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Il comunicato stampa del gruppo PRC alla Regione Lombardia - riportato qui sotto - conferma quelle che sinora erano soltanto voci giornalistiche, poco più che sensazioni e intuizioni. Certo non si può lanciarsi in trionfalismi, ma almeno tirare il fiato sì: per adesso, i parchi ce li lasciano.

Acciaccati, spesso assediati e pieni di problemi, ma non ancora ridotti a riserva di caccia per piccoli e grandi (soprattutto grandi) interessi.

La redazione di eddyburg.it in questa piccola grande battaglia per il diritto al territorio ha ancora una volta, dopo il caso della "Legge Lupi", svolto un ruolo importante, ma è stata soprattutto la straordinaria partecipazione di centinaia e centinaia di cittadini, di firme e messaggi che continuano ad arrivare a ritmi sostenuti, a caratterizzare queste intense giornate.

Si era partiti in sordina, con qualche scambio di opinioni interno al gruppo di lavoro, e una prima sottolineatura dei rischi del paventato "emendamento Boni" che vanificava in un colpo solo sia il ruolo dei parchi che l'idea stessa di pianificazione di area vasta e tutela dell'ambiente.

Il problema aveva poi cominciato ad assumere forme più chiare, e contemporaneamente più inquientanti, quando se ne chiarivano via via, con la pubblicazione di nuovi contributi sul sito, i caratteri di attacco deciso alla cultura e alle conquiste di decenni, a partire dall'unica esperienza di "green belt" italiana, il Parco Sud Milano nel solco della tradizione internazionale.

E qui comincia a svilupparsi, con un po’ di (credo legittimo) orgoglio, il ruolo specifico di eddyburg.it che non ha nel Dna un ruolo “politico” in senso stretto. È stata questa posizione, molto probabilmente, a porre le nostre pagine culturali, di dibattito, al centro di un piccolo evento, proprio per il loro essere altro, per il loro contributo soprattutto informativo e critico.

Senza nulla togliere all’amplificazione e diffusione esercitata dalle rete di persone, siti, associazioni nonché dalla stampa tradizionale, che a cerchi concentrici hanno iniziato ad allargare quanto su queste pagine è pane quotidiano e scontato senso comune: ambiente, territorio, diritti, cittadinanza non sono affatto parole vuote, ma poggiano solidamente sulle spalle di persone in carne e ossa.

Le stesse che, direttamente o attraverso siti, associazioni, partiti, organi di stampa, ci hanno manifestato chiaramente di essere sulla medesima “lunghezza d’onda”.

Nei parchi lombardi, e presumibilmente anche negli altri, il cemento per ora non dilagherà col beneplacito delle istituzioni. Il miserabile meccanismo per forzare la mano stavolta non ha funzionato.

Ovviamente torneranno, come fanno sempre. Ma adesso hanno cominciato a muoversi anche tutti coloro a cui ripetiamo per l’ennesima volta: grazie.

(le informazioni di questi giorni sull'inziativa sono tutte in questa stessa sezione "Il Pasesaggio e Noi"; segue comunicato del gruppo PRC, che riassume gli ultimi eventi interni al dibattito politico sul tema; naturalmente chi volesse aderire all'appello può ancora farlo)

Comunicato stampa parchi

Norma per edificare sul verde protetto è impantanata. Formigoni la ritiri o sarà ostruuziznismo

Dichiarazione di Mario Agostinelli e Luciano Muhlbauer, consiglieri regionali Prc-Se

“L’emendamento dell’assessore Boni, che intende aprire i parchi regionali lombardi all’edificazione si è impantanato e il voto, anche in V Commissione, è stato rimandato alla seduta della prossima settimana.

Il pretesto per il rinvio è stato offerto dalla protesta della Commissione VI, competente per i parchi, che non era stata nemmeno interpellata. Ma è sotto gli occhi di tutti che le vere ragioni stanno da un’altra parte, cioè nelle pesanti critiche di questi giorni da parte di Federparchi, Anci e associazioni della società civile. La stessa Lega Nord è stata costretta a prendere le distanze dal suo assessore, annunciando la presentazione di emendamenti.

Tuttavia, qui non si tratta di rendere il rospo un po’ meno indigesto e un po’ meno brutto, bensì di stralciare l’intera norma, che è semplicemente inemendabile.

Infatti, il cuore del provvedimento è rappresentato dall’esautorazione degli enti gestori dei parchi e dell’insieme dei Comuni interessati, a favore di un eventuale accordo privato tra anche un solo Comune e il Presidente della Regione Lombardia, che potrebbero così decidere autonomamente di avviare l’edificazione nei parchi regionali.

Quindi, chiediamo nuovamente di stralciare quell’emendamento, nel nome del senso di responsabilità e del rispetto dei compiti delle istituzioni, cioè difendere gli interessi collettivi e non quelli particolari di alcuni costruttori. Se saremo ascoltati, bene. Altrimenti, ci predisporremo all’ostruzionismo insieme a molta parte delle opposizioni”.

Milano, 21 novembre 2007

Postilla

Ancora una volta eddyburg.it ha svolto un ruolo civile che è andato al di là della diffusione di informazioni corrette e della promozione di un dibattito sui temi della città e della società. Grazie all'iniziativa e al faticoso lavoro di Fabrizio Bottini e di Maria Cristina Gibelli, che per molti giorni si sono dedicati full-time all'iniziativa, siamo riusciti a mobilitare alcune centinaia di persone, associazioni, premi Nobel e mamme e papà, esperti di urbanistica e cittadini in altre faccende affaccendati, docenti universitari e gruppi di animazione sociale. Ci hanno aiutato a divugare la nostra protesta, a diffondere le ragioni della nostra critica, e hanno consentito a tanti di partecipare a un'azione che ha trovato echi importanti sulla stampa e in molti blog di giornalisti e associazioni.

La mobilitazione non è cessata, perchè il pericolo è ancora imminente. Ma aver raggiunto un primo obiettivo è importante non solo per il rinvio della decisione da parte della maggioranza e per la dichiarata volontà di ostacolare l'insano progetto manifestato da alcuni gruppi politici, ma anche (e forse soprattutto) per la sensiibilità dimostrata dal "popolo" (non ci costringeranno ad abbandonare anche questa parola!) a impegnarsi in una battaglia comune per un obiettivo comune.

Grazie a Fabrizio e a Maria Cristina, e grazie a tutti quanti ci hanno aiutato e ci aiuteranno ancora. (e.s.)

Cresce la mobilitazione contro il pericolo che la speculazione edilizia faccia scempio dei parchi lombardi. Con il titolo provocatorio "La Lombardia può fare a meno dei parchi?" quattrocento personalità del mondo della cultura, dell’urbanistica, della comunicazione e della politica hanno lanciato un appello sul sito Internet eddyburg.it contro l’emendamento alla legge urbanistica regionale proposto dall’assessore lombardo leghista al Territorio Davide Boni, il quale prevede che la Regione abbia l’ultima parola per decidere insediamenti nei parchi. La discussione riprenderà domani in commissione Territorio. Tra i firmatari dell’appello, Alberto Asor Rosa, Dario Fo, Franca Rame, Vittorio Emiliani, Luca Mercalli, Guido Martinotti, Eva Cantarella, Alessandro Cecchi Paone, l’assessore provinciale al Territorio Pietro Mezzi, i consiglieri regionali Carlo Monguzzi, Marcello Saponaro e Mario Agostinelli, la consigliere comunale Milly Moratti, oltre a Roberto Camagni, Maria Cristina Gibelli, Maria Berrini, Damiano Di Simine, Paolo Hutter, Vezio De Lucia, Francesco Indovina, Lodovico Mereghetti, Antonio Monestiroli, Edoardo Salzano, Sauro Turroni, Elio Veltri, Attilio Dadda, Jacopo Gardella e Federico Oliva.

«L’Italia - si legge nell’appello - aveva a Milano un’esperienza di parco di cintura metropolitano sul modello delle greenbelt affermate da quasi un secolo a livello internazionale. Ora anche la pubblica amministrazione sembra essersi accodata agli interessi di chi da lustri continua a considerare la presenza del verde metropolitano come un ostacolo alle proprie manovre». Sullo sfondo il rischio che la realizzazione del progetto del nuovo Cerba (Centro europeo di ricerca biomedica avanzata) sostenuto dal professor Umberto Veronesi dentro il Parco sud possa essere strumentalizzato per dare il via a nuove colate di cemento in Lombardia. «Mi auguro che i partiti del centrosinistra sappiano contrastare questo disegno raccogliendo il nostro appello» spiega l’assessore provinciale verde Pietro Mezzi. L’Ulivo lombardo risponde promettendo battaglia domani in Commissione.

L’assessore regionale al Territorio Davide Boni respinge le accuse. «I parchi come sono stati vissuti finora hanno fatto il loro tempo. Ma questo non vuol dire che saranno tutti urbanizzati. Con mia proposta la Regione si farà garante che non ci sarà alcuno scempio. In questi anni, per la verità, ho visto fare molte operazioni di questo tipo con il benestare di comuni e province. In una lettera mi hanno segnalato un caso in cui sono stati necessari 39 accordi di programma con 39 amministrazioni diverse. Non si può andare avanti cosi». Quanto al progetto Cerba, Boni aggiunge: «Garantisco che questa operazione non favorirà la speculazione. Ci opporremo alle modifiche dei vincoli nel rispetto delle vocazioni del territorio».

Luca Mercalli, Ho firmato ispirandomi a Cattaneo, la Repubblica, ed. Milano, 20 novembre 2007

Poco più di un secolo e mezzo fa, nelle «Notizie naturali e civili su la Lombardia» il grande intellettuale milanese Carlo Cattaneo celebrava l’agricoltura lombarda come la più evoluta d’Europa: «Noi possiamo mostrare agli stranieri la nostra pianura tutta smossa e quasi rifatta dalle nostre mani [..] Una parte del piano, per arte che é tutta nostra, verdeggia anche nel verno, quando all’intorno ogni cosa è neve e gelo. Le terre più uliginose sono mutate in risaie». Cattaneo osserva con grande acume come la città sia intimamente unita alla sua periferia rurale.

Le cascine, grazie alla geniale e millenaria rete irrigua, producono cibo e materie prime per Milano, che a sua volta provvede capitali e lavoro, inteso anche come intelligenza. È una simbiosi delicata che viene rotta di colpo nel secondo Novecento, quando l’industrializzazione spinta, le dinamiche della finanza, i commerci internazionali e i trasporti schizofrenici, cancellano il rapporto della città con la sua cintura verde. Spavalda, prima la Milano da bere ed ora quella da mangiare, crede di poter fare a meno dei suoi polmoni verdi, cementifica, stupra ogni minima area di terreno agricolo, nel segno di una miracolosa trasformazione dei metri quadri di antica terra in metri cubi di redditizio volume edificato.

Ma provate per un momento a staccare la spina del brulicante fiume di merci ed energia che alimenta Milano: petrolio, gas, elettricità, oggetti utili (pochi) e inutili (tanti), cibo. Tutto arriva da lontano, tutto è appeso al filo del petrolio: sarebbe la catastrofe, una città in ginocchio, priva di mezzi di sostentamento, suicida nel giro di pochi giorni. Fuori dalle periferie, negletta e destituita di ogni ruolo primario, la gloriosa agricoltura lombarda vivacchia, non ha diritto a figurare tra moda e finanza, anzi è d’impiccio: se tutti questi prati potessero essere trasformati in centri commerciali, parcheggi, grattacieli e villette, sai che affari? Gorgonzola? Risotto allo zafferano con l’osso buco? Chissenefrega, oggi c’è il sushi che arriva in aereo da Tokio. Ma non può durare per sempre. Una città deve conservare i propri gioielli verdi per l’anima e per lo stomaco. Serviranno per non intristirci al brutto, per donare refrigerio nelle estati del riscaldamento globale, per assorbire anidride carbonica, per nutrire foraggi e cereali quando la Cina non ne esporterà più, per far crescere legna con cui scaldarci quando Putin chiuderà il gas. Il suolo agrario è il nostro paracadute. Ecco perché ho firmato contro l’edificabilità dei parchi regionali.

Nota: in una vecchia vignetta di BC, uno dei cavernicoli diceva a un altro: "il successo non ti ha cambiato, sei rimasto il solito stronzo". Questo per dire che continuiamo a chiedere a chi non ha ancora aderito all'Appello di farlo al più presto visto che giochi sono ancora assai aperti ed esistono ampi spazi per influire sulle decisioni.

Per non affaticare troppo Maria Cristina Gibelli che sinora ha smistato tutti i messaggi, è possibile anche mandare le adesioni al sottoscritto all'indirizzo
fabrizio.bottini@polimi.it specificando sempre per favore città e professione (f.b.)

I toscani son fumantini e facilmente la polemica con loro volge in aceto. Se ne è accorto Vittorio Emiliani, il quale, dopo una brillante carriera giornalistica, ha dedicato la seconda parte della sua esistenza all’ambientalismo e alla difesa della bellezza, dando vita, appunto, ad un comitato che si richiama espressamente a questo nobile fine. E, come poteva, partendo da questo assunto, non scontrarsi con alcune brutture inflitte alla più bella delle regioni italiane? La sua denuncia non è, però, piaciuta agli amministratori fiorentini, così come non era piaciuta quella del professor Asor Rosa quando aveva protestato per la sconcia lottizzazione di Monticchiello e per l’allargamento di una fabbrica di laterizi nel bel mezzo di una zona protetta dall’Unesco.

Peraltro Emiliani ha parlato nel quadro di un convegno sulle devastazioni territoriali avvenute in tutta Italia nell’ultimo quindicennio durante il quale sono stati "divorati" altri 3 milioni 663 mila ettari di verde, una superficie pari al Lazio e all’Abruzzo uniti, con un consumo del territorio senza eguali in Europa. Vi sono ormai regioni, come il Veneto e la Liguria, quasi interamente ricoperte di cemento e asfalto. Colpisce, inoltre, che, nel contempo, la crescita esponenziale (+ 21%) dell’edilizia privata sia correlata al crollo dell’edilizia pubblica e sociale. Quindi si "consuma" il suolo a solo vantaggio della rendita mentre restano con la fame di casa giovani coppie, immigrati, anziani impoveriti. Anche questo è un primato negativo del nostro Paese che ha il 4% di alloggi sociali sul totale delle abitazioni nei confronti del 31% del Regno Unito, del 38% della Francia, del 39% di Austria e Svezia e di ben il 55% della Germania. Inoltre in questi paesi una apposita legislazione obbliga e/o incentiva per le nuove costruzioni l’utilizzazione delle cosiddette brown field (ex aree industriali, strutture edilizie degradate, ecc.). In Inghilterra una legge nazionale impone addirittura di allocarvi il 70% di ogni nuova costruzione (il sindaco di Londra sta arrivando al 100%).

Vorrei, però, tornare al discorso sulla Toscana la quale, essendo una delle regioni più belle del mondo, suscita sensibilità più vigili che per altre, come argomenta Emiliani indicando ad esempio negativo – dopo Monticchiello, l’Argentario, Pienza - altri casi come la gigantesca cantina alle porte di Capalbio e il maxi parcheggio che incombe sul borgo medievale, le lottizzazioni di Poggio del Leccio e di Casole d’Elsa, ecc. Ma quel che suscita allarme, ben oltre i singoli casi, è la delega affidata in ultima istanza ai Comuni in merito alla difesa del paesaggio. Così, con una risibile interpretazione della «democrazia partecipativa», si è non solo abrogato l’art.9 della Costituzione secondo cui «la Repubblica tutela il paesaggio» (non certo i comuni), ma si è innescato un diffuso conflitto d’interessi: gli enti locali, sempre a corto di mezzi, sono invogliati a introiti aggiuntivi, attraverso concessioni edilizie, spese di urbanizzazione, ecc. tanto più che hanno ottenuto di usarli come spesa corrente, cosa che la vecchia legge Bucalossi vietava. Una pratica che può invogliare in qualche caso anche a finanziamenti illeciti, di partito o personali.

Purtroppo a Firenze ci si è inalberati per la denuncia. «Non capisco questo accanimento contro la Toscana», ha scritto sull’Unità l’assessore regionale al Territorio, Riccardo Conti, contestando i dati Istat riportati da Emiliani. In conclusione, però, affronta meritoriamente quello che a suo avviso (e anche a mio) è il punto politico centrale: «Vogliamo una conservazione attiva (attenzione all’aggettivo, ndr) del nostro territorio. Quello che non vogliamo è che si affermi una idea della Toscana come un’arcadica regione residuale. buona solo per i fini settimana di ospiti illustri. Siamo una complessa moderna regione europea». Affermazione che rivela un pernicioso errore ideologico derivante dalla ottocentesca «religione del Progresso industriale». Oggi in Europa l’icona delle ciminiere e degli opifici è, invece, resa sbiadita dalla globalizzazione. Le fabbriche del mondo saranno sempre più in Cina, in India, in Indonesia, in Brasile. In Occidente subentrerà, per chi saprà raccogliere la sfida, l’impresa immateriale, tecnologica, informatizzata. In questo quadro l’Italia possiede un solo bene insostituibile, non scalfibile dalla concorrenza, il territorio. Ogni ettaro distrutto è una picconata contro noi stessi. Chi non lo capisce si comporta come i talebani che fecero saltare i Buddha di Bamyan in nome dell’islamismo puro e duro.

Nota: per capire meglio alcune affermazioni e risposte di Mario Pirani, si vedano almeno gliinterventi a cui direttamente si riferisce, ovvero quelli dell'assessore toscano Riccardo Conti, e di Vittorio Emiliani, entrambi disponibili qui su Eddyburg (f.b.)

Un parco di carta, un parco inesistente. Per Antonio Cederna, negli anni Sessanta, l'Appia Antica era un territorio in balia degli speculatori, che subiva l'aggressione del cemento, dove si consumava ogni sorta di abuso edilizio, continuamente al centro di indecenti progetti che venivano presentati nel silenzio delle istituzioni. Nel 1988 una legge regionale istituisce il Parco dell'Appia Antica e nel 1997 la zona viene inclusa tra le aree naturali protette. Ma non basta. Nonostante gli ultimi sequestri, la situazione è ancora piuttosto degradata. Il grido d'allarme parte, questa volta, da Paestum, dove si è conclusa ieri la decima edizione della Borsa mediterranea del turismo archeologico. «La realtà attuale - lamenta Rita Paris, direttore della Soprintendenza archeologica di Roma - ha superato ogni possibile immaginazione per la rovina e l'offesa al patrimonio archeologico, ambientale e paesaggistico del comprensorio dell'Appia, tra abusi vecchi e recenti, abusi macroscopici condonati, attività improprie impiantate in modo stabile, monumenti trasformati in alcove per la prostituzione che da sempre qui è stata di casa, la strada e le sue fasce con i monumenti invasi dal parcheggio di auto gratuito vicino all'aeroporto di Ciampino. Un suburbio residenziale al centro di interessi che allontanano ogni giorno di più ogni tentativo per la creazione di un vero Parco».

Un parco che diventa un arcipelago dentro il degrado, una porzione di territorio avulso dal contesto, mentre, come hanno sottolineato a Paestum i vari relatori (da Antonia Pasqua Recchia, direttore generale per l'innovazione tecnologica del ministero, a Giovanna Rita Bellini, direttore della Soprintendenza dei Beni archeologici del Lazio) serve una visione complessiva del paesaggio storico per assicurare il massimo della tutela.

L'Appia Antica sconta certamente il ritardo che nei decenni ha caratterizzato gli interventi di salvaguardia. Esistono numerosi vincoli archeologici «ma la maggior parte del territorio - insiste nella sua relazione Rita Paris - è di proprietà privata, compresi i monumenti che sono presenti in quasi tutte le ville, i casali, i ristoranti, i circoli sportivi. Rispetto alle previsioni del Piano Regolatore del 1965, si sono fatti enormi passi indietro, sia nel riconoscimento dell'interesse storico, archeologico, monumentale del comprensorio - ciò che non si è ancora vincolato con vincolo archeologico specifico non si riesce a vincolare o con enormi difficoltà, - sia nelle previsioni di acquisizione pubblica delle aree e dei monumenti».

«Il Parco Regionale e l'ente di gestione, nel quale non sono rappresentate le Soprintendenze e il ministero, da soli non bastano - prosegue la Paris - a garantire una corretta pianificazione e la gestione di una zona che contiene uno dei più ricchi patrimoni archeologici del mondo. Per assurdo, nelle norme del Piano d'assetto del Parco, i futuri scavi archeologici da parte della Soprintendenza di Stato dovrebbero essere sottoposti all'autorizzazione dell'ente di gestione ».

Non basta, dunque, salvare i «ruderi». Bisogna intervenire con più forza sul territorio. «Le altre istituzioni - dice ancora la Paris - alle quali sarebbe demandato il compito della tutela paesaggistica (Soprintendenza per i beni ambientali, architettonici e per il paesaggio, Regione, Comune) si sono ad oggi limitate ad applicare le leggi nel senso peggiore per la tutela, senza conoscere il territorio, senza mai effettuare controlli, esprimendosi sulla compatibilità della singola situazione (la villa schermata dal verde o l'impianto sportivo o il vivaio) e perdendo completamente di vista la graduale, drammatica trasformazione che tali situazioni, moltiplicate per centinaia, migliaia di casi, avrebbe procurato». Che cosa fare? Per la Paris quattro i punti principali e più urgenti: acquisire al pubblico le aree e i monumenti più importanti; incrementare gli scavi e i restauri; creare un sistema complessivo di difesa del territorio. E infine, e non ultimo, limitare il traffico che attraversa il parco.

Non posso tralasciare anche questa occasione di incontro e confronto per ripetere alcune osservazioni e preoccupazioni per il territorio dell’Appia, in particolare per l’ambito romano di cui mi occupo (ma senza perdere di vista l’interesse della totalità del percorso fino a Brindisi).

Premesso che l’Appia è considerata da sempre da un lato un “parco archeologico”, dall’altro il simbolo dell’abusivismo e delle ville famose per eccellenza (vi hanno abitato e vi abitano ancora alcuni tra i più famosi personaggi del cinema, della moda, più recentemente dell’imprenditoria) e che si continua a operare in una condizione di equivoco (noto, noto solo in parte, noto e comodo così com’è), è necessario ripartire dall’inizio facendo chiarezza sullo stato normativo e sullo stato di fatto.

Nel 1965 nel PRG della città fu introdotto un decreto che destinava l'intero comprensorio dell'Appia, allora di circa 2500 ettari, a Parco Pubblico, per la tutela integrale degli straordinari valori archeologici, storici, paesaggistici. Già nel 1953 la legge di tutela statale sulle bellezze paesaggistiche aveva vincolato l'intero territorio riconoscendo una stretta connessione tra i monumenti e il paesaggio. In quell’arco di tempo Antonio Cederna non ha mai smesso di scrivere sull’argomento denunciando gli abusi, gli scempi, gli indecenti progetti che venivano presentati, il silenzio delle Istituzioni, le gravi omissioni che allontanavano sempre più la soluzione urbanistica adeguata per l’Appia.

La legge regionale del 1988 ha istituito il Parco Regionale dell'Appia Antica e nel 1997 la zona è stata inclusa tra le aree naturali protette tra le cui principali finalità sono la tutela degli habitat naturali e la valorizzare delle attività produttive compatibili con le esigenze di tutela dell’ambiente, favorendo nuove forme di occupazione.

Per quanto riguarda la tutela archeologica da parte dello Stato vi sono numerosi vincoli archeologici per ampie aree (i vincoli archeologici di settori, diretti e indiretti, apposti negli anni 80/90 sono estesi centinaia di ettari ciascuno), vincoli per specifici monumenti e il vincolo già legge Galasso 431/85 lettera m (oggi DL.vo 42/2004 art. 142 lettera m) che copre l’intero territorio. La strada, con le fasce ai lati, è demaniale dagli interventi ottocenteschi del Canina, ma questo è stato dimenticato.

Le proprietà pubbliche sono irrilevanti rispetto alla vastità del territorio e soprattutto inadeguate rispetto alla presenza di monumenti (sono pubbliche parte dell’area della Caffarella, il complesso di Massenzio, la Villa dei Quintili con la proprietà acquistata di recente di S. Maria Nova, i monumenti lungo la strada, il complesso di Cecilia Metella con il Castrum Caetani, Capo di Bove, anche questa di acquisto recente, piccole porzioni di campagna, una bella proprietà con casale ad uso agricolo acquistata dall’Ente Parco recentemente).

La maggior parte del territorio è quindi in proprietà privata, compresi i monumenti che sono presenti in quasi tutte le ville, i casali, i ristoranti, i circoli sportivi.

Rispetto alle previsioni del Piano Regolatore del 1965, si sono fatti enormi passi indietro, sia nel riconoscimento dell’interesse storico, archeologico, monumentale del comprensorio – ciò che non si è ancora vincolato con vincolo archeologico specifico non si riesce a vincolare o con enormi difficoltà, d’altro canto per ciò che ha solo il vincolo di 431/85 lettera m, ossia paesaggistico, si tende ad allontanare sempre più la competenza e la titolarità della tutela alla Soprintendenza Archeologica – sia nelle previsioni di acquisizione pubblica delle aree e dei monumenti.

L'esistenza del Parco Regionale e di un ente di gestione, nel quale non sono rappresentate le Soprintendenze e il Ministero, contribuisce senza dubbio a limitare alcuni danni ma è strumento inadeguato a garantire una corretta pianificazione e la gestione di una zona che contiene uno dei più ricchi patrimoni archeologici al mondo.

Il Piano d’assetto del Parco che sostituisce il Piano Regolatore, in un rapporto ancora poco chiaro con il Piano Territoriale Paesistico, non tiene conto di tutto il patrimonio monumentale, archeologico e storico intorno al quale e per il quale si sono creati l’ambiente naturale e il paesaggio, non prevede alcuna iniziativa per la conservazione dei monumenti, per l’incremento della conoscenza del patrimonio archeologico di cui il Parco tuttavia beneficia nella promozione della propria immagine. Per assurdo, anzi, nelle norme del Piano d’assetto, i futuri scavi archeologici da parte della Soprintendenza di Stato dovrebbero essere sottoposti all’autorizzazione dell’Ente di gestione!

Questo è lo stato di fatto; passando a considerare le necessità reali di questo territorio - Parco Archeologico, o come si voglia definire - , è opportuno riferirsi alla situazione specifica e non applicare modelli predeterminati, se vi è l’intenzione di voler ancora provvedere ad attuare un programma di tutela e valorizzazione di questo patrimonio, nel senso indicato da Antonio Cederna e altri.

L'Appia rappresenta in modo emblematico il fatto che la tutela archeologica non può essere rivolta alla conservazione dei "ruderi" in senso stretto, come purtroppo si tende a considerare. Inoltre si deve prendere atto che se qualcosa ad oggi si è salvato di quell’insieme inscindibile che la Via Appia forma con la campagna romana, si deve all’attività, e non solo recente come attestano i documenti d’archivio, della Soprintendenza competente per l’archeologia. Si deve inoltre prendere atto che le altre istituzioni alle quale sarebbe demandato il compito della tutela paesaggistica (Soprintendenza per i Beni Ambientali, Architettonici e per il paesaggio, Regione, Comune) si sono ad oggi limitate ad applicare le leggi nel senso peggiore per la tutela, senza conoscere il territorio, senza mai effettuare controlli, esprimendosi sulla compatibilità della singola situazione (la villa schermata dal verde o l’impianto sportivo o il vivaio) e perdendo completamente di vista la graduale, drammatica trasformazione che tali situazioni, moltiplicate per centinaia, migliaia di casi, avrebbe procurato.

Quello che a me appare chiarissimo e che vorrei fosse acquisito da tutti colori che hanno la responsabilità della pianificazione e della gestione di un ambito come questo - competenze estranea alla Soprintendenza Archeologica, che tuttavia dovrebbe svolgere il ruolo di “consulente” per le specifiche competenze dalle quali non si può prescindere – è che la situazione dell’Appia richiede effettivamente un programma coordinato tra i vari Enti, da attuare d’intesa, gradualmente e che costituisca un “testamento” per il futuro.

Mi limito a citare i punti essenziali senza entrare nel dettaglio.

Si è già avuto occasione di denunciare come la realtà attuale abbia superato ogni possibile immaginazione per la rovina e l’offesa al patrimonio archeologico, ambientale e paesaggistico del comprensorio dell’Appia, tra abusi vecchi e recenti, abusi macroscopici condonati, attività improprie impiantate in modo stabile, monumenti trasformati in alcove per la prostituzione che da sempre qui è stata di casa, la strada e le sue fasce con i monumenti invasi dal parcheggio di auto gratuito vicino all’areoporto di Ciampino.

Un “Parco inesistente”, un “Parco di carta” come è stato definito da Cederna nel 1960 e nel 1994, la realtà è che il “il più straordinario comprensorio archeologico e paesistico di Roma”, in spregio ai vincoli, alle leggi, al Piano regolatore, era e resta il “suburbio residenziale” della città ancora al centro di interessi di vario genere che allontanano ogni giorno di più ogni tentativo per la creazione di un vero Parco.

Credo fermamente che lo straordinario valore storico, archeologico oltre che ambientale e naturalistico, di questo territorio debba essere riconosciuto senza riserve con un atto legislativo che superi le lungaggini burocratiche dei vincoli e gli ostacoli dei tribunali amministrativi e la sua cura debba essere affidata a istituzioni in grado di rimanere estranee ad ogni forma di compromesso.

Per questo è necessario e non più procrastinabile che Ministero, Regione e Comune individuino la forma più corretta e completa per la pianificazione e la gestione di questo incommensurabile patrimonio.

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«Non escluse edificazioni sulla collina»

Adriana Comaschi – l’Unità, ed. Bologna, 18 novembre 2007

Il PSC non esclude «una possibilità edificatoria». È il cuore dell’argomentazione con cui il Tar dell’Emilia Romagna ha bocciato la variante di tutela della collina del Comune di Bologna. La stessa che ha bloccato un residence da 49 alloggi dell’imprenditore

Minarelli, che oggi minaccia di «rivalersi» su palazzo d’Accursio. Una bocciatura a cui è seguita quella del Consiglio di Stato. Per l’assessore all’Urbanistica Virginio Merola quella del Tar è «una sentenza incomprensibile»: la variante non sarebbe solo di tutela come obiettato dal tribunale ma «urbanistica» a tutti gli effeti. E si appoggerebbe al Ptcp della Provicia, che sulla collinea prevede appunto una tutela specifica.

Si è già detto che la misura del Comune è per il Tar «intempestiva» e dunque «illegittima», perché anticipa i contenuti del vero strumento abilitato a dettare le tutele, ovvero il Psc. La lettura integrale del testo però evidenzia come il tribunale punti il dito soprattutto sul carattere «provvisorio» della variante. «Non si è in presenza ... di una variante diretta a dettare una disciplina potenzialmente stabile del territorio - si legge infatti - ma di una misura preventiva e provvisoria, come rilevato dalle stesse difese comunali, che non escludono una possibilità edificatoria al momento di adozione del Psc e degli altri strumenti attuativi con i quali saranno effettuate le nuove scelete urbanistiche comunali». In altre parole, è lo stesso Psc a non dare garanzie certe sulla linea anticipata dalla variante. Fermo restando che il solo richiamo al Psc, oltretutto non ancora «formalmente adottato», è di per sé insufficiente. In effetti, la sentenza sottilinea come non vi siano altri riferimenti normativi a dare “consistenza” alla variante sulla collina. Non basta infatti il richiamo al Ptcp, visto che questo «al punto 7.3 non pone un vincolo assoluto di inedificabilità nelle zone di particolare interesse paesaggistico-ambientale».

È su questo che insistono anche l’architetto Pier Luigi Cervellati, l’ex sindaco Guido Fanti e la docente di Geografia all’Alma Mater Paola Bonora, che già contestarono il via libera del Comune a un campo da golf da una buca in collina. Ora lanciano un appello alla Regione, perché «esca dal suo sonno», per dirla con Fanti, e intervenga con un richiamo forte al Piano paesistico regionale che solo può dare una valida base giuridica alla tutela della collina. L’altro appello è al Comune, perché al di là dello scontro in atto sul residence a Domizzola torni a porsi il problema della tutela «con un disegno complessivo della città che oggi manca - nota Fanti -, si agisce in modo settoriale».

Un esempio? La tutela della collina per l’ex sindaco fa parte di «una più generale tutela del centro storico». Tutela che viene meno quando si stende l’asfalto in Strada Maggiore per il passaggio del Civis, che secondo Cervellati «stravolgerà completamente la funzione» del centro. sempre più simile a «un supermarket». Insomma «prevale una logica di frammentazione, anche nel Psc: dividere Bologna in 7 città è solo retorica», attacca Bonora. Senza contare che «il Psc non può tutelare la collina perché è stretto nei confini comunali - ricorda Cervellati -, non prende in considerazione l’area metropolitana».

Se questo è il quadro, inutile andare all’iniziativa pubblica sulla collina del 20, promossa da Merola: «La partecipazione non si costruisce a giochi fatti». Piuttosto, Fanti guarda «con interesse al dibattito che si è aperto in maggioranza proprio in questi giorni, da qui si capirà se veramente si vuole cambiare strada, correggere il tiro». Sulla colilna e sul Civis. E le penali da pagare per interrompere i lavori del tram? «Distruggere l’immagine e l’identità di Bologna costa di più - nota l’ex sindaco - dei milioni da sborsare per gli errori fatti».

I passaggi più significativi della sentenza

Adriana Comaschi -l’Unità, ed. Bologna, 18 novembre 2007

La sentenza n.1667 con cui il Tar boccia la variante comunale sulla collina parte da una premessa: «L’oggetto del presente giudizio è costituito dalla legittimità o meno degli atti impugnati e delle motivazioni indicate quali ragioni ostative dell’intervento edilizio in questione. Nessun rilievo hanno pertanto le considerazioni difensive dell’amministrazione comunale che», si legge, «si presentano come una inammissibile integrazione postuma dei provvedimenti impugnati». Altro punto contestato: la variante del Comune «precisa che la scelta effettuata costituisce una “misura di salvaguardia nel percorso in atto di elaborazione della nuova pianificazione urbanistica (Psc, Poc e Rue)”». Insomma la variante ha carattere provvisorio, è «tale da non pregiudicare la pianificazione in via di elaborazione». Il Comune difende poi la variante come «urbanistica» a tutti gli effetti: il Tar invece rileva come «la qualificazione formale dell’atto quale misura di salvaguardia è più volte contenuta nella deliberazione stessa».

Sentenze e difesa della collina

Vittorio Emiliani -l’Unità, ed. Bologna, 18 novembre 2007

La situazione della collina bolognese è unica in Italia. Lo si constata ad occhio nudo ogni volta che si passa da Bologna in treno o in autostrada. Il suo paesaggio verdeggiante non ha subito manomissioni. Per contro il cemento ha invaso da tempo i Castelli romani, ha reso agghiacciante lo sfondo di Genova e falcidiato il verde di quella Napoli che Stendhal definiva «indiscutibilmente la più bella città del mondo, con tanta campagna dentro». Né è andata granché meglio nella collina torinese. Dunque l’atto di coraggio compiuto, tanti anni addietro, dalle giunte comunali guidate da Dozza e da Fanti, con gli assessori Sarti e Cervellati, rimane nella storia dell’urbanistica italiana come un fatto positivo rarissimo di cui essere ancor oggi orgogliosi. E da difendere come patrimonio paesaggistico, naturalistico, ambientale di tutti.

Comprendo bene quindi come si rimanga disarmati di fronte alla sentenza del TAR e del Consiglio di Stato sostanzialmente favorevoli (bando alle sottigliezze giurisprudenziali) ad un progetto di residence che costituisce il "grimaldello" col quale può saltare la tutela pluridecennale della collina bolognese. Con l’argomentazione davvero speciosa che la giunta Cofferati ha ecceduto in zelo presentando troppo in anticipo la variante in difesa della collina medesima e, ancor più, violando un diritto acquisito dai privati che non si vede quale fondamento abbia.

Ma la “questione collinare” è diventata anche argomento per una arroventata polemica fra due urbanisti, entrambi ex amministratori bolognesi di notevole peso, Felicia Bottino e Giuseppe Campos Venuti, sulla qualità della pianificazione urbanistica: su quella vecchia o tradizionale, dirigistica, su quella nuova, condivisa con le forze economiche, sociali, culturali. L’impressione che ho io è che la prima non abbia dato i risultati sperati (però per la collina bolognese li ha dati) soprattutto perché essa è stata spesso tradita - come lo stesso Piano paesistico del 1986 - a livello di attuazione con l’arma delle varianti e che la seconda porti in sostanza all’urbanistica contrattata la quale, a sua volta, conduce al "paesaggio negoziato" (si salvano quelli belli e integri, pochi ormai, e per gli altri…si negozia).

Sono soltanto un giornalista appassionato di questi temi e problemi e però la vedo così. Come vedo l’Emilia-Romagna seminata di gru, in testa ai permessi di costruzione edilizia assieme a Lombardia e Veneto, fra le prime nei consumi di suolo e quindi di paesaggio, divenuti da noi divoranti, con una riduzione della superficie ancora libera del 22 per cento soltanto nel quindicennio 1990-2005, alla pari con la Sicilia (dove, certo, l’edilizia abusiva se ne "mangia" un altro bel po’ di ettari ex agricoli o a verde) e appena dopo la Calabria.

Insomma, la battaglia per salvare la collina bolognese da asfalto & cemento mi sembra di quelle emblematiche se non vogliamo giocarci nella regione quel po’ che resta di paesaggio agrario, storico e naturalistico alle spalle di un Adriatico integralmente costruito e quasi senza più dune, da Cattolica ai Lidi Ferraresi.

I Comuni che fanno bene il loro mestiere tutelando come quello di Bologna la collina verdeggiante o, come quello di Verucchio (Rimini), collina e archeologia, dovrebbero venire premiati anziché paradossalmente puniti dagli organi della giustizia amministrativa.

Stia attento il ministro Rutelli a prendere di petto i geometri perché il loro Collegio Nazionale poi querela per diffamazione. L’ha fatto col fotografo Oliviero Toscani e l’ha fatto col sottoscritto e col direttore del Tirreno, Bruno Manfellotto. Siamo stati tutti assolti, addirittura in istruttoria, da giudici i quali, per fortuna, hanno ritenuto tuttora prevalente il diritto alla libertà di espressione sancito dall’articolo 21 della Costituzione.

Francesco Rutelli, attaccando Villettopoli e quella che viene definita « architettura geometrile», ha voluto in realtà porre sotto accusa un sistema di sviluppo edilizio diffuso, di qualità mediocrissima, che sta consumando, anzi divorando il paesaggio italiano più bello e integro, dovunque. Allora però il ministro per il Beni e le Attività culturali (visto che il ministro per la Tutela dell’Ambiente a questi problemi sembra poco interessato: batti un colpo, se ci sei, Pecoraro Scanio!) dovrebbe fornire alcune rassicurazioni di fondo. Lui e il governo di cui fa parte.

1) il Codice per il Paesaggio, di cui si occupa la commissione Settis, non allenti, ma semmai stringa, le maglie della co-pianificazione Stato-Regioni rendendo i piani paesaggistici prescrittivi e non soltanto «di indirizzo», indicativi insomma, per i Comuni, restituendo invece un ruolo autorevole alle Direzioni regionali e alle Soprintendenze territoriali di settore con qualche significativo intervento positivo sugli organici del tutto insufficienti;

2) il MiBAC non si lanci in accordi con le singole Regioni, che sviluppino quella linea di federalismo che porta alla distruzione di quel po’ di Stato residuo, e quindi di visione generale degli interessi del Paese, come prescrive tuttora (speriamo) l’articolo 9 della Costituzione: «La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Della Nazione, sia chiaro. Le recenti proposte in merito della Regione Lombardia vanno quindi lasciate dove stanno: accoglierle o trattare al ribasso sarebbe follia.

3) il MiBAC prescriva alle Regioni di attenersi alle sentenze, ormai numerose, della Corte Costituzionale (n.102/06 e seguenti), in base alle quali viene ribadita la sovraordinazione nella attività pianificatoria delle Regioni sulle Province e di queste ultime sui Comuni e quindi non praticabile la sub-delega ai Comuni della tutela paesaggistica, come avviene, ad esempio, in Toscana: Con una equiordinazione meccanica e coi disastri che sappiamo, avendo i Comuni una visione tutta «municipale» che li porta a privilegiare l’edilizia, l’Ici, gli oneri di urbanizzazione e quant’altro è subito spendibile per turare i buchi di bilancio, sacrificando il paesaggio, ritenuto un valore del tutto secondario. Le sub-deleghe alla tutela dalle Regioni ai Comuni erano già state fortemente criticate dall’allora ministro Giovanna Melandri alla Conferenza Nazionale per il Paesaggio. Basta rileggersi quegli utili testi.

4) Il governo ripristini in Finanziaria il dispositivo della legge Bucalossi la quale vietava di utilizzare per la spesa corrente gli introiti da concessione edilizia (consentiti soltanto per spese di investimento), norma sciaguratamente cancellata - e si capisce perché - da una Finanziaria berlusconiana. In questa forma i Comuni, per evitare un ulteriore indebitamento, scaricano la loro bancarotta sul paesaggio. Per sempre.

5) Infine, il governo Prodi dia subito attuazione a quella parte del suo programma nella quale si propone - vista la disperante situazione italiana - un incisivo risparmio nel consumo di suoli liberi (spesso agricoli) alla maniera della Germania Federale (legge Merkel del 1998) o alla maniera del Regno Unito (legge Blair ispirata da Richard Rogers, del 2001) dove il 70 per cento delle nuove costruzioni deve sorgere su aree già edificate o comunque ex aree industriali e soltanto il 30 per cento su suoli liberi. Va recuperato il ddl De Petris per il paesaggio agrario. Va valorizzato il Patto del Chianti che prevede il bilanciamento fra terreni persi e terreni ricostituiti.

Ho appena parlato bene di una situazione toscana e di altre vorrei parlare - come mi chiede il tenace e ciarliero assessore regionale alla «buona urbanistica» Riccardo Conti. Purtroppo non me ne offre molti motivi. La Toscana non è certo il peggio d’Italia, l’abbiamo detto e ripetuto fino alla noia, ma, essendo stata resa bellissima per mano dei suoi contadini, mezzadri, proprietari, artieri, artisti, in epoca storica, è pure la più esposta a rampogne, nostre e altrui. E purtroppo, che nella regione più ammirata d’Italia sono nati 162 Comitati di protesta, che la magistratura si è mossa già più volte, che il paesaggio appare, a occhio nudo, in più punti ferito, son tutti fatti di cronaca, molto concreti. Nell’articolo uscito ieri su questo giornale Conti contrappone i dati sul consumo di suolo, certo consolanti, ricavati dal satellite, dati diversi da quelli più volte da me esposti e che però provengono dalle metodiche rilevazioni dell’Istat e dei suoi Annuari. Rilevazioni ufficiali, ufficialissime. Come la cartina, pure Istat, sulla densità di popolazione, che certo in Toscana, soprattutto in alta collina e nella spopolata Maremma, risulta più bassa. Come lungo la dorsale appenninica, come fra Emilia e Liguria, o all’interno di Sardegna e Basilicata. Ma nell’area fra Firenze, la Versilia, Livorno e Pisa distinguere fra città e campagna è sempre più arduo. Non per caso, nei permessi di costruzione (ultimo dato, 2003), la Toscana risulta al sesto posto, mentre è al nono posto per popolazione con una crescita modestissima nell’ultimo trentennio (+ 1,0 per cento). L’assessore ammette pure - fatto importantissimo - che i Comuni toscani considerano restrittivo ed eccessivamente «conservatore» il Piano di Indirizzo Territoriale appena varato in Regione. E poi però continua ad affidare a quegli stessi Comuni (che vogliono più cemento) la tutela del paesaggio. Strane contorsioni dialettiche dalle quali, alla fine, il Bel Paese esce a pezzi.

In conclusione, al ministro Rutelli diciamo che, se desse attuazione ai punti sopraindicati, ci farebbe compiere i primi importanti, seri passi avanti - dopo i disastri del berlusconismo e di uno pseudo-federalismo costoso e lassista - avviando verso la salvezza un Paese che per ora sembra lanciato, di corsa, e in cambio di un’edilizia speculativa e d’accatto, all’autodistruzione. Anche turistica. Ma che colossale stupidità.

Continuo a non capire un certo accanimento contro la Toscana portato avanti anche da Vittorio Emiliani. In questi giorni si è tenuto banco con la divulgazione di dati Istat, ci pare non sempre correttamente interpretati, sul consumo di suolo in Italia, con una particolare enfasi nella nostra regione. Dati che poi, con qualche variazione contingente, vengono replicati su interventi, comunicati e siti web. In quei dati la Toscana risulta al dodicesimo posto nella classifica nazionale. Non è una posizione che dovrebbe far gridare allo scandalo.

Capisco però ancora meno quell’accanimento alla luce dei dati che abbiamo a disposizione sul reale uso del suolo nel nostro paese. E questi di più corretta interpretazione.

C’è un programma di rilevamento satellitare infatti, si chiama Corine, che trasforma in statistiche ragionate i dati forniti dal satellite riguardo l’uso del suolo.

Sono così difformi e incommensurabili rispetto a quelli dei comitati e di Vittorio Emiliani, da averci indotto a fare diverse verifiche prima di uscire con questo commento.

La rilevazione satellitare compiuta sulla Toscana nel 1990 e nel 2000 (altre più recenti non se ne danno: è imminente quella di aggiornamento alla situazione attuale) ci dice che il «consumo di suolo» tra il ’90 e il 2000 è stato di 8135 ettari. Che sono tutto meno che pochi: ma non sono i 150 mila denunziati da Emiliani. Una discrasia enorme. Che il satellite sia passato per sbaglio da un’altra parte? Ma ci dice anche che il peso dell’urbanizzato in Toscana è pari al 4.1% dell’intero territorio regionale molto al di sotto della Lombardia (10.4%) e del Veneto (7.7%) solo per prendere due regioni di un certo rilievo nel Nord.

L’uso del suolo al 2000 vede infatti una Toscana con 2 milioni e 298 mila ettari di superficie, 1 milione e 37mila ettari di territori agricoli, 1 milione e152 mila ettari di territori boscati, 8.297 ettari di corpi idrici, 6.017 ettari di zone umide, e finalmente i famigerati spazi, suoli e terreni destinati all’edificazione: cioè 93.657 ettari di territori «edificati» a vario titolo (case, villette, certo, ma anche centri commerciali, zone industriali, reti di comunicazione, zone estrattive, discariche e cantieri cosi come tutto il verde urbano) che corrispondono al 4% del totale del territorio toscano.

Ciò detto, nulla toglie al fatto che anche la Toscana sia stata coinvolta, tra il 2000 e il 2005, nel boom edilizio che ha caratterizzato l’economia italiana in questi anni: ma con una incidenza che non ha mai comunque superato il 5% dell’intera edificazione nazionale. Inoltre, fatto 100 lo stock di edificato esistente in Italia, la Toscana vi contribuisce per il 6,6% (analisi dei dati Istat sui permessi a costruire). Fatto 100, invece, lo stock di nuova edificazione, la Toscana vi contribuisce per meno del 5%. Questo vuol dire che la Toscana non registra una particolare accelerazione negli ultimi cinque anni rispetto al resto d’Italia, anzi evidenzia il contrario.

E confermerebbe invece certe critiche che ci vengono rivolte dall’Ance Toscana che accusa il Piano di indirizzo territoriale regionale (Pit) approvato a luglio, di troppo conservazionismo. La critica non ci pare fondata. Infatti di un Piano approvato a luglio non si vede come già a settembre si possano registrare effetti sulla congiuntura edilzia! Ma, a parte le critiche di chi vorrebbe edificare troppo a ruota libera, ci viene fatto presente anche da alcuni investitori importanti, non solo toscani, che la nostra troppa attenzione al territorio allunga qualsiasi procedura rispetto ad altre regioni. Allora dico a tutti che la linea di pianificazione certamente non va abbandonata ma semplificata, all’insegna di un criterio, mutuato dal mio amico Pierluigi Bersani che potremmo riassumere in «quando, dove, come si può, si fa», che poi altro non è una sintesi del concetto di moderno sviluppo sostenibile.

Apro una parentesi. Mi pare ingeneroso e basato su dati non corrispondenti alla realtà, l’attacco rivolto alla mia amica sindaco di Montaione Paola Rossetti, alla quale va riconosciuto il merito di aver spalancato porte e finestre prima di decidere sulle proposte avanzate da un investitore importante e potente. E di aver sottoposto queste a un processo di partecipazione aprendo il fascicolo coram populo. Peraltro non c’è al momento nessun progetto approvato, ma solo una organizzata, partecipata, impegnata discussione pubblica. Vorrei tranquillizzare: i piccoli Comuni toscani non sono affatto lì pronti a farsi mangiare dai moderni colossi nazionali o internazionali. Lo sviluppo territoriale della Toscana non lo decidono i fondi di investimento né i grandi investitori, ben accolti quando ci aiutano a sviluppare progetti che abbiano i contenuti illustrati nella programmazione e concertazione regionale. Quei contenuti non dicono «vade retro» investitori ma dicono che si fa quando, dove e come si può. Assicuro i lettori dell’Unità che nessuno è più affezionato al territorio toscano di una classe di amministratori, uomini e donne impegnati.

Non sto qui a fare l’apologia del Pit. I buoni intendimenti ci vengono riconosciuti anche dai più critici. Sottolineo solo che l’incremento edilizio, in ragione della particolarità del territorio toscano e di un obiettivo toscano di sviluppo tipo «Agenda di Lisbona», ci ha portato a affermare che non può esserci uno sviluppo spostato sull’edilizia (modello anni Cinquanta), bensì bisogna orientare le spinte in altre direzioni. Quindi attuando la tutela delle colline, controllando il pregresso, evitando i trascinamenti di piano, mettendo in atto tutte le salvaguardie. Ripeto, con noi stessi siamo più critici dei nostri critici, per questo guardiamo dentro le tendenze. E vediamo che i dati ci dicono che c’è una rincorsa della Grande distribuzione, e un incremento del residenziale in questi anni.

Non solo. Il consumo di suolo è un significativo e fondamentale indicatore del governo del territorio, ma non l’unico. Propongo di recuperare in chiave di governo del territorio il concetto antico di carico urbanistico, la ricerca di adeguate dotazioni territoriali in funzione di una nuova buona urbanistica. Questa impostazione non può limitarsi al consumo di suolo e non può non riguardare le politiche di recupero e riqualificazione. Una falegnameria che si trasforma in un complesso di 60 miniappartamenti o un piano di recupero possono non implicare nuovo consumo di suolo ma produrre egualmente impatti importanti sulle risorse comuni. Per questo, con gli strumenti che ci siamo dati, stiamo controllando anche i processi di riqualificazione con criteri che tengono ben fermo il parametro del consumo di suolo, ma vanno ben oltre il suo significato perché puntano ai concetti di qualità e di dinamismo, alla architettura degli interventi, alla forma degli insediamenti, cioè alla buona urbanistica.

Con il che non intendiamo neppure criminalizzare l’edilizia con una critica indistinta e generica, come fosse un comparto abusivo o marginale del nostro sistema economico.

Anche in quel campo vogliamo interlocutori innovativi che non si mangino, in nome della rendita, il territorio e lo sviluppo ma che facciano della qualità, della sicurezza sul lavoro e della sostenibilità ambientale e paesaggistica nella progettazione i criteri della propria offerta.

Il tema ci ha appassionato talmente che nelle prossime settimane organizzeremo un seminario per discutere questi dati con esperti, studiosi e amministratori. Spero che in quel caso vogliano essere presenti anche i nostri critici. La lettura di questo articolo mi auguro che voglia chiarire che in fondo siamo più critici verso noi stessi dei nostri critici. E tuttavia non si sfugge da un’impressione. Che il problema non attenga allo sviluppo edilizio e a una discussione sul territorio toscano, quanto a un punto politico. Per quanto ci riguarda, vogliamo più qualità e innovazione nella nostra regione. Vogliamo mettere in atto una politica di conservazione attiva del nostro territorio anche puntando sull’attuazione del Codice del paesaggio in linea con quel documento fondamentale che è la Convenzione europea del paesaggio, non a caso firmata a Firenze nel 2000. Quello che non vogliano (ecco il punto politico) è che si affermi un’idea della Toscana come un’arcadica regione residuale, stretta tra esplosive questioni settentrionali, meridionali, centralità di politiche per Roma capitale, una regione buona solo per i fine settimana di ospiti illustri. Siamo una complessa moderna regione europea.

E come tali vogliamo essere apprezzati e magari criticati.

PS. Siamo talmente convinti dell’opportunità di proposte sul risparmio di suolo quali quella di Rogers o di Angela Merkel, che ne abbiamo fatto una norma generale della nostra pianificazione e l’abbiamo adottata come criterio di monitoraggio. I dati che abbiamo a disposizione mostrano che la Toscana è molto vicina ai parametri inglesi e tedeschi.

[ Riccardo Conti è Assessore al territorio della Regione Toscana]

Della "logistica" in questi tempi si fa un gran parlare, tanto da far persino dimenticare il significato della parola. Quando si parla di logistica si pensa agli interporti, a nuove autostrade progettate affinché funzionino da magnete per attrarre ai loro bordi massicci insediamento commerciali, nonché all'alta velocità. Alta velocità che dovrebbe consentire alle merci, giunte dall'Estremo Oriente sino ai porti europei, di collocarsi al più presto sugli scaffali del più defilato centro commerciale. Pochi ricordano che la logistica, nel suo significato fondamentale, quello che emerge anche aprendo un buon vocabolario dovrebbe essere essenzialmente "l'attività di coordinamento e di sincronizzazione di movimenti di persone o cose in una struttura collettiva". E un territorio, abitato da una comunità, quale ad esempio la nostra provincia, è certamente una "struttura collettiva" dove la "logistica" dovrebbe dare il meglio di sé.

Tuttavia vi sono dei missionari della "grande logistica" - disseminati nella politica e nelle imprese, a volte collocati sul crinale di confine dell'una o della altre - che sembrano convinti che solo con le grandi opere, quelle di cui sono imperiosi paladini, si possano sanare le magagne di un territorio quale il nostro, pesantemente penalizzato nella razionalità ed efficienza delle comunicazioni e dei trasporti. Eppure davanti ai loro scenari è legittimo evidenziare qualche dubbio, far affiorare domande che, partendo dai disagi concreti che affliggono ogni giorno la gente comune, chiedono ragione di una contraddizione sempre più evidente.

Se la logistica è coordinamento e sincronizzazione di movimenti di persone e cose perchè, anziché intervenire tempestivamente dove le incongruenze sono immediate e palesi, risolvibili con investimenti ridotti e interventi che facciano tesoro di quanto già c'è, si imbocca sempre un'altra direzione? E così si privilegia l'opera a grande impatto e dai costi vertiginosi piuttosto che l'intervento attento sulla manutenzione, sull'intelligente scioglimento di nodi così palesi che la soluzione salta immediatamente agli occhi del più distratto dei cittadini.

Ad esempio perchè si consente a molte strade della nostra provincia, e non da oggi, di essere in condizioni di tale degrado da costituire un vero attentato alla sicurezza delle persone? Cosa è stato dell'attenta manutenzione che dovrebbe rappresentare il primo compito di un'oculata gestione delle pubbliche infrastrutture prima di vagheggiare mega-opere in sostituzione di quelle esistenti negligentemente condannate al decadimento?

A volte non sono solo le pubbliche amministrazioni a latitare, ma anche le imprese private che controllano la parte della viabilità più significativa. Ad esempio, è possibile che il gestore dell'autostrada Serravalle che fa anche da significativa bretella di collegamento tra Pavia e Milano, non si sia ancora reso conto di come, ogni giorno, all'ingresso della superstrada di Bereguardo, si formino code - in entrata al mattino e in uscita la sera - perchè quel casello è del tutto sottodimensionato rispetto al bisogno degli utenti? Possibile che nessuno degli amministratori pavesi, finora presenti nel consiglio d'amministrazione della Serravalle, abbia speso la propria influenza affinché fosse adeguato? Magari cominciando a estendere le entrate abilitate all'uso del Telepass?

Saranno piccoli dettagli, bazzecole per chi è abituato a delineare le grandi strategie della logistica, ma per l'utente comune rappresentano tempo prezioso che quotidianamente viene buttato via.

Ma, su tutto l'assetto dei trasporti che innerva la provincia di Pavia, il grande malato continua ad essere, inutile negarlo, il treno. Qui migliaia di pendolari misurano ogni giorno il degrado del servizio, l'inaffidabilità di una rete ferroviaria che peggiora di anno in anno e che, opportunamente valorizzata, con costi inferiori a quelli previsti per le faraoniche opere stradali in progettazione, potrebbe costituire il fondamentale sistema di collegamento tra Pavia e Milano, rappresentando la rete di circolazione, efficace e a ridotto inquinamento, della Grande Milano.

Ma i paladini della logistica, davanti a queste sfide poste dall'esistente, nicchiano, tacciono, latitano. Preferiscono guardare alle mega-opere del futuro. Quelle che, per imporsi, pare debbano prima ridurre il presente in macerie.

Nota: il contesto pavese in particolare, vede l'incombere dello sciagurato progetto dell'autostrada Broni-Mortara (f.b.)

Il grandioso progetto Toscana Resort Castelfalfi miete anche consensi. Se all’inizio la colata di cemento aveva fatto solo paura, ora in paese aumenta il partito dei favorevoli. E, durante l’ultima assemblea pubblica dell’altra sera, la quarta, si è costituito un comitato pro sviluppo turistico di Castelfalfi.

Tui Ag, la società tedesca quotata in borsa proprietaria della Tenuta di Castelfalfi, ancor prima di convincere l’amministrazione comunale sembra aver già convinto i montaionesi che, del resto, già da venti anni vivono in un’economia turistica.

Fuori dal coro di assensi, durante l’affollatissima assemblea dell’altra sera, sono rimasti però le associazioni ambientaliste, Legambiente, Wwf e Italia nostra, sempre più convinte che si tratti di una colossale cementificazione di colline, tra l’altro tra le più belle in Toscana. E decise a dare battaglia a tutti i costi cercando di creare un clamore nazionale su Castelfalfi sull’onda della “edilizia drogata” che sta facendo nascere una rete di comitati in tutta la Toscana contro gli interventi particolarmente lesivi del paesaggio.

I paladini del Resort. L’altra sera fuori dal teatro dove si svolgeva la riunione c’è stata una raccolta di firme per costituire il “Comitato a favore dello sviluppo di Castelfalfi”. Un centinaio le adesioni. Nel documento diffuso dal gruppo si legge che «è vero, i numeri del progetto Castelfalfi sono grandi, ma non dobbiamo lasciarci impressionare. Più volte la discussione pubblica si è incentrata sulla questione delle nuove volumetrie. E’ giusto valutarle attentamente, ma dopo averle valutate dobbiamo andare avanti senza lasciarci spaventare da niente e da nessuno: il compito dell’amministrazione è quello di pensare non solo all’oggi ma anche al domani». Nel documento del gruppo di cittadini si confeziona un lasciapassare alla multinazionale: «Oggi l’amministrazione comunale ha di fronte a sé un soggetto che ci può far guardare al futuro con speranza - si spiega - Tui è un interlocutore serio, cha dà ampie garanzie. Pertanto, il sindaco e la giunta non devono perdere l’occasione offerta da Tui di far ripartire “il motore Castelfalfi”. Che avrà ricadute positive sull’economia locale e sulla vita di noi montaionesi: se il progetto decollerà Montaione e il suo indotto ne trarranno beneficio. Ne siamo convinti».

I numeri. Nel continuo valzer di cifre, che sono cambiate più volte, ne rimane una fissa, invariata, ed è la più eloquente. Sono oltre 140mila metri cubi in più di nuova edificazione sui 391mila complessivi a disposizione del nuovo complesso. Il totale dei posti letto sarà 1452. Attualmente i posti letto erano 443. Quindi sarebbero creati con l’operazione 1009 posti in più. Da Tui rassicurano preventivamente: la presenza massima stimata è di 955 visitatori al giorno per il mese di luglio, mentre per il periodo di minima affluenza, in gennaio, sono previsti 16 visitatori al giorno. Gli arrivi complessivi sarebbero 15mila e 982 per un totale di 179mila e 205 pernottamenti. Tutto questo tra Iberhotel, previsto accanto all’attuale hotel “Medici”, Robinson club, accanto alla ex scuola, casali e quattro villaggi in campagna.

«Siamo in linea con il piano strutturale - spiega Martin Schluter, responsabile del progetto Tui - il Comune ha previsto 430 nuovi posti letto in più oltre 40 alloggi per altri 160 posti. Poi abbiamo altri 80 posti letto dai circa 20 casali (sui 30 di proprietà) che vogliamo restaurare. E infine abbiamo vecchi capannoni agricoli abbandonati che vogliamo riutilizzare per altri 300 posti letto. Ecco che arriviamo ai mille previsti».

«Noi vogliamo presentare un programma di sviluppo sostenibile - ha affermato l’architetto Wolf Uwe Rilke, uno dei progettisti Tui - piuttosto che un programma di sviluppo immobiliare. Il nostro obiettivo è salvaguardare la qualità del paesaggio e delle caratteristiche architettoniche del borgo. Quando si parla di volumi non dobbiamo guardare soltanto ai dati, alle volumetrie, ma alla qualità degli interventi che si vanno a fare».

Golf. Il nuovo campo da golf si sviluppa su 170 ettari rispetto agli attuali 70. L’aumento è di 100. «Ma per realizzare le 18 buche in aggiunta sarebbero serviti solo 60 ettari - spiega Schluter - sul resto avremo boschi e alberi da frutto». Per l’irrigazione Tui confida nel riciclo delle acque di scarico e nel rastrellamento dell’acqua piovana anche con un sistema di pompe in grado di convogliare l’acqua nei laghi principali. In più verranno usati terra e semi in grado di trattenere l’umidità. «Così come sarà importante posizionare i getti dell’acqua in modo da ottenere il massimo risparmio», aggiunge Schluter.

Piscine e giardini. Ancora non è stato quantificato il numero di piscine che potrebbero essere decine e decine. «Stiamo lavorando per prevedere quelle con un minor impatto», spiega Schluter. E così consistente sarà anche la superficie ricoperta dal verde annesso ai villaggi e ai casali.

Agricoltura. Al momento la Tenuta di Castelfalfi utilizza solo 10 ettari di viti. «Il progetto prevede l’aggiunta di circa 10 ettari su cui verranno impiantate viti nuove - spiega Schluter - vogliamo fare un prodotto di qualità. Abbiamo l’intenzione di incrementare la coltivazione di olive e destinare complessivamente 220 ettari a seminativo». Un ettaro, infine, servirà per un orto biologico.

La vendita dei casali. Rispetto alla vendita dei casali, il responsabile Tui ha spiegato che «ancora non è stato ceduto niente. Abbiamo fatto una prima valutazione dell’interesse che poteva esserci sugli acquisti e abbiamo scoperto che qualcuno vorrebbe comprare anche per stabilire qui la propria residenza». «In ogni caso - aggiunge Schluter - venderemo solo una volta avuti i permessi dal Comune e la gestione dei casali sarà comunque unitaria e gestita da Tui».

Le conclusioni. L’assemblea è stata chiusa dal sindaco Paola Rossetti che ha espresso una serie di caute riflessioni. «L’amministrazione comunale - ha puntualizzato - desidera approfondire tutti gli aspetti pubblicamente. I numeri delle volumetrie saranno valutati in maniera attenta ed anche per quanto riguarda la risorsa idrica e le eventuali ripercussioni sulla falda acquifera derivanti dalla trivellazione di nuovi pozzi valuteremo in maniera puntuale. L’acqua è una risorsa di tutti».

I prossimi appuntamenti. Domenica 18 è prevista un’altra assemblea che non sarà l’ultima. Ne è stata aggiunta un’altra per la domenica successiva, 25, dove ci saranno le conclusioni del professor Massimo Morisi, garante per la comunicazione della Regione.

«Troppo suolo consumato»

Aspre critiche di Wwf, Italia nostra e Legambiente

MONTAIONE. Il consumo del suolo per cementificare e il problema idrico. Questi sono i due punti su cui attaccano Legambiente, Italia Nostra, e Wwf. «Vorremmo conoscere - ha esordito Guido Scoccianti del Wwf durante l’assemblea - l’entità attuale e quella futura del prelievo d’acqua dalla falda attraverso i pozzi esistenti. In più sarebbe opportuno che l’amministrazione comunale stessa con periti propri provvedesse a far effettuare uno studio sulle possibili conseguenze del prelievo dalla falda». «Non abbiamo dubbi sul fatto che Tui Ag riesca a reperire l’acqua necessaria per il Toscana Resort Castelfalfi - ha continuato Scoccianti - ma tutto intorno cosa accadrà? Per ora, nessuno lo ha detto». Polemica anche la posizione espressa da Margherita Signorini di Italia Nostra la quale ha sottolineato «la mancanza di serietà nella comunicazione a causa del continuo balletto di cifre proposte».

«Il quadro di quello che è il progetto Tui a Castelfalfi comincia a diventare più chiaro e, purtroppo, sempre più allarmante - spiegano Signorini e Scoccianti - un aumento di oltre 2 volte e mezza della superficie coperta da strutture e opere connesse; 260 metri cubi per ogni posto letto di nuova costruzione (pari a circa 86 mq, se si considerano volumi di 3 metri di altezza); 650 metri cubi per ogni nuovo alloggio (pari a 216 mq); un albergo da 240 posti letto e un villaggio vacanze di lusso da oltre 400 posti letto; la creazione di veri e propri nuovi piccoli borghi dove oggi c’è un casale isolato; un cambio di destinazione d’uso per 224.900 metri cubi di volumetrie, con i carichi urbanistici che una tale operazione; la perdita di 91 ha di seminativo e di 38 ha di arbusteto che è il luogo principe per la difesa della biodiversità poiché succedaneo del bosco in zone di creta come queste; la costruzione di parcheggi per 673 auto e per 5 autobus e la creazione di una nuova “circonvallazione” in luogo della panoramica strada provinciale “Delle colline”». «Un progetto di espansione urbanistica che va ad incidere su un’Anpil (Area Protetta di Interesse Locale) di recente costituzione - continuano - si tratta di snaturare Castelfalfi, un borgo medievale di origini antichissime. 233.000 metri cubi di volumetrie esistenti consentono operazioni turistiche di grande rilievo senza ulteriori consumi di territorio, di paesaggio e di risorse ambientali. All’amministrazione e a Tui chiediamo di riformulare in questa ottica il progetto». Forti critiche anche da Fausto Ferruzza, direttore regionale di Legambiente. «Legambiente - ha affermato - da giugno sta ricevendo telefonate dai più importanti network televisivi svizzeri, inglesi ed americani che richiedono di esprimere una posizione sulla vicenda della costruzione del Toscana Resort Castelfalfi. A Castelfalfi si gioca una partita delicatissima, non solo per noi, bensì per i futuri scenari del governo del territorio in Toscana». E prosegue: «Si vuole perpetrare un enorme falso storico urbanistico. Quel che si evoca qui è esattamente l’opposto dei fini di salvaguardia del piano strutturale vigente e di tutti gli altri strumenti di pianificazione territoriale di livello regionale come il Pit. Per noi è imprescindibile una totale revisione del progetto e un ridimensionamento quantitativo molto consistente».

Sull’iniziativa immobiliare di Castelfalfi eddyburg è stato tra i primi a intervenire, con una corrispondenza di Paola Baiocchi del 9 settembre scorso. In settimana inseriremo il servizio di Sandro Roggio e il commento di Edoardo Salzano, in corso di pubblicazione sul n. 41 del settimanale Carta, in edicola da sabato prossimo.

Regione Lombardia, Gruppo Consiliare Verdi per la Pace, Comunicato stampa

La Regione Lombardia chiude i parchi: via libera alla cementificazione del Parco Sud

Milano, 7 novembre 2007 - Nel corso dell'odierna seduta in V Commissione l'assessore Davide Boni ha annunciato ulteriori emendamenti alla sua modifica della legge 12/2005 Testo Unico sull'Urbanistica che attribuiscono ai Comuni la facoltà di prevedere - attraverso i PGT, Piani di Governo del Territorio - espansioni insediative nel territorio dei Parchi Regionali.

In caso di contrarietà dell'ente Parco, interviene la Regione Lombardia modificando autonomamente il Piano Territoriale di Coordinamento del Parco Regionale, con procedure addirittura semplificate e accelerate, dando di fatto la facoltà di edificare nel Parco.

Il risultato di tutto questo è l'annullamento di qualsiasi potere dei Parchi, che diventerebbero solo organizzatori di qualche convegno e produttori di qualche peluches evocativo.

La cosa più immediata sarà la totale cementificazione del Parco Sud secondo i desiderata dei costruttori, ultimamente già troppo spesso avvallati da molti Comuni, quello di Milano in primis.

Carlo Monguzzi, capogruppo dei Verdi in Regione Lombardia

Via libera alla cementificazione del Parco Sud

Nel corso dell'ultima seduta della quinta Commissione regionale, l'assessore Davide Boni ha annunciato ulteriori emendamenti alla sua modifica della legge 12/2005 " Testo Unico sull'Urbanistica" che attribuiscono ai Comuni la facoltà di prevedere - attraverso i PGT, Piani di Governo del Territorio - espansioni insediative nel territorio dei Parchi Regionali. In caso di contrarietà dell'ente Parco, interviene la Regione Lombardia modificando autonomamente il Piano Territoriale di Coordinamento del Parco Regionale, con procedure addirittura semplificate e accelerate, dando di fatto la facoltà di edificare nel Parco. Il risultato di tutto questo è l'annullamento di qualsiasi potere dei Parchi, che diventerebbero solo organizzatori di qualche convegno e produttori di qualche peluches evocativo. La cosa più immediata sarà la totale cementificazione del Parco Sud secondo i desiderata degli speculatori, ultimamente già troppo spesso avvallati da molti Comuni, quello di Milano in primis. Personalmente sono molto preoccupato per la situazione di Buccinasco, infatti, qui il PGT della precedente Giunta di centro-sinistra è stato sospeso dal T.A.R. - Tribunale Amministrativo Regionale - per un vizio di forma e la nuova Amministrazione di destra (dello stesso colore di quella regionale) lo deve ripresentare. E' noto che a Buccinasco, vista la sua storia, gli " appettiti" del " partito del mattone" sono inesauribili e "ben rappresentati" politicamente. La metà del nostro territorio comunale è oggi vincolata dal Parco Agricolo Sud Milano, cioè circa 6 Km/q. Faccio appello a tutte le forze democratiche, alle Associazioni ed ai Cittadini perchè si attivino in difesa del nostro Parco Agricolo Sud MI.

Rino Pruiti

Consigliere Comunale di Buccinasco

Uniti per Buccinasco

Nota: sembra così trovare sbocco istituzionale la recente polemica sulla "fruibilità dei parchi", per usare le parole rivelatrici dell'assesore milanese Masseroli, usate nel contesto del discutibilissimo progetto CERBA. Che a questo punto si rivela per quello che è: un grimaldello per creare un precedente, e dare la stura a qualunque rivendicazione localistica, giustificata o meno, azzerando il ruolo della greenbelt metropolitana, e potenzialmente i nquesto senso anche quello degli altri parchi regionali. Proprio da Buccinasco e da Corsico, altro comune del sud Milano, un gruppo di studenti aveva scritto pochi giorni fa al Presidente della Provincia lamentando il sostegno a queto tipo di approccio (f.b.)

Il delitto di Perugia è destinato a lasciare una traccia profonda sull´opinione pubblica. È divenuto e resterà argomento di prima pagina, per i giornali, le tivù, i blog. Per i dialoghi di vita quotidiana. Perché riguarda dei giovani, studenti universitari, provenienti da diversi paesi. Perché è avvenuto a Perugia. Interessa molti, tutti. Perché quasi in ogni famiglia c´è un figlio (spesso "unico") o una figlia (unica) che, finite le scuole dell´obbligo, proseguono gli studi. Vanno all´Università. E, sempre di più, si "allontanano" da casa. Si recano in un´altra città.

Dove risiedono, per alcuni anni, per alcuni giorni della settimana, per alcuni mesi l´anno. Per un periodo, spesso, si recano all´estero, dove proseguono gli studi, utilizzando il "programma Erasmus". Per la maggior parte dei giovani l´esperienza universitaria costituisce un passo - non l´ultimo - verso l´età adulta (in una società che non vorrebbe invecchiare). Perugia, sotto questo profilo, è una città speciale. Attraente, per i giovani e le loro famiglie. Perché è di taglia medio-piccola. Bellissima. Tanta storia, arte e cultura, comunicate dal paesaggio urbano. È, dunque, una città piccola, ma con una università qualificata e cosmopolita. Ai genitori suggerisce un ambiente di studio e di vita "sicuro". Agli studenti: una permanenza interessante e divertente. Per questo, episodi drammatici e violenti, come la morte della giovane Meredith, se avvengono a Perugia sorprendono particolarmente. Anche se possono avvenire e, infatti, avvengono dovunque.

Tuttavia, Perugia soffre di una sindrome da "spaesamento", comune a molti altri centri urbani in cui è cresciuta, da qualche tempo, la presenza universitaria. D´altronde, le "città universitarie" di taglia piccola e minuscola sono numerose, in Italia. Soprattutto nel Centro. Nella zona intorno a Perugia. Penso, anzitutto, alla "mia" Urbino: 14.000 abitanti e circa 18.000 studenti, compresi molti stranieri. E poi: Camerino, Macerata. Sull´altro versante: Cassino, Siena. Per limitarci alle università "storiche". Però, negli ultimi anni, si sono moltiplicate. In Italia, attualmente, si contano 94 Università (una quindicina sorte nell´ultimo biennio) e circa 130 Istituti di Alta formazione artistica e musicale. Senza contare le numerose sedi locali. D´altronde, quasi tutti i giovani, dopo le superiori, tentano di conseguire la laurea. Tre anni più, spesso, altri due. Perlopiù lontano da casa. Quasi un rito di passaggio alla conquista dell´autonomia. Come, un tempo, per gli uomini, il servizio militare. Per cui, insieme alle Università, si sono sviluppate vere e proprie "zone" per studenti. Quartieri giovanili. Città nelle città. Anzi, talora la stessa città è confluita nell´Università. Come Perugia. Dove i residenti si sono trasferiti in periferia, dopo aver "ceduto" (o meglio "affittato") il centro storico agli studenti. Così, sono sorte città quasi totalmente abitate da studenti universitari. Dove il commercio, l´economia, l´edilizia, ruotano completamente intorno a loro. Per non parlare dei locali (fast food, pizzerie, birrerie, pub). A Urbino, quando vedi passare uno della mia età, non hai dubbi: o è un turista (ma allora è sbracato e armato di guida) oppure è un docente. Non c´è alternativa. Una città nella città, dicevamo. Però non è esatto. Perché la città, per essere tale, deve avere una popolazione con solidi legami sociali e locali. Radicata e proiettata nel contesto. Una città, per essere tale, deve essere abitata da una popolazione la cui vita è orientata da istituzioni, regole, autorità. Nelle città universitarie ciò non avviene. Gli studenti sono "popolazione" di passaggio. Non hanno radici locali. Né la prospettiva di restarvi per la vita. Pagano affitti alti per un appartamento condiviso con altri studenti. Non lo possono percepire come "casa propria". Case, strade, piazze: per questi giovani di vent´anni, "lontani da casa", sono uno "scenario". Dove trascorrono il tempo, dopo lo studio. E si divertono senza responsabilità. Per contro, gli abitanti "veri" beneficiano di questa situazione, perché la "città degli studenti" è un luogo di consumo remunerativo. Da sfruttare al massimo. Ma, al tempo stesso, ne soffrono. Perché la vita diviene, inevitabilmente, poco sicura. E, al tempo stesso, cara. Mentre si diffondono commerci e traffici illeciti. E crescono il "rumore". La confusione. Il giorno e soprattutto le notti. Che tendono a diventare sempre più "bianche". Sempre più lunghe. Le relazioni fra studenti e residenti, per questo, risultano difficili. Delineano due mondi distinti.

D´altronde, il municipio si occupa, soprattutto, della vita e della sicurezza dei "suoi" residenti. Che, perlopiù, abitano in periferia; all´esterno della "città universitaria". Quindi, le istituzioni intervengono solo di fronte a "eccessi" davvero "eccessivi" (visto che l´eccesso, dove non esistono limiti, diventa norma). Il problema maggiore diventa non di "polizia", ma di "pulizia". Visto lo stato miserevole in cui restano strade e piazze, dopo alcune "feste", particolarmente riuscite. Le autorità di Ateneo, da parte loro, si occupano di quel che avviene dentro alle aule e alle mura dell´università, durante gli orari di svolgimento delle attività accademiche. Università e istituzioni procedono, perlopiù, senza incrociarsi. Così, gli studenti appaiono quasi apolidi, privi di cittadinanza. L´idea del "campus" americano, spesso evocata, qui non regge. Perché negli Usa il campus è direttamente governato dall´Ateneo. Uno spazio pensato e organizzato per gli studenti. In funzione della loro formazione, della loro vita e della loro sicurezza. Nelle "città universitarie", invece, i giovani sono affidati, principalmente, alla regolazione dei consumi e del mercato. Non funziona, per loro, neppure il vincolo sociale e comunitario. Perché non sono una società e neppure una comunità. Ma una umanità immersa in relazioni, in larga parte, transitorie. Fitte ma senza impegno. Pensiamo ai personaggi principali della tragica vicenda di Perugia. La vittima: Meredith, una giovane inglese. Le persone coinvolte: Amanda, giovane statunitense; il suo ragazzo, Raffaele, pugliese; infine, Patrick, il musicista congolese. Insomma: un mondo sperduto nel contesto locale. Un glocalismo senza radici, senza legami sociali e comunitari, come ha osservato Francesco Ramella. Un retroterra che, certamente, non può venir considerato la "causa" di episodi tragici, come questo. Ma li rende possibili, spiegabili. Così come, più che altrove, alimenta i casi di depressione. Che, talora, sfociano nel suicidio. I giovani. Lontani dalla famiglia, dalle istituzioni, dalle regole. In un ambiente dove le occasioni di "evasione" sono diffuse; dove i "limiti" si perdono. Sono più vulnerabili. Esposti a momenti di depressione. Solitudine. D´altronde, sono studenti. Debbono rispettare scadenze, "compiti", esami. Perché, va precisato, l´impegno loro richiesto dall´Università è rilevante. Ma la distanza fra l´Università e la vita nella "città universitaria" diviene, talora, una frattura. E può generare fallimenti molto dolorosi. Perché minano l´autostima dei giovani. E il loro rapporto con i genitori. Che investono molto sui loro "figli unici", dal punto di vista finanziario e del progetto familiare.

Queste "città universitarie": non sono città. I quartieri studenteschi delle medie e grandi città. Non sono quartieri. Sono "zone senza sovranità". Senza autorità. Senza comunità. Un po´ centro commerciale, un po´ villaggio turistico, un po´ "pub diffuso". Verrebbe da evocare quelli che Marc Augé definisce i "non-luoghi". Ma ci sembra improprio. Perché questi "luoghi" hanno un´identità e radici storiche profonde. Solo che i "nuovi" residenti ne sono estranei. Peraltro, si tratta di ambiti dove le persone intrattengono relazioni fitte. Ma, perlopiù, temporanee, poco impegnative. Meglio, allora, parlare di "luoghi apparenti", popolati da una "gioventù apolide". "Città artificiali" in cui cresce una generazione di "non-cittadini".

ASSISI - Basta con «l’Italia dei geometri». Basta con lo sviluppo senza una «regia». Se la cementificazione in Italia avanza non è solo colpa dell’aumento del valore degli immobili e della necessità dei comuni di fare cassa, ma anche il risultato di errori commessi nel passato. Della mancanza di una progettazione di lungo respiro. Dal convegno di Assisi organizzato dal Fai, il Fondo per l’ambiente italiano, "Sos ambiente: aggiornarsi per intervenire", il ministro per i Beni e le attività culturali Francesco Rutelli ha puntato il dito contro «la fragilità della pianificazione e la scarsa qualità della progettazione affidata in passato a geometri piuttosto che ad architetti e urbanisti». Fattori che hanno portato a uno sviluppo anarchico del paesaggio, come nel caso delle centinaia di villette a schiera della Sardegna. E Rutelli ha promesso il «pugno di ferro» contro chi danneggia il territorio. La qualità del paesaggio deve essere un valore, «comprometterla è la più grave minaccia al nostro patrimonio e alle nostre attività culturali», ha detto il ministro.

Ma al convegno, che ha riunito le delegazioni del Fai di tutta Italia per fare un quadro delle politiche in atto e degli strumenti disponibili, il ministro ha anche dovuto accogliere l’appello allo Stato a essere presente negli interventi di tutela che viene da regioni ed enti locali. Come quello fatto da Luca Rinaldi, soprintendente per i Beni architettonici e per il paesaggio di Brescia, Cremona e Mantova, che dice: «Non ci si può più fidare della pianificazione urbanistica regionale. Soprattutto nelle regioni che sono a forte speculazione edilizia, come la Lombardia, tocca allo Stato intervenire per proteggere il paesaggio». Questo è stato chiesto per l’Abbazia benedettina di Maguzzano, in provincia di Brescia, che sorge su un centinaio di ettati di terreno e rappresenta uno dei pochi luoghi incontaminati sulle rive del Garda. Lo scorso anno nella stessa zona era stata bloccata la costruzione di ville di lusso intorno al Castello a Moniga del Garda.

Per proteggere il paesaggio si deve «stimolare l’uso della consapevolezza e tornare al fascino delle regole», ha suggerito nel suo intervento Giulia Maria Mozzoni Crespi, presidente del Fai. Esempio positivo è quello della Sardegna che dal settembre 2006 ha un piano paesaggistico e che ha aumentato il trasferimento di fondi agli enti locali del 43% «per contenere la speculazione sugli introiti dell’Ici e degli oneri di urbanizzazione», dice l’assessore regionale Gian Valerio Sanna.

Eppure i problemi non sono solo causati dall’economia del mattone, perché se questa fa crescere il cemento anche altri fattori continuano a «deturpare» il nostro paese. Nelle aree urbanizzate - racconta Costanza Pratesi, responsabile dell’Ufficio studi del Fai - assistiamo alla crescita di «nebulose di edificazione diffusa», per cui le città si irradiano nelle campagne senza un disegno, ma in quelle meno urbanizzate sale il numero dei capannoni a uso industriale. Nel 2005 in Italia ne sono stati costruiti 7044, 826 solo in Veneto. E ancora lo sfregio delle coste e l’abusivismo edilizio «che continua a essere una piaga». Precisa Fulco Pratesi, fondatore del Wwf: «Delle 331mila abitazioni costruite in Italia nel 2006, 30mila erano abusive».

Postilla

Da molto tempo abbiamo iniziato su queste pagine a criticare la rinuncia dello Stato a esercitare le sue responsabilità nelle questioni per le quali esiste una competenza nazionale indivisibile. Le modifiche costituzionali del 2001 e la sudditanza culturale alle posizioni di Bossi che l’intero centro-sinistra ha espresso nella sua interpretazione della sussidiarietà sono state al centro delle nostre critiche. Basta scorrere gli eddytoriali (ad esempio, tra i più recenti, il n. 97 e il n. 91), o il termine sussidiarietà nel Glossario, o gli articoli e i saggi di Luigi Scano.

Apprezziamo molto, e condividiamo, le posizioni espresse al convegno del FAI a proposito della critica alla delega incondizionata alle regioni, e il riconoscimento del buon lavoro della Regione Sardegna (sui due versanti: l’esercizio della tutela mediante la pianificazione del paesaggio, e il sostegno ai comuni che vogliono sopravvivere senza essere costretti dalla finanza statale a cementificare il loro territorio).

Vogliamo osservare però che non è sufficiente che “dal basso” degli operatori sul territorio e delle associazioni culturali e ambientalistiche si rivendichi l’esercizio dell’autorità dello Stato. Occorre anche che chi decide (gli uomini della politica, come l’on. Rutelli) si adoperi per attrezzare lo Stato a esercitarle: attrezzarlo culturalmente (cominciando a criticare le posizioni “sviluppiste”), politicamente (smettendo di rincorrere oogni aspirazione separatista di ogni nicchia di voti), e tecnicamente (cominciando a dotare del minimo di competenze valide le strutture del potere pubblico). Finchè questo non sarà fatto, apparirà come una mera elusione ed evasione il prendersela con i geometri e auspicare che su di loro prevalgano gli architetti (o magari, con un volo pindarico, gli urbanisti).

Legambiente, Limitare il consumo di suolo & costruire ambiente, promuovere un governo sostenibile del territorio, Convegno, Politecnico di Milano, 7 novembre 2007

Il suolo è una risorsa naturale non rinnovabile e ogni suo degrado (erosione, cementificazione, inquinamento, ecc.) comporta una perdita: dalle funzioni produttive, agricole e forestali, a quelle paesaggistiche ed ecologiche, a quelle connesse alla regolazione dei bilanci idrici superficiali e sotterranei e del ciclo del carbonio (di cui il suolo è il principale sink terrestre).

L’urbanizzazione del territorio comporta alterazioni o addirittura perdita, irreversibile, di suoli.

Il problema del .consumo di suolo. viene ulteriormente aggravato in quanto, nonostante le dinamiche demografiche siano stazionarie, vi è una continua richiesta di suoli da edificare, assecondata da scelte dettate da esigenze di autonomia finanziaria a cui gli enti locali fanno fronte con gli introiti di imposte e oneri da edificazione. In tal modo le città crescono a dismisura, quasi sempre senza una organica pianificazione ecologica, e con uno sguardo che non va oltre i confini amministrativi, provocando frammentazione e dispersione insediativa che, oltre a consumare suolo, tende a provocare danni all’agricoltura, sprechi energetici, riduzione della qualità del paesaggio e degli ambienti naturali, incremento della mobilità su gomma e, in ultima istanza, perdita di vivibilità nelle città, nelle aree metropolitane e nelle località turistiche.

Il suolo rimane una risorsa difficile da comunicare. Sempre dominata dalla dimensione privatistica della rendita. Ma il valore e le funzioni del suolo sono invece molte altre e hanno una valenza collettiva. Esse sono di chiara evidenza per il mondo scientifico, sebbene meno presenti alla politica e al sentire comune, più sensibili ai tradizionali (e sempre gravi) fenomeni di inquinamento in altri comparti ambientali. Inoltre mancano dati omogenei sulle dimensioni del suo spreco; risulta non sempre immediato rendersene conto. È difficile (ma oggi doveroso) “alzare lo sguardo” oltre il proprio lotto e percepire che si è di fronte ad un problema di dimensioni ormai notevoli e generalizzato.

È pertanto necessario avviare un dibattito sul tema della tutela dei suoli, sull.esigenza di trovare soluzioni diverse per sostenere i bilanci degli enti locali emancipandoli dalla dissipazione di risorse territoriali, sull.introduzione di principi di fiscalità ambientale, di efficaci forme di compensazione ecologica, di un sistema di regole finalizzato a ridurre lo spreco di suolo libero. Insomma, pare scontato ma non lo è, occorre un governo del territorio concretamente responsabile e sostenibile, che ribalti le priorità tradizionali e si dia, velocemente, principi e regole chiare per un futuro nel quale garantire spazio per tutti. Natura compresa.

Damiano Di Simine, presidente Legambiente Lombardia

PER UNA COSTITUENTE DEI SUOLI

non è solo terra

In Lombardia il suolo libero è risorsa scarsa, preziosa, ma questa constatazione di chiara evidenza non è stata finora sufficiente a generare politiche di tutela degne di questo nome. Non si tratta di un problema solo lombardo: è il nostro ordinamento ad essere privo di uno 'Statuto' dei suoli, che elevi questa risorsa al ruolo che le compete e che è implicito alla definizione che ne danno gli studiosi delle scienze del suolo: ' il prodotto della trasformazione di sostanze minerali e organiche, operata da fattori ambientali attivi per un lungo periodo di tempo sulla superficie della Terra ... capace di provvedere allo sviluppo delle piante superiori e, pertanto, di assicurare la vita all'uomo e agli animali'. Dunque, i suoli sono frutto di una evoluzione lenta nella storia biologica del pianeta: anche in Pianura Padana, area geologicamente giovane, gran parte dei suoli attuali si sono evoluti nell'arco di decine o anche di centinaia di migliaia di anni. Per di più si tratta di una risorsa limitata e circoscritta alla superficie terrestre – il suolo fertile è solo un sottilissimo strato di poche decine di centimetri – oltre che non rinnovabile, se non in tempi che trascendono la nostra esistenza. Esso inoltre è il substrato indispensabile della vita vegetale e di tutti gli organismi che dai vegetali dipendono, quindi anche di quelli appartenenti alla specie umana. Non male, per della banale terra. Ciò che è di chiara evidenza per scienziati ed agricoltori, non sembra esserlo per il legislatore lombardo nè per quello nazionale, che invece ha previsto tutele parziali e condizionate, riferite a specifici attributi e funzioni.

La legge nazionale sulla tutela dei suoli, la ormai storica 183/89, si occupa in realtà di bacini idrografici e di prevenzione del dissesto, ovvero di una funzione connessa ai suoli e alla loro funzione di regolazione idrica che deve essere salvaguardata. Una funzione indubbiamente fondamentale, tanto che siamo sicuramente tra coloro che hanno più apprezzato l'innovazione normativa portata dalla 183, e a maggior ragione siamo preoccupati per la sua abrogazione a seguito del DLgs 152/2006 attualmente oggetto di revisione parlamentare. Ma il suolo è anche altro. Il suolo è innanzitutto substrato essenziale per l'espressione della biodiversità terrestre e base produttiva per l'agricoltura; nella sua estensione e nella diversificazione degli ambienti esso esprime il paesaggio, come irrinunciabile spazio 'sociale' e identitario di una comunità, secondo la nuova definizione della Convenzione Europea sul Paesaggio. Il suolo riempie un comparto della biosfera (la 'pedosfera') di importanza fondamentale per la chiusura dei cicli biogeochimici (tra questi, il ciclo del carbonio di cui il suolo è il principale 'sink' terrestre) oltre per il ciclo dell'acqua. Solo in ultima istanza, il suolo è anche spazio disponibile per insediamenti e infrastrutture la cui realizzazione – se applichiamo le basilari definizioni di sviluppo sostenibile - non può pregiudicare i diritti e le possibilità delle future generazioni.

Non ci sembra affatto normale che le sorti del suolo vengano stabilite per via esclusivamente amministrativa da atti che si richiamano ad una disciplina – l'urbanistica – che già nell'etimologia esprime la negazione dei suoli, la trasformazione delle superfici in qualcos'altro. Ed in effetti all'estero ciò non è: altri Paesi, che come l'Italia hanno conosciuto i problemi connessi con il consumo dei suoli e con la conseguente trasformazione del paesaggio, hanno sviluppato norme di salvaguardia che attribuiscono al suolo valore di bene comune e come tale indisponibile. Ogni trasformazione, ogni rivendicazione di diritti, incluso quello edificatorio, è subordinata alla prevalenza dell'interesse pubblico alla conservazione del complesso delle funzioni e dell'organizzazione dei suoli.

Da noi invece la produzione normativa recente ha istituzionalizzato la contrattazione di aree e destinazioni su base sostanzialmente privatistica, indebolendo le possibilità di agire per salvaguardare la preminenza dell'interesse collettivo sulle aspettative di imprese e privati.

L'Unione Europea si è allertata, per mettere in guardia i Paesi membri circa i rischi della crescita inflattiva e disordinata del consumo di suolo. La Valutazione Ambientale Strategica finalmente entrata nel nostro ordinamento è strumento per verificare la sostenibilità delle scelte di pianificazione territoriale. Ma anche questo strumento risulta depotenziato nella misura in cui al suolo non viene riconosciuto lo status che gli compete: la perdita o la compromissione di suolo non è, di fatto, contabilizzata come un danno ambientale connesso alle trasformazioni, se non per via indiretta.

In Lombardia, la legge urbanistica regionale ha lasciato intravedere spazi per procedure di pianificazione locale più partecipata, ma il PGT, il nuovo strumento urbanistico comunale, non ha finora prodotto alcun argine alla crescita degli spazi urbanizzati a scapito del tessuto rurale. Le stesse province lombarde, che pure si sono finalmente dotate di strumenti di pianificazione d'area vasta (i Piani Territoriali di Coordinamento) - in diversi casi anche di ottima qualità - hanno assistito ad una progressiva erosione delle possibilità di intervenire e guidare i processi di trasformazione territoriale, pur restando almeno per ora titolari dell'importante responsabilità di disciplinare gli ambiti agricoli.

Nel frattempo procedono proposte normative, legate al settore infrastrutturale, che prevedono che il finanziamento delle future autostrade lombarde contempli anche il vantaggio del costruttore nella localizzazione di insediamenti a complemento dell'autostrada stessa: si può immaginare quale alluvione di cemento speculativo una simile norma comporterebbe per i suoli lombardi più pregiati, che vedrebbero prosperare ancora più di adesso il fenomeno degli outlet, dei centri commerciali e logistici, dei cinema multisala.

Ci sembra che l'esigenza di definire una norma, uno statuto per i suoli come risorsa naturale e bene comune, sia più che matura, in particolare per fronteggiare una situazione di dissipazione territoriale che nella nostra Regione è di giorno in giorno più preoccupante. Vogliamo cominciare, con il convegno di oggi, una discussione aperta su questi temi: una discussione che dovrà coinvolgere diversi ambiti di competenza ed affrontare diverse problematiche, non ultima quella della sostenibilità ambientale della fiscalità locale che – nella situazione attuale di riforma fiscale incompiuta – viene ritenuta a torto o a ragione il principale fattore di promozione del consumo di suolo, laddove per i comuni sempre a corto di risorse la scelta più immediata o più facile è quella della svendita del proprio più importante patrimonio, il territorio.

Forse è già tardi per discutere di come frenare il consumo di suolo, molte trasformazioni sono già avvenute in modo irreversibile. Di certo non si può perdere altro tempo, per questo vogliamo elaborare e presentare strumenti, come quello che verrà illustrato oggi della compensazione ecologica preventiva, che possano servire da subito come elementi per invertire la tendenza anche attraverso meccanismi di salvaguardia attiva che, oltre a disincentivare il consumo di suolo e di spazio, generino risorse per la gestione sostenibile del territorio e per l'espressione delle funzioni del suolo.

Paolo Pileri, Arturo Lanzani, Dipartimento di Architettura e Pianificazione, Politecnico di Milano

APPUNTI PER UNA PROPOSTA DI LEGGE

Limitare il consumo di suolo, riqualificare i suoli non edificati, dare primato alla formazione di natura e paesaggio, compensazione ecologica preventiva, promuovere un’urbanizzazione sostenibile e responsabile.

Premessa



L’attività edilizia per lungo tempo, in un passato ormai un po' distante, è stata strettamente associata ad una contestuale attività di costruzione di spazi urbani di convivenza e di socialità e ad una attività agricola e forestale di cura del suolo. Da molto tempo questa contestualità si è incrinata: gli edifici spesso si appoggiano come oggetti isolati alle infrastrutture, senza costruire spazi urbani, l’attività edificatoria è ormai totalmente scissa (anche nel mondo rurale) dall’attività di cura del suolo. Le stesse infrastrutture si appoggiano alla terra senza sempre domandarsi quali rapporti mutano e quali effetti producono.

Inutile nascondere che la de-responsabilizzazione culturale verso gli spazi aperti dell’agricoltura non ha favorito il diffondersi di concetti alternativi, e altrettanto potenti, all’idea di agricoltura produttiva o di aree agricole libere e pronte per essere trasformate in aree edificate. La pratica del progetto urbano in Europa e la stessa legislazione italiana e lombarda a favore dei programmi integrati si è configurata come precondizione per riportare al centro una contestualità nella realizzazione di spazi urbani e collettivi di edilizia privata.

Oggi è ancor più urgente attivare un analogo circuito virtuoso tra trasformazione dei suoli, attività edilizia e costruzione della natura, non solo per urgenti e meritorie ragioni ecologiche, ma anche perché spazi aperti con forte contenuto naturalistico sono oggi più che mai elementi decisivi per definire l’abitabilità, la vivibilità di un territorio.

L’obiettivo di questa proposta è pertanto duplice:

- da un lato limitare l’uso edificatorio del suolo evitando che esso diventi un deposito (confuso) di manufatti spesso sottoutilizzati e abbandonati e che i livelli di urbanizzazione in alcune porzioni del territorio raggiungano livelli insostenibili,

- dall’altro legare ogni attività edificatoria ad una contestuale attività di costruzione dell’ambiente e della natura negli spazi aperti.

Il ragionamento è il seguente: la trasformazione di suolo da un uso naturale o seminaturale ad un uso artificiale, ovvero la sua asportazione o copertura permanente, si responsabilizza nei confronti dell’ambiente. Pertanto ogni trasformazione si deve accompagnare ad un serio processo di valutazione della necessità e della sostenibilità dell’intervento che la richiama. Questo processo non fa altro che sollecitare il progetto a mettere in atto dapprima tutte le azioni possibili per ridurre gli effetti ambientali che esso inevitabilmente comporta. Questo stesso processo, riferito invece al momento del piano, si traduce in una attenta valutazione riguardante la reale necessità di trasformare irreversibilmente un determinato suolo.

In entrambi i casi, la trasformazione porta con sé una pur minima sottrazione di spazi e di risorse naturali che gravano sulla bilancia ambientale locale. Ecco che allora si può immaginare di introdurre una serie di contropartite, a carico del trasformatore (pubblico o privato che sia), capaci di fornire in altri lotti, ma in un intorno territoriale definito (tendenzialmente nello stesso comune) un credito ecologico.

Questo credito non fa altro che ‘ compensare’ quella sottrazione ambientale inevitabilmente tolta al territorio e al paesaggio che, pur con tutte le eco-soluzioni poste in essere in fase progettuale, rimane da ‘riparare’.

Sull'atto del 'riparare' e del 'compensare' non è inutile dirsi chiaramente che cosa è possibile fare con riferimento al comparto ambientale del suolo, in quanto è evidente che la perdita di 'spazio' e di organizzazione del territorio non è in se' compensabile. La pertinenza del concetto di compensazione ecologica diventa però tale se si definisce uno 'statuto dei suoli' facendo ricorso alle categorie 'funzionali', proprie della definizione della scienza del suolo [1] (il suolo come 'risorsa naturale limitata e insieme di funzioni connaturate alla vita terrestre'), e non più solo geometriche ('spazio territoriale'). Tale cambiamento di prospettiva, che impone una visione transdisciplinare, permette di chiarire che le 'funzioni' del suolo sono nella maggior parte dei casi effettivamente ripristinabili, entro ragionevoli limiti, con azioni compensative.



La presente proposta tiene conto di entrambe le connotazioni – spaziale e funzionale – del suolo e ne persegue la salvaguardia attiva attraverso una strategia 'win win' per disincentivare il consumo di suolo e di spazio, trasferendo risorse al potenziamento e al consolidamento delle funzioni dei suoli liberi.

Occorre pensare che questo processo ‘compensativo’ appena descritto è assimilabile, da un lato, a quella che fu l’introduzione degli oneri di urbanizzazione per la realizzazione di strade, servizi urbani, etc, dall’altro alla più recente pratica dei programmi integrati e del progetto urbano. Insomma se nel passato vi è stata necessità di iscrivere la richiesta di costruire ad una condizione di fornitura di capitali sociali in quanto infrastrutture e servizi erano (e sono) necessari per l’abitare, oggi (ma avrebbe dovuto esserlo anche ieri), periodo di evidente deficit ambientale ed ecologico e periodo di scarsa disponibilità di risorse territoriali come gli spazi aperti, è immaginabile di attribuire ad ogni trasformazione, quando ineludibile, una responsabilità ecologica che si traduca ad esempio in una sorta di onere ecologico attraverso il quale si possa generare nuova natura altrove rispetto alla trasformazione, concorrendo a generare una dotazione ecologica e ambientale necessaria per la qualità della vita insediata.

Si tratta di chiudere circuiti logici rimasti aperti. Si tratta di dare strada concreta ad una volontà, positiva e pertinente con le competenze dei soggetti della pianificazione, che è quella di costruire ambiente, di fare natura chiedendo al settore edilizio di farsene carico in quanto consumatore di suolo, ovvero la risorsa basilare per impostare un progetto ambientale territoriale.

Oggi molte delle iniziative di ‘greening’, di innalzamento della biodiversità, ma anche di miglioramento paesistico rimangono soffocate ad uno stadio di progetto se non di idea in quanto non hanno finanziamenti e luoghi dove concretizzarsi.

Ancor più occasionale nell’agenda è la considerazione del tema della trasformazione dei suoli senza limitazione o con obiettivi di limitazione relativi e quindi, di fatto inefficaci.

L’espansione pare un fatto non limitabile. Oggi, ancor più di ieri, l’espansione avviene a spese di aree che in non poche porzioni della regione lombarda e del territorio italiano sono le ultime aree disponibili, le ultime aree che potrebbero essere in grado di innalzare una naturalità minacciata o non considerata con sufficiente responsabilità. Da qui la necessità di immaginare un meccanismo capace di fornire aree per la natura nel momento in cui emerge una domanda di aree per trasformazione urbanistica. Condizionando l’essenza stessa del secondo alla possibilità del primo.

La proposta attuale è quindi quella di aprire una nuova strada che non vuole essere negativa verso ‘il trasformare’ invocando blocchi, divieti e vincoli. Vuole essere positiva, ovvero 1) indirizzare le trasformazioni a utilizzare aree già compromesse e 2) consentire di trasformare responsabilmente le aree (eventualmente anche quelle libere) accompagnandosi a un processo di pre-valutazione della reale necessità e della virtuosità ambientale della trasformazione e condizionando comunque questa a rilasciare un’area, altrove, da equipaggiare ecologicamente.

Ecco allora qui proposti una nuova serie di principi per tutelare il delicato equilibrio tra ciò che una trasformazione toglie alla natura e al paesaggio e ciò che una trasformazione può dare alla natura e al paesaggio, tenendo conto che, responsabilmente, un freno ai consumi di suolo occorre darselo per non compromettere le risorse residue a ancora a disposizione.

Ecco allora una proposta per spingere l’urbanizzazione verso l’uso di aree già compromesse e verso l’adozione di standard ecologici ed edilizi elevati e scoraggiare l’urbanizzazione delle aree libere.

Come risulta da quanto detto, la proposta non entra nel merito delle scelte di piano e neppure nel progetto (si chiede comunque una qualità elevata non solo di disegno, ma anche di prestazione ambientale), ma il suo contributo sta nell’ invocare un approccio positivo alla pianificazione. Non si vuole togliere la potestà decisionale al governo locale, ma la si vuole nobilitare con un approccio che punta alla reale sostenibilità e, quindi, alla generazione di risorse ecologiche ed ambientali.

In altri termini, presa in totale autonomia, la pratica della compensazione ecologica preventiva non garantisce da sola il buon governo del territorio. Sarebbe una pretesa e una ingenuità. E non è questo l’obiettivo (peraltro sarebbe il caso di dire che neppure la perequazione assicura un buon governo, sebbene su questa pratica…..).

La compensazione ecologica preventiva semplicemente crea ‘responsabilità’ innanzitutto attraverso un ribaltamento delle poste in gioco (prima la natura e l’ambiente e poi le trasformazioni), quindi utilizza qualche disincentivo (o incentivo a seconda dei punti di vista) e fornisce un utile strumento operativo, regolativo e di indirizzo valorizzabile senza particolari problemi e sofferenze da buoni piani, politiche e progetti che comunque rimangono i soli riferimenti concettuali e operativi che possono garantire un buon governo del territorio.

Un approccio capace di avvicinare, e magari chiudere, i circuiti aperti che ancora ci sono: urbanizzazione vs. rinaturazione, ad. esempio.

Evidentemente, però, il richiamo alla responsabilità deve essere rotondo e senza incertezze. Ecco allora farsi strada l’esigenza di anteporre all’inizio ciò che per decine di anni è stato in fondo al processo: la formazione di natura e la costruzione di ambiente devono essere fatti prima di avviare l’intervento trasformativo. Prima deve essere fornita l’area e resa disponibile al soggetto pubblico e poi si può iniziare l’opera. Prima si iniziano i lavori ecologici e poi quelli urbanizzativi. La rotondità della proposta, nonché la sua credibilità, hanno qui uno snodo fondamentale. Qui invertire l’ordine degli addendi produce un cambiamento di risultato. Sul tavolo rimangono ancora parecchie questioni tecniche, procedurali, di disegno e sostantive ancora da affrontare e, probabilmente, da declinare localmente e tematicamente. Ma ora occorre mettere il cuore della questione al centro del dibattito ed iniziare, responsabilmente, a studiare vie di impegno sociale e ambientale concrete e trasferibili alla nostra dimensione decisionale e politica. Un processo di questo tipo ha già convinto alcuni paesi europei (Germania in testa) che hanno, appunto, scelto di avviarsi verso una soluzione di simile positività per la pianificazione.



STATUTO DEI SUOLI

Principi fondativi



Art. 1 – il suolo è una risorsa strategica che va preservata

Il suolo libero costituisce una risorsa non rinnovabile per l’uomo, la società, la natura e l’ambiente: come pausa spazio di rallentamento e silenzio, come natura fruibile e abitabile, come spazio di complessità ecologica, come presupposto della produzione agricola e al relativo servizio ecologico. Il suolo va preservato e occupato con usi non reversibili solo se e quando necessario. Occorre ridurre i consumi della risorsa suolo. La necessità di ogni uso trasformativo del suolo (nuova occupazione o sostituzione di occupazione già esistente) deve essere oggetto di un iter di valutazione al fine di evitare la facile e non sostenibile sottrazione di spazio e funzioni alla natura e alle risorse ecologiche ed ambientali in generale e la perdita di risorse biologiche esistenti o che potenzialmente si insedierebbero.

Il consumo del suolo, in qualunque forma e copertura esso si presenti, o la sua alterazione da parte di un’attività antropica rappresenta dunque una forma di danno all’ambiente e all’ecosistema in quanto modifica l’assetto e le condizioni originarie dell’ambiente. L’entità del danno dipende da diversi fattori (che saranno oggetto di successiva specificazione e metodologia di valutazione) tra cui lo stato delle coperture attuali, la qualità dei suoli, la strategicità rispetto al disegno ecologico territoriale, etc. Tale danno ambientale non è mai totalmente eliminabile e va evitato, ridotto, mitigato e, in ogni caso, controbilanciato con un’opportuna compensazione ecologica (art. 4) al fine di riprodurre altrove le condizioni e le funzioni ecologiche perse o non sviluppate.



Art. 2 – Affermazione dei principi ‘no unless’ (nulla a meno che), ‘no net loss’ (nessuna perdita secca). La formazione della natura

Il suolo libero costituisce un bene comune e irrinunciabile per la comunità, pertanto l'interesse generale alla sua salvaguardia accompagna ed anticipa ogni motivazione particolare volta ad operarne la trasformazione.

I principi internazionali ‘no unless’ (nulla a meno che) e ‘no net loss’ (nessuna perdita secca, che potrebbe anche specializzarsi in ‘no net loss of ecological values’) integrano i principi di sostenibilità ai quali oggi si ispirano le diverse legislazioni in materia di governo del territorio e dell’ambiente. Inoltre non è pensabile un governo del territorio che si impegna solo a conservare la natura e le risorse naturali, ma occorre un impegno, concreto e fattibile, a formare nuova natura e nuove risorse.



Art. 3 – Il bilancio ecologico locale non va peggiorato

Ogni livello amministrativo (comune, provincia, comunità montana, parco, regione, etc.) che gestisce un territorio attraverso gli strumenti di governo previsti deve provvedere a stilare un proprio bilancio ecologico da cui emerge il grado di naturalità e lo stato delle risorse naturali caratterizzanti il territorio. Tale bilancio, locale, non può essere peggiorato neppure provvisoriamente. Ogni forma di trasformazione e uso del suolo non può generare alterazioni negative del bilancio ecologico locale. È a carico del soggetto pubblico titolare dello strumento di governo del territorio definire le modalità di regolazione e di gestione di tale bilancio ecologico.



Art. 4 – compensazione ecologica preventiva

Poiché ogni uso del suolo produce un, pur minimo, impatto ecologico ed ambientale mai completamente eliminabile, occorre che il titolare, pubblico o privato, di ogni trasformazione compensi gli impatti residuali generando nuovo valore ecologico e ambientale, ovvero, formi nuova natura [2]. La progettazione e la realizzazione degli interventi di compensazione ecologica devono essere concordati con il titolare degli strumenti di governo del territorio e asseverati da un garante terzo, esterno, competente in materia. La compensazione ecologica deve essere realizzata all’esterno delle aree trasformate, ma all’interno del comune. La compensazione ecologica comprende due contributi:

1. la cessione di aree (anche scollegate da quelle oggetto di intervento) e

2. il loro equipaggiamento naturale/ecologico.

L’ottenimento del titolo costruttivo (permesso di costruire o similari) è condizionato alla corresponsione di entrambi i contributi che non possono essere oggetto di monetizzazione. Le aree cedute a titolo compensativo vengono acquisite alla pubblica proprietà e sono vincolate alla non edificabilità.

Al fine di garantire di i) non peggiorare il bilancio ecologico locale e ii) realizzare effettivamente i contributi ecologici richiesti, le aree per la compensazione ecologica devono essere fornite e cedute al soggetto pubblico prima del rilascio del permesso di costruire e le opere di compensazione ecologica devono essere avviate prima delle opere di trasformazione e uso del suolo. In tal senso si parla di compensazione ecologica preventiva.

Cessione di aree e equipaggiamento ecologico a carico del titolare della trasformazione si configurano come onere ecologico all’urbanizzazione.



Art. 5 – Verifica preventiva della disponibilità di aree urbane già edificate e urbanizzate

Le nuove esigenze di edificazione dovranno dirigersi prioritariamente verso il riuso delle aree urbane (non agricole e non libere) non più utilizzate o sottoutilizzate. Prima di trasformare un’area libera (pubblica o privata; per usi pubblici o privati e/o per interesse pubblico) occorre verificare, a livello locale, che non vi siano aree urbanizzate abbandonate o non più utilizzate e che potrebbero essere trasformate al limite senza produrre un danno ambientale a differenza di quello producibile con la trasformazione di un’area libera. Pertanto nel caso in cui l’attività edilizia coinvolga aree già edificate ed urbanizzate e si realizzi secondo i criteri dell'art. 7, la compensazione ecologica preventiva non è dovuta.



Art. 6 – Depositi verdi

Al fine di garantire possibilità e condizioni eque al diritto di trasformare il territorio, i comuni e le altre amministrazioni competenti per territorio possono individuare delle aree pubbliche, a basso valore ecologico, che possono essere oggetto di miglioramento ambientale ed ecologico. Tali aree sono individuate dal soggetto pubblico in base ad un disegno ecologico [3] e alle esigenze di miglioramento paesistico-ambientale ed ecologico del territorio e vanno a costituire il cosiddetto ‘deposito verde locale’. Nel caso in cui il richiedente titolo costruttivo si trovi nella condizione (da accertare) di non avere aree da cedere, potrà allora figurativamente acquistare un’area del deposito verde versando il corrispettivo all’amministrazione pubblica locale e farsi carico delle opere di equipaggiamento/miglioramento ecologico in accordo con il soggetto pubblico locale. Il soggetto pubblico può, in mancanza di aree, stipulare con gli agricoltori degli accordi d’uso delle aree agricole al fine di aumentarne la dotazione ecologica permanente. Gli agricoltori riceveranno i contributi della compensazione ecologica preventiva che, in ogni caso, devono prevedere i corrispettivi per le voci 1) e 2) dell'art. 4.



Art. 7 - Insediamenti ed edilizia ecocompatibili

Quando ineludibili e dopo aver passato le fasi di valutazione opportune, le nuove urbanizzazioni e la nuova edilizia dovranno comunque rispondere a criteri di ecocompatibilità, di basso impatto ambientale e di uso parsimonioso delle risorse energetiche e idriche. La prestazione ambientale dei nuovi insediamenti e delle nuove attività edilizie potranno essere assimilate a forme di mitigazione ambientale generando così una diminuzione del danno ambientale da riparare con la compensazione. Non escludendosi comunque anche in tale attività edilizia una trasformazione di suolo libero, una quota di compensazione ecologica rimarrà sempre non eliminabile.

Art. 8 – Registro dei suoli

È istituito il registro dei suoli presso ogni comune. Il registro dei suoli fornisce informazioni costantemente aggiornate sull’uso del suolo e sulle superfici urbanizzate, utilizzando una procedura valutativa da definire, trasferisce le informazioni agli altri livelli amministrativi.

Nota: di seguito scaricabili i pdf dei due interventi riportati, e il volantino del convegno con tutto l'elenco degli interventi (f.b.)

[1] Occorre rilevare che nel nostro ordinamento non esiste uno 'statuto' dei suoli, i suoli non sono considerati risorsa naturale limitata e come tale sottoposti ad una disciplina che ne preveda la conservazione. Esistono normative settoriali (tutela dei suoli per la prevenzione del dissesto, ovvero in quanto connaturati alla definizione di paesaggio o di aree protette, ecc.), non una disciplina che valorizzi il suolo in quanto suolo. Opportuno è a questo punto introdurre una definizione di suolo, sapendo che ne esistono diverse declinazioni disciplinari. La scienza del suolo ne parla come: “il prodotto della trasformazione di sostanze minerali e organiche, operata da fattori ambientali attivi per un lungo periodo di tempo sulla superficie della Terra, caratterizzato da specifica organizzazione e morfologia, capace di provvedere allo sviluppo delle piante superiori e, pertanto, di assicurare la vita all'uomo e agli animali

[2] In ciò la compensazione ecologica preventiva si ispira anche al principio di riparazione compensativa già citato nella DIR 2004/35/CE

[3] Tale disegno dovrebbe essere a sua volta di un progetto ecologico locale o di un piano ecologico-paesistico comunale che a sua volta tiene conto delle indicazioni ecologiche e paesistiche previste nel livello di pianificazione provinciale.

«Questa è solo la prima vittoria!»: così risponde il movimento No da Molin al ritiro della ditta vincitrice dell'appalto per la bonifica dell'area. L'Abc di Firenze, questo il nome della società, aveva aperto i cantieri alle 4.30 del mattino del 17 ottobre scorso con il compito di risanare 400 mila metri quadrati di terreno destinati ad accogliere il nuovo insediamento militare.

Ma nulla da fare, i cittadini di Vicenza non hanno mollato e dopo tre giorni di presidi e l'annuncio di una manifestazione di protesta davanti alla sede dell'azienda toscana, è arrivata la notizia: «Noi ce ne andiamo, non ci sono le condizioni per andare avanti». Queste le parole pronunciate da Gianfranco Mela, titolare della società che smantellando il cantiere ha rinunciato ad un compenso di 2,2 milioni di euro per un lavoro della durata di nove mesi. Tanto avrebbe fruttato il contratto firmato con le forze armate americane, vinto in associazione temporanea d'impresa con l'azienda Strago di Portici. «Smobilitiamo il cantiere e ritiriamo le quindici persone impegnate sul posto, anche se non capisco perché se la prendono con noi che interveniamo solo per ripulire e mettere in sicurezza un'area - interviene Mela - non ero preparato ad affrontare delle contestazioni così forti né qui, né nella sede di Firenze dove un nutrito gruppo di persone è venuto a manifestare.

I festeggiamenti, intanto continuano così come l'entusiasmo di chi ha dimostrato che una lotta pacifica e costante può ottenere dei risultati. A parlare è Cinzia Bottene, portavoce del presidio permanente contro il Dal Molin che, assieme agli altri manifestanti, chiede di trasformare la zona in un parco pubblico. «Il movimento vicentino - spiega la Bottene - è stato capace di impedire pacificamente l'accesso all'aeroporto a coloro che avrebbero dovuto realizzare la bonifica e ha dimostrato anche una forza politica perché, in poche ore, abbiamo ricevuto la solidarietà di tante città italiane». Secondo i No dal Molin, infatti, «fermare la realizzazione della nuova installazione militare è possibile, a Vicenza siamo sempre più determinati a raggiungere questo obiettivo».

Il blocco dei lavori era cominciato tre giorni fa con un episodio controverso: un manifestante, come riferito da lui stesso e da altri testimoni, era stato investito da un'auto guidata da un militare italiano che voleva entrare nel cantiere. Il manifestante, Francesco Pavin, un giovane no global, era finito all'ospedale per un trauma alle vertebre cervicali: sull'accaduto è in corso ora un'inchiesta.

La querelle si trascina da mesi e ha investito anche il governo che ha deciso di nominare un commissario, Paolo Costa, che segua tutto l'iter dei lavori. Costa, però, ha già fatto sapere di voler andare avanti secondo il progetto e che le decisioni spettano solo al governo. Ma i movimenti insistono: «Noi non ci fermeremo davanti a niente, oggi abbiamo vinto una battaglia, non la guerra, ma chiunque provi a portare avanti i lavori avrà la stessa risposta dell'Abc. Qualsiasi società in tutta Italia sarà ostacolata non solo da noi, ma anche da chi continua a sostenerci dimostrandoci solidarietà. Il presidio continua».

MILANO - Il "bel riguardo", quel "bello sguardo" che si apriva ai Visconti prima e agli ufficiali napoleonici quattro secoli dopo dal castello di Bereguardo, ora rischia di dissolversi per sempre. Il comune pavese ha bisogno di liquidità. Il maniero visconteo deve difendersi ora dalle infiltrazioni, le scuole non bastano più ad accogliere gli alunni che arrivano anche dai paesi vicini e il sindaco, Maurizio Tornielli, guarda oltre l´orizzonte, a nord, dove s´indovina la grande città, Milano. «Dista 30 chilometri di autostrada. Siamo a dieci minuti dalla fermata metro di Famagosta. A un milanese conviene vendere l´appartamento in città e comprare la villetta qui: arriverà prima al lavoro e gli avanzeranno anche un po´ di soldi da investire». Tornielli ha la sua spiegazione del perché i Comuni privilegino l´espansione residenziale: «I trasferimenti dallo Stato si assottigliano. E si ventila anche la diminuzione dell´Ici. Dove prenderemo i soldi? I piccoli comuni che necessitano di opere pubbliche non hanno alternativa se non l´aumento indiscriminato delle cementificazioni».

Sebbene nel 2007 ci sia stata un´inversione di tendenza - i trasferimenti sono aumentati del 4,2 per cento - i timori di Tornielli non sono infondati. Uno studio dell´Anci avverte che «la principale fonte di entrata tributaria dei comuni è l´Ici». In quelli con meno di mille anime arriva al 57 per cento. Rispettare il patto di stabilità è più duro per un paesino, dice Secondo Amalfitano, presidente dei comuni "under 5000" dell´Anci: «Lo scuolabus per pochi bambini costa molto di più, in proporzione, che nelle città». A spingere verso l´opzione cemento, suggerisce l´urbanista del Politecnico di Milano Paolo Pileri, è stata la decisione di «liberalizzare», tre anni fa, la destinazione dei soldi incassati dai Comuni per le nuove urbanizzazioni: «Prima potevano essere usati solo in minima parte per le spese correnti, ora non più. E la tentazione di ricorrere all´espansione edilizia per realizzare asili è forte».

Centinaia di paesi rischiano di venire inghiottiti dalle città, che estendono ormai le loro lingue di cemento anche in altre regioni. «I milanesi vanno a vivere nel Piacentino o nel Novarese», avverte Mario Breglia dell´osservatorio "Scenari immobiliari". Tra il 2001 e il 2005, calcola il Cresme, centro di ricerche per l´edilizia, l´esodo dalle aree metropolitane è stato inarrestabile. Napoli è scesa sotto il milione di abitanti, l´hinterland ha toccato quota 2,1 milioni. L´entroterra romano si è arricchito di 130mila abitanti, arrivando a 1.280mila. A Milano la Provincia tenta di ridurre il consumo di suolo - che Legambiente vuol ridurre per legge - ormai a livelli stratosferici: in alcuni comuni sfiora il 100 per cento. Quelli che conservano ancora un po´ di campagna, come Pozzuolo Martesana o Rosate, rischiano di diventare periferia. I comuni di pianura satelliti delle città registrano un boom demografico. San Giorgio al Piano, nel Bolognese, ha acquistato dal 2005 mille abitanti, arrivando a 7700. E tra Ici e oneri nelle casse sono entrate 2,2 milioni di euro. Ora, però, avverte il sindaco Valerio Gualandi, «la gente si spinge verso il Ferrarese: cerca case ancora meno care». Negli ultimi dieci anni in Italia, calcola il Cresme, si sono prodotti 3 miliardi di metri cubi di cemento. E altro ne arriverà nelle isole Tremiti, dove vivono 60 famiglie e gli ambientalisti contestano 70 nuove case popolari. «Ma è il nostro primo piano regolatore - replica il sindaco Giuseppe Calabrese - e il nostro bilancio è di 800mila euro: la metà se ne va per smaltire i rifiuti».

L’ultimo scempio annunciato e paventato in ordine di tempo - ma a quest’ora sarà già il penultimo - è quello, denunciato giovedì dalla edizione toscana de l’Unità a Montaione (Firenze), a ovest di Certaldo: ben 162 ettari di colline a bosco, a uliveti e altri coltivi che diventano campo di golf da 36 buche (ce n’è già uno da 18), parcheggi per 700 (settecento) nuove case ad un passo dal borgo di Castelfafi, l’antico Castrum Faolfi, di origine longobarda, anno 754. Talmente integro che Roberto Benigni lo scelse per girarvi alcune scene del suo «Pinocchio». Il progetto viene avanzato dalla società tedesca Tui, una delle più potenti multinazionali del turismo, che ha acquistato da tempo la splendida tenuta di oltre 11 chilometri quadrati. Essa, stando alle cronache, ha lanciato un vero e proprio ultimatum al Comune di Montaione: o quelle cubature o niente 250 milioni di euro di investimento.

Mentre, con una lettera, Wwf, Italia Nostra, Legambiente Toscana hanno chiesto, anzitutto alla Regione, di rifiutare qualsiasi consumo di suolo (e quindi di paesaggio) che esuli dal recupero e dalla riqualificazione del già esistente: 233.900 metri cubi, non una inezia, che la multinazionale vuole invece raddoppiare. Un campo di prova decisamente impegnativo per la Regione Toscana e per il suo Piano di Indirizzo Territoriale nel quale il sistema collinare regionale viene identificato come «un complesso e irripetibile intreccio di storia, paesaggio, natura e cultura, che caratterizza l’immagine della nostra Regione nel mondo, ecc.ecc.». Ora si vedrà se sono soltanto parole.

Il consumo di suolo, anche nella bella e sino ieri abbastanza conservata Toscana ha assunto ritmi inaccettabili, da autentica follia. Nel quindicennio 1990-2005 l’accoppiata “cemento & asfalto” si è “mangiata” 265.650 ettari di terreni a verde, a coltivo, a bosco, quasi il 16 per cento della superficie libera nel 1990, appena un punto percentuale sotto la spaventosa media nazionale. Ma negli ultimi cinque anni considerati quella corsa ha subito una ulteriore accelerazione: se nel decennio 1990-2000 in Toscana si sono consumati suoli liberi al ritmo di 15.000 ettari l’anno, nel quinquennio 2000-2005 tale ritmo è balzato a 20.279 ettari l’anno. Ciò vuol dire che in questi ultimi cinque anni considerati una delle più belle e integre regioni italiane si è “mangiata” un altro 12,5 per cento di superfici ancora libere. Con una speculazione che ormai risale dalla costa verso l’interno collinare e montano. Un processo che ormai interessa anche le contigue Marche e Umbria, pure bellissime.

In Toscana sono sorti ben 162 comitati in altrettanti luoghi di “sofferenza”: da Monticchiello, ormai “storica”, a Bagno a Ripoli, da Fiesole a Casole d’Elsa, con interventi, spesso, della magistratura a seguito di documentate denunce. Con Montaione uno dei “casi” più recenti è quello di piazza Montanelli a Fucecchio dove domenica si svolge un convegno sulle piazze minacciate di stravolgimento in Toscana (Fiesole, Prato, ecc.). Coordinati da Alberto Asor Rosa, i Comitati si riuniscono invece oggi a Firenze per consolidare una rete che sta diventando un fatto nazionale ed un esempio. Anche nelle Marche, meno colpite della confinante Toscana e tuttavia minacciate, si sono mossi comitati spontanei e associazioni, da Colli del Tronto (dove è coinvolto l’ascolano-milanese Tullio Pericoli ormai votatosi alla sola pittura di paesaggio) a Pesaro e a Urbino. Anche qui appelli firmati da personaggi che certo non fanno parte del movimentismo radicale (come Zucconi Galli Fonseca, già procuratore della Cassazione, molto legato alla sua Camerino). Anche qui, come a Roma al recente convegno organizzato dalla presidenza del Consiglio Provinciale e dal Comitato per la Bellezza, figura in prima fila la Coldiretti. La quale ha capito che agricoltura tipica di qualità e paesaggio tutelato vanno di pari passo, che vino, olio, salumi e formaggi “dop” si producono, si vendono e si esportano meglio se vengono da paesaggi integri. È la ragione che ha portato Jacopo Biondi Santi ad opporsi alle pale eoliche sopra la Rocca e i vigneti di Scansano. Giustamente, in quel caso.

C’è ormai anche una accentuata preoccupazione per i terreni agricoli, o a bosco o a pascolo, sempre più sottratti alle colture e agli allevamenti: nel decennio 1990-2000 la superficie italiana libera si è ridotta di altri 3,1 milioni di ettari e 1,8 milioni di essi erano “Sau”, superifici agrarie utilizzate. Che sono sparite, inghiottite in una periferia senza verde, nei centri commerciali, negli outlet, nelle multisala e così via. I terreni agricoli, anche i più produttivi, sono dunque terreni in attesa di reddito edilizio. La campagna è in attesa di diventare periferia. O di venire lottizzata per seconde e terze case. Per operazioni tipo Montaione. Ne esce una Italia sfigurata per sempre. Sorte tremenda se pensiamo che appena due secoli fa (un soffio per la storia) Wolfgang Goethe era ammirato degli italiani i quali avevano saputo “costruire” paesaggi mirabili, agendo con spirito e cultura da artisti - anche se erano contadini, mezzadri, capimastri - una “seconda natura” intrecciata a quella originaria, abbellendola persino: era la “natura naturata”, cioè antropizzata, identificata da Averroè e che non si contrapponeva ma si fondeva alla “natura naturans”, a quella cioè primordiale. Ancora nel dopoguerra Emilio Sereni, grande studioso di agricoltura e di paesaggio, oltre che antifascista e comunista importante, di cui ricorre un poco ricordato centenario, scriveva che il contadino toscano aveva una idea del paesaggio e della sua bellezza che rimontava a quella degli affreschi di Benozzo Gozzoli e del “Ninfale fiesolano” del Boccaccio. Una cultura alta, demolita, distrutta da una idea bassa di “sviluppo” a tutti i costi, di mercato senza freni, da una sorta di paleo-capitalismo che dissipa brutalmente beni primari irriproducibili, fondamentali per la vita degli individui e delle comunità, ma anche per quel turismo culturale e naturalistico che è il solo che “tira” ormai e che ha prospettive di lungo periodo. Se non si semina cemento appena fuori dalle mura delle città d’arte.

In questa cultura sviluppistica non c’è quasi più distinzione fra centrosinistra e centrodestra, salvo rare eccezioni come Mantova, dove il sindaco Fiorenza Brioni si batte lucidamente contro la lottizzazione in riva ai laghi promossa dalla giunta precedente, anch’essa di centrosinistra. Ha ragioni da vendere Fulco Pratesi, fondatore del Wwf, quando dice: «Una volta sapevamo che a sinistra ci avrebbero dato ascolto. Adesso non ne siamo affatto sicuri». Anch’io - che mi occupo di questi problemi dalla prima giovinezza - ricordo sindaci di sinistra che erano operai, falegnami, ex muratori, i quali amavano profondamente le loro città, la loro terra, e ascoltavano spesso le richieste degli intellettuali locali, delle associazioni. Ora non è più così. C’è stata una mutazione genetica. Perché?

In parte perché i Comuni, vistisi tagliati i fondi provenienti dai trasferimenti statali, hanno colto nella febbre edilizia una occasione per turare le falle di bilancio. La illuminata legge Bucalossi sui suoli degli anni ‘70 prescriveva che gli introiti provenienti dagli oneri di urbanizzazione potessero venire impiegati soltanto per spese di investimento. Ma una sciagurata Finanziaria ha consentito loro di impiegarli anche come spesa corrente. Ecco una delle ragioni di fondo del favore col quale tanti Comuni guardano allo “sviluppo”, finto, di una edilizia speculativa e rinunciano a tutelare il paesaggio. Sciaguratamente, dico io, perché in tale conflitto di interessi la tutela paesaggistica viene di necessità sacrificata alla utilità di fare cassa, di introitare denari. Poi vi sono “liberalizzazioni” sbagliate, anche nei decreti Bersani (che non distinguono fra centri storici e nuovi quartieri, ad esempio), o nella incombente legge Capezzone che consentirebbe alle aziende di aprire attività, capannoni, fabbriche e fabbrichette ovunque, in pochi giorni. Come se dopo Villettopoli, non vi fossero già Fabbricopoli e poi Commerciopoli. Grandi Comuni come Roma - l’ha ben documentato l’urbanista Paolo Berdini al Convegno del 25 ottobre in Provincia - da una parte investono nel trasporto pubblico su ferro, ma dall’altro lasciano libero campo ad enormi centri commerciali i quali esigono l’auto privata e collassano la rete viaria: 28 centri commerciali aperti vicino al GRA, con almeno 50.000 posti auto e con un consumo di suolo di centinaia di ettari. Fenomeni ai quali il grande architetto inglese, di origine italiana, sir Richard Rogers, guarda come ad un nostro impazzimento, frutto di una americanizzazione d’accatto, la peggiore. «A Londra - ha detto recentemente in una intervista a Violante Pallavicino uscita sul Terzo Occhio - negli ultimi dieci anni non abbiamo consumato un solo metro quadrato delle “green belts, delle cinture verdi». Di più, proprio Rogers ha approntato per Tony Blair una legge la quale, approvata nel 2001, prescrive che soltanto il 30 per cento delle nuove edificazioni possa sorgere su aree libere, ex agricole, mentre il 70 per cento deve sorgere su aree già costruite o su ex aree industriali. «E a Londra - fa notare Rogers - il sindaco Ken Livingstone si propone di concentrare il cento per cento dell’edilizia nuova nelle “brown belts”, cioè nelle aree già edificate». C’è ancora differenza, dunque, fra destra e sinistra. In Germania la stessa Angela Merkel, quando era nel 1998, ministro dell’Ambiente ha varato una legge che limita nei Laender il consumo di suolo a 30 ettari al giorno, cioè a meno di 10.000 ettari l’anno. Un sogno per noi che ne consumiamo 244.000... E la Merkel non è certo una massimalista.

Siamo stati ammirati nel mondo come il Giardino verde d’Europa e lo siamo sempre meno: la cartina dell’Istat ci mostra che le zone libere si riducono ormai alle vette alpine, all’Appennino più alto, all’interno di alcune regioni (Basilicata, Toscana), mentre fra Venezia e Milano prevale il colore bruno di una conurbazione continua, senza più distinzione fra città e campagna. Nonostante ciò si comincia a costruire nei parchi regionali, vedi il caso a Pavia della Vernavola o, a Milano, il Parco Sud, e l’assessore alle Infrastrutture della Regione Lombardia (la più “deregolata”, con costi sociali enormi) propone una legge che consentirà di alzare capannoni industriali praticamente ovunque lungo strade e autostrade. Capannoni che sono già tanti e spesso vuoti, frutto di speculazioni cieche e fallite, pegni per le banche e così via. In spregio al paesaggio, all’agricoltura, alle future generazioni condannate alla bruttezza diffusa. «La bellezza è anche un fattore di coesione sociale», ha affermato il sindaco di Mantova, Brioni, al convegno di Roma. Chi sosterrà con forza nel centrosinistra questa bandiera?

[…]

E poi avrei dovutoparlare della periferia in cui si svolge questa storia. Un brutto palazzo di ferro e vetro in un quartiere di centri commerciali, che poi è il posto dove io vivo e vado a passeggiare. Perché da noi si passa il tempo a Cinecittà Due o al centro commerciale Anagnina, da Carrefour o Leroy Merlin, da Decathlon o Mondo Convenienza. E se lo dici agli intellettuali ti prendono per scemo.Quelli ti rispondono chele passeggiate si fanno per le strade di Roma, a Trastevere, al limite a Testaccio. Che si va in villa, quella che fu dei Borghese, dei Torlonia. Ma in questo pezzo di Roma da cui cerchiamo di scappare ci stanno a malapena un po'di marciapiedi. E l'unico parco è uno dei posti più inquinati d'Europa visto che è a ridosso dell’aeroporto di Ciampino. Qui diciamo che è ma fortuna averci Ikea con la sua temperatura ideale d’estate e d'inverno, l'aria condizionata che è più pulita di quella che ci arriva dalla finestra. E se ci vai col pupo ti danno anche il menù baby all'angolo del fast food. Io lì non ci ho avuto ancora il coraggio di mangiare. Forse perché mio figlio c'ha meno di un anno e non ho ancora la scusa per farlo.

E infatti l'argomento che non ho considerato è forse il più importante. È il pensiero che ha permesso lo sviluppo di questi palazzi, la simbiosi tra il mobile componibile pensato in Svezia e costruito in Cina a basso costo e l'operatore a cui hanno fatto credere di aver raggiunto un traguardo acquistando una nuova libreria con il basso stipendio consentito dal suo lavoro quasi cinese. Il pensiero che accosta e mescola nella borgata il menù baby al precariato. Il pensiero che fa pensare al panino da 50 centesimi come a un'opportunità e invece è una galera. È l’impossibilità di permettersi un pranzo migliore, mettere i librii suscaffale fatto dal falegname con il legno vero, passeggiare ,n una strada del centro o in un parco silenzioso.

[…]

“Super” è un prefisso connesso alle immagini di superiore, eccessivo, straordinario, eccezionale. Un connotato che può essere assunto da oggetti, persone, situazioni, ma anche da “luoghi”, determinati non solo spazialmente, anche idealmente.

Il prefisso «super» è infatti ascrivibile non tanto all’elemento topografico del luogo, quanto al suo valore simbolico. Questo capita, ad esempio, per conseguenza di un’azione che innova radicalmente uno stato di fatto, tramite una realizzazione architettonica di impatto, capace di inserirsi con identità e singolarità: è il caso, per esempio, della nuova Fiera di Milano, dell’Auditorium Parco della Musica a Roma, di Eden-Olympia descritta da Ballard in Super Cannes[1].

I superluoghi trovano il loro spazio ideale nei “territori della globalizzazione”, dove si spostano le “folle solitarie” raccontate da David Riesman già negli anni ’50 del secolo scorso [2]. Territori i cui confini si rivelano sempre più incerti, perdendo progressivamente senso: un aeroporto non è più solo una piattaforma intermodale per mondi lontani, ma diventa oggi porta di scambio quotidiano tra città distanti migliaia di chilometri, dov’è consentito intrattenersi in spazi condizionati e cablati, accedere all’acquisto di prodotti costosi, alla moda, “tipici”, particolari, o godere di una campagna di saldi di fine stagione; l’aereo diventa così un mezzo di mobilità pubblica come un treno suburbano e l’aeroporto una fermata del vasto sistema metropolitano transnazionale.

Queste nuove pratiche di scambio sociale, economico e culturale, tra le moltitudini che vivono e frequentano i superluoghi, si manifestano con le stesse modalità e con le medesime intensità con cui tradizionalmente il cittadino vive lo spazio pubblico della sua città, con la differenza che ad essere sovvertito è il concetto di “prossimità”. Esemplare a questo proposito è appunto l’impatto che le compagnie di volo low cost e gli aeroporti “minori” da esse utilizzati, stanno producendo: una rilevante ridefinizione di reti di città e di economie a scala continentale, che stravolgono gli assetti tradizionali e la potenza dei sistemi urbani consolidati, a favore di “reti minori” e di città “marginali”, innescando trasformazioni sostanziali dei tessuti urbani di contorno; trasformazioni spesso casuali o demandate a scelte di pianificazione prive di studi comparativi e critici, che nei casi di insuccesso determinano condizioni di degrado e periferizzazione.

La localizzazione delle grandi strutture di vendita - per fare un altro esempio - con rilevanti bacini d’utenza, è – come noto - la conseguenza della diffusione del modello di mobilità privata, fondato sull’uso incessante dell’automobile. L’accessibilità al consumo è anche qui strategica; i nodi infrastrutturali sono allora nuove centralità, che addensano progressivamente grandi sistemi monofunzionali disgregati e disgreganti rispetto alla città consolidata, la cui esistenza sembra diventare più un ostacolo allo sviluppo che un opportunità: una opposizione che disegna un paesaggio pulviscolare, frutto di una “esplosione” [3] dei fattori urbani, tendenzialmente segnato da percorrenze erratiche.

La caratteristica più distintiva del superluogo è dunque la sua capacità di dominare il territorio a cui appartiene, generando fenomeni di forte urbanizzazione, attraendo a sé masse e flussi. Una capacità che deriva dalla sua potenza simbolica, dal suo peso economico, dal suo ruolo nella società moderna. Ma anche dalla sua velocità d’azione e adattamento: il “just in time” dell’urbanistica, il “prêt-à-porter” dell’architettura, seguono pedissequamente il dinamismo del mercato, la vacuità delle “tendenze”, le esigenze di una mai completamente definita società contemporanea, e assieme sono il vettore che materialmente trasforma il territorio metropolitano. In estrema sintesi, si tratta di un modello di produzione urbanistica di “massa standardizzata”, flessibile nelle forme e nei contenuti, veloce nell’adattarsi ai nuovi paradigmi di consumo.

Guardando ai territori colonizzati da questi fatti, appare ormai evidente come queste “strutture di massa”, musei, aeroporti, grandi stazioni ferroviarie, centri commerciali di prima generazione (i contenitori scatolari prefabbricati), centri commerciali di seconda generazione (città miniaturizzate a tema, tipo outlet, città della moda, città dell’elettronica, dell’arredamento, parchi ludici ecc.), multisala cinematografici, sembrano accomunate da un denominatore: una sostanziale disattenzione alla qualità del progetto e una (apparente) casualità dell’iniziativa, che – molto spesso - non rispondono ad alcuna razionalità collettiva; ad alcun interesse generale.

Sembra cioè di poter certificare - in generale - l’insufficienza o l’assenza di un progetto complessivo che contenga e contestualizzi, normalizzandoli, gli impatti di questi ambiti. Sembra che il territorio e le città siano ridotti al ruolo di spettatori, piuttosto che di attori, di questa ridefinizione delle funzioni, delle relazioni di vita e al ridisegno del paesaggio in senso lato.

Rimane il fatto che la nostra civiltà, orientata su abitudini, stili di vita, comportamenti di consumo e produzione, di massa e globali, sembra non poter fare a meno dei superluoghi. E’ intorno a questa necessità che occorre capire come formulare gli strumenti adatti per il governo e la progettazione della città futura.

Si tratta dunque di governare il fenomeno “superluoghi”; qui sta la questione centrale che, sia la ricerca promossa dalla Provincia di Bologna, sia le pagine di questo libro affrontano, per tentare di rispondere ad alcune principali domande: i «superluoghi» sono nuova città? Come si possono progettare sinergie utili ad evitarne la periferizzazione? A quali tecniche progettuali ricorrere per ridurre il conflitto causato dalla complessità che li rappresenta, tutelando il paesaggio storico e naturale? La qualità architettonica fino a quale livello è capace di incidere sull’immagine di ambienti pensati e cercati dai fruitori per la loro specializzazione tematica e per la loro offerta funzionale?

Le risposte desumibili dai contributi più avanti argomentati, non sono univoche né semplici. L’eterogeneità delle riflessioni e degli spunti contenuti in questo volume, testimoniano questa complessità.

Se una sintesi è possibile, va certamente ricercata nella necessità di governo e di progetto che la fenomenologia che abbiamo chiamato superluoghi esige oggi, per impedire che si intensifichi un pericoloso antagonismo: quando la città rifiuta (ignora o sottovaluta) un dialogo con un fenomeno emergente e di vasta portata – i superluoghi – si espone ad una frattura difficilmente sanabile. Periferie, metropolizzazioni del territorio, sfrangiamenti urbani, quando non vere devastazioni del paesaggio, sono l’esito di questa rinuncia.

Per molto tempo si è cercato di non “contaminare” la città – quella storica in particolare – con funzioni e attrezzature presuntamente disarmoniche, conflittuali o “incongrue”, sospinte dal mercato, o dalle esigenze sociali moderne; paradossalmente – spesso – si è ottenuto il risultato opposto. Allontanare il problema, o peggio ignorarlo nella speranza che si perda nello sterminato territorio metropolitano, non ha contribuito a “salvare la città”. La contaminazione è avvenuta, il contagio si è diffuso alla grande velocità cui il nostro tempo ci ha abituati. L’esito è evidente e documentato anche nelle pagine di questo libro.

Si tratta ora di riprendere un dialogo interrotto, tra la città così come l’abbiamo conosciuta nel secolo scorso, e le nuove forme del suo sviluppo. Non per essere subalterni al mercato, né alle pressioni speculative, né tanto meno alla fluttuazione delle “tendenze”. Bisogna riprendere questo dialogo per rimettere al centro della questione territoriale e urbana il governo pubblico e il progetto di qualità, con nuovi tentativi capaci di riconiugare pianificazione di lunga durata e progettazione architettonica. Una attività di ricerca e sperimentazione che deve partire soprattutto dagli enti territoriali: Comuni, Province, Città Metropolitane e Regioni possono trovare in quest’ambito d’innovazione le ragioni per un nuovo protagonismo.

[1] Nel suo noto romanzo (Super Cannes, Feltrinelli, Milano, 2002) Ballard descrive con acuta chiarezza le caratteristiche di questi luoghi dell’eccesso, soffermandosi in particolare sui quartieri privati e non accessibili della residenza di lusso.

[2] Riesman D., La folla solitaria, Il Mulino, Bologna, 1956.

[3] Ci si riferisce alle note conseguenze del così detto sprawl; si veda in particolare AA.VV., L’esplosione della città, Compositori, Bologna, 2004.

Postilla

Il testo costituisce l’introduzione al catalogo “La civiltà dei superluoghi. Notizie dalla metropoli quotidiana”, Damiani, Bologna, 2007, pp. 6-9.

Il volume rappresenta l’esito bibliografico di una ricerca condotta dalla Provincia di Bologna i cui risultati sono illustrati in queste settimane a Bologna nel corso di numerose manifestazioni al cui programma si rimanda.

In eddyburg, che da sempre segnala la pericolosità e la pervasività dei fenomeni urbani e non, connessi al moltiplicarsi dei "non luoghi", sono presenti un’ampia documentazione sull’argomento e alcuni interventi critici sull’iniziativa bolognese che, per l’importanza dei temi trattati, merita senz’altro di essere ripresa in una discussione più allargata alla quale invitiamo tutti i lettori di eddyburg (m.p.g.)

Su Mall, un interessante (ed eccentrico) saggio sui "sub-luoghi" non incluso nel catalogo (f.b.)

La marcia su Chiaia come banco di prova. Come simbolo di una riscossa, che unisce tutta la città. Mancano 24 ore alla grande manifestazione organizzata dal comitato cittadino della prima Municipalità (partenza domani alle 11 da piazza dei Martiri) e la protesta del quartiere "elegante" catalizza l attenzione, la voglia di riscatto, la rabbia di decine e decine di associazioni cittadine, dal centro storico alla remota periferia. Sono movimenti diversi, con anime diverse. Ma confluiranno tutti in piazza dei Martiri. Ci sono comitati civici, ambientalisti, gruppi di pensionati, di consumatori, circoli culturali e associazioni di quartiere. Ieri sera i preparativi finali. E oggi volantinaggio fino all ultimo minuto.

«Napoli o si salva tutta o è perduta per intero - dice don Fulvio D Angelo, uomo simbolo della Secondigliano che si ribella - Si deve creare una rete tra le periferie e il centro. Il grido di allarme di Chiaia non può e non deve essere sottovalutato, perché è il grido della città che soffre. Ovviamente ogni quartiere hai i suoi problemi specifici, ma se ognuno lotta solo per sé si rischia l isolamento».

La solidarietà a Chiaia non arriva solo da Secondigliano. «Saremo a Chiaia - dicono da Soccavo-Pianura, dal Vomero e dal Centro Storico - perché siamo stanchi, perché da qualche parte bisogna cominciare. Proviamo a farlo da Chiaia, un quartiere in genere privilegiato. Se vinciamo la prima battaglia, magari alla fine vinceremo la guerra: gli obiettivi sono comuni». Per domani quindi si stanno organizzando diverse delegazioni di altri quartieri. «I problemi in città sono gli stessi da Chiaia al Vomero - dice Vincenzo Perrotta, Ascom-Vomero - perciò non possiamo mancare l appuntamento». «Stiamo cercando di contattare anche gli amici di Scampia», dice Stefania Martuscelli, di "Minerva Donne", che da quest estate ha messo in piedi un network di 102 associazioni e ora sta lavorando gomito a gomito con Giuseppe Marasco e Paolo Santanelli, gli organizzatori della marcia su Chiaia.

Il 10 novembre diventa il giorno del riscatto, su cui si catalizzano i più disparati punti di crisi cittadini. «Ci saranno per esempio anche i rappresentanti dei tassisti - dicono gli organizzatori - con la Fastaxi, presieduta da Salvatore Augusto». Una rabbia comune che si amplifica nella grande rete di Internet: sul blog http://noipernapoli. splinder. com si confrontano le voci di commercianti, consumatori, associazioni civiche. L emergenza e la voglia di legalità si allarga da Chiaia a tutta la città. «Siamo nati un anno fa - dice Antonio Di Dio, presidente del comitato Bagnoli Punto a Capo - Quando si parla di Bagnoli ora si pensa solo all arenile, dimenticando l intero quartiere. Il comitato cerca di risolvere i problemi di vita quotidiana, non eclatanti come la colmata a mare, e quindi poco considerati. Abbiamo però ottenuto una farmacia notturna, e presto avremo un ufficio postale». Associazioni e cittadini uniti, anche se c è chi alza la voce fuori dal coro. Sono i Comunisti Italiani del gruppo consiliare della I municipalità Chiaia-San Ferdinando: «La battaglia per la civiltà, quando si realizza in uno dei cosiddetti salotti della città, non può trasformarsi in uno scontro privato tra gli "alti borghesi" e i "briganti di strada"».

È tornato a Napoli dopo quasi cinquant’anni. Un tempo normalmente sufficiente a suturare o anche solo a lenire le ferite. E invece, niente. «La verità, caro Caracas, è una sola», scrive Ermanno Rea a pagina 141 di Napoli Ferrovia, il suo nuovo libro (Rizzoli, pagg. 357, euro 19), ed è che «io non sento di appartenere più a questa comunità. Tra noi, tra me e la città, è accaduto qualcosa di irrevocabile che rende impossibile ogni ipotesi di ritorno: sarebbe come votarmi a una tragica infelicità. Ormai io sono uno straniero, anzi un rinnegato che si è fatto straniero».

Napoli Ferrovia è il resoconto dello struggente tentativo di tornare non solo fugacemente nei luoghi abbandonati mezzo secolo prima. Un tentativo che mescola la città alla propria vita, i cui primi trent’anni furono in gran parte spesi in quel poligono austero e fatiscente che si chiude fra piazza Cavour, il quartiere Sanità e poi via Foria, piazza Principe Umberto e quindi la Duchesca e piazza Garibaldi. Qui, appunto, è la Ferrovia, un nome che nella toponomastica partenopea designa non tanto un luogo, ma una vasta conurbazione antropologica, che nei decenni ha cambiato la sua fisionomia e oggi è il cuore del grande melting pot mediterraneo, con le parlate napoletane che inseguono gli idiomi maghrebini e mediorientali.

Con Ermanno Rea parliamo di questo libro nella sua casa romana, a cento metri dalla Porta Angelica e dal Vaticano. Rea ha ottant’anni e i capelli candidi. Napoli Ferrovia chiude un ciclo che avvolge la sua geografia e la sua storia. Mistero napoletano (Einaudi, 1995) raccontava il suicidio di Francesca Spada, una giornalista dell’Unità di cui era stato amico, una donna che caricava sulle sue fragili spalle il peso di redimere gli ultimi. La dismissione (Rizzoli, 2002) narrava invece l’infrangersi del sogno di una Napoli operaia, raffigurato nello smantellamento dello stabilimento siderurgico dell’Italsider e nella storia personale di Vincenzo Buonocore addetto a smontare la fabbrica per venderne i pezzi alla Cina.

«Avevo in mente un personaggio letterario», racconta Rea, «quello di un super operaio che racchiudesse i simboli e le speranze di cui ci eravamo nutriti da giovani, immaginando un destino della città non necessariamente plebeo. L’ho trovato frequentando la mensa e il piazzale dell’Italsider e alla fine l’ho trovato e gli ho cambiato il nome. E ho potuto verificare che quell’idea non era campata in aria».

Nasce così anche Caracas. Il protagonista di Napoli Ferrovia cercava qualcuno che lo accompagnasse nella città oscura e minacciosa, e ha immaginato che questo qualcuno fosse uno straniero, un venezuelano convertito all’islam, "un integralista romantico" con un passato da naziskin, ammiratore di Yukio Mishima e anch’egli, come Francesca di Mistero napoletano, schierato dalla parte degli ultimi: «Scendo con lui nell’inferno, e lui me lo spiega, mostrandomelo così come lo vede con i suoi occhi: senza rancore per nessuno, disprezzo per nessuno, gelosia per nessuno». Caracas è un nome di fantasia dietro il quale si cela una persona reale, una persona che ha letto questo libro mano a mano che vedeva la luce e che ha avuto - come Rea racconta nelle ultime pagine del libro - una reazione di rigetto, sparendo in quel nulla nel quale era stato raccolto. Come per Mistero napoletano e per La dismissione, anche qui Rea incrocia l’universo letterario e la realtà, ma con una forte intensità nello stile, utilizzando l’autobiografia al pari di uno strumento che fortifica la facoltà di conoscenza e senza mai scivolare in una lingua sciatta.

Con Caracas, il protagonista (qui Rea mette in scena sé stesso e l’incarico ricevuto nel 2002 di presiedere il Premio Napoli) comincia a realizzare il progetto che ha preso forma dentro di lui diventando sempre più impellente mano a mano che si avvicinava il giorno in cui, ancora una volta, ma stavolta per sempre, avrebbe abbandonato la città: ritrovare le origini, i luoghi dell’infanzia, per capire che cosa abbia voluto dire per lui vivere e invecchiare. Alla figura di Caracas si sovrappone quella di un amico della Napoli di allora, lo scrittore Luigi Incoronato, che muore suicida nel 1962, attaccandosi al tubo del gas esattamente un anno dopo la Francesca di Mistero napoletano, entrambi nei giorni a ridosso di Pasqua. Scala a San Potito, il migliore dei suoi romanzi, un libro sconsolato, racconta di un giovane attratto da un sordido ospizio per poveri, luogo derelitto frequentato da uomini senza speranza. In quegli stanzoni aveva vissuto Giovanni, un suo amico, da poco scomparso. Al quale, una sera, si era rivolto con un’espressione: «Se mi capita di poter fare qualcosa per te, che ne dici?». In quella frase, scrive Rea, «a me pare riconoscere tutta intera la mia giovinezza, assieme a quella di Incoronato e non so di quanta altra gente che, come noi, considerava il prossimo suo, la società, non semplici astrazioni concettuali, ma insiemi di persone vere, in carne e ossa».

La Napoli alla fine degli anni Quaranta e per buona parte del decennio successivo è il luogo in cui, essendovi alloggiata la più imponente base americana del Mediterraneo, si vive il senso di separatezza che reca con sé la Guerra Fredda (di questo Rea ha parlato a lungo in Mistero napoletano). Ma è anche il luogo in cui si spezzano nella miseria del dopoguerra quelle reti che avevano consentito alla parte più debole della città di barcamenarsi. «Sai cosa facevamo, non dico tutti i giorni, ma spessissimo, due, tre volte a settimana?», domanda Rea a Caracas. «Andavamo nei vicoli più bui a predicare. Anzi no, non a predicare, ma a portare la speranza. La speranza nel vicolo. Non era mai successo. Dicevamo alla gente, al disoccupato, alla madre di sette figli, al ragazzo analfabeta: guardate gente che voi siete degli esseri umani, con gli stessi diritti e gli stessi doveri di tutti gli altri».

Quest’opera di apostolato sociale era poi finita in cenere. Il comunismo in cui quei giovani credevano si era rivelato una sanguinaria utopia. Ma quell’afflato continuava a pulsare, non poteva essere sistemato in un polveroso archivio della memoria. Ed è per capire cosa ne è rimasto che il protagonista di Napoli Ferrovia cerca un Caracas che lo accompagni a scoprire quanto di quelle speranze, sotto le quali sono rimasti schiacciati Francesca e Luigi, sopravviva nei vicoli incrostati di vecchia e nuova sofferenza.

Ma l’esito non può che essere una nuova fuga. La Napoli contemporanea imbarbarisce a vista d’occhio, annota Rea. E lui non sopporta più «i sorrisi molli della gente» di fronte al degrado. Maledice la tolleranza che si manifesta verso l’arbitrio lungo tutta la scala gerarchica, dal basso fino ai luoghi del potere. «Come è successo che questo germe, questa malattia della tolleranza è penetrata dentro di noi fino a condizionare la nostra stessa antropologia?». La sua requisitoria si specchia, pur non collimando, in quella di un altro scrittore disincantato, Luigi Compagnone, che declinava verso l’invettiva disperata, condensata nel titolo di un libro: «Odio Napoli». Che era un modo diverso, aggiunge Rea, per gridare: «Amo Napoli».

«Il cosiddetto rinascimento napoletano è stato una fonte di equivoci a non finire», dice ora Rea guardando un punto fisso nella parete di fronte a lui. «Sarebbe stato necessario orientare la città verso un impegno collettivo nel senso di un recupero della legalità. Ma invece di rivoltarla come un calzino, Napoli è stata oggetto di rassicurazione». Rea ci ha provato finché ha diretto il Premio Napoli, ha organizzato questionari sulla legalità, ha allestito circoli di lettura, uno dei quali nel carcere di Secondigliano. Ma un giorno, dopo aver tentato di medicare la ferita che cinquant’anni prima lo aveva indotto a fuggire, ha finito di scrivere la lettera di dimissioni che aveva iniziato chissà quante volte. E l’ha spedita.

ROMA — Alberto Asor Rosa la chiama «crisi di un sistema ». Cioè della catena economico- elettorale che per decenni ha saldato, nella Toscana guidata dalla sinistra, i vertici politici alla base nel nome dello sviluppo del territorio. Ora si è aperta una frattura. Sempre Asor Rosa: «C'erano le scelte degli amministratori. E intorno a quei progetti si coagulavano inevitabilmente molti interessi. Ma si garantiva una certa vivibilità. Ora c'è la nuova economia. Che ha un prezzo inaccettabile, un territorio non più salvaguardato com'era tradizione». Insomma la Toscana Infelix, l'ha definita tempo fa lo stesso Asor Rosa.

Ed ecco la frattura. Da una parte le giunte di centrosinistra, da quella regionale fino alle tante comunali, impegnate in uno «sviluppo» senza precedenti visto come motore di nuova occupazione. Dall'altra la «Rete toscana dei comitati per la difesa del territorio » che domani, sabato, si riunirà a Firenze alle 10 al teatro dell'Affratellamento in via Gian Paolo Orsini. Presiederà Asor Rosa, paladino della battaglia per la salvaguardia di Monticchiello, e che ora pilota una galassia di 162 comitati. Si difende di tutto: dalle piazze storiche in pericolo (Fucecchio, Prato, Fiesole) al territorio interessato dall'ampliamento dell'aeroporto di Ampugnano passando alla lotta contro gli insediamenti da 12.000 metri cubi a Casole D'Elsa per arrivare a chi si oppone alla trasformazione dell'antico borgo di Castelfafi in un resort di lusso da parte di una multinazionale tedesca. Qualcuno ha già tirato in ballo un parallelo con i Girotondi.

Vento di destra? Paolo Baldeschi, docente di Urbanistica a Firenze, relatore del documento politico, sorride: «Sono e resterò un uomo di sinistra. Ma la regione Toscana non fa quel che dice. Qui siamo pieni di buone intenzioni: la legge di governo del territorio, il piano di indirizzo territoriale... ma mancano i controlli e così molti comuni agiscono nella piena illegalità. L'unica via è il ricorso al Tar o alla Procura. E questo è tragico. Gli oneri di urbanizzazione possono essere impiegati anche nella spesa corrente. E così i comuni diventano "drogati di edilizia". Massacrando un territorio irripetibile, come quello toscano, un patrimonio dell'umanità ».

Claudio Greppi, architetto e urbanista, docente di Geografia a Siena realizza la mappa delle emergenze: «Ho sempre navigato nei mari della sinistra, il Pci non mi tesserò perché ero "eretico"... Ma qui l'ideologia non c'entra. Se a San Casciano Val Di Pesa il Comune pensa di concedere il permesso di edificazione di un megacapannone coperto di ben tre ettari per la costruzione di camper, significa che il calo di cultura di gestione del territorio è drammatico. La legge regionale del 1995 concesse piena autonomia ai Comuni. Che ora agiscono senza controlli». Della vicenda di Casole Val D'Elsa ( www.casolenostra.org), un complesso da 12.000 metri cubi per 16 palazzine bloccato dalla procura di Siena cinque mesi fa dopo l'emissione di 17 avvisi di garanzia, si occupa il fisico Roberto D'Autilia, ex elettore Pci e ora Ds: «Hanno anche disboscato un ettaro di terreno, la Forestale ha spedito una multa da 100 mila euro. Le giunte Ds della cittadina hanno permesso un insediamento mostruoso. Un tempo la sinistra regalava alla politica i Ranuccio Bianchi Bandinelli che mai avrebbe messo mano al territorio. Oggi genera solo piccoli politici, facili prede di pescicani e speculatori». Nel gruppone c'è anche un ex consigliere comunale Pci di Fiesole, Cosimo Mazzoni, avvocato e docente di Diritto civile a Siena. Che ora presiede il Comitato per Fiesole (www.comitatoperfiesole. org), ostile al parcheggio sotterraneo a piazza Mercatale voluto dalla giunta di centrosinistra «e ai sei cantieri spalancati nel centro storico. Nel nostro fascicolo lo abbiamo chiamato "lo sviluppo insostenibile"».

Insomma, altro che vento di destra. Infatti lo «scisma» allarma la sinistra toscana al governo. Molti Comitati si sono trasformati in liste civiche alle elezioni amministrative. Come ha raccontato Violante Pallavicino, coordinatrice delle politiche dell'informazione dei Comitati, in un articolo sul sito http://eddyburg.it i risultati sono stati sorprendenti: «13% alla lista di Pistoia, 27% a Monterotondo Marittimo, 20% a Rignano sull'Arno, 6% a Regello ». Il fenomeno è in espansione. I Comitati toscani hanno già dato vita all'appello «Salviamo l'Italia» (firmato da Andrea Zanzotto, Andrea Camilleri, Mario Rigoni Stern). Un modo per far compiere un «salto nazionale» all'iniziativa » La Toscana, insomma, fa scuola. Infatti anche le Marche si stanno organizzando con una rete analoga (col supporto dell'attivissimo Comitato per la Bellezza di Vittorio Emiliani) e tra gli animatori ci sarebbe l'ex presidente della Cassazione Ferdinando Zucconi Galli Fonseca. Il presidente della regione Toscana, il ds Claudio Martini, ha assicurato ad Asor Rosa una replica al documento politico che verrà votato sabato. Lo scisma rientrerà davanti a un tavolo di consultazione sul territorio toscano?

Più di cento nuovi bed & breakfast in un anno, una cinquantina di affittacamere e una ventina di alberghi. Praticamente un’insegna in ogni calle, in ogni campo, in ogni corte. Un’esplosione di posti letto che in sei anni è aumentata quasi del 40 per cento, in particolare nel segmento del B&B che dal 2001 alla fine del 2006 conta la bellezza di 459 nuove aperture.

La situazione incontrollata è ormai sotto gli occhi di tutti: alberghi a molte stelle, alberghi così e così, pensioni, pensioncine, appartamenti in affitto, stanze per una notte. Il mercato della ricettività non conosce limiti e ovunque ci sia uno spazio libero ecco che spunta un hotel.

Dal 2001 al 2006 hanno aperto la bellezza di 66 alberghi contro i 12 che hanno chiuso con un saldo di 54 nuovi hotel. A questi vanno aggiunti gli altri 55 che sono stati inaugurati in provincia (saldo tra i 136 che hanno aperto e gli 81 che hanno cessato l’attività).

«Il fenomeno alberghiero è aumentato ma non di tantissimo - spiega il presidente dell’Associazione veneziana albergatori, Franco Maschietto - se si esclude l’Hilton le altre sono strutture da quaranta-cinquanta posti. Il problema sono soprattutto gli appartamenti che vengono dati ai turisti, ma non solo in centro storico. Il fenomeno ormai va da qui a Bassano».

Decisamente più intensa l’attività degli affittacamere: 336 nuove aperture nell’ultimo lustro, solo 19 le chiusure per un saldo di 317. Il record spetta al 2001, con 87 aperture. Un’esagerazione anche in provincia dal 2001 al 2006: 409 inaugurazioni, 25 chiusure con un saldo di 384.

Il capitolo bed & breakfast conosce numeri ancor maggiori: 459 abitazioni sono state trasformate in B&B nell’arco degli ultimi sei anni, di cui 119 l’anno scorso. Calcolando che nello stesso periodo ne sono stati chiusi 122, al netto ne restano 337. Bed & breakfast dirompenti anche in provincia con un netto di 465 nuove aperture.

«Ormai l’offerta è pazzesca - dice il presidente dell’Associazione veneziana albergatori, Franco Maschietto - e non esiste nessun limite alle licenze che possono essere date. Non abbiamo uno strumento giuridico per bloccare questa situazione che sta diventando pesante per tutti. E non parlo solo come albergatore ma anche come veneziano, alla luce di tutti quegli immobili che si stanno svuotando uno dopo l’altro e che, prima o poi, fatalmente sembrano destinati a diventare alberghi». Le conseguenze sono che chiunque può aprire quello che vuole e quello che tutti vogliono è aprire un albergo, un alberghetto, un albergone, un bed & breakfast, un appartamento da affittare, e così i palazzi si svuotano delle funzioni vitali per la città riempiendosi di turisti. «Tutti questi contenitori vuoti sono scelte a livello politico» continua il presidente degli albergatori.

I dati di questa tendenza sono sotto gli occhi di tutti. Dal Duemila a oggi, i posti letto del centro storico sono aumentati quasi del 40 per cento. Seimila posti che si sono aggiunti ai 16 mila di sette anni fa per un totale di 22 mila posti. Un immenso dormitorio dove ogni tre metri c’è un’insegna più o mena bella, a poche o tante stelle, che offre ospitalità ai viistatori.

Di questi 22 mila posti 18 mila fanno parte del settore alberghiero e 5 mila dell’extralberghiero. Le previsioni per domani sono tutt’altro che incoraggianti. Altri palazzoni si stanno liberando e sembrano destinati a trasformarsi in altri hotel.

Chissà perché. Su eddyburg trovate le risposte. Magari tra gli scritti di Luigi Scano.

Egregio dottor Penati, noi alunni della 3a C della scuola media Verdi di Corsico abbiamo appreso delle intenzioni di diversi Comuni e della Provincia di ampliare gli insediamenti del Parco Sud. Noi ragazzi proveniamo sia da Corsico che da Buccinasco. L’area di Corsico è ormai quasi completamente urbanizzata, a Buccinasco ci sono ancora spazi abbastanza ampi destinati all’agricoltura, con belle cascine e borghi ricchi di storia.

Ampliare ulteriormente l’area urbana milanese ci sembra poco saggio considerando che, come ci dicono le statistiche, a Milano e dintorni si respira la peggiore aria d’Europa e una delle peggiori al mondo. Abbiamo studiato durante le ore di geografia che la riduzione dei suoli agricoli sarà uno dei più gravi problemi che l’umanità dovrà affrontare in futuro assieme alla carenza di acqua potabile. Questo patrimonio si sta perdendo. Per noi è un piacere ritrovarci, con pochi chilometri di bicicletta, in aperta campagna, a volte sembra un sogno. Voi governanti dovreste pensare più spesso a noi ragazzi e al nostro futuro. Le chiediamo di avere un po’ di coraggio e lasciarci in eredità un campo di grano e di riso, la bellezza e l’armonia della natura.

Nota: tra i vari esempi di forte ridimensionamento della greenbelt metropolitana nel Parco Sud Milano, su queste pagine si è descritto con qualche particolare quello del CERBA ; all'indifferenza dell'amministrazione comunale milanese, in linea col resto d'Italia, per l'ambiente e un'idea di città non coincidente con la valorizzazione immobiliare, è dedicato anche l'ultimo Eddytoriale (f.b.)

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