Una vampata di violenza, per alcuni giorni, ha investito la banlieue parigina. In modo più delimitato, rispetto a due anni fa, quando si era rapidamente propagata intorno a Parigi e in altre città francesi. Per molte settimane. Questa volta, invece, si è concentrata a Villiers-le-Bel. A Nord della capitale. Contagiando solo la vicina Saint-Denis, teatro di battaglia nel 2005. Inoltre, gli incidenti sembrano essere finiti abbastanza in fretta. Tuttavia, due notti di violenze hanno provocato, tra le forze di polizia, oltre 120 feriti, alcuni gravi. Ovvero: più o meno quanti in tre settimane di scontri due anni fa. Secondo il governo francese, si tratta di delinquenza giovanile organizzata, che ha “sfruttato” un episodio tragico (la morte di due ragazzi in moto, in seguito allo scontro con un’auto della polizia) per scatenare la guerriglia.
Insomma: racaille. Teppaglia, feccia… La definizione usata da Sarkozy, all’epoca degli scontri di due anni fa. Quand’era ministro degli Interni. Tuttavia, se si trattasse “solo” di delinquenza comune, un sistema di polizia efficiente, come quello francese, un Presidente determinato, come Sarkozy, avrebbero contrastato il ripetersi di esplosioni violente, in tempi tanto ravvicinati, negli stessi luoghi. A Villiers-le-Ville, Saint Denis e nella banlieue parigina. Dove comportamenti violenti si ripetono con disarmante e straordinaria regolarità. Se ciò non è avvenuto, probabilmente, è perché questa violenza non nasce nel vuoto. Rischiando la banalizzazione sociologica di alcune letture sociologiche (o sedicenti tali) degli anni Settanta: questa violenza è “anche” figlia del contesto in cui esplode. Banlieues degradate, ad alta concentrazione etnica. Strade e piazze difficili da attraversare, per chi non vive nella zona. (E anche per chi ci vive).Tassi di disoccupazione giovanile elevati. Relazioni intergenerazionali difficili. Genitori che non riescono più a esercitare l’antica autorità sui figli. Un’architettura che denuncia “estraneità”. Dello Stato, delle istituzioni. Questi quartieri, queste città periferiche “producono” tipi sociali violenti e marginali. Un Paese, come la Francia, ostile alla sola idea di “comunitarismo”, intesa come modello di integrazione fondato sulla comune appartenenza religiosa, nazionale, etnica, oggi affronta una situazione peggiore. Alla periferia delle città e nelle città periferiche, emerge, infatti, un “comunitarismo” senza “comunità”. Favorito da “aggregati etnici” (non previsti) che hanno perduto i legami (e le capacità di controllo) di una comunità.
Se pensiamo a noi, è forte la tentazione di chiamarsi fuori. Non siamo la Francia. L’Italia è una terra di città piccole e medie. Con rare eccezioni. Un “Paese di compaesani”, come l’ha definito il sociologo Paolo Segatti. Che ancora non si è rassegnato al flusso, massiccio, degli “stranieri”. E vorrebbe lasciarli fuori. Alle porte della città. Come a Cittadella e in altri comuni veneti, dove, per scoraggiare il flusso dei poveracci, i sindaci hanno emesso un’ordinanza che vincola la concessione agli stranieri della residenza ad alcuni requisiti. Fra cui un reddito minimo intorno ai 500 euro mensili. (Se applicato ai residenti, produrrebbe l’espulsione di numerosi pensionati).
L’Italia non è la Francia. Ma si sta avviando lungo un cammino altrettanto rischioso. Perché si sta trasformando, in modo inconsapevole, in una periferia infinita. Che produce sradicamento, indebolisce il controllo sociale, non contrasta la diffusione di comportamenti violenti.
Nelle nostre metropoli, d’altronde, emergono, da tempo, lacerazioni visibili. A Milano. La “rivolta” del quartiere cinese. Il moltiplicarsi di episodi di ordinaria violenza, nelle periferie, che hanno indotto la sindaca Moratti a promuovere una marcia popolare, per rivendicare maggiore attenzione dal governo. (Come se, durante gli anni precedenti, quando essa stessa sedeva al governo, il problema non esistesse).
A Roma. Dove alcuni eventi drammatici (ultimo: la tragica aggressione di una donna, a opera di un rom) hanno fatto esplodere il malessere delle zone suburbane. Ulteriormente degradate a causa del flusso costante di nuovi immigrati dall’est europeo. Ammassati in baracche provvisorie.
A Napoli. Dove la lunga scia di violenza è, riduttivamente, ricondotta alla “camorra”. Mentre riassume i percorsi di “normale devianza”, che attraversano alcuni quartieri marginali. Come Scampia: raccontata, con rara efficacia, da Roberto Saviano insieme ad altri autori, in un libro antecedente al fortunatissimo “Gomorra” (“Napoli comincia a Scampia”, L’Ancora del Mediterraneo, 2005).
Ma segnali di decomposizione si avvertono anche – soprattutto - nell’Italia minore. Nella provincia “dove si vive bene”. Non è un caso che la “crescita della criminalità” sia avvertita soprattutto nelle regioni del Centro (62%; media nazionale 51%: indagine Demos per UniPolis, novembre 2007) e nei comuni medio-piccoli (56%). Indipendentemente dall’effettivo andamento del fenomeno (che le statistiche considerano in calo). Il fatto è che molti, troppi borghi, molte, troppe piccole città si stanno svuotando. Ridotte a grandi supermarket. Parchi giochi. Musei. Oppure, come abbiamo osservato qualche settimana fa, in “cittadelle universitarie”. Abitate da - anzi, affittate a - studenti. Mentre gli abitanti si sono trasferiti all’esterno. Creando periferie ricche. Ma pur sempre periferie. Aggregati senza centro. Con scarse relazioni. Cariche di edifici affollati. Oppure costellate da villette pregevoli e cascinali ristrutturati. Una umanità che perde l’abitudine alle relazioni; e il “controllo” sul territorio. Il Nord “padano” e “pedemontano”, da parte sua, questa strada l’ha già intrapresa da tempo. E’ divenuto una metropoli inconsapevole. Che incorpora una miriade di piccoli comuni. Perduti in un viluppo di strade, punteggiato di rotonde impossibili da attraversare a piedi; mentre chi passa in bici corre un rischio mortale. Anche perché, in Italia, il tasso di automobili è il più alto d’Europa: quasi 6 ogni 10 abitanti. La provincia tranquilla e quieta del Nord. Una galassia puntiforme. Una specie di Los Angeles involontaria. Dove maturano piccoli omicidi, inattesi e feroci. Dove la “comunità” ha perso ogni controllo sulla società e sulle persone. Perché si è decomposta. Né possono surrogarla pallide caricature, come le “ronde” padane. Riescono solamente ad accrescerne la nostalgia.
Difficile riconoscere il paesaggio intorno a noi. E’ cambiato troppo in troppo poco tempo. Edificato, impersonale e desocializzato. Dove, per rispondere al malessere che si respira, le persone si chiudono dentro casa. E gli amministratori erigono nuove mura, visibili e invisibili, intorno alle città. Ma anche dentro alle città.
Incapaci di “riconoscere” i problemi, ma anche i propri meriti. Preferendo negarli, per opportunismo. Pensiamo, ad esempio, alle città del Nordest. Le aree che, come dimostrano le statistiche della Caritas e del Cnel, garantiscono livelli di integrazione degli immigrati fra i più elevati in Italia. Ebbene, preferiscono negarlo. Si presentano per quel che “non” sono: inospitali. E rifiutano, anzitutto, di proporsi come un “buon modello” di accoglienza. Fondato sul lavoro, sull’offerta di servizi, espressa dalle associazioni del mondo economico e dal volontariato. Meglio immaginare il Nord Est come il Far West degli sceriffi. Pronti a spingere la racaille fuori dalle mura della “cittadella” assediata.
E vero, non siamo la Francia, dove le banlieues critiche si concentrano intorno ad alcune metropoli. Nell’Italia del nostro tempo, invece, la periferia dilaga ovunque. Come una metastasi. Alimentata da logiche immobiliari e immobiliariste; da mille paure. Che la politica si limita a inseguire e ad assecondare. La nostra banlieue infinita non ha un aspetto cupo. Piuttosto: “grigio”. Un reticolo di quartieri residenziali. Cresciuti, in modo disordinato, intorno a un “centro storico”, bello e inabitato. La nostra periferia infinita. Non trasmette identità. Non promuove relazioni. Non comunica regole. Non plasma uno spirito “estetico”, tanto meno “etico”. Al più: un individuo “mimetico”. E insicuro.
Nel vasto altopiano vuoto della sociologia che si specializza sempre più nei dettagli e sembra aver perduto uno sguardo d’insieme (un fenomeno altrettanto evidente negli Stati Uniti come in Italia) sembra toccare ai giornalisti il compito di dare notizie sul paesaggio cambiato.
Outlet Italia. Viaggio nel paese in svendita, il nuovo libro di Aldo Cazzullo (Rizzoli, pp. 289, euro 16), è nato dal doppio sguardo di un giornalista colto che sa dedicarsi bene a un grande evento o a un minuto dettaglio, specialmente quando l’evento o il dettaglio hanno a che fare con la vita politica del momento. Ma continua a guardare intorno, nel paesaggio italiano e a vedere l’insieme. Quell’insieme lo intriga perché Cazzullo nota cambiamenti clamorosi.
Vede nascere in questo Paese, da un capo all’altro della penisola, una nuova religione. Vede un immenso pellegrinaggio verso e attraverso megacattedrali, si rende conto che, come in tutti i culti, ciascuno è da solo e ciascuno è raggiunto da solo dai messaggi del culto, anche se in apparenza la folla dei pellegrinaggi appare composta di orde (i più giovani) e da intere famiglie, con vecchi al seguito. Finora soltanto un narratore - Niccolò Ammaniti - aveva dedicato pagine che sono un vero e proprio documento, una sorta di film verità, alla vita-pellegrinaggio negli outlet italiani.
Nel romanzo Ti prendo e ti porto via prima, scortati e confortati anche da materiale documentario come Bowling at Columbine (il primo successo internazionale Di Michael Moore) avevamo pensato agli outlet come a immense stazioni di conforto nel mezzo delle praterie americane, ovvero in un mondo senza città, senza piazze, senza luoghi destinati nei secoli all’incontro in pubblico.
Cazzullo, con la sua dettagliata Esplorazione del fenomeno«outlet» in un territorio percorso e ripercorso dalla storia, fittamente popolato di piazze e di chiese, lungo catene quasi ininterrotte di piccole città con tante e profonde radici locali di tradizione e persino codici di comportamento sempre osservati, sempre rimbalzati tra le generazioni, dimostra al lettore che sciami di astronavi «outlet» si sono posate dovunque in Italia, larghi, solidi, chiusi, estranei alla storia, impermeabili (indifferenti) a qualunque cultura perché portano una cultura propria e diventa capace di travolgere, o meglio di cancellare tutto il prima.
Uno strano futuro è già cominciato. Ma, prima di tutto, che cosa è un outlet, che cosa ci fa in Italia, e perché è importante parlarne? Tecnicamente la parola outlet - che si potrebbe tradurre «fuori» o «altrove» - è diventata consueta negli Stati Uniti per indicare una combinazione virtuosa tra costo del terreno e dell’edificio,dislocazione lontana e inizialmente senza valore, del luogo in cui sorge l’emporio, la vastità della costruzione che consente, a costi bassi, di ospitare un numero altissimo di punti di vendita - o boutique - la disponibilità di parcheggi quasi senza limiti, e in molti casi il funzionamento di «navette» che facilitano l’accesso a giovanissimi e anziani, producendo una inedita, sconfinata potenzialità quanto al numero di visitatori, dunque di acquirenti.
Tutto è nato da una fuga delle imprese commerciali dalle città, dai costi di nuovi insediamenti metropolitani, sempre più inaccessibili, dalla ricerca di ampi e diversificati luoghi di vendita. L’origine degli outlet è dunque una ribellione tipicamente americana a situazioni apparentemente immutabili.
Ogni area urbana americana aveva da decenni le sue zone di vendita tipo supermercato, ipermercato e «department store» (grandi magazzini) definitivamente insediati, definitivamente al riparo da sfide e concorrenze nello stesso ambito urbano. Chi ha seguito il fenomeno dalla nascita di questi centri di megavendite ricorda che il primo «outlet» della vita commerciale americana - dunque del mondo - è stato il «Disney World» di Orlando, in Florida, una sgargiante, luminosa città del futuro costruita su terreni paludosi rifiutati, nonostante la rimozione di ogni limite o regola perle costruzioni, da qualunque acquirente (quel terreno non poteva avere neppure una destinazione agricola) e prescelta per il vasto progetto della Disney a causa della irrilevanza del costo del terreno e della offerta dello Stato della Florida di provvedere gratuitamente a tutti i collegamenti delle nuove strutture con le reti necessarie. «Disney World » di Orlando è stata una scossa per due settori chiave della economia americana: costruzioni e commercio. La rivelazione ha rovesciato il celebre detto del mondo immobiliare americano secondo cui i tre requisiti indispensabili di una costruzione di valore sono «location, location, location».
La rivelazione è stata: la location (il luogo) non conta più. Non solo. Ma la lontananza isolata e selvaggia e decisamente fuori mano diventava una attrazione in più, anzi l’attrazione principale: andare altrove, una sorta di avventuroso «out of the borders», fuori dai confini, di cui parlavano tante canzoni americane.
«L’altrove» che ha consacrato il successo degli outlet americani interpretati come una sorta di «gita a Chiasso»si è rapidamente trapiantato nel paesaggio italiano così profondamente diverso, dove un piccolo centro storico e con chiesa d’autore, mura romane e ruderi del castello, è a poca distanza da qualche intatto capolavoro della storia.
Tutto ciò dimostra che il viaggio di esplorazione di Aldo Cazzullo nella vita a avventure degli outlet italiani è una impresa assai più delicata, complessa e necessaria di un viaggio negli outlet americani. Là il vuoto, anche fisico, poggia sul vuoto storico e sul vuoto del territorio. Nel senso che una curiosa civiltà evanescente fatta di una massa di oggetti e nessun disegno, progetto o destinazione occupa vasti spazi di lande altrimenti abbandonate.
Al contrario una Italia affollata di storia, la storia delle città, dei rapporti, dei riti, delle celebrazioni, delle processioni, dei palii, dei santi protettori, vede depositarsi sulle sue radure tutt’altro che vuote i dischi volanti dei nuovi «outlet » carichi di oggetti da vendere già disponibili ovunque, salvo il prezzo che è, certo, conveniente ma non ha alcun rapporto con la necessità.
Qui torna utile una importante intuizione dell’esploratore Cazzullo negli outlet italiani: l’attrazione più grande non è la «la gita a Chiasso» (nella felice espressione di Arbasino anni Sessanta) ma l’esatto contrario: l’ingresso in una materializzazione fisica della televisione, spot e programmi.
Qui il senso di appartenenza non è dato dalla presenza dei divi o delle celebrità, ma dalla identificazione del territorio. È come nel gioco magico e fantasioso raccontato da Woody Allen La rosa purpurea del Cairo. Con una differenza importante: lo schermo del cinema è un mondo esotico, avventuroso, lontano, lo «outlet» è il passaggio di frontiera dal fuori al dentro del più domestico degli oggetti, lo schermo della televisione di casa. Là dentro sei più a casa che a casa. Sei nel territorio giusto in cui riconosci ogni oggetto, e ogni dettaglio. Quella immensità di oggetti in offerta ti appare familiare e quotidiana. Ma è davvero un’Italia in «svendita» (come dice il sottotitolo del libro di Cazzullo) quella dei vasti outlet affollata in cui si celebra, per numeri molto alti di cittadini, una «festa fredda» che da l’impressione (l’illusione) di essere senza fine? Forse è - piuttosto - uno strano museo di scienze naturali, in cui vengono esposti (ovvero si autoespongono) i cittadini tipo di un paese senza passioni, senza ideali comuni, senza un interesse che leghi tutti (una volta si diceva «interesse nazionale ») tranne un intenso,meticoloso, infaticabile acquisto di beni di consumo. Del resto, non viene detto anche da autorevoli voci politiche che«dobbiamo aumentare i consumi?» e il totem del Pil (il mitico prodotto interno lordo, non è il grande misuratore della nostra collettiva volontà di comprare ciò che la nostra volontà di comprare induce a produrre?
Dunque Aldo Cazzullo, nel suo libro documento che occupa, con la esplorazione giornalistica, lo spazio della scienza sociologica d’altri tempi ci porta in visita nella sala macchine del più strano strumento mobile della nostra età. Non arriva, non parte, non promette o permette alcuna avventura.
Produce una grande simulazione di sentimenti, entusiasmi, passioni, ideali, persino gioia, tutti antichi tratti umani che non esistono più in natura. Non negli outlet, immense piazzole di sosta di una civiltà interrotta.
Come probabilmente i lettori abituali di eddyburg avranno notato, molti dei temi toccati da Furio Colombo, e che evidentemente appaiono inediti a parte della cultura e del giornalismo italiano, sono da alcuni anni ricorrente oggetto di attenzione per questo sito. Vorrei qui sottolineare però come questa “scoperta giornalistica” del territorio del commercio e dell’intrattenimento, del suo successo in terra italiana anche in quanto spazio moderno di interazione sociale, abbia ahimè ancora un limite forse ineliminabile nell’essere a sua volta fenomeno di moda e costume. Non è un caso forse, se in rapidissima successione sono stati pubblicati oltre al fortunato libro di Cazzullo, anche quella specie di autobiografia “anticomunista” del patron Esselunga Bernardo Caprotti (Falce & Carrello), il più sistematico e storico La Spesa è Uguale per Tutti di Emanuela Scarpellini, e più di recente Autogrill. Una storia italiana, di Simone Colafranceschi.
Il fatto è che gli spazi del commercio e dell’intrattenimento sono sempre più la punta di un iceberg di una domanda sociale di modernità, e relativi ambienti, a cui pare proprio che il settore pubblico non voglia dare alcuna risposta. Da un lato delegando appunto gli operatori commercial-immobiliari a sostituire le piazze (pubbliche) coi propri complessi (certo collettivi, ma per definizione privati), dall’altro non percependo più come centrale la stessa idea di spazio pubblico. Come dimostrano ad esempio la scarsa sensibilità di quasi tutte le parti politiche in generale ai temi dello sprawl, o il tentativo ancora in corso di privatizzare le aree a standard, sposando la linea secondo cui si tratterebbe di “superfici inutilizzabili” in quanto non destinate allo sfruttamento edilizio, a quanto pare per alcuni unica funzione legittima dello spazio urbano.
In definitiva: ambienti del commercio o meno, pare impossibile tentare di capire il rapporto fra spazio, società, immaginario, se non si usa un approccio meno settoriale, proprio tentando di recuperare nel suo insieme quella “idea di città” che certo improvvisato azzonamento culturale vorrebbe farci perdere (f.b.)
Alleluia. Dopo 36 anni la città di Monza ha un nuovo Piano Regolatore (l'ultimo, il Piccinato, risale al 1971). Tra l'altro votato all'unanimità, un dato eclatante, anzi un vero primato, visto l'andazzo italiano dove, sugli strumenti urbanistici di solito le giunte si sfasciano. E' anche il primo Piano di Governo del territorio approvato in una grande città lombarda. Il segnale che il consiglio comunale ha portato a casa un risultato importante per la città e dove maggioranza e opposizione, benché con motivazioni diverse e in qualche caso con fatica, hanno voluto dimostrare grande responsabilità (accordo su 490 osservazioni contro le 530 presentate).
Un impegno che il sindaco Marco Mariani ha voluto rispettare così come il suo assessore, quel Paolo Romani tanto vituperato, che ha saputo accettare il tavolo tecnico, dove le forze politiche si sono confrontate in un clima di "buona politica" come affermato da molti, e che, con correttezza, ha dovuto "ingoiare il rospo" portando in aula e approvandolo, un piano che non condivide.
Mentre al centrosinistra va il merito di aver realizzato il nuovo Piano di Governo del territorio secondo principi di equità, che ha ottenuto riconoscimenti anche all'estero per alcune soluzioni innovative. Va riconosciuto all'opposizione anche la decisione di rimanere in aula fino all'ultimo voto, al contrario di quanto era accaduto durante la giunta precedente, dove l'allora maggioranza si era trovata sola ad approvare il documento urbanistico con l'opposizione di centrodestra fuori dall'aula.
Ma le buone notizie finiscono qui. Perché la guerra è già stata dichiarata. Se per il centrosinistra la vittoria è evidente, perché ha portato a casa un Piano su cui ha investito sudore e passione, è anche vero che il centrodestra ha, solo in apparenza, perso una battaglia di principio. Insomma una vittoria di Pirro. Benché il centrosinistra sorrida per il fatto che, per la prima volta, con il Pgt, la Cascinazza sia stata definita, una volta per tutte, area agricola.
Paolo Romani ha già messo in chiaro la situazione: : «E' stata una scelta politicamente difficile, - ha esordito il responsabile dell'Urbanistica - un rospo che abbiamo ingoiato, un obbligo di legge. Ma non ci fermiamo qui. Perché entro un anno sarà pronta la variante che coinvolgerà alcune delle aree strategiche della città stralciate dal Pgt (tra cui Cascinazza ndr). Per noi questo Pgt è troppo rigido, troppo vincolistico non permette quella flessibilità che invece è il principio di base della legge regionale 12. Il documento approvato è un primo passo, un punto fermo da cui partire per il governo del territorio. Noi comunque non intendiamo scaricare cemento su Monza. Valuteremo con gli operatori interventi che portino soluzioni utili alla città restando all'interno dei 4 milioni e mezzo di metri cubi previsti dal Piano» .
E di questi metri cubi un piccolo assaggio è emerso subito in aula dove l'ex sindaco Michele Faglia ha puntato il dito su 40 modifiche già inserite nel Pgt nel giro di soli 60 giorni e di cui «non si capiscono né i criteri con cui sono state accettate - ha affermato Faglia- né dove stia l'interesse pubblico di alcune trasformazioni da aree standard o d'utilità pubblica in aree edificabili con un indice al massimo del consentito». Tra queste per esempio c'è la Villa Cappuccina, che, come ha ricordato con un insospettabile romanticismo Roberto Scanagatti (capogruppo Pd), è citata nel capitolo 20 dei Promessi Sposi. La villa , ubicata in via Marsala angolo via Mauri, era un antico convento dei Cappuccini (Lucia vi sarà inviata da Gertrude su suggerimento di Egidio per essere poi rapita dall'Innonimanto) e vanta un giardino storico messo a repentaglio da una volumetria edificabile senza precedenti. Insomma l'idillio è durato lo spazio di una notte.
Nota: eddyburg ha seguito molto da vicino l'evoluzione del "caso Monza" in particolare riguardo alla vicenda dell'area Cascinazza; per trovare i numerosi articoli su questo argomento il modo migliore è quello di digitare la parola chiave Cascinazza nella finestrella in alto a destra del motore di ricerca interno (f.b.)
Il Comitato per l'autonomia e il rilancio del Friuli è costituito da esponenti della cultura e della politica friulana iscritti a gruppi politici (Margherita, Socialisti, DS, Movimento Friuli) e/o con percorsi politici (DC, PCI) differenti, che hanno anche ricoperto cariche istituzionali di rilievo (assessori regionali, sindaci, ecc.) è si avvale della consulenza di un gruppetto di urbanisti facenti capo all’università locale. In calce il documento critico sul PTR
Egregio Presidente Illy,
recentemente la Giunta Regionale ha assunto la delibera di adozione del Piano Territoriale Regionale (PTR) ai sensi della legge 5 del 2007 ed ha quindi dato formale avvio all'iter di approvazione di detto Piano.
Ciò pone all'attenzione di tutti, e in particolare dei soggetti che nei diversi settori rivestono posizioni di responsabilità, la questione delle scelte di fondo che si vanno a compiere per il territorio, con riguardo alle esigenze dello sviluppo e della salvaguardia dell'ambiente, per le necessità di oggi e delle generazioni future.
Come Lei ha già avuto modo di constatare con la vicenda della legge per lingua friulana, il Comitato che ho l'onore di presiedere, ha finalità culturali e meta-politiche per cui le sue valutazioni vanno intese quale contributo alla definizione di una prospettiva condivisa del territorio regionale, specie di quello friulano dove qualità naturalistiche, storia dei luoghi, coesione delle comunità costituiscano lo sfondo positivo ed inalienabile su cui disegnare anche i tratti della regione futura.
Recentemente, avvalendosi di esperti del mondo universitario, professionale ed amministrativo, il Comitato ha esaminato il PTR giungendo alla formulazione di un documento che è stato presentato alle istituzioni territoriali, alle categorie economiche ed alle associazioni culturali martedì 13 novembre nel corso di una conferenza stampa.
Questo documento, che inviamo alla sua attenzione, esprime diverse “preoccupazioni”, relative sia all'impianto sia ai contenuti dello stesso PTR che desidero, nell'interesse di tutti, rappresentarLe:
1.importanti e radicali trasformazioni territoriali vengono previste dal PTR ma queste vengono imposte d’autorità al territorio, alle autonomie locali, ai cittadini interessati secondo un modello vecchio di pianificazione che esclude condivisione e partecipazione;
2.quelle stesse forti trasformazioni territoriali vengono previste senza che il PTR sviluppi alcuna significativa valutazione di merito delle stesse;
3.fra la grande quantità di obiettivi - espressi spesso genericamente -, e le soluzioni finali, che spetterà alla pianificazione comunale di trovare, c’è un gran vuoto che rischia di trasferire, sui Sindaci, incertezze giuridiche e gestionali;
4.con il meccanismo labile e volontaristico dell’associazione fra Comuni, si perde, inoltre, la vera occasione storica di pianificare l’”area vasta” ed i fenomeni, al contempo sovracomunali e subregionali, come i distretti produttivi, il welfare d'area, il paesaggio, i bacini idrografici, le relazioni virtuose tra corridoi infrastrutturali e territorio, i corridoi ambientali, le tutele naturali;
5.non emerge, alla fin fine, una visione innovativa e condivisa del futuro del territorio regionale ma solo l’intento di attuare, d’autorità e costi quel che costi, alcune forti trasformazioni territoriali.
L’insieme di queste ragioni è fonte di preoccupazione per il Comitato che ha una visione di regione (espressa pubblicamente nei documenti su “Territorio e ambiente: un modello sostenibile per il Friuli” del novembre 2006 e sulle “Grandi Infrastrutture” del marzo del 2007) dove:
il territorio è inteso in senso plurale e coeso come sistema di spazi fisici, di significati culturali ed identitari, di modalità di governo partecipate e condivise;
il governo del territorio della regione deve dotarsi, prima di formulare nuove previsioni, di uno Statuto del Territorio (comprendente anche una “Carta del patrimonio inalienabile e non negoziabile del territorio friulano”), condiviso da tutte le istituzioni regionali, che deve servire a guidare i processi di partecipazione e le valutazioni di coerenza e di compatibilità delle trasformazioni territoriali future;
il governo del territorio implica sempre più credibili processi di partecipazione alle scelte fondamentali che significa anche possibilità di valutazione pubblica di scelte alternative. Il Comitato ritiene, inoltre, che questi processi, data la loro delicatezza, non possano essere gestiti dagli stessi soggetti che pianificano ed attuano ma da una Authority indipendente ed operativamente snella e leggera.
In quest’ottica:
- le autonomie territoriali vanno valorizzate secondo un disegno di “policentrismo virtuoso”, come peraltro indicato dalle strategie europee in materia ma anche dalla stessa legge regionale 1 del 2006. In questo disegno, i Comuni di oggi, vanno aiutati a crescere e ad elaborare le loro strategie di “area vasta” come precondizione verso virtuosi processi di aggregazione e cooperazione territoriale;
alla Regione devono spettare, invece, gli importanti e fondamentali compiti di:
a.coordinamento ed “armonizzazione delle diversità territoriali”;
b.promozione della cooperazione e delle autonomie territoriali;
c.identificazione, verifica e valutazione delle macrocompatibilità strategiche.
Ci sarebbe piaciuto confrontarci su queste questioni in maniera pacata ed approfondita e secondo modalità dove a tutti fossero stati dati gli strumenti per poter intervenire in un dibattito che non è, ai fini del futuro della cultura e dell’identità friulana, meno importante di quello della lingua ma che anzi, con quello della lingua, è perfettamente complementare (il territorio friulano, se non altro quello storico, è, infatti, la base materiale della lingua).
Purtroppo, i tempi assai limitati concessi al dibattito ed al confronto pubblico (solo 60 giorni), rendono tutta questa importante e fondamentale materia, oggetto di pura procedura burocratica.
Ma poiché siamo in presenza di atti di primaria importanza che orienteranno le politiche del territorio nel medio e forse anche lungo periodo, crediamo che tutti i soggetti interessati a discuterne ed aventi titolo a formulare osservazioni devono poter essere posti nelle condizioni reali (di documentazione e di tempo) per dare il loro contributo.
Per questo e per evitare che la consultazione si riduca ad un rito burocratico, il Comitato Le chiede, con la presente, di adoperarsi, come Presidente della Giunta Regionale, affinché la Regione:
si renda promotrice di incontri, nelle varie aree delle regione, aperti a tutti, per illustrare e discutere nel merito i contenuti di fondo del PTR e per rendere più agevole la lettura e l’interpretazione degli atti che lo compongono;
allunghi significativamente i tempi previsti per la consultazione pubblica onde consentire anche la predisposizione di argomentate e valutate osservazioni al PTR.
Questo allungamento dei tempi è forse poco congruo con una impostazione burocratica della pianificazione del territorio, ma credo che Lei, per la visione e la concezione alta che ha della Regione, non possa accettare che questioni fondamentali per il futuro del territorio friulano e, quindi, anche regionale, vengano ad essere schiacciate dentro limiti burocratici così angusti.
RingraziandoLa per l'attenzione, Le porgo i più distinti saluti.
La consapevolezza del valore dell’ambiente, della storia, dell’interesse collettivo, sembra essere estranea alla cultura della classe dirigente attuale.Un comunicato stampa del Gruppo Consiliare Verdi per la Pace della Regione Lombardia ci informa che il 7 novembre scorso l’assessore all’Urbanistica della Regione Lombardia Davide Boni, nella seduta della V Commissione consiliare convocata per discutere le proposte di modifica della legge regionale di governo del territorio (n.12/2005), ha annunciato un ulteriore emendamento della maggioranza che potrebbe generare gravissime conseguenze sulla tutela e gestione delle risorse territoriali e sul sistema della pianificazione.
La modifica annunciata consentirebbe ai Comuni di introdurre, mediante i propri Piani di Governo del Territorio e grazie a procedure semplificate attribuite per competenza alla Regione, espansioni insediative all’interno dei perimetri dei Parchi Regionali. Gli ingenti consumi di suolo che si continuano a registrare anche negli ultimi anni nella regione padana, la crescente compromissione delle risorse territoriali ed ambientali, l’importanza dei territori dei Parchi come presidi per la conservazione di ecosistemi naturali e per la realizzazione di reti ecologiche in contesti fortemente urbanizzati (tutte questioni che sono state, ad esempio, assunte come cruciali nella recente proposta di revisione del Piano territoriale della Provincia di Milano) non sembrano preoccupare il governo regionale. Nell’ipotesi avanzata dalla maggioranza lombarda, l’espansione dei singoli Comuni, sottratta a logiche di coordinamento anche nei territori dei Parchi, potrà depauperare gli spazi naturali e le aree dedicate all’agricoltura non solo delle superfici direttamente coinvolte dal processo di trasformazione urbanistica ma anche della loro compattezza, continuità e, in definitiva, della loro effettiva capacità di rigenerazione ecologica.
Tutto ciò avviene mentre il Comune di Milano e la Regione Lombardia, nella promozione dei grandi progetti e dei grandi eventi internazionali, aspirano a diffondere e consolidare una immagine di lungimirante attenzione alla tutela e alla riqualificazione dell’ambiente.
E’ necessario che questo emendamento, palesemente contraddittorio rispetto ad altre ambiziose iniziative attualmente in corso ed inaccettabile per gli effetti territoriali che potrebbe determinare, venga immediatamente ritirato.
Eddyburg si rivolge al mondo della cultura e delle professioni, alle istituzioni e ai comitati per la difesa del territorio affinché venga sottoscritto questo appello.
[in fondo alla pagina è disponibile il pdf col proposto emendamento, e un comunicato stampa di Legambiente che lo commenta]
Hanno sottoscritto:
Mauro Agnoletti, Alberto Asor Rosa, Paolo Baldeschi, Silvano Bassetti, Piero Bevilacqua, Stefano Boato, Fabrizio Bottini , Roberto Camagni, Piero Cavalcoli, Giancarlo Consonni, Jacopo Corsentino, Luisa De Biasio Calimani, Stefano Deliperi, Vezio De Lucia, Damiano Di Simine, Vittorio Emiliani, Roberto Gambino, Maria Cristina Gibelli, Maria Pia Guermandi, Francesco Indovina, Alberto Magnaghi, Anna Marson, Lodovico Meneghetti, Luca Mercalli, Pietro Mezzi, Antonio Monestiroli, Carlo Monguzzi, Carla Ravaioli, Edoardo Salzano, Marcello Saponaro, Graziella Tonon, Sauro Turroni, Elio Veltri
Di seguito, in ordine alfabetico, alcune fra le prime adesioni
Mario Agostinelli, Capogruppo PRC Consiglio Regionale Lombardia
Gastone Ave, docente, Università di Ferrara
Gianni Beltrame, urbanista, Milano
Maria Berrini, presidente di Ambiente Italia
Carlo Bertelli, professore emerito, Università di Losanna
Rossana Bettinelli, architetto, vicepresidente nazionale, presidente sez. Brescia, Italia Nostra
Bianca Bottero, professore ordinario di progettazione ambientale (ora in pensione), Politecnico di Milano
Sergio Brenna, professore straordinario di urbanistica, facoltà di Architettura civile del Politecnico di Milano
Aurelio Bruzzo, professore ordinario, Università di Ferrara, Facoltà di Economia
Teresa Cannarozzo, ordinario di Urbanistica, Università di Palermo
Eva Cantarella, ordinaria di Diritto greco, Università Statale di Milano
Luca Carra, giornalista, presidente di Italia Nostra, Milano
Alessandro Cecchi Paone, giornalista, Milano
Rita Cellerino, professore ordinario, Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione e Università del Molise
Marco Cipriano, Vicepresidente Consiglio Regionale della Lombardia
Don Virgilio Colmegna, presidente della Casa della Carità, Milano
Attilio Dadda , Presidente Coordinamento dei Parchi della Lombardia, Presidente Parco Regionale Adda Sud
Alessandro Dal Piaz, docente ordinario ICAR 21, Università Federico II di Napoli
Silvano D’Aprile, responsabile della Comunità Sostare, Milano
Inge Feltrinelli, editrice, Milano
Giampietro Ferri, professore di Diritto costituzionale, Facoltà di Giurisprudenza, Università di Verona
Dario Fo, premio Nobel per la letteratura
Francesco Forte, professore ordinario di Urbanistica, direttore del Dipt. di Conservazione, Università degli Studi di Napoli Federico II
Jacopo Gardella, architetto, Milano
Gioia Gibelli, presidente Società Italiana Ecologia del Paesaggio
Tommaso Giura Longo, professore, Università di Palermo
Paolo Hutter, giornalista, Milano
Giuseppe Las Casas, prof. ordinario, Università degli Studi della Basilicata, Facoltà di Ingegneria di Potenza
Fabio Lopez Nunes, membro della Commissione mondiale per le Aree Protette dell'Unione Internazionale per la conservazione della Natura (UICN)
Guido Martinotti, ordinario di Sociologia urbana, Università degli Studi – Bicocca
Antonietta Mazzette, professore ordinario di Sociologia Urbana, Università di Sassari
Alberto Mioni, professore ordinario di Tecnica urbanistica, Politecnico di Milano
Mario Morganti e Maria Campidoglio, Presidente e segretaria del Circolo Polis - Gruppo di studio sul territorio, Milano
Milly Bossi Moratti, Presidente di ChiamaMilano
Giulia Maria Mozzoni Crespi, presidente FAI Fondo per l' Ambiente Italiano
Federico Oliva, presidente INU, professore ordinario di urbanistica, Politecnico di Milano
Raffaele Paloscia, professore ordinario,Università di Firenze, Direttore del Dipartimento di Urbanistica e Pianificazione del Territorio
Tomaso Pompili, ordinario di Economia territoriale, Università Bicocca, Milano
Franca Rame, senatrice
Augusto Rossari, docente di Storia dell'Architettura, Politecnico di Milano
Maurizio Sali, Vice Presidente Parco Regionale del Mincio, Mantova
Riccardi Sarfatti, coordinatore dell'Unione in Regione Lombardia
Gianni Scudo, professore ordinario, Dip BEST, Politecnico di Milano
Elenco delle adesioni (prima parte)
Elenco delle adesioni (seconda parte)
Punta della Dogana: quello che era possibile con il progetto di Vittorio Gregotti per il museo Guggenheim - poi rimasto solo sulla carta, una decina d’anni fa - sembra ora impossibile per il progetto di Tadao Ando per il nuovo museo Pinault. La Commissione di Salvaguardia, dopo il sopralluogo compiuto lunedì e l’illustrazione del sovrintendente ai Beni Ambientali e Architettonici di Venezia Renata Codello, dovrà votare entro pochi giorni il via libera al progetto, per il quale, però - nonostante le obiezioni dei commissari - non si prevedono modifiche sostanziali.
La «scatola». Resta, in particolare, la collocazione degli impianti tecnologici in una «scatola» sul tetto della Punta della Dogana - sia pure parzialmente nascosta - perché per la Soprintendenza non è possibile fare altrimenti. Ma esaminando il progetto di Gregotti e ascoltando lo stesso architetto, si scopre - guardando al passato - una realtà diversa.
Impianti. «Non riesco a credere - commenta l’architetto Gregotti - che la Soprintendenza consenta ora l’installazione degli impianti di condizionamento sul tetto della Punta della Dogana. Nel nostro caso sarebbe stato impossibile, trattandosi di un edificio monumentale. Per questo, per gli impianti tecnologici, avevamo studiato una soluzione diversa, collocando quelli verticali vicino alle pareti, ma staccati da esse, protetti da un’intercapedine lignea; e quelli orizzontali sotto il pavimento con un parziale scavo. Una soluzione che era stata approvata dalla Soprintendenza, come del resto l’intero progetto definitivo, visto che il nostro era, in pratica, un intervento di restauro. Del resto io stesso ho passato ad Ando le nostre tavole progettuali, proprio perché potessero servirgli come eventuale riferimento».
Simili? Il progetto di Gregotti prevedeva la conservazione della tipologia originale a saloni paralleli dei sei magazzini e del contemporaneo mantenimento delle fronti ottocentesche del Pigozzi. Ricostituiva anche i muri paralleli in mattoni a vista, mentre prevedeva anche la scopertura delle capriate e la chiusura dei lucernai aperti sulle coperture. Per dotare il nuovo museo d’arte contemporanea degli impianti tecnologici e di climatizzazione indispensabili, senza alterare la struttura dell’edificio, il progetto di Gregotti prevedeva appunto di costruire una scatola interna in legno di 4 metri aperta verso l’alto che permettesse la costituzione di un’intercapedine staccata da pavimento e pareti di circa 40 centimetri. Una scatola molto diversa da quella di cemento armato prevista dall’intervento dell’architetto giapponese. In questa veniva garantito sia il passaggio degli impianti tecnici, sia la disponibilità di una superficie continua di esposizione, a un’altezza delle pareti largamente inferiore a quella prevista da Ando - permettendo così di «leggere» le coperture originali - e che, secondo la Soprintendenza, non è modificabile se non in minima parte per il progetto Pinault.
Più piccole. C’è da presumere che le opere della collezione Pinault siano gigantesche, rispetto a quelle - più piccole - della collezione americana. C’è poi da capire perché - al di là della diversità dei progetti - alcune modifiche, previste in passato, oggi non siano più possibili.
CAGLIARI. Ieri è arrivato il «raddoppio» dei referendum sulle questioni urbanistiche: il Tar della Sardegna, infatti, ha accolto il ricorso contro la decisione dell’Ufficio regionale del referendum che non aveva ammesso nel marzo scorso la consultazione popolare sul Ppr. In pratica i sardi saranno chiamati ad esprimersi su tutto il piano paesaggistico quando è già stato fissato per il 29 giugno il referendum «solo» sulla cosiddetta legge salvacoste che stabilisce i vincoli sulle zone costiere. Per l’abrogazione dell’intero piano paesaggistico regionale erano state raccolte 24 mila firme.
A questo punto non c’è ancora una decisione ufficiale, ma i sardi dovrebbero essere chiamati a esprimersi il 29 giugno; in sostanza i due referendum dovrebbero essere accorpati sempre che la decisione del Tar venga confermata, perché ora sarà la la Regione a ricorrere al Consiglio di Stato.
Il ricorso della giunta Soru è stato preannunciato ieri sera dall’assessore dell’Urbanistica, Gian Valerio Sanna, che non ha voluto commentare e si è limitato ad osservare che non cambia niente: «C’è già un referendum fissato per il 29 giugno», ha affermato l’assessore Sanna.
Il promotore della raccolta di firme era stato Mauro Pili che ieri era raggiante per la decisione del Tar: «È una vittoria della democrazia, i sardi potranno decidere il proprio futuro e diventare protagonisti del proprio ambiente».
Sulla bocciatura del referendum da parte dell’Ufficio regionale c’erano state forti polemiche e lo stesso Pili, nel marzo di quest’anno, come massima forma di protesta, s’era autorecluso nel carcere di Buoncammino per tre giorni: «Era stata una decisione di stampo golpista», ricorda, «il Piano paesaggistico regionale ha messo in ginocchio la Sardegna, ha causato ventimila disoccupati, favorisce gli speculatori immobiliari, gli stessi che sul famoso volo in elicottero hanno sorvelato le coste della Sardegna in compagnia del presidente della giunta e dell’assessore all’Urbanistica».
Il nuovo referendum si aggiunge a quello sulla legge 8: «Blocca sviluppo», al deginisce Pili, «ma con i referendum la parola ritorna ai cittadini». Il programma è ambizioso: «Costituiremo un comitato in ogni comune, in ogni angolo della Sardegna, per restituire dignità e orgoglio a un popolo che si vede tagliato fuori dalle scelte del proprio ambiente».
La decisione di dichiarare inammissibile la richiesta di consultazione popolare per abrogare il Piano Paesaggistico della Sardegna era stata resa nota dall’Ufficio regionale del Referendum il 15 marzo scorso perché - a giudizio della Regione - «i quesiti proposti sono eterogenei, un aspetto che la Corte Costituzionale aveva già contestato in passato richiamando la «lesione della libertà di determinazione del cittadino» chiamato ad esprimersi su «molteplici complessi di questioni, insuscettibili di essere ridotte ad unità». A rafforzare, si spiegava nel rigetto della proposta di consultazione popolare, l’aspetto dell’inammissibilità del referendum era anche la richiesta di abrogazione della deliberazione sul Ppr nella sua totalità «fatta attraverso un quesito unitario nonostante la pluralità e la non omogeneità della materia in discussione». «Tale quesito» - aveva argomentato l’Ufficio del Referendum - comporta l’impossibilità per il cittadino di esprimere liberamente la sua determinazione del voto su argomenti e disposizioni del tutto diversi».
Il Centrodestra non ha mai condiviso quella motivazione, «ora che volessero tutelare i sardi impedendogli di votare»... dice Pili che ricorda l’impegno dei sindaci nella raccolta delle firme. Il centro destra, con il capogruppo di Forza Italia Giorgio La Spisa, ha precisato da subito che non vuole «l’anarchia legislativa», ma intende «cancellare il Piano» per ritornare al Codice Urbani, «che sancisce regole e codici che valgono in tutta Italia, senza atteggiamenti vessatori».
Trattandosi di un referendum abrogativo, perché la consultazione sia valida, occorre un quorum del 33% che, a giudizio del centrodestra si potrà raggiungere facilmente se si considera che su una legge davvero ostica, come la Statutaria, s’è recato alle urne il 16%.
In Consiglio si discute nuovamente di modifiche della legge regionale n. 12 sul governo del territorio. Per i cultori della materia questa è una perfetta non notizia, poiché quella legge, sin dalla sua frettolosa approvazione nel 2005, con un solo voto di maggioranza, assomiglia a una sorta di tela di Penelope, dove ogni modifica ne preannuncia già la successiva e dove le incursioni politico-affaristiche sono diventate la norma.
A mo’ di esempio, possiamo citare i reiterati interventi “ad hoc” per Monza, un autentico “cult” nel suo genere, che nel luglio 2006 intendevano bloccare il nuovo Pgt, accorciandone i tempi di approvazione, mentre due mesi fa è stato imposto l’esatto contrario, cioè la proroga dei tempi. Ma che cosa è cambiato in un solo anno? Semplice, il colore della giunta comunale monzese, di centrosinistra un anno fa e di centrodestra ora, mentre l’oggetto del contendere è sempre il medesimo: la Cascinazza.
Cioè, un bel po’ di verde da rendere edificabile e i relativi interessi immobiliari della società di Paolo Berlusconi.
E siccome la faccia per queste operazioni la deve mettere l’assessore leghista al territorio, il partito degli affari, che fa capo al vero padrone di casa, gli concede un po’ di demagogia. E così hanno fatto il loro ingresso nella legge 12 delle norme che con l’urbanistica c’entrano un bel niente, come quel capolavoro padano che stabilisce che se qualcuno (“leggi”: islamico) si mette a pregare in un edificio non classificato “luogo di culto”, allora deve chiedere al sindaco il “permesso di costruire”, anche in assenza di opere edilizie. Insomma, uno scambio di favori tra mattoni e xenofobia. Ebbene, tutti gli ingredienti sopra ricordati li troviamo anche nel provvedimento ora in discussione, compresa la razione di xenofobia. Infatti, ci sono ben due norme destinate, l’una, a rendere più difficoltosa l’apertura di nuove “attrezzature per servizi religiosi” (“leggi”: moschee) e, l’altra, ad abrogare la vigente normativa regionale sui “campi di sosta o di transito”, cioè l’articolo 3 della l.r. 77 del 1989 per la “tutela delle popolazioni nomadi e seminomadi”. Orbene, è senz’altro vero che la legge 77 è un po’ vecchia e di fatto disapplicata da anni, causa veto di Lega e An, ma il citato articolo 3 prevedeva pur sempre l’obbligo di contrastare l’emarginazione urbanistica.
Ora, invece, si tratta soltanto di rendere il tutto più restrittivo e senza obiettivi di inclusione sociale.
Ma arriviamo al vero cuore dell’operazione, che questa volta punta diritto su Milano, cioè sull’area metropolitana che in questi anni vive una fase di intense trasformazioni urbanistiche, ma in piena assenza di un’idea di città e di una mano pubblica che progetta e guida. Anzi, il ritmo e la qualità sono dettati dai grandi interessi fondiari e immobiliari privati, mentre le esigenze di vivibilità dei cittadini e di riqualificazione dei quartieri popolari finiscono per essere considerati un ingombro da rimuovere.
E tutto questo avviene su un territorio densamente popolato e saturo. Infatti, si costruisce sempre più in alto, come nel quartiere Isola, oppure in basso, come nel caso dei tanti parcheggi sotterranei, mentre gli spazi liberi si riducono di fatto alle aree dismesse e a quelle (poche) verdi. Per quanto riguarda le prime, si avvicina uno degli affari del secolo, cioè le proprietà delle ferrovie dello stato in disuso: un milione di metri quadrati. Per quanto riguarda le seconde, c’è invece un problema, ovvero, sono in gran parte aree protette.
In un contesto del genere diventa decisiva la questione del chi decide e come. E, infatti, esattamente su questo punto intervengono due modifiche della legge 12, proposte dall’assessore per conto del presidente.
La prima, pretendeva introdurre una norma speciale per la sola Milano, prevedendo la possibilità di poter adottare e approvare i piani attuativi e le loro varianti nella solo giunta, senza più bisogno di interventi da parte del consiglio comunale. In altre parole, sarebbe stato possibile prendere le decisioni fondamentali senza la fastidiosa pubblicità e partecipazione che la discussione in consiglio comunque comporta.
Una norma talmente a rischio illegittimità che l’assessore ha dovuto fare un mezzo passo indietro: ora la norma proposta stabilisce che la giunta adotta, ma è il consiglio ad approvare e questa novità è valida per tutti i comuni lombardi. Una mezza vittoria per l’opposizione, ma il rilancio di Formigoni è arrivato immediatamente: appena l’Expo sarà assegnata a Milano, si farà un’intera legge speciale per il capoluogo!
La seconda è più conosciuta, poiché la stampa cittadina ne ha parlato ampiamente, e intende facilitare interventi edificatori sul territorio dei parchi regionali. Si tratta del famigerato nuovo articolo 13bis che introduce il principio, secondo il quale la Giunta regionale potrà imporre agli enti gestori dei parchi e all’insieme dei comuni interessati, anche contro il loro parere, delle varianti richieste da un solo comune. Insomma, se la Moratti volesse far cementificare una parte del parco Sud, allora le sarebbe sufficiente mettersi d’accordo con Formigoni e l’affare è fatto. Una norma tanto scandalosa che si è sollevato un vespaio e il voto in Commissione è stato rinviato. Ma domani ci riprovano, magari addolcendo la pillola con qualche emendamento.
Insomma, questa modifica della legge 12 fa schifo quanto e più di quelle precedenti. E il prezzo, questa volta, lo pagheranno prima di tutto i cittadini milanesi, o meglio, quelli tra noi che non possiedono un’impresa di costruzioni. Noi faremo la nostra parte, opponendoci con tutti i mezzi a disposizione, ma tutto questo non basta. Urge ricostruire un tessuto di comunicazione tra le varie realtà che nei singoli territori cittadini resistono al sacco di Milano e la sinistra milanese, da ricostruire anch’essa, dovrà inserire tra le sue priorità la definizione di un’idea e di un progetto alternativi di città, anzi di area metropolitana, che metta al centro gli uomini e le donne e non il business di alcuni.
Il Parco del Ticino non è più di moda come un tempo. Quando nel 1974 fu costituito il Parco Lombardo della valle del Ticino, con una legge regionale, fu subito chiaro che la tutela che andava a porsi sopra un territorio che comprendeva 47 Comuni era ben diversa dalle caratterizzazioni del «parco gemello» (il Parco Naturale della valle del Ticino) sorto in Piemonte.
E questo non solo perché il parco piemontese era di estensione ben più delimitata di quello lombrado ma, soprattutto, perché quello coinvolgeva solo le aree fluviali, con l’esclusione dunque delle aree urbanizzate.
Il nostro Parco del Ticino, invece, decollò sopra l’intero territorio dei Comuni che vi aderirono e la scelta che fu fatta a suo tempo andava nella direzione di estendere la tutela del Parco non solo sull’area meramente fluviale, e sul suo ambiente naturale, ma su tutti gli aspetti storici, agricoli, architettonici presenti in una realtà strettamente correlata alla metropoli milanese. Un territorio, dunque, dinamico e produttivo: dentro la quale opera, vivendoci e lavorandoci, una popolazione di oltre mezzo milione di persone. Ripercorrere la difficile dialettica tra conservazione dell’ambiente e sviluppo, da intendere sia in senso positivo sia nelle sue voraci degenerazioni di speculazione edilizia e devastazione urbanistica, significa non solo rivivere la storia del Parco stesso ma un po’ tutte le fasi che hanno conosciuto i comuni attorno a Milano, a cominciare da quelli della provincia di Pavia investiti sempre di più, negli ultimi anni, da una forte pressione al consumo del territorio.
Non stupisce dunque che il Parco non sia più di moda, che al massimo lo si voglia relegare a un ruolo di educazione ambientale, di cassa di risonanza delle bellezze del fiume e del suo habitat, inducendolo a lasciare ad altri soggetti le cose serie, vale a dire cosa fare del territorio che pure continua a essere formalmente sotto la sua tutela.
Si inserisce forse in questa logica la presentazione, da parte delle forze che reggono la Regione Lombardia, di un emendamento (l’emendamento art. 13 bis alla legge urbanistica regionale) che, se approvato, darebbe una mazzata esiziale al ruolo di tutela del territorio svolto sino ad ora dai parchi, a cominciare - pur con tutte le carenze registrate in questi anni - da quello della Valle del Ticino.
Infatti l’emendamento 13/bis prevede che i Comuni che progettano di espandere le zone urbanistiche in spazi non sottoposti strettamente ai più stretti vincoli naturalistici del Parco, lo possano fare eludendo l’eventuale parere negativo del Parco stesso. E a dirimere l’eventuale dissidio provvederà la Regione che, essendo di fatto la levatrice del provvedimento che sta per decollare, non si metterà presumibilmente dalla parte delle tutele del Parco ma cavalcherà le richieste di urbanizzazione di sempre nuove zone avanzate dai Comuni.
E, su quest’ultimo punto, vale a dire il ruolo dei Comuni, bisogna dire che, al di là del colore della giunta che li regge, questi Enti locali adottano sempre di più, rispetto al consumo del territorio, anche all’interno dell’area del Parco, comportamenti omogenei, all’insegna del monetizzare al più presto gli ultimi asset di verde ancora disponibili per far fronte alle generalizzate difficoltà di bilancio.
Non è dunque un caso che attorno a questo emendamento, che doveva essere discusso mercoledì scorso in commissione regionale e che pare sarà esaminato la prossima settimana, ci sia stato - con la sola eccezione delle forze ambientaliste - un silenzio clamoroso, una mancanza di discussione e di iniziative da parte delle forze politiche che colpisce. E questo accade perché le pressioni dei sindaci, di quasi tutti i sindaci potenzialmente «favoriti» da questo ampliamento di poteri a scapito del Parco, sono precise e forti su tutti i loro referenti politici.
A questo punto, in vista della discussione su questo «emendamento azzoppa/parchi», sarebbe corretto che le forze politiche, tutte le forze politiche, si facessero sentire. Spiegando ai cittadini, ai loro elettori, da che parte stanno in una questione che condizionerà, in maniera incisiva, in tutti i prossimi anni, la gestione del nostro territorio più pregiato. Ammesso, e non concesso, che lo si voglia ancora mantenere tale.
Nota: al Parco Ticino eddyburg ha dedicato anche una delle sue Pagine di Storia con molti testi rari e vari materiali (f.b.)
Cercavano tracce di fuochi, un altare, echi di antichi riti in favore del divino Ercole. E invece hanno riportato alla luce pezzi di grosse giare, dodici stanze intonacate che si affacciano su un quadriportico, canalette per l'acqua, ricordi di viandanti che si fermarono a riposare e a fare qualche acquisto nel più antico "centro commerciale" dell'Appia antica: un emporio all'ottavo miglio della Regina Viarum. Trovato allontanando, con garbo, le prostitute che stazionano accanto e dentro i sepolcreti. E mettendo mano allo scavo che va di pari passo con il restauro di un nuovo tratto della consolare salvata da Antonio Cederna.
Non solo di aulici, mitici lupercali è fatta la cronaca delle scoperte archeologiche. Ma anche di lupanari, taverne, stazioni di posta: architetture semplici, potenti. Romane. Come i frammenti di colonne di peperino adagiate da secoli davanti all'ingresso di villa Fiorano, tra via degli Armentieri e via di Fioranello. A cavallo di quei rocchi, i fotografi di Alinari avevano immortalato pastori con i loro cani scrivendo nella didascalia "Tempio di Ercole" poiché Marziale lo ricorda all'ottavo miglio. Invece si tratta di un luogo di sosta con accesso diretto sull'Appia, come dimostra la deviazione del manto di basole che conduce alle mazzette dove si impostava il portone di questo "autogrill" del primo secolo avanti Cristo: una delle architetture più antiche dell'Appia.
«Sì, l'impianto principale è di tarda età repubblicana, come dimostrano i bolli rettangolari impressi nelle tegole. Ma, accanto ai bei muri in opera reticolata venuti fuori scavando, abbiamo evidenziato testimonianze di età imperiale. Segno che l'emporio ebbe una vita molto lunga. A un certo punto, le porte che s'affacciavano sul cortile colonnato vennero chiuse poiché, probabilmente, furono create nuove aperture all'esterno. Ma questo lo scopriremo solo mettendo mano alla collinetta che ha ricoperto l'edificio» racconta Giorgio Gatta che, per conto della Soprintendenza, sta eseguendo gli scavi con Antonella Rotondi e secondo il progetto di Massimo De Vico e Rita Paris.
Dopo sette-otto miglia, i romani costruivano luoghi di sosta perché questi erano i "chilometri" che il viaggiatore percorreva a piedi. La conferma che si tratti di uno spazio commerciale viene dalla pianta dell'edificio, dai molti frammenti dei doli (i grandi vasi per le derrate alimentari), dalle stanze dagli alti muri (si sono conservati alzati fino a tre metri: una rarità) e dal perfetto impianto di smaltimento dell'acqua. Ma da dove prendevano tutta quell'acqua?
Gli archeologi sono ora a caccia di una fonte. E guardano con "cupidigia" allo spiazzo di terreno lì accanto, tra le colonne in peperino e i resti di una gigantesca tomba. Anche questa area è stata salvaguardata dalla linea delle "macere", i muretti alzati nell'Ottocento da Luigi Canina per delimitare le zone di pregio dell'Appia antica. Lo scavo dell'emporio è stato finanziato risparmiando 300mila euro dal restauro del tratto di consolare che si sta contemporaneamente portando avanti, dal civico 200 al 400. Ma ora si spera in nuovi fondi per finire l'indagine, proteggere le rovine, innalzare le colonne cadute a terra. E andare a vedere se lì accanto sgorga una fonte con, annesso, un tempio. Magari proprio quello dedicato a Ercole. Dio bello, forte e protettore dei traffici e dei mercati.
L'archeologa Rita Paris: "No ai cancelli"
«Non solo tombe monumentali. Ma anche terme, stazioni di posta e ora anche un bellissimo emporio. Avete visto quanti tesori restituisce ancora questa strada, nonostante le distruzioni, l'abusivismo edilizio, la mancanza di fondi?» dice Rita Paris responsabile per la Soprintendenza archeologica dell'Appia Antica.
Avete un milione l'anno. Non basta?
«Sono destinati, e sufficienti, per la manutenzione ordinaria. Ma abbiamo bisogno di interventi straordinari per acquistare altre aree da destinare al pubblico e per continuare le campagne di scavo. Eppure i fondi della legge Roma-Capitale, quelli del Lotto e il progetto Arcus non contemplano l'Appia Antica».
Come proteggerete l'emporio? Con una recinzione come quella del mausoleo di Gallieno?
«Cederna diceva: "I cancelli sono la gabbia dei monumenti". E poi la recinzione a Gallieno viene spesso divelta e quelle rovine - che sono a grave rischio crolli - diventano teatro di prostituzione maschile. Vorremmo lasciare liberi i monumenti dell'Appia Antica. Ma per far questo abbiamo bisogno dell'erogazione continua di fondi e di un maggiore controllo del territorio».
Sulla Repubblica del 19 novembre Mario Pirani ha attirato l'attenzione sull'assalto al paesaggio italiano, e sull'intreccio di norme e competenze che lo incoraggia. Per cercare una soluzione, auspicata sullo stesso giornale da Francesco Rutelli (15 novembre) con dure parole contro «i programmi di edificazione che possono irreversibilmente far male al Paese», è bene richiamare i "precedenti" del problema.
La tutela del paesaggio in Italia è più recente di quella del patrimonio culturale, ma si innesta sullo stesso tessuto etico, giuridico, civile e politico. Difesa dei monumenti e difesa del paesaggio si legano nel primo Novecento: un articolo di Corrado Ricci su Emporium (1905) mette insieme il tentativo di aprire una nuova porta nelle mura di Lucca (battuto da una campagna di opinione, che incluse Pascoli e D'Annunzio) e le minacciate distruzioni della cascata delle Marmore e della pineta di Ravenna, poco dopo protetta da apposita legge. Ma la prima legge sul paesaggio fu presentata nel 1920 da Benedetto Croce, ministro della Pubblica Istruzione nell'ultimo governo Giolitti.
La relazione Croce invoca «un argine alle devastazioni contro le caratteristiche più note e più amate del nostro suolo», perché la necessità di «difendere e mettere in valore le maggiori bellezze d'Italia, naturali e artistiche» risponde ad «alte ragioni morali e non meno importanti ragioni di pubblica economia». Il paesaggio «altro non è che la rappresentazione materiale e visibile della patria, coi suoi caratteri fisici particolari (...), formati e pervenuti a noi attraverso la lenta successione dei secoli». Si nasconde qui una citazione della formula di Ruskin, il paesaggio come «volto amato della Patria»; ma ancor più notevole è che Croce cercasse precedenti nella legislazione degli antichi Stati italiani, trovandoli nei «Rescritti Borbonici del 1841, 1842 e 1843», che «vietavano di alzare fabbriche, che togliessero amenità o veduta lungo Mergellina, Posillipo, Capodimonte». È sui principi della legge Croce (778/1922) che si fondò la legge Bottai 1497/1939 sulla «protezione delle bellezze naturali», non a caso emanata poco dopo la parallela legge 1089/1939 per la tutela del patrimonio culturale.
La legge Bottai fissa due strumenti per la tutela del paesaggio: l'identificazione delle aree protette «a causa del loro notevole interesse pubblico» e la redazione per cura del Ministero di «piani territoriali paesistici», da depositarsi nei singoli Comuni.
Questo sistema centralizzato non poteva resistere all'impetuoso sviluppo abitativo dopo la guerra. Già la legge urbanistica del 1942 aveva introdotto percorsi misti, aggiungendo ai «piani regolatori territoriali di coordinamento», in capo al Ministero dei Lavori Pubblici, i piani regolatori di iniziativa comunale, da approvarsi oltre che dai Lavori Pubblici, dagli Interni e dalla Pubblica Istruzione. L'art. 117 della Costituzione repubblicana (nella sua versione originaria) previde fra le potestà legislative delle Regioni anche l'urbanistica.
Questo passaggio di competenza avvenne tardi e lentamente, con leggi e decreti dal 1970 al 1977, lasciando allo Stato funzioni di indirizzo e coordinamento. In questo iter desultorio la materia urbanistica, che nella Costituzione e nelle leggi si riferiva solo a quanto coperto dalla legge del 1942, finì per ingoiare i «piani territoriali e paesistici» che la legge Bottai riservava alla tutela dello Stato. Il DPR 8/1972, presumibilmente oltrepassando i limiti della delega al governo, trasferì alle Regioni redazione e approvazione dei piani paesistici; il DPR 616/1977 attribuì alle Regioni «la disciplina dell'uso del territorio comprensiva di tutti gli aspetti conoscitivi, normativi e gestionali, nonché la protezione dell'ambiente».
Il peccato d'origine del sistema legislativo di epoca fascista, che aveva separato la materia paesaggistica da quella urbanistica senza prevedere alcun raccordo e anzi sottoponendole a regimi differenziati, finiva dunque col provocare una strisciante annessione del paesaggio all'urbanistica, ambito controllato da istanze locali e meno soggetto ai principi della tutela.
Ma lo spostamento del paesaggio in capo alle Regioni contrasta con l'art. 9 della Costituzione, che è fra i principi fondamentali dello Stato: «La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Esso riflette l'intimo legame fra tutela del paesaggio e tutela del patrimonio culturale, anticipando gli sviluppi del costituzionalismo europeo, secondo cui «il territorio dello Stato è reso unico dalla cultura specifica del Paese; va inteso come uno spazio culturale, non un factum brutum» (così Peter Hüberle), e la tutela in capo allo Stato ne rappresenta un valore primario e un elemento altamente simbolico.
L'art. 9 della Costituzione impedisce il trasferimento delle competenze sul paesaggio a Regioni ed enti locali. È per questo che nelle norme del 1972 e del 1977 la parola "paesaggio" è rimossa e sostituita con "ambiente" o "beni ambientali", senza precisare che cosa li distingua da "paesaggio" o "beni paesaggistici". L'istituzione (1975) del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali presupponeva anzi la coincidenza delle due nozioni giuridiche, annientata però con l´istituzione del Ministero per l'Ambiente (1985). Questa incoerenza fu avvertita da Giovanni Urbani: l'istituzione del Ministero dell'Ambiente, egli scrisse allora, comporta «la rinuncia a una politica di tutela fondata sul rapporto organico tra beni culturali e ambientali»: meglio sarebbe stato (e sarebbe ancora) creare un unico ministero per i beni culturali, il paesaggio e l'ambiente.
È in questo quadro che si innestò la legge Galasso (431/1985), che impose alle Regioni sia l'immediata redazione (spesso disattesa) di piani paesistici o urbanistico-territoriali, sia un controllo sulla gestione delle aree vincolate, affidato ai poteri sostitutivi del Ministero (mai messi in atto). Di fatto, le Regioni hanno sub-delegato ai Comuni le competenze paesaggistiche, cancellando ogni unitarietà nella tutela del paesaggio. La crescita del fabbisogno e la diminuzione delle entrate ha spinto i Comuni a cercare nuovi introiti dagli oneri di urbanizzazione, «dilatando i permessi di lottizzazione e di costruzione per far cassa subito» (così Gilberto Muraro), e provocando un'ondata di cemento senza precedenti. La stessa nozione di paesaggio, nonostante l'art. 9 della Costituzione, è stata sepolta sotto norme che sovrappongono piani urbanistico-territoriali e piani territoriali paesistici, per giunta introducendo anche la nozione di "beni ambientali".
Ognun vede quanto sia incerto il confine fra paesaggio, territorio e urbanistica, ambiente. La riforma del Titolo V della Costituzione (2001) rimuove completamente la nozione di paesaggio, pur così importante nell´art. 9. Essa assegna alle Regioni il «governo del territorio» (competenze urbanistiche), e riserva allo Stato la potestà esclusiva di legislazione su «tutela dell´ambiente, dell'ecosistema e dei beni culturali», lasciando indeterminata la nozione di "beni ambientali" e dunque la delimitazione di competenze fra i due ministeri. Il Codice dei Beni Culturali e Paesaggistici (che Francesco Rutelli intende ora modificare secondo rigorosi principi di tutela e di pianificazione) ha ereditato questa vasta panoplia di problemi irrisolti.
Davanti allo scempio del paesaggio a cui assistiamo, sempre più chiara è la debolezza di questo sistema normativo. Non giova l'intrico di norme e competenze, che non chiarisce se "territorio", "ambiente" e "paesaggio", ambiti regolati da diverse normative e sotto diverse responsabilità, siano tre cose o una sola. Esiste un "territorio" senza paesaggio e senza ambiente? Esiste un "ambiente" senza territorio e senza paesaggio? Esiste un "paesaggio" senza territorio e senza ambiente? Eppure "paesaggio" e "ambiente" sono prevalentemente sul versante delle competenze statali (ma di due diversi ministeri), mentre il governo del territorio spetta a Regioni ed enti locali. Una ricomposizione normativa, per cui le tre Italie del paesaggio, del territorio e dell'ambiente ridiventino una sola, è al tempo stesso ardua e necessaria.
Il conflitto fra tutela paesaggistica e urbanizzazione si è intrecciato con quello fra Stato e Regioni e coi problemi della finanza comunale, provocando le ferite al paesaggio che sono sotto gli occhi di tutti, e che richiedono con urgenza quella leale intesa, che cento norme declamatorie dichiarano e mille fatti smentiscono ogni giorno. Come ha scritto Giacomo Vaciago, «il nostro "federalismo" invece di "specializzare" ciascun livello (...), coinvolge tutti e ciascuno in varie parti dei relativi processi decisionali ed esecutivi, aumentando così le probabilità di fallimento».
Abbiamo finito col porre al centro del sistema di quella che fu la tutela del paesaggio (materia fragile e cruciale) non la certezza della norma e delle responsabilità istituzionali e personali, bensì la perpetua conflittualità fra regole parziali, ora carenti ora ridondanti, privilegiando de facto gli interstizi dell'interpretazione, che per sua natura è soggetta a ideologismi, contingenze politiche, interessi speculativi e pressioni di parte. Benvenuta è perciò la sentenza della Corte Costituzionale del 7 novembre (nr. 367), che ribadisce la tutela sul paesaggio come «un valore primario ed assoluto, che rientra nella competenza esclusiva dello Stato», e dunque «precede e limita il governo del territorio».
Lo scontro fra normative incoerenti fra loro e fra le interpretazioni rese possibili dall'analisi giuridica formale non conduce in nessun luogo, se non all'ingorgo che sta travolgendo il paesaggio italiano. È ora di tornare a un'alta consapevolezza della dimensione storica, etica e civile della tutela del patrimonio culturale e del paesaggio, che l'art. 9 della Costituzione ha fissato con lungimiranza; è ora di ricordarsi, secondo una sentenza della Corte (341/1996) «che il paesaggio costituisce, nel nostro sistema costituzionale, un valore etico-culturale (...) nella cui realizzazione sono impegnate tutte le pubbliche amministrazioni, e in primo luogo lo Stato e le Regioni, in un vincolo reciproco di cooperazione leale».
Sulla concordia ordinum fra ministri della repubblica, pubblici amministratori, imprenditori e bel mondo assortito quanto alla necessità di un maggior impegno del privato nella gestione del nostro patrimonio culturale (v. gli articoli riportati su eddyburg), è davvero esercizio vano sprecare qualche stupore. E all’enciclopedica saggezza del Presidente di Confindustria che nella fattispecie propone ricette sui destini del nostro patrimonio culturale solo i più pervicaci e faziosi spiriti radical bolscevichi possono ormai opporre qualche critica. Quanto alla soluzione indicata - il ricorso al privato come soluzione unica delle inefficienze del pubblico - in tempi di neoliberismo arrembante, appare scontata, anche se riproposta, nell’occasione, davvero in forme così rozzamente datate e con slogan di tale provincialismo ideologico da consigliare per lo meno un rapido avvicendamento di ghost-writer: speravamo di aver superato la visione dell’Italia “padrona” e “a gratis” del 50% del patrimonio culturale mondiale, ma a quanto pare nulla dell’armamentario d’antan ci è stato risparmiato, e dunque “privato è bello e buono” e di tale generosità da aver sborsato, complessivamente e sull’intera area torinese, come è stato orgogliosamente ribadito, ben 16 milioni di euro in venti anni!
Mentre la munificenza della Consulta per la valorizzazione dei beni artistici e culturali torinesi (che comprende, fra gli altri, Fiat e Pirelli, Toro e Bancaintesa) celebrava i propri fasti, a pochi kilometri di distanza, si inaugurava una delle imprese più rilevanti degli ultimi tempi, di recupero del nostro patrimonio culturale; proprio nelle stesse ore tornavano a risplendere, per il piacere di tutti noi, le meraviglie barocche della Venaria Reale: 200 milioni di euro in meno di 10 anni. Tutti soldi pubblici.
Intendiamoci, Venaria è solo un esempio, fulgido, meno isolato di quello che si voglia credere, ma non così normalmente diffuso come si possa sperare: quotidianamente eddyburg sottolinea, senza sconti “di parte”, come la gestione pubblica del nostro patrimonio sia largamente carente su più fronti. Anche da parte di chi scrive è stato sottolineato, a più riprese, come, fra gli aspetti positivi del nuovo Codice dei Beni culturali e del paesaggio sia da annoverare la maggiore apertura nei confronti dei privati: la partita per una tutela davvero attiva ed efficace del nostro patrimonio è tanto difficile e complessa che il ricorso al più ampio numero di risorse è non solo auspicabile, ma pressoché indispensabile.
Ma, come sempre, in un quadro in cui gli attori in gioco aumentano e le interrelazioni si complicano, altrettanto indispensabile appare il richiamo all’adesione di un insieme di regole condivise che salvaguardi, in primo luogo, la specificità del bene culturale e ne garantisca il suo statuto di bene pubblico.
In questo senso l’adesione incondizionata del ministro Rutelli alle affermazioni assai poco culturalmente attrezzate della kermesse torinese, appare a dir poco contraddittoria rispetto agli ondivaghi atteggiamenti del suo Ministero nei confronti di proposte assai equilibrate e rigorosamente regolamentate nella ripartizione dei ruoli di collaborazione fra enti pubblici e privati (il caso Campania su tutti).
E poi, proprio a Torino, il richiamo alla città sabauda come esempio di rinascita urbana attraverso la cultura rappresenta davvero un clamoroso effetto di fallacia causale: la città, regno incontrastato degli italici sovrani dell’auto, dal secondo dopoguerra fino a qualche lustro fa, durante tutta la fase di sviluppo industriale è rimasta prigioniera di una cappa di conformismo culturale che ne ha ingrigito il clima sociale e urbano per decenni e dal quale solo robustissime dosi di investimenti pubblici l’hanno risollevata in questa faticosa fase di riconversione postindustriale. Il successo non effimero di cui gode attualmente Torino sul piano culturale e sociale si deve quasi esclusivamente ad oculate e lungimiranti strategie di governo pubblico (soprattutto sul piano locale). In questo ambito agli Agnelli, davvero padroni della città (e non solo) per decenni, sono ascrivibili probabilmente, negli anni, molte elargizioni che difficilmente, in un computo anche solo volgarmente quantitativo, potranno mai lontanamente equiparare i cospicui aiuti pubblici, finanziari e non, cui la stirpe imprenditoriale ha attinto a piene mani ogni qualvolta (molto, molto spesso), la propria gestione privata dimostrava la sua inadeguatezza anche in termini di cultura industriale. E lo “scrigno” del Lingotto: un insieme senz’anima e senza eleganza di costosissime tele radunate a consacrare l’epopea di un capitalismo provinciale e approssimativo, che ha estrinsecato le sue migliori virtù intellettuali nell’applicazione dell’assunto “socializzare le perdite e privatizzare i profitti”.
Proprio per questo, la pretesa di inversione dei ruoli che si intravede in filigrana, ma distintamente, dietro lo slittamento lessicale reiteratamente ribadito dal consesso imprenditorial-finanziario – non più mecenati, ma “sponsor attivi” e superamento del “semplice” mecenatismo, a favore di “strategie aziendali”, che vuol dire, in soldoni, largo ai privati non solo come finanziatori, ma con un ruolo di vero e proprio indirizzo “strategico”, induce i nostri incoercibili spiriti malevoli, a nostalgie quasi inconfessabili: “aridàtece Giulio II”.
Lastre di eternit abbandonate nel cuore del parco dell’Appia Antica. Rovinate, scheggiate e usurate. Questo materiale altamente dannoso per la salute e inquinante per l’ambiente è stato scaricato in diversi angoli dell’area protetta. Ma non solo. Tubature, sacchetti d’immondizia e batterie delle auto. Tutto è gettato nel parco come in una discarica. Alcuni rifiuti stanno lì da settimane, altri da anni.
Cinquanta e più blocchi d’amianto sono ammassati uno sopra all’altro in mezzo al verde all’altezza di via Lucio Volumnio. Proprio lungo il viottolo dove bambini e adulti passeggiano a piedi o con la bicicletta. Materiale tossico che deve essere chiuso in imballaggi non deteriorabili e incapsulato con estrema attenzione per non far liberare nessuna fibra di amianto, cancerogena per la salute, è invece buttato sul ciglio della strada. Sparse a terra ci sono centinaia di lattine e bottiglie di birra, cartacce, tubi di cemento e sacchetti stracolmi d´immondizia. Tra gli pneumatici delle auto, lasciati nel parco da anni, sono cresciuti anche degli arbusti. Montagne di calcinacci sono stati gettati sull’erba.
«Arrivano dentro quest’area protetta con dei camioncini, poi buttano tutto a terra e se ne vanno. Io che abito qui da anni non ho mai visto nessun controllo, nessuno che venisse a fare manutenzione o pulizia nel parco. E noi, come le migliaia di persone che vengono a passeggiare nell’Appia Antica, ci ritroviamo in un discarica, non in mezzo alla natura», si arrabbia Francesco Papa, che da anni risiede in una casa nel parco dell’Appia Antica. A due passi da un tumulo funerario ci sono delle vere e proprie aree ricoperte di rifiuti. Mobili, travi di legno, sacchetti di calcinacci, vestiti, scarpe e fusti di detersivi. Una zona verde è recintata, il cartello spiega che è sottoposta a sequestro per una bonifica. Oltrepassata la transenna si apre allo sguardo un’immensa discarica a cielo aperto.
L'associazione Rete nuovo municipio, Arnm, è attiva sulle tematiche della democrazia partecipativa e delle nuove forme di cittadinanza. L'Arnm è riunita per tre giorni a Roma, con un fitto programma di incontri e gruppi di lavoro. Ieri pomeriggio erano previsti in contemporanea attività sette gruppi: a) curare il territorio: beni comuni, energia, rifiuti; b) governare il territorio: altra economia, distretti di economia solidale, decrescita; c) vivere il territorio: alloggio, mobilità, urbanistica, servizi; d) smilitarizzare il territorio: pace, basi militari, sicurezza, legalità; e) aprire il territorio: inclusione e differenza; e inoltre un forum sull'acqua e un altro, il settimo, internazionale delle città, per la partecipazione e l'inclusione sociale. La mattina è stata invece utilizzata in un confronto su norme e pratiche di partecipazione a scala regionale. Un titolo arido per un tema di grande portata: la partecipazione dal basso alla politica.
Innanzi tutto, si è chiesto Gigi Sullo, direttore di Carta, che coordinava il dibattito, una Regione è uno stato più piccolo che ripartisce le sue disponibilità tra gli enti locali al suo interno, oppure è meglio considerare i rapporti dal basso verso l'alto, con la Regione intesa come un consorzio di comuni di cui si fa interprete o come l'entità che raccoglie e comunque fa proprie le decisioni e le scelte dei cittadini e delle loro associazioni? Sussidiarietà? Federalismo? O che altro?
Il primo che risponde a Sullo è l'assessore della giunta toscana Agostino Fragai. Questi inizia distinguendo partecipazione e concertazione. La Regione è molto aperta alla concertazione e invita al tavolo istituzionale 18 categorie per concertare insieme. Ma la partecipazione è un'altra cosa: una forma di democrazia dal basso di qualità diversa, che sollecita il ruolo dei cittadini soprattutto sui beni comuni. Si tratta di sollecitarli, aiutarli nella loro azione partecipativa. La Regione ha cercato i modelli da applicare in giro per il mondo; ha sentito tutti e sta scolpendo una legge, poco alla volta («ormai è pronta al 90%»; e la proposta finale potrebbe arrivare in Consiglio il 5 dicembre. Lo stanziamento è già deliberato. Si tratta di un milione annuo per tre anni. E' prevista anche un'autorità indipendente, e la scelta è stata quella di una sola persona, nominata sulla base di un concorso «internazionale»; inoltre, come prova massima di democrazia partecipativa, la legge scade dopo 5 anni, nel senso che alla fine del quarto deve esssere confermata, se si vuole mantenerla in vita. E se non ha funzionato bene, la si butta senza difficoltà.
A Luigi Nieri, assessore nel Lazio, viene chiesto di parlare della Bufalotta, possibile o probabile espansione di Roma, dentro e più ancora fuori dai piani regolatori. Nieri assicura che i «palazzinari», caratteristica e vergogna (o vanto?) della capitale, questa volta non passeranno. Il piano regolatore non sarà modificato, nessuno aggiungerà varianti. Spiega però la debolezza dei comitati di cittadini nei confronti dei poteri forti e fa il caso del debito di dieci miliardi che la Regione ha trovato nei conti lasciati dall'amministrazione precedente. Parla dei padroni di cliniche e di palazzi che sono poi i creditori della Regione per vari miliardi di euro, approfittando di un meccanismo che ne fa fornitori, creditori e finanziatori allo stesso tempo, con introiti complessivi che andando oltre il 20%, sono da codice penale.
Sul rapporto tra comunità e poteri forti torna anche Alberto Magnaghi, presidente di Arnm. «Con il principio di sussidiarietà, applicato in Toscana, i piccoli comuni sono preda dei poteri forti». Serve una sovrintendenza nazionale per sostenere le cause del territorio, a partire dal paesaggio. Basta capannoni! «Il consumo di suolo deve essere azzerato». Questo articolo del Decalogo di Milano serve a dare forza a Comuni e Regioni contro la speculazione immobiliare. Occorre poi dotare i Comuni di maggiore potere finanziario per spostare il rapporto di forze; e la partecipazione serve proprio a questo. (g. ra.)
Il lavoro di casa, dentro le mura domestiche è un «tesoretto» che vale, sia pure sul piano virtuale, qualcosa come il 32,9% del Pil, cioè circa 433 mila milioni di euro. Cioè come le entrate tributarie di tutto il 2006. Sono le donne, ovviamente, a sobbarcarsene il peso maggiore perché di questo 32,9%, il 23,4% grava sulle loro spalle contro il 9,5% degli uomini.
Il lavoro di casa, dentro le mura domestiche. In pratica, tutte quelle ore passate a rammendare, pulire, stirare, accompagnare i bambini, accudire gli anziani, fare la spesa. Ecco, se fosse calcolato nella contabilità nazionale, si scoprirebbe che è il vero motore dell’economia italiana, la produzione-ombra che nessuno paga o vuole pagare e di fatto non considera. Comunque un «tesoretto», questo sì, che vale, sia pure sul piano virtuale, qualcosa come il 32,9% del Pil, cioè circa 433 mila milioni di euro, come una valanga di pluri-stangate, come migliaia di lotterie di Capodanno, come milioni di sms di solidarietà. Oppure, per avere un’idea ancora più concreta, come le entrate tributarie di tutto il 2006.
E sono le donne, neanche a dirlo, a sobbarcarsene il peso maggiore perché di questo 32,9%, il 23,4% grava sulle loro spalle contro il 9,5% degli uomini. Volendo convertire le percentuali in miliardi di euro «prodotti», sono rispettivamente 308 e 125. In più, l’ora-lavorata delle donne «vale» assai meno.
Sono calcoli che fanno una certa impressione, nel loro insieme. Ma soprattutto sono il risultato di un lavoro mai tentato prima su base scientifica, elaborato ora dagli economisti de Lavoce.info. Una bell’impegno perché bisognava anzitutto cercare di dare un «valore-orario» e dunque un «prezzo» a questo universo lavorativo così particolare, che è reale e virtuale insieme; che si sa quando comincia e mai quando finisce; che si sviluppa quotidianamente nelle case di ciascuno, senza pause né festività, volenti o nolenti.
Paola Monti, 28 anni, laurea alla Bocconi, un Master a Londra, economista della Fondazione Rodolfo Debenedetti, prova così ad inquadrarlo, a dargli un peso, una quantificazione e persino a confrontarlo con quel che avviene nel resto del mondo. Il metodo che sceglie è doppio. Anzitutto rielabora i dati Eurostat sulla cosiddetta «occupazione elementare». Quindi utilizza un’indagine sull’uso del tempo fatta dall’Istat nel biennio 2002-2003 che permette di stabilire quanti minuti una persona dedica a diverse attività di tipo domestico nell’arco di una giornata, in Italia e nel resto del mondo. Il tutto rielaborato con coefficienti e medie ponderate sulla base di un volume a cura di Tito Boeri, Michael C. Burda e Francis Kramarz (Working hours and job sharing in Eu and Usa, Oxford University Press-Fondazione Rodolfo Debenedetti) di prossima pubblicazione.
Ed ecco che i numeri fotografano una realtà complessa, raccolta in una «voce» tutta tecnica che si chiama household production, ovvero il tempo che si spende per produrre beni e servizi all’interno della casa e della famiglia, gli stessi che si potrebbero comprare sul mercato. Le pulizie, per esempio, sono parte di queste production perché chi non vuole farsele da solo, può sempre cercare aiuto all’esterno e dunque pagare il servizio. Ma anche la cucina o il baby-sitting, così come la spesa al supermarket o l’assistenza agli anziani. Ebbene, secondo una media ponderata, a questo tipo di occupazioni vengono dedicate 3,89 ore al giorno. Nella scomposizione per genere però viene fuori che 1,92 ore le svolgono gli uomini, 5,78 le donne. Ogni ora «costerebbe» 7,83 euro, che al maschile diventano 8,76 e al femminile solo 6,94.
Il confronto internazionale riserva subito delle novità. Questo salario medio orario di 7,83 euro, in Olanda diventa 9,86, in Francia 9,94, in Inghilterra 10,93, in Germania 11,12. Soltanto in Spagna, tra i pochissimi paesi che finora ha cercato di calcolare il valore intrinseco dell’economia cosiddetta domestica, pure asse portante del Pil nazionale, il lavoro di casa è più a buon mercato: appena 5,34 euro di media. Ovunque le donne «guadagnano» meno.
Se questi sono i dati di partenza, viene fuori che ogni anno il lavoro casalingo, assorbe qualcosa come 1.419 ore (si tratta sempre di una media ponderata). Ma nella suddivisione tra maschi e femmine, circa 700 sono svolte dagli uomini contro 2.110 dalle donne. Se questa occupazione fosse retribuita, come di tanto in tanto viene reclamato, avrebbe un valore medio ponderato di circa 10.473 euro per ciascuno dei 41 milioni di italiani in età tra i 20 e i 74 anni presi in considerazione nel biennio 2002-2003, cioè appunto 433 mila milioni di euro l’anno, pari al 32,9% del Pil. Sul totale della cifra annuale, la quota media maschile «varrebbe» circa 6 milioni di euro e quella femminile, meno «retribuita» ma superiore per numero di ore, avrebbe un valore medio di circa 14 milioni.
Adesso, pur con tutti i loro limiti, questi conteggi sono sufficienti per dare una idea della fatica che ogni giorno ciascuno compie dentro il perimetro di casa sua. Ma l’indagine cerca anche di dare un valore al cosiddetto iso-work, cioè alla somma del lavoro pagato sul mercato più la produzione domestica. Ebbene, dalla ricerca viene fuori che uomini e donne di mezzo mondo - dagli Usa alla Germania all’Olanda - dedicano lo stesso ammontare di minuti al lavoro remunerato e a quello domestico insieme, tranne in Italia. La differenza tra i due generi - ben 74,7 minuti in più a sfavore del femminile - costituisce la riprova, in chiave economica, che le donne spesso sommano il lavoro interno e quello esterno, diventando di fatto doppiolavoriste croniche. Ovviamente i numeri non sono in grado di spiegare se, dietro il fenomeno, c’è anche la voglia tipicamente femminile di tenere ogni cosa sotto controllo o se si tratta di una prevalenza per così dire subìta, o involontaria o semplicemente inevitabile.
Ma in casa, per fortuna, non c’è soltanto il lavoro cosiddetto «elementare» che tutti fanno, con più o meno allegria e rassegnazione. Gli esperti cercano anche di catalogare le attività più tipiche all’interno del «focolare». Per esempio, il family-care, cioè la cura che si richiede per mandare avanti la famiglia e la casa in generale, che è parte dell’household production: in Italia, assorbe 29,6 minuti al giorno, grosso modo come la Germania ma assai meno dei 34 dell’Olanda e dei 44,5 degli Usa. Poi c’è la voce shopping, che non significa andare per negozi a comprare vestiti o gioielli, ma è piuttosto la tipica spesa quotidiana di cibo e generi di prima necessità: ebbene, gli italiani sono assorbiti da questa attività per 43,3 minuti al giorno, gli americani per 51,4, i tedeschi per poco meno di un’ora, (57,4). Le donne «vincono» ovunque, dedicando in ciascun paese considerato il maggior numero di minuti per fare compere. Anche qui: è smania consumistica o lavoro aggiuntivo sulle spalle? I numeri non lo spiegano, ma il sospetto resta.
Casa dolce casa, allora? Di sicuro consola vedere che nella graduatoria delle diverse attività quotidiane incorniciate nel perimetro domestico ci sono anche l’ozio e il relax. Ecco allora spuntare la categoria del tempo libero - leisure, in gergo - che in Italia supera le 6 ore e mezzo, cioè esattamente 401.3 minuti al giorno, contro i 334,6 della Germania, i 337,5 degli Usa e i 397,7 dell’Olanda. Ma di nuovo gli uomini, in ciascuno dei paesi esaminati, sono quelli che si trastullano di più: 439,6 minuti contro 367, nel caso dell’Italia. In compenso, dormono di meno: su una media italiana giornaliera di circa 8,2 ore (497.9 minuti, per l’esattezza) il sonno maschile è pari a 496.7 minuti, quello femminile a 499. Dalla graduatoria globale si scopre anche che i più dormiglioni in assoluto sono gli olandesi, seguiti da tedeschi e americani con oltre 500 minuti al giorno.
Quando non si schiaccia un pisolino, c’è la tv. Ecco allora che davanti allo schermo (ma anche ascoltando la radio perché il capitolo è unico), gli italiani passano 101,1 minuti al giorno di media e per questo sono ultimi nella graduatoria. Ma - sorpresa? - 114.5 minuti sono appannaggio degli uomini, 89,1 delle donne.
La vita in casa, valutata in chiave economica. Un lavoro duro che, al dunque, se si volesse fare un paragone internazionale, potrebbe valere più del Pil del Belgio, il doppio di quello della Danimarca, quasi il triplo di quello dell’Irlanda. Ma non c’è ricerca scientifica che calcoli anche quanto vale la «regia» del lavoro domestico, il tempo che si spende per organizzare l’agenda del giorno, per economizzare le energie e i quattrini, per incastrare una cosa con l’altra, quando non sono dieci insieme, per «pensare». Un lavoro nel lavoro, insomma, di cui non c’è ancora - e chissà se mai ci sarà - traccia numerica.
Vautare il costo monetario virtuale del lavoro casalingo delle donne non è solo un esercizio di economia applicata: è la testimonianza “scientifica” di una gigantesca ingiustizia sociale. La nostra evoluta civiltà tollera e incoraggia l’asservimento di un intero genere a un ruolo che non può essere definito che subalterno, poiché è escluso dall’unica valutazione che – nella società di oggi – conta davvero: la valutazione economica. Un ruolo che, per di più, non è scelto, ma è assegnato per default .
Si discusse a lungo di questo negli anni (soprattutto i Sessanta) in cui le riforme non si riducevano ai paradigmi dell’attuale” riformismo”. In quegli anni si iniziava a “riformare” la struttura della società, cioè a cambiarne le regole di fondo. In quegli anni si comprese che, per “liberare” le donne dal lavoro casalingo, bisognava cambiare qualcosa nell’organizzazione della città. Questa doveva essere completata e arricchita da “servizi sociali” che si facessero carico di molte delle mansioni fino ad allora “casalinghe”.
Così nacque la richiesta di asili nido e di servizi sanitari distribuiti sul territorio, di spazi pubblici in misura e localizzazione adeguate: insomma, degli “standard urbanistici”. Così si tentò di sperimentare forme di organizzazione dell’abitare in cui altri servizi collettivi riducessero il peso della gestione domestica e integrassero l’alloggio con i servizi collettivi in una più evoluta concezione della “residenza”.
Queste posizioni raggiunsero alcuni primi obiettivi con la “legge ponte” del 1967 e il decreto sugli standard del 1968, e con le leggi per la casa del periodo immediatamente successivo.
Non mancano, sebbene siano pochi, i libri che raccontano quegli eventi e le ragioni delle sconfitte che seguirono. Queste intervennero quando la “controriforma” nel campo dell’organizzazione della città ebbe il sopravvento, e quando la politica si appiattì sull’economia data, rinunciando al suo ruolo di indicare un diverso progetto di società.
Sull'argomenti si veda su questo sito l' eddytoriale dell'8 marzo 2007, i materiali inseriti in proposito dal sito Tempi e spazi, la relazione di Giovanni Astengo al convegno dell'UDI del 1964.
Il Ministro Rutelli, attribuendo all'incultura dei geometri la responsabilità del degrado urbano, assolve il mondanamente pervasivo diffondersi di una immagine progettuale colta, veicolatasi in campo urbanistico-architettonico dall'ambito mass-mediatico, più affine al mondo della novità effimera della moda e del design che non ai fenomeni di lunga durata della conformazione urbana e assunta acriticamente da pubblici amministratori inclini (a destra e a sinistra) alla politica-spettacolo.
La Finanziaria 2008 stanzierà 550 milioni di Euro per edilizia residenziale pubblica; blando lenimento, dopo dieci anni di carenza, al disagio sociale nello scarto tra redditi medio-bassi e costi di affitto e vendita delle abitazioni; ma dove si attueranno gli investimenti se i comuni hanno pressoché esaurito la capacità insediativa dei piani per l'edilizia economico-popolare dei lontani anni Settanta, e si sono ben guardati, per Io più, dal reperirne di nuova nelle trasformazioni urbane sempre più diffusamente contrattate con le proprietà fondiarie?
Bisognerà, dunque, contrattare con esse quote edificatorie aggiuntive a quelle attese per garantirsi un'adeguata remunerazione della rendita fondiaria oppure dirottarle sull'edificazione delle aree a servizi pubblici previste nei piani regolatori e sinora inattuate (come, già un anno fa, indicava con spregiudicato pragmatismo ai proprietari di quelle aree una delibera del Comune di Milano, più o meno convintamene all'unanimità di maggioranza ed opposizione).
In ambo i casi, abbassando le dotazioni pubbliche programmate, la Vantazione Ambientale Strategica (VAS) disposta da una direttiva europea del 2003 per valutare la sostenibilità di lungo periodo delle attuazioni programmatico-pianificatorie si ridurrà ad un adempimento burocratico privo di efficacia reale.
Non a caso, nel loro intervento del 3 ottobre scorso, Del Monaco e Ottaviano ribadivano la necessità di un programma strategico di trasformazione economico-sociale alternativo quale orizzonte imprescindibile per la sinistra per non rendere il potere di indirizzo pubblico succube dei centri di interesse economico consolidati, esemplificato appunto nei piani regolatori concepiti sulle esigenze dei grandi gruppi immobiliari.
Nel 1967, dopo la lunga renitenza dei comuni a dare attuazione al compito pianiflcatorio-conformativo loro attribuito dalla Legge Urbanistica del 1942, e a seguito della clamorosa frana di Agrigento in cui si materializzarono simbolicamente le diseconomie della mancata pianificazione nello sviluppo urbano, la fase di più attivo riformismo del centro-sinistra originario tentò di dare alla valorizzazione fondiario-immobiliare un miglior e più stabile orizzonte anticongiunturale e di efficacia economico-sociale, a partire dalla cosiddetta Legge Ponte del 1967, in cui si obbligavano i Comuni a subordinare le trattative coi privati almeno alla redazione di un piano insediativo generale e ponendo a carico degli attuatoli immobiliari i costi urbanizzativi (poi via via erosi dall'accondiscendente inerzia di gran parte dei comuni ad adeguarli alla dinamica inflazionistica) giungendo con la Legge Bucalossi del 1977 a chiudere la prassi viziosa di finanziare le spese correnti dei comuni con gli oneri urbanizzativi e introducendo un contributo concessorio (circa il 4% del costo medio di costruzione) destinato al risanamento dei centri storici degradati e al contenimento del costo abitativo.
Un patrimonio di conquiste di un riformismo non imbelle, dispersosi dal 1977 in poi, in nome della rapidità attuativa e delle contingenti necessità economiche, in una serie di provvedimenti deregolatori (Accordi di Programma, Patti Territoriali, Contratti di quartiere, Programmi Integrati di Intervento), che - consentendo agli Enti locali il sempre più pervasivo ricorso alla sommatoria di interventi per lo più proposti direttamente dagli operatori privati in deroga a qualunque obiettivo generale di assetto sostenibile pubblicamente individuato e il ritorno al dirottamento di oneri urbanizzativi e contributo concessorio a sostegno di bilanci correnti sempre più zoppicanti - non solo ne svia l'effetto di investimento anticongiunturale a livello locale, ma condiziona le stesse priorità di pianificazione strategica.
Una condizione, nonostante le accampate pretese di inusitata flessibile innovatività, del tutto analoga a quella praticata dal dopoguerra al 1967.
All'indomani dell'insediamento del Governo Prodi, la rivista specialistica Edilizia e Territorio chiedeva: «nello 'spacchettamento" tra Infrastrutture e Trasporti, chi controllerà FS?» Arguta osservazione: ha senso discutere le priorità del Quadro Strategico Nazionale in Lombardia (ad esempio: Gronda ferroviaria Malpensa-Orio al Serio e collegamenti al progetto elvetico del San Gottardo) se il Comune di Milano da solo è in grado di concordare con FS la destinazione di 900 milioni di Euro di rendite fondiarie con un protocollo d'intesa che massimizza la rendita fondiaria degli scali ferroviari purché la si reinvesta nel Secondo Passante Ferroviario?
E gli investimenti per Expo' 2015 saranno decisi dal Tavolo per Milano o visti in ottica metropolitano-regionale?
Occorrerà una nuova frana di Agrigento (questa volta forse non edilizia ma territoriale, ambientale ed economica) perché il centro-sinistra si renda conto della strada su cui ci si è tornati a mettere?
Qualche giorno fa - l'otto novembre - si è celebrata la giornata mondiale dell'urbanistica. Da Canberra a Vancouver, da Buenos Aires a Shanghai, i documenti e i messaggi che in quella occasione si sono scambiati centri, laboratori e organizzazioni di urbanisti e pianificatori in tutto il mondo hanno sottolineato in modo pressoché unanime un punto: le prossime politiche urbane e territoriali devono assumere pienamente la gravità della questione ambientale e della crisi climatica, così che la disciplina urbanistica possa esprimere proposte analitiche e progettuali conseguenti.
Già da tempo il paradigma della sostenibilità appare, nelle dichiarazioni dei tecnici e dei decisori, il dato strutturante di tutto il settore, e tuttavia queste parole soltanto raramente si traducono in azioni. Lo dimostra, per esempio, l'attenzione suscitata da recenti dibattiti su temi già in declino, quali i «non luoghi», del cui calo ha fornito una interessante interpretazione Massimo Ilardi (in Tramonto dei non luoghi, Meltemi); oppure l'ancor più recente entusiasmo per i «superluoghi» (che in realtà dovrebbero chiamarsi correttamente «supernonluoghi»), megastrutture multifunzionali, la cui presenza domina e condiziona interi ambiti territoriali per le loro dimensioni e il loro impatto; o infine per i nuovi grattacieli, talora mascherati da tentativi, non di rado goffi, di innovazione ambientale («boschi verticali») o energetica (megacontenitori, sì, ma alimentati da sole e vento).
I cantori del gigantismo
Non sono solo i più attenti analisti del territorio, ma anche diversi architetti costruttivisti, quali Rem Koolhaas e Renzo Piano, a evidenziare la contraddittorietà e l'obsolescenza di queste posizioni. La bigness concentra quantità di interessi e capitali tali da prospettare una governance che ha tutti i mezzi per legittimare la propria autoreferenzialità: il peso economico e decisionale di simili operazioni rischia infatti di stravolgere le politiche urbanistiche e le stesse architetture (quelle che Koolhaas ha definito nei suoi scritti pubblicati in Italia per Quodlibet «Junkspace»). Tecnici e decisori sono ridotti al ruolo di cantori (chiamati cioè solo a «disegnare la retorica»), portavoce o facilitatori di operazioni la cui ampiezza suscita grandi quanto banali entusiasmi mediatici.
I problemi sorgono quando tali azioni, programmatiche o progettuali, si scontrano con una domanda sociale, estranea al sistema di governance che li sorregge, e che esprime anzi istanze spesso del tutto diverse, in conflitto con le dinamiche suscitate dai «supernonluoghi». D'altra parte, non solo le operazioni in sé, ma l'intero orientamento su cui esse si basano fa sì che vengano alimentate, e non corrette, le logiche che hanno portato all'attuale crisi ecologica.
I termini della questione ambientale - e in generale la gravità dei problemi prodotti dai modi di funzionamento del «villaggio globale», dalla povertà alle guerre, dagli squilibri al crollo delle relazioni sociali, al depauperamento delle risorse - richiedono una impostazione di fondo realmente innovativa, nonché svolte drastiche nei modi in cui nel prossimo futuro si dovranno strutturare molte discipline, e non soltanto quelle che hanno strettamente a che fare con società e territorio. La svolta dovrebbe insomma presentare caratteri di più profonda radicalità, investendo tutti i livelli della conoscenza. Del resto, proprio la presenza di una simile consapevolezza, che a mano a mano si è diffusa nei vari campi disciplinari di riferimento, ha probabilmente determinato il favore del filone «autosostenibile» o «territorialista» presso gli urbanisti (e non solo).
Avendo in mente come obiettivo la realizzazione di attività sociali sostenibili, che possano efficacemente invertire le deterritorializzazioni in atto, le nuove regole dovrebbero prendere avvio dallo «statuto dei luoghi», dalle relazioni tra valori e caratteri del patrimonio e dalla sua fruizione da parte degli «abitanti-produttori». Molte adesioni di studiosi, appartenenti all'area delle scienze ambientali, sono tuttavia state banalizzate, o addirittura vanificate, perché è stato sottovalutato il rigore con cui vanno individuate e trattate le tappe - vere pietre miliari - del programma territorialista, vale a dire appunto la concatenazione di valori, caratteri, regole e azioni. Le potenzialità di innovazione della proposta possono trovare, infatti, attuazione proprio all'interno di una rappresentazione «consistente» di questo apparato concettuale e nella sua applicazione.
Un paradigma che mal si concilia, se non confligge apertamente, con l'orientamento territorialista è naturalmente quello neoliberista, che tuttora permea molta disciplina economica e territoriale: il concetto di competitività è infatti estraneo (e forse invalidante) rispetto alla possibilità di un utilizzo coerente del mainframe della razionalità autosostenibile. Non va sottovalutata - anzi va considerata in tutta la sua portata - l'assenza di categorie economiche da questo ambito fondamentale di rappresentazione: ne derivano possibili concetti di sostenibilità economica, «da azioni indirette, non economiche»; maggiormente rapportabili, infatti, alle nuove domande di qualificazione territoriale e paesaggistica, piuttosto che alle semplici istanze sociali.
Tentativi disperati
Siamo distanti anche da Keynes, dunque, e figuriamoci dalle politiche territoriali basate sull'offerta di trasformazioni, quali oggi vengono proposte da tanto quadro istituzionale. Va considerato invece il dissolversi, «fino alla liquefazione», di comunità sociali, che possono ricostituirsi - in particolari condizioni e contesti - proprio tra quelle soggettività, talmente capaci o fortunate da «impigliarsi» negli intrecci di valori verticali (si pensi per esempio all'evoluzione del concetto di rizoma in Millepiani). Questo attribuisce maggiore valenza alle componenti più «naturali», ecologico-paesaggistiche, del patrimonio territoriale e restringe, invece, la gamma delle possibili fruizioni sociali: in questo senso lo «Statuto dei Luoghi» quasi coincide con le tassonomie del paesaggio.
Le nuove valenze, attribuibili al paesaggio, sono correlabili alle metamorfosi semantiche che segnano anche altri concetti, per esempio le relazioni tra «città», «sviluppo» o «progresso», che hanno marcato l'intera modernità. Nella postfazione alla nuova edizione dei Vandali in casa di Antonio Cederna (Laterza, pp. 279, euro 18), Francesco Erbani ripropone una simile rassegna di progetti, ma sottolinea che il tentativo degli urbanisti di giungere a una razionalizzazione pianificatoria di qualcosa che sfuggiva loro continuamente di mano - la città - risulta chiaramente disperato. Infatti, le figure che incombono sulla città contemporanea sono la sprawltown occidentale e la megalopoli terzo/quartomondista, due immagini ormai a forte connotazione negativa. Questo dovrebbe indurre molta prudenza «negli entusiasmi progettuali», il cui abuso diventa evidentemente strumentale alla prosecuzione delle dinamiche in atto.
La ricerca Itaten, diretta nel 1996 da Alberto Clementi, Giuseppe De Matteis e Piercarlo Palermo, è stata certamente una delle elaborazioni recenti più importanti sull'urbanizzazione in Italia. Le immagini satellitari di quello studio, ancora una dozzina di anni fa, lasciavano intatta l'ipotesi che il progetto potesse ristrutturare e risostanziare il territorio. Già qualche anno dopo, allorché Arturo Lanzani ha condotto la ricognizione presentata in Paesaggi italiani (Meltemi 2003), tale opzione si era di molto ridotta.
Nelle applicazioni attuali (come risulta dai rapporti «Itater 2020»), gli stessi spazi che si riteneva di poter reinterpretare in termini di sviluppo locale, ancora giocando sul ridisegno di scenario, risultano rozzamente ingombri, drammaticamente degradati. E analoga traiettoria prospetta l'iniziale feeling positivo di Koolhaas per il Junkspace, che adesso fa posto a uno sguardo preoccupato e a una attitudine progettuale minimale.
Oggi la diffusione insediativa americana assomiglia alla città diffusa europea: ambedue hanno cancellato o banalizzato molti valori e risorse del patrimonio ambientale. Sprawltown è dovunque nell'occidente «avanzato». Contemporaneamente nel sud del mondo, da Lagos a Città del Messico, da Shanghai a San Paolo, imperversa Megalopoli, con i suoi slum, le sue miserie, le sue emergenze, i suoi rifugiati e sfollati.
Simboli in decadenza
Qualche anno fa Michele Sernini, studioso appassionato e rigoroso, aveva proposto un titolo forse inconsapevolmente predittivo per uno dei suoi ultimi studi: la città nel dominare il territorio si è disfatta ( La città disfatta, Franco Angeli 1988). E disfacendosi, ha perso la sua identità di simbolo del progresso moderno, come hanno aggiunto altri autori. Dunque le teorie vanno riviste, secondo il lascito di Pierre George. Oggi osserviamo la città consapevoli che il senso di progresso e modernità, evocato da questo termine, si è dissolto.
Forse paesaggio è un nuovo concetto che può «educare alla speranza», anche di un progresso più consono alle istanze contemporanee degli abitanti (non si usa volutamente la parola sviluppo). Allora la «città della Piana», la «metropoli dello Stretto», la «media città toscana», la «megacittà padana», in cui ancora Itaten, dodici anni fa, e Lanzani, qualche tempo dopo, riscontravano un senso di libertà («perché vai a stare nella tua casetta a Dalmine, arrivi quando vuoi e ti sposti con la macchina») come orizzonti positivi, sono tramontate. Lo stesso Lanzani, di recente, ha espresso un'opinione abbastanza diversa.
Di certo più radicali sono i pareri di alcuni sociologi e antropologi che studiano la Padania e si spingono fino a correlare la distruzione dei valori del paesaggio e del territorio e la produzione di ricchezza - comunque in contrazione - da multiabuso, sociale, fiscale e ambientale, alla produzione di violenza intramoenia, anche nell'ambito delle famiglie. La perdita di senso dei luoghi e degli spazi corrisponderebbe e favorirebbe il vuoto e la generazione di mostri nella vita di ognuno.
Le grandi opere della Legge Obiettivo del governo Berlusconi (con l'eccezione del Ponte sullo Stretto), sono state fatte proprie dall'attuale governo, malgrado nel programma elettorale di quest'ultimo figurasse l'intenzione di mostrare chiari segnali discontinuità rispetto all'approccio da shopping list dell'esecutivo precedente. I fondi però sono pochi e alcune opere devono essere rinviate o cancellate dalla lista. Anche se si tratta di opere poco utili, le proteste sono vibrate. Meglio lasciare che gli enti locali che protestano se le finanzino da soli.
Opere escluse
Il problema con la shopping list di Di Pietro, come in passato con quella di Lunardi è che i fondi continuano a non essere sufficienti per tutti gli investimenti, e questo fatto provoca vivaci reazioni degli interessi esclusi: in particolare, per la linea Alta Velocità Genova-Milano (“Terzo valico”) sono da segnalare le reazioni dell’ex-ministro Lunardi, del sindaco di Genova e del governatore della Liguria (anch’egli ex-ministro dei trasporti), tutti uniti sotto un'unica bandiera. Questa linea non è stata proposta per il finanziamento dalla Commissione Europea, per l’ovvio motivo che non si tratta di un collegamento internazionale, ma ciò non ha mitigato le proteste. Altre reazioni negative sono emerse per l’autostrada tirrenica (Livorno-Civitavecchia).
Vediamo più da vicino le due opere “escluse”, che in effetti sono tra le meno difendibili dell’elenco dell’ex-presidente del Consiglio. La nuova linea ferroviaria Milano – Genova è stata più volte dichiarata non necessaria dal gruppo dirigente di FS, dopo accurate analisi della domanda possibile e della capacità residua delle due linee già esistenti. L’ex-ministro Lunardi commissionò il rifacimento di tali analisi alla società Ispa, che aveva ogni interesse a dichiarare fattibile il progetto anche in presenza di ritorni economici molto modesti. Ispa dichiarò anch’essa il progetto non fattibile, prima di essere sciolta d’autorità dalla Commissione Europea poiché chiaramente finalizzata a mascherare spesa pubblica (agli occhi di Bruxelles, e dei contribuenti italiani, si può aggiungere). Il governo allora dichiarò che avrebbe comunque “garantito” il 100% dei finanziamenti, eludendo i risultati delle analisi e la modesta funzionalità del progetto.
L’autostrada Livorno – Civitavecchia attraverserebbe una delle aree meno abitate del paese e più pregiate dal punto di vista ambientale (ma di questo aspetto non ci occupiamo) e si affiancherebbe a una strada statale quasi interamente a quattro corsie (la SS1, Aurelia). Facendo i conti, anche sulla base di ipotesi molto favorevoli al progetto, le speranze di dimostrare una qualche utilità dell’opera sono molto scarse (1). È così che lo studio ufficiale (ovviamente affidato a un soggetto non neutrale) postula che alla Aurelia attuale vengano posti limiti di velocità pari a 30-40 km-ora, cioè, di fatto, che si chiuda. ANAS approva.
Proteste vibrate, numeri nascosti e discrezionalità
Tornando alle proteste degli esclusi (che, verosimilmente, si moltiplicheranno), il loro aspetto peculiare è che ciascuna area adduce “forti” motivazioni a difesa dell’indispensabilità dell’opera che la riguarda: il nord più sviluppato a causa del traffico che già c’è e, simmetricamente, il sud al fine di indurre sviluppo, che genererà poi il traffico, ecc.
Un’altra motivazione, addotta come essenziale per le opere transfrontaliere (non perdere i finanziamenti europei) dovrebbe attenuarsi, dopo aver verificato che per l’opera più critica, la linea Alta Velocità Torino-Lione, tali finanziamenti coprono circa il 5% dei costi totali. Come era prevedibile, del resto, date le somme disponibili a livello europeo (8 miliardi per 27 paesi), e i costi reali dell’opera [link Prud’homme, la voce, 25/05/07: “L’analisi costi-benefici boccia la Torino-Lione”]. Ma di questi numeri difficilmente la pubblica opinione sarà informata. Il finanziamento (peraltro non ancora certo) sarà presentato come un successo che rende indispensabile che i contribuenti italiani contribuiscano con il 98% mancante (senza contare gli “sforamenti” successivi (2). Tuttavia la discrezionalità politica nell’assegnazione delle risorse sembra davvero irrinunciabile, e per questo motivo nessuna analisi “comparativa” è alle viste. Tutte le opere sono a priori “strategiche per il Paese”, e quindi non valutabili secondo la prassi internazionale.
Una dimensione da tenere presente in questo atteggiamento è che i destinatari dei fondi sono quasi esclusivamente imprese nazionali (non solo in Italia), perché il settore delle opere civili non è facilmente apribile alla concorrenza. Consideriamo, per esempio, l’unica opera “cancellata” dall’attuale Governo, il Ponte sullo Stretto (neanche una delle più inutili, in realtà): subito si decide di allocare quei fondi alla stessa area geografica. Ma chi ha detto che i progetti di cui ha bisogno quell’area debbano ammontare a tre miliardi di Euro, e non a due o a quattro? Significativa appare la prevalenza delle logiche spartitorie su quelle funzionali ed economiche.
Rischi maggiori e mali minori
C’è però, se sono vere le premesse, il rischio concreto e grave che la costruzione di opere di dubbia utilità non sia il problema economico maggiore. Infatti una logica spartitoria/elettoralistica porta ad allocare le (scarse) risorse a pioggia, in uno schema perfettamente funzionale a quella logica: consentire l’avvio di un grande numero di opere molto “visibili”, per le quali tuttavia arriveranno fondi insufficienti a terminarle (e il sistematico gonfiarsi dei costi rispetto a quelli preventivati va in questa direzione). Infatti nessuno dei decisori risponderà né dei costi né dei tempi, come è apparso recentemente evidente per il progetto di Alta Velocità ferroviaria. Lo “stop and go” delle costruzioni può da solo incrementare di alcune volte il costo-opportunità delle opere (per il solo fatto che le risorse rimangono immobilizzate per un lungo tempo). Una stima per il passante ferroviario di Milano ha raggiunto la quantificazione del 100% di aumento del costo dell’opera per la collettività.
Paradossalmente, l’affermazione del sindaco di Genova e del governatore ligure di voler autofinanziare la linea AV Milano-Genova con risorse locali va nella direzione corretta, già seguita dai francesi. Questo atteggiamento, infatti, sicuramente aprirebbe un dibattito democratico sulle priorità di spesa, da cui probabilmente sorgerebbero forti spinte a minimizzarne i costi (spinte oggi assenti, o addirittura di segno opposto). Il problema, tuttavia, è che anche qui vi è il serio rischio di ricorrere a schemi di “finanza creativa”, tali da occultare l’onere ai veri pagatori di ultima istanza. L’Italia ha un’ottima tradizione in questo campo.
Ne aveva parlato qualche giornale, dalla metà di settembre, così, quando l’ho visto nella vetrina della cartoleria del paese emiliano in cui vivo, non ho saputo trattenermi dal comperare il libro: è pubblicato nella collana “gli specchi” di Mondadori, scritto da Bernardo Caprotti, ottantenne imprenditore dei primi supermercati italiani.
Il sottotitolo “Le mani sulla spesa degli italiani”, rieccheggiante uno dei tormentoni preferiti dai politici di Destra, con il corredo di una prefazione di Germinello Alvi e di un allegato storico-documentario di Stefano Filippi, promette di rivelare i retroscena della diffusione della “grande distribuzione” nel nostro Paese, nel quale operano anche le Cooperative associate nella COOP Italia, con una quota di mercato di quasi il 18 per cento, mentre il restante 82 è coperto dal settore privato, e di questo l’8 spetta alla sua Esselunga.
Socio di cooperativa di consumo da più di 40 anni, ne ho seguito la trasformazione fin dagli striminziti spacci del dopoguerra, diffusi in ogni sobborgo della mia Regione e, a macchia di leopardo, in tanti altri luoghi e aziende d’Italia e di tanti altri Paesi. Ho seguito le prime introduzioni di locali a “libero servizio”, superettes e supermercati, poi da progettista ho praticato l’urbanistica commerciale degli anni ‘70 con i centri commerciali di quartiere, fino alle grandi strutture alternative: quella dell’Ipermercato “alla francese” e quella dello Shopping Center, che Victor Gruen ha imposto in America, e in tutto il mondo, dai primi anni ‘60 ad oggi.
Ho partecipato anch’io, con tanti altri, miei clienti, collaboratori, costruttori, allievi a quel febbrile impegno, a quello spirito di squadra, alla sensazione del rischio incombente e alla soddisfazione per il risultato, per la qualità conseguita, per i traguardi di efficacia raggiunti.
Lo stare nel mercato ha un suo innegabile fascino che si accresce quanto più si studia e si comprendono le sue dinamiche, la tensione fra i “central places”, la concorrenza Schumpeteriana fra le diverse tecniche di distribuzione, vecchie, nuove, rinnovate.
Comprendo quindi il calore con cui il vecchio leone parla delle sue imprese, delle difficoltà e delle durezze affrontate per farle diventare sempre più grandi, alla rabbia verso chi vi frappone ostacoli. La penetrazione nel mercato di una forma distributiva innovativa, che promette prezzi più bassi, ma che per farlo deve cambiare sia gli stili di consumo di moltitudini, che la stabilità dei ceti commerciali, non è certo “una passeggiata”. Nella polarizzazione e nella diffusione urbana necessaria alla espansione della grande distribuzione moderna, si scontrano il corporativismo delle categorie, l’arroganza dei burocrati e dei politici nazionali e locali, l’intermediazione parassitaria della rendita sui suoli, le “dazioni” ai potentati, fino al crimine in doppio petto e all’artiglio delle mafie.
Caprotti, che viene da una famiglia proprietaria di filande in Brianza, finisce quasi per caso (ma certo in virtù delle “entrature” e del capitale di famiglia) a lavorare nel commercio che si definisce “despecializzato”, soprattutto alimentare e impianta i primi punti di vendita a libero serizio derivati da modelli di grande successo oltre oceano.
Ma il nord Italia del miracolo, di vecchie città malamente ricostruite, di consumi meschini, di mercatini rionali e carrettini, di clientele affezionate alle storiche botteghe non assomiglia alle Grandi Pianure e la penetrazione è lenta e difficile, ostacolata da interessi e paure.
Solo quando, con le lotte di fabbrica degli anni ‘60, che Caprotti subisce e stigmatizza, cresceranno i salari e quindi i consumi, i suoi supermercati avranno un po’ più di clienti.
Negli anni ‘70 e ‘80 ci saranno altri, più duri scontri sindacali e sociali che, mentre si espande la società dei consumi, sempre più ricca. e sprecona, mentre il libero servizio si estende in sempre più vaste e periferiche superfici, innescano la ridda degli scioperi aziendali, delle assemblee, dei gatti selvaggi e incombe la minacia dell’esproprio proletario.
Alla pretesa di paghe più alte si risponde con l’innovazione tecnologica che aumenta la produttività del lavoro: Esselunga diviene leader nei sistemi di magazzinaggio automatizzati e nell’introduzione del codice a barre che riduce drasticamante il personale e la sua qualificazione. Ben scavato vecchia talpa, avrebbe esclamato qualcuno.
E da quel periodo che il marginale e frammentato arcipelago di spacci delle Cooperative di Consumo, sorge e ingrossa l’ondata di unificazioni, trasferimenti, ampliamenti che si conclude alla fine del secolo con la presenza sul mercato delle nove sorelle coordinate da COOP ITALIA.
A questo punto gli affari del nostro si scontrano ripetutamente con quelli della cooperazione che ha dalla sua, come cantava Majakowsky l’ “uragano di voci flebili e sottili”, il Gran Partito che amministra Regioni, Provincie e Comuni e spesso calca la mano pubblica per favorire le imprese sostenute dalla sua base popolare.
Caprotti questi episodi se li lega al dito e li racconta con ricca documentazione, poi allarga il tiro e scomoda tutto il repertorio delle ostilità per la cooperazione, i comunisti, il sindacato, tale e quale lo esternano, da qualche anno, Berlusconi e i suoi pubblicisti: evasione fiscale autorizzata, strumentalizzazione della base sociale, finanziamento del Partito, collateralismo con i poteri politici, sfruttamento del personale, uso spregiudicato delle opportunità fornite dalla normativa societaria.
Di suo ci aggiunge l’accusa di scarsa produttività e prezzi più alti rispetto a quella ottimale di un suo punto di vendita campione, in via Ripamonti a Milano. Tali differenze sono certificate da rilevamenti di un’agenzia indipendente francese, ma resta il dubbio sulla validità del confronto fra un solo punto di vendita ottimale e ricco e le medie di vari punti Coop, molti dei quali sono forzatamente peggio ubicati e organizzati, per la diffusione capillare su vasti territori.
Ciò che poi sembra particolarmente offensivo, per Caprotti, che si dilunga in dettagliate biografie, coadiuvato dall’appendice di Filippi, è il materiale umano che amministra le imprese cooperative: gentucola che viene dalle sezioni di base, dal sindacato, che talvolta si monta un po’ la testa a maneggiare tutto quel ben di Dio, talaltra si compiace di una grigia modestia, ma in complesso salvo rare eccezioni, manca di stile, anche quando indossa il blazer, o le mitiche braghe bianche.
E giù anche con le ultime di cronaca, dai patti coi furbetti alle intercettazioni telefoniche. Hanno perfino osato proporgli di comperare le Esselunga per metterci il marchio Coop, quello disegnato tanti anni fa dal compagno Steiner. Impudenti!
Ricordo vecchie caricature in cui la triade Cooperativa, Casa del Popolo, Camera del Lavoro, veniva additata come un insieme di piovre bolsceviche, da bruciare.
Non condivido gran parte di quel che oggi è diventato il movimento cooperativo italiano: le leggi accomodate, il controllo della base sociale dribblato da dirigenti arroganti, le spregiudicate alleanze ed avventure con soggetti poco raccomandabili, l’eccessiva concentrazione, l’esternalizzazione e il precariato. Sono particolarmente critico verso il settore della cooperazione di consumo per la sua indulgenza verso il consumismo, l’estromissione della base sociale dalle decisioni, la scarsa attenzione al corretto uso del territorio.
So che molti di sinistra, radicale o no, la pensano come me e si impegnerebbero per una riforma del movimento cooperativo sugli originari principi e su scelte più decise verso un nuovo mondo possibile e necessario.
Proprio per questo non posso seguire il vecchio capitano d’industria nella sua indignazione per le altrui scorrettezze, ne i suoi fiancheggiatori antipolitici e reazionari che pescano nel gossip.
La competizione per la conquista dei mercati, di posizioni e di rendite, è una lotta senza esclusione di colpi, fatta di pressioni, di scorrettezze, di finte e di favori. E’ una lotta di belve che, come i felini, possono apparire più eleganti di coccodrilli e iene, ma che mordono carni vive o putride, con pari, repellente avidità.
Ciò non toglie che i mezzi adottati dai dirigenti di alcune cooperative di consumo per prevalere in alcuni degli scontri descritti e documentati abbiano raggiunto durezze inaccettabili, compromettendo l’azione degli enti locali e l’etica stessa della politica. Chi fa le spese, in definitiva, di queste viscide lotte fra poteri, sono i cittadini e i consumatori che pagano con moneta sonante e spesso duramente guadagnata, le posizioni di monopolio e le lesioni ai diritti di una democrazia partecipata.
Forse con una pubblica denuncia, non così tardiva e di parte di alcuni di questi episodi si eviterebbero alcune di queste bassezze e si potrebbero allontanare i loro protagonisti. Forse questa denuncia permette di evitare che analoghe storture si manifestino oggi, in un epoca in cui gli ipermercati di cui parla Caprotti sembrano negozietti a confronto con i nuovi mega e outlet, “superluoghi” del consumo ritualizzato.. O forse sono troppo ingenuo?
Del racconto a me è rimasta particolarmente impressa la figura di un protagonista, il facchino ai formaggi, il compagno Bulgari che esclamando “Libertà è aderire alla maggioranza!” esprimeva, a modo suo, certo troppo sintetico, quello che è uno dei principi di base della democrazia, e anche della cooperazione: che ogni testa vale un voto e prevale la decisione più condivisa, alla quale poi ci si può liberamente adeguare, mantenendo la propria opinione da far valere quando serva.
Calderara di Reno BO, 14-10-2007
Nemmeno un euro per la sublagunare. Il voto di fiducia imposto dal governo Prodi alla Camera sul testo della Finanziaria ha di fatto annullato tutti gli emendamenti presentati. Tra questi c’era anche il testo firmato da Cesare Campa, deputato veneziano di Forza Italia, che chiedeva di stornare una parte dei fondi per le metropolitane di Roma e Napoli alla sublagunare. «Una vergogna», la definisce Campa. Mentre gli oppositori del futuristico progetto di treno sotto la laguna tirano un respiro di sollievo.
Perché senza i soldi dello stato sembra difficile che il contestato progetto, sostenuto dalla Camera di Commercio e dalla Regione, possa decollare. Un progetto sul tappeto da molti anni. Che contra fra i suoi tifosi anche molti esponenti del centrosinistra, come l’ex sindaco Paolo Costa e il presidente di Arsenale spa Roberto D’Agostino. La giunta Cacciari ha tirato il freno sul progetto, definito nel 2002 dall’amministrazione Costa «di interesse pubblico». Ma un «no» deciso non è stato pronunciato. Potrebbero esserci penali da pagare ai progettisti, dicono in Comune. Intanto però i dubbi aumentano. Non soltanto di carattere ambientale, con gli studi che prevedono serie conseguenze per il sottosuolo lagunare e per l’ambiente. Si dovrebbero costruire sei o sette stazioni e uscite di emergenza in cemento in mezzo alla laguna. e poi perforare il caranto per istallare il grande tubo sotto la laguna. Anche l’equilibrio delle zone di arrivo, a cominciare dalle Fondamente Nuove, sarebbe stravolto. E la sublagunare, accusano i comitati che hanno avviato una raccolta di firme a livello internazionale contro la grande opera, porterebbe ancora turisti in un città già stravolta dall’afflusso dei visitatori. Due idee contrapposte che si scontrano. Ma secondo le associazioni per la tutela del territorio, a cominciare da Italia Nostra 8la sublagunare sarebbe l’ultimo colpo per affondare una città già messa in ginocchio dal Mose, dalla speculazione turistica e dal calo dei suoi abitanti». Dubbi si insinuano anche nel partito Democratico. Tre congilieri comunali della Margherita (Pepe, Conte e Salviato) hanno deciso di chiedere al sindaco un dibattito pubblico sulla questione. «Dai dati in nostro possesso», dice Franco Conte, che è anche responsabile regionale del Movimento consumatori, «quel progetto non sta in piedi, neanche dal punto di vista economico. Meglio sarebbe studiare invece come suggeriscono trasportisti di fama, un sistema di collegamento veloce alternativo via acqua, con mezzi ecologici che facciano poche onde. Fondamente Nuove e Arsenale distano in barca soltanto 20 minuti».
Vedi anche qui, a proposito della "sublagunare" un'intera cartella e qui un articolo recente
Il referendum si terrà nel giugno del 2008. Esso riguarda l’abrogazione della cosiddetta “legge salvacoste”. La legge (n. 8 del 25.11.2004) vincolava all’inedificabilità una fascia di 2 km di costa fino all’approvazione di un piano paesaggistico che confermasse e articolasse la tutela del paesaggio. In attuazione alla legge la Regione ha approvato un primo stralcio del Piano paesaggistico regionale esteso a una corposa fascia costiera, ed ha in corso la sua estensione all’intero territorio sardo.
È dubbia l’efficacia giuridica sulla tutela che avrebbe una vittoria del referendum: il piano ha ormai pienamente sostituito il contenuto della legge. Certo che avrebbe una notevole portata politica, poiché sarebbe considerata uno smacco per il presidente Renato Soru e la sua giunta, e soprattutto per l’azione di energica e lungimirante tutela del paesaggio e dell’ambiente che essi hanno condotto. Chi apprezza quell’azione è sollecitato fin d’ora a scendere in campo per difenderla.
Perché in Sardegna, ai piani alti del potere, il clima non è bello. È stata recentemente emessa una sentenza del Tar sul piano paesaggistico. Essa è stata presentata dalla stampa locale come un “affossamento del piano” e, nel più dolce dei titoli, come un “siluro contro di esso”. Nessuno ha informato che la sentenza respinge 20 motivi di ricorso contro il piano, limitandosi a dar ragione al ricorrente su un aspetto del tutto marginale. Nessuno ha informato che la massima parte della sentenza è dedicata a confermare in pieno le scelte compiute dal piano e a rafforzarne la legittimità con argomenti di diritto e di merito.
Distruggere la difesa del paesaggio sembra essere divenuto l’obiettivo di poteri che, se nascono dagli interessi immobiliari, vanno ben al di là al di là di essi. La falsificazione dei dati oggettivi è uno delle armi più insidiose adoperate per difendere i propri interessi.
CAGLIARI, 22 NOVEMBRE 2007 - Dopo Legambiente, che ha lanciato tra i propri soci un coordinamento per la difesa della legge Salvacoste, ora anche il Wwf Sardegna si mobilita e chiede una campagna d'informazione sui contenuti del piano paesaggistico.
I Sardi, secondo l'associazione, devono comprendere il senso e l'importanza del Piano e delle normative di tutela e conservazione dell'ambiente, del paesaggio e della biodiversità della Sardegna.
"La comunità sarda sarà chiamata ad esprimersi su una materia importante - ha dichiarato il Presidente regionale del Wwf Sardegna, Luca Pinna - ma al tempo stesso estremamente complessa e articolata. Ciò rende indispensabile un'adeguata campagna di informazione e sensibilizzazione con interventi capillari sul territorio e rivolti a tutte le categorie sociali.
Negli ultimi tempi, infatti, il senso ed i contenuti del Ppr, come quelli di altri provvedimenti finalizzati al buon governo del territorio - ha aggiunto il presidente del WWF - sono stati comunicati all'opinione pubblica in maniera parziale e distorta, soprattutto da parte di chi, difendendo interessi di varia natura, ritiene che si possa creare sviluppo in Sardegna svendendo le coste, il paesaggio ed i valori della biodiversità. I sardi devono invece comprendere che oggi è importante preservare, tutelare e valorizzare l'identità ambientale, storica, culturale ed insediativa del territorio dell'isola a vantaggio di uno sviluppo più sostenibile e duraturo".
Il Wwf, che sin dall'inizio ha sostenuto con forza il Piano Paesaggistico e la sua applicazione, nel ribadire il proprio supporto in difesa dell'importante strumento legislativo, chiede che sia proprio la Regione Sardegna a farsi carico dell'avvio della campagna informativa, mettendo in campo risorse umane e finanziarie sufficienti a garantire la massima efficacia degli interventi di comunicazione
Della Toscana porto sempre nella memoria e nel cuore le immagini del borgo di Castelfalfi nei pressi di Montaione. A lungo ho creduto che questo luogo – fortunatamente marginale ai grandi flussi turistici – avrebbe resistito, conservando il senso della sua storia, restio a svendersi. Magari riacquistando una comunità di abitanti legati al paesaggio fruttifero ( dieci chilometri quadrati di vigne, ulivi, bosco).
D’altra parte si avverte la stratificazione di luogo conteso; si sa delle incursioni per prenderselo Castrum Faolfi, degli sfregi subiti ( dalla chiesa di San Floriano per mano dei soldati di Pietro Strozzi nel Cinquecento). Però ho sempre pensato di ritrovarli intatti Castelfalfi e i profili dei colli circostanti. Difficile immaginare di togliere o aggiungere qualcosa a un posto come questo, come alle linee dei palazzi nei canali veneziani o al tessuto monumentale di Roma.
Qualche timore dopo le prime notizie di passaggi di proprietà della tenuta. Visto il secondario interesse degli acquirenti per il suo passato legato alla campagna e le indiscrezioni sull’obiettivo di trasformarlo in un albergone. Nello sfondo il proposito di liberarlo dai residenti nelle case quattrocentesche tra il castello e la villa , da trasferire nel borgo nuovo, nel crinale che guarda le balze di Montaione. Buon pretesto. L’argomento degli abitanti da sistemare serve per far passare incrementi di volume senza tante storie.
Vicissitudini varie, dovute alla scarsa solidità delle imprese , hanno rallentato l’operazione. Il borgo è oggi deserto. Tutto è disanimato, in quel clima sospeso che si registra nei luoghi in attesa da anni di più redditizie condizioni. C’e però un campo da golf tra le colline,interferenza fastidiosa nello sguardo che si allunga verso Volterra. Del borgo nuovo un abbozzo, due blocchi edilizi che ammiccano all’architettura del borgo storico, tavoli e sedie bianche in pvc in ogni terrazzo. Di recente l’annuncio: si riparte in grande a cura del supergruppo tedesco TUI che ha rilevato quasi tutto; e i segni di nuova efficienza si intravedono, un edificio è stato rilevato nei dettagli, una ditta di pulizie sgombera i piani terra dell’albergo, di fronte una vetrina spolverata che espone prodotti della fattoria. Spicca un edificio nuovo, all’ingresso un plastico, cinque metri quadri inscatolati in plexiglass per spiegare il masterplan “ Toscana Resort Castelfalfi”, maBstab 1:2000.
| foto di Sandro Roggio |
La presentazione del progetto è fissata per domenica 21 ottobre, a Montaione con il patrocinio del Comune. Ci sarebbe da aspettarsi una presenza vasta di estranei (azzardo: della stampa estera, data l’importanza translocale dell’oggetto). Invece l’atmosfera è quella intirizzita e sonnolenta, da strapaese in attesa dell’ ora di pranzo. C’è il Garante della Comunicazione della Regione, che autocertifica l’imparzialità del messaggio che per cominciare manda sullo schermo: un lungo spot su Castelfalfi- TUI, molto apprezzato dall’imprenditore che si complimenta. Poi preambolo della sindaca, la presentazione del progetto, ancora la sindaca e infine un commento del Garante che tira fino a mezzogiorno, quando si capisce – dai profumi d’arrosto – che non si potrà contare a lungo sull’attenzione della platea. L’ illustrazione è neutrale (?), si sottolinea continuamente. Però si omettono le informazioni sulle quantità di volume in progetto ( e sul numero di abitanti previsti) su cui neppure il depliant, a spese dell’impresa, fa chiarezza. Si dice che il progetto mira – potrebbe essere altrimenti ? – a produrre vantaggi alla comunità locale impoverita (?) per cui occorre opporsi al degrado ( al degrado?) del paesaggio dato che qui l’agricoltura langue (langue?). E si descrive il vecchio borgo e tutto il patrimonio edilizio dell’ appoderamento, come se TUI avesse in carico un cumulo di macerie e non un capolavoro.
Nel depliant disegni acquerellati impastano il nuovo ( quattro villaggi e un “Robinson club”) con il vecchio “da salvare”. Ma, a pagina 20, compare inopinatamente la foto del casale Poggiali da demolire – gulp! – per non impicciare la piazza di uno dei villaggi in progetto.
Per rimediare al “degrado diffuso” non basta un cauto recupero dell’esistente e il potenziamento dell’azienda agricola , ma è indispensabile un disinvolto investimento edilizio. La cura per rinvigorire la civitas e l’urbs di Castelfalfi consiste insomma nel raddoppio della volumetria che passerebbe da 230mila ad almeno 400mila metri cubi, anche case da vendere parrebbe (ma non si dice quante in rapporto alle attrezzature ricettive ). Un insediamento da 5-6000 utenti (?). Infrastrutture e parcheggi per un migliaio (?) di auto e bus, e il raddoppio del campo da golf , 160 ettari, che così com’è – dice l’ impresa – è inadeguato alla bisogna. “Saremo attenti a fonti energetiche e risorse idriche!” (ma silenzio sulla circostanza che i campi da golf di acqua ne consumano uno sproposito).
In tutto si spenderanno, ecco il dato sbandierato, 300milioni di euro ( due terzi in edilizia). Il Comune ha deliberato l’assenso in linea con le generiche indicazioni del Piano strutturale ( che consente un incremento di volume non superiore al 10% dell’esistente), dando per scontata l’approvazione di una variante al Regolamento urbanistico, pure in presenza di un vincolo idrogeologico nelle aree di espansione. Ma neppure un accenno a vincoli superiori a presidio del paesaggio introdotti dal Codice Urbani.
Sembra di non essere nella Toscana che dava esempi di buon governo del territorio, con quell’eredità che si ritrova nella cura dei luoghi, esemplarmente praticata e nelle teorie illustri (dagli affreschi di Ambrogio Lorenzetti alle lezioni di Edoardo Detti).
Colpisce la sottovalutazione di un’operazione che intaccherà e falsificherà profondamente il paesaggio di Castelfalfi, perché non c’è precauzione che valga per evitare la botta di oltre centomila mc in quel delicato contesto. Il buon affare lo farà TUI, questa è la sola certezza: ci vuole poco a capire che non c’è convenienza pubblica ad omologare un luogo autentico agli standard dell’industria delle vacanze, come sanno i turisti che scelgono la Toscana.
Stupisce che questa delicata fase informativa di avvio, da cui dipendono le successive, sia di parte e sfuggente, e la sola preoccupazione manifestata con nettezza quella di rendere agevole il percorso. Bisognerebbe invece dire alla platea che questi modi di trasformazione trovano molte opposizioni, ormai anche nei luoghi del sottosviluppo (per molto ma molto meno, a Monticchiello, non lontano da qui, è intervenuto il ministro Rutelli). Un processo partecipato non può che configurarsi come un dibattimento: se non proprio un’accusa e una difesa a confronto, almeno la presentazione degli svantaggi senza sottovalutazioni. Che dirà la Regione di tutto questo ? Non dovrebbe avere difficoltà a spiegare, tempestivamente, che specialmente da queste parti lo sviluppo è assicurato dalla tutela dei luoghi. Ma nei successivi incontri, secondo uno svolgimento prevedibile, solo Italia Nostra, Wwf e Legambiente avanzano forti riserve.
.
Vedi anche Difesa del paesaggio o monocultura turistica?, sul medesimo numero di Carta
Primo successo della mobilitazione a tutela dei parchi e contro la modifica della legge urbanistica proposta dall´assessore al Territorio leghista Davide Boni. L´emendamento che dava l´ultima parola alla Regione sui nuovi progetti edilizi nelle aree protette è stato bloccato e rinviato alla prossima settimana, dopo che ieri in commissione Territorio il relatore Giulio De Capitani della Lega Nord, lo stesso partito dell´assessore Boni, ha annunciato una serie di emendamenti e affermato che «ci sono errori da recuperare». Dopo due ore di dibattito sotto il tiro incrociato dell´opposizione, il presidente della commissione Marcello Raimondi di Forza Italia ha dovuto prendere atto dello stallo e ha ammesso: «Ci saranno modifiche all´emendamento Boni sui comuni situati nei parchi».
Il centrosinistra e gli ambientalisti cantano vittoria. «Dopo la commissione di oggi (ieri ndr) - sottolinea Franco Mirabelli del Pd - sorge spontaneo un dubbio: c´è una politica della giunta e di questa maggioranza sull´urbanistica? Sembra di no, e da qui nascono i pasticci, le norme ad hoc, che accentrano sulla Regione le scelte come quella sui parchi». Rincara la dose il verde Carlo Monguzzi: «È stata sicuramente una vittoria. La maggioranza era decisa ad approvare tutto, ma ha dovuto arrendersi all´evidenza. Anche se passasse la prossima settimana, ormai l´emendamento non potrebbe essere più quello di prima». Poi una precisazione per fugare ogni dubbio: «Noi Verdi avremmo preferito che il Cerba fosse costruito da un´altra parte, ma ora che è stato deciso dove farlo non ci sogneremmo mai di dire no alla cittadella della salute». Affermazioni importanti a una settimana dalla giunta provinciale che dovrebbe dare il via libera all´ambizioso progetto che sorgerà dentro il Parco sud. Di diverso avviso Legambiente che denuncia: «Sul cemento Regione e Provincia hanno firmato un patto scellerato. La Lombardia ha bisogno di politiche per tutelare il suolo». L´assessore provinciale al Territorio, Pietro Mezzi, è soddisfatto: «Ora bisogna andare avanti». Mario Agostinelli di Rifondazione comunista pure: «Formigoni ritiri il progetto».
L´assessore lombardo all´Urbanistica Davide Boni, però, si difende: «Sono pronto ad accogliere emendamenti migliorativi. Se poi questa modifica non passasse in Consiglio non ne farei una guerra di religione». Il Carroccio vorrebbe far salire da 30 a 60 giorni il limite entro il quale i parchi possono dare le loro risposte ai comuni, oltre alla garanzia del pieno rispetto del piano parchi. Scende in campo anche il governatore Roberto Formigoni: «Siamo orgogliosi dei nostri parchi e vogliamo migliorarne la loro qualità. Chi parla di speculazione è totalmente fuori strada». Ma sulla garanzia che nel Parco sud sorga solo il Cerba aggiunge: «I parchi non sono sotto la nostra amministrazione».
COMUNICATO STAMPA
Milano, 21.11.2007
Primo successo della mobilitazione contro lo scempio dei parchi: Ora bisogna andare avanti
Oggi si registra un primo successo della mobilitazione che nei giorni scorsi ha visto esponenti della società civile e della politica, intellettuali, urbanisti schierarsi contro la volontà della Regione Lombardia di cancellare nei fatti l’autonomia dei Parchi in Lombardia. È stata infatti rinviata la votazione sull’emendamento, presentato dall’assessore Davide Boni, che, se approvato, avrebbe permesso la rapida cementificazione di parti consistenti di aree protette.
“Siamo soddisfatti di questo risultato – afferma Pietro Mezzi, assessore al territorio e parchi della Provincia di Milano – e di avere sostenuto la riuscitissima raccolta di firme avviata sul sito http://eddyburg.it che ha raggiunto le 600 adesioni. Ma non dobbiamo fermarci qui. La mobilitazione deve continuare e coinvolgere quanti più settori sociali è possibile. Perché gli appetiti insediativi sono ampi. Dobbiamo incalzare la Regione affinché abbandoni del tutto questo sciagurato proposito”.
Pietro Mezzi
Assessore alla politica del territorio e parchi, Agenda 21, mobilità ciclabile, diritti degli animali
Postilla:
pare un ragionevole aggiustamento, di fronte alla inquietante prospettiva di una gestione "bricolage" degli spazi aperti naturali della regione, cercare una linea morbida sulla collocazione del famigerato (da questo punto di vista) Cerba sognato da Umberto Veronesi. Rischia invece di risultare, oltre che di apparire, un compromesso inaccettabile: nel metodo e nel merito. Nel metodo, perché comunque l'immagine proposta è quella di aver ceduto qualcosa - e qualcosa di abbastanza importante come 620.000 mq di spazi aperti in città - al grande fuoco di sbarramento della propaganda ideologica sull'eccellenza, la ricerca ecc., così come in parte documentato su queste pagine, secondo una logica che accantona procedure e obiettivi della pianificazione territoriale di area vasta. Nel merito, perché comunque sia quelle individuate per il Cerba sono aree preziosissime e ambientalmente strategiche per l'area "densa" milanese, fra le poche che ancora in qualche modo si collegano senza soluzione al sistema padano nel suo complesso. L' "andare avanti" auspicato nel comunicato di Pietro Mezzi, è auspicabile si muova anche in questo senso. Speriamo che Eddyburg riesca a comunicare meglio in futuro anche questi aspetti, e intanto l'appello è sempre valido: continuate ad aderire anche mandando il vostro nome, qualifica, città a
fabrizio.bottini@polimi.it ; per chi non avesse seguito passo dopo passo la questione, si vedano almeno l'articolo di Eddyburg sul Cerba, e relativi allegati o quello analogo pubblicato sul sito Megachip (f.b.)