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Per l’autostrada tirrenica sono possibili nuove revisioni progettuali. Con il Pit, il Piano d’indirizzo territoriale appena approvato, non ci saranno più casi Monticchiello. L’assessore regionale all’urbanistica Riccardo Conti parla però anche del Piano strutturale di Firenze adottato due giorni fa. E lo fa in modo critico.

Assessore Conti, il ministro Rutelli vi sta bloccando la tirrenica.

«Non mi pare che Rutelli sostenga questo, il suo documento ha il sapore opposto: dare il via libera di massima per portare il progetto al Cipe e concludere così la fase preliminare».

Il ministro dei beni culturali parla però di revisione progettuale.

«Si tratta di verificare le prescrizioni della Valutazione d’impatto ambientale sul progetto. Per quale motivo dovremmo escluderle? Lancio una sfida: mandiamo subito il progetto al Cipe e si configuri poi un’autostrada ambientalizzata come chiede la Regione».

«Autostrada ambientalizzata», un neologismo "contiano"?

«Riguarda la tecnica di progettazione: evitare le opere d’arte, limitare i viadotti, aderire alla morfologia del terreno, mitigazioni».

Ma il Pit cosa dice dell’autostrada tirrenica?

«La inquadra tra le priorità generali e il Pit apre una nuova fase».

Assessore, pensa davvero che il Pit eviterà altri casi Monticchiello?

«Non considero Monticchiello un caso di valenza straordinaria. Il Pit è il frutto di un lungo dibattito ma è anche un punto di partenza: lo integreremo adesso con il codice del paesaggio».

Ma a Campi Bisenzio il Pit non è naufragato?

«No, ha dimostrato la sua forza. Il Comune ha adottato un nuovo regolamento urbanistico che contiene previsioni diverse rispetto a quelle che hanno provocato la crisi. Rilevo una vitalità di un sistema che ha saputo reagire in 3 mesi: dai 70mila abitanti si è passati a 45mila. E rilevo anche che alla fine si è cambiato un sindaco».

Campi dimostra anche che se un Comune sballa le previsioni non esistono controlli o anticorpi.

«Gli anticorpi invece a Campi ci sono stati. Alla fine quello che decide tutto sono i meccanismi di consapevolezza urbanistica e culturale. Il punto non è riempire la Toscana di sceriffi ma di come affermare meccanismi virtuosi sotto il profilo urbanistico».

Ma come può un piccolo Comune senza soldi dire di no a chi offre oneri di urbanizzazione in cambio di una licenza edilizia?

«E’ un grande tema nazionale che riguarda il federalismo fiscale e i Comuni. Il territorio non può essere messo in vendita».

Il Pit può fermare un Comune che si lancia in speculazioni?

«Il Pit fissa delle regole che non spingono in questa direzione. Del resto i costruttori protestano contro le nuove norme. Dobbiamo favorire i buoni investimenti, volti al reddito e non alla rendita».

L’insediamento Laika di San Casciano è un buon investimento?

«E’ reddito, un investimento complesso con punti d’avanguardia».

La Toscana è però terra appetibile per gli speculatori.

«C’è un articolo di "Le Monde" che parla delle nostre norme in termini molto lusinghieri. E questo ci pone un dilemma: chi interviene in Toscana non deve trovarsi di fronte una regione rassegnata. Deve sapere di essere condannato alla qualità, di avere di fronte una regione intenzionata ad investimenti d’avanguardia. E’ questo il vero antidoto alle speculazioni».

Il Pit blocca le vecchie previsioni urbanistiche, perché?

«Abbiamo avuto un ciclo economico sfavorevole che ripiegava sugli investimenti edilizi. E dobbiamo ora contenere questa tendenza. L’effetto politico è che si formano, com’è accaduto a Campi, blocchi per la crescita edilizia, banche comprese. Si tratta di fare politiche orientate alla qualità, formare blocchi per la qualità e lo sviluppo, fondati su cultura, lavoro e impresa. Del resto, a ben vedere, è questa la sfida ultima del Pit. Che può essere letto come un manifesto dei moderni produttori toscani».

Cosa pensa del Piano strutturale di Firenze?

«Il Pit è stato approvato quasi in contemporanea con il Piano della città capoluogo. Penso che il contributo di Firenze possa essere ancora più ambizioso e innovativo del Piano strutturale adottato. Dico questo sapendo che è condiviso anche dall’assessore comunale Gianni Biagi. Tant’è vero che si è convenuto di collaborare per migliorare il Piano prima dell’approvazione definitiva. Come del resto il Comune ha fatto con il Pit».

Il Pit nasce in modo bulgaro, con l’opposizione fuori dall’aula.

«C’è stata la convergenza dell’Unione: un buon programma trova la convergenza tra riformisti e resto del centrosinistra. Devo ringraziare il presidente della commissione ambiente Erasmo D’Angelis».

Postilla

Rivelatore l’escamotage di “ambientalizzare” l’autostrada tirrenica per renderla digeribile agli oppositori. È la stessa concezione secondo la quale nei luoghi protetti di potevano costruire ville purchè i tetti fossero di tegole verdi. L’estro innovatore dei governanti della Toscana approda al vetusto modello della mascheratura, del camuffamento, degli “schermi arborei”. Aspettiamo la proposta di circondare le case di Monticchiello da alcuni filari di cipressi, o magari di tuie, e di risolvere lo scandalo delle collusioni tra amministratori e speculatori (la prevalenza della rendita a qualunque altro valore) con una manciata di pater ave gloria. Quell’autostrada è stata ed è criticata per motivi molto più consistenti e strutturali: dal punto di vista del territorio, dell’economicità, dei tempi di adeguamento della viabilità tirrenica. A chi altri giova quell’autostrada se non agli interessi di chi incamera i pedaggi. Si vedano in proposito i numerosi documenti raccolti nella cartella SOS Maremma.

Rivelatrice anche l’affermazione secondo la quale il PIT dovrà essere integrato con il codice del paesaggio. Significa che aveva ed ha ragione chi sostiene, come puntualmente eddyburg ha documentato (si vedano, ad esempio, l'articolo di Luigi Scano e l'eddytoriale n. 100), che il PIT è oggi del tutto difforme da quello che, a norma di legge, dovrebbe essere un piano paesaggistico.

Intanto, nuove Monticchiello nascono nelle aree protette, come ha raccontato su questo sito Paolo Baldeschi.. Intanto, alle osservazioni che propongono ragionevoli misure di tutela del paesaggio si risponde (per quanto se ne sappia) con un sostanziale fin de non recevoir .

E se i rom avessero occupato la Chiesa di San Pietro in Ciel d'Oro, il Broletto o il Ponte Coperto? Ecco cosa ti domandi, nel vedere a Pavia le macerie di quello che era fino a ieri uno dei monumenti di archeologia industriale più affascinanti d'Italia: l'antico stabilimento della Snia Viscosa. Demolito dalle ruspe perché il sindaco diessino non sapeva più cosa fare per cacciare gli «zingari » che avevano occupato l'area. C'è chi dirà: non era mica il Colosseo! Non era mica una cappella gotica! Non era mica un castello medievale!

Verissimo. È la tesi dello scrittore Mino Milani, autore del romanzo «Fantasma d'amore» dal quale Dino Risi trasse il film omonimo con Marcello Mastroianni: «La necessità di abbattere la Snia trascende dalla storicità degli edifici. Non si tratta di chiese o monumenti, ma di ruderi abbandonati da decenni». Opinione condivisa giorni fa sul Corriere da Pietro Trivi, consigliere comunale di Forza Italia: «Che valore storico possono avere dei vecchi capannoni trasformati dai rom in una bidonville? Per la città quella ex fabbrica è solo un buco nero che crea problemi ai residenti».

Verissimo anche questo. Come è sempre successo nella storia (si pensi alle rovine della reggia di caccia dei Savoia a Venaria Reale che sta per essere restituita al suo splendore ma che fu a lungo occupata negli anni del boom economico da immigrati veneti e siciliani, pugliesi e romagnoli) gli antichi capannoni, scrostati e crepati e aggrediti dalla vegetazione, erano stati invasi negli ultimi tempi da un numero crescente di rom. I quali si erano adattati a vivere in condizioni spaventose.

Niente servizi igienici. Bambini abbandonati tra le macerie. Avvisaglie di una ripresa di quella tubercolosi che pareva sconfitta da decenni. Accumulo di quintali e tonnellate di immondizia.

Un degrado progressivo e apparentemente inarrestabile. Tale da scoraggiare il Comune, che dopo alcuni tentativi si era di fatto rassegnato all'impotenza. Da spingere gli operatori sociali a rinunciare a mettere piede nel ghetto, dove tra i 260 «zingari» accampati alla meno peggio c'erano almeno 74 ragazzini mai coinvolti in un progetto scolastico. Da esasperare gli spazzini al punto che, mandati a portar via almeno un po' di tonnellate di spazzatura, si erano ribellati all'idea di entrare nel complesso industriale abbandonato: «C'è il pericolo i muri crollino».

Insomma: che tirasse un'aria sempre più pesante, con rischi sanitari per tutta la popolazione dei dintorni, è innegabile. E neppure gli oppositori più critici della giunta unionista, come l'ex sindaco Elio Veltri che pure accusa l'amministrazione comunale di non aver fatto abbastanza, si sognano di negare l'evidenza: il problema andava risolto. Ma mai come in questo caso c'era il rischio di buttare via, con l'acqua sporca, il bambino. Perché il «monumento industriale» della Snia è (era?) davvero bello.

Lo aveva detto il grande architetto Vittorio Gregotti, che una manciata di anni fa aveva progettato per il Comune il piano regolatore spiegando che quegli edifici, soprattutto i più belli allineati lungo viale Monte Grappa, nel quartiere di San Pietro in Verzolo, andavano sottratti al degrado, recuperati, restituiti alla città che avrebbe potuto portarci una parte dell'Università. Lo aveva ribadito Italia Nostra, che aveva mandato un drammatico appello alla Sovrintendenza ai beni ambientali e architettonici chiedendo che almeno sui pezzi più pregiati del grande stabilimento fondato nel 1905 per produrre seta artificiale su una grande area (appetita dai padroni dell'edilizia) di 240 mila metri quadri tra la Ferrovia e il Ticino, fosse posto finalmente il vincolo ufficiale già prefigurato da Gregotti. Lo aveva implorato Legambiente. E lo stesso Veltri in una lettera angosciata al vice-premier e ministro dei Beni culturali Francesco Rutelli, in cui ricordava come l'amministrazione pavese avesse già consentito negli ultimi anni due profonde ferite (una strada e una tangenziale) al parco della Vernavola dove nel 1525 si scontrarono gli eserciti di Francesco I e di Carlo V e minacciasse ora di costruire un grande parcheggio sotto la splendida chiesa romanica di San Primo. E ancora decine e decine di volontari trascinati da Giovanni Giovannetti, che col consigliere comunale Irene Campari (indipendente di sinistra in dissenso con la giunta di sinistra) e con Paolo Ferloni di Italia Nostra si erano spinti a presentare un esposto alla magistratura denunciando «il "partito del mattone"» deciso a «buttare giù tutto, anche le cornici dentellate, anche gli ornamenti e le archeggiature in cotto dipinto » di una testimonianza essenziale del ruolo di Pavia, che «nel secolo scorso, con Milano, è stata a lungo la città più industrializzata della Lombardia».

Niente da fare. Il sindaco Piera Capitelli l'aveva detto: «Per gli occupanti dell'area a Pavia non c'è più posto». Pugno di ferro: «Non abbiamo mai potuto affrontare il problema delle demolizioni ma ora che c'è il sospetto che alcuni edifici siano pericolanti lo dovremo affrontare ». I rom, i rischi igienici, l'odore dell'immondizia accumulata? «Il problema si risolverà con l'abbattimento dei capannoni», aveva rincarato l'assessore ai Servizi Sociali Francesco Brendolise. E i vincoli? «Non sono della Sovrintendenza ma del piano regolatore. E se vi fossero problemi di stabilità potrebbe essere superato ». Quanto alle preoccupazioni di chi denuncia «colate di cemento » in «una città che continua a perdere abitanti», il sindaco era stato chiaro: «Per il boom edilizio non posso che essere felice. Porta lavoro, attua una parte del programma e risponde all'esigenza abitativa: la città è stata ferma per troppo tempo».

E così ieri mattina, benedette dai proprietari dell'area (tra i quali spicca la «Tradital» di Luigi Zunino, indicato nella lunga estate calda delle scalate bancarie come uno che trattava affari con Stefano Ricucci e Danilo Coppola) le ruspe si sono presentate a sorpresa sul posto e hanno cominciato ad abbattere il primo dei quattro capannoni. Il più bello, forse. Finché non sono arrivati, per conto della magistratura, gli agenti: fermi tutti, sospendete. Un intervento che al sindaco non è piaciuto per niente: «L'ordinanza di demolizione l'ho firmata perché esistono concreti pericoli di crollo negli edifici in cui è nata la bidonville. Come Sindaco devo badare all'incolumità dei residenti e l'ex Snia non è sicura. Tra l'altro non vi sono vincoli architettonici imposti dalla sovrintendenza e ogni tentativo di dimostrare il contrario è solo strumentale...». Credeva di avercela fatta, ormai. E se un domani l'avessero rimproverata d'aver buttato giù quella «cattedrale industriale »? Uffa...

Il nuovo governo mercantile di Firenze, nel 1282, chiede per prima cosa ad Arnolfo di Cambio un grandioso piano regolatore: tracciando nuove mura e aprendo nuove strade nel centro della città. Per prima cosa Marta Vincenzi, appena diventata sindaco di Genova, chiama Renzo Piano, perché metta anche lui sul tavolo un suo progetto, già in parte studiato.

Ma giovedì scorso, nella sala della Cariatidi del Palazzo reale, mentre l'assessore Masseroli esponeva a un folto pubblico le linee del suo governo del territorio, grande assente era proprio un progetto, non soltanto un progetto già materializzato in disegni, ma un programma che comportasse in se stesso un progetto.

Erano di scena la vigorosa critica alle procedure del passato e la promessa di nuove procedure, ma nessuna critica ai progetti del passato: sicché le procedure nuove produrranno gli stessi guasti delle vecchie, non essendoci un'idea chiara ed esplicita di quali siano gli obiettivi del rinnovamento procedurale, quali miglioramenti produrranno nella vita materiale e morale dei cittadini.

Che i fondi di investimento considerino Milano una città attendibile ci fa piacere, ma ci fa forse meno piacere che ci reputino terra di conquista, esportando qui i loro architetti e i loro impresari e i loro modelli, guastando da un giorno all'altro quella bellezza che i nostri antenati hanno impiegato mille anni a costruire.

Nelle città prendono corpo quei desideri dei cittadini che possono tradursi in cose fisiche: una buona casa in una strada bella e illuminata bene — forse oggi più sicura di due o tre palazzi in un prato condominiale rinserrato da una cancellata —, un giardino a portata di mano soprattutto per accompagnarci i bambini, un asilo e una scuola vicini (ma qui un piano regolatore è in grado di fare poco, perché gli abitanti di un quartiere possono invecchiare, la scuola chiudere, e i pochi bambini nuovi dirottati su una scuola lontana).

Per molti secoli i cittadini dei quartieri più lontani dal centro hanno poi chiesto un riconoscimento visibile della loro appartenenza alla città, il riconoscimento della loro dignità di cittadini, e, se non potevano avere la piazza del Duomo o il teatro della Scala, avevano viale Argonne, che con i suoi 90 metri eguagliava gli Champs Elysées e che ne costituiva un apprezzabile equivalente.

Nota: QUI è possibile consultare la documentazione del Pgt di Milano e delle relative discussioni

OLBIA. Intesa lontana, intese a rischio. Comune e Regione proprio non si trovano, quando di mezzo c’è l’urbanistica. Venerdì scorso a Cagliari c’è stato l’ennesimo muro contro muro (a parole) che per molti imprenditori (nei fatti) rallenta, se non blocca, la possibilità di realizzare quelli veri, di muri, siano per hotel o per capannoni. Ultimo motivo di scontro, le “intese”. Quei progetti che, in questa fase di applicazione del piano paesaggistico, potrebbero avere il via libera in deroga. Olbia ne ha presentato centocinque, un record. Ma l’intesa (politica e tecnica) non è stata trovata e i tempi si fanno strettissimi.

Venerdì c’è stato il primo incontro. Da una parte il Comune, rappresentato da Settimo Nizzi e dall’assessore all’Urbanistica Marzio Altana. Dall’altra la Regione, con il direttore generale dell’Urbanistica Paola Cannas. Oggetto: valutazione sulle “intese”. Il Comune - così impone il piano paesaggistico - ha presentato a Cagliari tutti quei progetti che, per la loro tipologia, devono essere vagliati dalla Regione.

Sono interventi che ricadono nelle zone di espansione (zone C), in quelle produttive (zone D), in quelle ex turistiche (zone F). C’è di tutto: riqualificazione di interi quartieri (stazione ferroviaria, ex Cerasarda) e di interi borghi (Portisco e una parte di Porto Rotondo), edificazione di alberghi (in città e sul mare) e di capannoni indudtriali, demolizione e rifacimento di ville.

Sono tutte pratiche che potrebbero partire in questa fase, in deroga ai vincoli del piano paesaggistico. La Regione li ha messi uno dietro l’altro prima di dare la risposta definitiva, che deve arrivare entro il 7 settembre. «Noi abbiamo rispettato le indicazioni del piano - si limita a dire Nizzi -: tutti quei progetti che rientravano nella procedura per l’intesa, li abbiamo mandati in Regione». Diversa la valutazione di Cagliari: «Il Comune di Olbia ha presentato progetti che non era necessario inviare da noi, costringendoci a un lavoro molto difficile» spiegano dagli uffici urbanistica, che ne ha già bocciato alcuni.

La questione è delicata. Secondo il Comune, la Regione ha reso impossibile ogni tipo di costruzione. Seconda la Regione, il Comune ha applicato un po’ troppo alla lettera le indicazioni del piano paesaggistico, “dimenticandosi” di sbloccare quei progetti che potevano ottenere le concessioni.

Opposti estremismi? Scontro più politico che tecnico? Diverse interpretazioni giuridiche?

Venerdì, questo è sicuro, c’è stata battaglia. La Regione ha spiegato che le intese prevedevano una volumetria eccessiva. «Olbia potrebbe costruire 150 mila metri cubi nelle ex zone turistiche - hanno chiarito ieri da Cagliari - invece la volumetria ipotizzata nelle intese ammonta, complessivamente, a 600 mila metri cubi. Impossibile realizzarla per una serie di ragioni».

La prima è questa: «C’è un 25 per cento di case sfitte, in centro, una delle percentuali più alte in Italia - hanno informato i tecnici regionali -: prima di pensare a nuove costruzioni, bisogna sfruttare quelle esistenti». E poi: «La volumetria richiesta corrisponde a una crescita demografica che non è possibile». E infine: «Se il Comune vuole tutte quelle volumetrie, deve prima adeguare il suo piano urbanistico a quello paesaggistico». Nizzi ha replicato, nell’ordine, che «non possiamo obbligare nessuno ad affittare le proprie case». Che la «crescita di Olbia, negli ultimi cinque anni, è stata di mille abitanti all’anno e che quindi quelle volumetrie sono necessarie». Che «le intese devono essere approvate tutte e subito, senza aspettare l’adeguamento del Puc».

Nessuna intesa e imprenditori che cominciano a essere molto preoccupati per la sorte dei loro investimenti. Domani un altro decisivo round: a Cagliari il sindaco Gianni Giovannelli e con lui Nizzi e Altana incontreranno l’assessore regionale all’Urbanistica Gianvalerio Sanna.

1. CRONACA DI UN SACCHEGGIO (DEL TERRITORIO) ANNUNCIATO

●Nel luglio 1999 la Regione Veneto emana una legge per la realizzazione di un autodromo regionale.

●Nell’ottobre 1999 viene deliberato il “Piano d’Area Quadrante Europa”, nel quale si individua un’area di circa 100 ettari a nord di Trevenzuolo adatta ad ospitare il circuito e le relative infrastrutture, con la prescrizione che la quota di superficie permeabile del suolo (ovvero non edificabile) non deve essere inferiore al 70%; nello stesso piano d’area la maggior parte del territorio tra Vigasio e Trevenzuolo viene tutelato, insieme agli alvei fluviali, come ambito di interesse paesistico-ambientale e destinato al futuro parco fluviale della pianura veronese. Il territorio rimanente viene destinato alla filiera agroalimentare.

●Tra il 2000 e il 2001 viene creata la "Strada del Riso Vialone Nano Veronese IGP", associazione riconosciuta dalla Regione del Veneto che ha come scopo la valorizzazione turistica di un vasto territorio a vocazione risicola situato nella zona Sud Occidentale della Provincia di Verona, che comprende anche i territori di Vigasio e Trevenzuolo.

●Nel marzo 2000 viene dato l’incarico di valutare le proposte di localizzazione dell’autodromo a “Veneto Sviluppo SpA”.

●Nel gennaio 2001, tra le 16 proposte, viene scelta l’area tra Trevenzuolo e Vigasio, in base ad un progetto dello studio di architettura Lyskova-De Togni che nulla aveva a che spartire con il “mostro” attualmente proposto.

●Nel giugno 2001 viene costituita la “Società Autodromo del Veneto srl” allo scopo di realizzare l’autodromo, i soci sono “Veneto Sviluppo SpA” e un “Comitato Promotore”; nell’aprile 2002 i comuni di Trevenzuolo e Vigasio entrano nella compagine sociale.

●Nel marzo 2003 entrambi i comuni approvano varianti urbanistiche per classificare la zona autodromo come ZTO “F”.

●Intorno la metà 2004 la “Società Autodromo del Veneto srl” diventa titolare dei diritti d’opzione per l’acquisto delle aree (scadenza 30 settembre 2006).

●Nel luglio 2004 Earchimede SpA e Draco SpA, individuate quali società realizzatrici, sottoscrivono un contratto preliminare per rilevare una quota del capitale sociale di “Autodromo del Veneto srl”.

●Nell’agosto 2004 viene sottoscritto un accordo quadro tra 4 i soci storici della “Società Autodromo del Veneto srl”e le 2 società realizzatrici Earchimede SpA e Draco SpA.

●Nel settembre 2004 avviene la trasformazione della “Società Autodromo del Veneto” da Srl a

SpA con aumento di capitale di euro 2.000.000 finalizzato all’esercizio del diritto di opzione sui terreni.

●Nel novembre 2004 si delibera una Convenzione per la redazione dei piani urbanistici attuativi tra il comune di Vigasio, il comune di Trevenzuolo e la “Società Autodromo del Veneto SpA”.

●Nel dicembre 2004 viene emanata una legge regionale che modifica la legge del 1999 per la realizzazione dell’autodromo, inserendo le nuove funzioni produttive e commerciali in deroga agli obiettivi di sviluppo.

●Nel febbraio 2005 viene emanata un’altra legge di modifica della legge del 1999 per la realizzazione dell’autodromo, che stabilisce la deroga anche ai limiti dimensionali della grande distribuzione.

●Nel marzo 2005 la Giunta Regionale approva la variante n.3 alle norme tecniche di attuazione del PAQE, che, recependo quanto modificato nella legge del 1999, introduce per la zona autodromo le deroghe ai vincoli di tutela degli ambiti paesistico-ambientali; recepisce le nuove funzioni produttive e commerciali; indica una blanda concertazione con la Provincia di Verona; riduce la quota di superficie permeabile del suolo dal 70% al 30%, escluse le aree per urbanizzazione primaria e secondaria.

●Nel maggio 2005 viene approvato dai comuni il “Patto Parasociale” sottoscritto da tutti 6 i soci.

●Nell’agosto 2005 il consiglio provinciale di Verona delibera le “osservazioni alla variante n. 3 al P.A.Q.E.”, dove si propone di mantenere le tutele ambientali stabilite dal PAQE vigente; lastipula di una convenzione tra Provincia e i 10 comuni contermini alla zona autodromo perconcertare le opere necessarie per un corretto inserimento ambientale, la viabilità di accesso, lacoerenza dei dimensionamenti delle aree produttive e commerciali con le previsioni di sviluppo dell’area.

●Nel corso del 2006 il Consorzio per lo Sviluppo del Basso Veronese – CSBV – di concerto con la Regione Veneto, elabora una bozza di legge per l’istituzione del Parco Naturale Regionale “Delle Antiche Terre del Riso tra il Tartaro e il Tione”. Viene prodotta una mappa che individua l’ambito territoriale del parco, del quale non fa più parte l’area del progetto autodromo.

●Nel giugno 2006 la Giunta Regionale approva la richiesta di parere alla Commissione consiliare sulle controdeduzioni alle osservazioni alla variante n.3 PAQE.

●Nell’agosto 2006 la Earchimede SpA cede il totale delle quote possedute in Motor City Holding srl (3.333.000 euro) alla Draco SpA.

●Nel novembre 2006 la Draco SpA cede quote per 3.333.000 euro di Motor City Holding srl alla Coopsette Soc.Coop. di Reggio Emilia.

●Nel novembre 2006 “Autodromo del Veneto” perfeziona l’accordo di acquisto dei terreni, versando ai proprietari il 30% del valore a titolo di acconto

●Nel febbraio 2007 la Provincia di Verona organizza una Conferenza dei Servizi con la Regione Veneto e i Comuni di Mozzecane, Nogarole Rocca, Trevenzuolo, Erbè, Isola della Scala, Vigasio, Buttapietra, Castel d’Azzano, Povegliano, Villafranca per concordare le clausole di un accordo di programma per la definizione di un “piano delle infrastrutture”.

●Il 29 giugno 2007 i proprietari dei terreni, un gruppo dei quali assistiti dall’avv. Laura Poggi (assessore alle Attività Produttive e Beni Ambientali della Provincia di Verona), e “Autodromo del Veneto” (rappresentata da M. Dall’Oca) firmano presso il notaio D. Fauci di Verona il rogito notarile. La società versa il rimanente 70% di quanto pattuito (15,49 euro/mq) a saldo.

●L’11 Luglio 2007 la società Autodromo del Veneto, rappresentata dal presidente S. Campoccia e dal vice M. Dall’Oca, presenta ufficialmente il progetto “Motorcity” all’hotel Leon d’Oro di Verona, presenti gli assessori regionali Chisso, Marangon, Gava, Conta; i sindaci di Vigasio Contri e Trevenzuolo Meneghello e il presidente della Provincia E. Mosele (unico ad esprimere preoccupazione sulla viabilità e il benessere dei cittadini). Opere previste nel “MOTOR CITY” su un’area complessiva di 456 ettari:

●AUTODROMO (211 ettari - pista 5.200 metri)

●PARCO DIVERTIMENTI TEMATICO (35 ettari)

●STRUTTURE RICETTIVE E RISTORATIVE (32 ettari)

●AREA COMMERCIALE (104 ettari)

●AREA PRODUTTIVA (50 ettari)

●AREA RESIDENZIALE (24 ettari)

●2 CASELLI AUTOSTRADALI SULLA A22

Edificabilità possibile sul 70% dell’area, più urbanizzazione primaria e secondaria: più di 300 ettari cementificati!

Investimenti: 1.500 Milioni di Euro (2.900 miliardi di lire), di cui 70 milioni per il solo acquisto dei terreni (15,5 euro al mq) - (investimenti pubblici: 424 mila euro) - 3° grande opera veneta (dopo passante di Mestre e MOSE).

Superficie: 456 ettari

Visitatori: previsti 2 milioni l’anno per il solo parco tematico

Occupazione: annunciati più di 7.000 addetti a regime

Nota: allegato di seguito l'intero dossier elaborato dal circolo Legambiente "Il Tiglio" di Vigasio, nell'area interessata da questo ennesimo "mostro"; da notare che, solo per fare un esempio, il modello di intervento è piuttosto simile a molte altre cose descritte su queste pagine, a partire dal non molto lontano (in termini di scala vasta) Hub aeroportuale di Montichiari, col suo contorno di strutture sportive, commerciali, ecc. Che avrebbero senso in una logica pianificata, di concentrazione dell'insediamento per nodi ad alta densità. ma diventano ridicole sparpagliando ovunque ogni bella pensata di "valorizzazione", ad esempio lungo gli insediamenti lineari veronesi di pianura, in questo caso sull'asse nord-sud dove già cresce compatta la statale del mobile Verona-Rovigo via Legnago, e dove gli architetti griffati hanno già messo il timbro dell'arte su VeMa, praticamente parallela e a un tiro di sasso dal post-marinettiano autodromo, fatto più di metri cubi inutili che di velocità pura. E poi i giornali parlano di "emergenza riscaldamento globale" ... L'emergenza è la faccia tosta cronica con cui abbiamo a che fare (f.b.)

«La sublagunare? Non risolverebbe niente e porterebbe solo altri turisti. E poi non regge dal punto di vista economico». Vittorio Gregotti (foto sopra), architetto con studio a Milano, ma veneziano d’adozione, famoso in tutto il mondo per i suoi progetti, boccia senza appello il treno sotto la laguna. «Non ho cambiato idea, è uno strumento inadatto a risolvere i problemi di traffico per una città come Venezia», dice, «mi pare che molti esperti trasportistici abbiano espresso questa opinione».

Più che andare sotto terra e sott’acqua, insomma, secondo il grande architetto occorre semmai «valorizzare e modernizzare il trasporto acqueo esistente».

«A Venezia il trasporto acqueo è una grandissima opportunità, non certo un impedimento», aveva detto nell’ottobre del 2001, alla vigilia dell’approvazione da parte della giunta Costa (assessore Roberto D’Agostino) del Piano Strategico con dentro proprio il Prusst e il progetto di sublagunare, «bisogna valorizzare la specificità di Venezia». Oggi non ha cambiato idea. Anzi. «Anche dal punto di vista culturale ho qualche difficoltà ad accettare l’idea di una sublagunare a Venezia. Meglio investire in ricerca sul trasporto acqueo. I nostri vaporetti sono bellissimi, ma sono gli stessi dal 1930». Un’idea che era stata a un certo punto raccolta dall’ammnistrazione comunale. «Faremo una gara internazionale per trovare un mezzo veloce che colleghi via acqua Tessera a Venezia facendo meno onde possibile», aveva annunciato il vicesindaco Michele Vianello lo scorso anno. Il problema è infatti quello di collegare in modo «rapido» l’aeroporto alle Fondamente Nuove. Oggi un taxi acqueo ci impiega in media 20-25 minuti, la sublagunare (del costo di 450 milioni di euro) ne impiegherebbe 14. Da qualche mese il dibattito sul futuristico progetto, già bocciato nel 1990 dalla cultura mondiale, si è riacceso. Nonostante le molte critiche, l’iter non è stato bloccato.

E non è soltanto una questione di minuti. Ma di impatti ambientali e socioeconomici di un nuovo flusso di arrivi che molto difficilmente, sostengono i critici al progetto, interesserebbe veneziani e pendolari. Ma porterebbe in città altre migliaia di turisti in aggiunta agli attuali.

«Un vero disastro», dice Vittorio Gregotti, «perché già oggi questa città è invasa dal turismo. E il grande errore, negli ultimi anni, è stato quello di non mettere un freno al proliferare selvaggio di alberghetti, affittacamere e bed and breakfast. In questo modo i residenti se ne sono andati per lasciare il posto ai turisti. Su questo bisogna riflettere per ripartire.» (a.v.)

Sull'argomento e sulle ragioni della critica si vedano i numerosi documenti in questa stessa cartella, interamente dedicata alla questione

1. La politica del territorio e del paesaggio proposta dal PIT

Il PIT della Regione Toscana adottato il 4 aprile 2007 costituisce un efficace strumento di pianificazione e governo del territorio regionale secondo le competenze istituzionali oppure si tratta di un manuale di buoni consigli?

Esaminando gli elaborati e, specificatamente, la “Disciplina del Piano”, non si ritrova una sola prescrizione, una norma, un precetto, che impediscano situazioni di crisi, la previsione e la realizzazione di “ecomostri”, di “schifi” anche recentemente denunciati, alcuni riconosciuti da autorevoli esponenti della stessa Regione Toscana.

La Regione Toscana rinuncia volutamente a precise scelte, disposizioni, prescrizioni nel proprio strumento di pianificazione. La scelta politica non sembra tanto quella di demandare sostanzialmente ai soli Comuni la tutela del paesaggio, quanto quella di rinunciare alle proprie specifiche competenze di pianificazione territoriale stabilite dal quadro istituzionale e dalla legislazione e dalla normativa nazionali.

Se lo consideriamo dal punto di vista astrattamente disciplinare e accademico, il PIT si presenta, nel suo complesso (dal Quadro Conoscitivo, al Documento di Piano, alla parte normativa), assai ricco, stimolante, culturalmente aggiornato: basta scorrere gli indici ed esaminare i testi e l’articolato per rendersi conto della impostazione interdisciplinare delle argomentazioni.

Diversa è la valutazione del PIT se lo si considera dal punto di vista dell’efficacia e dell’incidenza concreta nella pianificazione e nel governo del territorio regionale, sotto il profilo della salvaguardia attiva e di un coerente sviluppo realmente (e non solo verbalmente) sostenibile.

Il PIT stabilisce che la Regione provvede alla implementazione progressiva della disciplina paesaggistica anche attraverso accordi di pianificazione con le Amministrazioni interessate e mediante la successiva acquisizione delle determinazioni dei Ministeri per i BB. CC. e dell’Ambiente.

Altro impegno quindi rispetto all’intesa di cui all’art. 143 del “Codice del paesaggio” che richiede che, in tale intesa, sia “stabilito il termine entro il quale deve essere completata l’elaborazione del piano (paesaggistico).

Così operando, la Regione Toscana testimonia di voler continuare ad operare all’interno della propria politica già avviata per dare attuazione alla Legge Galasso: quella di non procedere alla formazione di una specifica disciplina per il paesaggio. Ma così operando la Regione non soddisfa un preciso obbligo di legge.

A oltre due anni dall’entrata in vigore del “Codice Urbani” si è forse persa un’occasione per integrare organicamente lo strumento di pianificazione territoriale con il piano paesaggistico. Questa mancata integrazione pone ancora una volta problemi di efficacia rispetto ai contenuti dei due strumenti, ai tempi e ai modi di attuazione. Inoltre, nel PIT viene consolidata, anzi esaltata, la pratica toscana della collaborazione, dei patti tra Regione ed Enti Locali che si manifesta nella ricerca della convergenza verso comuni obiettivi. Anche l’interesse regionale – comprensivo di quello in materia di paesaggio – è esercitato nel quadro di questa cooperazione, limitandosi ad essere un momento della filiera delle responsabilità inter-istituzionali.

Eppure questo modello ha mostrato segni evidenti di mancata efficacia nel governare uno sviluppo sostenibile, le trasformazioni urbanistiche e territoriali; in particolare quelle che vengono ad interessare aree paesaggisticamente rilevanti quali sono quelle agricole che connotano significativamente l’identità della Toscana.

Questa carenza è implicitamente riconosciuta dal ‘Documento di Piano’, dove trattando del patrimonio collinare ( ma non solo, anche delle realtà rurali di pianura e di valle) segnala che questo patrimonio, oggi, è a forte rischio di erosione in quanto assistiamo ad una pervicace e diffusa aggressione di questi territori da parte della rendita immobiliare che agisce indifferente ai luoghi alterando così le caratteristiche strutturali dei luoghi stessi.

A questa corretta analisi non corrisponde però nel PIT l’individuazione di scelte conseguenti che abbiano efficacia nella riduzione del rischio. Sostanzialmente ci si limita a fornire buoni consigli, ad esortare l’adozione di linee di intervento più attente alle specificità dei luoghi….e ad auspicare che, dove necessario, gli strumenti di governo del territorio (e cioè Piani Strutturali e Regolamenti Urbanistici comunali e, per quanto di competenza, i PTC provinciali) ridefiniscano, in coerenza con l’indirizzo regionale, le proprie acquisite opzioni pianificatorie. In questo auspicio c’è il rischio, reale, che il nuovo PIT si riveli del tutto ininfluente a modificare al meglio – sia nelle quantità che nelle localizzazioni – le previsioni contenute negli strumenti di governo del territorio vigenti e in quelli futuri. Non solo, ma questa ininfluenza si può manifestare anche sulla formazione dei Regolamenti Urbanistici comunali da definirsi in attuazione di Piani Strutturali vigenti e sulle molteplici varianti ad essi.

Esaminando il “Documento di Piano” si riscontra una concezione del territorio e del paesaggio molto letteraria e poco “materiale”, una sorta di lunga premessa a quello che avrebbe potuto essere il Piano, premessa comunque caratterizzata da un taglio sostanzialmente economicistico, quasi espressione di una volontà di modernismo a tutti i costi.

Con la “rappresentazione del patrimonio comune”, con le “agenzie statutarie”, con lo “statuto del territorio toscano”, con una “agenda programmatica”, con le “scelte di indirizzo, condizioni, strumenti e procedure, metaobiettivi”, in sostanza con un insieme formalmente articolato, elegante, di buoni consigli….. riteniamo non sia possibile governare efficacemente il territorio, né a livello regionale, né a livello provinciale, né a livello comunale. Il governo viene lasciato sostanzialmente alla “capacità politica” dei politici amministratori ai vari livelli istituzionali. E’ immaginabile la forza che potranno avere i “buoni consigli” di fronte al potere economico grande e piccolo: dai grandi gruppi economici ai piccoli speculatori immobiliari locali?

Nel PIT non si riscontrano, anzi si rifiutano nettamente, le definizioni di quantità, di localizzazione, di perimetrazione, definite sprezzantemente “zonizzazioni” e sostituite da “sistemi territoriali funzionali”. Il concetto di “sistema territoriale funzionale” ben esprime la complessità dei diversi ambiti, ma la pianificazione e il governo del territorio rischiano di diventare concetti evanescenti di fronte alla pressione dei poteri più o meno forti. “Innovazione, sussidiarietà e autonomie locali, patto fra i diversi livelli di governo, governance”, costituiscono anch’essi concetti e lessico che percorrono tutto il documento nelle diverse fasi di messa a punto dello stesso fino all’adozione.

Perfino la definizione di “obiettivi del piano” sembra essere troppo “vincolante”, pertanto vengono indicati “metaobiettivi” con l’evidente scopo di proporre un piano non rigido, duttile, elastico, che non “ingessi” il territorio, per usare un’espressione cara ai settori economico-politici che aborrono i “lacci e lacciuoli” di una politica di programmazionepianificazione.

Dove va a finire quel “senso del limite” giustamente affermato e conclamato?

Lo spettro dell’ “urbanistica contrattata” degli anni ’80 non appare certamente rielaborato e superato: gli si fornisce solamente un quadro meno brutale e più elegante. Rispetto poi alle misure di salvaguardia che dovrebbero scattare all’approvazione del PIT, consideriamo che, nella definizione dei regolamenti urbanistici in attuazione dei piani strutturali vigenti, è facoltativa l’applicazione delle disposizioni contenute nel PIT e comunque è lasciata alla singola Amministrazione comunale la verifica della congruità delle proprie previsioni alle prescrizioni del PIT.

Le correzioni accolte e apportate al testo originario in sede di Commissione Consigliare (in particolare quella sulle tipologie insediative collinari e quella sulla rivisitazione dei piani attuativi non "in opera") sono sicuramente migliorative dello strumento, ma solo in alcune sue parti e non non ne intaccano l'impianto del tutto carente di contenuti precettivi. Non è rispondente al vero sostenere che il problema degli "ecomostri" è conseguenza solo delle normative previgenti alle innovazioni apportate dalle leggi Urbanistiche regionali N° 5/1995 e N° 1/2005. Non è così, gli "ecomostri" sono nati e stanno nascendo anche a seguito di queste normative.

Nella normativa del PIT emerge una concezione che vede il territorio e il paesaggio essenzialmente come fattori costitutivi del sistema economico: il territorio inteso come patrimonio ambientale, paesaggistico e culturale è presente, ma sembra essere quasi un corollario del sistema economico.

E le aree economicamente deboli e in cui scarsa è l’attività edilizia sono trascurate dal documento regionale: si consideri che nella struttura del territorio toscano non è compresa la montagna che presenta proprie peculiarità sociali, territoriali e paesaggistiche e pertanto non può essere semplicisticamente ricondotta all’interno della schematica dizione del lemma di “universo rurale della Toscana”. Si consideri il significativo ruolo che hanno le Alpi Apuane, la Dorsale Appenninica e l’Amiata nel connotare l’identità toscana e che in questo contesto sono localizzati due Parchi nazionali (Appennino Tosco-Emiliano e delle Foreste Casentinesi) e uno regionale (Alpi Apuane).

La “moderna Toscana rurale” che costituisce il corpo del paesaggio e dell’ambiente toscano sembra essere un mero complemento delle “città della toscana”. Le “invarianti strutturali” sono indicate e descritte in una elencazione e catalogazione che ne evidenzia tanto la complessità quanto il rifiuto di scelte definite, con la conseguente difficoltà di gestione concreta e vincolante da parte della pubblica amministrazione.

Un esempio: fra le invarianti strutturali rientrano anche i siti UNESCO e le ANPIL. Il “caso Monticchiello” e le decine di altre “villettopoli” ed “ecomostri” che sono diventati concreti anche se sorgevano in territori indicati come invarianti strutturali. Se poi si considera che il territorio attorno al centro storico di Monticchiello, e tanti altri, è anche collinare ..... e le colline sono anch’esse indicate nel PIT come “’invarianti strutturali”, allora qualcosa non torna in tutta questa catena di riconoscimenti di valore, di tutela e di presunti controlli.

Altro esempio: le risorse del territorio rurale come possono essere definite anch’esse fra le “invarianti strutturali” a fronte delle devastazioni del territorio rurale maremmano da Grosseto a Civitavecchia che sarebbero prodotte dall’autostrada tirrenica tutta in variante rispetto alla Statale Aurelia, voluta dalla Regione Toscana? E, sempre rispetto allo stesso esempio, se la realizzazione di nuove infrastrutture è consentita quando le alternative di utilizzo o riorganizzazione non siano sufficienti e previa valutazione integrata degli effetti, dove sono la valutazione integrata e l’analisi costi-benefici applicate ai progetti presentati a partire dal 2000: il progetto ANAS di messa in sicurezza dell’Aurelia raffrontato a quello autostradale proposto dalla SAT?

Anche l’art. 36, tanto evidenziato in quanto efficace e innovativo, si limita a riformulare quanto già previsto dalla legislazione nazionale e dalla giurisprudenza, vale a dire che i diritti acquisiti da parte dei privati operatori in termini di edificabilità sono riferibili unicamente alle concessioni edilizie rilasciate e alle convenzioni già stipulate in attuazione di piani attuativi.

Si rileva che nel PIT non si riscontrano né azioni, né efficaci disposizioni, né l’individuazione di strumenti e/o di procedimenti finalizzati a contrastare – al di là delle eleganti affermazioni – la crescita edilizia diffusa e dispersa nei mille rivoli che portano alla rozza occupazione di significativi paesaggi toscani.

Un ulteriore problema di fondo già sottolineato dalla nostra Associazione: la sostanziale carenza normativa di qualunque criterio di dimensionamento dei piani comunali, già evidenziata rispetto alla LR 1/2005, permette di fatto la redazione di piani sovradimensionati con l’evidente conseguenza di “cattiva urbanistica”. Questo in particolare si manifesta per quegli ambiti dove il fenomeno della diffusione urbana e della dispersione insediativa si manifesta con maggiore intensità: nel sistema policentrico della Toscana (Firenze-Prato-Pistoia-Lucca e Firenze-Empoli-Pontedera-Pisa) e nel sistema della costa nelle sue diverse articolazioni. Manca una chiara, precisa ed esplicita scelta che persegua la conservazione attiva e l’accrescimento delle dotazioni ambientali proprie di questi vasti territori. Si ritiene invece che la disciplina del PIT debba contenere una precisa ed efficace disposizione – che produca effetti anche in regime di salvaguardia – che esplicitamente richieda, per questi territori, l’individuazione delle discontinuità di valenza territoriale e di quelle insediative e una disciplina volta al loro mantenimento al fine di garantire la qualità ambientale dei contesti considerati.

2. Osservazioni e richieste di ordine generale

A seguito di quanto sopra premesso, osserviamo e richiediamo:

- che la normativa regionale in materia paesaggistica e del territorio e in particolare la L.R. 1/2005 (assieme alla strumentazione conseguente e in particolare la L.R. 26/2006) sia integralmente e legittimamente adeguata a quanto prescrive il Codice del Beni Culturali e del Paesaggio (D. lgs. 42/2004 e succ. modifiche) sia per quanto concerne la sub-delega ai Comuni che l’aspetto particolare della composizione delle Commissioni di Programmazione e quelle di Controllo

- che la scelta regionale di inserire il Piano Paesaggistico all’interno dello strumento del PIT non debba avvenire a scapito della cogenza, dell’efficacia e della dettagliata normazione della tutela paesaggistica perché, come ha ribadito la Corte Costituzionale nella sentenza sopra citata “il paesaggio va rispettato come valore primario, attraverso un indirizzo unitario che superi la pluralità degli interventi delle amministrazioni locali”

- che il PIT manca tuttora dei contenuti e, soprattutto, delle efficacie che il “Codice dei beni culturali e del paesaggio” richiede alla disciplina paesaggistica regionale comunque questa venga denominata; pertanto la disciplina paesaggistica del PIT al momento adottata potrebbe correttamente configurarsi come documento contenente le ‘linee guida’ regionali per poi procedere alla elaborazione del piano paesaggistico (comunque lo si voglia denominare) attraverso le collaborazioni e le intese di cui all’art. 143, comma 3, del Dlgs 42/2004. Ma questo dovrebbe essere esplicitato con chiarezza negli elaborati

- che il PIT deve contenere una precisa disposizione che con chiarezza garantisca la conservazione attiva e l’accrescimento delle dotazioni ambientali del sistema policentrico della Toscana centrale e del sistema della costa anche attraverso il mantenimento delle discontinuità territoriali ed insediative presenti in questi contesti

- che il PIT deve contenere reali misure di salvaguardia attraverso prescrizioni aventi diretta efficacia oltre che per la realizzazione di interventi puntuali anche sulla formazione sia degli strumenti urbanistici attuativi che dei Regolamenti Urbanistici da definirsi in attuazione di Piani Strutturali adottati precedentemente all’entrata in vigore della nuova disciplina. L’accertamento comunale della verifica di coerenza con le direttive e le prescrizioni del PIT dovrebbe essere equiparato, in regime di salvaguardia, agli atti urbanistici e come tale da sottoporre a pubblicazione e poter essere oggetto di osservazioni

- che nel PIT manca la montagna quale elemento fondante e strutturale del territorio e del paesaggio toscano

- si ritiene inoltre che quanto contenuto nella pur complessa articolazione del PIT (sia per quello che concerne il Documento di Piano, il variegato Quadro Conoscitivo e soprattutto la Disciplina di Piano) ci sembra ben lontano dai caratteri di una precisa normativa quale quella prescritta dal Codice

- ribadiamo che la tutela paesaggistica non può essere gestita unicamente alla scala comunale, e che scempi come quelli, emblematici, in realtà sparsi in tutto il territorio regionale, sono il frutto di autorizzazioni comunali e delle Soprintendenze locali e che se vogliamo evitare per il futuro questi pessimi risultati è indispensabile e urgente una precisa e sovraordinata assunzione di responsabilità alla scala regionale

- in ogni caso è auspicabile che le disposizioni del PIT, soprattutto relativamente alle normative di merito che si vorranno rendere prescrittive, siano estremamente approfondite e integrate in materia di tutela del paesaggio in tempi certi e ragionevoli anche in attuazione dell’accordo preliminare con il Ministero per i beni e le attività culturali, al fine di giungere ad una normativa concordata con il Ministero stesso.

Il documento di Italia nostra prosegue con un nutrito elenco di proposte di modifica e integrazione al piano adottato. Si veda in allegato il testo integrale in formato .pdf

TORINO - Il parco divertimenti più grande d'Italia, per il momento, è solo un sogno custodito su migliaia di pagine e decine di faldoni. Il progetto ormai definitivo, al vaglio di una commissione di esperti per la valutazione di impatto ambientale che dovrà pronunciarsi entro il 15 novembre, è gelosamente custodito in una villa sulla collina di Ivrea, sede legale e quartier generale di Mediapolis, la società torinese pronta ad investire 200 milioni di euro per un'opera attesa da ormai otto anni, in grado di richiamare ad Albiano, dove verrà costruito, un milione e 600 mila persone all'anno, ma anche oggetto di forti contestazioni (in particolare la battaglia di Maria Crespi, presidente Fai, ente proprietario del castello di Masino) da parte delle associazioni ambientaliste, spesso riportate anche nel blog di Beppe Grillo.

In attesa dell'inchiesta pubblica invocata da Fai, Pro Natura, Legambiente, e Wwf sul progetto, l'iter va avanti ed entro fine anno, inizio 2008, dovrebbero mettersi in moto le prime ruspe. Ecco, nel dettaglio, che cosa sarà il Parco Mediapolis, quasi 600 mila metri quadri divisi tra spazi destinati al classico divertimento da fine settimana, quello che possiamo trovare a Gardaland o Disneyland o al parco danese di Tivoli, a Copenaghen e la tecnologia esasperata e di ultima generazione. Giostre, da un lato, simulatori, elettronica d'alto livello e realtà virtuali, dall'altro. E ancora: centri commerciali (non è prevista piastra alimentare), cinema, teatri, sale convegni, hotel, aree destinate a concerti e spettacoli.

Parco e ambiente

L'obiettivo che il pool di progettisti si è imposto, è integrare il più possibile il parco con l'ambiente circostante. Sarà un parco in un parco, il primo costruito dall'uomo, il secondo offerto dalla natura con lo spettacolo dell'anfiteatro morenico tutt'attorno. In otto anni, da quando si è incominciato a pensare a che cosa sarebbe stata questa immensa area divertimenti, le modifiche sono state innumerevoli. «E spesso - spiega l'amministratore delegato Sergio Porcellini - sono servite le critiche e le dure opposizioni per migliorare il progetto nei suoi aspetti».

Natura, viaggi, sport

Mediapolis Park, nella porzione ovest, si estende per 148 mila metri quadri all'aperto. Viaggi e avventura, giostre che si snodano in corsi d'acqua artificiali tra foreste e calotte, insenature e canali, laghi e cascate. Un richiamo alle fiabe di Andersen o ai viaggi di Marco Polo, mondo reale e fantasia che si mescolano in continuazione attraverso viaggi a sorpresa fra la vegetazione e le attrazioni. L'utilizzo dell'acqua è il tema principale, il grande lago scenografico di 22 mila metri quadrati è una delle maggiori attrazione del parco: ci si potrà dedicare ad una gita in barca o alle giostre acquatiche come il roller coasters o la torre di caduta alta 40 metri, solo per citare due esempi. E ancora: aree per bambini, famiglie, teen zone, eco-garden, sport estremo e percorsi avventura per gli adulti e per i più piccini.

Tecnologia e interattività

L'evoluzione tecnologica, con particolare riferimento ai new-media e alla realtà virtuale è la caratteristica fondamentale. In sintesi si potrà viaggiare e ci si potrà addentrare in avventure fino a ieri immaginate, senza muovere un dito. Un viaggio nella natura e nella storia sarà reso possibile, reale ed avvincente in un unico posto, senza necessità di viaggiare, attraverso la tecnologia virtuale e i simulatori di ultima generazione. Lo spazio indoor, 25 mila mq, sarà trasformato nella «città della comunicazione»: attrazioni audiovisive, videogiochi, studi tv, sale concerti, teatri destinati ad ospitare spettacoli dal vivo e un cinema multiplex. Il parco Mediapolis, sostenuto da Regione e Provincia (con in testa il presidente Antonio Saitta che l'ha inserito nel piano strategico del Canavese), nato dai Patti Territoriali all'epoca coordinati da Ivrea, ora croce e delizia a seconda da dove lo si guardi, è pronto a spiccare il volo.

Nota. in questa stessa sezione SOS Padania numerosi altri articoli sul progetto Mediapolis (f.b.)

I centri storici sono incompatibili con le automobili. Non solo per ragioni d’inquinamento ambientale. I veicoli a motore, diceva Antonio Cederna, se anche emettessero, non veleni, ma profumi soavi e salubri, sarebbero comunque inconciliabili con i centri storici. I quali si sono formati, nel corso dei secoli e dei millenni, a misura di pedoni, di cavalli, di carri e di carrozze. Non possono essere impunemente invasi da oggetti alieni per forma, per funzione e per colore. È una violenza, come mettere infissi di alluminio in un palazzo del Cinquecento. I centri storici sono anch’essi monumenti, ed è merito della cultura italiana del secolo scorso di averlo capito (a partire dalla carta di Gubbio del 1960) e di aver quindi ottenuto (a partire dalla legge ponte del 1967) la loro tutela integrale.

Tutela tutt’altro che soddisfacente. Non è questa l’occasione, Italia nostra lo ha fatto altre volte, per denunciare gli errori, gli abusi e le incongruenze nelle politiche locali e nazionali a proposito dei centri storici, che continuano a essere snaturati da usi impropri e abbandonati dai residenti, per primi quelli appartenenti a fasce di reddito sfavorite. Qui ci occupiamo solo del più grave e diffuso degli errori, quello appunto di lasciare libero accesso alle automobili, anzi di agevolare sempre di più l’invasione degli alieni, come succede con la realizzazione dei parcheggi sotterranei di cui tratta questo fascicolo.

Abitare nel centro storico è un privilegio: questo dovrebbe essere il punto di partenza di ogni politica d’intervento. Un privilegio per tante ragioni, ma soprattutto perché la qualità paesaggistica dei centri storici – determinata dall’alternanza di edifici monumentali di epoche diverse, e diversi per forma e concezione, con un tessuto abitativo minuto e anodino – è incomparabile con l’infimo livello della città contemporanea, con le espansioni del dopoguerra, la cui forma, il più delle volte repellente, è stata dettata esclusivamente dagli interessi fondiari. Il privilegio è ancor più evidente se poi si considera che i centri storici rappresentano una percentuale minima dello spazio urbanizzato, percentuale che ogni anno diventa più esigua per la crescita continua e inarrestabile delle città. Il prezzo da pagare rispetto al privilegio goduto è qualche disagio nell’accessibilità, disagio assolutamente sostenibile ove si disponga di un trasporto pubblico e di un servizio di taxi efficienti, di percorsi ciclabili ben distribuiti e dove i pedoni siano i protagonisti della scena urbana.

Privilegiati sono anche coloro che lavorano nel centro storico. Almeno per costoro dovrebbe essere pacifico che non si ha diritto a parcheggiare. È così in molte città europee. Non da noi. A Roma la lista degli aventi diritto al posto macchina è sconfinata, in sostanza basta pagare.

I parcheggi dei residenti (e dei lavoratori) dovrebbero invece essere previsti ai margini dei centri storici, come a Venezia, dove si vive benissimo senza la macchina sotto casa (aveva assolutamente ragione Le Corbusier nell’esaltare la modernità di Venezia). Una modalità d’uso come quella descritta è evidentemente alternativa alla tendenza in atto, e sempre più spinta, all’uso terziario o di alta rappresentanza (come nel caso di Roma) del centro storico, funzioni che portano inevitabilmente, per molti aspetti, all’omologazione del centro storico a qualsivoglia centro direzionale.

A spingere in questa direzione dissennata sono i grandi interessi fondiari e finanziari contro i quali è sempre più difficile trovare alleati.

ROMA - I reati aumentano a un ritmo da inflazione anni Settanta: più 33,5 per cento di cemento illegale nelle aree demaniali, più 19 per cento di crimini a danno dell´ecosistema marino. E intanto le chiazze di petrolio si allargano, i porticcioli abusivi si moltiplicano, la pesca di frodo diventa pratica quotidiana. È il quadro che emerge dal rapporto Mare Monstrum 2007, che la Legambiente ha appena chiuso consegnando alle stampe 122 pagine di malefatte.

La capitale dell´abusivismo marino è Ischia l´Incompiuta, l´isola che non riesce a prendere forma perché i cantieri clandestini non si fermano mai. Qui la febbre del mattone si respira assieme allo iodio e la gamma dei raggiri della legge è completa. Ci sono le scogliere costruite utilizzando rifiuti speciali, i vincoli paesaggistici che servono solo a far salire le quotazioni dei lavori illegali, gli alberghi che si allargano senza licenza, le case che crescono sui terreni franosi, un intero parco termale realizzato all´insegna dell´abusivismo.

Non va molto meglio negli altri luoghi di culto del mare campano: da Positano a Capri (dove è stato aggredito perfino lo Scoglio delle Sirene), la magistratura ha dovuto fare gli straordinari. A Conca dei Marini è finito sotto sequestro l´hotel Santa Rosa: nelle stanze in cui, nel Settecento, le suore inventavano la sfogliatella napoletana ora si produce solo abusivismo. Nel complesso della Costiera Amalfitana, nel 2006 sono stati sequestrati 47 cantieri abusivi e denunciate 150 persone.

L´ultima moda dell´abusivismo, a parte una fantasiosa seggiovia per collegare una villa alla spiaggia, è il parcheggio fronte mare che, cammin facendo, si trasforma in casa. Sembra impossibile - spiega Antonio Pergolizzi, responsabile dell´Osservatorio ambiente e legalità della Legambiente - eppure il meccanismo è semplice. Si presenta una richiesta al Comune per costruire un parcheggio, si pavimenta la zona e poi, a sorpresa, invece delle auto arriva un camion che traina una vera e propria casa, con tanto di tetto e terrazzino, su ruote: si posiziona ben bene l´edifico, si eliminano le ruote cementando il tutto nel pavimento e il gioco è fatto.

In maniera più o meno «creativa» l´abusivismo imperversa sull´intera costa italiana. Nel censimento di Mare Monstrum, a Sciacca figura un Golf resort a cinque stelle con 160 camere di lusso che proprio un paio di giorni fa ha avuto dalla Regione il via libera per riprendere i lavori. A Trapani «con la scusa di organizzare la Coppa America, un grande evento sportivo, si è aggredita la riserva naturale delle saline e la zona di protezione speciale».

In Calabria, a Corigliano, in una zona vincolata hanno costruito perfino un autodromo. A Vibo Valentia, dove a luglio una pioggia torrenziale ha fatto 4 morti e un centinaio di feriti, si è scoperto che le opere illegali bloccano i canali di scolo. In Puglia, vicino a Grottaglie, per far spazio alle case abusive sono stati uccisi alberi secolari.

Nel Lazio l´abusivismo ha assaltato il lago di Fondi come Terracina e Sabaudia, mentre Nettuno è l´unico Comune dell´Italia centro settentrionale sciolto per infiltrazione mafiosa. In Liguria l´offensiva più insidiosa viene condotta in nome dei posti barca e dell´allargamento di case che valgono fino a 15 mila euro a metro quadro.

Nel corso del 2006 si sono registrate 2,6 infrazioni per ogni chilometro di costa. Un dato che media i virtuosi, come la Sardegna con il suo modesto 0,7 e la Basilicata con 1, e i peccatori, come la Campania che svetta a quota 5,9 infrazioni per chilometro, il Veneto che insegue con 5,4, la Romagna (a quota 4,3) e il Lazio (3,7)

L’enorme patrimonio (pubblico) di centinaia di immobili militari inutilizzati passa dalla Difesa nelle mani del Demanio e dei Comuni. Spetta a loro decidere se utilizzarli per attività sociali o farne parcheggi e centri commerciali privati per battere cassa

La caserma “Staveco” occupa un intero isolato lungo la circonvallazione di Bologna, da Porta Castiglione a Porta San Mamolo. 37.500 metri quadrati subito fuori dal centro storico. Dentro c’è un parcheggio, gestito dal Comune, la sede di un Centro ricreativo dei dipendenti della Difesa e decine di capannoni, vuoti e abbandonati da almeno trent’anni (la Staveco -foto in basso- era un deposito per mezzi pesanti). Entro breve potrebbe diventare un parco pubblico, ma anche un enorme parcheggio sotterraneo o appartamenti di pregio: il governo italiano ha deciso di valorizzare gli immobili militari inutilizzati, un’eredità del XX secolo che la fine della leva obbligatoria, l’obiezione di coscienza e il calo demografico -ma soprattutto il cambiamento avvenuto nel modello di guerra e di presidio del territorio- hanno reso inutili. La Finanziaria 2007 stabilisce che nell’arco di due anni 804 immobili in tutta Italia passino dal ministero della Difesa all’Agenzia del demanio, nata nel 1999 e responsabile della gestione e valorizzazione del patrimonio immobiliare dello Stato.

Si tratta di caserme dismesse, depositi di armi abbandonati, vecchi arsenali militari -le fabbriche di armi- ed ex campi di addestramento per un valore complessivo di 4 miliardi di euro.

Sempre con l’ultima Finanziaria il governo ha creato uno strumento ad hoc per la gestione degli ex immobili della Difesa (e non solo, vedi il box nella pagina a fianco): si tratta di una “concessione di valorizzazione” di 50 anni, detta per questo concessione “lunga”. In pratica, un investitore privato presenta al Demanio un progetto imprenditoriale, dimostra la sostenibilità economica e finanziaria dell’azione e assicura per mezzo secolo un affitto al Demanio (cioè alla casse dello Stato).

Gli imprenditori edili hanno subito drizzato le antenne: erano in tanti al workshop organizzato a fine maggio a Milano dall’Agenzia del demanio per presentare la “concessione lunga” alla fiera Eire (Expo Italia Real Estate) di Milano.

Il “la” ufficiale al progetto, che il Demanio ha chiamato “Valore Paese”, è arrivato con un decreto del 28 febbraio scorso. Sono stati trasferiti i primi 201 immobili (36 in Veneto, 28 in Emilia Romagna, 26 in Piemonte, 25 in Lombardia: la mappa completa è nella pagina a fianco), la maggior parte dei quali sono nei quartieri centrali delle principali città italiane. La seconda tranche è prevista a luglio.

Il 5 maggio, a Bologna, l’Agenzia e il Comune hanno firmato un protocollo d’intesa per avviare la “valorizzazione” dei primi 12 beni del pacchetto “Valore Paese”, 600 mila metri quadrati in zone di pregio (“Erano immobili. Oggi vi vengono incontro” lo slogan scelto del Demanio). Il protocollo crea un tavolo tecnico tra Demanio e Comune, per scegliere la destinazione degli immobili. Il ruolo degli enti locali è fondamentale: tocca a loro, infatti, modificare la destinazione d’uso degli immobili e decidere gli “indici edificatori”, ossia se e in che percentuale può essere aumentata la cubatura.

A Bologna la firma del protocollo coincide con il dibattito sul nuovo Piano strutturale comunale, che dovrebbe essere approvato entro il febbraio 2008. Il Comune può scegliere di destinare un parte degli immobili a usi pubblici e sociali. E sembra intenzionato a farlo, almeno in parte: della ex Staveco, ad esempio, che confina con i Giardini Margherita, il più grande parco pubblico di Bologna, il Comune vorrebbe fare una porta d’ingresso alla collina (subito dietro sorge la chiesa di San Michele in Bosco). L’assemblea del quartiere Porto - che si è riunita con l’assessore all’urbanistica Virginio Merola per scegliere la destinazione del bene - vorrebbe realizzare degli impianti sportivi, il Comune pensa anche a parcheggi sotterranei.

Un’altra delle aree trasferita dalla Difesa è quella dei Prati di Caprara, 27 ettari di verde usati per l’addestramento dei militari e molto poco edificati. L’assessore Merola spiega il meccanismo della valorizzazione: al margine del parco ci sarà una zona residenziale, e nell’intenzione del Comune chi costruirà le abitazioni realizzerà anche il recupero del parco, a costo zero per le casse comunali. Solo per recuperare la ex Staveco la spesa stimata è di 40 milioni di euro. Il Demanio, a inizio giugno, ha raggiunto un accordo con la Cassa depositi e prestiti, che si è impegnata a garantire finanziamenti agevolati a 50 anni agli Enti locali per la valorizzazione gli immobili pubblici, ma il comune di Bologna non sembra intenzionata a chiedere un prestito.

Intanto il Collegio dei costruttori edili incalza: vorrebbe almeno il 40% degli spazi lasciati alla libera iniziativa privata. Durante un dibattito radio con Merola, il direttore del Collegio, Carmine Preziosi, ha affermato che “la differenza tra costi e ricavi deve essere almeno del 30 per cento”. Altrimenti i privati potrebbero scegliere di non partecipare. E a Bologna -spiega Valerio Monteventi, consigliere comunale e presidente della quinta Commissione “Politiche abitative e della casa” - “il governo della città non è autonomo dalla esigenza dei signori del mattone”, che hanno appena mandato deserta una gara per costruire appartamenti a prezzi calmierati nell’area dell’ex mercato Fioravanti (vedi box a pagina 19).

Il meccanismo della “valorizzazione” è ancora più semplice per come ce lo racconta l’ingegner Mario Venturini, assessore all’Urbanistica del comune di Brescia, che insieme a quelli di Ferrara e Fano è stato protagonista della firma del secondo protocollo d’intesa con l’Agenzia del demanio, a inizio giugno: “L’accordo in sé è elementare. Da un lato il Comune è disponibile ad acquistare il controllo dei due spazi aperti, Campo di Marte e la Polveriera di Mompiano, che saranno destinati a parchi naturali attrezzati. Dall’altra il Demanio ci chiede che due immobili presenti in città possano avere un cambio di destinazione urbanistica”.

In particolare, in gioco c’è il futuro della caserma “Gnutti” (nella pagina precedente), che interessa molto costruttori e immobiliaristi. “É senz’altro l’elemento più interessante, in pieno centro storico - riprende Venturini-. Era destinata agli ufficiali, ed è vuota da parecchi anni”. Per il futuro della Gnutti l’assessore pensa a una destinazione residenziale o a un terziario direzionale di qualità, uffici di rappresentanza. D’altronde è un edificio di pregio: era il comando, la sede del circolo ufficiali.

Come si “valorizza”

La concessione di valorizzazione o “concessione lunga” è un nuovo strumento introdotto dalla Finanziaria 2007 (al comma 259) e consente l’affitto fino a 50 anni a soggetti privati di un immobile di proprietà dello Stato, che resta titolare del bene.

L’Agenzia del demanio l’applicherà a tutti quei beni (circa 11.500) che potrebbero garantire un reddito allo Stato in caso di gestione economica da parte di investitori privati compresi gli ex immobili militari trasferiti del ministero della Difesa nell’ambito del progetto “Valore Paese”.

Il primo bando di gara, promosso a fine giugno, riguarda la Villa Tolomei, a Firenze. Si tratta di una concessione non gratuita, e rivolta unicamente a soggetti privati: chi presenta un progetto di “valorizzazione” deve garantire di svolgere un’attività economica e dimostrarne la sostenibilità economica, assicurando che i costi per la riconversione dell’immobile non superino i ricavi derivanti dall’attività e di essere in grado di pagare all’Agenzia del demanio un affitto (determinato sulla base del valore del bene e del suo rendimento).

La riqualificazione e riconversione del bene nell’ambito di una concessione di valorizzazione prevede la modifica della destinazione d’uso dell’immobile e anche la possibilità di costruire nuovi edifici.

Un’operazione da 4 miliardi

Il comma 263 della Finanziaria 2007 trasferisce dalla Difesa al Demanio 804 beni immobili non più necessari per usi militari, il cui valore complessivo stimato è di 4 miliardi di euro. Il piano di cessione prevede quattro tranche. Il decreto per la prima, che contiene l’elenco di 201 immobili in tutte le Regioni italiane nona Statuto speciale (vedi mappa), è stato firmato il 28 febbraio scorso. L’elenco dei beni è su www.agenziadeldemanio.com

Illy: meglio i negozi

Anche il Friuli Venezia Giulia potrà “valorizzare” le sue ex caserme. A differenza del resto del Paese, però, la Regione autonoma acquista la piena titolarità sui 36 immobili elencati in un Decreto legislativo del 2 marzo di quest’anno.

In virtù dello Statuto speciale si tratta di una cessione gratuita, che il governo regionale intende far fruttare. L’ufficio stampa spiega che la Regione, una volta entrata in possesso dei beni (il trasferimento non si è ancora perfezionato), ne cederà la titolarità ai comuni. Però il presidente Riccardo Illy (nella foto) è stato chiaro: se in un periodo tra i due e i quattro anni i Comuni non riusciranno ad avviare progetti di “valorizzazione”, le cessioni saranno revocate.

Per valorizzare Illy intende che prima si cambia la destinazione d’uso dell’immobile, e solo dopo si mette in vendita il bene. L’obiettivo è di avere complessi residenziali e negozi nelle ex caserme, e in cambio un po’ di soldi nelle casse regionali.

L’edilizia sociale non paga

L’affitto non paga. Nonostante condizioni favorevoli -un’area di 22 mila metri quadrati di proprietà comunale messa a disposizione a un euro al metro quadro- a fine maggio nessun costruttore ha partecipato alla gara d’appalto indetta dal Comune di Bologna per la realizzazione di 300 alloggi nell’ex mercato ortofrutticolo di via Fioravanti, nel popolare quartiere Navile. Il piano di utilizzo degli spazi è stato elaborato dal Comune nell’ambito di un laboratorio di ri-progettazione partecipata (“Laboratorio mercato”), che per due anni ha coinvolto nelle sue attività i cittadini del quartiere, che hanno chiesto -tra l’altro- case in affitto a “canone concordato”. Secondo Carmine Preziosi, direttore del Collegio dei costruttori, alla condizioni del bando non c’erano margini di profitto: solo il 30% degli alloggi, infatti, poteva essere venduto; per gli altri, il bando di gara prevedeva l’affitto a canone concordato per 40 anni (a 350 euro per i piccoli appartamenti da 40-50 metri quadrati e 5-600 euro per quelli di 90 metri).

L’edilizia sociale è un problema per Bologna, città che ospita 60 mila lavoratori e 40 mila studenti fuori sede (questi hanno a disposizione 1.500 posti letto tra ostelli e studentati). In città ci sono anche 600 alloggi Erp (Edilizia residenziale pubblica) che attendono la ristrutturazione per essere poi assegnati. Tutte le info sul laboratorio di quartiere su: www.comune.bologna.it/laboratoriomercato (sopra una riproduzione dell’area “com’è stata immaginata”).

13 luglio 2007

Mose, richiesta dei danni ai «dissidenti»

Il Consorzio Venezia Nuova chiede i danni ai dissidenti. Tre ingegneri autori del progetto alternativo al Mose (Vincenzo Di Tella, Paolo Vielmo e Giovanni Sebastiani) sono stati citati a giudizio dal pool di imprese che sta costruendo le dighe mobili. La causa partirà nei prossimi giorni e l’accusa a carico degli ingegneri è quella di «accanimento mediatico»: dichiarazioni e dati che avrebbero compromesso l’immagine del Consorzio. «E’ una vergogna, ma siamo sereni e daremo battaglia», dice Di Tella, «sarà l’occasione per far luce sui tanti aspetti oscuri di questa storia».

Il Consorzio si è affidato allo studio Vanzetti di Milano. Che ora porterà gli ingegneri davanti al giudice. Una inizitiva non certo nuova, quella di chiedere i danni agli oppositori. Le imprese che costruiscono il Mose lo avevano già fatto 15 anni fa con Italia Nostra e il suo segretario Riccardo Rabagliati, colpevoli di aver diffuso un manifesto e la locandina del quotidiano il Mondo che sotto il Mose aveva scritto: «Le idiozie che costano miliardi». Poi con Aurelio Foscari, commercialista veneziano da sempre critico sul progetto Mose. E più di recente con Carlo Ripa di Meana, ex presidente di Italia Nostra e candidato sindaco per i Verdi-colomba nel 2005. E infine con Carmelo Spagnuolo, geometra padovano che da decenni si batte per denunciare la pericolsoità delle grandi dighe, dal Vajont al Mose.

Adesso tocca agli ingegneri. Da tempo Di Tella, che ha lvorato per la Tecnomare e costruito decine di sistemi off-shore in tutto il mondo, rappresenta una spina nel fianco per il Mose e i suoi progettisti. Il suo progetto delle «paratoie a gravità» è stato scelto dagli esperti del Comune come una delle alternative più credibili (e meno costose) al Mose. Nel novembre scorso proprio i rapporti tecnici di Di Tella sulle criticità del progetto erano stati alla base del dossier consegnato al governo dal sindaco Cacciari. Si metteva l’accento allora sui «rischi strutturali» del Mose, sulle difficoltà di manutenzione subacquea dei connettori e delle cerniere, sulla pericolosità dei tunnel sottomarini. E sul fatto che la «paratoia si può rovesciare». Studi che insieme a quelli riportati nella Valutazione di Impatto ambientale del 1998 - che aveva bnocciato il progetto - erano stati consegnati ai ministri. «Occorre modificare quel progetto e valutare bene le alternative», aveva detto il ministro per l’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio. Ma poche settimane dopo il Comitatone aveva spazzato via ogni dubbio. Con la fiducia imposta da Prodi si era votato a maggioranza per continuare i lavori, contro il parere del Comune e di tre ministri. Che avevano rilanciato molte delle critiche messe nero su bianco dagli ingegneri. Adesso quelle critiche finiranno in Tribunale, con la richiesta di danni firmata dal Consorzio. Una iniziativa che suscita malumori anche in ambienti vicini allo stesso Consorzio.

Ma intanto i lavori del Mose vanno avanti. Le imprese sperano in una nuova tranche di finanziamenti dal Cipe per proseguire nella tabella di marcia che prevede il completamento delle opere per il 2012. Per ora, ultimate le opere preliminari e la sistemazione dei fondali (con i materassi filtranti Maccaferri ricoperti di pietrame), stanno per partire gli scavi e la costruzione dei cassoni in calcestruzzo a Santa Maria del Mare.

14 luglio 2007

«Denuncino anche me»

Mose, Cacciari attacca il Consorzio Venezia Nuova

«Voglio esprimere tutta la mia solidarietà all’ingegnere Di Tella. Quella di fargli causa è stata una scelta insensata. Lui non ha mai offeso nessuno ma esposto con grande competenza le sue tesi alternative al Mose, che il Comune peraltro condivide». Si arrabbia, il sindaco Cacciari, quando legge la notizia pubblicata dalla Nuova. «Il Consorzio Venezia Nuova chiede i danni agli autori dei progetti alternativi al Mose». Una citazione civile e una richiesta di danni, che il pool di imprese ha affidato a due avvocati di Milano, Adriano Vanzetti e Giulio Sironi, e ai loro referenti veneziani Francesco Rossi e Sergio Camerino. La critica al Mose finisce dunque in Tribunale. Non è la prima volta, dopo le denunce a Italia Nostra, Stefano Boato, Aurelio Foscari, Carlo Ripa di Meana, Ottavio Spagnuolo. E le denunce penali ai comitati No Mose. Ma stavolta l’accusa è quella di «accanimento mediatico». Gli ingegneri avrebbero insistito più volte con le loro critiche al sistema Mose, anche con articoli e lettere ai giornali. «Ma che significa? E’ ridicolo», sbotta il sindaco, «a questo punto denuncino anche me, il ministro dell’Ambiente, e tutti coloro che criticano il Mose».

Intanto Di Tella, insieme agli ingegneri Paolo Vielmo e Giovanni Sebastiani, preparara la linea difensiva. E si affida ad avvocati di lustro, come Cesare Galli, Mariella Melandri e Massimo Donadi. La curiosità è che Donadi, avvocato civilista mestrino, è anche senatore di Italia dei Valori e segretario veneto del partito di Antonio Di Pietro. Il ministro delle Infrastrutture che è di fatto il committente del Mose e dei lavori del Consorzio Venezia Nuova. E che ha insistito perché le alternative - proposte dal Comune e dagli ingeneri denunciati - venissero bocciate.

«In questo caso faccio l’avvocato», dice Donadi, «ho accettato perché sono convinto che questa sia una causa giusta. Il mio assistito ha esercitato un suo legittimo diritto di critica. Piuttosto qui si tenta di mettere a tacere le voci di dissenso. Con questa iniziativa molto grave che costringe uno stimato professionista a spendere soldi per gli avvocati. Sono evidenti gli effetti intimidatori. Ed è paradossale che tutto questo venga fatto dal Consorzio con soldi pubblici».

Insomma la polemica divampa. Perché il concessionario che sta costruendo il Mose, criticato da più parti e in sede tecnica anche da molti ingegneri, ha scelto la linea dura. Secondo alcuni osservatori questo potrebbe essere dovuto a un momento di difficoltà. Se i lavori provcedono alle tre bocche di porto, infatti, le contestazioni non si placano. E adesso i fondi della Finanziaria 2008 (550 milioni di euro necessari a continuare gli interventi) sono stati cancellati dal ministro dell’Economia. Difficoltà di bilancio e forse anche un’eco alle critiche avanzate due mesi fa dalla Corte dei Conti ai sistemi di finanziamento del Mose e del Ponte di Messina. «Magari fosse vero», commentano i comitati dell’Assemblea permeanente No Mose, «forse siamo ancora in tempo a bloccare lo scempio ambientale della laguna. Lo scavo dei canali, le colate di cemento, le barene a gradoni per ospitare milioni di metri cubi di fanghi scavati».

Quanto alla denuncia ai tre ingegneri, l’Assemblea annuncia iniziative clamorose. Come un’azione legale collettiva «per chiedere a progettisti ed esecutori delle opere i danni già fatti e quelli che si faranno, documentati dall’Osservatorio naturlaistico del Comune di Venezia». «Esprimiamo anche a nome dei 12.500 firmatari della petizione solidarietà con quelle persone che hanno avuto il coraggio di dire quello che moltissimi cittadini pensano: Il Mose, «Macchina Obsoleta Succhia Euro» è un’opera inutile e dannosa che serve solo a chi la fa».

Intanto il taglio dei finanziamenti al Mose mette in dubbio anche la sua conclusione prevista dal contratto per il 2012. Ipotesi cper cui le imprese sono pronte a chiedere i danni.

Si tiene in questi giorni una Conferenza sul territorio promossa dal Comune di Milano. Un certo scetticismo accompagna sempre chi viene a conoscenza di questi avvenimenti perché sa, per esperienza, che sono spesso un carosello di parole altisonanti ma prive di contenuti realistici e concreti. L’attuale Conferenza sul territorio non fa eccezione. Già al momento della presentazione, avvenuta venerdì scorso, è subito apparsa chiara la palese contraddizione tra le buone promesse e le problematiche realizzazioni.

I promotori della conferenza parlano di partecipazione dei cittadini, ma non danno alcuna indicazione operativa sul modo con il quale la vantata partecipazione potrà svolgersi. Non è operazione semplice organizzare un contatto continuo e capillare con gli abitanti di una grossa città. Occorre predisporre un servizio di accettazione delle missive, un canale Internet, un ufficio di smistamento della corrispondenza; occorre comporre un elenco dei principali temi di discussione per orientare i mittenti verso gli argomenti di loro interesse.

Durante i preparativi della conferenza nulla di tutto ciò è stato fatto e neppure previsto. Come se gli organizzatori invitassero una persona a cena e poi non gli aprissero la porta di casa. Del resto è noto che tante lettere mandate dai cittadini al sindaco e agli assessori sono rimaste senza risposta. Date queste premesse parlare di partecipazione del pubblico diventa un’illusione.

Scorrendo gli argomenti in programma, salta subito all’occhio un’enorme e imperdonabile dimenticanza. Sono elencati molti importanti problemi, ma non viene menzionato quello più urgente, il traffico. Eppure in un organismo urbano il movimento dei mezzi di trasporto è altrettanto importante quanto in un organismo vivente il flusso del sangue. Come se dei medici organizzassero una conferenza di anatomia generale e si dimenticassero di parlare del sistema circolatorio. Che la Conferenza sia organizzata in modo superficiale ed affrettato lo dimostra lo sgomento di un assessore di fronte alla domanda di Luca Beltrami Gadola: ha stabilito il Comune quanti abitanti debba avere Milano? La domanda, ovvio, è provocatoria. Non si trattava di conoscere un numero demografico, ma di chiarire un concetto urbanistico. Capire cioè se sia ancora tollerabile un continuo ingrandimento della città, sempre e solo su se stessa secondo una crescita caotica a macchia d’olio, oppure se sia giunto il momento di darsi un limite, di arrestare drasticamente lo sviluppo urbano e trasferire la futura espansione nel territorio circostante, molto al di là dei confini attuali. È davvero paradossale che questo fondamentale concetto urbanistico, attinente la crescita urbana e determinante per il destino del territorio, non sia stato per nulla avvertito dall’attuale conferenza, intitolata pomposamente "Conferenza sul territorio".

In Toscana vive e si diffonde a tutti i livelli una cultura che conserva, propone e si mobilita per la difesa del paesaggio e del territorio inteso come eccellente bene comune. Al professor Salvatore Settis che contro l’alienazione selvaggia dei cosiddetti "gioielli di famiglia" si è sempre coraggiosamente battuto, avanzando proposte innovative sia sul piano istituzionale che su quello più propriamente culturale, poniamo alcune domande su temi che hanno animato e acceso aspre polemiche su come dovrebbe essere gestito il patrimonio culturale toscano. Una battaglia che non ha mai risparmiato nessuno, ma, senza cadere in facili banalizzazioni, le scaramucce tra destra e sinistra nelle varie sedi istituzionali, nulla hanno a che fare con ciò che anima il lavoro di Settis: la difesa del patrimonio culturale è una battaglia di quotidiana civiltà.

La politica di vendita del nostro patrimonio culturale è sostanzialmente fallita. Ma non i tentativi di depredare il nostro più prezioso bene comune da parte di spregiudicati immobiliaristi. Come impedire che tali scempi possano accadere?

Occorre agire su due fronti: il rigore nelle regole e la diffusione della consapevolezza di questo problema tra i cittadini. Solo un'efficace azione educativa (a cominciare dalle scuole) può far sperare che gli egoismi dei singoli vengano bilanciati e frenati dalla preoccupazione del bene pubblico.

Eppure anche in Toscana basta un trucchetto come quello del "cambio di destinazione d'uso" o qualche autorizzazione azzardata e la si dà vinta ad una visione d'insieme speculativa. Il ruolo dell'intellettuale in questa battaglia qual è?

Non assuefarsi, non accettare il compromesso, richiamare ai principi, argomentare con rigore, non piegarsi alle regole della politica spicciola, ma intendere la politica nel suo significato originario: il governo della cosa pubblica nell'interesse generale, e non il piccolo cabotaggio delle micro-pattuizioni elettoralistiche.

Nuovi poteri alle soprintendenze: è la via maestra per salvaguardare il nostro patrimonio culturale?

Bisogna mettere le Soprintendenze in grado di rispettare le norme esistenti, attraverso il rinnovamento e rinvigorimento degli organici. Da troppo tempo non si fanno più assunzioni, e quando si ricomincerà devono esser fatte puntando sulla competenza e sul merito, e su nient'altro.

Creare dei centri di eccellenza che siano in grado di esaltare quanto di specifico il territorio per poi affidarli a chi ha appena conseguito una laurea triennale. Non le sembra un contradditorio?

È contraddittorio, per temi tanto delicati la laurea triennale non basta, occorre non solo un percorso quinquennale ma anche qualcosa di più, la specializzazione o il dottorato di ricerca su questi temi.

A ciascuno il suo compito: al Ministero la "tutela" e alle regioni la "gestione" del bene culturale e paesaggistico. Va bene così o si tratta di un modello superato e da trasformare?

Tutela, valorizzazione e gestione sono un continuum inseparabile. Chiunque gestisca i vari segmenti, è bene che intorno vi sia uno stretto coordinamento per evitare duplicazioni, dispersioni di energie, conflittualità diffusa.

Possiamo ancora sperare di veder tronare nel nostro paese almeno una parte delle opere d'arte illegittimamente esposte nei principali musei del mondo?

È un processo bene avviato, che sta dando i suoi frutti, e spero che continui positivamente nei prossimi anni: fermo restando che possiamo legittimamente richiedere indietro solo ciò che è stato illecitamente esportato dopo le convenzioni Unesco in materia di patrimonio culturale, e non prima.

E sulla stesura del Nuovo Codice dei beni culturali può darci qualche anticipazione?

Abbiamo presentato al Ministro Francesco Rutelli una bozza, e per la fine di luglio speriamo di avere la proposta definitiva della Commissione che se ne occupa. Poi la cosa andrà naturalmente nelle mani del Ministro per la sua definitiva approvazione.

Una scommessa da 5 milioni puntati sulla cittadella del lusso, là dove c'era la collina dei lentischi, alle spalle dei primi insediamenti cementizi di Porto Cervo. Una scommessa ancorata su note e costose firme della moda tutte pronte ad accaparrarsi qualche metro quadro sotto i portici di quel complesso edile nato da un lustro e ben prima della legge salvacoste, tra sbancamenti di rocce, terra e verde e completato in questi giorni con gli ultimi spagnoleggianti ritocchi estetici a questa fortezza di svariati milioni di metri cubi e aperta sulla via. Dietro la scommessa il business che vien dal Continente, una manager ben determinata e ben addentro alle cose della Costa, Daniela Fargion, che vede lontano - 13 anni per far quadrare i conti di tutti - che sogna un ponte aereo tra Isola e Penisola, una navetta vips per futuri scambi tra i due porti più esclusivi della Gallura, Rotondo-Cervo e viceversa, che crede allo sviluppo molto d'��lite di questa piazzetta dedicata ad un non esplicitato principe e prevede arrivi a frotte di famosi e facoltosi di ogni età, passato e passaporto.

L’idea è insomma, e sinché su questa vocazione allo sfarzo non si abbatterà qualche stangata in stile Soru, di un polo della ricchezza e del capriccio per i molli trastulli estivi di chi ha da scialare e ostentare e che nel disegno dei finanziatori si tradurrà in incasso spendendosi come richiamo il via vai dei bei nomi abitudinari frequentatori della Costa e dei suoi approdi. Con in più l'ottimistica ambizione di allungare tra feste, firme e sfilate la stagione del turismo in gran pompa ma sin qui limitata a un mesetto o poco più. E con tanti saluti a chi rimpiange la collinetta di pietre e ginepri scomparsa sotto il maglio di un palazzinaro dell'Alto Adige che ha fermato a 33 le abitazioni a vendere (quei 33 trentini che trotterellavano...) e affidato a Jean Claude Le Suisse, architetto, la confezione “naturalistico- commerciale” del nuovo borgo. Per chi ci investe e lavora, ovviamente, il complesso fortilizio con botteghe e parcheggi è il segno della vitalità e delle occasioni offerte dalle meraviglie della riviera gallurese.

Posti per i sardi, al negozio o al banco bar, gente fashion e passaggi di denari, incremento a cascata su tutto il residuo vacanziero e sino al piccolo cabotaggio anche se qui, al Principe fondatore portuale, si terrà alto, altissimo il livello, cioè il prezzo, dell'accesso a piazzetta e mercatino.

Il paragone e l’esempio sono Portofino, Saint Tropez, Sant Thomas forse, isole Vergini, tutti paradisi del superfluo e qualche volta anche del fisco. Cui Porto Cervo nulla ha da invidiare, evidentemente. Mancavano le firme dell'alta moda, un posto che le avesse tutte lì col loro meglio anche della prossima stagione, e ora vi si è posto rimedio. Il resto, infrastrutture e trasporti che non dipendono dal privato, seguirà: ne sono convinti gli scommettitori di quei milioni di euro e l'imprenditore immobiliare trentino perché là dove c'è il business la politica segue a ruota. Stasera si inaugura il tutto con musica e luci e personaggi, i soliti. E subito dopo si apre bottega.

1. FINALITÀ DELL’OSSERVAZIONE

[…]

L’osservazione è finalizzata a proporre modifiche riguardanti l’impianto del PIT, la sua operatività e a perseguirne una migliore coerenza con i principi della legge1/2005 di governo del territorio. Verranno perciòavanzate alcune proposte che riguardano la struttura e la logica dello statuto del PIT e, subordinatamente, alcuni contenuti di indirizzo o prescrittivi. Questo con particolare riferimento a:

- rendere chiara la distinzione concettuale e operativa fra la parte statutaria del PIT, che definisce le risorse essenziali, le invarianti strutturali e le regole statutarie per la tutela e la valorizzazione delle risorse stesse, e la parte strategica che definisce gli obiettivi di trasformazione del territorio; distinzione che costituisce il contributo più innovativo della legge regionale 1/2005. Dare autonomia alla parte statutaria del Piano, significa che le diverse opzioni strategiche debbono confrontarsi e risultare coerenti con la tutela e la valorizzazione delle risorse essenziali, garantendone la riproducibilità e la valorizzazione;

- attribuire allo statuto del territorio valore fondativo, “costituente” dell’identità del territorio e dei suoi valori patrimoniali inalienabili: questo carattere “costituzionale” richiede che l’elaborazione dello statuto sia sottoposta ad un processo partecipativo che ne garantisca la condivisione sociale;

- rendere coerente e integrare il piano paesaggistico con lo statuto del territorio, secondo le indicazioni del Protocollo di intesa fra il Ministero dei beni e le attività culturali e la Regione Toscana (gennaio 2007).

In accordo con la legge regionale 1/2005, il territorio è inteso come deposito di ricchezza appartenente alla collettività (patrimonio) e come espressione di valori di lunga durata (identità materiale) in cui sia assicurata la partecipazione dei cittadini quali soggetti attivi della costruzione, del controllo e dell’attuazione dei piani (identità sociale). I temi dello statuto del territorio, delle invarianti strutturali, della disciplina paesaggistica, della concertazione fra amministrazioni pubbliche e dei processi partecipativi sono fra loro strettamente interrelati, perché i valori patrimoniali collettivamente riconosciuti dovrebbero trovare espressione nello statuto del PIT ed assumere un carattere di invarianza.

2. MOTIVAZIONI DELL’OSSERVAZIONE: LA CRITICA ALLA STRUTTURA DELLO STATUTO DEL PIT

2.1 Dallo statuto del territorio all’agenda statutaria

La critica generale che viene formulata all’impianto concettuale del PIT riguarda il fatto che lo statuto del territorio risulta chiaramente ed esplicitamente (sia nella relazione generale che nella disciplina del piano) condizionato e subordinato agli obiettivi strategici del piano, articolati nell’agenda strategica.

L’introduzione del concetto, o meglio dell’ossimoro, “agenda statutaria”, a sua volta definita attraverso metaobiettivi e obiettivi, tradotti in invarianti strutturali nella disciplina del piano, è la chiave di volta di questo slittamento semantico. Metaobiettivi e obiettivi dell’agenda statutaria sono in gran parte gli stessi, scritti in altra forma e con funzione complementare, rispetto agli obiettivi dell’agenda strategica (che riguarda gli obiettivi di trasformazione socioeconomica e territoriale finalizzati al progetto di sviluppo).

Questa inclusione nello statuto di obiettivi di piano, che riguardano le azioni e le trasformazioni auspicate e non la descrizione dei caratteri delle invarianti strutturali, finisce con l’eludere il tema dei valori statutari attribuendo loro un carattere contingente e collegato in maniera insoddisfacente al riconoscimento e alla riproduzione delle risorse patrimoniali. Il concetto di “agenda” indica infatti “variabilità” e “temporalità” degli obiettivi, legati alla specifica fase politico-economica e alla sua agenda politica.

Questa scelta, che è motivata dalla giusta esigenza di improntare il PIT a una logica attiva di trasformazione del territorio, contro una logica puramente di tutela e “conservativa”, rischia tuttavia di “buttare via il bambino con l’acqua sporca”. In questo caso il “bambino” è lo statuto del territorio stesso, cosi come definito dalla legge 1/2005, nei suoi caratteri innovativi, di cui sono fondamentali:

a) la costruzione con procedimento autonomo e prioritario rispetto alle strategie di piano dell’impianto statutario che riguarda la definizione dell’identità di lunga durata del territorio attraverso la individuazione delle sue risorse patrimoniali essenziali, delle invarianti strutturali, del loro stato di criticità e di conservazione e delle regole che ne garantiscono la riproducibilità e la durevolezza;

b) la conseguente verifica di coerenza (attraverso la valutazione integrata) degli obiettivi di trasformazione, quali essi siano (comunque contingenti) con la riproducibilità delle risorse, e in linea più generale delle invarianti che, in quanto tali, si presuppone non varino ogni legislatura;

Trasformando invece lo statuto in “agenda statutaria” e facendone conseguentemente dipendere gli obiettivi dall’agenda strategica, si subordina la definizione stessa delle risorse essenziali e delle invarianti strutturali alle esigenze dello sviluppo economico (in questo caso un modello fondato sulla competizione globale, l’esportazione, le grandi infrastrutture, la centralizzazione dei servizi, ecc).

In conclusione non c’è corrispondenza fra lo statuto del territorio come definito dalla legge 1/2005 e l’agenda statutaria del PIT, che inserisce nella parte statutaria del piano metaobiettivi e obiettivi che dovrebbero far parte della parte strategica

Tutto ciò, oltre a determinare le osservazioni ed i rilievi critici già esposti, solleva più di una perplessità anche sul piano giuridico-formale. […]

2.2 Metaobiettivi e obiettivi

Cercheremo di esemplificare questo ragionamento entrando nel merito sia di metaobettivi e obiettivi della parte statutaria che specificano le invarianti strutturali nella disciplina del piano, sia di obiettivi strategici della parte strategica articolati a loro volta in sistemi funzionali.

Con l’artificio semantico della “agenda statutaria” vengono definiti, con la stessa valenza di elementi statutari, beni non negoziabili, fondanti l’identità del territorio toscano, inteso “come patrimonio ambientale, paesaggistico, economico e culturale” e beni di carattere funzionale (infrastrutture, servizi ed impianti di utilità pubblica) che, pur rivestendo un “peculiare interesse regionale”, dovrebberoessere, in coerenza con la legge 1/05, orientati e finalizzati alla riproducibilità dei primi. Sopprimendo questa distinzione, oltre al sacrosanto paesaggio, finiscono nello statuto allo stesso livello del paesaggio “porti, aeroporti, grandi impianti tecnologici finalizzati al trattamento dei rifiuti, alla produzione o distribuzione di energia, alla erogazione e circolazione delle informazioni mediante reti telecomunicative”. Qui la confusione fra risorse essenziali e termovalorizzatori, invarianti strutturali e tralicci dell’alta tensione si fa evidente.

A questo proposito, le specificazioni degli obiettivi relativi ai metaobiettivi, che sostanziano le invarianti strutturali nella disciplina del piano, confermano questa confusione di piani fra obiettivi statutari e strategici:

Ad esempio per il primo metaobiettivo (“integrare e qualificare la Toscana come città policentrica”) viene enunciata la giusta opzione di assumere un’interpretazione sistemica della “città della Toscana” come sistema policentrico (per il superamento del modello centro-periferico), del quale cogliere i caratteri e le potenzialità in quanto risorsa essenziale del sistema Toscana, da definire come invariante strutturale; rispetto alla proposizione di questa invariante sarebbe perciò conseguente proporre, in sede di statuto la definizione dei caratteri costituitivi della città della Toscana, e in sede di obiettivi strategici del piano, azioni per la complementarietà, l’integrazione, la specializzazione, il funzionamento a sistema, di ogni nodo della “città toscana”.

Invece, alla enunciazione del metaobiettivo “statutario”, anziché seguire la descrizione dei caratteri della invariante strutturale, seguono (par. 6.3.1 della relazione) obiettivi di “agenda statutaria” del seguente tipo:

- potenziare l’accoglienza della “città toscana”, sviluppare una nuova disponibilità di case in affitto, combattere la rendita immobiliare, ecc.; tutti obiettivi degnissimi per un programma di politiche pubbliche sulla casa, ma che poco hanno a che fare con il policentrismo e soprattutto con le invarianti strutturali.

- offrire accoglienza organizzata e di qualità per l’alta formazione: come sopra, si tratta di un’invariante statutaria o di un obiettivo strategico?

- sviluppare la mobilità intra e interregionale;

- sostenere la creatività come qualità della e nella “città toscana”;

- attivare la città toscana come modalità di governance integrata su scala regionale. Perfino la governance, chiaro esempio di scelta di una modalità di governo del territorio viene inserita nello statuto: come risorsa essenziale? Come invariante strutturale?

Analogo ragionamento può essere condotto per gli altri metaobiettivi e obiettivi dell’”agenda statutaria” che articolano, nella disciplina, in termini di direttive e prescrizioni le altre invarianti strutturali: ad esempio “sviluppare e consolidare la presenza industriale” e i “progetti infrastrutturali”.

L’unica eccezione riguarda il paesaggio che è trattato in termini propriamente statutari in relazione al Codice dei beni culturali e del paesaggio e alla Convenzione europea del paesaggio, ed è inserito in una definizione di territorio come Patrimonio ambientale, paesaggistico, economico e culturale della società toscana, di cui lo statuto si propone di conservare il valore (terzo metaobiettivo).

2.3 L’agenda strategicae la valutazione integrata

A questo punto, se si esclude il paesaggio, è legittimo chiedersi in cosa differisca l’agenda strategica dall’agenda statutaria. Per dichiarazione del piano stesso i sistemi funzionali in cui si articola l’agenda strategica, sono “funzionali” alla realizzazione dei metaobiettivi dell’agenda statutaria. Vale a dire che i metaobiettivi e gli obiettivi dell’agenda statutaria trovano nei sistemi funzionali dell’agenda strategica la loro consequenziale strutturazione operativa. Esemplificando i sistemi funzionali dell’agenda strategica (cap. 7 della relazione):

- La Toscana dell’attrattività e della accoglienza riprende in altre forme più o meno simili i concetti degli obiettivi 1 e 2del metaobiettivo 1 dell’agenda statutaria;

- la Toscana delle reti articola il concetto di rete oltre che per il metaobiettivo 1, per le imprese, le istituzioni locali (riprendendo la “governance” - 5° obiettivo del metaobiettivo 1);

- la Toscana della qualità e della conoscenza riprende in modo più generico i corrispondenti metaobiettivi dell’agenda statutaria);

Come si configura, a questo punto, la valutazione integrata? La matrice che viene presentata (cap 8.4 della relazione) è singolare: si tratta di verificare la congruenza dei sistemi funzionali del PIT con i metaobiettivi dell’agenda statutaria, ovvero della strategia del PIT con se stessa. Sarebbe ben curioso infatti che i metaobiettivi dell’agenda statutaria e i sistemi funzionali dell’agenda strategica, che fanno parte di un unico impianto progettuale, con diversi livelli di specificazione, fossero incoerenti fra di loro e con i programmi strategici del PRS di cui sono parte integrante.

Viceversa la matrice che avrebbe senso introdurre nel sistema di valutazione integrata sarebbe quella che mette in relazione le invarianti strutturali - specificate nei loro caratteri descrittivi e prescrittivi - e gli obiettivi dell’agenda strategica, per verificarne la coerenza (in termini ambientali, territoriali, paesistiche, ecc). Questa matrice, tuttavia, non può esserci in quanto non sono sviluppate le descrizioni e le prescrizioni relative alle invarianti strutturali, se si esclude in parte il metaobiettivo 3 (conservare il valore del patrimonio territoriale della Toscana) e i beni paesaggistici di interesse unitario regionale (sesta invariante strutturale dell’art. 31 della disciplina del piano), i cui caratteri, valori e obiettivi di qualità sono definiti nelle schede dei 38 ambiti paesistici del quadro conoscitivo).

3 LA PROPOSTA GENERALE:LO STATUTO DEL TERRITORIO COME “CARTA COSTITUZIONALE” DISTINTA DAL PIANO STRATEGICO

La proposta contenuta in questa osservazione consiste dunque nel distinguere con chiarezza nel governo del territorio la parte statutaria dalla parte pianificatoria. In quest’ottica, lo statuto del territorio si configura come una carta costituzionale, socialmente condivisa, che definisce le invarianti del territorio (in forma di rappresentazione del territorio, di valori condivisi, di patrimonio che si vuole trasmettere alle future generazioni, di regole riproduzione delle invarianti, ecc.). La parte statutaria del Piano, proprio in virtù del suo carattere “costituzionale” dovrebbe essere elaborata con l’effettivo coinvolgimento della società locale, mettendo in atto “percorsi di democrazia partecipata” in un arco di tempo che permetta una reale partecipazione dei cittadini e consenta di sottrarlo alle contingenze e pressioni tipiche della strumentazione urbanistica. Il piano, a sua volta, definisce le trasformazioni del territorio, gli investimenti, le destinazioni, ecc., coerentemente con i principi contenuti nello statuto.

La distinzione fra aspetti statutari e aspetti pianificatori, legati a specifiche e differenti condizioni e orizzonti temporali, comporta che non sia scontato che le opzioni effettive del piano siano conformi ai principi dichiarati, come avviene correntemente in una sfera retorica del piano che maschera spesso un percorso decisionale di senso esattamente inverso.

In sintesi, il corpus dello statuto deve essere separato dal piano e acquisire uno status specifico, di natura costituzionale, e lo statuto stesso deve essere considerato un invariante, cioè non modificabile se non mediante procedure particolari in cui sia centrale la partecipazione dei cittadini.

Le considerazioni precedenti comportano come conseguenza che le prescrizioni del piano, che sono necessariamente legate a specifici obiettivi e politiche e perciò hanno un carattere contingente, non sono diretta emanazione dei principi statutari (come si vorrebbe nell’agenda statutaria del PIT) ma si conformano ai principi statutari. In analogia con le leggi ordinarie dello Stato che rispondendo a specifiche situazioni non derivano dalla Costituzione ma devono rispettarne i principi.

In questa linea lo statuto non dovrebbe contenere un elenco di risorse che devono essere sottoposte a verifica rispetto a prestazioni funzionali assunte pleonasticamente come invarianti. La proposta è invece che la Regione formuli uno statuto, con un’ampia partecipazione della società toscana, in cui siano riconosciuti descritti e tutelati i valori patrimoniali e identitari del territorio che si vogliono trasmettere alle future generazioni.

La separazione fra statuto e piano non significa, ovviamente mancanza di relazioni. I piani dovrebbero, nelle loro previsioni di trasformazione del territorio, dare specifico conto della loro conformità con lo statuto. Qui entra in gioco anche la possibilità di un controllo da parte dei cittadini, ora frustrati da procedure di tipo burocratico in cui il Comune, controllore di se stesso, risponde alle osservazioni e richieste della società locale solo nei termini di un rispetto formale alla legge (operazione tanto più facile, quanto più la legge stessa è espressa in modo confuso e ambiguo). I cittadini dovrebbero potere trovare un’istanza che non sia il TAR (come ora avviene per scongiurare le peggiori iniziative), ma un organismo che abbia funzioni analoghe ad una “corte costituzionale”, che giudichi cioè se le trasformazioni proposte rispettino o meno i principi e le regole dello statuto.

Analogamente, anche le norme di salvaguardia, introdotte esplicitamente o implicitamente dal PIT nella Disciplina rischiano di rimanere sostanzialmente inefficaci se non viene previsto uno spostamento di poteri – a livello locale – dalle amministrazioni e dai sindaci verso i cittadini. Valga come esempio una prescrizione apparentemente “forte” del PIT relativa al patrimonio costiero: Sono da evitare nuovi interventi insediativi ed edificatorî su territori litoranei a fini residenziali e di ricettività turistica, se non in ottemperanza alla direttiva anticipata nel sottoparagrafo 2 del paragrafo 6.3.3 del Documento di Piano (cioè ai fini della riorganizzazione e del potenziamento delle attività portuali e in presenza di chiari e innovativi disegni imprenditoriali, capaci di far sistema con un’offerta turistica organizzata e integrata nella chiave di servizi plurimodali e coordinati). Ma coloro che decidono sulla ottemperanza o meno alla direttiva sono ancora una volta i Comuni, come risulta chiaro dall’Art. 36 della Disciplina (Lo Statuto del PIT e le misure generali di salvaguardia); Comuni che sono chiamati a giudicare, attraverso la valutazione integrata o altri procedimenti, sui loro stessi programmi e piani. E’ difficile che le amministrazioni smentiscano le loro stesse scelte dichiarandole incompatibili con i principi di buon governo del PIT, a meno di non introdurre nel processo valutativo strumenti di democrazia partecipativa che consentano una verifica sociale della coerenza delle politiche locali alle prescrizioni del PIT stesso.

4. LA PROPOSTA OPERATIVA

Da questa proposta generale consegue una proposta operativa molto semplice: trasferire i metaobiettivi e gli obiettivi dell’”agenda statutaria”, impropriamente collocati nella parte statutaria del piano, nella agenda strategica; sviluppare invece nella parte statutaria, come per il paesaggio, la descrizione dei caratteri delle invarianti strutturali e delle loro regole di conservazione e valorizzazione.

Proponiamo inoltre di eliminare l’invariante strutturale B) la “presenza industriale” in Toscana, che ci pare rappresentare più propriamente un obiettivo strategico relativo al consolidamento della struttura produttiva peraltro in profonda trasformazione, piuttosto che un’invariante strutturale che riguarda, come per le altre invarianti definite dal PIT, caratteri di lunga durata della struttura socioterritoriale; e di sostituirla con un’invariante, non esplicitata, relativa alla Rete ecologica regionale

Operativamente proponiamo perciò di sviluppare la trattazione delle 6 invarianti strutturali dello statuto proposte nel PIT articolando la descrizione delle risorse essenziali del territorio che le compongono e le regole di riproduzione sostenibile delle risorse stesse a cui i progetti di trasformazione della parte strategica devono conformarsi.

Poiché è evidente che le invarianti del PIT non possono assumere immediata operatività, ma richiedono una loro traduzione nei PTC delle Province e negli strumenti urbanistici Comunali, devono essere rese operative le misure di salvaguardia contenute nell’Art 36 della Disciplina del PIT, prevedendo forme di partecipazione dei cittadiniai procedimenti che devono valutare la rispondenza delle previsioni urbanistiche comunali alle direttive e alle prescrizioni del PIT.

A titolo esemplificativo, proponiamo alcuni titoli che dovrebbero sostanziare la definizione delle invarianti strutturali costitutive dello statuto del territorio. […]

In allegato il testo integrale dell’osservazione nel formato .pdf

Telefonare al Presidente: ecco l’idea. Ringrazio il presidente della Regione Toscana, Claudio Martini. Terrò presente la sua offerta, formulata nella lettera pubblicata mercoledì da Repubblica, anche se mi sembra preoccupante che nella pletora di Comuni, Province, Comprensori, Autorità e quant’altro si debba ricorrere a lui per avere informazioni elementari.

Resta il fatto che finora non si è trovata molta disponibilità da parte delle amministrazioni toscane, tutte schierate a difesa del famigerato "Accordo di programma" detto del Tubone e restie perfino a concederne in visione il testo. Ma può darsi che la decisione del Ministero dell’Ambiente – non della Regione Toscana, caro Presidente – di mettere un punto fermo sulla questione imponendo la costruzione di un depuratore per l’area Valdinievole ovest abbia cambiato il clima. Ci auguriamo comunque che l’autorevole presa di posizione del Presidente Martini venga meditata da tutti gli enti sottoscrittori dell’Accordo di Programma. Collaboreranno o saboteranno? Vedremo.

Ma ci sono altre cose che vorremmo sapere dal Presidente; per esempio, questa: se due milioni e mezzo di metri cubi di acqua invece di entrare nel tubo resteranno in Valdinievole per esservi depurati, che ne sarà dei rimanenti dieci milioni circa? A quanto pare, saranno sottratti ai depuratori comunali per i quali i cittadini pagano robuste tasse e portati altrove per venire definitivamente inquinati dalle lavorazioni chimiche delle industrie conciarie. Eppure tutti sanno quanto l’acqua sia preziosa e come sia destinata a diventarlo sempre di più.

Quanto al Padule di Fucecchio, non basta salvarne la sopravvivenza, bisognerebbe anche voltare pagina rispetto al vuoto amministrativo e politico che ha fatto di un territorio unitario uno spezzatino di realtà incompatibili e in conflitto. Perché qui c’è di tutto: dall’oasi ambientale alle postazioni di caccia, passando per coltivazioni inquinanti e quant’altro.

Quanto alla tutela delle bellezze della Toscana dobbiamo intenderci. È diventata fastidiosamente abituale l’espressione "patrimonio dell’umanità". Preferiremmo parlare dell’ambiente – di ogni ambiente - come patrimonio degli esseri umani in carne e ossa che ci vivono e di quelli che ci vivranno. Se un privato cittadino come lo scrivente ha partecipato a una campagna di opinione considerandola come cosa non estranea al suo mestiere di storico e di insegnante non è stato per difendere bellezze celebri ma perché ritiene diritto di ciascuno quello di vedere tutelati da autorità scelte per via democratica l’aria, l’acqua, il verde del suolo dove il caso o la necessità lo ha portato a vivere: fosse anche ai bordi di un Padule.

La regione più bella d’Italia è sulle pagine della stampa da parecchi mesi. I lettori hanno imparato a conoscere siti come quello di Monticchiello, la Val D’Orcia, Montegrossi, la Val di Magra, Fiesole, Capalbio, Bagno a Ripoli, san Macario, Lucca, più per gli interventi urbanistici in fase di attuazione in contrasto con la tutela del paesaggio che per la loro storia millenaria.

Il fenomeno sia ben chiaro è assai più ridotto di quello che si riscontra ormai in tutto il territorio nazionale, ma il problema resta.

Molti intellettuali autorevoli come Alberto Asor Rosa, Vittorio Emiliani, comuni cittadini, si sono riuniti in comitati e chiamano in correità la regione Toscana per l’assenza di controlli sui piani urbanistici e di vigilanza sugli usi del territorio locale in rapporto alla tutela ambientale e storico-artistica.

Le ragioni di questo processo di trasformazione che coinvolge in primo luogo le aree rurali, sono almeno quattro, sia di carattere giuridico-istituzionale che economico.

La principale è legata all’eliminazione – nella lr. 5/1995 – del sistema di controllo preventivo sui piani regolatori da parte regionale, in ossequio all’abolizione nazionale del sistema dei controlli sugli atti degli enti locali e ad una forzata interpretazione del principio di sussidiarietà – secondo il nuovo titolo V cost. – che considera la vicinanza delle istituzioni locali ai territori come la miglior cura dell’interesse pubblico. Teoria questa, che se applicata alla pianificazione del territorio riconoscerebbe implicitamente una “riserva” di piano regolatore cosicchè le popolazione locali – o meglio la rappresentanza politica di quelle collettività – avrebbero il diritto di disporre del proprio territorio come meglio credono. L’autoapprovazione dei piani regolatori e la mera verifica della loro coerenza agli atti di pianificazione sovraordinata come ad es. il piano territoriale di coordinamento provinciale – che di regola non detta prescrizioni ma solo indirizzi – hanno lasciato spazio a previsioni urbanistiche comunali spesso in contrasto con i principi dello sviluppo sostenibile. E questo sta accadendo in tutt’Italia. Di fronte a questo paradosso, basterebbe citare due sentenze del Tar Toscana con le quali prima la provincia di Lucca (6287/04) e poi la stessa Regione Toscana (98/05) hanno tentato inutilmente, come estrema ratio, di ottenere l’annullamento del Regolamento urbanistico del comune di Lucca perché in contrasto con il PTCP della provincia e con il PIT (piano d’indirizzo territoriale) regionale.

La lr 1/2005 “norme per il governo del territorio” prova a rimettere ordine nel sistema di controllo degli usi del territorio ma affidandosi ancora una volta all’autodeteminazione degli enti locali ancorché bilanciata da un sistema di concertazione che àncora le trasformazioni del territorio alla redazione degli statuti del territorio ed ai contenuti del PIT. Si tratta di modelli di pianificazione ancora in fase di elaborazione che pongono problemi interpretativi sull’efficacia delle disposizioni anche ad un giurista e che comunque richiederanno del tempo per arrivare a regime.

Il secondo motivo risiede in un sistema di partecipazione alle scelte pianificatorie comunali che non ha nulla a che fare con le inchieste pubbliche dei paesi anglosassoni, poiché l’amministrazione è restìa, ancor oggi, ad un’urbanistica effettivamente partecipata che potrebbe mettere in discussione la propria vision territoriale.

Il terzo è legato alla crisi fiscale dello stato che spinge i comuni a considerare gli usi edificatori del territorio come fonte di reddito per rimpinguare le casse comunali attraverso la riscossione dell’ICI e degli oneri di urbanizzazione che, sganciati, in base ad una legge finanziaria del 2002, da qualunque reimpiego nelle opere e servizi pubblici, possono essere utilizzati per finalità generali.

Il quarto motivo risiede nella perdita di senso – per le popolazioni locali – del paesaggio agricolo e nel progressivo omologarsi verso un non meglio definito paesaggio turistico fatto di seconde case, lottizzazioni intensive, e nell’abbandono progressivo del rapporto tra conduzione del fondo e attività edificatoria, tranne i casi di specializzazioni agricole gestite da veri imprenditori agricoli. La pressione speculativa tanto sulle coste come nelle colline interne distrugge le campagne italiane in funzione di una mal intepretata modernizzazione fatta prevalentemente di case con piscine abitate tre mesi l’anno.

Il paesaggio naturale ma anche quello “artificiale” opera dell’uomo, testimonianza avente valore di civiltà da tramandare alle generazioni future, non è più in grado di autogovernarsi diventando così in molti casi territorio in attesa di trasformazioni edificatorie.

Nel frattempo però, in molti piani regolatori vigenti dei comuni toscani vi sono previsioni urbanistiche che andranno in attuazione negli anni futuri e che presto potrebbero costituire oggetto di nuovi “scandali” edilizi, come già si sono affrettati a dire i responsabili regionali. Come dire il peggio deve ancora venire! Eppure quei piani regolatori sono comunque passati all’attenzione degli uffici regionali; possibile che una regione che svolge funzioni di programmazione e quindi di previsione degli sviluppi futuri non si sia resa conto, calcolatrice alla mano, che i volumi edificatori previsti in quei piani, specie di piccoli comuni, erano ben oltre i limiti dello sviluppo sostenibile e della loro potenziale crescita insediativa?

Che fare? Una soluzione ci sarebbe, quella del nuovo piano paesaggistico in fase di elaborazione, per di più oggetto di un protocollo d’intesa con il Ministero dei beni culturali come prescrive il Codice del paesaggio. Soluzione che, individuando nuovi beni paesaggistici di rango regionale o beni “identitari” sul territorio regionale, tra cui il paesaggio rurale, ponga limiti a queste nuove cementificazioni poiché le scelte del piano paesaggistico prevalgono, immediatamente, secondo la legislazione statale, sulle previsioni dei piani regolatori sottostanti.

Ma non pare che questa sia una strada promettente se la Regione Toscana intende redigere il contenuto del piano paesaggistico in collaborazione con comuni e province attraverso intese e accordi, lasciando poi agli enti locali la possibilità di una disciplina paesaggistica integrativa contenuta nel piano paesaggistico regionale (rectius piano d’indirizzo regionale).

Ora non vi è chi non sappia che le scelte sovraordinate non possono sempre essere ridiscusse con i destinatari di quelle tutele – a meno di non voler riprodurre anche qui la sindrome nimby (not in my back-yard) - poiché gli enti locali si muovono nell’ottica degli interessi particolari versus gli interessi generali di collettività anche più ampie di quelle regionali, come testimonia la risonanza internazionale di questa regione e le numerose presenze di cittadini stranieri che la frequentano per la qualità del paesaggio finora tutelato.

Mi domando se il presidente Soru, cui si deve il merito di aver sostenuto ad oltranza l’approvazione, un anno fa, del piano paesaggistico della Sardegna, avrebbe ottenuto lo stesso risultato di tutela, qualora si fosse messo a “contrattare” con i comuni costieri se era giusto o meno ridurre i 57 milioni di mc previsti sulle coste sarde dai vigenti strumenti urbanistici comunali!

La tutela del paesaggio non si “contratta” – come fossimo in un’area di riconversione urbana – poiché la sussidiarietà ambientale è spesso in contrasto con la ricerca del consenso. Il problema di fondo, a ben vedere, è tutto qui.

Sono in grado le regioni ed il ministero dei beni culturali di svolgere un’effettiva tutela e valorizzazione del paesaggio italiano? O dobbiamo ridurci ad intendere la sussidiarietà come un nuovo localismo dei territori locali? Il ruolo delle amministrazioni d’area vasta – le regioni – o centrali come il ministero dei bei culturali, può, quindi, essere decisivo per l’attuazione dei programmi di conservazione anche in funzione di accompagnamento come si usa dire oggi, e di controllo.

Nel rapporto tra regione e amministrazione centrale, lontane dagli interessi particolari, si gioca quindi la partita della tutela del paesaggio con i comuni, non perseguibile solo nella sua staticità (pena in qualche caso la perdita di significato della tutela) ma nel suo evolversi, sempre e comunque, tuttavia, nel rispetto della effettiva conservazione.

Postilla

Il primo errore del sistema toscano non è, come sostiene l’autore, quello di sostituire l’approvazione dei piani comunali con la verifica di conformità alla pianificazione sopraordinata, ma dall’assoluta intederminatezza di questa. L’errore è aver sostituito, a tutti i oiverllo sovracomunali, piani di chiacchiere a piani di prescrizioni. In contrasto anche con il codice dei beni culturali e del paesaggio. Non sembra che i due ministeri competenti alla “intesa” (Beni e attività culturali e Ambiente e tutela del territorio) se ne siano accorti.

Sull’argomento si vedano l'articolo di Luigi Scano e molti altri documenti nella cartella dedicata alla Toscana

Linda Lanzillotta, ministro per gli Affari Regionali del governo Prodi, sta conducendo da tempo una battaglia di grande vigore contro quelle istruzioni che vengono dipinte come vere e proprie fonti di spreco: i comuni italiani. Questa solitaria battaglia è degna della miglior causa. Nemmeno Giovanna d’Arco lottò con tanto ardore contro l‘Inghilterra, tanto da meritare al ministro l’appellativo di Lancillotta, proprio per sottolineare le sue virtù guerriere senza macchia e senza paura.

Senza paura è certo vero. Senza macchia lo vedremo in seguito. Indaghiamo prima sull’oggetto di tanto furore. Come è noto a tutti, i comuni italiani sono stati sottoposti dal 1993 ad una cura dimagrante di proporzioni straordinarie. Ogni legge finanziaria ha decurtato i trasferimenti statali, impedito assunzioni e limitato la possibilità di contrarre mutui.

Gli effetti non sono tardati a manifestarsi. La rete di assistenza per la parte meno favorita della popolazione ha subito una progressiva attenuazione e molte cancellazioni: è stato pressoché azzerato il ruolo redistributivo dei comuni. E’ vero che al tempo dei primi tagli non mancavano vere e proprie forme patologiche di sprechi di risorse e livelli di indebitamento insostenibili. Come è vero che permangono ancora oggi sacche di privilegio ricavate dall’uso disinvolto delle leggi che hanno “liberalizzato” il mercato del lavoro pubblico. Sono molti infatti i portaborse del sottobosco politico cui vengono concessi contratti d’oro, ma di questo non si parla: è più indolore chiudere i doposcuola.

Il fatto strutturale è che in mancanza di trasferimenti adeguati, i comuni sono stati costretti ad alimentare la rendita fondiaria. I bilanci locali si basano prevalentemente sull’imposta sugli immobili (Ici) e sull’urbanistica contrattata che, in cambio di impressionanti aumenti di cubatura, permette di ottenere da rentier scaltri quanto privi di scrupoli modeste -ma importanti- risorse finanziarie. Insomma, oggi i comuni pagano i servizi pubblici con i mattoni della speculazione edilizia.

Uno risultato devastante, come si vede. Ma per Lancillotta non basta ancora. Il 31 maggio ha convocato i presidenti delle Regioni e gli enti locali per comunicare che era sua inflessibile intenzione tagliare ancora i bilanci degli enti locali. Le cronache dicono che la reazione di dei presenti è stata così veemente che sono addirittura sparite le cartelline stampa. La prode condottiera ha battuto in ritirata.

Forse perché qualcuno avrà argomentato sul fatto che la cavaliera sarà pure senza paura, ma nelle sue eroiche gesta si trova anche qualche non trascurabile macchia. Di latte. Agli albori della furiosa campagna “privato è bello” orchestrata dai poteri forti negli anni ’90, Linda Lanzilloltta era assessore al comune di Roma. Nel 1997 curò la vendita della Centrale del latte comunale alla Cirio di Sergio Cagnotti per la cifra di 110 miliardi di lire. I giornali liberisti gridarono al trionfo: un grande affare. Avrebbero potuto essere più cauti, perché dopo pochi mesi, nel febbraio 1998, la Cirio passò la proprietà della Centrale alla concorrente Parmalat di Callisto Tanzi per un importo valutato 200 miliardi. Il comune di Roma vendette la Centrale del latte alla metà del suo valore reale!

Il fatto che Cirio e Parmalat abbiano di lì a poco prodotto i più gravi scandali finanziari di quest’ultimo periodo, ci fornisce anche un eloquente chiave di lettura aggiuntiva: con i regali ricevuti da incauti amministratori pubblici, alcuni imprenditori si sono anche cimentati con profitto nel truffare tanti piccoli risparmiatori. In ogni altro paese, con precedenti di questo tipo sarebbe terminata qualsiasi carriera politica. Da noi, una classe politica senza credibilità che si è abilmente sottratta al giudizio dei fatti, continuerà a gettare i comuni nelle braccia delle speculazione immobiliare.

Caro Direttore, da un anno la Toscana è all´attenzione di intellettuali, opinionisti, mass media. Tema: la difesa del paesaggio e di un ambiente considerati da tutti unici per la loro bellezza. Ciò è positivo, dà forza al territorio toscano e agli strumenti per la sua tutela e valorizzazione. Ma in troppi presentano la Toscana come terra di scempi, devastazioni, ecomostri. Siamo divenuti il problema paesaggistico del Paese? Quando lo racconto in Europa o nel mondo la gente sorride, incredula. Sì, Monticchiello è un errore urbanistico che oggi non si ripeterebbe. Ciò detto è assurdo scagliarsi contro un´intera esperienza di governo del territorio.

Di che Toscana si parla? Ricordo ad Asor Rosa, Erbani e Prosperi che la Toscana è stata la prima a respingere i condoni di Berlusconi, impedendo ai furbi di sanare tanti abusi, poi abbattuti. Da noi i volumi costruiti sono fra i più bassi in Italia (1,8 metri cubi per abitante contro i 3,4 del Veneto, i 3,0 della Lombardia, il 2,3 della media nazionale: dati 2004, e stabili dal 2000). Qui c´è la più alta superficie di aree protette, di foreste e aree marine (presto un´altra nascerà nell´Arcipelago), il 50% del nostro territorio è boschivo (dato in costante crescita), solo il 10% è urbanizzato.

Siamo la regione con più siti Unesco e premi ambientali, dalle bandiere blu (15 su 96) a quelle arancioni (32 su 119), fino al massimo di vele blu di Legambiente. La Toscana guida la rete europea contro gli Ogm, a tutela della biodiversità e del paesaggio. Recuperiamo borghi e palazzi storici, ville rinascimentali, teatri del ´700, pratiche e mestieri tradizionali, sempre con prevalenti risorse locali. E´ cresciuto un appeal internazionale fondato sull´eredità storica e su una moderna idea di sviluppo di qualità. Per questo abbiamo 41 milioni di turisti (il 7% in più dell´anno scorso).

Prosperi ha scritto allarmato per il Padule di Fucecchio. Se ci avesse telefonato avrebbe appreso della soluzione varata da regione, enti locali e ministero dell´ambiente: un nuovo impianto di depurazione nell´area del bacino imbrifero che garantirà 2,5 milioni di metri cubi di acqua pulita all´anno, la sistemazione del ciclo idrico e la realizzazione di bacini di accumulo. In ogni stagione il Padule avrà acqua sufficiente. Siamo la prima Regione che ha adottato con Rutelli il Codice del paesaggio e la nostra politica urbanistica è per gli specialisti fra le più avanzate e rigorose d´Italia, specie col nuovo Pit.

Insisto: di che Toscana si parla? Il bollettino di guerra diramato dai cento comitati esprime un´idea antagonista non a noi, ma alla storia, alla verità ed agli interessi della Toscana. Un solo esempio. Completare l´autostrada tirrenica è una necessità economica e di mobilità. Chiedetelo ai lavoratori del Porto di Livorno o del polo siderurgico di Piombino, oltreché ai distretti artigianali e rurali della costa! Si può fare col minimo impatto ambientale, con il consenso del 90% degli enti locali (una Val di Susa al contrario!) e a costo zero per lo Stato.

Ma fa più chic sparare contro e censire i comitati, quelli che Asor Rosa ora coordina e che dicono no a tutto: quelli contro le moschee, contro la geotermia, l´eolico, il solare; contro un´alta velocità in via di completamento. Eppure puntiamo entro il 2020 a produrre il 50% dell´energia da fonti rinnovabili; a ridurre del 15% i rifiuti prodotti e portare la raccolta differenziata al 55% così da diminuire gli inceneritori e chiudere tutte le discariche. Potenzieremo le ferrovie, tutte, per trasportare in treno mezzo milione di persone al giorno (oggi sono 200mila), riducendo traffico e smog. Chiedo ad Asor Rosa: questo è un programma di sviluppo di qualità o un manifesto cementificatore?

A me interessa un´alleanza, vera, tra istituzioni, università, mass media e comitati per arricchire la pratica dello sviluppo sostenibile. Spero interessi tutti. Leggo di una vertenza Toscana. Se punta ad una sintesi alta di dinamismo e qualità vertenza diventerà alleanza. Se invece si vuole colpire la cultura di governo - regionale e locale - che ha portato la Toscana fin qui, ovviamente, così non ci sto.

Postilla

Non abbiamo visto segni di congiura ai danni del governo della Regione Toscana. Abbiamo visto un disagio profondo, in molte persone che amano la Toscana e ammirano la sua storia, dovuto al contrasto tra due elementi.

Da un lato, il patrimonio di saggio governo del territorio che la Toscana esprime. Martini ha ragione quando ne celebra i fasti, e a nessuno che abbia un minimo di sale in zucca sfugge il fatto che, in merito alla tutela del paesaggio e alla buona urbanistica, la Toscana è una delle regioni italiane all’avanguardia. Non è merito solo dei gruppi dirigenti attuali, affonda le sue radici in storie antiche, ma è merito anche di chi quella storia ha saputo proseguire. Ed è proprio questa convinzione e questa stima che accresce le attese. Si vorrebbe che la Toscana fosse ancora all’avanguardia e insegnasse, con il suo esempio, al resto dell’Italia.

Ma dall’altro lato, molti episodi recenti testimoniano che oggi la politica urbanistica della Toscana è molto cambiata. Non è più un esempio positivo, corre il rischio di diventare il modello di un’Italia che non assume più la tutela delle sue risorse culturali e paesaggistiche come una “invariante strutturale”, ma come una ricchezza il cui impiego di può contrattare con chi è interessato alla “valorizzazione immobiliare” per ottenere così uno “sviluppo economico” insostenibile. Uno sviluppo economico del quale l’accrescimento e l’appropriazione privata della rendita immobiliare costituisce una componente di rilievo, nel quale realizzare una “marina” o un porto turistico vale più che conservare un pezzo di costa intatto, in cui un villaggio turistico vale di più di un paesaggio intatto da secoli.

Molti episodi di questo privilegio del “mercato” sulla “tutela” (del primato della ricchezza immediata per pochi sul patrimonio di tutti) sono stati segnalati, sulla stampa, nelle assemblee e su questo sito. In eddyburg abbiamo dimostrato come questi episodi si accrescano per effetto di una politica del territorio sbagliata. Ricordiamo gli articoli di Luigi Scano, gli eddytoriali dedicati a questo tema, e da ultimo l’articolo di Paolo Baldeschi che denuncia una Monticchiello in fieri . Abbiamo sostenuto che la Regione sbaglia, quando rinuncia alla sua responsabilità di governo del territorio, e di esercizio penetrante e “autoritativo” della tutela, e delega invece ai comuni responsabilità che questi non sono in grado di assumere, oggi ancora meno di ieri. E che sbaglia quando viola il Codice dei beni culturali e del paesaggio e interpreta illegittimamente i suoi precetti, in nome dell’ideologia di un autonomismo municipale fuorviante e in contrasto con l’equilibrio costituzionale.

E abbiamo anche criticato (non da soli, ma in compagnia di esperti di grande competenza e di associazioni e movimenti popolari rilevanti) la scelta sbagliata di completare l’autostrada tirrenica invece di utilizzate altre soluzioni più economiche e soprattutto meno devastanti per il territorio. Le cose a questo proposito non stanno come le racconta Martini. Concludere il tracciato stradale tirrenico con il proseguimento dell’autostrada è forse una necessità economica per la SAT, non per il territorio e neppure per la mobilità dei lavoratori.

Ciò che dispiace è che il Presidente della Toscana non comprenda che quelle che vengono mosse alla politica territoriale della sua regione sono critiche di merito, alle quali piacerebbe che motivatamente si rispondesse con argomenti, e non con anatemi o pettegolezzi, e neppure alludendo a improbabili complotti. Anche noi concludiamo questa postilla con la frase di Martini: se invece si volesse colpire la cultura di governo - regionale e locale - che ha portato la Toscana fin qui, ovviamente, così non ci sto. A condizione che con il “fin qui” ci si riferisca a tempi, logiche e pratiche anteriori a quelle che hanno prodotto i fatti fin qui denunciati.

Le "Valentiniadi" sono appena finite. Lasciando per tutta l´estate un colonnato di vetroresina issato sui resti del tempio di Venere e una folla di manichini variopinti intorno e addosso all´immacolata Ara Pacis. Ma lasciando anche uno strascico di polemiche - accese, come il rosso dello stilista giunto al 45esimo anno di attività - sull´impiego dei beni archeologici per una cerimonia di compleanno. Contrastate dall´opinione di chi esalta il valore artistico dell´evento organizzato sul modello della festa barocca e, comunque, assolutamente effimero.

S´indigna l´archeologo Andriano La Regina: «È un modo sciatto e incolto di gestire i nostri monumenti. Non ho nulla contro le feste ma penso che le colonne trasparenti sarebbero state benissimo in un quartiere povero di opere d´arte. Non su un monumento che ogni giorno viene visitato da migliaia di persone. Dobbiamo avere più rispetto per chi fa chilometri e chilometri per venire ad ammirare l´archeologia romana. E non umiliarla con interventi incongrui che ne alterano la forma e il contenuto».

Di tutt´altra idea il professor Andrea Carandini: «A Roma la dimensione della festa c´è sempre stata. L´importante è che l´apparto effimero sia tolto in tempi ragionevoli». L´archeologo che scava sul Palatino non crede «alla sacralità dei monumenti». Piuttosto ritiene che interventi come quello dello scenografo Dante Ferretti «attirino l´attenzione su un edificio di straordinaria importanza. Come studioso non sono molto interessato all´evento Valentino. Ma l´Italia deve promuovere i suoi uomini. E, in quest´epoca di spettacolo, non si può non passare attraverso il rito della festa».

Sulla stessa lunghezza d´onda il soprintendente Angelo Bottini, che ha dato l´ok all´utilizzo del tempio. «È un evento eccezionale, irripetibile e che non va banalizzato con altre operazioni del genere», sostiene l´archeologo mettendo un freno ad altri spettacoli pirotecnici, «allestiti comunque senza rischi per i monumenti», tra i Fori. E il suo no all´incontro di boxe del mese scorso? «Quello sì che comportava una banalizzazione per il Colosseo e per l´Arco di Costantino».

C´è un precedente all´operazione "Nascita della Bellezza" (grazie alla quale, ha spiegato il ministero Beni culturali, Valentino ha donato 200mila euro per il restauro del tempio di Venere) ed è la retrospettiva del 2004 di Armani alle terme di Diocleziano. «Ma quello è uno spazio congruo, vuoto, dedicato alle mostre, e tale era l´esposizione dello stilista milanese» sottolinea La Regina, allora soprintendente. «Nessuna differenza - ribatte Carandini - ed è stato La Regina il primo a concedere il Colosseo per la musica, perché ora si meraviglia?».

E la mostra con 300 capi storici aperta fino al 28 ottobre all´Ara Pacis? Tuona La Regina: «Ma come si può sottrarre per tutti questi mesi l´ara di Augusto alla visione corretta del monumento da parte dei visitatori? Abiti bellissimi, certo, ma esponeteli in una sede adatta!». Che nel museo progettato da Richard Meier non manca. «Se mi chiedessero di esporre all´Ara Pacis io non invaderei lo spazio dell´opera antica», interviene Mimmo Paladino, autore del grande mosaico presente nell´edificio inaugurato nel 2006. «C´è il piazzale e c´è un bellissimo museo di sotto: perché interrompere la contemplazione dell´Ara da parte del pubblico con un segno invadente?».

La Procura della Repubblica ha clamorosamente riaperto l'inchiesta sugli stagni-fantasmi di Olbia. Ha affidato al corpo forestale nuovi accertamenti su Mare e rocce, Pittulongu e Bados. Vuol capire com'è che sono scomparsi dalla cartografie.Sbianchettati, cancellati, eliminati dalle cartografie e soprattutto dal litorale di Pittulongu, Bados e Mare e Rocce. Gli stagni fantasma della costa olbiese sono di nuovo al centro di una inchiesta della Procura della Repubblica. Si può parlare di una clamorosa riapertura del fascicolo del sostituto Renato Perinu, la stessa indagine che aveva portato alla cancellazione del piano di risanamento di Pittulongu. Il pubblico ministero Ezio Castaldi ha disposto nuovi accertamenti, affidati al Corpo forestale. Il magistrato ha chiesto al personale della sezione di polizia giudiziaria della Procura di stabilire se corsi d'acqua e stagni retrodunali possano essere classificati come beni demaniali.

Se a questa domanda verrà data una risposta positiva, il caso Pittulongu verrà rimesso in pista, perchè la prescrizione non cancella i reati riguardanti il patrimonio dello Stato. Invece il fascicolo della prima indagine (ipotesi: abuso d'ufficio, falso) è¨ stato chiuso senza alcuna contestazione proprio perchè i reati sono stati dichiarati estinti per prescrizione. Insomma, la Procura ritorna alla carica su una vicenda che interessa da vicino, oltre al Comune di Olbia, anche quanti non vogliono arrendersi all'idea di dover rinunciare agli interessanti interventi urbanistici in zone di particolare pregio, sotto tutti i punti di vista. La polizia giudiziaria si è messa subito al lavoro, dopo l'input dell'attuale capo della Procura gallurese, gli investigatori faranno un percorso a ritroso nel tempo, verificando documenti, ma soprattutto rilievi aerofotogrammetrici che risalgono anche ai primi anni Cinquanta. Anzi il Corpo forestale sta cercando materiale particolarmente interessante raccolto da un geometra olbiese che qualche decennio fa mise insieme un voluminoso dossier su Pittulongu corredato di preziose fotografie. Rilievi che dimostrerebbero, senza possibilità di smentita, l'esistenza degli specchi d'acqua successivamente oggetto di interventi fuorilegge di riempimento, sino alla completa scomparsa. L'avvio degli accertamenti arriva in una fase particolarmente delicata della vicenda. Da mesi, infatti, il Comune di Olbia si oppone ai ricorsi presentati dalle società alle quali sono state negati le concessioni per interventi nel comprensorio di Pittulongu.

Il Tar, con alcuni importanti pronunciamenti ha accolto le richieste di chi ritiene priva di argomenti, almeno dal punto di vista amministrativo, l'interruzione degli iter concessori. Ora suona il campanello delle nuove verifiche avviate nei giorni scorsi dal Corpo forestale. E’ evidente che, in un quadro come questo, si è ben lontani da una definitiva risposta alle numerose domande riguardanti il passato e il futuro di Pittulongu.

Ma non basta, perché qualche giorno fa il Tribunale di Olbia ha anche assolto i rappresentanti della società proprietaria dei sette ettari affidati alla cooperativa Il Mattino, per la realizzazione di parcheggi e strutture di servizio destinati ai bagnanti. La srl Li. Do. di Pittulongu ha di nuovo, dopo un lungo periodo di sequestro, la disponibilità dell'area e anche in questo caso si attendono risposte dal Comune e dalla Regione.

Postilla

Il Tg3 di oggi – domenica 8 luglio – ci informa che i nuovi ricchi russi pagano oltre 100mila euro per affittare per un mese una casa in Costa Smeralda. E che i sardi che vanno in vacanza sono il 10% in meno dell'anno precedente. Ognuno può mettere come crede le due notizie in relazione e integrare le considerazioni con un'altra notizia sull'Unione Sarda che racconta di una truffa di cui si parla da un po'.

Si spiega come si possano truccare le carte topografiche fino a cancellare, nel litorale di Olbia,i presupposti dei vincoli, in questo caso stagni in seguito abilmente interrati. Falsari postmoderni. Incredibile: più o meno come nel film di Totò e Peppino "La banda degli onesti".Cliché da diecimila lire, un po' di carta filigranata, un tipografo, un pittore e altri sgangherati personaggi s'improvvisano falsari. Li scoprono ovviamente. Questo nuovo imbroglio non è molto divertente, perchè temo che di carte truccate, che spostano confini dal mare, cancellano colline e fiumi e altra roba di particolare pregio, ce ne siano molte in giro, con le conseguenze che vediamo in giro. Truffe e truffatori non scoperti, temo. E temo, data la rozzezza del raggiro, che ci siano complici tra quelli incaricati di controllare. Il rischio ? Vale la pena di correrlo visti i valori. Ovviamente nessun tornaconto per il fiero popolo dei nuraghi che addirittura s'impoverisce e rinuncia alle vacanze (ma si potrà consolare andando a vedere cosa fanno i ricchi in Costa Smeralda). (Sandro Roggio)

La postilla è tratta dal sito del Centro Studi Urbani dell'Unbiversità di Sassari

La proposta è una vera e propria variante per Bagnoli. Porta la firma di 13 sigle. Tra le prime l´Acen diretta da Ambrogio Prezioso, il Gruppo giovani costruttori, guidato da Alfredo Letizia, la Borsa immobiliare di Napoli, la Camera di Commercio. «Il piano regolatore non è un monolite intangibile, ma deve essere strumento capace di offrire sviluppo sociale ed economico» ha detto Prezioso al sindaco Rosa Russo Iervolino, che ha presenziato a tutta l´assemblea dei costruttori. Occasione, anche, per inaugurare la nuova, ultrachic, sede dell´Acen, al primo piano di Palazzo Partanna. Ospite anche il presidente nazionale dell´Ance, Palo Buzzetti. «A Napoli - ha detto - c´è carenza di infrastrutture, indispensabili per lo sviluppo».

«Il piano regolatore non è un dogma», è stata la conciliante risposta del sindaco. Feeling a tutto vapore tra Comune e costruttori, dopo il litigio con il numero uno degli industriali, Gianni Lettieri. «Questa categoria non è mai stata sull´Aventino - ha notato il sindaco -, ma ha avuto sempre un rapporto propositivo e anche critico, ma costruttivo con l´amministrazione. Qui c´è gran voglia di lavorare e l´Acen è una forza viva della città che svolge il proprio ruolo».

Il progetto per cui si chiede la variante è Creanapoli, ipotesi di trasformazione urbana di un´area di circa 20 ettari in viale Giochi del Mediterraneo, con un boulevard attrezzato, terrazza sul mare, nuovo laboratorio creativo per la città, in vista del Forum delle Culture del 2013. «La candidatura di Napoli avanzata dal governo italiano come sede ospitante - ha detto il sindaco - è un fatto importante. Barcellona, grazie a questo evento, ha mobilitato oltre mille miliardi di euro, cambiando il volto di parte della città». Creanapoli prevede aree verdi, libere, attraversabili, un grande "tetto-giardino", piste ciclabili, servizi urbani, parcheggi, residenze, ricavate e protette dai tessuti degli spazi pubblici. Un disegno "modello Valencia" firmato Calatrava. Qui hanno lavorato l´architetto Cherubino Gambardella e l´esperto di marketing territoriale, Raffaele Cercola, presidente della Mostra d´Oltremare.

Prezioso ha sollecitato l´amministrazione a riprendere il Piano delle cave, «anche per contribuire a risolvere l´emergenza rifiuti». Napoli, città «deteriorata e compromessa» da criminalità e rifiuti, ma anche «ricca di risorse e positività». Con «rammarico e sofferenza», Prezioso ha lanciato un affondo: troppi ostacoli «bloccano ancora lo sviluppo». Comune e i privati collaborano in maniera positiva, «attivando anche progetti in project financing, su iniziative che per dimensioni risultano in testa alla graduatoria nazionale». Gli imprenditori, però, sono costretti «a fare i conti con tempi sempre incerti, costi di bonifica, oneri di urbanizzazione e contributi», che il più delle volte rendono impraticabili gli investimenti. Iervolino non ha negato i problemi, tuttavia, «la nostra città non ha bisogno di sterili dibattiti e ulteriori divisioni. Compito della sua classe dirigente, delle forze politiche, sociali ed economiche, è quello di portare il confronto sul terreno del fare, magari dividersi sulle proposte, ma poi trovare una sintesi». «Per l´area Est - ha proseguito il presidente dell´Acen - i progetti sono in controtendenza perché prevedono investimenti privati, creando nuova occupazione, sviluppo della competitività, e miglioramento della qualità della vita». Rallentarli o, addirittura, bloccarli «è delittuoso». Tra i punti, anche la bonifica dei suoli inquinati, che «va affrontata e risolta con il ricorso a nuove e moderne tecnologie». La Iervolino sarà oggi a Roma. Un carnet pieno di impegni: firma dell´accordo per la rimozione della colmata di Bagnoli per realizzare la Darsena di levante, il punto sui finanziamenti per il teatro San Carlo, e ricognizione sulle risorse per il metrò.

postilla:

Corsi e ricorsi

È il richiamo della foresta. Finora Napoli, dove la qualità della vita urbana è infima (e non solo per la tragedia dei rifiuti), poteva vantare un solo primato, quello di essere l’unica grande città italiana dotata di un rigoroso piano regolatore recentemente approvato, e rigorosamente gestito. Non poteva durare, il capoluogo della Campania si allinea adesso alla mala urbanistica di Milano, di Roma, di quasi tutte le altre grandi città italiane strozzate dalla rendita fondiaria, di cui eddyburg dà tempestivamente notizia. Stiamo tornando ai bei tempi di una volta, quelli di Neonapoli, del Regno del possibile, quelli travolti dalle indagini della magistratura, i tempi in cui erano i costruttori a dettare l’agenda della politica. Come nei bei tempi andati, il sindaco dichiara insensatamente che il piano regolatore non è un dogma. L’ultimo tentativo di stravolgere il piano di Bagnoli fu nel 2003 quando Napoli era candidata a ospitare la coppa America, poi fortunatamente approdata a Valencia. Allora un nutrito e qualificato gruppo di intellettuali, urbanisti, ambientalisti (fra i quali Piero Craveri, l’ex ministro Edo Ronchi, il direttore della Normale di Pisa Salvatore Settis, Desideria Pasolini presidente di Italia nostra, Vittorio Emiliani presidente del Comitato per la bellezza, e tanti altri) sottoscrissero un severo appello al sindaco di Napoli e al presidente della Campania affinché si opponessero “ai tentativi in atto di modificare il piano urbanistico di Bagnoli, grazie al quale è possibile restituire ai napoletani una magnifica spiaggia e un grande parco pubblico”. E chiesero di respingere “il miraggio della grande occasione” che avrebbe determinato “incalcolabili danni ambientali e un arretramento della coscienza civile e morale”. Serve un altro intervento del genere.

Vezio De Lucia

Milano, la città immobile

Claudio Mezzanzanica

Milano è il più grande cantiere edile europeo. E lo rimarrà per molti anni, almeno per sei o sette se agli investimenti attuali non si aggiungeranno anche quelli per l'Expo 2015 cui punta la giunta Moratti. Ma anche senza considerare l'Expò, i cantieri che sono già in progetto, sono destinati a mutare profondamente la struttura della città. Tutto parte dalla ristrutturazione delle gigantesche aree industriali che hanno caratterizzato il paesaggio urbano. Nonostante Palazzo Marino propagandi i cantieri come grandi novità avveniristiche, in realtà Milano è solo l'ultima grande città europea ad affrontare la riqualificazione delle aree dismesse. Basta pensare all'area Garibaldi, oppure alla ex Richard Ginori lungo i Navigli, oggi quasi completamente ristrutturata. Londra, per fare un esempio, ha ristrutturato i docks, i vecchi magazzini sulle rive del Tamigi, almeno vent'anni prima e così ha fatto Parigi con le aree Renault.

Tre i progetti chiave dentro i confini della città: ex-Fiera dove Citylife vuole costruire tre enormi grattacieli, Garibaldi-Repubblica, dove l'americana Hines sta costruendo la cosidetta «Città della moda», e Santa Giulia a Rogoredo, dove il gruppo Zunino nell'ex area Montedison prevede un investimento di quasi tre miliardi di euro: seicento abitazioni di lusso, un albergo, un centro congressi con ottomila posti, una via del lusso, un insediamento della Rinascente. Di contorno, circa 1500 appartamenti per un mercato immobiliare più alla portata dei comuni cittadini. Senza considerare la ristrutturazione della ex area Falck a Sesto San Giovanni, alla porte di Milano, altro mega-progetto Zunino. E non bisogna dimenticare altre decine di interventi meno grandiosi ma altrettanto significativi che stanno aggiungendo migliaia di metri cubi allo spazio urbano.

Quasi tutti i progetti sono figli di una ambigua commistione di pubblico e privato. In totale mancanza di un piano e di una visione globale della città e dei bisogni dei cittadini, il pubblico si limita e rendere i terreni disponibili e economicamente appetibili per operazioni immobiliari finanziarie senza nessun processo democratico. I cittadini si vedono sommersi da tonnellate di cemento senza possibilità di farsi sentire. A volte l'operazione, almeno dal punto di vista economico immobiliare riesce piuttosto bene, come a santa Giulia, a volte non sembra funzionare come all'Ex Fiera, o incontra la resistenza della cittadinanza come nel quartiere Isola.

Ex-Fiera, tre caravelle senza vento in poppa

Giorgio Salvetti

La città sta crescendo, ma i progetti non sono sempre all'altezza. Prendiamo i grattacieli. Tre, giganteschi, sono stati progettati per svettare sulla ex area della Fiera di Milano (siamo in pieno centro città), dove opera Citylife, cordata composta dal gruppo Ligresti, Generali, Ras, Lamaro e Lar. Dopo il trasferimento nei nuovi padiglioni di Rho-Pero, la Fondazione Fiera ha venduto a Citylife i vecchi terreni (circa 255.000 mq) per 523 milioni di euro. Un ottimo affare. Un investimento da due miliardi di euro finanziato da un gruppo di banche coordinate dalla tedesca Eurohypo che comprende Mediobanca, Popolare Milano, Bipop Carire (Capitalia), Banco di Sicilia (Capitalia), Calyon, Banca Intesa, Banca di Roma e Mcc. Le banche hanno finanziato l'80% dell'acquisto dei terreni (circa 420 milioni di euro), la costruzione degli immobili (1,67 miliardi), oltre a 200 milioni di Iva. Fiore all'occhiello del progetto, le cosiddette «Tre caravelle», tre grattacieli giganti alti rispettivamente 215, 185 e 170 metri progettati dagli architetti Daniel Libeskind (quello di ground zero) Arata Isozaki, Zaha Hadid e Pier Paolo Maggiora. Un progetto gigantesco e avveniristico che ora invece rischia di essere già vecchio e forse non più redditizio come sembrava.

L'intera area è destinata ad ospitare uffici e oltre mille appartamenti (in zona mediamente una casa costa 5-6 mila euro al metro quadro). Una vera e propria cittadella nella cinta della vecchia Fiera, per un totale di circa 15 mila utenti. I lavori dovrebbero terminare entro il 2014 ma non sono ancora cominciati. Il rispetto dei tempi è determinante per rientrare dalle spese e mantenere gli impegni con le banche. Palazzi tanto alti costano molto e i costruttori ora temono di rimetterci.

Contro il gigantesco progetto si batte l'associazione «Vivi e progetta un'altra Milano» (www.quartierefiera.org). In questi anni di lotta ha fatto ricorso al Tar, ha raccolto migliaia di firme ma ha ottenuto pochissimo ascolto dalle istituzioni. Per i cittadini dell'associazione si tratta di una pura operazione finanziaria e immobiliare che punta su uffici e appartamenti di lusso in una zona che invece ha bisogno di servizi, edilizia sociale e per i giovani (Citylife ha solo l'impegno di ristrutturare l'ex velodromo Vigorelli e di realizzare un Museo del design e del bambino). L'intero progetto è stato deciso da pochissimi e calato dall'alto. Per i cittadini, ma anche per molti architetti e urbanisti, la costruzione di grattacieli enormi in un'area ristrettissima non rispetta l'equilibrio e il recupero di uno storico quartiere di Milano. Inoltre, la cittadella rischia di attirare un insostenibile flusso di traffico. L'ingresso nord di Milano già ora è il più intasato con 600 mila ingressi al giorno. Il nuovo progetto prevede solo la costruzione di una strada interrata di un paio di chilometri che è destinata ad attirare ulteriore traffico e portarlo direttamente nella città.

Anche in questo caso, per capire che cosa è avvenuto dal 1994 ad oggi, bisogna indagare l'ambiguo rapporto tra pubblico e privato che ha dato il via libera all'operazione. Il vizio di fondo sta nella concessione da parte di Palazzo Marino di una volumetria doppia in un'area ristretta. Ma proprio grazie a questo Fiera Milano ha potuto vendere i suoi terreni a peso d'oro. Con il trasferimento a Rho-Pero, l'Ente Fiera, che pure era stato abbondantemente sostenuto dai finanziamenti pubblici, è stato privatizzato. Si è trasformato in fondazione di diritto privata che controlla Fiera Spa, società scorporata che affitta e gestisce i padiglioni della nuova fiera. La Fondazione dunque si è trasformata in una sorta di agente immobiliare privato che gestisce palazzi e terreni. La concessione di volumetria è solo l'ultimo favore ai privati. Per rispettare gli standard abitativi il Comune ha anche «venduto» ai costruttori privati i metri quadri mancanti (circa 106 mila) al bassissimo prezzo di 242 euro al metro quadro (l'associazione «Vivi e progetta un'altra Milano» denuncia un ammanco per l'erario di circa 140 mila euro). E per finire è in progetto la costruzione di un'apposita fermata della metropolitana proprio in mezzo alle «tre caravelle», in buona parte a carico dei cittadini. Si verrebbe a trovare in un'area già servita e comunque non sarebbe pronta prima di 10-15 anni.

Nonostante le promesse dei progettisti e dell'ex sindaco Albertini che sognava un «Central park milanese» al posto della Fiera, solo un terzo dell'area sarà destinato al verde, incastrato tra un palazzo e l'altro. A metà giugno proprio intorno alla questione del verde, l'affare ex Fiera ha mostrato le prime grosse crepe. Grazie ad una permuta tra un parcheggio di proprietà del Comune e un'area di Fondazione Fiera (è sempre lei a gestire i giochi) destinata a rimanere inutilizzata, Palazzo Marino ha potuto disporre di altri 75 mila mq da destinare ad area verde e ha colto l'occasione per recitare la parte. Dopo anni di totale mancanza di indirizzi, ha riconvocato i progettisti per ritoccare il progetto. I cittadini ora chiedono di rivedere tutto: «Spalmare le volumetrie», ricollocare le aree verdi e soprattutto discutere finalmente del progetto in consiglio comunale. Ma dietro la «questione area verde» si nasconde una crisi ben più profonda. I lavori di costruzione sarebbero dovuti partire nel 2006 e invece è tutto fermo. «Il progetto è stato criticato dagli analisti economici - sostiene Rolando Mastrodonato, presidente di «Vivi e progetta un'altra Milano» - sconsigliano di investire nell'ex Fiera. Insomma c'è il rischio che quei grattacieli, qualora fossero costruiti, restino vuoti e che gli spazi rimangano invenduti».

In Citylife sembra essersi determinata una spaccatura tra finanziarie (Generali e Ras) e costruttori (Ligresti), i quali sanno che costruire palazzi tanto alti costa molto e temono di non riuscire a rispettare i tempi e far quadrare i conti. L'attuale presidente di Citylife Ugo Debernardi (Generali) è dimissionario e con ogni probabilità verrà sostituito da un rappresentate dei costruttori. «Sono nei guai - è convinto Rolando Mastrodonato - il progetto ex fiera è l'esempio della politica del caso per caso che è il segno di questi anni a Milano. Ovvero nessuna visione d'insieme della città da parte della politica, nessun intervento globale da parte del Comune. Ogni speculazione è stata trattata come caso singolo guardando esclusivamente agli interessi dei privati e con totale mancanza di democrazia. Ora che il bluff ex Fiera è piuttosto evidente anche per i privati c'è da sperare che la linea intransigente voluta dalle finanziarie venga rivista e che si possa aprire lo spazio per una vera trattativa».

«Collusione pubblico-privato a spese della città»

Sara Farolfi

«Un gioco a tre pasticciato e irreversibile, dove i due attori che dovrebbero pensare alla collettività capitolano invece alla logica del migliore offerente». Roberto Camagni è professore di Economia urbana al Politecnico di Milano. Un economista dunque. «Rendita per me non è una parolaccia - chiarisce infatti subito - Ma reddito categorico del fattore produttivo terra». Eppure, c'è un «peccato originale» nel progetto di riqualificazione dei terreni dell'ex Fiera. «La rendita conta a Milano - dice - anche quella di enti che dovrebbero avere come obiettivo la creazione di valore pubblico». Il risultato? «Quell'area diventerà invivibile». E questo è il prodotto di ciò che Camagni definisce il «dramma milanese». «La politica che rinuncia ad avere un piano, procedendo piuttosto per singoli progetti, separati e derivanti dalle proposte del privato».

Partiamo dal «gioco a tre» tra Comune, Fondazione Fiera, e Citylife. Si parla di una «collaborazione pubblico - privato»...

Non vedo collaborazione tra pubblico e privato, ma quasi una collusione a spese della città. Il Comune ha fatto la gara, e tra i tre migliori progetti ha scelto quello del migliore offerente e non quello urbanisticamente migliore, dimenticandosi della sua funzione di custode della qualità urbana, come anche del fatto che la Fondazione Fiera, proprietaria dell'area e oggi istituzione di diritto privato, deriva dalla trasformazione di un ente morale che originariamente ricevette quei terreni a prezzi simbolici per le sue funzioni pubbliche. E' il developer privato a subire la speculazione edilizia del proprietario.

La vera controparte insomma è la Fondazione e non Citylife?

C'è stato un generale accordo tra Comune, Regione e Fiera, e io credo che la collettività dovrebbe chiedere conto di come verranno spesi quei 523 milioni di euro incassati dalla Fondazione come risultato di una valorizzazione tutta privatistica. Senza considerare la questione dei premi volumetrici che il Comune ha attribuito all'area, il doppio rispetto alla media delle trasformazioni recenti, e grazie ai quali la Fondazione ha potuto realizzare il suo sostanzioso gruzzolo. Si carica la città di un peso rilevantissimo per un progetto, tutto uffici e residenze, che nulla ha di vantaggioso per la collettività.

E quanto al rapporto tra Comune e developer?

Pensiamo agli oneri di urbanizzazione, e ai contributi di costruzione, che sono la contropartita pubblica dei vantaggi privati delle trasformazioni: a Milano, ma anche in Italia, si usa imporre oneri ridicoli. Basti pensare che a Milano questi oneri rappresentano soltanto il 10% del valore del costruito sui grandi progetti integrati di intervento, meno della metà di quanto si fa, ad esempio, in una città come Monaco di Baviera.

Anche dal punto di vista della gestione urbanistica, protestano i residenti, il progetto ha molte crepe...

Nei paesi normali, i grandi progetti urbani sono accompagnati da progetti sulla mobilità pubblica. Si cerca cioè di rafforzare il sistema di accessibilità pubblica e lo si fa pagare, almeno parzialmente, sotto forma di oneri negoziati sui progetti stessi, che ne usufruiscono. A Milano, invece, nulla. Lo stesso bando di concorso, per tornare all'ex Fiera, era nato così, e questa è responsabilità dell'urbanistica milanese.

Alternative ce n'erano...

E' sufficiente guardare al modello tedesco, che è il più vicino al nostro. A Monaco è stata la pubblica amministrazione a comprare l'area della Fiera, l'ha edificata e ne ha venduto il 45% al privato, con l'imposizione però di una quota tra il 30 e il 40% delle volumetrie residenziali, di edilizia sovvenzionata. Per il resto, il 22% è stato destinato a verde e il restante 33% a servizi, infrastrutture, scuole, musei e così via.

Non c'è una mistificazione quando si parla di negoziazione pubblico - privato?

Il modello negoziale mi trova d'accordo, a due precise condizioni però. Che il controllo resti in mano pubblica per la valutazione complessiva di coerenza con un progetto urbanistico generale, e che la negoziazione sia vera, trasparente e con risultati visibili. Attualmente c'è un'asimmetria tra pubblico e privato. E responsabili sono anche alcuni provvedimenti legislativi, come la legge regionale lombarda 12/2005 e il progetto di legge Lupi di riforma della legge urbanistica nazionale.

Del resto, il mercato immobiliare non mostra segni di cedimento...

Per un insieme di ragioni, nel decennio dal 1996 al 2006 i prezzi del costruito sono aumentati dell'85% in termini reali e a costi di costruzione costanti, con un margine di profitto che è aumentato in maniera incredibile. C'è una domanda che rivolgo spesso ai miei studenti, «come mai tutte le città all'estero diventano sempre più belle e le nostre sempre più brutte?». In Italia, il pubblico non porta a casa ciò che potrebbe.

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