Sono pagati (poco) per il fondamentale compito di nutrire un'umanità sempre più numerosa. Ma agricoltrici e agricoltori - la classe di lavoratori più numerosa sul pianeta - dovrebbero essere remunerati anche per i servizi reali di protezione dell'ambiente contro il caos climatico, la perdita di biodiversità e la limitatezza delle risorse idriche; tanto più negli ecosistemi fragili in cui vivono un miliardo di persone povere nei paesi «in via di sviluppo». Paying farmers for environmental services (Pagare gli agricoltori per i loro servizi ambientali) è il focus del rapporto 2007 The State of Food and Agriculture-Sofa (Lo stato dall'agricoltura e dell'alimentazione) presentato ieri a Roma dalla Fao.
Non che il ruolo ecologicamente benefico dell'agricoltura sia scontato. Anzi, come ha detto Jacques Diouf, direttore dell'agenzia Onu, quest'attività «potenzialmente può degradare le risorse naturali del pianeta - suolo, acqua, atmosfera - o valorizzarle, a seconda delle decisioni prese da oltre due miliardi di persone» le quali ne ricavano le fonti di sussistenza e alle quali vanno offerti incentivi adeguati perché si sentano invogliati a offrire servizi ecologici adottando migliori pratiche agricole. Va detto che attualmente sono all'opera piuttosto una quantità di sussidi perversi, ad attività agroalimentari nocive per l'ambiente, energivore e idrovore; sussidi poco vantaggiosi per i piccoli contadini e profittevoli per l'agrobusiness. Alcuni esempi sono: le sovvenzioni alle esportazioni alimentari da parte di Ue e Usa; i sussidi agli allevamenti anche intensivi e alle colture mangimistiche; gli incentivi agli agrocarburanti; quelli ai costi energetici dell'irrigazione, come all'uso di fertilizzanti e pesticidi di sintesi. Rimuovere o ridurre tali elargizioni aiuterebbe assai a riorientare i modelli produttivi. Il resto lo farebbe appunto l'attribuzione di un valore economico-monetario ai servizi invece utili: l'immagazzinamento di carbonio (mentre attualmente l'agricoltura è responsabile del 30 per cento di tutte le emissioni di gas serra), il controllo delle inondazioni, la fornitura di acqua pulita, la conservazione della biodiversità. La sinergia di fattori quali minore deforestazione, rimboschimento, riduzione di una eccessiva lavorazione del terreno, incremento della copertura del suolo, una migliore gestione dei pascoli, e perché no la produzione di energia solare, eolica e da scarti (ben più problematici gli agrocarburanti) potrebbero portare all'immagazzinamento di oltre due miliardi di tonnellate di carbonio tra il 2003 e il 2012, secondo i calcoli della Fao.
Il meccanismo di mercato degli incentivi pubblici (o privati, le modalità possibili sono varie) necessita di una definizione dei soggetti aventi diritto, il che a sua volta rimanda all'annosa questione della sovranità e dei diritti di proprietà. E non è privo di rischi (fra cui il notorio effetto scaricabarile, se settori responsabili di ingenti emissioni climalteranti potranno liberarsi di ogni responsabilità passando un obolo a contadini rispettosi del clima...) ma può funzionare se abbinato ad altri interventi come l'informazione, il trasferimento di tecnologie e perché no i divieti di pratiche desuete e dannose. Uno degli esempi più precoci in un paese del Sud del mondo è il Programma di pagamento nazionale dei servizi ambientali del Costarica, destinato a chi manteneva in piedi superfici forestali; è stato la carota che ha accompagnato proficuamente il bastone delle restrizioni legali ai tagli. Un altro esempio riguarda la Cina: che nel 1999, dopo una serie di inondazioni devastanti, lanciò il programma Grain for Green per accrescere la copertura forestale intorno ai bacini dello Yagntze e del Fiume Giallo, per bloccare l'erosione: i contadini si impegnavano a destinare a bosco una parte dei terreni e in cambio ricevevano cereali, denaro e piantine.
Ma sono tuttora relativamente pochi i programmi per i servizi ambientali che mirano agli agricoltori e ai terreni agricoli dei paesi in via di sviluppo.
Titolo originale: Hurricane center chief issues final warning – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini
MIAMI — Frustrato dal fatto che né i politici né la gente sembrano dargli ascolto, il direttore del National Hurricane Center, Max Mayfield, mette fine alla sua carriera di 34 anni nell’amministrazione federale, alla ricerca di un nuovo pulpito da cui lanciare il proprio sgradevole messaggio: l’uragano Katrina non è stato niente, in confronto a quello grosso che deve ancora arrivare.
Mayfield, 58 anni, abbandona il suo ruolo di alto profilo al National Weather Service più convinto che mai che gli abitanti del sud-est degli Stati Uniti stiano rischiando una tragedia senza precedenti continuando a costruire abitazioni vulnerabili nella zona delle tempeste tropicali, e non pianificando percorsi di evacuazione rapida.
Indica i sette milioni di abitanti sulla costa della Florida meridionale.
“Andremo a finire con una tempesta sufficientemente forte, in un’area densamente popolata, tale da provocare un enorme disastro” spiega. “Conosco persone che non ne vogliono sentir parlare, e in genere anch’io sono molto positivo, ma davvero ci stiamo preparando a un grosso disastro”.
Sono oltre 1.300 le morti attribuite in tutta la Costa del Golfo all’uragano Katrina, il più alto costo umano da un evento atmosferico negli USA da gli anni ‘20.
Ma Mayfield avverte che si potrebbero avere dieci volte tante vittime per quello che vede come l’inevitabile abbattersi di una enorme tempesta, nell’arco dell’attuale fase a elevata attività di uragani, che si prevede durerà altri 10-20 anni.
La sua previsione apocalittica di migliaia di morti e milioni di senzatetto propone un lato opposto della personalità che si era imposta alla guida del centro uragani.
Mayfield è diventato una celebrità nazionale durante le tempestose stagioni del 2004 e 2005, comparendo sulle reti televisive con aggiornamenti orari degli uragani Charley, Ivan, Frances e Wilma mentre questi colpivano i Carabi e il Sud-Est. Il suo atteggiamento calmo e la paterna sincerità, gli hanno guadagnato la fiducia di milioni di spettatori in cerca di indispensabile orientamento per la sopravvivenza.
E sostiene che le sue fosche previsioni non devono per forza avverarsi.
Esistono le tecnologie per realizzare edifici sviluppati in altezza in grado di sostenere il vento degli uragani, e tempeste tropicali più potenti di quelle sperimentate negli ultimi anni. Gran parte delle architetture di Hong Kong sono state pensate per sopportare i tifoni, e gli alberghi e appartamenti di Kobe, Giappone, dopo che un terremoto nel 1995 ha devastatola città, sono vantati come indistruttibili, spiega.
Quello che manca negli Stati Uniti è la volontà politica di prendere e attuare decisioni difficili sui regolamenti edilizi e urbanistici, superando le resistenze dell’influente mondo delle costruzioni e di una pubblica amministrazione che vuole ancora scommettere sul fatto che la tempesta grossa non colpirà mai, dice.
“Fa bene al fisco” consentire che si costruiscano edifici sulla linea di costa, spiega Mayfield a proposito della riluttanza dei politici a scoraggiare i progetti insediativi che espongono gli abitanti ai rischi delle tempeste.
“Non vorrei che i costruttori se la prendessero con me, ma è il loro settore che si oppone in modo più deciso a migliorare le regole edilizie”.
Anche i consumatori devono chiedere costruzioni più solide, aggiunge Mayfield. Le imprese guadagnano di più rispetto ai propri investimenti migliorando tappezzerie e finiture che con la sicurezza al di sopra dei criteri minimi fissati dagli stati, spiega.
In quanto alto dirigente pubblico, a Mayfield è stato proibito di cercare un lavoro nel settore private mentre era ancora alle dipendenze del governo. Ma martedì, suo ultimo giorno in carica, ha spiegato che spera di iniziare una seconda carriera come consulente nella pianificazione dell’emergenza e nell’intervento per le calamità naturali. É particolarmente interessato alle potenzialità di iniziative pubblico-private di studio dei casi di disastri naturali a scopo informativo.
Immagina un servizio di valutazione delle calamità naturali simile a quello del National Transportation Safety Board, che esamina cause e conseguenze degli incidenti aerei e negli altri settori dei trasporti.
“Quando il NTSB verifica problemi strutturali come causa di un incidente aereo, non capita che quel modello continui ad essere prodotto con le medesime caratteristiche e problemi” spiega.
Invece con le calamità naturali gli stessi errori che mettono a rischio le vite umane vengono replicati anno dopo anno, in costruzioni non sicure e pianificazione urbanistica inadeguata, dice.
Mayfield racconta anche di star meditando una collaborazione con chi sostiene la necessità di regole urbanistiche e edilizie più severe.
“Non è solo un problema di previsioni. Qualunque cosa faccia, voglio che contribuisca a cambiare i risultati” dice, ammettendo frustrazione rispetto alla persistente disattenzione pubblica per le campagne federali e locali per stimolare consapevolezza e preparazione agli uragani.
Anche dopo la devastante stagione del 2004 e del 2005, dice, meno del 50% delle aree a rischio si sono dotate di piani di evacuazione.
Pur critico rispetto alla risposta della Federal Emergency Management Agency alle devastazioni di Katrina a New Orleans, avverte a proposito di un eccesso di dipendenza dal governo federale nelle emergenze. É rimasto sconcertato vedendo le agenzie federali che distribuivano acqua e ghiaccio in Florida meridionale dopo l’uragano Wilma dell’ottobre 2005, quando c’erano i negozi aperti ed era potabile l’acqua del rubinetto.
“Non si deve aspettare la prima risposta dal governo federale. Il governo non può e non deve fare tutto, altrimenti si crea una cultura della dipendenza”.
Mayfield loda l’amministrazione statale della Florida per il ben organizzato programma di risposta alle calamità naturali, e per le azioni verso una migliore sicurezza edilizia, che contrastano con quelle di altri stati del Golfo del Messico i quali, afferma, ancora non hanno le stesse regole per le costruzioni estese a tutto il territorio.
Anche se nome e viso di Mayfield sono abbastanza noti da farne oggetto di attenzione per qualche speranza presidenziale, ride all’idea di presentarsi candidato.
“Oh, buon dio, no! Non è proprio il mio genere”, risponde.
Al centro uragani del campus alla Florida International University, il successore di Mayfield sarà Bill Proenza, direttore del National Weather Service pe la regione del Sud. Abitata da 77 milioni di persone, l’area ha “il sistema atmosferico più attivo e potenzialmente pericoloso del mondo” secondo l’agenzia cugina, la National Oceanic and Atmospheric Administration.
Proenza, 62 anni, ha cominciato la sua carriera meteorologica come dipendente dell’ufficio di Miami nel 1963. Da direttore di 50 uffici regionali con 1.000 dipendenti in tutta l’area meridionale negli ultimi otto anni, ha una lunga esperienza di collaborazione con il personale del centro uragani per quanto riguarda previsioni e monitoraggio.
“É uno dei motivi per cui non ho alcun problema a lasciare l’incarico” spiega Mayfield, dichiarando il proprio timore che la stagione abbastanza tranquilla degli uragani nel 2006 abbia lasciato i responsabili delle aree a rischio ancora più passivi.
Nota: sul "caso" dell'uragano Katrina, degli interventi per la ricostruzione ecc., gli articoli proposti nelle varie sezioni da Eddyburg e eddyburg_Mall sono raccolti anche in una Visita Guidata (f.b.)
Titolo originale: Gov. Vows Attack on Global Warming – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
SAN FRANCISCO – Impegnandosi a guidare la risposta mondiale al riscaldamento del pianeta, il Governatore Arnold Schwarzenegger mercoledì ha annunciato una serie di ambiziosi traguardi per tagliare le emissioni di gas serra della California di più dell’80% nel prossimo mezzo secolo, ma ha fornito pochi particolari su come lo stato riuscirà ad ottenere riduzioni tanto drastiche.
Dopo un discorso davanti a centinaia di rappresentati di imprese a associazioni ambientaliste nella Conferenza della Giornata Mondiale per l’Ambiente a San Francisco, Schwarzenegger ha firmato un ordine esecutivo che delinea obiettivi audaci di taglio delle emissioni industriali di anidride carbonica e altri gas che intrappolano il calore, e che gli scienziati collegano all’aumento delle temperature e al livello dei mari.
“A partire da oggi, la California sarà all’avanguardia nella lotta contro il riscaldamento globale” ha detto Schwarzenegger, aggiungendo, “Il dibattito è finito. Abbiamo le conoscenze scientifiche, vediamo la minaccia, il momento per l’azione è adesso”.
Con l’ordinanze esecutiva, entro il 2010 la California ridurrà i suoi gas serra ai livelli del 2000, o circa dell’11% meno di quanti se ne produrrebbero senza intraprendere alcuna azione. Entro il 2020, le emissioni saranno ridotte ai livelli del 1990, o circa del 25%. Entro il 2050, lo stato avrà ridotto le emissioni dell’80% al di sotto di quelle del 1990.
Il livello 1990 è il riferimento chiave per il crescente sforzo internazionale per combattere il riscaldamento globale, perché è quello a cui le nazioni si sono impegnate a collocarsi sotto come parte del Protocollo di Kyoto, un accordo firmato da tutti i paesi sviluppati eccetto Australia, Monaco e gli Stati Uniti, il principale produttore del mondo di gas serra.
La proposta di Schwarzenegger, che segue altri impegni simili in altri stati del paese, è aggressiva solo la metà degli obiettivi di Kyoto nel breve termine. Ma i livelli del lungo periodo sono molto più ambizioni di qualunque altra proposta negli Stati Uniti. E alcuni esperti sostengono che, se la California ridurrà le emissioni secondo gli obiettivi annunciati da Schwarzenegger, taglierà più gas serra del Giappone, della Francia o del Regno Unito.
Schwarzenegger non ha mai menzionato il presidente Bush nel suo discorso, ma parlare di azione aggressiva significa ripudiare la posizione dell’amministrazione Bush sul mutamento climatico. Bush ha rinnegato una promessa della prima campagna elettorale di tagliare le emissioni di CO2, e ha formalmente rinunciato al patto di Kyoto. L’amministazione da allora ha sostenuto solo passi volontari per ridurre i gas, sostenendo che misure più drastiche avrebbero danneggiato l’economia americana.
Per contro, Schwarzenegger ha dichiarato mercoledì di ritenere che la riduzione dei gas serra potrà essere un’occasione economica per le attività della Silicon Valley e di altri contesti, per sviluppare tecnologie di controllo dell’inquinamento.
Rimangono comunque poco chiare le proposte di Schwarzenegger per realizzarle, queste drastiche riduzioni. Nel suo discorso, il governatore si è impegnato ad accelerare l’attuazione di una norma già esistente, secondo cui le strutture private devono ricavare il 20% dell’energia da finti rinnovabili, spostando la scadenza dal 2017 al 2010. Ha anche promesso di fare del suo meglio per l’obiettivo di aumentare drasticamente il numero di abitazioni dello stato dotate di pannelli solari. E di far pressioni sulle imprese di tutto lo stato perché riducano volontariamente le emissioni.
Ma anche prima che Schwarzenegger avesse enunciato i suoi obiettivi, gli oppositori politici definivano le proposte poco chiare in sostanza, ed era evidente che sarebbero state oggetto di animato dibattito a Sacramento.
I Democratici hanno sostenuto una proposta alternativa, che fissa obiettivi più rigidi e in tempi più brevi, all’assemlea del proprio comitato politico martedì, e la signora Fran Pavley (D-Agoura Hills), autrice di una fondamentale legge dello stato per ridurre i gas serra di auto e autocarri, ha annunciato un altro progetto di legge per ridurre le emissioni dalle fabbriche, centrali energetiche e altre fonti fisse.
”Spero che il Global Action Plan sul riscaldamento mondiale del governatore Arnold Schwarzenegger non si riveli un’altra promessa cinica come l’impegno del governatore a convertire uno dei suoi parecchi fuoristrada Hummer all’idorgeno”, ha dichiarato il tesoriere della California Phil Angelides, uno dei principali candidati democratici nelle elezioni a governatore dell’anno prossimo.
Alcuni esperti di clima hanno detto mercoledì che il metodo più realistico perché la California riduca nettamente i gas serra sarebbe quello di fissare un tetto drastico alle emissioni, e consentire alle imprese che tagliano di più di ricevere crediti, vendibili ad altri che invece lo superano.
Questi sistemi “taglia e vendi” si sono dimostrati validi nella riduzione del biossido di zolfo che causa le piogge acide negli USA, e ora sono utilizzati in Europa per i gas serra. Nel nord-est, una coalizione di stati sta per formulare un piano per un tetto regionale e un sistema di scambi di questo tipo, per ridurre le emissioni di gas serra, sostenendo che non si può più aspettare l’azione del governo federale.
”Questo approccio del Cap & Trade è solo una parte del problema, ma si tratta di un parte essenziale” dice Michael Hanemann, direttore del California Climate Change Center all’Università di Berkeley. Il centro ha studiato come il riscaldamento globale potrebbe influenzare la disponibilità di acqua in California, che dipende in gran parte dagli strati nevosi delle montagne.
Terry Tamminen, segretario di gabinetto di Schwarzenegger e prncipale consigliere in materia ambientale, dopo il discorso ha dichiarato che gli obiettivi di prima istanza del governatore si potrebbero realizzare semplicemente accelerando i programmi esistenti e adottando proposte già fatte dal governatore. Ma ha lasciato aperta la possibilità di norme “taglia e vendi” per la California.
”C’è senz’altro un potenziale negli approcci basati sul mercato” ha detto Tamminen.
Alcuni rappresentanti delle imprese hanno affermato di voler aspettare a vedere qualcosa di più specifico prima di decidere la propria posizione sul tema, ma hanno espresso il timore che negli Stati Uniti si adotti un sistema a macchie di leopardo di varie norme statali rispetto al mutamento climatico.
”Vogliamo vedere cosa pensano di fare a livello statale per applicare queste riduzioni drastiche: l’80% è un obiettivo enorme” ha detto il portavoce della General Motors Dave Barthmuss.
”C’è già una norma californiana che non ci piace” ha aggiunto, riferendosi a quella sugli scarichi delle auto, per cui i fabbricanti hanno fatto ricorso in tribunale. “Speriamo che cerchino una collaborazione con le imprese nella definizione del piano. Crediamo che sia importante affrontare la questione a livello nazionale, anche se capiamo la posizione della California sul fatto che il governo federale non stia facendo abbastanza”.
Nota: il testo originale al sito del Los Angeles Times (f.b.)
Titolo originale: Will China pose a threat to world energy security? – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Il problema energetico della Cina nel periodo recente è sotto i riflettori dell’attenzione mondiale. Alcuni mezzi di comunicazione stranieri hanno addirittura prospettato che “la domanda energetica cinese sia una minaccia per il mondo” Si tratta di un ragionamento con qualche fondamento?
Una soluzione basata sull’autosufficienza
Come ha dichiarato presidente del comitato centrale PCC Jia Qinglin, al vertice di Boao lo scorso aprile, la Cina non è solo un grande consumatore di energia, ma anche un grande produttore. Le importazioni, ha affermato, costituiscono solo una piccola parte dell’insieme, che si poggia principalmente su risorse interne.
Il Ministro per lo Sviluppo Nazionale e le Riforme, Ma Kai, ha confermato che la produzione interna del paese ha soddisfatto il 94% della domanda nel 2004.
La struttura produttiva energetica della Cina vede la predominanza del carbone, che conta per il 76% del totale nazionale prodotto, e per il 68% del consumo.
Gli altri dati sottolineati da Ma riguardo alle fonti energetiche della Cina incoraggiano all’ottimismo riguardo al futuro. Ha insistito sul fatto che le riserve accertate di carbone sono molto inferiori a quelle stimate esistenti, che rimangono da sfruttare ancora due terzi delle risorse idroelettriche, e che c’è ancora molto spazio per lo sviluppo di vari nuovi tipi di energia.
La Cina è ingiustamente incolpata per l’aumento dei prezzi petroliferi mondiali
Alcuni opinionisti mondiali attribuiscono l’aumento dei prezzi petroliferi al crescente appetito cinese per il petrolio. Xu Dingming, Direttore della Divisione Energia della Commissione per lo Sviluppo Nazionale e le Riforme respinge questo punto di vista citando alcune statistiche sull’energia a livello mondiale della BP, che rivelano come la Cina abbia importato nel 2004 120 milioni di tonnellate di petrolio, pari a solo il 6,6% mondiale, contro i 500 milioni di tonnellate degli USA e i 200 del Giappone. Dunque, conclude Xu, è ingiusto affermare che sia il notevole aumento della domanda cinese la causa della salita dei prezzi.
Quattro rimedi per le carenze energetiche
È innegabile che la rapida crescita economica ha posto sotto pressione la disponibilità energetica cinese. La sete crescente di energia della Cina ha portato ad assottigliare alcuni tipi di fonti. Il governo, con la collaborazione di esperti, conta su quattro “ricette” predisposte per facilitare la soluzione del problema energetico.
Primo, occorre appoggiarsi al principio di autosufficienza energetica. Devono essere fatti sforzi aggressivi per sfruttare tutte le varie fonti nel quadro di una strategia di mix energetico diversificato.
Verrà effettuata una pianificazione generale che equilibri sviluppo di nuove risorse e risparmio energetico. Lo scorso anno si sono risparmiate 700 milioni di tonnellate equivalenti di carbone e si è consumato il 45% in meno per produrre ogni 10.000 yuan di prodotto nazionale lordo che nel 1990. La Cina prevede di assottigliare ulteriormente la presenza di industrie ad alto consumo energetico e sostenere la trasformazione tecnologica e organizzativa. La Cina rinosce che le tecnologie avanzate migliorano l’efficienza energetica, che a sua volta rende la modalità di crescita più attente.
Verrà data priorità allo sviluppo e uso delle energie rinnovabili. Ci sono a livello nazionale più di 13 milioni di famiglie in aree rurali che utilizzano il metano. Viene promosso l’uso dell’energia solare.
La cooperazione coi maggior produttori e consumatori di energia del mondo viene rafforzata secondo il principio del mutuo beneficio e reciprocità, tentando di perseguire risultati di favorevoli a tutti. L’intensa collaborazione coi grandi produttori come la Russia è di grande significato per allentare la pressione energetica.
Oggi, la questione energetica non si limita più alle singole nazioni o aree geografiche, nella crescente globalizzazione economica. È diventata una questione planetaria che è possibile affrontare solo tramite sforzi congiunti della comunità internazionale.
La Cina è ora più vicina al resto del mondo, forza importante nell’economia mondiale, e parte integrante del sistema energetico da quando appartiene al WTO. La Cina ha mantenuto il proprio impegno a partecipare agli sforzi internazionali per la disponibilità energetica.
Come ha annunciato Ma Kai al Fortune Forum di Pechino quest’anno, la rapida e stabile crescita economica non ha causato, e non causerà, una diminuzione della disponibilità energetica mondiale.
Nota: qui il testo originale alle pagine internazionali del Quotidiano del Popolo (f.b.)
«La terra possiede risorse sufficienti per provvedere ai bisogni di tutti, ma non all’avidità di alcuni»; questa affermazione del Mahatma Gandhi centra il cuore del problema delle risorse e al contempo è quanto mai profetica. La radice del termine risorse si trova nel verbo latino surgere e come l’acqua sgorga dal terreno, la Terra Madre elargisce copiosamente beni per la nostra vita comune.
Va da sé che questi beni debbono essere utilizzati con giudizio e parsimonia, non solo perché sono un patrimonio comune, ma perché la rinnovabilità della natura ha bisogno di tempi lunghi. Ma il buon senso e la responsabilità verso i processi naturali hanno lasciato il campo a uno sfruttamento illimitato nel nome dello sviluppo e dell’economia di mercato. L’insegnamento di Francis Bacon ha condizionato per secoli e fino a oggi i nostri comportamenti: «La natura è una prostituta; noi dobbiamo domarla, penetrare i suoi segreti e incatenarla secondo i nostri desideri». Aver concepito la natura come un ammasso di materie prime da trasformare in "ricchezze" ci ha portati a un drammatico impoverimento delle risorse naturali.
Con queste premesse le più grandi doglianze e paure riguardano la perdita di quelle risorse che garantiscono l’attuale sistema produttivo ed energetico. Il progressivo depauperamento di giacimenti di petrolio, carbone, gas naturali fa presagire un nuovo Medio Evo. Il dibattito si rivolge, giustamente, alle energie rinnovabili, alla moderazione nei consumi, all’implementazione delle ricerche o alla riproposizione di vecchie scelte come quella del nucleare.
Esiste, insomma, una predominanza delle risorse fossili così forte e determinata che pone in seconda linea quel mondo naturale e quei beni comuni che sono alla base della nostra vita biologica. Mentre nei paesi ricchi l’attenzione è puntata sulla crisi delle risorse fossili, nei paesi del Sud del mondo invece spaventa soprattutto la crisi delle risorse viventi.
La contrapposizione sull’utilizzo dei prodotti agricoli per produrre carburanti o cibo è significativa. La metà dei posti di lavoro nel mondo è legata alla pesca, all’agricoltura, all’economia di raccolta e di produzione del cibo; le risorse viventi sono fondamentali per le cosiddette economie di sussistenza.
L’acqua, l’aria, la fertilità dei suoli, per non parlare dello stato di salute delle foreste, degli oceani, dei fiumi e della biodiversità del mondo animale e vegetale sono sempre più minacciati dal fatto che la natura è diventata un oggetto di dominio. Il bilancio finale comincia a rendere conto degli ingenti danni provocati alle risorse naturali e all’ecosistema. C’è una teoria che descrive come l’uomo, convinto di dominare la Natura e di averla a sua completa disposizione, utilizzi la tecnica per trovare soluzioni ai singoli problemi; ma per ogni risposta tecnologica che escogita, ecco presentarsi nuovi e più gravi problemi, causati proprio da quella che doveva essere una soluzione. Tutto ciò è quanto mai calzante per il pianeta oggi e sembra che ci abbia fatto raggiungere il limite estremo. La situazione impone ben più che un semplice mutamento di rotta: impone un radicale cambio di mentalità, un pensiero più complesso, più umiltà e senso di responsabilità nei confronti dell’ambiente, degli ecosistemi, della Terra Madre.
Violare i limiti di rigenerazione della natura significa aggravare la scarsità delle risorse: i fiumi si inaridiscono, i suoli perdono fertilità, l’aria diventa irrespirabile, le foreste scompaiono. Perché insistere a superare i limiti che la terra ci impone? Così non si fa che crearne dei nuovi, di limiti, finché non sarà più possibile rimediare.
Scriveva Ungaretti:
L’uomo, monotono universo, / crede allargarsi i beni / e dalle sue mani febbrili / non escono senza fine che limiti.
La gestione del limite diventa il primo esercizio di sostenibilità, non soltanto ambientale.
Ma per farlo bisogna rinunciare alla crescita economica come unico criterio di progresso umano. In questo quadro l’uso spregiudicato delle risorse genetiche apre nuove frontiere, nuovi rischi e pone un problema di giustizia. Il 20 per cento della popolazione mondiale utilizza il 75 per cento delle risorse globali.
Acquisita quindi la consapevolezza dei limiti biofisici non si può ritenere equa e giusta l’attuale spartizione delle risorse e la crescente privatizzazione dei beni comuni. Da un lato il materiale genetico è diventato una risorsa da brevettare, dall’altro lato dopo la privatizzazione delle terre comuni oggi si assiste alla privatizzazione massiccia delle risorse idriche e delle sementi. Combattere contro la privatizzazione dei beni comuni e per la loro tutela e valorizzazione è una scelta di civiltà e democrazia. Molti di questi beni e di queste risorse appartengono di diritto alle comunità locali e indigene, sono parte integrante delle culture tradizionali. Dalle risorse naturali queste comunità ricavano alimenti, erbe medicinali, materiali per il loro abbigliamento e le loro abitazioni; le stesse risorse naturali ne hanno segnato la storia, la cultura e la spiritualità.
I saperi tradizionali sono da sempre i veri tutori della biodiversità, della rigenerazione e del risparmio delle risorse. Quante volte i saperi delle comunità indigene hanno rivelato proprietà naturali utilizzate poi per la produzione di medicinali e cosmetici senza che si riconoscesse loro la primogenitura di queste scoperte o l’indu
I nostri beni comuni che dobbiamo difendere
CARLO PETRINI
«La terra possiede risorse sufficienti per provvedere ai bisogni di tutti, ma non all’avidità di alcuni»; questa affermazione del Mahatma Gandhi centra il cuore del problema delle risorse e al contempo è quanto mai profetica. La radice del termine risorse si trova nel verbo latino surgere e come l’acqua sgorga dal terreno, la Terra Madre elargisce copiosamente beni per la nostra vita comune.
Va da sé che questi beni debbono essere utilizzati con giudizio e parsimonia, non solo perché sono un patrimonio comune, ma perché la rinnovabilità della natura ha bisogno di tempi lunghi. Ma il buon senso e la responsabilità verso i processi naturali hanno lasciato il campo a uno sfruttamento illimitato nel nome dello sviluppo e dell’economia di mercato. L’insegnamento di Francis Bacon ha condizionato per secoli e fino a oggi i nostri comportamenti: «La natura è una prostituta; noi dobbiamo domarla, penetrare i suoi segreti e incatenarla secondo i nostri desideri». Aver concepito la natura come un ammasso di materie prime da trasformare in "ricchezze" ci ha portati a un drammatico impoverimento delle risorse naturali.
Con queste premesse le più grandi doglianze e paure riguardano la perdita di quelle risorse che garantiscono l’attuale sistema produttivo ed energetico. Il progressivo depauperamento di giacimenti di petrolio, carbone, gas naturali fa presagire un nuovo Medio Evo. Il dibattito si rivolge, giustamente, alle energie rinnovabili, alla moderazione nei consumi, all’implementazione delle ricerche o alla riproposizione di vecchie scelte come quella del nucleare.
Esiste, insomma, una predominanza delle risorse fossili così forte e determinata che pone in seconda linea quel mondo naturale e quei beni comuni che sono alla base della nostra vita biologica. Mentre nei paesi ricchi l’attenzione è puntata sulla crisi delle risorse fossili, nei paesi del Sud del mondo invece spaventa soprattutto la crisi delle risorse viventi.
La contrapposizione sull’utilizzo dei prodotti agricoli per produrre carburanti o cibo è significativa. La metà dei posti di lavoro nel mondo è legata alla pesca, all’agricoltura, all’economia di raccolta e di produzione del cibo; le risorse viventi sono fondamentali per le cosiddette economie di sussistenza.
L’acqua, l’aria, la fertilità dei suoli, per non parlare dello stato di salute delle foreste, degli oceani, dei fiumi e della biodiversità del mondo animale e vegetale sono sempre più minacciati dal fatto che la natura è diventata un oggetto di dominio. Il bilancio finale comincia a rendere conto degli ingenti danni provocati alle risorse naturali e all’ecosistema. C’è una teoria che descrive come l’uomo, convinto di dominare la Natura e di averla a sua completa disposizione, utilizzi la tecnica per trovare soluzioni ai singoli problemi; ma per ogni risposta tecnologica che escogita, ecco presentarsi nuovi e più gravi problemi, causati proprio da quella che doveva essere una soluzione. Tutto ciò è quanto mai calzante per il pianeta oggi e sembra che ci abbia fatto raggiungere il limite estremo. La situazione impone ben più che un semplice mutamento di rotta: impone un radicale cambio di mentalità, un pensiero più complesso, più umiltà e senso di responsabilità nei confronti dell’ambiente, degli ecosistemi, della Terra Madre.
Violare i limiti di rigenerazione della natura significa aggravare la scarsità delle risorse: i fiumi si inaridiscono, i suoli perdono fertilità, l’aria diventa irrespirabile, le foreste scompaiono. Perché insistere a superare i limiti che la terra ci impone? Così non si fa che crearne dei nuovi, di limiti, finché non sarà più possibile rimediare.
Scriveva Ungaretti: "L’uomo, monotono universo, / crede allargarsi i beni / e dalle sue mani febbrili / non escono senza fine che limiti".
La gestione del limite diventa il primo esercizio di sostenibilità, non soltanto ambientale. Ma per farlo bisogna rinunciare alla crescita economica come unico criterio di progresso umano. In questo quadro l’uso spregiudicato delle risorse genetiche apre nuove frontiere, nuovi rischi e pone un problema di giustizia. Il 20 per cento della popolazione mondiale utilizza il 75 per cento delle risorse globali.
Acquisita quindi la consapevolezza dei limiti biofisici non si può ritenere equa e giusta l’attuale spartizione delle risorse e la crescente privatizzazione dei beni comuni. Da un lato il materiale genetico è diventato una risorsa da brevettare, dall’altro lato dopo la privatizzazione delle terre comuni oggi si assiste alla privatizzazione massiccia delle risorse idriche e delle sementi. Combattere contro la privatizzazione dei beni comuni e per la loro tutela e valorizzazione è una scelta di civiltà e democrazia. Molti di questi beni e di queste risorse appartengono di diritto alle comunità locali e indigene, sono parte integrante delle culture tradizionali. Dalle risorse naturali queste comunità ricavano alimenti, erbe medicinali, materiali per il loro abbigliamento e le loro abitazioni; le stesse risorse naturali ne hanno segnato la storia, la cultura e la spiritualità.
I saperi tradizionali sono da sempre i veri tutori della biodiversità, della rigenerazione e del risparmio delle risorse. Quante volte i saperi delle comunità indigene hanno rivelato proprietà naturali utilizzate poi per la produzione di medicinali e cosmetici senza che si riconoscesse loro la primogenitura di queste scoperte o l’industria pagasse il dazio per essersene appropriata... Molta parte della povertà nel mondo è dovuta a queste forme di appropriazione indebita. Brevettare i semi e la biodiversità, privatizzare l’acqua, affidare l’agricoltura al monopolio delle multinazionali significa dare il colpo di grazia alle economie di sussistenza e al lavoro femminile nelle immense campagne del mondo. Molti gruppi di persone nel Terzo mondo, in particolare le donne rurali e i popoli indigeni, possiedono conoscenze e pratiche produttive assolutamente sostenibili, capaci di rinnovare la fertilità della terra, di conservare l’acqua, di selezionare i semi. La prosperità di queste comunità è direttamente proporzionale alla capacità dei loro membri di condividere le risorse, con equità e parsimonia.
Lo sfruttamento illimitato delle tecnoscienze e del mercato rispetto alle risorse naturali e alla sostenibilità ci imporranno di riflettere sul nostro universo culturale occidentale, modernista.
La superiorità dell’economia sulla natura e sulla cultura sta alla base della crisi delle risorse e della sostenibilità. Come dice Vandana Shiva: «In un mondo finito, ecologicamente interconnesso e soggetto alle leggi dell’entropia, i limiti naturali hanno bisogno di essere rispettati. Non possono dipendere dai capricci e dalle convenienze del capitale e delle forze di mercato».
Per capire quanto il denaro non sia convertibile alla vita è forse opportuno ricordare la saggezza dei Nativi americani quando affermavano: «Solo quando avrai abbattuto l’ultimo albero, pescato l’ultimo pesce e inquinato l’ultimo fiume, solo allora capirai che non puoi mangiare i soldi».
Titolo originale: Global warming claims tropical island –Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini
L’innalzamento dei mari causato dal riscaldamento globale, per la prima volta ha cancellato dalla faccia della terra un’isola abitata. La scomparsa di Lohachara, nella zona di Sundarbans in India dove Gange e Brahmaputra sfociano nella Baia del Bengala, segna il momento in cui una delle più apocalittiche previsioni degli ambientalisti e degli scienziati del clima inizia ad avverarsi.
Il mare continuerà ad alzarsi, ingoierà intere nazioni composte da isole, dalle Maldive alle Marshall, inonderà ampie aree di altri paesi, dal Bangladesh all’Egitto, e sommergerà grandi porzioni di città costiere.
Otto anni fa, come riportato in esclusiva da The Independent on Sunday, spariva sotto le onde la prima isola disabitata, nell’atollo-nazione di Kiribati nel Pacifico. La popolazione delle isole a bassa elevazione di Vanuatu, pure nel Pacifico, è stata evacuata preventivamente, anche se l’isola è ancora sopra il livello del mare. La scomparsa di Lohachara, che un tempo ospitava 10.000 persone, non ha precedenti.
Il caso è stato seguito ufficialmente con uno studio di sei anni sul Sunderbans da ricercatori dall’Università Jadavpur di Calcutta. L’isola è così lontana che i ricercatori hanno appreso dell’inondazione, contemporanea a quella di una vicina isola disabitata, Suparibhanga, dopo averla vista scomparire dalle immagini satellitari.
Sono stati sommersi in forma permanente anche i due terzi della vicina isola abitata di Ghoramara. Sugata Hazra, direttore della Scuola di Studi Oceanografici, spiega “è solo questione di qualche anno” prima che anche lei venga del tutto ingoiata. Hazra dice che ora ci sono circa una dozzina di “isole in via di scomparsa” nella regione del delta indiano. Sono in pericolo anche le 400 tigri dell’area.
Sinora si prevedeva che sarebbero state le isole Carteret al largo di Papua New Guinea le prime abitate a scomparire, in circa otto anni, ma Lohachara ha sottratto loro il poco invidiabile primato.
I costi umani del riscaldamento globale: l’innalzamento dei mari trasformerà presto in senzatetto 70.000 persone
I rifugiati dall’isola scomparsa di Lohachara e da quella in via di scomparsa di Ghoramara hanno riparato a Sagar, ma anche quest’isola ha già perso 3.000 ettari di superficie sottratti dal mare. Complessivamente, sono in pericolo di scomparsa sotto i mari che si sollevano una dozzina di isole, che ospitano 70.000 abitanti.
La recente catastrofe verificatasi nel sud-est asiatico – probabilmente grazie anche al fatto che tra le oltre 280.000 vittime si contano pure dei turisti occidentali – ha catalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale. Anche in Italia, com’è noto, l’evento ha avuto una vasta eco, sino a divenire un vero e proprio evento mass-mediatico. Colpisce però il fatto che, al più conosciuto e popolare lemma “maremoto”, sia stato spesso preferito un termine – lo tsunami – che fino a pochi giorni prima era pressoché sconosciuto al grande pubblico e utilizzato in prevalenza in ambito scientifico. Quasi a voler marcare l’esoticità, la distanza geografica dell’evento, lo “tsunami” è divenuto così il modo con cui molti italiani hanno identificato, non tanto il fenomeno dei maremoti in generale, ma quel particolare evento, quella specifica calamità.
Nonostante questa sorta di desemantizzazione, nonostante l’inconscio bisogno collettivo di rimuovere e allontanare, anche terminologicamente, la presenza del rischio, non sono in verità mancate occasioni, sulla stampa e altrove, in cui è stato posto il problema della possibilità che fenomeni del genere possano verificarsi anche nella nostra Penisola. Nella maggior parte dei casi però, la casistica proposta si è limitata a segnalare eventi relativamente recenti, e in primo luogo l’onda anomala, provocata da un ingente distacco di roccia lavica, che investì Stromboli nel dicembre del 2002.
In realtà il fenomeno dei maremoti è tutt’altro che rarissimo nel nostro Paese. L’istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (www.ingv.it/italiantsunamis/tsun.html) ha catalogato ben 67 eventi di questo tipo, e ulteriori informazioni sono reperibili anche nel Catalogo dei forti terremoti in Italia dal 461 a.C. al 1980 (E. Boschi et al, Roma, Istituto Nazionale di Geofisica, 1997). Si tratta ovviamente di dati che, soprattutto quando riferiti ad epoche molto remote, presentano differenti gradi di attendibilità, ma che tuttavia forniscono un quadro estremamente significativo dell’elevato livello di rischio esistente in Italia.
Va innanzitutto ricordato che, benché i terremoti sottomarini o in prossimità delle coste, siano stati le cause principali dei maremoti, l’Italia, per la sua conformazione geofisica, è particolarmente vulnerabile anche a onde anomale causate dall’attività vulcanica. E’ di questo tipo, ad esempio, il primo caso di maremoto accertato sulle coste italiane: quello che colpì il golfo di Napoli in seguito alla catastrofica eruzione del Vesuvio nel 79 a.c.; lo stesso Vesuvio fu poi all’origine di ulteriori onde anomale nel 1631, nel 1698, nel 1714, nel 1813 e nel 1906. Anche in Sicilia si verificarono degli tsunami causati direttamente o indirettamente da eruzioni vulcaniche. I più numerosi si registrarono nel complesso vulcanico delle isole Eolie: oltre al già ricordato evento del 2002, vi furono a Stromboli, solo nel XX secolo, ben 5 maremoti, il più grave dei quali uccise, nel settembre del 1930, due pescatori.
Anche le frane hanno poi avuto, in qualche caso, un ruolo nei movimenti anomali dei livelli marini: nel giugno del 1978, ad esempio si registrarono forti oscillazioni marine nell’Adriatico centrale che coinvolsero sia le coste italiane (a Bisceglie il mare penetrò sulla terraferma per circa 200 metri) che quelle croate (nell’isola di Korciula le onde, alte 8 metri, inondarono le case sulla costa); l’ipotesi più accreditata è che quel fenomeno fosse stato generato da una frana sottomarina. Un ulteriore caso si verificò l’anno dopo: a causa di alcuni lavori nel porto di Nizza, franarono in mare circa 10 milioni di metri cubi di terra; l’onda che ne scaturì inondò alcune località della costa azzurra e uccise una persona. Nelle isole Eolie, infine, nell’aprile del 1988, un’onda anomala fu generata da una frana di circa 200.000 metri cubi scesa dal fianco del vulcano La Fossa nell’isola di Vulcano.
Dai pochi dati sopra riportati è evidente che l’area italiana che storicamente ha conosciuto con più frequenza fenomeni di maremoti è il Mezzogiorno. Sebbene eventi del genere si siano registrati anche in altre aree costiere – 9 sulla costa ligure/costa azzurra, 3 sulla costa livornese e altrettanti sulle coste dell’adriatico centro-settentrionale – è sulle sponde meridionali che si presenta, infatti, il maggiore livello di rischio: circa il 75% di tutti gli tsunami italiani, si sono abbattuti sui litorali della Puglia, della Campania e, soprattutto, della Calabria e della Sicilia.
Ma non è solo la frequenza degli eventi a destare forti preoccupazioni. Se infatti a tutt’oggi risulta impossibile prevedere il momento e il luogo preciso in cui si verificherà un terremoto, ciò che invece è senza dubbio possibile prevedere, è che in aree fortemente sismiche, e quindi soggette anche al pericolo maremoti, l’assenza di politiche di mitigazione del rischio rischia di trasformare l’evento naturale in una catastrofe.
Ovviamente, rispetto al passato, vi è stata una enorme crescita, non solo delle conoscenze specialistiche (geologiche, ingegneristiche, etc.), ma anche della strumentazione tecnica per affrontare eventi di questo tipo; tuttavia non sempre questi sviluppi si sono poi tradotti in politiche di prevenzione: con l’eccezione di Stromboli, dove il moto ondoso viene oggi costantemente monitorato, il sistema di rilevazione e di allarme per i maremoti è in Italia scarsamente paragonabile a procedure d’allerta quali, ad esempio, il PTWS (Pacific Tsunami Warning System) che prevede persino l’uso dei satelliti per acquisire i dati mareografici in tempo reale.
Ma, cosa ancor più grave, se si opera un confronto con i secoli precedenti, non si può non rilevare un altro dato di estrema importanza: gran parte delle coste italiane – e quelle meridionali in particolare – sono state per lunghi secoli luoghi paludosi e malarici e quindi scarsamente popolate. I “marimoti”, come talvolta venivano definiti nei documenti e nella pubblicistica dell’epoca, pur causando morti e distruzioni, erano in ogni caso destinati ad abbattersi prevalentemente in aree prive di rilevanti insediamenti umani. A partire dal XX secolo invece – e con una fortissima accelerazione nel boom economico del secondo dopoguerra – le coste meridionali sono state oggetto, com’è noto, di una antropizzazione senza precedenti: una trasformazione del territorio, attuata spesso senza alcuna pianificazione, sulla scorta di una crescente domanda di turismo balneare. Diventa poi quasi paradossale il pensare che, oltre all’antropizzazione selvaggia delle coste – peraltro incrementata dai vari condoni edilizi che si sono succeduti negl’ultimi anni – si minacciano persino peculiari forme di antropizzazione marina: il riferimento è ovviamente al ponte che dovrebbe sorgere in un’area, lo stretto di Messina, che ha conosciuto – lo vedremo tra breve – le forme più violente e distruttive di maremoto che si siano mai verificate in Italia.
Quelle che di seguito si riportano, sono alcune testimonianze sulle più catastrofiche inondazioni marine che si sono avute sulle coste italiane.
Il primo brano è un breve resoconto tratto da un testo coevo (Sincera ed esatta relazione dell'orribile terremoto seguito nell'isola di Sicilia il dì 11 di gennaio 1693, Roma, per Gio. Francesco Buagni, 1693) sul maremoto successivo al sisma del 1693, che colpì violentemente la Sicilia orientale causando circa 60 mila morti e la distruzione di numerosissime città e villaggi:
Il giorno de’ 9 di Gennaio prossimo passato nell’Isola di Sicilia si sentì improvvisamente un terremoto terribile, verso le quattro ore di notte, che replicando il dì 11 dopo mezo giorno in brevissimo tempo subissò tutta la Città di Catania, e nel medesimo tempo il Mare si ritirò alquanto, lasciando in secco le navi, che erano in quella spiaggia, e poi ingrossato ritornò come un torrente furioso, e rapido, e così durò circa un quarto d’ora, e que’ legni ebbero gran pena a salvarsi. Dopo seguì una fiera borrasca con grandissima pioggia, e nuvoloni di polvere, che si stesero per più di otto miglia per quelle spiagge, e nello stesso tempo il terremoto fu sentito in Augusta, e in Siracusa con la total distrutione di ambe le dette Città, con essersi ivi salvata pochissima gente.
Messina anch’essa nell’istesso giorno ha provati gli eccidj del terremoto, e ben grandi, essendovi cadute molte case, […] e anche ivi’l mare si ritirò a segno tale, che mancò l’acqua, che circonda la Cittadella, e dopo ritornò con impeto grande.
La seconda testimonianza è invece relativa al disastroso terremoto – e al successivo maremoto – del febbraio 1783 che distrusse completamente moltissime zone della Calabria meridionale e della Sicilia orientale. I morti in quell’occasione raggiunsero circa il 7% della popolazione dell’area e si verificarono enormi sconvolgimenti del territorio (cfr. P. Tino, Terremoto e mutamenti ambientali nella Calabria di fine Settecento, in “I frutti di Demetra”, n. 3, 2004). Il brano che segue è tratto dal volume di Andrea De Leone (Giornale e notizie de' tremuoti accaduti l'anno 1783 nella provincia di Catanzaro, Napoli, Stamperia de' f.lli Raimondi, 1783):
Memorando e spaventevole fu lo scempio di questa rinomata città [Scilla]. […] La quarta parte di questa città cadde in un tratto alle scosse del dì 5 di febbraro, ed il restante fu fracassato in modo da non potersi abitare. […]
In tanta sciagura, e confusione gli abitanti del quartiere di San Giorgio vedendo vicina la notte si ricoverarono negli orti; mentre tutti gli altri volarono alle adjacenti marine, dove, seguendo l’esempio del Conte di Sinopoli, trasportarono il più prezioso, che aveano, e si allogarono chi sotto le tende, e chi sulle barche. Il Conte si pose con 49 suoi cortigiani su di una comoda filuca. Mentre questi sventurati cercarono scampar la morte, che minacciava la terra, ne preparò loro un’altra più cruda il mare. Inoltratasi dunque la notte verso le ore 8 d’Italia, e nel punto, che l’aria, e l’acqua stavan chete e tranquille, se non che placidamente pioviginava, s’intese un grandissimo rumore: si vide in seguito un pezzo di terra dell’estensione di un miglio e mezzo quadrato distaccarsi dalla montagna detta Campallà […].
Non si era quella misera gente riavuta ancora dello spavento provenutole da sì gran fracasso, che soggiacque ad un totale sterminio: mezzo minuto dopo la narrata rivoluzione si alzarono dalla parte di mezzogiorno e libeccio due sterminati cavalloni di mare dietro ad un orrendo muggito, che ad un tratto lanciati sul lido misero sossopra le barche, e le tende, ed ingojarono 1431 di que’ meschini rifuggiti alle arene del mare. Parte di questi furono fiaccati per le finestre e per le porte ne’ primi piani delle case situate alla marina, e gittati in fronte alle mura con tutte le barche: e parte trascinati dall’onde, che si ritiravano nel fondo del mare. Questo sconvolgimento durò circa due minuti, e subito ritornarono le acque nelle primiera calma. Fra gli annegati vi fu il Conte con tutti i suoi cortigiani […].
Tutti gli abitatori del quartiere di San Giorgio, che si erano ritirati ne’ giardini, non furono lesi dell’inondazione; ma quelli dell’Acquagrande, che si erano allogati nella Chianella, e nella marina dell’Oliveto, soffrirono qualche danno: siccome quelli delle Gornelle e Livorno furono, come ho avvertito, quasi tutti sommersi: alcuno di quella gente infelice si salvava e nuoto, e nel bere un po’ di vino che chiedeva per conforto, rendeva l’anima al Creatore. […]
Le acque lungo la marina grande si alzarono 24 palmi [6,2 metri] dalla parte di mezzogiorno, e 32 [8,3 metri] da quella di tramontana, e nel vallone di Livorno situato in mezzo quella marina [s’inoltrarono] a palmi 647 [circa 170 metri] […]. Furono quivi distrutte 22 case, 12 casini, 3 magazzini, il fondaco de’ manganelli di seta, e la chiesa dello Spirito Santo; ed una sola casa rimasta intatta salvò 140 persone. Per lo spazio di due mesi il mare andò gittando ai seguenti lidi i corpi degli annegati. A Davazzina distante 3 miglia da Scilla; a Bagnara distante sei; a Palmi 12; alle Pietrenegre 15 miglia: a Gioja diciotto; a Nicotera trenta; a Paola cento; al Faro quattro; a Laci 50; ed a Catania distante 60 miglia.
La popolazione di questa luttuosa città era di 1513 individui; de’ quali ne perirono 1447, cioè 330 uomini, 594 donne, 513 ragazzi: né sotto le rovine rimasero più che 56, essendo stato tutto il resto ingoiato del mare. […]
La popolazione ascendeva [a Nicotera] a 4009 cittadini, de’ quali 20 soli rimasero estinti dal flagello [..]. Anche il mare diede segni grandi della massima alterazione, in cui fu messo del tremuoto. Si ritirò, divenne gonfio, e ad un tratto, slanciandosi nel lido, mise sotto sopra le barche da pesca quivi allogate. […]
Il fenomeno significante, avvenuto in Reggio, è quello dello mutazione succeduta nella strada, detta de’ Giunchi. […] Lungo la spiaggia conterminale a questo luogo vi erano molte officine, stabilite per trarre da’ bachi la seta. Il mare dianzi baciava queste sponde; e ne’ tempi più tempestosi gli ordigni, ivi giacenti, rimaneansi a coverto dagl’insulti delle onde.
Ne’ fatali momenti del tremoto si mutò talmente l’aspetto antico delle cose, che il mare traboccò le sponde, e le inondò a segno che dovettero di là togliersi gli ordigni da seta, e trasportarsi altrove: né già si creda che quest’alterazione fosse durata né soli momenti della rivoluzione; ma per l’opposito essa è tutt’ora durevole, e il mare sopravvanza quasi per l’altezza di due palmi [circa 1/2 metro] l’antico livello della spiaggia. […]
Se somma considerazione meritano i gravissimi disastri, che si produssero non solo dall’aeromoto, ma anche del tremoto del dì cinque di febbrajo, non è men degno di attenzione il marimoto, che nello stesso fatale momento si destò nel mare che bagna le sponde di Messina, di Reggio, del Cenidio, e del Faro, e che si unì col tremoto, e coll’aeremoto, cagionando collegati insieme, effetti diversi, e cospirando tutti a formare un impeto solo. Nella fervida, e tumultuosa Carriddi, nelle rapide opposte correnti, e in tutto il volume delle acque, le quali inondano tutto quel vasto distretto, si concepì un così valido, e formidabile scomponimento, che, come se una forze potentissima ne avesse percosso il centro, e scisso il seno per metà, il mare pria orribilmente avallandosi nel mezzo, e indi in rapidissimi voraci spire ampiamente nabissando, respinse per gli opposti lati l’onda inarcata; e con tale indicibile violenza ne sbalzò i flutti ripercossi, che trascinandoli a invadere, e a superare tutta l’estensione del tranquillo letto del porto, li sforzò ad ergersi incontro alla valida difesa della panchetta, e a traboccar tanto al di là di essa, che tutto lo spazio, interposto tra questa, e le basi de’ grandi edifici del teatro marittimo, ne rimase altamente ove più, ove meno inondato, e ingombro di marino limo, e di arena.[…]
Da Messina a Torre di Faro vi ha la distanza di undici miglia, o poco più; e da Torre di Faro al Cenidio vi ha quella di quasi un miglio e mezzo, quanta è la latitudine dell’interposto mare tra’ due avversi promontorj del Peloro, e dal Cenidio, da cui sino a Scilla vi sono intorno a sei miglia.
In tutte le sponde conterminali al mare, che occupa i luoghi posti nelle distanze accennate, ove più, ove meno, si risentirono gli effetti di un tale marimoto.[…]
In Torre di Faro vi furono disordini tali, che decisivamente indicarono d’essere stato tal luogo compreso nelle circonferenza di quel teatro, in cui il marimoto rappresentò le tragiche sue scene. Di fatto nella stessa notte funesta, nella quale tante orribili sventure posero a soqquadro la vita, e le fortune degli Scillitani, quivi l’onda, escrescendo, irruentemente invase le sponde: rapì seco alcuni meschini legni, che se le pararono davanti: assorbì 26 miserabili vittime, che si stavano ricoverate sopra picciole barchette pescherecce; e inoltrandosi ove per 200 [50 metri circa], ove per 400, ed ove per 600 passi, rovesciò gli argini arenosi, inondò i vigneti, svelse le piantagioni, e traboccò nel pantano, nelle vigne, e ne’ terreni, d’onde portò via quanto incontrò; e dove depose, o per compenso, o per nuovo ingombramento, moltissimo limo, e molta copia di pesci […]
L’ultimo evento preso in considerazione è il catastrofico maremoto successivo al fortissimo sisma del 28 dicembre 1908 con epicentro in mare, nello stretto di Messina. Le vittime – causate sia dal sisma che delle onde distruttive – furono stimate in circa 120.000 unità (solo a Messina vi furono 80.000 morti e 15.000 a Reggio Calabria). Lo scritto che segue (tratto da Contributo allo studio del terremoto calabro-messinese del 28 dicembre 1908, in “Atti del R. Istituto d'Incoraggiamento di Napoli”, serie VI, vol. VII, 1909) è di uno dei padri della sismologia italiana: quel Giuseppe Mercalli a cui si deve la creazione dell’omonima scala di intensità sismica che, pensata inizialmente in 10 gradi, fu successivamente integrata di altri 2 gradi proprio per ricomprendere quest’evento. Va però precisato che il brano in questione si limita a descrivere gli effetti sulla costa calabrese, e non comprende invece le morti e le distruzioni che il maremoto causò alle coste sicule e in particolare a Messina e a Riposto, S. Alessio, Briga e Paradiso che furono quasi completamente distrutte da onde alte oltre 10 metri:
Io ho osservato gli effetti di questo fenomeno [il maremoto] specialmente sulla costa calabrese. Premetterò che l’azione disastrosa dell’onda di mare, che distrusse strade, piante, case, ingoiò animali e uomini, si estese a nord di Reggio fino a Villa S.Giovanni, a sud fino e Lazzàro.
Infatti, tra Villa S.Giovanni e Pezzo il mare entrò, per esempio, nelle filande dei signori Erba asportando balle di sete e uccidendo due persone. Invece, subito a nord delle Punta del Pezzo, il mare non fece più danni. A Bagnara non si accorsero neppure del maremoto, forse perché la costa è scoscesa. Invece a Nicotera-Marina, dove la spiaggia èmolto estesa, il mare prima si ritirò per gran tratto lasciando a secco la carcassa d’una nave arenata e parzialmente sommersa; e, dopo pochi minuti, un’ondata invase la spiaggia arrivando fino alle case. Verso sud, mentre il maremoto fu disastroso a Pellaro e a Lazzàro, dove l’acqua s’innalzò fino a 10 metri d’altezza, appena passato Capo dell’Armi, diminuì rapidamente d’importanza. A Melito e a Bovamarina fu mediocre (a Bova, alcuni giorni dopo il terremoto, il mare gettò sulla spiaggia una bambina morta): alla marina di Palizzi appena sensibile. A Brancaleone, il mare primo si ritirò e poi invase la spiaggia.
A Reggio mi dissero che le onde furono tre: un casellano, che era di guardia, attendendo il treno alla Pescheria, dice che la prima ondata arrivò alla ferrovia mentre durava ancora la scossa: la seconda ondata, arrivò 5 o 6 minuti dopo, la terza, più forte di tutte, dopo altri 5 o 6 minuti (anche a Gallico inferiore, secondo il sig. Stilo, l’ondata più forte avvenne circa 10 minuti dopo. Quivi l’onda del mare si inoltrò sulla terra per circa 300 metri distruggendo case e rigogliosi vigneti. Il materiale di alcune case coloniche venne sparso a grande distanza. I massi di una diga del torrente Bozzurro furono portati almeno 100 metri lontano). Due barche vennero portate sulla linea; un’altra più al di là. Alla stazione del ferry-boat le carrozze della ferrovia vennero tutte rovesciate e qualcuna capovolta.
Anche a S.Gregorio (tra le Sbarre e Pellaro) una barca, di 4 metri e 1/2 di lunghezza, venne portata dall’onda del mare al di là del terrapieno della ferrovia e deposta in mezzo a un aranceto tutto distrutto. Presso Pellaro, un ponte della ferrovia venne trasportato lontano dal maremoto, come dirò meglio in seguito.
In molti altri luoghi, ho trovato piante sepolte parzialmente sotto lo sabbia del mare, e tutte seccate e rovesciate verso terra; […].
Un marinaio di Pellaro, che si trovava in barca al momento del terremoto, dice che il mare prima si ritirò e lo trascinò molto lontano dalla spiaggia, e così si salvò restando al largo. Quanto all’ora del maremoto, non ebbi informazioni concordi, ma pare che sia cominciato a Reggio e a Messina quasi immediatamente dopo la scossa, a Pellaro e a Lazzàro parecchi minuti dopo (7-8 min., secondo alcuni; fin 15 min., secondo altri); a Bova circa 30 minuti dopo.
Questo ritardo dell’arrivo dell’onda di maremoto con l’allontanarsi da Reggio e da Messina dimostra un’altra volta che l’epicentro del fenomeno è da porsi in mare tra queste due città. […]
Gli effetti meccanici del maremoto si sovrapposero così intimamente a quelli del terremoto e del franamento di spiaggia, che è difficile tenerli distinti, e perciò li descriveremo insieme nelle pagine seguenti.
Sprofondamenti di spiaggia. - A Messina la banchina del porto, in diversi punti. sprofondò in mare: per esempio, presso l’imbarco del ferry-boat si vedevano, ancora nell’aprile, dei vagoni per 3/4 immersi nell’acqua. La strada rotabile parallela alla spiaggia restò tutta sconnessa e in parte sommersa […].
Presso le frazione di Occhio (presso Pellaro), il mare distrusse agrumi ed ortaggi e ricoprì il terreno di ciottoli e molte case coloniche di cattiva costruzione (ciottoli e fango) crollarono prima per il terremoto, poi furono rase letteralmente al suolo dall’ondata di maremoto. Sparsi dappertutto senz’ordine si vedevano pezzi di mobili, insegne di botteghe, lettiere, brandelli d’abiti, ecc. Si sa che qualcuno si salvò, arrampicandosi sugli alberi.
Davanti alla chiesa della Consolazione distrutta, due fontane furono demolite dal maremoto e restarono prive d’acqua.
Muri spezzati in grandi blocchi rimasero rovesciati a terra e la spiaggia scomparve per una settantina di metri di larghezza. Altri muri di cinta (vicino ad Occhio) vennero spostati parallelamente alla spiaggia.
Però, pure vicino alla frazione di Occhio, alcune case basse, ben fatte e di recente costruzione, resistettero in mezzo a tanta rovina. Anche il terrapieno delle ferrovia rimase in posto, sebbene vi sia passata sopra l’onda del maremoto, la cui violenza si può argomentare dal seguente fatto. Poco a sud dello frazione di Pellaro, presso il casello n. 461, un ponte in ferro della ferrovia, diretto NE-SW, e di 40 metri di lunghezza per 4 di larghezza, venne gettato intero dai pilastri, girando di 60° circa intorno alla sua estremità SW e trascinando con se le rotaie, senza spezzarle dalla stessa parte di SW, rompendole invece dalla parte opposta. [....]
Tra Pellaro e Capo d’Armi le rovine sono molto saltuarie, perché dovute più al maremoto che al terremoto.
Presso il centro di Lazzàro (frazione di Motta S.Giovanni) la strada provinciale venne, per un buon tratto, demolita dal maremoto, il quale portò via quasi completamente la chiesa parrocchiale di S.Maria delle Grazie (dopo il maremoto del 28 dicembre, di questa chiesa restò in posto solo parte dell’Altare maggiore, il quale venne poi portato via da un’altra mareggiata avvenuta 3 giorni dopo) e distrusse le case di contadini e i piccoli appezzati di terreno coltivato, che stavano tra la strada e il mare: molti pezzi di muro di queste case ore si vedono emergere poco dall’acqua. Qui 27 persone perirono annegate, di cui solo 7 od 8 vennero gettate entro terra e i cadaveri si poterono portare al cimitero. Molti si salvarono, perché tra il terremoto e il maremoto ebbero tempo di fuggire verso il terrapieno della ferrovia, che non venne superato dal mare. Qui trovai tracce dell’onda di maremoto fino a 10 metri d’altezza sul livello del mare.
Nella parte di Lazzàro non distrutta dal maremoto ci furono parecchie case almeno parzialmente crollate con vittime umane; ma la maggior parte vennero solo più o meno gravemente lesionate. Tutti poi i piani inferiori delle case furono invasi dalla acque del mare, che percorsero il Corso Vittorio Emanuele, trascinando lontano persone e suppellettili.
Australian Wind Energy Association, Australian Council of National Trusts, Wind Farms and Landscape Values, Rapporto finale Fase I, Identificazione dei problemi, marzo 2005 – Estratti e traduzione per Eddyburg a cura di Fabrizio Bottini
[...] Quali sono le caratteristiche di una wind farm?
Gli impianti di energia eolica [ wind farms] comprendono caratteristicamente:
• una o più turbine (torre, gondola con parti generatrici di energia, pale rotanti)
• infrastrutture di trasmissione (cavi che collegano le turbine ad una sottostazione, e linea di connessione esterna dell’impianto dalla sottostazione alla rete nazionale
• strade di accesso per costruzione e manutenzione
• segnaletica, recinzioni ed altri elementi necessari.
Le caratteristiche che contribuiscono a un potenziale impatto sul paesaggio (positivo o meno) degli impianti per l’energia eolica sono la localizzazione, l’altezza delle torri e turbine, il numero delle torri, il movimento, colori e materiali, infrastrutture di servizio.
Localizzazione
Le strutture di energia eolica sono progettate e collocate per trarre vantaggio dal vento disponibile. Sulla terraferma, le velocità più elevate si trovano in ambienti aperti e/o rivieraschi. Gli impianti hanno anche bisogno di essere ragionevolmente vicini a infrastrutture esistenti della rete nazionale, per poter trasmettere economicamente al consumo l’energia che generano. Questo rende le aree più remote e non abitate problematiche. Ne risulta, che la maggior parte delle strutture di energia eolica in Australia sono o nei pressi della costa, o in zone aperte e linee di crinale, tutte localizzazioni tendenzialmente molto visibili.
Questi ambienti – specie nelle aree costiere – sono spesso di grande valore, per molte ragioni:
• valore sociale, ad esempio spazi per il tempo libero
• valore storico, ad esempio siti di importanza per la cultura indigena
• valore ambientale, ad esempio per le specie avicole migratorie
• valore estetico, per esempio, rupi spettacolari o forme geologiche.
In più, localizzare un impianto eolico richiede di considerare molti altri fattori (come quelli delle caratteristiche tecnici e commerciali) e relativi altri impatti ambientali (come le interferenze elettromagnetiche, quelle per l’aviazione, i rumori).
Altezza di torri e turbine
Le tecnologie attuali per la realizzazione di turbine a vento consentono di collocarle molto in alto sul livello del terreno, per sfruttare venti meno soggetti all’attrito delle caratteristiche topografiche, della vegetazione e delle strutture edilizie. Anche se è possibile costruirne di più alte, quelle australiane tipicamente raggiungono i 120 metri, e consistono in una torre alta 50-80 metri, con pale rotanti che salgono in verticale per altri 40 metri. L’altezza di una turbina può renderla visibile da notevoli distanze, e si può trattare di elementi che spiccano sull’orizzonte se visti dal mare o col cielo come sfondo. Le turbine possono anche essere in vistoso contrasto con le altezze degli altri elementi del paesaggio circostante.
Numero delle turbine
Le turbine organizzate per gruppi offrono l’opportunità di una maggior produzione di energia con quantità di infrastrutture ridotta, a pari megawatt di capacità installata. Ma, nello stesso modo in cui le singole turbine possono essere elementi dominanti del paesaggio per la loro altezza, raggruppamenti di esse possono risultare altamente visibili per la combinazione di altezza, ripetitività, area geografica occupata. Nonostante la maggior parte delle strutture generatrici eoliche esistenti in Australia consista di meno di dieci turbine, la tendenza è verso insediamenti più grandi. Al momento la più grossa wind farm d’Australia è l’impianto di Woolnorth in Tasmania, con 37 turbine e una capacità installata di 65 MW. Esistono progetti di impianti eolici superiori ad una capacità di 100 MW (indicativamente: fra le 50 e le 100 turbine) sono in varie fasi di analisi, fattibilità o iter di approvazione in Victoria, Tasmania, South Australia, Western Australia e New South Wales.
Il movimento
Le turbine a vento si differenziano rispetto ad altri tipi di insediamento nel paesaggio a causa delle grandi parti mobili – le pale del rotore – che automaticamente attirano lo sguardo. Numeroso turbine in funzione, possono avere un impatto visivo particolarmente forte. I rotori in movimento producono anche rumore, il quale, anche se avvertibile soltanto quando si è vicini, può influenzare il godimento del luogo da parte di alcune persone. I livelli sonori sono, comunque, regolati da standards, norme urbanistiche e ambientali, e vanno oltre gli scopi di orientamento del presente studio.
Colori e materiali
Anche i particolari colori e materiali utilizzati per le turbine a vento sono caratteristiche che possono contribuire agli impatti sul paesaggio.
Infrastrutture di servizio
Sottostazioni, strade di accesso, linee di trasmissione elettrica e altre strutture, contribuiscono agli impatti sul paesaggio delle wind farms.
In che modo gli impianti eolici influenzano i valori paesistici?
Nonostante gli impatti sul paesaggio delle caratteristiche fisiche e dei vincoli progettuali degli impianti di generazione eolica possano essere chiaramente documentati, è meno facile definire il modo in cui una wind farm influisca su ciò che è di valore nel paesaggio. Nel dibattito sugli impatti degli impianti rispetto ai valori paesistici, c’è una tendenza alla polarizzazione su punti di vista piuttosto netti. E a dire il vero molti degli effetti menzionati possono essere considerati come positivi o negativo, a seconda della prospettiva dell’osservatore. Ma questa polarizzazione non necessariamente riflette in modo preciso i punti di vista dalla comunità ampia. La vasta maggioranza delle persone può non avere opinioni nette in nessun senso. Negli studi britannici su abitanti che risiedono vicini (al massimo 20 km) alle wind farms una grande maggioranza (74 per cento) riteneva che gli impatti degli impianti eolici sul paesaggio fossero o neutri (51 per cento) oppure non aveva opinione in proposito (23 per cento), nonostante le opinioni tendessero a diventare più nette quanto più ci si avvicinava agli impianti. [...]
Quali sono gli impatti positivi che gli impianti eolici possono avere sul paesaggio?
Nonostante i complessi di energia eolica abbiano concreti impatti sul paesaggio (e in gran parte impatti inevitabili), alcuni elementi del progetto, dimensionali e funzionali delle strutture contribuiscono ad alcuni percepiti miglioramenti.
Estetica
Per molte persone la forma, linee e colori delle turbine a vento sono esteticamente gradevoli. Le linee pulite di torri e rotori, il contrasto col paesaggio e l’uniformità dell’aspetto sono citati come benefici, che in alcuni casi possono anche l’aspetto di paesaggi degradati. Fra le altre cose, si ritiene che i valori estetici per il paesaggio delle wind farms vengano da:
• forme snelle aerodinamiche e scultoree
• solidità e modernità della progettazione
• coerenza e ripetitività degli elementi
• un senso di ordine
• una presenza forte.
Valore simbolico
Una wind farm è simbolo forte e riconoscibile delle nuove tecnologie e della produzione sostenibile di elettricità. Alcune persone accolgono con piacere lo “elemento macchina” della turbina a vento nel paesaggio vedendolo come esempio di lavoro umano in armonia con la natura.
Funzione
Molti intervistati vedono il valore positivo degli insediamenti di energia eolica derivante dalla capacità di offrire un beneficio pubblico (l’energia) utilizzando strumenti rinnovabili.
Sostituzione
Un quarto beneficio percepito degli impianti riguarda lo scambio con altri tipi alternativi di insediamento che offrono lo stesso prodotto con metodologie differenti e spesso in località differenti. L’esempio più semplice è una centrale a carbone, nonostante siano necessarie molte centinaia di turbine per sostituire l’energia prodotta da questo tipo di impianto.
Si noti che, nonostante gli impianti eolici siano una presenza evidente nel paesaggio, l’emissione di gas serra che contribuiscono a ridurre non è altrettanto immediatamente evidente. L’impatto sul paesaggio delle grandi centrali alimentate a carbone – che attualmente producono circa l’84% dell’elettricità in Australia – è comunque “lontano dagli occhi lontano dal cuore” per la comunità.
Quali sono gli impatti negativi che gli impianti eolici possono avere sul paesaggio?
Impatti sulle caratteristiche e scenari del paesaggio
Sia le turbine a vento in sé, che le strutture di servizio (linee di trasmissione elettrica, sottostazioni, strade di accesso ecc.) possono influenzare le caratteristiche del paesaggio. Data la scala e dimensioni di turbine e impianti in generale, il loro contrasto col paesaggio entro cui sono posti, non sorprende che proprio gli effetti su caratteristiche e scenari siano tra gli elementi più contestati.
Non si mette in discussione la presenza fisica delle turbine. Per alcuni la dominanza visiva “esprime ispirazione e aspirazione”, ma per altri trasforma in modo inaccettabile le caratteristiche dei luoghi: molti intervistati nei sondaggi dichiaravano che le wind farms contribuivano a una “industrializzazione” dei paesaggi rurali. Un esperto di percezione visiva che ha risposto al sondaggio, offre un punto di vista più accomodante: per questo signore le torri sono “alte, aggraziate, progettate in modo elegante” ma “su larga scala ... invadenti per il paesaggio”.
Prese singolarmente, le turbine eccedono la “scala umana” e possono essere una presenza incombente e inaccettabile per l’osservatore. Gli intervistati hanno risposto che le turbine a vento (sia singolarmente che prese nell’insieme) hanno un alto impatto sulle caratteristiche del paesaggio e sui valori scenografici ed estetici delle comunità.
È in quanto grossi gruppi di turbine, che le strutture per l’energia eolica possono avere gli impatti maggiori sui caratteri e gli aspetti scenografici. Anche se la cosa non è stata quantificata nel nostro sondaggio, un numero maggiore di turbine che coprono una vasta area o si collocano in un importante campo visivo sembrano essere considerate una inaccettabile sottrazione di caratteri e valori scenografici del paesaggio. Studi all’estero – basati sull’ormai superata tecnologia che richiedeva grandi gruppi di piccole turbine – hanno rilevato che il numero ha maggiori effetti sul paesaggio che non le dimensioni. Alcuni studi di Lothian in South Australia indicano, tuttavia, che il nostro è un contesto specifico; vale a dire, che un grande numero di turbine in paesaggi costieri appare negativo, mentre il localizzazioni interne può non apparire così.
In più, le proporzioni delle turbine a vento e il loro contrasto col paesaggio significano che gli impatti sui valori scenografici e il carattere si estendono ben oltre il sito dell’impianto. Nonostante sia aperto il dibattito sulla soglia di distanza per l’interferenza visiva, il potenziale di impatto si estende per distanze maggiori di quelle della maggior parte degli altri tipi di insediamento nel paesaggio. Esiste, dunque, una certa preoccupazione per le interferenze visive nelle aree dove il godimento o il senso del luogo dipende dagli aspetti naturali, ad esempio nei parchi nazionali.
Impatti sui valori culturali Indigeni
Un progettato complesso di impianti eolici può avere significati culturali rispetto agli Indigeni Australiani a causa dei suoi rapporti con la tradizione, o con le pratiche attuali degli abitanti del luogo, o coi tradizionali proprietari o custodi del sito. La presenza di particolari specie vegetali o animali, ad esempio, può avere significati spirituali. Oppure, un luogo può avere significati perché è stato teatro di eventi storici, come un massacro.
Una custode tradizionale che ha partecipato al sondaggio ha riportato che nella sua esperienza le preoccupazioni principali della popolazione Aborigena delle aree costiere rispetto alle wind farms erano l’ostruzione delle vedute sacre, l’allontanamento della fauna (in particolare degli uccelli migratori), e il danneggiamento di siti con altri valori Indigeni tradizionali.
Comunque, la presenza di valori Indigeni in un dato luogo non preclude necessariamente l’insediamento di un impianto, come dimostra la collaborazione tra Framlingham Aboriginal Trust e Pacific Hydro per costruire un gruppo di turbine su terreni di proprietà Aborigena (Deen Marr) a Yambuk, in Victoria.
Impatti sulle attrattive
Le attrattive [ amenity] in questo caso si ritengono separate dagli impatti sui caratteri e i valori scenografici, anche se si tratta di elementi correlati. L’attrattiva di riferisce specificamente al godimento corrente dei luoghi: residenza, zone per il tempo libero, strade turistiche e via dicendo. Oltre al fatto che le turbine sono un elemento visivo dominante, il loro movimento può produrre altri fenomeni visivi con impatti negativi sulle attrattive, e fra questi riflessioni e rifrazioni causate dalle pale, ombre o alternanza rapida ombra-luce.
Si tratta di effetti che tendenzialmente sono sperimentati dalle persone vicino alla wind farm, nonostante la riflessione solare possa essere visibile a chilometri. Va notato comunque che questi effetti vengono valutati nel corso dell’iter di autorizzazione, e se emerge un effetto potenziale sulla qualità dei luoghi sta all’autorità competente al rilascio determinare se tali effetti siano accettabili.
Impatti sui beni culturali
Nessuno degli intervistati nel sondaggio ha fatto riferimento a impatti negativi sul patrimonio edificato. Ciò probabilmente perché questi elementi sono abbastanza ben documentati e tutelati in Australia, e di conseguenza le wind farms sono state collocate lontano da essi. Esiste, ad ogni modo, una crescente consapevolezza fra gli studiosi del settore, che anche i paesaggi geografici dei siti di interesse storico culturale siano meritevoli di tutela. La Carta di Burra stabilisce la necessità di proteggere “tessuto e forme” dei luoghi di interesse storico.
Con gli effetti visivi e paesistici che inducono, il proprio potenziale ruolo dominante, gli impianti eolici possono cambiare l’assetto dei luoghi di interesse storico e influenzare così il loro valore. In uno studio di impatto paesistico in Tasmania, per esempio, si raccomandava che le turbine fossero collocate lontano dalla visuale di un insediamento storico costiero. In più, sono gli stessi paesaggi a poter essere individuati come importanti elementi storici a causa della connessione con la storia dell’insediamento umano e relative culture: valore sempre più diffusamente riconosciuto da documenti formalizzati come il registro del National Trust dedicato ai panorami significativi. Gli ambienti possono essere anche influenzati da una progettazione o localizzazione inadeguata delle strutture eoliche.
Impatti su valori socio-culturali contemporanei e sul senso dello spazio
Alcune delle persone intervistate hanno descritto un legame emotivo, talvolta spirituale, rispetto ai luoghi dove sono state localizzate le wind farms. A volte questi legami sono un fatto condiviso, dalla comunità in genere o da particolari gruppi. In Australia, la costa rappresenta uno di tali luoghi, come attestato dalle numerose citazioni nella nostra letteratura, arte, teatro, musica, produzioni televisive.
Gli intervistati descrivono come in talune circostanze sembrava che questi legami fossero stati influenzati negativamente dall’introduzione degli impianti eolici. In una risposta per esempio si sottolinea come inserire un “elemento macchina” in un ambiente a cui si attribuiva alto valore ne abbia cambiato la percezione e il sentimento, come spazio di riflessione e contemplazione. È difficile ricostruire un’accurata rassegna e comprensione di quanto diffusi siano tali effetti, ma un numero notevole di risposte sono pervase da senso di perdita, da parte di persone con un atteggiamento principalmente negativo verso le wind farms.
Esistono modi di progettazione e localizzazione degli impianti eolici che possano ridurre gli impatti negativi?
Per quanto riguarda alcuni valori – ad esempio, una localizzazione di alto valore biologico – l’unica forma di tutela può essere la non realizzazione degli impianti. Per altri valori, qualche tipo di impatto può essere impossibile da evitare. Ad esempio, in una prospettiva di caratteri e scenari, è impossibile nascondere o schermare un impianto. Data l’altezza delle strutture, le schermature vegetali possono essere utili sono per impedire la vista da un certo punto, ma non della torre. In modo simile, varie operazioni per ridurre al minimo la visibilità degli impianti nel paesaggio – come l’integrazione con la topografia o l’adattamento a linee, forme, colori, intrecci del paesaggio circostante – sono impossibili o molto difficili da realizzare con qualche risultato nel caso delle turbine, e invero possono anche essere poco desiderabili. Invece, un’attenta disposizione che eviti caratteristiche particolarmente sensibili e si concentri sull’ottimizzare le caratteristiche positive degli impianti, è più efficace. Il Wulff (2002) nota che delle tre potenziali opzioni di collocamento delle turbine e vento – mascherare o nascondere; immergere o integrare; evidenziare – “è il mettere in evidenza le torri il modo per ottenere implicitamente il risultato visivo più semplice”.
Tenendo questo in mente, esiste una scelta di possibilità per il progetto, la localizzazione e l’uso delle varie opzioni per ridurre l’impatto di interferenza delle wind farms e migliorare il loro aspetto, rendendole così più accettabili.
Localizzazione e organizzazione
Esistono parecchie organizzazioni planimetriche che hanno il potenziale per ridurre gli impatti sul paesaggio. Ad esempio, gli intervistati nei sondaggi indicano che raggruppare turbine ad evitare linee visuali ed elementi caratteristici del paesaggio ne riduce gli impatti. Ma questo tipo di concentrazioni può anche ridurre l’efficienza di generazione elettrica, e pone problemi alla gestione di altri impatti potenziali. Gipe (2002) suggerisce che una collocazione corrispondente alle caratteristiche del paesaggio esistente – per esempio, a riflettere le linee di crinale in un ambiente collinare, o a scacchiera in un territorio piano – contribuisce alla “leggibilità” degli impianti, con impatti più positivi ed accettabili.
Secondo Stanton (1996), collocare le turbine lontano dai crinali non ne riduce l’impatto, e compromette la correlazione fra paeaggio e funzioni delle turbine: “è un problema di onestà, rappresentare una forma in correlazione diretta alla sua funzione e alla nostra cultura”.
Altezza
Alcuni intervistati nel sondaggio fanno riferimento alla presenza incombente delle turbine: si tratta senza dubbio di una reazione all’altezza delle torri. Molti ritengono che rendendole più basse si ridurrebbe il loro impatto negativo.
Una valutazione di impatto paesistico raccomandava che le torri non superassero l’altezza relativa degli altri elementi caratterizzanti il paesaggio della regione; vale a dire, che dai punti di vista chiave le cime delle turbine dovrebbero essere visivamente equivalenti all’altezza percepita di lontane colline o altri elementi del paesaggio, dve esistenti. Giudizi del genere sono comunque probabilmente adatti ad un particolare contesto paesistico, e non esistono studi noti nazionali australiani relativi all’interferenza visiva relativa in diverse situazioni.
L’altezza delle turbine è un vincolo progettuale: più alte le torri e le pale dei rotori, maggiore la quantità di energia elettrica prodotta. Ne risulta che ridurre altezze o lunghezza delle pale si tradurrebbe in aumento del numero di turbine proposte, che a sua volta potrebbe generare altri effetti indesiderati, come intasamenti visivi, o incrementi nelle quantità di terreno necessarie all’insediamento.
Distanze e densità
La localizzazione di numerose turbine in un paesaggio aperto può produrre impatti negativi secondo alcuni osservatori. Effettivamente, il numero delle turbine di un complesso può essere più dannoso della loro altezza. Uno studio condotto negli Stati Uniti ha rilevato che le persone tendono a preferire turbine più grandi, rispetto a un numero maggiore di turbine più piccole.
In più, gli effetti dei gruppi di turbine possono essere mitigati evitando raggruppamenti densi (che creano ostruzioni visive) e accorpando gli elementi in “gruppi funzionali” con una certa quantità di spazio aperto fra l’uno e l’altro. Questa tecnica può anche essere utile per limitare gi impatti su particolari caratteristiche o visuali.
Concentrarsi sulle caratteristiche positive
È stato rilevato che la relativa accettabilità delle wind farms è conseguenza di come esse appaiono “ben proposte” all’osservatore. Concentrarsi sulle caratteristiche positive – ovvero sulle loro particolarità estetiche (utilizzando linee nitide e materiali moderni), costanza progettuale (turbine del medesimo colore, modello e altezza) e funzionalità (tutte le turbine in movimento, in modo da apparire attive) – è stato citato come cosa importante per assicurare che gli impianti vengano più prontamente accettati.
Un intervistato sottolineava di preferire la presenza di tabelloni informativi sugli impianti, perché questo riduce una percezione negativa degli impatti sul paesaggio.
Nascondere e attenuare le caratteristiche negative
Nonostante la difficoltà di schermare le turbine, è possibile nascondere o limitare le caratteristiche potenzialmente negative di un impianto eolico; per esempio, interrando le linee di connessione fra i vari impianti per evitare conflitti visivi con le turbine stesse, organizzando le strade in modo tale da evitare le zone sensibili e i pericoli potenziali di erosione, ripulendo accuratamente la zona dai residui di cantiere e altri rifiuti.
Colori e materiali
Un’attenta selezione di colori e materiali può ridurre contrasti e impatti visivi delle turbine a vento. Colori attenuati (grigio chiaro, beige e crema, ad esempio) e materiali con finitura sfumata possono ridurre visibilità e contrasto a distanza. D’altra parte, l’uso di colori dal paesaggio circostante può aumentare il contrasto se lo sfondo è il cielo.
A causa delle proporzioni delle turbine a vento, la gran parte delle viste di turbine e rotori avviene sullo sfondo del cielo, quindi spesso si raccomandano colori più chiari. Stanton (1996) sostiene che nelle condizioni britanniche i colori più attenuati e i bianchi debbano essere evitati, dato che ciò suggerirebbe un tentativo di mimesi; raccomanda invece che le torri vengano utilizzate per una “chiara e diretta affermazione”.
METODI DI VALUTAZIONE DEI VALORI PAESAGGISTICI
Cos’è una valutazione paesaggistica?
La valutazione paesaggistica si usa per individuare e determinare valori, significati e sensibilità di un paesaggio; può anche significare una quantificazione delle probabilità che un insediamento influisca su queste qualità. Essa è un importante strumento per due operazioni:
• documentare i valori del paesaggio, il significato e sensibilità di una regione, per individuare i siti adatti, dal punto di vista paesaggistico, a un insediamento di wind farm
• documentare i valori paesistici, significato e sensibilità di un proposto sito per l’insediamento nel contesto regionale, per valutare e quantificare i potenziali impatti di una wind farm su queste qualità, e assicurare che i modi dell’insediamento rispondano positivamente a queste potenzialità di impatto.
Nell’ambito della presente ricerca, vengono considerati entrambi questi aspetti della valutazione paesaggistica, anche se gli Enti associati riconoscono che tale valutazione non è di responsabilità né del settore dell’energia eolica, né di particolari responsabili della costruzione.
Cosa deve prendere in considerazione, e cosa invece no, una valutazione paesaggistica?
Le idee sugli obiettivi e i potenziali di una valutazione paesaggistica variano di molto: alcuni autori usano “valore del paesaggio” solo a significare i caratteri visivi ed estetici di un luogo; altri citano nei “valori del paesaggio” un ampio raggio di qualità, di tipo sociale, Indigene, culturali, artistiche e ambientali. Esiste comunque un consolidato riconoscimento, a livello nazionale e internazionale, dell’artificiosità del separare i valori culturali da quelli naturali, ed esiste una crescente concordia sulla necessità di una valutazione olistica dei valori di paesaggio. È la prospettiva riflessa nell’approccio inclusivo di valutazione dei valori nel luoghi Patrimonio Mondiale, e si rende anche evidente nel nuovo sistema nazionale, dove il “bene” è definito come parte dell’ambiente. I luoghi, compresi i paesaggi, scelti per essere inclusi nella nuova National Heritage List possono essere selezionati per i valori naturali, Indigeni, e/o culturali (storici, estetici, spirituali, e via dicendo). Il temine “ heritage” quindi è sempre più visto come comprensivo sia di valori tangibili che immateriali. Ciò si riflette nelle definizioni della parola adottate dai governi statali e territoriali nel corso della revisione delle leggi in materia.
Il campo di valori paesaggistici che le strutture per l’energia eolica possono influenzare è molto ampio. Le questioni e gli impatti individuati attraverso l’esame della letteratura scientifica e il coinvolgimento degli interessati, comprendono valori molto diversi, come:
• quelli ambientali, ad esempio impatti su uccelli e pipistrelli
• quelli estetici, ad esempio il contrasto delle wind farms col paesaggio
• sociali, ad esempio l’identificazione della comunità col paesaggio
• emotivi, ad esempio le sensazioni di meraviglia, o smarrimento
• culturali, ad esempio, impatti su caratteri di importanza storica o archeologica
La valutazione paesaggistica dunque richiede un approccio interdisciplinare, e sono state sviluppate una quantità di metodologie allo scopo di cogliere tutto l’arco dei valori. Ma nessuna metodologia è universalmente accettata. In più ad alcuni valori (ad esempio, quelli ambientali e storici) corrispondono linee di lavoro bene definite e accettate per valutare livelli e significati, i potenziali impatti di un insediamento su di essi, l’accettabilità di tale impatto, mentre per altri (come quelli estetici e culturali) non ne hanno. Fra le metodologie meno consolidate o solo emergenti, ci sono quelle relative a:
• i valori visivi, estetici e scenografici dei paesaggi
• caratteri e significati del paesaggio
• valori socio-culturali contemporanei, in quanto opposti a quelli storico-culturali, ad esempio il valore dello stato del paesaggio per gli Indigeni contemporanei, o un attaccamento personale ed emotivo a un luogo.
Come deve essere affrontata la valutazione paesaggistica?
Il lavoro pionieristico in questo campo in Australia è avvenuto in gran parte attraverso i primi studi del National Trust, particolarmente in Victoria e New South Wales, e attraverso lo sviluppo di sistemi di gestione delle risorse visive ( Visual Resource Management System / VMS) per le attività di forestazione. La tecnica VMS utilizza approcci derivati dalla tradizione della valutazione formale estetica e dalla architettura del paesaggio, che di norma comprendono:
• classificazione del paesaggio entro tipi caratteristici, e descrizione di tali tipi
• valutazione obiettiva dei valori estetici relativi del paesaggio, espressa in termini di qualità scenografica alta, moderata, bassa, dove l’alta qualità è di solito associata a varietà, unicità, preminenza e naturalità delle forme del suolo, vegetazione e acque, entro ciascun tipo
• determinazione delle capacità del paesaggio di assorbire vari tipi di insediamento sulla base delle caratteristiche fisiche e ambientali
• valutazione di “sensibilità visiva” basata sulla sensibilità relativa al cambiamento di diversi gruppi di osservatori – ad esempio turisti contro boscaioli – quante persone osservano e da quanto lontano.
Questa tecnica si occupa specificamente di graduare i valori scenografici e visivi estetici di un paesaggio. Nondimeno, alcuni adattamenti di essa sono stati comunemente utilizzati nelle valutazioni paesaggistiche per le wind farms in Australia aggiungendo tra l’altro:
• modello computerizzato della visibilità degli impianti dai dintorni (e da punti di vista chiave) in base alla topografia; analisi delle “zone di influenza visiva” o “area vista”
• modello visivo della wind farm e costruzione di “fotomontaggi” che illustrano le potenziali trasformazioni del paesaggio.
Nonostante le tradizioni di valutazione visiva alla base degli approcci VMS li rendano giustificabili e ripetibili, essi sono stati criticati per le seguenti ragioni:
• manca di input dal parte della comunità locale per definire il valore e qualità scenografica
• conferisce maggior peso alle caratteristiche naturali che a quelle culturali (essendo stato sviluppato in gran parte per l’uso in zone naturali)
• i “gruppi di osservatori” sono mal definiti e manca una rigorosa analisi quantitativa delle percezioni dei diversi osservatori
• non vengono riconosciuti i valori più immateriali ed “emotivi” del paesaggio.
I fondamentali studi sul paesaggio della Australian Heritage Commission nell’ambito degli accordi sulle foreste regionali, sviluppati nei primi anni ’90, utilizzavano in modo intensivo le consultazioni locali per quantificare i valori immateriali: legami sociali, spirituali, estetici al luogo. Questo problema del coinvolgimento locale costituisce l’elemento centrale di tensione fra le varie metodologie: esiste una fondamentale divergenza teorica di opinioni, sul possedere il paesaggio una intrinseca oggettiva bellezza che possa essere in qualche modo misurata o comparata, oppure se la bellezza scenografica sia un valore solo soggettivo, attribuito a un’area o particolare paesaggio.
Le valutazioni basate su un giudizio professionale dei valori paesaggistici (ad esempio “qualità scenografiche”) sono talvolta criticate come insufficientemente rappresentative della prospettiva dei gruppi interessati non-professionali. Con questi presupposti, le comunità chiedono sempre più spesso di essere consultate su cosa conta per loro, e questa domanda trova sempre più spesso risposta positiva da parte delle autorità competenti.
Molti dei valori individuati come importanti nel sondaggio non sono facili da misurare o quantificare. Per esempio, è relativamente facile quantificare gli effetti di un insediamento di impianti eolici sui valori tangibili della vegetazione locale; è molto più difficile quantificarne gli effetti su valori immateriali, come i sentimenti di una persona per un luogo. Schwann (2002) suggerisce che, nonostante i valori immateriali presentino una sfida per la pianificazione e valutazione, resta importante verificarli e valutarli. Un efficace coinvolgimento della comunità locale – che consenta al punto di vista collettivo di rendersi evidente, e non solo a quello di chi ha più voce – è ovviamente essenziale da questo punto di vista.
Comunque, perché la valutazione paesaggistica possa essere un’utile guida per la progettazione e realizzazione di impianti eolici, ci deve essere equilibrio fra input soggettivi e quadri generali di carattere professionale che comprendano e documentino tale input. Un approccio testato in uno studio sul sud-est Queensland (anche se non specificamente correlato a un insediamento di tipo eolico) integrava dati di visibilità elaborati dal computer con una dettagliata analisi delle preferenze comunitarie per tipi e caratteri di paesaggio, producendo infine una graduatoria delle “piacevolezze sceniche” del paesaggio. Studi simili sulla percezione sono stati condotti lungo la Great Ocean Road in Victoria, e nelle cittadine costiere di New South Wales e Queensland. Questi approcci possono avere valore per graduare la sensibilità e preferenze riguardo agli insediamenti eolici, nonostante sinora non siano stati condotti studi del genere orientati alle wind farms.
Usando metodi simili, Andrew Lothian (2002) ha condotto studi rilevanti sulla percezione del pubblico (su oltre 300 persone) in South Australia rilevando che le preferenze riguardo al paesaggio sono simili quanto più simili sono i gruppi di età, sesso, livello culturale. Di conseguenza suggerisce che, nonostante esista il potenziale di iniziare un lavoro nazionale di valutazione paesaggistica, è importante prima di tutto completare studi simili in tutta Australia.
Come deve essere misurata, la significatività?
Da una prospettiva di pianificazione, il prodotto centrale di una valutazione del paesaggio è la quantificazione dei suoi valori relativi, in modo tale che possa essere presa una decisione sull’accettabilità o meno di alcuni impatti. Il rapporto sulle reazione della comunità al progetto dell’impianto di turbine eoliche a Portland in Victoria, per esempio, raccomanda che nelle valutazioni future di questo tipo si classifichino i paesaggi “in termini di significati internazionali, nazionali, di stato, regione, e locali”identificando le caratteristiche che contribuiscono in ciascun caso al loro significato.
Esiste un ampio dibattito sul misurare o meno, e come, il significato relativo dei paesaggi. Le diversità di valori che implica l’idea di “valore del paesaggio” creano altre difficoltà nel definire cosa sia significativo in un paesaggio. le risposte alla domanda del sondaggio “Cosa rende un paesaggio più speciale di un altro?” vanno elementi misurabili (ad esempio la diversità delle variazioni topografiche, o presenza o assenza di acqua) all’immateriale (ad esempio, il grado di significati personali e associazioni mentali con un dato luogo); “in mezzo” sta il livello di naturalità o qualità di stato selvaggio di un panorama. Come sottolineato, esistono varie tecniche per classificare l’importanza relativa di un paesaggio e degli elementi in esso. Se il valore debba essere classificato oggettivamente o soggettivamente, è ambito di tensione fra i diversi approcci.
Pochi dei sistemi esistenti affrontano in modo comprensivo tutti i valori potenzialmente significativi. Fra i criteri di significatività utilizzati come parte si un sistema gerarchico di classificazione, negli studi esistenti, ci sono:
• qualità scenica, determinata in modo scientifico, o attraverso la percezione della comunità, o in entrambi i modi
• scarsità, la relativa unicità di un tipo di paesaggio o elemento
• frequentazione e riconoscimento, quanto il pubblico è attratto da un paesaggio, e quante persone e di che tipi ci vanno
• visibilità, il numero di persone che osservano un paesaggio, e da dove lo osservano
• frequenza della rappresentazione artistica, inclusi lavori scritti o visivi, livello di riconoscimento dell’oggetto nei lavori, rapporto dell’artista con un luogo.
È pure rilevante il problema dei limiti di una valutazione paesaggistica. Appare essenziale sviluppare criteri standard per valutazioni solide e ripetibili sui valori paesistici per la localizzazione di impianti eolici nei vari stati e regioni.
Come procedere? Si devono portare a termine valutazioni paesaggistiche per tutte le aree dove è presente la risorsa vento?
Esiste crescente consapevolezza che la valutazione paesistica a scala regionale sia essenziale per comprendere i valori relativi dei paesaggi. L’importanza delle varie caratteristiche dipende in gran parte dalla comprensione del significato relativo di un paesaggio, o di un tipo di paesaggio. Nello stesso modo in cui sono disponibili informazioni su presenza o scarsità di specie e associazioni vegetali a livello regionale, statale e nazionale, anche una valutazione strategica dei valori di paesaggio ha le potenzialità di misurarne il significato.
Al momento, gli impatti paesaggistici delle wind farms sono valutati caso per caso, come risposta a richieste di nuovi impianti. Nonostante ciò sia essenziale per ricostruire gli specifici impatti di un progetto, in assenza di un quadro regionale di contesto dei significati relativi dei paesaggi non è possibile classificare questi impatti. In più, l’impossibilità di individuare i paesaggi particolarmente significativi può determinare conflitti non necessari, e incertezze nella realizzazione degli impianti.
Alcuni governi statali hanno individuato particolari aree, come i parchi nazionali, inadatte per insediamenti di impianti eolici. Le valutazioni paesaggistiche in tali casi possono essere inutili, o ridondanti. Dato che alcuni impatti sono inevitabili, quando si realizza una wind farm, e dato che esistono piani statali, nazionali e internazionali di promozione dell’energia eolica come fonte rinnovabile, i processi di pianificazione devono tener conto planning della necessità di equilibrare le politiche di alto livello relative agli impianti eolici, col desiderio di tutelare i paesaggi.
Nota: il documento integrale e originale (con l’intero testo, le bibliografie, e soprattutto le Appendici metodologiche e di rilevamento) è scaricabile in file PDF dal sito di uno dei due enti responsabili, l’Austrialian Council of National Trusts (f.b.)
Il rubinetto delle emissioni di anidride carbonica non si chiude, anzi la pressione crescente dei paesi di nuova industrializzazione spinge la volata dei gas che squassano la macchina del clima. Basterebbe questo ad alimentare l´incubo di una desertificazione che avanza e di milioni di profughi ambientali che stanno per mettersi in moto. Ma l´ultimo rapporto del Worldwatch Institute, Oceani in pericolo, elaborato da un gruppo di scienziati di Greenpeace, apre un´altra finestra di allarme. Uno dei grandi equilibratori climatici, la spugna che finora ha assorbito una parte importante delle emissioni serra, sta per cedere: la capacità dei mari di catturare una quota significativa di anidride carbonica diminuisce. E così mentre il flusso dei gas che devastano l´atmosfera cresce, i riflessi di Gaia, il pianeta vivente, si appannano.
I dati di base sono incontrovertibili. Per convincersene basta paragonare due periodi chiave: i primi due secoli di rivoluzione industriale e gli ultimi decenni. Tra il 1750 e il 1994 sono stati emessi 1.039 miliardi di tonnellate di anidride carbonica e gli oceani ne hanno assorbiti 433 miliardi: il 42 per cento. Tra il 1980 e il 2005 sono stati emessi 525 miliardi di tonnellate di anidride carbonica e gli oceani ne hanno assorbiti 194: il 37 per cento. Dunque, rimanendo alla stima media degli ultimi 25 anni, per ogni punto percentuale di riduzione della capacità di assorbimento degli oceani si registra un ulteriore accumulo in atmosfera di 200 milioni di tonnellate di anidride carbonica: quanta ne emette il sistema industriale italiano regolamentato dal protocollo di Kyoto.
Non è finita. «Non si può sottovalutare il fatto che l´aumento di Co2 nell´acqua di mare ne causa l´acidificazione», si legge nel rapporto pubblicato dal Worldwatch Institute. «Il pH degli oceani si è abbassato di 0,1 unità, con la possibilità che scenda di ancora 0,5 unità a fine secolo se non si riducono le emissioni. Numerosi organismi che si costruiscono uno scheletro calcareo - coralli, molluschi, crostacei e molti organismi planctonici - potrebbero avere problemi di stabilità perché il calcare si scioglie nell´acqua acida». Dunque la capacità degli oceani di catturare carbonio formando la vita potrebbe indebolirsi ancora di più.
Quest´alterazione degli equilibri fisici e chimici, oltre alle ripercussioni globali, ha ovviamente un effetto micidiale su un ecosistema marino già malconcio: «La pesca riassume il dramma della crescita selvaggia di una distruttiva potenza tecnologica che ormai non risparmia i luoghi più remoti: isole lontane, montagne abissali, artico e antartico sono tutti sotto la pressione di pescherecci industrializzati che non solo pescano troppo (dagli anni ‘50 il totale della produzione ittica si è moltiplicato per 7) ma anche male, con attrezzi distruttivi, come la pesca a strascico o le reti derivanti, che catturano un numero incredibile di specie non bersaglio, danneggiando l´ecosistema e rallentando il recupero degli stock ittici che nel 76 per cento dei casi sono oggi al limite o oltre il limite dello sfruttamento».
La temperatura crescente sta minando le barriere coralline che ospitano circa 100 mila specie note (le stime reali potrebbero andare da 1 a 3 milioni): il 20 per cento è distrutto, il 24 per cento è a rischio imminente di collasso, per un altro 26 per cento la minaccia è a lungo termine. Va male anche alle mangrovie, un ecosistema fondamentale per la difesa delle coste dalla pressione del mare: metà è stata cancellata e ormai occupano solo il 25 per cento delle coste tropicali contro una quota originale del 75 per cento.
A tutto ciò si aggiungono i danni prodotti dall´inquinamento chimico e radioattivo: nel Golfo del Messico si è arrivati a 80 mila chilometri quadrati di fondali morti.
L'umanità insostenibile
di Marina Forti
Questa volta fa notizia il rapporto Living Planet, pubblicato ieri dal Wwf internazionale, come ogni due anni, per aggiornare sullo stato degli ecosistemi del pianeta. Fa notizia e con ragione: il rapporto «pianeta vivente» 2006 avverte che se l'umanità continua a consumare risorse naturali al ritmo attuale, entro il 2050 ci servirà due volte la capacità biologica del pianeta. Insomma: avanti così il collasso è inevitabile, e anche abbastanza vicino.
Living Planet è il risultato di due anni di studio sui dati del 2003. Descrive lo stato della biodiversità (l'insieme dei viventi che popola il pianeta) e la pressione degli umani sulla biosfera. Per questo usa due indicatori: il primo è battezzato «indice del pianeta vivente» (Living Planet Index) e misura i trend della vita sul pianeta. Più precisamente, osserva 1.313 specie di vertebrati (pesci, anfibi, rettili, uccelli, mammiferi) di tutto il mondo: sono solo una parte di tutte le specie viventi del pianeta, ma il trend di queste popolazioni è indicativo dello stato di tutta la biodiversità. Ebbene, tra il 1970 e il 2003 la popolazione dei vertebrati è declinata di circa un terzo: stiamo degradando gli ecosistemi naturali a un ritmo che non ha precedenti nella storia dell'umanità.
L'altro indice usato dagli scienziati che hanno lavorato con il Wwf è l'«impronta ecologica» (Ecological Footprint). E' un termine noto a ecologi e ambientalisti, forse meno al pubblico più generale (e per nulla a chi determina le decisioni politiche): l'«impronta ecologica» misura la domanda di terra e acqua biologicamente produttiva necessaria agli umani per produrre ciò che consumano. Ovvero: la terra coltivabile, i pascoli, le foreste, i banchi di pesca necessari a produrre il cibo, fibre e legname che consumiamo; più il territorio necessario ad assorbire i rifiuti che produciamo inclusi quelli generati consumando energia (quindi anche l'anidride carbonica che fa effetto serra e modifica il clima) e il territorio che occupiamo per le nostre infrastrutture (il consumo d'acqua dolce non è incluso; il rapporto vi dedica un capitolo a sé).
Ebbene: nel 2003 l'impronta ecologica globale dell'umanità era di 14,1 miliardi di ettari globali (cioè ettari biologicamente produttivi, con capacità media di produrre e assorbire risorse), pari a 2,2 ettari globali per persona. Ma la «biocapacità» totale era di 11,2 ettari globali, pari a 1,8 ettari procapite. Dunque eccediamo la biocapacità del pianeta, ed è così ormai dalla metà degli anni '80: ormai la domanda eccede l'offerta del 25%. E' il «debito ecologico».
Se andiamo a guardare per aree mondiali scopriamo lo squilibrio di sempre: le impronte ecologiche più pesanti sono quelle di Emirati arabi uniti e Stati uniti, la più bassa in assoluto quella dell'Afghanistan; tutti i paesi industrializzati sono ben sopra la media mondiale, l'India al di sotto. La Cina sta circa a metà, poco sotto la media: paese in rapida crescita economica, avrà un ruolo chiave nell'uso più o meno sostenibile delle risorse nei decenni a venire: per questo il Wwf internazionale ha deciso di presentare il suo rapporto ieri proprio a Pechino.
L'Italia ha un'impronta ecologica pro capite di 4,2 ettari globali, con un deficit ecologico di 3,1 ettari pro capite rispetto alla nostra biocapacità. E questo ci mette al 29esimo posto mondiale.
Viene da pensare che nei decenni del grande sviluppo industriale il mondo ha discusso di esaurimento delle risorse naturali come limite allo sviluppo, dal petrolio (risorsa non rinnovabile) in poi. Ma ancora prima delle materie prime naturali, quallo che sta finendo è la capacità della Terra di assorbire i nostri rifiuti e rigenerarsi. L'umanità trasforma le risorse naturali in rifiuti molto più in fretta di quanto la natura ritrasformi i rifiuti in risorse.
E' la catastrofe? Sì, a meno che si inverta la rotta. Il Wwf ipotizza diversi «scenari» e dice che è ancora possibile la transizione a una situazione sostenibile: ma questo implica prendere subito decisioni, perché le politiche e gli investimenti avviati ora persisteranno per gran parte del secolo. Ed è questo che preoccupa: i dirigenti mondiali non hanno finora mostrato di comprendere l'urgenza del problema.
Terra in pericolo
di Guglielmo Ragozzino
Non basterà. Come Marina Forti scrive qui a fianco [qui sopra – ndr], nel Living Planet Report per il 2006, il Wwf mostra come i nostri consumi umani sono tali che presto ci servirebbero due pianeti grandi come il nostro, se continuasse l'attuale ritmo di utilizzo dell'acqua, del suolo e delle altre risorse scarse. E' ovvio però che se i consumi si rincorrono, ne generano altri; e dopo l'India e la Cina, altri grandi paesi sceglieranno di crescere, consumando terre sempre meno fertili, acque sempre più difficili da raggiungere. Non basteranno due Terre affiancate, per calmare la nostra fame e la nostra sete.
Noi italiani - e non siamo i peggiori tra i ricchi - consumiamo quattro volte il nostro territorio nazionale. Il nostro grande piedone lascia un'impronta per terra che copre la Francia e i Balcani, almeno in parte; e, prima o poi, susciteremo il risentimento di qualcuno. Ai tempi delle colonie, questi problemi erano risolti facilmente. C'erano territori, lontani, oltre il mare, che si potevano schiacciare e scavare a piacere. Qualcuno, troppo legato alla sua terra, rimaneva sotto il nostro tacco, ma noi eravamo il progresso, e il progresso comporta qualche disagio. Di colonie ce ne è ancora, anche se si preferisce non parlarne. Ed è ipocrita dire: io non c'entro; e poi servirsi di tutto quello che proviene dalle colonie di altri. L'impronta è la nostra. E anche se la parte del cattivo, del padrone della piantagione la fa un altro, è a noi che arriva il prodotto finale; il consumo è nostro, nostro lo spreco.
C'è dunque la tenuta o la lieve crescita dei nostri consumi. E i nostri dirigenti si appassionano a una crescita che forse sfiorerà il due per cento e si dispiacciono che non sia maggiore e invidiano la crescita di altri che arriva al tre e al quattro per cento. Faranno di tutto perché la crescit aumenti. Come se la crescita fosse senz'altro una cosa buona e apprezzabile. Se cresceremo del 2%, ben prima del 2050 la nostra impronta sulla Terra sarà raddoppiata e graveremo su un territorio che sarà otto volte quello dell'Italia. C'è poi naturalmente l'aumento vertiginoso di quelli che hanno ancora impronte piccole sulla loro parte di Terra, ma sono tantissimi e hanno tantissima fame arretrata.
Ci sono poi molte persone convinte che la Terra regga il peso di tutti noi che continuiamo a scavare; una Terra molto più grossa, più fertile, più umida, più munita di foreste e di animali di quanto la triste scienza degli ambientalisti non riesca mai a supporre. Una Terra capace di rigenerarsi, di offrire sempre nuove opportunità, sempre più spazio, più strade asfaltate, più gallerie nella roccia, più montagne da riempire di villaggi turistici e spiagge da cementificare. Per disgrazia (o per fortuna, secondo la morale prevalente) quelli che la pensano così, sono al comando. Sono loro che guidano il mondo, decidono per tutti, danno i voti, stabiliscono quello che conta e quello che si può scartare.
In questa pagina del giornale parliamo anche dell'abile accordo tra russi e ucraini per il gas. Questo fatto garantisce anche il nostro gas che continuerà a fluire e fluire. Il nostro modello di consumi non si modificherà, nessuno chiederà a nessun altro di risparmiare, di progettare case e città migliori, di usare mezzi pubblici adeguati in città e fuori, di scoraggiare l'uso dell'auto che ci ha portato al primo posto nel mondo.
Vedrete che proporranno a noi, scontenti per principio, di utilizzare le auto a gas, meno inquinanti delle altre; e già alcuni sorridono al pensiero di guidare un'auto a gas con la quale si sconfiggerebbero tutti gli euro 4 ed euro 5 e 6 e 7 che via via si presentassero.
A questo dunque serve il gas? A consumare sempre più Terra, più acqua, più aria? A consumare più vita?
Nota: qui un link a un articolo dal Corriere della Sera, con il PDF del Rapporto originale scaricabile (f.b.)
Progressivement, l'exceptionnel devient ordinaire. Et la canicule qui saisit en ce moment l'Europe à la gorge quitte la rubrique des faits divers pour devenir un fait majeur de société. A coups d'incendies, de vagues de chaleur, de pollution atmosphérique, d'assèchement des sols et des fleuves - et demain d'inondations brutales et de tempêtes de type tropical-, la météo sauvage qui secoue nos pays de cocagne, traditionnellement tempérés - trois périodes de chaleur record au cours de trois mois consécutifs-, se présente comme une réalité abrupte qu'il faut interroger.
Ne constitue-t-elle pas un signe supplémentaire d'une modification en profondeur des conditions de la vie sur terre? Les symptômes d'un gigantesque remue-ménage s'accumulent.
"Les phénomènes météorologiques et climatiques atteignent des niveaux records", constate l'Organisation météorologique mondiale (OMM), et leur nombre n'a cessé de "s'accroître ces dernières années". Plus personne de sérieux ne peut aujourd'hui se contenter de hausser les épaules en évoquant des coïncidences ou les aléas de la variabilité naturelle.
L'humanité se trouve bel et bien agressée par un dérèglement climatique majeur qui s'accélère et se généralise. Imprévisible, le phénomène, provoqué par un réchauffement planétaire que les observations scientifiques et humaines les plus diverses confirment, entraîne avec lui une foule de questions sur l'avenir de nos sociétés, bousculant le cadre de nos habitudes et de nos pensées, y compris ce qui passe aux yeux de tous pour immuable et indépassable. Système économique, approvisionnement énergétique, modes de production, moyens de transport, organisation collective, comportements sociaux et modes de vie individuels sont concernés.
La crise climatique confronte l'humanité et ses civilisations à un défi redoutable: comment allons-nous vivre désormais avec un climat qui se retourne contre les hommes?
Comment et dans quel sens allons-nous réagir, rapidement et radicalement si possible, sous peine, peut-être, de mettre en cause notre propre survie? La répétition et l'intensité des phénomènes climatiques extrêmes mènent une sarabande effrénée sur l'ensemble des continents et des océans. Plus on se rapproche des pays les plus peuplés et les plus démunis du Sud, plus ce chamboulement ressemble à une danse de mort.
Canicules et inondations se succèdent, tempêtes et sécheresses se combinent. L'alternance rapprochée de catastrophes dites naturelles provoque une spirale de déséquilibres. Le nombre de victimes silencieuses et anonymes s'accroît. Les dégâts sur l'écosystème planétaire s'intensifient. Ils entraînent un cortège d'épidémies résurgentes, d'immigrations forcées, de réfugiés sans issue, de désertification massive, d'appauvrissement des sols, d'épuisement des rendements, de pénurie d'eau, de destruction des forêts, d'extinction des espèces...
Réagissant à cette tragédie qui mine la modernité, Sir John Houghton, ancien président de l'Office britannique de météorologie, n'hésite pas à se référer à l'actualité la plus explosive, qualifiant d' "arme de destruction massive au moins aussi dangereuse que les armes chimiques, nucléaires ou biologiques" le réchauffement climatique. "Comme le terrorisme, cette arme ne connaît pas de frontières", a-t-il récemment dit au Guardian.
Sir John Houghton n'est pas le seul à s'inquiéter. La plupart des politiques désignent désormais le réchauffement climatique comme un des principaux ennemis de l'avenir. On se souvient du fameux "La maison est en feu" de Jacques Chirac au sommet de Johannesburg. Et la communauté internationale a pris à Kyoto, en 1997, une décision historique: celle de réduire l'émission des gaz à effet de serre. Pour la première fois, une logique de décroissance a été introduite - plus symboliquement qu'efficacement - au cœur du système productif, à contre-courant du dogme récurrent de la croissance permanente. La prise de conscience semble progresser, et chaque nouveau coup de boutoir climatique la renforce. Au niveau des discours et des postures surtout. Car, dans la prise de décision, force est de reconnaître, comme Nicolas Hulot citant Bossuet, qu' "on s'afflige des effets mais qu'on s'accommode des causes". Le temps politique n'est pas celui du temps écologique.
La communauté scientifique, quant à elle, s'interroge encore sur l'origine du phénomène. A quoi ou à qui doit-on le retournement climatique? A un de ces soubresauts naturels de la machine terrestre qui, à l'échelle de l'histoire géologique, ont déjà précipité des changements spectaculaires à coups de glaciations ou de réchauffements? Ou à l'espèce humaine et à ses activités? Les études tendent à montrer que la seconde hypothèse est la plus probable. Les rapports de la Commission intergouvernementale sur les changements climatiques (IPCC) de l'ONU, l'autorité la plus fiable en la matière, se font de plus en plus précis et accusateurs.
N'y a-t-il pas coïncidence troublante entre l'augmentation des émissions de gaz à effet de serre, la hausse des températures moyennes et le dérèglement actuel? Le pire est peut-être à venir si le réchauffement en cours s'emballe après avoir libéré les énormes quantités de gaz à effet de serre (carbone et méthane) piégées dans les océans ou les terres gelées du Nord (le permafrost). Après tout, il n'a fallu qu'une augmentation moyenne de 7 °C de la température pour que les dinosaures disparaissent corps et biens alors qu'ils régnaient sur la terre.
Aujourd'hui, l'IPCC évalue l'augmentation possible jusqu'à 6 °C. Le débat continue sur les causes mais, en tout cas, plus personne ne met en doute le phénomène de réchauffement et de dérèglement.
Et, quoi qu'on en pense, il va falloir maintenant vivre avec. C'est-à-dire avec les révisions que cela impose. La vie, qui est robuste et qui a fait la preuve depuis quelques milliards d'années de sa faculté de résistance, est sans doute capable de s'adapter. Même si, cette fois, le changement est infiniment plus rapide - quelques dizaines d'années - qu'il ne l'a jamais été par le passé - plusieurs milliers d'années. L'homme le pourra-t-il? La crise climatique l'invite à un douloureux effort de modestie. N'est-il pas, somme toute, qu'une des manifestations multiples de la vie? Un invité surprise parmi d'autres? Bien plus fragile que nombre d'autres espèces? Plutôt que d'entretenir l'illusion prométhéenne d'une capacité supérieure à dominer tout ce qu'il touche, plutôt que de croire que le progrès finira toujours par l'emporter et que de nouvelles technologies parviendront un jour à réinventer l'eau, l'air et la terre, ne doit-il pas chercher le chemin d'une histoire collective soucieuse d'équilibre, de durabilité, de maîtrise et de réconciliation avec son environnement?
C'est là qu'interviennent toutes les questions qui fâchent, mais qu'il va bien falloir poser. Elles sont multiformes et concernent tous les domaines, qu'elles renvoient aux grands choix stratégiques ou aux minuscules comportements individuels. Si, comme c'est probable, l'humanité est responsable du réchauffement climatique et si elle veut, dans l'intérêt de chacun de ses peuples, interrompre le bouleversement en cours ou, du moins, le ralentir, des ruptures décisives s'imposent.
Oui, il faut consommer moins, brûler moins d'énergie, se déplacer autrement, économiser les ressources, produire autrement, éviter le gaspillage... Oui, prévention, précaution, réparation, recyclage, décroissance et économies sont les clés de l'avenir. Se traduiront-elles en autant de politiques? Ce serait introduire l'idée de limite au cœur de l'activité humaine. A contrario du consensus de la pensée contemporaine autour de la fuite en avant et vers le toujours plus.
Titolo originale: Glossary of energy-related terms – Estratti e traduzione per Eddyburg a cura di Fabrizio Bottini [l’ordine è quello alfabetico originale dei termini anglosassoni]
Energia Eolica/Wind Energy— Energia disponibile da flussi di vento attraverso un ambiente, determinati dal riscaldamento di atmosfera, terra e oceani da parte del sole.
Sistema - o Apparecchio - di Conversione dell’Energia Eolica/Wind Energy Conversion System (WECS) or Device — Apparato per convertire l’energia disponibile nel vento in energia meccanica che può essere utilizzata per azionare macchine (mulini per cereali, pompe d’acqua) o generatori di elettricità.
Generatore Eolico/Wind Generator — Uno WECS espressamente progettato per produrre elettricità.
Mulino a Vento/Windmill — Uno WECS utilizzato per macinare cereali, caratterizzato da un rotore posto in alto, termine comunemente usato a descrivere tutti i tipi di WECS.
Curva dell’Energia Eolica/Windpower Curve — Grafico rappresentante la correlazione fra l’energia disponibile dal vento e la sua velocità. L’energia dal vento aumenta proporzionalmente al cubo della sua velocità.
Impianto per l’Energia Eolica/Wind Power Plant — Gruppo di Turbine a Vento collegate a una centrale comune attraverso un sistema di trasformatori, linee di distribuzione e (di solito) una sottostazione. Gestione, controllo e manutenzione sono spesso centralizzate, attraverso una rete di sistemi computerizzati, affiancati da verifiche visive. Si tratta di un termine usato comunemente negli USA. In Europa si utilizza il termine centrale di generazione.
Profilo dell’Energia Eolica/Windpower Profile — I cambiamenti nell’energia disponibile dal vento a causa delle diverse velocità, o profilo di velocità; il profilo dell’energia eolica è proporzionale al cubo del profilo di velocità del vento.
Valutazione delle Risorse Eoliche/Wind Resource Assessment — Il processo di definizione delle risorse eoliche, e dei potenziali energetici, per uno specifico sito o zona geografica.
Rosa dei Venti/Wind Rose— Un diagramma che indica le percentuali medie delle diverse direzioni da cui soffia il vento, su base mensile o annuale.
Velocità del Vento/Wind Speed — I flussi di vento non impediti da ostacoli.
Curva Temporale di Velocità del Vento/Wind Speed Duration Curve — Un grafico che indica la distribuzione delle velocità del vento in funzione del numero cumulativo di ore in cui la velocità supera un limite dato, in un anno.
Curva di Frequenza di Velocità del Vento/Wind Speed Frequency Curve — Una curva che indica il numero di ore all’anno in cui si raggiunge una determinata velocità.
Profilo di Velocità del Vento/Wind Speed Profile — Un profilo di come cambia la velocità del vento a seconda delle altezze rispetto alla superficie del terreno o dell’acqua.
Turbina a Vento/Wind Turbine — Termine utilizzato per definire un apparecchio di conversione dell’energia eolica in elettricità; può avere una, due o tre pale.
Capacità Relativa di Turbina a Vento/Wind Turbine Rated Capacity — La quantità di potenza che può produrre una turbina a vento alla velocità per cui è stata programmata, ad esempio 100 kW a 30 km/h. La velocità relativa del vento corrisponde al punto in cui l’efficienza di conversione raggiunge il massimo. A causa della variabilità del vento, la quantità di energia effettivamente prodotta da una turbina è in funzione del fattore di capacità (ad esempio, una turbina produce dal 20% al 35% della sua capacità relativa in un anno).
Velocità del Vento/Wind Velocity— Velocità e direzione del vento in un flusso indisturbato.
Nota: l’intero Glossario in originale (che riguarda l'insieme delle energie da fonti rinnovabili) è disponibile al sito dello US Department of Energy (f.b.)
Titolo originale: Extinct: the dolphin that could not live alongside man – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini
Dopo oltre 20 milioni di anni di presenza sul pianeta, oggi il delfino di fiume dello Yangtze è dichiarato ufficialmente estinto, prima specie di cetacei (balene, delfini, marsuini) ad essere eliminata dalle attività umane.
Nel corso di una ricerca estensiva compiuta da una squadra internazionale di biologi marini con due imbarcazioni, che hanno sondato su e giù per sei settimane il corso del fiume più trafficato del mondo lo scorso dicembre, non è stato rilevato alcun esemplare.
Oggi, il rapporto scientifico di quella spedizione, pubblicato dal prestigioso organo della Royal Society, Biology Letters, conferma che il delfino noto come baiji, in cinese pinne bianche, celebrato per la pelle chiara e i caratteristico muso allungato, è scomparso.
La colpa è del numero crescente di navi container sullo Yangtze, oltre ai pescatori le cui reti rappresentano involontariamente un pericolo.
Non si tratta di una estinzione “normale”, del tipo che avviene di frequente in un mondo di milioni di specie in evoluzione. Il delfino d’acqua dolce dello Yangtze era una creatura di notevole importanza, che si era separata dalle altre specie molti milioni di anni fa, diventando così autonoma da qualificarsi come gruppo di mammiferi a sé. É il primo grosso animale vertebrato ad estinguersi da cinquant’anni a questa parte, solo il quarto della famiglia dei mammiferi a scomparire dai tempi di Cristoforo Colombo, quando gli europei iniziarono la colonizzazione del mondo.
I tre precedenti scomparsi dalla faccia della terra sono stati i lemuri giganti del Madagascar, eliminate nel XVII secolo, il toporagno delle isole nelle Indie Occidentali, spazzati via probabilmente dai ratti che accompagnavano Colombo nel suo viaggio, e la tigre della Tasmania, il cui ultimo esemplare morì in cattività nel 1936 (la creatura più famosa estinta negli ultimi 500 anni, il Dodo, era un uccello).
Sam Turvey, biologo conservatore della Zoological Society of London, che ha guidato la spedizione alla ricerca del delfino dello Yangtze ed è il principale estensore del rapporto, spiega: “La perdita di una specie unica e carismatica è una scioccante tragedia. L’estinzione rappresenta la scomparsa di un intero ramo dell’albero dell’evoluzione, e sottolinea la nostra piena responsabilità, nel ruolo che dobbiamo assumere, di guardiani del pianeta”.
Ci sono molte altre specie che “si limitano ad esistere” nello Yangtze, e potrebbero anche loro scomparire nel giro di pochi anni, se non si agisce ora, avverte Turvey. Comprendono l’alligatore cinese, il marsuino senza pinne, il pesce pala cinese, che può raggiungere anche i 7m di lunghezza, ama che non viene avvistato dal 2003.
“Ora c’è molto interesse per il baiji: ma è troppo tardi. Perché si presta attenzione alle specie solo quando non ci sono più? Dobbiamo utilizzare il caso del baiji come sveglia ad agire immediatamente, per prevenire altri casi.
“La cosa più tragica è che nel caso dello Yangtze abbiamo un fiume a corrente rapida con un sistema unico di specie endemiche. Una volta sparite da qui, sono perdute per sempre” spiega.
L’obiettivo della spedizione di dicembre era di recuperare qualunque baiji trovato, e spostarlo in un lago di 21 km nella riserva naturale di Tian'ezhou, per sottoporlo a un programma intensivo di riproduzione. Ciascuna delle due imbarcazioni operava in modo indipendente, con scienziati che esploravano la superficie dell’acqua con binocoli – i delfini devono emergere per respirare – e ascoltavano attraverso idrofoni, alla ricerca dei caratteristici fischi. Nonostante queste tecnologie, non si è trovato niente.
“Abbiamo usato tutte le tecniche di ricerca. Entrambe le imbarcazioni hanno rilevato il medesimo numero di marsuini: abbiamo visto tutto quello che c’era da vedere. Ma nessun delfino” racconta Turvey.
É invece sin troppo chiara la causa della scomparsa, del delfino. É una vittima della corsa del paese più popoloso del mondo verso la ricchezza. Nel bacino dello Yangtze vive un decimo della popolazione mondiale. Nel corso della spedizioni, gli scienziati hanno calcolato 19.830 navi che percorrevano i 1.669 km di fiume rilevati: un grosso cargo, ogni 800 metri.
Il delfino dello Yangtze si muoveva guidato da un sonar – gli occhi sono inutili nell’acqua fangosa – ma in un ambiente stipato di navi container, chiatte da carbone, imbarcazioni veloci, il sonar veniva neutralizzato, e l’animale si muoveva rischiando continuamente di essere colpito dagli scafi, o fatto a pezzi dalle eliche.
Una minaccia anche maggiore veniva dalle reti e dalla miriade di linee di ami utilizzati dai pescatori.
Nonostante non fossero destinate alla cattura dei delfini, le creature si impigliavano nelle reti o venivano ferrite dagli ami: quasi la metà dei baiji trovati morti degli ultimi decenni avevano subito questa sorte. Inoltre, l’inquinamento aveva avvelenato il loro habitat naturale, e il completamento della Diga delle Tre Gole aveva decimato i piccoli pesci di cui si nutrivano.
Gli ultimi mammiferi che si sono estinti
Il toporagno delle isole
Estinto nel 1500
Il topo delle isole nelle Indie Occidentali, o nesophontide è conosciuto attraverso i resti fossili. Più o meno delle dimensioni di un ratto, scomparve a causa dell’introduzione dei ratti neri con cui non riusciva a competere, scesi dalle navi europee. Si trattava del più antico mammifero terrestre delle Indie Occidentali, la cui estinzione ha rappresentato la perdita di un intero ordine.
Lemure gigante
Estinto nel 1650
Il lemure gigante del Madagascar pesava circa 80 chili, più di alcune specie di gorilla. Scomparve in seguito alla caccia da parte dell’uomo.
Tigre della Tasmania
Estinta nel 1936
La tigre della Tasmania, o tilacino, aveva l’aspetto di un grosso cane striato, il muso di un lupo e una pesante coda. Era in realtà un marsupiale, parente del canguro, con una tasca per allevare i cuccioli. I coloni europei lo temevano e lo uccidevano ovunque possibile. I tilacini non si sono mai riprodotti in cattività: l’ultimo esemplare conosciuto è morto nello zoo di Hobart il 7 settembre 1936.
Titolo originale: The heat is on – Scelto e tradotto per Eddyburg da Fabrizio Bottini
Il clima mondiale si è modificato pochissimo dalla rivoluzione industriale. La temperatura è rimasta stabile nel XIX secolo, è salita molto lievemente nella prima metà del XX, ricaduta negli anni ’50-70, poi ha iniziato di nuovo a risalire. Negli ultimi 100 anni, è aumentata di 0,6°C.
E allora perché tutto questo trambusto? La ragione non è tanto l’incremento delle temperature. I cambiamenti precedenti nel clima mondiale erano determinati da viariazioni o nell’angolo di rotazione della Terra o nella sua distanza dal Sole. Stavolta c’è un altro fattore coinvolto: I “gas serra” prodotti dall’uomo.
Quando l’energia solare colpisce la Terra, gran parte di essa rimbalza nello spazio. Ma anidride carbonica e circa altri 30 gas serra, come il metano, contribuiscono a creare uno strato che intrappola il calore del sole, riscaldando così il pianeta. E, a causa della combustione di carburanti fossili, che contengono il CO2 che le piante originariamente respiravano dall’atmosfera, i suoi livelli sono saliti da 280 parti per milione (ppm) di prima della rivoluzione industriale, alle circa 380ppm di adesso. Gli studi sui nuclei del ghiaccio mostrano che non ci sono state concentrazioni tanto alte da quasi mezzo milione di anni. Al tasso di incremento attuale, si raggiungeranno le 800ppm entro la fine di questo secolo. Dato che la CO2 emessa oggi resta nell’atmosfera fino a 200 anni, abbassare le concentrazioni richiederà un lungo periodo.
La prima persona a cogliere il collegamento fra temperature e attività umane fu uno scienziato del XIX secolo, Svante Arrhenius. Valutava che le emissioni da attività industriali potessero raddoppiare i livelli di CO2 in 3.000 anni, riscaldando così il pianeta. Essendo svedese, pensava fosse un’ottima cosa. Nel 1938 un ingegnere britannico di nome Guy Callendar tenne una conferenza alla Royal Meteorological Society in cui affermava di aver scoperto che il mondo si stava riscaldando, ma fu considerato un eccentrico. L’idea del riscaldamento globale sembrava destinata alla pattumiera intellettuale.
Se l’interesse nel mutamento climatico era tiepido nella prima metà del XX secolo, diventò decisamente gelido con la seconda metà, per l’ottima ragione che il modo si stava raffreddando. Nel 1975 il settimanale Newsweek pubblicò come titolo di copertina Il mondo che si raffredda, presentando un “drastico declino nella produzione alimentare: con gravi implicazioni politiche praticamente per qualunque nazione della Terra”. Una previsione ripresa con comprensibile sollievo da chi sospetta che anche le preoccupazioni attuali siano una paura del genere.
L’irregolarità di metà XX secolo si rivelò poi essere conseguenza di un altro prodotto collaterale delle attività umane: lo zolfo, che insieme ad alter particelle sospese nell’aria riflette la luce solare prima che possa colpire la Terra, in controtendenza all’effetto serra. Entro la fine del XX secolo, gli sforzi per controllare questo inquinante iniziavano ad avere effetto. Il contenuto particolato nell’atmosfera stava diminuendo, e il mondo cominciò di nuovo a riscaldarsi. L’idea del riscaldamento globale fu recuperate dalla pattumiera, e diventò uno dei temi dibattuti più importanti della nostra epoca.
Il dibattito coinvolge scienziati, economisti, politici, e chiunque sia interessato al futuro del pianeta. É alimentato da un lato dalla convinzione che la vita così come noi la conosciamo sia minacciata, e dall’altro dall’idea che scienziati e socialisti stiano cospirando per buttare il denaro dei contribuenti per colpa di uno spauracchio da bambini. É un dibattito reso più aspro da una prospettiva morale: la sensazione, profonda all’interno del movimento ambientalista, che le conseguenza dell’egoismo individuale possano essere una condanna per la collettività. La mano invisibile come un pugno, e il peccato originale un fuoristrada.
Il litigio ha come protagonisti vistosi personaggi: James Lovelock, scienziato britannico convinto che il genere umano abbia fatidicamente squilibrato il delicato meccanismo del mondo che chiama Gaia; Bjorn Lomborg, iperattivo statistico danese che crede che gli scienziati stiano stiracchiando le cifre per spaventare la gente; Arnold Schwarzenegger, governatore della California, la cui missione è di terminare il mutamento climatico; o James Inhofe, presidente della commissione ambiente e lavori pubblici del senato americano, che dice sono tutte sciocchezze.
Purtroppo, le discussioni sono anche alimentate dall’ignoranza, perché nessuno sa con certezza quanto sta accadendo al clima. A livello macroscopico, costruire un modello di quello che è uno dei più complessi meccanismi del mondo, e proiettarlo su 100 anni, è molto complicato. Nei particolari, i singoli gruppi di dati si contraddicono l’un l’altro. A un ghiacciaio che si ritira può corrisponderne un altro che cresce; a un’area dove diminuiscono le precipitazioni può rispondere un’altra dove aumentano.
Ignoranza e paura hanno fatto nascere un intero settore di attività. Governi, burocrazie internazionali e università fanno lavorare molte migliaia di persone intelligenti su cosa sta accadendo. Fondazioni riversano denaro nella ricerca. Tutte le grandi imprese ora sono dotate di consulenti di alto livello sul mutamento climatico, con squadre di brillanti giovani che si aggirano qui e là per scoprire cosa pensano gli scienziati e cosa vogliono fare i politici.
L’istituzione di un Intergovernmental Panel on Climate Change sotto gli auspici dell’ONU, è finalizzata ad attenuare i contrasti, e a fornire ai decisori una linea condivisa su cosa ci prepara il futuro. Ma visto quanto poco si sa, sia sulla sensibilità del clima alle emissioni di gas serra, sia riguardo ai livelli di emissioni future, la cosa si è rivelata difficile. Non sorprende, il fatto che l’ultimo rapporto IPCC, pubblicato nel 2001, proponga un’ampia oscillazione nelle previsioni di aumento della temperatura entro la fine del secolo: da 1,4°C a 5,8°C.
Una enorme oscillazione che limita l’utilità dei risultati IPCC per chi decide le politiche. Né l’esistenza di questo comitato ha tacitato le discussioni. Lo scetticismo rispetto ai fondamenti scientifici, e soprattutto rispetto a quelli economici, ha portato numerose persone a dissentire sui risultati. Alcuni contestano l’esistenza stessa del riscaldamento globale; altri la accettano, ma sostengono non valga la pena di tentare di far nulla a proposito.
Da quel rapporto IPCC di cinque anni fa, la scienza tendenzialmente ha confermato che sta avvenendo qualcosa di grave. Negli anni ’90 i dati dal satellite tendono a contraddire quelli terrestri che mostrano un aumento delle temperature. Un divario che ha disorientate gli scienziati e alimentato lo scetticismo. I dati dal satellite, è poi emerso, erano sbagliati: dopo essere stati corretti, ora convergono con quelli terrestri che indicano un riscaldamento. Le osservazioni su quanto sta accadendo al clima tendono a confermare, o a superare, quanto previsto dai modelli. Il ghiaccio delle calotte artiche, ad esempio, si sta sciogliendo in modo inaspettatamente veloce, il 9% in un decennio. Anche i ghiacciai si sciolgono in modo sorprendentemente veloce. E c’è una serie di fenomeni, come l’attività degli uragani, precedentemente ritenuti senza connessioni al mutamento climatico, e che ora viene sempre più ad esso legata.
La nostra rassegna [ questo articolo dell’Economist introduce una serie di contributi sul tema, n.d.t.] sostiene che nonostante le incertezze della scienza, le probabilità di gravi conseguenze sono sufficientemente elevate da giustificare la spesa delle (non esorbitanti) somme necessarie a tentare di contenere il mutamento climatico. Indica anche che, anche se gli USA, la maggior fonte mondiale di CO2, hanno girato le spalle al protocollo di Kyoto sul riscaldamento globale, ci sono probabilità che prenderà alcune misure per controllare le proprie emissioni. E se si muove l’America, c’è la prospettiva ragionevole che faranno lo stesso anche altri grossi produttori di CO2.
Su energia, modelli di sviluppo ed esauribilità delle risorse, è inevitabile che l'informazione venga deformata dagli enormi interessi in campo. Per avere un quadro il più possibile scientifico - ma non neutrale - della situazione, abbiamo sentito Alberto Di Fazio, astrofisico, specialista nell'evoluzione dei sistemi complessi, membro della Commissione nazionale del Cnr e del International Geosphere-Biosphere Programme (IGBP), programma di ricerche interdisciplinari sui cambiamenti globali (anche climatici). Tra i politici che collaborano con l'Igbp il più noto è il neopremio Nobel, Al Gore.
Il Wec pone al centro del suo convegno il concetto di «sviluppo sostenibile».
E' un ossimoro. Sviluppo, anche solo «qualitativo», significa crescita. In qualche piccolo caso - per esempio il telelavoro, evitando l'uso dell'automobile - è anche possibile. Ma sulla scala dell'intera economia non si può fare. Lo sviluppo qualitativo presuppone quello quantitativo. Se bisogna garantire cibo sufficiente per tutti, l'agricoltura ha bisogno di fertilizzanti, pesticidi, ecc. Industria, insomma. «Sostenibile» è una pessima traduzione del termine inglese «sustainable», che significa però «durevole», senza fine. In francese è più chiaro: durable. E purtroppo non esiste. L'umanità deve rientrare in parametri di consumo inferiori a quelli permessi della natura.
Eppure dicono che basterebbero pannelli solari su un quadrato di 400 km di lato per esaudire tutta l'attuale domanda energetica.
E' un calcolo tutto matematico, e neppure esatto; dovrebbe essere molto più grande. Dal sole arriva una quantità di energia molto superiore alle necessità dell'umanità, ma per fare tutti quei pannelli solari ci vuole una quantità di silicio (oltre che di alluminio) che non esiste. Mancano le materie prime per fare una cosa del genere. «Sviluppo sostenibile» è la deformazione di un concetto di Herman Daly, ex economista della Banca mondiale, che parlava di «società sostenibile» indicando però un modello stazionario, non in perenne crescita. E' «sostenibile» quella società che consuma risorse e produce rifiuti in una quantità che la Terra, la biosfera, può tollerare. Una società in equilibrio con la natura. Mentre tutti hanno in mente l'idea della «crescita», che è tipica solo del capitalismo, ovvero degli ultimi 150 anni. Una cosa impossibile - a lungo andare - per motivi fisici, chimici e biologici. Viviamo dentro una «pellicola» molto sottile che garantisce la vita biologica.
Sono i «limiti dello sviluppo» già illustrati ai tempi del Club di Roma, che poi vennero definiti «sbagliati»...
Quei calcoli furono effettuati da una task force di centinaia di scienziati con al centro il Mit. Fin da allora ci fu una mistificazione, che attribuiva a quello scenario la «previsione» che nel 2000 le risorse si sarebbero esaurite. Cosa che poi non si sarebbe verificata. Basta prendere quei dati per accorgersi che lì si sosteneva che nel 2000 sarebbe stato consumato il 25% delle risorse non riproducibili (il petrolio, innanzitutto); mentre prevedevano una crisi economica, industriale, agricola e della popolazione tra il 2020 e il 2030, quando si sarebbe giunti a consumare circa la metà di queste risorse. Se hanno sbagliato è per eccesso di ottimismo.
Quella ricerca è stata aggiornata. Cosa dicono i nuovi dati?
Se prendiamo quelli sul petrolio, già il Corriere della sera di alcuni giorni fa constatava che negli ultimi tre anni l'estrazione di greggio resta ferma intorno agli 85-86 milioni di barili al giorno. Nonostante l'aumento della domanda di Cina, Russia e India, la produzione non aumenta. Per mantenere nel 2007 la quota degli ultimi anni, bisognerebbe aumentare l'estrazione di mezzo milione di barili da qui alla fine dell'anno. Se non quest'anno, al massimo nel corso dei prossimi due, il tasso di estrazione del greggio sarà inferiore. Può anche essere un «picco» temporaneo. Ma le previsioni più conservative - quelle dell'International Energy Agency - collocano il picco nel 2013. La curva della produzione sta rallentando. Non siamo ancora al picco, perché i prezzi sarebbe aumentati molto di più. Ma ci stiamo arrivando: l'offerta di greggio sale molto lentamente, mentre la domanda corre più velocemente. Basta guardare i trend sull'arco di 30 anni per capirlo.
Cosa ti aspetti allora dal convegno del Wec?
Verranno fuori delle buone proposte per quanto riguarda l'utilizzo del solare. Però sarà un ibrido. Verranno fuori anche degli imbrogli, come quello dell'idrogeno. C'è un'enorme industria che si sta lanciando su questo fronte, ma la produzione di idrogeno chiede più energia di quanta non ne renda disponibile. L'auto a idrogeno si può fare, ma peggiora la situazione. Poi si calcherà molto la mano su cose che si possono fare su piccola scala, ma non su quella globale. Per esempio i biocombustibili. I km quadri necessari per mandare avanti la produzione sarebbero molte volte di più di quelli fin qui destinate all'agricoltura alimentare. Già ora ci sono proteste in Brasile perché terreni coltivabili vengono destinati ai biocombustibili, anziché al cibo.
Sulla questione dell'energia pulita parte la scommessa per un'ambiente sostenibile e proprio in Sicilia dove recentemente sono state convocate sedute consiliari nei vari Comuni per gli impianti eolici.
Il ministro dell'Ambiente Altero Matteoli ha inaugurato le eliche dei 43 aerogeneratori da 850 Kw ciascuno; sulle montagne di Partitico, Alcamo e Camporeale, la zona del parco eolico, c'erano anche Totò Cuffaro, il presidente dell'Anev (Associazione Nazionale Energia del Vento), Francesco Ferrante di Legambiente, il vicepresidente della Regione Sicilia, Francesco Cascio e il responsabile della ditta Ivpc per la Sicilia. Questo parco Eolico permetterà la produzione potenziale di 100.000.000 di KWh con un risparmio di 190.000 barili di petrolio, pari a circa 30.000.000 di litri all'anno ed è stato realizzato dal Gruppo Ivpc. Si prosegue così decisamente verso il raggiungimento degli obbiettivi di produzione di energia di fonti rinnovabili nel mercato interno dell'elettricità, fissati dalla direttiva comunitaria nel 25% entro il 2010, traguardo a serio rischio che può essere raggiunto solo con un'azione decisa ed incisiva.
Per il ministro Matteoli «L'energia eolica è la scommessa che dobbiamo fare per il futuro. In Italia, siamo un pò in ritardo perchè c'è stato un forte dibattito, ma speriamo di poter raggiungere l'obiettivo del 25% di energia prodotta dal vento entro il 2012. In posti come questo produrre energia dal vento è un risultato eccezionale. Per questo dobbiamo trovare le sedi adeguate per impiantare l'eolico».
Attualmente le richieste per la realizzazione di campi eolici in Sicilia sono 150, su otto impianti già funzionanti. Spiegano gli addetti ai lavori che : «Si tratta di un parco eolico da 36,55 MW realizzato dal Gruppo Ivpc costituito da 43 aerogeneratori sviluppanti ciascuno una potenza massima nominale pari a 850 Kw. Gli aerogeneratori sono collegati tra loro ed alla cabina primaria denominata Partinico 2-Alcamo, costituente il punto di consegna dell'energia alla rete elettrica nazionale, da cinque linee elettriche interrate».
«Ricade in un'area che presenta ottime caratteristiche di ventosità per cui l'impianto eolico appare una scelta opportuna in questo sito che tral'altro è facilmente accessibile ed utilizzato a tutt'oggi quasi esclusivamente per pascolo o per colture che possono coesistere con l'impianto, quindi il parco eolico è perfettamente compatibile con l'assetto territoriale. è importante considerare che 43 generatori da 850 Kw ciascuno, eviteranno l'immissione in atmosfera di oltre 50mila tonnellate annue di anidride carbonica. Una centrale eolica è una vera e propria centrale elettrica, ma l'elettricità prodotta ha una caratteristica unica, che la differenzia da quella prodotta da tutte le altre tipologie di centrale elettrica: è assolutamente pulita, ottenuta senza inquinamento e senza emissione di gas-serra o di radiazioni elettromagnetiche di qualsiasi tipo e con il minimo impatto ambientale sull'ecosistema».
«Una centrale eolica è costituita da una serie di aerogeneratori disposti secondo geometrie ben predeterminate al fine di non creare ostacoli reciproci tra le macchine e di consentire la migliore esposizione verso le direzioni predominanti dei venti. Un generatore eolico è costituito da una torre, sulla quale é fissata una capsula di forma aerodinamica, una navicella contenente il generatore elettrico e un rotore formato da tante pale progettate per sottrarre al vento parte della sua energia meccanica. Il principio di funzionamento degli aerogeneratori è lo stesso dei mulini a vento: il vento che spinge le pale. Ma nel caso degli aerogeneratori il movimento di rotazione delle pale viene trasmesso ad un generatore che produce elettricità».
Possiamo notare il Parco eolico e gli impianti ad occhi nudo volgendo lo sguardo verso le montagne del palermitano all'interno del territorio del Golfo di Castellammare verso Camporeale e le montagne che nascondono ai nostri occhi Piana degli Albanesi e Portella della Ginestra.
L'unica domanda che bisognerà porsi ora è l'aspetto economico: se l'impianto eolico farà risparmiare milioni di barili di petrolio ogni anno e considerato lo stato dell'energia in Italia e in Sicilia, bisognerà anche sapere quale costo o quale risparmio ne deriverà per le economie dei cittadini, gli utenti che pagano la bolletta: questo ancora non è stato dato sapere. Ma soprattutto, visto che l'energia prodotta dal Parco Eolico sarà immessa nella Rete elettrica nazionale, che tipo di benefici, e se ce ne saranno, potranno essere ricondotti alla Sicilia che ha già l'esperienza del prezzo della benzina alto nonostante sia una zona produttrice di petrolio.
Negli ultimi anni una vera e propria trasformazione sta avvenendo in tutti i campi dell'energia e dell'approvigionamento e produzine oltre che gestione della stessa energia e dei servizi indispensabili alla vita moderna industrializzata: il Parco Eolico, che chiamato Parco può far pensare a una cosa in subordine di matrice solo ambientalista mentre si tratta essenzialmente di un modo di produzione non inquinante o comunque non sfruttando il petrolio, il Parco Eolico dunque è solo l'ultimo anello di congiunzione di un programma più vasto di riforma della produzione e della gestione dell'energia.
In cantiere, e non senza polemiche e dubbi, esistono infatti anche i Termovalorizzatori (ne sono previsti 4 in Sicilia, uno a Bellolampo a Palermo e su cui gli ambientalisti sono contrari); e per la gestione delle acque e dei rifiuti è previsto l'Ato: su queste cose per il momento sembra minima l'attenzione dell'opinione pubblica che sembra accettare le trasformazioni senza una precisa idea di quello che può essere il futuro, un futuro che intanto per ora con il parco Eolico è già presente in forma operativa. Ma esiste anche un altro futuro, più decisivo per le economie dei cittadini e di cui ancora poco si conosce: le bollette dei consumi dell'energia, dell'acqua e dei servizi connessi di cui non si sa ancora nulla.
«Quando soffia il vento – continuano gli ingegneri a spiegare – le pale si mettono a girare e l'energia cinetica è trasformata in energia elettrica dal generatore della navicella. L'energia così prodotta viene convogliata su un trasformatore che ne innalza la tensione prima che venga immessa nella linea di trasmissione».
Di regola, i moderni aerogeneratori entrano in azione quando la velocità del vento si avvicina ai 20 km/h, esprimono il massimo rendimento fra 40 e 50 km/h, e si disattivano intorno ai 110 km/h.
«Il problema maggiore – continuano gli ingegneri – che deve affrontare la produzione di energia eolica, infatti, è la naturale incostanza dei venti, che si traduce in un funzionamento discontinuo degli aerogeneratori. Per questo motivo, sono ritenute adatte all'installazione di aerogeneratori soltanto le località caratterizzate da una velocità media annua del vento di almeno 21 km/h. Le turbine convertono direttamente l'energia cinetica del vento in energia meccanica utilizzata per la generazione di energia elettrica. L'aerogeneratore opera a seconda della forza del vento. Per cominciare a funzionare è necessario che la forza del vento sia di almeno 4-5 m/s, ad elevata velocità (20-25 m/s) invece l'aerogeneratore per motivi di sicurezza si pone automaticamente in posizione di stallo. L'energia elettrica generata dalla turbina a 690 Volt, viene convogliata alla basa della torre, in una cabina dove viene trasformata da 690 Volt a 20.000 Volt. Queste cabine di trasformazione ospitano anche le unità di controllo di ciascuna turbina ed alcune unità di corrente reattiva oltre alle apparecchiature di controllo per il monitoraggio centrale. Dalle cabine l'energia prodotta viene convogliata, tramite cavi interrati, alle sottostazioni dove viene trasformata da 20.000 a 150.000 Volt e quindi immessa nella rete nazionale».
Titolo originale: A 21st century catastrophe – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini
La Gran Bretagna devastata dalle alluvioni sta soffrendo di una inedita emergenza civile, è chiaro: un disastro causato dal clima del XXI secolo.
Un clima diverso da qualunque cosa si sia vista prima. L’alluvione che si è prodotta, e che ha lasciato oltre 300.000 persone senza acqua potabile, quasi 50.000 senza elettricità, altre migliaia senza tetto e causato danni per un valore di 2 miliardi di sterline – il conto non è finito – è senza precedenti nella storia britannica moderna.
Non esiste nulla negli ultimi cent’anni, se si parla di alluvioni causate dalle piogge, che abbia fatto tanti danni. Secondo l’Agenzia per l’Ambiente, anche il peggior caso precedente, la grande alluvione della primavera 1947, aggravata dal disgelo seguito a un inverno eccezionalmente rigido, è stato stavolta superato.
“ Non abbiamo mai assistito prima a un’alluvione di queste dimensioni” ha comunicato ieri l’agenzia. “ Il riferimento è il 1947, e l’abbiamo già superato”. L’evento del 1947 era stato giudicato il più grave sull’arco di 200 anni.
Cosa più notevole, il fatto che l’incredibile scenario a cui il paese si trova ora di fronte – intere città isolate, enormi aree sott’acqua, evacuazioni di massa, infrastrutture paralizzate, fiumi gonfi in modo quasi grottesco, dal Severn al Tamigi e altri, e non si è ancora arrivati al massimo livello – tutto questo, è stato determinato da un singolo giorno di pioggia. La quantità di un mese e oltre, in un’ora. É evidente che il governo e le autorità civili, da Gordon Brown ai servizi di emergenza, siano in difficoltà per rispondere, e non soltanto per le dimensioni fisiche del disastro, ma per la sua qualità. É qualcosa di completamente sconosciuto. Di nuovo. Eppure è quanto viene previsto, da almeno dieci anni, e più.
Nessuno può dare la colpa dell’alluvione di settimana scorsa, o anche di quelle di giugno - quando nello Yorkshire è successo quanto accade ora in Gloucestershire e Worcestershire – di un solo giorno di pioggia, direttamente al riscaldamento globale. Tutti i climi hanno una loro variabilità naturale, che prevede anche eventi eccezionali.
Ma gli “eventi catastrofici eccezionali” delle precipitazioni nell’estate 2007, il 24 giugno e il 20 luglio, sono perfettamente in linea con le ribadite previsioni di quanto porterà il mutamento climatico.
Sono passati quasi dieci anni da quando gli scienziati dello UK Climate Impacts Programme hanno fornito le prime previsioni precise di cosa aspettava la Gran Bretagna nel XXI secolo: e in cima all’elenco c’erano le precipitazioni piovose, in aumento sia per l’intensità che per la frequenza.
Si ritenevano più probabili in inverno, mentre le estate erano previste calde e secche. Ma ieri Peter Stott dello Hadley Centre for Climate Prediction and Research al Met Office, autore di uno studio scientifico che collega l’incremento delle precipitazioni piovose al cambiamento climatico, ha commentato: “È possibile nel quadro del cambiamento climatico che ci possa essere un aumento degli eventi estremi di precipitazione, anche con una generale diminuzione delle piogge”.
Lo studio di Stott e altri, riportato dall’ Independent di ieri, individua per la prima volta una “impronta digitale umana” nell’incremento delle piogge dei decenni recenti alle latitudini medie dell’emisfero settentrionale: ovvero, rileva che sono in parte state causate dal riscaldamento globale, a sua volta determinato dalle emissioni di gas serra.
L’opinione pubblica nel suo insieme, sembra non aver ancora compreso queste previsioni sugli eventi estremi di precipitazioni piovose, pensando al cambiamento climatico solo in termini di clima più caldo. Ma la comunità scientifica ne è invece ben consapevole, e ha ribadito i propri avvertimenti.
Uno dei più importanti arriva da un gruppo di esperti a cui è stato chiesto di esaminare i rischi nel 2004 dal Consigliere Scientifico Sir David King, nel quadro del programma governativo Foresight Programme. Il loro rapporto, Future Flooding, spiega che se non si prendono precauzioni, le gravi alluvioni determinate dal cambiamento climatico potranno portare a un enorme aumento della quantità di persone e proprietà a rischio. Ma ancora una volta, si tratta di qualcosa che non entra nella consapevolezza pubblica.
Fra tutte le notizie di centri abitati travolti dall’acqua ieri, un annuncio significativo di Gordon Brown e del Ministro per l’Ambiente, Hilary Benn, è che il governo sta istituendo un organismo indipendente di indagine sulle alluvioni di giugno e luglio.
Il cui rapporto avrà un’importanza immense, e potrebbe rivelarsi una pietra miliare per quanto riguarda la consapevolezza collettiva britannica della realtà del cambiamento climatico. Si concentrerà senza alcun dubbio sui problemi centrali della risposta alle alluvioni – non esiste un singolo ministro o persona, responsabile del complesso – ma potrebbe anche dare una prospettiva degli eventi in termini di riscaldamento globale, a arrivare alla conclusione che questa potrebbe essere un’anticipazione di futuro. Gli eventi del 2007 alla fine potrebbero essere considerati come un campanello d’allarme per gli effetti del cambiamento climatico che si avvicinano rapidamente.
Nessuno li aveva considerati. Ma pare che sia così, col clima che cambia. Nell’aprile 1989 Margaret Thatcher, allora primo ministro, tenne un seminario per i vertici del governo sul riscaldamento globale al n. 10 di Downing Street, e uno degli invitati a parlare era lo scienziato e guru ambientalista James Lovelock. Poi un giornalista gli chiese quali sarebbero stati i primi segnali di quel riscaldamento. Rispose: “ Sorprese”. Alla richiesta di spiegarsi meglio precisò: “ L’uragano dell’ottobre 1987 è stata una sorpresa, no? Ce ne saranno delle altre”.
Anche le alluvioni del 2007 sono state una sorpresa, e se ha ragione Lovelock, ce ne saranno delle altre. Benvenuti nel clima del XXI secolo.
L’alluvione del 1947
Il Grande Diluvio del 1947, l’ex peggiore inondazione causata in Gran Bretagna dalle precipitazioni piovose, fece rompere gli argini a tutti i corsi d’acqua del sud, delle Midlands e del nord-est, sommergendo 300.000 ettari di terre e causando danni per un valore stimato in 4 miliardi di sterline (valore attuale).
Il disastro fu causato principalmente dal rapido scioglimento di ghiaccio e neve che avevano coperto gran parte d’Inghilterra durante un inverno particolarmente lungo e freddo. Il medesimo clima che aveva causato il disgelo, produsse anche parecchie piogge, ad esasperare i danni dell’alluvione.
Il momento non avrebbe potuto essere peggiore: la Gran Bretagna si stava ancora riprendendo dalla guerra. C’era un rigido razionamento, povertà diffusa e l’economia arrancava. Quello che rese la catastrofe anche più grave, fu il suo verificarsi prima dell’epoca delle assicurazioni contro questi eventi.
Gli allagamenti cominciarono nel sud, dal Somerset al Kent, con molti fiumi a rompere gli argini. Il 14 marzo, erano state sommerse ampie zone occidentali e nord-orientali di Londra. Il giorno successivo, il Tamigi esondò a Caversham, vicino a Reading, e nella zona della valle del Lea a est di Londra.
Alla fine del mese, si calcolavano 100.000 abitazioni alluvionate, centinaia di migliaia di persone evacuate, e gran parte dei raccolti dell’anno spazzati via.
Dopo l’uragano di New Orleans: una antologia di articoli
Nell’estate del 2005 il sommesso clamore dei notiziari che annunciavano gli spostamenti dell’uragano Katrina in avvicinamento alla Costa del Golfo, nei territori degli stati di Louisiana e Mississippi, sembrava la solita trovata giornalistica per riempire i titoli di qualcosa di diverso dai pettegolezzi da spiaggia.
Fu una vera sorpresa per la maggior parte del mondo iniziare a vedere le immagini dei poveracci ammassati come bestie nello stadio, dei quartieri poveri devastati, dei primi morti. E poi, nei giorni successivi, leggere le storie da “disastro annunciato”, le polemiche sull’inefficienza nei soccorsi, e via via nelle settimane e nei mesi dipanarsi e articolarsi tutto il dibattito sulla ricostruzione, gli investimenti, gli aspetti sociali, i dubbi su un potenziale “sciacallaggio” ai danni di chi ha meno voce.
La stampa, italiana e internazionale, ha dato grande rilevanza a tutti questi aspetti, e a molti altri, a partire dalla figuraccia dell’amministrazione federale, o ai collegamenti fra questo tangibilissimo esempio di intreccio problematico, e altre questioni spesso poco percepite, a partire dal riscaldamento globale.
Sulle pagine di Eddyburg e eddyburg_Mall hanno trovato posto molti di questi articoli: sia quelli con più diretto riferimento alle questioni territoriali al centro della nostra attenzione, sia altri. È sembrato opportuno, vista la notevole mole (e articolazione nelle cartelle tematiche) del materiale, raccogliere il tutto in una “visita guidata”, che consenta a chi ha già letto di ritrovare qualche spunto, e a chi non ha letto di verificare se si è perso qualcosa. Vista la vastità dei temi, approcci, sfumature, l’ordine di presentazione scelto è semplicemente cronologico. Buona lettura, o rilettura. (f.b.)
La rassegna si apre, in modo abbastanza scontato, col testo (ripreso dalla CNN) del Discorso pronunciato dal Presidente George W. Bush il 31 agosto 2005, dopo la riunione di Gabinetto per i soccorsi alle zone colpite dall'Uragano Katrina . Si annunciano i primi obiettivi dei soccorsi, e (lo osserveranno poi i critici) si iniziano a mostrare le prime crepe nel sistema delle decisioni strategiche.
Crepe immediatamente sottolineate dalla grande stampa, che come già accaduto in altri casi rileva nell’amministrazione incertezze, dilettantismo al limite della farsa, generale inadeguatezza Ne è un esempio l’editoriale Aspettando un Leaderdel New York Times 1 settembre 2005, che definisce il discorso“uno dei peggiori della sua vita”.
Con queste premesse, viene proposto qui un articolo “profetico” di Mark Fischetti, Annegare New Orleans, pubblicato dallo Scientific American sul numero dell’ottobre 2001,e che con chiarezza davvero impressionante descrive quelli che di fatto col senno di poi si dimostrano i punti deboli del sistema di protezione della costa e della città. Fra l’altro, l’articolo di Fischetti descrive e introduce il piano cosiddetto Coast 2050 sinora respinto perché troppo “costoso”, e avversato in parte da soluzioni più semplicistiche, che ora si sono rivelate fallimentari.
Il fatto che New Orleans non rappresenti altro che una emergenza della crisi mondiale legata al mutamento climatico, è affrontato quasi subito, a partire da un articolo del Corriere della Sera, 1 settembre 2005 in cui il geofisico Jacobs intervistato dalla giornalista Maria Teresa Cometto, ammonisce «Non ricostruite la città, fra 100 anni non ci sarà più»
Prospettiva “globale” condivisa anche dal più famoso, economista ed ex ministro dell’amministrazione Clinton, Jeremy Rifkin, che in una intervista a Sara Farolfi su il manifesto del 3 settembre 2005 ripete: «L'avevamo detto, sarà sempre peggio». Bush ha nascosto la verità e non ha voluto far nulla per evitare le catastrofi.
Eugenio Scalfari su La Repubblica del 4 settembre 2005 contempla uno spettacolo inatteso e sconcertante: L’America che vive con l’Africa in casa. E osserva come ciò in fondo non debba stupire, data la natura “imperiale” della nuova superpotenza unica globale, e la scarsa dimestichezza di questi tipi di potere con la democrazia e l’eguaglianza.
Altro aspetto che emerge quasi immediatamente dal dibattito sul futuro di New Orleans è quello urbanistico: che fare? Sul Boston Globe del 5 settembre 2005 Bennet Drake intervista alcuni studiosi sul tema La città del futuro. Ovvero, le possibilità e i rischi di cogliere l’occasione per far nascere dalle rovine di “Big Easy” un insediamento modello, catalogo di innovazioni tecniche e sociali.
Sulle pagine dell’Economist, a una settimana dall’uragano, col titolo Il rimpallo delle colpe si tenta di riassumere in modo obiettivo da un lato la realtà verificata dei problemi e delle inefficienze, dall’altro la complessità che emerge, e che in parte viene nascosta dall’enormità sempre più evidente del disastro.
Gary Strass sul popolarissimo USA Today ancora il 5 settembre 2005 ricorda come a New Orleans Ci sarà da ricostruire qualcosa di più importante degli edifici ovvero lo spirito della città. Sottolinea però gli aspetti più esteriori e forse “folkloristici” di questo genius loci, mettendo in secondo piano la questione centrale, ovvero l’emarginazione della popolazione più povera e di colore.
Un intervento di Patrick Doherty, Una Fenice che rinasce dal fango l’8 settembre 2005 sul TomPaine Common Sense, riprende l’approccio della potenziale “città ideale” alla futura New Orleans: anti suburbana, e comunità anche socialmente modello per una America più sostenibile. A partire dal recupero e valorizzazione proprio della complessità sociale ed etnica che certi “ritardi pilotati” dalle destre nella ricostruzione mettono in forse.
Di stampo soprattutto “contabile” l’ipotesi di Jon E. Hilsenrath, Rimpicciolire New Orleans? Sul Wall Street Journal del 15 settembre 2005, dove ad una analisi economica del ruolo della città in quanto nodo infrastrutturale e di scambi, si accompagna una (forse sbrigativa, se non lievemente faziosa) sostanziale liquidazione del problema della ricostruzione urbanistica. Lapidariamente:”Abbiamo obblighi nei confronti delle popolazioni, non dei luoghi”.
Non poteva mancare l’intervento del noto sociologo-urbanista Mike Davis, che affronta con decisione l’inevitabile tema de I contractors della ricostruzione in un articolo tradotto da ilmanifesto del 2 ottobre 2005 che descrive la calata dei falchi delle grandi imprese e interessi sulla città colpita, e il cinismo con cui il disastro diventa fabbrica di quattrini, operazione del resto affiancata, ideologicamente e praticamente, da molti apparati governativi.
Il critico di architettura del New York Times, Nicolai Ourussof, si chiede: il 20 ottobre 2005 Ce la farà New Orleans, a sopravvivere alla propria rinascita? E critica alcune suggestioni già emerse, che fanno pensare a una “normalizzazione” della città, nel senso di una ricostruzione sterilizzata, turistica, annullamento della complessità agli aspetti del parco tematico, o poco più.
Alla questione più “grossa” ovvero l’affidabilità del sistema di difese costiero e dell’entroterra, torna il 2 dicembre 2005 Mike Tidwell su Orion Online, con un provocatorio (ma non troppo) Addio New Orleans. Smettiamola di fingere. Sostiene Tidwell, che un’amministrazione che non ha finanziato il piano di ripristino ambientale della Costa del Golfo, pone New Orleans e il resto semplicemente in attesa del prossimo uragano, forse quello definitivo.
Un aspetto particolare (che poi nella costa del Mississippi diventerà fondamentale) è il ruolo giocato nella ricostruzione dalla cultura New Urbanism. Il critico di architettura del Los Angeles Times Cristopher Hawthorne il 4 dicembre 2005 racconta Nella corsa alla ricostruzione, una famiglia litigiosa. Descrivendo come, più delle idee e della competenza, ora salga alla ribalta soprattutto la capacità organizzativa e di pressione cultural-politica.
Conferma indirettamente quanto accennato dal Los Angeles Times il direttore dell’organo ufficiale dei nuovi urbanisti, Philip Langdon, che su New Urban News ottobre-novembre 2005 racconta con dovizia di particolari come I Nuovi Urbanisti si preparano ad affrontare il piano di ricostruzione della Costa del Golfo Ovvero come fare lobbying professionale, e arricchirlo con molte buone intenzioni, si spera in buona fede.
Ari Kelman, sul periodico di sinistra The Nation, il2 gennaio 2006 descrive cosa può accadere All'ombra del disastro Ovvero i legami evidenti e meno evidenti fra la questione ambientale in senso lato (il recupero dei quartieri, i costi della bonifica ecc.) e quella sociale, ovvero del rientro delle famiglie nere e povere in città. La tesi: attenzione all’economicismo di alcune ipotesi “realistiche”, che hanno quasi sicuramente scopi inconfessabili.
Che il problema, come spiegava da subito l’analisi a caldo dell’Economist, fosse complesso e intricato, lo dimostra sul New York Times del 5 gennaio 2006 Adam Nossiter descrivendo Un piano Statalista ma sostenuto da un deputato repubblicano, anche se sembra fare a pugni col liberismo di partito. Ma Bush "comprende".Una delle tante, forse troppe, contraddizioni che ruotano attorno ad un sistema decisionale a detta di tutti assai discrezionale.
Le idee per fare della distruzione dell’uragano l’occasione di “città dimostrativa” sembrano naufragare di fronte al primo piano ufficiale, ovvero le raccomandazioni municipali per la ricostruzione. Una nota Associated Press/CNN dell’11 gennaio 2006 riassume così: Il piano: a New Orleans si potrà ricostruire. Dappertutto Ovvero per non perdere consensi (e voti alle imminenti elezioni per il sindaco) il comune improvvisa un “com’era, dov’era” pasticciato e improbabile, contro le opinioni di tutti i consulenti.
Ancora Adam Nossiter del New York Times, il 5 febbraio 2006 spiega dagli uffici tecnici comunali come Ricostruire New Orleans. Una pratica per volta Ovvero come una scappatoia tecnico-burocratica consenta di “condonare” i danni, falsando totalmente i rilevamenti del rischio e la distribuzione degli investimenti.
Ancora al tema della “bonifica sociale” della città tentata prolungando gli sfollamenti coatti oltre ogni limite, è dedicato l’articolo di Bill Sasser, Come chiudere fuori dalla porta i poveri di New Orleans pubblicato dal progressista Salon, il 13 giugno 2006. È un fatto che migliaia di sfollati dalle case popolari dopo Katrina aspettano da mesi di sapere se e quando potranno mai rivedere le proprie case. C'è un progetto per tagliarli fuori dalla città?
A un argomento decisamente tecnico-specialistico, comunque di enorme importanza, è dedicata la nota di Michael Kunzelman, I “Katrina Cottage” danno una possibilità a chi abita ancora nelle case mobili pubblicata dallo Atlanta Journal Constitution, il 9 luglio 2006. Si tratta dell’invenzione e commercializzazione delle abitazioni di emergenza. Nuove, economiche, molto piccole, ma "case" e non "rifugi", per aspettare anche 10-15 anni la ricostruzione “vera”.
La notissima giornalista e polemista di sinistra Katrina Vanden Heuvel sul suo The Nation, il 29 agosto 2006 descrive a quasi un anno dall’uragano La battaglia per la ricostruzione Ovvero racconta “sul campo” la lotta sociale e politica dei comitati di cittadini, e i giochi sporchi della politica locale e non, perché essi vengano esclusi dalle decisioni che contano.
Con una breve ma significativa “parabola”, sul numero estivo del 2006 di Dissent, Nicolaus Mills propone la Storia di due uragani: Galveston e New Orleans. Due vicende simili, separate da un secolo di storia, una conclusa e una in pieno corso. È cambiato qualcosa? A un anno di distanza dalle ondate di Katrina, la domanda è più che mai aperta.
Il 2007 si apre, abbastanza significativamente, con le dimissioni di uno dei responsabili della prevenzione, polemico contro la mancata attuazione di nuove norme urbanistiche e edilizie per la sicurezza contro gli eventi naturali. Lo riferisce Carol J. Williams sul Los Angeles Times, del 3 gennaio: Il capo del centro uragani lancia l'ultimo avviso.
Prosegue la ricostruzione di New Orleans, ma a quanto pare si replicano anche qui cose già viste in Italia, ad esempio a Seveso, coi quartieri poveri rifatti su terreni gravemente contaminati dalle discariche. Lo denuncia Robert Bullard in un articolo su The New American City, inverno 2006-2007, dal titolo Il colore sbagliato, per essere tutelato
Al contrario, al posto dei quartieri poveri, sfollati gli ex inquilini con la scusa dei danni (spesso esigui) dell'uragano, si mettono case di lusso. Anche quando ciò significa demolire riconosciuti capolavori di architettura e intervento sociale. E' la tesi dell'avvocato dei comitati Billy Sothern, in Addio St. Thomas, The Nation, 10 agosto 2007
Una tesi sostanzialmente confermata e rafforzata dall'Economist, che in un articolo del 23 agosto 2007 esamina la Lenta Guarigione di Big Easy, osservando come anche il trattamento vergognoso riservato ai più poveri sia solo una parte dell'incredibile inefficienza e inadeguatezza dimostrata complessivamente dai vari livelli di governo.
L'unica cosa veramente vitale, a parere di Rebecca Solnit, è l'incredibile partecipazione locale al processo di ricostruzione, anche contro l'apatia (a dir poco) istituzionale, e con interessanti progetti dal punto di vista dell'innovazione ambientale e sociale. Lo racconta in un articolo dal titolo La Lower Ninth colpisce ancora, The Nation, 10 settembre 2007
Nota: disponibili qui di seguito anche: un file PDF contenente gli articoli citati fino al 2006 (mancano però tutti i links ed eventuali allegati, naturalmente disponibili nella versione online); un mio articolo che riassume criticamente i temi dell'antologia, originariamente redatto per il sito Megachip; Aggiornamenti non compresi nel PDF: un contributo di Bruce Katz della Brookings Institution, sulla povertà urbana; (f.b.)
In queste settimane la città spagnola di Pamplona è sui giornali di tutto il mondo - come tutti gli anni, da decenni. Almeno da quando Ernest Hemingway ne celebrò i riti e la gioia di popolo nel romanzo «Fiesta» del 1926. Il 7 luglio, infatti, scoppiano puntuali los Sanfermines, i giorni di feria dedicati ai tori, con relativo encierro, ogni mattina, quando tori e vacchette corrono per i vicoli della vecchia città fino alla plaza de Toros, là in cima alla città dove un busto ricorda lo scrittore americano.
I tori sono quelli che al pomeriggio verranno uccisi nella corrida. E ogni giorno, puntualissimi, i giornali e le televisioni di tutto il mondo riportano, con un certo sadismo, il numero dei feriti incornati, tra il pubblico che corre davanti e insieme ai tori. Tutta la notte poi è fatta di balli e bevute, fino alla corsa del mattino seguente.
Anche la rivista scientifica Nature, in questi giorni, si è occupata di Pamplona, nel fascicolo del 27 giugno, ma per tutt'altri motivi. Un inviato è andato sul posto a vedere da vicino questa provincia spagnola, la Navarra, che è all'avanguardia mondiale nella produzione di energia da fonti rinnovabili, il vento soprattutto, ma non solo. Le cifre parlano da sole: la Spagna nel suo complesso è al secondo posto al mondo per energia prodotta dal vento. Al primo c'è la Germania (con 20.652 megawatt installati) grazie a una politica lungimirante, attiva da tempo; subito dopo però viene la Spagna con 11.614 megawatt, che batte addirittura gli Stati Uniti per 39 megawatt. L'Italia è settima con 2.118.
Ma il dato più interessante è anche un altro, ovvero la percentuale di energia elettrica prodotta con le pale, rispetto ai consumi del territorio. Ed è qui che la piccola regione stretta tra i Pirenei a nord e i paesi baschi a ovest, batte tutti: nel 2006 il 51,7 per cento dei consumi sono stati coperti dal vento, superando e distanziando la Danimarca, che arriva al 21,4 per cento. Per l'Italia questa percentuale vale 1,3 e per gli Stati Uniti 0,8. Il sogno di Estaban Morrás, direttore escutivo di Accion Energia, la società privata che ha realizzato gli impianti, resta quello di arrivare al 100 per cento di rinnovabili e giura che non è impossibile. I piani ufficiali parlano del 75, comunque tantissimo.
Queste prestazioni sono state possibili grazie a un insieme di fattori. Intanto la Navarra è regione poco popolata, con grandi estensioni di altopiano e venti che scendono dai Pirenei. E' zona abbastanza povera, l'unica industria di peso essendo uno stabilimento della Volkswagen. Avrebbe bisogno di nuove aziende che vengano dal di fuori, ma queste non arrivano anche per la scarsa disponibilità di energia elettrica. Per anni Morrás cercò di puntare sull'idroelettrico, ottimizzando le piccole dighe lungo i fiumi che scendono dai Pirenei e cercando di realizzarne di nuove.
Uno di questi, il Burguete, venne anch'esso reso famoso da Hemingway che lì andava a pesca di trote. L'illuminazione gli venne in Francia, al vedere le prima pale per il vento, ed era il 1989. Fu d'aiuto certo la decisione del governo locale di incentivare finanziariamente i nuovi investimenti. La prima «farm» a vento sorse già nel 1994 nelle località di El Perdón, a sud di Pamplona, e da allora ne sono state costruite 32, con centinaia di turbine e finanziamenti pubblici per 136 milioni di euro. La spesa ha generato anche un indotto tecnologico, dato che oggi gli impianti che venivano acquistati all'estero sono prodotti nella regione, alla fabbrica Gamesa Eólica sempre in Pamplona.
Altri 240 milioni di fondi pubblici sono stati previsti dal 2005 fino al 2010, ma questa volta differenziando le fonti: di pale infatti non si può intasare il territorio, e del resto la loro resa è migliorata significativamente, dato che quelle che producevano 500 kilowatt ora danno 3 megawatt. È stato anche necessario realizzare due impianti tradizionali a gas naturale, per compensare il fatto che il vento va e viene, a intermittenza, mentre il fabbisogno è pressoché stabile. Si è così realizzato in ciclo elettrico combinato, capace di colmare sia i picchi che i plateau di consumi.
Il nuovo piano quinquennale spinge ora anche verso il solare, con un modello che appare interessante e che viene chiamato dei «giardini solari». Sono vaste estensione ricoperte di celle fotovoltaiche, dove singoli investitori possono comprare uno o molti pannelli, così ripartendo l'investimento e incassando gli utili in proporzione al numero di pannelli acquistati.
Nota: per una rasssegna articolata del problema eolico, si veda soprattutto la Visita Guidata a Eddyburg (f.b.)
Sustainable Development Commission, Wind Power in the UK (maggio 2005) – Estratti e traduzione per Eddyburg a cura di Fabrizio Bottini
[...] 5 – Energia eolica e pianificazione
Sommario:
• le domande per impianti eolici di dimensioni piccole e medie sono gestite dalle autorità urbanistiche locali
• i grandi progetti sono gestiti direttamente dal Segretario di Stato per l’Industria e il Commercio, o dal governo Scozzese
• esistono in tutte le nazioni che costituiscono il Regno Unito politiche di pianificazione tali da offrire una guida per le decisioni locali sugli insediamenti di impianti per energie rinnovabili
• è richiesta una Valutazione di Impatto Ambientale per la maggior parte degli impianti eolici: essa deve essere di carattere generale e sviluppata in modo approfondito
Questa sezione del Rapporto esamina da vicino il sistema e le politiche di pianificazione per quanto riguarda i progetti di impianti eolici. Il quadro delle politiche di pianificazione e procedure di autorizzazione si sta gradualmente affinando – dovrà continuare a farlo – perché il Regno Unito possa conseguire i propri obiettivi nello sviluppo delle energie rinnovabili.
5.1 - I processi di pianificazione per progetti di impianti eolici
Tutti gli insediamenti di impianti eolici nel Regno Unito devono richiedere adeguati permessi e/o autorizzazioni. Per tutti gli impianti energetici in Gran Bretagna sulla terraferma con potenza superiore ai 50 MW, e per quelli al largo oltre 1 MW, l’autorizzazione non è rilasciata dalle autorità urbanistiche locali, ma gestita direttamente dal Department of Trade and Industry (DTI) (per Inghilterra e Galles) o dallo Scottish Executive (per la Scozia) ai sensi della Sezione 36 dello Electricity Act 1989xvii. Tutti gli altri progetti sono approvati dalle autorità urbanistiche locali.
In Nord Irlanda, tutti gli impianti eolici necessitano di autorizzazione rilasciata dal Department of Environment, e ai sensi dell’articolo 39 dello Electricity (Nord Irlanda) Order 1992, tutti gli impianti energetici oltre i 10 MW devonoa vere anche il consenso del Department of Enterprise, Trade and Investment.
Per i progetti eolici di dimensioni maggiori (di solito quelli sopra i 5 MW), il costruttore deve produrre per legge una Valutazione di Impatto Ambientale indipendente (vedi Box 5), che analizzi questioni specifiche come il paesaggio, i rumori, gli effetti su flora e fauna selvatica. I risultati della VIA sono resi pubblici in uno Environmental Statement (ES), il quale è un documento disponibile che può essere utilizzato nel corso del processo di autorizzazione. È accompagnato da un sommario non-tecnico, che deve essere redatto in linguaggio accessibile ed essere liberamente e gratuitamente disponibile, di solito a cura del costruttore. Molti costruttori mettono queste informazioni a disposizione sui loro siti web, una buona pratica che va incoraggiata.
Le decisioni di piano in sede locale
Per progetti di impianti eolici di potenza inferiore ai 50 MW, il costruttore deve richiedere il permesso all’autorità urbanistica locale ( Local Planning Authority / LPA). In Inghilterra, la competenza di solito è dei consigli di distretto, tranne nelle aree con una sola entità congiunta responsabile, come in alcune grandi città. In Scozia e Galles, l’autorizzazione è gestita da autorità congiunte, e in Nord Irlanda è l’Assemblea nazionale a controllare direttamente del decisioni si piano attraverso sei uffici regionali.
Nella maggior parte dei casi, le domande vengono prima esaminate da funzionari della LPA, che verificano se gli insediamenti proposti sono in linea con le indicazioni locali, regionali e nazionali prima di richiedere una Valutazione di Impatto Ambientale ai costruttori (ove necessario) e attivare le consultazioni pubbliche. Viene poi redatta una raccomandazione per il planning committee, che è composto da consiglieri locali e deve prendere la decisione finale. Se la domanda è respinta, il costruttore può fare appello all’organismo competente, che ha il potere di ribaltare la decisione originaria se ritiene che:
a) si sia trattato di una deviazione dalle politiche di piano nazionali, regionali o locali;
b) non siano stati valutati in modo equilibrato gli aspetti nazionali o locali di carattere ambientale, sociale o economico.
Un costruttore è autorizzato anche a ricorrere in appello a seguito di una mancata decisione entro il periodi stabilito di otto settimane, o sedici settimane per le domande in cui è stata predisposta una Valutazione di Impatto Ambientale. Ci sono tre organismi responsabili per il giudizio di appello, a seconda della giurisdizione della decisione originaria: il Planning Inspectorate (responsabile per Inghilterra e Galles), la Scottish Executive Inquiry Reporters Unit, e la Northern Ireland Planning Appeals Commission. Tutti rispondono al rispettivo governo nazionale. L’organismo di appello può richiedere materiale informativo scritto o in altre forme, o può decidere di attivare una publicinquiry: quest’ultima opzione si applica spesso per i progetti di impianti eolici più complessi o controversi.
Infine, il Segretario di Stato responsabile per le amministrazioni locali e la pianificazione (per gli impianti in Inghilterra, Galles e Nord Irlanda), e lo Scottish Executive (per impianti in Scozia), ha il potere di “ avocare a sé” le domande, perché la decisione finale venga presa in sede centrale secondo varie motivazioni. Per esempio, i progetti possono essere “ chiamati” se sollevano questioni di importanza nazionale, o si tratta di significative varianti rispetto al piano regolatore o alla politica di piano nazionale. In generale, questo potere è esercitato con cautela.
Il processo di approvazione a livello nazionale
I progetti di impianti eolici in terraferma oltre i 50 MW vengono automaticamente indirizzati al Segretario di Stato per il Commercio e Industria (in Inghilterra e Galles) o allo Scottish Executive (in Scozia). Questo processo è regolato dalla Sezione 36 dello Electricity Act 1989 e richiede che il Ministero dell’Industria e Commercio o lo Scottish Executive prendano in considerazione tutti gli argomenti pro e contro l’insediamento proposto, prima di deliberare la propria autorizzazione. Può essere tenuta una public inquiry a livello locale. Un’autorizzazione può essere abitualmente rilasciata al tempo stesso ai sensi della Sezione 90 del Town and Country Planning Act 1990.
Box 5
VALUTAZIONE DI IMPATTO AMBIENTALE
La procedura di Valutazione di Impatto Ambientale assicura che vengano individuati i probabili effetti significativi del progetto di insediamento e le relative misure di mitigazione, e che se ne tenga conto nelle procedure di approvazione. Il prodotto principale della procedura è lo Environmental Statement (ES), redatto dal richiedente, che deve essere allegato alle domande di trasformazione che ricadono nell’Allegato II o III della Direttiva VIA. La richiesta di coinvolgimento del pubblico significa che la richiesta di Environmental Statement deve essere resa pubblica e copie di esso rese liberamente disponibili alla consultazione e osservazioni. Esso deve anche essere esaminato dai principali organismi consultivi previsti dalla legge. Il General Development Procedure Order (1995) stabilisce quali sono tali organismi consultivi per ciascun tipo di intervento di trasformazione.
VALUTAZIONE AMBIENTALE STRATEGICA
La direttiva dell’Unione Europea sulla Valutazione Ambientale Strategica è stata recepita da numerosi Stati membri nel luglio del 2004 dopo un periodo di gestazione di un decennio circa. Il suo obiettivo è di:
“… offrire una protezione di alto livello all’ambiente e contribuire all’integrazione degli aspetti ambientali nella predisposizione e adozione di piani e programmi, promuovendo uno sviluppo sostenibile, assicurando che, coerentemente alla presente Direttiva, venga sviluppata una valutazione ambientale di piani e programmi che possano avere effetti significativi sull’ambiente.”
Si tratta di un processo iterativo e sistematico, sviluppato a livello strategico, per identificare, prevedere e evidenziare gli impatti ambientali. Deve anche identificare e considerare adeguatamente le opzioni alternative praticabili all’interno di paini e programmi. Il Regolamento VAS del 2004 copre alcuni tipi di piani e programmi predisposti per le città e il territorio, l’uso dello spazio, agricoltura, foreste, pesca, energia, industria, trasporti, gestione dei rifiuti, delle acque, telecomunicazioni e turismo. Al momento attuale non viene richiesta una VAS per insediamento di impianti eolici sulla terraferma. Ma in Scozia lo Environment Assessment (Scozia) Bill (attualmente in fase di discussione nel Parlamento Scozzese) estenderà gli obiettivi della VAS oltre i termini della Direttiva. Mira ad assicurare che tutti i piani, programmi e strategie del settore pubblico siano esaminati per gli impatti ambientali. Anche se gli insediamenti di impianti eolici non saranno automaticamente esenti dalla redazione di una VAS, è improbabile che ciò accada per singoli progetti di wind farm.
5.2 Politiche di pianificazione
Le politiche di pianificazione vengono sviluppate a cura dei governi nazionali, e quindi Inghilterra, Scozia, Galles e Nord Irlanda hanno politiche distinte. Queste per quanto riguarda le energie rinnovabili sono state recentemente aggiornate dall’Ufficio di Vicepresidenza del Consiglio (responsabile per l’Inghilterra) dallo Scottish Executive in Scozia; l’Assemblea Governativa in Galles emanerà le proprie direttive tra breve. [...]
6 – Ambiente e Paesaggio
Sommario
• il paesaggio delle Isole Britanniche si è trasformato drasticamente a causa dell’intervento umano negli ultimi 5000 anni, e molto poco di esso è databile ad epoche precedenti
• i mutamenti climatici avranno effetti radicali sul nostro paesaggio, e gli insediamenti di impianti eolici devono essere considerati entro questo contesto
• gli impatti visivi e sul paesaggio sono considerazioni ambientali importanti per le domande di approvazione, ma le reazioni rispetto a questi aspetti sono altamente soggettive
• in generale esistono di gran lunga meno impatti paesistici e ambientali, associati alle turbine a vento, in confronto alle altre alternative, e la maggior parte di essi sono rapidamente reversibili
• gli insediamenti di impianti eolici possono verificarsi in aree dove non è mai esistita una presenza di impianti tecnologici per la produzione di energia in passato, e spesso incontrano una maggior resistenza
6.1 Premesse
Questo capitolo riguarda il paesaggio, le questioni visive e ambientali riguardo alla localizzazione di impianti di energia eolica. Un approccio sostenibile richiede che la questione dell’energia eolica venga esaminata parallelamente alle possibili alternative, le quali tutte hanno pure impatti ambientali e sul paesaggio. Va considerato anche l’impatto cumulativo degli insediamenti eolici su paesaggio e ambiente, dato che tutti gli insediamenti energetici alla fine produrranno impatti complessivi, legati alla loro espansione ed estensione a rete.
Con la pressione crescente sulle politiche energetiche, e col bisogno di ridurre le emissioni di anidride carbonica è difficile che qualunque comunità venga giudicata esente dal compito di sostenere un futuro a basso tenore di gas serra. Dato che il mutamento climatico presenta la più seria minaccia ai paesaggi del Regno Unito, devono essere incoraggiate le tecnologie che ci aiutano a limitare il nostro contributo alla trasformazione del clima, anche quando ciò rappresenti una temporanea perdita di bellezza.
Questa sezione offre un riassunto dei vari tipi di insediamento per energia eolica, le relative caratteristiche visive e di rapporto col paesaggio, le questioni progettuali degli impianti e gli effetti visivi risultanti che possono determinare trasformazioni nel paesaggio del Regno Unito. Viene esaminato anche l’impatto ambientale degli insediamenti eolici, e quello delle alternative ad energia non rinnovabile.
Assumere un punto di vista olistico rispetto allo sviluppo sostenibile non significa automaticamente dare “semaforo verde” agli insediamenti eolici, dato che ciò richiede di considerare un’ampia gamma di problemi di carattere paesistico, naturale, ambientale, oltre che sociali ed economici.
6.2 Le trasformazioni del paesaggio
Una delle definizioni di paesaggio è “area scenografica estesa”. Non rende piena giustizia alla complessità del termine, che è meglio descritto come “habitat più uomo e il risultato della combinazione di intrecci, percezioni, processi”. Il Landscape Institute definisce il paesaggio come “il complesso del nostro ambiente esterno, sia entro le aree urbane che in quelle rurali”. Il presente documento non deve essere considerato come orientamento definitivo sull’argomento, che è trattato da numerose pubblicazioni tecniche e altri documenti dettagliati di orientamento.
Le Isole Britanniche contengono una notevole varietà di paesaggi. La landa selvaggia post-glaciazione è stata trasformata nel corso degli ultimi 10.000 anni nel paesaggio vivo del 21° secolo. La struttura delle Isole Britanniche è stata definita dall’aumento del livello del mare e dalla loro separazione dalla terraferma del continente europeo, con successiva colonizzazione delle terre da parte delle foreste e arrivo della prima fauna. I mari circostanti danno alle isole un clima temperato e ricchezza di vita marina. Circa 5-6.000 anni fa, i primi uomini iniziarono il lungo processo di trasformazione della natura selvaggia nel paesaggio che oggi ci è familiare. I paesaggi non sono statici; sono sempre stati in trasformazione e continueranno a farlo, adattati dai bisogni umani e dalle attività economiche, e influenzati dai futuri mutamenti climatici. Essi sono in uno stato costante di equilibrio dinamico, che non può essere congelato in un punto specifico del tempo.
I progetti per lo sfruttamento dell’energia eolica sono solo una delle molte forme di insediamento che possono causare trasformazioni del paesaggio nel Regno Unito. E vale la pena ricordare che le turbine a vento non sono strutture permanenti, e una volta rimosse il paesaggio abitualmente può ritornare nelle condizioni precedenti – nonostante le strade possano restare per un considerevole periodo di tempo dopo che un sito è stato disattivato. Questo se gli insediamenti eolici non conducono all’occupazione del territorio da parte di altri insediamenti, da cui occorre tutelarsi in aree protette o in origine non edificate.
6.3 Paesaggio ed effetti visivi
Gli effetti sul paesaggio sono trasformazioni nel suo tessuto, caratteristiche e qualità, indotte a seguito di edificazione, e si distinguono dagli effetti visivi. Questi ultimi riguardano l’aspetto di tali trasformazioni, dove essere possono essere viste entro il paesaggio, e gli effetti sulle persone. È riconosciuto che gli impatti visivi e sul paesaggio sono una delle questioni ambientali chiave per l’approvazione di progetti di wind farm, data la loro tipica forma, localizzazione e funzione. Prendendo a caso un campione di 50 insediamenti a cui è stata negata l’autorizzazione, l’85% dei motivi per il rigetto hanno alla base impatti visivi e sul paesaggio.
Gli insediamenti per l’energia eolica hanno una serie di caratteristiche tali da determinare effetti visivi a sul paesaggio. Tali caratteristiche comprendono le turbine, i percorsi di accesso e spostamento locale, edificio(i) di sottostazione, lo spazio recintato di pertinenza, le connessioni alla rete e le antenne degli anemometri. La valutazione degli impatti deve tener conto di ogni proposta misura di mitigazione, prevederne le dimensioni, considerarne la significatività. Le valutazioni degli effetti sul paesaggio e di quelli visivi generalmente comprendono fotomontaggi da vari punti di vista per illustrare l’aspetto che avrà la wind farm una volta costruita. Possono anche comprendere le carte cosiddette Zone of Visual Influence (ZVI) che mostrano da quali zone di una data area di paesaggio gli impianti possono essere visti. Se un complesso è progettato con attenzione rispetto al paesaggio circostante, gli impatti visivi possono essere ridotti. Lo Scottish Natural Heritage ha sviluppato linee guida per orientare una corretta progettazione degli impianti eolici tessa a minimizzare i potenziali impatti negativi sul paesaggio.
Le varie componenti una wind farm devono essere conciderate in relazione alle caratteristiche del paesaggio in termini di valore, di esperienza, di composizione visiva, di rapporti con gli insediamenti esistenti.
6.4 Caratteristiche visive delle wind farm
Sulla terraferma
I caratteri visivi delle turbine a vento variano a seconda della loro costruzione e modello. In generale, sembrano più appropriati i tipi con forme semplici e scultoree che utilizzano tre pale, e sono questi i tipi di progettazione che si sono affermati come standard industriale.
Sulla terraferma in Gran Bretagna gli insediamenti di impianti eolici variano di dimensioni, da una sola turbina a complessi di grande scala contenenti oltre cento turbine. La dimensione media degli impianti eolici nel Regno Unito è attorno alle 10-20 turbine.
Gli impianti, nel primo periodo dell’industria del vento britannica all’inizio degli anni ’90, normalmente utilizzavano turbine con una capacità di circa 300-400 kW. Negli ultimi dieci anni le tecnologie si sono evolute, e le turbine di oggi possono generare sino a 3 MW ciascuna; un incremento di dieci volte in altrettanti anni. Esistono limiti pratici per le localizzazioni in terraferma, dato che le turbine di dimensioni maggiori e le relative torri sono diventate difficili da trasportare via strada. Ciò probabilmente frenerà in modo definitivo la tendenza all’aumento di dimensioni delle turbine.
Le turbine a vento di oggi abitualmente hanno il mozzo posto ad un’altezza sino a 90 m. sul terreno, con le pale che ruotano su un raggio fra 40 e 45 m., e un’altezza massima dal livello del suolo all’estremità del rotore in verticale - la “ blade tip height” – fra i 60 e i 120 m. I complessi di costruzione più recente generalmente hanno turbine con l’estremità delle pale ad un’altezza di 100 m. e oltre. Per fare un paragone, l’altezza del Big Ben è di 100 m., quella della Glasgow Tower 105 m., e quella del London Eye 135 m. Insediamenti futuri di turbine potranno avere prestazioni superiori insieme a incrementi nelle altezze, e diametri dei rotori. Le wind farms recenti hanno installate meno macchine, con pale più grandi, che operano con velocità di rotazione più basse. I gruppi di queste turbine più grandi tendono ad essere meno fitti a causa da maggiore spazio fra l’una e l’altra, ma ciò estende la loro influenza visiva su una superficie di terreno più vasta.
Nonostante visibilità e impatti degli impianti eolici aumentino con turbine più grandi, è spesso difficile distinguere le differenze relative in altezza, specialmente ad una certa distanza. In generale è considerato migliore in termini di impatto visivo un complesso dotato si un numero minore di turbine più grandi, di uno con un numero maggiore di turbine più piccole.
Al largo
Le offshore wind farms sono situate al largo delle coste, sia entro le acque territoriali che all’interno delle recentemente create Renewable Energy Zone. Esistono meno vincoli di dimensioni per le turbine al largo, e così si realizzano maggiori capacità di generazione: sino a 5 MW nel prossimo decennio. Normalmente, esse condividono le medesime caratteristiche visive di quelle sulla terraferma, ma possono anche comprendere segnali per la navigazione, elementi per l’illuminazione notturna, sottostazioni galleggianti e collegamenti alla rete generale di terraferma. L’utilizzo di questi elementi dipende dalla varietà della linea di costa, dalla visibilità nelle varie condizioni atmosferiche e dagli effetti della curvatura terrestre.
Gli insediamenti di impianti eolici al largo tendono ad avere più turbine, e più grandi, ma l’impatto sul paesaggio e visivo sono generalmente inferiori, data la distanza dalla linea di costa. Nondimeno, il paesaggio costiero è spesso unico e offre alcuni degli elementi di più alto valore del Regno Unito, e quindi anche queste localizzazioni possono essere sensibili.
In Gran Bretagna, ora gli insediamenti di impianti eolici al largo sono costruiti a distanze fra i 2 e i 10 km dalla costa, in acque relativamente basse, ma verranno presentate nuove domande di autorizzazione per siti molto più al largo, compresi alcuni al di fuori delle acque territoriali britanniche, entro le recentemente istituite Renewable Energy Zone. A queste distanze, probabilmente le wind farms avranno impatti visivi minori, ma naturalmente costruire e gestire turbine al largo è più costoso, e più alti possono anche essere i costi del collegamento alla rete. Ciò è controbilanciato in qualche misura dalla migliore produttività degli impianti, ma al momento esiste ancora una considerevole differenza nei costi di generazione rispetto ai complessi sulla terraferma. Grazie al sostegno del governo, l’energia eolica prodotta negli impianti al largo sarà prevedibilmente di grande contributo al raggiungimento degli obiettivi di produzione energie rinnovabili del 2010, e la sua importanza, crescerà ancora, sino al 2020 e oltre.
Miglior progettazione e interventi di mitigazione
Alcuni paesaggi sono in grado di accogliere meglio di altri gli insediamenti di impianti eolici, in relazione a scala, forme del terreno, possibilità di limitare la vista. Una buona progettazione generale dell’insediamento e delle sue relazioni con le forme del paesaggio può migliorarne l’accettabilità visiva.
La localizzazione generalmente è condizionata da ragioni tecniche, pratiche ed economiche, come la capacità di catturare il vento, le turbolenze, l’accessibilità, le connessioni alla rete nazionale, la strumentazione urbanistica, la proprietà dei terreni. Questi fattori limitano perciò la quantità di considerazioni estetiche con cui è possibile allineare la scelta localizzativa.
Un complesso raccolto in un gruppo compatto è visivamente più accettabile se appare come elemento isolato in uno spazio aperto e inedificato. Ma nei paesaggi agricoli, le file di turbine possono essere visivamente accettabili ove esistano linee di demarcazione formale fra i campi.
L’impatto visivo generale di un insediamento per l’energia eolica dipenderà principalmente dall’area da cui è visibile (quantità della visibilità), dall’aspetto che mostra in queste vedute (la natura della visibilità). Non si tratta necessariamente dell’essere visibile o meno, ma di come è visto e come appare quando è visto. Gli insediamenti eolici saranno più accettabili se appariranno adeguati all’area, creando quanto è percepito come immagine visiva positiva. Ad ogni modo è evidente che per alcuni le turbine a vento sono strutture brutte e indegne alla vista, fuori luogo in qualunque ambiente rurale, ed è improbabile che i modi del progetto e gli interventi di mitigazione siano in grado di cambiare questa opinione.
6.5 – Le zone tutelate
Il Regno Unito ha molti tipi di aree tutelate, con i Parchi nazionali e le Aree di Particolare Bellezza Naturale (solo Inhgilterra, Galles e Nord Irlanda) dotate dei più elevati livelli di protezione, ed altre varie tipologie di zone classificate di particolare interesse nazionale e internazionale.
Lo scopo della classificazione ad area di tutela è quello di conservare paesaggi unici di grande valore per il beneficio nazionale sul lungo termine. Tutti i documenti di orientamento per la pianificazione citati nel Capitolo n. 5 raccomandano che non si autorizzino interventi di trasformazione per impianti di energie rinnovabili in zone classificate di tutela, a meno che non si presentino considerazioni superiori, e nessuna localizzazione alternativa. Nella maggior parte dei casi ciò non si applica ai progetti di impianti eolici di dimensione commerciale, ed è quindi possibile affermare che deve essere mantenuto un alto livello di protezione nelle aree tutelate per i valori paesistici ed estetici.
6.6 – La percezione del pubblico
Alcune persone considerano le turbine a vento come strutture aggraziate che arricchiscono il paesaggio, in particolare quando siano paragonate alle grandi centrali energetiche e impianti della rete di distribuzione presenti attraverso il paesaggio da molti anni. Nondimeno, ci sono anche molte persone che avvertono le turbine a vento come una industrializzazione del paesaggio, inaccettabile nei contesti rurali. Alcuni aneddoti suggeriscono che gli impianti eolici proposti per aree già industrializzate sono oggetto di minori proteste di carattere visivo.
Uno studio promosso dallo Scottish Executive sugli atteggiamenti del pubblico mostra che un abitante su quattro che abita nei pressi di una wind farm (26%) afferma che esse rovinano il paesaggio, e l’impatto visivo è la prima causa per cui le persone non amano gli impianti eolici. Ma lo studio mostra anche che fra le persone che abitano nei pressi di un impianto, solo il 12% afferma che il paesaggio è stato rovinato.
Essenzialmente, il dibattito sul fatto se le turbine siano inserimenti distruttivi, benigni, o addirittura positivi per il paesaggio britannico, è altamente soggettivo. La mancanza di una risposta “giusta” o basata su fatti, significa che il dibattito difficilmente troverà una soluzione, rendendo qualunque decisione sui singoli progetti estremamente foriera di divisioni.
Ad ogni modo, per valutare l’estensione dei problemi, è importante anche prendere in considerazione le alternative di produzione energetica al vento, le quali tutte hanno pure impatti paesistici e ambientali, molti dei quali sono comunemente accettati.
6.7 – La comparazione degli impatti paesistici e ambientali
L’impatto della generazione di elettricità sul paesaggio e l’ambiente dipende dal tipo di combustibili e tecnologie utilizzate per la produzione. I combustibili fossili come gas e carbone, e l’uranio necessario per la fissione nucleare, si basano tutti su industrie estrattive per la fornitura. Nel caso di carbone e uranio, ciò può avere effetti devastanti sul paesaggio circostante le miniere, con le relative infrastrutture e produzione di scarti che contribuiscono ad un impatto paesistico e ambientale che può durare per anni. Per la Gran Bretagna l’estrazione del gas (e di petrolio – anche se quest’ultimo è un fattore minore nella produzione di elettricità) si concentra al largo, e scorte di gas naturale liquefatto arrivano via mare.
Comunque, saranno ancora necessarie alcune infrastrutture costiere per ricevere, immagazzinare e distribuire, ed esistono molti problemi ambientali connessi alle trivellazioni al largo. Poi, in altri paesi, gas e petrolio sono ottenuti da riserve sulla terraferma, dove gli effetti sul paesaggi possono essere molto più pronunciati.
Nonostante molti degli effetti paesistici e ambientali dei nostri bisogni di combustibili non riguardano il Regno Unito, un approccio di sviluppo sostenibile implica che debbano essere considerati tutti gli effetti, ovunque si verifichino nel mondo. Non sarebbe equo pensare che la distruzione del paesaggio in altri paesi sia giustificata, perché siano tutelati i panorami del Regno Unito.
Per la combustione, tutti gli impianti energetici convenzionali richiedono una vasta estensione di terreno, e il loro impatto visivo totale comprende anche qualunque traliccio di collegamento alla rete nazionale. La sottrazione di spazio per la connessione alla rete si applica egualmente anche all’energia eolica, anche se per insediamenti più piccoli vengono utilizzati piloni a basso voltaggio, che tendono ad avere impatti visivi molto inferiori. Sul versante ambientale, la generazione di elettricità da combustibili fossili emette gas serra e altri inquinanti al momento della combustione, il che contribuisce al mutamento climatico e ai problemi di inquinamento atmosferico. Bruciare carbone, col suo alto contenuto di zolfo rispetto ad altri combustibili fossili, causa anche le piogge acide. Questo particolare problema può essere risolto installando sistemi di desolforizzazione, ma è costoso e impossibile in molti impianti. Le centrali energetiche a combustibili fossili (specialmente a carbone) causano spesso problemi di inquinamento del suolo nella aree dove sono localizzate, e molti impianti convenzionali (compresi quelli nucleari) generano inquinamento termico, danneggiando i corsi d’acqua locali o il mare. L’elettricità generata da fissione nucleare si somma i livelli di radioattività del sottosuolo, e i rischi per le conseguenze di gravi incidenti richiedono rigorose e costose procedure di gestione degli impianti.
[...]
La dismissione delle turbine a vento è un processo relativamente lineare, e nella maggior parte dei casi il terreno può essere restituito “normale” alla fine del ciclo produttivo dell’impianto, con gli impatti delle strade di accesso e altri nella maggior parte dei casi reversibili. In questo senso, le turbine a vento possono essere viste come strutture temporanee, e le decisioni localizzative non devono essere necessariamente permanenti.
6.8 – Lo spazio sottratto per insediamenti eolici
Nonostante si tema una generalizzata distruzione delle campagne britanniche, l’insediamento dell’energia eolica probabilmente non avrà gli impatti che molte persone si immaginano. Per raggiungere l’obiettivo del 20% entro il 2020 esclusivamente con la generazione eolica, il Regno Unito avrebbe bisogno di circa 26 GW di capacità se l’offerta energetica aumenterà a 400.000 GW. Se il 50% di questa quantità viene ottenuto dagli impianti sulla terraferma utilizzando turbine in media da 2 MW, ciò richiederà più o meno 6.500 turbine. Sulla base di un’occupazione di spazio di circa 0,18 ha/MW per turbine, strade d’accesso e sottostazioni, il totale di spazio necessario in terraferma sarebbe di circa 2.340 ha. Sulla superficie totale del Regno Unito di 24 milioni di ettari, si tratta dell’equivalente dello 0,0001% dello spazio disponibile. Ciò, contro i 3,3 milioni di ettari correntemente classificati come uso del suolo “urbano e altro”. Dato che le turbine a vento sono abitualmente collocate in zone collinari, lo spazio attorno ad esse è comunque ancora disponibile a pascolo o altre attività, e non deve quindi essere considerato come parte dell’occupazione totale di suolo.
6.9 – Verso una prospettiva di lungo termine
Di tutte le questioni che ruotano attorno allo sviluppo delle energie eoliche, gli impatti visivi e paesistici sono le uniche principalmente soggettive. Dato che gli effetti non possono essere calcolati e misurati, e le possibilità di interventi di mitigazione sono limitate, è poco probabile che questi problemi vengano risolti con soddisfazione di tutti. Sembra quindi inevitabile che alcune persone saranno sempre contrarie alle wind farms in ambienti rurali, e dato che le risorse di vento del Regno Unito sono strettamente correlate a zone rurali e remote, il dissenso è inevitabile.
I recenti aggiornamenti alle linee guida per la pianificazione per il Regno Unito, richiedono che i decisori locali prendano in considerazione le priorità energetiche nazionali nel deliberare su progetti per le fonti rinnovabili, e in molti casi è improbabile che ce ne sia abbastanza per non respingere una domanda in base alle sole considerazioni paesistiche. Visto l’alto livello di consenso nazionale, e spesso anche locali, per l’energia eolica, questo sembra essere un approccio ragionevole nei casi in cui non esiste particolare classificazione di sensibilità paesistica. Esistono forti motivi per ritenere gli insediamenti eolici strutture temporanee, che non richiedono le cautele di strutture di più lunga durata per motivi paesistici. Dato che abitualmente è possibile una dismissione completa, può essere posto rimedio alle permanenti opposizioni sulla base di studi caso per caso, con la rimozione finale delle turbine alla fine del ciclo produttivo.
Le opzioni energetiche e disposizione entro quel tempo saranno mutate, e potrebbero essere disponibili altre tecnologie. Comunque, va anche riconosciuto che le trasformazioni del paesaggio hanno una lunga storia e che ciò che appare alieno oggi potrebbe divenire accettato nel tempo. L’evidenza suggerisce che le opinioni ostili verso le wind farms tendono ad ammorbidirsi dopo l’autorizzazione, e non c’è motivo di ritenere che questa tendenza non si ripeta nei casi di insediamenti futuri.
Qualunque preoccupazione per i danni al paesaggio del Regno Unito da parte degli insediamenti di impianti eolici, deve essere controbilanciata dai diffusi danni che lo stesso mutamento climatico può determinare. Si è mostrato nei capitoli precedenti [ non inclusi in questi estratti n.d.T.] come l’energia eolica sia una soluzione pratica e affidabile alle trasformazioni del clima, come parte di un necessario e più ampio mutamento sociale ed economico. L’insediamento su terraferma di tali complessi darà un grande contributo al rispetto degli obiettivi energetici e non ci si può aspettare che siano gli impianti offshore, significativamente più costosi, a farlo da soli.
Nota: il testo completo e originale del Rapporto (con dati, tabelle, e alcuni casi studio) è disponibile in file PDF al sito della Sustainable Development Commission (f.b.)
ROMA - "L´uomo ha messo il guinzaglio a quasi tutto il pianeta Terra" sostiene un rapporto pubblicato oggi su Science. Il nostro sforzo di addomesticare la natura è pressoché completo: solo il 17 per cento delle terre emerse non è ancora toccato da attività umane. Nella cartina con le impronte dell´homo sapiens solo i poli o i deserti rimangono intonsi. Altrove, non esiste angolo di terreno calpestabile che contenga meno di un abitante per chilometro quadrato, non ospiti città, campi coltivati o pascoli per gli animali allevati per uso alimentare. Non abbia una via di comunicazione nel raggio di 15 chilometri né linee per il trasporto dell´energia. Non mostri agli occhi di un satellite una luce accesa di notte.
Gli stessi parchi naturali, anche se creati con l´intento di preservare habitat a rischio, rientrano fra gli esempi di "natura pettinata". E se l´addomesticamento del pianeta è frutto del comprensibile istinto di creare attorno a noi un ambiente sicuro e ospitale, a lungo andare rischiamo di cadere nel contrappasso di una natura deprivata di ogni risorsa, scrivono i ricercatori delle università di Santa Clara e di Harvard che hanno passato al setaccio i dati sull´impatto dell´uomo sul pianeta Terra.
«Abbiamo addomesticato paesaggi ed ecosistemi per aumentare le nostre fonti di cibo, ridurre la nostra esposizione ai predatori e ai rischi naturali e promuovere il commercio. In generale, i benefici di una natura addomesticata superano gli svantaggi. Man mano che procediamo verso il futuro però dobbiamo calcolare meglio i costi e i benefici dei nostri interventi. Perché, sfruttando le sue risorse, stiamo riducendo le capacità di recupero del pianeta» scrivono Peter Kareiva e Tim Boucher, autori principali del rapporto.
Smentendo le previsioni di Malthus, la Terra oggi riesce a nutrire 6,5 miliardi di abitanti. Il 50 per cento delle superfici emerse è dedicato all´agricoltura. Per fare spazio alle coltivazioni, la metà delle aree boschive nel mondo è andata distrutta e perfino nelle cosiddette foreste vergini dell´Amazzonia o del Congo sono stati trovati resti di uomini primitivi. I mammiferi di grandi dimensioni, soprattutto se carnivori, sono stati eliminati o ridotti a un numero di esemplari ben controllabile. Al contrario, gli erbivori utili per l´alimentazione si sono moltiplicati. Kareiva e Boucher hanno calcolato che in America del Sud pascola il decuplo degli animali che vivrebbero senza le attività di allevamento da parte dell´uomo.
Per proteggersi dalle inondazioni, la nostra specie ha ridisegnato con il cemento le coste e gli argini dei fiumi. Lo studio di Science calcola che solo in Europa la linea costiera maneggiata dall´uomo raggiunge i 22mila chilometri. Le dighe in tutto il mondo hanno formato laghi artificiali che contengono sei volte l´acqua che scorrerebbe naturalmente nell´alveo dei fiumi. Ma se i benefici per l´uomo in termini di sicurezza e di nutrimento sono evidenti, l´erosione dell´ambiente procede lentamente e in silenzio, per riemergere a distanza di anni e di migliaia di chilometri. Se tra il 1700 e il 1990 le rese agricole sono quintuplicate, la perdita di foreste nello stesso periodo ha raggiunto il 14 per cento. La superficie dei pascoli è aumentata di 7 volte, ma savane e praterie si sono ridotte di un terzo. Il consumo di acqua è aumentato di 4 volte tra il 1950 e il 1980. Con la sua opera, l´uomo è riuscito a trasformare la Terra in un ambiente relativamente ospitale e sicuro, e non è certo un ritorno al passato quello che auspicano i ricercatori di Science. Vogliono solo avvertirci che non può bastare un guinzaglio a farci credere di aver addomesticato il mondo.
Anche i paesi ricchi sono toccati dalla crisi mondiale dell'acqua: l'allarme arriva dal rapporto annuale del Wwf, pubblicato alla vigilia della Settimana mondiale delle risorse idriche (da 20 al 26 agosto). Secondo l'organizzazione ecologista, le cause sono da ricercare nei mutamenti climatici, nella crescente siccità e nell'estinzione delle zone umide. La crisi, inoltre, è aggravata dall'inquinamento e dalla cattiva gestione delle risorse.
Le città "ricche" sotto accusa sono, tra le altre, Houston e Sydney dove il consumo di acqua è nettamente superiore al ritmo di ricostituzione delle riserve, mentre a Londra la cattiva rete di distribuzione porta alla dispersione dell'equivalente di 300 piscine olimpiche al giorno. Per quello che riguarda i paese mediterranei, la crisi è acuita dal turismo di massa e dalla mancanza di una cultura per la conservazione delle risorse. Il Giappone è un altro dei paesi ricchi dove l'abbondanza delle precipitazioni non basta e la contaminazione delle acque costituisce un grave problema in molte regioni.
"I Paesi ricchi - si legge nel rapporto del Wwf - devono attuare cambiamenti drastici nelle loro politiche se vogliono evitare la crisi che sta riguardando le nazioni più povere".
Il rapporto ha suggerito inoltre che l'agricoltura nei Paesi più ricchi dovrebbe pagare di più per l'acqua e dovrebbe farne un uso più responsabile. "A livello retorico - si legge sempre sul rapporto - nei paesi del 'Primo mondo' è ormai generalmente accettato che l'acqua deve essere usata in maniera più efficiente. Molti Paesi riconoscono che bisogna correre ai ripari per ridurre i danni inflitti al sistema idrico in passato. Tuttavia questo nella pratica spesso non è accaduto".
Il Wwf ha suggerito diverse vie per far fronte all'emergenza: bilanciare i consumi con la tutela dell'ambiente; cambiare radicalmente l'atteggiamento verso la "protezione" dell'acqua; riparare le infrastrutture obsolete; preservare i bacini idrici; diminuire la contaminazione dell'acqua; aumentare i prezzi agli agricoltori; studiare di più i sistemi idrici.
«Le attività in corso riguardano una fase di pre-istruttoria, con la pubblicazione della richiesta e la raccolta di pareri e opposizioni, al termine della quale il ministero dei Trasporti deciderà se avviare l'iter autorizzativo vero e proprio. E' una fase, quindi, nella quale è ancora possibile operare e, a quanto hanno mostrato le istituzioni in questi giorni, cercare di bloccare l'iniziativa». E' questo l'essenziale emerso ieri nel vertice a Roma tra il ministro delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro, e il comandante della Capitaneria di porto di Termoli, Luca Sancilio. Al centro dell'incontro il progetto di Effeventi srl che vuole dar vita a un parco eolico al largo delle spiagge di Molise e Abruzzo.
«Se il mostro, con i suoi 54 pali al largo, si può bloccare, lo faremo», questa, a distanza, la risposta di almeno tre amministrazioni, quelle di Vasto (Chieti), Montenero di Bisaccia e Termoli (Campobasso), da dove sono subito partite delibere di consiglio e di giunta contro l'impianto offshore che «darebbe un colpo mortale all'economia turistica della costa e alla pesca». «Questa vicenda - afferma il ministro Di Pietro - ci segnala l'urgenza di definire a livello governativo un piano nazionale per l'energia del vento. Come già fatto per i rigassificatori, occorre che i ministeri interessati definiscano quanta potenza eolica può essere installata nel Paese, quali siano i siti più adatti, quali debbano essere le modalità di sfruttamento e chi possa realizzare i parchi. Come rappresentante dell'Idv - continua il ministro, originario di Montenero - sono favorevole allo sfruttamento di fonti di energia alternativa, ma questo deve avvenire nell'ambito di un quadro nazionale concordato. Non è possibile che un privato decida autonomamente le installazioni, senza un disegno complessivo e senza una concertazione con gli organi e gli enti pubblici interessati».
Parere negativo all'insediamento eolico, che ha creato il subbuglio in Italia, è giunto, dopo lunga sonnolenza, dalla Regione Molise, di centrodestra, che è rimasta per un pezzo in silenzio e che adesso reclama la «titolarità ad esprimere la valutazione di impatto ambientale sulla struttura in questione ed in particolare per le opere a terra». La decisione della giunta regionale è seguita ad una letteraccia, al presidente Michele Iorio, da parte del sindaco di Termoli, Vincenzo Greco, che ha invitato il governatore e i suoi assessori a bocciare il progetto del parco, perché «se a rilevare la presunta illegittimità della procedura sino ad ora intrapresa non sarà la Regione», qualsiasi altro no «sarebbe inutile». Greco ha pure ricordato che la Regione era al corrente del progetto da più di un anno e che attraverso un suo funzionario ha delegato a Roma, cioè ai ministeri competenti, qualsiasi decisione in merito: «E tutto ciò, purtroppo, - ha concluso il primo cittadino - richiama con tristezza alla mente la procedura che ha portato all'installazione a Termoli della turbogas della società Energia spa: anche lì c'è stata la latitanza della Regione».
Contro la posizione ufficiale della Regione protesta Legambiente. «E' un errore - sostiene Edoardo Zanchini, responsabile per l'energia e i trasporti dell'associazione ecologista - l'impianto va fatto. E la Regione, invece di arroccarsi su una posizione ideologica, dovrebbe attivarsi per il miglioramento del progetto, in particolare per quanto riguarda la riduzione dell'impatto dell'allacciamento dei cavi su dune e pinete. La sua rinuncia su questo fronte rappresenta una precisa responsabilità. Il Molise - sottolinea ancora - ha installato solo 54 megawatt di energia eolica. Il solare fotovoltaico è a zero e ora si bloccano le pale in mare. Come pensa di dare il proprio contributo alla lotta ai mutamenti climatici e all'adeguamento della politica energetica agli obiettivi di Kyoto?».
Gli rispondono i Ds: «Questa piccola nostra realtà - tuonano - è ormai divenuta un "grande obeso dell'energia", vittima sacrificale di un processo speculativo in cui nel passato è stata piazzata la centrale a ciclo combinato, poi le pale eoliche sono spuntate come funghi sui monti e per il futuro si vuole collocarle in acqua... E' necessario creare uno sviluppo diverso. Di energia elettrica, da queste parti, ce n'è fin troppa!».
Nota: sul tema dell'energia eolica, la Visita Guidata a Eddyburg (costantemente aggiornata) riassume in modo documentato il dibattito internazionale di questi anni riportato nel sito (f.b.)
Titolo originale: Public Attitudes Toward Wind Power - Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Una panoramica degli studi
Gli studi sugli atteggiamenti del pubblico nei confronti dell’energia eolica sono di tipo molto diverso. Spesso questi studi non sono stati condotti con criteri scientifici, ed esiste poco coordinamento tra di loro. Questo rende difficile compiere un’analisi tra i vari contesti nazionali. Le indagini sull’argomento sono state condotte a partire dagli anni ’90 principalmente in paesi come Gran Bretagna, USA, Canada, Svezia, Germania, Olanda, Danimarca. Il presente studio farà una sintesi delle principali conclusioni che è possibile trarre sulla base delle ricerche disponibili. Si noterà, comunque, che esiste una differenza fra l’opposizione agli impianti come atteggiamento negativo, e l’opposizione come comportamento di resistenza contro nuovi insediamenti. Questo studio si concentra sugli atteggiamenti generali e locali verso l’energia eolica, e verso specifici impianti.
Le fonti di energia rinnovabili
Le fonti di energia rinnovabile hanno maggiore credibilità nei confronti del pubblico di quanto non avvenga per quelle non rinnovabili, come combustibili fossili o energia nucleare. Negli USA un sondaggio di opinione nazionale del 1995 ha mostrato che il 42% degli americani ritiene che le fonti di energie rinnovabili come solare, eolica, geotermia, biocombustibili e idroelettrica, dovrebbero essere prioritarie nei finanziamenti federali per la ricerca e sviluppo nel settore energetico. I combustibili fossili e il nucleare, le fonti che forniscono la maggior parte di energia negli USA, vengono per ultime, con il 7 e 9 per cento.
In Danimarca sono state poste le stesse domande. Anche qui l’atteggiamento verso le energie rinnovabili è positivo. A un campione rappresentativo di danesi è stato chiesto se le fonti rinnovabili dovessero avere maggior priorità nelle politiche energetiche nazionali. Secondo il risultato dei questionari, quattro su cinque danesi pensano che le energie rinnovabili debbano avere priorità. Solo il 9 per cento non la pensa così. Non c’è dubbio che le fonti rinnovabili oggi siano considerate una fonte evoluta di produzione energetica. Dietro al termine “energie rinnovabili” c’è comunque una varietà di tecniche di generazione. È quindi interessante indagare se quella di origine eolica gode di un particolare ampio sostegno del pubblico.
L’energia eolica
Un questionario distribuito in Canada chiedeva a un campione rappresentativo di cittadini se avrebbero gradito vedere l’autorità energetica provinciale conferire priorità alla produzione elettrica a generazione eolica. Secondo questo sondaggio il 79% del canadesi ritiene che l’energia generata dal vento debba avere priorità a livello nazionale. La stessa tendenza è osservabile in un sondaggio danese. Ai danesi è stato chiesto se il paese dovesse mirare ad un uso più ampio dell’energia eolica. L’82 per cento della popolazione era favorevole a più energia dal vento. Un’indagine fatta in Olanda ha mostrato la stessa tendenza. L’80% della popolazione olandese era favorevole all’energia eolica, il 5% si opponeva ad essa, e il 15% era neutrale. Gli stessi risultati sono stati ottenuti nel Regno Unito. Qui sono stati condotti dal 1990 al 1996 tredici studi, e anche qui otto su dieci intervistati sostengono l’energia eolica. Quindi, sia alle fonti rinnovabili in generale, che all’energia eolica in particolare, è conferita più credibilità che non alle fonti non rinnovabili come combustibili fossili e nucleare.
Caratteristiche dei favorevoli e contrari
Questo paragrafo si concentra sulle caratteristiche degli atteggiamenti nei confronti di energia e impianti eolici. Questi diversi atteggiamenti sono stati oggetto di varie indagini nel corso degli anni.
Le persone prive di esperienza specifiche con l’energia eolica credono che il rumore sia più forte, rispetto a chi realmente abita vicino alle turbine. I maschi credono che siano più rumorose di quanto non ritengano le femmine. Le persone di mezza età in generale sono più critiche degli altri gruppi di età. Altri risultati dell’indagine danese sono: le donne preferiscono gruppi di 2-8 turbine rispetto a impianti più grandi e rotori isolati; gli uomini preferiscono gruppi di 10-50 turbine rispetto a installazioni singole e parchi più ampi. Gli oppositori valutano l’estetica locale in termini più alti di quanto non facciano per il clima o ad esempio i rischi dell’energia nucleare. Come mostrano sia gli studi americani che quelli svedesi, l’accettazione delle pale in movimento è più alta di quella degli impianti fermi quando non generano energia. Una ricerca sul problema del rumore in Danimarca, Olanda e Germania mostra che il disturbo causato dalle turbine tocca molto poche persone, e il livello di disturbo è pochissimo correlato all’effettivo livello sonoro dei particolari impianti. Invece, il disturbo è connesso ad altre cause, come l’atteggiamento negativo nei confronti delle turbine a vento. L’indagine danese mostra che chi è favorevole alle energie rinnovabili e all’eolico in particolare ha anche un atteggiamento più positivo verso gli impianti locali, li trova meno rumorosi e invadenti nel paesaggio.
Anche se sembra che la percezione individuale di rumori e impatti visivi sia determinata da fattori diversi rispetto all’effettivo livello sonoro e quantità di impianti, ciò non significa che il problema del rumore e degli effetti visivi debba essere trattato in modo superficiale. La scelta delle località deve tener conto di questi aspetti. Ciò probabilmente ridurrà al minimo l’atteggiamento negativo verso specifici progetti.
In una sintesi di ricerche britanniche, vengono analizzati gli argomenti caratteristici a favore e contro l’energia eolica.
Il profilo di chi dice NO
... le energie rinnovabili non possono risolvere i nostri problemi energetici ... le turbine a vento sono inaffidabili e dipendono dall’intensità del vento ... l’energia eolica è costosa ... le turbine a vento rovinano il paesaggio ... le turbine sono rumorose
Il profilo di chi dice SI
... l’energia rinnovabile è davvero un’alternativa ad altre fonti ... la teoria del mutamento climatico deve essere presa sul serio ... l’energia eolica è illimitata, a differenza dei combustibili fossili ... l’energia dal vento non inquina ... l’energia eolica è sicura
I due profili illustrano bene perché si continua a dibattere sull’energia eolica. Si possono trovare argomenti sia pro che contro, senza il sostegno di fatti. Sono invece gli atteggiamenti ad essere basati su convinzioni e valori individuali. Il fatto che le turbine a vento deturpino o arricchiscano il paesaggio, è una questione di gusti. Se il costo dell’energia eolica è a buon mercato o dispendioso dipende, pure, da quanto si valuta il clima globale, e se si crede nella teoria dell’effetto serra.
Lo studio sul caso di Sydthy
L’ultimo studio condotto in Danimarca sul comune di Sydthy mostra alcuni risultati interessanti. Sydthy ha 12.000 abitanti, e più del 98% dell’energia elettrica consumata è fornita da impianti eolici. Ciò significa che Sydthy è uno dei posti del mondo con la più alta concentrazione di turbine a vento. Il sondaggio di opinione a Sydthy mostra che le persone con un alto livello di conoscenze sulla produzione di energia e le fonti rinnovabili tendono ad essere più positive rispetto all’eolico, di chi ha poche conoscenze.
La distanza dalla turbina più vicina non influenza l’atteggiamento delle persone verso l’eolico in generale. Questo indica che chi vive vicino agli impianti non considera rumori e impatti visivi un problema significativo. Di fatto chi vive più vicino di 500 metri ad una turbina tende ad essere più positivo nei riguardi delle turbine, di chi abita più lontano.
Questa tendenza si conferma se si incrociano gli atteggiamenti verso le turbine a vento in generale con il numero di esse visibile dall’abitazione degli intervistati. Ancora, non emerge uno schema chiaro. Ma le persone che possono vedere fra 20 e 29 turbine tendono ad essere più positive rispetto all’energia eolica di chi ne riesce a vedere solo un piccolo numero. Questo indica, ancora, che la quantità di turbine a vento nell’ambiente locale non influenza negativamente l’atteggiamento delle persone nei confronti dell’energia eolica.
In Danimarca esiste una tradizione di cooperative per l’energia eolica, dove un gruppo di persone condivide un impianto di generazione. Da questo punto di vista il comune di Sydthy è piuttosto unico, con il 58% delle famiglie con una o più partecipazioni in una turbina di proprietà cooperativa. Per quanto riguarda l’atteggiamento generale verso le turbine a vento, il quadro è chiaro. Le persone che possiedono quote sono significativamente più positive di chi non ha interessi economici in materia. I membri delle cooperative del vento sono più propensi ad accettare che si realizzi una turbina nei paraggi.
Chi vive nella zona urbana (definita dai limiti di velocità) tende ad essere più negativo di chi abita in area rurale. Un spiegazione di questo fenomeno può essere che le persone di città hanno un’immagine più romantica della campagna, mentre chi abita in campagna ha un rapporto più pratico con la natura, in quanto risorsa da utilizzare a scopi produttivi.
Nel comune di Sydthy quattro su cinque persone non si ritengono per nulla disturbate dal rumore delle turbine. Come previsto, più lontano abitano da esse, meno subiscono inconvenienti relativi al rumore. Lo studio su Sydthy conferma anche i precedenti risultati degli studi danesi, sulle persone di mezza età come quelle che trovano il rumore più snervante. Gli uomini avvertono il rumore delle turbine più delle donne, e più positivo l’atteggiamento verso l’energia eolica, meno il disturbo percepito. Va ricordato che molte delle turbine di Sydthy sono progettate secondo i livelli di rumorosità ammessi negli anni ’80, e non dei più silenziosi modelli attuali.
Not In My Backyard
C’è una grossa differenza, fra l’energia eolica come idea generale, e le turbine a vento come strutture accettabili nel paesaggio. Come abbiamo visto, le persone sostengono l’idea generale delle energie rinnovabili e di quella eolica. Ma quando si passa a progetti concreti per il territorio locale, l’accettazione sembra scomparire. Questo è definito la sindrome del “ Not In My Back Yard” o, in breve, la sindrome NIMBY. La teoria di base è che le persone sostengono l’energia eolica a livello astratto, ma mettono in discussione specifici progetti locali a causa delle temute conseguenze riguardo principalmente al rumore e agli impatti visivi. La sindrome di NIMBY non è caratteristica degli impianti eolici. Si verifica in molte altre situazioni. Nuove strade, ponti, gallerie, ospedali, aeroporti, impianti nucleari e altre strutture per la produzione di energia, tutti incontrano resistenze a livello delle comunità locali.
Nel Regno Unito sono state effettuate parecchie indagini prima/dopo l’installazione. In un rapporto di ricerca commissionato da BBC Wales, è stato calcolato il sostegno del pubblico locale per l’energia eolica in genere e per tre particolari parchi di turbine, prima e dopo l’impianto.
L’indagine mostra che solo una su cinque persone è in genere contro lo sviluppo dell’energia eolica in Galles, e sette su dieci sostengono gli impianti. Il livello di sostegno generale quindi è più o meno identico a quello di Danimarca e Olanda. Contemporaneamente, alle persone è stata chiesta anche un’opinione prima e dopo la costruzione delle tre wind farms.
Inizialmente, solo il 40% sosteneva i tre progetti, contro il 70% che in generale era favorevole allo sviluppo dell’energia eolica in Galles. In altre parole siamo di fronte a una reazione NIMBY per quanto riguarda specifici impianti di energia eolica. Chi si opponeva ai progettati impianti citava tre motivi per essere contrario. Il principale era la preoccupazione per il rumore. Tre su quattro persone fra quelle contrarie alle turbine citavano il rumore. Le altre due ragioni erano l’interferenza visiva e quella dei campi elettromagnetici. Dopo il completamento dei tre progetti, la BBC Wales ha di nuovo posto le domande sugli atteggiamenti nei confronti delle wind farms.
Se paragoniamo i risultati di prima con quelli di dopo le realizzazioni delle turbine, lo schema appare chiaro. In tutti e tre i casi le persone favorevoli superano quelle contrarie sia prima che dopo. Anche il 36,2% del totale della popolazione che si dichiara non sicuro o non interessato ai progetti prima della realizzazione, sembra spostarsi verso un sostegno dopo l’attuazione (l’indagine contempla solo gli spostamenti netti). Ancora, uno su quattro non approva i progetti.
Un costruttore olandese di impianti eolici, la Energy Connection, ha rilevato lo stesso atteggiamento in Olanda. Qui, come abbiamo detto prima, l’accettazione dell’energia eolica è alta. Ma su specifici progetti il tasso di approvazione sembra abbassarsi nella fase di progettazione e costruzione. Dopo la realizzazione il consenso sembra aumentare avvicinandosi ai livelli di prima.
Le conclusioni sonora sono che l’accettazione da parte del pubblico dell’energia eolica è molto elevata. Essa cade, ad ogni modo, quando si invade il “cortile” degli interessati. Ma il consenso sembra aumentare anche nel territorio locale, dopo l’installazione delle turbine. D’altra parte, che non è favorevole alle energie rinnovabili in generale tende a trovare gli impianti eolici meno accettabili quando si tratta di impatti visivi e acustici. Una sintesi di sondaggi mostra un’altra caratteristica interessante. La comparazione fra atteggiamenti del pubblico in zone con presenza di impianti eolici, e in altre che ne sono prive suggerisce che gli atteggiamenti verso impianti concreti sono di maggiore accettazione in zone che ne hanno già esperienza, di quanto non accada dove non esiste alcuna esperienza. Ciò vuol dire che la sindrome di NIMBY sembra avere le manifestazioni più forti dove non esiste o esiste scarsa conoscenza dell’energia eolica. Questa conclusione indica che l’accettazione da parte del pubblico dell’energia eolica cresce col crescere del livello di informazione. In Cornovaglia si è verificato un significativo mutamento di atteggiamenti da parte dei residenti nell’area della wind farm, prima e dopo la costruzione. In generale la popolazione è diventata più favorevole all’energia eolica. Il 27% delle persone interrogate ha cambiato il proprio atteggiamento da quando le turbine sono in funzione. Di questi, nove su dieci sono diventati favorevoli all’uso dell’energia eolica.
Questa spiegazione basata sull’idea di NIMBY è stata messa in discussione da molti studi. Anche se molti atteggiamenti individuali nei confronti degli impianti locali possono essere descritti come NIMBYismo, ciò sembra essere un fattore minoritario per la maggioranza di chi si oppone ai progetti.
Nell’ultima indagine, nella regione del Friesland, agli olandesi residenti è stato chiesto se volevano più turbine a vento nella specifica zona, e se sostenevano un uso più intensivo dell’energia eolica nel resto del Friesland. Il 61% non obiettava a più turbine in Friesland, purché non fossero collocate nel loro “cortile”. Il 15% non voleva più turbine in generale nella regione. Questa distribuzione dei risultati non differisce in modo significativo dagli studi precedenti. Il fatto interessante di questa indagine, è che agli intervistati è stato anche chiesto se potessero accettare più turbine nella propria zona. Sorprendentemente il 66% erano favorevoli ad accettare altre turbine nella comunità locale, e il 18% era contrario. Ovvero c’erano più persone (5% in più) disposte ad accettare nuove turbine nel proprio “cortile”, di quanti ne accettassero di più nel resto della regione. Questi risultati indicano che esistono variabili nascoste, diverse dall’atteggiamento NIMBY, che condizionano il rapporto dell’opinione pubblica con l’energia eolica a livello locale.
The NIMBY-explanation is probably a too simplistic way of seeing people's attitudes. There has to be focused on other explanations if public attitude shall be described in a more sophisticated manner. The mentioned study (Wolsink, 1996) concludes, that people in areas with significant public resistance to wind projects are not against the turbines themselves, they are primarily against the people who want to build the turbines. Often the local people are kept out of the decision making process. Some have hostile attitudes against the developers, the bureaucracy or the politicians on beforehand. Those factors have a significant effect on public attitudes in a specific area. Attitudes towards concrete projects are site specific. They are primarily formed by the interaction with central actors and the extent of involvement of local interests are a major explanatory factor.
Anche uno studio recente condotto in Germania mette in discussione l’ipotesi della sindrome NIMBY. Le dimensioni dell’impianto di turbine influenzano in modi non significativi l’atteggiamento del pubblico nei confronti di un progetto. Ciò indica che gli impatti reali legati alle dimensioni dell’impianto, come le trasformazioni del paesaggio, hanno effetti relativamente piccoli sugli atteggiamenti verso specifiche installazioni. La dimensione quindi dice poco rispetto all’atteggiamento. Lo studio conclude invece che, sull’atteggiamento del pubblico nei confronti del progetto, hanno una significativa influenza quelli verso chi lo realizza, i decisori locali, il processo complessivo di decisione. Contemporaneamente, lo studio suggerisce che un approccio partecipativo al progetto di localizzazione ha effetti positivi sull’opinione pubblica, e conduce a una diminuzione delle resistenze. Quello che conta è coinvolgere la popolazione locale nella procedura di localizzazione, entro processi di piano trasparenti, e con un alto livello informativo.
Le persone vogliono essere coinvolte
Lo studio sulla zone del Friesland conferma queste conclusioni. Più dell’85% della popolazione desidera essere tenuta informata sui progetti di nuovi impianti eolici. Il 60% ritiene che diffondere informazioni sia compito dell’amministrazione municipale. Un altro 5% pensa che sia compito dell’autorità provinciale. Solo il 13% crede che tocchi ai mezzi di comunicazione. Nella realtà, le persone di solito traggono le proprie informazioni dai rapporti personali e dai media. Il 49% afferma che andrebbe alle assemblee pubbliche, se fossero tenute. Quindi, esiste una grossa differenza tra il modo in cui le persone vorrebbero essere informate, e il modo in cui funzionano davvero le cose. Un recente studio tedesco rivela che in meno del 50% dei progetti di impianti eolici nel paese, agli abitanti è stata data l’opportunità di esprimere la propria opinione nella fase di piano. E solo nell’8% dei casi in cui gli abitanti sono stati sentiti, i costruttori hanno tenuto assemblee pubbliche di informazione. In un caso su tre l’opinione pubblica ha avuto un’influenza concreta sul processo di localizzazione, caratteristicamente attraverso la possibilità garantita dalla legge di presentare osservazioni formali.
Se si vogliono ridurre al minimo le opposizioni, tutte le parti in causa devono avere effettiva opportunità di influenzare un progetto. Le decisione prese sopra la testa delle popolazioni locali sono il modo più diretto per generare proteste. Restano da vedere, sondaggi a livello internazionale che esaminino approfonditamente questi problemi.
Conclusioni
In tutti i paesi, sia il sostegno del pubblico per le energie rinnovabili che per l’energia eolica in particolare è molto elevato. A livello astratto, circa l’80% della popolazione sostiene l’energia eolica, secondo le indagini esaminate in questo studio. A livello locale il sostegno nelle aree dove operano impianti eolici è egualmente elevato. Ovvero, quattro su cinque persone tendono ad approvare gli impianti, sia in generale che nelle zone che hanno esperienze in proposito. Ciò però non significa che non si manifestino proteste. Basta un oppositore impegnato, ad esempio, per attivare una causa legale contro un’autorizzazione di impianto. Questa è una delle ragioni per cui i conflitti, nei casi di impianti eolici, sono diventati la regola anziché l’eccezione. La carenza di comunicazione fra chi abita dove sarà realizzato un impianto e chi lo vuole realizzare, le burocrazie locali, l’ambito della decisione politica, sembra il perfetto catalizzatore per trasformare lo scetticismo locale in azioni concrete contro progetti specifici. Al contrario, informazione e dialogo sono la strada per l’accettazione.
Nota: il file PDF scaricabile dell’articolo, nella relativa pagina della Danish Wind Industry Association (f.b.)