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Quando vengono pubblicati sul Bollettino ufficiale regionale, i piani urbanistici diventano, come noto, legge. Il ruolo della regione Lazio nel valutare il piano regolatore di Roma è dunque molto importante. Al di la’ del merito delle scelte del piano -su cui si possono avere le più diverse opinioni- si tratta di ricondurre quello strumento urbanistico al rispetto delle regole. E, appunto, non ci possono essere opinioni o interpretazioni: deve essere rispettata la legislazione vigente.

La regione Lazio dovrà dunque risolvere tre grandi questioni. Il primo è quello maggiormente impegnativo dal punto di vista giuridico. Il piano di Roma si fonda su due concetti che non esistono nel corpus legislativo nazionale: i diritti edificatori e la compensazione urbanistica. Si sostiene che esistono diritti edificatori che discendono da precedenti atti di pianificazione e, conseguentemente, essi devono essere trasferiti in qualsiasi altro luogo. Ad esempio, le previsioni edificatorie del piano del 1965 per il comprensorio di Tormarancia –1,8 milioni di metri cubi- cancellate da una sacrosanta battaglia ambientalista sono state “compensate” in altri luoghi per un totale di 5,2 milioni di metri cubi. Al di là dell’impressionante aumento consumo di suolo che questa invenzione produce (quasi il 300%!), resta il punto centrale: nella legislazione italiana non esistono diritti edificatori e compensazione. Le norme tecniche del piano di Roma sono piene di rinvii a questi due concetti fuori legge: la regione deve pertanto cancellarli. E’ suo dovere istituzionale.

Il secondo punto è relativo al fatto che i piani approvati devono fornire un quadro esattamente rispondente alla realtà. In tal senso, quale piano, approverà la regione Lazio: quello controdedotto nel 2003 o quello successivamente variato dalle decine e decine di “accordi di programma” sottoscritti che hanno variato il citato piano? Anche qui un solo esempio. Subito dopo il marzo 2003, data della controdeduzione comunale, viene concesso a Bonifici, proprietario del quotidiano Tempo e di una fabbrica dimessa a Tor di Quinto, di trasformare l’immobile in un quartiere di densità impressionante, tipo viale Marconi degli anni ’60. Come questo, esistono altre decine e decine di casi: la regione Lazio ha il dovere di renderli evidenti sui documenti che diventeranno legge. Altrimenti che legge sarebbe?

Anzi, credo sia venuto il momento di cancellare l’uso dell’accordo di programma quale strumento per decidere volta per volta le trasformazioni urbane. Nell’agosto 2007, abbiamo appreso che Pirelli real estate, Fingen e Maire si sono aggiudicati in un’asta pubblica promossa da Fintecna, l’ex Istituto geologico di Largo Santa Susanna nei dintorni di via Nazionale, 23.000 metri quadrati di suolo dell’area dello scalo ferroviario di San Lorenzo, l’ex Zecca dello Stato di piazza verdi ai Parioli, e 7 ettari di terreni a Valcannuta, nell’estrema periferia occidentale.

Questa vendita, utilizzando le leggi liberiste volute dal precedente governo di centro-destra, non è stata ancorata allo stato di diritto definito dagli strumenti urbanistici. Le regole sono state cancellate e si vende sulla base del principio della valorizzazione immobiliare. L’ex Istituto geologico sarà destinato ad attività commerciali. A San Lorenzo saranno edificati 50 mila metri cubi di residenze. A piazza Verdi si realizzerà un albergo con circa 200 posti letto e “non meno” di 250 appartamenti. A Valcannuta verranno infine realizzati 200 alloggi residenziali e strutture commerciali. Queste trasformazioni non sono previste dal nuovo piano regolatore, ma con l’accordo di programma si può variare. Se non si spezza questa prassi perversa, reintroducendo regole rigorose, si cancella l’urbanistica ed è allora del tutto inutile approvare il nuovo piano.

La regione Lazio ha il potere di ricondurre il futuro delle città nel rispetto della coerenza. E’ in gioco una vicenda di enorme rilevanza istituzionale, e cioè l’universalità delle regole che i comuni devono osservare nel governo del territorio. Non esiste infatti solo Roma: se non verrà cancellato l’istituto della compensazione e se non verrà stroncata la logica della contrattazione economica che di volta in volta decide i destini delle città, tutti gli altri comuni del Lazio pretenderanno di utilizzare gli stessi metodi e gli stessi strumenti ammessi per Roma. Sarebbe la fine del governo pubblico del territorio e spero che ciò venga evitato.

Anche se, per concludere, una preoccupazione non può essere taciuta. Poche settimane fa la Regione ha infatti approvato molti emendamenti al piano paesistico regionale per tener conto delle scelte effettuate dal comune di Roma in sede di stesura del nuovo piano regolatore. Nonostante l’esistenza di vincoli ambientali, sono infatti state previste edificazioni. Accettando di cambiare il proprio piano paesistico, la regione Lazio ha commesso un gravissimo errore: per la prima volta in Italia si è capovolta la prassi legislativa fondata sulla supremazia della salvaguardia ambientale sulle scelte di sviluppo del territorio. Speriamo che oggi trovi la forza per recuperare all’errore e per riportare il piano regolatore di Roma nel rigoroso rispetto delle regole.

Dopo un anno di battaglieri dibattiti e polemiche in punta di penna Alberto Asor Rosa vince la guerra di Monticchiello. Il ministero dei Beni culturali ha imposto un vincolo definitivo non solo sul centro storico del borgo della Val d'Orcia ma anche sulla zona della contestata lottizzazione di Aia del Popolo. Risultato: niente più villette, come chiedevano i comitati ambientalisti. Il sindaco di Pienza Marco Del Ciondolo ha già convocato un´assemblea pubblica martedì prossimo per spiegare ai cittadini cosa comporta il decreto di Rutelli. «Dal punto di vista dell'incidenza sul territorio aperto», dice, «il vincolo ministeriale è alla fine meno restrittivo di quanto previsto dal nostro piano strutturale ma si irrigidisce nella parte che riguarda la zona di espansione di Monticchiello». Del Ciondolo non nasconde il suo sconforto: «Pur essendo state accolte alcune osservazioni presentate dall'amministrazione comunale, che consentiranno la costruzione di locali tecnici, cisterne e interventi di categoria edilizia fino alla ristrutturazione», aggiunge, «il vincolo resta irremovibile sulla possibilità di edificare nuovi volumi e dunque colpisce indiscriminatamente anche i cittadini di Monticchiello». Al contrario del sindaco Asor Rosa è decisamente soddisfatto: «La decisione del ministero è il riconoscimento della bontà della denuncia che facemmo a suo tempo», commenta ricordando il suo primo articolo apparso su Repubblica nell'agosto del 2006. «Certo, il vincolo è parziale, nel senso che riduce il danno di circa il 25 per cento ma credo che si debba considerare come una vittoria e un successo del fronte ambientalista contro la disinvoltura delle amministrazioni locali e, a volte, delle sovrintendenze». Gioisce con lui anche Legambiente: «Ci auguriamo che i sindaci della Val d'Orcia si rendano conto che il muro contro muro attuato fino a oggi non porta da nessuna parte», dice il presidente nazionale Roberto Della Seta.

Prima che si diffondesse la notizia del decreto del governo, ieri l'assessore regionale all'Urbanistica Riccardo Conti si era lasciato scappare una battutina velenosa nei confronti di Asor Rosa, a proposito dei dubbi sollevati su un altro progetto turistico-edilizio in discussione, quello della tenuta di Castelfalfi a Montaione: «L'operazione è tutta dentro il recinto comunale ma poiché ci è stato chiesto un supporto noi lo daremo. Non è però il momento di mettere subito mano alla pistola come qualcuno ha già fatto, qualcuno che ormai il pistolero letterato lo fa un po' di mestiere...».

Finisce il manto regale delle antiche pietre laviche. E, all´altezza della traversa di via degli Armentieri, quando l´Appia diventa d´asfalto e buche, due turisti stranieri vengono avvicinati da una prostituta. Si è staccata dal gruppetto di donne sedute sotto un albero, tra tracce di fuochi e rifiuti. E li invita: «Annamo? Let´s go, Let´s go!». L´offerta non è a salire in macchina. Ma in un´antica tomba romana che dà sulla strada. È un tugurio, con dentro una branda lercia. La vista dell´interno è protetta da una tendina. Una giovane prostituta la scosta ed esce. Le è accanto il cliente con cui si prende a parolacce perché non le vuole dare i 15 euro pattuiti.

Sembra di essere nella Roma di Fellini. E invece siamo nel parco archeologico dell´Appia antica. Non il lungo ed efficiente viale carico di storia dove - prima e anche subito dopo il Gra - passeggiano turisti e guide. Ma il tratto dove non sono mai arrivati gli operai che, per il Giubileo, grazie a un corposo finanziamento del Comune e della Soprintendenza statale, nel tratto restaurato riportarono alla luce l´antico basolato e misero in posa, se le pietre romane non c´erano più, i sampietrini ottocenteschi. Via degli Armentieri è perciò un limite: dove finisce la strada curata, inizia il degrado. Soprattutto sociale.

Davanti alla tomba successiva, altre due donne siedono davanti a un focherello. E alcuni ceppi fumanti, poco oltre, stanno a dire che la prostituta s´è allontanata da poco. Eppure il cartello del "Parco regionale Appia Antica" recita che è «vietato accendere fuochi all´aperto»; tanto che la Soprintendenza vieta ai padroni delle ville che si trovano nel parco di accendere persino le fiaccole perché la cera rovina le antiche pietre e il fuoco mette in pericolo la vegetazione.

Ma non è certo questa la violazione più macroscopica. C´è un cippo funerario sul quale ignoti hanno scritto con la vernice spray. E c´è - nonostante il cartello dica che «è vietato circolare e sostare con auto e moto al di fuori della strada carrabile» - un continuo via-vai di uomini soli. Entrano con l´auto in gigantesche pozzanghere, dalle quali c´è il rischio di non uscire tanto sono profonde, alla ricerca di amanti da adescare. O di un ragazzo da pagare. Lo scambio di avance e di soldi diventa macroscopico superata la traversa di via Fioranello. E i luoghi degli incontri diventano gli alberi e i cespugli ai lati dell´Appia Antica. Dodici miglia nel Comune di Roma sulle quali sono competenti Campidoglio, Soprintendenza e Regione. E che oggi sono una strada percorribile dalle auto, con i pneumatici che ricalcano il segno lasciato sui lastroni dagli antichi carri romani diretti a Sud.

«Ma questo non è niente. Venga di notte e vedrà il traffico e la prostituzione che c´è» denuncia Franco Pelizon, che abita in una villa. «Fino a tre-quattro anni fa venivano, se sollecitati, a tappare le buche. Ma negli ultimi tempi non s´è visto più nessuno». Il cartello regionale dice anche che è vietato abbandonare i rifiuti. Tra le colonne e i rocchi stesi nell´erba del tempio di Ercole Silvano, ci sono invece cartacce, bottiglie, plastiche. «Recentemente sono venuti a portare via frigo arrugginiti, vecchie tv, water e materassi: le discariche abusive che spuntano spesso lungo i lati della strada», racconta Isabella Gorini, presidente della società che nella villa di Fiorano, dei Boncompagni-Ludovisi, organizza eventi e affitta i saloni per cerimonie e set cinematografici. La dimora novecentesca ospita anche un´Accademia di cultura gastronomica mentre poco più in là c´è il Circolo della caccia alla volpe. «Soci e clienti - spiega la Gorini - hanno problemi a raggiungerci con questa strada dissestata. Ed è capitato che qualcuno sia stato aggredito da chi gli offriva servizi sessuali».

Un´anziana prostituta - una delle poche ultra settantenni romane che continuano a battere sull´Appia - esercita di fronte alla Berretta del Prete. Il monumento è stato restaurato con i, pochi, fondi a disposizione della Soprintendenza. Ed è difeso a da una cancellata verde che impedisce di trasformare il sepolcro in lupanare. È un avamposto che segna una strada da percorrere per sottrarre la Regina viarum al degrado: restauri e cancelli.

Il Coordinamento del Gargano per il risanamento e la prevenzione delle aree boschive incendiate, che comprende associazioni ambientaliste, circoli politici, cittadini, ritiene necessario un chiarimento a beneficio dell'opinione pubblica. Il catasto delle aree boschive incendiate, come strumento tecnico, esiste fin dall'entrata in vigore della legge 353/2000 che lo prevede. Il problema è che non è stato adottato dalla maggioranza dei comuni italiani. Precisamente, i Coordinamenti territoriali ambientali (organismi del Corpo forestale dello stato che operano nei parchi) ogni anno effettuano la perimetrazione delle aree incendiate tramite uno strumento (il Gps) collegato al satellite, cui danno un profilo informatico facilmente sovrapponibile alla mappa catastale usando dei software (ad es. autocad) normalmente in possesso delle pubbliche amministrazioni comunali.

In Puglia, il Coordinamento del Corpo forestale di Bari produce ogni anno, dal 2000, il Cd delle perimetrazioni e lo offre con comunicazione scritta ai comuni, che risultano non avere fatto la banale operazione informatica di accatastamento, che è senza costi, senza complessità né lunghi tempi e di cui tra l'altro avrebbero dovuto, per legge, prendere l'iniziativa loro stessi, con l'ausilio della forestale. E' quanto dichiarato dal dottor Mastrorilli del Corpo forestale di Bari, che detiene le suddette comunicazioni scritte protocollate e dai C. t. a. consultati (anche di altre regioni). L'omissione è talmente grave che ci sembra importante anche informare e tenere desta l'attenzione dell'opinione pubblica. Grave perché non prevenire con il catasto, in particolare attività edilizie, ha per conseguenza situazioni difficilmente e pericolosamente reversibili perché di fatto si richiedono denunce di cittadini in zone con criminalità, oltre a incrementare aspettative illecite foriere di nuovi incendi. Il Gargano anche negli anni precedenti è stato devastato da incendi, ma la maggior parte dei comuni non ha provveduto al catasto delle aree colpite.

Pertanto invitiamo le Procure di Lucera e di Foggia nonché le altre Procure italiane a indagare su eventuali reati, in particolare l'omissione di atti d'ufficio (la legge 353/2000 obbliga i comuni all'accatastamento entro 90 giorni dall'approvazione del piano regionale antincendio che in Puglia è stato emanato nel 2004).

L'attenzione delle Procure dovrebbe anche concentrarsi sulle mancate ordinanze sindacali di abbattimento dei manufatti edilizi abusivi quando appaia evidente la dolosa omissione: le iniziative dei privati comportano rischi e per questo non sono molto frequenti.

Infine, si rileva che la l. 353 sanziona amministrativamente il pascolo in aree incendiate per cinque anni. Invece nel Gargano risulta che aziende di allevamento anche con centinaia di capi di bestiame lo pratichi senza eccessivi problemi, venendo meno il deterrente a eventuali interessi incendiari: sarebbe facile averne indizio dall'amministrazione preposta rapportando numero dei capi (dato Asl) e terre da pascolo ufficialmente possedute.

Menuccia Fontana, pres. Italia Nostra sez. Gargano; Franco Salcuni, resp. Legambiente Gargano; Carlo Fierro), resp. Wwf Foggia; Enzo Cripezzi, resp. Lipu; Prc; Se; Giuseppe Comparelli, segr. Circolo di Vico del Gargano; Donatella Frisullo, coordinatrice

Chiedono il condono per lavori fatti dentro l’area vincolata del parco dell’Appia antica. E, senza aspettare risposta, propongono e mettono in atto un progetto di ampliamento: con tanto di piscina panoramica così che i nuotatori di "Roma 2009" s’allenino davanti alle tombe di via Latina e sul parco della Caffarella. Tra le varie proposte di impianti per gli iridati di nuoto, illustrate ieri nella conferenza dei servizi convocata dal commissario Angelo Balducci, c’è anche il progetto, presentato dalla società Sporting Palace, per la gestione di un impianto la cui realizzazione (sulla struttura di un palazzo in via Appia Nuova 700) è stata inoltrata da un consorzio di tre società. «Qui viene tutto nuovo, e ci sarà anche una grande piscina» spiega un operaio al lavoro sui ponteggi montati intorno all’edificio che ha ospitato un’impresa di imbottigliamento dell’acqua, il Giornale d’Italia e la società "Tecno holding", il cui nome compare sulla cassetta postale. «Sono gli intestatari della richiesta di concessione di nuovi lavori, di cambio d’uso e di condono edilizio, che ci è arrivata più di due mesi fa» racconta Rita Paris, della Soprintendenza archeologica, responsabile dell´Appia. «E adesso, senza il nostro ok, propongono un ampliamento. Io proporrei piuttosto la demolizione dell’edificio, di nessun valore architettonico. Fu costruito nel 1956 con i permessi, ma oscura i magnifici resti romani».

L’ente parco dell’Appia, in cui rientra il palazzetto, non è stato nemmeno convocato nella riunione di ieri. Ma il presidente, Adriano La Regina, è categorico: «È inaccettabile che si aggiungano carichi aumentando l’erosione di questa area archeologica». L’assessore all’Urbanistica, Roberto Morassut, prende atto dello stop: «Sono 30 le richieste di impianti giunte al commissario Balducci. Le sta analizzando con estremo rigore, tenendo conto della delibera comunale che chiede di valutare se i centri sportivi sono utili ai Mondiali di nuoto (ne servono 6 o 7) e, soprattutto, se rispettano i vincoli».

«Le colonne in vetroresina? Sono semplicemente orribili, specie in alcune ore del giorno quando la luce le rende semitrasparenti come un calamaro». Arnax, così si firma il lettore internettiano, usa un paragone alla "Ventimila leghe sotto i mari" per rispondere al quesito lanciato dal sito di roma repubblica.it ai suoi lettori. E cioè: «Le false colonne sopra il Tempio di Venere - quelle utilizzate per la coreografia della cena di gala durante la festa di Valentino a luglio, e ancora non rimosse - vi piacciono o no?». Una domanda che ha scatenato un vortice di critiche tra il popolo del blog. Ultima coda di una polemica cominciata già dai primi giorni dopo la loro installazione. Con l’ex soprintendete ai Beni archeologici Adriano La Regina, che aveva definito tutta l’operazione «un modo sciatto e incolto di gestire i monumenti»; il successivo ordine dell’attuale soprintendente Angelo Bottini, di togliere subito le finte colonne a festeggiamenti finiti. Poi, il contrordine. Quello della dottoressa Silvana Rizzo, consigliere culturale del ministro Francesco Rutelli: «Rimarranno lì sicuramente fino ai primi di ottobre».

E lì stanno a tutt’oggi. Fotografate dai turisti, mal sopportate dai romani. Romani che sul blog si sono scatenati: «A me le colonne non piacciono, sono un pugno ad un occhio. Lì dove il tempo si è fermato vedere «quelle cose di plastica» fa veramente un brutto effetto», scrive sul sito una lettrice dal nome in codice Maxgala. E d’accordo è anche Lamalmedy che alle 8,20 manda in rete il suo verdetto: «Assolutamente da togliere e al più presto!». Anche Robecas2007 non le manda a dire: «Le colonne hanno lo stesso impatto visivo degli scarabocchi sui muri». E giù a dissertare sul senso dell’opera, firmata dal premio Oscar Dante Ferretti che si erge su un sito archeologico come il Tempio di Venere, bisognoso di consolidamento. E dove invece, hanno banchettato in 400 brindando ai 45 anni della maison dello stilista: «Non riesco a capire il senso di trasformare il Foro Romano in una sorta di Caesar´s Palace nostrano - scrive Moniq - Mi sfugge il significato di una colonna di cartapesta accanto a ricordi della storia del mondo... «. Critica a tutto campo per l’internettiana Ele02: «Sono invasive, riducono le rovine ad una pista circense e avrei molte altre cose da dire rispetto all’esposizione di Valentino all’interno dell’Ara Pacis. Scandalosa».

Ma non tutti sono d’accordo. Come Lamuzazie, un po’ cybernauta un po’ poeta, che sulla rete esprime la sua: «E invece, le colonne in vetroresina sono interessanti perché si trovano lì in quello scenario rimasto immobile nel tempo, E loro se la ridono, gaie. Tendono al cielo pure loro. Perché non dovrebbero farlo? Perché sono di plastica? O solo perché a Roma le uniche scenografie concesse sono quelle che hanno smesso di respirare da tempo. Poveri capolavori del passato, se guardate bene, i fori sono contenti di queste nuove intruse, hanno familiarizzato, il contrasto sottolinea ancor di più il loro splendore. E rende anche meno monotona e ripetitiva ogni visita in blocco dei turisti. Io passo lì davanti e mi incuriosisco, mi volto, rifletto, reagisco. Le colonne non sono finte, sono più che reali, e diverse. Per questo vi danno fastidio».

Sulle "Valentiniadi" in eddyburg

Città antica, passeggiata nel futuro

Katia Ghilli, Il Tirreno, ed. Piombino-l’Elba, 29 settembre 2007

Un’anima moderna per la “città antica”, dove al posto degli ex licei, costruiti alla metà del secolo scorso, nascerà una residenza turistico-alberghiera con una concezione architettonica di ultima generazione e di respiro europeo. Al posto delle ex officine Ipsia ci sarà una biblioteca dove girare liberamente tra gli scaffali, prendere un libro usando la tesserina magnetica, oppure guardarsi un film, mentre tutt’intorno si respira il profumo della saggezza. Anche qui antico e moderno si fondono: le mura leonardiane saranno quelle di una parte della biblioteca, verrà valorizzato il vecchio chiostro cinquecentesco, ci sarà un grande giardino pensile che collegherà il centro storico con via Leonardo da Vinci.

Sono questi i tratti essenziali del programma d’intervento dal titolo “Città antica” che è stato presentato giovedì scorso all’interno della sala conferenze di via Cavour. «Per questo restyling - spiega l’assessore all’urbanistica Luciano Francardi - abbiamo pensato d’inserire il nuovo nell’antico, come altre realtà hanno già fatto, ad esempio Parigi, con la piramide di cristallo vicino al Louvre. Vogliamo che questi luoghi tornino a vivere, a essere una sorta di agorà, dove ritrovarsi e discutere».

Nella sala della biblioteca, affollata di gente, cala il buio ed appaiono immagini e planimetrie di come sarà la nuova biblioteca alle ex officine Ipsia e di come verranno trasformati la piazzetta dei Grani e gli ex-licei. La platea ascolta con attenzione l’architetto Salvatore Re dello studio di architettura “Leonardo” di Pisa, incaricato della progettazione. Ed in particolare misura ogni parola usata per spiegare come diventerà la piazza con i tre piani interrati di parcheggio (che “inghiottirà” le auto solo da un lato per limitare al massimo rumori e traffico), dove nasceranno nuove piccole aree per il commercio al dettaglio.

Quando in sala tornano le luci riprende il dibattito: alcuni rappresentanti del comitato del centro storico contestano l’idea di fondo del progetto, non piace la concezione moderna del grande albergo che sovrasta la piazzetta, dei nuovi negozi con vista mare, della possibilità di doversi comprare i parcheggi per avere un posto auto. C’è chi fa notare che il Comune dovrebbe invece farsi promotore, tramite le banche, di un progetto di ristrutturazione del centro storico, a carico dei singoli privati, attraverso prestiti a tassi agevolati.

Comune e progettista respingono le accuse, ricordano che in questo spicchio di centro storico c’è ben poco di antico e di pregiato, a parte il cuore delle ex officine Ipsia. Viene anche ricordato che il piano integrato d’intervento è uno strumento urbanistico dove i privati si mettono in rapporto con il privato per realizzare progetti di grande interesse pubblico. Martedì prossimo il progetto approda in consiglio comunale per l’adozione.

«Piazza dei Grani, quel progetto non ci piace»

Il Tirreno, ed. Piombino-l’Elba, 1° ottobre 2007

All’associazione “Dentro le mura”, costituita dagli abitanti del centro storico, il restyling di piazza dei Grani così come è stato presentato venerdì scorso dagli assessori Francardi e Dell’Omodarme, proprio non piace. Critiche oggettive al progetto, ma anche ai modi e ai tempi della presentazione, pochi giorni prima del suo approdo in consiglio comunale, che lo discuterà appunto domani.

«Sono stati noncuranti dell’opinione dei cittadini che vivono nell’area di ristrutturazione - dice l’associazione - Alle contestazioni dei cittadini che spiegavano i loro dubbi e chiedevano quindi ulteriori spiegazioni gli assessori hanno risposto con leggerezza sostenendo che quello è il progetto e così verrà fatto».

E Il progetto? «Il cittadino - dice “Dentro le mura” - ha il diritto di sapere costa sta accadendo, ha il diritto di capire e di chiedere modifiche. E noi che viviamo qui dobbiamo solo accettare le decisioni prese dai vertici? Dov’è il secondo progetto da poter confrontare? Forse costa? Ma questo crediamo non sia un problema per l’amministrazione comunale da quello che abbiamo visto, un progetto così esoso ed esasperato poteva essere ben sostituito da un paio di progetti molto più umani e vivibili anche per noi e non solo per chi deve venire, legati a storie antiche e al ritorno di quella realtà che con passione possiamo ricostruire».

Per l’associazione «i cittadini non sono degli sciocchi creduloni, anzi capiscono tutto e sono sempre pronti a collaborare. Facciamo comunque i complimenti all’architetto per il fantasioso e creativo progetto della futura biblioteca, vista da noi armonica con la nostra città e ai suoi abitanti e così potrebbe essere in tema tutto il resto».

«Non riusciamo a capire - psoegue l’associazione - perché ci presentano progetti quando tutto è stato ormai deciso. L’indignazione è alta, per noi è come se qualcuno fosse entrato in casa nostra e avesse spostato tutte le nostre cose senza chiederci il permesso. Purtroppo è sempre più spiacevole constatare che il cittadino sempre più deluso, riprovi ogni volta a collaborare con l’amministrazione comunale per poi rendersi conto che non c’è concertazione».

Così “dentro le mura” chiede alla giunta «di rimandare l’adozione del progetto perché tutto ciò è poco democratico e palesemente troppo già deciso», e di riprendere «il dialogo con i cittadini, che ne hanno tutto il diritto. E se rispettate i vostri elettori dovreste concederlo».

L’associazione “Dentro le mura” fa sapere infine di essere già al lavoro sul progetto e sulle schede tecniche, annunciando anche di valutare l’ipotesi «di coinvolgere i comitati di Asor Rosa” che di recente sono intervenuti sulla realizzazione di una Residenza turistica nella zona di Fonte di sotto, a Campiglia.

Progetto Città antica nella bufera

Il Tirreno, ed. Piombino-l’Elba, 2 ottobre 2007

«Cittadini esclusi dalle scelte e progetti già decisi, procedure poco chiare». L’impressione emersa dall’incontro pubblico del Comune sulla “Città antica” anche secondo il Forum della democrazia. «Un titolo - si aggiunge nel documento - smentito dal progetto presentato dall’assessore Francardi e dall’architetto Re a proposito della ristrutturazione del complesso biblioteca-liceo-piazza dei Grani, che propone costruzioni moderne a carattere commerciale e residenziale con soluzioni architettoniche contrastanti con il valore storico del sito, riducendo la vivibilità di un luogo molto importane per i piombinesi». Al Forum «non sembra qualificante per l’immagine di Piombino costruire un residence nel suo centro storico, demolendo gli edifici esistenti per ricostruire appartamenti e attività commerciali, mentre si dovrebbe tutelare un luogo come piazza dei Grani, che rappresenta un collegamento storico e ideale tra la città e il suo mare».

«Sembra urgente evidenziare - si puntualizza - che il piano di recupero “città antica” pone, ancora una volta, un problema di democrazia. Non si può presentare un progetto secco, senza alternative, e appena quattro giorni dopo adottarlo in consiglio. Perché questa fretta? Qual è il ruolo del privato? È stato chiesto il parare della Soprintendenza? Sarebbe stato più normale coinvolgere i cittadini nell’elaborazione, anziché chiamarli a cose fatte. La partecipazione dovrebbe essere un metodo utilizzato da amministrazioni democratiche, invece si ha paura della partecipazione, come se essa fosse una complicazione o rischiasse di mettere in crisi interessi e decisioni già prese».

«Di fronte alle critiche emerse nell’incontro e alla contrarietà degli abitanti del centro storico - si conclude - invitiamo il sindaco e la giunta a sospendere l’adozione del progetto, a mettere il piano a disposizione dei cittadini e ad aprire una discussione sul futuro di questa importante parte della città».

Oscar Mancini. Una moratoria per il Dal Molin, L’Unità, 28 settembre 2007

«Nessuna deroga alla lotta fatta solo con le armi dell'amore e della non violenza».

Lo scrivono ventun autorevoli parroci vicentini contro il Dal Molin.

“E' gelo tra il sindaco e la curia” titola la notizia il più diffuso quotidiano cittadino. Vicenza.

Ancora Vicenza: che fastidio! Con tutti i problemi che ha questo governo ci mancava la ripresa del movimento contro la costruzione della nuova base americana.

E' bastato un vuoto di notizie di qualche mese per rimuovere il tema dall'agenda politica. Eppure, piaccia o no, è fin troppo facile prevedere che non passerà molto tempo prima che i riflettori tornino a riaccendersi sulla città del Palladio.

Il grande appuntamento è fissato per il 15 dicembre. Per quella data il movimento “NO DAL MOLIN” ha indetto una manifestazione europea.

Come risponderà la politica? AN e Lega non hanno dubbi: “La manifestazione deve essere fermata” hanno intimato al Ministro Amato, pena assistere impotenti alla calata dei “Lanzichenecchi da tutta Europa”.

Un rigurgito autoritario di chi spera negli incidenti per poi criminalizzare tutto il movimento.

Un movimento composito, eterogeneo, trasversale, percorso al suo interno da una dialettica tutt'altro che trascurabile. Ma nei momenti cruciali, le varie anime del movimento hanno sempre saputo mettere l'accento sul suo carattere unitario, plurale, pacifico.

Molti l'hanno definito “movimento comunitario” che riassume ed interpreta una domanda di partecipazione insoddisfatta.

Una relazione frustante con la politica e lo stato, per dirla con Ilvo Diamanti. Fra lo stato centrale e la periferia, ci spiegano i federalisti. Ma soprattutto, io penso, rispecchia le difficoltà del centro-sinistra di capire e di farsi capire.

Nessun membro del governo, dopo oltre un anno e mezzo di lotte, ha mai sentito il dovere di incontrare le rappresentanze dei cittadini, di aprire un canale di comunicazione.

In questo contesto, appare ancor più meritevole la scelta compiuta da una folta delegazione dei parlamentari europei e nazionali della “sinistra italiana” di mantenere aperto il dialogo con la città.

L'incontro promosso nei giorni scorsi dai gruppi parlamentari della Sinistra Democratica, dei Verdi, di Rifondazione e dei Comunisti italiani è stato una proficua occasione di dialogo con tutte le anime del movimento.

Un confronto non sempre facile, soprattutto con l'ala più radicale del movimento, ma indispensabile per mantenere aperto un canale di comunicazione con la rappresentanza politica e istituzionale.

Quanto mai necessario alla vigilia della marcia Perugia Assisi sulla quale è calato quest'anno un silenzio assordante: “Forse il movimento della pace è invisibile?” si chiede furente Flavio Lotti. Noi a quella marcia ci saremo per ricordare che la base militare di Vicenza, rischia di diventare una delle più grandi basi operative del Mediterraneo, destinata ad ospitare aerei e truppe in partenza per ogni fronte di guerra in Medio Oriente.

Che la nuova base comporta ricadute ambientali, sociali e urbanistiche gravi per la città e pone seri problemi di vivibilità per la cittadinanza, che si è schierata apertamente contro la decisione.

Che la base di Vicenza è un importante e inquietante aspetto di una progressiva escalation militare in Europa. I recenti dibattiti sull'installazione dello “scudo missilistico” in Repubblica Ceca e Polonia hanno aperto una riflessione più ampia sulla natura democratica dei processi decisionali delle strategie di politica estera e di difesa europea nel sistema di alleanze con la NATO e gli Stati Uniti d'America.

É in atto una pericolosa corsa agli armamenti, una preoccupante inversione rispetto al percorso di smilitarizzazione dei territori europei, condivisa e decisa insieme alle comunità locali.

Non è dunque con una strategia di “riduzione del danno” che il governo potrà dialogare con Vicenza. Il commissario Paolo Costa se ne faccia una ragione.

Una via d'uscita ragionevole ci sarebbe: una moratoria.

Magari accompagnata dalla riduzione delle spese militari nella finanziaria 2008, più che giustificata, considerati gli aumenti della finanziaria precedente. Sarebbe un buon viatico per un governo in preoccupante caduta di consenso. Una moratoria potrebbe restituire un poco di fiducia nelle istituzioni.

Si consideri che la maggioranza dei vicentini ha disertato le urne alle recenti elezioni provinciali. Una moratoria almeno fino alle prossime elezioni comunali è più che giustificata.

Il vicepresidente del Consiglio Rutelli, qualche settimana fa, ha giustificato lo sciagurato “editto di Bucarest” con il via libera del Consiglio Comunale di Vicenza. Quel Consiglio Comunale è delegittimato. Lo riconosce lo stesso sindaco quando afferma che la maggioranza dei vicentini è contraria alla base.

Manca meno di un anno alle elezioni. Il governo ne potrebbe uscire senza perdere la faccia.

Vicenza e l'Italia custodiscono una grande ricchezza d'impegno diretto per la pace e la democrazia che non può essere ignorata per presunte superiori ragioni di stato.

Al contrario, sono convinto che quell'enorme capitale umano, costituito dai cittadini che si battono per la pace, quelle indomite energie che da una piccola città di provincia si sono sprigionate riscuotendo simpatia in Italia, in Europa e finanche negli USA, potrebbero aiutare la politica estera del nostro paese e renderla più forte di quanto non sia.

Peppe Sini,Una storia semplice, Supplemento “Coi piedi per terra” n. 33 del notiziario “La nonviolenza e’ in cammino”. 1 ottobre 2007

So che è inelegante, ma devo chiedere al cortese lettore e alla gentile lettrice non solo di voler dedicare la loro attenzione a quanto di seguito si narra, ma di voler arrivare fino in fondo, e di trarre da quanto qui esposto le conclusioni che ne discendono.

Poiché qui si allineano dei fatti, e si demanda alla chiara intelligenza e alla volontà buona di chi legge di trarne le conseguenze logiche e pratiche.

Un comitato, alcuni nomi

Esiste un “Comitato per l’aeroporto di Viterbo”. Ne è presidente l’avvocato Giovanni Bartoletti, ne è vicepresidente il signor Stefano Caporossi, ne è segretario il signor Maurizio Pinna. Questo comitato ha un sito internet ( www.aeroportoviterbo.it) che presenta molti materiali propagandistici.

Giovanni Bartoletti è un dirigente locale di Alleanza Nazionale. Stefano Caporossi è presidente della V circoscrizione di Viterbo, di Alleanza Nazionale. Maurizio Pinna è consigliere della V circoscrizione, di Alleanza Nazionale.

Un’impresa, alcuni nomi

Esiste - o è esistita - con sede legale a Roma una società denominata “Mediterranea Skyward Aviation”. Nel sito tuttora visitabile ( www.mswa.it) nella home page essa si presenta così: “Mediterranea s.r.l. è una società di servizi aeronautici che svolge attività di intermediazione...”. E più innanzi: “La società svolge anche attività di lavoro aereo, aerotaxi, voli sanitari e fornisce servizi di consulenza prevenzione incidenti ed assistenza legale, investigativa e peritale aeronautica per il tramite di uno studio associato ad essa collegata...”.

Nel medesimo sito, alla pagina web “Chi siamo” si legge “Siamo un team di operatori aeronautici che si è costituito in società per fornire servizi di avanzata specializzazione in particolare nei campi dell’organizzazione, della regolamentazione, della formazione professionale, della sicurezza del volo e del diritto aereo, avvalendosi di collaboratori esterni di larga esperienza nazionale ed internazionale. Alla Società fa capo un Amministratore Unico”. Segue l’organigramma: “Amministratore Unico Dott. Bruno Barra; Pilota Av. Commerc. Dott. Emilio Gentile; Pilota Av. Gen. Stefano Caporossi; Avvocato Giovanni Bartoletti; Revisore dei conti Massimo Liberati; Pilota Istruttore Av. Commerc. Roberto Niutta”.

Il dottor Bruno Barra ha ricoperto incarichi direttivi e di responsabilità sia presso unità periferiche che presso organi centrali della Difesa ed ha partecipato alla fase riorganizzativa dei servizi di Assistenza al Volo in Italia (1979-’82) presso il Commissariato per l’Assistenza al Volo del Ministero dei Trasporti dove ha ricoperto l’incarico di responsabile dell’Ufficio ispezioni ed inchieste; è stato assessore alla Provincia di Viterbo di Alleanza Nazionale, nonchè presidente dell’Ater (ex-Iacp) di Viterbo in quota Alleanza Nazionale. A lungo dirigente di Alleanza Nazionale, nell’ottobre 2006 è passato da Alleanza Nazionale a Forza Italia. Da fonti di stampa (“Il messaggero” del 10 ottobre 2006) si apprende che non sarebbe più amministratore unico della Mediterranea srl. Bartoletti è lo stesso Bartoletti di cui sopra.

Caporossi è lo stesso Caporossi di cui sopra.

Un’associazione, e il suo presidente

Esiste a Viterbo, come in tante città d’Italia, un Aeroclub di appassionati del volo. Ne è presidente da anni Stefano Caporossi. Lo stesso Caporossi.

La finanziaria di Berlusconi e un senatore viterbese

Nella Finanziaria 2005 dal governo Berlusconi, attraverso l’emendamento di un senatore viterbese, Michele Bonatesta, di Alleanza Nazionale, vengono previsti oltre tre milioni di euro per l’aeroporto di Viterbo.

Due delibere della giunta comunale: la prima...

In data primo dicembre 2005 il Comune di Viterbo con delibera di Giunta n. 743 avente a oggetto: “Realizzazione degli interventi infrastrutturali per il completamento dell’apertura al traffico civile dell’aeroporto militare di Viterbo - impegno alla subconcessione di aree e manufatti in favore della Mediterranea Skyward Aviation srl” (presenti oltre al sindaco Giancarlo Gabbianelli - di Alleanza Nazionale - tutti gli assessori, tranne Marco Maria Bracaglia - che rappresenta il Comune nella società pubblica Savit spa, costituita da Comune, Provincia e Camera di Commercio di Viterbo per gestire l’aeroporto), dopo aver premesso che “sono da tempo state avviate le attività preliminari finalizzate alla ristrutturazione dell’aeroporto militare di Viterbo al fine di consentirne l’apertura al traffico civile; che conseguentemente e con riferimento a quanto previsto dall’art. 1 commi 28 e 29 della Legge 30.12.2004 n. 311 (legge finanziaria 2005) relativamente ad interventi diretti a promuovere lo sviluppo sociale ed economico del territorio, con decreto 18.3.2005 del Ministero dell’Economia e delle Finanze il Comune di Viterbo è stato individuato come beneficiario di un contributo statale finalizzato alla realizzazione delle opere necessarie per consentire l’apertura al traffico civile dell’aeroporto militare;”... “rilevato altresì che sull’aeroporto di Viterbo, stante l’esiguità del sedime disponibile, le uniche aree adatte per la realizzazione delle opere finanziate ricadono in maggior parte su quelle già pre-assegnate - a seguito dell’istanza in tal senso presentata il 16.10.2003 - dall’Enac alla società Mediterranea Skyward Aviation s.r.l. di Roma al fine di avere una base operativa sulla piazza di Viterbo;”... decide infine di “assumere, pertanto, l’impegno a concedere alla Mediterranea Skyward Aviation s.r.l. di Roma in subconcessione, a valore nominale da definirsi a tempo debito, le stesse aree precedentemente richieste dalla società in concessione all’Enac, unitamente - non appena eseguiti - ai manufatti che ivi insisteranno in tutto o in parte”. Sottolineiamo: “unitamente - non appena eseguiti - ai manufatti”.

... e la seconda

Subito dopo, con delibera di giunta n. 744, sempre del primo dicembre 2005, avente a oggetto “Realizzazione degli interventi infrastrutturali per il completamento dell’apertura al traffico civile dell’aeroporto militare di Viterbo - impegno alla subconcessione di superfici in favore dell’Aero Club di Viterbo”, la Giunta Comunale di Viterbo (sempre tutti i medesimi presenti, con l’assenza di Bracaglia), fatte analoghe premesse e “rilevato altresì che sull’aeroporto di Viterbo, stante l’esiguità del sedime disponibile, le uniche aree adatte per la realizzazione delle opere finanziate ricadono in parte su quelle già concesse all’Aero Club di Viterbo e destinate ad uffici e sede”, delibera infine di “assumere, pertanto, l’impegno a concedere all’Aero Club di Viterbo in subconcessione, sulla base di un valore nominale da definirsi in seguito, le stesse superfici di uffici...”.

Il sindaco, la sua coalizione e un po’ di storia

Il sindaco Giancarlo Gabbianelli è stato per molti anni principale dirigente viterbese del Msi, ed a lungo ha svolto il ruolo di consigliere d’opposizione in Consiglio comunale; governa ora da anni la città con una coalizione che comprende, oltre ad Alleanza Nazionale, Forza Italia e l’Udc: dell’Udc attualmente è magna pars in Consiglio comunale quel Rodolfo Gigli detto Nando già sindaco di Viterbo, presidente della Regione, poi anche parlamentare, che è stato per decenni il vertice operativo del sistema di potere andreottiano a Viterbo (mentre Rodolfo Gigli attualmente è nel centrodestra, il fratello Ugo - direttore dello Iacp, ora Ater, di Viterbo - è stato negli ultimi anni e fino a tempi recenti assessore alla Provincia nella coalizione di centrosinistra, e il ventennale delfino di Gigli nella Dc e anch’egli già sindaco di Viterbo Giuseppe Fioroni è attualmente Ministro della Pubblica Istruzione nel governo Prodi; sulle vicende del sistema di potere andreottiano nel viterbese e sulla penetrazione mafiosa a Viterbo nei decenni del potere andreottiano si vedano varie pubblicazioni di chi scrive queste righe e riassuntivamente almeno Modello di sviluppo, sistema di potere, penetrazione mafiosa, Viterbo 1989; Il caso Gigli-Icem, Viterbo 1991; Regime della corruzione e penetrazione dei poteri criminali nell’Alto Lazio, Viterbo 1993; Sistema di potere andreottiano e penetrazione dei poteri criminali a Viterbo. Dieci note bibliografico-documentarie, Viterbo 1995).

Dieci mesi dopo

Passano dieci mesi dalle due delibere. E ne devono essere successe di cose. In Alleanza Nazionale viterbese continua una lotta interna senza esclusione di colpi che si prolunga da molti anni. Barra passa fragorosamente da Alleanza Nazionale a Forza Italia.

Il 2 ottobre 2006 su precedente richiesta dei gruppi consiliari di opposizione si riunisce in Comune la seconda commissione consiliare permanente per ascoltare i vertici della Savit. Dopo l’incontro i gruppi consiliari di opposizione (tutto il centrosinistra) diffondono un comunicato, pubblicato sul sito informativo locale “Tusciaweb” il 4 ottobre 2006, in cui tra l’altro si afferma che “la giunta Gabbianelli - con un atteggiamento politico unilaterale - di fatto ha espropriato la Savit di un ruolo effettivo” e si chiede “che senso ha avviare una procedura amministrativa unilaterale, tortuosa e discutibile, di impiego delle risorse pubbliche disponibili (tre milioni di euro ex Finanziaria 2005) su aree in sub-concessione di terzi privati al di fuori di una programmazione coerente con gli impegni societari e parasociali sottoscritti in ambito Savit?”.

Già, che senso ha? Se i consiglieri comunali d’opposizione si sforzano un po’, forse ci arrivano.

Sul quotidiano “Il messaggero” dell’8 ottobre 2006 compare una dichiarazione di Michele Bonatesta, non più senatore dopo le elezioni dell’aprile 2006, ed in guerra aperta con il sindaco Gabbianelli; nell’articolo siglato Re. Vi. si riferisce che “Dopo aver tuonato in lungo e in largo nei giorni scorsi, ieri Bonatesta ha investito gli assessori Antonio Fracassini (Lavori pubblici) e Marco Maria Bracaglia (Bilancio) al grido: ‘Dimettetevì. E il motivo è presto detto: quella delibera del dicembre 2005 con la quale Palazzo dei Priori subconcede alla società Mediterranea Skyward Aviation aree e manufatti dello scalo, che è, a suo dire, il presupposto amministrativo per dirottare sulla società di Stefano Caporossi i tre milioni di euro, inseriti nella Finanziaria 2005 proprio grazie a un emendamento presentato... dall’ex parlamentare”. E la dichiarazione di Bonatesta si conclude con le seguenti parole: “Noi non abbiamo nulla - conclude Bonatesta - contro la Mediterranea: i privati perseguono i loro legittimi interessi alla ricerca del massimo profitto, anche se a volte non possono coincidere con quelli della collettività. Il problema sorge quando sono gli amministratori a non apparire in grado di garantire gli interessi altrettanto legittimi del proprio territorio e dei propri amministrati”. Che detto dal senatore che fece inserire nella Legge Finanziaria quei tre milioni e passa di euro è davvero una esternazione alquanto interessante. E c’è di più.

Intermezzo: come si scrivono le leggi finanziarie

Replicando a Bonatesta sul “Messaggero” del 10 ottobre 2006 quel Barra di cui sopra (e che nell’articolo che ospita la sua replica viene definito “già amministratore unico della Mediterranea”) rivela che dell’emendamento Bonatesta - quello che stanziava oltre tre milioni di euro per l’ampliamento dell’aeroporto di Viterbo - “avevo curato il dispositivo tecnico”. Non c’è bisogno di tradurre in lingua corrente.

Il sindaco rivendica

Ci si aspetterebbe che il sindaco di Viterbo respingesse con sdegno l’esplicita accusa di aver di fatto esautorato la società pubblica Savit (di cui il Comune è socio al 33% insieme a Provincia e Camera di Commercio che detengono anch’esse un pari numero di quote ciascuna), e di averlo fatto a vantaggio di una società privata di cui sono magna pars esponenti del suo stesso partito.

E invece il sindaco di Viterbo in una intervista apparsa sul quotidiano “Il messaggero” del 31 ottobre 2006 alla soave domanda del giornalista: “Ma quella di far gestire i fondi a una società vicina ad An, e non alla Savit, è una mossa autoreferenziale”, risponde serafico: “È l’unica società che ha un sedime vicino all’aeroporto”. Più chiaro di così.

E subito aggiunge: “Ma nessun timore: sia per la gestione che per l’ultimazione verranno effettuate gare d’appalto europee. E già sono arrivate le prime richieste. Anche perchè, lo ripeto: Viterbo diventerà a breve un aeroporto per voli low cost”. Si noti: “per la gestione” e “per l’ultimazione”. E si noti ancora: “sono arrivate le prime richieste”. Nei giorni successivi seguono flebili commenti di altre figure istituzionali, la riunione pacificatrice che non si nega a nessuno, e nessuno più fiata.

L’amministratore imprenditore

In un intervento apparso l’11 dicembre 2006 sul sito d’informazione locale “Tusciaweb” Stefano Caporossi dapprima premette che “parlo da amministratore e nella qualità di imprenditore”, e poi prosegue “Sono presidente dell’Aeroclub da quattro anni; frequento l’aeroporto quotidianamente in quanto sono il responsabile di una scuola di volo per il rilascio delle licenze commerciali per piloti di linea... La pista di oltre 1500 metri è stata ultimata e può essere aperta all’aviazione generale per consentire l’atterraggio dei velivoli civili...”; poi elenca varie opere da realizzare e gli ingentissimi finanziamenti necessari “per conferire allo scalo aeroportuale la completa capacità operativa senza alcuna limitazione”, successivamente “annuncia la possibilità di ufficializzare la nascita della società Mediterranea Air Service...”, e trionfalmente conclude: “Il mio impegno... sarà quello di collegare inizialmente Viterbo con alcune regioni italiane ed europee...”.

La morale della storia

La realizzazione a Viterbo di un mega-aeroporto per i voli low cost del turismo “mordi e fuggi” per Roma provocherebbe gravissimi danni all’ambiente, alla salute delle persone, a rilevanti beni storico-culturali, sociali, economici.

Eppure certi propagandisti pro aeroporto, certi imprenditori pro aeroporto, certi pubblici amministratori e dirigenti politici pro aeroporto, sostengono che non c’è motivo di preoccupazione, che tutto va bene. Ed insistono perchè l’opera si realizzi al più presto, perchè si attinga al pubblico erario per ingenti finanziamenti.

Forse attraverso le brevi, fredde notizie che abbiamo allineato sopra (che ovviamente sono una minima parte della documentazione disponibile e di pubblico dominio) si capisce anche perchè.

[Peppe Sini, già consigliere comunale e provinciale, è stato tra gli anni ‘70 e ‘90 uno dei principali animatori del movimento che si opponeva alle servitù energetiche e militari nell’Alto Lazio, e il principale animatore del movimento che si oppose al devastante progetto autostradale della cosiddetta “Supercassia”; nel 1979 ha fondato il Comitato democratico contro l’emarginazione che ha condotto rilevanti campagne di solidarietà; nel 1987 ha coordinato per l’Italia la campagna di solidarietà con Nelson Mandela allora detenuto nelle prigioni del regime razzista sudafricano; nel 1999 ha ideato, promosso e realizzato l’esperienza delle “mongolfiere della pace” con cui ostacolare i decolli dei bombardieri che dalla base di Aviano recavano strage in Jugoslavia; nel 2001 è stato l’animatore dell’iniziativa che - dopo la tragedia di Genova - ha portato alla presentazione in parlamento di una proposta di legge per la formazione delle forze dell’ordine alla nonviolenza; è stato dagli anni ‘80 il principale animatore dell’attività di denuncia e opposizione alla penetrazione dei poteri criminali nell’Alto Lazio; dal 2000 cura il notiziario telematico quotidiano “La nonviolenza è in cammino”]

Alberto d’Argenio, “Stop agli aerei che inquinano”

L’Ue riduce le emissioni di gas serra. Ma è scontro con Usa e Cina, La Repubblica, 1 ottobre 2007

BRUXELLES - Nuova puntata dello scontro sul cambiamento climatico tra Europa e Stati Uniti. Questa volta a scatenare la battaglia è stato il taglio delle emissioni dell’aviazione civile: gli Usa, spalleggiati da Australia e Cina, hanno guidato l’ammutinamento del resto del mondo contro la proposta Ue di applicare tetti vincolanti alle emissioni di Co2 nel settore aereo, provocando un muro contro muro che nei prossimi anni sfocerà in guerra aperta.

Il Vecchio continente, infatti, entro il 2012 metterà le compagnie aree extracomunitarie di fronte ad un bivio: o accetteranno la lotta al cambiamento climatico o non potranno più volare sui nostri cieli. Una posizione che Bruxelles ritiene giustificata dall’atteggiamento dell’amministrazione Bush, che anche nei negoziati sull’era successiva al Protocollo di Kyoto rifiuta l’adozione di target vincolanti nel taglio delle emissioni.

Lo scontro sui cieli è andato in onda a Montreal, dove nelle ultime due settimane le delegazioni provenienti da tutto il globo hanno partecipato all’assemblea dell’Organizzazione internazionale per l’aviazione civile (Icao). Da un lato erano schierati i governi dell’Ue, appoggiati dagli altri 15 paesi della Conferenza europea dell’aviazione, tra cui Svizzera, Norvegia e Islanda, dall’altro il fronte anti-ambientalista, guidato da Usa, Australia, Cina e Arabia Saudita. Al centro dei negoziati c’era la strategia europea per applicare agli aerei di linea uno schema di emissioni come quello previsto da Kyoto, un tetto ai gas inquinanti da imporre alle compagnie Ue a partire dal 2011 e dall’anno successivo a quelle del resto del mondo che operano in Europa. La misura si inserisce nella strategia dell’Unione contro il surriscaldamento del pianeta (e i cataclismi che ne deriveranno), il cui obiettivo è quello di contenere l’innalzamento delle temperature entro i 2 gradi centigradi rispetto all’era preindustriale. E il settore aereo è chiamato a fare la sua parte, visto che già oggi contribuisce al 3% delle emissioni nocive, una percentuale destinata a lievitare con l’aumento del traffico aereo, che raddoppierà entro il 2020.

«Siamo delusi dal risultato delle trattative e pensiamo che l’Icao abbia abdicato alla sua leadership nella lotta al cambiamento climatico, un fatto che ci preoccupa molto», ha commentato il portoghese Luis Fonseca de Almeida, rappresentate dell’Unione nei negoziati di Montreal. In effetti nella risoluzione finale adottata nella città canadese dei target obbligatori al taglio delle emissioni si parla solo come «possibile aspirazione». Ma non finisce qui: il testo, secondo alcuni osservatori adottato grazie alla «manipolazione» dei falchi sulle altre delegazioni, indica che l’Europa potrà imporre i tetti alle emissioni solo in presenza di accordi bilaterali con i paesi delle compagnie aeree.

Insomma, una bocciatura a tutto tondo che Bruxelles e i suoi alleati, quanto mai compattati dalla testardaggine degli interlocutori, hanno rifiutato con una riserva formale. Tradotto in parole povere: nel 2012 l’Europa imporrà unilateralmente il taglio delle emissioni anche alle compagnie straniere, che dovranno adeguarsi se vorranno continuare volare sui nostri cieli. Chi non sarà d’accordo, è la convinzione dei legali della Commissione Ue, non avrà alcuna possibilità di vincere un eventuale ricorso in tribunale.

Intanto a Bruxelles già nei prossimi mesi ci si preparerà allo scontro, con il testo del piano sull’aviazione che andrà all’esame dell’Europarlamento e dei governi con l’obiettivo di essere approvato nel 2008. E anche se la sua applicazione potrebbe costare alle tasche dei passeggeri fino a 40 euro a biglietto (cifra massima per le tratte più lunghe), non ci si aspetta un calo dei passeggeri o un danno rilevante al turismo continentale.

Il canone più prudente prescrive di raccontare la speranza. Sei qui per questo, non per altro. Racconta di casa Jonathan che sta in piedi senza soldi pubblici. Parla del generoso coraggio di Vittorio Merloni e della Fiat di Marchionne che, nel colpevole deserto di politiche pubbliche, offrono ancora un’opportunità ai "piccoli criminali" che abitano quella casa - "piccoli" perché quattordicenni o non ancora diciottenni e "criminali" perché assassini, rapinatori, stupratori, soldatini di latta della cinica camorra dei "grandi", spacciatori di eroina, di cocaina, spesso tossici loro stessi. Merloni e Marchionne li lasciano lavorare nelle loro fabbriche come operai tra gli operai senza chiedere del loro passato accontentandosi soltanto, con fiducia, del loro desiderio di ricominciare da un’altra parte un’altra storia, un’altra vita. Racconta la speranza, mi ripeto, mentre ritorno a Napoli da Scisciano nella piana del Vesuvio, dov’è la casa. E già so che non ci riuscirò perché la sola parola - speranza - mi appare una menzogna, una retorica progressista che non ha più niente a che fare con realtà. Dov’è la speranza? Quali sono le ragioni per averne? Da due giorni la parola che ascolto con più frequenza è morte, ecco la verità. Questi bambini - perché i "piccoli criminali" altro non sono: hanno faccia da bambini; si muovono impacciati come bambini; riescono nonostante le loro storie a essere timidi o entusiasti come bambini quando ti spiegano il loro lavoro nella falegnameria - dicono «morte» con la naturalezza con cui io e voi diciamo pioggia o vento, senza alcun emozione e drammaticità o stupore. Sembra che siano nati e vissuti accanto a quella nera presenza. «Mio padre? È morto, l’hanno ucciso e anche mio fratello hanno ucciso…». «Alberto era il mio migliore amico, gli hanno sparato, poi l’hanno gettato in un pozzo». Dicono di Giovanni. Era «un terremoto». «Nemmeno in carcere lo volevano più». Venne qui e chiese che si avesse per l’ultima volta ancora fiducia. Promise che «nessuno si sarebbe vergognato di lui».

Fu di parola, l’ometto, perché nessuno ebbe a vergognarsi di lui nel periodo che visse a casa Jonathan. Poi quel tempo finì e ritornò da dov’era venuto, nelle stesse strade, tra la stessa gente. Lo ritrovarono in un vicolo, con due proiettili in testa. Ricordano Marcello S. che era felice di vivere nonostante tutto, era forte come un toro, mai prepotente, coraggioso e mai aggressivo. Premuroso con i più piccoli, «dava sempre una mano». Non aveva paura di nulla e sapeva che cos’era giusto e ciò che non lo era. Mai nessuno, dicono, avrebbe potuto sparare a Marcello guardandolo negli occhi. Così gli mandarono sotto un suo amico, Luigi G., un altro ragazzo della casa. Marcello, che gli si era affezionato, lo abbracciò quando lo vide dopo tanto tempo e, quella sera, si accompagnò a lui. Luigi G. gli sparò alla nuca, appena lo vide distratto.

Non si può cancellare l’esistenza di questo orrore. Soltanto liberandosi dall’illusione che ci sia una speranza, dall’alibi che rappresenta quest’idea confortevole, si può misurare il vuoto assoluto, immune da ogni possibile scelta tra bene e male, dove esplode una ferocia che lascia increduli. «Bene» e «male» sono qualifiche insensate in questo mondo che non prevede conflitti interiori, domande, via di fuga. Marco M. dice che «accade e basta». «Vuoi fare la buona vita e l’unica opportunità che hai per averla è la mala vita. Tutto qui. Così è stato per me, così è per tutti. Non hai niente e vuoi avere tutto. Vuoi l’auto più grande, il rolex più prezioso, una camicia elegante, le scarpe più lussuose, le ragazze più belle e andare al mare e alzarti all’ora del pranzo come fanno quelli - tutti, dal più "grosso" al più fesso - che sono nel giro della droga a Scampia. Epperò tu non hai dieci euro in tasca e pensi che sei un niente, che non meriti nemmeno il saluto di chi ti incontra e vuoi tutta quella roba per essere rispettabile, per sentirti vivo perché se la vita non è buona che vita è? Cominci a rubare un’auto, a rapinare un supermercato. Quegli altri, i capi, i "grossi", ti stanno a guardare da lontano e apprezzano la decisione con cui fai il tuo lavoro e il rispetto che hai per la loro autorità. Se rivogliono l’auto rubata indietro perché non possono fare brutta figura nella loro zona, gliela restituisci. Se ti chiedono di rubarne una per un lavoretto, tu gliela "regali", se sei furbo. Un giorno, il tuo miglior amico ti chiede se sapevi che, sparando al cervello di un cristiano, senti uno sfiato come in un pallone bucato e ti dici che, tranquillo, tutto è a posto, che è così che va la vita. I "grossi" ti chiedono di fare allora qualche pezzo - sì, qualche morto - e tu gliene fai anche cinque, sei e non pensi mai che più ti dai da fare più ti metti nei guai perché quelli, i "grossi", a un certo punto, non si fideranno più di te perché ormai hai imparato a sparare bene e ti possono venire in testa anche manie di grandezza e, una notte, ti manderanno sotto casa uno come te, magari al suo primo pezzo e la giostra continuerà a girare e tu sarai solo uno che, come altri prima e dopo di te, è caduto con la faccia a terra e non si è più rialzato».

«Guarda», dice Marco e mostra una medaglia che ha al collo con una piccola foto: «Questo era Pasquale». «Guarda», dice e mostra un tatuaggio sul braccio e su un fianco con quel nome. «Non posso pensare a Pasquale senza farmi venire le lacrime agli occhi. Eravamo tre amici, io, Pasquale e Nino. Siamo cresciuti insieme da sempre, eravamo alti così. Ci siamo divisi il pane, quando c’era, e una risata, quando non c’era. I "grossi" hanno messo contro Nino e Pasquale e, una notte, Nino ha aspettato Pasquale e gli ha sparato. Io allora ho capito e mi sono tirato da parte, per quel che ho potuto. Dovevo scegliere: o diventare Pasquale, stecchito, o Nino, assassino del mio sangue. Preferisco essere quel che sono e sapere che la malavita è soltanto mala vita e che la buona vita che ti promettono è una bolla d’aria. Finora mi è andata bene. Ho una mia attività commerciale e mi lasciano tranquillo, ma fino a quando durerà? Il marito di mia sorella, il padre di mio nipote è, come tutta la sua famiglia, dentro la camorra. Possono ammazzarmi solo per questo e io posso ammazzare se facessero orfano mio nipote o se venissero a pretendere i soldi per quel lavoro che mi sono costruito con fatica. Non posso dire di essere salvo. Posso soltanto sperare di esserlo un giorno dopo l’altro».

La camorra, in queste parole, non è un’organizzazione criminale, non è un ricco affare illegale, non è un "nemico" che si affronta con l’eroismo dei coraggiosi. È un pensiero. Un pensiero di affermazione di sé che rende - necessario - il dominio sugli altri e - tassativo - il possesso di quei luccicanti oggetti superflui che rendono poi superflua anche la vita. È un’idea distruttiva del corpo comunitario. Immagina che esista soltanto un codice che regola i rapporti con il mondo: il potere che hai su chi ti vive accanto; un potere da ribadire ogni giorno, pena perdere tutto, con una presenza violenta e magnificamente abbigliata. In questo mondo insensato si uccide per invidia. «Giacomino - raccontano - fu ucciso alla Sanità perché era troppo bello, piaceva a tutti e tutti gli sorridevano e lo salutavano contenti. Giulio se ne fece un’ossessione, a lui nessuno lo salutava, manco lo vedevano, era come trasparente e così, per liberarsi da quel cattivo pensiero che gli faceva veleno nel sangue, si liberò di Giulio. Gli sparò». Si fa un pezzo per pagarsi la macchina nuova e più potente. Si fa un’estorsione per comprarsi un "dolcegabbana" o un altro paio di "hogan". Si fa una rapina per comprarsi "o rolex" che costa di più. Soltanto un corpo senza vita in una pozza di sangue è realtà nella totale irrealtà che governa la vita di questi adolescenti vittime e innocenti come agnelli il giorno di Pasqua, feroci e avidi e stupidi come borghesi piccoli piccoli. C’è uno scarto incommensurabile tra la concretezza delle vite spezzate e la "bolla d’aria" in cui vivono decine di migliaia di adolescenti armati di coltello o, se vogliono, di pistola. L’atroce è l’esito dell’assoluta irrealtà di un desiderio di oggetti che solo, a parer loro, concede valore. Al possesso di quegli oggetti è appesa la loro vita, il dolcegabbana, la mercedes, la smart, il rolex, la catena d’oro, il sogno di diventare come i guaglioni che lavorano a Scampia nella droga, «loro sì che fanno i soldi e, se stai appena più su nel controllo della "piazza" di spaccio, facile ti metti tre, quattro milioni da parte in poco tempo…».

Quale nome dare a questo scarto tra un destino di morte e un’irrealtà scandalosa? Ci si aggrappa di solito alla sociologia per spiegare questa catastrofe umana; si invocano i deficit dell’economia, la debolezza del mercato del lavoro, l’impotenza di una politica fatta di parole e cucita con gli interessi privati o di consorteria. Bisogna forse avere il coraggio di parlare di antropologia. Bisogna prendere molto sul serio finalmente, e con indignazione, l’ipotesi che si è consumato in questo angolo della Penisola un «mutamento antropologico» che, a guardarlo da vicino, toglie il fiato. Anche qui, che cosa c’è di nuovo? Soltanto i poeti sono capaci di profezie e il vaticinio di Pier Paolo Pasolini ha ormai più di 35 anni. La «tribù dei napoletani» che «irripetibile, irriducibile, incorruttibile» vive nel ventre di una grande città di mare ha deciso di estinguersi, scrisse. Quelli che verranno dopo non saranno «napoletani trasformati». Saranno «altri», predisse. Sono altri napoletani, ma nessuno si illuda di poter volgere lo sguardo da un’altra parte. Quel che accade qui è affare di tutti perché - ha ragione Giorgio Bocca - «Napoli siamo noi»: questi altri napoletani annunciano altri italiani; le patologie napoletane dicono dei morbi che affliggono gli italiani.

Vincenzo Morgera e Silvia Ricciardi, che hanno costruito casa Jonathan, non hanno bisogno di lezioni di disincanto. Sono disincantati per esperienza e non si sono mai illusi di aver trovato la soluzione definitiva di quel che si definisce «reinserimento e inclusione di ragazzi a rischio penale». In un cesto raccolgono le lettere - centinaia - scritte da chi non ce l’ha fatta, e sono i più. Fino a quando sono in casa, i ragazzi sembrano poter cambiare la loro vita, aver compreso la necessità di farlo. Poi Rocco scrive: «Mi trovo in carcere perché ho fatto un’altra rapina di gioielleria e mi hanno anche sparato e ringraziando a Dio, non è molto grave…». Giuseppe si vergogna: «Scusatemi, Vincenzo, avevo dato la parola a voi che non sarei tornato dentro, non l’ho mantenuta, spero mi perdonerete… Ho solo diciotto anni e non ho mai capito niente che mi volevate bene e mi viene da piangere a pensare quel che ho gettato via. Qui non mi viene a trovare nessuno e i miei problemi in questo carcere sono molto gravi e non mi dite niente che sono finito ancora qui, sono un uomo di merda…». Eugenio non cerca scuse: «Mi brucia aver perso la vostra fiducia, ma chi fa cose brutte, si deve prendere le conseguenze anche se qui ci sono tanti pezzi grandi e io non mi trovo tanto bene…». Dice Vincenzo Morgera che soltanto il lavoro e una comunità che possa restituire identità e appartenenza, alternative all’ambiente d’origine, alla famiglia, all’identità virtuale che inseguono, può offrire ai ragazzi dannati l’opportunità di cambiarsi la vita. «Vittorio Merloni, che da queste parti ha due stabilimenti Indesit, è il primo che ha creduto al nostro progetto. Io credo che la fabbrica, il lavoro comune possa offrire un esempio credibile». Dice Vincenzo che non vuole convincere nessuno. Dice che troppe sono le cose che dovrebbe aggiustarsi, sparire o apparire dal nulla, per avere speranza. Ma la sua non è speranza, dice, è soltanto una piccola ostinata disperazione che gli impedisce di credere che non si possa almeno tentare, ragazzo dopo ragazzo, vita dopo vita. Silvia dice che Angela T, che ce l’ha fatta, forse può spiegare quanto quell’ostinata disperazione possa, in qualche caso, aver successo.

Angela è a Fabriano, al lavoro alla catena di montaggio della Indesit, 1500 euro al mese, lei che duemila euro li spendeva in un giorno nella più bella piazza di Napoli, tra Dolce&Gabbana e Vuitton e Ferragamo. Chiamo Angela. Ha una voce allegra anche se quel che racconta non lo è. «La mia famiglia, mia madre, i miei cinque fratelli, le mie sette sorelle, tutti hanno sempre spacciato eroina, a chili, a San Gregorio Armeno per conto del clan Giuliano. Ricordo che andavo ancora alle elementari e la mattina quando bevevo la mia tazza di latte prima di andare a scuola, in cucina c’era tutta una frenesia per preparare le bustine della giornata. Era il mio mondo, ci sono cresciuta dentro, non ci ho fatto mai caso, era normale. Come era normale per me, diventata più grande, spacciarla e anche farmela con un mio fratello che è poi morto di Aids. Solo quando mi hanno tolto la libertà - e, con me, alle mie sorelle, ai miei fratelli, a mia madre - ho capito che quella vita non l’avevo scelta io. Apparteneva agli altri e, senza farmi una domanda, l’avevo accettata. La domanda sarebbe stata: vuoi davvero essere così? Ci ho messo anni per farmela venire in mente così netta e affilata. Quando ci sono riuscita mi sono sentita come soffocata dalla spazzatura. Il tempo, da allora, è passato a rimuovere dalla mia testa rifiuto dopo rifiuto per fare spazio a nuovi pensieri. Modesti, ma puliti. Lavorare in fabbrica è duro, ma mi dà ordine e mi piace perché quel che mi è mancato nella mia vita precedente sono le regole, accettare che soltanto con le regole si può vivere con gli altri, sapere che gli altri possono renderti felice. I soldi sono importanti, ma i miei 1500 euro mi fanno più soddisfatta delle migliaia di euro che spendevo. Ne ho la conferma quando vado a trovare, qualche volta, mia madre. Vive di pensione, non ha più i suoi ori e i suoi gioielli e si vergogna. Povera donna, ha 73 anni e non sa né saprà mai che cos’è la vita e la libertà. Io, a volte, ora credo di saperlo».

Mi chiedo, allora: è Angela, la speranza? Può solo una piccola, giovane donna tenersi sulle spalle il peso di quella parola?

La sublagunare è cosa fatta. Almeno nelle intenzioni dell’assessorato all’Urbanistica. Così ieri pomeriggio in giunta si è raggiunta una situazione paradossale. Gli uffici comunali hanno presentato una dettagliata relazione sui nuovi accessi alla città storica che quasi nessuno - assessori e presidenti di Municipalità - aveva visto prima. Dove la sublagunare - su cui l’amministrazione attuale ha sempre espresso forti riserve - viene data ormai per approvata. Tre paginette che hanno creato non poco imbarazzo in più di qualche assessore. Alla fine è stato il sindaco Cacciari a chiedere il rinvio della delibera, che riguardava oltre al contestato progetto di treno subacqueo anche l’intero sistema degli accessi nell’ambito del nuovo Pat (Piano di assetto del territorio) e la mobilità.

Della sublagunare si discute da almeno vent’anni. Bocciato il progetto proposto dalla giunta Bergamo, nel 1990, l’idea è stata rilanciata dalla giunta Costa nel 2002. Il progetto elaborato dalla Camera di commercio e sostenuto dalla Regione e dall’allora ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi era stato definito «di pubblica utilità» e inserito fra le priorità dell’amministrazione. Ma alle elezioni del 2005 il sindaco Cacciari era stato eletto per un pugno di voti con la parola d’ordine della «discontinuità». Nel frattempo erano arrivati i rapporti molto critici dei tecnici di Provincia e Comune. E il via libera - pur fra mille prescrizioni - della commissione regionale Via. Ora c’è chi sostiene la grande opera (Camera di commercio, Forza Italia, ma anche settori del Partito democratico). Chi la definisce «l’ennesimo scempio» come le associazioni ambientaliste, chi la giudica «poco utile a risolvere i problemi del trasporto in laguna», come l’architetto Vittorio Gregotti, uno dei progettisti italiani più famosi nel mondo. Insomma, il dibattito è aperto. Ma il Comune ieri ha tentato il «blitz». Non si sa in base a quali studi scientifici, a pagina 67 del Pat i tecnici di Urbanistica scrivono: «I servizi di navigazione non possono essere ritenuti soddisfacenti per le esigenze di trasferimento di notevoli quantità di persone quali quelle ipotizzabili in caso di attestamento dei flussi turistici nei due siti indicati (Fusina e Tessera). E mentre «per Fusina è ipotizzabile il mantenimento di un servizio acqueo tradizionale, per Tessera è stato sviluppato il progetto di collegamento sublagunare con tecnologìa innovativa, idonea a garantire una maggiore accessibilità alla città storica». E si ipotizza anche una nuova mobilità interna alla laguna. Sempre con la sublagunare come punto fermo. La pressione per la nuova grande opera (400 milioni di euro) è tanta. Ma la decisione ieri è stata alla fine rinviata.

In arrivo il Piano e anche gli sfratti

di Eleonora Martini

Alla Conferenza nazionale sulle politiche abitative i 12 punti del governo e i problemi per trovare le risorse. Ma rimane fuori dalla discussione la questione delle migliaia di persone che dal 14 ottobre rischiano di trovarsi per strada. Sulla quale Di Pietro non vuole la proroga

«Gli inquilini non si sentono sicuri. Forse un inquilino sicuro potrebbe essere un inquilino felice». Se non altro è un insolito sguardo sul problema della percezione generalizzata di insicurezza, la frase con la quale Gualtiero Tamburini, presidente di Nomisma, ha concluso la presentazione del rapporto curato dalla sua società che ha messo carne sul fuoco della Conferenza nazionale sulle politiche abitative organizzata ieri a Roma dal ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro. Un'insicurezza particolarmente soffocante per quelle 10-15 mila famiglie italiane sotto sfratto (ma c'è chi la considera una sottostima) e che va crescendo man mano che si avvicina la data del 14 ottobre, giorno in cui scade l'ultima proroga degli sfratti secondo la legge 9 del 2007. Anche per questo, mentre all'interno dell'aula magna della prestigiosa (e costosissima) Università Luiss si susseguivano gli interventi dei quattro ministri e di un viceministro e di altre figure istituzionali di alto profilo, fuori gli inquilini del Sunia, del Sicet e dell'Uniat avevano messo in piedi una piccola manifestazione con l'intenzione di «sollecitare il governo ad azioni concrete senza perdere altro tempo».

Per il premier Romano Prodi, però, piuttosto «le politiche tradizionali hanno troppi limiti», scrive nel suo messaggio inviato al convegno. «Dobbiamo dare prova di grande fantasia e di creatività» e «coinvolgere anche le fondazioni e il capitale privato nei nuovi progetti abitativi. Stiamo anche pensando a strumenti fiscali per aiutare le famiglie ad affrontare i costi della casa».

Un po' deludente per chi si aspettava un dibattito pubblico a tutto campo che coinvolgesse o almeno rendesse spettatori tutti i soggetti interessati, dai movimenti di base locali ai costruttori, proseguendo la discussione avviata a maggio nel Tavolo nazionale delle politiche abitative istituito dalla legge 9, la Conferenza nazionale ha affrontato soprattutto i nodi del nuovo Piano casa illustrato da Di Pietro che sarà presentato al Consiglio dei ministri del 28 settembre. Al centro della discussione anche il problema di come riuscire a trovare nella prossima Finanziaria le risorse necessarie al Piano, 1,5-1,7 miliardi di euro per il 2008. Anche se il vice ministro all'Economia Roberto Pinza ha subito messo le cose in chiaro: non c'è ancora «nessuna» indicazione sulle risorse disponibili nella manovra. Sul come ripartire le eventuali risorse, la ministra Rosi Bindi, felice perché «si è riaperto il capitolo casa da troppo tempo dimenticato», tira l'acqua al suo mulino e preme per i finanziamenti diretti alle famiglie. Ma il collega Paolo Ferrero non è d'accordo: «Trasferire risorse direttamente alle famiglie significa far crescere le rendite finanziarie. Le risorse invece vanno indirizzate verso l'offerta, non la domanda».

Il problema più urgente però, quello dell'emergenza sfratti con la prima scadenza del 14 ottobre (per i piccoli proprietari) e la seconda (per le grandi proprietà) a giugno 2008, non sembra all'ordine del giorno. È Ferrero ad accendere i riflettori: «So che Di Pietro la pensa diversamente, ma il 15 ottobre un anziano allettato non può finire in strada, non sarebbe degno di un paese civile. Si è sbagliato a non intervenire a luglio utilizzando l'extragettito ma o lo si fa ora nel bilancio 2007 oppure bisogna prorogare di nuovo il blocco degli sfratti». Occorrono infatti subito almeno 530 milioni di euro, tanto era il preventivo fatto a luglio per assicurare agli sfrattati il passaggio «casa a casa». Non che la sospensione degli sfratti sia gratuita: per 15 mila abitazioni la stima era di circa 32 miliardi di euro necessari. Ma il motivo di contrarietà di Di Pietro alla proroga non è certo questo.

Il ministro delle Infrastrutture piuttosto punta tutto sul piano articolato in dodici punti che era stato messo a punto dal Tavolo nazionale. E che prevede un programma triennale per il recupero di alloggi Erp (edilizia residenziale pubblica); l'acquisto e la locazione di alloggi per le categorie sociali più disagiate, con un diritto di prelazione per i Comuni per l'acquisto delle strutture messe in vendita dagli enti previdenziali; l'utilizzo di almeno il 20% degli stanziamenti per il rilancio di alloggi Erp nelle zone franche urbane, quelle dove spesso si concentra il degrado sociale ed economico; il recupero di aree e immobili militari dismessi; la ripresa dei finanziamenti dei «contratti di quartiere II», fermi dal 2002 e per i quali sono già disponibili 250 milioni di euro; un osservatorio nazionale sull'abusivismo edilizio e uno sulla condizione abitativa. Dal punto di vista fiscale: l'esenzione Ici per gli alloggi Iacp o di proprietà di enti locali; riduzione dell'imponibile per i proprietari che affittano a canone concordato. Un'esperienza questa del canone concordato «fallita» e che va rivista, secondo la ministra Giovanna Melandri che ha portato le istanze di quei «4,5 milioni di giovani che non riescono proprio ad avere una casa».

«Tre miliardi per l'edilizia pubblica»

M.D.C. intervista Angelo Fascetti, storico esponente del movimento di lotta per la casa a Roma

L'Asia, legata alla Cub-RdB, è una delle associazioni che si occupa del «problema della casa» aiutando le persone e le famiglie che vi restano intrappolate. Angelo Fascetti ne è uno dei rappresentanti storici, sulla piazza di Roma.

E' cambiato qualcosa con questo governo?

Ha perso un'occasione con il blocco degli sfratti e con la nomina di una commissione che poi non ha fatto nulla. Se non ci sono fondi, non si può fare una politica della casa. Qualche mese fa, per il blocco degli sfratti, furono stanziati 60 milioni, una cifra ridicola di fronte all'emergenza.

Anche allora avete posto il problema dei finanziamenti...

C'era stato un riconoscimento anche da parte del ministro Paolo Ferrero, che per parte sua si era posto l'obiettivo di strappare almeno 600 milioni. Per rilanciare l'edilizia pubblica, secondo noi, servirebbero almeno 3 miliardi.

Di Pietro, nella conferenza, ha parlato di un piano da 1 miliardo e mezzo.

Meglio che niente, se il governo si impegnasse veramente su questa cifre. Bisogna infatti recuperare tutto quello che non si è più fatto da almeno 10 anni a questa parte.

Che tipo di figure sociali vi trovate ad assistere?

Tra gli sfrattati, la maggioranza è di famiglie monoreddito. In alcuni casi anche con redditi decenti, intorno ai 2.000 euro al mese. E parecchi portatori di handicap. Ma è cambiata completamente la ragione degli sfratti. Fino a qualche tempo fa l'85% erano per finita locazione; ora al 70% sono per morosità, perché gli affitti sono altissimi. E vi si aggiungono almeno 400.000 famiglie, in Italia, che hanno problemi a pagare il mutuo.

Quanta gente sarebbe interessata a un rilancio dell'edilizia pubblica?

C'è stata una forte crescita delle famiglie monoparentali, per cui il problema è ormai un'emergenza. Si parla di almeno 500.000 nuove famiglie di questo tipo. Cui si aggiungono le separazioni, l'immigrazione, ecc. Di fronte a questa domanda, le case pubbliche sono scese al 3% del patrimonio abitativo; fino a qualche anno fa erano il 5%. Mentre la media europea è del 20 (40% in Francia e anche di più in Germania). Non c'è alternativa al mercato, anzi tante iniziative sono state prese per costringere a gente a indebitarsi per comprare casa.

Questo tracollo è storia recente?

Gravissima è stata la vendita delle case degli enti, decisa da Tremonti. Il grosso di questi appartamenti era localizzato nelle grandi città, e soprattutto a Roma. Che infatti guida la classifica dei rincari. Nel '93-94 si costruivano in Italia 32.000 appartamenti pubblici l'anno; nel 2004 erano appena 1.900. Da quando è stata abolita la Gescal sono stati chiusi i rubinetti e si è smesso di costruire. Abbiamo chiesto agli enti locali di stanziare almeno il 2% del bilancio per la casa. Ma siamo ancora al punto che la Regione Lazio, per fare un esempio, considera una «grande vittoria» l'aver stanziato 100 milioni per tutte e cinque le province. Quante case ci puoi fare?

Soldi di stato e gestori privati

di Tommaso De Berlanga

La distanza tra la capacità di fotografare la realtà e quella di formulare proposte è in genere ampia. Ma nel rapporto elaborato da Nomisma sulla «Condizione abitativa in Italia. Fattori di disagio e strategie di intervento» risulta in certi momenti vertiginosa. Certo, se fosse stato scelto un istituto di ricerca meno intimo col presidente del consiglio l'impressione di «convergenza di interessi» non avrebbe preso corpo con altrettanta evidenza.

Ma tant'è. Partiamo dunque dai dati oggettivi, decisamente attendibili. Il «disagio abitativo» nel corso di un ventennio ha cambiato configurazione, contagiando chi vive in affitto (una popolazione non maggioritaria, ma prevalentemente a basso reddito - giovani coppie, persone sole,migranti, famiglie numerose e/o monoreddito, studenti fuori sede) ma anche molti «proprietari» alle prese con mutui dalle rate crescenti per effetto della politica monetaria della Bce. Disagio è un termine generico, che copre sia la difficoltà di far fronte alle spese sia la percezione di «inadeguatezza» della casa rispetto alle proprie esigenze vitali. In generale, comunque, gli affittuari sono più poveri dei proprietari. In totale, oltre tre milioni e mezzo di famiglie.

Non mancano le notazioni curiose, come l'accenno a «chi è costretto a vivere in ricoveri di fortuna (un fenomeno nuovo per l'Italia, quello delle bidonville)»; che testimonia quantomeno della giovane età dei ricercatori addetti alla stesura del testo, all'oscuro della realtà italiana degli anni '50 e '60, immortalata anche in film come Sporchi, brutti e cattivi.

Il sogno della casa di proprietà risulta fondamentalmente legato al «bisogno di sicurezza»; il «pericolo» però è identificato nel padrone di casa, notoriamente uno che ti può buttare fuori alla fine del contratto chiedendoti - come sta accadendo in questi ultimi anni - una cifra doppia o tripla per rinnovartelo. La crescita degli affitti, parallela a quella dei prezzi delle case, è infatti avanzata a un ritmo molto superiore all'incremento dei redditi. In sintesi: «tra la fine degli anni '70 e i primi anni '80 per circa il 60% degli affittuari il peso del canone non superava il 10% del reddito». Proprio quello che predicava allora uno slogan in voga nel movimento di lotta per la casa. Ora, invece, il 45% delle famiglie attualmente in affitto sacrifica al canone più del 25%. Per chi invece cerca in questo momento casa, l'affitto può anche essere superiore al salario medio: 1.523 euro per un appartamento di 90 mq a Roma, 1.252 a Milano, e così via.

Sul fronte dei proprietari mutuatari le cose non vanno meglio: crescono le famiglie indebitate e il grado di esposizione. Nomisma commenta serafica «questo è lo scotto che si è dovuto pagare per la diffusione ulteriore della proprietà della casa», come se non fosse stata una scelta politica quella di bloccare la costruzione degli alloggi popolari e spingere la gente in direzione dell'acquisto.

Tra le conseguenze sociali viene dato il giusto peso alla permanenza forzata dei giovani all'interno del nucleo familiare: la percentuale dei «mammoni» tra i 25 e 34 anni è salita del 12% in un decennio. E altrettanta rilevanza viene attribuita al numero degli immigrati, soprattutto per il tasso di natalità che li contraddistingue (il 10,3% dei nuovi nati).

Ma quando si passa alle strategie di intervento la concretezza improvvisamente scompare. Eppure si sa che il 38% delle famiglie a rischio povertà ha comprato una casa (il subprime all'italiana parte da qui); che le politiche dell'ultimo decennio «appaiono non facilmente riconducibili a un disegno unitario». Che occorra come minimo un «flusso di risorse finanziarie aggiuntive» allo zero esistente, è abbastanza ovvio. Che «la migliore politica consista in una pluralità coordinata di azioni mirate», anche.

Tutto diventa chiaro al momento di tirare le conclusioni: viene consigliato «un modello di gestione davvero innovativo rispetto al passato», perché «in ogni caso il pubblico non può essere un gestore più efficiente dell'operatore privato». Voilà la soluzione: soldi pubblici per costruire case e un gestore privato per amministrarle guadagnandoci. Semplice e innovativo, come il partito democratico

«La burocrazia ucciderà la democrazia. Albert Einstein lo andava ripetendo fin dagli anni Trenta. Era una profezia che avevamo sottovalutato e che diverrà evidente proprio negli anni Cinquanta». Mezzo secolo è, più o meno, la distanza temporale che separa la storia dalla cronaca, la memoria orale ancora calda di emozioni dalle ricostruzioni filtrate dal tempo. Italo Insolera è l´autore di un libro - «Roma moderna» - pubblicato nel 1962 e considerato da un´intera generazione un testo fondamentale per capire lo sviluppo della Capitale, dall´Unità d´Italia agli anni Cinquanta. Che pensa oggi l´architetto quando rilegge, col senno del poi, le vicende urbanistiche di quel decennio? «Certo, bisognerebbe rivedere diversi avvenimenti. Fatti ai quali, magari, avevamo dato troppa importanza si sono poi rivelati secondari. O, viceversa, altri fatti che avevamo sottovalutato alla lunga si sono dimostrati carichi di conseguenze. Tra questi ultimi metterei senz´altro, in prima fila, la nascita di una burocrazia capitolina, poco appariscente ma in grado di esercitare un suo potere autonomo e indipendente".

«Lo sviluppo della città, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, era stato un fenomeno senza precedenti. Quello che colpisce, però, non è solo la quantità, la bassa qualità o la dimensione di quegli interventi, quanto il metodo con il quale quell´espansione fu indirizzata. C´è un piano delle grandi chiacchiere, discusso ufficialmente e puntualmente disatteso. E c´è un piano ombra, sostenuto dai vecchi, grandi interessi e veicolato dalla burocrazia capitolina. Apparentemente è il consiglio comunale che decide. Ma nella pratica c´è un potere autonomo e indipendente che ora insabbia, ora tira fuori dai cassetti le soluzioni che poi vengono adottate. I giochi erano stati decisi anni prima. E le linee guida erano addirittura esplicite. Basta rileggere quello che sembrava una delle tante scartoffie abbandonate e dimenticate nei cassetti del Comune e, invece, si è rivelato il vero piano regolatore di Roma: sono delle varianti, datate 1942, apportate al precedente piano regolatore. Programmi decisi sotto il fascismo; tutti regolarmente attuati, tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Perché, mentre in consiglio comunale si discuteva del nuovo piano regolatore, nei corridoi e negli uffici c´era chi, zitto zitto, continuava a mandare avanti i progetti dei grandi proprietari».

Lo studio di Insolera è in un palazzo piazzato sull´orlo di Monteverde. Sotto le finestre, dall´alto, si vedono i palazzi di viale Trastevere. «Proprio lì sotto c´era la vecchia stazione di Trastevere, che poi è stata spostata più in là. E accanto c´era il grande spiazzo dove, quando ero bambino, si accampavano i circhi che arrivavano a Roma». Ora, al posto di quegli spazi, c´è la fila, ininterrotta, degli edifici costruiti negli anni Sessanta: una delle tante, possibili immagini di una città che cambiava volto e che oggi quasi stentiamo a riconoscere e datare. A dieci anni dalla fine della guerra, nel 1955, nel resto d´Italia si era dato l´avvio a un piano di ricostruzione rimasto fino ad allora sulla carta. Nella Capitale non ci sono state grandi distruzioni. Ma quello della casa è un problema vero, impellente. «A metà degli anni Cinquanta a Roma ci sono 55 mila persone che ancora vivono in grotte e baracche; un quinto delle famiglie romane vive in coabitazione». Non si va tanto per il sottile. E la costruzione dei nuovi quartieri - una volta sistemati gli interessi degli speculatori - trascura spesso anche i servizi più elementari. «Senza nemmeno tenere conto di altre esigenze nate in quel periodo. Si pensi alla motorizzazione di massa, che pure è un fenomeno ormai emergente, tanto che in molte strade del centro vengono adottati per la prima volta i sensi unici. Anche il sistema dei trasporti pubblici rimane quello di una volta. Basti dire che ci sono ben 25 borgate collegate alla città solo dai mezzi di una società privata. E l´espansione non penalizza solo i poveri. Si pensi al caso dei Parioli, un quartiere di livello, che triplica la densità abitativa, ma senza aggiungere nuovi servizi».

«L´inizio e la fine degli anni Cinquanta sono abbastanza definiti; anche perché, simbolicamente, il decennio si apre e si chiude con due eventi precisi: l´Anno santo del 1950 e le Olimpiadi del 1960. Il primo avvenimento urbanistico del Dopoguerra a Roma è l´apertura di via della Conciliazione. E´ come vedere la città che recita se stessa. E che, sempre attorno al 1950, comincia a trasformarsi con altre importanti realizzazioni: la Cristoforo Colombo arriva all´Eur... si inaugura ponte Flaminio... apre la nuova stazione Termini. E poi si costruiscono una serie di palazzi al Tiburtino, San Basilio, San Paolo... sulla Tuscolana, al Laurentino, a Spinaceto... Si andava veloci allora. Bisognava consegnare nei tempi. Non c´erano scuse. A Roma, del resto, esisteva un vasto proletariato edile e artigiano. E ogni palazzinaro aveva le sue squadre fidate. A suo modo il sistema funzionava. E anche la politica, con la sua logica delle spartizioni, era accorta: le opere dell´Anno santo, ad esempio, erano state affidate ai tradizionalisti, agli accademici; le realizzazioni delle Olimpiadi erano andate ai progressisti razionalisti; le case popolari agli architetti di sinistra. L´idea guida che condiziona anche i grandi interventi per le Olimpiadi del Sessanta rimane però sempre la stessa: realizzare una serie di opere che obbligheranno qualsiasi successivo piano regolatore a riprendere le linee decise nel 1942, orientandolo verso i grandi patrimoni fondiari».

«Il problema non è solo urbanistico. C´entra, per l´appunto, come diceva Einstein, la democrazia. Le denunce di quanto stava accadendo non mancavano. Ricordiamo, una per tutte, la campagna dell´Espresso: «Capitale corrotta, nazione infetta». I progetti, anche se corretti, venivano però regolarmente disattesi e affossati sotto una montagna di varianti e di modifiche. E questo, alla fine, ha determinato come un senso di impotenza. E´ vero che all´epoca c´erano meno cose da seguire; ma fino agli anni Cinquanta i dibattiti che si svolgono nel consiglio comunale vengono regolarmente riportati dai giornali. La gente legge, discute. C´è un diverso rapporto tra cittadino e istituzioni. Se in consiglio si discuteva della borgata Gordiani e si scopriva che quell´intervento nascondeva una speculazione per favorire questo o quello, il giorno dopo se ne parlava. Negli anni Sessanta questa attenzione si spegne. E si perde definitivamente quello che era un clima davvero diverso, dove, tanto per cominciare, era facile fare le cose normali. Ti sentivi con un amico e ti davi appuntamenti oggi impensabili: ci vediamo tra mezz´ora a piazza Navona. E c´era un modo diverso di lavorare. Non solo perché non c´era il computer e si disegnava a matita e inchiostro di china e si usavano ancora le cianografie. C´era più confronto, più dibattito. Quando bisognava presentare un progetto per qualche concorso era assolutamente normale che, il giorno prima della consegna, ci si vedesse con molti dei colleghi che partecipavano allo stesso concorso e si confrontassero i rispettivi progetti. Ci si aiutava, ci si consigliava: attento a questa tavola. Si migliorava e ci si arricchiva a vicenda, anche perché, in fondo, ci si conosceva tutti. Io mi sono laureato - la mia laurea è firmata da Piacentini - nel 1953. Sa in quanti siamo usciti, quell´anno, dalla facoltà di Architettura? In 23».

Mancano gli studi geognostici e le indagini nel sottosuolo. Il quadro economico non è chiaro e le perplessità aumentano, a cominciare dal tracciato. Ma la giunta regionale ha espresso il suo «giudizio favorevole di compatibilità ambientale» sul progetto della sublagunare. La delibera, proposta dall’assessore Renato Chisso, è stata pubblicata sul Bur, il bollettino regionale, l’11 settembre.

La giunta ha recepito a sua volta il parere favorevole della commissione regionale Via, presieduta dal commissario del Passante Silvano Vernizzi. Un via libera con una lunga serie di prescrizioni. Adesso l’iter della contestata opera riparte. Riparte anche la campagna avviata dal comitato «No sublagunare», che ha cominciato la raccolta delle firme contro un progetto che rischia di stravolgere gli equilibri della città storica e della laguna. Tante sono le perplessità, raccolte negli studi dei tecnici di Comune e Provincia. Ma anche delle associazioni ambientaliste e di Italia Nostra, che annuncia una massiccia campagna per denunciare al mondo - come già era stato fatto con successo nel 1990 - l’ennesimo rischio per la città dei Dogi.

Tra le osservazioni presentate al progetto, messo a punto dalle imprese Mantovani (la stessa del Mose e del nuovo Ospedale di Mestre) Studio Altieri e Net Engineering, con una minima quota ancora in possesso di Actv, ne sono state accolte soltanto quattro. Il comitato Città metropolitana che esprime «appoggio e sostegno al progetto», la Municipalità di Burano e la commissione di Salvaguardia, che però non ha esaminato il progetto. Classificati «fuori termine» i giudizi critici di Ecoistituto, Verdi Ambiente e società, Associazione Murazzi e gruppo Lega Nord, che suggeriva di valutare prima altre alternative, compreso l’hovercraft. E il centro provinciale di Studi urbanistici che propone addirittura di allungare il tracciato fino al Lido.

Adesso la palla ripassa al Comune, che ha tenuto negli ultimi mesi su questo una linea molto prudente. Diverse le opinioni e numerosi i pareri contrari. ma c’è chi spinge per il «fare», a cominciare dalla Camera di commercio, da Forza Italia e dall’ex sindaco Paolo Costa, che aveva inserito la sublagunare nel 2002 tra le opere di pubblica utilità e conferito l’incarico per il progetto.

Intanto le perplessità sull’effettiva utilità dell’opera crescono. «Non ha senso, meglio migliorare i trasporti via acqua», sostiene Vittorio Gregotti, uno dei più grandi progettisti italiani nel mondo. Per collegare con il tubo sotto la laguna Tessera all’Arsenale si dovranno spendere almeno 350 milioni di euro, per metà anticipati dai privati. La grande opera servirà per risparmiare qualche minuto sull’attuale percorrenza via acqua. Un taxi veloce impiega da Tessera a Fondamente Nuove dai 20 ai 25 minuti, la sublaguinare ne impiegherà 14. Ma si dovranno costruire sei stazioni con piazzali in cemento e uscite di sicurezza in mezzo alla laguna., nuove stazioni di treni a Murano, Fondamente Nuove e San Giovanni e Paolo che stravolgeranno lo skyline e l’equilibrio socio economico dell’area, destinata ad essere invasa da nuove molttidudini di pendolari mordi e fuggi. Osservazione inviata alla Regione da un privato, la signora Chiara Rossi e condivisa da molti. «La sua osservazione trova riscontro all’interno del parere e delle integrazioni prodotte sull’argomento», gli ha risposto la commissione regionale. Che invita a verificare se nel sottosuolo lagunare «ci siano sacche di metano» e se «le stazioni siano in contrasto con il Palav». Ma intanto il progetto va avanti. (a.v.)

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La piazza riprende il suo rango. È una specie di rivincita sui centri commerciali e sui borghi finto-antichi degli outlet, un riscatto dopo decenni in cui nessuno più le progettava, riducendole a quel che restava di spazio nelle città dopo aver innalzato edifici e tracciato strade. Un lavoro di ricerca durato tre anni, condotto da cinque università (lo Iuav di Venezia, il Politecnico di Barcellona, l'Università Jagellona di Cracovia, l'Aristotele di Salonicco e la Maison des Sciences de l'Homme di Parigi) con il sostegno della Comunità europea, sfocia ora in una mostra e in un convegno che si aprono oggi a Venezia, al Chiostro dei Tolentini, e che rilanciano la piazza come luogo principe della città pubblica, luogo avvolgente e ospitale, trascurato da quella parte dell'urbanistica del secondo Novecento che disegnava - e spesso continua a disegnare - l'espansione dei quartieri a misura della speculazione edilizia.

Il convegno, intitolato «Piazze d'Europa, piazze per l'Europa», si conclude con l'approvazione di una Carta delle piazze europee, un prontuario delle buone pratiche di conservazione e di progettazione (i restauri, le relazioni con il resto della città, gli usi compatibili, ma anche l'illuminazione, l'acqua, la pavimentazione, l'accessibilità, i materiali, il cablaggio, la vegetazione, il soleggiamento). Inoltre è stata elaborata una lista di sessanta piazze europee - dalla Finlandia alla Russia, dalla Gran Bretagna alla Polonia, all'Ungheria e alla Romania, dall'Italia alla Francia, alla Spagna e alla Grecia - rappresentative di buona concezione architettonica e urbanistica, ma soprattutto identificate come luogo di convivenza, di socialità e di creatività. E come simbolo di una città il cui senso è offerto dalla qualità degli spazi pubblici non mortificati dall'essere ritenuti terra di nessuno, oltre che dalla bellezza degli edifici.

La selezione dell'elenco è stata laboriosa, spiega Franco Mancuso, professore di Urbanistica a Venezia e, insieme a Luciana Miotto, coordinatore della ricerca, e ha lasciato fuori decine e decine di piazze meritevoli. La qualità monumentale o storico-artistica non è stata il criterio prevalente: non c'è piazza san Marco a Venezia, dove all'inestimabile bellezza corrisponde un uso turistico debordante, e figura invece piazza Erminio Ferretto di Mestre, fino a qualche tempo fa solcata dalle macchine che avevano sfigurato i suoi caratteri e ora risistemata, pedonalizzata e riconquistata come luogo di comizi e di concerti, ma prima di tutto come spazio accogliente, carico di senso civico e che ospita funzioni diverse, dal passeggio al mercato.

Il convegno è interdisciplinare, partecipano urbanisti come Mancuso o lo spagnolo Manuel Ribas, e storici come Bronislaw Geremek e Maurice Aymard, oltre a Fernando Caruso, che ha curato i rapporti con la Commissione Europea.

Da qualche anno, insiste Mancuso, le città del Vecchio continente riscoprono la piazza. Il fenomeno è sociale prima ancora che urbanistico e, a suo avviso, prende le mosse dalla Spagna del post-franchismo, Ma perché le piazze erano cadute in disuso? I motivi sono diversi: «Il piano urbanistico aveva perso la funzione del disegno complessivo e i progettisti avevano escluso la piazza dai loro interessi. Si erano assunti criteri quantitativi nell'espansione delle città, invece di preoccuparsi della qualità dello spazio». Questo è avvenuto in Italia, aggiunge Mancuso, ma non solo. «Nei grands ensembles in Francia, come nei nostri quartieri popolari, le nuove centralità erano gli edifici pubblici, le scuole, le chiese, molto meno le piazze, che per gli abitanti restavano quelle della città storica». Persino nella civilissima Amsterdam «si allestivano parchi bellissimi, giardini di vicinato, spazi per il gioco, strutture sanitarie efficienti, ottime piste ciclabili, ma niente piazze».

Se questo è successo nella capitale olandese, paradigma della corretta urbanistica, figuriamoci che cosa è potuto accadere negli inospitali insediamenti speculativi di Roma, Milano, Napoli, Palermo o Bari. Laddove si aprivano, le piazze apparivano come banali spazi vuoti, sprecati, oppure come l'effetto di esigenze commerciali ed erano separate dalle città da parcheggi, strade anulari e sovrappassi. Nulla di paragonabile alle vere piazze, che si sono costruite in Italia, ma anche in altri paesi europei, dal Trecento ai primi decenni del Novecento, dove si annodavano i tanti tessuti di una città: luoghi dotati di funzioni civili, come piazza del Campo a Siena o della Signoria a Firenze, politiche - tutte quelle su cui s'affaccia un Palazzo Comunale - ma anche religiose - le piazze del Duomo - e commerciali - le piazze Mercato o delle Erbe. Luoghi regolari o di forme strane, che interrompono il denso reticolo delle strade, facilmente accessibili, sulla sommità di un'altura o a valle di un pendio, con edifici monumentali o con opere d'arte, ma non necessariamente. Dall'età dei Comuni a quella delle Signorie, fino ai fasti barocchi e alla razionalità borghese otto-novecentesca, le piazze sono il fulcro o i fulcri della città. Cambia il modo in cui vengono adoperate, ma la caratteristica prima resta il multiuso.

«Le piazze delle città italiane, salvo poche eccezioni, restano quelle che la storia ha lasciato in eredità», aggiunge Mancuso. Ed è prevalentemente su queste che si sta lavorando cercando di renderle pedonali, per esempio - una condizione assolutamente indispensabile, dice l'urbanista. O rivedendo la pavimentazione, ammodernando i sottoservizi, usando materiali appropriati, riscoprendo l'acqua. Gli interventi che Mancuso suggerisce sono i più discreti possibili, orientati prevalentemente a sottrarre elementi poco congrui. Ma nella grande maggioranza dei casi l'unico precetto è: conservazione e restauro. Gli esempi di correttezza, segnalati da Mancuso, sono place Bahadourian a Lione, o le celeberrime place Vendôme a Parigi, plaza Mayor di Madrid, Staromestske Namesti a Praga, ma anche la piccola piazza della Libertà a Baia Mare, in Romania. Venendo all'Italia, ecco piazza Cavour a Vercelli, piazza Unità d'Italia a Trieste, piazza Santo Stefano a Bologna, piazza del Plebiscito a Napoli, svuotata dalle auto che la intasavano (e che ora qualcuno immagina di far tornare). Accanto a queste figurano piazza Roma a Carbonia, città di fondazione, costruita negli anni Trenta intorno alle miniere, piazza Vittorio Veneto a Galliate, provincia di Novara, o piazza Alicia a Salemi, nella valle del Belice, distrutta dal terremoto nel 1968 e che ora ingloba anche il rudere della Chiesa Madre, diventata la quinta scenica di un nuovo e al tempo stesso antico spazio aperto.

In Europa le piazze sono diventate un simbolo della riscossa democratica: oltre Madrid o Barcellona, Nowa Huta e Cracovia in Polonia, piazza della Repubblica a Belgrado. In questa rinascita le piazze sono lo sfondo non neutrale di molte iniziative. Per esempio incrociano l'effervescenza culturale dei Festival, come, in Italia, quello di letteratura a Mantova, di filosofia a Modena o di economia a Trento. Ma nel tempo sono diventate anche contenitori di arte contemporanea, sia con le installazioni temporanee, come in piazza del Plebiscito a Napoli, sia con opere fisse. «Ma l´importante è che l'arte non sia invasiva», segnala Mancuso, «come invece la statua realizzata da Costantino Nivola a Nuoro, oppure, più recentemente, la scultura, pur bellissima, di Mimmo Paladino che occupa tutta la piazza di Vinci: quella piazza è diventata essa stessa un'opera d´arte, ma ha perso la sua identità primordiale. Non è più il luogo della libertà dei comportamenti».

Le nostre città sono invivibili per tre ordini di problemi. Sono preda di un inquinamento atmosferico elevatissimo causato dal traffico veicolare fuori controllo. Vivono una fase di espulsione di ceti popolari causata dal vertiginoso aumento dei valori immobiliari. Sono infine alle prese con l'impoverimento dei luoghi pubblici, dai servizi alle abitazioni. Vendute ai privati «perché si deve tagliare la spesa pubblica».

Per affrontare seriamente questi tre problemi, i sindaci delle grandi città avrebbero dovuto analizzare le cause del fallimento. Lo sforzo deve essere sembrato fuori della portata e non solo per fattori soggettivi. Analizzare l'invivibilità urbana avrebbe infatti costretto ad analizzare le cause strutturali che la producono e fare i conti con la cultura trionfante del neoliberismo. Proprio quello che la sinistra tradizionale rifiuta sistematicamente di fare. Additare i lavavetri, gli immigrati, i graffitari e i mendicanti come responsabili del malessere urbano è dunque la scelta disperata di chi ha deliberatamente scelto di non esercitare più alcuna funzione critica.

Insieme alla privatizzazione dei monopoli pubblici, dalle banche ai comparti produttivi, iniziata nella metà degli anni '90, in Italia sono state privatizzate anche le città, beni comuni per eccellenza. Passo dopo passo si è provveduto - con intese bipartisan - ad abolire le regole che presiedono alle trasformazioni urbane, con la conseguenza di lasciare le città, unico caso nell'Europa occidentale, in mano alla speculazione fondiaria.

A Milano il trasferimento della Fiera è stato impostato fissando anticipatamente il valore dell'utile da ricavare dalla valorizzazione immobiliare. Questo valore ha condizionato la gigantesca quantità di cemento che verrà realizzata con tre grattacieli. Se la città è in grado di sopportare l'aumento di funzioni che ne conseguirà non è stato valutato. Se era meglio diradare l'area e creare una zona verde per migliorare la qualità della vita (Milano è la 29ma delle trenta città più inquinate del mondo) non è stato preso in considerazione.

A Roma è accaduto un caso ancor più paradigmatico. I giornali economici denunciano nel 2005 che i bilanci della società calcistica Roma sono giunti ad un livello di indebitamento prossimo al fallimento. Su un'area periferica di sua proprietà, la società propone allora all'amministrazione comunale di poter realizzare un grande quartiere residenziale così da recuperare, lo si afferma esplicitamente nella trattativa, una parte del disavanzo. All'approvazione del progetto, è l'autorevole settimanale Il Mondo ad informarci, la Roma fissa nel proprio bilancio il nuovo valore dei terreni portandolo dagli originari 5 a 65 milioni di euro. 60 milioni di euro guadagnati sulle spalle dei cittadini che vedranno aggravarsi le condizioni del traffico.

I destini urbani si decidono oggi volta per volta, sulla base di una contrattazione economica con la proprietà. Non c'è più alcuno spazio per il tema della vivibilità, per i servizi alle persone, per il verde pubblico. Ma per i neofiti dell'adorazione del mercato doveva ancora venire il colpo di grazia.

Nell'estate 2006 il governo Prodi sembrava orientarsi verso l'inasprimento del carico fiscale sul comparto edilizio. Le prime indiscrezioni dei media parlavano di un decreto legge che conteneva aggravi sui trasferimenti di proprietà e altro. Nel fuoco di sbarramento non si sono distinte soltanto le associazioni della proprietà edilizia, Confedilizia e Assoimmobiliare, Sole 24 0re e Confindustria.

In soccorso del potere economico è scesa una delle principali agenzie del rating internazionale, Standard & Poor's, che affermò «che il decreto sugli immobili potrebbe incrementare i costi delle transazioni e impattare negativamente sul mercato». Il decreto fiscale venne approvato senza il capitolo che riguardava le rendite immobiliari. Il parere di Standard & Poor's fu decisivo: si tratta dei severi custodi del «mercato».

Nell'estate 2007 i mercati finanziari mondiali sono scossi dallo scandalo dei mutui subprime statunitensi. Si scopre che un'immensa operazione di sostegno finanziario al settore delle costruzioni era stata finanziata senza alcuna reale copertura. I mutui concessi alle famiglie americane non erano legati ad alcun reale valore, erano cartolarizzati, volatili come le società che li producevano. Alcune di queste società protagoniste della grande truffa erano state classificate proprio da Standard & Poor's nella fascia di più elevata solvibilità, la ambita tripla «A».

Con il neoliberismo siamo dunque passati da una fase storica in cui i destini delle città venivano decisi dai cittadini ad una nuova fase dominata capitale finanziario internazionale e da società di comodo che vengono dipinte come severi e imparziali arbitri. Nelle nostre città si costruisce tanto non sulla base di una domanda interna, la popolazione italiana come noto non cresce, ma perché esiste una liquidità gigantesca che deve essere investita: solo i mutui subprime hanno creato 640 miliardi di dollari.

E mentre le città si sviluppano in modo incontrollato senza alcuna regola, gli stessi sindaci impegnati nella contrattazione con la proprietà immobiliare fingono di avere una grave amnesia e invocano il rispetto delle «regole», ma soltanto per i lavavetri e i marginali.

«Paesaggio ferito». Non solo un'inchiesta giornalistica per mostrare gli scempi che stanno trasformando un ambiente unico come quello di Como e del suo lago, ma anche interventi e riflessioni di personaggi che amano questa terra. Cominciamo con l'articolo dell'avvocato AntonioSpallino, già illustre sindaco di Como.

«Da quando, a tuo giudizio, si è manifestata una sensibilità nei confronti del paesaggio?». Scritta nel questionario consegnato il 29 agosto scorso ai docenti, ai giuristi, ai magistrati, agli operatori di mezza Europa partecipanti alla quarta edizione dell'Università d'eté - colloqui di Arosio sul Paesaggio, svoltasi a Erba, la domanda sembrava illividire dinnanzi alla documentazione raccolta dalla giornalista de La Provincia Sara Bracchetti e dal fotografo su molteplici iniziative edilizie visibilmente lesive del patrimonio paesistico delle sponde del nostro lago. L'iniziativa del direttore del quotidiano (Giorgio Gandola, Il ballo del mattone sul lago, del 26 agosto 2007) ha infatti portato allo scoperto il tessuto nervoso del fenomeno. Sembra di essere ritornati agli anni Cinquanta quando l'impetuosità della ricostruzione del Paese aveva contagiato anche l'area della rendita edilizia. Allora, in un contesto privo di pianificazione territoriale o solcato da sedicenti piani urbanistici, si poteva costruire per il triplo, il quadruplo, il decuplo delle esigenze ragionevolmente prevedibili nell'arco di un decennio. Questa è la Storia scritta, per esempio, da Leonardo Borgese nel volume L'Italia rovinata dagli italiani [...] 1946-70.

Oggi, quali sono le cause delle nuove inciviltà? Come affrontarle in sede locale? E qual è l'atteggiamento dei legislatori? Il tema è ovviamente di natura giuridica-normativa. Ma, forse meno ovviamente, esso è ancor prima culturale ed etico. Scorrendo la documentazione informativa e fotografica raccolta con efficace rigore ci si sente disputati tra stupefazione, amarezza, indignazione. La prima riflessione va ai piani regolatori urbanistici, generali e attuativi. Se, come è da presumere sino a prova contraria, le strutture fotografate e commentate sono "conformi" alle norme locali, i piani che le hanno permesse sono stati votati da amministratori consapevoli, cioè prevedendo gli effetti che essi avrebbero potuto produrre sull'ambiente circostante? Ciascun osservatore può porsi da sé le domande, inquietanti. Quei piani sono figliastri di amministratori pubblici locali subornati dalla ideologia dei "padroni in casa nostra"? O mal consigliati da tecnici sensibili più alla suggestione del ruolo di demiurgo che al dovere di servire la collettività attuale e in divenire? O, altrimenti, vittime dell'arrendevolezza al sapore del fare un piacere al prossimo? La responsabilità di coloro, quei piani, li hanno varati è enorme, anche perché irreparabile. Quei piani mettono a rischio anche «la memoria del futuro» (Stille) in una società nella quale la manifestazione di certa globalizzazione cancella le identità locali.

Perciò, non appena constatati i guasti derivati dalla (anche soltanto parziale) attuazione dei piani, o soppesati i guasti prevedibili, si sarebbe dovuto avviare con immediatezza la revisione dello strumento pianificatorio, per riprendere il governo sociale culturale del territorio, comprensivo del paesaggio. Non risulta che ciò sia avvenuto; e non ci si può giustificare a posteriori adducendo il fatto che la nuova legge urbanistica regionale n.12 del 2005 prevede che i Comuni sostituiscano i Pru con i nuovi strumenti in essa prescritti. In questo campo il dovere di agire tocca anzitutto ai sindaci, in quanto massimi esponenti della comunità di base.

Non si pretende dall'assessore comunale all'urbanistica o dal sindaco di essere urbanisti. Quella dell'urbanistica è materia interdisciplinare, che implica cognizioni di pianificazione territoriale e di architettura, di sociologia e di modellistica ambientale. Ciò che si pretende dall'amministratore pubblico è quel «primato del cuore, cioè della coscienza etica individuale» pronta a percepire e a difendere il bene comune, trascendendo i condizionamenti materiali e sociali, a prendere le distanze della situazione in cui è inserita, per interrogarsi sempre di nuovo sul senso del proprio agire. È questo il duro nucleo dell'esercizio del dovere-potere amministrativo.

Se non è sufficientemente forte la capacità di «conservare la memoria delle radici da cui proveniamo»; di «recuperare e sviluppare un atteggiamento contemplativo che renda sensibili agli appelli provenienti dalla realtà» naturale ed umana; di «conciliare potere e giustizia», allora è facile smarrire il senso della posizione umana, morale, spirituale, dell'amministratore: in altri termini, l'etica del lavoro pubblico. «Nessun paragrafo» di legge,«nessuna autorità può essere d'aiuto, se l'uomo non sente che la res publica, il bene comune di una esistenza umana libera e dignitosa è affidato nelle sue mani. Da qui nasce la fedeltà alle cose [...]». «Poter governare significa, dunque [...], ritrovare sempre quella misura così minacciata su cui dovrà poggiare [...] il benessere di tutti» (Guardini R. - il teologo tedesco che ha scritto anche Lettere dal Lago di Como - Il potere, 1951, commentato da Martini C.M., Responsabilità degli amministratori e Esiste un'etica del lavoro pubblico? pubblicati in “Verso la città”, 1984.

L'URBANISTICA: DALLA REGIONE AI COMUNI

La legislazione urbanistica, di stampo populistico o, ottimisticamente, ingenuo, emanata dalla Regione Lombardia a partire dalla prima metà degli anni Ottanta, ha rassegnato, progressivamente, tutti o quasi i poteri ai Comuni all'insegna della «semplificazione, economicità ed efficacia». Ciò non ha aiutato certi amministratori a resistere alle pressioni o alle ambizioni locali. Nel nostro paese, purtroppo, più il livello decisionale è prossimo o contiguo agli interessi economici di taluni privati, più è alto il rischio di smarrire le finalità dell'esercizio del potere-dovere urbanistico. A quanti facevano presente il rischio di veder ripetere i disastri degli anni cinquanta, veniva replicato assiomaticamente che i Comuni «erano cresciuti» in senso di responsabilità e in cultura urbanistica. Gli spettacoli fotografati e censiti da questo giornale provano il contrario, nel caso dei Comuni esaminati lungo le sponde lacuali. La ricerca annunciata sulle "conurbazioni" della Bassa, darà, verosimilmente, analogo esito. È vero che nella pratica quotidiana si è stabilito un diffuso appiattimento della sensibilità, se non, addirittura, una strisciante ostilità (penso, per esempio, a certe voghe del mal vestire tra i giovani) verso l'idea di stile che a ciascuna epoca si forma. Ma è altrettanto vero che proprio la regione Lombardia, nell'esemplare Progetto di Piano Territoriale Paesistico Regionale del 1990 elaborato da tecnici e da studiosi di primo piano - quel progetto, peraltro, non fu mai approvato in sede politica - aveva sottolineato che «l'esigenza di tutelare la fruizione visiva del bene e del paesaggio è fondamentale in quanto, grazie ad essa, il cittadino sente o trova quei riferimenti che lo legano al territorio [?]» . «La pianificazione mira essenzialmente a tutelare questi scenari ed i loro elementi costitutivi in quanto riferimenti dell'identità lombarda, della sua stessa immagine estetica» (Regione Lombardia, Progetto di Ptpr, all. 2, Indirizzi normativi).

Nel luglio del 1996 la Giunta regionale aveva confermato questi principî su proposta dell'assessorato all'Urbanistica. Alla luce di queste premesse appare ancor più sconcertante il fatto che, neppure un anno dopo, la stessa Regione abbia sguarnito i Comuni dei presidi istituzionali sovraordinati - leggasi: le Soprintendenze - che garantivano, per competenza storica, l'oggettiva tutela del paesaggio. Ed è risultato impertinente - verrebbe fatto di dire «Senti chi parla...» mutuando il titolo di un recente volume sulle incoerenze di tanti «protagonisti» della nostra vita politica - l'inflazionato appello al principio di sussidiarietà recitato nel preambolo della legge regionale n. 18 del 1997, intitolata «Riordino delle competenze [?] in materia di tutela dei beni ambientali [?]. Subdeleghe agli enti locali».

Nella interpretazione filosofica e giuridica esso esprime il concetto per cui una autorità centrale avrebbe una funzione meramente di supporto nei campi in cui le autorità locali siano in grado di svolgere da sé certi compiti. L'esperienza di un decennio - il caso di Blevio è paradigmatico, nonostante l'espediente di giustificare il disastro dal compendio con una giustificazione «agronomica» (sic) - ha posto in luce meridiana il fallimento, quantomeno nei casi noti, della scelta politica di sostituire alle Soprintendenze i cosiddetti «esperti locali» con il conseguente potere di sbarazzersene se avessero espresso «pareri» non graditi, e di attribuire al Sindaco ogni potere in materia paesistica.

LA TUTELA DEL PAESAGGIO: EUROPA E ITALIA

Nel frattempo, il Consiglio d'Europa ha adottato la Convenzione Europea per il Paesaggio, e l'ha «aperta alle firme» degli Stati. L'Italia l'ha fatta propria nel maggio del 2006. Nell'esprimere parere favorevole, le competenti commissioni della nostra Camera dei Deputati, hanno sottolineato l'importanza della «più larga accezione del termine "paesaggio"» [...] «definito come parte di territorio, così come è percepito dalle popolazioni» [?] quale componente fondamentale dell'identità europea e del suo patrimonio naturale e culturale [?] nonché come parte integrante della vita delle popolazioni ed elemento imprescindibile della loro stessa qualità di vita». Contestualmente, essi hanno rimarcato che «la previsione dell'impegno dei paesi ad accrescere la sensibilizzazione dei diversi attori sociali rispetto ai valori paesaggistici, anche promuovendo la formazione di specialisti del settore, nonché programmi interdisciplinari di formazione e appositi insegnamenti volti all'educazione di valori del paesaggio e una approfondita conoscenza delle sue caratteristiche, in ambito scolastico e universitario». [...] «La promozione delle politiche paesistiche», concludeva il relatore, «è rafforzata anche dalla introduzione di un meccanismo premiale per le autorità locali e regionali e le organizzazioni non governative che si siano distinte nella messa in campo di misure esemplari e durevoli volte alla tutela e all'organizzazione dei paesaggi».

IL LEGISLATORE LOMBARDO: IL GRANDE ASSENTE

Attese tutte queste circostanze, dunque, come si giustifica l'indifferenza del legislatore lombardo per quanto sta accadendo? Altre riflessioni dovrebbero farsi sullo stato della legislazione nazionale, cominciando, a mio avviso, alla legge comunale e provinciale. In nome di un efficientismo che non necessariamente equivale ad efficienza il legislatore ha svalorizzato la possibilità di concorso effettivo di tutti i consiglieri alla formazione di alcune scelte pianificatorie e ha iperpotenziato le funzioni dei sindaci e degli assessori. I rischi che ne scaturiscono sono concreti là dove non governino sensibilità, autocritica e ricerca del sapere da condividere con l'intero consiglio. Lo spazio disponibile non consente di andare oltre.

LA CITTÀ E I SUOI VALORI

«La storia appartiene [...] a colui che sa conservare e venerare [...] le condizioni in cui è nato per coloro che verranno dopo di lui, e in questo modo serve la vita. Un'anima simile, più che proprietaria sarà proprietà del patrimonio degli avi» (Nietzsche, Considerazioni sulla storia). Esiste un profilo etico, della lettura della città così come del paese, che sovente ci sfugge e che l'affermazione di Nietzsche invece richiama. La città è più di uno scambio di beni. La città «vivente», la città «armoniosa» di Peguy (Marcel, Premier dialogue de la cité harmonieuse) è quella che sa «mettere in comune le persone intorno alle sue radici - la memoria collettiva nelle pietre e nella natura - e intorno alla forma del suo futuro - il progetto partecipato -. Non è soltanto un fatto estetico, è un fatto sociale quello che istituisce il legame comunitario capace di costruire nei cittadini il «senso di appartenenza» a quel luogo. Altrimenti, anche abitando in quel sito, ci si sente soli ed estranei. La città, così intesa, è lo spazio e il tempo che sono necessari allo sviluppo delle persone secondo alcuni valori. La bellezza è tra di essi. Non la bellezza come spettacolo osservato passivamente ma la bellezza come una delle funzioni per convivere.

«Consumare» la città è contemplarla attivamente, è dedicarsi ad essa, entrare in dialogo con essa, ascoltare cosa ti dice. Nel vissuto quotidiano, non potrebbe spiegarsi altrimenti il sentimento di fierezza che provano coloro i quali la vivono con quell'atteggiamento quando ne sentono gli elogi, e il sentimento di amarezza che patiscono quando ne ascoltano i biasimi. L'uomo che non si mette al servizio di questa convivenza, che non condivide questa storia, non può scoprire il prossimo, e quindi sé stesso e la città e la sua anima. L'ideologia dello sviluppo quantitativo - produrre di più per consumare di più, secondo una legge di preteso «progresso illimitato» della quale stiamo patendo i costi, ad esempio con i mutamenti climatici, la liquefazione dei ghiacciai, la desertificazione di vaste aree - non permette di comprendere la totalità del senso della vita, e quindi l'anima della città nel tempo. «Vivere in dialogo con la città»: questo fa della città un bene pubblico, indipendentemente dalla proprietà dei singoli edifici dei privati (J.Comblin, Théologie de la ville, 1970).

Invertiamo i termini impiegati da Nietzsche: siamo consapevoli di essere gli «antenati» dei nostri discendenti ? E, come tali, di essere i «legatari» non i proprietari delle bellezze culturali e naturali che, senza titolo, abbiamo ricevuto in dote? E di avere quindi il dovere morale di trasmetterle ai nostri figli, quelle ricchezze, possibilmente accresciute? Ce lo ricordava oltre seicento anni fa Santa Caterina da Siena, oggi Patrona d'Italia e d'Europa, nell'esortazione inviata a quindici «Signori Difensori del Comune» (Lettera 121). E incalza: «Vogliate che la margarita» (la perla) «della giustizia sempre riluca nei petti vostri, levandosi da ogni amor proprio, attendendo al bene universale della vostra città, e non propriamente al bene particolare di voi medesimi. "Perocchè, colui che ragguarda solamente a sé, non osserva la giustizia, anco, la trapassa, e commette molte ingiustizie [ ? ]». «Questi tali, dunque, non son buoni né atti a governare altrui, perché non governano loro». Nella concezione spirituale della santa, la città terrena non è un possesso di chi l'amministra. Essa è una «città prestata». «Colui che signoreggia sé, la possederà come "cosa prestata" e non come cosa sua. Guarderà la prestanza della signorìa che gli è data con reverenza di colui che gliela diè [?] Or con un [?] vero timore voglio che la possediate [?] come cosa prestata. (Lettera 372). «Adunque, per verune signoríe che abbiamo in questo mondo, ci possiamo reputare signori. Non so che signorìa possa essere quella che mi può essere tolta, e non sta nella mia libertà» (Lettera 28). Il monito varrà almeno per il futuro?

L’articolo è stato segnalato dalla redazione del sito PatrimonioSOS, che si ringrazia

"Ora togliete le colonne di plastica"

Carlo Alberto Bucci – la Repubblica, ed. Roma, 2 settembre 2007

La festa dei vip è finita da mesi, ora è tempo che anche le colonne di Valentino lascino il tempio di Venere e Roma. «Ho dato da tempo disposizione ufficiale di procedere alla loro rimozione», la risposta secca del Soprintendente Angelo Bottini. Che per domani attende l’arrivo degli operai dello scenografo Dante Ferretti, o di quelli della maison di Valentino: dovranno smontare i luminosi cilindri in vetroresina dal podio dell’edificio sacro che s’affaccia sul Colosseo. Proprio la base del tempio - sulla quale hanno banchettato i 400 invitati nella cena di luglio - è del resto al centro degli indispensabili interventi di consolidamento per contribuire ai quali Valentino ha donato 200mila euro. Criticato dall’ex soprintendente La Regina per l’mpatto sul monumento antico (che non è accessibile al pubblico), il colonnato è stato difeso dall’archeologo Carandini, «a patto che sia tolto in tempi ragionevoli». Lo stesso Bottini pose un limite all’uso del tempio che dal ministero gli era stato chiesto di concedere: «Sì, solo perché è per un evento eccezionale, irripetibile ...».

Ai Fori restano le false colonne fino a ottobre

Renata Mambelli – la Repubblica, ed. Roma, 7 settembre 2007

Per ora restano. Le colonne in vetroresina che fanno bella mostra di sé sopra i ruderi del Tempio di Venere, in faccia al Colosseo, non saranno smantellate con la fine dell’estate, come aveva dichiarato il ministro dei Beni Culturali Rutelli. Nonostante le polemiche suscitate e la richiesta di rimozione del sovrintendente Bottini, l’installazione curata dallo scenografo Dante Ferretti nata come sfondo per la cena di gala per i 45 anni della maison di Valentino verrà prorogata. «Si andrà avanti sicuramente per tutto settembre, forse fino ai primi di ottobre», ci spiega la dottoressa Silvana Rizzo, consigliere culturale del ministro, che anticipa anche nuovi eventi che si terranno nella cornice delle colonne: sono in programmazione per gli inizi di ottobre due o tre incontri aperti al pubblico, a numero chiuso, con i più illustri studiosi che stanno lavorando ai restauri del Palatino.

«Non capisco perché tante polemiche sulle colonne del tempio di Venere», continua la dottoressa Rizzo, «Si tratta di una scenografia, tra l’alto di un premio Oscar, che si presta al gioco di far vedere com’era un tempio nell’antica Roma. Durante questi mesi abbiamo avuto molti apprezzamenti, su richiesta sono state tenute diverse visite guidate. Fare un allestimento così solo per una serata sarebbe stato uno spreco di denaro, in questo modo si è offerto qualche cosa a tutti i romani». Quanto ai lavori di consolidamento e agli scavi nell’area del tempio, ai quali Valentino ha contribuito con 200 mila euro, se non sono iniziati non è colpa delle colonne di Ferretti: «Per gli scavi, che saranno condotti dall’Università La Sapienza in collaborazione col Ministero dei Beni Culturali e con la Sovrintendenza, bisogna aspettare l’erogazione dei fondi», spiega ancora la dottoressa Rizzo, «non se ne parlerà prima dell’inizio dell’inverno». E poi, aggiunge, «possibile che con tutti gli orrori che ci sono ai Fori Imperiali, compresi i falsi gladiatori e i furgoni abusivi e no che vendono panini, quello che sembra dare più fastidio siano proprio queste colonne in vetroresina?»

Postilla

La breve nota di domenica scorsa sembrava quasi scontata, nella sua ragionevolezza, una “non” notizia, appunto: finita la festa, anzi la “celebration”, spentisi gli echi accortamente rimbalzati per giorni e giorni sui media di mezzo mondo delle crapule di vipperie e politicanti assortiti, come si conviene, occorrerebbe “sparecchiare”. In questo caso, alle desuete regole di educazione e buon gusto, si aggiungevano, en passant, le determinazioni del responsabile istituzionale dell’area in oggetto, il Soprintendente Archeologo di Roma. Ma si sa, viviamo in tempi di flessibilità giuridica e relativismo culturale latamente inteso: l’opinione dell’attuale Soprintendente, di quello precedente e di un cospicuo e sempre più perplesso numero di studiosi non solo nazionali è sembrata forse frutto di rigidità burocratiche un po’ bacchettone. Così appare per lo meno dal tono di quasi disarmante meraviglia che traspare dalle dichiarazioni riportate della consigliera Rizzo, talmente risibili nei contenuti culturali e nell’innocente inconsapevolezza dei meccanismi istituzionali da suscitare, lì per lì, solo un sorriso distratto e indulgente nei confronti dell’evidente stress da rientro postvacanziero.

Non ad altro si potrebbero addurre le analogie acrobatiche fra Dante Ferretti e l’architetto del tempio di Venere, gli involontari ossimori degli “incontri aperti” a “numero chiuso”, la trasmutazione degna delle migliori alchimie di un evento di marketing commerciale divenuto operazione didattica di successo. A ulteriore scusante della consigliera (che, è noto, è mestiere ingrato, di incerti destini e labili contorni tematici) si può d’altro canto aggiungere la consacrazione delle celebrazioni valentiniane ad opera del Sovraintendente ai Beni Culturali del Comune di Roma che nella prefazione culturale al catalogo della kermesse in Ara Pacis abbina il sarto di Vigevano allo scultore augusteo: “due classicità a confronto” (sic!).

E se le colonne in vetroresina, pare di capire che, forse, fra un mese, verranno rimosse, l’allestimento di decine e decine di manichini che circondano l’altare romano si prolungherà ancora almeno fino alla fine di ottobre, soffocando fin quasi all’asfissia il monumento, ormai divenuto accessorio e incongruo, con chilometri di chiffon e quintali di paillettes e perline (come quelle dei conquistadores…) e nascondendo per mesi parte dell’apparato didattico (il plastico e le copie di ritrattistica giulio-claudia).

La sortita settembrina, però, ad un occhio attento rivela anche altri elementi: ad esempio inaugura un nuovo stile di comunicazione ministeriale, più rilassato (in ogni senso), per cui le iniziative del Mibac relative alla più famosa area archeologica mondiale sono anticipate e pubblicizzate a mezzo stampa anche se in contrasto con quanto stabilito dal supremo responsabile della tutela dell’area stessa.

E che stile: quelle poche righe sono davvero un concentrato di equivoci e ambiguità forse non del tutto inconsapevoli, come quella di accreditare a Valentino, novello mecenate, la sponsorizzazione dei restauri e degli scavi archeologici. In realtà i 200.000 euro (pagabili in comode rate diluite in molti mesi) sono il prezzo stabilito per l’uso privato del monumento e del sito, cifra che, considerati i tempi dilatati (ma nel contratto non erano stabilite date certe?) e il ritorno mediatico ottenuto, si può a pieno titolo dichiarare come molto modesta. Ad una cena privata con celebrità di vario conio e origine erano funzionali le colonne di Dante Ferretti, non certo ad una ricostruzione filologica per visite didattiche. All’opposto, il perdurare dell’allestimento avrebbe richiesto una adeguata segnalazione di segno contrario, ai visitatori ignari e spesso sconcertati.

E al limite del comico, infine, appare il parallelismo fra il colorito teatrino di gladiatori e ambulanti che circonda i luoghi della romanità per il sollazzo e il dileggio dei turisti e le scenografie allestite al tempio di Venere sulla base di accordi istituzionali sottoscritti al massimo livello di responsabilità istituzionale.

Di fronte a simili enfatiche smargiassate mediatiche, contrabbandate per operazioni culturali, seppur mitridatizzati dall'ossessivo e stucchevole ritornello del "bene culturale come risorsa", riaffiorano alla memoria le parole, fastidiosamente attuali, di Cederna sarcastico censore dell'uso retorico e superficiale della romanità che bollava come inequivoco sintomo di: "ripiegamento su un assetto politico-economico arcaico, rifiuto della cultura e della tecnica, di ogni pianificazione nell'interesse pubblico" (Mirabilia Urbis, X). m.p.g.

Sulle "Valentiniadi" in eddyburg

L’annuncio dell’agenzia immobiliare (se mai fosse stato fatto) sarebbe stato grosso modo così: «Vendesi borgo toscano di charme. Il pacchetto comprende: castello del 1300, villa, 35 abitazioni civili con annessi agricoli, 1200 ettari di terreno collinare coltivato, con 8000 olivi e 30 ettari di vigna, campo da golf 18 buche, 3 piscine. Trattative riservate in agenzia».

Stiamo parlando di Castelfalfi minuscolo villaggio nel comune di Montaione in Val d’Elsa, a poca distanza da Siena, Firenze e Pisa che, proprio per questa strategica posizione, ha visto nei secoli passati le tre città darsi botte da orbi per possederlo.

Oggi invece il suo passaggio di proprietà - per una cifra sconosciuta – al gruppo tedesco Tui, uno dei più importanti touroperator mondiali, suscita poche reazioni, almeno in Italia dove ha ricevuto qualche attenzione solo sulla stampa locale e in un articolo uscito sul Venerdì di Repubblica. Diversamente da quello che è successo nel resto d’Europa: della vendita di Castelfalfi hanno parlato The Guardian, Le Monde, Die Welt, Rheinische Post, Irish Times, chi con un tono di rimpianto preoccupato, chi con un tono di evidente presa in giro per un altro pezzo del “patrimonio” italiano che cambia nazionalità, senza nemmeno una protesta né da parte di uno degli ormai 155 comitati toscani di difesa del territorio, né da parte del Ministero per i beni culturali.

Eppure Castelfalfi è un borgo di straordinaria bellezza cha ha fatto anche da scenario per il Pinocchio di Benigni: da uno sperone di roccia si affaccia sulla Val d’Elsa e sulle sue colline, belle come quelle più famose di Montalcino. Sembra sia stato fondato intorno al 700 d. C. dal longobardo Faolfi, in una zona già abitata dagli etruschi ed è in un contesto storico straordinario fatto di castellari, borghi e pievi, molto apprezzato dai turisti stranieri – tedeschi e svizzeri soprattutto - ma poco frequentato dagli italiani che al Tuscany dream preferiscono il mare.

Perché non fa notizia la sua vendita? Il sindaco di Montaione, Paola Rossetti liste civiche di centrosinistra, dà questa spiegazione: «Perché non si tratta di un intero borgo, le vie sono pubbliche, è su una provinciale, molte delle case del paese sono state ricomprate anche da locali e comunque era una proprietà privata da più di un secolo».

Dalla fine dell’Ottocento Castelfalfi e la fattoria erano di un unico proprietario e, attraverso altri passaggi di proprietà, era stato infine venduto ad una società milanese, che lo aveva gestito senza molto successo e senza riuscire a trattenere i suoi abitanti, ridotti ormai a solo quattro residenti.

Certo che se Castelfalfi non fosse servito da una strada provinciale, dall’elettricità e dall’acquedotto sarebbe molto meno interessante, anche per un gigante come il gruppo Tui, Touristik Union International, giro di affari 19,6 miliardi di euro (di cui 14,1 relativi al settore turistico), 63.000 impiegati nel mondo (di cui 50.500 nel turismo), che conta di investire qui 250 milioni di euro per ospitare fino a 3200 persone contemporaneamente e portare a 3 il numero dei campi da golf, per poter accedere alle competizioni internazionali.

Anche dal punto di vista occupazionale Tui punta in alto e promette 200/300 posti di lavoro, ma qui il sindaco di Montatone va con i piedi di piombo: «Stiamo stimando il loro piano con molta attenzione, perché sappiamo che nel turismo i posti di lavoro possono essere solo stagionali. Dal punto di vista complessivo vigileremo perché siano rispettate le nostre norme sul paesaggio, in un percorso di valutazione partecipativo».

Ma sulla vicenda vale la pena di porsi delle domande: è giusto considerare privato un borgo storico a cui nei secoli la collettività e i singoli hanno dato il loro contributo per configurarlo e caratterizzarlo o non è, invece, più giusto considerarlo un bene comune?

In casi simili, il pubblico dovrebbe poter esercitare un diritto di prelazione, magari rifacendosi alla legge Giolitti che per gli espropri stabiliva di valutare il bene in base al valore dichiarato dai proprietari ai fini fiscali.

Anche perché se di un luogo si considerano importanti solo le sue pietre e non il suo contesto e la sua funzione chi potrebbe impedire ad un privato di smontare il bene acquistato e portarlo via?

Valori è un mensile di economia sociale, finanza etica e sostenibilità

«La laguna non è un lago, è un corpo vivo: resta dinamico solo se amministrato quotidianamente, per tenere in equilibrio la terra che entra con i fiumi e quella che se ne esce dal mare. Una spugna naturale che resta tale solo se seguita giorno giorno giorno, mentre non lo è più dalla fine della Serenissima». Di qui i mali della laguna. Il Mose? Ne farebbe un catino. Così, il compianto urbanista Edy Salzano in «Venezia e il Mose: quando perseverare è diabolico».

Questo il titolo del film-documentario realizzato dall’Assemblea Permanente NoMose con il regista «dei movimenti» Massimo Marco Rossi (Multimedia Record, suoi lavori anche per il NoDal Molin, indagini di controinformazione sulle spese belliche, laboratori sul linguaggio televisivo). In 8 capitoli e 48 minuti, con una grafica chiara che segue l’incalzare di interviste ed immagini, viene raccontata la storia del Mose e delle sue alternative.

«Per ora abbiamo stampato 500 Dvd», spiega Luciano Mazzolin, «che mettiamo in vendita per 8 euro, ma soprattutto che presenteremo in proiezioni pubbliche ed invieremo ai membri della commissione Ambiente e Petizioni dell’Unione europea e al magistrato della Corte dei Conti che ha curato il rapporto sul Mose sollevando una sessantina di puntuali quesiti sulla gestione del progetto: questo film risponde a tutte le domande». «Il Mose è un progetto illegittimo perché non supportato dalla necessaria Via nazionale prevista dalle norme europee», racconta in uno dei spezzoni del film Cristiano Gasparetto, presidente di Italia Nostra Venezia, con alle spalle gli enormi spiazzi «provvisori» di cemento realizzati su aree naturalistiche protette per ospitare i cantieri. «E viola le norme anche in manteria di monopolio degli appalti», incalza Stefano Micheletti, «non è vero che il Mose, oramai, è cosa fatta: non sono ancora iniziati i lavori veri, quelli di sfondamento dei fondali oltre lo strato del caranto e tra sacche di metano, non hanno risolto i problemi di finanziamento né di smaltimento degli 8 milioni di metri cubi di fanghi da asportare: per 1,5 hanno presentato in Salvaguardia un progetto per creare barene mai esistite tra Sant’Erasmo e Vignole». (r.d.r.)

Precisazione giurata

Giuro che sono ancora vivo

01 settembre 2007

«Fabbricciane, c’è troppa ambiguità»

PIOMBINO. Dopo l’inchiesta del Tirreno sulla situazione di abusivismo edilizio che si vive alle Fabbricciane, l’area di grande pregio paesaggistico nel Golfo di Baratti, interviene Legambiente, che lancia un grido d’allarme.

«La notizia non è che alle Fabbricciane stia prolificando l’abusivismo, - dice Marco Giovannelli, del direttivo di Legambiente della Val di Cornia - questo la sanno bene in Comune, ma che ad intervenire in quel villaggio sia stata la Guardia Forestale. Il Comune in passato, è stato capace di far demolire una lottizzazione come Riva Verde, ma oggi il responsabile del settore urbanistica dichiara di “non essere in grado di portare avanti una campagna sistematica di controlli serrati”. Un bell’incentivo ai comportamenti illegali di coloro che, dopo aver avuto il premio del condono edilizio statale, potrebbero ora beneficiare anche dell’inerzia del Comune di fronte a nuovi abusi».

Legambiente punta il dito contro la possibilità, ipotizzata dal Comune, di realizzare un sistema di fognature consortile. «Sia il presidente della Circoscrizione di Populonia, sia il responsabile dell’urbanistica, non escludono la possibilità che, consorziandosi, coloro che hanno ottenuto i condoni per “annessi agricoli” alle Fabbricciane possano realizzare fogne e servizi igienici. Come ben sanno questo significa anche acquedotti, elettrificazione e quindi urbanizzazione della zona. Le strade ci sono già. Così come tutti sanno, e dichiarano, che servizi igienici, fogne e acquedotto non servono per coltivare gli ortaggi ma per accogliere una quantità consistente di turisti nei mesi estivi, quindi per usare in modo abusivo gli annessi agricoli condonati, che tra l’altro non possono avere servizi igienici interni. Si stimano 70.000 presenze, ma probabilmente sono ancora maggiori».

«Di fronte a questa realtà - continua Legambiente - le strade sono due: o combattere l’abusivismo (ancora più esoso se compiuto da chi ha già beneficiato dei condoni) o rinunciare a far rispettare la legge e assecondare gli interessi di chi ha comprato lotti agricoli e annessi condonati per farci case turistiche. Il tutto in barba ai problemi ambientali.»

«Sono stati calcolati i consumi idrici e gli scarichi di un paese che potrebbe essere più grande di Riotorto? - si chiede Legambiente - Quale coerenza c’è con la crisi idrica di cui soffre la Val di Cornia? La giunta, al momento dell’approvazione del piano strutturale, aveva dichiarato di non voler premiare gli abusivi e di non voler urbanizzare le Fabbricciane. Alle parole degli amministratori però non seguono i fatti. La nostra posizione è semplice: che sia rispettata la legge e che il Comune torni a fare il proprio dovere con i controlli e le demolizioni delle costruzioni abusive, la rete fognaria, come le altre opere di urbanizzazione primaria non possono essere né pubbliche, ne private».

03 settembre 2007

«Fabbricciane, troppa tolleranza»

PIOMBINO. Dopo l’inchiesta del Tirreno sulla situazione di abusivismo edilizio alle Fabbricciane, l’area di grande pregio paesaggistico sul Golfo di Baratti, interviene la segreteria di Rifondazione Comunista di Piombino.

«Ci preoccupa l’inerzia e la tolleranza del Comune verso l’abusivismo edilizio e riteniamo grave che il settore urbanistica pronunci una specie di resa affermando che “il Comune non è in grado di portare avanti una campagna sistematica di controlli”. Questo equivale a dare un segnale di deregulation, ad incoraggiare nuovi casi di abusivismo sul territorio comunale».

«Ancora più preoccupante - continua Rc - è che si lasci intravedere la possibilità di una urbanizzazione delle Fabbricciane, magari cominciando dalle fognature e dal depuratore, prefigurando un nuovo paese all’interno del territorio comunale, per di più in una delle zone più belle, a due passi dal Parco archeologico di Baratti, peraltro il Presidente della Parchi tace.»

Rifondazione si rivolge dunque all’assessore all’urbanistica e al sindaco: «chiediamo loro di fare chiarezza su questa vicenda, che rappresenta da anni una vera emergenza urbanistica e ambientale. Finora tutto sembra avvenuto in barba ai problemi ambientali e paesaggistici, che solo a parole si dice di voler affrontare. In questo modo anche il nuovo piano strutturale, sbandierato dalla giunta comunale come un piano avanzato, diventa soltanto un libro di buone intenzioni, mentre la realtà è un’altra: ormai si è allentato in questa zona il tradizionale impegno pubblico per la tutela e per l’uso lungimirante del territorio».

«Il Comune - conclude Rifondazione comunista - deve dire chiaramente cosa intende fare e intervenire tempestivamente sugli abusi, senza abdicare dal ruolo di pianificazione e controllo del territorio che per legge gli compete. Riteniamo che debba essere esaminata la possibilità di estendere il territorio dei Parchi alla zona delle Fabbricciane in una grande operazione di conservazione del territorio quale fu attuata, con determinazione e competenza amministrativa, per la Sterpaia».

03 settembre 2007

«No alla lottizzazione a Fonte di Sotto»

CAMPIGLIA. Continua il dibattito sul progetto di residenza turistica alberghiera (Rta) nella zona di Fonte di Sotto, un’ipotesi su cui il paese stesso si è diviso. A intervenire è anche il direttivo di Italia Nostra di Firenze, che appoggia il “Comitato per Campiglia”, contrario alla costruzione. «Il piano di lottizzazione - dice l’associazione - è stato approvato in forma definitiva, il progetto delle opere di urbanizzazione è già stato presentato e, salvo errori, approvato. L’ultima possibilità è che l’amministrazione non rilasci il permesso di costruire per riaffrontare tutta la questione».

«I tempi sono quindi molto stretti per evitare una situazione di non ritorno», dice Mariarita Signorini, consigliere regionale di Italia Nostra e responsabile del settore energia.

L’associazione si schiera al fianco del “Comitato per Campiglia” che si è costituito in base alla convinzione che sia sbagliata la scelta di costruire una residenza turistica alberghiera nell’area che va dalla Fonte di Sotto, alla Madonna di Fucinaia e Temperino fino alla Rocca S. Silvestro e il Parco Archeominerario.

«Zone che finora si sono preservate - afferma la Signorini - grazie al grande impegno scientifico e civile di Riccardo Francovich. Siamo convinti che l’area debba essere tutelata mediante un rigoroso vincolo paesaggistico che impedisca alterazioni incontrollate, da quelle edilizie fino alle trasformazioni del paesaggio agrario, della maglia agraria e dell’assetto boschivo».

Italia Nostra si appella dunque all’amministrazione locale: «Quando giustamente il Comune ha lanciato l’idea “da Rocca a Rocca” (da Campiglia a San Silvestro) come ambito di tutela e valorizzazione delle risorse storiche e paesaggistiche - continua Italia Nostra -, lo ha fatto con la sicura percezione, meritoria e condivisibile, che si tratta un unicum che va salvaguardato al fine di non distruggere sia il rapporto tra le due Rocche, il centro storico medioevale e la campagna, che la testimonianza archeologica di un sistema insediativo fondato sulle attività minerarie, da quelle etrusche a quelle dell’Etruscan Mines, sia lo spazio delicatissimo, e miracolosamente intatto, della campagna: boschi radi di sughere, terrazzamenti coltivati a olivi, corsi d’acqua bordati da canneti. Il Comune non può adesso accettare che questi valori, intorno ai quali è fondata l’identità storica di Campiglia, e sui quali, tra l’altro, ha fatto investimenti rilevanti e operazioni culturali di grande qualità, vengano compromessi radicalmente con trasformazioni e aggiunte edilizie, di qualunque tipo, dimensione e qualità».

«Sconcerta il fatto che invece di promuovere un confronto su altre possibili e più opportune localizzazioni - conclude la Signorini -, nei giorni scorsi i Ds di Campiglia, abbiano affisso e distribuito un manifesto col quale si invita ad aderire alla raccolta di firme promossa da alcuni commercianti, che contiene la seguente premessa: “Ai campigliesi piace Campiglia e vogliono continuare a viverci, a coloro che vogliono bloccare l’evolversi del turismo, la risposta di chi vive il paese tutto l’anno”».

04 settembre 2007

Per Borgo Novo si muove Rutelli

di Manolo Morandini

CAMPIGLIA. Per “Borgo Novo” si è mosso anche il ministro dei beni culturali, Francesco Rutelli. Una discesa in campo per inquadrare la contestata residenza turistico alberghiera prevista alle porte del centro storico campigliese, a cui si oppone il comitato “Per Campiglia”, ma anche Italia Nostra e Alberto Asor Rosa, animatore della Rete toscana dei comitati per la difesa del territorio. Oggi una delegazione di funzionari dell’ufficio urbanistica del Comune di Campiglia e della Sovrintendenza ai beni ambientali architettonici artistici e storici per le province di Pisa e Livorno è attesa a Roma, presso il dicastero di Rutelli. «Un incontro a carattere tecnico, a cui ho scelto di essere presente anch’io» conferma il sindaco Silvia Velo.

Al di là del buon gusto architettonico, a preoccupare il fronte del “no” è la tipologia di struttura ricettiva scelta, la residenza turistico alberghiera: camere, ma soprattutto bilocali e trilocali, con giardino, che vedono come il fumo negli occhi, memori di altre esperienze che hanno rivelato come la forma si presta a celare seconde case di fatto.

Ma in gioco ci sarebbe anche l’equilibrio tra città antica e campagna. Un totale di 10mila metri cubi per una capacità ricettiva di circa cento persone, sono i numeri della Rta che sorgerà su un pendio a cinquecento metri dalle mura del borgo, a margine della strada che sale da San Vincenzo. Titolare dell’intervento la Fonte di Sotto srl, l’azienda nata ad hoc nell’ottobre del 2006 con socio unico la Costruzioni Generali Roma spa, dell’immobiliarista Luca Olivetti.

«La collocazione della previsione urbanistica è stata scelta e sostenuta da illustri urbanisti, Italo Insolera e Carlo Melograni negli anni Ottanta e nel 1995 da Romano Viviani, che l’ha confermata nel piano regolatore generale approvato quell’anno - sostiene il sindaco Velo - Sono pareri che mi confortano e, del resto, rispetto ai termini in cui sono maturati, il territorio di Campiglia da allora non è cambiato. È una scelta che ho ereditato dalla precedente amministrazione, ma che mi sento di sostenere».

L’opera in fase di approvazione ha riscosso larghi consensi in consiglio comunale, unendo nel voto maggioranza e opposizione, con la motivazione di favorire e qualificare la vocazione di servizio del borgo, in cui operano attualmente solo due affittacamere. Per contrastare il comitato del “no” si sono attivati anche alcuni commercianti del centro storico, che raccolgono firme a sostegno della costruzione di “Borgo Novo” il cui iter urbanistico si è chiuso nel 2005, con la firma della convenzione tra proprietà e Comune di Campiglia. Già in corso, invece, l’istruttoria del progetto delle opere di urbanizzazione, con una previsione di apertura del cantiere a inizio del 2008. L’unico stop alla costruzione, in teoria, potrebbe piovere dall’alto, con un’azione del ministero per apporre il vincolo paesaggistico sull’area.

05 settembre 2007

«Il ministero non intende bloccare il progetto»

di Manolo Morandini

CAMPIGLIA. «Nessuna volontà di mettere il Comune in difficoltà, ma anzi un clima sereno e positivo». Questo il giudizio del sindaco di Campiglia, Silvia Velo, all’uscita dall’incontro al ministero dei Beni culturali di ieri mattina, convocato per esaminare l’affaire “Borgo Novo”. Una riunione a carattere tecnico che è durata circa un’ora, presente anche la Sovrintendenza ai Beni ambientali architettonici artistici e storici per le province di Pisa e Livorno, con l’obiettivo di inquadrare il progetto di Rta a cui si oppone il comitato “Per Campiglia”, ma anche Italia Nostra e Alberto Asor Rosa, animatore della Rete toscana dei comitati per la difesa del territorio, tutti preoccupati che la forma celi seconde case di fatto e che l’intervento comprometta l’equilibrio tra città antica e campagna. Ma la discesa in campo del ministro Rutelli è da leggere nell’ambito della recente intesa con la Regione Toscana, sottoscritta per inserire il Codice del paesaggio nella pianificazione urbanistica toscana: una verifica di coerenza degli interventi urbanistici, che suscitano allarme, con i valori paesaggistici previsti dal Codice.

«Abbiamo fornito tutta la documentazione, a partire dalle norme del Piano regolatore in cui è inserita la prescrizione urbanistica. - afferma il sindaco Velo - Norme giudicate restrittive dai tecnici del ministero, che hanno esaminato anche il piano attuativo. Non ho colto nessuna intenzione di bloccare l’intervento, ma abbiamo invece concordato di collaborare nell’esame del progetto esecutivo della Rta, che presenterà la proprietà, al fine di determinare la miglior qualità architettonica possibile».

Un totale di 10mila metri cubi per una capacità ricettiva di circa cento persone sono i numeri della Rta. Camere, ma soprattutto bilocali e trilocali, sorgeranno su un pendio a cinquecento metri dalle mura del borgo per opera della Fonte di Sotto Srl, azienda con socio unico la Costruzioni Generali Roma Spa.

Postilla

Brutte notizie s’intrecciano nella mitica Val di Cornia, teatro di esperienze positive dell’urbanistica italiana: a partire dal piano coordinato dei quattro comuni degli anni 80, dalla costituzione del Sistema di parchi della Val di Cornia, dalla demolizione delle costruzioni abusive nel bosco della Sterpaia, poi tramutato in parco.

Si lavora per trasferire a Piombino i fanghi inquinati asportati dall’Italsider di Bagnoli, aggravando localmente una situazione già grave per l'esistenza di milioni di metri cubi di rifiuti industriali che non si riescono a trattare. S'intensifica l’escavazione di rapina nella cava ai margini del parco di San Silvestro che ha già reso inagibile una parte dell' eccezionale patrimonio archeominerario, nel silenzio del Comune. Solo pochi mesi fa, con l'accoglimento di osservazioni al piano strutturale di Piombino, è stata reintrodotta la previsione di una strada stralciata trent'anni fa da un piano urbanistico che prevedeva la lottizzazione del promontorio di Populonia.

Sono di questi giorni due nuovi avvenimenti, entrambi da iscrivere nel “libro nero” delle amministrazioni locali. A Fabbricciane, nello splendido golfo di Baratti e a un passo da Populonia, dopo i condoni statali che hanno sanato una gigantesca lottizzazione abusiva di oltre 100 ettari, proseguono indisturbati gli abusi edilizi sotto lo sguardo indifferente del Comune di Piombino, che dichiara la sua impotenza. A Campiglia Marittima, a ridosso del centro storico, si attua oggi una lottizzazione, Borgo Novo in località Fonte di Sotto. Questa sembra legittima e risale a una previsione del lontano PRG del 1995 (e non, come invece afferma il sindaco, al piano redatto da Melograni). Le previsioni che solo oggi risultano sbagliate si possono correggere: anche se la convenzione con i lottizzatori è già stata stipulata, senza dover pagare nessun danno se non il rimborso delle opere legittimamente realizzate. Che stralciare previsioni urbanistiche sia possibile è del resto testimoniato dalla stessa esperienza dei comuni della Val di Cornia, dove precedenti amministrazioni cancellarono milioni di metri cubi.

Le associazioni e i comitati ambientalisti si sono decisamente schierati in entrambi i casi. A proposito di Campiglia si può osservare che forse le battaglie dei comitati sarebbero più efficaci se si promuovessero prima, quando i piani urbanistici non sono ancora formalizzati. Ma l’urbanistica e la pianificazione sono argomenti difficili, e così spesso (come a Monticchiello, come Borgo Novo) le decisioni politiche locali hanno messo radici troppo profonde per essere divelte con una spallata.

Caro direttore, è ancora convinto il presidente della giunta regionale, Bassolino, che l'iniziativa dell'Auditorium a Ravello, promossa da De Masi, presidente dell'omonimo Festival, e sostenuta pervicacemente dalla Regione Campania, costituirà una posta attiva del bilancio della sua carriera politica?

Diversi segnali fanno pensare il contrario. Anni orsono De Masi ha «abbagliato» Bassolino pronunciando un nome: Niemeyer! Al grande architetto brasiliano De Masi aveva infatti commissionato il disegno per un progetto di un Auditorium a Ravello. Nessuno però aveva detto a Niemeyer, che è ormai vicino alla soglia dei cento anni e non poteva venire a Ravello, che la localizzazione panoramica del sito prescelto per l'Auditorium era in contrasto con la normativa del piano urbanistico territoriale della costiera sorrentino-amalfitana. Si doveva operare una variante al Put, ma la procedura era lunga e poi si creava un precedente. No problem. Lo strumento dell'accordo di programma ha consentito di bypassare il Put per dare corso a quella che Bassolino considerava una impresa culturale memorabile.

È stato anche superato l'ostacolo di una sentenza del Tar di Salerno (agosto 2004), che accoglieva un ricorso di Italia Nostra. Il Consiglio di Stato (maggio 2005) senza entrare nel merito e ribaltare la sentenza del Tar, ha respinto il ricorso di Italia Nostra per un vizio formale. Ormai sta per iniziare la costruzione dell'Auditorium. Tuttavia il Festival di Ravello, nato in omaggio a Wagner, dà segni preoccupanti di stanchezza: la Walkiria, programmata per il 21 luglio scorso, è stata cancellata: meno di cento prenotazioni! «Il pubblico — ha affermato sconsolatamente De Masi in un comunicato — ama Wagner sempre di meno». E questo avviene d'estate. Cosa succederà d'inverno?

Hanno espresso il loro scetticismo sull'Auditorium Roberto De Simone e Gioacchino Lanza Tomasi perché nessuno può immaginare che il pubblico vada d'inverno ad ascoltare musica nelle brume di Ravello. La realtà è diversa. Come tutti sanno, meno Bassolino: gli albergatori di Ravello da tempo chiedono legittimamente di restare aperti tutto l'anno, e quello che si sta per costruire a Ravello è un centro-congressi. Una struttura destinata a ospitare congressi di categorie professionali. A questo punto De Masi ha tutto l'interesse a trasferirsi altrove prima che Bassolino si accorga di aver sostenuto un'iniziativa che non ha nulla di culturale. Anzi è una mistificazione. L'opzione prioritaria di De Masi sarebbe il Teatro San Carlo di Napoli recentemente commissariato. Infatti sono comparse sulla stampa alcune sue proposte per «risanare» il San Carlo, proposte che fanno trasparire la sua viva aspirazione di sostituire il soprintendente Lanza Tomasi. Nella convinzione peraltro di poter contare sui tradizionali appoggi politici, per cui passerebbe in terzo ordine la circostanza che la sua competenza musicale è tutta da dimostrare, mentre è riconosciuta a livello internazionale quella di Lanza Tomasi.

Sono indotto ora alla conclusione che segue dopo aver constatato la serietà delle indagini senza remore sui rifiuti condotte dalla magistratura di Napoli. Che succede invece a Salerno? Giace da ottobre 2006 presso la procura della Repubblica salernitana un esposto-denuncia della presidenza nazionale di Italia Nostra contro l'ormai avviata costruzione dell'«Auditorium» di Ravello. Infatti è ancora valida la sentenza del Tar di Salerno, che ha proclamato forte e chiaro: la struttura in quel sito è illegale, quindi abusiva. Sollecitiamo pertanto il procuratore della Repubblica di Salerno, Apicella, a dare impulso e concludere senza remore le indagini prima che l'opera venga illegittimamente realizzata.

L’autore è Presidente di Italia Nostra, sezione di Napoli

Ci sono voluti anni di roghi boschivi, c’è voluta un’ultima estate disastrosa con le superfici andate a fuoco aumentate del 330 per cento, e, finalmente, si è individuato il punto debole della (buona) legge del 2000: la mancata attuazione del catasto delle zone incendiate da parte dei Comuni, per gran parte inadempienti, specie al Sud. Il potere torna dunque, per decreto governativo, allo Stato tramite i prefetti per fare «questo benedetto catasto che altrimenti non si fa», ha spiegato il ministro dell’Interno, Giuliano Amato. Ci sarà qualche prefica del decentramento ad ogni costo che verserà lacrime o che protesterà.

Ma la democrazia vera è questa: se l'organismo elettivo locale o regionale o per trascuratezza o per pressioni di gruppi e di lobbies non dà corso ad una buona legge preventiva e repressiva, qualcuno ci deve pensare. In questo e in altri casi lo Stato. Walter Veltroni lo ha proposto anche, gli appalti edilizi al di sopra dei 100mila euro in Comuni particolarmente inquinati dalla malavita. Non è questione di filosofia politica. È questione di sano pragmatismo, di efficienza politico-amministrativa, di senso dell'interesse generale. Si tratta di togliere, applicando la legge, ai malintenzionati, a volte manovali della malavita impegnata nell'edilizia più speculativa, il cerino dalle mani, di rendere quel loro gesto del tutto inutile. Poi qualche psicolabile, qualche pastore retrogrado ci sarà sempre, e però il plotone degli incendiari (per favore, non chiamiamoli più piromani) si assottiglierà di molto non avendo più interesse a bruciare alcunché. Confidiamo che le prefetture faranno in breve tempo ciò che i Comuni non hanno fatto (in sette anni!) per contrastare il passo a quanti vogliono costruire sulle aree bruciate, oppure cambiarne la destinazione d'uso, cacciare o pascolare bestiame sulle medesime (e pure procurarsi lavori stagionali di rimboschimento). Ve n'è gran bisogno, visto che il numero dei roghi si è accresciuto del 70 per cento rispetto al 2006, soprattutto in regioni quali la Sicilia e la Calabria che da sole totalizzano buona parte degli incendi boschivi. Ma, nel contempo, occorre potenziare e razionalizzare il servizio di avvistamento, da terra e dal cielo. Torri di avvistamento ben collocate e visibili scoraggiano gli incendiari. Così come la flotta di piccoli aerei che, nei mesi caldi, la Francia fa alzare in volo quotidianamente - come ha spiegato sull'Unità, Roberto De Marco, già capo del Servizio sismico nazionale - in modo di individuare all'origine i primi focolai ed orientarvi rapidamente canadair, elicotteri e forze di terra. Non quando i roghi si sono già diffusi, potenziati dal vento.

C'è però un altro potere dello Stato, la magistratura, che deve fare la sua parte applicando con la giusta severità le norme esistenti, evitando il rilascio troppo facile degli arrestati e dando anche una adeguata pubblicità a processi e condanne. Ogni anno si arrestano 250-300 persone per reati connessi agli incendi: quante vengono poi processate e condannate? Quest'anno un patrimonio boschivo straordinario - magari all'interno di parchi nazionali come il Pollino o di parchi regionali di grande valore archeologico come quello romano di Veio - è stato incenerito dal fuoco assai spesso doloso. Questo è davvero un caso da "tolleranza zero", nell'interesse di tutti. Una collina a vegetazione spontanea, quando va a fuoco, impiega 9-10 anni a riprendersi. Inoltre quei terreni si «cuociono» e, alle prime piogge battenti, smottano facilmente, sommando danno a danno.

In conclusione: smettiamola di nutrirci di luoghi comuni su decentramento e accentramento. L'Italia delle Regioni esiste da quasi un quarantennio (la Regione Sicilia da sessant'anni ormai), purtroppo con esiti alterni, a volte desolatamente negativi. Si veda l'ambito paesaggistico per il quale alcune Regioni, vedi la Toscana, hanno sub-delegato alla tutela i Comuni. I quali hanno invece interesse, in tempi di tagli ai trasferimenti erariali, ad incassare quanto più possono dagli oneri concessorii e dall'Ici. Il Codice per il paesaggio dice che, entro il maggio 2008, le Regioni «possono» elaborare quei piani paesaggistici che già la bella legge Galasso prescriveva nell'ormai lontano 1985 lasciando tante e importanti Regioni indifferenti. Anche in questo caso, dobbiamo assistere alla cementificazione e asfaltatura integrale del Bel Paese per ridare allo Stato, cioè ai Ministeri dei Beni culturali e della Tutela dell'Ambiente poteri reali di intervento sostitutivo per piani rigorosi e prescrittivi? O vogliamo fare le anime belle del decentramento tanto democratico e chiudere gli occhi sul disastro paesaggistico in corso, dall'alta montagna alla costiera amalfitana, alle coste siciliane e calabresi?

«Incendi estivi, trivelle in Val di Noto, abusivismo sulla Costiera amalfitana o in Val d'Orcia, emergenza spazzatura a Napoli. La misura è colma. L'Unesco ha messo in mora l'Italia. Se non facciamo nulla sul fronte della difesa dell'ambiente e del territorio, nel 2008 dovremo cominciare a digerire la prima esclusione di un sito dalla lista del patrimonio dell'umanità Perderemo la leadership mondiale che abbiamo oggi, perché non sappiamo difenderla. La Spagna, che è seconda, è pronta a sorpassarci». È profondamente amareggiato Giovanni Puglisi, 62 anni, rettore dell'Università Iulm di Milano e presidente della Commissione nazionale Unesco per l'Italia. E a sentire le sue parole si ha la netta impressione che il livello di fiducia dell'Unesco verso l'Italia (che ha 41 siti patrimonio dell'umanità contro i 40 della Spagna) sia in caduta. Proprio ieri il Governo ha scelto Napoli come candidata a ospitare nel 2013 il Forum Unesco delle culture.

Presidente, quale sito italiano va verso l'espulsione dal patrimonio mondiale dell'umanità?

Si tratta delle Isole Eolie, che sono state introdotte nella Lista nel 2000. Da allora in avanti le prescrizioni dell'Unesco, gli accordi che accompagnano il riconoscimento, non sono state rispettati. In pratica, la cava di pomice di Lipari non è stata chiusa, mentre è in via di realizzazione un maxiporto turistico non contemplato dagli accordi. Le Eolie a giugno 2008 vanno fuori dalla lista dei siti Unesco. A meno di ardui recuperi in extremis, ma non ne vedo.

Una brutta bocciatura per il nostro Paese.

Troppi i segnali inquietanti. Basti pensare che il 2007 è stato il primo anno in cui l'Italia non ha ottenuto alcun nuovo ingresso di siti nella lista mondiale. È stata una situazione difficile, penosa. La potrei definire una sberla.

Cosa è successo?

L'Italia è stata invitata ritirare la candidatura delle Dolomiti, mentre quella della Valnerina non è stata più presentata in extremis.

Sulle Dolomiti uno scivolone imperdonabile.

Quando gli esperti dell'Unesco hanno esaminato la candidatura delle Dolomiti e si sono recati in loco hanno trovato una situazione troppo confusa sul piano gestionale.

E la Valnerina?

La Cascata delle Marmore è splendida. Ma ci è stato fatto capire che l'Italia avrebbe dovuto scegliere, prima di formalizzare la candidatura, tra la prosecuzione della produzione di energia elettrica e la difesa del territorio.

Napoli rischia?

Sicuramente sì, ho scritto tante volte a Bassolino e alla Iervolino. Nessuno si rende conto che il centro di Napoli oggi umiliato dall'emergenza rifiuti, appartiene all'intera umanità. Ho segnalato il degrado anche alla Presidenza della Repubblica. Il paradosso è in Costiera amalfitana: ci sono più richieste di condoni degli stessi abitanti.

E le trivelle in Val di Noto?

Il governatore Cuffaro ha i poteri per intervenire subito e bloccare tutto per sempre. Meglio un atto preciso e rapido, ora, che imbarcarsi nel varo di una legge regionale, che porterebbe via del tempo. La Sicilia deve decidere. Una revoca immediata della concessione a effettuare trivellazioni petrolifere, cui la recente sentenza del Tar lascia aperta la porta, è un atto indispensabile per dare un segnale forte e chiaro anche su altre questioni importanti ancora aperte nell'isola.

Quali?

Mi riferisco in particolare all'area di Porto Empedocle, limitrofa alla Valle dei Templi, l'area archeologica di Agrigento inserita nel patrimonio dell'umanità nel 1997. La realizzazione di un impianto di rigassificazione a Porto Empedocle crea problemi gravissimi.

CAGLIARI. Il messaggio che gli ecologisti del Gruppo d’Intervento Giuridico e degli Amici della Terra spediscono al presidente Renato Soru è molto chiaro: non basta creare leggi che tutelano l’ambiente, occorre anche applicarle. «Signor presidente - scrivono infatti - le chiediamo di svolgere le necessarie e opportune attività finalizzate all’effettuazione di coordinati interventi coattivi di demolizioni di abusi edilizi insanabili in aree di rilevante interesse tutelate con vincoli di natura ambientale». Insomma, in parole povere: si mettano in moto le ruspe e venga spazzato via tutto il cemento abusivo dalle coste sarde.

Non è la prima volta che gli ambientalisti chiedono alla Regione un atteggiamento più deciso contro gli abusi edilizi lungo i litorali dell’isola. Due istanze simili sono infatti state presentate in passato. Una nell’ottobre del 2006 e l’altra nel febbraio scorso. «Con le voci che circolano su nuovi e improbabili provvedimenti di condono e con la scarsa efficacia delle procedure repressive - dice il portavoce dei gruppi ambientalisti Stefano Deliperi - l’abusivismo edilizio imperversa. Ecco qualche dato: se nei primi otto mesi del 1994 erano stati accertati 397 casi di abusivismo edilizio nella sola provincia di Cagliari, nel 2005 sono stati accertati ben 420 nuovi casi abuso nel solo territorio comunale di Quartu Sant’Elena. E ancora: nel 2006, nel territorio di Quartucciu gli abusi riscontrati sono stati 105. Parlando di quest’anno, vorrei solo citare le oltre trenta ville messe sotto sequestro penale in Costa Smeralda dal Corpo Forestale e di vigilanza ambientale».

E sono i numeri a disegnare le reali dimensioni del fenomeno del quale parlano oggi i movimenti ecologisti. Secondo il censimento regionale con aerofotogrammetria del 2001, i casi stimati di abusivismo edilizio erano circa 45 mila. Quelli insanabili superavano i 4.500 e quasi tutti erano lungo i litorali. Secondo il Gruppo d’Intervento giuridico, Quartu Sant’Elena continua a essere la capitale dell’abusivismo in Sardegna, ma anche una delle prime in Italia. La verità è però che si tratta anche dell’unico comune dell’isola che è riuscito a disegnare una mappa completa degli abusi sul proprio territorio. Nel 1995, e cioé al termine dell’operazione-condono del 1985, a Quartu erano stati registrati 10.400 casi di abusivismo. Per capire meglio le drammatiche dimensioni del fenomeno, basti dire che in Italia solo Napoli e Gela potevano vantare un numero superiore di abusi edilizi.

Di questi, ben 486 sono risultati “insanabili totali” e 127 “insanabili parziali”. Andando ad analizzare più in profondità quei dati, è risultato che in 2.858 casi - per una volumetria complessiva di oltre 739 mila metri cubi - si è trattato di abusi nelle zone F turistiche. Dopo il secondo condono edilizio (1999) i casi di abusivismo “insanabili totali” sono scesi a 147 e quelli “insanabili parziali” a 72. Sempre tantissimi, quindi.

«Tra i casi sicuramente più eclatanti - continua Deliperi - c’è quello, sempre a Quartu, di addirittura 185 edifici abusivi all’interno del parco naturale di Molentargius-Saline. Ebbene, l’amministrazione comunale ha predisposto ventinove piani di risanamento, ancora in gran parte inattuati e sono cresciuti a dismisura gli oneri collettivi per dotare di servizi gli “abusi condonati”. La spesa complessiva è stata stimata in 222 milioni di euro a fronte dei 18-20 milioni di entrate derivanti dalle oblazioni pagate. Per quanto riguarda l’ultimo condono edilizio, cioé quello del 2003-2004 a Quartu sono state presentate oltre 3.500 istanze di condono. Un numero davvero imponente se si considera che, secondo i dati forniti da Confedilizia, le domande presentate a livello nazionale sono state 102.126. Nel comune di Cagliari, per capirci sono state circa 2.300».

Ma il caso di Molentargius non è isolato. Gli abusi edilizi in aree di pregio naturalistico sono segnalati dagli ecologisti del Gruppo d’Intervento Giuridico anche in altre zone della Sardegna. Come i complessi abusivi all’interno del parco naturale di Porto Conte, alcune strutture sul Monte Ortobene e perfino cinquanta abusi all’interno del parco nazionale dell’Arcipelago della Maddalena. Ma l’elenco continua con tredici unità abitative a Capo Ceraso (sequestrate nelle scorse settimane dal Corpo forestale e di vigilanza ambientale) e le 45 strutture abusive nell’isoletta di Corrumanciu nello stagno di Porto Pino.

Conti alla mano, Deliperi denuncia poi anche il fallimento finanziario della politica dei condoni: «Nel 1985, a fronte di una previsione di entrate di 2.995 milioni di euro, le entrate effettive furono pari al 58%; nel 1994, rispetto a un gettito previsto di 2.531 milioni di euro, le entrate salirono al 71%. Oggi, infine, rispetto a una previsione di 3.165 milioni di euro, la stima sulle entrate effettive è davvero molto bassa: appena il 40%. Sono numeri che parlano da soli e dimostrano che la linea del condono non paga non solo sotto il profilo dell’emersione dell’abusivismo, ma non paga neppure sul piano squisitamente finanziario».

Per concludere, gli ambientalisti ricordano i casi più noti di ordine di demolizione di abusi edilizi sulle coste contenuti in sentenze penali ormai passate in giudicato e perciò irrevocabili:

1) Porto Malu-Baia delle Ginestre. Risale ormai al 1996 la sentenza della Cassazione che ordinava la demolizione delle opere abusive e il ripristino ambientale. Dopo un lunga battaglia di ricorsi e opposizioni in fase di esecuzione, le ruspe del genio militare entrarono in azione nel giugno del 2001, ma si attende ancora il ripristino ambientale. Nel 2002 la Cassazione ha accolto un ulteriore ricorso del Comune e ora pende un nuovo incidente di esecuzione davanti alla corte d’appello di Cagliari.

Intanto, nel settembre dello scorso anno, il gruppo Antonioli ha acquistato all’asta fallimentare l’intero complesso (4,110 milioni di euro), sembra anche la parte che era diventata proprietà del comune di Teulada per effetto della sentenza penale.

2) Baccu Mandara. Sulla costa di Maracalagonis le ruspe sono entrate in azione nel marzo del 2002 per abbattere 29 unità immobiliari realizzate dalla Tre P srl e dichiarate abusive dal pretore di Cagliari dal 1996.

3) Piscinnì. Su questo tratto di costa sulcitana intervenne anche il ministero dei Beni culturali per annullare l’autorizzazione paesaggistica regionale in sanatoria delle opere abusive.

Il progetto, prima del gruppo Monzino e successivamente della Lega delle Cooperative, prevedeva 80 mila metri cubi complessivi.

4) Piscina Rey. Sono state necessarie ben dieci pronunce giurisdizionali per arrivare alla demolizione di un complesso di villette a schiera realizzate dalla Saitur srl in terreni a uso civico.

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