Questa è la storia di un'utopia diventata realtà. Ha a che fare col vivere insieme, condividendo alcuni spazi e servizi coi vicini di casa (lavanderia, stireria; ludoteca, biblioteca, orto, giardino, palestra ecc.) pur mantenendo la privacy nel proprio appartamento. L'idea è interessante. Anche se non è così nuova per chi ha vissuto la ventata degli anni a cavallo tra i Sessanta e i Settanta. Le neotribù attuali però non sono formate dai nipoti dei figli dei fiori ne da idealisti new age, ma da un panorama eterogeneo di single, giovani e meno giovani, coppie senza figli, famiglie più o meno numerose, anziani in cerca di socialità. E non si chiamano più "comune" o "casa collettiva" ma "cohousing". Che vuoi dire, appunto, abitare insieme. Nasce in Danimarca nei primi anni ottanta e viene adottato con successo in Usa, Gran Bretagna, Australia, Canada. È un modo organizzato di vivere in edifici pensati per più nuclei, scegliendosi i vicini di casa. Si abbattono i costi fissi di alcune aree perché uso e proprietà sono ripartiti su più persone. La convivenza tra più generazioni è facilitata, così come gli scambi di vicinato. Altro valore forte, il basso impatto: l'edificio dovrà consumare pochissimo (ci sono dei richiami a casa clima, casa passiva, bioarchitettura). Abitare in cohousing vuoi dire molte cose, ma una soprattutto: trovare persone interessate a un modo comune di concepire la vita a partire dalla dimensione quotidiana. Ogni gruppo fa storia a se e il percorso che può essere intrapreso è "su misura". Siamo andati a vedere le prime esperienze di cohousing in Italia.
IN TOSCANA TRA DUNE E PINETE
“Noi ce l'abbiamo fatta, volete venire a vivere con noi?". Con questa scritta a grandi lettere tipo murales il gruppo dei coabitanti di Calambrone (sul litorale tirrenico) accoglie i visitatori e si presenta ai nuovi arrivati. Il sito si chiama Cohlonia e sta nascendo negli spazi di Villa Maltoni, capolavoro dell'architettura razionalista anni Trenta di Angiolo Mazzoni. Tutt'intorno, il Parco di Migliarino San Rossore e le dune di sabbia. Cohousing Ventures si è accordata con la proprietà per destinare la porzione nord dell'ex colonia estiva al primo progetto di coabitazione toscano, probabilmente l'unico al mondo in una vil1a protetta dalle Belle Arti. C'è ancora qualche appartamento disponibile, su una quarantina di appartamenti con affaccio sul parco o sul mare e le visite sono numerose, in quello che potrebbe diventare un lifepark sul mare di stile californiano (24.000 mq di parco e quasi 1.000 di spazi in condivisione). «Per noi sarà un posto dove vivere, non andare in vacanza: tanto spazio per i bambini, tanto verde, accesso diretto al mare», raccontano Claudio e Stefania, che si trasferiscono qui per il piccolo Romeo di nove mesi. «Ma non solo: siamo cresciuti entrambi in piccole realtà, poco cemento e molta natura. A Milano abbiamo imparato e lavorato, ora siamo pronti a un ritorno alle origini». Stefania sogna una sala comune dove tenere corsi di yoga, Claudio di regalare al figlio pomeriggi di gioco condiviso coi vicini di casa. Gli altri cohouser di Calambrone sono golfisti, architetti, ingegneri, farmacisti con la voglia di ritmi tranquilli, ma anche nomadi itineranti tra campagna e città. Del resto a pochi chilometri c'è Pisa e in trenta minuti si arriva a Lucca e Livorno.
LA COMMUNITY VOLA LEGGERA
«Con Comunityone siamo partiti per dare vita a un luogo che potesse essere la nostra personalissima isola che non c'è». Enrico è la mente di questo neonato cohousing nel quartiere tra viale Monza e il naviglio della Martesana, zona nord Milano. Dodici nuclei di giovani artisti, neoarchitetti, studenti. «Avevamo a disposizione uno spazio industriale di mille mq, in una periferia milanese in rapida trasformazione, adiacente ai nuovi quartieri universitari della Bicocca e ottimamente servita dai mezzi di trasporto pubblico, la metro fermata Precotto è a poche centinaia di metri. Qui abbiamo immaginato casette invisibili con stanze "volanti", da vivere in condivisione; comunità dentro la comunità. Abbiamo scommesso sull'importanza vitale della bellezza; abbiamo salvato il salvabile perché il tempo è valore. Inestimabile». Insieme a Enrico, due amici con cui divide il taglio più grande dell'edificio, al primo piano, con un'ampia terrazza. Le altre undici unità sono tutte a piano terra, con l'affaccio sulla corte interna, piccole aiuole ritagliate nella pavimentazione ( «dove pianteremo alberi da frutto su un letto di sedum, la stessa erba usata sui tetti verdi»). Anche Lune, studi in comunicazione allo Ied, condivide il suo spazio nella Comunityone: vuole viverci bene e organizzare eventi nella sala comune. «Il business plan richiedeva la realizzazione di dodici appartamenti, parte per il mercato della vendita e parte destinati all'affitto. I materiali scelti sono umili e austeri: ferro, lamiera, legno, cemento, elementi naturali lasciati a vista», continua Enrico. «Il lavoro preliminare sulle piante ha generato grandi stanze utilizzabili come piccoli monolocali con soppalchi privati, soggiorno-studio al piano terreno e zona notte soppalcata. Abbiamo voluto spazi comuni che unissero la funzionalità necessaria a un'opportunità di aggregazione. É nata così , l'idea della lavanderia-centro della vita, di comunità affacciata sul giardino: qui, si potrà usufruire di macchine professionali per lavaggio e asciugatura mentre ci si scambia due chiacchiere. E guadagnare spazio all'interno degli appartamenti, riducendo costi e consumi". I più sportivi potranno allenarsi i con gli attrezzi dell'attigua palestra. Invenzioni hi-tech: una colonna d'acciaio zincato all'entrata di ogni appartamento raccoglie i cavi per le tecnologie disponibili e quelle che si renderanno necessarie per il buon cablaggio. Un canale d'alluminio è annegato nel pavimento e utilizzabile per il passaggio di cavi elettrici. Comunityone ha "la natura in testa": col tetto d'erba che copre le abitazioni e vive con le stagioni, garantendo il massimo dell'isolamento termico sia nei mesi caldi che durante l'inverno (grazie anche al sistema di ventilazione che crea una intercapedine d'aria tra la soletta in cemento egli strati superiori).
CASE, FABBRICHE E MUSEI
Sempre a nord di Milano, ma più a ovest, c'è il quartiere Bovisa, con le sue fabbriche riconvertite a terziario e abitazione, i nuovi insediamenti per la cultura, gli spazi per il tempo libero: la sede bis della Triennale, il futuro nuovo Istituto Mario Negri, decine di associazioni e di gruppi creativi. Uno Skate Park dove i giovani metropolitani si allenano e la " BauBau's factory", dove fotografi, architetti, designers, pittori lavorano in uno spazio interattivo. Qui sta nascendo l'edificio di quella che a tutti gli effetti è stata la prima comunità in cohousing italiana: in via Donadoni 12, sempre sotto la supervisione di Innosense (il pluriesperto Mortara, che ha seguito Cohlonia) su base Cohouhsing.it, arriva Bovisa Urban Village. È in questa zona in forte espansione, a 400 passi dalla sede del Politecnico, che parte il progetto di recupero industriale di un'ex fabbrica primi '900. Ci sarà spazio per 30 tra loft e mansarde con garage, giardini e terrazze private e 700 mq di spazi comuni, tra cui una piscina con solarium. «Non è un villaggio modello in stile utopistico-socialista tipo Crespi d'Adda, come temevo quando mi sono iscritta, ne una comune in cui tutti girano scalzi e le donne partoriscono in casa...», testimonia Paola, una delle prime a formare il gruppo (giornalista, una bimba di due anni). «Il punto è che chi fa una scelta di questo tipo ha già una cultura più o c meno intensamente orientata al rispetto dell'ambiente, al risparmio energetico, all'ecosostenibilità. E alla disponibilità reciproca». Il prezzo delle unità abitative - da 50 a 140 mq accorpabili - è inferiore a quello di mercato (3.200/3.400 euro al mq) e comprende la quota parte di tutti gli spazi comuni e i servizi condivisi. «Single, matrimonio o Dico? Be', io scelgo la tribù metropolitana. È un desiderio di convivenza che mi porto dietro da quando ero bambina, divisa tra la casa dei nonni in paese e quella dei genitori in città. Nella prima era tutto un andare e venire di persone, si intrecciavano relazioni e storie. In città eravamo chiusi. Da grande, sposata, ho cercato di riempire casa mia di amici, vicini, ragazzi alla pari, bambini in affido. Il mio happy end non è una coppia, è tanti. Gli sconosciuti del cohousing stanno diventando miei amici», dice Francesca, la "giorn-artista" del gruppo.
«Vengo dalla provincia e quello che cerco è una normale dimensione umana anche in questa città, dove ora lavoro», aggiunge Simone, sociologo sondaggista. «Ho colto quest'opportunità perché mi sembra tutto chiaro, esplicito. La zona mi piace, la gente anche. E lo stile dei coordinatori mi assomiglia. Sarà facile stabilire i confini tra pubblico e privato». Intrigante e molto partecipato anche il secondo esperimento in coabitazione.
Bioabitat sorgerà ad Abbiategrasso, hinterland verde milanese. Qui sono in gran parte giovani coppie con bambini, col desiderio di lasciare la città per una dimensione più aperta e naturale della vita. Con Giordana Ferri (gruppo Cohousing.it) stanno progettando insieme un insediamento molto sostenibile: due unità abitative di quattro piani, collegate da edifici con servizi condivisi. Gli appartamenti in duplex hanno un'esposizione est-ovest ideale e tanto verde intorno. Il prezzo sarà significativamente inferiore a quello di mercato, nonostante si tratti di case con importanti contenuti di bioedilizia e sostenibilità. Il primo spazio in Italia per lavorare in condivisione parte invece a Lambrate, a due passi dalla ex Faema di via Ventura, in un'altra vecchia fabbrica. Un polo creativo, un'officina di idee, un laboratorio di cose nuove che può ospitare fino a 30/40 avviate imprese, botteghe, studi professionali, agenzie web e di pubblicità, studi di architettura, associazioni. È la conferma che Milano è una città dalle molte opportunità. Secondo una ricerca DIS-Indaco del Politecnico (con GPF&Associati) il 43% dei milanesi è contento di vivere in questa città e 1'80% è sostanzialmente soddisfatto della casa in cui abita (anche se in affitto), ma per il 60% la casa è un "luogo aperto" non un rifugio. Tra i 3.500 milanesi che hanno risposto al questionario, il 90% denuncia la perdita della dimensione di quartiere e aspira a una vita permeata di forti valori sociali (amicizia, condivisione...). Il 40% non ha mai conosciuto i propri vicini di casa ma il 75% desidererebbe avviare scambi. Quasi il 50% vorrebbe abitare in un quartiere vero e "caldo".
E IL FUTURO?
Lo abbiamo chiesto al fondatore di Cohousing.it, presidente di Innosense - agenzia per l'innovazione sociale che ha dato avvio all'avventura italiana in collaborazione col DIS-Indaco del Politecnico di Milano (che ha fatto la ricerca preliminare). «Altri progetti nell'area di Milano e il primo a Roma. In contemporanea, la prima iniziativa di cohousing dedicata alla terza età (spero in Liguria). E un paio di insediamenti partecipati per quelli con coraggio e cuore, pronti a lasciare la città per rifondare la loro vita (ci stiamo muovendo su Volterra). Poi dipende da quanto velocemente crescerà la rete di promotori locali del cohousing a cui stiamo lavorando. In Italia c'è spazio per avviare almeno una decina di progetti l'anno». Vedremo anche le case per vacanze "condivise"? «Non credo: il cohousing tra persone che si vedono 3/4 settimane all'anno è una contraddizione in termini. Ma stiamo avviando interventi dove si possono comprare casa e laboratorio, altri che prevedono affitti prolungati, minicohousing da 5/6 famiglie in città. Spero anche nei retrofit-cohousing, che nascono dagli abitanti di un condominio che un giorno decidono di usare insieme i locali al pianterreno abbandonati, i negozi su strada sfitti, le terrazze comuni, gli androni e il garage in car-sharing. Non è così difficile. All'estero si fa anche questo con molte, piacevoli sorprese». Nei sogni di Mortara e del suo team (forse anche di molti che ci leggono) ci sono poi borghi abbandonati ristrutturati con garbo e in una logica di condivisione. «E magari un accordo col Fai per riabitare luoghi e siti che si aprono a malapena una volta l'anno e, perché no, una legge quadro che incentivi il cohousing nei piani di recupero di interi quartieri come Bagnoli a Napoli o i Mercati Generali a Roma», Il cohousing genera potenti "cellule staminali" di rigenerazione e integrazione sociale.
Non ti sfugga infine la somiglianza delle ombre con le idee; infatti sia le ombre sia anche le idee non sono contrarie dei contrari. In questo genere, attraverso una sola specie, si conosce il bello e il turpe, il conveniente e lo sconveniente, il perfetto e l’imperfetto, il bene e il male. Infatti il male, l’imperfetto e il turpe non hanno idee proprie con cui siano conosciuti; poiché tuttavia si dice che sono conosciuti e non ignoti, e quanto è conosciuto intelligibilmente lo è attraverso le idee, allora il male, l’imperfetto e il turpe vengono conosciuti in una specie altrui, non nella propria, che non esiste affatto. Infatti quel che è a essi proprio, è un non-ente nell’ente o (per dirla più chiaramente) un difetto nell’effetto. [1]
Il numero zerodue di Urbané affronta il tema della pianificazione costiera savonese con una monografia che, da diverse angolazioni, intende offrire spunti di riflessione forse inediti e sicuramente poco approfonditi nell’ambito savonese. Con un.ulteriore testimonianza, dunque, la proposta editoriale cresce, rafforzandosi con i preziosi contributi esterni ospitati nelle pagine di questa seconda simulazione della rivista, tanto che forse non sembra così lontano il momento del primo numero ufficiale dell’ambizioso progetto. Ma veniamo al dunque.
Da oltre un decennio, molti sostengono che Savona necessiti di un nuovo porto turistico e che questa infrastruttura debba essere realizzata al confine con il Comune di Albissola Marina, nella zona denominata Punta Margonara. La costa, nel tratto interessato dalla nuova infrastruttura per la nautica, è una falesia posta immediatamente a ridosso dell’imboccatura portuale del bacino di Savona, nella quale coesistono alcune emergenze morfologiche (Punta Margonara, lo scoglio della Madonnetta.e gli scogli della Margonara), Rio Termine, la Strada Aurelia e spontanei agglomerati di baracche costruiti nel tempo per la fruizione balneare del litorale.
L’Autorità Portuale di Savona, a partire dagli anni .90, si è fatta promotrice dell’introduzione negli strumenti di pianificazione sovraordinati delle necessarie previsioni per il polo nautico che, di fatto, è contemplato dal Piano territoriale di coordinamento degli insediamenti produttivi dell’area centrale ligure (PTCP-ACL - 1997) e dal Piano territoriale di coordinamento della costa (PTCC - 2000). Nel giugno 1998, l’Autorità Portuale intraprese la ricerca di soggetti interessati alla realizzazione e alla gestione del porto turistico, giungendo, nel gennaio 1999, all’affidamento della progettazione preliminare del futuro approdo alla società Porticciolo di Savona e di Albissola Marina Srl’ Il primo progetto preliminare, redatto dagli architetti Avagliano e Gambardella, fu presentato del dicembre 1999, e successivamente vennero avviate le procedure approvative nelleopportune sedi istituzionali, che si concretizzarono in un complessivo parere favorevole espresso dalla conferenza di servizi deliberante del maggio 2003, condizionato alle future prescrizioni del Ministero dell’ambiente in merito alla Valutazione d.impatto ambientale relativa al Piano regolatore portuale (PRP). Nell’ottobre 2005 un.ulteriore conferenza di servizi stabilì che il progetto preliminare depositato dovesse essere adeguato alle prescrizioni contenute nella delibera regionale di approvazione del PRP del Porto Savona-Vado. Così, nel marzo 2006, la Porticciolo di Savona e di Albissola Marina Srl presentò all’Autorità Portuale di Savona una nuova versione del progetto preliminare, in forma di studio di fattibilità, redatto dall’architetto Fuksas, che fu oggetto di presentazione pubblica presso la sede dell’Unione Industriali di Savona nel giugno dello stesso anno, senza peraltro formalizzarne il deposito presso le amministrazioni comunali interessate. Il Comune di Savona, a breve, intende avviare una discussione in Consiglio comunale al fine di esprimersi sulla nuova proposta progettuale.
Secondo i sostenitori dell’iniziativa, il nuovo porto turistico savonese contribuirà a riqualificare il tratto costiero interessato e darà un impulso significativo all’economia turistica locale del comprensorio; per contro, le voci avverse sostengono che l’operazione si tradurrà nell’ennesimo danno ambientale al patrimonio naturale costiero, giustificato esclusivamente dalla volontà politica di accontentare immotivati interessi finanziari e immobiliari.
A prescindere dalle posizioni ideologiche, vi sono comunque interessanti novità a Savona, e per coglierne la portata bisogna innanzitutto convincersi che i paradigmi della pianificazione urbanistica stanno cambiando in fretta e occorre pertanto adeguare i modelli interpretativi alle attuali situazioni. È una nuova fase dell’urbanistica quella che stanno vivendo anche le piccole realtà di provincia: la pianificazione territoriale classica, infatti, si sta rapidamente trasformando in una sorta di urbanistica dello spettacolo [2], come parimenti succede in altre città italiane e straniere.
Ai consolidati schemi delle iniziative immobiliari classiche, vengono oggi affiancati nuovi modelli per lo sviluppo delle città e la trasformazione del territorio che interessano in modo sempre più diffuso le aree demaniali, favorendo così la valorizzazione immobiliare del patrimonio territoriale dello Stato e mettendo in campo un articolato meccanismo di formazione del consenso, che pare più intimamente collegato alle tecniche pubblicitarie che alla pratica urbanistica tradizionale.
Fautori di queste iniziative non sono le amministrazioni comunali ma enti-promotori come l’Autorità Portuale e la stessa Agenzia del Demanio. Di concerto con le locali associazioni di categoria, con le imprese legate alla cooperazione e con singole forze imprenditoriali, intervengono direttamente nella gestione territoriale, alla stregua di promotori immobiliari, in virtù di un tacito principio di sussidiaria delega pianificatoria concessa loro dai comuni, che ormai sempre più spesso non sono neppure in grado di approvare il Piano urbanistico comunale (PUC).
Venendo quindi a mancare l’indirizzo di un organo elettivo, che deve pur rispondere ai cittadini che rappresenta, le nuove operazioni di trasformazione territoriale gestite da questi enti-promotori si fanno sempre più disinvolte, raggiungendo frontiereinesplorate nel campo della valorizzazione immobiliare, come, ad esempio, la costruzione di palazzine su aree demaniali vergini, che da sempre è stato considerato un tabù difficile da rimuovere. E quanto più la proposta è spregiudicata, tanto più la sua giustificazione è categorica. Quando infatti non è possibile legittimare una significativa operazione di trasformazione territoriale con il preminente interesse pubblico attraverso dei dati socio-economici oggettivi che dimostrino inequivocabilmente un tangibile vantaggio per la collettività, gli enti-promotori della trasformazione fanno ormai ricorso alle tecniche proprie dello spettacolo, creando delle suggestioni, delle immagini forti che si traducono in affermazioni perentorie, dei falsi indiscutibili [3], sui quali viene fondato e costruito il necessario consenso degli amministratori pubblici e di una larga parte dei cittadini, che cedono alle lusinghe di un immaginario spettacolare proposto come una concreta opportunità di sviluppo.
Anche considerando il panorama nazionale, il caso savonese è significativo. La scorsa estate, infatti, ha preso forma una singolare teoria urbanistica che afferma l’esigenza di dotare il capoluogo di provincia, oltre che della nuova infrastruttura per la nautica, anche di un landmark nel paesaggio costiero. Tale congettura si fonda sul bisogno, fortemente sentito da alcuni, di rendere identificabile con certezza la città di Savona, ridisegnandone il paesaggio costiero: marcandolo, appunto, in modo inconfondibile con una torre di circa centoventi metri di altezza, piazzata sul molo frangiflutti del futuro porto turistico. La torre-faro, secondo le intenzioni del progettista, dovrebbe ricostituire il giusto rapporto di proporzioni stereometriche tra la linea di costa e le grandi navi da crociera che faranno ingresso nel porto di Savona, segnalando inoltre la presenza della città con luminarie visibili fino a Genova.
La nuova strategia urbanistico-spettacolare è bene sintetizzata in un articolo, a firma di Paola Pierotti, pubblicato dal portale di Internet Demanio Real Estate, [4] dell’Agenzia del Demanio: «Costruire sull’acqua. Abitazioni galleggianti, alte torri che come fari caratterizzano nuovi skyline urbani, isole artificiali con architetture che ospitano mix integrati di funzioni o ancora intere città nate dal nulla. Sono architetture-icona firmate da grandi star dell’architettura internazionale, realizzate in città che hanno riscoperto nel rapporto tra città e mare il volano per lo sviluppo economico e l’occasione per essere forze attive nel quadro della competitività internazionale. Nel nostro Paese il binomio archistar e localizzazione sul mare è strategia di marketing urbano: le costruzioni sull’acqua normalmente non sono infatti interventi risolutivi di una problematica urbana diffusa, una tendenza alla conquista di spazi marittimi per risolvere problemi di densità urbana, ma landmark che danno qualità aggiunta alla trasformazione della città. (.) ». Urbanistica e architettura spettacolari, appunto.
Negli Emirati Arabi Uniti, sulla costa del Golfo Persico a Sud di Dubai sono in corso di realizzazione le Palm Islands, isole artificiali disposte in modo tale da formareil disegno un albero di palma. Le isole artificiali conterranno un complesso residenziale composto da 500 appartamenti, 2.000 ville, 25 hotel e 200 negozi di lusso, diversi cinema e un parco marino contenente alcune vasche per balene e delfini. Ogni isola, avrà poi un proprio porto turistico con ormeggi per 150 yacht e 50 super yacht. La Palma di Jumeirah è vicina all’inaugurazione, la Palma di Jebel Ali è in fase di completamento e a questa si aggiungerà una terza palma, a Deira, ancora in fase di progetto. Poco più a nord della Palma di Jumeirah è prossimo alla realizzazione The World, un arcipelago artificiale composto da 300 isole che formeranno il disegno del planisfero terrestre, mediante lo spostamento di 500 milioni di metri cubi di sabbia del deserto.
Sotto il dispotismo illuminato dello sceicco Mohammed bin Rashid al-Maktoum, negli ultimi anni, l’Emirato di Dubai si sta trasformando nella nuova icona globale dell’urbanistica immaginata[5], grazie ad altri megaprogetti quali: Burj al-Arab (l’albergo più alto e più lussuoso al mondo costruito anch.esso su un.isola artificiale), Hydropolis (un albergo di lusso sottomarino di 220 camere con vista sui fondali del Golfo Persico), Dubai Waterfront (ulteriori 81 chilometri quadrati di isole artificiali variamente composte), Burj Dubai (circa 800 metri di altezza, l’edificio più alto della Terra), Madinat Al Arab (il progetto per il migliore skyline costiero al mondo da realizzare costruendo nuovi edifici di pregio), Dubai Sports City (un complesso sportivo di 7,5 chilometri quadrati), Golden Dome (uno dei più voluminosi edifici al mondo, 455 metri di altezza, 500.000 metri quadrati di uffici e spazi commerciali, oltre a 3.000 appartamenti residenziali), Dubailand Ski Dome (una cupola di vetro nel deserto, contenente 6.000 tonnellate di neve per praticare sport invernali).
Questo originale modello di sviluppo è frutto di una precisa strategia di marketing territoriale che si prefigge di creare un nuovo tipo metropoli moderna: una specie di ibrido tra una capitale della finanza e Las Vegas, in previsione di un futuro ormai prossimo nel quale si esauriranno le scorte petrolifere mondiali e occorrerà riconvertire l’economia dei paesi arabi verso i nuovi mercati della finanza internazionale e del turismo di lusso.
Non stiamo dunque sperimentando nulla di nuovo a Savona, da altre parti osano ben di più. Occorre tuttavia rimarcare che dietro ai visionari progetti dello sceicco di Dubai geograficamente vi è il deserto e finanziariamente una delle più floride economie del capitalismo mondiale.
Come spiegare quanto sta oggi accadendo a Savona?
La città si era ormai abituata con rassegnazione allo storico landmark della Fortezza del Priamar, il manufatto che i genovesi iniziarono a erigere a partire dal 1542, attraverso la sistematica demolizione di una serie di importanti edifici sacri e civili, cancellando per sempre il vecchio quartiere di Santa Maria. Sembrava quasi un paradosso il fatto che l’emblema della sconfitta e della distruzione della città antica potesse diventare, anche se a distanza di qualche secolo, il simbolo della città stessa, e che nel completo riuso del complesso monumentale fossero riposte le speranze per un futuro rilancio culturale, turistico ed economico. Forse occorrevano altri stimoli, e di conseguenza gli ultimi anni sono stati fortemante innovativi sul versante della produzione edilizia, funzionale, secondo alcuni, a precisi scenari di sviluppo economico.
Così, dopo l’avvio degli interventi di trasformazione del waterfront cittadino, progettati dall’architetto Bofill, che rappresentano un significativo e controverso precedente urbanistico, la ventata di novità portata dal .Tornado. dell’architetto Fuksas ha definitivamente risvegliato la città dal torpore. Una suggestione troppo forte quella di una comoda teoria di marketing territoriale di provincia, per di più rafforzata da un brand architettonico all’ultimo grido. Da subito il programma ha trovato molti autorevoli sostenitori: «Savona come Dubai!» . avranno pensato.
Il recente convegno sul tema della salvaguardia della fascia costiera, organizzato da Italia Nostra, pur offrendo spunti ben più meritevoli di approfondimento, ha dato involontariamente la stura a una serie di discussioni e confronti serrati tra le opposte scuole di pensiero, quasi esclusivamente in merito all’interpretazione iconografica del landmark proposto dall’architetto romano. L’atteggiamento troppo superficiale degli organi di stampa ha poi contribuito a sviare l’opinione pubblica dalla vera sostanza del problema. Non si tratta di una questione estetica, è un problema etico.
Sarebbe quindi conveniente riportare le questioni urbanistiche all’interno di una discussione non viziata da ingiustificate derive, alimentate dalle suggestioni pubblicitarie e dalle strumentali semplificazioni in cui sovente cadono certi amministratori e una larga parte dell’opinione pubblica. Occorre tenere ben presente il fatto che alle nostre spalle non vi è il deserto, né tantomeno un florido tessuto economico pronto ad assorbire qualunque bizzarria imprenditoriale e progettuale. Davanti a noi si prospetta un futuro incerto che non va ipotecato aderendo pedestremente a scenari di sviluppo e a progetti carenti nella motivazione.
Tecnicamente si potrebbe argomentare che i 128 nuovi posti di lavoro dichiarati dai proponenti, a fronte del finanziamento a fondo perduto di una quota corrispondente a circa il 20% dell’investimento necessario per la realizzazione del porto turistico [6], appaiono poca cosa, tenendo conto che per l’ulteriore congestione veicolare sulla Via Aurelia, procurata dal traffico indotto dal nuovo approdo turistico, non viene fornita alcuna soluzione. Sorvolando sulle questioni architettoniche, che meriterebbero ben altri approfondimenti, appare singolare che il primo progetto preliminare del porto turistico e il recente studio di fattibilità non contengano un.Analisi costi-benefici, che permetterebbe di accertare l’effettiva sussistenza del preminente interesse pubblico dell’operazione. Appare quindi fin troppo facile liquidare la proposta come sospetta e poco circostanziata, ma tale atteggiamento presterebbe il fianco a quanti agitano lo spettro dell’immobilismo. Occorre invece essere propositivi.
Non si tratta pertanto di avversare a priori il progetto di un porto turistico a Savona, semmai si tratta di dimostrarne l’effettiva esigenza alla luce di approfonditi studi di settore e di valutazioni obiettive e di stabilirne la migliore ubicazione, in funzione delle scelte strategiche della città e del comprensorio, evitando di consumare inutilmente delle risorse territoriali non ancora compromesse.
Per meglio inquadrare il programma urbanistico appena enunciato, vorrei recuperare l’importante concetto espresso nel mese di ottobre dello scorso anno dal Sindaco di Savona, Federico Berruti, a proposito dell’esigenza di indire una Conferenza strategica sul futuro della città entro la metà del 2007: «La conferenza dovrà concentrarsi sul tema: quale idea di città tra venti anni? Porto, turismo e commercio, università, ricerca e innovazione sono i temi sui quali darci obiettivi condivisi. La strategia urbanistica deve essere figlia di questa idea di città» [7].
Se il binomio porto turistico alla Margonara e Torre-faro può rappresentare una risposta ai problemi dello sviluppo dell’economia locale, un Piano strategico per la città potrà sicuramente analizzare tutti gli aspetti non ancora indagati e proporre, nell’evenienza, delle alternative concrete all’intervento o semplicemente delle modifiche, tutte supportate da un più corretto approccio tecnico e amministrativo. Visto il perdurare della situazione di stallo del nuovo PUC, la prospettiva di dotare Savona di un Piano strategico pregno di contenuti programmatici, di consapevolezza, di slancio ideale, di rigore e di vera partecipazione democratica potrebbe forse rappresentare la vera novità nel panorama amministrativo locale e forse potrebbe costituire un primo segnale concreto del rinnovamento da molti auspicato. In quest.ottica la pianificazione territoriale tornerebbe a essere promossa pienamente dall’amministrazione comunale, organo elettivo espressione della comunità, e verrebbero finalmente a cessare gli anomali interventi sussidiari di soggetti che non rappresentano, di fatto, gli interessi diffusi della collettività.
I piani strategici, ormai da qualche anno, sono stati adottati da diverse amministrazioni comunali italiane quale strumento fondamentale per la costruzione e la condivisione futura del loro territorio. Vorrei riportare alcuni brani tratti dalla premessa del Piano strategico del Comune di Pergine Valsugana [8], che illustrano, in questa prospettiva, le ragioni e i significati della pianificazione strategica.
«Un piano strategico è qualcosa di più di un piano di sviluppo. Qualcosa di diverso. È un progetto di futuro. È un disegno collettivo che si propone di orientare le traiettorie del cambiamento e le trasformazioni concrete di una città o di un territorio verso un orizzonte di lungo periodo, verso uno scenario possibile e desiderato. Il piano strategico non è, da questo punto di vista, il piano del Comune:è il piano della città, nato dalla concertazione, dal confronto, dal contributo di numerosi soggetti attivi, dalla condivisione che si è saputo maturare. È, in breve, il punto di convergenza più avanzato possibile di una prospettiva di crescita.
È una costruzione sociale.
Questo è un primo significato del piano strategico. Forse il più importante. Perché il piano non è solo un .contenitore di progetti., ma è innanzitutto il luogo nel quale si costruisce e si .distilla . la fiducia reciproca fra la dimensione politica e istituzionale e la dimensione civile. La fiducia è il valore fondamentale dal quale può nascere il confronto pubblico su visioni e su interessi differenti ed anche, qualche volta, conflittuali; è il presupposto sul quale è possibile costruire o innestare la disponibilità a collaborare. La fiducia è, potremmo dire, un .uso civico.: è quella proprietà collettiva immateriale che rappresenta una parte essenziale di ciò che viene normalmente definito .capitale sociale., un valore fatto di saperi distribuiti, di conoscenze implicite, di intelligenza diffusa. (...)
Il piano strategico nasce anche come sfida al ruolo dell’Amministrazione municipale. Perché interpella il Comune come promotore e come garante del processo di pianificazione. Ed anche perché . di fronte ad una perentoria e non eludibile domanda di governo delle trasformazioni urbane (cioè di fronte ad una domanda di strategia e di concretezza) . la Municipalità non può limitarsi a dare risposte esclusivamente formali e ipotetiche: risposte che non sanno o non possono incidere sulle dinamiche reali. Con il piano strategico, il Comune non si limita alla .manutenzione ordinaria. del presente e al solo esercizio delle proprie competenze amministrative, ma si propone e si accredita a pieno titolo come agenzia di sviluppo locale, come governo locale. (...) »
Richiamando le arti proposte da Giordano Bruno nel suo De umbris idearum, mi permetto infine di suggerire le seguenti azioni:
RICERCARE con onestà intellettuale degli obiettivi di sviluppo per la città;
TROVARE i mezzi adeguati per il confronto dei diversi scenari di riferimento;
GIUDICARE in modo avveduto le idee progettuali avendo cura di separare quelle giuste da quelle sbagliate in funzione dell’interesse collettivo;
ORDINARE in forma di disegno unitario e partecipato le trasformazioni territoriali da mettere in atto;
APPLICARE con metodo scientifico le risultanze del processo appena esposto, affinando la pianificazione in corso e correggendo gli errori di valutazione commessi nel passato. Sono queste le iniziative che possono portare a una strategia per lo sviluppo della città e del territorio fondata su obiettivi giusti e condivisi, e quindi alla radicale inversione di tendenza nell’urbanistica savonese.
L’alternativa è lo spettacolo, nel senso più volgare del termine.
Nota: su questo sito a proposito delle vicende recenti di Savona vedi anche gli articoli sulla torre di Fuksas, di Sara Menafra dal manifesto, di Adriano Sansa, Luciano Angelini e Donatella Alfonso dall'edizione ligure de la Repubblica;
[1] Ventunesima intenzione tratta da Giordano Bruno, DE UMBRIS IDEARUM - Le ombre delle idee. Coinvolgenti l’arte di Ricercare, Trovare, Giudicare, Ordinare e Applicare: esposte per una scrittura interiore, e non volgari operazioni con la memoria. - (1582), Egidio Gorbino, Parigi (fonte http://www.filosofico.net).
[2] Intenzionale riferimento a La società dello spettacolo (1967), di Guy Ernest Debord.
[3] Definizione di Guy Ernest Debord ne Commentari sulla società dello spettacolo (1988). A proposito del falso indiscutibile, l’intellettuale francese scrive: «Il solo fatto di essere ormai indiscutibile ha fornito al falso una qualità del tutto nuova. Allo stesso tempo, il vero ha smesso di esistere quasi dappertutto, o nel migliore dei casi si è visto ridotto allo stato di ipotesi indimostrabile. Il falso indiscutibile ha ultimato la scomparsa dell’opinione pubblica, che in un primo tempo è stata incapace di farsi sentire; e in seguito, molto rapidamente, anche solo di formarsi. Naturalmente ciò provoca conseguenze importanti nella politica, nelle scienze applicate, nella giustizia, nella conoscenza dell’arte». Traduzione di Fabio Vasarri per SugarCo Edizioni Srl - Milano.
[4] Fonte http://www.demaniore.com
[5] Definizione tratta dall’articolo di Mike Davis Un paradiso sinistro, pubblicato su Tom Dispatch, nella traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini (fonte http://eddyburg.it).
[6] Dati desunti dalla Relazione istruttoria redatta da Europrogetti & Finanza Spa, per la richiesta di ammissibilità ai contributi previsti dal Patto territoriale della Provincia di Savona, depositata dai proponenti presso I.P.S. (Insediamenti Produttivi Savonesi).
[7] Intervista di Antonella Granero, pubblicata su Il Secolo XIX.
[8] Pergine Valsugana (TN), 18.833 abitanti. Brani tratti dal Piano strategico Pergine 2015, redatto nel gennaio-marzo 2004 e approvato nel marzo 2005 (fonte: http://www.comune.pergine.tn.it)
Il rischio di un commissariamento del parco di Portofino, un sindaco che cade ad Arenzano su progetti immobiliari (che voleva ridurre), ambientalisti all'attacco contro la cementificazione, un soprintendente ai beni paesaggistici, Giorgio Rossini, che parla di costa «prossima al collasso». Cosa succede in Liguria?
Sei tentativi di eleggere il presidente del parco di Portofino (18 chilometri quadrati di territorio, 13 di costa) sono andati a vuoto e nella «finestra» che si apre da qui alla nomina di un commissario da parte della Regione si prevedono i giochi più duri. Il presidente uscente, Renato Dirodi, raccoglie l'appoggio dell'assessore all'Ambiente Franco Zunino (Rifondazione) e degli ambientalisti ma la sua riconferma è rimasta al palo. A complicare il quadro c'è il progetto di costruzione di un albergo di 18-20 stanze nel borgo ma soprattutto quello di 65 box interrati, 40 da porre in vendita a non meno di 250 mila euro l'uno. Dirodi si oppone ai parcheggi ed è entrato in collisione con il sindaco di Portofino, uno dei «grandi elettori».
VERSO IL COMMISSARIAMENTO
Dirodi è anche l'uomo che vuol far togliere ai proprietari delle ville i cancelli abusivi con cui hanno sbarrato gli accessi ai sentieri (pubblici) nel monte. Mettendo a confronto la «fotografia» del parco nel 1994 e quella attuale sono stati scoperti 4 abusi edilizi a Santa Margherita, 2 a Camogli, e 92 abusi a Portofino. Ordinare le demolizioni spetterebbe al Comune ma Dirodi ha chiesto più poteri e anche questo non è piaciuto. È vero che tutto quello che tocca il parco è faticosissimo. Per abbattere i cinghiali, che distruggono i muretti a secco, il parco ha dovuto spendere 26 mila euro in cause legali per non parlare delle capre, che hanno contrapposto il presidente uscente agli animalisti. Ne sostenevano l'appartenenza a un ceppo genetico perduto, le capre di Montecristo.
Ma questa volta lo scontro ha ben altri contenuti che le caprette. La Regione non è neanche riuscita a nominare il suo rappresentante nel consiglio del parco (che vota il presidente). ll nome gradito ai Verdi e indicato dalla giunta si è inabissato nella commissione nomine: «Ho sollecitato la commissione perché esaminasse la pratica prima del rischio commissariamento. Non l'hanno fatto» dice polemico l'assessore Zunino.
I progetti edilizi portofinesi non sono gli unici a suscitare tensioni. Il sindaco di Arenzano, Luigi Gambino (Ds), ha visto cadere la sua amministrazione pochi giorni fa e grida all'agguato: «Ha vinto il partito del mattone». In ballo ci sono 9.000 metri cubi di edilizia residenziale in Pineta, tre volte tanto quelli regolarmente concessi e che il sindaco voleva ridurre.
POSTI BARCA
È stato invece approvato venerdì in via definitiva in Regione uno dei progetti più impegnativi sulla costa. Il fronte mare di Imperia viene ridisegnato con più di mille posti barca, 6.650 metri quadri di alloggi e oltre 18 mila di negozi e uffici, quasi 2.000 posti auto. La Regione ha bocciato il campo pratica da golf. Interventi riduttivi anche sul porticciolo di Ventimiglia che andava a minacciare due grotte marine.
Quando tutti i progetti saranno conclusi i posti barca saranno più di 9 mila, oltre 38 mila i metri cubi di edilizia residenziale, 11 mila i posti auto. Tutto necessario? L'assessore diessino all'Urbanistica, Carlo Ruggeri, parla di «una fase che si sta concludendo», quella delle costruzioni. «Alcuni interventi invasivi sono stati stoppati — dice — come il porticciolo di Noli e Spotorno. È necessario ora rivedere il piano paesaggistico». Non si può neppure dare ogni colpa a Sandro Biasotti governatore di centrodestra per un solo mandato. Biasotti, poi, l'albergo di Portofino non lo voleva proprio. Litigò per questo anche con Silvio Berlusconi. L'ex premier, che ama molto il borgo, nei giorni scorsi è tornato a cercare casa. Avrebbe già visitato villa Bassani e villa Metzger. Dispone dello splendido castello di Paraggi, ma lì è «solo» in affitto.
Di qua, subito dopo Savona, una torre come quella di Dubai, giusto un po’ più bassa. Di là un insediamento residenziale che raddoppia la piccola cittadina di Finale ligure. In mezzo, ma anche oltre, progetti grandi e piccoli per costruire moli, case e negozi che in pochi anni raddoppieranno il cemento che occupa la costa. Siamo in Liguria, terra di vacanze brevi per milanesi ricchi, di fughe sospiranti nei paradisi delle Cinque terre, di grandi insediamenti industriali che si sciolgono come gelati sotto il solleone agostano. Sei anni fa la giunta regionale ha approvato un Piano territoriale della costa che prevedeva di raddoppiare i posti barca presenti sul litorale. E mese dopo mese il piano è lievitato, ha gemmato cantieri, ha sostituito industrie con ridenti villette una uguale all’altra. Di tanto in tanto qualche associazione ambientalista protesta, la sinistra radicale si arrabbia, ma poi, visto che i progetti li fa la giunta Burlando (Ds), visto che di illegale non c’è nulla perché a cambiare le leggi sono le amministrazioni locali, progetti e colate di cemento continuano ad aumentare.
Il caso più clamoroso riguarda il progetto per un nuovo porticciolo alla Margonara, tra Savona e Albissola. Un autore d’eccezione, l’architetto Massimo Fuksas, ha ideato per la piccola spiaggia dello scoglio della Madunnetta un «faro completamente illuminato» alto 120 metri e pensato sul modello della megatorre in costruzione a Dubai. Una piattaforma sul mare circondata da settecento posti barca e dominata da una torre di quaranta appartamenti d’elite da 12mila euro al metro quadro.
Intervistato al momento della presentazione, Fuksas si difendeva parlando di «un progetto d’elite accessibile anche alla media borghesia. Nella mia idea il tutto non costa più di 1.250 euro al metro quadro, il resto è il guadagno dei costruttori». Il costruttore del caso si chiama Giovanni Gambardella, negli anni ’80 manager dell’Ilva e oggi presidente della industria produttrice di materiale fotografico Ferrania.
La torre di Fuksas sarebbe il terzo grattacielo in poche centinaia di metri di costa. Nella zona che un tempo era occupata dagli stabilimenti dell’Italsider sta crescendo una torre, e nei prossimi mesi spunterà una muraglia di abitazioni con vista sul mare. Tutto partorito dalla mente di Ricardo Bofill, altro architetto di fama. Torri della discordia, almeno a sinistra.
Alla vigilia delle ultime elezioni comunali, la capogruppo di Rifondazione comunista ha abbandonato il partito per creare «A sinistra per Savona» quando il segretario, Franco Zunino, è diventato assessore regionale all’ambiente della giunta regionale Burlando e il partito ha deciso di appoggiare l’attuale sindaco Federico Berruti. Il gruppo, costruito insieme a Franco Astengo, politologo e testa pensante della sinistra critica savonese, ha raccolto il 5,5% dei consensi. Isolati ma combattivi hanno soprannominato la nuova esplosione edilizia di Savona «il ritorno a Teardo», «dal nome del presidente della regione arrestato per tangenti negli anni ’80 che voleva trasformare tutte le industrie in zone di edilizia residenziale». «Questo non è solo un problema di impatto ambientale - spiega Patrizia Turchi - Siamo di fronte ad una alleanza tra la sinistra e i poteri forti della città, in particolare l’Unione industriali, che piano piano stanno azzerando ogni possibilità di sviluppo della città. E creano scempi come le torri di Fuksas e Bofill».
Non che il problema dell’impatto ambientale sia minore. Lunedì scorso Santo Grammatico ha guidato la sua Goletta verde di Legambiente fino alla spiaggia di Margonara: «E’ il principale lido della città, quello dove giocano i bambini di Savona. Il rapporto sulle coste europee dell’Agenzia europea dell’ambiente, presentato a Copenaghen, parla già dell’Italia come delmuro sul Mediterraneo. Qui sta crescendo il muro ligure».
Allontanandosi da Savona il quadro è tutt’altro che incoraggiante. Il Piano territoriale della costa prevede che la piccola regione raddoppi il numero di posti barca piazzati lungo la costa. Oggi sono 14.300 (calcolati per imbarcazioni di dodici metri ciascuna) ma presto i 300 kilometri di costa potrebbero essere coperti da 30.000 barche. Imbarcazioni, da parcheggiare a peso d’oro, che portano anche alberghi, negozi e strade: nel piano regionale ci sono 51.601 metri cubi di uffici e negozi, 19.122 per alberghi, 33.918 per artigianato e 11.007 posti auto. Progetti mastodontici eppure già superati. Perché l’indicazione del presidente Burlando di «rafforzare la vocazione turistica » trova adepti in ogni comune.
Finale ligure è tra le ultime cittadine ad aver aderito. Città un po' industriale un po' turistica, piccola come può essere un centro abitato che oggi conta 12.000 abitanti. Secondo il Piano urbanistico comunale appena approvato, accanto alla cittadina sorgerà una nuova città. Sulle macerie di due impianti industriali che lasciano gli ormeggi sorgeranno 400 milioni di metri cubi di abitazioni «turistiche» pronte ad ospitare almeno 4.000 persone. Pochi mesi fa la Piaggio-Aero e l'impianto Cave Ghigliazza hanno comunicato all'amministrazione locale che abbandoneranno Finale. «Piaggio ci ha proposto una specie di ricatto - dice la consigliera comunale del Prc Gloria Bardi - Non vanno in Campania, sebbene lì la regione sia disposta a fare ponti d'oro pur di averli, maper rimanere da queste parti e cioè a Villanova hanno chiesto al comune di convertire la zona industriale e renderla edificabile. E il comune, che allora era di centrosinistra, ha detto sì». La politica cambia,ma gli ecomostri piacciono a tutti.
La Liguria piace ai furbetti
Che la costa ligure potesse essere l’ideale per speculazioni edilizie senza troppi scrupoli lo pensava anche Gianpiero Fiorani. L’ordinanza di arresto che lo portò in carcere parlava di almeno tre progetti su cui aveva puntato l’imprenditore per dirottare e reinvestire i soldi della banca Popolare di Lodi. Il sistema era sempre quello delle scatole cinesi di società fantasma coperte da prestanome, in cui Fiorani non compariva ma lasciava che al suo posto figurassero una serie di prestanome. Tutto passava per il commercialista di fiducia Aldino Quartieri.
A Fiorani interessava soprattutto la ricostruzione della ex area Italcementi di Imperia.Nell’autunno 2003 organizzò un sopralluogo di eccezione: gita in elicottero con l’allora ministro delle attività produttive Claudio Scajola e con il costruttore Ignazio Bellavista Caltagirone, anche lui poi indagato nell’inchiesta Antonveneta e di certo oggi impegnatonella realizzazione del porto turistico di Imperia.
A raccontare la storia di quel tentativo fatto da Fiorani è stato alcuni mesi fa il «mediatore nel ramo immobiliare» Piergiovanni Mazzuco. In seguito alla denuncia per minacce nei confronti degli architetti genovesi Daniele Bianco e Girolamo Valle, Mazzucco rivelò ai magistrati genovesi che Quartieri e Fiorani gli avevano chiesto di mediare con gli architetti in questione aggiungendo che l’impresa sarebbe stata finanziata anche da alcuni imprenditori russi. Ma l’affare sfumò Quando gli imprenditori russi proposero di cambiare il progetto inserendo un centro commerciale.
E’ andato a buon fine il progetto realizzato A Celle ligure sempre grazie al commercialista di fiducia di Fiorani. Una palazzina con quattrocento posti auto a poche decine di metri dal mare. Ed è invece sfumato il progetto che Fiorani, tramite il prestanome Marino Ferrari (lo stesso a cui il «furbetto» aveva intestato la villa in Francia), voleva realizzare ad Alassio. L’idea, presentata dalla società di copertura Frontemare, era di far modificare la destinazione d’uso dell’area di Ceriale in modo da dedicare l’area a zona edificabile. Mai legami tra Fiorani e la Liguria erano parecchi. Micromega a febbraio scorso ha fatto l’elenco notando come Fiorani avesse buoni rapporti con il senatore di Forza Italia Luigi Grillo (indagato per Antonveneta) e con la banca Carige nel cui cda siedono Alessandro Scajola, fratello di Claudio, e il figlio di Vito Bonsignore (europarlamentare Udc anche lui indagato). Fiorani a verbale ha parlato anche dei rapporti con Marcellino Gavio, industriale noto per aver ceduto alla provincia di Milano la sua quota nell’autostrada Serravalle. All’epoca l’ex sindaco di Milano Albertini lasciò intendere che con la plusvalenza di 176 milioni, Gavio finanziò il tentativo di scalata di Unipol su Bnl.
Sa.M.
Nota: maggiori particolari sul progetto di trasformazione urbana per Savona a questo link col sito del comune
Liguria. Cemento, l’altolà di Rifondazione "Adesso basta, abbiamo già dato"
intervista di Raffaele Niri
Assessore, eppure dicono che l’architetto Fuksas, in fondo, sia vicino a Rifondazione Comunista.
«Ma che c’entra, neppure se l’architetto della Margonara si chiamasse Fausto Bertinotti potremmo essere d’accordo».
Franco Zunino, assessore regionale dell’ambiente e anzi unico presidio di Rifondazione nella giunta Burlando, in qualche modo è l’uomo del giorno. Le inchieste di "Repubblica", la nuova sparata di "Micromega", le tensioni su una seconda rapalizzazione della Liguria spingono questo savonese tranquillo e gentile sotto i riflettori.
Assessore, la maggioranza scricchiola già?
«Dopo un anno? Ma non scherziamo: Rifondazione è entrata in questa maggioranza, in questa giunta ed ha chiesto l’ambiente proprio su un progetto preciso di Liguria. Una linea scelta da tutta l’Unione, Rifondazione d’accordo. Non vedo cosa sia cambiato».
Beh, è cambiato che, da Ventimiglia a La Spezia, si ammassano progetti su progetti.
«Appunto, progetti».
Cioè, non corriamo nessun pericolo?
«Non ho detto questo. Ci sono dei progetti, delle proposte e bisogna discutere attentamente su ognuna di queste, ma in un quadro preciso che abbiamo già delineato, a suo tempo, con Burlando e tutti assieme. Un modello di sviluppo alternativo a quello attuale che prevede una presenza di massa nei week-end, che manda in tilt le infrastrutture».
Tradotto, nessuna rapalizzazione.
«Tradotto vuol dire che i progetti per il golf che fanno da cavallo di Troia per le nuove case non passano e non passeranno. Tradotto vuol dire che su Margonara abbiamo già detto un no preciso, visto che a Varazze il porto è stato allargato da poco e possono nascere posti barca nel vecchio porto storico di Savona».
E il progetto della vedova Cozzi a Ventimiglia?
«Non se ne parla. Lì ci sono due grotte marine e poi è una zona franosa. Non scherziamo».
Assessore, non negherà che questi progetti ci sono.
«Ma certo che ci sono e molti li abbiamo ereditati dalla maggioranza di centrodestra. Ma, intendiamoci, non vorrei che si confondesse la richiesta con l’accoglimento, chi chiede con chi deve rispondere».
Come dire che i giornali hanno fatto troppo rumore.
«No, "Repubblica", Micromega, chiunque sollevi il problema fa benissimo. Per noi è un campanello d’allarme fondamentale. Ma, come dire, siamo lì proprio per vigilare. Capiamoci: il boccino ce l’abbiamo in mano noi».
Se anche Finale viene rapallizzata
lettera di Daniela Accinelli-Finale per l’Ulivo
Riceviamo e pubblichiamo:
«Ho letto oggi l’articolo sulla rapallizzazione in Liguria. Mancano gli interventi che stanno per partire a Finale Ligure, dove si profila la costruzione di ben 400.000 metri cubi di seconde case sul fronte mare.
I progetti sono due ed attengono uno a colmare il vuoto lasciato dalla dismissione delle Cave Ghigliazza, all’ingresso del paese al di là della Caprazoppa, l’altro dal trasferimento delle industrie aeronautiche Piaggio a Villanova di Albenga, sull’altro versante. In pratica gli interventi previsti sono, rispetto al territorio su cui insistono, ben più imponenti di quelli esaminati nell’articolo.
Le motivazioni portate all’ineluttabilità di tante seconde case, che, come da dati e studi nazionali, non servono al turismo, già provato dall’eccesso di questo tipo di cementificazione sono, per l’intervento sulle cave, la necessità di una rinaturalizzazione del sito, per quello sulle aree Piaggio la necessità per l’industria di ricavare dall’operazione i soldi per il trasferimento dell’azienda, scongiurando così il pericolo di uno spostamento in Campania e conseguente perdita di posti di lavoro.
Può il nostro territorio sopportare tutto questo quando ogni estate vediamo i nostri paesi immobilizzati dalle code di auto, dalla cronica mancanza di parcheggi, da un mare sempre sporco, da penuria di acqua, da un modello di turismo che non porta sviluppo e lavoro, ma aggiunge problemi ai problemi?
Tutti i nostri sforzi, come associazione «Finale per l’Ulivo» di coinvolgere in un confronto Regione e Provincia per trovare soluzioni che, tutelando i lavoratori, non svendano il nostro paese sono state vane. Siamo stati ascoltati, ma non abbiamo avuto risposte.
L’amministrazione comunale pare non essere in grado di gestire la situazione, che ora avverte in tutta la sua gravità, perché le scelte avvengono in altre sedi. Che altro aggiungere se non confermare le preoccupazioni presenti nell’articolo».
L’articolo de la Repubblica cui si riferiscono entrambi gli scritti, è la sintesi dell’articolo di Micromega, inserito qui.
Per capire che cosa diventerà davvero l’Unione, come governerà questo centro-sinistra pieno di buone intenzioni, ma anche di facce difficilmente digeribili, bisogna guardare a Roma. Certo. Ma forse bisogna anche dare un’occhiata alle città, alle regioni dove gli uomini di questa maggioranza sono già all’opera. La Liguria, per esempio. Ecco che allora una vicenda, apparentemente di rilievo solo locale, assume un significato nazionale.
È una storia di cemento – tanto, centinaia di migliaia di metri cubi – che rischia di lasciare una traccia devastante e indelebile nel panorama ligure, seconda, forse, soltanto alla rapallizzazione del dopoguerra[1].
Proprio come racconta Fabio Fazio: “Sì, oggi noi viviamo un secondo dopoguerra. Ogni volta che torno nella mia Savona non posso fare a meno di notare il progressivo innalzarsi delle costruzioni. E non capisco… continua a sorprendermi che in tutti, istituzioni, imprenditori, ma anche negli stessi cittadini, l’idea di modernità debba per forza passare attraverso il costruire, l’edificare”. Aggiunge: “Al di là dei singoli progetti, che bisognerebbe conoscere nei dettagli, c’è una cosa che mi colpisce sempre: com’è possibile che tutti noi quando partiamo per le vacanze andiamo a cercare l’angolo isolato, incontaminato, l’hotel de charme… ma poi… poi nei luoghi dove viviamo riusciamo a realizzare l’esatto contrario?”. E conclude: “Oggi è proprio come dopo la guerra. Come durante il boom. Ricordo che allora l’aspirazione della mia famiglia era quella di andare a vivere nelle palazzine nuove a ridosso del fiume. Comunque. La mentalità era quella di costruire a ogni costo, a prescindere dalle ragioni, sociali e urbanistiche, per le quali lo si faceva”.
L’ambiente. L’urbanistica. Ma ci si potrebbe addentrare anche in settori diversi, perché il nodo della questione è anche un altro: la rete – difficilmente districabile – di rapporti politici, finanziari, di potere, insomma, che lega insieme amministratori e onorevoli di destra e di sinistra, imprenditori onnipresenti e dalle molte bandiere. Che gode dell’appoggio di professionisti, giornalisti, professori ansiosi, come diceva Flaiano, di correre in soccorso del vincitore. Non c’è foglia che si muova in Liguria senza il consenso di questo “cartello”. E al centro di tutto c’è lui, Claudio Burlando, vicino a D’Alema, calato alla presidenza della Regione dopo due prove non proprio esaltanti come sindaco di Genova e ministro dei Trasporti.
E qui questa storia locale diventa di nuovo nazionale: in Liguria il centro-sinistra è ormai praticamente sicuro di vincere. Tanto da portare un ex dirigente dei Ds locali, in un gustoso episodio avvenuto nel Porto Antico di Genova, a puntare l’indice su un passante esclamando: “Vedi, quello, se voglio, te lo faccio diventare sindaco”. Sì, il centro-sinistra ligure sa di poter fare il buono e il cattivo tempo. Così, invece di approfittarne per proporre volti nuovi e rinnovare la classe dirigente, decide piuttosto di imporre i propri uomini. Alle regionali del 2005 è la volta di Burlando. I sondaggi indicano che altri candidati avrebbero chance di vittoria anche maggiori, ma il centro-sinistra – i Ds, soprattutto – va dritto per la sua strada. Non importa che una parte della società civile e quel che resta dei movimenti chiedano di far sentire la loro voce. Burlando viene candidato. Burlando vince, certo non stravince. E da quel giorno comincia quello che ormai molti definiscono il “burlandismo”. I tratti distintivi non sono facili da individuare, per lo meno a livello di impostazione ideale. Fare: l’essenziale è essere concreti, fattivi, anche se l’interesse che ispira l’azione non è sempre immediatamente individuabile. Le regole? Non c’è, senza dubbio, la tracotanza del berlusconismo, ma qualcuno ricorda proprio Burlando pronunciare una frase significativa in un’assemblea pubblica. Si discuteva l’approvazione di un criticato progetto urbanistico. E Burlando propose la sua soluzione: i vincoli del piano regolatore “vanno superati con atti foglia a foglia”. Disse proprio così l’allora vicesindaco pidiessino. Era il dicembre 1992.
L’edilizia. L’urbanistica. Il terreno d’incontro ideale è proprio questo.
“La Liguria è lo sbocco al mare per quindici milioni di persone”, teorizza Burlando. La crisi economica della regione è evidente, bisogna puntare sul turismo, sostiene il governatore. E indica nei porticcioli una soluzione. A qualcuno, però, i progetti – da molte centinaia di milioni di euro – sembrano piuttosto il cavallo di Troia per realizzare colate di cemento. Per far sbarcare gli immobiliaristi. Per portare denaro (ma nelle tasche di chi finirà?). Già, prima arrivano i posti barca, poi, immancabilmente, quelli auto e quindi gli appartamenti. Perfino i grattacieli.
Basta guardare i dati dei quindici progetti in via di approvazione o realizzazione: in tutto sono la bellezza di 9.807 posti barca. Che di per sé già significano occupare una bella fetta della costa. Ma non basta, dietro lo yacht si nasconde il mattone: 37.822 metri cubi di edilizia residenziale, 51.601 di uffici e negozi, 19.122 di alberghi, 33.918 per l’artigianato. Più, ovviamente, le auto: 11.007 posti che da queste parti valgono quanto l’oro. Forse di più. In concreto significa una manovra che modificherà per sempre il paesaggio ligure.
Le località interessate? Ventimiglia, Bordighera, Diano Marina, Alassio, Loano, Savona, Albissola, Varazze, Arenzano, Santa Margherita, Portovenere, tanto per citarne solo alcune. Luoghi dove lo spazio ancora libero di accesso al mare si misura in metri. Forse in centimetri. Di sicuro in euro.
Burlando la spiega così: “Era il 1996 quando iniziai ad occuparmi diporti come ministro dei Trasporti. Nel vedere i numeri della portualità turistica italiana rimasi un po’ imbarazzato, quando appresi che c’erano meno posti barca in 9 mila chilometri di costa italiana che in 200 chilometri di Costa Azzurra. Fu allora che avviammo alcune operazioni significative per il rilancio del settore”.
E dieci anni dopo, diventato presidente della sua regione, Burlando sta vedendo realizzati i propri sogni. Anche se, tra porticcioli, preesistenti, in fase di realizzazione, progettati o anche solo pensati, la Liguria sembra non preoccuparsi dell’ultimo bollettino Onu che ci avverte di come tra vent’anni metà delle coste del Mediterraneo saranno cementificate. E a dire il vero non sembrano preoccuparsene neppure i liguri, ad eccezione di qualche voce isolata. D’altra parte il segreto di questa frenesia costruttrice, che per qualcuno potrebbe addirittura prefigurare un ritorno al “teardismo”[2], pare proprio essere la pax burlandiana in cui amministrazioni di tutti i colori, imprenditori e professionisti, si incontrano nel nome del rilancio dell’economia turistica. Che poi si concretizza quasi esclusivamente sotto forma di porticcioli e imponenti interventi immobiliari.
Un business che non è solo locale. Partiamo da Imperia, la città in cui Burlando ha presenziato alla posa della prima pietra del nuovo porto da 1392 posti barca (più, si intende, 1887 posti auto e 40 mila metri cubi di edifici). Accanto a lui il ministro Claudio Scajola (il reuccio del Ponente ligure, l’altra grande potenza locale), le autorità cittadine di centro-destra e i rappresentanti della compagine societaria che è soprattutto nelle mani dell’Acquamare di Gaetano, Francesco e Ignazio Bellavista Caltagirone (quest’ultimo indagato nell’inchiesta Antonveneta). Tout se tient, come si dice.
Cosa realizzerà in 40 mesi la Porto Imperia spa? Quello che dovrebbe diventare uno dei più grandi scali turistici del Mediterraneo. Con una spesa di circa 90 milioni di euro si creeranno 1.392 posti barca, e poi più di cento appartamenti e ancora box auto, esercizi commerciali, officine di riparazione e, dulcis in fundo, un campo da golf a due passi dal mare. Di fatto un nuovo quartiere per una città che sembra aver scelto la strada di un turismo elitario che rischia di avere poche o nessuna ricaduta per la collettività.
Ma sarà sicuramente un affarone per un sodalizio che sembra assai affiatato. Quello tra Bellavista Caltagirone e Beatrice Parodi, erede di una dinastia di costruttori sanremesi e vedova del deputato dell’Udc Gianni Cozzi. L’accoppiata è presente anche a Civitavecchia per l’intervento sul porto storico, mentre ad Imperia è stata “benedetta” dal presidente Claudio Burlando accompagnato dal savonese Carlo Ruggeri, figura chiave di questa nuova stagione immobiliare: un presidente provinciale delle Coop che dopo il record di licenze edilizie – 500 mila metri cubi – rilasciate nei suoi due mandati come sindaco di Savona, cos’altro poteva andare a fare se non l’assessore regionale all’Urbanistica?
D’altra parte l’attivismo di Beatrice Parodi è stato pubblicamente elogiato da Burlando nel corso di un convegno all’ultimo Salone nautico organizzato dal Sole-24 Ore. E pazienza se l’amico Prodi ha detto al presidente della Liguria che avrebbe preferito “vedere sulle spiagge più ombrelloni che porticcioli”. La rotta da seguire è quella indicata da Beatrice Parodi che – dopo aver firmato il megaporticciolo di Marina degli Aregai a Santo Stefano – sta per realizzare altri scali a Bordighera, ma soprattutto a Ventimiglia, dove le banchine mettono a rischio una delle rare spiagge di sabbia naturale, conosciuta come le Calandre, per la cui difesa sono già sorti due comitati. L’amministrazione comunale di centro-destra e quella regionale di centro-sinistra hanno assicurato che non ci saranno danni ambientali, ma che il porticciolo si farà, anche perché nasce con intenzioni elitarie e comporterà investimenti per 80 milioni. A parte l’immancabile porzione residenziale (92 appartamenti in villette) ci saranno 572 posti per grandi yacht al costo medio di centomila euro. L’obiettivo dichiarato è quello di soffiare diportisti vip niente meno che alla vicinissima Montecarlo.
Una crociata che condividono Scajola e Burlando, ma che sta creando qualche problema all’interno dei Ds del Ponente. Ad Imperia, per esempio, una larga parte del partito ha sostenuto nelle primarie per il candidato alle provinciali – perse dal centro-sinistra – Oscar Marchisio, che, pur uscito sconfitto, ha coagulato il malessere di fronte a scelte come quella del porto di Imperia (“Un affare da milioni per l’aggiudicatario dell’impresa, una manciata di spiccioli per il Comune, senza dimenticare che Caltagirone si è aggiudicato prima il 33 per cento delle quote con una strana e blindatissima operazione fatta passare in consiglio comunale ed ha poi ottenuto i lavori di realizzazione evidentemente grazie alle sue ottime referenze”). Ma c’è anche qualche disagio per gli elogi nei confronti di “nostra signora del diporto”, come è stata ribattezzata dai suoi oppositori. Beatrice Parodi è stata infatti di recente assolta in primo grado (ci sarà l’appello) per i presunti abusi edilizi legati all’hotel Portosole sulla passeggiata a mare di Sanremo. Marco Andracco, avvocato e vicesindaco Ds della città del Festival, dice che, aldilà dell’esito processuale, “per me quell’albergo resta una mostruosità ambientale”.
E di ecomostro, prima di arrendersi di fronte alle sentenze del Tar e alle potenti volontà trasversali di forze politico-imprenditoriali, parlò alcuni anni fa Italia Nostra a proposito del cosiddetto progetto Bofill, dal nome dell’architetto catalano Ricardo Bofill che ha ridisegnato il quartiere affacciato sulla darsena di Savona. C’era da riutilizzare un’enorme area occupata fino a metà anni Novanta da quell’Italsider che aveva consentito a Savona di fregiarsi del titolo di città rossa operaia nonostante fosse accerchiata, soffocata quasi, da località “bianche” a vocazione turistico-commerciale. Ma adesso di quel passato va cancellato anche il ricordo, con un’operazione più di stravolgimento che di riconversione: così oltre alle vecchie acciaierie si è deciso di abbattere un antico e grigio silos di cemento. Per restituire uno spazio alla città conservandone con un progetto culturale le radici industriali? No, per realizzare un intervento residenziale mastodontico con un crescent (un palazzo muraglia disposto a semicerchio), un grattacielo da quasi cento metri e altre costruzioni sparse, ma comunque tutte a pochi metri di distanza dal porto turistico della Torretta. Promotori del business tre potenti locali: Raffaello Orsero – re della frutta importata, con 1.700 dipendenti e 1.600 milioni di euro fatturati nel 2003 – Paolo Campostano, operatore marittimo, e Aldo Dellepiane, l’industriale che rilevò l’Italsider morente e divenne proprietario delle aree. Un’inchiesta nei primi Novanta, sul passaggio dei terreni da pubblici a privati, avviata dall’allora procuratore capo Renato Acquarone – poco tempo dopo promosso in Cassazione – venne accantonata e poi archiviata negli anni successivi.
Va aggiunto che l’attivismo degli imprenditori ha trovato terreno fertile tra gli amministratori. Fu infatti nei due mandati del sindaco Ds Carlo Ruggeri – dal 1998 al 2005, quando divenne membro della giunta regionale di Claudio Burlando – e con la supervisione del riconfermato deputato diessino Massimo Zunino, in precedenza assessore comunale all’urbanistica, che il progetto Bofill decollò. E neppure in senso figurato, visto che in città tutti ricordano il volo Genova-Barcellona su un aereo privato sul quale salirono amministratori e soprintendenti vari, per un viaggio di lavoro nello studio dell’architetto catalano. Il tutto senza dimenticare la collaborazione di Cristoforo Canavese, dieci anni fa agguerrito deputato di Forza Italia, oggi apprezzato – a sinistra – presidente dell’Autorità portuale savonese che è, manco a dirlo, sostenitore anche dell’altro grande intervento in ebollizione, il porticciolo della Margonara al confine con Albissola con tanto di grattacielo ricurvo a strapiombo sul mare: una specie di banana alta 120 metri. A disegnarlo Massimiliano Fuksas, caro alla sinistra.
Bofill e Fuksas, architetti di fama, non c’è dubbio. Perché il “ricatto” psicologico è un po’ questo: abbiamo sempre detto che la nostra Savona è in crisi, che siamo provinciali, e adesso vi opponete quando arrivano i grandi nomi internazionali? Niente di meglio, come simbolo di questa supposta lotta a chi penserebbe in piccolo, di due torri di cento metri. Di cemento e cristallo. Come New York, peccato solo che qui siamo a Savona. Per rendersi conto veramente di quello che sta succedendo bisogna, però, guardare i plastici. C’è il porto storico di Savona, poche centinaia di metri di fronte, in mezzo a vecchi magazzini appena recuperati e sorvegliato dalla torre medievale alta meno di venti metri. Un equilibrio architettonico delicatissimo, su cui all’improvviso crescono due torri che tagliano l’orizzonte e schiacciano verso il basso la città vecchia. Beato chi comprerà gli appartamenti sospesi su tutta la Liguria. Ma gli altri, quelli che vivono nelle strade là sotto?
A Savona la vicenda Bofill ha messo in evidenza le diverse anime della sinistra. Ha provocato grossi malumori. Prima di tutto con una clamorosa spaccatura all’interno di Rifondazione comunista, partito che dopo 12 anni di opposizione ha deciso di schierarsi al fianco dell’amministrazione cittadina. Patrizia Turchi, psicologa e volto noto del partito, è andata via sbattendo la porta giusto mentre il suo segretario, Franco Zunino, diventava assessore all’ambiente proprio nella giunta regionale Burlando. Turchi è diventata consigliere comunale d’opposizione per il partito “A sinistra per Savona”, esperimento ideato con Franco Astengo, politologo e animatore della sinistra radicale fin dagli anni Settanta.
I due non sono teneri: “Siamo di fronte”, dicono, “ a un governo della città oligarchico e di stampo corporativo che sta completando l’opera del teardismo, consegnando il lungo processo di deindustrializzazione alla speculazione edilizia”. E Domenico Buscaglia, ingegnere e a capo di un’altra lista civica: “Hanno concentrato nelle loro poche aree quasi duecentomila metri cubi di edifici, tanti da riempire il mercato edilizio savonese per vent’anni”.
Ma l’opposizione alla cementificazione è stata pressoché sconfitta. E adesso non le resta che praticare un’operazione di memoria infarcita di qualche freccia avvelenata. Intanto in città sono pochi quelli che non cedono al richiamo del mattone. Tra i tanti anche Simone Rossi, figlio di Ennio, geometra capo del comune.
Simone è uno dei soci della srl Sea Extension creato assieme a Patrizia Giallombardo, apprezzatissima allenatrice della squadra nazionale di nuoto sincronizzato nonché moglie del riconfermato deputato Massimo Zunino (Ds). E che per la riviera sia in corso una nuova stagione del mattone lo conferma anche l’arrivo di un’altra società. Si chiama Colonie Cremonesi, come quelle che sorgevano a Bergeggi di fronte al mare, e ha come capofila Ottavio Riccadonna, al vertice dell’omonima azienda vinicola. Riccadonna ha acquisito delle quote proprio dalla Sea Extension della moglie del deputato. Con l’industriale di Alessandria ci sono ingegneri e commercialisti che hanno sviluppato il progetto per vip di Colletta di Castelbianco nell’entroterra di Albenga, primo paese medievale telematico, e poi Vincenzo Ricotta, presidente di Arcigola e Slowfood di Savona, e un avvocato genovese, Luca Catalano, residente a Montecarlo con società immobiliari registrate a Londra. Tra le proprietà di extralusso che la Realinvest di Catalano cerca di vendere agli inglesi ci sono anche alloggi esclusivi di Alassio realizzati da Luigi Zunino, nessuna parentela con i politici locali, ma ricchissimo immobiliarista rimasto coinvolto con Ricucci e soci nell’indagine di Antonveneta.
Come a dire: anche fuori regione si è capito che in Liguria per i costruttori è iniziata una lunga estate. Lo aveva intuito, e con buon anticipo, Gianpiero Fiorani: come hanno spiegato i magistrati milanesi, l’ex patron della Banca Popolare di Lodi aveva creato società che, grazie a un gruppo di imprenditori amici, seppur in maniera occulta, controllava. Società che potevano servire sia per fare buoni affari che per far girare soldi di origine e destinazione incerta. Ambrogio Marazzina e Aldino Quartieri, costruttore il primo e commercialista il secondo, tra i più intimi del banchiere arrestato, avevano dato vita a società ad Imperia, Alassio, Celle Ligure. A Imperia nel mirino c’era l’ex area Italcementi, che doveva trasformarsi in un maxi intervento residenziale e commerciale. Fiorani si era portato in elicottero l’allora ministro Claudio Scajola e l’imprenditore Caltagirone per sorvolare la città e in particolare le aree del nuovo porto e dell’Italcementi. A Celle Ligure il business era rappresentato da una palazzina con 400 posti auto a poche decine di metri dal mare. Operazione benedetta dalla giunta di centro-sinistra, che nonostante indagini della procura e sequestri ha anche approvato una variante per sanare alcuni abusi.
Sì, in Liguria si fanno buoni affari. Fiorani lo sapeva. Non si possono dimenticare i verbali degli interrogatori del numero uno della Popolare di Lodi e del suo braccio destro Gianfranco Boni quando sottolinea gli ottimi rapporti con il senatore ligure Luigi Grillo (Forza Italia, indagato nell’indagine Antonveneta) e con la banca Carige nel cui consiglio siedono Alessandro Scajola (fratello dell’ex ministro Claudio) e il figlio dell’onorevole Vito Bonsignore (europarlamentare dell’Udc indagato anche lui per Antoveneta). Ma Fiorani parla anche dei rapporti con Marcellino Gavio, l’industriale noto per aver ceduto alla provincia di Milano (governata dal centro-sinistra) la sua quota nell’autostrada Serravalle, suscitando un vespaio politico con Gabriele Albertini. Con la plusvalenza realizzata (176 milioni), ha lasciato intendere l’ormai ex sindaco di Milano, Gavio avrebbe appoggiato la scalata di Unipol a Bnl.
Ecco, questo Gavio. La cui borsa della spesa in Liguria conta già autostrade e aree portuali, e da ultimo anche lo stabilimento chimico, rilevato dal fallimento, di Ferrania in Valbormida, dove dovrebbe sorgere anche una centrale a carbone finanziata con soldi statali. Soci di Gavio nell’avventura, gli armatori Messina e Giovanni Gambardella. Lo stesso Gambardella (un passato da manager pubblico, prima nell’acciaio, alla guida dell’Ilva, e poi come consulente del comune di Trieste, quando il sindaco era Riccardo Illy, che adesso lo ha voluto anche nella regione Friuli Venezia Giulia) che “riconvertitosi” da tempo a imprenditore vuole realizzare il porticciolo turistico al confine di Albissola con la megatorre di Fuksas.
E chissà se l’architetto più amato dalla sinistra immagina che tra i suoi committenti c’è anche l’imprenditore di Nizza Pierre Noiray, che tre anni fa venne arrestato perché, come scrisse Nice Matin, fu accusato di creare fondi attraverso false consulenze per porticcioli in Tunisia e, guarda caso, in Italia. Soldi che, secondo l’accusa dell’epoca, servivano a foraggiare un parlamentare di destra fedelissimo di Nicolas Sarkozy.
E in quest’orgia nautica nessuno vuole restare tagliato fuori. Anche Pietra Ligure, di nuovo riviera savonese, ha già affidato il suo progetto – 250 posti barca e 800 box auto – ad un architetto genovese, Vittorio Grattarola, ex assessore pidiessino all’Urbanistica di Genova. Erano i primi anni Novanta, Grattarola finì in carcere durante Tangentopoli, per poi essere assolto con formula piena così come il suo sindaco di allora, Claudio Burlando.
A chi prova a opporsi non resta che istillare qualche preoccupante dubbio, come fa Vittorio Coletti, ordinario di Lettere e filosofia all’università di Genova: “Con questa smania gigantistica che la contraddistingue (tipica per la verità di tutte le speculazioni), si stanno per ripetere sul mare gli stessi orrori che si sono fatti in terraferma dagli anni Sessanta in poi: urbanistica da periferia, tessuto sociale assente e scadente, città fantasma, senza centro, senza anima. Ora, chi non sarebbe disposto a rinunciare a qualcuno dei guadagni che pure ci sono stati in termini di microeconomia locale pur di tornare a vedere un pezzo di verde a Arma di Taggia o a non vedere i tristi casermoni di Ceriale o Spotorno?”. Secondo Coletti la nautica da diporto “abbasserà ancora di più il già miserevole livello qualitativo delle presenze in Liguria, portando un tipo di pubblico analogo a quello che sarebbe attirato da maxiparcheggi riservati a gipponi di 5 metri”. E ancora: “Dopo la devastante esperienza di un’edilizia ipertrofica, senza gusto e senza garbo, che ha offerto una villeggiatura anonima in squallidi loculi costosi, come non interrogarsi sulla compatibilità con quel che resta del territorio ligure di impianti portuali troppo grandi, spaventose cattedrali nel deserto come gli Aregai o inaccessibili enclave cementificate come quella che si prospetta a Imperia, nell’unico fronte mare ancora accessibile in piena città? Se è vero che non si può dire solo no e non si trova niente di meglio, per rilanciare il turismo in Liguria, che favorire i parcheggi delle barche, perché non porsi almeno rigidissimi vincoli di dimensione, non evitare di costruire i porti nelle insenature naturali (come in parte è avvenuto ad Alassio), non evitare che diventino garage preclusi a chi non ha la chiave, non curare l’edilizia di servizio secondo criteri di discrezione e di eleganza? Ma la discrezione e l’eleganza interessano ancora a qualcuno?”.
Ma a sollevare dubbi sul nuovo boom edilizio ligure è anche il clamoroso addio di Renzo Piano al progetto più importante di Genova: gli Erzelli. Deve – o forse doveva – essere la trasformazione di un’area destinata al deposito container in un distretto dell’alta tecnologia. Qualcosa di simile al polo nato vicino a Nizza. Un’operazione dal nome ambizioso, “Leonardo”, come il genio che sapeva coniugare bellezza e tecnica. In sostanza: la spianata di oltre 350 mila metri quadrati vicino all’aeroporto doveva essere utilizzata per imprese hi-tech, laboratori di ricerca e formazione per il 70 per cento, mentre il 30 per cento doveva essere coperto da attività complementari (residenze, servizi, cultura, strutture sportive). Un complesso che avrebbe dovuto ospitare un campus universitario e attirare diecimila addetti per 250 imprese. Poi qualcosa è cambiato: banche e immobiliaristi entrano nella società che gestisce l’operazione. Viene approvata una consistente variazione di destinazione d’uso degli immobili. Grazie ai nuovi criteri la quota di residenziale passa dal 5 al 25 per cento, il verde (originariamente al 15 per cento) e i negozi (10 per cento) insieme non superano ora il 5. Resta sempre al 70 per cento la quota di edilizia a uso industriale, destinata alle imprese hi-tech. Ma con la clausola che anche questa potrà diminuire passando al 60 per cento. A favore, neanche a dirlo, dell’edilizia residenziale. Non basta. Le abitazioni non saranno più ospitate nelle torri progettate da Piano, ma in più vendibili villette. È troppo, e l’architetto decide di lasciare. “Gli Erzilli sono come il monte Olimpo per Genova”, racconta Piano, “sulla sua sommità io avevo progettato i centri di ricerca, università, incubatori di aziende e… certo, anche una porzione di abitazioni, tutto circondato da un grande prato che guardava il mare e la città. Ma poi si sono messi d’accordo con un costruttore che vuole circondare il prato con villette vista-mare. Me ne sono andato”.
Mattone, cemento. Ma, in fondo, soprattutto una particolare visione della politica che anima parte del centro-sinistra. Resta da capire se sarà quella destinata a prevalere, in Liguria, ma soprattutto nel resto del paese. Genova-Italia?
[1] A cavallo degli anni Sessanta-Settanta, Rapallo, cittadina del Levante genovese incastonata tra mare e collina, è vittima di una grande colata di cemento. Una speculazione edilizia tanto selvaggia, e contemporanea a quella del ponente sanremese denunciata da Italo Calvino, da diventare un neologismo citato dai dizionari.
[2] Alberto Teardo, socialista, è il presidente della Regione Liguria che viene arrestato – e condannato – nei primi anni Ottanta. La sua vicenda anticipa secondo molti la Tangentopoli di dieci anni dopo. Teardo era a capo di una rete di intrecci e interessi che attraversavano la politica, l’imprenditoria – in particolare il settore edilizio – la criminalità, ed il suo nome compare in documenti sequestrati a Licio Gelli (n.d.a).
Titolo originale: The Renter's Manifesto – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini
Qui in Gran Bretagna tutti parlano dei lavoratori di Treorchy, Galles, che hanno perso il posto perché l’azienda simbolo Burberry ha trasferito la produzione in zone più a buon mercato del mondo. Non c’è bisogno qui di scendere in particolari, visto che ci sono storie simili anche negli Stati Uniti e altrove. Qualunque comunità, piccola o grande che sia, che dipende molto da una sola impresa, è molto vulnerabile a queste trasformazioni del panorama produttivo. Chiedetelo agli abitanti di Flint, Michigan.
Spesso si dà la colpa alla globalizzazione, ma non è solo questa la fonte di cambiamento. Anche la concorrenza nazionale può risultare altrettanto potente, come vi confermerà qualunque barista che abbia uno Starbucks nella stessa via. O le cantonate prese dai dirigenti: Toyota sta dimostrando che si guadagna a costruire automobili negli Stati Uniti, ma non a Detroit, e non con lavoratori sindacalizzati. Poi c’è l’evoluzione tecnologica. Basta pensare a tutti i dattilografi che sono stati costretti a imparare nuovi mestieri e trovarsi nuovi lavori, per via della potenza di Microsoft Office.
Le grandi città possono trovarsi in situazioni difficili se si specializzano troppo e poi scoprono che i tempi sono cambiati. Detroit è un esempio. Lo stesso vale per Manchester nel nord-ovest inglese. Birmingham, nelle midlands, ha una storia diversa, una città genericamente attiva, che fa di tutto, niente in particolare. Come ha sottolineato l’attenta osservatrice delle economie Jane Jacobs, Birmingham era ritenuta ad alta inefficienza se paragonata alle raffinate produzioni di Manchester, ma quando è arrivato il ciclo al ribasso, Manchester ne è rimasta devastata, mentre Birmingham ha continuato a barcamenarsi. Chicago, Seattle, New York, e Londra si sono reinventate in modi simili, più e più volte.
Il che ci porta al mistero di questa settimana: perché la gente abita ancora a Detroit, che ha tanto sofferto e per tanto tempo? Perché non trasferirsi a Chicago o a New York? Originariamente le persone si trasferivano in posti come Treorchy perché lì c’era il carbone da estrarre. Adesso che le miniere hanno chiuso – e anche la fabbrica della Burberry – perché ci restano?
Una delle ragioni, ovviamente, è che i legami sociali contano. A molti piace restare vicino a dove sono nati. Ma molti altri preferirebbero cercare nuove occasioni: vorrei dire, anche, nuove esperienze. Mio padre ha trasferito la famiglia quattro volte in quattro posti diversi sparsi per l’Inghilterra, inseguendo il lavoro. Anch’io mi sono spostato parecchio per trovare l’occupazione giusta, e raramente me ne sono pentito.
Ma i legami emotivi non sono l’unica cosa che ci trattiene. Ci sono costrizioni bizantine per la migrazione fra stati. Philippe Legrain, autore di Immigrants: Your Country Needs Them, sostiene che un sistema migratorio più libero promuoverebbe città creative ed economicamente più solide. Ha ragione.
Anche quando guardiamo alle migrazioni interne, ci sono degli ostacoli formidabili. Ovunque la gente sembra particolarmente propensa ad essere proprietaria dell’abitazione – come nel Regno Unito, in Spagna, in alcuni degli stati USA – ne soffre di conseguenza il sistema dell’occupazione. L’economista inglese Andrew Oswald ha dimostrato come in tutti i paesi europei, e negli stati USA, ad alti livelli di proprietà dell’abitazione corrispondano alti livelli di disoccupazione. Fattori più comunemente usati, quali un welfare molto generoso o gli alti livelli di sindacalizzazione, non spiegano la disoccupazione tanto bene quanto la tendenza alla proprietà della casa. Avere casa in affitto ed essere flessibili fa miracoli per quanto riguarda la possibilità di riuscire a trovare sempre un’occupazione interessante.
Ricerche recenti pubblicate dall’ Economic Journal indicano come chi possiede la propria abitazione tenda a formare reti locali più dense, che contribuiscono a stabilizzare posti di lavoro. Ma questi posti di lavoro sono meno ben collocati che altrove, e le distanze casa-lavoro più lunghe. Dunque ha ragione il professor Oswald a sostenere che dovremmo fare di tutto per rimuovere gli ostacoli ad affittare una casa, o a venderne una per comprarne un’altra. Sarebbe anche molto pratico se si potessero costruire case vicino a Manhattan.
Ma anche se facessimo tutto questo, gli economisti Ed Glaeser e Joe Gyourko spiegano che resta ancora un grave ostacolo: le case non camminano. Per quanto vadano male le cose a Detroit o a Treorchy, quelle case sono sempre lì, e se sono abbastanza economicamente accessibili, la gente continuerà a volerci abitare. Il risultato probabile è una grigia forma di sergregazione: Chi crede di poter trovare un buon lavoro nelle città in crescita si trasferirà lì, pagando affitti elevati. Chi ha meno fiducia, non vuole rischiare di smettere di essere disoccupato in una casa a poco prezzo, per diventare disoccupato in un’abitazione che costa molto. Detroit continuerà ad avere abitanti per parecchio tempo.
Il progetto del parcheggio sotto al colle del Pincio solleva diversi motivi di dissenso: basterebbe uno solo di essi per motivare la bocciatura.
Ecco i principali dati: 719 posti auto, 70% in vendita, 20% in affitto, 10% a rotazione d’uso, 7 piani interrati.
Da un punto di vista urbanistico generale occorre tenere presente che ogni investimento – pubblico o privato – in una determinata area urbana comporta un aumento della appetibilità dell’area stessa rispetto alle altre aree urbane. Il centro storico ha, come è noto, la massima appetibilità e non si vede la necessità di accrescerla, visto che gli effetti negativi ( aumento incontrollabile dei valori fondiari, espulsione di abitanti ed attività consone con la struttura urbana antica, condizioni di vita al limite della sopportabilità) sono unanimamente lamentati, senza che sorga la minima preoccupazione di come eliminarli o ridurli.
Il Pincio e la piazza del Popolo costituiscono un esempio di architettura urbana compiuta, unitariae di eccezionale valore: il solo intervento possibile è quello del restauro. E’ ridicolo pensare che l’intervento “sotterraneo” non comporti modificazioni all’esterno, e comunque occorre anche smettere di pensare che sottoterra si può fare tutto quello che si vuole.
Riguardo l’utilità per l’eliminazione della sosta in superficie, l’intervento non risolverà il problema, ma condurrà ad un intensificazione del traffico privato verso il centro storico. Infatti i 500 posti macchina destinati alla vendita saranno acquistati dagli operatori economici che possono fare a meno di portare l’auto in centro (commercianti, professionisti, ecc.) più che dai residenti, visto l’elevato prezzo che verrà fissato: a piazza Cavour un posto macchina ha raggiunto 100.000 euro, e sarebbe interessante sapere chi sono stati gli acquirenti. Inoltre non c’è (o non stato reso noto) un qualsivoglia studio sul traffico nel centro storico, in particolare per quanto riguarda l’origine-destinazione dei flussi privati, che sono in larga misura insopprimibili allo stato attuale delle cose. Infine, anche nella ipotesi, assolutamente irrealistica, che siano i residenti ad occupare i posti macchina come pertinenze della loro abitazione, si risponderebbe al 2-3 % della domanda.di posti macchina dell’intero centro storico.
La decisione assunta è priva di fondatezza giuridica: non vi è piano urbanistico che motivi la scelta, contradditoria rispetto alle finalità indicate dal piano del 1962 e dal piano 2003: quella della salvaguardia del centro storico. I piani possono essere modificati, integrati ecc., ma si deve operare nella stessa ottica dei piani stessi, e, pertanto, è necessario ontrollare gli effetti delle variazioni nel quadro urbano generale. Da questo punto di vista, la città non è venuta a conoscenza di nessuna verifica, e la pretesa pedonalizzazione del tridente è ancora di là da venire, così che, in definitiva, la decisione sembra calata dall’alto, senza nessuna motivazione di carattere o interesse generale, in ossequio forse allo sciagurato connubio che accompagna la tutela con la valorizzazione.
La ricetta: tutela e sviluppo. Fassino: Soprintendenze? Le decisioni finali ai comuni
Massimo Vanni – La Repubblica, ed. Firenze, 3 aprile 2007
Non è una semplice benedizione politica. Fassino approva la scelta toscana nel merito: «Le funzioni delle soprintendenze? Alla fine è il potere che risponde ai cittadini quello che deve avere la responsabilità delle decisioni urbanistiche», dice il leader Ds. I Comuni al centro dunque. Non solo. Fassino ricorda il caso Farmoplant del 1988, quando in Toscana si tenne un referendum per chiudere una fabbrica. E condivide la ricerca di una ricetta urbanistica che tenga insieme la tutela del paesaggio, che è un prodotto storico, e l´esigenza di un nuovo sviluppo: «Non è vero che il "non fare" preserva».
E´ la linea difesa dal presidente regionale Claudio Martini, che apre il seminario di Fiesole, ma anche dall´assessore all´urbanistica Riccardo Conti e dal segretario toscano dei Ds Andrea Manciulli. «Siamo tra le regioni con la popolazione più vecchia e con la rendita immobiliare più alta, progetti come quello dell´Alta velocità possono collegarci meglio con l´Europa e possono aiutarci a crescere», dice il segretario. «Se qui i Comitati sono decine e decine è anche perché c´è più partecipazione, più di 3mila persone hanno partecipato all´elaborazione del Pit», aggiunge Conti rispondendo al presidente di Italia Nostra Carlo Ripa di Meana che nel numero dei comitati vede la spia del malessere toscano.
Nessuna parola per Campi Bisenzio e le vicende giudiziarie che alle porte di Firenze s´intrecciano con quelle urbanistiche. Non ne parla Fassino, non ne parlano gli altri. Compresa la neosegretaria regionale della Margherita Caterina Bini, che Manciulli presenta a Fassino. Fuori della porta una trentina di persone dei Comitati, ma anche una Ornella De Zordo di «Unaltracittà» in trasferta, protesta con cartelli e striscioni: «Il solo ascolto non è dialogo», «La Toscana è insidiata e Campi non è Unica e sola». Si contesta che la Toscana sia un modello felice di urbanistica («Volete difendere l´ambiente e poi provocate code nel traffico», è la battuta che gli rivolge Fassino).
Il sindaco di Fiesole Fabio Incatasciato risponde ai comitati ricordando il caso delle villette nella valle del Sambre cancellate dal piano regolatore 30 anni fa e che adesso, per via dei contenziosi avviati dai proprietari, rischiano di dissestare il bilancio del Comune: «Ci si ricordi di questo quando si parla di Monticchiello e di piazza Mino», dice Incatasciato. Il professor Massimo Morisi, che ha collaborato all´elaborazione del Pit, insiste sulla «governance audace» inaugurata dalla Toscana: «Quella di una filiera decisionale, senza più rapporti gerarchici di governo». Senza cioè la Regione che controlla e approva i piani regolatori, come accadeva un tempo. Ma anche così, dice Morisi, non viene meno l´importanza di un «piano pubblico» che coordini gli interventi del futuro.
A nome dell´Inu, l´Istituto di urbanistica, Silvia Viviani parla di «un boom che è in corso e che preme sulle nostre colline»: un boom che deve essere fronteggiato con la tutela. Mentre la sottosegretaria ai beni culturali Danielle Mazzonis rileva con favore le nuove forme di collaborazione avviate tra Regione e ministero.
Non è una regione pattumiera
Alberto Ferrarese – Il Tirreno, 3 marzo 2007
«Non bisogna rappresentare la Toscana come una pattumiera: questo è uno dei posti in cui il territorio è stato valorizzato di più. Poi se ci sono dei problemi discutiamone perché è giusto che ai cittadini si diano risposte». Intervenendo ieri a Fiesole a un convegno sul tema della tutela del territorio organizzato dalla Fondazione ItalianiEuropei e dal Comune, presente il sindaco Fabio Incatasciato, il segretario dei Ds Fassino ha respinto le accuse di ‘scempio’ avanzate nei mesi scorsi da comitati cittadini contro le amministrazioni locali toscane, ma ha voluto anche richiamare alla necessità di un dialogo.
La distanza tra amministratori e cittadini, però, anche ieri è apparsa notevole: mentre all’interno della sala di FiesoleArte i politici discutevano, fuori decine di esponenti dei comitati manifestavano con cartelli con scritte come “Amministrare con e non contro i cittadini” e “Ascoltare non significa dialogare”. Proprio Fiesole, è uno dei ‘casi’ al centro delle più recenti polemiche, a causa di interventi urbanistici che hanno portato alla costituzione di un comitato contrario alle nuove edificazioni.
Secondo Fassino, però, la Toscana è pur sempre un’eccellenza. «Se tutta l’Italia fosse così - ha detto - saremmo più avanti. Ma proprio nei punti di eccellenza si avverte la necessità di andare oltre e la Toscana può costituire un traino, un esempio a livello nazionale per le politiche su questo tema». Il leader della Quercia ha anche evidenziato l’importanza della partecipazione, spiegando che non si può governare il territorio in modo decisionista. «Bisogna - ha osservato - ragionare con i cittadini e costruire le politiche sulla base della concertazione, anche perché così tutti si assumono le proprie responsabilità, sia i cittadini che le istituzioni». Fassino ha anche definito positiva l’esperienza dei comitati, perché segno di consapevolezza nei diritti e di volontà di partecipazione.
Anche il presidente della Regione Martini ha ribadito la necessità del confronto: «La discussione - ha detto - va fatta su un terreno di convergenza e non di scontri, perché sviluppo e tutela sono le due metà della stessa mela. E il nuovo nemico vero è la grande speculazione che vede nel paesaggio un motivo di business».
Qualche frecciata velenosa ad Alberto Asor Rosa è arrivata dall’assessore regionale Riccardo Conti che, senza mai citare l’intellettuale leader dei comitati, ha detto «no a chi viene qui con la penna rossa e blu a dire cosa va bene e cosa no, perché la Toscana non può essere fatta solo di vecchietti arzilli e progressisti». Anche Conti ha convenuto sull’importanza della discussione, spiegando però che «la partecipazione non è ginnastica, è un modo per arrivare a una decisione».
Postilla
L’iniziativa di Fiesole, senza contraddittorio, né previsto, né ammesso, trova forse la sua ragione prima nel tentativo, un po’ affannoso, di rinsaldare posizioni duramente incrinate dal quadro di corruttele che va emergendo attorno al caso Campi Bisenzio. A tale contingenza politica annettiamo qualche lacuna ‘organizzativa’ e qualche ineleganza oratoria da ascrivere ad una situazione poco felice. Complessivamente.
Se su molti aspetti del tema occorrerà comunque ritornare per la loro rilevanza ben oltre i confini toscani, in queste righe ci limitiamo a due commenti ‘a caldo’. A partire dall’ormai stucchevole binomio “tutela – sviluppo” in cui la coordinazione grammaticale fra i due termini che si pretendono equipollenti, sottointende, in realtà un’antinomia sentita come insanabile. Lungi dal risolversi in un’endiadi semantica (la tutela é sviluppo), l’espressione rivela, al di là delle dichiarazioni, peraltro troppo insistite, dei suoi utenti, che i due obiettivi rimangono alternativi in quanto appartenenti a due concezioni del territorio sentite come antinomiche, al più giustapponibili con concessioni dell’una a favore dell’altra. Quanto poi all’affermazione di Fassino secondo il quale, sul governo del territorio, debbano decidere gli eletti del popolo e non già un funzionario qualsiasi (nella fattispecie il soprintendente), costituisce, quanto a cultura politica, un arretramento cosi’ scopertamente demagogico da essere imputabile solo alla categoria del lapsus o infortunio verbale. Equiparare la funzione di alta competenza tecnica, quale é quella di un soprintendente che riveste quel ruolo perché riconosciuto per concorso pubblico detentore di un sapere specialistico, a quella di un amministratore che, soprattutto a livello locale ristretto, é incaricato, anche nel senso migliore, della mediazione fra esigenze diverse e spesso in contrasto, significa non solo equiparare, appunto, queste diverse istanze (tutela e sviluppo e rendita e speculazione e …), ma di fatto favorire gli interessi più forti, in quanto più capaci di opposizione e di autorappresentazione. Le istanze del territorio, al contrario, bene comune irriproducibile e fragilissimo, devono prima di tutto essere rappresentate da una conoscenza non superficiale né improvvisata, che si ponga l’obiettivo della sostenibilità, quella vera, di lungo, lunghissimo termine, ben al là, quindi, degli spazi temporali di un mandato elettorale.
La democrazia é tale non solo perché demanda scelte e decisioni ai propri rappresentanti eletti secondo il principio della maggioranza, ma anche quando sancisce, sempre a maggioranza, delle regole valide per tutti, a rispetto delle quali pone i propri rappresentanti eletti secondo il principio della competenza. (m.p.g.)
Dopo un'estate di polemiche che hanno investito l'entrata in vigore dei tributi regionali sardi (di cui alla Legge n. 4 del 2006), che nel linguaggio corrente vengono definiti “tasse sul lusso", ma che in realtà riguardano il turismo, sembra opportuno soffermarsi brevemente ad analizzare alcuni aspetti connessi a questi nuovi modelli impositivi.
Il primo punto verte sulla protesta innescatasi dopo l'istituzione di tali tributi.
Dissenso a dire il vero abbastanza singolare, giacché ha preso le mosse e poi è "montato" in un contesto dorato, o meglio, in una enclave del lusso in Costa Smeralda ove i "contestatori" hanno organizzato un gran galà e un battage mediatico, anche con inserzioni sui giornali, per esternare il loro rifiuto alle cosiddette “tasse Soru".
E' bene rimarcare — anche per stemperare gli animi — che si tratta di "sdegno fiscale" da ricondurre più nell'ambito del folclore che in quello dell'obiezione fiscale. Esso, infatti, ha avuto una notevole risonanza soprattutto nelle cronache mondane, sempre alla ricerca di gossip estivi, vista l'appartenenza dei protagonisti della contestazione al mondo dello star system.
Si ha, comunque, la sensazione che performances salottiere di questo genere vengano percepite, dalla generalità dei contribuenti, come uno snobistico rifiuto di un gruppo clanico — che, tra l'altro, si appalesa dotato di una notevole capacità contributiva - al pagamento dei tributi.
Il secondo aspetto, di natura dualistica, concerne, la possibilità e l'opportunità che la Sardegna istituisca imposte e tasse sul turismo e altri tributi propri in armonia con i principi del sistema tributario dello Stato, così come prevede l'articolo 8, lettera I), dello Statuto regionale.
Per quanto attiene alla possibilità, vedremo se, nei prossimi mesi, la Corte costituzionale, investita dal Governo per un sindacato sulla legittimità dei tributi sardi (imposta sulle plusvalenze dei fabbricati adibiti a seconde case, imposta sulle seconde case ad uso turistico e imposta su aeromobili ed unità da diporto), si pronuncerà sulla compatibilità, o meno, degli stessi con la Costituzione.
In attesa che sulla questione intervenga il giudizio della Consulta la problematica resta, tuttavia, aperta per eventuali modifiche al testo normativo vigente, finalizzate ad eliminare i contrasti denunciati nel ricorso del Governo, che la Regione Sardegna si accinge a varare con la Finanziaria 2007.
In tale angolo di visuale si pone, quindi, il problema, non solo per la nostra Regione, in ordine all'opportunità di emanare una disciplina fiscale che incida sul consumo di beni ambientali "scarsi", rapportata al turismo.
Questo argomento rappresenta ormai un punto ineludibile con il quale è indispensabile fare i conti.
La spinta ad introdurre forme di prelievo, in ambito locale, di natura parafiscale, come pedaggi, sovraprezzi — ticket d'ingresso per bus, auto e persone et similia — in località ad alta vocazione turistica comincia a diffondersi nel nostro Paese a macchia di leopardo (anche sull'esempio della congestion charge istituita dalla municipalità di Londra), come documentato in una ricerca effettuata da il Sole 24 Ore del 19 agosto 2006.
Il dibattito, semmai, può incentrarsi su quale formula impositiva sia più idonea per influire su fenomeni di natura turistica.
Le scelte al riguardo possono essere molteplici, ma, a nostro modo di vedere, si potrebbe pensare ad un sistema di tassazione ecologically correct, all'unisono con il federalismo fiscale ed anche con le linee guida espresse dalla Commissione europea.
A questo proposito, assume notevole rilievo, nello specifico caso della Sardegna, prendere in considerazione il consumo dei beni ambientali "scarsi", dovendo comprendersi fra questi, in virtù di quanto affermato dalla Corte costituzionale sin dal 1997, beni naturali, quali boschi, laghi, coste, fauna selvatica, oltre che quelli culturali. In tale ottica l'attenzione del legislatore fiscale, attraverso l'introduzione di green taxes, può ben porsi per la tutela delle bellezze naturali, prive spesso di ogni forma di protezione.
Data la "scarsità" del bene ambiente, tutti gli atti (o le attività) che cagionano un inquinamento o un consumo del bene medesimo, rappresentano il depauperamento di un patrimonio raro (l'ambiente) soggetto ad esaurimento e come tale suscettibile di una valutazione economica e, soprattutto, di manifestare una maggiore capacità contributiva rispetto agli atti (o alle attività) non inquinanti, ovvero che non comportano, in ogni caso, l'erosione di un habitat unico e di pregio.
Da ultimo, si deve sottolineare come in questa vicenda è di fondamentale importanza chiarire, attraverso una efficace comunicazione, che non ci troviamo di fronte a leges in privos latae, indirizzate cioè a colpire esclusivamente una limitata categoria di soggetti con effetto punitivo. Il nuovo assetto in materia di tributi dovrà, quindi, tener conto di questa componente negativa che ha accompagnato la nascita delle cosiddette “tasse sul lusso" al fine di sgomberare il campo da equivoci di questo genere.
Ora è del tutto scontato e anzi lapalissiano che l'istituzione di un tributo non venga accolta con manifestazioni di giubilo da parte dei contribuenti, ma un conto è la mancanza di entusiasmo e altro conto è l'“accettazione" dell'opinione pubblica al riguardo.
L'"accettazione" (cosiddetta tax compliance ) al pagamento dei tributi costituisce, infatti, un imprescindibile connotato dello Stato moderno la cui assenza conduce ad una perdita di funzionalità del sistema fiscale, perdita che non viene colmata con l'adozione di misure coercitive.
Concludendo è auspicabile che questi tributi siano avvertiti in relazione alle loro finalità ecologiche, e giammai percepiti come uno strumento di vessazione o di ostracismo in danno dei non sardi e dei non residenti.
L’autore è titolare della Cattedra di Diritto Tributario all'Università di Cagliari
(* ) vedi in fondo
Incontriamo J.Donzelot a Roma, in occasione di un suo viaggio italiano che lo ha portato all’Università di Roma Tre per una conferenza sul futuro delle politiche pubbliche contro la marginalità urbana, ed a Bari per un convegno nazionale della Cgil sulle periferie urbane del nostro Mezzogiorno. Riconosciuto come uno dei maggiori studiosi di questione sociale ed urbana, Donzelot ha recentemente pubblicato un saggio nel quale ritorna sulle rivolte del novembre 2005 - Quando la città si disfa (2006) – proponendo un modello di analisi delle trasformazioni urbane al tempo della mondializzazione ed una decostruzione critica chiara e netta di 25 anni di intervento pubblico nelle realtà di banlieue. Un impegno a cavallo fra storia, sociologia ed analisi delle politiche pubbliche che dura da trent’anni, dal suo primo testo - La polizia delle famiglie (1977) – con una postfazione di Gilles Deleuze, ai più recenti Lo Stato animatore. Saggio sulla Politique de la Ville con Philppe Estebe (1994) e Fare società: le politiche urbane in Francia e negli Stati Uniti (2004).
AC In Francia, le sommosse del novembre 2005 nelle banlieues di tutto il paese sono state interpretate sia secondo una lettura più o meno tradizionale che ne riconduceva le ragioni alla perennità della questione sociale, sia come il risultato di una più specifica questione urbana. Possiamo dire che la nuova questione urbana mascheri in qualche modo la resistenza della vecchia questione sociale?
JD Direi che si tratta di entrambi i fenomeni: siamo di fronte sia ad una questione sociale sia ad una questione più specificamente urbana. Occorre essere ciechi per non riconoscere la profonda disuguaglianza che condiziona l’accesso agli studi, all’occupazione e soprattutto ad un lavoro che sia coerente con gli studi compiuti nel caso di una persona che risiede nei cosiddetti quartieri di relegazione. Nelle nostre banlieues si concentra la metà dell’edilizia sociale disponibile in tutto il paese, in situazione che richiamano sia la forma dell’enclave sia quella di un eccessivo decentramento. La discriminazione colpisce con nettezza: a parità di requisiti, le possibilità di essere assunto per un giovane di banlieue rispetto ad un giovane bianco autoctono e proveniente da un quartiere benestante é di 1 a 2. E’innegabile che il colore della pelle di un ragazzo beur disturbi molti datori di lavoro, preoccupati di avere una relazione corretta con la propria clientela. Allo stesso tempo, occorre essere stupidi per non vedere a qual punto e con quale rapidità la città si sia frammentata, seguendo in questo una tendenza della popolazione a puntare tutto sulle affinità elettive più che sulla convivenza con il diverso. Sembra proprio che le classi medie e superiori – colte, competenti, protagoniste dei circuiti della decisione – non vogliano più lavorare con i membri del mondo operaio, in tutte le sue complesse articolazioni, e soprattutto non vogliano convivere con loro nello spazio urbano. Le classi popolari le si accetta a distanza, quella distanza che in fondo permette la delocalizzazione a tutti i livelli: i lavoratori diventano meno costosi, non fanno sciopero, soprattutto non vivono vicino a te e non turbano la scolarizzazione dei tuoi figli. Si ama molto restare fra i proprio simili, quando se ne ha la possibilità. Viceversa, alcuni sociologi come Marco Oberti (autore insieme a Huges Lagrange di una recente ricerca sulle rivolte del novembre 2005, La rivolta delle Periferie, Bruno Mondadori, 2005) sostengono che le classi medie, soprattutto quelle che lavorano nella funzione pubblica, non sarebbero ostili alla mixité sociale. Purtroppo, occorre notare come questi sociologi visitino solo quei comuni dove gli eletti di sinistra compiono sforzi particolari in questo senso; ed anche che sono proprio questi i comuni dove più alta è la frequenza delle scuole private….Si tratta di una logica della separazione molto insidiosa. Nel caso di quelle banlieue coinvolte dalle rivolte del novembre 2005, il suo impatto si vede nello sviluppo di una logica da ghetto caratterizzata da una cultura del sospetto che coinvolge gli abitanti stessi, sempre sospettati di tradire l’altro e di ricorrere a mezzi illegali per la propria sopravvivenza…..Esattamente come in una prigione, dove si ha solidarietà esclusivamente in forma di ostilità contro il mondo esterno, nel sentimento condiviso del sentirsi tutti – egualmente – delle vittime. Allora, in questo caso, si brucia tutto: macchine, negozi, scuole….
AC L’impressione é che in questi quartieri si sperimenti il fallimento di un certo tipo di modernità nella sua forma urbana. La banlieue francese, dominata dai moduli compositivi tipici del movimento moderno, nasceva come potente meccanismo di coesione sociale, di modernizzazione del sociale per mezzo dell’urbano, per usare una tua definizione.
Si, siamo di fronte all’esaurimento – in forma molto acuta - di quell’esperienza. L’idea di modernizzare la società per mezzo dell’urbano rimanda all’ultimo dopoguerra. La Francia era ancora un paese a forte dominante rurale. La città evocava l’affollamento, la mancanza di comodità ed igiene. Per attirare i lavoratori agricoli nelle città al fine di sostenere il processo di industrializzazione fordista dei cosiddetti trenta gloriosi (definizione corrente in Francia per richiamare i trent’anni di ininterrotta crescita economica fra il secondo dopoguerra e la metà degli ani settanta, ndr), l’amministrazione statale decise la messa in opera di un grande progetto di urbanizzazione il cui principio fondamentale era quello di costruire dei quartieri che fossero delle anti-città; dei quartieri che in altre parole non comportassero i rischi delle città, liberi dal problema dell’affollamento e dal rischio della violenza urbana; spazi che permettessero alla classe operaia di vivere una vita familiare corretta in una condizione di igiene e di comfort, senza che i bambini giocassero in strada (come succedeva normalmente nei centri storici…….) o che i capofamiglia spendessero il proprio tempo nei bistros (infatti, niente bistros in banlieue….). Più complessivamente, quella fase della modernizzazione si presenta come un mezzo di integrazione e quindi di miglior utilizzo della classe operaia nella fase di sviluppo fordista di quegli anni. La casa serve al lavoro, questa è la filosofia. Si tratta di un sistema che all’inizio ha funzionato, l’abbandono delle campagne avveniva contestualmente alla trasformazione terziaria dei centri urbani: i francesi avevano di fatto accettato quella nuova forma dell’urbano….
AC Con gli anni settanta, assieme all’’esaurimento di quel ciclo di sviluppo produttivo assistiamo anche alla fine di questa peculiare forma francese di urbanesimo fordista. Lo spazio urbano, nonostante la tanto decantata exception francaise ed il relativo modello sociale, è stato preso in seguito da intensissimi processi di modernizzazione senza modernità in cui sono proprio i quartieri svantaggiati a costituirsi come elementi di verifica locale e localizzata dei processi di globalizzazione.
In un quadro sociale profondamente mutato, gli effetti della promiscuità sociale sono apparsi progressivamente intollerabili agli occhi di quei settori di classe media che risedevano in banlieue. Inizia cosi’ la fase dello sviluppo peri-urbano e del mito della casa individuale nel verde. Tutto questo mentre si dava vita al meccanismo di relegazione, con l’assegnazione degli appartamenti improvvisamente resisi liberi a nuclei familiari d’origine immigrata, prevalentemente provenienti dal Maghreb, che potevano godere delle opportunità anche economiche dei dispositivi di raggruppamento familiare. Questo, in realtà, ha permesso di salvare la vivibilità dei quartieri di banlieue più invivibili, ma al prezzo di un confinamento delle componenti più deboli della popolazione in luoghi svantaggiati e lontani – in senso sia spaziale sia sociale – dal mercato del lavoro. Si tratta di una situazione che rimanda a quel processo più ampio di riorganizzazione dello spazio tipico delle società avanzate che ho definito come città a tre velocità. Assistiamo alla coesistenza di tre fenomeni: il costituirsi di questi spazi di relegazione dove si ha una sorta di stagnazione degli abitanti in luoghi non connessi ai grandi flussi, dove popolazioni di origine immigrata non si sentono appartenere né al proprio paese d’origine né alla società nella quale essi vivono; l’emergere degli spazi di peri-urbanizzazione, quelli dominati da agglomerazioni di case individuali sempre più lontane dall’urbanizzazione storica, dove vivono le classi medie per meglio proteggersi dalla racaille di banlieue (espressione peggiorativa utilizzata dal Ministro Sarkozy durante le sommosse del novembre 2005, ndr) ma anche perché i valori immobiliari nei centri urbani sono saliti troppo perfino per una famiglia di classe media; infine, gli spazi della gentrification: spesso vecchi quartieri popolari di grandi città che acquisiscono valore contestualmente al crescere della presenza di esponenti delle professioni legate alla nuova economia dei servizi, con la loro cultura transnazionale e la loro ricerca di servizi – specie ricreativi e culturali – di prestigio. A Parigi, assistiamo al fenomeno sempre crescente dell’evacuazione delle classi medie costrette a trasferirsi in mondi periferici sempre più lontani, lasciando la città a chi la merita: quelli che sono, per l’appunto, collegati con le altre grandi città del mondo…..
AC Torniamo alla realtà della relegazione. In Francia siamo di fronte al paradosso di un forte volontarismo dell’azione pubblica a fronte a risultati sempre più deludenti. Più di vent’anni di politique de la ville non sono riusciti ad intaccare il meccanismo della relegazione. Si tratta molto spesso di un discorso pubblico dai contorni neo-coloniali nel quale la banlieue ed i suoi abitanti diventano l’eccezione da ricondurre alla norma, un vulnus del patto repubblicano o la sede di una concreta minaccia comunitarista….
Il volontarismo francese in materia di trattamento del problema dei quartieri di relegazione é il frutto di una serie di fallimenti gravi. Esso non esprime l’idea di affrontare meglio il problema ma di farlo semplicemente svanire attraverso la dispersione della popolazione che fa problema. Più si trattano i luoghi con un determinismo urbanistico feroce e senza tener in alcun conto le persone, più si manifesta il desiderio di liberarsi di queste popolazione piuttosto che di aiutarle. La politique de la ville (definizione corrente del complesso sistema di politiche urbane volte al superamento del problema della relegazione urbana in Francia, ndr) è diventata un meccanismo che premia le amministrazioni locali che accettano di demolire la più grande quantità possibile di immobili in cui vivono le minoranze etniche. Questi immobili sono numerosi, almeno quanto gli eletti locali che desiderano farli sparire. Dunque, si tratta di un meccanismo che funziona! L’agenzia nazionale di rinnovo urbano finanzia i progetti in base al numero di demolizioni previste. Non si tratta quindi di una forma di partenariato ma di un meccanismo di ricompensa ed incitamento in stile anglosassone, con in più un autoritarismo alla francese.
AC Nelle tue ricerche tenti di individuare un’alternativa che dia spazio ad un protagonismo delle popolazioni. Non è casuale che il dibattito francese sia dominato dal fantasma del legame sociale: la politique de la ville ha lungamente fatto riferimento – in modo volontaria e normativo – alla necessaria ricerca di un legame sociale che sembra ormai farsi sempre più raro e sempre meno spontaneo. Di fronte al fallimento clamoroso di quanto fatto fino ad ora, tu parli della possibilità concreta di rifare la città, di ricostruire legame urbano…
JD Si, il mio ultimo volume – Quand la ville se défait – è proprio dedicato a questa possibilità. Rifare la città e re-imparare a fare società significa prima di tutto riequilibrare il rapporto fra luoghi e flussi, limitando il tempo di permanenza in questi ultimi, per esempio. Più in generale, attraverso una combinazione di interventi a sostegno della mobilità delle persone e dell’elevazione di quella che io chiamo la capacità di potere del soggetto sul luogo in cui vive, possiamo forse ritrovare lo spirito della città, vale a dire ciò che fa la sua forza originale : la facoltà di slegarsi e legarsi liberamente in uno spazio che offra a ciascuno una dimensione intima e privata che sia però aperta all’esterno ed al movimento, alla possibilità di farsi vedere ed ascoltare. In breve, il contrario dell’essere assegnati a residenza, trasferiti, trattati, manipolati. Per quanto riguarda la realtà dei quartieri di relegazione, è evidente come la tentazione del trattamento fisico – anche attraverso grandi programmi di demolizione – sia molto forte per la classe politica. E’ la strada più spettacolare, la più mediatica, che se non condotta con la partecipazione degli abitanti si traduce in rivolte come negli Usa negli anni 60 ed in Francia, visto che grazie a ricerche recenti sappiamo che i disordini del novembre 2005 hanno avuto luogo specialmente nelle banlieues coinvolte in programmi di demolizione. Sono rivolte che muovono dal sentimento di persone che si sentono ridotte a cose, che si possono spostare senza che abbiano alcun diritto di parola ed espressione. Viceversa, le operazione di riqualificazione hanno senso solo se sono l’occasione del processo inverso : quello di un’elevazione della capacità di potere delle popolazioni nei loro quartieri, nelle loro città e soprattutto nelle loro vite.
Nota: (*) l'autore dell'intervista Alessandro Coppola ha inviato a Eddyburg con richiesta di pubblicazione la presente versione, diversa da quella de il manifesto (f.b.)
Strepitoso successo di Elio e le Storie Tese al Festival della canzone napoletana con la riedizione regionale de "La terra dei cachi". Parcheggi abusivi, applausi abusivi, villette abusive, Casalnuovo abusivo, palazzi sì, palazzi no, perché la terra dei cachi è la terra dei cachi. Colmata sì, colmata no. Chi colma e chi dice calma. Bagnolifutura, Bagnolipassata, datti una colmata. Pecoraro sì, Scanio no. I Nerli a fior di pelle. Un roseto a Bagnoli. Telefonami fra vent´anni. Quanti problemi irrisolti, ma un sindaco grande così. Poteri speciali, doveri speciali, foulard speciali. La voce speciale. Una donna per tutti gli annali. Non fa bene, ma non fa male. Non si spiega e non si spezza. Ci mette una pezza. Mese per mese, sciacqua Rosa e bive Agnese. Piani, programmi, progetti e rigetti. L´arredo urbano, una mano di colla e poi tutto crolla. Ma avanza la metro, il fiore all´occhiello, l´occhiello di triglia. Calcinacci e transenne, il buio perenne del Plebiscito. La piazza non vale senza la montagna di sale. Via dalla piazza folle, galeotto è il deserto e chi lo volle. Chi spara e chi spera. Esercito sì, Esercito no. Inviati speciali. La terra dei cachi. Lo stadio a Scampìa. Caserme sì, caserme no. Lo stadio di Fuorigrotta. Tornelli sì, Bucchi no, Calaiò, Calaiò. Coroglio che cede, occhio non vede. Cinesi dovunque, la zona orientale. Buche dovunque, la zona accidentale. Rifiuti sì, rifiuti no. Bertolaso: l´aso nella manica, l´aso in mezzo ai suoni. Osservatorio dei rifiuti, Catasto dei rifiuti, cataste di rifiuti. Rosso di Serre, rifiuti senza terre. Termovalorizzatori sì, termovalorizzatori no. Più balle che eco. La politica. Papaveri e capi, la razza impunita, ma questa è la vita. Sono sempre gli stessi (bisogna farsene una Regione). Le solite facce e un uomo sodo al comando. L´imperatore. Piace alle bionde e piace alle more. Guerra e piace. La grinta dei duri, lui dura. Nel paese dei cachi. Ci sta molto bene, ha messo radici, circondato da amici, il giro pasciuto del potere assoluto. Il rivale è servito, ma l´irpino forbito s´è presa metà della torta creando sul posto un papa di scorta, Sua Sanità, l´assessore alla salute campana. La terra dei cachi. Cachi amari per tutti. Napoli sì, Napoli no. Appalti annullati, parcheggi irrisolti, pali crollati, siamo tutti assediati. Vigili sì, vigili no. La razza pregiata degli uomini colpiti all´incrocio da stress assoluto. Chiedono aiuto e si ritirano stanchi. Il Corpo municipale dei cachi più neri che bianchi. Promesse, programmi e annunci a sacchi. La terra dei pacchi.
Una sintesi del testo che segue è stato pubblicato su la Repubblica, sabato 17 febbraio 2007 in Milano Cronaca con il titolo “Perché i prezzi delle case non cresceranno”. Si interviene nel dibattito sulla proposta del Comune di aumento degli oneri, negando che possa influire sull’aumento dei prezzi degli immobili.
Il dibattito che si è sviluppato sulle decisioni della Giunta Milanese in materia di fiscalità immobiliare – oneri di costruzione in aumento, ICI in riduzione – è importante, perché finalmente inizia ad illuminare un tema in genere oscuro, poco trasparente, poco frequentato dalla stampa, come quella della tassazione della rendita fondiaria-immobiliare. Un tema che incide in modo rilevantissimo sul benessere dei cittadini: in quanto acquirenti di immobili, in quanto proprietari di patrimoni, in quanto fruitori dei servizi di una città – verde, impianti sportivi, servizi di assistenza, mobilità, istruzione ecc. - che dovrebbero in larga misura crescere insieme alla città privata ed essere finanziati da una parte dei plusvalori generati dalle trasformazioni. Un tema tuttavia che, come molti altri, presenta delle specificità e difficoltà concettuali che non sono ben padroneggiate dai normali attori del dibattito pubblico – commentatori, politici o anche “addetti ai lavori”.
E’ così che un approccio ragionieristico ad almeno uno dei problemi affrontati, quello degli effetti dell’aumento previsto degli oneri di urbanizzazione e costruzione, sta a mio avviso creando errate valutazioni e fuorviando il dibattito stesso rispetto ai veri problemi sul tappeto.
Si afferma da più parti che l’aumento degli oneri farà lievitare i prezzi degli appartamenti, e qualcuno suggerisce anche l’entità degli aumenti: il 2%. Si tratta di un non-senso e di una previsione sbagliata: i valori dei suoli, urbani e rurali, ma anche il valore del metro quadro costruito, non hanno alcun rapporto col costo di costruzione; essi dipendono essenzialmente dal livello e dalla natura della domanda, a fronte di un’offerta limitata e difficilmente espandibile, caratterizzata da specificità di qualità e di localizzazione. Se così non fosse, come spiegare l’incremento dei valori immobiliari a Milano, che per appartamenti recenti centrali, semicentrali o anche periferici sono aumentati in media rispettivamente del 64%, del 54% e dell’83% in termini reali (e cioè deflazionati; dati Megliomilano) fra il 1998 e il 2005? E tutto ciò a fronte della costanza, se non della riduzione dei costi di costruzione in termini reali, grazie alla manodopera immigrata. La realtà è che, in presenza di due forti novità come la fuga del risparmio dalla borsa e dalle obbligazioni e la caduta del costo dei mutui immobiliari (dal 14% al 5% fra il 1996 e il 1998 grazie al vituperato euro), si è riversato sul mercato un enorme incremento di domanda (le compravendite sono aumentate in Italia in modo continuo da 600.000 nel 1997 a 1 milione nel 2006, dati Cresme) che è stato particolarmente intenso in città come Milano che godono anche di una rilevante attenzione da parte di operatori internazionali. Con grande vantaggio in termini di profitti lordi, come appare chiarissimo a tutti.
In secondo luogo: la rendita fondiaria (e la sua tassazione) non costituisce, secondo i padri dell’economia, un costo di produzione (che si riflette sui prezzi) ma una quota distributiva, un reddito che entra direttamente nella tasche dell’operatore, in misura maggiore o minore a seconda delle circostanze (della domanda). Ha dunque perfettamente ragione l’assessore Masseroli a negare spinte sui prezzi, che anzi mostrano già una tendenza alla stabilizzazione se non alla riduzione.
A Milano gli operatori immobiliari hanno goduto nell’ultimo decennio di questo fortissimo incremento della domanda, in presenza di regole urbanistiche di trasformabilità dell’uso dei suoli di chiara impronta deregolativa e soprattutto di una tassazione delle trasformazioni assolutamente (per non dire scandalosamente) leggera. Andiamo dall’abbassamento degli standard minimi (cessione di aree al Comune) contenuto nella nuova legge urbanistica regionale alla non imposizione di cessioni a standard sulle innumerevoli e rilevanti microtrasformazioni immobiliari; dalla ridicola entità degli extra-oneri negoziati dall’amministrazione nel caso dei PII maggiori a casi di esplicita massimizzazione della rendita emergente dalla trasformazione, attraverso concentrazioni di volumi costruibili ai limiti della sostenibilità, come nel caso del recinto interno della Fiera.
Gli oneri di urbanizzazione devono essere aumentati, non già in modo limitato come si propone, ma in modo sostanziale, per avvicinarci al livello dei paesi europei e soprattutto per compensare la comunità per i rilevanti effetti ambientali della crescente densità immobiliare e del consumo di spazi liberi. Una recentissima modifica alla legge urbanistica approvata dalla Giunta Regionale introduce un contributo suppletivo sulle nuove costruzioni che sottraggono suolo agricolo: si tratta di un concetto innovativo e benvenuto, dato l’elevatissimo consumo di suolo che caratterizza il nostro paese e l’area milanese in particolare; un concetto che deve però essere esteso e trovare traduzione in un’equa dimensione quantitativa, assai diversa dalla irrisoria determinazione di legge (da 0,5 a 1,5% del contributo di costruzione, già ridottissimo).
Veniamo infine alla riduzione dell’ICI. Questa imposta ha un significato solo operativo,mentre manca di una solida base logica: permette facilmente di fare cassa. Dunque la sua variazione risponde a esigenze di bilancio, che l’amministrazione deve valutare, e dipende dalle preferenze politiche delle coalizioni al potere. Una possibile riduzione potrebbe infatti essere diretta solo a certe categorie di proprietari (ad esempio solo sulla prima casa); oppure può essere estesa a tutti, anche alle società, nel caso di un orientamento, politico ed etico, opposto.
Nel caso dell’ICI, il vero intervento necessario concerne la verifica degli estimi catastali, ad evitare inesattezze e disparità di trattamento inaccettabili più che per aumentare gli introiti complessivi. Soprattutto, poter evidenziare incrementi di valore che derivano da interventi pubblici migliorativi, nel campo delle infrastrutture di mobilità o della qualità urbana, avvicinerebbe l’ICI alla più razionale ma difficilmente esigibile tassazione sull’incremento di valore degli immobili – una tassa che Milano ha utilizzato strategicamente nella breve finestra temporale della sua esistenza, nei primi anni ’60, per finanziare in parte la linea 1 della metropolitana.
E’ preceduto da una nuova polemica l’esordio di Piero Fassino sulla tormentata scena del dibattito per lo sviluppo del territorio toscano. Comune di Fiesole e Fondazione Italianieuropei - quella di D’Alema e Amato - hanno organizzato per lunedì un convegno con folta partecipazione dell’establishment di Ds e Margherita, col presidente della Regione Claudio Martini, l’assessore regionale Riccardo Conti, il sindaco di Firenze Leonardo Domenici, il segretario regionale Ds Andrea Manciulli, alcuni parlamentari dell’Ulivo e eminenti accademici, conclusioni affidate appunto al segretario nazionale Ds. Non ci sono nel lotto dei relatori a Fiesole gli esponenti del Coordinamento regionale dei comitati toscani per la difesa del territorio, neonato sotto l’input di Alberto Asor Rosa proprio a Fiesole, uno dei terreni di battaglia del nuovo ambientalismo.
Il Coordinamento ha scritto una nota per rivendicare il desiderio di partecipare all’evento. «L’appuntamento si presenta, a detta degli organizzatori - scrive il Coordinamento - anche come occasione per una riflessione approfondita sulle politiche in atto. Non sarebbe quindi di cattivo auspicio per le istituzioni presenti e promotrici invitare il Coordinamento regionale dei comitati toscani per la difesa del territorio, al fine di dimostrare una effettiva volontà di dialogo con le organizzazioni ed i gruppi presenti sul territorio che esprimono forti critiche non solo sull’operato di specifiche amministrazioni comunali, e fra queste quella di Fiesole, ma anche verso il nuovo Piano d’indirizzo territoriale che a nostro avviso risulta inadeguato ad arginare sia l’attacco speculativo alle aree di pregio che il dilagare di una malintesa cultura dello sviluppo destinata a produrre danni irreversibili al territorio. Esprimiamo quindi l’auspicio che questo confronto avvenga affinché la volontà di dialogo esca dalle affermazioni di principio ed entri nel merito». Secca la risposta del sindaco di Fiesole Fabio Incatasciato. «Non è un evento organizzato per confrontarsi con Asor Rosa» replica il primo cittadino che negli ultimi tempi ha avuto più di un’occasione di scontro coi comitati. «Ben vengano ad ascoltare, se vogliono, ma non è un’assemblea pubblica che prevede il contraddittorio».
I lavori del convegno «Territorio Cultura Sviluppo», presso FiesoleArte in via Gramsci 19/a a Fiesole, saranno aperti alle 9 dai saluti di Incatasciato e Martini. Alle 9.30 la prima tavola rotonda su «Conservazione attiva e politiche di sviluppo», coordinata da Rita Borioni (Fondazione Italianieuropei) e introdotta da Silvia Viviani (Presidente Inu Toscana). Dell’argomento discuteranno Franco Ceccuzzi, deputato dell’Ulivo, Vittoria Franco, senatrice dell’Ulivo e presidente Commissione cultura del Senato, Pietro Giovanni Guzzo, sovrintendente di Pompei, Amerigo Restucci, università di Venezia, Mariella Zoppi, università di Firenze, Leonardo Domenici. Alle 11.30 la seconda tavola rotonda, sul tema «La Toscana insidiata?», con Massimo Morisi (università di Firenze), Patrizia Colletta (responsabile nazionale Ds sostenibilità e politiche del territorio), Daniele Mazzonis (sottosegretario Ministero beni culturali), Riccardo Varaldo (Scuola superiore Sant’Anna di Pisa), Manciulli e Conti. Alle 13.00 le conclusioni di Fassino.
Lo scandalo Monticchiello, provvidamente sollevato da Alberto Asor Rosa, ha provocato un’attenzione al paesaggio che è di per sé positiva, tanto più se sollecita anche segretari di importanti partiti politici a muoversi. Speriamo che, dalla Toscana, quell’attenzione si rivolga anche altrove.
E speriamo che in Toscana faccia chiarezza, e qualcuno sottolinei quanta distanza separa le parole dai fatti e con quanta attenzione questi vadano seguiti e verificati, come abbiamo scritto in un recente eddytoriale. Molti hanno già segnalato quale abisso vi sia tra le intenzioni del PIT e la sua concreta efficacia (si veda, tra l’altro, il contemporaneo articolo di Paolo Baldeschi).
Poiché si parlerà del Codice del paesaggio, sarà opportuno ricordare come esso venga mistificato e falsificato nelle “intese” propagandisticamente firmate, a partire dalla Toscana, da presidenti regionali e segretari o sottosegretari di Stato. Basta leggere in proposito gli scritti del nostro Luigi Scano, ampiamente presenti nelle cartelle a lui dedicate in questo sito.
Il Piano di Indirizzo Territoriale della Regione Toscana (il PIT in corso di adozione) come descritto da Massimo Morisi è tutto collocato in una sfera di politica alta, tanto alta da rischiare di perdere il contatto con la realtà. Ad uno scienziato come Morisi certamente non sfugge il corposo intreccio di interessi per cui molti Comuni continuano ad inseguire uno sviluppo senza qualità, promuovendo edificazioni che non corrispondono a nessuna esigenza sociale. Di fatto il PIT è pieno di esortazioni a ben fare, ma l’attuale dispositivo dei poteri e competenze è tale che i Comuni, ottemperando ad una legislazione ambigua e sempre aperta a deroghe, possono fare quello che vogliono. Pensare che sia sufficiente una «coerenza politica» ad assicurare la coerenza dei fatti con gli obiettivi dichiarati è l’ipotesi che la Regione Toscana ha perseguito in questi anni, con i risultati che sono di fronte a tutti e che muovono le proteste dei comitati.
Cosa fare dunque? La proposta che viene da vasti settori del mondo universitario non è di tornare indietro ad un sistema di controlli gerarchici, bensì di procedere verso un reale trasferimento di poteri ai cittadini. Questo può essere fatto distinguendo gli aspetti statutari e invarianti del Piano da quelli programmatici e contingenti, così come nell’ordinamento giudiziario le norme costituzionali sono distinte dalle leggi ordinarie. Si faccia dunque, con un’ampia partecipazione, uno statuto regionale articolato in tanti statuti locali in cui siano definite le regole condivise di conservazione e trasformazione del territorio, regole rispetto alle quali ogni piano deve essere coerente: lasciando la possibilità ai cittadini di ricorrere ad una «corte costituzionale del territorio» laddove ritengano che i piani violino tali regole. Il resto, le norme del PIT citate da Morisi come esempi di buona amministrazione vanno benissimo, ma sono solo dispositivi di salvaguardia. Per perseguire uno sviluppo in cui la qualità faccia aggio sulla quantità ci vuole ben altro. Le critiche che da più parti sono rivolte al governo del territorio in Toscana non sono contro le istituzioni, ma significano al contrario volontà di partecipazione alla vita istituzionale. Sapere ascoltare, essere aperti al confronto, e disponibili a cambiare, non è politica tout court: è buona politica.
La sintetica valutazione del PIT ci sembra totalmente condivisibile, così come le preoccupazioni sollevate e la sostanza della proposta formulata. È opportuno precisare (e crediamo di interpretare anche il pensiero di Baldeschi) che quando, nella sua proposta, si parla di “regole condivise di conservazione e trasformazione del territorio, regole rispetto alle quali ogni piano deve essere coerente”, non ci si riferisce a chiacchiere o principi, ma a precise regole precisamente riferite a specifici territori adeguatamente cartografati: regole valide erga omnes, che favoriscano trasformazioni coerenti con le esigenze di conservazione e ostacolino quelle distruttive o degradanti.
Abbiamo assistito ad una cadenzata serie di bordate verso l’Imposta Comunale sugli Immobili (Ici). Di riflesso si è ovviamente messa in discussione la spesa coperta dall’entrata tributaria di competenza comunale. Il gettito aggregato dell’Ici ammonta circa ad una decina di miliardi di euro, finanzia quasi un quarto della spesa dei Comuni ed è una delle poche entrate autonome in mano ai governi locali. L’Ici è un imposta reale, non incide il contribuente ma il cespite, ha un andamento formalmente proporzionale, con l’unica significativa eccezione per l’abitazione dove risiede il proprietario. È un’imposta efficiente, nel prelievo poiché difficilmente evadibile ed eludibile, rispetto alle scelte del consumatore, poiché per entità non distorce visibilmente le scelte di acquisto o di vendita. Tuttavia è un’imposta vecchia, nel senso che la statistica non premia le imposte di diciassette anni di vita, forse proprio questo aspetto può spiegare la sua impopolarità.
Tuttavia è utile inquadrare due fenomeni entro i quali si sta sviluppando la crociata contro l’Ici. Il primo è una generale diffida al potere pubblico di appropriarsi di una parte del frutto del lavoro del cittadino mediante un rilevante prelievo fiscale; in sostanza un riflusso liberale. Il secondo legato alla dispersione sul territorio di competenze da parte dello stato centrale e, più lentamente, di autonomia finanziaria in capo agli Enti Locali.
I paesi con elevata autonomia dei governi locali associano ai visi dei governanti sul territorio imposte che poggiano su basi imponibili autonome: generalmente il patrimonio immobiliare. La ragione sta nel fatto che la compartecipazione al gettito derivante da un’unica imposta diretta centrale (l’Irpef italiana) di più livelli di governo può limitare fortemente l’autonomia. I requisiti chiesti alla base imponibile di un’imposta a sostegno di un potere locale sono: la non esportabilità della stessa (cioè il fatto che i mattoni non possano «fuggire » a causa di un inasprimento della pressione fiscale); la facile misura del valore; possibilmente una qualche relazione fra la crescita della base imponibile e l’attività di governo che si finanzia. È il caso perfetto dell’Ici – al contrario dell’Iva, che invece può traboccare al di fuori di un territorio del Comune – e dove il livello delle transazioni su di un territorio non è visibilmente imputabile ad un sindaco.
Tornando all’Ici, il valore di un immobile è evidentemente legato all’attività di pianificazione del Comune, e perfino di province e regioni. La nostra Ici ha tanti difetti: la base imponibile (rendita catastale) non è determinata sui valori di mercato, non è detto che a due immobili con lo stesso valore di scambio corrispondano bollettini di pagamento troppo simili; a parte l’abitazione principale e poco altro, non sono possibili ulteriori margini di manovra per produrre o accentuarne la progressività; la base imponibile, infine, è cresciuta ad una velocità assai inferiore rispetto all’inflazione negli ultimi dieci anni.
Tuttavia con i frutti della tanto vituperata imposta si paga il wellfare locale: asili nido, scuole d’infanzia, assistenza agli anziani, contributo pannolino, contributo affitto, trasferimenti diretti a famiglie in difficoltà, eccetera. Chi è il principale beneficiario di questo wellfare pagato con un’imposta che deriva per tre quarti da seconde case e capannoni industriali? La famiglia. Allora perché contrapporre – da parte di taluni esponenti politici in odore di sacrestia – famiglia e Ici? Perché ciò che è messo in discussione è il prelievo fiscale e quindi la spesa pubblica in senso lato. Si potrà obiettare che esiste un diritto alla «prima casa», ma secondo la nostra Costituzione la proprietà privata non è mai lorda, ma sempre al netto delle imposte, le quali a loro volta devono essere improntate al criterio di progressività. Dunque perché esentare dal pagamento (o da una parte di esso, se si esenta fino a 100 metri quadri) di un’imposta modesta il possessore di un castello contemporaneamente a chi sta pagando un mutuo per un appartamento di periferia?. E’ dimostrato, inoltre, che già ora l’Ici ha un andamento indirettamente progressivo rispetto alla condizione economica equivalente nel centro-nord Italia: abolire l’Ici sulla prima casa significherebbe trovare due miliardi e mezzo dall’Irpef e, per ovvie ragioni, peggiorare l’effetto redistributivo. Il patrimonio è più concentrato del reddito dichiarato!
Semmai andrebbe proposta una riforma radicale dell’Ici in imposta personale patrimoniale e fortemente progressiva rispetto alle condizioni di ricchezza del contribuente, così da triplicare il gettito abbassando la pressione sulle famiglie più deboli per poi redistribuire ancora, con un’espansione della spesa di wellfare. Invece contrapporre l’Ici alla famiglia nasconde sotto spoglie clericali fini «liberali», decisamente contrari ai principi evangelici nonché, in ultima analisi, alla famiglia stessa.
L’analisi dell’autore (che è assessore al Bilancio e alla partecipazione del Comune di Modena) è assolutamente condivisibile. Avrebbe però meritato una conclusione diversa.
L’ICI è una tassa che colpisce il valore immobiliare, quindi la rendita, la componente parassitaria del reddito (quella alla quale non corrisponde nessun ruolo di utilità sociale, a differenza dalle altre due componenti, il salario e il profitto).
Nel domandarsi con che cosa sostituire non l’ICI, ma una sua riduzione, occorrerebbe domandarsi in che modo il Comune possa giovarsi degli incrementi dei valori immobiliari (della rendita) che non deriva certo dagli investimenti privati ma dalle opere e dalle spese della collettività. Perché mai, ad esempio, il Comune non deve beneficiare degli aumenti di valore che vengono determinati nel momento della compravendita? È in quel momento che l’incremento della rendita immobiliare pienamente si manifesta
Savona, via libera alla svolta Fuksas ma la sinistra radical resta sulle barricate
Luciano Angelini
Fuksas va. Ore 18,38: con 23 sì e 17 voti contrari il parlamentino savonese dà il via libera al progetto, o meglio all´idea progettuale, perché di questo si tratta per ora, al porto turistico della Margonara con torre alta 123 metri, 700 posti barca, parcheggi, annessi e connessi. Ora quello che viene definito l´atto di indirizzo, sette paginette scarse con la storia della "voglia di porto turistico", come l´ha definita qualcuno, dalle origini (1998) ai giorni nostri, passa all´esame della Conferenza di servizi, presieduta da Rino Canavese, per poi tornare, con il progetto preliminare, quello vero con tutte le specifiche necessarie, a Palazzo Sisto IV per l´esame delle commissioni e il definitivo parere del consiglio comunale.
Tutto secondo copione. Si sapeva fin dall´inizio che non ci sarebbe stata partita. Il sindaco Berruti aveva messo in conto che non avrebbe potuto contare sui tre voti degli alleati di Rifondazione comunista, ma recuperato quello dei Comunisti italiani e soprattutto quelli di alcuni riottosi della Margherita, ammansiti con incarichi più o meno significativi, si è presentato con fiero cipiglio all´esame del Consiglio. Il passo più delicato, anche se non il più insidioso, dei suoi primi dieci mesi di governo. Né poteva smuoverlo dalle certezze acquisite, anche se a fine seduta ha confidato di «aver preso in seria considerazione anche l´ipotesi del no», la petizione con tremila firme che una delegazione dei Verdi gli ha consegnato pochi minuti prima della riunione. Lo slogan "riqualificare non vuol dire cementificare" non poteva scuoterlo più di tanto. La strada era ormai tracciata e la maggioranza di centrosinistra aveva messo in conto di prendere un paio di simbolici schiaffoni dagli alleati di Rifondazione. E Milvia Pastorino non li ha lesinati. Parole pesanti come pietre, le sue. «Fuksas è l´ultimo capitolo di urbanistica contrattata in una città ridotta a mercato». E ancora: «Il distacco dai cittadini è grande, siamo di fronte ad una crisi della politica, al predominio del potere economico». Ultimi fuochi anche da Patrizia Turchi (A sinistra per Savona), che ha presentato un suo ordine del giorno (34 no, 5 astenuti, un sì, il suo. «A Savona è chiaro come ci siano soggetti che hanno in mano buona parte delle sorti della città e che ricoprono incarichi nei centri nevralgici. L´atto di indirizzo che andate ad approvare altro non è che il certificato con il quale il Comune di Savona si presenterà al tavolo della Conferenza di servizi e dell´Autorità Portuale per dire "ho in tasca l´approvazione". E´ il via libera ad un altro assalto, forte, pesante del cemento. Non c´è scelta politica, si lascia mano libera ai privati».
L´opposizione ha fatto l´ammoina. Pur favorevolissima al progetto ha presentato un proprio ordine del giorno (12 sì, 27 no, un astenuto). Originale e rivelatrice la proposta di Vincenzo Delfino, il candidato sindaco bocciato dalle urne. «Visto che maggioranza e opposizione vogliono la stessa cosa, perché non votarla insieme?». Non se ne è fatto nulla, ovviamente. Ma, a sorpresa, il consigliere Baiardo, proprio della Lista Delfino, è uscito dal coro e ha votato contro.
L´atto di indirizzo che spiana la strada a Fuksas contiene la foglia di fico di sette prescrizioni, tra cui l´inserimento nell´ambito di un´idea progettuale del fronte mare dal Priamar ad Albissola Marina, la progettazione di una passeggiata pedonale e ciclabile dalla Torretta ad Albissola, funzioni insediative per la fruizione pubblica con ristoranti, bar, spazi congressistici, la soluzione dei problemi della viabilità, un piano economico-industriale ed un dettagliato piano industriale, criteri che minimizzano l´impatto e la sostenibilità ambientale, soluzioni per la nautica sociale, la salvaguardia dello scoglio della Madonnetta e lo sviluppo degli sport del mare.
Berruti ha respinto al mittente critiche, diffidenze e sospetti. «Siamo arrivati al voto dopo un dibattito che ha coinvolto tutta la città, categorie economiche, enti, associazioni, ordini professionali. Una cosa deve essere chiara, non avalliamo scelte fatte da altri. A chi dice che faremo una cosa per i ricchi, rispondo, facendo mia una frase di Olaf Palme, che non dobbiamo combattere la ricchezza ma la povertà. Certo c´è un prezzo da pagare, ma alle nostre condizioni penso che questo progetto di sviluppo darà benefici superiori ai costi, garantirà alla città una nuova vocazione per evitare la deriva del declino». Fuksas, e così sia, insomma.
Albaro, torre di cemento nel verde
Donatella Alfonso
Nel rush di fine mandato del cemento, spunta un´altra torre. Non proprio un grattacielo, ma sette piani più l´attico in via Bosio, un angolo nascosto di Albaro dove il massimo dell´altezza dei fabbricati è di quattro piani, si notano eccome: e mentre tra gli albarini circolano i mugugni, la circoscrizione Medio Levante - unica a guida del centrodestra - si compatta con l´opposizione di centrosinistra che ovunque in città è maggioranza e tutti dicono senza mezzi termini: tutto quello che non è ancora stato deciso, rimandatelo alla prossima giunta, per favore. Mentre nelle ultime sedute consiliari (3, 5 e 11 aprile) si affollano le pratiche urbanistiche da approvare, a partire dalla trasformazione del mercato di corso Sardegna (39 appartamenti, una residenza universitaria, 393 box e quasi 800 parcheggi legati alle attività per i giovani, due asili, gli uffici pubblici, sulla base di un project financing presentato dall´impresa Rizzani-De Eccher), oltre alle palazzine di via Liri e al residence nell´ex convento dei cappuccini di via Nullo. E lunedì una seduta di commissione urbanistica sarà interamente dedicata al parcheggio fai-da-te di Villa Rosa a Pegli, fieramente avversato dalla gente, in particolare dai genitori di 500 scolari delle due scuole ospitate nel parco. Al punto di scrivere una lettera aperta a tutti i consiglieri comunali perché trovino una strada per impedire i lavori: visto che, sotto il profilo delle autorizzazioni, la pratica non dovrebbe passare attraverso il consiglio comunale, ma essere autorizzata soltanto dagli uffici.
La stessa strada seguita dal progetto di via Bosio, peraltro: come tutte le pratiche dell´edilizia privata. Al punto che Bruno Gabrielli, assessore all´Urbanistica, resta trasecolato: «Un palazzo di sette, otto piani in quella zona? Impensabile. E´ vero che si tratta di un trasferimento di volumi rispetto ad altri abbattuti in altre zone della città; ma noi abbiamo dato un coefficiente massimo di ricostruzione di 1, cioè tanto quanto è stato abbattuto altrove; che in realtà abbiamo già dimezzato. Anche se la delibera relativa, a dir la verità, andrà in Consiglio solo martedì....». Il progetto firmato dagli architetti Grattarola e Bandini su un´area in abbandono di proprietà dell´Istituto Buon Pastore a cui è adiacente, impegna 1680 metri quadrati tra le vie Pirandello e Bosio, sulla collina di Albaro di fronte al mare. Lì intorno, a parte il complesso storico del Buon Pastore ci sono costruzioni degli anni Sessanta e Settanta, magari con il giardino al piano. Ecco perché si è pensato ad un blocco "contemporaneo" con attente finiture esterne (vetro e cotto), dice lo studio organico d´insieme; mentre il progetto è redatto "in conformità al Puc" che prevede nella zona un utilizzo esclusivamente residenziale.
Però. Però quello che si presenta nei disegni è una sorta di "fungo" «che da quelle parti non c´entra proprio niente», come sottolinea pasquale Ottonello, presidente del Medio Levante che segnala l´assoluta compattezza di destra e sinistra nel dire: pensateci meglio, e rimandate il tutto. Diciannove appartamenti, sette piani fuori terra, piano attico e tre piani interrati di parcheggio, uno dei quali pubblico; logge e giardini sopraelevati, collegati da "ponticelli" agli alloggi del primo e del secondo piano. Il tutto nel verde; e preoccupandosi dell´impatto. Perché, si legge nella relazione, «pur in assenza di aspetti meritevoli di tutela è necessario che l´impatto visivo salvaguardi le visuali panoramiche degli edifici limitrofi», mentre «le interferenze del volume di progetto con le visuali panoramiche circostanti risultano relativamente mitigate, nonostante le dimensioni plano-altimetriche sensibili del fabbricato proposto».
E in questa smania di torri di fine mandato, che fine hanno fatto le altre? "Segate" tutte dopo le proteste; e alla prossima giunta le decisioni. Tramontata la torre nell´area Boero di Molassana, slitta il parere amministrativo sui 300 appartamenti previsti nella zona. Così l´altra torre nel mirino delle proteste, quella nell´ex Verrina a Voltri: «Anche questa verrà "spalmata" sull´area, costruendo più edifici di minor impatto - risponde Bruno Gabrielli, assessore all´urbanistica - ma i tempi tecnici per ripresentare il progetto sono troppo lunghi».
«Vendesi villini in costruzione. Consegna entro 24 mesi». Superati i palazzoni di Prima Porta, via di Valle Muricana s'infila nel verde disseminato da una sequela sgangherata di casette. L'area protetta comincia poco più in là. E un cartello che segnali il parco non si vede. «Qualche volta li prendono e li usano come teglie per la pizza», raccontano da queste parti, e non scherzano. In compenso, fitti fitti, s'incontrano subito i cartelli delle agenzie immobiliari, piazzati di fianco a un cantiere e a una villetta spatolata di rosa, quasi finita.
Benvenuti nel Parco di Veio, fra quelli del Lazio il più massacrato dall'abusivismo. «Impieghiamo l'esercito per demolire gli abusi: non tutti, sarebbe uno spreco, perché molti possono essere riassegnate a chi non ha casa, ma almeno 10 l'anno», rilancia la sua proposta il direttore dell'ente parco, Roberto Sinibaldi.
Eppure anche così com’è, lacerato dall’abusivismo, il Parco di Veio - con dentro la sua pancia pezzi di archeologia, boschi e persino sorgenti, laddove non arriva la strada asfaltata - sembra destinato ad apparire, prestissimo, come un’isola felice, circondata dal cemento che all’improvviso gli sta esplodendo tutt’intorno. “Conurbazione”, si chiama. E cosa vuol dire si capisce benissimo percorrendo la via Flaminia, che costeggia un lato del parco: il cemento si sta allungando da Roma fino a saldare il tessuto urbano con quello dei paesi più a nord, Riano, Castelnuovo di Porto, Morlupo. Un paesaggio paradosso: lì è parco, di là no. Quindi anche a pochi metri di distanza dall’area protetta si può costruire. Distese di ulivi e di campi si cancellano. A partire da Colle delle Rose, località dal nome ameno appena dopo Prima Porta, che è tutto un cantiere di casette basse, dove lavora un esercito di operai rumeni, seduti davanti a ogni portoncino all’ora di pranzo. A seguire c’è Riano, dove invece ci si va giù pesante: le gru al lavoro saranno almeno una decina e il cemento si stratifica con una densità impressionante. Grossi edifici l’uno dietro l’altro, in una sfilza di ponteggi e fondamenta a coprire i fianchi dei pendii.
Che sia chiaro, qui è tutto legale. «Il problema è che i piani regolatori di questi comuni - spiega Roberto Sinibaldi - sono basati sul principio di trasformare tutti i terreni agricoli in zone residenziali. Le cubature progettate non sono certo commisurate alla crescita demografica prevista in quei paesi. Almeno nove decimi saranno destinate a chi viene da Roma, dove il mercato immobiliare sta espellendo i residenti». Del resto non ci sono leggi a tutelare questi territori: se non c’è un vincolo, sono ottimi per fare affari. E intorno al Parco di Veio c’è solo una zona “cuscinetto”, le Valli del Sorbo, vicino Formello, classificata come Sito d’importanza comunitaria. Così, spazio ai progetti edilizi che lasciano sgomenti gli ambientalisti. Come è avvenuto anche sull’altro versante del Parco, dalla parte di Campagnano. Nella Valle del Baccano, in cima a un crinale che 600mila anni fa era l’orlo di un cratere, sono spuntate una decina di palazzine “ornate” da abbaini, tutte con regolari licenze. «Visto dalla Cassia bis sembra un ecomostro - ammette un operaio - però quando cresceranno le piante non si vedrà nemmeno. Ma lei lo sa perché è bassissima la natalità in questi paesi? Perché non ci sono case per i giovani». Per questo bisogna costruire quelle che diventeranno anche seconde e terze case. E poi basta seguire le indicazioni degli enti competenti, i quali non riescono a entrare neanche nel merito della qualità architettonica, ma prescrivono esterni intonacati - niente cortina, almeno - e colori della terra, che nella pratica diventano giallognoli e rosa, pericolosamente vicini alle tonalità confetto molto amate dai veri abusivi di Veio. «che si ispirano alla casa dei sogni, modello Beautiful», commenta Sinibaldi. Forse è per questo che qua e là appaiono comignoli coperti a mo’ di vezzo da tegole arricciate, finestre a oblò, archi a non finire. Ma il tutto si riassume in un modello ambientale e sociale disastroso. Con un mare di gente scappata da Roma, venuta a vivere qui come fosse periferia e costretta ogni giorno a mettersi in fila in macchina, due ore all’andata, due al ritorno, per andare al lavoro. A Roma.
Parte l´operazione Fori: non più una pigra questione accademica, dibattito da tenersi intorno ad un tavolo con tempi epici immaginando soluzioni avveniristiche. Adesso che sul cuore dell´area archeologica centrale sta per arrivare il ciclone metropolitana, i tempi per un assetto definitivo sono nelle cose, accelerati, imposti, scanditi da progetti e inaugurazioni scritte nei contratti. Secondo gli impegni sottoscritti dal Comune, la linea C della metropolitana sarà funzionante nelle fermate Colosseo e Piazza Venezia nel 2015. Quel che i passeggeri della metropolitana di Roma troveranno emergendo in superficie dovrà essere un parco archeologico attrezzato, comprensibile, unificato, ordinato.
La soluzione Fuksas - via dei Fori come una passerella sulla storia, il traffico limitato al massimo, aree sosta e accoglienza per turisti e visitatori - progetto esposto nel 2004 al Colosseo e rilanciato dall´architetto in questi giorni, è considerato dal Campidoglio un utile suggerimento, un contributo interessante al dibattito, alla discussione in corso. L´assessore alla Cultura Silvio Di Francia precisa: «L´architetto Fuksas coglie soprattutto un punto. È questo il momento di intervenire, di cambiare e pensare a come definire l´area archeologica centrale. Non è possibile ancora dire se si realizzerà precisamente quel progetto ma sicuramente Fuksas stesso sarà un interlocutore e il suo lavoro uno stimolo ma anche una sfida». L´architetto parla anche di una spesa per la realizzazione del suo lavoro pari a circa duecento milioni di euro: «Non siamo ancora al punto di valutare i costi - commenta Di Francia - è prima necessario stabilire come riorganizzare l´area che non si limita soltanto alla zona dei Fori ma include anche zone circostanti, Colle Oppio e Celio, Palatino e Circo Massimo». Come dire: è il cuore storico di Roma e va ripensato urbanisticamente in maniera armonica. Prematuro al momento parlare di un concorso internazionale di architettura, per concedere ad altre star dell´architettura di esprimere il proprio punto di vista sull´appassionante tema del centro di Roma.
Quella dei Fori è comunque una priorità che è nell´agenda del Campidoglio: torna al lavoro proprio in queste settimane anche la commissione Stato-Comune proprio sulla risistemazione dell´area archeologica centrale, la discussione a quanto pare è entrata nel vivo. Ne fanno parte gli assessori Di Francia e Roberto Morassut, all´Urbanistica insieme ai tecnici La Rocca, soprintendente e Modigliani, direttore del piano regolatore e al soprintendente archeologico Angelo Bottini. Inevitabile che si torni a parlare ancora delle sorti di via dei Fori. Ancora Di Francia: «Ho sempre considerato che si trattasse di una strada sovradimensionata dal punto di vista della carreggiata, del traffico. Ma oggi capisco che sia necessario arrivare a una mediazione».
Altri lavori sono in corso, e non secondari per importanza. In ottobre saranno infatti chiusi i cantieri di restauro in corso ai Mercati di Traiano e si potrà passare finalmente all´allestimento del sospirato Museo dei Fori imperiali, il luogo per eccellenza deputato ad offrire ai visitatori, turisti e anche agli appassionati di storia antica e archeologia una visione unitaria dei Fori imperiali, senza tralasciare la storicizzazione, di quella via realizzata in epoca fascista per unire piazza Venezia al Colosseo, prossime modernissime fermate della metropolitana, al centro di una città che cambia.
Sul tema, in eddyburg, con riferimenti documentari
«Per il ponte sui Fori è il momento giusto»: sono i lavori per la metropolitana a far tornare di attualità il progetto elaborato da Massimiliano Fuksas, a riportare all´ordine del giorno uno studio completo che rende vivibile e moderna la strada che taglia l´area archeologica senza cancellarla né isolarla dal contesto urbano. Accade quindi che un cambiamento importante come quello avviato dai cantieri della metropolitana, premessa a una trasformazione epocale nel cuore della città antica, imponga un adeguamento urbanistico, un cambiamento di assetto ulteriore, riguardante proprio la via che unisce piazza Venezia e il Colosseo. Far diventare la strada come un lungo ponte sospeso sulla storia, arricchirlo di passerelle leggere e moderne e percorsi aperti al pubblico, ai turisti può essere la soluzione.
Cosa fare di via dei Fori imperiali è stata annosa questione che negli anni ha diviso e infiammato archeologi e urbanisti, assessori e ministri, soprintendenti e ambientalisti. Ora l´architetto che ha portato a termine la nuova Fiera di Milano, impegnato in cantieri in mezzo mondo ma sinceramente romano nel cuore, spiega: «Siamo arrivati al dunque. A Roma avremo la metropolitana più bella del mondo che tocca, per così dire, "la testa e la coda" di via dei Fori. Allora, io dico, è il momento di metterci mano. E il punto adesso non è più se togliere la strada o lasciarla ma farla vivere tutti i giorni e non soltanto una volta ogni tanto la domenica».
Il progetto dello studio Fuksas, firmato con Doriana Mandrelli già al centro della mostra «Forma» allestita al Colosseo nell´estate 2004, prevede che via dei Fori non venga modificata ma «riportata alla geometria d´origine». «La strada resta, è ormai storia di Roma» ma «la trasformiamo in modo da farne il collegamento tra i fori». Nei Fori di Fuksas, nati lavorando insieme all´allora soprintendente Adriano La Regina, la pedonalizzazione garantisce comunque l´uso pubblico e di emergenza della strada mentre dalle due corsie pedonali si collegano passerelle in legno sollevate dall´area archeologica dalle quali saranno accessibili piattaforme che potranno ospitare spettacoli all´aperto, caffè, libreria, mediateca, piccoli ristoranti. Questi percorsi sono pensati rispettando i percorsi storici e «sono tutti interamente reversibili».
L´operazione, rilanciata da Fuksas presentando un convegno sulle procedure urbanistiche che si svolgerà venerdì 30 alla Casa dell´architettura, ha costi stimati intorno ai duecento milioni di euro. Conclude Fuksas: «Adesso che finalmente si sta intervenendo con progetti architettonici importanti che trasformeranno e renderanno moderne le zone di Tor Vergata, dell´Ostiense, della Flaminia e dell´Eur non si può correre il rischio di dimenticarsi del cuore del cuore del problema, del centro storico di Roma e di trasformazioni importanti e urgenti».
Postilla
Il progetto Fori, che infiammò il dibattito capitolino a partire dalla fine degli anni ’70, era in realtà problema urbanistico un po’ più complesso della proposta di rivitalizzazione di una strada cui, in sostanza, si limita il progetto di Fuksas. Nell’idea dei protagonisti di allora, fra gli altri soprattutto il sindaco Petroselli e Antonio Cederna, si trattava di rivoluzionare il centro storico di Roma eliminando lo stradone fascista e recuperando l’unitarietà dei fori quale cuspide archeologica di un cuneo verde che si stendeva da Piazza Venezia ampliandosi a comprendere l’Appia antica fino ai piedi dei colli romani. Non solo quindi operazione di recupero archeologico, ma di innovazione urbanistica e culturale in senso ampio, ottenuta invertendo la gerarchia del primato selvaggio della mobilità privata a favore di uno spazio pubblico di natura e cultura.
La proposta Fuksas ci pare attestata su orizzonti non solo molto più limitati, ma anche di dubbia efficacia oltre che di oscure modalità di fruizione complessive. Solleva qualche dubbio, ad esempio, l’obiettivo del “riportare alla geometria d’origine” via dei Fori Imperiali senza peraltro modificarla in nome della sua asserita storicizzazione. Se occorre far ‘vivere’ la strada tutti giorni e non solo qualche domenica, il primo passo obbligato non può che essere la chiusura al traffico immediata ed illimitata temporalmente.
Logicamente non ineccepibile sembra quindi nel complesso una proposta che a partire dalla constatazione di una modifica in atto di grande rilevanza, come è a tutti gli effetti la costruzione della metropolitana, ne trae come conseguenza l’intangibilità spaziale dell’asse viario lungo il quale viene a collocarsi il percorso sotterraneo su ferro. E’ storicamente dimostrato, infine, che soluzioni di compromesso ispirate a restrizioni e limitazioni parziali del traffico sono destinate a soffrire di smagliature via via sempre più sbracate.
Quanto poi alla soluzione prescelta delle passerelle pensili immancabilmente dotate dei consueti imprescindibili gadgets di caffè, ristorantini e mediateche, e sospese su un panorama di asfalto, ruderi ed anidride carbonica, siamo pressoché certi che avrebbe scatenato la più feroce ironia lessicale di Antonio Cederna: forse non gli sarebbe dispiaciuta una definizione tipo “sadismo futurista”.(m.p.g.)
In eddyburg:
Sul progetto fori:
Antonio Cederna, Luigi Petroselli, il progetto Fori, di Vezio De Lucia
Sul progetto Fuksas:
De foris, etiam,di Maria Pia Guermandi
Il Comune tenta l´accelerata sul condono edilizio. Una delibera varata martedì dalla giunta Cammarata prevede la possibilità di ricorrere a tecnici esterni per la definizione delle oltre 59 mila pratiche che giacciono negli uffici comunali. In un anno ne sono state esitate appena 569.
Nei prossimi giorni sarà pubblicato un avviso rivolto a chi ha fatto istanza di condono nell´85 e nel ´94: chi deve ancora completare le domande con nuovi documenti, avrà sei mesi di tempo per farlo, o potrà presentare una perizia giurata entro il 31 dicembre. In cambio, il Comune definirà l´istanza di sanatoria entro i successivi nove mesi, anche ricorrendo a tecnici esterni, che saranno pagati con i fondi incassati dalle concessioni edilizie. A Palermo le pratiche incomplete sono circa 27 mila, quelle esitate appena 2 mila 600, quelle ancora da esaminare quasi 30 mila. In termini economici significano circa trenta milioni di euro, calcolando un onere medio di cinquecento euro a concessione.
Per smaltirle non basterebbero 103 anni. Delle 61.685 pratiche di sanatoria edilizia presentate, in dodici anni il Comune ne ha definite appena 2.616. E tra il 2004 e il 2005 le concessioni sono state in tutto 569. A conti fatti, con questi ritmi ci vorrebbe più di un secolo. Ma il Comune adesso fissa la tabella di marcia per i 27 mila ex abusivi che hanno pratiche incomplete, e per smaltire tutto il resto dell´arretrato autorizza il ricorso a tecnici esterni, che saranno pagati dal Comune stesso con gli oneri di concessione. Mettendo in atto ciò che a suo tempo aveva previsto la Regione, che nel 2003 aveva varato una legge che autorizzava il ricorso ai tecnici esterni, e nella Finanziaria del 2005 aveva autorizzato gli enti locali a pagare i tecnici con i fondi incassati dalle concessioni. Norme ribadite da una circolare emessa nel marzo 2005 dall´allora assessore al Territorio, Francesco Cascio, rimasta nella stragrande maggioranza dei casi lettera morta. «Finalmente al Comune hanno letto la Gazzetta ufficiale», ironizza oggi Cascio.
Ma, d´altro canto, è un dato di fatto che anche l´ultima rilevazione della Regione (al 31 dicembre 2005) sia sconcertante: i Comuni siciliani in un anno hanno smaltito appena il 3,2 per cento delle istanze pendenti. Delle 770.880 domande di condono relative alle tre sanatorie (anni 1985, 1994 e 2003), ne restano ancora da definire 547.986. Delle quali 59.069 in capo al Comune di Palermo, che in termini economici significano circa trenta milioni, calcolando un onere medio di cinquecento euro a concessione. Soldi che per le asfittiche casse di Palazzo delle Aquile sarebbero ossigeno puro.
Adesso Palazzo delle Aquile prova a dare una spallata alla montagna di carta ferma da oltre vent´anni e cresciuta a dismisura grazie alle altre due sanatorie. Le nuove regole per definire le pratiche sono contenute in una delibera predisposta dall´assessore comunale all´Edilizia privata, Giovanni Di Trapani, e approvata dalla giunta Cammarata martedì sera. A giorni sarà affisso e pubblicato un avviso che servirà a mettere sulla giusta strada chi attende il rilascio della concessione.
I 27 mila cittadini palermitani che hanno chiesto il condono nell´85 e nel ´94, ma non hanno ancora completato le pratiche, per farlo avranno 180 giorni di tempo dalla pubblicazione dell´avviso. A chi entro questa scadenza presenterà i documenti richiesti, o in alternativa produrrà entro il 31 dicembre 2007 la perizia giurata prevista dalla legge regionale che attesti la sussistenza di tutti i requisiti per ottenere la sanatoria, il Comune risponderà definendo l´istanza entro i successivi nove mesi. Tanto varrà anche per il settore Servizi alle imprese, per il rilascio del certificato di agibilità, e per il settore Centro storico, che ha la competenza di 400 pratiche ancora aperte.
I controlli saranno fatti su un campione di 1.200 istanze. E se il Comune non ce la farà a rispettare le scadenze con le sue forze - dei settanta tecnici arruolati per smaltire la sanatoria del 1985 ne sono rimasti in servizio appena una ventina - allora il servizio Condono edilizio ricorrerà ai tecnici esterni, come avvenuto nel 1995 per circa 5 mila pratiche. Il Comune, per questi incarichi esterni, stima una spesa di circa due milioni di euro.
«Era l´unico modo di affrontare una questione che rischiava di rimanere irrisolta», spiega Di Trapani, che in giunta è entrato l´11 gennaio scorso. «Appena nominato, sono stato messo di fronte al problema - spiega l´assessore - e mi sono reso conto che i nostri uffici con le loro forze non ce l´avrebbero mai potuta fare. Gli uffici prevedono di smaltire al massimo regime non più di 1.200 pratiche all´anno, il che significa che nel migliore dei casi ci vorrebbero cinquant´anni».
Di Trapani non nasconde che la manovra lo potrebbe rendere più simpatico ai tecnici, cosa che in campagna elettorale non guasta: «È anche vero che questa richiesta - spiega l´assessore - è stata fatta più volte dagli ordini e dai collegi professionali, che lamentano una situazione lavorativa non florida. In ogni caso, sarà un modo per tentare di muovere una situazione paralizzata da anni e per dare risposte a quei cittadini che hanno deciso di mettersi in regola».
La procedura varata dalla giunta Cammarata non comprende le pratiche del "condono Berlusconi", varato nel 2003. Le istanze sono 10.102, delle quali 120 sono state esitate. Ma in questo caso le regole erano molto più restrittive delle precedenti sanatorie, e il Comune prevede che gestire le concessioni sarà più facile.
Cazzola chiede alle istituzioni risposta definitive: sicuramente quella della Provincia era una risposta molto chiara, anche se non definitiva. Che ne pensa, Campos?
«Cazzola sa, perché evidentemente ha avuto delle assicurazioni in questo senso, che non tutti la pensano come la Provincia. Il sindaco di Imola, Massimo Marchignoli, lo ha già detto, quello di Medicina, Nara Rebecchi, anche. A questo punto, molto dipende da quello che dicono il presidente della Regione, Errani, e forse anche il sindaco di Bologna, Cofferati».
Che per il momento tacciono. Il sindaco di Imola rimprovera invece alla Provincia un atteggiamento «troppo istituzionale».
«La prima cosa che voglio dire è che la Provincia ha fatto bene e io non mi aspettavo di meno. Però cosa fondamentale da capire è che il Piano con cui la Provincia regola lo sviluppo del territorio (e sulla cui base ha posto dei “paletti” al progetto Romilia ndr) è stato disegnato con il consenso della Regione. Per questo mi aspetto subito che alla Provincia faccia eco la Regione».
Per il momento l’assessore regionale Campagnoli dice, a proposito di Romilia, che va accelerata la realizzazione del Passante autostradale.
«Ci arriviamo, prima però voglio dire un’altra cosa, a proposito dell’approccio istituzionale. Che in questo caso altro non è che una lettura del Piano territoriale provinciale che, essendo lo strumento urbanistico vigente, va rispettato. Io non ho mai pensato - e non lo penso oggi - che il Piano debba essere blindato. Certo risponde a una strategia generale chiara che può essere cambiata. Se questo è il problema, abbiano il coraggio di dire che va cambiata la strategia generale del Piano provinciale (e regionale), ci spieghino qual è la nuova strategia e, per servire gli interessi del signor Cazzola, cambino il contenuto del Piano».
Cazzola è risentito perché il suo progetto è stato da lei paragonato a quello berlusconiano di Milano 2.
«Lui dice che questo confronto gli fa accapponare la pelle e che si è offeso. Mi sorprende che Cazzola si adonti per il paragone con Berlusconi, da un certo punto di vista mi fa persino piacere. Però l’unica differenza che c’è tra Milano 2 e Romilia è che nel primo caso si parla di 70 ettari di variante, mentre per Romilia sono 300. Inoltre, per Milano 2, la proprietà del terreno era già di Berlusconi, mentre per Romilia è ancora di proprietà delle cooperative, che evidentemente hanno concesso a Cazzola un’opzione. Quindi c’è un socio che, per essere espliciti, è cointeressato all’operazione di Cazzola. E questo è il primo punto, ma ce n’è un altro che mi preme sottolineare».
Prego, lo faccia.
«Cazzola parla di piano industriale, ma quello di Romilia non lo è».
Perché?
«I liquidi non ci sono: Cazzola stesso li cerca. L’unica produzione sarà costituita da servizi. Non si tratta quindi di profitto, ma di pura rendita. Un terreno di 300 ettari, con un valore agricolo relativamente basso, con una semplice firma potrebbe diventare edificabile, vedendo moltiplicato per cifre imponenti il proprio valore. Le destinazioni ottenute con quella firma sono private e come tali andranno sul mercato. Per finanziare lo stadio e il Bologna calcio, che restano privati».
Il sindaco di Medicina ricorda che esistono anche le varianti ai piani urbanistici.
«In parte ho già risposto. Qui non si tratta di una variante, si tratta di una strategia. Il piano indica una direzione di sviluppo, verso nord, e comunque lungo gli assi esistenti. Dice che le campagne vanno semplicemente preservate e non ci deve essere nessuna aggiunta di centri commerciali o residenze fuori da queste direttrici. Se non va bene, facciamo un nuovo piano che dica il contrario».
Torniamo alla proposta di Campagnoli.
«Mi chiedo se abbia provato a guardare una carta. Se il Passante autostradale deve essere dirottato di dieci chilometri per arrivare a Romilia, io comincio a preoccuparmi moltissimo. Bisogna portare servizi dove vuole Cazzola, strade dove vuole Cazzola, persino la ferrovia. Questo è un metodo che in Emilia Romagna non è mai stato praticato».
Ma Bologna che c’entra con Romilia?
«Il Comune di Bologna è proprietario dello stadio Dall’Ara per ristrutturare il quale la collettività, nel 1990, ha speso fior di quattrini. Se si decidesse di fare un altro stadio, il Dall’Ara, un valore immobiliare di proprietà pubblica, verrebbe danneggiato».
Lei, parlando di Romilia, chiama in causa il nuovo Pd.
«A Rimini c’è un’operazione identica a quella di Romilia, tutta finanziato dalla rendita. Noi stiamo presentando la nuova legge nazionale di governo del territorio, ispirata alla nostra legge regionale. Se passano queste operazioni, diranno: “Si voi fate leggi, ma poi non le seguite”. Il Partito democratico per cui ho votato non sarà mica il partito di Romilia? Se così fosse, mi ritirei in buon ordine».
I lavori sono fermi, così come disposto dalla sovrintendenza per i beni architettonici e il paesaggio.
Intanto, però, gli ulivi sono solo un bel ricordo e le ruspe che li hanno cavati un pericolo tutt'altro che scongiurato. Così, sulla vicenda della lottizzazione di Moniga — sei ville a tre piani a ridosso della cinta del castello ricetto di epoca longobarda ora arriva un dossier del Comitato Promotore del Parco delle colline moreniche. «Il caso di Moniga è l'ennesimo allarme, un allarme che riguarda il lago intero» dice il segretario del comitato Gabriele Lovisetti.
Il documento si spiega con poche parole, quasi senza: perché il 15 marzo scorso il vicepresidente Mario Pavesi ha noleggiato un piccolo aereo, ha fatto un giro da Sirmione a Toscolano e poi di nuovo indietro, scattato una serie di foto. Accanto a quelle relative alla lottizzazione di Moniga hanno messo anche le planimetrie dei progetti, ottenuti dal Comune dopo regolare richiesta, per far vedere come diventerebbe quel dosso affacciato sul lago. E, già che erano in viaggio, hanno voluto scattare altre foto: «Alle abbazie di San Vito, a Sirmione, San Vigilio, a Pozzolengo, Maguzzano, a Lonato. Per mostrare altri monumenti e altri scorci minacciati dal cemento».
Ieri, a Brescia, il Comitato ha presentato il suo lavoro con il Sovrintendente Luca Rinaldi e il sindaco di Moniga, Lorella Lavo, eletta nel 2006, quando il progetto aveva già avuto il via libera. Una vicenda complicata: nella quale, in sostanza, non è stata ascoltata l'indicazione della Sovrintendenza di costruire rispettando il paesaggio. Usando il suo potere di intervenire a tutela dei beni monumentali in questo caso il castello il Sovrintendente ha chiesto la sospensione dei lavori per verificare la correttezza dell'iter. Ma la vicenda è tutt'altro che conclusa e la fine tutt'altro che scontata: «Come in tanti, troppi casi sul lago: da Tremosine a Sirmione, da Toscolano a Desenzano», sottolinea Lovisetto.
Ecco, allora, la propostaprovocazione del Sovrintendente alla Regione: «Facciamo come ha fatto la Sardegna per salvaguardare le sue coste. Una legge che dica basta, non si costruisce più niente. Almeno fino a quando non ci sarà un vero piano paesistico». Si può fare? In teoria. In pratica la materia è più che complessa, mentre, di fatto, sono state delegate ai comuni la tutela del territorio e del paesaggio: i controllati sono, così, anche i controllori di se stessi.
Stella Cervasio, Transenne ai portici del Plebiscito
La piazza simbolo transennata. Somiglia a una foto del primo Dopoguerra, scattata dal celebre reporter Troncone e conservata proprio nell´archivio Parisio, che domina piazza Plebiscito. Quello era filo spinato, in verità, ma anche qui, da ieri, non si passa più, come allora. Il Plebiscito, il colonnato che per anni hanno rappresentato il senso dell´era Bassolino - il quale per primo aveva liberato lo spazio scenografico della piazza da un immane parcheggio - condannati a restare nell´ombra anche a Pasqua e poi per il Maggio dei Monumenti, se i lavori non cominceranno in tempo utile.
«È l´anticamera della periferia in pieno centro di Napoli», dicono in coro gli abitanti. Fanno eco gli operatori che vi hanno investito e che oggi vedono ancora una volta deluse le loro aspettative. Ieri mattina una squadra di operai ha transennato gli ingressi al colonnato al di sopra delle scalinate per tutelare i passanti dalla caduta di calcinacci della struttura monumentale che fa ala alla chiesa di San Francesco di Paola. «La mia soprintendenza - dice Enrico Guglielmo - alla quale è assegnata l´alta sorveglianza sulla chiesa, di proprietà del Fondo Edifici di Culto del ministero dell´Interno, e sul colonnato, che appartiene al Demanio, ha provveduto a mettere in sicurezza l´area della caduta di calcinacci dalle cornici con un transennamento provvisorio. I lavori non competono a noi. Ma vanno eseguiti, come abbiamo scritto nelle nostre lettere al Demanio, sollecitandone l´inizio già da qualche settimana».
«Ho speso 800 euro per le fioriere e ho anche aumentato l´illuminazione molto scarsa. Volevo rendere più accogliente il colonnato ora che la bassa stagione sta per finire. Ma ieri mattina ho trovato questa nuova sorpresa: mi lasciano un ingresso solo perché io pago al Demanio». Non ha fortuna Salvatore Piccolo, che aveva aggiunto al ristorante "Al Plebiscito" di piazza Carolina l´affaccio sulla piazza maggiore e l´anno scorso si era visto murare l´ingresso perché abusivo. La sua birreria alle forti critiche iniziali ha visto aggiungersi mille e più difficoltà di gestione. Quando piove i ragazzi giocano a pallone sotto i portici, dribblando fra i tavolini, mandando in frantumi gli arredi minimi, ma segnale di buona volontà del gestore. Basta fare pochi passi per vedere i materassi dei clochard: il colonnato è anche una camera da letto, oltre che il posto dei graffiti - dei vandali, non degli artisti di strada.
«Ci vogliono procedure urgenti», dice il gallerista Giangi Fonti, che ha gli uffici su via Chiaia e dai balconi guarda il leone di pietra al confine tra piazza Carolina e il Plebiscito. La faccia bella della piazza, quella dell´arte, che per anni ha significato le opere di artisti storici del contemporaneo, è mortificata come ogni altro suo aspetto. «Il lavoro di Serra diventò un orinatoio, quello di Sol LeWitt uno sversatoio di rifiuti. Bisogna metterci mano in modo radicale, non con il solito intervento lampo», aggiunge Fonti, «il degrado urbano è connesso con il problema sicurezza: insieme ai monumenti che cadono a pezzi a far da cartellone pubblicitario c´è sicuramente l´immagine che più si vede in giro anche da queste parti: quella della Vespa con a bordo tre persone senza casco, di cui magari uno è un bambino di pochi anni. Ma se si pensa che fino a un anno fa piazza Carolina era un parcheggio abusivo invaso dagli ultras della Brigata Carolina, ora si può dire che la situazione è migliorata».
È ancora aperto il bando del Comune per un caffè letterario, un ristorante etnico e alcune botteghe artigiane. Ad oggi c´è questo e altri progetti. Come quelli che da anni vorrebbe giocarsi Stefano Fittipaldi, titolare degli archivi Troncone e Parisio, i giacimenti di tesori fotografici più importanti di Napoli e di un laboratorio che potrebbe essere più che un assaggio di storia della fotografia. «L´idea del ristorante etnico può funzionare di sera, ma il porticato deve vivere di giorno», osserva Fittipaldi. «E quello che finora possiamo notare, è che non ha una vera vocazione commerciale». Ne sa qualcosa la libreria Treves, che sotto sfratto da via Roma, ha ricevuto in concessione i locali del Comune e ora, per la fatalità della pioggia di calcinacci, vede sbarrata la strada ai clienti.
«Il peggiore dei guai della piazza - fa ancora notare Salvatore Piccolo - è l´illuminazione che non c´è. La messa in sicurezza del colonnato si è resa necessaria, ma ci preoccupano i tempi dell´intervento per fermare i crolli. Del resto ci siamo abituati: anche l´anno scorso, proprio a Pasqua, quando l´arrivo dei turisti diventò massiccio, furono aperti i cantieri di piazza Municipio. Se passerà molto tempo, allora vuol dire che su quel colonnato c´è davvero una maledizione».
Massimiliano Palese, Il patrimonio minacciato
I "Patrimoni dell´Umanità" sono luoghi di particolare pregio, scelti per quel programma internazionale dell´Unesco che dal 1972 (soltanto, purtroppo) ha lo scopo di preservare siti di eccezionale importanza naturale o culturale. Questi siti devono soddisfare molti dei rigidissimi criteri che l´Unesco ha fissato per la selezione: devono rappresentare un capolavoro del genio creativo umano (un edificio, una basilica, o un insieme di opere d´arte) o apportare una testimonianza d´eccezione su una particolare tradizione culturale (solo un castello o un insediamento intero); devono offrire un esempio, ma eminente, di costruzione architetturale o del paesaggio (un parco, una villa, tutta una costiera) o possono essere "paesaggi culturali".
Cioè paesaggi che offrano buon esempio di interazione umana con l´ambiente (un monte, una valle e, perché no?, una foresta); devono essere vestigia di grandi epoche storiche (vedi alcuni importanti siti archeologici) o contenere gli habitat naturali più rappresentativi della conservazione delle biodiversità. E l´Unesco spesso dà rilievo, considerazione e un punteggio maggiore agli "spazi minacciati".
La lista dei "Patrimoni dell´Umanità" è lunga, istruttiva, e fa girare la testa: si va dalla foresta tropicale di Sumatra ai monasteri dell´Armenia, dalla barriera corallina australiana al centro di Vienna, dai giardini di Schönbrunn alle mangrovie del Bangladesh, dalla Grand Place di Bruxelles alla foresta vergine bielorussa, dal ponte di Mostar alla Muraglia Cinese, da Canterbury alle Seychelles. Insomma dalla reggia di Versailles al campo di Auschwitz, dalle piramidi a Valparaíso, passando per Gerusalemme, Brasilia e Macao. Al 2006 la lista è composta da 830 siti di 138 nazioni del mondo, e l´Italia detiene il bel primato di paese col maggior numero di luoghi inclusi. Le incisioni rupestri della Valcamonica e la laguna di Venezia. I Sassi di Matera e i trulli di Alberobello. La Valle dei Templi e le necropoli etrusche. Le residenze sabaude e le delizie estensi.
Sono patrimoni italiani alcune località di estremo pregio naturale come le Cinque Terre e le Isole Eolie. O produzioni del genio umano come le ville palladiane e quelle di Tivoli. Per la concentrazione di opere d´arte sono state inserite nella lista Unesco centri storici di grande importanza (Roma, Firenze, Urbino, Modena, Pisa, Siena, Siracusa, Pienza, San Gimignano), e intere città (Ferrara, Verona, Vicenza). Addirittura uno stato (Città del Vaticano). E la Campania dà lustro al patrimonio mondiale con la Costiera Amalfitana e il Parco Nazionale del Cilento. Con i siti archeologici di Pompei, Ercolano e Torre Annunziata. Con Paestum, Velia, e Padula. Con la reggia di Caserta e il complesso di San Leucio. E il centro di Napoli.
Ebbene sì, dal 1995 anche il centro storico di Napoli è "Patrimonio dell´Umanità". Con Piazza del Gesù che di notte diventa un parcheggio abusivo. L´inquinamento atmosferico che rovina i marmi, quello acustico che lacera i timpani. Altro che Ztl, troppo poco. Si dovrebbe chiuderlo al traffico - sbarrarlo, serrarlo - un patrimonio dell´umanità. Il Traffico della Zona sarà Limitato, ma traffico resta. Intanto per cardini e decumani i motorini sfrecciano e le macchine intasano. Gli automobilisti se la prendono con le strade: «´A colpa è ‘a lloro, so´ tropp´ strett´». Ma è certo che le vie sono strette. Sono state concepite due millenni e mezzo fa da gente e per gente che a suo tempo andava a piedi, al massimo in dorso a un asino. Non possono contenere un Suv con nove persone dentro. Non possono accogliere un camion, ancorché piccolo. E che dire del Sacro Tempio della Scorziata che cade in pezzi, della Chiesa dei Gerolamini chiusa dal terremoto, di Santa Maria in Vertecoeli mai più riaperta, del Museo Filangieri di cui non si hanno più notizie? Facciamo richiesta all´Unesco di inserire il centro storico di Napoli nella lista di patrimoni minacciati, ma in una sottolista "a minaccia immediata". E di tutelare noi napoletani come "umanità minacciata da se stessa".