la città ha tentato di difendersi dall´assalto del cemento, ma non ci è riuscita. Intanto la terza sorpresa abusivismo nel giro di pochi giorni arriva dal territorio di Casalnuovo. Mentre ancora si discute delle sorti di due interi rioni completamente abusivi (per un totale di cinquanta edifici fino a sei piani) sorti a pochi passi dal centro cittadino, ieri terzo intervento dei carabinieri coordinati dal procuratore aggiunto della Repubblica di Nola Francesco Greco: sequestrate ventuno villette a schiera completamente fuorilegge, costruite da una delle imprese che hanno edificato anche i palazzi abusivi. Questione di abitudine.

Postilla

E intanto il "governatore" della Regione annuncia fiducioso (la Repubblica 11.2.2007 e l'Unità 12.2.2007) l'accordo per l'impiego di 7 satelliti, di cui 2 della Nasa, per monitorare dal cielo il territorio campano e impedire costruzioni abusive e mattanze ambientali. Sette satelliti per individuare 50 palazzi cresciuti fino al sesto piano e decine di villette a schiera? Le capacità oftalmiche degli amministratori campani sono davvero deboli.

Ma la prevenzione si accompagna alla repressione: venerdì scorso la Regione Campania ha aumentato considerevolmente i fondi per la demolizione degli edifici abusivi e il recupero delle aree. A demolire ci hanno provato anche ieri ai Camaldoli (subito dopo la denuncia della stampa), bloccati in poche ore dalla celere giustizia del Tar, come di consueto.

Gli esempi del passato, però, ci spronano all'ottimismo: il Fuenti è pur stato abbattuto. Dopo trentuno anni. (m.p.g.)

Sull'argomento, in eddyburg

«Parlano tutti di Romilia come se fosse una cosa fattibile, invece non si può fare. Ed è inutile "scaricare" la decisione su Beatrice Draghetti, perché riguarda anche Vasco Errani». L´urbanista Giuseppe Campos Venuti guida l´ira degli urbanisti contro il progetto di Romilia, il nuovo polo funzionale di Alfredo Cazzola che dovrebbe comprendere anche lo stadio decentrato di Bologna, a Medicina. Nei giorni in cui il sindaco Sergio Cofferati invita a "decidere in fretta" e la presidente della Provincia, Beatrice Draghetti, annuncia un tavolo tra istituzioni entro febbraio, Campos Venuti mette uno stop al mega progetto. E l´Istituto Nazionale di Urbanistica (Inu), di cui il professore è presidente onorario, pubblica un comunicato dichiarando «preoccupazione per come il problema degli stadi è affrontato in questi giorni a Bologna».

Campos Venuti è molto diretto: «le istituzioni discutono come se questo progetto si potesse fare, ma non si può fare. Sarebbe commercio di vincoli urbanistici». Per uscire dai termini tecnici, significa, secondo Campos Venuti, «che un privato cittadino non può decidere di edificare su un suo terreno che non vale niente, un complesso di abitazioni e servizi che lo renderà ricco. Altrimenti io domani compro un piccolo campo coltivato e ci costruisco sopra un grattacielo, vendendo gli appartamenti a caro prezzo».

L´equilibrio tra le aree verdi, quelle destinate alla costruzioni di case e quelle per le nuove infrastrutture è codificato in un Piano Territoriale Provinciale (Ptcp) approvato dalla Provincia di Bologna d´intesa con la Regione. Ed è a questo documento che si richiamano gli studiosi dell´Inu, definendo il progetto di Cazzola concepito «in spregio totale della strategia generale del Ptcp, strategia basata sulla valorizzazione insediativa delle direttrici ferroviarie in particolare sulla direttrice Nord». Se si decide che il nord non è più la direzione da tenere, bisognerà motivare la scelta in una deroga al piano. Ma c´è anche un motivo tecnico di salvaguardia del verde: dove dovrebbero sorgere spalti e tribune, scorre il torrente Quaderna, i cui argini e territori cono protetti dal Piano paesistico regionale. Per questi motivi tecnici e istituzionali, gli urbanisti definiscono il piano "inaccettabile".

L´alt su Romilia non significa però che non si possa pensare ad un decentramento dello stadio. Cofferati aveva infatti sollecitato "decisioni in merito a una diversa ubicazione dello stadio" anche per una migliore gestione dell´ordine pubblico, in giorni in cui la violenza negli stadi è un problema di rilievo nazionale. Gli studiosi del settore chiedono però che la nuova struttura si faccia sulla direttrice di sviluppo indicata dal piano, dove si trovano anche strade e infrastrutture, soprattutto con un bando di gara per l´appalto. «Gli operatori privati», spiegano, «potranno aggiudicarsi e realizzare a proprie spese gli stadi da rinnovare o da decentrare, in regime di aperta concorrenza».

«Qui si parla della costruzione di un paese privato nel vuoto», dice Campos Venuti, «dove oggi ci sono solo campi e arriva solo una strada. È quello che Silvio Berlusconi ha fatto con Milano 2. Ma in Emilia queste cose non si sono mai fatte: prima bisogna spiegare a tutti noi cittadini perché è nel nostro interesse che i piani si cambino. Altrimenti si tratta di una variante illegale».

Adesso, secondo Campos Venuti, la Regione deve per forza intervenire. Il tavolo "interistituzionale" che Beatrice Draghetti ha convocato entro fine mese non può non coinvolgere chi ha approvato l´attuale piano della Provincia e deve sorvegliare sulla tutela del paesaggio. «Quest´opera», chiosa l´urbanista, «ci coinvolge tutti come cittadini, quindi è in capo a tutte le istituzioni del territorio».

Su Romilia, in eddyburg

Dopo l´assalto edilizio a Capodimonte, che, con il poco verde che gli è rimasto, si candida a diventare - senza che nessuno intervenga - la centrale del business dei matrimoni, ora tocca ai Camaldoli. Ventimila metri quadrati di verde a cui dire addio, in pieno Parco metropolitano delle colline di Napoli, istituito il 16 giugno 2004. Un altro pezzo di città che si trasforma in cemento. A dimostrare che ormai a Napoli il mattone è libero, basta percorrere qualche chilometro in tangenziale, allungandosi sulla bretella che congiunge il Vomero a Pianura, a metà dello svincolo si vedrà chiaramente che il paesaggio ha cambiato forma. Un vero e proprio villaggio è sorto in viale delle Bucoliche, nei pressi delle cave di Verdolino di età romana. Si trova ai piedi della montagna che appare alle spalle di via Epomeo, in una posizione che ricorda quella delle case distrutte dalla furia dell´alluvione a Sarno. Dista pochi metri il sito archeologico che ogni anno (forse da quest´anno non più) rientrava nei percorsi archeologici del Maggio dei monumenti del Comune.

Fino ad aprile 2006, quando si è consumata la sua ultima primavera, quell´area era una distesa di fiori bianchi di decine e decine di alberi di prugne. In un battibaleno i terreni sono stati venduti e lottizzati e al posto dei fiori in pochi mesi sono sbocciate venti villette monofamiliari a un piano, ciascuna da 80 a120 metri quadri circa. Per difendersi dai curiosi che vogliono assistere al miracolo di una città che continua a edificare in barba a vincoli e divieti, i fortunati abitanti dei villini si sono barricati con severe cancellate. Ma a guardare attraverso le sbarre ci si accorge che otto edifici sono già abitati mentre quattro sono ancora liberi, e il resto dell´area disboscata si intuisce che sarà teatro di una operazione simile di qui a poco. «Su questo c´è il massimo impegno nostro, dei carabinieri, del Comune, ma qualcuno lì ha avuto una sospensiva del Tar - dice il presidente del Parco collinare, architetto Agostino Di Lorenzo - Il dramma è che non si tratta di un´edilizia di necessità, quindi se anche la borghesia ricorre all´abuso, vuol dire che è un momento particolarmente difficile. Occorrerebbe che i livelli amministrativi competenti si facessero carico di superare i limiti delle attuali procedure amministrative che sempre più spesso finiscono col tutelare e non perseguire chi commette reati».

Degli abusi denunciati da "Repubblica" finora un solo abbattimento è stato ordinato, quello della sopraelevazione di un edificio di via Sanità, visibile dal ponte della Sanità e la vista della retrostante collina di Capodimonte per fortuna è salva. Così non è stato per una sopraelevazione in pieno centro, in via Nardones, 48 visibile fin da San Martino: un attico abusivo di quasi 260 metri quadrati, sorto a partire dalla fine del 2006. Nasce dalla sicurezza di un cantiere sequestrato nel ’94.

Campeggiano come baite delle Dolomiti le costruzioni sorte al posto delle due ex serre De Luca, al tondo di Capodimonte, che, nonostante numerose visite delle forze dell´ordine, sono state completate sotto la pioggia battente. Il ristoratore che le ha realizzate, forte di un dissequestro della Procura, e in possesso di una Dia e di un provvedimento di messa in sicurezza ai sensi della normativa antisismica, dovrà rispettarne almeno la destinazione d´uso: vivaio. Ma la pizza e i fiori non sembrano compatibili. Nessuno ha voluto, a un passo dal Real Bosco di Capodimonte, neppure far rispettare a questi signori l´estetica dei luoghi, che appare gravemente compromessa.

Sul fenomeno dell'abusivismo in Campania, in eddyburg

Credo che oggi la consapevolezza della necessità di governare le trasformazioni del territorio sia notevolmente cresciuta e che ciò sia avvenuto, più che per la persuasività delle argomentazioni di tecnici e scienziati, per la oggettiva forza degli accadimenti reali: le frane e le alluvioni, l’avvelenamento di acque e suoli, le malattie respiratorie da traffico, l’invivibilità degli agglomerati edilizi, privi di spazi verdi e di attrezzature sociali.

Nelle situazioni cui si è giunti, non si può pensare di rispondere a questa necessità se non dando adeguata attenzione, ed in modo integrato e contestuale, alle questioni ambientali, alle esigenze sociali, alle prospettive di sviluppo economico basate su una valorizzazione delle risorse territoriali, che perciò innanzitutto non vanno dilapidate.

Ciò può farsi soltanto combinando in forme coerenti politiche e programmi socioeconomici con la pianificazione urbanistica, che ha il compito di individuare – attraverso processi democratici assistiti da valutazioni tecnico-scientifiche – le parti di territorio che debbono essere tutelate (non solo le pendici franose, ad esempio, ma anche le superstiti aree naturali e i territori agricoli che ci forniscono cibo ed ossigeno) e quelle che possono essere invece trasformate (urbanizzate, edificate) per verificate esigenze socialmente rilevanti.

Considerazioni come queste sarei stato indotto a reputarle banali. Non lo penso più, dopo aver letto su queste pagine sabato scorso lo straordinario fondo di Diego Lama. Il suo commento alla vicenda del rione abusivo di una trentina di edifici “promosso” dalla camorra a Casalnuovo si apre con un richiamo a Mani sulla città, ma si chiude con la aberrante conclusione che “il vero nemico” è “il proibizionismo”: “più i nostri piani regolatori saranno vecchi, dirigistici, vincolistici, severi, non strategici ma coercitivi, più i cittadini tenteranno in tutti i modi di farsi in proprio il whisky, il crack o la palazzina di cinque piani”.

In due-tre righe si concentrano almeno tre tesi mistificatorie: la prima è che la definizione da parte di un’istituzione democratica di un piano che stabilisca quante costruzioni occorrano e dove si possano realizzare sia una manifestazione di proibizionismo; la seconda è che la libertà del cittadino includa tanto il diritto di bere liquori a casa sua quanto quello di costruire una palazzina di cinque piani in un’area che il piano (ossia la collettività, se ha un senso la democrazia rappresentativa) ha destinato diversamente in considerazione del complesso delle esigenze sociali; la terza è che un piano quando è strategico lasci liberi i cittadini di costruire quante palazzine vogliono e dove vogliono come se bevessero un whisky. Infine, conclusione implicita che è bene invece dire a chiare lettere: come ci si può indignare con la camorra se i piani regolatori sono così dirigistici e vincolistici ?

Stupefacente, davvero stupefacente. Complimenti !

Se volete sapere di che cosa si parla vedete qui

Il Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale adottato dalla Provincia di Padova, dovrebbe costituire uno strumento fondamentale della pianificazione e della gestione del territorio. Italia Nostra e Legambiente hanno in questi giorni presentato un organico documento di “Osservazioni al PTCP”

E’ da tutti riconosciuto che una delle cause principali della distruzione del paesaggio e del territorio della nostra regione è senza dubbio costituita dalla frammentazione degli strumenti di piano ed al prevalere degli interessi localistici, i quali fanno sì che ogni Comune – assecondando le pressioni della speculazione fondiaria e dei costruttori e per incrementare le proprie entrate fiscali – si senta in dovere di prevedere nel proprio piano regolatore e attraverso specifiche Varianti di piano sempre nuove espansioni residenziali, commerciali e produttive, spesso senza alcuna correlazione con il fabbisogno effettivo ed al di fuori di ogni più ampia e razionale visione dell’organizzazione del territorio e delle attività economiche a scala comprensoriale e regionale.

Tra i compiti essenziali del PTCP vi dovrebbe dunque essere quello di una realistica quantificazione dei fabbisogni insediativi e delle definizione di precisi indirizzi per una concentrazione delle localizzazioni, finalizzata ad evitare la crescita a macchia d’olio degli aggregati urbani, al riequilibrio delle funzioni e dei servizi in una visione multipolare della realtà territoriale e quindi anche alla salvaguardia delle risorse naturalistiche e dei residui spazi aperti. Erano questi gli indirizzi di fondo caratterizzanti il primo PTCP presentato nel 1994 dall’architetto Camillo Nucci, anche se la violenta reazione di molti comuni – che rifiutavano l’imposizione di qualsivoglia limite esterno al proprio potere gestionale – fece sì che all’atto dell’adozione del piano, nel 1995, la normativa, che avrebbe dovuto conferire reale operatività al piano, assumesse un carattere più orientativo che prescrittivo.

L’iter di approvazione di quel PTCP non giunse comunque mai a conclusione. Anzi, la nuova Giunta Provinciale, nel 2000, decise incredibilmente di buttare a mare tutto il lavoro fatto e di conferire un nuovo incarico esterno per la redazione di un nuovo piano, quello adottato la scorsa estate. Un decennio di non governo del territorio a scala provinciale che ovviamente ha favorito un’ulteriore, inarrestabile proliferazione di urbanizzazioni ed insediamenti di ogni tipo, al di fuori di qualsiasi disegno organico, con conseguenze micidiali in termini di consumo di territorio, spreco di risorse energetiche ed economiche, pendolarismo, incremento del traffico veicolare privato, inquinamento.

Ma arriviamo al merito dei contenuti del nuovo PTCP. Va innanzitutto osservato che le metodologie e le procedure seguite per la sua elaborazione sono non solo profondamente carenti ed inadeguate, ma anche clamorosamente illegittime. Nel giugno 2001 il Parlamento Europeo ha approvato una specifica Direttiva, la 42/2001, che rende obbligatoria nella redazione dei piani urbanistici la cosiddetta VAS – Valutazione Ambientale Strategica. L’articolo 3 di detta Direttiva (divenuta efficace a tutti gli effetti dal 21 luglio 2004 per tutti i paesi della Comunità, indipendentemente dal suo formale recepimento con apposita legge nazionale) stabilisce con chiarezza che detta valutazione ambientale «deve essere effettuata durante la fase preparatoria del piano ed anteriormente alla sua adozione» e che detta valutazione, nonché tutti gli studi e la documentazione relativa al piano devono essere messi in tempo utile a disposizione del “pubblico” (e tra il “pubblico” sono espressamente indicate anche le associazioni ambientaliste e le organizzazioni portatrici di interessi collettivi) al fine di consentir loro di esprimersi nel merito prima dell’adozione del piano. Tutto ciò nel caso specifico del PTCP di Padova non è avvenuto. Solo dopo la loro formale adozione da parte del Consiglio Provinciale i documenti di piano ed il Rapporto Ambientale (avente anche valore di VAS) sono stati resi pubblici.

Già questo aspetto procedurale invalida totalmente i contenuti del Rapporto Ambientale e dello stesso piano; ma anche nel merito il Rapporto Ambientale, per numerosi aspetti (mancata elaborazione di scenari alternativi, mancata valutazione dei possibili effetti negativi sull’ambiente e la salute umana delle scelte operate, interrelazioni tra i diversi fattori, monitoraggio,…), non risponde affatto ai criteri fissati dalla Direttiva comunitaria: il che ci fa affermare che di fatto non è stata attivata alcuna reale procedura di Valutazione Ambientale Strategica.

Più nello specifico dei contenuti di piano, si può osservare:

In generale le indicazioni di piano hanno irrilevanti o carenti contenuti progettuali. Quasi sempre ci si limita alla fotografia dell’esistente ed alla descrizione delle tendenze in atto, rinviando ogni decisione agli strumenti della pianificazione comunale. L’unico elemento di novità (derivato dalla nuova legge urbanistica regionale) è costituito dall’invito rivolto ai Comuni per l’elaborazione – nei diversi comprensori provinciali – dei PATI – Piani di Assetto Territoriale Intercomunali, ma l’articolo 7 della Norme tecniche significativamente non inserisce tra i temi di carattere generale da affrontare nell’ambito di detto strumento urbanistico quello fondamentale relativo al sistema insediativo residenziale: esclusione che, non vi è dubbio, favorirà – come già è avvenuto nel passato – il sovradimensionamento del fabbisogno abitativo di ogni singolo comune e quindi, ancora una volta, la frammentazione e dispersione insediativa.

Molto concrete ed “operative” sono invece le indicazioni relative alla grande viabilità (GRA – Grande Raccordo Anulare, camionabile lungo l’Idrovia, “Bovolentana”, nuova strada provinciale complanare tra la statale 16 e l’autostrada A13, ecc. ecc.). Ma in realtà su questo fronte il PTCP ha semplicemente recepito – senza alcun confronto critico – il Piano della viabilità precedentemente predisposto, in separata sede, dall’Assessorato provinciale alla mobilità: un piano la cui unica finalità sembra essere quella di bypassare con nuove strade e superstrade i “punti critici” della viabilità attuale. In questo modo il PTCP abdica rispetto ad uno dei suoi compiti fondamentali, che dovrebbe appunto essere quello di far dialogare il disegno di una nuova più equilibrata organizzazione degli insediamenti nel territorio con il sistema dei trasporti (di quelli collettivi in primo luogo) e non banalmente di recepire la richiesta di nuove infrastrutture stradali come una variabile indipendente. Tra l’altro le nuove strade previste, oltre a generare un inevitabile disastroso impatto sull’ambiente e sul paesaggio, comportando costi astronomici (oltre 1 miliardo e 200 milioni di euro nelle previsioni ufficiali) vanificano di fatto ogni reale prospettiva di potenziamento del trasporto collettivo su ferro a scala metropolitana.

Tema specifico del PTCP dovrebbe essere, in primo luogo, quello della salvaguardia della biodiversità e della formazione di una rete ecologica estesa a scala provinciale, atta a favorire i processi naturali e condizioni generali di equilibrio ecologico (dinamico e non statico). In realtà gli studi sulla rete ecologica effettuati dal piano non si rifanno affatto – come dovrebbero – alle metodologie scientifiche dell’ecologia del paesaggio, limitandosi al puro e semplice rilievo cartografico degli spazi inedificati lungo i principali corsi d’acqua. Non solo. Per non rimettere in discussione le scelte urbanistiche o le richieste dei singoli comuni (come pure il PTCP potrebbe e dovrebbe fare), si arriva al punto di considerare come già di fatto edificate aree che risulterebbero strategicamente fondamentali per il sistema del verde – quali, a Padova, quelle del Basso Isonzo e dei cunei verdi periurbani – che pure sono a tutt’oggi ancora prevalentemente utilizzate a fini agricoli o comunque non urbanizzate. Anche in questo caso un bel salto all’indietro rispetto al PTCP del 1995 che forniva precise indicazioni sulla localizzazione di nuovi potenziali parchi urbani e territoriali (Basso Isonzo-Bacchiglione, Terranegra-Roncajette, Brenta, … per limitarci a Padova), salvaguardava con apposita grafia i “cunei verdi” periurbani e promuoveva la formazione di una “Green Belt” metropolitana estesa per 8.900 ettari e di una grande fascia di salvaguardia ambientale tutt’attorno al Parco dei Colli Euganei.

Gravissimo è infine quanto previsto dall’art. 8 delle Norme di piano, che tende ad interpretare (in stridente contrasto con le norme di legge vigenti e con la giurisprudenza) lo strumento della “compensazione urbanistica” come un implicito riconoscimento di un diritto all’edificazione (jus aedificandi) connesso alla proprietà dei suoli… una forma di risarcimento per le aree soggette a vincoli di tipo ricognitivo quali quelle «… interessate da problematiche legate alla morfologia del territorio, o alla presenza di rischi naturali maggiori quali ad esempio fenomeni di esondazioni e/o ristagno d’acqua, di vulnerabilità del territorio sotto il profilo ecologico, igienico-sanitario e paesaggistico-ambientale».

Sergio Lironi è Presidente di Legambiente Padova

© 2026 Eddyburg