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"Parco Appia, proporrò La Regina"

Cecilia Gentile, - la Repubblica, ed. Roma, 14 dicembre 2006

Parco dell´Appia Antica, è il giorno della resa dei conti. Oggi verranno allo scoperto i veti e le resistenze alla nomina di Adriano La Regina a presidente. Succederà perché stamattina l´assessore regionale all´Ambiente Filiberto Zaratti, su richiesta del governatore Piero Marrazzo, si confronterà con tutti i capigruppo. «Ma a prescindere dall´esito dell´incontro - mette subito in chiaro Zaratti - io la delibera la porterò domani (oggi, ndr) in giunta per la votazione. Poi ognuno dovrà prendersi le proprie responsabilità».

Ormai non è più un segreto che la Margherita non vuole l´ex soprintendente archeologico di Roma alla guida del parco regionale. Un veto che, con un fastidioso effetto a catena, blocca anche le nomine per gli altri parchi regionali.

«Sulle aree protette - protesta Lorenzo Parlati, presidente di Legambiente Lazio - la Regione sta facendo da troppo tempo balletti inaccettabili agli occhi dei cittadini che vivono, lavorano, visitano gli oltre 211.800 ettari di riserve del territorio regionale. Quello che doveva essere un breve commissariamento ha consegnato i parchi ad oltre quattrocentottanta giorni di solitudine. Dopo anni in cui - continua Parlati - per i parchi la minaccia è stata quella dei tagli dei perimetri tentata dalla giunta Storace, l´indecisionismo di Marrazzo e della sua giunta stanno portando seri rischi di nuovi scempi a quei territori».

Già da ieri pomeriggio Zaratti ha fatto un giro di telefonate tra i capigruppo, senza riuscire a schiodare la Margherita e il suo capogruppo Mario Di Carlo dal veto a La Regina. «La posizione della Margherita è isolata e poco difendibile - dichiara Zaratti - Non si capisce perché, se lo stesso ministro Francesco Rutelli leader della Margherita ha pensato all´ex soprintendente per coordinare il rilancio dell´Appia da Roma a Brindisi, i suoi colleghi della Regione abbiano tanto da ridire sulla sua nomina a presidente del parco dentro la città di Roma».

La proposta di Rutelli di affidare a La Regina il progetto per la valorizzazione della strada consolare ha insospettito i sostenitori dell´ex soprintendente: come se l´incarico servisse per sostituire la nomina a presidente del parco. E infatti lo stesso La Regina si è affrettato a rispondere che accetterà, ma solo se verrà messo alla guida del parco dell´Appia Antica.

«Aver proposto La Regina per il rilancio di tutto il tracciato dell´Appia è un´ottima idea - dice Esterino Montino, segretario dei Ds romani - E´ chiaro che deve esserci una connessione ed un´integrazione tra questo incarico e quello alla guida del parco regionale. In questo senso l´ex soprintendente è la persona giusta, autorevolissima e tra le più competenti. A questo punto mi auguro che il presidente Marrazzo e la sua giunta domani (oggi, ndr) procedano in modo sollecito a dare un governo all´Appia Antica e agli altri parchi della regione».

Parco Appia per La Regina è ancora fumata nera

la Repubblica, ed. Roma, 15 dicembre 2006

Prima una lunghissima discussione poi la conclusione in un nulla di fatto: sulla nomina a presidente del parco dell´Appia Antica di Adriano La Regina non c´è stato nessun pronunciamento da parte della giunta regionale. Sospese anche le nomine a capo degli altri parchi cittadini. Anzi dalla camera plenaria è venuta fuori la decisione di far votare singolarmente la nomina di ogni parco, così le delibera da approntare si moltiplicano. Insomma, ieri sera nonostante le pressioni del Ds e dei Verdi, ha vinto l´ostruzionismo della Margherita sulla totalità della "questione parchi" che rimane ancora ai nastri di partenza. Tutto è però rimandato a lunedì mattina quando in un prosieguo di giunta verrà presentata una delibera per ogni singolo parco. Tutte le delibere dovranno essere inderogabilmente votate quella stessa mattina. E c´è un´unica certezza: le terne dei nomi candidati non sono state cambiate e non cambieranno.

Ora il braccio di ferro sulla nomina di La Regina arriva al round finale. La prime avvisaglie della querelle si sono avute quando il ministro dei Beni culturali Francesco Rutelli ha proposto all´ex soprintendente archeologico di Roma a coordinare e guidare il progetto che il suo dicastero sta mettendo a punto per il rilancio dell´Appia Antica da Roma a Brindisi. L´iniziativa sarà collegata alla rete delle vie e degli itinerari storici, culturali e religiosi affidata al coordinamento del professor Antonio Paolucci. Ma La Regina già due giorni fa annunciò che la sua priorità era un´altra: sciogliere il nodo sulla sua nomina a presidente del Parco dell´Appia Antica, all´interno della città. La delibera è pronta da mesi. L´ha depositata in giunta regionale l´assessore all´Ambiente Filiberto Zaratti e prima di lui il suo predecessore, Angelo Bonelli, adesso deputato. Ma il veto della Margherita sulla nomina dell´ex soprintendente ha paralizzato ogni decisione. La Regina ha già espresso le sue idee: «A suo tempo mi era stato prospettato dalla Regione di occuparmi del parco dell´Appia Antica come presidente del consiglio direttivo. Dopo mesi aspetto ancora una loro decisione in tal senso. Solo se verrò nominato presidente sarò felice di inquadrare il parco dell´Appia in una prospettiva più ampia. Ma l´atto della Regione è prioritario».

Parco Appia, spunta un muro di cinta Legambiente: "Scempio edilizio"

la Repubblica, ed. Roma, 15 dicembre 2006

Un muro, anzi due lunghe muraglie: lunghi uno una settantina di metri, quello lungo via Porta Ardeatina, a un passo dalla porta San Sebastiano, e l´altro almeno un centinaio lungo via Marco Polo, e si sta in entrambi i cantieri in pieno parco dell´Appia antica. "Tutto regolare" sembrano dire i cartelli ben esposti all´esterno, che citano autorizzazioni di sovrintendenza, ente parco, regione etc.... "Uno scempio edilizio" attacca invece Legambiente che, in una articolata denuncia, spiega perché questi due muraglioni, ma in particolare quello verso porta San Sebastiano, altro non sono che l´ennesimo esempio di come si possa deturpare un patrimonio ambientale e archeologico, per di più davanti alla magnificenza delle Mura Aureliane.

In entrambi i cantieri appare anche il nome del committente dei lavori, la finanziaria Tosinvest, nota società che opera nel settore della sanità. I muri sono in corso di realizzazione intorno a una delle proprietà della famiglia Angelucci, la villa sull´Appia antica i cui terreni si estendono tra via Marco Polo e via di Porta Ardeatina dentro il parco dell´Appia. Parco, va ricordato, gestito e controllato da un ente su cui da tempo si attende la nomina del nuovo presidente che da mesi era stata promessa al severo ex soprintendente Adriano La Regina. Spiega Mauro Veronesi, responsabile territorio di Legambiente: «Alcuni giorni fa agli uffici dell´Osservatorio Regionale Ambiente e Legalità di Legambiente Lazio, è giunta una segnalazione di protesta per un cantiere che costruiva un invadente muro di cinta in via di Porta Ardeatina, con cartello che cita autorizzazioni, quasi di fronte a Porta S. Sebastiano, nel cuore del Parco. E però, continua Legambiente, nel cartello che autorizza il cantiere in corso si parla del "ripristino" di un muro pre-esistente: ebbene, in quel tratto un muro non è mai esistito, e quindi si tratta di un nuovo intervento. Inoltre, le norme di salvaguardia del Piano del parco dicono che è possibile installare e manutenere recinzioni in palo di castagno: ma, appunto, recinzioni, non muri. E ancora: nel cartello si legge, tra l´altro, che il cantiere è stato autorizzato dalla Sovrintendenza Archeologica. Alla nostra associazione - continua Veronesi - alcuni anni fa fu vietato dalla stessa Sovrintendenza l´installazione di un gazebo mobile informativo, davanti a Cecilia Metella, nell´ambito della campagna "SalvalArte" perché la presenza avrebbe "offeso" il parco. E quel "neo-muro", invece, lo nobilita?» Legambiente ha già inviato una nota a tutti gli Enti citati nell´autorizzazione e, in base alla risposta, "valuterà ulteriori iniziative".

Il ministro dei Beni culturali Francesco Rutelli ha proposto all´ex soprintendente archeologico di Roma Adriano La Regina di coordinare e guidare il progetto che il suo dicastero sta mettendo a punto per il rilancio dell´Appia Antica da Roma a Brindisi. L´iniziativa sarà collegata alla rete delle vie e degli itinerari storici, culturali e religiosi affidata al coordinamento del professor Antonio Paolucci.

La notizia arriva in serata con una nota del ministero, ma al soprintendente in questione, in carica dal 1976 fino al gennaio 2005, non suscita alcuna emozione.

Anzi. Per lui la priorità è un´altra: sciogliere il nodo sulla sua nomina a presidente del Parco dell´Appia Antica, all´interno della città. La delibera è pronta da mesi. L´ha depositata in giunta regionale l´assessore all´Ambiente Filiberto Zaratti e prima di lui il suo predecessore, Angelo Bonelli, adesso deputato. Ma il veto della Margherita sulla nomina del soprintendente che l´ex sindaco di Roma Rutelli chiamava "signor no" ha paralizzato ogni decisione.

La giunta regionale è convocata per domani alle 14.30, ma nemmeno in questa occasione c´è all´ordine del giorno la votazione sulle nomine, anche se Zaratti potrebbe portarla all´ultimo momento, come si dice "fuori sacco". Dal canto suo Zaratti ha intenzione di andare fino in fondo: «Porterò in votazione la delibera, poi ognuno si assumerà le sue responsabilità», dichiara. Sembra una lotta contro i mulini a vento: l´ordine del giorno è già zeppo di argomenti da discutere e votare.

La Regina ha le idee chiare. «A suo tempo - dice - mi era stato prospettato dalla Regione di occuparmi del parco dell´Appia Antica come presidente del consiglio direttivo. Dopo mesi aspetto ancora una loro decisione in tal senso. Solo se verrò nominato presidente sarò felice di inquadrare il parco dell´Appia in una prospettiva più ampia che comprenda l´intero tracciato della strada consolare, da Roma a Brindisi. Ma l´atto della Regione è prioritario».

Di Carlo: «Inopportuno La Regina all'Appia»

Paolo Brogi – Corriere della Sera, ed. Roma, 5 novembre 2006

Sull'Appia Antica siamo alla partita grossa. Un safari in piena regola. Trofeo più ambito, la testa di Adriano La Regina. Sull'ex sovrintendente archeologico di Roma, candidato alla presidenza dell'Ente Parco dell'Appia, la maggioranza alla Pisana è in difficoltà. A sparare pallettoni contro di lui, candidato al Parco dell'Appia insieme ad altri due esponenti certamente di minor prestigio come Marco Agliata e Daniel Franco, è la «Margherita». Il capogruppo Mario Di Carlo esce allo scoperto e lo definisce «inopportuno».

Il presidente della Regione Piero Marrazzo sembra subire l'offensiva e intanto prende tempo: così è slittata di nuovo, ancora di una settimana, la giunta che stamattina doveva dire sì alle «terne» di candidati per le presidenze degli 11 parchi del Lazio già consegnate a Marrazzo da 15 giorni dall'assessore all'ambiente Filiberto Zaratti. Quelle terne contengono 33 nomi tra i quali Marrazzo dovrà scegliere gli 11 presidenti. Su La Regina è bagarre.

La giunta prevista per oggi è stata rinviata ieri all'ultimo momento. Ufficiosamente per la grana del buco nei conti della sanità, di fatto anche per il mancato accordo sui parchi, un «affaire» scandaloso che si trascina da 18 mesi con gli enti parco commissariati e con una situazione di degrado e incertezza nei fatti che si abbatte sui piccoli scrigni verdi del Lazio. I rischi che incombono su tesori come l'Appia Antica sono evidenti: le immagini della celebre consolare che ci giungono dall'altezza dell'areoporto di Ciampino, dove è ormai ridotta a un parcheggio a cielo aperto insieme alla vicina via di Fioranello, parlano da sole. Così è un parco abbandonato a se stesso.

La Margherita dunque si oppone ad Adriano La Regina. Il celebre archeologo ed etruscologo, di cui una mostra appena aperta alle Olearie Papali celebra di fatto attraverso il lavoro dei suoi collaboratori un quarto di secolo di scavi, ritrovamenti e scoperte a Roma, è dichiarato «inopportuno» dal capogruppo della Margherita alla Pisana, Mario Di Carlo. Il fatto che a favore di Adriano La Regina siano scesi in campo anche altri esponenti della Margherita come l'ex ministro Willer Bordon non stempera la crociata di Di Carlo che dice: «Abbiamo ricevuto decine e decine di sollecitazioni da parte di abitanti e operatori dell'Appia, che ci hanno ricordato che all'atto della discussione del piano di assetto, la sovrintendenza archeologica retta da La Regina si mise di traverso nella formulazione, adducendo come motivo la necessità di fare acquisizione al pubblico delle proprietà interne al Parco dell'Appia. Perciò ritengono inopportuna la nomina. E noi la pensiamo come loro. L'abbiamo fatto presente alla maggioranza e a Marrazzo. Quanto ai nomi dei presidenti, non siamo certo noi a farli...».

Ad essere agitato è lo spauracchio «espropri». Una questione che la responsabile archeologica dell'Appia, Rita Paris, definisce «sorprendente». «La sovrintendenza - spiega Rita Paris - non ha mai fatto neanche un centimetro di espropri. Dall'84 abbiamo acquistato la Villa dei Quintili, Santa Maria Nova e Capo di Bove esercitando una sola prelazione ed effettuando bonari acquisti. La linea seguita è stata quella del graduale accrescimento del Parco tramite acquisti concordati. Nessuno ha mai posto il problema di acquisizioni di massa».

A favore di La Regina sono scesi intanto in campo, con un appello sottoscritto da moltissimi operatori culturali, decine di urbanisti (da Vezio De Lucia a Italo Insolera), archeologi (da Anna Gallina Zevi a Clementina Panella, Silvio Pancera), ambientalisti (da Desideria Pasolini dall'Onda a Gaia Pallottino). Una ferma presa di posizione è stata espressa ieri da Carlo Ripa di Meana e Fulco Pratesi, presidenti di Italia Nostra e Wwf: «Il veto contro La Regina è inaccettabile». Come andrà a finire?

«Veti? Solo perché difendo l'Appia»

Paolo Brogi - Corriere della Sera, ed. Roma, 6 dicembre 2006


Il «professore» è chino sulle carte, nell'ufficio dell'Istituto di Archeologia a Palazzo Venezia. Adriano La Regina viene dalle lezioni di etruscologia alla Sapienza, pensa ai suoi scavi archeologici in Molise, ascolta con aria sconcertata la bagarre che riguarda il suo nome come candidato presidente al Parco dell'Appia Antica. Ma quando sente quanto afferma di lui il capogruppo della Margherita alla Regione Mario Di Carlo inevitabilmente s'infervora. Di Carlo ha posto il veto sul suo nome, perché - ha continuato a ripetere anche ieri - «La Regina ha osteggiato il piano di assetto sull'Appia Antica». Aggiungendo: «La Regina sostenne la tesi dell'acquisizione dell'intero comprensorio al patrimonio pubblico». «Non è così, non è così...», sbuffa subito l'archeologo.

Professore, nel 2002 quale era la sua posizione sul piano di assetto? La dipingono come un incallito espropriatore...

«Feci alcune osservazioni sulla scarsa attenzione ai valori archeologici. L'Ente Parco aveva preparato quel documento senza neanche sentirci. Così facemmo le nostre critiche. In che senso? Nel senso di tutelare non solo i caratteri ambientalistici del parco, ma anche quelli archeologici. Insomma, parliamo del Parco dell'Appia Antica. È un posto noto in tutto il mondo prima di tutto come sito archeologico ancor prima che ambientale».

L'accusano di voler espropriare?

«Ma quando mai! Ho sempre sostenuto che sarebbe stato importante avere disponibilità finanziaria per far fronte non solo alla manutenzione ma anche, al momento giusto, per l'acquisizione di ulteriori proprietà nella zona del parco. Mai messo in conto l'esproprio, un atto forzoso difficilmente realizzalibile e non gestibile se inteso come atto esteso. Ci siamo adoperati invece perché la pubblica amministrazione potesse competere sul libero mercato e perché potesse esercitare, quando possibile, il diritto di prelazione che non lede la proprietà».

Risultato?

«In trent'anni, sotto la mia direzione, tre acquisti importanti come la Villa dei Quintili e la sua messa a disposizione della città, Capo di Bove adesso aperta gratuitamente al pubblico e Santa Maria Nova che completa i Quintili. Questi sono i ritmi della pubblica anmministrazione, in un contesto che non si può certo permettere lussi...».

Oggi l'Appia è più ricca grazie a quei tre acquisti. Basta?

«Mi ha sempre affascinato l'idea di sollecitare una concezione più ampia di tutela dell'Appia, come monumento unitario che va da Roma a Brindisi attraversando varie regioni e paesaggi che richiamano condizioni che non esistono quasi più. C'è necessità di una legge nazionale per tutelare e valorizzare l'intero percorso. Il Parco dell'Appia Antica può svolgere una funzione promozionale importante».

Intanto l'Appia, all'altezza di Ciampino, è ridotta a un parcheggio extra dell'aeroporto...

«È urgente fermare i processi di decadimento. Così come bisogna imprimere più slancio alla promozione degli ambiti naturalistici del Parco, da Tormarancia alla Caffarella. Ci sono spazi destinati a giardino, altri a conservazione naturalistica, altri di tutela archeologica. Ci sono poi nel Parco insediamenti della pubblica amministrazione e dello Stato, strutture ministeriali e militari, che con opportune permute potrebbero essere dislocati altrove. Poi c'è il Forte Appio da recuperare. Insomma, non mancano gli obiettivi da raggiungere. Quanto a me, mi posso impegnare certamente a svolgere funzioni di concerto con l'amministrazione regionale e quella comunale. Alla mia età non si diventa nè migliori nè peggiori, si è quel che si è...».

Della sua candidatura si parla ormai da quasi un anno e mezzo...

«È singolare. Ognuno prenda le proprie decisioni. Gli assessori all'Ambiente mi hanno sollecitato. Non sta a me decidere. Abbiano però la cortesia di far sapere quel che pensano di fare».

«Nel decennale della scomparsa di Antonio Cederna la nomina di Adriano La Regina a presidente del parco dell´Appia Antica pareva a noi doverosa, pressochè scontata». Si apre così l´appello partito sabato scorso sul sito www.eddyburg.it per la nomina dell´ex soprintendente archeologico ai vertici dell´Appia Antica che ha già raccolto numerose adesioni di uomini di cultura. Per esempio, Vezio De Lucia, Paolo Berdini, Stefano De Caro, Anna Gallina Zevi, Rita Paris, Filippo Coarelli, Carlo Pavolini, Maria Annalisa Cipriani, Gaia Pallottino. L´appello è in vista della giunta regionale di domani, in cui l´assessore all´Ambiente Filiberto Zaratti porterà in votazione la delibera sulle nomine dei parchi con il nome di La Regina, contestato dalla Margherita.

La Margherita contro la decisione di mettere l'illustre professor La Regina a capo del parco dell'Appia Antica. Un bel pezzo di maggioranza per niente convinta dal nome di Marco Di Fonzo, caldeggiato dall'assessore all'Ambiente Filiberto Zaratti, per Veio. E ancora tanti mugugni e un accordo che non si trova. Tanto che le nomine dei presidenti degli enti parco sono di nuovo bloccate.

Pochi giorni fa il presidente della Regione aveva fissato l'ultima scadenza: entro fine novembre doveva arrivare la fumata bianca per le aree protette. Invece, dopo tanti rinvii, il nuovo dietrofront.

Zaratti avrebbe dovuto presentare ieri in giunta le terne di nomi tra cui Piero Marrazzo dovrà scegliere i nuovi presidenti. Rinviata a domani la riunione della giunta, le decisioni restano comunque in alto mare. Gli 11 parchi del Lazio, commissariati all'inizio dell'era Marrazzo, sono rimasti a bagnomaria da oltre 1 anno e la voce circolata con insistenza era che quelle poltrone dovevano essere utilizzate come contentino, per chi avesse perso il suo incarico istituzionale, se ci fosse stato un rimpasto in Regione. Ma anche dopo la richiesta di accelerare arrivata

da Piero Marrazzo non c'è stato niente da fare.

Il nodo da sciogliere resta quello dei parchi romani.

«Il nostro partito si è fatto interprete di chi vive e lavora nel Parco dell'Appia: per loro sarebbe una provocazione mandare lì Adriano La Regina, che quando era soprintendente avrebbe voluto l'acquisizione pubblica di tutto il parco, quindi anche delle loro case. Nessuno - spiega un esponente Dielle - contesta il valore di La Regina, basta nominarlo al parco di Veio, anziché all'Appia». E se c'è chi vede in questa posizione il riflesso della vecchia ruggine tra il "signor no" e Francesco Rutelli, sono ancora di più, nel centrosinistra, quelli che si oppongono alla scelta, per Veio, di Di Fonzo, a suo tempo nominato da Storace all'Appia Antica e ora, pare, gradito all'attuale parlamentare Angelo Bonelli. A Di Fonzo anche i Ds preferirebbero Fernando Petrivelli. E nelle polemiche fa capolino pure una resa dei conti fra i Verdi. «Purtroppo Zaratti - commenta Giuseppe Mariani, collega di partito dell'assessore -ha commesso un errore non condividendo le scelte con la maggioranza. È sbagliato il metodo».

Titolo originale: When's a home not a home? When it's a live/work space – scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Si chiamano alloggi abitazione/lavoro, e sono spuntati in tutti i centri urbani del Regno Unito. Sono rivolti ai pionieri del lavoro direttamente da casa, e spesso offrono una progettazione architettonica d’avanguardia.

Ma ora centinaia di acquirenti che li usano solo per abitare rischiano lo sgombero, a seguito di un’azione degli uffici urbanistici comunali.

La circoscrizione londinese di Hackney ha già spedito 600 “avvisi di contravvenzione urbanistica”, e altre amministrazioni nel paese stanno esaminando da vicino la situazione.

Due settimane fa, i 75 proprietari di Union Wharf, complesso dall’aspetto molto trendy a un tiro di sasso da Hoxton, N1, hanno sobbalzato aprendo una lettera dall’aria innocua della circoscrizione di Hackney.

Era firmata da un funzionario, e comunicava che stavano contravvenendo alle norme urbanistiche: dovevano lasciare le proprie abitazioni, oppure fare richiesta per un’autorizzazione a uso residenziale entro 28 giorni.

“Ricevere questa lettera è stato un autentico choc” spiega il ventinovenne Nichola Waterfall, mentre sfoglia le pagine con un’aria disorientata. “In teoria, pare che l’amministrazione possa ordinare che noi non si possa più abitare qui”.

Il problema, secondo la circoscrizione di Hackney, è che gli abitanti di Union Wharf usano i propri spazi solo per abitarci, anziché come ambienti da cui svolgere un’attività: quindi contravvengono all’autorizzazione urbanistica.

A Hackney – una delle prime municipalità di Londra ad aver consentito la realizzazione di spazi a categoria ibrida – la questione sta iniziando a raggiungere proporzioni epiche.

E si prevede che altre amministrazioni seguiranno a breve, se questi avvisi di contravvenzione avranno effetto.

Dopo che ampi tratti delle aree produttive della municipalità erano state trasformate in appartamenti trendy, l’amministrazione di Hackney ha tirato i freni e nel 2003 ha revocato le norme urbanistiche supplementari che incoraggiavano spazi abitazione/lavoro.

A partire da allora, ha spedito 600 avvisi di contravvenzione ai proprietari degli appartamenti così classificati, e quest’anno ha istituito un ufficio espressamente dedicato alla questione.

“Dobbiamo tutelare gli spazi per attività economiche sui margini della City” spiega Mary Anna Wright, capo ufficio stampa di Hackney. “Gli spazi abitazione lavoro avrebbero dovuto essere ceduti come tali, quindi se chi li utilizza non lo sapeva ora deve rivolgersi a chi glie li ha venduti”.

Ai sensi della Sezione 172 del Town and Country Planning Act 1990, le amministrazioni possono anche “rimediare” tramite deroghe alle norme urbanistiche. Ma, visto che si tratta di un fenomeno tanto nuovo, le norme sugli spazi abitazione/lavoro sono particolarmente vaghe.

L’amministrazione afferma che chiunque occupa un appartamento di questo tipo deve pagare le imposte per le attività economiche, oltre che quelle municipali. Agli spazi si applica anche la tassa sui capital gain quando viene ceduta la parte dell’attività.

Gli abitanti lamentano che l’amministrazione li sta trattando in modo troppo severo. Quattordici degli appartamenti di Union Wharf sono stati comprati dalla Notting Hill Housing Association, che poi li ha rivenduti a lavoratori dei servizi essenziali in “ shared equity”, con l’accordo che fossero utilizzati esclusivamente ad uso residenziale.

Oltre che prendere di sorpresa gli inquilini, questa azione sembra aver confuso anche l’associazione. “Stiamo cercando di capire meglio i problemi connessi” spiega Rachel Bhageerutty, dell’ufficio stampa della Notting Hill.

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Sul Parco di Tormarancia incombe una colata di cemento di 400 mila metri cubi. La conferenza dei servizi che deve decidere è convocata per martedì 19. «Se passa sarà come stare a Copacabana...», scherza un abitante dei palazzoni costruiti già a Grotta Perfetta, sul versante sud dei duecento ettari del parco. Il residente si riferisce a una sfilata davvero sconcertante di ben undici palazzoni che devono sorgere accanto a via di Grottaperfetta, a sette metri di distanza (tanto è larga la strada) dal limite del parco: undici palazzi alti sette piani (due si fermano a sei), per uno sviluppo complessivo di 27 metri in altezza. Copacabana, appunto.

Sembrano una vendetta, per tutta la storia di Tor Marancia: non è stato possibile «colare» quattro milioni di metri cubi di cemento com'era previsto dieci anni fa nel progetto della giunta Rutelli e dell'assessorato Cecchini, quel piano è stato bloccato e al suo posto è nato un parco di 200 ettari che ancora non è stato però minimamente messo a punto e che giace lì abbandonato a sé stesso, ma ora ecco la beffa. Per fare Tormarancia sono state concesse «compensazioni» edilizie ai proprietari dei terreni e ai costruttori che sono state spalmate su tutta Roma e che sommate superano la cifra iniziale di metri cubi previst, sfondando ora il tetto di 4,1 milioni. Di questi metri cubi ben 400 mila sono state piazzati però a Grotta Perfetta, a ridosso del Parco, talmente a ridosso che di più non si poteva. E sono stati sistemati in modo molto forte ed evidente, tra ciò che resta del Forte Ardeatino e via Ballarin dove preesisteva la recente urbanizzazione con palazzi residenziali consistenti. La «colata» prevede anche un'area centrale destinata a un centro civico.

Lì dunque, dove finora c'era un'area a verde con alcune «sussistenze» di epoca romana (sono stati trovate alcune tombe romane durante gli scavi preventivi, vicine a un tratto dell'antica via Laurentina e ai resti di un mausoleo in laterizi), insomma una fetta di agro ancora incontaminata e suggestivamente ricca di memorie, ma già destinata fin dal piano regolatore degli anni sessanta ad edificabilità, sorgerà un insediamento abitativo per tremila abitanti che prevede 280 mila metri cubi di immobili residenziali e 120 mila metri cubi di immobili non residenziali. In tutto 400 mila metri cubi che rappresentano un decimo di quanto inizialmente previsto, una quota che si farà vedere come un vero pugno nell'occhio.

«Siamo tutt'altro che contenti - spiega Annalisa Cipriani di Italia Nostra che con altre associazioni ha partecipato alla lunga discussione sulla «compensazione» in questione - . Nel percorso di mediazione abbiamo tentato di far slittare indietro quel waterfront di cemento così pesante che incombe sul verde del Parco. Ma forse non abbiamo fatto tutto quello che dovevamo...».

Tutta l'operazione è stata seguita in prima persona dall'assessore all'urbanistica Roberto Morassut, la soluzione delle «compensazioni» rischia però di comportare non solo a Grotta Perfetta ma in tutta la cintura uno scotto molto duro da pagare. Pe Tormarancia alla Magliana sorgeranno 650 mila metri cubi, a Prato Smeraldo 340 mila, a Muratella 645 mila, a Massimina 618 mila, a Colle delle Gensole 221 mila, a Torrino sud 59 mila, sulla Pontina 70 mila, al km 13 dell'Aurelia 248 mila, a Prima Porta 100 mila, a Tenuta Rubbia 180 mila, all'Olgiata 120 mila, alla Bufalotta 99 mila, al Divino Amore 142 mila e a Fontana Candida 200 mila. Tutto per un parco che ancora non c'è...

La mobilità urbana (di uomini e merci) è la circolazione del sangue che tiene in vita il corpo di una città. Ma, parlando di Milano, la prima cosa che viene da chiedersi è: quale circolazione? E quale città? Se circola sangue malato, come quello di chi continua ad affidare la maggior parte degli spostamenti all’auto privata (il mezzo più inquinante, più costoso, più pericoloso, quello che occupa più spazio e che ne sottrae di più alle funzioni vitali degli umani), il corpo deperisce, se non altro per i troppi veleni trasportati. Se la pressione esercitata dal traffico automobilistico sulle arterie della città è eccessiva, le conseguenze sono ictus e infarto.

L’ictus, che colpisce il cervello, è già arrivato. Milano non ha più, e da tempo, una testa pensante. A quale progetto, o modello, o idea di città pensino – se pensano – gli amministratori di Milano non è dato sapere. L’infarto è alle porte e ogni giorno le sue avvisaglie si manifestano in qualcosa che non torna a causa di provvedimenti estemporanei, scoordinati e contraddittori. Il ticket di ingresso – se verrà istituito – dovrebbe ridurre il numero di auto che entrano in città. Ma le sue motivazioni sono diverse: non è una tassa sulla congestione, come a Londra, dove ha avuto successo, ma un modesto balzello, che sull’inquinamento avrà scarsi effetti.

Contemporaneamente si abbattono alberi, si distruggono monumenti e si scavano buchi per "ospitare" e fare arrivare in città più auto. Si dipingono strisce gialle e blu, che teoricamente raddoppiano gli oneri di chi usa l’auto per spostarsi in città, ma poi, per non urtare l’automobilista-elettore, non si elevano contravvenzioni nemmeno a chi posteggia in doppia e tripla fila. Si riducono ai minimi termini le vie pedonalizzate per non turbare i commercianti e poi si bloccano per anni intere zone con cantieri che non finiscono mai. Si fa pagare l’ingresso a chi entra "in città" e poi si aumenta il prezzo dei biglietti per chi arriva da fuori Milano. Il fatto è che per far vivere Milano, come qualsiasi altra città, occorre ridurre drasticamente la circolazione delle auto private. Servono tutte le misure che vanno in questa direzione, purché coordinate tra loro. Fanno danno tutte quelle che tendono ad aumentare il numero delle auto.

Ma poi, di quale "corpo", cioè di quale città si parla? L’hinterland di Milano è come gli arti di un corpo che senza di essi non potrebbe vivere. Pensare di curare il tronco a scapito degli arti non è un’operazione sensata. Eppure è quello che il sindaco Moratti continua a cercare di fare per salvaguardare il "suo" elettorato. Affrontare l’inquinamento, la mobilità, la localizzazione delle funzioni urbane su basi simili dimostra una totale incapacità di pensare la città. D’altronde il sindaco Moratti, al Meeting di Rimini, quando le hanno chiesto a chi o a cosa pensava, ha dichiarato: «Parlavo in modo ampio e non pensavo a nessuno». Esatto.

I predoni dell'Appia Antica. Catering tra le catacombe

Alberto Custodero – la Repubblica, 19 agosto 2007

Ruspe fuorilegge nel cuore del parco dell'Appia Antica, per trasformare l'ex villa di Silvana Mangano in un centro feste e convegni. Fra le catacombe di Domitilla e san Sebastiano, il mausoleo di Cecilia Metella e gli Aquedotti Romani della valle della Caffarella, è stato sequestrato dalla procura di Roma, nei giorni scorsi, un cantiere destinato a diventare, su un´area di 3500 metri, un parcheggio per 130 auto. Ma chi ha interesse di sfidare i severissimi vincoli ambientali dell'Ente voluto fortemente dal politico-archeologo-ambientalista Antonio Cederna, e rischiare una denuncia per trasformare un prato del parco che ci invidia il mondo (2400 anni di storia in 3500 ettari ai lati del basalto della Regina Viarum), in un parcheggio auto? Il proprietario della società che stava effettuando i lavori, la Veronica Immobiliare Srl, è Sergio Scarpellini (presidente dell'omonimo gruppo che controlla 34 società), titolare di numerosi immobili del centro di Roma affittati al parlamento. E progettista della Romanina, la nuova periferia di Roma che vuole edificare con «cantieri consensuali» in accordo con enti locali e cittadini. Ma perché un imprenditore della sua portata che ha la costruzione della Nuova Roma (come la chiama lui stesso), come sogno nel cassetto, non è riuscito a mettersi d'accordo con l'ente parco? Ma, anzi, ha devastato quel fazzoletto di verde tutelato dai vincoli archeologici e paesaggistici andando incontro al sequestro penale del cantiere? Le indagini dei guardiaparco dirette da Guido Cubeddu - e sotto la supervisione del presidente dell'Ente, professor Adriano La Regina - dopo aver bloccato ruspe, camion e aver apposto i sigilli giudiziari ai lavori, hanno scoperto che il parcheggio sarebbe dovuto servire per trasformare la villa che Scarpellini acquistò dall'attrice Silvana Mangano, in via Appia Antica 199, in un centro di ristorazione di lusso gestito con il sistema del catering. Ma come ha potuto la Veronica Immobiliare entrare nel parco con camion e scavatori convinti di farla franca e portare a termine i lavori? Gli investigatori hanno scoperto che la Srl era in possesso di un «apparentemente anomalo nulla osta» per trasformare «l'area agricola in un fondo stabilizzato». Successivi accertamenti, però, hanno consentito di scoprire che la Srl di Scarpellini aveva ottenuto varie autorizzazioni dal servizio Giardini e dall´Aga (la tutela dei vincoli paesaggistici), del Comune di Roma, dalla Soprintendenza archeologica e, sorpresa, anche dallo stesso Ente Parco. Ma in tutte quelle pratiche burocratiche, formalmente regolari, c´era qualcosa che non quadrava: non ce n´era una uguale all'altra. «Le planimetria - si legge nel verbale di sequestro - e la definizione dei lavori erano diverse a seconda degli enti presso cui erano depositate: al Municipio XI carte, all'Ente Parco altre». E poi timbri non originali e (in una planimetria depositata dalla Veronica al Parco), perfino il disegno di «un cancello di accesso da via Appia Antica 199 che non è mai esistito». La procura, per fare chiarezza su quel vespaio burocratico, sta ora «vagliando la posizione dell'ex direttore del parco» che ha rilasciato alla Srl il nulla osta».

L'Appia Antica, va detto, è da tempo al centro di polemiche per il fenomeno diffuso dell'abusivismo edilizio (le richieste di condoni presentate al comune di Roma sono più di 5 mila), per la presenza delle baracche di nomadi, per il degrado rappresentato dalla prostituzione in località Fioranello, e, infine, per la presenza di numerosi parcheggi abusivi in prossimità dell'aeroporto di Ciampino. Ora il parco sta lentamente perdendo la sua vocazione originaria - la conservazione dei beni archeologici - per diventare il più grande centro di ristorazione abusiva di Roma. Sono molte, infatti, le antiche e lussuose ville - molte delle quali abitate negli anni della Dolce Vita da Vip e attori - trasformate oggi in centri di convegni e feste organizzati da società di catering che offrono anche fuochi d'artificio non autorizzati. Per citarne alcune, villa Apolloni della Appia Antiqua Aedes, una società che ha come proprietaria, fra l'altro, una finanziaria portoghese. Villa san Sebastiano del principe del Gallo di Roccagiovine, villa Dino Editore, villa Dei Quintili e villa Fiorano. Molte di queste, per poter svolgere l'attività commerciale di catering, compiono lavori di ristrutturazione e di cambio di destinazione d'uso del tutto abusivi, salvo poi chiedere i condoni edilizi. È il caso, ad esempio, di villa Apolloni, i cui responsabili legali sono stati denunciati alla procura tempo fa per aver svolto una serie di lavori o abusivi, o difformi rispetto alle richieste di condono. «Proprio in quella villa - ha raccontato Guido Cubeddu - il 9 agosto ci sono stati fuochi artificiali senza permesso. Tutte le nostre squadre, però erano impegnate a spegnere un vasto incendio nel parco, e così non siamo riusciti a sanzionare i fuochi pirotecnici non autorizzati». Un'altra villa, la Sant'Urbano della famiglia Sbarra (attraverso la Erode Attico Spa), ha una storia tutta particolare. La procura di Roma l'aveva confiscata al proprietario, ingegner Danilo Sbarra, coinvolto in una vicenda giudiziaria. Alla sua morte, gli eredi hanno continuato a svolgere l'attività di catering fino a quando, qualche settimana fa, la Corte d'Appello ha annullato la confisca. La vicenda si concluderà in Cassazione alla quale ricorrerà la procura generale.

Il sospetto dei guardiaparco e del presidente dell'Ente, tuttavia, è che tutta questa attività di catering sia incompatibile, se non addirittura fuorilegge, un modo, cioè, per aggirare le normative sulla ristorazione che prevede il rilascio di licenze commerciali e autorizzazioni sanitarie. Documenti che è molto difficile, se non impossibile - in un parco archeologico nel quale non esiste la rete fognaria - ottenere. È per questo che Guido Cubeddu lancia un appello: «venga la guardia di finanza a fare accertamenti su queste ville, perché a mio giudizio dietro i paravento del catering stanno mascherando attività di ristorazione che andrebbero tassate e autorizzate con tutti i permessi previsti dalla legge».

"Bisogna reprimere o il Parco muore"

Intervista di Alberto Custodero ad Adriano La Regina – la Repubblica, 19 agosto 2007

«La situazione di deterioramento della via Appia Antica e del suo comprensorio è un problema gravissimo. Il Parco dal punto di vista sostanziale non esiste ancora: l'ente è ancora sulla carta. Nella realtà, ci sono un quartiere residenziale di lusso con attività anche incongrue. E una serie di monumenti storici». Il professor Adriano La Regina, presidente dell'Ente Parco, richiama l'attenzione della politica e degli enti pubblici affinché intervengano per garantire l'esistenza e la sopravvivenza del parco urbano fra i più grandi d´Europa.

Presidente, perché questo allarme?

«Il parco è ancora una prospettiva. Qualunque visitatore venga, non si rende conto di essere in un'area protetta, ma si trova nell'inferno del traffico della via Appia dove non è neanche possibile camminare. E poi c'è stato questo sviluppo selvaggio delle trasformazioni delle ville».

Cosa si dovrebbe fare per porre in qualche modo rimedio a fenomeni come quello del catering che rischiano di snaturare la vocazione del comprensorio archeologico?

«Se si parla di costituire un parco pubblico, tutti saltano addosso pensando che si vogliano fare espropri. Questo è falso, ma è doveroso costituire un forte nucleo di proprietà pubblica e condizionare i privati a finalità congrue con il parco. Per farlo, ci vogliono anche comportamenti repressivi nell'interesse pubblico».

Come fare a conciliare l'esistenza del parco e il rispetto della proprietà privata presente nella maggior parte del suo territorio?

«Se si vuole veramente costituire il parco bisogna dargli una dotazione finanziaria per poter almeno esercitare il diritto di prelazione quando qualche privato vende».

Oggi il Consiglio Comunale di Marino ha all´ordine del giorno due diverse proposte di lottizzazione nella zona di Santa Maria della Mole, zona che dovrebbe rientrare nell´ampliamento del Parco dell´Appia il cui disegno di legge da due anni è fermo alla Regione. Se le proposte verranno approvate, due nuovi centri commerciali sorgeranno in quello che avrebbe dovuto diventare il parco archeologico d´eccellenza lungo l´antica strada consolare. È solo l´ultimo episodio di uno stillicidio di lottizzazioni che sta snaturando il progetto avviato con la creazione del Parco dell´Appia e il suo presidente, Adriano La Regina, non nasconde la sua preoccupazione:

«Questo Parco sembra interessare molto poco: non esce dalla condizione di crisi in cui l´ho trovato. L´ho detto sin dal giorno dell´investitura: la condizione per la mia permanenza era che si desse luogo all´ampliamento del Parco, passando dagli attuali 3500 ettari a 5000 ettari. Sulla base della prospettiva di questi 1500 ettari in più si poteva pensare ad una valorizzazione del Parco: se invece resta così com´è non vale la pena di impegnarsi».

Ce l´ha col comune di Marino?

«Il comune di Marino sta procedendo tranquillamente come un carro armato, insofferente di ogni norma di attenzione, alla trasformazione di zone pregiate del territorio che dovrebbe entrare a far parte del parco. Ma è l´ultimo anello della catena. Questo succede perché la Regione Lazio tiene da due anni nel cassetto il disegno di legge sull´ampliamento del Parco. Continuando così, con questa lentezza, quando la legge andrà in discussione non servirà più. Questo letargo, a voler essere cattivi, potrebbe essere inteso quasi come voglia di lasciar correre».

Quale altro Comune è interessato all´ampliamento?

«Il Comune di Ciampino e quello di Roma. E anche il Comune di Roma ha responsabilità nello stato di degrado del Parco, nonostante i molti appelli che ho lanciato in passato».

Perché?

«Perché l´Appia Antica oggi è impraticabile a causa del traffico che è infernale, con un inquinamento altissimo, devastante sia per i beni archeologici che per la gente che li visita. Non è possibile nemmeno andare a fare una passeggiata da Porta San Sebastiano all´Appia, si rischia di essere investiti. E si tratta per il 90% di traffico di attraversamento. La soluzione ci sarebbe: non chiudere l´area alle macchine ma proibire solo il traffico di attraversamento».

In che modo?

«Oggi con le telecamere e con i mezzi che si hanno si può selezionare il traffico di attraversamento da quello locale, quello cioè di chi va in un ristorante, oppure a vedere un monumento. Basta controllare le targhe, in entrata e in uscita. Chi entra da Porta San Sebastiano ed esce a Ciampino, o viceversa, non è andato a far visita a un amico, ma ha solo scelto quella strada perché è più corta. È un intervento che il Comune di Roma dovrebbe studiare».

I Comuni, la Regione: sono loro i responsabili del mancato decollo del parco dell´Appia?

«No, ha le sue responsabilità anche il ministero per i Beni culturali, che ha la facoltà di imporre una tutela per i beni archeologici e ambientali, e, quanto a questi ultimi, ha le stesse responsabilità anche il ministero dell´ambiente. Bisognerebbe che ognuno facesse la sua parte, nelle diverse competenze, in sede comunale, regionale e statale. Ma l´importante è uscire da quest´inerzia, non ha senso lasciar rovinare così il progetto del parco».

Un gruppo di tecnici di una società telefonica che - «per allenarsi agli interventi ad alta quota», ci dice candidamente uno di loro mentre scende da una jeep col marchio della Wind - scalano, dotati di caschi e imbracature da montagna, una tomba romana a tumulo, il tutto mentre intorno è un via vai continuo di auto e di uomini che vendono o offrono il loro corpo ad altri maschi. E, qualche centinaio di metri più in la, operai di una ditta edile che fanno la fresatura della strada in vista della gettata di asfalto: ma sullo stesso tratto viario dove gli archeologi si apprestano a lavorare per riportare alla luce le pietre di basalto della Regina viarum. Sembra un film di Bunuel ma è tutto vero. Benvenuti nello stato di abbandono dell´Appia Antica.

Casca dalle nuvole Rita Paris quando l´avvertiamo dei freeclimber impegnati a scalare una delle circa cento tombe monumentali che la Soprintendenza archeologica di Roma ha catalogato e, fondi permettendo, s´appresta a restaurare. «È talmente assurdo che non ci credo» risponde l´archeologa al telefono. Poi, mandato qualcuno a controllare, richiama: «Nessuno ci ha chiesto nulla, anche perché non avremmo mai dato l´autorizzazione a un intervento deleterio per l´integrità del monumento. D´altro canto, siamo talmente pochi che qualcosa ci sfugge».

Ci sarebbero le guardie del Parco regionale dell´Appia, 40 uomini circa a controllare abusi edilizi e tutela del verde: troppo pochi anche loro, vista l´importanza e la vastità del sito. «Così non si può andare avanti» sbotta l´archeologo responsabile dell´Appia. «Lunedì siamo andati a fare un sopralluogo con l´architetto Massimo De Vico - rivela Rita Paris - perché dal primo settembre dobbiamo far partire il restauro dei 650 metri che vanno dall´incrocio di via degli Armentieri verso Sud. Ebbene, abbiamo trovato un cantiere della "Società strade sicure" che, per conto del dodicesimo dipartimento del Comune, ha fatto la fresatura del vecchio asfalto ed è pronta a realizzarne uno nuovo. Anche qui, nessuno ci ha chiesto il permesso».

La Soprintendenza - che ha un budget annuale di un milione per la manutenzione ordinaria di monumenti quali villa dei Quintili e Cecilia Metella - risparmia circa 300mila euro l´anno per interventi speciali. Come il tratto dell´Appia, "asfaltato". «La filosofia è quella dei chilometri già restaurati coi fondi del Giubileo: riportare alla luce il basalto e, dove manca, fare un manto di sampietrini, intervento corretto filologicamente poiché si tratta dello stesso materiale». E i blocchi di peperino e i rocchi di colonna a terra del cosiddetto tempio Ercole? Luogo sacro o stazione di posta andranno a trovare Antonella Rotondi e Giorgio Gatta? «Lo capiremo con lo scavo, dal quale ci aspettiamo notevoli risultati. Dai resti - rivela la Paris - si capisce che è un altro edificio importante della Regina viarum».

Cecilia Metella, guerra intorno a un vincolo archeologico. L'offensiva contro il «vincolo » di tutela posto intorno all'area di Cecilia Metella ha ricevuto un primo contraccolpo ieri nel Comitato di settore dei Beni archeologici del ministero. Il ricorso amministrativo intentato dalla famiglia Greco, Roberto e Gabriella, titolari di una grande proprietà interna all'area posto sotto vincolo, è stato respinto. L'organo consultivo del ministero ha inviato infatti parere negativo alla direttrice generale dell'archeologia, Anna Maria Reggiani. Sullo sfondo si profila un nuovo pericolo, il ricorso che gli stessi Greco stanno promuovendo al Tar.

Sembra incredibile, ma è così: il vincolo su una delle aree più prestigiose dell'Appia Antica, il suo cuore costituito da una quindicina di ettari intorno al famoso mausoleo di Cecilia Metella, non esisteva fino a poco tempo fa. A chiedere di vincolare la prestigiosa area è stata la sovrintendenza archeologica e in particolare la struttura che si occupa del patrimonio dell'Appia, diretta da Rita Paris. E così nel dicembre scorso il direttore regionale dei Beni culturali, Luciano Marchetti, ha finalmente firmato un decreto di vincolo. Il vincolo però è stato subito impugnato dalla proprietà coinvolta, quella dei Greco. «Sotto vincolo - spiega Rita Paris - è l'area che corrisponde al Triopio di Erode Attico, una vasta proprietà che inglobava la Caffarella e i cui limiti a sud ci sono stati confermati dai recenti ritrovamenti a Capo di Bove. La linea è di completare la copertura dell'intero parco dell'Appia col vincolo archeologico».».

A essere tutelato è il quadrilatero che ha come confini il Circo di Massenzio, l'Appia Antica, l'Appia Pignatelli e via di Cecilia Metella. Insomma 15 ettari di altissimo valore archeologico che contengono la parte più spettacolare di Cecilia Metella, le mura del Castrum Caetani, un acquedotto sotterraneo e varie altre meraviglie. L'offensiva anti- vincolo non risparmia però colpi: il primo è stato il ricorso amministrativo bocciato ora dal comitato di settore in cui siedono autorità accademiche come l'archeologo Claudio Sassatelli o il professor Mario Torelli. La battaglia si sposta al Tar.

In occasione della presentazione del volume “Un italiano scomodo. Attualità e necessità di Antonio Cederna”, a cura di Maria Pia Guermandi e Valeria Cicala, 2007 Bononia University Press, si è svolto a Roma, nella sede del Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme, il 6 giugno 2007, un convegno dal titolo: “Politiche culturali e tutela: dieci anni dopo Antonio Cederna”. Dell'iniziativa che è stata occasione di ricordo di Antonio Cederna, ma anche di discussione sugli attuali problemi della difesa del patrimonio culturale e paesaggistico e sulla situazione dell'urbanistica italiana ed in particolare romana, pubblicheremo in eddyburg alcuni interventi a partire da quello di Rita Paris dedicato all'Appia Antica, per la cui tutela Cederna si battè per più di quarant'anni. (m.p.g.)

Dell’Appia mi occupo dall’inizio del 1996; pochissime sono state le occasioni di incontri ufficiali in cui era presente anche Antonio Cederna, presidente dell’Azienda Consortile del Parco dell’Appia, ancora non operativa all’epoca.

Grata per la fiducia che Adriano La Regina aveva voluto riporre in me e che Angelo Bottini ha confermato, mi sono resa conto ben presto che l’insieme delle leggi a tutela dell’Appia non era tuttavia sufficiente a garantirne la salvaguardia; sebbene negli uffici della Soprintendenza Archeologica di Roma pervenissero da sempre numerosissime richieste di pareri per ogni tipo di intervento da realizzare e nonostante sembrasse universalmente acclarato che l’Appia riveste elevatissimo interesse archeologico e monumentale.

Nel 1998 siamo riusciti a far approvare il decreto ai sensi della legge 431/85 (legge Galasso) art. 1, lettera m) sulle zone di interesse archeologico che si sovrapponeva alla precedente L. 1497/39 e a estesi settori di vincolo archeologico per buona parte del territorio (ma non la totalità) che riperimetrava tutto il comprensorio dell’Appia (dall’Ardeatina all’Appia Nuova), con aggiunta di aree di grande pregio come la tenuta di Tor Marancia, che Cederna aveva individuato tra le priorità per la salvaguardia di tutto il sistema. Nell’impegno per Tor Marancia ho avuto la fortuna e l’onore di lavorare a strettissimo contatto con Italo Insolera, Vezio De Lucia e Carlo Blasi, illuminanti per questo e altre problematiche a seguire, sempre ancora oggi, insieme a Vittoria Calzolari, punti di riferimento insostituibili.

Mi sentivo più tranquilla con la copertura della L.431/85, lettera m) ma mi sbagliavo, perché, a parte la procedura indicata nell’art.13 della Legge Regionale 24/98 sulla tutela e pianificazione paesaggistica in merito alla necessità anche dei pareri della Soprintendenza Archeologica, la tendenza era ed è, anche in ambito ministeriale, di non riconoscere alla Soprintendenza Archeologica che ha proposto il provvedimento di vincolo non solo la titolarità del procedimento ma alcuna competenza, trattandosi di un vincolo paesaggistico.

Anche l’avvio dell’operatività dell’Ente Parco - nel frattempo la legge istitutiva aveva lasciato il posto alla legge sulle aree naturali protette, con modifiche nello statuto e nella composizione della CdA dell’Ente da cui era scomparsa ogni rappresentanza del Ministero, con cui ho sperato di poter condividere, pur nelle distinte competenze, il peso di un impegno così oneroso - incominciò a creare qualche problema di conflittualità per il ruolo preminente e totalizzante che si voleva riconoscere all’Ente. All’Ente spettano compiti di pianificazione, gestione, tutela, promozione e altro su un territorio il cui preminente valore è archeologico storico monumentale paesaggistico, senza alcuna partecipazione delle Soprintendenze.

Quindi ho dovuto combattere non poco con tutti gli uffici dell’amministrazione comunale per poter continuare, almeno come prima, a svolgere i controlli e esprimere i pareri per ogni intervento. D’altro canto cosa non riveste interesse archeologico in un tale contesto?

Mentre faticosamente si cercava di andare avanti nella tutela quotidiana, con le pochissime ma affiatate persone che compongono il poco attrezzato ufficietto dell’Appia in Soprintendenza, le uniche con me a conoscere effettivamente lo stato delle cose, si è tentato di far passare qualche altro vincolo specifico (con scarsissimi risultati), si è arricchito il patrimonio con scavi, restauri, si sono aperte al pubblico la Villa dei Quintili, il complesso di Cecilia Metella con il Palazzo Caetani, si è ridata dignità alla strada e ai monumenti che la fiancheggiano, si è acquisita qualche proprietà tra polemiche inimmaginabili come quella suscitata per la prelazione di Capo di Bove, rivelatasi area archeologica di primario interesse, dove verrà a brevissimo ospitato l’archivio che la Famiglia Cederna ha voluto donare allo Stato, secondo un piano di ricerca e di studi che sarà ampiamente condiviso.

Ecco, contemporaneamente, manifestarsi travolgente il fenomeno dei condoni edilizi che dalla fine degli anni ‘90 a migliaia si stavano rilasciando per questo territorio, come per altri di pregio della città, senza la minima considerazione dell’esistenza di vincoli.

Riunioni da far venire il mal di fegato dove tra violente manifestazioni di arroganza e incompetenza dovevo cercare di dimostrare che, nell’insieme delle leggi esistenti, il nostro parere era necessario e che si stava trattando dell’Appia per la cui difesa Cederna aveva speso una vita. In questi contesti non ho mai trovato una sola persona a cui stesse a cuore il destino di questo territorio. A nulla sono valsi i tentativi di trovare un sostegno presso il Ministero a vari livelli, le denunce alla Procura e presso gli organi della stampa che sono parsi in questi anni i più interessati al problema e non solo per uno scoop giornalistico.

E’ per questo che chiederei di selezionare attentamente le figure che possano parlare o scrivere o promuovere iniziative per Antonio Cederna, il cui nome, a mio avviso, è stato usato da molti senza consapevolezza e dunque indegnamente.

Potrei parlare ore, far vedere immagini, citare esempi eclatanti. Non riuscirei comunque a rendere l’idea del reale stato delle cose, dell’intrigo dei problemi di competenze, di interessi privati.

Di fatto il piano regolatore dell’Appia è stato l’abusivismo o come si dice lo sviluppo edilizio spontaneo che ha portato a stralciare la zona di Cava Pace dai perimetri del Parco e presto porterà, secondo anche le previsioni di alcuni punti del Piano di Assetto del Parco, a riconoscere di fatto le trasformazioni per gli abusi, distinguendo le zone con una gerarchia che non doveva esistere, perché già 50 anni fa se ne era riconosciuta la continuità e l’omogeneità e quindi prescritta l’integrità della conservazione.

I diritti dei privati sono sempre sostenuti da licenze per commercio o attività del tutto improprie rilasciate da uffici della stessa amministrazione che dovrebbe conoscere le limitazioni imposte dalle proprie leggi. Ci ritroviamo così di fronte, quando va bene, a vivai spontanei cresciuti a dismisura che si attrezzano ovviamente con uffici e ristoranti, a impianti sportivi completamente abusivi con campi, club house, ristoranti, piscine, sempre molto ambite dai poveri sfortunati che non sono riusciti a farle passare nei condoni precedenti e che si presentano travestite da riserve idriche o cose del genere, con tanto di pressioni di personaggi politici. Ma non mancano i rimessaggi di grossi veicoli, di roulottes, di materiale per edilizia, i capannoni industriali e la recente intensa attività edilizia, con una variegata gamma di tipologie, che ha completamente occupato le aree preziose della campagna romana, con continue esigenze di crescita, raramente mascherate da attività agricola. I casali più belli ospitano cerimonie e feste, gareggiando con fuochi d’artificio dove dovrebbe dominare il silenzio, allontanando sempre più la presenza dell’intermittenza luminosa delle lucciole.

E non parliamo degli intoccabili a cui è stato consentito di acquistare importanti proprietà con monumenti universalmente noti e che non hanno voluto o saputo avere il rispetto per il luogo scelto esagerando nelle trasformazioni e negli usi.

Da anni vado ripetendo che almeno dall’approvazione del PRG nel 1965 il decreto introdotto direttamente dal Ministro Mancini a tutela di tutto il comprensorio dell’Appia per i suoi straordinari valori archeologici, storici, paesaggistici, ne aveva prescritto la assoluta inedificabilità e la destinazione a parco pubblico ma tutti sembrano ignorare questo atto fondamentale che solo sarebbe bastato a salvare almeno l’integrità delle aree se non ad acquisirle tutte al pubblico.

La lettura e la periodica rilettura di tutti gli articoli di Cederna sull’argomento fa sembrare tutto più incredibile: ciò che lui ha denunciato dal 1953 e che appariva intollerabile già allora è stato superato da migliaia di altre illegalità portate avanti con arroganza e tenacemente difese da grandi studi legali, spesso sostenute dai pareri dei tribunali, a danno del patrimonio e dell’interesse pubblico.

Rispetto a quel decreto e all’illuminato appello rivolto al Governo nel 1954 da parte di importanti personaggi del mondo politico e culturale (pubblicato da Cederna su il Mondo) che mette in relazione i ruderi, i monumenti, le statue con la campagna romana come un tutto inscindibile e come “monumento da conservare religiosamente intatto, quale patrimonio comune dell’umanità”, si assiste oggi a un vergognoso arretramento nel senso della tutela in particolare archeologica che si vuole circoscrivere sempre più alla testimonianza emergente, neutralizzando ogni tentativo di una visione più ampia.

Spesso credo che dovrei lasciare questo incarico esprimendo pubblicamente l’impossibilità e l’inutilità di andare avanti, se non accade qualcosa, in quanto tutto sembra finire nelle stanze del mio ufficio…., per lo più dovendosi difendere anche da quelle persone o istituzioni dalle quali ci si aspetterebbe aiuto, condivisione, forza.

E questo mentre al di fuori si crede che l’Appia sia un Parco, mentre una cartellonistica ne segna il perimetro, mentre i turisti disorientati si domandano dove sia questo Parco, come può essere visitato, al di là di quel poco di pubblico che esiste (Caffarella, Massenzio, Quintili, la strada stessa).

Non è frequente l’occasione di un incontro così in cui con tante persone amiche e competenti si è nella felice circostanza della presentazione di un volume come questo: oltre al merito degli elevati contenuti sembra sia arrivato, come per magia, un nuovo impulso ai temi trattati e si è accesa, almeno in me, una speranza nuova. Desidero ringraziare per questo splendido dono tutti quelli che vi hanno contribuito e in prima linea le curatrici del volume.

Tra lucciole e auto pirata l'assedio dell'Appia Antica

Corriere della Sera, ed. Roma, 26 aprile 2007

Appia Antica, all'angolo con via degli Armentieri. Giorni scorsi, un'archeologa e una prostituta. «Mi scusi, potrebbe scansarsi?». «Ahò, ma io sto' a lavorà...». «Anch'io...». «E che dovresti fa'?». «Devo guardare l'epigrafe su cui è seduta». «L'epì...che?» Disastri dell'Appia Antica. Auto che vanno su e giù indisturbate rallentando tutt'al più un po' all'altezza dei tratti in basolato. Prostituzione femminile e soprattutto maschile, all'altezza di via di Fioranello dove le auto comodamente parcheggiate sulla strada consolare appartengono indistintamente ai frequentatori gay e agli utilizzatori del vicino aeroporto di Ciampino.

E soprattutto, proprio all'altezza degli Armentieri, ecco il gran ritorno a ridosso della strada di capannoni industriali e commerciali, vendite al minuto e all'ingrosso, rimessaggi estesissimi di roulotte, caravan e perfino gommoni. Capannoni e rimessaggi interamente abusivi. «Certo, noi non abbiamo dato mai nessun assenso - spiega Livia Giammichele della Sovrintendenza archeologica di Roma, reduce da un sopralluogo - . E in passato a più riprese abbiamo segnalato agli organi dello stato questo scempio che deve essere arrestato».

Siamo nel tratto dell'Appia Antica che dal Raccordo Anulare va a sud in direzione di via di Fioranello, la strada che l'attraversa sbucando di fronte ai parcheggi dell'aeroporto di Ciampino. Una gara di appalto è stata appena conclusa e sono stati assegnati i prossimi lavori di risistemazione della grande strada consolare, grazie allo stanziamento di un milione di euro. C'è da rimettere a posto un chilometro circa dell'Appia. L'intervento segue la risistemazione dei tratti a monte dell'Appia Antica che hanno raggiunto e superato il punto in cui grazie al nuovo tunnel del Raccordo Anulare è stato ricongiunto il percorso interrotto negli anni '60 dalla costruzione del Gra.

Un primo tratto, da via di Porta San Sebastiano fino al Gra, è stato restaurato grazie ai fondi del Giubileo. Successivamente il restauro è sta protratto dal Gra a via degli Armentieri. Ora si vorrebbe andare avanti. Ma in quale scenario?

Basta guardare via degli Armentieri, prima traversa a destra sull'Appia Nuova uscendo da Roma dopo il Raccordo, per rendersi conto del nuovo assalto all'Appia in pieno corso. Un'officina meccanica sulla destra, una rivendita di attrezzi da giardino sulla sinistra, il tutto con grandi capannoni e spazi usati per macchine ed attrezzi. Poi ecco il rimessaggio con uno spazio per centinaia di metri ingombro di caravan e mezzi nautici. È un assedio che lascia fuori per fortuna ancora spazi verdi di campagna romana, la povera Appia vivacchia ai limiti subendo la presenza di chi la usano per i propri comodi, scorrazzando con auto e moto di notte e anche di giorno. «È uno scandalo che sembra non interessare a nessuno - spiega Rita Paris, l'archeologa della Sovrintendenza responsabile della zona - . Ma le autorità e gli enti che hanno il potere di decidere sul destino dell'Appia conoscono questa realtà? Mi pare di no, perché la situazione è talmente vergognosa e indecorosa...Senza rendersene conto, però, c'è chi gioca al massacro continuando a dare concessioni che non dovrebbero essere date, ma che procurano insediamenti di attività e innescano nuovo degrado. Qualcuno si riconosce come responsabile di tutto ciò?». Messaggio inviato al Comune di Roma e alla Regione Lazio: si devono svegliare perché quella che potrebbe essere una delle porte del Parco dell'Appia giace in uno stato miserevole.

La Regina: «Colle della Strega, stop al cemento»

Corriere della Sera, ed. Roma, 27 aprile 2007

Appia Antica, si apre una nuova stagione. Insediato finalmente ieri mattina, dopo venti lunghi mesi di parentesi commissariale, il nuovo consiglio di amministrazione del Parco dell'Appia con in testa il suo presidente, il professor Adriano La Regina. Ne fanno parte Toni De Amicis, vicepresidente (rappresentante della Coldiretti), Ivana Della Portella (Zetema), Oreste Rutigliano (Italia Nostra), Romolo Guasco (Provincia), Alessio Amodio (Comune), Sandro Lorenzatti (Regione).

E subito, dopo mesi e mesi di ristagno, costellati da assalti e incursioni, ecco arrivare al pettine i primi nodi. Il primo si chiama Colle della Strega, appartiene al territorio adiacente all'attuale territorio del Parco. La proposta di ampliamento giacente alla Regione dovrebbe tutelare anche questi terreni. Ma lì invece sta per scattare una colata di cemento osteggiata da parte della giunta (con gli assessori Zaratti e Nieri in testa), uno sciopero della fame è in corso davanti alla Regione da parte dei residenti della zona che si battono contro questo nuovo insediamento, a suo tempo osteggiato dallo stesso La Regina quando era ancora sovrintendente archeologico di Roma. E ora?

«Questa colata di cemento al Colle della Strega - dice subito fuori dai diplomatismi Adriano La Regina prendendo la parola come primo atto del suo insediamento - è assolutamente da evitare e questa rimane per me una condizione determinante per restare a presiedere l'ente». Stop. Forse, anche prevedendo queste parole che aggiungono «grana» a grana tra le tante che dirompono dentro la maggioranza alla Pisana, il presidente della Regione Piero Marrazzo ha dato ieri forfait e non ha presenziato così come annunciato e previsto all'insediamento dell'uomo che pure ha scelto. Doveva esserci, un improvviso impegno l'ha dirottato altrove. Al suo posto è rimasto ieri Filiberto Zaratti, verde e assessore all'ambiente, che ha affrontato il tema delle «criticità» che angustiano il Parco. «C'è intorno all'Appia un'eccessiva presenza di capannoni abusivi - ha ricordato Zaratti - . È una vergogna non solo per Roma ma per tutto il Paese». «Quando gli stranieri si chiedono cosa sia un Parco - aggiunbge la regina - non possono certo ritrovarsi in questa situazione dove trionfa il traffico». Zaratti ha anche ricordato che il consiglio regionale deve affrontare la proposta di legge adottata dalla Giunta per il raddoppio del Parco dell'Appia, con l'estensione alle aree in cui dovrebbero sorgere insediamenti abitativi come quello del Colle della Strega o l'altro del Divino Amore dove il comune di Marino vorrebbe costruire 800 mila metri cubi di immobili.

E proprio questi due insediamenti sono stati messi all'ordine del giorno, come prioritari, della prima riunione del Cda del Parco dell'Appia. «Abbiamo deciso di acquisire tutte le carte in materia - spiega De Amicis - . E inoltre abbiamo subito sollecitato una consilenza legale che contiamo di avere per la riunione della prossima settimana».

Lancia in resta, dunque, sul fronte dei problemi che angustiano il grande Parco dell'Appia. Ieri, nel corso dell'insediamento, è stato affrontato anche il problema degli abusi che incombono su varie aree adiacenti all'Appia Antica. Sul problema, l'assessore Zaratti ha proposto «un incontro urgente tra Parco, Regione e Comune per vedere nel concreto che cosa fare». L'assessore all'ambiente del Comune, Luigi Esposito, intervenuto subito dopo ha offerto la propria disponibilità. «Vedremo di che si tratta - ha detto - . Gli insediamenti abusivi vanno aboliti. Bisogna anche appurare se ci siano incongruenze tra i rilasci delle licenze e le zone protette. Per le delocalizzazioni bisogna poi seguire le procedure». Il problema, comunque, è rinviato a un'apposita riunione.

Vandali devastano il mosaico di Montanus

Corriere della Sera, ed. Roma, 28 aprile 2007

Il mosaico del gladiatore Montanus, scoperto pochi giorni fa dagli archeologi nel complesso di Santa Maria Nova sull'Appia antica, notizia che al ritrovamento avevamo subito segnalato per la sua importanza scientifica, è stato devastato la scorsa notte nel corso di un'irruzione vandalica. Nel piccolo complesso termale è stato dissestato anche un pavimento in peperino di un ambiente adiacente al «calidarium» ed è stato scavato un grosso buco sotto un'ipocausto del forno usato per riscaldare l'acqua della struttura termale. Abbattuto infine un muretto a secco residuo degli scavi ottocenteschi nella villa.

Il ministero dei Beni culturali ha espresso «indignazione per l'atto vandalico e viva preoccupazione per l'ipotesi che si tratti di un gesto mirato, come lascerebbero intendere - dice il comunicato del Mibac - la scarsa notorietà dello scavo e la lontananza dalla viabilità di maggior traffico». «Non più tardi di ieri del resto - aggiunge il Mibac - da parte della Soprintendenza erano stati lamentati sulla stampa il degrado e l'indecorosa situazione della zona circostante il Parco dell'Appia Antica».

Più fattivo l'intervento a caldo del Parco dell'Appia che ieri, appresa la brutta novità, ha proposto attraverso il professor Adriano La Regina, suo nuovo presidente appena insediato, un piano di telecamere sull'Appia Antica. «Proporremo al Comune la installazione di telecamere ai principali varchi della strada - spiega La Regina - . Se non altro sapremo chi entra ed esce. Varrà almeno come deterrenza...». L'assessore ai Lavori pubblici Giancarlo D'Alessandro, appresa la proposta, ha sposato l'idea: «Buona proposta, appena ce la formuleranno, la valuteremo molto volentieri».

Ad accorgersi dell'irruzione notturna sono stati ieri mattina gli operai della Socore, la ditta impegnata nei lavori di scavo e di restauro dentro Santa Maria Nova. «Appena arrivati abbiamo visto che i teloni posti sui mosaico erano stati manomessi - spiegano gli operai - . E sotto c'era quel disastro...». Sul posto sono accorsi di lì a poco gli archeologi della sovrintendenza, guidati da Rita Paris. Poi sono arrivati i carabinieri della stazione locale, Quarto Miglio, col comandante Vincenzo Senatore. Un giovane pastore che dorme in una roulotte nelle vicinanze ha avvertito latrati dei cani intorno all'una di notte. Forse l'irruzione è avvenuta allora.

Cosa cercare in un'impianto termale? Era forse un sopralluogo per un intervento futuro? Oppure è stata una pura e semplice intimidazione, portata a termine con facilità in un complesso dove non è difficile superare le barriere esterne? Viva è la preoccupazione degli archeologi per la limitrofa Villa dei Quintili, sorvegliata dai vigilantes dell'Ales, con cui è in corso una rinegoziazione dell'impegno che ora forse verrà esteso anche a Santa Maria Nova. Ma è tutta l'Appia a restare bersaglio di predoni e vandali. Nel piccolo museo dei Quintili c'è da poco la statua di un «togato» che fino allo scorso novembre era sull'Appia, in un mausoleo all'altezza del Gra. Ma un giorno alcuni podisti che facevano jogging chiamarono trafelati alla Villa: qualcuno stava cercando di asportarla. Il togato è stato salvato grazie solo a quella telefonata.

Non pensavo proprio, il 23 febbraio scorso, che l’invito a scrivere per eddyburg un aggiornamento sull’esproprio della Caffarella, a me rivolto da Maria Pia Guermandi incontrata all’inaugurazione dell’emozionante mostra di Palazzo Massimo “I segni del potere”, si dovesse tradurre in un tristissimo necrologio. Tanto più che in quell’occasione avevamo in tanti potuto congratularci con Adriano La Regina per la notizia della sua nomina a presidente del Parco dell’Appia Antica, attesa assurdamente da tanto, troppo tempo.

È morto prematuramente questa notte Mario Leigheb, fondatore e principale animatore, appassionato, intelligente, infaticabile, del Comitato per il Parco della Caffarella, che costituì nel 1984 insieme ad un gruppo di giovani di allora “con l’obiettivo dell’esproprio dell’area per la realizzazione del parco pubblico all’interno del più vasto progetto del parco dell’Appia Antica”. A lui soprattutto si deve, e dovrebbe essere dedicata, la recentissima vittoria conseguita, sul filo di lana, per segnare un’importante tappa nel perseguimento di questo strategico obiettivo.

Il 21 febbraio, infatti, si era tenuta al Teatro Orione una tavola rotonda annunciata con un manifesto eloquente: sotto il titolo “quale futuro per il Parco della Caffarella” c’era una bella foto del cosiddetto bosco sacro di Egeria sul quale campeggiavano quattro grandi e inquietanti punti interrogativi.

L’allarme consisteva nel fatto che l’esproprio, avviato sulla base di una delibera del 1996 e siglato il 3 marzo del 2005 dal sindaco Veltroni (40 ettari di terreno ed alcuni edifici, tra cui il casale rinascimentale della Vaccareccia, perno della storica tenuta dei Caffarelli, poi passata ai Pallavici, quindi ai Torlonia e, in gran parte, ai Gerini) potesse dissolversi con la retrocessione ai privati per mancata presa di possesso da parte del Comune entro due anni, quindi il 3 marzo prossimo. I relativi atti formali risultavano infatti programmati secondo un calendario che scavalcava tale data, suscitando la fortissima preoccupazione che si offrisse così un favorevole fianco a quella solita mole di ricorsi capaci di affossare l’esproprio per vizio procedurale. Ciò era già avvenuto con la prima delibera di esproprio della Caffarella, approvata addirittura nel 1972, dopo la quale si era dovuto attendere il Giubileo del 2000 per ottenere una prima realizzazione di 77 ettari di parco.

Personalmente tale delibera me l’ero trovata sui tavoli del Consiglio della IX Circoscrizione, di cui allora facevo parte, e le speranze erano state davvero tante, così come man mano, in seguito, le delusioni. Nel 1976 si apriva il periodo delle giunte di sinistra e Vittoria Calzolari coordinava la prima proposta organica per il Parco dell’Appia. Poi quelle giunte si esaurivano, cadevano nel 1985 per lasciare il passo ai sindaci Signorello, Giubilo, Carraro, quindi a Rutelli e Veltroni. Intanto era nato il comitato di cui Mario è stato la vera anima e che perciò ha attraversato le più varie stagioni politiche amministrative costituendo un pungolo continuo per amministratori di ogni parte politica. Questo sempre con coerenza di obiettivi e con uno spiccato senso di autonomia, capace di parlare a testa alta di fronte a chiunque, anche per il supporto di un’ampia partecipazione popolare e il coinvolgimento di alte personalità della cultura in una miriade di iniziative: dalle denunce di abusi e inadempienze, alla sollecitazione di interventi, all’elaborazione di proposte, al costante impegno nell’offrire a tutti i cittadini romani efficaci stimoli culturali attraverso sistematiche visite guidate al patrimonio archeologico e naturalistico della Caffarella e di tutto ciò ad essa connesso, come le Mura Aureliane, le Tombe Latine, gli Acquedotti. Inoltre: produzione di pubblicazioni e il costante aggiornamento di un sito web sul quale si può trovare proprio tutto in merito alla Caffarella, compreso un parco virtuale letterario.

Il giorno della suddetta tavola rotonda è stato attraversato dalla commozione, perché non c’era persona che non avesse conosciuto Mario, del cui male incurabile si sapeva anche se si sperava ancora: dai professori Vittoria Calzolari e Carlo Blasi, a Rita Paris della Soprintendenza Archeologia, ai presidenti del IX, X e XI Municipio, a tutti gli altri.

Ho avuto il compito di coordinarla e voglio segnalare che nell’introduzione, oltre ad indicare sommariamente i “capitoli” principali di quel grande libro che si aprì per il Parco dell’Appia Antica nel 1965 col decreto di approvazione del Piano regolatore di Roma ad opera dell’allora ministro socialista Giacomo Mancini e sulla spinta di personalità come, tra gli altri, Antonio Cederna, ho voluto fare un accenno alla recentissima proposta di legge presentata in Parlamento e perorata in eddyburg sui “princìpi fondamentali” in materia urbanistica, in particolare per quanto riguarda i vincoli e gli espropri.

Durante la tavola rotonda l’assessore comunale all’Ambiente, Dario Esposito, ha dato lettura di una lettera con cui il sindaco Veltroni decideva di attuare la presa di possesso degli immobili della Caffarella entro il 28 febbraio, aprendo così un nuovo capitolo: quello dei restauri e della gestione di tutti i beni. L’assessore regionale al Bilancio Luigi Nieri, intervenuto quasi a fine serata, ha espresso a sua volta un particolare impegno, anche per impedire che, dopo la definitiva acquisizione, si crei una specie di terra di nessuno che riproponga pericoli vari.

Erano corse voci che fino all’ultimo momento ci fosse chi, in Giunta, non condividesse l’esproprio e propendesse invece per accordi con la Fondazione Gerini, attribuendo ad essa perfino la programmazione degli interventi e la gestione degli immobili.

Almeno per ora il pericolo sembra sventato e oggi, 27 febbraio, giunge notizia che è stata finalmente attuata la presa di possesso del casale della Vaccareccia. È molto triste, ma emblematico che ciò sia avvenuto il giorno stesso della morte di Mario Leigheb, che si è battuto per più di venti anni per ottenere questo risultato. Ma possibile che i tempi per realizzare obiettivi di tale genere siano così lunghi e irti di difficoltà, mentre tante “operazioni immobiliari”, spesso nefaste, hanno la velocità della luce?

La riproduzione dell'acquerello di Ettore Roesler Franz è tratta dal sito http://www.ettoreroeslerfranz.com/ViaAppia/ViaAppiaHomePage.htm

Enti Parco, una schiarita e un temporale in arrivo. La schiarita è arrivata ieri mattina dalla giunta regionale che finalmente ha dato il via libera alle nomine dei presidenti degli 11 Enti Parco della Regione, in attesa da 19 mesi dei nuovi vertici. Con le «terne» scatta il conto alla rovescia per le nopmine che il presidente Marrazzo farà entro una decina di giorni. Per Adriano La Regina candidato al Parco dell'Appia, nonostante le contestazioni, è semaforo verde. Filiberto Zaratti, assessore all'ambiente propositore delle «terne», dice: «Finalmente finirà il commissariamento dei parchi regionali».

Ma intanto scoppia il temporale. Con un colpo a sorpresa infatti la Commissione Bilancio ha approvato una nuova norma che riduce i Parchi ad agenzie, azzerandone i consigli di amministrazione e passandone tutti i poteri ai direttori generali. La norma, adottata per stringere la cinghia e moralizzare gli Enti, si sta rivelando piuttosto spinosa. Perplesso l'ufficio legislativo della Regione, sul piede di battaglia le associazioni ambientaliste. Spiega Mirella Belvisi di Italia Nostra: «Ma come fanno? I parchi dipendono da una legge nazionale, che tra l'altro prevede espressamente gli enti locali...Come può una norma regionale modificare questo quadro?». Sul problema Zaratti annuncia: «Dovrà comunque passare dal consiglio regionale. Vedremo. Se necessario presenterò una proposta di legge per garantire elle comunità locali e associazionismo...».

Intanto le terne: per approvarle, superando i contrasti interni alla mnaggioranza (la Margherita contro il nome di La Regina) è stato adottato il sistema di votare per ogni parco con una singola delibera. In questo modo al momento di decidere sull'Appia (la terna prevede i nomi di Adriano La Regina, Marco Agliata e Franco Daniel) i tre assessori della Margherita e quello Udeur si sono «assentati». L'importante è che tra una decina di giorni, feste permettendo, il presidente Marrazzo potrà annunciare gli undici nuovi presidenti scelti nelle terne. Prima però le terne passeranno dalla Commissione ambiente e registreranno i pareri consultivi dei sindaci.

Nel dettaglio a parte i tre nomi per l'Appia le terne prevedono Paolo Henrici De Angelis, Giulia Collosi, Andrea Ferraretto (Tevere-Farfa), Enrico Memeo, Domenico Pelliccia, Roberta Mangiavacchi (Monti Simbruini), Gianluigi Peduto, Ascenzo Lavagnini, Luca Maria Falconi (Castelli Romani), Francesco Petretti, Ciro Pignatelli, Luigi Iovino (Roma Natura), Leandro Liotti, Aldo Dominaci, Massimo Fieramonti Monti Nevagna e Cervia), Paolo Piacentini, Luigi Bombelli, Luigi Rossi (Lucretili), Marco Di Fonzo, Fernando Petrinelli, Chiara Corradi ( Veio), Giovanni Ialongo, Daria Dell'Acqua, Paolo Giardino (Monti Aurunci), Cesare Bassanelli, Umberto Pessolano, Elena De Luca (Bracciano- Martignano), Erminia Cicione, Maria Terenzi, Antonella Cantaro (Riviera di Ulisse).

Il messaggio che Italia Nostra lancia a Marta Vincenzi è chiaro e suona più o meno così: «Caro sindaco, hai detto che vuoi riparare agli errori urbanistici della precedente amministrazione, allora dimostralo facendo qualcosa di concreto: salva dal cemento gli ultimi spazi verdi del Levante cittadino».

La lettera a firma del presidente dell’associazione Federico Valerio è stata spedita il 25 luglio e, complici le ferie, non ha ancora ottenuto risposta. L’oggetto è questo: disposizioni contenute negli articoli BA 7 e BB 7delle norme di attuazione del Puc.

Ovvero «quelle che consentono la costruzione di nuovi edifici per effetto di superficie abitativa derivante da contestuali o anticipati interventi di demolizione». In altre parole, i tanto contestati "volumi di trasferimento" previsti nelle zone BA e BB, che sono poi quelle «caratterizzate da presenza di edifici di valore architettonico e da buona qualità ambientale, destinate a mantenimento e razionalizzazione». Zona riconosciuta dagli stessi regolamenti come «nel suo complesso satura». Parliamo, ad esempio, dei numerosi interventi in corso o programmati nei terreni delle ville storiche e poi parcheggi ed edifici come quelli per via Majorana, via Rossetti, nell’antico uliveto di Quarto, e ancora in via Puggia, o tra corso Gastaldi e Ingegneria, per citarne alcuni.

Italia Nostra sostiene che, nonostante alcune limitazioni introdotte - lotto minimo e indice utilizzazione insediativa - ci si ritrova comunque di fronte a valori che sono «il doppio o il quadruplo rispetto a quello fissato per sottozone che non sono intese come sature».

Così, per «evitare che siano eliminati quasi completamente gli spazi liberi che determinano la buona qualità ambientale», Italia Nostra chiede al sindaco Vincenzi un passo ben preciso: «L’immediata adozione di una variante al Puc che comporti la soppressione o la radicale trasformazione degli articoli Ba e Bb». Un appello che Valerio e i suoi si augurano possa fermare anche quelle conferenze dei servizi estive grazie alle quali, spesso, vengono sdoganati progetti contestati (ad esempio c’è grande preoccupazione tra i residenti di Quarto che temono sia stato sbloccato il progetto di un parcheggio privato, fermato dalla Soprintendenza nel 2003, vicino a Villa Stalder). «Il problema - spiega l’avvocato Carlo Raggi di Italia Nostra - è la scelta del trasferimento di volumi. Uno strumento che evita alle amministrazioni le grane degli espropri ma che quando non è più un’eccezione provoca un forte incremento del peso insediativo». Posizioni condivise anche da Legambiente, che alla cementificazione del Levante genovese ha dedicato un accurato dossier: «Noi non siamo contro ogni intervento - spiega Andrea Agostini - Vorremmo, anzi, poter collaborare con dei privati, all’interno però di una pianificazione che tenga conto dei contesti ambientali e che prediliga il recupero alle costruzioni ex novo».

Il tema era stato anche oggetto di un duro passaggio della relazione sul paesaggio inviata al ministro dei Beni Culturali dal Soprintendente della Liguria, Giorgio Rossini, che aveva parlato di «aggressione al verde urbano del Levante. Albaro, San Martino, Quarto, Quinto, Sant’Ilario... dove ipotesi di nuova espansione edilizia innescano una perversa involuzione territoriale».

Uno sfregio dopo l’altro. Ma non paga nessuno

Enzo Ciaccio – Il Mattino, 21 agosto 2007

Abusi a destra, abusi a sinistra. E abusi in alto. E pure in basso. La terrazza crollata sugli scogli di Conca dei Marini era (ed è) letteralmente circondata da altri manufatti abusivi: eccoli, sono ancora lì, sgarri criminali alla natura, illeciti in mezzo agli illeciti, a mezzo passo dalla tragedia. Via i grandi teli, quelli che - con la scusa di proteggere i limoni - occultavano i cantieri fuorilegge. Ora resta la nuda pietra. E luccicano i sigilli, simbolo del «fermi tutti» e di uno Stato che non ce la fa ad arrendersi. Si tratta di costruzioni illegali messe sotto sequestro nei mesi scorsi dalla magistratura di Salerno dopo le indagini pazientemente effettuate via mare dagli uomini della Guardia di Finanza guidati dal capitano Alessandro Furnò e coordinati da Napoli dal comandante della sezione navale che ha giurisdizione fino a Sapri, il maggiore Giacomo D’Amico. Gli uomini delle Fiamme gialle, che fanno parte del Reparto operativo aeronautico e navale guidato dal colonnello Senese, hanno individuato in quell’area, durante i mesi scorsi, un grande solarium in cemento armato annesso a un Bed and breakfast già attivo, la nuova ala di una villa preesistente con conseguente realizzazione di nuove camere in cemento a pochi metri dal mare, una costruzione bloccata quando i lavori di rifinitura erano ancora allo stadio iniziale, un’altra villetta situata più in alto, quasi sulla strada nazionale, rispetto alla terrazza crollata. Tutto abusivo. Tutto illegale. Tutto ad altissimo rischio, pietre e cemento rubati senza criterio alla montagna sfregiata. E chi se ne importa del piano regolatore (di cui non si ha traccia) o dei vincoli della Soprintendenza (che invece esistono e restano rigorosi). Tutto sotto sequestro, con tanto di sigilli nella speranza (purtroppo assai vaga) che in tempi accettabili sarà possibile giungere a un dibattimento che consenta la sentenza. Già, ma perchè - allora - le forze dell’ordine che sono riuscite a intervenire su queste strutture illegali, stoppandone la realizzazione, nulla hanno potuto per impedire che fosse installata quella terrazza in legno di pino poi crollata seminando lacrime e lutti? Braccia allargate, di chi si sente sconsolato. Lasciano intendere gli uomini delle Fiamme gialle: «Possiamo intervenire laddove riusciamo a vedere lavori in corso. E cantieri in azione. Poco o nulla possiamo fare di fronte a una anonima terrazza in legno, di cui non conosciamo storia e connotati. Indagare? Senza elementi, è davvero complicato». Tranne il famoso Fuenti, quell’hotel abusivo diventato alla fine degli anni ’90 emblema, simbolo e fotografia di tutti gli illeciti perpetrati in Campania, nessuna struttura illegale è mai stata abbattuta qui in Costiera. Si procede a colpi di sequestro: finora ventidue, da parte delle Fiamme gialle, in questo 2007 che continua. 88 le persone denunciate, conferma Legambiente che ha studiato il fenomeno. Una cifra da brividi, 53 milioni di euro, il valore degli immobili giudicati illegali. A colpi di sequestro. Ma a ritmi burocratici che procedono al passo di lumaca. In compenso, fioccano le prescrizioni. Per scadenza di termini. E le sanatorie, che si succedono a grappoli, come ciliege avvelenate. E gli abbattimenti? Niente. Non una sola pietra dell’enorme villaggio illegale è stata buttata giù come imporrebbe la legge. Omissione inquietante. E scandalosa, visto che si parla di una delle coste più belle del mondo. I motivi di tale impotenza? Tanti. E da approfondire, perchè proprio nell’assenza degli abbattimenti si fonda, secondo gli operatori più attenti, il diffuso senso di impunità che divampa tra chi specula. «Un’impunità - sussurrano esponenti delle forze dell’ordine - che incentiva nuovi abusi e rende il fenomeno quasi ingovernabile nonostante la crescente opera di repressione». Fa notare il maggiore Giacomo D’Amico: «La costiera è lunga venti miglia. Coste alte, coperte da una fitta vegetazione. Abbiamo scovato abusi che perfino da mare risultavano quasi invisibili. A parte i famosi teloni dei limoneti, chi fa illecito ha imparato a mimetizzare perfettamente il cantiere fino a confonderlo con la montagna. Solo occhi esperti sanno guardare oltre quel che appare. Oggi? Il fenomeno mi sembra in una fase di stallo. Però state certi che, finita l’estate, riprenderanno a sfregiare la montagna. Segnalazioni di abusi? Dalla gente ce ne arrivano a valanga. E spesso ci spediscono pure le foto». Ravello è il paese più tartassato, almeno stando al numero dei cantieri sequestrati. Colpa delle sue frazioni, pare, difficilmente controllabili. Segue Amalfi, nella triste classifica. Poi Positano, dove però si annidano tanti «delitti perfetti», cioè illeciti così ben occultati che nessuno riuscirà mai a scoprire. Conca dei Marini e Furore seguono a breve distanza. «Dei tredici Comuni di Costiera - fanno notare gli uomini delle Fiamme gialle - solo pochi sono dotati di piano regolatore». Niente regole, dunque. Ciò in un’area tra le più appetite, dove un metro quadro di terreno ex agricolo arriva a costare diecimila euro. Niente regole, e - dove ci sono - facili da eludere. E così anche una piccola casetta sotto i limoni, costruita alla men peggio da piccole ditte di paese che trasportano gli attrezzi di notte a dorso di mulo o di asinello, qui si trasforma in un business da nababbi. Milionario. Anzi, ultra-milionario. E insaziabile. (1/continua)

I sigilli, l’abbandono. E lo sfregio raddoppia

Enzo Ciaccio – Il Mattino, 22 agosto 2007

«Tra il ’96 e il 2000, col sindaco di Eboli Gerardo Rosanìa, abbattemmo quasi cinquecento costruzioni abusive che avevano deturpato la pineta. Non fu facile: subimmo minacce di ogni sorta. Per alcuni giorni il litorale di Salerno venne tappezzato di manifesti ingiuriosi. Eppure, buttammo tutto giù nonostante le proteste. Da allora, nella pineta fra Battipaglia e Eboli, a nessuno più è venuta voglia di erigere case abusive». Illegalità in costiera: quest’anno i carabinieri di Amalfi hanno denunciato 190 persone, di cui 24 anche perchè avevano violato i sigilli. 105 sono finora i cantieri sottoposti a sequestro. «Fenomeno in crescita», fa sapere il capitano Enrico Calandro, che comanda la compagnia di Amalfi. «Ma di abbattimenti - aggiunge amaro - non si intravede traccia». «Già, in costiera non si abbatte. E ciò, oltre che l’ambiente, danneggia anche i Comuni che vedono intaccato il loro diritto-dovere di pianificare il territorio»: il sostituto procuratore Angelo Frattini si occupa di reati ambientali dal 1993. In questi anni ha maturato la convinzione che bisogna abbattere con determinazione tutto quel che è fuorilegge. Abbattere, senza se e senza ma. «È l’unico modo efficace - avverte - per combattere la tentazione agli abusi». Perciò ricorda con foga la famosa (e riuscitissima) operazione di Eboli, dove il Tar, il tribunale amministrativo regionale, non concesse neppure una sospensiva. E racconta: «A buttar giù i manufatti illeciti dovrebbero essere soprattutto le amministrazioni comunali, che la legge mette in condizione di poter agire seguendo un iter molto più rapido rispetto a quello giudiziario, oberato da troppe pratiche e assillato dai tempi di prescrizione che, per questi reati, sono molto ridotti». I sindaci però si giustificano: spiacenti, non è così semplice. Abbiamo pochi vigili urbani. Le sospensive incombono. E non abbiamo i soldi per abbattere. Il magistrato sorride. È una polemica garbata, però mica inedita: «I Comuni - fa sapere - possono attingere a fondi regionali. E poi, se non ricordo male, il sindaco di Eboli non ebbe remore a far ricorso a un mutuo pur di procedere agli abbattimenti. Si tratta peraltro di spese per le quali ci si può poi rivalere su chi ha commesso l’abuso». Discussioni a parte, resta un appuntamento: alla ripresa di settembre la procura di Salerno chiederà ai sindaci della costiera di partecipare, insieme alla prefettura e alle forze dell’ordine, a una riflessione comune sui temi dell’abusivismo. Così come a Salerno è stato già fatto per la lotta all’inquinamento del mare, si intende avviare un confronto serrato con i primi cittadini sul che fare, quando e come. Aggiunge Frattini: «Nutriamo molta fiducia nel satellite che la Regione Campania farà partire tra poco e nel progetto di legge che accentua le sanzioni e individua nuove ipotesi di reato. Però vorremmo capire a quale sorte sono destinati tutti quei manufatti che, sequestrati da anni, giacciono abbandonati come ruderi negli angoli più suggestivi della costiera». Già, i ruderi fuorilegge. Un obbrobrio nell’obbrobrio. Da Maiori e Minori, sulle colline e a ridosso del mare. Fino a Vietri, dove a otto anni dall’abbattimento (unico esempio, peraltro realizzato tutto a spese dei proprietari) del famoso hotel Fuenti resta un enorme buco osceno a offendere la montagna sventrata. Brutto. Orrendo. Peggio di quel che era stato costruito. Spiega Maria Teresa Mazzitelli, proprietaria del Fuenti: «Dopo aver abbattuto, stiamo lavorando al consolidamento dei costoni. Abbiamo ottenuto autorizzazione da ben diciannove fra enti e associazioni, ma finalmente il nostro progetto è esecutivo: dove c’era il Fuenti sorgerà un’enoteca, un ristorante, una zona benessere. Tutto nel rispetto dei luoghi e nell’ottica di mantenere viva la tradizione eno-gastronomica campana. Al posto della ex discoteca, invece, sorgerà un hotel a cinque stelle. Quando? Entro il 2009. E speriamo che di noi si cominci finalmente a parlare in positivo». Lontano dalla costiera, ma con l’occhio disincantato di chi conosce la materia, l’urbanista Guido D’Angelo commenta: «Abbattere? Non abbattere? Mi chiedo perchè nessuno ricordi una norma del 1987, quella che impone ai Comuni, dopo novanta giorni dalla mancata demolizione di un manufatto abusivo, di acquisire la sua proprietà al proprio patrimonio disponibile. Se la norma fosse applicata, i Comuni della Costiera risulterebbero da tempo ricchissimi proprietari di innumerevoli beni immobili. Che potrebbero affittare. O addirittura vendere al miglior acquirente». (2. Continua)

Quelle ruspe bloccate dal vortice dei ricorsi

Enzo Ciaccio – Il Mattino, 23 agosto 2007

Il record? Non appartiene ai titolari di una casa-vacanze di Praiano (duemila abitanti, due vigili urbani più uno stagionale) che, tra il 2004 e il 2006, si sono beccati (fonte: dati comunali) nove sequestri, dodici ordinanze di demolizione e tre denunce per violazione di sigilli. Il risultato? La casa-vacanze, grazie alla fitta ragnatela di sospensive, sanatorie e richieste di condono, è oggi in piena, «legittima» attività, lieta di ospitare - bed and breakfast - turisti più che soddisfatti che promettono di ritornare. Norme bislacche, comunque la si pensi, se alla fine producono simili paradossi. A quella casa-vacanze, il Comune è stato costretto a rilasciare pure il certificato di agibilità. Commenta il sindaco, Gennaro Amendola: «Se mi fossi astenuto, avrei commesso reato. Insomma, chi ha ragione qui in costiera deve spesso arrendersi alle assurdità». Costiera dei miracoli. O dei prodigi all’incontrario. Dove abbattere un abuso è ritenuto un’utopia. «Essendo di Amalfi, non ho mai fatto vacanze», ha scritto con tenerezza Gaetano Afeltra, innamorato dei suoi luoghi. I magistrati più impegnati criticano i sindaci, i sindaci più sensibili si difendono criticando le norme. Sullo sfondo, un immobilismo legislativo che, secondo molti primi cittadini, mummifica l’esistenza dei 36mila residenti nei tredici Comuni, castigandoli in un groviglio di vincoli che invece di aiutare gli onesti si rivelano spesso indistinti, anacronistici e in contraddizione fra loro. «Abbattere? Non scherziamo: prima della sentenza del consiglio di Stato - dice Antonio De Luca, sindaco di Amalfi - chi ricorre alle ruspe rischia di finire incriminato. Propongo di riformare la legge: quelli che rubano, mica possono far ricorso al Tar. Dunque, si impedisca a chi commette abuso di invocare la sospensiva. Insomma, per me va cambiata la norma. Ed è una questione di pura volontà politica». «Sì - concorda Gennaro Amendola, il sindaco di Praiano - però occorre anche snellire le procedure: nel mio municipio giacciono più di mille pratiche di condono. Negli ultimi cinque anni, ne abbiamo esaminate 400. Duecento si sono trasformate in condoni. Ma è una faticaccia. Il tempo medio dell’iter di una pratica è di otto mesi, cioè un’eternità. Qui in costiera chi commette un abuso sa di avere a disposizione almeno tre anni di tempo prima di essere chiamato a risponderne. Un ricorso al Tar si discute non prima dei due anni. In sei anni da sindaco, non sono riuscito a effettuare nemmeno una demolizione. Ho avviato tre importanti procedimenti di abbattimento, ma il Tar me li ha bloccati. Ci vuole una politica sovracomunale, propongo che la Regione costituisca un Commissariato straordinario per le demolizioni in costiera. Altrimenti, i casi come quello della succitata casa-vacanze o dell’hotel Tritone sono destinati a moltiplicarsi». L’hotel Tritone? Perchè questo esempio? E che vuol dire? Spiega il sindaco Amendola: «Quella struttura, dal 1996 a oggi, ha incassato ben diciannove ordinanze di demolizione, ma senza alcun esito. È lui il vero recordman della Costiera: tra i soci, di minoranza, c’è anche il consigliere regionale e presidente della commissione per la riforma dello statuto, Salvatore Gagliano, che è stato anche sindaco qui a Praiano per sei anni». «Diciannove ordinanze? Ah sì? Non credevo che fossero tante. A me sembra un numero esagerato. Mi scusi, ma mi viene proprio da sorridere...». Lui, il consigliere Gagliano, non appare turbato dalle accuse e dalle cifre. Nè sorpreso: «Anzi - spiega - me lo aspettavo: a Praiano oggi c’è un sindaco comunista che ce l’ha con me, e non solo perchè sono schierato con Alleanza nazionale». Scusi, ma diciannove ordinanze di demolizione sembrano davvero tante. O no? «Tutti gli alberghi e le case della zona vivono simili condizioni, cioè sono in perenne diatriba per le sanatorie o i condoni. Il Tritone ha storia antica, c’è da cinquant’anni. Dunque: 19 ordinanze in 50 anni. Mi pare una media accettabile. Non scherzo. Di sicuro, è più bassa rispetto a quel che possono vantare tante altre strutture che operano in zona». Insomma, è dunque questa la «normalità» in costiera? «No no, attenzione: sto dicendo che la storia dell’hotel Tritone è legittima al 90 per cento. E che quella di tanti manufatti edificati nei dintorni è al 90 per cento illegittima. Perciò, non mi scandalizzo. Nè faccio demagogia. La Regione usi una buona volta i poteri che ha. Se si decide di abbattere, si abbatta tutto quel che c’è di illecito. A cominciare, per esempio, dall’abitazione del papà dell’attuale sindaco di Praiano». Come si dice? Chi è senza peccato... «Qui in Costiera, mi creda, nessuno è senza peccato». E incalza, Gagliano. Sorridendo: «Vogliamo parlare dell’Auditorium a Ravello? O dell’approdo turistico previsto a Praiano in zona 1 A, cioè in un’area inedificabile? C’era perfino il parere favorevole della Sovrintendenza, che in troppi considerano vangelo. Era stato già appaltato, l’ho fatto bloccare. La verità è che sette anni fa, da sindaco, ho adottato il piano regolatore. Forse è questo che dà fastidio». (3.Continua)

Da rudere a villa in una notte

Enzo Ciaccio – Il Mattino, 24 agosto 2007

L’abuso più subdolo è quello fra le mura di casa. Perchè è invisibile. Da terra, da mare, da cielo. È meno che un’ombra. Che inganna, imbroglia, gioca a nascondino. «Un mese fa abbiamo sequestrato un immobile di 180 metri quadri. Valore: un milione di euro. I proprietari avevano ottenuto il sì alla ristrutturazione, ma solo per 36 metri quadri. Tutto il resto, era puro arbitrio»: il capitano Enrico Calandro comanda la compagnìa dei carabinieri di Amalfi. Fra un blitz e l’altro, qui sulla costa dei pirati, racconta di operai che scendono ai cantieri di notte a dorso di asinello, di cantieri in cui si lavora di sabato e di domenica, da mezzanotte all’alba, di manovali che alla vista delle forze dell’ordine se li mastica il buio e li ritrovi voilà al primo sole fra i vigneti, impupazzati da contadini, a far finta di vendemmiare. Formichine aumm aumm. Termiti devastanti. Maghi nell’uso delle cariche esplosive. E dei martelli pneumatici, con cui squarciano la roccia calcarea per rubacchiare spazi alla natura. Ma quale analisi del suolo. Ma quale progetto. E ben conoscono le vie di fuga, fra limoneti e terrazze, camaleonti di mezza costa dalla pelle color montagna. Godono di complicità. Di silenzi. Di protezione. «Eppure - spiega il capitano - trattasi di piccole ditte locali, di poveracci senza pretese però abilissimi a tirar su quattro mura in fretta e furia. Meglio se dotate di palestra, piscina e solarium sugli scogli». «Sì, ma la verità è che qui siamo imbalsamati - contesta Antonio De Luca, sindaco di Amalfi - ai miei concittadini è vietato dotarsi perfino dell’ascensore che conduce al cimitero. Per poter riparare un pavimento, debbono aspettare 70 giorni. Se c’è infiltrazione, ci si allaga». De Luca è come un fiume in piena. E denuncia: «Sono il proprietario dell’hotel dei Cappuccini: per ottenere il sì al restauro conservativo ho impiegato dieci anni. Tempi da incubo, è normale che si diventi abusivi. Mi vietano di costruire le strade interpoderali, costringendo gente anziana a non poter uscire di casa. Dicono no pure ai parcheggi in roccia. Però il ministro Pecoraro Scanio in costiera viene in elicottero. Croazia, Grecia, Spagna: lì vigono legislazioni meno ossessive. Spiegatemi: perchè - se affitto una villa ad Amalfi - non può essere dotata di piscina? Quale sarebbe il reato? Con simili vincoli, non sarebbe stato possibile costruire nemmeno il Duomo». C’è chi ha calcolato che un’opera pubblica in costiera ha bisogno di sedici autorizzazioni per poter partire. Troppe. E magari mancano quelle più efficaci. A non mancare invece sono le contraddizioni. Il sindaco De Luca racconta che ad Amalfi per i parcheggi in roccia c’è il no della Regione Campania e il sì della Sovrintendenza. Per la strada alternativa al centro storico, invece, c’è il sì della Regione e il no della Sovrintendenza. «Io mi sento crocefisso - confessa Domenico Marrone, che il sindaco lo fa a Positano - ho impiegato quattro anni per completare l’ultimo abbattimento, svuotando le casse comunali. Alcune procure sequestrano i servizi igienici delle case illegali rendendole inabitabili: perchè qui ciò non accade? D’inverno, quando gli abusivi impazzano, posso contare su cinque vigili. Spesso, con i riposi, in servizio ce ne sta uno solo». Vincoli eccessivi? «Sì - ammette Marrone - ma grazie ai piani particolareggiati farò presto in modo che sia meno difficile effettuare i piccoli ampliamenti. Lo sa che nel mio paese ci sono cooperative edilizie che aspettano il via libera da trent’anni?». «Il vero nodo - spiega Alfonso Giannella, sindaco di Vietri - per me è nei piani regolatori. Quando esistono, sono troppo vecchi. Il nostro conta dieci anni, va aggiornato». Nove chilometri quadrati, sette grandi frazioni, novemila abitanti: a Vietri operano undici vigili urbani, e pazienza se d’estate la popolazione cresce di tre volte. È a Vietri che nacque l’hotel Fuenti, è qui che fu abbattuto. Sindaco, a quando la riqualificazione dell’area? «Spero al più presto. Quella montagna ferita suscita angoscia e rabbia». «Io ce l’ho con i condoni: rappresentano una vera e propria istigazione a delinquere - sbotta Raffaele Ferraiuolo, ex sindaco di Furore e presidente della Comunità montana - basta col perdonismo, dunque. Dateci più tecnici e ben preparati. A Furore, 900 abitanti in collina, siamo finalmente riusciti a frenare l’esodo verso le Americhe, la Germania, l’Inghilterra. Grazie al turismo, che finalmente decolla. Attenti, vi dico: il non fare nulla, in una zona rurale, può generare più abbandono e disastri di chi commette abusi. Sarebbe utile un ente intermedio, capace di fare da cerniera tra Regione e Comuni: ma che fatica farsi ascoltare». «A me - confessa Gennaro Amendola, il sindaco di Praiano - preoccupa il fenomeno delle case-vacanza: proliferano clandestine, sfuggendo ai controlli urbanistici, fiscali e sociali. Perciò non esistono più case da destinare alle giovani coppie. E non parliamo delle ville in affitto: si va dai 4mila euro a settimana fino a cifre inimmaginabili». «No, non mi va affatto - dice il sindaco di Ravello, Paolo Imperato - che se la prendano tutti con noi primi cittadini. Rivisitiamo le norme, acceleriamo le procedure. Ma per favore, distinguiamo i diversi gradi di abuso. Altrimenti, sparando nel mucchio, restiamo tutti in balìa del caos». (4. Fine. Le precedenti puntate sono state pubblicate il 21, 22 e 23 agosto)

«Adesso serve uno choc. L'Unesco vada via dalla Costiera»

Intervista a Vezio De Lucia di Gabriele Bojano – Corriere del Mezzogiorno, 21 agosto 2007

«Gli appelli alla fine non servono molto. C'è bisogno di qualcosa di più, di uno scatto di coscienza collettivo. Ma anche di uno choc forte, il nostro Paese ormai reagisce solo di fronte a cose clamorose. Ecco, anche revocare alla Costiera amalfitana il riconoscimento Unesco di Patrimonio Mondiale dell'Umanità secondo me può essere utile. Perchè l'Unesco deve continuare a tutelare un bene che le istituzioni pubbliche non mostrano di apprezzare? Anzi, mi auguro proprio che ciò succeda. Come dicevano i latini: oportet ut scandala eveniant, è necessario che gli scandali avvengano».

Di fronte alla tragedia annunciata del crollo della terrazza abusiva di Conca dei Marini, Vezio De Lucia non può non sottolineare lo sdegno e l'amarezza per tutto ciò che in questi anni non è stato fatto per la tutela ambientale della Costiera amalfitana e sorrentina. C'è sconforto dall'alto della sua esperienza di urbanista sensibile alle ragioni del territorio che diventa rabbia quando parla da redattore di un piano urbanistico territoriale per la Costiera rimasto per 20 anni perfetto sulla carta.

Professore, lei dieci anni fa firmò con altri intellettuali un appello per salvare la Costiera dall'abusivismo edilizio

«Già, sono trascorsi dieci anni e purtroppo nel frattempo la situazione è peggiorata, l'abusivismo si è sviluppato con un ritmo vertiginoso ».

Di chi è la colpa?

«C'è latitanza da parte di Regione, Provincia e Comuni che dimostrano assoluta insensibilità verso questo territorio. Se ne infischiano tutti, questa è la verità. Devono succedere i disastri come quello di Conca perchè si ponga finalmente mano ad una riflessione».

Eppure non fu lei a redigere nel 1987 il Piano Urbanistico Territoriale che aveva tra gli obiettivi il no secco all'abusivismo edilizio visto come fenomeno criminale?

«Sì, è stato l'unico approvato con legge regionale, nel 1987, due anni dopo la legge Galasso. Era un piano paesistico rigorosissimo, perfetto. Prevedeva anche interventi alternativi alla viabilità, come la realizzazione di funicolari».

Mai attuato?

«No, la politica che avrebbe dovuto realizzarlo e sostenerlo con un'azione continua di controllo e di repressione si è ben guardata dall'attuarlo. Basti pensare che ancora oggi la maggioranza dei comuni della Costiera è priva di piano regolatore. È mancata la volontà precisa di operare in questa direzione, anzi non si è persa occasione per derogare da quel piano».

È un'accusa ben precisa la sua. Può farci un esempio che dà la dimensione di questa deregulation?

«Il caso più clamoroso è l'albergo realizzato a Pozzano, a Castellammare, al posto del cementificio».

Un mostro come quello di Alimuri?

«Non mi parli di Alimuri, per cortesia. Quella è una falsa repressione, è un'opera che andava demolita e basta. La strada della compensazione va a sostegno della proprietà, degli interessi peggiori».

Torniamo agli abusi edilizi in Costiera. Qui non è la criminalità organizzata a costruire...

«Non cerchiamo sottigliezze sociologiche, crimini sono gli abusi nel Napoletano, espressione diretta della malavita, crimini sono quelli compiuti in Costiera dai professionisti con l'aura di persone apparentemente rispettabili. Anzi, questi sono ancora più gravi».

E perché?

«Perché è grave vedere come ci sguazzano in queste situazioni la società borghese e i ceti professionali».

Riproporrebbe oggi un appello per la tutela della Costiera?

«È probabile che si rifaccia, anche se alla fine gli appelli non servono molto. Ci vorrebbe invece uno scatto di indignazione da parte della società civile, una reazione collettiva di rifiuto ad accettare la devastazione di un bene comune di tale importanza ».

Qualcuno teme che dopo il disastro di Conca la Costiera possa perdere il riconoscimento di Patrimonio Unesco. È possibile?

«Mi auguro che succeda una cosa del genere. C'è bisogno di uno choc forte per reagire. Troppo poco gli interventi dei carabinieri e di qualche magistrato. E anche voi della stampa potete fare di più».

In che modo?

«Se ci fosse un martellamento quotidiano, non un'azione affidata solo al fatto di cronaca, a quella che Antonio Cederna definiva 'notiza, maledetta notizia'. Ecco, mi piacerebbe una rubrica fissa: 'vediamo cosa succede in Costiera'».

«L'abuso edilizio? Per la borghesia ormai è un vanto»

Intervista a Diego Marmo di Antonio Fiore – Corriere del Mezzogiorno, 22 agosto 2007

NAPOLI — «E' dagli anni Sessanta che sento dire che in Campania il pericolo è rappresentato dalla criminalità organizzata. Il che è sacrosanto, ci mancherebbe. Ma non vorrei che tutto questo tuonare contro la camorra ci impedisse di accorgerci che abbiamo a che fare anche con una criminalità delle persone cosiddette "perbene", e che comunque non hanno niente a che fare né con la macro né con la microcriminalità». L'intervista con l'urbanista Vezio De Lucia sul tema degli abusi edilizi pubblicata ieri sul «Corriere del Mezzogiorno » sollecita le riflessioni di Diego Marmo, capo della Procura di Torre Annunziata: «Sì, è vero. Soprattutto in Costiera l'abuso è commesso non certo dai clan ma da albergatori, oppure da professionisti che hanno lì la seconda o terza casa e che la utilizzano a fini speculativi, non certo abitativi».

Tutte persone considerate «rispettabili», dice De Lucia.

«Certo. Ma bisogna tener conto che tutti questi reati non possono essere il "do di petto" di un singolo, ma nascono da accordi, amicizie, disattenzioni, connivenze».

Connivenze con chi?

«E' evidente: con la pubblica amministrazione. Andiamo: luoghi come la Costiera sorrentina o amalfitana dovrebbero e potrebbero essere guardati a vista e monitorati ogni giorno».

E infatti, tra breve tutta la Campania sarà sotto il costante monitoraggio del satellite, non la farà franca nemmeno un tramezzo abusivo.

«Come se in Costiera occorresse il satellite. Basta una barchetta per perlustrare il litorale, o una passeggiata a piedi per accorgersi delle centinaia di abusi. Né si tratta di abusi "arrangiati", tirati su in fretta, in qualche caso si tratta addirittura di costruzioni di un certo pregio, fatte quasi per farsi notare. E'evidente, dunque, che tutto ciò non può realizzarsi senza una rete di...»

Di omertà?

«Chiamiamola una rete di disattenzione. Anche perché questi edifici, una volta realizzati, hanno bisogno di acqua, di elettricità. E certo i proprietari non possono connettersi da soli, ma hanno ovviamente bisogno di entrare in contatto con la pubblica amministrazione per stipulare i necessari contratti».

Mi faccia qualche esempio di amministrazioni «distratte».

«Il sistema è molto esteso. Ma basterebbe cominciare a fare più attenzione ai dettagli: che so, evitare che nel tale Comune la carica di assessore all'edilizia sia ricoperta proprio da un geometra molto attivo nel campo delle costruzioni... Ma mi preme soprattutto esprimere una preoccupazione: non vorrei che appelli nobilissimi e apprezzabili come quelli recenti del cardinale Sepe o del prefetto Pansa vengano utilizzati dalla borghesia come alibi: tutti uniti contro il pericolo criminalità organizzata (che esiste eccome), ma poi ognuno continua a farsi i fatti propri. Sono il primo a battere le mani al cardinale Sepe quando invita la classe dirigente a uscire dai palazzi: ma facciamolo per stigmatizzare il comportamento delle persone cosiddette "perbene", altrimenti è pura retorica».

Lei sta dipingendo una borghesia perennemente dedita all'abuso edilizio.

«Guardi che l'abuso edilizio è solo una parte delle illegalità che vengono quotidianamente commesse "insospettabili", e che mai potrebbero essere ascritte alla categoria "camorrista". Solo per parlare dei casi più recenti di cui il mio ufficio si è occupato, basta citare l'inquinamento ambientale causato dalle autobotti cariche di rifiuti speciali che hanno sversato direttamente a mare a Piano di Sorrento: gli autori erano tutte persone incensurate, senza alcun legame con la malavita come la intendiamo comunemente. E le piccole fabbriche dove si lavora il pomodoro che scaricano i loro rifiuti nelle fogne collettive? Sono tutte di artigiani incensurati, mica di sanguinari boss. E il caseificio di Agerola che usava il cemento per dare colore e consistenza alla ricotta? E i ristoratori che congelano, scongelano e ricongelano i prodotti non utilizzati? Altro che camorristi. E le morti bianche, un flagello ormai quotidiano? Morti di camorra? No. Conseguenze atroci di una serie di reati che, purtroppo, non scandalizzano più nessuno. E che spesso non vengono percepiti come "colpe" né da chi li commette, né da chi li apprende dai giornali o dalla tivù».

Così l'abusivismo è vissuto e giudicato come un peccato veniale.

«Lei è ottimista. Uno che riesce a farla franca e a tirare su una bella casa con vista panoramica vede aumentare la considerazione attorno a sé. Viene ammirato come una persona furba, intelligente, uno che ci ha saputo fare. Una volta, con uno che aveva commesso una illegalità, i bravi borghesi evitavano persino di prendere un caffè. Adesso, invece, chi infrange la legge è circondato dalla stima e dal rispetto generale».

Anche perché quasi mai gli abusi vengono individuati in tempo. E ancor più di rado vengono puniti. Un caso eclatante e «esemplare » alla rovescia è il recente accordo tra Stato, Regione e privato sull'ecomostro di Alimuri, che ha suscitato molti dubbi e perplessità per le troppe "garanzie" offerte a chi l'abuso lo ha commesso. E intanto l'ecomo stro resta lì, alla faccia di chi ne chiede l'abbattimento immediato come segno di «tolleranza zero» verso simili reati contro l'ambiente.

«Su Alimuri abbiamo in Procura un fascicolo aperto poiché la vicenda ricade nel territorio di nostra competenza, dunque non posso esprimere opinioni. Posso solo dire che i tempi della magistratura non coincidono con quelli della politica. O con quelli che dovrebbero essere i tempi della politica».

«Sono fenomeni dolosi e basta, è in azione una banda di criminali». Qualcosa deve aver convinto il sindaco di Montecorice, Flavio Meola. «L´altroieri notte sono partiti quattro o cinque focolai contemporaneamente». Come dargli torto. Lo scempio comincia sulla statale 18, la strada dei caseifici e dei mucchi di sterpaglie e rovi a cui nessuno fa manutenzione. Benvenuti nel Cilento. Anzi, forse è meglio che ci torniate l´anno prossimo. Un´estate di roghi l´ha distrutto, e si comincia a vedere proprio da qui. Bruciati i punti più panoramici di Agropoli, fuoco alle porte di Santa Maria di Castellabate, fiamme sulla collina del Cenito, la spina dorsale di Punta Licosa che corre lungo la strada provinciale che collega San Marco di Castellabate a Ogliastro, fino a Case del Conte, Ripe Rosse. E ieri pomeriggio anche a Teggiano e a Pollica, sul Monte Stella, sono intervenuti un elicottero e un Canadair. Intanto i carabinieri e la Forestale vanno in perlustrazione a cercare tracce dei piromani, ma al momento, niente di nuovo: la Procura di Vallo della Lucania ha aperto un´inchiesta.

Il Cenito è stata la miccia che ha dato fuoco a Vallone Alto e Licosa. Al posto di querce, olivi, ettari di macchia mediterranea, rovine fumanti proprio sulla provinciale, la strada che nel Parco del Cilento - dove niente si potrebbe costruire - in quest´ultimo anno detiene il record dell´edilizia. Un enorme supermercato, melense villette in stile pseudo-rurale, scheletri di case che sorgeranno in pochi giorni e molto altro. Due anni fa era verde ovunque. Anche di questo si è parlato nella riunione straordinaria che si è tenuta ieri mattina nella sede di Vallo della Lucania dell´ente Parco del Cilento, alla quale hanno partecipato il commissario Giuseppe Tarallo, il vicepresidente della giunta regionale Antonio Valiante, l´assessore all´Agricoltura della Regione Andrea Cozzolino, il commissario del parco del Vesuvio Amilcare Troiano, il responsabile del Coordinamento territoriale ambientale Angelo Marciano e i sindaci dei comuni colpiti dagli incendi. «Intensificare la vigilanza è la priorità delle priorità, per evitare altre giornate di fuoco», dice Cozzolino. Eppure il parco aveva speso anche soldi per la vigilanza. Enzo Durazzo, proprietario di un ristorante, indica le torrette di avvistamento sulla collina del Castelsandra, un punto strategico per la prevenzione degli incendi: «Le hanno installate dieci anni fa, ma non ho visto mai nessuno salirci». Giovanni Brondi, bresciano in vacanza, fa un paragone con la Corsica: «Hanno camionette sparse nel verde con personale che tiene d´occhio il territorio con un binocolo. Quando danno l´allarme, il Canadair arriva in dieci minuti». «Sono arrivati in tanti - prosegue un altro ospite della tenuta di Licosa - ma purtroppo nessuno li coordinava». In qualche caso l´ha fatto chi era in vacanza. Come l´ingegnere Gino Sperandeo, che ha guidato i soccorritori a Vallone Alto indicando possibili bocche d´acqua: «Non ne esistono se non nelle proprietà private e si potevano usare solo quelle di chi possedeva un serbatoio perché l´acqua mancava. Nel parco non ci sono neppure i percorsi: molti erano costretti a fermarsi». La sorveglianza è un problema tragico che nessun parco nazionale sente come questo: proprio vicino al cancello che segna il confine del percorso naturalistico Vallone Alto-Punta Licosa, c´è chi si sta costruendo la casa con discesa al mare dietro una recinzione di edera finta. Dopo aver cementato sulla spiaggia demaniale, ha piazzato una roulotte dove poi ha coperto e ha costruito un terrazzamento con pali di pino come a Furore, dove nei giorni scorsi è crollata proprio una pedana del genere. All´assessore competente sono arrivate varie denunce, ma il lungo e furbo lavoro degli abusivi continua indisturbato.

Il Day after del Cilento ha visto anche il governatore Bassolino di nuovo al telefono con Bertolaso e con il prefetto Pansa, che coordina i prefetti della Campania, questa volta per chiedere i rinforzi nel Vallo di Diano: i gravi roghi di Teggiano, Padula e dintorni. Il dramma degli incendi ha toccato la costa ma anche l´interno: tre persone sono state ricoverate per intossicazione ieri a Perito; si erano rifiutate di lasciare l´abitazione al momento dell´allarme. Continuano i disagi: 20 famiglie di Montecorice hanno passato la notte in una scuola. In tutto il territorio colpito chi aveva preso in affitto casa ha dormito in albergo. Molti hanno trascorso la notte con i loro cani in macchina. La Statale 267 è stata chiusa più volte in giornata per la caduta di massi dalle colline.

L’Italia brucia ancora. L’Italia brucia sempre. Brucia coi governi di centrodestra e brucia coi governi di centrosinistra. Nazionali e regionali. Gli incendiari sono in qualche caso degli psicolabili, dei drogati, dei ragazzi in cerca di emozioni sensazionali, dei pastori a caccia di nuovi pascoli o (è successo più di una volta) dei forestali stagionali. I quali credono così di garantirsi alcuni anni di lavoro nel rimboschimento. Ma spesso questi killer dei boschi sono manovali di una criminalità che non si rassegna a non poter costruire quello che vuole nelle zone paesaggisticamente protette, nei pressi dei parchi, nazionali e regionali, o persino dentro gli stessi.

Non a caso la legge n.353 contro gli incendi, fortemente voluta dal governo di centrosinistra nel 2000, stabilisce questa serie di divieti: per dieci anni sulle aree percorse dal fuoco non si potrà - sempre che sia permesso dai vincoli di altro genere - costruire alcunché, non si potrà modificare la destinazione d'uso dei terreni, non si potrà cacciare e nemmeno pascolare, mentre per cinque anni non si potranno effettuare lavori di rimboschimento a meno che non li autorizzi espressamente il Ministero per la tutela dell'Ambiente. Evidentemente questi sono stati individuati come gli interessi corposi che più frequentemente armano la mano degli incendiari (a parte una piccola quota di roghi soltanto colposi). Per entrare in vigore, quelle sacrosante misure hanno però bisogno di uno strumento: il Catasto delle aree andate a fuoco. Senza il quale gli interventi di legge e quelli preventivi non sono possibili, o risultano difficili.

Ora, di fronte ai nuovi roghi omicidi di Sicilia, il ministro della Difesa, Arturo Parisi, reitera l'assicurazione, fatta, se non erro, già un mese fa per l'incendio criminale di Peschici nel Gargano, di inviare l'esercito, la marina e altri corpi. Tutto serve per un più attento controllo del territorio, ma, personalmente credo che due altre cose andrebbero fatte subito, senza perdere un minuto: 1) risolvere la crisi ormai annosa di un corpo straordinario come quello dei Vigili del Fuoco, i quali lamentano invece vuoti di organico assai gravi, una mancanza desolante di mezzi finanziari e tecnologici, oltre a remunerazioni inadeguate; 2) penalizzare da subito i Comuni e le Regioni che non si risolvono a realizzare il Catasto delle zone percorse dal fuoco, oppure affidare ai prefetti - come ha proposto il responsabile della Protezione civile, Guido Bertolaso, con l'assenso dello stesso Wwf Italia - quel compito strategico, purtroppo disatteso o trascurato. Non so se per ignoranza o connivenza.

Il centrodestra ha infatti attizzato, in queste ore, una polemica politica (diciamo così) anche sugli incendi, in effetti eccezionali, di questa estate 2007, accusando il governo Prodi di una certa sottovalutazione e inerzia. Per la verità, le Regioni, più minacciate dalle fiamme, nelle quali il Catasto delle zone incendiate è in vigore da anni e dove meglio si è contrastato il barbaro fenomeno dei roghi sono la Liguria (i cui Comuni si sono già dotati del Catasto per oltre l'85 per cento), la Toscana, la stessa Campania, sia pure di recente e però con l'apposizione di oltre 48.000 vincoli. Mentre appaiono tuttora in forte ritardo la Calabria, per anni governata dal centrodestra, e la Sicilia di questi ultimi terribili roghi, dove il centrodestra è al potere da decenni.

Nell'estate del 2006 queste due regioni hanno assommato circa un terzo di tutti gli incendi boschivi d'Italia, con le fiamme che sono dilagate per oltre il 60 per cento dei Comuni in Calabria e per oltre la metà in Sicilia dove le fiamme degli ultimi giorni sono divampate da Messina a Palermo lambendo e assediando centri importanti come Cefalù, con tre morti, per ora, e vari ustionati. Sono le stesse regioni dove in passato non si è voluto adottare alcun piano paesaggistico in forza della legge Galasso del 1985 e dove gli scempi hanno da tempo raggiunto la forma di un vero e proprio «suicidio» collettivo.

Perché l'Italia è il Paese degli incendi? Perché l'Italia è il Paese della speculazione edilizia più bieca e diffusa, con l'abusivismo tornato a galoppare dopo lo sciagurato condono berlusconiano e quindi con l'aspettativa di altre sanatorie di massa. Perché l'Italia è il Paese nel quale la legalità ha raggiunto, almeno nell'Europa sviluppata, il livello più basso di garanzia degli onesti, soprattutto in talune regioni purtroppo. Perché il patrimonio pubblico, collettivo, i beni di tutti gli Italiani vengono considerati, oggi come e più di ieri, beni disponibili per gli usi e gli abusi più privati e addirittura personali.

Perché i venti Parchi Nazionali e le decine di Parchi Regionali e di oasi o aree protette vengono tuttora percepite da una parte della popolazione come una indebita intrusione pubblica in affari privati che si collegano all'edilizia, alla caccia, al pascolo o ad altro, ma soprattutto al cemento. E non invece come una enorme occasione per la salute fisica e mentale di tutti, per la conservazione delle biodiversità e pure per una economia alternativa di assoluto spicco basata sul turismo ambientale e culturale, sui prodotti del bosco e del sottobosco, sulle attività ecocompatibili, agricole, pastorali, artigianali, ecc. Ieri a Torre Guaceto, nel Brindisino, hanno finito di bruciare circa 100 ettari di macchia mediterranea della preziosa riserva del Wwf. «Un incendio sicuramente doloso», ha commentato il suo presidente, «Un puro atto di vandalismo. Qui infatti non si potrà mai costruire».

Molti anni fa il direttore che mi assumeva, Italo Pietra, strenuo difensore della montagna e dei boschi, mi disse: «Tu sei giovane e quindi ottimista. Ma credi a me: questo è un Paese di cretini. Esauritesi certe élites che ancora tirano e una certa saggezza contadina, verrà fuori il peggio...». Di fronte a questa ripresa di massa degli incendi, soprattutto nel Sud, e di fronte alla devastazione quasi generalizzata, a forza di villettopoli, fabbricopoli e simili, del nostro incomparabile paesaggio (che Goethe considerava opera «di artisti e quasi una seconda natura dell'Italia»), devo riconoscere che il suo pessimismo aveva molte ragioni di esistere: un Paese di cretini, barbari per giunta.

«Gli scempi aumentano con progressione geometrica, la situazione è uscita da qualsiasi controllo e accentua la divaricazione tra amministratori e amministrati». Gli ultimi due casi, il progetto di villaggio turistico ai piedi del borgo medievale di Campiglia Marittima e il piano di ampliamento dell’aeroporto senese di Ampugnano, spingono Alberto Asor Rosa ad una nuova, durissima, presa di posizione. E’ un attacco frontale alle amministrazioni locali, accompagnato da richieste precise. Al ministero del beni culturali, Asor Rosa - che parla a nome della Rete toscana dei comitati per la difesa del territorio - chiede di porre il vincolo come è stato fatto per Monticchiello in modo da scongiurare la «villettopoli» di Campiglia Marittima. Alla Regione e alla Provincia di Siena, il leader dei comitati chiede di intervenire per evitare «lo scempio dell’inutile aeroporto di Ampugnano».

Fanno impressione i toni forti dell’intervento, che mostrano allarme da ultima spiaggia e rabbia da promesse tradite. «Gli scempi territoriali e urbanistici aumentano in Toscana con progressione geometrica, producendo effetti devastanti» esordisce lo scritto del leader del movimento. «Non si tratta più di casi isolati, come fino a qualche mese fa ci si era proposti di far credere, allo scopo di circoscrivere la protesta. Si tratta invece di una catena quasi ininterrotta di eventi, testimonianza di un’aggressione spietata, che non trova ostacoli, anzi spesso collusioni e appoggi, nelle amministrazioni locali». Ciò che ha fatto sobbalzare sulla sedia il professore, sono «gli ultimi due casi emersi in questi giorni». Quello di Campiglia Marittima e l’altro di Ampugnano, appunto, che per il professore sono «scempi» progettati che vanno assolutamente evitati.

Il primo caso, quello di Campiglia Marittima - ricostruisce Asor Rosa - appartiene alla classe dei fenomeni degenerativi, che il ministro dei beni culturali, Francesco Rutelli, ha recentemente definito "villettopoli". Si tratta infatti di un progetto per la realizzazione di 51 mini appartamenti in grado di occupare, con i servizi, ben più di 25.000 metri quadrati del tutto visibili dall’antica Rocca di Campiglia, il quale rappresenterebbe un intollerabile lesione di un territorio assolutamente prezioso e da conservare totalmente; anche per la sovrastante presenza dell’altra Rocca di San Silvestro». Il leader dei comitati boccia anche il progetto di ampliamento dell’aeroporto di Siena. «Il caso dell’aeroporto di Ampugnano - afferma infatti Asor Rosa - appartiene al novero delle così dette grandi opere d’interesse pubblico il cui effetto in realtà è di apportare benefici nulli e di provocare inauditi disastri ambientali. La vicenda genera legittime preoccupazioni nella popolazione locale che rischia di subire passivamente la mercificazione del proprio territorio in nome di interessi non condivisi».

Giudizi lapidari sui due progetti, ai quali Asor Rosa fa seguire una allarmata riflessione generale. «Di fronte al moltiplicarsi di fenomeni di tale natura - scrive il professore - lecita è la valutazione che siamo di fronte ad una situazione uscita da qualsiasi controllo. In tal modo si accentua la divaricazione ormai endemica tra amministratori e amministrati e fra politiche di bassa cucina e interessi strategici autentici dell’ambiente toscano e nazionale». Quindi, a nome della Rete toscana dei comitati, Asor Rosa chiede «il pronto intervento del ministero dei beni culturali, perché, come accadde opportunamente a Monticchiello, sia apposto il vincolo tale da impedire tempestivamente la creazione di una nuova "villettopoli"». E invoca «il pronto intervento della Regione Toscana e della Provincia di Siena, perché, tornando sugli orientamenti in qualsiasi modo già espressi, evitino lo scempio dell’inutile aeroporto di Ampugnano». Infine una promessa: «La Rete toscana è comunque impegnata a fare anche di questi due casi emblematici delle vere e proprie bandiere nazionali, da sostenere con i mezzi più efficaci dell’informazione e dell’agitazione».

Nella crisi innescata dai mutui subprime statunitensi vengono a galla - tra gli altri - due movimenti di lungo periodo decisamente contraddittori: la diminuzione del potere d'acquisto dei salari e l'incremento forsennato del numero dei proprietari della casa d'abitazione. Movimenti tanto più contraddittori se innestati - com'è avvenuto - con la (quasi) continua rivalutazione di prezzo delle case e il diffondersi della precarietà lavorativa (incompatibile, a prima vista, con l'indebitamento di lungo periodo proprio di un mutuo).

Sull'impoverimento relativo dei lavoratori dipendenti nel mondo occidentale - a far data quantomeno dal 1989 - basti pensare al fatto che ancora negli anni '70 la famiglia standard riusciva a vivere anche se monoreddito, mentre ora gli stessi livelli di vita sono possibili solo se i redditi sono almeno due. Eppure sempre più famiglie sono state «costrette» a diventare «proprietarie». In Italia sono ormai l'80%, mentre negli Stati uniti raggiungono il 70 (ma solo il 50% nel caso di famiglie nere o ispaniche). E proprio gli Usa forniscono l'esempio più chiaro. Due terzi di questi «proprietari» sono alle prese con un mutuo ipotecario. Proprietari precari, insomma.

Nel corso degli anni molto è cambiato. Fino agli anni '90 la concessione di mutui era quasi un'esclusiva delle tre agenzie controllate dal ministero del tesoro (Fannie Mae, Freddie Mac, Ginnie Mae), che avevano adottato criteri assai restrittivi per l'erogazione (garanzie, tetto massimo di 417.000 dollari, documentazione). Poi questo «mercato» è stato aperto ai privati, che hanno immediatamente «liberalizzato» i criteri per la concessione (garanzie zero, continuità di reddito improbabile, abolizione del tetto massimo, ecc), avviando una furibonda concorrenza sia con le agenzie «pubbliche» che tra di loro (piani di ammortamento squinternati con rate basse all'inizio per invogliare i clienti, documentazione zero). Naturalmente queste società finanziarie non erano costituite da novelli Robin Hood che dispensavano soldi a vanvera, ma da prudenti speculatori che «cartolarizzavano» ogni credito in modo da garantirsi da qualsiasi insolvenza altrui. I soloni del capitalismo di casa nostra chiamano questa pratica «ripartizione del rischio» e ne lodano «l'efficenza». In teoria non avrebbero torto. Ma dimenticano di tenere nel giusto conto l'elemento «quantità», che pure - in economia, soprattutto! - appare decisivo. Se un soggetto di mercato «ripartisce» altrove un debito, non succede nulla. Se lo fanno alcuni milioni, ci ritroviamo tutti indebitati. Tanto più se, com'è avvenuto, la via della cartolarizzazione è la strada obbligata di ogni fusione-acquisizione societaria è il leverage buyout: letteralmente, «acquisizione con capitale di prestito». Ossia a debito.

In Europa siamo leggermente in ritardo, ma non troppo (avete presente le nuove formule per «un mutuo anche se sei precario»?). Ma soprattutto abbiamo dovuto abolire (non ancora in Francia o Germania, però) l'edilizia pubblica, in modo da creare coattivamente una domanda supplementare di case che potesse da un lato far esplodere i prezzi e dall'altro obbligare gli aspiranti proprietari ad entrare in banca per indebitarsi (condizione che prima era vissuta addirittura come «una vergogna», in questo paese ad alto tasso di risparmio). Tanto, mal che vada, si «cartolarizza». Ossia: si socializzano le perdite. Il problema irrisolto è che, nonostante questa «socializzazione», alla fine i debiti ci mettono in crisi lo stesso. Con molta «efficienza».

«Invece di spendere tanti di quei soldi per ripavimentare via dei Fori Imperiali, così da renderla ancora più scorrevole, quasi fosse una autostrada urbana, perché non approfittiamo della cantierizzazione per chiuderla definitivamente al traffico automobilistico?». A lanciare la provocazione, è il presidente del Municipio X, Sandro Medici. «È davvero desolante - prosegue la nota - che una amministrazione così intelligente come la nostra non trovi il coraggio e la lungimiranza per realizzare il semplice ma straordinario progetto dì restituire al Parco archeologico dell'Appia Antica la sua sorgente naturale che è il Colle del Campidoglio. Ci si inorgoglisce per il ritrovato prestigio internazionale di Roma, per la capacità attrattiva di flussi sempre maggiori di turismo, e poi si resta inchiodati a una mentalità provinciale e politicamente modesta, che assegna al modello automobilistico la sua intoccabile centralità». La questione se chiudere o meno al traffico via dei Fori Imperiali è del resto cavalcata da anni da Legambiente Lazio. «Via dei Fori Imperiali andrebbe chiusa al traffico. Noi lo andiamo dicendo da almeno 10 anni - ricorda il presidente Lorenzo Parlati - D'altronde è ormai noto il grande successo che riscuotono le domeniche ecologiche proprio su via dei Fori».

Postilla

Ai più fedeli lettori di eddyburg , l’appello di Sandro Medici per la chiusura di via dei Fori Imperiali apparirà fin quasi scontato e la buona fede del suo autore lo è altrettanto. Quasi una “non-notizia”, degna della penuria mediatica ferragostana, se non fosse per la fonte giornalistica che, ospitando la proposta in forma asseverativa, ne sposa le tesi.

Fu sempre d’agosto, ma di qualche anno fa - il 1979 - che Il Tempo cominciò una campagna stampa dai toni violenti e non aliena da attacchi ad personam contro quello che si andava configurando come il progetto Fori, ovvero sia l’idea di un grande parco archeologico che da Piazza Venezia si allargasse a comprendere i fori imperiali e, oltre il Colosseo, tutta l’Appia Antica incuneando, nel centro storico capitolino, un’oasi di natura e cultura. Snodo del progetto lanciato da Leonardo Benevolo e ripreso, fra gli altri, da Adriano La Regina, allora neosoprintendente archeologico a Roma, Italo Insolera e soprattutto Antonio Cederna, doveva essere, appunto, la rimozione di via dei Fori Imperiali. In un articolo de Il Tempo dell’11/8/1979 a firma di Bruno Palma il progetto è definito via via “utopia”, “ipotesi bizzarra”, “amabile sciocchezza”: sarà l’inizio di un’opposizione durissima che vedrà succedersi, con livelli a volte di scarsa eleganza (Antonio Cederna denominato A. Sedere, in un articolo del 15/2/1981, a firma Alcindoro), sulle colonne del quotidiano romano, non solo giornalisti della testata, ma molti accademici e soci del circolo dei Romanisti, fra i quali Ettore Paratore e Massimo Pallottino.

Il progetto che troverà nel sindaco Luigi Petroselli il suo più entusiasta e tenace protagonista politico, raggiungerà l’acme del consenso popolare probabilmente con le chiusure domenicali di via dei Fori Imperiali, inaugurate il 1° febbraio 1981 (e quindi qualche anno prima dell’attivismo oggi rivendicato da Legambiente…) per arenarsi gradatamente ma inesorabilmente una volta scomparso Petroselli, il 7 ottobre 1981.

Gli anni passano, le mamme invecchiano, le opinioni mutano. Da qualche mese è stata istituita la commissione mista Stato- Comune che dovrebbe elaborare una proposta per il “riassetto dell’area archeologica centrale”: ai suoi componenti eddyburg , in questo periodo di sosta vacanziera per convenzione dedicato alle letture, propone una selezione di documenti su quelle vicende, perché in tempi di svagata memoria e storia flessibile, qualche testo, seppur dichiaratamente e appassionatamente di parte, può non essere inutile. (m.p.g.)

Sul tema, in eddyburg gli articoli diMauro Baioni, 07/07/2006 , di Vezio De Lucia, 26/08/2006 - 17/06/2007 e di Maria Pia Guermandi, 23/05/2005 - 29/03/2007

Chi può accorgersi di una pedana di legno grezzo spuntata nottetempo sulla roccia? Si difendono così i sindaci della costiera amalfitana, mentre chiedono più risorse e più mezzi nell’agosto funestato dalla paura dei crolli, e delle terrazze killer. Tuttavia l’estate 2007 aveva segnato il boom degli abusi edilizi, lo testimoniano anche le dettagliate relazioni dell’ultimo rapporto di Legambiente, Mare Monstrum 2007, che eleggono la Campania ed in particolare quella costa amata dai vip di ogni generazione come «enorme cantiere all’aperto». «La colpa è di tutti», ribatte il sindaco di Amalfi, Antonio De Luca. «Da un lato c’è la carenza di controlli. Dall’altro una normativa troppo rigida e afflittiva. Che vieta tutto e, di fatto, lascia fare tutto».

«È stata la stagione del boom di terrazzi, solarium, piscine, coperture, bar e centri benesseri, completamente fuorilegge, sorti da un giorno all’altro nei comuni di Ravello, Furore, Amalfi, Conca», denuncia il presidente regionale della Campania di Legambiente, Michele Buonomo. Su questi crinali a picco sul mare, borghi entrati nel glamour del turismo internazionale, arrivò esattamente 10 anni fa il riconoscimento dell’Unesco come patrimonio mondiale dell’umanità: anniversario sfregiato dalla sciagura e dalle continue offese all’ambiente. Spicca, nelle ore dell’inchiesta sul disastro di via Smeraldo, la storia di una singolare "distrazione" che riguarda proprio Conca: ben 4500 metri quadri di giardini e di suolo superprotetto dai vincoli di Stato su cui una società americana stava costruendo un albergo quattro stelle, con annessa beauty farm. È stata la Guardia di Finanza di Salerno a bloccare quell’operazione pochi mesi fa, con sigilli disposti dalla Procura su un affare stimato in 30 milioni di euro. Sei gli indagati eccellenti, tra funzionari e professionisti del Comune e della Soprintendenza ai beni ambientali di Avellino e Salerno: sotto inchiesta per aver concesso autorizzazioni che mai avrebbero potuto essere rilasciate. «Una storia davvero emblematica», spiegano al Comando provinciale delle Fiamme Gialle di Salerno. «Anche perché per far posto a piscina, solarium ed altro erano stati sbancati terreni, giardini e realizzati volumi su volumi».

«Un enorme cantiere abusivo a cielo aperto. In costiera amalfitana, ed in generale sulle riviere della Campania siamo come nel far-west, chi arriva pianta la sua bandierina, che sia cemento, o legno fradicio o pali insicuri che sorreggono una pedana, non importa. Le istituzioni se ne accorgono solo quando ci scappa il morto», sottolinea ancora il referente campano di Legambiente. Buonomo ricorda: «Nei primi cinque mesi dell’anno i sequestri sono stati 22, per un valore di oltre 53 milioni di euro. Significa che ogni cantiere sequestrato quest’anno valeva mediamente poco più di 2,4 milioni di euro, con buona pace dell’abusivismo di necessità». Un’emergenza confermata in pieno dai dati più recenti della Guardia di Finanza di Salerno, le cui pattuglie sono intervenute, negli ultimi 6 mesi, su 25 realizzazioni fuorilegge, denunciando oltre 60 persone. Quasi tutti erano abusi realizzati da strutture alberghiere a cinque stelle o da piccole imprese del turismo. I Verdi annunciano battaglia e Tommaso Pellegrino della Federazione dei Verdi sottolinea: «Urge un monitoraggio attento, aggiornare gli allarmi alle aggressioni di ieri e di oggi che sono state arrecate all’ambiente».

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