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Oltre mezzo milione di uccelli migratori, tra cicogne, pellicani, gru, poiane e aquile sono a rischio lungo la costa del Mar Nero, nel Nord della Bulgaria, a causa di 3 progetti di impianti per la produzione di energia eolica. La zona interessata, Cape Kaliakra, è un’area importante per gli uccelli censita da BirdLife International all’interno del progetto IBA (International Bird Areas) e costituisce la seconda più importante rotta europea per gli uccelli migratori, in particolare quelli provenienti dal Nord Europa e diretti verso Sud. Lo denuncia la LIPU (Lega Italiana Protezione Uccelli) e la Società bulgara per la protezione degli uccelli (BirdLife Bulgaria): quest’ultima, insieme ad altre associazioni ambientaliste, ha lanciato oggi un appello contro il progetto che prevede 80 turbine a vento alte 120 metri ciascuna. Un “muro di morte”, l’hanno già battezzato gli ambientalisti bulgari, contro il quale finiranno per schiantarsi, con esiti fatali, centinaia di migliaia di uccelli migratori.

Anche in Italia il rapido sviluppo di centrali eoliche costituisce per la LIPU “una minaccia per importanti specie di rapaci e altri uccelli veleggiatori, sia nidificanti che migratori, soprattutto nel Centro-Sud e nelle isole”. La LIPU chiede una moratoria assoluta alla costruzione di impianti eolici nelle aree più importanti per la presenza di uccelli selvatici (IBA), nelle aree protette e nei siti di Rete Natura 2000, la grande rete di protezione della biodiversità dell’Unione europea. Seppur favorevole all’utilizzazione delle fonti energetiche alternative nel rispetto del protocollo di Kyoto, la LIPU chiede che la progettazione di impianti eolici avvenga all’interno di una severa programmazione, da effettuare a livello sia nazionale che regionale, che rispetti le aree più importanti per gli uccelli nonché valuti con attenzione l’impatto sul paesaggio.

“È assolutamente necessario – spiega Danilo Selvaggi, Responsabile rapporti Istituzionali LIPU – andare oltre i meri aspetti positivi prodotti dalle fonti rinnovabili sull’abbattimento di gas serra, e valutare quali impatti negativi esse invece producono sul territorio. L’attuale proliferazione incontrollata e non pianificata di impianti per la produzione di energia eolica costituisce infatti una grave minaccia all’integrità di ecosistemi e paesaggi in gran parte delle regioni italiane, in particolare in quelle aree a maggiore vocazione eolica quali la dorsale appenninica e la Sardegna”.

“Molte delle specie che più soffrirebbero della presenza di queste ‘fattorie del vento’ – prosegue Selvaggi – sono inserite in liste rosse nazionali o in Direttive europee, come la Direttiva “Uccelli” 79/409, e risultano già fortemente minacciate o in declino, come per esempio l’Aquila del Bonelli, il Capovaccaio, il Grillaio e la Cicogna bianca. Chiediamo di conseguenza che prima di realizzare nuovi impianti si metta a punto un Piano Energetico a livello nazionale e regionale e si realizzi una mappatura del territorio italiano in cui evidenziare le aree con un elevato grado di naturalità e importanza per la fauna selvatica dove interdire la costruzione di impianti eolici”.

Parma, 4 agosto 2005

Si veda anche la precedente risoluzionedella Lipu sull'eolico (4 giugno 2004)

Caro Nichi, guerra, mutamenti climatici e inquinamento crescente, sono i frutti avvelenati del modello energetico fossile e nucleare. L'assemblea dei movimenti sociali, del forum di Porto Alegre, ha deciso di dar vita a un contratto mondiale per il clima e l'energia, con cui promuovere un nuovo modello, democratico e diffuso sul territorio, basato sulle fonti rinnovabili e il risparmio energetico.

Come sai l'aumento dell'effetto serra è un problema grave, non solo per il futuro del nostro Pianeta, ma già oggi per centinaia di migliaia di uomini e donne. Infatti gli sconvolgimenti climatici, che ormai hanno raggiunto anche l'Europa, in molti paesi poveri, specialmente nell'Africa sub-sahariana provocano l'avanzamento della desertificazione e conseguentemente la sete e la fame. Un vero paradosso morale: i poveri che non hanno alcuna responsabilità nelle emissioni dei gas che provocano l'aumento dell'effetto serra - l'anidride carbonica in primo luogo - ne subiscono le conseguenze più devastanti.

Nel frattempo noi popoli «ricchi» e noi italiani in particolare non riusciamo nemmeno a rispettare quegli impegni presi con il protocollo di Kyoto che ormai il mondo scientifico giudica persino insufficienti. L'Italia si era impegnata a ridurre del 6,5% le proprie emissioni entro il 2008-2012 rispetto al livello del 1990 e le abbiamo invece aumentate di oltre il 12%. Il nostro governo nazionale non fa nulla per invertire questa tendenza, anzi promuove la riconversione a carbone di grandi centrali termoelettriche.

La strada da imboccare invece è solo quella del risparmio energetico e della promozione delle fonti rinnovabili - dell'eolico e del solare in primo luogo, per costruire a partire proprio dal Mezzogiorno un modello energetico nuovo e pulito, più giusto e sostenibile, costruito intorno alle risorse locali capace, come in Germania, di generare decine di migliaia di nuovi qualificati posti di lavoro.

Per questo ti chiediamo di ripensare l'idea di stabilire una moratoria sull'eolico, che avrebbe preoccupanti effetti politici e di immagine se a prenderla fosse una Regione come la Puglia.

Sappiamo che questa decisione che vi apprestereste a prendere, viene dal sacrosanto e da noi condiviso bisogno di tutelare il paesaggio. Per questo noi e con noi importanti associazioni ambientaliste, siamo a tua disposizione per studiare insieme le modalità per scongiurare gli impianti più devastanti, compresi quelli in fase di approvazione e per contribuire a definire regole condivise per uno sviluppo dell'eolico in Puglia. Tu che hai fatto della partecipazione popolare una caratteristica del tuo governare, puoi dare ulteriore alimento a questi processi democratici aprendo un confronto sulla questione dell'energia e dell'eolico. Un confronto che coinvolga in primo luogo i tanti sindaci il cui territorio è ricco di sole e di vento, ma anche il mondo agricolo, i sindacati, le associazioni e i comitati. Sarebbe uno straordinario esempio di una regione capace di applicare «Kyoto dal basso» che parlerebbe a tutto il paese che invece scelte disastrose vogliono incatenare al petrolio, al carbone e al nucleare.

* del Contratto mondiale clima e energia

L'anno prossimo, il Dpef, Documento di programmazione economica e finanziaria, potrebbe essere corredato da un indicatore del prodotto interno lordo o Pil, in salsa ambientalista. Gli è stata anche trovata una sigla, «Pila», equivalente, appunto a Pil, in senso ambientale. Non è la questione trascurabile, la nominalistica perdita di tempo che sembra a prima vista, tanto che ieri alla camera dei deputati è stata illustrata una proposta di legge depositata da alcuni parlamentari e controfirmata da 100 di loro. Il Pil ambientale ha una lunga strada da percorrere, ma nasce sotto buoni auspici.

I due promotori sono deputati della sinistra ds, Valerio Calzolaio, già sottosegretario all'ambiente nella passata legislatura e Fabio Mussi, attualmente vicepresidente della camera e allora capogruppo. I due deputati hanno scritto una lettera a Romano Prodi per informarlo dell'iniziativa e sottolinearne i punti salienti, impegnando fin d'ora l'eventuale futuro governo ad agire per la costruzione del Pila. Un passo di questa lettera, la critica al Pil felicemente regnante è molto significativo (tanto che lo riportiamo in corsivo):

«Il Pil non sottrae il deprezzamento del capitale prodotto, il Pil non considera l'impoverimento del capitale naturale, il Pil indica alla pari cose buone e cattive, servizi utili e inutili purché prodotti e venduti, il Pil misura insieme e allo stesso modo prodotti che hanno effetti opposti e prodotti che si distruggono vicendevolmente (gli autoveicoli e gli effetti degli incidenti stradali, le mine e lo sminamento), il Pil misura come voce attiva il consumo delle risorse (anche quelle, tante, finite o in via di esaurimento), il Pil include le armi, il Pil trascura ogni servizio o transazione gratuiti, il Pil include le spese "difensive" (le spese per sanare gli effetti dell'inquinamento ad esempio), il Pil non valuta danni ed effetti di lungo periodo, il Pil non dice se il prodotto serve bisogni che sono anche diritti (cibo, medicine, vestiti) per chi non ne ha abbastanza. Se si abbatte una foresta aumenta il Pil...».

E' presto per dire come Prodi accoglierà la letta aperta di Mussi e Calzolaio. Se dirà «sono d'accordo» sarà meglio sospettare di lui, perché nella lettera - come prova il lungo passo che abbiamo trascritto - viene messo in dubbio, attraverso il Pil, tutto il consolidato sistema di interessi e valori, tutto l'inno alla crescita indifferenziata che ogni giorno viene riproposta. La critica al berlusconismo finora non ha mirato tanto alle scelte, quanto ai tempi, ai modi e alle priorità.

I 100 deputati, tutti del centro sinistra e rappresentanti tutti i partiti, da Acquarone dell'Udeur a Folena di Rifondazione, hanno mostrato di ritenere maturo il tempo per aprire una discussione sul principio stesso della macro economia.

Li rappresentavano ieri in una conferenza stampa i due promotori, Calzolaio e Mussi che hanno brevemente spiegato - stretti fra un voto di fiducia e l'altro - la tecnica con la quale procedere.

Nel primo tempo il massimo risultato ottenibile sarebbe quello di affiancare (diciamo: tra parentesi) alle temute cifre, ai sofferti spostamenti del Pil, di uno «zero virgola...» in più o in meno, il dato del Pilacalcolato dall'Istat. Mettendo a disposizione un indice sintetico dei costi ambientali affrontati, si informa e si incuriosisce il pubblico. E lo si spinge a scegliere, facendo conoscere il prezzo reale della crescita in termini di inquinamento, sottrazione delle risorse naturali irripetibili, spreco di acqua e di energia non rinnovabile; e viceversa, i valori del risparmio e dell'introduzione di energie rinnovabili. Ben presto Pila si libererà dalla parentesi.

Titolo originale: Regenerating Lands and Livelihoods – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Le terre aride, presenti in oltre cento paesi, coprono un quarto della superficie del pianeta. Degrado e desertificazione di queste terre minacciano il mezzo di sostentamento di quasi un sesto della popolazione mondiale. Il continuo trascurare le superfici aride fragili mette a rischio le popolazioni che dipendono da queste terre. Il loro degrado deve diventare oggetto di attenzione in tutto il mondo.

In India, il problema del degrado delle terre è particolarmente acuto. Non si tratta semplicemente si un processo fisico, ma anche nella stessa misura di un prodotto della scarsa cura e di politiche mal orientate. Finché non modificheremo il sistema di politiche che hanno esasperato il degrado delle terre, gli sforzi materiali per arrestare il processo saranno futili. Ma è importante capire che se col degrado delle terre si distruggono i mezzi di sostentamento di alcuni, la vita di altri dipende proprio dai processi che le degradano.

Circa un terzo dell’area geografica dell’India è interessata da varie forme di degrado. Le stime sul totale variano, dai 75,5 ai 107,43 milioni di ettari, gran parte dei quali localizzati nelle zone aride e semi-aride del paese che dipendono dalle precipitazioni stagionali. In queste regioni aride e semi-aride, il degrado è spesso il risultato di carenze nel processo di sviluppo. Ma nelle zone ben fornite di sistemi di irrigazione e altre infrastrutture, è l’esaurimento delle sostanze nutritive del terreno la causa principale. Il bilancio negativo dei nutrienti in queste zone è di circa 8-10 milioni di tonnellate, con una perdita annuale stimata di 5,8 milioni di tonnellate. Ci sono grandi porzioni di terreni diventate saline e troppo sature d’acqua a causa di progetti di irrigazione. Il degrado indotto dall’infrastrutturazione è una grande minaccia alla sostenibilità dell’agricoltura indiana che si basa sulle risorse naturali.

Il degrado delle terre aride dell’India è il risultato del costante ignorare i loro bisogni e quelli vitali dei loro abitanti. La politica di sviluppo agricolo del paese è trincerata nel paradigma della “Rivoluzione Verde”, che comporta alcuni caratteri ben precisi: forte orientamento verso grano e riso a fertilizzazione chimica intensiva, moltissime risorse investite in impianti chimico-industriali, forte focalizzazione sulle colture intensive in zone irrigate, reti di ricerca e sostegno dei prezzi pensati esclusivamente a promuovere alcune ben precise colture irrigate. Questo paradigma non riconosce i bisogni di investimento di aree naturalmente meno dotate, ignorando così le popolazioni che vivono su queste terre meno fertili. Sono state realizzate infrastrutture per l’irrigazione di enormi proporzioni soltanto per costruire piccole sacche di ricchezza considerate i granai dell’India.

Anche se la sicurezza alimentare nazionale è migliorata col tempo, la pratica di concentrare eccessivamente gli investimenti pubblici in poche regioni si è tradotta nell’abbandono di altre grandi aree della zona semi-arida e sub-umida. Non a caso, queste regioni trascurate sono quelle con maggiori problemi di povertà e insicurezza alimentare locale. La disponibilità di vari input come sussidi, sostegno ai prezzi, ricerca orientate, ha creato un incredibile sbilanciamento a favore del riso e altre colture irrigue. I sistemi di distribuzione pubblica create a sostegno del prezzo di grano e riso hanno anche incoraggiato un allontanamento da altri cereali a basso consumo d’acqua, a favore della produzione di riso, ad alto consumo. Uno spostamento che ha a sua volta prodotto una trasformazione nei consumi, che si basano molto meno sul miglio indiano anche in aree dove tradizionalmente si produce. Gli impatti di questo cambiamento sono squilibri nutrizionali fra gli abitanti locali, e una maggiore vulnerabilità rispetto alla variabilità delle precipitazioni.

Altro risultato di questo cambiamento di colture è una crescente tendenza allo scavo di pozzi profondi per il prelievo dell’acqua. Una sempre maggior dipendenza dai pozzi profondi si è tradotta in una crisi, con un aumento dei suicidi fra i coltivatori che non riescono a scavare questi pozzi, perdono investimenti e fanno bancarotta. Nonostante questa tendenza, l’irrigazione da pozzi profondi cresce molto più rapidamente di quella di superficie.

A causa della diminuzione dell’investimento pubblico, i tipi di colture che si alimentano con le precipitazioni piovose hanno perso attrattiva. Il riso viene reso disponibile attraverso i sistemi di distribuzione pubblica, e così i coltivatori delle aree asciutte alimentate dalla pioggia hanno cambiato strategie, spostandosi verso grandi monocolture che rendono di più. Le pratiche tradizionali che restituivano fertilità ai suoli – attraverso rotazione delle colture, compresenza, coltivazione di legumi – vengono abbandonate. Attenzione e investimenti dei coltivatori si concentrano sulle aree irrigate, e si abbandonano quelle alimentate dalla pioggia. Ce ne sono moltissimi esempi. Ad esempio, dato che i coltivatori ora spargono pochissime quantità di letame sui terreni bagnati dalle piogge, questi non vedono rinnovate le sostanze nutrienti. L’aumento delle paghe dei lavoratori, insieme ai crescenti costi della coltivazione e ai prezzi stagnanti, hanno reso non economiche molte pratiche di agricoltura sostenibile. Di conseguenza, tecniche come la greenmanure sono cadute in disuso.

La monocoltura nei terreni bagnati dalle piogge ha aumentato il livello di infestazione dei parassiti, il che ha portato ad un più elevato uso dei pesticidi chimici. Questo disturba l’equilibrio naturale fra predatori e parassiti. Questi ultimi diventano resistenti ai pesticidi, e occorre investire di più. I debiti – spesso generati dalla spesa superiore per i pesticidi – aumentano a causa delle variazioni nelle precipitazioni piovose e delle siccità.

Anche l’allevamento contribuisce al degrado dei terreni su vasta scala. Il bestiame tradizionale è molto colpito quando cambia il sistema delle colture, perché dipende fortemente per l’alimentazione dai residui delle coltivazioni. L’appropriazione dei pascoli comuni a uso agricolo, la domanda concorrente per il lavoro, la crescita della meccanizzazione, hanno ridotto la quantità di animali. Esistono sistemi di sostegno pubblico all’allevamento solo per la produzione intensiva di latte, e in genere non sono disponibili per il bestiame tenuto in modo tradizionale nelle aree irrigate a pioggia. Ma esso rimane essenziale in queste zone, per la riproduzione e il letame. In pratica non esistono strutture sanitarie per gli animali, al di fuori del ciclo del latte. Anche il riciclaggio delle sostanze nutrienti è diventato un grosso problema. Lo spostamento verso una produzione di latte e latticini intensiva ha creato una domanda di ri-collocamento delle terre e dell’acqua a questi usi. La riduzione del bestiame nei sistemi agricoli dipendenti dalle piogge rende meno diversificata è più esposta alle crisi l’economia agricola.

Tali tendenze, insieme al cambiamento climatico che incrementa la vulnerabilità delle zone dipendenti dalla pioggia, hanno in generale creato una indifferenza dei coltivatori nei confronti delle aree alimentate a pioggia. Questa mancanza di interesse a sostenere la qualità delle aree, del bestiame, delle biomasse, rappresenta una grande causa di degrado. Gli investimenti pubblici in queste aree sono scarsi, e focalizzati principalmente sulla conservazione dei suoli e dell’acqua. Il miglioramento della fertilità non è fra gli obiettivi degli investimenti del governo nello sviluppo dei bacini agricoli. In pratica, i piani di recupero della fertilità del suolo significano semplicemente sussidi per acquistare e sviluppare i fertilizzanti.

Le superfici comuni ne hanno sofferto a causa della crisi dei sistemi di regolazione collettiva. In molti casi, le superfici a pascolo sono state redistribuite a chi non possedeva terra; anche se si tratta di un gesto ben intenzionato, ha semplicemente aumentato la pressione sulle poche superfici collettive rimaste. Le aree boscose che rimangono nelle terre aride sono controllate dal Dipartimento Forestale indiano. Nonostante il diritto del dipartimento su queste superfici venga fortemente rivendicato, non è stato fatto alcuno sforzo degno di rilievo per conservarle o rigenerarle.

Il degrado delle terre a causa degli investimenti per lo sviluppo, d’altra parte, deriva dal loro uso inadeguato. Progetti come canali di irrigazione nelle zone deserte devastano l’ecologia locale aumentando salinità e impregnamento. L’allevamento dei gamberetti nella aree costiere dell’Andhra Pradesh ha determinato la contaminazione delle falde d’acqua dolce con acque salate, con gravi problemi per la disponibilità di acqua da bere. L’eccessivo prelievo di acque sotterranee ha avuto il medesimo effetto di ingresso di acque salate nel distretto di Gujarat.

Stanno creando problemi anche una crescita economica deviata e la globalizzazione. I proventi della crescita in India non hanno in gran parte la popolazione. Col tempo, c’è una percentuale sempre più piccola di persone che si divide una quota sempre più ampia del reddito nazionale. La quantità di persone che dipendono dall’agricoltura è scesa marginalmente da circa il 70% al 60% del totale della popolazione, ma la loro quota del reddito nazionale è drasticamente caduta a poco più del 20%.

Il marchio di fabbrica della globalizzazione dell’economia indiana, è una crescita senza la creazione di posti di lavoro. Il settore industriale e dei servizi, in rapido sviluppo, non assorbe molte persone, e gran parte della popolazione dipende ancora da quello agricolo, che ora deve competere sul mercato globale. Prezzi sempre più instabili e una lenta penetrazione dei prodotti industriali nelle aree rurali, hanno prodotto una devastazione in molte comunità. Artigiani come i canestrai, vasai, fabbri, sono stati colpiti in modo particolarmente pesante. Sistemi produttivi tutti orientati all’esportazione e che usano macchinari pesanti, insieme allo scavo di pozzi sempre più profondi, stanno solo accelerando il degrado delle risorse naturali.

Sta avvenendo una concentrazione nella proprietà della terra, anche se in modo lento; il suo impatto in termini di degrado deve ancora emergere. Esiste una miriade di fattori – la vitalità dei modi di sostentamento tradizionali, i sistemi produttivi, metodi sbagliati di distribuzione dei sussidi, mutamento negli scenari dei mercati globali - che hanno impatti sul degrado delle terre. Il problema è molto più grave e profondo che non la semplice erosione dei suoli. La soluzione deve concentrarsi sul ripristino della fertilità e produttività delle terre, verso incentivi a prendersi cura delle superfici entro i sistemi produttivi alimentati dalle precipitazioni piovose. Ma per essere veramente efficace la soluzione deve andare oltre le pratiche di coltura. Occorre riallocare gli investimenti pubblici, rivalutare l’uso delle risorse naturali nelle economie locali. Soprattutto, il governo si deve concentrare sulle dimensioni umane del problema - l’esistenza precaria dei poveri che abitano le regioni dipendenti dalle piogge – nella lotta al degrado dei suoli.

Nota: A. Ravindra è Direttore del Watershed Support Services and Activities Network ( http://www.wassan.org/ ), gruppo di ricerca sulla gestione delle risorse naturali e la sostenibilità in India

here English version

Renzo Franzin è direttore del centro studi di Civiltà dell'Acqua di Mogliano Veneto (Treviso). E' davvero eccezionale la siccità di questa estate?

Non parlerei di emergenza. Ma sostanzialmente è vero che siamo in una fase epocale di emergenza in quanto anche le condizioni climatiche rendono l'acqua meno disponibile. Ma il fattore clima non è che una parte del problema le cui radici vanno ricercate altrove. Nell'urbanizzazione selvaggia, nello sfruttamento eccezionale delle risorse idriche a scopo industriale e per la produzione di energia elettrica, e soprattutto per la produzione agricola nelle regioni della pianura padana.

Perché soprattutto?

Il 65-70% delle risorse idriche viene impiegato per colture che hanno bisogno di grandi quantità di acqua, come mais e soia. Negli anni `70, con i contributi europei, è stata eliminata l'idraulica minore (fossati, canali) e anche questo ha comportato un impoverimento complessivo di acqua nel terreno. Oggi la stessa comunità rifinanzia la ricostruzione della vecchia idraulica. Ma a questo punto la domanda che bisogna porsi è un'altra.

Quale?

Ha ancora senso che la pianura padana produca queste colture sprecando tanta acqua per ottenere prodotti che oggi hanno mercato solo perché protetti dalle sovvenzioni dell'Europa, sapendo che nel 2006 queste tutele cesseranno? La risposta è no. Inoltre, le colture intensive necessitano di un utilizzo insostenibile di concimi chimici, sostanze che penetrano nella falda e inquinano le acque. Uno studio Ue dice che il 35% delle acque dolci ormai è inquinato. La prima falda ormai è inquinata e già oggi noi ci stiamo bevendo l'acqua fossile che peschiamo a 300 metri di profondità, è ricca di sali minerali ma non è una risorsa infinita.

Il resto lo fanno industria e produzione energetica?

Nonostante la deindustrializzazione, l'industria continua a utilizzare acqua e a restituirla non più utilizzabile. Il caso delle acque minerali poi è emblematico: una risorsa comune che viene regalata alle industrie e commercializzata con introiti enormi. Ma è soprattutto un problema di comportamenti che ci riguarda tutti, noi continuiamo a lavare la macchina e a tirare lo sciacquone con acqua potabile, non utilizziamo acqua piovana. Il sistema idroelettrico italiano ormai ha più costi che benefici, tutti sanno che la diga è considerata una tecnologia superata, ormai la si esporta solo nel terzo mondo. E non si può nemmeno dire che si tratti di energia pulita: qui in Veneto il Vajont è una ferita aperta. Inoltre, il sistema idroelettrico ha interrotto la vita biologica dei fiumi.

Da qui al nucleare il passo sembra breve

No. Senza tornare sul nucleare, che tutti sappiamo pericolosissimo, dobbiamo cambiare il nostro stile di vita e riorganizzare la nostra idea di consumi.

Riconversione agricola, risparmio energetico, nuovo stile di vita, sviluppo ecocompatibile e battaglia contro lo sfruttamento delle acque. Tutto giusto, ma davvero le sembrano obiettivi raggiungibili?

Siamo in una situazione di crisi proprio perché ci siamo rifiutati di utilizzare quei mezzi che potevano invertire la marcia. Per fortuna a livello europeo ci sarà un'inversione di tendenza e saremo costretti a cambiare atteggiamento. Bisogna sapersi inserire in queste fratture del sistema economico per cercare di imboccare altre strade.

In che modo?

La situazione è complessa, ma qualcosa si può fare. Regolamentare tutti i prelievi di acqua dolce per uso industriale, gestire più accuratamente i bacini montani, modernizzare i sistemi irrigui, ridare un profilo paesaggistico alle campagne e trasformare la produzione agricola del nord puntando su prodotti di qualità.

Titolo originale: Energy Bill Bestows Huge Windfall on ExxonMobil. New Report Says, in BushGreenwatch (trad. di G. Palermo)

Diverse associazioni e gruppi ambientalistici si sono riuniti nel comitato “Exxpose Exxon” ed hanno dato inizio ad un’intensa campagna contro il gigante del petrolio, la Exxon Mobil. Mentre il presidente Bush si accinge a firmare il nuovo progetto di legge sull’energia (Energy Bill), le associazioni si sono date appuntamento ieri a Washington per richiamare l’attenzione del pubblico sugli ingenti contributi previsti nel progetto di legge a favore della Exxon e di altri giganti dell’energia, e per illustrare il loro nuovo rapporto sui grandi vantaggi che la compagnia ne trarrà. Secondo il rapporto, il progetto di legge stanzia almeno 4 miliardi di dollari in sussidi e sgravi fiscali a favore dell’industria petrolifera [1].

La campagna di “Exxpose Exxon” comprende dodici fra le maggiori associazioni ambientalistiche, che, insieme, rappresentano un totale di 6.400.000 aderenti.

Facendo riferimento ai profitti da record ottenuti dalla Exxon e da altre compagnie petrolifere negli ultimi anni, i promotori della campagna sostengono che l’Energy Bill destina ingenti sgravi fiscali e sussidi all’industria petrolifera, del tutto ingiustificati. La Exxon ha già incassato la cifra di 15 miliardi di utili nella prima metà del 2005, di cui 7.85 miliardi nel secondo trimestre soltanto. L’anno passato i profitti della compagnia hanno raggiunto i 24 miliardi [2]. Ma la Exxon non è la sola compagnia petrolifera, quest’anno, a trovarsi in grande attivo. Fra l’aprile e il giugno del 2005, la BP ha segnato a suo favore 5 miliardi e la Conoco Phillips 3.1 miliardi [3].

“Vi sembra questo il caso di un’industria che ha bisogno di aiuti dal governo?”, chiede Anna Aurilio, responsabile legislativo di U.S. Pirg [4].

Ma, oltre agli aiuti forniti direttamente dal governo federale, la Exxon Mobil e gli altri giganti del petrolio riceveranno altri vantaggi dall’Energy Bill. Il progetto infatti allenta anche i vincoli ambientali e pone limiti ai diritti degli stati nel localizzare e costruire infrastrutture e tubazioni per il gas naturale liquido (LNG), attribuendo di fatto alla Exxon maggior peso su queste decisioni.

Gli stabilimenti ricevono il gas naturale congelato importandolo per mezzo di grandi petroliere. Con grande preoccupazione delle comunità locali, diversi studi provano che un attacco terroristico condotto su una di queste petroliere può coinvolgere nell’incendio persone per un raggio di tre quarti di miglio. Con progetti che prevedono la produzione di 15.6 milioni di tonnellate l’anno di gas naturale liquido, la Exxon si sta accingendo a costruire terminali a terra lungo tutto il Texas.

“La nuova legge sull’energia renderà più facile alla Exxon Mobil di ottenere l’autorizzazione per queste e per altre infrastrutture in futuro, anche se gli stati o le comunità locali saranno contrari”, dice la Aurilio [5].

Secondo il nuovo documento di “Exxpose Exxon”, il progetto di legge sull’energia imporrà anche dei limiti al potere degli stati d’influire sulle decisioni relativamente ai progetti di estrazione di petrolio in mare, un’altra novità che non può che favorire la Exxon. Gli ambientalisti temono che ciò consentirà alle compagnie petrolifere di accedere più facilmente alle acque litoranee. Aesa Energy, una joint venture della Exxon e della Shell, possiede più della metà delle 36 concessioni lungo la costa della California ed è uno dei maggiori trivellatori nel Golfo dei Messico [6].

Mentre la nuova legge sull’energia spende i dollari del contribuente americano per sussidiare l’industria del petrolio, le compagnie petrolifere saranno messe in condizione di non pagare la loro parte di tasse ed imposte, sostiene il documento di U.S. PIRG. La legge stanzia un miliardo e 700.000 dollari in esenzioni fiscali e miliardi in programmi di “alleggerimento delle royalties” per rendere la produzione di petrolio e gas meno cara e più vantaggiosa [7].

La legge inoltre offre fino a un miliardo e mezzo di nuovi contributi all’industria petrolifera per la trivellazione e la ricerca petrolifera in acque profonde. Tale offerta sembrerebbe favorire in modo particolare proprio la Exxon, dal momento che si tratta di un’industria leader in quel tipo di attività. La Exxon valuta che il petrolio estratto in alto mare ed il gas costituiranno più del 20 per cento della sua produzione nel 2010 [8].

Anna Aurilio di U.S. PIRG afferma che la Exxon dovrebbe far uso delle grandi facilitazioni ricavate dal progetto di legge per approntare “una nuova strategia di politica energetica che vada al di là del trivellare fino all’ultima goccia di petrolio, ad ogni costo” [9].

La campagna di “Exxpose Exxon” invita il pubblico americano a non comprare il gas della compagnia e gli altri suoi prodotti, ed incoraggia i distributori della Exxon Mobil ad usare la loro influenza per modificare la politica ambientale della compagnia.

[1] Big Oil Hits Pay Dirt in Energy Bill, U.S. PIRG, Aug. 3, 2005.

[2] Exxpose Exxon press release, Jul. 28, 2005.

[3] Big Money to Big Oil: How Exxon Mobil and the Oil Industry Benefit from the 2005 Energy Bill, U.S. PIRG Education Fund, Aug. 2005.

[4] Big Oil Hits Pay Dirt in Energy Bill, cit.

[5] Ibid.

[6] Big Money to Big Oil, cit.

[7] Ibid.

[8] Ibid.

[9] Big Oil Hits Pay Dirt in Energy Bill, cit.


Le bizzarrie e oscillazioni del prezzo del petrolio e delle fonti di energia sta facendo risorgere l'attenzione per l'energia solare e le fonti rinnovabili; decine di istituzioni e imprese si candidano a spartirsi le ingenti somme di soldi nazionali e europei previsti per le fonti rinnovabili. Diecimila tetti solari, centomila fotocelle solari, e le pubbliche amministrazioni, nel nome dello sviluppo "sostenibile" e delle "agende ventuno" e del rispetto del "protocollo di Kyoto" - minore uso di fonti energetiche fossili - eccitano nuovi appetiti in chi propone di vendere macchine, pannelli, centrali solari e a vento, biodiesel, eccetera.

Non è la prima volta che questo avviene; esattamente trent'anni fa, dopo la prima crisi petrolifera, ci fu un'altra ondata di passione per il solare; anche allora furono spesi grandi quantità di soldi pubblici, furono scritte migliaia di pagine furono fatti esperimenti che non fecero progredire per niente la società umana verso un crescente e razionale uso dell'energia irraggiata sulla Terra dal Sole, in una quantità che, solo sulle terre emerse, corrisponde, ogni anno, a 2500 volte la quantità di energia che tutti gli umani usano nello stesso periodo.

E ogni volta ci si dimentica che successi ed errori nell'uso dell'energia solare sono stati incontrati innumerevoli volte, tanto che si potrebbe scrivere una storia della tecnica e dell'umanità sulla base di come è stata usata questa fonte di energia. La quale si manifesta in tante forme. Prima di tutto come radiazione che permette a semplici molecole, come l'acqua e l'anidride carbonica, di trasformarsi in molecole organiche nelle foglie, nel tronco degli alberi, nei petali dei fiori. Da innumerevoli secoli il Sole, attraverso i cicli naturali, fabbrica ogni anno, sui continenti, 100 miliardi di tonnellate di amido, cellulosa, lignina, grassi, zuccheri, eccetera. Non appena gli umani si sono affacciati all'alba della storia hanno risolto i propri problemi energetici bruciando vegetali e usando i tronchi e i rami degli alberi come materiali da costruzione per palafitte e pali e barche "solari".

segue a pagina 23

segue dalla prima pagina

Da innumerevoli secoli il Sole fa evaporare l'acqua che ricade sulle terre emerse e, superando i dislivelli nella sua corsa verso il mare, porta "dentro di se" dell'energia meccanica che gli umani avrebbero imparato a usare mediante macchine, dai mulini primitivi alle odierne centrali idroelettriche, anch'essi azionate, sia pure indirettamente, dal Sole. Il Sole scalda diversamente le varie zone dei continenti e degli oceani e tali differenze di temperatura sono la fonte dei venti che gli umani ben presto hanno imparato ad usare per la propulsione "solare" delle navi a vela e, più tardi, come fonte di energia per mulini a vento e per motori eolici. E il vento genera il moto ondoso la cui enorme energia non viene utilizzata solo per la nostra pigrizia tecnico-scientifica.

Nel far evaporare l'acqua dei mari vicino alle coste o in laghi poco profondi il Sole ci fa trovare quel residuo bianco solido che ben presto i nostri predecessori hanno imparato a riconoscere come "buono", adatto per dare sapore agli alimenti, per conservare la carne e le pelli; anzi il sale "solare" è stato uno dei primi prodotti chimici del grande commercio internazionale.

A mano a mano che sono progredite le conoscenze tecniche è stato scoperto che gli specchi parabolici sono capaci di concentrare la radiazione solare in un punto; se in tale punto si trova un corpo questo si scalda a temperatura così elevata da incendiarsi, tanto che i matematici hanno chiamato "fuoco" tale punto delle parabole (da qui il racconto secondo cui Archimede, con specchi avrebbe incendiato le vele delle navi di Marcello che assediava Siracusa).

Per i 2500 anni passati è stata tutta una corsa a usare e sfruttare l'energia solare con macchine e pompe termiche, o con motori a vento, o con sistemi per distillare l'acqua di mare e ricavarne acqua potabile, inventati e reinventati in Egitto, Cina, Grecia, e trasferiti da un paese all'altro, e poi nel mondo islamico e nell'Europa medievale e moderna.

Negli stessi secoli sono state perfezionate le tecniche delle saline solari e quelle delle macchine azionate dal flusso superficiale delle acque tenuto in moto dal Sole; si è fatto più intenso lo sfruttamento della biomassa legnosa "solare" come materiale da costruzione per navi e edifici e come reagente chimico in metallurgia.

E ancora in epoca più vicina a noi, nell'Ottocento, è stato osservato che con la radiazione solare si poteva ottenere elettricità se si scaldavano, col Sole, le saldature di opportuni metalli (per effetto termoelettrico) o se alla radiazione solare erano esposte superfici sensibili, per esempio di selenio (per effetto fotovoltaico). E anche all'alba dell'era dell'automobile e del petrolio come carburante per motori a scoppio è stato usato alcol etilico ottenuto dai vegetali, anche qui un carburante "solare". Tutto questo è stato cancellato dall'avvento del petrolio che fornisce fonti di calore, carburanti per autoveicoli, materie sintetiche sostitutive di quelle vegetali, elettricità e illuminazione artificiale, che ha insomma "liberato" l'umanità dalla servitù di dover dipendere dal Sole, con la speranza che anche alcuni alimenti potessero essere ottenuti dal petrolio.

Le ragioni di questa svolta stanno nel fatto che il petrolio, come qualsiasi fonte di energia fossile, ha un proprietario, il padrone del terreno sovrastante i giacimenti o le miniere o i pozzi. E ogni soggetto economico che possiede un terreno che nasconde combustibili fossili ha "il dovere" di trarre un profitto vendendone la massima quantità possibile, e in fretta perché ciascuna fonte fossile prima o poi finisce, scoraggiando qualsiasi concorrente..

Soprattutto se il concorrente - l'energia del Sole in tutte le sue forme dirette e indirette, fonte di calore ad alta e bassa temperatura, di freddo, di elettricità, di acqua dolce, di sale, di biomassa vegetale trasformabile in carburanti e prodotti chimici, di vento e moto ondoso, una energia meno inquinante, che non emette gas responsabili di modificazioni climatiche - è disponibile dovunque, è inesauribile e ritorna, "rinnovabile", nello stesso luogo, nella stessa quantità, anno dopo anno - e, soprattutto, se il concorrente non ha padrone.

L'energia solare è, invece, la fonte energetica comunista, disponibile anche per i paesi e popoli oggi poveri, catturabile sia con macchine complicate sia con dispositivi semplici, realizzabili con tecniche modeste, con materiali da costruzione disponibili nei vari paesi. Finora le ricerche "solari" nei paesi industriali, anche nella loro breve resurrezione dopo la crisi petrolifera del 1973, anche nella loro svogliata resurrezione odierna, sono state orientate a sostituire le fonti fossili nelle macchine che sono state costruite su misura per le fonti energetiche fossili, ed è per questo che tali ricerche sono state in gran parte un insuccesso. Per mettere l'energia solare, libera, senza padrone, al servizio degli esseri umani, soprattutto di quelli che cercano di avviarsi ad uno sviluppo diverso dal nostro, c'è bisogno di tecniche del tutto diverse, a dimensione "solare", reperibili con un riesame critico delle conoscenze disponibili, nel passato recente e lontano, e intenzionalmente dimenticate; c'è bisogno di storia.

Giorgio Nebbia

Da parecchi anni il giro dell'Agosto è per me il giorno del rendiconto ecologico. Come sta la salute della Terra? Come andiamo con l'ambiente, con l'inquinamento atmosferico, con il clima, con l'esaurimento delle risorse? Va da sé che su tutto il fronte andiamo peggio. Va da sé perché non vogliamo né vedere né affrontare la realtà.

Sì, finalmente il protocollo di Kyoto è diventato operativo. Applaudo perché qualcosa è sempre meglio che nulla. Ma i rimedi di Kyoto sono largamente insufficienti. Eppure il Texano tossico, il presidente Bush, non solo continua a rifiutarli, ma si ingegna anche a sabotarli accordandosi con India, Cina e una manciata di altri Paesi su una cosiddetta «soluzione alternativa» (lo sviluppo di alte tecnologie pulite) che però non viene seriamente finanziata e che comunque non sarebbe alternativa ma complementare.

Sì, un'altra buona notizia è che la comunità scientifica è sempre più convinta e concorde nel denunziare la gravità della situazione e che, correlativamente, le voci dei lietopensanti che ci raccontano che tutto va bene sono sempre più fioche e sempre più contraddette da valanghe di dati, da valanghe di smentite.

Però, però. Tre anni fa i lietopensanti sono stati rassicurati dalle balordaggini di un certo Lomborg (sconfessato dai suoi stessi colleghi della «Commissione danese sulla disonestà scientifica»); e quest'anno fa già furore il romanzo Lo Stato di Paura di Crichton, la cui tesi è che il riscaldamento globale è l'invenzione di scienziati e giornalisti al servizio di interessi politici ed economici il cui proposito è di preservare «i vantaggi politici dell'Occidente e favorire il moderno imperialismo nei confronti dei Paesi in via di sviluppo». Questa è soltanto una tesi dogmatico-marxista rispolverata negli anni '70. Ma se un logoro vetero-marxismo viene rimesso a nuovo da un autore di thriller che sa vendere milioni di copie, allora «l'imbroglio anti-ecologico» riprende fiato.

Il guaio è che sul drammatico problema della «Terra che scoppia» (di sovrappopolazione) e che si autodistrugge, i media, gli strumenti di informazione di massa, non mobilitano l'opinione e non si impegnano più di tanto. Forse perché sono frenati da una colossale rete di interessi economici tutta progettata e proiettata nell'assurdo perseguimento di uno sviluppo illimitato, di una crescita infinita.

Comunque sia, il fatto dell'anno è che su questo cieco «sviluppismo» sta cadendo addosso una bella tegola. In questi giorni il costo del petrolio greggio si è avvicinato ai 70 dollari, e quindi al record massimo di un quarto di secolo fa di 80 dollari (costo ragguagliato a oggi) che produsse allora una grave crisi di stagflazione. Cosa succede? Il petrolio sta diventando scarso? Per il grande (ciarlatano) Lomborg non sarebbe possibile: lui ci assicura riserve per 5.000 anni. Ma anche i petrolieri ci rassicurano: abbiamo riserve per 50 anni (due zeri meno di Lomborg) e la stretta è colpa degli impianti di raffinazione. Ma a parte il fatto che 50 anni sono pochissimi, questa tranquillizzazione è un inganno. Nei prossimi venti anni la popolazione sarà ancora in aumento (quest'anno, saremo ancora 70-75 milioni in più), e si prevede che il fabbisogno energetico mondiale — con lo sviluppo dell'India e della Cina — crescerà del 50 per cento. Per questo rispetto siamo già allo stremo. Il campanello d'allarme è squillato dal 1980. E noi cosa abbiamo fatto e stiamo facendo? Ancora niente. Leggiamo e arricchiamo Crichton. Bravi, bravi.

Non sappiamo quando ma il disastro arriverà

di Pascal Acot

Il rapporto della Commissione europea sul clima è abbastanza allarmista, per non dire catastrofico per i Paesi del Sud, Italia compresa: alla metà del XXI secolo i Paesi freddi del Nord dell’Europa potranno beneficiare della ricchezza del turismo, a discapito dei Paesi del Sud. Le conseguenze economiche potrebbero essere drammatiche, specialmente per l’Italia, la Grecia e la Spagna

Gli esperti stimano che le perdite dovute alla fine dei flussi turistici possano aggirarsi sui cento miliardi di euro circa. Oltre a ciò, i decessi in sovrappiù rispetto alla media, imputabili alla canicola o alle forti temperature, potranno aumentare molto, raggiungendo un totale di 87.000 casi l’anno qualora il riscaldamento medio fosse pari a tre gradi centigradi.

Ma gli esperti rendono noto anche che se la lotta contro l’emissione dei gas serra riuscisse a contenere a "soli" 2,2 gradi centigradi l’aumento della temperatura, il numero dei decessi in sovrappiù rispetto alla media potrebbe essere limitato a 36.000. Infine, le tragiche conseguenze cagionate da un eventuale innalzamento delle acque del Mediterraneo, dal degrado delle risorse ittiche e dall’aumento del numero degli incendi delle foreste avrebbero un costo quantificabile anch’esso in decine di miliardi di euro.

L’accuratezza della maggior parte di queste cifre deve indurre ad accogliere con una certa prudenza questo documento. Da un lato perché le previsioni climatiche su più decenni non sono molto affidabili: i climatologi non sanno ancora con precisione se l’aumento della nuvolosità amplificherà l’effetto serra trattenendo i raggi infrarossi di calore che la Terra potrebbe riflettere verso lo spazio profondo o se, al contrario, la copertura nuvolosa ispessita ci proteggerà dall’irraggiamento di calore del Sole. Dall’altro lato perché non è possibile prevedere con esattezza, sulla base della proiezione nel futuro della situazione contingente, quali saranno le reazioni politiche degli Stati europei in materia di lotta contro gli effetti del riscaldamento, considerata la tragica instabilità di alcuni e tenuto conto delle difficoltà ascrivibili alla povertà in tutta la parte occidentale e meridionale del Mediterraneo.

Ciò nondimeno, il problema sollevato da quanto abbiamo potuto conoscere del documento dell’Unione Europea, è da valutare con grande serietà. Se anche non siamo certi della velocità e dell’impatto generale del riscaldamento, sappiamo però che esso è in procinto di aver luogo e sappiamo anche che se non siamo in grado di scongiurarne tutti gli effetti, possiamo forse renderli meno gravi. Il merito dell’Unione Europea, in questo caso, è quello di mettere in allerta l’opinione pubblica sul fatto che al di fuori delle grandi mete turistiche, saranno i Paesi più fragili ad esserne maggiormente colpiti.

Per quanto riguarda il turismo, colpiscono le cifre proposte: secondo il rapporto si dirigeranno verso il Sud per le loro vacanze soltanto cento milioni di persone l’anno. È evidente quindi che il problema sollevato è ancora più grave da un punto di vista economico: nei Paesi direttamente interessati si impone una seria vigilanza. Il problema deve essere affrontato sensatamente. La situazione, tuttavia, non è nemmeno lontanamente paragonabile ai problemi che le risorse idriche della regione pongono e porranno. La quantità di acqua disponibile lungo il bacino del Mediterraneo è più o meno costante. Al contrario, la crescita demografica (in Egitto, in Turchia, in Algeria e in Marocco), lo sviluppo delle attività agricole, industriali e turistiche – i campi da golf si moltiplicano ovunque – provocano un aumento sistematico della domanda. Il riciclaggio delle acque sporche non è sufficientemente rapido e lo "stress idrico" segna pesantemente e duramente la vita degli abitanti del Maghreb e del Medio Oriente. Pertanto, in questa regione ogni abitante dispone mediamente di meno di 2.000 metri cubi di acqua ogni anno, compresi gli usi per l’agricoltura e l’industria.

Al contempo, gli scontri e i combattimenti ai quali assistiamo per il possesso delle risorse idriche nel Medio Oriente potrebbero – ahimè! – intensificarsi: basti pensare che già oggi un israeliano consuma il quadruplo dell’acqua di cui usufruisce un palestinese e che l’accordo di Taba firmato a Washington nel 1995 prevede di concedere l’82 per cento delle acque della Cisgiordania agli israeliani e il rimanente ai palestinesi. Analoghi scontri per l’acqua sono da temersi tra Turchia, Siria e, a termine, anche l’Iraq, tutti Paesi attraversati dall’Eufrate, fiume controllato dai turchi nell’Anatolia sud-orientale.

In seguito a questo rapporto, possiamo attenderci nuove raccomandazioni in materia di risparmio delle risorse idriche e più in generale in tema di riduzione delle emissioni di gas serra. Tali raccomandazioni resteranno tuttavia lettera morta se basilari e fondamentali decisioni politiche non saranno prese per tutti gli anni a venire, in tema di pace nella regione e di aiuti allo sviluppo dei Paesi più poveri del bacino del Mediterraneo.

L’autore, filosofo e storico della scienza, ha scritto fra l’altro "Storia del clima – Dal Big Bang alle catastrofi climatiche"

Traduzione di Anna Bissanti

Europa 2070, la catastrofe del clima

di Andrea Bonanni e Alberto D’Argenio

bruxelles - Sdraio e ombrelloni sul Mar Baltico, ulivi e pomodori nelle Ardenne, tonnare o spadare al largo delle coste scozzesi e svedesi. Alluvioni, desertificazione, erosione delle coste e un’ecatombe di morti per il caldo eccessivo nei Paesi del Mediterraneo, che oggi sono il paradiso dei turisti e dell’agricoltura di qualità. Sono questi i risultati a cui giunge Peseta, un catastrofico studio voluto dalla Commissione europea per analizzare "il costo dell’inazione" in materia di cambiamenti climatici. Il rapporto dovrebbe accompagnare un ampio pacchetto di riforme in campo energetico che la Commissione si accinge a proporre ai governi con lo scopo di ottenere una drastica riduzione delle emissioni di anidride carbonica e di altri gas ad effetto serra, responsabili per il surriscaldamento del pianeta.

L’obiettivo delle proposte avanzate dalla Commissione è una riduzione delle emissioni pari al 30 per cento entro il 2020 per arrivare al 50 per cento entro il 2050.

Dallo studio emerge che proprio i Paesi del Sud dell’Europa, come Italia, Spagna e Grecia, che oggi sono i meno attivi nella riduzione delle emissioni nocive, verranno maggiormente danneggiati da un surriscaldamento del clima. L’Europa meridionale, scrive il rapporto, soffrirebbe di «siccità, calo della fertilità del suolo, incendi ed altri fattori indotti dal cambiamento climatico».

Peseta considera due scenari. Lo scenario A ipotizza che, di fronte ad una generale inazione, le emissioni di anidride carbonica triplichino entro la fine del secolo, inducendo un surriscaldamento medio di tre gradi nel periodo 2071-2100 rispetto al periodo 1961-1990. Il secondo scenario prevede che, grazie ad iniziative isolate di contenimento delle emissioni, la concentrazione di anidride carbonica si limiti a raddoppiare provocando un aumento medio della temperatura di 2,2 gradi.

Gli effetti sulla salute, secondo lo studio, che però precisa di non avere preso in considerazione il fattore di acclimatamento della popolazione, sarebbero devastanti. Il maggior numero di decessi dovuti al calore, secondo Bruxelles, supererebbe nettamente il calo di vite perdute per colpa del gelo. Lo scenario A prevede un aumento di 86 mila morti all’anno. Lo scenario B conterrebbe i danni a 36 mila vittime in più.

Le cose in Europa andrebbero meglio per gli agricoltori. Ma solo per quelli del Nord, che vedrebbero aumentare i loro raccolti in proporzione variabile dal 3 al 70 per cento. Mentre nelle regioni del Sud il calo della produzione agricola varierebbe da un meno 2 ad un meno 22 per cento. Anche gli stock di pesce, pur colpiti dall’acidificazione delle acque marine, si dovrebbero spostare verso nord.

L’innalzamento del livello dei mari comporterebbe un grave fenomeno di erosione delle coste. L’acqua salirebbe da 22 a96 centimetri nello scenario A, da 17 a74 centimetri nello scenario B. Il costo dell’erosione, se non si corresse ai ripari con misure di adattamento, potrebbe arrivare a 42 miliardi di euro nello scenario peggiore e a 9 miliardi di euro per quello meno catastrofico. I danni causati dalle alluvioni aumenterebbero tra il 19 e il 40 per cento per il bacino dell’Alto Danubio, e tra l’11 e il 14 per cento per quello della Mosa.

Il cambiamento climatico influirebbe anche sul turismo. La migrazione di villeggianti dal Nord al Sud Europa rappresenta oggi un sesto del flusso turistico mondiale e riguarda ogni anno 100 milioni di persone che spendono una media di 100 miliardi di euro.

Ma tutto questo potrebbe cambiare. «La zona con eccellenti condizioni climatiche, che è attualmente intorno al Mediterraneo (in particolare per il turismo balneare) - scrive il rapporto - si sposterà a nord, forse fino al Mare del Nord e al Baltico. Lo stesso vale per il rapporto tra sviluppo turistico e disponibilità dell’acqua». Di fronte alla catastrofe estiva, l’unica consolazione che lo studio concede agli operatori turistici del Sud Europa è che «comunque, le condizioni climatiche in primavera e autunno dovrebbero migliorare».

Commoner :"C’è una sola speranza cambiare le tecnologie"

Antonio Cianciullo

ROMA - «In Europa ve la ricordate bene l’estate del 2003. Il termometro che arrivava ai 40 gradi, l’agricoltura in ginocchio, le ondate di calore che si abbattevano senza tregua sulle città. L’intero continente è uscito stordito da quell’esperienza traumatica, risvegliandosi dall’incubo con 35 mila cittadini in meno, 35 mila vittime del cambiamento climatico. Ebbene quel disastro che, secondo alcune ricerche, poteva capitare solo una volta nell’arco di secoli, è destinato ora a diventare la norma». Nel suo studio di New York, Barry Commoner, l’ecologo sui cui libri si sono formate generazioni di ambientalisti, non si stupisce per il rapporto della Commissione europea. Nel 1971, nel suo Il cerchio da chiudere, aveva anticipato la necessità di governare il ciclo dei gas serra e adesso i numeri gli danno ragione.

Lo studio ordinato dall’Unione europea ipotizza una catastrofe da 11 mila morti l’anno entro un decennio: le previsioni diventano sempre più pessimiste anno dopo anno. Le vecchie stime erano sbagliate o volutamente sottovalutate?

«L’attenzione si era concentrata sulle conseguenze graduali del global warming, come se fossimo di fronte a un meccanismo che si andava alterando in maniera preoccupante ma regolare. Ora invece ci troviamo di fronte all’altra faccia della medaglia: le accelerazioni improvvise. Sterzate brusche, imprevedibili nella loro esatta dinamica, che portano al moltiplicarsi delle ondate violente di calore e degli uragani».

Forse c’è stato anche un ritardo culturale. Abituati alle fluttuazioni fisiologiche del tempo non abbiamo capito subito cosa significa una fluttuazione del clima.

«Esattamente. Non si tratta di una stagione turistica che salta o di qualche raccolto rovinato. E’ cambiata l’energia in gioco: il calore in più trattenuto dall’atmosfera modifica la portata degli eventi estremi aumentandone il numero e l’intensità. Gli scenari che oggi vengono fatti propri da istituzioni importanti come la Commissione europea non fanno che dare un volto preciso a una tendenza già chiara da tempo».

Eppure è mancata la capacità di reazione. E ancora oggi alle grida d’allarme non fa seguito un’iniziativa concreta per ridurre l’emissione dei gas serra. Vuol dire che cambiare rotta è troppo costoso?

«E’ vero il contrario. E’ troppo costoso non agire. Già il rapporto Stern prevedeva una perdita del 20 per cento del prodotto mondiale lordo per colpa del cambiamento climatico. Mentre la rivoluzione tecnologica in direzione delle fonti energetiche rinnovabili comporta un guadagno».

Non le sembra di esagerare un po’?

«No, sono investimenti che danno profitti a breve. Anche il singolo cittadino può sperimentare come l’uso dell’energia solare permette di ridurre la sua bolletta elettrica. E nei paesi in via di sviluppo il mercato potenziale è enorme: per chi abita in un villaggio non collegato alla rete elettrica il vantaggio delle rinnovabili è ancora più evidente e immediato».

Il costo di base delle tecnologie pulite resta però nelle mani dei ricchi. Senza un investimento consistente nei paesi industrializzati non si riuscirà a tagliare i gas serra che minano la stabilità climatica.

«Non ci sono alternative. La diagnosi è chiara: per salvare le nostre società e le loro economie bisogna uscire dalla dipendenza dal petrolio e dai combustibili fossili. Bisogna lanciare il fotovoltaico e le rinnovabili, aumentare l’efficienza energetica e trasferire il traffico dalla gomma al ferro».

I sei anni di presidenza Bush non sono andati in questa direzione.

«Ma, nonostante le resistenze della Casa Bianca, le maggiori industrie, comprese quelle del petrolio e della chimica, hanno riconosciuto la necessità di frenare il cambiamento climatico. E questa necessità si può trasformare in una grande opportunità. Il sistema produttivo degli Stati Uniti sta perdendo colpi, subisce una concorrenza a cui, utilizzando i vecchi schemi, non riesce a far fronte: la svolta tecnologica imposta dagli sbalzi climatici è l’occasione per un rinascimento industriale».

Con che tempi?

«Quello che manca sono i programmi nazionali di riconversione industriale ed energetica. Se c’è una decisione politica, il risultato può essere raggiunto in cinque anni».

L’augurio per il 2007?

«Che il nuovo Congresso americano riesca a chiudere il capitolo della guerra in Iraq, legata alla vecchia logica del controllo del petrolio, e ad aprire la battaglia contro i cambiamenti climatici».

LA GRANDE Paura del contadino padano sta in quella cornice sfocata dall’afa e sbiadita dai miasmi delle campagne che vela le montagne lontane e le rende ancor più enigmatiche: «Gh’è pü acqua», non c’è più acqua, da quei monti remoti non ne vien più giù, da quelle valli che intuisci appena mentre l’orizzonte trema per la calura eccessiva ne arriva sempre di meno, anno dopo anno, estate dopo estate.

La Bassa ha sempre più sete, le colture intensive pretendono sempre più irrigazioni.

L’estate torrida del nostro scontento ha prosciugato 4.500 chilometri di fiumi per far funzionare i condizionatori delle città, questo dicono nei mercati e nelle piazze, se continua così sarà tutto un deserto. I parroci invocano la Madonna del Santuario di Caravaggio che protegge gli automobilisti ma anche gli assetati (dar loro da bere, in verità, è una delle opere di misericordia corporale). Eppure, non è così semplice l’equazione della Grande Paura. È più complessa. Per certi aspetti, addirittura paradossale.

Contempla, per esempio, un Grande Mistero. Come quello di Tovo. Un paesino di 580 anime che si trova in mezzo a montagne storicamente gonfie d’acqua, otto chilometri oltre Tirano, verso Bormio. Ebbene, le tubature dell’acquedotto comunale spesso restano a secco. L’acqua scarseggia, "le fonti si sono inaridite", constata amaramente il sindaco Gianbattista Pruneri, per lui le ragioni di questa penuria sono climatiche e politiche: «Poca neve, poca pioggia e sfruttamento selvaggio delle risorse idriche da parte delle società idroelettriche». I tovaschi l’acqua la pigliavano in Valle Maurena e Valle Campaccio. Un giorno è apparsa una "presa", che alimenta una piccola centralina: «Non bastavano già le altre grosse captazioni», sbotta il sindaco Pruneri, «l’Aem è il padrone di tutte le nostre acque - aggiunge - da Tirano allo Stelvio noi ci dobbiamo arrangiare». Ma questo, il contadino padano non lo sa: lui semplicemente ragiona sul fatto che il Po è una striscia fangosa e che i canali hanno autonomia per soli 14 giorni.

La Valtellina ha sempre accusato Milano di colonialismo energetico, fin dalla fine dell’Ottocento. Ma l’acqua abbondava e bastava per tutti. Oggi l’acqua comincia a mancare già in montagna, mentre i bacini delle centrali devono essere riempiti più che si può, per evitare il black out di un anno fa. Il resto, quindi, è letteralmente distillato: «È il regime delle priorità energetiche, il business della bolletta sta mettendo in ginocchio campagne e valli». Il sindaco Pruneri è stato costretto ad emettere un’ordinanza zeppa di divieti e di inviti a risparmiare sull’uso civile dell’acqua (l’acquedotto chiuso da mezzanotte alle sei del mattino), «come me decine e decine di altri sindaci hanno dovuto fare lo stesso». La Cov di Tovo (Cooperativa ortofrutticola dell’Alta Valtellina) teme per le sue coltivazioni (130mila quintali di mele): l’irrigazione è stentata, lo tsunami torrido che ha sconvolto l’Italia del Nord ha innescato una perniciosa spirale, qui l’allarme idrico è subito allarme agricolo, qui si comincia a capire che le grandi città pretendono troppo, ormai.

«Noi eravamo e siamo ancora il Kuwait dell’acqua», spiega il valtellinese Giovanni Bettini, emerito professore universitario e membro della commissione scientifica di Lega Ambiente. La parabola dell’acqua prodiga viene è presto detta: «Noi riforniamo Milano e gran parte della Lombardia. Le nostre fonti - continua l’imperterrito Bettini - riempiono miliardi di bottiglie di acqua minerale. La Cima Piazzi è forse la montagna più vista d’Italia, perché sta sull’etichetta della Levissima». L’Adda non fa in tempo a nascere che subito entra tutto nelle turbine delle centrali Aem, poi in forma di rigagnolo prosegue verso Colico dove viene "ulteriormente macinato", prima di finire nel lago di Como. La vogliono tutti, quest’acqua valtellinese, attorno ad essa si scatena una formidabile competizione economica: proprio perché di questa benedetta, santissima acqua ce n’è sempre di meno. Vale miliardi di euro, caro contadino padano. Meno acqua c’è, più costa. I mercanti dell’acqua badano ai loro conti. Certo, non sono loro a manipolare il clima. In Valtellina, i ghiacciai dell’Ortles e del Cevedale si sono dimezzati. La piovosità è bruscamente diminuita ed è sempre più capricciosa, imprevedibile. Non parliamo della neve: rara come i diamanti. Se non c’è, la si fabbrica. Coi cannoni alimentati a caro prezzo da laghetti artificiali. Lo sci ha ormai costi sociali sempre più assurdi. Insomma, un ciclo infernale.

Spostiamoci in Piemonte. Fra otto mesi Torino celebrerà le sue Olimpiadi invernali. «Quando eravamo ragazzi, c’erano qui attorno i ghiacciai dell’Agnello, del Sommelier, del Galambra - ricorda Luigi Chiabrera, presidente della comunità montana delle valli olimpiche che sostanzialmente sono la Valsusa e la Val Chisone - oggi quei ghiacciai sono spariti. Noi siamo rimasti a guardare. Io sono di Avigliana. Vicino c’è scorre il Sangone. Una volta era un fiume: ci si andava persino a fare il bagno. Oggi è un torrente in secca. Quando piove a dirotto, torna ad essere per qualche ora un fiume in piena. Sopra Avigliana ci stanno due laghi naturali. La loro acqua serviva e serve ai contadini delle Gerbole. Adesso non gli arriva quasi più: tra i laghi e le coltivazioni, decine di captazioni abusive, anche di fabbriche. Ci manca la cultura dell’acqua. Non abbiamo saputo conservare le zone umide, abbiamo favorito lo squilibrio ambientale. L’acqua è sacra, bisogna tutelarla. Abbiamo paesi che d’inverno restano a secco, la siccità nel tempo della neve, non è una cosa sulla quale si può scherzare».

Non scherza, infatti, il contadino padano. La sua Grande Paura è fatta di verbi come razionare, come ridurre. Il lessico di questi giorni è un tam tam di "rilasci" (quello delle acque provenienti dai canali di irrigazione), di "contingentamento" e di "piovosità" (-70 per cento rispetto alla media stagionale). E tuttavia, sotto sotto, se non affiora l’acqua dalle fontanazze, affiora invece l’irrazionale, chiamala se vuoi speranza. Sui giornali locali, tra i soliti annunci dei maghi e quelli delle agenzie matrimoniali, si comincia a leggere antiche e mai sopite proposte: "Offresi rabdomante".

L'immagine delle Nozze tra la terra e l'acqua, di P.P Rubens, è tratta dal sito www.ibiblio.org

Siamo un gruppo di oltre cento persone che stanno apprezzando moltissimo la Vostra attività giornalistica e la competenza dei Vostri giornalisti.

Noi siamo di Faeto, in Provincia di Foggia, un comune che è considerato, con i suoi 866 m. s.l.m., il paese più alto della Puglia.

Il nostro paese era incontaminato e paesaggisticamente incantevole sino a qualche anno fa quando l’Amministrazione locale, che si è peraltro riconfermata alle elezioni del 2005, ha deliberato, con una decisione lampo e senza coinvolgere minimamente la popolazione nonostante fosse stata prevista nel Programma amministrativo l’indizione del referendum popolare su tale tema, di costruire un parco eolico.

La gente del nostro paese ha iniziato ad assistere ad un via vai di giganteschi camion, di betoniere e di fuoristrada che impolveravano sempre di più le strade interne ed esterne e che, con la loro frenetica quanto sconosciuta attività, stavano modificando per sempre i connotati del nostro territorio.

Iniziavano a stagliarsi sui crinali dei nostri meravigliosi monti, disseminati di faggeti e querceti, di sorgenti di acque cristalline oltre che di una fauna di assoluto pregio che comprende lupi, cinghiali ed una sterminata varietà di volatili, alcuni invadenti giganti senz’anima, collocati senza alcuna logica ed armonia visiva, che spezzavano irrimediabilmente e per sempre la quiete incontaminata di quei luoghi e che creavano un impatto ambientale talmente devastante da non poter essere accettato per nessuna ragione.

I parchi eolici sono stati localizzati in luoghi che rientrano o che sono limitrofi a zone boschive di primaria importanza, a zone catalogate come SIC e PUTT, a zone che sono state incluse nell’area del Parco dei Monti Dauni Meridionali senza trascurare il fatto che il 90% del nostro territorio è sottoposto ai vincoli dell’Autorità di Bacino della Puglia e di quella del Liri – Garigliano.

L’Amministrazione locale dal 2000 sino ad oggi non ha mai indetto un’assemblea popolare, così come previsto dallo Statuto comunale ex artt. 32 e 36-37, per spiegare alla gente, siamo un paese di appena 800 abitanti, il perché di tale decisione e, soprattutto, i benefici, in primis economici e lavorativi, derivanti da essa e per decidere democraticamente con la popolazione se procedere o meno a tale scelta.

Fatto sta che attualmente ci ritroviamo ad avere sul nostro territorio ben 42 pale eoliche installate senza neanche tenere nel dovuto conto le disposizioni contenute nelle Linee Guida emanate dalla Regione Puglia nel Gennaio 2004 per ciò che concerne, ad esempio, le distanze ed il rispetto dell’avifauna e dell’ecosistema in genere.

A maggior riprova di quanto sino ad ora esposto vi è il fatto che l’Amministrazione locale, in modo recidivo, ha deciso di installare altre 35 pale eoliche in una zona altrettanto importante a livello naturalistico e paesaggistico senza comunicare nulla alla popolazione. Con una freddezza burocratica tipica degli stati totalitari essa ha commissionato un progetto, uno screening per l’assoggettabilità alla Valutazione di Impatto Ambientale ed uno studio di incidenza ambientale dopodiché ha stipulato una convenzione con la Società che si occuperà della costruzione nonché della gestione del parco eolico. Vigono il silenzio e l’insabbiamento più assoluti.

A questo ulteriore parco eolico l’Amministrazione locale vuole aggiungerne altri due i cui progetti, però, sono in fase di stesura. Essi prevedono l’installazione di altre 50 pale eoliche. Ci troveremo, quindi, in un territorio di 24, 12 kmq ad avere ben 120 pale eoliche con una densità di 0,23 pale eoliche per kmq!

Uno scempio in piena regola perpetrato senza la benché minima possibilità di partecipazione popolare, un disastro ambientale per il nostro paese che possiede una forte vocazione turistica, con centinaia di presenze nella stagione estiva ed invernale, e che potrebbe vedere irrimediabilmente compromesse le potenzialità ancora inespresse.

Il Comitato contro l’eolico selvaggio LIBERIAMO IL VENTO, che abbiamo da poco costituito e che già conta oltre cento iscritti, nasce proprio da questo moto di ribellione e ad impulso di alcuni componenti della minoranza che siede in Consiglio Comunale che sono parte imprescindibile di tale Comitato e che ci informano su tutto quello che accade e che il Sindaco ci vuole abilmente nascondere.

L’Amministrazione locale ha detto, in qualche Consiglio comunale degli anni scorsi, che la scelta dell’eolico era dettata da motivi di risanamento del bilancio comunale. Ebbene, neanche dal punto di vista economico il nostro Paese ha, sinora, tratto rilevanti vantaggi.

L’entrata che il nostro Comune ottiene attualmente per le 42 pale eoliche già installate si aggira sui 150.000 euro annuali e ciò significa che per ogni aerogeneratore noi percepiamo annualmente la sbalorditiva cifra di 3.500 euro circa! Con le altre 35 pale che hanno deciso di installare percepiremmo un canone di 270.000 euro l’anno che corrisponderebbe a 7.700 euro circa l’anno per aerogeneratore.

Una cifra che noi riteniamo assolutamente inadeguata a risollevare le sorti del tanto vituperato bilancio comunale, che viene sempre utilizzato come alibi per giustificare questo tipo di scelte, anche perché questi soldi non vengono neanche utilizzati per attività socialmente rilevanti o per ridurre la pressione fiscale.

Il Comune di Faeto, in sostanza, percepisce, da un calcolo effettuato, sulla produzione di energia elettrica ottenuta dalle pale eoliche attualmente in funzione un misero 1,1% che è una cifra vergognosa se rapportata ai milioni di euro di guadagni ottenuti dalle società dell’eolico presenti in zona.

Noi dobbiamo, dunque, sopportare un costo elevatissimo in termini ambientali ed ottenere un ricavo miserrimo in termini economici.

Noi vogliamo che l’eolico debba rappresentare almeno un buon introito per il nostro Comune.

L’Amministrazione locale ha detto, in qualche Consiglio comunale, che la scelta dell’eolico avrebbe creato posti di lavoro di cui sarebbe stata beneficiaria la manodopera locale.

Ebbene, neanche qui abbiamo conferme. Se passiamo, infatti, a considerare l’aspetto occupazionale i dati sono ancora più sconfortanti. Il settore eolico a Faeto ha prodotto un incremento occupazionale pari ad un paio di posti di lavoro a tempo indeterminato tra i giovani locali con prospettive future veramente allarmanti.

Noi vogliamo che l’eolico debba rappresentare almeno motivo di incremento di posti di lavoro per i giovani del nostro Comune.

Da tutto ciò discende che il Nostro Paese sta subendo questa invasione, questo deturpamento territoriale senza trarne alcun beneficio. Noi, attualmente, il nostro contributo ai dettami previsti dal Protocollo di Kyoto, che riteniamo non sia neanche conosciuto dagli amministratori locali, ed all’incremento nell’utilizzo delle fonti di energia rinnovabili, tematica mai affrontata dai frettolosi amministratori locali, siamo certi di averlo dato. Attualmente produciamo oltre 30 MW di energia, che riteniamo essere un contributo più che sufficiente, e se dovessero essere realizzate le altre 35 pale eoliche di cui abbiamo detto sopra arriveremmo ad una produzione di oltre 100 MW che rappresenterebbe una cifra spropositata ed un prezzo troppo alto da pagare per un Comune di così piccole dimensioni.

Li invitiamo a tener conto di questa situazione incresciosa e in qualche modo a risollevare le sorti di una popolazione a cui si sta imponendo l’eolico selvaggio senza possibilità alcuna di scelta. Vorremmo che Loro fosse al nostro fianco in questa battaglia. Riteniamo che sia assolutamente necessario fondere le forze attive disponibili al fine di lottare per la salvaguardia del nostro territorio. E’ quanto mai opportuno agire e quindi non restare vittime silenziose di uno scempio inspiegabile. Non vogliamo essere vittime silenziose ma attori protagonisti di un cambiamento possibile ma soprattutto sostenibile.

Ciò che è stato fatto finora non è più sostenibile o forse non lo è mai stato. Non lasciamo che logiche economiche e for profit attecchiscano indisturbate e per questo coscientemente e onestamente diciamo “no all’eolico selvaggio, stop allo scempio del territorio”.

Una testimonianza dei disastri provocati non dalle energie alternative (per le quali la ricerca, la sperimentazione e l’applicazione vanno perseguite con ogni impegno) ma dal fatto che esse vengono applicate senza governo pubblico né della convenienza rispetto ad altre fonti energetiche, né delle tecnologie e degli strumenti impiegati, né delle localizzazioni: scelte delicatissime lasciate alle mere convenienze del percato, egemonizzato dalla produzione industriale.

In allegato il testo integrale della lettera e ampi stralci della relazione di incidenza ambientale.

Titolo originale: Urban Environmental Accords - Green Cities Declaration; Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

RICONOSCENDO che per la prima volta nella storia, la maggioranza della popolazione mondiale vive nelle città, e che la continua urbanizzazione fa migrare verso le città un milione di persone la settimana, creando così una nuova serie di sfide e possibilità ambientali;

RITENENDO che in quanto sindaci delle città di tutto il pianeta, abbiamo la possibilità unica di offrire la guida per sviluppare centri urbani realmente sostenibili in base ad azioni locali adeguate, culturalmente ed economicamente;

RICORDANDO che nel 1945 i leaders di 50 nazioni si riunirono a San Francisco per stendere e sottoscrivere la Carta delle Nazioni Unite;

SOTTOSCRIVENDO l’importanza dell’impegno e spirito della Conferenza di Stoccolma del 1972 sull’Ambiente Umano, dello Earth Summit (UNCED) di Rio del 1992, della Conferenza di Istambul sugli Insediamenti Umani del 1996, i Millennium Development Goals del 2000, e il Summit Mondiale di Johannesburg del 2002 sullo Sviluppo Sostenibile, vediamo gli Accordi Ambientali Urbani descritti di seguito come estensione e sinergia degli sforzi per il progresso verso la sostenibilità, la promozione di economie vivaci, dell’equità sociale, la protezione dei sistemi naturali del pianeta.

DI CONSEGUENZA, DECIDIAMO, oggi nella Giornata Mondiale dell’Ambiente qui a San Francisco, noi Sindaci firmatari ci siamo riuniti per scrivere unnuovo capitolo nella storia della cooperazione globale. Noi ci impegnamo a promuovere questa piattaforma collaborativa, e a costruire un futuro ecologicamente sostenibile, economicamente dinamico, socialmente equo per gli abitanti delle noste città;

DECIDIAMO INOLTRE di chiamare all’azione i nostri colleghi Sindaci di tutto il mondo, perché firmino gli Accordi Ambientali Mondiali e collaborino con noi a metterli in pratica;

DECIDIAMO INOLTRE che sottoscrivendo questi Accordi Ambientali Urbani, ci impegnamo a portare le questioni vitali della sostenibilità in cima alle agende legislative. Attuando gli Accordi Ambientali Urbani, miriamo a realizzare il diritto ad un ambiente sano, pulito e sicuro per tutti i membri della nostra società.

Le Questioni:

Energia – Energie Rinnovabili| Efficienza Energetica| Mutamento Climatico

Riduzione dei Rifiuti – Zero Rifiuti| Responsabilità della Produzione| Responsabilità del Consumatore

Progettazione Urbana – Edifici Verdi| Pianificazione Urbanistica| Quartieri Degradati

La Natura in Città - Parchi| Ripristino dell’Habitat | Flora e Fauna Selvatiche

Trasporti – Trasporti Pubblici| Veicoli Ecologici| Ridurre la Congestione

Salute Ambientale – Riduzione delle Sostanze Velenose| Sistemi Alimentari Sani| Aria Pulita

Acqua – Accesso all’Acqua ed Efficienza| Conservazione delle Fonti Idriche| Riduzione degli Sprechi d’Acqua

Energia

Azione 1 – Adottare e attuare politiche tese all’incremento nell’uso di energie rinnovabili, per rispondere al 10% del massimo bisogno energetico urbano entro sette anni.

Azione 2 - Adottare e attuare politiche per ridurre il massimo bisogno energetico urbano del 10% entro sette anni, governando i momenti di massima domanda, e attraverso misure di contenimento.

Azione 3 – Adottare un piano urbano di riduzione dei gas serra che riduca le emissioni entro la circoscrizione amministrativa del 25% entro il 2030, e che comprenda un metodo di calcolo e verifica delle emissioni.

Riduzione dei Rifiuti

Azione 4 – Mettere in atto politiche per ridurre a zero lo smaltimento in discarica e inceneritore entro il 2040.

Azione 5 – Adottare una norma cittadina che riduca l’uso di categorie di prodotti di categorie eliminabili velenosi o non rinnovabili di almeno il 50% entro sette anni.

Azione 6 – Attuare un riciclaggio “ user-friendly” e programmi di compostaggio, con l’obiettivo di ridurre del 20% pro capite i rifiuti solidi smaltiti in discarica e inceneritore entro sette anni.

Progettazione Urbana

Azione 7 – Adottare politiche per un sistema edilizio verde applicato a tutti gli edifici municipali.

Azione 8 – Adottare principi e pratiche di pianificazione urbanistica che favoriscano densità maggiori, funzioni miste, quartieri accessibili a piedi, in bicicletta, ai disabili, con un coordinamento fra usi dello spazio e sistemi di trasporto, con sistemi di spazi aperti per il tempo libero e le attività nell’ambiente.

Azione 9 – Adottare politiche o attuare programmi che creino posti di lavoro ambientalmente orientati nei quartieri degradati o in quelli a basso reddito.

La Natura in Città

Azione 10 – Fare in modo che esista un parco pubblico o altro tipo di spazio aperto ricreativo ad una distanza di mezzo chilometro da qualunque abitante della città entro il 2015.

Azione 11 – Costruire un censimento della copertura arborea sulla città; successivamente, dopo aver fissato un obiettivo in base a considerazioni ecologiche e sociali, piantumare e mantenere un sistema di copertura che comprenda non meno del cinquanta per cento degli spazi disponibili sui marciapiedi.

Azione 12 – Approvare norme che tutelino i corridoi ecologici e altri habitat (p. es. corpi d’acqua, piante di cui gli animali si cibano, rifugi per la fauna, uso delle specie indigene ecc.) da tipi di insediamento non sostenibili.

Trasporti

Azione 13 – Definire e attuare politiche che estendano i trasporti pubblici a prezzi accessibili a disposizione entro mezzo chilometro a tutti i residenti della città, entro dieci anni.

Azione 14 – Approvare norme o attuare programmi tali da eliminare il piombo dalle benzine (dove ancora usato); abbassare gradualmente i livelli di zolfo nei carburanti diesel e benzina, e insieme utilizzare sistemi avanzati di controllo delle emissioni su tutti gli autobus, taxi, parchi di veicoli pubblici, in particolare per ridurre i particolati e le emissioni che creano smog da questi gruppi, almeno del 50% in sette anni.

Azione 15 – Attuare politiche per ridurre la percentuale di spostamenti pendolari su auto con un solo occupante del 10% in sette anni.

Salute Ambientale

Azione 16 – Ogni anno, individuare un prodotto, chimico o meno, utilizzato nella città e che rappresenta un grosso rischio per la salute umana, e adottare norme e incentivi per ridurne o eliminarne l’uso da parte dell’amministrazione municipale.

Azione 17 – Promuovere salute pubblica e miglioramenti ambientali attraverso il sostegno a cibi biologici prodotti localmente. Fare in modo che il 20% di tutte le strutture della città (come le scuole) servano cibi biologici e prodotti localmente entro sette anni.

Azione 18 – Fissare un Indice di Qualità dell’Aria ( Air Quality Index / AQI) per misurare il livello di inquinamento atmosferico e fissare l’obiettivo di riduzione del 10% in sette anni dei giorni classificati dallo AQI come “dannosi” o “rischiosi”.

Acqua

Azione 19 – Sviluppare politiche tese ad aumentare un adeguato accesso ad acqua potabile sicura, mirando ad un accessibilità generalizzata entro il 2015. per le città con consumi di acqua potabile superiori a 100 litri a testa al giorno, adottare e attuare politiche di riduzione dei consumi del 10% entro il 2015.

Azione 20 – Proteggere l’integrità ecologica delle principali fonti di acqua potabile urbane (falde, fiumi, laghi, zone umide, ed ecosistemi connessi).

Azione 21 – Adottare linee guida municipali per la gestione delle acque di deflusso e ridurre i volumi di quelle non depurate del 10% in sette anni, tramite l’uso estensivo delle acque riciclate e l’attuazione di un piano di bacino idrico che comprenda la partecipazione di tutte le comunità interessate e sia basato su saldi principi economici, sociali e ambientali.

Visione e Attuazione

Le 21 AZIONI che compongono gli Accordi Ambientali Urbani sono organizzate secondo tematiche omogenee. Sono dimostrabili primi passi verso la sostenibilità ambientale. Ma per raggiungere una sostenibilità di lungo termine le città dovranno progressivamente migliorare la propria efficienza entro tutte le aree tematiche.

L’attuazione degli Accordi richiederà un dialogo aperto, trasparente, partecipato fra governi, gruppi comunitari, gruppi economici, istituzioni accademiche, e altri soggetti importanti. La messa in pratica degli Accordi sarà di beneficio quando le decisioni saranno prese sulla base di un’attenta valutazione delle alternative disponibili, utilizzando i migliori strumenti scientifici a disposizione.

L’invito all’azione contenuto negli Accordi si tradurrà nella maggior parte dei casi in risparmi, a causa del minore consumo di risorse e miglioramento nella salute e benessere generale dei cittadini.

L’attuazione degli Accordi può aumentare il potere d’acquisto di una città nel promuovere o anche pretendere da parte dei venditori pratiche responsabili rispetto all’ambiente, al lavoro, ai diritti umani.

A partire da ora, sino alla Giornata Mondiale dell’Ambiente 2012, le città opereranno per mettere in pratica la maggior quantità possibile delle 21 Azioni. La capacità delle amministrazioni di approvare norme ambientali locali e attuare politiche varia notevolmente. Ma il successo degli Accordi verrà valutato sulla base delle azioni intraprese. Dunque, gli Accordi possono essere attuati attraverso programmi e attività, anche quando alle città mancano i poteri decisionali necessari per adottare alcune norme.

L’obiettivo è che le città decidano di intraprendere tre azioni ogni anno. Per valutare i progressi delle amministrazioni nell’attuazione degli Accordi, sarà attivato un Programma di Stelle Verdi per le Città. Alla fine dei sette anni una Città che ha attuato:

Da 19 a 21 Azioni sarà riconosciuta come Città ☻ ☻ ☻ ☻

Da 15 a 18 Azioni sarà riconosciuta come Città ☻ ☻ ☻

Da 12 a 17 Azioni sarà riconosciuta come Città ☻ ☻

Da 8 a 11 Azioni sarà riconosciuta come Città

Nota: il documento originale UNEP è scaricabile anche (insieme ad altri testi connessi) dal sito Euractiv ; su Eddyburg una cronaca giornalistica delle giornate dei sindaci a San Francisco (f.b.)

Sono pagati (poco) per il fondamentale compito di nutrire un'umanità sempre più numerosa. Ma agricoltrici e agricoltori - la classe di lavoratori più numerosa sul pianeta - dovrebbero essere remunerati anche per i servizi reali di protezione dell'ambiente contro il caos climatico, la perdita di biodiversità e la limitatezza delle risorse idriche; tanto più negli ecosistemi fragili in cui vivono un miliardo di persone povere nei paesi «in via di sviluppo». Paying farmers for environmental services (Pagare gli agricoltori per i loro servizi ambientali) è il focus del rapporto 2007 The State of Food and Agriculture-Sofa (Lo stato dall'agricoltura e dell'alimentazione) presentato ieri a Roma dalla Fao.

Non che il ruolo ecologicamente benefico dell'agricoltura sia scontato. Anzi, come ha detto Jacques Diouf, direttore dell'agenzia Onu, quest'attività «potenzialmente può degradare le risorse naturali del pianeta - suolo, acqua, atmosfera - o valorizzarle, a seconda delle decisioni prese da oltre due miliardi di persone» le quali ne ricavano le fonti di sussistenza e alle quali vanno offerti incentivi adeguati perché si sentano invogliati a offrire servizi ecologici adottando migliori pratiche agricole. Va detto che attualmente sono all'opera piuttosto una quantità di sussidi perversi, ad attività agroalimentari nocive per l'ambiente, energivore e idrovore; sussidi poco vantaggiosi per i piccoli contadini e profittevoli per l'agrobusiness. Alcuni esempi sono: le sovvenzioni alle esportazioni alimentari da parte di Ue e Usa; i sussidi agli allevamenti anche intensivi e alle colture mangimistiche; gli incentivi agli agrocarburanti; quelli ai costi energetici dell'irrigazione, come all'uso di fertilizzanti e pesticidi di sintesi. Rimuovere o ridurre tali elargizioni aiuterebbe assai a riorientare i modelli produttivi. Il resto lo farebbe appunto l'attribuzione di un valore economico-monetario ai servizi invece utili: l'immagazzinamento di carbonio (mentre attualmente l'agricoltura è responsabile del 30 per cento di tutte le emissioni di gas serra), il controllo delle inondazioni, la fornitura di acqua pulita, la conservazione della biodiversità. La sinergia di fattori quali minore deforestazione, rimboschimento, riduzione di una eccessiva lavorazione del terreno, incremento della copertura del suolo, una migliore gestione dei pascoli, e perché no la produzione di energia solare, eolica e da scarti (ben più problematici gli agrocarburanti) potrebbero portare all'immagazzinamento di oltre due miliardi di tonnellate di carbonio tra il 2003 e il 2012, secondo i calcoli della Fao.

Il meccanismo di mercato degli incentivi pubblici (o privati, le modalità possibili sono varie) necessita di una definizione dei soggetti aventi diritto, il che a sua volta rimanda all'annosa questione della sovranità e dei diritti di proprietà. E non è privo di rischi (fra cui il notorio effetto scaricabarile, se settori responsabili di ingenti emissioni climalteranti potranno liberarsi di ogni responsabilità passando un obolo a contadini rispettosi del clima...) ma può funzionare se abbinato ad altri interventi come l'informazione, il trasferimento di tecnologie e perché no i divieti di pratiche desuete e dannose. Uno degli esempi più precoci in un paese del Sud del mondo è il Programma di pagamento nazionale dei servizi ambientali del Costarica, destinato a chi manteneva in piedi superfici forestali; è stato la carota che ha accompagnato proficuamente il bastone delle restrizioni legali ai tagli. Un altro esempio riguarda la Cina: che nel 1999, dopo una serie di inondazioni devastanti, lanciò il programma Grain for Green per accrescere la copertura forestale intorno ai bacini dello Yagntze e del Fiume Giallo, per bloccare l'erosione: i contadini si impegnavano a destinare a bosco una parte dei terreni e in cambio ricevevano cereali, denaro e piantine.

Ma sono tuttora relativamente pochi i programmi per i servizi ambientali che mirano agli agricoltori e ai terreni agricoli dei paesi in via di sviluppo.

Titolo originale: Hurricane center chief issues final warning – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

MIAMI — Frustrato dal fatto che né i politici né la gente sembrano dargli ascolto, il direttore del National Hurricane Center, Max Mayfield, mette fine alla sua carriera di 34 anni nell’amministrazione federale, alla ricerca di un nuovo pulpito da cui lanciare il proprio sgradevole messaggio: l’uragano Katrina non è stato niente, in confronto a quello grosso che deve ancora arrivare.

Mayfield, 58 anni, abbandona il suo ruolo di alto profilo al National Weather Service più convinto che mai che gli abitanti del sud-est degli Stati Uniti stiano rischiando una tragedia senza precedenti continuando a costruire abitazioni vulnerabili nella zona delle tempeste tropicali, e non pianificando percorsi di evacuazione rapida.

Indica i sette milioni di abitanti sulla costa della Florida meridionale.

“Andremo a finire con una tempesta sufficientemente forte, in un’area densamente popolata, tale da provocare un enorme disastro” spiega. “Conosco persone che non ne vogliono sentir parlare, e in genere anch’io sono molto positivo, ma davvero ci stiamo preparando a un grosso disastro”.

Sono oltre 1.300 le morti attribuite in tutta la Costa del Golfo all’uragano Katrina, il più alto costo umano da un evento atmosferico negli USA da gli anni ‘20.

Ma Mayfield avverte che si potrebbero avere dieci volte tante vittime per quello che vede come l’inevitabile abbattersi di una enorme tempesta, nell’arco dell’attuale fase a elevata attività di uragani, che si prevede durerà altri 10-20 anni.

La sua previsione apocalittica di migliaia di morti e milioni di senzatetto propone un lato opposto della personalità che si era imposta alla guida del centro uragani.

Mayfield è diventato una celebrità nazionale durante le tempestose stagioni del 2004 e 2005, comparendo sulle reti televisive con aggiornamenti orari degli uragani Charley, Ivan, Frances e Wilma mentre questi colpivano i Carabi e il Sud-Est. Il suo atteggiamento calmo e la paterna sincerità, gli hanno guadagnato la fiducia di milioni di spettatori in cerca di indispensabile orientamento per la sopravvivenza.

E sostiene che le sue fosche previsioni non devono per forza avverarsi.

Esistono le tecnologie per realizzare edifici sviluppati in altezza in grado di sostenere il vento degli uragani, e tempeste tropicali più potenti di quelle sperimentate negli ultimi anni. Gran parte delle architetture di Hong Kong sono state pensate per sopportare i tifoni, e gli alberghi e appartamenti di Kobe, Giappone, dopo che un terremoto nel 1995 ha devastatola città, sono vantati come indistruttibili, spiega.

Quello che manca negli Stati Uniti è la volontà politica di prendere e attuare decisioni difficili sui regolamenti edilizi e urbanistici, superando le resistenze dell’influente mondo delle costruzioni e di una pubblica amministrazione che vuole ancora scommettere sul fatto che la tempesta grossa non colpirà mai, dice.

“Fa bene al fisco” consentire che si costruiscano edifici sulla linea di costa, spiega Mayfield a proposito della riluttanza dei politici a scoraggiare i progetti insediativi che espongono gli abitanti ai rischi delle tempeste.

“Non vorrei che i costruttori se la prendessero con me, ma è il loro settore che si oppone in modo più deciso a migliorare le regole edilizie”.

Anche i consumatori devono chiedere costruzioni più solide, aggiunge Mayfield. Le imprese guadagnano di più rispetto ai propri investimenti migliorando tappezzerie e finiture che con la sicurezza al di sopra dei criteri minimi fissati dagli stati, spiega.

In quanto alto dirigente pubblico, a Mayfield è stato proibito di cercare un lavoro nel settore private mentre era ancora alle dipendenze del governo. Ma martedì, suo ultimo giorno in carica, ha spiegato che spera di iniziare una seconda carriera come consulente nella pianificazione dell’emergenza e nell’intervento per le calamità naturali. É particolarmente interessato alle potenzialità di iniziative pubblico-private di studio dei casi di disastri naturali a scopo informativo.

Immagina un servizio di valutazione delle calamità naturali simile a quello del National Transportation Safety Board, che esamina cause e conseguenze degli incidenti aerei e negli altri settori dei trasporti.

“Quando il NTSB verifica problemi strutturali come causa di un incidente aereo, non capita che quel modello continui ad essere prodotto con le medesime caratteristiche e problemi” spiega.

Invece con le calamità naturali gli stessi errori che mettono a rischio le vite umane vengono replicati anno dopo anno, in costruzioni non sicure e pianificazione urbanistica inadeguata, dice.

Mayfield racconta anche di star meditando una collaborazione con chi sostiene la necessità di regole urbanistiche e edilizie più severe.

“Non è solo un problema di previsioni. Qualunque cosa faccia, voglio che contribuisca a cambiare i risultati” dice, ammettendo frustrazione rispetto alla persistente disattenzione pubblica per le campagne federali e locali per stimolare consapevolezza e preparazione agli uragani.

Anche dopo la devastante stagione del 2004 e del 2005, dice, meno del 50% delle aree a rischio si sono dotate di piani di evacuazione.

Pur critico rispetto alla risposta della Federal Emergency Management Agency alle devastazioni di Katrina a New Orleans, avverte a proposito di un eccesso di dipendenza dal governo federale nelle emergenze. É rimasto sconcertato vedendo le agenzie federali che distribuivano acqua e ghiaccio in Florida meridionale dopo l’uragano Wilma dell’ottobre 2005, quando c’erano i negozi aperti ed era potabile l’acqua del rubinetto.

“Non si deve aspettare la prima risposta dal governo federale. Il governo non può e non deve fare tutto, altrimenti si crea una cultura della dipendenza”.

Mayfield loda l’amministrazione statale della Florida per il ben organizzato programma di risposta alle calamità naturali, e per le azioni verso una migliore sicurezza edilizia, che contrastano con quelle di altri stati del Golfo del Messico i quali, afferma, ancora non hanno le stesse regole per le costruzioni estese a tutto il territorio.

Anche se nome e viso di Mayfield sono abbastanza noti da farne oggetto di attenzione per qualche speranza presidenziale, ride all’idea di presentarsi candidato.

“Oh, buon dio, no! Non è proprio il mio genere”, risponde.

Al centro uragani del campus alla Florida International University, il successore di Mayfield sarà Bill Proenza, direttore del National Weather Service pe la regione del Sud. Abitata da 77 milioni di persone, l’area ha “il sistema atmosferico più attivo e potenzialmente pericoloso del mondo” secondo l’agenzia cugina, la National Oceanic and Atmospheric Administration.

Proenza, 62 anni, ha cominciato la sua carriera meteorologica come dipendente dell’ufficio di Miami nel 1963. Da direttore di 50 uffici regionali con 1.000 dipendenti in tutta l’area meridionale negli ultimi otto anni, ha una lunga esperienza di collaborazione con il personale del centro uragani per quanto riguarda previsioni e monitoraggio.

“É uno dei motivi per cui non ho alcun problema a lasciare l’incarico” spiega Mayfield, dichiarando il proprio timore che la stagione abbastanza tranquilla degli uragani nel 2006 abbia lasciato i responsabili delle aree a rischio ancora più passivi.

Nota: sul "caso" dell'uragano Katrina, degli interventi per la ricostruzione ecc., gli articoli proposti nelle varie sezioni da Eddyburg e eddyburg_Mall sono raccolti anche in una Visita Guidata (f.b.)

here English version

Titolo originale: Gov. Vows Attack on Global Warming – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

SAN FRANCISCO – Impegnandosi a guidare la risposta mondiale al riscaldamento del pianeta, il Governatore Arnold Schwarzenegger mercoledì ha annunciato una serie di ambiziosi traguardi per tagliare le emissioni di gas serra della California di più dell’80% nel prossimo mezzo secolo, ma ha fornito pochi particolari su come lo stato riuscirà ad ottenere riduzioni tanto drastiche.

Dopo un discorso davanti a centinaia di rappresentati di imprese a associazioni ambientaliste nella Conferenza della Giornata Mondiale per l’Ambiente a San Francisco, Schwarzenegger ha firmato un ordine esecutivo che delinea obiettivi audaci di taglio delle emissioni industriali di anidride carbonica e altri gas che intrappolano il calore, e che gli scienziati collegano all’aumento delle temperature e al livello dei mari.

“A partire da oggi, la California sarà all’avanguardia nella lotta contro il riscaldamento globale” ha detto Schwarzenegger, aggiungendo, “Il dibattito è finito. Abbiamo le conoscenze scientifiche, vediamo la minaccia, il momento per l’azione è adesso”.

Con l’ordinanze esecutiva, entro il 2010 la California ridurrà i suoi gas serra ai livelli del 2000, o circa dell’11% meno di quanti se ne produrrebbero senza intraprendere alcuna azione. Entro il 2020, le emissioni saranno ridotte ai livelli del 1990, o circa del 25%. Entro il 2050, lo stato avrà ridotto le emissioni dell’80% al di sotto di quelle del 1990.

Il livello 1990 è il riferimento chiave per il crescente sforzo internazionale per combattere il riscaldamento globale, perché è quello a cui le nazioni si sono impegnate a collocarsi sotto come parte del Protocollo di Kyoto, un accordo firmato da tutti i paesi sviluppati eccetto Australia, Monaco e gli Stati Uniti, il principale produttore del mondo di gas serra.

La proposta di Schwarzenegger, che segue altri impegni simili in altri stati del paese, è aggressiva solo la metà degli obiettivi di Kyoto nel breve termine. Ma i livelli del lungo periodo sono molto più ambizioni di qualunque altra proposta negli Stati Uniti. E alcuni esperti sostengono che, se la California ridurrà le emissioni secondo gli obiettivi annunciati da Schwarzenegger, taglierà più gas serra del Giappone, della Francia o del Regno Unito.

Schwarzenegger non ha mai menzionato il presidente Bush nel suo discorso, ma parlare di azione aggressiva significa ripudiare la posizione dell’amministrazione Bush sul mutamento climatico. Bush ha rinnegato una promessa della prima campagna elettorale di tagliare le emissioni di CO2, e ha formalmente rinunciato al patto di Kyoto. L’amministazione da allora ha sostenuto solo passi volontari per ridurre i gas, sostenendo che misure più drastiche avrebbero danneggiato l’economia americana.

Per contro, Schwarzenegger ha dichiarato mercoledì di ritenere che la riduzione dei gas serra potrà essere un’occasione economica per le attività della Silicon Valley e di altri contesti, per sviluppare tecnologie di controllo dell’inquinamento.

Rimangono comunque poco chiare le proposte di Schwarzenegger per realizzarle, queste drastiche riduzioni. Nel suo discorso, il governatore si è impegnato ad accelerare l’attuazione di una norma già esistente, secondo cui le strutture private devono ricavare il 20% dell’energia da finti rinnovabili, spostando la scadenza dal 2017 al 2010. Ha anche promesso di fare del suo meglio per l’obiettivo di aumentare drasticamente il numero di abitazioni dello stato dotate di pannelli solari. E di far pressioni sulle imprese di tutto lo stato perché riducano volontariamente le emissioni.

Ma anche prima che Schwarzenegger avesse enunciato i suoi obiettivi, gli oppositori politici definivano le proposte poco chiare in sostanza, ed era evidente che sarebbero state oggetto di animato dibattito a Sacramento.

I Democratici hanno sostenuto una proposta alternativa, che fissa obiettivi più rigidi e in tempi più brevi, all’assemlea del proprio comitato politico martedì, e la signora Fran Pavley (D-Agoura Hills), autrice di una fondamentale legge dello stato per ridurre i gas serra di auto e autocarri, ha annunciato un altro progetto di legge per ridurre le emissioni dalle fabbriche, centrali energetiche e altre fonti fisse.

”Spero che il Global Action Plan sul riscaldamento mondiale del governatore Arnold Schwarzenegger non si riveli un’altra promessa cinica come l’impegno del governatore a convertire uno dei suoi parecchi fuoristrada Hummer all’idorgeno”, ha dichiarato il tesoriere della California Phil Angelides, uno dei principali candidati democratici nelle elezioni a governatore dell’anno prossimo.

Alcuni esperti di clima hanno detto mercoledì che il metodo più realistico perché la California riduca nettamente i gas serra sarebbe quello di fissare un tetto drastico alle emissioni, e consentire alle imprese che tagliano di più di ricevere crediti, vendibili ad altri che invece lo superano.

Questi sistemi “taglia e vendi” si sono dimostrati validi nella riduzione del biossido di zolfo che causa le piogge acide negli USA, e ora sono utilizzati in Europa per i gas serra. Nel nord-est, una coalizione di stati sta per formulare un piano per un tetto regionale e un sistema di scambi di questo tipo, per ridurre le emissioni di gas serra, sostenendo che non si può più aspettare l’azione del governo federale.

”Questo approccio del Cap & Trade è solo una parte del problema, ma si tratta di un parte essenziale” dice Michael Hanemann, direttore del California Climate Change Center all’Università di Berkeley. Il centro ha studiato come il riscaldamento globale potrebbe influenzare la disponibilità di acqua in California, che dipende in gran parte dagli strati nevosi delle montagne.

Terry Tamminen, segretario di gabinetto di Schwarzenegger e prncipale consigliere in materia ambientale, dopo il discorso ha dichiarato che gli obiettivi di prima istanza del governatore si potrebbero realizzare semplicemente accelerando i programmi esistenti e adottando proposte già fatte dal governatore. Ma ha lasciato aperta la possibilità di norme “taglia e vendi” per la California.

”C’è senz’altro un potenziale negli approcci basati sul mercato” ha detto Tamminen.

Alcuni rappresentanti delle imprese hanno affermato di voler aspettare a vedere qualcosa di più specifico prima di decidere la propria posizione sul tema, ma hanno espresso il timore che negli Stati Uniti si adotti un sistema a macchie di leopardo di varie norme statali rispetto al mutamento climatico.

”Vogliamo vedere cosa pensano di fare a livello statale per applicare queste riduzioni drastiche: l’80% è un obiettivo enorme” ha detto il portavoce della General Motors Dave Barthmuss.

”C’è già una norma californiana che non ci piace” ha aggiunto, riferendosi a quella sugli scarichi delle auto, per cui i fabbricanti hanno fatto ricorso in tribunale. “Speriamo che cerchino una collaborazione con le imprese nella definizione del piano. Crediamo che sia importante affrontare la questione a livello nazionale, anche se capiamo la posizione della California sul fatto che il governo federale non stia facendo abbastanza”.

Nota: il testo originale al sito del Los Angeles Times (f.b.)

Titolo originale: Will China pose a threat to world energy security? – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Il problema energetico della Cina nel periodo recente è sotto i riflettori dell’attenzione mondiale. Alcuni mezzi di comunicazione stranieri hanno addirittura prospettato che “la domanda energetica cinese sia una minaccia per il mondo” Si tratta di un ragionamento con qualche fondamento?

Una soluzione basata sull’autosufficienza

Come ha dichiarato presidente del comitato centrale PCC Jia Qinglin, al vertice di Boao lo scorso aprile, la Cina non è solo un grande consumatore di energia, ma anche un grande produttore. Le importazioni, ha affermato, costituiscono solo una piccola parte dell’insieme, che si poggia principalmente su risorse interne.

Il Ministro per lo Sviluppo Nazionale e le Riforme, Ma Kai, ha confermato che la produzione interna del paese ha soddisfatto il 94% della domanda nel 2004.

La struttura produttiva energetica della Cina vede la predominanza del carbone, che conta per il 76% del totale nazionale prodotto, e per il 68% del consumo.

Gli altri dati sottolineati da Ma riguardo alle fonti energetiche della Cina incoraggiano all’ottimismo riguardo al futuro. Ha insistito sul fatto che le riserve accertate di carbone sono molto inferiori a quelle stimate esistenti, che rimangono da sfruttare ancora due terzi delle risorse idroelettriche, e che c’è ancora molto spazio per lo sviluppo di vari nuovi tipi di energia.

La Cina è ingiustamente incolpata per l’aumento dei prezzi petroliferi mondiali

Alcuni opinionisti mondiali attribuiscono l’aumento dei prezzi petroliferi al crescente appetito cinese per il petrolio. Xu Dingming, Direttore della Divisione Energia della Commissione per lo Sviluppo Nazionale e le Riforme respinge questo punto di vista citando alcune statistiche sull’energia a livello mondiale della BP, che rivelano come la Cina abbia importato nel 2004 120 milioni di tonnellate di petrolio, pari a solo il 6,6% mondiale, contro i 500 milioni di tonnellate degli USA e i 200 del Giappone. Dunque, conclude Xu, è ingiusto affermare che sia il notevole aumento della domanda cinese la causa della salita dei prezzi.

Quattro rimedi per le carenze energetiche

È innegabile che la rapida crescita economica ha posto sotto pressione la disponibilità energetica cinese. La sete crescente di energia della Cina ha portato ad assottigliare alcuni tipi di fonti. Il governo, con la collaborazione di esperti, conta su quattro “ricette” predisposte per facilitare la soluzione del problema energetico.

Primo, occorre appoggiarsi al principio di autosufficienza energetica. Devono essere fatti sforzi aggressivi per sfruttare tutte le varie fonti nel quadro di una strategia di mix energetico diversificato.

Verrà effettuata una pianificazione generale che equilibri sviluppo di nuove risorse e risparmio energetico. Lo scorso anno si sono risparmiate 700 milioni di tonnellate equivalenti di carbone e si è consumato il 45% in meno per produrre ogni 10.000 yuan di prodotto nazionale lordo che nel 1990. La Cina prevede di assottigliare ulteriormente la presenza di industrie ad alto consumo energetico e sostenere la trasformazione tecnologica e organizzativa. La Cina rinosce che le tecnologie avanzate migliorano l’efficienza energetica, che a sua volta rende la modalità di crescita più attente.

Verrà data priorità allo sviluppo e uso delle energie rinnovabili. Ci sono a livello nazionale più di 13 milioni di famiglie in aree rurali che utilizzano il metano. Viene promosso l’uso dell’energia solare.

La cooperazione coi maggior produttori e consumatori di energia del mondo viene rafforzata secondo il principio del mutuo beneficio e reciprocità, tentando di perseguire risultati di favorevoli a tutti. L’intensa collaborazione coi grandi produttori come la Russia è di grande significato per allentare la pressione energetica.

Oggi, la questione energetica non si limita più alle singole nazioni o aree geografiche, nella crescente globalizzazione economica. È diventata una questione planetaria che è possibile affrontare solo tramite sforzi congiunti della comunità internazionale.

La Cina è ora più vicina al resto del mondo, forza importante nell’economia mondiale, e parte integrante del sistema energetico da quando appartiene al WTO. La Cina ha mantenuto il proprio impegno a partecipare agli sforzi internazionali per la disponibilità energetica.

Come ha annunciato Ma Kai al Fortune Forum di Pechino quest’anno, la rapida e stabile crescita economica non ha causato, e non causerà, una diminuzione della disponibilità energetica mondiale.

Nota: qui il testo originale alle pagine internazionali del Quotidiano del Popolo (f.b.)

«La terra possiede risorse sufficienti per provvedere ai bisogni di tutti, ma non all’avidità di alcuni»; questa affermazione del Mahatma Gandhi centra il cuore del problema delle risorse e al contempo è quanto mai profetica. La radice del termine risorse si trova nel verbo latino surgere e come l’acqua sgorga dal terreno, la Terra Madre elargisce copiosamente beni per la nostra vita comune.

Va da sé che questi beni debbono essere utilizzati con giudizio e parsimonia, non solo perché sono un patrimonio comune, ma perché la rinnovabilità della natura ha bisogno di tempi lunghi. Ma il buon senso e la responsabilità verso i processi naturali hanno lasciato il campo a uno sfruttamento illimitato nel nome dello sviluppo e dell’economia di mercato. L’insegnamento di Francis Bacon ha condizionato per secoli e fino a oggi i nostri comportamenti: «La natura è una prostituta; noi dobbiamo domarla, penetrare i suoi segreti e incatenarla secondo i nostri desideri». Aver concepito la natura come un ammasso di materie prime da trasformare in "ricchezze" ci ha portati a un drammatico impoverimento delle risorse naturali.

Con queste premesse le più grandi doglianze e paure riguardano la perdita di quelle risorse che garantiscono l’attuale sistema produttivo ed energetico. Il progressivo depauperamento di giacimenti di petrolio, carbone, gas naturali fa presagire un nuovo Medio Evo. Il dibattito si rivolge, giustamente, alle energie rinnovabili, alla moderazione nei consumi, all’implementazione delle ricerche o alla riproposizione di vecchie scelte come quella del nucleare.

Esiste, insomma, una predominanza delle risorse fossili così forte e determinata che pone in seconda linea quel mondo naturale e quei beni comuni che sono alla base della nostra vita biologica. Mentre nei paesi ricchi l’attenzione è puntata sulla crisi delle risorse fossili, nei paesi del Sud del mondo invece spaventa soprattutto la crisi delle risorse viventi.

La contrapposizione sull’utilizzo dei prodotti agricoli per produrre carburanti o cibo è significativa. La metà dei posti di lavoro nel mondo è legata alla pesca, all’agricoltura, all’economia di raccolta e di produzione del cibo; le risorse viventi sono fondamentali per le cosiddette economie di sussistenza.

L’acqua, l’aria, la fertilità dei suoli, per non parlare dello stato di salute delle foreste, degli oceani, dei fiumi e della biodiversità del mondo animale e vegetale sono sempre più minacciati dal fatto che la natura è diventata un oggetto di dominio. Il bilancio finale comincia a rendere conto degli ingenti danni provocati alle risorse naturali e all’ecosistema. C’è una teoria che descrive come l’uomo, convinto di dominare la Natura e di averla a sua completa disposizione, utilizzi la tecnica per trovare soluzioni ai singoli problemi; ma per ogni risposta tecnologica che escogita, ecco presentarsi nuovi e più gravi problemi, causati proprio da quella che doveva essere una soluzione. Tutto ciò è quanto mai calzante per il pianeta oggi e sembra che ci abbia fatto raggiungere il limite estremo. La situazione impone ben più che un semplice mutamento di rotta: impone un radicale cambio di mentalità, un pensiero più complesso, più umiltà e senso di responsabilità nei confronti dell’ambiente, degli ecosistemi, della Terra Madre.

Violare i limiti di rigenerazione della natura significa aggravare la scarsità delle risorse: i fiumi si inaridiscono, i suoli perdono fertilità, l’aria diventa irrespirabile, le foreste scompaiono. Perché insistere a superare i limiti che la terra ci impone? Così non si fa che crearne dei nuovi, di limiti, finché non sarà più possibile rimediare.

Scriveva Ungaretti:

L’uomo, monotono universo, / crede allargarsi i beni / e dalle sue mani febbrili / non escono senza fine che limiti.

La gestione del limite diventa il primo esercizio di sostenibilità, non soltanto ambientale.

Ma per farlo bisogna rinunciare alla crescita economica come unico criterio di progresso umano. In questo quadro l’uso spregiudicato delle risorse genetiche apre nuove frontiere, nuovi rischi e pone un problema di giustizia. Il 20 per cento della popolazione mondiale utilizza il 75 per cento delle risorse globali.

Acquisita quindi la consapevolezza dei limiti biofisici non si può ritenere equa e giusta l’attuale spartizione delle risorse e la crescente privatizzazione dei beni comuni. Da un lato il materiale genetico è diventato una risorsa da brevettare, dall’altro lato dopo la privatizzazione delle terre comuni oggi si assiste alla privatizzazione massiccia delle risorse idriche e delle sementi. Combattere contro la privatizzazione dei beni comuni e per la loro tutela e valorizzazione è una scelta di civiltà e democrazia. Molti di questi beni e di queste risorse appartengono di diritto alle comunità locali e indigene, sono parte integrante delle culture tradizionali. Dalle risorse naturali queste comunità ricavano alimenti, erbe medicinali, materiali per il loro abbigliamento e le loro abitazioni; le stesse risorse naturali ne hanno segnato la storia, la cultura e la spiritualità.

I saperi tradizionali sono da sempre i veri tutori della biodiversità, della rigenerazione e del risparmio delle risorse. Quante volte i saperi delle comunità indigene hanno rivelato proprietà naturali utilizzate poi per la produzione di medicinali e cosmetici senza che si riconoscesse loro la primogenitura di queste scoperte o l’indu

I nostri beni comuni che dobbiamo difendere

CARLO PETRINI

«La terra possiede risorse sufficienti per provvedere ai bisogni di tutti, ma non all’avidità di alcuni»; questa affermazione del Mahatma Gandhi centra il cuore del problema delle risorse e al contempo è quanto mai profetica. La radice del termine risorse si trova nel verbo latino surgere e come l’acqua sgorga dal terreno, la Terra Madre elargisce copiosamente beni per la nostra vita comune.

Va da sé che questi beni debbono essere utilizzati con giudizio e parsimonia, non solo perché sono un patrimonio comune, ma perché la rinnovabilità della natura ha bisogno di tempi lunghi. Ma il buon senso e la responsabilità verso i processi naturali hanno lasciato il campo a uno sfruttamento illimitato nel nome dello sviluppo e dell’economia di mercato. L’insegnamento di Francis Bacon ha condizionato per secoli e fino a oggi i nostri comportamenti: «La natura è una prostituta; noi dobbiamo domarla, penetrare i suoi segreti e incatenarla secondo i nostri desideri». Aver concepito la natura come un ammasso di materie prime da trasformare in "ricchezze" ci ha portati a un drammatico impoverimento delle risorse naturali.

Con queste premesse le più grandi doglianze e paure riguardano la perdita di quelle risorse che garantiscono l’attuale sistema produttivo ed energetico. Il progressivo depauperamento di giacimenti di petrolio, carbone, gas naturali fa presagire un nuovo Medio Evo. Il dibattito si rivolge, giustamente, alle energie rinnovabili, alla moderazione nei consumi, all’implementazione delle ricerche o alla riproposizione di vecchie scelte come quella del nucleare.

Esiste, insomma, una predominanza delle risorse fossili così forte e determinata che pone in seconda linea quel mondo naturale e quei beni comuni che sono alla base della nostra vita biologica. Mentre nei paesi ricchi l’attenzione è puntata sulla crisi delle risorse fossili, nei paesi del Sud del mondo invece spaventa soprattutto la crisi delle risorse viventi.

La contrapposizione sull’utilizzo dei prodotti agricoli per produrre carburanti o cibo è significativa. La metà dei posti di lavoro nel mondo è legata alla pesca, all’agricoltura, all’economia di raccolta e di produzione del cibo; le risorse viventi sono fondamentali per le cosiddette economie di sussistenza.

L’acqua, l’aria, la fertilità dei suoli, per non parlare dello stato di salute delle foreste, degli oceani, dei fiumi e della biodiversità del mondo animale e vegetale sono sempre più minacciati dal fatto che la natura è diventata un oggetto di dominio. Il bilancio finale comincia a rendere conto degli ingenti danni provocati alle risorse naturali e all’ecosistema. C’è una teoria che descrive come l’uomo, convinto di dominare la Natura e di averla a sua completa disposizione, utilizzi la tecnica per trovare soluzioni ai singoli problemi; ma per ogni risposta tecnologica che escogita, ecco presentarsi nuovi e più gravi problemi, causati proprio da quella che doveva essere una soluzione. Tutto ciò è quanto mai calzante per il pianeta oggi e sembra che ci abbia fatto raggiungere il limite estremo. La situazione impone ben più che un semplice mutamento di rotta: impone un radicale cambio di mentalità, un pensiero più complesso, più umiltà e senso di responsabilità nei confronti dell’ambiente, degli ecosistemi, della Terra Madre.

Violare i limiti di rigenerazione della natura significa aggravare la scarsità delle risorse: i fiumi si inaridiscono, i suoli perdono fertilità, l’aria diventa irrespirabile, le foreste scompaiono. Perché insistere a superare i limiti che la terra ci impone? Così non si fa che crearne dei nuovi, di limiti, finché non sarà più possibile rimediare.

Scriveva Ungaretti: "L’uomo, monotono universo, / crede allargarsi i beni / e dalle sue mani febbrili / non escono senza fine che limiti".

La gestione del limite diventa il primo esercizio di sostenibilità, non soltanto ambientale. Ma per farlo bisogna rinunciare alla crescita economica come unico criterio di progresso umano. In questo quadro l’uso spregiudicato delle risorse genetiche apre nuove frontiere, nuovi rischi e pone un problema di giustizia. Il 20 per cento della popolazione mondiale utilizza il 75 per cento delle risorse globali.

Acquisita quindi la consapevolezza dei limiti biofisici non si può ritenere equa e giusta l’attuale spartizione delle risorse e la crescente privatizzazione dei beni comuni. Da un lato il materiale genetico è diventato una risorsa da brevettare, dall’altro lato dopo la privatizzazione delle terre comuni oggi si assiste alla privatizzazione massiccia delle risorse idriche e delle sementi. Combattere contro la privatizzazione dei beni comuni e per la loro tutela e valorizzazione è una scelta di civiltà e democrazia. Molti di questi beni e di queste risorse appartengono di diritto alle comunità locali e indigene, sono parte integrante delle culture tradizionali. Dalle risorse naturali queste comunità ricavano alimenti, erbe medicinali, materiali per il loro abbigliamento e le loro abitazioni; le stesse risorse naturali ne hanno segnato la storia, la cultura e la spiritualità.

I saperi tradizionali sono da sempre i veri tutori della biodiversità, della rigenerazione e del risparmio delle risorse. Quante volte i saperi delle comunità indigene hanno rivelato proprietà naturali utilizzate poi per la produzione di medicinali e cosmetici senza che si riconoscesse loro la primogenitura di queste scoperte o l’industria pagasse il dazio per essersene appropriata... Molta parte della povertà nel mondo è dovuta a queste forme di appropriazione indebita. Brevettare i semi e la biodiversità, privatizzare l’acqua, affidare l’agricoltura al monopolio delle multinazionali significa dare il colpo di grazia alle economie di sussistenza e al lavoro femminile nelle immense campagne del mondo. Molti gruppi di persone nel Terzo mondo, in particolare le donne rurali e i popoli indigeni, possiedono conoscenze e pratiche produttive assolutamente sostenibili, capaci di rinnovare la fertilità della terra, di conservare l’acqua, di selezionare i semi. La prosperità di queste comunità è direttamente proporzionale alla capacità dei loro membri di condividere le risorse, con equità e parsimonia.

Lo sfruttamento illimitato delle tecnoscienze e del mercato rispetto alle risorse naturali e alla sostenibilità ci imporranno di riflettere sul nostro universo culturale occidentale, modernista.

La superiorità dell’economia sulla natura e sulla cultura sta alla base della crisi delle risorse e della sostenibilità. Come dice Vandana Shiva: «In un mondo finito, ecologicamente interconnesso e soggetto alle leggi dell’entropia, i limiti naturali hanno bisogno di essere rispettati. Non possono dipendere dai capricci e dalle convenienze del capitale e delle forze di mercato».

Per capire quanto il denaro non sia convertibile alla vita è forse opportuno ricordare la saggezza dei Nativi americani quando affermavano: «Solo quando avrai abbattuto l’ultimo albero, pescato l’ultimo pesce e inquinato l’ultimo fiume, solo allora capirai che non puoi mangiare i soldi».

Titolo originale: Global warming claims tropical island –Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

L’innalzamento dei mari causato dal riscaldamento globale, per la prima volta ha cancellato dalla faccia della terra un’isola abitata. La scomparsa di Lohachara, nella zona di Sundarbans in India dove Gange e Brahmaputra sfociano nella Baia del Bengala, segna il momento in cui una delle più apocalittiche previsioni degli ambientalisti e degli scienziati del clima inizia ad avverarsi.

Il mare continuerà ad alzarsi, ingoierà intere nazioni composte da isole, dalle Maldive alle Marshall, inonderà ampie aree di altri paesi, dal Bangladesh all’Egitto, e sommergerà grandi porzioni di città costiere.

Otto anni fa, come riportato in esclusiva da The Independent on Sunday, spariva sotto le onde la prima isola disabitata, nell’atollo-nazione di Kiribati nel Pacifico. La popolazione delle isole a bassa elevazione di Vanuatu, pure nel Pacifico, è stata evacuata preventivamente, anche se l’isola è ancora sopra il livello del mare. La scomparsa di Lohachara, che un tempo ospitava 10.000 persone, non ha precedenti.

Il caso è stato seguito ufficialmente con uno studio di sei anni sul Sunderbans da ricercatori dall’Università Jadavpur di Calcutta. L’isola è così lontana che i ricercatori hanno appreso dell’inondazione, contemporanea a quella di una vicina isola disabitata, Suparibhanga, dopo averla vista scomparire dalle immagini satellitari.

Sono stati sommersi in forma permanente anche i due terzi della vicina isola abitata di Ghoramara. Sugata Hazra, direttore della Scuola di Studi Oceanografici, spiega “è solo questione di qualche anno” prima che anche lei venga del tutto ingoiata. Hazra dice che ora ci sono circa una dozzina di “isole in via di scomparsa” nella regione del delta indiano. Sono in pericolo anche le 400 tigri dell’area.

Sinora si prevedeva che sarebbero state le isole Carteret al largo di Papua New Guinea le prime abitate a scomparire, in circa otto anni, ma Lohachara ha sottratto loro il poco invidiabile primato.



I costi umani del riscaldamento globale: l’innalzamento dei mari trasformerà presto in senzatetto 70.000 persone

I rifugiati dall’isola scomparsa di Lohachara e da quella in via di scomparsa di Ghoramara hanno riparato a Sagar, ma anche quest’isola ha già perso 3.000 ettari di superficie sottratti dal mare. Complessivamente, sono in pericolo di scomparsa sotto i mari che si sollevano una dozzina di isole, che ospitano 70.000 abitanti.

here English version

La recente catastrofe verificatasi nel sud-est asiatico – probabilmente grazie anche al fatto che tra le oltre 280.000 vittime si contano pure dei turisti occidentali – ha catalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale. Anche in Italia, com’è noto, l’evento ha avuto una vasta eco, sino a divenire un vero e proprio evento mass-mediatico. Colpisce però il fatto che, al più conosciuto e popolare lemma “maremoto”, sia stato spesso preferito un termine – lo tsunami – che fino a pochi giorni prima era pressoché sconosciuto al grande pubblico e utilizzato in prevalenza in ambito scientifico. Quasi a voler marcare l’esoticità, la distanza geografica dell’evento, lo “tsunami” è divenuto così il modo con cui molti italiani hanno identificato, non tanto il fenomeno dei maremoti in generale, ma quel particolare evento, quella specifica calamità.

Nonostante questa sorta di desemantizzazione, nonostante l’inconscio bisogno collettivo di rimuovere e allontanare, anche terminologicamente, la presenza del rischio, non sono in verità mancate occasioni, sulla stampa e altrove, in cui è stato posto il problema della possibilità che fenomeni del genere possano verificarsi anche nella nostra Penisola. Nella maggior parte dei casi però, la casistica proposta si è limitata a segnalare eventi relativamente recenti, e in primo luogo l’onda anomala, provocata da un ingente distacco di roccia lavica, che investì Stromboli nel dicembre del 2002.

In realtà il fenomeno dei maremoti è tutt’altro che rarissimo nel nostro Paese. L’istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (www.ingv.it/italiantsunamis/tsun.html) ha catalogato ben 67 eventi di questo tipo, e ulteriori informazioni sono reperibili anche nel Catalogo dei forti terremoti in Italia dal 461 a.C. al 1980 (E. Boschi et al, Roma, Istituto Nazionale di Geofisica, 1997). Si tratta ovviamente di dati che, soprattutto quando riferiti ad epoche molto remote, presentano differenti gradi di attendibilità, ma che tuttavia forniscono un quadro estremamente significativo dell’elevato livello di rischio esistente in Italia.

Va innanzitutto ricordato che, benché i terremoti sottomarini o in prossimità delle coste, siano stati le cause principali dei maremoti, l’Italia, per la sua conformazione geofisica, è particolarmente vulnerabile anche a onde anomale causate dall’attività vulcanica. E’ di questo tipo, ad esempio, il primo caso di maremoto accertato sulle coste italiane: quello che colpì il golfo di Napoli in seguito alla catastrofica eruzione del Vesuvio nel 79 a.c.; lo stesso Vesuvio fu poi all’origine di ulteriori onde anomale nel 1631, nel 1698, nel 1714, nel 1813 e nel 1906. Anche in Sicilia si verificarono degli tsunami causati direttamente o indirettamente da eruzioni vulcaniche. I più numerosi si registrarono nel complesso vulcanico delle isole Eolie: oltre al già ricordato evento del 2002, vi furono a Stromboli, solo nel XX secolo, ben 5 maremoti, il più grave dei quali uccise, nel settembre del 1930, due pescatori.

Anche le frane hanno poi avuto, in qualche caso, un ruolo nei movimenti anomali dei livelli marini: nel giugno del 1978, ad esempio si registrarono forti oscillazioni marine nell’Adriatico centrale che coinvolsero sia le coste italiane (a Bisceglie il mare penetrò sulla terraferma per circa 200 metri) che quelle croate (nell’isola di Korciula le onde, alte 8 metri, inondarono le case sulla costa); l’ipotesi più accreditata è che quel fenomeno fosse stato generato da una frana sottomarina. Un ulteriore caso si verificò l’anno dopo: a causa di alcuni lavori nel porto di Nizza, franarono in mare circa 10 milioni di metri cubi di terra; l’onda che ne scaturì inondò alcune località della costa azzurra e uccise una persona. Nelle isole Eolie, infine, nell’aprile del 1988, un’onda anomala fu generata da una frana di circa 200.000 metri cubi scesa dal fianco del vulcano La Fossa nell’isola di Vulcano.

Dai pochi dati sopra riportati è evidente che l’area italiana che storicamente ha conosciuto con più frequenza fenomeni di maremoti è il Mezzogiorno. Sebbene eventi del genere si siano registrati anche in altre aree costiere – 9 sulla costa ligure/costa azzurra, 3 sulla costa livornese e altrettanti sulle coste dell’adriatico centro-settentrionale – è sulle sponde meridionali che si presenta, infatti, il maggiore livello di rischio: circa il 75% di tutti gli tsunami italiani, si sono abbattuti sui litorali della Puglia, della Campania e, soprattutto, della Calabria e della Sicilia.

Ma non è solo la frequenza degli eventi a destare forti preoccupazioni. Se infatti a tutt’oggi risulta impossibile prevedere il momento e il luogo preciso in cui si verificherà un terremoto, ciò che invece è senza dubbio possibile prevedere, è che in aree fortemente sismiche, e quindi soggette anche al pericolo maremoti, l’assenza di politiche di mitigazione del rischio rischia di trasformare l’evento naturale in una catastrofe.

Ovviamente, rispetto al passato, vi è stata una enorme crescita, non solo delle conoscenze specialistiche (geologiche, ingegneristiche, etc.), ma anche della strumentazione tecnica per affrontare eventi di questo tipo; tuttavia non sempre questi sviluppi si sono poi tradotti in politiche di prevenzione: con l’eccezione di Stromboli, dove il moto ondoso viene oggi costantemente monitorato, il sistema di rilevazione e di allarme per i maremoti è in Italia scarsamente paragonabile a procedure d’allerta quali, ad esempio, il PTWS (Pacific Tsunami Warning System) che prevede persino l’uso dei satelliti per acquisire i dati mareografici in tempo reale.

Ma, cosa ancor più grave, se si opera un confronto con i secoli precedenti, non si può non rilevare un altro dato di estrema importanza: gran parte delle coste italiane – e quelle meridionali in particolare – sono state per lunghi secoli luoghi paludosi e malarici e quindi scarsamente popolate. I “marimoti”, come talvolta venivano definiti nei documenti e nella pubblicistica dell’epoca, pur causando morti e distruzioni, erano in ogni caso destinati ad abbattersi prevalentemente in aree prive di rilevanti insediamenti umani. A partire dal XX secolo invece – e con una fortissima accelerazione nel boom economico del secondo dopoguerra – le coste meridionali sono state oggetto, com’è noto, di una antropizzazione senza precedenti: una trasformazione del territorio, attuata spesso senza alcuna pianificazione, sulla scorta di una crescente domanda di turismo balneare. Diventa poi quasi paradossale il pensare che, oltre all’antropizzazione selvaggia delle coste – peraltro incrementata dai vari condoni edilizi che si sono succeduti negl’ultimi anni – si minacciano persino peculiari forme di antropizzazione marina: il riferimento è ovviamente al ponte che dovrebbe sorgere in un’area, lo stretto di Messina, che ha conosciuto – lo vedremo tra breve – le forme più violente e distruttive di maremoto che si siano mai verificate in Italia.

Quelle che di seguito si riportano, sono alcune testimonianze sulle più catastrofiche inondazioni marine che si sono avute sulle coste italiane.

Il primo brano è un breve resoconto tratto da un testo coevo (Sincera ed esatta relazione dell'orribile terremoto seguito nell'isola di Sicilia il dì 11 di gennaio 1693, Roma, per Gio. Francesco Buagni, 1693) sul maremoto successivo al sisma del 1693, che colpì violentemente la Sicilia orientale causando circa 60 mila morti e la distruzione di numerosissime città e villaggi:

Il giorno de’ 9 di Gennaio prossimo passato nell’Isola di Sicilia si sentì improvvisamente un terremoto terribile, verso le quattro ore di notte, che replicando il dì 11 dopo mezo giorno in brevissimo tempo subissò tutta la Città di Catania, e nel medesimo tempo il Mare si ritirò alquanto, lasciando in secco le navi, che erano in quella spiaggia, e poi ingrossato ritornò come un torrente furioso, e rapido, e così durò circa un quarto d’ora, e que’ legni ebbero gran pena a salvarsi. Dopo seguì una fiera borrasca con grandissima pioggia, e nuvoloni di polvere, che si stesero per più di otto miglia per quelle spiagge, e nello stesso tempo il terremoto fu sentito in Augusta, e in Siracusa con la total distrutione di ambe le dette Città, con essersi ivi salvata pochissima gente.

Messina anch’essa nell’istesso giorno ha provati gli eccidj del terremoto, e ben grandi, essendovi cadute molte case, […] e anche ivi’l mare si ritirò a segno tale, che mancò l’acqua, che circonda la Cittadella, e dopo ritornò con impeto grande.

La seconda testimonianza è invece relativa al disastroso terremoto – e al successivo maremoto – del febbraio 1783 che distrusse completamente moltissime zone della Calabria meridionale e della Sicilia orientale. I morti in quell’occasione raggiunsero circa il 7% della popolazione dell’area e si verificarono enormi sconvolgimenti del territorio (cfr. P. Tino, Terremoto e mutamenti ambientali nella Calabria di fine Settecento, in “I frutti di Demetra”, n. 3, 2004). Il brano che segue è tratto dal volume di Andrea De Leone (Giornale e notizie de' tremuoti accaduti l'anno 1783 nella provincia di Catanzaro, Napoli, Stamperia de' f.lli Raimondi, 1783):

Memorando e spaventevole fu lo scempio di questa rinomata città [Scilla]. […] La quarta parte di questa città cadde in un tratto alle scosse del dì 5 di febbraro, ed il restante fu fracassato in modo da non potersi abitare. […]

In tanta sciagura, e confusione gli abitanti del quartiere di San Giorgio vedendo vicina la notte si ricoverarono negli orti; mentre tutti gli altri volarono alle adjacenti marine, dove, seguendo l’esempio del Conte di Sinopoli, trasportarono il più prezioso, che aveano, e si allogarono chi sotto le tende, e chi sulle barche. Il Conte si pose con 49 suoi cortigiani su di una comoda filuca. Mentre questi sventurati cercarono scampar la morte, che minacciava la terra, ne preparò loro un’altra più cruda il mare. Inoltratasi dunque la notte verso le ore 8 d’Italia, e nel punto, che l’aria, e l’acqua stavan chete e tranquille, se non che placidamente pioviginava, s’intese un grandissimo rumore: si vide in seguito un pezzo di terra dell’estensione di un miglio e mezzo quadrato distaccarsi dalla montagna detta Campallà […].

Non si era quella misera gente riavuta ancora dello spavento provenutole da sì gran fracasso, che soggiacque ad un totale sterminio: mezzo minuto dopo la narrata rivoluzione si alzarono dalla parte di mezzogiorno e libeccio due sterminati cavalloni di mare dietro ad un orrendo muggito, che ad un tratto lanciati sul lido misero sossopra le barche, e le tende, ed ingojarono 1431 di que’ meschini rifuggiti alle arene del mare. Parte di questi furono fiaccati per le finestre e per le porte ne’ primi piani delle case situate alla marina, e gittati in fronte alle mura con tutte le barche: e parte trascinati dall’onde, che si ritiravano nel fondo del mare. Questo sconvolgimento durò circa due minuti, e subito ritornarono le acque nelle primiera calma. Fra gli annegati vi fu il Conte con tutti i suoi cortigiani […].

Tutti gli abitatori del quartiere di San Giorgio, che si erano ritirati ne’ giardini, non furono lesi dell’inondazione; ma quelli dell’Acquagrande, che si erano allogati nella Chianella, e nella marina dell’Oliveto, soffrirono qualche danno: siccome quelli delle Gornelle e Livorno furono, come ho avvertito, quasi tutti sommersi: alcuno di quella gente infelice si salvava e nuoto, e nel bere un po’ di vino che chiedeva per conforto, rendeva l’anima al Creatore. […]

Le acque lungo la marina grande si alzarono 24 palmi [6,2 metri] dalla parte di mezzogiorno, e 32 [8,3 metri] da quella di tramontana, e nel vallone di Livorno situato in mezzo quella marina [s’inoltrarono] a palmi 647 [circa 170 metri] […]. Furono quivi distrutte 22 case, 12 casini, 3 magazzini, il fondaco de’ manganelli di seta, e la chiesa dello Spirito Santo; ed una sola casa rimasta intatta salvò 140 persone. Per lo spazio di due mesi il mare andò gittando ai seguenti lidi i corpi degli annegati. A Davazzina distante 3 miglia da Scilla; a Bagnara distante sei; a Palmi 12; alle Pietrenegre 15 miglia: a Gioja diciotto; a Nicotera trenta; a Paola cento; al Faro quattro; a Laci 50; ed a Catania distante 60 miglia.

La popolazione di questa luttuosa città era di 1513 individui; de’ quali ne perirono 1447, cioè 330 uomini, 594 donne, 513 ragazzi: né sotto le rovine rimasero più che 56, essendo stato tutto il resto ingoiato del mare. […]

La popolazione ascendeva [a Nicotera] a 4009 cittadini, de’ quali 20 soli rimasero estinti dal flagello [..]. Anche il mare diede segni grandi della massima alterazione, in cui fu messo del tremuoto. Si ritirò, divenne gonfio, e ad un tratto, slanciandosi nel lido, mise sotto sopra le barche da pesca quivi allogate. […]

Il fenomeno significante, avvenuto in Reggio, è quello dello mutazione succeduta nella strada, detta de’ Giunchi. […] Lungo la spiaggia conterminale a questo luogo vi erano molte officine, stabilite per trarre da’ bachi la seta. Il mare dianzi baciava queste sponde; e ne’ tempi più tempestosi gli ordigni, ivi giacenti, rimaneansi a coverto dagl’insulti delle onde.

Ne’ fatali momenti del tremoto si mutò talmente l’aspetto antico delle cose, che il mare traboccò le sponde, e le inondò a segno che dovettero di là togliersi gli ordigni da seta, e trasportarsi altrove: né già si creda che quest’alterazione fosse durata né soli momenti della rivoluzione; ma per l’opposito essa è tutt’ora durevole, e il mare sopravvanza quasi per l’altezza di due palmi [circa 1/2 metro] l’antico livello della spiaggia. […]

Se somma considerazione meritano i gravissimi disastri, che si produssero non solo dall’aeromoto, ma anche del tremoto del dì cinque di febbrajo, non è men degno di attenzione il marimoto, che nello stesso fatale momento si destò nel mare che bagna le sponde di Messina, di Reggio, del Cenidio, e del Faro, e che si unì col tremoto, e coll’aeremoto, cagionando collegati insieme, effetti diversi, e cospirando tutti a formare un impeto solo. Nella fervida, e tumultuosa Carriddi, nelle rapide opposte correnti, e in tutto il volume delle acque, le quali inondano tutto quel vasto distretto, si concepì un così valido, e formidabile scomponimento, che, come se una forze potentissima ne avesse percosso il centro, e scisso il seno per metà, il mare pria orribilmente avallandosi nel mezzo, e indi in rapidissimi voraci spire ampiamente nabissando, respinse per gli opposti lati l’onda inarcata; e con tale indicibile violenza ne sbalzò i flutti ripercossi, che trascinandoli a invadere, e a superare tutta l’estensione del tranquillo letto del porto, li sforzò ad ergersi incontro alla valida difesa della panchetta, e a traboccar tanto al di là di essa, che tutto lo spazio, interposto tra questa, e le basi de’ grandi edifici del teatro marittimo, ne rimase altamente ove più, ove meno inondato, e ingombro di marino limo, e di arena.[…]

Da Messina a Torre di Faro vi ha la distanza di undici miglia, o poco più; e da Torre di Faro al Cenidio vi ha quella di quasi un miglio e mezzo, quanta è la latitudine dell’interposto mare tra’ due avversi promontorj del Peloro, e dal Cenidio, da cui sino a Scilla vi sono intorno a sei miglia.

In tutte le sponde conterminali al mare, che occupa i luoghi posti nelle distanze accennate, ove più, ove meno, si risentirono gli effetti di un tale marimoto.[…]

In Torre di Faro vi furono disordini tali, che decisivamente indicarono d’essere stato tal luogo compreso nelle circonferenza di quel teatro, in cui il marimoto rappresentò le tragiche sue scene. Di fatto nella stessa notte funesta, nella quale tante orribili sventure posero a soqquadro la vita, e le fortune degli Scillitani, quivi l’onda, escrescendo, irruentemente invase le sponde: rapì seco alcuni meschini legni, che se le pararono davanti: assorbì 26 miserabili vittime, che si stavano ricoverate sopra picciole barchette pescherecce; e inoltrandosi ove per 200 [50 metri circa], ove per 400, ed ove per 600 passi, rovesciò gli argini arenosi, inondò i vigneti, svelse le piantagioni, e traboccò nel pantano, nelle vigne, e ne’ terreni, d’onde portò via quanto incontrò; e dove depose, o per compenso, o per nuovo ingombramento, moltissimo limo, e molta copia di pesci […]

L’ultimo evento preso in considerazione è il catastrofico maremoto successivo al fortissimo sisma del 28 dicembre 1908 con epicentro in mare, nello stretto di Messina. Le vittime – causate sia dal sisma che delle onde distruttive – furono stimate in circa 120.000 unità (solo a Messina vi furono 80.000 morti e 15.000 a Reggio Calabria). Lo scritto che segue (tratto da Contributo allo studio del terremoto calabro-messinese del 28 dicembre 1908, in “Atti del R. Istituto d'Incoraggiamento di Napoli”, serie VI, vol. VII, 1909) è di uno dei padri della sismologia italiana: quel Giuseppe Mercalli a cui si deve la creazione dell’omonima scala di intensità sismica che, pensata inizialmente in 10 gradi, fu successivamente integrata di altri 2 gradi proprio per ricomprendere quest’evento. Va però precisato che il brano in questione si limita a descrivere gli effetti sulla costa calabrese, e non comprende invece le morti e le distruzioni che il maremoto causò alle coste sicule e in particolare a Messina e a Riposto, S. Alessio, Briga e Paradiso che furono quasi completamente distrutte da onde alte oltre 10 metri:

Io ho osservato gli effetti di questo fenomeno [il maremoto] specialmente sulla costa calabrese. Premetterò che l’azione disastrosa dell’onda di mare, che distrusse strade, piante, case, ingoiò animali e uomini, si estese a nord di Reggio fino a Villa S.Giovanni, a sud fino e Lazzàro.

Infatti, tra Villa S.Giovanni e Pezzo il mare entrò, per esempio, nelle filande dei signori Erba asportando balle di sete e uccidendo due persone. Invece, subito a nord delle Punta del Pezzo, il mare non fece più danni. A Bagnara non si accorsero neppure del maremoto, forse perché la costa è scoscesa. Invece a Nicotera-Marina, dove la spiaggia èmolto estesa, il mare prima si ritirò per gran tratto lasciando a secco la carcassa d’una nave arenata e parzialmente sommersa; e, dopo pochi minuti, un’ondata invase la spiaggia arrivando fino alle case. Verso sud, mentre il maremoto fu disastroso a Pellaro e a Lazzàro, dove l’acqua s’innalzò fino a 10 metri d’altezza, appena passato Capo dell’Armi, diminuì rapidamente d’importanza. A Melito e a Bovamarina fu mediocre (a Bova, alcuni giorni dopo il terremoto, il mare gettò sulla spiaggia una bambina morta): alla marina di Palizzi appena sensibile. A Brancaleone, il mare primo si ritirò e poi invase la spiaggia.

A Reggio mi dissero che le onde furono tre: un casellano, che era di guardia, attendendo il treno alla Pescheria, dice che la prima ondata arrivò alla ferrovia mentre durava ancora la scossa: la seconda ondata, arrivò 5 o 6 minuti dopo, la terza, più forte di tutte, dopo altri 5 o 6 minuti (anche a Gallico inferiore, secondo il sig. Stilo, l’ondata più forte avvenne circa 10 minuti dopo. Quivi l’onda del mare si inoltrò sulla terra per circa 300 metri distruggendo case e rigogliosi vigneti. Il materiale di alcune case coloniche venne sparso a grande distanza. I massi di una diga del torrente Bozzurro furono portati almeno 100 metri lontano). Due barche vennero portate sulla linea; un’altra più al di là. Alla stazione del ferry-boat le carrozze della ferrovia vennero tutte rovesciate e qualcuna capovolta.

Anche a S.Gregorio (tra le Sbarre e Pellaro) una barca, di 4 metri e 1/2 di lunghezza, venne portata dall’onda del mare al di là del terrapieno della ferrovia e deposta in mezzo a un aranceto tutto distrutto. Presso Pellaro, un ponte della ferrovia venne trasportato lontano dal maremoto, come dirò meglio in seguito.

In molti altri luoghi, ho trovato piante sepolte parzialmente sotto lo sabbia del mare, e tutte seccate e rovesciate verso terra; […].

Un marinaio di Pellaro, che si trovava in barca al momento del terremoto, dice che il mare prima si ritirò e lo trascinò molto lontano dalla spiaggia, e così si salvò restando al largo. Quanto all’ora del maremoto, non ebbi informazioni concordi, ma pare che sia cominciato a Reggio e a Messina quasi immediatamente dopo la scossa, a Pellaro e a Lazzàro parecchi minuti dopo (7-8 min., secondo alcuni; fin 15 min., secondo altri); a Bova circa 30 minuti dopo.

Questo ritardo dell’arrivo dell’onda di maremoto con l’allontanarsi da Reggio e da Messina dimostra un’altra volta che l’epicentro del fenomeno è da porsi in mare tra queste due città. […]

Gli effetti meccanici del maremoto si sovrapposero così intimamente a quelli del terremoto e del franamento di spiaggia, che è difficile tenerli distinti, e perciò li descriveremo insieme nelle pagine seguenti.

Sprofondamenti di spiaggia. - A Messina la banchina del porto, in diversi punti. sprofondò in mare: per esempio, presso l’imbarco del ferry-boat si vedevano, ancora nell’aprile, dei vagoni per 3/4 immersi nell’acqua. La strada rotabile parallela alla spiaggia restò tutta sconnessa e in parte sommersa […].

Presso le frazione di Occhio (presso Pellaro), il mare distrusse agrumi ed ortaggi e ricoprì il terreno di ciottoli e molte case coloniche di cattiva costruzione (ciottoli e fango) crollarono prima per il terremoto, poi furono rase letteralmente al suolo dall’ondata di maremoto. Sparsi dappertutto senz’ordine si vedevano pezzi di mobili, insegne di botteghe, lettiere, brandelli d’abiti, ecc. Si sa che qualcuno si salvò, arrampicandosi sugli alberi.

Davanti alla chiesa della Consolazione distrutta, due fontane furono demolite dal maremoto e restarono prive d’acqua.

Muri spezzati in grandi blocchi rimasero rovesciati a terra e la spiaggia scomparve per una settantina di metri di larghezza. Altri muri di cinta (vicino ad Occhio) vennero spostati parallelamente alla spiaggia.

Però, pure vicino alla frazione di Occhio, alcune case basse, ben fatte e di recente costruzione, resistettero in mezzo a tanta rovina. Anche il terrapieno delle ferrovia rimase in posto, sebbene vi sia passata sopra l’onda del maremoto, la cui violenza si può argomentare dal seguente fatto. Poco a sud dello frazione di Pellaro, presso il casello n. 461, un ponte in ferro della ferrovia, diretto NE-SW, e di 40 metri di lunghezza per 4 di larghezza, venne gettato intero dai pilastri, girando di 60° circa intorno alla sua estremità SW e trascinando con se le rotaie, senza spezzarle dalla stessa parte di SW, rompendole invece dalla parte opposta. [....]

Tra Pellaro e Capo d’Armi le rovine sono molto saltuarie, perché dovute più al maremoto che al terremoto.

Presso il centro di Lazzàro (frazione di Motta S.Giovanni) la strada provinciale venne, per un buon tratto, demolita dal maremoto, il quale portò via quasi completamente la chiesa parrocchiale di S.Maria delle Grazie (dopo il maremoto del 28 dicembre, di questa chiesa restò in posto solo parte dell’Altare maggiore, il quale venne poi portato via da un’altra mareggiata avvenuta 3 giorni dopo) e distrusse le case di contadini e i piccoli appezzati di terreno coltivato, che stavano tra la strada e il mare: molti pezzi di muro di queste case ore si vedono emergere poco dall’acqua. Qui 27 persone perirono annegate, di cui solo 7 od 8 vennero gettate entro terra e i cadaveri si poterono portare al cimitero. Molti si salvarono, perché tra il terremoto e il maremoto ebbero tempo di fuggire verso il terrapieno della ferrovia, che non venne superato dal mare. Qui trovai tracce dell’onda di maremoto fino a 10 metri d’altezza sul livello del mare.

Nella parte di Lazzàro non distrutta dal maremoto ci furono parecchie case almeno parzialmente crollate con vittime umane; ma la maggior parte vennero solo più o meno gravemente lesionate. Tutti poi i piani inferiori delle case furono invasi dalla acque del mare, che percorsero il Corso Vittorio Emanuele, trascinando lontano persone e suppellettili.

Australian Wind Energy Association, Australian Council of National Trusts, Wind Farms and Landscape Values, Rapporto finale Fase I, Identificazione dei problemi, marzo 2005 – Estratti e traduzione per Eddyburg a cura di Fabrizio Bottini

[...] Quali sono le caratteristiche di una wind farm?

Gli impianti di energia eolica [ wind farms] comprendono caratteristicamente:

• una o più turbine (torre, gondola con parti generatrici di energia, pale rotanti)

• infrastrutture di trasmissione (cavi che collegano le turbine ad una sottostazione, e linea di connessione esterna dell’impianto dalla sottostazione alla rete nazionale

• strade di accesso per costruzione e manutenzione

• segnaletica, recinzioni ed altri elementi necessari.

Le caratteristiche che contribuiscono a un potenziale impatto sul paesaggio (positivo o meno) degli impianti per l’energia eolica sono la localizzazione, l’altezza delle torri e turbine, il numero delle torri, il movimento, colori e materiali, infrastrutture di servizio.

Localizzazione

Le strutture di energia eolica sono progettate e collocate per trarre vantaggio dal vento disponibile. Sulla terraferma, le velocità più elevate si trovano in ambienti aperti e/o rivieraschi. Gli impianti hanno anche bisogno di essere ragionevolmente vicini a infrastrutture esistenti della rete nazionale, per poter trasmettere economicamente al consumo l’energia che generano. Questo rende le aree più remote e non abitate problematiche. Ne risulta, che la maggior parte delle strutture di energia eolica in Australia sono o nei pressi della costa, o in zone aperte e linee di crinale, tutte localizzazioni tendenzialmente molto visibili.

Questi ambienti – specie nelle aree costiere – sono spesso di grande valore, per molte ragioni:

• valore sociale, ad esempio spazi per il tempo libero

• valore storico, ad esempio siti di importanza per la cultura indigena

• valore ambientale, ad esempio per le specie avicole migratorie

• valore estetico, per esempio, rupi spettacolari o forme geologiche.

In più, localizzare un impianto eolico richiede di considerare molti altri fattori (come quelli delle caratteristiche tecnici e commerciali) e relativi altri impatti ambientali (come le interferenze elettromagnetiche, quelle per l’aviazione, i rumori).

Altezza di torri e turbine

Le tecnologie attuali per la realizzazione di turbine a vento consentono di collocarle molto in alto sul livello del terreno, per sfruttare venti meno soggetti all’attrito delle caratteristiche topografiche, della vegetazione e delle strutture edilizie. Anche se è possibile costruirne di più alte, quelle australiane tipicamente raggiungono i 120 metri, e consistono in una torre alta 50-80 metri, con pale rotanti che salgono in verticale per altri 40 metri. L’altezza di una turbina può renderla visibile da notevoli distanze, e si può trattare di elementi che spiccano sull’orizzonte se visti dal mare o col cielo come sfondo. Le turbine possono anche essere in vistoso contrasto con le altezze degli altri elementi del paesaggio circostante.

Numero delle turbine

Le turbine organizzate per gruppi offrono l’opportunità di una maggior produzione di energia con quantità di infrastrutture ridotta, a pari megawatt di capacità installata. Ma, nello stesso modo in cui le singole turbine possono essere elementi dominanti del paesaggio per la loro altezza, raggruppamenti di esse possono risultare altamente visibili per la combinazione di altezza, ripetitività, area geografica occupata. Nonostante la maggior parte delle strutture generatrici eoliche esistenti in Australia consista di meno di dieci turbine, la tendenza è verso insediamenti più grandi. Al momento la più grossa wind farm d’Australia è l’impianto di Woolnorth in Tasmania, con 37 turbine e una capacità installata di 65 MW. Esistono progetti di impianti eolici superiori ad una capacità di 100 MW (indicativamente: fra le 50 e le 100 turbine) sono in varie fasi di analisi, fattibilità o iter di approvazione in Victoria, Tasmania, South Australia, Western Australia e New South Wales.

Il movimento

Le turbine a vento si differenziano rispetto ad altri tipi di insediamento nel paesaggio a causa delle grandi parti mobili – le pale del rotore – che automaticamente attirano lo sguardo. Numeroso turbine in funzione, possono avere un impatto visivo particolarmente forte. I rotori in movimento producono anche rumore, il quale, anche se avvertibile soltanto quando si è vicini, può influenzare il godimento del luogo da parte di alcune persone. I livelli sonori sono, comunque, regolati da standards, norme urbanistiche e ambientali, e vanno oltre gli scopi di orientamento del presente studio.

Colori e materiali

Anche i particolari colori e materiali utilizzati per le turbine a vento sono caratteristiche che possono contribuire agli impatti sul paesaggio.

Infrastrutture di servizio

Sottostazioni, strade di accesso, linee di trasmissione elettrica e altre strutture, contribuiscono agli impatti sul paesaggio delle wind farms.

In che modo gli impianti eolici influenzano i valori paesistici?

Nonostante gli impatti sul paesaggio delle caratteristiche fisiche e dei vincoli progettuali degli impianti di generazione eolica possano essere chiaramente documentati, è meno facile definire il modo in cui una wind farm influisca su ciò che è di valore nel paesaggio. Nel dibattito sugli impatti degli impianti rispetto ai valori paesistici, c’è una tendenza alla polarizzazione su punti di vista piuttosto netti. E a dire il vero molti degli effetti menzionati possono essere considerati come positivi o negativo, a seconda della prospettiva dell’osservatore. Ma questa polarizzazione non necessariamente riflette in modo preciso i punti di vista dalla comunità ampia. La vasta maggioranza delle persone può non avere opinioni nette in nessun senso. Negli studi britannici su abitanti che risiedono vicini (al massimo 20 km) alle wind farms una grande maggioranza (74 per cento) riteneva che gli impatti degli impianti eolici sul paesaggio fossero o neutri (51 per cento) oppure non aveva opinione in proposito (23 per cento), nonostante le opinioni tendessero a diventare più nette quanto più ci si avvicinava agli impianti. [...]

Quali sono gli impatti positivi che gli impianti eolici possono avere sul paesaggio?

Nonostante i complessi di energia eolica abbiano concreti impatti sul paesaggio (e in gran parte impatti inevitabili), alcuni elementi del progetto, dimensionali e funzionali delle strutture contribuiscono ad alcuni percepiti miglioramenti.

Estetica

Per molte persone la forma, linee e colori delle turbine a vento sono esteticamente gradevoli. Le linee pulite di torri e rotori, il contrasto col paesaggio e l’uniformità dell’aspetto sono citati come benefici, che in alcuni casi possono anche l’aspetto di paesaggi degradati. Fra le altre cose, si ritiene che i valori estetici per il paesaggio delle wind farms vengano da:

• forme snelle aerodinamiche e scultoree

• solidità e modernità della progettazione

• coerenza e ripetitività degli elementi

• un senso di ordine

• una presenza forte.

Valore simbolico

Una wind farm è simbolo forte e riconoscibile delle nuove tecnologie e della produzione sostenibile di elettricità. Alcune persone accolgono con piacere lo “elemento macchina” della turbina a vento nel paesaggio vedendolo come esempio di lavoro umano in armonia con la natura.

Funzione

Molti intervistati vedono il valore positivo degli insediamenti di energia eolica derivante dalla capacità di offrire un beneficio pubblico (l’energia) utilizzando strumenti rinnovabili.

Sostituzione

Un quarto beneficio percepito degli impianti riguarda lo scambio con altri tipi alternativi di insediamento che offrono lo stesso prodotto con metodologie differenti e spesso in località differenti. L’esempio più semplice è una centrale a carbone, nonostante siano necessarie molte centinaia di turbine per sostituire l’energia prodotta da questo tipo di impianto.

Si noti che, nonostante gli impianti eolici siano una presenza evidente nel paesaggio, l’emissione di gas serra che contribuiscono a ridurre non è altrettanto immediatamente evidente. L’impatto sul paesaggio delle grandi centrali alimentate a carbone – che attualmente producono circa l’84% dell’elettricità in Australia – è comunque “lontano dagli occhi lontano dal cuore” per la comunità.

Quali sono gli impatti negativi che gli impianti eolici possono avere sul paesaggio?

Impatti sulle caratteristiche e scenari del paesaggio

Sia le turbine a vento in sé, che le strutture di servizio (linee di trasmissione elettrica, sottostazioni, strade di accesso ecc.) possono influenzare le caratteristiche del paesaggio. Data la scala e dimensioni di turbine e impianti in generale, il loro contrasto col paesaggio entro cui sono posti, non sorprende che proprio gli effetti su caratteristiche e scenari siano tra gli elementi più contestati.

Non si mette in discussione la presenza fisica delle turbine. Per alcuni la dominanza visiva “esprime ispirazione e aspirazione”, ma per altri trasforma in modo inaccettabile le caratteristiche dei luoghi: molti intervistati nei sondaggi dichiaravano che le wind farms contribuivano a una “industrializzazione” dei paesaggi rurali. Un esperto di percezione visiva che ha risposto al sondaggio, offre un punto di vista più accomodante: per questo signore le torri sono “alte, aggraziate, progettate in modo elegante” ma “su larga scala ... invadenti per il paesaggio”.

Prese singolarmente, le turbine eccedono la “scala umana” e possono essere una presenza incombente e inaccettabile per l’osservatore. Gli intervistati hanno risposto che le turbine a vento (sia singolarmente che prese nell’insieme) hanno un alto impatto sulle caratteristiche del paesaggio e sui valori scenografici ed estetici delle comunità.

È in quanto grossi gruppi di turbine, che le strutture per l’energia eolica possono avere gli impatti maggiori sui caratteri e gli aspetti scenografici. Anche se la cosa non è stata quantificata nel nostro sondaggio, un numero maggiore di turbine che coprono una vasta area o si collocano in un importante campo visivo sembrano essere considerate una inaccettabile sottrazione di caratteri e valori scenografici del paesaggio. Studi all’estero – basati sull’ormai superata tecnologia che richiedeva grandi gruppi di piccole turbine – hanno rilevato che il numero ha maggiori effetti sul paesaggio che non le dimensioni. Alcuni studi di Lothian in South Australia indicano, tuttavia, che il nostro è un contesto specifico; vale a dire, che un grande numero di turbine in paesaggi costieri appare negativo, mentre il localizzazioni interne può non apparire così.

In più, le proporzioni delle turbine a vento e il loro contrasto col paesaggio significano che gli impatti sui valori scenografici e il carattere si estendono ben oltre il sito dell’impianto. Nonostante sia aperto il dibattito sulla soglia di distanza per l’interferenza visiva, il potenziale di impatto si estende per distanze maggiori di quelle della maggior parte degli altri tipi di insediamento nel paesaggio. Esiste, dunque, una certa preoccupazione per le interferenze visive nelle aree dove il godimento o il senso del luogo dipende dagli aspetti naturali, ad esempio nei parchi nazionali.

Impatti sui valori culturali Indigeni

Un progettato complesso di impianti eolici può avere significati culturali rispetto agli Indigeni Australiani a causa dei suoi rapporti con la tradizione, o con le pratiche attuali degli abitanti del luogo, o coi tradizionali proprietari o custodi del sito. La presenza di particolari specie vegetali o animali, ad esempio, può avere significati spirituali. Oppure, un luogo può avere significati perché è stato teatro di eventi storici, come un massacro.

Una custode tradizionale che ha partecipato al sondaggio ha riportato che nella sua esperienza le preoccupazioni principali della popolazione Aborigena delle aree costiere rispetto alle wind farms erano l’ostruzione delle vedute sacre, l’allontanamento della fauna (in particolare degli uccelli migratori), e il danneggiamento di siti con altri valori Indigeni tradizionali.

Comunque, la presenza di valori Indigeni in un dato luogo non preclude necessariamente l’insediamento di un impianto, come dimostra la collaborazione tra Framlingham Aboriginal Trust e Pacific Hydro per costruire un gruppo di turbine su terreni di proprietà Aborigena (Deen Marr) a Yambuk, in Victoria.

Impatti sulle attrattive

Le attrattive [ amenity] in questo caso si ritengono separate dagli impatti sui caratteri e i valori scenografici, anche se si tratta di elementi correlati. L’attrattiva di riferisce specificamente al godimento corrente dei luoghi: residenza, zone per il tempo libero, strade turistiche e via dicendo. Oltre al fatto che le turbine sono un elemento visivo dominante, il loro movimento può produrre altri fenomeni visivi con impatti negativi sulle attrattive, e fra questi riflessioni e rifrazioni causate dalle pale, ombre o alternanza rapida ombra-luce.

Si tratta di effetti che tendenzialmente sono sperimentati dalle persone vicino alla wind farm, nonostante la riflessione solare possa essere visibile a chilometri. Va notato comunque che questi effetti vengono valutati nel corso dell’iter di autorizzazione, e se emerge un effetto potenziale sulla qualità dei luoghi sta all’autorità competente al rilascio determinare se tali effetti siano accettabili.

Impatti sui beni culturali

Nessuno degli intervistati nel sondaggio ha fatto riferimento a impatti negativi sul patrimonio edificato. Ciò probabilmente perché questi elementi sono abbastanza ben documentati e tutelati in Australia, e di conseguenza le wind farms sono state collocate lontano da essi. Esiste, ad ogni modo, una crescente consapevolezza fra gli studiosi del settore, che anche i paesaggi geografici dei siti di interesse storico culturale siano meritevoli di tutela. La Carta di Burra stabilisce la necessità di proteggere “tessuto e forme” dei luoghi di interesse storico.

Con gli effetti visivi e paesistici che inducono, il proprio potenziale ruolo dominante, gli impianti eolici possono cambiare l’assetto dei luoghi di interesse storico e influenzare così il loro valore. In uno studio di impatto paesistico in Tasmania, per esempio, si raccomandava che le turbine fossero collocate lontano dalla visuale di un insediamento storico costiero. In più, sono gli stessi paesaggi a poter essere individuati come importanti elementi storici a causa della connessione con la storia dell’insediamento umano e relative culture: valore sempre più diffusamente riconosciuto da documenti formalizzati come il registro del National Trust dedicato ai panorami significativi. Gli ambienti possono essere anche influenzati da una progettazione o localizzazione inadeguata delle strutture eoliche.

Impatti su valori socio-culturali contemporanei e sul senso dello spazio

Alcune delle persone intervistate hanno descritto un legame emotivo, talvolta spirituale, rispetto ai luoghi dove sono state localizzate le wind farms. A volte questi legami sono un fatto condiviso, dalla comunità in genere o da particolari gruppi. In Australia, la costa rappresenta uno di tali luoghi, come attestato dalle numerose citazioni nella nostra letteratura, arte, teatro, musica, produzioni televisive.

Gli intervistati descrivono come in talune circostanze sembrava che questi legami fossero stati influenzati negativamente dall’introduzione degli impianti eolici. In una risposta per esempio si sottolinea come inserire un “elemento macchina” in un ambiente a cui si attribuiva alto valore ne abbia cambiato la percezione e il sentimento, come spazio di riflessione e contemplazione. È difficile ricostruire un’accurata rassegna e comprensione di quanto diffusi siano tali effetti, ma un numero notevole di risposte sono pervase da senso di perdita, da parte di persone con un atteggiamento principalmente negativo verso le wind farms.

Esistono modi di progettazione e localizzazione degli impianti eolici che possano ridurre gli impatti negativi?

Per quanto riguarda alcuni valori – ad esempio, una localizzazione di alto valore biologico – l’unica forma di tutela può essere la non realizzazione degli impianti. Per altri valori, qualche tipo di impatto può essere impossibile da evitare. Ad esempio, in una prospettiva di caratteri e scenari, è impossibile nascondere o schermare un impianto. Data l’altezza delle strutture, le schermature vegetali possono essere utili sono per impedire la vista da un certo punto, ma non della torre. In modo simile, varie operazioni per ridurre al minimo la visibilità degli impianti nel paesaggio – come l’integrazione con la topografia o l’adattamento a linee, forme, colori, intrecci del paesaggio circostante – sono impossibili o molto difficili da realizzare con qualche risultato nel caso delle turbine, e invero possono anche essere poco desiderabili. Invece, un’attenta disposizione che eviti caratteristiche particolarmente sensibili e si concentri sull’ottimizzare le caratteristiche positive degli impianti, è più efficace. Il Wulff (2002) nota che delle tre potenziali opzioni di collocamento delle turbine e vento – mascherare o nascondere; immergere o integrare; evidenziare – “è il mettere in evidenza le torri il modo per ottenere implicitamente il risultato visivo più semplice”.

Tenendo questo in mente, esiste una scelta di possibilità per il progetto, la localizzazione e l’uso delle varie opzioni per ridurre l’impatto di interferenza delle wind farms e migliorare il loro aspetto, rendendole così più accettabili.

Localizzazione e organizzazione

Esistono parecchie organizzazioni planimetriche che hanno il potenziale per ridurre gli impatti sul paesaggio. Ad esempio, gli intervistati nei sondaggi indicano che raggruppare turbine ad evitare linee visuali ed elementi caratteristici del paesaggio ne riduce gli impatti. Ma questo tipo di concentrazioni può anche ridurre l’efficienza di generazione elettrica, e pone problemi alla gestione di altri impatti potenziali. Gipe (2002) suggerisce che una collocazione corrispondente alle caratteristiche del paesaggio esistente – per esempio, a riflettere le linee di crinale in un ambiente collinare, o a scacchiera in un territorio piano – contribuisce alla “leggibilità” degli impianti, con impatti più positivi ed accettabili.

Secondo Stanton (1996), collocare le turbine lontano dai crinali non ne riduce l’impatto, e compromette la correlazione fra paeaggio e funzioni delle turbine: “è un problema di onestà, rappresentare una forma in correlazione diretta alla sua funzione e alla nostra cultura”.

Altezza

Alcuni intervistati nel sondaggio fanno riferimento alla presenza incombente delle turbine: si tratta senza dubbio di una reazione all’altezza delle torri. Molti ritengono che rendendole più basse si ridurrebbe il loro impatto negativo.

Una valutazione di impatto paesistico raccomandava che le torri non superassero l’altezza relativa degli altri elementi caratterizzanti il paesaggio della regione; vale a dire, che dai punti di vista chiave le cime delle turbine dovrebbero essere visivamente equivalenti all’altezza percepita di lontane colline o altri elementi del paesaggio, dve esistenti. Giudizi del genere sono comunque probabilmente adatti ad un particolare contesto paesistico, e non esistono studi noti nazionali australiani relativi all’interferenza visiva relativa in diverse situazioni.

L’altezza delle turbine è un vincolo progettuale: più alte le torri e le pale dei rotori, maggiore la quantità di energia elettrica prodotta. Ne risulta che ridurre altezze o lunghezza delle pale si tradurrebbe in aumento del numero di turbine proposte, che a sua volta potrebbe generare altri effetti indesiderati, come intasamenti visivi, o incrementi nelle quantità di terreno necessarie all’insediamento.

Distanze e densità

La localizzazione di numerose turbine in un paesaggio aperto può produrre impatti negativi secondo alcuni osservatori. Effettivamente, il numero delle turbine di un complesso può essere più dannoso della loro altezza. Uno studio condotto negli Stati Uniti ha rilevato che le persone tendono a preferire turbine più grandi, rispetto a un numero maggiore di turbine più piccole.

In più, gli effetti dei gruppi di turbine possono essere mitigati evitando raggruppamenti densi (che creano ostruzioni visive) e accorpando gli elementi in “gruppi funzionali” con una certa quantità di spazio aperto fra l’uno e l’altro. Questa tecnica può anche essere utile per limitare gi impatti su particolari caratteristiche o visuali.

Concentrarsi sulle caratteristiche positive

È stato rilevato che la relativa accettabilità delle wind farms è conseguenza di come esse appaiono “ben proposte” all’osservatore. Concentrarsi sulle caratteristiche positive – ovvero sulle loro particolarità estetiche (utilizzando linee nitide e materiali moderni), costanza progettuale (turbine del medesimo colore, modello e altezza) e funzionalità (tutte le turbine in movimento, in modo da apparire attive) – è stato citato come cosa importante per assicurare che gli impianti vengano più prontamente accettati.

Un intervistato sottolineava di preferire la presenza di tabelloni informativi sugli impianti, perché questo riduce una percezione negativa degli impatti sul paesaggio.

Nascondere e attenuare le caratteristiche negative

Nonostante la difficoltà di schermare le turbine, è possibile nascondere o limitare le caratteristiche potenzialmente negative di un impianto eolico; per esempio, interrando le linee di connessione fra i vari impianti per evitare conflitti visivi con le turbine stesse, organizzando le strade in modo tale da evitare le zone sensibili e i pericoli potenziali di erosione, ripulendo accuratamente la zona dai residui di cantiere e altri rifiuti.

Colori e materiali

Un’attenta selezione di colori e materiali può ridurre contrasti e impatti visivi delle turbine a vento. Colori attenuati (grigio chiaro, beige e crema, ad esempio) e materiali con finitura sfumata possono ridurre visibilità e contrasto a distanza. D’altra parte, l’uso di colori dal paesaggio circostante può aumentare il contrasto se lo sfondo è il cielo.

A causa delle proporzioni delle turbine a vento, la gran parte delle viste di turbine e rotori avviene sullo sfondo del cielo, quindi spesso si raccomandano colori più chiari. Stanton (1996) sostiene che nelle condizioni britanniche i colori più attenuati e i bianchi debbano essere evitati, dato che ciò suggerirebbe un tentativo di mimesi; raccomanda invece che le torri vengano utilizzate per una “chiara e diretta affermazione”.

METODI DI VALUTAZIONE DEI VALORI PAESAGGISTICI

Cos’è una valutazione paesaggistica?

La valutazione paesaggistica si usa per individuare e determinare valori, significati e sensibilità di un paesaggio; può anche significare una quantificazione delle probabilità che un insediamento influisca su queste qualità. Essa è un importante strumento per due operazioni:

• documentare i valori del paesaggio, il significato e sensibilità di una regione, per individuare i siti adatti, dal punto di vista paesaggistico, a un insediamento di wind farm

• documentare i valori paesistici, significato e sensibilità di un proposto sito per l’insediamento nel contesto regionale, per valutare e quantificare i potenziali impatti di una wind farm su queste qualità, e assicurare che i modi dell’insediamento rispondano positivamente a queste potenzialità di impatto.

Nell’ambito della presente ricerca, vengono considerati entrambi questi aspetti della valutazione paesaggistica, anche se gli Enti associati riconoscono che tale valutazione non è di responsabilità né del settore dell’energia eolica, né di particolari responsabili della costruzione.

Cosa deve prendere in considerazione, e cosa invece no, una valutazione paesaggistica?

Le idee sugli obiettivi e i potenziali di una valutazione paesaggistica variano di molto: alcuni autori usano “valore del paesaggio” solo a significare i caratteri visivi ed estetici di un luogo; altri citano nei “valori del paesaggio” un ampio raggio di qualità, di tipo sociale, Indigene, culturali, artistiche e ambientali. Esiste comunque un consolidato riconoscimento, a livello nazionale e internazionale, dell’artificiosità del separare i valori culturali da quelli naturali, ed esiste una crescente concordia sulla necessità di una valutazione olistica dei valori di paesaggio. È la prospettiva riflessa nell’approccio inclusivo di valutazione dei valori nel luoghi Patrimonio Mondiale, e si rende anche evidente nel nuovo sistema nazionale, dove il “bene” è definito come parte dell’ambiente. I luoghi, compresi i paesaggi, scelti per essere inclusi nella nuova National Heritage List possono essere selezionati per i valori naturali, Indigeni, e/o culturali (storici, estetici, spirituali, e via dicendo). Il temine “ heritage” quindi è sempre più visto come comprensivo sia di valori tangibili che immateriali. Ciò si riflette nelle definizioni della parola adottate dai governi statali e territoriali nel corso della revisione delle leggi in materia.

Il campo di valori paesaggistici che le strutture per l’energia eolica possono influenzare è molto ampio. Le questioni e gli impatti individuati attraverso l’esame della letteratura scientifica e il coinvolgimento degli interessati, comprendono valori molto diversi, come:

• quelli ambientali, ad esempio impatti su uccelli e pipistrelli

• quelli estetici, ad esempio il contrasto delle wind farms col paesaggio

• sociali, ad esempio l’identificazione della comunità col paesaggio

• emotivi, ad esempio le sensazioni di meraviglia, o smarrimento

• culturali, ad esempio, impatti su caratteri di importanza storica o archeologica

La valutazione paesaggistica dunque richiede un approccio interdisciplinare, e sono state sviluppate una quantità di metodologie allo scopo di cogliere tutto l’arco dei valori. Ma nessuna metodologia è universalmente accettata. In più ad alcuni valori (ad esempio, quelli ambientali e storici) corrispondono linee di lavoro bene definite e accettate per valutare livelli e significati, i potenziali impatti di un insediamento su di essi, l’accettabilità di tale impatto, mentre per altri (come quelli estetici e culturali) non ne hanno. Fra le metodologie meno consolidate o solo emergenti, ci sono quelle relative a:

• i valori visivi, estetici e scenografici dei paesaggi

• caratteri e significati del paesaggio

• valori socio-culturali contemporanei, in quanto opposti a quelli storico-culturali, ad esempio il valore dello stato del paesaggio per gli Indigeni contemporanei, o un attaccamento personale ed emotivo a un luogo.

Come deve essere affrontata la valutazione paesaggistica?

Il lavoro pionieristico in questo campo in Australia è avvenuto in gran parte attraverso i primi studi del National Trust, particolarmente in Victoria e New South Wales, e attraverso lo sviluppo di sistemi di gestione delle risorse visive ( Visual Resource Management System / VMS) per le attività di forestazione. La tecnica VMS utilizza approcci derivati dalla tradizione della valutazione formale estetica e dalla architettura del paesaggio, che di norma comprendono:

• classificazione del paesaggio entro tipi caratteristici, e descrizione di tali tipi

• valutazione obiettiva dei valori estetici relativi del paesaggio, espressa in termini di qualità scenografica alta, moderata, bassa, dove l’alta qualità è di solito associata a varietà, unicità, preminenza e naturalità delle forme del suolo, vegetazione e acque, entro ciascun tipo

• determinazione delle capacità del paesaggio di assorbire vari tipi di insediamento sulla base delle caratteristiche fisiche e ambientali

• valutazione di “sensibilità visiva” basata sulla sensibilità relativa al cambiamento di diversi gruppi di osservatori – ad esempio turisti contro boscaioli – quante persone osservano e da quanto lontano.

Questa tecnica si occupa specificamente di graduare i valori scenografici e visivi estetici di un paesaggio. Nondimeno, alcuni adattamenti di essa sono stati comunemente utilizzati nelle valutazioni paesaggistiche per le wind farms in Australia aggiungendo tra l’altro:

• modello computerizzato della visibilità degli impianti dai dintorni (e da punti di vista chiave) in base alla topografia; analisi delle “zone di influenza visiva” o “area vista”

• modello visivo della wind farm e costruzione di “fotomontaggi” che illustrano le potenziali trasformazioni del paesaggio.

Nonostante le tradizioni di valutazione visiva alla base degli approcci VMS li rendano giustificabili e ripetibili, essi sono stati criticati per le seguenti ragioni:

• manca di input dal parte della comunità locale per definire il valore e qualità scenografica

• conferisce maggior peso alle caratteristiche naturali che a quelle culturali (essendo stato sviluppato in gran parte per l’uso in zone naturali)

• i “gruppi di osservatori” sono mal definiti e manca una rigorosa analisi quantitativa delle percezioni dei diversi osservatori

• non vengono riconosciuti i valori più immateriali ed “emotivi” del paesaggio.

I fondamentali studi sul paesaggio della Australian Heritage Commission nell’ambito degli accordi sulle foreste regionali, sviluppati nei primi anni ’90, utilizzavano in modo intensivo le consultazioni locali per quantificare i valori immateriali: legami sociali, spirituali, estetici al luogo. Questo problema del coinvolgimento locale costituisce l’elemento centrale di tensione fra le varie metodologie: esiste una fondamentale divergenza teorica di opinioni, sul possedere il paesaggio una intrinseca oggettiva bellezza che possa essere in qualche modo misurata o comparata, oppure se la bellezza scenografica sia un valore solo soggettivo, attribuito a un’area o particolare paesaggio.

Le valutazioni basate su un giudizio professionale dei valori paesaggistici (ad esempio “qualità scenografiche”) sono talvolta criticate come insufficientemente rappresentative della prospettiva dei gruppi interessati non-professionali. Con questi presupposti, le comunità chiedono sempre più spesso di essere consultate su cosa conta per loro, e questa domanda trova sempre più spesso risposta positiva da parte delle autorità competenti.

Molti dei valori individuati come importanti nel sondaggio non sono facili da misurare o quantificare. Per esempio, è relativamente facile quantificare gli effetti di un insediamento di impianti eolici sui valori tangibili della vegetazione locale; è molto più difficile quantificarne gli effetti su valori immateriali, come i sentimenti di una persona per un luogo. Schwann (2002) suggerisce che, nonostante i valori immateriali presentino una sfida per la pianificazione e valutazione, resta importante verificarli e valutarli. Un efficace coinvolgimento della comunità locale – che consenta al punto di vista collettivo di rendersi evidente, e non solo a quello di chi ha più voce – è ovviamente essenziale da questo punto di vista.

Comunque, perché la valutazione paesaggistica possa essere un’utile guida per la progettazione e realizzazione di impianti eolici, ci deve essere equilibrio fra input soggettivi e quadri generali di carattere professionale che comprendano e documentino tale input. Un approccio testato in uno studio sul sud-est Queensland (anche se non specificamente correlato a un insediamento di tipo eolico) integrava dati di visibilità elaborati dal computer con una dettagliata analisi delle preferenze comunitarie per tipi e caratteri di paesaggio, producendo infine una graduatoria delle “piacevolezze sceniche” del paesaggio. Studi simili sulla percezione sono stati condotti lungo la Great Ocean Road in Victoria, e nelle cittadine costiere di New South Wales e Queensland. Questi approcci possono avere valore per graduare la sensibilità e preferenze riguardo agli insediamenti eolici, nonostante sinora non siano stati condotti studi del genere orientati alle wind farms.

Usando metodi simili, Andrew Lothian (2002) ha condotto studi rilevanti sulla percezione del pubblico (su oltre 300 persone) in South Australia rilevando che le preferenze riguardo al paesaggio sono simili quanto più simili sono i gruppi di età, sesso, livello culturale. Di conseguenza suggerisce che, nonostante esista il potenziale di iniziare un lavoro nazionale di valutazione paesaggistica, è importante prima di tutto completare studi simili in tutta Australia.

Come deve essere misurata, la significatività?

Da una prospettiva di pianificazione, il prodotto centrale di una valutazione del paesaggio è la quantificazione dei suoi valori relativi, in modo tale che possa essere presa una decisione sull’accettabilità o meno di alcuni impatti. Il rapporto sulle reazione della comunità al progetto dell’impianto di turbine eoliche a Portland in Victoria, per esempio, raccomanda che nelle valutazioni future di questo tipo si classifichino i paesaggi “in termini di significati internazionali, nazionali, di stato, regione, e locali”identificando le caratteristiche che contribuiscono in ciascun caso al loro significato.

Esiste un ampio dibattito sul misurare o meno, e come, il significato relativo dei paesaggi. Le diversità di valori che implica l’idea di “valore del paesaggio” creano altre difficoltà nel definire cosa sia significativo in un paesaggio. le risposte alla domanda del sondaggio “Cosa rende un paesaggio più speciale di un altro?” vanno elementi misurabili (ad esempio la diversità delle variazioni topografiche, o presenza o assenza di acqua) all’immateriale (ad esempio, il grado di significati personali e associazioni mentali con un dato luogo); “in mezzo” sta il livello di naturalità o qualità di stato selvaggio di un panorama. Come sottolineato, esistono varie tecniche per classificare l’importanza relativa di un paesaggio e degli elementi in esso. Se il valore debba essere classificato oggettivamente o soggettivamente, è ambito di tensione fra i diversi approcci.

Pochi dei sistemi esistenti affrontano in modo comprensivo tutti i valori potenzialmente significativi. Fra i criteri di significatività utilizzati come parte si un sistema gerarchico di classificazione, negli studi esistenti, ci sono:

• qualità scenica, determinata in modo scientifico, o attraverso la percezione della comunità, o in entrambi i modi

• scarsità, la relativa unicità di un tipo di paesaggio o elemento

• frequentazione e riconoscimento, quanto il pubblico è attratto da un paesaggio, e quante persone e di che tipi ci vanno

• visibilità, il numero di persone che osservano un paesaggio, e da dove lo osservano

• frequenza della rappresentazione artistica, inclusi lavori scritti o visivi, livello di riconoscimento dell’oggetto nei lavori, rapporto dell’artista con un luogo.

È pure rilevante il problema dei limiti di una valutazione paesaggistica. Appare essenziale sviluppare criteri standard per valutazioni solide e ripetibili sui valori paesistici per la localizzazione di impianti eolici nei vari stati e regioni.

Come procedere? Si devono portare a termine valutazioni paesaggistiche per tutte le aree dove è presente la risorsa vento?

Esiste crescente consapevolezza che la valutazione paesistica a scala regionale sia essenziale per comprendere i valori relativi dei paesaggi. L’importanza delle varie caratteristiche dipende in gran parte dalla comprensione del significato relativo di un paesaggio, o di un tipo di paesaggio. Nello stesso modo in cui sono disponibili informazioni su presenza o scarsità di specie e associazioni vegetali a livello regionale, statale e nazionale, anche una valutazione strategica dei valori di paesaggio ha le potenzialità di misurarne il significato.

Al momento, gli impatti paesaggistici delle wind farms sono valutati caso per caso, come risposta a richieste di nuovi impianti. Nonostante ciò sia essenziale per ricostruire gli specifici impatti di un progetto, in assenza di un quadro regionale di contesto dei significati relativi dei paesaggi non è possibile classificare questi impatti. In più, l’impossibilità di individuare i paesaggi particolarmente significativi può determinare conflitti non necessari, e incertezze nella realizzazione degli impianti.

Alcuni governi statali hanno individuato particolari aree, come i parchi nazionali, inadatte per insediamenti di impianti eolici. Le valutazioni paesaggistiche in tali casi possono essere inutili, o ridondanti. Dato che alcuni impatti sono inevitabili, quando si realizza una wind farm, e dato che esistono piani statali, nazionali e internazionali di promozione dell’energia eolica come fonte rinnovabile, i processi di pianificazione devono tener conto planning della necessità di equilibrare le politiche di alto livello relative agli impianti eolici, col desiderio di tutelare i paesaggi.

Nota: il documento integrale e originale (con l’intero testo, le bibliografie, e soprattutto le Appendici metodologiche e di rilevamento) è scaricabile in file PDF dal sito di uno dei due enti responsabili, l’Austrialian Council of National Trusts (f.b.)

Il rubinetto delle emissioni di anidride carbonica non si chiude, anzi la pressione crescente dei paesi di nuova industrializzazione spinge la volata dei gas che squassano la macchina del clima. Basterebbe questo ad alimentare l´incubo di una desertificazione che avanza e di milioni di profughi ambientali che stanno per mettersi in moto. Ma l´ultimo rapporto del Worldwatch Institute, Oceani in pericolo, elaborato da un gruppo di scienziati di Greenpeace, apre un´altra finestra di allarme. Uno dei grandi equilibratori climatici, la spugna che finora ha assorbito una parte importante delle emissioni serra, sta per cedere: la capacità dei mari di catturare una quota significativa di anidride carbonica diminuisce. E così mentre il flusso dei gas che devastano l´atmosfera cresce, i riflessi di Gaia, il pianeta vivente, si appannano.

I dati di base sono incontrovertibili. Per convincersene basta paragonare due periodi chiave: i primi due secoli di rivoluzione industriale e gli ultimi decenni. Tra il 1750 e il 1994 sono stati emessi 1.039 miliardi di tonnellate di anidride carbonica e gli oceani ne hanno assorbiti 433 miliardi: il 42 per cento. Tra il 1980 e il 2005 sono stati emessi 525 miliardi di tonnellate di anidride carbonica e gli oceani ne hanno assorbiti 194: il 37 per cento. Dunque, rimanendo alla stima media degli ultimi 25 anni, per ogni punto percentuale di riduzione della capacità di assorbimento degli oceani si registra un ulteriore accumulo in atmosfera di 200 milioni di tonnellate di anidride carbonica: quanta ne emette il sistema industriale italiano regolamentato dal protocollo di Kyoto.

Non è finita. «Non si può sottovalutare il fatto che l´aumento di Co2 nell´acqua di mare ne causa l´acidificazione», si legge nel rapporto pubblicato dal Worldwatch Institute. «Il pH degli oceani si è abbassato di 0,1 unità, con la possibilità che scenda di ancora 0,5 unità a fine secolo se non si riducono le emissioni. Numerosi organismi che si costruiscono uno scheletro calcareo - coralli, molluschi, crostacei e molti organismi planctonici - potrebbero avere problemi di stabilità perché il calcare si scioglie nell´acqua acida». Dunque la capacità degli oceani di catturare carbonio formando la vita potrebbe indebolirsi ancora di più.

Quest´alterazione degli equilibri fisici e chimici, oltre alle ripercussioni globali, ha ovviamente un effetto micidiale su un ecosistema marino già malconcio: «La pesca riassume il dramma della crescita selvaggia di una distruttiva potenza tecnologica che ormai non risparmia i luoghi più remoti: isole lontane, montagne abissali, artico e antartico sono tutti sotto la pressione di pescherecci industrializzati che non solo pescano troppo (dagli anni ‘50 il totale della produzione ittica si è moltiplicato per 7) ma anche male, con attrezzi distruttivi, come la pesca a strascico o le reti derivanti, che catturano un numero incredibile di specie non bersaglio, danneggiando l´ecosistema e rallentando il recupero degli stock ittici che nel 76 per cento dei casi sono oggi al limite o oltre il limite dello sfruttamento».

La temperatura crescente sta minando le barriere coralline che ospitano circa 100 mila specie note (le stime reali potrebbero andare da 1 a 3 milioni): il 20 per cento è distrutto, il 24 per cento è a rischio imminente di collasso, per un altro 26 per cento la minaccia è a lungo termine. Va male anche alle mangrovie, un ecosistema fondamentale per la difesa delle coste dalla pressione del mare: metà è stata cancellata e ormai occupano solo il 25 per cento delle coste tropicali contro una quota originale del 75 per cento.

A tutto ciò si aggiungono i danni prodotti dall´inquinamento chimico e radioattivo: nel Golfo del Messico si è arrivati a 80 mila chilometri quadrati di fondali morti.

L'umanità insostenibile

di Marina Forti

Questa volta fa notizia il rapporto Living Planet, pubblicato ieri dal Wwf internazionale, come ogni due anni, per aggiornare sullo stato degli ecosistemi del pianeta. Fa notizia e con ragione: il rapporto «pianeta vivente» 2006 avverte che se l'umanità continua a consumare risorse naturali al ritmo attuale, entro il 2050 ci servirà due volte la capacità biologica del pianeta. Insomma: avanti così il collasso è inevitabile, e anche abbastanza vicino.

Living Planet è il risultato di due anni di studio sui dati del 2003. Descrive lo stato della biodiversità (l'insieme dei viventi che popola il pianeta) e la pressione degli umani sulla biosfera. Per questo usa due indicatori: il primo è battezzato «indice del pianeta vivente» (Living Planet Index) e misura i trend della vita sul pianeta. Più precisamente, osserva 1.313 specie di vertebrati (pesci, anfibi, rettili, uccelli, mammiferi) di tutto il mondo: sono solo una parte di tutte le specie viventi del pianeta, ma il trend di queste popolazioni è indicativo dello stato di tutta la biodiversità. Ebbene, tra il 1970 e il 2003 la popolazione dei vertebrati è declinata di circa un terzo: stiamo degradando gli ecosistemi naturali a un ritmo che non ha precedenti nella storia dell'umanità.

L'altro indice usato dagli scienziati che hanno lavorato con il Wwf è l'«impronta ecologica» (Ecological Footprint). E' un termine noto a ecologi e ambientalisti, forse meno al pubblico più generale (e per nulla a chi determina le decisioni politiche): l'«impronta ecologica» misura la domanda di terra e acqua biologicamente produttiva necessaria agli umani per produrre ciò che consumano. Ovvero: la terra coltivabile, i pascoli, le foreste, i banchi di pesca necessari a produrre il cibo, fibre e legname che consumiamo; più il territorio necessario ad assorbire i rifiuti che produciamo inclusi quelli generati consumando energia (quindi anche l'anidride carbonica che fa effetto serra e modifica il clima) e il territorio che occupiamo per le nostre infrastrutture (il consumo d'acqua dolce non è incluso; il rapporto vi dedica un capitolo a sé).

Ebbene: nel 2003 l'impronta ecologica globale dell'umanità era di 14,1 miliardi di ettari globali (cioè ettari biologicamente produttivi, con capacità media di produrre e assorbire risorse), pari a 2,2 ettari globali per persona. Ma la «biocapacità» totale era di 11,2 ettari globali, pari a 1,8 ettari procapite. Dunque eccediamo la biocapacità del pianeta, ed è così ormai dalla metà degli anni '80: ormai la domanda eccede l'offerta del 25%. E' il «debito ecologico».

Se andiamo a guardare per aree mondiali scopriamo lo squilibrio di sempre: le impronte ecologiche più pesanti sono quelle di Emirati arabi uniti e Stati uniti, la più bassa in assoluto quella dell'Afghanistan; tutti i paesi industrializzati sono ben sopra la media mondiale, l'India al di sotto. La Cina sta circa a metà, poco sotto la media: paese in rapida crescita economica, avrà un ruolo chiave nell'uso più o meno sostenibile delle risorse nei decenni a venire: per questo il Wwf internazionale ha deciso di presentare il suo rapporto ieri proprio a Pechino.

L'Italia ha un'impronta ecologica pro capite di 4,2 ettari globali, con un deficit ecologico di 3,1 ettari pro capite rispetto alla nostra biocapacità. E questo ci mette al 29esimo posto mondiale.

Viene da pensare che nei decenni del grande sviluppo industriale il mondo ha discusso di esaurimento delle risorse naturali come limite allo sviluppo, dal petrolio (risorsa non rinnovabile) in poi. Ma ancora prima delle materie prime naturali, quallo che sta finendo è la capacità della Terra di assorbire i nostri rifiuti e rigenerarsi. L'umanità trasforma le risorse naturali in rifiuti molto più in fretta di quanto la natura ritrasformi i rifiuti in risorse.

E' la catastrofe? Sì, a meno che si inverta la rotta. Il Wwf ipotizza diversi «scenari» e dice che è ancora possibile la transizione a una situazione sostenibile: ma questo implica prendere subito decisioni, perché le politiche e gli investimenti avviati ora persisteranno per gran parte del secolo. Ed è questo che preoccupa: i dirigenti mondiali non hanno finora mostrato di comprendere l'urgenza del problema.

Terra in pericolo

di Guglielmo Ragozzino

Non basterà. Come Marina Forti scrive qui a fianco [qui sopra – ndr], nel Living Planet Report per il 2006, il Wwf mostra come i nostri consumi umani sono tali che presto ci servirebbero due pianeti grandi come il nostro, se continuasse l'attuale ritmo di utilizzo dell'acqua, del suolo e delle altre risorse scarse. E' ovvio però che se i consumi si rincorrono, ne generano altri; e dopo l'India e la Cina, altri grandi paesi sceglieranno di crescere, consumando terre sempre meno fertili, acque sempre più difficili da raggiungere. Non basteranno due Terre affiancate, per calmare la nostra fame e la nostra sete.

Noi italiani - e non siamo i peggiori tra i ricchi - consumiamo quattro volte il nostro territorio nazionale. Il nostro grande piedone lascia un'impronta per terra che copre la Francia e i Balcani, almeno in parte; e, prima o poi, susciteremo il risentimento di qualcuno. Ai tempi delle colonie, questi problemi erano risolti facilmente. C'erano territori, lontani, oltre il mare, che si potevano schiacciare e scavare a piacere. Qualcuno, troppo legato alla sua terra, rimaneva sotto il nostro tacco, ma noi eravamo il progresso, e il progresso comporta qualche disagio. Di colonie ce ne è ancora, anche se si preferisce non parlarne. Ed è ipocrita dire: io non c'entro; e poi servirsi di tutto quello che proviene dalle colonie di altri. L'impronta è la nostra. E anche se la parte del cattivo, del padrone della piantagione la fa un altro, è a noi che arriva il prodotto finale; il consumo è nostro, nostro lo spreco.

C'è dunque la tenuta o la lieve crescita dei nostri consumi. E i nostri dirigenti si appassionano a una crescita che forse sfiorerà il due per cento e si dispiacciono che non sia maggiore e invidiano la crescita di altri che arriva al tre e al quattro per cento. Faranno di tutto perché la crescit aumenti. Come se la crescita fosse senz'altro una cosa buona e apprezzabile. Se cresceremo del 2%, ben prima del 2050 la nostra impronta sulla Terra sarà raddoppiata e graveremo su un territorio che sarà otto volte quello dell'Italia. C'è poi naturalmente l'aumento vertiginoso di quelli che hanno ancora impronte piccole sulla loro parte di Terra, ma sono tantissimi e hanno tantissima fame arretrata.

Ci sono poi molte persone convinte che la Terra regga il peso di tutti noi che continuiamo a scavare; una Terra molto più grossa, più fertile, più umida, più munita di foreste e di animali di quanto la triste scienza degli ambientalisti non riesca mai a supporre. Una Terra capace di rigenerarsi, di offrire sempre nuove opportunità, sempre più spazio, più strade asfaltate, più gallerie nella roccia, più montagne da riempire di villaggi turistici e spiagge da cementificare. Per disgrazia (o per fortuna, secondo la morale prevalente) quelli che la pensano così, sono al comando. Sono loro che guidano il mondo, decidono per tutti, danno i voti, stabiliscono quello che conta e quello che si può scartare.

In questa pagina del giornale parliamo anche dell'abile accordo tra russi e ucraini per il gas. Questo fatto garantisce anche il nostro gas che continuerà a fluire e fluire. Il nostro modello di consumi non si modificherà, nessuno chiederà a nessun altro di risparmiare, di progettare case e città migliori, di usare mezzi pubblici adeguati in città e fuori, di scoraggiare l'uso dell'auto che ci ha portato al primo posto nel mondo.

Vedrete che proporranno a noi, scontenti per principio, di utilizzare le auto a gas, meno inquinanti delle altre; e già alcuni sorridono al pensiero di guidare un'auto a gas con la quale si sconfiggerebbero tutti gli euro 4 ed euro 5 e 6 e 7 che via via si presentassero.

A questo dunque serve il gas? A consumare sempre più Terra, più acqua, più aria? A consumare più vita?

Nota: qui un link a un articolo dal Corriere della Sera, con il PDF del Rapporto originale scaricabile (f.b.)

Progressivement, l'exceptionnel devient ordinaire. Et la canicule qui saisit en ce moment l'Europe à la gorge quitte la rubrique des faits divers pour devenir un fait majeur de société. A coups d'incendies, de vagues de chaleur, de pollution atmosphérique, d'assèchement des sols et des fleuves - et demain d'inondations brutales et de tempêtes de type tropical-, la météo sauvage qui secoue nos pays de cocagne, traditionnellement tempérés - trois périodes de chaleur record au cours de trois mois consécutifs-, se présente comme une réalité abrupte qu'il faut interroger.

Ne constitue-t-elle pas un signe supplémentaire d'une modification en profondeur des conditions de la vie sur terre? Les symptômes d'un gigantesque remue-ménage s'accumulent.

"Les phénomènes météorologiques et climatiques atteignent des niveaux records", constate l'Organisation météorologique mondiale (OMM), et leur nombre n'a cessé de "s'accroître ces dernières années". Plus personne de sérieux ne peut aujourd'hui se contenter de hausser les épaules en évoquant des coïncidences ou les aléas de la variabilité naturelle.

L'humanité se trouve bel et bien agressée par un dérèglement climatique majeur qui s'accélère et se généralise. Imprévisible, le phénomène, provoqué par un réchauffement planétaire que les observations scientifiques et humaines les plus diverses confirment, entraîne avec lui une foule de questions sur l'avenir de nos sociétés, bousculant le cadre de nos habitudes et de nos pensées, y compris ce qui passe aux yeux de tous pour immuable et indépassable. Système économique, approvisionnement énergétique, modes de production, moyens de transport, organisation collective, comportements sociaux et modes de vie individuels sont concernés.

La crise climatique confronte l'humanité et ses civilisations à un défi redoutable: comment allons-nous vivre désormais avec un climat qui se retourne contre les hommes?

Comment et dans quel sens allons-nous réagir, rapidement et radicalement si possible, sous peine, peut-être, de mettre en cause notre propre survie? La répétition et l'intensité des phénomènes climatiques extrêmes mènent une sarabande effrénée sur l'ensemble des continents et des océans. Plus on se rapproche des pays les plus peuplés et les plus démunis du Sud, plus ce chamboulement ressemble à une danse de mort.

Canicules et inondations se succèdent, tempêtes et sécheresses se combinent. L'alternance rapprochée de catastrophes dites naturelles provoque une spirale de déséquilibres. Le nombre de victimes silencieuses et anonymes s'accroît. Les dégâts sur l'écosystème planétaire s'intensifient. Ils entraînent un cortège d'épidémies résurgentes, d'immigrations forcées, de réfugiés sans issue, de désertification massive, d'appauvrissement des sols, d'épuisement des rendements, de pénurie d'eau, de destruction des forêts, d'extinction des espèces...

Réagissant à cette tragédie qui mine la modernité, Sir John Houghton, ancien président de l'Office britannique de météorologie, n'hésite pas à se référer à l'actualité la plus explosive, qualifiant d' "arme de destruction massive au moins aussi dangereuse que les armes chimiques, nucléaires ou biologiques" le réchauffement climatique. "Comme le terrorisme, cette arme ne connaît pas de frontières", a-t-il récemment dit au Guardian.

Sir John Houghton n'est pas le seul à s'inquiéter. La plupart des politiques désignent désormais le réchauffement climatique comme un des principaux ennemis de l'avenir. On se souvient du fameux "La maison est en feu" de Jacques Chirac au sommet de Johannesburg. Et la communauté internationale a pris à Kyoto, en 1997, une décision historique: celle de réduire l'émission des gaz à effet de serre. Pour la première fois, une logique de décroissance a été introduite - plus symboliquement qu'efficacement - au cœur du système productif, à contre-courant du dogme récurrent de la croissance permanente. La prise de conscience semble progresser, et chaque nouveau coup de boutoir climatique la renforce. Au niveau des discours et des postures surtout. Car, dans la prise de décision, force est de reconnaître, comme Nicolas Hulot citant Bossuet, qu' "on s'afflige des effets mais qu'on s'accommode des causes". Le temps politique n'est pas celui du temps écologique.

La communauté scientifique, quant à elle, s'interroge encore sur l'origine du phénomène. A quoi ou à qui doit-on le retournement climatique? A un de ces soubresauts naturels de la machine terrestre qui, à l'échelle de l'histoire géologique, ont déjà précipité des changements spectaculaires à coups de glaciations ou de réchauffements? Ou à l'espèce humaine et à ses activités? Les études tendent à montrer que la seconde hypothèse est la plus probable. Les rapports de la Commission intergouvernementale sur les changements climatiques (IPCC) de l'ONU, l'autorité la plus fiable en la matière, se font de plus en plus précis et accusateurs.

LES QUESTIONS QUI FÂCHENT

N'y a-t-il pas coïncidence troublante entre l'augmentation des émissions de gaz à effet de serre, la hausse des températures moyennes et le dérèglement actuel? Le pire est peut-être à venir si le réchauffement en cours s'emballe après avoir libéré les énormes quantités de gaz à effet de serre (carbone et méthane) piégées dans les océans ou les terres gelées du Nord (le permafrost). Après tout, il n'a fallu qu'une augmentation moyenne de 7 °C de la température pour que les dinosaures disparaissent corps et biens alors qu'ils régnaient sur la terre.

Aujourd'hui, l'IPCC évalue l'augmentation possible jusqu'à 6 °C. Le débat continue sur les causes mais, en tout cas, plus personne ne met en doute le phénomène de réchauffement et de dérèglement.

Et, quoi qu'on en pense, il va falloir maintenant vivre avec. C'est-à-dire avec les révisions que cela impose. La vie, qui est robuste et qui a fait la preuve depuis quelques milliards d'années de sa faculté de résistance, est sans doute capable de s'adapter. Même si, cette fois, le changement est infiniment plus rapide - quelques dizaines d'années - qu'il ne l'a jamais été par le passé - plusieurs milliers d'années. L'homme le pourra-t-il? La crise climatique l'invite à un douloureux effort de modestie. N'est-il pas, somme toute, qu'une des manifestations multiples de la vie? Un invité surprise parmi d'autres? Bien plus fragile que nombre d'autres espèces? Plutôt que d'entretenir l'illusion prométhéenne d'une capacité supérieure à dominer tout ce qu'il touche, plutôt que de croire que le progrès finira toujours par l'emporter et que de nouvelles technologies parviendront un jour à réinventer l'eau, l'air et la terre, ne doit-il pas chercher le chemin d'une histoire collective soucieuse d'équilibre, de durabilité, de maîtrise et de réconciliation avec son environnement?

C'est là qu'interviennent toutes les questions qui fâchent, mais qu'il va bien falloir poser. Elles sont multiformes et concernent tous les domaines, qu'elles renvoient aux grands choix stratégiques ou aux minuscules comportements individuels. Si, comme c'est probable, l'humanité est responsable du réchauffement climatique et si elle veut, dans l'intérêt de chacun de ses peuples, interrompre le bouleversement en cours ou, du moins, le ralentir, des ruptures décisives s'imposent.

Oui, il faut consommer moins, brûler moins d'énergie, se déplacer autrement, économiser les ressources, produire autrement, éviter le gaspillage... Oui, prévention, précaution, réparation, recyclage, décroissance et économies sont les clés de l'avenir. Se traduiront-elles en autant de politiques? Ce serait introduire l'idée de limite au cœur de l'activité humaine. A contrario du consensus de la pensée contemporaine autour de la fuite en avant et vers le toujours plus.

Titolo originale: Glossary of energy-related terms – Estratti e traduzione per Eddyburg a cura di Fabrizio Bottini [l’ordine è quello alfabetico originale dei termini anglosassoni]

Energia Eolica/Wind Energy— Energia disponibile da flussi di vento attraverso un ambiente, determinati dal riscaldamento di atmosfera, terra e oceani da parte del sole.

Sistema - o Apparecchio - di Conversione dell’Energia Eolica/Wind Energy Conversion System (WECS) or Device — Apparato per convertire l’energia disponibile nel vento in energia meccanica che può essere utilizzata per azionare macchine (mulini per cereali, pompe d’acqua) o generatori di elettricità.

Generatore Eolico/Wind Generator — Uno WECS espressamente progettato per produrre elettricità.

Mulino a Vento/Windmill — Uno WECS utilizzato per macinare cereali, caratterizzato da un rotore posto in alto, termine comunemente usato a descrivere tutti i tipi di WECS.

Curva dell’Energia Eolica/Windpower Curve — Grafico rappresentante la correlazione fra l’energia disponibile dal vento e la sua velocità. L’energia dal vento aumenta proporzionalmente al cubo della sua velocità.

Impianto per l’Energia Eolica/Wind Power Plant — Gruppo di Turbine a Vento collegate a una centrale comune attraverso un sistema di trasformatori, linee di distribuzione e (di solito) una sottostazione. Gestione, controllo e manutenzione sono spesso centralizzate, attraverso una rete di sistemi computerizzati, affiancati da verifiche visive. Si tratta di un termine usato comunemente negli USA. In Europa si utilizza il termine centrale di generazione.

Profilo dell’Energia Eolica/Windpower Profile — I cambiamenti nell’energia disponibile dal vento a causa delle diverse velocità, o profilo di velocità; il profilo dell’energia eolica è proporzionale al cubo del profilo di velocità del vento.

Valutazione delle Risorse Eoliche/Wind Resource Assessment — Il processo di definizione delle risorse eoliche, e dei potenziali energetici, per uno specifico sito o zona geografica.

Rosa dei Venti/Wind Rose— Un diagramma che indica le percentuali medie delle diverse direzioni da cui soffia il vento, su base mensile o annuale.

Velocità del Vento/Wind Speed — I flussi di vento non impediti da ostacoli.

Curva Temporale di Velocità del Vento/Wind Speed Duration Curve — Un grafico che indica la distribuzione delle velocità del vento in funzione del numero cumulativo di ore in cui la velocità supera un limite dato, in un anno.

Curva di Frequenza di Velocità del Vento/Wind Speed Frequency Curve — Una curva che indica il numero di ore all’anno in cui si raggiunge una determinata velocità.

Profilo di Velocità del Vento/Wind Speed Profile — Un profilo di come cambia la velocità del vento a seconda delle altezze rispetto alla superficie del terreno o dell’acqua.

Turbina a Vento/Wind Turbine — Termine utilizzato per definire un apparecchio di conversione dell’energia eolica in elettricità; può avere una, due o tre pale.

Capacità Relativa di Turbina a Vento/Wind Turbine Rated Capacity — La quantità di potenza che può produrre una turbina a vento alla velocità per cui è stata programmata, ad esempio 100 kW a 30 km/h. La velocità relativa del vento corrisponde al punto in cui l’efficienza di conversione raggiunge il massimo. A causa della variabilità del vento, la quantità di energia effettivamente prodotta da una turbina è in funzione del fattore di capacità (ad esempio, una turbina produce dal 20% al 35% della sua capacità relativa in un anno).

Velocità del Vento/Wind Velocity— Velocità e direzione del vento in un flusso indisturbato.

Nota: l’intero Glossario in originale (che riguarda l'insieme delle energie da fonti rinnovabili) è disponibile al sito dello US Department of Energy (f.b.)

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