É sconcertante e, per molti aspetti, inquietante l’intervento di Marco Cipriano, consigliere regionale di Sinistra Democratica ( Un Expo possibile, pagina milanese del Manifesto del 2 dicembre scorso). Tutto subalterno allo stato di cose esistente. Non un cenno al pensiero unico che ha benedetto la candidatura di Milano e ne ha condiviso forma e sostanza. Il presidente della Provincia Penati si è addirittura attribuito una delega specifica Expo!? Non è da considerare disgraziata la città che punta le sue carte su un evento esterno (soprattutto nel senso di alterdipendente), come panacea ai suoi mali? E se la candidatura non verrà accolta? Perché non si entra nel merito della questione?
Cerchiamo di aprire gli occhi. Lo sanno tutti. Il progetto di candidatura di Milano a Expo 2015 è segnato inequivocabilmente ed irrimediabilmente (se non si organizza una seria opposizione e una seria alternativa) dal dominio della rendita e della speculazione immobiliare e finanziaria.
Conferma e porta avanti, con prepotenza ed arroganza (le critiche e le opposizioni anche giuridiche dei comitati di cittadini non contano niente: tolleranza zero!), i grandi ed orrendi interventi urbanistici (Fiera, Isola/ Garibaldi/Repubblica, Santa Giulia, Magneti Marelli e Cascina San Giuseppe, Porta Vittoria, il colosso cementizio del Cerba assieme alla Provincia, ecc.), il demenziale piano dei parcheggi che sta sventrando anche le zone archeologiche della città, la prevalenza delle strade e della gomma e del mezzo privato nel sistema della mobilità (riconferma dell’autostrada urbana “Gronda Nord”, tangenziali, Brebemi, ampliamenti degli accessi autostradali alla metropoli, ecc.). Riusciamo ad immaginare gli effetti disastrosi sull’ambiente e sulla qualità della vita urbana?
Anche di fronte ai cambiamenti climatici, siamo sicuri che si arrivi al 2015 “sani e salvi”, se non si interviene subito sull’attuale situazione di congestione degrado e crisi ecologica con progetti e piani che avviino un radicale cambiamento del modello di sviluppo e delle forme di governo metropolitano e sovracomunale?
Convinto della bontà in sé dell’evento fieristico e mercantile, Cipriano arriva addirittura a proporre una “legge di scopo: pensata solo e soltanto per l’Expo”: una vera e propria aberrazione! E’ una bella trovata per dare un’altra mano al rafforzamento del progetto del centro-destra, di Moratti e Formigoni!
L’ultima chicca arriva dall’affermazione finale di Cipriano che santifica l’Expo come “un’opportunità per rilanciare la città metropolitana: una città ridisegnata (dai cementificatori?), rinnovata, vivibile per chi la abita e fruibile per chi la frequenta”. E’ l’ennesima ritualistica invocazione general generica che viene ripetuta da almeno un trentennio. Vogliamo davvero mettere con i piedi per terra la questione della democrazia urbana e della partecipazione protagonistica dei cittadini (in particolare di quelli più consapevoli ed attivi e critici che operano nei comitati, nelle associazioni, nelle organizzazioni no profit ecc.)?
Si scoprirebbe allora che è da mettere in discussione il moloch del Comune unico di Milano, che comanda in modo autocratico; che danneggia le sue periferie e le sue circoscrizioni e i centri urbani dell’area metropolitana; che sminuisce e nullifica i compiti della Provincia, vaso di coccio tra il colosso Milano e lo “stato” Regione; che costituisce il vero ostacolo allo sviluppo della democrazia urbana e a quello economico sociale civile culturale dell’intera area metropolitana.
Perché non si prende l’iniziativa di attuare la Costituzione proponendo l’istituzione della Citta Metropolitana, come forma di governo sovracomunale e abolendo la Provincia di Milano e quella istituenda di Monza/Brianza? Perché non si contrasta la proliferazione di enti, fondazioni, agenzie, società miste che formano ormai una specie di giungla in cui i beni pubblici e i beni comuni vengono sbranati da interessi privati grandi e medi e piccoli e da clientele politico-partitiche?
Non voglio credere che le posizioni della Sinistra Democratica sull’Expo coincidano con quelle espresse da Cipriano. Perché non dare credito al Comitato NoExpo che per primo ha saputo porre la questione in chiave critica aprendo positivi spazi alternativi? Occorre riprendere ed allargare, fuori dai recinti degli addetti ai lavori e dei soliti noti e dalle liturgie ideologiche e partitiche, un dibattito serio ed approfondito, uno scambio di idee, conoscenze e proposte per arrivare a decidere che fare.
Giuseppe Natale, è promotore del Comitato per la Città Metropolitana
Titolo originale: Increases in greenhouse-gas emissions from highway-widening projects – Estratti e traduzione a cura di Fabrizio Bottini
Per calcolare i cambiamenti nelle emissioni dei veicoli determinati dall’aggiunta di corsie stradali, Sightline ha sviluppato un modello di analisi che copre un arco di 50 anni. Utilizzando questo modello, Sightline ha stimato una quantità di emissioni CO2 per chilometro di nuove corsie sulla base di caratteri plausibili degli spostamenti del futuro. Le previsioni sono quelle che seguono.
La superstrada: 3.500 tonnellate di CO2 fra costruzione e manutenzione
Due recenti studi internazionali sul costi del ciclo di vita energetico stradale stimano che, tenendo conto della produzione di cemento, acciaio, e altri materiali da costruzione ad alto dispendio di energia, oltre che dei carburanti consumati dai macchinari per la costruzione, si producono fra le 875 e le 1.440 tonnellate di CO2 per ogni nuovo chilometro di corsie. I costi di manutenzione sul lungo termine aggiungono altre emissioni, valutabili fra 1.930 e 3.250 tonnellate.
Sulla base di queste cifre, e una stima più prudente delle emissioni legate alla manutenzione annuale di quelle adottate da queste ricerche, Sightline calcola che la costruzione di un chilometro di corsia e la sua manutenzione per 50 anni faccia rilasciare circa 2.200 tonnellate di CO2.
Diminuzione netta della congestione: 7.000 tonnellate di emissioni in meno da miglioramento di efficienza
I piani di costruzione e manutenzione possono creare congestione e rallentamenti del traffico, riducendo efficienza nell’uso dei carburanti dei veicoli in movimento. Comunque ai fini delle stime, Sightline presume che i progetti di costruzione causino rallentamenti di minore entità e discontinui, e che i volumi di traffico non siano diminuiti durante il periodo di costruzione. Al netto, calcoliamo che la congestione derivante da lavori di costruzione e manutenzione aumenti di poco le emissioni di CO2 dei veicoli, per circa 500 tonnellate sui 50 anni.
Assumiamo che il traffico dell’ora di punta scorra in modo più fluido dopo l’apertura delle nuove corsie, e che questo calo della congestione aumenti l’efficienza nell’uso dei carburanti per i veicoli in movimento. Però, coerentemente con le conoscenze scientifiche e l’esperienza quotidiana, assumiamo anche che la nuova capacità stradale nell’area metropolitana venga gradualmente sfruttata per nuovi spostamenti, e che congestione e traffico a intermittenza possano incrementarsi gradualmente sino ad un livello simile a quello precedente all’ampliamento. Sull’arco di 50 anni, il calo delle emissioni di CO2 può raggiungere le 7.500 tonnellate, se confrontato al non intervento. La maggior quantità di tali riduzioni si verifica nel primo decennio di apertura al traffico delle nuove corsie.
Al netto, quindi, calcoliamo che le modifiche nella congestione legate all’allargamento stradale (calcolando sia la congestione determinata dai lavori, sia quella attenuata dalle nuove opere) ridurranno le emissioni di circa 7.000 tonnellate.
Nuovo traffico: 90.000 tonnellate di emissioni da traffico aggiunto sulla superstrada
É ben documentato il fatto che allargare le strade può determinare un incremento nel numero di veicoli che si spostano lungo un percorso, specie nelle aree urbane congestionate. E in realtà, il fatto di far posto a nuovi spostamenti è normalmente il motivo per cui si aggiungono altre corsie a una strada. Ma la velocità con cui questo nuovo traffico si riversa nelle nuove corsie spesso sorprende. Un recente studio in California stima che nelle aree urbane congestionate la uova capacità determinate dalle corsie viene esaurita al 90% circa nel giro di cinque anni dal completamento dei lavori. Altri studi hanno rilevato effetti simili di “traffico indotto” dall’aggiunta di corsie.
Ad ogni modo, non tutto il traffico aggiunto dalle nuove corsie è fatto di veri nuovi spostamenti. Poco dopo l’apertura, ad esempio, alcuni viaggi che avvenivano su altre strade si spostano qui. Per tener conto di questo aspetto, Sightline assume che nei primi due anni seguenti alla disponibilità delle nuove corsie, nessuno degli spostamenti sia davvero nuovo, ma semplicemente provenga da altre strade vicine sulla nuova opera.
Gli impatti in termini di emissioni di gas serra in futuro saranno determinati dai cambiamenti nelle tecnologie automobilistiche e nell’efficienza nell’uso dei carburanti. Ma anche presumendo un incremento medio di efficienza del 2,5% l’anno (molto ottimistico, visto che in media l’economia carburante/passeggero risulta stagnante da decenni), si stima che ogni nuovo spostamento per ogni chilometro di nuove corsie rilascerà circa 52.000 tonnellate di CO2 sui prossimi 50 anni. Se si aggiunge il dispendio energetico legato alla produzione e manutenzione del veicolo, il totale aumenta a oltre 56.000 tonnellate.
Consumi di carburante indiretti: 30.000-100.000 tonnellate di CO2 da traffico indotto al di fuori della superstrada
È più difficile prevedere i modi di spostamento futuri fuori dalle nuove corsie stradali, dato che comportano molte incertezze.
Le auto che si muovono su una nuova corsia devono necessariamente farlo anche su altre strade e vie, prima e dopo; questo si traduce in altri chilometri percorsi, oltre a quelli sulla superstrada vera e propria. Secondo una valutazione prudente, Sightline stima che per ogni spostamento di dieci chilometri sulla superstrada, il veicolo percorra anche un chilometro fra svincoli di ingresso e uscita.
Inoltre, aggiungere corsie – in particolare su strade che conducono alle fasce più esterne suburbane o ancora inedificate – tende ad accelerare l’urbanizzazione del tipo diffuso a bassa densità. Molti studi legano l’insediamento a bassa densità con l’aumento dei chilometri percorsi in auto. Nell’insediamento diffuse, praticamente, qualunque spostamento deve avvenire in auto, e anche gli spostamenti quotidiani possono comportare parecchi chilometri. Per contro, chi abita in zone suburbane più compatte o nei quartieri urbani normalmente guida meno, e può spostarsi a piedi o coi mezzi pubblici in molti casi, il che riduce le emissioni per cause di spostamento quotidiano. Quindi l’insediamento a bassa densità si associa ad un maggior consumo di carburante per veicolo.
Sightline stima che se solo un decimo dei nuovi spostamenti sulla superstrada rappresenta un cambiamento netto in direzione di un’urbanizzazione diffusa a bassa densità (es., nuovi suburbi dove ogni famiglia guida un po’ di più che non in zone suburbane più compatte), allora le emissioni di gas serra da spostamenti esterni alla superstrada vera e propria possono avvicinarsi, o addirittura superare quelle della strada stessa. Indpendentemente dalle cifre esatte, gli impatti degli spostamenti esterni alla superstrada vera e propria determinati dall’aggiunta di nuove corsie probabilmente saranno molto significativi, di lungo periodo, e supereranno di molto le modeste riduzioni determinate dal calo di congestione.
Conclusioni
I nostri calcoli indicano che, sull’arco di cinque decenni, aggiungere nuove corsie stradali porterà a un sostanziale incremento negli spostamenti veicolari e nelle emissioni di CO2 da auto e camion. Le affermazioni secondo cui si risparmia carburante diminuendo la congestione, possono essere valide su un orizzonte di un decennio, o meno. Sul lungo periodo, ci sarà nuovo traffico a riempire gli spazi stradali aggiunti, con un incremento permanente nelle emissioni dei veicoli di decine di migliaia di tonnellate per chilometro di corsia.
Perfezionamenti nel nostro modello di previsione e nei dati su cui è basato, potranno in seguito precisare i particolari delle stime. Comunque con assunti plausibili sui futuri modi della mobilità ed efficienza dei veicoli, il modello di Sightline prevede che le emissioni aggiunte da nuovo traffico supereranno di molto le modeste riduzioni di gas serra delle nuove opere.
Nota: la versione originale integrale della ricerca con bibliografia, tabelle ecc. è scaricabile in fondo al testo inglese dell’estratto (f.b.)
AGLIENTU. Non solo Rcs o Antonveneta. Gnutti-Ricucci-Fiorani, i “furbetti del quartierino”, hanno tentato l’assalto anche alle coste galluresi. Una immobiliare voleva costruire 95mila metri cubi a Monti Russu. Soru l’ha fermata e ora Bipielle RE, che ha preso il posto della società di Fiorani, chiede i danni.
Sulla vicenda si sono accesi molti fari. Della stampa: Beppe Severgnini, sul Corriere della sera, si oppose all’investimento nel luglio del 2002. «Sardegna, cambia pure ma non diventare Ibiza» scrisse. Dell’Unione europea: l’eurodeputata verde Monica Frassoni presentò una interrogazione alla commissione. «L’area in cui sui vuole costruire è tutelata da vincolo paesaggistico» segnalò. Infine della Regione: la giunta di Soru, nella fase di redazione del piano paesaggistico, bloccò tutto nel 2006. Ciò che non era emerso, almeno pubblicamente, è l’assetto proprietario della società proponente dell’investimento immobiliare, la “Lido dei Coralli srl”, sede a Santa Teresa. Le quote sono state detenute - in “concerto” tra di loro - dai tre “furbetti del quartierino”: il finanziere bresciano Emilio Chicco Gnutti, l’immobiliarista romano Stefano Ricucci, il banchiere lodigiano Gianpiero Fiorani.
La storia della “Lido dei coralli” comincia nel 1988, l’anno di costituzione. La proprietà è di un imprenditore di Bologna, Franco Fabbroni, che qualche anno dopo finisce nella galassia di Gnutti. Nel 2000, infatti, Fabbroni viene assorbito nella “Investimenti immobiliari lombardi”, una holding del mattone con dentro molti imprenditori bresciani e controllata da Hopa, la cassaforte con cui Gnutti scalò Telecom Italia nel 2001. Ma Fabbroni e Gnutti trovano subito un altro socio: Stefano Ricucci. Dopo aver venduto una serie di immobili, per un valore di 100 milioni di euro, nel 2001 l’immobiliarista romano fa una serie di operazioni finanziarie: tra queste compra il 5% di “Investimenti immobiliari lombardi” e ne diventa consigliere d’amministrazione.
A quel punto, Gnutti e Ricucci si trovano un buon affare tra le mani in Gallura: la costruzione di 95 mila metri cubi, un po’ residenziali e molto alberghieri, a Stazzareddu, nell’area di Monti Russu, in comune di Aglientu. Tutto sembra procedere per il verso giusto: il consiglio comunale, nel luglio del 2002, dà il via libera definitivo al piano di lottizzazione. Tanto che i soci, nella relazione semestrale, possono usare toni trionfali: «Segnaliamo - è scritto - l’approvazione della variante al piano di lottizzazione, passaggio che ci permette di meglio programmare l’apertura del cantiere». Tanto sicuri, i soci bresciani e romani, che scrivono di aver già un «impegno di vendita del complesso alberghiero». Valore dell’affare: 38 milioni di euro. Non si sono preoccupati, non molto almeno, dell’«interesse naturalistico di questo tratto di costa», come del resto scrivono proprio loro.
Le associazioni ambientaliste, sì. Legambiente presenta un ricorso al Tar e, successivamente, al consiglio di stato. I giudici non impongono lo stop. Anche perché, come si legge nella sentenza del Tar, viene meno uno dei motivi di oppposizione, che è la mancanza della valutazione di impatto ambientale. La Regione, con parere dell’ufficio del sistema informativo, non l’ha ritenuta necessaria (la decisione è del 1º agosto del 2001).
In mezzo alla battaglia legale, ne va in scena una societaria (si fa per dire). Nel settembre del 2002, Gnutti e Ricucci incontrano il loro socio più amato: Fiorani. In quel mese “Investimenti immobiliari lombardi” lascia la Borsa, si scioglie e confluisce in Bipielle Investimenti, una delle società controllate dal numero 1 assoluto di Lodi. E così passa di mano anche la proprietà di “Lido dei Coralli”. In realtà, nel complesso schema di partecipazioni della banca, c’è un incrocio con il vecchio socio Fabbroni (presente con la Basileus spa). Tanto che le quote delle società vengono scambiate più volte. Fino all’ultimo atto, compiuto quando ormai Fiorani non ha più un ruolo nella banca, cacciato dalle inchieste giudiarie e dal carcere (è stato arrestato nel dicembre del 2005). E’ il marzo del 2006: la proprietà (ri)passa a Bipielle Real Estate, controllata sempre dalla banca di Lodi, ora Banco Popolare, e dal suo nuovo presidente Divo Gronchi. Qualche mese prima, a gennaio, la Regione di Soru, nella fase di copianificazione del piano paesaggistico, ha impedito l’edificazione di un solo metro cubo a Monti Russu. A Lodi l’atto non deve essere piaciuto: forti della lottizzazione approvata nel 2002, i lodigiani ora chiedono i danni. Un ricorso, con istanza risarcitoria, è stato presentato al Tar: la prima udienza è fissata per il 12 dicembre.
Titolo originale: Australia looks beyond Kyoto with new pact – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
È stato annunciato oggi dal governo federale un nuovo accordo fra Australia, Stati Uniti, India, Cina e Sud Corea per sviluppare nuove tecnologie per ridurre le emissioni di gas serra.
L’Australia entro quest’anno ospiterà il primo incontro di rappresentanti dei governi firmatari per negoziare i dettagli di un patto considerato dal governo Howard come alternativo al protocollo di Kyoto.
Ma i partiti dell’opposizione e i movimenti ambientalisti affermano che l’accordo è solo una copertura della riluttanza australiana a tagliare le emissioni, e che ignora il mercato esistente delle energie rinnovabili.
I critici sottolineano anche come Australia e USA – che hanno rifiutato di ratificare il protocollo internazionale di Kyoto per tagliare le emissioni – stessero facendo meno della maggior parte dei paesi in via di sviluppo per affrontare il proprio inquinamento da gas serra.
Scopo dell’accordo, secondo fonti governative, è lo sviluppo di tecnologie commercialmente valide entro il 2012, quando diventerà efficace il protocollo di Kyoto.
Queste soluzioni tecnologiche comprendono il filtraggio delle emissioni e l’interramento dell’anidride carbonica prodotta dalle centrali energetiche a carbone. Saranno anche stabiliti accordi di condivisione tecnologica ed esportazione. Nonostante l’Australia sia all’avanguardia in molte di queste tecnologie, allo stadio attuale nessuna di esse è commercialmente matura.
Il ministro degli esteri, Alexander Downer, dovrà discutere i particolari del patto con i suoi corrispondenti di India, Cina e Sud Corea, nell’incontro al vertice dei ministri degli esteri della Association of South-East Asian Nations di Laos.
Il direttore esecutivo della Australian Conservation Foundation, Don Henry, dice che gli USA “evitano il problema di fissare obiettivi di taglio delle missioni. La Cina mostra più serietà su questo aspetto, sia rispetto all’Australia che agli USA”.
Il ministro federale per l’Ambiente, Ian Campbell, ha dichiarato ieri che presto saranno annunciati i particolari dell’accordo. “È chiaro che il protocollo di Kyoto non porterà il mondo dove desidera”, ha detto il senatore Campbell.
”Dobbiamo affrontare i grandi emissori, dobbiamo impegnare le nazioni che non si sono impegnate su Kyoto, dobbiamo assicurarci di sviluppare tecnologie che amplino la produzione di energia, perché ne abbiamo bisogno di più”.
Cina e India hanno già fatto notevoli progressi verso la copertura del proprio fabbisogno energetico, e nello spostamento a fonti pulite come il vento.
L’Australia ha alcuni obiettivi fissati di energie rinnovabile a circa il 2% di tutta la produzione, ma il governo ha rifiutato di incrementarli.
Il leader dei Verdi, Bob Brown, afferma che alla base del nuovo patto stanno le lobbies del carbone USA e australiane.
Le cinque nazioni del patto segreto comprendono quattro dei maggiori produttori mondiali di carbone: Cina, USA, India e Australia. “È denaro del contribuente deviato, dallo sviluppo di tecniche per energie pulite e rinnovabili, verso il tentativo di bruciare carbone in modo meno sporco”.
COSA CI ASPETTA
● Le temperature in Australia cresceranno in media annuale di 1-6 gradi entro il 2070.
● Questo significherà più ondate di caldo, incendi e siccità, minacce alla produzione agricola, alle proprietà, alla vita.
● Gli insediamenti costieri saranno più vulnerabili ai cicloni, tempeste, inondazioni.
● Il mutamento climatico potrebbe far traboccare dighe, lasciarne in secca altre, aumentare i rischi di caduta di tensione elettrica a causa di picchi di domanda o incendi boschivi.
● Saranno messi in pericolo posti di lavoro nella pesca, agricoltura e allevamento. Ne soffrirà anche il turismo, con il rischio per ecosistemi come la Grande Barriera Corallina.
Nota: questo articolo del Sidney Morning Herald è stato ripreso dal sito sul riscaldamento globale Cimate Ark (f.b.)
Solo gli addetti ai lavori, e una minoranza di cittadini bene informati, oggi sanno che una pratica corrente dell’agricoltura del nostro tempo è il diserbo chimico. Le cosiddette erbacce non vengono più estirpate manualmente o meccanicamente, come accadeva in passato, ma la loro distruzione è affidata a molecole chimiche che si incaricano di annientare il loro sistema ormonale, lasciando in vita le colture utili. Si tratta di una pratica che ha cominciato a diffondersi nel nostro Paese all’indomani della seconda guerra mondiale e che ormai è accettata universalmente come una consuetudine normale. Essa offre infatti la possibilità di risparmiare lavoro e quindi di ridurre i costi aziendali. Fa parte quindi delle innovazioni tecniche inaugurate dall’agricoltura industriale nel XX secolo, che hanno reso la nostra agricoltura sempre più competitiva ma al tempo stesso i nostri agricoltori sempre più subordinati all’industria chimica e soggetti a margini decrescenti di profitto.
Oggi anche su piccoli appezzamenti di terreno, in ogni regione d’ Italia, si pratica sistematicamente questa operazione di avvelenamento selettivo del terreno per avere campi privi di erbe indesiderate. Può capitare che persino il personale dei comuni e delle provincie, incaricato di tenere sgombri i bordi delle strade, ricorra a simili mezzi, oltre al decespugliatore meccanico.
Chi possiede gli strumenti per leggere il paesaggio, e le condizioni del terreno, girando per le nostre campagne può scorgere le tracce visibili della silenziosa guerra chimica oggi in corso. Sempre più frequentemente gli interfilari di vigneti e frutteti appaiono completamente nudi, salvo radi ciuffi d’erba rosseggianti che sembrano sopravvissuti al passaggio del fuoco. Tutto ciò nonostante l’agricoltura biologica abbia da tempo scoperto e sperimentato - valorizzando vecchi saperi contadini - i vantaggi del mantenimento controllato dell’erba nel campo(inerbimento).Questa pratica infatti assicura la difesa del suolo dall’azione dalla pioggia battente e dai processi di erosione, la conservazione dell’humus e della vita biologica del terreno, la difesa della biodiversità, una crescita più sana delle piante, una superiore qualità organolettica dei frutti, ecc.
Ma il ricorso al diserbo chimico continua anche perché esso fa parte di un sistema che ha finito coll’imporre le regole del profitto anche all’ambito incomprimibile della vita. L’agricoltura industriale, infatti, ha abolito le antiche rotazioni delle colture - con le quali si curava la fertilità del terreno e si conteneva la proliferazione delle erbe spontanee - e ha affidato interamente alla chimica il compito di produrre, con i concimi di sintesi, i prodotti agricoli, e di distruggere le piante indesiderate con i diserbanti. Questi ultimi fanno dunque anche parte di un circolo vizioso che agli effetti indesiderati prodotti dall’alterazione degli equilibri naturali risponde con una ulteriore assoggettamento della vita organica alla chimica.
Ebbene, a parte le considerazione esposte, ci sono almeno quattro fondamentali ragioni per dire basta a questo modo violento e barbarico di fare agricoltura: 1) I diserbanti sono altamente nocivi alla salute umana, soprattutto degli agricoltori che li usano. Alcuni componenti come il 2,4 D e il 2,4,5 T (quest’ultimo presente nei defolianti usati dagli americani nella guerra contro il Vietnam) sono gravemente indiziati di ingenerare tumori e i linfomi-non-Hodgkin .( H.Norberg-Hodge/P.Goering/ J.Page, From the ground up. Rethinking industrial agricolture, Zed Books, London 2001, p.19). Una campagna dove sempre più frequentemente circolano tali veleni è destinata a diventare un luogo altamente insalubre tanto per gli agricoltori che per tutti noi.. 2) I diserbanti non solo sono gravemente nocivi alla fauna campestre(uccelli, serpi, talpe, ricci, rospi, grilli, cicale, ecc.) ma sopprimono anche gran parte della vita biologica del terreno. E il terreno non è un semplice supporto neutro per le coltivazioni, quale lo ha reso l’agricoltura industriale, ma un organismo vivente su cui crescono le piante da cui ricaviamo il nostro cibo. Esso è, a pensarci bene, la base stessa della vita. Di ogni vita sulla terra. E’ difficile immaginare che possa sopportare a lungo l’avvelenamento chimico selettivo dei diserbanti. Così come appare difficile immaginare che si possano produrre alimenti sani da un habitat in cui la vita viene così sistematicamente perseguita.. 3) I diserbanti inquinano gravamente le falde acquifere. Noi non sappiamo che cosa succederà - e che cosa succeda già adesso - delle fonti da cui i comuni attingono le risorse idriche per distribuire l’acqua potabile ai cittadini. Dopo anni di diserbo chimico sempre più intenso è facile prevedere che i veleni saranno diffusamente presenti nelle nostre falde. Ora, che una delle risorse più preziose della nostra vita e delle nostre economie, bene sempre più scarso, risorsa strategica per il futuro, debba essere distrutta da una delle pratiche più dissennate che l’uomo abbia immesso nell’agricoltura recente è un paradosso che ripugna a ogni elementare buon senso.
4) Infine, un paradosso a cui la scienza e la tecnica, nel corso dell’età contemporanea, ci hanno spesso abituati. I diserbati si rivelano alla lunga inutili e controproducenti per lo stesso fine per cui sono utilizzati. Riporto le testimonianze di due esperti italiani, appartenenti all’ambito dell’agricoltura convenzionale: "L’introduzione della pratica del diserbo chimico ha provocato una profonda modifica della struttura della vegetazione spontanea. I tratti fondamentali di questo cambiamento possono essere riassunti da una parte nella riduzione della ricchezza floristica e dall’altra nell’abbondanza di un numero ristretto di specie.Pertanto, negli agro-ecosistemi si è ridotto il numero totale di specie infestanti e quelle adattatesi alle nuove condizioni imposte dalla tecnica, per un fenomeno di compensazione, hanno assunto una elevata densità di individui. Il risultato di questo processo è stato un progressivo avvicinamento ecofisiologico tra malerbe e colture, fino ad arrivare, in pratica, a strette associazioni tra specie infestante e specie coltivata, che rendono poco efficaci i trattamenti chimici.Le infestanti sono riuscite ad evolvere strategie ecologiche per sfuggire all’azione dei trattamenti. Si deve infatti tener conto che il diserbo chimico è in grado di colpire solo la quota di infestazione in atto, ma lascia sostanzialmente indisturbata quella non visibile, definita potenziale, dovuta ai semi e agli organi di propagazione agamica presenti nel terreno. L’infestazione potenziale può rappresentare oltre il 90% della infestazione totale" (P.Catizone-G.Dinelli , Il controllo della vegetazione infestante, in Accademia nazionale di Agricoltura, L’agricoltura verso il terzo millennio attraverso i grandi mutamenti del XX secolo, Edagricole Bologna 2002, pp. 596-97)
Questa pratica rappresenta dunque una delle procedure alla lunga più inutili, inquinanti, dannose e costose (per gli agricoltori e i consumatori) oggi presente nella agricoltura del nostro tempo. Essa va integralmente estirpata dalla nostra agricoltura come una delle scelte più sbagliate ed infauste della tecnoscienza contemporanea. Non c’è alcuna ragione - a parte gli interessi dell’industria chimica e i problemi tecnici che pongono le risaie della pianura padana - perché tale forma di avvelenamento delle nostre campagne duri un giorno in più. Il risparmio di lavoro che il diserbo chimico consente, rispetto a quello meccanico, non può più essere calcolato in termini puramente aziendali, come è stato fatto dissennatamente finora. Se nel computo si immettono i molteplici costi sociali, economici, biologici, ambientali che il suo uso comporta il bilancio puramente aziendale mostra la sua non più occultabile cecità.
E’ grande francamente lo stupore di fronte alla mancanza di iniziative dei movimenti ambientalisti su tale fronte. Che cosa si attende per avviare una grande iniziativa popolare perchè il diserbo chimico sia gradualmente, ma definitivamente bandito dall’agricoltura italiana? Perché si tarda ad avviare una campagna ambientalista che investa tutta l’agricoltura europea? Qualcuno obietterà prontamente che l’abolizione dei diserbanti creerà uno svantaggio competitivo all’agricoltura del Vecchio Continente. E’ appena il caso di ricordare che la competizione sul piano della quantità è ormai un vecchio obiettivo da paese poveri e che l’agricoltura italiana ed europea ha ormai davanti a sè più vasti orizzonti qualitativi da perseguire.
Il sito del bollettino I frutti di Demetra: gli indici e come abbonarsi
Il rubinetto delle emissioni di anidride carbonica non si chiude, anzi la pressione crescente dei paesi di nuova industrializzazione spinge la volata dei gas che squassano la macchina del clima. Basterebbe questo ad alimentare l´incubo di una desertificazione che avanza e di milioni di profughi ambientali che stanno per mettersi in moto. Ma l´ultimo rapporto del Worldwatch Institute, Oceani in pericolo, elaborato da un gruppo di scienziati di Greenpeace, apre un´altra finestra di allarme. Uno dei grandi equilibratori climatici, la spugna che finora ha assorbito una parte importante delle emissioni serra, sta per cedere: la capacità dei mari di catturare una quota significativa di anidride carbonica diminuisce. E così mentre il flusso dei gas che devastano l´atmosfera cresce, i riflessi di Gaia, il pianeta vivente, si appannano.
I dati di base sono incontrovertibili. Per convincersene basta paragonare due periodi chiave: i primi due secoli di rivoluzione industriale e gli ultimi decenni. Tra il 1750 e il 1994 sono stati emessi 1.039 miliardi di tonnellate di anidride carbonica e gli oceani ne hanno assorbiti 433 miliardi: il 42 per cento. Tra il 1980 e il 2005 sono stati emessi 525 miliardi di tonnellate di anidride carbonica e gli oceani ne hanno assorbiti 194: il 37 per cento. Dunque, rimanendo alla stima media degli ultimi 25 anni, per ogni punto percentuale di riduzione della capacità di assorbimento degli oceani si registra un ulteriore accumulo in atmosfera di 200 milioni di tonnellate di anidride carbonica: quanta ne emette il sistema industriale italiano regolamentato dal protocollo di Kyoto.
Non è finita. «Non si può sottovalutare il fatto che l´aumento di Co2 nell´acqua di mare ne causa l´acidificazione», si legge nel rapporto pubblicato dal Worldwatch Institute. «Il pH degli oceani si è abbassato di 0,1 unità, con la possibilità che scenda di ancora 0,5 unità a fine secolo se non si riducono le emissioni. Numerosi organismi che si costruiscono uno scheletro calcareo - coralli, molluschi, crostacei e molti organismi planctonici - potrebbero avere problemi di stabilità perché il calcare si scioglie nell´acqua acida». Dunque la capacità degli oceani di catturare carbonio formando la vita potrebbe indebolirsi ancora di più.
Quest´alterazione degli equilibri fisici e chimici, oltre alle ripercussioni globali, ha ovviamente un effetto micidiale su un ecosistema marino già malconcio: «La pesca riassume il dramma della crescita selvaggia di una distruttiva potenza tecnologica che ormai non risparmia i luoghi più remoti: isole lontane, montagne abissali, artico e antartico sono tutti sotto la pressione di pescherecci industrializzati che non solo pescano troppo (dagli anni ‘50 il totale della produzione ittica si è moltiplicato per 7) ma anche male, con attrezzi distruttivi, come la pesca a strascico o le reti derivanti, che catturano un numero incredibile di specie non bersaglio, danneggiando l´ecosistema e rallentando il recupero degli stock ittici che nel 76 per cento dei casi sono oggi al limite o oltre il limite dello sfruttamento».
La temperatura crescente sta minando le barriere coralline che ospitano circa 100 mila specie note (le stime reali potrebbero andare da 1 a 3 milioni): il 20 per cento è distrutto, il 24 per cento è a rischio imminente di collasso, per un altro 26 per cento la minaccia è a lungo termine. Va male anche alle mangrovie, un ecosistema fondamentale per la difesa delle coste dalla pressione del mare: metà è stata cancellata e ormai occupano solo il 25 per cento delle coste tropicali contro una quota originale del 75 per cento.
A tutto ciò si aggiungono i danni prodotti dall´inquinamento chimico e radioattivo: nel Golfo del Messico si è arrivati a 80 mila chilometri quadrati di fondali morti.
L'umanità insostenibile
di Marina Forti
Questa volta fa notizia il rapporto Living Planet, pubblicato ieri dal Wwf internazionale, come ogni due anni, per aggiornare sullo stato degli ecosistemi del pianeta. Fa notizia e con ragione: il rapporto «pianeta vivente» 2006 avverte che se l'umanità continua a consumare risorse naturali al ritmo attuale, entro il 2050 ci servirà due volte la capacità biologica del pianeta. Insomma: avanti così il collasso è inevitabile, e anche abbastanza vicino.
Living Planet è il risultato di due anni di studio sui dati del 2003. Descrive lo stato della biodiversità (l'insieme dei viventi che popola il pianeta) e la pressione degli umani sulla biosfera. Per questo usa due indicatori: il primo è battezzato «indice del pianeta vivente» (Living Planet Index) e misura i trend della vita sul pianeta. Più precisamente, osserva 1.313 specie di vertebrati (pesci, anfibi, rettili, uccelli, mammiferi) di tutto il mondo: sono solo una parte di tutte le specie viventi del pianeta, ma il trend di queste popolazioni è indicativo dello stato di tutta la biodiversità. Ebbene, tra il 1970 e il 2003 la popolazione dei vertebrati è declinata di circa un terzo: stiamo degradando gli ecosistemi naturali a un ritmo che non ha precedenti nella storia dell'umanità.
L'altro indice usato dagli scienziati che hanno lavorato con il Wwf è l'«impronta ecologica» (Ecological Footprint). E' un termine noto a ecologi e ambientalisti, forse meno al pubblico più generale (e per nulla a chi determina le decisioni politiche): l'«impronta ecologica» misura la domanda di terra e acqua biologicamente produttiva necessaria agli umani per produrre ciò che consumano. Ovvero: la terra coltivabile, i pascoli, le foreste, i banchi di pesca necessari a produrre il cibo, fibre e legname che consumiamo; più il territorio necessario ad assorbire i rifiuti che produciamo inclusi quelli generati consumando energia (quindi anche l'anidride carbonica che fa effetto serra e modifica il clima) e il territorio che occupiamo per le nostre infrastrutture (il consumo d'acqua dolce non è incluso; il rapporto vi dedica un capitolo a sé).
Ebbene: nel 2003 l'impronta ecologica globale dell'umanità era di 14,1 miliardi di ettari globali (cioè ettari biologicamente produttivi, con capacità media di produrre e assorbire risorse), pari a 2,2 ettari globali per persona. Ma la «biocapacità» totale era di 11,2 ettari globali, pari a 1,8 ettari procapite. Dunque eccediamo la biocapacità del pianeta, ed è così ormai dalla metà degli anni '80: ormai la domanda eccede l'offerta del 25%. E' il «debito ecologico».
Se andiamo a guardare per aree mondiali scopriamo lo squilibrio di sempre: le impronte ecologiche più pesanti sono quelle di Emirati arabi uniti e Stati uniti, la più bassa in assoluto quella dell'Afghanistan; tutti i paesi industrializzati sono ben sopra la media mondiale, l'India al di sotto. La Cina sta circa a metà, poco sotto la media: paese in rapida crescita economica, avrà un ruolo chiave nell'uso più o meno sostenibile delle risorse nei decenni a venire: per questo il Wwf internazionale ha deciso di presentare il suo rapporto ieri proprio a Pechino.
L'Italia ha un'impronta ecologica pro capite di 4,2 ettari globali, con un deficit ecologico di 3,1 ettari pro capite rispetto alla nostra biocapacità. E questo ci mette al 29esimo posto mondiale.
Viene da pensare che nei decenni del grande sviluppo industriale il mondo ha discusso di esaurimento delle risorse naturali come limite allo sviluppo, dal petrolio (risorsa non rinnovabile) in poi. Ma ancora prima delle materie prime naturali, quallo che sta finendo è la capacità della Terra di assorbire i nostri rifiuti e rigenerarsi. L'umanità trasforma le risorse naturali in rifiuti molto più in fretta di quanto la natura ritrasformi i rifiuti in risorse.
E' la catastrofe? Sì, a meno che si inverta la rotta. Il Wwf ipotizza diversi «scenari» e dice che è ancora possibile la transizione a una situazione sostenibile: ma questo implica prendere subito decisioni, perché le politiche e gli investimenti avviati ora persisteranno per gran parte del secolo. Ed è questo che preoccupa: i dirigenti mondiali non hanno finora mostrato di comprendere l'urgenza del problema.
Terra in pericolo
di Guglielmo Ragozzino
Non basterà. Come Marina Forti scrive qui a fianco [qui sopra – ndr], nel Living Planet Report per il 2006, il Wwf mostra come i nostri consumi umani sono tali che presto ci servirebbero due pianeti grandi come il nostro, se continuasse l'attuale ritmo di utilizzo dell'acqua, del suolo e delle altre risorse scarse. E' ovvio però che se i consumi si rincorrono, ne generano altri; e dopo l'India e la Cina, altri grandi paesi sceglieranno di crescere, consumando terre sempre meno fertili, acque sempre più difficili da raggiungere. Non basteranno due Terre affiancate, per calmare la nostra fame e la nostra sete.
Noi italiani - e non siamo i peggiori tra i ricchi - consumiamo quattro volte il nostro territorio nazionale. Il nostro grande piedone lascia un'impronta per terra che copre la Francia e i Balcani, almeno in parte; e, prima o poi, susciteremo il risentimento di qualcuno. Ai tempi delle colonie, questi problemi erano risolti facilmente. C'erano territori, lontani, oltre il mare, che si potevano schiacciare e scavare a piacere. Qualcuno, troppo legato alla sua terra, rimaneva sotto il nostro tacco, ma noi eravamo il progresso, e il progresso comporta qualche disagio. Di colonie ce ne è ancora, anche se si preferisce non parlarne. Ed è ipocrita dire: io non c'entro; e poi servirsi di tutto quello che proviene dalle colonie di altri. L'impronta è la nostra. E anche se la parte del cattivo, del padrone della piantagione la fa un altro, è a noi che arriva il prodotto finale; il consumo è nostro, nostro lo spreco.
C'è dunque la tenuta o la lieve crescita dei nostri consumi. E i nostri dirigenti si appassionano a una crescita che forse sfiorerà il due per cento e si dispiacciono che non sia maggiore e invidiano la crescita di altri che arriva al tre e al quattro per cento. Faranno di tutto perché la crescit aumenti. Come se la crescita fosse senz'altro una cosa buona e apprezzabile. Se cresceremo del 2%, ben prima del 2050 la nostra impronta sulla Terra sarà raddoppiata e graveremo su un territorio che sarà otto volte quello dell'Italia. C'è poi naturalmente l'aumento vertiginoso di quelli che hanno ancora impronte piccole sulla loro parte di Terra, ma sono tantissimi e hanno tantissima fame arretrata.
Ci sono poi molte persone convinte che la Terra regga il peso di tutti noi che continuiamo a scavare; una Terra molto più grossa, più fertile, più umida, più munita di foreste e di animali di quanto la triste scienza degli ambientalisti non riesca mai a supporre. Una Terra capace di rigenerarsi, di offrire sempre nuove opportunità, sempre più spazio, più strade asfaltate, più gallerie nella roccia, più montagne da riempire di villaggi turistici e spiagge da cementificare. Per disgrazia (o per fortuna, secondo la morale prevalente) quelli che la pensano così, sono al comando. Sono loro che guidano il mondo, decidono per tutti, danno i voti, stabiliscono quello che conta e quello che si può scartare.
In questa pagina del giornale parliamo anche dell'abile accordo tra russi e ucraini per il gas. Questo fatto garantisce anche il nostro gas che continuerà a fluire e fluire. Il nostro modello di consumi non si modificherà, nessuno chiederà a nessun altro di risparmiare, di progettare case e città migliori, di usare mezzi pubblici adeguati in città e fuori, di scoraggiare l'uso dell'auto che ci ha portato al primo posto nel mondo.
Vedrete che proporranno a noi, scontenti per principio, di utilizzare le auto a gas, meno inquinanti delle altre; e già alcuni sorridono al pensiero di guidare un'auto a gas con la quale si sconfiggerebbero tutti gli euro 4 ed euro 5 e 6 e 7 che via via si presentassero.
A questo dunque serve il gas? A consumare sempre più Terra, più acqua, più aria? A consumare più vita?
Nota: qui un link a un articolo dal Corriere della Sera, con il PDF del Rapporto originale scaricabile (f.b.)
Progressivement, l'exceptionnel devient ordinaire. Et la canicule qui saisit en ce moment l'Europe à la gorge quitte la rubrique des faits divers pour devenir un fait majeur de société. A coups d'incendies, de vagues de chaleur, de pollution atmosphérique, d'assèchement des sols et des fleuves - et demain d'inondations brutales et de tempêtes de type tropical-, la météo sauvage qui secoue nos pays de cocagne, traditionnellement tempérés - trois périodes de chaleur record au cours de trois mois consécutifs-, se présente comme une réalité abrupte qu'il faut interroger.
Ne constitue-t-elle pas un signe supplémentaire d'une modification en profondeur des conditions de la vie sur terre? Les symptômes d'un gigantesque remue-ménage s'accumulent.
"Les phénomènes météorologiques et climatiques atteignent des niveaux records", constate l'Organisation météorologique mondiale (OMM), et leur nombre n'a cessé de "s'accroître ces dernières années". Plus personne de sérieux ne peut aujourd'hui se contenter de hausser les épaules en évoquant des coïncidences ou les aléas de la variabilité naturelle.
L'humanité se trouve bel et bien agressée par un dérèglement climatique majeur qui s'accélère et se généralise. Imprévisible, le phénomène, provoqué par un réchauffement planétaire que les observations scientifiques et humaines les plus diverses confirment, entraîne avec lui une foule de questions sur l'avenir de nos sociétés, bousculant le cadre de nos habitudes et de nos pensées, y compris ce qui passe aux yeux de tous pour immuable et indépassable. Système économique, approvisionnement énergétique, modes de production, moyens de transport, organisation collective, comportements sociaux et modes de vie individuels sont concernés.
La crise climatique confronte l'humanité et ses civilisations à un défi redoutable: comment allons-nous vivre désormais avec un climat qui se retourne contre les hommes?
Comment et dans quel sens allons-nous réagir, rapidement et radicalement si possible, sous peine, peut-être, de mettre en cause notre propre survie? La répétition et l'intensité des phénomènes climatiques extrêmes mènent une sarabande effrénée sur l'ensemble des continents et des océans. Plus on se rapproche des pays les plus peuplés et les plus démunis du Sud, plus ce chamboulement ressemble à une danse de mort.
Canicules et inondations se succèdent, tempêtes et sécheresses se combinent. L'alternance rapprochée de catastrophes dites naturelles provoque une spirale de déséquilibres. Le nombre de victimes silencieuses et anonymes s'accroît. Les dégâts sur l'écosystème planétaire s'intensifient. Ils entraînent un cortège d'épidémies résurgentes, d'immigrations forcées, de réfugiés sans issue, de désertification massive, d'appauvrissement des sols, d'épuisement des rendements, de pénurie d'eau, de destruction des forêts, d'extinction des espèces...
Réagissant à cette tragédie qui mine la modernité, Sir John Houghton, ancien président de l'Office britannique de météorologie, n'hésite pas à se référer à l'actualité la plus explosive, qualifiant d' "arme de destruction massive au moins aussi dangereuse que les armes chimiques, nucléaires ou biologiques" le réchauffement climatique. "Comme le terrorisme, cette arme ne connaît pas de frontières", a-t-il récemment dit au Guardian.
Sir John Houghton n'est pas le seul à s'inquiéter. La plupart des politiques désignent désormais le réchauffement climatique comme un des principaux ennemis de l'avenir. On se souvient du fameux "La maison est en feu" de Jacques Chirac au sommet de Johannesburg. Et la communauté internationale a pris à Kyoto, en 1997, une décision historique: celle de réduire l'émission des gaz à effet de serre. Pour la première fois, une logique de décroissance a été introduite - plus symboliquement qu'efficacement - au cœur du système productif, à contre-courant du dogme récurrent de la croissance permanente. La prise de conscience semble progresser, et chaque nouveau coup de boutoir climatique la renforce. Au niveau des discours et des postures surtout. Car, dans la prise de décision, force est de reconnaître, comme Nicolas Hulot citant Bossuet, qu' "on s'afflige des effets mais qu'on s'accommode des causes". Le temps politique n'est pas celui du temps écologique.
La communauté scientifique, quant à elle, s'interroge encore sur l'origine du phénomène. A quoi ou à qui doit-on le retournement climatique? A un de ces soubresauts naturels de la machine terrestre qui, à l'échelle de l'histoire géologique, ont déjà précipité des changements spectaculaires à coups de glaciations ou de réchauffements? Ou à l'espèce humaine et à ses activités? Les études tendent à montrer que la seconde hypothèse est la plus probable. Les rapports de la Commission intergouvernementale sur les changements climatiques (IPCC) de l'ONU, l'autorité la plus fiable en la matière, se font de plus en plus précis et accusateurs.
N'y a-t-il pas coïncidence troublante entre l'augmentation des émissions de gaz à effet de serre, la hausse des températures moyennes et le dérèglement actuel? Le pire est peut-être à venir si le réchauffement en cours s'emballe après avoir libéré les énormes quantités de gaz à effet de serre (carbone et méthane) piégées dans les océans ou les terres gelées du Nord (le permafrost). Après tout, il n'a fallu qu'une augmentation moyenne de 7 °C de la température pour que les dinosaures disparaissent corps et biens alors qu'ils régnaient sur la terre.
Aujourd'hui, l'IPCC évalue l'augmentation possible jusqu'à 6 °C. Le débat continue sur les causes mais, en tout cas, plus personne ne met en doute le phénomène de réchauffement et de dérèglement.
Et, quoi qu'on en pense, il va falloir maintenant vivre avec. C'est-à-dire avec les révisions que cela impose. La vie, qui est robuste et qui a fait la preuve depuis quelques milliards d'années de sa faculté de résistance, est sans doute capable de s'adapter. Même si, cette fois, le changement est infiniment plus rapide - quelques dizaines d'années - qu'il ne l'a jamais été par le passé - plusieurs milliers d'années. L'homme le pourra-t-il? La crise climatique l'invite à un douloureux effort de modestie. N'est-il pas, somme toute, qu'une des manifestations multiples de la vie? Un invité surprise parmi d'autres? Bien plus fragile que nombre d'autres espèces? Plutôt que d'entretenir l'illusion prométhéenne d'une capacité supérieure à dominer tout ce qu'il touche, plutôt que de croire que le progrès finira toujours par l'emporter et que de nouvelles technologies parviendront un jour à réinventer l'eau, l'air et la terre, ne doit-il pas chercher le chemin d'une histoire collective soucieuse d'équilibre, de durabilité, de maîtrise et de réconciliation avec son environnement?
C'est là qu'interviennent toutes les questions qui fâchent, mais qu'il va bien falloir poser. Elles sont multiformes et concernent tous les domaines, qu'elles renvoient aux grands choix stratégiques ou aux minuscules comportements individuels. Si, comme c'est probable, l'humanité est responsable du réchauffement climatique et si elle veut, dans l'intérêt de chacun de ses peuples, interrompre le bouleversement en cours ou, du moins, le ralentir, des ruptures décisives s'imposent.
Oui, il faut consommer moins, brûler moins d'énergie, se déplacer autrement, économiser les ressources, produire autrement, éviter le gaspillage... Oui, prévention, précaution, réparation, recyclage, décroissance et économies sont les clés de l'avenir. Se traduiront-elles en autant de politiques? Ce serait introduire l'idée de limite au cœur de l'activité humaine. A contrario du consensus de la pensée contemporaine autour de la fuite en avant et vers le toujours plus.
Titolo originale: Glossary of energy-related terms – Estratti e traduzione per Eddyburg a cura di Fabrizio Bottini [l’ordine è quello alfabetico originale dei termini anglosassoni]
Energia Eolica/Wind Energy— Energia disponibile da flussi di vento attraverso un ambiente, determinati dal riscaldamento di atmosfera, terra e oceani da parte del sole.
Sistema - o Apparecchio - di Conversione dell’Energia Eolica/Wind Energy Conversion System (WECS) or Device — Apparato per convertire l’energia disponibile nel vento in energia meccanica che può essere utilizzata per azionare macchine (mulini per cereali, pompe d’acqua) o generatori di elettricità.
Generatore Eolico/Wind Generator — Uno WECS espressamente progettato per produrre elettricità.
Mulino a Vento/Windmill — Uno WECS utilizzato per macinare cereali, caratterizzato da un rotore posto in alto, termine comunemente usato a descrivere tutti i tipi di WECS.
Curva dell’Energia Eolica/Windpower Curve — Grafico rappresentante la correlazione fra l’energia disponibile dal vento e la sua velocità. L’energia dal vento aumenta proporzionalmente al cubo della sua velocità.
Impianto per l’Energia Eolica/Wind Power Plant — Gruppo di Turbine a Vento collegate a una centrale comune attraverso un sistema di trasformatori, linee di distribuzione e (di solito) una sottostazione. Gestione, controllo e manutenzione sono spesso centralizzate, attraverso una rete di sistemi computerizzati, affiancati da verifiche visive. Si tratta di un termine usato comunemente negli USA. In Europa si utilizza il termine centrale di generazione.
Profilo dell’Energia Eolica/Windpower Profile — I cambiamenti nell’energia disponibile dal vento a causa delle diverse velocità, o profilo di velocità; il profilo dell’energia eolica è proporzionale al cubo del profilo di velocità del vento.
Valutazione delle Risorse Eoliche/Wind Resource Assessment — Il processo di definizione delle risorse eoliche, e dei potenziali energetici, per uno specifico sito o zona geografica.
Rosa dei Venti/Wind Rose— Un diagramma che indica le percentuali medie delle diverse direzioni da cui soffia il vento, su base mensile o annuale.
Velocità del Vento/Wind Speed — I flussi di vento non impediti da ostacoli.
Curva Temporale di Velocità del Vento/Wind Speed Duration Curve — Un grafico che indica la distribuzione delle velocità del vento in funzione del numero cumulativo di ore in cui la velocità supera un limite dato, in un anno.
Curva di Frequenza di Velocità del Vento/Wind Speed Frequency Curve — Una curva che indica il numero di ore all’anno in cui si raggiunge una determinata velocità.
Profilo di Velocità del Vento/Wind Speed Profile — Un profilo di come cambia la velocità del vento a seconda delle altezze rispetto alla superficie del terreno o dell’acqua.
Turbina a Vento/Wind Turbine — Termine utilizzato per definire un apparecchio di conversione dell’energia eolica in elettricità; può avere una, due o tre pale.
Capacità Relativa di Turbina a Vento/Wind Turbine Rated Capacity — La quantità di potenza che può produrre una turbina a vento alla velocità per cui è stata programmata, ad esempio 100 kW a 30 km/h. La velocità relativa del vento corrisponde al punto in cui l’efficienza di conversione raggiunge il massimo. A causa della variabilità del vento, la quantità di energia effettivamente prodotta da una turbina è in funzione del fattore di capacità (ad esempio, una turbina produce dal 20% al 35% della sua capacità relativa in un anno).
Velocità del Vento/Wind Velocity— Velocità e direzione del vento in un flusso indisturbato.
Nota: l’intero Glossario in originale (che riguarda l'insieme delle energie da fonti rinnovabili) è disponibile al sito dello US Department of Energy (f.b.)
Titolo originale: Extinct: the dolphin that could not live alongside man – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini
Dopo oltre 20 milioni di anni di presenza sul pianeta, oggi il delfino di fiume dello Yangtze è dichiarato ufficialmente estinto, prima specie di cetacei (balene, delfini, marsuini) ad essere eliminata dalle attività umane.
Nel corso di una ricerca estensiva compiuta da una squadra internazionale di biologi marini con due imbarcazioni, che hanno sondato su e giù per sei settimane il corso del fiume più trafficato del mondo lo scorso dicembre, non è stato rilevato alcun esemplare.
Oggi, il rapporto scientifico di quella spedizione, pubblicato dal prestigioso organo della Royal Society, Biology Letters, conferma che il delfino noto come baiji, in cinese pinne bianche, celebrato per la pelle chiara e i caratteristico muso allungato, è scomparso.
La colpa è del numero crescente di navi container sullo Yangtze, oltre ai pescatori le cui reti rappresentano involontariamente un pericolo.
Non si tratta di una estinzione “normale”, del tipo che avviene di frequente in un mondo di milioni di specie in evoluzione. Il delfino d’acqua dolce dello Yangtze era una creatura di notevole importanza, che si era separata dalle altre specie molti milioni di anni fa, diventando così autonoma da qualificarsi come gruppo di mammiferi a sé. É il primo grosso animale vertebrato ad estinguersi da cinquant’anni a questa parte, solo il quarto della famiglia dei mammiferi a scomparire dai tempi di Cristoforo Colombo, quando gli europei iniziarono la colonizzazione del mondo.
I tre precedenti scomparsi dalla faccia della terra sono stati i lemuri giganti del Madagascar, eliminate nel XVII secolo, il toporagno delle isole nelle Indie Occidentali, spazzati via probabilmente dai ratti che accompagnavano Colombo nel suo viaggio, e la tigre della Tasmania, il cui ultimo esemplare morì in cattività nel 1936 (la creatura più famosa estinta negli ultimi 500 anni, il Dodo, era un uccello).
Sam Turvey, biologo conservatore della Zoological Society of London, che ha guidato la spedizione alla ricerca del delfino dello Yangtze ed è il principale estensore del rapporto, spiega: “La perdita di una specie unica e carismatica è una scioccante tragedia. L’estinzione rappresenta la scomparsa di un intero ramo dell’albero dell’evoluzione, e sottolinea la nostra piena responsabilità, nel ruolo che dobbiamo assumere, di guardiani del pianeta”.
Ci sono molte altre specie che “si limitano ad esistere” nello Yangtze, e potrebbero anche loro scomparire nel giro di pochi anni, se non si agisce ora, avverte Turvey. Comprendono l’alligatore cinese, il marsuino senza pinne, il pesce pala cinese, che può raggiungere anche i 7m di lunghezza, ama che non viene avvistato dal 2003.
“Ora c’è molto interesse per il baiji: ma è troppo tardi. Perché si presta attenzione alle specie solo quando non ci sono più? Dobbiamo utilizzare il caso del baiji come sveglia ad agire immediatamente, per prevenire altri casi.
“La cosa più tragica è che nel caso dello Yangtze abbiamo un fiume a corrente rapida con un sistema unico di specie endemiche. Una volta sparite da qui, sono perdute per sempre” spiega.
L’obiettivo della spedizione di dicembre era di recuperare qualunque baiji trovato, e spostarlo in un lago di 21 km nella riserva naturale di Tian'ezhou, per sottoporlo a un programma intensivo di riproduzione. Ciascuna delle due imbarcazioni operava in modo indipendente, con scienziati che esploravano la superficie dell’acqua con binocoli – i delfini devono emergere per respirare – e ascoltavano attraverso idrofoni, alla ricerca dei caratteristici fischi. Nonostante queste tecnologie, non si è trovato niente.
“Abbiamo usato tutte le tecniche di ricerca. Entrambe le imbarcazioni hanno rilevato il medesimo numero di marsuini: abbiamo visto tutto quello che c’era da vedere. Ma nessun delfino” racconta Turvey.
É invece sin troppo chiara la causa della scomparsa, del delfino. É una vittima della corsa del paese più popoloso del mondo verso la ricchezza. Nel bacino dello Yangtze vive un decimo della popolazione mondiale. Nel corso della spedizioni, gli scienziati hanno calcolato 19.830 navi che percorrevano i 1.669 km di fiume rilevati: un grosso cargo, ogni 800 metri.
Il delfino dello Yangtze si muoveva guidato da un sonar – gli occhi sono inutili nell’acqua fangosa – ma in un ambiente stipato di navi container, chiatte da carbone, imbarcazioni veloci, il sonar veniva neutralizzato, e l’animale si muoveva rischiando continuamente di essere colpito dagli scafi, o fatto a pezzi dalle eliche.
Una minaccia anche maggiore veniva dalle reti e dalla miriade di linee di ami utilizzati dai pescatori.
Nonostante non fossero destinate alla cattura dei delfini, le creature si impigliavano nelle reti o venivano ferrite dagli ami: quasi la metà dei baiji trovati morti degli ultimi decenni avevano subito questa sorte. Inoltre, l’inquinamento aveva avvelenato il loro habitat naturale, e il completamento della Diga delle Tre Gole aveva decimato i piccoli pesci di cui si nutrivano.
Gli ultimi mammiferi che si sono estinti
Il toporagno delle isole
Estinto nel 1500
Il topo delle isole nelle Indie Occidentali, o nesophontide è conosciuto attraverso i resti fossili. Più o meno delle dimensioni di un ratto, scomparve a causa dell’introduzione dei ratti neri con cui non riusciva a competere, scesi dalle navi europee. Si trattava del più antico mammifero terrestre delle Indie Occidentali, la cui estinzione ha rappresentato la perdita di un intero ordine.
Lemure gigante
Estinto nel 1650
Il lemure gigante del Madagascar pesava circa 80 chili, più di alcune specie di gorilla. Scomparve in seguito alla caccia da parte dell’uomo.
Tigre della Tasmania
Estinta nel 1936
La tigre della Tasmania, o tilacino, aveva l’aspetto di un grosso cane striato, il muso di un lupo e una pesante coda. Era in realtà un marsupiale, parente del canguro, con una tasca per allevare i cuccioli. I coloni europei lo temevano e lo uccidevano ovunque possibile. I tilacini non si sono mai riprodotti in cattività: l’ultimo esemplare conosciuto è morto nello zoo di Hobart il 7 settembre 1936.
Titolo originale: The heat is on – Scelto e tradotto per Eddyburg da Fabrizio Bottini
Il clima mondiale si è modificato pochissimo dalla rivoluzione industriale. La temperatura è rimasta stabile nel XIX secolo, è salita molto lievemente nella prima metà del XX, ricaduta negli anni ’50-70, poi ha iniziato di nuovo a risalire. Negli ultimi 100 anni, è aumentata di 0,6°C.
E allora perché tutto questo trambusto? La ragione non è tanto l’incremento delle temperature. I cambiamenti precedenti nel clima mondiale erano determinati da viariazioni o nell’angolo di rotazione della Terra o nella sua distanza dal Sole. Stavolta c’è un altro fattore coinvolto: I “gas serra” prodotti dall’uomo.
Quando l’energia solare colpisce la Terra, gran parte di essa rimbalza nello spazio. Ma anidride carbonica e circa altri 30 gas serra, come il metano, contribuiscono a creare uno strato che intrappola il calore del sole, riscaldando così il pianeta. E, a causa della combustione di carburanti fossili, che contengono il CO2 che le piante originariamente respiravano dall’atmosfera, i suoi livelli sono saliti da 280 parti per milione (ppm) di prima della rivoluzione industriale, alle circa 380ppm di adesso. Gli studi sui nuclei del ghiaccio mostrano che non ci sono state concentrazioni tanto alte da quasi mezzo milione di anni. Al tasso di incremento attuale, si raggiungeranno le 800ppm entro la fine di questo secolo. Dato che la CO2 emessa oggi resta nell’atmosfera fino a 200 anni, abbassare le concentrazioni richiederà un lungo periodo.
La prima persona a cogliere il collegamento fra temperature e attività umane fu uno scienziato del XIX secolo, Svante Arrhenius. Valutava che le emissioni da attività industriali potessero raddoppiare i livelli di CO2 in 3.000 anni, riscaldando così il pianeta. Essendo svedese, pensava fosse un’ottima cosa. Nel 1938 un ingegnere britannico di nome Guy Callendar tenne una conferenza alla Royal Meteorological Society in cui affermava di aver scoperto che il mondo si stava riscaldando, ma fu considerato un eccentrico. L’idea del riscaldamento globale sembrava destinata alla pattumiera intellettuale.
Se l’interesse nel mutamento climatico era tiepido nella prima metà del XX secolo, diventò decisamente gelido con la seconda metà, per l’ottima ragione che il modo si stava raffreddando. Nel 1975 il settimanale Newsweek pubblicò come titolo di copertina Il mondo che si raffredda, presentando un “drastico declino nella produzione alimentare: con gravi implicazioni politiche praticamente per qualunque nazione della Terra”. Una previsione ripresa con comprensibile sollievo da chi sospetta che anche le preoccupazioni attuali siano una paura del genere.
L’irregolarità di metà XX secolo si rivelò poi essere conseguenza di un altro prodotto collaterale delle attività umane: lo zolfo, che insieme ad alter particelle sospese nell’aria riflette la luce solare prima che possa colpire la Terra, in controtendenza all’effetto serra. Entro la fine del XX secolo, gli sforzi per controllare questo inquinante iniziavano ad avere effetto. Il contenuto particolato nell’atmosfera stava diminuendo, e il mondo cominciò di nuovo a riscaldarsi. L’idea del riscaldamento globale fu recuperate dalla pattumiera, e diventò uno dei temi dibattuti più importanti della nostra epoca.
Il dibattito coinvolge scienziati, economisti, politici, e chiunque sia interessato al futuro del pianeta. É alimentato da un lato dalla convinzione che la vita così come noi la conosciamo sia minacciata, e dall’altro dall’idea che scienziati e socialisti stiano cospirando per buttare il denaro dei contribuenti per colpa di uno spauracchio da bambini. É un dibattito reso più aspro da una prospettiva morale: la sensazione, profonda all’interno del movimento ambientalista, che le conseguenza dell’egoismo individuale possano essere una condanna per la collettività. La mano invisibile come un pugno, e il peccato originale un fuoristrada.
Il litigio ha come protagonisti vistosi personaggi: James Lovelock, scienziato britannico convinto che il genere umano abbia fatidicamente squilibrato il delicato meccanismo del mondo che chiama Gaia; Bjorn Lomborg, iperattivo statistico danese che crede che gli scienziati stiano stiracchiando le cifre per spaventare la gente; Arnold Schwarzenegger, governatore della California, la cui missione è di terminare il mutamento climatico; o James Inhofe, presidente della commissione ambiente e lavori pubblici del senato americano, che dice sono tutte sciocchezze.
Purtroppo, le discussioni sono anche alimentate dall’ignoranza, perché nessuno sa con certezza quanto sta accadendo al clima. A livello macroscopico, costruire un modello di quello che è uno dei più complessi meccanismi del mondo, e proiettarlo su 100 anni, è molto complicato. Nei particolari, i singoli gruppi di dati si contraddicono l’un l’altro. A un ghiacciaio che si ritira può corrisponderne un altro che cresce; a un’area dove diminuiscono le precipitazioni può rispondere un’altra dove aumentano.
Ignoranza e paura hanno fatto nascere un intero settore di attività. Governi, burocrazie internazionali e università fanno lavorare molte migliaia di persone intelligenti su cosa sta accadendo. Fondazioni riversano denaro nella ricerca. Tutte le grandi imprese ora sono dotate di consulenti di alto livello sul mutamento climatico, con squadre di brillanti giovani che si aggirano qui e là per scoprire cosa pensano gli scienziati e cosa vogliono fare i politici.
L’istituzione di un Intergovernmental Panel on Climate Change sotto gli auspici dell’ONU, è finalizzata ad attenuare i contrasti, e a fornire ai decisori una linea condivisa su cosa ci prepara il futuro. Ma visto quanto poco si sa, sia sulla sensibilità del clima alle emissioni di gas serra, sia riguardo ai livelli di emissioni future, la cosa si è rivelata difficile. Non sorprende, il fatto che l’ultimo rapporto IPCC, pubblicato nel 2001, proponga un’ampia oscillazione nelle previsioni di aumento della temperatura entro la fine del secolo: da 1,4°C a 5,8°C.
Una enorme oscillazione che limita l’utilità dei risultati IPCC per chi decide le politiche. Né l’esistenza di questo comitato ha tacitato le discussioni. Lo scetticismo rispetto ai fondamenti scientifici, e soprattutto rispetto a quelli economici, ha portato numerose persone a dissentire sui risultati. Alcuni contestano l’esistenza stessa del riscaldamento globale; altri la accettano, ma sostengono non valga la pena di tentare di far nulla a proposito.
Da quel rapporto IPCC di cinque anni fa, la scienza tendenzialmente ha confermato che sta avvenendo qualcosa di grave. Negli anni ’90 i dati dal satellite tendono a contraddire quelli terrestri che mostrano un aumento delle temperature. Un divario che ha disorientate gli scienziati e alimentato lo scetticismo. I dati dal satellite, è poi emerso, erano sbagliati: dopo essere stati corretti, ora convergono con quelli terrestri che indicano un riscaldamento. Le osservazioni su quanto sta accadendo al clima tendono a confermare, o a superare, quanto previsto dai modelli. Il ghiaccio delle calotte artiche, ad esempio, si sta sciogliendo in modo inaspettatamente veloce, il 9% in un decennio. Anche i ghiacciai si sciolgono in modo sorprendentemente veloce. E c’è una serie di fenomeni, come l’attività degli uragani, precedentemente ritenuti senza connessioni al mutamento climatico, e che ora viene sempre più ad esso legata.
La nostra rassegna [ questo articolo dell’Economist introduce una serie di contributi sul tema, n.d.t.] sostiene che nonostante le incertezze della scienza, le probabilità di gravi conseguenze sono sufficientemente elevate da giustificare la spesa delle (non esorbitanti) somme necessarie a tentare di contenere il mutamento climatico. Indica anche che, anche se gli USA, la maggior fonte mondiale di CO2, hanno girato le spalle al protocollo di Kyoto sul riscaldamento globale, ci sono probabilità che prenderà alcune misure per controllare le proprie emissioni. E se si muove l’America, c’è la prospettiva ragionevole che faranno lo stesso anche altri grossi produttori di CO2.
Su energia, modelli di sviluppo ed esauribilità delle risorse, è inevitabile che l'informazione venga deformata dagli enormi interessi in campo. Per avere un quadro il più possibile scientifico - ma non neutrale - della situazione, abbiamo sentito Alberto Di Fazio, astrofisico, specialista nell'evoluzione dei sistemi complessi, membro della Commissione nazionale del Cnr e del International Geosphere-Biosphere Programme (IGBP), programma di ricerche interdisciplinari sui cambiamenti globali (anche climatici). Tra i politici che collaborano con l'Igbp il più noto è il neopremio Nobel, Al Gore.
Il Wec pone al centro del suo convegno il concetto di «sviluppo sostenibile».
E' un ossimoro. Sviluppo, anche solo «qualitativo», significa crescita. In qualche piccolo caso - per esempio il telelavoro, evitando l'uso dell'automobile - è anche possibile. Ma sulla scala dell'intera economia non si può fare. Lo sviluppo qualitativo presuppone quello quantitativo. Se bisogna garantire cibo sufficiente per tutti, l'agricoltura ha bisogno di fertilizzanti, pesticidi, ecc. Industria, insomma. «Sostenibile» è una pessima traduzione del termine inglese «sustainable», che significa però «durevole», senza fine. In francese è più chiaro: durable. E purtroppo non esiste. L'umanità deve rientrare in parametri di consumo inferiori a quelli permessi della natura.
Eppure dicono che basterebbero pannelli solari su un quadrato di 400 km di lato per esaudire tutta l'attuale domanda energetica.
E' un calcolo tutto matematico, e neppure esatto; dovrebbe essere molto più grande. Dal sole arriva una quantità di energia molto superiore alle necessità dell'umanità, ma per fare tutti quei pannelli solari ci vuole una quantità di silicio (oltre che di alluminio) che non esiste. Mancano le materie prime per fare una cosa del genere. «Sviluppo sostenibile» è la deformazione di un concetto di Herman Daly, ex economista della Banca mondiale, che parlava di «società sostenibile» indicando però un modello stazionario, non in perenne crescita. E' «sostenibile» quella società che consuma risorse e produce rifiuti in una quantità che la Terra, la biosfera, può tollerare. Una società in equilibrio con la natura. Mentre tutti hanno in mente l'idea della «crescita», che è tipica solo del capitalismo, ovvero degli ultimi 150 anni. Una cosa impossibile - a lungo andare - per motivi fisici, chimici e biologici. Viviamo dentro una «pellicola» molto sottile che garantisce la vita biologica.
Sono i «limiti dello sviluppo» già illustrati ai tempi del Club di Roma, che poi vennero definiti «sbagliati»...
Quei calcoli furono effettuati da una task force di centinaia di scienziati con al centro il Mit. Fin da allora ci fu una mistificazione, che attribuiva a quello scenario la «previsione» che nel 2000 le risorse si sarebbero esaurite. Cosa che poi non si sarebbe verificata. Basta prendere quei dati per accorgersi che lì si sosteneva che nel 2000 sarebbe stato consumato il 25% delle risorse non riproducibili (il petrolio, innanzitutto); mentre prevedevano una crisi economica, industriale, agricola e della popolazione tra il 2020 e il 2030, quando si sarebbe giunti a consumare circa la metà di queste risorse. Se hanno sbagliato è per eccesso di ottimismo.
Quella ricerca è stata aggiornata. Cosa dicono i nuovi dati?
Se prendiamo quelli sul petrolio, già il Corriere della sera di alcuni giorni fa constatava che negli ultimi tre anni l'estrazione di greggio resta ferma intorno agli 85-86 milioni di barili al giorno. Nonostante l'aumento della domanda di Cina, Russia e India, la produzione non aumenta. Per mantenere nel 2007 la quota degli ultimi anni, bisognerebbe aumentare l'estrazione di mezzo milione di barili da qui alla fine dell'anno. Se non quest'anno, al massimo nel corso dei prossimi due, il tasso di estrazione del greggio sarà inferiore. Può anche essere un «picco» temporaneo. Ma le previsioni più conservative - quelle dell'International Energy Agency - collocano il picco nel 2013. La curva della produzione sta rallentando. Non siamo ancora al picco, perché i prezzi sarebbe aumentati molto di più. Ma ci stiamo arrivando: l'offerta di greggio sale molto lentamente, mentre la domanda corre più velocemente. Basta guardare i trend sull'arco di 30 anni per capirlo.
Cosa ti aspetti allora dal convegno del Wec?
Verranno fuori delle buone proposte per quanto riguarda l'utilizzo del solare. Però sarà un ibrido. Verranno fuori anche degli imbrogli, come quello dell'idrogeno. C'è un'enorme industria che si sta lanciando su questo fronte, ma la produzione di idrogeno chiede più energia di quanta non ne renda disponibile. L'auto a idrogeno si può fare, ma peggiora la situazione. Poi si calcherà molto la mano su cose che si possono fare su piccola scala, ma non su quella globale. Per esempio i biocombustibili. I km quadri necessari per mandare avanti la produzione sarebbero molte volte di più di quelli fin qui destinate all'agricoltura alimentare. Già ora ci sono proteste in Brasile perché terreni coltivabili vengono destinati ai biocombustibili, anziché al cibo.
Sulla questione dell'energia pulita parte la scommessa per un'ambiente sostenibile e proprio in Sicilia dove recentemente sono state convocate sedute consiliari nei vari Comuni per gli impianti eolici.
Il ministro dell'Ambiente Altero Matteoli ha inaugurato le eliche dei 43 aerogeneratori da 850 Kw ciascuno; sulle montagne di Partitico, Alcamo e Camporeale, la zona del parco eolico, c'erano anche Totò Cuffaro, il presidente dell'Anev (Associazione Nazionale Energia del Vento), Francesco Ferrante di Legambiente, il vicepresidente della Regione Sicilia, Francesco Cascio e il responsabile della ditta Ivpc per la Sicilia. Questo parco Eolico permetterà la produzione potenziale di 100.000.000 di KWh con un risparmio di 190.000 barili di petrolio, pari a circa 30.000.000 di litri all'anno ed è stato realizzato dal Gruppo Ivpc. Si prosegue così decisamente verso il raggiungimento degli obbiettivi di produzione di energia di fonti rinnovabili nel mercato interno dell'elettricità, fissati dalla direttiva comunitaria nel 25% entro il 2010, traguardo a serio rischio che può essere raggiunto solo con un'azione decisa ed incisiva.
Per il ministro Matteoli «L'energia eolica è la scommessa che dobbiamo fare per il futuro. In Italia, siamo un pò in ritardo perchè c'è stato un forte dibattito, ma speriamo di poter raggiungere l'obiettivo del 25% di energia prodotta dal vento entro il 2012. In posti come questo produrre energia dal vento è un risultato eccezionale. Per questo dobbiamo trovare le sedi adeguate per impiantare l'eolico».
Attualmente le richieste per la realizzazione di campi eolici in Sicilia sono 150, su otto impianti già funzionanti. Spiegano gli addetti ai lavori che : «Si tratta di un parco eolico da 36,55 MW realizzato dal Gruppo Ivpc costituito da 43 aerogeneratori sviluppanti ciascuno una potenza massima nominale pari a 850 Kw. Gli aerogeneratori sono collegati tra loro ed alla cabina primaria denominata Partinico 2-Alcamo, costituente il punto di consegna dell'energia alla rete elettrica nazionale, da cinque linee elettriche interrate».
«Ricade in un'area che presenta ottime caratteristiche di ventosità per cui l'impianto eolico appare una scelta opportuna in questo sito che tral'altro è facilmente accessibile ed utilizzato a tutt'oggi quasi esclusivamente per pascolo o per colture che possono coesistere con l'impianto, quindi il parco eolico è perfettamente compatibile con l'assetto territoriale. è importante considerare che 43 generatori da 850 Kw ciascuno, eviteranno l'immissione in atmosfera di oltre 50mila tonnellate annue di anidride carbonica. Una centrale eolica è una vera e propria centrale elettrica, ma l'elettricità prodotta ha una caratteristica unica, che la differenzia da quella prodotta da tutte le altre tipologie di centrale elettrica: è assolutamente pulita, ottenuta senza inquinamento e senza emissione di gas-serra o di radiazioni elettromagnetiche di qualsiasi tipo e con il minimo impatto ambientale sull'ecosistema».
«Una centrale eolica è costituita da una serie di aerogeneratori disposti secondo geometrie ben predeterminate al fine di non creare ostacoli reciproci tra le macchine e di consentire la migliore esposizione verso le direzioni predominanti dei venti. Un generatore eolico è costituito da una torre, sulla quale é fissata una capsula di forma aerodinamica, una navicella contenente il generatore elettrico e un rotore formato da tante pale progettate per sottrarre al vento parte della sua energia meccanica. Il principio di funzionamento degli aerogeneratori è lo stesso dei mulini a vento: il vento che spinge le pale. Ma nel caso degli aerogeneratori il movimento di rotazione delle pale viene trasmesso ad un generatore che produce elettricità».
Possiamo notare il Parco eolico e gli impianti ad occhi nudo volgendo lo sguardo verso le montagne del palermitano all'interno del territorio del Golfo di Castellammare verso Camporeale e le montagne che nascondono ai nostri occhi Piana degli Albanesi e Portella della Ginestra.
L'unica domanda che bisognerà porsi ora è l'aspetto economico: se l'impianto eolico farà risparmiare milioni di barili di petrolio ogni anno e considerato lo stato dell'energia in Italia e in Sicilia, bisognerà anche sapere quale costo o quale risparmio ne deriverà per le economie dei cittadini, gli utenti che pagano la bolletta: questo ancora non è stato dato sapere. Ma soprattutto, visto che l'energia prodotta dal Parco Eolico sarà immessa nella Rete elettrica nazionale, che tipo di benefici, e se ce ne saranno, potranno essere ricondotti alla Sicilia che ha già l'esperienza del prezzo della benzina alto nonostante sia una zona produttrice di petrolio.
Negli ultimi anni una vera e propria trasformazione sta avvenendo in tutti i campi dell'energia e dell'approvigionamento e produzine oltre che gestione della stessa energia e dei servizi indispensabili alla vita moderna industrializzata: il Parco Eolico, che chiamato Parco può far pensare a una cosa in subordine di matrice solo ambientalista mentre si tratta essenzialmente di un modo di produzione non inquinante o comunque non sfruttando il petrolio, il Parco Eolico dunque è solo l'ultimo anello di congiunzione di un programma più vasto di riforma della produzione e della gestione dell'energia.
In cantiere, e non senza polemiche e dubbi, esistono infatti anche i Termovalorizzatori (ne sono previsti 4 in Sicilia, uno a Bellolampo a Palermo e su cui gli ambientalisti sono contrari); e per la gestione delle acque e dei rifiuti è previsto l'Ato: su queste cose per il momento sembra minima l'attenzione dell'opinione pubblica che sembra accettare le trasformazioni senza una precisa idea di quello che può essere il futuro, un futuro che intanto per ora con il parco Eolico è già presente in forma operativa. Ma esiste anche un altro futuro, più decisivo per le economie dei cittadini e di cui ancora poco si conosce: le bollette dei consumi dell'energia, dell'acqua e dei servizi connessi di cui non si sa ancora nulla.
«Quando soffia il vento – continuano gli ingegneri a spiegare – le pale si mettono a girare e l'energia cinetica è trasformata in energia elettrica dal generatore della navicella. L'energia così prodotta viene convogliata su un trasformatore che ne innalza la tensione prima che venga immessa nella linea di trasmissione».
Di regola, i moderni aerogeneratori entrano in azione quando la velocità del vento si avvicina ai 20 km/h, esprimono il massimo rendimento fra 40 e 50 km/h, e si disattivano intorno ai 110 km/h.
«Il problema maggiore – continuano gli ingegneri – che deve affrontare la produzione di energia eolica, infatti, è la naturale incostanza dei venti, che si traduce in un funzionamento discontinuo degli aerogeneratori. Per questo motivo, sono ritenute adatte all'installazione di aerogeneratori soltanto le località caratterizzate da una velocità media annua del vento di almeno 21 km/h. Le turbine convertono direttamente l'energia cinetica del vento in energia meccanica utilizzata per la generazione di energia elettrica. L'aerogeneratore opera a seconda della forza del vento. Per cominciare a funzionare è necessario che la forza del vento sia di almeno 4-5 m/s, ad elevata velocità (20-25 m/s) invece l'aerogeneratore per motivi di sicurezza si pone automaticamente in posizione di stallo. L'energia elettrica generata dalla turbina a 690 Volt, viene convogliata alla basa della torre, in una cabina dove viene trasformata da 690 Volt a 20.000 Volt. Queste cabine di trasformazione ospitano anche le unità di controllo di ciascuna turbina ed alcune unità di corrente reattiva oltre alle apparecchiature di controllo per il monitoraggio centrale. Dalle cabine l'energia prodotta viene convogliata, tramite cavi interrati, alle sottostazioni dove viene trasformata da 20.000 a 150.000 Volt e quindi immessa nella rete nazionale».
Titolo originale: A 21st century catastrophe – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini
La Gran Bretagna devastata dalle alluvioni sta soffrendo di una inedita emergenza civile, è chiaro: un disastro causato dal clima del XXI secolo.
Un clima diverso da qualunque cosa si sia vista prima. L’alluvione che si è prodotta, e che ha lasciato oltre 300.000 persone senza acqua potabile, quasi 50.000 senza elettricità, altre migliaia senza tetto e causato danni per un valore di 2 miliardi di sterline – il conto non è finito – è senza precedenti nella storia britannica moderna.
Non esiste nulla negli ultimi cent’anni, se si parla di alluvioni causate dalle piogge, che abbia fatto tanti danni. Secondo l’Agenzia per l’Ambiente, anche il peggior caso precedente, la grande alluvione della primavera 1947, aggravata dal disgelo seguito a un inverno eccezionalmente rigido, è stato stavolta superato.
“ Non abbiamo mai assistito prima a un’alluvione di queste dimensioni” ha comunicato ieri l’agenzia. “ Il riferimento è il 1947, e l’abbiamo già superato”. L’evento del 1947 era stato giudicato il più grave sull’arco di 200 anni.
Cosa più notevole, il fatto che l’incredibile scenario a cui il paese si trova ora di fronte – intere città isolate, enormi aree sott’acqua, evacuazioni di massa, infrastrutture paralizzate, fiumi gonfi in modo quasi grottesco, dal Severn al Tamigi e altri, e non si è ancora arrivati al massimo livello – tutto questo, è stato determinato da un singolo giorno di pioggia. La quantità di un mese e oltre, in un’ora. É evidente che il governo e le autorità civili, da Gordon Brown ai servizi di emergenza, siano in difficoltà per rispondere, e non soltanto per le dimensioni fisiche del disastro, ma per la sua qualità. É qualcosa di completamente sconosciuto. Di nuovo. Eppure è quanto viene previsto, da almeno dieci anni, e più.
Nessuno può dare la colpa dell’alluvione di settimana scorsa, o anche di quelle di giugno - quando nello Yorkshire è successo quanto accade ora in Gloucestershire e Worcestershire – di un solo giorno di pioggia, direttamente al riscaldamento globale. Tutti i climi hanno una loro variabilità naturale, che prevede anche eventi eccezionali.
Ma gli “eventi catastrofici eccezionali” delle precipitazioni nell’estate 2007, il 24 giugno e il 20 luglio, sono perfettamente in linea con le ribadite previsioni di quanto porterà il mutamento climatico.
Sono passati quasi dieci anni da quando gli scienziati dello UK Climate Impacts Programme hanno fornito le prime previsioni precise di cosa aspettava la Gran Bretagna nel XXI secolo: e in cima all’elenco c’erano le precipitazioni piovose, in aumento sia per l’intensità che per la frequenza.
Si ritenevano più probabili in inverno, mentre le estate erano previste calde e secche. Ma ieri Peter Stott dello Hadley Centre for Climate Prediction and Research al Met Office, autore di uno studio scientifico che collega l’incremento delle precipitazioni piovose al cambiamento climatico, ha commentato: “È possibile nel quadro del cambiamento climatico che ci possa essere un aumento degli eventi estremi di precipitazione, anche con una generale diminuzione delle piogge”.
Lo studio di Stott e altri, riportato dall’ Independent di ieri, individua per la prima volta una “impronta digitale umana” nell’incremento delle piogge dei decenni recenti alle latitudini medie dell’emisfero settentrionale: ovvero, rileva che sono in parte state causate dal riscaldamento globale, a sua volta determinato dalle emissioni di gas serra.
L’opinione pubblica nel suo insieme, sembra non aver ancora compreso queste previsioni sugli eventi estremi di precipitazioni piovose, pensando al cambiamento climatico solo in termini di clima più caldo. Ma la comunità scientifica ne è invece ben consapevole, e ha ribadito i propri avvertimenti.
Uno dei più importanti arriva da un gruppo di esperti a cui è stato chiesto di esaminare i rischi nel 2004 dal Consigliere Scientifico Sir David King, nel quadro del programma governativo Foresight Programme. Il loro rapporto, Future Flooding, spiega che se non si prendono precauzioni, le gravi alluvioni determinate dal cambiamento climatico potranno portare a un enorme aumento della quantità di persone e proprietà a rischio. Ma ancora una volta, si tratta di qualcosa che non entra nella consapevolezza pubblica.
Fra tutte le notizie di centri abitati travolti dall’acqua ieri, un annuncio significativo di Gordon Brown e del Ministro per l’Ambiente, Hilary Benn, è che il governo sta istituendo un organismo indipendente di indagine sulle alluvioni di giugno e luglio.
Il cui rapporto avrà un’importanza immense, e potrebbe rivelarsi una pietra miliare per quanto riguarda la consapevolezza collettiva britannica della realtà del cambiamento climatico. Si concentrerà senza alcun dubbio sui problemi centrali della risposta alle alluvioni – non esiste un singolo ministro o persona, responsabile del complesso – ma potrebbe anche dare una prospettiva degli eventi in termini di riscaldamento globale, a arrivare alla conclusione che questa potrebbe essere un’anticipazione di futuro. Gli eventi del 2007 alla fine potrebbero essere considerati come un campanello d’allarme per gli effetti del cambiamento climatico che si avvicinano rapidamente.
Nessuno li aveva considerati. Ma pare che sia così, col clima che cambia. Nell’aprile 1989 Margaret Thatcher, allora primo ministro, tenne un seminario per i vertici del governo sul riscaldamento globale al n. 10 di Downing Street, e uno degli invitati a parlare era lo scienziato e guru ambientalista James Lovelock. Poi un giornalista gli chiese quali sarebbero stati i primi segnali di quel riscaldamento. Rispose: “ Sorprese”. Alla richiesta di spiegarsi meglio precisò: “ L’uragano dell’ottobre 1987 è stata una sorpresa, no? Ce ne saranno delle altre”.
Anche le alluvioni del 2007 sono state una sorpresa, e se ha ragione Lovelock, ce ne saranno delle altre. Benvenuti nel clima del XXI secolo.
L’alluvione del 1947
Il Grande Diluvio del 1947, l’ex peggiore inondazione causata in Gran Bretagna dalle precipitazioni piovose, fece rompere gli argini a tutti i corsi d’acqua del sud, delle Midlands e del nord-est, sommergendo 300.000 ettari di terre e causando danni per un valore stimato in 4 miliardi di sterline (valore attuale).
Il disastro fu causato principalmente dal rapido scioglimento di ghiaccio e neve che avevano coperto gran parte d’Inghilterra durante un inverno particolarmente lungo e freddo. Il medesimo clima che aveva causato il disgelo, produsse anche parecchie piogge, ad esasperare i danni dell’alluvione.
Il momento non avrebbe potuto essere peggiore: la Gran Bretagna si stava ancora riprendendo dalla guerra. C’era un rigido razionamento, povertà diffusa e l’economia arrancava. Quello che rese la catastrofe anche più grave, fu il suo verificarsi prima dell’epoca delle assicurazioni contro questi eventi.
Gli allagamenti cominciarono nel sud, dal Somerset al Kent, con molti fiumi a rompere gli argini. Il 14 marzo, erano state sommerse ampie zone occidentali e nord-orientali di Londra. Il giorno successivo, il Tamigi esondò a Caversham, vicino a Reading, e nella zona della valle del Lea a est di Londra.
Alla fine del mese, si calcolavano 100.000 abitazioni alluvionate, centinaia di migliaia di persone evacuate, e gran parte dei raccolti dell’anno spazzati via.
Dopo l’uragano di New Orleans: una antologia di articoli
Nell’estate del 2005 il sommesso clamore dei notiziari che annunciavano gli spostamenti dell’uragano Katrina in avvicinamento alla Costa del Golfo, nei territori degli stati di Louisiana e Mississippi, sembrava la solita trovata giornalistica per riempire i titoli di qualcosa di diverso dai pettegolezzi da spiaggia.
Fu una vera sorpresa per la maggior parte del mondo iniziare a vedere le immagini dei poveracci ammassati come bestie nello stadio, dei quartieri poveri devastati, dei primi morti. E poi, nei giorni successivi, leggere le storie da “disastro annunciato”, le polemiche sull’inefficienza nei soccorsi, e via via nelle settimane e nei mesi dipanarsi e articolarsi tutto il dibattito sulla ricostruzione, gli investimenti, gli aspetti sociali, i dubbi su un potenziale “sciacallaggio” ai danni di chi ha meno voce.
La stampa, italiana e internazionale, ha dato grande rilevanza a tutti questi aspetti, e a molti altri, a partire dalla figuraccia dell’amministrazione federale, o ai collegamenti fra questo tangibilissimo esempio di intreccio problematico, e altre questioni spesso poco percepite, a partire dal riscaldamento globale.
Sulle pagine di Eddyburg e eddyburg_Mall hanno trovato posto molti di questi articoli: sia quelli con più diretto riferimento alle questioni territoriali al centro della nostra attenzione, sia altri. È sembrato opportuno, vista la notevole mole (e articolazione nelle cartelle tematiche) del materiale, raccogliere il tutto in una “visita guidata”, che consenta a chi ha già letto di ritrovare qualche spunto, e a chi non ha letto di verificare se si è perso qualcosa. Vista la vastità dei temi, approcci, sfumature, l’ordine di presentazione scelto è semplicemente cronologico. Buona lettura, o rilettura. (f.b.)
La rassegna si apre, in modo abbastanza scontato, col testo (ripreso dalla CNN) del Discorso pronunciato dal Presidente George W. Bush il 31 agosto 2005, dopo la riunione di Gabinetto per i soccorsi alle zone colpite dall'Uragano Katrina . Si annunciano i primi obiettivi dei soccorsi, e (lo osserveranno poi i critici) si iniziano a mostrare le prime crepe nel sistema delle decisioni strategiche.
Crepe immediatamente sottolineate dalla grande stampa, che come già accaduto in altri casi rileva nell’amministrazione incertezze, dilettantismo al limite della farsa, generale inadeguatezza Ne è un esempio l’editoriale Aspettando un Leaderdel New York Times 1 settembre 2005, che definisce il discorso“uno dei peggiori della sua vita”.
Con queste premesse, viene proposto qui un articolo “profetico” di Mark Fischetti, Annegare New Orleans, pubblicato dallo Scientific American sul numero dell’ottobre 2001,e che con chiarezza davvero impressionante descrive quelli che di fatto col senno di poi si dimostrano i punti deboli del sistema di protezione della costa e della città. Fra l’altro, l’articolo di Fischetti descrive e introduce il piano cosiddetto Coast 2050 sinora respinto perché troppo “costoso”, e avversato in parte da soluzioni più semplicistiche, che ora si sono rivelate fallimentari.
Il fatto che New Orleans non rappresenti altro che una emergenza della crisi mondiale legata al mutamento climatico, è affrontato quasi subito, a partire da un articolo del Corriere della Sera, 1 settembre 2005 in cui il geofisico Jacobs intervistato dalla giornalista Maria Teresa Cometto, ammonisce «Non ricostruite la città, fra 100 anni non ci sarà più»
Prospettiva “globale” condivisa anche dal più famoso, economista ed ex ministro dell’amministrazione Clinton, Jeremy Rifkin, che in una intervista a Sara Farolfi su il manifesto del 3 settembre 2005 ripete: «L'avevamo detto, sarà sempre peggio». Bush ha nascosto la verità e non ha voluto far nulla per evitare le catastrofi.
Eugenio Scalfari su La Repubblica del 4 settembre 2005 contempla uno spettacolo inatteso e sconcertante: L’America che vive con l’Africa in casa. E osserva come ciò in fondo non debba stupire, data la natura “imperiale” della nuova superpotenza unica globale, e la scarsa dimestichezza di questi tipi di potere con la democrazia e l’eguaglianza.
Altro aspetto che emerge quasi immediatamente dal dibattito sul futuro di New Orleans è quello urbanistico: che fare? Sul Boston Globe del 5 settembre 2005 Bennet Drake intervista alcuni studiosi sul tema La città del futuro. Ovvero, le possibilità e i rischi di cogliere l’occasione per far nascere dalle rovine di “Big Easy” un insediamento modello, catalogo di innovazioni tecniche e sociali.
Sulle pagine dell’Economist, a una settimana dall’uragano, col titolo Il rimpallo delle colpe si tenta di riassumere in modo obiettivo da un lato la realtà verificata dei problemi e delle inefficienze, dall’altro la complessità che emerge, e che in parte viene nascosta dall’enormità sempre più evidente del disastro.
Gary Strass sul popolarissimo USA Today ancora il 5 settembre 2005 ricorda come a New Orleans Ci sarà da ricostruire qualcosa di più importante degli edifici ovvero lo spirito della città. Sottolinea però gli aspetti più esteriori e forse “folkloristici” di questo genius loci, mettendo in secondo piano la questione centrale, ovvero l’emarginazione della popolazione più povera e di colore.
Un intervento di Patrick Doherty, Una Fenice che rinasce dal fango l’8 settembre 2005 sul TomPaine Common Sense, riprende l’approccio della potenziale “città ideale” alla futura New Orleans: anti suburbana, e comunità anche socialmente modello per una America più sostenibile. A partire dal recupero e valorizzazione proprio della complessità sociale ed etnica che certi “ritardi pilotati” dalle destre nella ricostruzione mettono in forse.
Di stampo soprattutto “contabile” l’ipotesi di Jon E. Hilsenrath, Rimpicciolire New Orleans? Sul Wall Street Journal del 15 settembre 2005, dove ad una analisi economica del ruolo della città in quanto nodo infrastrutturale e di scambi, si accompagna una (forse sbrigativa, se non lievemente faziosa) sostanziale liquidazione del problema della ricostruzione urbanistica. Lapidariamente:”Abbiamo obblighi nei confronti delle popolazioni, non dei luoghi”.
Non poteva mancare l’intervento del noto sociologo-urbanista Mike Davis, che affronta con decisione l’inevitabile tema de I contractors della ricostruzione in un articolo tradotto da ilmanifesto del 2 ottobre 2005 che descrive la calata dei falchi delle grandi imprese e interessi sulla città colpita, e il cinismo con cui il disastro diventa fabbrica di quattrini, operazione del resto affiancata, ideologicamente e praticamente, da molti apparati governativi.
Il critico di architettura del New York Times, Nicolai Ourussof, si chiede: il 20 ottobre 2005 Ce la farà New Orleans, a sopravvivere alla propria rinascita? E critica alcune suggestioni già emerse, che fanno pensare a una “normalizzazione” della città, nel senso di una ricostruzione sterilizzata, turistica, annullamento della complessità agli aspetti del parco tematico, o poco più.
Alla questione più “grossa” ovvero l’affidabilità del sistema di difese costiero e dell’entroterra, torna il 2 dicembre 2005 Mike Tidwell su Orion Online, con un provocatorio (ma non troppo) Addio New Orleans. Smettiamola di fingere. Sostiene Tidwell, che un’amministrazione che non ha finanziato il piano di ripristino ambientale della Costa del Golfo, pone New Orleans e il resto semplicemente in attesa del prossimo uragano, forse quello definitivo.
Un aspetto particolare (che poi nella costa del Mississippi diventerà fondamentale) è il ruolo giocato nella ricostruzione dalla cultura New Urbanism. Il critico di architettura del Los Angeles Times Cristopher Hawthorne il 4 dicembre 2005 racconta Nella corsa alla ricostruzione, una famiglia litigiosa. Descrivendo come, più delle idee e della competenza, ora salga alla ribalta soprattutto la capacità organizzativa e di pressione cultural-politica.
Conferma indirettamente quanto accennato dal Los Angeles Times il direttore dell’organo ufficiale dei nuovi urbanisti, Philip Langdon, che su New Urban News ottobre-novembre 2005 racconta con dovizia di particolari come I Nuovi Urbanisti si preparano ad affrontare il piano di ricostruzione della Costa del Golfo Ovvero come fare lobbying professionale, e arricchirlo con molte buone intenzioni, si spera in buona fede.
Ari Kelman, sul periodico di sinistra The Nation, il2 gennaio 2006 descrive cosa può accadere All'ombra del disastro Ovvero i legami evidenti e meno evidenti fra la questione ambientale in senso lato (il recupero dei quartieri, i costi della bonifica ecc.) e quella sociale, ovvero del rientro delle famiglie nere e povere in città. La tesi: attenzione all’economicismo di alcune ipotesi “realistiche”, che hanno quasi sicuramente scopi inconfessabili.
Che il problema, come spiegava da subito l’analisi a caldo dell’Economist, fosse complesso e intricato, lo dimostra sul New York Times del 5 gennaio 2006 Adam Nossiter descrivendo Un piano Statalista ma sostenuto da un deputato repubblicano, anche se sembra fare a pugni col liberismo di partito. Ma Bush "comprende".Una delle tante, forse troppe, contraddizioni che ruotano attorno ad un sistema decisionale a detta di tutti assai discrezionale.
Le idee per fare della distruzione dell’uragano l’occasione di “città dimostrativa” sembrano naufragare di fronte al primo piano ufficiale, ovvero le raccomandazioni municipali per la ricostruzione. Una nota Associated Press/CNN dell’11 gennaio 2006 riassume così: Il piano: a New Orleans si potrà ricostruire. Dappertutto Ovvero per non perdere consensi (e voti alle imminenti elezioni per il sindaco) il comune improvvisa un “com’era, dov’era” pasticciato e improbabile, contro le opinioni di tutti i consulenti.
Ancora Adam Nossiter del New York Times, il 5 febbraio 2006 spiega dagli uffici tecnici comunali come Ricostruire New Orleans. Una pratica per volta Ovvero come una scappatoia tecnico-burocratica consenta di “condonare” i danni, falsando totalmente i rilevamenti del rischio e la distribuzione degli investimenti.
Ancora al tema della “bonifica sociale” della città tentata prolungando gli sfollamenti coatti oltre ogni limite, è dedicato l’articolo di Bill Sasser, Come chiudere fuori dalla porta i poveri di New Orleans pubblicato dal progressista Salon, il 13 giugno 2006. È un fatto che migliaia di sfollati dalle case popolari dopo Katrina aspettano da mesi di sapere se e quando potranno mai rivedere le proprie case. C'è un progetto per tagliarli fuori dalla città?
A un argomento decisamente tecnico-specialistico, comunque di enorme importanza, è dedicata la nota di Michael Kunzelman, I “Katrina Cottage” danno una possibilità a chi abita ancora nelle case mobili pubblicata dallo Atlanta Journal Constitution, il 9 luglio 2006. Si tratta dell’invenzione e commercializzazione delle abitazioni di emergenza. Nuove, economiche, molto piccole, ma "case" e non "rifugi", per aspettare anche 10-15 anni la ricostruzione “vera”.
La notissima giornalista e polemista di sinistra Katrina Vanden Heuvel sul suo The Nation, il 29 agosto 2006 descrive a quasi un anno dall’uragano La battaglia per la ricostruzione Ovvero racconta “sul campo” la lotta sociale e politica dei comitati di cittadini, e i giochi sporchi della politica locale e non, perché essi vengano esclusi dalle decisioni che contano.
Con una breve ma significativa “parabola”, sul numero estivo del 2006 di Dissent, Nicolaus Mills propone la Storia di due uragani: Galveston e New Orleans. Due vicende simili, separate da un secolo di storia, una conclusa e una in pieno corso. È cambiato qualcosa? A un anno di distanza dalle ondate di Katrina, la domanda è più che mai aperta.
Il 2007 si apre, abbastanza significativamente, con le dimissioni di uno dei responsabili della prevenzione, polemico contro la mancata attuazione di nuove norme urbanistiche e edilizie per la sicurezza contro gli eventi naturali. Lo riferisce Carol J. Williams sul Los Angeles Times, del 3 gennaio: Il capo del centro uragani lancia l'ultimo avviso.
Prosegue la ricostruzione di New Orleans, ma a quanto pare si replicano anche qui cose già viste in Italia, ad esempio a Seveso, coi quartieri poveri rifatti su terreni gravemente contaminati dalle discariche. Lo denuncia Robert Bullard in un articolo su The New American City, inverno 2006-2007, dal titolo Il colore sbagliato, per essere tutelato
Al contrario, al posto dei quartieri poveri, sfollati gli ex inquilini con la scusa dei danni (spesso esigui) dell'uragano, si mettono case di lusso. Anche quando ciò significa demolire riconosciuti capolavori di architettura e intervento sociale. E' la tesi dell'avvocato dei comitati Billy Sothern, in Addio St. Thomas, The Nation, 10 agosto 2007
Una tesi sostanzialmente confermata e rafforzata dall'Economist, che in un articolo del 23 agosto 2007 esamina la Lenta Guarigione di Big Easy, osservando come anche il trattamento vergognoso riservato ai più poveri sia solo una parte dell'incredibile inefficienza e inadeguatezza dimostrata complessivamente dai vari livelli di governo.
L'unica cosa veramente vitale, a parere di Rebecca Solnit, è l'incredibile partecipazione locale al processo di ricostruzione, anche contro l'apatia (a dir poco) istituzionale, e con interessanti progetti dal punto di vista dell'innovazione ambientale e sociale. Lo racconta in un articolo dal titolo La Lower Ninth colpisce ancora, The Nation, 10 settembre 2007
Nota: disponibili qui di seguito anche: un file PDF contenente gli articoli citati fino al 2006 (mancano però tutti i links ed eventuali allegati, naturalmente disponibili nella versione online); un mio articolo che riassume criticamente i temi dell'antologia, originariamente redatto per il sito Megachip; Aggiornamenti non compresi nel PDF: un contributo di Bruce Katz della Brookings Institution, sulla povertà urbana; (f.b.)
In queste settimane la città spagnola di Pamplona è sui giornali di tutto il mondo - come tutti gli anni, da decenni. Almeno da quando Ernest Hemingway ne celebrò i riti e la gioia di popolo nel romanzo «Fiesta» del 1926. Il 7 luglio, infatti, scoppiano puntuali los Sanfermines, i giorni di feria dedicati ai tori, con relativo encierro, ogni mattina, quando tori e vacchette corrono per i vicoli della vecchia città fino alla plaza de Toros, là in cima alla città dove un busto ricorda lo scrittore americano.
I tori sono quelli che al pomeriggio verranno uccisi nella corrida. E ogni giorno, puntualissimi, i giornali e le televisioni di tutto il mondo riportano, con un certo sadismo, il numero dei feriti incornati, tra il pubblico che corre davanti e insieme ai tori. Tutta la notte poi è fatta di balli e bevute, fino alla corsa del mattino seguente.
Anche la rivista scientifica Nature, in questi giorni, si è occupata di Pamplona, nel fascicolo del 27 giugno, ma per tutt'altri motivi. Un inviato è andato sul posto a vedere da vicino questa provincia spagnola, la Navarra, che è all'avanguardia mondiale nella produzione di energia da fonti rinnovabili, il vento soprattutto, ma non solo. Le cifre parlano da sole: la Spagna nel suo complesso è al secondo posto al mondo per energia prodotta dal vento. Al primo c'è la Germania (con 20.652 megawatt installati) grazie a una politica lungimirante, attiva da tempo; subito dopo però viene la Spagna con 11.614 megawatt, che batte addirittura gli Stati Uniti per 39 megawatt. L'Italia è settima con 2.118.
Ma il dato più interessante è anche un altro, ovvero la percentuale di energia elettrica prodotta con le pale, rispetto ai consumi del territorio. Ed è qui che la piccola regione stretta tra i Pirenei a nord e i paesi baschi a ovest, batte tutti: nel 2006 il 51,7 per cento dei consumi sono stati coperti dal vento, superando e distanziando la Danimarca, che arriva al 21,4 per cento. Per l'Italia questa percentuale vale 1,3 e per gli Stati Uniti 0,8. Il sogno di Estaban Morrás, direttore escutivo di Accion Energia, la società privata che ha realizzato gli impianti, resta quello di arrivare al 100 per cento di rinnovabili e giura che non è impossibile. I piani ufficiali parlano del 75, comunque tantissimo.
Queste prestazioni sono state possibili grazie a un insieme di fattori. Intanto la Navarra è regione poco popolata, con grandi estensioni di altopiano e venti che scendono dai Pirenei. E' zona abbastanza povera, l'unica industria di peso essendo uno stabilimento della Volkswagen. Avrebbe bisogno di nuove aziende che vengano dal di fuori, ma queste non arrivano anche per la scarsa disponibilità di energia elettrica. Per anni Morrás cercò di puntare sull'idroelettrico, ottimizzando le piccole dighe lungo i fiumi che scendono dai Pirenei e cercando di realizzarne di nuove.
Uno di questi, il Burguete, venne anch'esso reso famoso da Hemingway che lì andava a pesca di trote. L'illuminazione gli venne in Francia, al vedere le prima pale per il vento, ed era il 1989. Fu d'aiuto certo la decisione del governo locale di incentivare finanziariamente i nuovi investimenti. La prima «farm» a vento sorse già nel 1994 nelle località di El Perdón, a sud di Pamplona, e da allora ne sono state costruite 32, con centinaia di turbine e finanziamenti pubblici per 136 milioni di euro. La spesa ha generato anche un indotto tecnologico, dato che oggi gli impianti che venivano acquistati all'estero sono prodotti nella regione, alla fabbrica Gamesa Eólica sempre in Pamplona.
Altri 240 milioni di fondi pubblici sono stati previsti dal 2005 fino al 2010, ma questa volta differenziando le fonti: di pale infatti non si può intasare il territorio, e del resto la loro resa è migliorata significativamente, dato che quelle che producevano 500 kilowatt ora danno 3 megawatt. È stato anche necessario realizzare due impianti tradizionali a gas naturale, per compensare il fatto che il vento va e viene, a intermittenza, mentre il fabbisogno è pressoché stabile. Si è così realizzato in ciclo elettrico combinato, capace di colmare sia i picchi che i plateau di consumi.
Il nuovo piano quinquennale spinge ora anche verso il solare, con un modello che appare interessante e che viene chiamato dei «giardini solari». Sono vaste estensione ricoperte di celle fotovoltaiche, dove singoli investitori possono comprare uno o molti pannelli, così ripartendo l'investimento e incassando gli utili in proporzione al numero di pannelli acquistati.
Nota: per una rasssegna articolata del problema eolico, si veda soprattutto la Visita Guidata a Eddyburg (f.b.)
Sustainable Development Commission, Wind Power in the UK (maggio 2005) – Estratti e traduzione per Eddyburg a cura di Fabrizio Bottini
[...] 5 – Energia eolica e pianificazione
Sommario:
• le domande per impianti eolici di dimensioni piccole e medie sono gestite dalle autorità urbanistiche locali
• i grandi progetti sono gestiti direttamente dal Segretario di Stato per l’Industria e il Commercio, o dal governo Scozzese
• esistono in tutte le nazioni che costituiscono il Regno Unito politiche di pianificazione tali da offrire una guida per le decisioni locali sugli insediamenti di impianti per energie rinnovabili
• è richiesta una Valutazione di Impatto Ambientale per la maggior parte degli impianti eolici: essa deve essere di carattere generale e sviluppata in modo approfondito
Questa sezione del Rapporto esamina da vicino il sistema e le politiche di pianificazione per quanto riguarda i progetti di impianti eolici. Il quadro delle politiche di pianificazione e procedure di autorizzazione si sta gradualmente affinando – dovrà continuare a farlo – perché il Regno Unito possa conseguire i propri obiettivi nello sviluppo delle energie rinnovabili.
5.1 - I processi di pianificazione per progetti di impianti eolici
Tutti gli insediamenti di impianti eolici nel Regno Unito devono richiedere adeguati permessi e/o autorizzazioni. Per tutti gli impianti energetici in Gran Bretagna sulla terraferma con potenza superiore ai 50 MW, e per quelli al largo oltre 1 MW, l’autorizzazione non è rilasciata dalle autorità urbanistiche locali, ma gestita direttamente dal Department of Trade and Industry (DTI) (per Inghilterra e Galles) o dallo Scottish Executive (per la Scozia) ai sensi della Sezione 36 dello Electricity Act 1989xvii. Tutti gli altri progetti sono approvati dalle autorità urbanistiche locali.
In Nord Irlanda, tutti gli impianti eolici necessitano di autorizzazione rilasciata dal Department of Environment, e ai sensi dell’articolo 39 dello Electricity (Nord Irlanda) Order 1992, tutti gli impianti energetici oltre i 10 MW devonoa vere anche il consenso del Department of Enterprise, Trade and Investment.
Per i progetti eolici di dimensioni maggiori (di solito quelli sopra i 5 MW), il costruttore deve produrre per legge una Valutazione di Impatto Ambientale indipendente (vedi Box 5), che analizzi questioni specifiche come il paesaggio, i rumori, gli effetti su flora e fauna selvatica. I risultati della VIA sono resi pubblici in uno Environmental Statement (ES), il quale è un documento disponibile che può essere utilizzato nel corso del processo di autorizzazione. È accompagnato da un sommario non-tecnico, che deve essere redatto in linguaggio accessibile ed essere liberamente e gratuitamente disponibile, di solito a cura del costruttore. Molti costruttori mettono queste informazioni a disposizione sui loro siti web, una buona pratica che va incoraggiata.
Le decisioni di piano in sede locale
Per progetti di impianti eolici di potenza inferiore ai 50 MW, il costruttore deve richiedere il permesso all’autorità urbanistica locale ( Local Planning Authority / LPA). In Inghilterra, la competenza di solito è dei consigli di distretto, tranne nelle aree con una sola entità congiunta responsabile, come in alcune grandi città. In Scozia e Galles, l’autorizzazione è gestita da autorità congiunte, e in Nord Irlanda è l’Assemblea nazionale a controllare direttamente del decisioni si piano attraverso sei uffici regionali.
Nella maggior parte dei casi, le domande vengono prima esaminate da funzionari della LPA, che verificano se gli insediamenti proposti sono in linea con le indicazioni locali, regionali e nazionali prima di richiedere una Valutazione di Impatto Ambientale ai costruttori (ove necessario) e attivare le consultazioni pubbliche. Viene poi redatta una raccomandazione per il planning committee, che è composto da consiglieri locali e deve prendere la decisione finale. Se la domanda è respinta, il costruttore può fare appello all’organismo competente, che ha il potere di ribaltare la decisione originaria se ritiene che:
a) si sia trattato di una deviazione dalle politiche di piano nazionali, regionali o locali;
b) non siano stati valutati in modo equilibrato gli aspetti nazionali o locali di carattere ambientale, sociale o economico.
Un costruttore è autorizzato anche a ricorrere in appello a seguito di una mancata decisione entro il periodi stabilito di otto settimane, o sedici settimane per le domande in cui è stata predisposta una Valutazione di Impatto Ambientale. Ci sono tre organismi responsabili per il giudizio di appello, a seconda della giurisdizione della decisione originaria: il Planning Inspectorate (responsabile per Inghilterra e Galles), la Scottish Executive Inquiry Reporters Unit, e la Northern Ireland Planning Appeals Commission. Tutti rispondono al rispettivo governo nazionale. L’organismo di appello può richiedere materiale informativo scritto o in altre forme, o può decidere di attivare una publicinquiry: quest’ultima opzione si applica spesso per i progetti di impianti eolici più complessi o controversi.
Infine, il Segretario di Stato responsabile per le amministrazioni locali e la pianificazione (per gli impianti in Inghilterra, Galles e Nord Irlanda), e lo Scottish Executive (per impianti in Scozia), ha il potere di “ avocare a sé” le domande, perché la decisione finale venga presa in sede centrale secondo varie motivazioni. Per esempio, i progetti possono essere “ chiamati” se sollevano questioni di importanza nazionale, o si tratta di significative varianti rispetto al piano regolatore o alla politica di piano nazionale. In generale, questo potere è esercitato con cautela.
Il processo di approvazione a livello nazionale
I progetti di impianti eolici in terraferma oltre i 50 MW vengono automaticamente indirizzati al Segretario di Stato per il Commercio e Industria (in Inghilterra e Galles) o allo Scottish Executive (in Scozia). Questo processo è regolato dalla Sezione 36 dello Electricity Act 1989 e richiede che il Ministero dell’Industria e Commercio o lo Scottish Executive prendano in considerazione tutti gli argomenti pro e contro l’insediamento proposto, prima di deliberare la propria autorizzazione. Può essere tenuta una public inquiry a livello locale. Un’autorizzazione può essere abitualmente rilasciata al tempo stesso ai sensi della Sezione 90 del Town and Country Planning Act 1990.
Box 5
VALUTAZIONE DI IMPATTO AMBIENTALE
La procedura di Valutazione di Impatto Ambientale assicura che vengano individuati i probabili effetti significativi del progetto di insediamento e le relative misure di mitigazione, e che se ne tenga conto nelle procedure di approvazione. Il prodotto principale della procedura è lo Environmental Statement (ES), redatto dal richiedente, che deve essere allegato alle domande di trasformazione che ricadono nell’Allegato II o III della Direttiva VIA. La richiesta di coinvolgimento del pubblico significa che la richiesta di Environmental Statement deve essere resa pubblica e copie di esso rese liberamente disponibili alla consultazione e osservazioni. Esso deve anche essere esaminato dai principali organismi consultivi previsti dalla legge. Il General Development Procedure Order (1995) stabilisce quali sono tali organismi consultivi per ciascun tipo di intervento di trasformazione.
VALUTAZIONE AMBIENTALE STRATEGICA
La direttiva dell’Unione Europea sulla Valutazione Ambientale Strategica è stata recepita da numerosi Stati membri nel luglio del 2004 dopo un periodo di gestazione di un decennio circa. Il suo obiettivo è di:
“… offrire una protezione di alto livello all’ambiente e contribuire all’integrazione degli aspetti ambientali nella predisposizione e adozione di piani e programmi, promuovendo uno sviluppo sostenibile, assicurando che, coerentemente alla presente Direttiva, venga sviluppata una valutazione ambientale di piani e programmi che possano avere effetti significativi sull’ambiente.”
Si tratta di un processo iterativo e sistematico, sviluppato a livello strategico, per identificare, prevedere e evidenziare gli impatti ambientali. Deve anche identificare e considerare adeguatamente le opzioni alternative praticabili all’interno di paini e programmi. Il Regolamento VAS del 2004 copre alcuni tipi di piani e programmi predisposti per le città e il territorio, l’uso dello spazio, agricoltura, foreste, pesca, energia, industria, trasporti, gestione dei rifiuti, delle acque, telecomunicazioni e turismo. Al momento attuale non viene richiesta una VAS per insediamento di impianti eolici sulla terraferma. Ma in Scozia lo Environment Assessment (Scozia) Bill (attualmente in fase di discussione nel Parlamento Scozzese) estenderà gli obiettivi della VAS oltre i termini della Direttiva. Mira ad assicurare che tutti i piani, programmi e strategie del settore pubblico siano esaminati per gli impatti ambientali. Anche se gli insediamenti di impianti eolici non saranno automaticamente esenti dalla redazione di una VAS, è improbabile che ciò accada per singoli progetti di wind farm.
5.2 Politiche di pianificazione
Le politiche di pianificazione vengono sviluppate a cura dei governi nazionali, e quindi Inghilterra, Scozia, Galles e Nord Irlanda hanno politiche distinte. Queste per quanto riguarda le energie rinnovabili sono state recentemente aggiornate dall’Ufficio di Vicepresidenza del Consiglio (responsabile per l’Inghilterra) dallo Scottish Executive in Scozia; l’Assemblea Governativa in Galles emanerà le proprie direttive tra breve. [...]
6 – Ambiente e Paesaggio
Sommario
• il paesaggio delle Isole Britanniche si è trasformato drasticamente a causa dell’intervento umano negli ultimi 5000 anni, e molto poco di esso è databile ad epoche precedenti
• i mutamenti climatici avranno effetti radicali sul nostro paesaggio, e gli insediamenti di impianti eolici devono essere considerati entro questo contesto
• gli impatti visivi e sul paesaggio sono considerazioni ambientali importanti per le domande di approvazione, ma le reazioni rispetto a questi aspetti sono altamente soggettive
• in generale esistono di gran lunga meno impatti paesistici e ambientali, associati alle turbine a vento, in confronto alle altre alternative, e la maggior parte di essi sono rapidamente reversibili
• gli insediamenti di impianti eolici possono verificarsi in aree dove non è mai esistita una presenza di impianti tecnologici per la produzione di energia in passato, e spesso incontrano una maggior resistenza
6.1 Premesse
Questo capitolo riguarda il paesaggio, le questioni visive e ambientali riguardo alla localizzazione di impianti di energia eolica. Un approccio sostenibile richiede che la questione dell’energia eolica venga esaminata parallelamente alle possibili alternative, le quali tutte hanno pure impatti ambientali e sul paesaggio. Va considerato anche l’impatto cumulativo degli insediamenti eolici su paesaggio e ambiente, dato che tutti gli insediamenti energetici alla fine produrranno impatti complessivi, legati alla loro espansione ed estensione a rete.
Con la pressione crescente sulle politiche energetiche, e col bisogno di ridurre le emissioni di anidride carbonica è difficile che qualunque comunità venga giudicata esente dal compito di sostenere un futuro a basso tenore di gas serra. Dato che il mutamento climatico presenta la più seria minaccia ai paesaggi del Regno Unito, devono essere incoraggiate le tecnologie che ci aiutano a limitare il nostro contributo alla trasformazione del clima, anche quando ciò rappresenti una temporanea perdita di bellezza.
Questa sezione offre un riassunto dei vari tipi di insediamento per energia eolica, le relative caratteristiche visive e di rapporto col paesaggio, le questioni progettuali degli impianti e gli effetti visivi risultanti che possono determinare trasformazioni nel paesaggio del Regno Unito. Viene esaminato anche l’impatto ambientale degli insediamenti eolici, e quello delle alternative ad energia non rinnovabile.
Assumere un punto di vista olistico rispetto allo sviluppo sostenibile non significa automaticamente dare “semaforo verde” agli insediamenti eolici, dato che ciò richiede di considerare un’ampia gamma di problemi di carattere paesistico, naturale, ambientale, oltre che sociali ed economici.
6.2 Le trasformazioni del paesaggio
Una delle definizioni di paesaggio è “area scenografica estesa”. Non rende piena giustizia alla complessità del termine, che è meglio descritto come “habitat più uomo e il risultato della combinazione di intrecci, percezioni, processi”. Il Landscape Institute definisce il paesaggio come “il complesso del nostro ambiente esterno, sia entro le aree urbane che in quelle rurali”. Il presente documento non deve essere considerato come orientamento definitivo sull’argomento, che è trattato da numerose pubblicazioni tecniche e altri documenti dettagliati di orientamento.
Le Isole Britanniche contengono una notevole varietà di paesaggi. La landa selvaggia post-glaciazione è stata trasformata nel corso degli ultimi 10.000 anni nel paesaggio vivo del 21° secolo. La struttura delle Isole Britanniche è stata definita dall’aumento del livello del mare e dalla loro separazione dalla terraferma del continente europeo, con successiva colonizzazione delle terre da parte delle foreste e arrivo della prima fauna. I mari circostanti danno alle isole un clima temperato e ricchezza di vita marina. Circa 5-6.000 anni fa, i primi uomini iniziarono il lungo processo di trasformazione della natura selvaggia nel paesaggio che oggi ci è familiare. I paesaggi non sono statici; sono sempre stati in trasformazione e continueranno a farlo, adattati dai bisogni umani e dalle attività economiche, e influenzati dai futuri mutamenti climatici. Essi sono in uno stato costante di equilibrio dinamico, che non può essere congelato in un punto specifico del tempo.
I progetti per lo sfruttamento dell’energia eolica sono solo una delle molte forme di insediamento che possono causare trasformazioni del paesaggio nel Regno Unito. E vale la pena ricordare che le turbine a vento non sono strutture permanenti, e una volta rimosse il paesaggio abitualmente può ritornare nelle condizioni precedenti – nonostante le strade possano restare per un considerevole periodo di tempo dopo che un sito è stato disattivato. Questo se gli insediamenti eolici non conducono all’occupazione del territorio da parte di altri insediamenti, da cui occorre tutelarsi in aree protette o in origine non edificate.
6.3 Paesaggio ed effetti visivi
Gli effetti sul paesaggio sono trasformazioni nel suo tessuto, caratteristiche e qualità, indotte a seguito di edificazione, e si distinguono dagli effetti visivi. Questi ultimi riguardano l’aspetto di tali trasformazioni, dove essere possono essere viste entro il paesaggio, e gli effetti sulle persone. È riconosciuto che gli impatti visivi e sul paesaggio sono una delle questioni ambientali chiave per l’approvazione di progetti di wind farm, data la loro tipica forma, localizzazione e funzione. Prendendo a caso un campione di 50 insediamenti a cui è stata negata l’autorizzazione, l’85% dei motivi per il rigetto hanno alla base impatti visivi e sul paesaggio.
Gli insediamenti per l’energia eolica hanno una serie di caratteristiche tali da determinare effetti visivi a sul paesaggio. Tali caratteristiche comprendono le turbine, i percorsi di accesso e spostamento locale, edificio(i) di sottostazione, lo spazio recintato di pertinenza, le connessioni alla rete e le antenne degli anemometri. La valutazione degli impatti deve tener conto di ogni proposta misura di mitigazione, prevederne le dimensioni, considerarne la significatività. Le valutazioni degli effetti sul paesaggio e di quelli visivi generalmente comprendono fotomontaggi da vari punti di vista per illustrare l’aspetto che avrà la wind farm una volta costruita. Possono anche comprendere le carte cosiddette Zone of Visual Influence (ZVI) che mostrano da quali zone di una data area di paesaggio gli impianti possono essere visti. Se un complesso è progettato con attenzione rispetto al paesaggio circostante, gli impatti visivi possono essere ridotti. Lo Scottish Natural Heritage ha sviluppato linee guida per orientare una corretta progettazione degli impianti eolici tessa a minimizzare i potenziali impatti negativi sul paesaggio.
Le varie componenti una wind farm devono essere conciderate in relazione alle caratteristiche del paesaggio in termini di valore, di esperienza, di composizione visiva, di rapporti con gli insediamenti esistenti.
6.4 Caratteristiche visive delle wind farm
Sulla terraferma
I caratteri visivi delle turbine a vento variano a seconda della loro costruzione e modello. In generale, sembrano più appropriati i tipi con forme semplici e scultoree che utilizzano tre pale, e sono questi i tipi di progettazione che si sono affermati come standard industriale.
Sulla terraferma in Gran Bretagna gli insediamenti di impianti eolici variano di dimensioni, da una sola turbina a complessi di grande scala contenenti oltre cento turbine. La dimensione media degli impianti eolici nel Regno Unito è attorno alle 10-20 turbine.
Gli impianti, nel primo periodo dell’industria del vento britannica all’inizio degli anni ’90, normalmente utilizzavano turbine con una capacità di circa 300-400 kW. Negli ultimi dieci anni le tecnologie si sono evolute, e le turbine di oggi possono generare sino a 3 MW ciascuna; un incremento di dieci volte in altrettanti anni. Esistono limiti pratici per le localizzazioni in terraferma, dato che le turbine di dimensioni maggiori e le relative torri sono diventate difficili da trasportare via strada. Ciò probabilmente frenerà in modo definitivo la tendenza all’aumento di dimensioni delle turbine.
Le turbine a vento di oggi abitualmente hanno il mozzo posto ad un’altezza sino a 90 m. sul terreno, con le pale che ruotano su un raggio fra 40 e 45 m., e un’altezza massima dal livello del suolo all’estremità del rotore in verticale - la “ blade tip height” – fra i 60 e i 120 m. I complessi di costruzione più recente generalmente hanno turbine con l’estremità delle pale ad un’altezza di 100 m. e oltre. Per fare un paragone, l’altezza del Big Ben è di 100 m., quella della Glasgow Tower 105 m., e quella del London Eye 135 m. Insediamenti futuri di turbine potranno avere prestazioni superiori insieme a incrementi nelle altezze, e diametri dei rotori. Le wind farms recenti hanno installate meno macchine, con pale più grandi, che operano con velocità di rotazione più basse. I gruppi di queste turbine più grandi tendono ad essere meno fitti a causa da maggiore spazio fra l’una e l’altra, ma ciò estende la loro influenza visiva su una superficie di terreno più vasta.
Nonostante visibilità e impatti degli impianti eolici aumentino con turbine più grandi, è spesso difficile distinguere le differenze relative in altezza, specialmente ad una certa distanza. In generale è considerato migliore in termini di impatto visivo un complesso dotato si un numero minore di turbine più grandi, di uno con un numero maggiore di turbine più piccole.
Al largo
Le offshore wind farms sono situate al largo delle coste, sia entro le acque territoriali che all’interno delle recentemente create Renewable Energy Zone. Esistono meno vincoli di dimensioni per le turbine al largo, e così si realizzano maggiori capacità di generazione: sino a 5 MW nel prossimo decennio. Normalmente, esse condividono le medesime caratteristiche visive di quelle sulla terraferma, ma possono anche comprendere segnali per la navigazione, elementi per l’illuminazione notturna, sottostazioni galleggianti e collegamenti alla rete generale di terraferma. L’utilizzo di questi elementi dipende dalla varietà della linea di costa, dalla visibilità nelle varie condizioni atmosferiche e dagli effetti della curvatura terrestre.
Gli insediamenti di impianti eolici al largo tendono ad avere più turbine, e più grandi, ma l’impatto sul paesaggio e visivo sono generalmente inferiori, data la distanza dalla linea di costa. Nondimeno, il paesaggio costiero è spesso unico e offre alcuni degli elementi di più alto valore del Regno Unito, e quindi anche queste localizzazioni possono essere sensibili.
In Gran Bretagna, ora gli insediamenti di impianti eolici al largo sono costruiti a distanze fra i 2 e i 10 km dalla costa, in acque relativamente basse, ma verranno presentate nuove domande di autorizzazione per siti molto più al largo, compresi alcuni al di fuori delle acque territoriali britanniche, entro le recentemente istituite Renewable Energy Zone. A queste distanze, probabilmente le wind farms avranno impatti visivi minori, ma naturalmente costruire e gestire turbine al largo è più costoso, e più alti possono anche essere i costi del collegamento alla rete. Ciò è controbilanciato in qualche misura dalla migliore produttività degli impianti, ma al momento esiste ancora una considerevole differenza nei costi di generazione rispetto ai complessi sulla terraferma. Grazie al sostegno del governo, l’energia eolica prodotta negli impianti al largo sarà prevedibilmente di grande contributo al raggiungimento degli obiettivi di produzione energie rinnovabili del 2010, e la sua importanza, crescerà ancora, sino al 2020 e oltre.
Miglior progettazione e interventi di mitigazione
Alcuni paesaggi sono in grado di accogliere meglio di altri gli insediamenti di impianti eolici, in relazione a scala, forme del terreno, possibilità di limitare la vista. Una buona progettazione generale dell’insediamento e delle sue relazioni con le forme del paesaggio può migliorarne l’accettabilità visiva.
La localizzazione generalmente è condizionata da ragioni tecniche, pratiche ed economiche, come la capacità di catturare il vento, le turbolenze, l’accessibilità, le connessioni alla rete nazionale, la strumentazione urbanistica, la proprietà dei terreni. Questi fattori limitano perciò la quantità di considerazioni estetiche con cui è possibile allineare la scelta localizzativa.
Un complesso raccolto in un gruppo compatto è visivamente più accettabile se appare come elemento isolato in uno spazio aperto e inedificato. Ma nei paesaggi agricoli, le file di turbine possono essere visivamente accettabili ove esistano linee di demarcazione formale fra i campi.
L’impatto visivo generale di un insediamento per l’energia eolica dipenderà principalmente dall’area da cui è visibile (quantità della visibilità), dall’aspetto che mostra in queste vedute (la natura della visibilità). Non si tratta necessariamente dell’essere visibile o meno, ma di come è visto e come appare quando è visto. Gli insediamenti eolici saranno più accettabili se appariranno adeguati all’area, creando quanto è percepito come immagine visiva positiva. Ad ogni modo è evidente che per alcuni le turbine a vento sono strutture brutte e indegne alla vista, fuori luogo in qualunque ambiente rurale, ed è improbabile che i modi del progetto e gli interventi di mitigazione siano in grado di cambiare questa opinione.
6.5 – Le zone tutelate
Il Regno Unito ha molti tipi di aree tutelate, con i Parchi nazionali e le Aree di Particolare Bellezza Naturale (solo Inhgilterra, Galles e Nord Irlanda) dotate dei più elevati livelli di protezione, ed altre varie tipologie di zone classificate di particolare interesse nazionale e internazionale.
Lo scopo della classificazione ad area di tutela è quello di conservare paesaggi unici di grande valore per il beneficio nazionale sul lungo termine. Tutti i documenti di orientamento per la pianificazione citati nel Capitolo n. 5 raccomandano che non si autorizzino interventi di trasformazione per impianti di energie rinnovabili in zone classificate di tutela, a meno che non si presentino considerazioni superiori, e nessuna localizzazione alternativa. Nella maggior parte dei casi ciò non si applica ai progetti di impianti eolici di dimensione commerciale, ed è quindi possibile affermare che deve essere mantenuto un alto livello di protezione nelle aree tutelate per i valori paesistici ed estetici.
6.6 – La percezione del pubblico
Alcune persone considerano le turbine a vento come strutture aggraziate che arricchiscono il paesaggio, in particolare quando siano paragonate alle grandi centrali energetiche e impianti della rete di distribuzione presenti attraverso il paesaggio da molti anni. Nondimeno, ci sono anche molte persone che avvertono le turbine a vento come una industrializzazione del paesaggio, inaccettabile nei contesti rurali. Alcuni aneddoti suggeriscono che gli impianti eolici proposti per aree già industrializzate sono oggetto di minori proteste di carattere visivo.
Uno studio promosso dallo Scottish Executive sugli atteggiamenti del pubblico mostra che un abitante su quattro che abita nei pressi di una wind farm (26%) afferma che esse rovinano il paesaggio, e l’impatto visivo è la prima causa per cui le persone non amano gli impianti eolici. Ma lo studio mostra anche che fra le persone che abitano nei pressi di un impianto, solo il 12% afferma che il paesaggio è stato rovinato.
Essenzialmente, il dibattito sul fatto se le turbine siano inserimenti distruttivi, benigni, o addirittura positivi per il paesaggio britannico, è altamente soggettivo. La mancanza di una risposta “giusta” o basata su fatti, significa che il dibattito difficilmente troverà una soluzione, rendendo qualunque decisione sui singoli progetti estremamente foriera di divisioni.
Ad ogni modo, per valutare l’estensione dei problemi, è importante anche prendere in considerazione le alternative di produzione energetica al vento, le quali tutte hanno pure impatti paesistici e ambientali, molti dei quali sono comunemente accettati.
6.7 – La comparazione degli impatti paesistici e ambientali
L’impatto della generazione di elettricità sul paesaggio e l’ambiente dipende dal tipo di combustibili e tecnologie utilizzate per la produzione. I combustibili fossili come gas e carbone, e l’uranio necessario per la fissione nucleare, si basano tutti su industrie estrattive per la fornitura. Nel caso di carbone e uranio, ciò può avere effetti devastanti sul paesaggio circostante le miniere, con le relative infrastrutture e produzione di scarti che contribuiscono ad un impatto paesistico e ambientale che può durare per anni. Per la Gran Bretagna l’estrazione del gas (e di petrolio – anche se quest’ultimo è un fattore minore nella produzione di elettricità) si concentra al largo, e scorte di gas naturale liquefatto arrivano via mare.
Comunque, saranno ancora necessarie alcune infrastrutture costiere per ricevere, immagazzinare e distribuire, ed esistono molti problemi ambientali connessi alle trivellazioni al largo. Poi, in altri paesi, gas e petrolio sono ottenuti da riserve sulla terraferma, dove gli effetti sul paesaggi possono essere molto più pronunciati.
Nonostante molti degli effetti paesistici e ambientali dei nostri bisogni di combustibili non riguardano il Regno Unito, un approccio di sviluppo sostenibile implica che debbano essere considerati tutti gli effetti, ovunque si verifichino nel mondo. Non sarebbe equo pensare che la distruzione del paesaggio in altri paesi sia giustificata, perché siano tutelati i panorami del Regno Unito.
Per la combustione, tutti gli impianti energetici convenzionali richiedono una vasta estensione di terreno, e il loro impatto visivo totale comprende anche qualunque traliccio di collegamento alla rete nazionale. La sottrazione di spazio per la connessione alla rete si applica egualmente anche all’energia eolica, anche se per insediamenti più piccoli vengono utilizzati piloni a basso voltaggio, che tendono ad avere impatti visivi molto inferiori. Sul versante ambientale, la generazione di elettricità da combustibili fossili emette gas serra e altri inquinanti al momento della combustione, il che contribuisce al mutamento climatico e ai problemi di inquinamento atmosferico. Bruciare carbone, col suo alto contenuto di zolfo rispetto ad altri combustibili fossili, causa anche le piogge acide. Questo particolare problema può essere risolto installando sistemi di desolforizzazione, ma è costoso e impossibile in molti impianti. Le centrali energetiche a combustibili fossili (specialmente a carbone) causano spesso problemi di inquinamento del suolo nella aree dove sono localizzate, e molti impianti convenzionali (compresi quelli nucleari) generano inquinamento termico, danneggiando i corsi d’acqua locali o il mare. L’elettricità generata da fissione nucleare si somma i livelli di radioattività del sottosuolo, e i rischi per le conseguenze di gravi incidenti richiedono rigorose e costose procedure di gestione degli impianti.
[...]
La dismissione delle turbine a vento è un processo relativamente lineare, e nella maggior parte dei casi il terreno può essere restituito “normale” alla fine del ciclo produttivo dell’impianto, con gli impatti delle strade di accesso e altri nella maggior parte dei casi reversibili. In questo senso, le turbine a vento possono essere viste come strutture temporanee, e le decisioni localizzative non devono essere necessariamente permanenti.
6.8 – Lo spazio sottratto per insediamenti eolici
Nonostante si tema una generalizzata distruzione delle campagne britanniche, l’insediamento dell’energia eolica probabilmente non avrà gli impatti che molte persone si immaginano. Per raggiungere l’obiettivo del 20% entro il 2020 esclusivamente con la generazione eolica, il Regno Unito avrebbe bisogno di circa 26 GW di capacità se l’offerta energetica aumenterà a 400.000 GW. Se il 50% di questa quantità viene ottenuto dagli impianti sulla terraferma utilizzando turbine in media da 2 MW, ciò richiederà più o meno 6.500 turbine. Sulla base di un’occupazione di spazio di circa 0,18 ha/MW per turbine, strade d’accesso e sottostazioni, il totale di spazio necessario in terraferma sarebbe di circa 2.340 ha. Sulla superficie totale del Regno Unito di 24 milioni di ettari, si tratta dell’equivalente dello 0,0001% dello spazio disponibile. Ciò, contro i 3,3 milioni di ettari correntemente classificati come uso del suolo “urbano e altro”. Dato che le turbine a vento sono abitualmente collocate in zone collinari, lo spazio attorno ad esse è comunque ancora disponibile a pascolo o altre attività, e non deve quindi essere considerato come parte dell’occupazione totale di suolo.
6.9 – Verso una prospettiva di lungo termine
Di tutte le questioni che ruotano attorno allo sviluppo delle energie eoliche, gli impatti visivi e paesistici sono le uniche principalmente soggettive. Dato che gli effetti non possono essere calcolati e misurati, e le possibilità di interventi di mitigazione sono limitate, è poco probabile che questi problemi vengano risolti con soddisfazione di tutti. Sembra quindi inevitabile che alcune persone saranno sempre contrarie alle wind farms in ambienti rurali, e dato che le risorse di vento del Regno Unito sono strettamente correlate a zone rurali e remote, il dissenso è inevitabile.
I recenti aggiornamenti alle linee guida per la pianificazione per il Regno Unito, richiedono che i decisori locali prendano in considerazione le priorità energetiche nazionali nel deliberare su progetti per le fonti rinnovabili, e in molti casi è improbabile che ce ne sia abbastanza per non respingere una domanda in base alle sole considerazioni paesistiche. Visto l’alto livello di consenso nazionale, e spesso anche locali, per l’energia eolica, questo sembra essere un approccio ragionevole nei casi in cui non esiste particolare classificazione di sensibilità paesistica. Esistono forti motivi per ritenere gli insediamenti eolici strutture temporanee, che non richiedono le cautele di strutture di più lunga durata per motivi paesistici. Dato che abitualmente è possibile una dismissione completa, può essere posto rimedio alle permanenti opposizioni sulla base di studi caso per caso, con la rimozione finale delle turbine alla fine del ciclo produttivo.
Le opzioni energetiche e disposizione entro quel tempo saranno mutate, e potrebbero essere disponibili altre tecnologie. Comunque, va anche riconosciuto che le trasformazioni del paesaggio hanno una lunga storia e che ciò che appare alieno oggi potrebbe divenire accettato nel tempo. L’evidenza suggerisce che le opinioni ostili verso le wind farms tendono ad ammorbidirsi dopo l’autorizzazione, e non c’è motivo di ritenere che questa tendenza non si ripeta nei casi di insediamenti futuri.
Qualunque preoccupazione per i danni al paesaggio del Regno Unito da parte degli insediamenti di impianti eolici, deve essere controbilanciata dai diffusi danni che lo stesso mutamento climatico può determinare. Si è mostrato nei capitoli precedenti [ non inclusi in questi estratti n.d.T.] come l’energia eolica sia una soluzione pratica e affidabile alle trasformazioni del clima, come parte di un necessario e più ampio mutamento sociale ed economico. L’insediamento su terraferma di tali complessi darà un grande contributo al rispetto degli obiettivi energetici e non ci si può aspettare che siano gli impianti offshore, significativamente più costosi, a farlo da soli.
Nota: il testo completo e originale del Rapporto (con dati, tabelle, e alcuni casi studio) è disponibile in file PDF al sito della Sustainable Development Commission (f.b.)
ROMA - "L´uomo ha messo il guinzaglio a quasi tutto il pianeta Terra" sostiene un rapporto pubblicato oggi su Science. Il nostro sforzo di addomesticare la natura è pressoché completo: solo il 17 per cento delle terre emerse non è ancora toccato da attività umane. Nella cartina con le impronte dell´homo sapiens solo i poli o i deserti rimangono intonsi. Altrove, non esiste angolo di terreno calpestabile che contenga meno di un abitante per chilometro quadrato, non ospiti città, campi coltivati o pascoli per gli animali allevati per uso alimentare. Non abbia una via di comunicazione nel raggio di 15 chilometri né linee per il trasporto dell´energia. Non mostri agli occhi di un satellite una luce accesa di notte.
Gli stessi parchi naturali, anche se creati con l´intento di preservare habitat a rischio, rientrano fra gli esempi di "natura pettinata". E se l´addomesticamento del pianeta è frutto del comprensibile istinto di creare attorno a noi un ambiente sicuro e ospitale, a lungo andare rischiamo di cadere nel contrappasso di una natura deprivata di ogni risorsa, scrivono i ricercatori delle università di Santa Clara e di Harvard che hanno passato al setaccio i dati sull´impatto dell´uomo sul pianeta Terra.
«Abbiamo addomesticato paesaggi ed ecosistemi per aumentare le nostre fonti di cibo, ridurre la nostra esposizione ai predatori e ai rischi naturali e promuovere il commercio. In generale, i benefici di una natura addomesticata superano gli svantaggi. Man mano che procediamo verso il futuro però dobbiamo calcolare meglio i costi e i benefici dei nostri interventi. Perché, sfruttando le sue risorse, stiamo riducendo le capacità di recupero del pianeta» scrivono Peter Kareiva e Tim Boucher, autori principali del rapporto.
Smentendo le previsioni di Malthus, la Terra oggi riesce a nutrire 6,5 miliardi di abitanti. Il 50 per cento delle superfici emerse è dedicato all´agricoltura. Per fare spazio alle coltivazioni, la metà delle aree boschive nel mondo è andata distrutta e perfino nelle cosiddette foreste vergini dell´Amazzonia o del Congo sono stati trovati resti di uomini primitivi. I mammiferi di grandi dimensioni, soprattutto se carnivori, sono stati eliminati o ridotti a un numero di esemplari ben controllabile. Al contrario, gli erbivori utili per l´alimentazione si sono moltiplicati. Kareiva e Boucher hanno calcolato che in America del Sud pascola il decuplo degli animali che vivrebbero senza le attività di allevamento da parte dell´uomo.
Per proteggersi dalle inondazioni, la nostra specie ha ridisegnato con il cemento le coste e gli argini dei fiumi. Lo studio di Science calcola che solo in Europa la linea costiera maneggiata dall´uomo raggiunge i 22mila chilometri. Le dighe in tutto il mondo hanno formato laghi artificiali che contengono sei volte l´acqua che scorrerebbe naturalmente nell´alveo dei fiumi. Ma se i benefici per l´uomo in termini di sicurezza e di nutrimento sono evidenti, l´erosione dell´ambiente procede lentamente e in silenzio, per riemergere a distanza di anni e di migliaia di chilometri. Se tra il 1700 e il 1990 le rese agricole sono quintuplicate, la perdita di foreste nello stesso periodo ha raggiunto il 14 per cento. La superficie dei pascoli è aumentata di 7 volte, ma savane e praterie si sono ridotte di un terzo. Il consumo di acqua è aumentato di 4 volte tra il 1950 e il 1980. Con la sua opera, l´uomo è riuscito a trasformare la Terra in un ambiente relativamente ospitale e sicuro, e non è certo un ritorno al passato quello che auspicano i ricercatori di Science. Vogliono solo avvertirci che non può bastare un guinzaglio a farci credere di aver addomesticato il mondo.
Anche i paesi ricchi sono toccati dalla crisi mondiale dell'acqua: l'allarme arriva dal rapporto annuale del Wwf, pubblicato alla vigilia della Settimana mondiale delle risorse idriche (da 20 al 26 agosto). Secondo l'organizzazione ecologista, le cause sono da ricercare nei mutamenti climatici, nella crescente siccità e nell'estinzione delle zone umide. La crisi, inoltre, è aggravata dall'inquinamento e dalla cattiva gestione delle risorse.
Le città "ricche" sotto accusa sono, tra le altre, Houston e Sydney dove il consumo di acqua è nettamente superiore al ritmo di ricostituzione delle riserve, mentre a Londra la cattiva rete di distribuzione porta alla dispersione dell'equivalente di 300 piscine olimpiche al giorno. Per quello che riguarda i paese mediterranei, la crisi è acuita dal turismo di massa e dalla mancanza di una cultura per la conservazione delle risorse. Il Giappone è un altro dei paesi ricchi dove l'abbondanza delle precipitazioni non basta e la contaminazione delle acque costituisce un grave problema in molte regioni.
"I Paesi ricchi - si legge nel rapporto del Wwf - devono attuare cambiamenti drastici nelle loro politiche se vogliono evitare la crisi che sta riguardando le nazioni più povere".
Il rapporto ha suggerito inoltre che l'agricoltura nei Paesi più ricchi dovrebbe pagare di più per l'acqua e dovrebbe farne un uso più responsabile. "A livello retorico - si legge sempre sul rapporto - nei paesi del 'Primo mondo' è ormai generalmente accettato che l'acqua deve essere usata in maniera più efficiente. Molti Paesi riconoscono che bisogna correre ai ripari per ridurre i danni inflitti al sistema idrico in passato. Tuttavia questo nella pratica spesso non è accaduto".
Il Wwf ha suggerito diverse vie per far fronte all'emergenza: bilanciare i consumi con la tutela dell'ambiente; cambiare radicalmente l'atteggiamento verso la "protezione" dell'acqua; riparare le infrastrutture obsolete; preservare i bacini idrici; diminuire la contaminazione dell'acqua; aumentare i prezzi agli agricoltori; studiare di più i sistemi idrici.
«Le attività in corso riguardano una fase di pre-istruttoria, con la pubblicazione della richiesta e la raccolta di pareri e opposizioni, al termine della quale il ministero dei Trasporti deciderà se avviare l'iter autorizzativo vero e proprio. E' una fase, quindi, nella quale è ancora possibile operare e, a quanto hanno mostrato le istituzioni in questi giorni, cercare di bloccare l'iniziativa». E' questo l'essenziale emerso ieri nel vertice a Roma tra il ministro delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro, e il comandante della Capitaneria di porto di Termoli, Luca Sancilio. Al centro dell'incontro il progetto di Effeventi srl che vuole dar vita a un parco eolico al largo delle spiagge di Molise e Abruzzo.
«Se il mostro, con i suoi 54 pali al largo, si può bloccare, lo faremo», questa, a distanza, la risposta di almeno tre amministrazioni, quelle di Vasto (Chieti), Montenero di Bisaccia e Termoli (Campobasso), da dove sono subito partite delibere di consiglio e di giunta contro l'impianto offshore che «darebbe un colpo mortale all'economia turistica della costa e alla pesca». «Questa vicenda - afferma il ministro Di Pietro - ci segnala l'urgenza di definire a livello governativo un piano nazionale per l'energia del vento. Come già fatto per i rigassificatori, occorre che i ministeri interessati definiscano quanta potenza eolica può essere installata nel Paese, quali siano i siti più adatti, quali debbano essere le modalità di sfruttamento e chi possa realizzare i parchi. Come rappresentante dell'Idv - continua il ministro, originario di Montenero - sono favorevole allo sfruttamento di fonti di energia alternativa, ma questo deve avvenire nell'ambito di un quadro nazionale concordato. Non è possibile che un privato decida autonomamente le installazioni, senza un disegno complessivo e senza una concertazione con gli organi e gli enti pubblici interessati».
Parere negativo all'insediamento eolico, che ha creato il subbuglio in Italia, è giunto, dopo lunga sonnolenza, dalla Regione Molise, di centrodestra, che è rimasta per un pezzo in silenzio e che adesso reclama la «titolarità ad esprimere la valutazione di impatto ambientale sulla struttura in questione ed in particolare per le opere a terra». La decisione della giunta regionale è seguita ad una letteraccia, al presidente Michele Iorio, da parte del sindaco di Termoli, Vincenzo Greco, che ha invitato il governatore e i suoi assessori a bocciare il progetto del parco, perché «se a rilevare la presunta illegittimità della procedura sino ad ora intrapresa non sarà la Regione», qualsiasi altro no «sarebbe inutile». Greco ha pure ricordato che la Regione era al corrente del progetto da più di un anno e che attraverso un suo funzionario ha delegato a Roma, cioè ai ministeri competenti, qualsiasi decisione in merito: «E tutto ciò, purtroppo, - ha concluso il primo cittadino - richiama con tristezza alla mente la procedura che ha portato all'installazione a Termoli della turbogas della società Energia spa: anche lì c'è stata la latitanza della Regione».
Contro la posizione ufficiale della Regione protesta Legambiente. «E' un errore - sostiene Edoardo Zanchini, responsabile per l'energia e i trasporti dell'associazione ecologista - l'impianto va fatto. E la Regione, invece di arroccarsi su una posizione ideologica, dovrebbe attivarsi per il miglioramento del progetto, in particolare per quanto riguarda la riduzione dell'impatto dell'allacciamento dei cavi su dune e pinete. La sua rinuncia su questo fronte rappresenta una precisa responsabilità. Il Molise - sottolinea ancora - ha installato solo 54 megawatt di energia eolica. Il solare fotovoltaico è a zero e ora si bloccano le pale in mare. Come pensa di dare il proprio contributo alla lotta ai mutamenti climatici e all'adeguamento della politica energetica agli obiettivi di Kyoto?».
Gli rispondono i Ds: «Questa piccola nostra realtà - tuonano - è ormai divenuta un "grande obeso dell'energia", vittima sacrificale di un processo speculativo in cui nel passato è stata piazzata la centrale a ciclo combinato, poi le pale eoliche sono spuntate come funghi sui monti e per il futuro si vuole collocarle in acqua... E' necessario creare uno sviluppo diverso. Di energia elettrica, da queste parti, ce n'è fin troppa!».
Nota: sul tema dell'energia eolica, la Visita Guidata a Eddyburg (costantemente aggiornata) riassume in modo documentato il dibattito internazionale di questi anni riportato nel sito (f.b.)
Titolo originale: Public Attitudes Toward Wind Power - Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Una panoramica degli studi
Gli studi sugli atteggiamenti del pubblico nei confronti dell’energia eolica sono di tipo molto diverso. Spesso questi studi non sono stati condotti con criteri scientifici, ed esiste poco coordinamento tra di loro. Questo rende difficile compiere un’analisi tra i vari contesti nazionali. Le indagini sull’argomento sono state condotte a partire dagli anni ’90 principalmente in paesi come Gran Bretagna, USA, Canada, Svezia, Germania, Olanda, Danimarca. Il presente studio farà una sintesi delle principali conclusioni che è possibile trarre sulla base delle ricerche disponibili. Si noterà, comunque, che esiste una differenza fra l’opposizione agli impianti come atteggiamento negativo, e l’opposizione come comportamento di resistenza contro nuovi insediamenti. Questo studio si concentra sugli atteggiamenti generali e locali verso l’energia eolica, e verso specifici impianti.
Le fonti di energia rinnovabili
Le fonti di energia rinnovabile hanno maggiore credibilità nei confronti del pubblico di quanto non avvenga per quelle non rinnovabili, come combustibili fossili o energia nucleare. Negli USA un sondaggio di opinione nazionale del 1995 ha mostrato che il 42% degli americani ritiene che le fonti di energie rinnovabili come solare, eolica, geotermia, biocombustibili e idroelettrica, dovrebbero essere prioritarie nei finanziamenti federali per la ricerca e sviluppo nel settore energetico. I combustibili fossili e il nucleare, le fonti che forniscono la maggior parte di energia negli USA, vengono per ultime, con il 7 e 9 per cento.
In Danimarca sono state poste le stesse domande. Anche qui l’atteggiamento verso le energie rinnovabili è positivo. A un campione rappresentativo di danesi è stato chiesto se le fonti rinnovabili dovessero avere maggior priorità nelle politiche energetiche nazionali. Secondo il risultato dei questionari, quattro su cinque danesi pensano che le energie rinnovabili debbano avere priorità. Solo il 9 per cento non la pensa così. Non c’è dubbio che le fonti rinnovabili oggi siano considerate una fonte evoluta di produzione energetica. Dietro al termine “energie rinnovabili” c’è comunque una varietà di tecniche di generazione. È quindi interessante indagare se quella di origine eolica gode di un particolare ampio sostegno del pubblico.
L’energia eolica
Un questionario distribuito in Canada chiedeva a un campione rappresentativo di cittadini se avrebbero gradito vedere l’autorità energetica provinciale conferire priorità alla produzione elettrica a generazione eolica. Secondo questo sondaggio il 79% del canadesi ritiene che l’energia generata dal vento debba avere priorità a livello nazionale. La stessa tendenza è osservabile in un sondaggio danese. Ai danesi è stato chiesto se il paese dovesse mirare ad un uso più ampio dell’energia eolica. L’82 per cento della popolazione era favorevole a più energia dal vento. Un’indagine fatta in Olanda ha mostrato la stessa tendenza. L’80% della popolazione olandese era favorevole all’energia eolica, il 5% si opponeva ad essa, e il 15% era neutrale. Gli stessi risultati sono stati ottenuti nel Regno Unito. Qui sono stati condotti dal 1990 al 1996 tredici studi, e anche qui otto su dieci intervistati sostengono l’energia eolica. Quindi, sia alle fonti rinnovabili in generale, che all’energia eolica in particolare, è conferita più credibilità che non alle fonti non rinnovabili come combustibili fossili e nucleare.
Caratteristiche dei favorevoli e contrari
Questo paragrafo si concentra sulle caratteristiche degli atteggiamenti nei confronti di energia e impianti eolici. Questi diversi atteggiamenti sono stati oggetto di varie indagini nel corso degli anni.
Le persone prive di esperienza specifiche con l’energia eolica credono che il rumore sia più forte, rispetto a chi realmente abita vicino alle turbine. I maschi credono che siano più rumorose di quanto non ritengano le femmine. Le persone di mezza età in generale sono più critiche degli altri gruppi di età. Altri risultati dell’indagine danese sono: le donne preferiscono gruppi di 2-8 turbine rispetto a impianti più grandi e rotori isolati; gli uomini preferiscono gruppi di 10-50 turbine rispetto a installazioni singole e parchi più ampi. Gli oppositori valutano l’estetica locale in termini più alti di quanto non facciano per il clima o ad esempio i rischi dell’energia nucleare. Come mostrano sia gli studi americani che quelli svedesi, l’accettazione delle pale in movimento è più alta di quella degli impianti fermi quando non generano energia. Una ricerca sul problema del rumore in Danimarca, Olanda e Germania mostra che il disturbo causato dalle turbine tocca molto poche persone, e il livello di disturbo è pochissimo correlato all’effettivo livello sonoro dei particolari impianti. Invece, il disturbo è connesso ad altre cause, come l’atteggiamento negativo nei confronti delle turbine a vento. L’indagine danese mostra che chi è favorevole alle energie rinnovabili e all’eolico in particolare ha anche un atteggiamento più positivo verso gli impianti locali, li trova meno rumorosi e invadenti nel paesaggio.
Anche se sembra che la percezione individuale di rumori e impatti visivi sia determinata da fattori diversi rispetto all’effettivo livello sonoro e quantità di impianti, ciò non significa che il problema del rumore e degli effetti visivi debba essere trattato in modo superficiale. La scelta delle località deve tener conto di questi aspetti. Ciò probabilmente ridurrà al minimo l’atteggiamento negativo verso specifici progetti.
In una sintesi di ricerche britanniche, vengono analizzati gli argomenti caratteristici a favore e contro l’energia eolica.
Il profilo di chi dice NO
... le energie rinnovabili non possono risolvere i nostri problemi energetici ... le turbine a vento sono inaffidabili e dipendono dall’intensità del vento ... l’energia eolica è costosa ... le turbine a vento rovinano il paesaggio ... le turbine sono rumorose
Il profilo di chi dice SI
... l’energia rinnovabile è davvero un’alternativa ad altre fonti ... la teoria del mutamento climatico deve essere presa sul serio ... l’energia eolica è illimitata, a differenza dei combustibili fossili ... l’energia dal vento non inquina ... l’energia eolica è sicura
I due profili illustrano bene perché si continua a dibattere sull’energia eolica. Si possono trovare argomenti sia pro che contro, senza il sostegno di fatti. Sono invece gli atteggiamenti ad essere basati su convinzioni e valori individuali. Il fatto che le turbine a vento deturpino o arricchiscano il paesaggio, è una questione di gusti. Se il costo dell’energia eolica è a buon mercato o dispendioso dipende, pure, da quanto si valuta il clima globale, e se si crede nella teoria dell’effetto serra.
Lo studio sul caso di Sydthy
L’ultimo studio condotto in Danimarca sul comune di Sydthy mostra alcuni risultati interessanti. Sydthy ha 12.000 abitanti, e più del 98% dell’energia elettrica consumata è fornita da impianti eolici. Ciò significa che Sydthy è uno dei posti del mondo con la più alta concentrazione di turbine a vento. Il sondaggio di opinione a Sydthy mostra che le persone con un alto livello di conoscenze sulla produzione di energia e le fonti rinnovabili tendono ad essere più positive rispetto all’eolico, di chi ha poche conoscenze.
La distanza dalla turbina più vicina non influenza l’atteggiamento delle persone verso l’eolico in generale. Questo indica che chi vive vicino agli impianti non considera rumori e impatti visivi un problema significativo. Di fatto chi vive più vicino di 500 metri ad una turbina tende ad essere più positivo nei riguardi delle turbine, di chi abita più lontano.
Questa tendenza si conferma se si incrociano gli atteggiamenti verso le turbine a vento in generale con il numero di esse visibile dall’abitazione degli intervistati. Ancora, non emerge uno schema chiaro. Ma le persone che possono vedere fra 20 e 29 turbine tendono ad essere più positive rispetto all’energia eolica di chi ne riesce a vedere solo un piccolo numero. Questo indica, ancora, che la quantità di turbine a vento nell’ambiente locale non influenza negativamente l’atteggiamento delle persone nei confronti dell’energia eolica.
In Danimarca esiste una tradizione di cooperative per l’energia eolica, dove un gruppo di persone condivide un impianto di generazione. Da questo punto di vista il comune di Sydthy è piuttosto unico, con il 58% delle famiglie con una o più partecipazioni in una turbina di proprietà cooperativa. Per quanto riguarda l’atteggiamento generale verso le turbine a vento, il quadro è chiaro. Le persone che possiedono quote sono significativamente più positive di chi non ha interessi economici in materia. I membri delle cooperative del vento sono più propensi ad accettare che si realizzi una turbina nei paraggi.
Chi vive nella zona urbana (definita dai limiti di velocità) tende ad essere più negativo di chi abita in area rurale. Un spiegazione di questo fenomeno può essere che le persone di città hanno un’immagine più romantica della campagna, mentre chi abita in campagna ha un rapporto più pratico con la natura, in quanto risorsa da utilizzare a scopi produttivi.
Nel comune di Sydthy quattro su cinque persone non si ritengono per nulla disturbate dal rumore delle turbine. Come previsto, più lontano abitano da esse, meno subiscono inconvenienti relativi al rumore. Lo studio su Sydthy conferma anche i precedenti risultati degli studi danesi, sulle persone di mezza età come quelle che trovano il rumore più snervante. Gli uomini avvertono il rumore delle turbine più delle donne, e più positivo l’atteggiamento verso l’energia eolica, meno il disturbo percepito. Va ricordato che molte delle turbine di Sydthy sono progettate secondo i livelli di rumorosità ammessi negli anni ’80, e non dei più silenziosi modelli attuali.
Not In My Backyard
C’è una grossa differenza, fra l’energia eolica come idea generale, e le turbine a vento come strutture accettabili nel paesaggio. Come abbiamo visto, le persone sostengono l’idea generale delle energie rinnovabili e di quella eolica. Ma quando si passa a progetti concreti per il territorio locale, l’accettazione sembra scomparire. Questo è definito la sindrome del “ Not In My Back Yard” o, in breve, la sindrome NIMBY. La teoria di base è che le persone sostengono l’energia eolica a livello astratto, ma mettono in discussione specifici progetti locali a causa delle temute conseguenze riguardo principalmente al rumore e agli impatti visivi. La sindrome di NIMBY non è caratteristica degli impianti eolici. Si verifica in molte altre situazioni. Nuove strade, ponti, gallerie, ospedali, aeroporti, impianti nucleari e altre strutture per la produzione di energia, tutti incontrano resistenze a livello delle comunità locali.
Nel Regno Unito sono state effettuate parecchie indagini prima/dopo l’installazione. In un rapporto di ricerca commissionato da BBC Wales, è stato calcolato il sostegno del pubblico locale per l’energia eolica in genere e per tre particolari parchi di turbine, prima e dopo l’impianto.
L’indagine mostra che solo una su cinque persone è in genere contro lo sviluppo dell’energia eolica in Galles, e sette su dieci sostengono gli impianti. Il livello di sostegno generale quindi è più o meno identico a quello di Danimarca e Olanda. Contemporaneamente, alle persone è stata chiesta anche un’opinione prima e dopo la costruzione delle tre wind farms.
Inizialmente, solo il 40% sosteneva i tre progetti, contro il 70% che in generale era favorevole allo sviluppo dell’energia eolica in Galles. In altre parole siamo di fronte a una reazione NIMBY per quanto riguarda specifici impianti di energia eolica. Chi si opponeva ai progettati impianti citava tre motivi per essere contrario. Il principale era la preoccupazione per il rumore. Tre su quattro persone fra quelle contrarie alle turbine citavano il rumore. Le altre due ragioni erano l’interferenza visiva e quella dei campi elettromagnetici. Dopo il completamento dei tre progetti, la BBC Wales ha di nuovo posto le domande sugli atteggiamenti nei confronti delle wind farms.
Se paragoniamo i risultati di prima con quelli di dopo le realizzazioni delle turbine, lo schema appare chiaro. In tutti e tre i casi le persone favorevoli superano quelle contrarie sia prima che dopo. Anche il 36,2% del totale della popolazione che si dichiara non sicuro o non interessato ai progetti prima della realizzazione, sembra spostarsi verso un sostegno dopo l’attuazione (l’indagine contempla solo gli spostamenti netti). Ancora, uno su quattro non approva i progetti.
Un costruttore olandese di impianti eolici, la Energy Connection, ha rilevato lo stesso atteggiamento in Olanda. Qui, come abbiamo detto prima, l’accettazione dell’energia eolica è alta. Ma su specifici progetti il tasso di approvazione sembra abbassarsi nella fase di progettazione e costruzione. Dopo la realizzazione il consenso sembra aumentare avvicinandosi ai livelli di prima.
Le conclusioni sonora sono che l’accettazione da parte del pubblico dell’energia eolica è molto elevata. Essa cade, ad ogni modo, quando si invade il “cortile” degli interessati. Ma il consenso sembra aumentare anche nel territorio locale, dopo l’installazione delle turbine. D’altra parte, che non è favorevole alle energie rinnovabili in generale tende a trovare gli impianti eolici meno accettabili quando si tratta di impatti visivi e acustici. Una sintesi di sondaggi mostra un’altra caratteristica interessante. La comparazione fra atteggiamenti del pubblico in zone con presenza di impianti eolici, e in altre che ne sono prive suggerisce che gli atteggiamenti verso impianti concreti sono di maggiore accettazione in zone che ne hanno già esperienza, di quanto non accada dove non esiste alcuna esperienza. Ciò vuol dire che la sindrome di NIMBY sembra avere le manifestazioni più forti dove non esiste o esiste scarsa conoscenza dell’energia eolica. Questa conclusione indica che l’accettazione da parte del pubblico dell’energia eolica cresce col crescere del livello di informazione. In Cornovaglia si è verificato un significativo mutamento di atteggiamenti da parte dei residenti nell’area della wind farm, prima e dopo la costruzione. In generale la popolazione è diventata più favorevole all’energia eolica. Il 27% delle persone interrogate ha cambiato il proprio atteggiamento da quando le turbine sono in funzione. Di questi, nove su dieci sono diventati favorevoli all’uso dell’energia eolica.
Questa spiegazione basata sull’idea di NIMBY è stata messa in discussione da molti studi. Anche se molti atteggiamenti individuali nei confronti degli impianti locali possono essere descritti come NIMBYismo, ciò sembra essere un fattore minoritario per la maggioranza di chi si oppone ai progetti.
Nell’ultima indagine, nella regione del Friesland, agli olandesi residenti è stato chiesto se volevano più turbine a vento nella specifica zona, e se sostenevano un uso più intensivo dell’energia eolica nel resto del Friesland. Il 61% non obiettava a più turbine in Friesland, purché non fossero collocate nel loro “cortile”. Il 15% non voleva più turbine in generale nella regione. Questa distribuzione dei risultati non differisce in modo significativo dagli studi precedenti. Il fatto interessante di questa indagine, è che agli intervistati è stato anche chiesto se potessero accettare più turbine nella propria zona. Sorprendentemente il 66% erano favorevoli ad accettare altre turbine nella comunità locale, e il 18% era contrario. Ovvero c’erano più persone (5% in più) disposte ad accettare nuove turbine nel proprio “cortile”, di quanti ne accettassero di più nel resto della regione. Questi risultati indicano che esistono variabili nascoste, diverse dall’atteggiamento NIMBY, che condizionano il rapporto dell’opinione pubblica con l’energia eolica a livello locale.
The NIMBY-explanation is probably a too simplistic way of seeing people's attitudes. There has to be focused on other explanations if public attitude shall be described in a more sophisticated manner. The mentioned study (Wolsink, 1996) concludes, that people in areas with significant public resistance to wind projects are not against the turbines themselves, they are primarily against the people who want to build the turbines. Often the local people are kept out of the decision making process. Some have hostile attitudes against the developers, the bureaucracy or the politicians on beforehand. Those factors have a significant effect on public attitudes in a specific area. Attitudes towards concrete projects are site specific. They are primarily formed by the interaction with central actors and the extent of involvement of local interests are a major explanatory factor.
Anche uno studio recente condotto in Germania mette in discussione l’ipotesi della sindrome NIMBY. Le dimensioni dell’impianto di turbine influenzano in modi non significativi l’atteggiamento del pubblico nei confronti di un progetto. Ciò indica che gli impatti reali legati alle dimensioni dell’impianto, come le trasformazioni del paesaggio, hanno effetti relativamente piccoli sugli atteggiamenti verso specifiche installazioni. La dimensione quindi dice poco rispetto all’atteggiamento. Lo studio conclude invece che, sull’atteggiamento del pubblico nei confronti del progetto, hanno una significativa influenza quelli verso chi lo realizza, i decisori locali, il processo complessivo di decisione. Contemporaneamente, lo studio suggerisce che un approccio partecipativo al progetto di localizzazione ha effetti positivi sull’opinione pubblica, e conduce a una diminuzione delle resistenze. Quello che conta è coinvolgere la popolazione locale nella procedura di localizzazione, entro processi di piano trasparenti, e con un alto livello informativo.
Le persone vogliono essere coinvolte
Lo studio sulla zone del Friesland conferma queste conclusioni. Più dell’85% della popolazione desidera essere tenuta informata sui progetti di nuovi impianti eolici. Il 60% ritiene che diffondere informazioni sia compito dell’amministrazione municipale. Un altro 5% pensa che sia compito dell’autorità provinciale. Solo il 13% crede che tocchi ai mezzi di comunicazione. Nella realtà, le persone di solito traggono le proprie informazioni dai rapporti personali e dai media. Il 49% afferma che andrebbe alle assemblee pubbliche, se fossero tenute. Quindi, esiste una grossa differenza tra il modo in cui le persone vorrebbero essere informate, e il modo in cui funzionano davvero le cose. Un recente studio tedesco rivela che in meno del 50% dei progetti di impianti eolici nel paese, agli abitanti è stata data l’opportunità di esprimere la propria opinione nella fase di piano. E solo nell’8% dei casi in cui gli abitanti sono stati sentiti, i costruttori hanno tenuto assemblee pubbliche di informazione. In un caso su tre l’opinione pubblica ha avuto un’influenza concreta sul processo di localizzazione, caratteristicamente attraverso la possibilità garantita dalla legge di presentare osservazioni formali.
Se si vogliono ridurre al minimo le opposizioni, tutte le parti in causa devono avere effettiva opportunità di influenzare un progetto. Le decisione prese sopra la testa delle popolazioni locali sono il modo più diretto per generare proteste. Restano da vedere, sondaggi a livello internazionale che esaminino approfonditamente questi problemi.
Conclusioni
In tutti i paesi, sia il sostegno del pubblico per le energie rinnovabili che per l’energia eolica in particolare è molto elevato. A livello astratto, circa l’80% della popolazione sostiene l’energia eolica, secondo le indagini esaminate in questo studio. A livello locale il sostegno nelle aree dove operano impianti eolici è egualmente elevato. Ovvero, quattro su cinque persone tendono ad approvare gli impianti, sia in generale che nelle zone che hanno esperienze in proposito. Ciò però non significa che non si manifestino proteste. Basta un oppositore impegnato, ad esempio, per attivare una causa legale contro un’autorizzazione di impianto. Questa è una delle ragioni per cui i conflitti, nei casi di impianti eolici, sono diventati la regola anziché l’eccezione. La carenza di comunicazione fra chi abita dove sarà realizzato un impianto e chi lo vuole realizzare, le burocrazie locali, l’ambito della decisione politica, sembra il perfetto catalizzatore per trasformare lo scetticismo locale in azioni concrete contro progetti specifici. Al contrario, informazione e dialogo sono la strada per l’accettazione.
Nota: il file PDF scaricabile dell’articolo, nella relativa pagina della Danish Wind Industry Association (f.b.)
Il caldo? «Si fa molto sensazionalismo», sbotta Vincenzo Ferrara: «ogni anno sui giornali scrivete "emergenza caldo", "emergenza siccità": macché, non è un'emergenza. E' un dato strutturale, e bisogna tenerne conto». Ferrara è uno dei più bravi climatologi italiani, dirige il Progetto Clima Globale dell'Enea ed è nel comitato scientifico del Wwf Italia. Certo: viene fin troppo facile dire «emergenza», con il termometro che sale ben oltre i 40 gradi nel sud Italia, gli incendi, i black-out elettrici - o le alluvioni in Gran Bretagna. Il punto è che non siamo di fronte ad anomalie eccezionali: «Quelli che noi stiamo vedendo sono i primi effetti del cambiamento del clima», spiega Ferrara.
Siamo di fronte a due problemi, riassume il climatologo. Uno: è necessario ridurre le emissioni di gas a «effetto serra» che si accumulano nell'atmosfera terrestre e la riscaldano, in modo da frenare la tendenza al cambiamento del clima: «E' quello che chiamiamo strategie per mitigare il cambiamento del clima. Ma dobbiamo sapere che se anche riuscissimo a tagliare subito tutte le emissioni di gas nocivi, i cambiamenti del clima ormai sono innescati e gli effetti continueranno nei prossimi 50 o 60 anni. Per questo dico l'ondata di caldo è un problema strutturale». Ecco dunque il problema numero due: «Dobbiamo attrezzarci a combattere gli effetti del cambiamento del clima, già visibili e prevedibili. Dobbiamo mettere in campo quelle che nei consessi internazionali chiamiamo strategie di adattamento».
Cosa significa, nella pratica? «Significa che l'intera pianificazione dell'uso del territorio e delle risorse deve tenere conto del fatto che il clima sta cambiando. Sappiamo che la siccità è un dato strutturale: dunque bisogna razionalizzare da subito l'uso dell'acqua per i consumi civili, industriali, agricoli. Sappiamo che in Italia 1.400 chilometri di costa sono a forte rischio di erosione o di allagamento: dunque ill territorio costiero e il turismo vanno sviluppati tenendone conto. Una valutazione di impatto ambientale non può più considerare il clima come dato fisso, deve considerare il cambiamento prevedibile nei prossimi decenni: ad esempio, inutile costruire una qualsiasi infrastruttura su una costa destinata a andare sott'acqua tra 30 anni. Sia chiaro, adattarsi non significa rassegnarsi. Significa però prevenire i danni maggiori».
Ma l'Italia sta preparando le sue «strategie di adattamento»? Un'occhiata ai vicini europei dice che siamo in ritardo; ora però «il governo italiano si sta rendendo conto che il problema è grave», risponde Ferrara. Servirà a questo anche la Conferenza sul cambiamento del clima prevista per il prossimo settembre, convocata dal Ministero dell'ambiente e dall'Anpat - Vincenzo Ferrara dirige il comitato scientifico che la sta preparando. Servirà, dice, a «smovere l'opinione pubblica: perché si fa molto sensazionalismo su questi temi ma circola ben poca informazione seria». E servirà a coinvolgere le parti sociali.
Dunque bisogna lavorare su due binari. «Bisogna ripensare il sistema energetico nazionale», dice Ferrara: «Non c'è altro modo per tagliare drasticamente le emissioni di gas di serra», visto che la fonte principale di queste emissioni è la combustione di fossili come petrolio o carbone, dunque tutto ciò che è legato alla produzione di energia, trasporti, industria. «L'obiettivo minimo è dimezzare le emissioni di gas di serra entro il 2050», ricorda Ferrara: solo così riusciremno a contenere il riscaldamento dell'atmosfera terrestre entro i 2 gradi di media, consentendo agli ecosistemi di adattarsi (è l'ultima conclusione a cui è giunto il Comitato intergovernativo sul cambiamento del clima (Ipcc), il comitato scientifico internazionale istituito dall'Onu (Ferrara ne è stato il punto di riferiemento per l'Italia fino all'anno scorso).
Tagliare i consumi energetici, cercare soluzioni per conservare energia. E poi «pianificare l'uso del territorio e delle risorse, il turismo, le attività economiche, tenendo conto dei cambiamenti prevedibili». Insomma: dobbiamo abituarci a vivere con il cambiamento del clima.
UN-Habitat, L’acqua e gli insediamenti umani, in un mondo che si urbanizza (Capitolo 3 di: UN-Water Assessment Programme, Water,a shared responsibility, Secondo Rapporto Mondiale sull’Acqua, Città del Messico 22 marzo 2006, Executive Summary) – Titolo originale: Water and Human Settlements in an Urbanizing World – Estratto e traduzione per eddyburg_Mall a cura di Fabrizio Bottini
Le sfide poste dalla gestione delle risorse idriche variano enormemente a seconda del tipo di insediamento umano. La gamma dei tipi di insediamento va da quello sparso per abitazioni isolate delle zone rurali, attraverso villaggi e piccole cittadine, sino alle molto più dense e affollate città e mega-città. Metà della popolazione mondiale, e la maggior parte dell’economia mondiale, si collocano nelle aree urbane. Oggi, le grandi città presentano una sfida particolare, con ben 400 centri al mondo con popolazione superiore al milione di abitanti.
A livello mondiale esistono significative tendenze ad un aumento dell’urbanizzazione.
Nella maggior parte dei paesi africani e asiatici, le popolazioni migrano dagli insediamenti rurali verso quelli urbani. Di particolare rilievo sono le notizie di notevole crescita alle periferie di molte delle mega-città mondiali. Meno nota, ma non per questo meno significativa, la crescita di un gran numero di città medie e piccole, la maggior parte delle quali subisce la tensione di una rapida espansione. Nei paesi in via di sviluppo, col totale della popolazione in crescita, in genere la popolazione rurale si prevede in gran parte stabile in termini numerici, mentre ci si aspetta che quella urbana cresca rapidamente. Esistono comunque alcune differenze: l’America Latina è notevolmente più urbanizzata dell’Africa o dell’Asia, anche se quest’ultima possiede alcune delle più grandi città del mondo. Per contro, in alcuni dei paesi più sviluppati, dove la grande maggioranza della popolazione vive nelle città, ci sono segni di una controtendenza: le persone abbandonano le città per un livello di vita migliore nei centri minori circostanti.
Le aree costiere a bassa elevazione stanno diventando sempre più densamente popolate.
Non solo molte delle città e mega-città mondiali si trovano nelle zone costiere, ma anche le densità delle aree rurali in queste regioni stanno aumentando. Molte di queste località si trovano al di sotto, o molto prossime al livello del mare. Di conseguenza, la probabilità di inondazione è in crescita con l’aumento del livello del mare, e quello nell’intensità e frequenza delle tempeste. La vulnerabilità delle popolazioni in queste regioni pone altre sfide alle autorità civili responsabili.
I problemi posti dall’espansione di città e mega-città si mescolano all’inadeguatezza di gran parte dei terreni per l’insediamento umano.
Si tratta in particolare di un problema dei paesi in via di sviluppo. Le terre migliori e più adatte sono già occupate, mentre quelle rimanenti, in genere utilizzate da poveri, immigrati recenti, sono spesso le più a rischio di inondazione a fondovalle, o di frane sui fianchi delle alture. Si tratta anche di zone dove la realizzazione di servizi base come reti idriche e fognarie è più difficile e costosa. Il problema è esasperato dai tassi di incremento della popolazione, che superano di molto la capacità di assorbimento delle comunità. Le infrastrutture necessarie a servire i nuovi arrivi, semplicemente, non possono essere realizzate in tempi altrettanto brevi.
Dato che gli insediamenti umani sono i principali inquinatori delle risorse idriche, è essenziale una buona gestione delle acque pulite e di scarico per ridurre al minimo questo inquinamento, e i rischi per la salute.
L’espansione delle aree urbane e dell’agricoltura in genere offre nuove occasioni per le malattie. Ciò è destinato a continuare con la crescita della popolazione mondiale e l’aumento delle pressioni allo sviluppo agricolo, delle strade e sistemi di trasporto in aree precedentemente prive di insediamenti. Inoltre, con le industrie che tendono a concentrarsi entro o attorno alle città, e la produzione agricola principalmente nelle zone circostanti disponibili, devono aumentare le misure per contenere l’inquinamento e mantenere acque potabili sicure e strumenti di trattamento degli scarichi. Ciò è essenziale per assicurare la salute delle popolazioni, in particolare per gli abitanti delle grandi comunità urbane. Non affrontare questa sfida avrà effetti disastrosi sull’uleriore espansione delle città.
La gestione delle acque dovrà sempre confrontarsi col problema di realizzare un equilibrio fra i diversi utenti.
Si tratta di un problema sia delle grandi comunità urbane che di quelle piccoli e rurali. I bisogni di acqua della produzione agricola, energetica, industriale, sono spesso in concorrenza. Dunque, se sono di importanza prioritaria le questioni relative a una disponibilità adeguata di acqua da bere, per l’igiene e la salute, e a una gestione degli scarichi, si deve comunque trovare un equilibrio fra queste e altre necessità.
Gli insediamenti umani sono il contesto per l’azione.
La battaglia per conseguire gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (MDG) riguardo ad acqua e scarichi dovrà svolgersi nelle città, cittadine e villaggi. È qui che si concentrano la gran parte della produzione industriale e delle attività economiche, e dove si prendono le decisioni critiche di governo. Con la crescita fisica e finanziaria delle città, rispetto ai più rarefatti insediamenti rurali, le sfide dell’acqua stanno diventando sempre più di carattere urbano. Le amministrazioni cittadine e municipali giocano un ruolo centrale nella gestione delle acque assicurandone la fornitura, rete fognaria e smaltimento. È di cruciale importanza il modo in cui gli obiettivi per la gestione delle acque si inseriscono nel quadro più ampio delle politiche ambientai ed economiche. A questo livello le iniziative strategiche si traducono in realtà, e necessitano di sostegno politico e amministrativo per risolvere conflitti e trovare consensi fra parti e interessi in concorrenza. Si devono coordinare e gestire le iniziative in queste aree, se si desidera un significativo miglioramento nelle vite dei 100 milioni di abitanti degli slum entro il 2020.
Nota: qui di seguito scaricabile la versione integrale originale dello “Executive Summary” del Rapporto (f.b.)
Eolo sa leggere, meglio non truffarlo
Guglielmo Ragozzino
Ai tempi della rivoluzione francese, l'ultimo mese dell'inverno, quello stesso che, senza rendercene conto, stiamo attraversando, si chiamava Ventoso.Ventoso finirà il 20 marzo, lasciando dietro di sé qualche perplessità, qualche domanda. In tutta Italia - anche oggi si parla del Molise e della Toscana, ogni altra regione ha gli stessi problemi - si discute se e come utilizzare il vento per produrre energia pulita.
Togliamo di mezzo ogni forma di parlar-d'altro: lasciamo perdere il risparmio che certo è la nostra prima scelta; e non consideriamo lo stile di vita più sobrio che viene subito dopo. E' un fatto che un certo quantitativo di energia è indispensabile. Non serve che sia crescente, anno dopo anno; anzi il nostro impegno dovrebbe essere di garantirci quanto ci serve con un mionore dispendio di energia. A questo punto dobbiamo vedercela con l'energia che ci serve e scegliere quella che consuma meno natura, quella che produce meno inquinanti, meno scorie nucleari, meno cambiamenti climatici. Petrolio e gas, nella misura minore possibile, per gli usi, oggi indispensabili, nei settori dei trasporti. E poi sole, idroelettrico, vento.
Il vento, come energia non inquinante, è entrato da qualche anno nei programmi di grandi imprese internazionali. Forse è stato il prezzo elevato del petrolio che ha reso necessaria la ricerca di alternative e possibili molte innovazioni in campi prima trascurati.
come risultato, le compagnie elettriche maggiori che in precedenza consideravano il vento come una variante minore, ai margini del lavoro importante - quello di produrre quantità enormi di energia in complessi giganteschi - ora si sono ricredute, oppure, le più pigre, si stanno ricredendo. La tecnica è progredita e l'elettricità nasce ormai dalle pale anche senza un vento molto forte. Con gli accorgimenti della tecnica e gli appoggi finanziari della politica, anche il vento può essere un affare.
A questo punto, con il rovesciamento dell'incredulità precedente nel suo contrario, l'entusiasmo del neofita, tutti progettano il vento, seguendo una moda che poi è complicata dalle leggi nostrane: un po' di eolico consente carbone e gas delle centrali tradizionali. Gli ambientalisti sono in parte sconcertati: quel vento non è più quello che essi auspicavano; spesso anzi è una presa in giro, un ulteriore attacco ai loro valori.
La questione del vento va afrrontata dal governo con urgenza, senza togliere alle regioni il potere di scegliere, ma indicando loro un atteggiamento coerente. Il governo e l'autorità garante devono affidare al vento un ruolo preciso nel piano energetico nazionale, che non deve essere fatto per raggiungere i prezzi più bassi per ogni unità di energia, ma la minima produzione di anidride carbonica, rispettando la democrazia, l'eguaglianza tra i cittadini e il resto della Costituzione italiana, compreso l'antico articolo 9, quando la repubblica che ancora non sa niente di ambiente però « tutela il paesaggio. Dunque il vento deve essere sottoposto a tre diverse forme di controllo: la prima è l'obbligo di utilizzare le migliori tecniche disponibili, senza neppure tentare di usare i rottami dell'eolico altrui; segue l'obbligo di preparare una dettagliata carta dei venti. Non è più il tempo di cercare il vento, fiutandolo, o mettendo all'aria l'indice bagnato; infine, con buon senso e generosità, si deve fare una carta dei luoghi giusti: quelli che non offendono nessuno, quelli che non opprimono gli altri.
Ventoso, un nome che forse è di buon augurio.
Soffia il vento, infuria la bufera
Serena Giannico
«'Sta storia ha il sapore della beffa, perché le comunità locali non sono state sentite per esprimere i propri pareri...». Sulle «pale selvagge» che dovrebbero presto adornare il litorale del Molise spira bufera. Per il progetto della Effeventi di Milano, che intende realizzare una centrale eolica in mare, è rivolta dei cittadini, che hanno costituito un comitato per la tutela del territorio, e dei comuni, che si sono uniti in un secondo comitato. Mentre gli ambientalisti sono in guerra tra loro.
Il piano del parco offshore ha scatenato polemiche e conflitti. Tutti contro tutti. Le amministrazioni di sei comuni - Vasto e San Salvo (Chieti) e Termoli, Montenero di Bisaccia, Petacciato e Campomarino (Campobasso) - sono insorte. «Ogni palo - tuonano i sindaci - sarà alto ottanta metri, ai quali si dovranno aggiungere i venti metri delle eliche. L'intervento sarà su un'area - che verrà pure interdetta alla navigazione - di 25 milioni 600 mila metri quadrati, non lontano dalle spiagge che stiamo cercando di valorizzare, di promuovere e di far conoscere ai turisti di tutto il mondo per le bellezze naturalistiche. Sarebbe il primo impianto del genere nel Mediterraneo e sarebbe così brutto che...». Che loro neppure si soffermano a dire che sono contrari, perché, in realtà, sono inferociti. «Se fossimo stati interpellati, avremmo detto di no - riprendono -. Adesso, però, ci debbono ascoltare. Siamo pronti alla mobilitazione e ad adire le vie legali...».
Intanto hanno chiesto un incontro per il 16 marzo prossimo al governatore Michele Iorio (Fi). Su cui, per questa vicenda, si stanno abbattendo tuoni e fulmini. Gli ultimi sono stati scagliati da Cristiano di Pietro, consigliere provinciale e figlio del ministro delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro. «Siamo pronti - afferma Di Pietro jr - a dare battaglia al governo regionale che prima, con ripicche e strane autorizzazioni, ha dato il via all'iter procedurale e ora grida la propria avversità».
«Ci risiamo - rincara Marcella Stumpo, del Coordinamento ambiente-salute che, assieme alla fondazione "Lorenzo Milani" sta mettendo a punto le osservazioni antiturbine -, sembra davvero che la Regione non perda il vizietto: era da tempo a conoscenza del progetto, ma ha taciuto. Ha tenuto l'iniziativa nascosta e non ha coinvolto la popolazione con conseguenze negative per il territorio. Certo - aggiunge - non era un obbligo di legge informare, ma lo avrebbero imposto la correttezza istituzionale e i più elementari principi di democrazia. Invece anche stavolta è rimasta in silenzio, come per la centrale a ciclo combinato, come per il gessificio, come per la centrale biomasse...».
Il presidente della Regione, bersagliato, e dopo il coro di resistenze che si è levato, ha scritto al presidente del Consiglio, Romano Prodi, al vice, Francesco Rutelli e a sei ministri, dimostrando «la contrarietà alla costruzione del parco». Il ministro Di Pietro, molisano verace, ha nel frattempo chiesto lumi al collega dei Trasporti e convocato per il 14 marzo, a Roma, il comandante della Capitaneria di porto di Termoli, Luca Sancilio, per avere chiarimenti. Ed è stato il putiferio. Così facendo è finito nel mirino dei Verdi, che lo accusano di non essere stato «sensibile» nell'affrontare progetti che sconvolgono altre parti del Belpaese. «Ora - gli viene rimproverato - Di Pietro capisce perché gli abitanti della Val Susa si oppongono al tunnel della Tav? Perché i vicentini e il movimento contro la guerra si scagliano contro la base militare americana? Perché in molti non vogliono il ponte sullo Stretto di Messina?».
Arrivano, dirette, a Di Pietro pure le stoccate di Grazia Francescato. «E' singolare - afferma la deputata dei Verdi, già responsabile del Wwf - che egli scopra la sua vocazione ambientalista solo per quello che potrebbe accadere a Montenero. E' paradossale viste le tante opere ad alto impatto ambientale a cui vorrebbe dare il via libera. Una fra tutte: il corridoio tirrenico che farebbe sparire la Maremma in Toscana».
«Intendiamoci - si difende Di Pietro - sono convinto che l'energia eolica sia un'alternativa valida. Ma va valutato il rapporto costo-benefici. E poi quella è un'area inadatta e unica per il valore paesaggistico, perché ancora vergine. Mi sembra più una speculazione».
Controversie e progetto preoccupano il presidente del Senato, Franco Marini, che ha chiesto al presidente della Provincia di Chieti, Tommaso Coletti, di essere informato su quanto accade. Mentre la Provincia di Campobasso, allarmata, domani si riunirà con urgenza per adottare provvedimenti contro «l'imponente insediamento che andrebbe ad installarsi in prossimità degli arenili, determinando, tra l'altro, la crisi irreversibile del settore della pesca».
Per non parlare dei danni e del rumore generato dalle pale rotanti. Rifondazione comunista ribadisce dissenso «alla selva di torri d'acciaio che si slargherebbe in acqua». Il parco offshore divide anche gli ecologisti. Edoardo Zanchini, responsabile Energia di Legambiente, assicura che «il progetto è stato a lungo esaminato in commissione al ministero dell'Ambiente e che sono stati apportati correttivi per minimizzare l'impatto con i fondali, per garantire l'allacciamento dei cavi elettrici senza interferire sulle dune e sulla fauna». Mentre Legambiente del Basso Molise sottolinea che «il progetto non ha tenuto conto di specifiche peculiarità, quali la vulnerabilità del litorale interessato - infatti è a ridosso di uno dei fronti franosi più estesi d'Europa - e il fatto che è situato nei pressi di un Sito di interesse comunitario. E' una zona - evidenzia - diversamente vocata. E, per essere il primo eolico marino in Italia, va sostanzialmente modificato e rispondere ai requisiti di distanza e prospettiva degli ultimi impianti del Nord Europa».
Il Comitato nazionale per il paesaggio che fa riferimento all'ex ministro Carlo Ripa Di Meana, dichiara: «Quelle torri bianche deturperebbero un luogo idilliaco». Ritenuto pregiato per la presenza del fiume Trigno, per il passaggio migratorio degli aironi, così come per la flora. «Negli anni passati - ricorda Giuseppe Vatinno, responsabile nazionale energia ed ambiente dell'Italia dei valori - nel caso dell'eolico abbiamo assistito ad una sorta di far west, che ha portato a scempi e a bidoni industriali dei quali è ancora disseminato lo Stivale».
Il ministro dell'Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio aggiunge: «Per produrre energia di questo tipo vanno rispettate le condizioni per un suo corretto utilizzo ed è necessaria la pianificazione nazionale degli impianti».